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Lezione – 05.11.

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Indaghiamo ancora sulle fonti scritturistiche dello escatologico cristiano.

Abbiamo visto il tema escatologico nell’AT – una speranza di carattere collettivo e cosmico. Lo
eschaton è dio medesimo. Esistono però accenti personale e esistenziale. La domanda del
destino personale, dell’identità dopo la morte. Domanda di carattere esistenziale. Un filone
presenti anche nell’AT. Però non c’è opposizione o tensione tra le due visione. Però l’aspetto
personale non è taciuto. Soprattutto nei libri sapienziale e nei profeti.

La speranza per le singole persone si poggia nel fatto di che Dio è la fonte della vita e un dono
suo. Un dialogo di alleanza con Dio. La vita è dialogo con Dio e la morte rappresenta
l’interruzione di questo dialogo. La morte è la rottura di questo rapporto di comunione. L’uomo
biblico ha la percezione normale di che la morte è la legge universale della carne. Per cui l’uomo
biblico, che è concreto, aspira la vita a lungo, che è dono di Dio. Vivere a lungo è benedizione di
Dio. Invece la morte è qualcosa di oscuro, un ombra misteriosa. Una condizione negativa e
precaria dell’esistenza.

Da una parte vi è l’alleanza che vuol dire vita e dall’altra il suo rifiuto che vuol dire morte. IL
peccato è dire non all’alleanza. Peccato è morte. O morte come sua conseguenza. Dice infatti
che i morti non possono lodare Dio: morte come interruzione di questa comunione. Questo
aspetto negativo è tradotto come immagine del Sceol. Mentre il cielo è dimora di Dio. Il xeol è
luogo di dimenticanza, di oblio. È paragonato nella mitologia antica come le rappresentanza
orientale mitica.

Però per l’uomo biblico sorge una domanda: che cosa avverrà di me? Si affaccia il tema della
retribuzione. Lui avverte che la comunione con Dio porta a un premio. La retribuzione è la
conseguenza della comunione dell’uomo giusto davanti a Dio. È giusto perché viene giustificato,
è reso giusto. C’è una convinzione che questa comunione con Dio non può essere spezzata dalla
morte.

Ci sono allora come due orizzonte: uno più terreno e uno più personalista. Nel primo l’uomo
riceve dei premi o dei castighi, conforme il comportamento. La fertilità della terra, vita lunga,
ecc., era retribuzione di un comportamento giusto. Ma quando l’orizzonte diventa più
personalista, la retribuzione diventa ultra-terrena. Il signore non ti abbandonerà nella morte…

I libri sapienziale tentano dare una risposta alla domanda: perché i peccatore sono felici e i giusti
vanno male? Questo dramma appare soprattutto nel libro di Giobbe. Crede in Dio nonostante
tutto che succede. Emblema di una fede vera nel Signore. Per cui la grande domanda di Giobbe:
vedrò il volto del Signore? Ci fa intravedere un premio ultraterreno. La fede e la speranza in
Giobbe diventa il futuro: sapere che l’orizzonte sarà sempre positivo.

Nell’AT viene anche molto radicalizzata la posizione di Giobbe. Il Coèlet per esempio, non riesce
a chiarire di tutto il tema della retribuzione. Essenzializza il tema della retribuzione.
Sembrerebbe che il Signore non è giusto, per conta della sofferenza dei giusti. Però alla fine c’è
sempre un esito positivo nella storia e nella vita. Anche qui vi è un invito ad andare oltre la sfera
mondana. Ci sarà una interferenza oltre mondana di Dio. Una giustizia che va al di là. Lui è più
forte di ogni angoscia e di ogni scetticismo.

Anche nei Salmi troviamo una spiegazione nei Salmi mistici. Come vivere il dolore e la morte con
una profonda religiosità? Religiosità come legame con Dio, alleanza con Dio. Anche se sei in una
situazione di dolore e di morte, non sarai abbandonato al sepolcro. Il motivo della Providenza di
Dio sta sempre nella comunione con Lui. Sono timide tentativi di risposte. Sono salmi mistici
perché questa unione con il Signore è la risposta alla sofferenza. Chi vive questo sposalizio con
il Signore non potrà vivere il dolore e la morte come ultima parola. C’è già una tensione verso la
risurrezione. Dio strapperà il giusto della morte e della mano dei peccatori.

Nei libri sapienziali cominciamo già intravedere una fede bipolare. La felicità dei giusti è meglio
che la prosperità dei malvagi. Prima la prosperità materiale era vista come segno della
benedizione di Dio. Ora c’è una spiritualizzazione. Anche se le cose vanno male, si sa che sarà
destinato alla felicità. Quello che conta è la intimità con Dio, e che alla fine la sorte personale sia
benefica. Sarebbe come dire che, se si ha la vita piena della comunione con Dio, lo sarà anche
dopo, nonostante le contrarietà.

Questa spiritualizzazione dell’esistenza e del concetto della morte è sfiorata anche da alcuni
scritti profetici. Soprattutto quelli post esilici, soprattutto Ezechiele. Troviamo qui che la potenza
di Dio supera la morte e ridona la vita. Non lascia l’uomo abbandonato. Il testo classico è quello
della visione delle ossa aride (Ez 37,11-14). Linguaggio di risurrezione. Questa visione non allude
tanto alla risurrezione personale corporea, ma alla liberazione della schiavitù di Israele
(deportazione). La deportazione era la morte, e il Signore ridona la speranza e la vita.

Nella rilettura cristiana, il senso principale di questo testo è quello: risorgere e riavere la vita a
quelli che sperano nel Signore.

Infine c’è il filone apocalittico: il profeta Daniele. Questo parla di risurrezione. La risurrezione
assume un orizzonte ultra terrestre. Fa riferimento alla vita eterna. Non soltanto una ricompensa
materiale anche ultraterrene. Una vita oltre la morte. Quella che chiamiamo vita eterna. Ci sono
martiri che ricuperano la vita eternamente. Sono stati fedeli all’alleanza che riavranno la vita
dopo la morte.

Anche i libri dei Maccabei. Già vicini al Nuovo Testamento. I martiri del monoteismo che non
hanno paura della morte. Vogliono essere in comunione con Dio che porta una speranza di una
vita oltre a quella terrena.

Un ultimo punto importante: la vita ultraterrena, un giusto se la guadagna o pure la riceve? È


retribuzione del giusto o avviene per la fedeltà di Dio, come dono? Avviene come dono di Dio,
della sua fedeltà. Questa fedeltà di Dio va oltre il peccato e la morte. È una fedeltà che è più
forte della morte. Un dono ultraterreno che è conseguenza della fedeltà di Dio.

Vi è ancora un altro linguaggio: quello di immortalità che si trova soprattutto nel libro della
sapienza. Ma non ha nulla che vedere con la concezione ellenistica di mortalità, che era una virtù
naturale. Dire anima e dire immortale era la stessa cosa. L’uomo non può morire. Nella Sapienza
l’immortalità è dono di Dio e vuol dire la vita eterna. È Vita con Dio, vita donata. Nella vita
dell’uomo c’è una germe di immortalità che è dono di Dio e un germe della morte che è il
peccato.

Il concetto di immortalità nei libri sapienziale è sempre un dono che viene dall’alto.

Nel libro della sapienza si accentuano gli aspetti personali della retribuzione ultra terrestre. Si
supera la morte se si vive un rapporto di comunione con quello che è la fonte della vita. Il giusto
avrà una retribuzione. Il Signore li darà una vita eterna e si supera la visione pessimista del
Coèlet. La differenza per noi è che questa visione avviene già oggi, mentre per loro soltanto alla
fine. La morte avrà una redenzione, mentre per noi la morte è già stata redenta.
La speranza escatologica nel NT
Abbiamo utilizzato i termini testi apocalittici e escatologici. Non è solo il futuro a determinare la
speranza dell’uomo biblico, ma è entrata nella storia una nuova figura, quella del presente come
compimento della speranza medesima. Espressione come ultimo giorno, ultima ora, giorno del
Signore, assumono significato nuovo. In ragione dell’evento cristologico rappresentano un
adempimento. La categoria del presente perché Cristo è venuto e si è manifestato. È Cristo che
fa capire la escatologia e l’apocalittica. La speranza è già entrata nel tempo. Il futuro di Dio si è
concentrato in Cristo. Lui ha anticipato la fine proprio nel cuore del tempo storico.

La categoria del futuro si concentra in colui che il libro dell’Apocalisse dice che è il primo e
l’ultimo. Ha anticipato il futuro nell’evento pasquale di Croce e risurrezione.

Viene anticipato l’eschaton che dà un tuono nuova all’esperanza. Il mistero della pasqua diventa
un nuovo centro della storia. Si tratta di una pienezza compimento. Una tensione tra presente e
futuro Tutta la escatologia del nuovo testamento va letta in questa maniera: questo evento crea
una tensione tra presente e futuro che attraversa tutto il NT.

Due parti: vediamo la tensione tra presente e futuro nei sinottici, Gv e SP. Poi dall’evento
escatologico anticipato verso l’evento della parusia.

Il testo famoso che ci fa vedere il futuro antecipato Mc 1,14-15. Il tempo è compiuto. Si avvicina
a noi il Regno di Dio. Molte parabole del regno ci fa vedere questa tensione: quella della crescita
e sviluppo del Regno: granello di senapa. Ecc…

Importanti sono quei detti di GesÚ dove si parla che il Figlio dell’uomo viene di un modo
improviso. Stare attento e essere vigilante perche c’è qualcosa di irresistibile che sta arrivando.
Sta arrivando qualcosa di eccessionale: stiamo vigilanti.

Una vigilanza gioiosa. Una preparazione perché l’evento è decisivo. Un ladro che viene di notte.
Dobbiamo essere pronti.

La attenzione non si sposta alla fine, ma è già una tensione all’oggi. Se oggi abbiamo seminato
bene, alla fine avremo le conseguenza. Il futuro, dicidiamo oggi. Come abbiamo visto tutti i
novissimi, come chiamiamo, appartengono già al nostro oggi.

Nei sinotici la tensione tra presenti e futuro ci fa vedere la decisività del presente per predisporci
alla pienezza. Pienezza nel corpo di Cristo.

In Gv questa tensione non è espressa con la categoria del Regno di Dio. In Gv tutto ruota in torno
al presente. Ha l’idea di compimento. Nella categoria del presenti, leggi alcuni temi tipici del suo
Vangelo: giudizio, la vita eterna e anche il tema della risurrezione. Vengono letti attraverso il
presente escatologico. Il tema della parusia in Gv non è vista come un dramma cosmico, ma
viene letto nel tema della presenzialità, perché Gesù per Gv è parola ultima e decisiva. Lui è l’ora
della salvezza. Che è già iniziata. C’è la presenzialità della salvezza di Cristo che non annulla la
posizione dei sinottici. Gv parla di un ritorno del Cristo? Nei cap. 14-16. Lì lo Spirito interiorizza
la realtà di Cristo, la sua parola. Li c’è presente questa tensione tra presente e futuro. Una
interiorizzazione che si espande nel tempo.

Allora i sinottici e Gv: in Gv c’è più una presenzialità e nei sinottici più una tensione verso il
futuro. Però non possiamo negare che in Gv esista una alusione alla parusia, al futuro.
Nella letterattura paulina il tema della parusia e della manifestazione di Cristo è diverso di Gv e
dai sinottici? Da Gv si, dai sinottici, ci sono punti da vedere. Dobbiamo fare differenze tra le
prime e le ultime lettere di Paolo. Nelle ultime emmerge il tema della vita nella Spirito. Lo spirito
come dono escatologico per l’uomo nel presente, che trasforma la storia e è dono di amore. La
speranza come primizia del rinnovamento che toccherà alluomo e al mondo. Si parla di uno
spirito che viene dall’alto.

Le prime lettere: Ts, il tema della parusia è fortissimo, e anche il tema del ritardo della parusia.
Paolo deve dire che l’attesa del Signore non dipende da noi. Dobbiamo vivere la tensione
escatologica senza interpretare i disegni di Dio. In Paolo vi è una forte tensione tra presente e
futuro. L’escatologica è futurista e presentista.

Ma perché vi è questa tensione: il motivo è sempre la ragione cristologica. Cristo è evento


presente e futuro. Potremo dire che in questo senso S. Paolo e S. Gv devono essere visti in un
modo complementari. Sia Paolo, sia Gv, sia i sinottici, ci fanno vedere un cambiamento di
schema rispetto alla escatologia NT. Lo schema binario del AT prevede promessa e compimento.
Adesso invece siamo in un schema ternario: comprende promessa, anticipazione, compimento.
La promessa, l’avvenimento unico e definitivo e il compimento (nell’evento di Cristo per noi).

La novità dell’escatologia cristiana sta nell’oggetto dell’Esperanza. Mentre nell’AT era la salvezza
finale, adesso in Cristo si spera, e in Lui il Padre e lo Spirito. Speriamo in Cristo e speriamo Cristo.
Lui diventa l’oggetto della nostra speranza. Tutte le categoria apocalittiche e escatologiche
vanno ripensate. Se parliamo di ultimi tempi, giudizio, vita eterna, devono essere ripensate alla
luce di Cristo. In Cristo e con Cristo. Solo in lui si compie tutte le promesse di Cristo.

Queste categorie: con Cristo e in Cristo, di Paulo, e il linguaggio della vita eterna, della
comunione e risurrezione vediamo anche in S. Gv., L’evento cristologica diventa il catalizzatore
la chiave ermeneutica per parlare di apocalittica e di escatologia.

Nel secondo punto: dal presente scatologico alla parusia. È un problema che la comunità
cristiana ha vissuto fortemente.

Vive una esperienza di attesa del Gesù storico: la parusia. La parusia è soltanto quella che
chiamiamo la seconda venuta del Signore o è già l’evento cristologico? Allora il problema era
che il tema del ritardo della parusia. Se lui era risorto, dovevano vederlo, la sua manifestazione.
I primi cristiani erano convinti che non sarebbe finita la prima generazione cristiana senza vedere
il ritorno del Signore. Si deve interpretare l’espressione: il Signore è vicino, Il Signore viene:
dobbiamo interpretare in senso cronologico o qualitativo? Devono essere interpretate in senso
teologico.

L’incarnazione è la speranza ormai compiuta. Dire che questa speranza di compirà, non significa
dire che manca un pezzo di tutta la realtà o pienezza. Allora il ritardo della parusia non va
considerato come un problema irresoluto della Chiesa primitiva: Paolo risponde dicendo che la
parusia non deve essere vista in senso cronologico. Infatti, nel NT questa attesa non ha creato
un vuoto di salvezza. Questa è già stata compiuta nel mistero pasquale.

Quando la comunità primitiva vedeva la parusia come un compimento della pasqua, la vedeva
come la non comprensione o recessione di tutta l’umanità del mistero pasquale.

C’era molto attesa nell’adempimento del piano di Dio, e il ritardo della parusia non era la
delusione della speranza. Ma uno spazio di crescita dell’evento Cristo nella sua valenza
universale. Cristo tutto in tutti.
Qui risulta chiara la differenza tra l’escatologia giudaica e l’escatologia cristiana.

Nella giudaica, tutto viene proiettato sull’imminenza apocalittica. Una manifestazione


apocalittica e un passaggio immediato dal presente al futuro. Invece l’escatologia cristiana fa
interagire il presente e il futuro. Qui ora si compie la salvezza ma c’è una attesa della fine.

Nella concessione NT la tensione tra presente e futuro è inclusa anche la sopravvivenza dei
singoli uomini nella morte. Come Cristo è risorto, la sua morte illumina il tema della morte
dell’uomo. Mentre nell’AT c’è una indeterminatezza del tema della morte che ancora non è
illuminato. Noi attraverso la morte di Gesù comprendiamo la morte del singolo. La sua morte
redime la morte del singolo. La morte dell’uomo è un passaggio pasquale. Nella morte i credenti
vivono la pienezza della loro condizione di salvezza. So che la morte rappresenta pienamente la
mia salvezza. Perciò la morte è il momento del mio incontro con Dio.

La mia morte devo leggere nella morte di Cristo che è la pienezza della mia condizione di
Salvezza. Solo tardivamente nell’AT si parla di luci di risurrezione, ma come liberazione.

Nella prospettiva escatologica dell’era intermedia il cristiano vive in uno stato di pienezza
decisiva. L’evento della morte è un evento di crescita nel corpo ecclesiale. Un concentrato
dell’incontro finale con Cristo. La morte come morte in Cristo e come evento della mia salvezza.