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SERVIZIO PER LE INFORMAZIONI E LA SICUREZZA DEMOCRATICA

PER ASPERA
AD VERITATEM
RIVISTA DI INTELLIGENCE E
DI CULTURA PROFESSIONALE
N.2 maggio-agosto 1995

------------------------------ Servizio per le informazioni e la Sicurezza Democratica ------------------------------

Anche per l'albero c' speranza:


se viene tagliato, ancora ributta
e i suoi germogli non cessano di crescere;
se sotto terra invecchia la sua radice
e al suolo muore il suo tronco
al sentore dell'acqua rigermoglia
e mette rami come nuova pianta.
(Giobbe 14, 7-9)

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INDICE

Saggi e articoli

Gaetano MARINO - L'azione terroristica della mafia


Sergio SIRACUSA - La multinazionale del crimine
Pio MARCONI - Rischio sociale e sicurezza nazionale: un metodo per l'identificazione delle minacce
R. Valery ROVER - Il radicalismo islamico. Analisi della sua origine, teorizzazioni e possibili riflessi sulla sicurezza
nazionale
Aldo Maria SANDULLI - Note minime in tema di segreto di Stato
Francesco SIDOTI - I servizi di informazione e di sicurezza : prospettive per una cultura al servizio del Paese
Documentazione di interesse

Primo rapporto sul sistema di informazione e sicurezza (parte seconda)


Camera dei Deputati, XII Legislatura, Relazione sulla politica informativa e della sicurezza (secondo semestre 1994)
(articolo 11, primo comma, della legge 24 ottobre 1977, n. 801) presentata dal Presidente del Consiglio dei Ministri
Dini
Relazione generale sulla situazione economica del Paese (1994) - L'evoluzione dell'economia nel 1994
Camera dei Deputati, XII Legislatura, Proposta di legge n. 723 "Modifica dell'articolo 204 del codice di procedura
penale in materia di esclusione del segreto" presentata dai deputati SELVA, MAZZONE, NESPOLI
Senato della Repubblica, XII Legislatura, Disegno di Legge n. 142 - Modifiche alla legge 24 ottobre 1977 n. 801,
recante "Istituzioni e ordinamento dei Servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato"
presentato dai Senatori IMPOSIMATO, CORVINO, CARELLA, DI BELLA
Senato della Repubblica, XII Legislatura, Disegno di Legge n. 197 recante "Norme in materia di informazione e
sicurezza dello Stato, di segreto di Stato, di informazioni classificate", presentato dai Senatori SALVATO, TRIPODI,
DIONISI, FAGNI
Normativa e giurisprudenza di interesse

Legge n. 241 del 7 agosto 1990


Corte Costituzionale: Sentenza n. 86 del 24 maggio 1977
I Servizi di informazione e sicurezza degli altri Paesi

Francia: l'Organizzazione centrale di Intelligence


Recensioni e segnalazioni bibliografiche

Glauco GIOSTRA e Gaetano INSOLERA - Lotta alla criminalit organizzata: gli strumenti normativi - Recensione
Sergio ROMANO - Cinquant'anni di storia mondiale (la pace e le guerre da Yalta ai giorni nostri) - Recensione
Claude SILBERZAHN e Jean GUISNEL - Au coeur du secret - Recensione
Luigi MAGISTRO - Banche ed altri intermediari finanziari: tecniche investigative.
Giorgio SANTACROCE - Usura, riciclaggio e sistema bancario: linee di una strategia composita di contrasto.
Giacomo TRAVAGLINO - Il sequestro e la confisca antimafia, incostituzionalit dell'art. 12 quienquies D.L. 306.92
Giovanni FIANCADA - La mafia come ordinamento giuridico. Utilit e limiti di un paradigma
Gabriele VERRINA - Il concorso esterno e l'associazione per delinquere di stampo mafioso

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Notizie sui collaboratori

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CONTENTS

Essays and articles

Gaetano MARINO - Mafia's terrorist activity


Sergio SIRACUSA - The criminal multinational
Pio MARCONI - Social risk and national security: a method to identify threats
R. Valery ROVER - Islamic radicalism. An analysis of its origins, theories and possible impact on national security.
Aldo Maria SANDULLI - Few observations on State secrecy.
Francesco SIDOTI - The Intelligence and Security Services: prospects for a public service cultural approach.
Documents of interest

Parliamentary Oversight Committee on the Intelligence and Security Services. - First report on the Intelligence and
Security System. (Part II)
Chamber of Deputies, XIIth Parliament, Report on the Government Intelligence and Security policy for the period
July-December 1994. (Sec.11, par.1 of Law n. 801, of 24.10.1977) presented by Prime Minister Lamberto DINI
Report on the Country's economic situation in 1994. Economic development in 1994.
Chamber of Deputies - XIIth Parliament - Bill n.723 "Modification of art.204 of c.p.c. on the inapplicability of
secrecy" by Deputies SELVA, MAZZONE, NESPOLI
Senate - XIIth Parliament - Bill n.142 "Modification of Law n.801 of 24.10.1977, on the establishment and
regulations of the Intelligence and Security Services and the discipline of State secrecy", by Senators IMPOSIMATO,
CORVINO, CARELLA, DI BELLA
Senate - XIIth Parliament - Bill n.197 "Provisions on national intelligence and security, State secrecy and classified
information" by Senators SALVATO, TRIPODI, DIONISI, FAGNI
Legislation and jurisprudence

Law n.241 of 7.8.1990.


Constitutional Court: Judgement n.86 of 24.5.1977
Other Countries' Intelligence and Security Services

France: the Intelligence Central Organisation


Reviews and bibliographic recommendations

Calude SILBERZAHN and Jean GUISNEL - Au coeur du secret


Luigi MAGISTRO - Banche ed altri intermediari finanziari: tecniche investigative.
Giorgio SANTACROCE - Usura, riciclaggio e sistema bancario: linee di una strategia composita di contrasto.
Giacomo TRAVAGLINO - Il sequestro e la confisca antimafia, incostituzionalit dell'art. 12 quienquies D.L. 306.92
Giovanni FIANCADA - La mafia come ordinamento giuridico. Utilit e limiti di un paradigma
Gabriele VERRINA - Il concorso esterno e l'associazione per delinquere di stampo mafioso
News on our collaborators

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Prefetto 1a cl. Gaetano MARINO - Direttore del SISDe - L'azione terroristica della mafia
(*)

Premessa
Nel 1991 il Legislatore italiano riconosceva formalmente che i gruppi criminali organizzati, minacciando le
istituzioni e lo sviluppo civile della convivenza, costituiscono un pericolo per la sicurezza dello Stato e un
fattore di eversione dell'ordinamento democratico costituzionale. Contestualmente, ai Servizi di
informazione per la sicurezza veniva affidato il compito di estendere, ciascuno per la propria area di
competenza, il SISMi all'estero e il SISDe all'interno del territorio nazionale, l'attivit informativa anche nei
confronti del crimine organizzato: ne scaturito un grande progresso qualitativo dell'azione di contrasto. La
comunit di intelligence internazionale, al contrario, ha rifiutato per anni l'idea di doversi impegnare contro
il crimine organizzato. In questo senso i servizi italiani sono stati trainanti ed oggi possono vantare un vero
primato organizzativo nel condurre questa lotta. Il passaggio storico stato significativo poich esso ha
segnato una svolta nella percezione, sul piano istituzionale, della minaccia mafiosa. Un momento
importante che ha visto il potenziamento dell'azione di contrasto con l'ulteriore istituzione della Direzione
Investigativa Antimafia prima e dalla Procura Nazionale poi, nonch con l'introduzione di incisive misure
sul piano amministrativo e del diritto penale, sostanziale e processuale.
Tutti questi provvedimenti convergevano verso il consolidamento di un disegno strategico iniziato qualche
anno prima e teso ad adeguare strutture e strumenti a disposizione dello Stato per combattere l'eversione
criminale. Era quella una fase delicata del Paese al quale purtroppo il destino avesse riservato momenti di
tensione ancora pi gravi con le stragi di Capaci e di via D'Amelio, dalle cui ferite deriv un rinnovato
sforzo di ulteriore potenziamento dei mezzi di contrasto.
Lo Stato ha in sostanza fatto tesoro dell'esperienza e, di fronte alle organizzazioni criminali che adottavano
rapidamente le proprie contromisure, non si limitato a difendersi ma ha insistito con vigore nella sua
offensiva. Ci spiega finalmente i tanti successi delle Istituzioni e dello Stato.
Valutando, pi specificamente, gli aspetti che riguardano il coinvolgimento degli organismi di intelligence
nell'azione di contrasto del fenomeno di tipo mafioso, non vi dubbio che l'impiego del dispositivo
costituito dalla Comunit di intelligence ha rappresentato e rappresenta il livello inequivocabile della
situazione d'allarme, nonch la misura della risposta. I cittadini hanno del resto imparato a riconoscere la
pericolosit delle attivit mafiose e l'enorme potenziale offensivo e destabilizzante delle associazioni
criminali. quindi errata l'impostazione di chi, in Italia e all'estero, ritiene sproporzionato il coinvolgimento
dei Servizi di sicurezza per il danno che recherebbe all'immagine internazionale del Paese.
In una recente riunione dei Direttori dei Servizi di sicurezza europei stata evidenziata l'esigenza di una
partecipazione intensa dell'intelligence internazionale alla lotta alla criminalit. Vi da ritenere che
l'immagine del Paese si tuteli prendendo contezza dei problemi, traendone le necessarie conseguenze,
evitando di minimizzare la minaccia e non abbassando mai il livello di attenzione, nemmeno quando il
silenzio e le pause potrebbero far pensare ad un abbandono del campo da parte del nemico. Un nemico che
stato e resta forte, tatticamente e strategicamente dotato, e per questo da non sottovalutare neppure
inattivo.
Vi da dire che anche prima del 1991 sarebbe stato possibile attribuire a singoli episodi criminali
potenzialit destabilizzanti. Ma i concetti di eversione e di pericolo per la sicurezza dello Stato contengono
un quid pluris, significando precisamente l'idea di una criminalit organizzata ormai strutturata nella
contrapposizione illegale, nella ricerca del contropotere, del condizionamento pressante e pesante portato
avanti con la razionale violenza e con l'aggressione terroristica, allo scopo di piegare comunque il potere
legale.
1. L'intelligence internazionale

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Percepiscono oggi chiaramente tale pericolo anche quei Paesi dove il fenomeno criminale, non di rado
importato, muove i primi passi e dove mai fino a ieri lo Stato si aspettava di essere minacciato dalla
presenza organizzata del crimine.
Nel seminario internazionale - organizzato a Roma dal SISDe nello scorso mese di aprile per i
rappresentanti di 15 Servizi di intelligence europei - sono state raccolte preoccupazioni corali per il pericolo
eversivo rappresentato dal crimine organizzato che, in virt del nuovo contesto geopolitico, della
velocizzazione degli scambi e delle comunicazioni, della crescente mobilit di persone e soprattutto di
capitali, tende sempre maggiormente a svincolarsi dal legame territoriale e ad assumere connotati
transnazionali. La minaccia alla sicurezza dello Stato costituita dalla contaminazione del circuito legale
dell'economia e, talvolta, della rappresentanza politica, dal deliberato proposito di mettere in discussione il
monopolio statuale della legge, espressione della sovranit popolare, dal tentativo di accreditare un peso
contrattuale e politico dinanzi alla comunit dei cittadini. Lo scenario interno ed internazionale deve
rendersi sensibile rispetto ai nuovi soggetti che irrompono sul campo e che rivelano alleanze e connubi
criminali di forza, di valenza eversiva.
Le risultanze investigative delle Forze dell'ordine hanno gi fornito riscontri in questo senso, ed analoghi
segnali scaturiscono dal lavoro informativo e di intelligence. Il circuito dei traffici illegali assai
preoccupante e vede le organizzazioni mafiose in prima linea accanto ad altri tipi di referenti talvolta
operanti per fini di natura non sempre coincidente. Non facile al momento ipotizzare una alleanza eversiva
tra varie componenti, che vada al di l dei reciproci interessi economici criminali. Purtuttavia la natura dei
traffici desta grave allarme, cos come il riciclaggio dei capitali minaccia l'affidabilit e la tenuta delle
regole dell'intero sistema economico. A fronte di tale situazione sembra quindi retorico chiedersi se la scelta
di impegnare gli organismi di intelligence possa essere considerata valida.
L'attivit informativa, infatti, un momento centrale dell'azione preventiva, che a sua volta assume un ruolo
fondamentale nella lotta al grande crimine organizzato. Gli strumenti dell'intelligence consentono di
interpretare i fatti e i fenomeni, di prevedere l'incidenza e l'evoluzione di essi a breve e medio termine, di
individuare ove maggiori siano le possibilit di penetrare gli ambienti tradizionalmente omertosi
dell'organizzazione mafiosa, i soggetti che operano all'interno degli aggregati criminali, i reticoli di
relazione all'interno e all'esterno del territorio nazionale, di avvertire infine gli organi di polizia in tempo
utile per un intervento pi specifico di tipo preventivo e poi repressivo. In proposito stato ripetutamente
riconosciuto come significativo il contributo fornito dal SISDe all'azione di contrasto.
2. L'eversione criminale
Il dovere della riservatezza e l'aridit dei fatti non fa apprezzare la grande mobilitazione di energia e di
sacrificio che vi dietro a ogni attivit di intelligence, ma ogni cittadino deve sapere che l'impegno
massimo. Nel 1994 l'attivit del servizio ha consentito di arrestare nel settore dell'eversione criminale ben
547 soggetti, di cui 49 latitanti, e di denunciare 299 persone. Nel primo quadrimestre dell'anno in corso le
puntuali informazioni del SISDe hanno attivato indagini delle forze di polizia che hanno gi portato
all'arresto di 162 soggetti, di cui 16 latitanti, e alla denuncia di 135 persone. Questi dati essenziali sono
citati - ma nel contesto delle periodiche relazioni del Servizio sono forniti in forma pi analitica - per
evidenziare che la nuova prospettiva dell'attivit di intelligence, il salto di qualit che la distingue, non
mette in secondo piano i precisi riscontri dell'attivit operativa in merito alla quale esiste, e va rafforzato,
uno stretto rapporto con gli organi di Polizia giudiziaria. Ancora il caso di sottolineare che l'utilizzazione
dei mezzi di intelligence ha il grande pregio di invertire un tradizionale squilibrio che ha sempre visto lo
Stato inseguire i fenomeni piuttosto che anticiparli e prevederli. sufficiente rileggere le recenti vicende
del Paese per riscontrare come spesso gli interventi delle Istituzioni, sia a livello normativo che di
coordinamento operativo, abbiano seguito lo scandire dei tempi in qualche modo imposto
dall'organizzazione mafiosa. L'impiego delle potenzialit dei Servizi di intelligence consente, o dovrebbe
consentire, di colmare questo scarto temporale, abbreviando la percezione della realt. Ma c' ovviamente di
pi, v' un ritorno di efficacia assai pi ampio: le modalit di acquisizione delle informazioni, la loro
elaborazione e gestione, secondo i criteri dell'intelligence, sono utili per definire una strategia mirata a
riconoscere gli spazi nei quali la criminalit organizzata esercita la sua influenza ed indirizza le sue mire di
espansione, nonch i suoi canali di intervento ed il suo modus operandi.

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Da qualcuno, pi volte, stata rivolta questa domanda: sono in grado oggi i Servizi di svolgere e sostenere
al massimo un'azione cos delicata ed impegnativa? Ovvero, quali sono i limiti che incontra il
dispiegamento di un'attivit cos complessa? La risposta un'occasione propizia per ribadire che proprio la
storia della lotta al crimine organizzato ha insegnato che i risultati si ottengono quando si ha il coraggio di
affrontare i problemi riconoscendone la rilevanza.
Dianzi si cercato di illustrare che l'impegno dei Servizi motivato dalla minaccia recata alla sicurezza
dello Stato e che esso indispensabile poich consente la elaborazione di una strategia di contrasto in tempi
utili. Purtuttavia, per essere pi efficace, l'attivit di informazione deve differenziarsi rispetto a quella che le
forze dell'ordine possono gi autonomamente realizzare. un punto sul quale necessario richiamare
energicamente l'attenzione, anche in questa sede cos qualificata.
L'obiettivo della prevenzione, in altri termini, per essere realistico e attendibile, deve andare al di l
dell'immagine ed esplorare fenomeni e fatti che accadono nella realt quotidiana. Il punctum dolens che si
propone per una comune riflessione che l'attuale quadro normativo non fornisce adeguati mezzi di
garanzia funzionale agli operatori di Servizi: strumenti che consentirebbero un intervento pi incisivo, in un
quadro di legittimit dei fini ed in un contesto garantito da un'ampia gamma di controlli.
3. Gli strumenti di tutela
La carenza di strumenti di tutela genera, infatti, una situazione di incertezza che non giova alla qualit
dell'attivit svolta. Con viva soddisfazione, si constatato che il tema delle garanzie funzionali e dei
controlli stato oggetto di attenzione da parte del Comitato parlamentare per il controllo sui Servizi di
informazione e sicurezza, nella sua recente relazione. del tutto evidente come non sia possibile relegare i
Servizi di intelligence ad un ruolo di mera ausiliarit degli organi di polizia giudiziaria che, in determinate
circostanze, chiedono il supporto dei mezzi tecnici e delle specifiche professionalit del Servizio e che,
nell'ottica della massima cooperazione, vengono sempre coadiuvati. L'autonomia operativa che pure
faticosamente il Servizio si sforza di concretizzare , infatti, indispensabile per alimentare il circuito
virtuoso che parte dall'informazione, procede con l'elaborazione e l'analisi e promuove una nuova fase della
ricerca informativa, selezionata e mirata. Ma alquanto paradossale che una raffinata cultura giuridica
come quella italiana non si sia posto, in termini adeguati, il problema di distinguere tra legalit dei mezzi e
legittimit dei fini, questione che, in paesi di alta democrazia come l'Inghilterra e la Germania, stata
affrontata e risolta in quanto rappresentativa di uno snodo cruciale.
Dalla relazione del Comitato parlamentare si evince la consapevolezza che i Servizi, talvolta, hanno
l'esigenza di superare la barriera della legge comune, concetto del resto in linea con quanto
autorevolmente affermato dalla Corte Costituzionale nella ormai famosa sentenza 86/1977. Si tratta, in altri
termini, di consentire agli operatori dei Servizi di avvalersi di strumenti analoghi a quelli gi riconosciuti
alla Polizia giudiziaria, seppure in contesti e confini diversi e in un quadro senz'altro gradito agli operatori
del servizio: essi vogliono lavorare ed essere controllati, con il riconoscimento di piena legalit della loro
azione.
Potrebbe allo scopo essere individuata un'alta istanza amministrativa o uno speciale Foro giurisdizionale. Al
potenziamento del sistema dei controlli deve, in sostanza, corrispondere un adeguamento delle possibilit
operative in un quadro di trasparenza che, superando la cultura del sospetto e i diffusi pregiudizi sui
cosiddetti Servizi Segreti, renda comprensibile l'utilit del lavoro di intelligence. In altri termini, pare
necessario che i grandi progressi e i successi realizzati, dagli organi investigativi o dal comparto sicurezza,
siano assistiti e rafforzati da un pi adeguato prodotto dell'intelligence. Ci ineluttabile ove si pensi al
livello dell'aggressione mafiosa: gli attentati di Roma, Firenze e Milano del 1993 provano il crescendo e la
valenza eversivi della mafia.
Il potere destabilizzante del terrorismo mafioso va combattuto con ogni mezzo possibile. Soltanto un'attivit
coordinata consentir di sviluppare al massimo l'azione di prevenzione, in un'ottica moderna che veda la
struttura della sicurezza e dell'intelligence accanto alle forze della magistratura in una lotta, senza quartiere,
ad ogni forma del crimine.
Da "Capaci - Quanto tempo fa" supplemento a cronache Parlamentari Siciliane n. 7 luglio 1995.
testo tratto dall'intervento del Prefetto 1a cl. Gaetano Marino al congresso "Capaci - Quanto tempo fa?", svoltosi a Palermo il 19, 20 e 21 maggio 1995.

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Gen. C.A. Sergio SIRACUSA - Direttore del SISMi - La multinazionale del crimine (*)

Premessa
La legge n. 410 del 1991, nel riconoscere alla criminalit organizzata il ruolo di minaccia delle istituzioni
dello Stato, ha affidato ai Servizi di intelligence il compito di fornire il quadro informativo (all'interno e
all'estero) agli organi di Polizia. In tale quadro al SISMi affidato il ruolo e la responsabilit di fornire agli
organi di Polizia giudiziaria il quadro informativo estero e dei collegamenti della criminalit organizzata
nazionale con le criminalit organizzate degli altri paesi. Di seguito saranno prese in esame le pi recenti
sfide della criminalit organizzata negli spazi internazionali, alla ricerca di nuove e remunerative forme di
delitto.
Il fenomeno del crimine organizzato ha superato da tempo i confini dei singoli Stati, acquisendo
connotazioni internazionali e capacit di agire in qualsiasi punto del globo, sino ad assumere la forma di
un'autentica minaccia per la societ. Ci che caratterizza l'attivit macro-criminale infatti il rapido
accumulo di risorse dovuto alla abnorme sproporzione tra i bassi costi di gestione e gli altissimi redditi. Ne
deriva la necessit di reimpiego dei capitali accumulati che inevitabilmente conduce ad una infiltrazione
sempre pi consistente del crimine associato nel tessuto finanziario ed economico della societ. Questa
accentuata contiguit tra il crimine e gli ambienti economico-finanziari non resta per confinata ai paesi pi
vulnerabili. Le attivit che costituiscono la base pi solida dell'azienda del crimine: il traffico di droga, il
commercio clandestino di armi, spesso in commistione tra loro e in vario modo interconnessi con i
terrorismi locali ed internazionali, per la loro stessa natura acquistano peso e rilevanza se attuati in mbito
interstatale. L'espansione dei gruppi criminali diviene cos una scelta operativa forzata, con un raggio di
azione che comprende l'intera comunit degli Stati.
Non sono, tuttavia, solo la ormai acquisita e consolidata dimensione transnazionale e la capacit di
mimetizzazione e di infiltrazione a caratterizzare la grande criminalit organizzata. Essa si pone come fine
prioritario il profitto finanziario e si giova di una accentuata flessibilit sia nella scelta degli obiettivi e delle
zone di espansione della sua attivit, sia nel modus operandi. Questa attitudine a porre in essere attivit
criminose, che si presentano del tutto innovative rispetto a quelle tradizionali, quali l'eco-criminalit, il
traffico di materiale sensibile, o che costituiscono una forma pi complessa o pi raffinata delle stesse, ad
esempio le droghe sintetiche o lo sfruttamento dei grandi flussi migratori, rappresenta la sfida pi recente
della criminalit negli spazi internazionali.
Il termine Ecomafie ha una accezione duale, in quanto individua il ruolo della criminalit organizzata nei
fenomeni di degrado e di illegalit ambientale e inoltre l'attitudine, palesata da tutte le varie organizzazioni
mafiose, ad inserirsi come ideologie imprenditoriali nel business di carattere ambientale a cominciare da
quello dei rifiuti. Le Ecomafie, insomma, si presentano sempre con lo stesso volto: quello di una
imprenditoria che penetra a fondo il tessuto economico e si garantisce, in virt degli affari realizzati, una
sostanziale impunit. I risultati per la collettivit e l'ambiente sono devastanti. Al degrado civile si somma il
saccheggio delle risorse ambientali. Nell'humus di risorse economiche rilevanti, destinate ad attivare le
opere pubbliche necessarie a colmare i deficit infrastrutturali di intere regioni, cresciuta una illegalit
diffusa e articolata con ramificazioni ed evoluzioni direttamente proporzionali ai vari sodalizi della
criminalit organizzata.
1. Le ecomafie
Quanto emerge in Italia trova crescenti riscontri in analoghe situazioni presenti nei vari Paesi dell'Est
europeo, nei Paesi africani in via di sviluppo, nel centro e nel sud America, ove gli appalti diventano spesso
appannaggio di imprese macrocriminali con l'uso spregiudicato della corruzione o con il racket
dell'estorsione. La raccolta e lo smaltimento di rifiuti urbani e, soprattutto, di quelli di origine industriale,
rappresentano ormai uno dei settori privilegiati dalle organizzazioni criminali per le loro attivit di

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riciclaggio di denaro sporco e, soprattutto, di acquisizione di nuovi settori di economia legale. Si tratta di
una duplice presenza criminale con devastanti conseguenze di carattere ambientale. I clan mafiosi, infatti, si
occupano, in forma pressoch monopolistica, dei servizi di raccolta e smistamento di rifiuti industriali,
tossici, nocivi in molti Paesi, a livello globale, dai Paesi industrializzati verso i Paesi in via di sviluppo. Due
sono gli aspetti specifici caratterizzanti le cosiddette Ecomafie: un elevato livello di imprenditorialit
criminale, che ne fa uno degli anelli di congiunzione tra economia legale ed economia illegale; e la
sostanziale impunit di cui godono per il combinarsi di controlli amministrativi a volte inesistenti e della
spesso scarsa efficacia delle sanzioni previste. Insomma, la criminalit organizzata ha individuato nella
tutela del territorio l'anello pi debole della normativa internazionale e dei singoli Paesi ed in questo buco
nero - fatto di case abusive, di discariche per rifiuti solidi urbani e per rifiuti ospedalieri, di case e quartieri
costruiti al di fuori di qualsiasi regolamento urbanistico - si inserita per sfruttare al meglio l'incapacit
mostrata dagli Stati nel difendere il patrimonio naturale e l'ecosistema.
Al fine di contrastare questo circolo criminale rappresentato dalla sinergica combinazione tra degrado
ambientale e degrado sociale e civile, occorrer il potenziamento delle strutture di controllo sull'ambiente,
la rigorosa applicazione delle sanzioni a chi viola le norme in materia e, soprattutto, un monitoraggio, ad
ampio spettro internazionale, delle attivit criminali in questo settore, raccordato ad un concreto impegno
normativo, finanziario, sempre - si ribadisce - su scala internazionale.
Un accenno al traffico di materiale sensibile.
Il recente sequestro in una cittadina ungherese di 18 chili di uranio - materiale altamente radioattivo - con la
conseguente disarticolazione di una rete di trafficanti internazionali operanti in Italia, Slovacchia ed
Ungheria, ha riportato ancora una volta l'attenzione dei mass media sulla pericolosit di tale minaccia
incombente a livello mondiale. Il materiale strategico infatti un pericolo non solo per la sua eventuale
utilizzazione da parte di Paesi considerati a rischio - solo ad esempio: l'Iran -, ma anche perch la sola
casuale o incontrollata dispersione nell'ambiente o lo stesso incauto uso possono costituire un danno enorme
per la salute pubblica e la sicurezza ambientale.
2. I prodotti nucleari
Ancora maggiore appare la minaccia ove si consideri possibile l'utilizzo di materiale sensibile da parte di
organizzazioni criminali con connotazioni terroristiche o razzistiche o religiose o fanatiche, come
dimostrano i recenti episodi accaduti in Giappone.
Sin dal 1989 si sono diffuse, sempre pi intensamente, voci su un vero e proprio traffico di prodotti nucleari
in Russia, iniziato dopo il crollo del muro di Berlino. A questo business sarebbero interessati gruppi
terroristici e criminali europei e di alcuni Paesi del Terzo Mondo i quali, aggirando l'embargo sul materiale
fissile, avrebbero trovato una nuova strada di riciclaggio di denaro sporco che consente l'investimento di
ingenti capitali. A fronte di poche azioni giudiziarie in corso nel mondo per il traffico di materiale
radioattivo, va rilevato che, oggettivamente, anche il lento ritiro delle truppe russe di stanza in Germania,
iniziato nel 1991, ha aperto nuovi orizzonti ai professionisti dell'economia sommersa, alla criminalit
organizzata, alle consorterie criminali necessitate a reperire sempre nuovi spazi per investire gli ingenti
capitali e le risorse finanziarie extralegali realizzate.
Nell'attuale situazione strategica internazionale, non esistendo pi il rigido sistema bipolare, tipico della
guerra fredda, va emergendo un nuovo mondo internazionale di tipo multipolare, che induce i Paesi medi a
preoccuparsi pi direttamente e al di l di ogni ragionevole dire della propria sicurezza. In questa zona
grigia si incuneano le organizzazioni criminali in grado, attraverso operazioni di ingegneria societaria, di
investire capitali per l'acquisizione di materiale e di fornire una rete di intermediari per la distribuzione
dello stesso e, altres, per immagazzinare quantitativi di componentistica di armamento e di materiale
sensibile in quelle aree caratterizzate da particolari situazioni di instabilit regionale, quali alcune parti
dell'Europa, Africa o Medio Oriente.
Le grandi organizzazioni criminali sono in grado di infiltrare gli intermediari finanziari operanti nel settore
dell'acquisto di armi e di materiale sensibile. In questo settore, in definitiva, in cui si intrecciano traffici
internazionali, operazioni finanziarie sospette ed ingenti interessi economici, i casi sempre pi ricorrenti di
implicazioni mafiose devono suscitare allarme e preoccupazione perch sono sintomatici di un vero e
proprio trend adottato dalle organizzazioni criminali, sempre alla ricerca di penetrare inesplorati ma lucrosi

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mercati.
3. Narcoterrorismo
Con questo termine si intende l'utilizzo da parte di trafficanti internazionali di stupefacenti di militanti gi
impegnati in organizzazioni armate e l'attivit, su scala internazionale, di smercio di droga da parte di
formazioni combattenti.
L'uccisione del giornalista Miguel Dodias Uname, celebre per il suo reportage sul narcotraffico latinoamericano, la battaglia tra l'esercito cinese e le truppe di narcotrafficanti del triangolo d'oro, le bombe fatte
esplodere a Nizza, nella zona del nuovo Caia, nel marzo del 1993, e quelle della primavera-estate dello
stesso anno in Italia sono, come molti altri, episodi esemplificativi di questo nuovo volto della criminalit
organizzata internazionale. Tali episodi rivelano la mutazione ormai in atto nella maggior parte delle
organizzazioni mafiose operanti su scala transnazionale e soprattutto nel cosiddetto Terzo Mondo. Questa
mutazione implica importanti conseguenze economiche e strategiche per il mondo sviluppato, ove si
consideri che numerosi ed inquietanti sintomi si manifestano, in modo evidente, nelle grandi metropoli, con
i cartelli criminali che hanno i mezzi per far assassinare i rari giornalisti disposti a denunziare traffici e
crimini. Nelle aree confinanti con il triangolo d'oro e con la mezzaluna d'oro gli Stati impegnati a
contrastare i narcotrafficanti devono ingaggiare vere e proprie battaglie militari contro i signori della droga.
Nel mondo esistono, ormai, estensioni geografiche in cui nessuno Stato riesce, di fatto, ad imporre alcuna
legge. Le sostanze stupefacenti prodotte in queste zone procurano ogni anno enormi mezzi finanziari ai
trafficanti, con cifre dell'ordine di centinaia ed a volte di migliaia di miliardi. Queste somme hanno
trasformato talune bande in superpotenze criminali, da Cosa Nostra italo-americana ai cartelli colombiani,
alle cosiddette mafie russe e alle triadi cinesi, in grado di realizzare veri e propri atti di guerra, potenti al
punto da proporsi come anti-Stato. Tale criminalit, in effetti, si colloca su un nuovo piano, ai limiti della
guerriglia, mescolando traffico di narcotici, terrorismo, macrocriminalit mafiosa e finanziaria.
La distinzione tradizionale tra la criminalit politica e quella comune si va affievolendo. Paradossalmente,
come si gi detto, era un potente asettico stabilizzatore dell'ordine internazionale interstatale. Il rapido
dissolvimento di forzate relazioni di interdipendenza, il venir meno delle strette regole stabilite per
assicurare un equilibrio nella conseguente instabilit delle relazioni internazionali, sono all'origine delle
mutazioni che subiscono le guerriglie e le organizzazioni criminali. In tale contesto sembra attirare la
riflessione degli addetti ai lavori un fattore, per molti aspetti paradossale, quale quello presente nei processi
di democratizzazione.
L'aggravamento dei fenomeni di corruzione e di narcotraffico per la liberazione selvaggia dei mercati, che
stimola necessit finanziarie valicanti le fonti lecite dei finanziamenti, e il cambiamento dell'ordine
mondiale pongono, inoltre, gravi problemi di adattamento agli apparati di sicurezza e di difesa di alcuni
Paesi, privati dei punti di riferimento usuali negli ultimi quarant'anni.
Le nuove minacce non sono pi strettamente militari.
4. La nuova alleanza
Proprio l'intelligence costretta a considerare come soggetti strategici attori non statuali, violenti che, fino a
poco tempo fa, venivano considerati oggetto di interesse delle sole forze di Polizia. Contestualmente
organizzazioni dotate di capacit stragiste di grande potenza finanziaria conquistano sempre nuovi terreni,
gruppi politico-militari di tipo guerrigliero o milizie o signori della guerra tessono inedite alleanze, tentano
nuovi pericolosi legami con il crimine organizzato in Asia centrale, in America Latina, in Medio Oriente.
Questi gruppi, grazie alla convergenza dei fattori socio-culturali, alla domanda del mercato illecito e alla
riduzione dei dogmi ideologici, finanziano la loro lotta con il narcotraffico: finita la guerra fredda, gli attori
politico-militari del vecchio ordine hanno dovuto adattarsi o sparire. In conclusione, superpotenze
criminali di oggi (mafia italo-americana, cartelli colombiani) e di domani (cartelli dell'Asia centrale e bande
metropolitane) e, alla periferia del mondo, guerriglie in fase di decomposizione - tutte entit diverse come
origine e come obiettivi - hanno un comune denominatore. Tutte hanno subto l'effetto violento dell'enorme
flusso dei narco-dollari e vivono in dipendenza del danaro ricavabile dalla droga.
Nell'ultimo decennio numerosi Paesi hanno intensificato i controlli sul traffico di sostanze chimiche, ossia

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di quelle materie di larghissimo impiego in molteplici lavorazioni industriali lecite che sono indispensabili
come reagenti o come solventi nei processi di trasformazione o raffinazione delle droghe.
La collaborazione internazionale stata ampliata per tentare di frenare il flusso di tali sostanze verso le
organizzazioni criminali transnazionali che dispongono di attrezzati e numerosi laboratori clandestini. I
trafficanti di stupefacenti hanno nel contempo modificato le procedure per contrabbandare le sostanze
chimiche di base. Nel quadro delle dinamiche evolutive del traffico internazionale di stupefacenti dobbiamo
constatare che le droghe naturali costituiscono adesso solo una parte del panorama mondiale degli
stupefacenti. Si sta diffondendo infatti in modo allarmante il consumo delle cosiddette droghe chimiche o
sintetiche. Negli ultimi cinque anni i paesi occidentali hanno potuto registrare un trend positivo di
tossicodipendenti consumatori regolari di "ecstasy" o della gemella eve. Tali sostanze stimolanti dalle
propriet allucinogene stanno infatti invadendo la Spagna, la Germania, l'Olanda e in parte anche l'Italia.
Tra le cause della trasformazione dei consumi di stupefacenti appare determinante l'ingresso dell'ex blocco
sovietico all'inizio degli anni '80 nel mercato internazionale delle droghe. Le organizzazioni criminali di
questi paesi, infatti, valutarono l'alternativa tra incentivare la coltivazione di piante, quindi droghe naturali,
o approfittare dell'obsoleto apparato chimico-industriale per produrre droghe di sintesi. La seconda
soluzione apparve pi vantaggiosa, anche perch i singoli componenti chimici non erano sottoposti a nessun
reale controllo e, d'altro canto, numerosissimi qualificati professionisti privi di occupazione erano disposti a
prestare la loro opera.
5. L'immigrazione clandestina
Alla luce di quanto sopra, si pu affermare che, mentre da un lato il problema della dispersione chimica ha
registrato un aumento dell'attenzione internazionale a livello politico ed operativo, pur se permangono gravi
lacune nel sistema di controllo, dall'altro lato, verso tale settore altamente remunerativo per i bassissimi
costi di produzione si sono diretti e si vanno dirigendo sempre maggiori investimenti da parte della
criminalit nazionale che ha individuato in esso una nuova e pi proficua fonte di reddito.
In questo quadro meritano qualche cenno l'immigrazione clandestina e il traffico delle persone. Si ritiene
che dalle 250 mila alle 350 mila persone provenienti dall'Asia e dall'Europa dell'Est emigrino
irregolarmente verso l'Europa occidentale; oltre la met degli immigrati viene gestita da organizzazioni
criminali transnazionali che da qualche tempo, dato il basso costo ed il cospicuo profitto, hanno inserito nel
proprio campo d'azione l'organizzazione e lo sfruttamento del bisogno di migrazione e l'ulteriore indotto
derivante dalle successive attivit illecite, in particolare prostituzione, droga, mercato illegale del lavoro. In
Italia, le presenze clandestine sono stimate attorno alle 300 mila unit, una stima forse per difetto, anche se
quasi impossibile conoscere la reale entit degli immigrati irregolari, proprio perch entrati
clandestinamente o scivolati in questa condizione a causa della scadenza del permesso di soggiorno. In
Europa e nel mondo la minaccia di un indiscriminato spostamento di masse provenienti dai Paesi poveri
appare di significativa valenza, sia per la sua entit, sia per le ormai comprovate connessioni tra le comunit
di immigrati e le strutture criminali, spesso a connotazione interetnica e transnazionale, talora tipica
espressione della criminalit organizzata locale.
Efficienti e ramificate organizzazioni di vario tipo, facendo leva sulla disperazione e sulla spinta ad
emigrare di larghi strati di popolazioni sottosviluppate, lucrano cifre esorbitanti per agevolare l'ingresso nei
paesi considerati di facile accoglienza o di proficuo inserimento. La gestione dell'immigrazione clandestina
rappresenta, inoltre, il mezzo attraverso cui si esercita, da parte delle organizzazioni criminali, uno stretto
controllo delle comunit insediatesi illegalmente, sfruttate quale fertile terreno di reclutamento di forzelavoro a costi irrisori e di manovalanza criminale. Reiterati e significativi risultano i coinvolgimenti dei
cittadini dell'ex Jugoslavia, albanesi, cinesi, dell'area maghrebina, curdi, pakistani, dell'area sub sahariana,
in traffici illeciti di sostanze stupefacenti, armi, sfruttamento della prostituzione, nella organizzazione della
stessa immigrazione clandestina.
In concreto le organizzazioni criminali, presenti anche nei paesi di transito, provvedono a reperire
passaporti falsi, falsificare i passaporti autentici rubati, contraffare i visti di ingresso, organizzare il viaggio
e inserire e gestire i clandestini in attivit spesso illecite.
In conclusione, il fenomeno dei movimenti di popolazione determinato da cause demografiche,
economiche, politiche e sociali. I paesi sviluppati, che stanno quasi per esaurire le opzioni politiche e

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legislative praticabili - nell'ambito della propria sovranit - per contenere l'afflusso dei cittadini stranieri,
dovranno in prospettiva orientarsi ad una modifica del proprio assetto legislativo per curare la
impenetrabilit giuridica, almeno, dei propri confini.
Resta il fatto che, qualunque misura venga adottata, ci che urge spezzare il legame con i sodalizi
criminali che utilizzano gli immigrati in guisa di un nuovo, inesauribile vivaio di manodopera da usare,
all'occorrenza, come emissaria nei paesi d'origine e fonte di guadagno facilmente gestibile.
(*) Da "Capaci - Quanto tempo fa" supplemento a cronache Parlamentari Siciliane n. 7 luglio 1995.
testo tratto dall'intervento del Generale C.A. Sergio Siracusa al congresso "Capaci - Quanto tempo fa?", svoltosi a Palermo il 19, 20 e 21 maggio 1995.

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Pio MARCONI - Rischio sociale e sicurezza nazionale: un metodo per l'identificazione


delle minacce

1. Il pi conosciuto e, forse, il pi profondo dei sociologi moderni, Max Weber, ci ha tramandato una
immagine della societ industriale caratterizzata dalla prevedibilit dei comportamenti, degli eventi e,
quindi, della sicurezza. Secondo Weber, la situazione dell'uomo civilizzato si caratterizza per:
a) la fede generalmente acquisita nel fatto che le condizioni della sua vita quotidiana - tram, ascensore,
denaro, tribunale, esercito, medicina ecc.- siano fondamentalmente di carattere razionale, cio prodotti
umani accessibili alla conoscenza, alla creazione e al controllo;
b) la fiducia nel loro funzionamento razionale, cio conforme a regole note, e quindi nella possibilit,
almeno in linea di principio, di "fare i conti" con esse, di "calcolare" il loro atteggiamento, di orientare il
proprio agire in base ad aspettative precise, create per il loro mezzo. Ed in ci consiste "l'interesse specifico
dell'impresa capitalistica razionale in vista di ordinamenti razionali, il cui funzionamento pratico egli pu
prevedere al pari del funzionamento di una macchina" (Weber, 1913, p. 302).
La scienza ed un sistema di relazioni interpersonali caratterizzate dalla certezza rendono, nel quadro dipinto
da Weber, l'uomo civilizzato, vivente in una societ razionale-capitalistica, dotato di forti sicurezze e della
possibilit di prevedere, attraverso procedimenti relativamente semplici, le conseguenze dell'agire privato e
collettivo. Si sente, nelle pagine di Weber, l'ottimismo e forse il trionfalismo di chi analizza un'epoca
definita da Polanyi come la "pace dei cento anni" (1944), che garant all'Europa uscita dalle guerre
napoleoniche un secolo di competizione mercantile e di emarginazione dello scontro militare generalizzato.
Nell'arco che va dal 1814 al 1914 non mancano certo le guerre ma esse sono locali e non globali.
La competizione tra le nazioni si sviluppa viceversa, in quel periodo, attraverso la concorrenza,
l'innovazione, la conquista dei mercati. Un altro dei padri della sociologia, Spencer, aveva caratterizzato la
moderna societ industriale per l'indole pacifica dei popoli e per l'orientamento del conflitto alla pacifica
competizione pi che alla brutalit della conquista, della rapina, della guerra.
Il passo di Weber prima citato del 1913, e Weber stesso si dimostra "profeta tradito", molto rapidamente.
Un anno dopo la pubblicazione di "alcune categorie della sociologia comprendente", l'Europa travolta dal
conflitto mondiale al quale succede un secondo conflitto seguito a sua volta da un cinquantennio di pace,
fondata per sul bilanciamento delle armi e sulla reciproca minaccia di un calcolato rischio scientifico,
quello nucleare.
Contro la descrizione-profezia di Weber, la societ sviluppata contemporanea si configura come societ
della insicurezza e del rischio. Cos la descrive Luhmann: "Col crescere della complessit dei sistemi sociali
senza dubbio inevitabile che si corrano dei rischi maggiori: dei rischi che non pi possibile evitare al
livello del comportamento elementare faccia a faccia e neppure collegandoli a pericoli definiti in modo
univoco a livello sociale, ma che rendono invece problematica e in termini estremamente vaghi la questione
della sicurezza" (1970, p. 196).
2. Lontana dalla previsione-descrizione di Weber, la societ contemporanea si manifesta come societ che
garantisce un gran numero di sicurezze e che, nel contempo, vede moltiplicarsi le insicurezze e i rischi.
La moderna tecnologia garantisce l'uomo, nelle societ sviluppate, da classiche minacce: il freddo, la fame,
la malattia. La societ tecnologica purtuttavia portatrice di nuove minacce. Innanzi tutto, quelle che
derivano dalla sfida dell'uomo alla natura (l'incidente nella centrale nucleare o nella fabbrica di fertilizzanti
chimici, il crollo del grattacielo, l'uso incontrollato o perverso della tecnologia a fini di distruzione o di
manipolazione). In secondo luogo, quelle che derivano da una crisi nella alimentazione del sistema
tecnologico; la crisi petrolifera degli anni settanta deve essere considerata una sorta di monito permanente
alla societ tecnologica: una variabile umana e politica (il prezzo di una fonte di energia) pu condizionare
lo sviluppo di un intero sistema sociale.
La vita sociale stessa si manifesta solo in apparenza pi sicura. La vita umana appare certo pi tutelata da
aggressioni dirette. Le societ sviluppate vedono costantemente calare il numero degli omicidi. Ma il
sistema delle relazioni si fa spesso molto incerto. Lo sviluppo degli strumenti di comunicazione favorisce

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solo in apparenza la trasparenza dei mercati e la conoscenza dei contraenti. Ma le relazioni di tipo
privatistico sono ipotecate da forti elementi di insicurezza per la moltiplicazione dei soggetti operanti e per
le interconnessioni tra di essi. Un contratto in materia societaria ha oggi una forte dose di aleatoriet e di
rischio in conseguenza anche della complessa rete di soggetti operante nell'ambiente dell'impresa.
La sicurezza del cittadino dall'aggressione criminale al patrimonio dovrebbe essere rafforzata da tecnologie
di polizia sofisticate, da forze "pubbliche" professionalizzate, da una magistratura imparziale. Ma il
sovraccarico di popolazione e di relazioni rende il patrimonio pi vulnerabile al rischio criminale e rende
spesso il criminale un soggetto difficile da reperire in conseguenza della densit omologante della
popolazione.
La persona, pi sicura per alcuni versi, meno soggetta al "rischio prevedibile" (malattia, brigantaggio
extraurbano, ecc.), tuttavia sottoposta a numerosissime aggressioni di tipo imprevedibile e a volte
irrazionale (la violenza del tossicodipendente, l'incidente per colpa grave da alcolismo, l'esplosione di
violenza, l'azione devastante immotivata, ecc.).
3. Nelle societ contemporanee l'aumento della insicurezza riguarda non soltanto il "privato" ma anche i
sistemi politici. Questi ultimi, pur dotati di consenso e di enormi strumenti operativi, appaiono soggetti ad
una vulnerabilit moltiplicata. Come ricorda il passo di Luhmann prima citato, le societ contemporanee
sono soggette a rischi "che non pi possibile evitare al livello del comportamento elementare faccia a
faccia".
Nelle visioni tradizionali, il rischio per la sicurezza di uno Stato pu provenire dall'attivit palese od occulta
di un avversario definibile, il quale pu operare con soggettivit identificabili "faccia a faccia". Ai tempi nei
quali scriveva Max Weber il rischio era rappresentato da un antagonista e da minacce alla sicurezza operate
da soggetti determinabili (Mata Hari) e dotati di comportamenti occulti ma ricostruibili con elementari
criteri logici.
Gli Stati contemporanei sono viceversa resi vulnerabili in conseguenza di alcune caratteristiche da essi
assunte, in conseguenza della complessit del moderno agire politico e delle relazioni sempre pi strette che
si registrano nel circuito Stato-mercato-Stato.
Vi innanzi tutto una vulnerabilit derivata dalla stretta interconnessione dei sottosistemi. La "forza" e il
"prestigio" dello Stato contemporaneo sono dovuti alla "ricchezza della nazione" (prendendo a prestito la
terminologia di Adam Smith), cio della produzione, dell'appetibilit del prodotto, dalla innovazione, dalle
risorse finanziarie, dalla propensione della finanza al rischio. La decisione politica quindi in parte
sottoposta alle fluttuanti logiche del mercato. Questo purtuttavia dipendente dalla scelta pubblica: sia essa
interna, sia essa internazionale. Un sistema di sottosistemi strettamente interdipendenti vede moltiplicarsi i
luoghi della vulnerabilit. Un colpo inferto ad una azienda o ad un settore merceologico pu tradursi in
forma di destabilizzazione politica. Viceversa l'induzione di una decisione pubblica pu produrre
conseguenze rilevantissime nel campo economico.
In secondo luogo, vi una vulnerabilit derivata dalla diffusione delle funzioni pubbliche. Lo Stato
contemporaneo vede moltiplicarsi le proprie funzioni. Quasi tutti gli aspetti della vita sociale, relazionale,
economica sono soggetti a regolamentazioni riportabili all'autorit pubblica. Ci moltiplica i settori nei
quali possa essere portato un attacco e inferta una lesione.
In terzo luogo, vi una vulnerabilit dovuta alla comunicazione. La societ contemporanea convive con
strumenti di comunicazione che consentono a tutti i suoi componenti di immagazzinare ed elaborare in
tempo reale una massa sconfinata di informazioni. La diffusione della comunicazione in tempo reale pone
ulteriori problemi alla sicurezza. Di fronte ad una aggressione o ad una minaccia si pone un duplice
problema: a) quello della risposta o della prevenzione, b) quello della gestione degli effetti comunicativi
della lesione.
Soprattutto la diffusione della comunicazione rende estremamente vulnerabili le societ a ci che Merton ha
definito come "la profezia che si autoadempie". Merton prende le mosse dal c.d. teorema di W. I. Thomas:
"se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze". Gli uomini
non rispondono quindi solo agli elementi oggettivi di una situazione, ma anche, ed a volte in primo luogo,
"al significato che questa situazione ha per loro" (Merton, 1957, p. 678).
Il "caso" sul quale Merton lavora quello della insolvibilit della Last National Bank nel "mercoled nero"
del 1932.
Nonostante la situazione di relativa liquidit della banca, una voce di insolvenza accolta da un certo numero

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di clienti si risolve effettivamente in una insolvenza della banca. "La salda struttura della banca - scrive
Merton - dipendeva da una serie di definizioni della situazione: la fiducia nella validit del sistema di
promesse economiche reciproche in cui gli uomini vivono. Una volta che i clienti avevano definito la
situazione in altro modo, una volta messa in dubbio la possibilit che queste promesse fossero adempiute, le
conseguenze di questa definizione irreale furono anche troppo reali" (1957, p. 679).
In quarto luogo, vi una vulnerabilit dovuta ad una difficile definizione del rischio dovuto alla opacit
degli antagonisti di un sistema. Una macchina fatta di interconnessioni tra Stato e mercato, caratterizzata
dalla diffusione di funzioni pubbliche, non spesso in grado di identificare l'antagonista con i criteri con i
quali lo identificava lo Stato europeo dell'800.
Sia ben chiaro che le nuove vulnerabilit dei sistemi contemporanei non sostituiscono le vulnerabilit
classiche dello Stato. Esse consistevano nel difetto di legittimazione, cio nell'assenza di un grado di
consenso verso i governanti tale da minimizzare una eventuale lesione, nonch dal deficit protettivo e di
intelligence, cio dalla debole presenza di un apparato di contrasto e dalla insufficienza di un sistema
conoscitivo adeguato alla comprensione dei rischi.
4. La societ moderna insomma un aggregato che vede moltiplicate le occasioni di ricevere lesioni. Alla
vulnerabilit classica unisce infatti nuove vulnerabilit derivate dal sistema moderno delle relazioni, delle
interconnessioni, della trasmissione dell'informazione e dell'opinione.
Cambia nella societ moderna il "rischio" per l'aggregato politico-sociale. Nello Stato moderno il rischio era
riducibile alla coppia guerra-rivoluzione, con le variabili e le correlate figure attenuate. Nello Stato
contemporaneo il corpo politico-sociale pu venire ferito in una vastissima pluralit di metodi non riducibili
n allo schema bellico n a quello rivoluzionario. Cambiano, in modo correlato, anche le metodiche di
identificazione del rischio. Lo Stato moderno poteva orientare le proprie risorse a ben delimitati settori di
pericolo. Nei sistemi contemporanei viceversa ogni area del sociale, dell'economico, del politico portatrice
di rischi.
Come ottimizzare, nel mondo contemporaneo, gli interventi orientati alla prevenzione del rischio per la
sicurezza? Occorre, preliminarmente, riflettere sui modelli di interpretazione e di conoscenza del rischio
elaborati dalle moderne scienze sociali.
In linea di massima abbiamo due modelli di approccio al rischio. Il primo la risk analysis, che oggettivizza
il rischio e lo rende passibile di una analisi ricollegabile a quella "dei costi e dei benefici" tipica della
scienza economica.
La risk analysis affonda le sue radici "nel concetto di utilit della economia politica classica" (Marinelli,
1993). Tale analisi "si sostiene sulla pretesa di derivare delle asserzioni che prescrivono la realt oggettiva
(analitico-probabilistica) dei fenomeni, prescrizioni su ci che necessario fare - su ci che razionale dal
punto di vista della particolare condizione decisionale" (Marinelli 1993, p. 72).
Il secondo modello rappresentato dalla cultural theory of risk perception. Questa non pone l'accento sulla
obiettivit naturalistica del rischio bens anche sulla cultura e sugli atteggiamenti di coloro (siano istituzioni,
siano i cittadini) che percepiscono il rischio. "Nella percezione del rischio - scrivono Douglas e Wildavsky gli esseri umani agiscono non tanto come individui isolati, ma come esseri sociali, che hanno interiorizzato
pressioni sociali e che hanno delegato i processi di decision making alle istituzioni" (1982, p. 80).
L'approccio della cultural theory significativamente diverso da quello della risk analysis. Nel secondo
modello di analisi si parte da un dato (essere) per ricavarne una prescrizione (dover essere). Nel primo caso
ci si muove soprattutto nella dimensione del dover essere. Il rimedio al rischio non correlato ad un essere
(ad un rischio oggettivo) bens ad un sistema di dover essere, alla "percezione di tutto ci che considerato
come socialmente accettabile nella situazione data" (Marinelli, 1993, p. 73).
La risk analysis pu apparire come uno strumento adeguato a fronteggiare i rischi in una condizione nella
quale essi siano di numero limitato e localizzabili in modo certo. L'analisi culturale del rischio appare
sicuramente pi adeguata alla comprensione del rischio nei modelli sociali complessi caratterizzati da
numerosissime interconnessioni (che rendono difficilmente prevedibile il luogo del pericolo) e da un
sistema di informazioni globali portatore a sua volta di concreti effetti sociali.
Le societ complesse dovrebbero investire una quantit illimitata di risorse alla conoscenza del rischio
condotta con il criterio ingegneristico dell'analisi costi/benefici. L'osservazione e la predisposizione di
misure preventive dovrebbe riguardare - a tappeto - tutte le congiunture sociali dalle quali potrebbe
enuclearsi una minaccia per la sicurezza della compagine sociale o dello Stato.

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I criteri indicati dall'analisi culturale del rischio propongono, viceversa, di enucleare innanzi tutto i luoghi
considerati portatori di rischio da una determinata cultura sociale e di orientare al monitoraggio dei
medesimi le risorse conoscitive (o di intelligence) del sistema.
La cultural analysis consente quindi di razionalizzare gli investimenti conoscitivi e di fornire risposte
adeguate ai bisogni di un pubblico che, nel sistema comunicativo globale, il primo oggetto della lesione.
Un lavoro di intelligence, condotto con i criteri della metodica prassi dello studio del rischio, non pu
limitarsi a segnalare o ad ipotizzare le lesioni possibili ma deve preliminarmente riuscire ad enucleare gli
ambiti del contesto sociale che la cultura sociale vuole intangibile e comunque protetti.
L'attivit di intelligence si divide quindi in due. Innanzi tutto in un lavoro di analisi e valutazione delle zone
della societ nelle quali una lesione avrebbe effetti di destabilizzazione. In secondo luogo una analisi delle
potenzialit e della consistenza della entit che potrebbe produrre la aggressione.
L'analisi culturale del rischio suggerisce anche una nuova dimensione della sicurezza. Le societ complesse,
tecnologicamente avanzate e caratterizzate da una infinit di interconnessioni, non consentono il
raggiungimento di una condizione di piena e assoluta sicurezza. Le trasformazioni sociali e tecnologiche
rendono progressivamente aleatoria la vita sociale.
La collettivit stessa, nelle societ complesse, per alcuni versi preparata al rischio e disponibile al rischio.
Essa per richiede alle istituzioni ed al decision maker che l'evento lesivo sia per lo meno circoscritto e sia
stato previsto con la predisposizione di un sistema di prevenzione anche se non assoluto per lo meno
adeguato.
5. La cibernetica di secondo ordine (cfr. Marinelli 1993, p. 121 e ss.) suggerisce una distinzione utile alla
comprensione della attivit dell'entit produttrice di una possibile minaccia o lesione al corpo sociale e allo
Stato. Si tratta della distinzione tra trivial machine e non-trivial machine. La trivial machine la macchina
banale caratterizzata da una relazione lineare tra il suo input e il suo output, una macchina quindi
prevedibile e deterministica. La macchina non-banale si rifiuta viceversa di comportarsi in maniera
corrispondente a come sarebbe lecito aspettarsi: in essa le relazioni input/output non sono invarianti ma
sono determinate dal precedente output della macchina medesima.
La distinzione qui suggerita serve a non cristallizzare l'indagine sul presupposto della razionalit della entit
che produce il rischio. La macchina antagonista che agisce contro una societ ed uno Stato pu essere nonbanale in molti sensi che qui di seguito vengono enumerati:
a) essa pu agire al di fuori di ogni tipo di valutazione razionale (non-banale anche una macchina che si
mette in moto da sola con le conseguenze pi imprevedibili);
b) essa pu agire nella normalit in modo banale ma in alcuni casi muoversi con una logica "impazzita";
c) essa pu memorizzare le risposte sociali ed adeguare quindi il proprio comportamento a quello dell'entit
aggredita, innovando quindi costantemente le modalit della propria espressione.
La teoria della macchina non-banale serve anche a ricordare che la lesione della sicurezza pu venire anche
da eventi fortuiti ed inseriti in logiche esterne al circuito rischio-sicurezza.
6. L'analisi del rischio offre alla riflessione sulla sicurezza un ulteriore motivo di meditazione. Esso
relativo agli obiettivi che le istituzioni deputate alla sicurezza devono raggiungere.
L'obiettivo "massimo" certo quello della prevenzione assoluta dell'evento dannoso. La complessit della
societ moderna rende tale ipotesi di difficile perseguibilit. La societ degli spostamenti di massa, del
divertimento di massa, delle innumerevoli relazioni impersonali un organismo difficilmente
cristallizzabile e controllabile. Forme di controllo assoluto della societ sono certo progettabilli. Ma a
discapito della mobilit sociale e umana e di valori considerati oggi irrinunciabili: la privacy, la libert.
Oggi si assiste alla crisi di due strumenti classici di garanzia della sicurezza: il diritto e la forza. Il primo
non sempre in grado di essere efficace. La seconda potrebbe garantire la sicurezza ma a costi non
sostenibili da uno Stato di diritto e da una societ democratica.
Vi poi un obiettivo intermedio: quello della controllabilit del rischio. La gravit della lesione alla
sicurezza direttamente proporzionata alla imprevedibilit di essa. Le aspettative di sicurezza del corpo
sociale non sono assolute. La cittadinanza delega alle istituzioni e al sistema delle decisioni politiche il
compito di predisporre misure di prevenzione adeguate al rischio. L'evento dannoso ha sempre conseguenze
devastanti e destabilizzanti. Ma la destabilizzazione sicuramente minore se esiste la certezza o la
consapevolezza che il sistema difensivo di una societ stato attivo e che esso ha operato al massimo al fine

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della prevenzione.
Nella societ moderna emerge quindi un nuovo strumento di prevenzione del rischio per la sicurezza. Esso
consiste nella conoscenza. Conoscenza dell'ambiente sociale e degli snodi che la collettivit considera
meritevoli della massima protezione. Conoscenza dell'entit antagonistica considerata nelle tre variabili:
della machina banale, della macchina non-banale, della macchina impazzita.

Bibliografia
- M. Douglas, A. Wildavsky, Risk and Culture, Berkley, 1982.
- N. Luhmann, Soziologische Aufklaerun, Westdeutscher Verlag 1970, trad. it. Milano, 1983.
- A. Marinelli, La costruzione del rischio, Milano, 1993.
- R. K. Merton, Social Theory and Social Structure, Glencoe III, 1957, trad. it. Bologna, 1959.
- K. Polanyi, The Great Transformation, New York 1944, trad. it., Torino, 1974.
- M. Weber, Gesammelte Aufsaetze zur Wissenschaftslehre, Tuebingen 1992, trad. it. Torino, 1958.

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R. Valery ROVER - Rischio sociale e sicurezza nazionale: il radicalismo islamico. Analisi


della sua origine, teorizzazioni e possibili riflessi sulla sicurezza nazionale

1. Definizioni e contenuti: l'Islam radicale e l'Islam delle origini


Il 20 settembre 1955, presso il Centro di Cultura e Civilt della Fondazione Giorgio Cini nell'isola di S.
Giorgio Maggiore a Venezia, ebbe luogo un incontro fra uomini di cultura di matrice occidentale sul tema
"Il processo alla civilt occidentale da parte dell'Islam". Il tema era volutamente provocatorio, e l'incontro di
Venezia sar il primo di una lunga serie di incontri analoghi, nel corso dei quali saranno esaminati i rapporti
fra cultura e civilt islamiche e cultura e civilt occidentali. Questo incontro ha aperto formalmente un
dibattito particolarmente animato, e una nuova fase di ripensamento e di produzione storica e storiografica
da ambo le parti. Molti scritti e molti fatti ne sono seguiti; sul piano ideologico non si trattato sempre di
un'analisi obiettiva e distaccata; anzi, spesso essa stata fin troppo passionale nei giudizi, e irruenta e
violenta nelle conseguenze pratiche.
E cos, nel Secondo Dopoguerra, mentre l'Islam (ri-)prendeva piena coscienza di s stesso, prendeva atto del
fatto coloniale e della sua innegabile violenza, e invocava con scritti e con atti la fine di quel lungo e
travagliato processo di decolonizzazione (ri-definito come "neocolonialismo), l'Occidente (ri-)prendeva a
sua volta coscienza piena dell'Islam, si interrogava sulle proprie responsabilit-colpe-fardelli, e veniva
proponendo etichette per designare questo nuovo fenomeno islamico, senza tuttavia interrogarsi a fondo
sulla adeguatezza di queste sue definizioni ("Integrismo" - "integralismo" "Fondamentalismo"
"Radicalismo" e oggi - forse la peggiore - "islamismo") e sui reali contenuti dei diversi movimenti
speculativi e ideologici che cos venivano etichettati.
Ma, come si detto, soltanto in epoca relativamente recente l'occidente e alcune lites islamiche, soprattutto
gli establishments di quei paesi che si autodefiniscono islamici - si sono posti davanti a una seria riflessione
e valutazione delle origini e delle caratteristiche di questo tipo di movimenti. Si tratta di una riflessione che
stata un po' il risultato (I) del fallimento della decolonizzazione-modernizzazione; (II) della necessit di
prendere atto della "opzione islamica" come la pi favorita e la pi favorevole fra quelle che si presentano
per colmare un innegabile vuoto ideologico lasciato dalla disintegrazione dell'Impero Ottomano prima (nel
bacino Mediterraneo) e dal fallimento di quel processo pi o meno indolore di ecolonizzazionemodernizzazione.
Soltanto ripercorrendo sine ira et studio questi ultimi decenni, ricercandone le radici storico-culturali,
ripensadoli e valutandoli con distacco, possibile delineare un quadro meno pessimistico e pi obiettivo. Il
primo passo a una siffatta analisi rappresentato dalla puntualizzazione di una terminologia squisitamente
occidentale a definizione di questi movimenti islamici pi estremisti e militanti, una terminologia che - in
ultima analisi - risultata imprecisa, deviante per i contenuti che essa implica, e, cosa ancor pi grave, del
tutto fuorviante per chi nella posizione di dover valutare e operare nella realt.
Trovandosi a dover definire un fenomeno appartenente a un mondo poco conosciuto e che stava
rapidamente guadagnando gli onori della cronaca, i mezzi di comunicazione occidentali sono ricorsi alla
terminologia che essi meglio conoscevano. L'integralismo cattolico e il fondamentalismo protestante
avevano alcuni punti di contatto con le teorie dell'Islam estremista e militante; e cos i loro nomi finirono
con l'essere fatalmente utilizzati per designare quei movimenti speculativi e dottrinali - e le loro rispettive
scelte politiche e istituzionali - che continuavano ad agitare il mondo islamico (e l'Occidente di riflesso)
sotto la pressione di forze diverse.
Oggi, il termine "fondamentalismo" prevale forse rispetto a quello di "integralismo"/"integrismo"; ci
tuttavia non riflette la sua maggiore aderenza alla realt cui viene abbinato, e va addebitato molto pi
semplicemente alla preponderanza della lingua inglese nel settore delle comunicazioni. Gli specialisti sono
fortemente contrari a entrambi i termini, i quali - nei loro contenuti specifici - risultano difficilmente
esportabili dal contesto storico-culturale che li ha visti nascere a un contesto storico-culturale cos
profondamente diverso(1). La mancata storicizzazione delle sacre Scritture che caratterizza il
fondamentalismo protestante, e il carattere totalizzante dell'integralismo cattolico non hanno assolutamente

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corrispondenza n con le posizioni dell'Islam ufficiale n con le posizioni dottrinali dell'Islam "radicale".
Quanto infatti viene messo in discussione da questi movimenti islamici - con il ritorno alle "origini" e alle
"radici" dell'Islam - la possibilit che il religioso guidi e determini direttamente tutta la vita della societ, in
tutti i suoi aspetti: politico, economico, sociale (2).
Maggiore successo pare invece avere incontrato in Occidente il termine di "radicalismo". Esso appare
abbastanza diffuso, anche fra gli specialisti; comodo da usare, e appropriato quando designa il
ripensamento che questi movimenti fanno dell'Islam: un ritorno alle "radici", rilette, ristudiate e riscoperte
nella loro purezza e forza primitiva, nell'autentico e genuino messaggio del Profeta, scevro da tutte quelle
interpretazioni e sovrastrutture, spesso devianti, accumulatesi nel corso dei secoli o per ignoranza o per
malafede dei governanti e dei loro consiglieri.
Nello studio che segue ci si atterr a questa definizione per designare quei movimenti islamici che danno
una interpretazione rigidamente teocratica e conservatrice dell'Islam e dei suoi modelli-valori-princpi
politico-sociali-economici.
Si tratta di una digressione terminologica che non va affatto sottovalutata; non un pezzo di virtuosismo
fisiologico o lessicale. Essa intende porre l'accento su alcuni punti cruciali di un dibattito che sta
coinvolgendo anche il mondo islamico, lacerandolo al suo interno in una pluralit di posizioni ideologicospeculative.
infatti significativo - in questo contesto - il fatto che gli esponenti del radicalismo islamico abbiano
adottato il nome di al-islamiyyn (*) (letteralmente: "gli islamici", tradotto dalla maggior parte della cultura
e pubblicistica francese come "les islamistes" o "les islamisants") al posto del molto pi comune almuslimm (letteralmente: "i musulmani"); ci sta a indicare e sottolineare l'importanza che essi
attribuiscono all'aspetto istituzionale della religione. E qui opportuna un'ulteriore precisazione: si pu a
ragione parlare di crisi all'interno dell'Islam; non per affatto appropriato configurare questa crisi come
una crisi di fede. Non sono i princpi del credo n i precetti del culto (ossia la shari'ah, la Legge religiosa
islamica) a essere messi in discussione; non l'esistenza di Dio n la sua unicit ed essenza metafisica ed
etica a essere messi in dubbio. la religione intesa come sistema di vita, nella sua onnicomprensivit, che
viene rimessa in discussione perch deve ritrovare la giusta dimensione, deve riconquistare quegli spazi che
indubbiamente il processo di decolonizzazione e modernizzazione le ha tolto a tutto vantaggio di un
modello di vita e societ ispirato a modelli occidentali. E la critica che il radicalismo islamico muove al
modello di vita occidentale coinvolge con la stessa prepotenza e violenza sia il modello pluralisticocapitalista sia quello socialista-totalitario esportato a suo tempo dall'URSS. l'Islam che deve ritrovare la
"sua" forza e la "sua" vitalit, una propria identit "culturale" da opporre all'Occidente e a tutti i suoi
modelli.
Ma proprio mentre l'Occidente si affanna a trovare etichette e definizioni per questi movimenti islamici, gli
stessi "islamiyyn" finiscono con rifarsi a termini occidentali per definire quanto sta accadendo al loro
interno. E ci dimostra quanto i conti con la modernit (e con l'Occidente) siano tutt'altro che chiusi. Anzi!
Gli ultimi venti/trenta anni circa sembrano scandire un atto particolarmente drammatico - spesso violento e
cruento - di un lungo confronto-scontro, che vede l'Islam impegnato sia contro l'Occidente sia al suo interno
per emanciparsi da ogni influsso esterno in nome di una riappropriazione della propria identit culturale, del
proprio modello, quello originario e delle radici nella sua forma pi pura e pi incontaminata. Di fatto per
questa lotta non riesce ad eliminare completamente alcune forme e alcuni tratti tipici di quel mondo e di
quella cultura che gli "islamiyyn" dicono di volere spazzare via e che pure ha iniettato loro gli stimoli
intellettuali del risveglio e le energie dell'azione.
innegabile che oggi un numero sempre maggiore di musulmani portato a guardare al proprio passato - o
a quanto sentito come tale - per potere fare una critica e un'analisi dei propri problemi e dei mali attuali, e,
quindi, per potere pianificare un futuro "ideale" e migliore. Il problema sociale ed economico ha acquistato
una centralit senza precedenti. Il politico ha recuperato dimensioni globali. Ma anche innegabile che il
passato cui questo mondo islamico si rif pur sempre un passato "rivisitato", visto con gli occhi dell'oggi e
col sapere delle scienze dell'Occidente, forgiato con gli strumenti che la tecnologia dell'Occidente pu
mettere a disposizione. Nei circoli radicali dell'Egitto, dell'Iran, del Sudan e di altri paesi sta attualmente
imponendosi un linguaggio nuovo, un "linguaggio politico islamico" che - a ben guardare - per
fortemente in debito con l'occidentalizzazione (non meno che con l'Islam profetico e delle origini) non solo
nei termini e nelle definizioni ma anche nei contenuti (3). un processo che affonda le sue radici nella
stessa Rivoluzione Francese e che non certamente ancora terminato. una nuova fase di quel

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"riformismo" islamico, che ha dato vita, nel primo dopoguerra, ai primi due grandi movimenti radicali: la
Jam'at-i Islm di Mawdd e la Associazione dei Fratelli Musulmani di el-Bann'.
2. Le radici storico-culturali del radicalismo islamico: il "risveglio" islamico e gli stimoli
dell'Occidente
Proprio nel secolo XIX matureranno nuove ideologie e correnti culturali che agiteranno, metteranno in crisi
e trasformeranno l'intero sistema politico, istituzionale e sociale dell'Europa e di tutte quelle popolazioni
con cui il Vecchio Mondo intratterr rapporti di varia natura: coloniali, commerciali e, lungo queste stesse
vie, anche culturali. L'area Ottomana e quella islamica asiatica non saranno immuni n esenti da questi
stimoli. E se da un lato il Grande Malato diventer sempre pi passivo oggetto di ambizioni e di interessi
politici e strategici da parte dell'Europa fino alla sua disintegrazione; dall'altro lato, l'Europa - entrando
culturalmente nel territorio del Turco - innescher quei meccanismi che metteranno in moto un processo
irreversibile e non ancora compiuto: la riconquista della propria identit culturale da parte di quelle
popolazioni locali ricche di tradizioni loro e di una storia loro fatta di glorie passate e passati splendori,
civilt gi fiorenti e speculativamente brillanti, che il dominio del turco aveva emarginato in una situazione
di insterilimento e stasi intellettuale e politica. Cosicch, sar proprio da questa Europa "barbara e infedele"
che gli Arabi per primi - ma non soltanto loro - riceveranno quegli stimoli intellettuali che ne
determineranno la rinascita culturale e politica.
A partire dalla fine del secolo XVIII saranno infatti proprio le esperienze culturali europee a dare il primo
impulso ad acquistare (o ri-acquistare) coscienza della propria identit. Della Rivoluzione Francese si pu
dire brevemente che essa rappresent una rottura con il passato, mobilit uomini e cre "nazioni"; diede il
potere a una nuova classe sociale, la borghesia; consegn al mondo di allora nuovi modelli ideologici e - al
tempo stesso - politici e istituzionali, i quali rispondevano alle insopprimibili esigenze del mondo
contemporaneo. "Libert" "Eguaglianza" e "Fratellanza" si tradussero in modelli politici, quali monarchia
costituzionale, repubblica democratica radicale, repubblica moderata borghese, bonapartismo. Furono
proposte nuove alternative politiche e sociali: il potere non era pi monopolio della sola classe aristocratica,
bens, per la prima volta, esso entrava di fatto nelle mani di una nuova classe sociale: la borghesia delle
professioni, la borghesia del capitale e dell'industria. E questa rivoluzione sar esportata dalla Francia, o
meglio dalla borghesia francese, sulla punta delle baionette, e sar destinata ad acquistare significato e
rilevanza internazionali. Non ne furono immuni neppure gli intellettuali e gli esponenti di una fragile
borghesia a base prevalentemente urbana e mercantile medio-asiatica. Il Romanticismo, dal canto suo,
definendo i suoi caratteri nello sforzo del superamento del mondo culturale e concettuale illuministico,
metter in primo piano i valori del "sentimento", della "individualit" e, in genere, della tradizione storica
considerata come rivelazione di disegni provvidenziali e divini: un patrimonio concettuale che, per canali
diversi, penetrer anche nel mondo islamico e innescher una serie di meccanismi che troveranno terreno
particolarmente fertile nella concezione statuale teocratica dell'Islam. In campo politico, il romanticismo si
tradurr anche in rivendicazione dei diritti degli individui e delle "nazioni" alla libert di pensiero e di
coscienza, in ribellione contro ogni forma di oppressione, di autocrazia, e di conservatorismo in nome del
diritto delle nazionalit alla libert. In altri termini, il movimento romantico costitu la grande forza
culturale che immetter nel mondo moderno l'idea di "nazione" e di "nazionalit", destinata a scuotere alle
fondamenta i grandi imperi multinazionali dell'epoca, incluso l'Impero Ottomano e gli imperi coloniali
dell'Occidente europeo. Nei circoli intellettuali di tutto il medio-asiatico prender vita un dibattito
particolarmente vivace intorno a questo nuovo concetto di "nazione", e se questa "nazione" debba essere
una e universale per tutto il mondo islamico (il concetto dottrinale della "Ummah" delle origini dell'Islam),
ovverosia se debba condurre alla ricostituzione della unitariet della Comunit originaria, oppure se sia
possibile conciliare l'unit e l'universalit (ideale) della nazione islamica con le particolarit culturali pur
esistenti nel suo seno e con le frontiere/confini esistenti. Si tratta di un dibattito ancora aperto, e oggi
particolarmente vivace nei circoli radicali, che continua a contrapporre particolarismi e individualismi a
teorizzazioni di stampo "romantico", tendenze "secolari" e comunque ispirate a pragmatismo a
interpretazioni dottrinali radicali e militanti (4).
Gli insegnamenti positivistici completeranno la rivoluzione sociale e politica iniziata dalla rivoluzione
francese; rappresenteranno una rottura radicale con il passato e regaleranno - anche nel mondo islamico -

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quelle concezioni organicistiche della societ, che, rigenerate attraverso una lettura ed esegesi erudita del
Corano, saranno alla base di molti "socialismi islamici" degli anni '50-'60. Ed infine, l'analisi dei mali legati
alla nuova concezione sociale nata con lo sviluppo capitalistico in Europa, agli inizi del secolo XIX
condurr alla nascita di nuove dottrine promotrici della fondazione di un nuovo ordine sociale attraverso
una radicale trasformazione della vita umana: si tratta delle dottrine socialistiche, che cominceranno a
circolare nell'Europa dei primi decenni del secolo XIX, e del marxismo. Le prime, portatrici di temi nuovi
sociali, troveranno ampia diffusione in tutto il mondo islamico. La nuova concezione della storia espressa
dal marxismo trover viceversa scarso seguito nel mondo islamico per la sua inconciliabilit con i princpibase dell'Islam stesso, rigida teocrazia e negatore di ogni lotta di classe. Per di pi, la quasi inesistente
industrializzazione ne limiter la diffusione a pochi elementi della intellighentia cittadina fortemente
occidentalizzati anche culturalmente (5).
E cos, arricchendosi di nuovi stimoli intellettuali e nuove aspirazioni politico-sociali ed economiche, di
nuovi ideali fatti di "nazione", libert, democrazia, il mondo islamico avvi la sua "rinascita", e cominci a
organizzarsi al suo interno.
Per quanto riguarda obiettivi e strategie, questi primi movimenti si diedero perlopi contenuti culturali, di
scoperta dell'Occidente e della sua indubbia superiorit tecnologica, e di rivisitazione delle proprie radici e
tradizioni. Solo in un secondo momento le aspirazioni si tingeranno di connotazioni squisitamente politiche,
e "autonomia" e "indipendenza" diverranno le tematiche dominanti. In questa prima fase, fermenti riformisti
in senso liberal-costituzionale continueranno a prevalere. Per cui si pu dire che il secolo XIX - perlopi il secolo del "risveglio" nazionale islamico, il secolo in cui l'Islam (ri-)prende coscienza di s stesso e della
sua identit culturale - sia pur sempre a livello strettamente elitario - una identit culturale che si pone come
momento di incontro-confronto con l'Occidente e le "sue" esperienze culturali.
Ma non va dimenticato che il secolo XIX anche il secolo in cui sorsero e divamparono i vari "panismi":
pangermanesimo, panslavismo, panturanesimo ecc. Essi infiammarono l'Europa sovvertendone e
ricostruendone l'assetto territoriale e statual-nazionale. Anche il mondo islamico assapor questa ondata
ideologica - di importazione squisitamente europea - la quale sub una rielaborazione squisitamente locale:
si costituiscono un po' ovunque, diffondendosi con stupefacente veemenza, il pan-arabismo, il panturchismo, il pan-islamismo ecc. Saranno pi che altro movimenti ideologici, senza confini, spesso in aspro
conflitto fra di loro. Ma - quanto qui preme sottolineare - tratto comune sar sempre l'aspro conflitto con
l'Occidente che, per questi "fedeli", divenne sinonimo di "infedele", un Occidente "corrotto" e "corruttore",
"autocratico" "oppressore" e "negatore di ogni libert", con il quale non vi pu essere - anzi, non vi deve
essere - n intesa n dialogo (6). Si tratta di etichette che perdurano ancora oggi nel vocabolario di tutti i
circoli e i movimenti estremisti islamici.
E cos, al liberal-riformismo delle lites occidentalizzate - dai contenuti ancora molto generali e vaghi nei
programmi e strategie - si oppose gi alla fine del secolo scorso questo nuovo riformismo che porta con s
sia il peso e la suggestione della tradizione religiosa sia l'appoggio delle masse di milioni di affamati,
umiliati e diseredati di tutta l'ecumene islamica. Sono le radici storico-culturali dell'estremismo religioso del
secolo XX e dei suoi gruppi militanti.
3. Il primo dopoguerra: il grande tradimento dell'Occidente e la rifondazione dello Stato su basi
islamiche
Sar soltanto la Prima Guerra Mondiale a rendere attuali le aspirazioni all'indipendenza. In particolare per il
Vicino e Medio Oriente, sar proprio la Gran Bretagna a dar corpo alle aspirazioni degli Arabi soprattutto,
fornendo loro armi, istruttori e mezzi come strumento di offesa all'Impero Ottomano alleato con le Potenze
Centrali. Ne segu una serie di azioni militari, politiche e di propaganda, le quali fomenteranno il sentimento
"nazionale" arabo e troveranno suggello negli accordi conclusi fra Sir McMahon, Alto Commissario di Sua
Maest Britannica al Cairo, e lo Sharif della Mecca, Husein dei Ban Hshim, nel periodo luglio 1915 marzo 1916. il primo riconoscimento ufficiale della esistenza di una Nazione Araba e del suo pieno diritto
"a vivere, conseguire l'indipendenza assoluta e afferrare le redini della propria amministrazione": la
grande rivolta del deserto! (7)
Poi, il grande tradimento dell'Europa! L'Impero Ottomano - il Grande Malato - si sfascer definitivamente;
dalle sue ceneri nascer il moderno stato turco kemalista; ma invece del promesso grande stato arabo -

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abbracciante tutti i popoli di lingua araba - si ebbero i Mandati, nuova ambigua figura giuridica
internazionale, attraverso la quale le nuove realt statuali medio-orientali create a tavolino (e col righello)
dalla diplomazia europea si sarebbero avviate gradualmente all'indipendenza.
A questo punto si impongono alcune riflessioni: questo "grande tradimento", che oggi continua ad
alimentare l'ideologico di quasi tutti i movimenti radicali islamici, fu realmente un grande tradimento
dell'Europa? Oppure lo svolgersi degli eventi fu variamente interpretato e utilizzato da una storiografia di
parte (e dagli uomini di cui essa fu espressione) fino a fornire quel lessico - simbolo di lotta e violenza anti-occidentali?
Certamente, la creazione di un grande, unico Stato Arabo era un'utopia, era stato il sogno di pochi idealisti
Arabi (musulmani e non) e non Arabi. Certamente non fu mai una intenzione reale n da parte della stessa
Gran Bretagna n da parte delle Cancellerie Europee (8).
Non meno certamente, questo grande, unico Stato Arabo non fu mai una intenzione reale neppure da parte
degli stessi Arabi, pi che mai divisi e dilaniati al loro interno da individualismi e interessi particolaristici
(9).
Comunque sia, fu sui particolarismi e sulle divisioni inter-arabe e inter-islamiche che l'Europa gioc ancora
una volta per avere le mani libere e meglio tutelare i propri interessi nazionali. In realt, i Mandati non
fecero che cristallizzare la presenza europea nel bacino Mediterraneo sudorientale, secondo quelle linee
politico-culturali gi prefiguratesi nel secolo XIX e ribadite dagli accordi del Primo Conflitto Mondiale con l'unica eccezione della Russia, uscita di scena con la Rivoluzione d'Ottobre.
Comunque sia, se l'Europa gioc con estrema spregiudicatezza (e poca lungimiranza) le proprie carte,
vero che anche gli Arabi non furono da meno. Non furono da meno gli Al-S'ud, che nel 1925 riuscirono a
proclamare la propria sovranit su quello che divenne l'Arabia Saudita; non fu da meno lo Sharif della
Mecca, il quale - cacciato dal Hijaz - rientr trionfalmente sulla scena islamica con ben due regni: quelli dei
neonati stati di Transgiordania (che and ad 'Abdallh, figlio di Husein) e di 'Irak (che and a un altro figlio
dello Sharif, Faisal).
La Siria e il Libano furono Mandati Francesi e, su modello della potenza mandataria, scelsero come loro
status istituzionale la repubblica costituzionale. L'Irak, sottoposto a Mandato Britannico, fu eretto a regno
costituzionale. La Palestina - altro Mandato Britannico - si rivel ben presto uno dei nodi pi difficili di
tutto il Medio Oriente: il mandato britannico si ritrov ben presto di fronte alla inconciliabilit fra le
aspettative nazionali arabe e la costituzione di quel "focolare" (home) ebraico (Dichiarazione di Balfour del
1917), tendente a identificarsi nel giro di brevissimo tempo in uno stato ebraico indipendente: scoppia il
problema del Sionismo! Per il controllo strategico di questa tormentata regione, la Gran Bretagna organizz
separatamente il territorio transgiordanico, creando l'emirato satellite di Transgiordania - la futura Giordania
- altro neo-stato, eretto a regno costituzionale su modello inglese. L'Egitto rest protettorato inglese fino al
1922; dopo di che seguiranno anni tormentati di monarchia costituzionale e tormentatissima vita
parlamentare. La Francia vide riconosciuti i suoi "diritti" sul Maghreb: Tunisia e Marocco furono
confermati come protettorato francese, mentre l'Algeria conservava il suo status privilegiato di territorio
metropolitano. Mosca, proclamata l'Unione Sovietica nel 1922, passava a riconquistare con ferrea
determinazione i propri territori asiatici. La pace mondiale dell'Europa consentiva il proseguimento di un
ordine "coloniale" anche al di l del bacino Mediterraneo, nelle regioni dell'Asia meridionale e orientale, e
nell'Africa sub-sahariana.
Dalle ceneri dell'impero degli Ottomani, il genio politico e militare di Kemal Atatrk diede corpo al
moderno stato turco della Penisola Anatolica, l'unica realt statuale compattamente (o quasi) nazionale
turca, con istituzioni secolari su modello europeo, sorrette da una base militare, che di queste istituzioni sar
tutore e garante nel rinnovarsi di una tradizionale continuit culturale.
Le paci della Prima Guerra Mondiale imposero pertanto all'ecumene islamica un "ordine europeo". Dalle
ceneri dell'Impero Ottomano, nel bacino Mediterraneo nacquero i moderno stati arabi, entit statuali decise
a tavolino dalle Grandi Potenze vittoriose, entit forgiate su modelli statual-istituzionali europei grazie alla
collaborazione di leaderships occidentalizzate, comunque legate all'Occidente da interessi ben precisi.
Nacque cos un nuovo mondo, gravido di problemi irrisolti, di delusioni politiche e sociali, scosso da una
ventata di rivendicazioni culturali. I 14 punti di Wilson, che avevano proclamato princpi come il diritto dei
popoli alla autodeterminazione, e i socialismi, che agitavano appassionatamente temi di giustizia sociale,
alimentarono l'irrequietezza degli "esclusi". L'inferiorit e la dipendenza tecnologica (soprattutto militare)
dalla Europa non poterono che far s che questo nuovo ordine politico-territoriale continuasse a guardare

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all'Europa per la sua stessa sopravvivenza; ma la consapevolezza culturale cui questa Europa aveva avviato
le popolazioni locali maturer i suoi frutti. L'obiettivo non pi quello della autonomia garantita da una
legge costituzionale; l'obiettivo diviene adesso quello della completa indipendenza.
Movimenti a contenuto "nazionalistico" e "rivoluzionario" prenderanno piede in un po' tutta l'ecumene
islamica, mentre 'ulem, fuqah, qad e intellighentia si adopereranno per dare alla lotta politica una base
anche ideologica, che potesse coinvolgere e mobilitare la grande massa della popolazione - ancora
largamente analfabeta e relegata a miserabili condizioni di vita.
Il simbolo di questa lotta diventa il Sionismo. E se l'obiettivo sar la rifondazione di queste nuove entit
statuali indipendenti su base islamica, le strategie oscilleranno dal dialogo e la via della diplomazia alla
rivoluzione o al colpo di stato, fino alla lotta senza quartiere predicata dai gruppi pi estremisti invocanti il
jihd.
Sono questi gli anni in cui si organizzano in Asia e in Africa le prime organizzazioni politiche ispirate a un
Islam militante.
4. Lo Stato ideale islamico e il "Riformismo islamico": la "Associazione dei Fratelli musulmani"
e la "Jam'at-i Islm"
Lo Stato ideale islamico: la rivolta contro il modello occidentale di statualit e potere. La "Associazione dei
Fratelli Musulmani": obiettivi - strategie per il potere - strategie di lotta - il jihd e le prime formazioni
clandestine paramilitari - attuali tendenze. La "Jam'at-i Islm": contenuti, teorizzazioni di uno stato
sociale "islamico" (la teo-democrazia) - Islam, modernizzazione e sviluppo - strategie di lotta: la
realizzazione pratica del jihd - attuali tendenze.
Il primo dopoguerra anche il periodo che vede la nascita e la diffusione di organizzazioni islamiche che pur subendo le nuove entit statuali e i relativi confini - ne invocano con urgenza e priorit la rifondazione
su basi islamiche. Sono movimenti che l'Occidente ha etichettato come "Islam riformista", e hanno nella
Associazione dei Fratelli Musulmani e nella Jam'at-i Islm le principali espressioni.
Come si detto, l'assetto delle nuove realt territoriali mediterranee si era compiuto seguendo i canoni e i
modelli politico-sociali ed economici dell'Occidente: monarchie (nominalmente) indipendenti e
costituzionali, repubbliche bicamerali (nominalmente) indipendenti e costituzionali, le quali avrebbero
dovuto introdurre adeguate riforme sotto la sapiente guida dell'Europa; queste riforme - fase la pi avanzata
di "decolonizzazione" - avrebbero dovuto introdurre anche progresso, modernizzazione e sviluppo. Ma quasi nemesi storica - le fragili impalcature democratiche, del tutto estranee alla tradizione culturale locale
salvo che per le lites al governo (di formazione perlopi occidentale) e i loro gruppi di sostegno, ben presto
cominciarono a scricchiolare sotto la pressione di forze interne, locali. E cos, proprio contro questa Europa
tutrice cominceranno le rivolte e le rivendicazioni pi violente.
Le prime rivoluzioni "nazionalistiche" in Egitto e in Siria, la lotta condotta in Palestina contro il Sionismo
ebbero ripercussioni devastanti in tutto il bacino Mediterraneo; ben presto gli artificiali confini tracciati
dall'Occidente denunciarono tutta la loro porosit e fragilit: una stretta interdipendenza ideologica e
interazione nella lotta si manifest dalla Siria alla tunisia, Algeria e Marocco. Esplodono di nuovo quei
nazional-islamismi e nazional-arabismi, che in Jaml al-Dn al-Afghn e in cAbduh avevano avuto i loro
padri ideologici. Ma connotazioni, contenuti e strategie cominciano a essere meno vaghi e pi mirati.
Si tratta ora di movimenti che si collocano in netta opposizione sia con l'Occidente e l'Europa, che
individuano come la causa prima della presente decadenza politica, sociale, economica e intellettuale, sia
contro le loro stesse lites, le quali - pur professandosi islamiche - hanno decisamente tradito l'Islam
abbandonandone i sacri, inviolabili princpi. Si tratta di movimenti che denunciano apertamente i governi in
carica e i loro establishments, accusati di essere l'espressione del volto pi bieco del colonialismo e dello
sfruttamento, della corruzione e del materialismo, il vero ostacolo alla piena realizzazione "nazionale" ossia islamica - a alla modernizzazione del Paese.
Si tratta di movimenti che reclamano a gran voce l'urgenza e la improrogabilit di riforme in campo politico,
sociale ed economico (donde la definizione di "Islam riformista"); queste riforme non sono per pi
concepite in senso secolare, europeo, secondo quei canoni e ideali ottocenteschi che avevano animato un po'
tutto il riformismo costituzionale, e a cui erano ancora legate le classi dirigenti locali. Si invocano riforme

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che devono affondare le loro radici nelle genuina tradizione islamica.


Nasce tutto un movimento ideologico che ritorna ai canoni classici di statualit, si rif ai "padri" del
pensiero politico islamico (al-Mward, 974-1058, e Ibn Taymiyyah, 1262-1328, in particolare),
concentrando la loro opera speculativa nella ricostruzione di uno Stato ideale, ispirato solo alle norme della
Rivelazione e della Legge religiosa islamica. Poco o nullo spazio viene concesso alla dottrina strategica e
alla iniziativa personale del Capo (o imm) di questo Stato e dei suoi funzionari. L'unit/unitariet della
ummah (ossia della Comunit dei Credenti) deve prevalere sopra ogni altra considerazione; compito primo
e principale di ogni imm la difesa del benessere della comunit - una difesa che non deve rifuggire
dall'uso della forza e che richiede, in cambio di questo servizio, solidariet, rispetto e obbedienza da parte
della comunit a colui che detiene l'Autorit (10).
Si fissano cos i punti che saranno alla base di tutto il riformismo politico-strategico islamico fino ai nostri
giorni.
Titolare della Sovranit Dio, che, solo, pu legittimare l'Autorit. E tale legittimazione avviene in maniera
indiretta. Il fatto di svolgere un determinato Servizio nei confronti della Societ il fatto che conferisce al
soggetto i Poteri propri dell'Autorit quali fissati in maniera una, unica, universale e immutabile da Dio
tramite la Rivelazione e le sue fonti dirette e indirette di cognizione. L'Autorit quindi concepita come un
Servizio; essa usa il Potere per raggiungere e mantenere il benessere reale della Societ, ovvero della
Comunit dei (veri) Credenti. La Forza - nel senso pi ampio del termine - l'unico principio
sperimentalmente rilevabile dell'Autorit. Lo Stato un apparato istituzionale attraverso il quale l'Autorit
esercita il Potere, che varier a seconda del rapporto fra Autorit e Societ reale. Lo Stato etico, sia pure
secondo un modello relativo; esso enunciatore, tutore e promotore dei valori che lo trascendono; questi
infatti non dipendono da lui, in quanto sono prefissati da Dio: sono princpi/leggi immutabili; lo
Stato/Autorit potr solo emanare regolamenti (qann) conformi a tali princpi. Il Potere si configura come
un Potere puramente esecutivo, amministrativo e militare; all'Autorit/Stato non dato entrare nel merito
della Legge religiosa (shar'ah), ma soltanto di farne applicare i princpi, di difendere la Fede, la Comunit
dei Credenti e il Territorio dell'Islam quando minacciati sia all'interno che dall'esterno.
L'Autorit deve avere fra i suoi requisiti essenziali quello della "conoscenza" (ossia l''ilm), ma non pu
entrare in materia di dogma. E sar proprio questo punto uno dei cardini di tutta la dottrina islamica
ortodossa (sunnita). Esso conferisce agli 'ulem' (ossia ai "dottori della Legge"), ai qad e ai muft (ossia ai
"giudici" e "giurisperiti", cio esperti della Legge) un potere particolare, che - sia pure molto
impropriamente - si pu anche definire come "religioso"; questo potere ben distinto dai poteri
dell'Autorit, e a questi giammai riconducibile o assimilabile.
Si tratta di una realt dottrinale che conferisce alla classe dei dottori ed esperti della Legge uno status e un
potere propri, in cui influenza e incidenza sul politico e sul sociale sono quasi sempre andati ben oltre i
confini della dottrina fino a costituire in seno all'Islam una vera e propria diarchia di poteri. Se "politico" e
"militare" sono infatti assommabili e ricongiungibili in una stessa figura istituzionale, non lo sono il
"religioso" con il "politico-amministrativo". Trasferendo quindi una siffatta situazione dottrinale
(ideologica) dal terreno della teoria a quello della pratica e della operativit, e configurandola in seno alle
molteplici realt islamiche, evidente che questi "dottori ed esperti della Legge" possono svolgere nella
societ (e nel politico) un ruolo di primissimo piano. Vi si ritorner a proposito delle strategie, quando si
verifichi uno iato fra potere ufficiale e la massa della popolazione oppure un vuoto ideologico. Sempre sul
piano pratico e operativo, ne consegue ancora che questo ruolo potr essere diversissimo a seconda delle
diverse contingenze storiche e politico-culturali: (I) di cristallizzazione e ripiegamento, nell'obiettivo di
salvaguardare con lo status tradizionale anche benefici e privilegi a questo connessi (come fu il caso
dell'India e dell'Egitto fino agli anni '30, ad esempio); (II) di aperto appoggio e collaborazione con la
Autorit del momento contro movimenti e gruppi islamici estremisti (come il caso della Algeria di oggi, o
dell'Egitto di Mubarak nella fase attuale di collusione con l'Associazione dei Fratelli Musulmani contro le
correnti militanti della al-Jam'ah al-Islamiyyah e di al-Jihd); (III) di aperto contrasto con l'Autorit del
momento, la quale - anche se si proclama islamica - viene apertamente attaccata, dichiarata empia, eretica o
apostata, comunque deviante dai princpi della Legge e pertanto apportatrice solo di eresia, empiet,
corruzione, sfruttamento per la Comunit dei Credenti; essa va rimossa anche con il ricorso alla violenza;
quindi, giocando sul forte ascendente che il religioso ha sulla grande massa di una popolazione di affamati,
umiliati, emarginati e diseredati, si proposta come nuova guida per l'Islam e spada per la rinascita e la
rifondazione di nuovi stati su basi genuinamente islamiche. I segni esterni (come il velo per le donne, o

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l'abolizione dell'uso di alcoolici, oppure ancora l'abbandono di elementi occidentali nell'abbigliamento


maschile - la cravatta ad esempio) sono diventati il simbolo pi plateale di questa lotta; i mezzi (le armi), i
modelli (le strategie), il linguaggio restano - nonostante tutto - di forte ispirazione occidentale. questo il
caso di tutti quei movimenti etichettati dall'Occidente come "integralismo" "fondamentalismo"
"radicalismo" islamico; si tratta di movimenti che, come si detto, si sono venuti organizzando nel primo
dopoguerra; con maggiore o minore successo sono andati al potere (in Sudan, ad esempio, in Afghanistan,
in Iran ecc.), oppure continuano a rappresentare un'opposizione gravida di episodi cruenti. (11)
In ogni caso, al di l della dottrina e dell'ideologico, resta sempre una lotta per il potere!
Molti movimenti sorti nel Primo Dopoguerra oggi si sono sciolti, oppure si sono trasformati profondamente
rispetto al loro nucleo originario.
Molto hanno influito su questa inevitabile evoluzione il Secondo Conflitto Mondiale, il bipolarismo che ne
seguito, e l'uso che ne hanno fatto l'uno e l'altro polo nella loro confrontazione globale; molto ha
certamente influito il fallimento della "terza via alternativa" al bipolarismo, esperita da Nehru, Tito e
Nasser; molto ha influito senza dubbio anche il fallimento della legittima aspirazione di questi popoli a una
indipendenza reale congiunta a una modernizzazione che implicasse benessere economico e sociale, senza
sradicamento culturale; molto sta oggi influendo la fine del bipolarismo, il venir meno di determinati aiuti e
sostegni materiali e psicologici, che sta portando allo sbando manipoli di "guerrieri di Dio" (mujahedn o
hezbollh), truppe ben addestrate, egregi mercenari della globalizzazione della lotta armata "f sabl Allh".
Last but not least, le paci di Israele con il mondo arabo e islamico stanno sottraendo una linfa vitale a una
lotta - la lotta anti-sionista - che negli anni '30-'40 aveva assunto espressioni di massa, simbolo della presa
di coscienza culturale di tutto il mondo islamico, la quale, uscita dalla Palestina, aveva coinvolto tutta
l'ecumene islamica; e questa aveva partecipato coralmente, inviando aiuti sempre pi consistenti in denaro e
uomini.
Sarebbe troppo lungo soffermarsi su ognuna di queste tematiche, tutte egualmente reali, tutte egualmente
avvincenti e gravide di significati storici e strategici di piena attualit. Tuttavia, non possibile balzare al
presente omettendo un importantissimo anello di congiungimento e raccordo; si impone cio - in questa
analisi dei principali leit-motiven del radicalismo islamico - un brevissimo riferimento a due movimenti
sorti proprio nel Primo Dopoguerra, le gi ricordate Jam'at-i Islm e la Associazione dei Fratelli
Musulmani (Jmi'iyyah al-Ikhwn al-Muslimn). Questi due movimenti - costituiti dai loro fondatori su
posizioni di vero e proprio radicalismo e lotta non esente anche da violenza - oggi sono - entrambi - ancora
ben vivi e vitali; stanno giocando il ruolo di forza islamica dominante e si stanno imponendo come "opzione
islamica" cui l'Occidente e le leaderships locali (e relativi establishments) guardano, e sembrano non volersi
pi sottrarre per un dialogo. La prima domina sullo scacchiere asiatico, e, in Pakistan, largamente
coinvolta negli ingranaggi statual-istituzionali; la Associazione dei Fratelli Musulmani cooptata al potere
nella Giordania di oggi, il punto di riferimento e dialogo dell'Egitto di Mubarak; domina (non
incontrastata) nel Sudan di al-Bashir ad esempio. (12)
La Associazione dei Fratelli Musulmani rappresenta una esperienza a s nel mondo musulmano, la prima
risposta organica della tradizione islamica alle esigenze di riforme sociali ed economiche. Anche se non
manc di interessarsi di politica, l'Associazione non si costituir mai a partito. Fu fondata a Isma'iliyyah nel
marzo 1928 da Hasan el-Bann' (1906-1949), ardente seguace delle dottrine predicate da cAbduh, studente
del Dar al-'Ulm del Cairo; di scuola hanbalita, egli divenne ben presto fortemente critico nei confronti
dell'Islam tradizionale, che vedeva ripiegato su se stesso, sordo a qualunque stimolo di rinnovamento,
asservito al potere del momento in cambio della salvaguardia dei propri privilegi tradizionali. Membro
attivo di varie formazioni e associazioni islamiche, si diplom e cominci a svolgere una vivace attivit
come insegnante: inizi cos la sua opera predicatrice, che mirava alla affermazione dell'Islam in tutti gli
aspetti della vita, sia pubblica che privata, attraverso la propaganda, l'insegnamento e la retta guida
(murshd). L'aspetto veramente originale dell'azione intrapresa da el-Bann' fu quello - per la prima volta di una penetrazione capillare negli ambienti anche pi popolari; dapprima, l'obiettivo fu quello di diffondere
l'istruzione religiosa; poi il campo fu allargato alla lotta contro l'analfabetismo, alla istruzione tecnica, e ad
attivit sociali e all'assistenza sanitaria. Con le elargizioni dei propri seguaci, i Fratelli Musulmani
fondarono sezioni in citt o villaggi, ovunque vi fosse una moschea: la strategia della moschea ha, con
l'Associazione, il suo primo vero successo. Nel 1934, con il trasferimento di el-Bann' al Cairo,
l'Associazione cominci a interessarsi anche di politica: sono gli anni della grande insurrezione palestinese
contro la Gran Bretagna e il Sionismo; e questa circostanza particolare diede a el-Bann' l'opportunit di

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lanciare la sua Associazione sulla scena nazionale e araba. El-Bann' tenne discorsi alla radio, non pi
soltanto su temi di ordine religioso e sociale, bens anche su questioni di politica interna ed estera,
sollecitando e incitando popoli e governanti a radicali cambiamenti e riforme, che riportassero le istituzioni
sui princpi della ortodossia islamica.
Filiali sorgeranno ben presto in Libano, Siria, Palestina, transgiordania, Irak e Sudan.
Durante il Secondo Conflitto Mondiale, el-Bann' concentr i propri sforzi nei confronti delle forze armate
e delle forze di polizia egiziane, dove la Fratellanza riusc a infiltrarsi.
In questi stessi anni fu creata una Organizzazione Speciale, una unit segreta che addestrava i propri uomini
all'uso delle armi. un momento molto importante non soltanto della vita della Associazione dei Fratelli
Musulmani, bens di tutti i movimenti estremisti sovversivi consimili: l'Organizzazione Speciale in grado
di fornire uno strumento di lotta armata per il successo dei programmi e degli obiettivi definiti dalla
Associazione. Sar collaudata con buoni risultati sia durante la fase del conflitto mondiale sia durante la
guerra arabo-israeliana del 1948. vero che manc una strategia precisa, vero che divisioni interne e
scollature con la Associazione impedirono la formulazione di un'azione organica al di l di sporadiche
azioni di terrorismo e attentati; per anche vero che la creazione di questa Organizzazione accrebbe
sensibilmente l'influenza della Associazione sul piano politico e che - attraverso le sue cellule clandestine
paramilitari - rappresent sempre pi una aperta sfida alle Autorit.
Nel 1945, in conformit alle disposizioni di legge egiziane, l'associazione si dette uno Statuto. Questo
dichiarava apertamente gli obiettivi religiosi, sociali e culturali dell'Associazione, il proposito di interventi
anche in campo economico per il conseguimento di quelle riforme che consentissero all'Egitto (e a tutti i
paesi musulmani del mondo) di avviarsi sulla strada della modernizzazione e dello sviluppo, l'obiettivo di
lotta contro ogni forma di colonizzazione e di sfruttamento straniero e contro ogni regime che - pur
definendosi islamico - si piegava e serviva il colonialismo, lo sfruttamento e la corruzione.
Lo scontro diretto con il Governo Egiziano fu a questo punto inevitabile.
Con il Colpo di Stato degli Ufficiali Liberi (luglio 1952), i Fratelli ebbero la loro prima, reale opportunit di
andare al Governo in cambio dell'appoggio popolare - che solo loro potevano dare alla rivoluzione militare
egiziana. Si tratt per di un "matrimonio" di breve e burrascosa durata. L'assassinio di el-Bann' (1949)
aveva privato l'Associazione di una guida carismatica in grado di superare particolarismi, ambizioni
personali, faziosit, estremismi. Ed ora, la rottura fra l'altro ideologo e pensatore dell'associazione, Sayyid
el-Qutb, e Nasser condusse fatalmente a un insanabile scontro fra i Fratelli Musulmani e il nuovo regime
egiziano: disordini in tutto il paese, sommosse di piazza, scontri violenti e attentati - una vera e propria
spirale della violenza - porteranno a un ennesimo attentato a Nasser; la ritorsione fu l'imprigionamento e la
condanna a morte di sette Fratelli Musulmani (fra cui la stessa "guida" el-Hodeyb), lo scioglimento
dell'associazione, la confisca di tutti i beni (1954). Finiva cos nel sangue il pi serio tentativo di presa di
potere da parte di un movimento radicale islamico dall'inizio di questo fenomeno.
Due righe a parte merita l'altra grande personalit dell'Associazione: Sayyid el-Qutb. Personaggio
interessante e singolare, entrato nell'associazione quando aveva quaranta anni (e una matura esperienza di
pensatore e uomo di cultura), pagher nel 1964 con la vita il non essersi piegato a compromessi con il
regime egiziano e il non aver accettato di entrare al servizio della rivoluzione nasseriana come suo ideologo.
Viceversa, el-Qutb resta tuttora simbolo della lotta armata, l'ideologo padre dell'azione militare, cui egli
d - per la prima volta - costruzione filosofica e dottrinale. il recupero della categoria del jihd, la sua
piena legittimazione in nome dei princpi sacri e inviolabili del Corano nel quadro delle strategie per la
presa del potere: "l'unica arma politica di un capo di stato musulmano nei suoi rapporti con un governo
infedele", "necessario atto di forza" per risolvere l'insostenibilit morale di una situazione politica e per
ristabilire l'ortodossia delle istituzioni in uno stato che si definisce "islamico". La sua analisi affonda da un
lato nella teologia pura, dall'altro nell'indagine del sociale e del politico attraverso il recupero della dottrina
classica. Le posizioni di el-Qutb non incontrarono mai il favore della linea ufficiale dell'Associazione, con
la quale Qutb si trover spesso in aperto contrasto. Le posizioni di Qutb, e il suo pensiero, hanno per
gettato le basi ideologiche di tutti quei movimenti radicali che richiamano il jihd, e lo praticano come la
vera strategia, l'unica strategia possibile in un contrasto-conflitto ormai globale, che non ammette alcun
dialogo sia nei confronti dell'Occidente che nei confronti di quelle leaderships islamiche devianti,
occidentalizzate, corrotte, traditrici della intera comunit dei (veri) credenti. questo il caso - ad esempio delle attuali organizzazioni egiziane di al-Jihd e al-Jam'ah al-Islamiyyah; la prima sar successivamente
ribattezzata Tal'i al-Fatth (Avanguardia della Vittoria). questo il caso - ad esempio -

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dell'Organizzazione palestinese Hamas (considerata la filiazione della Associazione dei Fratelli Musulmani,
e di cui sono noti i contatti con le due associazioni egiziane), oppure di altri movimenti sudanesi, o i gruppi
militanti algerini del MIA (Movimento Islamico armato) e del GIA (Gruppo Islamico Armato), ecc.
Fra i caratteri distintivi pi significativi, anche per la loro attualit, si possono individuare i seguenti:
1. l'Associazione dei Fratelli Musulmani rifiuta sul piano dottrinale-ideologico un ritorno totale e acritico ai
princpi della shar'ah. Essa si batte per un nutrito programma di riforme sociali ed economiche, non
prescinde dal contesto delle nuove realt politiche, sociali e tecnologiche, rifiutando di tornare a sistemi
"medioevali e ormai superati";
2. l'enfatizzazione di taluni aspetti formali pi tradizionalisti - come la proibizione dell'uso di bevande
alcooliche, la proibizione dell'usura, la severit dei costumi femminili e l'uso del velo per le donne, un
maggiore rigore nell'adempimento della preghiera, ecc. - rientrano in una strategia intesa a enfatizzare la
differenza delle posizioni islamiche rispetto a quelle occidentali (e pertanto - per taluni movimenti divengono anche mezzi per enfatizzare una politica decisamente anti-occidentale e anti-europea; il
concetto che questi hanno della "leadership morale" dell'Islam);
3. l'uso dei media, la diffusione capillare della dottrina perch questa susciti un movimento di massa,
popolare e islamico, e non soltanto limitato a una lite;
4. l'organizzazione di solide strutture, intese a evitare che il movimento viva del carisma personale del suo
leader; la possibilit di un rinnovamento anche ideologico-dottrinale attraverso l'istruzione e il sostegno di
studiosi qualificati e professionisti;
5. la ricerca dell'appoggio di tutte le varie componenti e fasce della societ, non soltanto delle masse
popolari pi povere e dei diseredati. Di conseguenza, ricerca di forme di cooperazione con le diverse forze
politiche, coinvolgimento delle varie organizzazioni sindacali, professionali e studentesche; vivace attivit
di moschea;
6. universalit del messaggio coranico, e, pertanto, universalit anche del messaggio della Associazione e
del suo campo d'azione (13).
La Jam'at-i Islm fu fondata nel 1941 da Ab al-'l al-Mawdd (1904-1979); il suo ruolo nel subcontinente indiano e - oggi - anche in Asia Centrale paragonabile a quello dell'Associazione dei Fratelli
Musulmani in Egitto e nel Medio Oriente. Mawdd ricevette un'educazione classica e svolse attivit
giornalistiche; dal 1932 pubblic un mensile in cui predicava la necessit che gli uomini ricevessero una
istruzione vera, conforme ai princpi dell'Islam; nel 1941 fond una associazione musulmana, la Jam'at-i
Islm, i cui scopi erano prevalentemente religiosi e sociali. Solo dopo il 1947 - e cio con la Partition e la
nascita dello stato del Pakistan - Mawdd si diede ad attivit politiche con l'obiettivo ultimo di realizzare, o
contribuire alla realizzazione di uno stato che fosse realmente islamico, e poggiasse su una corretta
interpretazione dei princpi della shar'ah, ossia della Legge religiosa islamica.
Le opere di Mawdd sono continuamente ristampate, e di piena attualit e diffusione in tutta l'ecumene
islamica occidentale quanto orientale. Il suo messaggio estremamente critico nei confronti dell'Occidente
(sono significative le sue due opere Towards Understanding Islam e The Sick Nations of the Modern Age)
(14), di cui condanna l'ateismo e il materialismo: un mondo in cui sono andati perduti tutti i valori morali
nel trionfo della tecnologia, del benessere e dello sviluppo economico. Egli ripropone - e contrappone - a
questa immagine e a questo modello di vita, l'immagine dell'Islam e il "suo" modello politico-sociale, i suoi
valori non soltanto religiosi (nella accezione che l'Occidente d a questo termine) ma anche etici, politici,
sociali: la missione civilizzatrice dell'Islam.
Si tratta di un fondamentalismo riformista, che ben vede la necessit di recarsi in Occidente per apprendervi
gli elementi intellettuali e scientifici su cui costruire la modernit tecnologica dello Stato islamico (l'uso
della stampa, i media, le scienze moderne e la moderna tecnologia - anche quella che viene impiegata
nell'arte della guerra - sono tutti princpi base da acquisire). Mawdd non manca di prendere atto che anche
il mondo islamico sta attraversando una crisi profonda - non meno dell'Occidente: una crisi ideologica, una
crisi di valori e di princpi dovuta all'ignoranza dei dottori della Legge (gli 'ulem'), i quali, anzich
applicarsi per risolvere i problemi del presente e guardare al futuro e al benessere della comunit dei
credenti, la stanno tradendo per salvare il "loro" benessere e i "loro" privilegi (in questo caso, la critica di
Mawdd si indirizza anche alla sua gente, e non meno pungente e determinata): difendere e far applicare i
princpi coranici non significa andare contro l'inarrestabile marcia del progresso e dello sviluppo sociale ed
economico.

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Comunque sia, per, la visione sociale di Mawdd - e rester - una visione "islamica" della societ e
dell'umanit tutta, una visione che non rinnega i princpi coranici della differenziazione sociale, insita nella
societ stessa e dovuta alle diverse circostanze e alle diverse possibilit e capacit dei singoli individui;
tuttavia, questa naturale disparit fra gli uomini deve essere accuratamente regolamentata, e per questo
esistono leggi e norme comportamentali poste da Dio agli uomini, proprio per impedire che la disparit anzich armonica collaborazione e cooperazione - divenga iniquit, ingiustizia sociale, oppressione (15).
Sulla base di questa concezione sociale "islamica", Mawdd costruisce quindi la sua dottrina del potere e
della guerra: quella che lui stesso definisce una teo-democrazia. Nella teo-democrazia di Mawdd non vi
spazio per il pluralismo partitico n per la concezione occidentale di democrazia. Il potere un contratto fra
la comunit dei credenti e colui che questa liberamente sceglie ed elegge nel suo seno per guidarla e
difenderla; e come un contratto si stipula, cos si pu rescindere da ambo le parti quando vengano meno
condizioni e requisiti. Nella teo-democrazia di Mawdd non pu neppure esistere l'eguaglianza di tutti i
cittadini di fronte alla legge, poich la stessa essenza confessionale dello stato pone delle distinzioni
ideologiche fra i suoi cittadini: solo coloro che professano la religione islamica possono essere cittadini a
pieno diritto. E cos ancora: l'universalit della dottrina islamica non pone confini o limiti di territorio o di
razza: tutti, bianchi e neri, purch musulmani, sono eguali davanti a Dio; essa pone per una precisa scala
sociale in rapporto alla fede professata: la discriminazione su base confessionale (oggi di piena attualit in
molti stati islamici) (16).
L'Islam non soltanto una religione; l'Islam un movimento ideologico, universale e rivoluzionario; il jihd
l'arma, il mezzo per diffondere nel mondo questo messaggio (17). Di qui prende l'avvio la dottrina
strategica di Mawdd, che affonda le sue radici nei princpi classici della teoria: il Corano e la Tradizione.
dovere di ogni musulmano adoperarsi per diffondere l'ideologia islamica, un dovere tanto pi incombente
quanto pi l'Islam minacciato e in pericolo a causa di attacchi concertati provenienti da pi direzioni. Ed
oggi l'Islam in pericolo: da un lato vi l'Occidente, con la sua visione materialistica ed "economica"
dell'uomo, dall'altro vi sono quegli stessi musulmani che hanno distorto i veri princpi dell'Islam per
compiacere la moda "liberale" e "democratica" dell'Europa. E l'arma che l'Islam possiede per combattere la
sua missione il jihd, un'arma che l'Islam si data con il suo stesso nascere. L'attacco islamico deve
precedere l'attacco nemico, deve essere sferrato con tutte le forze che l'Islam possiede, con tutte le risorse
(umane e materiali) di cui dispone, deve essere portato fuori dal Territorio dell'Islam (il Dar al-Islm),
ovunque nel mondo!
Si tratta di una lotta politica e armata al tempo stesso, di una strategia globale, i cui postulati hanno costituito
lo sfondo dei tenebrosi scenari di Huntington nel suo The Clash of Civilizations (18), radicalizzando (a torto
o a ragione) le visioni pi pessimistiche dell'Occidente. Si tratta per anche di princpi che, ristampati e
diffusi con tutti i mezzi delle moderne comunicazioni, stanno oggi infiammando molti movimenti in Asia
Centrale, dall'afghanistan agli sterminati territori dell'ex Unione Sovietica, dove un vivacissimo "Islam
parallelo" - aggressiva versione di una identit nazionale - minaccia con la stabilit dell'intera regione anche
la sicurezza dell'occidente. Si vedano ad esempio, il Partito della Rinascita Islamica ed il Birlik in
Uzbekistan, oppure il Movimento della Rinascita Islamica in Tajikistan, oppure ancora l'Alash in Kazakistan
- tutti egualmente dichiarati fuori legge dalle attuali leaderships (espressione per lo pi della vecchia
nomenklatura), tutti egualmente determinati a rovesciare gli attuali establishments al governo e a rifondare i
neo-stati su basi islamiche, tutti egualmente in maniera pi o meno diretta sono collegati alla Jam'at-i
Islm (19).
5. Il secondo dopoguerra: bipolarismo e post-bipolarismo
L'Islam radicale "progressista" come elemento di destabilizzazione (Nasserismo e Gheddafismo). Presa di
potere dell'Islam "progressista" radicale. Sua istituzionalizzazione. La ricostruzione di una opposizione
"radicale": la Associazione dei Fratelli Musulmani e la Jam'at-i Islm. Il nuovo volto del radicalismo
islamico come reazione al fallimento del processo di modernizzazione-sviluppo-giustizia sociale.
La Seconda Guerra Mondiale e gli anni immediatamente successivi segnano la fine del colonialismo
tradizionale. Ideologicamente, sono la proclamazione del venir meno della distinzione fra "civilt e popoli
superiori" e "civilt e popoli inferiori". La Francia sar l'ultimo paese europeo a rinunciare alla sua

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"missione civilizzatrice", e tale rinuncia non avverr spontaneamente, bens soltanto con la forza e il
sangue, e sotto l'incalzare di pressioni internazionali (Siria e Libano, 1946; Tunisia e Marocco, 1956;
Algeria, 1962).
Una reazione gravida di conseguenze per il futuro a questi "atti di forza" sar - da parte dell'Islam - la
riscoperta della "sua" Missione civilizzatrice (di cui si accennato nel paragrafo che precede). Sul piano
dottrinale, questa riscoperta aprir quel dibattito (non sempre obiettivo e distaccato) di cui si parlato in
apertura; sul piano operativo, essa alimenter tutta una serie di malcontenti, risentimenti e rivendicazioni
che confluiranno in una nuova ondata di radicalismi islamici.
La fine del Secondo Conflitto Mondiale segna certamente l'apertura di una nuova epoca storica. Si
costituiscono i due grandi blocchi della NATO e del Patto di Varsavia, e con questi inizier un lungo
periodo che viene comunemente denominato come il periodo della Guerra Fredda fra un Occidente - legato
a un modello di vita capitalistico e pluralistico - e un Est - legato a un modello di vita socialistico.
Con la Guerra Fredda si ricostituisce anche quella grande arena internazionale di diritto, che l'O.N.U., nel
cui seno confluiscono e trovano espressione istituzionale risentimenti e "processi" a quell'Europa dell'uno e
dell'altro blocco, da cui tutti i neo-stati debbono continuare a dipendere per conseguire modernit, sviluppo,
tecnologia pace interna. Con la Guerra Fredda si costituiscono per anche nuove alleanze, fra cui i ben
noti "Patti di Contenimento" (anti-marxista), che vedranno coinvolto e protagonista pi di uno stato
islamico.
Cambiano pertanto le forze in gioco e, con queste, cambiano radicalmente gli equilibri e le strategie. Stati
Uniti e Unione Sovietica sono di fatto i nuovi garanti e gendarmi di questi equilibri internazionali e delle
paci del Secondo Conflitto Mondiale. Escono praticamente di scena le tradizionali Potenze Europee.
Entrano in scena nuove potenze, grandi e piccole. Su tutto domina la propaganda, una propaganda
martellante e capillare, alimentata dai mezzi di comunicazione di massa e sapientemente utilizzata.
I nuovi equilibri e le nuove strategie di questo secondo dopoguerra si focalizzano sui "mercati", e, fra
questi, il settore energetico acquista una centralit senza precedenti. E con la centralit del settore
energetico, l'Islam rientra nel gioco "occidentale": le principali fonti di produzione, le principali vie di
transito sono e passano per territori abitati da popolazioni islamiche, per quei neo-stati "islamici" sorti dalle
ceneri del grande impero degli Ottomani.
Oggetto e soggetto al tempo stesso di questo nuovo gioco geopolitico e geoeconomico, l'Islam si trova
profondamente lacerato al suo interno. I movimenti radicali pi estremisti sorti nel primo dopoguerra
sembrano ora compattarsi intorno alla Guida (Murshd) dei Fratelli Musulmani. La "Moschea" continua a
svolgere un ruolo centrale nei contatti con la popolazione; facendo leva sulla pietas di alcuni ambienti
intellettuali e delle professioni - esclusi dal potere, da un lato, e dall'altro sulla disperazione di una massa
indigente e affamata -, essa costituir ancora una volta l'unico mezzo veramente efficace per la diffusione
delle dottrine/ideologie delle rivendicazioni negli angoli pi remoti e inaccessibili dell'ecumene islamica. Il
rurale "entra" nella storia, si affianca al contesto urbano e fornisce uomini, risorse e preziosi rifugi nel
deserto alla lotta armata.
In questo gioco globale, la Rivoluzione ha un suo compito essenziale. la sola via per arrivare alla libert
dall'Occidente, "per recuperare il ritardo imposto" nello sviluppo sociale ed economico. La rivoluzione
vista come una fase necessaria e cruenta, indispensabile per spazzare via gli ultimi indegni epigoni di quella
corrotta classe dirigente ancora legata all'occidente e ai "suoi" interessi. E - compiuto questo atto necessario,
quasi un sacrificio purificatore - solo allora sar possibile ricomporre unit e collaborazione armonica fra
tutte le forze sociali della comunit dei credenti, rifondare uno stato genuinamente islamico sull'esempio
della primitiva comunit islamica e secondo i princpi del Corano e della Legge.
questo il "radicalismo progressista", questo il radicalismo di Nasser, di Gheddafi, di Khomeyni e di
quanti si affiancarono ai vari leaders islamici nelle rivoluzioni che hanno scosso l'Islam negli anni '50-'70. I
Fratelli Musulmani e la Jam'at-i Islm hanno dato a queste rivoluzioni (1) contenuti ideologici e dottrinali;
(2) strategie e il consenso popolare; (3) l'adesione di quelle fasce della media borghesia delle professioni e
dei gradi inferiori dell'esercito; (4) il sostegno dei Dottori della legge, ossia della Moschea.
L'Islam radicale - ora al potere - sembr all'Occidente tutto (incluso il blocco sovietico e i suoi milioni e
milioni di musulmani turchi, tatari, tajiki) un tutto monolitico, minaccioso, aggressivo, determinato.
Eppure non fu (e non era) cos. E l'Occidente "tratt" con quell'Islam e, trattando, lo divise e framment al
suo interno: il "radicalismo progressista" fu istituzionalizzato e legalizzato sul piano internazionale nel
momento stesso che and al potere e fu ammesso alle Nazioni Unite. I Fratelli Musulmani e le loro

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associazioni militari o para-militari clandestine ritornarono all'opposizione e nella clandestinit.


L'Islam radicale "progressista" bas la sua ideologia su alcuni caratteri distintivi, fra cui:
1. l'uso dello strumento giuridico del 'aql. Attraverso una rigida interpretazione degli 'sl al-figh, esso
privilegia il Corano come fonte di ogni giuridicit, e relega la Sunnah (ossia la "tradizione" relativa ai detti,
ai fatti e ai silenzi di Maometto) a un ruolo del tutto secondario. un punto cardine, poich questo
meccanismo giuridico consentir a questi movimenti una flessibilit notevole, tale da poter conciliare i
princpi islamici con la tecnologia moderna e con lo sviluppo economico e sociale di cui si faranno
promotori e portatori;
2. l'istituzionalizzazione del socialismo islamico - postulato dal loro revisionismo - e, una volta al governo,
tradotto in concrete realizzazioni statuali. Anche questo sar uno dei punti cardine di tutte le rivoluzioni
islamiche che si succederanno a ritmo incalzante a partire dagli anni '50. il "nasserismo", alla cui base sta
il motto "unione - disciplina - lavoro", e il gheddafismo. Entrambi pongono alla base dei loro programmi
l'espressione "solidariet sociale" (la quale pu scaturire solo "dalla coscienza della nazione e
dall'evoluzione del suo pensiero sociale, che gli ha evitato la lotta di classe" - Titolo II della Costituzione
Egiziana del 1956, Economia e Societ): sar - nella clandestinit - lo slogan di tutto il radicalismo islamico
fino ad oggi!
3. la rivoluzione, come contrapposta al "colpo di stato". Quest'ultimo il risultato dell'ambizione di pochi, e
non della volont popolare (20);
4. il rifiuto (teorico) di prestiti ideologici dall'Occidente, poich il Corano - "parola di Dio" - la dottrina
pi completa, in s perfetta. Nel Corano si possono ritrovare le basi e i fondamenti dello stato moderno
nazionale islamico, inclusi concetti come modernizzazione, tecnologia e sviluppo tecnologico, sviluppo
sociale e solidariet sociale.
Una volta al potere, per restare al potere i progressisti dovettero operare una sterzata. Essi portarono avanti
le riforme postulate nei loro programmi con incredibile senso della realt. Le leaderships vennero a pi di
un compromesso sia in campo di politica interna che in campo di politica estera. L'Occidente rientr cos
nel gioco del potere, di prepotenza grazie alla sua superiorit tecnologica e militare!
Stato e societ furono "rifondati" e "riformati" dall'Islam progressista ancora una volta: le parole e le
dottrine furono islamiche, gli strumenti e la tecnologia furono occidentali. La "forza" per portare avanti le
riforme provenne dal nuovo esercito "nazionale" e dall'appoggio internazionale nel pi ampio contesto degli
equilibri bipolari. Questo anche il momento in cui esplodono i grandi sogni della "via alternativa" al
bipolarismo - utopica illusione del neutralismo di Nehru -, cui Tito e Nasser non mancarono di dare
consenso e appoggio.
Nel giro di una-due generazioni l'Islam radicale dei progressisti si trasformer cos nell'Islam dei cosiddetti
"moderati", della nascente borghesia delle professioni (medici, ingegneri, architetti, insegnanti) e
dell'esercito. E, a questo punto, si consumer il divorzio - cruento - fra l'Islam progressista e un Islam neoradicale.
I fratelli Musulmani a occidente, e la Jam'at-i Islm ad oriente continuano a conservare la leadership
morale di questa opposizione, che diviene tanto pi violenta quanto pi si trasforma ed evolve la situazione
internazionale. Le accuse rivolte all'Islam oggi al potere - figlio del "progressismo" - sono quelle di avere
operato con cinico pragmatismo, di anteporre la prassi alla dottrina, di anteporre la convenienza politica - e i
propri interessi e privilegi - al benessere reale della societ islamica, di deviazionismo nell'uso spregiudicato
che viene fatto degli strumenti giuridici (accusa questa, che coinvolge la fascia dei "dottori" ed "esperti"
della Legge islamica, che appoggiano il potere dei "progressisti"), di essere servi del colonialismo (o neocolonialismo) e, in quanto tali, di essere schiavi del loro ventre e del loro forziere. Sono proclamati "rei di
apostasia" "eretici", e - come tali - viene fatto appello al dovere di tutti i musulmani per combattere e
rovesciare questi traditori, secondo quanto prescrive il Corano.
Il bipolarismo, nella sua ultima fase, giocher largamente su queste divisioni.
Il radicalismo islamico - molto cautamente - era tuttavia gi stato utilizzato dal genio politico di Stalin per
destabilizzare i "blocchi" dell'occidente nel Medio Oriente e aree petrolifere. Il Sionismo continuer a
rappresentare la carta vincente e mobilitante di questo confronto anti-occidentale (e gli accordi di Camp
David costeranno la vita ad Anwar Sadat nell'ottobre 1981 - opera di due gruppi al-Jihd e Jam'ah alIslmiyyah (21); la Siria - paese dichiaratamente Arabo e non-islamico - fu base e munita fortezza anche per
azioni terroristiche. La Libia di Gheddafi - per alcuni anni - diverr un'altra spina nel fianco dell'Occidente,
mentre, pi a oriente, Afghanistan, Iran, Yemen, Hadramawt, Corno d'Africa, Sultanato dell'oman

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diverranno altrettanti terreni di scontro.


Ma saranno proprio le una-due generazioni dalla rivoluzione progressista a bruciare l'Islam progressista e a
consentire all'Occidente di riprendere in mano le fila. Facendo leva sugli individualismi e sui particolarismi
etnico-tribali, spezzer gli assi trasversali che sembrano unire il radicalismo islamico in un grande blocco
compatto e monolitico; il fallimento delle rivoluzioni socialiste, l'arretratezza delle masse, la fame e la
miseria dei contesti rurali saranno un terreno particolarmente fertile per proporre nuovi (e pi vincenti)
modelli di modernizzazione, progresso, sviluppo e giustizia sociale. Se da un lato ci ha implicato intese pi
o meno ibride proprio con quelle correnti pi conservatrici dell'Islam - come il Wahhabismo oggi al potere
in Arabia Saudita, oppure la guerriglia afghana anti-sovietica - dall'altro lato ha posto sul piano politico due
punti centrali.
1. l'Islam radicale non un blocco unico, compatto e monolitico al suo interno; , viceversa, fortemente
frammentato e comprende movimenti e correnti estremamente variegati per contenuti dottrinali-ideologici e
strategie.
Con la fine del bipolarismo, e con il venir meno degli aiuti e sostegni dall'Est, questa frammentazione
emerger in tutta la sua drammaticit, imponendosi all'attenzione di politici e istituzioni varie;
2. l'Islam radicale non costituisce necessariamente una minaccia per gli interessi dell'Occidente. una realt
con la quale si impone ormai un dialogo.
Con la fine del bipolarismo, si assistito a una ripresa virulenta del radicalismo, che ha rapidamente
cambiato volto ancora una volta. Si sono creati nuovi vuoti dottrinali-ideologici sulle ceneri di una classe
politica bruciatasi rapidamente, e sul fallimento di quel processo di modernizzazione-sviluppo-giustizia
sociale, che la aveva portata al potere.
L'Islam una realt, fede e modello di vita al tempo stesso. una realt con cui si impone di trattare. La
necessit, pertanto, di riempire questi vuoti ideologici sta conducendo a una nuova analisi del radicalismo,
con l'obiettivo di individuarne le possibili opzioni alternative.
6. Possibili riflessi sulla sicurezza nazionale
Il nuovo volto del radicalismo islamico - il caso dell'Egitto. Riflessi sulla sicurezza nazionale - Dialogo e
mediazione.
Come si detto, la fine del bipolarismo anzich semplificare la situazione la ha ulteriormente complicata e
frammentata.
Al vuoto dottrinale-ideologico creatosi con il fallimento del processo di modernizzazione-sviluppo-giustizia
sociale, che aveva visto salire al potere l'Islam progressista, si venuta aggiungendo una crisi economica
senza precedenti, aggravata dall'esplosione demografica e da un violento processo di urbanizzazione, che ha
portato alla creazione di megalopoli immense, afflitte da un sottoproletariato di sradicati, disoccupati,
affamati, e da pressoch insolubili problemi gestionali. A ci si aggiungano difficolt sempre pi critiche nel
settore idrico, disastri ecologici, l'esasperazione della endemica conflittualit inter-etnica/inter-tribale,
epidemie, carestie, siccit tragedie umane senza fine. Di contro a questo panorama desolante, anche
l'Islam dell'opposizione - quell'islam pi radicale, che aveva rifiutato di schierarsi con i Progressisti e le
Rivoluzioni - il quale aveva largamente beneficiato delle rivalit e dei conflitti regionali del periodo
bipolare, venuto meno il sostegno dell'Est si ritrovato senza aiuti esterni, e, dopo la crisi del Golfo e il
processo di pace avviato con Israele, ha dovuto abbassare i tradizionali stendardi ideologici e ha dovuto
riconoscere che le sue strategie sono in questo momento non meno perdenti delle strategie praticate dalle
leaderships occidentalizzate che esso combatte. Le orgogliose bande di "guerrieri di Dio" - ben armate e ben
addestrate - sono oggi in cerca di nuovi teatri e di nuove cause, seguendo un asse che dall'Afghanistan, dal
Kashmir e dal Tajikistan passa per l'Iran, il Sudan e arriva all'Algeria e al Sahara occidentale talvolta con
veloce transito e brevi soste in territori occidentali!
quindi, quella dell'islam oggi, un'immagine estremamente sconcertante, piena di contraddizioni (in termini
e contenuti), dove i poli estremi sembrano quasi ricercarsi per ricongiungersi, e ricontrapporsi al centro.
Certamente una fase di transizione e trasformazioni profonde, aperta a dialogo, equilibri nuovi e
compromessi. (22)
A questo punto dell'analisi val la pena di soffermarsi brevemente su alcuni aspetti del volto attuale di questo

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nuovo (?) radicalismo islamico.


Uno dei casi pi emblematici quello dell'Egitto - geopoliticamente uno dei paesi chiave del Mediterraneo,
determinante per il processo di pace nel Medio Oriente, per la stabilit della valle nilotica e della Penisola
Arabica. Il Presidente Mubarak, consapevole della marea montante del radicalismo islamico e del rischio
che questo rappresenta per la stabilit del paese, ha preso alcune misure: talune sono scontate (come
l'ulteriore rafforzamento delle misure di sicurezza per prevenire e reprimere le attivit violente dei gruppi
radicali), altre sono invece pi sottili e significative; rientrano cio nella strategia del dialogo. Il regime,
mostrandosi molto attento a questo fenomeno (tutt'altro che nuovo per l'Egitto!) di "risveglio islamico", ha
deciso di avviare (anzi, ha avviato) un piano di moderata islamizzazione avvalendosi del sostegno
dell'Universit islamica di el-Azhr, istituzione che gode altissimo prestigio in Egitto e ha larga influenza
anche in altri paesi della regione. Il confronto fra establishment e organizzazioni estremiste apertissimo (
di luglio l'attentato alla vita stessa del Presidente), e la strategia del Governo sta incontrando non poche
difficolt; ma l'opposizione maggiore, oggi come ieri, continua a provenire dalla Associazione dei Fratelli
Musulmani, le cui due filiazioni armate (al-Jihd e Jam'ah al-Islmiyyah) stanno ottenendo alcuni successi
soprattutto nelle province dell'Alto Egitto, nonostante la vigilanza delle Unit di Sicurezza. Le strategie del
radicalismo egiziano non cambiano rispetto al passato: i Fratelli Musulmani continuano a perseguire il loro
obiettivo di "caduta del regime Mubarak" (accusato di apostasia e tradimento) e "rifondazione di uno stato
su basi islamiche"; lo perseguono in maniera pragmatica, attraverso una capillare opera di penetrazione e
reclutamento da tutte le fasce della societ mediante strumenti legittimi, quali le stesse istituzioni
democratiche del paese (Assemblea del Popolo, Associazioni sindacali, Associazioni studentesche,
municipalit, attivit di moschea). I gruppi "militanti" viceversa mirano alla caduta immediata del regime
con il ricorso a forme di lotta violenta, e rifiutano la possibilit di una trasformazione graduale della societ
egiziana; la loro base dottrinale quella della dottrina islamica classica (Ibn Taymiyyah in particolare) e il
pensiero di Sayyid el-Qutb (v. sopra p. 60); oggi stanno emergendo due pensatori-filosofi nuovi: 'Abd elSalm Farj e Shukri Mustaf. Gli obiettivi delle organizzazioni radicali militanti sono: la caduta del
regime, come si detto, e la purificazione di tutti quei settori della societ che ostacolano l'affermazione
dell'Islam radicale (comunit copta, ambienti religiosi filo-governativi, giornalisti, musulmani non
osservanti ecc.); restano una costante l'ostilit nei confronti dell'Occidente e di Israele. Coerentemente a
queste premesse ideologico-dottrinali ne consegue una strategia della violenza che ha come suoi obiettivi
pi immediati: l'assassinio del presidente stesso (obiettivo primario), funzionari governativi a lui pi vicini,
membri delle Forze Armate e dei Servizi di Sicurezza, infrastrutture economiche e governative (per minare
la sicurezza dello Stato e creare ondate di psicosi); una nuova tattica stata quella di colpire strutture
turistiche e gli stessi turisti (verosimilmente per indebolire l'economia del paese, fortemente sostenuta dalle
entrate del turismo, e per colpire l'Occidente stesso - indirettamente - in una delle sue versioni pi
"decadenti"). Altri obiettivi di questi gruppi sono scrittori, intellettuali, giornalisti quanti si oppongono
con scritti e con fatti all'islam radicale condannandolo apertamente (in tale quadro rientra, ad esempio, il
fallito attentato al Premio Nobel egiziano, Naguib Mahfuz nel novembre 1994). Finora l'attivit di queste
associazioni ha avuto luogo pressoch esclusivamente sul territorio egiziano; tuttavia, un gruppo di
sostenitori di uno dei loro leaders, Sheykh Omar 'Abd el-Rahman, negli Stati Uniti, stato sospettato di
coinvolgimento in varie azioni esterne, fra cui - ad esempio - l'attentato alle "Twin Towers" di New York
(1993) (23).
Quest'ultima osservazione conduce a un interrogativo: quali possono essere i riflessi di questo radicalismo
islamico - cos vecchio nei suoi contenuti, e neppure cos nuovo nei suoi obiettivi e nelle sue strategie di
lotta - nei confronti della sicurezza nazionale? Certamente sono cambiate alcune tattiche, e le armi.
Certamente sono cambiati anche gli uomini, sono passate generazioni, sono evolute le circostanze globali e
gli scenari. Scorrendo nella stampa i profili di questi nuovi "eroi f sabl Allh" colpiscono alcuni aspetti che
essi hanno in comune fra di loro: i canali attraverso cui sono stati reclutati, indottrinati e addestrati a
combattere e uccidere; colpisce anche la loro mobilit da un teatro all'altro: quasi tutti si sono addestrati in
Afghanistan, quasi tutti - quelli che non si sono guadagnati col martirio il paradiso di Allh - si sono poi
trasferiti in Pakistan, quasi tutti sono passati per il Sudan prima di arrivare su altri campi di battaglia. Quasi
tutti sono giovanissimi. anche vero che i dati ufficiali di cui si dispone affermano che questi gruppi
militanti - organizzati in cellule fra loro separate - non contano che pochissime centinaia di adepti;
tuttavia l'Occidente continua ad etichettare le loro attivit col termine di "terrorismo" (uno dei pi grandi
crimini dell'umanit), e ad averne profondo e timoroso rispetto. Quali possono essere quindi i riflessi

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sulla nostra sicurezza?


Molto schematicamente, si pu distinguere fra: (a) rischi di natura militare, e (b) rischi di altra natura. Per
quanto riguarda i primi, questi possono configurarsi in (I) aggressioni di tipo convenzionale, (II) conflitti
regionali, (III) proliferazione nucleare, chimica, biologica, (IV) terrorismo. Circa il punto (I), dato che il
monolitismo e l'unitariet del radicalismo islamico sono pi che altro un mito, non sembra che vi possano
essere minacce aperte, neppure a medio/breve termine. Circa il punto (II), non sono invece da sottovalutare
i riflessi che i processi di destabilizzazione da parte del radicalismo islamico all'interno di un singolo paese
possono avere nei confronti della nostra sicurezza. Poich la destabilizzazione - oggi - pu aver luogo sotto
la pressione di fasce radicali di opposizione a regimi perlopi legati all'Occidente, il riflesso pi immediato
pu essere di carattere "economico" - quando si tratti di un paese nei cui confronti si abbia un interesse
economico (l'Algeria, ad esempio, oppure l'Egitto, l'Iran ecc.) e/o strategico (l'Egitto ancora, ecc.). Un altro
impatto pi diretto potrebbe provenire da un flusso emigratorio da quel paese, da parte di gruppi che si
sentano minacciati dal nuovo regime. (III) Un pericolo reale pu provenire dalla proliferazione nucleare o
da altre armi di distruzione di massa, le quali, in mano a pochi esaltati, possono ben neutralizzare l'enorme
superiorit convenzionale dell'Occidente. E poich uno degli obiettivi degli slogans del radicalismo
islamico l'Occidente la vulnerabilit esiste, ed un problema squisitamente strategico-militare. Quanto
al punto (IV), e cio al terrorismo, questo esiste, una minaccia concreta sia nei confronti di cittadini
occidentali che operano in paesi ove il radicalismo islamico "militante" attivo (si veda il caso dell'Egitto
sopra descritto, oppure l'Algeria - dove gli orrori non si contano pi), sia nel nostro stesso paese. In
quest'ultimo caso, il terrorismo pu essere utilizzato contro obiettivi "occidentali", volendosi colpire il
"nemico Occidente" in quei punti che sono al tempo stesso il simbolo della "sua" occidentalit e superiorit
tecnologica; oppure, data la massa di immigrati, il nostro territorio pu divenire molto pi semplicemente
una base operativa, nel quadro delle strategie di destabilizzazione interne ai diversi paesi di provenienza,
per combattersi fra di loro.
Sono pi rilevanti i riflessi sulla nostra sicurezza da parte di eventi non militari: (I) l'eventualit di
destabilizzazione interna ad opera di gruppi radicali, la quale provochi una ondata improvvisa di migliaia di
emigranti; (II) la pressione demografica "normale", dato l'enorme gap demografico e di ricchezza fra noi e
loro. Per quanto riguarda il primo punto, immigrazioni nuove e superiori a quello che metabolizzabile
potrebbero provocare gravi riflessi nella criminalit organizzata, una radicalizzazione della lotta politica,
l'insorgere di movimenti xenofobi e razzisti, lo spostamento dell'asse politico interno verso una destra
radicale e fondamentalista a sua volta.
L'esplosione demografica dell'Islam una realt; alimenta la povert, la disoccupazione e, come si visto,
rende il terreno pericolosamente fertile alla diffusione delle ideologie radicali pi estremiste. Si anche gi
accennato al fenomeno mostruoso dell'urbanizzazione selvaggia e dell'ammassamento della popolazione in
megalopoli dove si vengono determinando situazioni sempre pi esplosive legate a nuove esigenze - come
nei settori dell'acqua, dell'elettricit, della sanit ed igiene. L'urbanizzazione accresce le difficolt di
sviluppo, causa di tensioni e difficolt di ogni genere, di epidemie ecc. Il rurale si sente emarginato, torna
a rivolgersi alla moschea, si rifugia nel religioso alla ricerca di valori, istituzioni e servizi che il centro non
pi in grado di offrire. L'esplosione demografica aggrava ulteriormente la drammaticit della situazione
creando nuove masse di sottoproletariato urbano, di diseredati, di umiliati. Vi sono poi gli esclusi dalla
compartecipazione al potere: la giovane generazione degli istruiti, degli ingegneri, degli architetti, dei
medici, dei fisici, dei biologi ecc.; questi - pieni di ideali di giustizia sociale e sviluppo economico vorrebbero prodigarsi per il loro paese, ma non appartengono alla lite che detiene il potere n alla sua
clientela, a quella lite - spesso occidentalizzata e largamente corrotta - che gestisce il potere per trarne il
massimo utile possibile per s e per la sua famiglia/clientela. E questi "esclusi" - oggi appunto non pi
analfabeti o sottoproletariato abbrutito - oggi questi esclusi si uniscono alla grande massa degli altri,
confluendo nelle fila del radicalismo che cerca nell'islam non tanto la fede quanto quell'insieme di valori
politico-sociali ed economici in grado di rivitalizzare una societ stremata e consentire al paese una
ragionevole via di sviluppo. Oggi, questi esclusi rappresentano l'alternativa al potere in carica,
rappresentano il ricambio generazionale, rappresentano un potere che affondi le sue radici nei princpi di un
islam rivisitato e si regga su una classe di tecnici e professionisti. Il collasso delle attuali leaderships
occidentalizzate - e delle strutture statuali cui queste hanno dato espressione - ha determinato anche il
riemergere delle tradizionali strutture etnico-tribali e clanico-familiari (che sono sempre molto forti), con i
loro individualismi e particolarismi, con le loro rivalit e lotte spesso molto cruente. L'Islam radicale si

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contrappone a questo stato di cose, e si ripropone come elemento di ordine, di coesione "nazionale", di
giustizia sociale e di sviluppo economico di statualit, stato territoriale e nazionale al tempo stesso. E per
questo "deve" guardare ancora all'Occidente.
Ed a questo punto, l'Occidente - ed anche noi - ne siamo direttamente coinvolti.
In ogni caso veniamo ad esserne coinvolti, sia che questa lotta interna - inevitabile esplosione di violenza si presenti col volto del terrorismo (e di questo si detto sopra), sia che essa provochi migrazioni di massa,
sia che questa si configuri come una minaccia a interessi strategici ed economici nostri in una determinata
regione. Non solo; le conseguenze potrebbero essere ancora pi gravi per un paese "Mediterraneo" come
l'Italia: data la porosit del concetto "confine" nell'Islam, data l'elasticit dei legami clanico-familiari, data
la fluidit e "personalit" di quelle solidariet religiose che nell'islam trascendono frontiere e confini, sono
universali e mobilissime allora, la violenza, non pi localizzata, potrebbe coinvolgere rapidamente altri
stati loro malgrado (le vicende del POLISARIO, ad esempio, oppure ancora quelle dell'Algeria che, in caso
di vittoria dell'estremismo islamico, potrebbero provocare gravi ripercussioni a breve termine su Marocco e
Tunisia).
In ogni caso, ormai imprescindibile l'apertura a una politica di coordinamento nell'ambito della Comunit
internazionale e delle istituzioni europee. Ma questo un altro discorso. Qui si vuole concludere con altre
espressioni.
Sullo sfondo cupo e negativo appena delineato - dove anzich collaborazione, convivenza e dialogo sembra
dominare il demone dell'odio, del potere e della violenza - si possono purtuttavia cogliere alcuni elementi
che consentono di ridimensionare lo spettro del Feroce Saladino. Ritornando a quanto affermato in
premessa e, analizzando sine ira et studio, gli aspetti fondamentali del radicalismo islamico, senza processi
dall'una e dall'altra parte, possibile constatare che le posizioni rispettive non sono sempre ispirate a
conflittualit verbale e armata.
L'islam radicale, ossia l'islam del ritorno alle origini e alle radici di un passato rivisto come glorioso,
sublime e sublimante, non implica necessariamente sovvertimento, disordine, violenza, minaccia
all'Occidente. In taluni momenti storico-culturali e in talune circostanze, l'islam radicale ha dato vita a
movimenti politici "di ricambio"; ha avuto un ruolo costruttivo: basti pensare al "risveglio", alla "rinascita",
quella stupenda rinascita culturale (cui ha concorso anche l'Occidente) che ha fatto uscire l'islam dal
ristagno culturale e politico in cui era insterilito, per riacquistare piena coscienza di se stesso e dei valori di
cui portatore. Basti pensare al periodo successivo a quel primo dopoguerra pieno di aspirazioni, illusioni,
miti e tragiche delusioni; basti pensare a quello che il radicalismo islamico ha costituito in "quel"
momento, in un momento in cui tutto era da ricominciare e tutto era da ricostruire: sul piano della dottrina
come su quello della tecnica. Basti pensare ancora al ruolo di cui si invest nel secondo dopoguerra l'Islam
progressista, fornendo allo sviluppo sociale ed economico tecnici e professionisti.
Ed infine, al di l di posizioni dogmatiche apparentemente inconciliabili ed esasperate da positivi contrasti
di interessi e di potere, basta guardare oggi a quei paesi dove l'islam radicale andato al potere - oppure lo
co-gestisce con le istituzioni tradizionali - come il caso del Pakistan, della Turchia e della Giordania di re
Husein dei Ban Hshim. la linea su cui si sta muovendo l'Egitto di Mubarak - come si visto non senza
enormi difficolt e problemi -; la linea su cui sembra muoversi il F.I.S. algerino (24).
essenziale distinguere fra movimenti islamici a contenuti anche radicali e terrorismo. E l'analisi che
precede fornisce utili chiavi di lettura in tal senso, evitando facili psicosi, fra cui - la pi facile e la pi grave
di tutte - quella che, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo e del bipolarismo, l'islam
radicale sia divenuto il nemico principale da cui guardarsi e da combattere.(25) Le conseguenze di un
diffondersi di una simile visione potrebbero essere gravissime. Viceversa, sempre distinguendo sine ira et
studio, la conclusione inevitabile che: con i primi si pu dialogare, con il secondo - ossia con il terrorismo
- non possibile alcun dialogo. Con i primi, oggi si pu, anzi si deve, cercare dialogo e offrire mediazioni
per agevolare il necessario ricambio di classi politiche ormai bruciate dai loro errori e fallimenti (
emblematico il ruolo svolto dalla Comunit di S. Egidio per l'Algeria, come mediazione fra FIS e
"generali"). Il recupero di un margine ragionevole di collaborazione e dialogo nella ricostruzione di un
ordine politico, sociale ed economico a Sud non pu che avere un riflesso positivo su quella che la
"nostra" sicurezza e il nostro ordine.
(1) B. Etienne, L'islamismo radicale, Milano 1988, p. 144 sgg.; B. Lewis, Il linguaggio politico dell'Islam, Bari 1991, pp. 136 et infra; W.M. Watt, Islamic Fundamentalism
and Modernity, London 1988, p. 2; P. Branca, moderatismo e opposizione estrema in Egitto, in "politica Internazionale - dossier "radicalismo islamico e lo Stato etico ",
XXII (1994), 2, pp. 150-170; Dan V. Segre, la pericolosa ambizione del fondamentalismo islamico, in "Relazioni Internazionali", agosto 1995, pp. 2 sgg.
(2). In questo caso e in questa accezione sarebbe forse preferibile usare il termine di "integralismo", ma sempre con i limiti e le riserve specificate.

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(*) Per la trascrizione/traslitterazione dei nomi dall'Arabo, stato seguito il sistema adottato dalla Enciclopedia Italiana molto semplificato. In particolare, le vocali sono da
leggere come le corrispondenti italiane; le consonanti seguono la pronuncia inglese: sh=sc di sciatore, w=u, th e dh come due pronunce inglesi di th. da aggiungere che kh
corrisponde a una aspirazione forte, j corrisponde alla g dolce di "giada", mentre g corrisponde alla g dura di "gatto". L'accento cade sulla vocale lunga ( ) pi vicina alla
fine di parola.
(3) B. Lewis, Il linguaggio politico dell'Islam, op. cit., p. 132 et infra.
(4) B. Lewis, Europa barbara e infedele, Milano 1981; G. Levi Della Vida, Nazione Araba e Nazionalismo Arabo, in "Aneddoti e Svaghi Arabi e non Arabi", Napoli-Milano
1959, pp. 140 e sgg.; F. Gabrieli, Il Risorgimento Arabo, Torino 1958; P. Mingant, I movimenti politici arabi, Roma 1971.
Uno dei punti centrali - su cui i movimenti radicali islamici sono irremovibili - proprio dato dalla concezione della nazione come "una" "unica" "indivisibile" "universale"
e "islamica", in netta contrapposizione alla etnicit e al tribalismo - elementi di frammentazione e negazione dell'Islam delle origini. Su questa posizione si espressero in
maniera sistematica - per primi - Mawdd e l'Associazione dei Fratelli Musulmani; v. Mawdudi, The Sick Nations of the Modern Age, Lahore 1966. Cfr. anche V. Fiorani
Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, Collana del Centro Militare di Studi Strategici, "Rivista Militare", Quaderno n. 31, Roma 1991, e n. 52, Roma 1994.
(5) Presero veemente posizione contro l'ideologia marxista soprattutto i Fratelli Musulmani (Sayyid el-Qutb in particolare) e Mawdd. Nelle loro opere ne denunciano
spietatamente i limiti ideologici, il fallimento sociale ed economico, la eterodossia nei confronti dell'Islam.
(6) Quattro pan-ismi interessano in particolare il mondo islamico, di cui due trans-etnici (Pan-Arabismo e Pan-Turchismo) e due trans-nazionali (Pan-Islamismo e PanTuranesimo).
I primi hanno un volto pi squisitamente "etnico" (turco, arabo), e hanno i loro principali esponenti in Mohammad 'Abduh (1849-1905), Rashd Rid' (1865-1935), Ziyah
Gkalp, Ismail Beg Gasprinsky (Gaspraly, 1851-1914), ecc.
Cfr. fra la ricchissima letteratura in merito, Y. M. Choueiri, Islamic Fundamentalism, London 1990; P. Minganti, I movimenti politici arabi, op. cit.; H. Carrre d'Encausse,
Rforme et Rvolution chez les Musulmans de l'Empire Russe, Bukhara 1867-1924, Paris 1966; K.H. Karpat, Modern Turkey, in Holt, Lambton, Lewis (eds.), The
Cambridge History of Islam, specif. vol. I, Cambridge 1970; e A. Bennigsen, I Turchi sotto il dominio zarista e sovietico, in Storia Universale Feltrinelli: Asia Centrale.
Qui, interessa in particolare il Pan-Islamismo, movimento che ebbe un carattere pi universale, e trov in Jaml al-Dn al-Afghn (1837-1897) un propugnatore ed
appassionato agitatore, violento quanto infaticabile. Con Jaml al-Dn al-Afghn, e con il Pan-Islamismo, sembr anche che lo spettro delle guerre di religione dovesse
tornare ad abbattersi sull'Europaed oltre. Fra i molti contenuti che il Pan-Islamo diffonder fra i musulmani di tutto il mondo, merita segnalare: anzitutto il concetto di
"nazione" e l'idea nazionale. Jaml al-Dn non intese ostacolare l'idea "nazionale", non almeno in maniera sistematica; egli considerava la "nazione" come un concetto del
tutto estraneo alla shar'ah se intesa in senso "etnico"; la shar'ah postula infatti la unit/unitariet di tutta la Comunit (islamica) in un unico stato (islamico anch'esso), retto
e governato da un "principe dei credenti" (musulmano) secondo le norme contenute nel Corano. Pertanto, l'idea di nazione come intesa dall'Occidente in senso etnicoculturale e territoriale da considerarsi - agli occhi del panislamismo predicato da Jaml al-Dn al-Afghn - come un concetto del tutto estraneo all'Islam. In questo senso
venivano solennemente riaffermati i sacri princpi della universalit e extra-territorialit della societ islamica, della personalit del diritto (islamico) e della artificiosit di
ogni confine artificiosamente tracciato dalle Potenze Coloniali. I pilastri della fede e della societ erano costituiti dal Corano e poggiavano sulla shari'ah, ossia sulla
tradizione islamica purificata da ogni sovrastruttura e interpretazione deviante. Il Pan-Islamismo di Jaml al-Dn identificava pertanto la lotta nella lotta per la
riappropriazione della vera fede (ampio movimento di rilettura ed esegesi delle fonti) e per la rifondazione di una societ, quale postulata dal Corano e realizzata da
Maometto nei primi anni d'oro dell'Islam. Alla cultura europea, Jaml al-Dn opponeva il Corano e la dottrina classica dell'Islam, propugnando una lotta senza quartiere
contro ogni prestigio straniero, sinonimo soltanto di dominio, corruzione e sfruttamento. Nel suo appassionato messaggio, al-Afghn arriv a sostenere che il fine
giustificava ogni mezzo, e pertanto, quando necessario, era lecito ricorrere alla violenza, allo spargimento del sangue fino al tirannicidio per la riconquista della vera fede e
della vera societ islamica.
L'ideologia pan-islamica avr ampissima diffusione; infiammer intellettuali e masse; far tremare pi di un trono e pi di un regime. In Persia travolger lo stesso sovrano;
in Egitto esploder nella rivolta di 'Orabi Pash (1882) - oggi simbolo del vero nazionalismo egiziano islamico -; ed indubbiamente continua ad avere largo seguito fra i
movimenti radicali islamici. L'Associazione dei Fratelli Musulmani si considera figlia del Pan-Islamismo e, in particolare, del pensiero di Jaml al-Dn al-Afghn,
Mohammad 'Abduh e Rashd Rid'.
(7) Sulla corrispondenza intercorsa fra Sir McMahon e Husein della Mecca (1915-1916) per l'entrata in guerra degli Arabi contro l'Impero Ottomano, v. V. Fiorani
Piacentini, Processi di decolonizzazione in Asia e in Africa, Milano 1991, pp. 146 sgg.; per la documentazione relativa, v. "Oriente Moderno", 19 (1939), pp. 186-200.
interessante sottolineare come il termine "nazione" non compaia mai, in nessun documento ufficiale originale in lingua araba e in nessuno dei termini con cui questo
concetto - squisitamente europeo - sar tradotto in arabo; viceversa, la versione ufficiale in lingua inglese parla di "Arab Nation", laddove la versione araba riporta "gli Arabi
tutti" oppure "il Popolo Arabo", ecc.
La rivolta del deserto fu la risposta "araba" alla dichiarazione di guerra dell'Impero Ottomano alle Potenze dell'Intesa (novembre 1914) espressa nei termini della pi rigida
ortodossia islamica come "proclamazione del jihd"; v. V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, op. cit., vol. I, pp. 127-133.
(8) Mentre le Potenze Centrali - avendo l'Impero Ottomano proclamato la "guerra santa contro gli infedeli" - si preoccupavano dei musulmani residenti all'interno dei propri
territori e di possibili insurrezioni, le Potenze dell'Intesa, appena siglati gli accordi McMahon-Husein, si erano affrettate a definire i propri interessi con nuovi accordi
segreti. Questi sancivano la spartizione dell'agonizzante Impero Ottomano, e riconoscevano rispettive sfere di influenza: gli accordi franco-britannici per gli Stati Arabi (o
Accordi Sykes-Picot) del 9-15-18 maggio 1916, fatti conoscere alla Russia il 19 marzo 1916 riconoscendo a Mosca i suoi diritti sugli Stretti; gli Accordi di San Giovanni di
Moriana con l'Italia del 20 aprile 1917. Si aggiunga la Dichiarazione di Balfour, del 1917. Circa i testi di questi accordi, v. V. Fiorani Piacentini, Processi di
decolonizzazione op. cit., pp. 168 sgg.
(9) Basti ricordare: la rivolta Wahhabita degli Al S'ud, la quale - con l'appoggio diplomatico e militare della Gran Bretagna - mirava a costituire un proprio regno arabo,
indipendente e islamico nella Penisola Arabica a spese dello stesso Hijaz - territorio dei Banu Hashim dei sopra ricordati accordi Husein-McMahon (era del 26 giugno 1916
il proclama ufficiale del Sharif della Mecca, Husein, che incitava gli Arabi a insorgere contro i Turchi); in Libia, la Senussia dimostrava il massimo disinteresse alla
creazione di uno stato arabo, grande e unico, preoccupata non tanto dalla guerra contro l'Italia quanto dalla eventualit di perdere il prestigio e i benefici che le provenivano
dalla attuale posizione; l'ostilit dell'Egitto era pi che mai evidente: dichiarato protettorato dalla Gran Bretagna nel 1914 (alla vigilia della Grande Guerra, a tutela degli
interessi inglesi strategico-militari ed economici), esso era impegnato nella lotta per la "propria" indipendenza e, se mai, guardava a un grande stato arabo sotto il primato
egiziano secondo le linee tradizionali della politica egiziana (valle nilotica e Siria). Quanto al Maghreb, il nazionalismo berbero aveva ripreso la tradizionale aggressivit, e
mai avrebbe approvato la creazione di un grande stato arabo.
(10) V. V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare op. cit., specif. vol. I, pp. 192 sgg e vol. III, pp. 10 sgg. per i testi pi significativi.
(11) In proposito si rinvia a quanto detto all'inizio di questo saggio, specif. al paragrafo 1, Definizioni e contenuti, pp. 40-44.
(12) Di proposito parlando di radicalismo islamico e di movimenti estremisti islamici non si fatto - e non si far - alcun riferimento al Ba'th.Tuttavia, data la ricorrente
confusione di termini (e di concetti), si ritiene necessaria una precisazione in merito. Il "Partito socialista della Resurrezione Araba" (Hizb al-Ba'th al-'Arab al-Ishtirk) di
solito citato semplicemente come al-Ba'th: la Resurrezione; l'idea della resurrezione della nazione araba perch riprenda la sua missione eterna, affidatale nel mondo per il
bene dell'umanit tutta: questo il principio base della corrente di pensiero dalla quale il partito ha poi preso nome.
La definizione di questa idea chiave, e la sua elaborazione in chiave ideologica e in sistema coerente (anche se non sempre originale come pensiero) fu opera di un siriano,
Michel 'Aflaq. Nato a Damasco nel 1910 da famiglia greco-ortodossa, 'Aflaq si accost ad associazioni nazionalistiche arabe. Tornato a Damasco, si dedic a studi storici e
alla politica non tanto come militante quanto come pensatore; sul piano pratico l'affermazione e la realizzazione delle sue idee fu opera di un altro arabo, suo giovane amico,
Salh el-Dn el-Bitr (n.1912). Le idee di 'Aflaq trovarono terreno fertile fra giovani studenti e intellettuali arabi sia cristiani che musulmani; ne nacque un
"movimento" (harakah) della resurrezione araba", il cui primo atto politico fu, nel 1943, in appoggio a Shukr el-Quwwetl, esponente del movimento di lotta contro il
colonialismo francese. Si costituir a partito vero e proprio nel 1945; nel luglio 1947 avr luogo a Damasco il suo primo Congresso.
Il movimento - poi partito del Ba'th - ebbe sempre come suo motto: "Una sola nazione araba, avente una missione esterna", motto che conserva ancora oggi; ed ancora, nello
statuto del 1947 fu approvato: "la 'resurrezione araba' un movimento nazionale, popolare, rivoluzionario, il quale lotta per l'unit araba, la libert e il socialismo".
Quanto sopra spiega meglio di ogni altra digressione il perch il Ba'th - pur essendo un partito rivoluzionario per sua stessa definizione - non assimilabile ai
riformismi/radicalismi islamici: il Ba'th non un movimento/partito islamico! E questo spiega anche la sua diffusione rapida al di l delle frontiere siriane, fra la
popolazione e gli stati arabi. E questo spiega anche come - membri del partito Ba'th - non siano solo musulmani, bens anche cristiani "purch arabi". La grande idea di
Michel 'Aflaq - lui stesso greco-ortodosso, come si detto - fu appunto quella di individuare nell'arabismo il centro coagulante di una nuova ideologia (non confessionale) in
un contesto che, dal punto di vista confessionale, era un vero e proprio mosaico: musulmani sunniti, musulmani sciiti, drusi, copti, greco-ortodossi, armeni, cattolici ecc. ecc.
Questo era (ed largamente ancora oggi) il contesto culturale della Siria, del Libano e dello stesso Irak. Il Ba'th non rivendica mai una identit "islamica": "unit e libert
della nazione araba" "personalit della nazione araba" "missione della nazione araba" sono i princpi fondamentali su cui si strutturer l'ideologia del Partito della
resurrezione araba; i suoi programmi in campo ideologico (partito arabo "universale" "rivoluzionario" "socialista" "popolare" ecc.), partitico, economico, sociale, culturale
sono sempre destinati al "popolo arabo", alla "donna araba", alla "famiglia araba" ecc. La politica di insegnamento del partito mira a creare una nuova generazione araba,
credente nella umanit della sua nazione e nella eternit della sua missione. L'azione del partito sar sempre caratterizzata da una strategia per la conquista del potere; e
questa strategia non rifuggir da alleanze occasionali con il Partito Socialista Arabo (con il quale si fonder nel 1953), e con i Partiti Comunisti locali. Oggi il Ba'th al
potere in Siria e in Irak. La Costituzione Siriana proclama infatti la Siria "Paese Arabo" (non mai "islamico"); solo nel 1954 una modifica costituzionale preciser che il
Presidente deve essere musulmano.

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(13) "Dio il nostro fine - L'Inviato il nostro modello - Il Corano la nostra Legge - il Jihd il nostro cammino - Il Martirio la nostra aspirazione": sono questi i cinque
pilastri della dottrina dei Fratelli Musulmani, quali stesi dal fondatore della Associazione Hasan el-Bannh . Sulla Associazione e sulla dottrina dei Fratelli Musulmani esiste
una bibliografia vastissima, in lingue tanto occidentali che "orientali", molto ricca e varia per quantit e qualit. Per alcuni testi - fra i pi significativi per la loro attualit mi limito a rinviare a: Les Frres Musulmans - Courans Actuels dans l'Islam, a cura del Pontificio di Studi Arabi e Islamici, in "Etudes Arabes - Dossiers", n. 61, 1981-1982,
2 voll. (alla cui bibliografia si fa anche rinvio). Cfr. Altres: V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, op. cit., specif. vol. 1, pp. 192-206 e note
bibliografiche; vol. III, pp. 117 sgg.
(14) Mawdd, The Sick Nations of the Modern Age, Islamic Publications, Lahore 1966; Idem, Towards Understanding Islam, Islamic Publications, 6 ed., Lahore 1960; et
alia. Cfr. anche W. M. Watt, Islamic Fundamentalism, op. cit., pp. 55 sgg. e Y. M. Choueiri, Islamic Fundamentalism, London 1990.
(15) Mawdd, The Economic Problem of Man and its Islamic Solution, Islamic Publications, Lahore 1978, p. 33, p. 35 et infra.
(16) Mawdd, Islamic Way of Life, Islamic Publications, Lahore 11 rist., 1979, p. 39; Idem, First Principles of the Islamic State, Islamic Publications, Lahore 1983, pp. 1664; Idem, Rights of Non-Muslims in the Islamic State, Islamic Publications, Lahore 1982.
(17) Mawdd, Jihd in Islam, Islamic Publications, Lahore 1976; Idem, Minhj al-Inqilb al-Islm, Il Cairo 1977.
(18) S. Huntington, The Clash of Civilizations, in "Foreign Affairs", Summer 1993. Idem, If not Civilizations, what?, in "Foreign Affairs", Nov-Dec., 1993, pp. 186-194. Si
vedano anche - fra gli altri - gli articoli di Adam Tarock, Civilizational Conflict? Fighting the Enemy under a New Banner, in "Third World Quarterly", vol. 16 (1995), n. 1;
J. O'Hagan, Civilizational Conflict? Looking for Cultural Enemies, ibidem, vol. 16 (1995), n. 1. Questa - e altre affermazioni consimili, fra cui quelle dello stesso Segretario
Generale della NATO, Willy Claes nel febbraio 1995 - hanno suscitato una ondata di emozioni ed energiche reazioni sia da parte "occidentale" che islamica (si veda ad
esempio il quotidiano "Al-Quds al-Arabi"); molto puntuale in merito l'articolo di una Senior Lecturer in Middle East and islamic Studies al Westhill College di
Birmingham, Dr. Haifaa A. Jawad, Islam and the West: How Fondumental is the Threat?, in Defence and National Security, Rusi Journal, August 1995, pp. 34 sgg.; e John
L. Esposito, The Islamic Threat: Myth or Reality?, Oxford Univ. Press, Oxford 1992.
(19) V. F. Piacentini (a cura di), La disintegrazione dell'impero sovietico. Problemi di sicurezza nazionale e collettiva in Asia Centrale, Collana del Centro Militare di Studi
Strategici - Rivista Militare - vol. n. 70, Roma 1995.
(20) Il concetto di "rivoluzione" fu reso dottrina e ideologia da Jaml 'Abd el-Nser (Nasser): La philosophie de la Revolution, ed. Il Cairo 1956, e perfezionato da Anwar elSadat, Revolt on the Nile, London 1957. Per il pensiero di Gheddafi, basta rinviare al suo "Libro Verde", di cui esistono molteplici edizioni, e alla rivista "Risalat al-Jihad",
Tripoli di Libia - Beirut.
(21) L'attentato al Presidente egiziano Sadat nell'ottobre 1981 fu opera di elementi al-Jihd, mentre attivisti di al-Jam'ah al-Islmiyyah attaccavano il Dipartimento di
Sicurezza di Assiut, causando la morte di centinaia di poliziotti. Dopo l'attentato a Sadat, i capi dei due gruppi furono arrestati, e ci provoc gravi contrasti circa la guida
dei movimenti e le strategie.
(22) Sul radicalismo islamico e sui diversi movimenti estremisti che oggi ne caratterizzano le fasce armate, vi una ricca letteratura pi (o meno) esaustiva, pi (o meno)
distaccata e obiettiva. Qui, mi limito a rinviare a una raccolta di studi - molto puntuale - sulla crisi dottrinale dell'Islam del post-bipolarismo, una crisi che sta coinvolgendo
sia l'Islam ufficiale al potere che quello "radicale" all'opposizione: Ghassan Salam (a cura di), Dmocraties sans dmocrates - Politiques d'ouverture dans le monde arabe et
islamique, ed. Fayard, Paris 1994. Cfr. anche R. Redaelli, L'islam radicale e l'islam delle origini dinanzi all'Occidente: alla difesa delle nuove frontiere, in "Relazioni
internazionali", 1995 n. 2; Sh. Hunter, New Global Trends in Culture and Identity, in "The International Spectator", XXX, 2, 1995; E. Gellner, Le basi sociali del
fondamentalismo islamico, in "Modernizzazione e Sviluppo", 3, 1995.
(23) Non dissimile di quello egiziano il nuovo volto del radicalismo islamico algerino, dove il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) sta coagulando intorno a s vaste fasce
della popolazione, sia le masse rurali e dei diseredati sia gli "esclusi" delle professioni; esso si posto come alternativa all'attuale leadership, ne denuncia apertamente il
fallimento economico e sociale - e quindi anche politico/ideologico - e si batte per il potere. Dopo la Firma della "piattaforma di Roma", anche il FIS sta operando un
faticoso distacco dai suoi due bracci armati, il GIA e il MIA. Sugli eventi algerini puntuale fonte di notizie "RAMSES '95", IFRI, 1994, p. 73., specif. Turbolences
Islamistes pp. 84-97. Anche i recentissimi avvenimenti sudanesi sono espressione di un radicalismo islamico andato al potere. Non dissimile l'esperienza khomeynista in
Iran. Diverso , viceversa, il caso della Giordania - dove i Fratelli Musulmani co-garantiscono il potere.
(24) Il punto cruciale - non soltanto in Algeria - il sistema elettorale adottato: l'ultima roccaforte di una lite al potere, che non intende lasciare o condividere con forze
nuove. Per una puntuale, schematica analisi sulla sicurezza nel Mediterraneo e i rischi da Sud, v. C. Jean, Situazione e prospettive della Sicurezza in Mediterraneo, "Europe
Programme", Oslo 19/09/1995.
(25) Si veda - ad esempio - la dichiarazione rilasciata a un giornale tedesco nel febbraio 1995 dal Segretario Generale della NATO, Willy Cles; "Fondamentalism is just as
much of a threat to the west as communism was, in middle east international", 3 march 1995, p. 16.

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Aldo Maria. SANDULLI - Note minime in tema di segreto di stato (*)

1. Sono da condividere, a mio avviso, entrambi i punti nodali della motivazione della sentenza della Corte
n. 86 del 1977 sul segreto di Stato (1).
Il primo - impiegando una tecnica giuridica comune (perch inerente alla logica elementare) alla
giurisprudenza costituzionale (e non soltanto a quella costituzionale) di tutti i paesi - si basa sulla "scala"
dei valori consacrati nella Costituzione. Tale tecnica stata utilizzata con larghezza in tutta una serie di
pronunciati della Corte, nei quali sono stati considerati, di volta in volta, "preminenti", rispetto ad altri
valori - pur garantiti dalla costituzione (quali il diritto all'informazione, il diritto di sciopero, le libert
economiche, i patti lateranensi, ecc.) - i valori dell'ordine pubblico, della dignit umana, della vita e della
sanit, della protezione delle categorie in posizione di inferiorit, e di altri "principi di base". La Corte ha
ora appropriatamente impiegato questa tecnica per affermare la preminenza degli interessi della sicurezza
esterna ed interna dello Stato-comunit (vale a dire della collettivit nazionale unitariamente intesa),
rispetto a quel pur fondamentale valore che, in uno Stato di diritto, rappresentato da una funzione
giurisdizionale che non sia condizionata se non dalla legge.
In via di principio uno Stato democratico non pu accettare - e la nostra Costituzione ripudia - la regola
della "ragion di Stato" (e comunque oggigiorno nessuna motivazione "politica" potrebbe sottrarre
all'osservanza della legge e al sindacato giurisdizionale - come si riteneva sotto il vigore dell'art. 31 t.u.
Cons. Stato - un atto della funzione amministrativa: n pi ammissibile una richiesta alla Corte dei conti
di "registrazione con riserva" per ragioni "politiche"). Ma "l'interesse dello Stato-comunit alla propria
integrit territoriale, alla propria indipendenza, e, al limite, alla stessa sua sopravvivenza" come
"Repubblica democratica" - cio l'interesse alla "sicurezza esterna ed interna dello Stato" (la Corte
appropriatamente non fa differenza poich non consentito farne, e appropriatamente fa richiamo all'art.
126 Cost.) - non pu, per ragion di cose, non esser considerato (come gi era stato affermato nella sent. n.
82 del 1976) al di sopra di tutti gli altri. Tale interesse viene considerato, del resto, "preminente sugli
altri" (come pure si leggeva nella sent. n. 82 del 1976) "in tutti gli ordinamenti statali, quale ne sia il regime
politico".
Esso pu dunque valere a giustificare, entro i limiti di "un ragionevole rapporto di mezzo a fine" - vale a
dire entro quei rigorosi limiti in cui ci sia strettamente indispensabile ai fini della tutela del preminente
interesse anzidetto (quello della strumentalit un motivo che torna abitualmente nella giurisprudenza
costituzionale formatasi a proposito dei diversi segreti legittimati dal nostro ordinamento: v. l'accurata
rassegna fattane da M. Rodriquez, Sicurezza dello Stato e pubblici segreti nella prospettiva dei rapporti fra
poteri, in Riv. dir. proc. 1977, 74 ss.) -, certi affievolimenti degli stessi valori dello Stato di diritto, valori i
quali, del resto, si imbattono, nel vigente ordinamento, in varie - se pur sporadiche - limitazioni, in
corrispondenza di talune valide esigenze costituzionali (v. la mia nota Spunti problematici in tema di
autonomia degli organi costituzionali e di giustizia domestica nei confronti del loro personale, in Giur. it.
1977, I, 1, 1836).
In ci, risiede, in via di principio, il fondamento della legittimazione costituzionale del segreto politicomilitare.
2. Il secondo punto nodale della motivazione della Corte sta nel riconoscimento al Governo della
competenza a decidere in ordine alla necessit del segreto.
Il segreto strumento connaturale e insostituibile, laddove occorra, in un'attivit come quella ordinata alla
difesa e alla sicurezza del Paese e del suo ordine istituzionale.
La metodologia dell'aggressione ha come canone la illimitatezza (e dunque la spregiudicatezza)
nell'impiego dei possibili mezzi: chiaro perci che la difesa contro l'aggressione non possa essere
altrettanto valida ed efficace, ove sia, per contro, impacciata o impedita. Si tratta, per la difesa (e dunque per
la sicurezza), di una condizione "necessitata" (una condizione che, anche in tempo di pace, analoga, per
non dire identica - fatte le debite proporzioni -, a quella della difesa in guerra; e, del resto, in entrambi i casi
l'offesa e la difesa si muovono nella medesima area: non di rado anche in tempo di pace i servizi di

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sicurezza sono costretti ad adoperare mezzi non dissimili a quelli del tempo di guerra; sarebbe ipocrita
fingere di ignorare queste cose; neppure in passato la Corte si trincerata, in casi analoghi, dietro
infingimenti: v. la sent. n. 114 del 1968, in materia di segreto di polizia).
Il segreto , a sua volta, una esigenza posta a copertura della "necessit" di cui si detto. Oltre che ad
assicurare (per ragioni di validit ed efficienza) la non divulgazione degli apprestamenti e dei piani, esso
serve anche a preservare e salvaguardare da interventi estranei la funzione di sicurezza nei casi in cui questa
debba eccezionalmente affidarsi (per poter essere valida e non essere sopraffatta) al superamento della
frontiera della legge comune.
Ci che, sotto il profilo della liceit, essenziale che ogni necessitato superamento venga effettuato solo
laddove si tratta di operare per il perseguimento (altrimenti impossibile) di finalit inerenti alla sicurezza
dello Stato. In simili casi il segreto pu, a sua volta, essere utilizzato unicamente per coprire quegli episodi
in cui superamenti del genere si siano resi inevitabili ai fini della sicurezza.
chiaro perci - data l'estrema gravit della materia - che n i superamenti stessi sarebbero lecitamente
effettuati, n la segretezza sarebbe legittimamente decretata, laddove degli uni e dell'altra venisse fatto per
uso per perseguire obbiettivi e strategie di parte, tanto se la "parte" sia un partito, quanto se sia un organo
dello Stato o un qualunque altro centro di potere. La sicurezza dello Stato coincide con la preservazione
dello Stato-comunit come entit distinta dagli altri Stati nel consesso delle nazioni, e della Costituzione
democratica nelle sue istituzioni. Non ha che vedere con le eventuali prevaricazioni, di singoli organi, di
partiti e gruppi politici di corpi separati, di altre aggregazioni di interessi laddove si manifesti una
prevaricazione, l'obiezione del segreto non pu, dunque, non esser considerata un abuso; e il giudice ha il
potere e il dovere di non arrestarsi davanti ad essa.
3. Non ha tuttavia, il giudice, la possibilit di farsi giudice anche della propria competenza, negando la
"necessit" dell'opposto segreto. Il Potere giurisdizionale viene in tal caso a confronto con un altro Potere
dello Stato, quello cui, secondo l'ordine costituzionale, tocca prevedere e legittimare il segreto. La soluzione
del conflitto non potr dunque essere (nonostante che rasenti "il merito") se non di spettanza della Corte
costituzionale. E il giudice non potr procedere oltre nella sua investigazione, se non dopo che la Corte
abbia accertato e dichiarato illegittimo il ricorso alla segretezza. Un'analisi che l'organo di suprema garanzia
costituzionale dovr effettuare con prudenza estrema, dato il livello e l'importanza degli organi implicati.
4. Quanto al potere qualificato a disporre e legittimare il segreto, esattamente la Corte lo ha ravvisato
nell'Esecutivo.
In un sistema costituzionale che (come il nostro) si basa, nei rapporti Parlamento-Governo, sui principi
dello Stato parlamentare (artt. 94-95 Cost.), la difesa dello Stato e delle istituzioni contro ogni tipo di
aggressione violenta sono compiti propri (essenziali e fondamentali) del Governo, il quale (e a giusta
ragione lo ha sottolineato la Corte) ne risponde politicamente al Parlamento. Non pu dunque non spettare
anche al governo la "gestione" del segreto.
Non neppure pensabile una "gestione" parlamentare di esso, e dunque una sua "cogestione" tra
maggioranza e opposizione e comunque tra forze parlamentari governative ed extragovernative. Il ruolo
istituzionale, in Parlamento, delle forze estranee al Governo - che , o pu in qualsiasi momento diventare
di contrapposizione anche laddove possa contingentemente esservi somiglianza o addirittura concordia
(cointeresse) negli orientamenti - fa apparire, gi a prima vista, assurda e inaccettabile una simile ipotesi. La
realizzazione della quale potrebbe produrre, al limite, specialmente nella materia in esame, effetti perversi.
E difatti in nessun paese si inverata.
5. Appropriata appare anche l'affermazione della Corte relativa al carattere discrezionale delle decisioni
governative in ordine alla segretezza.
Tali scelte non possono non essere riservate (data la loro funzione) all'autorit che svolge l'attivit
"operativa" al servizio della quale il segreto si presenta come strumento necessario. Se il segreto serve a
coprire (salvaguardare) le esigenze della sicurezza, chiaro che esso non potr essere disposto e legittimato
se non da quegli stessi organi che, nell'esercizio del loro potere, hanno il compito di disporre le misure
occorrenti ai fini della sicurezza.
Gli eventuali abusi non possono - come si gi avvertito - esser fatti valere se non in sede di giudizio per
conflitto di attribuzioni.

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vero che in tal modo possono rimanere sguarnite di difesa alcune posizioni soggettive private (tra le altre,
quelle relative al diritto di cronaca; ma non esse soltanto). Questo tuttavia un inconveniente che si verifica
in tutti i casi di segreto protetto dalla legge, in correlazione con quella graduatoria di valori costituzionali di
cui si pi sopra parlato.
6. Emerge a questo punto il problema se la necessit del segreto debba esser decretata, in via definitiva, dal
Consiglio dei Ministri o da un singolo componente del Governo e da quale. La Corte si espressa nel senso
che, in materia, "le decisioni definitive e vincolanti" non possono spettare se non a "chi posto al vertice
dell'organizzazione governativa", e precisamente al Presidente del Consiglio dei Ministri, poich a questo
l'art. 95 Cost. demanda il compito di "dirigere la politica generale del Governo", assumendone in proprio la
responsabilit.
La materia di quelle che avrebbero potuto (e forse dovuto) esser regolate dalla legge sulla Presidenza del
Consiglio dei Ministri, invano attesa ormai da tre decenni. La pronuncia della Corte risulta comunque
conforme a un disegno di legge presentato, per l'argomento specifico (prima dell'emanazione della sentenza
in rassegna), dal Governo: la l. 24 ottobre 1977 n. 801, in cui quel disegno sfociato, attribuisce ora, in
ultima istanza, al Presidente del Consiglio dei Ministri la competenza in discussione. In mancanza e prima
di una legge la soluzione adottata dalla Corte non pu dirsi per appagante.
Nell'ordinamento vigente il Presidente del Consiglio non dispone infatti, come organo individuale, se non
delle competenze specificatamente attribuitegli dalle singole leggi. Il compito di "mantenere l'indirizzo
politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attivit dei Ministri" (conferitogli dall'art. 95 Cost.)
non comporta, per s solo, competenze particolari, sue proprie e riservate, in materie specifiche
(specialmente se inerenti alle attribuzioni dei singoli Ministeri). Altrettanto vale per la competenza a
"dirigere la politica generale del Governo", nella quale del resto la funzione di cui trattasi non pu farsi
rientrare, trattandosi di attivit "operativa" (attuativa) e non di indirizzo.
Non sembra perci possibile condividere, sul punto, le conclusioni della Corte. Tanto pi che - come si
visto - esse risultano basate su un'argomentazione la quale appare muovere dal presupposto che il Presidente
del Consiglio dei Ministri sia "posto al vertice dell'organizzazione governativa". Una posizione che invece
pu esser riconosciuta soltanto al Consiglio dei Ministri (e non anche ai fini provvedimentali in materie non
rientranti tra quelle per le quali specifiche disposizione esigano una deliberazione del Consiglio nel
procedimento di formazione dell'atto).
L'attivit "operativa" relativa alla difesa e alla sicurezza (che di essa soltanto si trattava nel caso in
discussione, e non della "suprema attivit politica", nella quale un passo della sentenza pare voler
ricomprendere tutta l'attivit "attinente alla difesa esterna dello Stato") rientra nella competenza dei Ministri
preposti al settore - rispettivamente Ministro per la difesa e Ministro per l'Interno (dotati purtroppo, in
ordine ai servizi che si occupano della sicurezza interna, di attribuzioni non chiaramente delimitate dalla
legislazione alla stregua della quale la Corte ha dovuto pronunciare). A quello di tali Ministri di volta in
volta interessato, e non al Presidente del Consiglio (o al Consiglio), era da riconoscere dunque - se vero
che la segretezza non che uno degli strumenti necessari dell'attivit "operativa" di cui si detto - la
competenza a "stabilire in via definitiva quando il segreto sia necessario".
7. V' un altro punto sul quale non ci pare di poter concordare con la sentenza in rassegna. Esso riguarda la
portata della disposizione dell'ultimo comma dell'art. 352 c.p.p., in base alla quale l'autorit giudiziaria,
quando non ritenesse fondata la dichiarazione di un soggetto qualificato, che avesse invocato, per non
testimoniare, il segreto, non poteva (prima della pronuncia della Corte) procedere per falsa testimonianza,
se non con l'autorizzazione del Ministro per la giustizia. La Corte ha dichiarato illegittima la disposizione non ben chiaro se (come la lettera del dispositivo lascerebbe intendere) con riferimento a tutte le
fattispecie di segreto considerate dall'articolo (e in tal caso sarebbe andata ultra petita) o alla sola fattispecie
del segreto politico-militare -, sul presupposto che essa conferirebbe "il potere di decidere definitivamente
sulla conferma o meno del segreto di Stato al Ministro di grazia e giustizia e non al Presidente del Consiglio
dei Ministri".
In effetti la disposizione n conferiva al Ministro per la giustizia un simile potere, n presupponeva tale
conferimento. Quel Ministro disponeva (prima della pronuncia della Corte) soltanto del potere di
autorizzazione a procedere (potere costantemente attribuito dal codice al Ministro per la giustizia - organo
di raccordo tra Magistratura e Governo - tutte le volte che per procedere sia richiesta un'autorizzazione

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governativa). Per esercitare il potere previsto dall'art. 352 quel Ministro avrebbe dovuto previamente
informarsi, circa la sussistenza o meno del segreto, presso il Ministro competente per materia: Ministro
diverso da caso a caso, anche perch l'art. 352 riguarda - oltre ai casi di segreti politici e militari - anche tutti
i casi di segreti d'ufficio.
Dunque la disposizione andava dichiarata illegittima non per la ragione indicata dalla Corte, bens per
un'altra: e cio se ed in quanto si fosse ritenuto che essa consentiva (come in effetti sembra consentisse) al
Ministro per la giustizia una discrezionalit in ordine all'autorizzazione a procedere, al di l delle risultanze
degli accertamenti compiuti circa la sussistenza di una statuizione di segretezza da parte del Ministero
competente per materia (va ricordato che in vari casi analoghi, a partire dalla sent. n. 94 del 1963, la Corte
ha dichiarato l'incompatibilit con la Costituzione dell'istituto dell'autorizzazione a procedere); e anzi (a
monte) perch (in contrasto con precetto dell'art. 101 Cost.) rimetteva a un Ministro e non al giudice di
effettuare l'accertamento anzidetto (anche a questo proposito, non poche sono i precedenti della Corte, a
partire dalla sent. n. 70 del 1961).
(*) L'articolo stato tratto dalla Rivista "Giurisprudenza Costituzionale", 1977 parte I pag. 1200.
(1) La sentenza 24 maggio 1977 n. 86 della Corte cost., pubblicata in questa Rivista nella parte III: normativa e giurisprudenza di interesse.
Ne riproduciamo la massima: "Sono costituzionalmente illegittimi gli artt. 342 e 352 c.p.p. nella parte in cui prevedono che il procuratore generale presso la Corte d'Appello
informi il Ministro per la grazia e la giustizia e non il Presidente del Consiglio dei Ministri e nella parte in cui non prevedono che il Presidente del Consiglio dei Ministri
debba fornire, entro un termine ragionevole, una risposta fondata sulle ragioni essenziali dell'eventuale conferma del segreto" (restando caducato il procedimento previsto
dall'art. 352 comma 3, periodo secondo).
Il potere di decidere definitivamente sulla conferma o meno del segreto di Stato deve essere attribuito al Presidente del Consiglio dei Ministri, attesa la sua posizione
costituzionale, e non al Ministro di grazia e giustizia. L'indicazione da parte dell'esecutivo delle ragioni essenziali che stanno a fondamento del segreto valgono ad agevolare
il sindacato politico del Parlamento (evitando, attraverso i poteri riequilibratori del medesimo, l'insorgere di conflitti di attribuzione).

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Francesco SIDOTI - I servizi di informazione e di sicurezza : prospettive per una cultura


al servizio del Paese

1. Il valore della sicurezza nelle scienze e nelle arti


Per varie ragioni, il concetto di sicurezza stato spesso schiacciato in definizioni che sembrano a volte
riduttive. Di recente, lo stesso Norberto Bobbio concede all'idea di sicurezza la dignit di un valore, ma ne
mette in rilievo una connessione primaria con "la cosiddetta libert da bisogno, promossa dai movimenti
sociali e socialisti".
Da un diverso punto di vista si pu legittimamente sostenere che la riflessione moderna sulla sicurezza
comincia ben prima di ogni pur pregevole contributo "dei movimenti sociali e socialisti". Comincia con la
celeberrima affermazione hobbesiana: "la paura ed io siamo gemelli". Non senza ragione Hobbes fa datare
la nascita della filosofia politica moderna dalla pubblicazione dei suoi scritti, in cui domina il valore della
sicurezza, insieme alla repulsione per quelle situazioni che facilmente possono fare diventare la vita
"solitary, poor, nasty, brutish, and short".
A quale tipo di paura Hobbes si sente gemello? C' una sorta di paura che si potrebbe sinteticamente
definire di tipo metafisico, e che si pu forse riassumere ricordando lo sbigottimento pascaliano davanti al
"silence ternel des espaces infinis." il tipo di paura che per secoli l'Occidente cristiano ha definito come
paura dell'Inferno e del Maligno. Quel sentimento, dicono alcuni studiosi, una costante antropologica che
esisteva ed esister sempre. Con Hobbes fa capolino un elemento sostanzialmente nuovo: la sua paura si
deve intendere in un senso pienamente materialista; la paura dell'Invincibile Armada, del fanatismo
religioso, della guerra civile, e insomma la paura di ci che nei fatti pu rendere la vita un "bellum omnium
contra omnes".
Insomma, man mano che la cultura rinascimentale diventa compiutamente moderna, il tema della sicurezza
diventa concreto, materiale, borghese, ossessivo, secondo un percorso che visivamente culmina in due
capolavori della pittura olandese del Seicento.
Rembrandt il massimo rappresentante di un'arte che non pi destinata alla Chiesa o alla corte, ma ad un
vasto ceto di privati o di associazioni di privati benestanti. Per questi committenti egli dipinge due quadri
che sono diventati (al di l delle intenzioni soggettive dell'autore) due simboli del nuovo mondo moderno.
La "Lezione di anatomia" stata intesa come una sorta di celebrazione suprema dell'insicurezza borghese
davanti all'affermarsi del metodo sperimentale in tutti i settori dell'esistenza; c' nel quadro una
sconvolgente sovrapposizione di significati: la inerme nudit corporea sul tavolo anatomico davanti alla
morte e la inerme nudit esistenziale dei protestanti davanti all'Assoluto.
Un capolavoro in un certo senso parallelo la "Ronda di notte" dipinta da Rembrandt nel 1642, all'apogeo
del sua fama, per 1600 fiorini. stata intesa come una sorta di celebrazione della sicurezza borghese. Quei
lucenti, pettoruti, corpulenti fiamminghi non sono un pugno di mercenari, ma archibugieri riuniti su base
volontaria, per proteggere il proprio bene supremo. Essi formano una processione laica in difesa di quel che
magnificamente designato con un'espressione all'epoca proverbiale: "l'interesse la religione degli
olandesi".
Tra sciabolate di luci e di ombre, di luci abbaglianti e di ombre abissali, in queste opere di Rembrandt
emerge il senso plastico della sicurezza borghese: armata, guardinga, sospettosa, ma vitale, pulsante,
trionfante al tempo stesso, fondata sull'opulenza e sul senso civico, o meglio su un'opulenza che deriva dal
senso civico.
La limpida serenit estatica del classicismo rinascimentale riposa in cieli di angeli e santi, o
nell'immaginario mitologico di dei e di fate; qui la serenit borghese invece un labile compromesso,
compiutamente terrestre e prosaico, attorniato dalle ombre, protetto con gli archibugi e la spada (perch,
come diceva Hobbes, i patti senza la spada, sword, non sono che parole, words). Per la prima volta c' sul
piano iconografico la trasposizione di questo sentimento pienamente e consapevolmente borghese: la
sicurezza un bene fragile, che coesiste con la precariet e che deve essere difeso con le armi.
In quella impareggiabile Olanda del Seicento in cui vissero spalla a spalla per un certo periodo di tempo

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Huygens, Cartesio, Locke, Spinoza, Grozio, Bayle, nascono molte idee e valori moderni; nasce certo in
primo luogo l'idea di tolleranza, che sarebbe per del tutto assurdo non vedere intimamente connessa con
l'idea di sicurezza, e basata sul ripudio, o per meglio dire sulla repressione impietosa di ogni fanatismo.
In maniera un po' greve, ma icastica, in seguito Voltaire riassunse felicemente l'unione complicata di
tolleranza e sicurezza, rispondendo alla domanda "Che cos' la tolleranza?" nel Dictionnaire philosophique:
"Ammirate il sultano: egli musulmano, eppure governa baniani, nestoriani, ortodossi, cattolici. Il primo
che tenta di suscitare un tumulto viene impalato, e tutti vivono in pace".
Il problema della sicurezza nei suoi termini attuali non un problema di destra o di sinistra: i livelli
crescenti di violenza e di criminalit colpiscono le classi abbienti e quelle meno abbienti; com' dimostrato
dall'andamento del mercato italiano della sicurezza: polizie private, sistemi elettronici antifurto, porte
corazzate, vetri antisfondamento, auto blindate, e cos via, nei quartieri bene, e reticolati di filo spinato,
grate di ferro, finestre murate, nei quartieri popolari delle grandi citt.
In questo panorama stato sottolineato quanto sia significativo l'incremento del segmento residenziale della
domanda di sicurezza. La quota destinata a difendere le abitazioni cresce incisivamente, esprimendo la
parallela crescita del sentimento di incertezza, documentato da molti fattori, come l'aumento considerevole
del volume dei premi incassati dalle compagnie assicuratrici per la protezione contro il furto, che quasi
raddoppia dall'85 al '90, mentre il numero dei furti nello stesso periodo pi che raddoppiato.
Questa situazione dovrebbe sfuggire alle distinzioni ideologiche tradizionali, invece continua ad essere
interpretata secondo pregiudizi ideologici.
Basti vedere quanti pochi commenti hanno procurato le pagine molto allarmate che in tema di sicurezza ha
scritto Sir Ralph Dahrendorf, mentre vengono ascoltate in ginocchio e col megafono (giustamente) tutte le
altre sue dichiarazioni sul destino delle chances vitali, della sinistra, dell'Europa e del mondo.
2. Dipendenza e indipendenza delle istituzioni
Secondo un'interpretazione assai condivisa, i maggiori problemi dei servizi di sicurezza negli anni della
guerra fredda derivavano da una loro eccessiva dipendenza dalla classe politica. A una diagnosi siffatta
seguiva una terapia obbligata: un maggiore controllo politico nei confronti dei Servizi di sicurezza.
Questa interpretazione pu essere rivista e corretta sotto un profilo importante: preferibile che le nuove
strutture siano piuttosto autonome che dipendenti dal personale partitico. Il problema reale quello dei
controlli che invece debbono essere tali da assicurare la conformit alle leggi e alle direttive.
Per i Servizi di sicurezza come per altre istituzioni occorre un chiarimento intorno al significato della
indipendenza dal potere politico. Il caso della Banca d'Italia esemplare sotto molti profili, perch si tratta
di una traduzione a livello locale di un principio accettato a livello internazionale: il riconoscimento
dell'indipendenza della massima autorit monetaria. La banca d'Italia ha il compito di controllare il valore
della moneta, isolando il cambio e l'inflazione dalle perturbazioni di ordine politico che possono causare
svalutazioni del cambio, fughe di capitali e cos via. Soprattutto, la ragione prima dell'indipendenza la
necessit di sottrarre gli organi democratici al rischio di affrontare momenti di impopolarit, che non
sempre sarebbero in grado di fronteggiare.
In un modello ideale di funzionamento dell'ingranaggio istituzionale c' coincidenza tra gli obiettivi della
Banca d'Italia e quelli della classe politica, ma nel caso in cui il Governo e il Parlamento non fossero in
grado di svolgere il proprio ruolo, allora una banca centrale indipendente pu prendere alcune decisioni
impopolari che non sanno prendere gli organi titolari di responsabilit elettorali.
Questo principio universalmente accettato nelle democrazie moderne, e non viene giudicato come uno
svuotamento della sovranit popolare, ma un suo rafforzamento, poich inteso ad evitare la "tassa occulta
e iniqua" dell'inflazione (come afferm incisivamente il governatore Baffi nella sua Relazione del 1976). Se
gli organi politici non prendono le misure dovute, la conseguenza una crescita dell'inflazione, cio una
tassa surrettizia che in maniera del tutto antidemocratica sottrae reddito ai cittadini, senza preventivamente
informarli e consultarli, violando dunque uno dei massimi principi costituzionali: "no taxation without
partecipation".
Le analogie tra controllo del valore della sicurezza e controllo del valore della moneta sono molteplici.
Basti pensare ad un altro importante risvolto: come le banche centrali non sono del tutto indipendenti, ma
obbligate ad operare dentro vincoli formali interni (ad esempio, il principio di legalit e la designazione

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politica dei governatori) e internazionali (ad esempio, gli impegni assunti con il Trattato di Maastricht), cos
i Servizi di sicurezza non potranno mai essere totalmente indipendenti, ma costretti ad operare all'interno di
vincoli formali interni e internazionali (ad esempio i controlli del Governo, del Parlamento, della
Magistratura o i trattati di alleanza e di collaborazione stipulati dall'Italia).
Il punto relativo all'indipendenza di molte strutture istituzionali deve forzatamente procedere da una critica
non della politica in generale, ma di alcune maniere di intendere la politica.
L'idea classica consegnata nelle celebri immagini del "civis politicus", riscoperta nell'et moderna
dall'umanesimo civile fiorentino, passando attraverso la rivoluzione francese culmina in una teoria della
politica come mezzo supremo attraverso il quale sarebbe possibile realizzare valori supremi come la
nazione, la classe, la razza. Nell'et moderna, accanto ai grandi statisti che hanno fatto politica nel senso
migliore del termine, ce ne sono molti altri che hanno vissuto la politica come furore ideologico, oppure
come attivit assai remunerativa.
I processi di professionalizzazione della partecipazione partitica sono al centro di un'ampia letteratura, che
culminata sottolineando quanto l'area delle decisioni pubbliche sia in effetti occupata da persone e gruppi
che, sotto sedicenti bandiere ideali, difendono innanzitutto i propri interessi particolaristici. Mentre una
corrente di pensiero riprende le tematiche classiche sulla politica, come nobile alternativa all'esercizio
egoistico degli interessi privati, un'altra differente corrente di pensiero riprende tematiche diverse che sono
diventate altrettanto classiche: in primo luogo la concezione dello Stato come male necessario, che deve
essere limitato attraverso un complesso insieme di controlli e contrappesi istituzionali.
Insomma: il potere politico democratico necessario, ma dal potere politico importante essere protetti,
stabilendo confini di carattere costituzionale al suo ambito di intervento e al suo potere di spesa. Purtroppo,
la politica non soltanto quella attivit nobile esaltata dalla cultura greco-romana e dai suoi epigoni
rinascimentali, ottocenteschi, novecenteschi, ma in un certo senso rischia di diventare, almeno in parte, la
malattia di cui pretende di essere la cura. Questa analisi schematica e non rende giustizia agli ideali di
molte persone e di molti movimenti. Ma ben si attaglia al caso dei Servizi di sicurezza. In una memorabile
audizione parlamentare, in cui riassumeva la propria lunga esperienza di ministro, il Presidente Scalfaro
afferm "i mali del passato trovarono radici e sfogo nel mondo politico... non pu essere avvenuto nulla in
passato di sconveniente senza una compromissione, una contaminazione di natura politica".
3. Istituzioni imparziali, non neutrali
Negli Stati Uniti l'avversione nei confronti della politica ha segnato punti estremi, com' dimostrato dalle
elezioni del novembre 1994; i tedeschi hanno inventato una parola specifica ''Politikverdrossenheit'', per
esprimere questo sentimento di stanchezza e di sfiducia nei confronti di un'attivit frequentemente definita
in termini di faziosit, demagogia, incapacit. Le vicende italiane si iscrivono in un quadro ampio,
movimentato, fluttuante, di vicende internazionali che in maniera diversa concordano nel rifiuto delle
vecchie divisioni partitiche. In parallelo con quanto avviene nel mondo delle istituzioni, anche il mondo
della politica attraversa una fase di ridefinizione, in un contesto profondamente mutato dalla fine della
guerra fredda.
Il problema ha in Italia aspetti particolari. Come il termine partitocrazia specifico del nostro lessico, cos
in Italia stato coniato il termine classe politica e appartengono alla scuola italiana (Mosca, Michels,
Pareto) le prime analisi del professionismo politico. Per ragioni strutturali, infatti, la politica ha sempre
avuto un ruolo centrale nei sistema italiano. In primo luogo, com' indicato nell'analisi gramsciana del
nostro capitalismo, a causa della debolezza della grande borghesia italiana (che da sempre, tra l'altro, stata
costretta a cercare l'alleanza con i settori forti della borghesia internazionale). Nell'Italia monarchica
l'alleanza tra aristocratici, borghesi del nord, agrari del sud, aveva una sua articolazione decisiva in una
classe di professionisti della politica che svolgevano essenziali funzioni per il mantenimento della pace
sociale.
Nel sistema instabile e caotico dell'Italia repubblicana, si realizzata una grande espansione della
mediazione politica nel suo significato meno nobile, con conseguenze a volte disastrose in termini di
deresponsabilizzazione.
L'Italia stata per lungo tempo una democrazia dove non pochi uomini politici hanno perseguito interessi a
breve termine (dalla propria rielezione alle pressioni clientelari). L'Italia potrebbe diventare una democrazia

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caratterizzata da istituzioni dedite alla cura degli interessi a lungo termine della popolazione. Istituzioni
imparziali, perch indipendenti dalle partes, dai partiti e dalle fazioni; non istituzioni neutrali, vuote di
ideali e di principi, pronte ad essere occupate e strumentalizzate.
L'opinione a favore di un cambiamento del rapporto di forza tra strutture partitiche e strutture istituzionali
non una scelta vuota di contenuti, "tecnocratica". una scelta ideale e morale.
Com' evidente nel caso di Popper, che il pi grande teorico della contrapposizione tra ideologia
rivoluzionaria e riformismo istituzionale, tra pensiero retorico e "piecemeal social engineering", cio
miglioramento della societ attraverso un graduale succedersi di aggiustamenti e di riforme istituzionali
(rivolte non allo scopo di raggiungere la felicit, ma di ridurre la sofferenza).
Il popperiano "piecemeal social engineering" si basa sull'idea che il buon operato delle istituzioni significa
che la democrazia funziona bene; essere democratici vuol dire anche favorire l'efficienza delle istituzioni
democratiche.
Per chi crede nella centralit dei temi istituzionali decisiva la convinzione che in una societ policentrica e
poliarchica le buone istituzioni sono pi importanti sia delle buone intenzioni sia dei buoni leaders.
Le rette intenzioni, come i leaders onesti e competenti, in una democrazia sono ovviamente importantissimi;
ma il corretto disegno dell'impianto istituzionale preliminare rispetto alle une e agli altri. Una democrazia
liberale non fondata sul principio "tutto il potere al popolo", ma sul principio "tutto il potere a nessuno".
Non richiede la preminenza dei partiti, ma di un sistema di poteri separati, bilanciati e controllati. Questo
discorso lungi dal proporre una mistica dell'ingegneria istituzionale o di queste istituzioni, per come
effettivamente sono state e sono tuttora.
Le istituzioni possono diventare variabili indipendenti, ma in societ aperte, pluraliste, complesse,
sovraccariche di domande e di corporazioni, non sono soltanto semafori che regolano il traffico
tendenzialmente caotico delle domande sociali e delle risposte amministrative. Le istituzioni in parte si
sviluppano come isole coralline, risultato non pianificato di una larga serie di effetti imprevisti e
inintenzionali; in parte sono il risultato delle pressioni di gruppi ed individui l'un contro l'altro armati in
societ segmentate e divise per niente raccolte intorno ad una definizione univoca del bene comune. Per
questi motivi decisivo il tema dei controlli e contrappesi nell'impianto istituzionale.
Controlli e autonomia non sono principi alternativi. Per quanto riguarda i Servizi di sicurezza, la
fondamentale legge 24 ottobre 1977, n. 801 introduceva contemporaneamente sia il principio del controllo
(attraverso il Comitato parlamentare e attraverso l'attribuzione della responsabilit politica dell'attivit
informativa al Presidente del consiglio dei ministri) sia il principio dell'autonomia (attraverso lo
sganciamento del personale dei servizi dalla dipendenza gerarchica rispetto agli apparati di provenienza).
4. Trasparenza e segreto
Per la giustificazione del ruolo dei Servizi di sicurezza viene spesso usata quella teoria del "male
necessario" che stata applicata nella storia della morale a un numero diversissimo di casi. Si pensi alla
nota definizione liberale del governo: un organismo dal quale possono derivare nefasti pericoli, ma che
tuttavia necessario, dunque va ridotto al minimo indispensabile.
Al cuore di questa giustificazione controvoglia stavano gli usi ed abusi del segreto, che gi all'inizio del
secolo (cio all'inizio dell'et nuova del terrore su vasta scala) erano stati riassunti da un illustre ministro
inglese.
Rivolgendosi al capo della polizia, sir Harcourt esprimeva una considerazione che colp molto Conrad
all'epoca in cui scrisse l'agente segreto: "L'idea di segretezza l da voi sembra consistere nel tenere
all'oscuro il Ministro dell'Interno"!
Il rifiuto libertario e democratico del segreto va riconsiderato alla luce della preminenza dei controlli e della
trasparenza. La societ aperta si contrappone a quella chiusa sotto molti profili, di cui uno particolarmente
rilevante dal nostro punto di vista: il comportamento conforme al diritto delle istituzioni e delle persone che
le dirigono.
In una societ aperta, i classici principi della ragion di Stato e del segreto non perdono ogni fondamento, ma
vanno ricondotti alla supremazia formale del principio di legalit. Oltre alla protezione del segreto prevista
dall'articolo 261 del codice penale, con riguardo alla rivelazione di segreti di Stato, l'ordinamento italiano
prevede in molti punti un valore positivo delle nozioni di segreto e di riservatezza.

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La Costituzione tutela all'art. 48 la segretezza del voto e all'art. 15 la segretezza della corrispondenza; l'art.
2622 del codice civile punisce "gli amministratori, i sindaci, i direttori generali e i liquidatori che, senza
giustificato motivo, utilizzano a profitto proprio o altrui o divulgano notizie sociali riservate avute a causa
del proprio ufficio, se dal fatto pu derivare pregiudizio alla societ"; l'art. 622 del codice penale prevede
ancora che "chiunque sia venuto in possesso di un segreto, in vista del proprio stato o ufficio ovvero della
propria professione o arte e lo divulga senza giusta causa ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto,
punito se dal fatto pu derivare un documento su querela della persona offesa".
Tutta la struttura del procedimento penale prevede forme varie di segretezza, dal principio della pubblicit
differita delle indagini della magistratura alla possibilit degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria e dei
Servizi di sicurezza di tacere al giudice il nome delle fonti informative.
All'interno dell'ordinamento si trovano dunque una serie di dispositivi che garantiscono
contemporaneamente diritto di pubblicit e diritto di riservatezza, diritto di trasparenza e diritto al segreto.
Quest'ultimo nelle sue varie versioni postula uno "ius excludendi": nei vari casi gi previsti
dall'ordinamento c' sempre e comunque una persona che ha diritto al segreto e che pu far valere nei
confronti di altri questo suo diritto.
A cominciare dalle deroghe alle disposizioni ordinarie di legge, tutta la materia del segreto e della
discrezionalit va rivista alla luce della preminenza del sistema dei controlli, ampiamente ristrutturato
rispetto al presente, allargato a comprendere sia la responsabilit politica di tutte le articolazioni
dell'Esecutivo, sia la gestione operativa.
giusto che il Comitato parlamentare abbia poteri tali da costituire un argine invalicabile contro ogni
tentazione del Governo o dei funzionari di strumentalizzare i Servizi. Ed ovvio che la presidenza del
Comitato parlamentare sia garantita al partito di opposizione. Si pu discutere l'opportunit di inserire come
esperti del Comitato parlamentare anche membri estranei al mondo politico, qualificati per le loro
specifiche competenze.
In generale, il Comitato parlamentare dovrebbe occupare un posto centrale, fino a diventare la massima
istituzione di controllo.
Come stata proposta un'analogia tra Banca d'Italia e Servizi, per quanto riguarda la difesa del valore della
sicurezza e la difesa del valore della moneta, allo stesso modo potrebbe essere proposta un'analogia tra
l'organo di controllo delle operazioni in valori mobiliari e l'organo di controllo delle operazioni di sicurezza.
Nei termini del sistema costruito intorno alla legge 17 maggio 1991, n. 157, l'organo di controllo delle
societ con azioni quotate in Borsa in un certo senso il primo destinatario dell'informazione e il terminale
di un complicato processo informativo, lungo il quale devono essere sufficientemente visibili qualit del
proponente, rischi dell'investimento, tipicit dell'operazione. Lo scopo della garanzia di legge sul processo
di informazione fornire il massimo di tutela, in modo che possano essere compiute scelte consapevoli e
legali in nome di una "filosofia della trasparenza" che contempera esigenze diverse, come le opzioni ad alto
rischio e la tutela da speculazioni fondate su una scorrettezza. Soprattutto la protezione del mercato
preminente in questo intreccio di rischio, riservatezza, trasparenza, controlli.
Dal punto di vista dell'interesse privato, evitare frodi e abusi costituisce l'obiettivo primario dell'istituzione
di controllo; ma l'efficiente funzionamento del mercato l'obiettivo pi rilevante dal punto di vista
dell'interesse pubblico. La sfiducia nella regolarit delle procedure avrebbe come conseguenza un minore
afflusso del risparmio al mercato mobiliare, in contrasto con l'art. 47 della Costituzione, secondo il quale la
Repubblica incoraggia il risparmio.
Per motivi radicati nella Costituzione, come deve esistere un organo delegato al controllo delle operazioni
in valori mobiliari, cos deve esistere un organo delegato al controllo delle operazioni di sicurezza.
5. Una nuova cultura della legalit
Se si osservano le diverse strutture pubbliche che si occupano di sicurezza e di spionaggio (oltre a SISMi e
SISDe), facile argomentare sulla loro ridondanza.
Certo quello dei Servizi un problema che coinvolge migliaia di persone e un centinaio di miliardi; anche
questa un'eredit della guerra fredda: siamo vissuti in Italia per anni come se fossimo non nel tempo della
pace, ma nel tempo di una guerra particolare, combattuta anche all'interno.
per irrealistico ritenere che sia possibile ritornare al periodo precedente il 1914, quando queste strutture

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esistevano in proporzioni molto pi ridotte (e quindi pi facilmente controllabili).


Con l'arrivo della "terza ondata tecnologica", tutte le strutture tradizionali vengono gradualmente sommerse
da una marea di innovazioni che inevitabilmente porteranno a nuove forme organizzative, in gestazione
attraverso una miriade di scontri sociali. Il vecchio apparato industriale, partitico, istituzionale, esprime una
resistenza enorme contro le novit che incalzano, rappresentate dai settori dell'ingegneria genetica,
dell'aerospaziale, dei nuovi materiali, delle nuove energie, della finanza planetaria, delle telecomunicazioni,
dei loisir, della ricerca sofisticata.
Dal commercio al turismo, dall'educazione ai trasporti, emerge una nuova civilt: ora il fattore primario la
conoscenza. Come prima ad un'economia basata sulla forza dei muscoli succeduta un'economia basata
sulla potenza delle macchine, cos ora subentra un'economia basata sulle capacit della conoscenza
applicata. Anche i Servizi di sicurezza potranno fare intelligence in maniera molto pi sistematica e
impegnativa che nel passato.
Al capezzale dei loro tormenti, i Servizi di sicurezza bene che non vedano soltanto il volteggiare dei corvi
o visite di cortesia, frettolose e distratte. Dopo l'era dei conflitti a bassa intensit, delle guerre non ortodosse
e delle operazioni non convenzionali, urgente in Italia come negli altri Paesi occidentali, la formazione di
una nuova cultura dell'intelligence, caratterizzata da contenuti dirompenti rispetto al passato. Innanzitutto
necessario chiudere definitivamente il lungo periodo connesso agli usi e agli abusi della guerra fredda.
Alcuni hanno sostenuto che scomparso il comunismo sarebbe scomparso anche il nemico che dava una
ragion d'essere alle strutture di sicurezza. Mi sembra un'osservazione parziale: come sostiene egregiamente
Furet, il comunismo stato fondamentalmente un'illusione parareligiosa; il suo fallimento chiude un'epoca,
ma non per questo possiamo pensare che le nostre societ continueranno a vivere senza illusioni, cio senza
impulsi a travolgere gli orizzonti e i limiti dell'ordine costituito.
L'ordinamento legislativo e costituzionale deve diventare l'unico punto di riferimento per tutte le istituzioni
che si occupano di sicurezza. E questo aspetto deve essere dominante nella formazione e nella prassi degli
operatori; in un classico del nostro tempo si sostiene che Al Capone rappresenta il trionfo della "amoral
intelligence". Le vicende del passato possono essere superate attraverso una rifondazione delle motivazioni.
Venga infine spazzato via ogni timore che i fantasmi del passato possano ritornare sotto una forma o l'altra!
Stabilito il radicamento degli operatori in una mentalit di piena lealt costituzionale, occorre consolidare i
meccanismi che assicurino trasparenza e controlli.
I vecchi Servizi "segreti" devono diventare "trasparenti", perch "responsabili": impegnati a rispondere
delle proprie azioni, pronti a fornire a chi di dovere tutte le garanzie per un controllo effettivo, dediti
fondamentalmente a trattare le questioni della sicurezza attraverso metodi leali perch autorizzati.
La differenza sottolineata dall'art. 51 del codice penale (tra i reati commessi per adempimento di un dovere
e quelli commessi per esecuzione di un ordine) va approfondita e reinterpretata. In questa prospettiva le
varie strutture potranno riguadagnare finalmente il proprio onore e rivendicare esplicitamente e
orgogliosamente la dignit di un ruolo specifico e vitale.
Pi un sistema complesso, pi vulnerabile.
dunque importante che la nuova cultura di queste strutture nasca attraverso le attenzioni, gli interrogativi,
le riflessioni dell'opinione pubblica.
Nella nuova fase della storia italiana, la rinnovata fiducia nelle istituzioni dovr includere pure quei
meccanismi che svolgono una funzione che diventa, dopo la guerra fredda, ancora pi importante di prima.
Riformando un profilo istituzionale importante, il presidente Clinton ha significativamente elevato il nuovo
capo della Cia al rango di membro del Cabinet, e ha sottolineato chiaramente che le sue analisi svolgeranno
un ruolo di grandissimo rilievo nella formulazione delle politiche pubbliche.
Anche gli irriducibili detrattori dei Servizi "segreti" bene che espongano ampiamente, oltre le ragioni della
diffidenza, proposte di cambiamento e di miglioramento. Nel corso di un polifonico processo di riflessione
collettiva maturer meglio la nuova cultura di queste istituzioni difficili, necessarie (se si vuole, nel senso
del male necessario) in un futuro che certo non sar privo di incognite.

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Comitato Parlamentare per i Servizi di informazione e di sicurezza


Primo rapporto sul sistema di informazione e di sicurezza (seconda parte) (*)

II. L'UCSI: UN UFFICIO PRIVO DI REGOLAMENTAZIONE LEGISLATIVA

22. I "Nulla osta di segretezza"


L'Ufficio centrale per la sicurezza (UCSI) assolve a compiti direttivi, di coordinamento, di controllo per
l'applicazione delle procedure di sicurezza derivanti direttamente da norme interne o dagli accordi
internazionali NATO e comunitari. ufficio servente rispetto all'Autorit nazionale per la sicurezza (ANS),
perci guida e controlla l'insieme degli organi che all'interno della Pubblica amministrazione sono addetti
alla gestione del segreto di Stato. Fissa inoltre le norme e le procedure attraverso le quali il segreto viene
tutelato, nel campo dei documenti, dei materiali, delle telecomunicazioni, dei sistemi informatici.
Comprende due Divisioni ed impiega 115 persone in organico, di cui 104 effettivi.
Questo Ufficio stato strettamente legato al Servizio segreto militare fino al 1991: fin quando il Direttore
del SISMi ha continuato ad essere investito dei compiti di Autorit nazionale per la sicurezza.
Prima delle circolari riservate emanate dal Presidente del Consiglio Francesco Cossiga il 23 novembre 1979
e il 5 gennaio 1980, l'Ufficio aveva la sigla USI (Ufficio sicurezza), ma l'assetto era lo stesso; e prima
ancora (fino alla met degli anni 60) i medesimi compiti venivano svolti dall'USPA (Ufficio sicurezza del
Patto Atlantico). Fu il generale Giovanni De Lorenzo a definire questo organo come "collaterale del
SIFAR". (20)
La dottrina ha individuato la sua competenza fondamentale, sulla base degli scarsi elementi di cognizione
disponibili, nel "rilascio del Nulla osta di sicurezza - cos scrive Giovanni Cocco in un libro del 1980 - cio
di una forma di benestare che non solo condizionava a fonti particolarmente riservate, ma condizionava
di fatto l'accesso ad una serie di incarichi e di funzioni importanti fino a quelle ministeriali". (21) Va
segnalato che la formula "Nulla osta di sicurezza", qui riferita, dubbia e, almeno nell'ordinamento attuale,
non esatta. Infatti, nelle norme regolamentari riservate oggi in vigore, alla sigla NOS si fa solitamente
corrispondere l'espressione "nulla osta di segretezza".
Storicamente, si rispecchiava nell'USPA una posizione di subalternit del Servizio segreto italiano rispetto
all'organizzazione NATO ed alla potente Agenzia di intelligence statunitense. Il rapporto divenuto, con gli
anni, meno stringente, ma l'assoluta discrezionalit e l'assenza di regole hanno continuato ad essere i
caratteri essenziali di questo Ufficio, peraltro mai sottoposto finora ad un controllo parlamentare.
Il Comitato si particolarmente soffermato sulla procedura per la concessione del Nulla osta di segretezza.
Si tratta di un'abilitazione (deliberata dall'ANS) che concede ad una persona o ad una impresa (e
specificamente a determinate persone che la rappresentano) l'accesso a notizie, documenti o materiali ai
quali attribuita una classifica di segretezza. Pu esservi per le imprese un'abilitazione preventiva che
consente di partecipare a gare d'appalto, per lavori nei quali vi siano problemi di sicurezza e di tutela del
segreto, e che si converte poi in un vero e proprio Nulla osta complessivo, sulla base di ulteriori indagini.
La procedura comunque prevista:
- per gli ufficiali generali, colonnelli e gradi equipollenti; (22)
- per i funzionari direttivi e di concetto appartenenti all'amministrazione della Difesa ed alle
amministrazioni delle forze armate;
- per i cancellieri della giustizia militare;
- per i civili dipendenti da tutte le altre amministrazioni civili dello Stato, e civili con incarico di esperti,
destinati a rappresentare periodicamente lo Stato a riunioni NATO e UEO;
- per i civili dirigenti ed impiegati dipendenti da ditte industriali o commerciali, da organismi pubblici e
privati, che trattano documenti riservati o che concorrono (con richieste di autorizzazione inoltrate al
Ministero dell'industria e del commercio o ad altre amministrazioni) per la progettazione o l'esecuzione di

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lavori classificati o per la partecipazione a gare relative a progetti o lavori per infrastrutture NATO o
comunque da proteggere.
Il NOS ha validit per sette anni ed un anno prima della scadenza dev'essere inoltrata la richiesta di rinnovo.
Per il personale NATO i termini sono, rispettivamente, di cinque anni e di sei mesi. Se il rinnovo chiesto
entro i termini e nelle more il Nulla osta giunge a scadenza, esso conserva validit fino al momento in cui
resa nota la nuova delibera. Prima del termine l'UCSI, sulla base di segnalazioni (per esempio relative a
vicende giudiziarie) e di nuovi accertamenti, pu decidere la revoca del NOS.
La prima e fondamentale protezione del segreto e delle stesse persone abilitate consiste nel non abilitare
coloro che comunque possano presentare un lato vulnerabile. Ma quali sono i criteri di giudizio? L'aver
adottato il concetto vago di vulnerabilit come elemento ostativo all'abilitazione pu consentire le
valutazioni pi diverse.
Negli anni della guerra fredda venivano considerati inidonei a trattare documenti o attivit con requisiti di
segretezza i cittadini che avevano orientamenti politici avversi all'Alleanza atlantica. Vi era nella loro
esclusione da determinate funzioni o impieghi, ai quali avrebbero avuto altrimenti diritto, una deroga al
principio di uguaglianza, stabilita in evidente contrasto con la Costituzione. Oggi di quelle discriminazioni
si coglie soltanto un residuo.
Il rilascio dei NOS continua ad avere effetti rilevanti nella vita professionale di numerosissimi soggetti (in
gran parte militari e dipendenti pubblici) cos come nelle attivit e negli affari di molte imprese. Le
deliberazioni dell'UCSI possono modificare radicalmente carriere individuali, possono far partecipare l'una
o l'altra impresa ad appalti remunerativi o possono escluderla. grande il potere che cos viene esercitato.
Ma si tratta di un potere che non disciplinato da alcuna regola legislativa e che svincolato da ogni
controllo. La sua assoluta discrezionalit rischia continuamente di trasformarsi in irragionevolezza e in
arbitrio. O - come pure avviene spessissimo - d luogo ad indagini di routine che si riducono a mera ed
inutile apparenza.
23. La natura delle indagini
Il nulla osta di segretezza viene richiesto all'UCSI dall'ente interessato. L'Ufficio, a sua volta, chiede di
regola ai Carabinieri, attraverso le strutture territoriali, di svolgere indagini. Se vi sono aspetti concernenti
la sfera economica e finanziaria, possibile che si sollecitino indagini da parte della Guardia di finanza. Il
tipo di investigazione e la scelta degli organi da attivare dipendono da una piena discrezionalit.
Le indagini riguardano la persona, le sue attivit, i suoi congiunti ed hanno una maggiore o minore
estensione (per esempio fino ai congiunti conviventi o anche al di l di essi) a seconda del livello di
segretezza a cui il soggetto abilitato dovr accedere.
Il generale Rodolfo Guarino, Direttore dell'UCSI, al quale il Comitato d atto di una collaborazione leale e
proficua, che ha consentito di effettuare per la prima volta un controllo su questo Ufficio, ha, tra l'altro,
dichiarato che le richieste inviate all'Arma dei carabinieri sono numerosissime. Le pratiche comuni, per le
quali non vi sono specifiche segnalazioni dal centro, sono trattate con una notevole lentezza. Le strutture
territoriali dei Carabinieri, quando non sono sollecitate, non le smaltiscono tempestivamente: "Quando c'
invece qualche indicazione particolare - ha soggiunto - allora si approfondisce mediante l'Arma dei
carabinieri o anche con la Guardia di finanza". A tale scopo l'UCSI raccoglie tutte le informazioni utili ad
indirizzare gli approfondimenti e le indagini pi mirate. Pu interessare il SISMi, domandando se esistano
su un determinato soggetto controindicazioni riferite alla sicurezza nazionale. C' insomma un duplice
livello degli accertamenti. Da un lato, vi la richiesta ai Carabinieri, che procedono secondo i loro normali
schemi di attivit ed in base a formulari informativi standardizzati. Dall'altro, vi la possibilit che dal
centro una determinata pratica venga pilotata, con segnalazioni particolari e sollecitando informazioni pi
specifiche. L'Ufficio dunque non solo destinatario di notizie e non si limita ad ordinarle. Ha anche un
ruolo attivo nella raccolta delle informazioni.
Risulta, d'altra parte, che l'UCSI ha promosso specifiche indagini su persone, nel 1992, quando si profil
l'ipotesi di illeciti disciplinari e penali commessi da funzionari del SISDe. Allora, il Segretario generale del
CESIS, ambasciatore Francesco Paolo Fulci, costitu un nucleo misto, composto da personale dell'UCSI e
del CESIS, per verificare la fondatezza dei sospetti. Il controllo era finalizzato ad un'eventuale revoca dei
NOS ma anche a mettere in guardia l'autorit politica circa la inaffidabilit di quei funzionari (che sarebbe

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stata un anno dopo confermata dalle indagini giudiziarie). (23) Va rilevato che questa attivit dell'UCSI non
ebbe comunque alcun esito. L'autorit politica non assunse decisioni n vi fu alcuna segnalazione alla
magistratura.
24. Un'assoluta discrezionalit
Presso la sede dell'UCSI sono conservati 308.000 fascicoli relativi a persone e circa 2.500 relativi ad
imprese. In essi sono consolidate tutte le notizie raccolte attraverso le varie indagini (di routine o mirate). Si
tratta di un patrimonio informativo enorme, eterogeneo nella sua composizione con pratiche a volte limitate
ad una corrispondenza burocratica, altre volte pi complesse. Il Comitato ha acquisito alcuni fascicoli, sulla
base di una scelta casuale, ed ha acquisito l'elenco delle imprese titolari di abilitazione preventiva o di Nulla
osta di segretezza.
In passato gli archivi dell'UCSI erano collegati con il SISMi, o meglio con il Centro elaborazione dati di
quel Servizio, che comprendeva un'area riservata all'UCSI. Fu l'ambasciatore Fulci che fece trasferire
questo collegamento dal SISMi al Centro elaborazione dati del CESIS allo scopo di separare il prima
possibile l'UCSI dal Servizio segreto militare di cui per anni era stato un'appendice.
Risulta al Comitato che, fino alla fine degli anni 60 e all'inizio dei 70, le indagini finalizzate al rilascio del
NOS riguardavano anche gli orientamenti politici. Vi erano - secondo uno schema che risaliva alla
contrapposizione elettorale del 1948 - alcuni partiti guardati con sospetto, sebbene fossero rappresentati in
Parlamento. Chi risultasse simpatizzante di quei partiti veniva considerato inaffidabile.
Attualmente, ha affermato il Direttore dell'UCSI, soltanto l'attivit eversiva contro le istituzioni
democratiche rilevante; non c' discriminazione sulla base delle opinioni e i partiti politici che
costituiscono il sistema democratico sono considerati tutti uguali.
In realt il Comitato ha accertato che ancora oggi l'Arma dei carabinieri adotta, per lo svolgimento delle
indagini richieste dall'UCSI, un formulario informativo, evidentemente risalente al passato, ma la cui
validit stata di recente confermata, nel quale si prevede un'acquisizione di notizie ed una valutazione di
natura politica sulle persone che sono oggetto di esame.
Questo formulario prevede infatti, tra l'altro, che i Carabinieri assumano "altre notizie che possano
meglio lumeggiare la figura dell'interessato, comprese le cariche pubbliche ricoperte, gli ambienti, anche
politici, frequentati, ed eventuali relazioni con persone controindicate che possano esercitare influenza o
coercizione nei suoi confronti". In un'altra stesura, di cui il Comitato ha preso visione presso la sede
dell'UCSI, il riferimento alle cariche pubbliche ed agli ambienti politici non compreso. Ci dimostra che i
Carabinieri operano secondo criteri non uniformi. Ma certo che quel testo, il quale autorizza valutazioni
discriminatorie, risulta confermato da una direttiva del Presidente del Consiglio del 20 dicembre 1990;
presente, in fascicoli recenti acquisiti e il Segretario generale del CESIS lo ha inviato al Comitato l'8
novembre 1994, confermandone esplicitamente la validit attuale.
25. I documenti acquisiti
Le anomalie che si rilevano esaminando i documenti UCSI acquisiti dal Comitato sono numerose ed in
qualche caso assai gravi.
Il Comitato ha richiesto espressamente due fascicoli personali: quello intestato a Matilde Martucci,
segretaria in servizio presso il SISDe fino al 1993, e quello intestato a Francesco Sorrentino, dipendente del
Servizio dal 14 settembre 1988 al 10 novembre 1994 e fratello della dottoressa Rosa Maria Sorrentino,
funzionaria del SISDe, recentemente condannata in primo grado a due anni e dieci mesi di reclusione, in
relazione alla vicenda dei fondi riservati.
Si trattava di due casi gi noti, per diversi motivi. La Martucci aveva ottenuto il NOS di pi alto livello, il
19 novembre 1984, nonostante la modesta qualifica di "agente tecnico" ed essendo stati ignorati precedenti
a suo carico, relativi alla "condotta morale e civile". Vi erano state difficolt, come attestano alcune
annotazioni, ma tutto si era sbloccato in seguito all'intervento personale del prefetto Malpica. Anche questo
documentato e si tratta di una procedura non regolare, resa possibile dal regime di discrezionalit.
da sottolineare che sulla richiesta di rinnovo del NOS, scaduto il 18 novembre 1991, l'UCSI non prese
alcuna decisione fino al 23 marzo 1993, sebbene fossero gi emerse nuove controindicazioni anche a carico

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di un congiunto. Soltanto in questa data si decise di negare il NOS. Nel frattempo, quello precedente
conservava la sua validit.
Francesco Sorrentino, proveniente dal Ministero della pubblica istruzione, era stato assegnato al centro
SISDe di Salerno e poi destinato alla funzione di responsabile dell'agenzia di Avellino. Gli era stato
assegnato un NOS in data 8 febbraio 1989. Il fascicolo contiene una schedatura, con sommarie informazioni
relative al padre, alla madre, alle sorelle ed ai fratelli, alla moglie, al suocero ed alla suocera, alle figlie ed al
figlio. L'unico congiunto che era sfuggito completamente all'attenzione dei Carabinieri di S. Angelo dei
Lombardi, dai quali aveva origine l'informativa, risulta essere il cognato Costantino Vecchione, tratto in
arresto nel 1984, perch implicato nell'attentato al procuratore della Repubblica di Avellino Antonio
Gagliardi, e successivamente condannato a tre anni di reclusione, per associazione a delinquere di tipo
mafioso. Come poteva la vicenda essere ignota ai Carabinieri? chiaro che se un elemento di vulnerabilit
come questo pu sfuggire all'UCSI, ci significa che l'intera procedura non funziona ed perci inutile.
Ma altri esempi presi in esame dal Comitato, in seguito all'assunzione casuale di fascicoli, confermano
come la discrezionalit degli accertamenti non offra garanzie di certezza. Contemporaneamente, emerge
l'inefficacia delle procedure rispetto allo scopo dichiarato. L'UCSI non appare in grado di individuare
tempestivamente i fattori di debolezza di un soggetto, che possono esporlo a pressioni illecite e quindi
renderlo inidoneo ad incarichi delicati, dai quali dipendono beni pubblici e perfino vite umane.
Come si vede nel corposo fascicolo personale di un sottufficiale marconista, acquisito dal Comitato, ove
sono raccolte le informative dal 1970 al 1994, le notizie relative agli orientamenti politici vengono assunte
fino al 1975. I congiunti vengono qualificati come "orientati verso la Dc". Del sottufficiale in questione
annotato il fatto che "non si interessa di politica" e tutto ci rientra fra gli elementi favorevoli.
Ad un altro sottufficiale, partecipante ad esercitazioni NATO, viene revocato il NOS, che aveva avuto per
sei anni, dopo un ricovero in ospedale determinato da abuso di sostanze stupefacenti e senza che prima ci si
fosse accorti di questo elemento di vulnerabilit.
In alcuni casi, le indagini sembrano inesistenti. All'addetto finanziario presso un'ambasciata riconosciuto
il NOS sulla base di informazioni condensate in formule quali "nessuna indicazione", riguardo a dati
rilevanti per la sicurezza nazionale, o come "buona condotta morale e civile", con l'avvertenza infine che
non si procede a raccogliere elementi sul conto dei suoceri del candidato "perch nati e residenti all'estero".
E tutto ci viene considerato esauriente dall'UCSI.
Per quel che riguarda i fascicoli relativi alle imprese, il Comitato ha espressamente richiesto quello della
S.p.A. "Impresa Angiolini Bortolotti" di Napoli, che era stata al centro di polemiche, dopo una pubblica
denuncia del prefetto Umberto Improta. Nonostante infiltrazioni camorristiche, l'impresa era stata abilitata a
lavori per i quali erano necessarie garanzie particolari di sicurezza. Anche in questo caso, l'incertezza della
procedura e dei criteri da applicare ha condotto ad una situazione discutibile e rischiosa.
La societ risultava da tempo abilitata alla partecipazione a gare di appalto per lavori classificati. In seguito
ad una serie di variazioni, nel gennaio 1991, veniva richiesto il NOS per il nuovo rappresentante legale,
signor Antonino Apreda. Egli era procuratore di un'altra societ di Napoli (s.a.s. IMEC), che aveva inoltrato
istanza di abilitazione. Era subentrato nel 1990, come rappresentante legale di quest'ultima societ, al padre,
signor Giuseppe Apreda, giudicato non idoneo ad ottenere il NOS individuale a causa di pendenze penali
con gravi capi d'imputazione.
Il rapporto di parentela induceva l'UCSI a non concedere il NOS individuale. Fallita la IMEC, l'intera
pratica veniva archiviata, ma non si rimetteva in discussione n tanto meno si revocava l'abilitazione
preventiva della "Impresa Angiolini Bortolotti". In questo caso, le pendenze giudiziarie a carico dei padre
del signor Antonino Apreda non venivano considerate rilevanti. Nel frattempo emergevano le accuse di
coinvolgimenti camorristici, di cui l'UCSI non riceveva per notizie da fonte ufficiale.
La situazione di rischio, in questo caso, dipendeva dal permanere dell'abilitazione, nonostante gli elementi
acquisiti circa la non affidabilit del rappresentante dell'impresa e dall'assenza di informazioni all'UCSI da
parte degli organi di polizia sulle ipotesi di collegamenti con ambienti della camorra.
Il Comitato segnala al Parlamento e al Governo che tra le imprese titolari di abilitazione preventiva o di
Nulla osta complessivo non sono poche quelle i cui rappresentanti hanno precedenti negativi sul piano
giudiziario o che risultano essere state toccate da attivit illecite. Ci appare da una serie di schede
riepilogative inviate dalla Guardia di Finanza al Comitato. Le schede sono state richieste con riferimento ad
imprese abilitate per disposizione dell'UCSI, che operano nelle regioni a pi alta densit mafiosa.
L'indagine svolta dunque molto circoscritta: soltanto un campione. La Guardia di Finanza si limitata ad

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un esame degli atti dello Schedario generale del Corpo nonch delle banche dati (Archivio della polizia e
della Guardia di Finanza), estraendo controindicazioni che riguardano 92 imprese.
In particolare va rilevato con preoccupazione che, a proposito di un'impresa palermitana titolare di NOS
complessivo fino al 5 aprile 1996, risulta nello Schedario generale della Guardia di Finanza la seguente
annotazione: "Apposita informativa di polizia giudiziaria ha segnalato che la societ potrebbe essere
collegata ad attivit di riciclaggio della mafia"; ed analogamente sembra non aver avuto alcuna conseguenza
per l'UCSI il fatto che a una societ di Agrigento munita di abilitazione preventiva risulta interessato un
noto imprenditore recentemente coinvolto in inchieste di mafia.
Si tratta di episodi significativi, i quali confermano la necessit di una profonda revisione delle procedure
attinenti ai NOS.
26. In contrasto con la legge
Al di l dei casi che si sono fin qui esaminati, vi un problema pi generale che riguarda la struttura e le
attivit dell'UCSI.
Si pu certamente definire quest'Ufficio come un organo di valutazione di documenti e di dati informativi
necessari al rilascio del NOS.
Esso , in altre parole, addetto alla raccolta di informazioni. Interviene nella fase delle indagini necessarie
ad istruire le pratiche relative ai NOS; pu pilotarle e sollecitare approfondimenti; pu trasmettere ai Servizi
di informazione e di sicurezza gli elementi conoscitivi acquisiti (ci risulta da uno dei fascicoli di cui il
Comitato ha preso visione). D'altra parte la sua attivit (pur con tutti i limiti e le contraddizioni che abbiamo
visto nella prassi) rilevante ai fini della sicurezza.
Se questa la fisionomia dell'Ufficio, il fatto che esso non sia in alcun modo previsto dalla legge n. 801 del
1977 non lo colloca soltanto in una condizione che al di l della legge, ma lo pone in contrasto con essa.
L'articolo 10, al comma 1, prevede infatti: "Nessuna attivit comunque idonea per l'informazione e la
sicurezza pu essere svolta al di fuori degli strumenti, delle modalit, delle competenze e dei fini previsti
dalla presente legge".
Chi potr negare che l'attivit dell'UCSI sia, almeno in teoria, attivit idonea per l'informazione e la
sicurezza e che perci essa violi l'articolo 10 della legge n. 801 del 1977? Una regolamentazione legislativa
che disciplini ex novo la struttura e le funzioni di questo Ufficio dunque, a maggior ragione,
indispensabile.
III. I CATTIVI USI DELLA DISCREZIONALIT

27. Le ricorrenti deviazioni


La discrezionalit un aspetto essenziale del modo di operare dei Servizi di informazione e sicurezza.
L'amministrazione agisce alla luce di una "legittimit dei fini" (24), con un'ampia libert di comportamento,
che pu implicare specifiche deroghe alle disposizioni ordinarie di legge cui si attengono gli altri organi
dello Stato. Tali deroghe (ci gi nella logica della legge n. 801 del 1977) richiedono naturalmente una
previsione legislativa ed un controllo.
La deviazione dei Servizi si verifica quando questi perseguono specifiche finalit informative od operative,
in contrasto con il dovere di fedelt alla Repubblica. una circostanza che ricorre pi volte nella storia del
Servizio segreto militare. Ma recentemente fatti del genere, ed in particolare l'acquisizione di potere e di
denaro al di fuori delle finalit istituzionali del Servizio, si sono individuati anche nell'attivit del SISDe. Il
nuovo Direttore ne ha riconosciuto la gravit ed ha manifestato l'impegno a liquidare le eredit del passato.
Inoltre, la deviazione riscontrabile in tutti i casi nei quali le notizie vengono occultate e sottratte alle
indagini giudiziarie, oppure quando si raccolgono e si conservano informazioni su personalit pubbliche,
prescindendo da ragioni di sicurezza, o vengono usate notizie a fini discriminatori o per esercitare pressioni
politiche.
Infine, vi deviazione quando il rapporto fiduciario dei Servizi con l'autorit di governo viene distorto e le

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garanzie di riservatezza sono strumentalizzate per coprire l'illegalit dei comportamenti, l'abuso
nell'amministrazione e l'appropriazione privata di danaro pubblico.
In tutti questi casi, la discrezionalit esercitata ad arbitrio; non ancorata alle finalit ed ai principi fissati
dalla Costituzione; diretta a sostenere interessi di parte o addirittura indirizzata verso scopi illeciti.
Il Comitato intende esaminare alcune vicende emblematiche e pi rilevanti nelle quali le deviazioni sono
venute alla luce.
Il Comitato sottolinea come la fedelt ai principi di democrazia, la lealt nei confronti delle istituzioni,
l'impegno per sventare insidie interne ed internazionali alla libert di tutti siano finalit essenziali, in un
corretto ed equilibrato sistema democratico, dei Servizi di informazione. Questa via impegnativa stata ed
percorsa con efficacia da non poca parte operativa dei componenti dei Servizi. Risultano perci ancor pi
gravi a parere del Comitato le deviazioni che, partendo talora, come appare documentato, dai vertici, si sono
susseguite in questi anni e che hanno riverberato e continuano a riverberare la loro ombra anche su quanti
dimostrano fedelt ai loro doveri.
La riconquista dell'onest, laddove appaia necessaria, premio per tutti gli onesti. La riaffermazione della
lealt democratica, talvolta offuscata, come dimostrato in taluni dei casi qui di seguito presi in esame,
garanzia per tutti i cittadini liberi. Fuori e dentro i Servizi.
Tra le deviazioni, che stanno per essere esaminate, assume un risalto drammatico il fatto che in varie
occasioni, dall'interno dei Servizi, ma specialmente del Servizio segreto militare, vi siano stati interventi
volti a depistare le indagini sul terrorismo delle stragi e che vi siano stati collegamenti con gruppi eversivi.
Del resto, in una fase difficile della vita politica italiana (fine degli anni 70 - inizi degli 80) al vertice di tutte
le strutture dei Servizi vi sono stati esponenti della loggia massonica P2, con effetti di inquinamento e con
la creazione, in particolare nel SISMi, di un gruppo di comando parallelo rispetto all'amministrazione e del
tutto fuori controllo.
28. La continuit
Vi stata continuit nelle deviazioni. Esse sono proseguite e si sono, per certi aspetti, aggravate, nonostante
la legge n. 801 del 1977 avesse introdotto garanzie nuove.
Le indagini giudiziarie su fatti eversivi e sulla partecipazione ad essi di uomini dei Servizi sono state rese
pi ardue dall'assenza, o dalla lacunosit e dal disordine, dei documenti concernenti l'attivit dei Servizi e
che avrebbero dovuto essere puntualmente conservati. La effettiva organizzazione degli archivi, in tutte le
loro diramazioni e i loro livelli, continua ad essere non chiara. Fino ad oggi non stato possibile, per
l'Autorit giudiziaria, un compiuto censimento dei documenti relativi alla VII Divisione del SISMi ed alla
struttura Gladio; n si realizzato un accertamento esaustivo circa i suoi componenti e le sue strategie
operative.
In ogni deviazione c' una debolezza istituzionale, una insufficienza di regole o di garanzie. Il Comitato
intende trarre, dall'esame delle deviazioni, un insegnamento utile per definire una disciplina pi stringente e
consona alla legittimit dei fini che i Servizi perseguono.
29. Il condizionamento derivante dalle logge massoniche
Alcune delle deviazioni pi gravi discendono - come si detto - dal ruolo inquinante che la loggia
massonica P2 ha avuto nella vita pubblica e nella organizzazione dello Stato.
La loggia P2 stata protagonista di un'operazione di svuotamento delle regole e delle garanzie introdotte
nel sistema di informazione e sicurezza con la legge n. 801 del 1977.
Il Comitato osserva che i Servizi hanno un particolare dovere di vigilanza sui propri dipendenti, per
impedire che essi siano eterodiretti e che si riproducano situazioni di interferenza analoghe a quelle proprie
del sistema piduista.
Il Direttore del SISDe ha reso noti al Comitato alcuni casi di funzionari allontanati negli anni scorsi per la
loro appartenenza a logge massoniche. Questo stato considerato un elemento di inaffidabilit.
La questione stata posta, nei suoi termini generali, anche al Direttore del SISMi, sottolineando l'esigenza
che tutti i dipendenti dei Servizi siano comunque liberi da un vincolo associativo cos stringente quale il
giuramento massonico.

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Le vicende della loggia P2 dimostrano, del resto, come un'associazione di tipo riservato, inserita nella
massoneria, possa agevolmente divenire un centro di affari, di disegni politici occulti e di interferenze
illecite nell'attivit della Pubblica amministrazione. Il Direttore del SISDe ha, a questo proposito, precisato
che il Servizio ritiene di non dover utilizzare persone appartenenti alla massoneria non tanto per un giudizio
di valore sulle finalit della loro affiliazione, quanto per la considerazione che esse potrebbero essere
condizionate e non autonome a causa di tale appartenenza.
Avendo ampia possibilit di scelta, il Servizio preferisce tenere con s persone non condizionate. Si tratta di
un impegno che il Comitato valuta positivamente.
IV. QUATTORDICI CASI EMBLEMATICI Dl DEVIAZIONE DEL SERVIZIO SEGRETO
MILITARE

30. Tipologia delle deviazioni


Nelle vicende del Servizio segreto militare si sono verificati pi volte comportamenti in contrasto con il
dovere di fedelt alla Repubblica. Ci dipende da interpretazioni aberranti dell'interesse nazionale, da scelte
politiche eversive (oppure tendenti ad una stabilizzazione realizzata con mezzi non legali); infine,
dall'intenzione di acquisire potere.
Il controllo effettivo da parte dell'autorit di governo, in modo tale che questa sia davvero responsabile dei
servizi, la vigilanza sulle loro modalit di formazione e la scelta di uomini affidabili rappresentano antidoti
essenziali alle deviazioni. Cos come lo la previsione che di tutte le operazioni compiute resti memoria e
che il segreto dal quale esse sono coperte sia temporaneo. Solo una disciplina rigorosa di questa
memorizzazione, della conservazione dei documenti e dell'accesso ad essi pu garantire contro l'uso
anomalo delle informazioni, contro il loro occultamento o la loro alterazione (fenomeni frequenti, che
hanno causato il depistaggio di indagini giudiziarie) e pu scoraggiare le attivit devianti.
Il fatto che le funzioni di Autorit nazionale per la sicurezza siano state esercitate per tanti anni dal capo del
Servizio segreto militare ha creato un circuito che legava questo direttamente alle Autorit similari dei paesi
alleati, ai loro Servizi segreti e soprattutto a quello statunitense, pi potente e di fatto in posizione
sovraordinata.
nata da qui l'estrema difficolt dei controlli. I governi italiani hanno a lungo accettato questa situazione,
anche dopo la legge n. 801 del 1977. Ci ha limitato nella loro effettivit i poteri riconosciuti al Presidente
del Consiglio. Soprattutto, ne ha vanificato la responsabilit politica, rendendo ancora pi aleatorio il
controllo parlamentare.
Soltanto all'inizio degli anni 90 intervenuto un parziale cambiamento. Si sono tolti al Direttore del SISMi i
poteri di Autorit nazionale per la sicurezza. Ma continuata l'assenza di una effettiva guida politica,
unitaria e responsabile, e di un controllo efficace.
31. Le schedature illegittime del SIFAR
Una grave attivit deviante dei Servizi di informazione e di sicurezza fu quella che negli anni 60 ruot
attorno al generale Giovanni De Lorenzo. Essa si collocava in un contesto, su cui esiste ormai
documentazione e letteratura, caratterizzato da stretti rapporti di dipendenza tra il Servizio segreto militare
italiano e quello statunitense (25).
Non vi fu soltanto la vicenda del golpe tentato o minacciato durante l'estate del 1964. Essa fu preceduta
dalla predisposizione, da parte del Servizio segreto, di 157.000 fascicoli, 34.000 dei quali furono considerati
illegali sia dalle commissioni amministrative che dalla commissione parlamentare d'inchiesta. Questi ultimi
contenevano informazioni su persone. In una puntuale relazione sulla vicenda, redatta a seguito di una
inchiesta amministrativa dal generale Beolchini, si segnalava che, con circolare del 6 febbraio 1959, erano
state richieste a tutti i capi degli uffici periferici del Servizio note biografiche e dettagliate notizie
sull'attivit "comunque svolta" dai deputati e dai senatori. Per ciascun parlamentare era stato formato un
fascicolo. Nel 1960 erano state raccolte notizie personali relative a prelati, vescovi e sacerdoti delle varie

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diocesi. Lo stesso era poi avvenuto per gli appartenenti al mondo economico e ad altre categorie di interesse
rilevante per la vita della nazione, con riferimento anche a sindacalisti, funzionari e dirigenti di partito, fino
ai livelli periferici. "I fascicoli - osservava la relazione Beolchini - erano in origine limitati al
controspionaggio vero e proprio e formati per le persone accertate pericolose o sospette, vale a dire per
coloro che erano comunque indiziati di svolgere attivit pericolose per la sicurezza dello Stato Senonch,
diversa considerazione deve essere fatta quando muta il carattere e la dimensione del fenomeno, allorch la
formazione del fascicolo per le persone non sospette non pi un fatto eccezionale, giustificato da
particolari circostanze, ma viene esteso come sistema a tutti gli uomini che abbiano assunto un ruolo di
qualche rilievo nella vita del paese; ...quando per la stessa natura scandalosa delle notizie raccolte si abbia
motivo di temere che i documenti informativi possano essere usati per colpire la persona, nel perseguimento
di fini non chiari e comunque non coincidenti con l'interesse pubblico" (26).
Le iniziative illegittime del Servizio, volte a condizionare con il ricatto settori e personalit rilevanti della
vita pubblica italiana, erano rese possibili, sotto il profilo istituzionale, dall'assoluta assenza di regole certe,
entro cui collocare il potere ed i compiti di questi apparati, e dalla mancanza assoluta di controlli di
qualsiasi genere. In particolare, la distorsione e la strumentalizzazione delle attivit informative per scopi di
parte ed extra istituzionali avvenivano attraverso una gestione arbitraria degli archivi, volutamente sottratta
ad ogni criterio certo e controllabile, ma - nell'apparente confusione - tutta dominata dai gruppi di comando
che di fatto manovravano i documenti riservati. Era questo un aspetto dell'abusiva utilizzazione degli uffici
determinatasi all'epoca di De Lorenzo. La relazione Beolchini rilevava in proposito "un grave disordine
nella conservazione degli archivi; la mancanza di una regolare rubrica nella quale risultassero in carico tutti
i fascicoli, un sistema troppo sbrigativo e familiare nel prelevamento dei documenti, giacch qualunque
addetto poteva farsi consegnare i fascicoli adducendo un ordine dei capi ufficio, senza registrazione".
32. Le false informazioni del SID relative alla strage di piazza Fontana
Subito dopo la strage di piazza Fontana e i contemporanei attentati di Roma, nel dicembre 1969, il SID
intervenne per depistare le indagini. Il maresciallo Gaetano Tanzilli, del Centro CS3 di Roma, aveva inviato
tre informative nelle quali si indicava come possibile autore degli attentati di Roma Mario Merlino, per
ordine di Stefano Delle Chiaie e su mandato di Yves Guerin-Serac. Si trattava di elementi di estrema destra
e quest'ultimo risulta essere stato a capo di una rete europea di orientamento antidemocratico e filonazista.
Ma nel primo rapporto informativo redatto dal maresciallo Tanzilli, Merlino definito "filocinese" e
Guerin-Serac "anarchico"; nel secondo, inviato alla polizia e ai carabinieri, ma non alla magistratura,
Merlino diventa "anarchico" e di Guerin-Serac si dice " anarchico, ma a Lisbona non nota la sua
ideologia" (27).
L'11 aprile 1970, un documento interno del SID, che l'Autorit giudiziaria conoscer solo nel 1976,
precisava: "Sia Guerin-Serac sia Leroy (suo collaboratore), non sono anarchici, ma appartengono ad una
organizzazione anticomunista. Si suggerisce di tacere questa notizia alla polizia e ai carabinieri".
Nel 1985, al processo di Bari per la strage di piazza Fontana, il maresciallo Tanzilli, al quale era stata
attribuita la paternit di quella informazione, dichiar davanti alla Corte d'assise che essa era stata
fabbricata dai suoi superiori, mescolando ad alcune notizie, da lui fornite, altre che egli non conosceva ed
obbligandolo ad assumerne la paternit.
Le notizie originarie chiamavano in causa una struttura eversiva con la quale accertato che Delle Chiaie
abbia avuto stretti rapporti e su cui le indagini sono pi volte tornate negli anni successivi. In un rapporto
del 12 giugno 1989 della Sezione anticrimine di Bologna si legge: "Guerin-Serac, alias Ralph Keriou o
Yves Guillou, appartenente come Leroy ad un movimento di estrema destra neonazista denominato Ordre et
tradition, rivestiva, almeno formalmente, l'incarico di Direttore dell'Aginter Press, agenzia di stampa
portoghese dalla quale il Delle Chiaie riusc ad ottenere una tessera di riconoscimento rilasciata in data 31
dicembre 1971 intestata a tale Giovanni Martelli e rinvenuta nell'abitazione di via Spartaco 30, dei coniugi
Paulon-Modugno, all'interno di una valigetta 24 ore. Anche nell'appartamento di via Sartorio, nella
disponibilit di Delle Chiaie, erano stati rinvenuti appunti su Guerin-Serac e domande poste allo stesso
Delle Chiaie dal 'Settimanale'". Risulta del resto che Guerin-Serac, "arruolatore di mercenari da utilizzare
nella lotta anticomunista", come lo definisce il Giudice istruttore di Bologna, abbia finanziato direttamente
l'attivit del Delle Chiaie quando egli era latitante (28).

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I rapporti tra Guerin-Serac e Delle Chiaie costituiscono un argomento che tuttora oggetto di una istruttoria
in corso: quella condotta a Milano dal giudice istruttore Guido Salvini, sulla strage di piazza Fontana. Ci
conferma quanto fosse rilevante la prima informazione del SID.
A quale scopo mirava la confusione volutamente introdotta sul ruolo di Guerin-Serac? Contando sul fatto
che l'organizzazione portoghese (attiva e protetta nel regime di Salazar (29) ), non poteva allora essere
sottoposta ad una seria indagine, si dava spazio alla segnalazione di partenza ma se ne alterava il senso,
facendo credere ad una convergenza tra opposti estremismi: tra Delle Chiaie e gli anarchici, con un
supporto internazionale di estrema sinistra. La rete eversiva avente il proprio centro a Lisbona era dunque
nota al Servizio e veniva posta in relazione alle vicende italiane. Ma il depistaggio consisteva nel travisarne
la natura, nel rendere fin dall'inizio inverosimile il collegamento, al tempo stesso sminuendo l'importanza
dell'Aginter Press. D'altra parte, anche dopo la caduta del regime autoritario portoghese, le indagini a
Lisbona sono state difficili e non hanno portato a nessun risultato concreto.
Il fatto che il maresciallo Tanzilli abbia atteso sedici anni prima di rivelare ai giudici di essere stato
obbligato a scrivere il falso indica quale controllo ferreo il Servizio esercitasse sui propri dipendenti.
La storia delle deviazioni induce a ritenere che molti altri uomini che hanno prestato servizio negli apparati
di sicurezza, a diversi livelli, conservino ancora il segreto su episodi di depistaggio pi o meno gravi e su
attivit illegittime, pur non essendone stati diretti responsabili. Essi farebbero opera utile per le istituzioni,
se svelassero tutto ci che sanno.
33. La vicenda di Giannettini
Una grave intromissione del SID nel procedimento penale per la strage di piazza Fontana quella che si
realizz organizzando la fuga all'estero di Marco Pozan e di Guido Giannettini.
Contro il primo, il 20 giugno 1972, l'Autorit giudiziaria di Milano che indagava su quella strage aveva
emesso un mandato di cattura per associazione sovversiva. Pozan era legato al gruppo eversivo di destra
padovano che faceva capo a Franco Freda. Resosi irreperibile ed avendo un contatto con uomini del SID, fu
da questi condotto nel gennaio 1973 a Roma, in un appartamento di copertura del Servizio, il cui
proprietario doveva poi nel 1990 risultare appartenente alla struttura Gladio. Qui fu a lungo interrogato su
tutto ci che sapeva della eversione di destra e dei suoi esponenti. Nei giorni successivi, fu fatto espatriare
con un passaporto intestato a tale Mario Zanella. Una persona di questo nome risulter poi iscritta nelle liste
della loggia P2. L'organizzatore dell'espatrio, capitano Antonio La Bruna, risulter anche egli iscritto alla
loggia P2. (30)
Le modalit della fuga di Guido Giannettini, giornalista di estrema destra e collaboratore del SID, furono le
stesse. Il Servizio cur il suo trasferimento a Parigi, il 9 aprile 1973, quando gi le indagini relative alla
strage ed alle attivit eversive connesse si orientavano verso di lui, sulla base di alcune parziali ammissioni
di responsabilit del padovano Giovanni Ventura. I rapporti del SID con il giornalista e le stesse retribuzioni
a suo favore continuarono anche dopo la fuga. (31)
L'obiettivo del Servizio sembra essere stato comunque quello di coprire Giannettini e, per un certo periodo,
di sottrarlo al procedimento penale. I fatti emersi in sede giudiziaria dimostrano come il ruolo da lui svolto,
in rapporto con ambienti eversivi e contemporaneamente in collegamento con il SID (con le relative
esigenze di copertura che il Servizio faceva valere), fosse ben noto all'autorit politica fin dal giugno 1973.
In questo caso, il depistaggio nato per nascondere i collegamenti del SID con ambienti eversivi. Sotto il
profilo istituzionale, tutto ci era possibile per l'assenza di controlli.
34. Episodi di depistaggio
Altri depistaggi dei quali si sono resi responsabili elementi dei Servizi e che riguardano indagini giudiziarie
sul terrorismo delle stragi e sulla eversione di destra, risultano ora da una nota che il Giudice istruttore di
Milano Guido Salvini ha fatto pervenire al Comitato parlamentare per i Servizi di informazione e sicurezza.
(32)
Essa ha dato notizia di numerosissime richieste di esibizione e di informazioni inviate alla Direzione del
SISMi. Ha inoltre comunicato che il materiale richiesto stato messo a disposizione dell'Autorit
giudiziaria, unitamente a note informative esplicative, dalla Direzione del Servizio, a partire dal 1992 "con

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un atteggiamento di piena collaborazione".


Questa recente scelta di collaborazione da parte del Servizio ha consentito di acquisire riscontri e prove in
merito a numerosi episodi di depistaggi.
La nota si riferisce in particolare:
- "alla sparizione dei nastri magnetici e dei relativi brogliacci su cui erano registrati una serie di colloqui
avvenuti negli anni 1973/74 fra il capitano La Bruna e il costruttore Remo Orlandini sui risvolti del golpe
Borghese e sul tentativo golpista della Rosa dei Venti. Tale documentazione", precisa il giudice istruttore di
Milano, "non era mai stata trasmessa alla magistratura inquirente, nemmeno nella forma di nota informativa
ed attualmente in possesso di questo Ufficio";
- all'allestimento da parte di personale del SID e dei Carabinieri, nei pressi di Camerino, nel 1972, di un
arsenale con armi ed esplosivi, la cui responsabilit era stata fatta ricadere su gruppi di estrema sinistra della
zona; (33)
- al tentativo di far ricadere su gruppi di sinistra il grave attentato avvenuto nell'aprile del 1974 in danno
delle scuole slovene di Trieste, commesso invece da elementi di Ordine Nuovo provenienti anche da
Milano; (34)
- all'effettuazione a Reggio Calabria, all'inizio degli anni 70, di un traffico di timers elettronici ed esplosivi
con la copertura di ufficiali dell'esercito;
- alla distruzione di documentazione relativa alle notizie che un componente della cellula di Padova, facente
capo a Freda e Ventura, stava fornendo a personale del centro SID di tale citt. L'acquisizione di tale
documentazione avrebbe significativamente aumentato gli elementi raccolti a carico del gruppo veneto.
Quanto al gruppo veneto di Ordine Nuovo, dalla documentazione acquisita risulta ormai provato che
numerosi suoi elementi erano in stabili contatti con Servizi di sicurezza italiani e stranieri".
La nota conclude comunicando che tutti i fatti indicati in sintesi saranno trattati nella sentenza ordinanza di
rinvio, concernente gli episodi circostanti la strage di piazza Fontana. Questa verosimilmente - prosegue la
nota - sar depositata a marzo, mentre sull'episodio della strage l'istruttoria proseguir fino al 30 giugno
1995. Il fatto che una importante documentazione, negli anni passati, non sia stata messa a disposizione
dall'Autorit giudiziaria pone il problema istituzionale delle modalit di controllo sugli archivi. Si tratta di
definire criteri certi per la sistemazione dei dati da conservare e per il loro reperimento. Ed occorre che sia
sempre individuata una autorit responsabile della conservazione e della integrit dei documenti.
Il Comitato parlamentare considera come una positiva novit rispetto al passato l'atteggiamento di
collaborazione che stato manifestato dal SISMi a partire dal 1992 e che ha consentito pi puntuali
accertamenti. Gravissima tuttavia la responsabilit non solo di chi ha posto in essere le deviazioni nei
decenni passati, ma anche di chi, all'interno degli apparati di sicurezza, le ha tollerate.
Se la collaborazione dei Servizi con l'Autorit giudiziaria fosse stata tempestiva e non fosse giunta a tanti
anni di distanza, la lotta contro il terrorismo e contro i fenomeni eversivi sarebbe stata ben pi efficace.
Molte impunit si sarebbero spezzate ed lecito ritenere che alcuni crimini sanguinosi si sarebbero potuti
impedire.
35. Il deposito di materiale bellico ad Aurisina
Il 24 febbraio 1972 e il 3 marzo successivo, secondo notizie ufficialmente fornite alla stampa, i carabinieri
della tenenza di Aurisina (in provincia di Trieste) rinvenivano nella zona un'abbondante quantit di
materiale di natura bellica.
Su questo episodio gli accertamenti disposti dal Giudice istruttore di Venezia Felice Casson hanno
consentito di stabilire alcuni punti fermi.
Il materiale rinvenuto apparteneva sicuramente alla struttura Gladio. certo che il SID, in relazione a
questo ritrovamento, invi i propri emissari a Trieste e ad Aurisina, sia presso il proprio Centro CS sia
presso i locali comandi dei carabinieri. Occorreva immediatamente intervenire per occultare le finalit del
deposito di armi e di esplosivi, ma anche perch non venissero effettuati controlli sulla quantit e sulle
caratteristiche dei materiali che l erano conservati. Allo scopo di pilotare le indagini e di far emergere il
meno possibile di informazioni sulla vicenda, il SID stabil contatti con il Capo di stato maggiore dell'Arma
dei carabinieri, generale Arnaldo Ferrara, con il Comandante della Divisione Pastrengo di Milano, generale
Giovanbattista Palumbo e con il Comandante della Legione carabinieri di Udine, colonnello Dino

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Mingarelli.
Il rinvenimento dei materiali non sarebbe avvenuto nell'epoca ufficialmente indicata (febbraio-marzo 1972),
ma nell'estate precedente. Gli uomini del SID avrebbero indotto i carabinieri di Aurisina a stilare falsi
verbali di sopralluogo ed un falso rapporto.
Quanto ritrovato, sia per quantit sia per qualit, non corrispondeva completamente a ci che figurava
essere stato costituito in origine come dotazione del deposito, poich vi erano dei materiali in pi e anche
dei materiali in meno. Si trattava, come stato accertato, del "nasco" (nascondiglio) n. 203. Da rilevare
inoltre che i materiali stessi non erano interrati, come invece avrebbero dovuto essere secondo la tecnica di
occultamento di simili depositi, ma si trovavano all'aperto. Pertanto questo Nasco da considerare "aperto".
(35) Rimangono oscuri i motivi che avevano portato alla manomissione e quindi evidentemente ad un uso
anomalo dei materiali bellici. Resta comunque la persuasione espressa dall'allora tenente colonnello
Gerardo Serravalle, giunto in quel periodo al comando di Gladio, secondo cui vi era tra molti appartenenti a
tale struttura la tendenza a perseguire, pi che un'azione anti invasione, un'azione politica interna contro la
sinistra. (36)
Cos sull'episodio conclude il Giudice istruttore di Venezia: "Dagli atti acquisiti e sequestrati presso le sedi
romana e triestina del SISMi emerge in maniera documentale e pacifica che il SID fece di tutto per
depistare l'autorit giudiziaria procedente, fornendo false indicazioni, negando il vero, facendo in modo che
i vertici dell'Arma intervenissero al fine di interrompere indagini e rastrellamenti e, addirittura, fornendo ai
giudici di Trieste tre possibili piste (che sapevano essere tutte e tre false) quanto alla natura e all'origine del
materiale bellico rinvenuto". (37)
Questo ritrovamento segn comunque una svolta. Tutti i depositi di materiale bellico furono smantellati.
Non vi fu per una smobilitazione della struttura Gladio. L'operazione era anzi volta a garantirne la
continuit di azione. Essa, anche sulla base di sollecitazioni che provenivano dal Servizio segreto
statunitense, venne a connotarsi non solo come un'organizzazione volta a contrastare eventuali invasioni sul
fronte nord-orientale, ma anche come struttura informativa e di sicurezza operante sull'intero territorio
nazionale. (38)
36. Il depistaggio delle indagini sulla strage di Peteano
Il 31 maggio 1972, a Peteano, venne fatta saltare un'auto piena di esplosivo. Tre morti e un ferito tra i
carabinieri che la perquisivano, chiamati da una telefonata anonima. Le indagini sulla strage furono subito
assunte proprio dall'Arma dei carabinieri con una determinazione insolita. Si legge nella sentenza di primo
grado della Corte di assise di Venezia: "Che la polizia fosse subito stata emarginata dalle indagini dato
pacifico che emerge da tutte le risultanze processuali. Gi il 5 giugno 1972, con una 'riservatissima alla
persona', il Questore di Gorizia si rivolgeva al Prefetto lamentando che 'il colonnello Mingarelli ha
deliberatamente eretto un muro invisibile ma invalicabilissimo, dimostrando di non gradire assolutamente la
collaborazione della Questura'". (39)
Il 1 giugno era giunto a Gorizia il generale Giovanbattista Palumbo, comandante della Divisione Pastrengo
di Milano, e aveva ordinato al colonnello Dino Mingarelli (gi collaboratore del generale De Lorenzo, ed
inoltre coinvolto nelle vicende del piano Solo e nelle ipotesi golpistiche del luglio 1964) di assumere la
direzione delle indagini. Egli stesso indirizz poi Mingarelli su un'improbabile pista rossa utilizzando,
sembra, il colonnello dei carabinieri Michele Santoro, gi coinvolto in un'attivit di depistaggio delle
indagini su alcuni attentati dinamitardi avvenuti nel 1971 a Trento. (40) Constatata l'impraticabilit della
pista rossa, le indagini furono orientate su un gruppo di persone in contatto con la piccola malavita
goriziana, poi arrestate e rimaste a lungo in stato di detenzione.
Sulla strage di Peteano vi stata una ammissione di responsabilit da parte del terrorista nero Vincenzo
Vinciguerra. Egli ha collocato l'ideazione e l'organizzazione del crimine all'interno del circolo di Ordine
Nuovo di Udine, con una serie di ammissioni rilevanti, anche se parziali, circa i rapporti tra alcune
organizzazioni di estrema destra e settori degli apparati dello Stato. L'azione del gruppo di Udine, che aveva
gi prima della strage compiuto un attentato all'abitazione del deputato del MSI De Michieli-Vitturi, e
inoltre aveva realizzato azioni contro linee ferroviarie, monumenti ed edifici pubblici, fu coperta dalle
stesse autorit che avrebbero dovuto indagare. Con il Vinciguerra stato condannato, anch'egli all'ergastolo,
il neofascista Carlo Cicuttini. Questi, resosi latitante dopo i primi sviluppi dell'indagine giudiziaria, durante

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il lungo periodo della latitanza ha avuto collegamenti con organi statuali di paesi dell'America Latina, con i
quali ha trattato il commercio di materiale bellico.
L'inquinamento delle indagini si intensific quando, il 6 ottobre 1972, durante un tentativo di dirottamento
aereo a Ronchi dei Legionari rest ucciso Ivano Boccaccio, componente dello stesso gruppo. Quest'ultimo
aveva prestato servizio militare nell'ambito della brigata paracadutisti Folgore. risultato che, nell'ambito
del programma di addestramento, egli era stato, tra l'altro, istruito a collocare congegni esplosivi su
autovetture (cosiddetto "trappolamento") nello stesso modo usato per l'autovettura di Peteano. In proposito
da rilevare che il congegno utilizzato per la strage, secondo le dichiarazioni di Vinciguerra, era azionato
da un accenditore a strappo. Un certo numero di accenditori a strappo era compreso tra i materiali risultati
mancanti dal Nasco di Aurisina. In relazione al tentativo di dirottamento che ebbe per protagonista il
Boccaccio, scattarono subito attivit di depistaggio volte ad alterare elementi di prove (il bossolo della
cartuccia esplosa dal Boccaccio nel conflitto a fuoco con la polizia dell'aeroporto di Ronchi e i bossoli
ritrovati sul luogo della strage erano identici). I bossoli repertati a Peteano scomparvero e i verbali di
sopralluogo furono sostituiti, perch la sottrazione non venisse scoperta. Ma vi fu inoltre un'attiva
protezione a favore dei terroristi. Il Vinciguerra ha dichiarato che nell'ottobre 1972 le coperture nei suoi
confronti e nei confronti degli altri ordinovisti friulani in relazione alla strage scattarono automaticamente
ed autonomamente. (41)
I depistatori operarono perch non fosse ipotizzabile una matrice di estrema destra nell'attentato. Risulta che
il Servizio segreto militare ricerc, proprio nell'autunno 1972, attraverso il capitano Antonio La Bruna ed
attraverso Guido Giannettini, contatti con l'ambiente ordinovista padovano, che avevano come scopo un
interessamento alle vicende connesse a Peteano. (42)
Ancora, fra la fine del 1978 e gli inizi del 1979, il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMi,
essendo venuto in possesso di informative concernenti la strage e gli estremisti di destra che ne erano
responsabili, sostenne, all'interno del Servizio, la opportunit di inviare le informazioni in questione, prima
che alla magistratura, ai carabinieri, perch fossero comunque loro a svolgere le indagini. (43)
37. La vicenda di Augusto Cauchi
Il giudice istruttore presso il Tribunale di Firenze, dottor Rosario Minna, che indagava su diversi attentati a
treni e linee ferroviarie, avvenuti in Toscana tra il 1974 e il 1983, l'8 novembre 1984 chiese al Direttore del
SISMi di fornire notizie in ordine a persone, organizzazioni ed attentati terroristici.
Dopo varie risposte interlocutorie, nel gennaio 1985, il SISMI oppose il segreto di Stato e il 28 marzo dello
stesso anno il Presidente del Consiglio lo conferm.
In epoca successiva fu possibile acquisire agli atti del processo per le stragi dell'Italicus e della stazione di
Bologna, un documento relativo ad un rapporto del centro SISMi di Firenze del 20 dicembre 1977, dal
quale risulta che fin dalla primavera del 1974, Augusto Cauchi era diventato collaboratore del locale centro
SID.
Il Servizio non risulta perci in possesso di documentazione contemporanea all'epoca in cui si verific la
collaborazione, ma solo successiva.
Nella recente sentenza istruttoria del giudice istruttore di Bologna Grassi, i rapporti tra Cauchi e il capo del
centro SID e poi SISMi di Firenze, Federigo Mannucci Benincasa (di cui va segnalata la lunghissima
permanenza come Capocentro e che ora non appartiene pi al Servizio), sono ampiamente documentati,
cos come il legame dello stesso Cauchi con Gelli e con l'entourage piduista.
Cauchi, inserito nella struttura stragista operante negli anni 73-74 in Toscana, aveva ricevuto finanziamenti
da Licio Gelli e disponeva di esplosivo in epoca immediatamente precedente la strage compiuta sul treno
Italicus; alcuni testimoni lo hanno indicato come autore della stessa.
stato arrestato nel 1993 in Argentina, ma quel paese, fino ad oggi, non ne ha ancora concesso
l'estradizione. (44) Cauchi doveva essere un personaggio rilevante per il Servizio, se sulle attivit
informative di cui era partecipe stato posto il segreto di Stato. Il mancato reperimento della
documentazione su di lui si deve, ancora una volta, al fatto che gli archivi sono al di fuori di qualsiasi
controllo.
38. La vicenda di Federigo Mannucci Benincasa

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Inquietante ed a suo modo emblematica appare la vicenda del colonnello Federigo Mannucci Benincasa,
responsabile del centro di controspionaggio di Firenze dal 29 gennaio 1971 al 28 febbraio 1991.
vicenda singolare per l'inamovibilit di questo funzionario nonostante gli interrogativi che hanno
contrassegnato il suo incarico di alta responsabilit; per un ventennio egli stato capocentro in una citt che
delicato e primario punto geografico di incontro di notevolissimi interessi e di interscambi a raggio
internazionale, entro un'area tradizionalmente ad altissima densit massonica.
Si accertato che il colonnello Federigo Mannucci Benincasa stato, di concerto con un ufficiale del
Servizio informativo dell'aeronautica, il colonnello Umberto Nobili, l'autore di una lettera anonima al
Procuratore della Repubblica di Roma (preceduta da una telefonata ugualmente anonima del Nobili), con la
quale si indicava Licio Gelli quale mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
Sempre in collaborazione con il colonnello Nobili egli fece pervenire un'altra lettera anonima al giudice
istruttore Gentile, titolare dell'inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna, segnalando il coinvolgimento
di Gelli nella strage compiuta sul treno Italicus e in quella del 2 agosto 1980.
Mannucci Benincasa risulta essersi ingerito in varie maniere nel processo relativo a quest'ultima strage,
trovandosi a Bologna nei momenti cruciali delle indagini, violando il segreto circa gli accertamenti sugli
esplosivi e stabilendo un rapporto diretto con gli inquirenti, al fine di orientarne l'attivit.
Deve essere inoltre ricordato il modo del tutto anomalo con cui ha gestito il patrimonio informativo su Licio
Gelli agli atti del suo centro di controspionaggio (del quale Gelli peraltro sospettato di essere un
informatore), garantendo una sorta di cordone sanitario intorno alla figura del maestro venerabile della
loggia P2. Il Mannucci Benincasa non trasmetteva le informazioni in suo possesso agli altri organi di
intelligence o investigativi richiedenti (pregiudicando gravemente, negli anni 70, i tentativi di far luce
sull'identit e sulle attivit svolte dal capo della loggia P2), ma preferiva farne un uso del tutto personale.
La sentenza istruttoria del dottor Grassi evidenzia i rapporti del colonnello Mannucci con le vicende
gelliane e il gruppo di potere che ha operato dal 1970 al 1981 all'interno del Servizio segreto militare.
La ricordata sentenza ordinanza del dottor Grassi ha disposto la trasmissione del provvedimento, nonch
degli atti pi rilevanti, alla Procura della Repubblica di Roma, affinch proceda nei confronti di Mannucci
Benincasa e di altri (trattasi di Maletti, La Bruna, D'Ovidio, Nobili, Musumeci, Belmonte e Gelli) per i
delitti di cui agli articoli 283 e 305 c.p. (45)
Si deve inoltre ricordare che, nell'istruttoria relativa alla strage di Ustica, il Mannucci Benincasa ha ricevuto
comunicazione giudiziaria per i delitti di cui all'articolo 476 c.p., in relazione agli articoli 490 e 351 c.p.
(46). Attorno al colonnello infine in corso un'investigazione per accertare l'eventuale suo coinvolgimento
nella organizzazione e custodia di un deposito d'armi e munizioni da guerra fortuitamente ritrovato nel
marzo 1993 in un locale che, a detta del proprietario, stato per anni nella disponibilit appunto del
responsabile del centro SISMi di Firenze.
Concludendo, c' da chiedersi quali protezioni abbiano consentito, nel lungo arco di venti anni, la
permanenza, in un incarico cos delicato, di un soggetto che ha operato in modo tanto anomalo e con una
visione cos personale degli interessi del Servizio. (47)
39. I rapporti di Pecorelli con i Servizi
Il 20 marzo 1979 venne ucciso a Roma il giornalista Carmine Pecorelli, proprietario e direttore della rivista
e dell'agenzia Osservatore Politico (OP).
Dopo la sua morte, l'Autorit giudiziaria provvide a sequestrare presso i suoi uffici e la sua abitazione una
copiosa documentazione riservata, che il giornalista utilizzava in un giro vorticoso di contatti personali, di
rapporti con il mondo politico e con gruppi massonici, di articoli polemici o allusivi e ricattatori pubblicati
nella sua rivista ed aventi ad oggetto i retroscena delle vicende politiche, le attivit eversive degli ultimi
quindici anni e l'inquinamento degli apparati dello Stato.
Numerosi materiali ritrovati allora provenivano dai Servizi di informazione e di sicurezza. Tra questi vi
erano anzitutto alcuni documenti originati dal SID riguardanti il complesso degli eventi noti con la
definizione corrente di "golpe Borghese": un tentativo di eversione violenta dell'ordine costituzionale che
sarebbe stato avviato nel 1970 da Junio Valerio Borghese, gi esponente della X Mas durante il periodo
della Repubblica sociale italiana, ma la cui realizzazione sarebbe stata bloccata da un non precisato

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contrordine proveniente dall'alto. Questi documenti si riferivano anche a una nutrita schiera di personaggi
coinvolti a vario titolo nei fatti. (48)
Fu inoltre trovata, fra le carte del giornalista ucciso, la cosiddetta informativa Cominform. Si trattava di un
rapporto trasmesso il 29 settembre 1950 dal Centro CS di Firenze all'Ufficio D del Servizio segreto militare
(all'epoca il SIFAR), riguardante Licio Gelli, con particolare riferimento alle attivit di questi a Pistoia ed in
Toscana, durante il periodo dell'occupazione nazifascista e negli anni immediatamente successivi.
Il rapporto non era in originale e risultava trasmesso in copia il 9 giugno 1972 al generale Gianadelio
Maletti, all'epoca Capo del reparto D, dal capitano Federigo Mannucci Benincasa, in quel momento
appartenente al Centro CS di Firenze. (49)
In due articoli comparsi sul settimanale OP il 2 gennaio e il 20 febbraio 1979 dal titolo, rispettivamente,
"Due volte partigiano" e "Il professore e la balaustra", Pecorelli aveva lasciato chiaramente intendere di
essere a conoscenza dell'esistenza e del contenuto del rapporto riguardante Gelli. (50)
Vi era poi un'ulteriore documentazione, sempre proveniente dal Servizio di informazioni militare ed
egualmente relativa a Gelli, costituita da una lettera del Centro CS di Cagliari in data 9 luglio 1945, con un
allegato comprendente una serie di nominativi, ed una nota in data 22 agosto 1960, probabilmente anch'essa
compilata da un organo del Servizio segreto militare.
L'elenco nominativo allegato alla lettera del Centro CS di Cagliari riguarda un gruppo di una cinquantina di
fascisti del pistoiese, indicati da Gelli come collaborazionisti dei tedeschi nel periodo della guerra di
liberazione. Questo elenco sicuramente da individuare nel "lungo elenco di nomi che qualcuno un giorno
ha tradito" di cui Pecorelli parla nel suo servizio su OP dal titolo "Il professore e la balaustra", citato in
precedenza. (51)
Infine, fu rinvenuto in quella occasione il cosiddetto fascicolo M.Fo.Biali. Questo documento (la
spiegazione della sigla di denominazione probabilmente Mario Foligni-Libia) stato compilato dal
Reparto D del SID (quando ne era responsabile il generale Maletti), tra l'aprile e l'ottobre 1975, in seguito
ad indagini sul Nuovo partito popolare, fondato e diretto dal Foligni, su traffici di petrolio con la Libia e su
attivit illecite della Guardia di finanza. (52)
Si verificata quindi una situazione del tutto abnorme: una ingente mole di documenti contenenti notizie di
speciale delicatezza che avrebbe dovuto essere rigorosamente custodita negli archivi del Servizio segreto
militare, ne stata viceversa sottratta ed stata posta nella disponibilit di Pecorelli.
Il direttore di OP non aveva scrupoli ad usare pesantemente le notizie, i materiali e i documenti di cui
veniva in possesso per condurre campagne di intimidazione o di ricatto contro personaggi eminenti delle
istituzioni. I rapporti tra il giornalista e Licio Gelli non erano mai stati semplici. Egli conservava documenti
relativi al passato del "venerabile", che aveva ottenuto da uomini del Servizio. Appartenente alla loggia P2,
Pecorelli aveva partecipato ai contrasti interni alla loggia, e ci appare nei suoi scritti. In questo quadro, nel
1975 il generale Maletti (allora Capo dell'ufficio D del SID) aveva accusato il generale Vito Miceli
(Direttore del SID) di avere finanziato OP, a sostegno di specifiche campagne diffamatorie.
Vi la prova che Pecorelli ha largamente attinto alle carte provenienti dal Servizio di informazioni militare,
per condurre azioni di questo genere. Oltre ai gi citati articoli "Due volte partigiano" e "Il professore e la
balaustra", la rivista OP ha pubblicato, tra il novembre e il dicembre 1978, uno scritto in sette puntate sotto
lo stesso titolo: "Petrolio e manette". Gli elementi di conoscenza impiegati sono tutti tratti dal fascicolo
M.Fo.Biali. (53)
L'inchiesta amministrativo-disciplinare disposta a suo tempo dall'autorit di governo e le indagini
dell'Autorit giudiziaria non hanno consentito di stabilire l'identit del responsabile della trasmissione dei
documenti n, tantomeno, i motivi e gli scopi che lo avevano indotto a ci.
Ma evidente che quanto accaduto non da addebitare a un funzionario infedele della seconda o terza fila
del Servizio, n ad una singola mela marcia, bens a settori di vertice dell'organismo, poich almeno uno di
questi documenti, e precisamente il fascicolo M.Fo.Biali, era sempre rimasto nella esclusiva disponibilit
del gruppo dirigente dell'ufficio D del SID. Quei documenti, d'altra parte, riguardavano per vie diverse il
sistema di potere della loggia P2, il ruolo di Licio Gelli, le compromissioni di settori degli apparati nella
vicenda del golpe Borghese del 1970 (in cui erano intervenuti vari gruppi che si ritroveranno nella loggia P2
e tra questi l'allora Capo del SID, generale Vito Miceli), i rapporti della P2 con la politica, i conflitti interni
a quell'ambiente massonico. E non va dimenticato che ufficiali i quali disponevano di quei documenti, come
il generale Gianadelio Maletti, il colonnello Antonio Viezer e il capitano Antonio La Bruna facevano tutti
parte della loggia P2.

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In merito ai rapporti di Pecorelli con i Servizi di informazione e di sicurezza, occorre poi ricordare che,
dall'esame delle sue agende, sequestrate dall'Autorit giudiziaria dopo la morte, emerge una serie di
significativi e frequenti contatti con persone interne od organicamente legate a quel mondo. Nell'ultimo
anno della sua vita, Pecorelli ha avuto contatti telefonici o personali (in tal senso sono esplicite le relative
annotazioni nelle agende stesse) con il prefetto Umberto Federico D'Amato (106 annotazioni), con tale
"Tonino" (probabilmente da identificare con Antonio La Bruna: 70 annotazioni), con il generale Vito Miceli
(56 annotazioni), con il colonnello Nicola Falde (22 annotazioni), con Licio Gelli (46 annotazioni).
Nell'ultimo mese figurano anche il colonnello Musumeci (2 annotazioni) e il capitano Giancarlo D'Ovidio
(3 annotazioni). (54)
40. I depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna
Esponenti dei Servizi di informazione e di sicurezza sono intervenuti a pi riprese per depistare le indagini
sulla strage avvenuta alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Basta ricordare che il 10 gennaio 1981 il
SISMi fece pervenire al Comando generale dell'Arma dei carabinieri e all'UCIGOS notizie riguardanti un
presunto piano eversivo, che prevedeva attentati dinamitardi su importanti tronchi ferroviari, che sarebbe
stato progettato da Freda, Ventura, Delle Chiaie e cittadini stranieri di estrema destra, insieme con il gruppo
tedesco Hoffmann.
Nei giorni successivi il Servizio afferm di aver ricevuto ulteriori informazioni che precisavano l'ora e il
luogo della consegna dell'esplosivo. Questo - si affermava - era contenuto in una valigia depositata su un
treno proveniente dalla Puglia e diretto a nord.
Dopo una prima perquisizione ad Ancona, la valigia fu effettivamente scoperta alla stazione di Bologna.
Oltre ad un mitra e a vari elementi tendenti a indirizzare le indagini in Francia e Germania, vi erano circa
cinque chili di esplosivo.
Trasmesse ai giudici, queste notizie fecero perdere mesi preziosi.
Si scopr poi la totale falsit di tutte le informazioni, anche grazie alla testimonianza di un maresciallo dei
carabinieri, Francesco Sanapo, che fece correttamente il proprio dovere. Il finto attentato fu messo in scena
da ufficiali appartenenti al gruppo di potere che era allora al vertice del SISMi. (55)
In concomitanza con l'episodio della valigia sul treno Taranto-Milano, il generale Musumeci redasse un
appunto depistante per i giudici di Bologna, che faceva seguito ad analoghe notizie, fornite ai carabinieri nel
novembre 1980, che si riferivano ad incontri di tali Paul Durand e Maurizio Bragaglia con Stefano Delle
Chiaie, tirando in ballo una organizzazione dalla non chiara denominazione, "Squadre popolari
rivoluzionarie", ed ancora il gruppo tedesco Hoffmann con altre notizie inventate.
Va sottolineato che Paul Durand persona realmente esistente, che stato funzionario dei Renseignements
gnraux, cio del corrispondente francese dell'Ufficio affari riservati del Ministero dell'interno, ed
realmente esponente di organizzazioni neonaziste. L'appunto era quindi particolarmente insidioso perch,
come gi abbiamo visto avvenire in altri depistaggi, intrecciava elementi veri con elementi falsi. (56)
Anche la pista indicata da Elio Ciolini sembra ascrivibile allo stesso quadro dei depistaggi di impronta
piduista operati dai Servizi segreti. Ciolini forn indicazioni che portarono per qualche tempo i magistrati a
coltivare l'ipotesi che autore della strage fosse un gruppo internazionale composto da estremisti di destra
francesi, tedeschi ed italiani, fra i quali Stefano Delle Chiaie. Ciolini, del resto, viene indicato dai giudici di
Bologna come probabilmente legato sia ai Servizi francesi che a quelli italiani.
Secondo il giudice istruttore di Bologna, la sua iniziativa non era dettata da motivazioni individuali. Essa
"anzi, ha rappresentato il momento terminale di un ben coordinato disegno di sviamento delle indagini,
ordito certamente da persone interne a quel gruppo individuato come 'Supersismi'". (57) Ed il generale
Lugaresi, direttore del SISMi dopo Santovito e dopo l'allontanamento del gruppo piduista, ha definito
Ciolini come esecutore di ordini altrui e uomo legato a Gelli (58).
D'altro canto, gi all'indomani della strage del 2 agosto, il funzionario del SISDe Elio Cioppa (risultato
successivamente iscritto alla loggia P2) si rec a colloquio con Gelli al fine di acquisire notizie in ordine a
quella impresa terroristica. (59)
La circostanza sembrerebbe, per se stessa, incomprensibile. Non si ravvisa a quale titolo Gelli avrebbe
dovuto essere considerato dal Servizio segreto interno un soggetto in grado di fornire informazioni sulla
strage. Ma poich stiamo parlando di un Servizio segreto diretto da un iscritto alla loggia P2, frequentatore

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di Gelli, come il generale Giulio Grassini, l'episodio diventa pi chiaro.


Apprendiamo infatti dallo stesso Cioppa che egli, al momento di entrare nel SISDe, nel settembre 1978, era
stato informato che il Gelli ne era una fonte. Quest'ultimo sugger al dottor Cioppa di imboccare la pista
internazionale. Le varie azioni di sviamento delle indagini erano dunque convergenti: da un lato il generale
Musumeci ed il gruppo di comando del SISMi, dall'altro Ciolini, dall'altro ancora direttamente Gelli. La
loggia P2 mosse contemporaneamente diverse pedine nell'ambito dei Servizi segreti.
41. I Servizi e la loggia P2
Il 7 gennaio 1977, un articolo pubblicato dal quotidiano L'Unit segnalava il reclutamento recente di 400
ufficiali nelle file della massoneria. I nominativi di questi ufficiali, secondo l'articolo, sarebbero stati inclusi
in un elenco inviato a Licio Gelli dal Gran maestro Giordano Gamberini. (60)
Dal Ministero della difesa (Gabinetto del Ministro) furono richieste al SID (diretto allora dall'ammiraglio
Mario Casardi) notizie circa quanto rivelato da L'Unit.
Fu inviato al Ministro un appunto nel quale si forniva anzitutto una risposta negativa circa l'esito degli
accertamenti svolti. Subito dopo si affermava che l'articolo avrebbe avuto uno scopo puramente
strumentale. Per spiegare quale fosse l'intento perseguito attraverso le false informazioni, la nota del
Servizio cos proseguiva: "risulta che la direzione del PCI ha recentemente deciso di ridimensionare la forza
e l'influenza delle logge massoniche italiane, ritenute 'centri di potere' capaci di intralciare le attivit
politiche ed economiche del partito". A tal fine il partito aveva quindi intrapreso "una campagna di stampa
che, accusando la massoneria di inquinamento fascista, tende a screditarla e a indurre a defezione i
numerosi affiliati non attestati su posizioni di destra".
A chiusura dell'appunto il SISMi assumeva l'impegno "vista l'attualit della questione" di trasmettere uno
"studio sulla massoneria" che era "in corso di compilazione". (61)
La trasmissione dello "studio" avvenne il 15 maggio 1978. Nel frattempo era stata presentata, il 21 luglio
1977, una interrogazione parlamentare da parte dei deputati Natta, D'Alessio e Pochetti circa l'asserita
"appartenenza di alti ufficiali ad associazioni segrete, la cui presenza ed attivit profondamente contrastano
con la Costituzione". (62)
Perci il Servizio di informazioni militare (ora divenuto SISMi e la cui direzione era stata assunta dal
generale Giuseppe Santovito) invi, oltre allo studio, anche un secondo breve appunto sul tema. Ripetendo
in sostanza gli elementi gi esposti nell'analoga nota dell'anno precedente, il SISMi assicurava: "circa
l'appartenenza di alti ufficiali ad associazioni segrete, contrastante con il dettato costituzionale, nulla risulta
a conferma dell'assunto". Inoltre, perentoriamente affermava: "qualora gli interroganti si riferiscano a
notizie stampa sull'argomento e in particolare a quelle apparse sul quotidiano L'Unit del 7 e 16 gennaio
1977, da rilevare che gli articoli in questione non riportano alcunch di nuovo rispetto alle notizie gi altre
volte pubblicate in senso generico e presuntivo e per lo pi a soli fini diffamatori". (63)
Vale la pena di osservare quanto paradossali fossero queste enunciazioni rassicuranti. Il generale Santovito
era saldamente inserito nella loggia P2, come alcuni dei suoi pi stretti collaboratori. Tuttavia definiva
diffamatorie le segnalazioni circa la presenza di ufficiali superiori nella massoneria.
Lo studio prodotto dal Servizio, con il titolo "La massoneria in Italia", aveva un contenuto diseguale.
Procedeva inizialmente ad una interessante disamina di carattere storico e poi alla illustrazione di situazioni
recenti. In pi punti riferiva elementi veri e comprovati, mentre, per altri aspetti, pi attuali, finiva con
l'essere fuorviante. (64)
Ci vale in particolare per la parte finale dove, dopo aver ripetuto alcuni concetti gi riportati nei precedenti
"appunti", con un taglio chiaramente diretto a sminuire l'incidenza e il potere di condizionamento della
massoneria, si riprendeva con decisione l'ipotesi di una provocazione strumentale da parte del PCI.
Va inoltre ricordato che nell'estate del 1977 l'ammiraglio Casardi, capo del SID, rispondendo ad una
richiesta di informazioni inviatagli dall'Autorit giudiziaria, con riferimento alle indagini sulla strage
dell'Italicus, aveva affermato: "Il SID non dispone di notizie particolari sulla loggia P2 della massoneria di
Palazzo Giustiniani. Infine non si dispone di notizie sul conto di Licio Gelli per quanto concerne la sua
appartenenza alla loggia P2". (65) La lettera era di pochi mesi successiva alla ricostituzione della loggia,
con dimensioni pi ampie e con la presenza al suo interno di molti dirigenti del SID. Inoltre, secondo
quanto contenuto nella Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, il

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Gelli avrebbe affermato in data antecedente al giugno 1971, di essere un agente del SID con il nome di
copertura di "Filippo". (66)
Dopo la scoperta delle liste della loggia P2, uscirono dagli archivi del SISMi alcuni documenti su Gelli, che
in precedenza non erano stati prodotti, ma continu ad esservi all'interno del Servizio un atteggiamento
contraddittorio riguardo a tali notizie.
emblematica la comunicazione trasmessa alla I Divisione del SISMi il 1 settembre 1981 dal
raggruppamento Centri CS di Roma. Si avvertiva che "nel corso di una pi approfondita ricerca in archivio
stato rintracciato l'unito appunto, compendio di accertamenti sul conto del noto Licio Gelli, espletati nel
marzo 1974 da ufficiali di questo reparto, su incarico dell'allora Comandante del Raggruppamento centri".
E' da rilevare che, all'epoca della lettera, la vicenda della loggia P2 era gi da alcuni mesi al centro
dell'attenzione e delle ricerche, tanto che la lettera medesima faceva riferimento ad un foglio della I
Divisione dell'8 giugno 1981, con il quale si chiedeva agli "organi in indirizzo" di sviluppare "al massimo
l'attivit di interesse".
Perci inverosimile che l'appunto sia emerso nel corso di pi approfondite ricerche di archivio. Il
disordine degli archivi, che in questo caso avrebbe dovuto essere davvero straordinario, in realt un alibi
di cui i Servizi, o settori di essi, si sono serviti, nelle situazioni in cui vi erano stati comportamenti devianti
o vi erano motivi di reticenza, per non rispondere o per rispondere in modo elusivo alle richieste di
informazioni provenienti da altre autorit. Qui la reticenza era propria del Raggruppamento centri di Roma
che rispondeva tardi e lacunosamente alla I Divisione del Servizio. Era questa la fase in cui si stava
tentando una bonifica, dopo le degenerazioni del cosiddetto Supersismi. Quanto sopra costituisce la riprova
della continuazione, malgrado tutto, delle attivit gi in passato attuate dai Servizi per assicurare ogni
possibile copertura alla persona e alle iniziative di Licio Gelli.
42. L'archivio uruguaiano di Licio Gelli
I rapporti intercorsi tra la loggia massonica P2 ed i Servizi d'informazione e di sicurezza sono documentati
da un altro significativo episodio.
Nella seconda met del 1981, pervenne al SISMi, da un Servizio collegato, la notizia della esistenza a
Montevideo di un archivio privato, che era nella disponibilit di Licio Gelli. Si apprese allora che il 4
giugno dello stesso anno, l'intero carteggio era stato sequestrato e fotocopiato dalla polizia uruguaiana.
Questa aveva provveduto successivamente a restituire gli originali allo stesso Gelli.
La documentazione, assai vasta, comprendeva i fascicoli intestati ai presunti iscritti alla loggia P2
(contenenti documentazione massonica) ed un'altra serie di fascicoli, intestati a personalit politiche,
esponenti del mondo finanziario ed imprenditoriale, enti ed associazioni varie (sono pi di 500), che
trovano riscontro nella titolazione, in un elenco-indice rinvenuto a Castiglion Fibocchi (vedi reperto 8/C del
sequestro).
Il materiale fu, per una parte piuttosto limitata, acquisito dal SISMi che provvide poi ad inviarne copia alla
Commissione parlamentare sulla loggia P2. In prosieguo di tempo, anche per la mancata disponibilit del
governo uruguaiano, l'acquisizione dell'archivio da parte del SISMi fu interrotta.
Funzionari del SISMi sottoposero ad attento esame i documenti pervenuti, al fine di valutarne le
provenienze e, al termine delle ricerche, essi conclusero che una parte era sicuramente da identificare con
copie di documenti SID presenti negli archivi del SISMi. Altri documenti furono ritenuti, per tecnica
espositiva, contenuto e data, di possibile provenienza dai fascicoli del SIFAR distrutti nell'agosto del 1974,
poich ritenuti dalla Commissione parlamentare sugli eventi del giugno-luglio 1964 frutto di attivit
informativa illegittima. Non fu possibile raggiungere la certezza, proprio perch i fascicoli corrispondenti
negli archivi del Servizio erano stati bruciati nell'agosto 1974.
Una rimanente parte dell'archivio fu ritenuta, dagli analisti del SISMi, di produzione diretta di Gelli.
Proprio la accertata provenienza di alcuni fascicoli dal materiale illegittimamente raccolto dal SIFAR spinse
la Commissione parlamentare sulla loggia P2 a non pubblicare parte della documentazione, poich
altrimenti sarebbe stata disattesa una precisa delibera parlamentare. (67)
Questa vicenda conferma lo stretto legame tra Gelli e i Servizi segreti militari. Appare credibile quanto
affermato a suo tempo dall'ingegnere Francesco Siniscalchi e dai dottori Ermenegildo Benedetti e Giovanni
Bricchi circa una possibile donazione di fascicoli che l'ex capo del SIFAR Giovanni Allavena avrebbe

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effettuato a Gelli al momento di aderire alla loggia P2 nel 1967. (68)


Negli anni successivi, inoltre, l'adesione alla loggia di pressoch tutti i principali dirigenti del SID rende pi
che plausibile un travaso informativo da questi ultimi a Gelli.
Al di l dei problemi che solleva la sicura provenienza SID di una parte del materiale, va rilevato come
ancora oggi Licio Gelli abbia la disponibilit dell'intero archivio. da credere che in esso siano comprese
informazioni tuttora utilizzabili per esercitare un potere di condizionamento o di ricatto su esponenti della
vita pubblica, con tutte le conseguenze politiche che ci comporta. (69)
43. Il Supersismi e l'attivit di Francesco Pazienza
Con la legge n. 801 del 1977 sono stati creati due distinti Servizi segreti.
La riforma avrebbe dovuto garantire quella limpidezza di comportamento che era mancata nei decenni
precedenti.
Al contrario, si scopr pi tardi che ai vertici del Servizio segreto militare si era costituito un centro di
potere anomalo che faceva capo allo stesso direttore del Servizio, generale Giuseppe Santovito, e che aveva
come principali componenti il capo dell'Ufficio Controllo e Sicurezza, generale Pietro Musumeci, e il suo
stretto collaboratore, colonnello Giuseppe Belmonte.
Oltre a questi personaggi, un privato cittadino, il faccendiere Francesco Pazienza, aveva acquisito un potere
tale da condizionare il comportamento dello stesso direttore Santovito. Ci mal si accordava con la veste di
"collaboratore" che formalmente era propria di Pazienza.
da notare che alcuni componenti del gruppo risultarono poi compresi negli elenchi degli iscritti alla loggia
P2 sequestrati a Castiglion Fibocchi, mentre Belmonte e Pa-zienza, risultarono essere affiliati coperti del
Grande oriente d'Italia.
Musumeci e Belmonte orchestrarono, come gi si detto, una grave forma di depistaggio ai danni dei
giudici che indagavano sulla strage di Bologna, facendo trovare esplosivo e altro materiale in una valigia sul
treno Taranto-Milano.
Il gruppo gest inoltre le trattative per il sequestro Cirillo, entrando in contatto con i clan camorristici e
procurando un cospicuo finanziamento all'ala militarista delle Brigate Rosse. (70)
Organizz un'operazione volta a danneggiare il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, all'epoca
impegnato nella campagna elettorale per la rielezione, mediante la rivelazione pubblica dei rapporti che il
fratello del presidente, Billy, intratteneva con uomini d'affari ed esponenti libici. L'operazione, che si
configur come una illecita interferenza negli affari interni di uno Stato amico, contribu alla mancata
rielezione di Jimmy Carter.
Il gruppo di potere aveva inoltre stabilito illeciti rapporti con ambienti finanziari non limpidi e con il mondo
della malavita e dell'estremismo di destra. Si era giunti, ad esempio, a consentire l'uso degli aerei del
Servizio al pregiudicato Domenico Balducci che fu anche "assistito da agenti del SISMi in occasione del
transito attraverso gli uffici di frontiera degli aeroporti di Roma". (71)
Francesco Pazienza era tra l'altro legato alle famiglie mafiose italo-americane ed in particolare a John
Gambino. (72)
Era in contatto con il noto esponente della mafia Pippo Cal e intermediario fra i due era stato il costruttore
siciliano Luigi Faldetta, anch'egli uomo di Cosa nostra, legato alla banda della Magliana di Roma. (73)
Francesco Pazienza era inoltre direttamente interessato ad un giro di attivit imprenditoriali e di
speculazioni cui partecipavano l'affarista Flavio Carboni ed elementi della banda della Magliana. (74)
I rapporti citati sono solo alcuni degli esempi di commistione tra gli uomini del cosiddetto Supersismi,
ambienti finanziari a rischio ed alta criminalit.
N, d'altro canto, i rapporti con ambienti criminali e con spregiudicati finanzieri esauriscono la gamma di
attivit devianti del gruppo di potere. Si possono citare, ad esempio, attivit poste in essere al fine di
danneggiare elementi del Servizio che avevano tentato di contrastare lo strapotere del gruppo. (75)
In conclusione, il ruolo svolto dal gruppo di potere costituitosi all'interno del SISMi tra il 1978 e il 1981 si
differenzia da altri precedenti episodi di deviazione per la molteplicit delle attivit esplicate, tutte in palese
contrasto con i compiti d'istituto e direttamente o indirettamente finalizzate ad intervenire sulla sfera
politica.
Una distorsione cos profonda dell'attivit del Servizio, che da riconnettersi ad un complesso di iniziative

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dei gruppi piduisti, avrebbe potuto essere individuata e bloccata, se vi fosse stato un vero controllo
parlamentare. dunque, se la legge riconoscesse al Comitato il diritto di prendere in esame costi e risultati
delle singoli operazioni compiute dai Servizi in epoca successiva alla loro conclusione, ci costituirebbe un
antidoto ed un serio sbarramento alle attivit illegittime.
44. I documenti sulla VII Divisione e su Gladio. Il disordine degli archivi e le ipotesi di
manipolazione
Riguardo ad aspetti di attivit sulla organizzazione interna della Gladio, sono emersi vari elementi tali da
legittimare sospetti di manipolazioni od altre iniziative, comunque diretti a mascherare o ad occultare la
verit. Indicativi, al riguardo, soprattutto due documenti costituiti da una perizia eseguita per conto del
giudice istruttore di Bologna Grassi e da un elaborato compilato dai giudici Benedetto Roberti e Sergio
Dini, rispettivamente Procuratore militare in sede vacante e Sostituto procuratore militare della Procura
militare della Repubblica presso il Tribunale militare di Padova.
Nella perizia si evidenzia che la documentazione di Gladio resa disponibile si presenta in estremo disordine,
precisando che esiste una alterazione di documenti segretissimi con documenti senza alcuna classifica,
relazioni che si riferiscono ad attivit molto recenti (1990) con altre risalenti agli anni 50 e cos via. Il perito
puntualizza a questo proposito: "Si pu affermare che eventi esterni sono intervenuti, casualmente o
dolosamente, per mettere in accurato disordine i documenti".(76)
Il perito, inoltre, ha avuto modo di rilevare che nel periodo compreso tra il 29 luglio e l'8 agosto 1990, e
cio subito dopo l'accesso all'archivio della Gladio da parte del giudice istruttore di Venezia Casson e
pressoch in concomitanza con le note dichiarazioni in Parlamento del presidente del Consiglio Andreotti
sulla struttura, una notevole quantit di documenti, come risulta dalle annotazioni apposte nei registri di
protocollo, stata distrutta.
Vi da chiedersi quale sia stato il motivo della situazione riscontrata. Secondo logica, si prospettano solo
due alternative: o l'esistenza di una condizione di disordine, per cos dire congenita e stratificata, dovuta
all'incuria, all'insipienza e alla sciatteria del personale addetto, oppure una ben determinata volont di creare
lo stato di confusione per nascondere, annebbiare, depistare. Pur in un doveroso spirito garantista, occorre
convenire che la seconda ipotesi appare la pi fondata, anche per i motivi che saranno in seguito meglio
specificati.
Numerosi altri risvolti sono stati poi evidenziati dal perito. Limitando l'elencazione ad alcuni episodi
significativi, sar sufficiente ricordare il "saccheggio" della documentazione contenuta nel fascicolo del
noto estremista di destra Enzo Dantini che, a dire del SISMi, sarebbe stato solo preso in considerazione per
l'inserimento nella struttura ma non reclutato per i suoi accertati precedenti. Vi poi la vicenda del fascicolo
intestato a Gianfranco Bertoli, sul quale vengono richieste informazioni nel 1965, che risultano favorevoli,
ma il soggetto non risulta avvicinato perch "non conosciuto personalmente dal segnalatore". (77) Il perito
evidenzia questa incongruenza, anche perch l'annotazione, apposta a mano, arreca la data del 20 gennaio
1971; il Bertoli sarebbe dunque rimasto in sospeso per ben sei anni.
La vicenda resa ancora pi inquietante alla luce del pesante sospetto che la persona possa identificarsi
nell'autore della strage dinanzi alla Questura di Milano del 17 maggio 1971 e non, come affermato dal
SISMi, di un uomo di tale nome nato a Portogruaro, il quale ha negato di aver mai fatto parte della struttura.
Sempre per quanto riguarda la vicenda Bertoli, il giudice istruttore di Padova, Casson, dopo aver anch'egli
sottolineato l'incongruit di una annotazione posta dopo sei anni, rileva che presso il SISMi stato trovato
un numero di telefono, successivo al settembre 1984, relativo al Bertoli di Portogruaro, persona con cui il
Servizio - secondo le stesse dichiarazioni dei suoi dirigenti - avrebbe interrotto ogni contatto fin dal 1971.
"Unica spiegazione - annota il giudice - quella che 'qualcuno' in epoca recente abbia avuto bisogno di
trovare i dati del Bertoli di Portogruaro o di contattarlo". (78)
Sempre riguardo a quanto accertato dai magistrati padovani, da rilevare che essi hanno posto in evidenza
una abbastanza nutrita serie di incongruenze e contraddizioni alcune delle quali, per semplicit e brevit di
esposizione, sono di seguito menzionate.
Esiste un documento, datato 14 marzo 1967, costituito da una informativa redatta dall'allora capo ufficio R,
colonnello Pasquale De Marco, per il Capo del Servizio Eugenio Henke, concernente una esercitazione
denominata LAZIO 1\67, svolta da alcuni elementi esterni della struttura. Secondo quanto riferito

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nell'informativa, all'esercitazione presero parte sette soggetti, "tutti di Roma, che da tempo sono
nell'organizzazione". I nomi di questi elementi sono indicati come "Armando", "Sandro", "Maurizio",
"Filippo", "Vincenzo", "Gianni", "Giulio". Di fianco a ciascun nominativo indicata l'attivit lavorativa
svolta dagli stessi. Peraltro, dall'esame dei nominativi della cosiddetta lista dei 622, che stata
ripetutamente definita dai responsabili della struttura come sicura ed immune da manipolazioni, risultano
venticinque "gladiatori" laziali nessuno dei quali si chiama Maurizio e Sandro, ed egualmente non risultano
le professioni attribuite a questi. Gli altri elementi partecipanti all'esercitazione sono stati invece
positivamente identificati. (79)
Nel tabulato denominato "stampa matricolare generale", fornito dal SISMi con i nominativi di tutti i
soggetti reclutati nell'Organizzazione o anche solo segnalati a tal fine, mancano le indicazioni nominative
relative ai soggetti contrassegnati dalle seguenti sigle numeriche: 0550; 0551; 0553; 0554; 0556; 0557;
0591; 0596; 0755; 0895; 1046 e 1314. Nell'elenco fornito dal SISMi mancano quindi almeno dodici
nominativi. Una ricerca diretta effettuata negli archivi ha permesso di constatare la mancanza dei fascicoli
personali contrassegnati dalle relative sigle numeriche. Non sono peraltro ipotizzabili sviste o fortuite
omissioni, poich esiste la prova che alle sigle numeriche corrispondono soggetti in carne ed ossa. Esiste
infatti un documento che riporta l'indicazione delle sigle numeriche di sei "gladiatori" che dal 10 al 22
luglio 1972 effettuarono un corso al Centro di Alghero. Tra essi vi erano il "gladiatore" 0553 e quello 0556.
Da altro documento emerge che esisteva in Friuli Venezia Giulia un "settore di esfiltrazione" i cui addetti
erano, tra gli altri, i "gladiatori" 0554, 0553, 0550, 0557, 0591. (80)
Da un esame incrociato dei diversi elenchi di personale segnalato per l'arruolamento, nonch dal riscontro
del contenuto dei fascicoli personali, stato poi possibile accertare che almeno dieci persone sono state
inserite, nel corso degli anni, in Gladio, pur non risultando nell'elenco dei 622 "gladiatori" ufficiali. Pi
precisamente, sono stati individuati sedici soggetti, tutti sentiti a verbale sul punto. Dieci di essi hanno
confermato la loro appartenenza all'organizzazione, mentre i rimanenti sei hanno negato di essere stati
reclutati.
I magistrati della Procura militare di Padova hanno sentito, in qualit di testimoni, un centinaio degli
appartenenti a Gladio, i cui nominativi erano compresi nell'elenco dei 622. Di questi, circa il dieci per cento
ha negato di aver mai fatto parte dell'Organizzazione e alcuni di loro hanno fornito spiegazioni convincenti,
come, ad esempio, il mancato ricevimento della "lettera di congedo e ringraziamento" inviata a tutti gli
appartenenti al momento dello scioglimento di Gladio.
Nell'elenco dei 622 componenti di Gladio figurano 45 elementi in realt deceduti da tempo, come annotato
sul registro e sui fascicoli relativi. I giudici, peraltro, hanno accertato che altri 25 soggetti erano deceduti
senza che di ci figurasse alcuna annotazione o memorizzazione sulla documentazione, di modo che in
buona sostanza, secondo il SISMi, essi erano in vita e pronti ad essere utilizzati.
Pu quindi essere ritenuto pacifico il verificarsi di un'attivit, probabilmente anche assai complessa ed
articolata, mirata a sottrarre alla conoscenza dell'Autorit giudiziaria e degli Organismi parlamentari di
inchiesta e di controllo, dati, notizie o altri elementi che evidentemente non potevano essere rivelati.
Ci costituisce un aspetto inquietante. Non vi stata da parte dei dirigenti del SISMi la collaborazione che
ci si sarebbe dovuti attendere. Recentemente, in data 11 febbraio 1995, l'Autorit giudiziaria di Roma,
nell'ambito dei procedimenti penali a carico di Invernizi Gianantonio ed altri, per delitti relativi a
soppressione continuata di documenti attinenti alla sicurezza dello Stato, e a carico di Inzerilli Paolo e altri
per i delitti di cospirazione politica mediante associazione, banda armata e altro, tutti fatti connessi con la
vicenda Gladio, ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti dell'ex direttore della I Divisione del SISMi,
colonnello Bartolomeo Lombardo, attualmente in servizio presso lo stesso organismo.
A quanto dato finora sapere (le indagini sono attualmente in corso e l'Autorit giudiziaria procedente ha
fatto riserva di comunicare eventuali informazioni utili) il colonnello Lombardo era stato sentito
dall'Autorit giudiziaria in qualit di "persona informata sui fatti". L'esame concerneva la corrispondenza
intercorsa tra la I e la VII Divisione del SISMi nel novembre 1990 circa le informazioni sulla struttura Stay
behind Gladio da trasmettersi al CESIS e quindi alla Presidenza del Consiglio.
Come ha segnalato al Comitato la Procura della Repubblica di Roma, "poich dall'esame emergevano
contrasti con fatti accertati, in un quadro di generale reticenza, si chiedeva misura cautelare; lo stesso giorno
il giudice per le indagini preliminari disponeva gli arresti domiciliari del Lombardo, con divieto assoluto di
comunicare con persone non conviventi".
Il provvedimento da porre in relazione ad un insieme di accertamenti condotti dal magistrato su atti

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richiesti in esibizione al SISMi e riguardanti la soppressione, avvenuta alla fine del luglio 1990, di
documenti concernenti l'addestramento ricevuto da personale civile e militare, nella base di Gladio di
Alghero, nonch di altri atti inerenti ad interrogazioni, effettuate dal SISMi, sul CED del Ministero
dell'interno relative a nominativi collegati alla struttura Gladio ma non indicati nell'elenco comunicato al
CESIS, alla Presidenza del Consiglio e all'Autorit giudiziaria.
Il 21 febbraio scorso il Direttore del SISMi ha riferito, in esito a specifica richiesta del Comitato, che nei
confronti del colonnello Lombardo stata adottata la "sospensione cautelare obbligatoria dal servizio" ai
sensi delle disposizioni vigenti.
Quest'ultimo episodio fornisce anche ulteriori elementi a sostegno dell'ipotesi che i nomi dei "gladiatori"
ufficialmente comunicati siano solo una parte, e presumibilmente la meno importante e significativa,
dell'aliquota del personale inserito nella struttura Gladio.
Inoltre, esso solleva interrogativi seri, perch mostra ancora oggi una continuit di atteggiamenti e,
all'interno del SISMi, tuttora uno scarso impegno a favorire l'accertamento della verit.
(...continua)
(*) La terza e ultima parte della relazione sar pubblicata nel prossimo numero della Rivista.
(20) Cfr. in proposito G. COCCO, i Servizi di informazione e di sicurezza nell'ordinamento italiano, cit. p. 159 ss.
(21) G. COCCO, op. cit., p. 160; Cfr. A.C. JEMOLO, Diritto d'informazione dello Stato, cit. p. 892 e p. 895: " Non solo il Governo, ma comandi militari italiani
dovrebbero rifiutare qualsiasi richiesta Nato che chiedesse esclusioni da impieghi civili o militari per chi appartenesse a date confessioni o partiti, o sottoposizione ad
indagine di soggetti per cui la richiesta non fosse giustificata da loro atteggiamenti positivi Il consenso dato ad organi Nato di impartire istruzioni o comandi ad organi
militari italiani deve ritenersi sottoposto al limite: purch quelle istruzioni non cozzino contro l'ordine pubblico italiano, e cos con la Costituzione".
(22) Per i gradi inferiori, come si visto, sono competenti i SIOS di forza armata.
(23) Su tutto ci si soffermano i paragrafi 45 e segg.
(24) L'espressione in F. COSSIGA, I Servizi e le attivit di informazione e di controinformazione, s.n.t.
(25) Si veda al riguardo G. DE LUTIIS, Storia dei Servizi segreti in Italia, cit., p. 54 ss.
(26) Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Relazione sulla documentazione
concernente gli omissis dell'inchiesta SIFAR, fatta pervenire dal Presidente del Consiglio dei Ministri il 28 dicembre 1990 ai Presidenti delle due Camere. Doc. XXIII n. 25,
Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964 (Commissione Beolchini), vol.II, pp. 26-27-28.
(27) Presso la Questura di Roma esisteva fin dalla met degli anni sessanta una scheda a nome di quest'ultimo, nella quale erano menzionati i tratti essenziali della sua
biografia, fin dai tempi in cui militava nelle SS, con la Repubblica di Vichy. Ma tutto ci fu ignorato. Cfr. G. DE LUTIIS, Storia dei Servizi segreti in Italia, cit., p. 217.v
(28) Questa latitanza durata dal 1970 al 1987 e dopo di essa egli stato via via assolto dalle gravi imputazioni elevate a suo carico, in relazione a numerosi episodi
eversivi. Suoi rapporti con i Servizi italiani e stranieri sono stati pi volte segnalati (cfr. ordinanza-sentenza G.I. Grassi).
(29) Essa aveva con la Pide, la polizia segreta del regime, un rapporto di collaborazione. Negli archivi dell'agenzia, all'indomani della caduta del regime, verr trovato il
testo di un vero e proprio contratto.
(30) Cfr. G. DE LUTIIS, cit., p. 219.
(31) Ibidem
(32) Tribunale di Milano, Ufficio Istruzione, Sezione 20, nota n. 721\88F, Milano, 8 febbraio 1995.
(33) Il 10 novembre 1972 in un arsenale a Svolte di Fiungo, nei pressi di Camerino, venne scoperto un notevole quantitativo di armi ed esplosivo. Furono processati quattro
giovani di sinistra (Loris Campetti, Carlo Guazzaroni, Atanasios Tsoukas, Paolo Fabbrini) con l'accusa di associazione sovversiva e detenzione di armi. Prosciolti in fase
istruttoria dal G.I., i quattro giovani furono rinviati a giudizio dalla sezione istruttoria su ricorso della Procura e poi definitivamente prosciolti dalla Corte di assise di
Macerata il 7 dicembre 1977. Le indagini in loco erano state condotte dal capitano dei carabinieri Giancarlo D'Ovidio che successivamente sarebbe entrato nel SID e che
risultato essere coinvolto nella predisposizione della provocazione.
(34) Cfr. AA.VV.: Venti anni di violenza politica in Italia, ricerca dell'ISODARCO, Roma 1992, p. 385.
(35) Sentenza del G.I. di Venezia Casson, nel p.p. n. 1/89 A G.I., in data 29 gennaio 1993, pp. 22-26.
(36) Cfr. la Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi del 22
aprile 1992 relativa all'inchiesta condotta sulle vicende connesse all'operazione Gladio (Doc. XXIII, n. 51), p. 23.
(37) Sentenza del G.I. di Venezia Casson, nel p.p. n. 1\89 A G.I., in data 29 gennaio 1993, p. 27.
(38) Si vedano i documenti citati nella Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei
responsabili delle stragi, cit., p. 22 ss.
(39) Sentenza di primo grado della Corte di assise di Venezia del 25 luglio 1987, pp. 324-359.
(40) Sentenza cit., pp. 324-330.
(41) Sentenza, pp. 662-686, cfr. La strategia delle stragi - dalla sentenza della Corte d'assise di Venezia per la strage di Peteano, con un saggio introduttivo di G. Salvi, Roma
1989, p. 331.
(42) Sentenza, cit., pp. 748-788, cfr. La strategia delle stragi, cit., p. 230 ss.
(43) Sentenza, cit., pp. 510-520, cfr. La strategia delle stragi, cit., p. 119 ss.
(44) Notizie sulla vicenda in: Avvocatura dello Stato, Motivi di impugnazione avverso la sentenza 18 luglio 1990 per la strage del 2 agosto 1980; ricorso del G.I. di Firenze
Minna in data 24 ottobre 1985, Pubblicato in appendice a: V. BORRACCETTI, Eversione di destra, terrorismo, stragi, F. Angeli, Roma 1986; Tribunale di Bologna,
sentenza ordinanza G.I. Grassi del 3 agosto 1994, pp. 254-256 e 305-321.
(45) Art. 283 c.p.: Attentato contro la Costituzione dello Stato; art. 305 c.p.: Cospirazione politica mediante associazione.
(46) Art. 476 c.p.: Falsit materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici; art. 490 c.p.: Soppressione, distruzione e occultamento di atti veri; art. 351 c.p.:
Violazione della pubblica custodia di cose.
(47) Cfr. Tribunale di Bologna, sentenza ordinanza del G.I. Grassi, nel p.p. n. 1329\1\84 RGGI del 3 agosto 1994, pp. 252-304.
(48) Atti pubblicati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, Serie II: documentazione raccolta dalla Commissione, vol. VII, tomo XVI, pp.
149-329.
(49) Ibidem, pp. 349-386.
(50) Ibidem, pp. 387-389.
(51) Ibidem, pp. 391-403.
(52) Atti pubblicati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, Allegati alla relazione, Serie II: Documentazione raccolta dalla Commissione,
vol. III, tomo XXIV, pp. 1-404.
(53) Atti pubblicati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, Serie II: Documentazione raccolta dalla Commissione, vol. VII, tomo XIV, pp.
137-150.
(54) Atti pubblicati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, Serie II: Documentazione raccolta dalla Commissione, vol. VII, tomo XV, pp.
147-1031.
(55) Requisitoria del P.M. di Bologna Mancuso del 14 maggio 1986, p. 823 ss.
(56) Sentenza istruttoria Zincani, pp. 848-853 Requisitoria P.M. D'Ambrosio, processo cosiddetto Supersismi. Atti istruttori dr. Zincani cit., appunti Servizi, vol. VIII, A

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cart. 355.
(57) Sentenza ordinanza del G.I. di Bologna Grassi, del 3 agosto 1994, p. 251.
(58) Interrogatorio di Ninetto Lugaresi al G.I. di Bologna del 6 dicembre 1985, in sentenza istruttoria dei G.I. Zincani e Castaldo del 14 giugno 1986, pp. 780-924, cfr. La
strage - l'atto d'accusa dei giudici di Bologna, a Cura di G. DE LUTIIS, Roma 1986, p. 226.
(59) Tribunale di Roma, deposizione di Elio Cioppa ai giudici Cudillo e Sica del 13 ottobre 1981; atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2,
volume II, Tomo VI, p. 522 ss.
(60) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, vol.III, tomo II, p. 354.
(61) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. cit., tomo cit., pp. 355-356.
(62) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. cit., tomo cit., pp. 357-358.
(63) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. cit., tomo cit., pp. 359-360.
(64) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. cit., tomo cit., pp. 361-369.
(65) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. cit., tomo cit., pp. 334-335.
(66) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, pp. 63-64.
(67) Cfr. Il verbale della seduta conclusiva della Commissione: Doc. XXIII, n. 2-ter/16 vol. XVI, seduta del 10 luglio 1984, p. 47.
(68) Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, volume I, Resoconti stenografici delle sedute, pp.461-462; 500-506; 528-529.
(69) Notizie su questa vicenda si trovano in Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2. Allegati alla Relazione Doc. XXIII, n.2-quater/17/II, pp. 3849; 77-82; 153-205; 515; 611-613. Si veda anche l'audizione Bricchi dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia P2 del 19 gennaio 1982 (vi un
riferimento nella Requisitoria del PM di Bologna Mancuso del maggio 1986 nel procedimento penale relativo alla strage del 2 agosto 1980).
Per quanto riguarda la piena disponibilit da parte di Gelli dell'archivio uruguaiano vedi anche l'intervista dello stesso a "Il Giornale" del 12 febbraio 1986 (v.: Requisitoria
del PM di Bologna Mancuso, cit.).
(70) Un'accurata ricostruzione di questa vicenda nella Relazione sulla camorra, Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni
criminali similari, Doc. XXIII - n. 12, 21 dicembre 1993, p. 95 ss.
(71) V. Corte d'assise di Roma, sentenza 29 luglio 1985 contro Pazienza Francesco + 5, integralmente pubblicata a cura dell'Associazione familiari delle vittime della strage
2 agosto 1980, pp. 48-49.
(72) I rapporti tra Pazienza e Cosa Nostra sono stati messi in luce nella ordinanza sentenza del G.I. Caponnetto del 16 agosto 1986 (stralcio maxiprocesso, p.p. contro Abdel
Azizi Afifi + 91).
(73) Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari, Relazione sui rapporti tra mafia e politica, approvata nella
seduta del 6 aprile 1993, p. 127.
(74) Ibidem.
(75) Fu vittima di questa attivit il generale Pasquale Notarnicola, capo della I Divisione del SISMi, che secondo Pazienza sarebbe stato in contatto con i Servizi segreti
libici. Naturalmente, la notizia era del tutto destituita di fondamento, come avrebbe poi confermato il generale Ninetto Lugaresi, nel frattempo divenuto capo del Servizio.
(76) Tribunale di Bologna - Ufficio istruzione. Relazione di perizia, p.p. n. 219\A\86 RGGI e n. 1329\A\84 RGGI, del prof. Giuseppe De Lutiis del 1 luglio 1994, p. 3.
(77) Ibidem, p.21.
(78) Tribunale civile e penale di Venezia. Ufficio istruzione. Sentenza del G.I. Felice Casson del 29 gennaio 1993, p. 72.
(79) Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di Padova, L'operazione Gladio, a cura di Sergio Dini e Benedetto Roberti, documento acquisito dal
Comitato, p. 9.
(80) Ibidem. Tutte le citazioni successive sono tratte dal citato documento della Procura militare della Repubblica di Padova.

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Camera dei Deputati XII LEGISLATURA


Relazione sulla politica informativa e della sicurezza (secondo semestre 1994) (articolo 11,
primo comma, della legge 24 ottobre 1977, n. 801) presentata dal Presidente del Consiglio
dei ministri (DINI) (*)

CAPITOLO PRIMO - La sicurezza interna

1. Profili generali della minaccia


L'azione dei Servizi a tutela della sicurezza nazionale si concretizzata in una strategia di contrasto globale,
attuata secondo modalit operative flessibili, che hanno consentito di fronteggiare ogni tipo di minaccia
diretta verso i settori pi vulnerabili del Paese.
Il periodo stato caratterizzato, in ambito nazionale, dall'avvio della legislatura e da un confronto dialettico
assai vivace fra le parti sociali, collegato al programma governativo di risanamento del debito pubblico e di
ripresa economica. In campo internazionale, le situazioni di crisi che persistono in taluni Paesi del bacino
del Mediterraneo hanno continuato a ripercuotersi negativamente sul nostro territorio.
L'eversione, senza raggiungere livelli di particolare pericolosit, si manifestata attraverso attivit di
propaganda, turbative dell'ordine pubblico ed episodi di natura terroristica, sia pure di scarso spessore; altri
episodi, che hanno provocato momenti di forte tensione sociale, hanno costituito occasione per
strumentalizzazioni di vario tipo.
Il fenomeno immigratorio ha, come in passato, propiziato episodi di intolleranza razziale da parte di
oltranzisti.
La criminalit organizzata ha continuato a lanciare segnali intimidatori nei confronti delle Istituzioni,
nell'intento di incidere sulla determinazione degli Organi di contrasto, pur senza dar luogo a fatti delittuosi
di particolare risonanza; il mancato compimento di azioni violente soprattutto dovuto ad un'efficace
attivit di prevenzione che ha, tra l'altro, consentito di acquisire tempestive evidenze informative su progetti
criminali contro magistrati e collaboratori di giustizia.
L'esperienza pluriennale, maturata dal nostro Paese nella lotta alla criminalit organizzata, ha affinato un
valido dispositivo anticrimine, la cui efficacia stata riconosciuta nel contesto della Conferenza Mondiale
sul crimine organizzato, tenutasi a Napoli in novembre.
In tema di destabilizzazione, acquista sempre maggiore consistenza un'attivit diversificata, caratterizzata
da iniziative minatorie e di disinformazione, e tesa forse ad ingenerare allarme indiscriminato, con evidenti
finalit di disorientamento dell'opinione pubblica. Tale fenomeno, solo in parte riconducibile a settori
eversivi e criminali, appare, in alcuni casi, emanazione di logiche ostili ma di non facile individuazione.
A livello economico-finanziario si sono registrati alcuni episodi di turbativa dei mercati finanziari e
valutari; l'attivit "intelligence" non ha evidenziato motivazioni diverse da quelle meramente speculative.
L'apparato informatico nazionale, a conferma di una minaccia gi segnalata, stato oggetto di episodi di
violazione e di illecita utilizzazione.
Permane il fenomeno dell'immigrazione clandestina verso il nostro territorio, con i conseguenti riflessi di
degrado e di aumento della criminalit. Con l'ampliarsi delle comunit straniere aumenta la presenza di
elementi legati a settori del radicalismo islamico, che, spesso, fungono da supporto logistico ai gruppi di
opposizione armata presenti nei Paesi d'origine.
In Alto Adige, pur in assenza di iniziative violente, non sono mancati fermenti ispirati da ambienti
estremisti d'oltre confine, per tenere vive istanze separatiste.
2. Eversione

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a. Attivit dell'ultrasinistra
L'antagonismo di sinistra ha manifestato un accresciuto attivismo, finalizzato a creare un clima di tensione,
con la riproposizione di forme radicali di lotta e con il tentativo di inserirsi nella protesta studentesca per
pilotarne i fermenti.
L'area appare proiettata alla ricerca di pi ampi contesti di aggregazione intorno alle varie tematiche
emergenti ed al ricorso allo strumento informatico, del quale vengono enfatizzate le potenzialit di
diffusione propagandistica e di coordinamento delle iniziative in tempo reale, anche oltre i confini
nazionali.
Si accentuata la determinazione a creare occasioni di mobilitazione contro il Governo e la sua politica
economica, individuati come principali obiettivi di contestazione, allo scopo di favorire la progressiva
costituzione di un "fronte" di opposizione sociale.
Il persistere della delicata congiuntura politico-economica potr indurre ad ulteriori tentativi per
coinvolgere, in analoghe iniziative, altre fasce sociali che finora hanno rifiutato di aderire ad istanze ispirate
dall'oltranzismo ideologico.
L'attivismo dell'ultrasinistra stato sostenuto da una propaganda intensa che ha assunto, in pi casi, toni
particolarmente aspri. Significativa, al riguardo, la comparsa, in concomitanza con manifestazioni
studentesche, di volantini recanti il simbolo delle "Brigate Rosse"; i residui fautori del terrorismo
continuano a dare segnali di presenza con la sporadica diffusione di documentazione clandestina, che
sostiene la necessit del confronto violento con le Istituzioni quale motivo aggregante delle varie
componenti dell'eversione.
La situazione politico-sociale del Paese potrebbe anche determinare, in presenza di favorevoli contingenze,
l'adozione, da parte delle frange eversive, di iniziative violente, per rilanciare strategie rivoluzionarie; al
riguardo, sintomo da non sottovalutare la serie di attentati, anche se di basso profilo, verificatisi
prevalentemente nell'Italia centrosettentrionale che, fin dall'estate, hanno interessato numerosi obiettivi, in
gran parte riferibili alla compagine governativa, con il corollario di altre iniziative aventi finalit
intimidatorie. Convergenti acquisizioni informative hanno invece indotto a ritenere probabile una matrice
anarchico-oltranzista, in collegamento con gli ambienti pi radicali dell'ultrasinistra, per gli attentati
perpetrati nell'estate scorsa contro sedi della grande distribuzione commerciale.
in quest'ottica che si va manifestando la tendenza ad incrementare relazioni con omologhe organizzazioni
europee - suscettibili anche di sbocchi operativi - nel quadro della comune avversione al "sistema
capitalista". Potrebbe costituirne conferma l'attentato dinamitardo al Consolato italiano di Marsiglia del 12
dicembre '94, avvenuto in concomitanza con la visita in Francia del Presidente del Consiglio e poi
rivendicato da un gruppo anarchico locale.
b. Attivit dell'ultradestra
Nel settore, caratterizzato dalla disomogeneit delle varie componenti, permane una fase di sostanziale crisi
ideologica ed operativa, anche a motivo dell'azione di contrasto che ne ha fortemente limitato gli ambiti di
manovra; elementi e gruppi oltranzisti proseguono tuttavia nel tentativo di ricercare basi di consenso, specie
tra le fasce giovanili, per il rilancio di una strategia unitaria.
L'attivit di proselitismo appare indirizzata, in primo luogo, verso quegli ambienti connotati da una radicata
consuetudine a praticare forme di violenza indiscriminata.
I gruppi maggiormente disponibili a recepire tale messaggio risultano essere gli "skinhead", ove, accanto ad
una embrionale ideologia, convivono pulsioni meramente delinquenziali. Vari episodi ne hanno ribadito la
marcata propensione all'intolleranza razziale ed all'aggressivit verso ogni espressione ritenuta
pregiudizialmente "ostile".
Gli stessi fatti di teppismo, verificatisi in occasione di manifestazioni sportive, dimostrano la propensione
ad organizzare azioni di violenza, al di fuori di qualsiasi apparente motivazione politica.
Il coinvolgimento, sempre pi frequente, in attivit delittuose - specie rapine, traffici di droga e di armi - di
personaggi con passate esperienze terroristiche, testimonia la persistente osmosi con la criminalit. Il
fenomeno viene seguito con attenzione, soprattutto con riferimento ai legami, a livello internazionale,
emersi in occasione di talune operazioni di polizia.
La pubblicistica di settore continua a dimostrare particolare interesse per le teorie antisemite, per la
propaganda anti-USA per l'instaurazione di contatti con omologhe realt in ambito europeo e per
l'incremento della diffusione delle tematiche proprie dell'integralismo islamico.
Le numerose conversioni di estremisti alla religione musulmana e la ricerca di contatti, anche all'estero, con

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ambienti integralisti, inducono a ritenere che il settore cercher di accentuare questa "ispirazione" islamica
per trovare nuovi sbocchi e nuovi motivi di aggregazione.
A tale riguardo, si fa concreto il rischio che i soggetti pi impegnati possano essere cooptati per finalit
contrarie alla sicurezza nazionale.
3. Criminalit organizzata
a. Linee di tendenza ed attivit interessate dal fenomeno
Le organizzazioni criminali, al momento attuale, sembrano aver rivolto la loro attenzione soprattutto al
contenimento di ulteriori defezioni disgregatrici.
L'azione dello Stato, cresciuta anche qualitativamente con il ricorso a criteri di pi efficace e tempestivo
impiego di risorse umane e tecniche, ha ridotto la capacit di iniziativa della mafia.
Le organizzazioni mafiose, in particolare "cosa nostra", denunciano un persistente disagio conseguente sia
alla difficolt per i capi mafia ristretti in carcere di impartire direttive, sia alla progressiva limitazione di
movimento per quei latitanti di spicco che, verosimilmente, trovano rifugio nelle zone di origine: l'omicidio
del figlio di un esponente di "cosa nostra" e la mancanza di evidenti azioni di ritorsione al riguardo
sembrano confermare il clima di incertezza che regna in questo momento all'interno della struttura
criminale ove, pur nel tentativo di ricerca di nuovi equilibri, prevale un atteggiamento di prudenza.
Considerata la struttura dell'organizzazione, altri ed eventuali vuoti di rilievo potrebbero incidere
ulteriormente sull'intero assetto organizzativo della stessa.
Anche gli sviluppi del "pentitismo" vanno accelerando lo sfaldamento delle associazioni mafiose,
sovvertendo i principi di affidabilit e fedelt degli adepti, nonch la loro impermeabilit.
Ulteriore contributo di contrasto al crimine organizzato sar il mantenimento, per altri quattro anni, della
carcerazione differenziata per i soggetti pi pericolosi, il regolamento di attuazione della normativa
concernente i cd. "pentiti" e l'integrazione legislativa in materia di sequestro e confisca dei beni di illecita
provenienza.
Del pari, soltanto la cattura degli esponenti mafiosi ancora latitanti consentir di ridurre l'elevato potenziale
criminale ed il pericolo di compimento di atti eclatanti da parte di chi intende confermare la propria guida o
di chi cerca di emergere come forza alternativa.
Il ricorso ad iniziative diversificate quali l'avvio di campagne di disinformazione, la creazione artificiosa di
"casi" clamorosi e la delegittimazione dei pentiti, potr rappresentare un altro campo di azione futura,
mentre evidenze informative confermano l'esistenza di progetti di natura intimidatoria anche da parte delle
componenti delinquenziali campane, calabresi e pugliesi.
Sul piano internazionale, lo scenario offerto da alcuni Paesi dell'Europa orientale - caratterizzato da
laceranti crisi sociali, da conflitti etnici, da instabilit politica e da economie non pi pianificate, ma non
ancora a livello di pieno e libero mercato - si presenta, al momento, come il terreno pi fertile per iniziative
delle organizzazioni criminali operanti nel nostro territorio, sia per la conduzione delle pi diverse attivit
illecite, sia per la ricerca di pi remunerativi insediamenti.
Il settore economico-finanziario determina le maggiori preoccupazioni: oltre alla difficolt di taluni governi
stranieri di arginare il fenomeno del riciclaggio, si rivela l'interesse delle organizzazioni criminali verso
quegli Stati disposti a concedere regimi di favore fiscale e di anonimato finanziario a soggetti non residenti.
Molteplici sono le associazioni delinquenziali dell'Europa orientale in grado di costituire un'efficace rete sul
continente. Fra tutte, si impone la cd. "mafia russa" per risorse e specifiche capacit che ne fanno
intravedere un ruolo emergente, a livello mondiale, accanto alle organizzazioni pi note, mentre si colgono
segnali certi di contatti tra "mafia russa" e "cosa nostra" e risultano altres confermati collegamenti tra
"sacra corona unita" e realt criminali operanti nell'ex Jugoslavia.
Si va poi delineando una presenza sempre pi massiccia sul nostro territorio di sodalizi provenienti dall'area
balcanica, nonch delle organizzazioni criminali cinesi dedite prevalentemente all'ingresso clandestino di
cittadini asiatici.
Un tale quadro d'insieme non consente di prevedere - per lo meno nel breve periodo - un'inversione di
tendenza nella crescita del crimine a livello internazionale; il ridimensionamento del fenomeno potrebbe
verificarsi soltanto se, alle raccomandazioni conclusive della Conferenza mondiale ministeriale sul crimine
organizzato, seguiranno, sul piano internazionale, interventi concreti per approntare un pi efficace sistema

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di contrasto.
b. Strategia di contrasto-azione dei Servizi
L'azione del SISDe si concretizzata nell'invio agli Enti interessati di 234 informative, molte delle quali,
trovando riscontro nella successiva attivit di polizia giudiziaria, hanno consentito l'arresto di 180 persone di cui 45 per associazione di tipo mafioso, 76 per droga, 6 per detenzione di armi e 53 per altri reati l'emissione di 75 provvedimenti restrittivi nei confronti di persone gi detenute, l'arresto di 20 latitanti e la
denuncia di 164 persone per reati vari. Il contributo del Servizio ha, inoltre, consentito alle Forze dell'ordine
il sequestro di armi, stupefacenti e refurtiva di vario genere.
L'attivit del SISMi, protesa a contrastare il crimine organizzato nelle sue proiezioni internazionali, ha
soprattutto riguardato l'acquisizione di notizie su traffici illeciti, all'estero, di sodalizi criminali italiani, con
particolare riferimento al commercio di armi ed esplosivi con l'Est europeo ed il Medio Oriente in direzione
dell'Europa. In campo finanziario, sono stati oggetto di attenzione i canali del riciclaggio, orientati
soprattutto verso alcuni Paesi europei e dell'Estremo Oriente, e l'immissione di titoli falsificati sui mercati
internazionali. Il Servizio ha, inoltre, proseguito nell'attivit di localizzazione dei latitanti all'estero e di
monitoraggio delle organizzazioni che gestiscono l'immigrazione clandestina.
Tale attivit si concretizzata nell'invio di 213 segnalazioni, compendiate in 64 informative, ad Organismi
ed Enti istituzionalmente preposti all'azione investigativa.
Il contributo tecnico-operativo ed informativo fornito dal Servizio ha consentito, fra l'altro, l'arresto di
alcuni latitanti di spicco. Sono state altres acquisite notizie circa la progettazione di un attentato ai danni di
un magistrato, attribuibile ad un gruppo criminale pugliese.
4. Settori emergenti
a. Immigrazione clandestina
I flussi di immigrazione clandestina, specie quelli provenienti dall'Est europeo e da Paesi nordafricani, si
mantengono su livelli costanti e sollevano una serie di problematiche connesse all'obiettiva difficolt di
integrazione - nel tessuto sociale nazionale - di comunit straniere sempre pi numerose.
Alla luce di alcuni episodi di intolleranza razziale, reiteratesi nel corso del semestre, da ritenere probabile
il verificarsi di nuove situazioni di tensione in quelle aree caratterizzate da una maggiore concentrazione di
extracomunitari.
Esiste, inoltre, l'ulteriore rischio che molti di costoro vadano ad alimentare, anche per mere ragioni di
"sopravvivenza", le fila della criminalit.
Nella massa degli immigrati nordafricani e mediorientali, composita ed eterogenea, spesso si insinuano
anche elementi "politicizzati" che svolgono attivit di proselitismo e propaganda della causa islamica,
sovente in aperta dissidenza con le linee politico-religiose dei Paesi di origine.
Taluni attentati terroristici di matrice integralista, verificatisi all'estero, danno la misura della obiettiva
pericolosit del fenomeno. La componente integralista si avvale di alcune centinaia di elementi, molti dei
quali si incontrano nei centri di accoglienza, che potrebbero divenire veicoli di attivit pregiudizievoli per la
sicurezza nazionale.
Le cellule presenti in varie citt, soprattutto del Nord, sarebbero in collegamento con omologhi gruppi in
Europa pur svolgendo attivit prevalentemente logistiche.
Il quadro complessivo fa tuttavia presumere che non vi sia un interesse immediato ad effettuare azioni sul
nostro territorio, anche se rimane sempre il pericolo di iniziative isolate assunte da singole cellule - ovvero
da "fanatici" non evidenziatisi in precedenza. Come pure sussiste il rischio che l'arresto di estremisti
islamici, soprattutto se di spicco, possa determinare forme di ritorsione violenta.
peraltro intendimento del Governo procedere al rafforzamento del dispositivo di contrasto
all'immigrazione clandestina, nel quadro di un'idonea strategia globale di carattere preventivo, da attuare sia
sul piano amministrativo che su quello legislativo.
b. Disinformazione
L'attivit di disinformazione, per la sua potenziale capacit di intossicare l'ordinato sviluppo della dialettica
democratica, da ricomprendersi, ormai, tra le minacce alla sicurezza dello Stato connotate da maggiore
insidiosit.
Quanto pi forti sono i momenti di tensione sociale tanto pi si manifestano, in maniera multiforme, segnali

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di intimidazione, diffusione di notizie false e documentazione apocrifa.


Appaiono in crescita, con il ricorso a tecniche sempre pi sofisticate, le capacit sia di cogliere occasioni di
inserimento in contesti sensibili, che di sfruttare le potenzialit dei mezzi di informazione.
L'origine di tali iniziative risulta in genere di difficile decifrabilit, in considerazione delle loro particolari
modalit di attuazione e dell'ampio spettro dei possibili autori, non escluso il singolo mitomane.
c. Turbative dei mercati finanziari e valutari
Le reazioni dei mercati alle turbative, costituite dalla divulgazione di false notizie concernenti la compagine
governativa, hanno richiamato l'attenzione anche dell'"intelligence", soprattutto sotto il profilo della verifica
dell'esistenza di un disegno lesivo della sicurezza economica nazionale.
Pur in presenza di analogie nelle modalit con le quali tali iniziative si sono manifestate, non si hanno
elementi per ipotizzare un'unica strategia preordinata con finalit diverse da quelle rispondenti ad una mera
speculazione.
In mercati sempre pi connotati da ampiezza e velocit nelle contrattazioni, che richiedono decisioni in
tempi brevissimi, resta tuttavia come aspetto particolarmente sensibile - per la sua capacit di influenza
sulla psicologia degli operatori - il contesto delle notizie che vanno ad alimentare il cd. "clima" nel quale si
svolgono le trattative.
La delicatezza dell'attuale fase per la nostra economia e, nel contempo, la tendenza all'accelerazione delle
iniziative speculative - in passato distanziate da ampi intervalli di tempo - fanno ritenere come possibile il
riproporsi di analoghe manovre. Pur essendo di tutta evidenza come il contrasto a fenomeni del genere si
presenti di estrema difficolt, tuttavia non mancher anche in questo campo, in relazione agli aspetti di
specifica competenza, il contributo di impegno da parte del settore informativo, teso a cogliere
tempestivamente eventuali segnali di iniziative speculative fraudolente.
d. Pirateria informatica
L'episodio di intrusione e sabotaggio della rete di una nota agenzia giornalistica ad ampia diffusione ha
posto in evidenza, in modo eclatante, il rilievo che va assumendo l'ambito informatico quale campo
emergente di iniziative avverse.
Il fenomeno riveste particolare interesse per l'attivit "intelligence", soprattutto per quel che concerne le
azioni di "pirateria", che hanno denotato un potenziale di minaccia in relazione al rischio di intossicazione
in settori di pubblica utilit.
A questo proposito, anche sulla scorta di quanto sta avvenendo in altri Paesi a tecnologia avanzata,
probabile che in Italia si sviluppi un'analoga tendenza a fenomeni sempre pi diffusi di alterazione di dati
elettronici, di manipolazione delle linee trasmissione dati e di contaminazione delle memorie, sia come
espressione di disegni antagonisti, sia quali manifestazioni ostili provenienti da ambienti avversi.
Un contenimento degli episodi di intrusione sar possibile attraverso il rafforzamento delle procedure di
accesso e sicurezza poste a tutela dei sistemi informatici e l'attenta osservanza, da parte degli utenti, delle
norme di sicurezza.
CAPITOLO SECONDO - La sicurezza esterna

1. Profili generali della minaccia


Le crisi internazionali, in corso nelle aree di pi diretto interesse per la sicurezza dell'Italia, non hanno
finora evidenziato l'avvio di fasi positive per la composizione dei conflitti.
La situazione in Bosnia Erzegovina, nonostante la tregua raggiunta con la mediazione dell'ex Presidente
degli Stati Uniti, Carter, rimane particolarmente fluida ed il possibile ampliamento dell'area di instabilit
all'intera regione balcanica oggetto di attenta valutazione in ambito occidentale.
Nella Repubblica Federativa Russa, l'esplosione della crisi in Cecenia, culminata con l'intervento militare di
Mosca, ha riacutizzato lo scontro politico-istituzionale tra il gruppo di potere a vocazione autoritaria e le
forze democratiche e riformatrici.
Nell'area mediterranea, l'estendersi di forme degenerative del fondamentalismo islamico potrebbe
accrescere il rischio di attivit terroristiche e/o di sabotaggio contro obiettivi occidentali, mentre la
situazione di crisi economica ormai cronica sta determinando un costante flusso migratorio in direzione

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dell'Europa.
Lo sviluppo del processo di pace arabo-israeliano, inteso a dare stabilit all'intera area mediorientale,
avviato su un percorso irto di difficolt. La situazione richiede tuttora un costante impegno, sia da parte dei
protagonisti del conflitto, sia da parte della Comunit internazionale, anche al fine di contenere le crescenti
spinte destabilizzanti delle forze che si oppongono all'accordo israelo-palestinese.
I Territori Autonomi Palestinesi necessitano di adeguati sostegni finanziari internazionali per risolvere i
gravi problemi economici locali, per consentire alla popolazione di godere dei benefici della pace e per
rimuovere le cause che favoriscono l'estremismo.
Nel settore dell'attivit spionistica, l'insidia maggiore proviene dai Servizi informativi dei Paesi dell'Est
europeo e da quelli di alcune Repubbliche dell'ex Jugoslavia, del Medio ed Estremo Oriente e del Nord
Africa.
La minaccia terroristica continua ad essere connessa con l'estremismo islamico e palestinese, con quello
balcanico e con il separatismo curdo.
2. Valutazione dei rischi connessi con
a. Sicurezza militare
Nella ex Jugoslavia, la radicalizzazione della conflittualit, specie in Bosnia Erzegovina, potrebbe
estendersi alle altre aree caratterizzate da tensioni etniche (Kossovo e Repubblica ex jugoslava di
Macedonia) e rappresenta un rischio concreto per la sicurezza dell'Italia. La ventilata revoca dell'embargo
nei confronti dei musulmano-bosniaci potrebbe provocare un ulteriore aggravamento della crisi bosniaca,
con possibile coinvolgimento degli altri Paesi balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) e la conseguente
necessit di un pi incisivo intervento della NATO e dell'UEO; una tale involuzione potrebbe innescare
azioni di matrice terroristica sia contro i contingenti internazionali, sia contro gli interessi dei Paesi
comunque coinvolti nelle operazioni sotto l'egida dell'ONU.
Peraltro, la tregua in atto, anche se caratterizzata dal rafforzamento dei dispositivi militari, sembra favorire
una pi decisa ripresa dell'attivit diplomatica.
da ritenere che un'eventuale soluzione negoziale della crisi debba essere preceduta da una revisione
qualitativa del piano di pace, proposto dal "Gruppo di Contatto", al fine di rispondere alle esigenze di
contiguit territoriali rivendicate dalle due entit statuali che si sono di fatto costituite: la Federazione
croato-musulmana e la repubblica serbo-bosniaca.
In Albania, il perdurare della critica situazione economica, con conseguenti riflessi negativi sul livello di
vita della popolazione, accresce il rischio del riproporsi di ulteriori, massicci tentativi di esodo verso l'Italia,
che al momento continuano, seppur in modo frammentario.
In Russia, la situazione interna minata da una crescente instabilit dovuta al riacutizzarsi dei contrasti tra
il Parlamento ed il Presidente Eltsin, all'incremento della criminalit organizzata ed ai considerevoli ritardi
nell'attuazione della riforma economica. Tale quadro risulta aggravato dalle crescenti difficolt che incontra
l'intervento militare nella Repubblica secessionista di Cecenia e dai rischi di ulteriori destabilizzazioni
nell'area caucasica, che stanno determinando accese critiche da parte di ampi strati della popolazione e delle
principali forze politiche, le quali denunciano la possibilit di un'involuzione in senso autoritario della
politica del Governo. La probabile trasformazione delle operazioni belliche in logoranti attivit di
controguerriglia suscettibile di produrre effetti negativi sulla stabilit della dirigenza russa. Ne consegue
che il Presidente Eltsin cercher di riproporsi sulla scena politica come garante dell'integrit della
Federazione e sar sempre pi costretto a ricorrere a provvedimenti d'autorit, anche in disaccordo con il
Parlamento, al fine di mantenere il controllo dell'Esecutivo e contrastare la crescente pressione delle forze
d'opposizione.
Le rafforzate riserve russe in tema di adesione al programma di cooperazione per la pace denominato
"partnership for peace", promosso dall'Alleanza Atlantica, rivelano una parziale revisione dei rapporti nei
confronti dei Paesi Occidentali e della NATO, verosimilmente finalizzata a salvaguardare un rinnovato
interesse verso il "vicino estero" ex sovietico (Paesi dell'Est europeo).
Nella regione mediterranea lo stato di instabilit latente, che caratterizza i Paesi nordafricani,
principalmente originato dalla combinazione delle problematiche economico-sociali con il propagarsi del
fondamentalismo islamico. L'elevato incremento demografico, in presenza di un mercato del lavoro che

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offre scarse prospettive occupazionali, alimenta il disagio sociale e favorisce la crescita di istanze islamiche
fondamentaliste in funzione anti-occidentale.
In Algeria, le Forze governative non hanno ottenuto, nonostante l'inasprimento delle attivit repressive, la
riduzione della capacit operativa dei terroristi, anche se l'estremismo islamico non riesce a far presa sulla
massa della popolazione, pur registrando una qualche penetrazione all'interno delle Istituzioni.
La situazione, la cui gravit testimoniata dagli avvenimenti che frequentemente turbano la vita di quel
Paese, suscettibile di determinare una prolungata destabilizzazione. Un eventuale successo dei
fondamentalisti islamici potrebbe costituire anche la premessa alla rottura del precario equilibrio regionale.
In Libia sono state operate sostituzioni nei vertici politico-militari, con l'obiettivo di emarginare le
personalit che hanno acquisito un eccessivo potere.
Si ritiene che l'incremento dello stato di tensione, conseguente al rinnovo fino all'aprile '95 delle sanzioni
ONU, i contrasti all'interno della dirigenza ed il malcontento popolare, acuito dal peggioramento della
situazione economica connessa con l'isolamento internazionale del Paese, costituiscono una seria minaccia
alla stabilit del regime.
L'area mediorientale continua ad essere caratterizzata dalla possibile recrudescenza del problema
palestinese e dalle irrisolte controversie arabo-israeliane.
Nonostante la firma degli Accordi del Cairo ed il progressivo insediamento dell'Autorit Nazionale
Palestinese a Gerico e a Gaza, sembra permanere un clima di reciproca sfiducia tra OLP e Israele.
Le difficili condizioni economiche e di sicurezza, esistenti nei Territori Autonomi Palestinesi, acuiscono le
contrapposizioni tra i seguaci di Arafat ed i movimenti islamici sostenuti principalmente da alcuni Paesi
mediorientali, che si oppongono agli accordi di pace.
Per quanto attiene all'insieme dei rapporti arabo-israeliani, si ritiene che sia ancora lontano il
raggiungimento di un accordo globale che risolva le dispute territoriali tra Tel Aviv e Damasco, concernenti
la restituzione alla Siria delle alture del Golan.
In Somalia, la persistente fase di stallo dei colloqui di pacificazione ed il ripiegamento a Mogadiscio dei
contingenti UNOSOM II hanno comportato il progressivo riarmo delle fazioni, l'aumento degli scontri fra i
clan ed il costante peggioramento delle condizioni di sicurezza del Paese, aggravate queste ultime dalla
progressiva diffusione in alcune zone del fondamentalismo islamico.
Il ritiro delle Forze UNOSOM II che, secondo il consiglio di Sicurezza dell'ONU, dovr essere completato
entro marzo 1995, si configura come un'operazione ad alto rischio. prevedibile che la partenza dei
contingenti internazionali provochi una ripresa generalizzata della conflittualit tra le fazioni che si
contendono il controllo del territorio, gi suddiviso tra i principali clan in altrettante aree d'influenza, e che
tale conflittualit risulti aggravata dalle ripercussioni che il ritiro UNOSOM II provocher sul
finanziamento degli stipendi della polizia somala. Se il finanziamento dovesse cessare verosimile che
l'influenza stabilizzatrice, finora dimostrata dalla polizia, potrebbe trasformarsi - in occasione del ritiro delle
forze ONU - in un ulteriore focolaio di tensione.
b. Spionaggio
La minaccia spionistica, posta in essere dai Servizi informativi stranieri, principalmente indirizzata alla
raccolta di informazioni relative alla politica estera ed economica, al comparto produttivo tecnologicomilitare ed all'acquisizione di materiale sensibile sottoposto a misure di embargo.
I Servizi dei Paesi dell'Est continuano ad utilizzare le consuete fonti informative, costituite anche da
personale diplomatico che, una volta terminato il proprio mandato, viene inserito in societ a capitale misto
costituite ed operanti nel nostro Paese.
L'attivit di ricerca condotta dai Servizi informativi nordafricani, mediorientali e dell'Estremo Oriente si
rivolta soprattutto al controllo della dissidenza presente in Italia ed alla raccolta di informazioni classificate
nel settore tecnico-scientifico, anche attraverso la costituzione di reti informative nell'ambiente studentesco
ed in quello dei cittadini italiani convertiti alla fede musulmana.
Si rileva, inoltre, una maggiore attenzione dei Servizi di informazione delle nuove Repubbliche della ex
Jugoslavia nel controllo delle rispettive comunit in Italia, nel procacciamento di materiali sottoposti ad
embargo e nell'autofinanziamento attraverso traffici illeciti di organizzazioni criminali locali.
Le attivit di contrasto hanno consentito l'identificazione di un numero di agenti stranieri notevolmente
superiore rispetto al semestre scorso. In particolare, sono stati identificati 18 agenti in Italia e 100 all'estero.
c. Terrorismo internazionale
Concreti rischi per la sicurezza del nostro Paese, particolarmente esposto nello scacchiere mediterraneo,

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derivano da possibili attivit terroristiche connesse con la diffusione dell'integralismo islamico nel Nord
Africa, con gli sviluppi del processo di pace in Medio Oriente e con le rivendicazioni autonomiste.
Nell'area nordafricana il problema del terrorismo di matrice islamica riguarda soprattutto l'Egitto e l'Algeria.
In Egitto, l'attivit degli integralisti risulta in crescente evoluzione, soprattutto contro gli appartenenti alle
Forze dell'ordine ed alle Forze armate. Sono stati colpiti anche stranieri, allo scopo di scoraggiare il turismo
e privare cos il Paese dell'introito di valuta pregiata.
In Algeria, l'ondata di violenza ha provocato ormai migliaia di vittime ed ingenti danni materiali. L'attivit
terroristica si indirizzata sia contro gli uomini dell'apparato militare e di polizia, sia contro civili e, in
generale, contro coloro che risultano "aperti" alla cultura occidentale. Come si detto, non sono stati
risparmiati neanche cittadini stranieri, tra cui gli italiani (3 luglio: scomparsa del tecnico Francesco
Franchini; 7 luglio: uccisione di 7 marittimi italiani; 15 ottobre: assassinio dell'ing. Mauro dell'Angelo).
La cruenta vicenda del sequestro, ad Algeri, di un aereo della Air France, conclusasi a Marsiglia (24 - 26
dicembre), ha costituito, poi, un segnale del rischio che la crisi potrebbe coinvolgere anche l'Europa, ove,
peraltro, estremisti islamici gi operano per fornire supporto logistico alle organizzazioni di appartenenza.
da ritenere che l'eventuale degenerazione della situazione potrebbe comportare per l'Italia una sensibile
esposizione al rischio, anche in considerazione dell'eventuale esodo di profughi algerini.
Per quanto concerne il processo di pace in Medio Oriente, le difficolt di realizzazione degli accordi israelopalestinesi sembrano minare la leadership di Arafat, la cui gestione all'interno dei Territori Autonomi
soggetta a critiche anche da parte di esponenti favorevoli al negoziato. La situazione di instabilit politica in
tali territori rischia di aggravare le condizioni di sicurezza, rese gi precarie dall'attivit terroristica dei
gruppi islamici oltranzisti, sia in Israele che all'estero. Testimonianza di ci sono gli attentati contro
obiettivi ebraici a Buenos Aires e a Londra del 18 e 26 luglio, l'uccisione di un militare sequestrato a Tel
Aviv il 14 ottobre e l'azione suicida contro un bus israeliano sequestrato a Tel Aviv il 19 ottobre.
Si ravvisa il pericolo che gli atti terroristici, ad opera degli estremisti palestinesi, possano divenire sempre
pi eclatanti e cruenti nel tentativo di indebolire il sostegno fornito dalla comunit internazionale alle
trattative di pace. Tale clima suscettibile di provocare un rallentamento del processo di pace e di favorire
la realizzazione di attentati contro obiettivi ebraici fuori dell'area mediorientale, come gi avvenuto a
Buenos Aires e a Londra.
Con riferimento al separatismo curdo, vi la possibilit che, a fronte delle attivit di contrasto cui la
guerriglia separatista sottoposta in Turchia, elementi del movimento, presenti in Europa, intensifichino le
iniziative, anche di natura violenta, per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sulle rivendicazioni
del popolo curdo.
d. Ingerenza: penetrazione economica straniera
proseguito il censimento degli insediamenti economici stranieri costituiti in Italia, anche in via indiretta,
da soggetti appartenenti a Paesi ritenuti d'interesse sotto il profilo della sicurezza.
Particolare attenzione stata riservata alle realt economiche che possono rappresentare il veicolo per
l'aggiramento di divieti imposti in sede internazionale ovvero lo strumento per il finanziamento ed il
supporto di operazioni variamente illegali, da compiere sul nostro territorio.
In quest'ambito, l'attivit informativa stata sviluppata, altres, in direzione delle importazioni di prodotti
petroliferi e di materiali strategici, relativamente ai profili concernenti la provenienza da Paesi "a rischio" ed
al grado di controllo che questi ultimi esercitano sull'intero ciclo di utilizzazione dei prodotti.
e. Dipendenza energetica
L'attivit informativa stata indirizzata all'acquisizione di elementi conoscitivi concernenti la sicurezza dei
flussi di materie prime energetiche e strategiche, destinate prevalentemente alle produzioni nazionali ad alto
contenuto tecnologico, e la relativa dipendenza dell'Italia dall'estero per l'approvvigionamento di tali risorse.
L'elevata dipendenza energetica nazionale da alcuni Paesi esteri considerati "a rischio", per la loro
instabilit politica, ha indirizzato l'attivit "intelligence" alla valutazione delle conseguenze che potrebbero
derivare alla sicurezza energetica italiana in conseguenza di possibili mutamenti della situazione politica
internazionale.
In particolare, al fine di contrastare eventuali minacce e/o interruzioni nelle forniture di materie prime
energetiche e strategiche, provenienti dai citati Paesi "a rischio", stata avviata una ricerca mirata alla
raccolta di elementi informativi in materia di:
- potenzialit di altri Paesi produttori di risorse energetiche, sotto il profilo delle possibilit future di
diversificazione dell'attuale sistema italiano di approvvigionamento;

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- soluzioni adottate dalle nazioni pi industrializzate, per affrontare il problema dei rifornimenti e delle
scorte strategiche;
- collaborazione con il Comitato Interministeriale Rifornimenti (CIR), ai fini dell'aggiornamento dello
studio sui fenomeni energetici necessari a soddisfare le esigenze civili oltrech militari in tempo di guerra.
3. Traffico di armamenti e di tecnologie avanzate, proliferazione di armi di distruzione di massa
In merito, sono state condotte numerose operazioni, anche in collaborazione con Servizi collegati, e sono
stati forniti i relativi elementi informativi agli organi di polizia giudiziaria.
Il sequestro di plutonio in Germania, muta sostanzialmente il quadro di situazione dei traffici di materiali
strategici provenienti dai Paesi dell'Est europeo, in quanto per la prima volta ha fatto emergere la presenza
di materiale direttamente impiegabile in campo militare.
La potenziale crescita del mercato illegale di tali materiali, accumulati negli arsenali militari e nelle
strutture industriali di quei Paesi, ha indotto i Servizi "intelligence" occidentali ad intensificare l'attivit di
ricerca e lo scambio informativo nel settore, nonch ad attuare un pi stretto collegamento con le
amministrazioni e le strutture direttamente preposte ai controlli. da rilevare che, in Italia, asseriti traffici
di materiali strategici si sono poi rivelati come episodi insignificanti o truffe.
Si valuta, comunque, che il nostro Paese potrebbe essere interessato pi direttamente al fenomeno, sia per
l'intraprendenza mostrata dalla criminalit organizzata italiana nella ricerca di nuove opportunit di
guadagno in direzione dell'Est europeo, sia per la posizione geografica di ponte verso quelle aree del Nord
Africa e del Medio Oriente, ritenute maggiormente a rischio, in quanto potenziali acquirenti di materiali
strategici.
Dalla ricerca svolta risulta, altres, che alcuni Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo sono
impegnati in programmi di proliferazione di armi chimiche e biologiche, nonch in progetti di sviluppo nel
settore missilistico. In particolare, sono state acquisite prove oggettive di un vasto programma di
proliferazione sviluppato da un Paese nordafricano, che risulta in grado di portare a termine, entro breve
tempo, la costruzione di un impianto per la produzione di aggressivi chimici. L'attivit di ricerca
informativa ha consentito di definire tutta la relativa rete di acquisizioni ("procurement") nella quale sono
risultati coinvolti alcune societ e personaggi italiani.
Parallelamente a questo progetto, lo stesso Paese sta sviluppando un programma finalizzato alla
realizzazione di un missile balistico a lunga gittata.
Inoltre, un Paese del Medio Oriente starebbe tentando di ripristinare la capacit operativa del proprio
dispositivo militare, soprattutto nel settore degli armamenti non convenzionali. A tale riguardo, avrebbe
ripreso i contatti con societ e personaggi operanti prevalentemente in Europa Occidentale, al fine di
acquisire le conoscenze tecnologiche ed i materiali necessari alla ricostruzione dell'apparato missilistico ed
alla realizzazione di nuovi programmi di proliferazione nel settore chimico. Parte delle forniture avverrebbe
tramite triangolazioni effettuate prevalentemente con Paesi del Vicino Oriente.
Per contrastare il fenomeno dei traffici di materiale sensibile, stato recentemente adottato dall'Unione
europea un regolamento che introduce, fra l'altro, il controllo sui trasferimenti di materiali liberamente
esportabili qualora sussistano sospetti di un loro impiego per la realizzazione di armi strategiche.
L'applicazione di tale normativa implicher necessariamente l'assunzione, da parte dei Servizi di
informazione, di un ruolo centrale ai fini della prevenzione delle attivit proliferanti.
(*) Trasmessa alla Presidenza il 16 febbraio 1995.

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Relazione generale sulla situazione economica del Paese (1994)


L'evoluzione dell'economia nel 1994 (*)

ECONOMIA INTERNAZIONALE

1. Premessa
Nel 1994 l'area industrializzata uscita dalla recessione con uno slancio superiore alle pi ottimistiche
previsioni.
Per i paesi anglosassoni si sono confermati ritmi di crescita particolarmente sostenuti, che hanno esercitato
importanti effetti di trascinamento sul resto del mondo. Nell'Europa continentale, col volgere dell'anno, gli
spunti di ripresa si sono fatti via via pi robusti. Alla recessione giapponese succeduto un recupero.
Il processo di riassorbimento della disoccupazione, dapprima circoscritto agli Stati Uniti e al Regno Unito,
ha coinvolto, dalla primavera-estate, i meno flessibili mercati del lavoro europei.
La fase disinflazionistica tipica del periodo recessivo si conclusa. La progressione dei prezzi alla
produzione e all'ingrosso ha mostrato un po' ovunque accelerazioni essenzialmente legate ai rincari delle
materie prime sui mercati internazionali. Un'azione di calmieramento stata per contro esercitata,
nell'ambito dei singoli paesi, dalla svalutazione del dollaro, dalla moderazione delle dinamiche retributive e
dai guadagni di produttivit. Nei sistemi prossimi a situazioni di pieno impiego, come quelli anglosassoni, i
rincari intervenuti negli stadi iniziali dei processi produttivi, hanno teso a trasferirsi sui prezzi al consumo.
Dinanzi al rischio di un ritorno inflazionistico, le politiche monetarie sono diminuite, con l'inoltrarsi
dell'anno, via via pi severe negli Stati Uniti e Regno Unito: al contrario, le autorit nipponiche hanno
mantenuto su livelli minimi i tassi di interesse a breve per favorire la ripresa. Il rafforzamento del tono
congiunturale ha indotto la banca centrale tedesca a interrompere la tendenza al ribasso del saggio ufficiale
di sconto, che si stabilizzato nella seconda met dell'anno. Orientamenti analoghi sono prevalsi negli altri
paesi comunitari. Incertezze politiche e altri fattori di debolezza hanno reso necessari, nella seconda parte
del 1994, inasprimenti delle politiche monetarie in Spagna, Svezia e Canada.
Sui mercati dei cambi, il dollaro ha perduto nei confronti delle principali monete, causa il disavanzo delle
partite correnti e i deflussi di capitali verso i mercati europei, giapponese e dei paesi emergenti. Dopo un
lieve recupero nel novembre-inizio dicembre, il dollaro ha ripreso la discesa in concomitanza con la crisi
del Messico.
Al riparo da tensioni per quasi l'intero 1994, le divise europee hanno risentito, tra la fine dello scorso anno e
l'inizio del 1995, dei perturbamenti e instabilit dei mercati finanziari internazionali e in particolare della
crisi del Messico che, deprimendo il cambio marco/dollaro, ha suscitato tensioni nell'ambito dello SME. I
contraccolpi sono stati avvertiti non solo nei paesi con parametri fondamentali meno soddisfacenti, quali
Spagna e Portogallo, ma anche in Francia.
Lo scenario dei sistemi in transizione, pur sempre problematico, ha denotato schiarite nei casi in cui la
strada della liberalizzazione e della stabilizzazione stata percorsa con maggior decisione. Se perci Paesi
Baltici, Polonia, Ungheria, Slovenia e Albania sono tornati a crescere, la lentezza delle riforme e la
laboriosit della riconversione industriale inibiscono in Bulgaria un chiaro movimento di ripresa. Il decollo
della Russia viene ostacolato dall'incerto procedere in tema di riforme istituzionali e dalle tensioni politiche
fra stati federati, come dimostrano anche le vicende belliche cecene. La situazione resta pesante negli stati
transcaucasici e centro-asiatici gi appartenenti all'URSS. Nella eterogenea area in via di sviluppo, si
confermato il dinamismo dei paesi gravitanti nel bacino del Pacifico cui si sono aggiunte l'India e la Cina.
Le difficolt del continente africano e in particolare della zona sub-sahariana sono state alleviate dal
miglioramento del quadro economico mondiale e dal rimbalzo dei costi delle materie prime.
La moderata espansione del Sud-America sintetizza andamenti difformi. L'eccezionale performance
peruviana (con un incremento del PIL stimato nel 1994 prossimo al 10%) si accompagnata ad uno

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sviluppo intorno al 5% per Argentina, Cile, Colombia e al regresso del Venezuela. La crescita del Messico
stata tra le pi deboli. In quest'ultimo paese, la crisi di insolvenza di fine 1994 stata affrontata con il
sostegno degli Stati Uniti e degli organismi di credito internazionali.
2. Andamenti nei paesi industriali
Gli Stati Uniti, nel quarto anno di espansione, hanno visto protrarsi le sostenute cadenze di crescita gi in
atto. Si confermata la robustezza del ciclo di investimenti avviato nel 1992-93 in un contesto monetario
eccezionalmente favorevole: soddisfacenti margini di profitto, elevato grado di utilizzazione degli impianti
e rassicuranti prospettive di domanda hanno infatti agevolato l'ampliamento e l'ammodernamento della
capacit produttiva. Si nel contempo delineato un nuovo ciclo di scorte. L'edilizia abitativa si sviluppata
soprattutto nella prima parte del 1994, sospingendo la vasta gamma di attivit collegate. La rapida
progressione dei redditi - in una con l'abbassamento della propensione al risparmio - hanno alimentato la
domanda delle famiglie, controbilanciando gli orientamenti restrittivi del governo in materia fiscale.
Gli inasprimenti monetari intervenuti in corso d'anno e volti a riportare i ritmi di crescita entro limiti pi
consoni con le esigenze di stabilit, hanno avuto qualche contraccolpo, eminentemente concentrato
nell'edilizia. Il 1994 si chiuso con apprezzabili risultati per quanto riguarda un vasto insieme di fenomeni
reali e in particolare la produzione industriale, aumentata in media di circa il 5 per cento.
Conclusasi a fine 1993, la recessione nipponica ha fatto posto a una fase di assestamento. Le disponibilit
reali delle famiglie si sono accresciute grazie alle politiche anticicliche, incentrate su programmi di opere
pubbliche, sgravi della fiscalit diretta e aumento dei consumi governativi. L'allargamento dei margini
operativi delle imprese si da parte sua riflesso in una accelerazione delle dinamiche retributive, mentre
l'incremento delle ore lavorate ha controbilanciato la deludente performance dell'occupazione, fattori che,
tutti insieme, si sono cumulati nel sospingere la domanda di beni di consumo. Le attivit di investimento si
sono riavviate nei servizi e nell'edilizia abitativa, giovatasi sia della flessione dei prezzi dei terreni sia del
basso costo del denaro. Il surplus di capacit - in specie nelle industrie mature, come la tessile e dell'acciaio
- ha invece continuato a pesare sugli investimenti privati in attrezzature. La semionda ciclica discendente
degli investimenti si tuttavia esaurita.
Penalizzazioni sono derivate dall'apprezzamento dello yen che ha frenato le esportazioni e incentivato il
trasferimento di molte produzioni nelle aree a basso costo di manodopera del sud-est asiatico e della Cina.
Il 1994 ha fatto registrare in Europa un'accelerazione dei ritmi di crescita dapprima essenzialmente sulla
spinta delle esportazioni. L'allargamento dei principali mercati di sbocco ha in particolare favorito sia i
paesi ove la moneta aveva subito deprezzamenti - come Spagna, Regno Unito e Svezia - sia la Germania
che, avendo portato a compimento una incisiva ristrutturazione industriale, in un contesto di ritrovata
moderazione salariale, ha visto notevolmente crescere la competitivit dei propri prodotti.
Dopo una parentesi di flessioni, gli investimenti europei in attrezzature hanno dato cenni di ripresa, e si
sono accresciuti nel Regno Unito, nei paesi minori del centro-nord e in parte di quelli scandinavi. In
Germania, alla sostanziale invarianza degli immobilizzi nel primo semestre, succeduto un rimbalzo nel
secondo, favorito, tra l'altro, dal buon andamento dei profitti.
I consumi privati sono andati prendendo quota. La migliore performance stata offerta dal Regno Unito e
Danimarca, ma non sono mancati miglioramenti in Francia e nel nord-Europa. La domanda di consumo
tedesca, penalizzata dalla modesta progressione delle disponibilit reali, ha mantenuto toni sommessi,
nonostante un ulteriore abbassamento della propensione al risparmio delle famiglie.
Secondo le inchieste condotte presso i consumatori dell'Unione Europea, si comunque diffusamente
riaffacciata una certa inclinazione ad acquisti di beni durevoli e si ridotto il pessimismo sulla situazione
finanziaria delle famiglie e del sistema economico.
Le attivit di produzione industriale hanno ripreso slancio raggiungendo o superando in molti paesi i
massimi prerecessivi; il recupero stato invece solo parziale nella Germania occidentale.
Nel raffronto tra la media 1994 e quella del 1993, il maggior accrescimento della produzione industriale
appannaggio della Norvegia, Svezia e Finlandia, con tassi dell'8-10%. Nel medesimo raffronto, il Regno
Unito ha registrato una progressione dell'ordine del 5% mentre i risultati conseguiti dalla Francia, dalla
Germania occidentale e paesi minori ad essa pi strettamente collegati, si sono scaglionati fra il 2 e il 3 per
cento.

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3. Il mercato del lavoro


Con il diffondersi e rafforzarsi degli impulsi espansivi, il mercato del lavoro ha segnato miglioramenti,
evidenziatisi dapprima nei paesi anglosassoni.
Negli Stati Uniti, superata la parentesi tipicamente recessiva, l'occupazione aveva ripreso a crescere
dall'inizio del 1992 assumendo poi ritmi via via pi rapidi: le perdite occupazionali ascrivibili alla
recessione sono state quindi pi che compensate e il numero di occupati ha superato precedenti massimi.
Tra gennaio e dicembre 1994 l'occupazione aumentata del 2,1%, nuovi posti si sono creati presso le
industrie manifatturiere avanzate e il terziario ha del pari visto crescere il numero degli addetti. Il tasso di
disoccupazione, che nell'aprile del 1992 aveva toccato la punta ciclica del 7,2%, si ridimensionato al 6,9%
nel dicembre 1993; si attestato nel 1994, secondo le nuove rilevazioni, intorno al 6%, generalmente
considerato il livello minimo compatibile con una crescita non inflazionistica. Le dinamiche retributive
sono perci rimaste modeste e, grazie ai marcati guadagni di produttivit, hanno contribuito a calmierare il
costo del lavoro per unit di prodotto.
Anche il Regno Unito, ove sono stati raggiunti importanti traguardi in termini di razionalizzazione e
snellimento delle normative, il mercato del lavoro stato caratterizzato da un apprezzabile miglioramento,
cui corrisposta una discesa del tasso di disoccupazione dal massimo ciclico del 10,5% nel dicembre 1992
all'8,6% nel dicembre del 1994.
Il rafforzamento congiunturale ha iniziato a produrre positive ricadute anche nell'Europa continentale. Il
tasso di disoccupazione, fortemente cresciuto dai primi anni novanta, ha toccato un tetto nella scorsa
primavera-estate; si poi stabilizzato in Francia, Germania, Svezia, Austria ed ripiegato in Belgio e
Danimarca. Proprio perch recenti, i miglioramenti hanno per trovato scarso riscontro nei consuntivi medi
del 1994.
La situazione resta comunque problematica in Europa dato che le opportunit di impiego sono cresciute
assai lentamente nel lungo periodo e, nella misura in cui questo avvenuto, esse si sono concentrate nel
settore pubblico.
Sebbene la disoccupazione ciclica sia destinata a essere parzialmente riassorbita durante l'espansione in
atto, si ritengono necessari interventi volti ad accrescere la flessibilit nell'impiego di manodopera. Per
esplorare le possibilit di un'azione in tal senso, gli organismi comunitari hanno condotto, attraverso
sondaggi di opinione nell'ambito dei paesi membri, un insieme di ricerche da cui risulta come la
disoccupazione di lungo periodo - vale a dire di durata superiore a dodici mesi nell'arco di un quinquennio sia un problema particolarmente avvertito in Irlanda, Spagna e Grecia. Tra i principali ostacoli al processo
di inserimento si porrebbe la scarsa qualificazione professionale, che spiega quindi le maggiori difficolt
della popolazione femminile.
Sussisterebbero comunque potenzialit di ampliamento della base occupazionale: gli intervistati si sono
infatti espressi in favore di tempi lavorativi pi brevi - mediamente del 6% - rispetto a quelli prestati. Circa
il 15% di lavoratori a tempo pieno opterebbe inoltre per il part-time, formula quest'ultima richiesta anche
dal 34% delle persone in cerca di un posto. Un'articolazione dell'orario lavorativo oltre le fasce considerate
normali verrebbe accettata da una larga parte del campione intervistato.
Significativi passi sulla via della riduzione dell'orario contrattuale o della diffusione del part-time sono gi
stati compiuti, soprattutto nei Paesi Bassi.
4. Il commercio internazionale
In sintonia con la ripresa ciclica, il commercio internazionale, secondo valutazioni delI'OCSE afferenti al
volume delle importazioni ed esportazioni, ha segnato nel 1994 vistosi progressi, espandendosi di circa il
9%, tasso che sintetizza una analoga evoluzione per l'area in via di sviluppo e per quella industrializzata.
Nell'ambito di quest'ultima il maggior apporto provenuto dagli Stati Uniti ove una vivace domanda interna
ha spinto l'accrescimento delle importazioni al 15% mentre il deprezzamento del dollaro e i guadagni di
competitivit si sono riflessi in un incremento delle esportazioni pari all'11%. Il caro-yen ha penalizzato il
Giappone le cui importazioni sono approssimativamente cresciute del 17%, a fronte di un quasi ristagno
delle vendite all'estero.

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In Europa risultati particolarmente favorevoli sono stati conseguiti dai paesi che hanno svalutato la propria
moneta, come la Spagna, con esportazioni aumentate del 21%, alcuni dei paesi scandinavi e il Regno Unito.
La Germania ha allargato le proprie quote di mercato grazie all'ammodernamento della base produttiva e al
contenimento delle dinamiche dei costi della manodopera.
Le esportazioni dei paesi in via di sviluppo, che avevano conservato andamenti soddisfacenti anche durante
la recessione dell'area dell'OCSE, sono state caratterizzate da un'accelerazione del movimento espansivo al
10%. I migliori risultati sono stati colti dagli esportatori di manufatti e specialmente da quelli asiatici, che
occupano ormai una posizione rilevante nell'interscambio di categorie merceologiche gi appannaggio dei
sistemi industrializzati. La Cina, in passato prevalente fornitrice di materie prime, ha continuato a
primeggiare nelle vendite di beni di consumo corrente, quali scarpe, tessuti e abbigliamento. Grazie anche a
una struttura di costi particolarmente vantaggiosa, essa si quindi collocata per questi prodotti tra i
maggiori fornitori degli Stati Uniti e del Giappone.
Anche i paesi di nuova industrializzazione del sud-est asiatico hanno continuato ad alimentare i mercati
internazionali con i prodotti ad alto contenuto di tecnologia, nonostante qualche difficolt legata
all'eccezionale progressione dei salari soprattutto in Corea del Sud e Taiwan.
L'America Latina, e in tale ambito soprattutto il Messico, ha registrato un rapido accrescimento delle
esportazioni con prevalente destinazione verso gli Stati Uniti.
Nonostante un allargamento del volume delle vendite all'estero pari al 6%, i paesi OPEC hanno incontrato
limiti alle proprie capacit di importazione nella flessione dei corsi petroliferi.
I paesi gi a economia pianificata hanno, da parte loro, continuato a risentire della dissoluzione dell'ex
URSS.
L'evoluzione dei paesi internazionali - con riferimento alle ragioni di scambio espresse in dollari - ha, nel
complesso, comportato qualche vantaggio per i paesi dell'OCSE e soprattutto per il Giappone. Nei paesi in
via di sviluppo, alle marcate perdite degli esportatori di petrolio hanno fatto da contrappeso i guadagni dei
produttori delle altre materie di base.
ECONOMIA ITALIANA

1. I principali risultati
Il 1994 ha segnato per l'economia italiana l'inizio di una nuova fase di crescita: il prodotto interno lordo,
dopo il calo dell'anno precedente, aumentato del 2,2 per cento. Il processo di ripresa avviatosi nella
seconda parte del 1993 si progressivamente rafforzato: al persistente sviluppo della domanda estera,
favorito dalla positiva evoluzione del commercio internazionale, dal deprezzamento della lira e dalla
moderazione dei costi di produzione, si associato il recupero delle domanda interna.
L'attivo mercantile delle bilancia dei pagamenti passato da 51.989 miliardi del 1993 a 56.999 miliardi.
l'allargamento del commercio internazionale e l'accresciuta competitivit di prezzo delle merci nazionali
hanno determinato il permanere di un robusto trend di espansione delle vendite all'estero. Nell'intero anno le
esportazioni di beni e servizi sono cresciute del 14,7% in valore e del 10,9% in volume. A fronte
dell'irrobustirsi della domanda interna, uno sviluppo del pari sostenuto hanno registrato le importazioni
(+16% e +9,8%, rispettivamente). I prezzi dei beni e servizi scambiati, dopo il notevole aumento del 1993,
sono fortemente decelerati. Nel 1994, i deflatori all'esportazione e all'importazione sono cresciuti nell'ordine
del 3,5% e del 5,7%, determinando una lieve perdita rispetto all'anno precedente delle ragioni di scambio.
La positiva dinamica della bilancia commerciale ha favorito il miglioramento del surplus delle partite
correnti che, cifratosi in 25.012 miliardi (circa 7.200 miliardi in pi rispetto a un anno prima), ha consentito
un'ulteriore riduzione del debito estero netto.
Nella media del 1994 gli investimenti fissi lordi sono risultati stazionari rispetto all'anno precedente (0,1%). Si interrotta in corso d'anno la fase ciclica negativa che aveva caratterizzato tale componente della
domanda dalla fine del 1991. L'evoluzione complessiva stata la sintesi di dinamiche divergenti nei due
principali comparti: costruzioni e attrezzature, macchinari e mezzi di trasporto. Gli investimenti in
costruzioni hanno scontato l'insufficiente sostegno proveniente dal settore delle opere pubbliche e il
perdurare della fase di rarefazione dell'attivit edilizia privata, portandosi su un livello inferiore del 5,2%, a

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quello del 1993. Viceversa, gli investimenti in attrezzature, macchinari e mezzi di trasporto hanno tratto
vantaggio dalla maggiore propensione all'allargamento della base produttiva e dall'aumento dei margini di
profitto delle imprese, denunciando una crescita del 5,3 per cento. I consumi privati hanno dall'altro lato
manifestato una positiva impostazione, collocandosi su un sentiero di moderata espansione (+1,6%).
L'attivit produttiva nel settore manifatturiero risultata in forte crescita, in particolare nel comparto dei
beni di consumo durevoli. L'intensificazione dei ritmi di produzione si riflessa in un progressivo
incremento del grado di utilizzo della capacit produttiva. In un quadro contraddistinto da un intenso sforzo
di ammodernamento delle strutture, risultata in moderata accelerazione anche l'attivit del settore dei
servizi destinabili alla vendita. Per contro il settore delle costruzioni ha accusato risultati ancora
insoddisfacenti.
La ripresa dell'attivit economica ha stentato a ripercuotersi sul mercato del lavoro. In linea con la
performance positiva dei comparti maggiormente orientati ai mercati esteri e con il consolidamento della
ripresa produttiva, le imprese industriali hanno sfruttato appieno le flessibilit esistenti per soddisfare il
bisogno di lavoro aggiuntivo.
Le unit di lavoro hanno registrato una contrazione dell'1,6 per cento. Il calo la risultante dell'ininterrotto
processo di espulsione dal settore primario (-3,8%), dell'ulteriore riduzione dei posti di lavoro nell'industria
(-2%) e del ridimensionamento degli organici nelle attivit di servizio (-1,1%). L'evoluzione negativa ha
riguardato sia il lavoro dipendente che quello indipendente. In parallelo al consolidamento della ripresa
produttiva emersa una forte riduzione del ricorso agli interventi ordinari della Cassa integrazione
guadagni. Nella media del 1994, il numero delle persone in cerca di occupazione aumentato di circa 220
mila unit, riflettendo l'andamento deludente della domanda di lavoro peraltro attenuato dalla
contemporanea contrazione dell'offerta. In conseguenza, il tasso di disoccupazione passato dal 10,2% del
1993 all'11,3 per cento.
Nella media del 1994 l'inflazione si lievemente ridotta. Tuttavia, dalla seconda met dell'anno il
rallentamento dei prezzi al consumo si interrotto. La tendenza accelerativa emersa gi prima dell'estate nei
prezzi alla produzione, sostenuta dall'aumento delle quotazioni internazionali delle materie prime e dal
progressivo scivolamento delle parit della lira, si gradualmente diffusa allo stadio finale di
commercializzazione dei beni. Tali spinte lievitative sono state d'altro canto contenute dalla discesa del
costo del lavoro per unit di prodotto e dall'esistenza di margini di capacit produttiva ancora inutilizzati.
L'aumento medio nel 1994 dei prezzi alla produzione dei prodotti manufatti stato pari al 3,8%, un tasso
superiore di solo un decimo a quello del 1993. Il ritmo di crescita tendenziale ha tuttavia subito una
progressiva accentuazione nella seconda parte dell'anno: dal 3% di giugno al 5,4% di dicembre. Sotto
l'impulso della svalutazione e dell'aumento dei costi delle materie prime, la tendenza al rialzo ha riguardato
soprattutto il comparto dei beni intermedi. Misurato con l'indice del costo della vita, il tasso di inflazione si
collocato nel 1994 al 3,9% al di sopra dell'obiettivo programmato ma comunque inferiore al risultato
raggiunto l'anno precedente. Peraltro, dopo aver toccato un minimo in luglio (3,6%), la decelerazione dei
prezzi al consumo si fermata. In particolare, i prezzi dei beni alimentari hanno denunciato una dinamica in
graduale risalita passando dal 2,9% di maggio al 4,1% di dicembre.
Le tensioni dal lato dei prezzi all'origine sono state d'altra parte frenate dall'effetto moderatore della discesa
del costo unitario del lavoro. I rinnovi contrattuali siglati nel corso del 1994 hanno sostanzialmente
realizzato i principi sanciti nell'accordo del luglio 1993. La politica di moderazione salariale ha infatti
indotto un aumento delle retribuzioni lorde per dipendente del 3,9% nell'industria e del 3,7% nei servizi
destinabili alla vendita. La modesta crescita salariale combinata al rapido sviluppo della produttivit ha
consentito un'ulteriore decelerazione del costo del lavoro per unit di prodotto, particolarmente marcata
nell'industria manifatturiera.
I conti pubblici nel 1994 hanno fatto registrare un qualche miglioramento: l'incidenza del fabbisogno del
settore statale sul PIL si infatti ridotta dal 10% al 9,4%. Tuttavia, in presenza di una manovra di
correzione del bilancio notevolmente pi limitata rispetto all'anno precedente, l'avanzo primario ha seguito
una diminuzione, sempre in rapporto al PIL, di 0,7 punti percentuali (passando dall'1,8% all'1,1%); a questa
si contrapposta una sensibile riduzione delle spese per interessi, dall'11,7% al 10,5% del PIL.
2. Il mercato del lavoro

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Gli effetti delle ripresa dell'attivit economica non sono stati sufficienti a determinare l'arresto del processo
di deterioramento della situazione del mercato del lavoro, iniziato nel 1992. Nel corso del 1994 la discesa
dei livelli occupazionali proseguita, seppur con una dinamica notevolmente rallentata, dando luogo ad un
significativo incremento del tasso di disoccupazione aggregato.
La quantit di lavoro impiegata dal sistema produttivo si ridotta nel 1994 di 356 mila unit standard (1,6%), evidenziando comunque un rallentamento della dinamica rispetto al 1993 (-2,6%). La fase di
contrazione della manodopera occupata che ha caratterizzato l'ultimo triennio ha cos determinato una
perdita complessiva di circa 1,2 milioni di unit di lavoro, riportando l'occupazione totale sul livello
registrato in corrispondenza del minimo ciclico dell'inizio degli anni 80. Alla distruzione netta di posti di
lavoro hanno contribuito, come gi era avvenuto nel 1993, tutti i settori produttivi. La tendenza negativa ha
per segnato una netta decelerazione nel comparto manifatturiero mentre ha mantenuto un ritmo quasi
immutato nel terziario di mercato; per contro, la caduta del numero degli occupati ha evidenziato una
significativa accelerazione nel settore delle costruzioni.
Per quel che riguarda il comparto agricolo, la tendenza negativa della domanda di lavoro proseguita: gli
occupati totali sono diminuiti di 76 mila unit (-3,8%), con una caduta pressoch analoga per i dipendenti e
gli indipendenti. Nelle costruzioni il numero degli addetti ha subito un forte ridimensionamento, dovuto alla
grave crisi produttiva del settore. La contrazione, pari a 58 mila unit (-3,5%) ha riguardato soprattutto la
tipologia del lavoro dipendente (-4,6%). Nell'industria in senso stretto la flessione dei livelli occupazionali
proseguita per il quarto anno consecutivo, ma la robusta ripresa dell'attivit produttiva ne ha determinato un
marcato rallentamento. L'input di lavoro complessivo del settore diminuito di 72 mila unit (-1,5% a
fronte del -4,4% registrato nel 1993), evidenziando in questo caso un calo pi marcato del lavoro autonomo.
A frenare la discesa dell'input di manodopera ha peraltro contribuito la netta riduzione del ricorso alla Cassa
integrazione Guadagni. In particolare, nel 1994 le ore autorizzate per gli interventi ordinari delle C.I.G. si
sono dimezzate rispetto all'anno precedente (passando da 240 a 120 milioni), mentre quelle relative a
interventi straordinari hanno segnato una riduzione solo marginale (-1,2%). La diminuzione
dell'occupazione nell'industria in senso stretto va comunque attribuita soprattutto al segmento delle grandi
imprese. Gli indicatori riferiti alle imprese industriali con oltre 500 addetti segnalano un calo dei dipendenti
pari al 5%, di poco inferiore a quello registrato nel 1993. Allo stesso tempo, essi indicano che il fabbisogno
di lavoro stato soddisfatto in parte tramite incrementi dell'orario effettivo: le ore lavorate per dipendente
sono infatti cresciute del 2,8%. L'andamento dell'occupazione nel settore dei servizi destinabili alla vendita
rimasto negativo: dopo l'ampia diminuzione emersa nel 1993 (-1,8%), nel 1994 si registrata una perdita
di 132 mila unit di lavoro (pari al -1,3%). La caduta ha riguardato sia la componente dei dipendenti (2,1%) che, in misura assai pi limitata, quella del lavoro autonomo. Il processo di espulsione di
manodopera dalle attivit terziarie il risultato, oltre che del perdurare degli effetti del rallentamento ciclico
dell'attivit, delle profonde trasformazioni strutturali che hanno coinvolto tali comparti. In particolare, i
fenomeni di ristrutturazione hanno agito sia nel settore della distribuzione commerciale, determinando forti
perdite occupazionali nelle imprese di minori dimensioni, che in quello dei servizi di pubblica utilit
(trasporti e telecomunicazioni).
Le forze di lavoro sono diminuite nel 1994 di circa 120 mila unit. Il restringimento dell'offerta di
manodopera ha attutito l'impatto della perdita di posti di lavoro ma non ha comunque impedito un nuovo
allargamento della disoccupazione. Le persone in cerca di lavoro sono infatti aumentate di 226 mila unit,
risultando pari a 2.560 mila nella media del 1994; il tasso di disoccupazione e cos salito all'11,3%, con un
incremento di circa un punto percentuale rispetto al 1993. Il gruppo dei disoccupati con precedenti
esperienze lavorative ha evidenziato la dinamica pi sostenuta (+139 mila unit) confermando le difficolt
di rientro nell'occupazione per coloro che hanno perso il posto di lavoro. D'altro canto, anche il numero
delle persone alla ricerca di primo impiego e di quelle in condizione non professionale ha continuato ad
ampliarsi (rispettivamente +43 mila e +44 mila unit). A livello territoriale, la situazione occupazionale ha
subito un'ulteriore divaricazione derivante, in primo luogo, dalla difficolt delle regioni del Meridione di
agganciarsi alla ripresa produttiva in atto. In tale area il tasso di disoccupazione ha raggiunto nel 1994 il
19,6%, a fronte di un valore del 7,8% registrato nel resto del paese (i rispettivi tassi erano pari al 17,8% e
7,0% nel 1993).
L'evoluzione delle retribuzioni stata caratterizzata da una dinamica assai moderata, frutto dell'applicazione
delle regole di politica dei redditi fissate nell'accordo tra Governo e parti sociali del luglio 1993. Nel corso
del 1994 l'attivit negoziale stata intensa, dando luogo al rinnovo di molti dei principali contratti nazionali

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dell'industria e dei servizi. Gli accordi, raggiunti quasi in assenza di conflitti di lavoro, hanno fissato in
generale aumenti retributivi in linea con gli obiettivi di inflazione programmata. L'indice delle retribuzioni
contrattuali per dipendente, che non tiene conto del pagamento di arretrati e di importi una tantum, e
cresciuto dell'1,9% in media d'anno. La dinamica stata, come di consueto, piuttosto differenziata a livello
settoriale, variando tra un massimo del 4,5% nell'edilizia ed un minimo dello 0,2% nell'agricoltura;
l'industria in senso stretto ed il terziario di mercato hanno registrato aumenti pari, rispettivamente, al 2,9 e
1,9%. Per quel che riguarda il comparto delle amministrazioni pubbliche, l'indicatore ha evidenziato un
aumento dello 0,3%, non riflettendo ancora gli aumenti fissati nelle ipotesi di accordo siglate nell'ultima
parte dell'anno.
Le retribuzioni di fatto sono cresciute pi velocemente dei minimi contrattuali, avendo incorporato sia gli
importi fissati da alcuni recenti rinnovi, a copertura dei periodi di vacanza contrattuale, sia l'effetto di un
certo recupero nel ricorso al lavoro straordinario e negli incentivi individuali. L'aumento delle retribuzioni
lorde procapite stato pari al 2,8% per l'intera economia, segnando una dinamica di poco inferiore a quella
dell'anno precedente. In particolare, la crescita risultata leggermente pi sostenuta nell'industria in senso
stretto che nel settore dei servizi destinabili alla vendita (rispettivamente 3,9% e 3,7%).
La ripresa dell'attivit economica ha dato luogo, anche in forza del protrarsi del calo occupazionale, a
guadagni di produttivit assai ampi: il valore aggiunto per unit di lavoro aumentato del 3,9% a livello di
intera economia e del 6,5% nell'industria in senso stretto. Tale evoluzione, combinandosi con gli effetti
della moderazione salariale, ha reso possibile l'arresto della crescita del costo del lavoro per unit di
prodotto. Questo ha segnato nel complesso una variazione negativa (-0,4%), con un ulteriore miglioramento
rispetto al 1993 (+2,2%). Nell'industria in senso stretto, il costo del lavoro unitario ha subito una
compressione di dimensioni eccezionali (-2,4%), rendendo possibile un notevole incremento dei margini ed
una pi elevata competitivit internazionale del sistema.
3. Gli scambi con l'estero
Nel 1994 proseguita la fase di miglioramento dei conti con l'estero. In base alle valutazioni di contabilit
nazionale, le esportazioni di beni e servizi sono salite a 378.057 miliardi pari ad un incremento del 14,7% in
termini monetari e del 10,9% in termini reali. In parallelo le importazioni sono ammontate a 330.649
miliardi corrispondenti ad un incremento nominale del 16% e ad una crescita quantitativa del 9,8% rispetto
al 1993. In conseguenza di tali evoluzioni, il conto delle transazioni internazionali si chiuso con un attivo
di 47.408 miliardi di lire, a fronte dei 44.528 miliardi del 1993 (-4.395 miliardi nel 1992).
Alla evoluzione dei flussi dell'interscambio si associata una moderata perdita delle ragioni di scambio.
Nella media del 1994 il deflatore delle esportazioni di beni e servizi ha registrato un aumento del 3,5%
(+9,9% nel 1993) mentre i prezzi impliciti delle importazioni si sono incrementati del 5,7% (+11% lo
scorso anno).
Tale ultimo risultato, prodottosi in un contesto di forte ripresa delle quotazioni internazionali delle materie
prime non petrolifere, ha soprattutto riflesso i moderati aumenti registrati dai prezzi in lire dei manufatti
importati.
Ai positivi risultati dei conti con l'estero ha contribuito la favorevole evoluzione della bilancia commerciale.
In particolare, il saldo attivo generato dai flussi degli scambi misurato sui dati cif-fob, ha toccato nel
consuntivo annuo i 35.432 miliardi di lire. Superiore a quello registrato nel 1993 (+33.223 miliardi), l'ampio
surplus mercantile ha sottinteso una sostenuta espansione di entrambe le correnti di scambio.
Il miglioramento del saldo mercantile si concentrato nei comparti tradizionalmente forti della bilancia
commerciale. I surplus emersi nel consuntivo annuo per il comparto metalmeccanico e per quello tessile,
del cuoio e dell'abbigliamento hanno in particolare sopravanzato gli attivi registrati un anno prima di 3.900
miliardi e di 3.148 miliardi nell'ordine. Avanzi pi ampi hanno nel contempo generato gli scambi di
minerali e prodotti non metalliferi e di altri prodotti. Cospicuo risultato inoltre il miglioramento (2.253
miliardi) registrato dal saldo del settore dei mezzi di trasporto, ritornato attivo dopo un decennio. Quanto ai
settori in disavanzo, ad un considerevole aumento del passivo hanno dato luogo gli scambi di minerali
ferrosi e non ferrosi (3.970 miliardi in pi), mentre un peggioramento di 2.717 miliardi e di 1.857 miliardi
hanno accusato i saldi dei comparti chimico e agro-alimentare. Di 847 miliardi si infine ampliato il deficit
della bilancia energetica.

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Come gi nel 1993, sia gli scambi con i paesi aderenti all'Unione europea, sia quelli con i paesi terzi hanno
dato luogo nel 1994 a saldi positivi di dimensioni ragguardevoli. Il surplus verso i paesi dell'UE si tuttavia
lievemente ridimensionato rispetto ad un anno prima (+11.145 miliardi contro +12.890 miliardi) in presenza
di un tasso di aumento delle importazioni in valore (+17,3%) che ha sopravanzato quello delle esportazioni
(+14,5%). Hanno congiuntamente concorso alla riduzione dell'attivo i maggiori disavanzi accusati verso i
Paesi Bassi, il Belgio-Lussemburgo e l'Irlanda, nonch il moderato restringimento dell'ampio surplus
generato dai movimenti mercantili con la Germania. Detti peggioramenti hanno trovato solo parziale
compensazione nella crescita degli attivi verso la Grecia e il Portogallo, mentre sostanzialmente stabili sempre nel confronto tra i consuntivi del 1993 e del 1994 - sono risultati i saldi relativi agli scambi con gli
altri partners comunitari.
Commisurandosi nelle risultanze annue a 24.287 miliardi, l'attivo emerso dagli scambi con i paesi extra-UE
ha viceversa superato di 3.954 miliardi quello registrato nel 1993. Un livello record (11.173 miliardi) ha in
particolare toccato l'avanzo verso gli Stati Uniti d'America, aumentato di oltre 3 mila miliardi rispetto a un
anno prima. In rapida espansione si al contempo confermato il surplus nei confronti dei paesi asiatici di
nuova industrializzazione, mentre il miglioramento degli scambi con il Giappone ha consentito il recupero
di un sia pur modesto saldo attivo. Di contro, i consuntivi del 1994 hanno messo in luce un aumento del
passivo verso i paesi dell'Europa centro-orientale, verso i paesi dell'OPEC e nei confronti della Cina. Le
esportazioni verso questo ultimo mercato, dopo l'impennata del 1993 (+110,8%), hanno accusato nel 1994
una contenuta flessione (-5,4%).
A fronte degli accennati sviluppi della bilancia commerciale, le partite correnti della bilancia dei pagamenti
si sono chiuse nel 1994 con un avanzo pari all'1,5% del PIL e superiore di 7.188 miliardi a quello registrato
un anno prima. Unitamente alla crescita dell'attivo mercantile, ha contribuito al miglioramento la riduzione
del passivo delle partite invisibili. In tale ambito, gli introiti netti afferenti ai viaggi all'estero, ammontati nel
consuntivo annuo a 18.821 miliardi, si sono ampliati di 6.266 miliardi rispetto a un anno prima. Ha favorito
tale risultato la maggiore competitivit delle strutture turistiche nazionali: in particolare, ad una crescita
delle entrate del 10,6% si contrapposta una flessione delle uscite risultata come gi nel 1993 consistente e
pari all'11,7%. Il progressivo accumularsi di avanzi correnti e la conseguente riduzione del debito estero
netto del Paese hanno trovato inoltre riscontro nel 1994 nei minori esborsi netti per redditi da capitale, scesi
dai 25.525 miliardi del 1993 a 24.696 miliardi. Agli accennati miglioramenti si associato un
peggioramento dei saldi degli altri servizi e redditi che - pari in complesso a 4.119 miliardi - ha soprattutto
riflesso il maggiore disavanzo registrato dalla voce trasporti. In ulteriore moderata crescita risultato
infine il passivo originato dai trasferimenti unilaterali, salito da 8.494 a 9.292 miliardi.
(*) Documento Camera dei Deputati XI n. 1 presentato alla Presidenza il 6 aprile 1995 dal Ministro del Bilancio e della Programmazione economica e dal Ministro del
tesoro. Stralci, a cura della redazione, dal I Capitolo, L'evoluzione dell'economia nel 1994.

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Camera dei Deputati XII LEGISLATURA


Proposta di Legge n. 723 "Modifica dell'art. 204 del Codice di procedura penale in
materia di esclusione del segreto" presentata dagli On.li Selva, Mazzone e Nespoli
(Alleanza Nazionale).
(*) La proposta di legge, di un solo articolo, mira alla modifica dell'art. 204 del Codice di procedura penale,
nella parte in cui esclude che possa essere opposto il segreto di Stato su fatti, notizie e documenti
concernenti reati diretti all'eversione dell'ordinamento costituzionale.
L'intendimento dei promotori di estendere l'ambito della richiamata normativa anche ai reati previsti
dall'art. 416 bis del codice penale (associazione di tipo mafioso).
PROPOSTA DI LEGGE d'iniziativa dei Deputati SELVA, MAZZONE, NESPOLI
Modifica all'articolo 204 del codice di procedura penale in materia di esclusione del segreto.
Presentata il 20 giugno 1994

Onorevoli Colleghi! - Nella seduta dell'Assemblea del 16 giugno 1994 sono state approvate le proposte di
legge n. 219, Fini ed altri; n. 220, Adornato ed altri, e n. 679, Della Valle ed altri, recanti "Istituzione di una
Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali
similari". Il testo unificato delle citate proposte di legge, che alla data di presentazione della presente
proposta sottoposto all'esame dal Senato della Repubblica, volto alla ricostituzione della precedente
Commissione d'inchiesta costituita all'inizio della XI legislatura e ripete la normativa che in quella
occasione venne approvata, apportando, peraltro, una significativa innovazione che attiene alla definizione
dei poteri di cui la stessa Commissione d'inchiesta dispone.
Infatti, al comma 2 dell'articolo 3 del testo unificato approvato dalla Camera si prevede che "Per i segreti
d'ufficio, professionale e bancario si applicano le norme in vigore. In nessun caso per i fatti di mafia,
camorra e di altre associazioni criminali similari, costituendo essi fatti eversivi dell'ordine costituzionale,
pu essere opposto il segreto di Stato". Viene quindi affermato che il fenomeno delle attivit mafiose,
camorristiche o similari va affrontato, combattuto e sconfitto nella sua genesi eversiva antistatale: in tal
modo espresso un giudizio di merito su quelle attivit, definendole attivit eversive dell'ordine
costituzionale e per le quali non pu essere opposto il segreto di Stato.
Si porr, pertanto, un problema di raccordo con la normativa vigente - posto che l'indicato comma amplier
i poteri della Commissione parlamentare d'inchiesta - rispetto a quanto in precedenza previsto - al fine di
evitare - nella prospettiva di una approvazione senza modifiche, da parte del Senato della Repubblica, del
testo approvato dall'Assemblea della Camera dei deputati - che vi sia una discrasia con i poteri della
magistratura, alla quale tuttora si potrebbe opporre il segreto di Stato in occasioni di indagini su reati di
mafia. Appare quindi opportuno modificare il codice di procedura penale, per evitare che la magistratura
venga a disporre di poteri minori di quelli della Commissione parlamentare d'inchiesta, cosa che potrebbe
far profilare eventuali conflitti tra i poteri dello Stato.
Al fine di risolvere i prospettati problemi viene presentata questa proposta di legge volta a modificare
l'articolo 204 del codice di procedura penale, auspicando che la stessa possa essere oggetto di un positivo e
rapido esame da parte delle Camere.

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PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1
1. All'art. 204, comma 1, primo periodo, del codice di procedura penale, dopo la parola: costituzionale
sono inserite le seguenti: o reati previsti dall'articolo 416-bis del codice penale.
(*) Sintesi redazionale

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Senato della Repubblica XII LEGISLATURA


Disegno di Legge n. 142 "Modifiche alla Legge 24 ottobre 1977 n. 801, recante 'Istituzioni
e ordinamento dei Servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di
Stato' " d'iniziativa dei Senatori Imposimato, Corvino, Carella, Di Bella (Gruppo
Progressisti).

(*) Il principio ispiratore del disegno di legge quello di garantire un maggior controllo sui Servizi da parte
del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato.
Pi in particolare, il progetto di legge in questione prevede alcune sostanziali innovazioni all'attuale
normativa, contenuta, com' noto, nella legge 801 del 1977, in primo luogo per ci che concerne la nomina
dei Direttori, che spetterebbe al Presidente del Consiglio dei Ministri, quale responsabile politico e come
coordinatore dell'attivit degli Organismi Informativi, e non ai Ministri dell'Interno e della Difesa come
avviene attualmente.
Viene ampliato, inoltre, il potere di controllo diretto del Comitato, attribuendo ad esso la facolt di
convocare in audizione i Direttori o dirigenti di singoli settori dei Servizi senza la preventiva autorizzazione
del Presidente del Consiglio, non solo sulle linee essenziali delle strutture e dell'attivit dei Servizi, ma
anche "su singoli avvenimenti di particolare rilevanza", ed escludendo l'opponibilit del segreto non solo
nel caso di notizie relative a reati commessi con finalit di terrorismo o di eversione dell'ordine
costituzionale, ma anche, e in vista la novit, ad associazioni di tipo mafioso, associazioni dedite al traffico
d'armi e di droga e a quelle previste dall'articolo 1 della legge 25.1.1982 n. 17 (associazioni segrete).
Infine, il disegno di legge prevede il controllo diretto ex post delle linee di indirizzo dei bilanci finanziari. A
tal fine i Direttori dei Servizi, presenterebbero annualmente una "relazione finanziaria con la
quantificazione delle spese per aree di intervento e per singole operazioni", al fine di consentire la verifica
del corretto utilizzo dei fondi riservati e ordinari.
DISEGNO DI LEGGE d'iniziativa dei Senatori IMPOSIMATO, CORVINO, CARELLA e DI
BELLA
Comunicato alla presidenza il 21 aprile 1994.
Modifiche alla legge 24 ottobre 1977, n. 801, recante "istituzione e ordinamento dei servizi per le
informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato".
Onorevoli Senatori - I recenti avvenimenti che hanno investito alcuni dirigenti dei servizi per le
informazioni e la sicurezza ripropongono in maniera drammatica l'esigenza di un pronto rinnovamento degli
apparati di sicurezza, superando le incertezze ed i ritardi nella discussione dei vari disegni di legge
presentati nelle precedenti legislature da quasi tutte le forze politiche. Il principio ispiratore della riforma
non pu che essere il coordinamento dei due servizi gi esistenti sotto la direzione unitaria del Presidente
del Consiglio dei ministri.
I servizi per le informazioni e la sicurezza non possono essere coinvolti nella battaglia politica; essi devono
essere portatori di una fondamentale armonia, al di l delle divisioni e delle polemiche.
Il presente disegno di legge intende mutare i principi della legge 24 ottobre 1977, n. 801, sui servizi per le
informazioni e la sicurezza, rafforzandoli e rendendoli efficaci, correggendone alcune disposizioni ambigue,
completandone altre ed introducendo nuove norme. La disciplina innovativa che si propone basata sui
principi e criteri che verranno di seguito esplicati.
Occorre riconoscere che le deviazioni da parte dei servizi per le informazioni e la sicurezza sono state anche
una conseguenza inevitabile della scarsa efficacia del controllo del Comitato parlamentare per i servizi di
informazione e sicurezza e per il segreto di Stato a causa della inadeguatezza della legge 24 ottobre 1977, n.
801. Crediamo che non si possa dubitare del fatto che il momento pi delicato della vita dei citati servizi sia
legato alla scelta dei direttori. La lealt e la fedelt alla Costituzione da parte dei capi devono essere

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considerate la massima garanzia che si possa avere per la regolarit del funzionamento dei citati servizi
(articoli 1 e 2 del presente disegno di legge).
Come accade in altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti d'America, anche in Italia la qualit della scelta meglio
assicurata e garantita da un controllo preventivo da parte del Parlamento sulle scelte operate dal Governo
per le nomine dei capi dei servizi per le informazioni e la sicurezza. Non ammissibile che sia richiesto il
parere favorevole del Parlamento per nominare il presidente di una piccola banca, mentre per la nomina dei
capi dei suddetti servizi non previsto alcun controllo preventivo da parte del Parlamento. Da qui
l'opportunit che la nomina avvenga previo parere del Comitato di controllo che espressione del
Parlamento.
Con gli articoli 1, 2 e 3 si intende attribuire al presidente del Consiglio dei ministri la nomina dei capi dei
servizi per le informazioni e la sicurezza. All'estero le situazioni di tali servizi sono molto pi raccordate: in
Gran Bretagna il Primo Ministro li presiede direttamente; in Israele succede altrettanto, come del resto
avviene negli Stati Uniti d'America; in Francia la situazione molto pi coordinata rispetto alla nostra. Fra
quelli occidentali, il nostro il Paese che ha il minore coordinamento possibile a livello di esecutivo, in
quanto esiste un frazionamento eccessivo nella nomina dei capi. Infatti in Italia i direttori del Servizio per le
informazioni e la sicurezza democratica (SISDe) e del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare
(SISMi) sono attualmente nominati, rispettivamente, dal Ministro dell'interno e dal Ministro della difesa.
Ci comporta una negativa frantumazione di responsabilit politiche nella pi delicata funzione di Governo,
concernente la scelta dei capi dei servizi per le informazioni e la sicurezza, atteso che la direzione e la
organizzazione dei servizi competono, per legge, al Presidente del Consiglio dei ministri e non ai ministri
competenti per la nomina. opportuno, quindi, che anche la scelta dei capi dei servizi per le informazioni e
la sicurezza sia espressione della responsabilit politica del Presidente del Consiglio dei ministri attraverso
il quale si deve realizzare, fin dall'inizio, quell'esigenza di coordinamento tra i due organismi proprio a
partire dal vertice. Ai Ministri dell'interno e della difesa va riconosciuto il potere di controllare l'attivit dei
servizi per le informazioni e la sicurezza, attraverso l'azione del Comitato interministeriale previsto
dall'articolo 2 della citata legge n. 801 del 1977, il quale potrebbe conservare il potere di esprimere il parere
sulla nomina dei capi dei citati servizi.
Con l'articolo 4 proponiamo che anche agli appartenenti ai reparti ed agli uffici delle Forze armate vengano
estesi i vincoli di fedelt costituzionale, gi prescritti dall'articolo 8 della citata legge n. 801 del 1977, per
gli addetti al comitato esecutivo per i servizi di informazione e di sicurezza (CESIS), al SISDe e al SISMi.
Con lo stesso articolo 4 si stabilisce, inoltre, che i membri dei servizi per le informazioni e la sicurezza
dichiarino la loro appartenenza a partiti politici, associazioni, comitati, societ di qualsiasi genere e con
qualsiasi finalit e si conferisce al Presidente del Consiglio dei ministri il potere di stabilire l'eventuale
incompatibilit tra una tale posizione e l'appartenenza ai sopracitati servizi. La lunga esperienza di questi
ultimi anni ci insegna come sia i vertici sia i funzionari dei servizi molto spesso fossero appartenenti a logge
massoniche o partiti politici o comitati o associazioni che agivano contro le istituzioni democratiche. La
loro individuazione come responsabili anche di gravi reati contro l'ordine costituzionale avvenuta spesso
dopo anni dall'inizio dell'attivit cospiratrice. La loro eliminazione dall'ambito dei servizi non ha evitato il
ripetersi di nomine di persone assolutamente inaffidabili, la cui appartenenza ad associazioni o societ
segrete avrebbe potuto e dovuto sconsigliare il conferimento di incarichi cos delicati. Per questo si rende
opportuno prevedere una prima dichiarazione da parte del candidato per mettere il Presidente del Consiglio
dei ministri in condizione di conoscere ogni aspetto dell'attivit e della vita del soggetto.
Con l'articolo 5 si precisa che il citato Comitato parlamentare presenta al Parlamento una relazione
semestrale sull'attivit svolta, fornendo una valutazione pi obiettiva e rigorosa di quella che proviene dagli
stessi servizi per le informazioni e la sicurezza molto spesso generica e troppo rassicurante. Inoltre si
consente al Comitato interministeriale, ma anche ai capi dei citati servizi ed ai responsabili dei singoli
settori, di acquisire informazioni non solo sull'attivit generale, che potrebbe essere generica e scarsamente
indicativa della funzionalit e della correttezza dei servizi, ma anche sui singoli avvenimenti di particolare
rilevanza, dai quali possibile ricavare elementi di valutazione sull'efficienza e sulla regolarit dell'azione
dei servizi.
Altro punto importante del disegno di legge quello che attiene ai soggetti attraverso i quali il citato
Comitato parlamentare pu esercitare direttamente il potere di controllo. Attualmente, la citata legge n. 801
del 1977, al terzo comma dell'articolo 11 prevede che il Comitato parlamentare, nell'esercitare direttamente
il controllo sull'applicazione dei princpi stabiliti dalla legge istitutiva dei servizi per le informazioni e la

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sicurezza, possa chiedere al Presidente del Consiglio dei ministri ed al Comitato interministeriale,
informazioni sulle linee essenziali delle strutture e dell'attivit dei servizi e formulare proposte e rilievi. Non
prevista la facolt per il Comitato parlamentare di sentire direttamente i direttori dei servizi o i dirigenti
dei singoli settori dei servizi stessi. Dal punto di vista della funzionalit, la soluzione adottata non appare
soddisfacente. La presidenza del Consiglio dei ministri viene a trovarsi spesso troppo lontano o troppo in
alto nei confronti della quotidianit dell'operato dei servizi. D'altra parte, i Ministri dell'interno e della
difesa, pur essendo certamente pi vicini all'azione dei servizi, hanno anch'essi una conoscenza molto
limitata e comunque insufficiente a consentire un controllo efficace. Il Ministro dell'interno molto pi
coinvolto nei problemi dell'ordine pubblico che in quelli dell'informazione e della controinformazione. Il
Ministro della difesa ha una conoscenza necessariamente incompleta delle attivit del SISMi.
Nella prassi, le informazioni rilevanti sulle linee essenziali delle strutture e dell'attivit dei citati servizi
vengono fornite al Comitato parlamentare dai capi dei servizi, per la cui audizione richiesta la preventiva
autorizzazione del Presidente del consiglio dei ministri e dei ministri della difesa e dell'interno. Se manca
una tale autorizzazione, senza che il Presidente del Consiglio dei ministri abbia l'obbligo di giustificare il
rifiuto, il Comitato parlamentare si trova nella impossibilit di esercitare un serio ed incisivo controllo sui
servizi attraverso l'audizione dei loro capi o dei responsabili dei settori.
Appare evidente la necessit di stabilire per legge che il Comitato parlamentare abbia facolt di sentire i
direttori dei servizi per le informazioni e la sicurezza o dirigenti dei singoli settori dei servizi, senza la
preventiva autorizzazione degli organi di Governo. Si tratta di un principio importante che trover il suo
temperamento nella disciplina del segreto di Stato di cui al quarto comma dell'articolo 11 della citata legge
n. 801 del 1977, prevedendo la possibilit che non solo il Presidente del Consiglio dei ministri, ma anche i
capi dei citati servizi possano opporre il segreto di Stato. In tal senso, il terzo comma dell'articolo 11 della
citata legge n. 801 del 1977 potrebbe essere sostituito nei termini indicati dall'articolo 5 del presente
disegno di legge.
L'articolo 6 del disegno di legge disciplina il segreto di Stato di cui all'articolo 12 della legge 24 ottobre
1977, n. 801, escludendone la opponibilit non solo nel caso di notizie relative a reati commessi con finalit
di terrorismo o di eversione dell'ordine costituzionale, ma anche, ed in ci innovando, ad associazioni di
tipo mafioso, associazioni dedite al traffico di armi e di droga e a quelle previste dall'articolo 1 della legge
25 gennaio 1982, n. 17. L'esperienza giudiziaria di questi ultimi anni ci ha sempre dimostrato gli stretti
legami esistenti tra le organizzazioni eversive e quelle dei trafficanti di droga e di armi e come l'opposizione
del segreto di Stato possa pregiudicare le indagini dirette ad individuare proprio i responsabili di fatti che
attentano alla sicurezza interna ed alla pacifica convivenza. D'altra parte, la gravit e la pericolosit dei
trafficanti di armi e di droga ormai conclamata da una serie di fatti, anche recenti, che coinvolgono
terroristi, mafiosi e trafficanti di droga. Per queste ragioni appare opportuno escludere le notizie relative ai
reati di associazioni eversive, di stampo mafioso, di traffico di armi e di traffico di droga.
Uno dei problemi connessi al corretto funzionamento dei servizi riguarda inoltre il controllo della loro
finanza. Dal punto di vista formale la finanza dei servizi viene letta nel bilancio dei vari Ministeri e, per
ultimo, in quello della Presidenza del Consiglio dei ministri. Una parte di essa rendicontata e un'altra parte
non lo ; la parte rendicontata quella pi consistente, ma rimane pur sempre il problema di una parte priva
di rendiconto che riguarda i fondi riservati. Indubbiamente la scelta della rendicontazione d luogo a vari
problemi. Anzitutto essa non pu essere fatta caso per caso, ma deve essere fatta per grandi capitoli e ci
per ovvie esigenze di segretezza. Tale situazione insufficiente e non consente una penetrante azione di
controllo. Il Comitato parlamentare ha ottenuto che il Presidente del Consiglio dei ministri emanasse una
direttiva affinch non venissero pi distrutte le prove storiche relative alle spese. Ma la eventuale
inosservanza di queste direttive non d luogo a sanzioni e non impedisce la consumazione di deviazioni
nelle destinazioni del denaro. Esiste un'autorit di Governo che, una volta insediata, riceve dai servizi per le
informazioni e la sicurezza una notevole somma in busta chiusa al fine di effettuare attivit di
controspionaggio.
In passato, quando ha cercato di conoscere la reale destinazione delle spese, il Comitato parlamentare ha
trovato di fronte a s un argine nell'atteggiamento degli organismi di sicurezza, i quali hanno fornito solo le
poche informazioni che erano legittimati a dare.
In realt la verifica delle linee di indirizzo dei bilanci essenziale e va autorizzata ed effettuata attraverso
una legge, altrimenti non si sapr mai la verit su questi dati e si tratter comunque di una verit parziale,
che non consentir un controllo penetrante sulla correttezza ed efficienza dei servizi stessi.

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Con l'articolo 7 si introduce un controllo da parte del Comitato parlamentare sui bilanci dei servizi per le
informazioni e la sicurezza, anche per quanto concerne i fondi riservati. L'esperienza di questi anni insegna
che troppo spesso le spese riservate hanno riguardato attivit e fini al di fuori dei "campi" istituzionali. Si
rende quindi necessaria una verifica ex post della condotta dei servizi segreti con particolare riferimento alla
destinazione di fondi, fermo restando il principio che non pu ammettersi un controllo ex ante.
DISEGNO DI LEGGE
Art. 1
1. istituito, presso la Presidenza del consiglio dei ministri, il comitato unitario per le informazioni e la
sicurezza alle dirette dipendenza del presidente del Consiglio dei ministri, di seguito denominato
"Comitato".
2. Il Comitato ha il compito di coordinare le attivit del Servizio per le informazioni e la sicurezza
democratica (SISDe) e del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (SISMi) e di controllare
l'attuazione della disciplina del segreto di Stato.
Art. 2
1. Il terzo comma dell'articolo 4 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, sostituito dal seguente:
Il direttore del Servizio e gli altri funzionari indicati nelle disposizioni sull'ordinamento sono nominati dal
Presidente del Consiglio dei ministri, su parere conforme del Comitato interministeriale di cui all'articolo 2,
previo parere del Comitato parlamentare di cui all'articolo 11.
Art. 3
1. Il terzo comma dell'articolo 6 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, sostituito dal seguente:
Il direttore del Servizio e gli altri funzionari indicati nelle disposizioni sull'ordinamento sono nominati dal
Presidente del Consiglio dei ministri, su parere conforme del Comitato interministeriale di cui all'articolo 2,
previo parere del Comitato parlamentare di cui all'articolo 11.
Art. 4
1. L'articolo 8 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, sostituito dal seguente:
Art. 8. - 1. Non possono appartenere in modo organico o saltuario al Comitato di cui all'articolo 3 ed ai
Servizi di cui agli articoli 4 e 6, nonch ai reparti ed agli uffici di cui all'articolo 5, persone che, per
comportamenti od azioni eversive nei confronti delle istituzioni democratiche, non diano sicuro affidamento
di scrupolosa fedelt ai valori della Costituzione repubblicana.
2. Gli appartenenti ai Servizi di cui agli articoli 4 e 6 e coloro che vi devono entrare a far parte hanno
l'obbligo di dichiarare la loro eventuale appartenenza, anche trascorsa, a partiti politici, associazioni,
comitati e societ con qualsiasi finalit. Il Presidente del Consiglio dei ministri decide, previo parere del
Comitato interministeriale di cui all'articolo 2, sull'esistenza delle condizioni di incompatibilit con
l'appartenenza al SISDe o al SISMi.
Art. 5
1. All'articolo 11 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il secondo ed il terzo comma sono sostituiti dai seguenti:
Un Comitato parlamentare costituito da quattro deputati e da quattro senatori nominati dai presidenti dei
due rami del Parlamento sulla base del criterio di proporzionalit, esercita il controllo sull'applicazione dei
princpi stabiliti dalla presente legge e presenta al Parlamento una relazione semestrale sull'attivit svolta.
A tal fine il Comitato parlamentare pu chiedere al Presidente del Consiglio dei ministri, al Comitato
interministeriale di cui all'articolo 2, ai capi dei Servizi e ai responsabili dei singoli settori informazioni
sulle linee essenziali delle strutture e dell'attivit dei Servizi, nonch su singoli avvenimenti di particolare
rilevanza, e formulare proposte e rilievi;
b) il sesto comma sostituito dal seguente:
I componenti del Comitato parlamentare, anche dopo aver cessato di farne parte, sono vincolati al segreto
in relazione alle informazioni acquisite e alle proposte formulate ai sensi del terzo comma. Gli atti ed i
lavori del Comitato sono coperti dal segreto.
Art. 6

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1. All'articolo 12 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) dopo il primo comma, inserito il seguente:
I membri del Comitato parlamentare non possono essere chiamati a deporre come testimoni sui fatti
appresi e sugli atti compiuti nell'esercizio delle loro funzioni, salvo espressa autorizzazione del comitato
medesimo;
b) il secondo comma sostituito dal seguente:
In nessun caso possono essere oggetto di segreto di Stato le notizie relative a fatti eversivi dell'ordine
costituzionale, alle associazioni di cui all'articolo 416-bis del codice penale e di cui alla legge 25 gennaio
1982, n. 17, nonch al traffico illegale di armi, di munizioni e di materie esplodenti.
Art. 7
1. Dopo il terzo comma dell'articolo 19 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, aggiunto il seguente:
I capi dei Servizi di cui agli articoli 4 e 6 presentano ogni anno al Comitato parlamentare per i servizi di
informazione e sicurezza e per il segreto di Stato una relazione finanziaria con la qualificazione della spesa
per aree di intervento e per singole operazioni.
Art. 8
1. Dopo l'articolo 19 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, aggiunto il seguente:
Art. 19-bis - 1. Il Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato
rinnovato, per almeno la met dei suoi componenti, all'inizio di ogni legislatura. Ciascun membro pu
essere nominato per pi di due legislature.
(*) Sintesi redazionale

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Senato della Repubblica XII LEGISLATURA


Disegno di Legge n. 197 recante "Norme in materia di informazioni e sicurezza dello
Stato, di segreto di Stato, di informazioni classificate", di iniziativa dei Senatori Salvato,
Tripodi, Dionisi, Fagni.

(*) Il disegno di legge si propone una radicale trasformazione delle strutture preposte all'informazione e alla
sicurezza dello Stato, delle norme riguardanti il segreto di Stato nonch di quelle concernenti la
classificazione dei documenti.
Tale prospettiva richiede, ad avviso dei promotori, un necessario azzeramento degli Organismi istituiti dalla
legge 801 del 1977, nonch l'abolizione dei SIOS delle Forze armate e delle Forze di polizia, per costituire
ex novo un'unica struttura denominata Agenzia per l'informazione e la sicurezza dello Stato (AISS),
organismo di diritto pubblico con personalit giuridica, alle dipendenze del Presidente del Consiglio dei
Ministri. A tale organismo sarebbero attribuiti: l'alta direzione, la responsabilit politica generale e il
coordinamento della politica informativa e di sicurezza.
Il provvedimento in questione si compone di due titoli; il primo riguarda pi strettamente le norme in
materia di informazione e sicurezza dello Stato; il secondo, invece, si sofferma pi strettamente sulle norme
relative al segreto di Stato e sulla disciplina delle informazioni classificate.
DISEGNO DI LEGGE d'iniziativa dei senatori SALVATO, TRIPODI, DIONISI e FAGNI
Comunicato alla presidenza il 28 aprile 1994.
Norme in materia di informazione e sicurezza dello Stato, di segreto di Stato, di informazioni classificate

Onorevoli Senatori - Vicende recenti e recentissime, sulle quali sono in corso indagini dell'autorit
giudiziaria, rendono necessaria e urgente una riconsiderazione complessiva degli organismi preposti
all'informazione e alla sicurezza dello Stato. Gli episodi di corruzione e di compromissione con
organizzazioni criminali hanno rafforzato nell'opinione pubblica il convincimento, gi peraltro consolidatosi
negli scorsi anni, che le attivit dei servizi segreti avessero come obiettivo non la salvaguardia delle
istituzioni democratiche n la tutela della sovranit nazionale, ma piuttosto la difesa - anche coi mezzi e coi
sistemi pi spregiudicati - di interessi politici di parte (interni ed esterni al Paese) non propriamente
coincidenti con quelli dell'intera collettivit nazionale, ai quali soltanto deve guardare, per istituto, ogni
amministrazione o settore o ufficio di uno Stato democratico. A tal punto questa autentica degenerazione ha
creato allarme e sconcerto tra i cittadini da indurre molti a ritenere che l'unica soluzione credibile sia
l'abolizione definitiva di tutti gli organismi preposti all'informazione e alla sicurezza dello Stato. Una
soluzione certamente seducente, ma che non tiene conto di un contesto internazionale che pur
profondamente mutato dopo gli avvenimenti del biennio 1989-90, non comunque tale da far escludere, in
via generale e di principio, disegni tendenti a mettere a rischio la sovranit e l'integrit dello Stato
democratico, del suo territorio e delle sue istituzioni.
Vanno dunque previsti strumenti di intelligence che siano in grado di prevenire o individuare eventuali
disegni di tale natura. Deve tuttavia trattarsi di strumenti complessivamente nuovi, interamente ed
esclusivamente destinati ai fini suddetti, del tutto estranei e neutrali nei confronti delle vicende politiche
interne del Paese.
Ne consegue la necessit di azzerare gli organismi istituiti con la legge 24 ottobre 1977, n. 801, di abolire i
SIOS delle forze armate e delle forze di polizia, di costituire ex novo un'unica struttura alle dipendenza
della Presidenza del Consiglio dei Ministri che, tramite il Presidente del Consiglio di ministri, risponde
delle sue attivit ad un apposito Comitato parlamentare. Il necessario coordinamento tra Presidenza del
Consiglio e Ministri interessati garantito da un comitato interministeriale.

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del tutto evidente che ponendo mano ad una radicale trasformazione delle strutture preposte
all'informazione e alla sicurezza dello Stato, occorre affrontare contestualmente una revisione delle norme
riguardanti il segreto di Stato, le informazioni e i documenti classificati.
Alle nuove norme in materia dedicato l'intero titolo II del presente disegno di legge. Tali norme si basano
sul principio per cui al segreto si pu fare ricorso esclusivamente nei casi in cui la diffusione di documenti o
notizie possa arrecare danno grave all'integrit dello Stato e delle sue istituzioni. Viene abolito l'istituto dei
"nulla osta di sicurezza", la cui gestione, di per s discrezionale, ha dato luogo in passato, ad autentiche
discriminazioni. La possibilit di accesso ad atti riservati o segreti viene dunque ad essere legata
esclusivamente alla funzione svolta da chi a quegli atti deve accedere per esigenze d'ufficio.
Per la gestione dell'intera materia istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri l'apposito
Ufficio centrale di sicurezza. Quale strumento di garanzia prevista l'istituzione di una Commissione
centrale per la libert di accesso agli atti.
Con l'articolo 1 del titolo I si propone la soppressione degli organismi per l'informazione e la sicurezza,
istituiti con la legge n. 801 del 1977, nonch di quelli delle forze armate e delle forze di polizia.
Il personale viene trasferito ad altre amministrazioni dello Stato o pu, con compiti diversi, essere
impiegato nell'ambito delle stesse amministrazioni di appartenenza.
Sono attribuite al Presidente del Consiglio: l'alta direzione, la responsabilit politica generale e il
coordinamento della politica informativa e di sicurezza oltre al compito di impartire le direttive ed emanare
ogni disposizione che attiene l'organizzazione e il funzionamento delle attivit di cui all'articolo 2.
Con l'articolo 3 si istituisce l'ufficio Centrale di sicurezza (UCSI) alle dirette dipendenze del Presidente del
Consiglio che, sentito il Comitato di cui all'articolo 4 e il Comitato parlamentare di cui all'articolo 9, emana
per decreto il regolamento dell'UCSI e ne definisce l'organico e le modalit di assunzione e di
composizione.
Presso la Presidenza del Consiglio istituito il comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza
(CIIS) con funzioni di consulenza e di proposta sugli indirizzi generali e sugli obiettivi da perseguire, per il
Presidente del Consiglio (articolo 4).
istituita l'Agenzia per l'informazione e la sicurezza dello Stato (AISS) organismo di diritto pubblico con
personalit giuridica, sotto la vigilanza e la direzione del Presidente del Consiglio (articolo 5) con i seguenti
compiti:
a) ricerca, analisi e conservazione delle informazioni atte a tutelare la sovranit nazionale e trasmissione
delle stesse alle autorit competenti;
b) protezione delle comunicazioni elettroniche di interesse nazionale, decrittazione e decifrazione delle
comunicazioni esterne, con esclusione di ogni attivit di intercettazione delle comunicazioni relative al
territorio nazionale.
La ripartizione dei fondi, tra spese ordinarie e spese riservate, fatta all'inizio dell'esercizio finanziario dal
presidente del Consiglio. Tale ripartizione pu essere modificata nel corso dell'esercizio finanziario, con la
stessa procedura. Le spese ordinarie sono soggette al controllo della Corte dei conti mentre quelle riservate
sono disposte dal direttore dell'Agenzia che fornisce un rendiconto mensile al Presidente del Consiglio.
Con l'articolo 6 si stabiliscono le disposizioni relative alle assunzioni, valutazioni, incompatibilit,
preclusioni e divieti del personale operante presso l'AISS.
Gli articoli 7 e 8 definiscono il rapporto dell'AISS con l'autorit giudiziaria e con le pubbliche
amministrazioni.
Con l'articolo 9 si stabilisce il controllo parlamentare sulla politica informativa e di sicurezza, sui controlli e
sui risultati ottenuti. Il Governo riferisce in materia al parlamento con periodicit almeno semestrale.
Si costituisce un Comunicato parlamentare che ha gli stessi poteri previsti per le Commissioni bicamerali
d'indagine, con il compito di esercitare il controllo sull'applicazione delle norme stabilite della presente
legge.
istituito presso l'UCSI l'archivio centrale degli organi di informazione e di sicurezza per la conservazione
degli atti relativi all'attivit dell'AISS (articolo 10).
Tutta la documentazione, protocollata, depositata in copia presso gli uffici del Comitato parlamentare.
Con il titolo II si definiscono le norme relative al segreto di Stato e alla disciplina delle informazioni
classificate.
L'articolo 11 stabilisce che gli atti, i documenti e le attivit degli organi e delle amministrazioni centrali
dello Stato sono pubblici, salvo i casi in cui richiesto il vincolo del segreto, come definito negli articoli 12

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e 13.
coperto dal segreto di Stato qualsiasi materiale o attivit la cui diffusione possa arrecare danno grave
all'integrit dello Stato democratico e delle sue istituzioni (articolo 12); non possono essere oggetto di
segreto di Stato informazioni concernenti fatti eversivi dell'ordine costituzionale e di tutti i procedimenti
penali che si riferiscono agli articoli del codice penale elencati nell'articolo 13.
I trattati internazionali non possono essere sottoposti al vincolo del segreto di Stato, salvo alcune deroghe,
opportunamente motivate dal Presidente del Consiglio (articolo 14).
Si escludono effetti retroattivi nell'apposizione del segreto (articolo 15).
Rientrano nella definizione di segreto di Stato i documenti classificati con "segreto" e
"segretissimo" (articolo 16).
I documenti, per i quali pu essere prevista la classifica di "riservato", non possono essere negati ai giudici
di merito o al Parlamento, qualora ne richiedano visione (articolo 17).
Nessun documento a contenuto puramente normativo pu essere classificato (articolo 18).
Il segreto di stato pu essere apposto dal Presidente del Consiglio dei ministri o dai Ministri facenti parte
del Consiglio supremo di difesa per le materie di loro competenza (articolo 19).
Con l'articolo 20 si sostituisce la definizione di "segreto di Stato" cos come data dal codice di procedura
penale.
L'articolo 21 stabilisce le modalit di applicazione del controllo del Comitato parlamentare sulle norme
stabilite della presente legge.
Le classifiche che definiscono il segreto di Stato sono portate al livello inferiore ogni cinque anni e
decadono dopo quindici anni, salvo decisione motivata del Presidente del Consiglio dei ministri (articolo
22).
Tutti i nominativi coperti dal segreto di Stato devono essere conservati in ordine cronologico, in uno
speciale archivio presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (articolo 23).
abolito il nulla osta di sicurezza (articolo 24).
Ogni Amministrazione centrale e periferica dello Stato istituisce un ufficio per la libert di accesso ai
documenti amministrativi che potranno essere ottenuti da chiunque ne faccia richiesta, fatti salvi i casi di
cui al comma 3 dell'articolo 25. Entro novanta giorni l'amministrazione deve rilasciare copia del documento
al richiedente o motivarne il rifiuto (articolo 26).
In caso di rifiuto, il richiedente pu presentare ricorso entro trenta giorni (articolo 27).
L'articolo 28 stabilisce la composizione della commissione centrale per la libert di accesso.
Il titolo III definisce le norme finanziarie e le disposizioni regolamentari e finali della presente legge.

DISEGNO DI LEGGE
Titolo I
NORME IN MATERIA DI INFORMAZIONE E SICUREZZA DELLO STATO
Art. 1
(Soppressione degli organismi per l'informazione e la sicurezza)
1. Gli organismi istituiti a norma della legge 24 ottobre 1977, n. 801, sono soppressi. Sono altres soppressi
i servizi informativi, investigativi e di sicurezza delle forze armate e delle forze di polizia.
2. Il personale appartenente agli organismi di cui al comma 1 viene trasferito, con apposito decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri, ad altre amministrazioni dello Stato.
3. Il personale appartenente ai Servizi informazioni operative speciali (SIOS) delle forze di polizia viene
assegnato, con appositi decreti dei ministri competenti, ad altri compiti nell'ambito delle amministrazioni di
appartenenza oppure trasferito, su domanda degli interessati, nelle forze e nei limiti indicati dai successivi
articoli 3 e 6, all'Ufficio centrale di cui all'articolo 3 o all'Agenzia di cui all'articolo 5.
Art. 2
(Attribuzioni del Presidente del Consiglio dei ministri)
1. Al Presidente del Consiglio dei ministri sono attribuiti l'alta direzione, la responsabilit politica generale

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e di coordinamento della politica informativa e di sicurezza nell'interesse e per la difesa dello Stato
democratico e delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento.
2. Il Presidente del Consiglio dei ministri impartisce le direttive ed emana ogni disposizione necessaria per
l'organizzazione e il funzionamento delle attivit inerenti ai fini di cui al comma 1.
Art. 3
(Istituzione dell'Ufficio centrale di sicurezza)
1. Ai fini dell'applicazione di quanto previsto dal titolo II istituito, alle dirette dipendenze del Presidente
del Consiglio dei Ministri, l'Ufficio centrale di sicurezza (UCSI).
2. Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge il Presidente del Consiglio dei
Ministri, sentiti il Comitato interministeriale di cui all'articolo 4 e il Comitato parlamentare di cui
all'articolo 9, emana con suo decreto il regolamento dell'UCSI, definendone l'organico.
3. Alla direzione dell'UCSI preposto un dipendente dello Stato con qualifica non inferiore a dirigente
generale od equiparato, nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri, sentito il CIIS di cui all'articolo
4. Il mandato del direttore revocabile, cessa in ogni caso dopo quattro anni e non rinnovabile.
4. Il personale dell'UCSI costituito da dipendenti delle amministrazioni civili e militari dello Stato. Il
personale proveniente dalle singole amministrazioni non potr eccedere il 10 per cento dell'organico
dell'ufficio. Un'apposita commissione, nominata dal Presidente del Consiglio dei ministri, analizza e valuta i
candidati in base a disposizioni e criteri che saranno resi pubblici dal Governo.
Art. 4
(Comitato interministeriale)
1. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri istituito un Comitato interministeriale per le
informazioni e la sicurezza, con funzioni di consulenza e di proposta, per il Presidente del Consiglio dei
ministri, sugli indirizzi generali e sugli obiettivi fondamentali da perseguire nel quadro della politica
informativa e di sicurezza.
2. Il Comitato in sessione ordinaria presieduto dal Presidente del Consiglio dei ministri ed composto dai
Ministri dell'interno e della difesa. Salvo che il Presidente del Consiglio dei ministri disponga diversamente
in relazione a singoli affari, vi intervengono a titolo consultivo il direttore dell'UCSI e il direttore
dell'Agenzia di cui all'articolo 5.
3. Al Comitato in sessione plenaria partecipano altres il Ministro degli affari esteri, il Ministro di grazia e
giustizia e il Ministro delle finanze. Il Comitato si riunisce in sessione plenaria nei casi indicati dalla
presente legge ed in ogni altro caso in cui il Presidente del Consiglio dei Ministri lo ritenga opportuno.
4. Il Presidente del Consiglio dei ministri pu chiamare a partecipare alle sedute del Comitato altri ministri,
autorit civili e militari ed esperti.
Art. 5
(Agenzia per l'informazione e la sicurezza dello Stato)
1. istituita l'Agenzia per l'informazione e la sicurezza dello Stato (AISS), organismo di diritto pubblico
con personalit giuridica, sotto la vigilanza e l'alta direzione del Presidente del Consiglio dei ministri.
2. L'AISS cura la ricerca, l'analisi e la conservazione delle informazioni atte a tutelare la sovranit nazionale
nonch la loro trasmissione alle autorit competenti per la difesa dello Stato democratico, del suo territorio
e delle sue istituzioni da ogni interferenza straniera.
3. L'AISS ha compiti di difesa elettronica, consistenti nella protezione delle comunicazioni di interesse
nazionale e nella decrittazione e decifrazione delle comunicazioni esterne. esclusa ogni attivit di
intercettazione delle comunicazioni interne al territorio nazionale.
4. Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge il Presidente del Consiglio dei
ministri, sentito il CIIS in sessione plenaria e il Comitato parlamentare di cui all'articolo 9, emana con suo
decreto il regolamento dell'AISS definendone l'organico.
5. Il direttore dell'AISS nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri, sentito il Comitato
interministeriale in sessione plenaria, ed scelto fra i dipendenti dello Stato con qualifica non inferiore a
dirigente generale od equiparata, i magistrati delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrativa, gli
avvocati dello Stato, i professori ordinari di Universit.
6. Il mandato del direttore revocabile, cessa in ogni caso dopo quattro anni e non rinnovabile. Il direttore

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collocato di diritto fuori ruolo o nella corrispondente posizione prevista dall'ordinamento


dell'amministrazione di appartenenza. Il suo stato giuridico e il suo trattamento economico sono determinati
con il regolamento.
7. Il direttore esercita il suo mandato secondo le direttive del Presidente del Consiglio dei ministri e
risponde a quest'ultimo dell'attivit dell'AISS e dei suoi risultati.
8. Il regolamento di cui al comma 4 determina il numero e le attribuzioni dei reparti dell'AISS. Ogni reparto
retto da un funzionario che dipende dal direttore dell'AISS. Il regolamento determina altres le modalit
dei controlli contabili e delle verifiche dei costi e dei rendimenti.
9. La ripartizione dei fondi complessivamente disponibili fra spese ordinarie e spese riservate fatta
all'inizio dell'esercizio dal Presidente del Consiglio dei ministri, sentiti il CIIS in sessione plenaria e il
Comitato parlamentare di cui all'articolo 9. Con la stessa procedura tale ripartizione pu essere modificata
nel corso dell'esercizio.
10. Le spese ordinarie sono soggette al controllo della Corte dei Conti. Le spese riservate sono disposte dal
direttore dell'AISS che ne fornisce rendiconto mensile al Presidente del Consiglio dei ministri. La relativa
documentazione viene conservata a norma dell'articolo 10.
Art. 6
(Disposizioni sul personale dell'AISS)
1. Il personale dell'AISS in rapporto d'impiego costituito da:
a) dipendenti delle amministrazioni civili e militari dello Stato, collocato fuori ruolo a tempo indeterminato;
b) dipendenti assunti direttamente, con i requisiti e secondo le modalit previste dal regolamento.
2. Un'apposita commissione nominata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri analizza e valuta i
candidati in base a disposizioni e criteri che saranno resi pubblici dal Governo.
3. Il personale proveniente dalle amministrazioni dello Stato non potr eccedere, per ogni amministrazione
interessata, la misura del 10 per cento dell'organico dell'AISS.
4. L'ordinamento del personale ed il suo trattamento giuridico ed economico sono di tipo civile e vengono
determinati dal regolamento, con l'osservanza dei seguenti princpi:
a) il conferimento ai dipendenti di qualifiche, mansioni ed incarichi regolato esclusivamente
dall'ordinamento interno dell'AISS ed determinato in funzione delle esigenze di servizio;
b) sono determinate le condizioni e le modalit per il trasferimento del personale gi dipendente dall'AISS
nei ruoli di altre amministrazioni dello Stato.
5. Non prevista in alcun caso la restituzione del personale collocato fuori ruolo alle amministrazioni di
provenienza.
6. L'AISS pu avvalersi saltuariamente di collaboratori esterni per compiti d'istituto e in base a quanto
previsto in merito dal regolamento.
7. incompatibile con ogni forma di dipendenza o di collaborazione la qualit di membro del Parlamento,
di componente degli organi deliberativi delle regioni e degli enti locali, di magistrato, di ministro di culto,
di giornalista professionista.
8. precluso all'AISS avvalersi in rapporto di dipendenza, anche saltuario, di persone che, per
comportamenti od azioni eversive nei confronti delle istituzioni democratiche, non diano sicuro affidamento
di scrupolosa fedelt ai valori della Costituzione e dell'ordinamento democratico.
9. Il personale dell'AISS agisce esclusivamente nell'interesse e per la difesa dello Stato democratico e delle
istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento.
10. Al personale dell'AISS fatto divieto di:
a) svolgere attivit clandestina;
b) svolgere attivit armate;
c) svolgere attivit a favore o contro partiti o movimenti politici.
11. Al momento dell'entrata in servizio i dipendenti dell'AISS firmano una dichiarazione impegnativa con la
quale garantiscono di non aver prestato altri giuramenti di fedelt al di fuori di quello verso lo Stato e di non
far parte di organizzazioni segrete o coperte.
12. Il personale che violi gli obblighi di cui ai commi 9, 10 e 11 collocato a riposo o dimesso, con
provvedimento del direttore dell'AISS.
13. Al personale dell'AISS viene corrisposta l'indennit operativa prevista per le forze armate, aumentata,
per coloro che siano impegnati in operazioni speciali, nella misura prevista per le indennit assegnate ai

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corpi speciali delle forze armate.


14. Non sono ammesse indennit n sono previsti compensi di alcun tipo al di fuori di quanto disposto dal
comma 13.
15. I dipendenti dell'AISS non rivestono la qualit di ufficiali o di agenti di polizia giudiziaria; tale qualit
sospesa per tutta la durata del collocamento fuori ruolo per il personale che la rivesta in base
all'ordinamento dell'amministrazione di provenienza.
Art. 7
(Rapporti con l'autorit giudiziaria)
1. Tutto il personale dell'AISS ha l'obbligo di fornire all'autorit giudiziaria le informazioni e gli elementi di
prova relativi a fatti configurabili come reati.
2. Tutti gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria debbono fornire la cooperazione eventualmente richiesta
dal direttore dell'AISS.
Art. 8
(Rapporti con le pubbliche amministrazioni)
1. Per determinazione del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto coi ministri interessati, l'AISS
pu avvalersi di mezzi ed infrastrutture di qualsiasi amministrazione pubblica.
2. Le pubbliche amministrazioni sono tenute a corrispondere alle richieste di informazioni loro inoltrate dal
direttore dell'UCSI o dal direttore dell'AISS.
Art. 9
(Controllo parlamentare)
1. Il Governo riferisce tempestivamente al Parlamento e con periodicit almeno semestrale con una
relazione sulla politica informativa e della sicurezza, sui controlli e sui risultati ottenuti.
2. Un Comitato parlamentare, costituito da sette deputati e sette senatori, nominati dai Presidenti dei due
rami del Parlamento, sulla base del criterio di proporzionalit, esercita il controllo sull'applicazione della
presente legge. A tal fine, il Presidente del Consiglio dei ministri informa il Comitato sull'attivit dell'AISS;
d notizia della emanazione di regolamenti e di direttive generali, comunicandone il testo; riferisce
sull'assegnazione dei fondi e sui risultati della rendicontazione. Il Comitato pu chiedere ulteriori
informazioni e chiarimenti e formulare proposte e rilievi.
3. Il Comitato parlamentare ha gli stessi poteri previsti per le Commissioni bicamerali d'indagine.
4. Il Presidente del Consiglio dei ministri pu richiedere al Comitato parlamentare la tutela del segreto in
ordine alle informazioni che a suo giudizio eccedono i limiti di cui al comma 2. In tal caso gli atti del
Comitato sono coperti dal segreto. Il segreto non comunque previsto per gli atti regolamentari e per quelli
soggetti al controllo della Corte dei conti.
5. I componenti del Comitato parlamentare sono vincolati al segreto relativamente alle informazioni di cui
al comma 4.
Art. 10
(Conservazione degli atti)
1. istituito presso l'UCSI l'archivio centrale degli organismi di informazione e di sicurezza, cui preposto
un dirigente nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri, sentito il CIIS. Nell'archivio centrale sono
conservati tutti gli atti relativi all'attivit dell'AISS, compresi quelli che si riferiscono a spese riservate.
2. Il regolamento dell'UCSI disciplina le modalit di conservazione, anche con mezzi informatici, ed i
criteri per l'accesso e la visione dei singoli atti, tenuto conto di quanto previsto dal successivo titolo II.
3. Tutta la documentazione deve essere protocollata; copia del protocollo depositata presso gli uffici del
Comitato parlamentare.

Titolo II
NORME RELATIVE AL SEGRETO DI STATO E DISCIPLINA DELLE INFORMAZIONI
CLASSIFICATE

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Art. 11
(Pubblicit degli atti)
1. Gli atti, i documenti, le attivit degli organi e delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato,
nonch delle regioni e degli enti locali sono pubblici, salvo che non vi sia esplicitamente ed individualmente
apposto il vincolo del segreto o della riservatezza secondo le norme contenute nella presente legge.
Art. 12
(Presupposti del segreto di Stato)
1. coperto dal segreto di Stato qualsiasi atto, documento, notizia, materiale o attivit la cui diffusione
possa arrecare danno grave alla integrit dello Stato democratico, alle istituzioni della Repubblica, al libero
esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, all'indipendenza e alla difesa dello Stato.
Art. 13
(Casi di inammissibilit del segreto di Stato)
1. In nessun caso possono essere oggetto di segreto di Stato informazioni concernenti fatti eversivi
dell'ordine costituzionale, n il segreto pu essere opposto nel corso di procedimenti penali per i delitti
previsti dagli articoli 270, 270-bis, 276, 280, 283, 284, 285, 286, 289, 289-bis, 305, 306, 416-bis, 422, ed in
genere per tutti i reati aventi finalit di terrorismo o di eversione dell'ordine costituzionale.
Art. 14
(Disciplina del segreto di Stato
per i trattati internazionali)
1. Non possono essere sottoposti al vincolo del segreto di Stato trattati o accordi internazionali, anche se
esecutivi di accordi precedentemente stipulati.
2. Singole clausole di trattati, purch non compresi tra quelli previsti dall'articolo 80 della costituzione,
possono essere dichiarate segrete. In tal caso il Presidente del Consiglio dei ministri ne comunica al
Comitato parlamentare di controllo le motivazioni.
Art. 15
(Esclusione di effetti retroattivi nell'apposizione del segreto)
1. Non pu essere eccepito il segreto su atti, documenti, attivit o materiali in genere se esso non sia stato
apposto in data precedente all'eccezione, e nelle forme e secondo le modalit stabilite dalla presente legge.
Art. 16
(Documenti con classifica "segreto" e "segretissimo")
1. Rientrano nella definizione di segreto di Stato le classifiche, formulate ai soli fini del trattamento dei
documenti e dell'estensione della loro circolazione autorizzata, di "segretissimo", riferita a documenti o
altro la cui divulgazione possa provocare un danno estremamente grave agli interessi definiti all'articolo 12
della presente legge, e "segreto", riferita a documenti o altro la cui divulgazione possa provocare un danno
grave ai medesimi interessi.
Art. 17
(Documenti con classifica "riservato")
1. Ai soli fini della limitazione della circolazione e della conoscenza, l'amministrazione centrale e periferica
dello Stato pu inoltre utilizzare la classifica di "riservato" su quegli atti, documenti o altri materiali la cui
pi vasta diffusione potrebbe tradursi in un danno significativo agli interessi definiti all'articolo 12.
2. In nessun caso pu essere negata al giudice di merito la conoscenza di materiali aventi la classifica di cui
al comma 1, n potr essere rifiutata la testimonianza da parte di persone che ne abbiano conoscenza.
3. Ugualmente non potranno essere rifiutate al Parlamento informazioni, notizie, materiali classificati in
base al comma 1.
4. Su richiesta dell'autorit che esibisce o fornisce i documenti classificati "riservato", gli stessi dovranno
essere esaminati in dibattimento a porte chiuse o, in sede di Commissione parlamentare, con il vincolo della
riservatezza per tutti i presenti.

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Art. 18
(Documenti non classificati)
1. Nessun documento a contenuto puramente normativo pu essere classificato, n possono esserlo quelle
informazioni che per loro natura siano a chiunque accessibili oppure siano legittimamente a conoscenza di
autorit straniere, al di fuori dei casi previsti da accordi di mutua difesa, di assistenza giudiziaria e di
polizia.
Art. 19
(Attribuzioni del Presidente del Consiglio dei ministri)
1. Il segreto di Stato pu essere apposto dal Presidente del Consiglio e dai ministri facenti parte del
Consiglio supremo di difesa per le materie di loro competenza.
2. Il Presidente del Consiglio pu delegare altri soggetti all'apposizione del segreto di Stato su materie
precisamente definite.
3. La delega di cui al comma 2 ha una durata massima di due anni, rinnovabili, individuale e intrasferibile,
anche parzialmente, revocabile in qualsiasi momento e termina in ogni caso con la cessazione del delegato
dalla funzione o dalla carica che l'aveva giustificata.
Art. 20
(Modifica dell'articolo 202
del codice di procedura penale)
1. L'articolo 202 del codice di procedura penale sostituito dal seguente:
Art. 202. - (Segreto di Stato). - 1. Chiunque, per ragione del suo ufficio, sia chiamato a deporre su
quanto coperto da segreto di Stato deve eccepirne l'esistenza ed astenersi dal deporre.
2. Il giudice interpella il Presidente del consiglio che, ove ritenga di confermarlo, deve provvedervi entro
trenta giorni dalla richiesta.
3. In tal caso il Presidente del Consiglio dei ministri trasmette gli atti o i documenti coperti dal segreto che
sono esaminati in camera di consiglio.
4. Ove il giudice ritenga fondata la dichiarazione di segretezza e la prova sia essenziale per la definizione
del processo, dichiara non doversi procedere per l'esistenza di un segreto di Stato. In caso contrario
trasmette gli atti al Comitato parlamentare di controllo.
5. Se il Presidente del Consiglio non conferma il segreto o se il Comitato parlamentare di controllo ne
dichiara la insussistenza, il giudice ordina che il testimone deponga.
6. Nel caso si proceda ai sensi del comma 5, il Presidente del Consiglio dei ministri pu chiedere che la
deposizione avvenga a porte chiuse.
Art. 21
(Controllo parlamentare)
1. Il Presidente del Consiglio trasmette al Comitato parlamentare l'elenco dei soggetti delegati di cui
all'articolo 19 della presente legge; sottopone al preventivo parere gli atti normativi connessi con
l'apposizione e la salvaguardia del segreto; comunica al Comitato le richieste di conferma della sussistenza
del segreto di Stato ai sensi dell'articolo 202 del codice di procedura penale e il loro esito; presenta
annualmente una relazione sulla tutela del segreto.
2. Il Presidente del Consiglio dei ministri deve trasmettere entro trenta giorni dalla richiesta qualsiasi
documento, atto o informazione che il Comitato ritenga di dover esaminare.
3. Il Comitato delibera a maggioranza assoluta, entro sessanta giorni dalla richiesta ai sensi dell'articolo 202
del codice di procedura penale, sulla legittima opposizione del segreto di Stato.
Art. 22
(Validit delle classifiche)
1. Le classifiche attribuite ai sensi della presente legge sono di diritto portate al livello inferiore ogni cinque
anni.
2. Con decisione motivata da comunicare al Comitato parlamentare di controllo, il Presidente del Consiglio
dei ministri pu deliberare di prolungare la durata del segreto di Stato su singoli atti, documenti, materiali o
attivit.

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3. Tutte le classifiche decadono di diritto quindici anni dopo la data di apposizione della classifica
originaria.
Art. 23
(Registrazione dei documenti)
1. Gli atti, i documenti e, in genere, tutti i materiali coperti dal segreto di Stato, devono essere annotati su
registri cronologici conservati dall'autorit originante e, in copia, in uno speciale archivio istituito presso
l'UCSI.
Art. 24
(Abolizione del nulla osta di sicurezza)
1. L'istituto del nulla osta di sicurezza abolito.
Art. 25
(Diritto di accesso agli atti)
1. Chiunque pu chiedere di ottenere in copia qualsiasi atto della pubblica amministrazione.
2. A tal fine ogni amministrazione centrale e periferica dello Stato e ogni altro ente pubblico territoriale e
non territoriale istituisce entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge un ufficio per la
libert di accesso ai documenti amministrativi.
3. Non possono in nessun caso essere noti, se non ai diretti interessati e ai soggetti pubblici che ne abbiano
un legittimo interesse, gli atti che contengono informazioni di carattere personale.
4. Il cittadino ha sempre diritto di rettifica relativamente agli atti che lo riguardano.
Art. 26
(Compiti delle amministrazioni)
1. Entro novanta giorni dalla domanda, l'amministrazione di origine del documento richiesto ai sensi
dell'articolo 24 deve fornirne copia al richiedente oppure motivarne il rifiuto.
2. Nello stesso termine l'amministrazione deve risponderne nel caso in cui il documento non sia esattamente
individuabile oppure quando la stessa non sia originaria del documento.
3. In ogni caso di rifiuto o di rinvio l'ufficio per la libert di accesso ai documenti indica l'autorit alla quale
il richiedente pu opporre ricorso.
Art. 27
(Ricorso in caso di diniego)
1. Nel caso di rifiuto all'accesso di documenti, il richiedente pu proporre ricorso entro trenta giorni
all'autorit indicata nella comunicazione di diniego.
2. Se, entro sessanta giorni, l'autorit appellata conferma il diniego, nel termine di trenta giorni il
richiedente pu ricorrere alla Commissione centrale per la libert di accesso che delibera entro novanta
giorni.
3. Le decisioni della Commissione sono definitive.
Art. 28
(Commissione centrale per la libert di accesso agli atti)
1. La Commissione centrale per la libert di accesso, presieduta da un magistrato nominato dal Presidente
della Corte di cassazione, comprende quattro membri, dei quali due nominati dai Presidenti dei due rami del
Parlamento e due dal Presidente del Consiglio dei ministri.
2. Nel caso di documenti coperti dal segreto di Stato in violazione della presente legge, la Commissione
dispone il riesame da parte del Presidente del Consiglio dei ministri e ne informa contestualmente il
Comitato parlamentare di controllo.

Titolo III
DISPOSIZIONI FINANZIARIE, REGOLAMENTARI E FINALI

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Art. 29
(Norme finanziarie)
1. Le spese relative all'UCSI e all'AISS sono iscritte nello stato di previsione del Ministero del tesoro, nella
rubrica denominata "Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza".
Art. 30
(Disposizioni regolamentari)
1. Le disposizioni regolamentari previste dalla presente legge sono emanate, in deroga all'articolo 17 della
legge 23 agosto 1988 n. 400, con uno o pi decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, sentiti il CIIS
in sessione plenaria e il Comitato parlamentare. I suddetti decreti stabiliscono il regime della loro pubblicit
anche in deroga alle norme ordinarie.
2. Nelle materie disciplinate dalle suddette disposizioni regolamentari non si applicano le norme di legge in
materia di amministrazione e contabilit dello Stato, di rapporto d'impiego e di procedimento
amministrativo, salvi in ogni caso i princpi costituzionali e i princpi generali del diritto.
Art. 31
(Abrogazioni)
1. Sono abrogati gli articoli da 1 a 11 e 19 della legge 24 ottobre 1977, n. 801.
(*) Sintesi redazionale

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LEGGE 7 agosto 1990, n. 241 - Nuove norme in materia di procedimento amministrativo


e di diritto di accesso ai documenti amministrativi.

18-8-1990
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana
Serie Generale
LEGGI, DECRETI E ORDINANZE PRESIDENZIALI
LEGGE
7 agosto 1990, n.241
Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi.
Capo I - Princpi
Art. 1
1. L'attivit amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed retta da criteri di economicit, di
efficacia e di pubblicit secondo le modalit previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che
disciplinano singoli procedimenti.
2. La pubblica amministrazione non pu aggravare il procedimento se non per straordinarie e motivate
esigenze imposte dallo svolgimento dell'istruttoria.
Art. 2
1. Ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad una istanza, ovvero debba essere iniziato d'ufficio, la
pubblica amministrazione ha il dovere di concluderlo mediante l'adozione di un provvedimento espresso.
2. Le pubbliche amministrazioni determinano per ciascun tipo di procedimento, in quanto non sia gi
direttamente disposto per legge o per regolamento, il termine entro cui esso deve concludersi. Tale termine
decorre dall'inizio di ufficio del procedimento o dal ricevimento della domanda se il procedimento ad
iniziativa di parte.
3. Qualora le pubbliche amministrazioni non provvedano ai sensi del comma 2, il termine di trenta giorni.
4. Le determinazioni adottate ai sensi del comma 2 sono rese pubbliche secondo quanto previsto dai singoli
ordinamenti (1/a).
Art. 3
1. Ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti l'organizzazione amministrativa, lo
svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato, salvo che nelle ipotesi previste dal
comma 2. La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato
la decisione dell'amministrazione, in relazione alle risultanze dell'istruttoria.
2. La motivazione non richiesta per gli atti normativi e per quelli a contenuto generale.
3. Se le ragioni della decisione risultano da altro atto dell'amministrazione richiamato dalla decisione stessa,
insieme alla comunicazione di quest'ultima deve essere indicato e reso disponibile, a norma della presente
legge, anche l'atto cui essa si richiama.
4. In ogni atto notificato al destinatario devono essere indicati il termine e l'autorit cui possibile ricorrere.
Capo II - Responsabile del procedimento

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Art. 4
1. Ove non sia gi direttamente stabilito per legge o per regolamento, le pubbliche amministrazioni sono
tenute a determinare per ciascun tipo di procedimento relativo ad atti di loro competenza l'unit
organizzativa responsabile della istruttoria e di ogni altro adempimento procedimentale, nonch
dell'adozione del provvedimento finale.
2. Le disposizioni adottate ai sensi del comma 1 sono rese pubbliche secondo quanto previsto dal singoli
ordinamenti (1/a).
Art. 5
1. Il dirigente di ciascuna unit organizzativa provvede ad assegnare a s o ad altro dipendente addetto
all'unit la responsabilit della istruttoria e di ogni altro adempimento inerente il singolo procedimento
nonch, eventualmente, dell'adozione del provvedimento finale.
2. Fino a quando non sia effettuata l'assegnazione di cui al comma 1, considerato responsabile del singolo
procedimento il funzionario preposto alla unit organizzativa determinata a norma del comma 1 dell'art. 4.
3. L'unit organizzativa competente e il nominativo del responsabile del procedimento sono comunicati ai
soggetti di cui all'art. 7 e, a richiesta, a chiunque vi abbia interesse.
Art. 6
1. Il responsabile del procedimento:
a) valuta, ai fini istruttori, le condizioni di ammissibilit, i requisiti di legittimazione ed i presupposti che
siano rilevanti per l'emanazione del provvedimento;
b) accerta di ufficio i fatti, disponendo il compimento degli atti all'uopo necessari, e adotta ogni misura per
l'adeguato e sollecito svolgimento dell'istruttoria. In particolare, pu chiedere il rilascio di dichiarazioni e la
rettifica di dichiarazioni o istanze erronee o incomplete e pu esperire accertamenti tecnici ed ispezioni ed
ordinare esibizioni documentali;
c) propone l'indizione o, avendone la competenza, indce le conferenze di servizi di cui all'art. 14;
d) cura le comunicazioni, le pubblicazioni e le notificazioni previste dalle leggi e dai regolamenti;
e) adotta, ove ne abbia la competenza, il provvedimento finale, ovvero trasmette gli atti all'organo
competente per l'adozione.
Capo III - Partecipazione al procedimento amministrativo
Art. 7
1. Ove non sussistano ragioni di impedimento derivanti da particolari esigenze di celerit del procedimento,
l'avvio del procedimento stesso comunicato, con le modalit previste dall'art. 8, ai soggetti nei confronti
dei quali il provvedimento finale destinato a produrre effetti diretti ed a quelli che per legge debbono
intervenirvi. Ove parimenti non sussistano le ragioni di impedimento predette, qualora da un provvedimento
possa derivare un pregiudizio a soggetti individuati o facilmente individuabili, diversi dal suoi diretti
destinatari, l'amministrazione tenuta a fornire loro, con le stesse modalit, notizia dell'inizio del
procedimento.
2. Nelle ipotesi di cui al comma 1 resta salva la facolt dell'amministrazione di adottare, anche prima della
effettuazione delle comunicazioni di cui al medesimo comma 1, provvedimenti cautelari.
Art. 8
1. L'amministrazione provvede a dare notizia dell'avvio del procedimento mediante comunicazione
personale.
2. Nella comunicazione debbono essere indicati:
a) l'amministrazione competente;
b) l'oggetto del procedimento promosso;
c) l'ufficio e la persona responsabile del procedimento;
d) l'ufficio in cui si pu prendere visione degli atti.
3. Qualora per il numero dei destinatari la comunicazione personale non sia possibile o risulti

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particolarmente gravosa, l'amministrazione provvede a rendere noti gli elementi di cui al comma 2 mediante
forme di pubblicit idonee di volta in volta stabilite dall'amministrazione medesima.
4. L'omissione di taluna delle comunicazioni prescritte pu esser fatta valere solo dal soggetto nel cui
interesse la comunicazione prevista.
Art. 9
1. Qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonch i portatori di interessi diffusi
costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento, hanno facolt di
intervenire nel procedimento.
Art. 10
1. I soggetti di cui all'art. 7 e quelli intervenuti ai sensi dell'art. 9 hanno diritto:
a) di prendere visione degli atti del procedimento, salvo quanto previsto dall'art. 24;
b) di presentare memorie scritte e documenti, che l'amministrazione ha l'obbligo di valutare ove siano
pertinenti all'oggetto del procedimento.
Art. 11
1. In accoglimento di osservazioni e proposte presentate a norma dell'art. 10, l'amministrazione procedente
pu concludere, senza pregiudizio dei diritti dei terzi, e in ogni caso nel perseguimento del pubblico
interesse, accordi con gli interessati al fine di determinare il contenuto discrezionale del provvedimento
finale ovvero, nei casi previsti dalla legge, in sostituzione di questo.
1-bis. Al fine di favorire la conclusione degli accordi di cui al comma 1, il responsabile del procedimento
pu predisporre un calendario di incontri cui invita, separatamente o contestualmente, il destinatario del
provvedimento ed eventuali controinteressati. (4)
2. Gli accordi di cui al presente articolo debbono essere stipulati, a pena di nullit, per atto scritto, salvo che
la legge disponga altrimenti. Ad essi si applicano, ove non diversamente previsto, i princpi del codice civile
in materia di obbligazioni e contratti in quanto compatibili.
3. Gli accordi sostitutivi di provvedimenti sono soggetti ai medesimi controlli previsti per questi ultimi.
4. Per sopravvenuti motivi di pubblico interesse l'amministrazione recede unilateralmente dall'accordo,
salvo l'obbligo di provvedere alla liquidazione di un indennizzo in relazione agli eventuali pregiudizi
verificatisi in danno del privato.
5. Le controversie in materia di formazione, conclusione ed esecuzione degli accordi di cui al presente
articolo sono riservate alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.
Art. 12
1. La concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari e l'attribuzione di vantaggi
economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione
ed alla pubblicazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi
ordinamenti, dei criteri e delle modalit cui le amministrazioni stesse devono attenersi.
2. L'effettiva osservanza dei criteri e delle modalit di cui al comma 1 deve risultare dai singoli
provvedimenti relativi agli interventi di cui al medesimo comma 1.
Art. 13
1. Le disposizioni contenute nel presente capo non si applicano nei confronti dell'attivit della pubblica
amministrazione diretta alla emanazione di atti normativi, amministrativi generali, di pianificazione e di
programmazione, per i quali restano ferme le particolari norme che ne regolano la formazione.
2. Dette disposizioni non si applicano altres ai procedimenti tributari per i quali restano parimenti ferme le
particolari norme che li regolano.
Capo IV - Semplificazione dell'azione amministrativa
Art. 14
1. Qualora sia opportuno effettuare un esame contestuale di vari interessi pubblici coinvolti in un

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procedimento amministrativo, l'amministrazione procedente indce di regola una conferenza di servizi.


2. La conferenza stessa pu essere indetta anche quando l'amministrazione procedente debba acquisire
intese, concerti, nulla osta o assensi comunque denominati di altre amministrazioni pubbliche. In tal caso le
determinazioni concordate nella conferenza sostituiscono a tutti gli effetti i concerti, le intese, i nulla osta e
gli assensi richiesti (1/b).
2-bis. Qualora nella conferenza sia prevista l'unanimit per la decisione e questa non venga raggiunta, le
relative determinazioni possono essere assunte dal Presidente del Consiglio dei Ministri, previa
deliberazione del Consiglio dei Ministri. Tali determinazioni hanno il medesimo effetto giuridico
dell'approvazione all'unanimit in sede di conferenza di servizi (1/c).
2-ter. Le disposizioni di cui ai commi 2 e 2-bis si applicano anche quando l'attivit del privato sia
subordinata ad atti di consenso, comunque denominati, di competenza di amministrazioni pubbliche
diverse. In questo caso, la conferenza convocata, anche su richiesta dell'interessato, dall'amministrazione
preposta alla tutela dell'interesse pubblico prevalente.(5)
3. Si considera acquisito l'assenso dell'amministrazione la quale, regolarmente convocata, non abbia
partecipato alla conferenza o vi abbia partecipato tramite rappresentanti privi della competenza ad
esprimerne definitivamente la volont, salvo che essa non comunichi all'amministrazione procedente il
proprio motivato dissenso entro venti giorni dalla conferenza stessa ovvero dalla data di ricevimento della
comunicazione delle determinazioni adottate, qualora queste ultime abbiano contenuto sostanzialmente
diverso da quelle originariamente previste.
4. Le disposizioni di cui al comma 3 non si applicano alle amministrazioni preposte alla tutela ambientale,
paesaggistico-territoriale e della salute dei cittadini.
Art. 15
1. Anche al di fuori delle ipotesi previste dall'articolo 14, le amministrazioni pubbliche possono sempre
concludere tra loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attivit di interesse comune.
2. Per detti accordi si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni previste dall'art. 11, commi 2, 3 e 5.
Art. 16
1. Ove debba essere obbligatoriamente sentito un organo consultivo, questo deve emettere il proprio parere
entro il termine prefissato da disposizioni di legge o di regolamento o, in mancanza, non oltre novanta
giorni dal ricevimento della richiesta.
2. In caso di decorrenza del termine senza che sia stato comunicato il parere o senza che l'organo adito
abbia rappresentato esigenze istruttorie, in facolt dell'amministrazione richiedente di procedere
indipendentemente dall'acquisizione del parere.
3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 non si applicano in caso di pareri che debbano essere rilasciati da
amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale e della salute dei cittadini.
4. Nel caso in cui l'organo adito abbia rappresentato esigenze istruttorie ovvero l'impossibilit, dovuta alla
natura dell'affare, di rispettare il termine generale di cui al comma 1, quest'ultimo ricomincia a decorrere,
per una sola volta, dal momento della ricezione, da parte dell'organo stesso, delle notizie o dei documenti
richiesti, ovvero della sua prima scadenza.
5. Qualora il parere sia favorevole, senza osservazioni, il dispositivo comunicato telegraficamente o con
mezzi telematici.
6. Gli organi consultivi dello Stato predispongono procedure di particolare urgenza per l'adozione dei pareri
loro richiesti.
Art. 17
1. Ove per disposizione espressa di legge o di regolamento sia previsto che per l'adozione di un
provvedimento debbano essere preventivamente acquisite le valutazioni tecniche di organi od enti appositi e
tali organi ed enti non provvedano o non rappresentino esigenze istruttorie di competenza
dell'amministrazione procedente nei termini prefissati dalla disposizione stessa o, in mancanza, entro
novanta giorni dal ricevimento della richiesta, il responsabile del procedimento deve chiedere le suddette
valutazioni tecniche ad altri organi dell'amministrazione pubblica o ad enti pubblici che siano dotati di
qualificazione e capacit tecnica equipollenti, ovvero ad istituti universitari.
2. La disposizione di cui al comma 1 non si applica in caso di valutazioni che debbano essere prodotte da

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amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale e della salute dei cittadini.
3. Nel caso in cui l'ente od organo adito abbia rappresentato esigenze istruttorie all'amministrazione
procedente, si applica quanto previsto dal comma 4 dell'articolo 16.
Art. 18
1. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge le amministrazioni interessate adottano
le misure organizzative idonee a garantire l'applicazione delle disposizioni in materia di autocertificazione e
di presentazione di atti e documenti da parte di cittadini a pubbliche amministrazioni di cui alla legge 4
gennaio 1968, n. 15, e successive modificazioni e integrazioni. Delle misure adottate le amministrazioni
danno comunicazione alla Commissione di cui all'art. 27.
2. Qualora l'interessato dichiari che fatti, stati e qualit sono attestati in documenti gi in possesso della
stessa amministrazione procedente o di altra pubblica amministrazione, il responsabile del procedimento
provvede d'ufficio all'acquisizione dei documenti stessi o di copia di essi.
3. Parimenti sono accertati d'ufficio dal responsabile del procedimento i fatti, gli stati e le qualit che la
stessa amministrazione procedente o altra pubblica amministrazione tenuta a certificare.
Art. 19
1. In tutti i casi in cui l'esercizio di una attivit privata sia subordinato ad autorizzazione, licenza,
abilitazione, nulla osta, permesso o altro atto di consenso comunque denominato, ad esclusione delle
concessioni edilizie e delle autorizzazioni rilasciate ai sensi delle leggi 1 giugno 1939, n. 1089, 29 giugno
1939, n. 1497, e del decreto legge 27 giugno 1985, n. 312, convertito, con modificazioni, dalla legge 8
agosto 1985, n. 431, il cui rilascio dipenda esclusivamente dall'accertamento dei presupposti e dei requisiti
di legge, senza l'esperimento di prove a ci destinate che comportino valutazioni tecniche discrezionali, e
non sia previsto alcun limite o contingente complessivo per il rilascio degli atti stessi, l'atto di consenso si
intende sostituito da una denuncia di inizio di attivit da parte dell'interessato alla pubblica amministrazione
competente, attestante l'esistenza dei presupposti e dei requisiti di legge, eventualmente accompagnata
dall'autocertificazione dell'esperimento di prove a ci destinate, ove previste. In tali casi, spetta
all'amministrazione competente, entro e non oltre sessanta giorni dalla denuncia, verificare d'ufficio la
sussistenza dei presupposti e dei requisiti di legge richiesti e disporre, se del caso, con provvedimento
motivato da notificare all'interessato entro il medesimo termine, il divieto di prosecuzione dell'attivit e la
rimozione dei suoi effetti, salvo che, ove ci sia possibile, l'interessato provveda a conformare alla
normativa vigente detta attivit ed i suoi effetti entro il termine prefissatogli dall'amministrazione stessa
(1/d) (2).
Art. 20
1. Con regolamento adottato ai sensi del comma 2 dell'art. 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, da
emanarsi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge e previo parere delle
competenti Commissioni parlamentari, sono determinati i casi in cui la domanda di rilascio di una
autorizzazione, licenza, abilitazione, nulla osta, permesso od altro atto di consenso comunque denominato,
cui sia subordinato lo svolgimento di un'attivit privata, si considera accolta qualora non venga comunicato
all'interessato il provvedimento di diniego entro il termine fissato per categorie di atti, in relazione alla
complessit del rispettivo procedimento, dal medesimo predetto regolamento. In tali casi, sussistendone le
ragioni di pubblico interesse, l'amministrazione competente pu annullare l'atto di assenso illegittimamente
formato, salvo che, ove ci sia possibile, l'interessato provveda a sanare i vizi entro il termine prefissatogli
dall'amministrazione stessa.
2. Ai fini dell'adozione del regolamento di cui al comma 1, il parere delle Commissioni parlamentari e del
Consiglio di Stato deve essere reso entro sessanta giorni dalla richiesta. Decorso tale termine, il Governo
procede comunque all'adozione dell'atto.
3. Restano ferme le disposizioni attualmente vigenti che stabiliscono regole analoghe o equipollenti a quelle
previste dal presente articolo (1/d).
Art. 21
1. Con la denuncia o con la domanda di cui agli articoli 19 e 20 l'interessato deve dichiarare la sussistenza
dei presupposti e dei requisiti di legge richiesti. In caso di dichiarazioni mendaci o di false attestazioni non

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ammessa la conformazione dell'attivit e dei suoi effetti a legge o la sanatoria prevista dagli articoli
medesimi ed il dichiarante punito con la sanzione prevista dall'art. 483 del codice penale, salvo che il fatto
costituisca pi grave reato.
2. Le sanzioni attualmente previste in caso di svolgimento dell'attivit in carenza dell'atto di assenso
dell'amministrazione o in difformit di esso si applicano anche nei riguardi di coloro i quali diano inizio
all'attivit ai sensi degli articoli 19 e 20 in mancanza dei requisiti richiesti o, comunque, in contrasto con la
normativa vigente.
Capo V - Accesso ai documenti amministrativi
Art. 22
1. Al fine di assicurare la trasparenza dell'attivit amministrativa e di favorirne lo svolgimento imparziale
riconosciuto a chiunque vi abbia interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti il diritto di
accesso ai documenti amministrativi, secondo le modalit stabilite dalla presente legge.
2. considerato documento amministrativo ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica,
elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni, formati dalle pubbliche
amministrazioni o, comunque, utilizzati ai fini dell'attivit amministrativa.
3. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge le amministrazioni interessate adottano
le misure organizzative idonee a garantire l'applicazione della disposizione di cui al comma 1, dandone
comunicazione alla Commissione di cui all'art. 27.
Art . 23
1. Il diritto di accesso di cui all'art. 22 si esercita nei confronti delle amministrazioni dello Stato, ivi
compresi le aziende autonome, gli enti pubblici ed i concessionari di pubblici servizi.
Art. 24
1. Il diritto di accesso escluso per i documenti coperti da segreto di Stato ai sensi dell'art. 12 della legge 24
ottobre 1977, n. 801, nonch nei casi di segreto o di divieto di divulgazione altrimenti previsti
dall'ordinamento.
2. Il Governo autorizzato ad emanare, ai sensi del comma 2 dell'art. 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400,
entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o pi decreti intesi a disciplinare le
modalit di esercizio del diritto di accesso e gli altri casi di esclusione del diritto di accesso in relazione alla
esigenza di salvaguardare:
a) la sicurezza, la difesa nazionale e le relazioni internazionali;
b) la politica monetaria e valutaria;
c) l'ordine pubblico e la prevenzione e repressione della criminalit;
d) la riservatezza di terzi, persone, gruppi ed imprese, garantendo peraltro agli interessati la visione degli
atti relativi ai procedimenti amministrativi, la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i loro
interessi giuridici.
3. Con i decreti di cui al comma 2 sono altres stabilite norme particolari per assicurare che l'accesso ai dati
raccolti mediante strumenti informatici avvenga nel rispetto delle esigenze di cui al medesimo comma 2.
4. Le singole amministrazioni hanno l'obbligo di individuare, con uno o pi regolamenti da emanarsi entro i
sei mesi successivi, le categorie di documenti da esse formati o comunque rientranti nella loro disponibilit
sottratti all'accesso per le esigenze di cui al comma 2.
5. Restano ferme le disposizioni previste dall'art. 9, legge 1 aprile 1981, n. 121, come modificato dall'art.
26 della legge 10 ottobre 1986, n. 668, e dalle relative norme di attuazione, nonch ogni altra disposizione
attualmente vigente che limiti l'accesso ai documenti amministrativi.
6. I soggetti indicati nell'art. 23 hanno facolt di differire l'accesso ai documenti richiesti sino a quando la
conoscenza di essi possa impedire o gravemente ostacolare lo svolgimento dell'azione amministrativa. Non
comunque ammesso l'accesso agli atti preparatori nel corso della formazione dei provvedimenti di cui
all'art. 13, salvo diverse disposizioni di legge.
Art. 25

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1. Il diritto di accesso si esercita mediante esame ed estrazione di copia dei documenti amministrativi, nei
modi e con i limiti indicati dalla presente legge. L'esame dei documenti gratuito. Il rilascio di copia
subordinato soltanto al rimborso del costo di riproduzione, salve le disposizioni vigenti in materia di bollo,
nonch i diritti di ricerca e di visura.
2. La richiesta di accesso ai documenti deve essere motivata. Essa deve essere rivolta all'amministrazione
che ha formato il documento o che lo detiene stabilmente.
3. Il rifiuto, il differimento e la limitazione dell'accesso sono ammessi nel casi e nei limiti stabiliti dall'art.
24 e debbono essere motivati.
4. Trascorsi inutilmente trenta giorni dalla richiesta, questa si intende rifiutata.
5. Contro le determinazioni amministrative concernenti il diritto di accesso e nei casi previsti dal comma 4
dato ricorso, nel termine di trenta giorni, al tribunale amministrativo regionale, il quale decide in camera di
consiglio entro trenta giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso, uditi i difensori delle
parti che ne abbiano fatto richiesta. La decisione del tribunale appellabile, entro trenta giorni dalla notifica
della stessa, al Consiglio di Stato, il quale decide con le medesime modalit e negli stessi termini.
6. In caso di totale o parziale accoglimento del ricorso il giudice amministrativo, sussistendone i
presupposti, ordina l'esibizione dei documenti richiesti.
Art. 26
1. Fermo restando quanto previsto per le pubblicazioni nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana
dalla legge 11 dicembre 1984, n. 839, e dalle relative norme di attuazione, sono pubblicati, secondo le
modalit previste dai singoli ordinamenti, le direttive, i programmi, le istruzioni, le circolari e ogni atto che
dispone in generale sulla organizzazione, sulle funzioni, sugli obiettivi, sui procedimenti di una pubblica
amministrazione ovvero nel quale si determina l'interpretazione di norme giuridiche o si dettano
disposizioni per l'applicazione di esse.
2. Sono altres pubblicate, nelle forme predette, le relazioni annuali della Commissione di cui all'articolo 27
e, in generale, data la massima pubblicit a tutte le disposizioni attuative della presente legge e a tutte le
iniziative dirette a precisare ed a rendere effettivo il diritto di accesso.
3. Con la pubblicazione di cui al comma 1, ove essa sia integrale, la libert di accesso ai documenti indicati
nel predetto comma 1 s'intende realizzata.
Art. 27
1. istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri la Commissione per l'accesso ai documenti
amministrativi.
2. La Commissione nominata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del
Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio dei Ministri. Essa presieduta dal sottosegretario di Stato alla
Presidenza del Consiglio dei Ministri ed composta da sedici membri, dei quali due senatori e due deputati
designati dai Presidenti delle rispettive Camere, quattro scelti fra il personale di cui alla legge 2 aprile 1979,
n. 97, su designazione dei rispettivi organi di autogoverno, quattro fra i professori di ruolo in materie
giuridico-amministrative e quattro fra i dirigenti dello Stato e degli altri enti pubblici.
3. La Commissione rinnovata ogni tre anni. Per i membri parlamentari si procede a nuova nomina in caso
di scadenza o scioglimento anticipato delle Camere nel corso del triennio.
4. Gli oneri per il funzionamento della Commissione sono a carico dello stato di previsione della Presidenza
del Consiglio dei ministri.
5. La Commissione vigila affinch venga attuato il principio di piena conoscibilit dell'attivit della
pubblica amministrazione con il rispetto dei limiti fissati dalla presente legge; redige una relazione annuale
sulla trasparenza dell'attivit della pubblica amministrazione, che comunica alle Camere e al Presidente del
Consiglio dei Ministri; propone al Governo modifiche dei testi legislativi e regolamentari che siano utili a
realizzare la pi ampia garanzia del diritto di accesso di cui all'art. 22.
6. Tutte le amministrazioni sono tenute a comunicare alla Commissione, nel termine assegnato dalla
medesima, le informazioni ed i documenti da essa richiesti, ad eccezione di quelli coperti da segreto di
Stato.
7. In caso di prolungato inadempimento all'obbligo di cui al comma 1 dell'art. 18, le misure ivi previste
sono adottate dalla commissione di cui al presente articolo.

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Art. 28
1. L'impiegato deve mantenere il segreto d'ufficio. Non pu trasmettere a chi non ne abbia diritto
informazioni riguardanti provvedimenti od operazioni amministrative, in corso o conclusione, ovvero
notizie di cui sia venuto a conoscenza a causa delle sue funzioni, al di fuori delle ipotesi e delle modalit
previste dalle norme sul diritto di accesso. Nell'ambito delle proprie attribuzioni, l'impiegato preposto ad un
ufficio rilascia copie ed estratti di atti e documenti di ufficio nei casi non vietati dall'ordinamento (3).
Capo VI - Disposizioni finali
Art. 29
1. Le regioni a statuto ordinario regolano le materie disciplinate dalla presente legge nel rispetto dei princpi
desumibili dalle disposizioni in essa contenute, che costituiscono princpi generali dell'ordinamento
giuridico. Tali disposizioni operano direttamente nei riguardi delle regioni fino a quando esse non avranno
legiferato in materia.
2. Entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni a statuto speciale e le
province autonome di Trento e di Bolzano provvedono ad adeguare i rispettivi ordinamenti alle norme
fondamentali contenute nella legge medesima.
Art. 30
1. In tutti i casi in cui le leggi e i regolamenti prevedono atti di notoriet o attestazioni asseverate da
testimoni altrimenti denominate, il numero dei testimoni ridotto a due.
2. fatto divieto alle pubbliche amministrazioni e alle imprese esercenti servizi di pubblica necessit e di
pubblica utilit di esigere atti di notoriet in luogo della dichiarazione sostitutiva dell'atto di notoriet
prevista dall'art. 4 della legge 4 gennaio 1968, n. 15, quando si tratti di provare qualit personali, stati o fatti
che siano a diretta conoscenza dell'interessato.
Art. 31
1. Le norme sul diritto di accesso ai documenti amministrativi di cui al capo V hanno effetto dalla data di
entrata in vigore dei decreti di cui all'art. 24.
(1/a) Vedi il D.M. 23 maggio 1991; il D.M. 23 marzo 1992, n. 304; il D.M. 25 maggio 1992, n. 376 e il D.M. 11 aprile 1994, n. 454.
(1/b) Cos sostituito dall'art. 2, L. 24 dicembre 1993, n. 537.
(1/c) Aggiunto dall'art. 2, L. 24 dicembre 1993, n. 537.
(1/d) Vedi, anche, il D.P.R. 26 aprile 1992, n. 300, il D.P.R. 9 maggio 1994, n. 407 e il D.P.R. 9 maggio 1994, n. 411.
(2) Cos sostituito dall'art. 2, L. 24 dicembre 1993, n. 537, riportata alla voce Amministrazione del patrimonio e contabilit generale dello Stato.
(3) Sostituisce l'art. 15, D.P.R. 10 gennaio 1957, n.3.
(4) Comma inserito dall'art. 3-quinquies della L. 11 luglio 1995, n. 273.
(5) Comma inserito dall'art. 3-bis della L. 11 luglio 1995, n. 273.

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Corte Costituzionale: SENTENZA 24 MAGGIO 1977, n.86

SENTENZA 24 MAGGIO 1977, n.86


Deposito in cancelleria: 24 maggio 1977.
Pubblicazione in Gazz. Uff. n. 148 del 1 giugno 1977.
Pres. Rossi - Rel. Roehrsseh

Giudizio di legittimit costituzionale in via incidentale - Presupposti processuali relativi al giudizio a quo
(competenza) - Insindacabilit da parte della Corte costituzionale - Ipotesi in cui il giudice di merito abbia
negato la propria competenza contestualmente alla proposizione della questione - Non sussiste nella specie,
caratterizzata dalla situazione processuale pi complessa: pluralit di ordinanze emesse da giudici diversi,
ma relative ad un unico processo - Ammissibilit della questione.
Giudizio di legittimit costituzionale in via incidentale - Valutazione della rilevanza - Evidente applicabilit
nel giudizio a quo delle norme impugnate - Ammissibilit della questione.
Processo penale - Segreto politico-militare - Potere di decidere definitivamente sulla conferma o meno del
segreto - Motivazione necessaria - Cod. proc. pen., artt. 342 e 352 - Conferiscono il potere al Ministro di
grazia e giustizia anzich al Presidente del Consiglio dei ministri - Non prevedono l'obbligo di motivare il
provvedimento - Illegittimit costituzionale in parte qua.
Costituzione - Valori da essa garantiti - Loro concorso - Fondamento in esigenze costituzionalmente
protette - Fattispecie - Funzione giurisdizionale e principio di segretezza - Possibile condizionamento della
prima tutela della sicurezza dello Stato - Motivazione del provvedimento - Sindacabilit, oltre che da parte
del giudice, soprattutto in sede parlamentare.
Segreto politico-militare - Cod. proc. pen., artt. 342 e 352 - Concetto e fondamento - Finalit - Difesa della
patria e sicurezza nazionale - Attinenza agli interessi dello Stato-comunit - Non pu essere invocato per
impedire l'accertamento di fatti eversivi dell'ordine costituzionale.
Segreto politico-militare - Cod. proc. pen., artt. 342 e 352 - Competenza a stabilire quando il segreto sia
necessario - Natura - Spetta al Presidente del Consiglio dei ministri ex art. 95 della costituzione.

LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Prof. Paolo Rossi, Presidente - Dott. Luigi Oggioni - Prof. Vezio Crisafulli - Dott.
Nicola Reale - Avv. Leonetto Amadei - Dott. Giulio Gionfrida - Prof. Edoardo Volterra - Prof. Guido Astuti
- Dott. Michele Rossano - Prof. Antonino De Stefano - Prof. Leopoldo Elia - Prof. Guglielmo Roehrssen Avv. Oronzo Reale - Dott. Bunetto Bucciarelli Ducci - Avv. Alberto Malagugini, Giudici,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei giudizi riuniti di legittimit costituzionale degli artt. 342 e 352 del codice di procedura penale, promossi

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con ordinanze emesse il 5 e 24 maggio 1976 dai giudici istruttori dei tribunali di Torino e di Roma, nel
procedimento penale a carico di Sogno Rata del Vallino Edgardo ed altri, iscritte ai nn. 533 e 712 del
registro ordinanze 1976 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 253 del 22 settembre 1976
e n. 10 del 12 gennaio 1977.
Visto l'atto di costituzione di Sogno Rata del Vallino Edgardo;
udito nell'udienza pubblica del 13 aprile 1977 il Giudice relatore Guglielmo Roehrssen;
udito l'avv. Antonio Pinto, per Sogno Rata del Vallino.
Ritenuto in fatto
Con ordinanza 5 maggio 1976, emessa nel corso del procedimento penale a carico di Sogno Rata del
Vallino Edgardo, Cavallo Luigi ed altri (n. 665 del 1975) il giudice istruttore presso il tribunale di Torino ha
sollevato questione di legittimit costituzionale degli artt. 342 e 352 c.p.p., limitatamente alla parte relativa
al segreto politico-militare, in relazione agli artt. 101, 102 e 112 della Costituzione.
Nell'ordinanza si espone che, in seguito a richiesta all'Autorit nazionale per la sicurezza del carteggio
sull'imputato Sogno, fu trasmesso solo parte del carteggio, allegando per la rimanente il segreto politicomilitare, in quanto materiale attinente ad attivit di controspionaggio. Il segreto fu allegato anche dal
Presidente del Consiglio dei ministri, il quale precisava che il carteggio non esibito rientrava "nella materia
connessa a specifica attivit di controspionaggio, in relazione a dati formali soggettivi che debbono essere
mantenuti segreti a tutela d'interessi politici e militari", riguardando nomi di "personaggi stranieri" e di
agenti informatori, sigle di operazioni di controspionaggio ed altri elementi analoghi.
Il segreto veniva anche opposto alla richiesta del carteggio relativo agli eventuali rapporti fra l'imputato
Sogno ed i servizi di sicurezza italiani, nonch del carteggio relativo all'imputato Cavallo. Il generale
Miceli, infine, interrogato come teste, rifiutava anch'egli di fornire notizie su talune circostanze (eventuali
finanziamenti ricevuti dall'ambiente USA quando egli era capo del SID e loro finalit), allegando il segreto
politico-militare.
Secondo il giudice istruttore di Torino, nei casi su detti il segreto politico-militare sarebbe stato male
invocato, in quanto il carattere della segretezza non potrebbe dedursi automaticamente dall'asserzione che i
dati richiesti riguarderebbero attivit di controspionaggio. In particolare, non potrebbero considerarsi
coperti dal segreto i nomi dei cittadini stranieri che avessero collaborato col Sogno in attivit che
potrebbero assumere rilevanza penale. n potrebbero considerarsi coperte dal segreto politico-militare le
notizie relative ad eventuali finanziamenti forniti al generale Miceli - e da questi eventualmente al Sogno o
ad altri imputati - da servizi di sicurezza stranieri.
Osserva l'ordinanza che, a norma degli artt. 342 e 352 c.p.p., l'autorit giudiziaria, ritenendo non fondata
l'allegazione del segreto politico-militare, dovrebbe fare rapporto al Procuratore generale presso la Corte
d'appello, il quale dovrebbe informare il Ministro della giustizia; altro rapporto, a norma dell'art. 2 c.p.p.,
dovrebbe esser fatto al Procuratore della Repubblica, il quale per non potrebbe procedere per i delitti di
falso ideologico e falsa testimonianza senza l'autorizzazione del Ministro stesso.
Tale normativa, secondo il giudice istruttore di Torino, contrasterebbe con gli artt. 101, 102 e 112 della
Costituzione per i seguenti motivi:
a) La procedura da essa fissata non consentirebbe alcuna valutazione giurisdizionale del carattere di
segretezza del documento o della dichiarazione e demanda la valutazione di tale carattere ad un
accertamento compiuto in veste autoritativa da un organo non giurisdizionale, con la conseguente
compressione dell'esercizio dei poteri giurisdizionali inerenti alla ricerca delle prove.
A sostegno di tale doglianza si citano le sentenze n. 40 del 1964 e n. 82 del 1976 della Corte costituzionale,
la prima delle quali ha ritenuto costituzionalmente illegittima una legge che condizioni la pronuncia del
giudice ed accertamenti di organi non giurisdizionali; la seconda che, accedendo alla tesi della
costituzionalizzazione del segreto politico-militare (art. 52 della Costituzione), ha previsto la necessit di un
bilanciamento fra l'interesse all'acquisizione della prova e l'interesse alla segretezza di fatti attinenti alla
sicurezza dello Stato. "Giudice di questo bilanciamento" - si osserva nell'ordinanza - "nel nostro sistema
costituzionale non potrebbe certo essere la P.A.".
b) L'acquisizione del documento o della testimonianza indebitamente ricusati non sarebbero garantiti
attraverso l'instaurazione di un procedimento penale per l'indebita allegazione del segreto. Infatti potrebbe
accadere che manchi il dolo del pubblico ufficiale il quale abbia rifiutato di consegnare il documento o

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rendere testimonianza - essendo egli vincolato alla classificazione di segretezza degli atti senza poterne
discutere l'esattezza - cosicch non possa essere instaurato il procedimento penale contro di lui. E potrebbe
anche accadere che, instaurato tale procedimento ed ottenutasi l'autorizzazione a procedere, non si possa
acquisire il documento in questione per un contrasto fra il Ministro di grazia e giustizia ed il Ministro
competente a decidere sulla segretezza del documento; ovvero, in caso di rifiuto a rendere testimonianza,
tale rifiuto potrebbe perdurare, ben rifiutando il testimone divenuto imputato di sottoporsi all'interrogatorio.
Osserva il giudice a quo che la normativa prevista dagli artt. 342 e 352 c.p.p. " in sostanza una normativa
di sbarramento all'esercizio della funzione giurisdizionale".
Tale normativa non corrisponderebbe all'assetto dei rapporti fra potere esecutivo e giudiziario fissato
dall'attuale Costituzione, in quanto la "riconosciuta indipendenza della Magistratura dal Governo e la
esclusiva dipendenza dalla legge" comporterebbe "come corollario l'incostituzionalit del potere del
Governo di impedire accertamenti istruttori" diretti all'acquisizione di elementi di prova.
Risponderebbe invero ai princpi della Costituzione che il conflitto fra l'interesse alla segretezza di taluni
fatti di rilevanza politico-militare e l'interesse alla ricerca delle prove su fatti penalmente rilevanti fosse
risolto dalla Corte costituzionale mediante la procedura dei conflitti di attribuzione.
Il giudice istruttore di Torino, nel trasmettere gli atti alla Corte costituzionale, sospendeva il giudizio a quo
"limitatamente all'attivit istruttoria disciplinata dalla normativa degli articoli impugnati".
Con ordinanza 24 maggio 1976 il giudice istruttore del tribunale di Roma - al quale il giudice istruttore del
tribunale di Torino aveva trasmesso gli atti non inviati alla Corte costituzionale, essendosi dichiarato
incompetente per territorio con sentenza di pari data dell'ordinanza che ha sollevato la questione di
legittimit costituzionale - ha sospeso l'intero a quo e trasmesso alla Corte la restante documentazione.
L'imputato Sogno si costituito tardivamente rispetto all'ordinanza del giudice istruttore di Torino ed in
termini rispetto all'ordinanza del giudice istruttore di Roma.
Negli scritti depositati, il suo difensore sostiene che il giudice istruttore di Torino avrebbe sollevato
irritualmente la questione di legittimit costituzionale, in quanto non poteva procedere contro il Sogno e gli
altri imputati, essendo stata gi dichiarata la sua incompetenza dalla Cassazione sin dal dicembre 1974, ed
avendo comunque esso stesso giudice istruttore ritenuto tale incompetenza per territorio con sentenza di
data uguale a quella dell'ordinanza con la quale stata sollevata la questione di legittimit costituzionale. Si
eccepisce inoltre l'irrilevanza della questione e si conclude chiedendo una declaratoria d'inammissibilit
ovvero di manifesta infondatezza della medesima.
Considerato in diritto:
1. - Vanno affrontate, in via pregiudiziale, le eccezioni riguardanti la rituale proposizione della questione di
legittimit costituzionale.
2. - Preliminarmente deve osservarsi che - come riconosce la difesa della stessa parte privata nella memoria
depositata il 29 marzo 1977 - la sentenza della Corte di cassazione (Sez. 1 Pen.) 30 dicembre 1974, n.
2000, dichiarativa della competenza dell'A.G. di Roma, riguardava il procedimento n. 902 del 1972,
pendente presso l'ufficio d'istruzione del tribunale di Torino, e non il procedimento n. 665 del 1975,
pendente presso lo stesso ufficio, nel corso del quale stata sollevata la questione di legittimit
costituzionale. quindi da respingere la pretesa di inammissibilit della questione, fondata
sull'affermazione che con detta sentenza il giudice istruttore di Torino era gi stato spogliato del
procedimento a quo.
3. - Al contrario - anche se con consolidata giurisprudenza questa Corte, pur ritenendo che il potere di
sollevare questioni di legittimit costituzionale spetta solo al giudice che deve applicare la norma
impugnata, ha ritenuto non sindacabile da parte sua, nei giudizi in via incidentale, l'esistenza dei presupposi
processuali relativi al giudizio a quo, ed in particolare della competenza del giudice - va presa attentamente
in esame l'altra questione sollevata dalla parte privata, con la quale si contesta la ritualit dell'incidente di
legittimit costituzionale, sotto il profilo che sarebbe stato sollevato da un giudice dichiaratosi esso stesso
incompetente a ulteriormente conoscere del giudizio de quo.
Con tale eccezione, infatti, non si contesta l'insindacabilit da parte della Corte costituzionale dell'esistenza

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dei su detti presupposti processuali e in particolare della competenza del giudice, ma si nega - citandosi in
proposito la sentenza n. 109 del 1964 di questa Corte - che quella insindacabilit possa essere invocata
quando il giudice a quo non abbia, esplicitamente o implicitamente, affermato la propria competenza, bens
l'abbia egli stesso negata, con un provvedimento contestuale alla proposizione dell'incidente di legittimit
costituzionale.
Nella fattispecie, per, non ci si trova dinanzi ad un caso analogo a quello - risolto con la citata sentenza n.
109 del 1964 - di un giudice a quo, che nel sollevare la questione, si sia contemporaneamente dichiarato
incompetente a decidere il merito della causa e ad applicare la norma impugnata, ma di fronte ad una
situazione pi complessa, per il sovrapporsi di fatti processuali anormali.
Il giudice istruttore di Torino, infatti, incompetente per territorio, ha espletato una voluminosa istruttoria,
nel corso della quale sono venuti in applicazione gl'impugnati artt. 342 e 352 c.p.p. Egli, inoltre, non si
limitato ad emettere una sentenza d'incompetenza e contestualmente a sollevare la questione di legittimit
costituzionale, ma ha inviato a questa Corte - in copia - solo una parte degli atti in causa, trasmettendoli
integralmente, in originale, al giudice istruttore di Roma e sospendendo in parte il processo.
La situazione divenuta pi complessa perch successivamente il giudice istruttore del tribunale di Roma,
con ordinanza del 24 maggio 1976, ha sospeso l'intero giudizio a quo e trasmesso tutti gli atti a questa
Corte.
Si verificata cos una fattispecie nella quale la proposizione della questione di legittimit costituzionale, la
sospensione del processo a quo e la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale, non sono - come di
regola avviene - il risultato di una sola ordinanza, bens di due ordinanze, emesse in date diverse, da due
giudici diversi, ancorch con riferimento ad un unico processo.
Nel contesto di tale fattispecie deve ritenersi infatti che il giudice istruttore di Roma - avendo sospeso il
giudizio a quo ex art. 23 della legge n. 87 del 1953, avendo disposto la trasmissione degli atti alla Corte
costituzionale, ed avendo disposto le notificazioni ex art. 23, ultimo comma, della citata legge n. 87 - abbia
inteso, con la propria ordinanza, rimediare alla situazione di anomalia processuale creatasi, aderendo nella
sostanza alla proposta questione di legittimit costituzionale.
Ne consegue che la medesima, sollevata dal giudice istruttore di Roma competente ratione loci a proseguire
la istruttoria, pu essere ritenuta inammissibile sotto questo primo profilo.
4. - Neppure pu essere accolta la eccezione di inammissibilit per irrilevanza, sollevata dalla parte privata,
essendo evidente che si tratta di norme delle quali il giudice avrebbe dovuto senz'altro fare applicazione nel
processo a quo.
Sussistono, pertanto, i presupposti per potere passare all'esame del merito.
5. - Osserva la Corte che il giudice a quo contesta non la legittimit costituzionale del segreto politicomilitare in s e per s considerato o nella sua estensione, bens la legittimit costituzionale della disciplina
che in concreto ad esso hanno dato gli artt. 342 e 352 c.p.p., ponendo in essere una normativa di
sbarramento per effetto della quale il giudice non ha alcuna possibilit di intervenire ed il potere esecutivo
rimane pienamente arbitro di decidere.
Pur essendo questi i limiti della denuncia proposta dal giudice a quo, la Corte ritiene che la questione di
legittimit costituzionale delle citate norme nella parte in cui si riferiscono al "segreto politico o
militare" (art. 342) ovvero (art. 352) a "segreti politici o militari dello Stato o altre notizie che possono
nuocere alla sicurezza dello Stato o all'interesse politico, interno o internazionale, dello Stato", non possa
essere convenientemente risolta senza delimitare con la maggiore esattezza possibile, sotto il profilo
obiettivo, il contenuto delle cennate espressioni in modo da dare ad esse una interpretazione che sia
conforme ai principi della Costituzione.
Quando si parla di segreto politico-militare o di segreto di Stato si pone necessariamente un problema di
raffronto o di interferenza con altri principi costituzionali (come appunto quello del rapporto con i principi
che reggono la funzione giurisdizionale), sicch occorre dare una interpretazione la quale deve essere
armonizzata ed inquadrata nel nostro assetto costituzionale. Un principio di segretezza che possa resistere
anche dinanzi ad altri valori costituzionali, quali quelli tutelati dal potere giurisdizionale, deve, cio,
trovare, a sua volta, fondamento e giustificazione in esigenze anch'esse fatta proprie e garantite dalla
Costituzione e che possano essere poste su un piano superiore.
Questa Corte, con la sentenza n. 82 del 1976, premesso che il segreto militare (art. 86 c.p.m.p.) assiste le

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notizie concernenti "la forza, la preparazione e la difesa militare dello Stato", ha rilevato che esso involge il
supremo interesse della sicurezza dello Stato nella sua personalit internazionale, cio l'interesse dello
Stato-comunit alla propria integrit territoriale, alla propria indipendenza e, al limite, alla stessa sua
sopravvivenza. Tale interesse - si aggiunto - presente e preminente su ogni altro in tutti gli ordinamenti
statali, quale ne sia il regime politico, e trova espressione, nel nostro testo costituzionale, nella formula
solenne dell'art. 52, che afferma essere sacro dovere del cittadino la difesa della Patria.
Richiamando e sviluppando tale concetto, che trova fondamento nella individuazione di un interesse
costituzionale superiore, rileva la Corte che occorre fare riferimento proprio al concetto di difesa della
Patria ed a quello di sicurezza nazionale (del quale ultimo cenno nell'art. 126 della Costituzione ed in
numerose altre disposizioni degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale).
Il primo concetto, quello di difesa della Patria, pu avere una accezione molto larga ed abbracciare anche
aspetti che vanno al di l di quel che in effetti merita di trovare una protezione che valga a superare (come si
vedr in prosieguo) altri princpi che pur sono ritenuti essenziali nel nostro ordinamento costituzionale. Ma
si pu osservare che in altre disposizioni il concetto di difesa assume un significato pi specifico, come
nell'art. 87 Cost. che prevede un organo ad hoc denominato Consiglio supremo di difesa e che certamente,
anche nel silenzio della norma, ha compiti attinenti in maniera rigorosa ai problemi concernenti la difesa
militare e, pertanto, la sicurezza dello Stato.
E proprio a questo concetto occorre fare riferimento per dare concreto contenuto alla nozione del segreto
politico-militare, ponendo il concetto stesso in relazione con altre norme della stessa Costituzione che
fissano elementi e momenti imprescindibili del nostro Stato: in particolare vanno tenuti presenti la
indipendenza nazionale, i princpi della unit e della indivisibilit dello Stato (art. 5) e la norma che
riassume i caratteri essenziali dello Stato stesso nella formula di "repubblica democratica" (art. 1).
In tal modo si caratterizza sicuramente la natura di questi interessi istituzionali, i quali devono attenere allo
Stato-comunit e, di conseguenza, rimangono nettamente distinti da quelli del Governo e dei partiti che lo
sorreggono.
solo nei casi nei quali si tratta di agire per la salvaguardia di questi supremi, imprescindibili interessi dello
Stato che pu trovare legittimazione il segreto in quanto mezzo o strumento necessario per raggiungere il
fine della sicurezza. Mai il segreto potrebbe essere allegato per impedire l'accertamento di fatti eversivi
dell'ordine costituzionale.
Perci al criterio oggettivo della materia - che andrebbe meglio qualificata e precisata in sede legislativa - si
deve aggiungere, in ogni singolo caso concreto, un ragionevole rapporto di mezzo a fine.
Questo rapporto pu essere dichiarato all'inizio di una determinata operazione o di una determinata serie di
atti o di fatti fra loro collegati; ma questa predeterminazione non pu costituire caratteristica costante o
essenziale, non essendo da escludere casi nei quali una predeterminazione non sia possibile.
Comunque anche in caso di predeterminazione del segreto permangono i problemi che si vanno ad
esaminare.
6. - La individuazione dei fatti, degli atti, delle notizie, ecc. che possono compromettere la sicurezza dello
Stato e devono, quindi, rimanere segreti, costituisce indubbiamente il frutto di una valutazione della autorit
preposta appunto a salvaguardare questa sicurezza e non pu non consistere in una attivit ampiamente
discrezionale e, pi precisamente, di una discrezionalit che supera l'ambito ed i limiti di una discrezionalit
puramente amministrativa, in quanto tocca la salus rei pubblicae ed , quindi, intimamente legata
all'accertamento di questi interessi ed alla valutazione dei mezzi che ne evitano la compromissione o ne
assicurano la salvaguardia.
A giudizio della Corte questo un compito che pu essere definito istituzionale per i supremi organi dello
Stato, per quelli, appunto, ai quali spetta il compito di salvaguardare - come si detto - la esistenza, la
integrit, la essenza democratica dello Stato.
A questo punto si pongono, allora, due problemi fondamentali allo scopo di operare quel bilanciamento di
interessi e di poteri di cui cenno nella ordinanza di rimessione, come anche in dottrina: l'uno riguarda la
competenza a stabilire in via definitiva quando il segreto sia necessario; l'altro attiene alle possibilit di
controlli sulle determinazioni di autorit competenti.
7. - Quanto al primo problema la soluzione non sembra dubbia: quando si pongono problemi che attengono
alla sicurezza nazionale come sopra intesa si al vertice delle attivit di carattere pubblico e perci dinanzi
ad attivit che tutte le altre sovrastano e condizionano.

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Consegue da ci che, anche se la iniziativa di operazioni rientranti in quel concetto pu partire da organi
diversi e minori, nel momento nel quale si tratta di adottare le decisioni definitive e vincolanti non pu non
intervenire chi posto al vertice della organizzazione governativa, deputata a ci in via istituzionale.
Torna qui applicabile senz'altro il disposto dell'art. 95, primo comma, della Costituzione, in virt del quale
il Presidente del consiglio dei ministri "dirige la politica generale del Governo e ne responsabile". In
questa sintetica espressione non pu non essere compresa la suprema attivit politica, quella attinente alla
difesa esterna ed interna dello Stato.
Se si aggiunge che, come continua la norma citata, il Presidente del Consiglio dei ministri deve anche
coordinare l'attivit dei Ministri - e possono essere pi i Ministri direttamente competenti in argomento
anche in singoli casi - la predetta affermazione rimane corroborata, sicch al Presidente di quel Consiglio
che deve essere riportata la direzione, nel pi ampio senso del vocabolo, della gestione di tutto quanto
attiene ai supremi interessi dello Stato.
Ed allora si profila un primo motivo di illegittimit costituzionale degli artt. 342 e 352 c.p.p. i quali, in
definitiva, riportano ogni decisione in ordine al segreto al Ministro di grazia e giustizia, al quale si deve
rivolgere il procuratore generale della Corte di appello investito dell'affare dalla autorit procedente nel
singolo caso.
Pur non disconoscendo che possono esservi validi motivi, almeno in talune fattispecie, perch il Ministro di
grazia e giustizia esprima il suo avviso (in quanto si tratta di rapporti fra la autorit politica e quella
giurisdizionale), peraltro da osservare che, mentre la posizione del Ministro stesso nell'ordinamento
repubblicano notevolmente diversa da quella che aveva nell'ordinamento precedente, egli ha competenza
per un singolo settore e pu non essere a conoscenza di altri e forse anche pi rilevanti aspetti della
sicurezza nazionale.
Ritiene, pertanto, la Corte che, alla stregua della vigenti norme costituzionali, gli artt. 342 e 352 siano da
ritenere costituzionalmente illegittimi nella parte in cui conferiscono il potere di decidere definitivamente
sulla conferma o meno del segreto di Stato al Ministro di grazia e giustizia e non al Presidente del Consiglio
dei ministri.
8. - L'altro aspetto della questione, come sopra indicata, quello che tocca pi da vicino il problema
sollevato dalla ordinanza di rimessione, poich si tratta di stabilire se il c.d. sbarramento all'esercizio del
potere giurisdizionale si possa o meno considerare conforme al nostro sistema costituzionale e quindi, in
definitiva, di stabilire come la Costituzione risolva il bilanciamento fra l'interesse alla sicurezza e quello
della giustizia nei casi nei quali vengano in conflitto.
Considera al riguardo la Corte che la sicurezza dello Stato costituisce interesse essenziale, insopprimibile
della collettivit, con palese carattere di assoluta preminenza su ogni altro in quanto tocca, come si
ripetuto, la esistenza stessa dello Stato, un aspetto del quale la giurisdizione.
E questa Corte ha gi riconosciuto che non mancano, appunto, alcuni interessi rilevanti che condizionano la
stessa giurisdizione o rendono legittime norme che limitano in qualche modo il diritto di difesa, come l'art.
349, ultimo comma, c.p.p., sul segreto di polizia, la cui legittimit costituzionale stata affermata con
sentenze n. 114 del 1968 e n. 175 del 1970.
D'altronde il giudizio sui mezzi idonei e necessari per garantire la sicurezza dello Stato ha natura
squisitamente politica e, quindi, mentre connaturale agli organi ed alle autorit politiche preposte alla sua
tutela, certamente non consono alla attivit del giudice.
Nel nostro ordinamento, del resto, di regola inibito al potere giurisdizionale di sostituirsi al potere
esecutivo ed alla P.A. e, quindi, di operare il sindacato di merito sui loro atti, e ci vale anche per il giudice
amministrativo, al quale il controllo di merito consentito solo nei casi tassativamente determinati dalla
legge.
Contraddire a questo principio significherebbe capovolgere taluni criteri essenziali del nostro ordinamento
e, in fatto, di eliminare praticamente il segreto ancor prima di una qualsiasi pronuncia del giudice e - pu
ben dirsi - nel momento stesso nel quale la questione della ammissibilit o meno del segreto fosse
sottoposta ad un giudice.
Tutto ci, peraltro, non significa che la autorit competente sia da ritenere sciolta da qualsiasi vincolo,
dotata di un potere assolutamente incontrollato ed incontrollabile e, di conseguenza, del tutto irresponsabile
per gli eventuali abusi: a parte che l'autorit competente deve fornire risposta entro un termine ragionevole e
che il giudice deve sempre accertare la competenza di chi ha opposto il segreto, una esenzione da

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responsabilit del Governo (peraltro solo temporanea, per quel che si dir poco pi innanzi) pu aversi
soltanto nei riguardi del potere giurisdizionale per le considerazioni gi svolte.
Rimane sempre, invero, la responsabilit generale ed istituzionale di ogni Governo, ribadita esplicitamente
negli articoli 94 e 95 della costituzione, responsabilit che pu essere fatta valere dal Parlamento in tutti i
modi consentiti dalla stessa Costituzione.
quella la sede normale di controllo del merito delle pi alte e gravi decisioni dell'Esecutivo ed , quindi,
quella la sede naturale nella quale l'Esecutivo deve dare conto del suo operato rivestente carattere politico:
dinanzi alla rappresentanza del popolo, cui appartiene quella sovranit che potrebbe essere intaccata (art. 1,
secondo comma, della Costituzione), che il Governo deve giustificare il suo comportamento ed la
rappresentanza popolare che pu adottare le misure pi idonee per garantire la sicurezza di cui trattasi.
In quella sede il Governo, come noto, pu vedersi revocata la fiducia o, se del caso, pu anche essere
incriminato qualche suo componente (art. 96); pu, comunque, essere costretto a rivelare atti, fatti o notizie
che il Parlamento valuti in maniera diversa.
Ed allora la podest dell'Esecutivo non illimitata.
Essa circoscritta, innanzi tutto, per quel che si detto al n. 5, sotto un profilo oggettivo.
Ma a questo primo limite non pu non aggiungersene un secondo, imposto non soltanto dalla estrema
delicatezza della materia e dalla necessit di ridurre al minimo sia gli abusi sia la possibilit di contrasti con
il potere giurisdizionale, ma soprattutto dalla necessit che siano note le ragioni fondamentali della
eventuale determinazione del segreto: ritiene la Corte che a tal fine sussiste la necessit che l'Esecutivo
indichi le ragioni essenziali che stanno a fondamento del segreto.
A tali motivazioni di norma si atterr il giudice. Esse, tuttavia, possono, come di consueto, agevolare il
sindacato politico del parlamento e contribuire, in tal modo, ad assicurare, con i mezzi che sono propri del
Parlamento stesso, l'equilibrio fra i vari poteri, evitando situazioni che potrebbero sfociare in un conflitto di
attribuzioni (vedi anche ord. n. 49 del 1977).
Conseguentemente la Corte ritiene che anche sotto questo ulteriore profilo si debba constatare una
illegittimit costituzionale dei citati artt. 342 e 352 c.p.p., nella parte in cui non prevedono l'obbligo di
motivare il provvedimento che definitivamente decide sul mantenimento del segreto di Stato, con che
rimane caducato il procedimento previsto dal 2 periodo del terzo comma dell'art. 352.
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l'illegittimit costituzionale degli artt. 342 e 352 c.p.p. nella parte in cui prevedono che il
procuratore generale presso la Corte d'appello informi il Ministro per la grazia e la giustizia e non il
Presidente del Consiglio dei ministri nella parte in cui non prevedono che il Presidente del Consiglio dei
ministri debba fornire, entro un termine ragionevole, una risposta fondata sulle ragioni essenziali
dell'eventuale conferma del segreto.
Cos deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 maggio 1977.
F.to: Paolo Rossi - Luigi Oggioni - Vezio Crisafulli - Nicola Reale - Leonetto Amadei - Giulio Gionfrida Edoardo Volterra - Guido Astuti - Michele Rossano - Antonino De Stefano - Leopoldo Elia - Guglielmo
Roehrssen - Oronzo Reale - Brunetto Bucciarelli Ducci - Alberto Malagugini.
Giovanni Vitale - Cancelliere

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Francia: l'Organizzazione centrale di Intelligence

Introduzione
In Francia, i Servizi Informativi sono incardinati nell'mbito dell'organizzazione e delle strutture del
Ministero dell'Interno e del Ministero della Difesa e sottoposti al controllo del Primo Ministro (schema 1).

Alle dirette dipendenze di quest'ultimo opera, inoltre, il Segretario Generale della Difesa Nazionale
(S.G.D.N.).
Su quest'ultimo, in particolare, nonch sugli altri principali Organismi (D.S.T. - Direction de la Surveillance
du Territoire; D.C.R.G. - Direction Centrale des reinsegnements Gnraux; D.G.S.E. - Direction Gnrale
de la scurit Exterieure; D.R.M. - Direction du reinsegnement Militaire) operanti nel settore
dell'intelligence, si incentra la presente disamina.
Segretariato Generale della Difesa Nazionale (S.G.D.N.) - Secrtariat Gnrale de la Dfense
Nationale - Attribuzioni
Il Segretariato Generale della Difesa Nazionale (scheda 2) dipende direttamente dal Primo Ministro.
Le sue attribuzioni sono determinate dal decreto del 25 gennaio 1978. Esercita, alle dipendenze del
Presidente della Repubblica e del Primo Ministro, funzioni di indirizzo, di proposta, di coordinamento e di
regolamentazione a livello di difesa generale e di sicurezza nazionale.
In particolare:

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- assicura la preparazione e l'esecuzione delle decisioni prese in seno al Consiglio di difesa;


- assiste il Primo Ministro nell'esercizio delle sue responsabilit in materia di direzione generale della
difesa: esame delle questioni strategiche, evoluzione delle crisi, coordinamento interministeriale in materia
di difesa civile ed economica, funzionamento dei mezzi governativi di comando;
- esercita, inoltre, missioni molto diverse in materia di difesa: protezione del segreto, esportazione di
armamento - attraverso la Commissione Interministeriale per lo Studio delle Esportazioni di Materiale da
Guerra (C.I.E.E.M.G) - , indirizzo della politica scientifica e tecnica a favore della difesa, ecc.
Il Segretario Generale assicura, inoltre, il Segretariato Permanente del Comitato Interministeriale
dell'informazione.
Il carattere interministeriale delle attivit del S.G.D.N. evidenziato dalla diversit del suo personale, di
origini e specializzazioni molto diverse: militari di tutte le armate e servizi, funzionari dell'amministrazione
prefettizia, professori universitari, ingegneri ed economisti.
Il S.G.D.N. comprende essenzialmente tre grandi Direzioni operative e una Direzione amministrativa:
- la Direzione della Valutazione e della documentazione Strategiche (schema 2/A), che assicura una triplice
funzione di analisi, di allarme e di previsione per le autorit governative. Essa studia i rapporti di forza e i
grandi equilibri internazionali per elaborarne i concetti strategici e partecipa agli studi relativi al dominio
degli armamenti. Coordina, inoltre, l'azione degli organismi incaricati dell'insegnamento e degli studi
difesa;
- la Direzione Scientifica e dei trasferimenti Sensibili (schema 2/B), che assicura la vigilanza tecnologica e
scientifica in tutti i settori della difesa. Essa effettua il coordinamento delle ricerche di informazione
scientifica e definisce le regole di conservazione del patrimonio scientifico e tecnico nazionale, soprattutto
attraverso il controllo delle cooperazioni scientifiche, delle visite e degli stages. Essa controlla, inoltre, i
trasferimenti di tecnologia sensibile all'estero, le esportazioni di materiale da guerra, la proliferazione
nucleare, balistica, chimica o biologica, al fine di conciliare gli interessi nazionali con gli imperativi della
politica estera;
- la Direzione dei Mezzi Governativi dei Piani e della Sicurezza, che incaricata:
a) della messa in opera dei PC (piani di Comando) e dei legami necessari per assicurare la continuit
dell'azione governativa;
b) del coordinamento interministeriale in materia di difesa operativa del territorio;
c) della difesa civile ed economica, compresa la coordinazione della preparazione e della messa in opera dei
piani d'urgenza (in vista soprattutto del funzionamento dei servizi pubblici e della protezione civile);
d) della regolamentazione della tutela del segreto e della sicurezza delle installazioni sensibili;
e) del coordinamento interministeriale per il mantenimento della coerenza delle posizioni francesi circa le
diverse istanze di alleanza atlantica;
f) del rispetto degli imperativi di difesa nelle decisioni prese a livello di Comunit Economica Europea;
- la Direzione dell'Amministrazione Generale (schema 2/C), che comprende:
la sotto-direzione finanze;
la sotto-direzione personale;
l'ufficio organizzazione informatica;
l'ufficio documentazione informazione,
responsabile della preparazione e dell'esecuzione del budget, dell'amministrazione e della gestione del
personale, del supporto materiale (informatica, stampa, trasporti, ecc.) e della documentazione del
S.G.D.N..

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Organismi collegati al S.G.D.N.


Istituto degli Alti Studi di difesa Nazionale (I.H.D.N.)
Institut des Hautes tudes de Dfense Nationale
L'istituto degli Alti Studi di Difesa Nazionale ha il compito di riunire responsabili ad alto livello sia civile
che militare per approfondire le rispettive conoscenze in materia di difesa.
L'istituto pu, inoltre, essere chiamato per condurre studi o ricerche concernenti la difesa e per supportare
universit e istituti d'insegnamento superiore e di ricerca.
Missione Centrale di collegamento per l'assistenza alle Armate Alleate (M.C.L.A.A.A.)
Mission Centrale de Liaison
pour l'Assistence aux Armes Allies
La Missione Centrale di Collegamento per l'assistenza alle Armate Alleate incaricata della negoziazione e
del controllo dell'applicazione degli accordi relativi a particolari agevolazioni offerte, sul territorio francese,
alle Forze Armate dei Paesi alleati, soprattutto durante esercitazioni o manovre.
Direzione della Sorveglianza del Territorio (D.S.T.)
Direction de la Surveillance du Territoire
L'origine della Direzione della Sorveglianza del territorio - Organismo dipendente dal Ministero dell'interno
- risale alla fine del XIX secolo.
Il suo compito, da allora, principalmente quello di salvaguardare gli interessi e la sicurezza interna dello
Stato da qualsiasi minaccia esterna: spionaggio militare, politico, economico e scientifico nonch terrorismo
e disinformazione.
Le sue attribuzioni sono fissate da un decreto del Consiglio dei Ministri del 22 dicembre 1982, che prevede
una struttura ripartita in quattro Dipartimenti - alle dipendenze di un Direttore - che si articolano in servizi a
livello centrale, servizi regionali, nonch uffici d'oltremare.
Ai funzionari della D.S.T. sono attribuiti poteri investigativi - in qualit di ufficiali di Polizia Giudiziaria,
alle dipendenze delle Autorit di Giustizia - nei seguenti tre settori d'interesse:
- controspionaggio classico, nei confronti di agenti di Servizi stranieri;
- violazione del segreto (richiamata dagli artt. 75 e 76 c.p.), che vieta la divulgazione a una potenza
straniera di un documento o di una informazione classificata;
- contro-terrorismo, che consiste nella neutralizzazione delle attivit terroristiche sostenute direttamente o
indirettamente da paesi stranieri.
Direzione Centrale delle Informazioni Generali (D.C.R.G.)
Direction Centrale des Reinsegnements Gnraux
La direzione Centrale delle Informazioni Generali un settore specializzato della Polizia Nazionale, alle
dipendenze del Ministero dell'Interno.
L'ampio generale mandato della D.C.R.G. le assegna una duplice funzione: preventiva, mediante la ricerca e
la centralizzazione delle informazioni, per mantenere costantemente aggiornato il Governo sulla realt
politica, sociale ed economica del Paese; e informativa, attraverso la comunicazione sia delle notizie che
delle informazioni concernenti la vita politica, economica e sociale del Paese, degli ambienti e delle
comunit di stranieri, nonch dei mezzi scritti o audiovisivi di informazione o d'espressione.
In materia di terrorismo, l'Organismo - limitatamente agli aspetti informativi - svolge un'importante opera di
raccolta e di analisi, di archiviazione e di distribuzione delle informazioni concernenti persone e ambienti
attivi nel settore dell'estremismo politico, o relative ad atti di terrorismo suscettibili di essere commessi in
Francia da cittadini o da stranieri residenti nel territorio nazionale.
La D.C.R.G. preposta anche alla sorveglianza delle case da gioco e delle corse, con funzioni di Polizia
giudiziaria.
Il servizio, organizzato in cinque Divisioni, si avvale anche di strutture esterne sia a carattere regionale - per
il controllo delle strutture dipartimentali, l'informazione nei confronti dei Prefetti e la direzione del Servizio
dipartimentale - che a livello dipartimentale (soggette alla duplice autorit del Prefetto del Dipartimento e
del Direttore del Servizio).

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Direzione Generale della Sicurezza Esterna (D.G.S.E.)


Direction Generale de la Scurit Extrieure
La Direzione Generale della Sicurezza Esterna, istituita con decreto del 2 aprile 1982, direttamente
dipendente dal Ministro della Difesa.
Ad essa preposto un Direttore Generale, nominato con decreto del consiglio dei Ministri.
Compito precipuo della D.G.S.E., in stretta collaborazione con gli altri Organismi d'informazione, quello
di ricercare e utilizzare le informazioni necessarie alla sicurezza della Francia, oltre ad individuare e
ostacolare - fuori dal territorio nazionale - le attivit di spionaggio dirette contro gli interessi francesi per
prevenirne le conseguenze.
Per l'esercizio delle sue funzioni istituzionali, la D.G.S.E. incaricata:
- di effettuare, nel quadro delle sue attribuzioni, ogni azione demandatale dal Governo;
- di fornire le informazioni di cui essa dispone.
Direzione dell'Informazione Militare (D.R.M.)
Direction du Reinsegnement Militaire
La Direzione dell'Informazione Militare, istituita con decreto del 16 giugno 1992, inserita nel Ministero
della Difesa e il suo Direttore assiste e consiglia il Ministro in materia d'informazione d'interesse militare.
La D.R.M. dipende dal Capo di Stato Maggiore, di cui soddisfa le esigenze nel settore dell'informazione
d'interesse militare.
La Direzione dell'Informazione Militare, inoltre, di supporto alle Autorit e agli Organismi del Ministero e
del Governo.
Per l'adempimento delle sue funzioni, la D.R.M. si avvale della collaborazione degli Organismi di
informazione d'interesse militare, in particolare quelli che dipendono dalla Gendarmeria Nazionale e dalla
Delegazione Generale per l'Armamento.
L'organismo elabora e formula, con funzioni di impulso e di coordinamento, gli orientamenti d'interesse
istituzionali.
In collegamento con gli Stati Maggiori e gli Organismi dipendenti dal Ministero, provvede alla formazione
e alla gestione di personale specializzato per l'attivit di informazione.

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Lotta alla criminalit organizzata: gli strumenti normativi


Glauco Giostra e Gaetano Insolera - (Dott. A. Giuffr Editore, Milano 1995)

Sono stati recentemente pubblicati, dalla A. GIUFFR Editore, gli atti dell'interessante giornata di studi,
organizzata e svoltasi presso la facolt di Giurisprudenza dell'Universit di Macerata, il 13 maggio 1993, sul
tema della lotta alla criminalit organizzata, con particolare riguardo a tutte quelle questioni sociologiche,
legislative e politiche inerenti al complesso problema, che hanno trovato spazio nell'ampia e articolata
produzione normativa al riguardo.
I curatori dell'opera hanno elaborato un'analisi profonda degli aspetti pi significativi della normativa
d'emergenza cui il Legislatore stato chiamato dai noti tragici avvenimenti degli ultimi anni e dal
moltiplicarsi dei processi penali per reati associativi, segno di una pericolosa estensione del fenomeno.
Nel contesto delle problematiche in questione la necessit di una definizione giuridica di "criminalit
organizzata" viene individuata come il filo conduttore, il punto di partenza, negli interventi e nelle relazioni
dei partecipanti.
Concetto, questo, che viene cos a essere analizzato e ordinatamente indagato sia dal punto di vista
criminologico che da quello pi strettamente giuridico, stimolando il lettore ad una riflessione sul nostro
sistema penale e sulle difficolt di interpretazione e applicazione di una legislazione non sempre organica.
A tal proposito da segnalare, per l'attualit delle questioni trattate, la relazione del BORRACCETTI su
"Criminalit organizzata e funzioni del pubblico ministero", nella quale sono approfondite in forma
esauriente le modificazioni introdotte dalla legge n. 8 del 1992 che ha istituito le Direzioni distrettuali e la
Direzione nazionale antimafia, nonch le tematiche concernenti gli strumenti repressivi pi idonei. Inoltre,
trova spazio la controversa e attuale questione relativa alla gestione e ai parametri di valutazione delle
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i c.d. pentiti.
un'opera, dunque, rivolta principalmente, per la specificit delle tematiche affrontate, a coloro che
operano nel settore, ma pu essere considerata anche un utile strumento di approfondimento per coloro che
desiderano comprendere il perch di alcune scelte adottate dal Legislatore, il contesto storico-sociale nel
quale si applicano e operano i provvedimenti in questione, nonch il contesto normativo nel quale
quotidianamente si muovono gli operatori di giustizia.

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Cinquant'anni di storia mondiale (la pace e le guerre da Yalta ai giorni nostri)


Sergio Romano - (Ed. Longanesi e C., Milano 1995)

Avvalendosi dell'esperienza acquisita in oltre quarant'anni di lavoro in ambito diplomatico, Sergio


ROMANO, ambasciatore a Mosca nei fatidici anni dall'85 all'89, traccia un preciso e dettagliato resoconto
degli anni dal secondo dopoguerra in poi.
Particolarmente attento ai fatti e agli avvenimenti, anche minori, della politica interna ed internazionale,
l'Autore si muove tra essi con estrema agilit connettendo e ricollegando fra loro situazioni sociali,
economiche, politiche, storiche per giungere a conclusioni conseguenziali e logiche.
Lo stile scorrevole ed accattivante, che quasi prende per mano il lettore rendendolo ansioso di girare pagina,
facilita l'approccio e la partecipazione alle vicende che si svolgono sullo scacchiere internazionale.
In un disegno organicamente ben costruito, assistiamo cos allo sfilare di cinquanta anni di storia: dalla
conferenza di Yalta, in cui vennero fissati gli equilibri politici del dopo guerra che sanciscono anche la
divisione dell'Europa, agli inizi della guerra fredda che videro spezzarsi subito la fievole alleanza di due
superpotenze, ciascuna portatrice di un messaggio globale, contrapposto radicalmente a quello dell'altra, sul
modo di assicurare il benessere e il progresso dei popoli.
Da questo avvio si dipana, in un crescendo che giunge fino ad oggi, la trama di una fitta rete di intrecci
internazionali fatti di contrasti talora violenti ed esacerbati, talora pi sommersi e subdoli, ma forse per
questo ben pi pericolosi.
Si delinea la tendenza al colonialismo di tutte le potenze, europee e non, finalizzata alla signoria sulla
economia e sulla politica dei possedimenti. E dove alcune potenze resistono strenuamente nella difesa del
proprio "posto al sole", costruito spesso sulla prevaricazione e sull'abuso, altre tentano compromessi
pretestuosi che mirano comunque a mantenere, se non altro, dei "vantaggi" derivanti dai legami con quelle
aree.
Ampio spazio dedicato alle problematiche dell'Africa, i cui Stati mostrano la fragilit derivata loro dal non
essere nazioni propriamente dette, ma Stati senza nazione creati a tavolino senza alcun rispetto dei confini
storici o naturali o del pi semplice "buon senso" che dovrebbe concedere uno Stato a un popolo omogeneo
per lingua, usi, tradizioni, culti, riti.
E anche all'America Latina, universo fortemente legato agli USA da rapporti particolarmente stretti eppure
segnati da violente esacerbazioni nazionaliste. Una storia, quella latino-americana, che risente della
dipendenza economica basata sulle importazioni ed esportazioni nei confronti degli altri Stati e su riforme
agrarie mai perfettamente delineate.
Particolarmente ben descritta la fine graduale della guerra fredda, con i piccoli segnali che ne evidenziano
la progressiva trasformazione da un cauto dialogo a una collaborazione pi fattiva: dalla Conferenza per la
Cooperazione e la Sicurezza in Europa del 1973 ai primi tentativi di modernizzazione attuati da Gorbacv
dall'85 in poi, agli incontri fra il padre della perestrojka e il Presidente USA Bush nel 1989 e 1990, fino al
crollo del muro di Berlino e alla dissoluzione dell'URSS del 1991.
Acuta e precisa la cronaca dei fatti jugoslavi che vedono nella morte di Tito e nella perdita del collante
ideologico la molla che innesca, ancora una volta come gi successo pi volte negli ultimi cento anni, la
conflittualit interetnica e l'odio sociale sfociati nell'attuale guerra civile.
A conclusione del suo viaggio nella Storia, l'Autore afferma di dubitare che sia possibile prevedere nella
loro dinamica i futuri sviluppi, ma sostiene che l'impatto della sorpresa potr comunque essere attenuato
dall'attenta sensibilit verso temi pi scottanti.
Fra questi, egli cita "l'orgoglioso sentimento dell'identit unitaria" che pu svilupparsi nelle entit nate dalla
disgregazione dei vecchi Stati: alcune scompariranno assorbite da Stati pi potenti nella regione, altre
sopravviveranno all'interno di nuove realt economiche.
Non va trascurato, poi, il problema dei grandi flussi di popolazione: profughi, emarginati, disoccupati,
sottoccupati, vessati da regimi totalitari. Essi coincidono con la crescita demografica del Sud del mondo e
ancora per molto porranno problemi agli Stati che si configurano come pi ricchi (intolleranza, xenofobia,

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razzismo da frenare e impedire, ma anche modalit di aiuti e finanziamenti da discutere o delineare).


, infine, importante valutare come "la Societ Internazionale cercher di governare il disordine mondiale".
" inutile sperare" - chiude l'ambasciatore Romano - "che l'ONU possa assicurare l'ordine mondiale. pi
realistico constatare che dall'organizzazione e dalla sua capacit di controllare, almeno in parte, la
conflittualit internazionale dipende in ultima analisi il tasso di disordine con cui dovremo convivere nei
prossimi anni."

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Au coeur du secret
Claude Silberzahn avec Jean Guisnel - (Ed. Fayard, 1995)

Claude Silberzahn, che stato alla guida della DGSE dal 1989 al 1993, ha voluto non solo raccogliere in un
volume, insieme all'amico Jean Guisnel, "fine conoscitore del mondo dei Servizi", i ricordi di un periodo
vissuto con molta intensit e molta passione, ma soprattutto trasmettere quelle che sono le sue convinzioni
riguardo a ci che oggi rappresentano e debbono essere i Servizi speciali in una democrazia, quali i loro
compiti, i loro metodi, la loro struttura.
L'opera si presenta come un racconto -memoria dell'autore, che con la precisione ma anche l'intento
interpretativo tipici di un protagonista, ripercorre gli anni della sua direzione della DGSE, rivedendone al
contempo la stessa storia.
In diciassette capitoli, distribuiti in quattro parti, egli affronta le problematiche generali relative ai servizi
segreti (a cosa servono, quale deve essere il loro rapporto con lo Stato), ricordando l'organizzazione
specifica dello DGSE e le grosse questioni politiche (dal problema afgano a quello arabo) in un'ottica
senz'altro spaziosa, non specificatamente politica, assolutamente non militare, indubbiamente intessuta di
una lunga e lucida esperienza nel mondo dei servizi segreti.
A proposito della DGSE, l'analisi del Prefetto Silberzahn arriva a teorizzare con assoluta convinzione la
preferibilit di una direzione civile a quella militare, per la necessit di potersi servire di connessioni con il
potere politico in particolari momenti, sottolineando gli inconvenienti di una rigida gerarchizzazione
militare.
Intersecato ci, il Perfetto ricorda la storia del suo operato all'interno del servizio, sin dai primi giorni del
suo arrivo, richiamando i cambiamenti delle strutture e l'introduzione di uomini nuovi, la costituzione di
nuove funzioni e la gestione controllata dei fondi, al fine di una maggiore omogeneit dell'organizzazione e
soprattutto con un intento specifico: una struttura collegiale con un civile come Direttore e solo un militare
su sei.
L'ex Direttore del Servizio segreto francese si sofferma sul problema prioritario del reclutamento, sulla
questione dei rapporti con i mass media e sul ruolo determinante svolto dalle ambasciate, non trascurando di
affrontare la questione delle intercettazioni.
Tra gli episodi terroristici di maggiore impatto viene ricordato l'attentato contro il DC 10 UTA e tra le
operazioni non riuscite del Servizio il noto affaire Rainbow Warrior.
Si afferma la necessit di collaborazioni esterne (con universitari, ricercatori, giornalisti) e si illustrano le
difficolt dello spionaggio economico.
Il volume, di scorrevole lettura, offre un prezioso contributo per la conoscenza, dal suo interno, di un
Servizio Segreto, di cui vengono denunciate in maniera lucida anche le eventuali mancanze e
manchevolezze ma per il quale si lavorato con profonda convinzione e coerenza.

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Banche ed altri intermediari finanziari: tecniche investigative.


Luigi Magistro - (in "Rivista della Guardia di Finanza", n. 2 - 1995, pp. 471-486)

Tracciato per somme linee il sistema della intermediazione finanziaria e sottolineato il ruolo da essa
rivestito nel campo dei crimini economici, si analizzano le tecniche investigative pi comuni con
l'illustrazione sintetica di alcune situazioni tratte da esperienze concrete.

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Usura, riciclaggio e sistema bancario: linee di una strategia composita di contrasto.


Giorgio Santacroce - (in "La Giustizia penale", n. IV - 1995, Parte Seconda - pp. 246-256)

Si rileva come l'intreccio riciclaggio-usura rappresenti un momento di fondamentale importanza all'interno


delle organizzazioni criminali per la riconversione del denaro ottenuto con attivit illecite e si sottolinea
come la concessione di prestiti ad usura consenta alla criminalit di accrescere il proprio potere economico
e di stabilire il dominio sul territorio. Tutto ci reso possibile dalla condotta al momento poco efficiente
delle banche e delle altre istituzioni preposte all'intermediazione finanziaria.

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Il sequestro e la confisca antimafia, incostituzionalit dell'art. 12 quienquies D.L. 306.92


Giacomo Travaglino - (in "La Giustizia penale", n. VI - 1995, Parte Terza - pp. 375-384)

Considerate le critiche numerose rivolte alle misure di prevenzione antimafia, si offre una stimolante
"riflessione" sull'efficacia degli strumenti normativi di contrasto alla criminalit mafiosa e sulla eventuale
opportunit di una loro revisione.
L'analisi si riferisce agli aspetti patrimoniali della legislazione di prevenzione antimafia.

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La mafia come ordinamento giuridico. Utilit e limiti di un paradigma


Giovanni Fiandaca - (in "Il Foro italiano", n. 2 - 1995, Parte Quarta - pp. 21-28)

Testo, in forma rielaborata e corredata di note, della relazione svolta presso la Facolt di Giurisprudenza
dell'universit di Pisa il 22 aprile 1994, in occasione della lettura critica del volume di Diego Gambetta "La
mafia siciliana. Un'industria della protezione privata".
L'Autore, riferendosi a Gambetta, secondo cui la mafia pu essere concepita come un ordinamento
giuridico, (idea che, sostenuta sin dal 1917 da Santi Romano, rimase tutt'altro che isolata nella letteratura
giuridica) cerca di verificare se tale concezione possa essere oggi minimamente plausibile sul piano teorico.
Considerati i tre fondamentali elementi costitutivi di un ordinamento giuridico e cio la plurisoggettivit, la
normazione e l'organizzazione, l'Autore dimostra che tutti questi requisiti sono presenti nella mafia,
aggiungendo che, dimostrata la validit teorica della tesi della mafia come ordinamento giuridico, essa
potrebbe essere "utilizzata per scopi diversi, compreso l'obiettivo di rafforzare strategie di lotta a carattere
giudiziario o militare ".

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Il concorso esterno e l'associazione per delinquere di stampo mafioso


Gabriele Verrina - (in "Giurisprudenza italiana", n. 7 - 1995, Parte Seconda - pp. 409414)

Nota alla sentenza della Cassazione penale - I Sez., del 7 ottobre 1994, che ha decretato come non
configurabile il concorso dell'extraneus nel reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Sentenza
meritevole di attenzione, secondo l'Autore, "essendo riferibile al vivace dibattito penalistico,
sociocriminologico e politico circa l'an, il quomodo e il quantum della punibilit di forme di complicit e,
ben pu dirsi, di collateralismo che vengono generalmente indicate come 'contiguit' alla mafia".

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Hanno collaborato a questo numero:


Pio MARCONI
Ordinario di Sociologia del Diritto
presso l'Universit "La Sapienza" di Roma.
R.Valery ROVER
Esperto di Storia e Istituzioni
del mondo islamico.
Aldo Maria SANDULLI
Gi ordinario di Diritto Amministrativo
e Presidente della Corte Costituzionale.
Francesco SIDOTI
Ordinario di Criminologia
presso l'Universit di Teramo.

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