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Compendio di Procedura Penale

CAPITOLO I - I SOGGETTI
1. Premessa.
E opportuno distinguere, anche in considerazione della differente ampiezza dei poteri
che in molti casi si
ricollega a questa distinzione, tra soggetto e parte.
Dovendosi riservare quest'ultima qualifica a chi vanta il diritto ad una decisione
giurisdizionale in rapporto ad una pretesa fatta valere nel processo, ne consegue che
la qualifica di parte non spetta alla totalit dei soggetti elencati nel libro I del codice.
Dev'essere anzitutto escluso il giudice, visto che il suo ruolo istituzionale esige, come
fondamentale requisito, quello dell'imparzialit. Neppure la polizia giudiziaria, la
persona offesa e il difensore assumono la qualifica di parte, che, invece, compete ai
rimanenti soggetti elencati nel libro I.
2. La giurisdizione penale.
In piena sintonia con il disposto dell'art. 102 comma 1 Cost., che attribuisce la
funzione giurisdizionale a magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme
sull'ordinamento giudiziario, l'art. 1 riserva l'esercizio della giurisdizione penale ai
giudici previsti dalle leggi di ordinamento giudiziario. Ci significa che soltanto il
giudice, e non qualsiasi magistrato (quindi, non il pubblico ministero), pu essere
titolare di funzioni giurisdizionali penali.
La qualit di giudice il risultato di un atto di investitura di potere regolato dalla
legge, e precisamente come stabilisce l'art. 1 dalle leggi di ordinamento
giudiziario.
Non pu sfuggire lo stretto raccordo intercorrente tra la normativa ordinamentale e
quella codicistica, se vero che il valido esercizio della funzione giurisdizionale risulta
fortemente condizionato dalla ritualit dell'investitura. Stabilisce, infatti, l'art. 178 che
sempre prescritta a pena di nullit [assoluta] l'osservanza delle disposizioni
concernenti: a) le condizioni di capacit del giudice e il numero dei giudici necessario
per costituire i collegi stabilito dalle leggi di ordinamento giudiziario.
Lart. 33, prevedere che le condizioni di capacit del giudice e il numero dei giudici
necessario per costituire
i collegi giudicanti sono stabiliti dalle leggi di ordinamento giudiziario. Tuttavia la
portata di questo enunciato normativo viene ad essere incisivamente circoscritta dai
due commi successivi, che individuano una serie di ipotesi dichiarate processualmente
irrilevanti
Non vengono considerate attinenti alla capacit del giudice le disposizioni sulla su:
destinazione agli uffici, sulla formazione dei collegi e sulla assegnazione dei
processi a sezioni, collegi e giudici.
Anche per quanto concerne le disposizioni relative alla formazione dei collegi pu
essere ribadito il rilievo di una non puntuale pertinenza rispetto al requisito della
capacit del giudice. Escluso che rientrino in tale categoria le disposizioni inerenti al
numero dei giudici necessari per costituire il collegio, la cui violazione
inequivocabilmente sanzionata con una nullit assoluta (art. 179 comma 1) sembra
doversi ritenete che la locuzione in esame riguardi: a) le disposizioni che regolano la
composizione dell'organo giudicante nel caso di assegnazione di un numero di giudici;
b) le disposizioni relative alle supplenze e alle applicazioni.
Per quanto attiene infine alle disposizioni sulla destinazione del giudice all'ufficio si
pensi ad un trasferimento o all'assegnazione di nuove funzioni giudicanti esse sono
sicuramente riconducibili al concetto di capacit.
L'unico attributo rilevante ai fini di un'eventuale incapacit del giudice sembra essere

quello della qualifica richiesta per l'esercizio delle funzioni giudiziarie che chiamato a
svolgere.
3. Profili ordinamentali.
I precetti costituzionali dedicati sia alla magistratura nel suo complesso sono (artt.
104, 105, 106 comma 1, 107, 108 e 109 Cost.).
Di primaria importanza risulta la distinzione tra giudici straordinari (istituiti
successivamente al fatto da giudicare), giudici speciali (figure estranee alla legge di
ordinamento giudiziario) e giudici ordinari, contrapponibili ai giudici speciali in quanto
traggono la loro legittimazione dall'ordinamento giudiziario. La Costituzione vieta di
istituire giudici straordinari o speciali, mentre ammette l'istituzione di giudici
specializzati tipico esempio: il tribunale per i minorenni in ragione dello specifico
oggetto della loro giurisdizione (art. 102 comma 2 Cost.). Restano esclusi dal divieto,
conformemente a quanto desumibile dagli artt. 103 comma 3 e 134 Cost., solo due
giudici speciali: i tribunali militari (e gli altri organi giudicanti della giustizia militare) in
relazione ai reati militari commessi da appartenenti alle forze armate; la Corte
costituzionale, nella particolare composizione risultante dall'art. 135 comma 7 Cost.,
con riferimento alle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica per alto
tradimento o per attentato alla Costituzione.
La categoria dei giudici ordinari, ricomprende i seguenti organi giudicanti:
a) giudice di pace: giudice onorario e monocratico, che si contrappone, per un verso,
al giudice professionale e, per l'altro verso, al giudice collegiale, il quale risulta
composto da una pluralit di magistrati.
b) giudice per le indagini preliminari: monocratico.
c) giudice dell'udienza preliminare: monocratico. Lart. 6 d. lgs. 19 febbraio 1998, n.
51, stabilisce che il giudice dell'udienza preliminare debba essere diverso da quello
che, nel medesimo procedimento, ha svolto le funzioni di giudice per le indagini
preliminari. I commi 2-bis e 2-ter dell'art. 7-bis ord. giud.: la loro introduzione, risalente
all'art. 57 comma 11. 16 dicembre 1999, n. 479, va ricollegata, da un lato,
all'esigenza di assicurare un'elevata qualificazione professionale dei giudici de quibus
(il comma 2-bis, integrato dall'art. 24 1. 1 marzo 2001, n. 63, esige che essi abbiano
precedentemente svolto per almeno due anni la funzione di giudice del dibattimento o
quella di giudice dell'udienza preliminare) C), dall'altro, all'intento di creare le migliori
premesse per la terziet di questi giudici. A tal fine stata fissata la regola
della temporaneit delle funzioni (il comma 2-ter esclude che le medesime possano
essere esercitate per pi di dieci anni consecutivi).
d) tribunale ordinario: a seconda della gravit del reato o delle caratteristiche dello
stesso come emerger meglio in seguito quando si esaminer il suo doppio ordine di
attribuzioni (infra, 7) tale organo giudica in composizione monocratica oppure in
composizione collegiale, decidendo, in quest'ultimo caso, con il numero invariabile di
tre componenti.
L'art. 7-bis comma 2 quarter. ord. giud. (introdotto dall'art. 57 comma 101. 16
dicembre 1999, n. 479) stabilisce che il tribunale in composizione monocratica sia
costituito da un magistrato che abbia esercitato la funzione giurisdizionale per non
meno di tre anni.
Vi possibilit di una deroga per imprescindibili e prevalenti esigenze di servizio
(art. 7-bis comma 2-quinquies ord. giud.).
e) corte d'assise: giudice collegiale composto da otto magistrati, di cui due togati
(magistrati professionali, stabilmente appartenenti all'ordine giudiziario come
magistrati di carriera) e sei laici (magistrati onorari, che solo temporaneamente fanno
parte dell'ordine giudiziario e sono scelti fra i cittadini in possesso di determinati
requisiti), la cui partecipazione all'amministrazione della giustizia va ricollegata al
disposto dell'art. 106 comma 2 Cost.
f) corte d'appello: giudice collegiale composto da tre magistrati.
g) corte d'assise d'appello: giudice collegiale, la cui composizione mista (ai due
magistrati togati si vanno ad aggiungere sei giudici onorari o popolari) ricalca quella
della corte d'assise.

h) magistrato di sorveglianza: monocratico.


i) il tribunale di sorveglianza: giudice collegiale composto da quattro magistrati, di cui
due togati e due laici. Al vertice di questo organigramma si colloca la corte di
cassazione.
La corte di cassazione divisa in sette sezioni, ciascuna delle quali giudica con cinque
componenti, che diventano nove quando tale organo chiamato a pronunciarsi nella
composizione a sezioni unite. Anche i giudici minorili (in relazione ai quali v.
diffusamente infra, cap. XII) sono regolati dalla legge di ordinamento giudiziario (artt.
49 ss.): rispetto ad essi, come si anticipato, quindi corretta la definizione di giudici
ordinari specializzati.
4. Le questioni pregiudiziali.
La giurisdizione penale una giurisdizione autosufficiente, nel senso che ha
cognizione autonoma su tutte le questioni strumentali alla pronuncia finale.
Lart. 2 stabilisce il dovere del giudice penale di risolvere ogni questione che si ponga
come antecedente logico-giuridico della decisione di cui investito.
Quella con cui viene risolta non a caso il legislatore non parla di decisione la
questione logicamente prioritaria una semplice pronuncia incidentale che pu avere
natura civile, amministrativa o penale, e che ha rilevanza solo all'interno del
procedimento in cui inserita (cognitio incidenter tantum), senza alcuna efficacia
vincolante in nessun altro processo (art. 2 comma 20).
Le deroghe alla regola della cognizione incidentale stabilita dall'art. 2 vanno fatte
risalire a talune disposizioni del codice che opportuno suddividere in due categorie.
Da un lato, si collocano quelle disposizioni che, in caso di controversia sulla propriet
delle cose sequestrate (artt. 263 comma 3 e 324 comma 8) o confiscate (art. 676
comma 2), si limitano a devolvere la relativa risoluzione al giudice civile.
Quanto appena osservato vale in particolar modo per le questioni pregiudiziali relative
allo stato di famiglia o di cittadinanza (art. 3). In presenza di una controversia
rientrante in una ditali categorie, il giudice penale pu sospendere il processo si
presuppone, quindi, superato lo stadio procedimentale, in seguito all'avvenuta
formulazione dell'imputazione allorch ricorrano le tre seguenti condizioni: a) deve
effettivamente sussistere un rapporto di pregiudizialit tra la risoluzione della
controversia sullo stato di famiglia o di cittadinanza e la decisione della regiudicanda
penale. Ci non implica necessariamente un condizionamento sulla decisione circa
l'esistenza del reato, essendo da riconnettere l'effetto devolutivo anche a quelle
controversie la cui risoluzione influisce sull'esistenza di una condizione di punibilit odi
una circostanza aggravante; b) necessario che la questione pregiudiziale sia seria,
vale a dire non mani-lestamente infondata o artificiosa; c) dev'essere gi stata
proposta l'azione a norma delle leggi civili.
Sar il giudice a stabilire, di volta in volta, se, nonostante la ricorrenza dei presupposti
stabiliti dall'art. 3 comma 1, non sia preferibile risolvere autonomamente la questione
pregiudiziale.
Nel caso di sospensione (e di conseguente devoluzione della controversia al giudice
naturale) prevista la pronuncia di un'ordinanza, che pu essere impugnata senza
che si produca l'effetto sospensivo di cui all'art. 588 in Cassazione (art. 3 comma 2):
nel silenzio della legge si deve ritenere ehe, in conformit con quanto stabilito nel
secondo periodo dell'art. 568 comma 3, siano legittimate al ricorso tutte le parti in
quel momento presenti nel processo. Finch dura la sospensione, ammesso soltanto
il compimento degli atti urgenti (art. 3 comma 3) In tema di status, alla sentenza
irrevocabile intervenuta in sede extrapenale viene riconosciuta efficacia di giudicato
(art. 3 comma 4). A questo proposito vale anzi la pena di aggiungere che il giudicato
civile o amministrativo ha un'identica efficacia vincolante sia se si formato
anteriormente all'inizio del processo penale, sia se, risolta incidenter tantum la
questione pregiudiziale nell'ambito del processo penale, sopraggiunto mentre il
medesimo ancora in corso. Per quanto concerne, infine, l'ulteriore eventualit della
decisione extrapenale divenuta irrevocabile dopo la definitiva conclusione del processo
penale, soccorre la previsione di cui all'art. 630 lett. c ove la sentenza di condanna

dipenda da un accertamento incidentale sconfessato dal giudice civile o


amministrativo, potr essere percorsa la strada della
revisione (infra, cap. IX, 47). La seconda ipotesi di sospensione del processo penale a
causa di una questione pregiudiziale quella prevista dall'art. 479.
Qui la controversia da risolvere in via prioritaria non verte su uno status ma su una
qualsiasi altra questione di competenza del giudice civile o amministrativo.
La sospensione ex art. 479 pu essere disposta solo nel corso del dibattimento.
L'impronta restrittiva si pu cogliere anche nella determinazione dei requisiti inerenti
alla questione pregiudiziale: a) la risoluzione della controversia deve condizionare la
decisione sull'esistenza del reato; b) lattributo della seriet non sufficiente, dal
momento che la controversia deve risultare di particolare complessit; c) dev'essere
gi in corso il relative procedimento presso il giudice civile o amministrativo.
Ulteriore condizione stabilita dall'art. 193 che la legge civile o amministrativa non
ponga limitazioni alla prova della situazione soggettiva. Limitazioni che il giudice
penale non incontra, con migliori prospettive per la pienezza del suo accertamento, se
risolve la controversia in via incidentale.
Le divergenze rispetto alla normativa dettata per le questioni pregiudiziali sullo stato
di famiglia e di cittadinanza risultano nuovamente marcate. Si consente al giudice di
revocare, anche di ufficio, l'ordinanza di sospensione qualora il giudizio civile o
amministrativo non si sia concluso nel termine di un anno. Dall'altro, non avendo il
legislatore ribadito la prescrizione contenuta nel comma dell'art. 3, risulta precluso il
riconoscimento di un'efficacia vincolante della sentenza extrapenale.
Quest'ultima viene a far parte del materiale probatorio destinato a costituire la base
per la formazione del convincimento del giudice, il quale, in ipotesi, la pu anche
disattendere, Con l'unico limite di dover esporre in motivazione le ragioni della
divergenza.
5. La competenza: per materia, per territorio e per connessione.
Il capo II del titolo relativo al giudice dedicato al tema della competenza: vale a
dire all'insieme di regole giuridiche che consentono di attuare una distribuzione, in
senso orizzontale e verticale, delle regiudicande penali, in modo che risulti
predeterminato il giudice legittimato a conoscere di ogni 1)1 alimento, come impone il
1 comma dell'art. 25 Cost.
Prima di esaminare la normativa sulla competenza, va detto che alle due tradizionali
figure (competenza per materia e per territorio) il codice ne ha aggiunta una terza
(competenza per connessione).
A proposito della competenza per materia, anzitutto opportuno precisare che il
codice, uniformandosi alle indicazioni contenute nella legge delega (art. 2 n. 12), ha
tracciato la suddivisione tenendo conto sia del tipo di reato (criterio qualitativo,
orientabile su vari parametri quali, ad esempio, la natura o, talora, addirittura la
frequenza statistica dell'illecito o la maggiore professionalit del giudice), sia del livello
della pena edittale (criterio quantitativo), per il cui calcolo lo stesso legislatore
delegante ha fornito taluni criteri puntualmente recepiti dall'art. 4. Quest'articolo
dispone che bisogna tenere conto della pena o, meglio, del massimo della pena
stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato, per cui, nella seconda
ipotesi, la pena edittale deve essere diminuita di un terzo (art. 56 comma 2 c.p.).
Viene contestualmente esclusa l'incidenza della continuazione, della recidiva e delle
circostanze del reato, salvo che si tratti delle aggravanti per le quali la legge stabilisce
una pena di specie diversa (come quando, per esempio, si passa dalla reclusione
all'ergastolo) o di quelle ad effetto special. Pi specificamente risultano affidati alla
corte d'assise (art. 5): a) i delitti puniti con l'ergastolo o con la reclusione non inferiore
nel massimo a ventiquattro anni, fatta eccezione per i delitti di tentato omicidio, di
rapina e di estorsione, comunque aggravati, non-ch per i delitti di sequestro di
persona a scopo di estorsione (sempre che non ne sia conseguita la morte della
persona offesa, nel qual caso si rientra nell'ipotesi sub c) , e per quelli previsti dal
d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 in materia di
sostanze stupefacenti; b) i delitti consumati - esclusi, dunque, quelli rimasti allo stadio

del tentativo- di omicidio del consenziente (art. 579 c.p.), istigazione o aiuto al suicidio
(art. 580 c.p.), omicidio preterintenzionale (art. 584 c.p.); c) ogni delitto doloso,
qualora dal fatto sia derivata la morte di una o pi persone, escluse le ipotesi di morte
come conseguenza non voluta di altro reato (art. 586 c.p.), di morte avvenuta in
seguito a rissa (art. 588 c.p.) e di morte derivante da omissione di soccorso (art. 593
c.p.); d) i delitti di riorganizzazione del partito fascista, i delitti di genocidio e i delitti
contro la personalit dello Stato puniti con pena edittale non inferiore nel massimo a
dieci anni. Quanto al tribunale, la sua competenza si ricava per sottrazione, come
risulta dall'art. 6 che, dopo l'aggiornamento operato dall'art. 47 d. lgs. 28 agosto 2000,
n. 274, lo investe dei reali non appartenenti alla competenza della corte di assise o del
giudice di pace.
Per quanto riguarda la competenza per territorio, la regola fondamentale quella del
luogo in cui il reato stato consumato (art. 8 comma 1). Ad essa il legislatore fa
seguire: a) altre regole di carattere generale che derogano al criterio del locus
commissi delictii in ragione della particolare configurazione della fattispecie
delittuosa; b)talune regole suppletive, che consentono l'individuazione del giudice
territorialmente competente quando non possibile applicare le regole generali.
Le ipotesi che giustificano una deviazione dalla regola base sono quelle del fatto che
abbia cagionato la morte di una o pi persone, del reato permanente e del delitto
tentato (art. 8 commi 2, 3 e 4). Nel primo caso, parso preferibile radicare la
competenza nel luogo in cui avvenuta l'azione o l'omissione: in tale luogo, infatti, si
creato l'allarme sociale ed pi agevole la ricerca delle prove. Nelle altre due ipotesi
si optato, rispettivamente, per il criterio del luogo in cui ha avuto inizio la
consumazione, anche se dal fatto derivata la morte di una o pi persone (essendo ne
della permanenza), e per il criterio del luogo in cui stato compiuto l'ultimo atto
diretto a commettere il delitto.
Quanto alle regole suppletive, occorre rispettare la gerarchia interna risultante dall'art.
9. Con la conseguenza che prioritario il criterio del luogo o dell'ultimo, se i luoghi
sono pi di uno in cui avvenuta una parte dell'azione o dell'omissione; seguono, in
successione, il criterio della residenza, della dimora, del domicilio
dell'imputato; ed, infine, quello del luogo in cui ha sede l'ufficio del pubblico ministero
che ha provveduto per primo a iscrivere la notizia di reato nel registro previsto
dall'art.. 335 (art. 9 comma 3).
La normativa esaminata si applica anche quando il reato stato commesso in parte
all'estero (art. 10 comma 3), mentre in caso di reato commesso interamente
all'estero risultano indispensabili taluni adeguamenti.
La competenza viene pertanto ad essere consecutivamente determinata dal luogo
della residenza,
della dimora,
del
domicilio,
dell'arresto o della consegna
dell'imputato, con prevalenza se pi sono gli imputati - del giudice competente per il
maggior numero di essi (art. 10 comma 1). Vale anche qui, come ultima regola, quella
che privilegia il giudice del luogo in cui avvenuta la prima iscrizione nel registro
contemplato dall'art. 335 (art. 10 comma 2).
Numerose deroghe alla regola del locus commissi delicti traggono la loro
legittimazione dall'art. 210 disp. att., il quale stabilisce che continuano ad osservarsi le
disposizioni di leggi o decreti disciplinanti la competenza per territorio sulla base di
criteri non coincidenti con quello fissato dall'art. 8 comma 1.
Altre deroghe sono, inoltre, riconducibili a leggi successive alla pubblicazione del
codice. Tra le varie ipotesi si possono menzionare: i reati commessi dal presidente del
Consiglio dei ministri o dai ministri nell'esercizio delle loro funzioni, rispetto ai quali
competente il tribunale ubicato nel capoluogo del distretto di corte d'appello (art. 11
1. cost. 16 gennaio 1989, n. 1); la diffamazione commessa attraverso trasmissioni
radiofoniche o televisive, che implica la competenza del giudice del luogo in cui ha la
residenza la persona offesa (art. 30 comma 51. 6 agosto 1990, n. 223).
In due situazioni, lo stesso codice che crea regole ad hoc. Una prima deroga quella
risultante dall'art. 328 commi 1-bis e 1-ter, che riguardano, rispettivamente, i
procedimenti relativi ai delitti elencati nell'art. 51 comma 3-bis e a quelli, caratterizzati
da finalit di terrorismo, di cui all'art. 51 comma 3-quater. In tal caso le

funzioni di giudice per le indagini preliminari nonch quelle di giudice dell'udienza


preliminare come precisato dall'art. 4-bis d.l. 7 aprile 2000, n. 82 (convertito con 1. 5
giugno 2000, n. 144) sono esercitate da un magistrato appartenente al tribunale del
capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice.
Del tutto particolare poi la seconda situazione, che riposa su un duplice presupposto
(art. 11): a) l'esistenza di un procedimento penale in cui un magistrato (giudice o
pubblico ministero, anche se, come precisato il cui incarico sia caratterizzato dalla
stabilit) assuma la qualit di imputato ovvero quella di persona offesa o danneggiata
dal reato; b) la competenza, in relazione al fatto per il quale si procede, di un ufficio
giudiziario ricompreso nel distretto di corte di appello in cui lo stesso magistrato
esercita le proprie funzioni, ovvero le esercitava al momento del fatto.
La competenza per i procedimenti previsti dall'art. 11 spetta ora al giudice,
ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte
di appello determinato dalla legge, sulla scorta di una tabella allegata alle
disposizioni di attuazione incentrata sul criterio della circolarit
La connessione criterio autonomo di attribuzione di competenza. Una scelta che
comporta l'automatico confluire davanti ad un unito giudice di procedimenti, riservati
in base alle regole sulla competenza per materia e per territorio, a giudici diversi.
Attualmente, dopo i vari interventi a cui si accennato, l'art. 12 dispone che si ha
connessione di procedimenti: a) se il reato per cui si procede stato commesso da pi
persone in concorso o trattandosi di reato colposo in cooperazione tra loro, ovvero
se pi persone, con condotte indipendenti, hanno determinato l'evento; b) se una
persona imputata di pi reati commessi con una sola azione od omissione (concorso
formale) ovvero con pi azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno
criminoso (reato continuato); c) se dei reati per cui si procede taluni sono stati
commessi per eseguire o per occultare gli altri.
Anche i criteri dettati per la determinazione del giudice competente nel caso di
procedimenti connessi riflettono l'esigenza di non concedere spazio a scelte
discrezionali. prioritario il criterio del giudice superiore, dal quale discende che i
procedimenti di competenza del tribunale risulta-no automaticamente attribuiti alla
corte d'assise (art. 15); quando invece ci si muove esclusivamente sul versante della
competenza territoriale coinvolgendo i procedimenti connessi pi giudici
ugualmente competenti per materia prevale il giudice competente per il reato pi
grave (alla stregua dei parametri forniti dall'art. 16 comma 3) o, in caso di pari
gravit, quello_ competente per il primo reato (art. 16 comma 1).
Nel caso di concorso di persone o di condotte indipendenti, le azioni o le omissioni
sono state commesse in luoghi diversi e dal fatto derivata la morte di una persona:
in deroga al criterio generale stabilito dall'art. 8 comma 2, si attribuisce la
competenza al giudice del luogo in cui si verificato l'evento (art. 16 comma 2).
Criteri particolari sono, inoltre, dettati per la connessione di procedi-menti di
competenza di giudici ordinari e speciali. Nell'ipotesi di competenza concorrente tra
Corte costituzionale e giudice ordinario, prevale la prima (art. 13 comma 1), mentre
nel rapporto tra giudice militare e giudice ordinario vale la regola opposta, fermo
restando, tuttavia, che la connessione opera solo quando il reato comune pi grave
di quello militare (art 13 comma 2).
Per i procedimenti relativi ad imputati che, al momento del fatto, erano minorenni, e
procedimenti relativi ad imputati maggiorenni, la connessione non opera.
6. La competenza funzionale.
La competenza funzionale ha a riguardo varie figure di giudici che si differenziano
non gi in base a coordinate esterne (tipo di reato, collocazione spaziale), ma in
ragione della funzione che gli stessi svolgono nellambito di un medesimo
procedimento.
Partendo dalla suddivisione per gradi, possibile distinguere tra giudice di pace,
tribunale ordinario e corte d'assise (giudici di primo grado), tribunale (in composizione
monocratica), corte d'appello e corte d'assise d'appello (giudici di secondo grado)
corte di cassazione, cui demandato il controllo di legittimit sulle

decisioni assunte nei gradi precedenti.


Progredendo nella suddivisione, viene in rilievo l'articolazione in fasi, a cominciare
dalla fase anteriore al giudizio, nella quale si collocano l'attivit del giudice per le
indagini preliminari e, successivamente, quella del giudice dell'udienza preliminare.
Seguono la fase del giudizio, con riferimento alla quale sono funzionalmente
competenti il tribunale, la corte d'assise, la corte d'appello, la corte d'assise d'appello,
la corte di cassazione, e, quindi, la fase dell'esecuzione. Rispetto ad essa vanno
distinte le funzioni del giudice di esecuzione da quelle della magistratura di
sorveglianza, al cui interno emerge l'ulteriore ripartizione tra le funzioni del magistrato
di sorveglianza (giudice di primo grado) e quelle del tribunale di sorveglianza.
Per quanto concerne, infine, la competenza funzionale che si incentra sulla specifiche
attribuzioni
di
un determinato giudice,
non si
pu andare al
di
l di
un'esemplificazione. Ci si limita, pertanto, a ricordare le funzioni espressamente
riservate al presidente del collegio giudicante (artt. 465, 467 e 468), quelle espletate
dal tribunale in composizione collegiale (artt. 309 comma 7 e 310 comma 2)
quale giudice del riesame o dell'appello.
7. Le attribuzioni del tribunale.
L'appurato che in relazione ad un certo reato deve giudicare il tribunale, s'impone un
ulteriore passaggio logico che permetta di stabilire se sia richiesta la composizione
monocratica ovvero quella collegiale. In questo caso il criterio di ripartizione non pi
basato sul concetto di competenza, che regola la distribuzione fra i diversi uffici
giudicanti, ma su una sua sottocategoria che il legislatore ha indicato con il termine
attribuzione.
L'attribuzione al tribunale in composizione monocratica dei delitti puniti con pena
uguale od inferiore nel massimo a venti anni.
Nelle sezioni distaccate sono trattati unicamente gli affari civili e penali sui quali il
tribunale giudica in composizione monocratica (per una possibile deroga, v. per il
disposto dell'art. 48-quinquies ord. giud.).
Lo stesso art. 48-quater comma l ord. giud. chiarisce, inoltre, che giudica in
composizione monocratica il tribunale della sezione distaccata, anzich quello ubicato
nella sede principale, quando il luogo in base al quale si determina la competenza per
territorio ai sensi degli artt. 8 e 9 rientra nella circoscrizione della sezione.
La riformulazione degli artt. 33-bis e 33-ter stata determinata dal proposito di
ridimensionare le attribuzioni originariamente previste per il giudice monocratico,
come si ricava senza possibilit di equivoci dalla correzione apportata al criterio
quantitativo, che attualmente consente di devolvere al tribunale "collegiale" i delitti
puniti con la reclusione superiore nel massimo a dieci anni, anche nell'ipotesi del
tentative.
Il limite dei dieci anni va calcolato applicando le regole dettate dall'art. 4 (art. 33-bis
comma 2). Il criterio quantitativo va tuttavia coordinato con quello qualitativo, che
implica deroghe di non trascurabile portata: per un verso, risultano sottratti al
tribunale "collegiale" taluni delitti puniti con la reclusione superiore talora, anche
ampiamente a dieci anni, e, per un altro verso, gli vengono attribuiti reati che, in
base al suddetto criterio quantitativo, dovrebbero essere giudicati dal tribunale in
composizione monocratica. Per quanto concerne la prima della due deroghe vengono
in rilievo i delitti previsti dall'art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 in materia di
sostanze stupefacenti, fermo restando che su di essi giudica comunque il tribunale in
composizione collegiale quando siano contestate le aggravanti di cui all'art. 80 del
medesimo testo unico (art. 33-ter comma 1).
Relativamente alla seconda situazione, riguardante i reati puniti con la reclusione non
superiore a dieci anni, bisogna far capo all'elenco risultante dal 1 comma dell'art. 33bis.
Quanto alle attribuzioni del tribunale in composizione monocratica, vile la regola della
complementariet. Oltre che sui delitti previsti dall'art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309
(purch non aggravati ai sensi del successivo art. 80), il tribunale "monocratico"
giudica, pertanto, sui reati non attribuiti al tribunale "collegiale" dall'art. 33-bis o da

altre disposizioni di legge (art. 33-ter).


Precisata la sfera cognitiva delle due diverse composizioni del tribunale, resta da
stabilire l'incidenza di un eventuale vincolo connettivo. Quando il vincolo riconducibile
a taluna delle ipotesi previste dall'art. 12 (retro, 5) intercorre tra procedimenti dei
quali alcuni appartengono alla cognizione del tribunale "collegiale" e altri a quella del
tribunale "monocratico", si applicano le disposizioni relative al procedimento davanti al
giudice collegiale, cui sono attribuiti tutti i procedimenti connessi. Non pu essere
considerato casuale che il legislatore abbia sancito l'applicabilit delle disposizioni
relative al procedimento da-vanti al giudice collegiale: se ne deve dedurre che
l'incidenza della connessione non circoscritta alla fase dibattimentale, ma opera
anche in rapporto alle indagini preliminari.
8. La disciplina della riunione e della separazione dei processi.
La riunione e la separazione sono istituti che operano a partire dal momento in cui, in
seguito all'esercizio dell'azione penale, il procedimento si evoluto in processo.
La riunione dei processi produce come risultato la trattazione congiunta di processi in
precedenza pendenti davanti a diversi giudici, sezioni (o anche composizioni, nel caso
del tribunale) dello stesso ufficio
giudiziario, Dall'art. 17 comma 1 si ricava che per la riunione dei processi devono
sussistere i seguenti presupposti: 1) la pendenza davanti al medesimo ufficio
giudiziario dei processi da riunire; 2) uno sviluppo omogeneo di questi ultimi, che
devono trovarsi nello stesso stato e grado; 3) una prognosi negativa circa un
possibile ritardo nella definizione delle singole vicende processuali; 4) la sussistenza di
uno dei casi tassativamente indicati dalla legge.
Relativamente alla trattazione separate dei singoli processi di ostacolo alla riunione
la prospettiva di un (semplice) ritardo nella loro definizione.
La riunione pu essere disposta quando i processi pendenti siano connessi ai sensi
dell'art. 12 (art. 17 comma 1 lett. a), nonch in seguito quando siano relativi ai
reati dei quali taluni siano stati commessi in occasione di altri, o per conseguirne o
assicurarne al colpevole o ad altri il profitto, il prezzo, il prodotto o l'impunit, o che
sono stati commessi da pi persone in danno reciproco le une delle altre, ovvero se la
prova di un reato o di una sua circostanza influisce sulla provo di un altro reato o di
un'altra circostanza.
Qualora venga esclusa la sussistenza di un pregiudizio, in termini di ritardo nella
definizione, per i processi pendenti, la riunione costituisca un atto dovuto.
Negli stessi casi e alle stesse condizioni risultanti dall'art. 17 comma 1 si procede alla
riunione configurata dal comma successivo, in cui si stabilisce che se alcuni dei
processi pendono davanti alle due diverse composizioni di un medesimo tribunale,
viene disposto l'accorpamento in capo al tribunale in composizione collegiale, il quale
si pronuncer su tutte le regiudicande anche nell'eventualit in cui esse siano oggetto
di un successivo provvedimento di separazione (art. 17 comma 1-bis).
La separazione disciplinata dall'art. 18, che, nel 1 comma.
Si tratta di ipotesi accomunate dal fatto che per taluni imputati o talune imputazioni si
versa in una situazione di attesa, mentre per altri imputati o per altre imputazioni
possibile l'immediata trattazione.
E stata introdotta un'ulteriore ipotesi di separazione, da disporre quando il processo
abbia come protagonisti uno o pi imputati chiamati a rispondere di reati di elevata
gravit quelli previsti dall'art. 407 comma 2 lett. a sempre che tali imputati siano
prossimi ad essere rimessi in libert per scadenza dei termini massimi di custodia
cautelare (infra, cap. IV, 19), data la mancanza di altri titoli di detenzione. Alla base
della separazione vi sono dunque esigenze di celerit che, tuttavia, soccombono di
fronte alle esigenze di accertamento. La separazione infatti esclusa qualora il giudice
ritenga che la riunione sia assolutamente necessaria per l'accertamento dei fatti (art.
18 comma 1).
Al di fuori delle ipotesi di cui si parlato, la separazione dei processi pu essere altres
disposta sulla base di un accordo tra le parti, sempre che il giudice la reputi utile sotto
il profilo della speditezza (art. 18 c. 2).

Per i provvedimenti in tema di riunione e di separazione dei processi prescritta la


forma dell'ordinanza, che pu essere emessa anche d'ufficio, sentite le parti (art. 19).
9. I procedimenti di verifica della giurisdizione e della competenza.
In questa direzione gli artt. 20 e 21 indicano i momenti in cui pu esse-re sollevata la
relativa questione. Quanto al difetto di giurisdizione si prevede che lo stesso possa
essere rilevato, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del procedimento (art. 20
comma 1): quindi, a cominciare dalla fase delle indagini preliminari.
Se il difetto di giurisdizione rilevato nel corso delle indagini preliminari, il giudice
provvede con ordinanza e dispone la restituzione degli atti al pubblico ministero.
Dopo la chiusura delle indagini preliminari e in ogni stato e grado del processo, il
giudice pronuncia, invece sentenza e ordina, eccettuata l'ipotesi di un difetto assoluto
di giurisdizione, che gli atti vengano trasmessi all'autorit competente (art. 20 comma
2).
L'incompetenza per materia, pu essere rilevata anche d'ufficio in ogni stato e grado
del processo (non prima, quindi, che sia stata esercitata l'azione penale).
L'incompetenza per territorio e per connessione, invece, deve essere rilevata o
eccepita, a pena di decadenza, prima della conclusione dell'udienza preliminare o, se
questa man-chi, ovvero se l'eccezione venga respinta in sede di udienza preliminare,
entro, il termine previsto dall'art. 491 comma 1 per la trattazione delle questioni
preliminari (art. 21 commi 2 e 3).
Si accennato a due situazioni che comportano una deroga all'ordinario regime
dell'incompetenza per materia: la prima ricorre quando il giudice conosce di un reato
che appartiene alla cognizione di un giudice di competenza inferiore.
L'incompetenza deve essere rilevata d'ufficio o eccepita, a pena di decadenza, entro il
termine stabilito dall'art. 491 comma 1 (art. 23 comma 2). La seconda deroga
concerne l'ipotesi dell'incompetenza per materia derivante da connessione, che, in
base all'art. 21 comma 3, deve essere rilevata o eccepita, a pena di
decadenza, entro gli stessi termini stabiliti per l'incompetenza per territorio.
Pi precisamente: al nel corso delle indagini preliminari, il giudice che riconosca la
propria incompetenza pronuncia ordinanza (con effetti circoscritti al provvedimento
richiesto) e dispone la restituzione degli atti al pubblico ministero (art. 22 commi 1 e
2); b) dopo la chiusura delle indagini preliminari e in sede di dibattimento di primo
grado, il giudice dichiara con sentenza la propria incompetenza e ordini la
trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il giudice competente; c) in grado
di appello si pronuncia la sentenza di annullamento si ordina la trasmissione degli atti
al pubblico ministero presso il giudice di primo grado (art. 24 comma 1).
Nel giudizio davanti alla corte di cassazione, quest'ultima tenuta a dichiarare, anche
d'ufficio, l'incompetenza per materia derivante dall'avere il tribunale giudicato un
reato di competenza della corte d'assise; pu essere eventualmente dichiarata anche
l'incompetenza per territorio o per connessione, purch la relativa eccezione,
tempestivamente proposta in primo grado e riproposta nei motivi di appello, sia stata
ulteriormente riproposta nei motivi del ricorso per cassazione. Da notare che la
decisione della corte di cassazione sulla giurisdizione o sulla competenza vincolante
nel corso del processo: pu essere superata nella sola ipotesi in cui risultino nuovi
fatti.
Il mancato rispetto delle norme sulla competenza non determina l'inefficacia delle
prove acquisite, con la sola parziale eccezione delle dichiarazioni rese al giudice
incompetente per materia che, se ripetibili, possono essere utilizzate soltanto in sede
di udienza preliminare e per le contestazioni regolate dagli artt. 500 e 503. La seconda
prevede che le misure cautelari (personali e reali), disposte da un giudice dichiaratosi
incompetente contestualmente o successivamente alla loro pronuncia, cessino di
avere efficacia qualora entro 20 gg dall'ordinanza di trasmissione degli atti al giudice
competente non siano confermate da quest'ultimo ai sensi degli artt. 292, 317 e 321.
Gli artt. 28-32, che si occupano dei conflitti tra giudici.
Il conflitto una situazione che si determina quando, in qualsiasi stato e grado del
processo, due o pi giudici contemporaneamente prendono (conflitto positivo) o

rifiutano di prendere (conflitto negativo) cognizione del medesimo fatto quale che sia
la sua qualificazione giuridica attribuito alla stessa persona. Ad originare il
procedimento di conflitto una denuncia di parte, privata o pubblica, o una
rilevazione d'ufficio del giudice. L'elevazione del conflitto non ha effetti sospensivi
sul processo in corso. Lo sviluppo del procedimento incidentale scandito dagli artt.
30, 31 e 32, i quali, oltre ad indicare l'organo cui spetta la risoluzione del conflitto - la
corte di cassazione - delineano un meccanismo di comunicazione, notificazione e
trasmissione di copie di atti tale da garantire la partecipazione al procedimento di tutti
i soggetti interessati ai processi coinvolti nel conflitto. La corte di cassazione decide
con sentenza in camera di consiglio, secondo
la procedura stabilita dall'art. 127 (art. 32 comma 1).
Il conflitto cessa anzitutto per effetto dell'iniziativa di uno dei giudici che dichiari,
anche di ufficio, la propria competenza, in caso di conflitto negativo, o la propria
incompetenza, in caso di conflitto positivo (art. 29). Se ci non si verifica, bisogna
attendere la sentenza della corte di cassazione, che produce gli effetti previsti dall'art.
25: vincolante, tranne che nell'ipotesi delle modificazioni ivi contemplate, derivanti
da fatti nuovi. Quanto agli atti compiuti dal giudice risultato incompetente, bisogna
rifarsi al disposto degli artt. 26 e 27, con un unico adeguamento: relativamente ai
provvedimenti cautelari, il termine diventi giorni di cui all'art. 27 decorre, in questo
caso, dalla comunicazione della sentenza della corte al giudice che ha disposto la
misura cautelare.
10. Il controllo sul corretto riparto di attribuzioni fra tribunale
"monocratico" e tribunale "collegiale".
L'inosservanza delle disposizioni concernenti l'attribuzione di un reato ad una
determinata composizione del tribunale e delle disposizioni processuali collegate alla
suddetta attribuzione, deve essere rilevata o eccepita, a pena di decadenza, prima
della conclusione dell'udienza preliminare ovvero, nei processi in cui si prescinde da
tale udienza, entro il termine previsto per la trattazione delle questioni preliminari
dall'art. 491 comma 1.
In sede di udienza preliminare, il giudice dell'udienza preliminare dispone con
ordinanza che gli atti vengano trasmessi al pubblico ministero, affinch il medesimo
provveda ad emettere il decreto di citazione a giudizio contemplato dall'art. 552 (art.
33-sexies comma 1).
Qualora, invece, l'inosservanza delle regole sull'attribuzione del reato venga rilevata
nel corso del dibattimento di primo grado, il giudice procede diversamente a seconda
che il dibattimento sia stato instaurato in seguito ad udienza preliminare oppure a
decreto di citazione diretta a giudizio. Nel primo caso, tanto se emerge che il reato
rientra fra le attribuzioni del giudice collegiale, anzich fra quelle del giudice
monocratico, quanto nell'ipotesi opposta, sufficiente trasmettere gli atti, con
ordinanza, al giudice competente a decidere sul reato contestato (circa l'eventualit di
un conflitto analogo,
retro,
9). Nel secondo, essendo stato l'imputato
indebitamente privato dell'udienza preliminare, l'error in procedendo pu essere
invece corretto solo mediante una regressione del processo.
La questione relativa alla violazione delle regole sulle attribuzioni pu essere
affrontata anche nel giudizio di appello e in quello di cassazione. Dall'art. 33-octies si
desume che: a) quanto al giudice di appello, qualora lo stesso ritenga che dovesse
giudicare il tribunale in composizione collegiale, pronuncia sentenza di annullamento e
ordina la trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il giudice di primo grado;
b) quanto alla corte di cassazione opportuno distinguere tra attribuzione viziata per
difetto o per eccesso: nel primo caso, la corte procede come il giudice di appello
sentenza di annullamento e trasmissione degli atti al PM; nel secondo vale la stessa
regola, purch il ricorso riguardi una sentenza inappellabile o si tratti di un ricorso ai
sensi dell'art. 569 comma 1. Al di fuori di queste ipotesi, l'errore di attribuzione risulta
irrilevante.
L'art. 26, l'art. 33-nonies stabilisce che in tal caso sono pienamente utilizzabili le prove
acquisite.

10

Il medesimo articolo, caratterizzandosi sotto questo profilo rispetto all'art. 26, precisa
altres che non neppure inficiata la validit degli atti compiuti.
Oltre alle disposizioni relative al riparto di attribuzioni fra le due composizioni del
tribunale, pu essere violata la normativa di ordinamento giudiziario (artt. 48-quater
ord. giud.) che consente di ripartire tra sede principale e sezioni distaccate o tra
diverse sezioni distaccate i procedimenti nei quali il tribunale giudica in
composizione monocratica (retro, 7). Tale violazione pu essere rilevata fino alla
dichiarazione di apertura del dibattimento di I grado (art. 163-bis comma 1 disp. att.).
Il giudice che la ritenga sussistente, o che ritenga anche solo non manifestamente
infondata la relativa questione, rimette gli atti al presidente del tribunale, affinch
quest'ultimo si pronunci in proposito con un decreto non motivato e non soggetto ad
impugnazione (art. 163-bis comma 2 disp. att.).
11. Le cause personali di estromissione del giudice: incompatibilit,
astensione e ricusazione.
Nel capo VII del libro I sono regolate le ipotesi in cui il giudice ha l'obbligo di non
esercitare la sua funzione giurisdizionale (astensione) e le parti hanno diritto di
chiederne l'estromissione (ricusazione). Per quanto riguarda, in particolare, le cause
d'incompatibilit, esse sono previste autonomamente negli artt. 34 e 35, nonch negli
artt. 18-19 ord.giud.; ma, nonostante la configurazione autonoma, risultano
ricomprese, in forza di esplicito richiamo, nella stessa disciplina delle ipotesi di
astensione e di ricusazione (art. 36 c.1 lett. g).
Per la giurisprudenza l'esistenza di una situazione di incompatibilit costituisce
esclusivamente un motivo di ricusazione, che la parte interessata deve far valere
tempestivamente (art. 38) qualora il giudice sospetto non abbia ottemperato
all'obbligo di astenersi.
Come si anticipato, le cause d'incompatibilit sono stabilite, in parte, dalle leggi di
ordinamento giudiziario (in particolare, dagli artt. 18 e 19 ord. giud.) e, in parte, dal
codice di rito (artt. 34 e 35). Le prime attengono esclusivamente alla costituzione
dell'organo giudicante e prefigurano alcune condizioni dirette ad assicurare che la
persona chiamata ad esercitare la funzione giurisdizionale non solo sia, ma anche
appaia imparziale.
Bisogna preliminarmente distinguere tra l'incompatibilit per ragioni di parentela,
affinit o coniugio, regolata dall'art. 35 (nello stesso procedimento non possono
esercitare funzioni, anche separate o diverse, giudici che sono tra loro coniugi, parenti
o affini fino al secondo grado) e l'incompatibilit determinata da atti compiuti nel
procedimento.
Quest'ultima species di incompatibilit disciplinata dall'art. 34, il quale, dopo
l'ampliamento operato dall'art. 171 del decreto attuativo della legge delega in tema di
giudice unico (d. lgs. n. 51 del 1998), contempla quattro diversi gruppi di situazioni:
a) il giudice che ha pronunciato o ha concorso a pronunciare sentenza in un grado del
procedimento non pu esercitare funzioni di giudice negli altri gradi, n partecipare al
giudizio di rinvio dopo l'annullamento; non pu partecipare al giudizio il giudice che ha
pronunciato il provvedimento conclusivo dell'udienza preliminare o ha disposto il
giudizio immediato o ha emesso decreto penale di condanna, n quello che ha deciso
sull'impugnazione avverso la sentenza di non luogo a procedure. Chi aveva funzioni di
GIP non pu in quello stesso procedimento emettere il decreto penale di condanna, n
partecipare al giudizio; inoltre, incompatibile alla funzione di giudice dell'udienza
preliminare (art. 34 c. 2-bis). Questa disposizione, introdotta dall'art.171 d. lgs.
n.51/1998, stata successivamente precisata, nella sua portata, dal comma 2-ter
(aggiunto dall'art. 11 1. 16 dic. 1999, n. 479), il quale, in deroga alla previsione del
comma precedente, esclude la ricorrenza di una situazione di incompatibilit allorch il
giudice per le indagini preliminari si sia limitato ad adottare, nell'ambito del medesimo
procedimento, taluno dei seguenti provvedimenti, ritenuti inidonei a determinare una
situazione di pregiudizio: a) il provvedimento con cui si autorizza il trasferimento in un
luogo esterno di cura dell'indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere e quello
con cui si autorizza il medesimo ad essere visitato da un sanitario di fiducia (art. 11 c.

11

2 e 11 ord. penit.);
b) i provvedimenti relativi ai permessi di colloquio, alla corrispondenza telefonica e al
visto di controllo sulla corrispondenza, concernenti l'indagato sottoposto a custodia
cautelare in carcere (art. 18 c. 8 ord. penit.);
c) il provvedimento con cui si accoglie o si rigetta la richiesta di un permesso di uscita
dal carcere in presenza dell'imminente pericolo di vita di un familiare o del convivente
della persona sottoposta ad indagini, ovvero in presenza di altri eventi di particolare
gravit inerenti alla sua famiglia (art. 30 c.1 e 2 ord. penit.);
d) il provvedimento con cui una parte o un difensore vengono restituiti in un termine
stabilito a pena di decadenza (art. 175); e) il provvedimento con cui viene dichiarata la
latitanza dell'indagato (art. 296). Per completare l'elenco, bisogna aggiungere che
l'art. 2-quater d.l. 7 aprile 2000, n. 82 (convertito con 1. 5 giugno 2000, n. 144) ha
inserito nell'articolo in esame il comma 2-quater, il quale prende in considerazione
l'ipotesi in cui il giudice abbia provveduto all'assunzione dell'incidente probatorio o
comunque adottato uno dei provvedimenti previsti dal titolo VII del libro quinto , titolo
dedicato, per l'appunto, all'incidente probatorio escludendo che ci basti a configurare
a suo carico una situazione di incompatibilit. Dato atto del carattere tutto sommato
marginale delle ipotesi derogatorie, bisogna riconoscere che il disposto di cui all'art 34
c. 2-bis risulta innovativo sotto due diversi profili: da un lato, sancendo
un'incondizionata incompatibilit al giudizio, assorbe (e supera) sia quella parte
dell'art. 34 c. 2 in cui si fa riferimento al giudice che ha disposto il giudizio
immediato o ha emesso il decreto penale di condanna, sia quell'ampio ventaglio delle
succitate sentenze della Corte costituzionale che hanno ricollegato l'incompatibilit al
giudizio del giudice per le indagini preliminari a specifiche situazioni "pregiudicanti";
dall'altro, escludendo che il GIP possa tenere l'udienza preliminare, capovolge,
come emerge inequivocabilmente dalla riformulazione del secondo periodo dell'art.
7-ter c. 1 ord. giud. (art. 6 lett. a d. lgs. n. 51 del 1998), l'originaria impostazione.
e) non pu, infine, esercitare l'ufficio di giudice in un determinato procedimento chi, in
quello stesso procedimento, ha esercitato funzioni di pubblico ministero o ha svolto
atti di polizia giudiziaria ovvero un altro ruolo (difensore o procuratore speciale di una
parte, testimone, perito, consulente tecnico) idoneo a comprometterne l'imparzialit.
Per quanto concerne le cause di astensione e di ricusazione, esse sono disciplinate
unitariamente nella disposizione relativa all'astensione (art. 36). Non si pu parlare,
per, di una totale coincidenza: non costituisce, infatti, motivo di ricusazione l'ipotesi non richiamata dall'art. 37 - in cui sussistono non meglio specificate gravi ragioni di
convenienza (art. 36 lett. h); e, viceversa, non costituisce motivo di astensione (a
meno di non far ricorso alla generica previsione di cui al citato art. 36 lett. h) la
manifestazione indebita da parte del giudice, nell'esercizio delle sue funzioni e prima
che sia pronunciata sentenza, del proprio convincimento sui fatti oggetto
dell'imputazione, essendo tale ipotesi contemplata soltanto nella disposizione relativa
alla ricusazione (art. 37). Per il resto tutti i motivi sono comuni. Va comunque precisato
che, per intuitive ragioni di opportunit, stata fissata la regola secondo cui,
concorrendo la dichiarazione di astensione con quella di ricusazione, quest'ultima si
considera come non proposta, ove l'astensione venga accolta (art. 39).
Il catalogo risultante dagli artt. 36 e 37 tassativo, ed i casi considerati riguardano in
linea generale i rapporti del giudice con le parti ovvero con la situazione dedotta in
giudizio. Oltre che nell'ipotesi precedentemente richiamata (art. 36 lett. h), ha
pertanto l'obbligo di astenersi (e pu essere ricusato dalle parti) il giudice che abbia
interesse nel procedimento; che sia tutore, curatore, procuratore o datore di lavoro di
una delle parti private ovvero che sia prossimo congiunto e lo stesso dicasi per il
suo coniuge del difensore, procuratore o curatore di una delle parti; che abbia dato
consigli o manifestato il suo parere sull'oggetto del procedimento fuori dell'esercizio
delle funzioni giudiziarie; che sia egli stesso o un suo prossimo congiunto in
rapporto di grave inimicizia con una delle parti private (art. 36 lett. a, b, c, d). E
ulteriormente previsto l'obbligo di astensione (e, parallelamente, la ricusabilit del
giudice) quando alcuno dei prossimi congiunti del giudice o del coniuge offeso,
danneggiato dal reato o parte privata; quando un prossimo congiunto, suo o del

12

coniuge, svolge o ha svolto nello stesso procedimento funzioni di pubblico ministero;


ed, infine, quando, il giudice si trova in taluna delle situazioni di incompatibilit
stabilite dagli artt. 34 e 35 e dalle leggi di ordinamento giudiziario (art. 36 lett. e, f, g).
Dal punto di vista del procedimento, la divaricazione tra astensione e ricusazione
marcata: mentre per l'astensione prevista la procedura semplificata di cui all'art. 36
comma 3 (la dichiarazione di astensione presentata al presidente della corte o del
tribunale che decide con decreto senza formalit di procedura), per la ricusazione si
in presenza di un impianto normativo che persegue. un triplice obiettivo:
1) accentuare il carattere giurisdizionale della procedura incidentale;
2) escludere un'automatica sospensione dell'attivit processuale in seguito alla
semplice presentazione della domanda di ricusazione;
3) assicurare criteri oggettivi per l'individuazione del giudice che sostituisce quello
ricusato.
Il procedimento di ricusazione inizia con la presentazione della dichiarazione nella
cancelleria del giudice competente e con il deposito di un; copia di questa nella
cancelleria del giudice ricusato. Dalla presentazione della dichiarazione scatta il
divieto per il giudice ricusato di pronunciare sentenza fino a che non sia intervenuta
l'ordinanza d'inammissibilit o di rigetto della dichiarazione stessa (art. 37 comma 2).
Dal canto suo, l'art. 38 fissa i termini entro cui va presentata la domanda di
ricusazione e le modalit con le quali essa va proposta: si tratta di termini e di
modalit sanciti a pena d'inammissibilit (art. 41).
L'art. 40 indica gli organi competenti a decidere sull'istanza di ricusazione (per la
ricusazione di un giudice del tribunale , della corte di assise o della corte di assise di
appello ; per la ricusazione di un giudice della corte di appello o della corte di
cassazione, una sezione diversa della stessa corte a cui appartiene il giudice ricusato),
precludendo opportunamente nel 3 comma la ricusazione dei giudici appartenenti a
tali organi.
Nell'intento di scoraggiare un uso dilatorio dell'istituto, il legislatore ha potenziato la
funzione di filtro della
dichiarazione d'inammissibilit: il tribunale, o la corte, competente a decidere sulla
ricusazione pronuncia, infatti, ordinanza d'inammissibilit, oltre che per mancanza di
legittimazione soggettiva e per inosservanza di forme e termini, anche per manifesta
infondatezza dei motivi addotti.
Si tratta di una scelta non indolore sul piano delle garanzie, dato che la decisione
consegue ad una procedura de plano senza avvisi alle parti e nell'assenza di
contraddittorio. previsto per un controllo successivo, realizzabile mediante ricorso
per cassazione.
Superata la fase dell'ammissibilit, la corte d'appello o di cassazione decide, in
camera di consiglio, sul merito della ricusazione con le forme previste dall'art. 127,
dopo aver assunto, se necessario, le opportune informazioni (art. 41 comma 3). La
stessa corte pu anche disporre, con ne. In caso di ricorso, la corte di cassazione
decide con le stesse modalit di procedura stabilite dall'art. 611 per i procedimenti in
camera di consiglio.
Quanto agli effetti della dichiarazione di ricusazione, risulta evidente che la semplice
presentazione di tale dichiarazione non comporta per il giudice ricusato alcuna
limitazione di poteri nello svolgimento dei compiti istituzionali, n tanto meno
l'insorgere di un obbligo di astensione. L'unico divieto imposto dalla legge a carico del
giudice ricusato, al fine di non pregiudicare irreparabilmente le ragioni della parte
istante, quello contemplato dal 2 comma dell'art. 37, nel senso che non gli
consentito pronunciare, n concorrere a pronunciare, sentenza fino a che non sia
intervenuta l'ordinanza che dichiara inammissibile o rigetta la ricusazione, salvo il
temperamento recentemente introdotto dalla Corte costituzionale.
Sennonch, per la violazione del divieto la legge non stabilisce espressamente alcuna
sanzione.
Ne consegue che l'unico presidio posto a garanzia dell'esigenza di non vanificare le
legittime aspettative collegate alla dichiarazione di ricusazione quello offerto dal 2
comma dell'art. 42, il quale attribuisce al giudice chiamato a decidere sull'astensione o

13

sulla ricusazione il potere discrezionale di dichiarare, in caso di accoglimento


dell'istanza, quali atti precedentemente compiuti dal giudice astenutosi o ricusato
conservino efficacia. Resta sempre ferma, comunque, la rilevanza della violazione
dell'obbligo di cui all'art. 124 ai fini della responsabilit disciplinare, a carico del
giudice che non abbia osservato il suddetto divieto.
L'accoglimento della dichiarazione di astensione o di ricusazione segna un effetto
automatico di divieto assoluto, per tale giudice, di compiere qualsiasi allo del
procedimento (art. 42 c.1). Non solo: come si ricava dall'art. 43, alla pronuncia di
accoglimento consegue, altres, la sostituzione del giudice astenuto o ricusato.
Tutte le ordinanze che si pronunciano sul merito, emesse dal giudice competente a
decidere sulla ricusazione, sono immediatamente eseguibili.
Diversamente dal codice abrogato (art. 71 c.p.p. abr.) che imponeva la condanna a
pena pecuniaria come contenuto necessario dell'ordinanza d'inammissibilit o di
rigetto dell'istanza di ricusazione, l'art. 44 prevede tale condanna come facoltativa
(pu essere condannata).
12. La rimessione del processo.
Gli artt. 45-49 disciplinano la rimessione del processo, cio il suo spostamento da una
sede ad un'altra in presenza di turbative ambientali che possono compromettere il suo
regolare svolgi-mento. Anche in questo caso si vuole salvaguardare l'imparzialit di chi
giudica: diversamente dall'astensione e dalla ricusazione, ad essere messa in dubbio
non e per l'imparzialit del magistrato in quanto persona fisica, ma quella dell'organo
giudicante nel suo complesso. D'altra parte, la rimessione del processo, sia pure al fine
di tutelare un valore di sicura rilevanza costituzionale, recentemente riaffermato
dall'art. 111 comma 2 Cost., interferisce con il principio del giudice naturale garantito
dall'art. 25 comma 1 Cost. Da qui l'esigenza scarsamente rispettata dalla
corrispondente normativa del codice abrogato che vengano tassativamente
disciplinate dal legislatore le situazioni idonee a determinare lo spostamento del
processo.
Deve intercorrere il nesso causale tra le gravi situazioni locali, tali da turbare lo
svolgimento del processo e non altrimenti eliminatili, e il conseguente pregiudizio alla
libera determinazione delle persone che partercipano al processo (giudice, parti,
difensori, testimoni, ecc.) ovvero alla sicurezza o all'incolumit pubblica. Il
riferimento al carattere locale del fattore inquinante sta a significare non solo che il
medesimo non deve essere di dimensioni estese, perch in tal caso lo spostamento di
sede risulterebbe improduttivo, ma anche che deve trattarsi di un agente esterno al
processo (con esclusione, quindi, delle situazioni endoprocessuali); si richiede inoltre
che la turbativa non sia eliminabile altrimenti, ricorrendo cio ad adeguati interventi
di carattere anche amministrativo.
Per un altro verso si , tuttavia, ampliata la precedente casistica, essendosi ammessa
la rimessione del processo anche nell'ipotesi in cui le suddette gravi situazioni locali
determinino motivi di legittimo sospetto.
Per legittimo sospetto consentito, anche secondo la pi recente interpretazione
fornita dalle Sezioni unite della Corte di cassazione, lo spostamento del processo
quando sussiste il ragionevole dubbio che la gravit della situazione locale possa
portare il giudice a non essere, comunque, imparziale o sereno.
Dall'art. 45 rimasto sul punto invariato si ricava altres che la rimessione pu essere
richiesta in ogni stato e grado del processo di merito dall'imputato, dal procuratore
generale presso la corte d'appello e dal pubblico ministero presso il giudice
procedente. Se sono ovvie le ragioni che inducono ad escludere l'operativit
dell'istituto quando il processo pende davanti alla corte di cassazione, assai meno
scontata, in considerazione degli importanti provvedimenti che il giudice pu
assumere durante le indagini preliminari (archiviazione, restrizione della libert
personale dell'indagato), risulta la scelta di subordinare la richiesta di rimessione
all'avvenuto esercizio dell'azione penale (in ogni stato e grado del processo).
Ai sensi dell'art. 46 unico articolo non modificato dalla novella del 2002 la richiesta
di rimessione proveniente dall'imputato deve essere, a pena di inammissibilit,

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sottoscritta da lui personalmente o da un suo procuratore speciale e, sempre a pena di


inammissibilit, dopo essere stata depositata nella cancelleria del giudice unitamente
ai documenti che la giustificano, va notificata, entro sette giorni, a cura del richiedente
alle altre parti. Una volta depositate, la richiesta e la relativa documentazione sono
immediatamente trasmesse alla corte di cassazione ad opera del giudice procedente,
al quale consentito formulare proprie osservazioni aggiuntive (art. 46 comma 3).
In base all'odierna formulazione dell'art. 47 c.1, lo stesso giudice procedente che, in
seguito alla presentazione della richiesta, pu disporre con ordinanza (inoppugnabile)
la sospensione del processo fino a che non sia intervenuta l'ordinanza di
inammissibilit o di rigetto. Analogamente, dopo essere stata investita della richiesta,
la corte di cassazione pu disporre la sospensione. Quanto ai presupposti delle due
ipotesi di sospensione facoltativa appena ricordate sono ancorate ai principi del fumus
boni iuris e del periculum in mora.
La sospensione pu essere obbligatoria, rispetto alla stessa, funge da necessaria
premessa la comunicazione, da parte della corte di cassazione, che, non avendo il
presidente della medesima corte rilevato, nell'ambito del suo esame preliminare,
alcuna causa di inammissibilit tale da giustificare l'investitura della sezione-filtro di
cui all'art. 610 comma 1, avvenuta l'assegnazione della richiesta ad una delle altre
sezioni della corte oppure alle sezioni unite (art. 48 comma 3). In seguito a tale
comunicazione, il giudice procedente deve sospendere il processo prima dello
svolgimento delle conclusioni (in sede di udienza preliminare) o della discussione (in
sede dibattimentale), e resta preclusa la pronuncia sia del decreto che dispone il
giudizio, sia della sentenza. Anche in questo caso la sospensione dura fino a che non
venga pronunciata l'ordinanza della corte che dichiari inammissibile o rigetti la
richiesta (art. 47 commi 2 e 3).
E' da escludere la sospensione quando la richiesta non fondata su elementi nuovi
rispetto a quelli di una precedente richiesta rigettata o dichiarata inammissibile (art.
47 comma 2).
Finch dura la sospensione, restano sospesi i termini della prescrizione del reato e, se
la richiesta di rimessione proviene dall'imputato, anche i termini di durata massima
della custodia cautelare previsti dall'art. 303 comma 1 (infra, cap. IV, 19-20).
La sospensione consente comunque il compimento degli atti urgenti (art. 47 comma
3).
La decisione della corte di cassazione, che procede in camera di consiglio ex art. 127
dopo aver eventualmente acquisito le necessarie informazioni (art 48 c.1), assume la
forma dell'ordinanza. Che potr essere di inammissibilit, di rigetto o di accoglimento:
in quest'ultima ipotesi l'ordinanza contenente l'indicazione del nuovo giudice, da
individuare ai sensi dell'art.11 (retro, 5) immediatamente comunicata al giudice
designato e al giudice originariamente competente.
Da notare che, quando la corte di cassazione rigetta o dichiara inammissibile la
richiesta di rimessione, pu condannare l'imputato cos deve essere inteso l'inesatto
riferimento alle parti private risultante dall'art. 48 comma 6 al pagamento di una
somma (da 1000 a 5000 euro) a favore della cassa delle ammende.
Quanto alla conservazione degli atti del processo oggetto di rimessione, (ferma
restando l'utilizzabilit degli atti validamente compiuti dinanzi al giudice a quo, in
quanto inseriti nel fascicolo dibattimentale), vale ora la regola, secondo cui il giudice
designato procede alla rinnovazione degli atti quando una (qualsiasi) delle parti ne
faccia richiesta. Con due sole eccezioni concernenti, da un lato, l'ipotesi che si tratti di
atti di cui divenuta impossibile la ripetizione e, dall'altro, l'eventualit che si versi
in una delle due situazioni rispettivamente contemplate dal comma 1-bis dellart. 190bis.
L'ipotesi di una nuova richiesta di rimessione regolata dall'art. 49, che consente
l'iterazione sia nel caso in cui la richiesta sia diretta ad ottenere un ulteriore
spostamento del processo, sia nel caso in cui essa miri ottenere per la prima volta il
relativo provvedimento, gi negato da unordinanza di rigetto o dinammissibilit.
Lulteriore spostamento del processo pu essere richiesto quando nella sede designata
si ripresenta una situazione riconducibile al disposto dell'art.45 ovvero quando,

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essendo venute meno nella sede originaria le ragioni che avevano indotto a sollecitare
l'intervento della corte di cassazione, si creano le premesse per una revoca del
provvedimento di rimessione.
Nel caso in cui,
invece,
sia intervenuto un
provvedimento negativo della corte di cassazione, bisogna distinguere: in presenza di
un'ordinanza che abbia rigettato la precedente richiesta o abbia dichiarato
l'inammissibilit della stessa per manifesta infondatezza, l'ulteriore richiesta, per non
essere dichiarata inammissibile, deve essere fondata su elementi nuovi (art. 49 c.
2).
La richiesta dichiarata inammissibile per motivi diversi dalla manifesta infondatezza
si consideri il disposto dell'art. 46 comma 4 pu essere sempre riproposta (art. 49
comma 4).
13. La posizione di parte del pubblico ministero e la sua funzione tipica.
Il pubblico ministero, pur rivestendo la qualit di parte nel processo, anzi fin dalla fase
delle indagini preliminari, costituisce, al tempo stesso, un organo dell'apparato statale
incaricato di vegliare all'osservanza delle leggi, alla pronta e regolare
amministrazione della giustizia, nonch, tra l'altro, di iniziare ed esercitare l'azione
penale (artt. 73 e 74 ord. giud.).
Ma il pubblico ministero non solo affrancato dal potere esecutivo, ma gode di una
posizione di indipendenza (c.d. esterna) rispetto a tutti gli altri poteri costituzionali.
A riguardo rilevanti sono lart. 101 comma 2 Cost e l'art. 107 comma 4 Cost.
Anzitutto, l'art. 104, si riferisce pure alla magistratura requirente che gode, del resto,
dell'elettorato attivo e passivo rispetto all'organo di autogoverno (Consiglio superiore
della magistratura). Ancora, l'art. 108 comma 2 Cost., laddove demanda alla legge il
compito di assicurare lindipendenza del pubblico ministero presso le giurisdizioni
speciali, non pu che valere, a maggior ragione, per il pubblico ministero istituito
pressi) gli organi di giurisdizione ordinaria. Inoltre, l'art 109 Cost. statuendo e che
l'autorit giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria, indica un obiettivo il
cui raggiungimento sarebbe in maniera inevitabile compromesso se al potere
esecutivo fosse dato interferire, grazie alla sopraordinazione goduta sugli apparati di
polizia, nell'attivit investigativa del pubblico ministero. Un peso assorbente riveste,
infine, il canone dell'obbligatoriet dell'azione penale (art. 112 Cost.).
Non solo, la Corte ha riaffermato (sentenza n. 420 del 1995) che l'indipendenza non
tollera interferenze esterne non solo nel momento in cui il pubblico ministero decide in
ordine all'esercizio dell'azione penale, ma pure nel corso dell'intera fase anteriore delle
indagini preliminari.
Allo stato, il pubblico ministero risponde del suo operato solo di fronte alla legge,
godendo delle stesse garanzie attribuite al
giudice circa il
reclutamento,
l'inamovibilit dalla sede e la soggezione al potere di controllo del Consiglio superiore
della magistratura.
L'aspirazione in senso accusatorio del sistema e la parit tra accusa e difesa trovano
un primo sviluppo nel titolo II del libro I dedicato al pubblico ministero colto quale
soggetto del procedimento (artt. 50-54-quater). Vi trovano posto disposizioni che
regolano i rapporti tra i diversi uffici ed all'interno di ogni ufficio in modo tale da
evidenziare l'acquisita natura di parte del titolare dell'accusa e l'autonomia delle
soluzioni rispetto a quelle dettate per il giudice.
L'art. 50 comma 1 conferisce, anzitutto, al pubblico ministero la titolarit dell'azione
penale.
Pertanto, nel sistema codicistico non trova spazio n l'azione penale privata, conferita
cio alla persona offesa dal reato, n l'azione penale popolare, attribuita cio al
quisque de populo. Si tenga presente, per, che l'art. 21 d. lgs. 28 agosto 2000, n.
274, prevede che per i reati procedibili a querela ammessa la citazione a giudizio
dinanzi al giudice di pace della persona alla quale il reato attribuito su ricorso della
persona offesa (infra, cap. XIII 10).
Sempre l'art. 50 c. 1 enuncia, poi, il principio dell'obbligatoriet dell'azione penale, in
piena aderenza all'art. 112 Cost.: il doveroso esercizio dell'azione rinviene quale suo
unico limite la richiesta di archiviazione .

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Si noti, tuttavia, come le sole attivit riportabili allinizio dell'azione penale, e non gi
al suo proseguimento,siano presidiate dalla previsione di una nullit assoluta (art. 179
comma 1).
La lettura coordinata con l'art. 405 che elenca gli atti tipici di esercizio dell'azione
penale, contenenti tutti la formulazione dell'imputazione permette di individuare il
momento di inizio del processo penale in senso proprio, riservando la fase delle
indagini preliminari al mero procedimento. Al contempo, lettura coordinata con l'art.
60 dedicato all'assunzione della qualit di imputato, chiarisce come quest'ultima
discenda unicamente da un atto la formulazione dell'imputazione che segna
l'avvenuto esercizio dellazione penale (infra, 21).
Trattandosi di fatti in mancanza dei quali il pubblico ministero non pu agire
validamente, le condizioni di procedibilit sono suscettibili, in concreto, di collidere con
principio dell'obbligatoriet dell'azione penale.
Non trova, invece, posto nel codice un altro consueto principio quello della pubblicit
dell'azione penale perch la sua enunciazione parsa superflua: i poteri attribuiti
alla persona offesa, specie l dove consentono di opporsi alla richiesta di archiviazione
(art. 410), non sono assimilabili all'esercizio di un'azione penale privata.
Il 3 comma esprime, poi, il tradizionale principio della irretrattabilit dell'azione
penale: questa, una volta esercitata, esce dalla sfera del suo autore e comporta
l'insorgere di un dovere decisorio in capo al giudice: ci equivale a dire che l'oggetto
del processo penale indisponibile. Naturale, a tal punto, sottoporre le cause di
sospensione o di interruzione dell'azione penale al principio di tassativit.
14. L'organizzazione e la distribuzione del lavoro tra gli uffici: loro rapporti.
In forza dell'art. 51 comma 1 lett. a le funzioni di pubblico ministero nelle indagini
preliminari e nei procedimenti di primo grado sono esercitate dai magistrati della
procura della Repubblica presso il tribunale. In virt dell'art. 71 ord. giud., alle procure
della Repubblica presso i tribunali ordinari possono essere addetti magistrati onorari in
qualit di vice procuratori per l'espletamento delle funzioni indicate dall'art. 72.
Una deroga all'art. 51 comma 1 lett. a, con il consentire al procuratore della
Repubblica presso il tribunale di delegare nominativamente determinate funzioni, da
precisarsi di volta in volta, ad uditori giudiziari, a vice procuratori onorari addetti
all'ufficio, a personale in quiescenza da non pi di due anni che nei cinque anni
precedenti abbia svolto le funzioni di polizia giudiziaria, ovvero a laureati in
giurisprudenza che frequentano il secondo anno della scuola biennale di
specializzazione per le professioni legali di cui all'art. 16 d. lgs. 17 novembre 1997, n.
398.
Dal comma lett. b dell'art. 51 si desume, invece, che i magistrati della procura della
Repubblica presso la corte d'appello esercitano, per regola, le funzioni di PM nei soli
giudizi di impugnazione, cos come accade sempre per i magistrati della procura
generale presso la corte di cassazione relativamente a tale giudizio.
Merita evidenziare, in proposito, come la partecipazione al giudizio d'appello del
rappresentante dell'ufficio presso il giudice di primo grado, che abbia presentato le
conclusioni e ne abbia fatta richiesta nell'atto di appello, non si configuri alla stregua
di una deroga in senso proprio. In tal caso la sostituzione, atteggiandosi a delega
nominativa, disposta, sulla base di una valutazione di mera opportunit, dallo stesso
procuratore generale presso la corte d'appello al quale continuano a spettare i relativi
avvisi (art. 570 comma 3).
Al procuratore generale non sono neppure forniti mezzi per controllare la mancata
attivazione dei procuratori della Repubblica del suo distretto nei riguardi di
informazioni che non assurgano al ramo di notizia di reato: esse, infatti, non
impongono di richiedere il decreto di archiviazione, allorch non siano state neppure
iscritte, per la loro indeterminatezza, nell'apposito registro ex art. 335 (art. 109 disp.
att.).
Durante la fase delle indagini preliminari si apre una serie di canali informativi tra
procure della Repubblica e relative procure generali presso la corte d'appello, e
viceversa. Si considerino le notizie e le segnalazioni di cui all'art. 118-bis disp. att. che

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preludono, quando il coordinamento investigativo non sia stato promosso o non risulti
effettivo, al potere del procuratore generale presso la corte d'appello di riunirei
procuratori della Repubblica che procedono ad indagini collegate (infra, cap. V, 28).
L'unico strumento mediante il quale il procuratore generale presso la corte d'appello
subentra, nella titolarit delle indagini preliminari, al procuratore della Repubblica del
sua distretto l'avocazione. Il relativo potere non generalizzato, ma sempre
subordinato a tassative previsioni legislative cos da caratterizzarsi come istituto di
natura eccezionale (cfr. 2 n. 42 della legge delega).
L'avocazione scatta in maniera, per cos dire, automatica quando ricorrono le
situazioni qui di seguito descritte (infra, cap. V, 32). In primo luogo, nel caso di
impossibilit di provvedere, nell'ambito dell'ufficio della procura della Repubblica, alla
tempestiva sostituzione del magistrato designato a seguito di astensione o di
incompatibilit (art. 372 c. 1 lett. A); in secondo luogo, nel caso di omessa tempestiva
sostituzione del magistrato da parte del capo dell'ufficio, ricorrendo alcune tra le
fattispecie che avrebbero imposto al giudice di astenersi e consentito alle parti di
ricusarlo (art. 372 comma 1 lett. b.); infine, in un diverso contesto, nel caso di
omessa presentazione, nei termini prefissati, della richiesta di archiviazione ovvero di
omesso esercizio, sempre nei medesimi termini, dellazione penale (art. 412 comma
1).
Meno solido il collegamento con il presupposto dell'inerzia rispetto al caso di
avocazione (facoltativa) che si configura, nel procedimento per reati di competenza
del tribunale o della corte d'assise (infra, cap. V, 35), quando il giudice per le indagini
preliminari fissa l'udienza in camera di consiglio, non avendo accolto in prima battuta
la richiesta di archiviazione (art. 412 c 2 in rapporto all'art. 409 c 3), oppure quando
ritiene ammissibile l'opposizione all'archiviazione proposta dalla persona offesa (art.
410 c.3). Nella medesima prospettiva si colloca l'avocazione consentita al procuratore
generale nell'ipotesi in cui il giudice dell'udienza preliminare abbia indicato al PM le
ulteriori indagini da svolgersi ad integrazione di quelle gi svolte, ma ritenute
incomplete (art. 421-bis c. 2).
Investe una valutazione complessa, poi, l'ipotesi delineata dall'art. 372 comma 1- bis.
Qui il procuratore generale, assunte le necessarie informazioni, dispone, sempre con
decreto motivato, l'avocazione delle indagini preliminari per una serie di delitti di
criminalit organizzata, allorquando, trattandosi di indagini collegate, non risulti
effettivo il coordinamento prescritto ex art. 371 comma 1 e non abbiano dato esito le
riunioni disposte o promosse dal procuratore generale, anche d'intesa con gli altri
procuratori generali interessati (infra, cap. V, 35). In aggiunta al vincolo del decreto
motivato, si prevede, inoltre, che copia del provvedimento con cui il procuratore
generale presso la corte appello (al pari del procuratore nazionale antimafia nelle
ipotesi appena ricordate) dispone l'avocazione delle indagini preliminari sempre
trasmessa al Consiglio superiore della magistratura ed ai procuratori della Repubblica
interessati. Ci consente a questi ultimi di proporre reclamo al procuratore generale
presso la corte di cassazione. Per assicurare incisivit ed efficienza all'ufficio
dell'accusa, gli effetti dell'avocazione disposta nel corso delle indagini preliminari
perdurano al di l di tale fase.
Anche se il codice non usa il termine competenza, per regolare la distribuzione dei
lavori tra i vari uffici del pubblico ministero, il parametro adottato il medesimo, posto
che il pubblico ministero trae la propria titolarit alle funzioni (c.d. legittimazione) in
modo riflesso dalla competenza del giudice del dibattimento presso il quale istituito.
La legittimazione spetta al
procuratore della Repubblica territorialmente
competente secondo i criteri stabiliti dagli agli art. 8, 9, 10 e 16, ancorch nel
relativo circondario non abbia sede la corte d'assise.
Se il pubblico ministero ritiene che la competenza a conoscere il reato spetti ad un
giudice diverso da quello presso cui
esercita le sue funzioni,
trasmette
tempestivamente gli atti all'ufficio del pubblico ministero presso il giudice competente.
Lufficio che ha ricevuto gli atti, ove dissenta - non potendo ritrasmetterli al mittente,
perch ne deriverebbe una stasi non altrimenti superabile - demanda la risoluzione di
tale contrasto negativo al procuratore generale presso la corte d'appello o a quello

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presso la corte di cassazione, qualora appartenga ad un diverso distretto.


Il
procuratore della Repubblica dissenziente trasmette all'organo risolutore del contrasto
tutti gli atti del procedimento in originale o in copia.
La risoluzione del contrasto non in ogni caso parificabile agli effetti che scaturiscono
dal provvedimento con cui la corte di cassazione risolve un conflitto di competenza. La
statuizione del procuratore generale estrinseca la sua portata solo all'interno della
fase delle indagini preliminari ed unicamente nei confronti degli appartenenti all'ufficio
del pubblico ministero.
Anche la sorte degli atti diverge da quella delle prove acquisite dal giudice
incompetente (art. 26). Il carattere tendenzialmente investigativo degli atti effettuati
dalla polizia giudiziaria e dal pubblico ministero, insieme ai ritmi accelerati impressi
alla fase delle indagini preliminari, hanno suggerito di conservare agli atti compiuti
prima della trasmissione o della designazione l'efficacia che loro propria (art. 54
comma 3).
In parte analoghe sono le cadenze del contrasto positivo.
In questo caso, tuttavia, il presupposto duplice, poich non basta che le indagini
preliminari abbiano ad oggetto il medesimo fatto storico,
seppure,
magari,
diversamente qualificato, ma occorre, al pari di quanto contemplato per i conflitti di
competenza tra giudici (art. 28), che esse siano a carico della stessa persona.
Pi precisamente, allorquando il pubblico ministero procedente riceva notizia che
presso un altro ufficio sono in corso indagini preliminari cos caratterizzate, ne informa
senza ritardo il pubblico ministero presso quell'ufficio, richiedendogli la trasmissione
degli atti (art. 54-bis c.1). A sua volta, il PM che ha ricevuto la richiesta, ove non
ritenga di aderirvi, ne informa il procuratore generale presso la corte d'appello ovvero,
qualora appartenga ad un diverso distretto, il procuratore generale presso la corte di
cassazione. Assunte le necessarie informazioni, il procuratore generale determina con
decreto motivato, secondo le regole dettate per la competenza del giudice, quale
ufficio debba procedere, dandone comunicazione agli uffici interessati.
A proposito dei contrasti positivi, il legislatore si preoccupato di contemplarne la
risoluzione anticipata, prevedendo l'ipotesi in cui, prima della designazione operata dal
procuratore generale, uno degli uffici procedenti desista, trasmettendo gli atti all'altro
(art. 54-bis comma 3).
Quando,
invece,
due giudici
per
le indagini
preliminari
siano investiti
contemporaneamente di una richiesta relativa al medesimo fatto, si verifica un
conflitto positivo di competenza che sar risolto dalla corte di cassazione (art. 25).
L'art. 54-quater prevede poi un controllo sulla legittimazione del pubblico ministero a
svolgere le indagini preliminari con riguardo ai parametri della competenza per
territorio e per connessione.
Titolari del potere di promuovere l'incidente sono, infatti, la persona sottoposta alle
indagini che abbia avuto conoscenza delle indagini a suo carico nonch la
comunicazione dell'iscrizione del, suo nominativo nel registro delle notizie di reato o
l'invio dell'informazione di garanzia e (ma, poco comprensibilmente, solo in questo
secondo caso) la persona offesa, nonch i rispettivi difensori. L'elenco dei presupposti
pu dirsi tassativo, tuttavia non appare dubbio, ad esempio, che la procedura in
discorso sia innescabile a seguito un decreto di perquisizione del PM. La richiesta di
trasmettere gli atti al corrispondente ufficio istituito presso il giudice competente
depositata presso la segreteria del PM procedente, a pena di inammissibilit, corredata
delle ragioni poste a sostegno dell'indicazione del diverso giudice ritenuto
competente.
Il pubblico ministero, nel termine non perentorio di dieci giorni, posto di fronte
all'alternativa o di accogliere la richiesta, trasmettendo gli atti al pubblico ministero
istituito presso il giudice ritenuto competente (anche diverso da quello indicato) o di
rigettarla. In tale ultimo caso, e cos pure quando non ottenga risposta nel termine
prescritto, al richiedente a cui la decisione deve essere, evidentemente, comunicata
resta il potere di investire, nei successivi dieci giorni, della questione il procuratore
generale presso la corte d'appello o quello presso la corte di cassazione, qualora il
giudice ritenuto competente appartenga ad un diverso distretto. Nel termine, al pari

19

del precedente, non perentorio di 20 gg dal deposito della richiesta il procuratore


generale, assunte le necessarie informazioni e, se del caso, ottenuta la trasmissione di
copia degli atti del procedimento (art. 4-bis, c. 2 disp. att. cos come introdotto
dall'art. 48 1. 16 dicembre 1999, n. 479), provvede con decreto motivato dandone
comunicazione al richiedente e agli uffici interessati.
La richiesta non pu essere riproposta, a pena di inammissibilit, salvo che si fondi su
fatti nuovi e diversi. La formula legislativa si limita qui ad esplicitare un principio
generale: la decisione, almeno per l'organizzazione degli uffici del pubblico ministero,
resa rebus sic stantibus sicch a superare la clausola non vale, di per s, la mera
indicazione di un diverso giudice ritenuto competente.
Chiarito che i termini di durata delle indagini preliminari continuano a decorrere dal
momento che non si profila alcuna paralisi nel relativo svolgimento.
15. L'astensione.
L'astensione - e la conseguente necessit di sostituire il magistrato designato con un
altro - trova nell'art. 52 un'agile disciplina. Essa resta - almeno stando alla lettera - non
obbligatoria sotto il profilo processuale, si fonda genericamente su gravi ragioni di
convenienza, presuppone una dichiarazione motivata, decisa dal capo dell'ufficio
o dal procuratore generale presso la corte d'appello o presso la corte di cassazione, se
riguarda i capi degli uffici (art. 52 commi 2 e 3). La sostituzione effettuata con un
magistrato appartenente al medesimo ufficio, ma la regola derogabile allorch si
tratti del capo dell'ufficio.
Stante la sua qualit di parte, il pubblico ministero non pu essere ricusato.
Qualche difficolt interpretativa pu insorgere dal riferimento normativo al
magistrato - e non gi al rappresentante del pm - per quanto riguarda le figure
dell'uditore giudiziario, del vice procuratore onorario e dell'ufficiale di polizia
giudiziaria (nonch del laureato in giurisprudenza che frequenti il secondo anno della
scuola biennale di specializzazione per le professioni legali) occasionalmente delegati
all'esercizio di funzioni requirenti. L'istituto estende il suo ambito ai primi due soffietti
in forza della qualifica di magistrato e dell'equiparazione al magibre 1988, n. 449). La
stessa conclusione non vale, invece, per gli ultimi due soggetti: qui soccorre la
revocabilit della delega, consentita nelle so-le ipotesi in cui il codice di procedura
penale prevede la sostituzione del pubblico ministero (art. 22 d.P.R. 22 settembre
1988, n. 449).
16. I rapporti all'interno dell'ufficio.
Ciascun ufficio del pubblico ministero si compone del titolare (procuratore generale
presso la corte di cassazione o presso la corte d'appello; procuratore della Repubblica
presso il tribunale ordinario) e di uno o pi magistrati addetti all'ufficio (sostituti
procuratori). Negli uffici delle procure della Repubblica presso i tribunali ordinari
possono essere istituiti posti di procuratore aggiunto in proporzione all'organico
dell'ufficio (art. 70 c.1 ord. giud., cos come modificato dall'art. 4 d. lgs. 4 maggio
1999, n. 138). Alle procure collocate presso le sezioni distaccate delle corti d'appello
sono preposti avvocati generali alla dipendenza del procuratore generale (art. 59 c.3
ord. giud.). I titolari dirigono l'ufficio a cui sono preposti e ne organizzano l'attivit,
secondo quei criteri di buon andamento ed imparzialit che ispirano il funzionamento
della pubblica amministrazione.
Il titolare pu anche procedere ad una designazione congiunta. La piena autonomia del
magistrato del pubblico ministero, rispetto al titolare dell'ufficio, tutelata dagli artt.
70 c. 4 ord. giud. e 53 c. 1, che attuano la legge delega (art. 2 n. 68) l dove
prescrive clic le funzioni di pubblico ministero in udienza siano esercitate in piena
autonomia. Il riferimento al termine udienza nel quale riecheggia l'antico adagio
francese secondo cui la penna serva, ma la parola libera consente, pertanto,
di assicurare l'autonomia del pubblico ministero nell'udienza preliminare oppure
nell'udienza per l'applicazione della pena nella fase delle indagini preliminari (art. 447)
o per il giudizio abbreviato (art. 441), investendo, addirittura, il potere di rinunciare
all'impugnazione, anche se la stessa stata proposta da altro PM (art. 589 c. 4).

20

Per conseguenza, si deve ritenere che, nell'intera fase delle indagini, la sostituzione
operata dal titolare dell'ufficio non incontri i limiti rigorosi stabiliti dall'art. 53 comma
2.
La ratio sottostante al riconoscimento codicistico dell'autonomia sta nel consentire che
la condotta del magistrato possa adeguarsi all'oralit dell'udienza. Ci non toglie che il
capo dell'ufficio possa impartire direttive sulle premesse dell'udienza.
L'autonomia del magistrato del pubblico ministero nell'udienza comporta che le cause
di sostituzione restino circoscritte perch non si risolvano in un espediente volto ad
aggirare quel principio. L'art. 53 c. 2 e 3 fornisce, al riguardo, un elenco assai
articolato.
Un primo gruppo si riferisce a cause che consentono una valutazione discrezionale da
parte del capo dell'ufficio come il grave impedimento e le rilevanti esigenze di
servizio. Un secondo definibile in termini di obbligatoriet concerne alcune fra le
situazioni in presenza delle quali il giudice sarebbe obbligato ad astenersi: il rinvio
all'art. 36 c.1 lett. a, b, d ed e rende palese che sono state escluse le gravi ragioni di
convenienza di cui alla lett. h. Un terzo gruppo riguarda la sostituzione effettuata con
il consenso del magistrato interessato: le cause possono essere le pi disparate,
perch la tutela dell'obiettivit della parte pubblica assicurata dal consenso. Qui
possono trovare spazio anche quelle gravi ragioni di convenienza che avrebbero
potuto sorreggere una richiesta di astensione. Spetter al capo dell'ufficio scegliere tra
le 2 vie.
Resta da considerare il caso in cui il capo dell'ufficio non abbia provveduto alla
sostituzione in presenza di uno dei presupposti considerati nel secondo gruppo:
essendo la sostituzione demandata al procuratore generale, con designazione di un
magistrato del suo ufficio, si avr qui una figura simile all'avocazione.
Nel caso in esame la designazione vale, invece, per le sole funzioni di udienza e per le
attivit che ne seguono, cosicch la sostituzione disposta ex art. 53 comma 3 riveste
un'efficacia meramente temporanea. Ma sul piano dei presupposti che si coglie
appieno, la differenza tra i due istituti: la sostituzione, infatti, opera successivamente
all'esercizio dell'azione penale, mentre l'avocazione ex art. 372 lett. b si colloca nella
fase delle indagini preliminari.
Per guanto riguarda la fase delle indagini preliminari, in forza di una lettura a contrario
dell'art. 53, non vi dubbio che il magistrato del pubblico ministero goda di un certo
grado di autonomia.
17. Uffici del pubblico ministero e criminalit di stampo mafioso.
Una serie di deroghe che incidono sulla divisione del lavoro e sui rapporti tra gli uffici
del pubblico ministero, cos da creare, fin dalla fase delle indagini preliminari, una
sorta di procedimento speciale per tali reati (c.d. doppio binario).
Per quel che qui importa, la disciplina speciale concernente il pubblico ministero opera
nei procedimenti di cui all'art. 51 comma 3-bis, cio quelli relativi ai delitti, consumati
o tentati, di associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.) e di sequestro di persona a
scopo estorsivo (art. 630 c.p.), ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni
previste dall'art. 416-bis c.p. (c.d. reati fine rispetto al delitto di associazione di
stampo mafioso) ovvero al fine di agevolare l'attivit delle associazioni previste dallo
stesso articolo (c.d. reati mezzo), al delitto di associazione finalizzata al traffico di
sostanze stupefacenti o psicotrope (art. 74 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309), al delitto di
associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri (art.
291-quater d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43), nonch per i delitti consumati o tentati con
finalit di terrorismo (art. 51 c. 3-quater, cos come introdotto dall'art. 10-bis c.1 1. 15
dic. 2001, n. 438).
Per tutti i reati in discorso le funzioni di pm nelle indagini preliminari e nei
procedimenti di primo grado sono attribuite all'ufficio che ha sede presso il tribunale
del capoluogo del distretto di corte d'appello.
Il procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto
costituisce, sempre nell'ambito del suo ufficio, una direzione distrettuale antimafia.
Negli uffici delle procure distrettuali pu essere comunque istituito un posto di

21

procuratore aggiunto.
Salvi casi eccezionali, il procuratore distrettuale designa per l'esercizio delle funzioni di
pubblico ministero nei procedimenti in discorso i magi-strati addetti alla direzione (art.
70-bis ord. giud.). La continuit nella designazione pu, per, venir meno, essendo
previsto che su richiesta del procuratore distrettuale il procuratore generale
presso la corte d'appello, per giustificati motivi, possa disporre che le funzioni di
pubblico ministero per il dibattimento siano esercitate da un magistrato
designato dal procuratore della Repubblica presso il giudice competente (art. 51 comma 3-ter): l'eccezione alla deroga ripristina, cos, la regola.
Tutto ci, naturalmente, non scongiura l'eventualit che si diano contrasti, positivi o
negativi, tra i diversi uffici del pubblico ministero sulla relativa legittimazione a
procedere.
In proposito, l'art. 54-ter muove dalle consuete due ipotesi. Se il contrasto si verifica
tra diverse direzioni distrettuali, la risoluzione affidata al procuratore generale presso
la corte di cassazione, ma al procuratore nazionale antimafia demandata, in virt
della sua sfera di cognizione privilegiata, una funzione consultiva. Se, invece, il
contrasto insorge all'interno del medesimo distretto, il compito tocca al procuratore
generale presso la corte d'appello.
Diversa , invece, la collocazione della procura (rectius, direzione) nazionale antimafia,
istituita nell'ambito della procura generale presso la corte di cassazione (art. 76-bis
ord. giud.). Ad essa preposto un magistrato di cassazione (il procuratore nazionale
antimafia, per l'appunto), di spiccate attitudini organizzative e professionali, il
quale viene nominato con delibera del Consiglio superiore della magistratura di
concerto con il Ministro della giustizia; tale incarico ha la durata di quattro anni e pu
essere rinnovato una sola volta. Alla direzione sono addetti, quali sostituti, venti
magistrati con funzioni di magistrati di corte d'appello, essi pure nominati dal Consiglio
superiore della magistratura, sentito il procuratore nazionale antimafia.
Al procuratore nazionale sono attribuite unicamente le funzioni previste dall'art. 371bis e dato che esse investono i soli procedimenti per i reati di cui all'art. 51 c.3- bis, si
pu cogliere nella direzione nazionale antimafia la fisionomia di un ufficio del pubblico
ministero specializzato. In una situazione del genere. In effetti, il procuratore nazionale
antimafia appare investito di due nuclei di funzioni: quelle di impulso al coordinamento
e quelle di impulso alle investigazioni.
Al primo nucleo ascrivibile il compito di assicurare, d'intesa con i procuratori
distrettuali interessati, il collegamento investigativo anche tramite i magistrati della
direzione nazionale antimafia (lett. a). Il procuratore nazionale antimafia e, inoltre,
investito del potere di impartire ai procuratori distrettuali specifiche direttive, alle quali
essi debbono attenersi al fine di prevenire e risolvere contrasti sulle modalit relative
al coordinamento delle attivit di indagine (lett. f).
Estremo rimedio al mancato coordinamento il procuratore nazionale antimafia pu
ricorrere allo strumento dell'avocazione (lett. h) (infra, cap. V, 37).
L'impulso alle investigazioni si risolve, anzitutto, nell'acquisizione e nell'elaborazione
di notizie, di informazioni e di dati attinenti alla criminalit organizzata, ai fini non solo
del coordinamento investigativo, ma pure della repressione dei reati (art. 371-bis
comma 3o lett. c).
Nella medesima prospettiva si colloca la facolt di procedere a colloqui personali con
detenuti ed internati, attribuita senza necessit di autorizzazione al procuratore
nazionale antimafia ai fini delle funzioni di impulso e di coordinamento ex art. 371- bis.
Anche la funzione di curare, mediante applicazioni temporanee dei magistrati della
direzione nazionale e delle direzioni distrettuali antimafia, la necessaria flessibilit e
mobilit degli apparati del pm, cos da soddisfare specifiche e contingenti esigenze
investigative e processuali (art. 371-bis comma 3 lett. b).
I presupposti sono lesistenza di procedimenti di particolare complessit o che
richiedono specifiche esperienze e competenze professionali.
L'applicazione disposta con decreto motivato del procuratore nazionale antimafia,
sentiti i procuratori generali e i procuratori della Repubblica interessati.
Il decreto di applicazione trasmesso senza ritardo al Consiglio superiore della

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magistratura per l'approvazione, nonch al Ministro della giustizia (art. 110-bis commi
2 e 3 ord. giud.).
Poich il titolare dell'ufficio al quale il magistrato viene applicato non pu designare il
medesimo per la trattazione di affari diversi da quelli in-dicati nel decreto di
applicazione (art. 110-bis comma 4 ord. giud.), logico desumerne che anche nel
corso delle indagini preliminari non siano consentite sostituzioni, se non quelle
scaturenti dall'art. 36 lett. a, b, d ed e. Anche da questo punto di vista si coglie
l'estrema duttilit e la grande latitudine di questa particolare forma di applicazione
che, di fatto, finisce per ridimensionare l'ambito dell'istituto dell'avocazione, pur
utilizzabile dallo stesso procuratore nazionale antimafia.
18. Le funzioni ed i soggetti di polizia giudiziaria.
le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte alle dipendenze e sotto la direzione
dell'autorit giudiziaria (art. 56). L'elevazione al rango di soggetto del procedimento
non altera, pertanto, la tradizionale collocazione della polizia giudiziaria tra gli organi
ausiliari dell'autorit giudiziaria.
L'art. 55 c.1, occupandosi cos delle attivit che la polizia svolge anche di propria
iniziativa vale a dire senza un previo impulso dell'autorit giudiziaria segue una
classica tripartizione. L'attivit informativa si sostanzia nell'acquisire la notizia di reato,
secondo le forme dell'apprensione diretta o della ricezione (art. 330) e nel riferirla, con
ritmi accelerati, ancorch variamente stabiliti, al pm (art. 347). L'attivit investigativa
consiste nel ricercare l'autore del reato mediante il compimento di atti atipici e di atti
tipici (art. 348 c.2)` L'attivit assicurativa, infine, quale ideale perfezionamento della
precedente, riferita alle fonti di prova, in conformit al canone secondo cui la prova
si forma tendenzialmente in sede dibattimentale.
La norma menziona, inoltre, l'obbligo di raccogliere quant'altro possa servire per
l'applicazione della legge penale e l'obbligo di impedire che i reati siano portati a
conseguenze ulteriori.
L'art. 55 comma 2 considera, per completezza, le funzioni che la polizia giudiziaria
adempie su ordine o su delega dell'autorit giudiziaria. Per quanto riguarda il pubblico
ministero sono da ricordare accanto al generale potere coercitivo, nel cui esercizio
consentito ricorrere non solo alla polizia giudiziaria ma, pure, alla forza pubblica, le
direttive ai sensi dellart. 348 comma 3 e gli atti delegabili ex art. 370.
N vanno dimenticate le funzioni esecutive consistenti ad esempio nell'eseguire le
notificazioni richieste dal pubblico ministero con riferimento ai soli atti di indagine o ai
provvedimenti che la stessa polizia giudiziaria delegata a compiere o tenuta ad
eseguire (art. 151 comma 1), ovvero nel documentare, mediante verbale o
annotazioni, gli atti del titolare delle indagini (art. 373 comma 6). Per quanto riguarda
il giudice oltre al potere coercitivo di cui si e appena fatto cenno (art. 131) va
rammentato come l'intervento della polizia giudiziaria possa essere chiesto per
eseguire provvedimenti ordinatori quali l'accompagnamento coattivo dell'imputato
(art. 132) o di altre persone (art. 133), misure cautelari personali o reali,
provvedimenti che dispongono mezzi di ricerca della prova come le ispezioni (art.
244), le perquisizioni (art. 247), i sequestri (art. 253). Si noti come nei procedimenti
con detenuti e nei procedimenti davanti al tribunale del riesame il giudice pu
disporre, in caso di urgenza, che le notificazioni siano eseguite dalla polizia
penitenziaria del luogo in cui i destinatari sono detenuti (art. 148 comma 2, cos
novellato dall'art. 17 comma 1 lett. a d.l. 27 luglio 2005, n. 144, convertito con l. 31
luglio 2005, n. 155).
L'elenco di chi riveste la qualifica di ufficiale o di agente di polizia giudiziaria fornito
dall'art. 57.
In una posizione del tutto particolare si situano coloro che fanno parte della gi
ricordata Direzione investigativa antimafia (Dia) istituita, nell'ambito del dipartimento
della pubblica sicurezza, con d.l. 29 ottobre 1991., n. 345, convertito con modificazioni
dalla 1. 30 dicembre 1991, n. 410. Il relativo personale, attinto da quello dei ruoli della
polizia di Stato, dell'arma dei carabinieri e della guardia di finanza, investito, oltre
che delle funzioni di investigazione preventiva attinente alla criminalit organizzata,

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anche del compito di effettuare indagini di polizia giudiziaria relative esclusivamente


a delitti di associazione di tipo mafioso o comunque ricollegabili all'associazione
medesima (art. 3 c. l d.l. 29 ottobre 1991, n. 345).
19. L'organizzazione della polizia giudiziaria e la sua dipendenza funzionale
dall'autorit giudiziaria.
L'attribuzione dei compiti di polizia giudiziaria a funzionari appartenenti alla pubblica
amministrazione posti, pertanto, alle dipendenze di superiori politici ed amministrativi
- presenta l'inconveniente di consentire ad organi estranei all'attivit giudiziaria di
condizionare l'esercizio dei compiti giudiziari. La scarsezza di personale o la modestia
delle attrezzature tecniche della polizia giudiziaria finisce per compromettere cos
l'indipendenza esterna dell'ordine giudiziario e la stessa garanzia che discende dal
principio dell'obbligatoriet dell'azione penale.
Occorre distinguere la dipendenza funzionale dall'autorit giudiziaria dalla dipendenza
burocratica dalla pubblica amministrazione.
Bench tutte le funzioni di polizia giudiziaria siano sempre svolte alla dipendenza e
sotto la direzione dell'autorit giudiziaria, il legame che si instaura con la medesima
variabile perch costruito in relazione ai diversi apparati amministrativi. L'art. 56,
come tipica norma a valenza organizzativa, individua una triplice struttura.
La prima concerne i servizi di polizia giudiziaria cos come previsti dalla legge, con
implicito richiamo all'art. 17 1. 1 aprile 1981, n. 121, che prevede l'istituzione e
l'organizzazione di simili unit da parte del dipartimento di pubblica sicurezza, nei
contingenti necessari, determinati dal Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro
della giustizia.
Le amministrazioni interessate devono costituire servizi centrali ed interprovinciali
della polizia di Stato, dell'arma dei carabinieri e del corpo della guardia di finanza: al
riguardo, devono ricordarsi il Servizio centrale operativo della polizia di Stato (Sco), il
Raggruppamento operativo speciale dell'arma dei carabinieri (Ros), il gruppo di
investigazione sulla criminalit organizzata della guardia di finanza (Gico). In
determinate regioni e per particolari esigenze, le predette strutture possono essere poi
costituite in servizi interforze (art. 12 comma 2 d.l. 13 maggio 1991, n. 152). Nella
stessa prospettiva si colloca l'introduzione di unit antiterrorismo.
In sede attuativa stata collocata la regola (art. 12 comma 1 disp. att.) secondo la
quale fanno parte dei servizi tutti gli uffici e le unit cui, dalle rispettive
amministrazioni o dagli organismi previsti dalla legge, sono affidate, in via prioritaria e
continuativa, le funzioni di polizia giudiziaria.
Il grado massimo di dipendenza organizzativa e funzionale dall'autorit giudiziaria si
coglie in rapporto alla seconda struttura, cio alle sezioni di polizia giudiziaria. Esse
sono istituite (art. 56 lett. b) unicamente presso ogni procura della Repubblica (del
tribunale ordinario o del tribunale per i minorenni), al fine di garantire uno stretto
rapporto con l'organo che dirige, per regola, le indagini preliminari (art. 327) e di
scongiurare una proliferazione che avrebbe finito per comprometterne il livello di
efficienza.
A sua volta, l'art. 6 disp. att. prevede che il personale delle sezioni non debba essere
inferiore al doppio dei magistrati della procura della Repubblica presso il tribunale e
stabilisce in due terzi il rapporto numerico tra ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria.
Al grado minimo di dipendenza organizzativa e funzionale sono posti (terza struttura) i
restanti ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria tenuti per legge a compiere indagini a
seguito di una notizia di reato.
Dal sistema si ricava che la disponibilit e conferita al magistrato in quanto titolare
delle indagini preliminari o del processo, bench, secondo l'organizzazione tipica
dell'ufficio del pubblico ministero, al procuratore della Repubblica sia sempre
consentito sostituirsi al magistrato designato per le indagini preliminari nell'impartire
ordini alla polizia giudiziaria.
La disponibilit da parte del singolo magistrato, oltre che diretta, pu dirsi anche
immediata, non essendo sottoposta n al filtro dei capi dell'organizzazione della polizia
giudiziaria, n a quello del dirigente dell'ufficio del pubblico ministero.

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Le attivit di polizia giudiziaria per i giudici del distretto, ivi compreso il giudice per le
indagini preliminari, sono svolte dalle sezioni istituite presso le corrispondenti procure
della Repubblica: qui la disponibilit non immediata, come esplicitano sia l'art. 58
comma 2 sia l'art. 131, laddove prevede che il giudice, ancorch ai fini dell'esercizio
dei poteri coercitivi, possa chiedere l'intervento della polizia giudiziaria.
Va, infine, evidenziato come, in termini generali, l'art. 83 ord. giud., novellato dall'art.
23 delle norme di adeguamento approvate con d.P.R. 22 settembre 1988, n. 449,
demandi al procuratore generale presso la corte d'appello l'esercizio della sorveglianza
sul rispetto delle norme in ordine alla diretta disponibilit della polizia giudiziaria da
parte dell'autorit giudiziaria.
20. I rapporti di subordinazione.
La diffusa convinzione che la dipendenza funzionale della polizia giudiziaria
dall'autorit giudiziaria
risulterebbe priva di una qualche effettivit se non fosse accompagnata da forme di
dipendenza organizzativa ha trovato nel sistema uno spazio di notevole rilevanza nella
direzione attuativa dell'art. 109 Cost. Bench gli ufficiali e gli agenti di polizia
giudiziaria restino sempre subordinati, in via di principio, agli enti amministrativi di
appartenenza, l'autorit giudiziaria risulta anch'essa investita di una serie di poteri di
natura tipicamente gerarchica. L'entit di tali poteri segna, pertanto, il reale livello
della dipendenza funzionale.
L'art. 59 costruisce il rapporto di subordinazione anche qui con riguardo alla tipologia
dell'organizzazione della polizia giudiziaria.
Le sezioni, considerate quali unit organiche, si pongono in un rapporto di
subordinazione nei confronti del procuratore della Repubblica che dirige l'ufficio presso
cui esse sono istituite (art. 59 c.1). Il disegno di evitare interferenze con
l'amministrazione di appartenenza perfezionato dal divieto di distogliere gli ufficiali e
gli agenti di polizia giudiziaria dalla loro attivit se non per disposizione del magistrato
dal quale dipendono (art. 59 comma 3).
L'esclusiva destinazione a compiti di polizia giudiziaria pu essere derogata solo in casi
eccezionali o per necessita di istruzione o di addestramento (art. 10 comma 3 disp.
att.).
Nei confronti dei servizi, il rapporto di subordinazione si attenua nel senso che gli
ordini dell'autorit giudiziaria sono mediati dalle gerarchie amministrative. Pertanto, la
responsabilit personale investe unicamente l'ufficiale preposto al servizio.
Dal punto di vista del potere disciplinare, la relativa responsabilit si pone nei soli
confronti del procuratore della Repubblica presso il tribunale.
Il rapporto di subordinazione ulteriormente rafforzato dall'obbligo, in capo alle
singole amministrazioni, di ottenere il consenso del procuratore della Repubblica
presso il tribunale o del procuratore generale presso la corte d'appello per allontanare,
anche provvisoriamente, dalla sede od assegnare ad altri uffici i dirigenti dei servizi
(art. 14 disp. att.) e di vincolare altres le promozioni dei dirigenti degli uffici al parere
favorevole dei magistrati predetti (art. 15 comma 2 disp. att.).
In ordine al potere disciplinare, in sede attuativa si sono individuate le singole
fattispecie di illecito con le relative sanzioni (art. 16 disp. att.), nonch si introdotto
un analitico regolamento del rito medesimo instaurato dal procuratore generale presso
la corte d'appello (artt. 17 e 18 disp. att.), a partire dalla contestazione scritta
dell'addebito e dall'obbligatoria assistenza del difensore.
21. L'imputato e la persona sottoposta alle indagini.
L'individuazione del momento in cui taluno assume la qualit di imputato e, quindi,
di parte in senso stretto stata colta dal codice sulla base di considerazioni di
ordine sistematico ancorate alla volont di creare un rigido spartiacque tra la fase
delle indagini preliminari (il procedimento) e quella successiva all'esercizio dell'azione
penale (il processo vero e proprio). Nella prima fase, l'attribuzione di un reato (c.d.
imputazione preliminare, ovvero ipotesi di imputazione ovvero, ancora, addebito
provvisorio), sebbene emergente, ad esempio, dall'adozione di una misura restrittiva

25

della libert personale, presenta un carattere precario connesso allo stato fluido delle
indagini; in sede processuale, invece, superato il dubbio circa la non in- fondatezza
della notizia di reato, l'addebito si cristallizza nella formulazione dell'imputazione, che,
a sua volta, si risolve nella richiesta dell'indefettibile accertamento giurisdizionale.
Facendo coincidere l'assunzione della qualit di imputato con l'atto che contiene la
formale individuazione della persona a cui un determinato fatto storico penalmente
rilevante attribuito - e, quindi, con l'avvenuto esercizio dell'azione penale, ai sensi
dell'art. 405, sicch senza imputato non c' processo - l'art. 60 enumera gli atti tipici
dai quali tale assunzione scaturisce.
Alcuni si configurano quali domande dell'organo dell'accusa, come le richieste di rinvio
a giudizio (suscettibile di sfociare, poi, nel giudizio abbreviato), di giudizio immediato e
di decreto penale di condanna. Altri sono il prodotto di un incontro di volont tra le
parti, come la richiesta di applicazione della pena nel corso delle indagini preliminari
(art. 447 comma 1). Altri, ancora, assumono la veste di atti di impulso: tali il decreto
di citazione diretta nel giudizio davanti al tribunale in composizione monocratica
emesso dal pubblico ministero (art. 550 comma 1) o, nel giudizio direttissimo, la
contestazione orale dell'imputazione in dibattimento o il decreto di citazione a giudizio
se l'imputato libero (previsti, rispettiva-mente, dagli artt. 451 comma 4 e 450
comma 2). A questi atti sono da aggiungere sia la contestazione del reato connesso o
del fatto nuovo all'udienza preliminare (art. 423 commi 1 e 2) o nel dibattimento
(artt. 517 e 518 comma 2) sia la formulazione coatta dell'imputazione allorquando la
richiesta di archiviazione non sia stata accolta, neppure in seconda battuta, dal giudice
per le indagini preliminari (art. 409 comma 5).
In un sistema dove l'azione penale , come gi sappiamo (retro, 13), irretrattabile
(art. 50 comma 3), la perdita della qualit di imputato pu derivare solo da una
sentenza o da un provvedimento ad essa assimilabile. L'art. 60 comma 2 fornisce la
relativa casistica (sentenza di non luogo a procedere non pi soggetta ad
impugnazione, sentenza di prosciogli-mento o di condanna irrevocabili, decreto penale
divenuto esecutivo) da integrarsi con l'ordinanza che dichiara l'inammissibilit
dell'impugnazione, nonch con le sentenze che dichiarano il difetto di giurisdizione
(art. 20 comma 2) o di competenza (art. 22 c.3) in quanto importano la trasmissione
degli atti al pubblico ministero presso il giudice ritenuto competente. Per contro, ai
sensi dell'art. 60 comma 3, la qualit di imputato risorge per effetto della revoca della
sentenza di non luogo a procedere o dell'emissione del decreto di citazione a
dibattimento per il giudizio di revisione, essendo la relativa richiesta apparsa
ammissibile e non manifestamente infondata (art. 636 c.1), ma in margine al primo
caso bisogna introdurre una distinzione. Il prosciolto, infatti, riacquista la qualit di
imputato con l'ordinanza che fissa l'udienza preliminare allorch il pm abbia richiesto il
rinvio a giudizio, essendo gi state acquisite le nuovi fonti di prova (art. 436 comma
2); se, invece, le nuovi fonti debbano essere ancora acquisite, l'ordinanza di
riapertura delle indagini non produce il medesimo effetto formale. Il prosciolto
riassumer, in tal caso, la qualit di imputato unicamente allorquando, a seguito delle
indagini espletate nei confronti di chi , per il momento, solo persona sottoposta alle
indagini stesse il pubblico ministero provveda a formulare l'imputazione, ed eserciti
cos una seconda volta l'azione pena-le a carico del medesimo soggetto per il
medesimo fatto, non operando al riguardo il divieto di un secondo giudizio sancito
dall'art. 649.
In ordine all'estensione alla persona sottoposta alle indagini preliminari (o
all'indagato secondo l'espressione corrente ormai
penetrata nel
linguaggio
codicistico) delle garanzie e dei diritti attribuiti a chi ha assunto la qualit di imputato,
l'art. 61 ha opportunamente evitato una costruzione in chiave di riscontri formali:
sufficiente la semplice sottoposizione della persona alle indagini preliminari.
Pi precisamente, taluno diviene persona sottoposta alle indagini a seguito, anzitutto,
del ricevimento da parte della polizia giudiziaria o del pubblico ministero di una notizia
qualificata di reato (denuncia, referto; ma pure querela, istanza, richiesta) contenente
un'incolpazione nei confronti di un soggetto determinato.
Inoltre, viene in gioco la valutazione di dati emergenti dalle indagini e ritenuti idonei a

26

fornire un principio di conoscenza circa l'attribuibilit a taluno di un fatto di reato.


L'ipotesi trae origine dalla nozione di indizio, cos come omesso utilizzata dal
legislatore (artt. 63 comma 1, 207 comma 2, 267 comma 1, 273 comma 1, 312,
384 comma 1 e 705 comma 1), nonostante le interferenze che si creano con la
nozione di prova indiziaria scaturente dall'art. 192. Con la prima espressione ci si
riferisce ad un risultato conoscitivo indispensabile per adottare alcune misure, anche
ad opera del giudice, nel corso della fase delle indagini preliminari o per far-ne
scaturire determinati effetti diversi dalla decisione sul dovere di punire. Con la
seconda, invece, si allude alle c.d. prove critiche assoggettate ad una apposita regola
di giudizio al momento della valutazione probatoria.
La tutela assicurata alla persona sottoposta alle indagini preliminari si estende tanto
per i diritti dell'imputato quanto per le garanzie a lui riconosciute, senza alcun limite
derivante dall'effettivo compimento di un qualche atto del procedimento. L'art. 61 c.2
sancisce poi, la regola per cui alla persona sottoposta alle indagini si estende ogni
altra disposizione relativa all'imputato, salvo esplicite statuizioni in diverso senso.

22. Le dichiarazioni rese dall'imputato.


Le norme contenute negli artt. 62-65 presentano un oggetto comune (riguardando
dichiarazioni rese dall'imputato, dalla persona sottoposta alle indagini ovvero da
soggetti che a seguito di tali dichiarazioni possono assumere le predette qualit) ed
uno scopo comune (mirando tutte ad assicurare nei rapporti con I'autorit procedente
un livello di lealt e di civilt adeguato ai canoni personalistici tipici del modello
accusatorio).
In effetti, l'art. 62 assume una portata estremamente lata con il prescrivere che le
dichiarazioni comunque rese nel corso del procedimento dall'imputato e dalla persona
sottoposta alle indagini non possono formare oggetto di testimonianza. In primo luogo,
la norma investe non solo le dichiarazioni sollecitate (artt. 294 comma 299 comma 3ter, 301 comma 2-ter, 302, 364 comma 388 e 391 comma 3), ma pure quelle che il
soggetto rilasci di propria iniziativa (artt. 350 c. 7, 374 c. 2, 415-bis c. 3, 421
comma 2 e 422 comma 4).
Sono escluse, pertanto, le dichiarazioni rilasciate prima dell'avvio del procedimento o
al di fuori di esso (c.d. res gestae): si pensi a quanto narrato ad un ufficiale di polizia
giudiziaria nel corso di una conversazione svoltasi in un bar.
Infine, stante la natura oggettiva del divieto, inibito pure l'ingresso alla
testimonianza di chi riferisca, anche avendolo appreso da altri, il con-tenuto delle
dichiarazioni dell'imputato o dei soggetti a lui assimilati.
La regola probatoria in discorso esplica la sua funzione precipua nei confronti delle
dichiarazioni che la persona sottoposta alle indagini o i soggetti individuabili ex art. 63
rendono alla polizia giudiziaria al di fuori dell'assistenza del difensore
Il legislatore ha inteso dare efficacia rappresentativa solo alla documentazione
appositamente redatta ed utilizzabile entro i limiti stabiliti in funzione dello sviluppo
procedimentale (cfr. art. 514 c.1). Al tempo stesso, ha voluto impedire che, ricorrendo
al duplice meccanismo delle dichiarazioni spontanee e della testimonianza de
auditu, possa venire aggirato il diritto al silenzio riconosciuto dal successivo art. 64 c.
3.
appena il caso di evidenziare che l'inosservanza del divieto posto dall'art. 62 non
priva di sanzioni processuali. Acquisita illegittimamente, la testimonianza in discorso
risulta, infatti, compresa nella sfera dell'inutilizzabilit costruita dall'art. 191 comma
1.
La disciplina delle dichiarazioni indizianti costituisce non solo un'anticipazione del
diritto al silenzio operante in sede di interrogatorio (art. 64 comma 3"), ma, nei
confronti di chi chiamato a deporre dinnanzi al giudice, suona a completamento della
regola per cui nessuno pu essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe
emergere la propria responsabilit penale (art. 198 comma 2).
Lart. 63 viene in gioco nei confronti di chi abbia gi commesso il reato sebbene, al
momento, ci fosse ignorato dall'autorit procedente e non gi di chi ponga in

27

essere il reato mediante le dichiarazioni che sta rendendo: si pensi ad una falsa
testimonianza o ad una calunnia. Profilatisi gli indizi, si determinano, in capo
all'autorit procedente, tre obblighi distinti Anzitutto, vige l'obbligo di interrompere
l'esame, come pure l'eventuale assunzione d'informazioni.
Inoltre, l'autorit procedente deve avvertire la persona che potranno essere svolte
indagini nei suoi confronti per effetto della mutata veste processuale. Il richiamo alla
mera eventualit di future indagini tiene conto che le dichiarazioni indizianti sono
magari rese non davanti al pm, titolare delle indagini, ma davanti alla polizia
giudiziaria o al giudice i quali saranno, in ogni caso, tenuti a trasmettere, nelle forme
ordinarie, la notizia di reato al suo destinatario ultimo (ai sensi, rispettivamente, degli
artt. 347 e 331).
Poich l'art. 63 comma 1 non contempla l'obbligo di avvertire l'indiziato che le sue
dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate nei suoi confronti cos come prevede,
invece, l'art. 64 comma 3 lett. a, il soggetto non messo sull'avviso circa gli effetti
sfavorevoli che potrebbero scaturire da ulteriori dichiarazioni rese prima dell'inizio
dellinterrogatorio o delle sommarie informazioni ex art. 350.
Infine, l'invito alla persona che ha rilasciato le dichiarazioni indizianti a nominare un
difensore accentua il divario rispetto a coloro ai quali il fatto attribuito da una
comune notizia di reato. Nei confronti di costoro l'invito formulato, di regola,
nell'informazione di garanzia, da inviarsi, per, solo a partire dal primo atto cui il
difensore ha diritto di assistere (art. 369 comma 10).
La disciplina dell'art. 63 si perfeziona con il divieto di utilizzare, contro la persona
autoindiziatasi, le dichiarazioni rese prima dell'avvertimento (c.d. inutilizzabilit
soggettivamente relativa).
La norma vuole, infatti, tutelare la libert di autodeterminazione di chi, se fosse stato
consapevole del proprio status, avrebbe ben potuto esercitare il diritto al silenzio e
non rilasciare dichiarazioni a s pregiudizievoli.
La prevista inutilizzabilit anche nei confronti di coloro che dalle dichiarazioni indizianti
sono comunque coinvolti (c.d. inutilizzabilit assoluta) si spiega, dunque, col proposito
di disincentivare l'adozione di comportamenti contra legem intesi ad acquisire non gi
il contributo della persona ormai sottoposta alle indagini (a tal fine sarebbe sufficiente,
infatti, il pi circoscritto divieto posto dal 1 comma), bens dichiarazioni accusatorie a
carico di terzi.
23. L'interrogatorio.
Il sistema distingue in maniera netta l'esame dell'imputato dall'interrogatorio della
persona sottoposta alle indagini e dell'imputato stesso. Date le loro rispettive funzioni,
il primo collocato tra i mezzi di prova (artt. 208-210: infra, cap. III, 9), il secondo
disciplinato dagli artt. 64 e 65.
Nella fase delle indagini preliminari, il pubblico ministero procede all'interrogatorio il
titolare delle indagini libero di scegliere il momento in cui assumere l'atto, salvo che
si tratti di una persona sottoposta a custodia cautelare (e non gi ad arresto in
flagranza o a fermo di indiziato di delitto): in tal caso l'interrogatorio del giudice deve
precedere quello del pubblico ministero (art. 294 comma 6).
Il pubblico ministero, ove non intenda formulare richiesta di archiviazione, chiamato
a notificare, prima della scadenza del termine di durata delle indagini preliminari, un
avviso di conclusione delle medesime indirizzandolo alla persona sottoposta alle
indagini ed al difensore. Tale avviso contiene, tra l'altro, l'avvertimento che
l'indagato ha facolt, entro venti giorni, di presentarsi per rilasciare dichiarazioni
ovvero chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio. Non solo il pubblico ministero
tenuto a procedere all'interrogatorio, se il soggetto lo richiede, ma all'inosservanza
della prescrizione in ordine all'invio dell'avviso ricollegata una nullit da intendersi
a regi-me intermedio della richiesta di rinvio a giudizio (art. 416 comma 1) o del
decreto di citazione a giudizio del pubblico ministero (art. 552 comma 2).
Nella fase in discorso, essendo il giudice per le indagini preliminari tendenzialmente
privo di poteri ufficiosi, il relativo interrogatorio si atteggia come attivit sempre
doverosa. Ci vale, in sede di convalida, per quello dell'arrestato o del fermato, salvo

28

che questi non abbia potuto o si sia rifiutato di comparire (art. 391 comma 3) e per
quello di chi sia sottoposto ad una misura cautelare personale, entro termini
scadenzati: immediatamente e, comunque, non oltre cinque giorni dall'esecuzione se
si tratta di custodia cautelare in carcere (a meno che all'atto in discorso si fosse non
oltre dieci giorni dall'esecuzione o della notificazione del provvedimento cap. IV, 15).
Ma vi un correttivo: se il pubblico ministero ne fa istanza nella richiesta di custodia
cautelare, l'interrogatorio deve avvenire entro quarantotto ore (art. 294 commi 1, 1bis, 1-ter). Si noti, per, come dal solo mancato interrogatorio nei termini prescritti
della persona in stato di custodia cautelare discenda la caducazione della relativa
misura (art. 302).
Il giudice procede, inoltre, ad interrogatorio in rapporto a talune vicende delle misure
cautelare personali: quando il pm, nel corso della fase delle indagini preliminari, gli ha
richiesto di sospendere la persona sottoposta alle indagini dall'esercizio di un pubblico
ufficio o servizio (art. 289 c.2); quando gli richiesto di revocare o sostituire la misura
applicata: qui 1 atto facoltativo, ma diviene obbligatorio se l'istanza medesima
basata su elementi nuovi o diversi rispetto a quelli gi valutati (art. 299 c.3-ter); del
pari obbligatorio l'interrogatorio quando il giudice proroga la custodia cautelare in
carcere disposta per esigenze probatorie (art. 301 c. 2-ter).
Esercitata l'azione penale, l'imputato libero di sottoporsi ad interrogatorio in sede di
udienza preliminare (artt. 421 e 422), cos come nel giudizio abbreviato. Dal punto di
vista funzionale, all'interrogatorio condotto dal pubblico ministero si suole attribuire un
prevalente carattere investigativo, a quello condotto, invece, dal giudice si suole
ricollegare un prevalente significato di controllo e di garanzia.
Quanto all'assistenza tecnica un dato comune rappresentato dal diritto del difensore
di essere, anche in termini brevi (art. 364 comma 5), avvisato del compimento
dell'atto cos da potervi sempre assistere.
Quanto alla difesa personale, gli artt. 64 e 65 modellano l'interrogatorio in maniera
idonea a garantire una partecipazione libera e cosciente da parte del soggetto.
L'art. 64 comma 1, stabilendo che la persona assoggettata al regime di custodia
cautelare o detenuta per altra causa, intervenga libera nell'interrogatorio, salve le
cautele necessarie per prevenire il pericolo di fuga.
L'art. 64 comma 2 esplicita il principio per cui nel corso dell'interrogatorio non
possono essere impiegati, ancorch con il consenso della persona interrogata, metodi
o tecniche idonei ad influire sulla libert di autodeterminazione o ad alterare le
capacita mnemoniche o valutative.
In questo quadro si colloca il nucleo essenziale della disciplina del diritto al silenzio
della persona sottoposta ad interrogatorio. Prima che inizi linterrogatorio vero e
proprio, scatta per lorgano procedente l'obbligo di rivolgere alla persona interrogata
un triplice avvertimento, ai sensi del suddetto art. 64 comma 3.
In primo luogo (lett. a), il soggetto deve essere edotto che le dichiarazioni che render
potranno sempre essere utilizzate nei suoi confronti. In secondo luogo (lett. b), deve
essere avvertito che, fermo restando quanto previsto dall'art. 66 comma 1, circa
l'obbligo di fornire le proprie generalit, gli compete la facolt di non rispondere ad
alcuna domanda, ma che, in ogni caso, il procedimento proseguir il suo corso.
Al fine di dare effettivit a tali prescrizioni, alla loro omissione ricollegata
l'inutilizzabilit delle dichiarazioni eventualmente rese. In terzo luogo (lett. c), la
persona interrogata deve essere altres avvertita che se render dichiarazioni su fatti
che concernono la responsabilit (li altri, assumer in ordine a tali fatti, l'ufficio di
testimone. Peraltro, l'indagato destinato a vedersi attribuire coattivamente la
qualifica di testimone per il solo fatto di avere rilasciato, nel corso dell'interrogatorio,
dichiarazioni coinvolgenti la responsabilit di terze persone anche se non sollecitato
da una specifica domanda non sottoposto ad una disciplina dell'esame del tutto
analoga a quella del testimone non indagato.
Si spiega cos perch, anche al mancalo avvertimento in discorso, l'ari. 64 comma 3bis ricolleghi una duplice sanzione: per un verso, la persona interrogata non potr
assumere, in ordine ai fatti riferiti e concernenti la responsabilit di altri, l'ufficio di
testimone; per altro verso, le dichiarazioni eventualmente rese contra alios non

29

saranno utilizzabili nei confronti dei terzi coinvolti, ferma restando la loro utilizzabilit,
nei confronti del dichiarante (c.d. inutilizzabilit relativa).
Dall'esercizio del diritto a non rispondere - ossia di non collaborare - l'organo
procedente non pu ricavare conseguenza alcuna in quanto insindacabile espressione
del diritto di difesa personale.
Una volta che il soggetto abbia dichiarato di voler rispondere, entrano in gioco le
prescrizioni dettate per l'interrogatorio nel merito dall'art. 65. Esse presentano un
carattere pi specifico, operando esclusivamente per l'atto assunto dall'autorit
giudiziaria. La portata di tali prescrizioni (obbligo di contestare in forma chiara e
precisa alla persona sottoposta alle indagini il fatto attribuitole, di renderle noti gli
elementi di prova esistenti a suo carico e, se non pu derivarne pregiudizio per le
indagini, di comunicargliene le fonti) , per, destinata a subire adattamenti in
rapporto allo sviluppo dell'iter procedimentale (fase delle indagini preliminari o
udienza preliminare). Del resto, per l'interrogatorio dell'arrestato o del fermato cui
procede il pubblico ministero, l'art. 388 c. 2 detta prescrizioni solo in parte analoghe
(infra, cap. V, 20).
La dimensione dell'interrogatorio come strumento difensivo emerge appieno dal
(sempre successivo) invito ad esporre quanto la persona ritenga utile per discolparsi e
dalla mancata riproduzione dell'invito ad indicare le fonti di prova a favore, nonch
dall'assenza dell'obbligo di dire la verit, salvi i limiti scaturenti dalle norme che
incriminano l'autocalunnia e la calunnia.
In ordine allo svolgimento dell'atto, la tecnica adottata quella delle domande poste
in via diretta dal solo organo procedente.
24. L'identificazione e l'esistenza in vita dell'imputato.
Le questioni relative all'identificazione dell'imputato (ossia ai contrassegni che
caratterizzano l'individuo nella vita di relazione) ed alla sua esistenza in vita sono
affrontate con una tecnica legislativa assai semplificata.
Per quanto concerne il profilo dell'identit personale o anagrafica (art.66), nel primo
atto del procedimento in cui presente l'imputato atto che non coincide
necessariamente con l'interrogatorio l'autorit giudiziaria lo invita a dichiarare le
proprie generalit e quant'altro pu valere ad identificarlo, ammonendolo sulle
conseguenze cui si espone chi rifiuta.
L'impossibilit di attribuire all'imputato le sue esatte generalit irrilevante in quanto
non pregiudica il compimento di alcun atto da parte della polizia giudiziaria o
dell'autorit giudiziaria, purch sia certa l'identit fisica della persona.
L'attribuzione di generalit erronee trattata alla stregua di un mero errore materiale,
cos da far luogo alla rettificazione mediante il relativo procedimento in camera di
consiglio (infra, cap. II, 10).
Allo scopo di ridurre il margine dei possibili errori nell'applicazione dei c.d. benefici
penali, a causa dell'incompleta identificazione del soggetto e dei suoi precedenti
penali.
L'art. 66-bis. prevede che l'autorit giudiziaria debba, in ogni stato e grado del
procedimento, comunicare a quella competente ai fini dell'applicazione della legge
penale la circostanza che l'indagato o l'imputato gi stato segnalato, magari sotto
diverso nome,
all'autorit giudiziaria quale autore di
un reato commesso
antecedentemente o successivamente a quello per il quale si procede.
Dal profilo dell'identit personale si distingue quello dell'identit fisica che, per
l'imputato, si sostanzia nella coincidenza tra la persona nei cui confronti esercitata
l'azione penale e quella che in effetti assoggettata a processo.
Tocca, pertanto, al pubblico ministero, nella fase delle indagini preliminari, disporre gli
accertamenti del caso sulla base dei quali saranno formulate le conseguenti richieste
al giudice. Se, invece, il dubbio insorge nel processo, le determinazioni in materia
saranno tratte dal giudice dell'udienza preliminare o del dibattimento.
II codice non si occupa neppure dell'errore sull'identit fisica (c.d. errore di persona)
che risulti nel corso della fase delle indagini preliminari: soccorre in proposito
l'ampiezza delle formule per le quali consentito al pubblico ministero richiedere il

30

decreto di archiviazione (art. 411). Se l'errore di persona risulta invece nel processo, il
giudice, ex art. 68, sentiti obbligatoriamente il PM e l'imputato, pronuncia sentenza ex
art. 129.
L'incertezza circa l'et minore dell'imputato sciolta dal giudice minorile con le forme
caratteristiche di quel rito. La soluzione coerente ad un sistema che demanda al
giudice specializzato la cognizione di tutti i reati commessi da minori degli anni
diciotto e risponde, al tempo stesso, all'intento garantistico di evitare che, durante il
tempo occorrente per l'espletamento della relativa perizia, la persona della cui et
minore si dubita possa rimanere a contatto, se sottoposto a custodia cautelare in
carcere, con imputati maggiorenni. In coerenza con queste premesse, allorch
l'autorit giudiziaria abbia ragione di ritenere che l'imputato o la persona sottoposta
alle indagini sia minorenne, trasmette gli atti al procuratore della Repubblica presso il
tribunale minorile.
Al pari di quanto osservato per il caso di incertezza sull'identit fisica, anche
l'incertezza sull'esistenza in vita dell'imputato non pi disciplinata dal codice.
Premesso che non conta la dichiarazione di morte presunta pronunciata dal giudice
civile, se il dubbio risolto nel senso della morte, il pubblico ministero nel corso delle
indagini preliminari chiede l'archiviazione per estinzione del reato (art. 150 c.p. in
rapporto all'art. 411), mentre, nel corso del
giudizio,
il
giudice proscioglie,
avvalendosi della regola posta dall'art. 531 c. 2. Posto che la morte dell'imputato si
risolve in una causa estintiva del reato, la relativa declaratoria rimane subordinata in
modo esplicito alla gerarchia delle formule scaturente dall'art. 129 comma 2.
Pertanto, l'accertata morte dell'imputato non dovrebbe impedire al giudice, se gi
risulti evidente che il fatto non sussiste, che l'imputato non l'ha commesso ovvero che
il fatto non costituisce reato, di adottare la formula di merito. L'esito rileva,
ovviamente, ai fini dell'efficacia conferita alla sentenza di assoluzione nel giudizio
civile o amministrativo di danno intentabile contro gli eredi (art. 652).
L'art. 69 comma 2 ha cura di precisare che la sentenza erroneamente dichiarativa
dell'estinzione del reato per morte dell'imputato non impedisce un nuovo esercizio
dell'azione penale per il medesimo fatto a carico della medesima persona. Tale
previsione va messa in rapporto con l'art. 649, l dove contempla per l'ipotesi in
discorso un'espressa deroga al principio del ne bis in idem (infra, cap. X, 5).
25. Infermit mentale e partecipazione cosciente.
Ogni persona fisica , di regola, legittimata ad assumere la qualit di imputato, ossia
titolare della capacit ad essere parte nel processo penale. Tale capacit difetta, per,
negli infanti e negli immuni, da distinguersi in assoluti o relativi, a seconda che
l'esenzione dalla giurisdizione valga per tutte, le imputazioni, o solo per alcune.
Nozione distinta e logicamente successiva quella di capacit processuale
dell'imputato, che si risolve nell'idoneit ad esercitare, all'interno del processo, i diritti
e le facolt ricollegati all'assunzione di tale qualit.
L'eccezione pi vistosa alla normale coincidenza tra le due capacit rappresentata
dall'ipotesi dell'infermit mentale dell'imputato sia antecedente che sopravvenuta al
fatto costituente il reato.
L'infermit mentale dell'imputato commisurata e valutata sulla inidoneit del
soggetto a partecipare
coscientemente al processo.
Una volta che non debba essere pronunciata in forza della sua priorit pro reo
sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento ex art. 129, la valutazione
sull'esistenza dell'infermit di mente dell'imputato non necessariamente subordinata
all'esito di un'indagine peritale disponibile anche d'ufficio. Il giudice pu, infatti,
persuadersene altres sulla base di elementi ricavabili da perizie appena espletate o
da manifestazioni conclamate.
Qualora la perizia psichiatrica venga disposta, nel lasso di tempo occorrente per il suo
svolgimento l'attivit giudicante subisce consistenti limitazioni, sicch pu parlarsi di
una paralisi parziale. Il giudice pu assumere, su richiesta del difensore, solo le
prove che possono condurre al proscioglimento dell'imputato e, sempre su richiesta

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delle parti, anche al-tre prove unicamente nel caso di pericolo nel ritardo (art. 70 c.
2).
Se la necessit di provvedere sorge durante la fase delle indagini preliminari, la perizia
disposta dal giudice solo su richiesta delle parti con le forme dell'incidente
probatorio (art. 70 comma 3).
Accertato che lo stato psichico dell'imputato ne impedisce la cosciente partecipazione
al procedimento, il giudice semprech non debba pronunciare sentenza di non luogo
a procedere o di proscioglimento emette ordinanza di sospensione del procedimento
a norma dell'art. 71 comma 1. L'ordinanza, ricorribile per cassazione, produce una
pluralit di effetti.
Il pi rilevante tra di essi costituito dall'obbligo di nominare un curatore speciale a
favore dell'imputato.
La sospensione, infatti, non impedisce al giudice di assumere prove.
Ulteriori effetti consistono nell'obbligatoria separazione del processo (art. 18 c. 1 lett.
b) e nell'inoperativit della regola posta dall'art. 75 c. 3 circa la sospensione
obbligatoria del processo civile (art. 71 c. 6). Sul piano sostanziale, lart 159 c. 1 c.p.
dispone che il corso della prescrizione rimanga sospeso.
L'ordinanza di sospensione, destinata per sua natura ad esplicare un'efficacia a tempo
indeterminato, immediatamente revocata, ex art. 72 comma 2, allorch risultino
integrati i presupposti di una sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento,
oppure sia acquisita la certezza che l'imputato in grado di partecipare
coscientemente al procedimento. Allo scopo di evitare che si cristallizzi la figura del
cosiddetto
eterno giudicabile, l'art. 72 comma 1 impone al giudice di verificare comunque lo
stato psichico dell'imputato con frequenze periodiche semestrali mediante appositi
accertamenti peritali.
Quanto al trattamento terapeutico, ai sensi dell'art. 73 vi provvede, invece, l'autorit
competente (il sindaco) per l'adozione delle misure previste dalla normativa sul
trattamento sanitario delle malattie mentali, sulla scorta di un'informativa del giudice
comunicata col mezzo pi rapido; solo se vi pericolo nel ritardo, al giudice
consentito ordinare, anche d'ufficio, il ricovero provvisorio.
Se stata gi disposta o debba disporsi la custodia cautelare, il ricovero si risolve in
una misura alternativa alla custodia in carcere (infra, cap. IV, 11 e 25).
26. La parte civile: legittimazione, costituzione ed esodo dal processo
penale.
La parte civile, il cui intervento finalizzato ad ottenere le restituzioni o il risarcimento
del danno ricollegabili al reato oggetto di accertamento in sede penale (art. 185 c.p.).
Per quanto concerne la legitimatio ad causam, l'art. 74 stabilisce che l'azione civile di
cui all'art. 185 c.p. possa essere esercitata dal soggetto che mira alle restituzioni o al
risarcimento del danno (patrimoniale e non patrimoniale) cagionato dal reato, o dai
suoi successori universali.
I danneggiato pu costituirsi parte civile anche per mezzo di un procuratore speciale.
Una volta costituitosi partecipa al processo in tutti i suoi gradi.
Qualora sia carente la capacit processuale del danneggiato, costui dev'essere
rappresentato (ad es. quando si tratta di un minore non emancipato), assistito (si
pensi al minore emancipato e all'inabilitato), o autorizzato (si pu fare riferimento
all'interdetto, per il quale richiesta la preventiva autorizzazione del giudice tutelare)
nelle forme prescritte per l'esercizio delle azioni civili. Dopo aver posto questa regola,
che in perfetta consonanza con quanto stabilito, in tema di capacit processuale,
dall'art. 75 c.p.c., l'art. 77 prevede, in successione, due diversi correttivi per l'ipotesi in
cui risulti impedito l'inserimento dell'azione civile all'interno del processo penale.
Anzitutto (art. 77 commi 2 e 3), viene considerata l'eventualit della nomina di un
curatore speciale, necessaria quando manchi la persona a cui spetterebbe la
rappresentanza o l'assistenza e ricorrano ragioni di urgenza.
Secondariamente (art. 77 c. 4), ma solo sul presupposto di una assoluta urgenza,
viene consentito che il PM eserciti l'azione civile nell'interesse del minore o

32

dell'infermo di mente, finch non subentri il legale rappresentante.


A sua volta, l'art. 79 stabilisce un termine iniziale e uno finale, tra i quali deve di regola
collocarsi la costituzione di parte civile: quanto al primo, previsto che la stessa
debba avvenire per l'udienza preliminare.
Quanto al termine finale, previsto a pena di decadenza, esso coincide con
l'effettuazione, da parte del giudice dibattimentale di primo grado, degli accertamenti
relativi alla costituzione delle parti di cui all'art. 484.
Risulta preclusa la costituzione della parte civile una volta iniziata la trattazione delle
questioni preliminari regolate dall'art. 491.
L'esclusione pu, anzitutto, essere la conseguenza di una richiesta motivata,
proveniente dal pubblico ministero, dall'imputato e dal responsabile civile art. 80
comma 1), Relativamente a tale richiesta, con cui possono essere denunciati svariati
profili di illegittimit - quali, ad esempio, la tardivit della costituzione, il difetto di
legittimazione o di capacit processuale, l'inesistenza di un danno risarcibile - il
giudice procedente tenuto a pronunciarsi
senza ritardo con un'ordinanza
(inoppugnabile).
Anche per la relativa richiesta di esclusione occorre rispettare dei termini perentori; va
effettuata, prima che siano terminati gli accertamenti relativi alla costituzione delle
parti; se, invece, la parte civile si costituita nella fase degli atti preliminari al
dibattimento o nel corso degli atti introduttivi del medesimo, la richiesta di esclusione
deve essere avanzata in sede di trattazione delle questioni preliminari.
Una seconda ipotesi di esclusione della parte civile quella disposta sempre con
ordinanza inoppugnabile ex officio dal giudice (art. 81), il quale, quando accerti
l'inesistenza dei requisiti stabiliti per la costituzione di parte civile, pu provvedere in
conformit fino a che non sia stato aperto il dibattimento di primo grado.
Come si anticipato, si pu anche verificare uno spontaneo recesso del danneggiato
che, espressamente o tacitamente, revoca la costituzione di parte civile, ad esempio,
perch ha concluso con l'imputato una transazione sul danno oppure perch, cambiata
opinione, ritiene meglio tutelabili le sue pretese in sede civile. Ne l caso di revoca
espressa, che pu aver luogo in ogni stato e grado del procedimento e riguardare
taluno soltanto degli imputati, occorre un'apposita dichiarazione, resa personalmente
(a differenza di quanto richiesto per l'atto di costituzione) o per mezzo di un
procuratore speciale. Le ipotesi di revoca tacita, o, meglio, presunta, sono invece
tassativamente previste dall'art. 82 comma 2.
27. Segue: i rapporti tra azione civile da reato e azione penale.
Niente impedisce che l'azione di danno, esercitata nella sede naturale proceda in
assoluta autonomia rispetto al parallelo processo penale. Nell'ipotesi in cui il processo
penale si concluda con una sentenza irrevocabile di condanna, il danneggiato pu
sfruttare nel giudizio civile l'efficacia di giudicato ad essa riconosciuta dall'art. 651
comma 1, mentre non pu accadere il contrario, poich, grazie alla clausola di
salvezza inserita nella parte finale dell'art. 652 comma esclusa l'efficacia di giudicato
della sentenza assolutoria.
Solo in via di eccezione alla regola, l'art. 75 c. 3 detta una disciplina che ricalca quella
del codice previgente, disponendo che il processo civile rimanga sospeso in attesa del
giudicato penale destinato, in questo caso, ad esercitare la sua efficacia anche ai
sensi dell'art. 652 c.1 qualora l'azione sia stata proposta in sede civile dopo la
sentenza penale di I grado o dopo la precedente costituzione di parte civile nel
processo penale.
L'art. 75 c. 3 fa salve le eccezioni previste dalla legge, con la conseguenza che il
giudizio civile prosegue senza interruzioni il suo corso quando: a il processo penale
stato sospeso per incapacit dell'imputato (art. 71 c. 6); b) vi stata esclusione, ai
sensi degli artt. 80 e 81, della parte civile (art. 88 c. 3); c) la paste civile ha
abbandonato il processo penale in seguito alla sua mancata accettazione del rito
abbreviato (art. 441 c. 4); d) l'esodo della parte civile consegue alla pronuncia di una
sentenza che applica la pena su richiesta delle parti (art. 444 c. 2); e) il danneggiato,
gi costituitosi parte civile, esercita l'azione civile in sede propria, dopo che il giudice

33

penale ha dichiarato estinto il reato per intervenuta oblazione (art. 141 c. 4 disp.
att.).
28. Il responsabile civile.
Oltre che nei confronti dell'imputato, il soggetto danneggiato dal reato pu agire per le
restituzioni e il risarcimento del danno nei confronti della persona fisica o dell'ente
plurisoggettivo (anche non personificato), che, come recita l'art. 185 comma 2 c.p.,
tenuto, a norma delle leggi civili, a rispondere per il fatto dell'imputato. A questo
soggetto, obbligato in solido con il protagonista del processo penale, il codice di rito
riserva il nome di responsabile civile.
La presenza del responsabile civile strettamente collegata all'inserimento e al
mantenimento, da parte del danneggiato, della pretesa restitutoria o risarcitoria
all'interno del processo penale.
Si previsto che il responsabile civile venga citato su richiesta di parte e che possa,
altres, intervenire volontariamente nel processo penale. Ai sensi dell'art. 83 comma
1, legittimati a richiedere la citazione sono esclusivamente la parte civile, che ha un
trasparente interesse a fare inter-venire il coobbligato solidale, e il pubblico ministero,
limitatamente all'ipotesi in cui, sul presupposto di una assoluta urgenza, abbia
esercitato l'azione civile a favore dell'infermo di mente o del minore (art. 77 comma
4).
Quanto ai tempi della richiesta, l'art. 83 comma 2 stabilisce solo il termine finale,
ovverosia che venga proposta al pi tardi per il dibattimento.
Verificato il fumus boni iuris della richiesta, il giudice procedente ordina la citazione
con un decreto, il cui contenuto specificato dall'art. 83 comma 3.
La citazione nulla si tratta di una nullit intermedia, desumibile dal combinato
disposto di cui all'art. 178 comma 1 lett. c e all'art. 180 (infra, cap. Il, 31) qualora,
per omissione o per erronea indicazione di qualche elemento essenziale, il
responsabile civile non sia stato in grado di esercitare i suoi di-ritti nell'udienza
preliminare o nel giudizio, ovvero qualora risulti nulla la relativa notificazione.
importante sottolineare che, come si ricava dalla lettera dell'art. 84 comma 1, il
responsabile civile, regolarmente citato, non per ci solo tenuto ad intervenire nel
processo.
Premesso che, al pari della parte civile, sta in giudizio col ministero di un difensore
(art. 100 comma 1), il responsabile civile, al quale estesa la regola dell'immanenza
della costituzione (art. 84 comma 40), pu costituirsi in ogni stato e grado del
processo.
Anche se non stato citato, il responsabile civile pu intervenire volontariamente nel
processo penale per contribuire, ad esempio, alla dimostrazione di non colpevolezza
dell'imputato o per contestare l'elemento fondante della sua obbligazione solidale
sempre che vi sia stata costituzione di parte civile o il pubblico ministero abbia agito
come supplente ai sensi dell'art. 77 comma 4. pur vero che, non essendo stato
citato, non pu essere pronunciata condanna nei suoi confronti e che, per la stessa
ragione, non subisce l'efficacia extrapenale di un eventuale giudicato di condanna (art.
651 comma 1), ma facile comprendere il pregiudizio che gli potrebbe derivare,
come convenuto nell'eventuale giudizio civile, dall'esistenza di una
pronuncia che sancisce la responsabilit dell'imputato.
Esiste un termine finale,
stabilito a pena di decadenza,
che coincide con
l'effettuazione, nel dibattimento di primo grado, degli accertamenti relativi alla
costituzione delle parti, previsti dall'art. 484.
Si gi avuto modo di ricordare che tanto la citazione (art. 83 comma 6) quanto
l'intervento (art. 85 comma 4) del responsabile civile perdono efficacia in caso di
revoca della costituzione di parte civile o di esclusione di quest'ultima ai sensi degli
artt. 80 e 81. Oltre a queste ipotesi di estro-missione del responsabile civile, va tenuta
presente la possibilit di una sua esclusione su richiesta di parte o di ufficio. Le parti
legittimate a pro-porre l'esclusione a condizione che non si tratti della stessa parte
che ha gi chiesto la citazione sono 1 imputato, la parte civile e il pubblico ministero (art. 86 comma 1).

34

La richiesta (motivata) di esclusione, sulla quale il giudice decide, con ordinanza,


senza ritardo, de-ve essere proposta, a pena di decadenza, non oltre il momento
degli accertamenti relativi alla costituzione delle parti nella udienza preliminare o nel
dibattimento (art. 86 comma 3).
L'esclusione sar disposta, con ordinanza inoppugnabile, sia qualora venga accertata
la mancanza dei requisiti per la citazione o per l'intervento del responsabile civile
(indipendentemente dall'eventuale rigetto, in sede di udienza preliminare, della
richiesta di esclusione), sia qualora venga accolta dal giudice la richiesta di giudizio
abbreviato.
Se l'esclusione del responsabile civile stata deliberata in seguito a richiesta della
parte civile, viene meno, per il soggetto danneggiato dal reato, la possibilit di
esercitare l'azione riparatoria ex delicto in sede propria.
29. Il civilmente obbligato per la pena pecuniaria e l'ente responsabile per
l'illecito amministrativo dipendente da reato.
Una persona (fisica o giuridica) pu essere assoggettata, in via sussidiaria ed
eventuale, ad una obbligazione civile pecuniaria pari all'importo della multa o
dell'ammenda inflitta al condannalo: pi esattamente si pu affermare che la
responsabilit della persona civilmente obbligata si concretizza nel momento in cui il
condannato risulta insolvibile (art. 534). Non prevista la possibilit di un intervento
volontario.
Pu essere, invece citata, per ludienza preliminare o per il giudizio, su richiesta del
pubblico ministero o dell'imputato (art. 89 comma l).
Per quanto concerne la citazione, la costituzione e l'esclusione della persona
civilmente obbligata per la pena pecuniaria, l'art. 89 comma 2 rinvia alla normativa
dettata per il responsabile civile, escludendo, tuttavia, esplicitamente l'applicabilit
dell'art. 87 comma 3: non viene, pertanto, disposta la sua esclusione da parte del
giudice che accoglie la richiesta di giudizio abbreviato.
La normativa recentemente
approvata prevede l'irrogazione di
sanzioni
amministrative, consistenti nella sanzione pecuniaria, nelle sanzioni interdittive, nella
confisca e nella pubblicazione della sentenza (art. 9 d. lgs. cit.), a carico degli enti
forniti di personalit giuridica, delle societ e delle associazioni anche prive di
personalit giuridica (art. 1 c. 2 d. lgs. cit.), qualora vengano accertati reati commessi
nel loro interesse o a loro vantaggio da parte di persone che rivestano funzioni di
rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente nonch di persone che ne
esercitino, anche di fatto, la gestione e il controllo, ed, infine, di persone sottoposte
alla direzione o alla vigilanza dei soggetti precedentemente menzionati (art. 5 d. lgs.
cit.). Va peraltro sottolineato che la responsabilit amministrativa collegata al reato
presupposto e le relative sanzioni possono venire in rilievo solo se espressamente
previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto (art. 2 d. lgs.
cit.).
La cognizione dell'illecito amministrativo addebitabile all'ente appartiene al giudice
penale competente per il reato dal quale l'illecito amministrativo dipende (art. 36
comma l d. lgs. cit.). Se intende partecipare al
procedimento penale con il proprio rappresentante legale, l'ente, al quale si applicano,
in quanto compatibili, le disposizioni processuali relative all'imputato (art. 35 d. lgs.
cit.), deve costituirsi la sua costituzione ammessa sin dalla fa-se delle indagini
preliminari depositando in cancelleria una dichiarazione.
Come si rilevato, la partecipazione dell'ente al processo penale peraltro solo
eventuale: fermo restando che, in caso di mancata costituzione, prevista, sulla
falsariga di quanto dispone il codice di rito relativamente all'imputato (infra, cap. V,
42 e cap. VII, 10), un'apposita dichiarazione di contumacia (art. 41 d.lgs. cit.).
30. La persona offesa dal reato.
Anche se al titolare dell'interesse protetto dalla norma penale che si assume violata
attribuibile, qualora decida di intervenire nel processo, la qualifica di soggetto, anzich
quella di parte.

35

La nozione di persona offesa stata dilatata mediante il riconoscimento di tale status


a soggetti (prossimi congiunti dell'offeso deceduto in conseguenza del reato, enti
rappresentativi degli interessi lesi dal reato) che non sono titolari del bene giuridico
tutelato dalla norma penale.
In concomitanza con l'avvenuta rivalutazione del ruolo della persona offesa quale
accusatore privato, avente titolo per supportare l'azione del pubblico ministero,
parso opportuno, in secondo luogo, operare in modo da tenere ben distinta la sua
posizione da quella della parte civile, nel tentativo di caratterizzare con maggiore
chiarezza quest'ultima come la parte che interviene nel processo penale per far valere
la sua pretesa restitutoria o risarcitoria.
Sul piano dei risultati, l'operazione si pu dire riuscita per quanto concerne la fase
delle indagini preliminari.
Alla persona offesa dal reato in quanto tale vengono riconosciuti poteri assai ridotti.
31. I diritti e le facolt della persona offesa.
L'art. 90 comma 1, riprendendo il binomio che compare nella rubrica, rinvia ai
diritti e alle facolt della persona offesa garantiti da specifiche previsioni
legislative, e contestualmente puntualizza che, a prescindere da tali attribuzioni,
l'offeso dal reato legittimato, in via generale, a presentare memorie e, con
esclusione del giudizio di cassazione, a indicare elementi di prova.
Quanto ai termini del binomio, essi trovano la loro giustificazione nella diversa
robustezza delle posizioni soggettive di cui titolare la persona.
A seconda dei casi, le memorie saranno indirizzate al pubblico ministero (per
prospettare, tra l'altro, una diversa ricostruzione del fatto criminoso o per sollecitare la
richiesta di una misura cautelare) o al giudice procedente (per eccepire, ad esempio,
una nullit), anche se bene precisare che in entrambe le ipotesi, diversamente da
quanto prevede l'art. 121 con riferimento alle memorie provenienti dalle parti ed
aventi come destinatario il giudice, non corrisponde, almeno di regola, un dovere di
tali soggetti di deliberare sulle medesime. Sempre in via generale, alla persona offesa
riconosciuto altres, in ogni stato e grado del procedimento, escluso, ovviamente, il
giudizio davanti alla corte di cassazione, il potere di indicare elementi di prova.
Anche relativamente alla persona offesa, che, in ipotesi, potr essere un ente
collettivo con o senza personalit giuridica si pone la questione della capacit
processuale. A questo proposito, l'art. 90 comma 2" prende in considerazione il
soggetto minorenne nonch quello interdetto per infermit di mente o inabilitato,
rinviando a quanto disposto dagli artt. 120 e 121 c.p. in tema di esercizio del diritto di
querela. Per un verso, ne consegue che i minori infraquattordicenni e gli interdetti per
infermit di mente devono essere rappresentati dai genitori e dal tutore, mentre,
trattandosi di minore ultraquattordicenne o di inabilitato, la legittimazione ad
esercitare i diritti e le facolt riconosciuti alla persona offesa spetta tanto al diretto
interessato quanto ai genitori, al tutore, al curatore; per un altro verso, il richiamo
dell'art. 121 c.p. autorizza, in presenza dei presupposti contemplati da tale
disposizione, la nomina di un curatore speciale. In ogni caso si consideri che, a
differenza di quanto previsto per le altre parti e per lo stesso imputato, la legge
autorizza, non obbliga, la persona offesa a nominare un difensore (art. 101 comma
1). Di conseguenza l'interessato potr validamente operare anche in prima persona
(infra, 37).
Nell'ultimo comma dell'art. 90 sancita la prima delle due estensioni soggettive che
operano ope legis (per la seconda, infra, 32): deceduta, in conseguenza del reato, la
persona offesa, i diritti e le facolt riservati dal codice di rito a tale soggetto sono
attribuiti ai suoi prossimi congiunti, da individuare in base all'art. 307 c. 4 c.p.
Quando, invece, la morte non possa ritenersi collegata al reato di cui stata vittima la
persona offesa, l'equiparazione non opera, per cui, a patto che i prossimi congiunti
siano eredi del defunto, il loro ingresso nel processo penale pu avvenire soltanto
attraverso la costituzione di parte civile (art. 74).
32. Gli enti e le associazioni rappresentativi di interessi lesi dal reato.

36

L'art. 91, garantisce lingresso ad enti che tutelano interessi collettivi e diffuse, se
risultano rispettati taluni requisi sui quali ci si soffermer tra breve, gli enti e le
associazioni aventi finalit di tutela degli interessi lesi dal reato possano esercitare, in
ogni stato e grado del procedimento, i diritti e le facolt attribuiti in via generale,
dell'art. 90 o, specificamente, da singole previsioni del codice di rito alla persona
offesa dal reato.
Con il varo del nuovo codice i confini sono tracciati con chiarezza: qualora l'ente
collettivo risulti direttamente danneggiato dal reato, niente gli impedisce di inserire la
sua pretesa civilistica all'interno del processo penale mediante la costituzione di parte
civile (retro,
26);
al
contrario,
se manca tale presupposto e risultano
contemporaneamente soddisfatti i requisiti di cui alt' art. 91, l'ente collettivo pu
partecipare al processo in veste di accusatore privato (circa l'allineamento alle nuove
coordinate di precedenti previsioni contenute in leggi speciali, si veda l'art. 212 disp.
att.) al fianco della persona offesa disposta ad accettare il suo intervento (art. 92).
La coincidenza di poteri tra la persona offesa e la sua eventuale appendice non
perfetta.
Si richiede non solo che l'ente collettivo non abbia scopo di lucro, ma anche che gli
siano state riconosciute in forza di legge finalit di tutela degli interessi lesi dal
reato, e che il riconoscimento sia avvenuto anteriormente alla commissione del fatto
per cui si procede(art. 91).
Per lingresso dellente o associazione necessario il consenso della persona offesa,
da prestare con atto pubblico o con scrittura privata autenticata e si ammessa la
possibilit di una revoca, con le stesse forme previste per la prestazione del consenso,
in qualsiasi momento dell'iter processuale: fermo restando che, in conformit con
l'obiettivo, dopo l'eventuale revoca resta in assoluto esclusa, per la persona offesa, la
possibilit di essere nuovamente fiancheggiata da uno degli enti di cui all'art. 91 (art.
92 comma 4).
Il consenso pu essere prestato ad un unico ente stata rafforzata dall'ulteriore
previsione di una generale inefficacia, in caso contrario, dei consensi prestati (art 92
comma 2).
Affinch l'ente collettivo possa svolgere all'interno del processo il ruoto ausiliario che
gli compete, indispensabile che il suo difensore (artt. 101 comma 2 e 100 commi 1
e 2), munito di procura speciale, presenti all'autorit procedente un atto di intervento
da notificare alle parti quando la presentazione non avviene in udienza il cui
contenuto deve essere conforme, a pena di inammissibilit, alle indicazioni risultanti
dall'art. 93 comma l gli interessi lesi dal reato.
Anche per quanto concerne questo soggetto l'intervento produce i suoi effetti in ogni
stato e grado del procedimento fatti, che, con riferimento al termine finale, l'intervento
non pu avvenire dopo che si conclusa la fase del dibattimento dedicata alla verifica
della regolare costituzione delle parti (art. 94); l'intervento dell'ente collettivo si pu
collocare nella fase delle indagini preliminari.
Successivamente all'intervento, si pu pervenire ad un'estromissione dell'ente
collettivo, disposta dal giudice con ordinanza (inoppugnabile), in seguito ad
un'opposizione di parte oppure ex officio, allorch si riscontri un motivo di
inammissibilit o un vizio attinente alla capacit processuale del soggetto intervenuto.
Con riferimento all'eventualit di un'opposizione, bisogna tenere presenti le distinzioni
operate dall'art. 95. L'ipotesi pi articolata quella in cui vi sia stato un atto di
intervento, notificato alle parti ex art. 93 c. 3: l'opponente, nel termine perentorio di
tre giorni dalla data della notificazione, deve, a sua volta, far notificare la dichiarazione
scritta di opposizione al rappresentante legale dell'ente collettivo, in modo da
consentire a quest'ultimo di presentare, nel termine perentorio di cinque giorni dalla
notifica, le sue controdeduzioni.
Vi termini stabiliti a pena di decadenza per lopposizione allingresso degli enti ed
associazioni: nel caso lopposizione avvenga nel corso dell'udienza preliminare,
bisogna proporla prima che sia dichiarata aperta la discussione (art. 421 c.1);
analogamente, con riferimento all'udienza dibattimentale, l'opposizione deve essere
proposta subito dopo compiuto per la prima volta l'accertamento della costituzione

37

delle parti (art. 491 c. 1 ). Occorre considerare, infine, l'estromissione che il giudice
dispone ex officio quando accerta, in ogni stato e grado del processo, la mancanza
dei requisiti richiesti dalla legge per l'intervento dell'ente collettivo (art. 95 c. 4).
Con riferimento al dies a quo, necessario attendere l'inizio del processo. Con la
conseguenza che, nel corso delle indagini preliminari, l'estromissione dell'ente
collettivo deve essere necessariamente collegata ad un'opposizione di parte.
33. Il querelante.
In relazione ad una serie di reati espressamente indicati dal legislatore previsto che
l'esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero sia subordinato ad
un'esplicita voluntas persecutionis, che la persona offesa o, in sua vece, gli altri
soggetti menzionati dagli artt. 1211 e 121 c.p. sono tenuti ad esprimere nella forma
della querela (art. 50 comma 2). Se, da un lato, fuori discussione l'appartenenza
della querela alla categoria delle notizie di reato, e, pi specificamente, alla
sottocategoria delle condizioni di procedibilit, dall'altro, innegabile la petiva. Come
risulta con chiarezza dall'art. 178 comma 1 lett. c, che sanziona con una nullit (di
natura intermedia ai sensi dell'art. 180) l'omessa citazione in giudizio del querelante,
nonch dagli artt. 427 comma 4 e 576 comma 2, dai quali deriva la legittimazione
del medesimo ad impugnare il capo della sentenza che, in presenza di determinati
presupposti, lo con danna alla rifusione delle spese (e, in caso di colpa grave, al
risarcimento del danno), si tratta di una posizione di ben maggiore rilievo rispetto a
quella in cui si collocano gli autori di altri tipi di notitiae criminis. Dato da evidenziare
concerne i limiti temporali entro cui deve essere presentata la querela: di regola entro
tre mesi; per un raddoppio del termine si veda, peraltro, l'artt. septies comma 2 c.p.,
relativo ai delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenne dal giorno della
notizia del fatto che costituisce il reato (art.124 comma 1 c.p.); tuttavia, nell'ipotesi in
cui si debba procedere alla nomina di un curatore speciale (art. 121c.p.), tenuto a
valutare l'opportunit di presentare querela, il termine decorre dal giorno in cui gli
notificato il decreto di nomina (art. 338 comma l).
Occorre, naturalmente, che da parte del soggetto legittimato a sporgere querela non
vi sia stata rinuncia, la quale opera automaticamente nei confronti di tutti gli autori del
reato, e che pu essere espressa o tacita, desumibile, cio, da fatti incompatibili con la
volont di una posteriore iniziativa persecutoria (art. 124 commi 3 e 4 c.p.): circa le
forme della rinuncia espressa, si rinvia all'art. 339 il cui 2 comma sancisce l'inefficacia
dell'atto abdicativo sottoposto a termini o condizioni. Regola importante la c.d.
indivisibilit della querela: ne consegue che il reato commesso in danno di pi
soggetti perseguibile anche quando la querela sia presentata da una sola delle
persone offese (art. 122 c.p.) e, reciprocamente. Il diritto di querela si estingue in
seguito alla morte della persona offesa che non lo abbia ancora esercitato. L'estinzione
del reato consegue, invece, alla remissione della querela (art. 152 comma 1 c.p.),
sempre che il querelato non l'abbia espressa-mente o tacitamente ricusata (art 155.
comma 1 c.p.).
Si tratta, in sostanza di una revoca da effettuare, salvo che la stessa non sia espressamente esclusa dalla legge (art. 609-septies comma 3 c.p.), in ambito processuale o
extra processuale prima che sia divenuta irrevocabile la sentenza di condanna (art.
152 comma 3 c.p.).
Per quanto concerne i profili formali della remissione bisogna far capo nell'art. 340 (il
cui 4 comma, come modificato dall'art. 13 1. 25 giugno 1999, n. 205, ribalta la
previgente regolamentazione ponendo le spese a carico del querelato, salvo che sia
diversamente convenuto). Con riferimento ai procedimenti relativi ai reati per i quali
prevista dall'art. 550 la citazione diretta davanti al tribunale in composizione
monocratica, vale, infine, la pena di ricordare la remissione di cui all'art. 555 collima
3, la quale consegue al tentativo di conciliazione tra il querelato e la persona offesa
esperito con successo dal giudice in sede di udienza di comparizione (infra, cap. VIII,
11).
34. Il difensore di fiducia dell'imputato.

38

L'art. 24 comma 2 Cost., garantisce un'adeguata copertura nei confronti non solo
della difesa tecnica, ma anche dell'autodifesa: ossia di quel complesso di attivit che
l'imputato esplica personalmente si veda, ad esempio, l'art. 65 oppure l'art. 494 per
dimostrare l'inconsistenza dell'accusa a suo carico.
Il difensore dell'imputato al quale l'art. 99 comma 1 attribuisce, di regola, le facolt
ed i diritti che la legge riconosce all'imputato stesso (infra, 36) viene chiamato a
svolgere un ruolo pi importante e, di riflesso, pi impegnativo, essendo tenuto non
solo a dimostrare la scarsa significativit degli elementi di prova a valenza
accusatoria, ma anche soprattutto dopo l'entrata in vigore della 1. 7 dicembre 2000,
n. 397 in tema di indagini difensive (infra, cap. V, 23 ss.) ad individuare e ad
acquisire elementi probatori che scagionino l'imputato o alleggeriscano la sua. Nel
nostro ordinamento si negate qualsiasi spazio all'ipotesi di un'esclusiva autodifesa
dell'imputato.
Limputato ha diritto di nominare non pi di due difensori di fiducia (art. 96 comma
1).
Sono tre possibili le possibili modalit di nomina consistenti, rispettivamente, nella
dichiarazione orale resa dall'interessato all'autorit procedente, in quella scritta
consegnata alla medesima dal difensore e nel documento di nomina trasmessole con
raccomandata (art. 96 comma 2): senza che sia necessaria l'autentificazione o la
certificazione da parte del difensore dell'autografia delta sottoscrizione. Non si tratta
peraltro di ipotesi tassative.
Va inoltre ricordato che in base all'art. 391-nonies, introdotto dall'art. 11 della
succitata legge n. 397 del 2000 in tema di indagini difensive, la no-mina del difensore
pu essere fatta in via preventiva, cio per l'eventualit che si instauri un
procedimento penale. In tal caso, la nomina non pu non adeguarsi alla specificit
della situazione: il mandato difensivo, da rilasciare con sottoscrizione autenticata,
deve contenere, oltre all'indicazione del difensore, quella dei fatti ai quali si riferisce
(art. 391-nonies comma 2).
Ovviamente il difensore dev'essere in possesso dei requisiti richiesti dalla legge
professionale per assistere e rappresentare l'imputato nel pro-cesso a suo carico.
Tre sono le differenti figure che possono assumere la qualit di difensore: il praticante
avvocato che, coi limiti stabiliti dall'art. 8 comma 2 r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578,
pu patrocinare davanti al giudice di
pace e al tribunale in composizione monocratica, nei (soli) processi aventi ad oggetto i
reati previsti dall'art. 550, per i quali si procede con ci-fazione diretta a giudizio (art. 7
della legge n. 479 del 1999, novellato dall'art. 2-terdecies 1. 5 giugno 2000, n. 144);
l'avvocato, che pu svolgere il suo ruolo di difensore nei processi davanti ad ogni
giudice penale, fatta eccezione per la corte di cassazione; l'avvocato iscritto nello
speciale albo di cui all'art. 33 del succitato r.d.l. n. 1578 del 1933, il quale pu
difendere anche davanti
alla suddetta corte.
La prestazione del difensore di fiducia costituisce l'oggetto di un contratto per la cui
conclusione indispensabile l'accettazione sia pure implicita del nominato (infra, 42)
Inoltre, diversamente da quanto stabilisce l'art 100 c. 3 in relazione alle parti private
diverse dall'imputato (infra, 37), la nomina produce di regola i suoi effetti, salvo che
intervengano cause risolutive del rapporto contrattuale (si vedano, ad esempio, gli
artt.106 e 107) per tutto l'arco del processo di cognizione. Non solo: ai fini
dell'iniziativa contemplata dall'art. 656 c.6 (infra, cap. X, 7), dell'istanza, cio,
finalizzata alla concessione di una misura extracarceraria al proprio assistito (ormai
condannato con sentenza irrevocabile), prevista una proroga automatica in
executivis dell'investitura effettuata dall'imputato per il processo di cognizione (art.
656 c. 5).
Nel caso limputato sia sottoposto a misure restrittive opera la regola che legittima i
prossimi congiunti della persona arrestata fermata o sottoposta a custodia cautelare in
carcere ad attivarsi in sua vece. A costoro consentito infatti, nominare, con le stesse
forme previste per la nomina diretta, un difensore di fiducia che cessa di operare non
appena l'interessato manifesti una diversa volont (art. 96 comma 3).

39

In quest'ottica va letta la disposizione che vieta agli ufficiali e agli agenti di polizia
giudiziaria, nonch a tutti i dipendenti dell'amministrazione penitenziaria di dare
consigli sulla scelta del difensore di fiducia (art. 25 disp. att.).
35. Il difensore d'ufficio.
Qualora l'imputato non abbia nominato un difensore di fiducia o ne sia rimasto privo
deve essere assistito da un difensore d'ufficio (art. 97 comma 1), la cui figura pu
essere a grandi linee tratteggiata sulla base delle seguenti coordinate: a) la sua
presenza da correlare all'imputato, anche se il carattere esclusivo di tale
abbinamento; b) il suo ruolo sussidiario rispetto a quello del difensore di fiducia; c)
mentre il difensore di fiducia libero di non accettare la nomina (infra, 42), quello
d'ufficio ha l'obbligo di prestare il patrocinio salvo che in presenza di un giustificato
motivo (art. 97 comma 5).
Il comma 1-bis dell'art. 29 disp. att. stabilisce per la prima volta con un minimo di
specificit i requisiti necessari per poter essere iscritti nell'elenco alfabetico dei
difensori d'ufficio, predisposto da ciascun consiglio dell'ordine forense, il quale
tenuto a provvedere al suo aggiornamento almeno ogni tre mesi. A tal fine vengo-no
indicati due possibili itinerari: l'aver conseguito un'attestazione di idoneit, rilasciata
dall'ordine forense di appartenenza, o, in alternativa, l'essere in grado di dimostrare,
mediante un'adeguata documentazione, di aver esercitato la professione nel settore
penale per almeno due anni,
che,
nonostante la legge non lo specifichi,
sembrerebbero dover essere consecutivi.
A questo proposito va precisato che i vari consigli dell'ordine forense costituiti
all'interno del distretto sono tenuti a predisporre l'elenco dei difensori d'ufficio, e a
stabilire altres i criteri per la nomina di chi vi figura iscritto sulla base delle
competenze specifiche, della prossimit alla sede del procedimento e della reperibilit
(art. 97 comma 2).
E innegabile che in determinate circostanze l'automatismo della nomina si potrebbe
ritorcere contro il soggetto a favore del quale stato progettato. da condividere,
pertanto, la previsione che consente di non far ricorso alla procedura informatizzata
nell'ipotesi in cui la materia oggetto della notizia criminis riguardi competenze
specifiche (art. 29 comma 2 ult. Period disp. att.).
Se il difensore, gi ritualmente nominato, non stato reperito, non comparso o ha
abbandonato la difesa, al giudice consentito designare come sostituto e, quindi,
senza che il difensore originario venga soppiantato un altro
difensore
immediatamente reperibile, A meno che la necessit di nominare sostituto non si
appalesi nel corso del giudizio nel qual caso - data la particolare importanza
dell'apporto del difensore il criterio dell'immediata reperibilit passa in secondo piano.
Grazie all'avviso previsto dall'art. 369-bis (in fra, cap. V, 19), la persona sottoposta
alle indagini viene tempestivamente informata tra l'altro del fatto che non le
consentito fare a meno del difensore, nonch del suo obbligo di retribuire il difensore
di ufficio ove non sussistano le condizioni per essere ammessa al patrocinio a spese
dello Stato (art. 369-bis c.2 lett. a e d). In tema di retribuzione, la normativa base
dettata dall'art. 116 d.P.R. cit., dal quale si posso-no estrapolare le tre regole seguenti:
a) il difensore d'ufficio si deve far carico della procedura esecutiva per il recupero del
credito professionale nei confronti dell'assistito (indagato, imputato o condannato)
inadempiente, fermo restando che in questa sua iniziativa giudiziaria usufruisce
dell'esenzione da bolli, imposte e spese; b) qualora sia in grado di dimostrare che la
procedura di cui sopra risultata infruttuosa, il difensore vie-ne retribuito dallo Stato
nella misura e secondo le modalit previste dall'art. 82 d.P.R. cit., relativo alla
retribuzione del difensore patrocinante a spese dello Stato; c) a meno che l'assistito
non chieda ed ottenga l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, quest'ultimo
surroga il difensore nel suo credito verso il soggetto assistito. Si inoltre dettata una
norma ad hoc l'art. 117 d.P.R irreperibile: com' ovvio, in tal caso il difensore viene
retribuito senza che sia necessaria una sua preventiva attivazione per il recupero del
credito professionale.. cit. - per l'ipotesi in cui l'assistenza risulti prestata a favore di
un soggetto (indagato, imputato, condannato)

40

36. Patrocinio dei non abbienti e poteri del difensore.


Dell'art. 98, il quale se per un verso ha rinviato ad un'emananda legge sul patrocinio
dei non abbienti, per altro verso non ha rinunciato ad un'anticipazione, menzionando
un'ampia gamma di destinatari (imputato, persona offesa dal reato, danneggiato che
intenda costituirsi parte civile, responsabile civile).
Dalla l. 29 marzo 2001, n. 134, con cui si dettata una disciplina generale del
patrocinio dei non abbientidavanti ad ogni giurisdizione. Attualmente, l'intera materia
disciplinata nel t.u. delle legislative e regolamentari sulle spese di giustizia,
approvato con d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.
Il soggetto ammesso al patrocinio sceglie quale difensore un libero professionista, il
cui compenso viene poi liquidato dall'autorit giudiziaria ed a carico dello Stato.
Non si tratta, evidentemente, dell'unica soluzione possibile, come si ricava, del resto,
dallo stesso art. 24 comma 3 Cost., il quale si limita a stabilite che il diritto di difesa
dei non abbienti dev'essere assicurato tramite appositi istituti. Per ipotesi, quindi,
anche mediante l'istituzione di pubblici uffici di assistenza legale, istituto rimasto
del tutto incompiuto.
L'esame della normativa contenuta nel t.u. pu essere avviato partendo dall'art. 81,
che, con una previsione parallela all'art. 7 legge n. 60 del 2001 sulla difesa d'ufficio,
contempla l'istituzione presso ogni consiglio dell'ordine di un elenco degli avvocati
idonei ad essere nominati difensori da colui che ammesso al patrocinio a spese dello
Stato. Circa l'inserimento, su richiesta dell'interessato, in tale elenco da rinnovare
entro il 31 gennaio di ogni anno delibera il consiglio dell'ordine, che valuta una
serie di requisiti recentemente modificati dall'art. 2 l. 24 febbraio 2005, n. 25. Per
liscrizione allelenco sufficiente l'iscrizione all'albo degli avvocati da almeno due
anni; per l'iscrizione inoltre necessaria una esperienza professionale specifica.
La soglia per poter usufruire del gratuito patrocinio di euro 9.296,22 (e, dalla fine del
2005, di curo 9.723,84) del reddito annuale quello imponibile ai fini dell'imposta
personale sul reddito delle persone fisiche che consente di usufruire del patrocinio a
spese dello Stato.
Con l'art. 96 commi 2 e 3 d.P.R. cit. ci si preoccupati del rischio che vengano
ammessi al patrocinio soggetti i quali, contrariamente alle loro attestazioni, non
versino in realt nella situazione di "non abbienza". Si quindi previsto che l'istanza li
ammissione al patrocinio vada respinta qualora il tenore di vita, le condizioni personali
e familiari del richiedente nonch le attivit economiche da lui eventualmente svolte
offrano al giudice fondati motivi per ritenere anche in base alle verifiche effettuate
dalla Guardia di finanza a tal fine sollecitata che il reddito da prendere in
considerazione superi il tetto stabilito dalla legge. Non solo: con pi specifico
riferimento all'ipotesi in cui si proceda per uno dei delitti previsti dall'art. 51 comma 3bis c.p.p. ovvero nei confronti di persona proposta o sottoposta a misura di
prevenzione, viene sottratta al giudice qualsiasi discrezionalit, essendo egli tenuto ex
lege a chiedere preventivamente al questore, alla direzione investigativa antimafia
(Dia) e alla direzione nazionale antimafia (Dna) le informazioni necessarie e utili
ai fini di una decisione pi oculata circa l'ammissione del richiedente al beneficio.
E' stata altres ampliata dal solo processo "principale" a tutte le eventuali procedure,
derivate ed incidentali, comunque connesse. Il difensore del soggetto ammesso al
patrocinio pu nominare sia un sostituto, secondo quanto dispone l'art. 102 (infra,
38), sia un investigatore privato autorizzato. A sua volta, l'art. 102 d.P.R. cit. stabilisce
che il soggetto ammesso al patrocinio possa nominare un consulente tecnico di
parte.
Ne consegue che, diversamente dal passato, consentita la scelta del sostituto,
dell'investigatore e del consulente tecnico anche al di fuori dell'ambito distrettuale, sia
pure con la clausola che in tal caso non sono dovute le spese e le indennit di trasferta
imputabili alla scelta extra districtum.
L'ammissione al patrocinio non pi in alcun modo ostacolata dalla natura
contravvenzionale del reato.
Nelle ipotesi in cui l'imputato o il condannato partecipino al procedimento penale a

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distanza, in base a quanto stabilito dalla l. 7 gennaio 1998, n. 11 (infra, cap. VII, 8),
ammessa la nomina di un secondo difensore limitatamente agli atti che si
compiono a distanza. Eccettuata tale ipotesi, la nomina di un secondo difensore
implica, invece, che gli effetti dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato
vengano a cessare (art. 91 comma 1 lett. b d.P.R. cit.).
Occorre ribadire la regola che nel definire in via generale i poteri del difensore
estende a quest'ultimo le facolt ed i diritti spettanti all'imputato medesimo (art. 99
comma 1).
Resta salva in ogni caso la possibilit per l'imputato di togliere effetto con espressa
dichiarazione contraria all'atto compiuto dal difensore, anche se per ragioni pi che
evidenti tale iniziativa deve essere assunta anteriormente alla pronuncia del giudice
inerente all'atto controverso (art. 99 comma 2).
37. Il difensore delle parti eventuali, della persona offesa e degli enti
rappresentativi di interessi lesi dal reato.
Lartt. 82 ss. c.p.c. stabiliscono che la parte civile, il responsabile civile e la persona
civilmente obbligata per la pena pecuniaria stiano in giudizio col ministero di un (solo)
difensore (art. 100 comma 1) per le eventuali nomine in soprannumero opera il
disposto dell'art. 24 disp. att. munito di procura speciale, ossia relativa al processo in
corso, da presumere conferita solo per un determinato grado a meno che nell'atto sia
espressa una volont diversa (art. 100 c. 3). Per quanto concerne le forme della
procura, ammessa la sua apposizione in calce o a margine dei vari atti mediante i
quali avviene l'ingresso della parte nel processo penale: l'autografia della
sottoscrizione certificata dal difensore (art. 100 c. 2); al di fuori di tale ipotesi, si
pu inoltre conferire la procura con atto pubblico o con scrittura privata autenticata.
Il difensore pu compiere e ricevere tutti gli atti del procedimento tranne quelli che la
legge riserva espressamente al rappresentato, il cui domicilio deve intendersi
automaticamente eletto ad ogni effetto processuale presso il difensore (art. 100 c. 5).
Inoltre, in assenza di una procura ad re, mentre lo stesso non si pu dire con
riferimento alla persona offesa. Per questo soggetto processuale la nomina di un (solo)
difensore da effettuare con le modalit previste per la nomina del difensore
dell'imputato (art. 96 c. 2) infatti solo facoltativa (art. 101 comma 1).

38. Il sostituto del difensore.


Il difensore sia esso di fiducia o di ufficio a nominare un sostituto (art. 102
comma 1).
Affinch sia efficace, la designazione deve essere portata a conoscenza dell'autorit
procedente con le stesse forme indicate nell'art. 96 c.2 per la nomina del difensore
dell'imputato (art. 34 disp. att.). Spetta dunque al difensore nominare il sostituto, fatta
eccezione per le ipotesi prese in considerazione dall'art. 97 c. 4, dove previsto che
provveda alla designazione il giudice ovvero il P. M. o la polizia giudiziaria.
Quanto ai poteri del sostituto, indubbio che la sostituzione non incide sulla titolarit
dell'incarico difensivo, fermo restando tuttavia che il difensore sussidiario esercita i
diritti e assume i doveri del difensore impedito (art. 101 c. 2).
39. Le garanzie di libert del difensore.
Il diritto di difesa necessita di un adeguato scudo normativo che ponga, a vantaggio
del difensore, precisi limiti ai poteri investigativi degli organi inquirenti.
Si considerino anzitutto le ispezioni e le perquisizioni. Se effettuate negli uffici dei
difensori qualunque sia la parte o il soggetto assistiti sono consentite in due sole
ipotesi: quando il difensore o altre persone che svolgono stabilmente la loro attivit
nel suo ufficio sono imputati (o anche solo indagali data l'estensione prevista dall'art.
61 c. 2), fermo restando che gli atti in questione devono essere esclusivamente
finalizzati all'accertamento del reato attribuito a tali soggetti; oppure quando si tratta,
a prescindere da chi sia l'imputato, di rilevare tracce o altri effetti materiali del reato

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ovvero di ricercare cose o persone specificamente predeterminate (art 103 c.1).


Questo primo nucleo di garanzie completato dalla previsione che delimita il
materiale sequestrabile presso i difensori, gli investigatori privati autorizzati e
incaricati in relazione al procedimento (infra, cap.V, 23), i consulenti tecnici,
salvaguardando le carte e i documenti relativi all'oggetto della difesa, sottoponibili a
sequestro solo quando costituiscano corpo del reato (art. 103 c. 2).
A pena di nullit l'autorit giudiziaria deve avvisare il locale consiglio dell'ordine per
consentire al presidente o ad un suo delegato di presenziare alle operazioni; nel qual
caso, su richiesta dell'intervenuto, deve essergli consegnata copia del provvedimento
(art. 103 c. 3). Su un diverso versante si colloca la limitazione inerente ai soggetti
legittimati a procedere: devono agire in prima persona, senza possibilit di delegare
l'atto alla polizia giudiziaria il giudice o, durante le indagini preliminari, il pubblico
ministero.
Anche la corrispondenza e le conversazioni del difensore sono ovviamente oggetto di
specifiche regole dirette ad immunizzarle da eventuali intrusioni. Per quanto concerne
la corrispondenza tra l'imputato, pur se detenuto (art. 35 c. 4" disp. att.), e il proprio
difensore, l'art. 103 c. 6 -- si tratta dell'unica disposizione non riferibile ai difensori
delle altre parti - stabilisce il divieto di sequestro e di ogni altra forma di controllo.
altres vietata l'intercettazione - in qualsiasi forma - delle conversazioni (dialoghi) e
delle comunicazioni (esternazioni unilaterali) che difensori, investigatori privati
autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, consulenti tecnici e loro ausiliari
effettuino tra di loro, al pari di quelle tra i medesimi e i loro assistiti (art. 103 comma
5).
Il profilo sanzionatorio: fatti salvi i divieti di utilizzazione sanciti dall'art. 271 e la nullit
(di natura intermedia ex art. 180), prevista dal 3c., art. 103, si stabilito che in caso
di inosservanza delle rimanenti disposizioni del medesimo articolo i risultati delle
operazioni compiute non possano essere utilizzati.
40. Il colloquio del difensore con l'imputato privato della libert personale.
Da tali premesse scaturito il riconoscimento che di regola il soggetto sottoposto a
custodia cautelare, al pari della persona in stato di fermo o di arresto, ha diritto di
conferire con il difensore subito dopo che stato privato della libert personale (art.
104 c. 1 e 2) (23). stato conseguentemente previsto che il difensore, di fiducia o di
ufficio, venga immediatamente avvisato dell'avvenuta esecuzione della misura
restrittiva (artt. 293 comma 1 e 386 comma 2), e si attribuito al difensore il diritto
di accedere ai luoghi in cui la persona fermata, arrestata o sottoposta a custodia
cautelare si trova detenuta (art. 36 disp. att.).
In presenza di specifiche eccezionali ragioni di cautela consentito dilazionare il
colloquio per un termine non superiore a cinque giorni.
Dato atto dell'operativit dell'eccezione nella sola fase delle indagini preliminari, per
quanto concerne il funzionamento del meccanismo dilatorio bisogna distinguere
l'ipotesi in cui la privazione della libert sia l'effetto di un'ordinanza cautelare da quella
in cui consegua ad una misura pre-cautelare (arresto in flagranza o fermo): nel primo
caso la decisione circa l'eventuale differimento del colloquio spetta al giudice per le
indagini preliminari che deve provvedere con decreto motivato inoppugnabile su
richiesta del pubblico ministero (art. 104 comma 3); nel secondo, non essendovi
spazio per un immediato intervento del giudice, provvede direttamente. il pubblico
ministero che pu dilazionare il colloquio lino al momento n cui l'arrestato o il fermato
posto a disposizione del giudice. Dopo tale periodo che, in base al disposto dell'art.
390 comma 1 pu estendersi per un massimo di quarantotto ore.
Il provvedimento da ritenere inoppugnabile alla luce del principio di tassativit delle
impugnazioni (infra, cap. IX, 2), al difetto o all'insufficienza di motivazione
ricollegabile una nullit (intermedia) suscettibile di estendersi agli atti successivi
secondo quanto dispone l'art. 185 comma 1.
41. L'abbandono della difesa e il rifiuto della difesa d'ufficio.
Il procedimento disciplinare nei confronti dei difensori si svolge in assoluta autonomia;

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esso devoluto alla competenza esclusiva del consiglio dell'ordine forense (art. 2 n.
4).
I primi 3 commi, art. 105. Con riferimento all'abbandono della difesa e al rifiuto
dell'incarico difensivo da parte del difensore d'ufficio (compreso quello chiamato ad
operare come sostituto), si dispone infatti che il relativo procedimento disciplinare sia
di competenza esclusiva del consiglio dell'ordine forense (art. 105 c.1).
L'autonomia di quest'ultimo risulta ancora pi chiaramente ribadita dalla previsione
secondo cui, trattandosi di abbandono o rifiuto motivali dalla violazione dei diritti della
difesa, il consiglio dell'ordine, qualora ritenga giustificato il comportamento del
difensore, non applica la sanzione disciplinare neppure in presenza di una sentenza
irrevocabile che escluda la violazione (art.105 comma 3).
L'autorit giudiziaria tenuta infatti a comunicare al consiglio professionale sia i casi
di abbandono e di rifiuto della difesa d'ufficio, sia i comportamenti integranti
violazione da parte dei difensori dei doveri di lealt e di proibit, sia la violazione del
disposto dell'art. 106 comma 4-bis, concernente il divieto, per uno stesso difensore, di
assumere la difesa di pi imputati che abbiano reso dichiarazioni accusatorie nei
confronti di altro imputato (infra, 42).
A seguito dell'abbandono della difesa da parte del difensore di fiducia dell'imputato si
determina una stasi processuale, finch non si proceda alla nomina di un nuovo
difensore di fiducia ovvero, in mancanza, alla nomina di un difensore d'ufficio.
Tutt'altro discorso invece nell'ipotesi di abbandono della difesa delle altre parti private,
della persona offesa e degli enti o associazioni di cui all'art. 91, in quanto non risulta
ostacolata l'immediata prosecuzione del procedimento (art. 105 comma 5).
Non bisogna per dimenticare che a seguito allabbandono del difensore tali soggetti,
ove non provvedono alla nuova nomina, perdono la possibilit di essere attivi in sede
processuale.
42. Incompatibilit, non accettazione, rinuncia e revoca del difensore.
Mancando una definizione legislative del concetto di incompatibilit, ci si pu
utilmente rifare allelaborazione giurisprudenziale, dalla quale emerge che
condizione indispensabile l'inconciliabilit e non la semplice diversit delle
posizioni degli imputati, nel senso che l'uno deve avere interesse a sostenere tesi
pregiudizievoli all'altro.
Com' ovvio, pu aversi una spontanea rimozione dell'incompatibilit qualora
l'imputato o gli imputati interessati revochino la nomina del difensore oppure
quest'ultimo, uniformandosi ad un basilare canone deontologico, rinunci alla difesa.
Nell'ipotesi in cui ci non avvenga, previsto un intervento del giudice in base al
quale viene fissato un termine per la sua rimozione da parte dei diretti interessati (art.
106 commi 2 e 4).
L'extrema ratio, costituita da un'ordinanza del giudice con la quale viene dichiarata
l'incompatibilit e sentite le parti interessate, si procede alle necessarie designazioni
dei difensori d'ufficio (art. 106 comma 3).
Nel caso pi imputati, difesi da un unico difensore abbiano reso dichiarazioni
accusatorie nei confronti di un altro soggetto, imputato nello stesso procedimento o in
un procedimento connesso ai sensi dell'art. 12 o in un procedimento collegato ex art.
371 c.2 lett. b.. Il divieto viene in gioco non gi per non pregiudicare il diritto di difesa
di uno (o pi) degli imputati in conflitto di interessi, bens per non sacrificare il diritto
di difesa del soggetto accusato: sacrificio che, secondo il meccanismo previsto dall'art.
106 presuppone l'esistenza di un difensore di fiducia.
Lo stesso si deve dire per le ipotesi di non accettazione, rinuncia e revoca del
difensore (art. 107).
Mentre nel caso di revoca il soggetto agente l'assistito, la non accettazione e la
rinuncia sono iniziative da ricondurre al difensore. Questi ultimi si configurano come
atti alternativi (essendo ipotizzabile la rinuncia solo se in precedenza vi stata
l'accettazione della proposta di nomina) che, al pari della revoca, non necessitano di
una motivazione.
Un profilo importante quello che concerne il momento in cui si incominciano a

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produrre i relativi effetti.


Mentre la prima ha effetto dal momento in cui perviene la relativa comunicazione
all'autorit procedente (art. 107 comma 2), con l'eventualit di possibili vuoti di
copertura difensiva medio tempore, le seconde sono prive di effetto fino a che la parte
non risulti assistita da un nuovo difensore (art. 107 comma 4). Anzi, se ai fini di una
difesa informata il nuovo difensore si avvale ex art. 108 del diritto di ottenere un
termine a difesa, la rinuncia e la revoca diventano efficaci solo a partire dalla sua
scadenza.
Il difensore ha diritto ad un termine che, di regola, non pu essere inferiore a sette
giorni (art. 108 c.1). Si pu scendere al di sotto di tale termine, fermo restando il
limite minimo invalicabile delle ventiquattro ore solo se ricorre una delle tre situazioni
considerate nel 2" comma del nuovo art. 108: se vi il consenso dell'imputato o del
suo difensore (in caso di divergenza, trover applicazione il criterio di cui all'art. 99 c.
2); se vi sono specifiche esigenze processuali che possono determinare la
scarcerazione dell'imputato; se ricorrono specifiche esigenze processuali che possono
determinare la prescrizione del reato.
43. Gli ausiliari del giudice.
Affiancano il giudice o il pubblico ministero svolgendo compiti di vario genere,
accomunabili, peraltro, in virt del loro carattere strumentale rispetto alla funzione
della figura cui ineriscono. Pur potendosi attribuire la qualifica di ausiliare in senso lato
a chi collabori, anche in via precaria (art. 259) per ausiliare in senso stretto si deve
intendere il coadiutore istituzionale, quello, cio, la cui presenza contrassegnata dai
connotati della continuit e della ordinariet.
Con pi specifico riferimento alle funzioni del cancelliere, merita di essere anzitutto
citato l'art. 126, in cui si prescrive la sua assistenza a tutti gli atti posti in essere dal
giudice. Non meno importante l'attivit di documentazione. Tra gli ulteriori compiti
vanno segnalati: l'autenticazione di atti (art. 110 c. 3, art. 39 disp. att.) e dei
provvedimenti emessi dal giudice (art. 292 c.2-bis, art. 429 c. 1 lett. g, art. 460 c.1
lett. h), la custodia delle cose sequestrate (art.258), il rilascio di copie (art. 116), la
notificazione dell'atto di impugnazione (art. 584).
Anche presso l'ufficio del pubblico ministero, e, pi precisamente, nell'ambito della sua
segreteria, opera un ausiliario che svolge funzioni analoghe a quelle del cancelliere.
Quanto all'ufficiale giudiziario, premesso che la sua principale funzione quella di
curare l'esecuzione delle notificazioni, ne consegue che svolge un'attivit ausiliaria nei
confronti sia del giudice (art. 148 c.1), sia del pubblico ministero (art. 151).
Al medesimo sono attribuiti anche compiti funzionali al corretto svolgimento
dell'udienza.
Al pari dell'ufficiale giudiziario, anche il direttore dell'istituto penitenziario opera come
ausiliario sia del giudice che del pubblico ministero, essendo tenuto a ricevere e ad
inoltrare immediatamente, dopo aver proceduto alla loro iscrizione in apposito
registro, l'atto di impugnazione e gli altri atti contenenti dichiarazioni e richieste
destinate all'autorit giudiziaria, che gli vengano presentati dal soggetto detenuto o
internato (art. 123 comma 1 e art. 44 disp. att.).

Capitolo II: Atti.


1. Premessa.
Si tratta di definire l'atto processuale penale, in assenza di una esplicita definizione legislativa.
Sul piano soggettivo, sono tali quelli posti in essere dai soggetti del procedimento.
Sul piano oggettivo, secondo l'opinione in passato prevalente, due sarebbero le caratteristiche essenziali
dell'atto processuale penale: la sua attitudine a produrre effetti giuridici dotati di rilevanza processuale penale
ed il suo realizzarsi nel contesto del processo penale, ossia all'interno di una fattispecie a formazione
progressiva. Una simile impostazione, per, non appare pi oggi accoglibile stante la scelta del codice di

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definire due distinte sequenze denominate, rispettivamente, procedimento e processo, la prima delle
quali pi ampia e comprensiva della seconda. Lo spartiacque tra i due concetti si ritrova nel compimento, da
parte del pubblico ministero, di uno dei vari possibili atti di esercizio dell'azione penale, che il legislatore si
preoccupa di tipicizzare nell'art. 405, con riguardo sia al processo ordinario sia ai processi speciali. Ci che
precede l'esercizio dell'azione penale - e, dunque, l'intera fase delle indagini preliminari - compone gi la
sequenza degli atti del procedimento, mentre ci che segue fa parte anche del processo.
Nella fase delle indagini preliminari difetta un giudice investito del procedimento in senso proprio.
Solo nel contesto del processo opera un giudice investito della pienezza delle proprie funzioni giurisdizionali
ed abilitato, pertanto, a pronunciare sentenze.
Restano da individuare l'atto iniziale e quello finale del procedimento medesimo, ai fini dell'applicabilit
delle norme di cui agli artt. 109 ss.
Circa la questione del momento iniziale, sembra fuori discussione che gli atti posti in essere prima che la
notizia di reato sia venuta ad esistenza non possano mai costituire atti del procedimento.
Il primo atto del procedimento con quello immediatamente successivo alla ricezione della notizia di reato da
parte della polizia giudiziaria o del pubblico ministero istituito presso il tribunale o la pretura. Ne segue che
gli atti nei quali la notizia medesima si sostanzia (denuncia, referto, come pure querela, istanza o richiesta,
allorquando rivestano una siffatta attitudine) si collocano al di fuori della sequenza del procedimento penale.
Da qui, ad esempio, l'inoperativit delle prescrizioni circa l'uso della lingua italiana nella loro redazione.
Per le notizie apprese di propria iniziativa dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero appare inevitabile
introdurre una distinzione capace di tener conto del fatto che in simili casi la notizia di reato non trova mai
consacrazione originaria in un atto tipico.
Se la notizia stata acquisita dal pubblico ministero, poich scatta l'immediato obbligo di iscriverla
nell'apposito registro (art. 335 comma 1), da tale iscrizione che ha inizio il procedimento.
Il primo atto del procedimento sar costituito da quello cronologicamente anteriore tra gli atti compiuti dopo
l'acquisizione della notizia di reato.
Anche per l'individuazione dell'atto finale occorre distinguere. Se le indagini preliminari sfociano in un
provvedimento di archiviazione, questo sar lultimo atto del procedimento. Se, invece, l'azione penale
stata esercitata, l'art. 650 comma 2 individua nell'esecutivit il momento finale del processo relativamente
alle sentenze di non luogo a procedere, cos come l'art. 648 individua nella irrevocabilit il momento finale
relativamente alle sentenze pronunciate in giudizio ed al decreto penale di condanna.
Infine, debbono essere considerati a tutti gli effetti atti processuali penali quelli relativi al procedimento di
esecuzione ed al procedimento di sorveglianza. Non rileva, invero, la circostanza che entrambe le sequenze
siano poste in essere dopo il passaggio in giudicato della sentenza o del decreto di condanna.
2. La lingua degli atti.
Di regola, gli atti del procedimento sono compiuti in lingua italiana, che la lingua ufficiale, ma non si
prevedono sanzioni amministrative per chi, pur sapendo esprimersi in tale lingua, ne usi un'altra.
L'art. 109 comma 2 supera ogni disegno nazionalistico perch eleva, seppure in un ambito circoscritto al
territorio dove insediata una minoranza linguistica riconosciuta, altre lingue al rango di lingue del
procedimento, accanto e alla pari di quella italiana. L'operazione assicura al cittadino appartenente ad una
minoranza linguistica riconosciuta il diritto di impiegare nei rapporti con l'autorit giudiziaria la propria
madrelingua, a prescindere dal suo livello di conoscenza della lingua italiana.
Ci vale si badi non solo per l'imputato e le altre parti private, ma, pure, per i testimoni, i periti, i
consulenti tecnici e quanti altri vengono in contatto con il procedimento penale Tuttavia, per i primi, stante
l'intensit della tutela approntata, il diritto alla difesa personale (dal punto di vista delle capacit di
comprendere e di comunicare della parte) risulta assorbito in quello dell'uso della lingua minoritaria. Al di l
della sfera di operativit dell'art. 109 comma 2, per il cittadino italiano alloglotto che non conosca la lingua
italiana operano le regole dettate dalla normativa sulle traduzioni (infra, 18).
L'uso di una lingua diversa da quella italiana subordinato alla sussistenza di una serie. di requisiti. Il primo
che si tratti di una lingua di cui una legge, (anche regionale) riconosce la qualit di lingua minoritaria.
Il secondo requisito circoscrive la tutela ai soli procedimenti che si svolgano davanti ad un'autorit avente
competenza di primo o secondo grado sul territorio dove, ancorch in parte, insediata la minoranza
linguistica.
Il terzo requisito si risolve nell'onere del soggetto alloglotto di richiedere sempre l'uso della lingua
minoritaria, ma l'opzione, espressa in forma scritta od orale, revocabile.
La tipologia delle nullit conseguenti all'inosservanza delle regole cos poste (art. 109 comma 3) va
esaminata separatamente per ciascuno dei due primi commi. Quanto al 1 comma, non v' motivo per

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discostarsi dall'orientamento giurisprudenziale affermatosi in passato: in ogni caso si tratter di una nullit
relativa. Il medesimo assunto sembra non valere per le nullit scaturenti dalla violazione del 2 comma: se
essa riguarda una parte privata, messa in gioco l'inosservanza di una disposizione relativa al suo intervento,
sicch l'assorbimento della tutela linguistica in quella del diritto di difesa comporta, di regola,
l'inquadramento tra le nullit a regime intermedio (art. 180). Ma non da escludere il verificarsi di una
nullit assoluta allorch si tratti di citazione dell'imputato (art. 179 comma 1).
L'autorit giudiziaria, nell'indicare il difensore d'ufficio o designarne il sostituto ai sensi dell'art,97 comma
4, deve tener conto dell'appartenenza etnica o linguistica dell'imputato.
Essendo la lingua nient'altro che uno strumento di comunicazione, accanto all'art. 109 pu situarsi l'art. 119,
relativo alla partecipazione del sordo, del muto o del sordomuto agli atti del procedimento. Tutte le volte in
cui un soggetto in tali condizioni voglia o debba fare dichiarazioni espressione volutamente lata cos da
ricomprendere anche atti non qualificabili come interrogatori od esami sono previste particolari modalit di
comunicazione che si avvalgono della parola o dello scritto. In ipotesi del genere, anche indipendentemente
dalla circostanza che la persona in discorso non sappia leggere o scrivere, l'autorit procedente provvede a
nominargli uno o pi interpreti scelti di preferenza fra le persone abituate a trattare con lui. A favore del
sordo, del muto o del sordomuto imputati, stanti le regole generali fissate dall'art. 144, non potrebbe prestare
l'ufficio di interprete il prossimo congiunto, trattandosi di soggetto che usufruisce della facolt di astenersi:
proprio al fine di evitare che un tal genere di imputato non possa giovarsi dell'ausilio di chi,
presumibilmente, persona abituata a trattare con lui, l'art. 144 lett. d introduce un'apposita deroga al divieto.
3. La sottoscrizione e la data.
Permane l'interdizione all'impiego di mezzi meccanici (ad esempio, la dattilografia) oppure di segni diversi
dalla scrittura (ad esempio, la stampigliatura a timbro), equiparati ad una mancata sottoscrizione: in tal senso
va intesa la comminatoria di invalidit contenuta nell'art. 110 comma 2.
Talora il codice impone che gli atti dei soggetti privati siano muniti di un'attestazione relativa all'autenticit
della firma.
Sono ora abilitati ad autenticare la sottoscrizione di atti, oltre al funzionario di cancelleria, il notaio, il
difensore, il sindaco un funzionario delegato dal sindaco, il segretario comunale, il giudice conciliatore, il
presidente del consiglio dell'ordine forense o un consigliere da lui delegato. Naturalmente, il significato
dell'intero discorso sta tutto nelle pur ridotte comminatorie di invalidit, sia nella specie dell'inammissibilit
(art. 78 comma l) sia nella specie della nullit relativa (artt. 142, 171 lett. c e g, e 546 comma 3), talora
rilevabile anche d'ufficio (art. 292 comma 2 lett. e), peri casi di mancata sottoscrizione dell'atto. Da un
punto di vista generale, pu dirsi che la sottoscrizione illeggibile non produce nullit allorch la provenienza
dell'atto, sia ricavabile aliunde.
Premesso che nel linguaggio del codice la data resta comprensiva pure del luogo di formazione dell'atto (c.d.
data topica), di regola sufficiente, accanto all'indicazione spaziale, quella temporale sotto forma di
menzione del giorno del mese e dell'anno (art. 111); talvolta prevista anche l'indicazione (artt. 136 comma
1, 386 comma 3, 480 comma 1, nonch un 59 e 115 comma 1 disp. att.).
Per espresso disposto dell'art. 111 comma 2, l'invalidit sussiste solo nell'ipotesi cui la data non possa
stabilirsi con certezza sulla base di elementi tratti dall'atto medesimo o da atti a questo connessi.
Se la documentazione di un'atto, per qualsiasi causa stata distrutta, smarrita o sottratta, n possibile
ricuperarla, ma di tale atto occorre tuttavia fare uso, il codice prevede l'impiego di pi rimedi, collocati
secondo un ordine successivo che tiene conto della rispettiva complessit.
Il pi semplice (art. 112) si risolve nella surrogazione all'originale di una copia autentica.
Se non possibile procedere alla surrogazione, soccorre l'istituto della ricostituzione.
Nell'intento di rafforzare i poteri del giudice rispetto alle lacune degli atti, l'art. 113 consente un'iniziativa ex
officio, ma non indica l'organo incaricato a provvedere. Al pari di quanto dottrina e giurisprudenza hanno
sostenuto in passato, tale organo si individua nel giudice avanti al quale pende il procedimento o nel giudice
dell'esecuzione.
Data la sua natura antieconomica, la rinnovazione dell'atto mancante configurata dall'art. 113 comma 3
alla stregua di un'extrema ratio. Previo un giudizio di necessit e di possibilit, essa e disposta con ordinanza
- da ritenersi inoppugnabile, ma non irrevocabile - che ne prescrive le modalit, non anche le forme, essendo
queste predeterminate dalla legge.
4. Il divieto di pubblicazione.
L'art. 114 assegna una limitata durata al divieto incondizionato di pubblicazione, ma, nel contempo, prevede
numerosi, temporanei divieti, tra cui quelli derivanti dalla flessibilit dell'obbligo del segreto ex art. 329.

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Dalla lettura del 1 e del 7 comma dell'art. 114 si ricava come il legislatore abbia concepito due tipi di
divieto di pubblicazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo.
Il primo concerne la riproduzione totale o parziale dell'atto.
Il secondo riguarda la pubblicazione di quanto l'atto esprime dal punto di vista concettuale, sicch rileva la
pubblicazione fatta anche solo in modo riassuntivo o meramente informative.
Essendo la pubblicazione una modalit di rivelazione, l'art. 114 comma 1 correla la disciplina del divieto di
pubblicazione anzitutto agli atti coperti dal segreto. Qui il divieto suona assoluto, investendo sia la
riproduzione pubblica dell'atto, parziale o totale, sia il contenuto dell'atto, nel senso sopra detto. Dato che la
sfera del segreto determinata in rapporto alla conoscenza (legittima) che la persona sottoposta alle indagini
possa avere degli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria (art. 329 comma
1), il divieto di pubblicazione in discorso opera per tutta la durata delle indagini preliminari, finch restano
ignoti i potenziali autori del reato.
Dal momento nel quale individuata la persona sottoposta alle indagini, il divieto si modella in funzione del
regime di conoscenza di ogni singolo atto.
Tale divieto viene meno con i depositi previsti dagli artt. 366 (per gli atti ai quali avrebbero avuto diritto di
assistere i difensori), 409 c. 2 (nel caso di richiesta di archiviazione seguita da fissazione dell'udienza in
camera di consiglio) e 415-bis c.2 (nel caso in cui il pubblico ministero intenda richiede-re il rinvio a
giudizio). Tuttavia, esistono atti, come l'informazione di garanzia, che non rientrando nell'ambito degli atti
di indagine cui allude l'art. 329 c. 1 sorgono senza il presidio del divieto assoluto di pubblicazione ex art.
114 comma 1.
L'area del divieto di pubblicazione subisce, poi, una concreta variazione per effetto dei decreti motivati del
pubblico ministero relativi alla desegretazione, ovvero alla segretazione di singoli atti.
La durata dei divieti modulata con riguardo alla funzione dell'atto.
Se non si procede a dibattimento, l'art. 114 comma 2 fa cadere il divieto in discorso o con la conclusione
delle indagini preliminari o con il termine dell'udienza preliminare.
Se, invece, si procede a dibattimento, necessario distinguere tre categorie di atti. Gli atti che all'epilogo del
dibattimento risultavano inseriti nel relativo fascicolo, senza che ne fosse stata data lettura in udienza, erano
oggetto di un divieto di pubblicazione destinato a cadere con la pronuncia della sentenza di primo grado. Una
declaratoria di illegittimit ha accorciato la durata del divieto: ora gli atti inseriti nel fascicolo per il
dibattimento sono pubblicabili sin dalla relativa formazione (art. 431).
Se, per, l'atto viene trasferito dal fascicolo per il dibattimento a quello del pubblico ministero, essendosi
accolta la relativa questione preliminare sollevata ex art. 491, il divieto di pubblicazione non pu che
ripristinarsi automaticamente, e lo stesso vale nel caso in cui l'atto sia poi letto in una porzione di
dibattimento tenuto a porte chiuse. Gli atti che, terminato il dibattimento, risultano, invece, collocati nel
fascicolo del pubblico ministero, sono pubblicabili solo dopo la pronuncia della sentenza di secondo grado.
Sono, tuttavia, immediatamente pubblicabili gli atti gi posti in quest'ultimo fascicolo, in quanto siano stati
utilizzati per le contestazioni.
La diversa estensione e la tipologia dei divieti posti dall'art. 114 commi 2 e 3 svelano gli interessi per tale
via tutelati. Nella prima si coglie essenzialmente l'intento di preservare la neutralit psicologica del giudice.
Per gli atti compiuti in sede di udienza dibattimentale la regola desumibile dal regime dell'atto e la libera
pubblicazione: eccezioni sono introdotte solo per il dibattimento tenuto a porte chiuse.
Lo stesso 4 comma ed il 5 dell'art. 114 introducono, poi, due divieti di pubblicazione di un atto o di una sua
parte, che si caratterizzano per essere disposti dal giudice sentite le parti. Il primo concerne gli atti gi
utilizzati per le contestazioni, allorch sia scattato il divieto di pubblicazione degli atti del dibattimento,
essendosi quest'ultimo svolto a porte chiuse. Il secondo divieto investe la riproduzione pubblica, anche
parziale, degli atti non segreti dei procedimenti speciali privi della fase dibattimentale, che sarebbero risultati
di per s pubblicabili con la chiusura delle indagini preliminari o al termine dell'udienza preliminare.
Nella pi ampia prospettiva della tutela della dignit della persona si colloca il comma 6-bis. Qui il divieto di
pubblicazione investe l'immagine di chi si trovi sottoposto a restrizione della libert personale.
L'esigenza di impedire la pubblicazione di dati che potrebbero cagionare pregiudizio alla personalit del
minore, perch ne consentirebbero l'identificazione, soddisfatta dal 6 comma. Stante la sfera di
competenza del giudice non specializzato, il divieto si riferisce alla sola pubblicazione delle generalit o
dell'immagine del minore che assuma la qualit di testimone, persona offesa o danneggiato.
Successivamente all'entrata in vigore del codice, e stato poi introdotto l'art. 734-bis c.p. che prevede una
fattispecie contravvenzionale per chi divulghi, senza il suo consenso, le generalit o l'immagine di persona
offesa da atti di violenza sessuale.

48

L'art. 115 ha, perci, ripiegato sulla previsione di un apposito titolo di responsabilit disciplinare a carico
degli impiegati dello Stato o di altri enti pubblici, ovvero degli esercenti una professione per la quale
richiesta una speciale abilitazione dello Stato.
Di regolala sanzione disciplinare destinata a concorrere con quella penale, del resto superfluamente fatta
salva. Vi sono, tuttavia, ipotesi in cui la prima assume carattere esclusivo, data l'irrilevanza penale dei divieti
di pubblicazione conseguenti ad un ordine di segretazione impartito dal pubblico ministero o dal giudice.
La norma sanzionatoria l'art. 684 c.p. pone, infatti, una riserva assoluta di legge.
5. La circolazione di copie e di informazioni.
La circolazione di atti e di informazioni sul procedimento disciplinata dagli artt. 116, 117 e 118 in ragione
dei soggetti legittimati ad ottenerli.
La prima disposizione afferma, come principio generale, che chiunque vi abbia interesse pu ottenere, a
proprie spese, il rilascio di copie, estratti o certificati di singoli atti, ivi compresi, pertanto, quelli incorporati
su supporti non cartacei.
Tale rilascio non pu essere ottenuto allorch si tratti di atti ancora coperti dal segreto sulle indagini o
divenuti oggetto di un decreto di segretazione (art. 329). Nessuno ostacolo discende, invece, dall'esistenza di
un mero divieto di pubblicazione sganciato da un sottostante segreto. Tuttavia, per giurisprudenza
consolidata, il diniego dell'autorizzazione non impugna-bile, neppure tramite ricorso per cassazione ex art.
111 Cost., poich si tratta non di un provvedimento giurisdizionale, ma di un atto amministrativo
ampiamente discrezionale.
L'art. 43 disp. att. esplicita, poi, che nessuna autorizzazione dovuta nei casi in cui riconosciuto
espressamente al richiedente il diritto al rilascio di copie, estratti o certificati di atti. Ci vale, nei confronti
della generalit delle sentenze in quanto emanate in nome del popolo (art. 101 comma 1 Cost.).
Ai sensi dell'art. 116 comma 3-bis, introdotto dall'art. 2 comma l" I. 7 dicembre 2000, n. 397, il difensore (o
un suo sostituto) che presenti all'autorit giudiziaria atti o documenti ha diritto al rilascio di attestazione
dell'avvenuto deposito. Stando ai primi interpreti meglio, alla maggior parte di essi la norma si porrebbe
in stretto rapporto con la formazione del fascicolo difensivo e, in particolare con l'esigenza di individuare
con certezza la data del deposito allorquando il giudice non abbia tenuto conto del contenuto del fascicolo
difensivo.
Per quanto riguarda l'attivit investigativa, la trasmissione di informazioni svolge un compito essenziale
all'interno di un sistema che ha inteso ridimensionare l'ambito del processo cumulativo (art. 12).
Bench la stessa autorit giudiziaria procedente possa disporre, di propria iniziativa, la trasmissione, ai sensi
dell'art. 117, organo legittimato a presentare la richiesta unicamente il pubblico ministero che procede,
donde lesclusione di organi delegate.
La circolazione di copie e di informazioni trover, pertanto, spazio quando manchino i presupposti del
coordinamento informativo ed investigativo, ovvero vi sia dissenso tra gli uffici del pubblico ministero sulla
gestione delle indagini, a meno che si tratti di procedimenti per reati di criminalit organizzata (artt. 118-bis
comma 3 disp. att. e 371-bis) il che preclude un coordinamento che l'art. 371 vuole spontaneo o
quando le indagini non risultino collegate nonostante l'ampiezza dei parametri fissati in materia dal
legislatore o, ancora, quando l'altro procedimento non si trovi pi nella fase delle indagini preliminari.
Verificate senza ritardo la propria competenza e quella dell'organo da cui proviene la motivata richiesta,
l'autorit giudiziaria versa in un'alternativa secca: rigettarla od accoglierla. La prima soluzione sar adottata,
oltre che per ragioni di ordine rituale, per la riconosciuta esigenza di preservare il segreto di cui all'art. 329.
L'obbligo di motivare congrua-mente il rigetto non comunque sanzionato dalla legge processuale.
Naturalmente, resta sempre aperta la strada di rinnovare la richiesta.
Anche per quanto concerne l'utilizzabilit delle copie di atti o delle in-formazioni trasmesse, l'attenzione si
focalizza nell'art. 117. Qui il legislatore ha specificato che la trasmissione vale solo per il compimento delle
indagini da parte del pubblico ministero. Escluso ogni impiego in chiave probatoria.
Un'ulteriore penetrazione nella sfera del segreto investigativo proviene poi dal potere conferito dall'art. 117
comma 2-bis al procuratore nazionale antimafia.
6. Memorie, richieste e dichiarazioni delle parti.
Gli artt. 121, 122 e 123 concernono alcuni poteri accordati alle parti ivi compreso il pubblico ministero
ed alcune modalit di esercizio di altri poteri non necessariamente propri delle parti.
Tali soggetti usufruiscono del potere di presentare memorie o richieste scritte al giudice in ogni stato e grado
del procedimento.
Non sussiste, in effetti, un obbligo generale di comunicare le richieste e le memorie alle altre parti.

49

Avuto riguardo alle sole richieste, l'art. 121 c. 2 impone al giudice di provvedere entro il termine massimo di
15 giorni.
Disposizioni speciali stabiliscono poi termini pi brevi (artt. 299 comma 3, 398 comma 1, 418 comma 1 e
455). Naturalmente, l'obbligo scatta solo in dipendenza di una richiesta ritualmente formulata.
L'imputato detenuto o internato ha facolt di presentare impugnazioni dichiarazioni (ivi compresa la nomina
del difensore di fiducia) o richieste con atto ricevuto dal direttore dell'istituto. Esse, dopo l'iscrizione
nell'apposito registro, sono comunicate all'autorit competente immediatamente, ed hanno efficacia come se
fossero ricevute direttamente dall'autorit giudiziaria (art. 123 c. in altre parole, risulta neutralizzato il tempo
per l'inoltro dell'atto).
L'imputato custodito fuori dell'istituto usufruisce delle medesime facolt: l'atto e in tal caso ricevuto da un
ufficiale di polizia giudiziaria.
Le impugnazioni, le richieste e le altre dichiarazioni sono comunicate nel giorno stesso o al pi tardi in
quello successivo all'autorit giudiziaria competente mediante estratto, copia autentica o raccomandata, ma,
nei casi di speciale urgenza, dato avvalersi di strumenti pi celeri, come il telegramma confermato da
lettera raccomandata o di altri mezzi tecnici idonei.
7. La garanzia della legalit.
Le norme contenute negli artt. 120 e 124 sono accostabili, in sede espositiva, per la comune garanzia di
legalit che mirano a realizzare tramite strumenti diversi.
L'intervento del testimone ad atti del procedimento (c.d. testimonianza impropria, oppure ad acta) si
giustifica, anzitutto, per assicurare la regolare effettuazione dell'atto e precostituire, a tal fine, una fonte di
prova personale distinta ed aggiuntiva rispetto al relativo verbale. Si tenga presente come il codice espliciti
che sono oggetto di prova pure i fatti dai quali dipende l'applicazione di norme processuali (art. 187 comma
2) e collochi il testimone ad atti del procedimento tra coloro che sottoscrivono il verbale (art. 137 comma
1). Ci spiega perch l'art. 120 si preoccupi di enunciare tassativamente le cause di incapacit,
distinguendole tra naturali e giuridiche (c.d. morali).
Se l'imputato o le altre parti private non sono state avvisate della facolt loro accordata o ne stato loro
precluso l'esercizio, si verifica una nullit a regime intermedio (art. 180); se, invece, le stesse ipotesi si
concretano nei riguardi un altro soggetto, si resta nell'ambito della mera irregolarit.
Pure l'obbligo posto dall'art. 124 mira a tutelare il valore della legalit nel procedimento. La norma adempie,
infatti, un'importante funzione di chiusura che non pu essere pretermessa all'interno di un sistema che
accoglie il principio di tassativit delle nullit (infra, 29). Indipendente, pertanto, dalla comminatoria di
forme sanzionatorie endoprocessuali, le norme del codice debbono essere osservate dai magistrati, dai
cancellieri, dagli altri organi ausiliari del giudice (e del pubblico ministero).
8. Le forme dei provvedimenti.
Il codice contrappone gli atti compiuti nel procedimento, inteso come fase delle indagini preliminari, a quelli
posti in essere nel contesto del processo. I primi sarebbero caratterizzati da forme libere.
I secondi si atteggerebbero sulla base di forme vincolate (o tassative, ovvero tipiche) in quanto non
ammettono equivalenti (es.: art. 361 e artt. 213-217): qui non solo la forma intesa come struttura dell'atto
risulta minuziosamente prescritta, ma su questa stessa struttura si riverbera anche la forma intesa quale
modalit della documentazione (infra, 14).
Da qui un irrigidimento delle forme che anticipa quelle prescritte per i corrispondenti atti probatori del
giudizio. Valga, per tutti, l'esempio delle informazioni che il pubblico ministero assume dalle persone che
possono riferire circostanze utili ai fini delle indagini, assoggettate a forme analoghe a quelle della
testimonianza (artt. 362 e 373 comma l lett. d).
L'art. 125 segue la tradizione col prevedere tre modelli: sentenza, ordinanza, decreto.
Le sentenze si caratterizzano per l'idoneit a chiudere uno stato o un grado del procedimento, in quanto
contengono una decisione sulla regiudicanda; quale massima espressione dell'attivit giurisdizionale, esse
sono pronunciate in nome del popolo italiano. Numerose sono le classificazioni proposte in tema di sentenze
e di provvedimenti ad esse equiparabili. Guardando al contenuto decisorio, fondamentale la
contrapposizione tra sentenze di condanna e sentenze di proscioglimento. Le prime sono considerate dall'art.
533 (infra, cap. VII, 22) come uno degli esiti tipici del dibattimento, ma sentenze di condanna sono
pronunciabili anche al termine del giudizio abbreviato (art. 442 comma 2). Vale come sentenza di condanna
il decreto penale, mentre la sentenza che applica la pena su richiesta delle parti solo equiparata ad una
sentenza di condanna ex art 445 comma I (infra, cap. VI, 8).

50

Le sentenze di proscioglimento costituiscono una categoria assai ampia che include, anzitutto, le sentenze di
assoluzione pronunciate all'esito del dibattimento con le formule (indicate nel dispositivo) per cui: il fatto
non sussiste, l'imputato non l'ha commesso, il fatto non costituisce reato o non e previsto dalla legge come
reato, il reato e stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un'altra ragione (art. 530
comma 1). Le sentenze di assoluzione, allorch diventano irrevocabili, acquistano l'autorit di cosa
giudicata, godendo della particolare efficacia loro attribuita dall'art 652.
Dalle sentenze di assoluzione si distinguono tutte le altre sentenze di proscioglimento, in quanto non fornite
della particolare efficacia sopra accentrata.
Guardando alla progressione dell'iter, cadono sotto l'attenzione le sentenze di non luogo a procedere,
pronunciate, al termine dell'udienza preliminare, con le formule, tanto di merito che di rito, indicate nell'art.
425 comma 1. Esse, ove non siano pi soggette ad impugnazione, acquistano forza esecutiva (art. 650 c.
2), ma non godono dell'irrevocabilit potendo, a certe condizioni, essere revocate (infra, cap. V, 48).
Residuano, infine, le sentenze di non doversi procedere emesse nei re-stanti stati e gradi del procedimento.
Qui si collocano le sentenze predibattimentali pronunciate con le formule per cui l'azione penale non doveva
essere iniziata o non deve essere proseguita ovvero il reato e estinto (art. 469). le sentenze dibattimentali
fondate sulle stesse formule (artt. 529 e 531), nonch quelle pronunciate, sempre con le medesime formule,
al termine del giudizio abbreviato (art. 442 comma 1). In questa classe debbono, infine, essere annoverate
anche le sentenze che riconoscono non doversi procedere per l'esistenza di un segreto di Stato (artt. 202
comma 3 e 256 comma 3) ovvero di una violazione del divieto di bis in idem (art. 649 comma 2).
Trattandosi di sentenze meramente processuali esse non implicano, in quanto ci non appare necessario, un
completo approfondimento di merito: sicch, pur divenendo irrevocabili sono sempre prive di efficacia in
sede extrapenale.
Le sentenze c.d. dichiarative in quanto verificano l'esistenza di determinate fattispecie, caratterizzate per la
loro natura processuale, ma sfornite della portata liberatoria propria delle sentenze di non luogo a
procedere ,e di proscioglimento. Tali sono, ad esempio, le sentenze di annullamento e, soprattutto, le
sentenze che pronunciano sulla giurisdizione e sulla competenza. Queste due ultime, in particolare, non sono,
per definizione, impugnabili e, se pronunciate dalla Corte di cassazione, godono della particolare efficacia
loro decretata dall'art. 25 (retro, cap. I, 9). Si pensi, ancora, alle sentenze c.d. costitutive, in quanto esse
stesse creative di effetti giuridici. Tali sono, ad esempio, le sentenze emesse dal tribunale peri minorenni che
concedono il perdono giudiziale (art. 169 c.p.), le sentenze di riabilitazione (art. 683), nonch quelle che
riconoscono efficacia alle sentenze penali straniere (art. 730).
Altra distinzione quella tra sentenze di merito e sentenze processuali, posto che essa ricavata, in larga
misura, dall'efficacia della decisione in sede extrapenale.
Le ordinanze servono, invece, specie risolvendo le c.d. questioni incidentali, a governare l'andamento del
processo, pur essendovene alcune in grado, altres, di concluderlo, come quelle che dichiarano
l'inammissibilit dell'impugnazione (art. 591). Di regola, le ordinanze sono revocabili.
A sua volta il requisite dellinoppugnabilit, inteso alla stregua di un corollario della revocabilit, non e un
dato costante, soffrendo di diverse deroghe (artt. 41, 309, 318 e 586).
Dal canto loro, i decreti esprimono un comando dell'autorit procedente, assumendo, pertanto, natura
prevalentemente amministrativa. Essi sono assoggettati al regime della revoca.
I decreti, a differenza delle sentenze e delle ordinanze, non abbisognano, se non diversamente disposto
(artt. 117 c. 2, 118 c. 2, 127 c. 8, 409 c. 1 e 460 c. 1), di motivazione. Al tempo stesso, comminata (art.
125 comma 3) la nullit - relativa - per la mancanza di motivazione nelle sentenze, nelle ordinanze e, ove
prescritta, nei decreti, con l'intento di dare piena attuazione all'art. 111 comma 6 Cost..
Stando alla giurisprudenza prevalente, la motivazione per relationem - ossia quella che si riporti al contenuto
di un altro atto non causa di nullit tutte le volte in cui il secondo sia conosciuto o facilmente conosci-bile
dalla parte, ad esempio, per effetto del deposito in cancelleria.
La giurisprudenza ammette poi l'uso di moduli prestampati.
Nella prospettiva di una massima semplificazione, trova spazio, seppur residuale, la categoria dei
provvedimenti adottati senza formalit per-tanto innominati ed esternabili anche oralmente (art. 125
comma 6). Il pi cospicuo esempio della categoria lo forniscono i provvedimenti emessi dal presidente del
collegio (artt. 470 comma 1, 471 commi 4, 5 e 6 e 504).
L'art. 125 non si occupa solo delle forme dei provvedimenti (commi l, 2 e 30), ma anche della relativa
deliberazione in camera di consiglio, la quale si caratterizza per l'immediatezza rispetto alla chiusura della
trattazione, per l'immutabilit dei giudici rispetto alla trattazione medesima e per la continuit delle
operazioni. Dalla fase deliberativa escluso, per espresso divieto (comma 4 prima parte), unitamente alle
parti, l'ausiliario che, designato a norma dell'ordinamento, di regola assiste il giudice in tutti gli atti ai quali
procede, in conformit alla regola dettata dall'art. 126.

51

Nella seconda parte del 4 comma collocata, invece, l'espressa previsione del segreto sulla deliberazione,
penalmente tutelato dagli artt. 326 e 685 c.p.
Nel caso di provvedimenti collegiali e purch lo richieda un componente del collegio che non abbia
espresso voto conforme alla decisione, compilato sommario verbale contenente l'indicazione del
dissenziente, della questione o delle questi alle quali si riferisce il dissenso ed i motivi dello stesso,
succintamente esposti. Il verbale, redatto dal meno anziano tra i componenti togati del collegio e sottoscritto
da tutti gli altri, viene conservato, a cura del presidente, in plico sigillato presso la cancelleria dell'ufficio.
9. Il procedimento in camera di consiglio.
La costruzione operata dall'art. 127 di un modello valido per tutti i procedimenti che si svolgono in camera di
consiglio (c.d. rito camerale) adempie ad una duplice funzione: da un lato, realizza un'apprezzabile economia
legislative; dall'altro, assicura il contraddittorio tra le parti e, pi in generale, il diritto di difesa dei soggetti
interessati.
Al riguardo, si possono distinguere i numerosi casi, in merc di espresso riferimento all'art. 127, il rinvio a
tali forme integrale, da quelli rispetto ai quali la norma speciale introduce adattamenti talora piuttosto
sensibili. Il senso della deviazione rispetto al modello si apprezza guardando al modo di realizzazione del
contraddittorio. Una garanzia pi intensa (c.d. modello forte) vale nell'area dei procedimenti in cui imposta
la partecipazione necessaria del difensore della persona sottoposta alle indagini, dell'imputato o
dell'interessato, nonch del pubblico ministero. Vi si collocano l'udienza per l'incidente probatorio (art. 401
comma 1), l'udienza preliminare (art. 420 comma 1), comprensiva di quella susseguente all'innesto del
giudizio abbreviato (art. 441), l'udienza volta a consentire il proscioglimento prima del dibattimento (art.
469), l'udienza in camera di consiglio nel caso di rinnovazione dell'istruzione in grado d'appello (art. 599
comma 3), nonch le udienze dei procedimenti di esecuzione (artt. 666 comma 4 e 678 comma
1) e di estradizione passiva (art. 704 comma 2"). La sola indefettibile presenza del difensore (e non del
pubblico ministero) imposta per l'udienza di convalida dell'arresto in flagranza e del fermo di indiziato di
delitto (art. 391 comma 1).
Per contro, vi sono ipotesi in cui il contraddittorio assicurato ad un li-vello inferiore al modello offerto
dall'art. 127, assumendo una forma meramente cartolare (modello debole). Tali sono il procedimento con
cui il giudice autorizza senz'altro la proroga del termine delle indagini preliminari (art. 406 comma 4) o il
procedimento mediante il quale la corte di cassazione decide i ricorsi quando sussistano i
presupposti indicati dall'art. 611.
Al di l della questione se l'elenco dei procedimenti in camera di consiglio sia tassativo, certo che tale
procedimento non deve essere sempre adottato allorch il giudice assume una deliberazione in camera di
consiglio. E' lo stesso art. 127 a mettere in risalto l'esistenza di due categorie, quando contrappone, alle
forme da seguire allorch si deve procedere in camera di consiglio, l'adozione di un provvedimento anche
senza formalit procedura, come viene esplicitato nel 9 comma in ordine all'inammissibilit dell'atto
introduttivo del procedimento.
L'attuazione del contraddittorio scandita dall'obbligo, a pena di nullit, di dare avviso alle parti private
(nonch al pubblico ministero), alle altere persone interessate ed ai difensori avviso da notificarsi (o da
comunicarsi al pubblico ministero) almeno 10 giorni (da intendersi "liberi") prima della data fissata per
l'udienza e di provvedere a nominare un difensore d'ufficio all'imputato che ne sia privo.
Fino a cinque giorni prima dell'udienza possono presentarsi memorie in cancelleria.
Il verbale pu essere ora redatto tanto in forma integrale quanto in forma riassuntiva, ex art. 134, c. 2 (infra,
13).
Appena compiuti gli atti introduttivi, e, quindi, accertata la regolare costituzione delle parti (in cui non rileva,
stando alla giurisprudenza, il legittimo impedimento del difensore), nei procedimenti davanti ad organi
collegiali la relazione orale svolta da uno dei componenti il collegio, previa designazione del presidente, in
funzione della natura dialettica del procedimento (art. 45 disp. att.). Il pubblico ministero, gli altri destinatari
dell'avviso ed i difensori sono sentiti, a pena di nullit, se compaiono, donde si ricava che non prescritta la
partecipazione necessaria del pubblico ministero e del difensore della persona sottoposta alle indagini,
dell'imputato o dell'interessato, eccettuati i soli casi richiamati dianzi. L'interessato detenuto o internato in
luogo situato fuori della circoscrizione del giudice procedente, se ne fa richiesta, deve, sempre a pena di
nullit, essere sentito prima del giorno dell'udienza dal magistrato di sorveglianza del luogo in cui ristretto
(art. 127 commi 3 e 5).
Per il solo imputato o condannato se sussiste un legittimo impedimento, altro non resta che disporre, a pena
di nullit (art. 127 commi 4 e 5) il rinvio dell'udienza.
Si prevedono la forma del provvedimento finale (ordinanza, in genere), la sua comunicazione al pubblico
ministero e la correlativa notificazione alle parti private, alle persone interessate ed ai difensori, la

52

ricorribilit per cassazione, nonch l'esclusione dell'effetto sospensivo: impregiudicato, peraltro, il potere del
giudice di disporre diversamente con decreto motivato.
In ordine, invece, ai provvedimenti deliberati in camera di consiglio senza far luogo al procedimento
descritto, l'art. 127 comma 9 prende in considerazione unicamente quelli conseguenti all'inammissibilit
dell'atto introduttivo, le cui cause sono individuate, in linea generale, dall'art. 591.
Tramite il deposito, i provvedimenti emessi a seguito di procedimento in camera di consiglio o de plano
entrano a far parte dell'ordinamento. La disciplina stabilita dall'art. 128 eccettua tanto i provvedimenti emessi
nell'udienza preliminare, rispetto ai quali vale l'art. 424, quanto - naturalmente - quelli emessi nel
dibattimento, cui si riferisce l'art. 544.
Nell'ipotesi in cui il provvedimento sia suscettibile di impugnazione, l'avviso di deposito - nel quale
contenuto il solo dispositivo - dev'essere comunicato al pm e a tutti i titolari del diritto di impugnazione.
10. L'immediata declaratoria di cause di non punibilit e la correzione degli errori materiali.
L'immediata declaratoria di determinate cause di non punibilit e la procedura per la correzione di errori
materiali integrano entrambe manifestazioni di un potere di iniziativa ufficiosa conferito al giudice.
Estesa la gamma delle formule terminative considerate dall'art. 129 e disposte secondo un ordine di priorit
improntato alla tutela dell'innocenza dell'imputato: autonomia conferita, come in altri casi, alle formule per
cui il fatto non costituisce reato ovvero non previsto dalla legge come reato (per il rispettivo
significato, infra, cap. VII, 22). Nondimeno, il riferimento alla mancanza di una condizione di
procedibilit va interpretato in senso estensivo, cos da comprendervi anche la mancanza di una causa di
proseguibilit, come si evince dal richiamo effettuato dall'art. 68 all'art. 129 (retro, cap. I, 24). La stessa
conclusione vale, poi, per le ipotesi di violazione del divieto del bis in idem.
Poich nella fase delle indagini preliminari non esiste un giudice che proceda, si dovuto prevedere che la
immediata declaratoria operi solo nel contesto del processo e non anche nel momento anteriore di natura
preprocessuale. Nella fase delle indagini preliminari un compito equivalente svolto dall'istituto
dell'archiviazione: nei confronti delle formule in facto soccorre l'art. 408, dove disciplinata l'archiviazione
della notizia infondata, mentre nei confronti delle formule in iure opera l'art. 411, dove sono contemplate la
mancanza di una condizione di procedibilit, l'estinzione del reato o l'essere il fatto non previsto dalla legge
come reato.
L'art. 425 c.3abilita ora il giudice ad emettere sentenza di non luogo a procedere "anche quando gli elementi
acquisiti risultano insufficienti, contradditorio comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio".
Nei confronti dei procedimenti speciali, l'art. 444 comma 2 e l'art. 459 comma 3 esplicitano l'incidenza
dell'art 129, la cui concreta applica a impedisce l'accoglimento della richiesta, rispettivamente, di
applicazione della pena o di emissione del decreto penale.
Negli atti preliminari al dibattimento in base all'art. 469, ammessa la declaratoria con le sole formule
relative all'improcedibilit dell'azione ed all'estinzione del reato, sempre che per accertarne l'esistenza non
sia necessario procedere a dibattimento: diversamente, il giudizio prosegue (infra, cap. VII, 6).
Nei gradi di impugnazione, l'applicabilit ex officio dell'art. 129 comma 1 configura una deroga all'effetto
parzialmente devolutivo dell'appello (art. 597).- ed al carattere del giudizio (cassazione quale controllo di
legittimit vincolato ai motivi (art. 606), (infra cap. IX 22 e 32) In quest'ultima sede la declaratoria che il
fatto non e previsto dalla legge come reato, che il reato estinto o che, l'azione penale non doveva essere
iniziata o proseguita si risolve in un annullamento senza rinvio (art. 620 comma 1 let. a). Pure le formule
per cui il fatto non sussiste e l'imputato non lo ha commesso sono adottabili dalla corte di cassazione.
L'obbligo del proscioglimento nel merito, quando ne ricorrano gli estremi, anche in presenza di una causa
estintiva del reato, cos come prescrive la legge delega (art. 2 n. 11), disciplinato nell'art. 129 comma 2,
con esclusivo riferimento alle sentenze di assoluzione o di non luogo a procedere. La norma contiene una
regola di giudizio, nel senso della prevalenza (c d. priorit) della formula di merito su quella estintiva,
ed una regola istruttoria, per cui tale prevalenza deve risultare evidente dagli atti.
Per le sentenze di assoluzione, la prevalenza del merito vale anche quando manca, insufficiente o
contraddittoria la prova che il fatto sussista o che l'imputato l'abbia commesso, che il fatto costituisca reato o
che il reato sia stato commesso da persona non imputabile (art. 530 c. 2). Per le sentenze di non luogo a
procedere, dovrebbe ormai valere la stessa conclusione (infra, cap. V, 45), alla luce del nuovo testo dell'art.
425.
Nel dibattimento, si delinea un contrasto tra la regola di giudizio improntata al riconoscimento dell'innocenza
dell'imputato e la regola istruttoria in tema di evidenza ex actis tutte le volte in cui l'imputato voglia
esercitare il suo diritto alla prova.
Poich il giudice, di fronte alla causa estintiva, altro non potrebbe fare che dichiararla, l'imputato si vedrebbe
sottratta la possibilit di ottenere, tramite l'acquisizione probatoria dibattimentale, la pronuncia di una

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formula assolutoria. Per chi ritenga l'art. 129 c. 2 applicabile in tale sede, residua, tuttavia, la considerazione
che l'imputato ha diritto a rinunciare all'amnistia sopravvenuta, nonch alla prescrizione nel frattempo
maturate.
Per quanto concerne il giudizio di cassazione da ritenere che possa pronunciarsi la formula di merito
allorquando il giudice di primo o di secondo grado abbia applicato una causa estintiva.
La correzione degli errori materiali (art. 130) mette riparo a deviazioni non gravi dell'atto dal suo schema
tipico (infra, 29). L'apposita procedura opera in presenza di tre presupposti. Anzitutto, ne sono oggetto
unicamente gli atti del giudice riportabili al modello delle sentenze, ordinanze e decreti; inoltre, all'errore
materiale (o all'omissione) non deve essere ricollegata una previsione di nullit. Stando ad un'opinione
corrente, l'errore si deve sostanziare in una difformit tra il pensiero del giudice e la sua formulazione (ossia
tra contenuto dell'atto e sua estrinsecazione), mentre l'omissione deve riguardare un comando che discenda,
in maniera pressoch automatica, dalla legge. Tuttavia vi sono casi, come l'omessa declaratoria sulla falsit
di un documento accertata con sentenza di condanna (art. 537 comma 1), non riparabili ex art. 130: il
rimedio consiste allora nell'impugnazione, anche autonoma, del relativo capo (art. 537 comma 3). Infine,
secondo una valutazione da effettuarsi in concreto, l'eliminazione dell'errore o dell'omissione non deve
comportare una modificazione essenziale dell'atto.
Competente a procedere anche d'ufficio alla correzione il giudice autore dell'atto, ma, quando sia stata
proposta impugnazione, tocca al giudice ad quem, salvo che dichiari inammissibile l'impugnazione stessa. Il
procedimento si svolge in camera di consiglio secondo le forme prescritte dall'art. 127.
L'ordinanza che dispone la correzione annotata poi sull'originale dell'atto.
Numerose sono le ipotesi alle quali resa esplicitamente applicabile la procedura in discorso (bench, talora,
riferita alla species della rettificazione). Ne segue che, per il principio di specialit, le severe condizioni poste
dall'art. 130 possono essere travalicate: cos in tema di erronea attribuzione delle generalit all'imputato (art.
66 comma 3); di omessa condanna alle spese (art. 535 comma 4); di correzione della sentenza se occorre
completare la motivazione ovvero se mancano o sono incompleti altri requisiti previsti dall'art. 546, escluse
la mancanza di motivazione, la mancanza o l'incompletezza del dispositivo, la mancata sottoscrizione del
giudice, trattandosi di cause di nullit (art. 547); di condanna di una persona in luogo di un'altra per errore di
nome.
Le Sezioni unite della Corte suprema hanno ritenuto che il procedimento di correzione degli errori materiali
operi pure nel giudizio di cassazione.
Rispetto alla correzione ex art. 30 assume una pi spiccata autonomia la rettificazione della sentenza
impugnata, a cui provvede la corte di cassazione in forza dell'art 619 (infra, cap. IX 38).
11. I poteri coercitivi.
I poteri coercitivi del giudice di cui si occupa l'art. 131 assumono natura tipicamente amministrativa (c.d.
polizia processuale).
Il giudice deve avvalersi, anzitutto, della polizia giudiziaria e, solo se quest'ultima non sia in grado di
provvedere, ricorrere alla forza pubblica.
L'accompagnamento coattivo: l'istituto in discorso si risolve in una restrizione della libert personale resa
necessaria dall'indispensabile acquisizione di un contributo probatorio, la relativa disciplina non poteva
trovar posto tra le misure coercitive personali perch oggetto di una rigida predeterminazione finalistica. Pu
essere adottato anche per reati di minima entit peri quali non consentita l'emissione di una
misura coercitiva personale (art. 280).
Al di l dell'ipotesi dell'art. 376, in cui l'accompagnamento disposto dal pubblico ministero, ancorch a
seguito di un'autorizzazione del giudice, per procedere ad atti di interrogatorio o confronto.
L'accompagnamento coattivo dovrebbe essere preceduto, a seconda dei casi, da un avviso notificato o da un
decreto di citazione rimasti senza effetto; suoi destinatari sono la persona sottoposta alle indagini, l'imputato
(tanto assente quanto contumace) e gli imputati in un procedimento connesso (artt. 210 c. 2 e 513 c. 2); suo
scopo l'assunzione di prove diverse dall'esame, eccezion fatta per l'esame di persona imputata in un
procedimento connesso.
Il decreto motivato di accompagnamento atto dall'efficacia temporale predeterminata. La durata massima
pari a ventiquattro ore.
La formula dell'art. 133, concernente l'accompagnamento coattivo dei testimoni, periti, consulenti tecnici,
interpreti e dei custodi di cose sequestrate, contiene una specifica indicazione dei presupposti. I soggetti
indicati sono, infatti, passibili di accompagnamento solo se, regolarmente citati o convocati, omettano di
comparire nel luogo e nel tempo stabiliti senza addurre un legittimo impedimento: la medesima condizione
vale pure per l'accompagnamento coattivo disposto dal pubblico ministero (art. ;77 comma 2 lett. c). Data la
qualit rivestita, le persone in discorso possono essere condannate ad una sanzione pecuniaria, nonch alle

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spese causate dalla mancata comparizione, ma la condanna revocata con ordinanza ove il giudice ritenga
fondate le giustificazioni addotte in seguito dall'interessato (art. 47 disp. att.).
12. I princpi in materia di documentazione degli atti.
L'attivit volta alla documentazione pu definirsi come il meccanismo attraverso cui un atto viene inserito e
conservato nella sequenza procedimentale, affinch giudice e parti possano controllarne la regolarit ed
averne memoria ai fini delle decisioni che si dovranno adottare in primo grado e, soprattutto, nei giudizi di
impugnazione.
Bench di documentazione possa discorrersi a proposito di tutti gli atti processuali, l'espressione usata per
antonomasia per quelli la cui esternazione si realizza mediante dichiarazioni verbali e per quelli consistenti in
operazioni. Solo in tali casi, infatti, assume autonoma rilevanza, rispetto all'attivit volta a confezionare
l'atto, l'attivit intesa a documentarne l'avvenuta confezione. Il senso della linea distintiva si avverte gi sul
piano soggettivo considerando come l'autore dell'atto documentato non coincida di regola con l'autore
della documentazione.
L'attivit di documentazione produce come risultato un documento (rectius, un atto, secondo la terminologia
codicistica, in quanto riferito al medesimo procedimento) avente natura rappresentativa di un'entit distinta
dalla propria materialit, consistente in un supporto cartaceo, magnetico, etc.
Per gli atti del pm si rinvia alle modalit di quelli del giudice (art. 373 c. 2); per gli atti della polizia
giudiziaria il rinvio mediato, facendosi riferimento alla disciplina predisposta per quelli del pm (art. 357
c.3). Non solo, toccato pure modulare l'impianto della documentazione in rapporto alle caratteristiche di
ciascuna fase del procedimento: sono state cos introdotte disposizioni specifiche per l'incidente probatorio
(art. 401 c. 5 e 8), per l'udienza preliminare (art. 420 c.4), per l'udienza dibattimentale ordinaria (artt. 480483 e 510) e per quella davanti al tribunale in composizione monocratica (art. 559 comma 2).
13. Le modalit della documentazione.
L'art. 134, dedicato alle singole modalit di documentazione, rappresenta la chiave di volta che sorregge
l'intera costruzione della materia. Il 1 comma enuncia il principio generale per cui la documentazione degli
atti del giudice si effettua mediante verbale. La formula esclude, anzitutto, che per tali atti valga quella
modalit documentativa che si sostanzia nella semplice annotazione: essa praticabile solo per gli atti del
pubblico ministero o della polizia giudiziaria.
Per quanto concerne la documentazione delle indagini difensive, si tenga presente il rinvio operato alle
disposizioni qui esaminate (artt. 134-142) dell'art. 391-ter comma 3.
II codice non fornisce una definizione di verbale, ma una simile esigenza non assume carattere pressante
dal momento che al verbale non pi riconosciuta all'interno del processo penale quella fede privilegiata che
gli era conferita in passato perch suscettibile di essere superata solo tramite l'apposito incidente di falso.
Nell'udienza preliminare, di regola, il verbale redatto in forma riassuntiva, ma, su richiesta di parte, il
giudice dispone la riproduzione fonografica o audiovisiva ovvero la redazione del verbale con la stenotipia
(art. 420 c. 4). Nel dibattimento davanti al tribunale in composizione monocratica, l'adozione del verbale
riassuntivo rimessa, addirittura, alla concorde volont delle parti (art. 559 c. 2), sempre che il giudice non
ritenga necessaria la redazione in forma integrale.
Niente detto circa l'inosservanza delle disposizioni dettate in ordine alla forma documentativi prescritta,
sicch si deve escludere che ne derivi una qualche invalidit, salvo quanto prescritto dall'art. 141-bis.
Nell'elencare i mezzi di documentazione il codice pone sullo stesso piano la stenotipia o altro strumento
meccanico e, in posizione subordinata, la scrittura manuale.
L'art. 134 comma 3 ricollega come regola alla redazione del verbale in forma riassuntiva la riproduzione
fonografica. Il nesso cos creato tra forma e modo di documentazione non per indefettibile: l'art. 140,
infatti, vi apporta una vistosa eccezione (infra, 14).
Infine, l'art. 134 comma 4 prevede che se la modalit di documentazione gi considerate appaiono al giudice
insufficienti, pu essere aggiunta la riproduzione audiovisiva se assolutamente indispensabile.
Gli artt. 135, 136 e 137, applicabili quanto meno ai verbali redatti con la stenotipia o con altro mezzo
meccanico, ne disciplinano la redazione, il contenuto e la sottoscrizione. Nel redigere il verbale con tali
mezzi, l'ausiliario del giudice, se sfornito delle necessarie competenze, pu essere autorizzato a farsi assistere
sia da personale tecnico facente parte dell'amministrazione sia da personale esterno.
Il contenuto del verbale si sostanzia nei normali referenti topografici e cronologici, nonch nella menzione
della generalit delle persone intervenute e nell'indicazione delle cause, se conosciute, della mancata
presenza di coloro che sarebbero dovuti intervenire.
La formalit della sottoscrizione, previa lettura del verbale, disciplinata dall'art. 137, ove si prevede che la
firma (valida, stando alla giurisprudenza, anche con le sole iniziali del nome o con una sigla) sia apposta alla

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fine di ogni foglio da parte del pubblico ufficiale che l'ha redatto, dal giudice e dalle persone intervenute,
ancorch le operazioni non siano esaurite e vengano rinviate ad altro momento. Se taluno degli intervenuti
non vuole o non in grado di sottoscrivere, ne fatta menzione nel verbale indicandone i motivi: da qui la
conclusione che l'atto resta piena mente valido. La regola semplificata, dato il numero degli intervenienti,
per il verbale del dibattimento (art. 483) e per quello dell'incidente probatorio (art. 401 comma 5), nonch,
per ragioni tecniche, tutte le volte in cui impiegato uno strumento meccanico che non comporla l'immediata
impressione di caratteri comuni di scrittura (art. 50 comma 2 disp. att.).
14. Le trascrizioni e le riproduzioni.
I nastri impressi con i caratteri della stenotipia sono trascritti in caratteri comuni, ai sensi dell'art. 138, non
oltre il giorno successivo a quello in cui sono stati formati, ma la prescrizione risulta tecnologicamente
tardiva, stante la possibilit di procedere ormai ad una trascrizione simultanea mediante computer. Ad ogni
modo, il termine, non perentorio, derogato da un'espressa clausola di salvezza per il verbale del
dibattimento, che deve essere trascritto non oltre tre giorni dalla sua formazione (art. 483 comma 2).
Effettuate da personale tecnico anche estraneo all'amministrazione dello Stato, ma sempre sotto la direzione
dell'ausiliario del giudice, le riproduzioni fonografiche e audiovisive sono in seguito trascritte senza limiti
di tempo a cura del personale tecnico giudiziario.
Se le parti vi consentono, il giudice pu disporne l'omissione. Pur senza attribuire alle parti un potere
dispositivo sulla documentazione, si vuole realizzare una consistente economia ogniqualvolta le parti non
abbiano interesse alla trascrizione, come accade quando la sentenza non sia impugnata. Le registrazioni
fonografiche o audiovisive e le relative trascrizioni se effettuate sono poi accluse al fascicolo del
procedimento (art. 139 comma 6 e, per il dibattimento, art. 483 comma 3).
Dall'art. 139 comma 2 si ricava che, tutte le volte in cui effettuata la riproduzione fonografica, nel verbale
e indicato il momento di inizio o di cessazione delle operazioni di riproduzione.
In base l'art. 139 comma 3, se una parte della riproduzione, per qualsiasi causa, non abbia avuto esito o non
sia chiaramente intelligibile, fa prova il verbale redatto in forma riassuntiva.
L'art. 140 comma 2 stabilisce, poi, che, se redatto solo il verbale in forma riassuntiva, al giudice spetta uno
specifico obbligo di vigilare affinch sia riprodotta nell'originaria genuina espressione la parte essenziale
delle dichiarazioni e siano descritte le circostanze nelle quali esse sono rese, sempre che ci serva a
valutarne la credibilit. Nella prassi, lo stesso giudice ad intervenire nella redazione, dettando all'ausiliario
il riassunto delle dichiarazioni rese davanti a lui.
Le cause di nullit (relativa) del verbale sono ridotte dall'art. 142 all'incertezza assoluta sulle persone
intervenute ed alla mancata sottoscrizione da parte del pubblico ufficiale che ha redatto il verbale.
Essendo il verbale un atto del procedimento, pure l'inosservanza delle prescrizioni dettate dall'art. 109 commi
I e 2 produce nullit. La clausola di salvezza posta nell'art. 142 va riferita alla disciplina delle ricognizioni,
da cui si apprende che la mancata menzione nel verbale di determinati adempimenti e dichiarazioni (art. 213
commi 2 e 3), nonch delle relative modalit di svolgimento (artt. 214 comma 3 215 comma 3 e 216
comma 2), determina la nullit del mezzo di prova. In tal caso, pertanto, la documentazione dell'atto funge
da condizione di validit del suo contenuto.
15. La documentazione dell'interrogatorio del detenuto.
Tre sono le condizioni perch scatti la disciplina speciale. Anzitutto, il riferimento all'interrogatorio include
varie ipotesi sia l'interrogatorio della persona sottoposta alle indagini o, meno di frequente, dell'imputato
(artt. 294, 299 comma 3-ter, 301 comma 2-ter, 364 comma 1, 388), sia quello dell'imputato (e della persona
sottoposta alle indagini) in un pro-cedimento per reato connesso o collegato a quello per cui si procede ex
art. 371 comma 2 lett. (art. 363).
Infatti ed ecco la seconda condizione l'interrogato deve essere a qualsiasi titolo, in stato di detenzione,
operando anche nei confronti di chi sia sottoposto a custodia cautelare per un altro procedimento o stia
espiando una pena detentiva per un altro reato.
Per chi si trovi in detenzione domiciliare, la circostanza che si tratti di una misura alternativa alla
detenzione sembrerebbe orientare verso la soluzione negativa, ma verso quella positiva spinge
l'interpretazione sistematica con l'art. 275 comma 4.
Infine, la norma non vale per gli interrogatori assunti nel contesto spaziale e temporale dell'udienza: esclusi,
pertanto, quelli svoltisi in sede di convalida dell'arresto in flagranza o del fermo o nell'udienza preliminare.
E giocoforza intenderlo come una manovra volta a rafforzare la determinazione della persona sottoposta ad
interrogatorio ad avvalersi della facolt di non rispondere, in situazioni in cui il suo esercizio, gi indebolito
per l'accresciuta soggezione psicologica, potrebbe essere esposto a sollecitazioni allorquando il difensore non
sia presente.

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Le testimonianze assunte tramite incidente probatorio nei procedimenti per reati di cui agli artt. 609-bis, 609
ter, 609-quater e 609 octies c.p., quando tra le persone interessate all'assunzione della prova vi siano minori
di anni sedici, devono essere sempre documentate con modalit analoghe a quelle imposte dall'art. 141-bis.
Sussistendo gli indicati presupposti, nasce il vincolo a disporre la riproduzione fonografica o audiovisiva
integrale, laddove l'aggettivo significa qui per intero e senza interruzioni.
La trascrizione non obbligatoria, ma avviene solo su richiesta di (ciascuna) parte, tuttavia la mancata
indicazione di limiti temporali profila diseconomie quando l'esigenza sia fatta valere in dibattimento.
Riuscendo incomprensibile perch il giudice non possa disporre la trascrizione, si deve ipotizzare che essa
rientri nei suoi poteri ufficiosi.
Per il suo indubbio carattere oggettivo ed assoluto, l'inutilizzabilit prevista dall'art. 141-bis copre ogni
impiego dell'interrogatorio.
Essa scatta ogni qual volta in motivazione si faccia significativo impiego probatorio dell'atto viziato e non,
invece, quando il medesimo funga da mero antecedente storico di un altro atto del procedimento. Ben lo
dimostra, tra tutte, la fattispecie di cui all'art. 63: la regola di inutilizzabilit ivi stabilita implica, addirittura,
che le dichiarazioni precedentemente rese siano impiegate come materiale indiziante cos da fornire la
notizia di reato (retro, cap. I, 22). Quale che fosse l'intentio legis, il meccanismo di cui al combinato
disposto degli artt. 294 e 302, prescindendo da ogni obbligo motivazionale, non impedisce all'interrogatorio
documentato in difformit dall'art. 141-bis di valere alla stregua di fatto giuridicamente rilevante, talch non
si determina l'effetto estintivo della custodia cautelare.
16. La partecipazione a distanza.
La partecipazione a distanza vuole realizzare obiettivi di economia processuale riducendo le traduzioni dei
detenuti ed i tempi del dibattimento, nonch, se del caso, fornire effettivit al regime di cui all'art. 41-bis ord.
penit. L'esame a distanza vuole, invece, prevalentemente, garantire la sicurezza personale del dichiarante.
Appare, quindi, privo di significato interrogarsi se gli istituti in parola diano vita a realt fenomeniche
diverse da quelle prese in considerazione dalla disciplina codicistica: la risposta affermativa suonerebbe
assolutamente scontata stante l'impossibilit di ridurre a zero la differenza tra il cosiddetto processo virtuale,
di cui gi oggi molti discorrono, ed il processo attuale.
In virt dell'art. 146-bis comma 1 disp. att. la partecipazione a distanza attivabile in presenza di due
presupposti. In primo luogo, deve trattarsi di un dibattimento relativo ad uno dei reati indicati dall'art. 51
comma 3-bis o dell'art. 407 comma 2 lett. a n. 4.
In secondo luogo, l'imputato deve trovarsi, a qualsiasi titolo, in stato di detenzione in carcere. Non rileva che
la detenzione dipenda dall'applicazione della custodia cautelare o dalla espiazione di una pena.
A tal punto, nasce l'obbligo per il giudice di valutare se sia integrata una delle due ipotesi enunciate dall'art.
146-bis comma l disp. att. La prima lett. a rimanda a parametri notoriamente aperti quali sono le
gravi ragioni di sicurezza o di ordine pubblico.
La seconda ipotesi lett. b fa leva su un parametro di prevalente natura oggettiva.
Qui si coglie appieno l'esigenza di economia processuale sottostante al disegno di evitare il cosiddetto
turismo giudiziario, in quanto gioca la particolare complessit del dibattimento, congiunta all'esigenza che
la partecipazione a distanza risulti necessaria ad evitare ritardi nello svolgimento dell'udienza. Valgono,
invece, fattori quali il numero degli imputati o delle imputazioni, il numero e la natura delle prove da
assumere. Tra i parametri da valutarsi, la norma esplicita poi il fatto che nei confronti dello stesso imputato
siano contemporaneamente in corso distinti processi presso diverse sedi giudiziarie.
Una terza ipotesi di partecipazione a distanza si delinea con esclusivo riferimento alla sottoposizione alle
misure di cui all'art. 41-bis comma 2 ord. penit. Qui il turismo giudiziario e impedito per evitare che sia
sfruttato dall'imputato al fine di mantenere contatti con le organizzazioni criminali.
Pertanto, la partecipazione a distanza scatta nei dibattimenti nei confronti di detenuti sottoposti al regime in
discorso pur senza che essi siano imputati, in quel processo.
Ai sensi dell'art. 146-bis comma 7 disp. att. la videoconferenza pu interrompersi con il conseguente
ripristino della partecipazione fisica dell'imputato Ci se occorre procedere a confronto o ricognizione
dell'imputato od altro atto che implichi l'osservazione della sua persona, sempre che il giudice, sentite le
parti, ritenga indispensabile la presenza dell'imputato.
La partecipazione a distanza va, in via ottimale, disposta anteriormente all'inizio della prima udienza
dibattimentale per evitare che essa si tenga con l'imputato presente e, al contempo, per rendere pi agevole
l'opera della difesa chiamata ad affrontare i profili organizzativi scaturenti dall'attivazione del collegamento a
distanza. Preso in assenza del contraddittorio il provvedimento assume, in tal caso, forma di decreto motivato
che deve essere comunicato al pubblico ministero e notificato alle parti almeno dieci giorni liberi prima della
data fissata per l'udienza.

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La partecipazione a distanza pu essere disposta, altres, nel corso del-lo svolgimento dell'udienza
dibattimentale. Divenuto funzionalmente competente il collegio, il provvedimento assume, a seguito della
doverosa instaurazione del contraddittorio, forma di ordinanza, ma alla difesa va concesso un termine
adeguato per fronteggiare il nuovo scenario. Naturalmente, la forma dell'atto reagisce sul profilo
dell'impugnabilit: esclusa quella del decreto, l'ordinanza potr essere appellata, in forza dell'art. 586 comma
1, congiuntamente con la sentenza.
L'equiparazione della postazione remota in genere una saletta situata all'interno di uno stabilimento
carcerario all'aula di udienza, decretata dal 5 comma, costituisce una fictio iuris carica di risvolti
normativi per-ch estende le regole dettate per il contesto spaziale e temporale dell'udienza dibattimentale.
Ne segue che al presidente del collegio resta affidato, anche rispetto alla postazione remota, il potere di
direzione del dibattimento, ivi compreso quello di decidere, senza formalit, sulle questioni relative alle
modalit del collegamento audiovisivo, nonch il potere di disciplina dell'udienza (art. 476).
In ordine alla qualifica della persona incaricata di stare nella postazione remota, si deve trattare, per regola,
di un ausiliario abilitato ad assiste-re il giudice in udienza e designato dal giudice stesso, o, in caso di
urgenza, dal presidente. Solo durante il tempo in cui non si procede all'esame dell'imputato pu essere
designato un ufficiale di polizia giudiziaria, scelto tra coloro che non svolgono, n hanno svolto attivit di
investigazione o di protezione con riferimento all'imputato o ai fatti da lui riferiti. La scelta dipende anche
dalla natura delle funzioni demandate all'ausiliario. Lo stesso chiamato ancora a dare atto delle cautele
adottate per assicurarne la regolarit con riferimento al luogo ove si trova.
La documentazione delle dichiarazioni, richieste, eccezioni e quant'altro provenga dalle persone presenti
nella postazione remota, confluir necessariamente nel verbale tenuto dall'ausiliario del giudice che siede
nell'aula di udienza.
La fictio iuris trova la sua ragion d'essere nell'escludere la necessit pi volte reclamata come
indispensabile nel corso del dibattito parlamentare che l'imputato debba essere assistito da due difensori,
uno nell'aula di udienza l'altro nella postazione remota.
Da qui la creazione di una figura non solo inedita, ma anomala di sostituto (art. 102).
Ad ogni buon conto il legislatore si preoccupato di garantire la libert del flusso di informazioni tra
assistito e difensore, stabilendo che il difensore, o il suo sostituto presenti nell'aula di udienza e l'imputato
possono consultarsi riservatamente, per mezzo di strumenti tecnici idonei.
Il profilo di legittimit costituzionale pi delicato investe per, quella forma di autodifesa che integrata dal
diritto dell'imputato di partecipare al dibattimento come momento essenziale ai fini della pienezza del
contraddittorio. Nondimeno la relativa questione di legittimit stata seccamente respinta dalla Corte
costituzionale, rimettendo in sostanza al guidi ce la valutazione, caso per caso, delle diverse esigenze.
Il legislatore ha esteso anche ai procedimenti che si svolgono in camera di consiglio la disciplina approntata
per partecipazione a distanza dell'imputato al dibattimento merc l'introduzione dell'art. 45-bis disp. att..
E sufficiente la sottoposizione al regime di cui all'art. 41-bis ord. pen. affinch operi la partecipazione a
distanza. In ordine allo sviluppo procedimentale, il riferimento portato all'imputato appare insufficiente a
restringere l'ambito dell'istituto ai procedimenti in camera di consiglio instaurati dopo l'esercizio dell'azione
penale.
Vale qui l'estensione, potenzialmente anche in malarm partem decretata dall'art. 61 comma 2, della persona
sottoposta alle indagini all'imputato, donde la disponibilit della partecipazione a distanza anche nei
procedimenti che si svolgano durante la fase delle indagini preliminari. Il riferimento al condannato vale poi
per il procedimento di esecuzione e per quello di sorveglianza, non, invece, in sede di prevenzione, dove il
soggetto che partecipa all'udienza assume la qualifica di interessato.
Il delicato quesito in ordine all'individuazione delle udienze in camera di consiglio per le quali vale il nuovo
istituto sorge a causa del tenore dell'art. 45-bis c.2 disp. att., a mente del quale il provvedimento che dispone
il collegamento a distanza comunicato o notificato unitamente all'avviso di cui all'art. 127 c. 1 c.p.p..
Il richiamo all'art. 127 comma 1 assume un significato generico alla stregua di un mero sinonimo di avviso
della data di fissazione dell'udienza camerale. Pertanto, la partecipazione a distanza risulta disponibile pure
nei procedimenti che si tengono in udienza camerale per i quali sia stabilito un termine di comparizione
inferiore a dieci giorni.
Rispetto ai procedimenti a partecipazione eventuale per i reati di cui all'art. 51 comma 3-bis non pensabile
che il legislatore abbia voluto introdurre, in sede attuativa, una sorta di partecipazione necessaria (sia pure
mediatica), ma neppure sostenibile che il legislatore abbia voluto rendere disponibile la partecipazione a
distanza solo nei casi in cui il soggetto sia detenuto nella stessa circoscrizione del giudice investito del
procedimento. I lavori preparatori testimoniano che si inteso estendere l'istituto a procedimenti come il
riesame delle misure coercitive, l'appello delle misure cautelare.

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La partecipazione a distanza diviene disponibile tutte le volte in cui il giudice ritenga necessaria la presenza
dell'imputato o del condannato, anche a seguito di sua richiesta, anzich l'audizione ad opera del magistrato
di sorveglianza ai sensi dell'art. 1 comma 3.
17. L'esame a distanza.
Per salvaguardare la sicurezza di testimoni o imputati il codice aveva fatto leva sul tradizionale strumento di
procedere al relativo esame a porte chiuse (art. 472 comma 3).
Con l'art. 7 d.l. 8 giugno 1992, n. 306 poi convertito, con modificazioni, nella 1. 7 agosto 1992, n. 356, il
legislatore ha risposto alle esigenze di tutela con l'introduzione, tra l'altro, dell'esame a distanza.
Il 1 comma dell'art. 147-bis disp. att. continua cos ad occuparsi dell'esame di persone ammesse, in base alla
legge, a programmi o a misure di protezione ed a riferirsi alle sole udienze dibattimentali. Ma, trattandosi di
disciplina che investe il momento dell'assunzione di un mezzo di prova, non sussistono ostacoli
insormontabili ad estenderla, per intero, al-l'incidente probatorio. Se si dovesse ritenere inoperante la
clausola posta dall'art. 401 comma 5 riuscirebbe davvero arduo sottrarre l'art. 147-bis disp. att. ad una
censura di legittimit per manifesta irragionevolezza.
Quanto al telesame, si distinguono ipotesi in cui l'adozione rimane discrezionale da altre in cui essa si
atteggia tendenzialmente come obbligatoria. L'art. 147-bis comma 2 disp. att. ne contempla una
discrezionale dove l'adozione del telesame, subordinata alla disponibilit di strumenti tecnici idonei, scatta a
seguito di una determinazione che il giudice o il presidente del collegio possono assumere s d'ufficio, ma
solo dopo aver sentito le parti.
Pure nella dimensione della discrezionalit si collocano le ipotesi di cui al 5" comma.
Qui l'adozione del telesame non mira a garantire l'incolumit del dichiarante prescindendosi da ogni
considerazione circa lo status del medesimo, come pure dai reati per cui si procede ma a realizzare obiettivi
di semplificazione processuale rimessi, non sempre congruamente, ad una richiesta delle parti.
Il telesame obbligatorio di cui al 3 comma non pu dirsi davvero tale: comunque fatto salvo il caso in
cui il giudice ritenga assolutamente necessaria la presenza della persona da esaminare. La formula va
riferita essenzialmente, alla mancata disponibilit o al cattivo funzionamento momentaneo delle
apparecchiature tecniche, ma se quest'ultima eventualit si verificasse nel corso dell'esame, l'ordinanza
ammissiva ben potrebbe essere revocata.
Tre le ipotesi, tutte costruite in chiave soggettiva. Quella di cui alla lett a investe persone., ammesse a
programmi o a misure di protezione nell'ambito di un processo per delitti indicati dall'articolo 51, comma 3bis nonch dall'art. 407, comma 2, lettera a), n. 4, del codice; devono essere esaminate le persone indicate
nell'art. 210 nei cui confronti si proceda per uno dei delitti di stampo mafioso oppure con finalit
di terrorismo o, ancora, di eversione dell'ordinamento costituzionale.
L'ipotesi cui all'art. 147-bis comma 3 lett. c disp. att. si atteggia invece come residuale rispetto a quella della
partecipazione a distanza, poich ritaglia il proprio spazio applicativo al di fuori dei presupposi disegnati
dall'art. 146-bis disp. att..
Profili ancor pi delicati dischiude la lett. b che scatta quando nei confronti della persona sottoposta ad
esame stato emesso il decreto di cambiamento delle generalit di cui all'art. 3 d. lgs. 29 marzo 1993, n.
119 Qui vigono due speciali regole: anzitutto, uniformandosi a quanto gi prescriveva l'art. 6 comma 8 del
decreto appena rammentato, il telesame sar condotto sotto le precedenti generalit; inoltre, dovranno essere
disposte le cautele idonee ad evitare che il volto della persona sia visibile.
Le modalit di conduzione del telesame sono state perfezionate. Si , tuttavia, mantenuta la regola per cui il
collegamento audiovisivo si limita a garantire la contestuale visibilit delle persone presenti nel luogo dove
la persona sottoposta ad esame si trova, talch lo standard tecnici) inferiore a quello della partecipazione a
distanza. In armonia, poi, coi l'art. 146 bis comma 6 disp. att. si attribuito al solo ausiliario del giudice il
compito di documentare le operazioni effettuate. Tra di esse, merita di essere evidenziata quella di dare atto
delle cautele adottate per assicurare la regolarit dell'esame: non si vuole, pertanto, che il dichiarante si serva
di appunti non resi visibili dall'inquadratura delle telecamere, in violazione dell'art. 499 comma 5.
Il telesame si converte in videoconferenza se la persona da esaminare deve essere assistita da un difensore
ma, come gi sappiamo, si tratta di ipotesi residuali rispetto alla partecipazione a distanza dell'imputato
detenuto, per il quale resta ferma la disciplina pi garantista. La metamorfosi decretata dall'art. 147-bis
comma 4 disp. att. laddove estende le regole stabilite dall'art. 146-bis commi 3, 4 e 6 disp. att..
18. La traduzione degli atti.
La traduzione non integra un mezzo di prova, ma una semplice mediazione linguistica tra i soggetti del
procedimento, e che il suo impiego non si esaurisce nell'ambito probatorio. Quanto alla terminologia
adottata, il titolo quarto prende nome dalla natura dell'attivit considerata,mentre, sul piano soggettivo,

59

l'espressione interprete usata per designare sia la persona che riproduce in lingua italiana o in lingua
diversa dichiarazioni orali, sia la persona che svolge il medesimo compito nei confronti di atti o documenti
scritti.
Le ipotesi in cui si deve ricorrere all'ausilio dell'interprete sono tipicizzate dall'art. 143 mediante una
tripartizione.
La prima concerne esclusivamente l'imputato (e la persona sottoposta alle indagini) il quale non conosca,
perch non parla o non comprende, la lingua italiana. Conta qui, come naturale, non la comprensione del
significato tecnico degli atti processuali, ma la padronanza della lingua, talch una conoscenza media
esclude la necessit dell'interprete.
Il diritto all'assistenza dell'interprete investe non solo gli atti orali, ma pure quelli scritti, tutte le volte in cui,
fin dalla fase delle indagini preliminari, la mancata conoscenza della lingua italiana sia evidenziata
dall'interessato o accertata dall'autorit procedente.
Gioca, infatti qui il dettato dell'art. 111 comma 3 Cost., stando al quale la persona accusata di un reato deve
essere assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.
La garanzia deve, ad ogni modo, essere coordinata con quelle predisposte per gli
appartenenti ad una minoranza linguistica riconosciuta (retro, 2). Tuttavia, indipendentemente dalla sfera di
operativit dell'art. 109, al cittadino italiano imputato che non parli o non comprenda la lingua italiana e
assicurata una posizione di parit con l'imputato straniero, anche se, per evitare facili strumentalizzazioni,
l'art. 143 comma 1 pone a suo carico una presunzione relativa di conoscenza della lingua italiana. La tutela
dell'imputato straniero che si trovi all'estero si completa con l'obbligo - allorch dagli atti non risulti che egli
conosca la lingua italiana - di redigere nella lingua dello Stato dove nato l'invito a dichiarare o elegge-re
domicilio nel territorio dello Stato (art. 169 comma 3).
La seconda ipotesi concerne il sordo, il muto o il sordomuto che non sappia leggere o scrivere: qui la nomina
dell'interprete ubbidisce a regole particolari (retro, 2).
La terza ipotesi assume carattere residuale, riferendosi all'esigenza (di procedere alla nomina dell'interprete
per tradurre uno scritto in lingua straniera o in dialetto non facilmente intelligibile, oppure per trasferire in
lingua italiana una dichiarazione- di qualsivoglia contenuto - effettuata da chi non conosce la lingua italiana.
Premesso che l'interprete deve essere nominato pure allorquando il giudice, il pubblico ministero o l'ufficiale
di polizia giudiziaria abbia personale conoscenza della lingua o del dialello da interpretare, la prestazione del
relativo ufficio assume carattere obbligatorio (art. 143 comma 4), talch pu disporsi l'accompagnamento
coattivo dell'interprete (art. 133). Talune persone non possono svolgere la relativa funzione, a pena di nullit
(art. 144), il cui regime dipende dal soggetto a favore del quale l'interprete opera.
I requisiti di capacit e le situazioni di incompatibilit dell'interprete sono costruiti sulla falsariga di quelli
del perito (infra, cap. III, 11).
E gi rilevato (retro, 2) come possa assumere la qualit di interprete un prossimo congiunto del sordo, del
muto o del sordomuto.
L'interprete incapace o incompatibile ricusabile dalle parti private e, per i soli atti compiuti o disposti (le
prove) dal giudice, ricusabile anche dal pubblico ministero.
Assoggettata a precise condizioni temporali, la dichiarazione di ricusazione o di astensione decisa con
ordinanza da ritenersi inoppugnabile (art. 145).
Con il provvedimento di nomina, l'interprete citato a comparire tramite notificazione e, in situazioni di
urgenza, anche oralmente per mezzo dell'ufficiale giudiziario o della polizia giudiziaria (art. 52 disp. att.). Il
conferimento dell'incarico avviene con forme che non contemplano - naturalmente - la prestazione del
giuramento, ma che mantengono l'obbligo incondizionato di serbare il segreto, bench esso cada, in ogni
caso, con la chiusura delle indagini preliminari (art. 146).
Se l'incarico concerne traduzioni scritte che richiedono un lavoro di lunga durata, l'art. 147 abilita l'autorit
procedente a prorogare, per giusta causa, il termine fissato per una sola volta. L'interprete che non abbia
presentato la traduzione nel termine pu essere sostituito; in quest'ultimo caso, dopo essere stato citato a
comparire per discolparsi, passibile, al pari del perito (art. 231), di condanna al pagamento di una somma a
favore della cassa delle ammende. Nel corso delle indagini preliminari, il pubblico ministero che chiede al
giudice di applicare la sanzione (art. 53 disp. att.).
19. Le linee di fondo del regime delle notificazioni.
Nel processo penale gli atti contano in quanto, con l'osservanza di determinate forme (ed entro certi termini),
siano portati a conoscenza dei soggetti diversi dal loro autore: allo scopo predisposto l'istituto delle
notificazioni.
L'obiettivo di una tutela effettiva stato, d'altro canto, imposto dalle interdipendenze che scaturiscono dalla
disciplina della restituzione nel termine (art. 175 comma 2), dalla rinnovazione dell'avviso (art. 420-bis) e

60

della citazione (art. 484 comma 2-bis) e, in generale, dal regime della contumacia. In questo disegno si
collocano tanto la consegna dell'atto da parte della cancelleria ex art. 148 comma 4 (infra, 20), quanto la
rinnovazione della notificazione ex art. 157 comma 5 (infra, 21).
Dal punto di vista strutturale, il procedimento di notificazione nella sua forma pi complessa
tradizionalmente distinto in tre fasi: l'impulso consistente nell'ordine o nella richiesta di eseguire la
notificazione e nella consegna materiale dell'atto all'organo esecutivo; l'esecuzione di cui fanno parte la
predisposizione dell'atto da notificare, l'attivit di ricerca del destinatario e la consegna dell'atto alla persona
abilitata a riceverlo; la documentazione dell'attivit svolta dall'organo esecutivo.
20. Gli organi e le forme delle notificazioni disposte dal giudice o richieste dalle parti.
L'art. 148 disciplina gli organi e le forme relative alle notificazioni disposte dal giudice. L'ufficiale
giudiziario resta l'organo investito in via primaria dell'attivit di notifica, anche se accanto continua ad
essergli collocato chi ne esercita le funzioni.
Tra gli organi che esercitano funzioni notificative vanno annoverati, accanto agli aiutanti ufficiali giudiziari,
i messi di conciliazione, e trova posto pure la polizia penitenziaria (art. 148 comma 2)
Nei procedimenti con detenuti ed in quelli dinanzi al tribunale del riesame in presenza del requisito
dell'urgenza, il giudice infatti abilitato a disporre che le notificazioni siano eseguite tramite gli organi di
polizia penitenziaria.
Sempre in questa sede (art. 148 comma 2bis), nonostante le indubbie interferenze che si configurano con
altre disposizioni, stata collocata una speciale previsione relativa alle sole notificazioni ed agli avvisi ai
difensori. Senza alcun limite derivante da un qualche presupposto, l'autorit giudiziaria - quindi anche il
pubblico ministero pu disporre che tali notificazioni o tali avvisi siano eseguiti con mezzi tecnici
idonei. L'unico vincolo per l'ufficio che invia l'atto consiste nell'attestazione, in calce allo stesso, di aver
trasmesso il testo originale.
Oggetto della notificazione l'atto nella sua interezza (art. 148 comma 3). Ragioni di economia,
tempestivit o riserbo hanno indotto, in casi tassativi, a prevedere la notificazione per estratto, ossia la
riproduzione della sola parte essenziale dell'atto (artt. 32 comma 2, 48 comma 2, 149 comma 5, 397
comma 4, 520 comma 1, 548 comma 3 e 585 comma 2).
Se, per, la notificazione eseguita tramite la polizia giudiziaria, trattandosi di organo sfornito di poteri
certificativi, viene trasmesso all'ufficio di polizia competente per territorio un numero di copie eguale a
quello dei destinatari delle notificazioni (art. 54 disp. att.).
A tutti gli effetti, acquista valore di notificazione la consegna di copia dell'atto all'interessato da parte della
cancelleria, semprech sull'originale sia annotata l'avvenuta consegna e la relativa data (art. 148 comma 4).
Si cos codificata una prassi da tempo ammessa dalla giurisprudenza allorch parifica alla conoscenza
legale quella effettiva, il che renderebbe la notificazione superflua per l'avvenuto raggiungimento dello
scopo.
A sua volta la previsione (art. 148 comma 5) secondo cui la lettura dei provvedimenti alle persone presenti e
gli avvisi dati verbalmente dal giudice - nonch dal pubblico ministero ex art. 151 collima 3 agli
interessati in loro presenza sostituiscono le notificazioni, purch ne sia fatta menzione nel verbale.
La ricerca di nuovi mezzi di comunicazione, ispirata ai ritmi serrati imposti dal sistema accusatorio, stata
condotta, nondimeno, con estrema cautela, nello sforzo di coordinare le imprescindibili esigenze della
garanzia con quelle della celerit.
Ci vale, anzitutto, per le notificazioni a mezzo del telefono: le ragioni che ne avevano gi in passato
suggerito un impiego circoscritto sono state condivise anche dall'art. 149. Restano cos fermi i presupposti (i
casi d'urgenza), l'oggetto (l'avviso o la convocazione), il destinatario (persona di-versa dall'imputato), il
soggetto che la dispone (il giudice, anche su richiesta di parte), il soggetto che l'esegue (gli addetti alla
cancelleria e la poli-zia giudiziaria) ed i luoghi della comunicazione (solo quelli indicati nei primi due
commi dell'art. 157: casa di abitazione, sede del lavoro abituale, dimora, recapito).
Sull'originale dell'avviso o della convocazione sono poi annotati il numero telefonico chiamato, il nome, le
funzioni o le mansioni svolte dalla persona che riceve la comunicazione, il rapporto della medesima con il
destinatario, il giorno e l'ora della telefonata. La comunicazione non ha effetto se non ricevuta dal
destinatario ovvero da persona che conviva anche temporaneamente col medesimo; tuttavia le Sezioni unite
della Corte di cassazione hanno ammesso che le segreterie telefoniche servano allo scopo.
La successiva comunicazione telegrafica per estratto, mantenuta per dare certezza circa la provenienza della
convocazione o dell'avviso, non integra una mera conferma, ma una forma costitutiva di tale complesso
procedimento di notifica, bench, quanto al momento in cui avviene la conoscenza, si debba aver riguardo
alla comunicazione telefonica. Allorch, per qualunque causa, non sia possibile far luogo alla notificazione a
mezzo del telefono, soccorre quella eseguita, per estratto, mediante telegramma (art. 149 comma 50).

61

Inedita, per il sistema processuale penale- ma non per quello civile, dove l'art. 151 c.p.c. delinea una figura
analoga la forma notificativa innominata a persona diversa dall'imputato, che si realizza ricorrendo a
mezzi di comunicazione non tradizionali,ma sempre tecnicamente idonei a garantire la conoscenza dell'atto
(art. 150). Tale introduzione, subordinata, per di pi, alla generica esistenza di particolari circostanze,
nonch all'indicazione, nell'apposito decreto motivato posto in calce all'atto, del mezzo tecnico prescelto, e
delle modalit ritenute necessarie per portare l'atto a conoscenza destinatario, si pone in evidente rapporto al
diffondersi sociale dell'impiego di nuovi mezzi di telecomunicazione.
La posizione di parte attribuita al pubblico ministero ha indotto a predisporre una disciplina autonoma per le
notificazioni richieste (non gi ordinate) dal medesimo.
Gli esiti di un simile disegno non si sono, per, spinti troppo avanti. Invero, le notifiche di atti del pubblico
ministero, nel corso della fase delle indagini preliminari, sono eseguite, anzitutto, dall'ufficiale giudiziario.
La polizia giudiziaria, in forza dell'art. 151 comma 1 (cos come sostituito dall'art. 17 comma 2 d.l. 27
luglio 2005, n. 144, convertito con 1. 31 luglio 2005, n. 155), pu provvedere nei soli casi di atti di indagine
o provvedimenti che la stessa polizia giudiziaria delegate a compiere o tenuta ad eseguire.
Trattandosi di organo pubblico, scontata la valenza delle forme previste a proposito delle notificazioni per
equipollenti, ivi compresa quella con il rito degli irreperibili. Si applicano, inoltre, le forme telefoniche e
telegrafiche considerate dall'art. 149, mentre sono inoperanti quelle dell'art. 150.
Marcate esigenze antiformalistiche animano pure la disciplina delle notificazioni richieste dalle parti private
(art 152). E' consentito, infatti, sostituire alle forme ordinarie salvo che la legge disponga altrimenti l'invio
di copia dell'atto effettuato dal difensore mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento.
La norma integrata dall'art. 56 disp. alt., che impone al difensore di documentare la spedizione con il
deposito in cancelleria della copia dell'atto inviato, l'attestazione della conformit all'originale e l'avviso di
ricevimento.
21. Le notificazioni all'imputato.
La disciplina delle notificazioni all'imputato costruita sulla base del relativo status personale.
Le notificazioni all'imputato detenuto in Italia, anche per una causa diversa rispetto al procedimento in corso,
purch risultante dagli atti (art. 156), si distinguono a seconda delle situazioni raggruppabili sotto tale
matrice. L'ipotesi tipica delineata dal 1 comma resta l'esecuzione della notifica mediante consegna a
mani proprie nel luogo di detenzione.
Nel 2 comma il legislatore si preoccupa di disciplinare l'ipotesi in cui l'imputato rifiuti di ricevere l'atto: di
ci si fa menzione nella relazione di notifica e la copia consegnata al direttore dell'istituto o a chi ne fa le
veci.
Modalit particolari sono predisposte per il caso dell'imputato legittimamente assente perch usufruisce del
regime di semilibert, semidetenzione, autorizzazione al lavoro esterno. L'art. 156 comma 5 esclude che la
notificazione all'imputato detenuto od internato possa effettuarsi con il rito degli irreperibili.
All'interno del sistema delle notificazioni un ruolo centrale riveste l'art. 157 che, nell'occuparsi della prima
notifica ad imputato libero, costruisce un modello al quale numerose disposizioni operano un espresso rinvio.
La norma imperniata sulla preferenza accordata alla consegna di copia dell'atto a mani proprie, dovunque
l'imputato si trovi. Se ci non possibile, la notificazione viene eseguita nella casa di abitazione o nel luogo
in cui il soggetto esercita abitualmente l'attivit lavorativa, consegnando la copia ad un convivente, anche
temporaneo, o, in mancanza, al portiere o chi ne fa le veci.
Tali luoghi non siano conosciuti, la notificazione eseguita nel luogo dove l'imputato ha temporanea dimora
o recapito, mediante consegna ad una delle predette persone. Il portiere (o chi ne fa le veci), provvede a
sottoscrivere l'originale dell'atto notificato mentre l'ufficiale giudiziario deve dare notizia al destinatario,
mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, dell'avvenuta notifica (i cui effetti decorrono, per,
dal ricevimento della raccomandata).
E fatto divieto di consegnare la copia ad un minore degli anni quattordici o a chi versi in stato di manifesta
incapacit di intendere o di volere.
Invece di limitarsi ad escludere la consegna alla persona offesa, il 5 comma persegue una soluzione pi
articolata, anche se non scevra di difficolt: l'autorit giudiziaria deve disporre che si rinnovi la notificazione.
Se la consegna fatta nelle mani di persona diversa dal destinatario, il plico deve consegnarsi chiuso, mentre
la relazione della notifica deve essere effettuata secondo le gi rammentate forme di cui all'art. 148 c.3
(retro, 20).
Per le notificazioni ad imputato militare in servizio attivo, la relativa disciplina (art. 158) stata circoscritta
alla prima notificazione.

62

Se la prima notificazione non andata a buon fine corre l'obbligo di un secondo accesso per cercare
l'imputato presso la casa d'abitazione, ovvero presso la sede del lavoro abituale, o presso i luoghi di dimora o
di recapito.
Ai sensi dell'art. 157 comma 8, l'atto depositato nella casa comunale dove l'imputato ha l'abitazione o, in
subordine, dove esercita abitualmente la sua attivit lavorativa; nel contempo, un avviso di deposito affisso
sulla porta della casa d'abitazione o sul luogo di esercizio della predetta attivit. Dell'avvenuto deposito
l'ufficiale giudiziario d comunicazione all'imputato mediante, lettera raccomandata con avviso di
ricevimento, talch solo dalla ricezione della medesima decorrono gli effetti della notificazione.
L'art. 157 comma 8-bis (introdotto dall'art. 2 comma 1 d.l. 21 febbraio 2005, n. 17, convertito con l. 22
aprile 2005, n. 60) si occupa delle notificazioni all'imputato libero successive alla prima, a dispetto della
rubrica esibita dalla disposizione in parola. Se l'imputato ha provveduto a nominare un difensore di fiducia
(retro, cap. I, 34), le notificazioni di cui si tratta sono effettuate mediante consegna al suddetto
difensore, sempre che l'imputato non abbia provveduto a dichiarare o ad eleggere domicilio ex art. 161.
L'intento quello di favorire uno snellimento delle forme, anche allo scopo di ridurre il rischio di vizi
notificativi, gravando il difensore dell'onere di mantenere solidi rapporti con l'assistito. Per tale ragione la
regola vale per il solo difensore di fiducia, ma risulta temperata dal riconoscimento a quest'ultimo del potere
di dichiarare immediatamente all'autorit che procede di non accettare la notificazione.
Per le notificazioni all'imputato latitante od evaso (art. 296) l'art. 165 pone un'equiparazione di trattamento
con l'irreperibile: pertanto, la norma ne riprende i caratteri semplificati (infra, 22). Per le notificazioni
all'imputato interdetto o infermo di mente, l'art. 166 persegue l'obiettivo di una conoscenza personale: l'atto
viene cos notificato tanto al soggetto quanto, rispettivamente, presso il tutore o il curatore.
La disciplina delle notificazioni all'imputato residente o dimorante all'estero (art. 169) costituita sulla scorta
dell'indirizzo assunto in passato.
Se risulta dagli atti notizia precisa del luogo di residenza o di dimora all'estero sorge l'obbligo di inviare
raccomandata con avviso di ricevimento, contenente una sorta di informazione di garanzia, nonch l'invito a
dichiarare o eleggere domicilio nel territorio dello Stato.
Se entro trenta giorni il soggetto non risponde in modo congruo all'invito, le notificazioni sono eseguite
mediante consegna al difensore.
Tale forma di notificazione non si accompagna, peraltro, all'emissione del decreto di irreperibilit.
Se, invece, il giudice o il pubblico ministero non abbiano notizie del luogo di residenza all'estero, essi non
possono emettere ex abrupto il decreto di irreperibilit, ma devono prima disporre cos come prescritto
dalla sentenza costituzionale n. 172 del 1974 ricerche sia nel territorio dello Stato sia all'estero, ovviamente
nei limiti consentiti dalle Convenzioni internazionali.
22. L'irreperibilit ed i suoi effetti.
Posto che il rito degli irreperibili sacrifica quasi del tutto la conoscenza effettiva a favore di quella legale.
Ai sensi dell'art. 159, condizione essenziale per far luogo alla dichiarazione di irreperibilit resta
l'impossibilit di eseguire la notificazione secondo le forme dettate per la prima notifica all'imputato non
detenuto. I maggiori obblighi imposti all'organo delle notificazioni dall'art. 157 servono, pertanto, a
prevenire il verificarsi di casi di irreperibilit. Nel caso in cui la notificazione all'imputato non detenuto non
abbia avuto effetto, sorge, in capo al giudice o al pubblico ministero (art. 161 comma 4), l'obbligo di
disporre nuove ricerche a cui provvede la polizia giudiziaria (cfr. art. 61 disp. att.). Esse investono, in via
successiva e non pi alternativa, il luogo di nascita, l'ultima residenza anagrafica, l'ultima dimora, il luogo
dove il soggetto esercita abitualmente la sua attivit lavorativa, nonch l'amministrazione carceraria centrale;
inoltre, come rivela l'avverbio particolarmente, l'elenco dei luoghi non ha carattere tassativo.
Se le ricerche non danno esito positivo, il giudice o il pubblico ministero emettono l'apposito decreto con il
quale, ove l'imputato sia privo di difensore, si provvede, in ogni caso, a designarne uno d'ufficio. Ma il dato
di assoluto rilievo consiste nella circostanza che la notificazione va eseguita mediante consegna di copia
dell'atto al difensore.
Lart. 160 individua una serie di limiti temporali che talora non coincidono con la chiusura della fase in cui il
decreto stato emesso.
A prima vista, parrebbe che la questione non si ponga nel giudizio di cassazione perch le parti vi sono
rappresentate dai difensori (art. 613 comma 2), presso quali risultano rappresentate ex lege. Tuttavia, allo
scopo di incrementare le garanzie a favore dell'imputato sfornito di difesa fiduciaria, l'art. 613 c. 4 prevede
che pure a lui siano notificati gli avvisi che debbono essere dati al difensore d'ufficio (infra, cap. IX, 34)
Ma siffatti limiti possono non esplicare per intero i loro effetti perch il decreto di irreperibilit resta pur
sempre atto sottoposto alla clausola rebus sic stantibus in quanto meramente dichiarativo di uno stato

63

preesistente. In tutti i casi, ogni decreto di irreperibilit deve essere preceduto da nuove ricerche nei luoghi
indicati dall'art. 159.
23. L'elezione di domicilio.
In una prospettiva di collaborazione leale, limputato ha l'onere di determinare il luogo dove dovranno
essergli notificati gli atti, mediante un'apposita dichiarazione o elezione di domicilio, alle quali pu
conseguire pure una serie di facilitazioni in ordine all'esercizio del diritto di difesa: la notificazione avverr
non in un luogo astrattamente ritenuto idoneo alla conoscenza, bens in uno indicato dallo stesso imputato.
La dichiarazione di domicilio consiste in una manifestazione di scienza intesa ad indicare un luogo che pu
essere solo la propria casa di abitazione o la sede del proprio lavoro. L'elezione di domicilio consiste, invece,
in una manifestazione di volont che comporta la designazione di un luogo e, necessariamente, di un
destinatario (c.d. domiciliatario).
Nel primo atto compiuto, il giudice, il pubblico ministero o gli ufficiali o agenti di polizia giudiziaria li
invitano a dichiarare o a eleggere domicilio per le notificazioni.
Nel contempo, al soggetto rivolto l'avvertimento che, data la sua qualit, ha l'obbligo di comunicare ogni
mutamento del domicilio dichiarato o eletto e che, in mancanza di tale comunicazione, oppure in caso di
rifiuto di dichiarare o eleggere domicilio, le notificazioni verranno eseguite mediante consegna al difensore
(c.d. domicilio legale). Nel verbale dovr poi farsi menzione della scelta, positiva o negativa, effettuata
dall'imputato o dalla persona sottoposta alle indagini.
Al di fuori dell'ipotesi del contatto diretto e, quindi, in un ambito residuale, si colloca l'invito a dichiarare o a
eleggere domicilio formulato con l'Informazione di garanzia o con il primo atto notificato per disposizione
dell'autorit giudiziaria (art. 161 c.2). All'imputato (o alla persona le successive notificazioni saranno
eseguite nel luogo in cui il primo atto stato notificato, essendosi tenuto conto che la procedura gi una volta
andata a buon fine (c.d. domicilio determinato).
Se la notificazione nel domicilio determinato ex art. 161 comma 2 diviene impossibile, si provvede
mediante consegna al difensore, che assume la veste di semplice consegnatario.
Valgono le prescrizioni dettate dagli artt. 157 e 159 qualora, per caso fortuito o forza maggiore, l'imputato
non sia stato in grado di comunicare il mutamento del luogo dichiarato o eletto (art. 161 comma 4): in altre
parole, la consegna al difensore resta ancora (nonostante il tenore dell'art. 157 comma 8 bis) l'extrema ratio.
Quanto alle forme con cui comunicato il domicilio dichiarato o eletto, nonch ogni sua variazione, l'art.
162 appronta un elenco che deve ritenersi tassativo. Esse consistono in una comunicazione all'autorit che
procede, con dichiarazione raccolta a verbale, anche dalla cancelleria del tribunale fuori sede, ovvero
mediante telegramma o lettera raccomandata muniti di sottoscrizione autenticata.
24. Le notificazioni a soggetti diversi dallimputato.
La rubrica dellart 153, relative alle notificaziono e comunicazioni al pubblico ministero, lascia
impregiudicata la vexata question circa lautonomia concettuale delle seconde, concernenti i soli atti del
giudice, rispetto alle prime. Il mantenimento della comunicazione all'interno di un modello orientato in senso
accusatorio, bench teoricamente discutibile, si giustifica in quanto il rappresentante dell'accusa organo
pubblico, nei confronti del quale non si profilano questioni di reperibilit.
Tanto premesso, l'art. 153 comma 1 ammette le parti ed i difensori ad eseguire direttamente la
notificazione mediante la semplice consegna di copia dell'atto nella segreteria del pubblico ministero.
Le notificazioni alla persona offesa, alla parte civile, al responsabile civile ed al civilmente obbligato per la
pena pecuniaria (art. 154) risultano raggruppate perch nei confronti di tali soggetti valgono, in linea
generale, le forme prescritte per la prima notificazione all'imputato non detenuto.
La natura dei poteri conferiti nella fase delle indagini preliminari alla persona offesa ha imposto la creazione
di una disciplina alquanto analitica e sufficientemente garantista. Allo schema dell'art. 157 sono state
introdotte due deroghe: l'una relativa alla tutela della riservatezza di cui al 6 comma, l'altra relativa al doppio
accesso da parte dell'ufficiale giudiziario, cui si aggiunge una previsione ulteriore circa le ipotesi di
irreperibilit nonch di residenza o di dimora all'estero. In tali casi la notificazione si d per avvenuta con il
deposito in cancelleria (semprech l'offeso, dall'estero, non abbia dichiarato o eletto domicilio nel territorio
dello Stato), non essendo ipotizzabile la soluzione adottata per l'imputato, stante la mancata previsione
dell'obbligatoriet dell'assistenza tecnica. Si noti che se la persona offesa si avvale, ex art. 101, della nomina
(facoltativa) di un difensore, quest'ultimo, per ragioni di economia e di celerit, assume la funzione di
domiciliatario ex lege (art. 65 disp. att.).
Allorch, per il numero elevato delle persone offese ovvero per l'impossibilit di identificarne alcune, la
notificazione prevista dall'art. 154 riesce difficile, l'art. 155 demanda all'autorit giudiziaria il potere di

64

disporre l'impiego di un meccanismo simile a quello approntato, a pi ampio spettro, sotto la rubrica di
notificazione per pubblici proclami, dall'art. 150 c.p.c.
In ogni caso, copia dell'atto depositato nella casa comunale del luogo ove si trova l'autorit procedente ed
un estratto del medesimo inserito nella Gazzetta Ufficiale.
La notificazione si ha per avvenuta allorquando l'ufficiale giudiziario deposita una copia dell'atto nella
segreteria o nella cancelleria dellautorit procedente.
Per quanto riguarda la parte civile, posto che essa deve provvedere a nominare un difensore all'atto della
costituzione (art. 78 comma l lett. e), le notificazioni sono eseguite presso tale soggetto, che cumula,
pertanto, il ruolo di domiciliatario: del resto, la soluzione era necessitata non essendo stato imposto l'obbligo
di indicare il domicilio all'atto della costituzione. Per quanto riguarda il responsabile civile ed il civilmente
obbligato per la pena pecuniaria costituiti, vale, per affinit di condizioni, la medesima regola.
Se i destinatari sono pubbliche amministrazioni, persone giuridiche o enti privi di personalit giuridica, le
notificazioni seguono le regole del rito civile (art. 154 comma 3).
Nei confronti, infine, dei soggetti fino ad ora non considerati (quali difensori, testimoni, periti, interpreti,
consulenti tecnici, custodi di cose sequestrate, procuratori e curatori speciali), l'art. 167 mantiene il richiamo
alla disciplina della prima notificazione all'imputato non detenuto, ma, come per la persona offesa, non
operano le regole dettate per la tutela della riservatezza e per il doppio accesso di cui all'art. 157 c.5, 6 e 7.
25. La relazione di notificazione e le cause di nullit.
Nella relazione, scritta in calce all'originale, ed alle singole copie notificate fatta salva la tutela della
riservatezza imposta dall'art. 157 comma 6 l'ufficiale giudiziario indica il richiedente, le ricerche
effettuate, le generalit della persona a cui stata consegnata la copia e, qualora la notificazione non avvenga
a mani proprie, i rapporti tra destinatario e consegnatario, le funzioni e le mansioni svolte da quest'ultimo, il
luogo e la data della consegna, infine, appone la propria sottoscrizione al fine di attestare la paternit dell'atto
(art. 168 comma 1).
La notificazione produce effetto per ciascun interessato dal giorno della sua esecuzione, ma vi sono
eccezioni: se il termine per impugnare decorre diversamente per l'imputato e per il suo difensore, vale per
entrambi quello che scade per ultimo (art. 585 comma 3).
Sul terreno dei mezzi rilevano le notificazioni effettuate con l'ausilio degli uffici postali.
Alle cause di nullit considerate dall'art. 171 debbono aggiungersi quelle enucleabili in via generale dall'art.
178 (infra, 29), nonch le ipotesi di inesistenza vera e propria.
Nella relazione l'ufficiale giudiziario deve, tra l'altro, indicare la data della consegna: l'inosservanza di una
siffatta prescrizione pu dar luogo a responsabilit disciplinare ex art. 124.
26. Le regole generali in materia di termini.
Un atto non pu validamente essere posto in essere prima che se ne realizzi un altro da intendersi come
presupposto del primo.
All'interno delle tante classificazioni operabili in materia, non pu sottacersi quella tra termini dilatori e
termini acceleratori (o impulsivi). I primi fanno s che un atto non possa compiersi (o produrre effetti) prima
che il relativo termine sia decorso, sicch generano un effetto inibitorio dell'attivit dei soggetti del
procedimento: un cospicuo esempio fornito dal termine di comparizione (art. 429 comma 3). Se l'atto
egualmente compiuto, esso risulta, per regola, affetto da nullit speciale (art. 127 comma 5) o generale
(art. 178). I secondi sono volti a conseguire un fine opposto a quello dei precedenti perch stimolano
l'evolversi del procedimento.
Spesso capita che uno stesso termine assuma un'efficacia diversa in funzione dell'attivit dei soggetti del
procedimento cui si riferisce. Cos, il termine ex art. 429 c. 3 dilatorio per il giudice ai fini della fissazione
della data del giudizio, ma acceleratorio per i difensori ai fini dell'esercizio delle facolt loro attribuite
dall'art. 466.
In relazione alle conseguenze ricollegate al loro spirare, i termini acceleratori si distinguono, a loro volta, in
due classi. Sono detti termini ordinatori (o comminatori) quelli le cui conseguenze sono prive di rilevanza di
natura processuale, salvi restando, se del caso, eventuali riflessi disciplinari (art. 124). Si pensi ai termini per
il deposito della sentenza di cui all'art. 548. Sono detti, invece, perentori (o finali) i termini la cui scadenza
comporta la perdita del potere di compiere l'atto al quale ineriscono oppure la cessazione degli effetti del
medesimo: di regola, l'inosservanza di siffatti termini riportata alla c.d. sanzione della decadenza.
La scadenza del termine in un giorno festivo comporta una proroga ex lege al giorno successivo.
La regola secondo cui, nel computare i termini stabiliti ad ore o a giorni, non si ha riguardo alla frazione di
ora o di giorno immediatamente successiva all'avvenimento considerato, mentre si deve conteggiare l'ultima
ora o l'ultimo giorno designato (dies seu hora a quibus non computantur in termino), derogabile. Cos,

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secondo la giurisprudenza prevalente, in forza dell'art. 297 comma 1, ai fini del computo dei termini
massimi della custodia cautelare vale anche il giorno di inizio della restrizione.
Data l'entit delle conseguenze ricollegate all'inosservanza di un termine stabilito a pena di decadenza
(perentorio) l'art 173 comma 1 introduce, per evitare difficolt interpretative, una disposizione identica
all'art. 152 comma 2 c.p.c. : in materia vige il principio di tassativit della previsione legislativa. Tuttavia,
al di l della terminologia adottata (artt. 79 c. 2, 95 c. 3, 175 c. 3, 182 c. 3 e 585 c. 5), sono da
ricondurre alla decadenza le fattispecie caratterizzate da un identico trattamento.
Un intuitivo bisogno di coerenza spiega poi la regola secondo cui i termini stabiliti a pena di decadenza sono
improrogabili, a meno di espresse previsioni legislative in diverso senso (art. 173 comma 2). Oltre alle
proroghe che il Ministro della giustizia pu accordare in rapporto ad eventi di carattere eccezionale, vanno
menzionate la proroga dei termini delle indagini preliminari (art. 406: infra, cap. V, 30) e la proroga dei
termini della custodia cautelare (art. 305 commi 1 e 2: infra, cap. IV, 20), entrambe sempre richieste dal
pubblico ministero al giudice. Nel secondo caso, essendo il potere cautelare personale affidato in via
esclusiva all'organo giurisdizionale, si dovrebbe parlare, pi propriamente, di un'autoproroga.
Istituto tradizionale l'abbreviazione del termine, chiesta o consentita dalla parte a favore della quale esso
stabilito.
Diverso dalla proroga il prolungamento dei termini di comparizione di cui all'art. 174. La prima
presuppone la pendenza di un termine gi in corso, posticipandone la relativa scadenza, mentre il secondo
scatta fin dal momento della fissazione del termine dilatorio ordinario, indipendentemente dalla circostanza
che quest'ultimo sia o no prorogabile.
L'istituto della sospensione dei termini, infine, non preso in considerazione dal titolo VI bench
significative applicazioni se ne rinvengano nel tessuto codicistico.
Per la durata della fase delle indagini preliminari, un'ipotesi di sospensione dei relativi termini prescritta
dall'art. 70 comma 3 con riguardo all'espletamento della perizia volta a stabilire se la persona sottoposta alle
indagini sia in grado di partecipare coscientemente al processo (retro, cap. I, 25); un'altra si rinviene
nell'art. 405 comma 4 avuto riguardo al tempo intercorrente fra la richiesta di autorizzazione a procedere ed
il momento in cui la medesima perviene al pubblico ministero (infra cap. V, 30). Per la durata della
custodia cautelare, i casi di sospensione sono contemplati dall'art. 304 commi 1 e 2 (infra, cap. IV, 20).
Una portata generale assume poi la sospensione dei termini processuali in materia penale nel periodo feriale,
ossia dal 1 agosto al 15 settembre di ogni anno.
Preordinato al fine di consentire alla classe forense di godere liberamente delle ferie estive, l'istituto si
estende, pertanto, anche al procedimento di esecuzione ed a quello di sorveglianza. Non tocca, invece,
l'attivit del giudice: cos, nel periodo feriale si pu ben depositare la motivazione di un provvedimento, ma
il dies a quo per impugnarlo decorre dal termine di detto periodo.
La sospensione dei termini procedurali, compresi cio quelli stabiliti per la fase delle indagini preliminari,
non opera nei procedimenti relativi ad imputati in stato di custodia cautelare, qualora essi o i loro difensori
rinuncino espressamente ad avvalersene (art. 2 comma 1 l. 7 ottobre 1969, n. 742). In ogni caso, per, la
sospensione dei termini di durata delle indagini preliminari non scatta nei procedimenti per reati di
criminalit organizzata, investendo, secondo la giurisprudenza, pure i termini concernenti le impugnazioni
in materia di misure cautelari personali (art. 240-bis comma 2 disp. att.).
Se si tratta di procedimenti per reati la cui prescrizione maturi durante la sospensione feriale o nei successivi
quarantacinque giorni, ovvero se durante il medesimo periodo scadono o sono prossimi a scadere i termini
della custodia cautelare, il giudice che procede, anche d'ufficio (il giudice per le indagini preliminari, nella
relativa fase, su richiesta del pubblico ministero), pronuncia ordinanza inoppugnabile, ma revocabile, con cui
specificatamente motivata e dichiarata l'urgenza del processo. In tali casi, i termini decorrono, anche nel
periodo feriale, dalla data di notificazione dell'ordinanza (art. 2 comma 3 1. 7 ottobre 1969, n. 742).
Egualmente la sospensione dei termini non opera nei confronti delle ipotesi previste dall'art. 467, ossia di atti
non rinviabili al dibattimento.
27. La restituzione nel termine.
La restituzione nel termine si atteggia a rimedio eccezionale in rapporto a situazioni in cui un impedimento
abbia determinato l'estinzione di un potere, essendo decorso il termine perentorio (retro, 26) stabilito per il
suo esercizio.
La legge delega ha previsto la restituzione nel termine con riguardo sia al potere di impugnazione
dell'imputato giudicato in contumacia, il quale non abbia avuto conoscenza del procedimento (art. 2 n. 82),
sia all'opposizione a decreto penale (art. 2 n. 46), sia, infine, all'eventuale impugnazione a seguito di apposito
incidente d'esecuzione (art. 2 n.80).

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I soggetti titolari del diritto ad ottenere la restituzione nel termine sono individuati non solo nelle parti, ma
pure nei difensori.
Nonostante il tenore letterale della disposizione ed il carattere eccezionale dell'istituto, riesce difficile
escludere la legittimazione, almeno nella fase delle indagini preliminari, della persona offesa. La
giurisprudenza esclude che l'istituto possa essere invocato ai fini della presentazione della querela.
Quale presupposto il 1 comma dell'art. 175 richiede la prova assoluta che non si potuto osservare un
termine stabilito a pena di decadenza (o di inammissibilit) per caso fortuito o forza maggiore.
Il termine per proporre la richiesta di restituzione nel termine , nei casi in parola, di dieci giorni, che
decorrono, in virt del secondo periodo dell'art. 175 c.1 (come introdotto dall'art. 1 c. l d.l. 21 febbraio
2005, n. 17, convertito con l. 22 aprile 2005, n. 60), da quello nel quale cessato il fatto costituente caso
fortuito o forza maggiore.
Nei casi in cui sia pronunciata sentenza contumaciale (infra, cap. V, .12) o decreto penale di condanna, il
testo originario dell'art. 175 comma 2 prevedeva che la restituzione nel termine per proporre impugnazione
od opposizione potesse essere concessa altres a favore dell'imputato che provasse di non avere avuto
effettiva conoscenza del provvedimento.
Quanto al termine per proporre la richiesta di restituzione, nelle ipotesi in discorso l'art. 175 comma 2-bis
(introdotto, a sua volta, dall'art. I comma 1 lett. c del decreto legge citato) prescrive che tale richiesta debba
essere presentata, a pena di decadenza, entro il pi lungo termine di trenta giorni dal momento in cui
l'imputato ha acquisito effettiva conoscenza del provvedimento. Se l'imputato deve essere estradato
dall'estero (infra, cap. XI, 9), il termine per la presentazione della richiesta decorre dal giorno in cui
l'imputato condannato e stato consegnato all'autorit giudiziaria italiana.
28. L'invalidit degli atti.
Nel processo penale gli atti sono, in stragrande maggioranza, a forma vincolata (retro, 1). Impostata cos la
questione, perfezione dell'atto (ossia conformit allo schema tipico) e sua efficacia (ossia attitudine a
produrre effetti giuridici) si implicano reciprocamente.
In linea di principio, la mancanza anche di un solo elemento della fattispecie non dovrebbe consentire la
produzione dei relativi effetti. Tuttavia, l'ordinamento non decreta l'invalidit e, quindi, l'inefficacia di ogni
difformit, ben potendo ritenere talune di esse del tutto irrilevanti. In tal caso, si resta al di fuori del sistema
dell'invalidit delineandosi una mera irregolarit (infra, 29). Premesso che sono correntemente ritenute
specie di invalidit I'inesistenza, la nullit, l'inammissibilit e l'inutilizzabilit, ma non la decadenza (retro
26), il titolo VII (artt. 177-186) si limitato a disciplinare una sola species di invalidit la nullit salvo un
unico riferimento, peraltro in negativo, all'inammissibilit (art. 186).
La natura dei requisiti la cui assenza produce l'inammissibilit alquanto disparata.
Oltre ai casi in cui questa specie di invalidit discende dal compimento dell'atto nonostante la scadenza del
relativo termine (retro, 26), spesso il vizio riguarda la forma della domanda (artt. 46 c. 4 e 122 c.1) o
l'omissione di taluni contenuti della stessa (alt. 38 comma 4) ovvero la sussistenza di un certo rapporto con
un albo atto (art. 586 c. l). Quanto al trattamento, l'inammissibilit, oggetto di autonomo motivo di ricorso
per cassazione (art. 606 c.1 lett. c), dichiarabile d'ufficio, in ogni stato e grado del procedimento (come
dispone espressamente l'art. 591 c. 4 per le impugnazioni), senza altra causa di sanatoria se non quella del
giudicato, a meno che non siano espressamente previsti limiti temporali alla sua rilevazione.
Nemmeno l'inutilizzabilit inclusa nella disciplina del libro II, nonostante si tratti di una sanzione
processuale fornita di una sua puntuale autonomia, sia pure nel quadro definito dall'art. 191 (infra, cap. III,
6), come dimostra la sua elevazione a motivo di ricorso per cassazione (art. 606 c. 1 lett. c), a fianco della
nullit, dell'inammissibilit e della decadenza.
La sua mancata considerazione nel litro II accanto alla nullit non pu essere certo rapportata alla circostanza
formale che si tratta di sanzione che concerne non tutti gli atti del procedimento, ma unicamente quelli
probatori a dire il vero, l'inutilizzabilit pu investire non solo le prove in senso proprio ma pure gli atti delle
indagini preliminari.
Ogni ipotesi di inutilizzabilit appare funzionale ad una esigenza di tutela della legalit della prova.
Si ritiene che le ipotesi di inutilizzabilit integrino un numero chiuso anche rispetto alla fase dibattimentale,
posto che la regola fissata dall'art. 526 (il giudice non pu utilizzare ai fini della deliberazione prove diverse
da quelle legittimamente acquisite al dibattimento).
Circa il modo di operare sul piano soggettivo, evidenziato come inutilizzabilit sia, per lo pi di natura
assoluta (artt. 63 comma 2 e 188).
L'art. 191 comma 2 sancisce la rilevabilit in ogni stato e grado del procedimento, anche d'ufficio, della
inutilizzabilit (infra, cap. III, 6).

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29. Il principio di tassativit delle nullit e la tecnica di previsione.


Le disposizioni in tema di nullit sono dominate dal principio di tassativit, l'art. 177 riferisce tale principio
all'inosservanza non gi delle forme prescritte per gli atti processuali, bens a quella delle disposizioni
stabilite per gli atti del procedimento, ivi comprese quelle relative alla fase delle indagini preliminari:
pertanto, anche agli atti compiuti dal pubblico ministero.
All'interprete non consentito ricorrere all'integrazione analogica.
Dato che le nullit formano un sistema chiuso, ne discende che, al di fuori delle ipotesi cos esplicitamente
definite o implicitamente definibili non vi sono spazi residui per questa specie di invalidit.
I vizi della volont considerati dal codice ci-vile non sono riferibili agli atti processuali penali data
l'autosufficienza del relativo sistema delle nullit. Pertanto, un atto e segnatamente un provvedimento del
giudice anche se inficiato da violenza o minaccia processualmente valido. Al pi, gli interrogatori
dell'imputato (art. 64 comma 2) e le prove (art. 188) affette da vizi della volont conseguenti all'adozione di
metodi o tecniche idonee ad influire sulla libert di auto determinazione si pensi alla confessione o alla
testimonianza in tal modo estorti rientrano nell'ambito dell'inutilizzabilit. Diverso il caso in cui venga
in gioco non un vizio della volont, ma il suo assoluto difetto, quale conseguenza di una coazione fisica.
Inevitabile, a tal punto, concludere per la raffigurazione di un'ipotesi di inesistenza giuridica.
Tra le nullit non sono per la stessa ragione inquadrabili gli errores in iudicando, vale a dire quei vizi
sostanziali dei provvedimenti del giudice, elevati dall'art. 606 c.1 lett. b ad autonomo motivo di ricorso per
cassazione.
Le restanti difformit dallo schema tipico, escluse, ovviamente, le specifiche ipotesi di inammissibilit e di
inutilizzabilit (retro, 28), non possono che essere riportate alla tipologia della mera irregolarit,
produttiva, tutt'al pi, di conseguenze di natura disciplinare ex art. 124 (retro, 7) o ricavabili da altri rami
dell'ordinamento, come quello penale, civile o tributario (salvo che si cada nell'errore materiale cui pone
rimedio, se si tratta di sentenze, ordinanze o decreti del giudice, l'apposita procedura ex art. 130) (retro,
10). A meno che, in prospettiva decisamente opposta, perch sottratta al principio di tassativit, non debbano
ricondursi in via interpretativa alla specie pi grave d'invalidit ravvisabile nell'inesistenza giuridica.
L'inesistenza pone rimedio alla tassativit delle cause di nullit, l'abnormit alla tassativit oggettiva delle
impugnazioni, rendendo ammissibile un autonomo ricorso per cassazione (infra, cap. IX, 2) o la rilevazione
ufficiosa da parte del giudice dell'impugnazione ritualmente investito. Tuttavia, l'abnormit assoggettata
agli ordinari termini ad impugnandum, talch, a differenza, ancora, dell'inesistenza, perde rilevanza a seguito
della formazione del giudicato.
L'art. 178 dedicato nella rubrica alle nullit di ordine generale. In tale classe figura l'inosservanza di una
serie di disposizioni che concernono il giudice, il pm, l'imputato espressione comprensiva della persona
sottoposta alle indagini, giusta l'equiparazione operata dall'art. 61 compia 1 le altre parti private, i loro
difensori e rappresentanti, nonch la citazione a giudizio della persona offesa dal reato e del querelante.
Alle nullit di ordine generale si contrappongono quelle speciali, perch stabilite da unapposita previsione
legislativa.
30. Le nullit assolute.
Le nullit che la rubrica dellart. 179 designa come assolute si caratterizzano per la nota dellinsanabilit.
Ci che distingue le nullit assolute da tutte le altre il normale regime di insanabilit fino all'irrevocabilit
del giudicato.
Il secondo attributo menzionato dall'art. 179 comma 1 consiste nella rilevabilita ex officio da parte del
giudice in ogni stato e grado del procedimento.
, pertanto, causa di nullit assoluta l'inosservanza delle disposizioni concernenti le condizioni di capacit
del giudice ed il numero dei giudici necessario a costituire i collegi giudicanti. Al contrario, non sono
riconducibili a tale ambito i vizi concernenti la nomina del giudice, ove non rientranti nell'ambito della
capacit.
Per quanto riguarda la figura del pubblico ministero, tra le nullit di ordine generale sono assolute solo quelle
relative all'iniziativa del medesimo nell'esercizio dell'azione penale.
Sono sicuramente riconducibili al regime delle nullit assolute, anzitutto, le violazioni delle disposizioni
concernenti l'atto con cui si promuove l'azione penale, facendo riferimento sia alla sua mancanza che alla sua
invalidit. Soccorre, al riguardo, l'elenco fornito dall'art. 405 c. l, ma alle ipotesi ivi contemplate debbono,
quanto meno, aggiungersi quelle dell'imputazione coatta (artt. 409 c.5) e della contestazione in udienza del
reato connesso o del fatto nuovo (artt. 423 commi 1 e 2, 517 e 518), nonch appena il caso di dirlo la
citazione diretta a giudizio nel procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica (art. 550).
Nell'ambito delle nullit assolute si collocano le violazioni delle disposizioni sulla capacit e sulla
legittimazione del rappresentante del pm, purch si riflettano sulla sua iniziativa nell'esercizio dell'azione

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penale. Al primo proposito, possono richiamarsi (retro, cap. 1, 14) le norme sulla delega nominativa a
svolgere le funzioni di pm nell'udienza dibattimentale davanti al tribunale in composizione monocratica.
Al secondo proposito, ci si pu riferire al promuovimento dell'azione davanti ad un giudice diverso da quello
presso cui l'ufficio del pubblico ministero istituito.
Per quanto riguarda l'imputato e il suo difensore gli unici soggetti privati considerati dall'art. 178 lett. c, a
favore dei quali operi il regime delle nullit assolute la disciplina codicistica mira a presidiare le numerose
sedi del contraddittorio indefettibile.
L'intervento dell'imputato garantito nei confronti delle nullit che derivano dall'omessa (o dall'invalida)
citazione al dibattimento di primo grado (artt. 429 comma 4, 465 comma 2, 555 comma 3"), ancorch
tenuto a seguito di giudizio direttissimo instaurato nei confronti di imputato libero (art. 450 comma 2) o di
giudizio immediato (art. 456 comma 3), e al dibattimento di secondo grado (art. 601 comma 1).
Naturalmente la protezione della vocatio in iudicium investe tutti gli atti che compongono tale fattispecie
complessa recettizia, ivi compresa la notificazione.
Quanto al difensore dell'imputato, presidiata da nullit assoluta non solo l'assenza dal dibattimento di primo
e di secondo grado, cos da ribadire l'indefettibilit dell'assistenza tecnica nel giudizio di merito (artt. 451
comma 1, 484 ,comma 2, 486 comma 5, 559 comma 1, 598), ma pure ogni altra ipotesi rispetto alla quale
ne sia dichiarata obbligatoria la presenza. In tale ambito si collocano, pertanto, l'assenza del difensore
dall'interrogatorio di persona sottoposta a misura cautelare personale (art. 294 comma 4); dalle sommarie
informazioni che la polizia giudiziaria assume dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini (art.
350 comma 3); dall'interrogatorio e dal confronto, delegati dal pubblico ministero alla polizia giudiziaria.
L'art. 179 comma 2, come gi accennato, riconosce per tabulas l'esistenza di nullit a previsione speciale
definite espressamente come assolute. L'esempio fornito dall'art. 525 comma 2, dov' stabilito, con
riguardo al principio di immediatezza del giudizio, che alla deliberazione della sentenza debbono concorrere
gli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento; ma la precisazione appare superflua. Vero che in tal
caso non potrebbe farsi leva sulla previsione relativa all'inosservanza delle disposizioni circa il numero dei
membri del collegio giudicante, essendo qui in gioco la loro identit fisica.
31. Le nullit intermedie.
Il regime delle nullit generali, diverse da quelle assolute, dettato dall'art. 180, la cui rubrica (regime delle
altre nullit di ordine generale) non provvede qui ad etichettature di sorta. L'espressione nullit
intermedie appare la pi opportuna per raggrupparle empiricamente, perch il relativo trattamento si situa,
in effetti, in posizione mediana tra quello delle nullit assolute e quello delle nullit relative. Le nullit in
discorso sono, al pari delle prime, rilevabili anche ex officio, mentre, al pari delle seconde, risultano sanabili
in un momento anteriore all'irrevocabilit della sentenza.
Le nullit a regime intermedio non possono essere n rilevate (dal giudice ), n dedotte (dalle parti), se
verificatesi prima del giudizio, dopo la deliberazione della sentenza di primo grado, o, se verificatesi nel
giudizio, dopo la deliberazione della sentenza del grado successivo.
Un limite di maggior portata per la deduzione della nullit intermedie deriva, poi, dalla lettura coorcli mula
con l'art. 182 commi 1 e 2 (infra, 33). C, infine, da chiedersi se per le nullit in discorso valga il
principio per il quale una nullit ove sia stata tempestivamente dedotta, ma non dichiarata dal giudice
risulta in via automatica devoluta al giudice dell'impugnazione, senza che debba formare oggetto dei relativi
motivi (c.d. perpetuatio nullitatis). Il silenzio serbato, in materia, dall'art. 180 (a differenza di quanto disposto
dall'art. 181 per le nullit relative) induce ad una risposta positiva in ordine all'appello, del resto in assenza di
qualunque spunto legislativo utilizzabile in altro senso. Per il giudizio di cassazione, la lettera dell'art. 609
comma 2, prescrivendo che la corte conosca al di l dei motivi proposti le sole questioni rilevabili
d'ufficio in ogni stato e grado del processo, sembrerebbe impedire un'analoga conclusione. Ma evidenti
ragioni sistematiche, unite all'irrazionalit di un diverso trattamento nei due gradi, consigliano di
propendere anche qui per la tesi della devoluzione ex lege.
Nelle nullit intermedie troviamo linosservanza delle disposizioni circa la partecipazione del pubblico
ministero al procedimento, sempre che tale attivit non sia inquadrabile in quella di iniziativa. La norma si
riferisce, in primo luogo, all'attivit di prosecuzione dell'azione, sicch, ad esempio, appare inficiata da
nullit intermedia l'inosservanza delle disposizioni circa la modifica dell'imputazione nell'udienza
preliminare (art. 423 comma 1) o nel dibattimento (artt. 516 comma 1 e 517 comma 1), ovvero circa
l'applicazione della pena a richiesta (naturalmente, dopo che sia gi stata esercitata l'azione penale), l dove
si prevede il necessario consenso del pubblico ministero. In secondo luogo, essa si attaglia a tutti quegli
interventi in cui si risolve il contributo dialettico del pubblico ministero al procedimento.
Vengono, poi, in gioco le richieste del pubblico ministero in ordine al le misure cautelari, nonch la sua
partecipazione attiva nel procedimento di esecuzione (art. 666).

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Assai estesa la categoria delle nullit a regime intermedio che concernono l'inosservanza delle disposizioni
circa l'intervento, l'assistenza e la rappresentanza dell'imputato. La prima figura va rapportata alle ipotesi di
diretta e personale partecipazione dell'imputato (o della persona sottoposta alle indagini) al procedimento; la
seconda alle attivit svolte dal difensore al fine di far valere i diritti e gli interessi dell'imputato, come pure
dal consulente tecnico, dall'interprete, dal curatore speciale; alla terza, infine, fanno capo una serie di
fattispecie alquanto eterogenee, sicch mal le si adattano gli schemi di natura civilistica., Si possono
ricondurre a tale ultima ipotesi il generale potere di rappresentanza conferito dall'art. 99 c. l al difensore
(c.d. rappresentanza convenzionale); i poteri di rappresentanza, sempre conferiti al difensore, da singole
disposizioni (art. 165 c. 3, 475 c. 2, 420-quarter c. 2).
Essendo l'inosservanza delle disposizioni riguardanti l'intervento, l'assistenza e la rappresentanza delle altre
parti private sempre tutelato da nullit a regime intermedio, ne discende che lomessa (o invalida) citazione
di tali soggetti risulta sottoposta ad un regime pi blando di quello previsto per lomessa (o invalida)
citazione dellimputato.
In ordine all'inosservanza delle disposizioni che concernono la sola citazione a giudizio della persona offesa
e del querelante, l'inserimento di tale vizio nell'ambito delle nullit a regime intermedio suona, infine, come
un riconoscimento dell'esigenza che tali nullit siano rilevabili anche e officio, a differenza di quelle relative.
32. Le nullit relative.
Il contenuto della categoria delle nullit relative ricavabile dall'art. 181 per esclusione.
In breve, l'interprete, posto di fronte ad una nullit a previsione speciale chiamato ad individuarne il
trattamento merc una serie di operazioni successive.
Nota caratterizzante il trattamento delle nullit relative rispetto a tutte le altre il fatto che esse debbono
essere dichiarate dal giudice solo su eccezione della parte interessata.
Le nullit concernenti le indagini preliminari o l'incidente probatorio o gli atti dell'udienza preliminare
devono essere eccepite, ai sensi dell'art. 181 c. 2, in termini sempre brevi, ma distinti a seconda che si tenga
o no l'udienza preliminare.
Nel primo caso, debbono essere eccepite anteriormente alla pronuncia del provvedimento conclusivo
dell'udienza ai sensi dell'art. 424, nel secondo, invece, subito dopo compiuto per la prima volta
l'accertamento della costituzione delle parti in giudizio, il che fa s che l'eccezione di nullit divenga oggetto
di una questione preliminare ex art. 491. L'affermazione del tradizionale principio per cui le cause di nullit
relativa, per sfuggire alla sanatoria del grado successivo, debbono convertirli in altrettanti motivi di
impugnazione enunciata solo con riguardo alle nullit verificatesi nel giudizio, lo stesso principio non pu
non valere, peraltro, anche per le 'milita relative che si sono verificate prima del giudizio e che il giudice non
ha dichiarato in quest'ultima sede, pur essendo state eccepite entro i termini loro assegnati. In caso contrario,
si dovrebbe concludere che le nullit in discorso divengono virtualmente insanabili.
Il mancato esperimento delle specifiche impugnazioni consentite avverso le ordinanze cautelari provoca la
sanatoria delle relative nullit entro i termini, assai brevi, di presentazione delle stesse. Pertanto, anche in
sede di revoca della misura cautelare (art. 299), il giudice non potrebbe rilevare ex officio una delle nullit in
discorso.
In sede di riesame, la nullit della motivazione che dispone la misura coercitiva, ancorch rilevabile ex
officio, non dovrebbe esplicare, sempre stando alla giurisprudenza prevalente, alcuna funzione a causa del
potere del tribunale di sovrapporre la sua decisione a quella del giudice di merito.
La medesima conclusione si impone anche in sede di appello. Solo in sede di ricorso per cassazione la nullit
in discorso d luogo ad un effettivo ampliamento della garanzia della motivazione. Ci accade allorquando
sia viziata la motivazione dell'ordinanza del tribunale del riesame oppure quando la Corte sia stata investita
del ricorso per saltum ex art. 311 c. 2, purch, beninteso, tra i motivi di ricorso - il che avviene assai di rado
- non figuri gi quello della nullit della motivazione.
Per le nullit che afferiscono alle generalit dell'imputato, all'indicazione del fatto e delle norme violate,
nonch alla data ed alla sottoscrizione dell'atto (art. 292 comma 2 lett. a, b, ed e), la rilevabilit anche
d'ufficio sembra dotata di una qualche maggiore efficacia.
33. La deducibilit e le sanatorie.
L'istituto della sanatoria, risolvendosi in un fatto successivo che, combinato con la fattispecie imperfetta,
determina un'equivalenza di effetti rispetto al corrispondente atto perfetto, non deve essere riferito alle
ipotesi in cui sussiste un diletto di legittimazione a far valere la nullit.
Ai sensi dell'art. 182 comma l, la deducibilit delle nullit relative e delle nullit a regime intermedio ma
non di quelle assolute, al pari delle seconde rilevabili anche ex officio trova un duplice limite soggettivo.

70

La nullit non pu essere dedotta o eccepita n da chi vi ha dato o concorso a darvi causa (secondo un
canone di responsabilit individuale), n da chi non ha interesse all'osservanza della disposizione violate.
Tenuto conto che in un processo di parti sono moltiplicate le occasioni in cui esse assistono agli atti, l'art. 182
comma 2, ponendo un limite temporale, prevede che la nullit debba essere eccepita prima del compimento
dell'atto oppure, se ci non possibile, immediatamente dopo.
Pure i termini per rilevare o eccepire le nullit in discorso sono stabiliti a pena di decadenza.
La disciplina delle sanatorie generali (art. 183), ispirata al principio della conservazione degli effetti precari
prodotti dall'atto imperfetto, si incentra su due figure. Alla prima definita correntemente come
acquiescenza (lett. a) si ascrivono la rinuncia espressa della parte interessata a eccepire la nullit e
l'accettazione (a sua volta, espressa o tacita) degli effetti dell'atto, ossia del suo risultato pratico.
Alla seconda figura di sanatoria (lett. b) si riferiscono, invece, i casi in cui la parte si sia avvalsa della
facolt al cui esercizio l'atto omesso o nullo preordinato, formula che ha inteso disegnare con maggior
concretezza la tradizionale sanatoria per il raggiungimento dello scopo rispetto a lutti gli interessati.
La clausola di salvezza posta all'inizio dell'art. 183 esclude che le sanatorie generali operino nei confronti
delle nullit assolute che l'art. 179 comma 1 dichiara espressamente insanabili.
La sanatoria speciale prevista dall'art. 184 scatta nei confronti del pubblico ministero, delle parti private (ivi
compresa, in questo caso, la persona offesa), nonch dei loro difensori (che siano comparsi o abbiano
rinunciato a comparire), quanto alla nullit di una citazione o di un avviso, nonch delle relative
comunicazioni e notificazioni. La comparizione deve essere personale, sicch quella del difensore non funge
da sanatoria rispetto all'imputato, n valgono presunzioni di alcun genere; inoltre, deve essere volontaria,
sicch non opera come causa di sanatoria l'accompagnamento coattivo (art. 132).
34. Gli effetti della dichiarazione di nullit.
Gli effetti della dichiarazione di nullit sono disciplinati, sotto un triplice profilo, dall'art. 185 che li colloca
in successione logica.
La nullit di un atto comporta, anzitutto, l'invalidit di quelli consecutivi che dipendono da esso (art. 185
comma 1): di qui il concetto di nullit derivata.
Il giudice che dichiara la nullit dispone ecco il secondo profilo la rinnovazione dell'atto soltanto qualora
essa sia necessaria (il che non accade, ad esempio, allorch l'atto viziato di nullit assoluta e, quindi,
insanabile abbia egualmente raggiunto il suo scopo) e possibile (il che non si verifica nei confronti di atti ab
origine non reiterabili). Quando si procede alla rinnovazione, il giudice ne pone le spese a carico di chi ha
dato causa alla nullit per dolo o colpa grave (art. 185 comma 2).
Se la nullit dichiarata in uno stato o grado diverso da quello in cui la stessa si verificata, il codice (art.
185 commi 3 e 4) opera una distinzione gi da tempo elaborata dalla dottrina. La dichiarazione di nullit
comporta, indipendentemente dalla tipologia della nullit medesima, la regressione del procedimento allo
stato e grado in cui stato compiuto l'atto nullo, purch si tratti di un atto di natura non probatoria.
Se, invece, si tratta di nullit concernenti le prove, il giudice non pu avvalersi della regressione (art. 185 c.
4), ma deve provvedere, ai sensi del 2 c. dell'art. 185, alla rinnovazione, semprech ci sia necessario ai
fini della decisione e la prova sia ripetibile. Naturalmente, il disegno di realizzare una consistente economia
processuale avvertibile pure nella linea di tendenza recepita a proposito delle prove acquisite dal giudice
incompetente, cui l'art. 26 non disconosce efficacia non pu mai operare nel giudizio di cassazione: i limiti
istituzionali propri del giudizio di legittimit impongono di far luogo all'annullamento con rinvio (art. 623).

CAPITOLO III LE PROVE


1. e 2. Premesse e il problema della sfera dincidenza della normativa contenuta nel libro sulle prove.
Le norme del libro sulle prove debbano applicarsi nelle fasi anteriori al dibattimento, con riferimento ai
diversi momenti in cui - nell'arco di tali fasi - previsto l'intervento del giudice, ora in funzione di organo di
garanzia, ora in funzione di organo di decisione, anche nel merito. Cominciando da questa seconda ipotesi, e
quindi facendo riferimento, in particolare, all'attivit del giudice in sede di udienza preliminare - la quale,
com' noto, pu anche rivestire la fisionomia di una udienza di integrazione della piattaforma probatoria gi
acquisita - sembra fuori discussione che il medesimo giudice debba attenersi, di regola, alle norme sancite
nel libro III, fermi ovviamente i limiti risultanti da specifiche previsioni di natura derogatoria.
Pi precisamente, ad es., dovranno osservarsi le disposizioni generali in tema di ammissione delle prove.

71

Non bisogna dimenticare, d'altra parte, che al termine dell'udienza preliminare anche sulla base delle
prove (cos si esprime l'art. 422) ammesse ed assunte nel corso della medesima il giudice potr
pronunciare non solo un decreto di rinvio a giudizio (art. 429) od una sentenza di non luogo a procedere (art.
425), ma anche una sentenza di condanna nel caso di giudizio abbreviato (art. 442) ovvero una sentenza
di applicazione della pena su richiesta delle parti (art. 448). E, in proposito, innegabile che, ai fini della
selezione e della valutazione del materiale probatorio su cui fondare la propria decisione, il medesimo
giudice non possa discostarsi dalle norme che presiedono ex artt. 191 e 192 alla formazione del
convincimento giudiziale (infra, 6 e 7).
La conclusione non pu essere diversa, salvi i necessari adattamenti, anche riguardo alle ipotesi in cui il
giudice sia chiamato ad intervenire, nel corso delle indagini preliminari, nell'adempimento del suo tipico
compito di garanzia dei diritti e delle libert fondamentali: ad esempio essendogli richiesta l'adozione di un
provvedimento in tema di coercizione personale (art. 291), ovvero in tema di intercettazioni telefoniche (art.
267). In questa ed in altre analoghe situazioni si deve ritenere che il giudice per le indagini preliminari, di
fronte agli elementi probatori fornitigli a supporto delle correlative richieste, possa utilizzare alla base del
proprio provvedimento soltanto quelli il cui impiego non sia incoerente con la corrispondente disciplina
stabilita in materia di prove.
Il pubblico ministero (e lo stesso vale, ovviamente, per gli organi di polizia giudiziaria) non si trovi nella
condizione di un organo legibus solutus nello svolgimento delle indagini preliminari, senza alcun obbligo di
osservanza almeno dei princpi di fondo dettati sul terreno probatorio.
Non solo perch vi sono determinati atti del pubblico ministero (e della polizia giudiziaria) per loro natura
destinati ad essere inseriti nel fascicolo per il dibattimento, e quindi ad essere acquisiti con valore di prova in
tale sede (artt. 431, 511 e 511-bis), ed altri atti che il medesimo valore possono assumere per effetto del
verificarsi di determinate circostanze, o in conseguenza del loro impiego per le contestazioni dibattimentali
(artt. 500 commi 4 e 6 e 503 commi 5 e 6), ovvero a seguito di lettura dei relativi verbali, in presenza di
particolari situazioni (artt. 512, 512-bis e 5 13 ), od ancora in forza di accordo intervenuto tra le parti (artt.
431 comma 2, 493 comma 3 e 500 comma 7). Ma anche, e su un piano pi generale, perch stando al
sistema accolto dal codice nella disciplina dei procedimenti speciali senza dibattimento dipende in
definitiva dal consenso delle parti che tutti gli atti di indagine preliminare compiuti dal pubblico ministero (e,
se del caso, dalla polizia giudiziaria) possano venire utilizzali come prove alla base di una sentenza di merito
idonea a definire il procedimento prima del passaggio al dibattimento.
In altri termini, se vero che le indagini preliminari del PM (nonch quelle della polizia giudiziaria) sono
suscettibili, nelle ipotesi appena ricordate, di assurgere al livello di prova, contribuendo cos in positivo alla
formazione del convincimento del giudice, non seriamente pensabile che le medesime possano svolgersi al
di fuori di qualunque riferimento alla disciplina dettata nel codice in materia di attivit probatorie.
Se ne desume, anzitutto, che le disposizioni generali con cui si apre il libro III (infra, 3-7), in quanto
espressive di alcune basilari scelte di civilt giuridica sul terreno probatorio e, quindi, della ricerca
probatoria debbano senz'altro applicarsi anche nel corso delle indagini preliminari del pubblico ministero
(e della polizia giudiziaria), ovviamente entro i limiti consentiti dalla natura e dalla finalit delle stesse.
Per quel che concerne la disciplina dei mezzi di ricerca delle prove precostituite corrispondenti, del resto,
ad attivit tipiche della fase delle indagini preliminari (infra, 13-14) non sembra dubbio che essa debba
venire osservata dal pubblico ministero e, per quanto di sua competenza, dalla polizia giudiziaria.
Lo stesso non pu dirsi, invece, in ordine alla disciplina dei mezzi di prova (infra, 8-12), che non a caso
risulta dettata facendo di regola riferimento al giudice, trattandosi di atti normalmente affidati alla sua
gestione, in quanto destinati a sfociare in prove formate nel processo, e come tali idonee a concorrere
direttamente alla formazione del convincimento giudiziale. Proprio per sottolineare questi aspetti peculiari,
nel codice la regolamentazione delle omologhe attivit da parte del pubblico ministero, all'interno delle
indagini preliminari, presenta una sua specifica autonomia, tale da far pensare che il legislatore abbia inteso
senza dubbio tenerla distinta da quella dei mezzi di prova in senso proprio.
Sembra allora doversi concludere che le norme relative ai diversi mezzi di prova, quali risultano sancite nel
libro III, non debbano in linea di massima applicarsi nel corso delle indagini preliminari del PM.
Ci non significa, peraltro, che al di fuori degli espliciti rinvii disposti dal legislatore non si possa
talora pervenire in sede interpretativa a ritenere applicabili le norme dettate per i mezzi di prova anche con
riferimento a particolari attivit o situazioni riconducibili all'ambito delle indagini preliminari del PM.
Cos, in ispecie, non sembra potersi dubitare che agli atti di confronto cui alludono gli artt. 364 comma 1 e
376 (senza, peraltro, fornire ulteriori precisazioni) debba applicarsi la disciplina descritta ex artt. 211 e 212.
Pi precisamente, in quanto si tratti di norme dettate non gi in funzione della specifica attitudine di tali
mezzi a formare la prova, bens, su un piano pi generale, esclusivamente allo scopo di stabilire le idonee
garanzie minime per il relativo procedimento di acquisizione probatoria (da osservarsi, dunque,

72

prescindendo dalla circostanza che le risultanze cos acquisite siano, o meno, destinate a valere come prova
in sede dibattimentale): garanzie, cio, in assenza delle quali il medesimo procedimento potrebbe risultare
gravemente deficitario rispetto ai princpi fondamentali del sistema.
3. Loggetto della prova.
Si definisce l'oggetto della prova facendo riferimento, in sostanza, al tema della decisione. E, attraverso tale
riferimento, si fissato il requisito della pertinenza come criterio-guida per lo sviluppo dell'attivit
probatoria, ma anche, nel contempo, per la definizione dei suoi confini.
Dal 1 comma dell'art. 187, dove evidente lo sforzo di una limitazione del perimetro del thema probandum
corrispondente all'area delle questioni poste attraverso l'esercizio dell'azione penale (ovvero prima di
quell'esercizio, all'area delle questioni da risolversi in vista delle relative determinazioni, con riferimento
alla ipotesi di imputazione posta alla base delle indagini. Tali, da un lato, i fatti che si riferiscono
all'imputazione, dall'altro quelli concernenti la punibilit dell'imputato, nonch la determinazione della pena
o della misura di sicurezza.
Quando vi sia costituzione di parte civile, poi, il tema probatorio destinato ad allargarsi fino ad includere le
questioni derivanti dall'esercizio dell'azione civile in sede penale.
Del tutto nuova infine, risulta la prevista estensione dell'oggetto della prova anche ai c.d. fatti processuali ,
o, pi esattamente ai fatti dai quali dipende l'applicazione di norme processuali (art 187 comma 2").
Il criterio di pertinenza che vi enunciato rappresenta infatti come si dir (infra, 5), il parametro di fondo
per la verifica circa la rilevanza della prova in vista della sua ammissione (art. 190 comma 1) oltrech per la
soluzione dei diversi problemi che possono porsi in sede di assunzione di determinate prove: ad esempio, per
quanto riguarda l'esercizio dei poteri del presidente volti ad assicurare la pertinenza delle domande (art.
499 c. 6), ed a decidere sulle correlative opposizioni (art. 504), in sede di esame diretto e di controesame.
Proprio in relazione alla disciplina dell'oggetto della prova va ricordata, infine tra le numerose, e spesso
inutili, classificazioni del fenomeno probatorio la distinzione tra prove dirette e prove indirette, a
seconda che le stesse si riferiscano, o non si riferiscano, immediatamente al thema probandum principale,
quale risulta dall'art. 187. Stando a questa terminologia sono prove dirette quelle aventi per oggetto il fatto da
provare nelle sue diverse articolazioni mentre sono prove indirette quelle che non hanno direttamente ad
oggetto il fatto da provare, bens un altro fatto, dal quale il giudice potr risalire al primo solo attraverso una
operazione mentale di tipo induttivo.
Le prove appartenenti a questa seconda categoria si definiscono anche come prove indiziarie, cos da
sottolinearne la struttura tipicamente inferenziale, e tali sono gli indizi, cui si riferisce la regola di
valutazione dettata dall'art. 192 comma 2 (infra, 7), da non confondersi con gli indizi richiesti quale
presupposto, ad esempio, per l'adozione di una misura cautelare ex artt. 273 comma 1 e 292 comma 2 lett.
c (infra, cap. IV, 3 e 13) ovvero per l'autorizzazione ad una intercettazione telefonica ex art. 267 comma
1 (infra, 15). In queste ultime ipotesi, infatti, perpetuando una infelice ambiguit gi criticala al l'epoca del
codice abrogato, il legislatore parla di indizi con riguardo ad elementi conoscitivi di varia natura, di per s
idonei a concretare soltanto una situazione di fumus commissi delicti.
4. Prove atipiche e garanzie per la libert morale della persona.
Si deciso, quindi, di non dettare alcuna aprioristica preclusione nei confronti delle prove non disciplinate
dalla legge (ci che sarebbe potuto risultare eccessivo, soprattutto nell'ottica dei prevedibili sviluppi
tecnologici sul terreno degli strumenti investigativi), ma di trasferire in capo al giudice, caso per caso, il
compito di un vaglio preliminare circa l'ammissibilit di tali prove.
La verifica subordinata a due distinte e concorrenti valutazioni: da un lato, che essa risulta idonea ad
assicurare l'accertamento dei fatti, dall'altro che non pregiudica la libert morale della persona. Dopo di
che, qualora venga riconosciuta l'ammissibilit della prova non ostante la sua fisionomia atipica, sar ancora
compito del giudice definire in concreto le modalit del-la sua assunzione, dopo avere sentito le parti allo
scopo di concordare, se possibile, le relative cadenze procedurali (art. 189).
Nessuna prova potr essere ammessa ai sensi dell'art. 189, qualora possa derivarne una lesione alla libert
morale del soggetto che vi coinvolto. Si tratta, del resto, diun'applicazione del principio di fondo secondo
cui non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, tecniche o metodi
probatori idonei a influire sulla libert di autodeterminazione o ad alterare la capacit di ricordare e di
valutare i fatti (art. 188).
Nessuna prova potr essere ammessa, n tanto meno assunta, quando la stessa pre- supponga il ricorso a
metodiche tali da vanificare, o comunque da compromettere, la normale attitudine della persona
all'autodeterminazione ed all'esercizio delle facolt mnemoniche e valutative.

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5. Diritto alla prova e criteri di ammissione.


Alle parti riconosciuto un vero e proprio diritto alla prova (a sua volta tipica manifestazione diritto di
difesa, per quanto riguarda le parti private, sotto il particolare profilo dell'esigenza di difendersi
provando), che infatti il codice esplicitamente sancisce.
Lungo questa prospettiva, e relegando nei confini delle eccezioni stabilite dalla legge i casi in cui le prove
sono ammesse d'ufficio, l'art. 190 non esita ad affermare con chiarezza il principio di impronta
tipicamente accusatoria per cui le prove sono ammesse a richiesta di parte, e su tale base impone al
giudice di provvedere senza ritardo con ordinanza alla delibazione di ammissibilit che gli demandata.
Emerge cos il duplice livello sul quale si articola il diritto alla prova riconosciuto alle parti.
In primo luogo come diritto di richiedere l'ammissione di determinate prove. In secondo luogo, una volta
adempiuto a tale onere, come diritto ad ottenere la prova richiesta, entro i limiti in cui la medesima possa
venire ammessa, o, comunque, ad ottenere una tempestiva pronuncia distinta dalla sentenza finale sulla
richiesta ritualmente formulata.
Non si pu non ricordare almeno l'esplicita attribuzione all'imputato del diritto ad ottenere l'ammissione
prove delle a discarico sui fatti costituenti oggetto delle prove a carico ed al pubblico ministero del
corrispondente diritto in ordine alle prove a carico sui fatti costituenti oggetto delle prove a discarico (art. .
115 comma 2). In queste ipotesi, anzi, legislatore ha voluto evidentemente attribuire un particolare risalto al
c.d. diritto di controprova in quanto tipica espressione della dialettica del contraddittorio al punto da
configurare uno specifico motivo di ricorso per cassazione proprio con riferimento alla mancata assunzione
di una prova decisiva, allorch la stessa sia stata richiesta dalla parte, anche nel corso dell'istruzione
dibattimentale, a norma dell'art. 495 comma 2 (art., 606 comma 1 lett. d).
Sul piano delle valutazioni di diritto, il giudice dovr escludere anzitutto le prove vietate dalla legge.
Sul piano delle valutazioni di fatto, lo stesso giudice, dopo avere riscontrato l'insussistenza di divieti
legislativi, dovr escludere le prove che risultino in concreto, e manifestamente, superflue o irrilevanti.
A quest'ultimo proposito, mentre la verifica sulla rilevanza della prova si risolve in un giudizio circa la sua
riconducibilit all'ambito oggettivo delineato dall'art. 187 (dunque, in realt, circa la sua pertinenza al thema
probandum), la successiva verifica sulla non superfluit comporta un giudizio sulla potenziale utilit della
stessa.
Rispetto alla disciplina ordinaria di ammissione della prova presenta carattere derogatorio la norma
dell'art. 190-bis, destinata ad operare nei soli procedimenti per i delitti di criminalit organizzata indicati
nell'art. 51 comma 3-bis.
Ne deriva una evidente deroga in rapporto ai criteri di ammissione della prova sanciti dall'art. 190, che
ubbidisce anzitutto ad un'esigenza di tutela delle persone da esaminare.
Queste esigenze risultano oggi soddisfatte nell'ambito di una disciplina che, se da un lato attenta ad
assicurare in ogni caso l'osservanza della garanzia del contraddittorio, dall'altro subordina il potere del
giudice di ammettere o di non ammettere la rinnovazione.
Non sembra dubbio che quest'ultima valutazione debba riservarsi sempre al giudice, secondo i principi
generali in tema di ammissione della prova, senza alcun vincolo (nonostante l'ambiguit del linguaggio
normativo) alle richieste ed alle prospettazioni avanzate da taluna delle parti.
I princpi espressi nell'art. 190 risultano di per s applicabili nell'intero arco del procedimento, e quindi anche
nelle fasi anteriori al dibattimento, beninteso entro i limiti di compatibilit con tali fasi della tematica che vi
disciplinata.
Non sembra dubbio, anzitutto, che i principi in questione debbano applicarsi in sede di incidente probatorio,
lo stesso pu dirsi in sede di udienza preliminare.
Resta fermo, in ogni caso, che la fase dibattimentale quella in cui con maggiore ampiezza ed intensit sono
destinati a trovare applicazione i principi generali riguardanti il diritto alla prova quali risultano oggi
consacrati, in termini espliciti, nel nuovo art. 111 Cost a cominciare dalla gi ricordata disciplina del
diritto di controprova (artt. 468 comma 4 e 495 comma 2) e dalla articolazione dialettica dell'esame
diretto ed incrociato (artt. 498-504): il tutto, del resto, in coerenza con alcune tra le pi qualificanti direttive
della legge delega (art. 2 nn. 73 e 75). Si deve aggiungere, peraltro, che proprio in rapporto alla fase
dibattimentale (al di la, dunque, della peculiare disciplina introdotta con riguardo all'udienza preliminare
nell'art. 422 comma 1 e con riguardo al giudizio abbreviato nell'art. 441 comma 5), sono previste le pi
vistose eccezioni al principio dell'iniziativa di parte sul terreno probatorio, accanto a quelle stabilite in via
generale nell'ambito della regolamentazione di singoli mezzi di prova. Come risulta, ad es., dalle disposizioni
dettate in materia di testimonianza (artt. 195 e 196) o di esame di persone imputate in un procedimento
connesso (art. 210), od ancora di perizia (art. 224) o di documenti provenienti dall'imputato (art. 237).
Ci si riferisce alle diverse ipotesi in cui il codice anche qui sulla base di esplicite prescrizioni della legge
delega (art. 2 nn. 73 e 76) configura determinati poteri di iniziativa probatoria come esperibili ex officio,

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attribuendoli ora al presidente del collegio (artt. 468 comma 5 e 506), ora al giudice del dibattimento (artt.
507, 508, 511 e 511-bis), talvolta in base al criterio della assoluta necessit (artt. 507, 523 comma 6 e 603
comma 3). Senonch, per quanto rilevante e significativa, sul piano dei rimedi agli eventuali squilibri
verificatisi nel contraddittorio tra le parti, l'attribuzione all'organo giurisdizionale di un simile potere di
intervento suppletivo assume un risalto secondario e marginale.
6. Prove illegittimamente acquisite e sanzione di inutilizzabilit.
Il principio di legalit in materia di prova, si colloca soprattutto la regola che sancisce la non utilizzabilit
delle prove illegittimamente acquisite, cio ammesse o assunte in violazione dei divieti stabiliti dalla
legge (art. 191).
Assume in tal modo risalto formale la categoria della inutilizzabilit, intesa come vizio e, per altro aspetto,
come sanzione processuale predisposta in via generale nel caso di violazione dei divieti probatori risultanti
ex lege.
La inutilizzabilit della prova, infatti, rilevabile anche di ufficio in ogni stato e grado del procedimento
(art. 191 comma 2), quindi pure nell'ambito del giudizio in cassazione.
Quanto alla sfera di operativit della sanzione prevista dall'art. 191, essa va individuata avendo riguardo ad
ogni ipotesi di inosservanza di un divieto sancito dalla legge processuale per via diretta o indiretta in
materia di ammissione ovvero di acquisizione probatoria, ivi comprese le ipotesi in cui il divieto, per sua
natura, possa emergere soltanto ex post rispetto al momento acquisitivo, e quindi si concreti esclusivamente
nel momento di valutazione della prova (come risulta, ad esempio, ex artt. 63 c.1, 64 c. 3-bis e 195 c. 30).
In altri termini, il disposto dell'art. 191 si configura, da un lato (comma 1), come norma generale di
previsione della sanzione dell'inutilizzabilit, destinata a combinarsi con tutte le svariate disposizioni che,
pur sancendo un divieto probatorio da intendersi come vero e proprio divieto all'ingresso della prova nel
processo - non prevedono alcun riflesso sanzionatorio per l'ipotesi della sua trasgressione. Dall'altro
(comma 2), come norma generale di riferimento per il regime normativo del vizio della inutilizzabilit,
destinata a trovare applicazione tutte le volte in cui singole disposizioni dichiarino tout court inutilizzabili
determinai atti probatori.
La sanzione della inutilizzabilit ribadita per la sentenza dibattimentale con riguardo alle prove diverse da
quelle legittimamente acquisite nel dibattimento (art. 526) opera in via generale nei confronti di tutte le
prove acquisite contra legem, cio nella inosservanza di un divieto di ammissione o di acquisizione stabilito
per legge.
7. Valutazione della prova e regole di convincimento del giudice.
Passando al regime di valutazione della prova, cui testualmente dedicato l'art. 192, ne risulta anzitutto
ribadito il principio del libero convincimento del giudice.
Tale principio viene affermato con esclusivo riferimento al momento della valutazione della prova non anche
a momenti anteriori del procedimento probatorio.
Questa esigenza di legalit circa il momento valutativo della prova trova la sua conferma nella previsione del
necessario raccordo tra le valutazioni operate dal giudice - ai fini del proprio convincimento - e la
motivazione dei provvedimenti che ne siano derivati, nella quale dovr essere dato conto sia dei risultati
acquisiti, sia dei criteri adottati (art. 192 comma 1).
Il giudice dovr in concreto ricostruire il percorso logico conoscitivo che lo abbia condotto ad apprezzare in
un certo modo le prove disponibili ed a trarne determinate conclusioni: all'interno della motivazione non solo
dovranno essere indicate le prove poste a base della decisione, ma dovranno essere altres enunciate le
ragioni per le quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie (art 546 comma lett. e).
Oltre al limite razionale derivante dall'obbligo della motivazione, il principio del libero convincimento del
giudice incontra tuttavia (a testimonianza di una libert suscettibile di esplicarsi soltanto entro i confini
prefissati ex lege) anche alcuni limiti di tipo normativo, a parte la dichiarata irrilevanza degli sbarramenti
probatori stabiliti dalle leggi civili (rectius, non penali), con l'unica eccezione per quelli concernenti lo
stato di famiglia e di cittadinanza (art. 193).
In primo luogo, su un piano generale, si esclude che a tale fine possano venire utilizzati elementi di natura
soltanto indiziaria (si riflette qui, evidentemente, la classica distinzione tra prove dirette ed indizi, questi
ultimi intesi nel senso di prove critiche indirette: retro, 3), a meno che i medesimi possano qualificarsi
come gravi, precisi e concordanti.
Quando si accerti una simile caratterizzazione degli indizi entrati nella sfera conoscitiva del giudice, infatti,
la regola probatoria risulta ribaltata: gli indizi, cos intesi nel loro organico complesso, assumono valenza di
prova, e diventano senz'altro idonei ad integrare la piattaforma di convincimento, da cui pu essere desunta

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l'esistenza di un fatto (art. 192 comma 2).


In secondo luogo, ma questa volta con riferimento alla peculiare situazione dei coimputati del medesimo
reato, ovvero degli imputati in un procedimento connesso a norma dell'art. 12 (al cui esame, qualora si
proceda separatamente, devono applicarsi le disposizioni dettate nell'art. 210, trattandosi di soggetti ex art.
197 incompatibili con l'ufficio di testimone), si stabilisce che le dichiarazioni, di natura sostanzialmente
testimoniale, provenienti da una di tali persone non possano venire valutate ex se, ma debbano sempre
esserlo unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilit (art. 192 c. 3). E lo stesso
vale anche nei confronti delle dichiarazioni rese dall'imputato di un reato collegato a quello per cui si
procede, nell'ipotesi di collegamento probatorio ai sensi dell'art. 371 comma 2 lett. b (art. 192 comma 4);
nonch nei confronti delle dichiarazioni rese dall'imputato che abbia assunto l'ufficio di testimone, per effetto
del disposto ex art. 197-bis comma ultimo (infra, 8).
Da ultimo, una ulteriore ipotesi di limite al principio del libero convincimento del giudice - sia pure
circoscritto alla prova della colpevolezza dell'imputato quella che si esprime nel divieto di valutazione
sancito dall'art. 526 comma 1-bis, con l'escludere che tale prova possa essere ottenuta sulla base di
dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si sempre volontariamente sottratto all'esame da parte
dell'imputato o del suo difensore. Dove evidentemente si operata una trasposizione nel tessuto codicistico
della regola enunciata nella seconda parte dell'art. 111 comma 4 Cost..
8. La testimonianza.
Mentre i mezzi di prova (testimonianze, esami delle parti, confronti, ricognizioni, esperimenti giudiziali,
perizie documenti) si caratterizzano per la loro attitudine ad offrire al giudice dei risultati direttamente
utilizzabili ai fini della decisione, lo stesso non pu dirsi invece per i mezzi di ricerca della prova (ispezioni,
perquisizioni, sequestri, intercettazioni telefoniche), che non integrano di per s una fonte del convincimento
giudiziale, ma risultano funzionalmente diretti a permettere l'acquisizione di cose, tracce, notizie o
dichiarazioni idonee ad assumere rilevanza probatoria.
I mezzi di ricerca della prova si caratterizzano specialmente in quanto diretti a propiziare l'acquisizione al
processo (per lo pi attraverso atti fondati sulla sorpresa) di elementi probatori in vario modo precostituiti
rispetto al medesimo, laddove i mezzi di prova si qualificano, al contrario, per la loro funzionalit ad
assicurare la formazione della prova in sede processuale.
Quanto alla tematica della testimonianza (artt. 194-207), il cui oggetto ed i cui limiti risultano definiti con
sufficiente chiarezza dall'art. 194. merita anzitutto d'essere posta in luce la articolata normativa dettata per il
fenomeno della c.d. testimonianza indiretta (art. 195).
Pi precisamente, da un lato, viene sancita, in termini generali, la inutilizzabilit della deposizione di chi non
possa o non voglia indicare la persona o la fonte da cui abbia appreso la notizia al centro dell'esame
testimoniale (art. 195 comma 7). E di qui deriva il tradizionale corollario rappresentato come si vedr tra
breve dal divieto di acquisizione e di impiego delle notizie provenienti dagli informatori confidenziali,
dei quali gli organi di polizia e dei servizi di sicurezza non abbiano rivelato i nomi, essendo espressamente
facoltizzati a tacerli anche di fronte al giudice (art. 203).
D'altro lato, viene previsto che, allorquando il testimone riferisce fatti o circostanze, la cui conoscenza
dichiari di aver appreso da persone diverse, queste ultime non solo possano essere chiamate a deporre
d'ufficio dal giudice, ma debbano comunque esserlo su richiesta di parte, a pena di inutilizzabilit delle
dichiarazioni de relato (art. 195 c.1 e 3) laddove tale richiesta venga disattesa (salvo che l'esame del
testimone direttamente a conoscenza dei fatti risulti impossibile a causa di morte, di infermit o di
irreperibilit).
In questo quadro, con riferimento ad una esplicita direttiva della legge delega (art. 2 n. 31), il 4" comma
dell'art. 195 aveva stabilito il divieto nei confronti di ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria di deporre
sul contenuto delle dichiarazioni acquisite da testimoni (rectius, da persone che successivamente potessero
assumere la veste di testimoni), configurando cos una deroga piuttosto rigida rispetto alla ordinaria
disciplina della testimonianza indiretta.
Sebbene questa disposizione derogatoria fosse stata dichiarata costituzionalmente illegittima (e, con essa, la
corrispondente direttiva della delega), in quanto discutibilmente ritenuta sfornita di ragionevole
giustificazione, essa stata tuttavia di recente riproposta nello stesso 4 comma, sia pure in versione pi
circoscritta, nell'ambito della legislazione attuativa dei princpi di garanzia del contraddittorio affermati nel
testo novellato dell'art. 111 Cost.. Pi precisamente, stato ripristinato in capo ad ufficiali ed agenti di
polizia giudiziaria il divieto di deporre sul contenuto di dichiarazioni rese da testimoni, ma limitatamente alle
dichiarazioni acquisite con le modalit di cui agli artt. 351 e 357 comma 2 lett. a e b.
Questo divieto non opera, invece, negli altri casi (rispetto a quelli specificamente indicati nel 4 comma
dell'art. 195).

76

Alla esigenza di assicurare sempre, in linea di principio, loperativit di un controllo sulla fonte delle
deposizioni di seconda mano oltrech rafforzare la tutela processuale di determinati segreti ubbidisce
anche In regola di esclusione della testimonianza dei soggetti che facciano riferimento a fatti conosciuti da
persone titolari di un segreto professionale (art. 200), ovvero di un segreto d'ufficio (art. 201), senza dubbio
comprensivo anche del segreto di Stato, semprech le medesime persone non abbiano deposto sugli stessi
fatti, o non abbiano altrimenti divulgate.
Dopo avere delineato in termini organici i capisaldi della capacit di testimoniare (art. 196), il codice si
sofferma a descrivere la disciplina delle incompatibilit con il relativo ufficio (art. 197), ed in particolare le
ipotesi di incompatibilit a testimoniare dell'imputato.
In particolare, per quanto concerne l'area essa risulta oggi circoscritta in termini assoluti (con notevole
restrizione rispetto alle corrispondenti previsioni del previgente art. 197) alla situazione di chi sia coimputato
del medesimo reato o imputato in un procedimento connesso a norma dell'art. 12 comma 1 lett. a,
semprech nei suoi confronti gi non sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, ovvero
sentenza irrevocabile di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444.
A questa ipotesi di incompatibilit assoluta a testimoniare dell'imputato, prevista dalla lett. a dell'odierno art.
197, si affianca nella successiva lett. b un'ulteriore ipotesi di incompatibilit ad essa speculare, con
riferimento alla situazione di chi sia imputato in un procedimento connesso ai sensi dell'art. 12 comma 1
lett. c, ovvero di un reato collegato a norma dell'art. 371 comma 2 lett. b (sul punto non rilevano, quindi, le
pur significative modifiche rispettivamente apportate circa l'ambito di operativit delle suddette
disposizioni), naturalmente semprech nei suoi confronti non sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di
proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444. Senonch tale ulteriore
ipotesi di incompatibilit risulta temperata dalla clausola di esordio della stessa lett. b dell'art. 197, che fa
salvo quanto previsto dall'art. 64 comma 3 lett. C.
Se ne desume, in sostanza, che quest'ultima causa di incompatibilit non opera allorch si realizzino le
circostanze descritte nel medesimo art. 64 comma 3 lett. c, dopo che all'imputato dichiarante sia stato dato il
relativo avvertimento.
Tutto ci trova conferma nel nuovo art. 197-bis, destinato per l'appunto a disciplinare la posizione delle
persone che rivestendo (o avendo rivestito) la qualifica di imputato in un procedimento connesso o
collegato, nondimeno possono ricoprire l'ufficio di testimone (ferme, ovviamente, le gi ricordate
incompatibilit sancite dall'art. 197).
Tali sono, in primo luogo, alla stregua dell'art. 197-bis comma 1, tutti gli imputati che si siano trovati nelle
situazioni descritte dall'art. 197 lett. a e b. Tali sono, in secondo luogo, come risulta dall'art. 197-bis comma
2 in rapporto all'art. 197 lett. b, tutti gli imputati in un procedimento connesso ai sensi dell'art. 12 c. 1 lett. c
o di un reato collegato a norma dell'art. 371 comma 2 lett. b, i quali in sede di interrogatorio abbiano reso
dichiarazioni concernenti l'altrui responsabilit, essendo stati ritualmente preavvertiti ex art. 64 c.3 lett. c.
Un testimone che tale a tutti gli effetti. Ma anche, nel contempo, un testimone che gode di un regime
particolare dal punto di vista delle garanzie, evidentemente in ragione del rischio che tenuto conto del suo
peculiare status processuale dall'adempimento del dovere di deporre possa derivargli qualche pregiudizio
sul terreno dell'accertamento delle proprie eventuali responsabilit.
Anzitutto si stabilisce, attraverso una previsione inedita rispetto allordinaria figura testimoniale, che nelle
ipotesi in questione il testimone venga assistito da un difensore (di qui la formula, ormai diffusa nella prassi,
di testimone assistito), con l'ulteriore precisazione relativa alla nomina di un difensore d'ufficio nel caso di
mancanza di un difensore di fiducia. E, sebbene a questo difensore non venga attribuito un diritto di
partecipare all'esame del tipo di quello spettante, invece, al difensore dei soggetti (imputati in un
procedimento connesso che non possono assumere l'ufficio di testimone) ai quali si riferisce l'art. 210
comma 4, non sembra tuttavia dubbio che al medesimo difensore debba riconoscersi sia il diritto di
presenziare all'esame dei testimoni di cui tratta l'art. 197-bis (nonch all'audizione dei medesimi soggetti
prevista dagli artt. 351 comma 10 e 362, stante il rinvio ivi operato al suddetto art. 197-bis) sia, in quella
sede, il diritto di formulare richieste, osservazioni e riserve, ovviamente a tutela della posizione del testimone
assistito e delle corrispondenti prerogative sul versante dei limiti al dovere testimoniale.
L'art. 197 bis comma 4 individua due altre specifiche ipotesi con riferimento alle quali il medesimo
testimone non pu essere obbligato a deporre, e quindi pu legittimamente rifiutarsi di rispondere alla
relative domande. In primo luogo, quando si versi in una delle situazioni previste dal 1 comma del predetto
art. 197-bis, si stabilisce che il testimone esonerato dall'obbligo di deporre sui fatti per i quali in giudizio
sia stata pronunciata a suo carico sentenza irrevocabile di condanna (non anche, dunque, sentenza di
applicazione della pena ex art. 444, attesa la esplicita distinzione tra le due sentenze rimarcata nello stesso 1
comma), allorch nel procedimento egli aveva negato la propria responsabilit (da intendersi in senso
stretto, con riguardo al fatto storico), ovvero non aveva reso alcuna dichiarazione.

77

Inoltre, quando si versi in una delle situazioni previste dal successivo 2 comma dell'art. 197-bis, si stabilisce
che il testimone del pari esonerato dall'obbligo di deporre su fatti concernenti la propria responsabilit in
ordine al reato per cui si procede o si proceduto nei suoi confronti, cos integrandosi e specificandosi il gi
ricordato principio per cui nessun testimone pu essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe
emergere una sua responsabilit penale (art. 198 comma 2).
Il 5 comma dell'art. 197-bis si preoccupa di predisporre anche un diverso tipo di garanzia, destinata ad
operare ex post. Pi precisamente si prescrive che tali dichiarazioni non possano essere utilizzate contro la
persona da cui provengano non solo nel procedimento a suo carico, ove ancora in corso (e potrebbe anche
trattarsi dello stesso procedimento in cui tale persona avesse assunto veste testimoniale ex art. 197-bis
comma 2), ma nemmeno nell'eventuale procedimento di revisione della sentenza di condanna pronunciata
nei suoi confronti, ne in qualsiasi altro giudizio civile o amministrativo relativo al fatto oggetto di tali
procedimenti o di tale sentenza.
Meno comprensibile risulta, invece, da un certo punto di vista, la previsione contenuta nell'ultimo comma
dell'art. 197-bis, l dove alle dichiarazioni provenienti dai testimoni indicati nel medesimo articolo viene
estesa la regola dettata nell'art. 192 comma 3, nel senso di esigere che anche le suddette dichiarazioni, per
assumere pieno valore probatorio, debbano venire corroborate da altri elementi di prova che ne confermano
l'attendibilit (retro, 7).
Per quanto riguarda i doveri processuali cui tenuto in via generale, salvo diversa disposizione di legge, il
soggetto che assume la veste di testimone, l'art. 198 dopo aver definito i tradizionali obblighi propri
dell'ufficio testimoniale (obbligo di presentarsi al giudice, di attenersi alle prescrizioni e di rispondere
veridicamente) vi ricollega esplicitamente la classica garanzia contro il rischio della self-incrimination,
stabilendo che il medesimo teste non pu essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere
una sua responsabilit penale.
A parte la disciplina della testimonianza dei prossimi congiunti dell'imputato, imperniata sull'ordinario
riconoscimento della facolt di astensione e sul diritto al relativo avviso, a pena di nullit (art. 199) salvo
che abbiano presentato denuncia, querela o istanza, ovvero essi, od un loro prossimo congiunto, siano offesi
dal reato le deroghe all'obbligo della deposizione sono dunque riconducibili alla sfera dei segreti cui la
stessa legge delega (art. 2 n. 70) ha imposto di attribuire rilevanza in sede di acquisizione probatoria. Per
quanto riguarda l'ambito del segreto professionale (art. 200), prescindendo dai ritocchi apportati alla
definizione delle categorie gi in precedenza legittimate all'opposizione di quel segreto, va soprattutto
segnalato l'allargamento operato attraverso il riferimento anche agli esercenti altri uffici o professioni, cui la
legge riconosce la facolt di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.
Fermo restando il potere del giudice di ordinare che, in ipotesi del genere, il testimone deponga, tutte le volte
in cui si sia convinto, dopo i necessari accertamenti, della infondatezza della dichiarazione di segretezza
opposta dal medesimo per esimersi dal deporre, un regime particolare previsto nei confronti dei giornalisti
professionisti iscritti all'albo (esclusi, dunque, i pubblicisti), relativamente ai nomi delle persone che abbiano
loro fornito notizie in via fiduciaria. Entro questi limiti anche ad essi viene estesa la normativa dettata per il
segreto professionale, ma al giudice sempre riservato il potere di obbligarli a rivelare l'identit di tali
persone, quando le suddette notizie siano indispensabili per la prova del reato, e la loro veridicit possa
venire accertata solo attraverso l'identificazione della fonte fiduciaria (art. 200 comma 3).
La stessa disciplina prevista per la facolt d'astensione dei titolari di un segreto professionale (ivi compresa
la importante precisazione salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorit giudiziaria) risulta
estesa anche ai pubblici ufficiali, ai pubblici impiegati ed agli incaricali di un pubblico servizio in rapporto
alla tematica del segreto d'ufficio, sia pure con la variante che ad essi compete non tanto la facolt, quanto
l'obbligo di astenersi dal deporre sui fatti che devono rimanere segreti (art. 201). Un aspetto peculiare
della disciplina del segreto d'ufficio rappresentato, infine, dalla prerogativa riconosciuta agli ufficiali ed
agli agenti di polizia giudiziaria ai quali vengono accomunati, per la prima volta, gli appartenenti ai servizi
di sicurezza di non rivelare i nomi dei propri informatori confidenziali, senza alcuna possibilit per il
giudice di obbligarli a fornire le relative indicazioni, fermo in tal caso il gi ricordato divieto di acquisizione
e di utilizzo processuale delle informazioni provenienti dai medesimi (art. 203 comma 1).
Quanto alle ipotesi di opposizione del segreto di Stato, da parte degli stessi soggetti legittimati ad opporre il
segreto d'ufficio, l'art. 202 non fa che ricalcare le linee della corrispondente direttiva della legge delega (art.
2 n. 70), del resto a sua volta ispirata alle scelte operate dalla 1. 24 ottobre 1977, n. 801, stabilendo l'obbligo
del giudice di rivolgersi al presidente del Consiglio dei ministri semprech, naturalmente, non ritenga
fondata l'opposizione addotta dal testimone al fine di chiedere conferma all'esistenza di quel segreto. Dopo
di che ove entro sessanta giorni la relativa conferma sia fornita (con provvedimento motivato nelle sue
ragioni essenziali, si deve ritenere, sulla scorta di un preciso insegnamento della sentenza costituzionale n.

78

86 del 1977, anche in vista dell'eventuale ricorso per conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato), il
giudice che reputi..tale testimonianza indispensabile per la definizione del processo potr soltanto dichiarare
non doversi procedere per l'esistenza di un segreto di Stato. Qualora, invece, quel termine scada senza che
nessuna conferma venga fornita, il giudice potr ordinare che il testimone deponga.
Sempre in attuazione della medesima direttiva della delega (dov' sviluppato il principio gi espresso nell'art.
12 comma 2 l. 24 ottobre 1977, n. 801), l'art. 204 vieta, infine, che possano venire legittimamente opposti il
segreto d'ufficio ed il segreto di Stato su fatti, notizie e documenti concernenti reati diretti all'eversione
dell'ordinamento costituzionale (salvo per quanto riguarda i nomi degli informatori come risulta dall'art. 66
comma 1 disp. att.), riservando in caso di opposizione e al giudice il compito di definire la natura del reato:
cio, il presupposto per l'eventuale pronuncia contraria all'eccezione di segretezza, affidata allo stesso
giudice. Si prevede, comunque, che del provvedimento di rigetto venga data comunicazione al presidente del
Consiglio, evidentemente allo scopo di consentirgli le opportune iniziative.
Venendo alle restanti disposizioni sulla disciplina della testimonianza, a parte le opportune precisazioni
dettate in ordine alle modalit di assunzione del presidente della Repubblica e dei grandi ufficiali dello Stato
(art. 205), nonch, rispettivamente, degli agenti diplomatici (art. 206), riveste notevole importanza il
trattamento processuale della testimonianza falsa o reticente: a cominciare dall'esclusione di qualunque
rapporto di pregiudizialit del relativo procedimento rispetto al procedimento principale e, in ogni caso, dal
divieto della possibilit di arresto in udienza per il testimone, sancito dall'art. 476 comma 2 in conformit
all'esplicita previsione della legge delega (art. 2 n. 74).
Per conseguenza, la situazione risulta regolata dall'art. 207 all'insegna di una netta distinzione tra il profilo
della iniziativa penale contro il testimone per il delitto di falsa testimonianza previsto dall'art. 372 c.p. ed il
profilo della valutazione della testimonianza da parte del giudice del processo. A quest'ultimo, infatti,
imposto di informare il pm, trasmettendogli gli atti, ove ne ricorrano gli estremi, soltanto con la decisione
conclusiva della fase processuale in cui il testimone ha deposto (la informativa della notitia criminis sar
immediata, invece, nel caso di rifiuto della testimonianza), salva ovviamente l'autonomia del pubblico
ministero stesso di promuovere l'azione penale in qualsiasi momento, anche prima dei suddetti adempimenti.
Da notare che analoga disciplina stata successivamente dettata nell'art. 371 bis comma 2 c.p., a proposito
del delitto di false informazioni al pubblico ministero, precisandosi peraltro che il relativo procedimento
ferma l'immediata procedibilit nel caso di rifiuto di informazioni debba rimanere sospeso finch il
procedimento principale, nel corso del quale le informazioni siano state assunte, si sia concluso con sentenza
di primo grado, ovvero sia stato anteriormente definito. E quest'ultima previsione stata ribadita anche
nell'art. 371-ter comma 2 c.p., a proposito del delitto di false dichiarazioni al difensore, nelle ipotesi
previste dall'art. 391-bis commi 1 e 2.
9. L'esame delle parti.
Circa il nuovo istituto dell'esame delle parti private (artt. 208-210), destinato a prender luogo della figura
dell'interrogatorio in sede dibattimentale (art. 503) e, ricorrendo determinate ipotesi, anche in sede di
incidente probatorio (art. 392) va anzitutto sottolineato come si tratti, diversamente dall'interrogatorio, di
un vero e proprio mezzo di prova, sia pure di natura eventuale, essendo la sua esperibilit subordinata alla
volont delle parti stesse. Le quali, in realt, sono sottoposte all'esame soltanto qualora ne facciano richiesta,
o consentano alla richiesta formulata da altra parte (salva, nel caso della parte civile, l'esigenza del suo esame
come testimone), ivi compreso, ovviamente, il pubblico ministero (art. 208).
Entro questi limiti, una volta manifestata la propria volont favorevole all'esame, la parte che vi stata
sottoposta quindi, anzitutto, l'imputato, cui l'istituto esplicitamente riferito dalla legge delega (art. 2 n.
73) Perde la possibilit di esercitare senza pregiudizio la strategia del silenzio. Anche se bisogna
aggiungere che, per quanto concerne l'imputato, la scelta del rifiuto all'esame non appare del tutto libera (ci
si riferisce all'esame sul fatto proprio, in quanto nel caso di esame sul fatto altrui all'imputato, come si vedr,
deve applicarsi la disciplina ex art. 210, semprech il medesimo non abbia assunto la figura di testimone
assistito ai sensi dell'art. 197-bis), ma deve inquadrarsi nella particolare prospettiva dell'onere, come risulta
dalle conseguenze per lui potenzialmente svantaggiose che ne fa discendere l'art. 513 comma 1.
Sebbene non si parli, al contrario di quel che accade per il testimone, di un obbligo di rispondere secondo
verit alle domande che gli sono rivolte (art. 198 comma l), non in realt prevista alcuna formale
attribuzione alla parte esaminata della facolt di non rispondere, n, tanto meno, previsto un avvertimento
analogo a quello prescritto dall'art. 64 comma 3 in sede di interrogatorio, sebbene tale mancata previsione
possa venire superata sul piano interpretativo (5). Si stabilisce, semmai, che dell'eventuale rifiuto di
rispondere venga fatta menzione nel verbale (art. 209 comma 2).
Rimane fermo, in ogni caso, come per il testimone, ed in analoga prospettiva di tutela anticipata dal rischio
della self-incrimination sebbene, nella specie, tale rischio dovrebbe essere ridotto al minimo dal carattere

79

volontario della sottoposizione all'esame l'esplicito riconoscimento, anche per la parte esaminata, della
facolt di non rispondere, tutte le volte in cui dalla risposta potrebbe emergere una sua responsabilit
penale (artt. 198 comma 2 e 209 comma 1). Per quanto concerne, invece, le regole di esclusione dettate in
materia di testimonianza indiretta, esse risultano richiamate solo con riguardo all'esame delle parti diverse
dall'imputato (artt. 195 e 209 comma 1).
Un apposite regolamentazione risulta prevista, infine, dallart. 210 con riferimento allesame dibattimentale
delle persone imputate in un procedimento connesso (salva l'ulteriore precisazione per cui, come si dir tra
breve, deve trattarsi di procedimenti connessi a norma dell'art. 12 c. l lett. a), nei confronti delle quali si
proceda, o si sia proceduto, separatamente, e che comunque non possano assumere l'ufficio di testimone.
Riguardo a tali soggetti si stabilisce, allora, che nei dibattimenti relativi a processi diversi da quello in cui
rivestano formalmente la qualit di imputati (ma anche nei processi in cui rivestano tale qualit, ove l'esame
si riferisca al fatto altrui, secondo quanto aveva insegnato a suo tempo la giurisprudenza costituzionale), essi
vengano di regola esaminati a richiesta di parte, ma possano, o meglio debbano, esserlo anche d'ufficio,
allorch ai medesimi sia stato fatto riferimento nell'ambito di una testimonianza, o di un esame, di natura
indiretta (art. 210 comma 1).
Per il resto, la disciplina dell'esame dei soggetti in questione risulta costruita sulla base di un assetto
intermedio tra quello del testimone e quel 19 dell'imputato: da un lato sotto il profilo del richiamo delle
norme con cernenti la citazione (ai sensi dell'art. 142 disp. att.),1'obbligo di presentazione e l'eventuale
accompagnamento coattivo dei testimoni (art. 210 c. 2); dall'altro sotto il profilo della necessaria assistenza
difensiva.
Sotto il profilo dell'esplicito riconoscimento a tali soggetti del diritto al silenzio.
Diversamente da quanto previsto nell'ipotesi del procedimento cumulativo al cui interno, in forza dell'art.
208, il coimputato pu comunque sottrarsi all'esame diretto quando si proceda in via separata il medesimo
coimputato potr essere sempre costretto a soggiacervi, salvo il diritto ad essere avvertito della facolt di non
rispondere, come se si trattasse di un interrogatorio (art. 210 comma 4).
I soggetti cui dovr applicarsi la particolare disciplina dell'esame attualmente prevista dal l'art. 210 non sono
pi, come era in passato (sulla scorta dell'allora vigente disposto dell'art. 197 lett. a e b), tutte le persone
imputate in un procedimento connesso a norma dell'art. 12, nei confronti delle quali si procede o si
proceduto separatamente, bens soltanto quelle non ricomprese nell'area degli imputati che a norma dell'art.
197-bis assumono l'ufficio di testimone.
Pi precisamente, dispone a quest'ultimo proposito il nuovo 6 comma dell'art. 210 che la disciplina
contenuta nell'intero articolo debba applicarsi anche ai soggetti in questione, ma solo quando i medesimi
non hanno reso, in precedenza dichiarazioni concernenti la responsabilit dell'imputato. Attraverso una
simile precisazione ci si riferisce a ben vedere sia all'ipotesi in cui tali persone non siano mai state sentite
da alcuna autorit interrogante, sia all'ipotesi in cui, pur essendo state interrogate, non abbiano reso in tale
sede alcuna dichiarazione sull'altrui responsabilit.
Tuttavia si prevede altres che a tali soggetti, pur chiamati per essere esaminati a norma dell'art. 210, venga
comunque dato l'avvertimento previsto dall'art. 64 comma 3 lett. c, nel qual caso, ove non si avvalgano della
facolt di non rispondere, gli stessi assumeranno l'ufficio di testimone.
10. Confronti, ricognizioni ed esperimenti giudiziali.
Riguardo alle figure dei confronti sono disciplinate agli artt. 211-212, le ricognizioni artt. 213-217 e gli
esperimenti giudiziali artt. 218-219.
I confronti sono ammessi esclusivamente fra persone gi esaminate o interrogate, nel caso di
dichiarazioni in contrasto su lutti e circostanze importanti (art. 211), si tratta di un mezzo che dovrebbe
trovare largo impiego anche, se non soprattutto, nel corso delle indagini preliminari (non a caso il relativo
potere viene testualmente riconosciuto al pubblico ministero ex art. 364 comma 1).
Circa le modalit dell'atto, ne risulta evidenziata la funzione propulsiva attribuita al giudice nel richiamare le
precedenti dichiarazioni sulle quali i soggetti ammessi al confronto siano risultati in disaccordo non-che
nell'invitarli alle reciproche contestazioni.
Anche la disciplina delle ricognizioni ricalca, nelle sue grandi linee, i modelli tradizionali di questo mezzo
probatorio, caratterizzandosi in ispecie sia che esse abbiano ad oggetto le persone (art. 213), sia che abbiano
ad oggetto le cose (art. 215) per la accuratezza e l'analiticit della descrizione degli adempimenti
preliminari e, quindi, dei modi di svolgimento dell'atto (art. 214), evidentemente a causa di una certa
diffidenza legislativa verso l'attendibilit dei risultati di questo delicato mezzo di prova. Addirittura si
prevede che sia causa di nullit anche soltanto la mancata menzione, in sede di verbale, dell'osservanza delle
forme prescritte per scandire la relativa procedura dai suoi preliminari alla vera e propria attivit ricognitiva
(artt. 213 comma 3, 214 comma 3 e 215 comma 3).

80

Merita di essere ricordata, ancora, l'apertura contenuta nell'art. 216 a proposito della ricognizione di voci, di
suoni o di quanto altro pu essere oggetto di percezione sensoriale. Il codice delinea qui una figura
probatoria riconducibile all'ambito delle prove non (del tutto) disciplinate dalla legge, per la quale
dovranno quindi valere, anche in rapporto alle modalit di assunzione, i princpi dettati nell'art. 189.
Sia nel caso dei confronti, sia nel caso delle ricognizioni, innegabile che la persona chiamata a compiere
l'atto viene a trovarsi nella condizione di dover rilasciare dichiarazioni che a seconda della sua posizione
processuale sono assimilabili per il loro contenuto informativo a quelle rese dall'imputato in sede di
interrogatorio ovvero di esame ex art. 503.
Quanto agli esperimenti giudiziali, mezzo di prova tipicamente finalizzato ad accertare se un fatto sia o
possa essere avvenuto in un determinato modo, attraverso la riproduzione della situazione e la ripetizione
delle modalit relative al suo presumibile svolgimento (art. 218), la preoccupazione del legislatore si
appuntata soprattutto sull'esigenza di una maggiore specificazione in ordine alle forme da osservarsi per fare
luogo alla relativa procedura, come risulta dal disposto dell'art. 219.
Il giudice ha lobbligo di provvedere affinch l'esperimento possa regolarmente svolgersi senza offendere
sentimenti di coscienza, e senza esporre a pericolo l'incolumit delle persone o la sicurezza pubblica.
11. La perizia.
La disciplina della perizia data agli artt. 220-233. Circa l'oggetto della perizia, esso risulta delineato in via
generale dall'art. 220 c. 1 attraverso la definizione del presupposto di ammissibilit della prova peritale
(che si configura, nel contempo, come presupposto del dovere del giudice di disporre la perizia), facendo
cio riferimento alle situazioni in cui occorre svolgere indagini, ovvero acquisire dati o valutazioni, i
quali richiedano specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche.
Un'ipotesi particolare di perizia, di recente introdotta nel sistema, quella prevista dall'art. 16 1. 15 febbraio
1996, n. 66, stando alla quale l'imputato per uno dei gravi delitti ivi indicati (contro la personalit dei minori
o contro la libert sessuale) dev'essere sottoposto con le forme della perizia ad accertamenti per
l'individuazione di patologie sessualmente trasmissibili, tutte le volte in cui le modalit del fatto possano
prospettare un rischio di trasmissione delle patologie medesime.
Tornando alle linee di fondo dell'istituto, quando il giudice accerti la sussistenza di una delle necessit
indicate nell'art. 220 comma 1 egli sar obbligato ad ammettere - e, quindi, a disporre la perizia anche
d'ufficio, come si d cura di precisare l'art. 224 comma 1, prevedendo altres il contenuto della relativa
ordinanza, che accanto alla nomina del perito dovr, tra l'altro, recare la sommaria enunciazione
dell'oggetto delle indagini. A quest'ultimo proposito, restano confermate le tradizionali esclusioni
dell'ammissibilit della perizia in rapporto a determinati oggetti. Salvo quanto disposto in sede di esecuzione
della pena o della misura di sicurezza (artt. 678 comma 2 e 679 comma 1), infatti, sono vietate le perizie
concernenti il carattere e la personalit dell'imputato, le forme qualificate di pericolosit sociale e, in genere,
le sue qualit psichiche indipendenti da cause patologiche (art. 220 comma 2).
Mentre in rapporto alla tematica della incapacit, incompatibilit ed astensione del perito (artt. 222 e 223)
non emergono profili di particolare interesse, il criterio principale per la nomina del perito quello della sua
iscrizione negli appositi albi professionali.
Il codice impone giudice di disporre una perizia collegiale, quando le indagini e le valutazioni risultano di
notevole complessit, ovvero quando le medesime richiedono distinte conoscenze in differenti discipline
(art. 221).
Circa le ulteriori sequenze procedurali, l'art. 224 comma 2 attribuisce anzitutto al giudice a parte i
necessari adempimenti relativi alla citazione del perito ed alla comparizione delle persone sottoposte
all'esame peritale il potere di adottare ogni altro provvedimento necessario per l'esecuzione delle relative
operazioni, essendo peraltro da escludere da tale ambito le misure incidenti sulla libert personale
dell'imputato o di terze persone, salve quelle specificamente previste nei casi e nei modi dalla legge.
Una breccia per il superamento in concreto di tale divieto (breccia significativa, ma tanto pi singolare nella
perdurante assenza di una specifica disciplina in materia peritale) risulta dalla attribuzione agli organi di
polizia giudiziaria del potere di procedere anche coattivamente al prelievo di capelli o di saliva, nelle
forme e con le garanzie previste dall'art. 349 c. 2-bis ai fini della identificazione dell'indagato. Ovvero, pi in
generale, sebbene attraverso una formula piuttosto ambigua nella sua ampiezza, del potere di procedere, allo
stesso modo, al prelievo di materiale biologico, ai fini degli accertamenti urgenti previsti dall'art.354 c. 3.
Si prevede che il perito possa essere autorizzato dal giudice ad assistere all'esame delle parti ed
all'assunzione di altre prove, mentre non potr prendere visione degli atti e delle cose prodotti dalle parti
soltanto nei limiti in cui i medesimi siano acquisibili al fascicolo dibattimentale (art. 228 commi 1 e 2). E
consentito, poi, che ai fini dello svolgimento dell'incarico il perito raccolga notizie dall'imputato,
dall'offeso od anche da altre persone, ma con la precisazione evidentemente volta ad evitare il

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rischio di aggiramenti delle ordinarie regole relative alla rilevanza probatoria degli atti corrispondenti che
gli elementi cos acquisiti potranno essere utilizzati solo ai fini del l'accertamento peritale (art. 228 c. 3).
Quanto alla relazione finale della perizia bi lespressa previsione che il perito risponda immediatamente ai
quesiti propostigli, e comunque in forma orale, mediante parere raccolto nel verbale (art. 227 commi 1 e
2), salvo peraltro al giudice il potere di autorizzare anche la presentazione di una relazione scritta, ove la
stessa risulti indispensabile ad illustrare il suddetto parere. Naturalmente qualora il perito non sia in grado di
fornire una risposta immediata, e semprech il giudice non ritenga di sostituirlo (come consentito, a norma
dell'art. 231, anche in ogni altra ipotesi di inerzia o di negligenza nell'espletamento dei suoi compiti),_ si
prevede la concessione di un termine non superiore a novanta giorni - ma prorogabile fino ad un massimo di
sei mesi.
Si pu dar luogo ad incidente probatorio quando la medesima perizia se fosse disposta nel dibattimento, ne
potrebbe determinare una sospensione superiore a sessanta giorni.
I consulenti tecnici possono essere nominati, in numero non superiore a quello dei periti, sia dal pubblico
ministero (art. 73 disp. att.), sia dalle parti private, se del caso ricorrendo al patrocinio statale per i non
abbienti (art. 225) lungo l'intero arco di svolgimento della perizia, fin dal momento della formulazione dei
quesiti (art. 226 comma 2). Un significativo riscontro di questa disciplina sar fornito, poi, dalla prevista
possibilit di sottoposizione ad esame, in sede dibattimentale, tanto dei periti, quanto dei consulenti tecnici,
secondo le disposizioni dettate per l'esame dei testimoni (art. 501).
In particolare, relativamente alle modalit di intervento dei consulenti tecnici, essi sono autorizzati ad
assistere al conferimento dell'incarico e, quindi, a partecipare a tutte le operazioni peritali (di cui le parti
devono essere informate ex art. 229, anche nel caso di continuazione): non solo formulando osservazioni e
riserve, ma anche proponendo al perito lo svolgimento di specifiche indagini, con la previsione che delle une
e delle altre debba darsi atto in sede di relazione (art. 230 commi 1 e 2).
Essi possano sempre prendere visione delle relazioni, ed essere autorizzati dal giudice ad esaminare le
persone, le cose o i luoghi oggetto della perizia, purch non ne derivi ritardo all'esecuzione della perizia od al
compimento di altre attivit processuali (art. 230 commi 3 e 4).
Del tutto inedita , infine, la normativa contenuta nell'art. 233, a proposito della possibilit di nomina e di
intervento dei consulenti tecnici delle parti anche nelle ipotesi in cui non sia stata disposta perizia (potr
trattarsi, se del caso, degli stessi consulenti tecnici gi nominati nel corso delle indagini preliminari, in
occasione degli accertamenti previsti dagli artt. 359 e 360), con la conseguente attribuzione a tali consulenti
del potere di esporre al giudice il proprio parere su singole questioni, eventualmente attraverso la
presentazione di memorie ai sensi dell'art. 121.
Dopo di che, qualora successivamente alla nomina del consulente tecnico il giudice si decidesse a disporre
perizia, al medesimo consulente sarebbero riconosciuti i diritti e le facolt ordinariamente previsti ex artt.
226 comma 2 e 230 (art. 233 comma 2).
Qualora, invece, la perizia non venisse disposta, si deve ritenere che il consulente tecnico possa di sua
iniziativa svolgere le indagini e gli accertamenti consentitigli dalla oggettiva disponibilit (ad opera della
parte che lo abbia nominato) delle persone, delle cose o dei luoghi assunti come oggetto della consulenza.
Il consulente tecnico nominato ex art. 233 (al quale possono essere attribuiti i poteri previsti dal comma 1-bis
dello stesso articolo) p essere sottoposto ad esame, nel corso del dibattimento, ai sensi dell'art. 501,
proprio allo scopo di consentire l'acquisizione probatoria degli esiti delle sue indagini e delle sue valutazioni.
12. La prova documentale.
La prova documentale disciplinata dagli artt. 234-243.
Si tiene distinta l'area dei documenti in senso stretto (formati fuori dall'ambito processuale, nel quale
devono essere introdotti affinch possano acquistare rilevanza probatoria) da quella degli atti (formati
all'interno del procedimento, e rappresentativi di quanto vi sia accaduto, come sono tipicamente i verbali), e
soltanto ai primi si riferita la nuova disciplina, sulla base della definizione accolta nell'art. 234 comma 1:
dove, accanto ai tradizionali scritti, e con innegabile intento estensivo, viene consentita la acquisizione
come documento di ogni altra cosa idonea a rappresentare fatti, persone o cose attraverso la fotografia, la
cinematografia, la fotografia e qualsiasi altro mezzo.
Viene invece ammessa la acquisizione dei documenti necessari al giudizio sulla personalit dell'imputato e,
se del caso, della persona offesa dal reato, ricomprendendovi anche quelli esistenti presso gli uffici pubblici
di servizio sociale e presso gli uffici di sorveglianza (art. 236 c. 1). Per i certificati del casellario giudiziale e
per le sentenze divenute irrevocabili - nonch per le sentenze straniere riconosciute - si prevede, inoltre, che
possano venire acquisiti, con evidente riferimento alla tematica dell'esame diretto, anche al fine di valutare la
credibilit dei testimoni (art. 236 c. 2). I documenti costituenti corpo del reato devono essere acquisiti
qualunque sia la persona che li abbia formati o li detenga (art. 235), anche d'ufficio.

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Una normativa particolare inoltre dettata, secondo tradizione, per i documenti provenienti dall'imputato, nel
senso che di essi sempre consentita l'acquisizione anche di ufficio, sebbene si tratti di documenti
sequestrati presso altri o da altri prodotti (art. 237).
Riguardo alla verifica della provenienza previsto che il documento venga sottoposto per il riconoscimento
alle parti private ed ai testimoni (art. 239) mentre relativamente ai documenti anonimi rectius, contenenti
dichiarazioni anonime - viene confermata la classica regola di esclusione, prescrivendosi che essi non
possono essere acquisiti, n in alcun modo utilizzati, a meno che costituiscano corpo del reato o
provengano comunque dall'imputato (art. 240).
Quanto alla ipotesi di falsit dei documenti, a parte l'eventualit in cui la stessa venga accertata e dichiarata
con la sentenza di condanna o di proscioglimento (art. 537), stabilisce l'art. 241 che il giudice - ove ritenga
falso uno dei documenti acquisiti - dopo la definizione del procedimento, debba informarne il pubblico
ministero, trasmettendogliene copia in vista degli adempimenti di sua competenza. palese come, per questa
via, si sia in sostanza riconosciuto al giudice penale il potere di accertare incidenter tantum l'eventuale falsit
dei documenti.
Adottandosi una impostazione coerente con gli ordinari limiti posti all'impiego probatorio delle risultanze
degli atti compiuti nelle fasi preliminari al dibattimento, l'acquisizione dei verbali di prove di altri
procedimenti penali ammessa senza ulteriori condizioni, secondo i normali criteri di legge (cos come, in
genere, l'acquisizione dei verbali di prove assunte in un processo civile definito con sentenza passata in
giudicato), solo quando si tratti di prove assunte nell'incidente probatorio (10) o nel dibattimento (art. 238
commi 1 e 2), mentre la stessa regola non vale per i verbali di cui sia stata data lettura in sede
dibattimentale. stato opportunamente precisato, tuttavia, che nel caso di acquisizione dei verbali di prove
previste dal 1 e dal 2 comma, ove si tratti di verbali recanti dichiarazioni, essi sono utilizzabili in
omaggio al principio del contraddittorio soltanto contro gli imputati i cui difensori abbiano partecipato alla
loro assunzione, ovvero nei cui confronti fa stato la sentenza civile (art. 238 comma 2-bis).
sempre ammessa, inoltre, l'acquisizione della documentazione di atti compiuti nel corso di altri
procedimenti penali, ivi comprese le fasi preliminari, i quali anche per cause sopravvenute non sono
ripetibili (art. 238 comma 3). stato inoltre di recente precisato, sulla base di una previsione analoga a
quella risultante dall'art. 512 (ma difficilmente riconducibile alla medesima ratio, trattandosi nel nostro caso
di atti compiuti in altri procedimenti), che, nell'ipotesi di impossibilit di ripetizione dovuta a fatti o
circostanze sopravvenuti, l'acquisizione della relativa documentazione deve ritenersi consentita soltanto
quando questi ultimi fatti o circostanze risultino imprevedibili. Restano ferme, per altro verso, le
limitazioni previste in ordine agli atti non ripetibili compiuti dalla polizia straniera (art. 78 comma 2 disp.
att.), mentre fatta salva, ovviamente, l'eventuale diversa disciplina risultante da specifiche disposizioni:
qual , ad esempio, l'art. 270 con riguardo all'utilizzabilit in altri procedimenti dei risultati delle
intercettazioni telefoniche (infra 15).
Al di fuori delle ipotesi fin qui descritte, invece, l'acquisizione e la successiva utilizzazione dibattimentale
dei verbali di altri procedimenti contenenti dichiarazioni (si pensi, soprattutto, alle dichiarazioni rese da
testimoni, o da imputati in separati procedimenti connessi, nell'ambito delle indagini preliminari o
dell'udienza preliminare) ammessa soltanto nei confronti dell'imputato che vi consenta. In assenza di tale
consenso, i predetti verbali potranno essere utilizzati esclusivamente ai fini delle contestazioni in sede di
esame dibattimentale, nei limiti e per gli effetti previsti dagli artt. 500 e 503 (art. 238 comma 4).
Rimane fermo il diritto delle parti di ottenere, ai sensi dell'art. 190, l'esame delle persone che tali
dichiarazioni abbiano rese.
Va ricordato, ancora, che per effetto dell'art. 238-bis e fermo restando quanto previsto dall'art. 236
sempre consentita l'acquisizione delle sentenze divenute irrevocabili, ai fini della prova dei fatti in esse
accertati. Pi precisamente, dopo che siano stati ammessi su richiesta di parte a norma dell'art. 495 (o,
bisogna aggiungere, anche ex officio a norma dell'art. 507) i documenti dovranno essere inseriti nel fascicolo
per il dibattimento, e perci, come tali, potranno considerarsi legittimamente acquisiti: salva la possibilit di
lettura ai sensi dell'art. 511, ma senza che quest'ultimo adempimento possa configurarsi come presupposto
necessario per la loro acquisizione al processo (la lettura rappresenta invece, come si accennava poco sopra,
a norma dell'art. 511-bis, il normale strumento di acquisizione processuale dei verbali di prove provenienti da
altri procedi-menti ex art. 238).
Quanto alle fasi anteriori al dibattimento, assume rilievo la disciplina dettata con riferimento all'avviso di
conclusione delle indagini preliminari (art. 415-bis c. 3), nonch, specialmente, all'udienza preliminare, in
vista della quale si stabilisce che una volta avvenuto il deposito in cancelleria del fascicolo del pubblico
ministero, contenente tutte le risultanze delle indagini preliminari (art. 416 c. 2) anche il difensore
dell'imputato possa, tra l'altro, produrre documenti (art. 419 c. 2, da leggersi tenendo conto delle

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facolt previste ex art. 327-bis), i quali dovranno essere ammessi dal giudice prima dell'inizio della
discussione (art. 421 c. 3). Allo stesso modo dovranno essere ammessi i nuovi documenti
eventualmente prodotti a seguito delle ulteriori indagini contemplate dall'art. 421- bis comma l, come
pure quelli acquisiti dal giudice in virt dei poteri di integrazione probatoria ex art. 422. Dopo di che,
conclusasi l'udienza preliminare con il rinvio a giudizio, tra i documenti acquisiti in precedenza sono
destinati a confluire nel fascicolo per il dibatti-mento ex art. 431 soltanto i certificati del casellario giudiziale
ed i restanti atti indicati nell'art. 236 (nonch i documenti costituenti corpo del reato o, comunque, cose
pertinenti al reato), mentre tutti gli altri documenti gi raccolti dal pubblico ministero nel corso delle
indagini, o successivamente prodotti ed ammessi ai fini dell'udienza stessa, entreranno a far parte del
fascicolo del pubblico ministero formato ai sensi dell'art. 433 (e, quindi, potranno essere impiegati, se del
caso, solo per le contestazioni ex artt. 500 e 503, ove non vengano ritualmente ammessi come prova in
dibattimento).
13. Ispezioni e perquisizioni.
Passando all'area dei mezzi di ricerca della prova, il codice comincia con l'occuparsi di due tipici atti a
sorpresa, quali sono le ispezioni (artt. 244-246e le perquisizioni (artt. 247-252), le une e le altre disciplinate
per la verit senza vistose innovazioni rispetto alla normativa previgente attraverso l'attribuzione dei
relativi poteri alla autorit giudiziaria: dunque, col preciso intento di sottolineare come si tratti di atti
appartenenti alla sfera di competenza non solo del giudice, ma altres (anzi soprattutto, data la loro tipica
riconducibilit alla fase delle indagini preliminari) del pubblico ministero. E questo vale, come si vedr tra
breve, anche in tema di sequestro (infra, 14).
Ferma la tradizionale distinzione finalistica tra l'attivit dell'inspicere, diretta ad accertare sulle persone, nei
luoghi o nelle cose le tracce e gli altri effetti materiali del reato (art. 244), e l'attivit del perquirere, diretta
a ricercare il corpo del reato o cose pertinenti al reato sulle persone od in luoghi determinati, ovvero ad
eseguire in questi ultimi l'arresto dell'imputato o dell'evaso (art. 247).
Per quanto attiene, in particolare, alle ispezioni, questa prospettiva emerge ad esempio dalla disciplina
dell'ispezione personale (art. 245). Da un lato attraverso il tradizionale avvertimento all'interessato della
facolt che gli riconosciuta di farsi assistere da persona di fiducia, purch reperibile ed idonea secondo i
canoni dettati ex art.120 per i testimoni agli atti del procedimento; dall'altro attraverso il richiamo
all'esigenza che l'ispezione, da compiersi personalmente ad opera dell'autorit procedente, ovvero anche per
mezzo di un medico, venga eseguita nel rispetto della dignit, oltrech se possibile, del pudore della
persona che deve soggiacervi (a quest'ultima esigenza si riallaccia anche la particolare previsione dell'art. 79
disp. att.).
Circa l'ispezione di luoghi o di cose, va sottolineata l'estensione a tale atto della garanzia (in precedenza
prevista per le sole perquisizioni domiciliari) rappresentata dalla consegna del correlativo decreto, prima
dell'inizio delle operazioni, all'imputato ed alla persona titolare della disponibilit dei luoghi, semprech
siano presenti. Viene ribadito, inoltre, il potere dell'autorit giudiziaria di impedire l'allontanamento di una o
pi persone dai luoghi dell'ispezione, prima della loro conclusione, e di farvele ricondurre se del caso in
forma coattiva, in entrambe le ipotesi con provvedimento motivato da ricomprendersi nel verbale (art. 246);
nonch, con riferimento ad ogni specie di ispezione, il potere della medesima autorit di disporre rilievi
segnaletici, descrittivi e fotografici, insieme ad ogni altra necessaria operazione tecnica (art. 244 comma 2).
Allo stesso modo, anche in materia di perquisizioni atti cui l'autorit giudiziaria procede personalmente,
salva la possibilit di delegarvi un ufficiale di polizia giudiziaria il legislatore si preoccupato digarantire
una maggior tutela dei diritti delle persone interessate, sulla base di una disciplina che, sia rispetto alle
perquisizioni personali (art. 249), sia rispetto alle perquisizioni locali (art. 250), ricalca le grandi linee della
correlati va disciplina dettata in tema di ispezioni. A parte la tradizionale del impzione degli ordinari limiti
temporali delle perquisizioni nel domicilio sia pure in chiave pi oggettiva di quanto non fosse
precedentemente con sentito dai poetici riferimenti all'alba ed al tramonto (art. 251) rispetto alle
perquisizioni locali viene ribadita una particolare cura per gli adempimenti connessi alla consegna del
decreto ed all'avviso circa la laeuna di assistenza nel corso delle operazioni (con le ulteriori precisazioni
fornite dall'art. 80 disp. att.), mentre i poteri dell'autorit giudiziaria procedente risultano estesi all'eventuale
perquisizione delle persone sopraggiunte.
Da notare, poi, che viene enunciato in termini generali (non pi circoscrivendolo, cio, alle sole perquisizioni
personali) il principio della richiesta di consegna come attivit prodromica rispetto alla perquisizione,
allorquando si ricerchi una cosa determinata. Per questa via, nell'ipotesi in cui tale cosa venga presentata in
adesione all'invito dell'autorit procedente, la perquisizione medesima potr venire evitata.
Mentre per quanto concerne le garanzie in tema di assistenza del difensore agli atti di ispezione e di
perquisizione atti tipicamente non ripetibili ai sensi dell'art. 431 lett. b e c si rinvia alla disciplina

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dettata con riguardo alle indagini preliminari della polizia giudiziaria (artt. 352, 354 e 356) e del pubblico
ministero (artt. 364 e 365), merita d'essere qui ricordata la peculiare e complessa normativa prevista circa la
fisionomia ed i limiti delle ispezioni e delle perquisizioni presso gli uffici dei difensori, non a caso collocata
nell'apposito titolo dedicato ai medesimi, sotto la significativa rubrica garanzie di libert del difensore
(art. 103). Definiti rigorosamente i presupposti in presenza dei quali soltanto pu farsi luogo a simili atti,
quando debbano eseguirsi negli studi professionali dei difensori da parte del giudice in persona, ovvero, nel
corso delle indagini preliminari, da parte del pubblico ministero, sulla scorta di un motivato decreto
autorizzativo del giudice competente per tale fase la relativa procedura si caratterizza, ancora, per la
prevista necessit che ne venga avvisato il locale consiglio dell'ordine forense, affinch il presidente od
un consigliere suo delegato possa assistere alle operazioni. A ci si aggiunga, per connessione di argomento,
che identiche modalit procedurali sono stabilite dal predetto art. 103 anche in materia di sequestro, peraltro
con la classica precisazione che presso i difensori ed i consulenti tecnici non si pu procedere a sequestro di
carte o documenti relativi all'oggetto della difesa, salvo che costituiscano corpo del reato. In applicazione
della medesima esigenza di tutela della riservatezza dei rapporti funzionali all'esercizio della difesa (diretta
espressione, d'altronde, del principio sancito nell'art. 24 comma 2 Cost.) sono vietati, inoltre, il sequestro ed
ogni altra forma di controllo della corrispondenza tra limputato ed il proprio difensore, in quanto
riconoscibile dalle apposite indicazioni, semprech l'autorit giudiziaria non abbia fondato motivo di
ritenere che si tratti di corpo del reato; e alla stessa stregua, sono vietate le intercettazioni di conversazioni e
di comunicazioni dei difensori, dei consulenti tecnici e dei loro ausiliari (ovviamente in quanto riguardanti
I'oggetto della difesa), nonch quelle tra i medesimi ed i loro assistiti.
Nell'ultimo comma dell'art. 103, si precede che risultati delle ispezioni, delle perquisizioni, dei sequestri e
delle intercettazioni eseguiti in violazione delle precedenti disposizioni del medesimo art. 103 (salvo che per
l'avviso al consiglio dell'ordine forense, previsto a pena di nullit) non possano venire utilizzati, con l'unica
eccezione rappresentata dall'ipotesi in cui essi costituiscano corpo del reato.
Devono ricordarsi, infine, alcune particolari figure di perquisizione consentite agli organi di polizia
giudiziaria da leggi speciali allorch, nel corso di operazioni dirette alla prevenzione o alla repressione di
determinati delitti, si verifichino situazioni di necessit ed urgenza tali da non permettere un tempestivo
intervento dell'autorit giudiziario. Cos, ad esempio, quando tali operazioni riguardino il traffico illecito di
stupefacenti gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria possono procedere di regola a perquisizioni (oltrech,
prima ancora, al controllo ed all'ispezione in ogni luogo di mezzi di trasporto, bagagli ed effetti personali),
ove abbiano fondato motivo di ritenere che possano essere rinvenute sostanze stupefacenti (art. 103 commi
2" e 3 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309). Analogo potere e attribuito, poi, ai medesimi organi, nell'ambito di
operazioni relative ai delitti previsti dagli artt. 416-bis, 648-bis e 648- ter c.p., nonch agli altri delitti indicati
in questi ultimi articoli, ove abbiano fondato motivo di ritenere che possano essere rinvenuti denaro o valori
costituenti il prezzo o il profitto di tali delitti, o comunque da essi provenienti, ovvero armi ed esplosivi (art.
27 1. 19 marzo 1990, n. 55).
Resta fermo, inoltre il potere attribuito in via generale agli organi di polizia, sempre in situazioni di necessit
ed urgenza, di procedere ad immediata perquisizione sul posto di persone dimezzi di trasporto al solo fine
di accertare l'eventuale possesso di armi, strumenti di effrazione ed esplosivi (art. 4 1. 22 maggio 1975, n.
152), mentre stato ripristinato in capo ai soli ufficiali di polizia giudiziaria il potere, gi loro attribuito
all'epoca della legislazione antiterroristica, di procedere a perquisizioni locali anche di interi edifici o
blocchi di edifici. Possano venire disposte quando vi sia fondato motivo di ritenere che in tali edifici si
trovino armi, munizioni ed esplosivi, ovvero che vi si sia rifugiato un latitante od un evaso in relazione a
taluno dei delitti di criminalit organizzata indicati nell'art. 51 comma 3-bis, ovvero ai delitti aventi finalit
di terrorismo (infra, cap. IV, 14).
Si tenga presente che in tutte le suddette ipotesi di perquisizioni di polizia si prevede coerentemente con la
regola dettata nell'art. 352 c. 4 (infra, cap. V, 15) che delle operazioni compiute venga data tempestiva
notizia al procuratore della Repubblica in vista della eventuale convalida delle stesse, che dovr sopravvenire
entro le successive 48 ore, affinch i risultati cos acquisiti possano venire utilizzati nel procedimento.
14. Il sequestro.
Nel tracciare la disciplina del sequestro penale il legistatore si anzitutto preoccupato di distinguere questo
particolare mezzo di acquisizione della prova (artt. 253-265) dalle diverse figure di sequestro che, pur
concretandosi anch'esse nell'imposizione di un vincolo di indisponibilit sulla cosa, ubbidiscono invece ad
una esigenza di natura eminentemente cautelare: ora, come si vedr, con finalit conservativa (artt.
316-320), ora con finalit preventiva (artt. 321-323) .
Una non equivoca caratterizzazione in chiave probatoria dell'istituto emerge gi, del resto, dalla stessa
definizione del suo oggetto, che l'art. 253 c. l individua facendo riferimento al corpo del reato ed alle

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cose pertinenti al reato, le quali si aggiunge con evidente accentuazione della dimensione finalistica
risultino necessarie per l'accertamento dei fatti. Circa la nozione di corpo del reato, essa viene
opportunamente precisata dal 2 comma dello stesso art. 253 (anche a beneficio delle numerose disposizioni
che vi si richiamano), ricomprendendovi non solo le cose sulle quali o mediante le quali il reato stato
commesso, ma anche quelle che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo. Da tutto ci parrebbe
doversi desumere che, nell'ipotesi di perquisizione eseguita contra legem, dalla illegittimit della attivit
perquisitiva dovrebbe scaturire in via derivata la illegittimit del sequestro ad essa con-seguente e, quindi, la
inutilizzabilit come prova dei suoi risultati (secondo la nota teoria dei frutti dell'albero avvelenato,
codificata nei limiti previsti dall'art. 191). Tuttavia, dopo una lunga serie di contrasti giurisprudenziali, le
Sezioni unite della Corte di cassazione hanno ritenuto che la sanzione dell'inutilizzabilit non operi quando si
tratti di sequestro ex art. 253 del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, sulla base del rilievo
che in tali ipotesi essendo il sequestro comunque un atto dovuto debba reputarsi irrilevante il modo
con cui allo stesso si sia pervenuti, e debba invece prevalere l'obbligo dell'autorit procedente di disporre il
sequestro.
Dopo avere rapidamente delineato i profili procedurali del sequestro, prescrivendo la necessit del decreto
motivato (da consegnarsi in copia all'interessato, se presente) ad opera dell'autorit giudiziaria procedente, e
stabilendo altres che la medesima possa procedere all'atto sia di persona, sia a mezzo di un ufficiale di
polizia delegato con il predetto decreto (art. 253) - ferma in ogni caso la redazione dell'apposito verbale (art.
81 disp. att.) il codice passa quindi a disciplinare alcune fattispecie peculiari di sequestro, ovviamente
prescindendo da quello presso i difensori, di cui poco sopra si ricordata la specifica regolamentazione
all'interno dell'art. 103. Rientrano in questa cornice le ipotesi del sequestro di corrispondenza, del sequestro
presso banche, nonch le diverse figure di sequestro aventi ad oggetto atti o documenti rispetto ai quali
venga eccepita la sussistenza di un segreto. Cominciando dal sequestro di corrispondenza, dal testo dell'art.
254 non risultano particolari innovazioni rispetto alla nostra tradizione legislativa, essendo stata confermata,
da un canto, la sequestrabilit negli uffici postali di lettere, pieghi, pacchi e di ogni altro oggetto
presumibilmente spedito dall'imputato, od a lui diretto (esclusa, come si constatato ex art. 103, la
corrispondenza riconoscibile tra imputato e difensore), o che comunque possa avere relazione con il reato;
e, d'altro canto, qualora proceda al sequestro un ufficiale di polizia giudiziaria, l'obbligo per il medesimo di
consegnare gli oggetti sequestrati al magistrato senza aprirli e senza prendere in altro modo conoscenza del
loro contenuto (in ottemperanza al disposto dell'art. 15 c. 2 Cost.). L'unica novit riguarda l'esplicita
enunciazione della regola che impone la immediata restituzione all'avente diritto delle carte e dei documenti
sequestrati, laddove si accerti ex post la loro estraneit all'ambito della corrispondenza suscettibile di
sequestro.
Anche in rapporto al sequestro presso istituti bancari non emergono dall'art. 255 peculiarit di grande rilievo,
a parte la possibilit (che deve ritenersi sempre ammessa ex art. 253 comma 3, non essendo stata
esplicitamente esclusa) che l'esecuzione di tale atto venga delegata agli organi di polizia giudiziaria; presso le
banche possano venire sequestrati documenti (ivi compresi, naturalmente, i c.d. documenti bancari),
titoli, valori, somme ed ogni altra cosa, ancorch depositata o contenuta in cassette di sicurezza, quando si
abbia fondato motivo di ritenere la loro pertinenza al reato, indipendentemente dal fatto che appartengano
all'imputato o siano iscritti a suo nome: col elle risulta manifestamente ribadita la insussistenza di alcun
segreto bancario di fronte al potere di sequestro dell'autorit giudiziaria in sede penale.
Pi delicata appare, invece, la tematica dei rapporti tra sequestro e segreti: essendo state in concreto ricalcate
le linee della normativa gi dettata a proposito dei rapporti tra testimonianza e segreti, stilla base del generale
dovere di esibizione imposto alle per persone indicate negli artt. 200 e 201, allorch venga loro richiesta
dall'autorit giudiziaria la consegna di atti, documenti e di ogni altra cosa di cui abbiano la disponibilit per
ragioni del loro ufficio, incarico, ministero, professione o arte; a meno che, si aggiunge, le medesime
persone vi si oppongano, dichiarando per iscritto il vincolo derivante da un segreto professionale, o d'ufficio,
ovvero da un segreto di Stato (art. 256 comma 1).
Lautorit quando dubiti dellautenticit del segreto opposto potr disporre i necessari accertamenti, a
conclusione dei quali il sequestro dovr essere ordinato, nel caso di accertata infondatezza dell'opposizione
di quei segreti (art. 256 commi 1 e 2).
Il sequestro dovr essere ordinato allorch le notizie fornite dalla fonte fiduciaria del giornalista risultino
indispensabili ai fini della prova del reato, e la loro veridicit possa venire accertata solo attraverso la
identificazione di tale fonte.
E' da escludere che possano comunque venire sottoposti a sequestro gli atti ed i documenti contenenti i nomi
degli informatori confidenziali, dei quali gli organi di polizia giudiziaria o dei servizi di sicurezza dichiarino
di non voler rivelare l'identit.

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Nell'ipotesi, poi, di opposizione del segreto di Stato, gli adempimenti prescritti all'autorit giudiziaria
risultano esattamente gli stessi delineati dall'art. 202 a proposito della analoga eventualit in ordine alla
prova testimoniale.
A parte la prevista possibilit dell'impugnativa del decreto di sequestro mediante richiesta di riesame per
la quale viene richiamata la procedura descritta nell'art. 324.
L'estinzione del vincolo imposto attraverso il sequestro e, quindi, la restituzione delle cose ad esso
assoggettate dipendano, in linea di principio, dal venir meno delle esigenze probatorie che avevano
determinato il provvedimento, a parte altri adempimenti specificamente previsti (artt. 84 e 85 disp. att.). In
particolare, come si esprime il 1 comma dell'art. 262, quando non necessario mantenere il sequestro a
fini di prova, le cose sequestrate devono essere restituite a chi ne abbia il diritto, anche prima della
sentenza. A questa regola si collega, in chiave derogatoria, la previsione relativa alle ipotesi di conversione
del sequestro, da misura con finalit probatoria a misura con finalit cautelare: non si tratta, tuttavia, di una
conversione di tipo automatico, giacch la vigente normativa esplicita nel subordinare il passaggio tra l'una
e l'altra forma di sequestro alla pronuncia di un apposito provvedimento, nel rispetto delle ordinarie
procedure, limitandosi in sostanza ad operare una saldatura tra il momento estintivo del sequestro penale ed
il momento di eventuale adozione della cautela reale (art. 262 commi 2 e 3).
Tornando al procedimento per la restituzione delle cose sottoposte a sequestro penale, prevede l'art. 263 che
il relativo provvedimento possa venire pronunciato de plano allorch non vi siano dubbi sulla loro
appartenenza (ma nel caso di sequestro presso una terza persona si dovr sempre instaurare il contraddittorio,
secondo le forme del rito camerale ex art. 127), mentre quando sorga controversia sulla propriet delle
stesse la sua risoluzione dovr essere rimessa al competente giudice civile, fermo restando il vincolo del
sequestro.
Si prevede tuttavia che, nel corso delle indagini preliminari, sulla restituzione delle cose sequestrate debba
provvedere il pubblico ministero con decreto motivato. Dopo di che, contro il decreto che abbia disposto la
restituzione, ovvero abbia respinto la relativa richiesta (art. 263 commi 4 e 5), le persone interessate
potranno proporre opposizione, sulla quale sar chiamato a decidere il giudice per le indagini preliminari, ai
sensi dell'art. 127; in simmetria, del resto, con la attribuzione allo stesso giudice del potere di decidere sulla
richiesta di sequestro penale proposta dall'interessato, nel corso delle indagini preliminari, laddove il
pubblico ministero non ritenga di accedervi (art. 368).
15. Le intercettazioni di conversazioni o di comunicazioni.
Il settore dei mezzi di ricerca della prova si conclude con la disciplina delle intercettazioni di conversazioni e
di comunicazioni (artt. 266-271), il cui risalto e la cui delicatezza, anche alla luce del dettato ex art. 15 Cost.
dov' precisato che la libert e la segretezza delle comunicazioni, definite inviolabili, possono venire
limitate soltanto per atto motivato dell'autorit giudiziaria, con le garanzie stabilite dalla legge sono
testimoniati dal largo spazio che vi ha dedicato la legge delega.
L'art. 266 definisce anzitutto, con riferimento alla natura ed alla gravit dei reati per i quali si stia procedendo
il cui elenco deve ritenersi tassativo i limiti oggettivi entro i quali soltanto deve ritenersi ammissibile
l'intercettazione di conversazioni, ivi compresi i colloqui tra presenti (anche nei luoghi di domicilio, se del
caso previa introduzione di appositi strumenti di ascolto, da autorizzarsi specificamente, e purch vi risulti in
corso di svolgimento l'attivit criminosa), ovvero di comunicazioni di qualunque specie.
Nell'art. 267, si prevede che, di regola, l'intercettazione possa venire disposta dal pubblico ministero solo a
seguito di autorizzazione da parte del giudice per le indagini preliminari, il quale vi provveder con decreto
motivato nella propria qualit di organo garante delle libert individuali quando in presenza di gravi
indizi di reato, non necessariamente gi orientati a carico di una determinata persona, la intercettazione
stessa risulti assolutamente indispensabile per la prosecuzione delle indagini (ovvero necessaria, in forza
dell'art. 295 commi 3 e 3- bis, al fine di agevolare le ricerche del latitante). Tuttavia nei casi di urgenza,
qualora cio vi siano valide ragioni per ritenere che il ritardo provocherebbe gravi pregiudizi alle indagini, si
ammette che liniziativa di disporre l'intercettazione possa venire direttamente assunta dal pubblico ministero
con decreto motivato, peraltro da convalidarsi entro quarantotto ore ad opera del medesimo giudice mediante
un proprio decreto.
Le Sezioni unite hanno escluso la necessit di estendere all'acquisizione dei suddetti tabulati le garanzie
dettate in tema di intercettazioni telefoniche.
Circa la disciplina dell'acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, l'art. 132 d. legisl. 30 giugno
2003, n. 196 (cos come modificato dall'art. 6 d.l. 27 luglio 2005, n. 144, convertito con 1. 31 luglio 2005, n.
l-55) stabilisce che, entro un primo termine di ventiquattro mesi, essa avvenga con decreto motivato del
pubblico ministero, mentre, entro l'ulteriore termine di ventiquattro mesi, essa debba essere autorizzata dal

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giudice con decreto motivato, sul presupposto della sussistenza di sufficienti indizi dei delitti di cui all'art.
407 comma 2 lett. a, nonch dei delitti in danno di sistemi informatici o telematici.
E previsto che il decreto del pubblico ministero stabilisca le modalit e la durata delle corrispondenti
operazioni. A quest'ultimo proposito l'art. 267 c. 3 prevede che esse non possano prolungarsi, in forza di tale
decreto, oltre il termine di 15 gg (peraltro prorogabili dal giudice, con decreto motivato, ed in permanenza
dei presupposti richiesti ab origine, per periodi successivi di quindici giorni), e debbano venire eseguite dal
pubblico ministero personalmente, o tramite un ufficiale di polizia giudiziaria (art. 267 c. 4).
Una disciplina particolare stata dettata, al riguardo, in deroga a quanto disposto ex art. 267, dall'art. 13 d.l.
13 maggio 1991, n 152 (cos come modificato ed esteso, a seguito di successivi interventi legislativi), con
riferimento alle indagini relative a delitti di criminalit organizzata, ovvero al delitto di minaccia col
mezzo del telefono, nonch ai delitti previsti dagli artt. 270-ter, 280-bis, 600-604 c.p. e dall'art. 3 1. 20
febbraio 1958, n. 75, ed ancora ai delitti indicati nell'art. 407 comma 2 lett. a n. 4. Pi precisamente, da un
canto si stabilito che, quando l'intercettazione risulti necessaria per lo svolgimento di tali indagini, essa
possa venire autorizzata dal giudice anche soltanto in presenza di sufficienti indizi di reato, nella
valutazione dei quali dovr applicarsi, cos come in rapporto ai gravi indizi previsti dall'art. 267 c.1 e 1bis, il disposto dell'art. 203. D'altro canto, si prescritto (con evidente allungamento rispetto ai termini
ordinari) che la durata delle operazioni cos autorizzate non possa di regola superare i quaranta giorni, ma
che la stessa possa venire prorogata, con decreto motivato, dal giudice (ovvero, nei casi di urgenza,
direttamente dal pubblico ministero), previa verifica della permanenza dei presupposti richiesti dalla legge,
per periodi successivi di venti giorni.
Quando poi si tratti di una intercettazione di conversazioni tra persone presenti (c.d. intercettazione
ambientale), sempre nell'ambito di procedimenti per delitti di criminalit organizzata, nonch per gli altri
gravi delitti richiamati poco sopra, si ulteriormente precisato, in deroga al limite fissato ex art. 266 c.2,
che la relativa operazione possa venire autorizzata e disposta - anche nei luoghi di domicilio pur quando
non vi motivo di ritenere che nei luoghi predetti si stia svolgendo l'attivit criminosa.
Alla sfera delle preoccupazioni legislative di tipo garantistico si ricollega tornando alla normativa
ordinaria - la previsione che impone al pubblico ministero di annotare in un apposito registro riservato,
secondo il loro ordine cronologico, tutti i decreti che abbiano disposto, autorizzalo, convalidato ovvero
prorogato le intercettazioni (poi destinati ad essere depositati a disposizione delle parti ex art. 268 c. 4),
nonch, in rapporto a ciascuna di esse, i tempi di inizio e di conclusione delle operazioni. Si prevede, inoltre,
che queste ultime vengano compiute esclusivamente per mezzo degli impianti installati nella procura della
Repubblica presso il tribunale (art. 90 disp. att.), salvo consentire subito dopo che nel caso di insufficienza o
inidoneit dei medesimi lo stesso pubblico ministero possa autorizzare con decreto motivato l'uso degli
impianti di pubblico servizio, ovvero di quelli in dotazione alla polizia giudiziaria.
Quanto alle ulteriori forme di svolgimento delle operazioni, dopo avere stabilito expressis verbis che le
comunicazioni intercettate siano sempre registrate, e che nel relativo verbale venga trascritto, anche in
maniera sommaria, il loro contenuto (nell'uno e nell'altro caso osservando le modalit indicate ex art. 89
disp. alt.), l'art. 268 delinea del dettagliatamente i successivi adempimenti.
Dalla immediata trasmissione dei verbali e delle registrazioni al pubblico ministero si passa al deposito degli
stessi in segreteria, che dovr effettuarsi, di regola, entro cinque giorni dalla conclusione definitiva delle
operazioni (salva la possibilit di un ritardo, autorizzato dal giudice, non oltre la chiusura delle indagini
preliminari, quando potrebbe derivarne un grave pregiudizio per le indagini stesse). Dopo effettuato tale
deposito, si prevede che i difensori delle parti vengano avvisati della facolt di esaminare gli atti, nonch di
prendere conoscenza, anche mediante ascolto, delle registrazioni depositate, entro il termine fissato dal
pubblico ministeso ed eventualmente prorogato dal giudice.
Per questa via, la legge stabilisce le premesse per il realizzarsi del contraddittorio tra il pubblico ministero ed
i difensori, che momento essenziale dell'apposito procedimento incidentale diretto alla cernita ed alla
selezione del materiale (conversazioni ed altre forme di comunicazioni, ivi comprese quelle informatiche o
telematiche) costituente il risultato delle operazioni di intercettazione. Un procedimento che, come emerge
chiara-mente dal combinato disposto dei commi 5 e 6 dell'art. 268, dovrebbe svolgersi entro (o, al pi tardi,
subito dopo) la chiusura delle indagini preliminari, e nell'ambito di una apposita udienza camerale, per ovvie
ragioni di garanzia della privacy delle persone, le cui conversazioni o comunicazioni siano state intercettate,
specialmente quando siano estranee al te-ma delle indagini. Al riguardo deve, tuttavia, rilevarsi come a
seguito del deposito dei verbali e delle registrazioni delle conversazioni o comunicazioni intercettate, nonch
del relativo avviso ai difensori, sia ormai caduto il segreto sugli atti depositati.
Tornando alla disciplina dettata nel 6 comma dell'art. 268, una volta scaduto il termine riservato ai difensori
per poter prendere conoscenza degli atti e delle registrazioni depositati, il giudice per le indagini preliminari
disporr dietro richiesta delle parti l'acquisizione delle conversazioni e delle comunicazioni indicate dalle

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parti stesse, che non appaiano manifestamente irrilevanti ( implicito, dunque, che dovr essere escluso,
mediante stralcio, tutto il materiale intercettato di cui le parti non abbiano chiesto l'acquisizione, o di cui
risulti la manifesta irrilevanza). Il medesimo giudice proceder quindi, anche d'ufficio, ma con la possibilit
di partecipazione del pubblico ministero e dei difensori, allo stralcio delle registrazioni e dei verbali relativi
alle intercettazioni di cui sia vietata l'utilizzazione, ai sensi dell'art. 271 o di altre disposizioni di legge. A
questo punto il giudice provveder per la trascrizione integrale delle registrazioni destinate ad essere
acquisite, nel rispetto delle forme e delle garanzie previste per le perizie, salva in ogni caso ai difensori la
facolt di estrarre copia delle trascrizioni e di trasporre le registrazioni medesime su nastro: dopo di che le
trascrizioni cos ottenute, in quanto espressive di atti per loro natura non ripetibili, saranno inserite nel
fascicolo per il dibattimento formato ai sensi dell'art. 431 (art. 268 commi 7 e 8).
Quando la relativa documentazione non sia necessaria per il procedimento, gli interessati, a tutela della
propria riservatezza, possano chiederne la distruzione al giudice, il quale provveder in camera di consiglio
e, qualora la distruzione venga disposta, curer che sia eseguita sotto il proprio controllo (art. 269).
Quanto al profilo della utilizzabilit delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli rispetto ai quali
siano state autorizzate, esplicitamente prevista dalla legge delega (art. 2 n. 41 lett. a), essa viene consenti la
dall'art. 270, in deroga alla regola generale della non utilizzabilit, l'unica coerente con la garanzia dell'art. l5
Cost. ma anche, per altro verso, in deroga al disposto dell'art. 238 c. 3 soltanto quando le medesime
risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali obbligatorio l'arresto in flagranza.
Per ci che riguarda, infine, il regime dei divieti di utilizzabilit delle intercettazioni eseguite contra legem,
stabilisce anzitutto l'art. 271 c.1 anche qui in sintonia con una esplicita direttiva della delega (art. 2 n. 41
lett. f) che non possano venire utilizzati i relativi risultati, quando le stesse siano state effettuate senza
osservare le disposizioni previste dagli artt. 267 e 268 c. 1 e 3, o, comunque, fuori dei casi consentiti dalla
legge.
Nel medesimo ambito deve poi ricomprendersi, a maggior ragione, quale fonte di un divieto di utilizzazione
nel caso di inosservanza, il principio enunciato nell'art. 68 comma 3 Cost., a proposito della necessit di
autorizzazione della Camera di appartenenza per poter sottoporre i membri del Parlamento ad
intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni.
La suddetta autorizzazione deve essere richiesta dall'autorit che ha emesso il provvedimento da eseguire,
con l'ulteriore corollario per cui, nel frattempo, l'esecuzione del suddetto provvedimento dovr rimanere
sospesa: sicch, ove le intercettazioni venissero nondimeno eseguite, lo sarebbero fuori dei casi consentiti
dalla legge. Da notare che lo stesso art. 4 prevede analoga disciplina anche nel caso in cui l'autorit
giudiziaria debba acquisire tabulati di comunicazioni nei riguardi di un parlamentare.
Sul piano dei contenuti il divieto di utilizzazione sancito dall'art. 271 viene esteso, poi, in virt di una scelta
legislativa inedita per il nostro ordinamento ma coerente con il sistema di tutela processuale del segreto
professionale (artt. 200 e 256 comma 2), anche a livello di testimonianza de auditu (art. 195 comma 6)
fino a ricomprendervi tutte le intercetta-,ioni riguardanti le comunicazioni delle persone indicate nell'art. 200
comma 1, quando abbiano ad oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione,
salvo che tali persone abbiano deposto sugli stessi fatti, o li abbiano in altro modo divulgati (art. 271
comma 2). Come risulta anche da questo inciso, ispirato alla medesima ratio dell'identica precisazione
nell'art. 195 comma 6 (retro, 8), la norma rappresenta una sorta di proiezione del diritto di astensione
riconosciuto alle suddette persone in sede di testimonianza.
Se ci vero, tuttavia, non pu non sorprendere che tale normativa di salvaguardia indiretta sia stata dettata
per i soli segreti professionali, con esclusione del segreto d'ufficio.
Quanto alla sorte delle registrazioni e dei verbali relativi alle intercettazioni riconosciute come inutilizzabili
(destinati ad essere stralciati), dispone l'art. 271 c. 3 che, in deroga al principio generale di conservazione
enunciato nellart 269, essi debbano venire distrutti per ordine del giudice in ogni stato e grado del processo.
Un problema particolare, quello che sorge a proposito dei verbali e delle registrazioni di conversazioni o
comunicazioni, cui abbiano preso parte dei membri del Parlamento, le quali siano state regolarmente
intercettate nel corso di procedimenti riguardanti terze persone, o, comunque, non a seguito di operazioni
disposte nei confronti del parlamentare (intercettazioni c.d. indirette).
Come si accennava poco sopra, il tema delle intercettazioni occasionali (o, come si diceva, indirette) nei
confronti di membri del Parlamento, stato espressamente disciplinato dall'art. 6 1. 20 giugno 2003, n. 140.
In questa prospettiva il suddetto art. 6 commi l e 2 distingue a seconda che il giudice per le indagini
preliminari ritenga irrilevanti, ovvero che li ritenga rilevanti: pi precisamente, che ritenga necessario
utilizzare le risultanze delle relative intercettazioni, su istanza di una parte.
Nella prima ipotesi, infatti, stabilito che le medesime risultanze debbano essere integralmente distrutte, a
norma dell'art. 269 commi 2 e 3; nella seconda ipotesi, invece, stabilito che il giudice, per poter utilizzar

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le intercettazioni cos eseguite, debba tempestivamente richiedere l'autorizzazione della Camera di


appartenenza del parlamentare.
I problemi sorgono nel caso in cui la medesima venga negata, poich il 5 c.del citato art. 6 tassativo nel
prescrivere che, in una simile evenienza, la documentazione delle intercettazioni deve essere distrutta
immediatamente, e comunque non oltre dieci giorni dalla comunicazione del diniego. Il successivo 6
comma stabilisce che tutti i verbali e le registrazioni acquisiti in violazione del disposto del suddetto art. 6
debbano essere dichiarati inutilizzabili ad opera del giudice in ogni stato e grado del procedimento.
Si tratta evidentemente di una disciplina molto drastica, che tuttavia pu comprendersi, sul piano della
ragionevolezza, soltanto se riferita al caso delle intercettazioni indirette, i cui contenuti risultino
obiettivamente incidenti sulla posizione di un membro del Parlamento.
La medesima disciplina sarebbe, invece, difficilmente giustificabile in termini di ragionevolezza ed anzi,
per certi aspetti, decisamente paradossale qualora la si volesse riferire anche al caso delle intercettazioni
indirette, i cui contenuti risultassero rilevanti esclusivamente sulla posizione di terze persone (in particolare,
del soggetto indagato, la cui utenza sia stata sottoposta a controllo), delle quali un membro del
Parlamento sia stato interlocutore occasionale. Con la conseguenza che, nel caso di diniego (ovvero di
mancata concessione) dell'autorizzazione prevista dal citato art.6, dovrebbero essere distrutte, o comunque
dichiarate inutilizzabili.
Le c.d. intercettazioni preventive trovano oggi la loro disciplina nell'art. 226 disp. att., che le consente, su
iniziativa del Ministro dell'interno o di un'autorit da lui delegata ed a seguito di autorizzazione del
procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto in cui si trova il soggetto da
sottoporre a controllo ovvero, nel caso in cui non sia determinabile, del distretto in cui sono emerse le
esigenze di prevenzione quando le medesime risultino necessarie per l'acquisizione di notizie
concernenti la prevenzione dei delitti indicati dall'art. 407 comma 2 lett. a n. 4 e dall'art. 51 comma 3-bis.
Inoltre, quando le suddette intercettazioni siano ritenute indispensabili per la prevenzione di attivit
terroristiche o di eversione dell'ordinamento costituzionale, esse possono venire disposte anche su iniziativa
dei direttori dei servizi informativi e di sicurezza, in quanto a ci delegati dal presidente del Consiglio dei
ministri, ed a seguito di autorizzazione del procuratore generale presso la corte d'appello del distretto come
sopra individuate.
Gli elementi eventualmente acquisiti attraverso tali intercettazioni non possono essere utilizzati nel
procedimento penale, fatti salvi i fini investigativi.
Le risultanze non possono essere menzionate in atti di indagine, n costituire oggetto di deposizione, ne
essere altrimenti divulgate.

CAPITOLO IV MISURE CAUTELARI


1. e 2. Premessa e Riserva di legge e riserva di giurisdizione in materia di misure
cautelari personali.
Il sistema delle misure cautelari basato e modellato sul principio di legalit delle stesse; principio in
proposito sancito dallart. 272, con lo stabilire che le libert della persona possono essere limitate con
misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del presente titolo.
La disposizione dell'art. 279, che norma generale attributiva della competenza funzionale, nella quale si
riflette la garanzia della riserva di giurisdizione in ordine al medesimo settore.
Stabilendo che sia sull'applicazione, sia sulla revoca, sia sulle vicende modificative delle misure cautelari
personali la competenza a provvedere spetta sempre al giudice che procede, l'art. 279 si riferisce in sostanza
al giudice competente all'esercizio della giurisdizione nelle diverse fasi del procedimento.
In tal modo viene data attuazione alla scelta della legge de-lega di riservare all'organo giurisdizionale la
titolarit esclusiva dei poteri in materia di restrizioni della libert personale (art. 2 n. 59), riconoscendo al
pubblico ministero unicamente il potere di disporre il fermo di indiziati (art. 2 n. 32), sulla base di una
ripartizione di funzioni che il codice puntualmente fa propria (art. 384 c. 1, da leggersi anche in correlazione
con l'art. 307 c. 4).
3. I presupposti del fumus commissi delicti e del periculum libertatis.
I presupposti delle misure stesse, sia con riferimento al profilo del fumus commissi delicti, sia con
riferimento alla sfera del periculum libertatis.

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L'art. 273 comma 1 individua quali condizioni generali di applicabilit delle misure in questione la
sussistenza a carico del destinatario di gravi indizi di colpevolezza, con l'evidente proposito di accentuare
(rispetto alla formula tradizionale del codice previgente, dove ci si accontentava di sufficienti indizi) la
consistenza della piattaforma indiziaria.
Venendo ai criteri di valutazione dei suddetti gravi indizi, va segna lato il nuovo comma 1-bis dell'art. 273
(inserito ad opera della l. 1 marzo 2001, n. 63), nel quale vengono richiamate allo scopo alcune specifiche
previsioni, in aggiunta al gi ricordalo art. 203 (retro, cap. III, 8). Questa volta, infatti, il richiamo non
riguarda soltanto l'art. 203, ma si allarga fino a ricomprendere anche l'art. 192 c. 3 e 4, nonch l'art. 271
c.1, descrivendo cos un ventaglio piuttosto ampio di disposizioni (tra le quali peraltro, si noti, non rientrano
tutti i commi dell'art. 195 diversi dall'ultimo), di cui il giudice dovr necessariamente tener conto nel valutare
il presupposto del fumus commissi delicti a fronte di una richiesta di misura cautelare.
E disposta lapplicazione delle regole di valutazione probatoria sancite dall'art. 192 commi 3 e 4 anche
nell'ambito del procedimento applicativo delle misure cautelari.
Ne deriva che, ai fini della valutazione circa la sussistenza dei gravi indizi necessari per l'adozione di una
misura cautelare, in tanto il giudice potr tener conto delle dichiarazioni provenienti da persone che siano
imputate dello stesso reato, o in un procedimento connesso, o di un reato collegato ex art. 371 c. 2 lett. b, in
quanto le medesime dichiarazioni risultino corredate da altri elementi probatori idonei a confermarne
l'attendibilit. Mentre, come emerge dal mancato richiamo anche al 2 comma del suddetto art. 192, il
medesimo giudice non dovr ritenersi necessariamente vincolato dalla regola ivi prevista, per cui l'esistenza
di un fatto non pu essere desunta sulla base di indizi (qui da intendersi come prova critica indiziaria), salvo
che gli stessi risultino gravi, precisi e concordanti.
Per un verso, infatti, ne risulta notevolmente irrigidito il criterio di apprezzamento dei gravi indizi. Per altro
verso, non si pu sottacere il rischio che, per questa via, il provvedimento applicativo di una misura cautelare
(tanto pi se passato indenne al vaglio del tribunale del riesame e della corte di cassazione) finisca per
caricarsi di un peso assai gravoso sulla sorte processuale dell'imputato.
Quanto al versante del periculum libertatis, l'art. 274, affrontando e risolvendo con chiarezza sistematica il
problema del vuoto dei fini, si preoccupa di predeterminare le esigenze cautelari che sole, concorrendo
con il presupposto rappresentato dai gravi indizi di colpevolezza, devono considerarsi di per s idonee a
giustificare l'adozione delle misure cautelari personali. Al riguardo la previsione normativa esplicita non
soltanto nel sottolineare, per un verso, come si tratti di esigenze ciascuna autonomamente sufficiente a
legittimare il ricorso allo strumento cautelare; ma anche, per altro verso, come nessuna misura possa venire
disposta se non in base al concreto accertamento della sussistenza di una delle suddette esigenze.
Ne risulta cos confermato un duplice corollario. Da un lato, la esclusione di qualsiasi automatismo
nell'adozione delle misure in parola. Dall'altro, il rifiuto di qualunque meccanismo imperniato sull'obbligo
del giudice di "giustificare", motivandone in positivo le ragioni, la mancata adozione della custodia cautelare
con riferimento a determinate imputazioni (salvo quanto previsto dall'art. 275 c. 3, sia pure con esclusivo
riguardo agli indiziati di alcuni delitti particolarmente gravi di criminalit organizzata: infra, 5).
4. Le diverse esigenze cautelari.
Con riferimento alla sussistenza di specifiche ed inderogabili esigenze attinenti alle indagini (com' ovvio
relative ai soli fatti per i quali si procede), queste vengono finalisticamente circoscritte in rapporto a
situazioni di concreto ed attuale pericolo per l'acquisizione o la genuinit della prova.
Il proposito legislativo , evidentemente, quello di consentire il ricorso alle misure cautelari per fronteggiare
il c.d. pericolo di inquinamento delle prove (quale potrebbe profilarsi, in certi casi, anche in sede
dibattimentale), cui si affianca, per, un altrettanto preciso intento di escludere qualunque possibilit di
impiego delle misure in questione al-lo scopo di assicurare il compimento di atti determinati, per i quali
non si possa prescindere dalla presenza dell'imputato (a tale fine essendo previsto, come si gi ricordato, il
diverso strumento dell'accompagnamento coattivo ex artt. 132 e 376).
Circa l'ipotesi della fuga o del concreto pericolo di fuga dell'imputato (non occorre, dunque, che stia per
darsi alla fuga), essa trova un limite alla sua rilevanza sul terreno cautelare nel collegamento alle sole
imputazioni per le quali il giudice preveda che possa venire irrogata una pena superiore a due anni di
reclusione (art. 274 lett. b). Cos, infatti, stato tra-dotto il riferimento della legge delega a reati di
particolare gravit.
Pi delicato era il problema della specificazione, nel codice, dell'esigenza cautelare di natura sostanziale
evidenziata dalla delega attraverso il non meglio precisato richiamo alle esigenze di tutela della
collettivit.
Il problema, comunque, stato risolto assumendo quale parametro di valutazione dell'esigenza cautelare in
questione gli elementi ricavabili da specifiche modalit e circostanze del fatto, nonch dalla personalit

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dell'imputato (in quanto desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali), e
riconoscendole rilevanza ogniqualvolta ne risulti il concreto pericolo che il medesimo imputato ove
non assoggettato ad alcuna cautela possa commettere gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di
violenza personale, o diretti contro l'ordine costituzionale, ovvero delitti di criminalit organizzata, od
ancora delitti della stessa specie di quello per cui si procede (art. 274 lett. e). Con riguardo a quest'ultima
ipotesi si tuttavia precisato, per coerenza con la regola generale dettata nell'art. 280 c. 2 (infra, 9), che la
misura della custodia cautelare potr essere disposta solo quando il suddetto pericolo si riferisca alla
commissione di delitti per i quali sia comminata una pena detentiva non inferiore nel massimo a 4 anni.
L'art. 274 lett. a, stabilendo che le situazioni di concreto ed attuale pericolo ivi previste non possono
essere individuate nel rifiuto della persona sottoposta alle indagini o dell'imputato di rendere dichiarazioni n
nella mancata ammissione degli addebiti.
In nessun caso l'esercizio del diritto al silenzio, da parte dell'imputato, pu essere posto a fondamento, sul
terreno del periculum libertatis, di una misura cautelare disposta a suo carico e quindi, a maggior ragione,
che nessuna misura cautelare (a cominciare da quella carceraria) possa venire legittimamente adottata allo
scopo di indurre l'imputato stesso a collaborare con l'autorit giudiziaria.
5. I princpi di adeguatezza e di proporzionalit nella scelta delle misure.
Per quanto riguarda l'esercizio della discrezionalit del giudice, una volta accertata la sussistenza di (almeno)
una delle esigenze cautelari descritte dall'art. 274, in ordine alla scelta delle misure da adottarsi nel caso
concreto sia in via originaria, sia in via sostitutiva l'art. 275 detta alcuni criteri fondamentali, ispirati
alla logica della adeguatezza e della proporzionalit, entrambi radicati nelle direttive della legge delega (art.
2 n. 59).
Viene anzitutto enunciato il principio di adeguatezza. In forza di tale principio il giudice, nell'individuare
quale misura debba venire disposta, sar obbligato a tener conto della specifica idoneit di ciascuna,
rapportandola alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto (art. 275
comma 1): con l'ovvia conseguenza che dovr venire scelta la misura meno gravosa per l'imputato,
tra quelle di per s idonee a fronteggiare le suddette esigenze.
Al principio di adeguatezza, cos enunciato in termini generali, si raccorda poi, con funzione integrativa, il
principio di proporzionalit, stando al quale ogni misura deve essere proporzionata all'entit del fatto e alla
sanzione che sia stata o si ritiene possa essere irrogata (art. 275 comma 2). Co-me dire che il giudice, nel
determinare la misura meglio idonea ad essere adottata nella singola fattispecie, dovr tener conto non solo
dell'attitudine della misura stessa a soddisfare le esigenze cautelari verificate caso per caso, ma anche della
sua congruit, sotto il profilo della deminutio libertatis che ne deriva all'imputato: sia rispetto alla gravit del
fatto addebitatogli, sia rispetto al quantum di pena che in concreto (alla luce della complessiva situazione
processuale) possa essergli irrogata.
Il comma 2-bis dell'art. 275, detta in capo al giudice un esplicito divieto di disporre la custodia cautelare
quando il medesimo ritenga che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della
pena.
La norma sembra ispirata ad una concezione pressoch esclusivamente sostanzialistica della custodia
cautelare (quasi si trattasse di una sorta di anticipazione della pena, peraltro contra legem); ma trascura,
nel contempo, l'eventuale profilarsi di esigenze cautelari di natura probatoria.
Il comma 1-bis ed il comma 2-ter dell'art. 275 si occupano dei criteri relativi alla scelta delle misure
cautelare da disporre contestualmente ad una sentenza di condanna.
A norma del comma 1-bis previsto anzitutto che, contestualmente ad una sentenza di condanna, l'esame
delle esigenze cautelare debba essere condotto tenendo conto anche dell'esito del procedimento, delle
modalit del fatto e degli elementi sopravvenuti, dai quali possa emergere che, a seguito della sentenza,
risulta taluna
delle esigenze indicate nell'art. 274, comma 1, lett. b e c.
Il comma 2-ter dello stesso art. 275 stabilisce che qualora la condanna sia stata pronunciata in grado di
appello, e previsto che le misure cautelari personali debbano essere sempre disposte, contestualmente alla
sentenza, quando, all'esito dell'esame condotto a norma del comma 1-bis, risultano sussistere esigenze
cautelari previste dall'art. 274 e la condanna riguarda uno dei delitti previsti dall'art. 380 comma 1, e questo
risulta commesso da soggetto condannato nei cinque anni precedenti per delitti della stessa indole.
Ci significa, in altri termini, che in deroga alla regola generale (infra, 13) per cui il giudice procedente
applica le misure cautelari su richiesta del pubblico ministero (artt. 279 e 291 comma 1), nel caso di
sentenza di condanna pronunciata in secondo grado, contestualmente alla sentenza il medesimo giudice
dovr obbligatoriamente, anche in assenza di quest'ultima richiesta, valutare la sussistenza delle

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esigenzecautelari e degli altri presupposti indicati nel suddetto comma 2-ter, ed applicare sempre la misura
cautelare personale pi adeguata, ogni qualvolta tale valutazione abbia dato esito positivo.
Il 3 comma dell'art. 275, con riferimento alla misura della custodia cautelare in carcere stabilisce che la
medesima pu essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata.
Questa regola subisce, tuttavia, una cospicua eccezione a seguito delle modifiche successivamente via via
introdotte anche in termini piuttosto estesi, all'inizio degli anni novanta nel suddetto 3 comma dell'art.
275. Nel quale, in particolare, oggi stabilito che, quando sussistano gravi indizi di colpevolezza in ordine
ad uno dei delitti ivi elencati, debba venire sempre disposta la custodia carceraria, a meno che siano acquisiti
elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari. Si configura cos in capo all'indiziato dei
suddetti delitti una forte presunzione relativa di periculum libertatis. Ne deriva, con riguardo al medesimo
giudice, un vero e proprio onere di motivazione negativa, circa la (non) sussistenza in concreto di esigenze
cautelari. Ed questa una situazione che, dal punto di vista del giudice, dovrebbe concretare una sorta di
scudo normativo di fronte al rischio delle minacce o dei condizionamenti cui lo stesso potrebbe venire
sottoposto, soprattutto nei procedimenti per delitti di criminalit organizzata.
6. Altre applicazioni del principio di adeguatezza.
Per quanto riguarda, in ispecie, l'impiego della custodia in carcere, una sorta di presunzione di non
necessit della misura carceraria risulta sancita nel 4 comma dell'art. 275, con riferimento ad una gamma
variegata di ipotesi, rispetto alle quali si delinea una previsione di divieto (non pu essere disposta la
custodia cautelare in carcere) della suddetta misura. Cos stabilito, m particolare, quando siano imputati
una donna incinta, o una madre di prole di et inferiore ai tre anni con la stessa convivente, ovvero un padre
(sembrerebbe senza ulteriori condizioni) qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a
dare assistenza alla prole, od ancora una persona che abbia superato i settanta anni.
Lo stato di incompatibilit con la custodia in carcere presunzione posta dalla legge a favore dei medesimi
imputati, potr (anzi, dovr) disporsi anche a loro carico la misura della custodia in carcere.
Analogamente, qualora ricorrano i presupposti per la custodia in carcere, ma non sussistano esigenze
cautelari di eccezionale rilevanza, e si tratti di imputati tossicodipendenti o alcooldipendenti sottoposti a
programma terapeutico di recupero, l'art. 89 commi 1 e 2 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (cos come
modificato dall'art. 4- sexies d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, convertito con 1. 21 febbraio 2006, n. 49)
stabilisce che nei confronti di tali imputati debba essere disposta la misura degli arresti domiciliare, allorch
l'interruzione del programma in atto potrebbe pregiudicare il loro recupero.
La medesima disciplina si applica altres nei confronti dell'imputato tossicodipendente o
alcooldipendente, gi assoggettato a custodia cautelare, il quale intenda sottoporsi ad un programma
terapeutico di recupero.
Un esplicito, ed anzi pi rigido, divieto di custodia cautelare (questa la dizione ancora accolta nella
rubrica dell'art. 286-bis, pur dopo le sopravvenute modifiche) stabilito, infine, dall'art. 275 comma 4-bis nei
riguardi degli imputati che siano affetti da Aids conclamata o da grave deficienza immunitaria (accertate ai
sensi dell'art. 286-bis comma 2), ovvero da altra malattia particolarmente grave.
Allorch venga verificata la sussistenza di condizioni di salute del tipo di quelle ivi menzionate sulla base
di accertamenti e di terapie praticabili anche in strutture pubbliche esterne all'ambito penitenziario, a norma e
nei limiti dell'art. 286-bis comma 3 si prevede che, con riferimento a tali soggetti, la custodia cautelare in
carcere non pu essere disposta n mantenuta.
Se sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, dovr farsi regolarmente luogo a custodia
cautelare presso idonee strutture sanitarie penitenziarie, a meno che l'adozione di tale misura non risulti
possibile senza pregiudizio per la salute dell'imputato o per quella degli altri detenuti.
Pi in generale, infine, pur ricorrendo le situazioni appena descritte, allorch il soggetto risulti imputato, o
sia stato sottoposto ad altra misura cautelare, per uno dei delitti previsti dall'art. 380 (in quanto commessi
dopo l'applicazione delle misure previste dal suddetto comma 4-ter), il giudice potr comunque disporne la
custodia cautelare in carcere, evidentemente allo scopo di evitare gli inconvenienti altrimenti derivanti,
soprattutto in rapporto al pericolo di reiterazione di determinati reati, dal sostanziale riconoscimento a tali
soggetti di una sorta di immunit rispetto alla custodia carceraria.
Ancora alla sfera del principio di adeguatezza, sia pure con riferimento all'ipotesi di condotte dell'imputato
contrastanti con le prescrizioni inerenti alle singole. misure cautelari deve ricondursi la disposizione dell'art.
276 comma 1. Dove, in termini generali, viene enunciato il principio per cui, nel caso di inosservanza delle
suddette prescrizioni, il giudice pu ordinare la sostituzione della misura gi disposta, ovvero il suo cumulo
con altra pi grave: sempre, di regola, dietro richiesta del pubblico ministero.
I criteri di valutazione, oltre a quelli indicati una volta per tutte nel medesimo art. 275, sono quelli imperniati
sulla entit, sui motivi e sulle circostanze della violazione. Resta inteso, dunque, che non ogni

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trasgressione dell'imputato alle prescrizioni impostegli dovr necessariamente dare luogo da parte del
giudice ad un nuovo provvedimento in chiave sostitutiva.
7. La salvaguardia dei diritti della persona sottoposta a misura cautelare.
Tipica norma di garanzia per la posizione soggettiva dell'imputato l'art. 277 che stabilisce che le
modalit esecutive delle misure cautelari devono salvaguardare i diritti della persona ad esse sottoposta.
8. I criteri di determinazione della pena ai fini dell'applicazione delle misure.
Le regole dettate dall'art. 278 per la determinazione della pena agli effetti dell'applicazione delle misure
stesse.
Quanto alla soluzione accolta, articolata sulla scia della stessa delega (art. 2 n. 59), essa prescrive che debba
aversi riguardo alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato, senza tener conto n
della continuazione, n della recidiva (il riferimento alla recidiva stato ripristinato, a sorpresa, dal
legislatore del 1995), n, di regola, delle circostanze del reato.
Da notare che i criteri dell'art. 278 risultano richiamati dall'art. 379 per quanto concerne la determinazione
della pena ai fini dell'arresto in flagranza e del fermo.
9. Misure coercitive e misure interdittive.
Le une e le alter possono applicarsi soltanto quando si procede per i delitti per i quali la legge stabilisce la
pena dellergastolo o della reclusione superiore nel massimo a tre anni (artt. 280 e 287).
E lo stesso 1 comma dell'art. 280 a fare anzitutto salvo quanto disposto dai commi 2 e 3 dello stesso
articolo, o dove la deroga si riferisce specificamente all'impiego della custodia cautelare in carcere. Essa,
infatti pu essere applicata esclusivamente- quando si proceda per delitti consumati o tentati, per i quali sia
prevista, la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni " 1995). Questo limite, tuttavia,
ai sensi del 3 comma dell'art. 280, non opera nei confronti di chi abbia trasgredito alle prescrizioni inerenti
ad una misura cautelare.
Una seconda eccezione, di segno contrario rispetto a quest'ultima regola generale, stabilita dal medesimo
art. 280 comma 1 facendo salvo quanto disposto dall'art. 391 (anche se, come si vedr tra breve, un palese
difetto di coordinamento legislativo rende imperfetto un tale raccordo). Il richiamo va, ovviamente riferito
a15 comma dello stesso art. 391, dove, nel disciplinare in via generale la c.d. conversione dell'arresto in
flagra z odel fermo in una misura coercitiva a norma dell'art. 291, ivi compresa la custodia in carcere, si
dispone espressamente che tale conversione naturalmente in presenza dei presupposti richiesti ex artt. 273
e 274 possa avere luogo anche al di fuori dei limiti di pena previsti dagli artt. 274
comma 1 lett. c e 280, quando l'arresto stato eseguito per uno dei delitti indicati nell'art. 381 comma 2,
ovvero per uno dei delitti per i quali consentito anche fuori dei casi di flagranza: dunque, anche con
riferimento a determinati delitti punibili con la reclusione non inferiore nel massimo a tre anni.
Ci significa che, in ordine alle ipotesi delittuose contemplate dall'art. 381 comma 2, l'applicazione di una
misura di coercizione personale potr configurarsi soltanto a seguito di conversione dell'arresto in flagranza,
mentre non potr trovare base nel potere coercitivo originariamente spettante al giudice.
Il 2 comma del suddetto art. 280 ha circoscritto l'applicabilit della custodia in carcere esclusivamente ai
delitti punibili con la reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni.
L'applicazione della custodia carceraria a seguito di convalida dell'arresto in flagranza continua ad essere
consentita anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall'art. 280, nonch dall'art. 274 comma 1 lett. c
nei soli casi in cui l'arresto sia stato eseguito a norma dell'art. 381 comma 2 (quantunque i delitti ivi
elencati siano tutti punibili con la reclusione non inferiore nel massimo atre anni), mentre risulta preclusa
nei casi in cui l'arresto sia stato eseguito a norma dell'art. 381 comma 1, ogniqualvolta si tratti di delitti per i
quali la legge stabilisce la pena della reclusione in misura bens superiore nel massimo a tre anni, ma
inferiore nel massimo a quattro anni.
In questi ultimi casi, infatti, a causa della mancata predisposizione di una clausola derogatoria analoga a
quella contenuta nell'art. 391 comma 5 non pu non operare il limite di applicabilit sancito, per la custodia
in carcere, dal 2 comma dell'art. 280, e richiamato dall'art. 274 comma 1 lett c. Senonch tutto ci
palesemente assurdo, poich, per effetto di un simile difetto di coordinamento legislativo, esiste oggi nel
sistema una fascia di situazioni rispetto alle quali (sebbene riferite a delitti pi gravi di quelli cui allude l'art.
381 comma 2), pur dopo la convalida dell'arresto in flagranza, non potr essere applicata la misura
custodiale nei confronti dell'arrestato, nonostante l'accertamento dei presupposti cautelari idonei a
legittimarne l'applicazione ex art. 391 comma 5.

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Quanto al resto, non risultando ammessa nessuna ulteriore deroga, il limite stabilito dall'art. 280 deve
ritenersi operante per tutte le altre misure coercitive, ivi comprese le pi blande, com' ad esempio il divieto
di espatrio.
10. La tipologia delle misure coercitive ed il principio di gradualit.
All'interno di questa ideale gerarchia, nella quale si concreta uno strumento evidentemente indispensabile per
l'attuazione del principio di adeguatezza (art. 275), si collocano le misure del divieto di espatrio,
opportunamente raccordato con la disciplina dei passaporti, sulla base della riconosciuta specificit dei suoi
presupposti (art. 281), dell'obbligo di presentazione periodica agli uffici di polizia giudiziaria (art. 282) e
dell'allontanamento dalla casa familiare (art. 282-bis).
Ad esse si aggiungono le misure del divieto e dell'obbligo di dimora (art. 283). A proposito dell'obbligo di
dimora va in ogni caso sottolineata la attribuzione al giudice del potere di imporre all'imputato anche quella
di non allontanarsi dall'abitazione in alcune ore del giorno, una prescrizione analoga, seppur circoscritta
entro limiti temporali piuttosto rigidi, a quella in cui si sostanzia la misura degli arresti domiciliari (art. 284),
riguardo alla quale l'obbligo dell'imputato di non allontanarsi dalla propria abitazione, o dagli altri luoghi
consentili, pu risultare attenuato soltanto dalla autorizzazione del giudice ad assentarsi nel corso della
giornata dal luogo di arresto, per il tempo stretta-mente necessario a provvedere ad indispensabili esigenze
di vita, ovvero per esercitare una attivit lavorativa, nel caso di assoluta indigenza. Anche su questo
terreno, dunque, attraverso la duplice possibilit offerta al giudice di graduare diversamente, per intensit e
per durata, la sottoposizione dell'imputato all'obbligo di non allontanamento dalla propria abitazione ora
facendo ricorso alla versione pi gravosa dell'obbligo di dimora, ora disponendo direttamente gli arresti
domiciliari.
L'imputato agli arresti domiciliari si considera in stato di custodia cautelare (art. 284 comma 5), soltanto
in quest'ultimo caso, e non anche nel primo l'imputato costretto a rimanere nella propria abitazione potr
usufruire dei vantaggi derivanti dalla suddetta equiparazione: in particolare con riferimento alla disciplina dei
termini massimi di custodia, nonch al meccanismo di scomputo della durata della misura
domiciliare dalla durata della pena (infra, 11).
Mentre per quanto riguarda la concedibilit degli arresti domiciliare un limite soggettivo espresso quello
sancito dal nuovo comma 5-bis dell'art. 284, in termini di divieto nei confronti degli imputati gi condannati
(dunque, con sentenza irrevocabile) per il reato di evasione nei cinque anni precedenti al fatto per cui si
procede, assai pi articolata e complessa appare la disciplina oggi consacrata nell'art. 275-bis, con
riferimento alla possibilit di subordinare la misura degli arresti domiciliari all'assoggettamento dell'imputato
a particolari procedure di controllo da attuarsi mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici: dove
evidente l'allusione al congegno del c.d. "braccialetto elettronico". Pi precisamente, stabilisce il 1 comma
dello stesso art. 275-bis che il giudice, nel disporre la misura degli arresti domiciliari anche in sostituzione
della custodia cautelare in carcere, possa prescrivere ove lo ritenga necessario in relazione alle esigenze
cautelari del caso concreto la adozione delle suddette procedure di controllo elettronico, salvo
comunque prevedere con il medesimo provvedimento l'applicazione della misura carceraria, allorch
l'imputato neghi il proprio consenso a sottoporsi ai relativi mezzi e strumenti.
11. Le forme della custodia cautelare.
La custodia in carcere non presenta grandi novit dal misura della punto di vista dei contenuti, trovando base
nel provvedimento con cui il giudice dispone che l'imputato sia catturato ed immediatamente condotto in un
istituto di custodia per rimanervi a disposizione dell'autorita giudiziaria (art. 285).
Quando, poi, si tratti di un imputato. in stato di infermit di mente tale da incidere gravemente sulla sua
capacit di intendere e di volere, si prevede che il giudice possa disporne in luogo della custodia
carceraria la custodia cautelare non carceraria mediante ricovero provvisorio in una idonea struttura.
Il raggio di operativit di tale istituto (cos come previsto dall'art. 206 c.p.) copre un'area di ipotesi assai pi
ampia di quella riferibile al solo imputato infermo di mente.
Quanto agli imputati che si trovino nelle gravi condizioni di salute descritte dallart. 275 comma 4-bis,
stabilisce il 3 comma dellart. 286-bis che il giudice possa disporre il ricovero provvisorio in una adeguata
struttura del servizio sanitario nazionale per il tempo necessario, adottando nel contempo, ove occorra, i
provvedimenti idonei a evitare il pericolo di fuga. Dopo di che, una volta cessate le esigenze del ricovero
(che deve considerarsi, a tutti gli effetti, una forma di custodia cautelare non carceraria), il giudice
provveder a norma dell'art. 275: a seconda dei casi, o ripristinando la custodia in carcere, o disponendo gli
arresti domiciliari ex art. 275 comma 4-ter, o pronunciando uno dei provvedimenti previsti dall'art. 299.
Tornando alle disposizioni comuni alle misure di custodia cautelare, sia in carcere sia in luogo di cura, va
ricordato, infine, il principio relativo alla computabilit per una sola volta della durata delle stesse (oltrech,

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in forza della ricordata equiparazione, del periodo trascorso dall'imputato agli arresti domiciliari) ai fini
della determinazione della pena da eseguire, ai sensi dell'art. 657.
Linformazione prevista dall'art. 129 c. l e 2 disp. att. nei confronti di determinate autorit pubbliche,
ovvero dell'autorit ecclesiastica, allorch venga esercitata l'azione penale contro uno dei soggetti ivi indicati
(pubblici impiegati, e, rispettivamente, ecclesiastici o religiosi del culto cattolico), dovr essere inviata alle
medesime autorit pure nel caso in cui tali soggetti vengano a trovarsi in stato di custodia cautelare - ovvero
siano stati arrestati o fermati - anche prima dell'esercizio dell'azione stessa (art. 129 c.3-bis disp. att.).
12. La tipologia delle misure interdittive.
Per quel che concerne le misure interdittive, il limite di sbarramento correlato ai procedimenti per delitti per
i quali la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a tre anni (retro,
9) subisca svariate deroghe, in rapporto a quanto previsto da disposizioni particolari (art 287).
Circa la tipologia delle misure interdittive vengono disciplinate, in particolare, la sospensione dall'esercizio
della potest dei genitori (art. 288); la sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio peraltro
non applicabile agli uffici elettivi ricoperti per diretta investitura popolare; ed infine il divieto temporaneo di
esercitare determinate attivit professionali o imprenditoriali, ovvero determinati uffici direttivi delle persone
giuridiche o delle imprese (art. 290).
Quanto ai criteri di scelta delle misure interdittive, per le quali valgono, ovviamente, i princpi di
adeguatezza e di proporzionalit enunciati invia generale nell'art. 275, con riferimento alle esigenze cautelari
di cui all'art 274 va ricordata l'ulteriore possibilit offerta al giudice di dare pi specifica attuazione a tali
principi secondo la logica del sacrificio minimo attraverso la applicazione soltanto parziale della
misura prescelta. Infatti le diverse disposizioni dettate al riguardo, facendo leva sulla formula in tutto o in
parte (artt. 288-290), consentono che l'incidenza della misura stessa possa venire in concreto limitata
esclusivamente a una parte della, potest ovvero a un settore o a una parte della attivit.
13. I profili formali dei provvedimenti cautelari.
Pi precisamente, nel 1 comma dell'art. 291 viene, anzitutto, ribadita la regola (retro, 2) secondo cui la
competenza a disporre tali misure appartiene al giudice, il quale nel momento applicativo provvede sempre
su richiesta del pubblico ministero (a parte quanto si detto a proposito del-l'art. 275 comma 2-ter, una
iniziativa ex officio del giudice prevista dall'art. 299 comma 3 soltanto in materia di revoca o di
sostituzione di misure gi applicate). In particolare il pubblico ministero dovr fornire al giudice non solo,
naturalmente, gli elementi su cui la richiesta si fonda, ma anche tutti gli altri elementi a favore
dell'imputato (tra i quali rientrano sia quelli acquisiti dallo stesso pubblico ministero ex art. 358, sia quelli
pervenutigli a seguito dell'attivit investigativa ex art. 327-bis), nonch le eventuali deduzioni e memorie
difensive gi depositate.
Successivamente, nel 2 comma dello stesso art. 291 viene dettata una particolare disciplina per le ipotesi in
cui il giudice destinatario della suddetta richiesta riconosca per qualsiasi causa la propria incompetenza. In
ipotesi del genere, ove quel giudice, ricorrendo le altre condizioni previste dalla legge, accerti l'urgenza di
provvedere sotto il profilo cautelare, egli stesso dovr disporre la misura richiesta con il medesimo
provvedimento declinatorio di competenza - salva la caducazione della misura cos applicata qualora, entro
venti giorni dalla trasmissione degli atti al giudice competente, questi non la confermi con proprio
autonomo provvedimento (come previsto, in via generale, dall'art. 27).
La richiesta formulata dal PM, necessaria ad attivare l'esercizio del potere cautelare del giudice, non
tuttavia vincolante. E indubbio che, oggi, il giudice possa disporre anche una misura cautelare meno grave
di quella richiesta dall'organo dell'accusa; ma non una misura pi grave, per la quale mancherebbe qualunque
iniziativa del pubblico ministero. E questo , innegabilmente, un ulteriore sintomo del proposito legislativo
di rafforzare la posizione del giudice, quale organo decisorio in materia de libertate, rispetto al PM.
stato previsto, infine, su un piano generale, ad opera del comma 2-bis dell'art. 291, che il pubblico
ministero - in caso di necessit o urgenza - possa chiedere al giudice, nell'interesse della persona offesa,
l'applicazione di una delle misure patrimoniali provvisorie previste dall'art. 282-bis comma 3.
Quanto agli aspetti formali del provvedimento del giudice (si tratter, di regola, di una ordinanza), tra i
requisiti elencati dall'art. 292 va segnalato - accanto alla ipotesi di imputazione rappresentata dalla
descrizione sommaria del fatto, con l'indicazione delle norme di legge che si assumono violate (lett. h) soprattutto quello relativo alla stia motivazione (lett. c), espresso con formula analitica e stringente.
Con riguardo a quest'ultimo profilo si prescrive altres la predeterminazione della durata della misura (pi
esattamente, della sua data di scadenza. in relazione alle indagini da compiere), quando la stessa sia stata
disposta in vista dell'esigenza cautelare di cui all'art. 274 lett. a, cio al fine di garantire l'acquisizione o la
genuinit della prova (lett. d). E la prescrizione, come si vedr, evidentemente funzionale alla specifica

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disciplina della estinzione delle misure disposte per esigenze probatorie e della loro eventuale
rinnovazione ex art. 301 c. 1 e 2, oltrech al peculiare regime della durata della custodia cautelare disposta
per le medesime esigenze, quale risulta dai nuovi commi 2-bis e 2-ter del predetto art. 301 (infra, 18).
Nell'art. 292 comma 2 stata inserita una nuova lett. c-bis, in virt della quale si impongono al giudice due
ulteriori adempimenti. Tali sono, da un canto, l'esposizione delle ragioni per le quali siano stati ritenuti non
rilevanti gli elementi forniti dalla difesa; dall'altro, quando venga applicata la misura carceraria,
l'esposizione delle concrete e specifiche ragioni per le quali si sia ritenuto elle le esigenze cautelari del
caso non possono essere soddisfatte con alt le misure.
Nel rapportare le esigenze cautelari riscontrate in concreto alla specifica idoneit della misura applicata, il
giudice debba sempre dar conto della osservanza dei criteri di scelta stabiliti dall'art. 275 (retro, 5), con
particolare riguardo ai canoni della adeguatezza e della proporzionalit. Senza dimenticare, tra l'altro, che in
sede di controllo successivo sulle ordinanze applicative di una misura cautelare, accanto all'ordinario
strumento del riesame, si prevede anche la eventualit che le medesime ordinanze vengano immediatamente
assoggettate ex art. 311 comma 2 a ricorso per cassazione (infra, 24), con la conseguenza di rendere
possibile un diretto sindacato di legittimit sulla loro motivazione.
Tutti i requisiti indicate nell'art. 292 comma 2 sono stabiliti a pena di nullit (non cos, invece quelli indicati
nel comma 2-bis) e questa nullit, inopinatamente definita come rilevabile anche d'ufficio dal legislatore del
1995 (retro, cap. II, 32), in assenza di altra specifica disposizione deve ritenersi, per il resto, assoggettata
alle regole generali di deducibilit e di sanatoria ex artt. 181-183.
Una ulteriore nullit risulta prevista, infine, nel nuovo comma 2-ter dell'art 292, con riferimento all'ipotesi
dell'ordinanza che non contenga la valutazione degli elementi a carico e a favore dell'imputato, questi
ultimi individuabili come quelli di cui all'art. 358, nonch all'art. 327-bis.
14. Gli adempimenti esecutivi e le garanzie difensive.
Tra gli adempimenti diretti a dare esecuzione alle ordinanze recanti una misura cautelare (per le quali
prescritta la immediata trasmissione agli organi competenti ex art. 92 disp. att.) emergono dall'art. 293
soprattutto quelli pi strettamente funzionali a consentire l'esercizio della difesa.
Nel 3 comma dell'art. 293 si prevede che tutte le suddette ordinanze, una od eseguite, siano depositate in
cancelleria, e del deposito sia notificato avviso al difensore.
Insieme all'ordinanza cautelare deve essere depositata anche la richiesta del pubblico ministero, e con essa
gli atti presentati da quest'ultimo a norma dell'art. 291 comma 1.
Mentre le ordinanze applicative della custodia cautelare vengono materialmente eseguite con la consegna
all'imputato di copia del provvedimento e con il suo immediato trasferimento, se del caso manu militari
(questo il significato del riferimento alla cattura contenuto nell'art. 285 comma 1), in un istituto di
custodia a disposizione dell'autorit giudiziaria, le ordinanze applicative delle misure cautelari non custodiali
sono semplicemente notificate all'imputato secondo i modi ordinari.
Per quanto concerne, in particolare, le ordinanze relative alla custodia cautelare viene inoltre espressamente
stabilito del resto in ottemperanza ad una specifica direttiva della delega (art. 2 n. 5) che l'organo di
polizia incaricato dell'esecuzione avverta l'imputato della facolt di nominare un difensore di fiducia, e
quindi ne informi immediatamente il difensore cos nominato, ovvero quello designato d'ufficio ai sensi
dell'art. 97. Circa la procedura da seguire nel caso in cui il destinatario della misura non venga rintracciato,
l'art. 295 prevede la redazione del verbale di vane ricerche da parte del competente organo di polizia, e la
successiva dichiarazione dello stato di latitanza dell'imputato, ad opera del giudice che tali ricerche abbia
ritenuto esaurienti.
Quanto alla disciplina della latitanza nell'art. 296 l'enunciazione della regola volta a circoscrivere
l'operativit dei suoi effetti al solo procedimento penale nel quale essa stata dichiarata.
La previsione di maggiore risalto, tuttavia, quella che autorizza il giudice o il PM ad utilizzare lo strumento
della intercettazione di conversazioni o di comunicazioni telefoniche, nonch di altre forme di
telecomunicazione, nei limiti degli artt. 266 e 267, anche allo scopo di agevolare le ricerche del latitante
(art. 295 c. 3).
Pu farsi luogo ex art. 295 c. 3-bis anche alla intercettazione di comunicazioni tra persone presenti, quando
si tratti di latitanti in relazione ad uno dei delitti di criminalit mafiosa previsti dall'art. 51 c. 3-bis, ovvero ad
uno dei gravi delitti di natura terroristica od eversiva previsti dall'art. 407 c. 2 lett. a n. 4; e, in questo caso,
si deve ritenere, senza il limite previsto per le intercettazioni ambientali nel domicilio dall'art. 266 c.2,
trattandosi di limite gi derogato in via generale con riguardo ai procedimenti per delitti di criminalit
organizzata (cap. III, 15). Allo stesso scopo, d'altro lato, si stabilito che possa procedersi, anche ad
iniziativa di ufficiali di polizia giudiziaria, alla perquisizione locale di interi edifici o di blocchi di edifici.

97

L'autorit giudiziaria pu, con decreto motivato, ritardare l'emissione, o disporre che sia ritardata
l'esecuzione, di provvedimenti di cattura (oltrech di arresto o di sequestro) quando ci sia necessario per
acquisire rilevanti elementi probatori, ovvero per l'individuazione o la cattura dei responsabili dei delitti
concernenti sostanze stupefacenti previsti dagli artt. 73 e 74 dello stesso d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.
Analoghe disposizioni risultano dettate dall'art. 7 comma 3 d.l. 15 gennaio 1991, n. 8 (convertito con 1. 15
marzo 1991, n. 82), nell'ambito dei procedimenti per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione,
ed inoltre dall'art. 9 comma 7 l. 16 marzo 2006, n. 146, nell'ambito dei procedimenti per i delitti di
terrorismo e di criminalit organizzata, nonch per gli altri gravi delitti indicati nei commi 1 e 6 del
medesimo art. 9.
Alla tematica degli adempimenti necessariamente successivi all'esecuzione della misura della custodia
cautelare in carcere appartiene anche l'istituto dell'interrogatorio dell'indiziato. Interrogatorio che l'art. 294
comma l (nella versione risultante dall'art. 2 d 1 22 febbraio 1999, n. 29, convertito con 1. 21 aprile 1999, n.
109) affida fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento, al giudice che ha deciso sull'applicazione
della misura cautelare semprech il medesimo giudice non vi abbia proceduto ex art. 391 comma 3 nel
corso dell'udienza di convalida dell'arresto in flagranza o del fermo prescrivendone l'effettuazione
immediatamente e comunque non oltre cinque giorni dall'inizio dell'esecuzione della custodia, a meno che
l'indiziato stesso sia assolutamente impedito.
In virt del nuovo comma 1-bis dell'art. 294 un analogo interrogatorio di garanzia inoltre previsto nei
confronti di qualunque persona sottoposta a misura cautelare, sia coercitiva che interdittiva, diversa dalla
custodia in carcere (nella versione originaria dell'art. 294 la medesima garanzia veniva estesa, invece,
soltanto al caso degli arresti domiciliari), con l'ulteriore precisazione che il predetto adempimento debba
venire assolto non oltre dieci giorni dall'esecuzione del provvedimento o dalla sua notificazione.
15. L'interrogatorio della persona in stato di custodia.
Lart. 141-bis prevede lobbligatoriet della documentazione integrale dell'interrogatorio stesso (quando si
tratti di persona in stato di detenzione), mediante appositi strumenti di riproduzione fonografica o
audiovisiva. Una prescrizione, questa, stabilita a pena di inutilizzabilit probatoria dei risultati dell'atto,
con la conseguenza che nel caso di sua inosservanza l'avvenuto interrogatorio, se per il resto valido,
dovr ritenersi comunque idoneo ad integrare tutte quelle fattispecie che lo configurano come presupposto
necessario per il prodursi di determinati effetti.
Quanto alla cornice soggettiva dell'interrogatorio in questione, che verr condotto dal giudice, essa
definita dal 4 comma dell'art. 294 col prevedere una facolt di intervento del pubblico ministero ed un
correlativo obbligo del difensore, ai quali verr dato tempestivo avviso (a parte, in ogni caso, il diritto dei
medesimi di prendere visione del relativo verba-le, ai sensi dell'art. 93 disp. att.).
Circa il contenuto di garanzia dell'interrogatorio, dispone il 3 comma dell'art. 294 che il giudice debba
valutare se permangono le condizioni di applicabilit e le esigenze cautelari richieste per
l'assoggettamento a custodia dagli artt. 273, 274 e 275. Proprio perch si deve presumere che gi prima
dell'adozione della misura il
giudice (di norma, il medesimo giudice) abbia necessariamente accertata la sussistenza di tali presupposti, il
senso della disposizione non pu essere se non quello di porre le pie messe per una nuova valutazione degli
stessi, alla luce degli elementi che gli siano stati forniti dall'indiziato in sede di interrogatorio: a conferma,
dunque, della natura eminentemente difensiva dell'atto, in quanto volto a consentire all'indiziato di fare
presenti le circostanze adducibili a suo favore.
Le Sezioni unite della Corte di cassazione ritengono tale interrogatorio viziato da nullit (e, quindi, ne
sottolinea la inidoneit ad evitare l'effetto caducatorio previsto dall'art. 302, i cui si dir tra breve)
allorquando non sia stato preceduto dal deposito nella cancelleria del giudice, a norma dell'art. 293 comma
3, dell'ordinanza cautelare e degli altri atti ivi indicati.
Lo stesso art. 302 continua poi precisando che, una volta avvenuta la liberazione dell'indiziato, il medesimo
potr essere, di nuovo sottoposto a custodia cautelare, su richiesta del pubblico ministero, semprech ne
ricorrano i presupposti, soltanto dopo che sia stato interrogato in stato di libert.
L'art. 294 comma 6 stabilisce che l'interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare da parte del
pubblico ministero non pu. precedere l'interrogatorio del giudice.
In assenza di apprezzabili ragioni di segno garantistico, la regola della necessaria anteriorit
dell'interrogatorio del giudice sembra potersi spiegare soltanto alla luce di un aprioristico atteggiamento
legislativo di diligenza verso l'attivit inquirente dell'organo dell'accusa.
Poich, d'altra parte, innegabile che, in determinate situazioni di attivit investigativa, il pubblico ministero
possa avere necessit di interrogare al pi presto la persona in custodia (senza, dunque, dover attendere i
cinque giorni consentiti al giudice per l'espletamento del suo interrogatorio), il nuovo comma 1-ter dell'art.

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294 stabilisce che, ove lo stesso pubblico ministero ne faccia istanza nel presentare la richiesta di custodia
cautelare ex art. 291, il giudice sia tenuto ad effettuare l'interrogatorio entro il termine di quarantotto ore
dall'inizio della custodia.
Non azzardato immaginare, quindi, che in eventualit del genere i magistrati del pubblico ministero
preferiranno ricorrere, appena se ne verifichino i presupposti, allo strumento del fermo di indiziati ex art.384,
a seguito del quale il pubblico ministero continua ad essere legittimato ad interrogare l'indiziato sottoposto a
fermo (come
pure la persona arrestata in flagranza, in virt dell'art. 388).
da escludere, comunque, che nell'ipotesi dell'art. 294 comma 1-ter, qualora il giudice non riesca ad
effettuare il suddetto interrogatorio entro il termine di quarantotto ore, cos come richiestogli dal pubblico
ministero, ne consegua la caducazione della custodia cautelare sancita dall'art. 302, dovendosi tale
conseguenza ricondurre (in armonia con la ratio di garanzia per la persona detenuta, cui la disposizione si
ispira) esclusivamente alla inosservanza del termine ordinario di 5 giorni previsto dall'art. 294 comma 1.
16. Il computo dei termini di durata delle misure.
Dopo aver espresso a chiare lettere, nei primi due commi, il principio generale secondo cui gli effetti della
custodia cautelare decorrono dal momento della cattura, dell'arresto o del fermo, mentre gli effetti delle altre
misure ivi compresi gli arresti domiciliari decorrono dal momento della notifica della relativa
ordinanza, l'art. 297 si preoccupa di disciplinare l'ipotesi della pluralit di provvedimenti applicativi della
medesima misura a carico del medesimo imputato. Cominciando dall'ipotesi pi tradizionale, quando cio i
suddetti provvedimenti riguardino lo stesso fatto (ancorch diversamente circostanziato o qualificato), il
nuovo 3" comma dell'art. 297 si d carico di precisare che i termini decorrono dal giorno in cui stato
eseguito o notificato il primo provvedimento, ma sono commisurati in rapporto all'imputazione pi grave tra
quelle contestate con le diverse ordinanze.
La normativa non tiene conto della eventualit che, nel corso delle indagini, l'originaria imputazione sia stata
modificata in melius, con ovvie possibili ripercussioni sui termini di durata della custodia e delle altre
misure cautelari.
Il presupposto che le suddette ordinanze facciano riferimento a fatti diversi, sotto una duplice
condizione: quando tra tali fatti sussistano i rapporti di connessione descritti dall'art. 12 lett. b (caso del
concorso formale di reati e del reato continuato) o dall'art. 12 lett. c (limitatamente al caso di reati
commessi per eseguire gli altri), e purch si tratti di fatti commessi anteriormente all'emissione della
prima ordinanza.
In ipotesi del genere, l'unica deroga alla regola della retrodatazione del dies a quo per il computo dei termini
di durata della misura disposta con le ordinanze conseguenti alla prima quella che si ricava dall'ultima parte
del nuovo 3 comma dell'art. 297, stando al quale tale regola non si applica in rapporto alle ordinanze
emesse per fatti non desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale
sussiste connessione a norma del medesimo 3 comma. Ne consegue che, per l'operativit della regola in
questione, e sufficiente che i fatti diversi, contestati con le ordinanze ulteriori, applicative della medesima
misura nei confronti dello stesso imputato, risultassero desumibili dagli atti nel momento del rinvio a
giudizio per il fatto contestato con l'originaria ordinanza cautelare.
Il proposito del legislatore di contrastare una certa deplorevole prassi giudiziaria (quella delle c.d.
contestazioni a catena), molto spesso adottata in chiave elusiva dell'ordinaria disciplina dei termini delle
misure cautelari.
La Corte costituzionale ha sottolineato come la suddetta regola di retrodatazione del termine debba applicarsi
anche al di fuori delle ipotesi legislativamente definite: in particolare, anche nell'ipotesi di misure cautelari
relative a fatti diversi non connessi, semprech tuttavia, in quest'ultima eventualit, gli elementi posti a
base della successiva ordinanza risultassero gi desumibili dagli atti al momento della emissione della
precedente ordinanza.
Quanto all'ipotesi del cumulo tra un provvedimento cautelare ed un provvedimento di custodia per altro
reato, ovvero di detenzione o di internamento a titolo definitivo, occorre fare riferimento al disposto
dell'ultimo comma del medesimo art 297,l-a regola quella per cui, anche in situazioni del genere, gli effetti
della misura cautelare decorrono dal giorno della notifica della relativa ordinanza, ove si tratti di misura
compatibile con lo stato di detenzione o di internamento, mentre nel caso contrario decorrono dalla
cessazione di tale stato; ma la stessa disposizione si preoccupa, altres, di stabilire in via assoluta che, agli
effetti del computo dei termini massimi, la custodia cautelare si considera compatibile con lo stato di
detenzione per esecuzione di pena o di internamento per misura di sicurezza. Lo stesso deve, infine,
ritenersi sebbene la legge non lo dica in forma esplicita nell'ipotesi di cumulo tra una misura cautelare
detentiva ed un provvedimento di custodia gi in atto a carico della medesima persona per un diverso fatto di

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reato (salvo restando, ovviamente, quanto si precisato a proposito del cumulo dei provvedimenti di custodia
per i fatti diversi contemplati dall'art. 297 comma 3).
In analogo ordine di idee l'art. 298 prevede poi simmetricamente che l'esecuzione di un ordine di
carcerazione nei confronti di un imputato sottoposto ad una misura cautelare personale per un diverso reato
determini la sospensione dell'esecuzione di quest'ultima, a meno che gli effetti di tale misura risultino
compatibili con l'espiazione della pena.
17. I provvedimenti di revoca e di sostituzione.
L'art. 299 riflette con chiarezza l'intento di riunire in un unico contesto normativo le diverse ipotesi di
revoca e sostituzione delle misure riconducibili alla fenomenologia dei presupposti (li fatto e di diritto
delle stesse.
In questa cornice gi delineata con chiarezza dalla legge delega (art. 2 n. 59) si inserisce, per l'appunto, la
configurazione della revoca come fattispecie estintiva delle misure cautelari personali, destinata ad operare
tutte le volte in cui (a seguito di una valutazione sulla sussistenza ex ante, o sulla permanenza ex posi)
risultino carenti, per ciascuna di esse, le condizioni di applicabilit previste dall'art. 273, o da altre specifiche
disposizioni, ovvero le esigenze cautelari previste dall'art. 274 (art. 299 comma 1).
E lo stesso vale, in armonia con i criteri di scelta enunciati nell'art. 275, per quanto concerne l'ipotesi in cui
si accerti che le esigenze cautelari si sono attenuate.
In eventualit del genere si prevede che il giudice, ubbidendo ai princpi di adeguatezza e di proporzionalit,
debba sostituire la misura originaria con altra correlativamente meno grave, ovvero disporne la applicazione
con modalit meno gravose, salvo ovviamente il limite risultante dal 3 comma del medesimo art. 275 (art.
299 comma 2). E quando si tratti della sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari, una
particolare disciplina autorizzativi dettata nell'art. 97-bis disp. att., allo scopo di consentire all'imputato di
raggiungere con i propri mezzi, e sia pure nell'osservanza delle prescrizioni eventualmente imposte dal
giudice il luogo dell'arresto individuato a norma dell'art. 284, semprech non risulti necessario disporne
l'accompagnamento per salvaguardare comprovate esigenze processuali o di sicurezza.
Quanto ai profili procedurali, si stabilisce che, durante le indagini preliminari il giudice debba provvedere in
ordine alla revoca ed alla sostituzione delle misure, di regola, soltanto dietro richiesta del pubblico ministero
o dell'imputato, ed entro cinque giorni dal deposito di tale richiesta.
Tuttavia anche nel corso delle indagini preliminari si ammette che il giudice possa assumere ex officio
l'iniziativa della revoca o della sostituzione delle misure suddette, quando risulti gi investito del
procedimento per l'esercizio di uno dei poteri appartenenti alla sua competenza funzionale: in particolare,
come si gi rilevato (retro, 15), quando assuma l'interrogatorio dell'indiziato in stato di custodia cautelare
ex art. 294, o quando sia richiesto della proroga del termine per le indagini preliminari ex art. 406, ovvero
quando proceda all'assunzione di un incidente probatorio ex artt. 392 e seguenti (art. 299 comma 3). Il
giudice deve sempre sentire il pubblico ministero.
Il comma 3-ter dell'art. 299 dispone che il giudice dopo avere valutato gli elementi addotti a fondamento
della richiesta di revoca o di sostituzione prima di provvedere possa sempre procedere ad interrogatorio
della persona sottoposta alla misura. Senonch tale interrogatorio diventa doveroso per il giudice, ove
l'imputato Io abbia specificamente richiesto, quando l'istanza di revoca o di sostituzione della misura sia
basata su elementi nuovi o diversi.
Le esigenze cautelari si sono accresciute rispetto a quelle individuate alla base della misura applicata,
previsto che il giudice, su richiesta del pubblico ministero, debba sempre, ricorrendone i presupposti,
sostituire la misura originaria con altra pi rigida, ovvero disporne l'applicazione con modalit pi gravose
(art. 299 comma 4).
Con riferimento a tutti i provvedimenti previsti dall'art. 299 stabilito, infine, che il giudice quando si trovi
nell'impossibilit di decidere allo stato degli atti sulla richiesta di una parte possa in ogni stato e grado
del procedimento disporre anche d'ufficio, e prescindendo da particolari formalit, i necessari accertamenti
sulle condizioni di salute o su altre condizioni o qualit personali dell'imputato (art. 299 comma 4-ter).
Una particolare disciplina dettata con riguardo alle ipotesi che si verificano quando la richiesta di revoca o
di sostituzione della misura della custodia carceraria sia fondata sulle condizioni di salute particolarmente
gravi previste dall'art. 275 comma 4-bis (ovvero quando tali condizioni vengano segnalate dal servizio
sanitario penitenziario, o risultino in altro modo al giudice). In ipotesi del genere, infatti, qualora il giudice
non ritenga di accogliere tale richiesta sulla base degli atti prodotti, o comunque disponibili, a suo conforto,
prescritto (a seguito di una innovazione introdotta dalla legge del 1995) che debbano essere disposti con
immediatezza gli accertamenti medici del caso, attraverso la nomina di un perito ad hoc.
18. Particolari fattispecie di estinzione automatica delle misure.

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A parte la gi ricordata ipotesi di estinzione della custodia cautelare et art. 302 (retro, 15), a causa
dell'omesso interrogatorio dell'indiziato entro il termine previsto dall'art. 294, qui viene in evidenza anzitutto
la prevista estinzione ipso iure di tutte le suddette misure in conseguenza della pronuncia di determinati
provvedimenti, sulla base delle disposizioni emergenti dall'art. 300. Vi si stabilisce, anzitutto, nei commi
1 e 2, la immediata perdita di efficacia delle misure applicate con riferimento ad un certo fatto allorquando,
per lo stesso fatto e nei confronti della medesimi persona, venga disposta l'archiviazione, ovvero venga
pronunciata una sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento.
Gli artt. 131-bis e 154-bis disp. att. dispongono che l'imputato detenuto, nei cui confronti sia stata
pronunciata una sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento, venga immediatamente posto in
libert.
Laddove, invece, la sentenza sia stata di condanna, l'art. 300 commi 3 e 4 stabilisce - in evidente
applicazione del principio di proporzionalit es art. 275 comma 2 che le misure gi in atto perdano
efficacia ogni qualvolta la pena irrogata venga dichiarata estinta, ovvero condizionatamente sospesa; e, in
analogo ordine di idee, che la custodia cautelare perda altres efficacia quando la durata della custodia
presofferta sia uguale o superiore all'entit della pena irrogata, indipendentemente dalla circostanza che
contro la sentenza sia stata proposta impugnazione. In tutte queste ipotesi, come si diceva poco sopra,
l'effetto estintivo si produce di diritto, sicch al giudice non rester che adottare con ordinanza i
provvedimenti necessari per far immediatamente cessare l'esecuzione delle misure.
Quando, poi, la cessazione della misura consegua ad una sentenza della corte di cassazione, si applica il
disposto dell'art. 626.
Per quanto riguarda, poi, la peculiare situazione dell'imputato prima destinatario di una sentenza di
proscioglimento, o di non luogo a procedere, e successivamente condannato per il medesimo fatto, dispone
l'ultimo comma dell'art. 300 - dando attuazione ultra litteram ad una specifica direttiva della legge delega
(art. 2 n. 63) - che nei suoi confronti possano venire adottate una o pi misure coercitive, soltanto quando
ricorrano le esigenze cautelari previste dall'art. 274 comma 1 lett. b (fuga o concreto pericolo di fuga,
essendo stata irrogata una pena superiore a due anni di reclusione), ovvero lett. c (concreto pericolo di
commissione dei gravi delitti ivi indicati).
Ad analogo meccanismo estintivo deve ricondursi, ancora, l'ipotesi di caducazione contemplata dall'art. 301,
col prevedere la perdita di efficacia delle misure applicate per esigenze cautelari di natura probatoria,
allorquando alla scadenza del termine fissato nel provvedimento applicativo, a norma dell'art. 292 comma 2
lett. d, non ne venga ordinata la rinnovazione.
I nuovi commi 2-bis e 2-ter. dell'art. 301, dov' previsto un particolare regime per quanto concerne la durata
della misura della custodia cautelare in carcere, quando questa sia stata disposta per esigenze probatorie e,
quindi, ne sia stata prefissata la data di scadenza a norma dell'art. 292 comma 2 lett. d (retro, 13).
La disciplina ordinaria dettata dall'art. 301 comma 2-bis nel senso che, per tutte le altre ipotesi, la custodia
carceraria motivata da esigenze probatorie non possa avere durata superiore a trenta giorni.
L'art. 301 gomma 2-ter, dov' prevista la possibilit di una proroga del suddetto termine (non, naturalmente,
della misura, come con scarsa propriet si esprime il testo legislativo), ad opera del giudice, dietro
richiesta del pubblico ministero e previo interrogatorio dell'imputato, sulla base di un'ordinanza che dovr
valutare le ragioni che hanno impedito il compimento delle indagini per le cui esigenze la misura era stata
disposta. Attraverso questa procedura il termine della misura inizialmente stabilito potr essere prorogato
per non pi di due volte e, comunque, entro il limite complessivo di novanta giorni,
Nulla esclude, tuttavia, per quanto si desume dall'intero contesto dell'odierno art. 301, che, alla scadenza di
questo termine (cui, altrimenti, dovrebbe conseguire l immediata caducazione della misura gi prolungatasi,
al massimo, fino al novantesimo giorno), il pubblico ministero possa chiedere, ed il giudice possa
disporre, la rinnovazione della custodia in carcere nei confronti dello stesso imputato, e sempre per esigenze
di natura probatoria (anche riconducibili, se del caso, a quelle per le quali era stata disposta la misura da
rinnovarsi). Naturalmente tale rinnovazione dovr essere disposta mediante la pronuncia di un
provvedimento idoneo a fungere da nuovo titolo di custodia, in conformit a quanto previsto in via generale
dall'art. 301 c.1 e 2, e nell'ovvio rispetto dei limiti legali di durata sanciti dal codice per le ipotesi in discorso.
19. I termini di durata massima della custodia cautelare.
L'art. 303 individua tutte le varie ipotesi in cui si realizza il fenomeno della caducazione della misura
custodiale per decorso dei termini massimi della stessa (salva l'eventualit della proroga di quei termini, nei
casi delineati dall'art. 305, e salvi altres i meccanismi di neutralizzazione e di sospensione rispettivamente
disciplinati negli artt. 297 comma 4 e 304).

101

Nel 1 comma dell'art. 303 stata prevista una serie di termini auto-nomi di durata massima della custodia
cautelare in relazione ai diversi stati o gradi del procedimento, e con riferimento a ciascuna di tali fasi i
suddetti termini intermedi sono stati quantitativamente differenziali: ora in funzione della gravit
dell'imputazione, ora in funzione della pena applicata in concreto quando vi sia gi stata sentenza di
condanna.
Pi precisamente, ai sensi dell'art. 303 comma 1, per quanto riguarda la fase preliminare, la custodia
destinata a perdere efficacia allorch, dall'inizio della sua esecuzione, e senza che sia stato emesso il decreto
che dispone il giudizio o l'ordinanza di giudizio abbreviato e art. 438 (ovvero senza che, nel frattempo, sia
stata pronunciata la sentenza di applicazione della pena su richiesta), siano decorsi i seguenti termini: a) tre
mesi, quando si procede er un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel
massimo a sei anni; b) sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale stabilita la pena della
reclusione superiore nel massimo a sei anni; c) un anno, quando si procede per un delitto per il quale
stabilita la pena dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a venti anni, oppure per uno dei
delitti indicati nell'art. 407 comma 2 lett. a (semprech per questi ultimi sia prevista la pena del-la
reclusione superiore nel massimo a sei anni).
Per quanto riguarda la fase del giudizio di primo grado, secondo il rito ordinario, la custodia destinata a
perdere efficacia allorch dal provvedimento che dispone il giudizio (o dalla sopravvenuta esecuzione della
custodia stessa), e senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna di primo grado, la sua durata abbia
superato il termine di sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della
reclusione non superiore nel massimo a sei anni; ovvero il termine di un anno, quando si procede per un
delitto per il quale risulta stabilita la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni, od ancora
il termine di un anno e sei mesi quando si procede per un delitto per il quale risulta stabilita la pena
dell'ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a venti anni. Occorre aggiungere, peraltro, che
qualora si proceda per uno dei delitti di cui all'art. 407 comma 2 lett. a i termini appena menzionati sono
aumentati fino a sei mesi, con la precisazione che quest'ultimo termine dev'essere imputato al termine
previsto per la fase precedente (ove non completamente utilizzato), ovvero ai termini previsti per le fasi
successive alla sentenza di condanna in appello, che saranno perci corrispondentemente ridotti.
Per quanto riguarda, infine, la fase del giudizio abbreviato, la custodia destinata a perdere efficacia allorch
dall'ordinanza con cui sia stato disposto tale giudizio (o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia stessa),
e senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna ai sensi dell'art. 442, la sua durata abbia superato il
termine di tre mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione
non superiore nel massimo a sei anni; ovvero il termine di sei mesi, quando si procede per un delitto per il
quale risulta stabilita la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni; od ancora il termine di
nove mesi, quando si procede per un delitto per il quale risulta stabilita la pena dell'ergastolo o della
reclusione superiore nel massimo a venti anni.
Il criterio diverso, invece, relativamente alle ulteriori fasi di giudizio, dal momento che, rispetto ad esse, la
definizione dei termini massimi intermedi stata operata facendo riferimento non pi alla pena
legislativamente prevista per il delitto di cui all'imputazione, bens alla pena concretamente irrogata in sede
di condanna. Cos, per quanto riguarda la fase del giudizio di secondo grado, la custodia cautelare destinata
a perdere efficacia allorch dalla pronuncia della sentenza di condanna in primo grado (o dalla sopravvenuta
esecuzione della custodia stessa), e senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna in appello, sia
decorso il termine di nove mesi, se vi stata condanna alla pena della reclusione non superiore a tre anni;
ovvero il termine di un anno, se vi stata condanna alla pena della reclusione non superiore a dieci anni; od
ancora il termine di un anno e sei mesi se vi stata condanna alla pena dell'ergastolo o del la reclusione
superiore a dieci anni.
La stessa disciplina si applica, inoltre, nelle fasi di giudizio successive alla pronuncia della sentenza di
condanna in grado di appello, e finch la condanna non sia diventata irrevocabile, salva per una importante
precisazione, nella quale si riflette un palese (ancorch non irragionevole, date le premesse) affievolimento
della presunzione costituzionale di non colpevolezza dell'imputato. In particolare, quando vi sia gi stata
condanna anche in primo grado (per lo stesso fatto storico, si deve ritenere, secondo la logica della doppia
conforme), ovvero quando l'impugnazione sia stata proposta esclusivamente dal pubblico ministero, si
stabilisce che non debba pi farsi riferimento ai termini intermedi di fase, ma che si applichi soltanto la
disposizione dell'art. 303 comma 4, concernente i termini di durata complessiva della custodia cautelare.
Nell'eventualit di regresso del procedimento ad una diversa fase, o di rinvio dinanzi ad un diverso giudice, a
partire dalla data del correlativo provvedimento (ovvero dalla sopravvenuta esecuzione della misura di
custodia), riprendono a decorrere ex novo i termini stabiliti con riguardo a ciascuno stato e grado del
procedimento.

102

E proprio in relazione alla disciplina cos integrata si spiega altres la successiva previsione di un termine
massimo di durata complessiva della custodia da leggersi anche con riferimento al disposto degli artt.
303 comma 3 e 307 comma 3 (infra, 21) che il 4 comma dell'art. 303 individua a tre diversi livelli,
cos definiti a seconda della gravita dell'imputazione, sulla base della seguente scansione: due anni, quando
si procede per un delitto per il qua-le la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a
sei anni; al di fuori di questi casi, quattro anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce
la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni; ed infine sei anni, quando si
procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a venti
anni ovvero l'ergastolo.
Quelli individuati dall'art. 303 comma 4 sono limiti che, nella sistematica del codice, risultano di regola non
suscettibili di superamento.
20. Proroga e sospensione dei termini massimi di custodia.
Nell'ambito delle deroghe all'ordinaria disciplina dei termini di durata massima della custodia cautelare il
codice annovera esplicitamente (oltre a quella appena ricordata, con riferimento al 4 comma dell'art. 297)
gli istituti della sospensione e della proroga di quei termini, entrambi riconducibili alle direttive della legge
delega (art. 2 n. 61).
Quanto alla disciplina della proroga, se si prescinde dall'ipotesi peculiare connessa ex art. 305 comma 1 al
compimento di una perizia psichiatrica (ipotesi verificabile in ogni stato e grado del procedimento, e con
riguardo al periodo di tempo assegnato per l'espletamento della perizia), l'art. 305 comma 2 ne circoscrive
l'operativit alla sola fase delle indagini preliminari.
I termini di custodia prossimi a scadere in tale fase possano venire prorogati soltanto in presenza di gravi
esigenze cautelari, le quali, rapportate ad accertamenti particolarmente complessi, ovvero a nuove
indagini disposte ai sensi dell'art. 415- bis c. 4, rendano indispensabile la prosecuzione della custodia.
La competenza a provvedere sulla richiesta (con ordinanza, appellabile ai sensi dell'art. 310) attribuita al
giudice per le indagini preliminari. Il quale, dopo avere sentito il pubblico ministero ed il difensore
dell'indiziato nell'ambito di un contraddittorio semplificato ma effettivo ove ne ricorrano i presupposti
potr concedere una proroga, ed anche rinnovarla una sola volta, fino al limite rappresentato dalla met dei
termini massimi di custodia previsti per la fase delle indagini preliminari.
L'art. 304 configura la sospensione dei termini di durata della custodia cautelare (secondo la nostra tradizione
legislativa, peraltro confortata dalla formula impiegata dal legislatore delegante) come fenomeno idoneo a
determinare, in certi casi, anche il superamento dei termini fissati dall'art. 303 comma 4 per la durata
complessiva della custodia cautelare.
A parte questa precisazione, gli interrogativi di maggiore risalto investono la definizione delle fattispecie di
sospensione dei termini di custodia previsti dall'art. 303 e dall'art. 304 c. Con riguardo, da un lato, come
risulta dalla lett. a, alle ipotesi di sospensione o di rinvio del dibattimento per impedimento dell'imputato o
del suo difensore, ovvero dietro richiesta dei medesimi dall'altro, come risulta dalla lett. b, alle ipotesi di
sospensione o rinvio del dibattimento a causa della mancata presentazione, dell'allontanamento o della
mancata partecipazione di uno o pi difensori, qualora ne rimangano privi di assistenza uno o pi imputati.
Come risulta dalla lett. C quella la sospensione dei termini di custodia durante la pendenza dei termini
previsti dall'art. 544 commi 2 e 3 per la redazione differita dei motivi della sentenza (infra, cap VII, 21).
Analogamente, infine, i termini di custodia devono essere altres sospesi quando le situazioni appena
descritte si verifichino nell'ambito del giudizio abbreviato, come risulta dalla lett. c-bis.
L'operativit dell'istituto della sospensione dei termini di custodia stata allargata anche alla fase della
udienza preliminare.
Le ipotesi di sospensione previste dal medesimo art. 304 c. 3,lett. a e b (anche se riferite al giudizio
abbreviato, com' stato da ultimo precisato) e comma 4 (tutte riguardanti vicende soggettive riconducibili a
singoli imputati) non si applicano, all'interno del processo cumulativo, nei confronti dei coimputati cui le
stesse non si riferiscono, semprech questi ultimi chiedano che nei loro confronti si proceda previa
separazione dei processi.
Nelle ipotesi di particolare complessit dei dibattimenti o dei giudizi abbreviati relativi ai pi gravi delitti, ivi
compresi tutti quelli tipici della criminalit organizzata (ci si riferisce a tutti i delitti peri quali l'art. 407 c. 2
lett. a ammette l'allungamento fino a due anni della durata massima delle indagini preliminari), il
regime della sospensione ex art. 304 possa venire esteso anche ai periodi di tempo, cio all'intero arco
temporale, in cui sono tenute le udienze o si delibera la sentenza nella fase del giudizio. Si tratta, per
intenderci, di quegli stessi periodi rispetto ai quali l'art. 297 c. 4 prevede invece, di regola - prescindendo
dalla natura del dibattimento, e senza esigere alcun adempimento procedurale (retro, 19) -soltanto il

103

meccanismo della neutralizzazione automatica dei giorni corrispondenti, cio dei soli giorni di fatto
impiegati per tali attivit, ai fini del computo dei termini intermedi.
Quando sussistano i presupposti definiti dal 2 comma dell'art. 304, si desume dal successivo 3 comma che
la sospensione dei termini di custodia non potr venire disposta dal giudice ex officio, ma unicamente dietro
richiesta del pubblico ministero, e sempre con ordinanza appellabile ex art. 310. Per conseguenza, qualora
manchi tale richiesta, o comunque non venga pronunciato il suddetto provvedimento sospensivo, anche nelle
situazioni descritte dall'art. 304 c. 2 si verificher in ogni caso ex lege almeno il menzionato effetto di
congelamento del decorso dei termini di custodia, nei modi e nei limiti sanciti dall'art. 297 c. 4.
Avendo riguardo alla durata della custodia nelle diverse fasi del procedimento, si stabilisce che anche
nelle ipotesi di sospensione dei termini tale durata non possa in ogni caso superare il doppio dei termini
intermedi di fase sanciti dall'art. 303 c. 1, 2 e 3, senza comunque tener conto dell'ulteriore termine
previsto dall'art. 303 c. 1 lett. b n. 3-bis. Dall'altro, invece, avendo riguardo alla durata complessiva della
custodia, si stabilisce che - sempre nelle medesime ipotesi, ed ovviamente presupponendo l'osservanza del
limite relativo ai termini di fase - tale durata non possa comunque superare i termini sanciti dall'art. 303 c. 4
aumentati della met, ovvero, quando in concreto risulti pi favorevole, il tradizionale limite commisurato
ai due terzi del massimo della pena temporanea prevista per il reato contestato o ritenuto in sentenza.
Si ottenuto il risultato di ridurre di molto, rispetto al passato, il tetto massimo di potenziale
prolungamento della durata della custodia cautelare, in conseguenza del verificarsi di una delle fattispecie
sospensive descritte dall'art. 304, con evidenti pericoli di scarcerazioni automatiche. Ed questa una
situazione che risulta particolarmente critica nei casi di regresso del procedimento o di rinvio ad altro
giudice rispetto ai quali l'originaria previsione della causa interruttiva del termine intermedio ex art. 303
comma 2 stata fortemente ridimensionata, se non vanificata, da una recente sentenza costituzionale: per
effetto di tale sentenza, infatti, l'intera durata della custodia cautelare presofferta (nelle fasi o nei gradi diversi
antecedenti la regressione o il rinvio) dev'essere cumulativamente computata ai fini dell'individuazione del
tetto massimo di fase di cui all'art. 304 c. 6 (pari al doppio del termine previsto per la nuova fase).
L'unica deroga alla nuova disciplina dei termini, qual fissata nel 6 comma dell'art. 304, si ricava dal
successivo 7 comma, dov' previsto che dei periodi di sospensione di cui all'art. 304 comma 1 lett. b si
tenga conto solo nel computo riguardante il limite relativo alla durata complessiva della custodia, e non
anche in quello riguardante il limite relativo alle diverse fasi del procedimento, operandosi cos, rispetto a
quest'ultimo computo, una sorta di neutralizzazione dei suddetti periodi. E poich alle ipotesi di
sospensione, cui si riferisce quest'ultima previsione derogatoria, sono riconducibili tutte quelle provocate dal
fenomeno della astensione collettiva dei difensori dalle udienze, lecito ritenere che attraverso la
disposizione in esame il legislatore abbia inteso porre una sorta di freno (non si sa ancora quanto adeguato)
al rischio di un uso pretestuoso dello strumento dello sciopero degli avvocati.
La Corte di cassazione ha affermato l'importante principio per cui l'art. 159 comma 1 c.p. dev'essere
interpretato nel senso che la sospensione o il rinvio del procedimento o del dibattimento hanno effetti
sospensivi della prescrizione, anche se l'imputato non detenuto, in ogni caso in cui siano disposti per
impedimento dell'imputato o del suo difensore ovvero su loro richiesta, salvo quando siano disposti per
esigenze di acquisizione della prova o in seguito al riconoscimento di un termine a difesa.
21. I provvedimenti adottabili nei confronti dell'imputato scarcerato per decorrenza
dei termini.
L'art. 307 detta un'autonoma disciplina circa i provvedimenti adottabili nei confronti dell'imputato
scarcerato (rectius, liberato) per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare, nella particolare
ipotesi che a carico di tale imputato il giudice debba disporre le altre misure cautelari di cui ricorrano i
presupposti (con esclusione, ovviamente, degli arresti domiciliari, attesa la loro equiparazione alla custodia).
Permane che la custodia cautelare debba essere tutta via rinnovata ove essa risulti necessaria alla stregua
dei criteri di adeguatezza e di proporzionalit sanciti dall'art. 275 allorquando si verifichino due situazioni
di specifica rilevanza cautelare: l'ipotesi dell'imputato scarcerato che abbia dolosamente trasgredito alle
prescrizioni inerenti ad una delle misure cautelari applicategli in luogo della custodia; l'ipotesi della
sopravvenienza a carico del suddetto imputato di una sentenza di condanna di I o di II grado (qualora il
medesimo si sia dato alla fuga, ovvero si accerti un concreto pericolo di fuga, nei casi previsti dall'art. 274
comma 1 lett. b.
Da notare che, con riferimento a simili ipotesi di ripristino della custodia, l'art. 307 c. 3" si preoccupa di
dettare la regola della decorrenza ex novo dei termini relativi alla fase in cui il procedimento si trova (salvo
restando il computo della custodia anteriormente subita ai fini del termine di durata complessiva previsto
dall'art. 303 comma 4), e la stessa regola risulta opportunamente sancita dall'art. 303 comma 3 anche con
riguardo al caso dell'imputato sottrattosi mediante evasione all'esecuzione della custodia cautelare.

104

Quanto alla situazione dell'imputato scarcerato che, trasgredendo alle prescrizioni della misura cautelare
applicatagli in via sostitutiva, ovvero quando ricorra l'ipotesi prevista dal 2 comma lett. b, stia per darsi alla
fuga, l'art. 307 comma 4 prevede per rendere possibile nei suoi con-fronti un intervento coercitivo pi
immediato che ufficiali ed agenti di polizia possano procedere al suo fermo. In proposito viene dettata,
inoltre, una particolare normativa per la comunicazione del provvedimento al procuratore della Repubblica
presso il tribunale del luogo, al pi tardi entro ventiquattro ore.
22. I termini di durata massima delle misure cautelari non custodiale.
L'art. 308 opera una distinzione di fondo a seconda che si tratti di misure coercitive ovvero di misure
interdittive.
Il 1 comma dell'art. 308, con lo stabilire la perdita di efficacia delle misure coercitive diverse dalla custodia
cautelare (oltrech dagli arresti domiciliari, ad essa equiparati), a seguito del decorso di un periodo di tempo
pari al doppio dei termini previsti dall'art. 303 in rapporto alla custodia. Al contrario, per quanto concerne la
durata delle misure interdittive il 2" comma dell'art. 308 fissa in via generale il termine di due mesi, scaduto
il quale si prevede che le medesime perdano efficacia, con l'unica eccezione rappresentata dalla possibilit di
rinnovazione delle misure disposte pei esigenze probatorie.
Si tratta, probabilmente, di un termine troppo rigido, nella sua brevit, per quelle misure interdittive.
Ad una simile preoccupazione viene incontro, sia pure soltanto in parte il 3 comma dell'art. 308, enunciando
con chiarezza il principio secondo cui la sopravvenuta estinzione delle misure in discorso non pu recare
pregiudizio all'esercizio dei poteri attributi ex lege al giudice penale o ad altre autorit in materia di pene
accessorie, ovvero di misure interdittive di diversa natura.
23. Il procedimento di riesame dei provvedimenti coercitivi dinanzi al tribunale.
Alla tematica dei rimedi contro i provvedimenti applicativi delle misure cautelari (o di alcune di esse) sono
anzitutto riconducibili i vari istituti appartenenti alla sfera delle impugnazioni.
E per tutti questi mezzi deve ovviamente richiamarsi il principio generale fissato nell'art. 588 c. 2, per cui le
impugnazioni contro i provvedimenti in materia di libert personale non hanno in alcun caso effetto
sospensivo.
In aderenza all'indicazione appena ricordata della delega, lo strumento del riesame nel merito configurato
dall'art. 309 come utilizzabile esclusivamente avverso le ordinanze che abbiano disposto una misura
coercitiva, salvo che si tratti di ordinanze emesse dietro appello proposto dal pubblico ministero ai sensi del
successivo art. 310. Ricalcando la fisionomia impressa all'istituto dal legislatore del 1982, fin dalla
sua prima introduzione nel nostro ordinamento, l'art. 309 attribuisce la titolarit del diritto al riesame soltanto
all'imputato, accanto al quale risulta esplicitamente menzionato anche il difensore, salva la previsione per
l'uno o per l'altro di un diverso regime di decorrenza del termine di dieci giorni fissato per la proposizione
della relativa richiesta (a pena di decadenza, com' precisato per tutte le impugnazioni in materia di misure
cautelari dall'art. 99 disp. att., attraverso il richiamo al disposto dell'art. 585 c. 5), a norma dei primi tre
commi del medesimo art. 309. In forza del successivo c. 3-bis viene, tuttavia, precisato che dal computo del
suddetto termine devono escludersi i giorni per i quali sia stato disposto ex art. 104 c. 3 il differimento del
colloquio tra il difensore e l'imputato detenuto, a dimostrazione dell'importanza attribuita dal legislatore a
tale colloquio, in vista della scelta della strategia difensiva di fronte al provvedimento di custodia.
Mentre la competenza a decidere sulla richiesta di riesame risulta individuata non pi su base provinciale
(secondo il testo originario della noi ma), bens con riferimento al tribunale in composizione collegiale del
capoluogo del distretto di corte d'appello.
La medesima richiesta, per intuibili ragioni di speditezza processuale, debba venire direttamente pro-posta
alla cancelleria di quel tribunale, nell'osservanza delle forme stabilite dagli artt. 582 e 583.
A seguito dell'immediato avviso proveniente dal presidente del tribunale, l'autorit giudiziaria procedente
quindi, nel corso delle indagini preliminari, il pubblico ministero dovr trasmettere al medesimo tribunale
gli atti correlativi entro il giorno successivo a quello dell'avviso, e comunque non oltre il quinto giorno.
Al riguardo occorre sottolineare come quest'ultimo termine de ve ritenersi decorrente dal
giorno stesso della presentazione della richiesta di riesame insieme a questi atti (corrispondenti a quelli gi
depositati a disposizione del difensore ex art. 293 comma 3) dovranno venire altres trasmessi al tribunale
tutti gli elementi sopravvenuti a favore della persona sottoposta alle indagini.
Quanto al contenuto della richiesta di riesame, l'art. 309 comma 6 prevede che essa possa non che debba
recare contestualmente l'enunciazione dei motivi, riconoscendo peraltro, nel contempo, al proponente la
facolt di enunciare nuovi motivi dinanzi al tribunale competente per il riesame, purch ne venga dato atto a
verbale prima dell'inizio della discussione. E, tra questi motivi, che potranno riguardare anzitutto i
presupposti della misura coercitiva adottata, sia sotto il profilo del fumus commissi delicti (art 273), sia sotto

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il profilo del periculum libertatis (art. 274), devono ritenersi sempre compresi anche quelli diretti a contestare
la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. La caratteristica di rapidit coessenziale al procedimento di
riesame emerge dall'art. 309 c. 8 e 9, la dove si prescrive che il tribunale emetta la sua decisione nel
termine di dieci giorni dalla ricezione degli atti trasmessigli a norma del 5 comma.
Il procedimento di riesame dovrebbe di regola sempre concludersi, al pi tardi, nell'arco di quindici giorni da
quello in cui la richiesta sia pervenuta alla cancelleria del tribunale competente (20).
In forza del richiamo alle forme previste dall'art. 127 (retro, cap. II, 9), i soggetti destinatari del predetto
avviso hanno diritto di essere sentiti, se compaiono in udienza, di fronte al tribunale investito della richiesta
di riesame. Tuttavia per l'imputato detenuto o internato in un luogo posto fuori della circoscrizione del
tribunale si stabilisce che, prima dell'udienza, il medesimo debba bens essere sentito, dietro sua richiesta, ma
- almeno di regola - solamente dal magistrato di sorveglianza del luogo.
L'esigenza del rispetto del termine di dieci giorni fissato per la decisione sulla richiesta di riesame , infine,
ulteriormente, sottolineata dal 10 comma dell'art. 309, attraverso la tradizionale previsione per cui la misura
coercitiva disposta con l'ordinanza assoggettata a riesame deve ritenersi immediatamente caducata. Ed
questa, senza dubbio, una ulteriore fattispecie di estinzione automatica delle misure coercitive, da
aggiungersi a quelle previste negli artt. 300-308. Quanto al criterio di individuazione della scadenza del
suddetto termine deve farsi riferimento alla data di deliberazione del provvedimento da parte del tribunale
del riesame, attestata dal deposito in cancelleria del dispositivo e della corrispondente documentazione.
L'art. 309 comma 9 definisce anzitutto con maggiore chiarezza rispetto alla disciplina anteriore la tipologia
dei provvedimenti adottabili dal tribunale stesso (declaratoria dinammissibilit della richiesta;
annullamento, riforma o conferma dell'ordinanza sottoposta a riesame, cui si dovr aggiungere, non ostante
l'apparente dimenticanza, anche l'ipotesi della revoca).
L'ordinanza impugnata potr venire annullata, ovvero riformata in senso favorevole all'imputato (ad esempio
mediante la sostituzione della misura originariamente disposta con una meno grave), anche per motivi diversi
da quelli enunciati nella richiesta, o successivamente ad essa. D'altro lato la medesima ordinanza potr venire
confermata (non, invece, riformata in peius), anche sulla base di ragioni diverse da
quelle indicate nella sua motivazione. Una sentenza costituzionale, per molti aspetti discutibile, ha
notevolmente allargato
l'ambito dei poteri di cognizione del tribunale, in sede di riesame, per quanto riguarda il versante del fumus
commissi delicti, riconoscendo al medesimo tribunale la possibilit di valutare la sussistenza (o, meglio, la
permanenza) dei gravi indizi di colpevolezza anche quando, a carico dell'imputato, sia gi stato emesso il
decreto che dispone il giudizio ex art. 429.
Nell'art. 425 c. 3 un nuovo criterio decisorio, stabilisce che la sentenza di non luogo a procedere debba
venire pronunciata anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti o contraddittori (in fra,
cap. V, 43).
24. La disciplina dell'appello e del ricorso per cassazione in materia di misure cautelari personali.
Definendo l'area di operativit dell'appello attraverso la sua qualificazione come mezzo di impugnazione
utilizzabile contro le ordinanze in materia di misure cautelari personali, ma fuori dei casi previsti dall'art.
309 comma 1, l'art. 310 ne delinea chiaramente la fisionomia di strumento residuale rispetto all'ambito
oggettivo e soggettivo tipico della richiesta di riesame. In particolare, la cerchia dei provvedimenti
suscettibili di appello individuata con riferimento a tutte le ordinanze in materia di misure cautelari
personali (sia coercitive, sia interdittive), diverse da quelle assoggettabili a riesame, mentre la titolarit del
relativo potere viene riconosciuta all'imputato, al suo difensore, ed al pubblico ministero: riguardo al quale
ultimo si tratter, ovviamente, del l'unica possibilit di impugnazione nel merito, essendogli precluso lo
strumento del riesame.
Quanto ai profili procedurali, per quel che riguarda la proposizione dell'appello viene esplicitamente fatto
rinvio alle corrispondenti disposizioni dettate in tema di riesame, salva restando la necessit della contestuale
enunciazione dei motivi. Viene altres richiamata la disposizione attributiva della competenza (anche quale
organo d'appello) al tribunale del capoluogo del distretto in cui risiede il giudice che abbia emesso
l'ordinanza appellata, stabilendosi inoltre elle quel tribunale decida, seguendo il rito camerale previsto
dall'art. 127, entro venti giorni dalla ricezione della suddetta ordinanza.
Per il resto, deve ritenersi implicito il rinvio alla disciplina generale dell'appello, in quanto non risulti
diversamente disposto, a cominciare dalla regola dell'effetto limitatamente devolutivo. Ne deriva, pertanto,
che il tribunale investito ai sensi dell'art. 310 vedr circoscritta la sua cognizione (contrariamente a quanto
accade in sede di riesame) esclusivamente ai punti dell'ordinanza appellata cui si riferiscano i
motivi tempestivamente proposti.

106

Quando poi il tribunale, accogliendo l'appello del pubblico ministero, abbia disposto una misura cautelare a
carico dell'imputato, stabilisce l'art. 310 comma 3 in ossequio al principio del favor libertatis che
l'esecuzione di tale decisione rimanga sospesa, finch la medesima non sia diventata definitiva.
Nel disciplinare contestualmente il ricorso per cassazione avverso le ordinanze emesse dal tribunale a seguito
di riesame ex art. 309, ovvero a seguito di appello ex art 310, lart. 311 comma 1 riconosce la relativa
titolarit all'imputato, al suo difensore, ed al pubblico ministero (si tratter, in mancanza di diversa
indicazione, del pubblico ministero presso il tribunale), stabilendo che il ricorso debba venire proposto entro
dieci giorni dalla notificazione o, rispettivamente, dalla comunicazione dell'avviso di deposito del
provvedimento. Tuttavia il 2 comma del medesimo art. 311, introducendo un istituto soltanto da poco
anticipato all'interno della previgente normativa (art. 23 1. 5 agosto 1988, n. 330), configura la possibile
proposizione di un ricorso omissivo medio (si veda, al riguardo, la disposizione generale dell'art. 569), l
dove autorizza l'imputato ed il suo difensore a ricorrere in cassazione per violazione di legge direttamente
contro le ordinanze applicative di una misura coercitiva, cio prescindendo dalla previa richiesta di riesame.
La proposizione del ricorso rende di per s inammissibile quest'ultima richiesta, quantunque eventualmente
gi presentata.
Nell'uno e nell'altro caso di tratta di un ricorso caratterizzato da ritmi temporali piuttosto serrati. Come risulta
non solo dalla disciplina della sua presentazione presso la cancelleria del giudice a quo, e dal conseguente
meccanismo di trasmissione degli atti (di quelli, si deve ritenere, su cui si sia fondata l'ordinanza impugnata)
alla corte di cassazione, da parte dell'autorit giudiziaria procedente (entro il giorno successivo al
l'immediato avviso), bens anche dalla previsione che impone alla stessa corte di decidere entro trenta giorni
dalla ricezione di tali atti, osservando la procedura in camera di consiglio di cui all'art 127 (art. 311 comma
5), salva per il resto la disciplina generale del ricorso per cassazione. Con riferimento ad entrambe le ipotesi
di ricorso si stabilisce specificamente, infine, che i motivi debbano venire enunciati contestualmente al
ricorso, riconoscendosi peraltro al ricorrente la facolt di enunciare nuovi motivi dinanzi alla corte di
cassazione, prima dell'inizio della discussione.
25. L'applicazione provvisoria di misure di sicurezza. Quanto alle condizioni di applicabilit provvisoria
delle misure in questione (individuate dall'art. 206 c.p. nel ricovero in un riformatorio, ovvero_ in un
ospedale psichiatrico giudiziario, ovvero in una casa di cura o di custodia), stabilisce lo stesso art. 312 che
esse possano venire disposte dal giudice procedente, in qualunque stato e grado del procedimento, e sempre
su richiesta del PM, sulla base anzitutto di un presupposto riconducibile all'area del fumus commissi delicti.
Occorre, cio, che sia accertata la sussistenza a carico dell'imputato di gravi indizi di commissione del
fatto, e sia contemporaneamente esclusa la ricorrenza di una delle cause di non punibilit o di estinzione
previste dall'art. 273 comma 2 quali condizioni negative delle misure cautelari personali.
In secondo luogo si richiede altres che il giudice accerti in concreto la sussistenza dalla pericolosit
sociale del soggetto contro cui si sta procedendo, in quanto risulti rientrare nell'ambito dei soggetti ai quali
testualmente si riferisce l'art. 206 c.p. Tali sono, a parte il minorenne (per il quale dovr provvedere il
competente giudice minorile), l'infermo di mente, o l'ubriaco abituale, ovvero la persona dedita all'uso di
sostanze stupefacenti, o in stato di cronica intossicazione da alcool o da stupefacenti.
Si desume dall'art. 313 comma 1 che la pronuncia del provvedimento applicativo della misura di sicurezza
(destinato ad assumere le forme dell'ordinanza, a norma dell'art. 292) dovr, di regola, essere preceduta
dall'interrogatorio dell'imputato, ove ci non sia possibile, l'indiziato sottoposto in via provvisoria alla misura
di sicurezza dovr essere interrogato dal giudice per le indagini preliminari non oltre cinque giorni dall'inizio
dell'esecuzione della stessa.
Tipica causa estintiva di queste ultime misure , invece, quella gi evidenziata dall'art. 206 com 2 c.p., col
prevedere la revoca delle stesse allorquando le persone ad esse sottoposte non siano pi socialmente
pericolose.
Allo scopo di dare concretezza a questa previsione l'art. 313 comma 2 impone al giudice di procedere anche
d'ufficio (oltrech, naturalmente, su richiesta di parte) ad una sorta di periodico riesame circa la pericolosit
sociale dell'imputato assoggettato a misura di sicurezza, prescrivendogli -nuovi accertamenti sul punto
nei termini fissati dall'art. 72: dunque, al pi tardi, allo scadere del sesto mese dalla pronuncia dell'ordinanza
(od anche prima, quando se ne ravvisi la necessit), ed analogamente ad ogni successiva scadenza
semestrale. E questo vale, tra l'altro, anche nella particolare ipotesi che si verifica ex art. 300 comma 2
quando, trovandosi gi l'imputato in stato di custodia cautelare ed essendo stata pronunciata nei suoi
confronti una sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere per difetto di imputabilit,
accompagnata dal ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario - a seguito dell'estinzione dello status
custodia e per effetto di tale sentenza il giudice abbia applicato al medesimo imputato la suddetta misura. Di
sicurezza in via provvisoria ai sensi dell'art. 312 (retro, 18).

107

Per il resto, dispone il 3 comma dell'art. 313 che, ai fini delle impugnazioni dei relativi provvedimenti, le
misure di sicurezza provvisoriamente applicate vengano equiparate alla custodia cautelare.
Si stabilisce, inoltre,quasi a completamento della tendenziale equiparazione di disciplina tra le misure in
questione e la a custodia cautelare, che anche nei riguardi delle prime debbono applicarsi le norme sulla
riparazione per l'ingiusta detenzione.
26. La riparazione per l'ingiusta detenzione.
In questa prospettiva l'art. 314. ha individuato due diverse fasce di ipotesi di detenzione (pi esattamente,
dicustodia cautelare, questa essendo l'interpretazione accolta, con evidente possibilit di estensione anche
alla misura degli arresti domiciliari), come quelle nelle quali si profilano i presupposti di una situazione di
ingiustizia rilevante ai fini di una equa riparazione.
La prima fascia riferita dal 1 comma dell'art. 314 alla situazione dell'imputato che, dopo aver subto un
periodo di custodia cautelare senza avervi dato causa, per dolo o colpa grave sia stato prosciolto con
sentenza irrevocabile per non aver commesso il fatto, ovvero perch il fatto non sussiste, o non costituisce
reato, ivi comprese le eventualit del fatto compiuto nell'adempimento di un dovere o nell'esercizio di una
facolt legittima, od ancora perch il fatto non previsto dalla legge come reato. E lo stesso vale, grazie
all'ovvia estensione operata dal 3 comma, per quanto riguarda la persona nei cui confronti siano stati
pronunciati, al termine delle indagini preliminari, una sentenza di non luogo a procedere, con le medesime
formule, ovvero addirittura un provvedimento di archiviazione.
Alla disciplina riparatoria dettata nell'art. 314. si affianca, per chiunque sia stato sottoposto a custodia
carceraria ovvero agli arresti domiciliari, il riconoscimento ex art. 102-bis disp. att. del diritto di essere
reintegrato nel posto di lavoro che occupava prima dell'applicazione della misura, e dal quale sia stato
licenziato a causa di tale ingiusta detenzione.
Diverse sono, invece, le situazioni ricomprese nella seconda fascia, che il 2 comma dell'art. 314 definisce
con riguardo al caso dell'imputato (non importa se successivamente condannato o prosciolto, ovvero
destinatario di una delle pronunce previste dal 3 comma) gi sottoposto a custodia cautelare nel corso del
processo, facendo riferimento alle ipotesi in cui sia stato accertato con decisione irrevocabile che il relativo
provvedimento era stato emesso, o mantenuto, senza che sussistessero le condizioni di applicabilit previste
dagli artt. 273 e 280. In ipotesi del genere non viene necessariamente in evidenza un profilo di ingiustizia
sostanziale della restrizione subita dall'imputato, mentre risulta in re ipsa la sua illegittimit (cio, per cos
dire, la sua ingiustizia formale).
L'istituto della riparazione per l'ingiusta detenzione, cos come disciplinato dall'art. 314 commi 1 e 2, deve
ritenersi operante entro gli stessi limiti anche con riferimento alle ipotesi di detenzione originata da
arresto in flagranza o da fermo disposto ex art. 384, non ch alle ipotesi di detenzione originata, nell'ambito
di un procedimento di estradizione passiva, da un provvedimento di arresto provvisorio, o di applicazione
provvisoria di misura cautelare a carico dell'estradando, in assenza delle condizioni per una sentenza
favorevole all'estradizione.
Si esclude la configurabilit di un diritto alla riparazione per quella parte della custodia cautelare che sia stata
computata ex art. 657 ai fini della determinazione della misura di una pena, ovvero per il periodo in cui le
relative limitazioni siano state sofferte ex artt, 297 e 298 anche in forza di un altro titolo. Quanto ai profili
procedurali, dispone l'art. 315 che la domanda di riparazione (per un ammontare comunque non eccedente un
miliardo di lire, pari a euro 516.456, 89) debba essere proposta a pena di inammissibilit, entro due anni dal
giorno in cui siano divenute irrevocabili le sentenze rispettivamente previste dal 1 e dal 2 comma dell'art.
314 o sia divenuta inoppugnabile la sentenza di non luogo a procedere, ovvero dal giorno in
cui il provvedimento di archiviazione sia stato notificato al soggetto destinatario, tale notifica essendo
prescritta (a norma del combinato disposto dei nuovi artt. 315 comma 1 e 409 comma 1, cos come
modificati dalla 1. 16 dicembre 1999, n. 479) quando al medesimo soggetto sia stata applicata nel corso del
procedimento, la misura della custodia cautelare.
La legittimazione a proporre la suddetta domanda spetta al soggetto interessato, che si trovi in una delle
situazioni descritte dall'art. 314 ovvero in casi particolari, anche ai suoi eredi. Per il resto, viene fatto rinvio
nei limiti della loro compatibilit alle norme sulla riparazione dell'errore giudiziario, previste dagli artt.
643-647.
27. Le misure cautelari reali:
a) il sequestro conservativo;
b) il sequestro preventivo:
c) i rimedi avverso i provvedimenti di sequestro.

108

Il codice ha individuato due diverse specie di misure riconducibili a tale ambito, accomunate dalla finalit
cautelare,
Da un lato, la classica figura del sequestro conservativo, dall'altro l'inedita figura del sequestro preventivo,
entrambe regola affidate alla competenza del giudice di merito dietro richiesta del pubblico ministero, od
anche della parte civile nel primo caso (artt. 317 e 321).
a) Circa il sequestro conservativo, la sua funzione rimane tradizionalmente quella di assicurare, attraverso il
vincolo posto sui beni mobili o immobili dell'imputato (si suppone, quindi, gi esercitata l'azione penale),
nonch sulle somme o cose a lui dovute, l'esecuzione della sentenza che potrebbe venire emessa, tutte le
volte in cui vi sia fondata ragione di ritenere che manchino o si disperdano le relative garanzie.
Sia sotto il profilo del pagamento della pena pecuniaria, delle spese processuali e delle altre somme dovute
all'erario statale, nell'ipotesi di iniziativa del pubblico ministero (art. 316, c.1), sia sotto il profilo
dell'adempimento delle obbligazioni civili da reato, nell'ipotesi di iniziativa della par-te civile, estensibile
anche ai beni del responsabile civile (art. 316 c. 2). Tra le novit di maggiore rilievo si segnalano quella
rappresentata da una pi organica disciplina dell'offerta di cauzione in funzione alternativa ex ante o
sostitutiva ex post, rispetto al provvedimento di sequestro (art. 319) e, soprattutto quella relativa alla
prevista conversione del sequestro in pignora-mento, quale conseguenza del giudicato di condanna (art. 320).
b) Passando alla figura del sequestro preventivo, essa si caratterizza per il suo spiccato finalismo cautelare in
quest'ultima direzione. Pi precisamente, si stabilisce che, anche prima dell'esercizio dell'azione penale, il
giudice, su richiesta del pubblico ministero, debba disporre con decreto motivato il sequestro delle cose
pertinenti al reato (ivi comprese, ovviamente, le cose suscettibili di confisca), tutte le volte in cui la libera
disponibilit delle stesse possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato medesimo, ovvero
agevolare la commissione di altri reati (art. 321 c. 1), osservandosi al riguardo la normativa di attuazione
dettata per il sequestro probatorio (art. 104 disp. att.). Al di fuori di questi presupposti, il sequestro delle
cose di cui consentita la confisca di regola rimesso alla discrezionalit del giudice, mentre diventa
obbligatorio nel corso dei procedimenti per i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione
(art. 321 c. 2 e 2-bis).
Durante le indagini preliminari, il sequestro preventivo potr essere disposto con proprio decreto dal
pubblico ministero, ed addirittura potranno procedervi di loro iniziativa, prima dell'intervento di
quest'ultimo, anche ufficiali di polizia giudiziaria, salva la necessaria trasmissione al medesimo pubblico
ministero del relativo verbale entro quarantotto ore. In ipotesi del genere, comunque, si prevede che il
sequestro perda efficacia qualora entro le successive quarantotto ore (dallo stesso sequestro o,
rispettivamente, dalla ricezione del verbale) il pubblico ministero non ne abbia richiesto al giudice la
convalida e l'emissione del decreto di sua competenza, ovvero qualora il giudice non emetta il suddetto
provvedimento di convalida entro dieci giorni dalla ricezione di tale richiesta (art. 321 commi 3-bis e 3-ter).
Previsto che la misura venga revocata dal giudice - a richiesta del pubblico ministero - ovvero, nel corso
delle indagini preliminari, dallo stesso, pubblico ministero (art. 321 comma 3) quando si accerti
l'insussistenza, anche per fatti sopravvenuti, delle esigenze di prevenzione che l'avevano giustificata.
Ci si riferisce, da un lato, all'ipotesi di conversione del sequestro preventivo in sequestro probatorio, tutte le
volte in cui il primo, avendo avuto per oggetto pi esemplari identici della cosa sequestrata (c.d. sequestro
di massa), abbia perso efficacia a seguito di una sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere,
peraltro impugnata dal pubblico ministero: in situazioni del genere, ove la cosa presenti nondimeno interesse
sotto il profilo probatorio, il giudice ordiner il mantenimento del sequestro a tale scopo su un solo
esemplare della stessa, disponendo la restituzione degli altri esemplari (art. 323 comma 2). Viene in risalto,
d'altro l'ipotesi di conversione conseguente alla pronuncia di una sentenza di condanna, ovviamente quando
non sia stata disposta la confisca delle cose sequestrate in via preventiva, nel qual caso dovranno rimanere
fermi gli effetti del sequestro (art. 323 comma 3). Al di fuori di questa eventualit e semprech non
permanga l'esigenza cautelare ex art. 321, dovr essere ordinata la restituzione di tali cose, ma il giudice
potr disporre la conversione del sequestro preventivo in sequestro conservativo, ove ne sussistano i
presupposti.
c) Quanto al sistema dei rimedi avverso i provvedimenti di sequestro, esso fa perno anzitutto sullo strumento
del riesame, individuato quale tipica impugnazione nel merito, di fronte al tribunale in composizione
collegiale sia contro l'ordinanza di sequestro conservativo (art. 318), sia contro il decreto di sequestro
preventivo (art. 322), dopo che analoga previsione era gi stata dettata con riferimento al decreto di sequestro
per finalit probatorie (artt. 257 e 355 commi 3 e 4).
La richiesta di riesame non sospende l'esecuzione del provvedimento di sequestro.
In tutti questi casi il procedimento di riesame delineato dall'art. 324 sulla falsariga di quello descritto
nell'art. 309 in materia di misure di coercizione personale.

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Nel caso di contestazione sulla propriet delle cose sequestrate, il giudice del riesame dovr rimettere la
decisione della controversia al giudice civile, mantenendo fermo nel frattempo il sequestro.
Nel 3 comma dell'art. 324, per quanto riguarda la disciplina della trasmissione degli atti dall'autorit
procedente al tribunale, rimasta ferma la previsione che tale adempimento debba avvenire entro il giorno
successivo al giorno dell'avviso (senza alcuna modifica del tipo di quella introdotta nel 5 c. dell'art. 309,
attraverso l'ulteriore specificazione e comunque non oltre il quinto giorno, alla quale soltanto si riferisce
la nuova fattispecie di caducazione derivante dalla inosservanza del termine cos precisato), sembra doversi
escludere che dal combinato disposto degli artt. 324 comma 7 e 309 comma 10 possa desumersi la perdita
di efficacia del provvedimento di sequestro, nel caso in cui gli atti non vengano trasmessi al tribunale entro il
brevissimo termine di cui all'art. 324 comma 3.
Si prevede, infine, che tutte le ordinanze emesse dal tribunale in sede di riesame intorno ai provvedimenti di
sequestro siano suscettibili di ricorso per cassazione.
Tuttavia si ammette esplicitamente anche qui sulla scorta della disciplina dettata ex art. 311 comma 2 in
materia di misure di coercizione personale che lo stesso ricorso possa venire altres proposto
direttamente contro i medesimi provvedimenti di sequestro, in quanto emessi dal giudice, con la
conseguenza che in tal caso il ricorso rende inammissibile la richiesta di riesame (art. 325 commi 1 e 2).
A ci si aggiunga che, fuori dei casi di riesame del decreto di sequestro preventivo previsti dall'art. 322, al
pubblico ministero, all'imputato e alle altre persone interessate alle cose sequestrate comunque riconosciuto
il diritto di proporre appello al tribunale, in composizione collegiale, contro le altre ordinanze in materia di
sequestro preventivo (ad esempio le ordinanze che abbiano respinto la richiesta di sequestro, ovvero la
richiesta di restituzione delle cose sequestrate), nonch contro il decreto di revoca eventualmente emesso dal
pubblico ministero, mentre nulla del genere si dice per quanto riguardai corrispondenti provvedimenti in
materia di sequestro conservativo (art. 322-bis, ove si esclude l'effetto sospensivo di tale appello,
richiamandosi per il resto, in quanto compatibili, le disposizioni dell'art. 310). Naturalmente anche contro le
ordinanze emesse dal tribunale in sede di appello ammesso ricorso per cassazione ex art. 325 c. 1.

CAPITOLO V INDAGINI E UDIENZA PRELIMINARI


1. Premessa.
Le indagini preliminari sono l'attivit di ricerca e raccolta di informazioni che il pubblico ministero e la
polizia giudiziaria, acquisita la notizia che un reato sarebbe stato commesso, svolgono per consentire allo
stesso pubblico ministero di assumere le determinazioni inerenti all'esercizio dell'azione penale (art. 326),
cio di decidere se esercitare o non esercitare tale azione. L'azione penale esprime il diritto- dovere del
pubblico ministero di ottenere dal giudice l'esercizio della giurisdizione penale e specificamente una
pronuncia sulla fondatezza dell'imputazione: cio del- l'addebito, mosso a taluno dallo stesso organo, di aver
commesso un reato. Se le indagini preliminari fanno emergere elementi idonei a sostenere un'accusa in
giudizio nei confronti della persona cui attribuito il reato, al termine di esse il pubblico ministero formula
l'imputazione ed esercita l'azione penale nei confronti dell'imputato chiedendone al giudice il rinvio al
giudizio della corte d'assise o del tribunale (oppure, come il codice prevede nei libri VI e VIII, promuovendo
un giudizio speciale o emettendo il decreto di citazione diretta ex art. 550 davanti al tribunale in
composizione monocratica). Se le indagini preliminari non fanno emergere elementi idonei_ a sostenere
un'accusa in giudizio e dunque per esercitare l'azione penale, il pubblico ministero chiede al giudice
l'archiviazione della notizia di reato e degli atti delle indagini preliminari.
Il giudice, richiesto del rinvio a giudizio, svolge l'udienza preliminare per valutare nel contraddittorio delle
parti la fondatezza della richiesta. Se la ritiene fondata, dispone con decreto il rinvio dell'imputato al giudizio
della corte d'assise o del tribunale (in composizione collegiale, ovvero in composizione monocratica al di
fuori dei casi previsti dall'art. 550). Se la ritiene infondata, emette sentenza di non luogo a procedere.
Le indagini preliminari sono collocate nel procedimento, e non nel processo (secondo la terminologia accolta
dal codice), perch sono svolte da pubblico ministero e polizia giudiziaria prima dell'esercizio dell'azione
penale. L'udienza preliminare , invece, parte del processo, perch celebrata da un giudice dopo l'esercizio
dell'azione penale.
2. Il pubblico ministero.
Nelle indagini e nell'udienza preliminare le funzioni di pubblico ministero sono esercitate:
a) nei procedimenti per i delitti consumati o tentati di cui agli artt. 416 c. 6, 600, 602, 416-bis e 630 c.p., per
i delitti commessi valendosi delle condizioni previste dall'art. 416-bis o al fine di agevolare l'attivit delle

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associazioni previste da tale articolo, per i delitti di cui all'art. 74 d.P.R. 30 ottobre 1990, n. 309 ed all'art.
291-quater d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, nonch per i delitti consumati o tentati con finalit di terrorismo,
dal procuratore della Repubblica presso il tribunale sito nel capoluogo del distretto di corte d'appello in cui il
giudice, che sarebbe competente a conoscere dei suddetti reati nella fase del giudizio, ha sede (art. 51 commi
3-bis e 3-quater);
b) in ogni altro procedimento, dal procuratore della Repubblica presso il tribunale nel cui circondario il reato
risulta commesso a norma degli artt. 8-11-bis e 16 (art. 51 comma 3 e, quanto ai reati di competenza della
corte d'assise, art. 238 c. 1 disp. att.).
c) Il magistrato del pubblico ministero investito delle indagini preliminari pu svolgerle personalmente
oppure valersi della polizia giudiziaria impartendole direttive per le indagini o delegandole il compimento di
specifici atti (artt. 348, c.3, 370 c.1 e 371 c.1). Pu compiere atti anche nel circondario di un altro tribunale
oppure richiederne il compimento al procuratore della Repubblica presso quest'ultimo. II magistrato richiesto
compie gli atti delegatigli e, per ragioni di urgenza o altri gravi motivi, pu compiere pure gli atti che il
compimento di quelli delegati dimostri essere necessari ai fini delle indagini (art. 370 commi 3 e 4).
I contrasti sono risolti dal procuratore generale presso la corte d'appello o, se le procure in contrasto rientrano
in diversi distretti di corte d'appello, dal procuratore generale presso la corte di cassazione. Costoro,
esaminati gli atti e assunte le necessarie informazioni, determinano con decreto motivato, applicando le
regole sulla competenza del giudice, quale ufficio del pubblico ministero deve procedere, trasmettono gli atti
del procedimento a questo ufficio e comunicano il proprio provvedimento a tutti gli uffici interessati (artt.
54comma 2 e 54-bis comma 2).
Quando il contrasto ha per oggetto uno dei reati previsti dall'art. 51 c. 3-bis, il procuratore generale presso la
corte di cassazione pronuncia sentito il procuratore nazionale antimafia; il procuratore generale presso la
corte d'appello informa del provvedimento da lui emesso il pro-curatore nazionale antimafia (art. 54-ter).
Anche la persona sottoposta alle indagini che ha avuto notizia del pro-cedimento, come vedremo, a norma
degli artt. 335 e 369, la persona offe-sa dal reato che ha avuto tale notizia a norma dell'art. 369 ed i relativi
difensori possono chiedere al pubblico ministero procedente di trasmettere gli atti al pubblico ministero
presso il giudice che essi ritengono competente depositando nella segreteria della procura della Repubblica
che procede una richiesta indicante tale giudice nonch, a pena di inammissibilit, le ragioni della richiesta.
Il pubblico ministero investito della richiesta pronuncia entro dieci giorni dalla presentazione della stessa.
Ove esso non l'accolga trasmettendo gli atti all'ufficio del pubblico ministero indicato come competente, il
richiedente nei dieci giorni successivi pu chiedere la determinazione dell'ufficio competente al procuratore
generale presso la corte d'appello o, se l'ufficio ritenuto competente appartiene ad un altro distretto, al
procuratore generale presso la corte di cassazione.
Il procuratore generale, assunte le informazioni necessarie, entro venti giorni dal deposito della richiesta
pronuncia decreto motivato.
A pena di inammissibilit la richiesta pu essere riproposta solo per fatti nuovi e diversi (art. 54-quater c.4).
3. Il giudice per le indagini preliminari e il giudice dell'udienza preliminare.
Nelle indagini e nell'udienza preliminare le funzioni di giudice sono esercitate:
a) nei procedimenti per i reati elencati nell'art. 51 commi 3-bis e 3-quater, dal giudice per le indagini
preliminari del tribunale sito nel capoluogo del distretto di corte d'appello in cui il giudice competente per la
fase del giudizio ha sede;
b) in ogni altro procedimento, dal giudice per le indagini preliminari del tribunale nel cui circondario il reato
risulta commesso a norma degli artt. 811-bis e 16 (art. 328 e, quanto ai reati di competenza della corte
d'assise, art. 238 comma 1 disp. att.).
Di regola uno stesso magistrato svolge le funzioni di giudice nel corso delle indagini preliminari (art. 7-ter
comma 10 ord. giud.). Tale magistrato non pu per tenere l'udienza preliminare nel medesimo
procedimento, salvo che nel corso delle indagini preliminari egli si sia limitato ad adottare le autorizzazioni
sanitarie, i provvedimenti relativi ai permessi di colloquio, alla corrispondenza telefonica e al visto di
controllo sulla corrispondenza, nonch i provvedimenti relativi ai permessi (cos come previsti,
rispettivamente, dagli artt. 11, 18, 18-ter e 30 ord. penit.), oppure il provvedimento di restituzione in termine
di cui all'art. 175 o quello dichiarativo della latitanza ex art. 296 (art. 34 commi 2-bis e 2-ter).
Tanto il giudice per le indagini preliminari quanto quello dell'udienza preliminare
sono magistrati del tribunale ordinario, che abbiano svolto per almeno due anni le funzioni di giudice del
dibattimento (art 7-bis comma 2-bis ord. giud.).
Si usa dire che la giurisdizione esercitata dal giudice per le indagini preliminari :
a) una giurisdizione senza azione, perch nel corso di tali indagini e, in caso di richiesta di archiviazione,
anche dopo la loro conclusione, viene esercitata senza che il PM abbia esercitato l'azione penale;

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b) una giurisdizione semipiena, perch si limita a pronunciare nei casi previsti dalla legge, sulle richieste
del pubblico ministero, delle parti private e della persona offesa dal reato (art. 328 comma 1);
c) una giurisdizione di garanzia, perch a richiesta dei soggetti test elencati il giudice pronuncia nel corso
delle indagini preliminari a tutela dei diritti dell'indagato e della persona offesa dal reato nei confronti delle
iniziative del pubblico ministero, e dopo la conclusione delle indagini, in caso di richiesta di archiviazione, a
garanzia del rispetto del principio di obbligatoriet dell'azione penale.
4. I soggetti privati.
Anche alcuni soggetti privati sono interessati alle indagini ed all'udienza preliminare:
a) la persona sottoposta alle indagini preliminari (art. 61 comma 1) talora qualificata anche come
indagato (art. 415-bis comma 2) colui al quale la commissione di un reato viene attribuita in una
notizia di reato e nei confronti del quale il pubblico ministero e la polizia giudiziaria svolgono le indagini
preliminari per verificare se elementi idonei a sostenere un'accusa in giudizio esistono a suo carico.
L'iscrizione del nome di tale persona nel registro delle notizie di reato ha valore non costitutivo ma
meramente ricognitivo della qualifica di persona sottoposta alle indagini.
b) la qualifica di persona sottoposta alle indagini viene meno e la persona che la rivestiva acquista quella di
imputato nel momento in cui la commissione del reato attribuita ad essa in uno degli atti costituenti
esercizio dell'azione penale: la richiesta di rinvio a giudizio o la citazione diretta e, nei riti speciali, la
richiesta di applicazione della pena a norma dell'art. 447 c. 1, la richiesta di giudizio direttissimo o il decreto
di citazione a tale giudizio, la richiesta di giudizio immediato o di decreto penale di condanna (art. 60 c.1).
Com' noto (retro, cap. I, 21), per quanto attiene alla materia esposta nel presente capitolo, la suddetta
persona perde la qualit di imputato nel momento in cui la sentenza di non luogo a procedere, pronunciata
nei suoi confronti, diviene non pi suscettibile di impugnazione (art. 60 comma 2). La riacquista nel
momento in cui tale sentenza viene revocata (art. 60 comma 3);
c) la persona offesa dal reato (art. 90) o soggetto passivo del reato il titolare del bene giuridico tutelato
dalla norma penale incriminatrice e offeso dal reato.
Tale persona, oltre a poter presentare denuncia, querela o istanza di procedimento, pu prendere notizia
dell'esistenza delle indagini preliminari mediante la richiesta di informazioni circa il contenuto del registro
delle notizie di reato (art. 335 comma 3) o la ricezione dell'informazione di garanzia (art. 369) e,
eventualmente dopo aver nominato un difensore (art. 101 c. 1), pu intervenire nelle indagini presentando
memorie o indicando elementi di prova al pubblico ministero o al giudice (art. 90 c. 1) nonch, tra l'altro,
partecipando agli accertamenti tecnici irripetibili (art. 360) e all'incidente probatorio (art. 401 comma 3).
Il danneggiato civilmente dal reato, il quale non sia anche persona offesa dal reato, non ha veste per
partecipare alle indagini preliminari.
d) tanto la persona offesa dal reato quanto i prossimi congiunti dell'offeso deceduto non possono, se non si
costituiscono parte civile, partecipare all'udienza preliminare. Essi possono per prestare il consenso
all'intervento nelle indagini e nell'udienza preliminare, per esercitarvi le facolt e i diritti attribuiti alla
persona offesa, di un ente o associazione senza scopo di lucro ai quali, prima della commissione del reato per
cui si procede, la legge abbia riconosciuto finalit di tutela degli interessi lesi dal reato stesso (artt. 91 e 92);
e) colui che ha subito un danno civile dal reato, sia o non sia persona offesa, ed i suoi successori universali
possono costituirsi parte civile nel processo penale per ottenere le restituzioni ed il risarcimento del danno
dall'imputato (art. 74).
La costituzione si attua, dopo che il pubblico ministero ha esercitato l'azione penale, mediante una
dichiarazione scritta notificata all'imputato e al pubblico ministero e depositata in cancelleria oppure
presentata direttamente all'udienza preliminare insieme con la procura al difensore (artt. 78 e 79 comma 1).
Il pubblico ministero e l'imputato possono opporre alla costituzione di parte civile la richiesta di esclusione
di quest'ultima, presentata al giudice a pena di decadenza non oltre l'accertamento relativo alla costituzione
delle parti nell'udienza preliminare. Il giudice pronuncia sulla richiesta di esclusione senza ritardo con
ordinanza (art. 80 commi 1, 2 e 4).
f) il danneggiato dal reato costituitosi parte civile pu esercitare l'azione per le restituzioni e il risarcimento
del danno anche contro il responsabile civile, cio contro la persona fisica o l'ente che a norma delle leggi
civili risponde per il fatto dell'imputato (art. 185 comma 2 c.p.).
A questo scopo la parte civile chiede al giudice di citare il responsabile civile per l'udienza preliminare (art.
83 comma 1). Il responsabile civile pu costituirsi in ogni stato e grado del processo depositando nella
cancelleria del giudice o presentando in udienza l'apposita dichiarazione con la procura al difensore (art. 84).
g) il pubblico ministero e l'imputato possono chiedere al giudice di ordinare la citazione per l'udienza
preliminare della persona fisica o giuridica obbligata civilmente per il pagamento della multa o

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dell'ammenda in caso di insolvibilit del condannato. La citazione e la costituzione di tale soggetto sono
disciplinate dalle norme sulla citazione e costituzione del responsabile civile in quanto compatibili (art. 89).
5. La notizia di reato.
La notizia di reato (o come si suole dire la notitia ciminis) l'informazione che un reato sarebbe stato
commesso da una o pi persone non identificate (notizia generica) o identificate (notizia specifica).
L'acquisizione di una notizia di reato, sia pur generica, da parte del pubblico ministero o della polizia
giudiziaria indispensabile perch tali organi possano iniziare le indagini preliminari.
Nell'ambito della notizia di reato cos intesa si distinguono la notizia nominata o tipica o qualificata, cio
disciplinata dalla legge, e la notizia innominata o atipica o non qualificata, cio non disciplinata dalla legge.
La notizia di reato, cos come le condizioni di procedibilit (querela, istanza, richiesta) che vedremo svolgere
anche la funzione di notizia di reato, costituisce un presupposto del procedimento penale, ma non fa parte di
questo, giacch il procedimento inizia con il primo atto d'indagine preliminare compiuto dal pubblico
ministero o dalla polizia giudiziaria dopo l'acquisizione della notizia. Per tale ragione:
a) la notizia di reato e le suddette condizioni di procedibilit non sottostanno al dettato dell'art. 109, per cui,
salve le disposizioni a favore delle minoranze linguistiche riconosciute, gli atti del procedimento penale
devono essere compiuti in lingua italiana. La notizia di reato e le suddette condizioni di procedibilit sono
efficaci anche se redatte in altra lingua;
b) i termini eventualmente stabiliti dalla legge per la presentazione della notizia di reato o delle condizioni di
procedibilit di cui sopra non sono termini processuali e quindi non sono suscettibili della restituzione
prevista dall'art. 175 n della sospensione feriale prevista dall'art. 1 l. 7 ottobre 1969, n. 742.
La notizia di reato non fonte o mezzo di prova del reato. Disposto il rinvio a giudizio dell'imputato, essa
resta inclusa nel fascicolo del pubblico ministero. Viene immessa nel fascicolo per il dibattimento solo in
quanto costituisca anche una condizione di procedibilit (art. 431 lett. a), ma in tale caso prova soltanto
l'esistenza di quest'ultima, non la commissione del reato (art. 511 comma 4).
6. La notizia nominata.
Il codice prevede due notizie nominate di reato:
a) la denuncia la dichiarazione con cui una qualsiasi persona fisica, non esercente una professione sanitaria,
porta la commissione di un reato perseguibile d'ufficio a conoscenza del pubblico ministero o della polizia
giudiziaria.
I pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio, diversi dagli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria (i
quali ultimi come vedremo hanno un obbligo di denuncia pi ampio) ed esclusi i responsabili delle
comunit terapeutiche socio-riabilitative per fatti commessi da persone tossicodipendenti affidate per
l'esecuzione del programma definito da un servizio pubblico (art. 362 comma 2 c.p.), hanno l'obbligo
penalmente sanzionato di fare denuncia dei reati non perseguibili a querela di cui abbiano avuto notizia
nell'esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio (artt. 361-363 c.p.).
I privati hanno analogo obbligo in alcuni casi tassativamente indicati dalla legge: tra l'altro quanto agli atti o
fatti concernenti il delitto, anche tentato, di sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 3 d.l. 15 gennaio
1991, n. 8 convertito con 1. 15 marzo 1991, n. 82) e al furto di armi ed esplosivi (art. 20 c. 3 1. 18 aprile
1975, n. 110). I cittadini italiani hanno l'obbligo di denunciare i delitti contro la personalit dello Stato puniti
con l'ergastolo (art. 364 c.p.). In ogni altro caso il fare denuncia una facolt del privato.
La denuncia indica gli elementi essenziali del fatto, il giorno in cui l'autore di essa ha avuto notizia del fatto
stesso, le fonti di prova gi note nonch, se possibile, le generalit, il domicilio e quant'altro possa servire
all'identificazione del presunto responsabile, della persona offesa dal reato e delle persone informate dei fatti
(art. 332).
Il pubblico ufficiale e l'incaricato di pubblico servizio fanno la denuncia per iscritto.
Della denuncia anonima non pu farsi alcun uso, salvo che essa costituisca corpo del reato o provenga
comunque dall'imputato (art. 333). Peraltro si ritiene comunemente che PM e polizia giudiziaria possano
valersi di essa come presupposto della ricerca ufficiosa della notizia di reato loro prescritta dall'art. 330.
Il difensore e gli altri soggetti che vedremo legittimati a svolgere l'investigazione difensiva non hanno
l'obbligo della denuncia in rapporto ai reati di cui abbiano preso conoscenza nel corso di tali indagini (art.
334-bis);
b) il referto la dichiarazione con cui l'esercente una professione sanitaria (art. 99 r.d. 27 luglio 1934, n.
1265, t.u. delle leggi sanitarie) porta la commissione di un reato perseguibile d'ufficio, del quale abbia avuto
notizia in occasione della prestazione della sua opera, a conoscenza del PM o della polizia giudiziaria.
La presentazione del referto un obbligo penalmente sanzionato per gli esercenti una professione sanitaria,
salvo il caso in cui il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale (art. 365 c.p.). In tale

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caso, poich la legge vuole facilitare a colui, qui in re illicita versatur ed abbia bisogno di cure, l'accesso
all'assistenza sanitaria, gli esercenti la professione sanitaria hanno non l'obbligo, ma la facolt di presentare
referto.
Questo indica la persona che stata assistita e, se possibile, le sue generalit, il luogo dove essa attualmente
si trova e quant'altro valga ad identificarla, nonch il tempo, il luogo e le altre circostanze dell'intervento del
sanitario. Inoltre d le notizie che servono a stabilire le circostanze del fatto.
Anche gli esercenti una professione sanitaria, allorch abbiano l'obbligo di referto, non possono nel
procedimento penale invocare il segreto professionale per astenersi dalla testimonianza (art. 200 comma 1).
7. La notizia innominata.
La notizia innominata di reato costituita da-gli atti o fatti pi vari, quali ad esempio la sorpresa in flagranza,
la notizia confidenziale, cio fornita ad un ufficiale o agente di polizia giudiziaria da una persona della quale
costui si impegnato a tenere segreta l'identit, la dichiarazione autoincriminante resa da un testimone
nell'esame, e non utilizzabile come prova contro il suddetto a norma dell'art. 63, e finanche la lettura dei
giornali.
8. La notizia di polizia giudiziaria.
Gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria devono fare denuncia al procuratore della Repubblica dei reati
perseguibili d'ufficio di cui abbiano avuto notizia comunque, cio anche fuori dell'esercizio e non a causa
delle loro funzioni (361 comma 2 c.p.).
Nella denuncia essi devono indicare gli elementi essenziali del fatto e gli altri elementi raccolti fino a quel
momento, il giorno e l'ora in cui hanno acquisito la notizia, le fonti di prova, le attivit da essi compiute
(delle quali trasmettono la documentazione) nonch, se possibile, le generalit, il domicilio e quant'altro
valga all'identificazione del presunto autore del reato, della persona offesa e di quelle che possono riferire sui
fatti (art. 347 commi 1, 2 e 4).
Diversi sono i momenti in cui per gli ufficiali e agenti scatta l'obbligo di tale comunicazione:
a) quando la notizia ha per oggetto uno dei reati elencati nell'ari. 407 comma 2 lett. a n. 1-6, ed in ogni caso
di urgenza, la comunicazione va data immediatamente, anche in forma orale;
b) se, acquisita la notizia, la polizia giudiziaria ha compiuto un atto al quale il difensore dell'indagato aveva
diritto di assistere, la comunicazione va data entro quarantotto ore dal compimento dell'atto, salvi i termini
particolari stabiliti da altre disposizioni di legge (art. 347 comma 2-bis);
c) le denuncie contro ignoti sono trasmesse in elenchi mensili, insieme con gli atti di indagine compiuti dalla
polizia giudiziaria ai fini dell'identificazione degli autori dei reati (art. 107-bis disp. att.);
d) in ogni altro caso la comunicazione va data senza ritardo (art. 347 comma 1).
9. Le condizioni di procedibilit.
Di regola il pubblico ministero esercita l'azione penale d'ufficio, non appena abbia acquisito, in ordine al
reato oggetto di notizia, elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio. Peraltro in alcuni casi eccezionali
l'esercizio dell'azione penale subordinato all'integrazione di una cosiddetta condizione di procedibilit cio
di un atto o un fatto in mancanza del quale, anche se la notizia di reato appare fondata:
a) il pubblico ministero non deve esercitare l'azione penale e neppure iniziare le indagini preliminari ma deve
chiedere 1' archiviazione del notizia di reato (art. 411).
b) se il pubblico ministero comunque esercita l'azione penale, il giudice anche d'ufficio in ogni stato e grado
del processo dichiara con sentenza non doversi procedure.
Alcuni casi, in cui l'esercizio dell'azione penale subordinato ad una condizione di procedibilit, sono
previsti dalla Costituzione o da altre norme costituzionali.
Il codice disciplina quattro condizioni di procedibilit: la querela (artt. 336-340), l'istanza di procedimento
(art. 341), la richiesta di procedimento (art. 342) e l'autorizzazione a procedere (artt. 343 e 344).
10. La querela.
La querela la dichiarazione facoltativa con la quale la persona offesa da un reato, la cui perseguibilit la
legge appunto subordina a querela, o un altro soggetto agente nell'interesse di costei ex artt. 120 e 121 c.p.
manifesta la volont che il pubblico ministero proceda in ordine al reato stesso (art. 336).
a) la querela presentata, dalla persona offesa dal reato o da altro soggetto legittimato personalmente o a
mezzo di procuratore speciale, oralmente o per iscritto, al pubblico ministero, ad un ufficiale di polizia
giudiziaria o ad un agente consolare all'estero. Se proposta dal legale rappresentante di un ente dotato o privo
di personalit giuridica, deve indicare specificamente la fonte del potere di rappresentanza. La querela scritta,
purch con firma autenticata a norma dell'art. 39 disp. att., quindi eventualmente dal difensore nominato

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nell'atto stesso, pu essere anche recapitata tramite un incaricato oppure spedita per raccomandata agli organi
sopra elencati.
L'autorit che riceve la querela attesta la data e il luogo della ricezione, identifica la persona che la presenta
(e che, se la presentazione orale, deve sottoscrivere il verbale di ricezione), e trasmette il tutto al pubblico
ministero (art. 337);
b) il curatore speciale per la querela, previsto dall'art. 121 c.p. per l'offeso dal reato minore degli anni
quattordici o infermo di mente, il quale non abbia un rappresentante o il cui rappresentante si trovi in
conflitto di interesse con lui, nominato, a richiesta del pubblico ministero o di un ente avente per scopo la
cura, l'educazione, la custodia o l'assistenza dei minori.
Se il curatore speciale nominato ai fini della presentazione della querela, il termine per tale presentazione
decorre per lui dalla notifica del decreto di nomina. Egli pu anche costituirsi parte civile nell'interesse
dell'offeso (art. 338);
c) la rinuncia espressa a proporre la querela pu essere fatta personalmente o a mezzo di procuratore speciale
con dichiarazione scritta rilasciata all'interessato o ad un suo rappresentante oppure con dichiarazione orale
verbalizzata da un ufficiale di polizia giudiziaria o da un notaio e sottoscritta dal dichiarante.
La rinuncia inefficace se priva di questa sottoscrizione o sottoposta a termine o condizione. Essa pu
essere accompagnata dalla rinuncia all'azione civile per le restituzioni ed il risarcimento del danno (art. 339);
d) la remissione della querela fatta ed accettata, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, nelle
forme stabilite per la rinuncia espressa, con dichiarazione resa all'autorit giudiziaria che procede o ad un
ufficiale di polizia giudiziaria, quale la trasmette a tale autorit.
Le spese del procedimento sono a carico del querelato, salva diversa statuizione nell'atto di remissione (art.
340).
11. L'istanza e la richiesta.
L'istanza di procedimento la dichiarazione facoltativa con la quale la persona offesa da uno dei reati
commessi all'estero elencati negli artt. 9 c. 2 e 10 c. 1 c.p. chiede che il pubblico ministero proceda per il
reato stesso. La legge esige una tale condizione di procedibilit affinch il costo della celebrazione in Italia
di un processo per un reato commesso all'estero sia sopportato solo se l'offeso lo richieda.
L'istanza si propone nelle stesse forme stabilite dall'art. 337 per la presentazione della querela (art. 341).
La richiesta di procedimento la dichiarazione discrezionale con cui un organo pubblico estraneo
all'organizzazione giudiziaria manifesta la volont che il PM proceda per un determinato reato.
12. L'autorizzazione a procedere.
L'autorizzazione a procedere la dichiarazione discrezionale con cui un organo pubblico estraneo
all'organizzazione giudiziaria, a richiesta del PM, consente che nei confronti di una determinata persona o in
rapporto ad un determinato reato l'autorit giudiziaria proceda penalmente oppure compia taluni atti
limitativi di libert (in quest'ultimo caso si parla pi specificamente di autorizzazione ad acta).
Il potere di autorizzazione conferito:
a) all'assemblea parlamentare di appartenenza per sottoporre un membro del Parlamento a perquisizione
personale o domiciliare, ad arresto, ad altra limitazione della libert personale o a mantenimento in
detenzione, salvo che il parlamentare sia stato colto nell'atto di commettere un delitto per il quale
obbligatorio l'arresto in flagranza o si debba eseguire nei suoi confronti una sentenza irrevocabile di
condanna, nonch ad intercettazione di comunicazioni o sequestro di corrispondenza (art. 68 Cost.);
b) all'assemblea parlamentare di appartenenza oppure al Senato (se si procede contro persone appartenenti a
camere diverse o non appartenenti ad alcuna camera) per sottoporre il presidente del Consiglio (lei ministri o
un Ministro, anche cessati dalla carica, a procedimento penale per un reato ministeriale o per sottoporre i
medesimi, in tale procedimento, a misure limitative della libert personale;
c) alla Corte costituzionale per sottoporre un giudice ordinario o aggregato di essa a procedimento penale
nonch se il medesimo deve essere arrestato, o altrimenti privato della libert personale;
d) al Parlamento europeo per sottoporre un componente italiano di esso agli atti sopra elencati sub a con
riferimento ai membri del Parlamento italiano (art. 10 comma 1 lett. a 1. 3 maggio 1966, n. 437);
e) al Ministro della giustizia per procedere per i delitti contro la personalit dello Stato elencati dall'art. 313
commi 1, 2 e 3 c.p.;
f) alle assemblee legislative per procedere per il reato di vilipendio delle stesse (art. 313 comma 3 c.p.).
L'autorizzazione a procedere richiesta dalle norme costituzionali o di legislazione ordinaria sopra ricordate:
a) nel procedimento per reati ministeriali, perch la camera competente possa escludere il procedimento
quando ritenga, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, che l'inquisito abbia agito per la tutela di un
interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo (art. 9 comma 31, cost. n. 1 del 1989);

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b) nei procedimenti per reati di vilipendio, per consentire al Ministro della giustizia o all'assemblea offesa di
valutare se dare spazio allo Strepitus fori;
c) in ogni altro caso perch, a garanzia della libert di taluni organi pubblici o dei loro componenti, si vuole
riservare all'organo stesso la possibilit di valutare se il procedimento penale ha un'apparenza di fondamento
o invece presenta il cosiddetto fumus persecutionis. L'autorizzazione richiesta dal pubblico
ministero all'organo legittimato a concederla (art. 343 comma 1). Fino a quando non venga concessa, non
possono essere adottati i provvedimenti previsti dal 2 comma dell'art. 343, salve le deroghe consentite dal
successivo 3 comma. La richiesta deve indicare il fatto per il quale il pubblico ministero intende procedere,
le norme di legge che si assumono violate e gli elementi sui quali la richiesta medesima si fonda (art. 111
disp. att.). Essa presentata:
*se vi stato arresto in flagranza, immediatamente dopo questo e comunque prima dell'udienza di convalida
dell'arresto (art. 344 comma 2);
* negli altri casi prima, che il pubblico ministero proceda a giudizio direttissimo o presenti la richiesta di
rinvio a giudizio o di giudizio immediato o di decreto penale di condanna o emetta il decreto di citazione
diretta, e comunque entro trenta giorni dall'iscrizione del nome della persona, per la quale l'autorizzazione
necessaria, nel registro delle notizie di reato (art. 344 comma 1);
* se la necessit dell'autorizzazione insorge dopo l'esercizio dell'azione penale (tipicamente perch dopo tale
esercizio l'imputato assurto al pubblico ufficio che l'ordinamento tutela con la previsione
dell'autorizzazione a procedere nei confronti dei suoi titolari), subito dopo che il giudice ha disposto la
sospensione del processo per carenza di tale condizione. In pendenza della sospensione il giudice, se vi
pericolo nel ritardo, assume le prove richieste dalle parti (art. 344 comma 3).
In attesa di essa pubblico ministero e polizia giudiziaria possono compiere qualsiasi atto di indagine
preliminare, anche non necessario ad assicurare le fonti di prova, eccettuata nei confronti della persona per
cui l'autorizzazione prescritta una serie di atti, quali la perquisizione personale o domiciliare, l'ispezione
personale, la ricognizione, l'individuazione, il confronto, l'intercettazione di comunicazioni, il fermo e
l'applicazione di una misura cautelare personale. Possono inoltre compiere l'interrogatorio di tale persona
solo se la stessa lo richiede (art. 343 comma 2).
Anche gli atti test elencati possono essere compiuti se l'interessato stato colto nella flagranza di uno dei
delitti enumerati dall'art. 380 commi 1e 2.
L'autorizzazione richiesta alla Camera dall'autorit che ha emesso il provvedimento che deve essere
eseguito. In attesa dell'autorizzazione l'esecuzione sospesa (art. 41. 20 giugno 2003, n. 140).
Gli atti compiuti in violazione dei divieti statuiti dall'art. 343 commi 2 non possono essere utilizzati (art.
343 comma 4). L'autorizzazione a procedere, una volta concessa, non pu essere revocata (art. 343 c. 5).
13. Il registro delle notizie di reato.
Ogni notizia di reato, comprese le condizioni di procedibilit (querela, istanza e richiesta di procedimento)
che rechino in s la prima notizia di un reato, deve essere iscritta in un registro tenuto dalla procura della
Repubblica (art. 335 comma 1 ).
Se la notizia iscritta generica, nel registro si iscrivono in seguito il nome o i nomi delle persone a cui il
reato venga attribuito. Nel registro si iscrivono anche, ma a titolo non di nuova iscrizione bens di mero
aggiornamento di un'iscrizione gi effettuata, il diverso nomen juris che successivamente sia attribuito al
fatto e le circostanze del reato che in seguito vengano ravvisate (art. 335, c. 2).
L'iscrizione deve avere luogo nello stesso giorno in cui la notizia di reato perviene alla procura della
Repubblica. Essa comporta:
a) se la notizia generica, la decorrenza del termine di sei mesi entro il quale il PM deve chiedere al giudice
per le indagini preliminari l'archiviazione della notizia di reato oppure l'autorizzazione a proseguire le
indagini contro ignoti (art. 415 c. 1), nonch la decorrenza del termine di novanta giorni entro il quale il
pubblico ministero deve presentare al suddetto giudice la richiesta di giudizio immediato (art. 454 c. 1);
b) se la notizia specifica o diviene specifica in conseguenza della successiva iscrizione del nome del
presunto autore del reato, la decorrenza dei termini entro i quali il pubblico ministero deve chiedere
l'autorizzazione a procedere, se prescritta nei confronti di quella persona (art. 344 comma 1), nonch
concludere le indagini preliminari chiedendo al giudice l'archiviazione (art. 408 c. 1) o il rinvio a giudizio
(art. 405 c. 2) o il decreto penale di condanna (art. 459 c. 1) oppure presentando la richiesta di giudizio
direttissimo nei confronti dell'imputato che nell'interrogatorio ha reso confessione (art. 449 comma l).
I registri delle notizie di reato tenuti dalle procure della Repubblica sono non uno, ma quattro:
a) il registro delle notizie di reato a carico di persone ignote, nel quale vengono iscritte le notizie generiche di
reato;il registro delle notizie di reato a carico di persone note;
b) il registro delle notizie anonime di reato, delle quali l'art. 333 comma 3 vieta l'uso nel processo;

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c) il registro degli atti non costituenti notizia di reato, nel quale il pubblico ministero registra gli atti che non
gli impongono lo svolgimento di indagini preliminari ne la richiesta di archiviazione.
14. L'ispezione del registro.
Tuttavia, a garanzia dei diritti di azione e di difesa rispettivamente della persona offesa dal reato e di quella
sottoposta alle indagini, queste due persone ed i loro difensori possono chiedere al pubblico ministero di
comunicare se risulti iscritta una notizia di reato nel registro di cui all'art. 335, il nome della persona alla
quale il reato attribuito e eventuali aggiornamenti dell'iscrizione operati per mutamento della qualificazione
giuridica del fatto o per l'emergere di nuove circostanze (semprech, naturalmente, essi non ne abbiano gi
avuto conoscenza in forza dell'informazione di garanzia prevista dall'art. 369). A seguito di tale iniziativa, le
comunicazioni richieste devono essere fornite, salvo che l'iscrizione abbia ad oggetto uno dei delitti elencati
nell'art. 407 comma 2 lett. a.
A parte quest'ultima eventualit, il medesimo pubblico ministero pu inoltre disporre con decreto motivato,
per specifiche esigenze di tutela delle indagini, il segreto sulle iscrizioni per un tempo non superiore a tre
mesi e non rinnovabile (art. 335 commi 3 e 3-bis).
15. Le indagini della polizia giudiziaria.
La polizia giudiziaria, dopo avere acquisito la notizia di reato ed averla eventualmente comunicata al
pubblico ministero a norma dell'art. 347, sino a quando costui non abbia assunto la direzione delle indagini
compie di propria iniziativa gli atti di indagine preliminare che risultano necessari a norma dell'art. 55
comma 1
A tali fini la polizia giudiziaria compie sia un'attivit formale d'indagine, consistente
in atti specificamente regolati dalla legge (art. 348 comma 2 lett. c), sia un'attivit
informale, cio non disciplinata specificamente, costituita da atti non implicanti
l'esercizio di poteri autoritativi.
Nell'ambito delle attivit del primo tipo, che la legge per lo pi subordina all'urgenza o ad altri particolari
presupposti e limita nel tempo, si collocano i seguenti atti:
a) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria identificano la persona sottoposta alle indagini e le persone
che possono fornire informazioni sui fatti oggetto delle medesime.
Nell'identificare l'indagato essi possono compiere rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici, nonch
altri accertamenti, (art. 349 commi 1-3);
b) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria accompagnano la persona sottoposta alle indagini o informata
dei fatti, la quale rifiuti di farsi identificare o fornisca generalit o documenti di identificazione di cui vi sia
ragione per ritenere la falsit, nei propri uffici e la trattengono qui per il tempo strettamente necessario
all'identificazione e comunque per non pi di dodici ore ovvero non oltre le ventiquattro ore, se
l'identificazione risulta particolarmente complessa.
Gli ufficiali o agenti informano immediatamente dell'accompagnamento e dell'ora in cui questo avvenuto il
procuratore della Repubblica, il quale, se ritiene che essi abbiano agito in difetto dei presupposti indicati
dalla legge, ordina il rilascio della persona accompagnata.
c) gli ufficiali di polizia giudiziaria , a condizione che la persona sottoposta alle indagini non sia in stato di
arresto o di fermo e che il suo difensore sia presente, acquisiscono sommarie informazioni (c.d.
interrogatorio di polizia) dalla stessa persona, con le garanzie previste dall'art. 64.
d) gli ufficiali di polizia giudiziaria, sul luogo e nell'immediatezza del fatto, possono acquisire dalla persona
sottoposta alle indagini, anche se arrestata o fermata ed anche se il difensore non presente, notizie utili
all'immediata prosecuzione delle indagini; peraltro le dichiarazioni cos ottenute, qualora siano assunte senza
l'assistenza del difensore, non possono essere documentate in alcun modo, n possono essere utilizzate se
non ai fini dell'immediata prosecuzione delle indagini (art. 350 commi 5 e 6).
e) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria ricevono dalla persona sottoposta alle indagini, anche se
arrestata o fermata ed anche in assenza del difensore, le sue dichiarazioni spontanee, cio non sollecitate da
domande.
Tali dichiarazioni possono per essere utilizzate in dibattimento solo a norma dell'art. 503 comma 3, cio
solo per le contestazioni all'imputato che sottostia all'esame, e non anche a norma dell'art. 513 comma 1,
vale a dire se l'imputato resti assente o contumace o rifiuti di sottoporsi all'esame (art. 350 comma 7).
Inoltre, una volta contestate, possono essere utilizzate dal giudice solo per valutare la credibilit
dell'imputato e non come prova dei fatti dichiarati (art. 503 comma 4);
f) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria assumono sommarie informazioni dalle persone informate dei
fatti osservando quanto gli artt. 197-203 stabiliscono in tema di incompatibilit a testimoniare, obblighi del
testimone e facolt o obbligo di costui di astenersi dal deporre.

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Se nel corso dell'audizione la persona rende dichiarazioni dalle quali emergono indizi di reit a suo carico,
l'ufficiale o l'agente di polizia procedente interrompe l'atto, avverte la persona esaminata che indagini
potranno essere iniziate nei suoi confronti e la invita a nominarsi un difensore.
g) gli ufficiali di polizia giudiziaria assumono informazioni anche dalle persone indicate nell'art. 210, vale a
dire dalle persone indagate o imputate in un procedimento connesso a norma dell'art. 12. o di un reato
collegato a norma dell'art. 371 comma 2 lett. b a quello formante oggetto delle indagini.
h) nella flagranza del del reato o in caso di evasione gli ufficiali di polizia giudiziaria (se ricorrono particolari
circostanze di necessit e urgenza, anche gli agenti: art.113 disp. att.) compiono la perquisizione della
personale sulla quale o del luogo nel quale abbiano fondato motivo di ritenere che siano occultate cose o
tracce pertinenti al reato che possono essere cancellate o disperse, nonch ove abbiano fondato motivo di
ritenere che la persona sottoposta alle indagini o l'evaso si trovi.
La polizia giudiziaria trasmette senza ritardo e comunque non oltre le 48 ore dal compimento dell'atto il
verbale della perquisizione al procuratore della Repubblica del luogo in cui lo stesso stato compiuto. Il
procuratore pronuncia sulla convalida dell'atto entro 48 ore dalla ricezione del verbale (art 352 comma 4);
i) gli ufficiali di polizia giudiziaria (in presenza di particolari situazioni di necessit e urgenza, anche gli
agenti: art. 113 disp. att.), se vi pericolo che le cose pertinenti al reato o le tracce di questo si disperdano o
si alterino o che lo stato dei luoghi venga mutato e il pubblico ministero non pu intervenire
tempestivamente o non ha ancora assunto la direzione delle indagini, compiono i necessari rilievi ed
accertamenti sullo stato dei luoghi, delle cose e delle persone (peraltro senza sconfinare nell'ispezione
personale) e sequestrano il corpo del reato e le cose pertinenti a questo (art. 354).
Se tali rilievi o accertamenti comportano il prelievo di materiale biologico, gli ufficiali e agenti procedono a
norma dell'art. 349 comma 2-bis, cio previa autorizzazione scritta oppure orale, ma confermata per iscritto,
del pubblico ministero (art. 354 comma 3).
Quando i rilievi egli accertamenti, come del resto qualsiasi altra operazione compiuta dalla polizia
giudiziaria, esigono specifiche competenze tecniche, i funzionari possono valersi dell'ausilio di persone
idonee le quali non possono rifiutare la propria opera (art. 348 comma 4).
L'ufficiale o agente enuncia il motivo del sequestro nel verbale, del quale consegna una copia alla persona
cui le cose sono state sequestrate e trasmette un'altra, non oltre quarantotto ore, al procuratore della
Repubblica del luogo dove il sequestro stato compiuto. Entro 48 ore dalla ricezione il procuratore della
Repubblica con decreto motivato convalida il sequestro oppure ordina la restituzione delle cose sequestrate.
Copia del decreto di convalida immediatamente notificata alla persona cui le cose sono state sequestrate.
l) gli ufficiali di polizia giudiziaria trasmettono intatti al procuratore della Repubblica, per il sequestro che
questi voglia disporre, i plichi sigillati o altrimenti chiusi che abbiano acquisito. Se hanno fondato motivo di
ritenere che gli stessi contengano elementi utili all'individuazione di fonti che potrebbero andare disperse a
causa del ritardo, informano con il mezzo pi rapido il pubblico ministero, il quale pu autorizzarli
all'apertura immediata (art. 353 commi 1 e 2);
m)gli ufficiali di polizia giudiziaria, i quali rilevano la giacenza in un ufficio postale o telegrafico di lettere
pieghi, pacchi, valori, telegrammi o altri oggetti di corrispondenza che comunque possono avere relazione
con il reato (art. 254 comma 1), in caso d'urgenza ordinano al preposto all'ufficio di sospendere l'inoltro e
avvertono di ci il pubblico ministero. Se entro quarantotto ore questi non dispone il sequestro, gli oggetti
fermati devono essere inoltrati (art. 353 comma 3);
n) se non possibile attendere l'intervento del PM, gli ufficiali di polizia giudiziaria attuano il sequestro
preventivo delle cose pertinenti al reato la cui libera disponibilit pu aggravare o protrarre le conseguenze
di questo oppure agevolare la commissione di altri reati, nonch delle cose suscettibili di confisca (art. 321 c.
1 e 3-bis).
16. Le ulteriori indagini della polizia giudiziaria.
Dopo che il procuratore della Repubblica ha assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria compie
ancora:
a) gli atti che le vengono specificamente delegati dal suddetto pubblico ministero (artt. 55 comma 2 e 348
comma 3), compresi l'interrogatorio e il confronto della persona sottoposta alle indagini, a condizione che
costei si trovi in libert ed il suo difensore presenzi all'atto (art. 370 comma 1). In ogni atto delegato la
polizia giudiziaria osserva le disposizioni che vedremo dettate dagli artt. 364, 365 e 373 per gli atti di
indagine preliminare espletati dal pubblico ministero (art. 370 comma 2);
b) gli atti necessari per ottemperare alle direttive di indagine impartite dal pubblico ministero alla stessa
polizia giudiziaria (art. 348 comma 3);
c) gli atti non delegati ed estranei a tali direttive che risultano necessari per accertare i reati ovvero sono
richiesti dagli elementi successivamente emersi.

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In quest'ultimo caso la polizia giudiziaria assicura le nuove fonti di prova e informa di esse prontamente il
pubblico ministero (artt.327 e 348 comma 3).
In nessun caso la polizia giudiziaria pu assumere informazioni dalle persone che le parti del processo hanno
indicato come fonti di prova in una richiesta di incidente probatorio nonch, dopo la conclusione delle
indagini preliminari, in una richiesta dintegrazione probatoria di cui all'art. 422 c. 2 o in una lista
predibattimentale a norma dell'art. 468 oppure ancora dalle persone il cui esame sia stato disposto dal giudice
a norma dell'art. 507.
17. Le indagini del pubblico ministero.
Acquisita la notizia di reato direttamente o per la comunicazione fattane dalla polizia giudiziaria, il pubblico
ministero iscritta la notizia nel registro ex art. 335, svolge le indagini preliminari necessarie a consentirgli di
determinarsi in ordine all'esercizio dell'azione penale (art. 326). Esso indaga anche su fatti e circostanze
favorevoli all'indagato (art. 358).
Nello svolgimento delle indagini preliminari il pubblico ministero:
a) compie l'interrogatorio della persona sottoposta alle indagini (art. 364 c. 1). Quando ha ottenuto dal
giudice l'ordinanza applicativa di una misura cautelare, il PM pu interrogare l'indagato sottoposto a tale
misura, a norma dell'art. 294 c. 6, solo dopo che il giudice abbia svolto l'interrogatorio di garanzia di costui.
L'interrogatorio dell'indagato detenuto (o perch in custodia cautelare, o per altra causa) condotto dal
pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari verbalizzato in forma riassuntiva e documentato
integralmente, a pena di inutilizzabilit, con la riproduzione fonografica o audiovisiva (art. 141- bis);
b) riceve la presentazione spontanea dell'indagato e le conseguenti dichiarazioni spontanee dello stesso. Chi
ha notizia che nei suoi confronti sono svolte indagini preliminari ha infatti la facolt di presentarsi al
pubblico ministero e rilasciare dichiarazioni. Se in occasione di tale presentazione il pubblico ministero
contesta il fatto all'indagato e lo ammette ad esporre le proprie discolpe, l'atto equivale ad interrogatorio e
deve svolgersi a norma degli artt. 64, 65 e 364.
c) compie l'esame delle persone informate dei fatti, con il divieto, sino a che la testimonianza venga assunta
o non venga ammessa o comunque non abbia luogo, di escutere persone che un'altra parte processuale abbia
indicato come fonti di prova in una richiesta di incidente probatorio o di integrazione probatoria a norma
dell'art. 422 comma 2, in una lista predibattimentale depositata a norma dell'art. 468 o il cui esame sia stato
ammesso dal giudice del dibattimento a norma dell'art. 507 (art. 430-bis).
Inoltre il pubblico ministero osserva gli artt. 197-203 (art. 362). Pertanto esso:
i. avverte la persona esaminata della sua facolt di non rendere dichiarazioni allorch essa sia un prossimo
congiunto della persona sottoposta alle indagini o legata alla medesima persona dagli altri rapporti indica-ti
nell'art. 199 comma 3 (art. 199 comma 2);
ii. nei confronti delle persone informate dei fatti che invocano il segreto professionale o d'ufficio compie gli
accertamenti necessari;
iii. ordina al giornalista di rivelare il nome del suo informatore se la notizia di carattere fiduciario da lui
acquisita e indispensabile ai fini della prova del reato;
iv. informa il presidente del Consiglio dei ministri dell'intervenuta opposizione del segreto di Stato;
v. prende atto della dichiarazione dell'ufficiale o agente di polizia giudiziaria o del dipendente dei servizi per
le informazioni e la sicurezza di non voler rivelare il nome del proprio informatore (art. 203).
La persona informata dei fatti, la quale esaminata dal pubblico ministero afferma il falso o nega il vero o tace
in tutto o in parte ci che sa in ordine ai fatti su cui escussa, commette il reato di false informazioni al
pubblico ministero, punibile con la reclusione sino a quattro anni.
Il pubblico ministero che abbia escusso una persona informata dei fatti pu, con decreto motivato da
specifiche esigenze attinenti alle indagini, vietarle per un tempo non superiore a due mesi di comunicare a
terzi i fatti oggetto di indagine di cui essa ha conoscenza, avvertendola altres delle conseguenze penali
dell'indebita rivelazione di notizie (art. 391-quinquies);
d) compie l'esame delle persone indicate nell'art. 210 (art. 363);
e) compie il confronto dell'indagato con altri indagati e con le persone informate
dei fatti o con quelle indicate nell'art. 210 (art. 364 comma 1).
f) in caso di necessit per l'immediata prosecuzione delle indagini, dispone l'individuazione di una persona,
di una cosa odi quant'altro sia suscettibile di percezione sensoriale, anche sottoponendo l'oggetto in
immagine a chi deve individuarlo e adottando le cautele prescritte dall'art. 214 comma 2 se la persona che
deve effettuare l'individuazione pu essere intimidita o altrimenti influenzata dalla presenza di quella che
deve subirla (art. 361).
g) dispone con decreto motivato l'ispezione delle persone, delle cose e dei luoghi sulle quali o nei quali
ragionevolmente ritenga di poter accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato (artt. 244 e 364 c. 1);

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h) compie rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici, accertamenti ed ogni altra operazione tecnica
nominando, se tali atti richiedono spediti che competenze, uno o pi consulenti tecnici, i quali non
possono rifiutare la loro opera e possono essere autorizzati dal pubblico ministero ad assistere ad atti di
indagine (art. 359);
i) dispone con decreto motivato la perquisizione personale di colui del quale vi fondato motivo di ritenere
che occulti sulla persona il corpo del reato o cose pertinenti al reato (art. 247). In caso d'urgenza dispone
per iscritto che la perquisizione di un'abitazione o dei luoghi chiusi adiacenti ad essa sia iniziata
in tempo di notte (art. 251 comma 2).
Chiede al giudice l'autorizzazione a disporre l'ispezione, la perquisizione o il sequestro negli uffici dei
difensori. Esegue personalmente tali atti, non delegabili alla polizia giudiziaria (art. 103 comma 4);
l) dispone con decreto motivato il sequestro probatorio del corpo del reato e delle cose pertinenti al reato
necessarie per l'accertamento dei fatti (art. 253 c.1) anche presso uffici postali e telegrafici (art. 254) e
banche (art. 255).
Provvede sulla restituzione delle cose sequestrate con decreto motivato, contro il quale gli interessati
possono proporre opposizione al giudice (art. 263 commi 4 e 5);
m)chiede al giudice l'autorizzazione a disporre l'intercettazione di comunicazioni (art. 267 c. 1). Dispone
l'intercettazione senza autorizzazione nei casi di urgenza, quando vi fondato motivo di ritenere che dal
ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, con decreto motivato che trasmette entro ventiquattro
ore al giudice per la convalida (art. 267 comma 2).
n) se l'urgenza non consente di attendere il provvedimento del giudice, dispone il sequestro preventivo con
decreto motivato che entro quarantotto ore dall'esecuzione trasmette al giudice per la convalida;
o) al fine di compiere gli atti sopra elencati, emette invito all'indagato a presentarsi e decreto di citazione
della persona offesa dal reato, delle persone informate sui fatti, delle persone indicate nell'art. 210, del
consulente tecnico, dell'interprete e del custode di cose sequestrate, con avvertimento che lo stesso pubblico
ministero potr disporre a norma degli artt. 132 e 133 l'accompagnamento coattivo della persona invitata o
citata la quale non compaia senza addurre un legittimo impedimento (artt. 375 e 377).
L'invito all'indagato a presentarsi contiene l'indicazione dell'atto al cui compimento l'invito preordinato e,
se tale atto l'interrogatorio, la sommaria enunciazione del fatto quale risulta dalle indagini fino a quel
momento compiute, nonch ai fini di quanto previsto dall'art. 453 c. 1, l'indicazione degli elementi e delle
fonti di prova e l'avvertimento che potr essere presentata richiesta di giudizio immediato (art. 375 c 3).
L'invito a presentarsi va notificato con un anticipo di almeno tre giorni, salvo, in caso di urgenza, un termine
minore comunque sufficiente per la comparizione (art. 375 comma 4).
Solo su autorizzazione del giudice il pubblico ministero pu disporre l'accompagnamento coattivo
dell'indagato per procedere ad interrogatorio o confronto (art. 376);
p) nell'esercizio delle sue funzioni dispone dei poteri coercitivi conferiti al giudice dall'art. 131, sicch pu
chiedere l'intervento della polizia giudiziaria e, se necessario, della forza pubblica prescrivendo tutto quanto
occorre per l'ordinato compimento dei propri atti (art. 378).
18. La documentazione delle indagini.
Tutti gli atti d'indagine preliminare compiuti dalla polizia giudiziaria e dal pubblico ministero devono essere
documentati: l) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria redigono verbale ai sensi art. 357 c. 2. Tutti gli
altri atti della polizia giudiziaria sono documentati mediante annotazione anche sommaria, secondo le
modalit ritenute utili per le indagini (art. 357 comma 1). L'annotazione indica l'ufficiale o agente che ha
operato, il giorno, l'ora e il luogo nonch succintamente il risultato dell'atto, le generalit e le altre
indicazioni utili all'identificazione delle persone che hanno reso dichiarazioni o della cui opera la polizia
giudiziaria si valsa (art. 115 comma 1 disp. att.).
La polizia giudiziaria trasmette la documentazione dei propri atti al PM (art. 357 commi 4 e 5). Trattiene
copia dei verbali e delle annotazioni trasmessi (art. 115 comma 2 disp. att.).
m) il pubblico ministero redige verbale ai sensi art. 373 commi 1 e 2.
Tutti gli altri atti del pubblico ministero sono documentati mediante verbale redatto in forma sommaria o, se
si tratta di atti a contenuto semplice o di limitata rilevanza, mediante annotazione (art. 373 comma 3). La
documentazione degli atti del pubblico ministero stesa dall'ufficiale di polizia giudiziaria o dall'ausiliario
che assiste il pubblico ministero stesso.
La notizia di reato, gli atti trasmessi dalla polizia giudiziaria e la documentazione degli atti di indagine
compiuti dal PM sono conservati da quest'ultimo nel cosiddetto fascicolo delle indagini (art. 373 comma 5).
19. La partecipazione del difensore.

120

La persona sottoposta alle indagini non pu non avere notizia degli atti che, come il suo interrogatorio,
esigono la sua personale partecipazione.
Inoltre, nella fase delle indagini preliminari svolte d'iniziativa della polizia giudiziaria, il difensore della
persona sottoposta alle indagini deve presenziare all'interrogatorio di costei (rectius all'assunzione di
sommarie informazioni ai sensi dell'art. 350 comma 1) ed ha diritto di presenziare, peraltro senza essere
preavvisato del compimento dell'atto, alla perquisizione personale o locale, ai rilievi e accertamenti sullo
stato (li persone, luoghi e cose, al sequestro e all'immediata apertura di plichi autorizzata dal PM (art. 356).
Al fine di assicurare la partecipazione del difensore all'interrogatorio di polizia, l'ufficiale che procede avuta
la presenza dell'indagato, lo invita a nominare un difensore di fiducia e se l'indagato non provvede, d avviso
dell'atto al difensore il cui nominativo stato designato dall'ufficio centralizzato previsto dall'art. 97 c.2 e
3.
Invece l'ufficiale o l'agente di polizia giudiziaria, quando compie un atto al quale il difensore ha diritto di
assistere senza essere preavvisato, avverte la persona sottoposta alle indagini, se presente sul luogo, che ha la
facolt di farsi assistere dal difensore di fiducia (art. 114 disP. att.) e, se la cosa non pregiudica il risultato
dell'atto, ne attende l'intervento.
I verbali degli atti ai quali il difensore dell'indagato deve o pu assistere sono depositati entro tre giorni dal
compimento dell'atto nella segreteria del pubblico ministero e qui rimangono depositati per cinque giorni,
affinch il difensore possa prenderne visione ed estrarne copia. Quando non stato dato avviso del
compimento dell'atto, al difensore immediatamente notificato l'avviso di deposito e il termine decorre dal
ricevimento della notificazione. ll pubblico ministero pu con decreto motivato disporre per gravi motivi,
cio per tutelare l'efficacia delle indagini, che il deposito venga ritardato senza pregiudizio di ogni altro
diritto del difensore, per non oltre trenta giorni.
Nel corso delle indagini preliminari svolte dal pubblico ministero, il difensore dell'indagato ha diritto di
presenziare all'interrogatorio ed al confronto del suo assistito, all'ispezione personale, all'accertamento
tecnico irripetibile e, senza avere diritto al preavviso dell'atto, alla perquisizione ed al sequestro (artt. 360,
364 comma 1 e 365).
Il pubblico ministero, allorch deve compiere un atto al quale il difensore ha diritto di assistere (si noti:
solo quando deve compiere un atto del genere, non prima), invia alla persona sottoposta alle indagini ed
alla persona offesa dal reato una informazione di garanzia recante l'indicazione delle norme che si assumono
violate, della data e del luogo del fatto e l'invito a nominare un difensore di fiducia. L'informazione spedita
in piego chiuso raccomandato con ricevuta di ritorno. Il pubblico ministero, se ne ravvisa ab initio la
necessit oppure dopo che l'ufficio postale ha restituito il piego per irreperibilit del destinatario, pu
disporre che l'informazione sia notificata all'indagato a norma dell'art 151 (art.369).
Secondo la giurisprudenza, l'informazione di garanzia pu essere sostituita da un equipollente.
Il PM avvisa il difensore del compimento dell'interrogatorio, dell'ispezione o del confronto cui deve
partecipare la persona sottoposta alle indagini con almeno 24 ore di anticipo. Peraltro egli pu omettere
l'avviso dell'ispezione personale, impregiudicato il diritto del difensore di intervenire comunque all'atto.
I motivi della deroga e le modalit dell'avviso devono essere indicati nel verbale a pena di nullit (art. 364
commi 5 e 6). Accertamento tecnico non ripetibile disciplinato dall' art 360 comma e seguenti.
Questo pu essere operato quando l'atto che si va a compiere determina modificazioni delle cose, dei luoghi
o delle persone tali da rendere l'atto non ripetibile (art. 117 disp. att.). L'autopsia deve sempre compiersi con
le garanzie dell'accertamento tecnico non ripetibile (art. 116 disp. att.).
Allorch il pubblico ministero ritiene di dover compiere un tale accertamento, la persona sottoposta alle
indagini, la persona offesa ed i loro difensori sono avvertiti del tempo e del luogo di conferimento
dell'incarico al consulente tecnico del pubblico ministero e della facolt di nominare propri consulenti
tecnici. Se prima del conferimento dell'incarico la per-sona sottoposta alle indagini fa riserva di chiedere al
giudice che la prova sia assunta con le forme della perizia in incidente probatorio, il pubblico ministero non
pu fare luogo all'accertamento tecnico a meno che ritenga che l'atto, in caso di differimento, non sarebbe pi
compiuto utilmente. Se egli fa espletare l'accertamento tecnico errando nel ravvisare questo presupposto, i
risultati dell'atto non possono essere utilizzati in dibattimento (art. 360 commi 4 e 5).
I verbali sono depositati entro tre giorni dal compimento dell'atto nella segreteria del pubblico ministero,
dove restano per cinque giorni a disposizione del difensore. Costui, se non ha avuto avviso del compimento
dell'atto, riceve avviso del deposito (art. 366).
Nel corso delle indagini preliminari i difensori hanno facolt di presentare memorie e richieste scritte al
pubblico ministero (art. 367). Peraltro, a differenza di quanto l'art. 121 comma 2 stabilisce a proposito delle
richieste presentate al giudice, l'art. 367 non prevede un obbligo del PM di pronunciare, tantomeno entro un
termine prefissato, sulle richieste presentategli dai difensori nella fase delle indagini preliminari.

121

20. L'arresto e il fermo.


Nelle indagini preliminari la polizia giudiziaria e il pubblico ministero possono limitare la libert personale
dell'indagato.
L'arresto e il fermo, in quanto provvedimenti limitativi della libert personale adottati da organi non
giurisdizionali, sottostanno al dettato dell'art. 13 comma 3 Cost.
L'arresto la restrizione della libert personale che ufficiali e agenti di polizia giudiziaria dispongono a
carico di chi colto nella flagranza di un reato, cio di chi viene colto nell'atto di commettere il reato (c.d.
flagranza propria) oppure subito dopo il reato inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da
altre persone ovvero sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato
immediatamente prima c.d. flagranza impropria o indiziaria o quasi flagranza).
Nel reato permanente lo stato di flagranza dura fino a quando la permanenza non cessata (art. 382).
Gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria hanno il dovere di arrestare chi colto nella flagranza dei reati
elencati nell'art. 380 ed hanno la facolt (rectius il potere discrezionale) di arrestare chi colto nella
flagranza dei reati elencati nell'art. 381 c. 1 e 2. L'arresto discrezionale deve essere giustificato dalla
gravit del fatto ovvero dalla pericolosit, del soggetto desunta dalla sua personalit o dalle circostanze del
fatto (art. 381 comma 4).
Nei casi in cui l'arresto obbligatorio per la polizia giudiziaria, lo stesso, semprech si versi in flagranza di
un reato perseguibile d'ufficio, facoltativo per il privato, il quale, se lo esegue, deve consegnare senza
ritardo l'arrestato e il corpo del reato alla polizia giudiziaria. Questa redige il verbale della consegna ,e ne
rilascia copia al privato (art. 383).
Il fermo il provvedimento limitativo della libert personale che il PM dispone nei confronti di chi non
sorpreso in flagranza di un reato, risulta gravemente indiziato di un delitto per il quale la legge stabilisce
l'ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a 6 anni e non inferiore nel minimo a 2 anni (art. 384 c.1).
Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono operare il fermo prima che il pubblico ministero abbia
assunto la direzione delle indagini se ricorrono i presupposti sopra indicati (art. 384 commi 2 e 3).
Tanto l'arresto quanto il fermo sono vietati allorch soggetto abbia agito in presenza di una causa di
giustificazione o di non punibilit (art. 385).
Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno effettuato l'arresto o il fermo oppure hanno ricevuto
in consegna l'arrestato dal privato:
a) avvertono l'arrestato o fermato che egli ha la facolt di nominare un difensore (art. 386 comma 1);
b) redigono il verbale dell'arresto o del fermo, che deve contenere l'eventuale nomina del difensore di
fiducia, l'indicazione del giorno, del l'ora e del luogo in cui l'arresto o il fermo stato eseguito e
l'enunciazione delle ragioni che lo hanno determinato (art. 386 comma 3);
c) informano dell'arresto o del fermo a') immediatamente il pubblico ministero del luogo in cui l'alto stato
compiuto (art. 386 comma 1); b') il difensore di fiducia o quello d'ufficio designato dal PM a norma dell'art.
97 (art. 386 comma 2), c') con il consenso dell'arrestato o fermato, i familiari di costui (art. 387);
d) possono, assumere sommarie informazioni utili all'immediata prosecuzione delle indagini (art. 350 c. 5 e
6);
e) liberano immediatamente l'arrestato o fermato se risulta che l'arresto o il fermo stato effettuato per errore
di persona o fuori dei casi previsti dalla legge, informando della liberazione il pubblico ministero del luogo
dell'arresto o fermo (art. 389 comma 2);
f) se non dispongono la liberazione, al pi presto e comunque non oltre ventiquattro ore dall'arresto o del
fermo (a pena di decadenza del provvedimento: art. 386 comma 7) mettono l'arrestato o fermato a
disposizione del pubblico ministero conducendolo nella casa circondariale o mandamentale del luogo
dell'arresto o fermo. Inoltre trasmettono il verbale dell'arresto o del fermo allo stesso pubblico ministero,
salvo che costui autorizzi una dilazione della trasmissione (art. 386 commi 3 e 4);
g) trasmettono il verbale di fermo anche al pubblico ministero che ha disposto la misura, se questo diverso
da quello del luogo in cui la stessa stata eseguita (art. 386 comma 6).
Il pubblico ministero:
a) sino a che l'arrestato o il fermato non sia stato messo a disposizione del giudice, pu con decreto motivato
per specifiche ed eccezionali ragioni di cautela dilazionare l'esercizio del diritto dell'arrestato o fermato di
conferire con il difensore (art. 104 commi 3 e 4);
b) previo tempestivo avviso al difensore di fiducia o d'ufficio, pu interrogare l'arrestato o fermato
informandolo, oltrech della facolt di non rispondere alle domande diverse da quelle dirette alla sua
identificazione;
c) dispone immediatamente con decreto motivato la liberazione dell'arrestato o fermato

122

a') se risulta che l'arresto o fermo stato effettuato per errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge,
b') se l'arresto o il fermo divenuto inefficace perch l'arrestato o fermato non stato eseguito regolarmente
(artt. 389 comma 1 e 390 comma 3) e (art. 121 comma l disp. alt.);
d) ove non ordini la liberazione, entro quarantotto ore dall'arresto o fermo (come abbiamo test detto, a pena
di decadenza della misura) chiede la convalida del provvedimento al giudice per le indagini preliminari del
luogo in cui lo stesso stato eseguito (art. 390 comma l). Con la richiesta trasmette al giudice il
decreto di fermo, il verbale di arresto o fei mo e la documentazione che l'arrestato o fermato stato
tempestivamente condotto nel luogo di custodia (art. 122 disp. att.);
e) ove non intenda partecipare all'udienza di convalida, fa pervenire al giudice le proprie richieste in ordine
alla libert personale dell'arrestato o fermato e gli elementi su cui queste si fondano (art, 390 comma 3-bis).
Il giudice per le indagini preliminari:
l) fissa l'udienza di convalida entro quarantotto ore dalla richiesta di convalida dandone avviso al pubblico
ministero, al difensore (art. 390 comma 2) nonch all'arrestato o fermato gi liberato a norma dell'art. 121
comma l disp. att. (art. 121 comma 2 disp. att.);
m) all'udienza, che si svolge in camera di consiglio con la presenza necessaria del difensore, nomina a norma
dell'art. 97 comma 4 un sostituto del difensore non reperito o non comparso (art. 391 commi l e 2). Sente
il pubblico ministero, se comparso. Quindi interroga l'arrestato o fermato, se comparso, e sente il suo
difensore (art. 391 comma 3). Pronuncia sulla richiesta di convalida, adottando il relativo provvedimento se
l'arresto o il fermo risulta legittimo e polizia giudiziaria e pubblico ministero hanno osservato i termini
previsti dagli artt. 386 comma 3 e 390 comma 1 (art. 391 comma 4).
L'arresto o il fermo perde efficacia se l'ordinanza di convalida non pronunciata entro, quarantotto ore da
quando l'arrestato o fermato fu messo a disposizione del giudice (art. 391 comma 7);
n) convalidato o non convalidato l'arresto o il fermo a richiesta del pubblico ministero dispone con ordinanza
la misura cautelare personale della quale ravvisi i presupposti.
Le ordinanze sulla convalida e sulla misura cautelare sono lette in udienza, e in tale caso comunicate al
pubblico ministero e notificate all'arrestato o al fermato se non comparsi oppure sono pronunciate fuori
udienza e comunicate e notificate ai soggetti di cui sopra. I termini per impugnarle decorrono dalla lettura in
udienza o dalla comunicazione o notificazione (art. 391 comma 7).
21. Lincidente probatorio.
Il legislatore si rappresentato l'eventualit che nel corso delle indagini preliminari debbano compiersi atti di
acquisizione probatoria sicuramente o prevedibilmente non ripetibili in dibattimento,ed il cui risultato non
potr essere sottratto alla cognizione del giudice del giudizio. Per tale eventualit esso ha previsto l'incidente
probatorio, destinato appunto a consentire, davanti al giudice per le indagini preliminari (o anche, come si
vedr, dell'udienza preliminare) l'assunzione nel rispetto del contraddittorio di prove destinate ad avere piena
efficacia nella fase del giudizio.
L'incidente probatorio pu essere espletato per assumere:
a) una testimonianza;
b) l'esame della persona sottoposta alle indagini su fatti concernenti la responsabilit di altri;
c) l'esame delle persone indicate nell'art. 210;
d) il confronto fra le persone test elencate sub a, b, c (testimoni, persone sottoposte alle indagini su fatti
concernenti la responsabilit di altri, persone gi esaminate dal pubblico ministero o in un precedente
incidente probatorio, se esse hanno reso dichiarazioni divergenti su circostanze importanti e, trattandosi di
confronto fra testimoni, sussiste una delle situazioni di cui sub a;
e) una perizia o un esperimento giudiziale riguardanti una persona, una cosa o un luogo soggetti ad una
modificazione non evitabile, oppure una perizia la cui effettuazione in dibattimento potrebbe determinare la
sospensione di quest'ultimo per un tempo superiore a sessanta giorni;
f) una ricognizione, che per ragioni d'urgenza non pu essere rinviata al dibattimento;
g) la testimonianza di una persona minore degli anni sedici in un procedimento per i reati contro la
personalit individuale o la liberi i sessuale previsti dagli arti. 600, 600-bis, 600-ter (anche se relativo al
materiale pornografico di cui all'art. 600-quater.1), 600-quinques, 601, 602, 609-bis, 609-ter, 609-quater,
609-quinques e 609-octies c.p. (art. 392).
L'incidente probatorio pu essere richiesto al giudice per le indagini preliminari dal pubblico ministero o
dalla persona sottoposta alle indagini, fino al termine delle indagini preliminari, salvi i successivi
ampliamenti alla fase dell'udienza preliminare operati dalla giurisprudenza costituzionale. Con riferimento
alla fase delle indagini, a norma dell'art. 393 comma 4 i soggetti legittimati a promuovere l'incidente
possono chiedere, ai fini della sua esecuzione, la proroga dell'ordinario termine delle indagini stesse.

123

Quanto alla persona offesa dal reato, essa non legittimata come tale all'iniziativa incidentale ma pu
sollecitare il pubblico ministero a chiedere l'incidente. Il pubblico ministero, se non accoglie la
sollecitazione, pronuncia un decreto motivato che deve essere notificato all'offeso (art. 394).
La richiesta di incidente probatorio deve indicare a pena di inammissibilit quanto dettato dallart. 393.
La richiesta depositata nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari o dell'udienza preliminare
con le cose e i documenti ritenuti pertinenti. Quella proposta dal pubblico ministero nei procedimenti per i
sopra elencati reati contro la personalit individuale o la libert sessuale depositata con la documentazione
di tutti gli atti di indagine compiuti fino a quel momento (art. 393 comma 2-bis).
Il richiedente fa notificare la richiesta a seconda dei casi al pubblico ministero o alle persone nei cui
confronti si procede per i fatti oggetto di prova, e deposita in cancelleria la prova della notificazione (art.
395). Secondo l'insegnamento della Corte costituzionale, la richiesta di incidente probatorio proposta dal
pubblico ministero va notificata anche al difensore della persona sottoposta alle indagini.
Entro due giorni dalla notifica, i destinatari di questa possono depositare in cancelleria le loro deduzioni.
La persona sottoposta alle indagini deve depositare le proprie deduzioni anche nella segreteria del PM (art.
396).
Entro due giorni dalla notifica della richiesta di incidente probatorio proposta dalla persona sottoposta alle
indagini, il pubblico ministero pu chiedere al giudice il differimento dell'incidente se la sua esecuzione
pregiudicherebbe uno o pi atti di indagine preliminare.
La richiesta di differimento disciplinata dall'art. 397 commi 1 e 2.
Il giudice pronuncia sulla richiesta di incidente decorsi due giorni dalla notifica della stessa (art. 398 comma
1.) L'ordinanza di accoglimento disciplinata dall'art. 398 comma 2.
L'ordinanza che invece dispone il differimento fissa l'udienza per l'incidente probatorio non oltre il tempo
strettamente necessario al compimento dell'atto o degli atti di indagine che devono essere tutelati, ed
immediatamente comunicata al pubblico ministero e notificata per estratto alle persone nei cui confronti si
procede per i fatti oggetto della prova. La richiesta e l'ordinanza di differimento sono depositate solo
all'udienza destinata all'incidente-probatorio (art. 397 comma 4), affinch durante il tempo del differimento
l'indagato non abbia contezza degli atti di indagine che il pubblico ministero si propone di compiere e che
l'immediato svolgimento dell'incidente avrebbe potuto pregiudicare.
Premesso che, se si devono espletare pi incidenti, questi sono assegnati ad una stessa udienza semprech il
cumulo non comporti ritardo (art. 398 comma 4) e che, quando l'incidente deve essere compiuto nella
circoscrizione di un altro tribunale, il giudice procedente pu per ragioni d'urgenza delegarne l'espletamento
al giudice per le indagini preliminari di tale tribunale (art. 398 comma 5), sono previsti adempimenti
tipicamente diretti alla instaurazione del contraddittorio. Pi precisamente, il giudice con almeno due giorni
di anticipo la comunicare al pubblico ministero e notificare alla persona sottoposta alle indagini, all'offeso
dal reato e ai relativi difensori l'avviso di giorno, ora e luogo in cui l'incidente si svolger.
Ai soggetti test elencati, diversi dal pubblico ministero, inoltre notificato l'avvertimento che nei due giorni
precedenti l'udienza essi possono rendere visione e estrarre copia delle dichiarazioni gi rese dalla persona
che dovr essere esaminata (art. 398 comma 3).
Allo stesso scopo, ma in termini assai pi ampi si prevede che la persona sottoposta alle indagini ed i
difensori abbiano diritto di ottenere copia di tutti gli atti di indagine gi depositai a norma dell'art. 393
comma 2-bis (art 398 comma 3-bis) . L'udienza per l'incidente probatorio si svolge in camera di consiglio
con la partecipazione necessaria del pubblico ministero e del difensore della persona sottoposta alle indagini.
Se il difensore non compare, il giudice nomina un sostituto (art. 401 commi 1 e 2).
Il difensore della persona offesa dal reato ha diritto di assistere all'udienza e di chiedere al giudice di
rivolgere domande alle persone esaminate. L'indagato e l'offeso hanno diritto di assistere se si deve escutere
una persona; negli altri casi possono assistere se autorizzati dal giudice (art. 401 comma 3).
Le prove sono assunte con le forme previste per l'assunzione dibattimentale (art. 401 comma 5).
L'assunzione della prova non pu essere estesa a fatti riguardanti persone i cui difensori non presenziano
all'incidente, n si possono verbalizzare dichiarazioni che le coinvolgano (art. 401 comma 6). Se il pubblico
ministero o il difensore della persona sottoposta alle indagini chiede che la prova si estenda a fatti o
dichiarazioni concernenti tali persone, il giudice, semprech il rinvio dell'udienza non pregiudichi
l'assunzione della prova, dispone la notifica prevista dall'art. 398 comma 3 alle persone stesse (art. 402).
Le prove assunte in incidente probatorio sono utilizzabili solo nei confronti dell'imputato il cui difensore
abbia partecipato alla loro assunzione anche se al momento di questa il suddetto non fosse ancora indiziato,
salvo che nel momento di insorgenza dell'indizio, la ripetizione dell'atto fosse divenuta impossibile (art.
403).

124

La sentenza basata su una prova assunta in un incidente probatorio, al quale il danneggiato dal reato non sia
stato posto in condizione di partecipare, non fa stato nel giudizio civile di risarcimento, salvo che il
danneggiato l'abbia accettata anche tacitamente (art. 404).
22. Gli altri interventi del giudice.
Il giudice per le indagini preliminari svolge vari interventi nel corso tali indagini. Tra l'altro:
a) anche fuori dei casi in cui chiamato a pronunciare sulla convalida di arresto o fermo, provvede in tema di
adozione, modifica, revoca e sostituzione delle misure cautelari personali (artt. 291 c. 1, 299 c. 1 e 2).
Inoltre provvede sull'applicazione provvisoria di misure di sicurezza (artt. 312 e 313) nonch sulla richiesta
del pubblico ministero di dilazionare, per specifiche ed eccezionali ragioni di cautela e per non pi di
cinque giorni, l'esercizio del diritto dell'indagato detenuto di conferire con il proprio difensore (art. 104);
b) dichiara ed eventualmente rimuove l'incompatibilit della difesa di pi indagati o di pi dichiaranti a
carico della medesima persona da parte di uno stesso difensore (art. 106 comma 4);
c) dispone il sequestro preventivo (art. 321 comma 1);
d) provvede, in seguito a trasmissione da parte del pubblico ministero, sulla richiesta di sequestro probatorio
proposta da un interessato al pubblico ministero e disattesa da questo (art 368);
e) autorizza il pubblico ministero a disporre ed eseguire l'ispezione, la perquisizione ed il sequestro negli
uffici dei difensori (art. 103 comma 4);
f) provvede in tema di autorizzazione, convalida e proroga dell'intercettazione di comunicazioni (art. 267
commi 1-3), differimento e proroga del deposito dei relativi verbali e registrazioni (art. 268 commi 4 e
5), acquisizione, stralcio e trascrizione delle registrazioni (art. 268 commi 6 e 7).
23. L'investigazione difensiva: la ricerca delle prove personali.
Pure i difensori delle parti private, e finanche della semplice persona offesa o danneggiata dal reato e di colui
che potrebbe assumere nel processo la veste di responsabile civile o di civilmente obbligato per la pena
pecuniaria, possono svolgere investigazioni per ricercare ed individuare elementi di prova a favore del
proprio assistito.
Ciascun difesore pu svolgere l'indagine personalmente o tramite un sostituto, un investigatore privato
autorizzato o un consulente tecnico (art. 327-bis commi 1, 3).
Nello svolgimento dell'indagine difensiva il difensore pu acquisire dichiarazioni dalle persone informate dei
fatti e da quelle coindagate o coimputate nello stesso procedimento o in un procedimento connesso, o per un
reato collegato (art. 391-bis commi 1 e 5).
Sono sottratte a tale possibilit di escussione:
a) le persone incompatibili alla testimonianza a norma dell'art. 197 lett. c e d;
b) le persone alle quali il pubblico ministero, dopo averle sentite come persone informate dei fatti a norma
dell'art. 362, abbia vietato, con decreto motivato da specifiche esigenze delle indagini e per un tempo non
superiore a due mesi, di comunicare a terzi i fatti e le circostanze oggetto d'indagine, avvertendole della
responsabilit penale in cui incorrerebbero in caso di violazione del divieto (art. 391-quinquies);
c) le persone il cui esame sia stato chiesto da una parte in incidente probatorio, in sede di integrazione
probatoria nell'udienza preliminare o nella lista predibattimentale presentata a norma dell'art. 468 oppure sia
stato ammesso dal giudice a norma dell'art. 507.
Inoltre il difensore:
a) per conferire con una persona detenuta deve procurarsi l'autorizzazione del giudice che procede nei
confronti di essa;
b) per conferire con i coindagati o coimputati nello stesso procedimento o in un procedimento connesso o per
un reato collegato deve avvertire con almeno 24 ore di anticipo il loro difensore, il quale deve colloquio;
c) alle persone che siano gi state sentite dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero a norma degli artt.
351, 362 e 363 non pu chiedere notizie sulle domande loro formulate da tali organi e sulle risposte che essi
hanno dato alle stesse (artt. 351 comma 1 e 362 comma 1-bis).
Il difensore pu avere con la persona un semplice colloquio non documentato, oppure, ma a ci possono
procedere solo il difensore ed il suo sostituto (non l'investigatore privato ed il consulente tecnico), ricevere
da essa un a dichiarazione scritta o svolgerne un esame documentato.
In ognuna delle menzionate ipotesi il difensore preliminarmente avverte la persona ex art. 391-bis, c. 3.
I difensore interrompe tanto il colloquio informale quanto l'acquisizione della dichiarazione scritta, quanto
ancora l'esame documentato (tutti atti ai quali l'indagato, la persona offesa dal reato e le altre parti private del
processo non possono assistere) non appena la persona esaminata, la quale non sia indagata n imputata,
renda dichiarazioni da cui emergono indizi di reit a suo carico. In tale caso le precedenti dichiarazioni rese
dalla persona non possono essere utilizzate nei suoi confronti (art. 391-bis comma 9).

125

Se la persona esaminata rilascia una dichiarazione scritta, la sua firma in calce a questa autenticata dal
difensore (art. 391-ter).
Le dichiarazioni orali o scritte, acquisite dal difensore a) senza la previa formulazione degli avvertimenti
prescritti, b) trattandosi di coindagato o coimputato nello stesso
procedimento o in un procedimento connesso o di un reato collegato, in assenza del difensore di costui, e) in
violazione del divieto di interrogare la persona esaminata sulle domande eventualmente fattele dalla polizia
giudiziaria o dal pubblico ministero e le risposte date da essa, non possono essere utilizzate.
L'omissione degli avvertimenti di cui sopra e la violazione degli altri doveri del difensore costituiscono
illeciti disciplinari di costui, dei quali il giudice procedente d comunicazione al titolare del relativo potere
sanzionatorio (art. 391-bis comma 6).
Quando una persona, invitata a fornire informazioni, non abbia accettato il contatto con il difensore oppure
abbia dichiarato di volersi avvalere della facolt di non rispondere, il difensore che svolge l'indagine pu
alternativamente:
l) chiedere al pubblico ministero di compiere l'esame della suddetta, se essa una persona informata dei fatti
e non un coindagato o coimputato nello stesso procedimento o in un procedimento connesso o per un reato
collegato;
Il pubblico ministero fissa l'esame entro sette giorni dalla richiesta dandone avviso al difensore richiedente, il
quale deve intervenire e per primo formula le domande (art. 391-bis comma 10);
m)chiedere al giudice per le indagini preliminari di svolgere l'esame della suddetta persona in incidente
probatorio anche se non ricorrono i casi previsti dall'art. 392.
L'audizione in incidente probatorio pu essere richiesta nei confronti tanto della persona informata dei fatti
quanto di quella coindagata o coimputata nello stesso procedimento o in un procedimento connesso o per un
reato collegato (art. 391-bis comma 11).
24. Segue: la ricerca delle prove reali.
Quanto alle indagini sulle cose il difensore:
a) pu chiedere alla pubblica amministrazione, che ha formato o comunque detiene stabilmente un
documento, di avere visione o estrarre copia dello stesso a proprie spese.
Se l'amministrazione non accoglie la richiesta, si applicano gli artt. 367 e 368, cio il difensore pu chiedere
al pubblico ministero di disporre il sequestro del documento. (art. 391-quater);
b) pu accedere ai luoghi privati o non aperti al pubblico che presentino un interesse per il procedimento,
compresi, quando sia necessario accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato, i luoghi di privata
abitazione e le loro pertinenze.
Se chi ha la disponibilit del luogo rifiuta l'accesso, il difensore pu chiedere l'autorizzazione all'accesso al
giudice.
La persona presente sul luogo avvertita della facolt di farsi assistere da una persona di sua fiducia purch
idonea a norma dell'art. 120 (artt. 391-sexies e septies);
c) pu compiere atti irripetibili ai quali il pubblico ministero ha facolt di presenziare personalmente o
tramite la polizia giudiziaria (art. 391-decies commi 2 e 3). Dell'accertamento tecnico irripetibile il
difensore deve avvertire senza ritardo il pubblico ministero, il quale pu esercitare le facolt previste dall'art.
360, in quanto compatibile (art. 391-decies comma 3);
d) prima che l'azione penale sia esercitata, pu chiedere al pubblico ministero di autorizzare il consulente
tecnico della difesa ad intervenire al-le ispezioni e ad esaminare l'oggetto delle ispezioni alle quali non
intervenuto nonch le cose sequestrate nel luogo in cui queste si trovano. Contro il decreto del PM che nega
l'autorizzazione il difensore pu proporre opposizione al giudice, il quale decide a norma dellart.127.
Dopo che l'azione penale stata esercitata, il difensore chiede l'autorizzazione direttamente al giudice.
L'organo che concede l'autorizzazione impartisce le prescrizioni necessarie per la conservazione dello stato
dei luoghi e delle cose ed il rispetto delle persone (art. 233 commi 1-bis. e 1-ter).
25. Segue: l'utilizzazione dei risultati dell'indagine.
Il difensore di regola e libero di utilizzare o non utilizzare nel processo, e quindi di portare o non portare a
conoscenza del pubblico ministero o del giudice, i verbali e gli altri risultati dell'indagine difensiva svolta.
Le sole eccezioni a questa regola sono costituite dai verbali degli accertamenti tecnici e degli altri atti
irripetibili ex art. 391-decies c. 3, dei quali atti il difensore se vuole conservare la possibilit di utilizzarne i
verbali nel processo, deve dare preavviso al pubblico ministero. Fatto ci i relativi verbali sono acquisiti dal
PM e quindi, poich immessi nel fascicolo delle indagini, conosciuti dal giudice.
Fuori di questi casi il difensore pu presentare i risultati dell'indagine difensiva che consideri favorevoli al
proprio assistito, al pubblico ministero.

126

Pu anche presentarli direttamente al giudice per le indagini preliminari, il quale li inserisce in un fascicolo
del difensore tenuto presso il proprio ufficio Il pubblico ministero pu prendere visione ed estrarre copia dei
documenti contenuti in tale fascicolo solo prima che il giudice per le indagini preliminari adotti una
decisione su richiesta di parte o con l'intervento delle parti. Dopo la chiusura delle indagini preliminari il
fascicolo del difensore viene inserito in quello delle indagini (art. 391- octies).
Si vedr che, disposto il rinvio a giudizio:
a) i documenti delle dichiarazioni acquisite nel corso dell'indagine difensiva sono inseriti nel fascicolo del
pubblico ministero e possono essere utilizzati dalle parti in dibattimento a norma degli artt. 500, 512 e 513;
b) i verbali degli atti irripetibili compiuti dal difensore in occasione dell'accesso ai luoghi, semprech il
pubblico ministero vi abbia assistito anche tramite la polizia giudiziaria, i verbali degli accertamenti tecnici
irripetibili e, su accordo delle parti, qualsiasi altro documento dell'indagine difensiva sono inseriti nel
fascicolo per il dibattimento e possono essere letti in dibattimento a norma dell'art. 511 (artt. 391-decies, 431
comma 2, 493 comma 3).
26. Segue: le ulteriori indagini.
Oltrech in pendenza delle indagini preliminari, il difensore pu svolgere l'indagine difensiva test descritta.
a) ancora prima dell'inizio di un procedimento penale, purch abbia ricevuto dalla persona assistita un
mandato ad indagare contenente la no-mina di lui come difensore, l'indicazione dei fatti ai quali il mandato si
riferisce e la sottoscrizione della suddetta persona autenticati dal difensore.
Prima dell'inizio di un procedimento penale il difensore che svolge l'indagine difensiva non pu per
compiere gli atti di indagine che presuppongono l'autorizzazione o implicano la partecipazione dell'autorit
giudiziaria (art. 391 nonies);
b) una volta disposto il rinvio a giudizio, pu svolgere, in vista della richiesta di ammissione di prove in
dibattimento, la stessa attivit integrativa di indagine che vedremo consentita al PM (art. 430-bis);
c) pu svolgere l'indagine difensiva anche in ogni ulteriore stato e grado del procedimento di cognizione
nonch dopo la formazione del giudicato, in vista del giudizio di revisione o dei procedimenti incidentali di
esecuzione (art. 327- bis comma 2).
27. Segue: la tutela penale dell'indagine difensiva.
Lo svolgimento ed i risultati delle indagini difensive sono garantiti da alcune norme penali:
a) la persona informata dei fatti, la quale, richiesta di informazioni dal difensore, rende dichiarazioni false,
commette il reato di false dichiarazioni al difensore, punito con la reclusione sino a 4 anni (art. 371-ter
comma 1 c.p.).
La suddetta persona non punibile se per legge non avrebbe dovuto essere richiesta di fornire informazioni
al difensore, o avrebbe dovuto essere avvertita della facolt di astenersi dal renderle, o ha commesso il fatto
perch costretta dalla necessit di salvare se medesima o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile
nocumento nella libert o nell'onore (alt. 3M c.p.), oppure se ritratta il falso e dichiara il vero prima della
chiusura del dibattimento nel procedimento penale in cui ha reso le dichiarazioni (art. 376 comma 1 c.p.).
Il procedimento per il reato di false dichiarazioni al difensore resta sospeso sino a che quello, in cui la
persona ha reso tali dichiarazioni, non sia sfociato nell'archiviazione, nella sentenza di non luogo a procedere
o nella sentenza conclusiva del giudizio di primo grado (art. 371-ter comma 2 c.p.);
b) la persona informata dei fatti, la quale, sentita dal pubblico ministero a richiesta del difensore, rende false
dichiarazioni oppure tace in tutto o in parte ci che sa intorno ai fatti sui quali esaminata, commette il reato
di false informazioni al pubblico ministero, punito con la reclusione sino a 4 anni (art. 371-bis c. 2-bis c.p.);
c) si discute se e in quali sanzioni incorra il difensore che documenta infedelmente i risultati dei suoi atti di
indagine. In giurisprudenza si ritenuto che egli, nel momento in cui redige ed immette nel circuito
processuale il verbale documentante tali risultati, assume la qualit di pubblico ufficiale e quindi pu
commettere il reato di falso ideologico in atto pubblico di cui all'art. 479 c.p. Altri ritengono invece che egli
conservi comunque la sua ordinaria qualit di esercente un servizio di pubblica necessit (art. 359 c.p.) e
pertanto possa al pi commettere il reato di falsit ideologica in certificati previsto dall'art. 481 c.p.
28. Il coordinamento delle indagini.
L' istituto disciplinato dall'art. 371.
29. L'obbligo del segreto e il divieto di pubblicazione degli atti.
Gli atti di indagine, cio di ricerca e di acquisizione della prova (non, per esempio, l'informazione di garanzia
ed i provvedimenti cautelari), compiuti dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero nel corso delle

127

indagini preliminari sono segreti sino a quando la persona sottoposta alle indagini non ne possa avere
conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari (art. 329 comma 1).
Chiunque rivela indebitamente notizie relative ad uno dei suddetti atti commetti il delitto di rivelazione di
segreti inerenti ad un procedimento penale, punito dall'art. 379 bis c.p. con la reclusione fino ad un anno.
Inoltre gli atti d'indagine preliminare dichiarati segreti dall'art. 329 comma 1 non possono formare oggetto,
con la stampa o altro mezzo di diffusione delle notizie, di pubblicazione totale o parziale n nel loro
contenuto ovvero per riassunto (art. 114 comma 1).
Il divieto di pubblicazione degli atti d'indagine risponde, per, anche all'esigenza di tutelare il buon nome di
colui che s sottoposto alle indagini.
Pertanto, anche dopo la caduta del segreto sancita dall'art. 329 comma l e fino alla chiusura delle indagini
preliminari o dell'udienza preliminare, gli atti d'indagine possono essere pubblicati non testualmente, in tutto
o in parte, ma solo nel loro contenuto ovvero per riassunto (art. 114 commi 2 e 7).
30. La durata delle indagini.
Il pubblico ministero deve chiudere le indagini preliminari con la richiesta di archiviazione o l'esercizio
dell'azione penale entro sei mesi o, se si procede per taluno dei reati elencati nell'art. 407 comma 2 lett. a,
entro un anno dal giorno in cui il nome della persona sottoposta alle indagini stato iscritto nel registro delle
notizie di reato (art. 405 comma 2).
Se necessaria l'autorizzazione a procedere, il termine resta sospeso. Inoltre il termine resta sospeso durante
il tempo della perizia disposta in incidente probatorio per accertare l'attitudine della persona sottoposta alle
indagini a partecipare coscientemente al processo (art. 70 comma 3) e, salvo che nei procedimenti per i reati
di criminalit organizzata, soggetto alla sospensione feriale.
A richiesta del pubblico ministero il suddetto termine pu subire una o pi proroghe, ciascuna non eccedente
i 6 mesi, sino ad un massimo di 18 mesi o nei procedimenti elencati nell'art. 407 c. 2, di due anni (art. 407 c.
1 e 2). Nei procedimenti per i reati di cui agli artt. 589 comma 2 e 590 comma 3 c.p. la proroga pu
essere concessa una sola volta (art. 406 comma 2-ter)
Il pubblico ministero chiede la proroga al giudice per le indagini preliminari prima della scadenza del
termine indicando la notizia di reato che all'origine delle indagini e il motivo della proroga, il quale pu
essere per la prima richiesta la giusta causa e per le richieste successive la particolare complessit delle
indagini o l'oggettiva impossibilit di concluderle entro il termine prorogato (art 406 c.1 2 e 2 bis).
La procedura per la proroga regolata dall'art. 406.
L'ordinanza che nega la proroga, se il termine per le indagini preliminari gi scaduto, fissa un termine non
superiore a dieci giorni entro il quale il pubblico ministero deve concludere le indagini chiedendo
l'archiviazione o esercitando l'azione penale (art. 406 comma 7).
Quando la notitia criminis generica, entro 6 mesi dall'iscrizione nel registro ex art. 335 deve chiedere al
giudice l'archiviazione della notizia per essere ignoti gli autori del reato oppure, se consideri ancora possibile
arrivare all'individuazione di un indiziato, l'autorizzazione a continuare le indagini contro ignoti (art. 415
comma 1).
Inoltre gli atti di indagine, compiuti dal pubblico ministero dopo la scadenza del termine sono inutilizzabili
(art. 406 comma 8 e 407 comma 3).
Le richieste di archiviazione e di rinvio a giudizio, anche se presentate al giudice dopo la scadenza del
termine originario o prorogato di durata delle indagini preliminari, sono valide ed efficaci.
Nei procedimenti per il reato di cui allart. 589 comma 2 c.p., il pubblico ministero deve depositare la
richiesta di rinvio a giudizio entro trenta giorni dalla chiusura delle indagini preliminari.
31 e 32 La conclusione delle indagini e L'archiviazione.
In esito alle indagini preliminari il pubblico ministero presenta al giudice richiesta motivata di archiviazione
della notizia di reato anzitutto se questa infondata (art. 408 comma 1) perch gli elementi acquisiti nelle
indagini preliminari non sono idonei a sostenere l'accusa in giudizio (art. 125 disp. att.). Una tale situazione
(c.d. archiviazione per inidoneit probatoria) ricorre quando le indagini hanno acquisito la prova, che il fatto
non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato, nonch quando la prova
che il fatto sussiste o che l'imputato lo ha commesso o che il fatto costituisce reato manca o insufficiente o
contraddittoria e non si ritiene che essa possa venire integrata nella fase del giudizio.
L'art. 125 disp. att. si pone dunque per usare le parole della Corte come la traduzione in chiave
accusatoria del principio di non, superfluit del processo.
L'archiviazione altres richiesta se manca una condizione di procedibilit,se il fatto non previsto dalla
legge come reato oppure se il reato estinto (art. 411), ovvero se l'autore o gli autori del reato restano ignoti
(art. 415 comma 1).

128

Infine pubblico ministero chiede l'archiviazione se nel corso delle indagini preliminari la Corte di cassazione
ha dichiarato l'insussistenza a carico dell'indagato dei gravi indizi di colpevolezza previsti dall'art. 273
comma l c.p.p. ed elementi a carico di costui non sono stati acquisiti successivamente (art. 405 c. 1-bis).
Con la richiesta di archiviazione il pubblico ministero trasmette al giudice il fascicolo delle indagini
contenente la notizia di reato, la documentazione delle indagini espletate ed i verbali degli atti compiuti
davanti al giudice per le indagini preliminari (art. 408 comma 1).
Il giudice, se accoglie la richiesta, dispone l'archiviazione con decreto motivato e restituisce gli atti al
pubblico ministero (art. 409 comma 1). La richiesta ed il decreto di archiviazione per essere ignoti gli autori
del reato sono rispettivamente presentata dal pubblico ministero ed emesso dal giudice con riferimento
all'elenco delle notizie di reato contro ignoti che la polizia giudiziaria presenta mensilmente alla procura
della Repubblica a norma dell'art. 107 disp. att.
Fuori dei caso di cui sopra il giudice fissa davanti a s un'udienza in camera di consiglio a norma dell'art. 127
(art. 409 commi 2 e 3).
Sino al giorno dell'udienza gli atti restano depositati in cancelleria a disposizione delle parti, con facolt del
difensore di estrarre copia (art. 409 comma 2). Tale deposito assume una speciale importanza per la persona
sottoposta alle indagini, la persona offesa ed i loro difensori, i quali grazie ad esso hanno per la prima volta
la possibilit di prendere visione (cosiddetta discovery) di tutto il fascicolo delle indagini.
In esito all'udienza il giudice pronuncia ordinanza con cui alternativamente:
a) dispone l'archiviazione (art. 409 comma 5);
b) se ritiene incomplete le indagini indica al pubblico ministero le ulteriori indagini;
c) in caso di richiesta d'archiviazione motivata con l'essere ignoti gli autori del reato, se dissentendo dal
pubblico ministero ritiene che le indagini in realt hanno fatto emergere un possibile autore del reato,
dispone che il nome di, costui sia iscritto nel registro di cui all'art. 335 (art. 415 comma 2);
d) ordina che entro dieci giorni il pubblico ministero formuli l'imputazione (cosiddetta imputazione coatta),
cio come dice l'art. 417 enunci il fatto costituente reato, le circostanze aggravanti e quelle che possono
comportare l'applicazione di misure di sicurezza, nonch i relativi articoli di legge.
La sua previsione risponde alla necessit di assicurare, in attuazione dell'art. 112 Cost., un controllo
giurisdizionale sul rispetto da parte del pubblico ministero dell'obbligo di esercitare l'azione penale.
Conosciuta l'imputazione, il giudice entro due giorni fissa l'udienza preliminare (art. 409 comma 5) con un
decreto che indica le generalit dell'imputato e dell'offeso dal reato, l'imputazione e le fonti di prova
acquisite ed notificato all'imputato ed all'offeso medesimi (art. 128 disp. att.).
Il decreto di archiviazione notificato alla persona sottoposta alle indagini, la quale nel corso di queste sia
stata sottoposta a custodia cautelare, affinch essa possa chiedere, concorrendo gli altri presupposti indicati
dalla legge, la riparazione dell'ingiusta detenzione (art. 409 comma 1").
II termine di due anni per chiedere la riparazione decorre da tale notificazione (art. 315 comma 1).
33. L'opposizione all'archiviazione.
Allorch la persona offesa abbia dichiarato al pubblico ministero di voler essere informata dell'eventuale
richiesta di archiviazione il pubblico ministero, il quale si proponga di chiudere le indagini preliminari con
tale richiesta, deve far notificare all'offeso un avviso della richiesta stessa con avvertimento che nei dieci
giorni successivi alla notificazione egli pu prendere visione in segreteria del fascicolo delle indagini e
presentare un'opposizione contenente la ri chiesta motivata di prosecuzione delle indagini preliminari (art.
408 commi 2 e 3) con l'indicazione, a pena di inammissibilit, dell'oggetto del l'investigazione suppletiva e
dei relativi elementi di prova (art. 410 comma 1).
Trascorsi dieci giorni dalla notificazione dell'avviso il pubblico ministero trasmette al giudice la richiesta di
archiviazione, il fascicolo delle indagini e l'opposizione eventualmente proposta dall'offeso (art. 126 disp.
att.). In presenza dell'opposizione, il giudice pu disporre l'archiviazione con decreto motivato, senza fare
luogo all'udienza in camera di consiglio, solo se l'opposizione risulta inammissibile e la richiesta di
archiviazione fondata.
34. L'impugnazione del provvedimento di archiviazione e la riapertura delle
indagini.
L'ordinanza di archiviazione ricorribile per cassazione dal pubblico ministero, dalla persona sottoposta alle
indagini e dalla persona offesa dal reato per le cause di nullit elencate dall'art. 127 comma (art. 409 c. 6).
La Corte costituzionale ha precisato che il diritto di ricorrere ex art. 409 comma 6 non solo contro
l'ordinanza, ma anche contro il decreto di archiviazione, va riconosciuto pure alla persona offesa dal reato
che avesse ritualmente chiesto di essere informata dell'eventuale richiesta di archiviazione.

129

Tanto il decreto quanto l'ordinanza di archiviazione possono essere revocati con decreto motivato dal giudice
per le indagini preliminari in seguito a richiesta del PM che la che rappresenti l'esigenza di nuove
investigazioni. Poich l'art. 414, a differenza di quanto stabilito dall'art. 434 per la revoca della sentenza di
non luogo a procedere, non subordina la revoca dell'archiviazione al sopravvenire di nuove fonti di prova.
Autorizzata dal giudice la riapertura delle indagini, il PM iscrive di nuovo la notizia di reato nel registro ex
art. 335 (art. 414 c. 2), con conseguente nuova decorrenza dei termini di durata delle indagini preliminari.
35. L'avocazione.
Le indagini preliminari, condotte dal procuratore della Repubblica presso il tribunale, possono essere avocate
dal procuratore generale presso la corte d'appello e, nei procedimenti per i reati elencati nell'art. 51 comma 3bis, dal procuratore nazionale antimafia.
Il medesimo procuratore generale assunte eventualmente le informazioni necessarie, dispone con decreto
motivato l'avocazione delle indagini:
a) quando il procuratore della Repubblica non pu sostituire tempestivamente il magistrato della procura da
lui designato alle indagini preliminari, il quale si sia astenuto dallo svolgerle o versi in una situazione di
incompatibilit,
b) quando, trattandosi di indagini collegate per i reati di cui agli artt. 270-bis, 280, 285, 286, 289-bis, 305,
306, 416 (nei casi comportanti obbligo di arresto in flagranza) e 422 c.p., il coordinamento non risulta
effettivo (art. 372 comma 1-bis);
c) dufficio, o su istanza della persona sottoposta alle indagini ovvero della persona offesa dal reato ex art.
413, quando il procuratore della Repubblica non ha concluso le indagini preliminari entro il termine stabilito
dalla legge o prorogato dal giudice (art. 412 comma 1). A questo fine la segreteria della procura della
Repubblica trasmette ogni settimana al procuratore generale l'elenco delle notizie di reato a carico di persone
note in rapporto alle quali il pubblico ministero non ha richiesto l'archiviazione o esercitato l'azione penale
entro il termine di cui sopra (art. 127 disp. att.);
d) Quando il giudice per le indagini preliminari gli comunica ex art. 409 comma 3 di avere fissato l'udienza
in camera di consiglio per pronunciare sulla richiesta di archiviazione presentata dal procuratore della
Repubblica (art. 412 comma 2) oppure, come vedremo, quando il giudice dell'udienza preliminare
gli comunica l'ordinanza con cui, ritenute in-complete le indagini preliminari svolte, ha indicato al pubblico
ministero le ulteriori indagini che si rendono necessarie (art. 421-bis).
In queste ultime ipotesi abbiamo la c.d. avocazione facoltativa.
Una specifica disciplina dettata con riguardo al procuratore nazionale antimafia, il quale nei procedimenti
di criminalit organizzata elencati nell'art. 51 comma 3-bis.
A tale scopo, in particolare:
a) assicura il collegamento investigativo, d'intesa con i procuratori distrettuali interessati, anche per mezzo
dei magistrati della direzione nazionale antimafia;
b) si adopera, anche attraverso applicazioni temporanee dei magistrati della direzione nazionale e delle
direzioni distrettuali antimafia, per soddisfare specifiche e contingenti esigenze investigative o processuali,
c) cura il coordinamento delle indagini collegate svolte da procure distrettuali diverse, impartendo direttive e
promuovendo riunioni tra i procuratori;
d) avoca le indagini preliminari quando le suddette riunioni non hanno avuto esito e il coordinamento non
risultato possibile per perdurante e ingiustificata inerzia nelle indagini o reiterate violazioni dell'art. 371 (art.
371-bis).
Il decreto di avocazione, adottato dal procuratore generale presso la corte d'appello o dal procuratore
nazionale antimafia, trasmesso in copia al Consiglio superiore della magistratura ed ai procuratori della
Repubblica interessati. Ognuno di questi ultimi entro dieci giorni dalla ricezione pu proporre reclamo
contro il decreto al procuratore generale presso la corte di cassazione, (art. 70 c. 6 e 6-bis ord. giud.).
Il procuratore generale presso la corte d'appello, se ha disposto l'avocazione d'ufficio, svolge le indagini e
formula le richieste di archiviazione o di rinvio a giudizio entro trenta giorni dal decreto di avocazione (art.
412 c.1), se ha avocato ad istanza del soggetto indagato o della persona offesa, formula tali richieste
entro trenta giorni dall'istanza (art, 413 comma 2).
36. L'avviso di conclusione delle indagini.
Alla fine delle indagini preliminari il pubblico ministero, il quale ritenga di non chiedere 1' archiviazione,
deve, prima della scadenza del termine originario o prorogato di durata del-le indagini preliminari, far
notificare alla persona sottoposta alle indagini ed al suo difensore un avviso di conclusione delle medesime
contenente le indicazioni dell'art 415-bis.

130

Acquisite le dichiarazioni dell'indagato, valutati i documenti e le memorie prodotti dalla difesa e compiuti gli
atti di indagine eventualmente richiesti da questa, il PM pu chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio.

37. La richiesta di rinvio a giudizio.


Al termine delle indagini preliminari il pubblico ministero, il quale ravvisi elementi per sostenere un'accusa
in giudizio nei confronti della persona sottoposta alle indagini formula l'imputazione e, se non ritiene di
promuovere un procedimento speciale, esercita l'azione penale mediante la richiesta di rinvio a giudizio (artt.
50 comma 1 e 405 comma 1), salvo quanto previsto ex art 550 nei casi di citazione diretta a giudizio
dinanzi al tribunale in composizione monocratica (infra cap. VIII, 5). Tale richiesta nulla se non stata
preceduta dalla notificazione alla persona sottoposta alle indagini ed al suo difensore dell'avviso di
conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis, nonch quanto indicato dall'art 416 comma 1.
La richiesta contiene:
a) le generalit dell'imputato (o quant'altro valga ad identificarlo) e della persona offesa dal reato se
identificata;
b) l'imputazione, (art. 60 comma 1);
c) l'indicazione delle fonti di prova acquisite;
d) la richiesta di emissione del decreto che dispone il giudizio;
e) la data e la sottoscrizione del pubblico ministero (art. 417).
La richiesta depositata nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari. Il magistrato che ha svolto
le funzioni di giudice per le indagini preliminari per incompatibile a svolgere l'udienza preliminare, e
deve quindi essere sostituito, nei casi previsti dall'art. 34 commi 2-bis e 2-ter.
La richiesta depositata insieme con il fascicolo delle indagini e recando allegati il corpo del reato e le cose
pertinenti al reato che non debbano essere custoditi altrove (art. 416 comma 2). La Corte costituzionale ha
precisato che l'art. 416 comma 2 non conferisce al pubblico ministero un potere di scelta degli atti da
trasmettere al giudice per le indagini preliminari insieme con la richiesta di rinvio a giudizio, imponendo allo
stesso pubblico ministero di trasmettere l'intera documentazione raccolta nel corso delle indagini.
Peraltro, se le indagini preliminari hanno riguardato pi persone o pi ipotesi di reato, il pubblico ministero
inserisce nel fascicolo solo gli atti relativi all'imputato ed all'imputazione per cui chiede il rinvio a giudizio.
Egli pu, per le esigenze delle indagini, trattenere copia degli atti tra-smessi al giudice (art. 130 disp. att.).
38. L'udienza preliminare: la convocazione delle parti.
Investito della richiesta di rinvio a giudizio, il giudice celebra l'udienza preliminare per vagliare nel
contraddittorio delle parti la sussistenza di elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio, e quindi per
tutelare l'imputato e l'economia processuale dalle richieste di dibattimento azzardate.
Il giudice viene individuato come organo di verifica circa la completezza delle indagini svolte dal pubblico
ministero (art. 421-bis), ed addirittura gli vengono attribuiti poteri di integrazione probatoria ex officio (entro
i limiti sanciti dall'art. 422), mentre si prevede che la sentenza di non luogo a procedere possa venire
pronunciata, tra l'altro, anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti o contraddittori (art. 425).
La convocazione deve avvenire a norma degli artt. 418 e 419.
L'udienza preliminare non ha luogo se l'imputato vi rinuncia presentando, almeno tre giorni prima della data
fissata, la richiesta di giudizio immediato (art. 419 c. 5), e propiziando cos l'instaurazione di quest'ultimo
procedimento speciale su base consensuale (infra, cap. VI, 15). L'udienza preliminare non ha luogo
neppure (o, pi esattamente, pur essendo iniziata, destinata a non proseguire), quando l'imputato chiede
tempestivamente la celebrazione del giudizio abbreviato.
39. La costituzione delle parti.
L'udienza preliminare si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del pubblico
ministero e del difensore dell'imputato. Il verbale redatto di regola in forma riassuntiva. Il giudice a
richiesta di parte dispone la riproduzione fonografica o audiovisiva dell'udienza oppure la redazione del
verbale con la stenotipia (art. 420 comma 4).
In apertura d'udienza il giudice, nominato un sostituto al difensore non comparso dell'imputato, provvede
agli accertamenti relativi alla costituzione delle parti ordinando la rinnovazione degli avvisi, delle citazioni,
delle comunicazioni e delle notificazioni di cui rilevi la nullit. Accertata la validit dei suddetti atti, anche
d'ufficio rinvia l'udienza, ordinando l'innovazione dell'avviso all'imputato e alla persona offesa dal reato,

131

quando l'imputato non comparso, n chiede o consente che l'udienza si svolga in sua assenza, n detenuto
rifiuta di assistervi (art. 420-quinquies comma l) e:
a) provato o appare probabile che egli senza sua colpa non abbia avuto effettiva conoscenza dell'avviso
notificatogli, sempreche la notificazione non sia avvenuta mediante consegna della copia al difensore a
norma degli artt 159, 161 comma 4 e 169.
b) risulta che l'assenza dell'imputato e dovuta ad assoluta impossibilit di comparire per caso fortuito, forza
maggiore o altro legittimo impedimento (art 420-ter commi 1e 2).
Il giudice rinvia l'udienza preliminare anche quando il difensore dell'imputato non comparso per assoluta
impossibilit dovuta a legittimo impedimento prontamente comunicato al giudice stesso e l'imputato non
chiede che si proceda comunque o non ha anche un altro difensore o il difensore impedito non ha nominato
un sostituto (art. 420-ter comma 5).
La lettura in udienza dell'ordinanza che fissa la nuova data dell'udienza preliminare sostituisce la citazione o
l'avviso per tutti coloro che sono o devono considerarsi presenti alla lettura stessa (art. 420-ter comma 4).
Sempre nell'udienza preliminare, prima che la discussione abbia inizio, il danneggiato dal reato pu
costituirsi parte civile, il responsabile civile e il ci-vilmente obbligato per la pena pecuniaria possono
costituirsi se citati, e il responsabile civile, non citato, pu intervenire.
40. Lo svolgimento dell'udienza.
Terminati gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti, il giudice ammette gli atti e i documenti
prodotti dalle parti stesse e dichiara aperta la discussione. Nel corso di questa il pubblico ministero espone
gli elementi di prova che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio, l'imputato pu rendere dichiarazioni
spontanee o chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio a norma degli artt. 64 e 65 (e, in quest'ultima
ipotesi, su richiesta di parte, il giudice dispone che l'interrogatorio sia reso nelle forme previste dagli artt. 498
e 499). Dopo ci i difensori della parte civile, del responsabile civile, del civilmente obbligato per la pena
pecuniaria, se presenti, e quello dell'imputato espongono le loro difese. Una sola replica consentita.
Il giudice, dichiarata chiusa la discussione, se in grado di decidere allo stato degli atti pronuncia la
decisione (art. 421 comma 4). Altrimenti anche d'ufficio con ordinanza:
a) a) se le indagini preliminari svolte risultano incomplete, indica quelle ulteriori che il pubblico ministero
deve compiere, il termine entro il quale le stesse vanno compiute e la data della nuova udienza preliminare.
L'ordinanza comunicata al procuratore generale presso la corte d'appello, il quale pu con decreto motivato
avocare le indagini (art. 421-bis);
b) dispone l'assunzione in udienza preliminare delle prove delle quali appaia evidente la decisivit ai fini
della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere (art. 422 comma 1). Se tali prove non possono
essere assunte immediatamente il giudice fissa la data della nuova udienza.
c) Quest'ultima condotta dal giudice, al quale il pubblico ministero ed i difensori, nell'ordine stabilito per la
discussione dall'art. 421 comma 2, possono chiedere di rivolgere domande alla persona esaminata.
In ogni momento dell'udienza preliminare pu essere espletato l'incidente probatorio.
Assunte le prove, si fa luogo ad una nuova discussione, nella quale le parti possono formulare e illustrare
nuove conclusioni (art. 422 commi 2a e 3).
41. Le nuove contestazioni.
Nel corso dell'udienza preliminare, dal fascicolo delle indagini preliminari, dagli atti ammessi prima
dell'inizio della discussione, dalle indagini demandate dal giudice al pubblico ministero o dalle prove assunte
dal giudice nell'udienza stessa possono risultare a carico dell'imputato:
a) un fatto diverso da quello contestatogli nella richiesta di rinvio a giudizio risulta essere stato commesso
con modalit di tempo, luogo o altra natura diverse da quelle gi contestate e rispetto alle quali l'imputato ha
presumibilmente preparato la propria difesa;
b) una circostanza aggravante, non contestata nella richiesta di rinvio a giudizio, relativa al reato contestato
in questa;
c) un reato ulteriore rispetto a quello contestato nella richiesta e connesso a questo a norma dell'art. 12 lett. b.
d) d) un fatto nuovo, cio un reato perseguibile d'ufficio ulteriore rispetto a quello contestato nella richiesta e
non connesso.
Per favorire l'economia processuale ed un pi compiuto accertamento dei fatti, la legge prevede che il
giudizio sulla circostanza aggravante, sul reato connesso a norma dell'art. 12 lett. b o sul fatto nuovo sia
cumulato a quello in corso, avente ad oggetto il reato contestato nella richiesta di rinvio a giudizio.
Pertanto, intervenuta una delle emergenze sopra elencate, a norma dell'art. 423 il PM modifica l'imputazione.
Se l'imputato non presente, la comunica al difensore, il quale rappresenta l'imputato ai fini della
contestazione. Ove sia emerso un fatto nuovo perseguibile d'ufficio, il pubblico ministero lo contesta

132

all'imputato se costui, presente all'udienza, presta il suo consenso alla contestazione e il giudice, a richiesta
del pubblico ministero, la autorizza perch ritiene che il cumulo processuale non pregiudica la celere
definizione dell'udienza preliminare.
La legge non prevede che, in caso di modifica o integrazione dell'imputazione, l'imputato o il suo difensore
abbiano diritto ad un termine a difesa (art. 423).
Il giudice dell'udienza preliminare deve con ordinanza restituire gli atti al pubblico ministero ove costui
abbia eseguito una contestazione suppletiva fuori dei casi previsti dall'art. 423.
42. La contumacia e l'assenza.
In sede di accertamenti relativi alla costituzione delle parti il giudice dell'udienza preliminare, sentite le parti
stesse con ordinanza dichiara la contumacia dell'imputato e dispone che l'udienza si svolga appunto in
contumacia quando l'imputato non comparso, la sua citazione e la relativa notificazione sono valide (art.
420-quater).
Nell'udienza preliminare svolta in contumacia l'imputato rappresentato dal difensore (art. 420-quater
eventualmente emesso in esito all'udienza, deve contenere l'indicazione della contumacia dell'imputato,
recare allegata l'ordinanza dichiarativa della contumacia (art.420 quater c.7) ed essere notificato all'imputato
(art. 429 comma 4).
Se il contumace compare all'udienza prima che il giudice abbia emesso la sentenza di non luogo a procedere
o il decreto che dispone il giudizio, l'ordinanza contumaciale revocata.
La suddetta ordinanza nulla secondo quanto dispone l'art. 420 quater comma 4.
L'udienza preliminare si svolge in assenza dell'imputato se costui non compare e:
a) ancorch impedito a comparire, chiede o consente che si proceda in sua assenza;
b) detenuto, rifiuta di assistere all'udienza;
c) dopo essere comparso, si allontana dall'udienza senza essere impedito di assistervi da caso fortuito, forza
maggiore o altro legittimo impedimento.
L'imputato assente rappresentato dal difensore (art. 420-quinquies). L'eventuale decreto che dispone il
giudizio deve recare l'indicazione che l'imputato stato assente nell'udienza preliminare (art. 420 quater
comma 7), ma non gli viene notificato perch, avendo egli avuto contezza della celebrazione dell'udienza
preliminare, suo onere informarsi dei relativi esiti.
43. La sentenza di non luogo a procedere.
In esito all'udienza preliminare il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere (retro , cap.11, 10),
indicandone la causa nel dispositivo:
a) art. 425 comma 1;
b) se gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa
in giudizio (art. 425 comma 3)e non si prevede che alcuna delle suddette prove possa essere acquisita o
integrala nel dibattimento.
Nel dispositivo della sentenza di non luogo a procedere il giudice pu anche dichiarare la falsit di un atto o
documento acquisito al procedimento e ordinare art. 425 comma 5.
Se si proceduto per un reato perseguibile a querela e l'imputato viene prosciolto perch il fatto non sussiste
o egli non lo ha commesso, il giudice condanna il querelante al pagamento delle spese del procedimento
anticipate dallo Stato.
Il querelante, se ha agito con colpa grave, pu essere condannato anche a risarcire il danno all'imputato e al
responsabile civile che ne abbiano fatto domanda.
Se la sentenza dichiara l'estinzione del reato per remissione della querela, l'imputato condannato al
pagamento delle spese del procedimento salva una diversa pattuizione tra querelante e querelato nell'atto di
remissione (art. 427).
Il giudice d immediata lettura della sentenza in udienza e la deposita in cancelleria
con diritto delle parti di estrarne copia.
Se l'immediata redazione dei motivi non possibile, la sentenza depositata in cancelleria non oltre il
trentesimo giorno da quello della lettura del dispositivo (art. 424 commi 2, 3 e 4).
Essa contiene quanto dettart dallart. 426 commi 1 e 2.
La sentenza nulla in caso di mancanza della motivazione (art.125 c.3), del dispositivo o della
sottoscrizione del giudice, nonch di incompletezza del dispositivo nei suoi elementi essenziali (art. 426 c.
3).
La pronuncia della sentenza di non luogo a procedere comporta l'immediata perdita di efficacia delle misure
cautelari in atto (art. 300 comma 1"). L'imputato detenuto posto in libert subito dopo la lettura del
dispositivo (art. 131-bis disp. att.).

133

La suddetta sentenza, che come vedremo non diviene irrevocabile, acquista forza esecutiva (per esempio
quanto alla dichiarazione di falsit di documenti e alla pronuncia su spese e danni) quando non pi soggetta
a impugnazione (art. 650 c. 2). Nello stesso momento la qualit di imputato viene meno (art. 60 c. 2).
44. L'impugnazione della sentenza.
La sentenza di non luogo a procedere pu essere impugnata con ricorso per cassazione dal procuratore della
Repubblica e dal procuratore generale presso la corte d'appello, dall'imputato (salvo in quest'ultimo caso che
la sentenza abbia dichiarato che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso), nonch dalla
persona offesa dal reato costituita parte civile.
La persona offesa non costituita parte civile pu impugnare la suddetta sentenza mediante ricorso per
cassazione nei soli casi di nullit previsti dall'art. 419 comma 7.
45. Il decreto che dispone il giudizio.
In esito all'udienza preliminare il giudice, se ritiene che a carico dell'imputato sussistano elementi idonei a
sostenere un'accusa in giudizio, emette decreto che dispone il giudizio il quale contiene le prescrizioni
dell'art. 429.
Il decreto nullo se l'imputato non identificato in modo certo o se le indicazioni dell'imputazione e del
tempo e luogo della comparizione mancano o sono insufficienti (art. 429 commi 1 e 2).
IL decreto letto in udienza, e la lettura vale come notificazione per le parti presenti (art. 424 comma 2),
oppure notificato a quelle che non erano presenti (artt. 429 comma 4 c.p.p. e 133 disp. att.). Tra la lettura o
notificazione del decreto e la data fissata per la comparizione deve correre un termine a comparire di almeno
venti giorni (art. 429 comma 3).
Nei procedimenti per il reato di cui all'art. 589 comma 2 c.p. tale termine non pu eccedere i sessanta giorni
(art. 429 comma 3-bis, cos come pu risulta dall'art. 4 l. 21 febbraio 2006, n. 102).
46. I fascicoli.
Emesso il decreto che dispone il giudizio, il giudice, immediatamente o, se una parte lo richiede, in
un'udienza fissata non oltre quindici giorni, provvede nel contraddittorio delle parti alla formazione del
fascicolo per il dibattimento, a norma dell'art. 431.
Questo fascicolo contiene i soli atti, che il codice rende incondizionatamente utilizzabili dal giudice
dibattimentale. Il giudice dell'udienza preliminare colloca in esso, prelevandoli dal fascicolo dell'udienza
stessa (art 431).
In aggiunta agli atti fin qui elencati, possono essere inclusi nel fascicolo per il dibattimento gli altri atti
contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, nonch la documentazione dell'attivit di investigazione
difensiva, dei quali le parti concordino la collocazione nel suddetto fascicolo dibattimentale (art. 431 c. 2).
Il fascicolo per il dibattimento, insieme con il decreto che ha disposto il giudizio ed i provvedimenti che
hanno applicato misure cautelari tuttora in esecuzione, trasmesso alla cancelleria del giudice competente
per il giudizio (art. 432).
Gli altri atti gi contenuti nel fascicolo dell'udienza preliminare ed il verbale di quest'ultima sono inseriti nel
fascicolo del pubblico ministero.
47. L'attivit integrativa d'indagine.
Dopo il rinvio a giudizio, come abbiamo gi detto con riguardo al difensore, il pubblico ministero pu
continuare le indagini per porsi in condizione di fare richieste di ammissione di prova al giudice del
dibattimento. Nel corso di tale cosiddetta attivit integrativa d'indagine esso pi compiere qualsiasi atto
consentitogli dalla legge nelle indagini preliminari, ad eccezione di quelli che involgono la partecipazione
dell'imputato o ai quali il difensore di costui ha diritto di assistere.
Neppure in questa fase il pubblico ministero pu assumere informazioni dalle persone che un'altra parte del
processo abbia indicato come fonti di prova in una lista predibattimentale.
La documentazione dell'attivit integrativa d'indagine immediatamente depositata nella segreteria del
pubblico ministero ed ai difensori notificato avviso della facolt di prenderne visione ad estrarne copia (art.
430). Essa conservata in un terzo fascicolo, dal quale viene trasferita in quello del pubblico ministero solo
dopo che in base ad essa le parti hanno fatto richieste di ammissione di prova al giudice e questi le ha accolte
(art. 433 comma 3).
48. La revoca della sentenza di non luogo a procedere.

134

Essa pu venire revocata se, una volta inoppugnabile, sopravvengono o sono scoperti nuovi elementi che, da
soli o congiuntamente a quelli esaminati nell'udienza preliminare, dimostrano che la persona gi imputata,
destinataria della predetta sentenza, deve essere rinviata a giudizio (art. 434).
Il pubblico ministero che ravvisi tali nuovi elementi chiede la revoca della sentenza di non luogo a procedere
al giudice che l'ha emessa; chiede altres, se i nuovi elementi sono gi stati acquisiti (come pu accadere) il
rinvio a giudizio di tale persona oppure, se i suddetti elementi sono ancora da acquisire, la riapertura delle
indagini.
Se non dichiara l'inammissibilit, il giudice designa un difensore all'imputato che ne sia privo, fissa davanti a
s un'udienza a norma dell'art. 127 per pronunciare sulla richiesta di revoca e ne fa dare avviso al pubblico
ministero, al gi imputato, al difensore e alla persona offesa dal reato (art. 435 comma 3).
In esito all'udienza il giudice pronuncia ordinanza con la quale, se non dichiara inammissibile o infondata la
richiesta, dispone la revoca della sentenza di non luogo a procedere (con conseguente riacquisto della qualit
di imputato ex art. 60 comma 3).
Inoltre:
a) se con la revoca della sentenza il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio, fissa l'udienza
preliminare, dandone avviso;
b) se con la revoca il pubblico ministero ha chiesto la riapertura delle indagini, dispone tale riapertura
fissando un termine non superiore a sei mesi.
Il PM pu ricorrere per cassazione, per i motivi previsti dall'art. 606 c. 1 lett. b, d, e, contro l'ordinanza che
dichiara inammissibile o respinge la richiesta di revoca della sentenza di non luogo a procedere (art. 437).
49. Il procedimento per reati ministeriali.
La l. cost. 16 gennaio 1989, n. 1 ha modificato la disciplina dei reati ministeriali, cio dei reati che si
assumono commessi dal presidente del Consiglio dei ministri e dai ministri nell'esercizio delle loro funzioni:
a) trasferendo la loro cognizione dalla Corte costituzionale in composizione allargata all'autorit giudiziaria
ordinaria e precisamente, in primo grado, al tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello
competente per territorio, cio nel quale il reato risulta commesso, a norma degli artt. 8-11-bis e 16 c.p.p.
(art. 11 comma l I. cost. n. I del 1989);
b) demandando le indagini su tali reati ad un collegio per i reati ministeriali, comunemente detto tribunale
dei ministri, composto di tre membri effettivi e tre supplenti, estratti a sorte ogni due anni fra tutti i magistrati
prestanti servizio nei tribunali del distretto e aventi la qualifica di magistrato di tribunale da almeno cinque
anni o una qualifica superiore. Il collegio presieduto dal magistrato con funzioni pi elevate o, a parit di
funzioni, pi anziano di et (art. 7 l. cost. n. 1 del 1989);
c) subordinando l'adozione di provvedimenti coercitivi nel corso del procedimento e il rinvio a giudizio
all'autorizzazione della camera di appartenenza dell'imputato o, se costui non appartiene ad alcuna camera
oppure si procede contro pi persone appartenenti a camere diverse, del Senato della Repubblica (artt. 96
Cost. e 5 1. cost. n. 1 del 1989).
Le notizie di reato relative ai reati ministeriali devono pervenire al procuratore della Repubblica presso il
tribunale del capoluogo del di-stretto di corte d'appello competente per territorio. Il procuratore, omessa ogni
indagine, entro quindici giorni le trasmette al collegio per i reati ministeriali dandone immediata
comunicazione ai soggetti interessati perch questi possano presentare memorie al collegio o chiedere
di essere ascoltati (art. 6 comma 2 I. cost. n.1 del 1989).
Il collegio svolge le indagini preliminari esercitando i poteri che nel corso di queste il codice di procedura
penale attribuisce tanto al pubblico ministero quanto al giudice per le indagini preliminari.
Entro novanta giorni dalla ricezione della notizia di reato il collegio per i reati ministeriali, sentito il
procuratore della Repubblica, il quale pu chiedere, precisando i motivi, che le indagini siano proseguite per
altri sessanta giorni dispone con decreto motivato l'archiviazione degli atti (art. 8 c. 2 e 3 1. cost. n. 1 del
1989) se la notizia di reato infondata, ovvero manca una condizione di procedibilit diversa
dall'autorizzazione di cui all'articolo 96 della Costituzione, se il reato estinto, se il fatto non previsto dalla
legge come reato, se l'indiziato non lo ha commesso ovvero se il fatto integra un reato diverso da quelli
indicati nell'art. 96 della Costituzione (art. 2 comma 1 legge n. 219 del 1989).
Il decreto di archiviazione pu essere revocato dal collegio, a richiesta del, procuratore della Repubblica,
quando sopravvengono nuove prove (art. 2 comma 2 legge n. 219 del 1989).
Se non ritiene di disporre l'archiviazione, il collegio trasmette gli atti con una relazione motivata al
procuratore della Repubblica perch a sua volta li invii immediatamente al presidente della camera
competente a concedere l'autorizzazione al giudizio.
Se l'autorizzazione vien e concessala camera trasmette gli atti al collegio perch continui il procedimento
secondo le norme vigenti (art. 9 comma 4l. cost. n. 1 del 1989). Il collegio li rimette senza ritardo al

135

procuratore della Repubblica (art. 3 comma 2 legge n. 219 del 1989) perch eserciti l'azione penale con la
richiesta di rinvio a giudizio. In seguito a questa il collegio svolge l'udienza preliminare.

CAPITOLO VI PROCEDIMENTI SPECIALI


1. Considerazioni introduttive sulla nozione di "specialit" del procedimento penale.
Il concetto di procedimento speciale secondo il significato proprio all'espressione che titola il libro VI
-postula un riferimento alla dinamica processuale e va definito per differenza specifica rispetto al concetto di
procedimento ordinario di primo grado. Se quest'ultimo si snoda lungo una linea complessivamente
composta da tre segmenti principali (indagini preliminari, udienza preliminare e giudizio), il procedimento
speciale si caratterizza invece per l'assenza di almeno uno di quei segmenti.
In realt, ogni ordinamento processuale, per quanto sensibile al canoni di eguaglianza, predispone,
variamente giustificandole, procedure alter native a quella prevista come ordinaria.
La tendenza ad attuare semplificazioni dell'ordinario svolgimento processuale, facendo leva sull'accordo
delle parti o sulla conforme volont anche di una sola di esse.
Un'esigenza economica sta al fondo delle disposizioni che regolano i vari procedimenti speciali, i quali si
differenziano in primo luogo per la diversit dei presupposti assunti dalla legge a premessa della loro
applicabilit, come ragioni idonee a giustificare risparmio di tempo, di risorse umane e, in generale, di
attivit processuale.
Il libro VI del nostro codice prevede cinque tipi di procedimento speciale: segnatamente, il giudizio
abbreviato, l'applicazione di pena su richiesta delle parti, il giudizio direttissimo, il giudizio immediato e il
procedimento per decreto.
La serie, in realt, non va intesa come esaustiva, se come poc'anzi affermato si ritiene che la qualifica
di speciale spetti a quei tipi di procedimento la cui caratteristica essenziale risiede nell'essere privi di una
fase o sottofase, presente invece nel procedimento ordinario. Alla luce di questa nozione meritano, infatti, di
essere classificati come speciali il procedimento di oblazione (arti. 162, 162-bis c.p. e 141 disp. att.), il cui
tratto caratteristico sta nel consentire una chiusura anticipata della vicenda processuale, evitando la fase
dibattimentale; il giudizio immediato richiesto dall'imputato, che consente di anticipare il dibattimento
saltando l'udienza preliminare (art. 419 comma 5 peraltro richiamato dall'art. 453 comma 3); e, infine, i
procedimenti che traggono origine da una contestazione suppletiva nell'udienza preliminare (art. 423) o nel
dibattimento (artt. 517-518), i quali risultano privi, rispettivamente, dell'indagine preliminare e dell'intera
fase preliminare al giudizio.
Anche il procedimento davanti al giudice monocratico, per i reati indicati nell'art. 550 (in linea di massima
corrispondenti a quelli gi appartenenti alla competenza pretorile), costituisce, a suo modo, un caso di
specialit, non foss'altro per il fatto di essere sempre privo dell'udienza preliminare. E un discorso analogo
vale pure per il procedimento penale davanti al giudice di pace, disciplinato dal d. lgs. 28 agosto, n. 274
(infra, cap. XIII).
La specialit qui in discussione riguarda il solo procedimento di primo grado e non le soluzioni tecniche pur dettate da esigenze di economia processuale - che caratterizzano i gradi successivi del giudizio.
2. Ragioni della "specialit".
Su un versante si collocano quei riti fondati su un requisito di carattere soggettivo, quale la scelta volontaria
di una o di entrambe le parti.
Sull'altro versante stanno i riti fondati su requisiti di carattere oggettivo (quali, ad esempio, la scarsa gravit
del reato o l'evidenza dell'accusa), imperativamente affermati dal magistrato penale.
V' poi un gruppo "misto".
Nel primo gruppo rientrano il giudizio abbreviato, l'applicazione di pena su richiesta delle parti (denominata
anche patteggiamento nel gergo giudiziario e forense), il procedimento di oblazione e il giudizio
immediato richiesto dall'imputato.
Espressione di una giustizia consensuale, le normative che regolano tali procedimenti attribuiscono alle
parti la facolt di disporre di taluni stati o situazioni processuali, essi riconoscono una certa signoria delle
parti su talune situazioni processuali e, in particolare, sul modo di formare la prova, nonch sulle questioni
attinenti alla qualificazione giuridica del fatto e alla quantificazione della pena.

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I procedimenti speciali appartenenti al secondo gruppo, vale a dire: giudizio direttissimo, giudizio
immediato, contestazione suppletiva del reato concorrente o del reato continuato art. 423 comma 1 ultima
parte nonch art. 517). Espressione di un modo di concepire l'esercizio della giurisdizione che per
contrasto con quello consensuale possiamo definire autoritativo.
L'esigenza di semplificazione del rito si giustifica qui in forza di predefiniti presupposti processuali,
connotati da una certa oggettivit, la cui sussistenza viene affermata d'autorit: asserita dal pubblico
ministero e poi, di regola, vagliata e confermata dal giudice.
Caratteristica del terzo gruppo come gi accennato di far dipendere la semplificazione procedurale da
una scelta imperativa del magistrato penale, combinata con un atto volontario di una o di entrambe le parti.
Vi appartengono il procedimento per decreto (artt. 459-464), il giudizio direttissimo esperibile col consenso
delle parti (art. 449 c. 2 II parte) e la contestazione suppletiva del fatto nuovo (artt. 423 c. 2 e 518 c. 2).
E invece sempre consentito il passaggio inverso, da un rito scelto ex auctoritate (giudizio direttissimo,
giudizio immediato richiesto dal pubblico ministero, procedimento, per decreto a uno dei riti consensuali,
premiati con uno sconto di pena, come il giudizio abbreviato e il patteggiamento. A rendere opportuna e
per certi versi doverosa questa trasformazione concorrono essenzialmente due ragioni: una di tipo
economico, l'altra ragione ha carattere pi propriamente giuridico-costituzionale e si collega all'esigenza di
garantire un trattamento uniforme degli imputati di fronte alle possibili scelte processuali (gravide, oltretutto,
di conseguenze sostanziali), verso le quali si pu orientare la strategia difensiva dell'imputato.
4. Giustizia "consensuale" e corrispondenti forme di "specialit".
Il comun denominatore dei procedimenti speciali su base consensuale risiede nella rinuncia delle parti in
particolare dell'imputato a giovarsi dei possibili vantaggi abbinati a determinate situazioni processuali
tipiche del procedimento ordinario.
Quando rinuncia al dibattimento, l'imputato si priva della facolt di contrastare l'accusa con quella dovizia di
strumenti che soprattutto nell'assunzione delle prove la fase del giudizio offrirebbe. Una simile
rinuncia del tutto, legittima sul piano costituzionale, in quanto espressamente giustificata da quel richiamo al
"consenso" che compare nel novellato testo dell'art. 111 comma 5 Cost..
Nessun imputato farebbe ovviamente una scelta cos palesemente autolesionistica, se non vi fosse spinto
dalla prospettiva di un possibile tornaconto.
Ben diversa la ragione che lecito supporre determina la rinuncia all'udienza preliminare nel giudizio
immediato richiesto dall'imputato (art. 419 comma 5), o all'intera fase preliminare del processo nei casi di
giudizio direttissimo consensuale artt.449 comma 2 e 558 comma 5): qui assente qualsiasi connotazione
di premialit. Col consentire l'amputazione di una fase del procedimento penale per arrivare prima al
giudizio, l'imputato rinuncia s alla possibilit di profittare di certe chances difensive, ma come si dir
al verosimile scopo di meglio tutelare la propria posizione in vista di un possibile proscioglimento.
5. Procedimento di oblazione.
Pur non regolata nel libro VI del codice di rito penale, l'oblazione appartiene, a pieno titolo, alle procedure
speciali di tipo consensuale, considerato che essa si risolve in una chiusura anticipata il processo, provocata
da una richiesta dell'imputato, di regolare in denaro la propria "pendenza" penale.
Il rito in questione esperibile unicamente per reati contravvenzionali punibili con l'ammenda. Le cose
cambiano a seconda che la pena pecuniaria costituisca la sanzione esclusiva per il reato o si configuri invece
come alternativa all'arresto.
Nei casi del primo tipo (oblazione c.d. obbligatoria: art. 162 c.p.), il giudice pressoch tenuto ad
accogliere la richiesta, se soltanto l'imputato l'ha presentata ritualmente entro il termine prescritto: l'unica
eccezione rappresentata dai casi di reato permanente, che, comprensibilmente, la giurisprudenza di
legittimit considera insuscettibili di oblazione.
Nei casi del secondo tipo (oblazione c.d. "facoltativa": art. 162-bis c.p.), il giudice ha invece un certo
margine di discrezionalit: egli deve rigettare la richiesta, quando ritenga di dover applicare la pena detentiva
anzich quella pecuniaria, quando considera grave il fatto commesso e quindi incongrua l'offerta
dell'imputato (comma 4) o, infine, nei casi di recidiva, abitualit e professionalit nel reato (comma 3).
I due tipi di oblazione differiscono anche sotto altri profili. Quella obbligatoria fissa a un terzo del massimo
dell'ammenda prevista in via edittale, la somma da pagare al fine di estinguere la contravvenzione (art. 162
comma 1c.p.). Quella facoltativa impone invece il pagamento della met della massima ammenda prevista
(art. 162-bis comma 1 c.p.), al fine di ottenere lo stesso risultato.

137

Gi nel corso delle indagini preliminari, l'oblazione pu essere chiesta la presentata al pubblico ministero, il
quale la inoltra al giudice insieme col fascicolo dell'indagine (art. 141 disp. att.). Iniziato il processo, la
richiesta va presentata direttamente al giudice, prima che sia aperto il dibattimento o prima che sia emesso
decreto penale di condanna.
La legge prevede che il PM - all'atto di chiedere il decreto penale - informi l'imputato sia della possibilit di
essere ammesso all'oblazione, sia dei vantaggiosi effetti conseguibili tramite la stessa (art.141 c.2 disp. att.).
L'omesso avvertimento sarebbe lesivo del diritto di difesa, poich priverebbe l'imputato di una chance
processuale. Tuttavia la legge non ne fa discendere almeno, in prima battuta - la nullit degli atti successivi:
se il pubblico ministero non adempie a questo suo dovere, l'avviso dev'essere fatto dal giudice,
contestualmente all'emissione del decreto penale per il fatto oblazionabile.
Il termine per la richiesta di oblazione perentorio.
Accolta la richiesta, il giudice dichiara non doversi procedere per estinzione del reato, con sentenza
inappellabile (art. 593 comma 2).
In caso di rigetto, il procedimento destinato a proseguire nella forma ordinaria o secondo le regole del
procedimento per decreto, ma l'imputato pu rinnovare la richiesta d'oblazione anche nel corso del
dibattimento di primo grado, fino all'inizio della discussione finale: bench esplicitamente prevista per la
sola oblazione facoltativa (art. 162-bis c.4 c.p.), tale regola viene comunemente come espressione di un
principio generale,sicch la giurisprudenza incline a farla valere anche nei procedimenti di oblazione
obbligatoria.
6. Applicazione della pena su richiesta delle parti.
Oggi, il patteggiamento esperibile per una serie di reati, identificati dall'art. 444 comma 1 attraverso il
riferimento alla sanzione in concreto applicabile: rientrano in questa cerchia i delitti e le contravvenzioni
con una pena pecuniaria, oppure con una delle sanzioni sostitutive previste dalla legge n689 del 1981 o,
infine,con una pena detentiva non superiore a cinque anni. La pena pecuniaria pu essere applicata
congiuntamente alla pena detentiva, la quale va a sua volta determinata computando le eventuali circostanze
previste dalla legge penale e tenendo altres conto della diminuzione di pena prevista dalla legge processuale
come incentivo all'imputato per la scelta del rito speciale. Pertanto sono ammessi al patteggiamento reati
puniti con pene che, in astratto, superano di gran lunga i cinque anni di reclusione.
Il patteggiamento risulta peraltro escluso in chiave spiccatamente specialpreventiva nei procedimenti
per delitti di criminalit organizzata (art. 51 comma 3-bis), di terrorismo art. 51 comma 3- quater ovvero per
determinati delitti contro la personalit individuale o contro la libert sessuale, di delinquenti abituali,
professionali o per tendenza oppure risultino plurirecidivi (art. 444 comma 1-bis).
Sussiste una differenza ragguardevole, quanto a contenuto punitivo, fra la sentenza che applica una pena
concordata fino a due anni e quella che applica una pena da due a cinque anni. Donde l'opportunit di
designare con nomi diversi i due tipi di maneggiamento: attribuiremo pertanto la qualifica di "maius" a
quello concernente i reati pi gravi (gergalmente definito anche come "patteggiamento allargato"),
riservando all'altro l'appellativo "minus".
Il patteggiamento inoltre ammesso nei procedimenti a carico di persone giuridiche, per tutti gli illeciti
sanzionati con pena pecuniaria, mentre per quelli sanzionati con altra pena il rito speciale esperibile a
condizione che non debba essere applicata, in via definitiva, una delle sanzioni interdittive previste
dall'art.16 d. lgs. n. 231 del 2001: (art. 63 comma 3 d. lgs. cit.).
Fulcro del rito speciale l'accordo fra le parti principali del processo (imputato e pubblico ministero): un
accordo avente per contenuto il quantum di pena da applicare.
La legge in considerazione del carattere marcatamente obbiettivo e indisponibile della norma penale
impone al giudice di verificare _i presupposti di applicabilit dell'intesa raggiunta, alla luce dei parametri
sostanziali e processuali che saranno qui di seguito illustrati.
Dal punto di vista dell'imputato, ci comporta una serie di rinunce a diversi diritti che gli spetterebbero in
base alle ordinarie regole processuali: rinuncia ad esercitare il diritto alla prova, rinuncia controvertere sul
fatto e sulla sua qualificazione giuridica; rinuncia a controvertere sulla specie e sulla misura della pena da
applicare.
In compenso, egli ottiene una serie di cospicui vantaggi. Taluni vantaggi sono comuni ai due tipi di rito
speciale.
Innanzitutto lo sconto di pena: la sanzione, che risulterebbe in concreto applicabile all'esito di un normale
dibattimento, va in ogni caso diminuita fino a un terzo.
Altro vantaggio comune ai due tipi di patteggiamento, l'assenza di effetti pregiudizievoli della sentenza che
applica la pena concordata: infatti, a parte l'eccezione della quale si dir (cfr. infra 8), essa non idonea a

138

irradiare effetti vincolanti nei giudizi civili e amministrativi nei quali sia parte l'imputato. Infine, merita di
essere qui menzionata l'assenza di pubblicit.
Vantaggi ulteriori sono invece collegati al solo patteggiamento minus.
Vengono in considerazione, a questo riguardo, l'affrancamento dell'imputato dall'obbligo di pagare le spese
processuali; l'esenzione da pene accessorie e misure di sicurezza (art. 445 c.1, parte I), eccettuata la confisca.
La non menzione della sentenza nel certificato generale del casellario giudiziale richiesto dal privato.
La pena concordata che non superi i due anni di detenzione pu essere sospesa sub condicione e la relativa
condanna destinata a sfociare in una declaratoria di estinzione del reato, se nei cinque anni post sententiam
l'imputato non commette un altro delitto o se, nei 2 anni successivi, non incappa in una contravvenzione
della stessa indole di quella che aveva costituito oggetto di accordo (art. 445 c. 2).
Dal punto di vista dell'accusa, la scelta di patteggiare comporta la rinuncia a controvertere sulle questioni di
fatto e di diritto connesse col tema dell'imputazione.
Il magistrato penale tenuto ad effettuare la propria scelta alla stregua di parametri obbiettivi.
Bench la normativa processuale non dica alcun- ch al riguardo, si deve perci ritenere che il pubblico
ministero debba qui affidarsi agli stessi criteri che la legge espressamente impone al giudice, per stabilire se
la richiesta di patteggiamento vada ammessa o rigettata il pubblico ministero pu, dunque, esprimere il
proprio consenso dopo aver appurato che il materiale d'indagine sufficiente per applicare la pena richiesta
(altrimenti deve proseguire l'indagine oppure chiedere l'archiviazione della notizia di reato o, se del caso, la
sentenza di non luogo a procedere): egli deve altres verificare la corretta qualificazione giuridica assegnala,
il fatto dall'imputato nella richiesta di patteggiamento o nell'atto di consenso; e, ancora, deve chiedersi se
all'esperibilit del rito alternativo non ostino i motivi di esclusione oggettiva, o soggettiva menzionati nell'art.
444 comma 1-bis; infine, deve interrogarsi sulla congruit della sanzione richiesta rispetto alla gravit del
fatto e alla personalit del suo autore.
Per verit, il pubblico ministero non d conto delle ragioni che lo spingono a optare per il patteggiamento,ci
penser poi il giudice a vagliare, anche, (ma non solo) alla stregua dei suddetti criteri, se il rito speciale possa
aver luogo. Prima di pronunciarsi sul merito della questione, il giudice deve infatti condurre una, verifica
sulla ammissibilit della richiesta di patteggiamento; a meno che non ricorra una delle situazioni indicate
nell'art. 129, nel qual caso egli sarebbe tenuto a pronunciare la corrispondente sentenza di proscioglimento.
Il giudice compie l'accennato vaglio di ammissibilit, innanzitutto verificando che il reato rientri fra quelli
suscettibili di essere definiti con questa speciale procedura anche con riferimento alle esclusioni oggettive e
soggettive imposte dall'art. 444 comma 1-bis; in secondo luogo, appurando che la qualificazione giuridica
prospettata dalle parti sia corretta; infine, valutando che la pena dalle stesse indicata sia congrua rispetto alle
finalit che le sono proprie, alla luce dell'art. 27 comma 2 Cost. (art. 444 comma 2).
Quanto alla completezza dell'indagine, il giudice deve assolvere l'imputato, se a suo carico non risulta alcun
elemento (art. 444 comma 2), sicch grava sul pubblico ministero il dovere (pi che l'onere) di negare il
proprio consenso a fronte di un'imputazione non sufficientemente suffragata da elementi conoscitivi acquisiti
nella fase preliminare. Insomma, bench il consenso al patteggiamento non esiga una formale motivazione,
conviene che il pubblico ministero rifletta bene prima di prestarlo onde evitare che l'insufficienza dello
sforzo investigativo sfoci in un'improvvida assoluzione.
Deve, invece, essere sempre motivato il dissenso opposto alla richiesta dell'imputato: lo esige l'art. 446 c. 6.
Col suo dissenso, il pubblico ministero impone la discussione dibattimentale del caso, ma non pregiudica in
alcun modo il contenuto della decisione che si sarebbe potuta (e dovuta) applicare all'esito del
patteggiamento: non preclude, cio, una tardiva applicazione della pena chiesta dall'imputato, ogniqualvolta
il giudice del dibattimento o dell'appello, ritengano ingiustificato il dissenso stesso. Orbene, per poter
esercitare tale funzione critica i suddetti giudici debbono essere messi in condizione di conoscere i motivi
che hanno determinato l'opposizione del pubblico ministero al patteggiamento. Ecco perch quel dissenso va
necessariamente motivato.
7. Segue: introduzione e svolgimento procedurale.
Atto introduttivo del patteggiamento la richiesta presentata al giudice da una delle due parti principali del
processo.
Richiesta e consenso possono essere formulati oralmente, se presentati in udienza.
Debbono avere forma scritta negli altri casi (art. 444 comma 2). Trattandosi di atti negoziali, coi quali le
parti rinunciano a diritti e facolt connesse a determinate situazioni processuali, ne requisito indispensabile
la volontariet. Ci comporta che l'imputato deve agire personalmente o tramite procuratore speciale.
Per le persone giuridiche agisce il rappresentante legale, purch questi non abbia la veste di imputato del
reato da cui dipende l'illecito amministrativo.

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Un vizio della volont renderebbe invalidi tanto la richiesta quanto il consenso e sarebbe pertanto motivo di
inammissibilit del rito speciale la richiesta di patteggiamento pu essere avanzata gi nel corso dell'indagine
preliminare ((arg. ex art. 447 c.1), nonch nella successiva udienza preliminare, fino a che le parti
non abbiano concluso la relativa discussione (art. 446 comma 1 novellato dall'art.33 L. n. 479 del 1999).
Nel procedimento monitorio, la richiesta va proposta dall'imputato contestualmente all'opposizione contro il
decreto di condanna (art. 463 c. 3). Negli altri procedimenti privi dell'udienza preliminare, il termine ultimo
cade sempre nella fase predibattimentale: entro quindici giorni dalla notificazione del corrispondente decreto
citazione, quando si procede con giudizio immediato (art. 458 c.1); prima che sia dichiarato aperto il
dibattimento (art. 492), nel giudizio direttissimo e in quello conseguente a citazione diretta davanti al
tribunale monocratico. Entro questi stessi termini, la parte che non ha formulato la richiesta ha facolt di
prestare il proprio consenso, anche se in precedenza tale consenso fosse stato espressamente negato (art.
446 c. 4).
Una sorta di rimessione in termini a favore della difesa ammessa, a fronte di una contestazione del fatto
diverso o del reato concorrente (artt. 516 e 517).
La legge processuale non precisa quale debba essere il contenuto della richiesta, ma, dai criteri imposti al
giudice per verificarne l'ammissibilit, si ricava che essa deve almeno indicare il fatto da giudicare, la
relativa qualificazione giuridiche la pena ritenuta congrua, L'imputato pu inoltre legare la sorte del
patteggiamento alla chance di usufruire della sospensione condizionale della pena, subordinando l'efficacia
della prima alla concessione della seconda (art. 444 comma 3).
Assume un contenuto particolare la richiesta presentata dal pubblico ministero durante l'indagine preliminare
(cos come il consenso prestato dallo stesso, all'eventuale richiesta avanzata dall'imputato in questa fase del
procedimento). Qui, l'introduzione del rito coincide sempre con l'esercizio dell'azione penale (art. 405
comma 1), sicch la richiesta o il consenso provenienti dall'organo requirente debbono necessariamente
contenere l'atto di imputazione. Se ne ricava, tra l'altro, che il pubblico ministero non pu presentare una
richiesta di patteggiamento o prestare il proprio consenso, quando ancora l'indagine incompleta (nel qual
caso l'imputazione sarebbe formulata con eccessiva approssimazione) n, tanto meno, quando l'esito
investigativo sia insufficiente per sostenere l'accusa in giudizio (nel qual caso, come gi accennato in
precedenza, il pubblico ministero dovrebbe avviare la procedura di archiviazione, stante la regola di giudizio
espressa nell'art. 125 disp. att.). Si ritiene che la richiesta di patteggiamento sia revocabile o modificabile dal
proponente, almeno fino a quando non sia intervenuto il consenso dell'altra parte.
L'assunto prevalente in giurisprudenza sembra in effetti confermato dalla disposizione che prevede un
(eccezionale) caso di irrevocabilit, per l'ipotesi in cui la richiesta sia presentata durante l'indagine
preliminare e il giudice abbia assegnato un termine all'altra parte per esprimere il proprio consenso: in simile
circostanza, ragionevolmente, la legge vieta alla parte istante di revocare o modificare la richiesta, finch
quel termine in corso (art. 447 comma 3 seconda parte).
L'intesa (sotto forma di richiesta congiunta, ovvero di richiesta unilaterale seguita dal consenso dell'altra
parte) che accusa e difesa raggiungono sulla applicazione della pena obbliga il giudice a decidere circa
l'ammissibilit del rito speciale. A tal riguardo, egli tenuto a svolgere una serie di accurate verifiche alla
stregua di criteri in parte gi noti per esser stati ripetutamente elencati in precedenza.
Pi che su un accertamento positivo della responsabilit penale, il patteggiamento si fonda quindi
sull'esclusione dei possibili presupposti di proscioglimento, alla stregua del materiale di indagine fornito dal
pubblico ministero: ci - come si dir nel paragrafo seguente, rende problematico inquadrare fra le sentenze
di condanna la decisione applicativa della pena concordata.
Se si conclude con esito positivo, il vaglio di ammissibilit impone una soluzione di merito conforme
all'accordo intervenuto fra le parti: in altre parole, quando accoglie la richiesta di pena, il giudice
vincolato al petitum espresso nella richiesta stessa (art. 448 comma 1 prima parte).
Dove il giudice non condivida il "progetto di sentenza", deve rigettare la richiesta di atteggiamento,
provocando cos la prosecuzione del procedimento lungo il normale itinerario che conduce al dibattimento.
Tuttavia la dichiarazione di inammissibilit non preclude nuove richieste di fronte al medesimo giudice,
finch aperto il termine per la loro presentazione. Anche la inammissibilit dichiarata dal giudice primo
destinatario della domanda di patteggiamento, esposta, sia pur per una sola volta, al successivo sindacato
di altro giudice, se l'imputato ne fa espressa richiesta: e, precisamente, al sindacato del giudice
dibattimentale, qualora la richiesta di patteggiamento sia stata rigettata dal giudice dell'indagine preliminare
(art. 448 comma 1 seconda parte, novellata dall'art. 34 legge n. 479 del 1999j al sindacato del giudice di
appello, qualora la richiesta sia stata, invece rigettata dal giudice dibattimentale (nei casi di giudizio
direttissimo e di citazione diretta davanti al tribunale monocratico); infine, al sindacato del giudice di
cassazione, ancora nei casi di citazione diretta e direttissima aventi ad oggetto reati che non ammettono
l'appello art. 448 comma 1 terza parte, novellata dal citato art. 34 legge n. 479 del 1999).

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Un caso particolare di inammissibilit quello provocato dal dissenso che il pubblico ministero oppone alla
richiesta dell'imputato. Tale dissenso impedisce, il caso di ribadirlo, soltanto la soluzione "patteggiata" del
rito. Non preclude, invece,l'applicazione - nella fase del giudizio - della pena, nella specie e nella misura a
suo tempo chiesta dall'imputato. Cio accade ogniqualvolta il giudice del dibattimento (o il giudice d'appello)
reputi quel dissenso privo di adeguata giustificazione, alla stregua dei criteri processuali e sostanziali.
Sia che contesti il dissenso del pubblico ministero, sia che non condivida la declaratoria di inammissibilit
del giudice primo destinatario della domanda di patteggiamento, l'imputato deve reiterare la richiesta
davanti al giudice del dibattimento o, rispettivamente davanti a quello dell'impugnazione.
Allo scopo di verificare la fondatezza del dissenso o della declaratoria di inammissibilit il giudice ordina
l'esibizione degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero prima di dichiarare aperto il dibattimento
(art. 135 disp. att. a sua volta rimaneggiato dall'art. 52 legge n. 479 del 1999) e, se la verifica d esito
negativo, dopo che gli atti esibiti sono stati inseriti nel fascicolo dibattimentale il medesimo giudice applica
lo sconto di pena erroneamente escluso in precedenza.
8. Segue: la sentenza.
L'applicazione di pena concordata non esige - come gi accennato - un accertamento positivo della
responsabilit penale. La sentenza contiene infatti un semplice accertamento negativo della non punibilit,
risolvendosi nella constatata insussistenza delle cause di proscioglimento menzionate nell'art. 129 comma 1.
In particolare, l'insufficienza di prove non sarebbe di ostacolo a una applicazione della pena su richiesta
delle parti, poich il giudice in sede di patteggiamento dovrebbe prosciogliere solo se risultasse
provata una delle cause indicate nell'art. 129 comma 1. In altre parole, la situazione di incertezza non gioca
qui a favore dell'imputato, come invece accade nel dibattimento. Per di pi, nel patteggiamento la decisione
presa allo stato degli atti, vale a dire, sulla base del materiale raccolto nell'indagine, che non pu essere
integrato con altro materiale probatorio, nemmeno per superare eventuali incertezze dell'organo giudicante.
Nell'una e nell'altra situazione la regola di giudizio da applicare e diverso altres il tipo di accertamento
condotto dal giudice e dalle parti sulla questione di fatto.
Sta precisamente in questa diversit la radice dell'annoso problema riguardante la natura della sentenza che
applica la pena richiesta dalle parti. Tale problema affrontato e risolto con apparente linearit dalla legge,
la quale equiparata suddetta sentenza a una pronuncia di condanna (art. 445 comma 1-bis seconda parte).
Presa alla lettera, tale disposizione impone di ravvisare nella sentenza di patteggiamento una condanna
penale, tutte le volte che la legge collega certi effetti all'esistenza, per l'appunto, di una sentenza
condannatoria: ad esempio, in tema di esecuzione della pena (art. 656 comma 1), o di iscrizione nel
casellario giudiziale (art. 686 c. 1 lett. a n. 1) o, ancora, di effetti pregiudiziali nel procedimento cautelare
personale (art. 300 c. 4"). In certi casi, per, la legge (penale o processuale) connette determinati effetti alla
condanna, non tanto in ragione del fatto che esiste una sentenza di quel formale tenore, quanto piuttosto per
l'accertamento di responsabilit che la sentenza stessa racchiude e, al contempo, documenta.
Talvolta la legge stessa ad escludere che la sentenza in questione vada considerata come decisione di
condanna.
Cos, espressamente stabilito, sia pur limitatamente alle ipotesi di patteggiamento minus, che la sentenza in
questione non pu applicare pene accessorie (art. 445 c. 2 seconda parte), nemmeno quando queste sono
collegate ex lege alla condanna per determinati reati (artt. 31 e 34 c.p.). inoltre sancita per tabulas - come
gi riferito in precedenza la sua inidoneit a sortire effetti vincolanti in sede 'civile risarcitoria (art 445 c.
1, seconda parte), oltrech in sede amministrativa o in sede civile extra-risarcitoria (arg. ex art. 654 Unica
eccezione, l'effetto vincolante che la sentenza di patteggiamento capace di produrre nel procedimento
disciplinare, a seguito della 1. 27 marzo 2001, n97: l'inciso inserito nell'art. 445 comma 1 (salvo quanto
previsto dall'art. 653), impone all'autorit disciplinare di considerare accertata la responsabilit penale di
colui che patteggia.
La giurisprudenza si andata orientando nel senso di negare natura condannatoria alla sentenza in questione,
ogniqualvolta il giudicato di condanna dalla legge considerato, per la affermazione di responsabilit che
esso racchiude e non in ragione del suo esser titolo per eseguire una pena. Questo spiega, ad esempio, perch
la sentenza di patteggiamento non sia considerata di condanna ai fini della revoca di diritto della sospensione
condizionale della pena (art. 168 comma 1 n. 2 c.p.). A questo riguardo va tuttavia segnalato il diverso
atteggiamento che la giurisprudenza di legittimit va assumendo in relazione alle sentenze ex art. 444,
quando suggellano un patteggiamento maius: sentenze che applicano una pena superiore ai due anni
sarebbero pi prossime alla condanna di quelle che chiudono un patteggiamento minus e, pertanto sono
ritenute idonee all'effetto di far revocare la sospensione condizionale della pena in precedenza concessa.
La inappellabilit costituisce un altro peculiare tratto della sentenza in questione.

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L'unico caso di appellabilit previsto dall'art. 448 comma 2 prima parte, a vantaggio del pubblico
ministero. Quest'ultimo pu appellare la sentenza con la quale il giudice del dibattimento ha applicato la
pena richiesta dall'imputato, ritenendo ingiustificato il suo dissenso.
Non sarebbe stata la stessa cosa costringere il pubblico ministero a dolersi di un simile error in procedendo
davanti alla Corte di cassazione. Infatti, se al giudice dell'impugnazione quel suo dissenso apparisse
giustificato, dovrebbe seguirne un giudizio ordinario che solo il giudice di secondo grado pu chiudere con
una sentenza di merito.
A parte questo caso particolare, la sentenza ex art. 444 impugnabile col solo mezzo del ricorso per
cassazione, per uno dei motivi indicati nell'art. 606. Errores in procedendo ed errores in iudicando possono
esser fatti valere in sede di legittimit, anche con riguardo ai punti della decisione su cui si form l'accordo
fra le parti (come, ad esempio, la qualificazione giuridica del fatto) giacch spetta pur sempre alla corte di
cassazione l'ultima parola sull'esatta applicazione della legge sostanziale e processuale.
9. Segue: azione civile e patteggiamento.
Il danneggiato da reato non vi pu intervenire, n per esercitare in quella sede l'azione risarcitoria, n per
opporsi alla definizione anticipata del giudizio. E se, nel precedente corso del processo egli avesse gi avuto
occasione di costituirsi parte civile, il sopravvenuto accordo circa l'applicazione della pena, lo costringerebbe
ad abbandonare la sede penale per far valere la propria pretesa davanti al giudice civile.
Un procedimento definito allo stato degli atti, alla stregua di una delibazione del materiale di indagine, non
la sede idonea per accertare la responsabilit dell'imputato, nemmeno sotto il profilo della sua responsabilit
civile per l'eventuale danno cagionato dal reato.
Al pi il danneggiato gi costituitosi parte civile, pu esigere dall'imputato il pagamento delle spese
processuali fino a quel momento sostenute.
Il susseguente processo civile non subirebbe sospensione prevista dall'art.75 c.3(come prevede
espressamente l'art. 444 c. 2), n sarebbe in alcun modo pregiudicato dall'esito del patteggiamento (art. 445
c. 1, seconda parte).
Non costituisce una vera eccezione alla regola test illustrata, il potere che la legge riconosce al giudice
dell'impugnazione di decidere sulla questione civile con la sentenza che applica la pena richiesta dalle parti
(art. 448 comma 3). In questi casi, infatti, il giudizio di primo grado si svolto regolarmente, fino in fondo,
sicch il giudice dell'impugnazione ha a disposizione gli atti di una completa istruzione dibattimentale: atti
reputati sufficienti a fondare anche una decisione sulla responsabilit civile.
10. Giudizio abbreviato. Generalit.
E ora superfluo il consenso del pubblico ministero, che la normativa previgente considerava invece quale
requisito essenziale per I'ammissibilit del giudizio abbreviato.
Viene meno inoltre la definibilit allo stato degli atti quale ulteriore criterio di ammissibilit del rito in
questione, il quale pu dunque essere disposto come si vedr sulla base di una semplice richiesta
formulata dall'imputato anche in presenza di un'indagine incompleta.
Viene pressoch a sparire qualsiasi limite oggettivo di applicabilit del rito speciale, essendo ora suscettibili
di definizione anticipata con le forme del nuovo giudizio abbreviato anche i processi aventi ad oggetto
imputazioni per reati puniti con l'ergastolo.
Infine per sopperire ad eventuali incompletezze dell'indagine preliminare, assicurata la possibilit di
assumere prove pure nel corso del giudizio abbreviato.
11. Segue: ambito di applicazione e presupposti.
C' tuttavia un caso in cui il giudizio abbreviato non pu essere ammesso a causa della sanzione da
applicare: esso riguarda il processo a carico delle persone giuridiche, quando giudice ritenga di dover
cancellare l'ente dal mondo dei traffici giuridici infliggendogli la sanzione interdittiva perpetua (art. 62
comma 4 d. lgs.r n,4 231 del 2001). Evidentemente, l'esigenza specialpreventiva qui avvertita misura
cos intensa e preponderante, da risultare incompatibile con sconti di pena offerti in cambio delle parziali
rinunce al diritto di difendersi provando, insite nelle richieste di questo rito speciale.
Quanto ai presupposti, il giudizio abbreviato risulta articolato in due diversi moduli procedurali.
II primo modulo risulta imperniato su una richiesta semplice con la quale l'imputato si limita a chiedere the
il processo sia definito all'udienza preliminare allo stato degli atti, come dice l'art. 438 comma 1.

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Il secondo modulo prevede invece una richiesta complessa (o condizionata): nel chiedere il giudizio
anticipato, l'imputato pone come condizione che siano assunti taluni mezzi di prova, allo scopo di colmare
un supposto deficit conoscitivo intorno alla questione di merito.
Tale richiesta esige come si vedr un controllo di ammissibilit.
La richiesta di giudizio abbreviato (analogamente a quella presentata ex art. 444) atto personalissimo
dell'imputato, che il difensore pu dunque presentare in sua vece, solo se munito di procura speciale (art. 438
comma 3). Nei processi a carico delle persone giuridiche, provvede il legale rappresentante ovvero, se
questi fosse a sua volta imputato del reato da cui dipende l'illecito attribuito all'ente, un diverso soggetto,
scelto per fungere da rappresentante processuale (art. 39 d. lgs n. 231 del 2001).
12. Segue: fase introduttiva.
L'imputato (o legale rappresentante dell'ente) che intende profittare del giudizio abbreviato deve presentare
la relativa richiesta durante l'udienza preliminare, fino a che non siano presentate le conclusioni a norma
degli artt. 421 e 422 (art. 438 comma 2).
Tipica espressione del diritto di difesa, la facolt di richiedere il giudizio abbreviato va ragionevolmente
garantita all'imputato anche nei procedimenti privi di udienza preliminare.
Nel giudizio immediato (ma solo in quello promosso per iniziativa del pubblico ministero) l'imputato pu
presentare la richiesta di giudizio, al giudice per le indagini preliminari, dopo che questi gli abbia notificato il
decreto di citazione a giudizio e, precisamente, entro quindici giorni dall'ultima notifica del decreto stesso
all'imputato, o dell'avviso al difensore, della data fissata per il giudizio. La richiesta dev'essere poi
comunicata al pubblico ministero.
In caso di giudizio direttissimo, e a seguito di citazione diretta davanti al tribunale in composizione
monocratica, dove l'accusa non sottoposta al vaglio preliminare di un organo giurisdizionale (g.i.p. o
g.u.p.) la richiesta va presentata al giudice dibattimentale, in udienza, prima per che sia dichiarato aperto il
dibattimento (art. 452 c. 2 prima parte) e, rispettivamente, art. 556 c. 2 combinato con l'art. 558 c. 8).
Nel procedimento per decreto l'opponente pu chiedere il giudizio abbreviato al giudice che ha emesso il
decreto stesso (art. 461 comma 3), il quale fissa addirittura l'udienza per il giudizio, dandone avviso a tutti
gli interessati (pubblico ministero, imputato, parte civile, persona offesa e relativi difensori), con almeno
cinque giorni di anticipo sull'udienza medesima, onde consentire un'adeguata preparazione del
contraddittorio (art. 464 comma 1 prima parte).
Presentata la richiesta, incombe, sul giudice che la riceve, dovere di controllarne l'ammissibilit.
Nel caso di richiesta semplice, di regola, si limita a un con-trollo meramente formale dell'atto di parte: si
tratta di verificare se esso sia stato presentato nei termini prescritti (art. 438 c.2); se sia effettivamente
riconducibile a una scelta volontaria dell'imputato eventualmente rappresento da un procuratore speciale (art.
438 c. 3); se, infine, la volont di quest'ultimo di essere giudicato allo stato degli atti risulti espressa in
forma inequivoca (art. 438 comma 1). Soltanto per le richieste provenienti dal rappresentante legale della
persona giuridica il vaglio di ammissibilit implica una valutazione discrezionale circa la meritevolezza di
una pena, la definitive interdizione dell'ente da ogni traffico giuridico, che - come gi accennato - e ostacolo
insormontabile all'esperibilit del giudizio abbreviato (art. 62 c.4 d.lgs. n. 231 del 2001).
Quando da esito positivo, il controllo sulla richiesta semplice sfocia nell'ordinanza che ammette al rito
speciale (art. 438 comma 4). In caso contrario la richiesta va rigettata e non pu pi essere riproposta.
Quando presentata una richiesta complessa, il giudice deve aggiungere al controllo meramente formale, del
quale si appena detto, un controllo sul contenuto della domanda di parte. Essendo, l'efficacia di tale
richiesta, subordinata ad una "integrazione probatoria", che il richiedente reputa indispensabile ai fini della
decisione, il giudice deve verificare se le prove indicate dall'imputato siano davvero necessarie per
decidere il merito della causa e se la loro assunzione sia compatibile con le finalit di economia processuale
proprie del procedimento (art. 438 comma 5 seconda parte). Bench la Legge non ne faccia menzione, si
deve ritenere che il vaglio di ammissibilit di questa richiesta complessa vada condotto anche alla stregua del
criterio di validit dei mezzi di prova dei quali l'imputato esige l'assunzione, giacch la prova vietata (ad
esempio, la testimonianza di una persona incompatibile ex art. 197) non solo inutilizzabile, ma anche e
soprattutto insuscettibile di essere acquisita pure nel giudizio abbreviato.
Entrambi i segnalati criteri impegnano in varia misura la discrezionalit del giudice.
II concetto di necessariet evoca, da un lato, il nesso di pertinenza che deve collegare la reclamata
integrazione probatoria con i fatti da provare ai fini della decisione di merito (art. 187 c. 1), e dall'altro,
l'idea di non superfluit della prova (art. 190 c. 1): tutte valutazioni demandate a un apprezzamento
soggettivo e insindacabile del giudice destinatario della richiesta.

143

Ancor pia elastico e, anzi, vago al punto da alimentare possibili arbitri, risultava il criterio connesso con
l'esigenza economica.
Di qui i dubbi di legittimit costituzionale che questa parte della normativa lasciava affiorare: dubbi che la
Corte costituzionale ritenne insufficienti al primo rinvio della questione, ma che reput fondati a seguito di
una nuova prospettazione dell'asserita irragionevolezza.
A seguito di tale intervento dunque, e sindacabile dal giudice del dibattimento il rigetto che, per ragioni di
economia processuale, il giudice dell'indagine o dell'udienza preliminare dovesse opporre alla richiesta
complessa di giudizio abbreviato. Mesta invece insindacabile l'eventuale rigetto opposto per gli stessi
motivi dal giudice del trattamento, quando il rito abbreviate fosse chiesto a lui dopo l'instaurazione del
giudizio direttissimo o nuovi processi a citazione diretta. La ragione del diverso trattamento risiede, quid, nel
rilievo che il giudice del dibattimento, primo destinatario di una richiesta complessa, non certo il soggetto
pi indicato a sindacare la correttezza dell'eventuale provvedimento di rigetto da lui stesso adottato.
In questi casi, pertanto, non rimane che sperare nel giudice d'appello.
Ma torniamo ai compiti del giudice destinatario della prima richiesta.
L'eventuale rigetto della domanda avanzata dall'imputato non impedisce la riproposizione di una nuova
richiesta, davanti al medesimo giudice, fino a che sia in corso l'udienza preliminare, come stabilisce l'art. 438
c. 6. Tale facolt, stranamente e irragionevolmente, non esercitabile dagli imputati dei procedimenti
privi di udienza preliminare (giudizio direttissimo, citazione diretta davanti al giudice monocratico, giudizio
immediato, decreto penale di condanna opposto), essendo stato omesso qualsiasi riferimento alla suddetta
norma.
La nuova richiesta sar accolta, se l'imputato avr saputo riformularla in maniera rispondente ai criteri
suaccennati.
L'imputato ha la facolt di presentare simultaneamente pi richieste, fra loro alternative, ciascuna delle quali
contenente un diverso "progetto" di integrazione probatoria. Ed altres ragionevole consentire il cumulo di
una richiesta complessa con una richiesta semplice, in modo da lasciar operare quest'ultima qualora la prima
fosse rigettata.
Rigettata la richiesta, il procedimento e destinato a proseguire lungo l'iter ordinario, verso la soluzione
dibattimentale. L'ordinanza che nega accesso al rito speciale influisce sul quantum di pena da irrogare in
caso di condanna.
L'imputato ha ora facolt di sottoporre all'esame del giudice dibattimentale (e, se del caso, del giudice di
appello) il provvedimento che gli ha negato accesso al rito.
Esame che va condotto riportandosi alla situazione processuale nella quale fu formulata la prima richiesta,
vale a dire tenendo conto anche degli atti antecedenti la richiesta stessa e allocati nel fascicolo del pubblico
ministero che di regola dovrebbero restare inaccessibile al giudice dibattimentale. Trova infatti applicazione
qui quell'art. 135 disp. att. che regola l'analoga situazione del giudice (dibattimentale o d'appello) che si
trovi a dover decider su una richiesta di patteggiamento ostacolata da un dissenso del pubblico ministero che
l'imputato reputa ingiustificato.
Quando, invece, la verifica di ammissibilit da immediatamente esito positivo, il giudice dispone l'udienza
di giudizio abbreviato, con un ordinanza che come si dir, solo eccezionalmente potr essere revocata.
13. Segue: svolgimento procedurale.
Il rito si svolge in camera di consiglio, in un'udienza alla quale il pubblico di regola non ammesso, salvo
che l'imputato o, in caso di pi persone, tutti gli imputati ne facciano unanimemente richiesta (art. 441
comma 3 seconda parte). La pubblicit del rito a ammessa nel solo procedimento di primo grado (non,
invece, in appello come si interesse degli imputati, i quali vantano, al riguardo un diritto assistito da una
semplice nullit relativa (arg. ex art 471 comma 1), suscettibile peraltro di essere limitato nei casi in cui, in
linea generale, si giustificherebbe il sacrificio della pubblicit dibattimentale (artt. 472 e 473).
Di regola, l'udienza si svolge in camera di consiglio, con la partecipazione necessaria delle parti principali
del processo.
Non poi esclusa la presenza della parte civile, che gi costituita in precedenza - ha facolt di ricusare
l'accettazione del rito abbreviato, ma non di impedirne lo svolgimento. La non accettazione del rito speciale
comporta l'uscita dal processo penale del soggetto che si reputa danneggiato e ha l'ulteriore conseguenza di
mettere in discussione l'effetto vincolante che la sentenza conclusiva del giudizio abbreviato altrimenti
avrebbe nel separato giudizio civile risarcitorio (artt. 651 comma 2 e 652 comma 2).
Il danneggiato pu costituirsi parte civile anche dopo che stata accolta la richiesta presentata a norma
dell'art. 438, ma in tal caso la legge non gli permette di tornare sui propri passi, rifiutando il rito speciale.

144

Ludienza di giudizio abbreviato si svolge secondo le norme riguardanti l'udienza i preliminare, con qualche
necessario adattamento.
Pi apparente che reale l'eccezione prevista dall'art. 441 comma 1, in base alla quale sarebbero destinate a
trovar applicazione 1'udienza di giudizio abbreviato, le disposizioni che regolano lassunzione di prove (art.
422) e il mutamento dell'udienza preliminare.
Gli ultimi due commi dell'art. 441, col riconoscere i poteri di integrazione probatoria e di contestazione
suppletiva, smentiscono l'eccezione con riguardo alla generalit dei giudizi abbreviati.
Il giudizio abbreviato ha svolgimenti parzialmente diversi, secondo che sia scaturito da una richiesta
semplice o, rispettivamente, da una richiesta complessa.
Nel primo caso, il giudice si avvia verso la decisione di merito, verificando in primo luogo se gli atti presenti
nel fascicolo a sua disposizione siano sufficienti a risolvere la questione di fatto. Se cos non fosse, vale a
dire, se sussistesse qualche incertezza al riguardo, egli avrebbe comunque il potere di assumere anche
d'ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione (art. 441 comma 5).
Egli pu agire dufficio oppure su sollecitazione dell'imputato, al quale tuttavia la legge non riserva in
questa situazione un vero e proprio diritto alla prova: proponendo una richiesta semplice, egli ha
accettato, infatti, un giudizio allo stato degli atti (art. 438 comma 1).
Il pubblico ministero, privato a sua volta del diritto alla prova, perde il potere di svolgere ulteriori indagini a
partire dal momento in cui la richiesta semplice dell'imputato viene accolta.
Ma tornando ai poteri istruttori del giudice, va detto che ogni mezzo di prova pu qui essere assunto,
indipendentemente dal dispendio di tempo che la sua formazione o acquisizione comporta. Essendo, infatti,
irrevocabile l'ordinanza di ammissione del rito speciale, il giudice deve esperire ogni tentativo possibile per
colmare le proprie lacune conoscitive, in modo non dissimile da quel che dovrebbe fare - in analoga
situazione - il giudice dibattimentale a norma dell'art. 507. L'unica vera differenza col dibattimento sta nel
modo di assumere la prova che - nel giudizio abbreviato - segue le regole dettate per l'udienza preliminare
(art. 422,1 anzich quelle dell'istruzione dibattimentale (artt. 496 ss). Ci significa che nell'udienza di
giudizio abbreviato -come nell'udienza preliminare - eventuali testimoni, coimputati, periti o consulenti
tecnici sono interrogati direttamente dal giudice e, solo per il tramite di quest'ultimo, le parti hanno facolt
di partecipare alla formazione dei relativi mezzi di prova, proponendo le loro domande (art. 422 comma 3).
L'imputato ha, diritto di farsi interrogare (art. 422 comma 4 prima parte).
Diversamente vanno le cose, quando il rito speciale scaturisce da una richiesta complessa, la cui efficacia
lo si gi detto l'imputato ha inteso subordinare all'integrazione probatoria evocata dall'art. 438 comma 5.
Bench la legge non lo precisi ragionevole ritenere che, quella richiesta nella quale trova, a suo modo,
parziale espressione il diritto alla prova enunciato dall'art. 190 debba indicare le circostanze di fatto che
esigono di essere chiarite e i relativi mezzi di prova dei quali l'imputato chiede l'assunzione. Ne segue che il
giudice una volta ammesso il giudizio abbreviato vincolato al contenuto di tale richiesta. Anche qui,
beninteso, egli deve escludere le prove vietate e, se lo ritiene necessario, pu assumere d'ufficio le prove
indispensabili per emettere la sentenza: il 5 comma dell'art. 441.
Dal canto suo, il pubblico ministero ha non solo la facolt di proseguire la propria attivit di indagine
suppletiva (diversamente da quanto accade nel giudizio abbreviato introdotto da una richiesta semplice), ma
anche il diritto di chiedere ed ottenere l'ammissione di prove contrarie a quelle indicate dall'imputato nella
richiesta complessa (art. 438 comma 5 terza parte).
Solo la mancata assunzione di una prova a norma del citato art. 495 costituisce motivo di annullamento della
sentenza di merito (art. 606 comma d) . Un simile error in procedendo pu certo esser portato all'attenzione
del giudice di secondo grado, ma questo accadr solo di rado, perch sono pochi i casi in cui l'accusatore
ammesso ad appellare le sentenze di un giudizio abbreviato.
Qualsiasi tipo di integrazione probatoria rende probabile un mutamento dell'imputazione contestata nella
richiesta di rinvio a giudizio. Per questo, con gli stessi articoli che regolano l'assunzione di prove nel giudizio
abbreviato, la legge fa salvo l'art. 423).
Il legislatore del 1999 ha ravvisato nell'art. 423 la disposizione adeguata a regolare i possibili mutamenti
della res iudicanda.
In altre parole, che l'art. 423 non assicuri (espressamente all'imputato un termine a difesa, n un diritto alla
prova calibrato sul nuovo addebito, tollerabile proprio per il carattere processuale dell'udienza preliminare.
Ma dove, come nel giudizio
abbreviato, in gioco il merito della causa, dove il giudice chiamato a sciogliere l'alternativa fra
assoluzione e condanna, quella limitazione di diritti difensivi appare irragionevole e ingiustificata
Detto altrimenti, sotto lo specifico profilo qui considerato, il rito abbreviato appare affine al dibattimento pi
che all'udienza preliminare. Di qui l'inadeguatezza del semplice richiamo all'art. 423 e la necessit di
arricchire il corredo di garanzie dell'imputato che subisce la nuova contestazione.

145

L'art. 441-bis (novellato dall'art. 2-octies della legge n. 144 del 2000) rimedia all'infortunio, con riguardo alla
contestazione di fatti diversi, circostanze aggravanti o reati concorrenti ex art. 12 lett. b. Tale disposizione,
in realt, non si limita a tutelare le ragioni dell'imputato, garantendogli, in ordine al nuovo addebito, il diritto
alla prova e un termine a difesa. In base ad essa, l'imputato pu altres togliere effetto alla propria precedente
richiesta di giudizio abbreviato, provocando cos la prosecuzione del processo nelle forme ordinarie.
Il giudice deve assegnare all'imputato dietro sua specifica richiesta un termine non superiore a dieci giorni
(art. 441-bis comma 3). Niente esclude, ovviamente, che questi accetti, seduta stante, la nuova
contestazione, rinunciando a quel termine. Del resto, anche nell'analoga situazione che si verifica in
dibattimento, la concessione del termine dipende da una richiesta dell'interessato (art. 519 comma 2).
A seguito di tale richiesta, ogni attivit processuale resta sospesa.
Si apre, a questo punto, la possibilit di un duplice svolgimento, dipendente dalla scelta dell'imputato.
Se il termine assegnato dal giudice scade senza che sia presentata richiesta di procedere per le vie ordinarie,
il giudizio abbreviato continua sulla base della nuova imputazione.
L'imputato pu chiedere l'assunzione di altri mezzi di prova, oltre i limiti previsti dall'art. 438 comma 5
(come precisa l'art. 441-bis c.5). E altrettanto pu fare il pubblico ministero.
Dal canto suo, il, giudice tenuto a valutare l'ammissibilit delle nuove prove richieste in base a criteri
analoghi a quelli menzionati nell'art.190 (non superfluit e utilizzabilit), e dopo averne stabilito la
pertinenza rispetto al fatto descritto nella nuova contestazione. Non viene invece in considerazione il
particolare (e discutibile) criterio di economicit.
Quando l'imputato faccia espressa richiesta di trasformazione del rito (da abbreviato in ordinario).
Questa richiesta atto personalissimo dell'imputato.
La richiesta di trasformazione del giudizio abbreviato in ordinario provoca un provvedimento giudiziale di
revoca dell'ordinanza ammissiva del rito speciale.
La sequenza procedurale refluisce, di regola, verso l'udienza preliminare e di l riparte, proseguendo il suo
normale iter. A tale scopo, il giudice deve fissare l'udienza preliminare oppure disporne la prosecuzione.
Egli fissi l'udienza, ogniqualvolta la trasformazione del rito sia stata preceduta da una richiesta di
sospensione del giudizio abbreviato (art. 441-bis comma 3), e ne ordini invece la prosecuzione, quando
l'imputato abbia chiesto il giudizio ordinario immediatamente dopo la nuova contestazione. In quest'ultimo
caso, l'esordio del giudizio abbreviato, infatti idoneo a surrogare la fase introduttiva dell'udienza
preliminare, mentre nel primo caso, essa dovrebbe ricominciare da capo per i necessari adempimenti.
Altrimenti vanno le cose quando la trasformazione del rito avvenga nei procedimenti sforniti di udienza
preliminare. A tutti questi dedicato l'art. 2-nonies legge n. 144 del 2000, il quale, infatti, interviene, con
opportune correzioni, sulle molteplici fattispecie normative che regolano il passaggio da un procedimento
speciale (privo, per l'appunto di udienza preliminare) in giudizio abbreviato, stabilendo come debba
avvenire il passaggio inverso, nei casi di nuova contestazione ex art. 423 comma 1.
Se il rito abbreviato era scaturito da un giudizio direttissimo, il processo deve tornare alla fase predibattimentale e il giudice tenuto a fissare l'udienza di giudizio direttissimo (art. 452 comma 2, novellato
dall'art. 2-nonies comma 1 1. cit.).
Analogamente, vale a dire, fissando l'udienza per il giudizio, occorre provvedere quando il rito abbreviato
era stato chiesto per uno dei reati a citazione diretta, elencati nell'art. 550 (art. 556 comma novellato dall'art.
2-nonies comma 4 1. cit.).
Il giudice deve fissare l'udienza di giudizio immediato, aver revocato il rito abbreviato chiesto a norma
dell'art. 458, come stabilisce il comma 2 dello stesso art. 458, nella versione emendata dall'art. 2-nonies
comma 2 1. cit.
Infine, quando revocata l'ordinanza ammissiva del rito abbreviato che era stato chiesto nel corso di un
procedimento monitorio, il processo prosegue con la fissazione dell'udienza normalmente provocata
dall'opposizione proposta dall'imputato contro il decreto di condanna (art. 464 comma 1, modificato
dall'art. 2-nonies comma 3 1. cit.).
Diversamente stanno le cose quando si tratta di contestare un fatto nuovo, a norma dell'art. 423 comma 2.
Qui, come si sa (retro, cap. V, 41), la nuova contestazione subordinata a un provvedimento autorizzativo
del giudice e a un esplicito consenso dell'imputato questi due atti debbono adeguarsi al particolare contesto
del giudizio abbreviato: da un lato, il consenso dell'imputato va formulato come richiesta (semplice o
complessa) di definizione anticipata del processo, anche in ordine al fatto nuovo; dall'altro, l'autorizzazione
del giudice ha per oggetto non solo la valutazione circa l'opportunit di cumulare la trattazione del fatto
nuovo con quello gi contestato, ma anche l'ammissibilit della richiesta di giudizio abbreviato, secondo i
criteri illustrati nel paragrafo precedente.
L'ultimo atto dell'udienza che chiude il giudizio abbreviato costituito dalle conclusioni, formulate dalle
parti.

146

Al fine di stabilire l'ordine di intervento nella discussione finale, conviene riferirsi alla disciplina
dibattimentale (art. 523 comma 1), stando alla quale l'esordio riservato al pubblico ministero, il seguito
alle parti eventuali nella sequenza sopra indicata, mentre l'ultima parola spetta al difensore dell'imputato
stesso, se ne fa richiesta (art. 523 comma 5).
14. Segue: la sentenza.
Terminata la discussione, il giudice si ritira per decidere il merito della causa. La legge non dice se deve
trattarsi dello stesso giudice che, in precedenza, ha accolto la richiesta di giudizio abbreviato. Ma, al
riguardo, la giurisprudenza - sia pur sotto la normativa antecedente la riforma del 1999 - si andata
nettamente orientando in senso affermativo. Il principio di immediatezza vale anche nel giudizio abbreviato.
All'epoca si riteneva incongruo, che la decisione di merito potesse essere adottata da un giudice diverso da
quello che aveva vagliato l'ammissibilit del rito speciale. Se cos fosse stato, il giudice, incaricato di
emettere la sentenza di merito sarebbe stato costretto, per cos dire, ad adeguarsi, suo malgrado,
all'apprezzamento del collega su un punto cruciale, quale quello concernente la definibilit del processo allo
stato degli atti.
In particolare, valgono le regole di giudizio dettate dagli artt. 529 ss. (espressamente richiamati dall'art. 442
comma 1). Pertanto, se al termine della discussione il giudice non fosse certo della colpevolezza
dell'imputato, vale a dire, se constatasse una insufficienza (o addirittura una totale mancanza) di prove a
carico, dovrebbe emettere sentenza di proscioglimento a norma dell'art. 531) comma 2. Dovrebbe altres
prosciogliere, con sentenza di non doversi procedere nei casi di dubbio sull'esistenza di una condizione di
procedibilit (art. 529 c. 2) o di una causa di estinzione del reato (art. 531 c. 2).
La condanna presuppone dunque - come in dibattimento - che la responsabilit penale
dell'imputato sia positivamente dimostrata.
L'art. 442 c. 1-bis elenca le fonti del convincimento giudiziale, individuandole, per l'appunto, negli atti di
indagine preliminare (quelli cio contenuti nel fascicolo di cui all'art. 416 c, 2), negli eventuali esiti
dell'indagine suppletiva (vale a dire, la documentazione di cui all'art. 419 c. 3) e nei verbali dell'attivit di
integrazione probatoria promossa dal giudice o richiesta dall'imputato (vale a dire, le prove assunte
nell'udienza).
Quando condanna, il giudice del giudizio abbreviato deve diminuire di un terzo la pena in concreto
considerate. La legge fissa qui diversamente l'entit dello sconto, convertendo l'ergastolo con isolamento
diurno in ergastolo semplice (art 442 comma 2, seconda parte) ovvero la pena perpetua in pena temporanea
di quantit determinata (trenta anni di reclusione: art. 442 comma 2, seconda parte).
La natura processuale di queste diminuenti impedisce che delle stesse si tenga conto per calcolare il tempo
di prescrizione del reato.
Non escluso che la sentenza in questione contenga dei capi civili riguardanti il risarcimento del danno da
reato.
La sentenza penale, una volta divenuta definitiva, destinata a spiegare effetti vincolanti nel separato
giudizio civile di risarcimento del danno, sempre a condizione che la parte civile abbia accettato il giudizio
abbreviato (artt. 651 comma 2 e 652 comma 2).
Quando il giudicato di condanna (vale a dire, quando favorevole al danneggiato) la legge ne sancisce
comunque l'effetto vincolante per il giudice civile, salvo che non vi si opponga la parte civile che, a suo
tempo non aveva accettato il giudizio abbreviato (art. 652 comma 2; per ulteriori dettagli infra, cap X. 4).
Diversamente dalla sentenza di patteggiamento, quella emessa al termine del giudizio abbreviato
appellabile, pur nei limiti fissati dall'art. 443.
Vanno innanzitutto segnalati limiti oggettivi, sempre interdetto l'appello contro le sentenze di
proscioglimento, in linea con la scelta di carattere generale recentemente operata nel art. t593 comma 2
(infra, cap. IX 19), e senza nemmeno la pur circoscritta eccezione ivi prevista.
Anche le sentenze di condanna alla pena dell'ammenda (art. 593 comma 3) sono sottratte alla giurisdizione
di secondo grado. stato invece rimosso il duplice limite all'appellabilit delle sentenze, originariamente
stabilito dal codice nei confronti dell'imputato che subiva una condanna a sanzione sostitutiva o a pena che
non doveva essere eseguita.
Restano invece in vigore i limiti imposti al pubblico ministero il quale non pu proporre appello contro le
sentenze di condanna, salvo che queste riguardino un titolo di reato diverso da quello a suo tempo specificato
nell'imputazione. In giurisprudenza si ritiene che questo limite previsto dall'art. 443 comma 3 escluda non
solo l'appello in via principale contro le suddette sentenze, ma anche quello incidentale, previsto dalla
generale disposizione dell'art. 595.

147

Il pubblico ministero non pu profittare dell'appello incidentale, per aggirare l'impedimento ad appellare
che gli deriva dall'art. 443 comma 3. Ne segue che l'imputato il solo a poter proporre appello contro le
sentenze inappellabili dal pubblico ministero, in relazione alle quali, dunque, egli potr sempre giovarsi del
divieto di reformatio in peius (art. 597 comma 3; nonch infra, cap. IX, 21).
Dubbia appare invece lappellabilit della sentenza conclusiva del giudizio abbreviato ad opera della parte
civile.
Privata del diritto di appellare la sentenza, la parte civile subisce un'irragionevole compressione del suo
diritto di difendersi nel processo penale giacch nel processo civile questo diritto certamente le spetterebbe).
Insomma, questo diritto va affermato, anche per evitare collisioni con i principi costituzionali e in primo
luogo, con la ragionevole attuazione del diritto di difesa che deve assistere il danneggiato da reato, il quale
abbia scelto di costituirsi parte civile, accettando il giudizio abbreviato come sede per l'accertamento del
danno risarcibile.
La parte civile ha facolt di appellare le sentenze si condanna, e di proscioglimento emesse a norma dell'art.
442.
Quando appellata una sentenza emessa a seguito di rito abbreviato, il relativo giudizio di impugnazione
destinato a svolgersi sempre in camera di consiglio, vale a dire senza intervento del pubblico, anche se quello
di primo grado si fosse svolto coram populo. Lo impone l'art. 443 comma che assoggetta questo tipo di
appello alle forme previste dall'art. 599.
Nel corso dell'udienza di appello possono essere assunte nuove prove, entro i limiti ammessi dall'art. 603.
L'imputato che ha condizionato l'ammissione del rito speciale ad una determinata integrazione probatoria
mantiene, anche in grado di appello, il diritto alla riassunzione del mezzo di prova gi acquisito in primo
grado, purch ci appaia necessario ai fini della decisione (art. 603 comma 1).
A sua volta, il pubblico ministero limitatamente ai casi in cui figuri come appellante, ha diritto a chiedere la
riassunzione, o l'assunzione per la prima volta delle prove contrarie (art. 438 comma 5 terza parte) a quelle
che l'imputato aveva dedotto nella richiesta di giudizio abbreviato.
Va risolto diversamente il caso dell'imputato il quale abbia proposto la richiesta di giudizio abbreviato, senza
condizionarne l'efficacia a un'integrazione probatoria. Con questo atto egli ha volontariamente rinunciato al
diritto alla prova e non pu pretendere che tale diritto risorga nel giudizio di appello. Correlativamente,
nemmeno il pubblico ministero, qualora si presentasse nella veste di appellante, sarebbe qui titolare di un
diritto alla prova.
L'integrazione probatoria dunque affidata in via esclusiva al giudice, il quale pu assumere tutti i mezzi di
prova che ritiene assolutamente necessari ai fini della decisione.
15. Giudizio immediato richiesto dall'imputato.
Fra i procedimenti speciali, espressione di "giustizia consensuale", il giudizio immediato richiesto
dall'imputato occupa un posto a parte. Ne conferma la circostanza che la disciplina di questo rito
contenuta non nel libro VI, dedicato ai procedimenti speciali, ma nel libro V, dedicato alla fase preliminare
del processo e, precisamente, in una disposizione riguardante la fase preparatoria dell'udienza preliminare,
qual l'art. 419 comma 5' (retro, cap. V, 38).
La semplificazione procedurale riguarda il segmento intermedio del procedimento penale di primo grado
(l'udienza preliminare, appunto), non quello finale (vale a dire il dibattimento). Infine la rinuncia esplicitata
dall'imputato nella richiesta di giudizio immediato sortisce un effetto meramente processuale, giacch la
legge non vi collega alcuna diminuzione di pena.
Il tratto tipico del rito qui considerato risiede nella facolt che la legge attribuisce alla parte (e,
segnatamente, all'imputato) di rinunciare alla chance difensiva rappresentata dall'udienza preliminare.
Presupposto del rito la dichiarazione con la quale l'imputato rinuncia all'udienza preliminare (art. 419
comma 5 prima parte). Essendo in gioco il diritto (individuale) di difendersi, la rinuncia costituisce, ancora
una volta, atto personalissimo dell'imputato, il quale pu far agire in propria vece un procuratore ad hoc.
Unico requisito di ammissibilit dell'atto il rispetto del termine per la sua presentazione: almeno tre giorni
prima della data in cui dovrebbe tenersi l'udienza preliminare.
Inoltre, nella disciplina in vigore fino al gennaio 2000 solo nel dibattimento l'imputato era assistito da un
vero e proprio diritto alla prova (artt. 190 comma 1, 468 e 495), mentre nell'udienza preliminare la legge
non gli riconosceva il diritto di far assumere prove utili ai fini del proscioglimento.
Questo ulteriore possibile incentivo alla scelta del giudizio immediato venuto meno con la nuova
formulazione dell'art. 422, che, pur non aprendo spazi al diritto alla prova, estende in misura considerevole i
poteri del giudice, giustificandone l'esercizio proprio nella prospettiva del non luogo a procedere.

148

Il giudice emette decreto di giudizio immediato (art. 419 comma 6). Si ritiene in giurisprudenza, che egli
possa astenersi dall'emettere quel decreto e imporre la prosecuzione del processo con le forme ordinarie,
quando sia in gioco una riunione di procedimenti che la richiesta dell'imputato finirebbe col mettere in
discussione: le esigenze efficientistiche, di sistema, prevalgono sulla volont dell'imputato.
Infine, optando per il giudizio immediato, l'imputato si preclude la possibilit di chiedere il giudizio
abbreviato (art. 458 c. 3), ma anche l'applicazione pena a norma dell'art. 444. Il rinvio fatto dal novellato art.
446 c.1 seconda parte al termine stabilito dall'art. 458 c.1 concerne, infatti, il solo giudizio immediato
promosso dal PM, non quello richiesto dall'imputato.
16. Procedimenti speciali espressione di giustizia "conflittuale".
Elemento comune di questi riti , appunto, l'imposizione alle parti private e, in particolare, all'imputato, di
una semplificazione procedurale che coincide con l'amputazione di uno o pi segmenti della fase
preliminare del procedimento di primo grado. Molteplici sono le ragioni che possono giustificare tale
semplificazione. Rilevano, a questo riguardo, fattori eterogenei quali l'evidente fondatezza dell'accusa,
l'esigenza di pervenire a una decisione dibattimentale con esemplare celerit in ordine a reati percepiti come
allarmanti, la scarsa gravit dei reati da perseguire e l'opportunit di procedere a nuove contestazioni
nell'udienza preliminare o nel dibattimento.
In tutti questi casi la legge processuale introduce deroghe al canone di eguaglianza. Non solo. Anche un
certo modo di intendere la presunzione di non colpevolezza trova qui un suo significativo temperamento.
E se tutti i cittadini - sotto questo profilo - sono da presumere ugualmente innocenti, sarebbe logico che il
procedimento penale constasse, per tutti gli imputati, delle stesse fasi, della stessa progressione di
accertamenti. Discriminazione ragionevole, quando risulti basata su stati di fatto, standardizzabili con
sufficiente precisione dalla legge.
17. Giudizio immediato richiesto dal pubblico ministero.
Presupposto fondante questo procedimento speciale l'evidenza della prova, come l'art. 453 comma 1.
A fronte di una simile evidenza di colpevolezza, sarebbe ozioso verificare la fondatezza dell'accusa pertanto,
la legge ritiene ragionevole, in tal caso, sopprimere l'udienza preliminare, che la fase espressamente
preordinata a quella verifica.
Non basta per che la prova appaia evidente al pubblico ministero, perch si possa direttamente passare
dall'indagine preliminare al giudizio. Essa deve apparire tale anche al giudice, al quale il pubblico ministero
deve rivolgersi per ottenere la citazione a giudizio immediato. Non solo. La legge pone condizioni ostative
all'accoglimento della richiesta del pubblico ministero, allo scopo di scongiurare il duplice rischio che la
scelta del rito speciale diventi un'ingiusta sperequazione ai danni dell'imputato; oppure che si risolva in una
scelta nociva e perci sconsigliabile sul piano dell'economia e dell'efficienza processuale.
Sotto il primo profilo, chiaro che la soppressione dell'udienza preliminare quando voluta dal pubblico
ministero - priva forzatamente la difesa di un'occasione per contrastare il cammino dell'accusa verso il
dibattimento. Ecco perch il giudizio immediato non pu essere disposto, se non dopo che la persona
sottoposta alle indagini sia stata messa in condizione di interloquire, col magistrato penale, sui fatti
dai quali emerge l'evidenza della prova (art. 453 comma 1). Non necessario che la persona sia
effettivamente interrogata su quei fatti: se cos fosse, la persona indagata potrebbe "boicottare" il giudizio
immediato, semplicemente astenendosi dal comparire davanti al magistrato. perci sufficiente un invito a
comparire per l'interrogatorio - con un atto nel quale siano descritti i fatti che rendono evidenti i termini
dell'accusa: solo l'irreperibilit dell'imputato o un suo legittimo impedimento sarebbero, a quel punto, di
ostacolo all'instaurazione del giudizio immediato (art. 453 comma 1).
Sotto il profilo dell'economia processuale e dell'efficienza la scelta del giudizio, immediato potrebbe risultare
controproducente in caso di connessione, quando si procede cumulativamente anche per reati la cui prova
"non appare evidente".
Favorevole alla separazione dei processi, il codice impone in questi casi che il rito speciale segua il suo iter
scindendosi dalle vicende connesse. Tuttavia, se il giudice ritenesse indispensabile mantenere il cumulo
processuale, dovrebbe rigettare la richiesta di giudizio immediate.
Infine, la legge condiziona l'ammissibilit della richiesta proveniente dal pubblico ministero all'osservanza di
un limite temporale, fissato in novanta giorni dalla registrazione della notizia di reato (art. 454 comma 1).
L'instaurazione di questa specie di giudizio immediato coincide sempre con l'esercizio dell'azione penale
(art. 405), Il pubblico ministero formula l'imputazione con un atto (richiesta) che chiama in causa il giudice
dell'indagine preliminare. A quest'ultimo va contestualmente trasmesso il fascicolo dell'indagine con la

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corrispondente notizia di reato (art. 454 comma 2).


L'iniziativa del pubblico ministero fa scattare l'obbligo del giudice di pronunciarsi sull'ammissibilit del rito
speciale: questione che va risolta entro il termine (meramente ordinatorio di cinque giorni da quella richiesta.
Se la prova non appare evidente o se manca una delle altre condizioni il giudice rigetta la richiesta con
decreto non motivato (art. 455).
Egualmente privo di motivazione il decreto con il quale il giudice sussistendo i presupposti e le
condizioni test ricordati accoglie la richiesta di giudizio immediato.
L'assenza di motivazione rende insindacabili, nel merito, entrambi questi provvedimenti processuali.
Non invece esclusa una critica, sotto il profilo della legittimit, del decreto che accoglie la richiesta del
pubblico ministero, quando questo sia stato emesso senza il previo interrogatorio (o l'equipollente invito a
comparire) della persona indagata. In questo errore procedurale la giurisprudenza giustamente incline a
ravvisare una lesione del diritto di difesa, riconducibile all'art. 178 lett. c: nullit a regime intermedio,
idonea a contaminare la validit del decreto di giudizio immediato (art. 185 comma 1), del quale il giudice
del dibattimento dovrebbe dunque constatare e dichiarare l'invalidit, restituendo poi gli atti al pubblico
ministero (art. 185 comma 3) per l'ulteriore, regolare corso della procedura.
Il decreto che accoglie la richiesta del Pubblico ministero introduce al contempo il giudizio immediato.
L'assenza di motivazione nel decreto di giudizio immediate requisite negativo, volto non solo a rendere
insindacabile l'atto ma altres a preservare l'imparzialit del giudice dibattimentale, proprio come accade per
il decreto emesso a norma del citato art. 429 (retro, cap. V, 45).
Si entra cos nella fase degli atti preliminari al dibattimento (artt. 465 ss.).
Disposto il giudizio immediato, l'imputato pu, innanzitutto, chiedere il giudizio abbreviato o il
patteggiamento. In relazione ad entrambi questi riti alternativi si esige che la richiesta sia presentata, a pena
di decadenza, nei quindici giorni che seguono la notificazione del decreto di giudizio immediato (art. 458
comma 1 e, rispettivamente art. 446 comma 1 seconda parte).
Per il patteggiamento le cose stanno diversamente, perch la richiesta di una parte non nemmeno presa in
considerazione dal giudice, se manca il consenso dell'altra parte. Il problema e che le norme da ultimo
indicate non prevedono il termine entro il quale tale consenso dev'essere prestato.
Caduta, con la riforma del 1999, la parte della norma che riguardava il consenso del pubblico ministero alla
richiesta di giudizio abbreviato stato soppresso anche il riferimento al termine che l'art. 458 istituiva per la
prestazione di tale consenso. Oggi, la norma in questione vale anche per il patteggiamento, ma privata di
quell'inciso divenuto superfluo solo per il giudizio abbreviato non fornisce alcuna indicazione circa il
termine entro il quale dovrebbe essere prestato il consenso per il patteggiamento.
Di fronte al silenzio della legge, sar il giudice ad assegnare un termine alla parte, come accade, del resto,
nell'analoga situazione in cui il patteggiamento chiesto con l'opposizione al decreto penale di condanna
(art. 464 comma 1 terza parte: cfr. infra, 27).
Se accoglie la richiesta di giudizio abbreviato, o quella di patteggiamento, il giudice dell'indagine
preliminare fissa l'udienza.
Il rigetto di quelle richieste avrebbe invece come conseguenza la prosecuzione del processo lungo l'ordinario
iter.
Tanto la richiesta di patteggiamento (art. 448 comma 1, seconda parte) quanto la richiesta complessa di
giudizio abbreviato possono essere tuttavia rinnovate davanti al giudice del dibattimento, in limine litis.
18. Segue: giudizio immediato "obbligatorio".
Merita di essere considerato a parte il caso di giudizio immediato imposto ex lege quando vi sia stata
opposizione al decreto penale di condanna. Presupposto del rito speciale non l'evidenza della prova.
Nel contesto del procedimento per decreto, l'udienza preliminare ritenuta superflua non solo perch
l'accusa appare saldamente ancorata a fatti incontestabili (al punto che il giudice per le indagini preliminari li
aveva ritenuti sufficienti addirittura a giustificare un provvedimento di condanna), ma anche perch essa
(accusa) ha per oggetto reati di scarsa gravit, i quali non sempre sono agevoli da provare.
Un criterio essenzialmente politico, basato sulla tenuit del trattamento sanzionatorio, sta dunque al fondo di
questa speciale ipotesi di giudizio immediato. Evidentemente il legistatore ha ritenuto che le chances offerte
dall'udienza preliminare possano essere sacrificate, quando la posta in gioco una semplice pena pecuniaria.
Bisogna tuttavia considerare che la maggior parte di questi reati rientra in quel settore di cognizione del
giudice monocratico soggetto alle regole della citazione diretta (art. 550), affidato a un iter procedurale di
per s privo -come si sa - dell'udienza preliminare. Ne segue che il giudizio immediato obbligatorio (art. 464
comma 1) impone, di fatto, il sacrificio di questa fase di garanzia ai procedimenti riguardanti una ristretta
cerchia di reati (fra questi, ad esempio taluni dei reati previsti dagli artt. 2621 e seguenti c c., possibile

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oggetto di decreto pepale in quanto punibili, in concreto, con sanzioni sostitutive di pene detentive:
appartenendo alla cognizione del tribunale collegiale, il processo relativo a questi reati annovera, infatti,
anche l'udienza preliminare, nel suo svolgimento ordinario).
Le caratteristiche procedurali del giudizio immediato obbligatorio sono pressoch identiche a quelle descritte
nel paragrafo precedente con riferimento al giudizio immediato, per cos dire, ordinario, regolato dagli artt.
453-458. L'unica differenza di rilievo sta nell'atto introduttivo del rito: non una richiesta del pubblico
ministero, bens un decreto di citazione, che il giudice dell'indagine preliminare emette d'ufficio quando
abbia constatato che ogni via a una soluzione anticipata del processo ormai preclusa.
19. Giudizio direttissimo. La specialit di questo rito risiede nella soppressione pressoch totale dell'intera
fase preliminare e in una significativa contrazione o, se si preferisce, semplificazione della fase
predibattimentale. Ad esso si ricorre esclusivamente per atto imperativo del magistrato quando il
fondamento dell'accusa a tal punto evidente da rendere superflua, non solo la verifica dell'udienza
preliminare, ma addirittura la ricerca di mezzi di prova solitamente attuata nell'indagine preliminare. Si pu
dire che, se il giudizio immediato esige una generica evidenza dei fatti descritti nell'accusa, il giudizio
direttissimo presuppone una evidenza "qualificata" degli stessi fatti. Rilevano, a questo riguardo, due
classiche situazioni processuali e, precisamente, l'arresto in flagranza e la confessione resa a brevissima
distanza dall'inizio dell'indagine.
Si danno tuttavia due modalit di svolgimento del giudizio direttissimo, leggermente diverse, secondo che
l'imputato sia privo della libert personale o sia invece libero.
L'imputato arrestato o in custodia cautelare una volta chiusa l'udienza die convalida per l'arr