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Antonio Maglie

BRUNO BUOZZI
IL PADRE
DEL SINDACATO
La nostra storia di Giorgio Benvenuto

I Edizione: giugno 2014


copyright 2013
Fondazione Bruno Buozzi
via Sistina, 57 - 00187 Roma
tel. 066798547 fax 066798845
www.fondazionebrunobuozzi.it
e-mail: fbb@fondazionebrunobuozzi.it
per contattare gli autori:
giorgio.benvenuto@yahoo.it
anto.maglie@gmail.com
twitter: @giorgiobenvenut
twitter: @FondBrunoBuozzi
copertina: Marco Zeppieri
editing e impaginazione: Marco Zeppieri
finito di stampare nel giugno 2014
dalla Tipolitografia Empograph
Villa Adriana (Roma)

In copertina una immagine di Tempi moderni di Charlie Chaplin


rielaborazione grafica di Marco Zeppieri

BRUNO BUOZZI
IL PADRE DEL SINDACATO

Le mondine decisive nella sindacalizzazione italiana: "La Lega" era un loro canto

Sebben che siamo donne


paura non abbiamo
per amor dei nostri figli
in Lega ci mettiamo
a oil oil oil
e la lega crescer
e noialtri socialisti
vogliam la libert
(anonimo)

Nel movimento sindacale c una forza materiale


che viene dal numero e una morale che data
dalla preparazione dei suoi dirigenti e dei suoi aderenti

La nostra storia
di Giorgio Benvenuto *

La moglie Rina lo ha raggiunto


a Parigi: per Bruno Buozzi lesilio ha
i caratteri della normalit familiare

Ecco come Miguel de Cervantes presentava il suo capolavoro Don


Chisciotte: Gli storici devono essere esatti, veritieri e spassionati; n linteresse o il timore, il rancore o la simpatia devono farli deviare dal cammino della verit di cui madre la storia, che ben pu essere detta emula
del tempo, archivio dei fatti, testimonianza del passato, esempio e ammonizione del presente, insegnamento dellavvenire.
La biografia di Bruno Buozzi stata scritta da Antonio Maglie in base
a quei principi. un racconto in una formula diversa, nuova, originale.
Lo storico deve avere una qualche idea di come si comportano gli
uomini che non sono storici. E poi, come maliziosamente scriveva Karl
Kraus, lo storico deve essere un giornalista voltato allindietro.
Antonio Maglie ha voluto predisporre unopera completa, organica,
ampia, documentata, puntigliosa, ricca di immagini per narrare la vita del
leader socialista che considerato il padre del sindacato in Italia.
La Fondazione Bruno Buozzi vuole dare con questa biografia un
importante, decisivo contributo alla ricerca storica sulla nascita e lo sviluppo del sindacato in Italia. Il libro non stato pensato per gli studiosi o
per gli esperti. scritto per chi vuole sapere, per chi vuole conoscere una
delle pi straordinarie personalit del movimento sindacale.
La biografia impreziosita da molte immagini, spesso inedite;
completata da una attenta cronologia che va dal 1881, anno di nascita del
leader sindacale, al 1944; ha una documentata bibliografia; ha delle essenziali biografie dei personaggi e degli interpreti della storia del sindacato.
Bruno Buozzi tornato dattualit. Per troppi anni stato ricordato in modo
marginale. stato considerato, per la sua capacit di antevedere il futuro,
quasi come un cane in chiesa in un paese dove hanno predominato per
lungo tempo non gli ideali ma le ideologie pi integraliste.
Ecco, ad esempio, cosa scriveva dieci anni dopo la scomparsa di
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Buozzi, il Segretario Generale della Fiom Giovanni Roveda su lUnit


del 7 giugno 1954: Vi sono movimenti scissionisti, come la UIL e la CISL,
che affermano di seguire la dottrina di Buozzi e definiscono questo nostro
grande dirigente come un riformista: se Buozzi fosse vivo, se non ci fosse
stato strappato dagli assassini nazifascisti, Buozzi sarebbe oggi al nostro
fianco: come reag allintransigenza dei padroni al tempo delloccupazione
delle fabbriche, reagirebbe oggi con egual veemenza al fianco dei lavoratori per dirigerli nella loro grande lotta in difesa della libert nelle fabbriche, per i miglioramenti salariali. Buozzi non sarebbe oggi un riformista,
come non lo mai stato.
Come Prampolini, come Argentina Altobelli, come Massarenti,
come Badaloni, come Matteotti, Bruno Buozzi ricordava con efficacia
Giovanni Spadolini nato in quella terra ferrarese ai confini tra Emilia
e Romagna; cresciuto in quella terra segnata dallavvento delle prime
organizzazioni del mondo del lavoro, con il concorso determinante, anche
se conflittuale, di repubblicani e socialisti: questo il destino quasi perenne
nella storia italiana di quei partiti, di essere paralleli, alleati e conflittuali.
Buozzi apprendista in una bottega artigiana a 11 anni, terzo di cinque fratelli in una famiglia come lui stesso diceva di dignitosa povert,
aggiustatore meccanico e tornitore a 13 anni, autodidatta, impegnato in
anni duri e difficili a favore della classe operaia, per assurgere prima di
aver compiuto i trentanni, alla responsabilit di segretario generale della
Fiom (Federazione Italiana Operai Metallurgici).
Buozzi un sindacalista di particolare incisivit e originalit. Dellartigiano aveva la preparazione professionale e lammirevole volont di
studiare. Come Giuseppe Di Vittorio era lautodidatta che alle lunghe ore
di lavoro (10-12 al giorno), ne aggiungeva altre per lo studio, per imparare
intanto a scrivere, a parlare correttamente, a impadronirsi dei temi sul tappeto della lotta di classe, della lotta sindacale e in generale di tutto quello
che la cultura offriva e rendeva accessibile.
Buozzi considera il socialismo in termini moderni, come razionalizzazione delleconomia. Il suo punto di partenza marxista. Sa per che
dopo una prima fase di anarchia, di antagonismo, di crisi, deve subentrare
una fase razionale, autocosciente, una direzione consapevole dei bisogni
degli uomini per i quali leconomia esiste, per i quali si deve lavorare e pro8

LA NOSTRA STORIA

durre. Era impegnato per realizzare conquiste graduali capaci di legittimare


sempre di pi la classe operaia per svolgere un ruolo di partecipazione in
uneconomia razionalizzata.
Alla guida del sindacato operaio giunge dalla fabbrica. Lofficina
meccanica negli anni del decollo industriale fu la sua vera scuola. Scuola
di mestiere, di specializzazione professionale, rivendicata con lorgoglio di
chi sentiva di forgiare unet nuova - quella della scienza e della tecnica al servizio delluomo. E scuola politica.
Aveva ventanni, nel 1901, quando a Berra, vicino al suo borgo natale, si verific un terribile episodio di repressione di una dimostrazione di
contadini, che protestavano per i bassi salari e criticavano i metodi seguiti
per la bonifica del territorio. Lufficiale che comandava il drappello di soldati posti a guardia di un ponte su un canale, estratta la pistola, senza preavviso, fece fuoco ed uccise un dimostrante che, cappello in mano, diceva:
domando la parola. Assurdo. Inaccettabile. Ingiustificabile. Da tempo lo
ripeteva con crescente convinzione il Presidente del Consiglio e Ministro
degli Interni Giovanni Giolitti, che proprio da episodi di quella sorta traeva
argomenti a difesa della libert degli scioperi salariali e dellelevazione, in
tutto il territorio nazionale, delle paghe operaie e bracciantili. Parlamentarizzazione del confronto politico e sindacalizzazione dei conflitti salariali,
superamento dello scontro muro contro muro in una ricerca dialettica dei
punti di incontro, di convergenza verso un nuovo tipo di societ, pi giusta
e pi garante di libert, erano in quegli anni traguardi che simponevano
allevidenza dei fatti.
Buozzi consegna alla storia limmagine del sindacato riformista
proiettandolo oltre quegli schematismi per i quali il riformismo solo metodo o rifugio nel quotidiano e, quindi, rifiuto pi o meno consapevole
di visioni strategiche. Non ha mai confuso il realismo con la rinuncia.
Il 17 gennaio 1912 gli operai contrari allaccordo dei metalmeccanici con gli industriali si riunirono in un teatro e proclamarono lo sciopero
a tempo indeterminato. Le fabbriche si svuotarono. Arrivarono a Torino,
ad agitare la piazza, personaggi pittoreschi di sindacalisti rivoluzionari.
Castagno, il primo biografo di Buozzi, racconta un gustoso episodio
sui massimalisti: Ricordano ancora i vecchi compagni di Torino limprovviso arrivo del sindacalista Fulvio Zocchi ed il suo discorso al Teatro To9

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rinese: Compagni metallurgici torinesi, io arrivo fresco fresco da Bologna; non so nulla di voi, non conosco i motivi della vostra lotta e dei contrasti con la Federazione Metallurgica in merito al memoriale e alle
trattative con gli industriali. Ma so che voi avete ragione, perch i dirigenti
della Fiom sono tutti venduti e traditori. Lottare contro di loro lottare
contro gli industriali. Respingete dunque il loro lurido contratto e abbandonateli, abbandonando anche le officine.
Buozzi riformista critica lopportunismo e il massimalismo che si
era manifestato nel Biennio Rosso: Sia consentito anche a noi per
quanto in ritardo di esprimere qualche opinione sullo sciopero citato,
con quella franchezza che ci abituale e che soprattutto doverosa in certi
momenti. Purtroppo la cultura generale e leducazione politica del nostro
paese sono cos scarse che ci vuole effettivamente molta audacia a pretendere onest politica, carattere e coraggio. Le nostre masse seguono anche
troppo chi grida pi forte. quindi spiegabile che ci siano uomini, anche
intelligenti, preoccupati di sembrare poco rivoluzionari e di sembrarlo
meno di altri per non correre lalea di qualche fischio plebeo; che ce ne
siano altri disposti a far scempio della verit e delle stesse proprie idealit
pur di dare addosso a quelli delle tendenze avversarie; e che ce ne siano
altri ancora capaci, per mascherare la propria impotenza e quella delle
organizzazioni che rappresentano, di gridare al tradimento verso chi ha
fatto coraggiosamente il proprio dovere.
Buozzi alla testa della Fiom vive i giorni drammatici della occupazione delle fabbriche, ma ad essi, senza piegarsi alle tesi massimaliste, tenta
di dare un duplice sbocco positivo: uno democratico sul piano politico, uno
concreto sul piano delle condizioni generali e retributive dei lavoratori.
Poteva loccupazione delle fabbriche - scrive nel 1929 - avere
uno sbocco politico ed evitare allItalia lavvento della reazione? Noi crediamo di s. Essa, forse, poteva essere la marcia su Roma del socialismo
italiano. Per noi non ci sentiamo di gridare al tradimento contro chi non
ebbe allora le nostre idee e le nostre speranze. Giudicare traditori uomini
che, in un determinato momento, in perfetta buona fede errarono, sarebbe
miserabile.
Il Congresso di Bologna del Partito Socialista nel 1919 aveva dato
una enorme maggioranza ai massimalisti. La Direzione uscita da quel Con10

LA NOSTRA STORIA

gresso poteva contare su 156 deputati; 2.800 Comuni e 29 Province erano


a maggioranza socialista; quasi 2 milioni erano gli iscritti alla CGdL ed
erano funzionanti 8 mila Cooperative nella quasi totalit amministrate dai
socialisti.
Con queste imponenti forze - sottolinea Buozzi - il Partito non seppe
decidersi n per la rivoluzione n per la partecipazione al potere. Esso non
comprese che ci sono dei periodi nei quali la peggior strada quella dellinazione.
Buozzi, praticamente nello scetticismo generale e senza nessun aiuto,
tenne in piedi la Confederazione Generale del Lavoro, di cui era divenuto
nel frattempo Segretario Generale, quando ormai il fascismo stava vibrando
gli ultimi colpi alla democrazia politica e alle libert sindacali e civili.
Allora dimostr che anche un riformista poteva affrontare con coraggio battaglie ideali mai perdenti; che perdenti non furono poi, se vero
come vero, che la speranza riformista rimase ben radicata nel cuore di tanti
lavoratori fino al momento della ricostruzione del sindacato e nella resistenza
al fascismo.
Il riformismo strumento particolarmente adatto per epoche di transizione dove gli interrogativi sommergono le vecchie certezze, dove i nuovi
ideali non hanno ancora il passo della attualit: il riformismo pu avere in
queste fasi della storia di ogni paese la nobilt necessaria per contrapporsi al
trasformismo, alla politica come conservazione dellesistente, alla riduzione
della complessit di una societ che cambia continuamente. In tutti questi
casi il riformismo, quello vero, gioca un ruolo importante a favore della democrazia, perch revisione delle ideologie e dei comportamenti nel fare.
Nelle fasi di transizione importante aprirsi alle novit, mantenere
su dimensioni di massa, con una attenzione tutta particolare ai problemi generali, la capacit di una proposta e di una iniziativa che faccia avanzare le
idee delle forze che rappresentano e vogliono rappresentare il meglio della
societ che cambia.
Buozzi si trova a fare i conti con unepoca di trasformazioni ben diversa da quella che caratterizzer le vicende a fine ventesimo secolo con il
passaggio dalla fase in cui lindustria prendeva coscienza di s alla fase postindustriale.
Si trattava allora di saldare esigenze nuove e organizzazione sinda11

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cale, rappresentativit del sindacato e consenso di tutti gli strati dei lavoratori. E in verit la Fiom di Buozzi guarda a tutti i lavoratori, considera essenziale il dato della professionalit, diffida delle avanguardie e delle lites,
che, in ogni situazione storica di evoluzione profonda, emergono, ma poi
spesso finiscono con il cristallizzarsi in aristocrazie chiuse o addirittura
esprimere nella societ posizioni da nuova destra.
Buozzi allarga la Fiom anche ai quadri, agli impiegati. La Fiom si
trasforma da Federazione Italiana Operai Metallurgici in Federazione Impiegati Operai Metallurgici.
Leo Valiani ricorda: Lultima volta che sedetti ad un tavolo accanto
a Buozzi fu a Parigi, nel maggio del 1937, alla commemorazione di Gramsci. Fu una commemorazione unitaria di tutto lantifascismo emigrato. Ero
andato in rappresentanza degli ex carcerati politici e fui chiamato alla tribuna. Cera Buozzi, cera Rosselli (che fece lintervento pi infuocato), Gennari per il Partito Comunista, sindacalisti e politici francesi. Mi sono
rimaste impresse le parole di Buozzi. Disse: Noi Gramsci lo sottovalutavamo perch vedevamo in lui lintellettuale e per noi il vanto era che il movimento sindacale fosse diretto da operai autodidatti ..e noi venivamo
direttamente dalla gavetta. Ecco, un errore che non commetterei pi. Gli
intellettuali sono anchessi necessari e non solo i vecchi ma anche i giovani.
Soltanto non devono voler insegnare quello che gli operai sanno meglio di
loro, cio quali sono i loro bisogni e le loro vere rivendicazioni. Devono
mettersi invece, come del resto Gramsci aveva fatto, alla scuola degli operai
e cos discutere sui metodi e sulle scelte migliori per portare avanti il movimento verso la democrazia, la riforma sociale, il socialismo.
Per Buozzi il sindacato deve contare nei luoghi di lavoro, confrontarsi
con levoluzione tecnologica (di qui lattenzione ai tecnici dellepoca), costruire condizioni di giustizia ed avanzamento nella societ che possano poi
riflettersi sulla qualit della vita politica e dellazione dei partiti. Vuole un
sindacato che conti in ogni momento, ad ogni livello, che rifiuti legami pi
o meno mascherati con le tattiche di partito e che cerchi, invece, di portare a
casa risultati che ne evidenzino la capacit politica e contrattuale.
Lansia e la voglia di conoscere che ha caratterizzato tutta lesistenza di Buozzi, collima pienamente con il pensiero di Mazzini evidenziato
nel saggio Del dramma storico per il quale a chiunque vuol farsi rifor12

LA NOSTRA STORIA

matore necessaria la conoscenza piena e profonda di quanti elementi, di


quanti mezzi intellettuali e di quante forze, compongono la civilt del suo
secolo e della sua patria.

Lattualit della sua lezione

Questa strada, percorsa da grandi laici come Saffi, Costa, Belloni,


Prampolini, Salvemini, Ghisleri, Nenni, Carlo e Nello Rosselli, Matteotti
e Turati, stata battuta anche da Buozzi, a conferma di quanto siano radicati
nella cultura laica riformista e socialista tratti importanti dellinsegnamento
di Mazzini, come quello importantissimo di una visione ampia, europea,
dellimpegno politico, economico e sociale.
Buozzi, avversario dei settarismi e degli ideologismi, indica una lezione di vita e impegno politico che va meditata: non basta avversare tutti
gli aspetti di frizione, di divisione prevaricatrice, occorre evitare la caduta
nella burocratizzazione, nella pura gestione, nello spirito scarsamente innovativo, nelleconomicismo, nella polarizzazione delle posizioni. Tanto
vero che pur essendo Buozzi fra gli avversari pi limpidi della scissione di
Livorno, nello sforzo di costruzione di quello che sar poi il Patto di Roma,
punt con decisione, senza remore, allincontro fra le tre grandi forze politiche, la cattolica, la socialista e la comunista, e non volle mai sentir parlare di esclusioni.
Rigoroso in Buozzi il richiamo costante allautonomia del sindacato, che egli vede come valore di relazione, e quindi come elemento decisivo ma dinamico.
Per il sindacato: si tratta di reinventare nuove solidariet, di battere
gli assistenzialismi, gli sprechi, gli scandali pi cospicui quali quelli dellevasione fiscale. Si tratta di affermare una politica di tutti i redditi, di far
compiere un salto di qualit alle relazioni industriali, di non mollare la presa
nella lotta allinflazione.
Si crea confusione fra i lavoratori quando si ammettono i ritardi del
sindacato in materia di ristrutturazione della contrattazione e poi non si manifesta una volont precisa di intervenire con rapidit per dotarsi degli strumenti idonei, in una fase obbligata della ripresa rivendicativa (contratti e
contrattazione aziendale). Ma soprattutto si rischia di generare sfiducia fra
i lavoratori se non si comprende che il sindacato delle grandi fabbriche,
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delloperaio massa, delle grandi concentrazioni urbane, non pi sufficiente per fronteggiare, per spiegare tutta lesperienza sindacale, di fronte
a lavoratori in possesso di professionalit che si spostano da questo o da
quel settore produttivo, a giovani che vogliono un lavoro, ma con tempi ed
esperienze professionali pi varie, non pi scandite dalle otto ore di fabbrica, a operai, impiegati e tecnici, coautori di quel localismo economico
che tanta parte ha avuto nella tenuta economica del Paese, a esperienze di
cooperazione (del tutto nuove) ed imprenditoriali, specie nellagricoltura
e nel terziario, proprie di una economia matura e intraprendente, e quindi
indifferenti al populismo di vecchi schemi contrattuali.
Con Buozzi si afferma anche unidea di democrazia sindacale fortemente radicata su strutture solide, reattive, dotate di autonomia e di protagonismo. Ma soprattutto unitarie e uniche. Anche qui il riformismo unit
nella chiarezza, e quindi porta la sua battaglia di idee e di proposte nei luoghi di lavoro, con grande linearit: non cerca spazi in esclusiva, non vuole
la duplicazione di strutture, non corteggia le minoranze agguerrite e movimentiste, ma punta tutto sulla trasparenza del metodo democratico, delle
decisioni, sulla valorizzazione di spazi di confronto sorretti dalla tolleranza
e dal rispetto reciproco.
Il primo atto del Buozzi della Resistenza non a caso il ripristino
delle Commissioni Interne elette da tutti i lavoratori per cancellare lignominia dei fiduciari fascisti. Per lui le discussioni su quale sindacato, sembrano venire dopo. Ai lavoratori occorre dare subito un punto di riferimento,
uno strumento, fatti organizzativi certi. E per Buozzi, riformista, organizzatore e dirigente sindacale, lunit comincia nei luoghi di lavoro, nellunitariet della rappresentanza sindacale.
Il riformismo di Buozzi non era un riformismo che poteva essere
considerato il parente povero di altre tradizioni. Forse questa anche una
delle ragioni per cui una coltre di silenzio caduta su questa straordinaria
figura politica. Rivalutare Buozzi per il peso reale, per la statura notevolissima, per linfluenza che ha avuto effettivamente nel movimento sindacale
significa rivisitare criticamente tante pretese supremazie, una fra tutte:
quella del massimalismo. E ridare a Buozzi quel che era di Buozzi. Lo fece
gi a suo tempo Achille Grandi quando sostenne che lItalia sofferente e
carcerata, questa Italia ha avuto un grande merito: essere lantesignana
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LA NOSTRA STORIA

dellunit sindacale in Europa e pochi uomini hanno fatto ci. Tra questi
un grandissimo del quale non posso parlare senza sentire un intimo e vivo
senso di sofferenza: Bruno Buozzi. E non meno significativamente Di Vittorio quando disse che Buozzi era un riformista nellanima.
Per Buozzi il sindacato fa politica restando sindacato; unorganizzazione che poggia sullautonomia reale dai partiti e sulla democrazia
interna senza nulla cedere alle tentazioni spontaneistiche dei ribelli di
unora; individua ed indica il percorso di una possibile terza via tra il
vecchio riformismo e le soluzioni rivoluzionarie dei massimalisti, facendo
dello Stato e della controparte sociale i propri interlocutori per realizzare
forme concrete di democrazia industriale, per incanalare le possibilit di
sviluppo e di crescita economica in direttrici programmatiche che superino
lanarchia del libero mercato.
Potrebbero essere quei concetti una bozza di risoluzione di un Comitato Centrale dei giorni nostri, una dichiarazione dintenti sul ruolo, la
funzione, lidentit del sindacato, allindomani delle fratture ideologiche e
politiche che hanno rimesso in discussione gran parte delle acquisizioni,
allinterno di ogni organizzazione, nei rapporti con il Governo, con la base,
con i partiti politici che, in altre parole, hanno riproposto il significato del
sindacato in una societ in fase di trasformazione, post-industriale.
Potrebbe essere anche una previsione di che cosa avrebbe detto
Buozzi al giorno doggi, se non fosse una sintesi delle sue posizioni,
espresse nellarco di un trentennio, maturate fin dallepoca delle sua militanza nella Fiom, sperimentate durante la difficile fase delloccupazione
delle fabbriche, sostenute dallesilio parigino e confrontate con comunisti
e cattolici, nei mesi precedenti la nascita della Cgil.
Ma si tratta solo di alcune delle intuizioni di Buozzi, troppo spesso
ricordato soltanto come uno degli artefici della ricostruzione del sindacato in Italia dopo il ventennio di Mussolini, come martire dei nazifascisti
o ancora per la sua grande coerenza e onest intellettuale, per la sua attiva
resistenza al fascismo, in Italia e nelle sedi internazionali.
Eppure, una semplice biografia non esaurisce il significato e lattualit, la modernit delle formulazioni di Buozzi homo senza lettere (la definizione di Turati, il suo grande maestro) eppure uomo del suo tempo,
calato nella realt del quotidiano ma capace di coglierne gli elementi dina15

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mici e di cambiamento. Un riformista, negli atti e nel pensiero, che aveva


colto il senso pieno ed autentico dellessere sindacalista, del fare sindacato,
in un momento in cui forti erano le tensioni massimalistiche, le tentazioni
rivoluzionarie, le critiche da destra e da sinistra al suo operato.
Un uomo dotato di grande coraggio, come dimostra tutta la sua vicenda umana e politica, simbolo di unepoca ma soprattutto di una fase del
sindacalismo italiano che oggi, per certi versi, si ripropone per lincapacit
del movimento sindacale di superare le sue contraddizioni, di portare a maturazione il suo processo di identit nellautonomia, di uscire dallimpasse
del rapporto con i partiti, di ridefinire la sua dialettica con lo Stato e le parti
sociali, di rifondarsi nella societ civile.
Molte delle questioni che dilaniano oggi il sindacato trovano risposta su questa pagine: pagine scritte con lattenzione problematica dello storico, la curiosit indagante del giornalista, linquietudine del ricercatore.
Pagine che parlano di ieri con lattenzione rivolta alloggi e che portano
alla ribalta polemiche vecchie e nuove; intuizioni fondamentali per la vita
democratica del sindacato; proposte di lavoro per una rifondazione delle
organizzazioni, per la sperimentazione di forme nuove di democrazia economica ed industriale, per il controllo, lautonomia, lunit.
Certo Buozzi si trov a operare in unepoca diversa dalla nostra: si
andava affermando la societ industriale; nasceva la grande impresa; si
strutturava il mondo del lavoro, con il taylorismo, il cottimo, la divisione
del lavoro in fabbrica, mentre oggi viviamo in unepoca che largamente
possiamo definire post-industriale. Eppure, allora come adesso, si assisteva a profondi cambiamenti e trasformazioni, tecniche e tecnologiche; a
mutamenti sostanziali nellapparato produttivo. Da ci trae validit la lezione di Buozzi, vale a dire in quello sforzo di rappresentare tutti i lavoratori, di valorizzare le professionalit, di diffidare delle lites e delle
avanguardie, di puntare ad un sindacato che facesse delloccupazione il suo
perno, che fosse in grado di confrontarsi e di comprendere levoluzione
tecnologica, di costruire alleanze nel mondo del lavoro puntando allunit
di operai ed impiegati, nellautonomia dai partiti politici.
Occorreva cio che il sindacato si preoccupasse di una politica generale del lavoro, superando le posizioni meramente difensive, per porsi, al
tempo stesso, come coautore delle scelte di politica industriale e come sog16

LA NOSTRA STORIA

getto di potere, alternativo e protagonista, riconosciuto dagli imprenditori.


Questo spostamento dellinteresse del sindacato dal terreno della
distribuzione del reddito a quello della sua produzione conferma quel salto
di qualit che, secondo Buozzi, avrebbe dovuto compiere, superando lantinomia tra politica ed economia per incidere sulla politica economica, ma
travalicando anche il rapporto di delega ai partiti o di cinghia di trasmissione, nelluno e nellaltro verso, data la peculiarit italiana profondamente diversa dalle esperienze laburiste.
La subordinazione cieca dei sindacati ai partiti come intesa dai
comunisti inconcepibile - afferma Buozzi al quinto Congresso della CGdL
del 1921 - Tale subordinazione possibile solo dove il proletariato alle
sue prime armi; dove i sindacati hanno raggiunto una certa maturit, la
loro opera cos complessa e multiforme da sconsigliare anzi al partito di
intervenire ad assumere responsabilit in problemi tecnici che lo potrebbero compromettere.
Il sindacato non , n deve essere, secondo Buozzi, un organismo
di carattere economicistico, n porsi soggettivamente come partito o dare
vita ad una organizzazione politica, perch ci ne snaturerebbe il proprio
ruolo nel primo caso, o creerebbe un inutile duplicato nel secondo. Infatti,
contestando la tesi di costituire, nel breve periodo, un partito del lavoro
(proposta Rigola) Buozzi respinge insieme la tesi di coloro i quali sostenevano che il Partito Socialista non era pi il vero partito della classe perch
rischiava di diventare un partito di governo. Rischio che, qualora si fosse
corso e realizzato, avrebbe evitato o quantomeno frenato lavvento del fascismo nel nostro paese, aprendo al contrario la strada a una fase di alleanze
sociali e di riforme e ponendo le basi per la costruzione di uno Stato moderno e democratico.
Vorrei ricordare, per inciso, che gi nel programma per il dopoguerra, approvato dal Congresso della Fiom del 1918, Buozzi aveva inserito
la proposta di realizzare la Repubblica e di dar vita a una Costituente.
Buozzi voleva un forte e responsabile movimento sindacale; lo stesso
obiettivo che sul versante della classe politica post-risorgimentale di estrazione liberale, che tendeva a diventare democratica, si prefiggeva Giovanni
Amendola, che di quella generazione fu linterprete pi alto, auspicando nel
manifesto dellUnione Democratica Nazionale del 1924 una politica di pro17

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gressiva ed intima associazione dei lavoratori alla vita dello Stato.


Come dimenticare le conclusioni cui giungeva Amendola durante
il primo ed unico Congresso dellUnione Democratica dopo il delitto Matteotti e dopo il 3 gennaio 1925: Se volete, e come volete il capitalismo
diceva Amendola dovete rassegnarvi al sindacato, alla lotta di classe, e
perci mentre concepibile che il movimento sindacale possa in determinate circostanze arretrare o retrocedere e perfino possa rassegnarsi temporaneamente alle condizioni meno favorevoli, semplicemente assurdo il
pensare che si possa conservare e rafforzare una organizzazione capitalistica della societ sopprimendo il massimo fenomeno che laccompagna,
e cio lorganizzazione unitaria e la contrattazione economica dellinteresse del lavoro.
Il giudizio di Amendola richiama la conclusione di Gobetti nellultimo fascicolo, quasi testamentario, de La Rivoluzione Liberale, l8 novembre 1925: La realt profonda che la grande industria non si pu
sviluppare senza un contemporaneo sviluppo delle forze del proletariato e
della sua capacit di difesa e di conquista.

La stella polare del riformismo

Abbiamo accennato alla politica delle alleanze, unaltra delle intuizioni fondamentali di Buozzi, assertore convinto dellunit sindacale,
che fin dagli anni venti aveva compreso lesigenza di formare un fronte
unitario contro lavvento del fascismo, sia sul piano sindacale (si realizz
quellAlleanza del Lavoro che doveva avere, purtroppo, una breve vita),
sia su quello politico. Ma i tempi non erano maturi: quel riformismo di
cui era convinto assertore e paladino stava diventando oggetto delle critiche
pi feroci, frutto di un clima politico di radicalizzazione e del deterioramento dei rapporti nel seno stesso della sinistra.
Fu uno degli avversari pi limpidi della scissione di Livorno, cos
come sempre stato avversario dei settarismi, della burocratizzazione,
delleconomicismo, della pura gestione. Ma fu anche avversario della polarizzazione delle posizioni, e lo testimonia proprio la tenacia con cui punt
allincontro fra le tre grandi correnti storiche del movimento sindacale italiano, quella socialista, quella comunista, quella cattolica. Ricordiamo: non
volle sentir parlare di esclusione.
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LA NOSTRA STORIA

Unit non significa appiattimento, sulluna o sullaltra posizione


precostituita. Buozzi fu il vero artefice dellunit dialettica, sofferta, con il
suo impegno per realizzare una centrale unitaria che raccogliesse pienamente larticolazione presente nel tessuto politico e sociale del nostro paese,
impegno a livello di aggregazione politica che permettesse un allargamento
del potere dei lavoratori e un loro ruolo diverso rispetto allo stato di subordinazione oggettiva in cui vivevano.
E anche qui ritorna, ancora, laspetto profondamente riformista di
Buozzi: un sindacalista ante litteram, fedele alla tradizione di Turati e di
Treves, per il quale il riformismo, lungi dallessere soltanto un metodo
di lavoro o una battaglia quotidiana e trasformista, si traduceva sia nella
costruzione e nella politica sindacale, sia nei suoi rapporti con il mondo
imprenditoriale, con i partiti, con lo Stato e la societ civile, contro ogni
schematismo. Un sindacato come elemento di riunificazione di termini che
andavano divaricandosi: Stato e Societ Civile, rivendicazionismo e primato della politica.
Buozzi sostenne e pratic lautonomia e lunit del sindacato.
Chiara era nella sua visione la differenza dei ruoli tra partito e sindacato.
La CGdL fu riformista.
Le cose cambiarono con la rivoluzione russa del 1917. Il Partito Socialista, incapace di scegliere tra governo o rivoluzione, non resse alla parola dordine fare in Italia come in Russia. Si divise sul problema della
adesione alla III Internazionale. La scissione del 1921 indebol i socialisti;
nel 1922 uscirono dal PSI i riformisti (Turati, Treves, Prampolini, Buozzi,
etc:) che costituirono il PSU eleggendo Giacomo Matteotti alla carica di
Segretario Generale.
Le elezioni del 1921 e del 1924 si svolsero in una atmosfera drammatica nella quale il PCdI si poneva come obiettivo principale quello di distruggere i socialisti e annientare i riformisti.
Respinta la proposta di Filippo Turati di andare al governo con i
Popolari, la sinistra inconsapevolmente cre le condizioni per la conquista
del potere da parte dei fascisti.
Nelle riunioni del Consiglio Direttivo della CGdL, che si susseguono sempre pi frequenti e sempre meno concludenti, il problema della
lotta contro il fascismo e della difesa dei sindacati fu un dibattito costante.
19

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

L11 febbraio 1922 Buozzi cos si esprime: Se si uscir dalla linea


dellintransigenza, non ci si potr fermare alla collaborazione sul puro
piano parlamentare, ma si dovr giungere fino alla partecipazione effettiva
al Governo. Secondo il mio punto di vista, le maggiori garanzie a questo
proposito ci possono essere date dal Partito Popolare. Al che Serrati risponde: Il Partito non pu accettare la collaborazione, in quanto da tempo
ha rigettato la posizione pragmatista: c una crisi in atto nella borghesia,
la quale si difende col fascismo attaccando le migliori resistenze da un lato
ed accarezzando, dallaltro, le possibilit collaborazioniste.
Lenin teorizz e pratic la supremazia del partito-guida e la subordinazione del sindacato (la teoria della cinghia di trasmissione).
Con questa concezione divent difficile la lotta antifascista in troppi
momenti subordinata agli interessi dellUnione Sovietica (un esempio eclatante fu il patto Von Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia).
E nel secondo dopoguerra la storia si ripet.
Lunit della CGdL fin nel 1948. Furono costretti ad uscire i democristiani, i repubblicani, i socialdemocratici e una parte crescente dei socialisti.
Questa soggezione al Pci ebbe nella Cgil coraggiose e sofferte contrapposizioni da parte di grandi dirigenti come Di Vittorio, Lama, Trentin.
Non si pu dimenticare ad esempio la violenta opposizione del Pci
alla Federazione Unitaria Cgil-Cisl-Uil nel 1980 sul Fondo di Solidariet
e nelle vicende della vertenza Fiat conclusasi con la marcia dei 40 mila;
nel 1984 e nel 1985 sullaccordo di San Valentino e in occasione del referendum sulla scala mobile.
Il Pci non esit durante il Governo Craxi (1983-1987) ad affermare
attraverso i suoi dirigenti pi qualificati: Craxi ha con i segretari generali
di CGIL, CISL e UIL un contatto permanente. Il risultato di questa tattica
il coinvolgimento progressivo dei massimi dirigenti sindacali anche in questioni che dovrebbero riguardarli poco, ad esempio i problemi ed i guai di
palazzo Chigi. Il TG mostra tutte le sere Lama, Carniti e Benvenuto ammessi
nelle Grandi Stanze, oligarchi, ed un tuttuno indistinto di governanti, di
grandi industriali e finanzieri e di rappresentanti di quello che i vetero insistono a chiamare il proletariato. Decade la democrazia interna del sindacato, saccentua il verticismo delle decisioni (in CISL e UIL pi che in CGIL)
20

LA NOSTRA STORIA

e in corrispondenza si aggrava il distacco delle burocrazie sindacali dalla


base, uno scollamento di cui sono drammatica misura in pari tempo le inquietudini e le turbolenze delle masse che si rivoltano e manifestano nelle
piazze anche contro il mandarinato sindacale ed i lunghi silenzi di quei
lavoratori che, sfiduciati, si estraniano (ritirando la delega senza clamore).
In rappresentanza di chi i segretari generali di CGIL, CISL e UIL di casa a
Palazzo Chigi in realt decidono?.
Si pu dire che Di Vittorio a proposito del giudizio sui fatti dellUngheria nel 1956 e Luciano Lama nel 1984-1985 sulla scala mobile furono sconfitti dal Pci. Trentin nel 1992 invece vinse su Occhetto e sul Pds
respingendone i diktat, facendosi respingere dalla Cgil le sue dimissioni.
Bruno Buozzi mor il giorno della firma del Patto di Roma. Le sue
ipotesi sulla costituzione della nuova Cgil (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) erano profondamente diverse da quelle che furono poi le
linee sancite nel protocollo del Patto di Roma.
E qualera la linea di Buozzi?
La si pu evincere da pochi documenti. Possiamo ricavarrla da un
articolo apparso sullAvanti firmato Quidam, a lui attribuito. Riflette
il suo punto di vista. la fonte di maggior importanza per ricostruire il
ruolo di Buozzi nella edificazione dellunit sindacale attraverso il Patto
di Roma. Fu Buozzi a voler introdurre un elemento di discontinuit rispetto
ai sindacati prefascisti. Non si ricostitu la CGdL ma la Cgil ove la lettera
I per Italia voleva significare che i lavoratori con le loro organizzazioni non
si sentivano pi antagonisti dello Stato ma erano divenuti parte delle nuove
istituzioni che nascevano dalle rovine del fascismo. Parte di uno Stato repubblicano costruito da unassemblea costituente ( la vecchia idea di
Buozzi, avanzata subito dopo la fine della prima guerra mondiale).
Lipotesi che segu Buozzi era quella del sindacato obbligatorio di
diritto pubblico per conferire ai contratti collettivi la validit erga omnes.
Era solo cos che si consentiva alla nuova Cgil di penetrare in tutte le piccole localit e villaggi, in tutte le aziende.
A differenza dei cattolici, i comunisti erano contrari. Sostennero
unipotesi di sindacato autonomo dallo Stato, svincolato da qualsiasi controllo con i contratti collettivi di diritto comune. lipotesi che poi ha finito
per prevalere.
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

E Di Vittorio annotava in un secondo rapporto, a proposito dei difficili confronti con Bruno Buozzi: Lamico Buozzi riformista nellanima,
difende le federazioni nazionali e la loro naturale competenza tecnica con
un accanimento incredibile; mentre vorrebbe definire le Camere del Lavoro
come semplici organi di propaganda sindacale. Tutti i nostri argomenti e i
precedenti che costituiscono una gloriosa tradizione di lotta delle Camere
del Lavoro non hanno nessuna presa su di lui. Ho compreso che non se ne
cava nulla.
Di Vittorio e Buozzi si stimavano reciprocamente. Quando Buozzi
venne arrestato le trattative proseguirono con Emilio Canevari in rappresentanza dei socialisti. Di Vittorio cos le commenta: Il successivo incontro
con la delegazione sindacale socialista ha avuto luogo. Essa mi ha comunicato che la Direzione del Psi ha approvato, in generale, la posizione assunta nella precedente riunione di far propria la nostra posizione sul
Sindacato libero, demandando alle stesse organizzazioni sindacali la possibilit di prendere una decisione definitiva in merito, nel caso vi fossero
punti di vista differenti. Dunque, il nostro disaccordo con i socialisti su
questa questione, ha cessato di esistere. Ma linconsistenza di questi bravi
amici veramente sconcertante. Alla mia critica il bravo compagno Canevari rispose che non voleva dire affatto quel che io avevo letto, chegli
completamente daccordo con me, che avrebbe accettato tutte le modifiche che avessi formulato. Dissi, con molto garbo, che non si trattava di
modificare qualche brano, ma di rivedere tutto il documento. Proposi,
quindi, di ritirarlo di non darlo soprattutto ai democristiani che vi avrebbero scorto laccoglimento della loro posizione sulla concezione del sindacato di categoria e sulla struttura, che, invece, non sarebbe nelle
intenzioni socialiste. Tanto lui che laltro delegato socialista accettarono
la proposta di ritirare il documento. La delegazione socialista approv la
mia proposta e nei prossimi giorni ci riuniremo a tre, per proporre assieme
ai democratici la soluzione adottata.
La scomparsa di Buozzi ha rappresentato una svolta non solo nella
definizione del Patto di Roma ma ha costituito la fine di un punto di riferimento importante per la continuit della tradizione riformista socialista nel
sindacato italiano. I socialisti non hanno pi avuto quella forza con la quale
agli inizi di questa vicenda li aveva rappresentati Buozzi.
22

LA NOSTRA STORIA

Dopo lassassinio di Buozzi lintero movimento sindacale italiano


ha seguito unaltra strada. Le sue indicazioni non passano nel Patto di
Roma; si ritrovano per in qualche modo nella formulazione ibrida nella
Costituzione (art. 39 e art. 46).
Per Buozzi il problema dellestensione del valore e della forza della
contrattazione si legava a un altro punto sostanziale che era il problema
dellorganizzazione e della democraticit dellorganizzazione. E qui valgono in qualche modo i riferimenti a quella che stata la sua presenza e la
sua testimonianza nellepoca prefascista. Si pu citare al riguardo un passo
della sua relazione, al congresso della Fiom, di cui era segretario generale,
nel 1918: Noi siamo risolutamente contrari alla teoria che lorganizzazione e lorganizzatore debbano sempre seguire la massa anche se disorganizzata; tale teoria rende inutile lorganizzazione, serve a formare dei
ribelli di unora ma non mai delle coscienze rivoluzionarie, ad organizzare
improvvisamente delle migliaia di operai facili da condurre al macello ma
che se ne andranno immediatamente non appena finita lagitazione per la
quale si sono associati. Noi desideriamo una sola padronanza sul proletariato: quella dellorganizzazione. E siccome questa a mezzo delle sue assemblee e dei suoi congressi traccia le sue direttive i dirigenti o il dirigente
dorganizzazione hanno il sacrosanto dovere di ricordare queste direttive
a quanti non lo ricordano o non lo vogliono ricordare. Primato quindi
dellorganizzazione ma che si unisce ad una concezione precisa della democrazia nellorganizzazione e ha il suo riscontro in una nozione anche
altrettanto precisa sul problema della democrazia nella fabbrica, nel problema della partecipazione operaia alla vita del sindacato.
Lunit del 1944, un tentativo che certamente era stato favorito da
particolari condizioni e poi sfavorito da particolari conseguenze storiche.
Oggi si deve puntare su una nuova unit sindacale, caratterizzata da alcune
idee-forza: lidea forza del riformismo, lidea forza di un sindacato che sia
capace di dare sbocco alle proprie battaglie, di non produrre solo conflittualit e antagonismo, ma che sia in grado di gestire sbocchi di carattere sindacale e di creare condizioni politiche anche di cambiamento, lidea forza della
democrazia, lidea forza dellautonomia dai partiti, lidea forza del sindacato
protagonista dello sviluppo economico e sociale del paese.
Il cammino di quel riformismo, del riformismo di Buozzi, non si
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

mai interrotto e oggi che pi che mai necessario, ancora nei suoi ideali,
pi nitidi e resistenti allusura del tempo, la stella polare di un sindacato
moderno. Bruno Buozzi appartiene alla storia di tutto il movimento sindacale; si sempre battuto per lunit del mondo del lavoro; non si mai rassegnato n alla divisione politica n a quella sindacale. il protagonista
dellunit sindacale, non ha mai incoraggiato scissioni sindacali. Aveva
lorgoglio delle sue idee e sapeva che solo in un sindacato unitario si potevano realizzare.
Bruno Buozzi tirava fuori il meglio dal mondo del lavoro: coraggio,
senso etico dellimpegno civile, nobili ideali, sacrificio. La sua vita, come
quella di Di Vagno, di Matteotti, dei Rosselli, di Colorni, crudelmente spezzata prima del tempo, resta la migliore testimonianza di quelle virt senza
tempo.
Raccontava Giuliano Vassalli che con lui condivise gli ultimi giorni
di prigionia a via Tasso: Cera un dipinto nella Direzione del Partito Socialista che ne rievoca la figura in mezzo agli sgherri nazisti con il busto
eretto, in maniche di camicia, in quella mattina di giugno: ebbene, per chi
lo ha conosciuto, egli era proprio cos, fiero e dignitoso, tra quegli sgherri
nazisti che nulla capivano di ci che spontaneamente o per comando erano
indotti a fare, e nulla sapevano di quanto stavano facendo perdere al movimento socialista in Italia e a tutti i lavoratori.
certo che con Buozzi noi abbiamo perduto allora la figura pi nobile, completa e significativa del socialismo italiano; con Buozzi la scissione del Partito Socialista nel gennaio 1947 probabilmente non sarebbe
avvenuta, il movimento socialista si troverebbe oggi con diverse dimensioni
e diverso significato, avrebbe vinto su un piano di libert, di progresso e di
intemerata onest.

* Giorgio Benvenuto
(Presidente della Fondazione Bruno Buozzi)

24

Introduzione

Quando Giorgio Benvenuto mi ha chiesto di provare a elaborare una


biografia di Bruno Buozzi, mi son fatto ricrescere i capelli per infilarvi le
mani. Il fatto che limpresa mi appariva abbastanza complessa, quasi
titanica. Per diversi motivi. Il primo: non sono uno storico e per quanto
mi potessi sforzare, non sarei mai stato capace di realizzare una ricerca
con i crismi della scientificit, insomma non sarei stato in grado di
rubare il mestiere a qualcuno e soprattutto non avrei mai voluto macchiarmi del reato di esercizio abusivo della professione. Il secondo:
i materiali su Bruno Buozzi sono quasi tutti noti quindi mi appariva impossibile la realizzazione di un testo che avesse un qualche carattere inedito e bench di mestiere faccia il giornalista non ho mai dato troppo
credito allaffermazione di un autorevole collega che sosteneva linesistenza nella stampa di argomenti inediti. Terzo: per quanto conoscessi
Buozzi, per non lo conoscevo in misura sufficiente per potermi imbarcare in unimpresa di questo tipo, al limite della temerariet (almeno dal
mio personalissimo punto di vista). Quarto: era forte e incombente il
rischio di cadere nel ridicolo o nellinconsistenza intellettuale per
mancanza di argomenti adeguatamente elaborati o rielaborati. A quel
punto mi son concesso un po di conforto ripensando a quel che diceva
Karl Kraus: Spesso lo storico soltanto un giornalista voltato allindietro. Ho cominciato a leggere e a ricercare e mi sono reso conto che
tutte (o quasi) le biografie realizzate focalizzavano lattenzione solo su
una parte della vita di Buozzi: dallesilio al Patto di Roma, lasciando un
po in ombra quella iniziale o trattandola in maniera molto sintetica. Ho
pensato, allora, che forse si sarebbe potuta colmare quella lacuna, guardando questo Padre del sindacalismo nella sua totalit. Anche perch
quella parte iniziale della sua esperienza (circa una ventina danni) non
poi totalmente ininfluente ai fini della comprensione delle sue scelte nel
corso della trattativa per la costituzione del sindacato unitario. Anzi,
27

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

accanto a Turati e Treves, Buozzi matura lidea di una organizzazione


dei lavoratori che non deve esaltarsi solo nel conflitto ma deve andare in
qualche maniera oltre; che non deve essere succube delle dinamiche politiche ma solo degli interessi della classe lavoratrice; che non esiste
azione senza organizzazione (bellissima e significativa una sua frase:
Sono per la lotta di classe non per la zuffa di classe); che i colpi di
mano non consolidano le conquiste e normalmente non portano al
conseguimento degli obiettivi; l, nel clima milanese e riformista,
che si definisce la sua idea gradualista del sindacato.
Individuato lobiettivo, per, bisognava anche trovare lo strumento
per raggiungerlo. Parlare di Buozzi significa parlare di
sessantatr anni di storia italiana e che storia! successo
veramente di tutto: lo stato unitario che provava a consolidarsi e nel
frattempo guerreggiava con il brigantaggio, lalternanza al potere tra
destra e sinistra liberale, il trasformismo, il giolittismo, almeno tre riforme elettorali compresa quella che accompagn il passaggio dal maggioritario con ballottaggio al proporzionale, le avventure coloniali, la
prima guerra mondiale, la polemica tra interventisti
e pacifisti, le prime grandi vertenze operaie, i primi grandi accordi
collettivi, la nascita del partito socialista
e le conseguenti scissioni, il Biennio Rosso, loccupazione delle
fabbriche, un regicidio, i tradimenti della Corona, il fascismo,
il nazismo, il franchismo, lantifascismo, la seconda guerra mondiale
e la guerra di Liberazione. Bruno Buozzi ha attraversato
tutte queste tempeste e, rileggendolo, ci si rende conto
che lo ha fatto con grande coerenza, titolare in questo di una
qualit che negli italiani non sempre abbonda.
La sua vita, insomma, poteva essere ripercorsa come un
filo rosso che lega le tante, troppe vicende che hanno aperto
la strada agli ultimi settantanni di pace che, a pensarci bene, sono
un suo lascito, suo e degli uomini come lui che
restituirono allItalia la libert e un minimo di onore.
Ora che sono trascorsi esattamente settantanni da quando i nazisti
lo ammazzarono senza piet mentre abbandonavano Roma, inseguiti
dagli alleati e dalla riprovazione morale della comunit internazionale,
28

INTRODUZIONE

farlo riemergere dalloblio non solo doveroso (e peraltro obbligatorio


per una Fondazione che porta il suo nome), ma anche utile per provare a
riannodare i fili di una memoria che spesso vengono interrotti dallesigenza di bruciare tutto in fretta, dallincedere veloce di una societ che si
lamenta per il fatto di disperdere continuamente valori ma non fa nulla
per ravvivare quelli che altri prima di noi hanno edificato. Buozzi in
qualche maniera una vittima nella storia del sindacato, pur essendo uno
dei Padri. Giorgio Benvenuto, da segretario della Uil, lo riscopr (come
ha sottolineato in un suo libro il compianto Walter Tobagi). Ci non toglie che sia rimasto per molto tempo una presenza (o un ricordo) se non
scomoda, ingombrante. nato ed morto troppo presto. nato troppo
presto perch i suoi concetti sindacali, alcune sue idee (il controllo della
produzione, lallargamento della rappresentanza ai quadri intermedi, il
confronto con nuovi ceti) anticipavano troppo la modernit in un Paese
che ha vissuto la crescita in maniera tumultuosa e proprio perch tumultuosa accompagnata da una maturazione culturale insufficiente. morto
troppo presto perch quando stava raggiungendo lobiettivo coltivato
negli anni dellesilio, cio il sindacato unitario, i nazisti lo hanno catturato e lo hanno ucciso: la sua vita stata cos una parabola esaltante e
tragica al tempo stesso. Aveva impostato il negoziato, non ha potuto portarlo a termine. Le sue idee (la personalit giuridica del sindacato, lo
stesso controllo della produzione tradotto in compartecipazione) hanno
trovato posto in alcuni articoli della Costituzione che sono rimasti lettera
morta. Ma lalba dellunit non lha vista. Non ha visto nemmeno quella
della disunione che sarebbe arrivata pochi anni dopo il Patto di Roma,
corollario probabilmente inevitabile della rottura dellunit antifascista,
del mondo diviso in blocchi, delluscita dal governo di comunisti e socialisti. In quel mondo diviso in blocchi, lItalia (al pari della Germania e
del Giappone) rappresentava la linea di confine: impossibile non pagare
le conseguenze di quel nuovo equilibrio internazionale. Per giunta in
presenza di una anomalia nel quadro dellOccidente democratico:
la presenza di un forte movimento comunista che ha guardato per
diverso tempo a Est, egemonico nella sinistra per motivi numerici.
Buozzi ha pagato tutto questo. Voleva ricostruire la Cgil unitaria ma
era un riformista, un colore passato di moda nella Confederazione ab29

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

bandonata dalle altre componenti politiche dopo la frantumazione dellunit antifascista. Lui stesso si era ritrovato davanti allirriducibile determinazione di Giuseppe Di Vittorio e del Pci a conquistare la guida del
sindacato in virt di una presenza comunista maggioritaria tra gli operai, argomento sostenuto come un atto di fede ma in quel momento non
ancora certificato da una consultazione democratica. Il riformismo di
Buozzi, per, stato un fiume carsico. La Uil lo ha fatto venire in superficie e per diverso tempo qualche affluente ha percorso anche la sede
della Cisl. Nella Cgil ha lavorato sotto traccia, quasi erodendola rimozione, e non solo perch la minoranza socialista (Santi, Brodolini,
Boni che di Buozzi stato uno studioso molto attento) ha continuato a
coltivarne il ricordo e a rivendicarne lattualit del messaggio, ma anche
perch buona parte dei segretari di quella Confederazione sono stati se
non degli eretici, degli irregolari (esattamente come il leader della
Fiom degli inizi del secolo scorso) gente come Luciano Lama o lo stesso
Bruno Trentin. E dato che il fiume arriva sempre al mare, con Guglielmo
Epifani (che a Buozzi ha dedicato i suoi studi) e Susanna Camusso i socialisti hanno ritrovato il loro posto al vertice, un posto che al leader di
Pontelagoscuro era stato negato dalla ferocia dei nazisti. Nel titolo ho,
per, voluto evitare il riferimento al riformismo non perch il termine
solleciti momenti di vergogna, tuttaltro visto luso massiccio che ne ho
fatto allinterno, ma perch la parola stata accompagnata da una sorta
di maledizione. Prima, dagli anni Venti, dai tempi delle scomuniche di
Lenin, sino alla fine degli anni Settanta, il riformismo veniva associato nella migliore delle ipotesi ai socialtraditori nella peggiore (Stalin che poi firm il patto di non aggressione con la Germania: da quale
pulpito, proprio il caso di dire, veniva la predica) ai socialfascisti.
Personaggi veramente al di sopra di ogni sospetto come Piero Boni, allepoca segretario generale aggiunto della Cgil, e Luciano Lama (in un
libro apparso dopo la sua uscita da Corso dItalia) ne fornivano testimonianza, il primo definendo Buozzi con la qualifica pi politicamente corretta di riformatore, il secondo sottolineando come il titolo di
riformista allinterno del Pci fosse bandito tanto vero che bisognava
fare ricorso ad altri espedienti dialettici (compreso quello di miglioristi) per indicare la medesima cosa. Poi, negli ultimi quindici anni, dal
30

INTRODUZIONE

cattivo uso si passato allabuso. Riformisti erano tutti coloro che propugnavano riforme, di qualsiasi tipo, di qualsiasi foggia, di qualsiasi
squinternato colore. Si sono scoperti riformisti personaggi anche coerenti con le loro scelte politiche ma che con il riformismo non avevano
proprio nulla da spartire, Mario Monti, ad esempio. Insomma, si faticava
a distinguere il rosso dal nero: Lutero era un riformista ma non lo erano
di certo i papi (Paolo III, Giulio III e Pio IV) che vollero il concilio di
Trento e lo portarono a compimento in diciotto anni. Il riformismo, lo sapeva bene Buozzi, era una pratica abbinata, per, a unidea politica
progressiva: lavanzamento della societ (dal punto di vista di chi occupa i vagoni di coda, quelli che un tempo venivano qualificati come
terza fumatori) attraverso riforme capaci di aggredire e sciogliere i
nodi che strangolano gli assetti produttivi, finanziari ed economici della
societ, che tolgono laria ad alcuni e ne concedono troppa ad altri. Non
si mai visto un riformista che sia da una sola parte, cio quella dei
ricchi, potenti e privilegiati, il riformismo il soffio dellequit che pu
diventare tempesta ma pu anche essere dolce come il ponentino. Soprattutto, con il titolo, ho cercato di spiegare cosa sia stata (almeno in una
lettura che sempre un po di parte per quanto non faziosa) la vita di
Buozzi: un viaggio senza tempo che ha consentito il passaggio del sindacato dalle concezioni pionieristiche delle Leghe di resistenza (sebben
che siamo donne...) alla organizzazione di industria, dalla solidariet
dei mestieri a quella dellappartenenza a un pi vasto e complesso apparato produttivo, una fase di passaggio che probabilmente ha trovato la
sua compiutezza quasi mezzo secolo dopo, non a caso tra i metalmeccanici con la creazione della Flm (sempre quella canzone delle mondine riprodotta in apertura, diceva: la libert non viene perch non c
lunione, crumiri col padrone e durante lAutunno Caldo i lavoratori
marciavano dietro uno striscione: Uniti si vince, un impegno che anni
dopo Trentin avrebbe rilanciato: Se uniti non sempre si vince, certo si
perde meno). Ma poi c anche un secondo aspetto: il senso della storia
drammatica di un uomo, il messaggio estrinseco e intrinseco che ben
radicato in un certo modo di essere sindacato e di essere sindacalisti, a
volte anche in maniera totalmente inconsapevole, anche non conoscendo
nemmeno la data di nascita di Buozzi. Ecco perch ho provato a uscire
31

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dalle nozioni per svelare le emozioni. Mi interessava raccontare una


storia, molto meno scrivere di storia. Buozzi non ci ha lasciato ponderosi (che poi diventano polverosi) saggi ideologici, ci ha lasciato il libro
della sua vita, una vicenda grande e allo stesso tempo tragica: ha fatto
rinascere la Fiom e ha visto morire, con il fascismo, la libert sindacale;
ha lottato per tenere in vita, ancorch in esilio,
il nome della Confederazione Generale del Lavoro ma non ha potuto
restituirle la vita in patria perch a lui hanno tolto la vita. La sua
parabola si incrocia con quella di altri personaggi di quei tempi
e questi incroci ho provato a farli rivivere utilizzando le
testimonianze dellepoca, provando a restituire la voce a chi non
pu pi parlare. Bruno Buozzi ha lasciato una idea di sindacato
fatta di unit, autonomia, libert, organizzazione, capacit di andare
oltre gli steccati della politica. Ha provato a tenere insieme tutto convinto che la faziosit avrebbe solo potuto uccidere il sindacato e
danneggiare il movimento dei lavoratori. Probabilmente questa la sua
pi grande eredit. Questa biografia ha provato a saldare vicenda individuale e vicenda collettiva, a fornire lo scenario al Protagonista.
Questa biografia probabilmente meno ricca di date ma pi
ricca di anima, poco incline allo spirito accademico (che non
mi compete e che altri possono esprimere con maggiore competenza e
profitto) ma pi impastata di tensione divulgativa. Una biografia atipica, insomma, che far inarcare il sopracciglio ai puristi:
rielaborata partendo dal passato ma pensando al presente e al futuro,
una chiave di lettura per orientarci negli affanni delloggi
utilizzando le lezioni di ieri. Ho probabilmente abusato della pazienza
del lettore ma mi auguro che alla fine non me ne venga fatta una colpa.
a. m.

32

Rina mia, c chi nato per vivere intensamente


e gagliardamente e c chi nato per vivere
pacatamente o mollemente. Io sto tra i primi,
e tu lo sai; cos come sai che
tra i secondi non potrei adattarmi

La sua Italia

Il cippo al quattordicesimo chilometro della via Cassia


che ricorda le vittime delleccidio
de La Storta: Demmo la vita per la libert

Luomo negli ultimi settantanni ha cambiato il paesaggio. La via


Cassia una teoria interminabile di automobili e semafori che rallentano la
marcia trasformando il lento scorrere del traffico in una laica ancorch rombante processione. La citt non la stessa di quella lontana notte. Roma ha
progressivamente dilatato i suoi confini man mano che lanagrafe ampliava
i suoi archivi. La Capitale contava appena un milione di abitanti. Finiva
prima, molto prima. Qui era campagna, qui, al chilometro 14,2, cera la Tenuta Grazioli i cui contadini, come raccontava il 7 giugno del 1944 il cronista
dellAvanti!, facevano sapere... che i tedeschi avevano abbandonato 14 cadaveri. I segni del quel che avvenne ora sono sommersi, tra un Relais a cinque stelle e il convento delle Figlie del Calvario, tra condomni di villette a
schiera e quartieri che si inseguono come i grani di un rosario: Giustiniana,
La Storta, Le Rughe. Il cippo si intravede appena e, probabilmente, solo chi
sa o interessato, riesce a scorgerlo perch messo l, allangolo di una strada
a massiccio scorrimento, sembra uno dei tanti altarini prodotti dalla dissennatezza automobilistica e dalla sfrenatezza della velocit, innalzati per ricordare qualche ragazzo prematuramente scomparso per colpa, semmai, di
un coetaneo che troppo in discoteca aveva fraternizzato con lalcool. I fiori
gialli e rossi ricordano i colori della citt. Quattordici nomi che ai contadini
della Tenuta Grazioli apparvero solo come quattordici malcapitati, vittime di
una follia chiamata Guerra, che insanguinava lItalia, che laveva divisa con
la ferocia di un conflitto civile e di una occupazione fatta, appunto, di cadaveri
abbandonati, senza rispetto e senza piet, in un fosso, esposti alle angherie
della pioggia, del vento, del fango. Da Nord uscivano i tedeschi, le Ss, da
Sud entravano il soldati della United States Army North che dopo aver piegato ad Anzio le ultime resistenze, erano arrivati nella Capitale.
Il suo nome il quarto a sinistra, tra quello del maggiore Alfio Bran37

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dimarte e quello del professore Luigi Castellazzi. Sul cippo, uniscrizione:


Demmo la vita per la libert. Qui si concluse nella notte tra il 3 e il 4 giugno
del 1944, a sessantatr anni, il viaggio terreno di Bruno Buozzi, Padre Nobile
del sindacalismo moderno. Forse gli inquilini di via Giulio Galli, la strada
che parte dalla Cassia e si incunea in quella che un tempo era solo campagna,
non sanno nemmeno chi sia e perch sia finito l, tra alti muri di cinta che delimitano le attuali propriet private. Per molti, Buozzi solo un figlio della
toponomastica cittadina, una strada del quartiere Parioli in cui pure lui, per
un breve periodo, a ridosso dellultimo, tragico arresto, ha abitato. N sanno
perch mai, allinterno, vi sia quella croce di pietra massiccia, sistemata su
un rialzamento del terreno. Per arrivarci bisogna percorrere sedici scalini. L
furono trovati i quattordici cadaveri, orribilmente trasfigurati.
Cos raccont il Messaggero nelledizione dell8 giugno il ritrovamento e il riconoscimento delle vittime dellultimo eccidio nazista a
Roma: Superato il primo senso di orrore i contadini si portavano sulla
via Cassia e fermato il primo autocarro di passaggio informavano coloro
che vi erano a bordo della triste scoperta. I cadaveri venivano pietosamente
deposti sullautocarro e trasportati a Roma allospedale Santo Spirito.
Mentre le salme venivano ricomposte nella camera mortuaria, si dava lannuncio al commissariato di Borgo i cui funzionari si recavano allospedale
per le constatazioni di legge e per il riconoscimento dei cadaveri. Nessuno
ancora aveva intuito, per, la realt. Nessuno immaginava chi fossero
quelle vittime e chi tra esse vi fosse. Si cominci per esclusione. Si fece
cio la ricerca delle ultime deportazioni naziste. In un appunto, Pietro
Nenni ricorda quelle convulse e drammatiche ore: Una giornata terribile.
Arrivando alla direzione del partito alle otto ho appreso che nella notte
erano state trasportate a Roma le salme di 14 vittime dei nazisti. Si tratta
di detenuti di via Tasso partiti venerd scorso verso il Nord. Sono stati freddati con una classica rivoltellata alla nuca al chilometro dieci della via
Cassia, in localit detta La Storta. I compagni delle organizzazioni militari
hanno gi riconosciuto tre di loro, i compagni Baran Frederick (il nostro
Raffaele), Libero De Angelis e Salvatore Tonetti. Non impossibile che sia
tra i morti anche Bruno Buozzi. Ho mandato subito Canevari1, Lupis e Perotti allospedale Santo Spirito dove sono state trasportate le salme. Sono
tornati dopo mezzora che mi sembrato un secolo, con la risposta affer38

L A S U A I TA L I A

mativa: Bruno fra i morti! Mi allora toccato di andare, volendo ancora


sperare che ci potesse essere un errore. Si entra in una specie di lugubre
cripta. Le salme sono allineate su un pancaccio, assolutamente irriconoscibili. I volti sono neri, gonfi, sfigurati come i morti in campo di battaglia,
quando sono rimasti esposti al sole o alle intemperie. Non riesco a trovare
i tratti di Bruno nel cadavere che mi mostrano, ma taluni segni, la statura,
gli abiti, il taglio dei capelli, fanno effettivamente pensare a lui. Sono davanti a questi resti informi come disumanizzato: lorrore vince la piet. In
tasca al cadavere di Bruno giacch purtroppo lui stato trovato un
fazzoletto con liniziale B. Aveva a tracolla un fagottello di biancheria; lo
faccio disfare; il pigiama e la camicia portano la marca di una camiceria
di Parigi. Mi aggrappo ancora alla speranza che le sue cose personali possano essere state regalate o prese da un altro. Gli faccio togliere una scarpa
e tagliare un lembo del corpetto. E corro, con queste macabre reliquie, dai
compagni Cesari presso i quali ricoverata la signora Rina2. Fino allarrivo degli americani ella aveva creduto che Bruno fosse partito con me per
Napoli. Dopo la liberazione le si fatto credere che era stato arrestato a
Frosinone e trasportato dai tedeschi a Verona. Come mi vede, la povera
donna ha lintuizione della sciagura e mi butta le braccia al collo. Allora
tutto ci che avevo preparato per prepararla alla verit sfuma nel mio cervello e le dico: Rina, Bruno morto... Povero, povero Bruno. Noi fondavamo molte speranze in lui. Nel governo in formazione ci avrebbe
rappresentato con autorit e con la sua competenza. per il partito una
perdita irreparabile. Per me uno schianto. Ieri Colorni, oggi Buozzi...3.
l epilogo. Con molti interrogativi, non tutti risolti dalla ricerca
storica. Ma al di l del modo in cui si giunse a quellultima notte, la notte
in cui cominci il viaggio finale, e dei motivi che la determinarono (e di
cui parleremo pi avanti in questo libro), resta il senso di una vita e di una
testimonianza. Quei quattordici (anzi tredici perch uno il tenente Eugenio
Arrighi stato tumulato altrove) cadaveri oggi riposano nel cimitero monumentale della Capitale, il Verano. Quasi allingresso, appena dietro la
Cappella. La tomba di Buozzi facilmente individuabile. La statua di un
operaio sembra fare la guardia a quello che era stato prima il leader dei metallurgici e poi il capo della CGdL e sarebbe stato il leader della Cgil rinata
e riunificata. Da una parte, a sinistra della statua, il quadro di un metallur39

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

gico che con un martello modella un pezzo di metallo battendo sullincudine, dallaltra, alla destra, quello di un contadino impegnato nella raccolta
dal grano armato di falce. Sulla lapide una lunga iscrizione: Nellestate
del 1943 Bruno Buozzi torn dallesilio a difendere nella tempesta della
guerra civile i lavoratori italiani. Catturato dal nemico tedesco e fascista
fu trucidato il 4 giugno 1944 perch con lui si spegnesse la voce del pi
forte compagno. Inizi il suo martirio, la lotta che fece tremare i tiranni.
Rispose al suo sangue altro sangue che in cento officine dItalia fu gloria,
promessa, diritto. Alle fortune del lavoro italiano.
Oggi che si fatica a ricordare, forse vale la pena ricostruire questa
grande storia umana e politica, segnata dalla fedelt a una idea, da una coerenza che ammette gli errori ma non i tradimenti. Il suo viaggio terminato
a Roma, era cominciato oltre quattrocento chilometri pi a nord, a Pontelagoscuro, praticamente una prosecuzione di Ferrara. Era il 31 gennaio del
1881. Era unItalia lontana da quella che stava uscendo dalla guerra, lontanissima da quella dei nostri giorni. Eppure, senza nemmeno grandissimi
sforzi intellettuali, si possono leggere in filigrana, in quel crepuscolo dellOttocento, le cause (almeno alcune) dei problemi che ancora affliggono
il nostro Paese in questalba del Terzo Millennio. E la stessa biografia giovanile di Buozzi in qualche maniera finisce per interpretare e per identificarsi con la biografia dellItalia, con i fermenti che la percorrono, con i
processi sociali che si sviluppano cambiando la fisionomia di una nazione
unita solo da venti anni ma che si porta dietro (anche amplificando) le contraddizioni di un percorso per molti aspetti eroico ma per altri aspetti decisamente deludente. Un anno dopo la nascita di Bruno Buozzi, sarebbe
morto Giuseppe Garibaldi e la sua scomparsa che arrivava dopo quella di
Giuseppe Mazzini (1872), segnava la chiusura di una fase storica, il passaggio del testimone a una nuova classe dirigente che avrebbe tradito una
parte delle attese e delle speranze del processo unitario. Lo stesso Garibaldi,
nellultima fase della sua esistenza, aveva manifestato una certa amarezza
per il modo in cui le cose erano andate. E lui probabilmente pensava alla
spedizione dei Mille, alla liberazione del Sud e alle attese germogliate
nella popolazione, soprattutto nei contadini pi poveri. Invece, nellItalia
in cui Buozzi nasceva, si avvertiva ancora leco di una guerra cruenta, mai
ufficialmente dichiarata ma che, come ha sottolineato lo storico inglese,
40

L A S U A I TA L I A

Denis Mack Smith, ha prodotto nelle file dellesercito sabaudo pi morti


di quelli causati dalle tre guerre di indipendenza. La repressione del brigantaggio, fenomeno in qualche maniera occultato, forse perch venne
stroncato in un decennio con una repressione feroce tanto da indurre alcuni
storici a parlare di un vero e proprio genocidio, per molti aspetti non molto
dissimile da quello avvenuto in America ai danni dei Nativi. I piani della
Spedizione dei Mille vennero portati a Caprera, al Generale, da un meridionale, il tarantino Nicola Mignogna, un rivoluzionario di professione,
si potrebbe dire, sostenitore della spedizione di Carlo Pisacane e poi fidatissimo collaboratore di Garibaldi. Qualche anno dopo, Mignogna scriveva
al suo comandante: Allora avevamo un despota, oggi ne abbiamo tanti
quanti sono al potere. Glimpieghi sono quasi tutti occupati da piemontesi
o da borbonici, i quali non pensano che ad arricchire, n si curano, n si
intendono di governo; ma non vogliate attribuire ci allinsufficienza del
popolo: la consorteria, che parteggia o per Murat, o per il Borbone, e
vuole mantenere il disordine. Il Borbone ci manda briganti armati, briganti
civili il governo: tra gli uni e gli altri il popolo schiacciato nel modo pi
feroce del mondo...4.
Quella guerra si concluse con un bilancio che ancora oggi solo ufficioso: fra le ventimila e le settantaquattromila vittime. Di ufficiale, invece,
abbiamo gli irrisolti problemi del Mezzogiorno, che sono uno dei freni allo
sviluppo del Paese e che in qualche misura Gramsci aveva spiegato in un articolo apparso sullOrdine Nuovo alla fine della prima guerra mondiale: La
psicologia dei contadini era, in tali condizioni, incontrollabile; i sentimenti
reali rimanevano occulti, implicati e confusi in un sistema di difesa contro
gli sfruttamenti, meramente egoistica, senza continuit logica, materiata in
gran parte di sornioneria e di finto servilismo. La lotta di classe si confondeva col brigantaggio, col ricatto, con lincendio dei boschi, con lo sgarrettamento del bestiame, col ratto dei bambini e delle donne; con lassalto al
municipio: era una forma di terrorismo elementare, senza conseguenze stabili
ed efficaci. Obiettivamente quindi la psicologia del contadino si riduceva a
una piccolissima somma di sentimenti primordiali dipendenti dalle condizioni
sociali create dallo Stato democratico-parlamentare; il contadino era lasciato completamente in balia dei proprietari e dei loro sicofanti e dei funzionari pubblici corrotti, e la preoccupazione maggiore della sua vita era
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

quella di difendersi corporalmente dalle insidie della natura elementare, dai


soprusi e dalla barbarie crudele dei proprietari e dei funzionari pubblici...
Quattro anni di trincea e di sfruttamento del sangue hanno radicalmente mutata la psicologia dei contadini. Questo mutamento si verificato specialmente in Russia ed una delle condizioni essenziali della rivoluzione... Gli
istinti individuali egoistici si sono smussati, unanima comune unitaria si
modellata, i sentimenti si sono conguagliati, si formato un abito di disciplina sociale: i contadini hanno concepito lo Stato nella sua complessa grandiosit, nella sua smisurata potenza, nella sua complicata costruzione5.
C, ovviamente, lottimismo del rivoluzionario ma quelle parole indicano
una stratificazione del problema. Perch nellItalia di Bruno Buozzi, le classi
dirigenti avevano sostanzialmente deciso che la raccolta del consenso valeva
bene qualche amnesia. Lo ha scritto con chiarezza Rosario Villari: Il consenso dei galantuomini meridionali comportava la rinuncia allintervento
riformatore di cui il Mezzogiorno aveva estremo bisogno. Pochissimi si resero conto in quel momento del significato altamente negativo che la conferma dellimmobilismo e dellarretratezza del Mezzogiorno avrebbe avuto
non solo per le popolazioni meridionali ma anche per le prospettive di progresso economico, civile e politico del Paese6.

1.1 Quando nasce un bambino operaio

Daltronde, i presidenti del consiglio dal Sud si tenevano alla larga:


Cavour e Depretis non ci andarono mai, Giolitti soltanto una volta, dopo il
terremoto di Messina; i vecchi aristocratici borbonici diventati nuova classe
dirigente, erano liberi di trasformare il patrimonio pubblico in beni individuali confidando anche sullalleanza con mafia e camorra (lasciate libere di
usare sulle popolazioni il proprio violento tallone di ferro) a cui spesso aderivano anche funzionari dello Stato, come prefetti e vice-prefetti; i quattro
quinti dei siciliani ancora nel 1900 erano analfabeti e i nove decimi dei giovani dellIsola risultavano inidonei al servizio militare; difficile, poi, confidare in uno stato che distribuiva le tasse in maniera decisamente iniqua (cosa
che avviene ancora oggi con il federalismo fiscale alla rovescia: paga di pi
chi meno ha) riscuotendo al Nord dove nel 1910 si produceva il 48 per cento
della ricchezza, il 40 per cento delle imposte, e al Sud dove in fatto di ricchezza prodotta ci si fermava al 27 per cento, il 32 per cento; lemigrazione,
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L A S U A I TA L I A

Lo stato di famiglia di Bruno Buozzi redatto dal comune di Ferrara il 2 dicembre 1939

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

per chi rimaneva, era un fatto positivo perch evitava la sovrappopolazione


alleviando, conseguentemente, la miseria, pertanto nel 1914 tra i cinque e i
sei milioni di italiani vivevano allestero a fronte di trentasei milioni di residenti. Il gap accumulato allora non siamo mai pi riusciti a colmarlo e
anche se non sono mancati i tentativi per recuperare il ritardo, ancora oggi
il Mezzogiorno paga le conseguenze di quellimmobilismo di cui parla Villari avendo aggiunto, nel frattempo qualcosa di nuovo: i motivi di una disunione che appaiono come il tradimento degli ideali di quegli uomini come
Buozzi che, come recita liscrizione sul cippo della Cassia, diedero la vita
per la libert. Era, quella del futuro segretario della CGdL, unItalia povera
e malata (nel senso letterale del termine), come testimoni il deputato radicale napoletano, Matteo Renato Imbriani che rivel come tra i zolfatari siciliani chiamati alla leva nel triennio 1881-1884 (in tutto 3.672) soltanto 203
erano stati dichiarati abili e arruolati. E lepidemia di colera che sconvolse
lItalia tra il 1884 e il 1887 provoc qualcosa come cinquantacinquemila
morti, una strage prodotta da condizioni abitative a dir poco malsane che a
Napoli, comunque, portarono allo sventramento del vecchio centro e alla
creazione di una rete fognaria e di irrigazione decente.
Lunit, insomma, era stata alimentata da generose idealit ma non
altrettanto generose erano state, poi, le politiche di governo, schiacciate sulla
perpetuazione (con estensione geografica) del vecchio stato di cose, pi che
animate da un vivificante spirito di innovazione e trasformazione. Lo scrisse
Pietro Nenni, in un saggio storico pubblicato in Francia nel 1930 e stampato
in Italia in tempi pi recenti: Raggiunta lunit per i moderati non si trattava
daltro che di estendere a tutti i paesi la Costituzione piemontese in modo superficiale, patteggiando con i vecchi stati pontifici, con i clericali e, nei vecchi stati
borbonici, con i latifondisti agrari e con gli aristocratici. La soluzione della questione romana, il problema del brigantaggio nel mezzogiorno, lorganizzazione
del bilancio dello Stato, la liquidazione delle armate particolari, linsegnamento,
eccetera, furono considerati dai moderati al potere in uno spirito di compromesso
con le forze del passato7.
Nellanno di nascita di Bruno Buozzi (31 gennaio 1881) sembra
quasi esserci il segno del destino. Un mese e mezzo dopo, il 13 marzo, a
San Pietroburgo, lo zar Alessandro II venne ucciso mentre tornava dalla
scuola di equitazione (una prima bomba lanciata da Nikolaj Rysakov lo co44

L A S U A I TA L I A

strinse a uscire dalla carrozza, una seconda lanciata da Ignatij Grinevickij


lo invest in pieno). Era in qualche maniera lannuncio di un malessere che
covando ancora per unaltra trentina danni avrebbe portato a quella Rivoluzione Proletaria che tanti entusiasmi avrebbe prodotto in quella prima
fase del Novecento per essere, poi, seppellita sotto le macerie del Muro di
Berlino. Erano anni allo stesso tempo turbolenti e stimolanti, di grandi scoperte e di grandi crisi, insomma, una fase di trasformazione in qualche maniera equiparabile (per gli effetti prodotti dal punto di vista economico,
produttivo, sociale) a quella che la nostra societ sta attraversando da un
paio di decenni a questa parte con lesplosione di nuovi mezzi di comunicazione come i telefonini e il Web. Perch intorno a quel ragazzino di Pontelagoscuro si agitava un mondo che stava cambiando: in Italia forse pi
pigramente, ma fuori dai confini in maniera molto pi tumultuosa. Certo, i
problemi della famiglia Buozzi in quel momento erano altri, cio il pane e,
possibilmente, il companatico. Era nato nellultimo freddo giorno di gennaio. Latto di nascita, come da consuetudine di quei tempi redatto in latino
dai sacerdoti, indicava inizialmente una data sbagliata: 27 febbraio, poi corretta. Il bambino, povero di mezzi economici, era ricco, per, di nomi:
Bruno Olindus Umbertus perch a quei tempi bisognava accontentare
tutti gli ascendenti. Terzo di cinque figli, per la precisione quattro maschi
e una sorella. Era nato in un territorio in cui i venti del riformismo soffiavano forte, fortissimi, in una zona in cui Filippo Turati era il santo protettore
della povera gente, il profeta di un futuro possibile. A ventisette chilometri,
a Fratta Polesine, quattro anni dopo, avrebbe visto la luce Giacomo Matteotti (parleremo di lui molto pi ampiamente in un prossimo capitolo). A
quarantuno chilometri, a Molinella citt emblematica nei processi di liberazione e sindacalizzazione di quei tempi (spesso oggetto di repressione da
parte dello stato reazionario e delle violenze fasciste che precedettero e accompagnarono il regime), aveva visto la luce Giuseppe Massarenti, figura
esplicativa della capacit di rinnovamento del riformismo realizzato.
Perch Massarenti ha regnato su Molinella quasi come un sovrano
laico, diventando uno dei motori di quella cultura cooperativistica che ha
reso la sinistra emiliana in qualche maniera sempre atipica rispetto ai clich
pi consolidati, realista e non incongruamente ideologica, disponibile al
confronto di idee ma scarsamente incline al compromesso che comporta la
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

messa in vendita dellanima. Massarenti visse da esiliato dieci anni della


sua vita, cinque da confinato e, infine, altri cinque da malato di mente,
internato nellospedale psichiatrico romano di Santa Maria della Piet. Diffidava dei Messia Rossi, come li chiamava lui, cio dei comunisti che
vedevano nel movimento cooperativistico un cedimento alle lusinghe capitalistiche e un paio di anni prima della sua morte (avvenuta nel 1950) e
dopo aver seguito Giuseppe Saragat nella scissione di Palazzo Barberini,
disse: La rivoluzione non ha nulla da dividere con la violenza. LItalia di
fine secolo non era la Russia zarista e chiunque avesse raggiunto il potere
con la violenza ammesso che fosse stato possibile, avrebbe soltanto scatenato una contro-violenza. Sono stato con Turati quando egli diceva che la
vera rivoluzione quella fatta con le riforme. A Molinella ho fatto la rivoluzione cos. E che avesse profondamente mutato con la sua azione il panorama sociale, confermato da un dato. In un Paese che concedeva i
benefici della scuola come fossero privilegi, nella citt su cui regnava Massarenti lanalfabetismo pass dall86 per cento del 1860 al 46 del 1900 per
ridursi ulteriormente al 29 nel 1911. E in quel 1911 a Molinella arrivarono
Filippo Turati e Anna Kuliscioff per inaugurare la casa dei cooperatori e
dei lavoratori. Al primo piano, Massarenti aveva la sua abitazione: una
stanzetta con le pareti coperte dai ritratti di Andrea Costa, Leonida Bissolati,
Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.
Spiccava anche una immagine sacra a
conferma che anche i mangiapreti a
volte preferivano digiunare.
A Imola, ottantanove chilometri da
Pontelagoscuro, quindici anni prima di
Buozzi era nata Argentina Altobelli. La incontreremo spesso nel corso di questo racconto perch lei sta ai lavoratori della terra
come quello che sarebbe diventato il suo
amico Bruno sta ai metalmeccanici.
Fondatrice, nel 1901 (era tra i delegati
Argentina Altobelli, figlia
di una terra di riformisti

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L A S U A I TA L I A

delle 704 leghe che si riunirono a Bologna), e poi storica leader (a partire
dal 1906) della Federazione. Anche lei, al pari di Buozzi, avrebbe favorito
lo scatto del sindacato dei lavoratori della terra verso la modernit. Anche
lei avrebbe opposto un rifiuto ai corteggiamenti di Benito Mussolini, perennemente alla ricerca di foglie di fico attraverso le quali dare la parvenza di una legittimit democratica al suo regime. Era, come stato detto
autorevolmente, la nuova donna socialista, figura non dissimile da quella
di Anna Kuliscioff: forte e battagliera, una femminista ante-litteram che,
non a caso, da bambina preferiva i libri alle bambole. In un mondo che non
riconosceva ancora la necessit dello studio (in particolare per le donne)
lei aveva deciso di iscriversi alla facolt di giurisprudenza a Parma. Adolfo
Pepe in un saggio realizzato per presentare una mostra a lei dedicata, ha
spiegato le scelte politiche della Altobelli utilizzando le sue stesse parole:
Ero infatuata degli scritti e dellazione che esplicava Andrea Costa, bench
adorassi Mazzini e Garibaldi, i due eroi sacri a tutti gli italiani... Lopera di
Andrea Costa appariva alla mia mente pi audace e complessa e pi rispondente alla realt che non alla dottrina idealistica di Giuseppe Mazzini. Ventidue anni prima di Buozzi, infine, a centoventi chilometri di distanza, a Reggio
Emilia, era nato Camillo Prampolini, una figura complessa in cui coesistevano
numerose anime: certo, quella del militante, ma anche delleducatore e del costruttore di nuove forme produttive come la cooperazione. Da lui Buozzi verr
affascinato tanto da tratteggiare alla sua morte (nel 1930) un commosso ritratto
su lOperaio Italiano (avremo modo pi avanti di ritornare su questo argomento).
Andrea Costa di Argentina Altobelli non era solo un punto di riferimento ideale, ma anche un concittadino (ancorch pi anziano di quindici
anni): primo parlamentare socialista, cresciuto anarchico ma convertitosi al
socialismo anche grazie alla frequentazione di Anna Kuliscioff, dalla quale
ebbe una figlia, Andreina. Una conversione al legalitarismo che spieg cos:
Noi ci racchiudemmo troppo in noi stessi e ci preoccupammo assai pi della
logica delle nostre idee e della composizione di un programma rivoluzionario
che ci sforzammo di attuare senza indugio, anzich lo studio delle condizioni
economiche e morali del popolo e dei suoi bisogni sentiti e immediati... quando,
spinti da un impulso generoso, noi abbiamo tentato di innalzare la bandiera della
rivolta, il popolo non ci ha capito e ci ha lasciati soli. Che le lezioni dellespe47

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

rienza ci approfittino!. Insomma, quella di Buozzi era terra pi di idealisti


che di ideologi; la tensione verso un mondo migliore non apriva le porte di
un paradiso onirico ma quelle di una azione concreta, quotidiana, dura e anche
pericolosa, continua e progressiva, senza scatti inconsulti n arretramenti vili.
Forse a forgiarli in questa maniera era il bisogno, un bisogno (Prampolini, in realt, proveniva da una agiata famiglia borghese) da cui liberarsi.
Lo aveva anche Buozzi, alla nascita. Perch la povert, ancorch dignitosa,
come la definiva il nostro protagonista, resta sempre povert, mancanza di
mezzi, difficolt a soddisfare in maniera sistematica e continua le necessit
quotidiane. Il padre Orlando non era certo un possidente. La madre, Maria
Maddalena Busti, aveva pochi denari e troppe bocche da sfamare. Era, insomma, un pezzo di quellItalia che un altro socialista amico di Turati, Edmondo De Amicis, avrebbe raccontato nei suoi romanzi. Era lItalia in cui
un ragazzino, pure appassionato allo studio, allet di undici anni, avendo
concluso la terza elementare e solo iniziato la quarta, doveva fare la conoscenza del mondo: trovarsi un lavoro, sporcarsi le mani per alleggerire la
sua presenza al desco familiare. Cosa che Bruno fece: apprendista operaio
a tredici anni alla Fratelli Santini di Bondeno. La citt stava cambiando.
Pontelagoscuro stava diventando in quegli anni un centro industriale: tre
distillerie, due mulini, una fabbrica di concimi chimici, un saponificio,
molte ditte di spedizionieri per via della contemporanea presenza della ferrovia, del porto fluviale e della strada statale. E cerano anche tre zuccherifici. In uno di essi trov lavoro Buozzi appena finito il servizio militare
(si conged nel 1906, come risulta da una nota riservata della Prefettura di
Ferrara del 1937: vestire la divisa era anche una strada per garantirsi vitto
e alloggio). Operaio addetto alla manutenzione. Ci rest poco perch venne
licenziato a causa delle sue idee socialiste. A conferma che si era fatto coinvolgere dai venti che spiravano in quel territorio e che trasportavano da una
stazione allaltra i nomi di Prampolini, Costa, Altobelli e Massarenti. A Milano avrebbe conosciuto Turati e Treves, creato con loro rapporti di amicizia
che sarebbero durati tutta la vita, ma l, nel suo paese, aveva celebrato una
sorta di rito di iniziazione. Quando arriv a Milano, dopo essere stato licenziato dallo zuccherificio, aveva venticinque anni: tanta voglia di cambiare, conoscere la vita e il mondo. Ha narrato Gino Castagno, suo
compagno di battaglie nella Fiom e nel partito: Lesosit padronale e lo
48

L A S U A I TA L I A

sfruttamento a cui sottoposto con i compagni di lavoro, lirritazione verso


i grandi che sentono lo sfruttamento ma non sanno come combatterlo,
sono esperienze che non saranno pi dimenticate8.

1.2 Nelle campagne crescono i capannoni

Erano gli anni in cui in Italia lindustrializzazione cominciava a


svilupparsi. Meno rapidamente rispetto allInghilterra e alla Germania e
con qualche contraddizione in pi, contraddizioni che segneranno il modo
dessere dellimprenditoria italiana, perennemente a mezza strada tra libero
mercato e protezionismo, tra aneliti autonomistici e richieste di aiutini.
Il Paese stava provando a darsi una dimensione moderna ma doveva fare i
conti con eredit pesantissime. Prima fra tutte: lignoranza di massa. Il censimento del 1881 racconta che gli italiani erano ventinove milioni e che gli
analfabeti ammontavano al 59,1 per cento (48,2 uomini, 70 donne). Ma le
cifre ufficiali rappresentano la realt del paese in maniera molto parziale
perch i confini dellanalfabetismo venivano definiti sulla base delle persone che dichiaravano di non poter firmare latto di matrimonio in quanto
a digiuno dei rudimenti della scrittura e della lettura. Molti di quelli che
firmavano sapevano fare solo quello. I dati reali sono altri: nel 1861, nellanno dellUnit, gli analfabeti erano il 78 per cento della popolazione,
dieci anni pi tardi il 73 per cento. Tutto lascia presagire, dunque, che nel
1881 si fosse ben oltre la soglia del sessanta per cento. Anche perch solo
nel 1887 la classe dirigente italiana prese atto che lanalfabetismo era una
piaga da combattere. Venne emanata la legge Coppino che port la scuola
dellobbligo dai sei ai nove anni. Ma il provvedimento fu costruito in modo
da produrre effetti limitatissimi nel Mezzogiorno dove, invece, larea dellanalfabetismo era pi ampia. Quellampiezza aveva conseguenze dirette
sul livello di democrazia del paese perch chi non sapeva leggere e scrivere
non poteva votare. Un anno dopo la nascita di Buozzi, nel 1882, venne varata una legge che estese quel fondamentale diritto di democrazia eppure
gli elettori non superarono i due milioni. Motivo? Erano esclusi gli analfabeti e i nullatenenti. Conseguenza: pochissimi votavano al Sud.
In quellItalia ancora alla ricerca di una dimensione, la Capitale,
Roma, contava appena trecentomila abitanti, contro il mezzo milione di
Napoli e i trecentoventiduemila di Milano. Lagricoltura restava il settore
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produttivo pi forte (66,8 per cento degli occupati tra gli uomini, il 63 fra
le donne) ma lindustria cominciava a crescere (17,1 per cento di occupati
maschi, 25,6 femmine, segno evidente che il settore in quel momento pi
ampio era il tessile). Cera, daltro canto, un fermento generale che percorreva lEuropa e che si legava da un lato allo sviluppo dei trasporti (nel 1882,
ad esempio, venne inaugurato il traforo del San Gottardo, tra lItalia e la
Francia) e delle comunicazioni (la scoperta delle onde elettromagnetiche
compiuta dal fisico tedesco Heinrich R. Hertz nel 1887 consentir a Guglielmo Marconi, dodici anni dopo, di mettere a punto un sistema di radiotrasmissioni) e dalla scoperta di nuove fonti di energia (la turbina idraulica
e la dinamo favorirono la produzione dellelettricit per via idraulica). Nacquero nuovi settori industriali come la chimica (intorno al 1880). La spinta
allo sviluppo dellindustria, in Italia cominci ad avvertirsi verso il 1879 e
in sei anni le importazioni di carbone raddoppiarono. Lo sviluppo industriale venne, ovviamente, accompagnato dalla ricerca di sistemi di organizzazione del lavoro pi efficienti (Frederik W. Taylor mise a punto nel
1893 il metodo pi famoso, quello che va sotto il nome di taylorismo, la
catena di montaggio, che si lega in maniera in qualche misura indissolubile
tanto allo sviluppo dei movimenti sindacali quanto alla diffusione della predicazione socialista). Bruno Buozzi, alla fine, emigr coprendo soltanto
una distanza di duecentocinquanta chilometri ma fu anche lui coinvolto in
un processo che in quegli anni fin per essere quasi un corollario dello sviluppo industriale. Nel solo 1881 andarono via dallItalia quasi 136 mila
persone (circa cinquantunomila si trasferirono in Francia, sedicimila in Argentina, undicimila e cinquecento negli Stati Uniti). Il nuovo stato unitario
aveva per lungo tempo bloccato i flussi migratori, soprattutto per garantire
manodopera a basso costo nelle campagne meridionali. Poi, a partire dal
1880, apr le frontiere: la sovrappopolazione aveva raggiunto al Sud livelli
di guardia. Oggi le migrazioni sono tornate a essere un tema di propaganda
politica ed elettorale con tutto quello che ne consegue a livello di disinformazione e di allentamento dei vincoli solidaristici. Eppure, in quel mondo
decisamente meno sovraffollato di quello attuale, nel giro di trentaquattro
anni, dal 1880 al 1914 diciassette milioni di persone si spostarono dallEuropa (dalle zone pi sottosviluppate, ovviamente) e alla statistica gli italiani
diedero un contributo decisivo (quattro milioni, normalmente contadini po50

L A S U A I TA L I A

veri e altrettanto normalmente analfabeti).


Quando Bruno Buozzi vide la luce a Pontelagoscuro, il Re era Umberto I e lesecutivo era presieduto da Agostino Depretis: la destra storica,
insomma, aveva ceduto lo scettro alla sinistra anche se poi, alla resa dei
conti, fra i due schieramenti non vi erano particolari differenze, se non nella
gestione del governo che vide il trionfo del trasformismo, vecchia malattia italiana che attraverser i decenni e i secoli. Daltro canto, labilit di
Depretis era chiara: far confluire nel proprio campo esponenti del campo
opposto con concessioni sul terreno della clientela e del localismo. LItalia
contemporanea discute molto dellinterventismo presidenziale; quella della
fine dellOttocento aveva il partito di corte che condizionava le scelte
politiche. Linstabilit, lavvicendamento continuo di governi alla guida del
Paese esisteva anche allora: dalla sua nascita, alla partenza per lesilio,
Buozzi vide sorgere ben trentotto governi, compreso quello di Mussolini.
I cavalli di razza (che poi erano spesso di ritorno) erano Depretis (ne
guid sei), Giolitti (ne guid cinque), Crispi (ne guid tre). E la tendenza a

1898: Bava Beccaris a Milano sazia col piombo la fame di pane

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

rispondere alle tensioni sociali con le sterzate reazionarie, con i richiami


dordine era gi presente allora. Buozzi aveva diciassette anni quando a
Milano scoppiarono i moti che furono repressi a colpi di cannone dal generale Fiorenzo Bava Beccaris. Rivolta del pane (il cui prezzo era aumentato), tre giorni di scontri cominciati nel momento in cui operai e
sindacalisti intenti a distribuire volantini alla Pirelli (accusavano il governo
di essere la causa delle condizioni di miseria in cui in quel momento versava
il proletariato) vennero arrestati (alcuni poliziotti erano riusciti a infiltrarsi
in fabbrica). Fin con una carneficina, soprattutto la giornata dell8 maggio
1898 quando contro le barricate dei manifestanti, Bava Beccaris, poi soprannominato il macellaio di Milano, ordin luso dellartiglieria. La
pubblicazione dei giornali anti-governativi venne sospesa, Filippo Turati,
Anna Kuliscioff, Andrea Costa, Leonida Bissolati, Carlo Romussi e Paolo
Valera furono arrestati. Il governo non forn mai il bilancio ufficiale delle
vittime: ottantotto, secondo le stime pi ottimistiche, centodiciotto, secondo
quella pi credibile; oltre trecento, secondo altri testimoni. Pi alte secondo
una famosa ballata popolare (Il feroce monarchico Bava): Alle grida strazianti e dolenti/ di una folla che pan domandava/ il feroce monarchico
Bava/ gli affamati col piombo sfam/ Furon mille i caduti innocenti/ sotto
il fuoco degli armati caini/ Al furor dei soldati assassini/ morte ai vili la plebe grid/ Coraggio, compagni! La plebe rejetta/ Chiama, ci attende;
si faccia vendetta. Noi sempre sfidammo miserie ed affanni/ sinnalzi or la
fronte: si scacci i tiranni. Un paio danni dopo, il 29 luglio 1900, lanarchico Gaetano Bresci, a Monza uccise Umberto I. Per ammissione dello
stesso Bresci, il gesto era da considerarsi una vendetta per i fatti di Milano
e la decorazione di Bava Beccaris che il re aveva aveva deciso nemmeno
un mese dopo la carneficina: Ho preso in esame le proposte delle ricompense presentatami dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la
virt di disciplina, di abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile
esempio. A lei, poi, personalmente volli offrire motu proprio la Croce di
GrandUfficiale dellOrdine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civilt e perch Le attesti col mio
affetto la riconoscenza mia e della patria. Umberto.
Capo del governo era Antonio di Rudin ma il vero campione
52

L A S U A I TA L I A

delle sterzate in senso autoritario fu Francesco Crispi, grande estimatore di


Otto von Bismarck e dei suoi metodi estremamente duri e sbrigativi. Tra i
due correva una non irrilevante differenza: se Crispi pensava che solo con
la forza si potessero tenere a bada i fermenti nuovi che stavano portando
alla nascita in tutta Europa dei partiti socialisti, Bismarck alternava il bastone dellautoritarismo con la carota della politica sociale (var nel 1883
una legge per lassicurazione sulle malattie e, nel 1889, quella per le pensioni di invalidit e vecchiaia). Il campione dellautoritarismo, insomma,
provava a combattere la diffusione del marxismo facendo leva su quello
che oggi chiameremmo welfare e che non aveva ancora avuto una sistemazione teorica piena e organica. Una situazione che indurr Nenni a dire: Si
deve constatare che furono uomini di destra come Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti, che verso il 1880 attirarono lattenzione delle classi dirigenti sulla necessit di applicare una larga politica sociale preventiva,
sullesempio di Bismarck in Germania e Disraeli in Inghilterra. E per sottolineare le differenze tra le coalizioni che avevano governato il Paese sino
alla prima guerra mondiale aggiungeva: Secondo il filosofo e storico Benedetto Croce, ci che separa la destra dalla sinistra era che la destra rappresentava un ideale puro, mentre la sinistra adattava il suo ideale alla
realt empirica. Era questo che si chiamava trasformismo, oggi si direbbe
realismo. Agostino Depretis ne fu il sommo sacerdote per dodici anni...
Esercit in questo modo nella vita politica del paese una vera dittatura burocratica che si appoggiava sulla costellazione eterogenea delle consorterie locali... Nessuna comprensione spingeva Depretis verso la classe
operaia. Ma se... parve tenere conto nel 1882 e soprattutto nel 1886 del
Partito Operaio, fu perch questo nuovo partito, dal punto di vista sociale,
non era ancora in grado di costituire un vero pericolo9.
Una cosa chiara: quando Buozzi approd a Milano, il Triangolo
Industriale (Lombardia-Piemonte-Liguria) era gi nato, con la benedizione
del governo che aveva in qualche modo accolto linvito della borghesia industriale che chiedeva allo Stato un intervento pi energico, una politica
economica che accompagnasse la crescita del nuovo settore produttivo.
Ha scritto Rosario Villari: Capisaldi della nuova politica del governo furono ladozione del protezionismo doganale e le sovvenzioni dirette ad alcuni complessi industriali di particolare importanza. I dazi di importazione
53

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dei manufatti industriali cominciarono ad essere elevati nel 1878. Subito


dopo si ebbe un moderato incremento dellindustria (dal 1881 al 1887)
particolarmente sensibile nei settori metallurgico, meccanico e chimico.
Una parte importante in questa fase ebbero le sovvenzioni statali, che furono date alla prima grande acciaieria (la societ Terni) la cui costruzione
fu iniziata nel 1884, allindustria cantieristica, alle societ di navigazione...
La vera e propria svolta protezionistica si ebbe nel 1887 con ladozione di
una tariffa che in pratica elimin la concorrenza straniera10.
Lindustrializzazione nel nostro Paese nata (ai tempi di Buozzi)
ed rinata (dopo la seconda guerra mondiale con il Boom) grazie allintervento dello Stato, diretto o indiretto che fosse, sotto forma di aziende di
stato, di sovvenzioni o di politiche di protezione. E di sostegni bancari.
Sempre Villari racconta: Sorta sulla base della protezione statale e della
compenetrazione con il capitale bancario, lindustria italiana punt pi che
sulla competizione economica e sullaggiornamento tecnologico, sul dominio privilegiato del mercato, sui bassi salari, sulle commesse statali, sulla
concentrazione di imprese11. una diagnosi che svela quanto poco di inedito caratterizzi i nostri giorni. La svalutazione della lira e i bassi salari hanno
consentito al nostro sistema industriale di restare competitivo sino allavvento delleuro. Poi, per, le cose sono cambiate e i nostri limiti dal punto
di vista dellaggiornamento tecnologico, della ricerca sono emersi. A quel
punto la flessibilit spinta stato lillusorio strumento per recuperare il
tempo perduto che, al contrario, volato via lasciando pesantissime tracce
a livello di efficienza, robustezza e competitivit del nostro apparato produttivo. A proposito degli operai italiani della fine dellOttocento, scrive ancora lo storico: Gli operai italiani erano tra i peggio pagati dEuropa,
avevano i pi lunghi orari di lavoro, mancavano di ogni tipo di assistenza
ed erano duramente ostacolati nei loro tentativi di organizzazione12. Un
copione che in parte viene replicato a poco meno di un secolo e mezzo di
distanza: salari tra i pi bassi dEuropa, orari tra i pi lunghi dEuropa. E le
similitudini non finiscono qui. Ad esempio, la bolla immobiliare. Ve ne
fu una anche alla fine di quel secolo. Le citt, anche sotto la pressione dei
flussi migratori, si dilatarono. La situazione favor attivit speculative nel
settore edilizio che le banche provvidero a finanziare. Ma a un certo punto
il mercato si blocc (esattamente come ai giorni nostri) e gli istituti di credito
54

L A S U A I TA L I A

si ritrovarono in una situazione di grave sofferenza che lo Stato prov ad alleviare attraverso aiuti e sovvenzioni che aprirono la strada ad altre operazioni speculative. E poi la finanza pubblica. AllUnit lItalia era arrivata
portandosi dietro un enorme debito pubblico. Nel 1876, Marco Minghetti
riusc a realizzare il pareggio di bilancio. Almeno in apparenza: tenne fuori,
infatti, i quattrini spesi per la costruzione delle ferrovie.
Ma, soprattutto, quando arriv a Milano, Buozzi si ritrov a fare i
conti con idee nuove che parlavano alle classi meno favorite e che, per,
si andavano irrobustendo dal punto di vista numerico con lespansione del
settore industriale. Ha scritto Donald Sassoon: Il marxismo si diffuse rapidamente in tutta la sinistra europea dopo che divenne lideologia ufficiale
del pi importante partito socialista dellepoca, la Sozialdemokratische Partei Deutschlands (Spd)13. E cominci dalla Germania anche perch la percentuale di lavoratori impiegati nellindustria era la pi alta a livello europeo,
dopo lInghilterra: 39,1 per cento nel 1907 contro il 26,8 in Italia nel 1911,
il 29,5 in Francia nel 1906, il 32,8 in Olanda nel 1909, il 44,6 nel Regno
Unito nel 1911. Nel 1890 la Spd in Germania era elettoralmente gi il pi
forte partito del Paese ed il programma di Erfurt messo a punto da Karl Kautsky defin con maggiore chiarezza latteggiamento di un partito marxista
sulle questioni della democrazia. Gli obiettivi erano chiari: voto diretto e segreto per la creazione di tutti gli organismi rappresentativi, diritto di voto
per le donne, proporzionalismo, stipendio per i deputati, autonomia dei lander, dei comuni e delle province, scuola pubblica e passaggio dallimposizione indiretta a quella diretta e progressiva. Alla fine si realizz quasi un
paradosso: fu con il voto, cio uno strumento della democrazia borghese,
che in tutta Europa i socialisti riuscirono ad sviluppare la loro influenza.
Quando nacque il Psi, Buozzi aveva undici anni e non si era ancora trasferito
a Milano che era anche il cuore del nuovo movimento politico. La data di
nascita del partito il 1892, il luogo Genova. Ma la gestazione non fu breve.
Su versanti diversi contribuirono in maniera decisiva Filippo Turati (come
organizzatore) e Antonio Labriola (in qualit di ideologo). Scrive Sassoon:
Esistevano profonde differenze culturali tra lui (Labriola, n.d.a.) e la maggior parte del gruppo socialista raccolto intorno a Filippo Turati. Labriola
era un intellettuale meridionale, i cui mentori teorici erano Hegel e Herbart,
mentre Turati e compagni erano settentrionali pragmatici e convinti positi55

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

visti... che prendevano a modello i socialisti tedeschi. Labriola si rendeva


conto dellimportanza della questione meridionale. Gli altri socialisti,
come i loro avversari borghesi, no14.
Nacque a Genova grazie a quella che col tempo sarebbe divenuta
una costante della sinistra: la scissione dellarea anarchica che consent ai
socialisti di far diventare effettiva la costituzione del Partito dei lavoratori
italiani che era stata decisa dapprima al congresso di Milano (1891)15. Pietro
Nenni racconta cos quellevento: Tutta llite intellettuale simpatizzava
per il socialismo. Edmondo de Amicis vi portava lo splendore della sua gloria letteraria, Giovanni Pascoli, Corrado Corradini, Arturo Graf, la loro
passione di poeti; Cesare Lombroso e il giovane Guglielmo Ferrero il loro
talento; Ada Negri, la poetessa delicata e sensibile dei poveri, la sua anima
assetata di giustizia. La rivista letteraria vita moderna apriva uninchiesta sul socialismo a cui si affrettavano a rispondere professori, medici, avvocati, quasi tutti nello spirito pi amichevole16. Latto di nascita era
contenuto in una carta che indicava idealit e obiettivi. Diceva: Il congresso
dichiara: che nellorganizzazione attuale della societ gli uomini sono divisi
in due classi, da un lato gli operai sfruttati, dallaltro i capitalisti che detengono e monopolizzano le ricchezze sociali; che i salariati dei due sessi,
qualunque sia la loro sorte e condizione, formano il proletariato, costretti,
a causa della loro dipendenza economica, a vivere in uno stato di miseria,
di inferiorit e di oppressione; che tutti gli uomini che partecipano, nella
misura dei loro mezzi, a creare i benefici della vita sociale, acquistano il
diritto alla spartizione di quei benefici e in primo luogo il diritto di esistenza; atteso che gli organismi attuali economici e sociali sono lo strumento
del predominio dei monopolizzatori della ricchezza sociale, sulla classe dei
lavoratori, che i lavoratori non potranno realizzare la loro emancipazione
che attraverso la socializzazione dei mezzi di lavoro (terre, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto) e la gestione sociale della produzione; che tale
scopo non pu essere raggiunto che dallattuazione del proletariato organizzato in partiti di classe indipendenti che si esteriorizzano sotto il seguente
duplice aspetto: 1) della lotta professionale per il miglioramento immediato
della vita operaia (durata di lavoro, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.),
lotta che dominio delle borse del lavoro e delle associazioni delle arti e
dei mestieri; 2) di una lotta pi ampia diretta alla conquista dei poteri pub56

L A S U A I TA L I A

blici (Stato, municipalit, amministrazioni pubbliche) per trasformarle da


organi di oppressione e di sfruttamento, come sono, in organi di espropriazione economica e politica della classe dominante. Quando la Carta venne
approvata, era il tardo pomeriggio di ferragosto, il sole era alto come anche
le speranze. Il documento conteneva il programma di lavoro di Bruno
Buozzi ma lui, che aveva ancora undici anni (ma gi lavorava), non lo sapeva. Indicava il doppio binario, la Carta: il terreno economico sul quale si
sarebbero mossi i sindacati e il terreno politico, riserva di caccia del partito.
Era limpostazione riformista, turatiana e ad essa, come vedremo in questo
libro, Buozzi si atterr per tutta la vita (in maniera comunque elastica e critica), sino a quel terribile 4 giugno 1944. Sarebbe stata, per lui, una grande
avventura. Una avventura nella quale un esperto di astrologia avrebbe potuto
intravedere delle significative coincidenze: nellanno della morte della
madre, 1909, sarebbe virtualmente diventato il leader della Fiom; nellanno
della scomparsa del padre, 1925 (avvenuta a Pesaro, citt nella quale si era
trasferito nel 1921) sarebbe giunto al vertice della CGdL.
1

Emilio Canevari firm il patto di Roma al posto di Bruno Buozzi ucciso dalle SS alla Storta
Caterina Maria Gaggianesi meglio conosciuta con il diminutivo di Rina: era la moglie
di Bruno Buozzi; ora riposa accanto a lui al cimitero del Verano a Roma
3
Aldo Forbice: la Forza tranquilla. Bruno Buozzi sindacalista riformista, Franco Angeli
pag. 19; appunto contenuto nel diario di Pietro Nenni (Tempo di guerra fredda, diario
1943-1969", Sugarco 1981, pagg. 83-4)
4
Giancarlo De Cataldo: Il Maestro, il Terrorista, il Terrone; Laterza 2011, pag 118
5
Antonio Gramsci: Operai e contadini, LOrdine Nuovo, 2 agosto 1919; in La questione Meridionale, Editori Riuniti 1974, pagg. 64-5
6
Rosario Villari: Mille anni di storia; Laterza 2005, pag 539
7
Pietro Nenni: La lotta di classe in Italia; Sugarco 1987, pag 59
8
Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizioni Avanti! 1955, pag 15
9
Pietro Nenni: La lotta di classe in Italia Surgarco 1987, pagg. 71-2
10
Rosario Villari: Mille anni di storia Laterza 2005, pag 339
11
Ibidem pag 340
12
Ivi
13
Donald Sassoon: Cento anni di socialismo Editori Riuniti 1997, pag. 9
14
Ibidem pag 15
15
Pietro Nenni: La lotta di classe in Italia Sugarco 1987; pag. 87
16
Ivi
2

57

Sperare bisogna! Poich la libert di sperare


la sola che stata lasciata agli italiani

Gli anni milanesi

Primi anni del Novecento: cominciato il processo di industrializzazione


dellItalia. Bruno Buozzi a Milano fa la conoscenza con limpegno sindacale
Ecco i lavoratori della Borletti, fabbrica di macchine per cucire

Il ragazzo era timido e un po impacciato. Non amava parlare in


pubblico ma avvertiva lesigenza di colmare le lacune di una preparazione
frettolosa, interrotta forse sul pi bello perch la vita lo aveva posto davanti
a un bivio. Doveva crescere in fretta, passare quasi senza soluzione di continuit dallinfanzia allet adulta, provvedere a s e anche alla sua famiglia.
Non aveva alternative in quellItalia che cresceva pi lentamente di altri
Paesi europei anche perch pi arretrata, culturalmente e socialmente, lontana dalle grandi rivoluzioni borghesi che avevano cambiato nazioni come
la Gran Bretagna o la Francia aprendo la porta di una modernit non sempre
coerente ma, comunque, affascinante. Lui aveva capito subito quanto, in
quellItalia cos poco generosa con le classi meno privilegiate, amaro fosse
il pane. Lui non voleva solo soddisfare la fame di pane, ma anche quella di
conoscenza, di esperienza. Milano era il posto giusto. L si avvertivano i
fermenti provocati da un vento nuovo che partendo dal Nord del continente,
investiva il Sud. L batteva il cuore del capitalismo italiano, un cuore ancora
non perfettamente formato (molti anni pi tardi, nei Cinquanta del Novecento, gli studiosi accerteranno che subito dopo la seconda guerra mondiale,
pochissime nel nostro Paese erano le aziende industriali di terza generazione, la stragrande maggioranza, invece, quelle di prima generazione: a
conferma di un retroterra produttivo che nel secolo precedente si era delineato ma non del tutto organizzato e irrobustito) che lasciava intravedere i
tratti di un nuovo confronto sociale.
Nel 1894, quando il giovane Bruno cominciava a lavorare in officina nel suo paese, Engels dava alle stampe, postumo visto che lautore era
morto lanno prima, il terzo volume del Capitale, la monumentale opera
del suo compagno e amico Karl Marx. In Germania un primo partito socialdemocratico si era costituito diciannove anni prima di quel terzo volume
61

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

grazie alla confluenza del gruppo lasalliano e di quello marxista di Wilhelm


Liebknecht e August Bebel. In Francia era gi nata la Cgt, la Confederation
Generale du Travail ed era esploso il primo grande scontro sullidea stessa
di democrazia: lAffaire Dreyfus. Un vero e proprio braccio di ferro tra una
destra che scivolava sempre di pi verso tentazioni autoritarie e i socialisti
che chiedevano il rispetto di princpi essenziali di libert e legalit, a cominciare da quello che postula la presunzione di innocenza che, nel caso
specifico non era una semplice presunzione ma una certezza visto che il
capitano ebreo Alfred Dreyfus era innocente non avendo instaurato alcuna
intelligenza con il nemico tedesco. E in Inghilerra le Trade Unions erano
sul punto di costituire il Labour Representation Committee, cio lincubatrice del partito laburista. Nel frattempo, la Lotta di classe di Karl
Kautsky era diventato nel vecchio continente una sorta di sussidiario marxista a uso popolare venendo tradotto in quattordici lingue. Tutto questo
obbligava Buozzi a cercare gli elementi di un sapere che lo potessero formare tanto dal punto di vista professionale quanto da quello umano e culturale. Cera in quella societ che gli girava attorno molto di ingiusto e
tantissimo di emendabile. Ma con la concretezza del bambino operaio
capiva che bisognava conciliare le spinte ideali con la soluzione dei problemi immediati, guardare al futuro senza perdere di vista il presente, creare
i contorni di un domani migliore cominciando a correggere gli aspetti peggiori del presente. Il mondo del lavoro era la sua vita; quel vivere in comunit sviluppando solidariet e ingenue complicit rappresentava il suo
universo umano. E pian piano cominci a costruire le basi di una educazione politica e, soprattutto, sindacale, a consolidare convincimenti che lo
accompagneranno per tutta la vita. Le avrebbe, pi tardi, perfezionate a Milano che non era un semplice luogo geografico: era il crocevia di un nuovo
modo di intendere, di pensare, di lavorare. Un grande contenitore che raccoglieva anche tutto quello che arrivava dalla provincia pi prossima. Milano sovrapponeva idee e figure, anche figure che lavoravano fuori da quei
confini.
Come Argentina Altobelli, ad esempio, che stava dando alle donne
un nuovo ruolo, soprattutto che stava costruendo un originale immagine
di propagandista sindacale, impegnata in una doppia battaglia: quella a favore dei lavoratori della terra e quella per la conquista dei diritti al femmi62

GLI ANNI MILANESI

nile, la medaglia a due facce del durissimo impegno nei campi e del mancato riconoscimento di fondamentali prerogative democratiche come il voto
che arriver in Italia soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale
quando il concetto di suffragio assumer una dimensione realmente universale, senza lesclusione di analfabeti e nullatenenti. E delle donne. Con
la sua azione, lAltobelli ispirer una parte essenziale del movimento sindacale. Colta (non amavo i giochi, ero appassionata alla lettura che preferivo alle bambole e a ogni altro divertimento. Appena mi si regalava
qualche moneta correvo alla bottega di un libraio vicino al negozio di mio
zio a comprarmi il libro che mi era possibile acquistare. Mi formai cos
una biblioteca nella quale si ammucchiavano i libri pi svariati1), sensibile a quel vento nuovo che spirava dal Nord dellEuropa. A cominciare da
quella rivendicazione politica rappresentata dal voto alle donne che Karl
Kautsky aveva inserito nel 1891 nel programma di Erfurt della Spd. Energica, risoluta, determinata. Una donna nuova che partecipa alla creazione
della rivista la difesa delle lavoratrici con Anna Kuliscioff, Angelica Balabanoff, Linda Mainati, Margherita Sarfatti, Maria Bornaghi e Maria Goja;
che conquista la leadership della Federazione nazionale dei lavoratori della
terra appena cinque anni dopo la sua fondazione (1901); e che mette il suo
sapere a disposizione dei braccianti per fornire loro strumenti non solo di
riscatto professionale ma anche culturale e spirituale. Una strada che sar
in qualche maniera nel destino di Buozzi, evidentemente affascinato da percorsi umani che attribuiscono al militante politico anche il ruolo di educatore, soprattutto quando lobiettivo la promozione degli ultimi e dei
penultimi.
E molto di questo suo modo di intendere la missione di un socialista
e di un sindacalista pu essere ritrovato in un articolo che pubblic sullOperaio Italiano, il giornale della CGdL in esilio qualche settimana dopo
la morte di Prampolini. Scriveva: Camillo Prampolini dimostr nei fatti
come si possa essere insieme idealisti e realizzatori. La sua provincia (Reggio
Emilia, n.d.a.) era una delle meno adatte per dare vita a un movimento socialista. Nelle campagne non vi era grande propriet e quindi mancava quel
bracciantato che nelle provincie finitime di Mantova, Modena, Ferrara, ecc.,
facilitava la costituzione di leghe di resistenza e la lotta di masse numerose
per la conquista di migliori condizioni di lavoro. La provincia di Reggio Emi63

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

lia, scrive Zibordi2, ha una forma di conduzione agricola prevalentemente


familiare. Il fondo si aggira sulle 50 biolche (circa 15-20 ettari) e se nella
collina e montagna vi la piccola propriet povera, e se nella bassa pianura
verso il Po vi il latifondo, il nucleo maggiore formato di fondi condotti a
mezzadria o in affitto da una famiglia di agricoltori conduttori coltivatori
diretti del suolo. Prampolini cap che, in siffatto ambiente non sarebbe stato
possibile formare un largo movimento socialista limitandosi a costituire dei
sindacati o delle leghe di resistenza come si diceva allora, composte soltanto
di salariati. Cap che bisognava allargare, non restringere la sfera di dominio della sua idea e della sua azione tenendo conto della situazione reale
della provincia e degli interessi contingenti e comuni, sintende senza mai
nascondere lintera bandiera della sua fede. Cos sostenne che bisognava
organizzare i piccoli proprietari ed i mezzadri, che bisognava tentare di costituire cooperative di consumo, di lavoro e consorzi agricoli per offrire la
possibilit agli agricoltori di facilitare la vendita dei loro prodotti e lacquisto
di quanto ad essi occorreva per lavorare e per vivere. Sorse cos una societ
di contadini che in pochi anni riusc a migliorare straordinariamente le condizioni dei suoi aderenti. Poi i contadini divennero indifferenti e ostili ai
socialisti, si trovarono in conflitto dinteressi coi braccianti proletari; e furono facile preda dei conservatori e dei preti. Forse il miglioramento era
stato troppo rapido e non sufficientemente apprezzato. Per in fondo allanima di essi, qualcosa dellantica propaganda prampoliniana era rimasto.
E quando dopo la guerra, i proprietari delle terre invidiosi di vedere il villano
guadagnare lautamente dalla vendita dei prodotti tentarono di aumentare
abbondantemente gli affitti, il conflitto fra i signori che possedevano la terra
ed i contadini che la lavoravano, si manifest ampiamente e, nellestate del
1920, culmin in uno sciopero memorabile che il movimento socialista proletario promosse e guid3.
E il riferimento al rapporto tra produttore e consumatore in una
chiave pi equa e responsabile, semmai meno consumistica ma pi sana e
avvertita, la testimonianza della modernit di quel messaggio riformista.
Nel 1909, lo Zibordi citato da Bruno Buozzi aveva pubblicato su Critica
Sociale, la rivista fondata da Filippo Turati, un articolo estremamente significativo sullargomento. Diceva il collaboratore di Prampolini: Nella
vagheggiata cooperativa integrale, il consumatore e il lavoratore, in
64

GLI ANNI MILANESI

quanto consumatore, dovrebbe assumere preponderanza sullelemento


lavoro: nel tempo stesso che lassorbimento in un organismo unico delle
riforme economiche di produzione, e non gi solo in quelle di resistenza e
di cooperazione, dovrebbe dare, a questo organismo ed a coloro che ne
fanno parte, la maggiore indipendenza oggi possibile allambiente borghese, dovrebbe farne, fino al limite consentito, uneconomia chiusa ed autonoma, che basta a se stessa, e che si emancipa da quella legge di
ripercussione che frustra in parte, sul campo del consumo, le conquiste
fatte nel campo del lavoro4. Qualcosa di tutto ci filtrato anche ai giorni
nostri, qualche eco si pu ritrovare, ad esempio, anche nelle teorizzazioni
di Serge Latouche. Spiegava ancora Zibordi: Eppure proprio questa volgare s, ma fisiologica legge del mangiare e del vestir panni che potr essere un elemento prezioso e decisivo di equilibramento e di volont nella
graduale formazione duna societ socialista: sar in essa che la forza
della solidariet potr veramente svolgere la sua efficacia, assai pi che
nel campo del lavoro, dove le diverse attitudini, e le mutevoli condizioni di
vita, e quel tanto di alea che viene dalla natura e dalla sorte, dividono, anzich unire, gli uomini, lascian distinti e separati i lavoratori, quando addirittura non le buttino dolorosamente luna contro laltra5.
Era affascinato, Buozzi, dalle capacit oratorie di Prampolini, forse
perch ricordava le sue iniziali difficolt: Chi non ha udito parlare Prampolini non pu avere neppure la pi lontana idea di ci che fosse la sua
oratoria... Non cercava lapplauso. Anzi, si potrebbe dire che lapplauso
lo disturbava. La sua sola preoccupazione era quella di essere semplice e
chiaro, in modo di essere compreso dai pi incolti e chiusi di mente, come
il buon maestro guarda non ai primi, ma agli ultimi della scuola. Bastava
una circostanza anche di scarso rilievo per permettergli talvolta di avvincere e, soprattutto, di persuadere i propri ascoltatori. Cominciava pian
piano, terra terra, dal caso singolo locale e contingente, e poi via via il discorso saliva, si snodava, si svolgeva, si ampliava, su, su, in largo, e in
alto, dal particolare al generale, dallepisodio al sistema, dal fatto alla
legge, dallesempio alla dottrina, con la scorta e il lume di un marxismo
rigorosamente preciso mirabilmente volgarizzato, ascendendo alle vette
pi elevate del pensiero e delletica socialista; e, senza rifugiarsi l in alto
e rimanervi ad aspettare lanno 2000, ridiscendeva praticamente attualisti65

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

camente, a indicare anche la possibile azione immediata, il piccolo provvisorio parziale riparo alla necessit pi urgente. Ma questo riparo era non
solo illuminato di spirito socialista e riferito alle mete finali, ma era sulla
strada del fine; riallacciava il reale contingente alleterno remoto ideale6.
Un oratore decisamente diverso dal giovane Bruno che nella fabbrica, a Milano aveva irrobustito i riferimenti politici (riformisti turatiani) e sindacali
(la Fiom). Appena arrivato nella Grande Citt (nel 1906, subito dopo il servizio militare come puntualmente segnalava la questura del capoluogo lombardo) era riuscito a sistemarsi alla Marelli. Racconta Gino Castagno:
Fortemente dotato nella mente e nel fisico, alterna il lavoro con lo studio
intenso per superare le deficienze della istruzione mancata e trova modo di
dedicarsi allo sport ed essere un appassionato corridore ciclista. Diceva
pi tardi un anziano socialista di Milano: Buon per noi operai che non sia
troppo emerso in questa carriera7. Il ciclismo aveva tutti i tratti di uno
sport eroico: strade fangose, biciclette non certo paragonabili a quelle attuali. Il Giro dItalia stava per nascere (prima edizione nel 1909) e sulle
strade furoreggiavano Carlo Galletti e Luigi Ganna el Luison. Ma cera
soprattutto lo studio nelluniverso del giovane Bruno: Confesser pi tardi
di essersi ritrovato pi volte, al mattino, addormentato sulla sedia al tavolo
di lavoro8, ha raccontato sempre Castagno. La giornata sempre troppo
breve. Dopo le undici o dodici ore di lavoro in officina si applica la sera
finch pu reggere ai morsi del sonno9. Diventer capo-reparto alla Marelli
e poi passer alla Bianchi: chiss, forse un omaggio alla sua passione sportiva. Entra nella Fiom (lega tornitori) nel 1905 (nello stesso anno aderisce
al Psi), viene eletto nel Consiglio di Amministrazione e come amministratore
partecipa alle riunioni del direttivo.

2.1 Timido, studioso e intraprendente

Ma ancora timido, incerto; sicuramente preparato sui temi sindacali specifici, le lacune culturali le ha colmate nelle notti insonni. Ma
parlare davanti a un pubblico cosa complicata. Ricordava Castagno: Fu
qui (nel direttivo, n.d.a) che egli dimostr subito di essersi gi formata una
buona e solida cultura e di possedere ormai una completa preparazione
sui problemi del lavoro e dellorganizzazione. Soltanto non aveva ancora
vinto, pi che la timidezza, la ritrosia a esprimersi in pubblico. Delegato
66

GLI ANNI MILANESI

della Sezione Metallurgici al Comitato Centrale della Camera del Lavoro,


dovendo riferire la prima volta a unassemblea operaia sulle deliberazioni
da quello adottate, appena iniziata la relazione si impaper e, non potendo
proseguire, dovette essere sostituito da un compagno, Luigi Repossi, giovane come lui ma pi ardito10. Dal punto di vista dellardimento, crescer
anche lui e piuttosto bene anche perch nel frattempo continuer a costruirsi
dal punto di vista della conoscenza. A Ferrara aveva gi frequentato lAccademia del disegno Dosso Dossi. A Milano nel febbraio del 1907 si iscrisse
alla scuola pratica di legislazione sociale dellUmanitaria e venne promosso
con ottimi voti. Studente bravo e volenteroso, cos bravo che lUmanitaria
lo reclut per la scuola darte e mestieri. Gli chiesero di andare a insegnare
a Vigevano allofficina Roncalli. A ventisei anni, il bambino operaio di
Pontelagoscuro saliva in cattedra lasciando il vecchio posto alla Bianchi.
Maestro darte, per un paio di anni. Senza mai dimenticare limpegno sindacale, politico e i lavoratori tanto vero che non abbandon mai la Fiom,
anzi entr pure nel direttivo. Gli piaceva, quel lavoro. Come ha raccontato
Gino Castagno si sentiva particolarmente dotato (e quando gli offrirono
la segreteria della Fiom tentenn non poco). Ma a Vigevano lo legavano
anche motivi sentimentali, non solo la cattedra di Maestro dArte: l aveva
conosciuto Rina Gaggianesi, la donna della sua vita.
Quelli erano periodi politicamente molto intensi. LOttocento si era
chiuso con le tentazioni autoritarie di Crispi e il bagno di sangue di Bava
Beccaris. Il Novecento, da un punto di vista politico, appariva segnato da
una tendenza al ravvedimento: le fucilate, le cannonate, le mitragliate
non potevano essere la soluzione dei drammatici problemi sociali che assillavano lItalia. In qualche maniera confermando le profezie di Carlo
Marx, il capitalismo aveva conosciuto drammatiche (e cicliche) crisi: alla
prima del 1857, fecero seguito quelle del 1866, del 1873, del 1882-1884,
del 1901 e del 1907. Lultima esplosione sarebbe arrivata nel 1929, la
Grande Depressione spesso evocata ai giorni nostri: per uscirne ci vollero
dieci anni; dal momento della deflagrazione di questa ultima crisi, 2007,
di anni ne sono passati appena sette ma la luce in fondo al tunnel ancora
non si intravede. Le crisi dellOttocento (soprattutto quella del 1873) provocavano normalmente lo sviluppo di cartelli e laccentuazione delle legislazioni protezionistiche. Ora, con un mondo cos aperto, il protezionismo
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

impossibile ma ci non toglie che, come pure da molte parti vien detto,
esiste un super-governo delleconomia (che non ha nulla a che vedere con
quelli democraticamente eletti) che di fatto garantisce le medesime tutele
alle categorie pi agiate, a quelluno per cento che detiene gran parte delle
ricchezze del mondo. E da questultimo punto di vista non che siano stati
compiuti molti passi avanti perch anche in quellepoca di pionierismo industriale, la distribuzione del reddito era estremamente iniqua. Non a caso
un premio Nobel come Paul Krugman sostiene che in America si sia tornati
molto indietro, pi o meno al modello di societ che esisteva prima del Venerd Nero, che apr, comunque, la strada a forme di welfare che, anche
in una crisi come questa hanno impedito la replica di fenomeni drammatici
come quelli che caratterizzarono il 1929.
Liniqua distribuzione delle ricchezze era evidentemente causa di
enormi problemi sociali e gli enormi problemi sociali favorivano la predicazione socialista, la sua capacit di penetrazione fra le categorie pi deboli.
Cosa che non poteva non destare un certo allarme. Ad esempio, nelle gerarchie ecclesiastiche. Ma, soprattutto, fra i cattolici comuni che sentivano franare il terreno dellinterclassismo e avvertivano la necessit di
impedire che il socialismo conquistasse una posizione di monopolio nella
rappresentanza del mondo del lavoro (e dei suoi problemi). Anche in questo
caso, il vento cominci a spirare da nord, da Magonza in particolare dove
il vescovo Wilhelm Emmanuel von Ketteler cominci a definire le prime
linee di una strategia sociale dando alle stampe un libro dal titolo significativo ancorch piuttosto banale: Liberalismo, socialismo e cristianesimo.
Era il 1864 e pian piano quelle idee cominciarono a diffondersi: in Austria
attraverso Karl von Vogelsag, ma un po dovunque, nel resto dellEuropa.
Le gerarchie vaticane, sempre piuttosto inclini al conservatorismo, trovarono una saldatura con queste nuove idee attraverso Leone XIII. Papa Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci aveva avuto una formazione
diplomatica, non era sicuramente un progressista ma aveva una mente elastica, capiva che il mondo stava cambiando, che gli amici di ieri (lassolutismo politico) non potevano essere gli amici di sempre, al pari dei nemici
di sempre con i quali una forma di accomodamento si sarebbe potuto anche
trovarla. Quando il 15 maggio del 1891 il pontefice rese pubblica lenciclica
Rerum Novarum, tutti capirono che qualcosa stava cambiando allinterno
68

GLI ANNI MILANESI

della Chiesa, seppur sotto lallarme destato dallavanzata del socialismo.


Ha scritto Denis Mack Smith: Durante i torbidi del 1898 vennero costituiti
gruppi democratico-cristiani i quali con grave preoccupazione del Vaticano non respinsero lalleanza con lestrema. Altri cattolici si dedicavano
con impegno a fondare organizzazioni contadine, caseifici cooperativi e
banche rurali. Padre Curci, fondatore della rivista dei gesuiti Civilt Cattolica, predicava che la Chiesa doveva venire a patti con la democrazia,
anche se i suoi scritti furono colpiti dalla censura ecclesiastica e lui stesso
fin per essere espulso dallordine. I monaci di Montecassino sotto la guida
dellabate Tosti, avevano gi dimostrato nel 1870 di anteporre lunit nazionale al potere temporale dei papi. Eredi di uomini come questi furono
Toniolo e Meda, che sul finire del secolo decimonono diedero incremento
allorganizzazione propagandistica della Democrazia cristiana. Quando
questultima venne sospesa da Pio X, Romolo Murri, pur essendo un sacerdote, fond la Lega democratica nazionale e fu eletto al parlamento,
ma fu anche sospeso a divinis e scomunicato11.
Con la Rerum Novarum la Chiesa cominci a dotarsi di una sua
Dottrina sociale che poi gli economisti (soprattutto quelli tedeschi della

Alla fine dellOttocento i minori non erano particolarmente protetti

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

scuola dellOrdoliberismo) avrebbero declinato in maniera pi precisa e


compiuta. Leone XIII in quella prima enciclica si limit a indicare alcuni
principi, ad alzare qualche trincea ideologica per rallentare lavanzata del
socialismo, ma non che elabor una dottrina organica; tanto vero che
dopo di lui pi o meno tutti i pontefici hanno provveduto ad aggiungere o
a togliere qualcosa sulla base anche del condizionamento dei tempi e delle
vicende contingenti, significativa da questo punto di vista la Quadragesimo anno di Pio XI (pontefice decisamente meno aperto di Leone XIII)
pubblicata nel pieno del fascismo o quella di Giovanni Paolo II (Centesimus
annus) messa a punto dopo la caduta del Muro di Berlino e che risentiva
delle preoccupazioni papali relativamente a quella sorta di religione del
consumismo che sembrava aver contagiato quei popoli che dopo tanti anni
di dittatura avevano ritrovato la libert.
Ci non toglie che nella Rerum Novarum ci fossero (soprattutto in
relazione al momento in cui venne resa pubblica) notevoli novit. Certo,
lo sciopero non veniva riconosciuto come arma di lotta. Lo scontro di classe
era aborrito almeno quanto il diavolo. Ma il Papa sin dallintroduzione mostrava di avere le idee chiare soprattutto per quanto riguarda il nemico
da sconfiggere, cio il socialismo. Scriveva: Lardente brama di novit
che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente
dallordine politico passare nellordine delleconomia sociale. E difatti i
portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dellindustria; le mutate relazioni tra padroni e operai; lessersi accumulata la ricchezza in poche
mani e largamente estesa la povert; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici pi vivo, e lunione tra di loro pi intima;
questo insieme di cose, con laggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto
esplodere il conflitto. Ovviamente, di sciopero neanche a parlarne. Scriveva Leone XIII: Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata
scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perch tali scioperi non
recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi. Veniva declinata in maniera diversa (e con un
obiettivo pi diretto) il concetto di interclassimo, il tentativo, insomma, di
combinare interessi oggettivamente diversi evitando la contrapposizione,
semmai facendo ricorso (pi che altro auspicando) a una ricomposizione
70

GLI ANNI MILANESI

preventiva, a uno smussamento anticipato degli angoli, a una riunificazione


armoniosa dei bisogni sotto lalta volta del cielo. Un esercizio complicato
a cui Leone XIII dava anche delle risposte. Sul fronte delle condizioni di
lavoro: Molte cose parimenti lo Stato deve proteggere nelloperaio, e
prima di tutto i beni dellanima. Di qui segue la necessit del riposo festivo. Ma non solo ovviamente: Quanto alla tutela dei beni temporali ed
esteriori prima di tutto dovere sottrarre il povero operaio allinumanit
di avidi speculatori. Non deve dunque il lavoro prolungarsi pi di quanto
lo comportino le forze... Si deve avere ancor riguardo alle stagioni, perch
non di rado, un lavoro facilmente sopportabile in una stagione , in unaltra del tutto insopportabile... Un lavoro proporzionato alluomo alto e robusto, non ragionevole che si imponga a una donna o a un fanciullo.
Infine, il salario che deve essere adeguato: Conservarsi in vita dovere a
cui nessuno pu mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera
gente si riducono al salario del proprio lavoro. Loperaio e il padrone allora formino pure di comune consenso e nominatamente la quantit della
mercede; vi entra per sempre un elemento di giustizia naturale. Insomma, una composizione degli interessi possibile anche a prescindere
dal socialismo perch i socialisti attizzando nei poveri lodio ai ricchi,
pretendono si debba abolire la propriet, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e
dello Stato e questo, per Leone XIII, era piuttosto disdicevole essendo il
diritto di propriet un diritto naturale.
Le novit che emergevano a livello dottrinario avevano anche delle
conseguenze a livello politico. Leone XIII scongelava i cattolici, li metteva nelle condizioni di poter partecipare al governo, cosa che in effetti avvenne. Buozzi, in quel momento ancora molto giovane, partecipava da
spettatore al dibattito. Ma vi partecipava anche con latteggiamento di
chi da quel dibattito voleva ricavare preziosi insegnamenti. Anche perch,
poi, tra i socialisti il confronto era molto vivace, conseguenza in qualche
misura delle scelte che venivano compiute nel campo avverso, quello dei
liberali che archiviata la svolta autoritaria, cercavano altri uomini e altre
vie. Da un lato lintenso corteggiamento di Giovanni Giolitti per associare
i socialisti al governo, dallaltro i contrasti allinterno del Psi tra lala che
71

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

proponeva il programma minimo (riconoscimento del diritto di sciopero e


di organizzazione sindacale, suffragio universale, indennit ai deputati, assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, imposta progressiva
sul reddito, riduzione degli interessi sul debito pubblico, decentramento
amministrativo e neutralit del governo nelle controversie di lavoro) e
quella che proponeva un programma massimo (cio la rivoluzione). Nel
congresso di Roma del 1900 Turati riusc a mettere tutti daccordo sostenendo che il programma minimo serviva ad aprire la strada al secondo. E
sullargomento usc in quei mesi un significativo articolo su Critica Sociale a firma di Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Laccusa che veniva rivolta ai riformisti si sintetizzava in un aggettivo: opportunisti. E allora
Turati e la Kuliscioff rispondevano: Al futuro governo democratico, da
noi vagheggiato, noi non domandiamo alcuna cosa, n per le persone n
per il partito medesimo in cui militiamo: sappiamo che lavremo nemico.
Ad esso domandiamo questo solo: che si adoperi a creare le condizioni favorevoli allo sviluppo civile del nostro paese. Insomma, nessun (come si
direbbe oggi ma non allora) inciucio. Spiegavano: Noi desideriamo al
potere la democrazia; dove non esiste diciamo quello che Voltaire diceva
dellonnipotente: converrebbe crearla... se si potesse. La desideriamo al potere
perch ella compia il debito suo... organizzare le masse proletarie, ridestare
in esse la chiara coscienza dei loro interessi di classe, renderle vigili e gelose
dei loro interessi collettivi... Noi vogliamo al potere la democrazia perch al
fine sia concesso a noi di essere socialisti, di agire come socialisti; di smetterla
una buona volta, di dover vivere e agire come democratici. Il programma che
la democrazia deve attuare pu bene essere quello che va sotto il nome di programma minimo nostro. In questo nulla di cos eccessivamente rivoluzionario che gi non sia stato attuato da democrazie essenzialmente borghesi12.
Ma poi cera anche il confronto con quellala dei sindacalisti-rivoluzionari con i quali, pi tardi, nelle fabbriche, sar costretto a fare i conti
Bruno Buozzi ma che nel frattempo si stava rafforzando nel partito. Un
vento, pure in questo caso, proveniente dal nord, dalla Francia. A spingerlo
provvedeva il filosofo George Eugene Sorel che diventer di gran moda in
Italia a partire dal 1903: le sue riflessioni sulla violenza divennero un
vero e proprio best seller, per lepoca. Probabilmente oggi si concilierebbe
molto bene con le teorizzazioni e la pratica politica di certe forze anti-si72

GLI ANNI MILANESI

stema, che predicano la tabula rasa senza saper bene cosa possa arrivare
dopo o, sapendolo bene, ne perseguono comunque lobiettivo. Esaltazione
della violenza e polemica anti-democratica: in Italia provvide Benedetto
Croce a far conoscere il filosofo francese che per trov orecchie attentissime nel socialista Arturo Labriola che vedeva nello sciopero uno strumento
politico per far esplodere la rivoluzione e nei sindacati larma principale
puntata alla tempia dello stato borghese.

2.2 Le scomuniche di Turati e Treves

Nel complesso, lidea di una azione sindacale abbastanza suicida,


come poi Buozzi, a Torino, avr modo di verificare sul campo. In quellarticolo, Turati e la Kuliscioff quasi (ma non troppo) a futura memoria scrivevano: Opportunismo, dunque, sia pure. Ma il nostro, si dovr convenirne,
un opportunismo di nuovissimo conio. Soprattutto pare opportunismo perch rifugge da quello che volentieri chiameremmo rivoluzionarismo verbale... Nelle rivoluzioni politiche crediamo suppergi come nelle rivoluzioni
naturali: nei terremoti, nelle eruzioni, nelle inondazioni. Vengono quando
lora: di rado se ne cava profitto; e, in complesso, di poco modificano la
composizione geografica e tellurica del globo. Avere la rivoluzione nel programma politico, come un pezzo di
musica nel programma di un caffconcerto, non ci pare n possibile,
n pratico. Del resto, se rivoluzione
ha da essere, converrebbe prepararsi ad essa e concertarla e questo
ci pare non lo facciano neppure i
rivoluzionari professionisti. Per noi
la rivoluzione viene dalle cose.
Lattendiamo e la viviamo in
mezzo. Ogni scuola che si apre,
ogni mente che si snebbia, ogni
Anna Kuliscioff: a Milano
la chiamavano
la dottora dei poveri

73

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

spina dorsale che si drizza, ogni abuso incancrenito che si sradica, ogni
elevamento del tenore di vita dei miseri, ogni legge protettiva del lavoro,
se tutto ci coordinato a un fine ben chiaro e cosciente di trasformazione
sociale, un atomo di rivoluzione che si aggiunge alla massa... Questa via
rivoluzionaria noi seguiamo ogni giorno... Noi vi staremo e vi proseguiremo
fino al giorno che i nostri avversari a viva forza, non ce ne cacciano fuori.
Allora, quando la via fosse murata davanti; quando fosse reso impossibile
compiere in essa ogni proficuo lavoro; allora, come ben disse il Prampolini
alla Camera, allora le violenze dallalto renderebbero fatali anche le esplosioni dal basso: n saremmo noi che sciuperemmo gli occhi e le labbra a
lacrimare sullinevitabile e a lacrimare il destino. Allora quegli opportunisti che noi siamo, troverebbero opportuno adottare una tattica nuova13.
Il corteggiamento di Giolitti non ebbe successo: portare al governo
il Psi avrebbe avuto come conseguenza la divisione del partito. Era il 1903.
Il politico piemontese se ne fece una ragione e in questo paese di ossimori
(lui si definiva conservatore e radicale; ma il tempo ci ha spiegato che si
pu fare di peggio, ad esempio: di governo e di opposizione), costru il suo
governo andando a pescare in tutti i settori della Camera, allineandosi perfettamente ai collaudati princpi del trasformismo. Gli anni milanesi furono
la scuola di Buozzi. Perch l, in quegli anni, che la sua idea di sindacato
(che era una chiara conseguenza della sua scelta politica) acquist i caratteri
che poi verranno alla luce nelle difficili vertenze che precedettero la prima
guerra mondiale e in quelle che seguirono il conflitto e che culminarono
nelloccupazione delle fabbriche, nel Biennio Rosso. In particolare fu la
frequentazione degli ambienti riformistici (Turati, la Kuliscioff, ma soprattutto Claudio Treves) che gli trasmisero lidea di un sindacato aperto, capace di coinvolgere se non tutti almeno la fetta pi ampia possibile di
lavoratori, realmente unitario cio al di sopra degli steccati ideologici e di
partito. E c una polemica che il giovane Buozzi che si stava accostando
alla Fiom la cui tessera avrebbe preso di l a poco, segu probabilmente con
grande interesse trovando conferma alla sua idea inclusiva. Esplose subito
dopo la celebrazione del congresso bolognese (24 e 25 novembre del 1901)
in cui nacque ufficialmente la Federazione nazionale dei lavoratori della
terra. In quella sala cera Argentina Altobelli e cerano 704 leghe in rappresentanza di 152.022 iscritti. Una organizzazione destinata ad assumere
74

GLI ANNI MILANESI

dimensioni sempre pi ampie visto che nel giro di un anno le leghe raddoppieranno (1.293) e le iscrizioni avranno un notevole balzo in avanti
(240.000). In conclusione dei lavori venne votato un ordine del giorno in
cui si auspicava che le Camere del Lavoro acquisissero col tempo una coloritura, esclusivamente socialista (Argentina Altobelli aveva compiuto le
prime prove politiche tra i repubblicani). Quel voto non sfugg n a Claudio Treves, vicedirettore di Critica Sociale, n a Filippo Turati, direttore
e fondatore. E nel numero immediatamente successivo al congresso in questione, Treves pubblic un articolo non lunghissimo ma decisamente duro.
Gi dallavvio, un paio di interrogativi: Laugurio espresso dal Congresso
dei contadini di Bologna che le Camere del Lavoro abbiano ben presto a
diventare socialiste, stato esso maturato come richiedeva la gravissima
questione? Non stato esso forse pi il volo lirico di un impellente idealismo che non la ponderata sintesi di unesperienza lungamente durata e vagliata?14. Domande che spiegavano ampiamente da che parte si collocasse
Treves e come i riformisti intendessero lattivit sindacale. Insomma, lidea
di Camere del Lavoro monoculturali non stava n in cielo n in terra:
Finora il partito socialista aveva distinto nettamente lorganizzazione economica dalla politica... Coerentemente con questi principi i socialisti hanno
dato tutta lopera loro con fervore, con entusiasmo, per organizzare economicamente il proletariato dei campi e delle officine, mettendovi una specie
di scrupolo per dare allorganizzazione un carattere assolutamente neutrale.
Due ragioni di ordine, luna teorica e laltra pratica persuadevano i socialisti a tenersi fermi a questo metodo. Primo. La convinzione incrollabile che
senza necessit di particolari sobillazioni... si sarebbe sviluppata gradatamente e successivamente la piena coscienza di quellantagonismo di classe
circa le forme politiche della propriet, la cui soluzione non pu logicamente
ravvisarsi altrove che nella socializzazione della propriet stessa... Secondo.
La posizione precisa che di fronte alle truccature clericali, repubblicane e
anarchiche intese a dividere il proletariato... era consigliata a noi per schivare ogni gara che potesse gettare sullorganizzazione operaia il sospetto
di un interesse temporale, di partito di uno sfruttamento a fini elettorali del
bisogno di organizzazione delle masse, affinch lo stesso disinteresse del
movimento promosso dai socialisti attirasse i lavoratori, sciogliendone
prima la diffidenza , suscitandone di poi la simpatia verso il nostro par75

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

tito15. Ragioni pratiche e ragioni ideali. E, anche, motivazioni aritmetiche:


Che avverrebbe il giorno in cui le Camere del Lavoro spiegassero la bandiera politica socialista? Evidentemente lesodo dalle Camere dei non socialisti. Non pochi, in realt. A Milano, la Camera del Lavoro conta oggi
ben 41 mila iscritti; il partito socialista nelle elezioni pu contare su dodicimila voti... Cos la Camera del Lavoro di Milano, ridotta ai socialisti non
formerebbe che un duplicato non utile del partito... Laugurio espresso dal
congresso dei contadini poteva essere risparmiato. Come augurio non fa n
caldo n freddo, ma pu gettare dei germi di disorientamento nella mente
dei pi timorati propagandisti dellorganizzazione16.
A dar man forte a Treves scendeva in campo Turati (molto attento
alle questioni sindacali tanto vero che lanno dopo questa polemica, nel
1902, diventer presidente della Federazione Postale e Telegrafica), articolando in maniera pi politica i concetti: Noi saremmo infedeli al nostro
credo se non pensassimo altres che la politica proletaria quando sia sviluppata, verr naturalmente a trovarsi nella stessa direttiva del socialismo... Ma... dal fatto che una politica proletaria e tendenzialmente
socialista deve erompere fatalmente dallo sviluppo cosciente dellazione
degli operai organizzati nelle Camere del Lavoro e nelle Leghe similari,
non deriva di necessit che dunque le Camere del Lavoro e le Leghe di resistenza debbano affiggere sul fronte la professione di fede socialista, quasi
un monito e uno spauracchio che ne allontani gli operai la cui coscienza
apolitica o sta nella zona intermedia in cui la coscienza politica non ancora coscienza socialista. Anzi di necessit deriva il contrario. Se cotesta
formazione di coscienza politica deve essere il frutto dei fatti e delle esperienze, zampillate dalle viscere della lotta combattuta, se devessere un
punto darrivo appunto perci non pu essere il punto di partenza. Il socialismo non deve trovarsi affisso sul frontone, bens maturarsi nei penetrali della Camera del Lavoro... Tra politica proletaria e socialismo sia
pur quella come noi pensiamo (e altri potr diversamente opinare) dal socialismo tendenziale vi almeno la differenza che passa tra ci che diviene e ci che gi divenuto, tra levoluzione che si fa e levoluzione
compiuta... Se le Camere del Lavoro violeranno questa norma di prudenza
e quasi di onest professionale, antivenendo lo svolgersi dei fatti e assumendo il socialismo a pregiudiziale, ci non potr essere senza dolorosa
76

GLI ANNI MILANESI

sanzione. Perch la professione di fede socialista in tutti gli iscritti non


necessaria al progresso del movimento, e diventa per converso una causa
di debolezza17. Concetti semplici, chiari, ai quali Buozzi si atterr nella
sua lunga esperienza di sindacalista: unire, mai dividere.
1

M. Casalini (a cura di): Argentina Altobelli. Episodi di vita di una donna battagliera,
pag. 5
2
Giovanni Zibordi, direttore del giornale La Giustizia. Prampolini era diventato redattore
de Lo scamiciato; due successive trasformazioni portarono prima alla nascita di Reggio
Nuova e poi de La Giustizia. Zibordi stato, infine, anche biografo di Prampolini
3
Bruno Buozzi: Camillo Prampolini. Il proletariato ha perso il suo apostolo pi puro e
il suo miglior maestro in LOperaio Italiano del 16 agosto 1930, in scritti dallesilio
Opere Nuove 1959, pagg. 67-8
4
Giuliano Pischel: Antologia della Critica Sociale 1891-1926" Lacaita 1992, pag. 289
5
Ivi
6
Bruno Buozzi, op. cit., pagg. 65-6
7
Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizioni Avanti! 1955, pag 15
8
Ivi
9
Ivi
10
Ivi
11
Denis Mack Smith: Storia dItalia dal 1861 al 1997" Laterza 1997, pag. 268
12
Anna Kuliscioff - Filippo Turati: Rivoluzionari od opportunisti? in Giuliano Pischel:
Antologia della Critica Sociale 1891-1926" Lacaita 1992, pag. 93
13
Ivi
14
Claudio Treves: Debbono le camere del lavoro diventare socialiste? Critica Sociale
anno XI (1901), n. 23
15
Ivi
16
Ivi
17
Filippo Turati: Variazioni sul tema dellarticolo precedente Critica Sociale, anno XI
(1901), n. 23

77

La coscienza delle masse si sviluppa e si dimostra


con lopera paziente, illuminata, disciplinata

Alla guida dei metallurgici

La tomba al Verano la sintesi della vita di Bruno Buozzi


sotto il suo busto, la statua di uno di quei lavoratori
metallurgici che lui cominci a difendere nei primi anni del Novecento

Avrebbe voluto resistere. Perch non si sentiva pronto. Perch sapeva che limpresa era ricca di insidie, scomodissima. Se non lo fosse stata
difficilmente si sarebbero rivolti a lui. Della delegazione che lo convinse
ad abbandonare il ruolo di Maestro darte per abbracciare quello di leader
sindacale, faceva parte Gino Castagno, anche lui giovane dirigente. Quel
passaggio della vita della Fiom (ancora i primordi, era il 1909 e la federazione era nata appena otto anni prima) lha raccontato cos: Sorse allora
un nuovo problema. A chi affidare la Segreteria in un momento cos delicato per lorganizzazione? A Torino non si trov alcun elemento idoneo,
anche perch chi poteva essere ritenuto capace, da un punto di vista tecnico-sindacale, pareva troppo compromesso dalle posizioni assunte di tendenza ultra-riformista. Fu allora che i socialisti milanesi avanzarono il
nome di Buozzi, quasi sconosciuto a Torino. Partirono i torinesi allincontro. Fu lieta ventura di chi redige queste poche note di fare parte della delegazione la quale ricav dallincontro tale ottima impressione da mettere
senzaltro tutto il proprio impegno nel vincere le riluttanze di Buozzi ad
accettare lincarico offerto. Egli intendeva, infatti, continuare nellinsegnamento professionale1. Il viaggio era stato preceduto da una violenta
polemica con i milanesi contrari al trasferimento della sede da Milano a
Torino, da un convegno straordinario ad Alessandria nel corso del quale il
trasferimento venne confermato dopo veri e propri corpo a corpo che
portarono allestromissione dalla sala (con metodi piuttosto sbrigativi) del
capo dei dissidenti (Bacchi) e di un paio di suoi sostenitori. Lo scontro, che
aveva avuto un epilogo fisico, in realt era nato sul terreno politico perch
gli oppositori aderivano alla corrente dei sindacalisti rivoluzionari con i
quali Bruno Buozzi sar costretto (come vedremo pi avanti) a fare spesso
i conti (e insieme a lui anche i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato).
81

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Bisogna rilevare che i ricordi di Castagno sono un po confusi. Daltro canto


lascesa al vertice della Fiom di Buozzi fu piuttosto tortuosa, inevitabilmente tortuosa in una fase caotica della vita federale. La scelta matur a
Milano nel covegno che si svolse il 25 luglio 1909; lultimo atto venne
scritto due anni e mezzo dopo nel congresso straordinario di Alessandria
quando fu nominato segretario generale con lattribuzione della carica di
segretario amministrativo a Mario Guarnieri. Quei giorni, quelle ore, quelle
titubanze, il segretario le evidenzi nel 1910 durante il quarto congresso
nazionale: Le cause che hanno portato noi giovani e sconosciuti o quasi
a dirigere la Federazione sono di quelle che difficilmente si dimenticano
e che, nella vita di una associazione giovane come la nostra, possono essere
fatali. E la ricevemmo questa nostra Federazione disfatta, senza quattrini,
piena di debiti e questo il pi grave guardata dai pochi soci che le
erano rimasti con la pi diffidente... fiducia. Non ci sgomentammo per ci.
Sorretti dalla nostra fede per il pi puro degli ideali, forti delle nostre convinzioni sulla necessit e sulla potenza delle organizzazioni quali fattori di
progresso e di elevazione del proletariato2.
E con un moto dorgoglio, si autocitava: Scrivemmo nel Metallurgico... del 20 agosto 1909 (il primo da noi pubblicato): No, la Federazione Italiana dei Metallurgici non morta e non muore. Piagata e
sanguinante ancora per le ultime gravi ferite, tradita da alcuni dei suoi pi
eminenti condottieri, abbandonata anche dai deboli e dagli incoscienti,
dagli egoisti e dai neghittosi, dai diffidenti e dai timidi, questa organizzazione nazionale dei lavoratori del ferro dispiega al vento la sua bandiera
e attorno ad essa chiama ancora a combattere i lavoratori3. Sempre in
quellarticolo, per, Buozzi prendeva atto che un solco aveva diviso la Fiom
dai lavoratori: La vita di questo organismo non deve essere decorativa...
Noi speriamo che da ogni citt dItalia, dovunque un nucleo anche modesto dei nostri organizzati, parta una parola di conforto affettuoso, di fraterno aiuto che ci dica: Coraggio e avanti! Noi raccogliamo questa
bandiera che in altre mani stava per cadere e la sventoliamo ancora, segnacolo di giustizia al di sopra delle schiere dei lavoratori. Gli uomini
dincorrotta fede ci seguano nella faticosa ascesa4.
La Fiom, daltro canto, in quel 1909 sembrava destinata a un precoce tramonto, nonostante lindustria metallurgica, fosse in piena crescita.
82

A L L A G U I D A D E I M E TA L L U R G I C I

Il bisogno di costruire strutture sindacali di rappresentanza era forte ma segnato da molte contraddizioni. I meccanici a Milano una prima Lega lavevano creata gi nel 1891, altre erano state sciolte da Crispi nel 1894 e,
soprattutto, dalla repressione di Pelloux. Poi, a Roma, allalba del nuovo
secolo (1900) era nata la Lega Operai Metallurgici che aveva creato un Comitato Centrale di Propaganda e ristabilito rapporti con le ventuno sezioni
esistenti in Italia a cui aderivano 4.655 soci. Lanno dopo, al congresso di
Livorno, nacque la Fiom: sede a Roma, segretario Ernesto Verzi. Da quel
momento, il bilancio degli iscritti segu un andamento altalenante: raggiunse il picco massimo nel 1903 (ventinovemila), quando Buozzi si present davanti alla platea di Firenze erano diecimila ma i soci paganti appena
settemilacinquecento. Le cose andavano malissimo soprattutto a Torino, il
centro industriale pi importante, dove i soci paganti non erano pi di un
migliaio. Insomma, la Fiom rischiava la sorte evocata da Buozzi: un ruolo
puramente decorativo, anzi la bancarotta, politica e amministrativa. Nella
capitale industriale italiana (e dellauto che stava cominciando a conoscere
i primi successi) i metallurgici erano pi di trentamila: 16.800 lavoravano
in aziende metalmeccaniche, settemila in quelle automobilistiche. Troppo
agevole prendere atto dellirrilevanza della Fiom, dal punto di vista della
rappresentativit.
Con gli altri settori produttivi, le cose non andavano meglio: a Torino, la citt pi vivace da un punto di vista economico del Paese gli iscritti
alla Camera del Lavoro non arrivavano a diecimila a fronte di un esercito
di novantamila lavoratori, 65 mila impiegati in aziende con pi di 25 dipendenti. Ha spiegato Paolo Spriano: La crisi sindacale anche una crisi
di rapporti umani: loperaio disorganizzato ora facilmente penetrabile
alle accuse di corruzione rivolte ai dirigenti che egli non conosce perch
espresso al di fuori del processo produttivo, sulla base di competenze giuridiche, o, peggio, demagogiche; la sua psicologia profondamente diversa
da quella delloperaio di fabbrica5. La scelta di Buozzi (di qui, probabilmente anche limpressione straordinaria che sollecit in Castagno e negli
altri componenti della delegazione che lo convinsero ad accettare una impresa che sembrava molto simile alla resurrezione di Lazzaro) colm proprio questa lacuna. Buozzi era uno di quegli operai che la Fiom intendeva
rappresentare, lo era sin dalla pi tenera et: aggiustatore e tornitore e poi
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maestro professionale. La spiegazione del suo successo come leader si pu


ritrovare nelle parole di Fernando Santi: Della schiera degli organizzatori
sindacali di prima del fascismo, tutti usciti dalla feconda scuola della fabbrica, Buozzi indubbiamente quello che pi di ogni altro rappresenta il
tipo delloperaio italiano dei primi del secolo: loperaio metallurgico. Intelligente, umano, orgoglioso della sua dignit professionale, che sta a testa
alta davanti al padrone, rispettato e rispettoso, che legge lOrigine della
specie e frequenta lUniversit Popolare e i loggioni della stagione lirica,
che ammira la tecnica tedesca e odia il kaiser; che ama i nichilisti russi e
vota per Turati. Loperaio socialista cosciente di essere il protagonista di
una nuova storia che incomincia, e che incomincia da lui, operaio metallurgico...La sua grandezza non sta nel martirio che illumin la sua vita di
luce non destinata a spegnersi nel tempo. La grandezza di Buozzi, che fu
tra le migliori e pi generose figure del movimento operaio e socialista del
nostro Paese, sta proprio nella naturale semplicit della sua vita, dove invano cerchereste imperiosi segni del destino, folgorazioni improvvise. Perci milioni di uomini semplici come lui si sono riconosciuti in lui: uno
dei nostri. E lo hanno amato e seguito6.
Certo su quel gruppo di giovani venne scaricato un fardello pesantissimo: da un lato le difficolt del sindacato, la sua crisi di rappresentanza, la concorrenza dei sindacalisti rivoluzionari che si sarebbero
organizzati nellUsi, Unione Sindacale Italiana; dallaltro un Partito Socialista attraversato da tensioni e divisioni; dallaltro ancora una situazione
politica dominata da quello che Gaetano Salvemini avrebbe definito il ministro della malavita, Giovanni Giolitti. Il quale Giolitti, nelle sue pulsioni
trasformistiche, oscillando a destra e a manca (nel vero senso della parola),
aveva comunque provato, con talune aperture sul fronte sociale, ad attenuare londa durto dellopposizione socialista, riuscendo peraltro a catturare la benevolenza di Ivanoe Bonomi e di Leonida Bissolati che pagarono
questa disponibilit con lespulsione dal partito socialista nel 1912. Al
contrario di Crispi, lui riteneva, manovrando dal centro (sempiterno punto
di equilibrio della politica italiana), di poter stemperare le tensioni nel Paese
senza ricorrere alle fucilate. Al termine del primo decennio del Novecento,
affermava che nessuna Nazione aveva compiuto un progresso cos significativo come quello realizzato dallItalia. I numeri in qualche misura gli da84

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vano anche ragione perch fra il 1899 e il 1910 la produzione industriale


raddoppi. Grosse aziende erano nate. LIlva, ad esempio (nel 1905); alla
fine della prima guerra mondiale, poi, la Fiat sarebbe diventata la pi grande
industria italiana. Proprio per smussare gli spigoli a sinistra, Giolitti aveva
fatto approvare una legge sul lavoro delle donne e dei ragazzi e pi tardi
pass anche il provvedimento che proibiva il lavoro notturno sempre per
donne e ragazzi. E poi provvedimenti sul riposo festivo (come aveva, peraltro, chiesto a gran voce Leone XIII nella Rerum Novarum, cosa che accompagn lingresso dei cattolici nella vita politica italiana attraverso il
patto Gentiloni), sulla distribuzione gratuita del chinino (la malaria era estremamente diffusa) e sugli infortuni sul lavoro. Interventi, in realt, dagli effetti piuttosto limitati tanto vero che non furono sufficienti per convincere
i socialisti a entrare nel governo. Al congresso di Modena del 1911, Bonomi
e Bissolati si ritrovarono isolati (anche nel campo riformista) e un anno dopo
vennero estromessi. Quasi contemporaneamente Giolitti realizz il suo pi
grande colpo a sorpresa politico: il suffragio universale (la legge 666
venne promulgata il 30 giugno 1912; quella sullindennit ai parlamentari,
cavallo di battaglia dei riformisti, un anno prima).
Certo, sempre annacquato, ma per i tempi abbastanza generoso
anche in rapporto ai costumi degli altri paesi europei. In sostanza veniva
dato il diritto di voto a tutti gli uomini di et superiore ai trentanni. Le
donne erano escluse ma cadeva la pregiudiziale contro i nullatenenti e gli
analfabeti: tutti potevano andare al seggio a patto che avessero compiuto
trentanni o adempiuto agli obblighi di leva. La cosa obblig a cambiare
anche le schede elettorali perch chi non sapeva leggere doveva in qualche
maniera orientarsi e cos fu introdotto il simbolo che doveva rendere possibile la scelta anche a chi non aveva dimestichezza con lalfabeto. Il corpo
elettorale venne notevolmente ampliato, da tre a otto milioni di votanti (per
la precisione nelle elezioni dellanno successivo gli aventi diritto furono
8.672.000 ma in realt depositarono la scheda nellurna soltanto 5.100.615
italiani). Il meccanismo era maggioritario e a doppio turno: la vita perennemente grama di quei governi dimostra, anche ai contemporanei, che la
stabilit non la conseguenza automatica di una perfetta costruzione di ingegneria elettorale. Per quanto positiva, la riforma si guard bene dallaffrontare i nodi pi intricati, dallallargamento delle circoscrizioni allo
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scrutinio di lista, dalla rappresentanza proporzionale al voto alle donne.


Contro il provvedimento si schier il Psi: Filippo Turati, a nome
del partito, pur riconoscendo lo sforzo democratico, considerava la concessione del voto agli analfabeti trentenni un favore ai conservatori e quello
agli ex soldati una strizzatina docchio al militarismo che in quegli anni si
stava diffondendo a macchia dolio. Per giunta, niente e nessuno potevano
garantire un voto realmente libero, depurato da brogli, frodi e violenze.
Nessun ministro dellInterno, mi diceva anche test uno dei nostri pi illustri parlamentari, permetter mai che gli elettori possano, davvero e sempre, votare come vogliono, tuonava Turati durante il dibattito
parlamentare.

3.1 La Fiom prima di lui in caduta libera

Dal podio fiorentino, Bruno Buozzi nel novembre del 1910, snocciolava dati che se da un lato dicevano che la caduta era stata in qualche
maniera arrestata, dallaltro sottolineavano che la strada per la guarigione
era ancora lunga, contorta e complessa. Dichiarava il segretario: Mentre
lultima gestione dei nostri predecessori d unentrata mensile, per sole
quote, di L. 672,29; la nostra gestione 1910 per la stessa voce ci d un incasso di L. 1.228, 56 quasi il doppio cifra, poi, questa, in continuo aumento che certamente a dicembre arriver a L. 1.500. I debiti che alla fine
di luglio 1909 salivano a L. 10.748,25, oggi sono ridotti a L. 5.321,50. Oltre
questo abbiamo prelevato dalla somma per il funzionamento della federazione oltre L. 1.000 che abbiamo versato extra sottoscrizioni, agli scioperi
che si sono succeduti. Al 30 settembre il debito federale appena di L.
380,257.
Le falle erano state turate ma si trattava di riprendere il cammino.
Di quelle falle erano rimasti gli strascichi velenosi, le accuse contro Cleobulo Rossi, il segreteraio (aveva retto la Fiom insieme a Silla Coccia) che
con la sua opaca e criticata gestione amministrativa aveva affossato i conti,
minato la credibilit e consentito alla propaganda dei sindacalisti rivoluzionari un generoso raccolto di consensi. Cera chi avrebbe voluto una immediata rimozione di Rossi ma poi con una proposta di mediazione, Buozzi
diede al vecchio segretario la possibilt di una uscita meno traumatica:
quindici giorni di tempo per risistemare lequilibrio di bilancio. Allinizio
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del 1911, poi, la sede venne trasferita a Torino (dopo essere transitata a Milano, ed aver in un primo momento stazionato a Roma). In queste condizioni la Fiom di Buozzi poteva ripartire.
Peraltro, in una situazione in cui lo sviluppo industriale faceva segnare, pur tra cicliche crisi, significativi passi in avanti. Insomma, il reclutamento era possibile, la materia prima cera. Bisognava trovare solo la
chiave giusta per conquistarla e organizzarla. E qui entrava in ballo la specificit del processo di sindacalizzazione italiano avviato sul confine del
passaggio dalle officine tradizionali allindustria, come dire, dal lavoro ancora molto manuale alla macchina. La Fiom (tanto quella di Bruno
Buozzi quanto quella precedente alla sua elezione a segretario) si era posta
un obiettivo: dare allItalia un sindacato dindustria. Finendo, per, per
scontrarsi con quelle che erano le origini del processo di organizzazione.
In principio cerano i mestieri ed era quella la solidariet che reggeva,
lidentit pi forte. Il modello industriale faceva leva soprattutto sulloperaio specializzato ma in quel momento, con lespansione della siderurgia e
dellindustria legata ai trasporti, entravano in fabbrica schiere di ex contadini alla ricerca di pane sicuro. Un processo che lItalia rivivr pi tardi,
negli anni Cinquanta e Sessanta, con i massicci flussi migratori e lindustrializzazione del Mezzogiorno, quando migliaia di lavoratori un tempo
impegnati nei campi cambiarono abiti indossando la tuta blu e trasformandosi, spesso, in quello strano ircocervo che assunse il nome di metalmezzadro.
La Fiom riusciva a parlare agli operai specializzati, quelli che, dotati
di un mestiere, avevano adeguato le loro capacit e le loro competenze
alla macchina, ma faticava a dialogare con gli altri. Volendo si potrebbe
dire che gli sfuggiva ancora quelloperaio-massa (anche lui, normalmente,
figlio del Sud dal punto di vista geografico e figlio di un contadino da un
punto di vista strettamente biologico) che fu, poi, lanima dellAutunno
Caldo e che agevol quellesperimento di sindacato unitario che va sotto il
nome di Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici. Allepoca, per, su
quelloperaio poco specializzato e in qualche misura un po anarcoide faceva presa la propaganda dei sindacalisti rivoluzionari che, come ha sottolineato Maurizio Antonioli, aveva come punto di riferimento organizzativo
il modello industrialista inglese che si basava sullorganizzazione fabbrica
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per fabbrica e la costante attenzione nei confronti degli strati dequalificati8. Il tutto accompagnato da quelle accuse di corruzione che, come ha
detto Spriano, venivano lanciate contro i vertici della CGdL e della Fiom.
Quello automobilistico era il settore industriale tecnologicamente
pi avanzato e in via di grande espansione. E buona parte di quei primi anni
della segreteria di Bruno Buozzi e della vita sindacale verr condizionato
proprio dallaffermazione di questo mezzo di trasporto che, non a caso, segner la rinascita dellItalia anche dopo la seconda guerra mondiale trainando il boom economico degli anni Sessanta, condizionando in maniera
decisiva da un lato le politiche economiche, industriali e sociali e dallaltro
gli stili di vita. La stessa cosa accadde anche allora e produsse effetti tanto
sul fronte operaio quanto su quello padronale. Torino, che gi era il centro
produttivo pi importante del Paese, con lautomobile accentu questo carattere, diventando meta di un massiccio processo di inurbamento tanto
vero che nel 1911, anno dellEsposizione Universale, la citt aveva una popolazione di 428 mila abitanti e la Fiat spediva allestero gi tremila sue
autovetture. Ma il settore non ruotava solo intorno a quella che dopo la
prima guerra mondiale sarebbe diventata la pi grande fabbrica italiana.
Cerano altre realt, anche abbastanza significative. Tanto significative da
indurre gli imprenditori del settore, gi riuniti nella Lega Industriale, a organizzarsi nel Consorzio Fabbriche dautomobili. Novit non di poco conto
nel panorama delle relazioni industriali perch il nuovo organismo sindacale si basava su criteri di disciplina piuttosto ferrei sintetizzati nellassoluta
fedelt alle decisioni prese a maggioranza e per garantirla veniva richiesto
il deposito di cambiali che sarebbero state riscosse in caso di violazione
della linea adottata.
Come ha raccontato Spriano fu in quel settore che nacquero le prime
grane per Buozzi. Situazioni che si trascinavano da almeno tre anni prima
del suo arrivo alla segreteria e che avevano inciso in misura non irrilevante
sulla rarefazione dei rapporti tra gli operai e la Fiom. Da l, dalle fabbriche
di automobili, partirono intorno al 1911 le prime avvisaglie di un movimento scoordinato, lesatto contrario, cio, del modello di sindacato che
Buozzi aveva in mente (un modello che mise pure per iscritto: Dove lorganizzazione non esiste o debole, il proletariato non riesce neppure a discutere direttamente con gli industriali, e non quindi portato a contatti o
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a transazioni perch deve subire fatalmente tutto ci che gli viene imposto.
Tanto pi, invece, lorganizzazione forte, quanto pi affronta questioni
importanti, e discute e stipula concordati o transazioni, e entra quotidianamente nelle fabbriche e ha rapporti pi continui colle organizzazioni padronali o col governo per discutere di ogni cosa che interessi i suoi
associati). Per giunta su questa via in qualche misura anche incentivato
dalla nuova controparte padronale (il Consorzio) disposta a fare concessioni

LItalia politica degl inizi del Novecento in una tavolozza realizzata con
le cartoline di Scalarini: si riconoscono il radicale, il repubblicano, il moderato,
il socialista, il clericale e la donna senza partito perch... mi ha lasciato

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a condizione di una ferrea pace sociale (niente scioperi improvvisi, tolleranza zero sui ritardi nellentrata in fabbrica, avventiziato di sei mesi e
preavviso di soli tre giorni per i licenziamenti). A pelle di Leopardo alcune
concessioni erano state ottenute nelle varie fabbriche: prima lAquila dove
era stato conquistato lorario unico il sabato, con uscita alle 14 e anche una
tolleranza di una decina di minuti sullingresso. Quindi lItala dove lorario
di lavoro venne ridotto da 60 a 57 ore a parit di salario.
Il Consorzio la tolleranza sugli orari lapprezzava poco (anzi, la voleva stroncare) in compenso, per, era disposto a qualche cedimento sul
fronte del sabato inglese e su quello degli aumenti salariali. Proprio per
mettere un po dordine in questo caos rivendicativo, la Fiom nel dicembre
del 1911 stipul un contratto (allepoca si chiamavano concordati) con cui,
tra laltro la Federazione otteneva il riconoscimento e limpegno dei datori
di lavoro a trattenere direttamente sulle buste-paga la quota. Per la Federazione questultima era una grande conquista perch si inseriva immediatamente nel Modello di sindacato a cui lorganizzazione faceva riferimento,
cio, come ha sottolineato Maurizio Antonioli, il modello tedesco. Per i
dirigenti della Fiom il sindacato dindustria era... strumento di controllo
e nello stesso tempo di elaborazione degli interessi generali... il suo obiettivo non era tanto quello di rappresentare tutti gli operai (anche quelli
estranei ai valori del modello sindacale) quanto quello di trattare per tutti,
di essere lunico veicolo contrattuale e come tale di diventare un elemento
stabile del nuovo sistema di relazioni industriali. Il sindacato di industria
quindi come passaggio decisivo alla contrattazione collettiva9.

3.2 La prima sconfitta a Torino

Lidea che Buozzi aveva del sindacato, daltro canto, era facilmente comprensibile. Tanto per cominciare, una organizzazione forte, che
non si facesse prendere la mano. Diceva: Noi siamo risolutamente contrari alla teoria che lorganizzatore e lorganizzazione debbano sempre seguire la massa, anche se disorganizzata (evidente il riferimento al
sindacalismo che non gradiva: quello dei rivoluzionari, n.d.a.). Tale teoria
rende inutile lorganizzazione. Serve a formare dei ribelli di unora ma non
mai delle coscienze rivoluzionarie. Ad organizzare improvvisamente delle
migliaia di operai, facili da condurre al macello, ma che se ne andranno
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A L L A G U I D A D E I M E TA L L U R G I C I

immediatamente non appena finita lagitazione per la quale si sono associati. La coscienza delle masse si sviluppa e si dimostra con lopera paziente, illuminata e disciplinata, la quale, sola attraverso anche qualche
rinuncia che spesso un segno di forza sa conquistare e conservare
per prepararsi a nuove conquiste10.
La fondatezza di quella valutazione lui stesso la verificher proprio
in quel che accadr dopo quel concordato del 1911 firmato con i produttori
di automobili. La sua idea era quella di un militante sindacale consapevole
e quindi disponibile a pagare quote anche piuttosto salate in cambio di servizi che non riguardavano solo la contrattazione ma che uscivano dai confini
della fabbrica debordando nelluniverso sociale, nel controllo del mercato
del lavoro attraverso il collocamento. Le quote come cartina di tornasole
dellimpegno, della convinta adesione. Un tema che si riproporr nel corso
delle trattative per il Patto di Roma. Lidea che un lavoratore potesse ottenere
gratuitamente benefici che un altro suo compagno aveva costruito sobbarcandosi dei sacrifici, disturbava Buozzi. Lorganizzazione era forte se
aveva delle basi economiche solide e se con quelle basi riusciva a sostenere
lotte che in quegli anni duravano decisamente a lungo. Spiegava ancora Antonioli: Il modello di sindacato di industria a cui la Fiom tendeva muoveva
da altre premesse (rispetto a quelle dei rivoluzionari basato sulla singola
fabbrica). La sua cellula non era la fabbrica ma la sezione territoriale, la
cui tenuta si fondava su nuclei di militanti esperti, coscienti, preparati e
i cui collegamenti con la fabbrica erano assicurati da collettori. La ricomposizione della categoria quindi doveva avvenire attraverso il filtro
dellorganizzazione esterna al luogo di lavoro e procedeva dallalto lungo
le fasce della manodopera qualificata, di quegli operai attorno a cui ruotava
il processo di produzione e che erano in definitiva i cardini dei reparti... Il
sindacato di industria significava soprattutto centralizzazione, superamento
delle barriere professionali ed estensione al maggior numero di categorie
per un controllo pi efficace del mercato del lavoro11.
Quel che intendeva per sindacato, Buozzi lo illustr abbastanza chiaramente in un articolo elaborato solo pochi mesi dopo la sua elezione alla
segreteria della Fiom, davanti a quei dati relativi agli iscritti che parlavano
la lingua di un fallimento in corso (nel 1920 le 27 sezioni del 1909 si moltiplicheranno quasi per dieci diventando 221 e gli organizzati dai settemila
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di partenza saranno diventati 157.402).


Al centro della sua analisi la situazione milanese dove, ancor pi
che a Torino, resisteva la solidariet di mestiere e faceva fatica a nascere
quella di categoria con la conseguenza che seguiva ritmi troppo rallentati
levoluzione dellorganizzazione in un sindacato dindustria (metamorfosi
che si completer solo dopo la prima guerra mondiale). Cominciava larticolo con una presa datto che conciliava lo sconforto: Quarantamila operai nella nostra citt nei diversi rami dellindustria metallurgica e poche
migliaia organizzati12. E Buozzi individuava una delle cause di questa situazione proprio in quellantica solidariet di mestiere che produceva la
frammentazione delle Leghe e non la loro ricomposizione: C una questione di origine locale, ed il sistema anti-unitario dellorganizzazione
milanese. Ma cerano ragioni pi profonde, in particolare la tendenza a
essere soddisfatti per le conquiste immediate senza pensare troppo al futuro
che pu anche essere contrassegnato da momenti negativi, insomma una
sorta di carpe diem in versione sindacale che impediva di valutare con oggettivit i vantaggi dellorganizzazione, dellessere organizzati, perch oggi
si vince ma domani si pu anche perdere e insieme si possono limitare i
danni. Diceva: Il sorgere dellindustria automobilistica una cuccagna
che non dur pi di un giorno forse perch non compresa dagli operai
non ha certamente contribuito allo sviluppo della organizzazione. Ha fatto
aumentare sensibilmente i salari degli operai, senza sforzo da parte di questi che, inebriati dai piccoli ed effimeri successi, proclamarono la inutilit
dellorganizzazione, senza capire che, mai come quando le prime conquiste
siano state conseguite, lorganizzazione stessa necessaria e che alle volte
pi difficile la difesa delloffesa, poich, se facile agire quando c tutto
da guadagnare, ci vuole maggiore senno e forza a conservare il fuoco conquistato per avanzare poi di nuovo. Ora la cuccagna finita: le fabbriche
dautomobili che non hanno fallito hanno decimato il personale13.
In realt la cuccagna non era affatto finita e Buozzi sottovalutava
leffetto che la prima guerra mondiale (ma in quel momento si avvertivano
i rumori di tanti piccoli conflitti ma non il suono minaccioso della deflagrazione globale), linsegnamento, per, continua ad avere una sua innegabile attualit, soprattutto in una fase di crisi come quella dei nostri tempi
con un sindacato stretto nella morsa di una serie di indicatori economici
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che lasciano pochi spazi allottimismo, almeno a quello pi sfrenato. Il segretario della Fiom sottolineava: Oggi i nostri soci non sono convenientemente tutelati, il lavoro di propaganda fiacco e inadeguato e quello di
amministrazione farraginoso e costoso. Lunione eliminerebbe gran parte
degli inconvenienti odierni e i soci, avendo pi diretta la visione dei frutti
dei loro sacrifici, non abbandonerebbero, come fanno cos spesso ora, la organizzazione dopo pochi mesi di iscrizione. Continuava: Il proletariato
metallurgico milanese ha una educazione anarchico-borghese che ha bisogno
di essere combattuta e rifatta. ribelle ma non rivoluzionario; protesta sempre e sempre si sottomette; individualista, di quellindividualismo scettico
tanto caro al Corriere della Sera ed , pi che nemico, ignaro di ci che
sia o debba essere il sentimento vero della forza collettiva e dellorganizzazione; vorrebbe essere e fare e non sa come muoversi... Lurlo, linvettiva, la
protesta, per quanto sacrosante, cadono nel vuoto se non sono materiate e
sostenute da una vigile coscienza di classe che sappia prevenire i fatti ed opporre una forza disciplinata e coraggiosa14. Un giudizio severo sul proletariato milanese, su una coscienza ancora troppo timida e mutevole.
Daltro canto, se oggi il problema sono i populisti, allepoca la medesima funzione veniva svolta dai sindacalisti-rivoluzionari, molti dei quali,
poi, conclusero il loro percorso politico tra le braccia di Mussolini, a cominciare da quellEdmondo Rossoni che sar il capo, almeno inizialmente,
del sindacato fascista. Filtrate attraverso intellettuali italiani come Arturo
Labriola (che poi far il ministro del lavoro con Giolitti durante loccupazione delle fabbriche), facevano breccia le riflessioni sulla violenza di
Georges Sorel: Il socialismo tende sempre pi a configurarsi come una
teoria del sindacalismo rivoluzionario o meglio come una filosofia della
storia moderna nella misura in cui questultima subisca il fascino del sindacalismo. Risulta da questi dati incontestabili che, per ragionare seriamente del socialismo, bisogna prima di tutto preoccuparsi di definire
lazione che compete alla violenza nei rapporti sociali di oggi. Lo sciopero generale come uno stato danimo epico che tende tutte le forze dellAnima verso condizioni che permettano di realizzare unofficina che
funzioni liberamente e che sia prodigiosamente progressiva. Diventava
pallida cosa la proposta di una azione giorno per giorno, continua e progressiva a fronte della promessa della Palingenesi. In pi, su questo crinale
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critico si inserivano anche le rese dei conti interne al Psi, i cambi di maggioranza al vertice, laggressivit dialettica di Mussolini allepoca attestato
su posizioni massimaliste.
Alla fine la prima grande sconfitta a Buozzi la regaleranno non
gli anarco-individualisti milanesi, ma il proletariato torinese, addirittura
quello fortemente specializzato delle fabbriche automobilistiche. Il fatto
che Buozzi non era riuscito a consolidare il lavoro di riorganizzazione. Dal
momento dellinsediamento aveva sostenuto cinquantuno agitazioni e viaggiato in lungo e in largo (duecentodue giornate a contatto diretto con i lavoratori, ha raccontato Castagno). Uno sforzo propagandistico arricchito
dal lavoro dei membri del Comitato Centrale che nelle diverse sezioni per
riorganizzarle avevano trascorso trecentoventidue giorni in trasferta. Un
impegno massacrante che, per, non imped al segretario della Fiom di sposare, il 15 febbraio del 1912, la sua Rina (due anni dopo sarebbe nata la
prima figlia, Ornella, nel 1918 la seconda, Iole) e di metter su casa a Torino,
in Corso Regina Margherita. Il matrimonio coincise con i giorni pi turbolenti della sua nuova esperienza di leader. Lo scontro con i datori di lavoro
fu durissimo, ma ancora pi feroce fu quello con i sindacalisti rivoluzionari.
E la Fiom si ritrov al centro di un fuoco concentrico tra chi voleva mettere
le cose a posto (i padroni) e chi voleva lucrare vantaggi lavorando ai fianchi la Federazione. Persero tutti, alla fine. Tranne gli industriali dellautomobile che con la sinistra si ripresero quel che avevano elargito (e non certo
senza contropartite) con la destra.
Perch il concordato a cui prima abbiamo accennato, firmato nel
dicembre del 1911, venne messo di fatto in fuorigioco dai lavoratori, vittima
del clima di sfiducia che circondava in quel momento la Fiom. Inutilmente
tra la fine di dicembre del 1911 e gli inizi di gennaio del 1912, mentre preparava le carte per sposare Rina, Bruno Buozzi and in piazza per provare
a convincere i lavoratori. Pi forte delle sue argomentazioni, risult essere
la propaganda dei sindacalisti rivoluzionari che trovava terreno fertile proprio su quei sentimenti di delusione che accompagnavano loperato della
Fiom e che furono espressi in uno striscione che accompagn una delle manifestazioni (la pi massiccia) di quella vertenza lunga sessantacinque
giorni. Diceva: Cittadini, siamo stati traditi dalla Federazione Metallurgica. Difficile, per, parlare di tradimento a fronte di una riduzione del94

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lorario di lavoro (da 60 a 57 ore), alladozione del sabato inglese (seppur


con un pagamento ridotto delle ore di straordinario) e allaumento del tre
per cento della paga-oraria.
La propaganda rivoluzionaria si incentr su un punto. Lo ha spiegato Castagno: Laumento della paga oraria non compensa completamente la riduzione dellorario. Vi una perdita nominale di guadagno del
due per cento15. Ma al di l delle motivazioni apparenti, la vicenda si presta a un uso strumentale da parte di numerosi protagonisti e comprimari. I
rivoluzionari, ad esempio: potevano mettere in pratica le loro teorie sullo
sciopero come strumento della rivoluzione (come peraltro teorizzato da
Sorel). Poi cerano gli industriali riuniti nella Lega (i non automobilisti)
preoccupati dal fatto di ritrovarsi tra i piedi una rivendicazione indigesta:
il sabato inglese. I cattolici che dopo essere rientrati da protagonisti nella
politica italiana grazie a Giolitti e al Patto Gentiloni, volevano conquistare
anche spazi sindacali con la loro Lega del Lavoro, entit dalle dimensioni
non irrilevanti visto che organizzava nel 1911 sessantasettemila operai e
trentasettemila contadini. Non a caso, la sconfitta della Fiom fu poi commentata dal giornale cattolico Il Momento con un duro attacco ai vertici
federali: Gioiscano i Colombino (il segretario torinese, n.d.a.) e i Buozzi
della rientrata della massa alle officine, gioiscano pure i 6000 operai che
dopo due mesi di sciopero si trovano costretti a cedere di fronte al capitalismo alleato al socialismo ufficiale. Ma cera anche dellaltro. Lo ha spiegato Spriano: Lopposizione loro non , del resto, solo sindacale, bens
politica, poich si fa strada gi in molti sindacalisti-rivoluzionari lesaltazione nazionalista. La crisi libica del sindacalismo un po come la crisi
libica della borghesia e pi si manifesta negli intellettuali sindacalisti, in
quel gruppo (Labriola16, Orano, Panunzio, Momigliano) che maggiormente
aveva teorizzato un revisionismo aggressivo del marxismo... I sindacalisti
rivoluzionari sostengono ancora che nellinteresse del proletariato di
avere una borghesia espansionistica, conquistatrice di mercati, aspirante
a una sempre maggiore perfezione tecnica e organizzatrice, libera, insomma, nel suo pieno sviluppo economico. Llite proletaria suppone llite
borghese17.
Il 17 gennaio 1912 gli operai contrari allaccordo si riunirono in un
teatro e proclamarono lo sciopero a tempo indeterminato. Le fabbriche si
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svuotarono. Arrivarono a Torino, ad agitare la piazza, personaggi pittoreschi


di sindacalisti-rivoluzionari. Uno lo ha descritto Castagno: Ricordano ancora, i vecchi compagni di Torino, limprovviso arrivo del sindacalista Fulvio Zocchi ed il suo discorso al Teatro Torinese: Compagni metallurgici
torinesi, io arrivo fresco fresco da Bologna; non so nulla di voi, non conosco
i motivi della vostra lotta e dei contrasti con la Federazione Metallurgica
in merito al memoriale e alle trattative con gli industriali. Ma so che voi
avete ragione, perch i dirigenti della Fiom sono tutti venduti e traditori.
Lottare contro di loro lottare contro gli industriali. Respingete dunque il
loro lurido contratto e abbandonateli, abbandonando anche le officine. A
fine vertenza e a disastro acquisito, Zocchi scompar dalla scena, inseguito
dalleco dellanatema pronunciato da Buozzi nel corso di un comizio svoltosi alla Camera del Lavoro l8 febbraio del 1912: Il sindacalismo cosa
ben migliore di quello di occasione che si fa oggi a Torino, che esalta i disorganizzati e chiama pecore quegli operai che da anni lavorano nelle proprie leghe. Nel mezzo sessantacinque giorni in cui un compromesso forse
non esaltante venne trasformato in carta straccia e buttato nel cestino dagli
imprenditori del Consorzio che a fine gennaio proclamarono la serrata, dichiararono nulli gli accordi e annunciarono che i lavoratori che non si fossero
presentati al lavoro sarebbero stati considerati dimissionari.
Da quel momento in poi, fu una valanga. Nonostante alcuni approcci per rimettere insieme, tra Fiom e sindacalisti rivoluzionari, qualche
coccio (tentativi falliti per lintransigenza di Zocchi). Gli imprenditori prolungarono la serrata sino a tutto marzo facendo balenare anche lidea di
una tregua come quando, l11 di quel mese, comunicarono ai lavoratori che
chi voleva, poteva tornare. Furono sufficienti dieci giorni per ripopolare i
capannoni e per dichiarare ufficialmente chiusa la vertenza. Forse, a questa
storia si potrebbe applicare una valutazione compiuta settantanni dopo da
un altro segretario metalmeccanico, Enzo Mattina, fresco reduce dalla sconfitta nella vertenza durata appena trentacinque giorni, quella della visita
di Berlinguer ai cancelli della Fiat, dellipotesi (rimasta a mezzaria) di una
occupazione della fabbrica sul modello di quella che guid Bruno Buozzi.
Scriveva Mattina a proposito del mancato mutamento di strategia che
avrebbe potuto favorire un altro epilogo della vertenza: Il rifiuto a rivedere
le modalit della lotta non nacque dal caso e tanto meno da una costante
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di quella tensione di massa cos avvertibile nei primi giorni dello scontro.
Accadde piuttosto che sul radicalismo sociale cos intrinseco alla connotazione culturale dei lavoratori Fiat si innestasse il particolare radicalismo
che ritroviamo cos frequentemente nella storia del movimento operaio torinese18. Cambiando nomi ed epoche storiche, il risultato non cambia. Il
conto pagato dai lavoratori fu altissimo: due milioni di salari perduti. Mesi
dopo, Zocchi e compagni provarono a riaprire i giochi in fabbrica presentando il 15 settembre del 1912 agli imprenditori un memoriale (cio una
piattaforma rivendicativa) con il quale intendevano recuperare i diritti perduti e il cuore dei lavoratori. La risposta fu negativa anche perch gli imprenditori torinesi consideravano quel sindacato poco rappresentativo (un
migliaio di iscritti) e perch non accettava il principio dei contratti a scadenza fissa, accettazione che aveva come corollario la rinunzia allo sciopero
nel periodo di vigenza dellaccordo. Ci non toglie che in poco tempo
venne organizzata la rivincita.

3.3 Dalla riorganizzazione alla rivincita

Laria era cambiata avendo Bruno Buozzi consolidato la riorganizzazione della Fiom. La cocente delusione dei sessantacinque giorni,
aveva dato modo al segretario di riproporre con un certo successo la logica
riformista delle conquiste graduali, del passo dopo passo, delle vertenze
organizzate e, soprattutto, basate su dati di fatto, su studi e analisi approfonditi e non su un tumulto emotivo, confuso e passeggero. I metodi utilizzati per governare la nuova vertenza che fu preparata con pazienza e
attenzione certosina, ebbero profili decisamente moderni. Tanto per cominciare, le richieste furono definite grazie a una consultazione massiccia della
base (si svolse pi o meno da ottobre agli inizi di febbraio) e vennero soppesate con studi che furono utilizzati per sgretolare il muro dei datori di
lavoro, per dimostrare che gli aumenti di costi erano perfettamente compatibili con gli aumenti di produttivit passati e futuri. Quindi, venne costruita una vera e propria commissione contratto: una decina di aziende
(Itala, Spa, Frejus, Fiat-Brevetti, Fiat-Ansaldi, Lancia, Scat, Rapid) nominarono tre rappresentanti a testa, in tutto un parlamentino di quasi una
trentina di persone, una scelta che fece compiere un enorme balzo in avanti
alla democrazia sindacale. A tutto questo Buozzi arriv dopo aver rimesso
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

a posto i cocci della precedente (e sciagurata) vertenza, dopo aver restituito


nel dialogo con i lavoratori credibilit alla Fiom che, in effetti raddoppi a
Torino i soci (da mille a duemila); la partecipazione venne tenuta alta con
le assemblee; linformazione fu garantita dalla nascita di un quindicinale,
La Squilla. La vertenza part con un lungo elenco di richieste (anche perch bisognava recuperare ci che era stato perduto nei sessantacinque
giorni). Il memoriale (non si chiamavano ancora piattaforme rivendicative ma il senso era lo stesso) prevedeva la riduzione dellorario (da 60 a
54 ore) accompagnato dallaumento del salario e dalla risistemazione dei
cottimi; il sabato inglese (perduto nella vertenza precedente), il riconoscimento delle commissioni interne e della Fiom come organizzazione di rappresentanza operaia, una nuova definizione degli straordinari, regolamenti
di fabbrica meno vessatori con la previsione di una piccola tolleranza allingresso sul posto di lavoro. Spriano ha cos spiegato il successo di questa
nuova vertenza (durata, comunque, novantatr giorni), appena un anno
dopo il traumatico epilogo di quella precedente: Nei fatti, cosa si verifica
tra luna e laltra data...? Una tendenza centripeta di tutto il movimento
operaio, una spinta unitaria. Lanno politicamente contrassegnato dal
successo congressuale della sinistra e sindacalmente da due fattori convergenti: una ripresa della Fiom, sotto la direzione di Bruno Buozzi, che si
rivela presto un esperto dirigente, e una volont di riscossa delle maestranze, che non si rassegnano a lavorare alle condizioni imposte dal diktat
del consorzio del marzo 191219. E che la Fiom fosse in ripresa, lo dimostravano i numeri relativi agli iscritti che nel 1913 erano 10.636 contro i
9.307 dellanno precedente e gli ottomila del 1911.
Nel frattempo, il segretario della Fiom annunciavava nei comizi la
riscossa: Se i dissidenti vorranno ritornare alle officine, come ventanni
or sono saremo ancora noi federati a salvare la situazione e le conquiste
del passato, sancite da quei contratti collettivi che sono aspirazione degli
operai di tutto il mondo20. Lannuncio della nuova battaglia lo diede La
Squilla il 15 marzo 1913; il 18 circol in fabbrica un volantino in cui si
invitavano i lavoratori a disertare in massa domattina le fabbriche.
Lazione riguardava quelle automobilistiche, in tutto poco meno di settemila
operai: tutti restarono fuori e trasformarono il Parco Michelotti nella loro
Agor. Ecco il racconto di Castagno: Era un luogo ideale per le lunghe
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soste degli scioperanti che vi consumavano la scarsa refezione e vi si trattenevano. Nei primi giorni un tavolo preso a prestito da una vicina osteria
fu la tribuna degli oratori; poi alcuni compagni intraprendenti trovarono
delle tavole e costruirono un piccolo palco stabile a ridosso di un gruppo
di grandi platani... Tutti noi, compagni giovani e anziani del Sindacato,
passammo pi o meno felicemente su quella tribuna; ma il pi atteso e gradito era ogni giorno il discorso di Buozzi. In quei pochi anni di direzione
sindacale, di esperienza di lotte, di studio dei problemi generali e specifici,
egli era diventato un maestro e approfittava di quegli incontri quotidiani
per formare la coscienza dei compagni, ampliando il campo delle loro conoscenze21. Quelle giornate al Parco Michelotti le ricord pure in una conferenza alluniversit nel 1949, il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, quasi
con tenerezza: Nel 1912, nel 1913, a certe ore del mattino, quando abbandonavamo laula e dal cortile uscivamo nei portici avviandoci verso il
Po, incontravamo frotte di uomini diversi da noi, che pure seguivano quella
strada. Tutta una folla si dirigeva verso il fiume e i parchi sulle rive, dove
in quei tempi venivano confinati i comizi dei lavoratori in sciopero.
Gli imprenditori dellautomobile minacciarono il licenziamento in
massa di tutti gli scioperanti ma al contrario della vertenza precedente, questa volta i metalmeccanici riuscirono a raccogliere la solidariet del Psi (che
era stato, invece, titubante nei sessantacinque giorni) e persino contiguit
abbastanza impreviste. Perch, alla fine, nella conclusione positiva della
vertenza pes anche latteggiamento de La Stampa, imprevedibilmente
favorevole agli operai, una imprevedibilit solo apparente visto che il direttore, Alfredo Frassati, era politicamente vicino a Giovanni Giolitti che,
a sua volta, nella fase conclusiva della vicenda apr la strada allaccordo
con un durissimo attacco a Louis Maurice Bonnefon Craponne, presidente
della Lega Industriale che aveva proclamato la serrata di tutte le industrie
torinesi (che nella vertenza non erano coinvolte) con lobiettivo di tagliare
i viveri agli scioperanti che colmavano la mancanza di salario con le sottoscrizioni dei colleghi che al lavoro continuavano ad andare. Lannuncio
delliniziativa era stato dato il 20 maggio (la serrata doveva cominciare il
26); lo stesso giorno Buozzi commentava: Latto degli industriali fa troppo
bene il nostro gioco, ci favorisce troppo davanti allopinione pubblica, perch
noi non vogliamo guastarlo con un movimento inconsulto? Accettiamo la
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

serrata come una nuova provocazione che insieme prova di debolezza22.


Questa volta erano gli imprenditori che facevano la parte degli estremisti, che finivano per interpretare il copione che nei sessantacinque
giorni era stato dei sindacalisti-rivoluzionari e, in particolare, del loro portavoce, Zocchi, arrivato da Bologna. Nervi saldi, insomma, tanto vero
che pochi giorni dopo quella dichiarazione, al Parco Michelotti Buozzi ribad: Lo sciopero generale lo faremo quando vorremo noi. Lattacco di
Giolitti (che aveva invitato il francese naturalizzato italiano a tornare nel
suo paese), lannuncio del prefetto che le fabbriche chiuse in virt dalla
serrata non avrebbero potuto contare sulla protezione della forza pubblica,
le critiche acide di Frassati, indussero Craponne alle dimissioni. Le fabbriche rimasero aperte, la lotta continu ma alla fine laccordo fu chiuso: sabato inglese, riconoscimento della Fiom e delle rappresentanze operaie in
fabbrica, riduzione dellorario di lavoro a parit di salario (unora nel 1913,
due nel 1914 e tre nel 1915), due centesimi in pi sulla paga oraria. Gli
operai tornarono al lavoro il 23 giugno, un luned.

Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pag. 20
Relazione di Bruno Buozzi al congresso della Fiom, 13-16 novembre 1910, in Aldo Forbice (a cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943)
Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 29
3
Ivi
4
Ivi
5
Paolo Spriano: Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci Einaudi
1972, pag. 209
6
Fernando Santi: prefazione al libro di Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume edizione Avanti! 1955, pag 7-8
7
Relazione di Bruno Buozzi al congresso di Firenze 13-16 novembre 1910; in Aldo Forbice
(a cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 14
8
Maurizio Antonioli: La Fiom tra sindacato di mestiere e sindacato di industria in
Bruno Buozzi e lorganizzazione sindacale in Italia a cura del Centro Ricerche e Studi
sindacali-Fiom Milano e della Fondazione Giacomo Brodolini Milano, Editrice Sindacale
Italiana 1982, pag. 27
2

100

A L L A G U I D A D E I M E TA L L U R G I C I
9

Ibidem pagg. 28-9


Aldo Forbice: La forza tranquilla. Bruno Buozzi, il sindacalista riformista, Franco
Angeli 1984, pag. 22
11
Maurizio Antonioli, Ivi
12
Bruno Buozzi: Lorganizzazione dei metallurgici a Milano in Il metallurgico 20
febbraio 1910. In Aldo Forbice (a cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti
e discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 21
10

13

Ibidem pag 22
Ibidem pag. 23
15
Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pag. 28
16
Arturo
17
Paolo Spriano: Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci Einaudi
1972, pagg. 214-5
18
Giorgio Benvenuto Antonio Maglie: Il divorzio di San Valentino. Cos la scala mobile
divise lItalia Fondazione Bruno Buozzi 2013, pag 120
19
Paolo Spriano, op. cit, pag 224
20
Aldo Forbice: La forza tranquilla, op. cit., Comizio di Bruno Buozzi alla Camera del
Lavoro da un resoconto de La Stampa del 9 febbraio 1913, pag.28
21
Gino Castagno, op. cit., pag 32
22
Aldo Forbice: La forza tranquilla, op. cit., pag. 29
14

101

Ma quando tuona il cannone e lora di avvenimenti


rivoluzionari pu essere vicina, noi
abbiamo il dovere di dimostrarci rivoluzionari

Verso la guerra

1914: il rumore della guerra gi assordante


La CGdL riunisce a Milano il suo consiglio nazionale
Bruno Buozzi riconoscibile al centro della foto

Anche in questa guerra, come in tutte quelle del passato, il proletariato versa il proprio sangue prezioso unicamente forse nellinteresse
della borghesia: e quindi quello italiano ha il dovere di lottare con ogni
mezzo perch lItalia non partecipi alla grande carneficina. La mattina del
19 settembre del 1914, i lettori de Il Metallurgico ritrovarono queste
chiare e inequivocabili parole in un articolo che non lasciava adito a dubbi.
La firma era quella del loro leader, il segretario della Fiom, Bruno Buozzi.
Erano giorni veramente bui e tempestosi. Il diciannovenne nazionalista
serbo, Gavrilo Princip, quasi esattamente tre mesi prima, il 28 giugno, a
Sarajevo aveva abbattuto larciduca Francesco Ferdinando e lAustria, per
tutta risposta, un mese dopo, il 28 luglio, aveva dichiarato guerra alla Serbia. Ma era stata solo la scintilla perch il fuoco che ne deriv era stato,
nelle settimane, nei mesi e negli anni precedenti, adeguatamente alimentato
da altre e pi profonde motivazioni, per quanto un assassinio potesse essere
per qualcuno una ragione non completamente campata in aria (per, sicuramente debole per la carneficina che produsse). In realt lAustria non vedeva lora di lanciarsi in una avventura bellica per provare a puntellare un
impero destinato a un irreversibile declino. E in questo intendimento era
sostenuta dallalleato tedesco animato da uno straordinario spirito di potenza che a partire dal 1870 sino alla seconda guerra mondiale ha periodicamente precipitato lEuropa nella tragedia, sino alla terribile e non
rimarginabile ferita dellOlocausto.
Lo sottolineava in quellarticolo Bruno Buozzi, descrivendo lo sviluppo produttivo, in larga parte drogato, di un paese che aveva deciso di
contendere allInghilterra il primato industriale e che dal primato industriale
voleva passare a quello politico, su tutta lEuropa. Una lunga citazione di
quellarticolo serve a comprendere il clima e le ragioni dellepoca. Scriveva
105

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Buozzi: La Germania non un mistero per nessuno studioso per quanto


modesto non si trovava neppure in buone condizioni, in causa della politica pazzesca pazzesca sotto tutti gli aspetti fatta in questultimo quarantennio. La vittoria riportata sulla Francia nella guerra 1870-71, fece,
come suol dire, andar di volta il cervello ai tedeschi. Lo smodato orgoglio
della razza prussiana crebbe pi che mai dopo e divenne come limpero germanico appena costituitosi. La grande Germania, dimostratasi effettivamente formidabile sui campi di battaglia, credette di poter diventare la
dominatrice su tutti i campi e si diede ad una politica ripetiamo pazzesca,
allo scopo si sopraffare le altre nazioni particolarmente nel campo industriale. In virt di un protezionismo sbalorditivo, accoppiato da lauti premi
di esportazione, riusc a dare effettivamente un impulso meraviglioso al proprio industrialismo, tanto da renderlo capace di una produzione di molto
superiore al consumo interno. Con una sapiente organizzazione bancaria,
validamente aiutata dai 5 miliardi di indennit avuti dalla Francia, riusc a
lanciare nel mondo i suoi prodotti, a conquistare mercati ed a rendersi la
pi terribile concorrente della Inghilterra. (Lesportazione della Germania
raggiunse nel 1912 la somma di L. 10 miliardi e 825 milioni, contro i 12
miliardi e 184 milioni dellInghilterra). Ma mentre il grande commercio inglese dovuto alla forza intrinseca delle proprie industrie ( noto che in
Inghilterra non ci sono n dazi protettivi, n premi di esportazione) quello
della Germania, invece per le ragioni sopra dette, era artificioso, in quanto
dovuto allenorme protezionismo. Gli industriali tedeschi applicano su larga
scala la teoria del dumping, e cio di vendere allestero a prezzi inferiori
che allinterno. (La teoria del dumping pi facilmente applicabile alle
industrie che producono merci a costi decrescenti, cio a quelle come la
siderurgia dove pi la produzione aumenta meno costa. noto difatti che
gli industriali siderurgici tedeschi, fortemente sindacati, oltrech protetti,
fino allanno scorso vendettero le travi di ferro ed i ferri profilati in Italia a
L. 93 la tonnellata e in Svizzera, in Inghilterra ed Olanda a L. 130; mentre
la stessa merce veniva venduta in Germania a L. 164 la tonnellata).
Viene spontanea, a questo punto, una parentesi. La costruzione europea, pur parziale e difettosa, pur edificata partendo dal tetto (la moneta)
e non dalle fondamenta (la struttura politica), ha comunque garantito al pi
litigioso dei continenti, un settantennio di pace. La crisi esplosa nel 2007,
106

VERSO LA GUERRA

deflagrata in maniera rumorosa nel 2008 con il fallimento della Lehman


Brothers, prodotta dai mutui subprime ma poi trasferitasi sul versante dei
debiti sovrani, ha finito per riaprire un dibattito (spesso, molto spesso alimentato in maniera populistica e scarsamente informata) su un rinnovato
spirito di potenza della Germania riunificata dopo il Muro di Berlino. Insomma, presso settori della pubblica opinione, anche italiana, passata
lidea di un conflitto combattuto con altri mezzi: Angela Merkel come Guglielmo II (era limperatore che entr in guerra accanto allAustria) o, peggio ancora, come Hitler. La realt , ovviamente, piuttosto diversa. Il
dumping a cui faceva riferimento Buozzi oggi di tipo nuovo, non riguarda
il prezzo delle merci ma delle prestazioni di lavoro, riguarda le regole che
sovrintendono alloccupazione, le garanzie (anche sindacali). Perch se
vero come ha scritto leconomista keynesiano Hyman P. Minsky che allo
scopo di comprendere la nostra economia necessario rivolgere uno
sguardo critico, al di fuori di ogni insulsaggine, al sistema bancario. una
forza dirompente che tende a indurre e amplificare linstabilit, sebbene
sia un fattore essenziale ove si voglia che linvestimento e la crescita siano
finanziati, anche vero che una tonnellata di tondino costa allo stesso
modo pi o meno in tutta Europa. La differenza nella manodopera: costruire palloni da calcio in Pakistan costa molto meno che in Italia visto
che da quelle parti i diritti dei lavoratori non trovano particolari riconoscimenti e tutele; recenti disastri hanno dimostrato lo stato di sostanziale schiavit in cui molti operai vivono e operano (anche in Italia, semmai alle
dipendenze di imprenditori cinesi). Se oggi viene (o si presume che
venga) replicata una politica di potenza da parte tedesca, essa va inevitabilmente a innestarsi su altre fondamenta, certo non su quelle analizzate
con lucidit agli inizi del secolo scorso da Buozzi.
La questione non di poco conto perch, per fortuna non in una
condizione drammatica come quella del 1914, gli europei sono di nuovo di
fronte a scelte che incideranno in maniera decisiva sul loro futuro, forse
addirittura sulla loro sopravvivenza come grande entit culturale, prima ancora che economica, finanziaria, politica. Lo ha detto il filosofo Andr
Gluksmann : Le nostre antiche nazioni del Vecchio continente devono decidere se sopravvivere insieme o scomparire separatamente. Da questo
punto di vista risulta piuttosto ridicolo richiamare Guglielmo II o Hitler per
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

provare a spiegare le scelte della Merkel. Altre tempi, altre situazioni.


Quella attuale figlia pi delle nostre paure che delle pulsioni prussiane.
Paure nate, come ha sottolineato il germanista Angelo Bolaffi, con la caduta
del Muro di Berlino, con lunificazione del Paese che ha rinverdito lattualit del dilemma proposto da Thomas Mann: Una Germania europea o una
Europa tedesca? Lo ha sottolineato Bolaffi citando lo storico Heinrich August Winkler: La Germania da parte sua accett di rinunziare allamatissima deutsche Mark (il termine in tedesco femminile) perch non aveva
alternative: tale rinuncia stato il prezzo che il governo federale ha dovuto pagare per lapprovazione di Parigi allUnione tedesca1. In sostanza,
per garantirsi dalla rinascente politica di potenza tedesca, la Francia aveva
chiesto (e ottenuto) la rinuncia da parte della Germania a una parte della
sua sovranit monetaria. Conclusione: come si suol dire, chi causa dei
suoi mal pianga se stesso, la Germania ha fatto il suo gioco, ha accettato le
conseguenze e se ha giocato meglio degli altri (Italia compresa) ora non
possiamo consolarci invocando fantasmi antichi e decisamente lontani dalla
realt o imprecare contro il destino cinico e baro.
Quando Buozzi scriveva per ribadire la posizione dei socialisti e
della Fiom a sostegno della neutralit, lItalia dantescamente era tra color
che son sospesi: non in guerra ma strattonata di qui e di l, indecisa sul da
farsi anche perch lopinione pubblica era contraria a quella che poi divenne
una grande mattanza, nove milioni di vittime, e nel sanguinoso segnale di
una sorta di mutazione genetica dei conflitti armati (sar perfezionata,
poi, nella seconda guerra mondiale) che non coinvolgevano pi solo gli uomini in divisa ma anche (anzi soprattutto) i civili, la vita quotidiana trasformata in un campo di battaglia ben oltre i confini dolenti e fangosi delle
trincee. Contro la guerra era anche il parlamento italiano. Non molti giorni
prima del dibattito parlamentare che ratific quello che il Re, Vittorio Emanuele III, e il capo di un governo dimissionario, Antonio Salandra, avevano
gi deciso coprendosi a vicenda, Leonida Bissolati (che al conflitto non era
contrario) calcol che la stragrande maggioranza era contro la guerra e che
i favorevoli arrivavano a stento a una sessantina. Ma dato che lo scilipotismo una malattia infantile della politica italiana un po come lestremismo nella vulgata di Lenin, quando si tratt di decidere, i voti a favore
della guerra furono 407 e quelli contro 74.
108

VERSO LA GUERRA

La realt che i pi accorti politici avrebbero preferito restare ai


margini di questa dolorosa avventura. E della schiera faceva sicuramente
parte Giovanni Giolitti che, per quanto definito da Gaetano Salvemini il
ministro della malavita (definizione che, peraltro, il leader piemontese
si preoccup di confermare nel corso delle elezioni che si svolsero il 26
ottobre, primo turno, e il 1 novembre 1913, con frodi, imbrogli e violenze), sapeva bene che il Paese non era nelle condizioni di poter sostenere
lo sforzo bellico. Giolitti disistimava profondamente i generali, li considerava sostanzialmente degli inetti e sapeva che dal punto di vista dellarmamento il nostro esercito era decisamente lontano dalle necessit di un
conflitto di quelle proporzioni. Pensava che il Paese avrebbe tratto vantaggio maggiore dalla neutralit perch lavrebbe potuta giocare al tavolo
dei vincitori, indipendentemente da chi a quel tavolo in quella veste si
fosse seduto. Il fatto che il giolittismo, nonostante laffermazione elettorale figlia dellaccordo con il presidente dellUnione Elettorale Cattolica
Italiana, Vincenzo Ottorino Gentiloni (come ha scritto Gramsci spiegando
il cambio di alleanze del leader: Giolitti muta spalla al suo fucile; allalleanza tra borghesi e operai sostituisce lalleanza tra borghesi e cattolici,
che rappresentano le masse contadine dellItalia settentrionale e centrale2), era ormai in crisi. Perso per strada un pezzo della sua maggioranza
(i radicali), in difficolt con gli stessi cattolici che pure aveva riportato al
centro della vita politica italiana in una delle sue consuete capriole trasformistiche, era stato obbligato alle dimissioni. Aveva programmato un temporaneo allontanamento dal governo per organizzare (come altre volte
aveva fatto) un rientro. Le cose, per, non andarono come aveva previsto:
Salandra si rivel osso pi duro, conquistando il cuore di Vittorio Emanule III. Ma che non volesse trascinare lItalia sul campo di battaglia era
risultato chiaro quando, ancora al potere, aveva rifiutato nuovi finanziamenti alle forze armate e s che i venti di guerra (di provenienza soprattutto
austriaca) spiravano dal luglio del 1913 e lui ne era perfettamente a conoscenza. Quel clima, percepito dalla gente, provocava inquietudini, tensioni.
E in queste tensioni finivano per confluire le motivazioni pi diverse. A
giugno esplose in Emilia e Romagna uninsurrezione contadina non organizzata. A promuoverla provvidero i braccianti che chiedevano migliori
condizioni economiche ai mezzadri e ai proprietari i quali risposero orga109

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

nizzando squadre di crumiri. Il 7 giugno, poi, ad Ancona una manifestazione contro la coscrizione obbligatoria a cui aveva partecipato Enrico
Malatesta fin nel sangue (tre morti e una quindicina di feriti). Per protesta
l8 giugno i metallurgici proclamarono lo sciopero generale in tutta Italia
ma a Torino gli operai fermarono il lavoro prima ancora di conoscere le
decisioni dei vertici sindacali e uscirono dalle fabbriche bloccando lattivit produttiva di tutta la citt. Il 9 giugno un corteo di cinquantamila persone attravers la citt concentrandosi davanti alla Camera del Lavoro
dove parl Buozzi. Ma rabbia e tensione (alimentata anche dalla riemersione di sindacalisti rivoluzionari e anarchici) erano cos alte che la la
folla invece di disperdersi rest in strada. Cominciarono gli scontri che
nel pomeriggio diventarono violentissimi: a Piazza Castello la polizia
spar e sulla strada restarono due corpi senza vita. La vicenda passata
alla storia come la settimana rossa. Pietro Nenni che ebbe una parte non
trascurabile lha raccontata cos: In questo memorabile 1914, il 7 giugno,
ad Ancona, alla conclusione di una manifestazione antimilitarista, la polizia per disperdere un corteo operaio spar sulla folla. Due manifestanti
furono uccisi. Lindignazione popolare prese allora la forma di una vera
insurrezione. Lo sciopero generale fu proclamato da un estremo allaltro
dellItalia. I ferrovieri si aggregarono allo sciopero che dur sette giorni
e prese il nome di settimana rossa... Ma per la mancanza di direzione
centrale e di collegamento, il movimento fall e la sera del quinto giorno
di sciopero la Confederazione generale diede lordine di riprendere il lavoro3. Buozzi, dopo le pistolettate di Torino, si era molto adoperato in
quella direzione anche perch avvertiva che la situazione aveva preso una
china ingestibile e, quindi, pericolosa.

4.1 Lanatema contro lo spontaneismo

Nenni, evidentemente la pensava in maniera diversa e il suo racconto, peraltro, elaborato diverso tempo dopo i fatti, , nellumore che lascia trasparire, molto diverso dal commento che, invece, a caldo Claudio
Treves elabor per la Critica Sociale. Larticolo, come molti altri, era firmato Il vice ed era una presa di posizione durissima contro lo spontaneismo avventuristico. Una durezza visibile gi nel titolo: La teppa e la
rivoluzione socialista. Si domandava Treves: Quel che bisogna vedere
110

VERSO LA GUERRA

se la nostra rivoluzione presente ha da essere governata dal proletariato o


dalla folla; da Rigola o da Valera, da Lazzari o da non si sa chi; se ogni
azione di protesta del Partito Socialista o della Confederazione del Lavoro,
a piacimento della folla raccogliticcia, secondo il suo istinto sovrano, il
suo intuito divino, ha da lasciarsi trasformare in movimento rivoluzionario;
se il diritto divino della piazza, in qualunque luogo e in qualunque modo
raccolta, sovrano, travolgente ogni altro, e i partiti e le organizzazioni
proletarie, create a fatica, mantenute con enormi sacrifici, lottanti per usare
limiti, per polire principi, per adeguare mezzi congrui a fini consapevoli e
consaputi, hanno sempre da abdicare davanti a quel diritto sovrano e irresponsabile4. Per come le cose si erano sviluppate e per le polemiche che
ne erano seguite, Buozzi concordava su alcune delle argomentazioni del
suo compagno e amico Treves che continuava il suo atto daccusa in maniera come al solito estremamente diretta (per i tempi, il suo stile giornalistico era moderno: asciutto, poco incline alla retorica o al periodare
barocco): In questi nostri liberi fogli non la prima volta che mettiamo a
fronte il diritto degli organizzati e il diritto dei disorganizzati e ci domandiamo quale debba prevalere davanti al socialismo. Ci fu risposto... dando
a noi degli aristocratici autoritari, perch propendevamo per i diritti degli
organizzati, i quali erano, senzaltro, battezzati come oligarchie o lites
proletarie in antitesi con il proletariato....
La polemica andava al di l del fatto specifico, investendo la contrapposizione culturale tra i riformisti da un lato e i rivoluzionari dallaltro
che di l a poco, con lapprossimarsi della guerra, cambieranno strada (almeno una parte di loro), a cominciare da Benito Mussolini (da direttore
massimalista dellAvanti! si adoper anche per spodestare Buozzi e mettere al suo posto un sindacalista vicino alla sua area), che nel giro di un
paio di mesi, in quel 1914 (ottobre e novembre) passer dalla neutralit
pura e semplice, a una imprecisa neutralit condizionata per finire con
un chiarissimo interventismo. Incalzava Treves: di tutta evidenza che
quando per il buon capriccio della folla, o magari della teppa, lorganizzazione non solo vede turbata tutta la complessa opera sua di reclutamento
proletario, di legislazione sociale, di cooperazione parlamentare, ecc., modificate le condizioni politiche intorno a s, eventualmente perfino vede
violentati i suoi uffici, arrestati i suoi uomini, lorganizzazione si ripiega
111

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

affranta, avvilita, annichilita. Ossia si ripiega affranto, avvilito, annichilito


il socialismo da un gesto5. La conclusione chiara: O il socialismo avviene per colpo di mano, per preparazioni successive sempre pi vaste e
fortunate, di movimenti rivoluzionari, e allora chiudiamo il registro dellorganizzazione... oppure il socialismo non diventa per colpi di mano, se anche
la violenza non si possa assolutamente scomputarsi dalle estreme resistenze
del trapasso della societ capitalistica, ed allora bisogna mettersi in regola
con lorganizzazione ed a questa conferire lautorit e la responsabilit per
dirigere gli sforzi politici ed economici della classe proletaria, destituendo
di questa autorit e di questa responsabilit la folla e ancor pi la teppa...
La rivoluzione veramente socialista, la rivoluzione dellavvenire non ha bisogno di fare un conto specifico della teppa, come ne ha bisogno la rivoluzione repubblicana o sindacalista o anarchica, le quali sono tutte rivoluzioni
insanabilmente individualistiche, aristocratiche, sognate cio da minoranze
audaci e brillanti, da cospiratori esimi nella volont di dominio e nella volutt di sacrificio, i quali al modo antico sono portati a considerare la teppa
come la materia prima di un combattimento6.
Intorno ai fatti di Ancona si svilupparono aspre polemiche al centro
delle quali fin il sindacato apertamente accusato di mancanza di coraggio,
di scarso spirito insurrezionalistico. Perci oltre un mese dopo lo sciopero
generale Bruno Buozzi interveniva su Il Metallurgico. E diceva: Purtroppo la cultura generale e leducazione politica del nostro paese sono
cos scarse che ci vuole effettivamente molta audacia a pretendere onest
politica, carattere e coraggio. Le nostre masse seguono ancora troppo chi
grida pi forte7. Nel mirino, la decisione del sindacato di sospendere lo
sciopero dopo i morti in piazza. Buozzi controbatteva: stato detto che
non si doveva far cessare lo sciopero dopo quarantotto ore: ma non si
detto e non si saputo dire quanto e perch doveva durare ancora... lo
sciopero generale nazionale appunto perch tale, non pu e non deve avere
la sua durata subordinata alle pretese di qualche categoria o localit, n
deve essere proclamato chiuso tenendo conto delle condizioni generali
della nazione8. Infine, ribadiva la sua contrariet nei confronti delle scelte
avventuristiche: Tra laccettare serenamente la situazione quale si presenta e inseguire chimeriche speranze di giornate storiche, corre una
enorme differenza. Noi contrariamente ai sostenitori della tesi insurrezio112

VERSO LA GUERRA

nale diciamo che non vogliamo e non prepariamo linsurrezione; vogliamo


e prepariamo lorganizzazione del proletariato9.
Mentre nel paese cresceva la tensione e la preoccupazione, Salandra
si giocava le sue carte su due diversi tavoli: quello della vecchia alleanza
con Austria e Germania e quella della possibile nuova alleanza, con Gran
Bretagna, Francia e Russia. Arrivando persino al paradosso di essere per
una settimana alleato di tutti e due i contendenti. LItalia precipit verso il
conflitto in maniera contraddittoria e istituzionalmente poco gloriosa. Perch la dichiarazione di guerra (sul campo di battaglia dovevamo scendere
insieme ai nuovi alleati, Francia, Gran Bretagna e Russia, esattamente un
mese dopo gli accordi di Londra, cio il 26 maggio 1915) era stata firmata
dal re prima del dibattito parlamentare (20 maggio), con un governo dimissionario che con una forzatura Vittorio Emanuele III aveva rimesso al suo
posto e con il Parlamento praticamente chiuso (proprio per sistemare le
cose venne rinviata di qualche giorno la sua riapertura e, quindi, il dibattito).
Molti storici hanno parlato di un colpo di stato simile a quello che il re
realizz sette anni dopo consegnando il potere a Mussolini che, nel frattempo, messo alla porta dal Psi, aveva aperto un suo giornale, Il Popolo
dItalia con soldi francesi. Il via libera parlamentare arriv un po perch
Giolitti, avendo intuito che non si poteva cambiare una decisione gi presa
se non mettendo nei guai il re, torn in Piemonte (scelta che venne interpretata dai suoi fedelissimi come una dichiarazione di resa), un po perch
ci furono pressioni, come dire, mediatiche (per infiammare le piazze, DAnnunzio venne richiamato in fretta e furia dalla Francia dove aveva trovato
riparo per una questione di debiti non onorati) e un po per pressioni pi
prosaicamente fisiche (evidentemente, era gi cominciata la civilt del
manganello).
I socialisti sostennero la tesi della neutralit (che poi, dopo lentrata
in guerra, si trasform nella parola dordine n aderire, n sabotare) ma
con interpretazioni che in qualche maniera mutarono nel corso della guerra
e in particolare dopo Caporetto (alcuni misero pi laccento sul non aderire,
altri sul non sabotare). Buozzi da un punto di vista politico non fece passi
indietro, ma a livello sindacale cerc con pragmatismo di difendere i lavoratori in un momento di grande debolezza, alleviando i disagi pratici che
derivavano da una guerra dura e lunga. La linea della neutralit, la sostenne
113

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

in numerose occasioni. Lo disse in un comizio alla Camera del Lavoro qualche giorno prima dellarticolo su Il Metallurgico: Vincano gli uni o gli
altri, le condizioni del proletariato non miglioreranno, peggioreranno10.
Ripropose per iscritto gli stessi concetti: A noi pare che il proletariato
abbia il dovere assoluto di lottare con ogni mezzo perch lItalia rimanga
neutrale. Noi non abbiamo alcuna difficolt a dichiarare che le nostre simpatie, per ragioni sentimentali pi che altro sono per la triplice intesa
(Francia, Gran Bretagna, Russia, n.d.a.) invece che per gli imperi centrali,
ma non ci sentiamo di andare pi in l. Perch noi non abbiamo consigli
da dare alla monarchia, perch non sappiamo quindi quali intrighi abbiano
tramato e tramino, le diplomazie che fanno la guerra e la pace senza mai
interpellare i popoli; e perch, semmai, compito nostro intervenire per la
pace e non mai per la guerra, della quale non vogliamo assumere alcuna
responsabilit. Larticolo su Il Metallurgico si chiudeva in maniera
netta: In questa guerra il proletariato centra pi per farsi ammazzare che
per altro. Non siamo pi alla guerra feudale, alla guerra tipicamente dinastica o alla guerra ideale di nazionalit; ma alla guerra essenzialmente
borghese ed economica11. Il conflitto divise i socialisti europei facendo
saltare in aria la II Internazionale visto che scomparso Jean Jaurs (ucciso
in un caff parigino dal nazionalista Raoul Villain) che aveva nobilmente
illustrato e sostenuto le ragioni della pace, tutti corsero in soccorso dei superiori interessi nazionali, a cominciare dai tedeschi della Spd che al Reichstag appoggiarono il Kaiser votando i crediti di guerra e venendo
immediatamente imitati dai francesi della Sfio, dagli austriaci, dagli ungheresi e dai cechi.
La battaglia parlamentare che precedette linutile approvazione di
una dichiarazione di guerra firmata con un certo anticipo dal re, e i mesi
che accompagnarono questo scontro politico, esacerbarono cos tanto i rapporti (caratterizzati da aperti tradimenti e voltafaccia) da sfociare in alcune
occasioni in veri e propri duelli con tanto di padrini. Fu il caso di Claudio
Treves che diffamato da Mussolini che in pochi mesi aveva mutato bandiera, lo sfid a singolar tenzone. Eppure proprio uno dei collaboratori
pi assidui della Critica Sociale di cui Treves era il vice-direttore, cio
Giovanni Zibordi, direttore a sua volta del giornale di Prampolini, La Giustizia, in occasione dellundicesimo congresso del Psi (quello che si svolse
114

VERSO LA GUERRA

a Milano dal 21 al 25 ottobre del 1910) aveva letto una accalorata relazione
contro una pratica che mieteva vittime anche tra le file socialiste, argomentando come e perch quella consuetudine fosse in contrasto con lessenza
del socialismo: Ora il duello veramente questione di principio. Esso repugna a noi, in quanto siamo anticlericali ed areligiosi, per la sua fisionomia di giudizio di Dio... Contrasta poi fieramente ai nostri principi
egualitari. Fu un privilegio della casta guerriera e della aristocrazia, indi
pass nei ceti borghesi quasi per una affermazione di conquista democratica12. In ogni caso, Treves il pomeriggio del 29 marzo del 1915 incroci
la sciabola con Mussolini alla Bicocca di Niguarda. Nel frattempo, per,
perorava sulla Critica Sociale la causa della neutralit con queste parole:
La neutralit socialista non passivit, indifferenza, apatia. e deve essere unaltra, attiva, agile missione di neutri mediatori che si impegnano
per la pace, ma non per ricostituzione assurda dello status quo ante, per
la pace con tutto il ricomponimento europeo reclamato dallo spirito di giustizia del socialismo; rinnovamento sulla base dei pi certi postulati dei
diritti delle genti, come lapplicazione normale del principio plebiscitario,
la libert degli aggruppamenti, lintesa pi stretta delle nazioni reintegrate,
per la limitazione reciproca degli armamenti, ladozione obbligatoria degli
arbitrati13. E concludeva Treves che si firmava Il Vice: Lintervento guerresco senza sufficiente dignit di motivi, con sacrificio immane di uomini
e di cose, con equivoco vantaggio dei fini nazionali, con certissima immolazione dei diritti della classe proletaria, mettendoci ultimi tra i belligeranti, facendoci perdere ogni prestigio tra i neutrali, sarebbe ai nostri
occhi, di italiani, di socialisti, lestrema iattura. Treves fu facile profeta
perch la contrattazione un po da suk che il governo italiano intavol, giocando su pi tavoli, tirando sul prezzo come si fa al gran bazar di Istanbul,
in effetti fin per farci perdere autorevolezza, non tanto con i neutrali14,
quanto con i nuovi alleati di Gran Bretagna e Francia che cominciarono a
guardarci con sospetto, circospezione e supponenza. Forse ricordando quel
che allora era avvenuto, anni dopo Winston Churchill ci gratific con un
aforisma decisamente poco simpatico: Gli italiani perdono le partite di
calcio come fossero guerre e le guerre come fossero partite di calcio.
Ma se Treves guardava alla concretezza dei diritti da conquistare e
delle relazioni internazionali da organizzare su basi nuove, Antonio Gram115

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

sci della neutralit aveva una idea diversa, pi dinamica, pi rivoluzionaria.


Finendo anche per incappare in qualche errore di prospettiva. Scriveva su
Il Grido del Popolo il 31 ottobre del 1914: I rivoluzionari che concepiscono la storia come creazione del proprio spirito, fatta di una serie ininterrotta di strappi sulle altre forze attive e passive della societ e preparano
il massimo di condizioni favorevoli per lo strappo definitivo (la rivoluzione)
non devono accontentarsi della formula provvisoria neutralit assoluta,
ma devono trasformarla nellaltra neutralit attiva e operante. Il che
vuol dire ridare alla vita della nazione il suo genuino e schietto carattere
di lotta di classe, in quanto classe lavoratrice, obbligando la classe detentrice del potere ad assumere le sue responsabilit, obbligandola a portare
fino allassoluto le premesse da cui trae la sua ragione di esistere, a subire
lesame della preparazione con cui ha cercato di arrivare al fine che diceva
di esserle proprio, la obbliga (nel caso nostro, in Italia) a riconoscere che
essa ha completamente fatto il suo scopo, poich ha condotto la nazione,
di cui si proclamava unica rappresentante, in un vicolo cieco, da cui essa
nazione non potr uscire se non abbandonando al proprio destino tutti quegli istituti che del presente suo tristissimo stato sono direttamente responsabili15. Concludeva Gramsci pensando di dover aggiungere qualit nuove
al concetto di neutralit: In tutti i casi la comoda posizione della neutralit
assoluta non ci faccia dimenticare la gravit del momento, e non faccia
che noi ci abbandoniamo neppure per un istante ad una troppo ingenua
contemplazione e rinunzia buddistica dei nostri diritti16.

4.2 In piazza per fermare il conflitto

In realt, larticolo apparso su Il Grido del Popolo si inseriva in


una polemica che ruotava intorno allormai avviato voltafaccia di Mussolini passato dalla neutralit assoluta a quella condizionata, pronto
ormai allultimo balzo, linterventismo. Era una risposta a un intervento di
Angelo Tasca nel quale il mutato atteggiamento del futuro duce era stato
nettamente criticato. Gramsci, un po ingenuamente, attribuiva a Mussolini
intenzioni che Mussolini non aveva tanto vero che a un certo punto affermava: N la posizione mussoliniana esclude (che anzi lo presuppone) che
il proletariato rinunzi al suo atteggiamento antagonistico, e possa, dopo
un fallimento o una dimostrata impotenza della classe dirigente, sbaraz116

VERSO LA GUERRA

zarsi di questa e impadronirsi delle cose pubbliche, se, almeno, io ho interpretato bene le sue un po disorganiche dichiarazioni, e le ho sviluppate
secondo quella stessa linea che egli avrebbe fatto17. In realt, Mussolini
pensava ad altro: sicuramente a sbarazzarsi della classe dirigente per sostituirsi ad essa e impadronirsi delle cose pubbliche ma non nel senso e
nella coloritura che ancora Gramsci tendeva ad attribuirgli. Ma poi provvide
lo stesso ex direttore dellAvanti! a sciogliere i dubbi residui.
Il precipitare della situazione cambi gli elementi del dibattito. Da
un lato il proletariato che sapeva bene che sarebbe diventato carne da cannone, dallaltro gli imprenditori che gi cominciavano a vedere nella
guerra un ottimo affare. Buozzi, che era uomo concreto, cap come le cose
sarebbero evolute: da un lato pressioni sempre pi forti, dallaltro condizioni di lavoro sempre pi difficili e spazi di libert sempre meno ampi. La
Fiat, ad esempio, spinse (insieme alle altre aziende metallurgiche, anzi pi
di altre) per un piccolo aggiornamento del concordato del 1913, quello
che aveva ricucito il rapporto tra la Fiom e i lavoratori, in pratica il capo-

La Grande Guerra: la vita di trincea cre una nuova societ

117

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

lavoro di Buozzi. Laccordo, infatti, prevedeva una riduzione dellorario


di lavoro scaglionata in un triennio (lultima scadenza proprio nel 1915)
ma a quel punto agli imprenditori interessava produrre di pi. E cos la
Fiom accett un allentamento sugli straordinari (cinque ore in pi a settimana) pagati, ovviamente, con una notevole maggiorazione (75 per cento).
Ma Buozzi era preoccupato soprattutto delle condizioni sociali che la guerra
avrebbe potuto solo aggravare. Prima che lItalia scendesse sul terreno di
battaglia, pubblicava su Il Metallurgico un articolo per molti aspetti profetico, soprattutto alla luce di quel che sarebbe accaduto due anni dopo,
proprio a Torino.
Scriveva il segretario della Fiom: Per quanto riguarda la disoccupazione e il caro-vivere, il Governo salandrino stato ad essere benevoli di una inettitudine tale che non sar mai abbastanza deplorata... La
Confederazione Generale del lavoro e il Partito Socialista prima, uomini
politici e studiosi poi, chiesero a gran voce provvedimenti radicali ed energici, atti ad impedire la speculazione sui generi di prima necessit e a procurare lavoro ai molti disoccupati che ci sono perennemente in Italia ed
alle centinaia di migliaia di lavoratori ricacciati in patria dallorrenda
guerra. Mentre in Francia, in Inghilterra, in Germania, Svizzera, Svezia,
Danimarca, ecc. si monopolizzato il servizio del grano (la rivolta del
1917 sarebbe scattata proprio per la mancanza di pane e gli scarsi approvvigionamenti di farina, oltre che per lodio nei confronti di una guerra che
era andata dal punto di vista della durata ben oltre le previsioni, n.d.a.),
sono stati intensificati realmente i lavori pubblici e pressoch abolite le relative pratiche burocratiche, si sono emanate disposizioni per ridurre gli
orari di lavoro per non licenziare operai (un tema, questo degli orari ricorrente nelle soluzioni proposte in tempi diversi per fronteggiare la crescita della disoccupazione, n.d.a.), si sono presi provvedimenti contro
lusura e contro la riduzione dei salari, sono cessate le commissioni alle
case di pena per darle allindustria privata, si impedita lesportazione
dei cereali e regolata e favorita limportazione del carbone; mentre in tutte
le nazioni, a mezzo delle amministrazioni pubbliche, lo Stato provvede in
tutto o in parte a sussidiare i disoccupati fino ad una somma di L. 15 settimanali, servendosi anche delle organizzazioni, a pagare gli affitti delle
famiglie povere per una somma che arriva a 20 lire settimanali, ed a man118

VERSO LA GUERRA

tenere i bambini che vanno alle scuole elementari: in Italia non si fatto
nulla. stata anzi sospesa lapplicazione di alcune leggi sociali, si reso
pi caotico il gi difficile commercio con lestero facendo diventar matti
gli industriali che producono merci non necessarie al paese e favorendo
gli esportatori dei generi di prima necessit18.
Buozzi aveva capito che il fronte interno si sarebbe dovuto misurare con i problemi drammatici della fame ma anche con i risentimenti
di una classe lavoratrice che si sentiva, e certo non a torto, usata, sfruttata
e spedita in guerra, come persino Giolitti sapeva bene, con un equipaggiamento e una organizzazione inadeguata. Capiva, da sindacalista, che bisognava lavorare per fare in modo che non tutti i diritti conquistati venissero
perduti allinterno di una societ militarizzata, sottoposta al controllo della
censura e che delegava alle forze dellordine il mantenimento di una pace
sociale attraverso la repressione. Da quel momento, le ribellioni improvvise e cruente scandirono la quotidianit di chi non andava in trincea. E da
questo punto di vista, Torino, la citt in cui Buozzi operava prevalentemente, era pi sensibile di altre allo spontaneismo ribellistico. Le avvisaglie, il segretario della Fiom le avvert subito. Prima della dichiarazione di
guerra e del dibattito parlamentare, trecento deputati e cento senatori manifestarono la loro adesione alla posizione neutralista di Giolitti passando
dal suo albergo e consegnando il proprio biglietto da visita (i numeri, poi,
cambiarono perch il leader piemontese, irritato e offeso dal comportamento del re, consapevole che non sarebbe riuscito a cambiare il corso degli
eventi, prefer ritirarsi nella sua tenuta, disertando anche il dibattito parlamentare). Era il 12 maggio. Gli operai uscirono dalle fabbriche e autonomamente organizzarono cortei nella citt. La polizia caric con ferocia e
Bruno Buozzi venne ferito negli scontri. Solo un antipasto di quello che
sarebbe avvenuto sullasse Torino-Milano qualche giorno dopo. Il 15 nel
capoluogo lombardo, la polizia caric uccidendo un manifestante. Contemporaneamente a Torino si fronteggiavano due manifestazioni, una di interventisti (erano normalmente protette e favorite perch si potevano svolgere
al mattino) e una di neutralisti. Gli operai erano irritati per quei continui
happening a favore della guerra. Questa irritazione lievitava domenica 16
ed esplodeva luned 17 quando i negozi non alzarono le serrande, i tram
non uscirono dai depositi e le officine restarono deserte. Centomila persone
119

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

parteciparono a una imponente manifestazione a cui intervenne, per la Fiom,


Mario Guarneri. Un giovane venne ammazzato nel corso di una carica e a
quel punto un gruppo di manifestanti saccheggi unarmeria. Alla Casa del
Popolo i dirigenti sindacali e politici si ritrovarono per mettere a punto un
documento per sospendere uno sciopero che rischiava di trasformarsi in una
carneficina ma mentre erano riuniti irruppe, da una porta secondaria, la polizia e arrest le persone in quel momento presenti. Lappello a sospendere
lo sciopero il 18 cadde nel vuoto, il 19, invece, venne raccolto dai lavoratori.
Rimasero, per, i risentimenti; sarebbero esplosi ancora pi fragorosamente
due anni pi tardi. Per lItalia stavano cominciando tre anni di lutti, miserie
e sacrifici. Buozzi cerc di affrontarli con pragmatismo. Perch alle due negazioni politiche, n aderire, n sabotare, bisognava far seguire una affermazione, in quei tempi cos drammatici: sopravvivere.

Il tradimento dei reduci in una vignetta depoca di Scalarini

120

VERSO LA GUERRA
1

Angelo Bolaffi: Cuore tedesco. Il modello Germania, lItalia e la crisi europea Donzelli
2013, pag. 63
2
Antonio Gramsci: La questione meridionale, citazione da Paolo Spriano: Storia di
Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci Einaudi 1972, pag. 200
3
Pietro Nenni: La lotta di classe in Italia Sugarco 1987, pagg. 125-6
4
Il Vice: La teppa e la rivoluzione socialista in Giuliano Pischel: Antologia della Critica Sociale 1891-1926" Lacaita 1992, pag. 362
5

Ivi
Ivi
7
Bruno Buozzi: Il significato e la tattica dello sciopero in Italia, il Metallurgico 30 luglio
1914 in Bruno Buozzi scritti e discorsi, Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 70
8
Ibidem pag 71
9
Ibidem pag 73
10
Bruno Buozzi: Per la neutralit italiana, Il Metallurgico 19 settembre 1914, in Bruno
Buozzi scritti e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 77
11
Ivi
12
Giovanni Zibordi: I socialisti e il duello, relazione allundicesimo congresso del Partito Socialista Italiano, Milano 21-25 ottobre 1910
13
Il Vice: Pro e contro lintervento in Giuliano Pischel: Antologia della Critica Sociale
1891-1926", Lacaita 1992, pag. 364
14
Ibidem pag. 364
15
Antonio Gramsci: Neutralit attiva e operante, da Nel mondo grande e terribile.
Antologia degli scritti 1913-1935" a cura di Giuseppe Vacca, Einaudi 2007, pagg. 4-6
16
Ibidem pag. 7
17
Ivi
18
Bruno Buozzi: Mentre cresce la fame, Il Metallurgico gennaio - febbraio 1915; in
Bruno Buozzi scritti e discorsi, Editrice Sindacale Italiana, pagg. 79-81-2
6

121

Le organizzazioni italiane aderenti alla


Confederazione del Lavoro vanno
effettivamente tutte sempre pi a sinistra

Tra rivolte e pace

Foto di gruppo per dirigenti sindacali: Bruno Buozzi il primo da destra seduto
Una immagine di serenit ma la parte finale della Grande Guerra fu contrassegnata
dalla disfatta di Caporetto e dalle sommosse per il pane

Eravamo stati incapaci di impedire la guerra e sarebbe stato puerile, ridicolo pensare di impedirne le conseguenze. E quando sentimmo la
mobilitazione alle spalle, ci demmo dattorno perch essa riuscisse il meno
peggiore possibile e perch la nostra Federazione venisse considerata come
si meritava1. Il Psi aveva perso la sua battaglia, i socialisti europei si erano
divisi facendosi trasportare dove il cuore (nazionale) li chiamava, probabilmente perdendo lunica, forse timida possibilit di bloccare la Grande
Carneficina. Bruno Buozzi in quella frase scritta anni dopo la fine della
prima guerra mondiale, esprimeva un senso di disagio: da un lato una avventura bellica che la sinistra non voleva e che lItalia sino allultimo non
aveva accettato (lunico Paese europeo volontariamente entrato in guerra
nonostante una opinione pubblica e una classe politica ampiamente contraria: una situazione che peser, ad esempio, su Giacinto Menotti Serrati
nel momento in cui rifiuter il diktat di Lenin di espellere i riformisti, anche
loro lealmente schierati contro il conflitto, come condizione per aprire al
partito le porte dellInternazionale); dallaltro una tempesta che, comunque,
infuriava. Che fare? Rimanere alla finestra accettando il peggio? Il n aderire comportava anche il rifiuto di qualsiasi scelta che consentisse di limitare i danni? Sarebbe stato intelligente o, come scrisse Buozzi, solo puerile
e ridicolo? Problemi che in Italia si ponevano in maniera pi drammatica
che in altri Paesi.
E il motivo era semplicissimo: la nostra dichiarazione di guerra era
figlia di un impasto di patriottismo, pressappochismo e cialtroneria. Antonio
Salandra era convinto che il conflitto sarebbe durato non pi di tre mesi
(errore di valutazione che commetter in qualche misura anche Mussolini
un quarto di secolo dopo): in pochissimo tempo, insomma, avremmo messo
allincasso la cambiale concordata a Londra con Gran Bretagna e Francia.
125

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Ne era cos convinto che agli alleati chiese aiuto finanziario solo per un
paio di mesi e si guard bene dal sollecitare rifornimenti di combustibili e
materie prime, un errore che, come vedremo, sulle condizioni del Paese
produrr effetti dirompenti sotto forma di sanguinose sommosse. Al comando delle operazioni fu sistemato Luigi Cadorna, uno di quei generali
poco stimati da Giovanni Giolitti, discreto organizzatore, pessimo stratega.
Il governo non gli diede certo una mano visto che lesercito fu messo al
corrente del cambio di alleanze (che comportavano, conseguentemente,
anche laggiornamento dei piani di guerra) soltanto venti giorni prima dellinizio delle ostilit; per un anno, i nostri nemici furono solo gli austriaci,
poi, ad agosto del 1916, dato che i nostri alleati si stavano dividendo le spoglie della Turchia, dichiarammo guerra anche alla Germania. Il vero conto
di tutto questo pressappochismo lo pag il Paese, lo pagarono le persone
in carne e ossa. In tre anni di guerra cinque milioni di italiani vennero richiamati alle armi, seicentomila non fecero ritorno a casa; dopo la Caporetto bellica, subimmo una Caporetto finanziaria: le importazioni attestate
a tre miliardi di lire sino al 1914 salirono a 18 coperte per meno di un terzo
dalle esportazioni; complessivamente allo Stato la guerra cost 148 miliardi, il doppio della spesa pubblica sostenuta dal 1861 al 1913.
Certo, ci si poteva anche sistemare alla finestra e attendere. Si poteva dare sostegno alla soluzione prospettata dal Papa, Benedetto XV che
dopo aver parlato di inutile strage, aveva proposto la pace bianca senza
annessioni, allargamento di confini, mutamento della geografia del continente. Ma dopo i tre mesi previsti da Salandra (che poi confid, da vero gigante della politica, che se loffensiva austro-tedesca contro i russi fosse
cominciata qualche giorno prima, avrebbe evitato di cambiare cavallo in
corsa e sarebbe rimasto neutrale) la guerra continuava e prometteva di continuare molto a lungo. Tra rovesci (Caporetto, settecentomila uomini costretti ad arretrare di centocinquanta chilometri e ad attestarsi faticosamente
sul Monte Grappa e sul Piave, la defenestrazione di Cadorna, il suicidio di
Leopoldo Franchetti al quale Giustino Fortunato avrebbe poi dedicato commosse parole: Il fatal giorno in cui labisso ci si apr dinnanzi... quel
cuore, che tutto e sempre aveva vissuto di fede, non poteva pi battere e si
spezz) e una opinione pubblica demoralizzata, debole, impoverita e piegata. Buozzi con la forza della ragione e della concretezza non accettava
126

T R A R I V O LT E E PA C E

lidea dellineluttabile, non poteva aderire ai principi filosofici di un popolare detto siciliano: calati juncu ca passa la china (piegati giunco che passa
la piena). Perch la piena avrebbe travolto tutti, gli uomini al Fronte e quelli
nelle officine. Si poteva coniugare la coerenza della posizione politica con
il pragmatismo di una azione quotidiana volta a difendere gli interessi dei
lavoratori e delle categorie pi deboli? Si poteva e Buozzi lo spieg nella
relazione morale che lesse al Convegno nazionale straordinario del 25 giugno 1916 che si svolse a Torino. La guerra infuriava gi da un anno ed era
gi alta la polemica contro i pescicani, gli imprenditori che in barba a
tutto e a tutti, si stavano arricchendo con la guerra. Il segretario rivendic
la sua coerenza e critic laltrui incoerenza. Spieg che la Fiom aveva partecipato col suo giornale e con i suoi uomini alla campagna perch lItalia
non partecipasse alla conflagrazione europea. Indipendentemente dai nostri
princpi, i quali non potevano e non possono permetterci, neanche ora, di
confonderci colla classe dominante2. Aggiunse, ci non vuol dire che il
proletariato debba disinteressarsi della guerra. Chi sostiene che la neutralit del partito socialista e delle organizzazioni operaie porta a questo
stolto o in malafede... Abbiamo... aspramente criticato i socialisti e le organizzazioni operaie degli imperi centrali per non aver tentato di impedire la
guerra, o quanto meno bollato come meritavano i loro governanti, perch,
da chi aveva sempre predicato la pi rigida intransigenza e deriso il cosiddetto riformismo degli altri paesi e da chi era depositario ed aveva la responsabilit della quasi totalit dei segretariati internazionali, noi avevamo
il diritto di pretendere di pi3.
Cera poi unaltra questione che gi dopo un anno di guerra Buozzi
analizz con chiarezza: il conto del conflitto, chi lo avrebbe pagato? I numeri li abbiamo visti: in tre anni una spesa pubblica doppia rispetto a quella
complessivamente sostenuta in cinquantadue. Contro gli speculatori, il segretario della Fiom puntava il dito: Gli industriali, che pure dalla guerra
hanno tratto benefici incalcolabili (i bilanci pubblicati in questi ultimi mesi
hanno segnato utili sbalorditivi) non hanno concesse migliorie che per imposizione delle nostre organizzazioni o dei comitati di mobilitazione. Per
contro gli operai metallurgici, che in questo momento passano per dei privilegiati, hanno forse peggiorato le loro condizioni. La non sospetta Lega
Industriale di Torino, nella sua relazione annuale test pubblicata, avverte
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

che i guadagni degli operai delle industrie torinesi sono aumentati di circa
il 32 per cento, percentuale gi di per se stessa inferiore a quella dellaumento del costo della vita. E se si tiene conto che tale maggior guadagno
stato raggiunto aumentando considerevolmente gli orari di lavoro, si vede
che i salari degli operai, in relazione al costo della vita sono diminuiti4.
Da un punto di vista salariale, la guerra aveva garantito qualche beneficio agli operai pagati, per, a carissimo prezzo, con un allungamento
degli orari di lavoro, con un aumento vertiginoso degli straordinari, con
una perdita di diritti e di libert in fabbriche sempre pi militarizzate. Ne
parleremo pi avanti. Ma la situazione, allinterno dei luoghi di lavoro, era
diventata insopportabile perch a fronte di un proletariato chiamato a fare
grandi sacrifici (solo parzialmente corrisposti in termini monetari), cera
una classe imprenditoriale che accumulava utili. Non solo: cera un futuro
che non prometteva nulla di buono perch il costo della vita non sarebbe
ritornato ai livelli precedenti la guerra (comunque fossero andate le cose)
e la disoccupazione, con gli uomini che sarebbero tornati dal fronte, sarebbe
aumentata creando problemi gravissimi da un punto di vista sociale in un
Paese che mancava su questo versante di adeguate strumentazioni protettive. Insomma, sarebbe stato assolutamente necessario sostenere, a conflitto
concluso, i pi deboli, sarebbe stato necessario evitare che gli ultimi venissero abbandonati al loro triste destino.
E, allora, Buozzi proponeva una imposta che oggi non faticheremmo a chiamare patrimoniale. Spiegava: In Italia, per non dire altro,
non esiste una legislazione sociale degna di tal nome. Come potr lo Stato
provvedervi? evidente che se dovr pagare tutti gli interessi dei debiti di
guerra, le risorse della nazione saranno pressoch assorbite. Perch ci
non avvenga la Confederazione Generale del Lavoro reputa opportuna la
falcidia dei patrimoni privati per il pagamento dei debiti di guerra, ed
anche noi non vediamo altra via duscita5. Insomma, che la guerra borghese se la paghino i borghesi. La scelta di Buozzi, quel non aderire declinato in una versione pi pragmatica, se garantiva benefici allinterno
della fabbrica, non era totalmente apprezzata nel partito dove doveva fare
i conti con lala pi intransigente. Daltro canto, Buozzi aveva assunto un
ruolo non secondario nel Psi torinese dopo lirruzione poliziesca del 17
maggio del 1915 nella Casa del Popolo e larresto dei dirigenti. Per reggere
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T R A R I V O LT E E PA C E

le sorti del partito era stata nominata una nuova commissione esecutiva di
cui faceva parte anche il segretario della Fiom.
Le diversit di opinione lo portarono a scontrarsi spesso con dirigenti irremovibili come Francesco Barberis o Elvira Zocca. Alla base del
dissidio il rapporto con la guerra che il Psi non era riuscito a evitare ma
che, una volta cominciata, incideva sulla vita delle persone e, pertanto, non
si poteva fare finta che non esistesse. Buozzi, al contrario degli irremovibili,
voleva stare dentro le istituzioni che nacquero proprio per sostenere lo
sforzo bellico: la Commissione di Mobilitazione e i vari Comitati (ad esempio quello di assistenza alle vittime della guerra). Non si nascondeva dietro
un dito. E quasi concludendo quella relazione morale diceva senza particolari giri di parole: Riteniamo che gli operai abbiano il diritto di essere
rappresentati anche nel Comitato Centrale di Mobilitazione.
Ma la sua era sempre la partecipazione di un sindacalista, cio animata dallo spirito del controllore. Lobiettivo non era quello di partecipare a ingiusti utili, di speculare, ma di garantire allinterno della fabbrica
condizioni di vivibilit in una fase in cui tutto sembrava andare in fumo e
non esistevano pi certezze. Insomma, una partecipazione che si trasformava in un sostegno, in una stampella per chi trascorreva sempre pi ore
in fabbrica e si ritrovava a dover fare i conti con una disciplina che con la
cultura industriale non aveva nulla a che spartire. Che doveva anche fare i
conti con la voracit e la spregiudicatezza di imprenditori che usavano le
logiche di una condizione di guerra per imporre le proprie scelte. Insomma,
quella disciplina marziale che in tempo di pace non era realizzabile, diventava un obiettivo troppo ghiotto in tempo di guerra e bisognava coglierlo
al volo. Ed era contro queste spinte strumentali che Buozzi e la Fiom provavano a costruire degli argini, facendo sopravvivere dentro la fabbrica logiche sindacali che ancora ricordavano quelle di unepoca pregressa,
quando il fuoco del conflitto non aveva messo in attesa taluni princpi di
civilt.
Significativo era latto daccusa contenuto nella relazione morale
del 1916: Dobbiamo premettere subito che la Mobilitazione Industriale
si risolta nella sola mobilitazione degli operai. Gli operai sono stati messi
nella assoluta impossibilit di speculare sulla guerra, tantoch, malgrado
lenorme richiesta di manodopera, non sono riusciti ad aumentare le loro
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

paghe... che in modo insignificante. Gli operai non si sono lamentati e non
si lamentano di ci, e si pu essere certi che avrebbero avuto ripugnanza
a speculare sulla guerra, anche se fossero lasciati liberi, ma devono constatare ancora una volta che alla classe industriale la quale ha assai
meno scrupoli di quella operaia non stato fatto lo stesso trattamento.
Non lasciamo colpa di ci agli uomini. Comprendiamo perfettamente che
se pu riuscire facile regolarizzare la manodopera pressoch impossibile
moralizzare la classe industriale, la quale, certo, che se non avesse avuta
la libert di guadagnare, come ha guadagnato, in modo favoloso sulla
guerra, non avrebbe avuto scrupoli a rinunciare a produrre per lo Stato,
cos come corre voce stiano tentando alcuni gruppi industriali6.

5.1 Le officine diventano caserme

Una riaffermazione orgogliosa della moralit operaia, una moralit


che Buozzi sentiva non semplicemente come sindacalista ma come un
uomo che in quella classe era nato. Ma il segretario della Fiom non si limitava a puntare il dito contro gli imprenditori interessati solo a soddisfare le
personalissime esigenze, totalmente privi di quella cultura del bene comune
e dellinteresse collettivo che sono alla base di una nazione, andava oltre e
metteva sotto accusa la maniera in cui la Mobilitazione Industriale veniva
realizzata attraverso regolamenti che pi che al servizio dello sforzo bellico
sembravano al servizio degli industriali. Diceva: Il regolamento sulla Mobilitazione industriale, almeno per la parte che riguarda i rapporti fra gli
operai presi collettivamente e gli industriali un documento abbastanza
felice. Purtroppo, per, dobbiamo rilevare nella sua applicazione, specialmente per quanto riguarda gli operai presi singolarmente, i buoni concetti
esposti... sono tenuti in assai scarsa considerazione. In molte officine si
provata limpressione che la mobilitazione sia stata fatta a danno degli
operai. Molte officine sono diventate vere caserme, dove i militari preposti
alla disciplina (ufficiali, sottufficiali, caporali) sono sempre alle costole
degli operai, come se questi non fossero abbastanza sorvegliati dai numerosi direttori, capi-reparto e capi-squadra... Lofficina non pu essere paragonabile alla caserma. I rapporti che passano fra ufficiale e soldato sono
assai diversi da quelli che passano fra industriale e operaio. La massima
obbedire e poi reclamare pu essere buona dove chi comanda non lucra
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T R A R I V O LT E E PA C E

sui suoi dipendenti ma non nellofficina, dove loperaio pu trovarsi quotidianamente in conflitto coi superiori per ragioni di paga, di cottimo o di
regolamento7.
E a sostegno della strumentalit con la quale i datori di lavoro utilizzavano questa presenza dellesercito, Buozzi indicava, come era suo costume, casi concreti: In molti stabilimenti gli industriali sorprendono la
buona fede degli ufficiali, ai quali fanno applicare multe esagerate ed altre
punizioni per mancanze per le quali basterebbe richiamarsi al Regolamento
interno o per fatti per il passato mai puniti, perch conseguenza di risentimenti legittimi dovuti a questioni dinteresse. E in molti posti, mentre gli
operai si preparavano a chiedere miglioramenti, gli ufficiali non si sono
limitati ad assumere informazioni, ma hanno fatto delle vere e proprie pressioni che avevano tutta lapparenza di essere consigliate dagli industriali8.
Insomma, limprenditore usava lesercito come il suo braccio armato (nel
vero senso della parola e non metaforico) per annullare totalmente diritti
che anche in tempo di guerra potevano tranquillamente sopravvivere. Una
libert che riducendosi al lumicino finiva per provocare situazioni vessatorie: Un fatto che ha richiamato lattenzione dellopinione pubblica e
dolorosamente sorpreso la classe lavoratrice stato quello di vedere paragonato dai Tribunali Militari, labbandono dello stabilimento, da parte
di un operaio, allabbandono di un posto di una sentinella. In proposito
sono state date pene di parecchi anni di carcere9.
Le scelte di Buozzi furono aspramente criticate dagli intransigenti.
Eppure, dei benefici ai lavoratori le portarono. Difficile, peraltro, immaginare che se gli operai avessero deciso di rinunciare totalmente ai propri poteri contrattuali, le fabbriche si sarebbero fermate. Sarebbero, al contrario,
andate avanti e in una societ fortemente militarizzata, con una ferrea censura di guerra alla fine solo gli imprenditori avrebbero guadagnato. Un dato
emerso chiaramente: la guerra diede lo slancio definitivo allattivit industriale. Ne benefici in particolare Torino che era il centro produttivo pi
importante del paese e il luogo in cui si sviluppava un settore d avanguardia: quello automobilistico. La citt, nonostante la guerra, si popol, diventando meta anche di massicci flussi migratori: nel 1914 gli abitanti erano
poco pi di 456 mila, alla fine della guerra erano diventati oltre 525 mila;
gli operai nel 1918 erano oltre 143 mila con una fortissima presenza di
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

donne che nei capannoni industriali avevano sostituito gli uomini spediti
al fronte (quasi cinquantacinquemila). Sarebbe stato giusto in questo contesto fermare la contrattazione? Buozzi e gli uomini della Fiom ritennero
opportuno continuare a difendere operaie e operai tanto vero che il 14
gennaio del 1916 firmarono un nuovo accordo nel settore automobilistico
che non cancellava quello del 1913 ma lo modificava in alcuni aspetti che
riguardavano la durata del lavoro. Ha spiegato Paolo Spriano: Salvano il
principio del sabato inglese (lorario di lavoro normale sar di 55 ore effettive, ripartite in 10 ore da luned a venerd e 5 al sabato, articolo 4) e
tutelano loperaio sulla questione dello straordinario (Le ore di straordinario non possono superare le 10 settimanali, vengono pagate con il 50
per cento daumento il sabato, per le prime due giornaliere, con il 75 per
cento oltre le due)10. Ma oltre allattivit contrattuale, Buozzi cercava di
svolgere anche una azione di tutela tanto vero che un paio di mesi dopo
laccordo sugli automobilisti, precisamente il 30 marzo, il segretario partecipava a una assemblea della Fiom in cui veniva approvato un ordine del
giorno in cui si affermava che gli operai della Fiat protestano contro le
continue vessazioni assolutamente ingiustificate, contro lesagerata applicazione delle multe, contro le frequenti discriminazioni dei cottimi, fatte
anche unicamente per rappresaglia; deliberano di insistere perch sia tolto
lobbligo del lavoro festivo, ritenendo sufficienti le ore straordinarie, che
si fanno fare in grande numero e delegano una commissione perch si rechi
dal Comitato regionale di mobilitazione a reclamare il ritiro delle multe
applicate agli assenti dal lavoro della scorsa domenica11.
Tematiche, insomma che Buozzi svilupper proprio nella relazione
morale del giugno 1916. Nonostante gli scontri con lala intransigente del
partito, il leader della Fiom prosegu sulla sua strada, con indubbia coerenza: da un lato la scelta politica, dallaltro le necessit sindacali ed economiche, insomma, le idee ma anche il pane. E sar la scelta politica che
lo porter ad aderire alla conferenza dei partiti socialisti che si svolse a
Zimmerwald, in Svizzera, dal 5 all 8 settembre del 1915. In quella sede
venne rilanciato limpegno pacifista con lapprovazione di un documento
dal tono e dal contenuto inequivocabile: La guerra continua da pi di un
anno. Milioni di cadaveri coprono i campi di battaglia; milioni di uomini
sono rimasti mutilati per tutto il resto della loro esistenza. LEuropa di132

T R A R I V O LT E E PA C E

ventata un gigantesco macello di uomini. Tutta la civilt, che era il prodotto


del lavoro di parecchie generazioni, distrutta. La barbarie pi selvaggia
trionfa oggi su tutto quanto costituiva lorgoglio dellumanit. Qualunque
sia la verit sulle responsabilit immediate della guerra, questa il prodotto dellimperialismo, ossia il risultato degli sforzi delle classi capitalistiche di ciascuna nazione per soddisfare le loro avidit di guadagni, con
laccaparramento del lavoro umano e delle ricchezze naturali del mondo
intero. In tal modo, nazioni economicamente arretrate o politicamente deboli cadono sotto il giogo delle grandi potenze... I capitalisti che dal sangue versato dal proletariato traggono i pi grossi profitti, affermano, in
ogni paese, che la guerra serve alla difesa della patria, della democrazia,
alla liberazione dei popoli oppressi. Essi mentono. La conferenza ebbe

Operai-bambini in una fabbrica di mobili: Cant 1910

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

una coda, lanno dopo (dal 24 al 30 aprile) sempre in Svizzera, a Kienthal


(pi o meno analogo il documento finale: N vincitori, n vinti! O piuttosto
tutti vinti, cio tutti dissanguati, tutti rovinati, tutti esausti tale il bilancio
di questa pazzia guerriera).
Non fu facile per Buozzi muoversi con il solito pragmatismo in una
situazione che si complicava con il passare dei giorni. La guerra si prolungava; lesercito italiano confermava le preoccupazioni di Giolitti a proposito della sua capacit (o incapacit) di far fronte a una guerra cos dura; a
Torino il segretario della Fiom era messo sotto accusa dagli intransigenti
(ad esempio, da Maria Giudice, direttore de Il Grido del Popolo che in
una riunione alla Camera del lavoro aveva urlato in faccia al leader dei metallurgici: Se vogliamo tornare il partito rispettato e temuto di un tempo,
dobbiamo ritornare pi che mai il partito dei matti, dei perseguitati dalla
polizia, con le porte del carcere sempre aperte12). E poi lalto costo della
vita, la difficolt dei salari a rimanere in equilibrio con la crescita dei prezzi,
anche in una citt come Torino dove le paghe erano cresciute seppur in misura largamente insoddisfacente (laumento dei prezzi in quattro anni, dal
1914 al 1917, era stato quasi del 60 per cento). Dal fronte, nel frattempo
arrivavano pessime notizie e il 1 maggio del 1917 divenne un momento
di mobilitazione generale con tutti i leader socialisti e sindacali impegnati
nei comizi torinesi, compresi Buozzi a Serrati. La prefettura avvertiva il
fermento e chiese a Roma di dichiarare Torino zona di guerra con tutto quel
che ne derivava a livello di compressione dei diritti collettivi. Il governo
non ader a una richiesta che, in compenso, esacerb gli animi. Che vennero, poi, ulteriormente galvanizzati dallarrivo in Italia della delegazione
del soviet russo (Goldemberg, Smirnov, Ronskanov ed Erlich): prima tappa,
il 5 agosto, proprio Torino, con replica il 13 agosto dopo passaggi intermedi
a Roma, Firenze e Bologna. Quando i russi, accompagnati anche da Buozzi
si affacciarono al balcone della Casa del Popolo dalla folla (circa quarantamila persone) si alz il grido viva la rivoluzione russa. E anche un fragoroso Viva Lenin che il potere ancora non lo aveva conquistato (erano
in missione per conto del governo presieduto da Kerenskij che sarebbe stato
poi spodestato dai bolscevichi). Negli stessi giorni (precisamente a partire
dall8 agosto) il pane cominci a scarseggiare, in alcune panetterie scomparve nei giorni successivi per ricomparire a ferragosto grazie alla farina
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T R A R I V O LT E E PA C E

che venne requisita per ordine del prefetto. Ma a partire dal 21 agosto gli
scaffali furono di nuovo vuoti e il 22 cominci la rivolta con gli operai che
dopo la pausa per il pranzo si rifiutarono, in numerose fabbriche, di tornare
al lavoro; nel tardo pomeriggio non cera pi un officina in attivit.
I dirigenti sindacali provarono a evitare il peggio. Il segretario della
Camera del lavoro, Saverio DAlberto, chiese alla polizia di parlare alla
folla, che aveva ormai invaso le vie della citt, per calmarla: rimedi larresto seduta stante. Un po meglio and a Bruno Buozzi che rivolse al prefetto la medesima richiesta: non lo arrestarono ma non lo fecero parlare. Si
pentirono dopo, per quella scelta. Perch da quel momento in poi fu una
escalation fatta di saccheggi, di barricate e di scontri feroci. Solleciteranno
nuovamente Buozzi a parlare nella tarda serata del 22 ma ormai era troppo
tardi: la rabbia era padrona di Torino. Dur altri tre giorni: il 24 agosto fu
il pi cruento, il 25 i fuochi cominciarono a spegnersi. Con un bilancio
estremamente tragico: 41 morti. La scintilla fu il pane, ma il vero carburante
della protesta fu politico: la stanchezza nei confronti di una guerra che solo
una minoranza del paese aveva voluto. La vicenda torinese ebbe inevitabili
code polemiche tra i socialisti. E cominciarono in quel momento a misurarsi
le distanze che diventeranno incolmabili quattro anni dopo, con la scissione
di Livorno. Le contrapposizioni riguardavano in particolare i riformisti e
quelli che avrebbero dato vita al PCdI.
Claudio Treves, con un articolo, sulla Critica Sociale, sosteneva che
non era certo con un moto locale che si poteva pensare di fermare la guerra.
Insomma, come gi per i fatti di Ancona, Treves non riusciva a individuare
in questa caotica esplosione di rabbia, per quanto dotata di una connotazione politica, lespressione di un momento rivoluzionario capace di fermare il mondo, anzi la guerra. Perch, sottolineava Treves, in un momento
come quello che lEuropa stava attraversando, nessun moto improvviso
avrebbe potuto produrre risultati positivi. Tornava la logica del gradualismo
contro il colpo di mano improvviso, dellazione organizzata contro la rabbia
estemporanea, seppur generosa, dei disorganizzati. Antonio Gramsci, per,
non la pensava nella medesima maniera e manifest il suo dissenso in maniera piuttosto acida: La realt che la sottile analogia dellon. Treves
per essere tanto sottile finisce collessere assenza assoluta di intelligenza13; o ancora: La sottile analogia strategica tra la guerra e la lotta
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di classe lha indotto (Treves, n.d.a.) a dare corpo a quei fantasmi metaforici che sono lesercito proletario coi suoi battaglioni, con le sue fortezze14. Ma al di l delle invettive (e pensare che in quel momento
militavano nello stesso partito, ma evidentemente gi da separati in casa),
la sostanza politica per Gramsci era semplice: Lesistenza, la dimostrazione dellesistenza il problema massimo del proletariato italiano in questo momento. E questo proletariato non lo stesso di tre anni fa. pi
esteso, ha attraversato pi intense esperienze spirituali... Noi ci sentiamo
solidali con questo nuovo immenso pullulare di forze giovani e non ne rinneghiamo quelli che i filistei chiamano errori, e gioiamo del senso della
vita gagliarda che ne promana. E pertanto compatiamo la vecchia mentalit astratta che tutta in ghingheri sciorina le vecchie prediche15 e si pavoneggia sui trampoli delle sottili analogie e delle metafore viete. Il
proletariato non vuole predicatori di esteriorit, freddi alchimisti di parolette, vuole comprensione intelligente e simpatia piena damore16.

5.2 Torino come Pietrogrado?

Daltro canto, la sommossa di Torino agli occhi di Gramsci appariva come un evento rivoluzionario, la citt piemontese gli ricordava Pietrogrado. E lo scrisse pure, tre anni dopo: Quando nel luglio del 1917
arriv a Torino la missione inviata nellEuropa occidentale dal Soviet di
Pietrogrado, i delegati Smirnov e Goldemberg, che si presentarono dinanzi
a una folla di cinquantamila operai, vennero accolti da grida assordanti
di Evviva Lenin! Evviva i bolscevichi. Goldemberg non era troppo soddisfatto di questa accoglienza; egli non riusciva a capire in che maniera il
compagno Lenin si fosse acquistata tanta popolarit fra gli operai torinesi... Non pass un mese che i lavoratori torinesi insorsero con le armi in
pugno contro limperialismo e il militarismo italiano. Linsurrezione scoppi il 23 agosto 1917. Per cinque giorni gli operai combatterono nelle vie
della citt... Ma i due anni di guerra e di reazione avevano indebolito la
gi forte organizzazione del proletariato e gli operai inferiori di armamento
furono vinti. Invano sperarono in un appoggio da parte dei soldati, questi
si lasciarono ingannare dallinsinuazione che la rivolta era stata inscenata
dai tedeschi... Caddero pi di 500 operai, pi di 2000 vennero gravemente
feriti17. Al di l del racconto dai toni epici (e dai numeri non verificabili e
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T R A R I V O LT E E PA C E

non verificati) la distanza tra riformisti e comunisti era gi ampiamente


chiara, la direzione di marcia, ostinata e contraria pure.
Questa distanza divenne sempre pi incolmabile. Un segnale si ebbe
lanno dopo, nel 1918, in occasione del congresso della Fiom che si tenne
a Roma e si chiuse il 4 novembre, cio il giorno dopo lingresso della flotta
italiana a Trieste con la virtuale conclusione della prima guerra mondiale
(quella formale arriv una settimana dopo, con larmistizio firmato anche
dai tedeschi). Le parti, nella polemica, ebbero una inversione perch mentre
prima il bersaglio era stato Treves (un riformista), a Roma divenne Gramsci.
Qualche mese prima, a luglio, Gramsci aveva scritto un articolo in cui esaltava i massimalisti russi. Diceva: I massimalisti russi sono la stessa rivoluzione russa. Kerenskij, Zeretelli, Cernof sono loggi della rivoluzione,
sono i realizzatori di un primo equilibrio sociale, la risultante di forze in
cui i moderati hanno ancora molta importanza. I massimalisti sono la continuit della rivoluzione, sono il ritmo della rivoluzione: perci sono la rivoluzione stessa. Insomma i primi durano lo spazio di un mattino, gli altri
non solo vedranno sorgere il sol dellavvenire ma lo scruteranno anche dopo
essendone laspetto immanente. E aggiungeva: Essi (i massimalisti russi,
n.d.a.) incarnano lidea-limite del socialismo: vogliono tutto il socialismo.
E hanno questo compito: impedire che si addivenga a un compromesso definitivo tra il passato millenario e lidea, essere il vivente simbolo della
meta ultima cui si deve tendere; impedire che il problema immediato delloggi da risolvere si dilati fino a occupare tutta la coscienza e diventi unica
preoccupazione, diventi frenesia spasmodica che erige cancelli insormontabili a ulteriori possibilit di realizzazione18. Insomma, la purezza della
missione che non si conclude mai contro la mediazione seppur giustificata
dalla possibilit di ottenere nellimmediato qualche beneficio per le classi
lavoratrici. Per Bruno Buozzi una teoria veramente indigesta. E lo spieg
dopo aver citato parola per parola larticolo (un giovane, intelligente scrittore socialista, scriveva alcun tempo fa...19). Affermava: Si potrebbe
obiettare che come Danton per quanto ghigliottinato dai rivoluzionari
(al russo and un po meglio perch dopo aver provato a rovesciare Lenin,
prese la via dellesilio, prima la Francia, poi gli Stati Uniti dove mor,
n.d.a.) - stato uno dei pi altamente benemeriti della rivoluzione francese,
Kerenskij pu esserlo stato per la rivoluzione russa (ormai da un anno
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Lenin era al potere, n.d.a.). Comunque, noi non abbiamo abbastanza elementi che ci permettono di giudicare con tranquillit delle cose di Russia
e non sentiamo neppure la necessit di dichiararci massimalisti. Una cosa
per possiamo affermare con tranquilla sicurezza: che il nostro movimento, che il movimento che fa capo alla Confederazione del Lavoro non
ha occupata tutta la coscienza del problema immediato delloggi ma
vuole tutto il socialismo.
Insomma, mentre la guerra infuriava ancora, le anime socialiste si
preparavano a quella divisione che segner in maniera decisiva la storia
della sinistra italiana, condizionandone evoluzione e sviluppo. Questo separazione delle anime emerse con grande chiarezza dopo Caporetto. Perch la grande rotta del 24 ottobre 1917 spinse lala riformista (Turati, Treves
e lo stesso Buozzi) ad assumere una posizione in cui sul n aderire n sabotare prevaleva la preoccupazione di evitare, comunque, linvasione del
paese. Turati, peraltro, era da tempo convinto che una sconfitta non avrebbe
certo fatto gli interessi del proletariato. Ma di fronte a quella fiumana di
soldati in rotta verso il Piave, insieme al suo vecchio sodale, Claudio Treves, prese carta e penna e intervenne sulle colonne della Critica Sociale.
Larticolo aveva il sapore di un vero e proprio appello. I due sottolineavano
che quando questa cosa prevedibile e non mai pensata, avviene, che la
nostra patria invasa dal nemico, allora si sente come ci sensibilmente
differente da tutto quello che si pensato, sentito e sofferto per tutte le altre
patrie offese, invase. Il nostro amore centrifugo, va da noi allumanit,
non dallumanit a noi. Il socialismo dottrina realistica anche nel sentimento, anche nellamore20.
Turati e Treves, presagendo le obiezioni di altri settori del Psi, sottolineavano che questa sortita non corrispondeva a una smentita della posizione assunta dal partito prima della guerra e una volta che la guerra era
cominciata: Con ci il socialismo non abiura nulla di s, rafferma anzi
tutto se stesso: tutta la sua passione per la pace fra gli uomini, per lunione
nazionale e internazionale dei lavoratori contro i detentori del privilegio
politico ed economico. Esso non oblia, non si confonde, non mente in unioni
artificiali: resta se stesso e tutto se stesso protende al proletariato, gridando:
aiuta, aiuta! lora suprema del dovere e del sacrifizio21. Lappello diventava ancora pi chiaro: Stringere la compagine necessaria alla suprema
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resistenza, aiutandola con ogni disciplina, con ogni sacrifizio. Non altra
la posizione del Gruppo Socialista in Parlamento allorch professa solidariet umana col Paese percosso... Gli estremisti della pace pensano che
quando la libera patria invasa e cadono sotto i colpi del nemico tutti i suoi
istituti, precipita la stessa tribuna parlamentare da cui il socialismo parlava
al nostro Governo... Linvasione, se si compie, soffoca anche quella voce
sotto lunico strepito trionfante delle armi, soggiogatrici feroci. Conclusione: Nel dolore cocente della patria invasa il proletariato soffre per ragioni proprie. Ed ecco perch in tutte le grandi ore della storia esso si
solleva e tende le nerborute braccia al grande cimento. Esso squassa la piccola rete delle coerenze formali per attingere la grande coerenza sostanziale
della vita e dellamore: non rinnega se stesso e salva la patria.
Caporetto fu lultimo disastro ma, probabilmente, diede anche una
spinta al Paese che nei momenti difficili sempre riuscito a trovare i motivi
di una diffusa solidariet. La guerra cominci a concludersi dopo quella
drammatica ritirata, anche se dur ancora un anno. Un anno nel corso del
quale Bruno Buozzi cominci a meditare sui problemi del dopoguerra. Nel
congresso di Roma, quello che si concluse il giorno dopo la virtuale vittoria,
volle rispondere ai critici che gli avevano contestato la partecipazione alla
Mobilitazione. Snocciol davanti alla platea i risultati ottenuti: contenimento a dieci ore dellorario giornaliero, straordinari pagati con una maggiorazione del 25 e 50 per cento, turni notturni con paga maggiorata del 25
per cento, il pagamento di un extra a favore di quegli operai che, per ragioni
indipendenti dalla loro volont, non potevano fare il cottimo, stesse tariffe
del cottimo (rese immodificabili per tutta la durata della guerra) anche per
le donne. Concludeva il bilancio con una punta di amarezza: Purtroppo
non tutti i suddetti diritti sono stati riconosciuti ovunque, specialmente nei
riguardi delle donne, soprattutto per la disorganizzazione delle masse22.
In quella sede rilanciava la sua idea pragmatica di sindacalismo e, anche,
di socialismo perch nel frattempo larrivo di Lenin al potere aveva, come
abbiamo visto, prodotto i primi effetti anche in Italia. E cos parlando di rivoluzioni possibili o impossibili, affermava: Non diciamo di no, ma lorganizzazione ha il dovere se non vuole tradire la sua visione di non
cullarsi solo nella speranza della rivoluzione e di prepararsi a ogni eventualit. Essa non deve dimenticare i fini ultimi, ma deve tendere i suoi sforzi
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ad elevare ogni giorno di pi il tenore di vita delluomo per dargli la possibilit di crearsi una migliore coscienza23. Una visione tuttaltro che messianica della via verso il socialismo. E anche la difesa di una idea di
sindacato che non fa solo antagonismo, che non programma e organizza
solo lotte fini a se stesse, ma utilizza la mobilitazione per raggiungere degli
obiettivi, cio degli accordi: Pi le nostre forze aumenteranno, pi aumentano fatalmente i contatti e le transazioni con la borghesia. In ci non
c nulla di paradossale. Dove lorganizzazione non esiste o debole il
proletariato non riesce neppure a discutere direttamente con gli industriali
e non quindi portato a contatti o a transazioni perch deve subire fatalmente tutto ci che gli viene imposto.
Bruno Buozzi avvertiva che da un punto di vista sociale il clima,
finita la guerra, sarebbe diventato decisamente complicato. E allora indicava le priorit. I salari perch, un po come oggi, in Italia nelle industrie
metallurgiche in genere... sono pi bassi e gli orari pi lunghi. Non esagerato affermare che in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti la manodopera retribuita dal 50 al 100% ed oltre pi che nel nostro paese24.
La riconquista delle libert sindacali: Siamo recisamente contrari al permanere della Mobilitazione industriale. Creata per la guerra deve finire
con essa: accettata o subita durante e per la guerra, non sar n accettata
n subita dopo la pace, e non riusciamo neppure a comprendere come si
potrebbe tenere mobilitati gli operai dopo smobilitati lesercito e larmata.
Inoltre ci pare assurdo il solo pensare che gli industriali possano sottostare,
in tempo di pace, alle limitazioni che oggi sono loro imposte dallo stato di
guerra25. E poi: niente divieti allemigrazione. Infine, il lavoro. Buozzi
prevedeva che un temporaneo aumento della disoccupazione sarebbe stato
la conseguenza della mancanza di commesse statali, soprattutto quelle pi
direttamente legate alla guerra. Di qui La proposta di un sussidio di disoccupazione e della gestione del ricollocamento dei lavoratori attraverso strutture apposite. Scriveva: A noi pare perci che lunico provvedimento
sarebbe lassicurazione contro la disoccupazione fiancheggiata dalla istituzione degli uffici di collocamento sulla quale osiamo pensare che operai
e industriali potrebbero trovarsi daccordo26. il seme del sindacato
nuovo a cui Buozzi pensava e lavorava. Per il futuro.

140

T R A R I V O LT E E PA C E
1

Bruno Buozzi: Lopera della Federazione Metallurgica in Le condizioni della classe


lavoratrice in Italia 1922-1943. Bruno Buozzi e il movimento sindacale in Italia Feltrinelli 1973, pag. 33
2
Relazione morale al convegno straordinario (Torino, 25 giugno 1916) in Bruno Buozzi
scritti e discorsi, Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 125
3
Ivi
4

Ibidem pag 127


Ivi
6
Ibidem pagg. 122-3
7
Ivi
8
Ibidem pagg. 123-4
9
Ivi
10
Paolo Spriano: Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci Einaudi
1972, pag. 348
11
Ibidem pag 353
12
Ibidem pag 358
13
Antonio Gramsci: Analogie e metafore in Il Grido del Popolo 15 settembre 1917
14
Ivi
15
Vecchie prediche era il titolo dellarticolo di Treves a cui replicava Gramsci
16
Ivi
17
Antonio Gramsci: Il movimento torinese dei Consigli di Fabbrica LOrdine Nuovo,
14 marzo 1921
18
Antonio Gramsci: I massimalisti russi Il Grido del Popolo, 28 luglio 1918
19
Bruno Buozzi: relazione morale al quinto congresso della Fiom, Roma 31 ottobre- 4 novembre 1918, in Bruno Buozzi scritti e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 154
20
Filippo Turati Claudio Treves: Proletariato e resistenza, in Critica Sociale, 1 novembre 1917; in Giuliano Pischel: Antologia della Critica Sociale 1891-1926", Lacaita 1992,
pagg. 388-9-90
21
Ivi
22
Bruno Buozzi: relazione morale al quinto congresso della Fiom: op. cit. pag 142
23
Ivi
24
Bruno Buozzi: Il proletariato metallurgico e i problemi del dopoguerra Il Metallurgico 30
marzo 1917, in Bruno Buozzi scritti e discorsi, Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 85
25
Ivi
26
Ibidem pag. 88
5

141

Lagitazione si chiuse con una vittoria che


dallo stretto punto di vista sindacale, non ha luguale
in tutta la storia del movimento operaio

Loccupazione delle fabbriche

Un gruppo di lavoratori presidia un complesso industriale


nel bolognese. Loccupazione delle fabbriche fu la vertenza caratterizzante
del Biennio Rosso e della storia sindacale di Bruno Buozzi

Nulla poteva essere pi come prima. Lo dicevano in tanti, lo capivano praticamente tutti e chi pensava di non capirlo, sotterraneamente lo
immaginava perch spesso i pensieri non prendono forma ma restano l,
negli anfratti della nostra mente, come certi sottili rumori di sottofondo che
si nascondono nel contesto caotico. Non li avverti, ma ci sono. La guerra
non aveva cambiato soltanto i confini, spazzato via un impero protervo e
molto spesso ottuso, modificato i confini e i rapporti di forza internazionali
con lirruzione sulla scena in versione di potenza mondiale degli Stati Uniti.
Aveva cambiato gli uomini, soprattutto le loro coscienze perch anche chi
era tornato con le proprie gambe a casa, semmai appoggiandosi temporaneamente su due stampelle, aveva riportato nel sicuro recinto delle mura
domestiche unanima dissestata, percorsa da aneliti e paure nuove. La
guerra era stata un grande, feroce, spietato frullatore, aveva cambiato le
priorit, modificato le percezioni, trasformato i rapporti, in alcuni casi arricchendoli, in altri casi inaridendoli. La guerra era stata la continua paura
negli occhi, lanimalesco spirito di sopravvivenza trasformato in elementare
ed essenziale filosofia. Era una felicit strana quella che aveva percorso le
strade dItalia, in quel 3 di novembre, quando la flotta aveva attraccato a
Trieste: pi che altro, un grido liberatorio, un ce labbiamo fatta collettivo, il sospiro di sollievo trasformato in un coro lungo e largo quanto la
penisola. LItalia ne era uscita, salva, anche mettendo qualche toppa allonore perduto a Caporetto e prima di Caporetto nelle trattative da mercato
rionale condotte da una classe politica in larga misura impresentabile (valga
la cosa come memento: in fondo, da questo punto di vista, non ci sono state
nel Paese troppe Et dellOro mentre il bronzo si sprecato, soprattutto nel
modellamento delle facce). Tornavano i reduci che avevano smesso di essere combattenti e attendevano di riscuotere la cambiale che il Paese aveva
145

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

contratto con loro. Nelle trincee si erano formate nuove solidariet, si erano
avvicinati i dialetti, lItalia unita sulla carta, che la classe dirigente savoiarda
conosceva al massimo sino a Roma, aveva trovato in qualche maniera un
luogo, seppur pericoloso e dolente, in cui battezzarsi come soggetto collettivo, in cui scambiarsi esperienze, racconti, emozioni, sensazioni. E
paure. C un drammatico film del 1978, Tornando a casa, che illustra le
frustrazioni e le delusioni di chi torna da un massacro, un massacro ordinato
dallo Stato, unico detentore legittimo del potere della forza, un potere
grande e terribile come diceva Montesquieu a proposito della magistratura.
Parlava del Vietnam, quel film. Ma le guerre sono uguali e anche i racconti
si somigliano. In quelle trincee erano nate forti solidariet, la carne da cannone aveva voce, testa e cuore. Venivano dai campi, venivano dalle officine. Avevano vissuto nel fango, dormito alladdiaccio, condiviso il rancio
non sempre abbondante e ancor meno ottimo. Avevano, per, capito che
con loro lItalia aveva contratto un debito.
Anche perch, nel frattempo, alcuni di quelli che erano rimasti a
casa avevano trasformato la tragedia in un grande affare. La definizione
storicizzata nota: pescicani. Industriali che avevano sfruttato i tempi (e
le circostanze) per accumulare profitti, per diventare sempre pi ricchi: non
a caso la Fiat era uscita dal conflitto con le stimmate della pi grande
azienda del Paese, grazie alle commesse statali (non solo italiane). Si saldavano le recriminazioni, i risentimenti e le attese di chi tornava e di chi
era rimasto in unofficina a produrre per una vittoria il cui costo era ricaduto
su molti ma non su tutti. Bruno Buozzi lo aveva detto chiaro e tondo proprio
in quel congresso che termin mentre le piazze e le strade dItalia venivano
invase da tricolori festanti: bisognava cambiare registro. La Guerra era finita e con essa doveva finire anche quella Mobilitazione che aveva portato
alla militarizzazione delle fabbriche. Qualche beneficio gli operai lo avevano ottenuto: i salari, soprattutto tra i metallurgici, erano aumentati seppur
in maniera decisamente meno visibile dei prezzi. Il carovita erodeva i bilanci familiari del proletariato, rendeva difficile una vita gi stentata per
via della guerra e dei suoi postumi. Lo disse anche in Parlamento, lonorevole Buozzi (vi entr il 9 giugno 1920 quando Francesco Misiano eletto a
Torino e Napoli opt per il capoluogo piemontese lasciando libero il seggio
campano): Dovete convenire che il costo della mano dopera sui prodotti
146

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

aumentato in linea generale nella misura da uno a tre, da uno a tre e


mezzo. Il costo della vita aumentato da uno a cinque e forse pi: ne consegue quindi, che gli operai oggi stanno forse peggio di prima della guerra,
e che gli unici che hanno guadagnato, che hanno migliorato, sono i datori
di lavoro, e soprattutto gli speculatori e gli intermediari1. Il 12 maggio
del 1920, diciotto mesi dopo la fine della guerra a Napoli si erano create le
condizioni per la sua promozione a parlamentare. Tredici mesi dopo la
Grande Carneficina, Giovanni Giolitti era tornato, invece, alla guida del
governo. Ma le proposte dellesecutivo non lo convincevano e il 9 luglio
del 1920 Buozzi pronunci alla Camera un discorso di notevole durezza.
Gi nellincipit: Uomo dazione, di passione e di battaglia, ho limpressione che qui dentro si parli troppo e soprattutto che ci si ripeta troppo2.
Ironizzava con Benedetto Croce, ministro in quel governo: E non
vale, o signori, che il ministro Benedetto Croce, ex marxista si dice - ed
oggi neo-spiritualista e quindi pi in armonia col suo nome... non vale che
ci accomuni a voi cattolici. Fra noi e voi c una certa differenza3. E si
prendeva una rivincita anche nei confronti di Arturo Labriola, teorico di
quel sindacalismo rivoluzionario con cui aveva dovuto duellare nelle fabbriche italiane, passato armi e bagagli su posizioni meno barricadere e, per
questo, diventato anche lui ministro: E veniamo signori alla legislazione
sociale. Lonorevole Labriola, laltro giorno, ci ha fatto un discorso che pu
essere cos riassunto: il Ministero del Lavoro non esiste, nuovo, in formazione; io stesso sono nuovo di tutti i problemi che devono essere risoluti
o quanto meno trattati da esso; abbiate pazienza, vi assicuro per che sono
animato dalle migliori intenzioni, e soprattutto che ho un ardente desiderio:
quello di lavorare daccordo con le organizzazioni e gli organizzatori dItalia. Per poco non interruppi cos: se non vi sentivate preparato per certi
problemi non dovevate accettare il posto che vi stato affidato. Ma mi trattenni perch in un ambiente come questo, nel quale come mi diceva il compagno Morgari, tutti si atteggiano a competenti, soprattutto gli incompetenti,
gi un bel caso che ci sia almeno uno che confessa lealmente di non conoscere i problemi che deve trattare4. E quasi annunciando la tempesta che
stava arrivando (le condizioni si erano gi abbondantemente manifestate),
affermava: Il Parlamento nato con la borghesia, nato dalla borghesia,
nato in un momento nel quale vinceva la borghesia, la quale aveva davanti
147

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

di s un grande avvenire. Oggi, inutile che lo si nasconda, la borghesia


ha gi incominciato a scavarsi la propria fossa5.
Un intervento appassionato, figlio anche della retorica tipica di certi
appuntamenti parlamentari. Ma era anche il termometro di una situazione.
Buozzi sapeva che quelli sarebbero stati tempi complicati perch molte
cose andavano risistemate. I salari, certo. Ma andava ripristinata in fabbrica
prima di tutto una certa normalit e poi introdotta una maggiore democrazia, consentendo ai lavoratori di essere, da un lato informati su quel che
avveniva a livello di strategie industriali, e dallaltro a intervenire anche su
processi gestionali e decisionali che riguardavano direttamente lavvenire
delle persone, anche al di l dello stretto confine del posto di lavoro. Per
giunta la classe imprenditoriale era caratterizzata da alcuni difetti che ne
condizioneranno pesantemente, nei decenni a seguire, levoluzione. Tanto
per cominciare, una carente cultura di impresa, prodotto di una rivoluzione
borghese mai sviluppatasi (non lo era stato il Risorgimento, animato da
grandi spinte ideali ma decisamente minoritario), di un processo di industrializzazione pi lento rispetto a quello di paesi decisamente pi evoluti,
non solo lavanzatissima Gran Bretagna, ma anche la Francia e la Germania, uscita malconcia dalla guerra, carica di spirito di rivincita alimentato
anche da una certa cecit delle diplomazie internazionali.
Un Parlamento, come dimostra quella seduta, in cui si vedeva la pagliuzza negli occhi degli operai (i salari cresciuti ma in maniera inferiore
allinflazione) ma non la trave in quella degli imprenditori che cominciavano a piangere miseria per laffacciarsi sul proscenio europeo e nazionale
di una crisi che contraeva ricavi e utili. Uno stato, infine, primitivo dal
punto di vista sociale, in cui le protezioni scarseggiavano, in cui tutto dipendeva dal luogo e dalla famiglia in cui nascevi. Buozzi che viveva nella
societ, sapeva bene che la guerra aveva modificato profondamente le dinamiche sociali, sapeva bene che la gente chiedeva un segno di cambiamento. La storia fatta di confini invisibili. Nella vicenda delloccupazione
delle fabbriche, probabilmente questo confine si colloca tra il 10 e l11 di
settembre quando Ludovico DAragona, segretario della CGdL, rivolgendosi ai capi del Psi, pronunciava queste parole: Voi credete che questo sia
il momento per far nascere un atto rivoluzionario ebbene assumetevi la responsabilit. Noi che non ci sentiamo di assumere questa responsabilit di
148

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

gettare il proletariato al suicidio, vi diciamo che ci ritiriamo e diamo le


nostre dimissioni. Sentiamo che in questo momento doveroso il sacrificio
delle nostre persone: prendete voi la direzione di tutto il movimento6.
Cerano tutti, in quella sala fumosa, in cui laria attraversava a fatica la
folla di dirigenti sindacali (tra i quali Bruno Buozzi) e dirigenti di partito
(Egidio Gennari). DAragaona e Buozzi restarono al loro posto perch
come ha scritto Mario Isnenghi anche la sinistra politica a questo punto
si tira indietro. Il punto pi alto dellautocoscienza declina rapidamente,
entrando nel novero delle reciproche recriminazioni e delle occasioni perdute, mentre si impenna la volont di rivalsa sociale e politica di chi di
quel fare come in Russia - fosse solo per un momento, ha avuto paura7. A
quel confine gli uomini dellepoca giunsero per via di una vertenza che andava avanti da alcuni mesi; su quel confine, gli uomini che sono venuti
dopo discutono da oltre novantanni, provando a capire o lanciandosi semplicemente insulti, attribuendosi vicendevolmente colpe e responsabilit.
Il nodo la storiografia non lo ha sciolto. E forse non lo scioglier mai perch, come tutti i fatti a forte connotazione (e tensione) politica, le valutazioni dipendono dalle personali posizioni e quando dalloggettivo si scende
al soggettivo, le certezze della scienza (seppur di una scienza non esatta
come la storia) tendono a opacizzarsi.
Flashback: la scena arretra di un anno e mezzo. Quando, cio, al
culmine del primo inverno di pace, Buono Buozzi e la Fiom firmarono, il
20 febbraio del 1919 con lAssociazione Industriali Metalmeccanici, un accordo in cui lorario di lavoro viene fissato a otto ore a parit di salario: un
fatto inedito, una conquista senza precedenti. Lintesa riguardava cinquecentomila lavoratori e dalla primavera successiva sarebbe stata estesa anche
agli altri settori produttivi. Lazione del sindacato in quel momento aveva
due semplici obiettivi: lorario e il salario minimo. La prima area produttiva
che venne incontro alle richieste che erano state messe a punto dal comitato
centrale della Federazione Metallurgica fu Torino che accett di definire
delle tabelle salariali. Abbastanza agevolmente, venne estesa in Toscana
mentre Lombardia, Liguria ed Emilia la tirarono un po per le lunghe, provando a logorare il sindacato che, per tutta risposta, dichiar lo sciopero.
Gli impianti si fermarono per due mesi. Il braccio di ferro convinse gli industriali a mollare ma quelli lombardi provarono a non applicare laccordo
149

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

scatenando una nuova ondata di scioperi. Nel frattempo, le agitazioni si


estesero ad altre categorie, i braccianti, ad esempio: anche loro chiedevano
minimi salariali; al Sud cominciarono a occupare le terre, pratica che spesso
si accompagnava a scontri violentissimi con i carabinieri (nellestate del
1920, a Lecce, le forze dellordine aprirono il fuoco sugli scioperanti uccidendo tre contadini e una donna). Inoltre, sempre a partire dal 1919, si svilupparono manifestazioni spontanee contro il carovita: a Forl, il 30 giugno,
le donne rivoltarono al mercato i banchi della frutta e della verdura; a Brescia furono assaltati i negozi di alimentari (i carabinieri spararono uccidendo una bambina di 12 anni); a Catania pi di trecento magazzini furono
svuotati; a Taranto le forze dellordine caricando la folla stanca di una vita
di stenti, ammazzarono quattro persone.

6.1 Sindacato al culmine del suo potere

Sulla scena torinese, poi, irruppero anche i tecnici, quelli che


con terminologia pi moderna potremmo definire i quadri che poi, nel
1980, uno sciopero, quello dei trentacinque giorni alla Fiat, lo fecero terminare. Una agitazione che, come avverr in tempi pi recenti, ma a parti
invertite, provocher non pochi contrasti tra le diverse categorie di lavoratori. Gli imprenditori provarono, infatti, a sostituire i tecnici con gli operai
pi anziani, esperti e preparati ricevendo un netto rifiuto. A quel punto, sospesero la produzione. Il Parco Michelotti, che era stata lAgor operaia
nella vertenza di sei anni prima, divenne lAgor di tutti. Si ritrovavano i
tecnici che organizzavano assemblee mentre a poca distanza si riunivano
gli operai. Linattivit degli uni (voluta) e degli altri (non voluta) cominci
a produrre degli attriti. Anche perch le due categorie non erano inquadrate
nello stesso sindacato. Era un problema che Buozzi si era posto sin dal momento in cui aveva preso le redini della Fiom trovando, per, orecchie attente solo nel giovane dirigente Gino Castagno che aveva lanciato lidea
di inglobare anche i quadri nellorganizzazione. E fu probabilmente
quella strana e diffidente coabitazione nel Parco che convinse poi il segretario della Fiom a cambiare il contenuto non solo dellacronimo (da Federazione Italiana Operai Metallurgici a Federazione Impiegati e Operai
Metallurgici) ma anche del sindacato. Tanto vero che fu proprio in quei
giorni che Buozzi cominci a intervenire nelle assemblee dei tecnici te150

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

nendo insieme una umanit che altrimenti si sarebbe prima divisa e poi sarebbe entrata decisamente in rotta di collisione.
Cera un grande fermento sui posti di lavoro. E le organizzazioni
operaie e sindacali erano fortissime. I numeri, crescenti, ne erano la conferma: Il Partito Socialista nel paese era radicatissimo avendo aperto la bellezza di duemila sezioni frequentate da duecentomila iscritti; alle elezioni
(con metodo proporzionale) in cui venne eletto deputato anche Bruno
Buozzi, il Psi ottenne una straordinaria affermazione conquistando ben 156
seggi (al Senato non ne aveva nessuno per il semplice motivo che quella
Camera non era elettiva ma composta soltanto di cooptati); le cooperative
si contavano a migliaia. E poi cera il sindacato. Alla Confederazione Generale del Lavoro risultavano iscritti due milioni di italiani. Ma la CGdL
non era lunica organizzazione sulla scena. LUsi, la vecchia sigla nata grazie ai sindacalisti rivoluzionari e con sangue anarchico, poteva contare su
trecentomila aderenti; notevolmente forte era il sindacato bianco, la Cil
(Confederazione Italiana del Lavoro) che aveva in qualche maniera incassato anche il dividendo del Patto Gentiloni (un milione e ottocentomila
iscritti) e si difendeva la UIdL (Unione Italiana del Lavoro) di ispirazione
repubblicana (duecentomila tessere). Complessivamente poco meno di
quattro milioni e mezzo di lavoratori organizzati. Era in qualche maniera
la conseguenza della guerra, del bisogno di riscuotere quel che le trincee
avevano promesso. Quanto poi tutto questo fosse sorretto da una vera consapevolezza, da una robusta coscienza operaia, tutto da vedere; quanto
tutto questo fosse incentivato dalla prospettiva di un successo e di un guadagno immediato pi che da un moto sorretto anche di idealit, non si potr
mai stabilirlo n con certezza n con approssimazione.
Nelle fabbriche, per, di discuteva, si dibatteva e si parlava dei modi
in cui aggiungere alla rappresentanza caratteristiche ancora pi democratiche. , daltro canto, storia antica: c sempre una certa diffidenza tra i vertici di una organizzazione e la base, una distanza da colmare nel lavoro
quotidiano ma che difficilmente riesce a essere colmata completamente.
il limite della democrazia rappresentativa che obbliga sempre qualcuno a
decidere per tutti. E se un filosofo diceva che la democrazia il migliore
dei sistemi imperfetti, anche lidea di una rappresentanza che alla fine stabilisce ci che si pu ottenere e ci che non possibile ottenere, , per
151

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

quanto inadeguata, lunica soluzione che sino ad ora ha funzionato, visto


che le spinte assembleariste non hanno portato da nessuna parte e che si fatica a pensare che possa essere un clic su una tastiera o una semplice pressione sul mouse a fare piazza pulita di diffidenze e resistenze che sono
estremamente radicate nellanimo umano. In ogni caso, in quei primi mesi
del dopo-guerra fioriva nelle fabbriche lidea dei Consigli. A spingerla, soprattutto, il giovane scrittore socialista di cui aveva parlato Bruno Buozzi
in un congresso della Fiom, Antonio Gramsci. In pratica tutti gli operai,
iscritti e non al sindacato, avrebbero dovuto democraticamente eleggere i
rappresentanti di reparto che avrebbero costituito il Consiglio di Fabbrica;
la Commissione Interna doveva diventare cos una emanazione dei Consigli. In realt, la proposta caldeggiata da Gramsci ebbe notevole successo a
Torino ma solo in maniera parziale riusc a varcare i confini della citt. La
soluzione, nella versione pi estrema, avrebbe dovuto consegnare lelezione
del Consiglio Direttivo ai Consigli sottraendola cos ai soli associati. Bruno
Buozzi nei confronti della proposta inizialmente fu molto diffidente ma alla
fine lassecond (in un convegno della Fiom che si svolse a Firenze il 9 e
10 novembre del 1919) anche se la sua interpretazione era decisamente diversa da quella di Gramsci: per lui lazione di questi nuovi organismi doveva essere propedeutica a quella delle Commissioni Interne, doveva
integrarsi (in quanto per si consideri la loro funzione come la continuazione dellopera delle commissioni interne coordinata con quella dellorganizzazione, ai cui principi deve essere ispirata8), non superarla o,
addirittura, sostituirla. In realt la scintilla della passione non scatt mai
tra il leader metallurgico e i Consigli tanto vero che anni dopo scrisse che
a Torino quegli organismi divennero strumento di opposizione alle direttive fino ad allora seguite dalla Fiom ed i commissari di reparto si sopravvalutarono e si sovrapposero a tal punto alla organizzazione, che questa,
in molti casi risult alla merc dei disorganizzati. Esattamente quello che
era avvenuto prima della guerra con i sindacalisti rivoluzionari: un ricorso
storico che sicuramente condizion latteggiamento di Buozzi nei confronti
dei Consigli e lo port in rotta di collisione con i comunisti dellOrdine
Nuovo.
Il giovane scrittore socialista, invece, aveva una visione decisamente pi estrema. Scriveva: Le Commissioni Interne sono organi di de152

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

mocrazia operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori ed alle quali occorre infondere vita nuova. Gi oggi le Commissioni Interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica. Sviluppate ed
arricchite, dovranno essere domani gli organi del potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni utili di direzione e di amministrazione. Gi fin doggi gli operai dovrebbero procedere alle elezioni
in vaste assemblee di delegati, scelti fra i migliori e pi consapevoli compagni sulla parola dordine: Tutto il potere dellofficina ai comitati dofficina. Coordinata allaltra: Tutto il potere dello stato ai Consigli operai e
contadini9. Le parole dordine riecheggiano il tutto il potere ai Soviet
di leniniana provenienza. La battaglia sui Consigli che Gramsci e gli ordinovisti in questa prima fase conducono con una certa prudenza, diventer
col tempo pi aggressiva, verr utilizzata per mettere sotto accusa la dirigenza riformista del sindacato e anche per preparare le condizioni per la
scissione di Livorno. Ne parleremo nel prossimo capitolo. Ma chiaro che
in questa storia complessa la polemica sui Consigli gioc un ruolo tuttaltro
che secondario. Sotto alcuni aspetti, loccupazione delle fabbriche, cio la
lunga vertenza che sfoci in quella clamorosa agitazione, ricorda quello
che era avvenuto nel biennio 1911-1913. L ci fu un accordo rifiutato che
poi port la Fiom a recuperare le posizioni puntando non solo sulla democrazia interna ma, soprattutto, sulle conquiste. Anche nel 1920 si parte con
un passo falso: il cosiddetto sciopero delle lancette. Cos come nel 1911 il
sindacato di Buozzi sub laggressivit dei sindacalisti rivoluzionari, di Alceste De Ambris, Filippo Corridoni, Edmondo Rossoni, Arturo Labriola e
Paolo Orano, allo stesso modo nellaprile di nove anni dopo, la Fiom fin
per essere scavalcata dallattivismo proletario.
La Fiat aveva deciso di continuare a far ricorso allora legale come
in tempo di guerra. Ma proprio il ricordo del conflitto scaten lopposizione
operaia. Un lavoratore ebbe lidea di riportare indietro le lancette, cio di
tornare al conteggio solare. Scoperto da un guardiano, venne licenziato in
tronco. Il Consiglio di Fabbrica lo difese e senza interpellare la Commissione Interna proclam lo sciopero. Lazienda rispose a suo modo: con la
serrata. Ma non fin l. Perch dallo sciopero tout court si pass a quello
bianco che dur altri due giorni e venne interrotto da una nuova serrata che
dur venti giorni e convinse la Camera del Lavoro a proclamare lo sciopero
153

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

generale. Dopo undici giorni in cui lattivit produttiva era bloccata, la


CGdL neg lappoggio agli scioperanti. Ma la situazione si era cos incarognita che solo un intervento di governo e sindacato poteva riportare un
minimo di normalit (nel frattempo della cosa si era disinteressata anche
la direzione del Psi). A quel punto accadde lincidente. Ludovico DAragona, investito della grana, rispose con una battuta a dir poco infelice: Andiamo a Torino a seppellire il morticino. Ma non si pensi che andr sempre
cos10. Gli operai non la presero bene. Ma dalla vicenda alla fine uscirono
malconci anche i Consigli che videro diminuire i loro poteri.
Lapparente marginalit del motivo del contendere non deve trarre
in inganno perch sullo sciopero delle lancette non solo si misur il livello
dello scontro tra Buozzi, la dirigenza riformista del sindacato e lormai nascente partito comunista, ma anche la diversit di vedute allinterno dello
stesso PCdI in gestazione dove le idee di Gramsci sui Consigli di Fabbrica
(un dato che pi tardi verr sottolineato anche dal leader della Fiom) non
che coincidessero proprio con quelle di Amadeo Bordiga. Non basta, attraverso quella vicenda si riescono anche a interpretare i tentennamenti, gli
errori e le omissioni del dopo-occupazione delle fabbriche e i mutamenti
di umori (e di risposte) degli industriali. Probabilmente proprio a questo
complesso di valutazioni che faceva riferimento Buozzi nelle analisi che
successivamente mise a punto su quel periodo storico. Per interpretare al
meglio il confronto (e lo scontro) sui Consigli di Fabbrica (perch da qui
che bisogna partire) un utile contributo lo ha offerto Massimo L. Salvadori.
Spiegava preliminarmente lo storico: Gli ordinovisti erano convinti della
piena attualit della rivoluzione socialista. In questo contesto politicoculturale, i Consigli finivano per diventare un elemento centrale. Ma qui,
come si suol dire, casca lasino. Spiegava Salvadori: Il movimento dei
consigli torinese divenne oggetto delle opposte critiche e avversioni dei
sindacati, dei socialisti massimalisti, dellaltra componente comunista del
Partito socialista, guidata dal napoletano Amadeo Bordiga, degli industriali. I sindacati, dominati dai riformisti, consideravano i consigli sia una
forzatura radicale avulsa dalla realt italiana sia una minaccia alla loro
funzione; i massimalisti vedevano in essi una sottovalutazione della funzione dirigente del partito; secondo i bordighiani i consigli di fabbrica non
avevano nulla da spartire con i soviet russi...; gli industriali dal canto loro
154

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

lo giudicarono un intollerabile attentato al potere padronale e alle gerarchie in esso stabilite. Le conseguenze furono che nel convegno del partito
socialista che si svolse a Milano il 20 e 21 aprile del 1920 venne respinta
la proposta degli ordinovisti di trasformare lo sciopero torinese in una astensione dal lavoro nazionale con la conseguenza che il 23 aprile lagitazione
termin anche nel capoluogo piemontese. Alla base di tutto questo uno
scontro ideologico che riguardava direttamente Bruno Buozzi. Perch se
per Turati in Italia non esisteva la possibilit stessa di fare come in Russia, poich lo stato e la classe dirigente erano uscite rafforzate dalla
guerra... per Gramsci siffatta possibilit si presentava come oggettiva e poteva essere vanificata unicamente dallinsipienza soggettiva delle forze rivoluzionarie. Conclusione: Per il leader riformista occorreva seguire la
via della riforma democratica e gradualista per scongiurare un rivoluzionarismo che portava alla reazione; per il leader rivoluzionario bisognava
abbandonare ogni riformismo e sottrarre la rivoluzione alla direzione di un
massimalismo inetto, sottoponendola alla guida di un nuovo e diverso massimalismo. Alla luce di queste analisi, quel che avverr dopo, comprese le
recriminazioni di Bruno Buozzi (la sua collocazione in una posizione sostanzialmente mediana), appariranno agevolmente comprensibili.

6.2 La resa dei conti politica

Ma torniamo alla nostra storia. Lo sciopero delle lancette era finito


mentre lo scontro nella sinistra e nel paese infuriava. Il clima era, evidentemente, saturo di tensione. Sarebbe stata sufficiente una scintilla per accendere un enorme fal. Arriv. Ha raccontato Pietro Nenni: La lotta
proletaria del dopoguerra ebbe il suo punto culminante in Italia durante
loccupazione delle fabbriche. Questo fu il pi grande movimento sindacale, non soltanto in Italia, ma in Europa11. Tra Nenni e Buozzi, al di l
delle parole di circostanza o dei commenti emotivi, non ci fu mai una particolare sintonia: avevano storie politiche diverse alle spalle, il riformismo
che ispirava il segretario della Fiom, non era parte del dna del leader socialista, soprattutto non lo era stato negli anni giovanili. Ma su questa valutazione postuma tutti e due concordavano. Scriveva Buozzi: Fra le
memorabili agitazioni combattute dal proletariato italiano nellimmediato
dopoguerra, loccupazione delle fabbriche, campeggia sopra tutte. Gi nel
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

1919 le principali federazioni italiane avevano conquistato le otto ore, i


minimi di salario, la revisione periodica dei salari in relazione al costo
della vita, le commissioni interne, il Regolamento unico e altre migliorie.
La lotta per la conquista dei minimi di salario era stata la pi dura. Essa
richiese numerosi scioperi, fra i quali rimase memorabile quello dei metallurgici in Lombardia, Emilia e Liguria (circa 100.000 operai), durato
oltre due mesi e sostenuto colla pi generosa solidariet da tutte le organizzazioni. Ma, ripetiamo, loccupazione delle fabbriche campeggia su tutte
le altre agitazioni: sia per il numero di operai in essa interessati circa
500.000 sia per i metodi di lotta usati12.
E pensare che la vertenza sembrava destinata a risolversi in pochissimo tempo tanto vero che in alcune aziende erano stati persino pagati
degli anticipi sui salari in attesa di regolarizzare la situazione nel momento
in cui laccordo fosse intervenuto. Sembrava semplice perch, poi, la piattaforma programmatica era stata in larga parte gi acquisita in termini di
conquiste. La vertenza doveva servire a raccogliere le membra sparse, cio
le tante intese raggiunte a livello regionale per fonderle in un unico grande
accordo nazionale. Ovviamente era previsto qualche ritocco salariale, alle
tariffe dei cottimi, ma le due vere novit erano le ferie pagate e lindennit
di licenziamento. Seguendo i principi di azione gi utilizzati nella vittoriosa
vertenza del 1913 (veniva richiesta la conferma di quelle conquiste), Buozzi
e i suoi avevano preparato con attenzione il memoriale da presentare ai datori di lavoro. I dirigenti della Fiom si erano ritrovati a Genova per un congresso straordinario che era durato dal 20 al 25 maggio, in quella sede
avevano definito la struttura della piattaforma rivendicativa che venne presentata il 18 giugno. La trattativa cominci il 15 luglio e si aren subito su
una questione procedurale (pi che altro strumentale). Infatti, con una
azione probabilmente di disturbo, sia lUsi che la Cil avevano presentato
dei memoriali propri. Gli imprenditori presero la palla al balzo sostenendo
che andavano discussi tutti contemporaneamente, cosa che alla Fiom non
faceva certo piacere, perch allungava i tempi. Per aggirare lostacolo,
Buozzi disse che la sua organizzazione non voleva discutere il contratto
per tutte le aziende ma solo per quelle in cui la Fiom aveva la maggioranza.
Gli imprenditori facevano, per, resistenza passiva, sostenendo che
le richieste erano incompatibili con le condizioni del settore produttivo e
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L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

chiedevano al sindacato di dimostrare il contrario. A quel punto, Buozzi


spediva una lettera: Vi avvertiamo che a noi spetta solo di dimostrare che
esse (le richieste, n.d.a.) sono giustificate: a) dal rincaro del costo della
vita verificatosi dallepoca della stipulazione dei concordati che hanno
portato alla fissazione dei minimi di salario, sia pure tenuto conto dei miglioramenti ulteriormente concessi; b) dal confronto con i salari di industrie assai meno specializzate delle nostre. Tale giustificazione ci sembra
persino superflua perch i Bollettini dei mercati ed i concordati delle altre
industrie sono a disposizione di tutti: in ogni modo al momento opportuno
ci riuscir assai facile. bene pertanto rilevare che a noi non spetta, come
non ha mai spettato agli operai, dimostrare che le richieste di miglioramento sono sopportabili dallindustria. Gli industriali avranno il diritto di
pretendere tale dimostrazione dagli operai o dalle loro organizzazioni
quando avranno concesso loro il diritto e la possibilit di controllare seriamente landamento delle aziende industriali, la qual cosa per riportate

Lenin durante la Rivoluzione dOttobre: fu durissimo con Turati e i riformisti

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dichiarazione fatteci da vostri rappresentanti, ci sembra tuttaltro che desiderata dalla vostra organizzazione13. Seppur ancor fuori dalla piattaforma rivendicativa, comincia cos a far capolino la questione del controllo
della fabbrica e di quelli che poi verranno chiamati diritti di informazione.
Chiaramente viene sollevata con intento da un lato ostruzionistico e dallaltro provocatorio. La lettera di Buozzi era la risposta a una missiva spedita dagli industriali qualche giorno prima, precisamente il 22 luglio, nella
quale le aziende dicevano di non essere nelle condizioni economiche per
soddisfare le richieste, una affermazione che induceva Buozzi a sottolineare
che la pregiudiziale di discutere in comune con le altre organizzazioni sia
stata da voi presentata nella speranza di poter evitare una seria discussione
sui memoriali presentati14.
Davanti allintransigenza padronale e per convincere la controparte
a sedersi al tavolo delle trattative, il 26 luglio la Fiom decise il blocco degli
straordinari, scelta che convinse gli imprenditori ad accettare lincontro che
si svolse il 29 luglio. Ma anche questa volta la risposta, ancorch articolata
in cinque punti, era sintetizzabile in poche parole: no su tutti i fronti perch
laccoglimento, anche se possibile, delle domande operaie, porterebbe a
un nuovo aumento del costo dei prodotti con corrispondente sacrificio da
richiedersi ad altri cittadini e, in definitiva, agli stessi operai. Insomma,
gli incrementi salariali venivano rifiutati per il bene della collettivit. In
ogni caso, i contatti continuavano. Nuova riunione il 10 agosto ma il 13 la
delegazione imprenditoriale si presentava con una mozione approvata dai
soci nella quale si diceva che la Commissione interregionale nominata
dalla Federazione nazionale sindacale dellindustria meccanica, metallurgica e navale, deve con vivo rammarico constatare che i dati e le notizie
esposte per dimostrare le attuali condizioni dellindustria frutto di un
lungo e coscienzioso lavoro non sono stati tenuti nella dovuta considerazione da nessuna delle organizzazioni operaie15. Si tratta di un piccolo
capolavoro narrativo: gli industriali si rammaricavano non per il fatto di
non poter aggiornare i salari, ma per il fatto che i lavoratori non se ne erano
fatti una ragione.
Insomma, le trattative, dopo un mese, erano sempre allo stesso
punto, cio alla rottura. Anche perch, contemporaneamente, lelegante diniego contenuto nella mozione era stato illustrato con una metafora hard
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L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

core da uno dei membri della delegazione, il relatore Edoardo Rotigliano


che poi divenne deputato fascista: Ogni discussione inutile. Non c
niente per nessuno. Da quando finita la guerra gli industriali hanno sempre calato i pantaloni. Ma ora basta: e incominciamo da voi. E cos venne
organizzata dalla Fiom una nuova riunione (il 16 e 17 agosto) nel corso
della quale venne decisa ladozione dellostruzionismo, quello che oggi
chiameremmo sciopero bianco, con il rigido rispetto delle norme sulla sicurezza (cominci il 21 agosto). Gli imprenditori prima si fregarono le mani
(erano convinti che questo tipo di agitazione li avrebbe danneggiati in misura molto limitata), poi cominciarono a parlare di sciopero subdolo. La
scelta di quella forma di protesta la illustr tempo dopo Buozzi: alla Fiom
erano convinti che il braccio di ferro sarebbe andato avanti a lungo, le casse
del sindacato non erano in grado di sostenerlo. Meglio, dunque, una forma
di agitazione che limitava al minimo il prelievo sulle buste-paga aumentando al massimo le perdite dellazienda. E le perdite furono cos consistenti
che a sostegno delle ragioni degli industriali intervennero i grandi mezzi
di comunicazione dellepoca come il Corriere della sera che schier il
fior fiore dei suoi opinion leader, a cominciare da Luigi Einaudi, che sarebbe diventato, dopo la seconda guerra mondiale, presidente della Repubblica. Leconomista sostenne che lo sciopero bianco ha carattere pi
coperto e pi dannoso dello sciopero16. Rispondeva Buozzi: un metodo
subdolo quello dellostruzionismo? Pu anche darsi. Ma quanti non sono
i metodi subdoli che adottano gli industriali nella loro lotta contro gli operai, senza che sia mai intervenuto un giornale borghese a deplorarli... Il
senatore Einaudi preferisce lo sciopero... Gli industriali avrebbero anchessi preferito lo sciopero. Due o tre mesi avrebbero resistito tranquillamente. Malgrado le loro geremiadi hanno pure ammesso di avere ancora
delle riserve. Ebbene avrebbero consumato le riserve in attesa che gli operai si fossero rassegnati a tornare al lavoro sconfitti17.
Ben sapendo che sarebbe stata una lotta di nervi e che gli imprenditori avrebbero provato ad approfittare di tutti i passi falsi degli operai organizzando apposite campagne mediatiche (cosa che fecero puntualmente),
la Fiom invit i lavoratori ad evitare qualsiasi atto di sabotaggio. Dopo nove
giorni, per, lAlfa Romeo, contro il parere del prefetto, forz la mano disponendo la serrata, venendo seguita nellesempio dalla Isotta Fraschini;
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

per risposta la Fiom ordin la presa degli impianti cio loccupazione


delle fabbriche e per sicurezza la estese a tutti gli stabilimenti di Milano,
cio trecento officine (la controffensiva operaia port pure al temporaneo
sequestro di Cesare Isotta e Vincenzo Fraschini, proprietari della omonima
fabbrica di automobili). Cominciava cos la pi dura e complessa vertenza
del primo dopoguerra e, probabilmente, della storia di tutto il sindacalismo
italiano. La Fiom organizz le cose per fare in modo che la produzione continuasse, spostando, dove si presentava la necessit, i lavoratori da una
azienda a unaltra; i turni vennero rispettati rigidamente; lalcool non fu
ammesso nei capannoni; per sostenere finanziariamente i lavoratori, Buozzi
stipul un mutuo con listituto di credito per le cooperative garantito dalle
cooperative metallurgiche; furono organizzate squadre di sorveglianza per
impedire eventuali irruzioni della polizia. Ma Giolitti prefer non intervenire
suscitando le ire degli industriali. Poi si giustific: Come potevo impedire
loccupazione delle fabbriche? Si tratta di 600 manifatture dellindustria
metallurgica. Per impedire loccupazione delle fabbriche avrei dovuto mettere una guarnigione in ciascuno di questi opifici, nei piccoli un centinaio
di uomini, nei grandi alcune migliaia: avrei impiegato per occupare le fabbriche tutta la forza di cui potevo disporre! E chi sorvegliava i 500.000
operai che restavano fuori dalle fabbriche? Chi avrebbe tutelato la pubblica sicurezza nel Paese? Forse dovevo, avvenuta loccupazione delle fabbriche, far sgombrare le fabbriche con la forza? Era la guerra civile18.
Il 1 settembre gli industriali di Roma e Torino provavano a fare la
serrata ma venivano preceduti perch la Fiom, intuendo i piani della controparte, aveva invitato gli operai a giocare danticipo. Nel corso delle occupazioni gli operai svelavano la pratica padronale delle liste nere e dello
spionaggio nei confronti degli operai pi pericolosi da un punto di vista
sindacale e, a quel punto, al primo posto della piattaforma veniva inserito
il controllo delle fabbriche. Una scelta che allapparenza sembrava mettere tutti daccordo. Sulledizione torinese dellAvanti! Antonio Gramsci
scriveva: Oggi con loccupazione operaia, il potere dispotico della fabbrica spezzato; il diritto di suffragio per la scelta dei funzionari industriali
passato alla classe operaia. Ogni fabbrica uno stato illegale, una repubblica proletaria, che vive giorno per giorno, attendendo lo svolgersi
degli eventi. Ma se una grande incertezza regna ancora sullavvenire di
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queste repubbliche proletarie, dato che le forze non si rivelano e non lasciano comprendere le loro reali intenzioni, la constatazione che queste repubbliche vivono ha una portata e un valore storico smisurato19.
Gramsci avvertiva il soffio della rivoluzione e le sue parole erano conseguenti. Ma da un versante decisamente diverso, Filippo Turati diceva: La
rivendicazione del controllo operaio, mantenuto nei limiti in cui oggi possibile fruttuosamente esercitarlo, essa stessa una rivoluzione, la pi
grande, dal punto di vista socialista, dopo il conquistato diritto di coalizione e il suffragio universale20. Per Turati, insomma, era gi quella una
evoluzione, dal punto di vista dei diritti dei lavoratori, rivoluzionaria, cosa
che nel suo gradualismo si traduceva in un traguardo raggiunto che consentiva di guardare ad altri traguardi. Senza colpi di mano.
In sostanza era cominciata unaltra partita, tutta politica e allinterno
del Psi. Le prime avvisaglie si erano avute il 4 e 5 settembre quando a Milano la CGdL si era riunita con la direzione del Psi sulla base del patto di
azione che era stato rinnovato appena due anni prima, il 19 settembre del
1918. In quella sede, Buozzi venne messo sotto accusa: Ti sei fatto prendere la mano, gli dissero. E lui rispose rivendicando pienamente la responsabilit delle scelte e dellazione. In realt il leader sindacale aveva una
strategia: spingere il Psi al potere attraverso una azione eclatante, non in
funzione rivoluzionaria, per, ma democratica, favorendo cio la costituzione di un governo di programma che avesse al centro unidea di Costituente capace di mutare il volto dello stato in senso progressista. Ma lo
scontro decisivo si gioc il 10 e 11 settembre quando partito e sindacato
tornarono a riunirsi per decidere se lazione di lotta aveva ormai travalicato
i confini economici per spaziare su un terreno politico. In questo secondo
caso, CGdL e Fiom si sarebbero dovute fare da parte per mettere tutto nelle
mani del Psi. Insomma, dallazione rivendicativa alla rivoluzione, alla lotta
armata.

6.3 La rivoluzione messa ai voti

Il Partito reclam, ma non con particolare veemenza, il controllo


della vertenza, la Confederazione sostenne che si era ancora sul terreno
economico (la dichiarazione di DAragona che abbiamo prima riportato
conferma quella posizione addossando al Psi la responsabilit di decidere),
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la Fiom prov a mediare proponendo lallargamento del movimento, daccordo con Confederazione e Partito, per instaurare la repubblica socialista
e mandare al potere un governo socialista, col programma di attuare tutte
le riforme politiche ed economiche pi insistentemente invocate dal proletariato21. Alla fine vinse la linea della CGdL. Lordine del giorno DAragona ottenne 591.245 voti contro i 409.569 di Bucco. Gli astenuti furono
93.623 cio la Fiom. Soprattutto su questa scelta adottata da Buozzi e i suoi
uomini successivamente si aperto un dibattito. Piero Boni, segretario generale della Fiom in coabitazione con Bruno Trentin e poi segretario generale aggiunto della Cgil, uno dei riscopritori delleredit ideale di Buozzi,
consider quella scelta caratterizzata da un certo livello di renitenza: che
fosse stato contro o a favore del trasferimento della gestione della vertenza
al partito, avrebbe dovuto comunque esprimersi.
Ancor di pi il clima di quei giorni, il livello dello scontro non solo
esterno (con gli industriali) ma anche interno (tra comunisti e massimalisti
da un lato e riformisti come Buozzi dallaltro) lo ha illustrato Pietro Secchia
in un libro del 1971: Le armi del fascismo 1921-1971. A volte i ricordi
del gi piuttosto anziano dirigente politico (aveva sessantotto anni quando
scrisse quel saggio) che il Pci aveva largamente rimosso dalla sua storia
(forse a causa di imbarazzanti riferimenti a vecchi album di famiglia) sono
un po confusi. Ad esempio, quando affermava che verso la fine di settembre furono convocati a Milano gli organismi direttivi del Partito Socialista
e della Confederazione del Lavoro che a lungo discussero se il movimento
aveva carattere economico o politico. Il vertice, invece, si tenne fra il 10 e
l11 settembre. Ma ci che conta latteggiamento che alcuni settori del
proletariato torinese (in particolare quelli che facevano maggiormente riferimento ai Consigli di Fabbrica e allOrdine Nuovo) avevano nei confronti
dellagitazione. Per loro, infatti, quello era linizio della rivoluzione.
Secchia raccontava quei giorni anche attraverso la testimonianza di
Vincenzo Bianco, metallurgico, ordinovista. Bianco nel 1930 su Lo Stato
Operaio spiegava cosa avrebbero dovuto fare le avanguardie rivoluzionarie preliminarmente: Eliminare dalla direzione i traditori riformisti
per lanciare la parola dordine della presa del potere. Ma un piano simile esigeva, per la riuscita, che i dirigenti riformisti fossero allontanati
con la forza. Preventiva epurazione, dunque. Bianco raccontava anche
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lorganizzazione militare che era stata avviata: In alcune fabbriche si trovarono mitragliatrici in numero abbastanza grande. Poi, per, accadde
che nei capannoni si svilupp sin dallinizio negli operai uno spirito di
fabbrica e quando si riusc a superare... si era gi arrivati al momento
in cui DAragona e Buozzi trattavano con Giolitti il tradimento.
Fra i giocatori della stessa squadra le visioni erano inconciliabili.
Il racconto di Bianco induceva Secchia a concludere: I massimi dirigenti
della classe operaia, la direzione del Partito socialista e in particolare
della Confederazione del lavoro, sono orientati non alla presa del potere
ma a strappare un ottimo contratto. Anche i migliori lavorano come se la
rivoluzione dovesse cadere dal cielo, realizzata e messa ai voti col consenso
dei riformisti. Il fatto che in quel momento gi si pensava a quel che sarebbe dovuto accadere a Livorno, a gennaio dellanno successivo. Scriveva
Secchia: Gli aderenti alla frazione comunista astensionista che lavoravano alla Fiat, riunitasi nella notte del 20 settembre, decisero di inviare
un compagno a Milano, portatore di un ordine del giorno col quale chiedevano la costituzione del partito comunista. Ci volle tutta lautorit di
Gramsci, di Togliatti e di Terracini per persuadere quei compagni che era
necessario per almeno due o tre mesi, sino al congresso di Livorno, continuare a lottare in seno al Partito socialista per poter poi portare al Partito
comunista il maggior numero di militanti.
Il leader metallurgico in quelle fasi tempestose ha spiegato (ne parleremo pi avanti) che quella scelta (lastensione nella riunione del 10 - 11
settembre) matur perch non voleva condizionare i veri protagonisti di
quella partita, cio il Psi e la CGdL. Voleva, soprattutto, stanare il partito,
indurlo a una risolutezza che, al contrario, non ci fu, nonostante in quella
riunione ci fosse il vertice al gran completo. Egidio Gennari, che sino allanno prima era stato segretario del partito, a votazione conclusa rilasci
una dichiarazione a nome della direzione del Psi da cui non traspariva n
delusione n particolare animosit: Io ricordo che fra la CGdL e il Ps esiste un patto di alleanza che, ritengo, nessuno di noi ha interesse di infrangere specialmente in questo momento nel quale indispensabile unire le
forze del proletariato per una lotta che pu iniziarsi in un certo senso, ma
che probabilmente dovr essere condotta sino allestremo. Il patto di alleanza stabilisce che per tutte le questioni di carattere politico la Direzione
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

del partito pu assumere la responsabilit di avocare a s la direzione del


movimento, e la Confederazione si impegna di non ostacolare il movimento
stesso. In questo momento la direzione del partito non intende valersi di
tale facolt. Potrebbe darsi che in seguito per mutate circostanze, la direzione ritenga opportuno fare appello al patto stabilito fra noi e voi, e sono
certo che ognuno far onore al patto22. La irrisolutezza socialista denunciata da Buozzi emerse da un articolo per lAvanti! di Giacinto Menotti
Serrati a parere del quale le condizioni per una presa del potere con le armi

Dieci anni dopo, Buozzi analizza la vertenza culminata con loccupazione delle fabbriche

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L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

non si erano create visto che Giolitti non aveva replicato con la repressione
e la violenza; a Lenin, che aveva criticato i dirigenti italiani, rispondeva:
Non il caso di parlare di dimostrazione della capacit insurrezionale
alcuna ma solo un largo e profondo movimento sindacale, salvo qualche
incidente sporadico, totalmente pacifico.
La prospettiva rivoluzionaria, alla fine di quella riunione, non veniva accantonata ma rimaneva sullo sfondo, come un orizzonte inafferrabile. Gennari in occasione della scissione di Livorno ader al PCdI,
presumibilmente faceva riferimento allala che in quel momento avrebbe
dovuto con maggior vigore puntare alla rivoluzione. Ma non lo fece. Ludovico DAragona si tenne tra le mani il testimone: Io devo ringraziarvi
a nome del Consiglio Direttivo. Gli applausi (a Gennari) dimostrano che
noi dobbiamo ringraziare la Direzione del partito per le dichiarazioni fatte.
Noi possiamo assicurare la Direzione del partito che quando essa creder
opportuno di assumere la responsabilit completa della direzione del movimento, noi, cos come abbiamo offerto le forze confederali, lo faremo
anche quel giorno23. Lordine del giorno approvato, seppur piuttosto
lungo, era facilmente sintetizzabile: Il Consiglio Nazionale della Confederazione generale del lavoro, udita la relazione del segretario generale della
Fiom e del Consiglio Direttivo della Confederazione... decide che obiettivo
della lotta sia il riconoscimento da parte del padronato del principio del
controllo sindacale delle aziende intendendo con questo aprire il varco a
quelle maggiori conquiste che devono immancabilmente portare alla gestione collettiva e alla socializzazione24. Bisogna anche aggiungere che alla
ricerca di uno spazio politico e rivoluzionario era anche Mussolini che il 10
settembre incontr Buozzi in albergo insieme a Manlio Morgagni del Popolo dItalia (sarebbe arrivato al vertice dellagenzia Stefani e si sarebbe
suicidato dopo il 25 luglio del 1943); allincontro era presente anche Mario
Guarnieri. Il futuro duce peraltro tra il 1918 e il 1921 ebbe sul Popolo
dItalia un atteggiamento benevolo nei confronti della Fiom (scrisse Michele Bianchi, uno dei quadrumviri della marcia su Roma, sul giornale del
duce del 2 settembre 1920: Il nostro atteggiamento stato sin dal primo
momento improntato a simpatia per le masse. Oggi diciamo che la presa di
possesso un errore formidabile, salvo che gli organizzatori non intendano
di servirsene come pedina per un disegno smisuratamente pi vasto. Deve
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

servire per un movimento sociale? In tal caso sarebbe prova di squisito


acume politico... Avrebbe una logica... Ma Buozzi, Colombino, Guarnieri
hanno una mentalit troppo realista) e questo forse spiega alcune sue iniziative successive.
Quella riunione cos decisiva si rivel una specie di commedia degli
inganni (pi che degli equivoci). Sergio Turone in un convegno su Bruno
Buozzi organizzato nel 1980 a Roma dalla Uil, ricord che lordine del
giorno proposto dal partito recitava: Il consiglio nazionale CGdL demanda
alla direzione del partito lincarico di dirigere il movimento indirizzandolo
alle soluzioni massime del programma socialista e cio la socializzazione
dei mezzi di produzione e di scambio. Turone, con lironia e lacutezza di
analisi che lo contraddistingueva, ricordando una precedente valutazione
di Paolo Spriano, sottolineava che in sostanza si era deciso di mettere ai
voti la rivoluzione. Una cosa, a dir il vero, un po ridicola. Quellastensione
di Buozzi, allora, non aveva significati renitenti (che pure gli furono contestati), ma il carattere di un monito, sicuramente contro il rivoluzionarismo avanguardistico e teorico delle correnti massimaliste, ma altrettanto
sicuramente nei confronti di quello schieramento riformista incline a confondere il realismo talvolta con la rinuncia.
Il voto trasfer la guida dellagitazione dalla Fiom alla CGdL che
nomin un comitato di cui faceva parte Bruno Buozzi. La vertenza, in quel
momento, era bloccata, con gli industriali che reclamavano a gran voce
lintervento del governo. Latteggiamento degli imprenditori aveva proprio
quellobiettivo: la prova di forza. La guerra li aveva evidentemente allenati, attraverso le fabbriche militarizzate, a una disciplina che non ammetteva eccezioni o improvvise alzate dingegno: la pace sociale poteva ben
spuntare dalla bocca di un fucile. Insomma, il ritorno alla vita civile, per
loro che non avevano una straordinaria cultura democratica (e lo dimostreranno col fascismo, assecondando o con linerzia o, il pi delle volte, con
atteggiamenti complici, i disegni di Mussolini), si era trasformato in un
traumatico risveglio. Il governo, che sino a quel momento aveva guardato
con un certo distacco alla vicenda, prov a riaprire i giochi attraverso il
prefetto di Milano che chiese ai sindacati di precisare la richiesta di controllo. Poi la prefettura di Milano e quella di Torino organizzarono il 15
settembre un vertice nel capoluogo piemontese. Da un lato DAragona e
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L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

Buozzi, dallaltro la delegazione industriale guidata dal presidente, Ettore


Conti che bocci pregiudizialmente la richiesta sindacale. Non solo, Conti
chiese che le fabbriche venissero sgombrate e i lavoratori responsabili di
violenze puniti. Giolitti, per, li spiazz con una dichiarazione che apr la
strada alla conclusione della trattativa: Occorre dare anche ai lavoratori
il diritto di conoscere, di imparare, di elevarsi, di essere insomma posti in
condizioni di concorrere a stabilire landamento dellazienda e assumere
una parte di responsabilit.
Giolitti non era stato folgorato sulla via di Damasco del sindacato:
la sua era una capriola trasformistica per provare ad aprirsi dei varchi nel
fronte socialista. Una strumentalit a cui corrispondeva unaltra strumentalit: la posizione assunta da Benito Mussolini che aveva avuto in quei
giorni convulsi il colloquio con Buozzi, sorprendente nel contenuto, svelato, poi, dallo stesso segretario della Fiom: Mussolini difese gli operai...
dichiar che a lui importava poco che le fabbriche fossero degli operai piuttosto che degli industriali, e che se loccupazione delle fabbriche fosse sboccata in un movimento rivoluzionario costruttivo, egli sarebbe stato a fianco
dei rivoluzionari, finita lagitazione: Mussolini scrisse che con la vittoria
dei metallurgici incominciava una nuova storia. Luomo credeva, evidentemente, nella conquista rivoluzionaria del potere da parte dei socialisti, e
non voleva o temeva, di essere eliminato dalla circolazione politica. Quando
per si accorse dopo la scissione del partito che la conquista del potere
era divenuta impossibile, allora soltanto abbandon ogni scrupolo e cap
che la borghesia, ancora in preda allo spavento, non avrebbe frapposto ostacoli alle sue ambizioni e lo avrebbe anzi aiutato, come infatti lo aiut25.
Questo racconto apre un altro capitolo: quello del rapporto tra
Biennio Rosso, occupazione delle fabbriche e affermazione del fascismo.
Si tratta di un dibattito che si apr subito dopo la marcia su Roma ma
che non ha mai stabilito in che maniera quei fermenti abbiano agevolato
lazione di Mussolini, se la sua corsa verso il potere sia stata accelerata
dalla paura prodotta nelle classi dominanti da una vertenza che aveva
assunto caratteri massimalisti o se, al contrario, le timidezze della gestione riformista abbiano convinto il duce a superare le prudenze e a
dare lassalto al potere non avendo alcun movimento popolare che lo potesse contrastare. Una cosa certa: Giolitti sblocc la situazione annun167

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

ciando che avrebbe comunque presentato un disegno di legge sul controllo.


Gli imprenditori, a quel punto, si risistemarono al tavolo della trattativa per
evitare il peggio (cio un intervento di autorit). Nuovo incontro a Milano
e nuova rottura, il 18 settembre, con gli industriali che si rifiutavano di pagare le produzioni realizzate dagli operai durante loccupazione delle fabbriche, pretendevano provvedimenti disciplinari e, soprattutto, la non
riassunzione di quelli che a loro parere avevano compiuto atti illegali.
A quel punto Giolitti chiam tutti a Roma e il 19 settembre laccordo venne raggiunto: pagamento delle giornate di ostruzionismo e di occupazione delle fabbriche, aumento delle retribuzioni a partire dal 15 luglio,
riconoscimento del valore (economico) dei beni prodotti durante loccupazione delle fabbriche, settimana di ferie pagata, indennit di licenziamento
definita in base allanzianit e minimi salariali con i lavoratori divisi in
quattro categorie. Riconoscimento del controllo sulle fabbriche con la
costituzione di una commissione paritetica per definire i contenuti di due
disegni di legge. Nel decreto firmato da Giovanni Giolitti si leggeva: Il
Presidente del Consiglio... decreta: viene costituita una Commissione paritetica formata da sei membri nominati dalla Confederazione Generale
dellIndustria e sei della Confederazione Generale del Lavoro tra cui due
tecnici od impiegati per parte, la quale formuli delle proposte che possano
servire al Governo per la presentazione di un progetto di legge allo scopo
di organizzare le industrie sulla base dellintervento degli operai al controllo tecnico e finanziario allamministrazione delle aziende. La stessa
commissione entro otto giorni proporr le norme per risolvere le questioni
che possono insorgere circa losservanza dei regolamenti e lassunzione
ed il licenziamento della manodopera26. Dato che valeva anche allora il
principio che se non si vuol risolvere nulla si crea una bella commissione,
alla fine lostruzionismo degli industriali vanific tutti gli sforzi mentre la
situazione politica si deteriorava e nessun disegno di legge (uno sul controllo e laltro per la creazione di una commissione superiore di controllo
per lindustria nazionale, in pratica uno strumento che avrebbe dovuto portare alladozione di una politica di piano, alla programmazione con quarantanni di anticipo sul centro-sinistra) venne ispirato da quellorganismo:
quaranta giorni dopo la costituzione, il 29 ottobre, i sindacati presero atto
dellimpossibilit di trovare un accordo e ruppero le trattative.
168

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

Il governo, in realt, poi un progetto lo present ma salt tutto anche


perch il 7 aprile del 1921 la Camera fu sciolta e si and a nuove elezioni.
E tutti i disegni di legge furono condannati alla decadenza. Con un congresso che si svolse a Milano il 21 e 22 settembre 1920, i metalmeccanici
approvarono laccordo. A favore votarono 117 sezioni per un totale di
48.740 voti; contro 18 sezioni per un totale di 42.140 voti. Torino era fra le
18 che rifiutarono lintesa. Il dissenso non riguardava il contenuto dellaccordo (ritenuto, da un punto di vista strettamente sindacale positivo), ma il
fatto che non fosse stato dato uno sbocco rivoluzionario alla vertenza e questo aspetto veniva sottolineato nellordine del giorno di minoranza (... premesso che il movimento degli operai metallurgici aveva assunto laspetto
di un vero movimento espropriatore, lusingando le speranze rivoluzionarie
degli operai che intravedevano nellallargamento della occupazione delle
fabbriche a tutte le industrie compresi i servizi pubblici, la realizzazione immediata delle aspirazioni comuniste...27).
Le fabbriche vennero sgomberate tra il 25 e il 30 settembre. Resisteva una scia di sangue, per. Durante loccupazione delle fabbriche, un
industriale torinese aveva imbracciato il fucile e ammazzato due operai,
Raffaele Vandich e Tommaso Gatti; un altro lavoratore proprio nel giorno
in cui veniva raggiunto laccordo era stato ucciso in uno scontro tra Guardie
Rosse e forze dellordine. Un episodio inquietante aveva riguardato limpiegato Mario Sonzini, membro della Commissione Interna delle Officine
Metallurgiche, rapito e ucciso a pistolettate dalle Guardie Rosse che il PCdI
in una circolare definiva proletari armati e larma che adopera deve incutere spavento non ai lavoratori ma ai borghesi. Le indagini sulla morte di
Sonzini (e di una guardia carceraria, Costantino Scimula, avvenuta in circostanze analoghe) portarono alla scoperta di altri sequestri. Il concordato
definitivo venne firmato da sindacati e industriali il 1 ottobre 1920; quattro
giorni prima sulledizione torinese dell Avanti! era apparso un editoriale
durissimo nei confronti dei dirigenti riformisti di CGdL e Fiom accusati di
aver condotto i lavoratori alla sconfitta.
C, poi, un aspetto curioso di questa vicenda che fu svelato da Gaetano
Salvemini in uno scritto elaborato nel periodo in cui insegnava ad Harvard.
Loccupazione delle fabbriche e le rivendicazioni relative al controllo della
produzione avevano sollevato allarmi al di l dellAtlantico venendo, evi169

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dentemente interpretate, come un momento di passaggio verso la rivoluzione bolscevica. Salvemini in quel periodo elabor alcuni brevi saggi in
forma di lezioni per i suoi studenti americani. In realt, quegli scritti, redatti
in inglese, divennero solo molto tempo dopo un libro. Salvemini aveva un
obiettivo: spiegare che alla base degli allarmi statunitensi cera solo un malinteso, anzi un errore di traduzione. Scriveva: Una delle idee sbagliate diffuse nei paesi di lingua inglese in rapporto a questi fatti dovuto soltanto a un
errore di traduzione della parola italiana controllo. La parola controllo
in italiano non lequivalente del termine inglese control che significa possesso e direzione. Gli operai... chiedevano che i bilanci delle aziende fossero
verificati e resi pubblici; domandavano anche che in ogni fabbrica gli operai
eleggessero una commissione che li rappresentasse nelle vertenze e nella stipulazione di accordi di lavoro. Ma gli agenti fascisti... hanno tradotto la parola italiana controllo con la parola inglese control e cos stata creata
la leggenda che gli operai volevano la propriet o almeno la direzione delle
fabbriche. Anche a quel tempo il sistema della comunicazione, giocando
sul rimbalzo linguistico, sul malinteso, finiva per alimentare campagne di
parte. Tutto, insomma, fa brodo. Ma il senso era chiaro: finita loccupazione
delle fabbriche, cominciavano le polemiche e le accuse.
Contemporaneamente alla vertenza industriale si svilupp anche il
movimento delloccupazione delle terre ed significativo il modo in cui
Bruno Buozzi, molti anni dopo, valut quel fenomeno nel libro che scrisse
in esilio insieme a Vincenzo Nitti. Il segretario della Fiom ridimensionava
lincidenza di quel fenomeno in chiave di trasfomazione dello status quo
(in realt qualcosa col tempo riusc a produrre proprio in senso riformistico), in particolare in rapporto alle potenzialit di innovazione legate alla
vertenza che aveva guidato lui. Scriveva: Loccupazione delle terre un
grave segnale di crisi, ma non presenta in pratica alcun serio pericolo. Un
concetto in qualche maniera sottolineato da una successiva notazione:
Molto pi rapida, pi estesa, pi organica e pi impressionante fu loccupazione delle fabbriche. In veste quasi giornalistica spiegava quello che
era accaduto nelle campagne italiane nel corso del Biennio Rosso: Loccupazione delle terre fu un fenomeno caratteristico dellItalia meridionale e
della Sicilia: avvenne in forma quasi pacifica e dur parecchi mesi (19191920)... Con la sovrabbondanza di grandi propriet fondiarie, gli immensi
170

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

spazi a coltura estensiva (latifundi), le tristi condizioni di vita dei contadini


indusse le associazioni dei reduci ad occupare parte di queste terre e ad affermare, in modo semplicistico e illegale, un diritto di propriet che la propaganda durante la guerra aveva loro promesso28. Poche parole che
spiegano meglio di mille trattati il rapporto di causa ed effetto tra la Grande
Guerra e i movimenti sociali che si svilupparono a pace conclusa.

Su lOperaio Italiano analogie e differenze tra le vertenze italiana e francese

171

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O
1

Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 9 luglio 1920; in Aldo Forbice (a cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943), Fondazione Modigliani
Franco Angeli 1994, pag. 166
2
Ibidem pag. 161
3
Ibidem pag. 162
4
Ibidem pag. 167
5

Ibidem pag. 161-2


Mario Isnenghi: Storia dItalia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla societ dello
spettacolo Laterza 2011, pag. 403
7
Ivi
8
Aldo Forbice: La forza tranquilla. Bruno Buozzi sindacalista riformista Franco Angeli
1984, pag. 38
9
Antonio Gramsci: Democrazia operaia, LOrdine Nuovo 21 giugno 1919. Citazione
da Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pag. 50
10
Ibidem pag 52
11
Pietro Nenni: La lotta di classe in Italia Sugarco 1987, pag. 169
12
Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Riccordi, commenti, inediti a cura di
Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi, 2004, pag. 63
13
Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche, Almanacco Socialista, 1921; in Aldo
Forbice (a cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (19101941), Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag 139
14
Ivi
15
Ibidem pag. 140
16
Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pag. 57
17
Ibidem pag. 58
18
Mario Isnenghi: Storia dItalia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla societ
dello spettacolo Laterza 2011, pag. 402
19
Antonio Gramsci: La domenica rossa, Avanti! 5 settembre 1920, articolo non firmato.
In Mario Isnenghi op. cit. pag 382
20
Filippo Turati: Il controllo operaio sulla fabbrica in Giuliano Pischel: Antologia
della Critica Sociale 1891-1926", Lacaita 1992, pag. 449
21
Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche dallAlmanacco Socialista 1920; in Aldo
Forbice (a cura di). Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (19101943)", Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 145
22
Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche quindici anni dopo, Almanacco Socia6

172

L O C C U PA Z I O N E D E L L E FA B B R I C H E

lista 1935 in Aldo Forbice (a cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e
discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 153
23
Ivi
24
Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche op. cit., pagg. 145-6
25
Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche quindici anni dopo, op. cit. pag 153
26
Bruno Buozzi relazione al sesto congresso della Fiom, Milano 24-26 aprile 1924; in
Bruno Buozzi scritti e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 171
27

Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche op. cit., pag. 148


Bruno Buozzi Vincenzo Nitti: Fascismo e sindacalismo pagg. 78-79 Quaderni della
Fondazione G. Brodolini - Marsilio 1988

28

173

Finch esiste uneconomia capitalista, dovete


fare i conti con i bilanci capitalisti

Rivoluzioni e polemiche

Lavoratrici e lavoratori con i propri figli in festa in Francia davanti


a una Casa degli emigranti. Dopo il Biennio Rosso e lavvento del fascismo
Buozzi a Parigi si occup in particolare dei connazionali allestero

Le fabbriche riaprirono, i lavoratori tornarono nelle officine ma


non ci volle molto tempo per capire che loccupazione delle fabbriche aveva
lasciato ferite profonde che furono rese ancor pi sanguinanti dalle polemiche, dalle contrapposizioni, dalle scissioni: una costante della sinistra
italiana, di ieri, di oggi, probabilmente anche di domani. Quasi inavvertitamente lItalia scivol nella sua notte pi lunga e buia. Loccupazione delle
fabbriche, fu una grande battaglia sindacale, che ebbe, per, conseguenze
molto pi ampie che riguardarono la sinistra e, in generale, gli equilibri politici italiani. Nata sul terreno economico, quella vertenza si trasform nella
chiave di volta (o, almeno, in una delle chiavi di volta) di tutto quello che
avvenne successivamente. La Fiom e la CGdL finirono al centro di polemiche, trascinate nel gorgo di interpretazioni contrapposte. Ad esempio a
Bruno Buozzi, anni dopo, venne contestato lerrore di essere caduto nel tranello teso da Giolitti: il controllo sulle produzione che non vide mai la luce
perch la legge non fu mai approvata; il vecchio uomo politico piemontese,
secondo queste interpretazioni aveva utilizzato strumentalmente questa soluzione (rimasta una promessa) per consentire il rientro nelle fabbriche dei
lavoratori, sostanzialmente gabbando tanto gli operai quanto gli ingenui
sindacalisti. Sorsero, poi, anche le discussioni relativamente al rapporto di
causa ed effetto tra loccupazione delle fabbriche e la conquista del potere
da parte di Mussolini. Questione dagli aspetti mutevoli, a seconda che la
critica partisse da destra o da sinistra. Da una parte, infatti, si metteva in
luce il clima di allarme generato dal pericolo di una rivoluzione bolscevica, allarme che sarebbe diventato una sorta di collante di tutti quei poteri
forti (industriali del nord e agrari del sud) che avrebbero scortato Mussolini
sin sotto il balcone di Palazzo Venezia. Dallaltra parte, invece, si sottolineava come il fatto di non aver portato loccupazione delle fabbriche alle
177

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

estreme conseguenze, la rivoluzione, la lotta armata per la conquista del


potere, aveva di fatto spianato la strada al golpe (Lev Trotsky, ad esempio,
scriveva in un articolo del 1922 per La Correspondance Internationale:
Mussolini e i suoi fascisti, dopo aver esteso la loro influenza in tutto il paese,
grazie allinsuccesso della rivoluzione del 20 alla quale non era mancato
che un partito rivoluzionario, si sono ritrovati a dover prendere il potere e la
borghesia ha ceduto loro questo potere). In mezzo restava Giolitti che questo esito rivoluzionario lo aveva associato, in tempi non sospetti, alla partecipazione dellItalia alla guerra. Si trattava solo di stabilire quale
coloritura avrebbe assunto, cosa, peraltro, che non gli imped di comportarsi
come un pendolo, cercando voti a sinistra e pasticciando, nel finale, con
Mussolini. Al pari di altri, comunque. La sintesi pi brillante lha offerta
Mario Isnenghi: La rivoluzione le sinistre la dicono e la cantano come nel
lamentoso ululato E noi fareeeemo / come la Russia... , tutto un programma
di recriminazione, pi che di affermazione -, ma chi poi prova veramente a
innescarla e a suo modo vi riesce, giostrando fra la parola e la cosa, sono le
destre: col benestare delle destre tradizionali e non solo il loro, questa nuova
destra intessuta di agitatori sociali e uomini di sinistra pi o meno redenti e
arresi, allinsegna della reversibilit sovversiva1.
E poi ci sono le conseguenze nel campo stesso della sinistra. Loccupazione delle fabbriche che viene trasformata in Occasione. Di polemiche, di accuse, di scissioni (due nel giro di ventuno mesi) ed espulsioni. E
di scomuniche a livello internazionale, con la i minuscola e anche maiuscola quando al sostantivo si aggiunge un dato numerico declinato romanamente (III). Una cosa certa: loccupazione delle fabbriche fu un
riferimento tanto per Lenin per definire i quarti di aristocrazia comunista,
quanto per Gramsci che vide, insieme ai suoi compagni dellOrdine Nuovo,
nella vicenda tutti i segnali di un tradimento ordito alle spalle del proletariato. E per essere traditi, ci vogliono i traditori: Bruno Buozzi che troppo
immerso nella sua logica gradualista fin per smarrire la coscienza del
tempo e dei fatti; impegnato a considerare la rivoluzione un percorso realizzabile utilizzando le strade borghesi (il voto, le riforme economico-sociali, il riconoscimento sempre pi ampio di diritti e garanzie), non si
accorse che, al contrario, Torino aveva assunto i contorni di Pietrogrado.
Lo storico inglese, Donald Sassoon, in maniera forse un po liquidatoria
178

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

fornisce questa interpretazione dei fatti: La generale occupazione delle


fabbriche del 1919-20 (il biennio rosso) sfoci in una sconfitta. Il Psi e i
sindacati mostrarono di non essere capaci di usare il movimento per gli
scopi rivoluzionari come avevano fatto i bolscevichi , n per quelli riformisti, come avevano fatto i socialdemocratici tedeschi. O i socialdemocratici austriaci2. Ingenerosa ma in parte fondata. Perch molto prima di lui,
quellanalisi laveva sviluppata proprio Bruno Buozzi, in un articolo apparso su lOperaio Italiano. Affermava impietosamente: Laria che respiriamo tutta viziata scriveva il Corriere della Sera. Allabdicazione
e allimpotenza del governo fanno riscontro lindifferenza dei cittadini e
la complicit dei loro rappresentanti in Parlamento... Chi ha vissuto quelle
giornate di passione, chi ha respirato laria di quei giorni, sa perfettamente
che nelle grida della stampa borghese e nelle risposte della Confederazione
del Lavoro, vi era una assoluta aderenza alla situazione del Paese. Solo a
non capire, era il Partito Socialista, allora diretto dai comunisti, che al
congresso di Bologna, avevano raccolto nientemeno che il 76 per cento dei
voti. Egidio Gennari, oggi a Mosca, era il segretario; Nicola Bombacci il
vice-segretario; Giacinto Menotti Serrati dirigeva l Avanti!. Questi uomini erano addirittura ossessionati dallopposizione, colta e implacabile,
dei giovanissimi che componevano il gruppo dell Ordine Nuovo di Torino. Questi e quelli, preoccupati soprattutto di difendere la loro egemonia
sul Partito, e di avere la simpatia di Mosca, perdevano di vista la situazione
italiana. Serrati grande propagandista e incertissimo uomo dazione
diceva che non era ancora scoccata lora. Gennari reclamava la rivoluzione , ma voleva che a dirigerla ci stesse DAragona. Terracini, Gramsci
e Togliatti incitavano Gennari e Serrati allazione, ma aggiungevano che
il loro Piemonte sul quale si riponevano tante speranze era appena in
condizione di difendersi3.
Ma non si fermava qui, Buozzi, cio a una ricostruzione che poteva
apparire soggettiva. Citava un esempio a conferma di questa confusione
che aveva finito per paralizzare il Psi (una paralisi che, a livello politico,
in quegli anni, lo porter a compiere delle scelte a dir poco incomprensibili
e che finiranno per agevolare Mussolini). Raccontava: Intanto l Avanti!,
organo del Partito, usciva in due edizioni che si contraddicevano quotidianamente malgrado che Serrati fosse il direttore di entrambe. Ricordo i com179

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

menti di chiusura dellagitazione delloccupazione delle fabbriche. Ledizione


di Milano considerava il controllo come una mistificazione o una corruzione.
Il controllo scriveva di per se stesso collaborazione. Se fatto veramente
sul serio, conduce inevitabilmente a trasformare gli operai in aiuti interessati
della gestione borghese. I borghesi avranno larrosto, i proletari il fumo...
Ledizione torinese, invece, commentava in questi termini: Oggi rileviamo
solo che il concordato steso, sia pure nella forma insolita di un accordo ministeriale, segna una clamorosa, indistruttibile vittoria. Esso stabilisce il controllo su tutte le aziende, e non il controllo di Stato, ma quello sindacale...
Nessunaltra soluzione poteva trovarsi migliore, nel campo teorico. Rimane
evidentemente alla classe lavoratrice il compito di effettuare lattuazione nelle
forme e con lo spirito pi corrispondente ai suoi interessi ed alle sue aspirazioni. Dopo pochi giorni lo stesso Avanti! usciva in questa affermazione:
le conquiste sono rivoluzionarie quando sono allo stato di richiesta e diventano conservatrici quando sono un fatto compiuto. Sarebbe come dire che il
diritto di sciopero, una volta conquistato diventa conservatore; che la rivoluzione russa, poich stata fatta, diventata conservatrice4.
La confusione continuer anche dopo. A rileggere le ricostruzioni,
i documenti, le analisi depoca si ha limpressione di un circuito che a un
certo punto era saltato. Da un lato, i proclami rivoluzionari anche ricchi di
idealit ma declinati in maniera velleitaria (come aveva detto Buozzi in una
relazione congressuale: Non voglio che la lotta di classe si trasformi in
zuffa di classe), dallaltro un realismo che non riusciva a trovare modi e
tempi di realizzazione coerenti. Da questo punto di vista, una prova si ricava
dalle valutazioni che anni dopo loccupazione delle fabbriche, fece Pietro
Nenni, uno che allepoca, nellet giovanile non disdegnava le zuffe di
classe, anche per via del sanguigno dna romagnolo: Se da un punto di
vista puramente sindacale il proletariato poteva essere orgoglioso per la
conquista del controllo operaio (conquista del tutto platonica perch non
fu mai posto in essere il controllo e il progetto di legge si perse tra i cartoni
polverosi degli archivi ministeriali), dal punto di vista politico il vincitore
era il governo. evidente scriveva l Avanti! - che non solo una vittoria degli operai ma pure di Giovanni Giolitti... Dal punto di vista rivoluzionario, una sconfitta operaia in un combattimento sanguinoso avrebbe
avuto pi valore di una mezza vittoria, che lorganizzazione operaia doveva
180

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

allintervento del governo. Effettivamente il proletariato usciva dalla battaglia indebolito e scoraggiato, mentre la borghesia che aveva provato il
brivido dellesproprio, fece decisamente sue idee di repressione e violenza5. Levocazione epica della piazza, dello scontro, indipendentemente
dal suo esito, sembra fare capolino in questa antica interpretazione nenniana. Unepica un po fine a se stessa perch, poi il combattimento sanguinoso avrebbe portato probabilmente alla sconfitta. Per un lungo elenco
di motivi: la forza politica ed economica della borghesia industriale, il controllo delle strutture preposte alla gestione dellordine pubblico, cio della
piazza, la mancanza di una adeguata preparazione militare e di un adeguato equipaggiamento per imbarcarsi in un processo rivoluzionario che,
nelle condizioni date, non poteva che assumere connotati violenti. Polizia
ed esercito, a Torino, in occasione della rivolta del pane nel 1917, sorprendendo Gramsci, non avevano deposto le armi davanti ai proletari affamati. I proletari in divisa, come li avrebbe tanti decenni pi tardi definiti
Pier Paolo Pasolini, non si intenerirono e fecero 41 morti. Un dettaglio che
non sfuggiva a Bruno Buozzi: La presa di possesso delle fabbriche un
movimento rivoluzionario che ha per obiettivi dei miglioramenti. Se il movimento dovesse diventare prettamente comunista sarebbe infranto. O si ha
una forza materiale di guerra e noi non labbiamo, nel mentre abbiamo una
grande forza spirituale ma senza la forza materiale non si vince6.
Pietro Nenni, in quel suo racconto, evocava anche latteggiamento
di Mussolini: ambiguo, soprattutto se valutato in rapporto a quel che sarebbe accaduto dopo. Scriveva Nenni a proposito dellarroganza della
stampa borghese intervenuta a sostegno delle posizioni degli industriali:
Una sola eccezione a questa tracotanza. Mussolini nel suo Popolo dItalia difendeva la neutralit del governo: Chi pu affermare aggiungeva
che intervenendo in maniera forte non avrebbe acceso un incendio infinitamente pi difficile da domare. E sulla base stessa del problema egli
prendeva posizione a favore del controllo operaio che esaltava come una
vera rivoluzione, stabilendo nelle fabbriche gli uguali diritti del capitale e
del lavoro. Il fascismo era ancora un movimento insignificante, senza direttive e senza inquadramento. Ma, due mesi pi tardi, dopo il successo dei
socialisti nelle elezioni comunali, che valsero al proletariato la conquista
di 2.162 comuni e di 26 amministrazioni provinciali, il fascismo, fino ad
181

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

allora inesistente, fece la sua comparsa. Allora risuon nella valle del Po
il grido A noi!. Nel frattempo il proletariato per facilitare il compito dei
suoi nemici si divideva7. Gli interventi giornalistici a cui faceva riferimento Nenni, confermavano la posizione tenuta da Mussolini nel colloquio
con Buozzi (che abbiamo riportato nel precedente capitolo). Il leader socialista ha ragione quando afferma che in quel momento il fascismo un
movimento ancora in fasce ma diventer adulto piuttosto rapidamente
anche per le sottovalutazioni e le disattenzioni di chi avrebbe dovuto contrastarlo. In quel 1920 era ancora solida lidea anche in uomini politici navigati come Giolitti e Turati che alla fine Mussolini si sarebbe liberato dei
gaglioffi, avrebbe costituzionalizzato il suo partito. I calcoli dicono che
nei due anni che precedettero la marcia su Roma, negli scontri politici
rimasero uccisi trecento fascisti e ben tremila loro avversari, socialisti in
particolare. E fu un crescendo rossiniano tanto vero che alla fine del 1921
si contavano in media una dozzina di aggressioni al giorno. Nelluso dello
strumento dellambiguit, Mussolini era un vero maestro. In quei mesi in
cui le fabbriche erano occupate e si discuteva di Controllo, lui nei comizi
in piazza urlava: Noi siamo storicamente sul piano rivoluzionario dal 1915.
Noi dobbiamo marciare davanti ai lavoratori. Si devono dunque accettare
i postulati della classe operaia. Domander le otto ore. I minatori e gli ope-

Stalin, Lenin e Trotsky vedevano nel Biennio Rosso le condizioni rivoluzionarie

182

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

rai notturni reclameranno domani le sei ore. E le assicurazioni sociali per


la vecchiaia e per linvalidit e il controllo sulle industrie? Noi appoggeremo tutte le sue domande soprattutto perch vogliamo a poco a poco rendere le classi operaie capaci di evitare gli sfruttamenti... Democrazia
economica! Ecco la nostra bandiera!... Il Senato deve essere soppresso (non
per risparmiare quattrini ma perch premiava con la nomina regia solo il
censo, n.d.a.)... Vogliamo che sia cancellato questo organismo feudale della
nostra organizzazione costituzionale. Noi vogliamo una Assemblea Nazionale che dovr decidere se lItalia deve essere una monarchia o una Repubblica (ma poi sar il Re a mandarlo al potere, n.d.a.). Noi rispondiamo sin
dora Repubblica! Noi siamo decisamente contro ogni sorta di dittatura8.

7.1 Le giravolte di Benito Mussolini

Resisteva ancora nel suo messaggio (venato anche di populismo)


la vecchia anima sociale. Veniva tenuta in vita per motivi strumentali. In
quel momento, probabilmente, i suoi programmi non erano ancora chiari,
definiti. Tanto vero, che nonostante gli assalti alle Camere del Lavoro, le
bastonature dei politici e dei militanti di sinistra, nellagosto del 1921 firm
un patto di pacificazione con i socialisti: ridicolo parlare come se la
classe operaia si stesse avviando al bolscevismo... Difender questo patto
con tutte le mie forze9. Evidentemente doveva essere debilitato perch nel
novembre dello stesso anno, al congresso fascista di Roma se lo rimangi
facendo intendere che era stato indotto a quel passo dalla necessit di bloccare alcuni tentativi scissionisti. Altri individuarono in quella mossa lespediente per affrancarsi da industriali e agrari: esercizio complicato visto che
lo pagavano. E che avevano gi cominciato a rimettere le cose a posto:
le indennit per adeguare i salari al caro vita stabilite nel 1920 furono denunciate; lAmma, lAssociazione Metallurgici Meccanici e Affini, a sua
volta nel luglio 1921 provvide a contestare lapplicazione dei concordati.
Il tutto mentre la sinistra si sfaldava con la scissione comunista che produceva una guerra senza quartiere allinterno della Fiom (con Buozzi nel mirino) al convegno del 2-4 ottobre.
La vicenda sindacale in quei mesi incrociava in maniera chiara
quella parlamentare. Bruno Buozzi avrebbe voluto un altro atteggiamento
verso la questione del governo da parte dei socialisti che, paralizzati dai
183

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

loro litigi e dagli ondeggiamenti tra lala massimalista e quella riformista,


finirono per accelerare la discesa del Paese verso gli inferi della dittatura.
E mentre Turati tuonava alla Camera contro le violenze fasciste (Il governo (come dimostrato dai fatti accennati), e sopra tutto le sue autorit,
assistono impassibili e complici allo scempio della legge. La giustizia privata funziona regolarmente, sostituendosi alla giustizia pubblica ed giustizia sommaria... dunque una burla pensano i lavoratori lo Stato
democratico che dovrebbe assidersi sulla definizione della legge uguale
per tutti), Giuseppe Emanuele Modigliani nel congresso socialista che si
svolse a ottobre a Milano prov a farsi portavoce della proposta di un governo di coalizione socialdemocratico. A un esecutivo di coalizione guardava anche Bruno Buozzi, con i cattolici popolari. Pensava che questa fosse
lunica via per sbarrare la strada a Mussolini. Lo aveva anche proposto
chiaramente, in un direttivo del partito dell11 febbraio del 1922: Se si
uscir dalla linea dellintransigenza, non ci si potr fermare alla collaborazione sul puro piano parlamentare, ma si dovr giungere fino alla partecipazione effettiva al governo. Secondo il mio punto di vista, le maggiori
garanzie, a questo proposito, ci possono essere date dal Partito Popolare10.
Forse questa attenzione, sviluppata in anticipo rispetto ad altri, gli
forn, nei giorni della trattativa per il Patto di Roma e la ricostituzione della
Cgil, una chiave per entrare in sintonia con Achille Grandi e Alcide De Gasperi. Ricordando la figura del sindacalista, Leo Valiani ha detto: Fu il
solo ad avere un programma tuttinsieme coraggioso e realizzabile: lingresso del partito socialista in un governo democratico presieduto da un
riformista. Rimase isolato a destra e a sinistra. La sconfitta gli diede ragione. La sconfitta arriv con la risposta pronunciata da Giacinto Menotti
Serrati: Il Partito non pu accettare la collaborazione in quanto da tempo
ha rigettato la posizione pragmatista: c una crisi in atto nella borghesia,
la quale si difende col fascismo attaccando le migliori resistenze, da un
lato ed accarezzando, dallaltro, le possibilit collaborazioniste11. Rilette
oggi, queste parole danno il senso della cecit dogmatica che allora imped
al Psi di prendere atto del ruolo politico che derivava dalla sua forza numerica, dellinfluenza che avrebbe potuto esercitare sulla storia dItalia:
quel consenso aveva bisogno di uno sbocco positivo, per il partito e per il
Paese, ma, come spesso accaduto alla sinistra in Italia, il Psi rimase in
184

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

mezzo al guado, tra inazione e velleit rivoluzionarie, tra pragmatismo e


improbabili aneliti pietrogradesi. Un dogmatismo, comunque, che trovava
alimento indiretto anche nelle contraddizioni delle altre forze politiche, ad
esempio i Popolari (a cui guardava Buozzi), divisi tra unala chiaramente
conservatrice ispirata dalle gerarchie ecclesiastiche e unala solidaristica
che interpretava il ruolo del partito in chiave progressista.
Buozzi forse pi di Nenni riusciva a percepire, passando da una fabbrica a unaltra, da una citt ad unaltra che il movimento fascista, poteva
anche avere le sembianze di un neonato ma era pericoloso perch si basava sul revanscismo di categorie che, dopo la militarizzazione delle fabbriche, non tolleravano pi il gioco democratico, il confronto con le
controparti, la ricerca di un punto di mediazione. Quelle categorie avevano
sperimentato il principio dellobbedienza assoluta favorita dal controllo armato e adesso non volevano perdere quei privilegi. La stessa crisi a cui gli
industriali si erano aggrappati allinizio dellagitazione che avrebbe portato
alloccupazione delle fabbriche, in realt si era attenuata: la bilancia commerciale stava migliorando, il settore turistico era in espansione e dopo
loccupazione delle fabbriche la conflittualit era diminuita (in particolare
nel 1922, lanno della marcia su Roma). Il clima surriscaldato, insomma,
non era dovuto ai lavoratori ma alle squadracce fasciste che dal loro punto
di vista facevano un lavoro egregio. Come emerse in occasione dello sciopero proclamato in risposta alle violenze. Le squadracce ne approfittarono
per mettere a ferro e fuoco, il 2 agosto del 1922, ad Ancona tutte le sedi socialiste replicando lazione a Livorno e a Genova. Quindi, il 3 e 4 agosto si
dedicarono a Milano, roccaforte del Psi. Entrarono nella sede dell
Avanti!, distrussero la tipografia, quindi marciarono alla volta del Municipio dove Roberto Farinacci cacci lamministrazione comunale consentendo a Gabriele DAnnunzio di parlare dal balcone del palazzo.
Il dopo-occupazione delle fabbriche fu, per Buozzi e la Fiom, un
momento terribile. Le sedi della Federazione venivano spesso devastate. A
un certo punto fu costretto a chiedere ospitalit alla Cil, lorganizzazione
cattolica e Giuseppe Rapelli, che intratteneva col collega socialista rapporti
amichevoli, gliela offr. Per organizzare un minimo di resistenza fu creata,
nel febbraio del 1922, lAlleanza del Lavoro con un comitato nazionale
in cui confluirono CGdL, Usi, UIdL, ferrovieri e lavoratori del mare. Nel
185

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

frattempo, venivano perseguiti in maniera strumentale dalla magistratura


quei lavoratori che erano stati particolarmente attivi nelle vertenze del 1919
e del 1920. Bruno Buozzi avrebbe voluto una scelta da parte del Psi in occasione delloccupazione delle fabbriche. Ancora di pi lavrebbe voluta nel
momento in cui i segnali dellavanzata del fascismo erano chiari e decisamente preoccupanti. Il messaggio contenuto in uno scritto del 1935, non riguarda pi tanto il versante sindacale ma quello dei suoi compagni di partito
che tra il gennaio del 1921 e lottobre del 1922 avevano dato vita a due scissioni (prima quella comunista, poi quella determinata dallespulsione dellarea riformista guidata da Turati, Matteotti e Treves che diede vita al Psu)
indebolendo cos i lavoratori.
Scriveva: Porre oggi la domanda se loccupazione delle fabbriche
avesse potuto avere uno sbocco politico capace di evitare lavvento del fascismo e di avviare anzi lItalia verso il socialismo, forse superfluo. Una
cosa per va detta anche perch obbiettivamente dimostrabile, se si vuole
che lesperienza del passato serva di ammaestramento per lavvenire; e cio
che il movimento socialista manc essenzialmente di decisione. Il congresso
di Bologna del 1919 aveva dato una enorme maggioranza ai comunisti. La
direzione uscita da questo congresso, a un certo momento ebbe a sua disposizione 156 deputati, 2.800 comuni e 29 province in maggioranza socialiste, quasi due milioni di iscritti alla Confederazione del Lavoro e 8.000
cooperative nella quasi totalit dirette dai socialisti. Con queste imponenti
forze che rappresentavano il pi importante movimento politico ed economico in Italia il partito non seppe decidersi n per la rivoluzione, n
per la partecipazione al potere. Esso non comprese che ci sono dei periodi
in cui la peggiore strada quella dellinazione12 E in unaltra occasione
ancora pi schiettamente afferm: Noi possiamo dire che mai nessun movimento sindacale, di nessun paese del mondo, ha offerto al movimento politico unoccasione cos propizia per compiere un movimento rivoluzionario.
Durante lagitazione delloccupazione delle fabbriche noi ci siamo sforzati
di contenere lagitazione nei limiti di carattere sindacale. C stato per un
certo momento che poteva avere uno sbocco di carattere politico. Il partito
era in mano a voi (ai comunisti, n.d.a): cera Gennari, e bastava che la direzione del partito avesse detto: noi prendiamo le redini del movimento e
lagitazione la dirigiamo noi, perch lagitazione fosse diretta dal partito13.
186

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

In quello scritto del 1935, Buozzi svelava un altro aspetto, cio lo


scontro interno alla frazione comunista tra i capi del partito e il gruppo dellOrdine Nuovo. Diceva: A trattenere il partito dallazione contribuirono
senza dubbio i dissensi che separavano proprio la maggioranza comunista.
Fra la direzione del partito, capeggiata da Serrati e Gennari, e il gruppo
dell Ordine Nuovo di Torino capeggiato da Gramsci, Terracini e Togliatti,
il dissidio era durante loccupazione delle fabbriche infinitamente pi
aspro che fra comunisti e socialisti... La causa principale della sconfitta del
movimento socialista italiano va addebitata alla mancanza di decisione degli
organi dirigenti del partito. Ma cera unaltra questione che stava a cuore a
Buozzi: contestare la tesi che loccupazione delle fabbriche avesse spianato
la strada alla reazione e alla violenza fascista. Anzi in un articolo del 1929 illustrava una opinione totalmente opposta: Loffensiva padronale fascista
gi in potenza nel 1920 sub un ritardo di qualche anno per merito delloccupazione delle fabbriche. Ed essa si sferr in pieno quando, padronato e
fascismo, constatarono che la scissione provocata da Mosca aveva reso impossibile ogni concreta azione al socialismo italiano14. Ribadir il concetto
sotto altre forme: Credo di poter affermare che in Italia il fascismo trov
terreno fertile per la sua propaganda non tanto nei grandi movimenti proclamati dalle organizzazioni pi forti e disciplinate, quanto nel malcontento
provocato da innumerevoli piccoli scioperi che turbavano lopinione pubblica perch basati su futili questioni che lintervento tempestivo dellorganizzazione sindacale avrebbe potuto facilmente risolvere15.

7.2 Lo scontro con Gramsci e lOrdine Nuovo

Nelle sue analisi Buozzi da un lato contestava il rapporto di causa


ed effetto tra loccupazione delle fabbriche e lavanzata del fascismo; dallaltro attribuiva allOrdine Nuovo e a Gramsci la colpa di aver frantumato
e indebolito il fronte proletario; dallaltro ancora, puntava il dito contro
Mosca colpevole di aver favorito la scissione di Livorno (in quel caso, la
CGdL e Bruno Buozzi confermarono il patto di alleanza con il Psi; dopo
luscita dei riformisti, nel 1922 il sindacato si riprese lautonomia, tra laltro
il segretario della Fiom segu i suoi maestri, Turati, Treves e Matteotti nel
Psu). Loccupazione delle fabbriche svolse un ruolo decisivo nella scissione
livornese. Daltro canto, il dibattito era stato in quegli anni, tutto incentrato
187

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

sul versante sindacale: forme di rappresentanza, democrazia interna, partecipazione. Con loccupazione delle fabbriche entr in ballo il ruolo stesso
dellorganizzazione dei lavoratori, la sua funzione rispetto agli obiettivi
del partito ed era inevitabile che i comunisti entrassero in rotta di collisione
con Buozzi. Da un lato, la tesi che il sindacato fosse unarma del processo
rivoluzionario, pi o meno al servizio del partito (la cinghia di trasmissione
che resister almeno sino alla met degli anni Cinquanta quando timidamente Giuseppe Di Vittorio comincer a metterla in discussione, per finire
in crisi allinterno dello scontro tra Enrico Berlinguer e Luciano Lama
nella prima met degli anni Ottanta); dallaltro, unidea delle organizzazioni dei lavoratori che, impegnate sul versante economico, devono operare per far avanzare diritti e garanzie sui luoghi di lavoro e nella societ,
non strumenti finalizzati alla spallata ma pragmatici costruttori di un futuro migliore in cui il socialismo lobiettivo finale raggiungibile anche
con metodi democratici.
I toni di Gramsci divennero sempre pi duri, le accuse sempre pi
dirette. Il primo terreno di scontro era stato quello dei Consigli che Gramsci
descriveva in questo modo: Lesistenza del Consiglio d agli operai la diretta responsabilit della produzione, li conduce a migliorare il lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del
produttore, del creatore di storia. Gli operai portano nel sindacato questa
nuova coscienza e dalla semplice attivit di lotta di classe, il sindacato si dedica al lavoro fondamentale di imprimere alla vita economica e alla tecnica
del lavoro una nuova configurazione, si dedica a elaborare la forma di vita
economica e di tecnica professionale che propria della civilt comunista.
In questo senso i sindacati, che sono costituiti con gli operai migliori e pi
consapevoli, attuano il momento supremo della lotta di classe e della dittatura del proletariato: essi creano le condizioni obiettive in cui le classi non
possono pi rinascere16. Nulla di pi lontano dal concetto di rappresentanze
dedite alla soluzione dei problemi dei lavoratori che coltivava Buozzi che,
infatti, non aveva grande fiducia nei Consigli e guardava con sospetto anche
quel coagulo di organizzati e disorganizzati, una confusione che lo faceva ritornare ai tempi dello scontro con i sindacalisti rivoluzionari. Per semplificare: il sindacato era per Buozzi strumento di tutela sui luoghi di lavoro; per
Gramsci invece mezzo di didattica rivoluzionaria, perci inevitabilmente
188

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

subordinato al partito; il sindacato di Buozzi difendeva, quello di Gramsci


educava alla rivoluzione favorendola. Un anno pi tardi, lintelletuale comunista precisava meglio il concetto: Il Consiglio tende per la sua spontaneit
rivoluzionaria a scatenare in ogni momento la guerra delle classi... I rapporti
tra sindacato e Consiglio devono creare le condizioni in cui luscita dalla legalit, loffensiva della classe operaia avvenga quando la classe operaia ha
quel minimo di preparazione che si ritiene indispensabile per vincere durevolmente17. Poi, dopo la scissione, Gramsci cominci a dedicarsi ai vertici
della CGdL che avevano confermato il patto di alleanza con il Psi. E nelle
critiche scaricava, evidentemente, i risentimenti accumulati con la conclusione delloccupazione delle fabbriche in un modo che non era piaciuto agli
operai torinesi. E anche lirritazione nei confronti di Serrati che a Livorno
aveva deciso di non accettare le condizioni poste da Lenin per ottenere lattestato di purezza rivoluzionaria.
Scriveva: Il Partito socialista completamente caduto nelle mani
della burocrazia sindacale che, del resto, col suo personale e coi mezzi
dellorganizzazione, aveva procurato la maggioranza alla tendenza unitaria; il Partito socialista ridotto a far da giannizzero ai mandarini e ai
condottieri che sono alla testa delle Federazioni e della Confederazione...
La lotta per la formazione e per lo sviluppo dei Consigli di Fabbrica e di
azienda crediamo sia la lotta specifica del Partito Comunista18. Lattacco
pi violento, Gramsci lo sferrava il 23 giugno del 1921. Il titolo dellarticolo: Mandarini. E spiegava: Il mandarinato una istituzione burocratico-militare cinese, che, su per gi, corrisponde alle prefetture italiane. I
mandarini appartengono tutti a una casta particolare, sono indipendenti
da ogni controllo popolare. Esattamente come i Mandarini, erano i funzionari sindacali riformisti che disprezzano le masse, sono convinti che
gli operai sono tante bestie, senza intelligenza, senza carattere, senza principi morali19. Agli occhi di Gramsci, i dirigenti sindacali erano una casta
di Penelopi: Di giorno rivoluzionari, nei comizi, nella propaganda, tessono la tela rivoluzionaria, parlano di comunismo, di soviet, di internazionalismo; di notte i riformisti, tranquillamente padroni del meccanismo
confederale, distruggono questa tela, rovinano i movimenti rivoluzionari,
legano mani e piedi alla classe operaia e labbandonano alla vendetta dei
capitalisti. Cosa stato il congresso di Livorno? La prova che il Partito
189

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

socialista era prigioniero di mandarini sindacali: infatti i cosiddetti unitari


preferirono uscire dallInternazionale comunista, pugnalare alla schiena
la Russia dei Soviet, separarsi da 58.000 operai comunisti piuttosto che
separarsi da 14.000 riformisti, tra i quali troneggiavano i supermandarini
DAragona, Buozzi, Bertero e compagnia gialla20. Lattacco nazionale, si
legava a quello Internazionale. Lenin per accogliere il Psi nel Cominten
aveva posto ventuno condizioni, tra le quali il cambio del nome e lespulsione dei riformisti. Nasceva cos, diretta filiazione delloccupazione delle
fabbriche la categoria, poi spesso evocata del socialtraditore.
Da Mosca premevano per dare un indirizzo rivoluzionario alloccupazione delle fabbriche e Lenin coglieva loccasione per scatenare un
durissimo attacco a Turati e compagni, quindi anche a Buozzi: Il compagno Serrati ha, evidentemente torto, quando accusa il deputato Turati di
incoerenza mentre incoerente proprio il Partito Socialista Italiano che
tollera dei deputati opportunisti come Turati e compagni21. E citando un
servizio del Manchester Guardian aggiungeva: Il Signor Turati secondo questo corrispondente sostiene che il pericolo rivoluzionario non
tale da provocare in Italia timori che sarebbero infondati. I massimalisti
giocano col fuoco delle teorie sovietiche soltanto per mantenere le masse
in uno stato di tensione... La verit che le idee e il lavoro politico dei signori Turati, Treves, Modigliani, Dugoni e consorti sono effettivamente e
precisamente quali li rappresenta il corrispondente inglese. Questo vero
e proprio socialtradimento... Il compagno Bordiga e i suoi amici del giornale il soviet hanno ragione di esigere che il Partito socialista italiano,
se vuole essere realmente per la III Internazionale, scacci con ignominia
dalle sue fila i signori Turati e consorti e diventi un partito comunista non
soltanto di nome ma anche per le sue azioni22.
Lattacco di Lenin non era isolato anche se non ancorato in maniera
specifica alla questione delloccupazione delle fabbriche. Mosca, per,
aveva fatto sapere come la pensava (e cosa pensava anche dei riformisti)
con una lettera della commissione esecutiva della III Internazionale, firmata
dal presidente, Zinoviev, e dai membri Bukharin e Lenin, spedita prima che
la rottura delle trattative e le minacce di serrata inducessero i lavoratori a
prendere possesso degli impianti. I tre scrivevano: LItalia presenta oggi
tutte le condizioni garantenti la vittoria di una grande rivoluzione proleta190

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

ria... Crediamo che da questo punto di vista il Partito socialista italiano


abbia agito e agisca ancora con troppa esitanza... Se noi esaminiamo la
causa di tale stato di cose, scorgiamo che la principale consiste nel fatto
che il Partito contaminato da elementi riformisti o liberali borghesi, i
quali nel momento della guerra civile si trasformano in agenti della controrivoluzione, nemici della classe proletaria... Turati, Modigliani, Prampolini e tutti gli altri possono essere personalmente onestissimi, ma,
obiettivamente, essi sono i nemici della rivoluzione e come tali non debbono
punto trovar posto nel partito del proletariato comunista. Ogni discorso
parlamentare, ogni articolo, ogni opuscolo riformista per sua essenza
unarma intellettuale per la borghesia contro il proletariato... La frazione
parlamentare trascina seco lingombrante zavorra del riformismo e questo
impedisce a essa una linea dazione veramente rivoluzionaria23. Dal partito
al sindacato: si ritrovano alcune delle accuse presenti negli interventi di
Gramsci. Scrivevano Zinoviev, Bukharin e Lenin: Pi grave ancora la
situazione nei sindacati... Taluni dei posti pi importanti sono tenuti da elementi riformisti, da una cricca burocratica (i Mandarini gramsciani, n.d.a.)
che detiene lapparato direttivo sindacale e compie ogni sforzo per frenare
lo sviluppo della rivoluzione... Gli operai italiani sono per la rivoluzione e
i sindacati operai sono contro la rivoluzione... I dirigenti dei vostri sindacati
come DAragona e altri riformisti, collaborano colla borghesia... Il partito
deve escludere dal proprio seno i capi riformisti e mettere al posto di quelli
che fanno il gioco della borghesia i veri capi della rivoluzione proletaria24.
Loccupazione delle fabbriche come momento di scontro durissimo
per legemonia del partito e della rappresentanza proletaria. Che poi si attenu negli anni dellantifascismo quando, ad esempio, nel carcere di Turi,
Sandro Pertini, riformista (segu Turati nel Psu il 1 ottobre del 1922), incontr Antonio Gramsci, lideologo che maggiormente si era accanito contro la sua parte. Gli si avvicin in maniera prudente: Scusi, lei
lonorevole Gramsci? E Gramsci rispose: Che fai mi dai del lei? Non sei
antifascista anche tu? E Pertini: S, ma sono socialista... Perch dici
ma? chiese ancora Gramsci. Quello che sarebbe diventato il presidente
della Repubblica, replic: Perch quelli come me per voi comunisti sono
socialtraditori. E a quel punto laccusa venne meno: Lascia perdere, quellinsulto una aberrazione, io non lo approvo. Filippo Turati, invece, non
191

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

attese tanto a prendersi la rivincita su quellaccusa e al congresso di Livorno, quello della scissione, tra gli applausi disse: Quando avrete fatto il
Partito Comunista, quando avrete e non mi pare che ancora vi ci si avvii
molto rapidamente - impiantato i Soviety in Italia, se vorrete fare qualcosa
che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civilt
nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perch siete
onesti, con convinzione, a percorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori25.
Buozzi in realt non fren la rivoluzione, probabilmente non la favor, ma avrebbe accettato le decisioni del Partito se i suoi dirigenti avessero
mostrato maggiore risolutezza. Poi, ovviamente, resta da vedere se la situazione era realmente rivoluzionaria come dicevano Lenin, Zinoviev e Bucharin. E forse da questo punto di vista utile far ricorso a una analisi di
Nicolao Merker: Citando nel 1895 la ristampa dello scritto di Marx le
lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Engels denunciava, infatti,
nellintroduzione labbaglio, dal 1848 alla Comune di Parigi di voler affidare labbattimento del capitalismo a colpi di sorpresa o anche a una
sola grande battaglia con combattimenti di strada e barricate: la storia
ha dato torto anche a noi; ha rivelato che la nostra concezione dallora
era illusione... Lironia della storia capovolge ogni cosa. Noi i rivoluzionari, i sovversivi, prosperiamo molto meglio con i mezzi legali che con i
mezzi illegali e con la sommossa26. Ma a quei tempi, al revisionismo
di Engels venivano preferite le certezze di Lenin.
Buozzi, alla fine, si era ritrovato fra due fuochi: quello fascista che
distruggeva le sedi del sindacato e quello comunista che avrebbe voluto distruggere i riformisti. Ma mentre Mussolini consolidava il suo potere, volle
rispondere, in maniera indiretta a Gramsci: Ai partiti che si dicono proletari incomberebbe anche lobbligo morale di non farsi incitatori di aspre
polemiche e di indisciplina nel movimento sindacale27. Il bilancio finale
delloccupazione delle fabbriche se da un punto di vista politico non fu
esaltante, comunque a livello pi strettamente sindacale qualcosa garant
anche se poi la conquista pi importante, il Controllo, non si trasform in
un atto concreto. Ma lui lo rivendic sempre come un suo successo, anche
quando molti anni pi tardi gli rinfacciarono di essere caduto nella trappola
del presidente del Consiglio: La Confederazione non accett mai alcuna
192

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

turlupinatura di controllo offerta da Giolitti. Essa impose il principio


ahim non lattuazione del controllo dopo una lunga ed organica campagna di propaganda e con una battaglia che... fu la prima e la pi celebre
che sia mai stata combattuta28. Era una prima idea di cogestione che
Buozzi, peraltro, coltivava da tempo. Laveva gi illustrata un paio di anni
prima delloccupazione delle fabbriche: Saremmo degli incoscienti se non
ci accorgessimo come le necessit industriali del dopoguerra vanno creando delle condizioni nuove anche per il proletariato. tempo che lorganizzazione operaia dica la sua parola anche sui maggiori problemi
industriali29. E ne aveva accennato anche al congresso del 1918: La pretesa che le organizzazioni accampano con sempre maggiore vigore, in relazione allaumento delle loro forze, di discutere, direttamente o a mezzo
delle commissioni interne, di ogni cosa che nellofficina riguardi non solo
i salari ma la stessa distribuzione del lavoro, tende di per s a condividere
fra le maestranze e gli industriali la direzione delle officine30. Con loccupazione delle fabbriche si chiuse unepoca, anche se forse allora non se
ne ebbe completa percezione. Ma quella che si stava per aprire non prometteva assolutamente nulla di buono.

Mario Isnenghi: Storia dItalia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla societ

dello spettacolo, Laterza 2011, pag.398


2

Donald Sassoon: Cento anni di socialismo. Le sinistre nellEuropa occidentale del XX

secolo Editori Riuniti 1997, pag. 85


3

Bruno Buozzi: La lotta per il controllo in Italia in lOperaio Italiano, 6 febbraio 1932;

ripreso da Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi, il riformista. Ricordi, commenti, inediti


a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 91
4

Ivi

Pietro Nenni: La lotta di classe in Italia Surgarco 1987, pagg. 173-4

193

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O
6

Aldo Forbice: La Forza tranquilla. Bruno Buozzi, sindacalista riformista, Franco An-

geli 1984, pag. 47


7

Pietro Nenni, Ibidem pag. 175

Pietro Nenni, Ivi

Denis Mack Smith: Storia dItalia dal 1861 al 1997" Laterza 1997, pagg. 410-1

10

Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pag. 74

11

Gino Castagno, Ivi

12

Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche quindici anni dopo in Aldo Forbice (a

cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943), Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 154
13

Bruno Buozzi: Le condizioni della classe lavoratrice in Italia Feltrinelli 1973, pag. 36

14

Bruno Buozzi: Lanniversario delloccupazione delle fabbriche in lOperaio Italiano

12 ottobre 1929; ripreso da Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi,


commenti inediti a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 65
15

Bruno Buozzi: Loccupazione delle fabbriche in Italia e Francia in lOperaio Italiano

15 luglio 1936 ripreso da Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti, inediti a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag.121
16

Antonio Gramsci: Sindacato e Consigli, LOrdine Nuovo, 11 ottobre 1919

17

Antonio Gramsci: Sindacato e Consigli LOrdine Nuovo, 12 giugno 1920

18

Antonio Gramsci: La Confederazione Generale del Lavoro LOrdine Nuovo, 25 feb-

braio 1921
19

Antonio Gramsci: Mandarini LOrdine Nuovo, 23 giugno 1921

20

Ivi

21

Testimonianza in Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi commenti

inediti a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 16


22

Ivi

23

Lettera dellInternazionale Comunista pubblicata su LOrdine Nuovo del 30 ottobre

1920
24

Ivi

25

Filippo Turati: discorso al congresso di Livorno, 15-21 gennaio 1921; in Giorgio Ben-

venuto Antonio Maglie: Il lavoratore ritrovato. La Crisi, il Sindacato, la Classe in cerca

194

RIVOLUZIONI E POLEMICHE

di identit, Fondazione Bruno Buozzi 2013, pagg. 288-9


26

Nicolao Merker: Marx. Vita e opere Laterza 2010, pagg. 184-5

27

Bruno Buozzi: relazione al sesto congresso della Fiom. Milano 24-26 aprile 1924; in

Bruno Buozzi scritti e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pag.176


28

Bruno Buozzi: La lotta per il controllo in Italia in LOperaio Italiano, 6 febbraio

1932; ripreso da Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti, inediti a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 89
29

Aldo Forbice: La Forza tranquilla. Bruno Buozzi sindacalista riformista Franco An-

geli 1984, pag. 48


30

Bruno Buozzi: relazione al quinto congresso della Fiom, Roma 31 ottobre 4 novembre

1918; in Bruno Buozzi scritti e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 161

195

Il fascismo... dovette ricorrere a tutta una serie di


provvedimenti legislativo-polizieschi e imporre un suo
movimento che, di sindacale, usurpa volgarmente la qualifica

Al vertice confederale

Dalla Fiom alla CGdL mentre in Italia Mussolini cancellava le libert


Nella foto una riunione di socialisti si riconoscono Modigliani (in primo piano)
Turati, Buozzi in fondo alla sala e in una foto limmagine di Matteotti

Aveva preso la Fiom disfatta e piena di debiti; laveva rivitalizzata, ricostruendo con i lavoratori un rapporto di fiducia che si era sfilacciato anche a causa della concorrenza del sindacalismo rivoluzionario;
laveva tenuta in vita nel marasma della guerra, attutendo le conseguenze
delle regole imposte dalla Mobilitazione sia da un punto di vista salariale
che da quello dei diritti; laveva messa alla testa del movimento sfociato
nelloccupazione delle fabbriche. Risultati che aveva ottenuto con il lavoro,
con limpegno quotidiano, con lo studio dei problemi e dei bilanci per poter
controbattere alle offensive dei datori di lavoro. Ma quando il 17 dicembre
del 1925 si ritrov alla guida della CGdL, Bruno Buozzi cap perfettamente
che la strada verso la rinascita sarebbe stata lunga, tortuosa e dolorosa
(come ha raccontato nel suo libro Gabriele Mammarella, al momento dellinsediamento afferm: Non ho promesse da fare... Le amarezze presenti
devono trovare il loro antidoto nella gioia di servire un ideale... con una
dichiarazione di fede nel passato e nel programma della Confederazione).
Perch, per quanto complesse le situazioni che aveva dovuto affrontare nei
primi mesi al vertice della federazione dei metallurgici, non erano drammatiche come quelle che si ritrovava a fronteggiare nel pieno del tramonto
della democrazia liberale e dellalba di quello che Palmiro Togliatti poi definir un regime autoritario di massa. I problemi dei metallurgici erano risolvibili rivedendo i meccanismi della rappresentanza, tessendo una tela
pi fitta di rapporti con la base operaia, gestendo meglio le risorse finanziarie, articolando i memoriali in maniera credibile e inattaccabile nella
logica politica e nei contenuti economici. I problemi, insomma, erano tutti
interni alla dinamica delle relazioni sindacali, della vita stessa di una organizzazione. Il bandolo della matassa poteva essere ritrovato, con una ricerca
attenta e allo stesso tempo prudente. Ma quelli che Bruno Buozzi si ritrov
199

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

davanti in quei primi giorni dopo le dimissioni di Ludovico DAragona


(presentate il 28 settembre del 1925, accettate con otto voti a favore e due
contrari il 2 ottobre dopo la notizia del Patto di Palazzo Vidoni, sostituito
il 6 ottobre da un comitato di fiducia composto da Reina, Buozzi, Bensi,
Azimonti e Maglione e quindi da una nuova leadership rappresentata dal
segretario generale, Buozzi, che accett definitivamente lincarico il 17 dicembre, e dai vice Azimonti, che poi sar sostituito da Bensi, e Maglione)
nemmeno un leader ispirato direttamente dalla Divina Provvidenza avrebbe
potuto risolverli a meno che la medesima Divina Provvidenza non avesse
indotto preventivamente da un lato i comunisti ad abbassare i toni dello
scontro interno (reclamarono a gran voce un congresso straordinario) e
dallaltro Mussolini a rivedere i suoi piani.
Ma i piani del duce erano ormai emersi con chiarezza, diventati
esecutivi dopo la crisi del delitto Matteotti. Il vecchio stato liberale
prodotto dal processo unitario doveva scomparire per far posto a un nuovo
sistema autoritario, nazionalista, centralista, statalista, corporativista. Aveva
cominciato con la legge 2263 della vigilia di Natale del 1925. Quella ricorrenza che ormai associata ai doni, a lui port in regalo un mutamento
di status non di poco conto: non pi semplice presidente del consiglio,
cio primus inter pares, ma primus e basta. Tanto vero che la legge cambiava anche la qualifica ufficiale che al duce veniva attribuita: Capo del
Governo Primo Ministro Segretario di Stato. Lui, insomma, rispondeva
solo al Re. Qualche giorno dopo arriv anche la legge numero 100 (31 gennaio 1926) che ampliava il potere legislativo del governo. In mezzo, un
altro provvedimento, il numero 2307 del 31 dicembre 1925: i giornali potevano essere stampati solo se al vertice cera un direttore responsabile riconosciuto dal prefetto, quindi dal governo. Infine, la legge 563 del 3 aprile
del 1926 (di cui parleremo ampiamente) che diede il colpo di grazia ai sindacati (non fascisti) e allo strumento pi forte, caratterizzante delle libert
sindacali: il diritto di sciopero.
Una deriva praticamente impossibile da bloccare e, infatti, non
venne bloccata. E non solo perch Mussolini era determinato e aveva le
squadracce alle sue dipendenze. Alla sua violenta determinazione fece da
contraltare lincapacit dei partiti a comprendere la novit del fenomeno.
Lo ha spiegato con grande acutezza Simona Colarizi in un saggio di alcuni
200

AL VERTICE CONFEDERALE

anni fa: liberali (Giovanni Amendola compreso) e comunisti percepirono


il duce come la continuazione del giolittismo, un errore di valutazione
che coinvolse anche Salvemini. Gli unici che capirono che si era in presenza di una rottura, purtroppo estremamente negativa, rispetto al passato,
furono proprio i riformisti, i compagni di Buozzi. Scriveva la Colarizi a
proposito della valutazione del fenomeno: Spunti dissonanti si colgono
invece nellanalisi dei socialisti riformisti che rifiutano linterpretazione
deterministica e liquidatoria dei comunisti. Non che sia meno tranciante
il giudizio su Giolitti, uomo senza scrupoli, corruttore e grigio esecutore
di una politica senza ideali; tuttavia non tutta la borghesia fascista e
non tutto il fascismo borghese... Il movimento mussoliniano appare dunque agli occhi di Turati un fenomeno complesso.
Gli atteggiamenti successivi di Matteotti, i no al duce che Buozzi ripeter continuamente e in tempi diversi, sono probabilmente proprio la conseguenza di questa presa di coscienza anticipata (rispetto agli altri partiti)
della atipicit (e quindi della pericolosit) del fascismo. Loro, Buozzi, Turati, Matteotti, conoscevano la personalit del duce, un prototipo di italiano che a volte piace agli italiani. Come ha scritto Franco Cordero:
Esistono italiani intolleranti della seriet: preferiscono Crispi a Cavour;
detestano Giolitti; liquidano De Gasperi; amano i buffoni, specie quando
emergono aspetti sinistri. Mussolini li incanta con le smorfie al balcone e
sotto la divisa del primo maresciallo dellImpero: vola, nuota, balla, scia,
miete, batte il passo romano, farnetica glorie militari; dopo ventanni resterebbe a vita nella sala del mappamondo se non muovesse guerra a tre
imperi. Il lungo sonno della ragione (Berthold Brecht) in Italia era cominciato e nessuno era in grado di interromperlo anche perch i poteri forti
erano tutti dalla parte di Mussolini (Vittorio Emanuele III, campione di infedelt costituzionale e poi anche di fellonia nazionale, e gli industriali che
coglievano lattimo per tornare a una gestione delle relazioni industriali incardinate nei medesimi princpi dordine, illiberali che avevano caratterizzato la Mobilitazione, cio una fase di emergenza). Una Missione
Impossibile, come quelle che Tom Cruise affronta in una serie di film di
successo. Ma quella celluloide, Buozzi doveva vedersela con la vita vera,
fatta di leggi, violenza, tradimenti. Lui, da segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro speriment tutto: le leggi, la violenza e i
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

tradimenti. E, infine, lesilio. Nulla gli sarebbe stato risparmiato. Ma nulla


sarebbe stato risparmiato allItalia, ai lavoratori, a uno Stato unitario che
troppe contraddizioni aveva inserito allinterno del suo giovane corpo. Mussolini le aveva fatte esplodere e su quellesplosione (agevolata anche dalla
guerra e dalle debolezze della classe politica, non solo liberale, anche socialista e cattolica) aveva costruito il suo potere, manovrando le paure collettive e la violenza privata.
Pi tardi, Bruno Buozzi, con orgoglio, avrebbe scritto di quella sua
fase di passaggio: La Confederazione Generale del Lavoro non vede
menomato il suo prestigio neppure dalle distruzioni fasciste e dallavvento
del fascismo al potere. I suoi soci sotto le raffiche della violenza diminuiscono, ma la sua autorit sulle masse e nel paese rimane intatta1. Rivendicava con orgoglio, il segretario della CGdL, ormai in esilio, il ruolo svolto
dalla Confederazione: catalizzatore di quella opposizione operaia che, comunque, non era riuscita a fermare la resistibilissima avanzata del duce.
Scriveva: Le sue organizzazioni sono decimate, ma ogni elezione di dirigenti di organismi operai (commissioni interne, probiviri, consigli di societ, mutue, ecc.) continua a dare la stragrande maggioranza dei voti ai
candidati delle liste confederali. Ovunque, i candidati fascisti sono clamorosamente sconfitti. I dissensi in passato esistenti con altre organizzazioni
si placano. La Confederazione diventa il vero centro dellUnit proletaria.
LUnione Italiana del Lavoro, composta da sindacalisti soreliani e repubblicani, si fonde con essa; numerosi gruppi di libertari e cattolici di sinistra
fanno altrettanto. In parecchie occasioni, allo scopo di fronteggiare la reazione padronale e fascista, la Confederazione Bianca dei Lavoratori (cattolica) e lUnione Sindacale Italiana (libertaria) fiancheggiano
fraternamente la Confederazione, la quale, fino a tutto il 1925 continua a
essere larbitra di tutti i movimenti operai2.
Ma evidentemente non basta: Dopo aver usato le persecuzioni e
le violenze pi inaudite, il fascismo, se volle impedire al proletariato di manifestare il suo incrollabile attaccamento alla Confederazione, dovette ricorrere a una serie di provvedimenti legislativo-polizieschi ed imporre un
suo movimento che, di sindacale, usurpa volgarmente la qualifica. Insomma, dalle mani di Ludovico DAragona (non irreprensibile in quanto a
coerenza), Buozzi ricevette una Confederazione non disfatta ma ormai
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AL VERTICE CONFEDERALE

inesorabilmente allangolo, ridotta come quei pugili che dopo aver incassato una gragnola di colpi, si preparano a prendere lultimo, quello del definitivo ko. Ma va anche detto che i comportamenti contraddittori, anche
vili di alcuni dirigenti sindacali contribuirono a rendere pi amaro questo
ineluttabile (per le condizioni storiche) destino. E Buozzi, da questo punto
di vista, con le sue scelte riusc, in una maniera diversa, a compiere limpresa che aveva gi realizzato nella Fiom: restituire dignit a una organizzazione da altri offesa e vilipesa.
Il filo della storia va ripreso dalla conclusione del movimento che
aveva prodotto loccupazione delle fabbriche. Perch da l che cominci
tutto. Lo ha scritto sempre Buozzi in un saggio che mise a punto negli anni
del confino di Montefalco: Nel 1921-1925 gran parte delle 108 Camere
del Lavoro esistenti in Italia furono distrutte e abolite... Nel 1920 di fronte
a oltre 2.500.000 iscritti alla Confederazione Generale del Lavoro socialista, il sindacalismo fascista non poteva opporre che poche centinaia di
migliaia di organizzati. Nel 1922 questi erano 857.611. Solo dopo che la
Confederazione Generale del Lavoro cess completamente di esistere e
dopo che tutte le sue sezioni furono soppresse, il numero di iscritti al sindacato fascista aument3. Di quella violenza che era stato uno dei motori
dellascesa mussoliniana, fu vittima, pi volte lo stesso Bruno Buozzi. Ad
esempio in occasione della celebrazione del 1 maggio del 1920. La polizia,
che sentiva il vento nuovo, per tener fede ad antiche abitudini, decise di
disperdere i manifestanti facendo uso delle armi. Il bilancio di quella che doveva essere una festa, fu drammatico: tre morti, due lavoratori e un poliziotto.
Due giorni dopo, a piazza Carlina, in occasione dei funerali delle vittime del
Primo Maggio, nuovamente le forze dellordine caricarono con violenza.
Buozzi che era alla testa del corteo prima protest con i capi della Guardia
Regia per indurli a far cessare tanta violenza, poi organizz la raccolta dei
feriti. Ancor di pi pag questa violenza sulla propria pelle il 27 febbraio
1924 quando una squadraccia fascista agli ordini del tenente Mariotti fece irruzione nei locali confederali torinesi. Il segretario metalmeccanico venne
picchiato. Ferito e sanguinante, si rec nella farmacia pi vicina dove si rifiutarono di soccorrerlo. Solo allospedale San Giovanni gli prestarono le necessarie cure. Laggressione era stata premeditata e direttamente ordinata dal
vertice fascista tanto vero che Mariotti se la cav con una condanna mite
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

(un anno e quindici giorni) successivamente anche amnistiata.


Raccontava Gino Castagno: certo che il punto pi alto raggiunto
dal movimento operaio in Italia, come vivacit e come potenza, fu quello
delle lotte nei diversi settori, industriali e agricoli della primavera del
1920. Poi liniziativa pass alla reazione. Lunit dei lavoratori era spezzata, il Partito (socialista, n.d.a.) profondamente diviso, lotte di tendenze
e di frazioni (si potrebbe dire di fazioni), polemiche asperrime, scissioni.
Fra ottobre e novembre si radunano separatamente le varie frazioni del
partito: la riformista a Reggio Emilia, lunitaria a Firenze, la comunista a
Imola. Nel gennaio 1921, a Livorno, il Congresso Nazionale del Partito si
concludeva con la scissione definitiva: si distaccano i comunisti che fondano il Partito Comunista dItalia; massimalisti e riformisti rimangono nel
Psi, ma questo si scinder di nuovo, con lespulsione dei riformisti, nellottobre del 19224, e poi con il distacco dei terzinternazionalisti nellaprile
del 19235. Anche la Confederazione Generale del Lavoro, pur mantenendo
lunit, scossa dallurto delle tendenze. Al Congresso del febbraio 1921,
tre mozioni si contendono il campo: la comunista, la massimalista, la riformista. Ha la maggioranza questultima e DAragona viene riconfermato
segretario6. E mentre la violenza lievitava, i comunisti tra il 1923 e il 1924
lanciavano una offensiva durissima allinterno del sindacato.
Il fascismo diventava sempre pi arrembante, quasi prendendo in
contropiede tutti quelli che avrebbero dovuto contrastarlo. Da un lato, aumentava la violenza, soprattutto contro le strutture sindacali. La sede della
Fiom di Torino venne devastata il 18 dicembre 1922, il segretario della Sezione, Pietro Fornero, prima seviziato e poi ucciso, i rappresentanti sindacali in fabbrica cacciati con la forza. Buozzi e i metalmeccanici furono
costretti a cambiare continuamente casa e lultima gliela offr il leader
del sindacato cattolico, Giuseppe Rapelli che pag a caro prezzo la cortesia visto che anche quella sede venne distrutta dalle squadracce. La difficile situazione venne illustrata da Buozzi nel corso del sesto congresso
della Fiom che si svolse a Milano dal 24 al 26 aprile del 1924: La pressione e le violenze fasciste contro le organizzazioni aderenti alla Confederazione Generale del Lavoro e la sopravvenuta crisi, incoraggiarono la
ripresa delloffensiva industriale e a primavera avanzata del 1922 parecchi
dei nostri concordati vennero denunciati. Lorgasmo provocato nelle masse
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AL VERTICE CONFEDERALE

dalle violenze fasciste, abilmente sfruttato dalle correnti estremiste, imped


che le richieste industriali venissero discusse con criteri puramente sindacali. Ogni nostra assemblea era diventata palestra per discussioni politiche7. In quella sede Buozzi fece anche una analisi autocritica. Cedendo
alle pressioni, verso la met di quellanno era stato proclamato lo sciopero
nazionale dei metallurgici che dal punto di vista dei risultati si rivel un disastro con la perdita di alcune delle prerogative, soprattutto salariali, precedentemente conquistate. Ma poi, a causa di una imprevista coincidenza,
a parere del segretario della Fiom, quello sciopero aveva avuto anche un
altro effetto collaterale: spianare definitivamente la strada al fascismo.
Spiegava: A poca distanza dallo sciopero generale dei metallurgici, e nelle stesse condizioni di esasperazione e di spirito, avvenne quello
generale di tutte le categorie proclamato dallAlleanza del Lavoro. LItalia
era ormai senza Governo e in balia dello squadrismo, e tale sciopero facendo precipitare una situazione divenuta insostenibile, anticip linevitabile avvento del fascismo al potere8. Concludeva lasciando aperta una
porta a un esito non negativo (pi che altro a una semplice speranza): Se
ci sia stato un bene ancora prematuro per dirlo9. Il caso Matteotti provvide, un paio di mesi dopo a spazzar via le tracce residue di ottimismo. Fu
quello il congresso in cui il segretario della Fiom spieg perch il sindacato,
a livello politico, aveva deciso di liberarsi le mani: Le scissioni verificatesi
nel movimento politico di avanguardia del nostro paese, hanno consigliato
alla Confederazione Generale del Lavoro di dichiarare la sua indipendenza
da ogni partito politico. Ma tenne aperta una porta sul futuro, anticipando
in qualche maniera il senso della sua azione durante le trattative per il Patto
di Roma: Se si dovesse verificare lipotesi di una pacificazione generale
delle diverse correnti davanguardia del nostro paese e la loro fusione in
un unico Partito, non vediamo le ragioni per le quali la Confederazione
non dovrebbe avere rapporti con tale Partito10.

8.1 Il corteggiamento fascista

Se da un lato, Mussolini si accaniva su militanti e sedi sindacali,


dallaltro alimentava i corteggiamenti, ai quali diversi colleghi di Buozzi
non erano insensibili. DAragona incontrava Gabriele DAnnunzio (lo comunicava al Consiglio Direttivo della CGdL il 2 giugno del 1922); al fa205

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scino del poeta non era insensibile nemmeno Gino Baldesi che poi collaborer alacremente alla Carta del Lavoro, la summa dellideologia corporativa. Da un punto di vista sindacale, il fascismo non aveva ancora un
corpo dottrinario strutturalmente definito; la contaminazione del sindacalismo rivoluzionario e di quello nazionalista era evidente, ma in realt
convergevano anche altri elementi. Come ha scritto Adolfo Pepe in nessun
altro settore istituzionale la soluzione fascista appare pi permeata di uno
spirito di compromesso nel quale il patrimonio specifico fascista sembra,
insieme e contraddittoriamente, potenziato al massimo e diluito nel prima
e nel dopo di una vicenda dotata di un suo proprio tempo interno di trasformazione11. E Mussolini alimentava lidea di un Grande Compromesso,
sembrava cercarlo. DAragona non si sottraeva. Accettava un primo incontro, nei giorni della salita al potere, della chiamata del re. Il segretario,
evidentemente pi che convinto della validit delle sue scelte, ne parlava
al congresso della CGdL nellagosto del 1923: Durante la marcia su Roma
andammo infatti da Mussolini, nulla dovevamo temere. Siamo uomini di
idee e senso di responsabilit. Mussolini ci invit ad assumere la responsabilit del Ministero della Economia Nazionale e a fonderci con le corporazioni fasciste. Rispondemmo che non potevamo accettare nessuna di
queste offerte: si rivolgesse dapprima ai partiti. Dichiarammo, per, che
come avevamo dato la nostra collaborazione tecnica a tutti i precedenti
Governi, lavremmo data anche a quello fascista12. Furono giorni convulsi
quelli che precedettero il varo del primo governo Mussolini. Circolava la
voce che nella lista di ministri preparata dal futuro duce ci fosse il nome
di Buozzi (e accanto al suo, tra parentesi, quello di Baldesi). Ma Buozzi
non aveva alcuna intenzione di sostenere Mussolini tanto vero che ai liberali (Giovanni Amendola in particolare), convinti ancora di avere a che
fare con un fenomeno passeggero, spiegava che Mussolini ha un temperamento autoritario. Contemporaneamente, criticava Baldesi che mostrava interesse eccessivo nei confronti di quelle aperture.
I contatti, per, andarono avanti. Il 24 luglio del 1923 da Mussolini
si recarono insieme a DAragona, anche Carlo Azimonti, Angiolo Cabrini,
Emilio Colombino, Attilio Terruzzi e Bruno Buozzi. Era presente pure il
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo che diventer
famoso con la legge elettorale che spianer definitivamente la strada al fa206

AL VERTICE CONFEDERALE

scismo (nove giorni prima, il capo del governo proprio intervenendo alla
camera a sostegno di quel provvedimento, aveva lanciato un nuovo segnale ai sindacalisti ribadendo la disponibilit a quella apertura che lanno
prima era stata impedita dal rifiuto di Buozzi da un lato e dalla opposizione
dei nazionalisti dallaltro). DAragona era disponibile a collaborare pure
alla stesura di un patto del lavoro. Buozzi, che era gi il leader pi autorevole del sindacato essendo il capo della federazione pi forte e combattiva, continu a sostenere la linea di DAragona ma bocci senza appello
lidea di partecipare alla definizione di quel documento. Nonostante il crollo
degli iscritti (dei 2,2 milioni del 1920, nel 1924 ne erano rimasti meno di
un decimo, duecentomila), lautorevolezza della Confederazione era molto
forte, una realt che avrebbe indotto Mussolini a sostenere che il sindacato
(il suo sindacato, ovviamente) era fascista ma i lavoratori ancora no. A
marzo del 1925 i metallurgici scesero in sciopero.
Non doveva essere una agitazione nazionale ma, pian piano, lo divenne. E molti aspetti finirono per sovrapporsi. In Lombardia, ad esempio.
A Brescia i sindacati fascisti provarono a mettere allincasso un primo successo per convincere i lavoratori ad abbandonare le vecchie organizzazioni.
Al centro della protesta, il salario, il suo adeguamento al costo della vita.
Ci fu anche un accordo tra la Confederazione delle corporazioni e gli industriali, il 15 marzo 1925 ma gli aumenti furono inconsistenti (persino
Augusto Turati manifest la sua insoddisfazione, per una intesa che era
stata voluta dal duce preoccupato dal prolungamento e dallestensione
della manifestazione, e favorita da Roberto Farinacci). La Fiom si inser su
quella vertenza dimostrando che la sua capacit di mobilitazione era ancora
intatta, tanto vero che in pochi giorni le agitazioni coinvolsero tutto il
nord industriale, diventando massicce a Torino. E quando a Milano, il 18
marzo Buozzi invit gli operai a tornare al lavoro, le officine si ripopolarono nonostante non fosse stato ottenuto alcun successo. A Torino, dove
aveva un seguito maggiore la predicazione comunista, linvito cadde, invece, nel vuoto ma i fascisti con i soliti metodi si preoccuparono di farla
terminare. La mancanza di risultati determin uno sfilacciamento evidente
nei rapporti tra la base operaia e le vecchie organizzazioni sindacali (senza
determinare, di converso, un irrobustimento delle relazioni con quelle fasciste): la conseguenza fu un calo verticale e drammatico degli iscritti alla
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federazione metallurgica. Peraltro, i comunisti, attraverso lUnit, avevano approfittato delle difficolt della Fiom per lanciare una offensiva contro gli odiati riformisti capeggiati da Bruno Buozzi. Da un lato, il regime
indeboliva le vecchie organizzazioni sul fronte della rappresentanza, dallaltro il fuoco (quasi) amico del PCdI provvedeva a screditare la figura
del leader.
La deriva, per, era chiara e il sindacato era lultimo terreno dello
scontro, quello definitivo. Lo aveva capito perfettamente Claudio Treves,
che prima dellomicidio Matteotti, sulla Critica Sociale aveva scritto un
articolo (firmato Il Vice) contro quellidea di sindacato corporativo che prevedeva labolizione del conflitto sociale. Diceva: Il contenuto morale del
movimento sindacale operaio e socialista sta per noi precisamente nel fatto
che le conquiste della classe lavoratrice si identificano, se non nei singoli
momenti, almeno nel loro risultato complessivo, con gli interessi della societ. Per tale motivo la lotta di classe da considerarsi oltre che una necessit, una benefica necessit, perch, pur con tutti i dolori che suscita,
sprone allincremento della ricchezza, al progresso dellintelligenza, allelevazione di tutta la vita sociale. Ogni sforzo di sopprimerla perci,
oltre che vano, dannoso, non riesce, naturalmente, a far tacere lo stimolo
degli opposti interessi (e il fascismo ne fa quotidiana esperienza) ma li trae
a ricercare la soddisfazione in patti che si convertono in danno della
grande maggioranza dei cittadini. Il padronato concede qualche miglioramento, ma le organizzazioni sindacali operaie si impegnano alla solidariet con i padroni per una elevazione dei prezzi dei prodotti, per la difesa
o la creazione di una condizione di monopolio contro la concorrenza interna ed estera, per il conseguimento di misure protettive e di altri favori
statali: tutte concessioni a profitto di interessi particolari, con danno degli
interessi generali dei cittadini, in quanto consumatori o in quanto contribuenti, o nelluna e nellaltra di tali loro qualit; con danno anche, del
progresso economico e civile del paese, per un insieme di conseguenze immediate e mediate che non neppure necessario indicare13.
Il fatto che lidea di sindacato che aveva in testa Mussolini era
piuttosto diversa da quella che la Fiom di Buozzi aveva portato avanti. Lultima grande vertenza, quella delloccupazione delle fabbriche, era nata perch la federazione voleva dare una cornice unitaria nazionale a una serie
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AL VERTICE CONFEDERALE

di accordi realizzati a livello aziendale. Ma il conflitto nasceva allinterno


dellazienda e si sviluppava fuori e oltre quei confini. Il sindacato fascista,
puntava a marginalizzare il ruolo confederale, a garantire la composizione
dei problemi con procedure di conciliazione, assicurando una pace sociale assoluta nelle officine e venendo cos incontro a una spinta padronale
che, sotto alcuni aspetti, appare, per via di vicende pi recenti, un tratto
cronico dellimprenditoria industriale italiana. Ha spiegato Adolfo Pepe:
costante nella storia italiana il rifiuto della contrattazione collettiva e
del conflitto entro lazienda. Questo lelemento cardine della cultura industriale fino alla concezione romitiana e confindustriale degli anni Ottanta (ma qualche elemento si intravede anche in Marchionne, n.d.a.). Essa
non soltanto antisindacale ma anti-collettiva, perch ritiene che allinterno del meccanismo aziendale, nel processo produttivo della fabbrica intesa come comunit di lavoro, ci siano tutte le condizioni relazionali per
metter in atto lintegrazione necessaria alla logica del profitto utilizzando
i valori morali della lealt e dellappartenenza insieme con i rigidi criteri
economici indotti dalla tecnologia e dallorganizzazione del lavoro, senza
alcun ruolo per la rappresentanza distinta della forza lavoro. questa radicata cultura la vera ispiratrice e incubatrice delle periodiche ondate di
liberismo selvaggio14. Non un caso che contro questa idea di comunit
abbia lottato in tempi pi recenti, un giuslavorista di cultura realmente liberale come Federico Mancini per il quale il rapporto di lavoro doveva trovare regolamentazione solo nel contratto senza riferimenti a vincoli di
fedelt o di amore per una bandiera che nelle aziende normalmente viene
invocata quando le cose vanno male ma molto meno quando vanno bene.
Il corporativismo era lesatto contario di questo principio.
Anche davanti agli ultimi sussulti sindacali, alle ultime proteste in
fabbrica, la CGdL di DAragona rest in disparte, avendo di fatto alzato
bandiera bianca. La resa laveva illustrata in una intervista, prefigurando i
tempi e le modalit per un incontro tra regime e proletariato: Abbiamo
oggi una situazione tale che manca lambiente necessario alla possibilit
di un riavvicinamento delle masse proletarie al regime fascista. Per
quando si credesse attraverso una lunga e paziente opera di preparazione
e una serie di fatti che persuadano il proletariato alla possibilit di un riavvicinamento, allora sarebbe dato lambiente necessario e propizio ad esso.
209

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Noi attendiamo con animo sereno e scevro di pregiudizi lattuazione di riforme favorevoli alla massa proletaria15. Le risposte DAragona le ebbe
di l a breve e per lui non furono confortanti. Le pubbliche strizzatine docchio verso il fascismo avevano alimentato notevoli diffidenze nei suoi confronti. In pi il clima generale segnalava che si stava rapidamente
scivolando verso laccordo di Palazzo Vidoni. La CGdL si interrog sulla
possibilit di rispondere con lo sciopero generale a un accordo, nel momento in cui fosse stato concluso, che consegnava al sindacato fascista la
rappresentanza esclusiva dei lavoratori. DAragona manifest la sua contrariet a questa azione di lotta nella riunione del 28 settembre 1925; Buozzi
al contario si dichiar favorevole. Il segretario generale della confederazione a quel punto present le dimissioni che il 2 ottobre vennero accolte
anche perch nel frattempo il fantasma di Palazzo Vidoni si era materializzato. Era un documento breve ma esplicito: La Confederazione generale
dellindustria riconosce nella Confederazione delle corporazioni fasciste
e nelle organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva delle
maestranze lavoratrici. La Confederazione delle corporazioni fasciste riconosce nella Confederazione generale dellindustria e nelle organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva degli industriali. Tutti i
rapporti contrattuali tra industriali e maestranze dovranno intercorrere
tra le Organizzazioni dipendenti dalla Confederazione dellindustria e
quelle dipendenti dalla Confederazione delle corporazioni. In conseguenza
le commissioni interne di fabbrica sono abolite e le loro funzioni sono demandate al sindacato locale che le eserciter solo nei confronti della corrispondente Organizzazione industriale. Entro dieci giorni saranno iniziate
le discussioni delle norme generali da inserirsi nei regolamenti. il Patto
di Palazzo Vidoni. Il sindacalismo libero non esisteva pi: il padronato trattava solo con le organizzazioni fasciste, lo strumento pi forte, a contatto
con la base, cio le Commissioni Interne, venivano azzerate, il conflitto, a
questo punto, poteva considerarsi fuori dai cancelli: ci sarebbe rientrato
soltanto molti anni dopo.
Mussolini, per, non si ferm a quel patto. Lo blind con lo strumento
coercitivo di una legge elaborata da Alfredo Rocco, la numero 563 del 3
aprile del 1926 che venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 14 aprile.
Ventitr articoli in tutto suddivisi in tre parti. La prima dal titolo decisa210

AL VERTICE CONFEDERALE

mente esplicativo: Del riconoscimento giuridico dei sindacati e dei contratti collettivi. Allarticolo uno venivano indicate le condizioni per il riconoscimento (iscrizione di almeno un decimo dei lavoratori del settore,
dirigenti che diano garanzia di capacit, di moralit e soprattutto di sicura
fede nazionale); il riconoscimento veniva disposto per decreto reale (articolo 4), la nomina o lelezione dei presidenti avveniva con decreto del ministro competente di concerto col collega dellInterno (articolo 7) con la
possibilit della revoca dellincarico in ogni momento; larticolo 8 indicava
gli organismi pubblici che avrebbero vigilato sulle organizzazioni e a queste
istituzioni di controllo era attribuito anche il potere di disporre lamministrazione straordinaria o il commissariamento; i contratti collettivi valevano
per tutti i lavoratori e dovevano essere pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale.
Ma la parte maggiormente esplicativa della cultura del regime era la terza:
Della serrata e dello sciopero. Luna e laltro aboliti (articolo 18); chi organizzava una astensione dal lavoro poteva essere punito con la carcerazione
da uno a due anni. Nel pubblico impiego, il tasso di severit aumentava. Chi
interrompeva un servizio pubblico veniva punito con la reclusione da uno a
sei mesi e linterdizione per sei mesi dai pubblici uffici; per i promotori la
pena detentiva saliva da sei mesi a due anni con interdizione sino a tre anni;
se poi linterruzione provocava pericolo alla collettivit la reclusione non
poteva essere inferiore a un anno; se, invece, era scappato anche il morto, le
porte del carcere si aprivano per almeno tre anni (articolo 19).

8.2 Il trasferimento della CGdL in Francia

Quando arriv al vertice della Confederazione, Buozzi prov a salvare il salvabile, in particolare da un punto di vista organizzativo. Le Camere del Lavoro erano riserva di caccia delle squadracce fasciste che si
esercitavano quotidianamente nelle loro pratiche violente. Buozzi le chiuse
anche perch le sedi venivano puntualmente devastate; i segretari vennero
sostituiti con fiduciari che erano nominati direttamente dalla Confederazione. Intorno alla CGdL il fascismo aveva fatto terra bruciata. E in quel
contesto ognuno reagiva a suo modo, mettendo a nudo piccole e grandi
vilt. Giovan Battista Maglione di fatto in un Consiglio Direttivo della Confederazione annunciava la nascita dellAssociazione di Studio Problemi del
Lavoro (la legge lasciava questo teorico spazio di libert). Lavrebbe co211

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

stituita insieme al primo segretario della CGdL, Rinaldo Rigola, e a Emilio


Colombino, il dirigente che da segretario provinciale della Fiom di Torino,
aveva partecipato a tutte le grandi mobilitazioni che avevano coinvolto i
metallurgici del capoluogo piemontese. Al vertice della federazione Colombino era arrivato insieme a Buozzi esprimendo anche attraverso un cambio generazionale, la rottura con lo screditato gruppo dirigente
rappresentato da Cleobulo Rossi e Silla Coccia. Maglione avrebbe voluto
favorire una capitolazione collettiva, lauto-cancellazione della Confederazione, la sostanziale confluenza nel sindacato fascista. Motivava la sua
posizione sostenendo che mancavano le pi elementari condizioni per continuare lattivit. Buozzi si oppose e la linea non pass. Prima della proposta
(un annuncio di defezione) di Maglione, era arrivato il tradimento del segretario dei tipografi, Tomaso Bruno, che aveva portato in dote al fascismo
e alle corporazioni la sua federazione. Buozzi reagiva con una violenta dichiarazione: Pi ancora delle blandizie e delle minacce degli avversari,
va detto che sui tipografi ha potuto la condotta miseranda di alcuni dirigenti.
In queste ultime settimane il Segretario della Federazione del libro aveva
girato lItalia tentando di far credere e non pochi gli credevano di essere
stato ingannato e che, in ogni modo non ancora detto che egli passi al nemico (cio alle corporazioni fasciste, n.d.a.) perch ci che ha fatto mira
unicamente a salvare la Federazione. La tortuosa mozione votata rivela in
tutto lanima del convegno. In essa non vi una sola frase sincera16.
A complicare la situazione intervenne lattentato contro Benito
Mussolini dellanarchico bolognese, Anteo Zamboni. Il duce il 31 ottobre
del 1926 era andato nella citt emiliana per inaugurare lo Stadio del Littorio, oggi conosciuto come DallAra, limpianto che ospita la domenica
le partite di calcio del Bologna. Stava andando alla stazione su unauto
scoperta guidata dal gerarca Leandro Arpinati, quando, alle 17,40, allincrocio tra via Rizzoli e via dellIndipendenza Zamboni, approfittando di
un rallentamento del mezzo, fece fuoco. Non era certo un tiratore scelto
visto che il proiettile scalf il cordone dellordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che ornava il collo di Mussolini, gli trafisse spietatamente il bavero
della giacca, for senza ritegno il cappello a cilindro del sindaco di Bologna, Umberto Puppini, e fin la sua corsa contro la tappezzeria della portiera dellauto. Il pericolo scampato indusse il duce a un nuovo giro di
212

AL VERTICE CONFEDERALE

vite contro gli oppositori. Buozzi (che nel frattempo, il 20 ottobre, aveva
chiuso lorgano confederale, Battaglie Sindacali) cap subito che per lui
laria si era fatta pesante. Lo cap soprattutto quando una squadraccia, a
tarda sera, fece irruzione nel suo palazzo, a Corso Regina Margherita. Il
segretario della CGdL non era in casa e i bravi si limitarono a consegnare
solo dei messaggi di tipo epistolare, vergati sulle pareti: A morte
Buozzi; Buozzi morirai. Il 27 ottobre il segretario lasci lItalia dovendo partecipare agli inizi di novembre a un convegno internazionale a
Zurigo. Le nuove leggi eccezionali varate dopo lattentato di Zamboni (insieme agli inviti epistolari che il fratello Antonio gli inviava da Torino),
lo convinsero a rimanere allestero.
Lo cercarono invano e troppo tardi. Alla richiesta di notizie sul
sovversivo Bruno Buozzi, il capitano della compagnia di Ferrara dei carabinieri reali, Raffaele Bianco, rispondeva: Si partecipa che da indagini
esperite risultato che lex Deputato (per deferenza, la d rimaneva maiuscola, n.d.a.) socialista, Buozzi Bruno fu Orlando e fu Berto Maddalena
(Busti n.d.a.) nato il 31 gennaio 1881 a Pontelagoscuro, ex segretario della
Federazione Nazionale Metallurgici (lufficiale si era fermato alla precedente qualifica in quanto la CGdL non era un sindacato riconosciuto,
n.d.a.), non ha fatto rientro al suo paese nativo. A Pontelagoscuro ha una
zia materna, Buozzi Udgarda, abitante in via Piacere, unica superstite della
famiglia, con la quale da oltre un anno, non mantiene alcuna corrispondenza. Anche dalle indagini esperite presso lufficio postale, lelemento fascista ed altre fonti, risultato non essere egli in corrispondenza con altre
persone. Risulta che un anno fa la moglie ed i figli del Buozzi abitavano a
Torino viale Margherita, ove si ritiene abitino ancora e dove si ritiene altres
siasi rifugiato il Buozzi stesso. La richiesta di informazioni era del 28 gennaio 1927, la risposta del 4 febbraio. Non propriamente un esempio di sagacia
investigativa.
Buozzi, in realt, si era tenuto alla larga dallItalia. Si era fatto vivo
solo con un comunicato il giorno di Natale in cui annunciava che la confederazione avrebbe operato sempre di pi allestero (una dichiarazione che
suscit la reazione risentita di Giovanni Bensi come vedremo pi avanti).
Inoltre, poco prima, a fine novembre, in seguito al saccheggio della sede
confederale avvenuto allinizio del mese, aveva fatto sapere a Maglione di
213

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

essere intenzionato a trasferire a Parigi la sede della CGdL. Approfittando


della sua uscita di scena, il 4 gennaio del 1927 quel che era rimasto del
Consiglio Direttivo della Confederazione Generale del Lavoro, riunito a
Milano, approvava questo comunicato: Sentita la relazione informativa
(non si sa bene di chi non essendoci il segretario, n.d.a.) delle condizioni
delle organizzazioni professionali, sulle sedi e rappresentanze locali e sui
pareri espressi dai dirigenti e fiduciari, costatando che fallito lesperimento
di associazione sindacale di fatto previsto dallarticolo 12 della legge 3 aprile
1926 (le associazioni non riconosciute avrebbero potuto sopravvivere, a determinate condizioni, come associazioni di fatto, n.d.a.) e regolato da altre
leggi di polizia e di controllo, e che non pertanto possibile provvedere al
tesseramento del 1927; dichiara esaurita la sua funzione e demanda al Comitato Esecutivo di procedere alla liquidazione e sistemazione dei residui interessi della Confederazione Generale del Lavoro. In pratica veniva data
lestrema unzione allorganizzazione. Un passo anticipato da un incontro
di Baldesi con Rossoni nel corso del quale era stato concordato il travaso
dei confederali nelle Corporazioni. Buozzi resusciter la CGdL in esilio, a
Parigi. La scelta di Colombino & soci venne duramente commentata
dallAvanti! (gli autori del colpo di mano vennero definiti raffinati professionisti del tradimento). Pochi giorni dopo, gli stessi che avevano dato
lestrema unzione alla CGdL, precisamente il 16 gennaio del 1927, provvedevano a vergare un nuovo comunicato in cui accettavano la legislazione
liberticida fascista, il sindacato di stato (Siamo tenuti a contribuire con la
nostra azione e con la nostra critica alla buona riuscita di tale esperimento) e facevano nascere quella strana creatura che Giovan Battista Maglione aveva fatto aleggiare in quel Consiglio Direttivo di cui abbiamo
parlato prima. Il nome lungo, la funzione inutile: Associazione Nazionale
per lo Studio dei Problemi del Lavoro, con una emanazione editoriale: la
rivista Problemi del Lavoro. Colombino, che si era da tempo avviato sulla
strada delle attivit imprenditoriali cooperativistiche, sotto il parafulmine
fascista continu a gestire le sue cose. Gino Baldesi che si era preso una
sbandata per DAnnunzio e per il duce, il 9 novembre del 1926, per un
eccesso di spirito critico, fu dichiarato decaduto dalla carica di parlamentare, insieme ai deputati aventiniani. Angiolo Cabrini che gi nel 1922
aveva fondato un bollettino parlamentare, Informazioni Sociali, nel 1927
214

AL VERTICE CONFEDERALE

lo trasform nella Rivista Internazionale del Lavoro.


Qualche tempo prima di quella decisione, proprio Rinaldo Rigola
aveva scritto un articolo per la Critica Sociale allo stesso tempo amaro e
orgoglioso. Soprattutto rassegnato e incline a un compromesso con il
nuovo nascente. Era lautunno del 1926 e celebrando il ventesimo anniversario della CGdL, diceva: Se qualcuno ci avesse detto ventanni fa:
voi vivrete abbastanza per assistere allapologia del organizzazione di
classe e allesaltazione del contratto collettivo di lavoro ad opera degli
stessi padroni... saremmo stati subito convinti di avere a che fare con uno
che gli avesse dato di volta il cervello17. Rigola, insomma, sapeva bene
che si trattava di un inganno, che non esisteva una via corporativa al superamento della lotta di classe ma solo un rapporto di subalternit dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro, una difesa prevalente degli
interessi dei secondi sui primi, una gestione autoritaria delle relazioni industriali filtrata, ipocritamente e strumentalmente, attraverso una visione
sociale. Non a caso Rigola continuava: O questa classe industriale non
capiva niente ventanni fa, o il sindacalismo e il contratto collettivo hanno
perduto per istrada quegli attributi che li rendevano odiosi ai padroni. Noi
propendiamo a dire luna e laltra cosa (si sbagliava perch tanto il sindacalismo quanto i contratti collettivi risultavano, almeno nelle forme contrattate attraverso le vertenze, sempre odiosi alla controparte ed era
proprio su quel versante che il fascismo intendeva intervenire, n.d.a.). Ci
sarebbe da dire, daltronde, che non del nostro sindacalismo fanno lapologia. Ma si preparava, anche, il Rigola, la via duscita salutando quella
che era stata la sua Creatura (aveva partecipato alla fondazione, laveva
guidata sin dallinizio): La Confederazione morta ammazzata e strano
a dirsi le Confederazioni sono nate a dozzine; lItalia tutta federata,
confederata, superconfederata. I morti, si sa, non possono parlare, nemmeno per rivendicare i loro meriti. Ma via, un poco di rispetto per questa
grande Morta, operatrice di tanti miracoli, non sarebbe fuori luogo. Tanto
pi che rinascer dalle sue ceneri18. Alla produzione di quelle ceneri, lui
stesso contribu, certo non alla rinascita a cui si dedic Bruno Buozzi, a Parigi, non riconoscendo latto di scioglimento del 4 gennaio 1927 (provvide
anche a creare un nuovo organo di stampa, lOperaio Italiano). A Rigola
rest ladesione allAssociazione di Studio Problemi del Lavoro, laccet215

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

tazione della Carta del Lavoro, quel fiancheggiamento del fascismo che, a
liberazione avvenuta, decret la sua emarginazione dalla vita sindacale e
politica dellItalia democratica.
Perch tra tanti difetti, al sindacato va riconosciuto un merito. Lo ha
evidenziato Adolfo Pepe: In questo settore (il sindacato, n.d.a.) la continuit e la rottura non potr essere simile a quella degli altri centri del regime, lesercito, la magistratura, la diplomazia, la classe economica, la
burocrazia medio-alta, luniversit, la cultura, leditoria, il mondo politico
stesso. Mentre in tutti questi ambienti la pacificazione e la continuit finirono ben presto per prevalere, sia in termini di uomini che di impostazioni
istituzionali e di prospettiva, protraendosi fino agli anni Cinquanta e alla
rivoluzione sociale ed economica che allora scuote il paese e fa compiere
al compromesso nazionale un deciso salto, il sindacato fascista... verr annullato come legittimit etico-ideale, prima ancora che politica19. Insomma, i segni del continuismo su questo fronte non ci sono stati. Il nuovo
sindacato, quella dellItalia repubblicana e democratica, non ha nulla a che
vedere n con quelli che costruirono le organizzazioni fasciste n con quelli
che, fedeli al vecchio motto, tengo famiglia, preferirono la renitenza o,
peggio ancora, il tradimento.
Buozzi, da questo punto di vista ha trasmesso il suo pensiero. Per
lui il sindacato fascista era un organismo fittizio, costruito in laboratorio,
figlio della prepotenza e della violenza, che non aveva dato nulla ai lavoratori, nemmeno quello che dichiarava di voler dare perch era solo uno
strumento nelle mani di un regime autoritario. Un organismo fittizio che
era stato, per, dotato di una costituzione reale. In pratica lultimo colpo
al passato: lapprovazione della Carta del Lavoro da parte del Gran Consiglio nella riunione del 21 e 22 aprile 1927. Trenta punti per sintetizzare teoria e pratica del corporativismo. Dichiarazioni di principio
(Lorganizzazione sindacale o professionale libera) smentite nella pratica (Ma solo il sindacato, legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo
dello Stato, ha il diritto di rappresentare tutta la categoria di datori di lavoro
o di lavoratori); logiche che poco hanno a che vedere con la dinamica reale
dei rapporti tra le parti (Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua
espressione concreta la solidariet tra i vari fattori della produzione); larticolazione di un sistema che dovrebbe azzerare il conflitto tra le classi (Le
216

AL VERTICE CONFEDERALE

Corporazioni costituiscono lorganizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano integralmente gli interessi... Le Corporazioni
sono dalla legge riconosciute come organi di Stato); la sostituzione dello
sciopero con strumenti conciliativi e legali (Nelle controversie collettive
del lavoro lazione giudiziaria non pu essere intentata se lorgano corporativo non ha prima esperito il tentativo di conciliazione); una strana idea
di congruit del salario e dei modi in cui definirlo (Lazione del sindacato,
lopera conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della magistratura
del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali
della vita, alle possibilit della produzione e al rendimento del lavoro);
una logica paritaria nella distribuzione degli oneri senza tenere presente
che in ogni rapporto vi un soggetto debole e che in quelli di lavoro, da
quella parte si colloca il lavoratore (Le conseguenze delle crisi di produzione e dei fenomeni monetari devono equamente ripartirsi fra tutti i fattori
della produzione); il recupero di alcune conquiste della CGdL e della Fiom
utilizzate anche come strumento per la conquista del consenso (Il prestatore di lavoro ha diritto al riposo settimanale in coincidenza con le domeniche; Dopo un anno di ininterrotto servizio il prestatore dopera, nelle
imprese a lavoro continuo, ha il diritto ad un periodo annuo di riposo feriale
retribuito; Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso
di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, a
una indennit proporzionata agli anni di servizio); una serie di obiettivi
che il regime si proponeva di raggiungere per sottolineare il suo carattere
sociale (Lo Stato fascista si propone: 1. il perfezionamento dellassicurazione infortuni; 2. il miglioramento e lestensione dellassicurazione maternit; 3. lassicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi
come avviamento generale allassicurazione generale contro tutte le malattie; 4. il perfezionamento dellassicurazione contro la disoccupazione involontaria; 5. ladozione di forme speciali assicurative dotalizie per giovani
lavoratori).
Funzion il sistema? Buozzi analizzandolo nel confino di Montefalco
scriveva: Il corporativismo avrebbe dato al paese unimpronta particolare
e avrebbe risolto i problemi dei rapporti fra le classi, abolendo la lotta tra
capitale e lavoro e giungendo a una forma di pacificazione sociale e di collaborazione unica nella storia20. Insomma, sottolineava Buozzi, il corpo217

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

rativismo, nelle intenzioni di Mussolini, avrebbe superato il capitalismo


e il socialismo prendendo soltanto quello che vi era di buono in questi due
sistemi. Ma, concludeva il segretario della CGdL, i risultati, rispetto ai
proclami, furono modesti: Sopra questo edificio sindacale vennero poste
le corporazioni, organi dipendenti del ministero omonimo, le quali avevano
il compito di stabilire norme e leggi sulle condizioni di lavoro, nelle imprese, sui salari, sui prezzi, sulla disciplina della produzione... Ma limponente scheletro non fu mai riempito di un contenuto sociale nuovo o di
qualche valore. I progetti di difesa dei lavoratori e di subordinazione degli
interessi della classe padronale agli interessi della nazione e della collettivit si dissolsero contro la realt. I sindacati fascisti dei lavoratori nella
loro funzione reale divennero organi di imposizione degli interessi di una
classe sullaltra (quella padronale, n.d.a.)... Il contratto collettivo rimane...
sempre una decisione unilaterale21.

Questo scritto Bruno Buozzi lo realizz per lAlmanacco Socialista del 1931. Si trattava
di un numero particolarmente significativo perch segnava la ripresa delle pubblicazioni
dopo una breve interruzione legata allascesa al potere del fascismo e alla fuoriuscita
dallItalia di molti leader politici. Larticolo (Cenni storici sulla Confederazione Generale del Lavoro) venne riprodotto anche su lOperaio Italiano del 20 dicembre 1930. In
Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti inediti a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 78
2
Ivi
3
Bruno Buozzi: Le condizioni della classe lavoratrice 1922-1943" Feltrinelli 1973, pag 96
4
Da quella espulsione, nascer il Psu di Turati, Treves, Saragat, Pertini e Matteotti che
verr eletto segretario. Aderir anche Buozzi. Due anni dopo al gruppo si unir Carlo
Rosselli
5
Castagno fa riferimento allespulsione della frazione terzinternazionalista di Serrati,
Maffei e Riboldi avvenuta in seguito alla vittoria di Nenni al congresso socialista
6
Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pagg. 73-4
7
Bruno Buozzi, relazione al sesto congresso della Fiom, 24-26 aprile 1924 a Milano; in
Bruno Buozzi scritti e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pag. 173
8
Ibidem pagg.174-5

218

AL VERTICE CONFEDERALE
9

Ibidem 175
Ibidem 175-6
11
Adolfo Pepe: Il sindacato fascista in A. Del Boca M. Legnani M.G. Rossi: Il regime
fascista Laterza 1995, pag. 221
12
Dal Bollettino CGdL, 1923, n. 9 sul Congresso Confederale; in Gino Castagno: Bruno
Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti!, pag 76
10

13

Claudio Treves: La bancarotta del sindacalismo in Giuliano Pischel: Antologia


della Critica Sociale 1891-1926", Lacaita 1992, pagg. 542-3
14
Adolfo Pepe: Il sindacato fascista in A. Del Boca M. Legnani M.G. Rossi: Il regime
fascista Laterza 1995 pag. 233
15
Epoca, 20 agosto 1925 in Aldo Forbice: La forza tranquilla. Bruno Buozzi, sindacalista
riformista, Franco Angeli 1985, pag. 60
16
Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pag. 81
17
Rinaldo Rigola: Il ventennio della Confederazione del Lavoro in Giuliano Pischel:
Antologia della Critica Sociale 1891-1926" Lacaita 1992, pagg. 598-9
18
Rinaldo Rigola, Ivi
19
Adolfo Pepe: Il sindacato fascista in A. Del Boca M. Legnani M.G. Rossi: Il regime
fascista Laterza 2005, pagg. 241-2
20
Bruno Buozzi: Le condizioni della classe lavoratrice in Italia 1922-1943" Feltrinelli
1973, pagg. 97-8
21
Ivi

219

I riformisti avvertono la necessit di avere dei


guidatori esperti, di fare degli scioperi disciplinati
di conseguire il maggior risultato col minimo sforzo

Sindacato e partito

Nella foto Bruno Buozzi (quinto da destra) al termine di un comizio


a Costanza nel 1930: il leader della CGdL fu tre volte parlamentare
ma si sent per tutta la sua vita soprattutto un sindacalista

Chiss se entrando alla Camera avvert lo stesso spaesamento


che successivamente avrebbe colto autorevoli leader sindacali nel passaggio
dallattivit di rappresentanza e tutela dei lavoratori, alla politica. Certo
che Bruno Buozzi non acquis mai particolare dimestichezza con quel
mondo che gli sembrava tanto lontano dal suo, molto pi concreto, cos
abituato a confrontarsi con i problemi reali, con gli affanni delle persone,
con le ristrettezze dei bilanci familiari. Lo disse pure: Ho limpressione
che qui si parli troppo e ci si ripeta troppo1, quasi in avvio del suo mandato desordio. Si definiva uomo dazione ed evidentemente quel largo
girare intorno alle cose finiva per apparirgli lontano dalle urgenze di quei
lavoratori che lui sentiva di rappresentare anche l, in quel luogo cos diverso dalle sale in cui si discutevano, anche in maniera molto vivace, gli
accordi con le controparti. Ma dalle urne aperte nel 1919, seppur in maniera
un po indiretta era uscito il suo nome. E non erano state elezioni qualsiasi:
le prime con il sistema proporzionale e a suffragio universale (maschile).
Quel giorno al voto vennero chiamati oltre dieci milioni di italiani (per la
precisione 10.235.507) ma all appello rispose poco pi della met:
5.793.507. Il Paese era, evidentemente, ancora privo di una solida coscienza
politica.
Lanalfabetismo aggiungendosi a una certa indifferenza nei confronti di logiche e dibattiti che apparivano cos astrusi a gente che al mattino
era chiamata a spaccarsi la schiena per una paga il pi delle volte da fame,
incentivava lastensionismo. La novit della prima volta, poi, pi che avvicinare, allontanava. In lista, lo aveva voluto il suo maestro, Filippo Turati, che di quella nuova legge elettorale era anche il padre. In parte, per.
Perch il sistema uscito dai dibattiti parlamentari non era quello che lui
aveva immaginato e Francesco Saverio Nitti sulla materia, si era rivelato
223

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

mediatore pi abile di quanto il leader socialista avesse inizialmente immaginato. Abile nel difendere la vecchia classe dirigente liberale, il vecchio stato basato sul censo che in ogni caso da quelle urne usc
sostanzialmente a pezzi. Turati in quellItalia era il conoscitore pi profondo
di sistemi elettorali; allo studio della materia si era dedicato con passione
proprio con lobiettivo di sostituire il meccanismo proporzionale al maggioritario a doppio turno che aveva preservato, insieme a un suffragio molto
limitato, le vecchie classi dirigenti, prolungando la loro permanenza al vertice dello Stato ben oltre i loro effettivi meriti. Turati voleva, per via democratica, scardinare un sistema in cui prevalevano i potentati, i cacicchi,
i boss locali che distribuendo favori, si garantivano grandi privilegi. Giovanni Giolitti, da questo punto di vista, era un esempio luminoso. Ma non
solo lui anche perch se il leader piemontese aggiungeva a questo suo vecchio metodo di gestione del potere almeno un certo talento, molti altri erano
solo lespressione di una condizione che privilegiava il censo, la nascita in
un certo ambiente piuttosto che in un altro. Per raggiungere lobiettivo di
una nuova legge elettorale che riformasse realmente il sistema e non si limitasse solo ad ampliare il numero degli elettori come aveva fatto qualche
anno prima proprio Giolitti, Turati mise in piedi, insieme al cattolico Filippo
Meda, fin dal 1911, cio molto prima della conflitto Mondiale, lAssociazione Proporzionalista Milanese. E su quella riforma elettorale, il Psi era
schierato (quasi strano a dirsi) in maniera compatta. Perch tra i Popolari,
nonostante la posizione chiara di Sturzo, qualche distinguo cera.
La cosa a noi oggi pu far sorridere, considerata la maniera un po
leggera con la quale viene affrontata la materia, ma quella fu una grande
battaglia di democrazia perch il maggioritario a doppio turno era considerato un sistema che impediva una reale rappresentanza delle correnti di
opinione che si agitavano nel Paese: bastava un voto in pi nel proprio collegio per essere eletti e favoriva la subordinazione degli interessi nazionali
alle clientele locali (da questo punto di vista, evidentemente, una legge elettorale non basta per correggere la situazione). Turati vedeva nel nuovo sistema elettorale la chiave per aprire le porte dellItalia al vento della
democrazia, quella vera. E una democrazia vera si basa sui partiti: il sistema
proporzionale consentiva, scavalcando la concezione individualistica del
confronto politico alimentato dal maggioritario (ieri come oggi), di raffor224

S I N D A C AT O E PA R T I T O

zare le organizzazioni di massa. Le cose andarono effettivamente cos perch in quelle elezioni per la prima volta vinsero i partiti organizzati, il Psi
che conquist il 32,3 per cento dei voti e ben 156 seggi ed il Ppi che convogli sulle sue liste un 20,5 per cento che gli garant una rappresentanza
di cento parlamentari. Turati avrebbe voluto un proporzionalismo pi
spinto, ma la mediazione di Nitti consent alle vecchie classi dirigenti di
limitare la portata rivoluzionaria della scelta: meccanismi come il panachage (cio la possibilit per lelettore di dare la preferenza al candidato
di unaltra lista rispetto a quella votata) e il metodo di ripartizione dei seggi
(quello messo a punto dal costituzionalista belga Victor Hodt che escludendo lutilizzo dei resti finiva per favorire il partito di maggioranza relativa) furono per Turati altrettanti motivi di delusione. In pi, il suo partito
gli impose che la maggioranza dei candidati doveva essere espressa dalla
corrente massimalista che in quel momento deteneva la leadership del Psi.
Il mutamento della geografia parlamentare fu, comunque, notevole.
Fra i nuovi eletti cera anche lui, Bruno Buozzi. Il partito lo aveva
candidato in due circoscrizioni, a Torino e a Napoli, lui si ritrov quasi per
caso a rappresentare la citt meridionale anche se poi possibile che la cosa
gli abbia fatto piacere perch, come ha scritto Gino Castagno voleva essere
pi vicino agli operai meno difesi2. Il primo intervento in aula lo fece dopo
aver ascoltato le dichiarazioni programmatiche illustrate da Giovanni Giolitti chiamato a guidare il suo quinto governo. Era il 9 luglio del 1920
quando prese la parola, spiazzando in qualche maniera laula, perch lui,
inveterato riformista, utilizz toni e termini che sembravano usciti dal vocabolario di Serrati. Disse: Noi in fondo siamo gli eletti di tutti e di nessuno. Noi stessi che rappresentiamo qui dentro il partito pi forte e meglio
organizzato, sentiamo spesse volte che, al di sopra del nostro partito, chi
ci manda qui la massa anonima e irresponsabile. Su questa constatazione,
credo che non molti di voi possano dissentire. Ma una conseguenza logica
di questa constatazione non pu essere che questa, e cio che il Parlamento, o il suo sostituto, potr funzionare bene solo il giorno in cui sar
composto di uomini, di rappresentanti nominati esclusivamente dalle organizzazioni dei produttori. In altre parole noi pensiamo che i paesi potranno essere amministrati meglio, quando saranno gestiti dai Soviet,
anzich dal Parlamento. A quel punto laula cominci a rumoreggiare,
225

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

forse anche per la sorpresa. Buozzi and avanti: Qualcuno di voi potr
fare qualche smorfia su quello che vado dicendo; ma la verit , o signori,
che mentre voi quotidianamente rinunciate a qualche cosa del vostro programma, che mentre voi quotidianamente rinunciate a qualcheduno dei vostri privilegi, che mentre voi in altre parole vi sforzate di cedere senza dare
lapparenza di cedere, che mentre voi insomma cercate di minimalizzare il
pi possibile il vostro programma, noi proprio in questo periodo, di fronte
a voi sventoliamo sempre pi alto il nostro programma massimo, intorno
al quale chiamiamo a raccolta tutte le nostre forze, e per il quale ci apprestiamo a combattere con sempre rinnovata fede e moltiplicata energia3.
Cera, evidentemente, in quel gruppo socialista per la prima volta
nella storia del Paese numericamente robusto, la voglia di sottolineare le
radici, i riferimenti, il desiderio, insomma, di spiegare la novit di quella
presenza in una politica che aveva perduto i suoi vecchi contorni: la nuova
legge elettorale, che aveva battezzato i grandi partiti di massa, pur prodotto di un compromesso decisamente lontano da quelli che erano gli obiettivi iniziali di Turati e dei socialisti, aveva comunque aperto la strada a
forme nuove di democrazia, la democrazia di forze realmente rappresentative degli umori del Paese, sul riferimento individuale prevaleva lidentit
collettiva, lidentit di gruppo. Cera lorgoglio ma non ancora la lucidit;
cera la consapevolezza del passato ma anche troppe diversit che impedivano ai socialisti di organizzare una proposta politica coerente, capace
anche di bloccare un fascismo che avrebbe ridotto quello spirito di democrazia a una parentesi breve.
Nessuno, insomma, nascondeva che il Paese fosse giunto a una svolta.
La guerra era uno spartiacque. Incalzava orgogliosamente Buozzi (forse
anche un po ingenuamente), puntando il dito verso la vecchia classe dirigente che si preparava a sostenere il governo di un anziano e ormai spento
Giolitti: La distanza in metri qui dentro poca, ma ci che ci separa
enorme. Voi siete il passato, anche quando non volete esserlo; noi siamo
lavvenire. Voi, attraverso tutta lopera che andate compiendo, vi dimostrate sempre pi i migliori ed i pi forti puntelli del vecchio regime borghese e della conservazione sociale. Fra noi e voi, qui dentro si svolge
leterna polemica tra il passato, il presente e lavvenire. Lasciatemi dire
(lo ripeto perch sento che a voi d fastidio), lasciatemi dire: voi siete il
226

S I N D A C AT O E PA R T I T O

passato e il presente; noi il presente e lavvenire. Il presente perch in tutta


la vostra azione non c che una preoccupazione: quella di svalutare la nostra opera; siamo lavvenire, perch questa vostra stessa azione dimostra
che voi sapete, che voi sentite che lavvenire nostro. Non vi camuffereste
tanto facilmente da socialisti se non fosse cos. Noi sappiamo, voi sapete
che le stesse vostre masse operaie sono tendenzialmente con noi. Per conservare le vostre organizzazioni dovete quotidianamente camuffarvi, e camuffarvi da socialisti. Smettetela di gareggiare a parole con noi come fate
in alcune localit e vedrete che la massa vi mander a spasso. Quindi
laffondo a Giolitti: Il proletariato, onorevole Giolitti, non pu credere
nel vostro programma. I maligni dicono che non ci credete neppure voi.
Altri dicono che un programma di preparazione per le probabili prossime
elezioni, altri hanno detto qui dentro che un programma puramente amministrativo, contabile. Certo vi sono in esso degli accenni alla ricostruzione economica del Paese, ma a noi sembrano eccessivamente
indeterminati. Solo uno qui dentro ha esposto un programma vero e proprio
di ricostruzione economica: il nostro compagno e maestro Filippo Turati4.
Al centro dellattacco di Buozzi, il continuo trasformismo di Giolitti, che pur teorizzando la tesi di un coinvolgimento delle masse popolari
nel governo del Paese, di un allargamento della democrazia anche attraverso timidi interventi di tipo sociale, finiva per produrre quasi sempre risultati inferiori alle attese suscitate. E poi con quel suo pendolarismo
politico, tra destra e sinistra, che gli aveva consentito di rimanere in equilibrio al centro della vita politica italiana come un abile acrobata (pur con
qualche momento, a volte lungo, di emarginazione o auto-emarginazione),
finiva, alla resa dei conti, per non essere convincente per nessuno. Del suo
governo facevano parte i socialisti riformisti di Ivanoe Bonomi e Leonida
Bissolati (dai tempi del sostegno alla guerra libica messi alla porta dal Psi),
una alleanza che alimentava laccusa di camuffamento. Due mesi dopo
proprio Giolitti provvide a firmare il famoso decreto che chiudeva la vertenza sfociata nelloccupazione delle fabbriche. La legge che doveva dare
sostanza allintesa sul controllo operaio non vide mai la luce. E un anno
dopo, quando il Parlamento venne effettivamente sciolto aprendo la strada
a nuove elezioni, Buozzi si ritrov di fronte uno dei protagonisti di quella
vertenza. Protagonista dallaltro lato della barricata, cio Giuseppe Mazzini.
227

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Cera stata la scissione di Livorno e un pezzo consistente del partito era


andato via. Nel Paese circolava una brutta aria fatta di violenze, richiami
dordine, spinte decisamente reazionarie.

9.1 Arriva la legge Acerbo

Nonostante tutto, nonostante leccesso di litigiosit che caratterizzava la vita del Partito, i socialisti si erano confermati come la forza politica
di maggioranza relativa. Avevano ottenuto, nella consultazione del 15 maggio 1921, un milione e 631 mila voti, cio il 24,7 per cento, e avevano conquistato 123 seggi. I popolari erano cresciuti (108 seggi), i comunisti
avevano guadagnato il 4,6 per cento dei consensi e quindici parlamentari.
Mussolini si present nella lista dei Blocchi Nazionali che fu il termometro dello scivolamento del paese verso la reazione visto che conquist
105 parlamentari (il 19,7 per cento), trentacinque dei quali di diretta espressione del partito del futuro duce (che per numero di preferenze ottenute
risult il terzo pi votato dItalia). I numeri, comunque, erano ancora favorevoli a una coalizione capace di impedire lascesa al potere del fascismo.
La strada era quella indicata da Buozzi (lalleanza con i Popolari che, tra
laltro, aveva portato alla riforma proporzionalista) ma il Psi, dilaniato dalle
lotte intestine (un anno dopo sarebbero andati via i riformisti di Turati), rinunci a compiere quel passo che avrebbe probabilmente evitato al paese
la buia notte della dittatura.
Quando Mussolini chiese i pieni poteri, il segretario della Fiom
intervenne di nuovo con un appassionato discorso (ne parleremo pi avanti).
Ma era ormai troppo tardi per fermare la valanga. Da parlamentare e da dirigente sindacale, Buozzi avvertiva che gli spazi di libert si stavano restringendo sempre di pi, che lagibilit democratica era a rischio. Quel sistema
proporzionale che avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni di Turati, a un
ampliamento della democrazia, per una di quelle situazioni paradossali che
spesso la storia descrive, stava inesorabilmente facendo precipitare lItalia
verso il regime, cio verso la sostanziale cancellazione del sistema parlamentare. Alla sua seconda legislatura, Buozzi assisteva contemporaneamente
alla dissoluzione degli spiriti democratici e allannichilimento della dinamica
sindacale basata sulla mediazione tra le parti, sul conflitto che trovava il suo
sbocco positivo con la contrattazione. Assisteva, insomma, al trionfo della
228

S I N D A C AT O E PA R T I T O

prepotenza (anche padronale). Da parlamentare assisteva pure a unaltra vicenda paradossale: una minoranza che si trasformava in maggioranza utilizzando le vilt, gli errori politici, le sottovalutazioni della maggioranza e
le complicit di un re che anche davanti a vicende violentemente scandalose,
come lomicidio Matteotti, volle confermare tutta la sua indifferenza nei
confronti dei principi costituzionali chiudendo gli occhi e accettando che le

Nenni e Pertini nel 1947: figure centrali nella storia politica di Bruno Buozzi

229

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

regole venissero calpestate, e di buona parte della vecchia classe liberale


che accecata dallanti-socialismo si gett nelle braccia delluomo della provvidenza. Perch cos come non ci sarebbe voluto molto per impedire a Mussolini di avere lincarico di formare il governo (con laccompagnamento di
quella triste carnevalata della marcia su Roma), allo stesso modo non sarebbe stato difficile impedire il varo di quella legge elettorale che avrebbe
trasformato il principio proporzionalista (sostenuto da Turati proprio per le
sue potenzialit democratiche) nel piedistallo di un regime autoritario. Perch quando la legge messa a punto da Giacomo Acerbo approd in Parlamento, le truppe di Benito Mussolini erano ben poca cosa, non pi di
trentacinque parlamentari di stretta osservanza o, se non di stretta, almeno
di contigua. Ma poi entr in ballo la vecchia classe dirigente liberale dei
Giolitti e dei Salandra che decise di uscire di scena con lultimo misfatto
garantendo il proprio sostegno alla riforma. Non stette con le mani in mano
nemmeno il Vaticano che spacc il gruppo popolare (contrario alla legge ma
non granitico tanto vero che alcuni parlamentari si dimisero per poter votare il provvedimento). Alla fine la legge venne approvata, prima alla Camera, il 21 luglio del 1923, dove ottenne 223 voti a favore e 123 contrari (i
cinquantatr assenti avrebbero potuto orientare in maniera diversa la
conta) e poi, il 14 novembre, al Senato (165 s e 41 no).
Le ricostruzioni parlano di capannelli di bravi fascisti nei corridoi
parlamentari che giocherellavano con le pistole mentre altri si pulivano
ostentatamente le unghie con i coltelli. Il meccanismo elettorale prevedeva
lassegnazione dei due terzi dei seggi al partito che avesse ottenuto la maggioranza relativa, comunque un consenso non inferiore al 25 per cento. Ma
di quel premio, Mussolini non ebbe bisogno visto che il 6 aprile del 1924
raccolse oltre 4,3 milioni di voti (le modalit di quel raccolto, furono,
poi, illustrate da Giacomo Matteotti che pag quelle denunce con la vita).
Due milioni di voti andarono alle forze di opposizione che si presentarono
in ordine sparso (sei liste, fu fatta cadere la proposta comunista di un fronte
unico). Il Partito Socialista Unitario guidato da Matteotti conquist quasi
il sei per cento dei consensi (il Psi che lanno prima aveva espulso i terzinternazionalisti di Serrati, si ferm al cinque, mentre il PCdI prese il 3,7).
In quel Parlamento ormai completamente in mano a Mussolini, Bruno
Buozzi ci torn per la terza volta, in questo caso eletto nel collegio del Pie230

S I N D A C AT O E PA R T I T O

monte. Si era presentato nelle liste del Psu, il partito a cui aveva aderito il
3 ottobre del 1922, cio quarantotto ore dopo la fondazione ufficiale, seguendo il suo maestro, Filippo Turati (daltro canto, sino a quando il leader riformista era rimasto nel Psi, il segretario della Fiom aveva aderito alla
sua corrente, Concentrazione socialista).
Nei confini stretti di una dittatura che usava ancora il sistema parlamentare come una trasparente foglia di fico, Buozzi spar le ultime cartucce polemiche. Sapeva bene che poco o nulla si poteva contro una maggioranza di
quattrocento parlamentari e con un paese intimidito dalle violenze continue,
incapsulato nella camicia di forza di leggi liberticide e, comunque, come da
inveterate abitudini, pronto a correre, a maggioranza, in soccorso del vincitore. L, in quei banchi, ritrov, in veste di colleghi parlamentari, vecchi avversari sindacali, rappresentanti di quel ceto industriale che con maggiore o
minore ardore avevano assecondato lascesa al potere di Mussolini. Tra i
primi (cio quelli che avevano assecondato con maggior ardore) Jacob Angelo Gino Olivetti, liberale conservatore, dirigente di primo piano delle organizzazioni industriali (segretario della Lega di Torino nel 1906 e poi della
Confindustria dal 1919 al 1933), convinto sostenitore del corporativismo economico declinato in chiave di supremazia tecnico-manageriale e di controllo
ferreo sulla disciplina in fabbrica. Agli occhi del duce aveva un solo difetto: era ebreo e dopo il varo delle leggi razziali la sua stella allinterno
del Partito Nazionale Fascista tramont, anzi emigr: prima in Svizzera, poi
a Parigi, infine, per la definitiva sistemazione, in Argentina, dove mor.
Buozzi lo conosceva bene. Molto meglio conosceva Giuseppe Mazzini che non condivideva lardore filo-mussoliniano del collega. Mazzini
era un liberale e aveva conosciuto Buozzi in occasione dello sciopero delle
lancette quando i colleghi gli avevano attribuito il compito di guidare la
delegazione industriale nelle trattative. Si ritrovarono poco dopo, nel clima
infuocato delloccupazione delle fabbriche. Uno di fronte allaltro. E fu in
quella vicenda che si guadagn i galloni di presidente della Confindustria
(lelezione avvenne poco dopo la conclusione della vertenza, il 29 ottobre
del 1920). La mediazione di Giovanni Giolitti era sostenuta da Giovanni
Agnelli e lui si schier con determinazione dalla parte del fondatore della
Fiat. Agnelli, evidentemente, non aveva nessuna intenzione di cedere spazi
di controllo della sua fabbrica agli operai ma vedeva nelliniziativa del pre231

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

sidente del consiglio loccasione per prendere tempo, per far scivolare la
cosa nella nebbia pi che dellimpossibile, dellirrealizzabile, insomma,
come avrebbe detto il nipote Gianni, per gettare la palla in angolo. Cosa
che effettivamente avvenne perch il decreto prevedeva ladozione di una
legge che doveva essere elaborata da una una commissione a cui partecipava anche Mazzini e che non giunse ad alcuna conclusione (perch sostanzialmente sabotata dagli industriali). Questa assenza di conclusioni era
una vittoria per gli industriali. E una nota di merito per Mazzini che aveva
assecondato quella strategia. Il rapporto con Buozzi, per, si fondava sulla
reciproca stima anche favorita dal fatto che Mazzini non si schiacci mai
sulle posizioni di Mussolini non condividendone le pratiche di costruzione
del consenso. Tanto vero che quando il duce venne defenestrato, Pietro Badoglio pens a lui per il posto di commissario della Confindustria. E
Mazzini, a sua volta, per il ruolo di commissario delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, indic al Maresciallo quel vecchio avversario con cui
aveva avuto tanti scontri.

9.2 Mazzini e le polemiche parlamentari

Lultimo, proprio in Parlamento, il 22 maggio del 1925 quando


Buozzi aveva puntato il dito contro le violazioni contrattuali, contro lemigrazione di tanti operai antifascisti che andavano ad arricchire con la loro
qualit professionale apparati industriali concorrenti. Da politico, da esponente del Psu, il segretario della Fiom si sforzava di intervenire su argomenti di sua competenza. E quel giorno alla camera si parlava di dazi.
Polemizzava con il parlamentare fascista Orano il quale terrificato dal
susseguirsi a breve scadenza, di diverse catastrofi minerarie che avevano
sepolto migliaia di lavoratori, pubblic uno scritto indubbiamente suggestivo, dal titolo ad metalla, il quale concludeva col grido: aboliamo la
miniera, sopprimiamo la miniera! La soluzione sarebbe indubbiamente
eroica. Ma... il mondo si avvia a mangiare pi ferro che pane, e perci mi
pare almeno dubbio che egli voglia rinunciare alle ferrovie e allelettricit
per liberarsi dellindustria pesante e di quanto di disonesto e di scandaloso
la circonda5. In sostanza, il parlamentare fascista si lamentava per il fatto
che intorno allindustria metallurgica, che in quel periodo rappresentava
lavanguardia tecnologica del settore produttivo, nascessero scandali e fe232

S I N D A C AT O E PA R T I T O

nomeni speculativi. Buozzi gli spiegava: Nessun blocco di industrie ha


importanza politica, si presta a tentativi speculativi ed provocatore di conflitti quanto quello delle industrie metallurgiche, meccaniche e navali6. Da
sindacalista, da uomo abituato a fare affidamento sui numeri, sui dati, sulle
cose concrete aggiungeva: In tesi generale, economia e politica si confondono. Per, mentre dallesame delle situazioni economiche si pu assurgere
a considerazioni politiche, non ancora dimostrato che, per considerazioni
politiche, sia conveniente sabotare entit economiche... dovere dei partiti
che si rispettano guardare in faccia alla realt, qualunque essa sia. Le industrie bisogna cercare di conoscerle. Solo conoscendole possibile relativamente sintende tenere a bada gli speculatori e le canaglie che le
infestano. Il governo operaio non deve essere il governo degli imbecilli.
Certa propaganda fa dei ribelli ma non degli uomini, e induce i lavoratori
a odiare e svalutare chiunque abbia mansioni direttive o tecniche... Sono
socialista, sono costretto a preoccuparmi del costo della vita nellinteresse
degli operai che rappresento e devo fare i conti quotidianamente colla realt
per rendere meno aleatoria possibile loccupazione dei miei rappresentati7.
Fatta questa premessa, passava ad attaccare proprio Mazzini che
aveva parlato, nel corso del dibattito, di un decadimento della manodopera. La realt che nelle fabbriche erano calati i diktat del regime che
coincidevano con i desideri di molti imprenditori: liberare i capannoni dalle
presenze pi scomode, pi sindacalizzate. In unaula a lui contraria, rivolgendosi al presidente degli industriali, Buozzi prendendo ad esempio la situazione di Torino, affermava: A Torino il 90 per cento degli operai
veramente abili sono sovversivi, sono nostri. Della crisi di questi ultimi
anni gli industriali hanno approfittato per liberarsi di tutti i soci pi attivi
della nostra organizzazione8. Conclusione: del decadimento non hanno
colpa gli operai ma gli industriali9. Mazzini provava a interloquire:
un po esagerato. Buozzi incalzava: Lemigrazione metallurgica di primissimo ordine, di qualit. Il 90 per cento degli emigranti metallurgici
sono dei boicottati e dei profughi del fascismo, i quali allestero sono preferiti alle maestranze indigene e pagati profumatamente. Io ho avuto occasione di trovarmi a Parigi nel periodo nel quale pi infieriva la crisi
dellindustria automobilistica. Ebbene mentre i licenziamenti si susseguivano a ondate, degli operai italiani nessuno o quasi veniva licenziato. Ri233

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

peto: si trattava di operai boicottati dagli industriali italiani e di perseguitati politici. Un atto di accusa contro il regime recitato nel momento in
cui Mussolini si preparava a lanciare lultima offensiva contro l organizzazione sindacale libera attraverso il patto di Palazzo Vidoni e la legge
Rocco che aboliva il diritto di sciopero.
Il fascismo, per, ancora non aveva piegato Buozzi e se concludere
contratti era diventato complicato, allora non restava altro da fare che difendere i lavoratori dallo scranno parlamentare. Spiegava, sempre puntando
il dito contro Mazzini: La maggioranza degli industriali italiani non ha
ancora acquistata la coscienza del contratto di lavoro. Il contratto di lavoro
si subisce come una calamit salvo che da una parte dei grandi e medi industriali... La situazione grave questa: quando lindustriale viola il contratto e si verifica lintervento dellorganizzazione industriale, il massimo
che gli possa capitare di essere invitato a rispettare il contratto di lavoro,
senza alcuna sanzione. Quando invece sono gli operai a violare i concordati, allora sono multe, sospensioni, licenziamenti, i quali, talvolta, nei
paesi in cui c una sola officina significano lesilio, la condanna ad andare
in giro per il mondo10. Il tutto tra le interruzioni di Olivetti.
Fu quello lultimo intervento parlamentare di Buozzi: ormai non
era pi tempo di politica in Italia e anche lui, al pari di tanti operai, doveva
prepararsi allesilio. La carriera politica stava per finire. Ma quella fine probabilmente lo angustiava poco. Lo angustiava molto di pi la fine (almeno
in patria) dellattivit sindacale. La politica lui laveva vissuta sempre come
un impegno secondario, sicuramente non come laspetto centrale della sua
attivit. I suoi interventi in Parlamento non erano stati numerosi anche perch le vertenze, le trattative assorbivano gran parte del suo tempo. Era cresciuto in unofficina, conosceva la durezza del lavoro, i sacrifici, limpegno
quotidiano. Ma il lavoro aveva completato la sua personalit. Avvertiva,
negli umori pesanti dellofficina, qualcosa di eroico, di epico. Si sentiva
circondato da personaggi come quelli che descriveva Edmondo De Amicis
che negli anni giovanili di Buozzi era stato una sorta di nume tutelare del
socialismo, quanto meno da un punto di vista intellettuale. Amico di Filippo
Turati che aveva avuto un ruolo non secondario nella sua adesione a quegli
ideali, collaboratore della Critica Sociale, la figura di maggior spicco di
quel socialismo dei professori che a Torino aveva affascinato tante gio234

S I N D A C AT O E PA R T I T O

vani menti pronte a esaltarsi per un ideale di giustizia. significativo da


questo punto di vista quel che scrisse per il primo numero de il Metallurgico edito dal segretariato per le province italiane della Federazione fra
operai metallurgici in Austria. In pratica, il giornale usciva a Trieste, in
quel momento non ancora italiana (era il 1 maggio del 1910): Vagabondo
che sono fra lintervallo di un treno in arrivo e uno in partenza, stillo queste
brevi note ispiratemi ora, in ferrovia, da un caro e buon libro che ho voluto
rileggere e che, dopo parecchi anni passati in mezzo a battaglie non sempre
serene, mi ha ricondotto e abbeverato alle pi pure fonti dellidealit nostra.
Intendo dire di Edmondo De Amicis e delle sue Lotte Civili. Chi non ricorda
il discorso di Primo Maggio una soave collana di apologhi diretti allo
studente e al borghese, allo scienziato e al filantropo, al ricco e al lavoratore? Rivolto al lavoratore De Amicis dice: Il primo impulso della redenzione del lavoro deve venire da te. Se vuoi che il mondo ti saluti, devi portare
alta la fronte; ma per portare alta la fronte bisogna levare lanimo in alto11.
Ha qualcosa di spirituale la sua idea di sindacato, pertanto meno
contaminata dalle furbizie e dalle sottigliezze della politica. il riscatto
della gente umile, che alzano la fronte per farsi salutare dal mondo ed esiste
un solo modo per alzare la fronte e lui che ha lasciato la scuola con la quarta
elementare ancora in corso, lo sa bene. E allora continuava, in tono quasi
autobiografico: Loperaio che a costo di tanti sacrifici inauditi trascura
anche il proprio per linteresse comune, che sottrae qualcuna delle poche
ore che gli sono concesse al sonno per dedicarsi allo studio ed alla propria
organizzazione, mirando allutile pi dei suoi compagni che suo, che affronta continuamente lira sorda degli industriali, la disoccupazione e
spesso anche la galera, nel giornaletto professionale o di propaganda si
pone da s tanto in alto da potere con sicura coscienza disprezzare anche
tutti gli omenoni asserviti al gazzettume che la borghesia adopera per far
indietreggiare, a colpi di centinaia di migliaia di copie, il cammino dellidea emancipatrice... Le organizzazioni operaie sono quanto di meglio
abbia suggerito la storia per lo sviluppo della civilt e per il raggiungimento del pi sublime degli ideali, la redenzione del lavoro12. Lattivit
sindacale, dal suo punto di vista, assume caratteri quasi missionari al servizio dellideale ultimo e pi sublime. Al confronto, la funzione del partito gli doveva apparire in qualche misura meno nobile, soprattutto pi
235

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

lontana dalla concretezza delle cose da fare, degli obiettivi da raggiungere,


verificabili giorno per giorno.
Il sindacato, insomma quasi un mondo a parte, un entit che ha
una vita propria e che in quella vita propria si esalta e si rinnova. Ci non
significa che Buozzi non partecipasse al dibattito politico, ma lo faceva
quasi sempre controvoglia. Ad esempio, venne tirato dentro la questione
del partito del lavoro per i capelli. Una suggestione, questa di una forza
politica espressa direttamente dal sindacato, che di tanto in tanto riaffiora
in Italia, alimentata anche dal fascino che, a corrente alternata, esercita sulla
sinistra nostrana il Labour Party britannico. Lidea riemersa anche in
tempi recenti. Ma Londra appare tanto lontana dallItalia. E tanto lontana
appariva anche a Buozzi. La questione semplice: pu un sindacato partorire un partito? In Gran Bretagna il parto riuscito ma in situazioni decisamente diverse. Da quelle parti il fascino del marxismo nelle versioni pi
dogmatiche ha avuto vita pi grama. Pur essendo nate intorno agli anni Ottanta dellOttocento le prime associazioni socialiste (la Federazione Socialdemocratica e la societ fabiana), in realt le prime reali organizzazioni di
massa furono le Trade Unions che svolgevano attivit di difesa sindacale
e ideologicamente erano legate soprattutto alle aree pi avanzate del partito
liberale. La loro espansione verso la fine dellOttocento, soprattutto attraverso lorganizzazione degli operai meno qualificati, le sottrasse allegemonia culturale liberale progressista, facendole spostare verso il socialismo
(che, comunque, in Gran Bretagna era stato sempre riletto nella sua versione
gradualistica). A quel punto, nacque lesigenza di una rappresentanza politica che non poteva essere garantita dalle Trade Unions. E cos da una costola del sindacato venne fuori prima lIndipendent Labour Party, poi con
lalba del nuovo secolo il Labour Representation Committee e infine, nello
stesso anno in cui in Italia nasceva la CGdL, cio il 1906, il Labour Party.
A lanciare il partito del lavoro provvide Rinaldo Rigola, nel 1910, preoccupato dei contrasti che, soprattutto in Romagna, finivano per contrapporre le rappresentanze politiche dei lavoratori. Lipotesi, che riaffior negli
anni caldi dellascesa al potere del Mussolini, rilanciata da Ludovico
DAragona finendo per apparire una sorta di ponte nei confronti del regime (il vecchio segretario della CGdL si era messo in attesa e probabilmente pensava che rompendo con le tradizionali alleanze politiche,
236

S I N D A C AT O E PA R T I T O

sarebbero state garantite condizioni di agibilit sindacale), in realt qualche


sostenitore la proposta fra i socialisti laveva anche trovato. Non dispiaceva,
ad esempio, a Ivanoe Bonomi (per il quale il sol dellavvenire lo avrebbe
fatto sorgere la classe lavoratrice con la sua opera concreta e non il partito)
e a Leonida Bissolati (per il quale il partito era destinato a diventare un orpello inutile e tutti i poteri sarebbero passati inevitabilmente al sindacato).
Buozzi, per, la pensava diversamente e lo spiegava con chiarezza ai sostenitori di quella tesi: Non siamo riusciti a convincerci della necessit invocata13. E aggiungeva: Anche noi in passato abbiamo cercato di
convincerci della opportunit di liberare le organizzazioni di ogni ingerenza
politica; ma non ci siamo riusciti e per due ragioni: 1) perch chi ha formato, chi ha compreso e chi guida tuttora le migliori nostre organizzazioni
sono appunto quegli uomini che pi hanno sacrificato per delle alte idealit
politiche, le quali hanno infuso in loro volont, tenacia, spirito di sacrificio
e sete di sapere, qualit tutte indispensabili per lorganizzazione; 2) perch
il settarismo e lo spirito politico di cui alle volte sono pervasi gli iscritti ai
Partiti, anche se portato in esse, noi non crediamo, come credono taluni,
che sia tanto deleterio per lorganizzazione14. La storia del partito del lavoro allinterno del Psi non che fosse stata accolta troppo bene. La Critica
Sociale attraverso Turati e Treves laveva bocciata sostenendo che quella
idea finiva per allontanare e non per avvicinare la prospettiva del socialismo.
La stessa definizione di questo nuovo soggetto era poco chiara. Un partito
che si sostituiva a quello tradizionale del movimento operaio? Rigola pi
che a una sostituzione, pensava a una sovrapposizione o, meglio, a una aggiunta: un partito che sul fronte delle questioni economiche tenesse unito il
proletariato, lasciando al Psi il compito delle rivendicazioni democratiche.
Una distribuzione di compiti che evidentemente non reggeva. Si
domandava Buozzi: possibile la costituzione di un Partito del Lavoro
in Italia, sia pure fra qualche anno? E da chi potr essere composto? Gli
operai che seriamente professano delle idee politiche e le sentono, difficilmente si adatterebbero a rinunciare alle stesse per entrare in un partitone
tipo economico; gli altri, che idee politiche non hanno, sar tanto se
riusciremo a farli entrare in un discreto numero di organizzazioni. Ma ammesso pure che la cosa sia possibile, come si pu pensare ad escludere la
politica dal nuovo partito?15. Conclusione: Per questo, senza dare so237

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

verchio peso alla mancanza di uomini e di mezzi questioni subordinate


e senza confrontare lItalia con lInghilterra dalla quale, ahim, siamo
troppo... distanti, noi non crediamo alla necessit, alla opportunit ed alla
possibilit di costituzione di un Partito del lavoro in Italia. A DAragona
e Gino Baldesi (nel frattempo eletto alla Camera nella consultazione del
1921, transitato poi nello stesso partito del segretario metallurgico, cio il
Psu) che nel congresso nazionale della CGdL del dicembre 1924 riproposero il tema, la risposta di Buozzi fu la stessa. E su quel diniego la Confederazione ritrov lunit perch alla posizione dei riformisti rappresentata
dal leader metallurgico si associarono i massimalisti (Schiavello, Sacconi
e Viotto) e i comunisti (Ferrari, Reposti e Vota). Tanto vero che nessuna
traccia si ritrova nella mozione finale. Quale fu, allora, il rapporto di Buozzi
con il partito? Quel che sembra emergere soprattutto un vincolo personale
(oltre ladesione ideologica). Buozzi non un massimalista (lo dice chiaramente polemizzando con Gramsci). Ma soprattutto legato alle figure
del riformismo milanese, agli uomini che ha conosciuto in giovent appena
approdato nella grande citt, gli uomini che hanno condizionato le sue idee
e il suo carattere: emerge, in qualche maniera, il segno della fedelt che
non acquiescenza acritica.
Fedele a Turati, in primo luogo, nei confronti del quale mostrava
una devozione filiale; di Treves a cui lo accomunava anche una certa identit caratteriale; a Prampolini che lo affascinava con il suo insegnamento
di vita; a Matteotti che con il sacrificio gli indicher la strada della coerenza.
Buozzi non un ideologo, non costruisce complicate e forbite elaborazioni intellettuali; una persona pratica, in grado di capire al volo i bisogni
di quelli che per anni sono stati i suoi compagni di lavoro. Il suo socialismo
non esercizio da intellettuali, ma strumento pratico per favorire laffrancamento delle classi meno protette. Segu Turati non solo per convinzione
(non si sarebbe certo ritrovato nel PCdI e non avrebbe accettato un Psi snaturato dallegemonia dei massimalisti n sarebbe riuscito a entrare in sintonia perfetta con Pietro Nenni che veniva da esperienze politiche lontane
dalle sue), ma anche per affetto, per la solidit del rapporto che li legava,
per la fiducia che ispirava il vecchio maestro che poi divent uno straordinario frequentatore della sua casa parigina e che in quella casa si spense.
Ma guardava anche con sofferenza alla frantumazione della rappresentanza
238

S I N D A C AT O E PA R T I T O

politica dei lavoratori e nel momento in cui le condizioni consentirono almeno la ricomposizione dei socialisti, lui si ritrov in quel partito rimanendo sulle posizioni che aveva sempre sostenuto.

Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 9 luglio 1920. In Aldo Forbice (a cura di):
Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 161
2
Gino Castagno: Bruno Buozzi, ristampa del volume Edizione Avanti! 1955, pag. 77
3
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 9 luglio 1920. Ibidem pagg.161-2
4
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 9 luglio 1920. Ivi
5
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 22 maggio 1925. Ibidem pag. 184
6
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 22 maggio 1925. Ivi
7
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 22 maggio 1925. Ibidem pag. 185
8
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 22 maggio 1925, Ibidem pag. 192
9
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 22 maggio 1925, Ivi
10
Bruno Buozzi, intervento alla Camera del 22 maggio 1925. Ibidem pag. 193
11
Bruno Buozzi: Ai metallurgici triestini, in il Metallurgico, Milano 1 maggio 1910.
Da Bruno Buozzi scritti e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pagg. 55-6
12
Bruno Buozzi: Ai metallurgici Triestini. Ivi
13
Bruno Buozzi: Di un partito del Lavoro in il Metallurgico Milano 10 agosto 1910;
da Il riformismo socialista italiano. Matteotti-Buozzi Marsilio 1981, pag. 199
14
Bruno Buozzi: Di un partito del Lavoro. Ibidem pag. 200
15
Bruno Buozzi: Di un partito del Lavoro. Ibidem pag. 201

239

Ci sono uomini di larga notoriet


che conosciuti da vicino rimpiccioliscono
Filippo Turati non era di questi

Turati, Treves, Matteotti e Saragat

Filippo Turati al balcone di casa Buozzi con la moglie del leader sindacale
(alla sua destra) e le figlie Ornella e Iole accanto al padre. In quella
abitazione parigina il fondatore del Psi sarebbe morto il 29 marzo 1932

Riuniti in vita e, in qualche maniera, riuniti nella fine. Attraversarono insieme le vicende del socialismo italiano; insieme, quasi passandosi
il testimone sono usciti di scena: drammaticamente, in alcuni casi, pi
serenamente, in altri. Tutti, tranne Giuseppe Saragat, con un rimpianto: non
aver visto lalba di una nuova Italia, quella democratica, guarita dallinfezione del fascismo. Giacomo Matteotti e Bruno Buozzi vittime della ferocia
della dittatura e della guerra, il secondo assassinato dai nazifascisti in fuga,
esattamente ventanni dopo la scomparsa del primo, ucciso dai sicari di
Mussolini. Claudio Treves scomparso esattamente un anno dopo Filippo
Turati, di ritorno da una commemorazione di Matteotti. Uniti nella vita e
negli ideali. Che li avevano portati in rotta di collisione allinterno del Psi
prima con i massimalisti e poi con i comunisti. Espulsi, infine, da Serrati
per ordine di Mosca. Qualche giorno dopo quel congresso autunnale, Claudio Treves scriveva: Quanto a noi socialisti che riprendiamo dopo le fluttuazioni socialcomuniste la via maestra per continuare la politica di
progressiva ascensione del proletariato attraverso la propaganda, leducazione politica, sindacale, cooperativa, intellettuale della classe lavoratrice; i metodi gerarchici e assolutistici del militarismo, rivoluzionario
quanto si vuole, ci sono affatto estranei, perch diametralmente opposti al
fine che noi ci proponiamo. Noi abbiamo bisogno di libert di movimento:
tattico e di autonomia di direzione conforme alle circostanze nostre e ai
bisogni del proletariato in confronto dei nostri partiti borghesi. Noi non
possiamo delegare la nostra coscienza, che fatta del senso di responsabilit, ad altri, per quanto illustri e benemeriti della rivoluzione, ma da noi
distanti e con interessi particolari importantissimi che essi debbono mandare avanti ad ogni considerazione degli interessi dei singoli raggruppamenti nazionali del proletariato. Messa la scissione su tale terreno, non
243

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

esitiamo a riconoscere che essa fosse, pi che benefica necessaria1. Quel


gruppo di reprobi, un paio di settimane prima di quellarticolo, il 1 ottobre
del 1922, si era ritrovato sotto le nuove insegne del Partito Socialista Unitario. La coesistenza con Serrati che spingeva verso la Terza Internazionale
nonostante un anno e mezzo prima avesse deciso di non consegnare lo
scalpo dei riformisti a Lenin, era diventata impossibile. Loro, Turati, Treves,
Matteotti, Buozzi, Saragat, Pertini, pensavano (come diceva Treves) che la
solidariet internazionale non dovesse prevalere su tutto, anche sulle specificit nazionali. Si sentivano marxisti (e lo erano) ma non accettavano
lidea di essere eterodiretti, di delegare la propria coscienza, anche se
quegli altri erano dei benemeriti della rivoluzione. Insomma, a ognuno
la sua strada verso il socialismo e quel gruppo che si identificava in un leader storico, Turati, aveva deciso di mettersi autonomamente in cammino,
seppur forzato dagli eventi. Il filo che legava questi uomini era costituito
dai modi in cui raggiungere la meta. Ma questi modi, che erano cos chiari
in Lenin, non lo erano altrettanto per Marx a cui anche loro facevano riferimento. Ha scritto Nicolao Merker: Quando Nieuwenhuis gli aveva chiesto cosa dovesse fare un governo operaio arrivato al potere, Marx rispose
nel febbraio del 1881 di non essere un futurologo. Sottoline che un governo socialista non arriva al potere se non esistono condizioni altamente
sviluppate che la Comune di Parigi non era affatto socialista e si trattava solo dellinsurrezione di una citt in una situazione eccezionale; e
che non si potevano prevedere le misure operative immediate richieste
da una rivoluzione. A correzione degli entusiasmi comunardi del 1871, e
oltre allindisponibilit di Marx a fare il profeta, si profilava una pluralit
di significati del concetto di rivoluzione: cio la possibilit di chiamare rivoluzione anche qualcosa di assai diverso dal previsto. Il tema torn alla
ribalta in riflessioni dellultimo Engels sulla politica operaia del futuro2.
Turati e i suoi amici, da marxisti, continuavano a pensare alla rivoluzione ma le attribuivano un significato diverso rispetto a quello che le attribuivano i comunisti e i massimalisti di Serrati. Perch rivoluzione era
anche una legge elettorale che allargando gli spazi di democrazia rompeva
equilibri sociali consolidati e contrari agli interessi dei lavoratori; o una
legge che riconosceva diritti al proletariato fino a quel momento negati (le
ferie pagate, la difesa della salute in fabbrica, un sistema di protezione pre244

T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

videnziale e sociale); o un contratto che riduceva a otto le ore di lavoro o


prevedeva il controllo delle fabbriche. Era questa logica che, ad esempio,
aveva indotto Treves, nel 1919, a sostenere la proposta della CGdl, per la
creazione di una assemblea costituente che modificasse profondamente lo
stato italiano. Al Psi quellidea non piacque eppure, vista retrospettivamente, forse avrebbe impedito quel buco nero di ventanni che ha impedito al Paese di avviarsi prima sulla strada di una vera democrazia. utile
rileggere quel che dicevano gli uni degli altri, capire gli equilibri sottili su

Un anno dopo la scomparsa, Buozzi ricorda il suo Maestro, Filippo Turati

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

cui si reggeva una trama fittissima di rapporti umani, di opinioni condivise


e anche di complicit. Quellidea alternativa di rivoluzione coltivata da Treves, ad esempio, Bruno Buozzi, ricordando lamico dopo la morte, la illustrava in questa maniera: Ai bigotti del suffragio universale, che si
scandalizzavano al sentir parlare di rappresentanze professionali, rispondeva
sullorgano confederale, Battaglie Sindacali, che quel che conta il moto.
Se una soluzione assoluta non esiste, la pratica trover i suoi compromessi. Non certo coi principi 3. Le idee non si sviluppano quasi mai secondo una linea diritta: a volte descrivono piccole curve, per ritrovare la
strada iniziale. La forza politica di quel gruppo consisteva nella capacit di
non perseguire soluzioni totalizzanti, di rimanere fedeli a un grumo di idealit
anche nei momenti pi complessi e drammatici. Scrisse Carlo Rosselli: La
caratteristica essenziale della personalit di Treves fu lalleanza di una ragione potente e sottile con la passione di un profeta del Vecchio Testamento.
La sua logica sconnetteva le tesi avversarie, ne dimostrava le interne contraddizioni traendone conseguenze cos impensate da ridurle allassurdo; ma
quando si trattava della sua fede, del socialismo, della libert rinunciava ai
sillogismi e la sua umanit traboccava. Il socialismo di Treves, cresciuto in
epoca positivista, fu una contraddizione continua tra la forma scientifica in
cui egli tentava di racchiuderlo e la sua natura lirica e appassionata4.
Li teneva uniti lidea riformista, la convinzione che si potesse giungere al cambiamento senza far ricorso a quel militarismo seppur di stampo
rivoluzionario a cui faceva riferimento Treves. Certo, non sempre in quegli
anni la strategia ha assecondato lelaborazione intellettuale e i limiti furono
anche il prodotto di quel coro di voci in casa socialista che non riusciva a
trovare una tonalit unitaria. Forse la Costituente avrebbe fermato la valanga che si stava formando e che avrebbe portato il paese al fascismo. Ma
in quello stesso periodo era forte la spinta di chi diceva che bisognava fare
come a Mosca e considerava la costituente un espediente borghese. Bruno
Buozzi, invece, spiegava perch Treves (e lui stesso) a quella prospettiva
non erano propriamente contrari: Era per la Costituente perch le riforme
politiche conseguibili attraverso la sola Camera dei deputati, comunque
eletta a suffragio larghissimo, non sono sufficienti n rapide e valide abbastanza per neutralizzare i contrappesi e le resistenze del vecchio regime...
Una investitura totale del popolo nei suoi diritti linnovazione che si sente
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T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

necessaria e deve essere solenne e aperta, in guisa da colpire anche per la


maest della forma inusitata, che suggella nelle menti il fatto storico. Ecco
il pactum unum necessarium. Di tante promesse lanciate in aria col ventilabro durante la guerra, questuna bisogna effettuare: che il popolo sia
messo in grado di realizzare da s tutte le altre, quando le voglia. Ecco il
problema chiave. Bisogna andare incontro arditamente a tutta la sua soluzione senza arrestarsi davanti agli ostacoli, senza abboccare a blandi infingimenti di riforme minori e parziali. Listinto felice proletario della
Confederazione Generale del Lavoro lha sentito e perci essa si mossa
anche uscendo dal quadro angusto delle strette preoccupazioni di mestiere,
per attingere la piena coscienza politica di classe come impone lora storica. E il Partito, e noi tutti dobbiamo essere fervorosamente con essa5.
Questa ricerca di strade attraverso le quali raggiungere lobiettivo
evitando le scorciatoie illusorie di rivoluzioni impossibili, li accomunava.
Guardavano alla Germania, guardavano a Bernstein, avevano letto i presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia. Non a caso
Treves parlava del moto, riecheggiando proprio il motto del pensatore tedesco: Il movimento tutto, il fine nulla. Un confine, quello tra movimento e fine, che ha prolungato sino ai giorni nostri lincomunicabilit tra
comunisti e socialisti. Anche in tempi, cio, in cui era abbastanza evidente
che il capitalismo non sarebbe stato travolto dalla sua crisi. Al contrario,
pur attraversando numerosi periodi di crisi, il capitalismo riuscito a sopravvivere, scaricando spesso i costi dei suoi ciclici problemi su quelle categorie che il gradualismo riformista avrebbe voluto tutelare. In questa
contraddizione tra vogliamo tutto e vogliamo quel che possibile nella
situazione data la sinistra italiana ha finito per dissolvere se stessa, senza
raggiungere una meta, senza elaborare una teoria di governo autonoma e
credibile. La qualifica di riformista rimasta la lettera scarlatta sul bavero
dei socialtraditori e nel frattempo di quella parola si appropriavano forze
che con la sinistra non avevano nulla a che fare, utilizzandola per interventi
che di riformistico non avevano niente e che, al contrario, si caratterizzavano soprattutto per il loro carattere controriformistico.
In questa maniera nel tempo, il messaggio di quel gruppo di uomini,
legati da forti vincoli di solidariet, forse perch accerchiati nel loro stesso
territorio ideologico, andato disperso. Per anni stato pi politicamente
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

corretto parlare di riformatori e nemmeno il crollo del comunismo ha


consigliato la riabilitazione di quei signori che poi qualcosa di concreto nel
patrimonio della sinistra hanno lasciato sedimentare, in termini di tangibili
attuazioni e di idee che non sono state realizzate proprio per la tendenza ad
alzare steccati allinterno della sinistra. Il trionfo del dogma ha inevitabilmente portato alla scomunica degli infedeli. Eppure gli infedeli non avevano religioni da imporre. Lo sottoline Buozzi ricordando Turati: Non
era un dottrinario nel senso rigido della parola... E fu forse con questa sua
virt che taluno oggi giudica come una debolezza che nel ventennio che
va dal 1890 al 1910 riusc a scuotere lItalia e a far convergere, intorno al
socialismo, tanti spiriti eletti. Difatti, nella sua Storia dItalia, Benedetto
Croce vi dir che il socialismo marxistico veniva a riempire il vuoto che vaneggiava nel pensiero e negli ideali italiani, che il fermento a cui di luogo
ridiede contenuto alla cultura italiana allora floscia e cascante, che al
superficiale discutere intorno ai partiti di destra e di sinistra, fu contrapposto
il concetto delle classi sociali fra loro concorrenti e lottanti, e che, infine,
da quel fervore socialistico, non minore giovamento venne alla vita morale.
Provatevi a cancellare Filippo Turati dalla storia dItalia di questultimo cinquantennio e ditemi se queste constatazioni del Croce sarebbero possibili6.
Ovviamente, Buozzi guardava a quegli ultimi cinquantanni di storia
italiana dal suo punto di vista. Da altri, punti di vista, le cose non stavano
cos. E le stesse amnesie che hanno accompagnato lungamente Bruno
Buozzi (fatta eccezione per qualche episodica riscoperta) sono la conferma
che, comunque, quel patrimonio non per tutti tale, soprattutto non per
tutti commendevole. Ricordando dopo molti anni il segretario della Fiom e
della CGdL, Giuseppe Saragat diceva in una intervista: Buozzi poco conosciuto per il semplice motivo che era un socialista democratico. Come
me. Se fosse stato comunista gli avrebbero riservato ben altro trattamento7.
Nel rapporto tra Buozzi e Saragat si erano invertite le parti rispetto al rapporto tra Turati e Buozzi. Era il segretario della Fiom, il fratello maggiore.
Raccontava lex presidente della Repubblica: Ho conosciuto Buozzi quando
avevo poco pi di ventidue anni, nel 1921 a Torino. Buozzi era il segretario
della Fiom... aveva diciassette anni pi di me. Era un capo sindacale molto
stimato, socialista... Partecipai alla campagna elettorale del 1924 proprio
per la sua candidatura che infatti venne rieletto in Parlamento... La sua
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campagna elettorale era nel nome dellunit dei lavoratori; una preoccupazione che lo accompagn per tutta la vita: non dividere gli operai. Per
questa ragione era cos critico con i comunisti e i massimalisti. Eppure, proprio in nome di questa preoccupazione... quando in Francia negli anni bui
dellesilio una gran parte dei socialisti, Modigliani fra i primi, propose
lespulsione di Nenni perch insisteva nello stretto collegamento con i comunisti allora stalinisti e morbidi con Hitler dopo il patto russo-tedesco di
spartizione della Polonia, ricordo che Bruno Buozzi si batt perch venisse
ritirata la mozione contro Nenni. Se lo espelliamo rompiamo lunit operaia e diamo Pietro in mano ai fascisti disse Buozzi.

Bruno Buozzi a Parigi con Faravelli, Turati e Saragat

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Raccontava di quella lontana campagna elettorale, del clima di tensione e intimidazione che lavvolgeva, delle qualit umane del vecchio
amico: Ricordo che durante la campagna elettorale del 1924 Buozzi tenne
una riunione nel chiuso di un locale, cero anchio con lui. Irruppero i fascisti e ci dispersero. Il magistrato dichiar che la nostra attivit elettorale
era una provocazione8. Tra il leader anziano e il giovane allievo i contatti furono intensi e tocc a lui scrivere sull Avanti! Il fondo che accompagnava la notizia delleccidio de La Storta. I toni erano appassionati.
Scriveva Saragat: Noi che da un quarto di secolo abbiamo lottato al suo
fianco, lo abbiamo seguito nelle vie dellesilio, abbiamo seguito la sua
opera instancabile a favore delle classi lavoratrici italiane e della libert
della patria, abbiamo perduto il pi caro dei fratelli, il migliore dei compagni. La classe operaia italiana ha perso la sua guida pi illuminata;
lItalia uno uno dei suoi figli pi grandi, gli uomini liberi di tutto il mondo
uno dei pi forti combattenti per la sacra causa della giustizia sociale9.
Non fu un articolo facile. A Roma erano entrati gli americani e i tedeschi,
uscendo, avevano lanciato quel macabro messaggio: Assassinando Bruno
Buozzi il nazi-fascismo ha cercato di colpire la classe lavoratrice. Ma il
calcolo stato sbagliato. Vacilliamo sotto il colpo che ha troncato la vita
al migliore dei nostri ma centuplichiamo il nostro odio e la nostra volont
di una giustizia riparatrice. I rapporti tra Saragat e Buozzi erano strettissimi, consolidati nel periodo dellesilio e della lotta al fascismo. Il fitto epistolario svela sentimenti e retroscena politici. In una lettera del 13 febbraio
del 1927, il leader sindacale faceva coraggio a se stesso e al suo pi giovane
compagno: Io sono quindi qui per tentare di ricostruire come hai giustamente detto nella tua la Confederazione e per tenere alto il buon nome
del movimento sindacale italiano. Il compito gi estremamente difficile
stato reso pi difficile dallabiura dei sette. Ma non mi perdo danimo.
Anzi, io stesso alle volte sono sorpreso per la fermezza, direi quasi per lo
stoicismo con cui riesco a superare e a vincere le amarezze di questo tremendo periodo. Lavoro, e sento che non lavoro invano. Non so quando il
mio lavoro render, ma ho la certezza che render. E poich dalle tue lettere agli amici traspare una certa malinconia, che talvolta assume lapparenza della sfiducia, vorrei che ti sforzassi di guardare lavvenire con un
poco di ottimismo. Bada che io non mi nascondo le enormi difficolt che
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T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

dovremo superare. Ma tu minsegni che lottimismo una delle pi formidabili leve di azione10.

10.1 Lettere, confessioni, tradimenti

Litaliano in esilio conforta italiano rimasto in patria. Non nascondendogli le amarezze che sono legate alle vicende della CGdL. Perch i sette
a cui Buozzi fa riferimento nella lettera sono Carlo Azimonti, Lodovico
Calda, Emilio Colombino, Ludovico DAragona, Ettore Reina, Giovan Battista Maglione e Rinaldo Rigola. Sono i giorni in cui sullasse Milano-Parigi
abbondano i colpi bassi. Il 4 gennaio 1927 il consiglio direttivo della CGdL,
come abbiamo scritto in precedenza, chiuse la Confederazione e la mise in
liquidazione. A fine mese, il 30 gennaio, Bruno Buozzi a Parigi deliberava
il trasferimento in Francia del comitato esecutivo: Per continuare la propria attivit conformemente al mandato affidatogli dagli operai. Buozzi
aveva in mente, da tempo, il trasferimento della Confederazione (tanto
vero che lOperaio Italiano aveva avviato le sue pubblicazioni gi nel
1926), non la sua liquidazione. Dopo la dichiarazione di scioglimento, era
rimasto in attesa per capire levoluzione della situazione italiana perch tra
le ipotesi in discussione cera ancora quella della consegna della sigla confederale al Sindacato Internazionale. Avendo intuito che i sostenitori di
quella soluzione erano stati messi in minoranza da coloro che viaggiavano
verso un rapporto collaborativo col regime, decise di rompere gli indugi.
Con lui lavoravano alacremente Giovanni Bensi, Pallante Rugginenti e Felice Quaglino. Lo scioglimento aveva, comunque, profondamente
irritato il segretario ancora in carica che a quel punto si attendeva il peggio.
Che arriv puntualmente il 2 febbraio sotto forma di un dispaccio dellagenzia Stefani, lagenzia ufficiale di stampa, che dava conto di un un documento con le firme dei sette. Per Buozzi era labiura (fu anche il titolo di
un durissimo commento de lOperaio Italiano). I sette, infatti, contraddicendo la loro storia, dichiaravano: Il regime fascista una realt e la
realt va tenuta in considerazione. Questa realt scaturita anche da principi nostri, i quali si sono imposti. La politica sindacale del fascismo, per
esempio, si identifica sotto certi aspetti con la nostra... Il regime fascista
ha fatto una legge altamente ardita sulla disciplina dei rapporti collettivi
di lavoro. In quella legge vediamo accolti dei principi che sono pure nostri.
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Finch durava lo stato liberale da una parte, e finch dallaltra gli operai
rimanevano fermi nel loro misconoscimento dello Stato, una legge di tal
fatta era improponibile. La Rivoluzione fascista ha tagliato il nodo gordiano e noi ne dobbiamo prendere atto. Rigola aveva provato con una
lettera a Quaglino a ridimensionare preventivamente la portata della decisione del 4 gennaio (Lo scioglimento era inevitabile e secondo me anche
augurabile per evitare ogni pericolo di patteggiamenti e di compromessi...
Si tratta di svolgere una azione indipendente da quella delle corporazioni
fasciste). Era forte, insomma, tra i dirigenti della CGdL rimasti in Italia
la voglia di chiudere bottega (ai primi di novembre del 1926 la sede di via
Manfredo Fanti era stata prima sequestrata e poi riconsegnata e in quella
occasione, secondo una nota del ministero dellInterno, DAragona
avrebbe preferito che non ci fosse stato il dissequestro per dimostrare
nel modo pi evidente lassoluta impossibilit di svolgere attivit sindacale in Italia).
L Avanti! fu durissimo con i traditori. Ma nella sua lettera a
Saragat, Buozzi non solo accentuava le critiche ma distribuiva meglio le
responsabilit, non nascondendo la rabbia per quello che lui definiva il
colpo pi duro che ci potesse toccare11. Rivelava a Saragat: Nenni col
quale specialmente, e con Rugginenti, ci facciamo ottima compagnia mi
dice che gli hai scritto che la cosa era fatale, che Gobetti laveva prevista
da quattro anni e che da quattro anni si trattava per arrivarci. In ci c
del vero e dellesagerazione12. Sottolineava che mai avrebbe pensato a un
tradimento di Rigola e Maglione. Spiegava a Saragat che Rigola pochi
giorni prima che partissi dallItalia... mi disse che dovevamo irrigidirci
sulle nostre posizioni, mentre Maglione parlava del fascismo come un
blocco impossibile da permeare e da trasformare. Cadr forse di schianto,
ma impossibile fare previsioni. Noi possiamo attenuare l opposizione di
principio facendo opposizione di merito, ma dobbiamo rimanere noi stessi.
Conclusione su Rigola: La cecit (aveva perso la vista in un incidente sul
lavoro, n.d.a.) rende facilmente impressionabile; lhanno circuito; lhanno
rovinato. Ma Buozzi svelava pure che Rigola e Maglione impedirono il
travasamento della Confederazione nelle corporazioni che pure era stato
proposto (da Baldesi n.d.a.). Poi spiegava che i tre meno rispettabili sono
Calda, Azimonti e Colombino e che DAragona sia pure meno apparen252

T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

temente ha aiutato. Poi Buozzi passava al racconto del modo in cui si era
giunti alla scelta pi vergognosa, cio la dichiarazione con la quale i dirigenti
raccolti intorno a Rigola abbracciavano il credo corporativo: Il 16 gennaio i sette avrebbero buttato gi lo schema della dichiarazione. Calda sarebbe stato incaricato di sottoporla allesame del duce. Il duce lavrebbe
tenuta nelle sue mani alcuni giorni. E quando ritenne giunto il momento di
fare il colpo... consegn il documento ai giornali ed ispir i commenti,
dando come firmatari i partecipanti alla riunione. Mussolini, insomma,
avendo capito che Buozzi stava sottraendo la sigla confederale alle angherie
del regime, aveva provato ad annullare gli effetti delle decisioni parigine
sdoganando la lettera. Qualcuno, quindi, vi ritrov la propria la firma
senza averla mai apposta? Scriveva ancora Buozzi: DAragona ha giurato
qui, a Modigliani, a voce e per iscritto, di non aver mai firmato. Egli ha
per confessato che il documento risponde alle idee espresse nelle riunioni
tenute dai sette, ed ha fatto delle riserve su alcune espressioni. Conclusione: I sette vanno condannati senza riserve, e sulla bestialit del documento da essi redatto anche se non firmato vedrai su lOperaio
Italiano, un magnifico articolo di Treves: Abiura.
Larticolo, che Saragat ricevette a Vienna dove nel frattempo aveva
trovato rifugio, suscit lentusiasmo del pi giovane compagno e amico e
quando nacque lidea di mettere insieme in un opuscolo le prime elaborazioni dellopposizione in esilio a Mussolini, il futuro presidente della Repubblica scrisse a Buozzi: Non dimenticare di inserirvi anche larticolo
di Treves Abiura, che una delle cose pi forti che siano mai uscite dalla
sua penna13. Una Abiura che tornava continuamente nelle impressioni
(e nelle notizie) che i due si scambiavano. Buozzi, ad esempio, si lamentava
di dover combattere a livello internazionale con i contraccolpi subiti dalla
dichiarazione di scioglimento e dalla successiva adesione dei sette al corporativismo fascista: Per quanto mi riguarda in questi ultimi due mesi
sono stato pi che occupato per neutralizzare le conseguenze del colpo dei
sette ex confederali. Quando credevo di avere sistemato o quasi la Confederazione, mi sono ritrovato in alto mare. DAragona stato per molti anni
nostro rappresentante internazionale, e ti assicuro che non sono ancora
riuscito a persuadere tutti i miei colleghi dellInternazionale sindacale ad
abbandonarlo al suo destino. Ma sto riuscendoci14. Saragat, dal canto suo,
253

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

ribadiva la condanna morale: I tuoi antichi soci della Confederazione,


dopo il tradimento , come si comportano? Eh, lappetito vien mangiando...
Ad ogni modo, fame o no, quando si hanno responsabilit politiche bisogna
agire correttamente. Meno male che ceri tu a salvare la baracca.
Il rapporto di Saragat con Buozzi non era semplicemente ispirato a
principi di rispetto nei confronti di un leader affermato e autorevole, era
animato da ammirazione e vivificato da legami di amicizia che coinvolgevano le famiglie (il vestito che Iole utilizz in occasione del matrimonio

La lotta di classe nella versione satirica di Scalarini

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T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

con Gilles Martinet che molti anni pi tardi sarebbe diventato ambasciatore
francese in Italia, lo cuc la moglie di quello che sarebbe stato eletto presidente della Repubblica). Oltre mezzo secolo dopo quelle lettere, nellintervista gi citata, diceva mescolando commozione e rammarico: Se penso
poi... io e Pertini (compagni nel Psu del leader sindacale, segno che in quel
gruppo stava nascendo un pezzo robusto della classe dirigente repubblicana, n.d.a.) saremmo andati al Quirinale. Buozzi ed altri finiti con una
raffica, moltissimi di noi morti in esilio. E ora questa nostra patria nella
bufera... Bruno Buozzi stato un uomo del quale si pu dire che aveva
grande nobilt danimo. Che poi ci che pi conta al tirar delle somme,
anche quando si fa politica15. Non erano parole di circostanza, non era
uno di quei santini verbali stampati post mortem tendenti a esaltare figure che sino al giorno prima si erano profondamente disistimate. Era la
realt di un rapporto fatto di grande ammirazione. In una lettera di oltre
mezzo secolo prima, Saragat diceva: Otto Bauer reduce da Parigi ha riportato limpressione che gli emigrati italiani tra cui vi sono persone di
altissimo valore morale e intellettuale manchino in realt di un capo. Non
credo che Otto B. ti abbia avvicinato (avvicin Nenni e ne riport buona
impressione, tanto da considerarlo come lunico passabile) perch se ti
avesse conosciuto avrebbe per lo meno incluso anche te nel giudizio favorevolissimo che diede su Nenni... Io credo che il Bauer abbia perfettamente
ragione affermando che la primissima esigenza in queste circostanze trovare un capo senza di che non c nessuna possibilit di azione concreta. Ti
dico queste cose per indurti ad assumere una nuova responsabilit16.
Le lettere personali illustrano frammenti di vita quotidiana, raccontano entusiasmi e delusioni. I giudizi politici, in pubblico filtrati dalle logiche di appartenenza, diventano pi semplici e sinceri. Come anche la
manifestazione degli stati danimo. Si sfogava Saragat: Nellultima mia
ti avevo scritto prospettandoti un certo stato danimo che serpeggia tra i
nostri giovani profughi in Francia. Se si ha da credere ed io credo alla
lettera che Santi17 mi manda da Milano, e che ti accludo, si deve convenire
che anche in Italia il malumore verso i dirigenti grandissimo. Che succede
a Parigi? Santi nella lettera che ti accludo mi parla di litigi18. E il suo
amico leader lo rassicurava, lo confortava, aggiungendo alcune valutazioni
politiche che davano il senso dei rapporti sfilacciati a sinistra nelle prime
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

fasi della battaglia antifascista: Qui collettivamente non si lavora troppo,


ma non si litiga neppure. I soli a cercar di attaccar briga il loro ruolo
sono i comunisti... Dei massimalisti mi parli gi nella tua. Come al solito
non brillano di intelligenza e come al solito sono assillati dalla preoccupazione di non sembrare abbastanza rivoluzionari. Hanno un sacro terrore
dei comunisti, i comunisti lo sanno e quindi botte19.
Ma poi faceva capolino anche lo scoramento, la percezione che la
lotta sarebbe stata lunga e dura. Scriveva Buozzi al giovane amico: Se dovessi dire che sono soddisfatto, ti direi una bugia. Ma forse, fin che sar in
esilio, soddisfatto non lo sar mai. E non solo per lesilio in s. Buozzi si
sentiva come un uccello le cui ali erano state riempite di piombo, vittima
dellinoperosit, di un impegno che si esauriva, alla fine, sul terreno intellettuale e lui, che era uomo dazione, sembrava farne una malattia: Per
un uomo come me, che per ventanni ha lavorato e come sul concreto,
cio muovendo ed agitando problemi, sia pure prevalentemente sindacali,
il lavorare in astratto, per un avvenire che non si vede, non di grande
soddisfazione... Comunque non mi perdo danimo e lavoro. Faccio un po
di propaganda, perfeziono nel mio cervello la mia concezione sindacale
della Confederazione generale del lavoro di domani.

10.2 Quei teneri rapporti familiari

I momenti privati riguardavano le famiglie lontane, latteso ricongiungimento (dovremmo di tanto in tanto riflettere su questo davanti ai problemi che adesso pone al nostro paese limmigrazione, soprattutto quella
legata a motivi politici, le guerre, le dittature violente, le repressioni). Saragat che era arrivato da poco a Vienna manifestava le sue speranze: La
mia Giuseppina mi scrive che tua moglie e le tue bambine sarebbero state
a trovarle a Ciri dove essa abita... Se riuscir a mettermi a posto a Vienna,
ove sono in trattative abbastanza promettenti con una grande banca tedesca, cercher di risolvere anche il problema familiare perch ti confesso
che il distacco dalla mia Giuseppina e dal mio bambino mi pesa molto20.
E qualche mese dopo: Carissimo Buozzi, mia moglie mi scrive che si trova
sovente con la tua e che naturalmente parlano dei rispettivi mariti. Non ti
so dire quanto sia contento di questa amicizia tra le nostre madame che,
poverine, scontano pi di noi la scabrosit dei tempi21. Infine la gioia ma256

T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

nifestata al pi anziano compagno: Carissimo Buozzi, mia moglie e il bimbetto sono qui da un paio di settimane e mi pare di rinascere. Sei gi riuscito a ricomporre la tua famiglia? La mia Giuseppina prima di partire
vide tua moglie a Milano e seppe da lei che attendeva con impazienza il
momento dellespatrio(22).
Lo stato danimo di quegli uomini che si accingevano a una lunga
battaglia (politica e reale) era gramscianamente diviso tra il pessimismo

Treves fu uno dei grandi alleati politici di Buozzi nelle battaglie sindacali

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dellintelligenza e lottimismo della volont (Giorno e notte sono tormentato dal problema dellazione che possibile esercitare contro il fascismo. per me e credo per tutti noi una necessit fisica oltre che morale.
Treves mi ha scritto comunicandomi laugurio che vi siete fatti lun laltro
per lanno nuovo: Il 1927 a Roma. Purtroppo non ho questa speranza
perch ormai la faccenda troppo radicale e solo radicalmente, vale a dire
rivoluzionariamente, potr essere risolta e le rivoluzioni non maturano in
un solo anno, Giuseppe Saragat a Buozzi il 13 gennaio del 1927); stati
danimo compromessi, controversi, angosciati (Treves grande giornalista;
senza giornale un uomo morto. Turati affetto da un esaurimento nervoso
al punto da avere la vista temporaneamente inservibile persino per leggere, Buozzi a Saragat il 26 marzo 1927). Ma lintreccio di queste vite
che forma un universo umano straordinario, fatto di un reciproco apprezzamento, sincero, non ipocrita. La parola non lontana dal sentire. Il giorno
dellassassinio di Giacomo Matteotti, Claudio Treves scrisse: Tra breve,
tutto ci che veramente, sanamente amore e culto della patria, condanner il regime che lo umilia, piegher il ginocchio pronunciando il tuo
nome, o Matteotti nostro, martire dell antinazione... e abiurer per sempre la pi iniqua ed ipocrita delle distinzioni su cui il regime poggia le sue
usurpazioni: i reprobi e gli eletti riconoscendo in essa un immanente tradimento. Tutti i figli della patria sono uguali ed ugualmente degni, finch
ne osservano le leggi e ne propugnano, secondo loro coscienza insindacabile, lonore, la prosperit e la grandezza. La fazione che oltre il potere
che detiene, si arroga, con il terrore di segrete associazioni, ordinate per
il delitto e la strage, di imporre a tutti il suo volere e tutti i diritti altrui ridurre al proprio talento, vera nemica della patria, perch la patria non
ha per nemici che i suoi oppressori, siano di sangue straniero o siano di
sangue nostro. Ma luomo che muore per la sua fede, che sigilla col sangue
la missione, quegli la pi alta manifestazione che onori e faccia onorare
la patria(23). E Filippo Turati aggiunse: Egli era il pi forte, il pi armato,
il pi irreduttibile; doveva essere la vittima. I briganti hanno scelto bene,
hanno colpito giusto; nel suo e nel nostro cuore con la pugnalata medesima. E doveva essere la vittima anche per questo: che nessun sacrificio
poteva riescire insieme pi nefasto e pi utile, forse (mi trema la penna
nello scrivere) pi necessario. Il precipizio delliniquit doveva cominciare
258

T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

di qui; e pi nulla potr arrestarlo. Egli lo sent, egli lo disse, nel rantolo
delle ultime parole, strozzate, sgozzate(24).
Sentivano che quel saluto allItalia per alcuni di loro sarebbe stato
definitivo. Scrisse Buozzi di Turati, commemorandolo: stato detto, forse
a ragione, che Filippo Turati, pi che un capo politico, deve essere considerato un altissimo maestro di vita e di morale. Grande cuore, non sapeva
odiare. Contro lo stesso fascismo, pi che odio nutriva ripugnanza e disprezzo. E quando qualcuno gli diceva che alla caduta del fascismo la sua
Milano sarebbe accorsa ad accoglierlo trionfalmente, scuoteva la testa e
soggiungeva: non ritorner, ma penso ugualmente con disgusto alle molte
mani che mi verrebbero offerte da uomini che, dopo aver lustrato le scarpe
al fascismo, giurerebbero di avere sempre palpitato con noi(25). Facile profeta in un paese in cui una tra le ideologie pi diffuse quella del pagnottismo. Un paese che non avrebbe atteso troppo per confermare quella sua
amara profezia visto leffimero successo dellUomo Qualunque di Guglielmo Giannini (che ha, comunque, trovato nel tempo dei valenti e volenterosi continuatori nonch appassionati eredi), sostenitori di una idea di
nazione cos lontana da quella immersa in una sana religione civile, una
ideologia che, come ha scritto Giovanni De Luna si identificava in una semplice dichiarazione di principio: Noi vogliamo vivere tranquilli, non vogliamo agitarci permanentemente come non abbiamo voluto vivere
pericolosamente; vogliamo andare a teatro, uscire la sera, recarci in villeggiatura, trovare le sigarette, ordinarci un abito nuovo26).
Insomma, la sempiterna Italietta, cos lontana dagli ardori ideali di
Vittorio Alfieri o Carlo Pisacane, immersa nella contemplazione di una quotidianit senza imprevisti e ancor meno problemi, sacerdotessa dellovvio
e dellincolore, sempre in bilico tra populismo e nullafacentismo. LItalietta che, come diceva Flaiano, odia gli arbitri perch sono gli unici obbligati a decidere. Lui, Turati, con i suoi allievi, aveva, invece deciso di
rischiare. E la stessa scelta aveva fatto Claudio Treves, che consegn a
Buozzi (pi ancora di Turati) quellidea di sindacato su cui, come aveva
scritto a Saragat, continuava a meditare, per lavvenire. Unidea che lo
stesso Buozzi aveva cos illustrato: Lalta considerazione che Egli (Treves,
n.d.a.) aveva del movimento operaio si rivelava anche dal modo con cui
concepiva i rapporti tra Partito e sindacati. La sua massima era questa:
259

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

libero Partito affratellato a libera Organizzazione. Il Partito egli


scriveva in una sua relazione difende il proletariato dalle sue tribune
come massa produttrice e come massa consumatrice, ma lOrganizzazione in quanto con la libert tende allunit sindacale, basata sul pi
ampio reclutamento, deve affermare la propria esistenza autonoma. Il
partito difender sempre lintegrale diritto di coalizione ma le forme di
resistenza e di lotta contro il padronato sta ad essa allOrganizzazione
il fissarle(27).
E ricordava, Buozzi, un insegnamento del suo amico, che valeva
per ieri ma forse ancora di pi per oggi, in un momento in cui si organizzano
partiti leggeri, invisibili, eterodiretti attraverso un blog la cui cifra politica, da un punto di vista qualitativo, data dalla scurrilit dellinsulto (e
allinsulto scurrile normalmente corrisponde intelletto scurrile): Claudio
Treves non era di quelli che, raggiunta la notoriet e il Parlamento, consideravano come di secondo ordine le piccole vicende materialistiche
del movimento operaio. Per tali uomini Egli nutriva una specie di disprezzo. Era un maestro di quella che si suol chiamare alta politica, ma
sentiva benissimo che la politica un passatempo, uno sport, un giuoco
senza base se avulsa dal proletariato, se non riscaldata dal soffio ardente
della collettivit anelante alla sua emancipazione(28). Va forse cambiata
qualche parola (nemmeno tante), ma il senso resta: non esiste una politica
barricata nel Palazzo, fatta di liturgie stanche e incomprensibili, di professionisti del tirare a campare con ricco bonus salariale e di impunit incluso,
non esiste una politica senza categorie di riferimento, senza conoscenza
della collettivit e dei bisogni che esprime. E se questo vale per la politica,
ancor di pi vale per il sindacato che non pu isolarsi nel recinto dei confronti col governo, deve entrare nella societ, vivere in strada, comprendere
cosa si agita nella pancia della gente per selezionare i borbottii e trasformarli in una proposta di politica sociale razionale, dare voce a chi ne
sprovvisto (la stragrande maggioranza) senza, per, inseguire tutte le forme
di protesta, le pi autodistruttive o le pi strumentali e strumentalizzabili.
Del gruppo che si era formato attorno a Turati era stato il pi sensibile alle questioni sindacali e Buozzi gliene rese merito nel momento del
commiato: Abbiamo vivo il ricordo dellentusiasmo con cui segu lultimo
grande sciopero svoltosi in Italia. Eravamo nella primavera del 1925. I
260

T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

sindacati fascisti di Brescia avevano inscenato una agitazione dei metallurgici nella speranza di conquistare lo spirito delle masse. La Fiom vi
entr a vele spiegate. I sindacati fascisti furono travolti. E per alcuni giorni
200.000 metallurgici della Lombardia, del Piemonte e della Venezia Giulia
respinsero tutti gli ordini dei sindacati fascisti e abbandonarono le fabbriche e ripresero il lavoro per ordine della Fiom(29). E ancora: Poi viene
lesilio ed Egli sar ancora al nostro fianco. Correr alle riunioni internazionali a perorare la causa della Confederazione del Lavoro. Scriver
per lOperaio Italiano, il documento dellabiura, magnifico, altissimo
documento di condanna della dichiarazione costitutiva del gruppo dei Problemi del Lavoro(30). A Saragat, invece, tocc salutare Buozzi: Il popolo
italiano raccoglier questo testamento sacro e lo consacrer con la forza
vendicatrice e riparatrice delle armi. Ai compagni affranti, agli amici innumerevoli noi non daremo parole di conforto ma consigli di lotta(31).

Claudio Treves: Dopo il congresso della scissione in Critica Sociale, 16-31 ottobre

1922
2

Nicolao Merker: Karl Marx. Vita e opere Laterza 2010, pag. 184

Bruno Buozzi: Treves e il movimento sindacale lOperaio Italiano, 24 giugno 1933;

in Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti, inediti a cura di


Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 101
4

Carlo Rosselli: Addio a Claudio Treves in La Libert Parigi 15 giugno 1933

Bruno Buozzi: Treves e il movimento sindacale italiano. Ivi

Bruno Buozzi: Un maestro di vita e di morale (ricordi) lOperaio Italiano 25 marzo

1933 in Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti, inediti a


cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 98
7

Sergio Stucovitz: Saragat racconta Buozzi: la storia ritorna cronaca. Il Tempo, 7

marzo 1980
8

Sergio StucovitzSaragat racconta Buozzi: la storia ritorna cronaca, Ivi

261

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O
9

Giuseppe Saragat: Il testamento di un martire, Avanti! 7 giugno 1944

10

Bruno Buozzi, lettera a Giuseppe Saragat, 13 febbraio 1927. In Bruno Buozzi scritti

e discorsi Editrice Sindacale Italiana 1975, pag 207


11

Bruno Buozzi, lettera a Giuseppe Saragat, 13 febbraio 1927. Ibidem pag. 205

12

Bruno Buozzi, lettera a Giuseppe Saragat, 13 febbraio 1927. Ivi

13

Giuseppe Saragat, lettera a Bruno Buozzi del 29 marzo 1927. Da Aldo Forbice (a cura

di): Sindacato e Riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943) Fondazione


Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 271
14

Lettera di Bruno Buozzi a Giuseppe Saragat del 16 marzo 1927. Da Aldo Forbice (a

cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943). Ibidem
pag. 270
15

Sergio Stucovitz: Saragat racconta Buozzi: la storia ritorna cronaca, Ivi

16

Giuseppe Saragat, lettera a Bruno Buozzi del 18 febbraio 1927. Da Aldo Forbice (a

cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943). Ibidem
pag. 266
17

Fernando Santi: fu segretario generale aggiunto della Cgil

18

Giuseppe Saragat, lettera a Buozzi del 23 marzo 1927. Da Aldo Forbice (a cura di):

Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943). Ibidem pag. 268
19

Lettera di Bruno Buozzi a Giuseppe Saragat, 26 marzo 1927. Da Aldo Forbice (a cura

di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943). Ibidem pag.
269
20

Giuseppe Saragat, lettera a Bruno Buozzi del 23 marzo 1927. Da Aldo Forbice (a cura

di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (1910-1943). Ibidem


pag.268
21

Giuseppe Saragat, lettera a Bruno Buozzi dell8 giugno 1927. Da Aldo Forbice (a cura

di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (1910-1943). Ibidem pag.
273
22

Giuseppe Saragat, lettera a Bruno Buozzi del 29 agosto 1927. Da Aldo Forbice (a cura

di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e discorsi (1910-1943). Ibidem pag.
275
23

Claudio Treves: Luce di un martirio. In Giuliano Pischel: Antologia della Critica

262

T U R AT I , T R E V E S , M AT T E O T T I E S A R A G AT

Sociale. 1891- 1926 Lacaita, 1994, pagg. 558-9


24

Filippo Turati: LEroe. Ibidem pag. 560

25

Bruno Buozzi: Un maestro di vita e morale in lOperaio Italiano, 25 marzo 1933; da

Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi, il riformista. Ricordi, commenti, inediti a cura di


Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 97
26

Giovanni De Luna: Una politica senza religione Einaudi 2013

27

Bruno Buozzi: Treves e il movimento sindacale in lOperaio Italiano 24 giugno 1933.

Da Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti, inediti a cura


di Angelo Coco; Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 101
28

Bruno Buozzi: Treves e il movimento sindacale, Ivi

29

Bruno Buozzi: Treves e il movimento sindacale Ibidem pag. 102

30

Bruno Buozzi: Treves e il movimento sindacale Ibidem pagg. 102-3

31

Giuseppe Saragat: Il testamento di un martire Avanti! 7 giugno 1944

263

Il fascismo come un grande edificio


costruito sopra cattive fondamenta

LAntifascista

Bruno Buozzi (nella foto al centro, con il papillon) fu un fiero avversario


di Mussolini: con un discorso alla Camera gli rifiut i pieni poteri
e con una lettera respinse il tentativo del Duce di associarlo al regime

Come la Camera comprende, basta il formidabile e complesso


problema dei servizi pubblici per imporre al gruppo socialista unitario, a
nome del quale ho lonore di parlare, di votare contro i pieni poteri che ci
vengono richiesti 1. Aveva parlato per mezzora, pressato dalle sollecitazioni del presidente dellassemblea: Le rinnovo la preghiera di concludere, e ancora: Ella potr presentare degli allegati al suo discorso. Gi,
gli allegati. Bruno Buozzi chiedeva tempo, perch aveva presentato cifre,
dati, fatti. Non era un intervento tutto politico, il suo; conteneva, invece,
quegli aspetti economici, nazionali e internazionali, che inducevano il suo
gruppo, quello formatosi da poco meno di due mesi, a votare contro. Il
ventennio era cominciato. Ne avrebbe visto la fine, tormentata; avrebbe,
per, pagato la coda tragica nella maniera pi definitiva possibile, con la
vita. Ma in quel momento in pochi in Italia riuscivano a capire quel che
stava accadendo. Altri (e non pochi) avevano lavorato per rendere ineluttabile ci che ineluttabile non era, alcuni in buona fede (e manifestarono,
successivamente il proprio pentimento), altri in totale, coriacea malafede o
perch aderenti a una linea politica sciagurata o perch convinti di ottenere
qualche favore, qualche vantaggio, qualche privilegio.
Benito Mussolini guardava dal suo banco di governo. Era ancora il
presidente del consiglio, il primus inter pares, poi avrebbe provveduto ad
arricchire per legge i suoi titoli, ne avrebbe aggiunti alcuni che spiegavano
chiaramente che lui non era pari essendo chiaramente il primo. Ascoltava
e interrompeva. In maniera irridente: Insegnatecelo voi; o falsamente disponibile: Collaborate voi. LItalia era entrata in una lunga notte: il risveglio sarebbe stato amarissimo. Tutto era cominciato un mese prima. La
data ufficiale quella del 28 ottobre 1922: la marcia su Roma. In realt c
un prima e un dopo e anche un prima un po pi remoto. E ci sono le con267

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dizioni, create in parte artatamente, che avevano fatto scivolare la vicenda


italiana verso quellepilogo. Un crescendo di violenza, attribuito solo ai
sovversivi, al pericolo rosso, al contagio bolscevico. Cera stato il
Biennio che aveva messo in allarme industriali e agrari sottoposti a una
pressione rivendicativa a cui non erano, soprattutto da un punto di vista
culturale, abituati, non avendo alle spalle le logiche di una vera rivoluzione
borghese. Non si facevano distinzioni. Quando il 5 aprile a Decima di Persiceto millecinquecento cittadini riuniti in un cortile discutevano di disoccupazione venendo alla fine presi a fucilate, nessuno stette l a sottilizzare
sul fatto che i proiettili che avevano lasciato sul pavimento senza vita otto
bracciati e pi o meno gravemente ferite una trentina di persone, erano partiti dalle armi dei carabinieri. Nessuno fece caso al fatto che quando il 21
novembre dello stesso anno, a Bologna, davanti al palazzo comunale rimasero nove corpi senza vita per terra, tutto era cominciato con larrivo di un
centinaio di fascisti che volevano impartire una lezione nel giorno in cui
si insediava il sindaco socialista, Ennio Gnudi, e che quelle squadracce
(probabilmente le stesse che qualche giorno prima avevano devastato la
Camera del lavoro) non erano state tenute a freno dalla forza pubblica che,
anzi, secondo alcuni testimoni, aveva pure partecipato al tiro a segno.
La violenza, lignoranza, il fatto che i media fossero tutti nelle mani
dei grandi imprenditori faceva scivolare sui rossi le responsabilit di tutto
alimentando, anche nella classe liberale, un bisogno dordine che Mussolini
cominciava a interpretare, riuscendo a mescolare parole dordine provenienti da predicazioni politiche diverse, anzi antitetiche. Come ha scritto
Giovanni Borgognone nel fascismo confluivano senza troppa coerenza
parole dordine di ascendenza vagamente socialista, rivendicazioni patriottiche e forti accenti anti-politici... I Fasci cercarono fin dallinizio di presentarsi in tal senso come un movimento innovatore, una sorta di
anti-partito, libero dai dogmatismi della vecchia classe politica. Su tali
basi si proposero di captare simpatie in tutte le direzioni, sia verso sinistra
che verso destra, denunciando le ingiustizie, il caos regnante e limpotenza
dei governanti... Il fascismo si proponeva pertanto come un movimento politico in difesa del popolo e contro quelle oligarchie di politicanti che, falsando la volont delle masse, avevano sino ad allora governato a proprio
esclusivo vantaggio2. In questa analisi c qualcosa di attuale nel senso
268

L A N T I FA S C I S TA

che potrebbe essere sviluppata anche nei confronti di certi movimenti politici dei giorni nostri, che predicano il superamento di destra e sinistra ma
poi manifestano una certa indisponibilit ad accettare le regole della democrazia (per quanto sgangherata o poco credibile essa possa essere). Il consenso, in termini parlamentari, che Mussolini aveva raccolto nelle elezioni
dellanno precedente era stato piuttosto limitato, ma pian piano, con la violenza e con messaggi buoni se non per tutti i gusti, per molti di quelli in
campo, stava costruendo le condizioni per il consenso futuro. Soprattutto
aveva assorbito preoccupazioni, paure e risentimenti che erano cresciuti
anche a causa di una crisi economica che produceva uninflazione sostenuta
e aumentava la disoccupazione. Si sintonizz con i mal di pancia degli industriali che avevano visto crollare gli ordinativi legati alle imprese belliche
e che sognavano qualche altra avventura coloniale per far risalire la domanda in quel settore. Raccoglieva i malumori legati alle difficolt dellindustria pesante che aveva visto naufragare i cartelli che erano stati
costruiti intorno allIlva e allAnsaldo (che insieme agli armatori genovesi
erano stati i primi finanziatori del duce) con il conseguente fallimento di
alcuni istituti di credito. Studenti, ex combattenti, colletti bianchi rimasti
senza lavoro si saldavano alle folle di nazionalisti, futuristi, sindacalisti
violenti. Ci non toglie che lascesa fosse evitabilissima.
Ha scritto Denis Mack Smith: La marcia su Roma non fu che un
viaggio in treno (quello notturno del duce da Milano a Roma, che si
tenne alla larga dalla manifestazione sino a quando non ottenne la garanzia che avrebbe formato il nuovo governo, n.d.a.) in risposta a un esplicito
invito del sovrano3. La pensa diversamente Mario Isnenghi per il quale
due ordini di considerazioni che bene non contrapporre hanno portato,
invece, da non molti anni a una rivalutazione quantitativa e qualitativa dellavvenimento. Sulla quantit le opinioni non riescono a convergere: c
chi parla di non pi di venticinquemila persone, chi avanza la cifra di sessantamila e chi arriva addirittura a centomila. La tesi del colpo di Stato organizzato e preparato sarebbe confermata dal fatto che la marcia venne
anticipata da tre riunioni, una a Milano, laltra a Bordighera e quella decisiva a Firenze. E poi le vittime: sette a Cremona, citt di Farinacci, una decina a Bologna dove venne assaltato il carcere, ventidue a Roma, proprio
nei giorni conclusivi.
269

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Resta il fatto che Mussolini si sarebbe fermato al massimo a Monterotondo se non avesse potuto contare su alcuni vizi italiani: una carente
cultura democratica, allepoca ancora pi carente perch lo Stato era troppo
giovane e figlio di un complesso di idealit (il Risorgimento) che aveva mobilitato (e nobilitato) la mente di pochi; una discreta vilt istituzionale da
parte soprattutto di quegli alti funzionari (i prefetti, ad esempio) che non
avevano alcuna intenzione di assecondare i vecchi padroni nel timore che
fossero sostituiti da nuovi (come in effetti avvenne); le contraddizioni di
un esercito che tendeva a sparare con disinvoltura sugli operai, proclamava
la neutralit rispetto alle vicende politiche ma che attraverso alcuni generali
flirtava con Mussolini. Simpatie, peraltro, tanto scoperte da allarmare il re

La copertina del discorso parlamentare pi famoso di Buozzi

270

L A N T I FA S C I S TA

che decise di non controfirmare lo stato dassedio deciso dal governo, obbligando cos il presidente del consiglio, Luigi Facta (Mi creda, maest, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri), alle dimissioni;
Vittorio Emanuele III, daltro canto aveva ritenuto pi convincenti le argomentazioni del capo di stato maggiore della vittoriosa Grande Guerra, Armando Diaz: Lesercito far il suo dovere, come sempre, ma meglio non
metterlo alla prova. Al conto poi bisognava aggiungere: linsipienza di una
classe politica liberale al tramonto che avendo paura del socialismo pensava
di poterlo fermare giocando solo una mano di poker con il fascismo; la cecit
di alcuni esponenti di punta dellintellighenzia come Benedetto Croce e Luigi
Albertini (direttore del Corriere della Sera) che poi si pentiranno della scelta
compiuta; le divisioni del partito socialista (il pi forte per numero di parlamentari); lillusione rivoluzionaria dei comunisti che mentre Modigliani, alla
fine del dibattito per la fiducia al nuovo governo, presumendo la china imboccata, urlava viva il Parlamento, replicavano abbasso il Parlamento;
linaffidabilit della casa regnante incline ai fascisti con la regina madre, Margherita, e il Duca DAosta, cugino del re ma pronto (si dice) a sostenere il
golpe fascista per prenderne il posto; la tendenza dello stesso Vittotio Emanule III a fare per suo conto (come aveva sperimentato gi in occasione dellentrata in guerra nel 1915) senza rispettare le regole parlamentari.
Se la somma di queste condizioni non gli avessero dato una mano,
il pomeriggio del 30 ottobre 1922 Mussolini non avrebbe presentato la sua
lista di ministri (solo quattro fascisti, dieci non fascisti tra i quali un paio
di popolari compreso Giovanni Gronchi con il quale Bruno Buozzi avrebbe
poi trattato per far rinascere il sindacato unitario nellItalia liberata e che
sarebbe diventato, nel 1955, presidente della Repubblica). Se tutti avessero
remato in direzione contraria, Bruno Buozzi non avrebbe il 6 luglio del
1930 dichiarato al giornale svedese Dagens Nyheter: Il fascismo come
un grande edificio costruito su cattive fondamenta. E ancor pi amaramente: Per quanto riguarda le opinioni politiche degli italiani, potrei concisamente esprimermi come segue. Un italiano, che si trovi solo,
antifascista. Due italiani, che si trovino insieme, arrischiano una parolina
critica sul fascismo. Tre, riuniti a conversare, di politica, non dicono niente.
Quando poi sono quattro diventano tutti buoni fascisti4.
Abilissimo a conciliare messaggi ultimativi e strizzatine docchio
271

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

rassicuranti, Benito Mussolini si present il 16 novembre del 1922 restando


fedele al copione. Facendo attenzione, da abile manipolatore della comunicazione (il passato da giornalista, in questo, lo aiutava), a consegnare allopinione pubblica la frase capace di sintetizzare le sue intenzioni, capace
di far capire che il suo governo avrebbe messo fine alla lunga teoria dei deboli esecutivi del crepuscolo liberale, capace di dare il titolo a tutta pagina
ai giornali (allora molto potenti). E a chi provava a sottolineare le forzature
che erano avvenute, favorite, nellimmaginario collettivo, dalla famosa
marcia ma nella realt assecondate da troppi complici che non avevano
certo marciato accanto ai quadrumviri (De Bono, De Vecchi, Bianchi e
Balbo), rispondeva: Lascio ai malinconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare pi o meno lamentosamente su ci. Ma poi
faceva capire che lui era l per restare (ci sarebbe riuscito) in quanto espressione di un moto rivoluzionario. Spiegava: Io affermo che la rivoluzione
ha i suoi diritti. Aggiungo, perch ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle camicie nere,
inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio
nella storia della nazione. Ma poi il messaggio diventava estremamente
chiaro, diretto e intimidatorio: Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo
stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto (il che non era vero, scarseggiavano persino in
fatto di provviste alimentari, n.d.a.), decisi a tutto e quasi misticamente
pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato
e tentato di infangare il fascismo. E qui, in qualit di esperto di dinamiche
della comunicazione di massa, inseriva la frase che sarebbe rimasta nelle
cronache di quei tempi e, soprattutto, nella storia successivamente scritta e
rielaborata: Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente
di fascisti. Potevo ma non ho almeno in questo primo tempo, voluto.

11.1 I pieni poteri usateli sui fascisti

Mescolava, il duce, i messaggi: la parte rassicurante rappresentata da un governo a minoranza fascista (quattro ministri appena), incentrato sullo specchietto per le allodole della maggioranza proveniente da
272

L A N T I FA S C I S TA

aree diverse, dallaltro, per, ci teneva a sottolineare che il libro era stato
appena aperto e che poi ci sarebbero state altre pagine da leggere (il non
volere in questo primo tempo, lasciava aperta la porta al volere in un
secondo tempo). A questo punto avanzava la richiesta a cui Buozzi avrebbe
risposto in maniera molto netta: Chiediamo i pieni poteri perch vogliamo
assumere le piene responsabilit. Senza i pieni poteri voi sapete benissimo
che non si farebbe una lira, dico una lira di economia. Con ci non intendiamo escludere la possibilit di valutare collaborazioni... ci siamo proposti
di dare una disciplina alla Nazione e la daremo. Nessuno degli avversari di
ieri, di oggi e di domani si illuda sulla brevit del nostro passaggio al potere.
Mussolini si era insediato al vertice dello stato e non aveva alcuna intenzione di traslocare in tempi brevi. Con quel discorso assecondava i desideri di quei settori, politici ed economici, che reclamavano ordine dopo
il disordine, una disciplina sostanzialmente militare nelle fabbriche, un po
perch la crisi aveva ridotto drasticamente gli utili e un po perch la guerra,
con la Mobilitazione, aveva rafforzato abitudini che il Biennio Rosso
aveva provveduto in qualche maniera a smentire. Mussolini forniva la promessa di un ritorno al bel tempo andato quando un operaio eseguiva senza
fare obiezioni, accettava soluzioni senza avanzare interrogativi. Soprattutto
si accontentava di poco, a livello salariale. A risarcirli si poteva provvedere
con un po di popolare divertimento: panem et circenses. Contemporaneamente consegnava a tutti lidea che lItalia, con il suo avvento, avrebbe ripreso a volare, avrebbe risolto i problemi economici, avrebbe rilanciato
leconomia e reso tutti pi ricchi. Insomma, camminava in bilico sulle attese
pi disparate, avendo in mente un paese in cui le garanzie costituzionali
sarebbero state eliminate, la libert trasformata in carta straccia, la democrazia sospesa con la conseguente consegna di tutto il potere nelle mani
non di un uomo ma di un taumaturgo, di un Capo dal corpo mistico. Ha
spiegato con grande lucidit Borgognone: I poteri del presidente del Consiglio, dunque, non si sarebbero dovuti basare esclusivamente sulla nomina
del re e sulla fiducia parlamentare, ma anche e per molti versi principalmente, su una legittimazione plebiscitaria. In tale prospettiva i risultati del
voto non dovevano essere considerati primariamente come un metodo per
dare espressione alla pluralit delle posizioni, bens come referendum pro
o contro il leader, il quale, una volta ottenuta linvestitura popolare, aveva
273

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

il diritto e il dovere di mettersi alla guida di una nazione omogenea e unanime. Quale alternativa alla democrazia rappresentativa in cui il concetto
di sovranit popolare si riduceva in sostanza al plebiscito per legittimare
il capo carismatico5. Le elezioni come semplice atto di investitura. Unidea
che raccoglie consensi interessati anche tra molti contemporanei: evidentemente siamo in presenza di un cronico difetto italico.
In quel discorso di Mussolini cerano tutti gli elementi per essere
preoccupati e per consigliare linnalzamento di qualche argine. Ma in quel
momento chi forniva al duce i numeri parlamentari per cominciare la
sua avventura era convinto che quella sarebbe stata una semplice parentesi
(lo pensava persino Croce); quelli che si attestavano pi dogmaticamente
allopposizione, come i comunisti, ritenevano, a loro volta, che quella potesse essere la crisi finale del capitalismo italiano. Non fu n una parentesi
n la crisi finale. Con un intervento dai contenuti borghesi, Buozzi articol lopposizione del suo gruppo, opposizione pragmatica perch avvertiva che la crisi non riguardava il capitalismo ma quella democrazia
parlamentare che con gradualismo Turati e il suo gruppo avrebbero voluto
far approdare a quelli che pi tardi sarebbero stati chiamati equilibri pi
avanzati. I pieni poteri che reclamava Mussolini riguardavano soprattutto
gli assetti economici e, quindi, anche larticolazione del conflitto sociale.
Spieg il segretario della Fiom: Noi crediamo fermamente che i
pieni poteri, che si chiedono a questa Camera, diminuirebbero, se accordati, il prestigio dellItalia allestero, perch o farebbero supporre che
quando lItalia si recata alle conferenze internazionali ad esporre le sue
necessit ha affermato il falso, o che lItalia in stato fallimentare il che
io non credo assolutamente o che gli italiani hanno cos poco patriottismo
da avere bisogno di una dittatura finanziaria per compiere il loro dovere6.
Evidentemente, Mussolini non pensava solo alla finanza: la sua dittatura
aveva (avrebbe avuto) caratteri pi ampi e complessivi. E allora Buozzi diceva: C una sola dittatura necessaria in Italia, onorevole Mussolini: la
vostra sui fascisti per indurli alla disciplina (il festival della violenza era
da tempo in pieno svolgimento, n.d.a.). E voi non dovete cercare di indorare
questa dittatura come una pillola, con i pieni poteri che ci chiedete. Io sono
fra quelli che credono, salve complicazioni internazionali, al superamento
relativamente sollecito dellattuale crisi finanziaria e senza provvedimenti
274

L A N T I FA S C I S TA

di eccezione7. Se la situazione economica del Paese era peggiorata, quella


dei lavoratori certo non era migliorata. Dopo il Biennio Rosso, le lotte si
erano fermate e i concordati firmati venivano spesso violati. Laria, per il
sindacato, era diventata pesantissima, con le squadracce fasciste (come denunciava Buozzi nel suo discorso) che facevano il bello e il cattivo tempo
distruggendo Camere del lavoro e sedi confederali.
La disoccupazione nel frattempo cresceva. Argomentava Buozzi:
La nostra disoccupazione dovuta alla limitata emigrazione, per la
quale... non ci possiamo accontentare delle poche dichiarazioni fatte, alcuni giorni or sono, dal presidente del Consiglio. Badate, onorevoli colleghi, che da un punto di vista strettamente di parte, contingente, e non di
classe, noi avremmo da guadagnare a lasciar emigrare senza freni il maggior numero di lavoratori. Quando non ci sono disoccupati sulle piazze,
riesce facile alle organizzazioni di resistenza, difendere e migliorare i patti
di lavoro. Ma noi preferiamo italiani poveri in patria piuttosto che assoldati
contro ogni norma dellInternazionale dei lavoratori, piuttosto che poveri,
crumiri, combattuti o odiati allestero, a danno loro e del prestigio della
nazione... Esiste solo una crisi finanziaria, artificiale, che non ci fa onore8.
E Buozzi illustrava un panorama che in qualche maniera ricorda tempi a
noi vicini: Il risparmio affluisce scarsamente verso le industrie perch i
risparmiatori, pi che delle industrie, diffidano degli industriali. Moltissime
aziende si trovano in ristrettezze finanziarie, mentre gli amministratori di
esse sono straordinariamente pi ricchi di prima della guerra9.
Da un lato, il credit crunch, dallaltro un utilizzo non produttivo
dei capitali (ai nostri tempi, nella rendita finanziaria invece che nellammodernamento degli apparati). Incalzava (e se chiudiamo gli occhi e ritorniamo con la mente ai nostri affanni, ci rendiamo conto che una parte
dellanalisi pu essere valida anche oggi, che in parte le cause di quella
crisi corrispondono a quelle di questa crisi): Un industriale, deputato, affermava alcuni giorni or sono che occorre un periodo di intenso sfruttamento dei lavoratori per permettere allindustria di rifarsi un capitale. A
mio avviso questo capitale esiste gi. Purtroppo non pi nelle aziende,
diventato propriet degli amministratori delle aziende stesse, investito in
titoli di Stato, o emigrato allestero. Lasciatemi dire, o signori, che soprattutto alla classe abbiente che in Italia manca una coscienza nazionale.
275

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Io non so, onorevole Mussolini, se voi vorrete aiutare perch lo sfruttamento


di cui ho parlato si compia. Voi direte di no, ma non senza significato il
fatto non smentito, ma avvalorato dai voti di plauso a voi ed al vostro governo dei consessi industriali ed agrari, non senza significato il fatto che
la Confederazione generale dellindustria si sia vantata pubblicamente di
avere essa costituito il vostro Gabinetto... Una cosa, comunque, certa, che
tutto ci che vi circonda induce il proletariato a guardarvi con estrema diffidenza10.
Quello di Buozzi era soprattutto lintervento di un leader sindacale
che sentiva crescere attorno a s un clima contrario ai lavoratori, che nel
giro di vite promesso, in quella disciplina alla Nazione che si intendeva
imporre, in realt lobiettivo non erano tutte le classi, ma una sola. Il timore
era quello di un risanamento, pi che mai necessario, a senso unico, con la
protezione di alcuni e lannichilimento di altri. Il segretario della Fiom provava a gridare: abbiamo gi dato. Si chiedono sacrifici a tutte le classi di
cittadini. Ebbene, io affermo qui, che tutti i lavoratori operai, tecnici, impiegati presi in linea generale hanno gi sacrificato al paese durante
la guerra e da due anni a questa parte tutto il sacrificabile. Gli stipendi
ed i salari non seguirono mai, durante la guerra, la progressione del costo
della vita. Le cosiddette esagerazioni dellimmediato dopoguerra compresa loccupazione delle fabbriche non servirono a far raggiungere
lequilibrio fra i salari e gli stipendi e il costo della vita11.
Buozzi svelava con il suo discorso unItalia che vecchia e nuova
allo stesso tempo, perch certi vizi sembrano iscritti nel codice genetico del
paese: Il pareggio si raggiunger solo quando saranno rintracciati i molti
contribuenti che oggi sfuggono al fisco e quando tutti i contribuenti pagheranno quello che dovrebbero pagare... Ma per arrivare a questo non occorrono i pieni poteri. C chi parla di tasse sui salari, io richiamo invece
lattenzione del governo su due cifre suggestive accennate anche test dal
ministro delle finanze e rilevate dal commendatore DAroma, direttore generale delle imposte al Ministero delle finanze, secondo le quali ci sono in
Italia appena 508.067 industriali e commercianti che pagano imposte per un
reddito medio di appena 3.000 lire a testa, dico 3.000. Se la cifra degli industriai e commercianti sicuramente e notevolmente inferiore al vero, quella
dei redditi accertati altrettanto sicuramente e ridicolmente irrisoria12.
276

L A N T I FA S C I S TA

Come si legge nellincisione su tre righe che campeggia sul Palazzo della civilt del lavoro (ai romani noto anche come il Colosseo Quadrato, nove archi
in orizzontale e sei in verticale, il numero delle lettere e delle consonanti che
formano il cognome e il nome del duce, secondo alcuni esegeti dellopera)
un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di
navigatori, di trasmigratori e... di evasori fiscali. Dalla notte dei tempi.
Affermava ancora Buozzi guardando gli scranni disposti in semicerchio: C qualcuno qui i deputati industriali ed agrari la Confederazione generale dellIndustria e la Confederazione generale dellagricoltura

Il Grande Dittatore: Chaplin ironizza su Hitler e i fascismi

277

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

che potrebbe insegnarvi magistralmente, signori del governo, come si potrebbero scovare e perseguire i contribuenti, industriali, agrari e commercianti,
che tradiscono la patria13. Di prendere quel tipo di lezioni, per, Mussolini
non aveva proprio voglia anche perch i finanziamenti per lui e per il suo
partito erano arrivati da quelle parti e a quelle parti con la sua proclamata determinazione strizzava locchio. Un pezzo dItalia, poi, non vedeva lora di
accodarsi a qualcuno che la conducesse per mano verso lidi sconosciuti. Giustino Fortunato, uno di quei liberali che non si erano lasciati abbagliare dal
pifferaio magico romagnolo essendo il suo pensiero fortemente ancorato
ai principi di libert, non a caso disse del fascismo che non si trattava di una
rivoluzione ma di una rivelazione, non un accidente passeggero ma la pi
incredibile, terribile tragedia prodotta certo dalla violenza squadristica ma
ancor di pi dalle debolezze italiane, in particolare il prodotto delle deficienze morali e delle incapacit secolari della borghesia italiana. E tra
queste carenze morali, la spinta formidabile e diffusa al servilismo. Una conferma? Al momento dellarrivo al governo di Mussolini, il Partito Nazionale
Fascista poteva contare su trecentomila iscritti; un anno dopo erano settecentottantamila. LItalia in camicia nera aveva cominciato a mettersi gi da
prima che lindumento diventasse di moda per imposizione del duce.
Spinto anche da questi umori popolari, Mussolini cominci a consolidare il suo regime e per farlo nel migliore dei modi pens alla riforma
elettorale sfruttando, anche in questo caso, la disponibilit della vecchia
classe liberale (non solo i filo-fascisti alla Salandra) che non vedeva lora
di sbarazzarsi della riforma proporzionale voluta da Turati, riveduta e corretta da Nitti e che era considerata la causa dellinstabilit (una storia, anche
questa, che si ripetuta, in tempi a noi vicini). La campagna elettorale (le
camere erano state sciolte il 23 gennaio del 1924, le elezioni indette per il
6 aprile) fu avvelenata da violenze e intimidazioni. Ne fece le spese anche
Bruno Buozzi che a febbraio, cio, pochi mesi prima delle elezioni con la
nuova legge Acerbo era stato aggredito a Torino. Ma prima di lui, oggetto
di intimidazioni erano stati Francesco Saverio Nitti (a novembre del 1923
la sua casa era stata visitata dai bravi di Mussolini), Giovanni Amendola
(assalito per strada da un gruppetto di squadristi il giorno di Santo Stefano;
nel luglio del 1925, poi, sarebbe stato violentemente bastonato, un agguato
che lo avrebbe condotto pochi mesi dopo alla morte), Enrico Gonzales (can278

L A N T I FA S C I S TA

didato socialista a Genova: il suo comizio venne interrotto dai fascisti armati di bastone); dopo di lui la violenza colp mortalmente a Reggio Emilia
un altro candidato socialista, Antonio Piccinini; quindi fu la volta di Alberto
Giannini, direttore del giornale satirico, Il Becco Giallo, percosso da una
banda guidata dalluomo che uccise a colpi di pugnale Matteotti, cio Amerigo Dumini; a Bari, poi, misero letteralmente alla porta della citt tutti i
candidati socialisti facendo roteare i manganelli e agitando le rivoltelle.
Giacomo Matteotti aveva schierato il Psu su una posizione di netta
intransigenza nei confronti del fascismo: conosceva perfettamente il volto
violento del regime e degli scherani di Mussolini per averne verificato il
profilo personalmente. A Ferrara, nella sede del partito (era stato inviato l
in qualit di commissario, era stato accolto dai fascisti a sputi e a schiaffi);
a Castelguglielmo, dopo aver denunciato alla camera, facendo nomi e cognomi, gli atti intimidatori delle squadracce, era stato vittima di una pesantissima aggressione: picchiato in aperta campagna, era stato abbandonato
e costretto a tornare a Rovigo a piedi; a Padova, durante la campagna elettorale per la consultazione del 1921, era stato ancora oggetto di violenze.
Aveva sempre denunciato tutto in Parlamento e quando quel 30 maggio del
1924 alle 15,30 prese la parola, tutti, compreso Mussolini, trattennero il respiro: sapevano che il discorso del leader socialista unitario non avrebbe
risparmiato nulla e nessuno. Vale la pena rileggere quellintervento perch
una lezione di impegno e correttezza civile.

11.2 Ora preparate il mio discorso funebre

Si discuteva la convalida dei risultati elettorali e, quindi, degli


eletti. Matteotti diceva: Contro la loro convalida noi presentiamo pura e
semplice eccezione... la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti... codesta
lista non li ha ottenuti di fatto e liberamente, ed dubitabile se essa abbia
ottenuto quel tanto di percentuale per conquistare, anche secondo la vostra
legge, i due terzi dei posti che sono stati attribuiti... Lelezione secondo noi
non essenzialmente valida e, aggiungiamo, che non valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente
dal governo e ripetuta da tutti gli organi di stampa ufficiali, ripetuta dagli
oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore
279

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

assai relativo in quanto che il governo non si sentiva soggetto al responso


elettorale ma che in ogni caso... avrebbe mantenuto il potere con la forza...
Nessun elettore italiano si ritrovato libero di decidere con la sua volont...
Nessuno si trovato libero perch ciascun cittadino sapeva a priori che, se
avesse osato affermare a maggioranza il contrario, cera una forza a disposizione del governo che avrebbe annullato il suo voto... esiste una milizia
armata... la quale ha questo dichiarato e fondamentale scopo: di sostenere
un determinato capo del governo, ben indicato e nominato nel capo del fascismo... Vi una milizia armata, composta dai cittadini di un solo partito
la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato capo del governo con la forza anche se ad essa il consenso mancasse... Forse al Messico
si usano fare le elezioni non con le schede ma con il coraggio di fronte alle
rivoltelle. E chiedo scusa al Messico, se non vero14.
And avanti come un rullo compressore, Matteotti, in una camera
in tumulto, presidiata da una maggioranza fedele al duce e poco incline
ad ascoltare quelle denunce che con estremo coraggio un ancor giovane dirigente politico stava presentando in un luogo in cui, teoricamente, avrebbero dovuto essere accolte con attenzione e rispetto. Ma in realt Mussolini
aveva di fatto abolito il sistema parlamentare e stravolto le istituzioni: il
Gran Consiglio trasformato da organo di partito in strumento decisionale
dello stato, la milizia di una forza politica istituzionalizzata. Urla, grida,
interruzioni. Si distingueva in questo bailamme, Roberto Farinacci, epigono
di quel fascismo popolano e violento che al paese non risparmi nessuna
infamia, che, non a caso, poi guid, il collegio di difesa nel processo di
Chieti (cominci il 16 marzo del 1926) contro Dumini e compagni. Matteotti, per, continu imperterrito, elencando fatti e circostanze che imponevano il ritorno alle urne in condizioni di vera agibilit democratica.
Affermava il leader unitario: Presupposto essenziale di ogni elezione che i candidati... possano esporre... in pubblici comizi o anche in
privati locali le loro opinioni... in ottomila comuni italiani su mille candidati delle minoranze la possibilit stata ridotta a un piccolissimo numero
di casi... Non solo non potevano circolare ma non potevano risiedere nemmeno nelle loro abitazioni... Molti non accettarono le candidature perch
sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver pi lavoro lindomani o dover abbandonare il proprio paese per emigrare... Uno dei can280

L A N T I FA S C I S TA

didati, lonorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un


saluto... conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa... Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone... Gli elettori votavano sotto
il controllo del partito fascista con la regola del tre... I fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo
i luoghi, variamente alternati in maniera tale che tutta la combinazione,
cio tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto... Durante le elezioni i
nostri opuscoli vennero sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate... Essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non
si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti
e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni per votare
con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e
che i giovani si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno
che aveva compiuto 60 anni... Molti che ebbero la ventura di votare... dentro le cabine... ebbero la visita di coloro che erano incaricati di controllare
il loro voto... Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire lautorit dello
stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi, s, veramente rovinate quella che lintima essenza, la ragione morale della nazione. Non continuate pi oltre a tenere divisa la Nazione in padroni e
sudditi... Il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con
lopera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranit del popolo italiano... e crediamo di rivendicare la dignit domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza.
Laula, a quel punto, era tutto un tumulto. Da sinistra applaudivano
fragorosamente. Molti parlamentari arrivarono alle mani e la seduta fu sospesa per una decina di minuti. Sedendosi al suo posto, Matteotti avrebbe
detto quasi sottovoce: Io il mio discorso lho fatto. Ora tocca a voi preparare il discorso funebre per me. Alla fine del dibattito, invece, Mussolini
avrebbe sibilato: Dopo questo discorso, quelluomo non dovrebbe pi circolare. Il pomeriggio del 10 giugno, alle 16,30, sul lungotevere Arnaldo
da Brescia lo bloccarono e di peso lo infilarono in una Lancia Lambda a sei
posti. A quello di guida cera Augusto Malacria; gli altri quattro erano occupati da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola e Amleto Pove281

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

romo. Il sesto era per Matteotti che su quellauto comp il suo ultimo viaggio.
Abbandonarono il corpo (che fu ritrovato il 16 agosto) dalle parti di Riano
Flaminio, nel bosco della Quartarella, a una ventina di chilometri di distanza
dal posto in cui venti anni dopo fu ritrovato il cadavere di Bruno Buozzi.
Era stato un discorso duro e appassionato, che apr una crisi che
avrebbe potuto portare anticipatamente alla fine del fascismo. Se ci fosse stata
maggiore determinazione, se Giovanni Amendola non avesse atteso un intervento del re (cio la rimozione di Mussolini), probabilmente le cose sarebbero
andate diversamente. Invece, ci fu solo lAventino, una risposta al tempo stesso
orgogliosa e impotente, a cui Bruno Buozzi partecip, pagando quella scelta
con la decadenza dalla carica di parlamentare decretata dalla Camera il 9 novembre del 1926, cio quando il segretario, a quel punto, della CGdL aveva
gi abbandonato lItalia per trasferire allestero lattivit sindacale.
Su quellomicidio e soprattutto sulla intransigenza di quel discorso
si sono intrecciate le interpretazioni. Renzo De Felice, ad esempio, ha sostenuto che lintervento di Matteotti serviva a bloccare la marcia di avvicinamento di alcuni esponenti della sinistra a Mussolini (ad Alceste De
Ambris il duce aveva offerto un posto ministeriale ricevendo un rifiuto;
aperture vi erano state anche in direzione di alcuni esponenti della CGdL).
A parere di altri storici, poi, lomicidio fu deciso per impedire a Matteotti
di rendere pubbliche le notizie che aveva raccolto intorno a un paio di affari
con circolazione di mazzette (uno riguardava i diritti di sfruttamento di
eventuali giacimenti petroliferi in Emilia e nel Sud alla Sinclair Oil; laltro
un traffico sotto costo di indumenti e materiali bellici) che riguardavano il
gruppo dirigente del Pnf e, direttamente, il circolo familiare del duce. Al
di l delle ipotesi, il dato concreto che in quel momento lopposizione cominci a capire che in Italia non esistevano pi spazi per una vera e libera
attivit politica e sindacale.
Un altro dato certo riguardava lo stato danimo di Matteotti, uno
stato danimo che era figlio dello spirito del tempo. Il segretario del Psu vedeva troppa rilassatezza nelle file socialiste, uninazione che sconfinava
nellarrendevolezza. La situazione doveva essere proprio quella che appariva
a Matteotti se Filippo Turati in quei mesi scriveva ad Anna Kuliscioff: Non
c anima in nessuno, tranne in Matteotti, che per trovarsi quasi solo ad
averla, riesce pi irritato e scontroso15. Contemporaneamente, il segretario
282

L A N T I FA S C I S TA

del Psu scriveva al Capo storico: Il disfattismo trova tutti i pretesti e tutte
le ragioni e mi duole soprattutto quando arriva a far presa su di te che eri
uno dei pochissimi che resisteva allinerzia dei molti16. E ancora: Gli uomini del nostro partito erano tutti leoni nel buon tempo antico; ora sono
tutti presi dalla gotta... In tali condizioni non posso continuare a fare il segretario... Dirigere un esercito che continua a scappare ridicolo17. Dopo
la vittoria di Nenni al congresso del 1923, avrebbe voluto una ricomposizione del fronte socialista, una riunificazione del Psi. Quando il 7 giugno
Mussolini (giorno della fiducia al suo governo) pronunci un discorso cauto
in cui riconosceva la legittimit dellesistenza di una opposizione catturando
attenzioni nel campo socialista (anche da parte di un galantuomo come Modigliani), Matteotti ebbe la conferma che era venuto il momento di recidere

Con questo intervento Buozzi polemizz con il leader industriale Mazzini

283

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

qualche filo. Cominciarono cos i sei mesi pi complicati del fascismo.


Mussolini si sentiva forte perch aveva consolidato il suo sistema:
aveva fatto nascere il Partito Nazionale Fascista, aveva istituito la Milizia
volontaria per la sicurezza nazionale (la sua Ceka personale, una polizia al
servizio del Capo per tenere sotto controllo i nemici del Capo e il riferimento al corpo organizzato da Lenin non infondato), aveva fatto nascere
il Gran Consiglio, uno strano animale met Stato e met partito, aveva varato la riforma della scuola (quella che porta il nome di Giovanni Gentile,
peraltro lunica organica che questo paese abbia conosciuto) e aveva fatto
approvare una legge elettorale che lo blindava. Poi, per, era arrivato il
delitto Matteotti, gli allarmi, le paure, la riprovazione dei compagni di
viaggio lontani dai metodi sbrigativi di Farinacci (la Confindustria non
prese apertamente posizione sullassassinio del parlamentare socialista ma
Giuseppe Mazzini in una riunione a Torino invit il duce a liberarsi dei
delinquenti e dei violenti che si stringono intorno al governo).
Quando il 12 dicembre 1924 Bruno Buozzi intervenne al sesto con-

1932: Mussolini incontra i lavoratori impegnati nella bonifica delle paludi pontine

284

L A N T I FA S C I S TA

gresso della CGdL, lultimo che si svolse in Italia, la situazione annunciava


grandi cambiamenti. Forse non se ne afferrava completamente la direzione,
ma era evidente che si era giunti quasi al punto di rottura. Quasi, per. Perch le speranze di una normalizzazione istituzionale, seppur ridotte al lumicino, non erano state del tutto cancellate. Doveva intervenire come
semplice segretario della Fiom, ma piccoli problemi di salute avevano
impedito a Ludovico DAragona di leggere la relazione e cos Buozzi venne
incaricato di parlare a nome del Consiglio Direttivo, aggiungendo: Sar
quindi pi lungo di quanto prevedevo perch dovr aggiungere alle mie
personali, altre considerazioni che rispecchino il pensiero del Consiglio
direttivo18. Il tema era diventato scottante e il segretario della Fiom non
perse molto tempo per affrontarlo. Disse: Se c un uomo che per temperamento non portato ad avvicinare facilmente gli avversari di qualsiasi
colore, questuomo sono io. Ma dichiaro che nessuno, che abbia senso di
responsabilit pu affermare in senso assoluto che non si possano e non si
debbano avere contatti con gli avversari19. E al comunista Giovanni Roveda, che lo interrompeva dalla platea chiedendogli ad alta voce se il principio valesse pure per i fascisti, replicava: Non si pu escludere nulla e tu
lo sai, tu che, a Torino, hai avuto trattative cogli industriali insieme ai rappresentanti della Corporazioni fasciste. Fomentare sospetti contro i dirigenti costretti dalle necessit ad avvicinare gli avversari sleale e
ingeneroso. Ognuno pu discutere delle nostre idee politiche, nessuno ha
il diritto di mettere in dubbio la nostra correttezza intesa nel senso pi
ampio della parola. Le precisazioni di Buozzi nei fatti confermavano le
preoccupazioni di Matteotti. Che ci fossero stati dei contatti, degli incontri
era noto a tutti. Che ci fosse da parte di Mussolini lintenzione da un lato
di disarticolare il fronte avversario e dallaltro di recuperare nel proprio alcuni nemici per dare una timida verniciatura democratica al suo regime,
era chiaro a tutti. Questo tentativo era pi forte proprio nel sindacato, cio
in una struttura dove sulle barriere ideologiche prevalevano gli interessi e
le esigenze di classe. Ma Buozzi ci teneva a sottolineare che questi contatti,
che erano parte della dinamica sindacale (una controparte resta tale anche
se ti poco simpatica) non dovevano diventare occasioni per una caccia
alle streghe allinterno dellorganizzazione.
Il tempo avrebbe provveduto a dividere i fronti. Il tempo, le parole
285

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

e gli atti conseguenti di Mussolini. Il duce dopo il delitto Matteotti era


rimasto bloccato, essendo pressato da un lato dal clamore suscitato da
quellagguato (e, soprattutto, dagli autori), dallaltro dalle intemperanze di
Farinacci che il 12 gennaio del 1925, non casualmente, divenne segretario
del Pnf. Non casualmente perch, nove giorni prima alla Camera, il duce
aveva pronunciato il discorso che stato considerato come il vero atto di
nascita del regime. E se il 3 gennaio nato il regime, evidente che quello
latto di nascita anche dellanti-regime, della presa datto delle forze antifasciste che nessuna mediazione era pi possibile: esistevano due Italie.
Divorziarono quel giorno. Mussolini ruppe gli indugi promuovendo il farinaccismo a vera cifra del suo sistema. Anche in questo caso, rileggere
pu essere utile: Se il fascismo non stato che olio di ricino e manganello,
e non invece passione superba della migliore giovent italiana, a me la
colpa! Se il fascismo stato una associazione a delinquere, io sono il capo
di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilit di questo clima, perch questo clima storico, politico e morale
io lho creato20.
Provando a motivare le sue scelte con lAventino, con labbandono
delle attivit parlamentari da parte di un centinaio di deputati che non ritenevano esistenti le condizioni di agibilit democratica se non a rischio gravissimo della propria vita (come Matteotti aveva confermato), Mussolini
continuava: In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si
domandavano: c un governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignit come uomini? E ne hanno una come
governo? Un popolo non rispetta un governo che si lascia vilipendere! Il
popolo vuole specchiata la sua dignit nella dignit del governo e il popolo
prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura colma! Ed era
colma, perch? Perch la sedizione dellAventino... ha avuto conseguenze,
perch oggi in Italia, chi fascista, rischia la vita21. Anche la trasfigurazione del potente in vittima , evidentemente, elemento caratterizzante del
dna nazionale, lo era gi allora. Si sottolinea che con quel discorso, Mussolini si assunse tutte le responsabilit. In realt, si assunse la responsabilit
dei modi di essere del suo movimento, gli fece scudo (e da questo punto di
vista fu il trionfo di Farinacci), ma rispetto al delitto Matteotti lui non si as286

L A N T I FA S C I S TA

sunse alcuna responsabilit: Se io avessi fondato una Ceka (cio la Milizia,


n.d.a.), lavrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di
quella violenza che non pu essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e
qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura
battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi... E come potevo, dopo un successo, e
lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo
cos clamoroso... non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno
il pi tenue, il pi ridicolo sfregio a quellavversario che io stimavo(22).
Infine lannuncio minaccioso della nascita del regime: Voi avete
creduto che il fascismo fosse morto finito perch io lo comprimevo... LItalia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillit, vuole la calma laboriosa.
Noi, questa tranquillit, questa calma laboriosa gliela daremo con lamore,
se possibile e con la forza, se sar necessario(23). Us molto la seconda,
la prima decisamente meno. Cominciarono subito le persecuzioni degli antifascisti, i licenziamenti (di molti ferrovieri che scioperando avevano interrotto un servizio pubblico), le epurazioni (il 14 per cento dei giornalisti
espulsi in due anni dagli organi professionali), le dimissioni forzate come
quelle dei professori obbligati al giuramento (il 7 gennaio del 1926, Silvio
Trentin, pap di Bruno, futuro segretario della Fiom e della Cgil, scrisse al
rettore della Ca Foscari: Ragioni dordine personale e soprattutto il dubbio, quasi direi la certezza, di non saper conciliare il rispetto delle mie intime e pi salde convinzioni di studioso del diritto pubblico con
losservanza dei nuovi doveri di funzionario che mi vengono imposti dalla
legge 24 dicembre 1925, n. 2300, in questi giorni pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale, mi inducono a rassegnare le mie dimissioni da professore stabile
presso codesto Istituto superiore(24)).
And via anche Buozzi, vittima di un giro di vite che riconosceva
solo un sindacato (quello fascista), che non garantiva una libert fondamentale come il diritto di sciopero, che trasformava il Parlamento in una
inutile appendice di un regime autoritario. And via anche Salvemini che
pure, inizialmente, forse distratto dal furore anti-giolittiano, non si era reso
perfettamente conto che qualcosa di molto grave aveva preso forma nel
paese. Qualche anno pi tardi, si contrappose a Bruno Buozzi in una astiosa
287

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

polemica. Aveva detto, in una intervista a LItalia del Popolo, organo del
partito repubblicano: Non i soli comunisti, ma anche parecchi socialisti e
repubblicani mi sembra nascondano nel fondo del loro cuore una viva simpatia per il sindacalismo fascista. Ci che essi detestano in esso non la
mancanza di libert, ma solo il fatto che la libert vi sia confiscata a profitto del partito fascista anzich a profitto dei loro partiti. Se si mettessero
al posto dei ventimila segretari fascisti, ventimila segretari comunisti, socialisti o repubblicani, il sindacalismo fascista diventerebbe sacro e inviolabile. Beninteso per il solo partito che riuscisse a controllarlo. Buozzi,
alla fine di agosto del 1929, replicava amareggiato: Questa dannata vita
in esilio riesce talvolta a giuocare brutti scherzi persino agli ingegni pi
eletti ed ai combattenti disinteressati... Che qualche socialista o repubblicano sia animato dai sentimenti liberticidi di cui parla Salvemini, pu darsi.
Ogni corrente politica ha sempre qualcuno che vi aderisce per sbaglio. Ma
che fra gli antifascisti siano numerosi i socialisti o i repubblicani che amerebbero confiscare fascisticamente la libert sindacale a profitto del loro
Partito, crediamo di poterlo escludere nel modo pi categorico (25). E, ricordava il segretario della CGdL che nella relazione letta due anni prima
in occasione della Conferenza Internazionale del lavoro, erano stati sottolineati due capisaldi della libert sindacale: la possibilit per i lavoratori di
scegliere senza condizionamenti lorganizzazione a cui aderire; il riconoscimento degli stessi diritti a tutti i sindacati, senza distinzioni ideologiche.

288

L A N T I FA S C I S TA
1

Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre del 1922; in Aldo Forbice (a cura
di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (1910-1943) Fondazione
Modigliani Franco Angeli 1994, pag.183
2
Giovanni Borgognone: Come nasce una dittatura. LItalia del delitto Matteotti Laterza
2012, pag. 15
3
Denis Mack Smith: Storia dItalia dal 1861 al 1997, Laterza 1997, pag. 431
4

Bruno Buozzi, intervista al Dagens Nyheter in Bruno Buozzi scritti e discorsi, Editrice
Sindacale Italiana 1975, pag. 269
5
Giovanni Borgognone, idem pagg. 15-6
6
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ibidem pag. 173
7
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ivi
8
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ibidem pag. 174
9
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ivi
10
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ibidem pagg. 174-5
11
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ivi
12
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ibidem pag. 177
13
Bruno Buozzi, discorso alla Camera del 25 novembre 1922. Ibidem pagg. 177-8
14
Giacomo Matteotti, discorso alla Camera del 30 maggio 1924
15
Mario Isnenghi: Storia dItalia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla societ
dello spettacolo Laterza 2011, pag. 433
16
Mario Isnenghi, Ibidem pag. 434
17
Mario Isnenghi, Ivi
18
Bruno Buozzi, intervento al sesto congresso della CGdL, 12 dicembre 1924, in Aldo
Forbice (a cura di): Riformismo e sindacato. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (19101943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 121
19
Bruno Buozzi, intervento al sesto congresso della CGdL, 12 novembre 1924, in Aldo
Forbice, Ibidem 126
20
Benito Mussolini, discorso alla Camera del 3 gennaio 1925
21
Benito Mussolini, Ivi
22
Benito Mussolini, Ivi
23
Benito Mussolini, Ivi
24
Mario Isnenghi, op. cit. pag. 452
25
Bruno Buozzi: Per la verit e per la storia in lOperaio Italiano 31 agosto 1929; da
Bruno Buozzi: Scritti dallesilio, Opere Nuove 1959, pagg. 22-3-4

289

Mi sentirei spregevole se nella mia qualit di


Segretario della Confederazione, ottenessi per me
una libert che non concessa agli altri italiani

Il no al duce

Nella foto i funerali dei fratelli Rosselli: la bandiera di


Giustizia e Libert la regge Renato Pierleoni che poi sarebbe
diventato un importante dirigente della Uil

Quando Mussolini cominci a mettere in pratica le sue minacce


(Voi state certi che nelle quarantottore successive a questo mio discorso,
la situazione sar chiarita su tutta larea... Non libidine di Governo, non
passione ignobile, ma soltanto amore sconfinato e possente per la patria)1, quando cominci a dare seguito concreto al suo amore sconfinato
e possente, gli antifascisti compresero che tutto era ormai perduto. Ed era
perduto anche per loro sottovalutazioni come ha osservato Emilio Gentile
ricordando quel che avevano scritto dopo il delitto Matteotti, Antonio
Gramsci (Il fascismo si esaurisce e muore... esso sorretto ancora dalle
forze fiancheggiatrici, ma sorretto cos come la corda sostiene limpiccato), Gaetano Salvemini (Per fortuna siamo alla fine di questa disgustosa tragedia brigantesca e carnevalesca. La bestia ferita a morte,
Matteotti gli diede il primo colpo nella politica interna... se non a novembre
a marzo sar chiuso questo periodo vergognoso) e Anna Kuliscioff, addirittura due giorni prima del discorso mussoliniano alla Camera (Molti
fatti nuovi confermano che il cadavere in putrefazione)2. Invece, il regime non cadde, anzi perfezion la sua rete di controllo autoritario, sostituendo, ad esempio, i sindaci eletti con i podest di nomina governativa o
lattribuzione al duce di fortissimi poteri legislativi. Arrivarono le leggi
sulla stampa e quelle sul sindacato, infine il giro di vite repressivo dopo gli
attentati di Zamboni del 1926 e quello di Violet Albina Gibson nellaprile
dello stesso anno3, con la trasformazione in reato degno della pena di morte
anche della semplice idea di una cospirazione contro Mussolini.
Caddero le ultime illusioni mentre nella CGdL cominciava il rompete le righe di chi si preparava ad accucciarsi ai piedi del nuovo padrone.
Bruno Buozzi, anche convinto dallInternazionale Sindacale, una volta diventato segretario della CGdL, prese la decisione di seguire allestero i tanti
293

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

altri dirigenti politici e intellettuali anti-fascisti che si ripromettevano di


riorganizzare in qualche modo lopposizione al duce. Ma su quella via
(non solo dellesilio, ma anche dellopposizione) non tutti erano disposti a
seguirlo.
I primi mesi furono amarissimi, caratterizzati dalle polemiche che
dallItalia venivano alimentate dai sette che avevano prima deciso di sciogliere la Confederazione e poi di dare vita al fantasma di un centro studi
(Problemi del Lavoro). Per i sette, il traditore era lui, che aveva deciso
di lasciare lItalia. Lo scrisse Giovan Battista Maglione, seppur in maniera
indiretta, nel suo memoriale: Poich Buozzi... che riassumeva tutti i poteri

Un Buozzi sereno a passeggio per le vie di Parigi

294

IL NO AL DUCE

della Confederazione, confermava il suo rifiuto a rientrare in Italia e riprendere il suo posto di responsabilit, non restava altra soluzione possibile
che la cessazione di ogni attivit e la chiusura della sede4. Maglione faceva finta di non ricordare che con ampio anticipo (novembre 1926) il segretario gli aveva comunicato lintenzione di trasferire allestero la CGdL.
Il fatto che intorno allo scioglimento si svilupparono manovre di vario
tipo che dovevano portare a una sorta di bacio della morte: la confluenza
sostanziale dei vecchi sindacati liberi con quelli decisamente meno liberi
organizzati per conto del fascismo da Edmondo Rossoni. Tentativi che non
si esaurirono certo in un giorno, in una settimana o in un mese. Continuarono a lungo, anche dopo la partenza di Buozzi e cercarono, alla fine, (come
vedremo tra poco) di coinvolgere pure il Segretario Confederale.
Maglione offriva nel suo scritto uno spaccato di questo intenso pasticciare: Baldesi... mi aveva fatto recapitare una lettera per richiedere la
convocazione del Consiglio. Ed io mi recai allora a Roma, dove mi incontrai con lui, con Lodovico Calda e con DAragona. Baldesi mi rifer di un
suo incontro con Rossoni e della sua intenzione di proporre il passaggio
motivato della Confederazione ai sindacati fascisti, al che io opposi subito
che, in assenza di Buozzi e indipendentemente da ogni veduta personale,
nessuno avrebbe potuto impegnare il nome della Confederazione5. Nelle
storie di tradimenti, per, vi sono anche risvolti affaristici. Abbiamo precedentemente riportato un passaggio di una lettera a Saragat in cui il Segretario Confederale indicava gli uomini che a suo parere maggiormente
si erano distinti in questa penosa vicenda. Tra questi, Lodovico Calda,
che aveva, infatti, un interesse personale ed economico da soddisfare nel
rapporto con Mussolini. Calda era leditore del Lavoro di Genova le cui
pubblicazioni erano state sospese per disposizione delle autorit di governo,
proprio in virt delle nuove leggi sulla stampa (quando ricominciarono, il
quotidiano divenne una sorta di organo del sindacalismo fascista). Raccontava ancora Maglione: Calda mi rifer del suo incontro con Mussolini
presso il quale si era recato come presidente della Societ editrice Il Lavoro di Genova per chiedere di poter riprendere la pubblicazione del quotidiano, e dalla risposta avutane cap che tutto doveva ritenersi legato a
quanto sarebbe stato deciso in merito alla Confederazione del Lavoro. Da
DAragona mi recai insieme a Calda e, nelloccasione, io affacciai la tesi
295

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

che, dovendosi per forza di cose, sciogliere in Italia la Confederazione del


Lavoro, sarebbe stata utile la costituzione di una associazione di studio.
Anche i sette erano arrivati al Rubicone e come Cesare si preparavano a
pronunciare la fatidica frase, alea iacta est, il dado tratto. Nel Consiglio
Direttivo si confrontarono tre ipotesi: associazione di studio (Maglione),
continuazione (Reina), adesione ai sindacati fascisti (Baldesi). Vinse la
prima, a maggioranza. Il 3 marzo del 1927 usc il primo numero della rivista
I Problemi del Lavoro, cio il prodotto editoriale di quellassociazione
che si proponeva una serena considerazione degli sviluppi sindacali corporativi sulla base di una sostanziale democrazia del sindacato e in tutti gli
istituti dello Stato corporativo... attualit del socialismo come tendenza evo-

Mussolini sul trattore: tipica immagine della retorica di regime

296

IL NO AL DUCE

lutiva della Societ nellordine etico, giuridico ed economico. evidente


la contraddizione tra questi scopi (o princpi) e le condizioni oggettive di
un Paese senza libert perch difficile lattivit di studio o elaborazione
laddove non esiste la possibilit di organizzare un pensiero autonomo e non
irrigimentato. Era una foglia di fico. Che, per, impegn molto intensamente Buozzi nei primi mesi della sua attivit allestero. Perch se da un
lato lui cercava di far sopravvivere la Confederazione quanto meno nel panorama internazionale, dallItalia ci si impegnava a cancellarne anche il
semplice ricordo. Furono mesi di scontri polemici, di scritti astiosi, pubblici
e privati. Come ad esempio il carteggio che intercorse tra Buozzi ed Emilio
Colombino, altro cospiratore profondamente disistimato dal segretario
(come da lettera a Saragat).
Lui, Colombino, aveva provato a difendersi attaccando, con un paio
di scritti di fuoco in risposta ad altrettante missive di Buozzi, in cui contestava al segretario l assenza ingiustificata dallItalia, cosa che fa un po
sorridere visto che praticamente tutti i leader antifascisti avevano preso la
via dellesilio per ricominciare la lotta contro Mussolini lontano dalla Penisola visto che allinterno dei confini tutte le libert erano state cancellate
e solo chi aderiva acriticamente al fascismo poteva immaginare di continuare a svolgere attivit politica (in un senso preciso). Ma al pari di Calda,
Colombino aveva anche qualche interesse personale. Ragazzo sveglio, piuttosto bravo nellattivit negoziale, aveva, per, anteposto col passare del
tempo il benessere economico a quello ideale e spirituale e si era dato al
commercio. Con larrivo del fascismo aveva costituito non solo lAssociazione Problemi del Lavoro ma anche una struttura cooperativistica che era
stata piegata alle direttive del regime. Tutto questo non lo aveva fatto gratis:
Mussolini, infatti, gli aveva dato la gestione delle mense e degli alloggi dei
lavoratori impegnati nei dintorni di Littoria, cio di Latina, nella bonifica
delle campagne pontine. Questo non gli impediva di scrivere, in una lettera
a Buozzi: Dovrei rilevare dai tuoi documenti, frasi e commenti che, se tu
fossi a esatta conoscenza dei fatti come sono avvenuti, come si svolgono e
come si concluderanno, ti vergogneresti semplicemente di averle scritte e dirette a me. Nel nostro gesto tu non hai visto che latto plebeo. Con ben altra
nobilt il nostro gesto stato interpretato e commentato da persone la cui
levatura politica pu ben dirsi superiore alla tua6. E in unaltra, replicando
297

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

alle critiche del segretario confederale, affermava: Accuse che si compendiamo nella tua assenza ingiustificata dallItalia e nellaver organizzato
senza autorizzazione un ufficio allestero senza nessuna pratica utilit.
Le critiche di Buozzi riguardavano il manifesto costitutivo dellAssociazione Problemi del Lavoro e Colombino replicava: Tu ti sei
creato un bersaglio artificiale, ti sei creato un manifesto di comodo, delle
dichiarazioni politiche che esistono soltanto nella tua fantasia, e poi gi a
palle infuocate come un Don Chisciotte in miniatura. Tu abusi di unarma
polemica che il tempo ritorcer contro di te7. evidente che il tempo ha
prodotto ben altri effetti visto che il Regime si manifest per quel che effettivamente era e che quella Associazione di Studio non riusc ad avere
alcun effetto concreto sullevoluzione del sindacalismo fascista che rimase
sempre uno strumento nelle mani del sistema. Le certezze di Colombino
erano in quel momento, la conseguenza di una coscienza inquieta, che doveva fare i conti con scelte che non avevano nulla a che vedere con il passato collettivo e, soprattutto, personale, che ne erano, anzi, laperta smentita.
E, allora, andava allattacco: I dirigenti responsabili che sono rimasti al loro posto han creduto bene di tagliar netto col passato, e ne
avranno avuto le loro brave ragioni. Ma di questo scrivi ai responsabili,
non a me, i quali ti accusano di aver trasportato senza autorizzazione lorganizzazione per mantenerti il posto (Parole e musica non di Colombino)8.
Le contraddizioni sono evidenti. Da un lato Maglione riconosceva che nelle
mani di Buozzi si concentravano tutti i poteri pertanto poteva senza autorizzazione, portare allestero la sede della CGdL anche perch ormai da
mesi, soprattutto dopo il discorso di Mussolini alla Camera, si discuteva
allinterno dellorganizzazione sul futuro. Buozzi stesso era stato eletto per
salvare il salvabile in una situazione disperata (e con i vertici della Confederazione, a cominciare da DAragona, costretto a mollare la poltrona manifestando disponibilit inquietanti nei confronti del Regime). Dallaltro
lato, che la scelta del segretario non fosse un fulmine a ciel sereno (e non
fosse frutto di una scelta individuale, per salvare il posto) veniva confermato dal fatto che mentre da un lato si provvedeva a chiudere in Italia il
giornale Battaglie Sindacali, dallaltro, dallaprile del 1926, si apriva a
Parigi lOperaio Italiano. E tutto questo mentre, dallaltra parte si costituiva lAssociazione di Studio e Il Lavoro si trasformava ne Il Lavoro
298

IL NO AL DUCE

fascista diventando un pezzo di quella nuova Italia che Colombino evocava in conclusione della sua lettera: E ora una parola di consiglio, se
permesso. Tutto al mondo cambia. Cambiano le situazioni nel nostro Paese.
Cercare di essere pi sereni e rallentare, nel vostro interesse e nellinteresse
dellItalia, quelle vostre campagne che non possono produrre alcun effetto
che un inasprimento allinterno. I profughi che combattono lo straniero
accampato in Patria hanno avuto sempre ragione. I profughi che combattono contro il proprio paese in gestazione politica hanno avuto sempre
torto. La Rivoluzione francese e la Rivoluzione Russa insegnano. Noi, comunque si voglia giudicare il passato, siamo al punto della ricostruzione
politica del Paese. A questo lavoro dobbiamo cooperare perch solo a ricostruzione politica compiuta andremo verso la nuova democrazia e verso
la Libert!9. Colombino mor a Roma nel 1933: la sorte gli ha impedito
di prendere atto dellinfondatezza delle sue ragioni e, soprattutto, degli errori marchiani contenuti nelle sue profezie; lItalia avrebbe conosciuto solo
un disperato e tetro futuro di guerra.

12.1 Latto daccusa contro i traditori

Ma la comunicazione era decisiva, ai fini politico-sindacali, anche


a quellepoca e lintensa attivit pubblicistica italiana finiva per dare limmagine allestero di una Confederazione ormai rottamata, per usare un
termine allora sconosciuto ma oggi molto di moda; una storia finita in archivio per il trionfo, anche su questo fronte, del Regime, che aveva normalizzato tutto e tutti. E cos il 28 maggio del 1927, Bruno Buozzi prendeva
carta e penna e scriveva al Journal de Gnve proprio per spiegare che il
sindacato italiano esisteva, era vivo pur operando nei modi, nelle forme e
nei territori imposti dalla situazione che si era venuta a creare nel nostro
Paese. Al signor direttore, il segretario diceva che la Confederazione
generale del lavoro italiana non ha mai deliberato il proprio scioglimento.
Nel corso di questi ultimi anni essa ha visto sciogliere dalla polizia o distruggere dalla violenza fascista una grande parte delle sue organizzazioni.
Malgrado questo, comunque, essa si era mantenuta in vita, promuovendo
agitazioni in parecchie localit nel segreto, attraverso un metodo di adesione personale diretto che sostituiva le adesioni da parte di gruppi ufficialmente costituiti. Ogni tentativo di riorganizzazione stato sistematicamente
299

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

impedito in maniera continua ed appena conosciuta10.


E ai cospiratori italiani che parlavano di un non autorizzato trasferimento a Parigi, Buozzi rispondeva: Il comitato della CGdL prese allora atto dellassoluta impossibilit di funzionare pubblicamente in Italia.
Con i pieni poteri regolarmente, e a pi riprese, accordati dal Consiglio
Direttivo, questo comitato si trasfer allestero. Poi sottolineava, dati di
fatto alla mano, perch lo scioglimento deciso dai sette era illegittimo:
vero che nel corso di una riunione che ebbe luogo a Milano il 4 gennaio
1927 venne presa una deliberazione che si cerca di far passare per una decisione di scioglimento della CGdL. A questa riunione necessario rimarcarlo non partecipavano che sei dei quindici membri che formavano
il Consiglio Direttivo11. Non solo: Il manifesto di quasi adesione al fascismo che fu pubblicato nei primi giorni di febbraio era infatti firmato
solo da sette persone. Tra queste due soltanto (Maglione e Reina) facevano
effettivamente parte della CGdL. Gli altri erano gi da tempo al di fuori
del movimento sindacale, qualcuno gi da qualche anno. Azimonti nel
commercio del carbone; Colombino ha una rappresentanza di articoli tecnici e di lime; Calda amministratore di giornali; Rigola fa il giornalista
ed infine DAragona intermediario nellacquisto e nella vendita di immobili. La maggioranza del Consiglio Direttivo della CGdL non si dunque affatto riunita. Se essa non ha partecipato alla riunione tenuta a
Milano il 4 gennaio, perch in parte essa era allestero, confinata oppure
deportata, e questo ve lo posso assicurare non certamente a causa della
propria volont12. I motivi che rendevano illegittimi le decisioni assunte
in Italia, Buozzi li aveva spiegati anche nelle lettere personali inviate ai
sette. Soprattutto aveva sottolineato ai cinque in questione che loro, con
lattivit sindacale, non avevano pi nulla a che spartire visto che erano
impegnati su altri fronti professionali, suscitando la reazione stizzita di Colombino (Ti ringrazio della concessione che mi fai di poter, malgrado
commerciante, occuparmi di politica. Per non mi concedi ancora il diritto
di occuparmi di sindacalismo. Ma io rivendico anche questo diritto come
lavevano Baldesi, Simonini, Dugoni13).
La scontro, tra i due versanti delle Alpi, continu addirittura sino
alla seconda met degli anni Trenta. Riesplose quando il 1 marzo del 1936,
la rivista I Problemi del Lavoro nuovamente attacc Bruno Buozzi con300

IL NO AL DUCE

siderandolo lautore di un articolo (anonimo) apparso su lOperaio Italiano nel gennaio precedente. Il segretario confederale, a quel punto, riprese carta e penna e scrisse una lettera aperta che cominciava in maniera
estremamente diretta: Quel vecchio confederale che avete creduto di identificare nella mia persona non intende mostrare la faccia per lovvia ragione che non vuole correre lalea del domicilio coatto per far piacere a
voi14. Qualcosa stava cambiando nel consenso che il regime era riuscito
comunque a costruirsi attorno. In Europa si respirava unaria, anche a causa

La Milizia Postelegrafonica ha intercettato la lettera di Buozzi a Villani


La Prefettura ne d comunicazione al Ministero dellInterno il 29 maggio 1929

301

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

del nazismo e delle ambizioni di potenza della Germania, di nuovo pesante.


I cospiratori che avevano pensato di evitare il peggio chiudendo bottega,
dai fatti cominciavano a essere smentiti. E Bruno Buozzi attaccava: Voi
avete sulla coscienza un peccato dorigine del quale non riuscirete facilmente a farvi assolvere. Nel gennaio del 1927, nella dichiarazione costitutiva del vostro Centro, voi rinunciaste a combattere il regime fascista con
la pietosa motivazione che esso era una realt... non fu n una manifestazione di coraggio, n una manifestazione di solidariet verso coloro che per
seguire i vostri incitamenti di pochi giorni avanti venivano perseguitati.
La lettera aperta, pubblicata su lOperaio Italiano, era preceduta da
un cappello nel quale venivano riprodotte alcune dichiarazione rilasciate
dai cospiratori dellAssociazione di studi prima, per di abbracciare la
causa del corporativismo. In particolare: una frase di Maglione estrapolata
da un articolo apparso su Battaglie Sindacali dellottobre del 1926
(Quanto a noi, non intendendo rinunciare a nessuno dei nostri attributi
ideali, chiarissimo quale debba essere il nostro compito: tener fede alla
nostra bandiera e far cuore a quelli che resistono e si battono); due affermazioni di Rinaldo Rigola apparse su lOperaio Italiano il 27 novembre
1926 (Non abbiamo mai approvato e non approveremo mai la legge sindacale fascista) e nel dicembre successivo (Al proletariato si dato il
fumo del sindacato giuridico, prodotto con lincendio delle sue libere istituzioni di classe. La classe operaia non parla pi. La parola riservata ai
ben pasciuti funzionari della burocrazia sindacale. Agli operai per permesso di applaudire). Ricordi editoriali che inducevano Buozzi ad aggiungere: Da nove anni voi, che amate ancora chiamarvi socialisti
girate attorno al fenomeno fascista senza osare toccarlo nella sua sostanza
ferocemente anti-socialista, e vi limitate a reclamare pacatamente come
direbbe il vostro Maglione la democratizzazione del sindacalismo fascista, credendo o fingendo di credere, e contribuendo a far credere, che un
regime di dittatura che si vanta di avere distrutto la libert e la democrazia
e che ha creato un suo movimento sindacale coatto sulle rovine del sindacalismo libero, possa concedere cosa che ripugna alla sua natura15.
Questioni politiche e questioni personali. E le seconde si collegavano allaccusa che nei giorni immediatamente successivi alla delibera di
scioglimento, strumentalmente, era stata lanciata contro Buozzi: labban302

IL NO AL DUCE

dono non autorizzato del posto di comando in Italia. E il segretario a quel


punto svelava con una certa generosit, dettagli che erano stati, evidentemente, nascosti. Scriveva: In quanto al mio esilio consigliato, approvato
e condiviso da scansa-responsabilit dello stampo di Filippo Turati, Claudio Treves, Emanuele Modigliani, Nullo Baldini, Pietro Nenni, Giovanni
Bensi, Felice Quaglino, Giuseppe Sardelli e tanti altri vogliate prendere
atto che esso fu incoraggiato, e quindi approvato anche dal vostro direttore.
Esistono due lettere inviate a Parigi il 18 e 8 dicembre del 1926, nelle quali
Rinaldo Rigola scriveva che data la irrespirabile atmosfera creata dagli
ultimi provvedimenti si imponeva il trasferimento dellinsegna (Confederazione del Lavoro) allestero. I pochi uomini che sono ancora qui dovranno cercarsi una occupazione qualunque o emigrare: e fra gli uomini
che restano, concludeva melanconicamente il vostro direttore,, ci sono io
che mi trovo nella condizione di non poter cambiar mestiere, n di muovermi. Cio a dire che, se avesse potuto, Rinaldo Rigola sarebbe venuto
a raggiungerci a Parigi, a metter in salvo quellinsegna che io e altri amici
siamo orgogliosi di aver messo in salvo16.
Lo scisma milanese doveva fornire al sindacalismo fascista una copertura, una indiretta legittimazione. Ma la scarsa credibilit dei sette che firmarono la delibera di scioglimento, imped alloperazione di essere coronata
da successo (anche relativo). Mussolini, per, accarezzava sempre lidea di
normalizzare in qualche maniera la galassia sindacale, renderla pi efficiente dal punto di vista della raccolta del consenso (a suo favore) tra i lavoratori. Ma perch questo obiettivo fosse raggiunto, aveva bisogno di esibire,
quasi a mo di trofeo, il ripensamento di un leader credibile delle precedenti
organizzazioni che, comunque, continuavano ad avere nei luoghi di lavoro,
sebbene silenziosamente, ancora un discreto seguito. Luomo giusto, dal
punto di vista del duce era Bruno Buozzi. E cos agli inizi del 1929 cerc
di aprire un canale di dialogo per riportarlo in Italia, semmai per offrirgli il
posto di ministro delle corporazioni. In quel momento lui era impegnato in
un suo personalissimo processo di pacificazione del Paese. Pi che altro,
un progetto di ulteriore annichilimento delle libert e di definitivo abbandono
del sistema parlamentare che era stato gi abbondantemente svuotato.
Da un lato puntava a limitare le libert, dallaltro ad ampliare il consenso dopo aver superato la crisi-Matteotti. Il versante economico-sociale
303

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

era decisivo: occorreva dare un contenuto al sistema corporativo, a questo


nuovo paradiso in terra. In un momento, per giunta, di crisi globale. Nel
1928, il 29 aprile, Mussolini aveva fatto confluire a Roma, al Colosseo, gli
operai milanesi per una grande adunata e li aveva arringati: Ci che rende
eloquente e suggestiva la vostra manifestazione il carattere cristallino,
documentabile della sua assoluta spontaneit. Nessuna convocazione comandata, nessuna precettazione, dunque. Proseguiva: Dopo quasi sei anni
di regime io affermo, con piena coscienza che nessun regime del mondo
andato incontro alle masse operaie con la fraternit piena e profonda del
regime fascista... Chi testimonio immediato della mia fatica sa che non
ho che una passione: quella di assicurarvi del lavoro, di aumentare il vostro
benessere e di elevarvi moralmente e spiritualmente. Sapeva bene, il
duce, che la macchina non era poi cos perfetta e le imperfezioni sarebbero emerse in maniera pi evidente dopo il crollo di Wall Street. Realizzazioni parziali da un lato, retorica dallaltro. Come quella che spandeva
cinque anni dopo, il 14 novembre del 1933, a piene mani nel corso del Consiglio nazionale delle corporazioni: Oggi possiamo affermare che il modo
di produzione capitalistico superato e con esso la teoria del liberalismo
economico che lha illustrato e apologizzato. Si chiedeva, davanti a quella
platea, se lItalia era da considerarsi ancora un paese capitalistico. E la sua
risposta era inevitabilmente contraddittoria: Se per capitalismo si intende
quellinsieme di usi, di costumi, di progressi tecnici ormai comuni a tutte
le nazioni, si pu dire che lItalia capitalista. Ma se noi andiamo addentro
alle cose... noi abbiamo allora i dati del problema che ci permettono di
dire che lItalia non una nazione capitalistica nel senso ormai corrente
di questa parola. Mussolini era insomma convinto che il sistema corporativo era ormai nato. Affermava: La corporazione fatta in vista dello
sviluppo della ricchezza, della potenza politica e del benessere del popolo
italiano. Questi tre elementi sono condizionati tra loro. La forza politica
crea la ricchezza e la ricchezza ingagliardisce a sua volta lazione politica...
Il corporativismo leconomia disciplinata e quindi controllata, perch non
si pu pensare a una disciplina che non abbia un controllo. Il corporativismo supera il socialismo e il liberalismo, crea una nuova sintesi. Per ottenere questa sintesi e, soprattutto, il controllo, lui ci si era messo di buzzo
buono a cavallo tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta.
304

IL NO AL DUCE

12.2 Carissimo Villani, Platone diceva...

Nel 1928 aveva provveduto a modificare ulteriormente la legge elettorale facendole assumere un carattere puramente plebiscitario-confermativo.
La scelta degli elettori, che lessenza di una consultazione democratica, era
stata totalmente abolita. Le organizzazioni dei lavoratori e degli industriali
sottoponevano un elenco di nomi al Gran Consiglio che li filtrava e li inseriva
in un listone. Agli elettori venivano consegnate due schede, una che approvava la lista dei candidati e li mandava alla Camera (la domanda posta era
semplicissima, come la risposta daltronde: Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?), laltra che, teoricamente, disapprovava e li lasciava a casa. Non solo. Per essere sicuro dei
risultati del suo lavoro, Mussolini restrinse anche larea del suffragio che
non aveva pi nulla di universale visto che potevano partecipare solo i maschi
iscritti a un sindacato, a una associazione di categoria, al partito, i militari e
i religiosi. Risultato: gli aventi diritto al voto scesero da 12,1 milioni a 9,5.
Laffluenza alle urne il 24 marzo 1929 fu, ovviamente oceanica, al pari del
consenso certificato con la scheda di conferma (che significativamente era
rossa, bianca e verde; laltra soltanto, quasi tristemente, bianca). Otto milioni
e mezzo di italiani, cio il 98,3 per cento dei votanti, disse che quelli scelti

LItalia ha una nuova legge elettorale: ecco la scheda tricolore del plebiscito
con la quale si confermano semplicemente le scelte compiute dal Gran Consiglio

305

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dal Gran Consiglio erano i migliori deputati che il Paese potesse desiderare
e, pertanto, potevano andare a occupare gli scranni parlamentari. Solo l1,6
per cento (135.773) non li ritenne degni. Sullaffidabilit delle cifre corrono
molti dubbi perch probabilmente i votanti non furono quelli dichiarati (non
aveva alcun senso mettere una croce su un foglio di carta) e i contrari molto
probabilmente furono creati ad arte, cos, per dare limpressione che in Italia
esistesse ancora un barlume di libert.
Prima che questa triste e insignificante liturgia avesse luogo, Antonio Buozzi, il fratello di Bruno, part alla volta di Parigi (venne contattato
il 4 febbraio e l11 prese il treno per la Francia dopo aver rapidamente ottenuto il passaporto). Antonio era anche lui socialista e anche lui militante
sindacale. A muoversi fu personalmente Mussolini che pieg anche le resistenze di Rossoni che non amava particolarmente il segretario della
CGdL. Non solo, lo obblig anche a un viaggio a Torino per convincere il
fratello di Buozzi a partecipare a questa missione. Il messaggio era
chiaro: per Bruno le porte dellItalia erano aperte. Nelloperazione erano
coinvolti anche il ministro dellinterno Michele Bianchi, Ezio Villani, ex
ispettore della CGdL e Romualdo Rossi, amico di Villani ma soprattutto di
Bianchi. La risposta del leader sindacale fu ovviamente negativa anche perch a una sola condizione lui avrebbe potuto prendere in considerazione il
ritorno nel suo Paese: la restituzione agli italiani delle libert politiche e
sindacali, ipotesi che non albergava certo nella mente delduce. Fu sempre
Antonio a riferire direttamente al capo del fascismo la risposta. Ma era evidente che bisognava squarciare il velo di segretezza che avvolgeva quella
strana trattativa anche per evitare strumentali interpretazioni e per non lasciare dubbi tra i lavoratori. Solo che non si poteva dare pubblicit alla vicenda mettendo in difficolt Antonio. La soluzione fu semplice: una lettera
di Buozzi a Ezio Villani, risposta che poi sarebbe stata veicolata sugli organi
di informazione, con prudenza e discrezione. Anche Villani era convinto
che la cosa si potesse fare e aveva fatto pervenire a Buozzi qualche messaggio in tal senso. Ma se le porte dellItalia erano aperte, quelle di Buozzi
nei confronti del fascismo erano chiuse.
E a Villani lo spiegava sin dalle prime righe dicendo che gli rispondeva solo per due ragioni: Perch la stima che ho di te e la nobilt con
cui redatta la tua lettera meritano particolare riguardo; perch desidero
306

IL NO AL DUCE

riassumerti e non soltanto per te il mio preciso pensiero sulla situazione


italiana17. Di qui in poi la chiusura diventava netta: Tu sai che io non ho
mai creduto alla possibilit di una pacificazione e tanto meno di una collaborazione... fra fascismo e antifascismo. Il fascismo totalitario per definizione; forse per ragioni di vita, certo in gran parte per il temperamento
del suo capo, che io credo di conoscere bene. Dai galantuomini, Mussolini
sempre stato disposto ad accettare la collaborazione a condizione che si
rassegnassero a dargliela servilmente... Perci immediatamente dopo la
marcia su Roma pronunciai alla Camera dei Deputati un discorso (la riscossa plutocratica) rigidamente antifascista. Perci nel 1923 nei noti
colloqui avuti da alcuni dirigenti confederali con alcuni emissari di Mussolini, e poi con Mussolini, sostenni che, se si voleva pacificare lItalia,
non cera che una via da scegliere: ridare ad essa la libert e por fine ad
ogni violenza18. La lettera forse il compendio pi chiaro del pensiero di
Buozzi sul fascismo, in qualche misura latto politico pi significativo della
carriera di parlamentare (in quel momento ex), proprio perch giocato tutto
sul versante dei valori ideali pi che su quelli sindacali. La missiva esprime
al meglio cosa fosse, in quegli anni il riformismo e cosa debba essere ancora
oggi. Certo non la disponibilit al compromesso. Il gradualismo non laccettazione di qualsiasi scorciatoia. Al contrario, proprio perch si tratta di
un processo lento e complesso, obbliga a un tasso maggiore di coerenza e
intransigenza, nelluso dei mezzi e nel raggiungimento dei fini. Per molti
aspetti la lettera di Buozzi la continuazione dellintervento alla Camera
di Giacomo Matteotti, laffermazione dellassoluta incompatibilit tra riformismo e metodi anti-democratici, il rifiuto della violenza come strumento di ampliamento (forzato) del consenso, la riaffermazione dei
principi parlamentari come unica garanzia per un corretto svolgersi della
vita associata.
Continuava incalzando: Fin dallepoca della marcia su Roma, mi
convinsi che il fascismo non avrebbe potuto tollerare lesistenza di organizzazioni politiche e sindacali che non fossero interamente sue o servissero
ai suoi fini... Il fascismo ha eliminato ogni opposizione ed ha in pugno tutto;
ma questo tutto per il modo con cui stato conquistato, evidente che rappresenta la sua intima debolezza19. Villani era favorevole a un rientro di
Buozzi perch era convinto (una idea diffusa tra i riformisti) che il ritorno
307

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

di figure carismatiche avrebbe favorito una normalizzazione in senso pi


democratico del Paese. Non era, per, una opinione condivisa dal segretario
confederale: Il problema della sistemazione del nostro Paese supera di gran
lunga la mia persona, cos come supera la persona di Turati (Filippo) o di
altri pi eminenti di lui e pi di lui nel cuore degli italiani, se ve ne fossero20.
Tornare, seppur, gradualmente alla democrazia, significava avviare negoziati tra le parti ma, sottolineava Buozzi, le trattative di carattere politico

Su lOperaio Italiano Buozzi d conto della sua risposta a Mussolini

308

IL NO AL DUCE

sono possibili solo tra forze che hanno la stessa possibilit di manifestarsi
liberamente, e non quando una di essa in completa bala dellaltra. Trattative di carattere politico sono possibili solo fra due forze che, in caso di
mancato accordo, possono riprendere ciascuna la propria libert senza che
una di essa possa essere ridotta al pi umiliante silenzio dallaltra. Quando
insomma c una forza che pu concedere e togliere a sua libido, e quando
in caso di conflitto, una di tali forze pu essere relegata in carcere o al domicilio coatto senza che abbia neppure la possibilit di far conoscere la pi
minima delle sue proteste, le trattative sono peggio che una irrisione21. Allamico, Buozzi impartisce una piccola lezione di dinamica democratica:
in un sistema che sia veramente tale, il confronto tra pari, non mai sbilanciato in un verso piuttosto che in un altro, perch solo tra pari le scelte
non sono strumentali o, peggio ancora, obbligate. la sintassi della democrazia, spiega, il segretario confederale. Che poi passa ad analizzare la questione sul versante della dignit personale e della fedelt ai valori.
Diceva: Ammesso pure e non concesso che si accettassero delle
trattative, e che il governo fascista, veramente compreso della necessit di
una sistemazione, facesse le pi larghe concessioni, intuitivo che queste,
per il sol fatto di essere state discusse e concesse ad hominem perderebbero
a priori qualsiasi efficacia. pure intuitivo che chiunque ottenesse per s
ci che viene rifiutato ad altri, finirebbe, per questo solo fatto, per perdere
inesorabilmente e giustamente il prestigio che gode. Guarda cosa accaduto al gruppo Rigola. Anzich chiedere, nel modo strettamente burocratico
voluto dalla legge, il consenso di costituire la sua associazione e di pubblicare la sua rivista, ha voluto trattare e patteggiare ed ha finito per essere
considerato fascista o fiancheggiatore del fascismo e per svalutato prima
ancora di iniziare la sua opera. Daltro canto, io mi sentirei il pi spregevole degli italiani se, nella mia qualit di Segretario della Confederazione,
pi ancora che di antifascista, discutessi ed ottenessi per me una libert
che non concessa agli altri italiani. Io non ammetto, dunque, neppure in
ipotesi, trattative personali e concessioni ad hominem. Per me, al fascismo,
non ho nulla da chiedere. La nostalgia della patria tortura lanimo mio e
quello di molti altri, ma il problema ripeto supera la persone. Luomo
dabbene diceva Platone per quanto maltrattato dalla Patria, conserva
eternamente nel cuore un interesse per lei e cerca le occasioni di riconci309

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

liarsi con essa e di servirla. Ma nelle condizioni attuali credo profondamente di servirla meglio qui, piuttosto che a Roma o a Torino per graziosa
concessione del fascismo22.
Infine, il giudizio morale e storico prima ancora che politico, sul fascismo, un giudizio che ha il sapore di una profezia (che non vale solo per
qualche mente malata o qualche revisionista daccatto): Io considero sempre il regime fascista come un regime anacronistico per i nostri tempi, e
penso che verr forse un giorno in cui nessuno oser assumere le sue difese.
Esso almeno per me un castello costruito sulla sabbia, un colosso dai
piedi dargilla. Potr resistere dei decenni, ma se non si trasformer profondamente, croller quando meno il mondo se laspetta23. La conclusione
una condanna senza appello, formulata molto prima che la storia ne scrivesse le motivazioni: Fino a quando ci saranno leggi eccezionali, fino a
quando ci sar il Tribunale speciale, fino a quando ci sar il domicilio coatto, fino a quando non ci sar libert di stampa, di riunione e di parola,
follia pensare ad una qualsiasi sistemazione che non sia basata sulla
forza(24).

310

IL NO AL DUCE
1

Benito Mussolini, dal discorso alla Camera del 3 gennaio 1925


Emilio Gentile: Cos lantifascismo sottovalut il pericolo, in la Repubblica, 4 gennaio 2005
3
Figlia di Edward Gibson, barone di Ashbourne e Lord Cancelliere dIrlanda, spar contro il duce alluscita dal Campidoglio il 7 aprile del 1926; lo fer di striscio al naso
4
Gino Castagno: Bruno Buozzi, ristampa delle Edizioni Avanti! 1955, pag. 90
2

Gino Castagno, Ivi


Lettera di Emilio Colombino a Bruno Buozzi del 15 febbraio 1927 in Gino Castagno:
Bruno Buozzi ristampa Edizioni Avanti! 1955, pag. 101
7
Lettera di Emilio Colombino a Bruno Buozzi in Gino Castagno, Ivi
8
Lettera di Emilio Colombino a Bruno Buozzi in Gino Castagno, Ibidem pag. 105
9
Lettera di Emilio Colombino a Bruno Buozzi, in Gino Castagno, Ibidem pag. 106
10
Lettera di Bruno Buozzi al Journal de Gnve del 28 maggio 1927 in Aldo Forbice (a
cura di): Riformismo e sindacato. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 218
11
Lettera di Bruno Buozzi al Journal de Gnve del 28 maggio 1927, in Aldo Forbice, Ivi
12
Lettera di Bruno Buozzi al Journal de Gnve del 28 maggio 1927, in Aldo Forbice, Ivi
13
Lettera di Emilio Colombino a Bruno Buozzi, in Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa delle Edizioni Avanti! 1955, pag. 105
14
Bruno Buozzi: Risposta ai capitolardi de I problemi del lavoro lOperaio Italiano
12 marzo 1936, in Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti
inediti, a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pagg. 115-6
15
Bruno Buozzi: Risposta ai capitolardi de I problemi del lavoro lOperaio Italiamo
12 marzo 1936, in Giorgio Benvenuto, Ivi
16
Bruno Buozzi: risposta ai capitolardi de I problemi del lavoro, lOperaio Italiano
12 marzo 1936, in Giorgio Benvenuto, Ididem pag. 117
17
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, 26 febbraio 1929 in Bruno Buozzi: Scritti dallesilio,
Opere Nuove 1958 pag. 15
18
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, Ivi
19
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, Ibidem pag. 16
20
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, Ivi
21
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, Ivi
22
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, Ibidem pagg. 17-8
23
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, Ibidem pag. 19
24
Bruno Buozzi: Lettera a Villani, Ibidem pag. 21
6

311

Il dirigente deve spingere e trascinare le masse


verso sempre maggiori conquiste
ma non correre troppo e perderle per strada

Lautonomia sindacale

Buozzi sorridente insieme a Pietro Nenni in un caff parigino. In primo piano


la figlia pi giovane, Iole che avrebbe sposato il giornalista e dirigente socialista
Gilles Martinet diventato negli anni Ottanta ambasciatore di Francia a Roma

Ha scritto Piero Boni: Buozzi ha sempre avuto chiara e lucida


percezione, talvolta istintiva, di questo primario elemento della natura del
sindacato. Senza autonomia non pu esserci vera organizzazione; un sindacato che non sia derivazione consapevole, e talvolta sofferta, di questa
maturazione collettiva che la fabbrica rende concreta e tangibile non pu
andare lontano e non pu costruire su basi solide1. Che questo sia (che
sia stato e che sar) il nervo pi sensibile del sindacato e di ogni sindacalista
che si rispetti, un dato di fatto. E la citazione di Piero Boni appare, sotto
molti aspetti, dovuta. Affinit elettive (non a caso, allinterno della Cgil
stato uno degli studiosi del leader ammazzato a La Storta): un pezzo di carriera in Fiom, la medesima origine territoriale (lEmilia); soprattutto una
idea del lavoro sindacale che si trasformava in una scelta di vita. Buozzi
per tre legislature (in anni terribili) si accomod su uno scranno parlamentare ma al di l di alcuni interventi di un certo rilievo (in particolare quello
contro la concessione dei pieni poteri a Mussolini), il suo interesse per lattivit politica fu sempre piuttosto tiepido. Si sentiva sindacalista e faticava
a interpretare un altro ruolo, differenza non di poco conto rispetto a taluni
personaggi della vita pubblica di questi anni e di questi decenni che si sentono pronti a tutto e sono disponibili per tutto, ricchi di ambizioni e, il pi
delle volte, poveri di talento.
Boni, al pari di Buozzi, si sentiva sindacalista e si identificava cos
tanto con quel ruolo che rifiut persino una candidatura (in un collegio
molto pi che sicuro) in Parlamento (un tempo cose del genere accadevano
anche). inevitabile, allora che chi non ritiene il sindacato una fase di passaggio della propria vita, chi gli attribuisce i caratteri quasi di una vera e
propria missione, chi non lo considera la prole di un dio minore della politica, si pone il problema del rapporto con le controparti (dove per contro315

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

parti non si intendono solo i datori di lavoro) o, se vogliamo, con i poteri.


Lautonomia ha tante sfaccettature e quella che riguarda il partito (o i partiti)
di riferimento solo la pi visibile, quella pi enfatizzata ma non per questo
lunica, quella che assorbe in s tutta lannosa questione. E, allora, il quesito
diventa: in che maniera Bruno Buozzi si poneva davanti al problema dellautonomia? Come lo risolveva? Che non fosse un ideologo, nel tempo, lo
hanno detto tutti coloro che lo hanno studiato. Buozzi era un uomo concreto,
una concretezza che gli derivava da una vita complicata, irta di difficolt materiali, che lo aveva obbligato a fare gi da bambino i conti con il problema
non aggirabile del pranzo e della cena. E fu proprio questa origine una delle
ragioni del suo successo e, soprattutto, della popolarit tra masse lavoratrici
che, quando lui arriv al vertice della Fiom, guardavano il sindacato con una
certa diffidenza e i dirigenti anche con astio, in parte alimentato dalla predicazione dei sindacalisti rivoluzionari e in parte dai comportamenti poco commendevoli dei precedenti leader. Era apprezzato e anche amato perch era
uno di quegli operai di officina che si spaccavano la schiena per paghe non
esaltanti, in condizioni di lavoro difficili e il pi delle volte decisamente insalubri. Era, insomma, figlio della classe non il burocrate calato dallalto
che riusciva a stento a riconoscere la differenza tra un perno e una boccola.
Non era un ideologo, non faceva lezioni di dottrina, le sue relazioni ai
congressi erano imperniate sui fatti: le vertenze organizzate, le battaglie offensive e quelle difensive, le ore di sciopero utilizzate, i benefici ottenuti.
Pochi voli pindarici ma lessenza di una battaglia collettiva che avrebbe portato, nel tempo, al socialismo, ma che nellimmediato garantiva benefici a
volte dal sapore rivoluzionario, almeno per quei tempi (pensiamo alla conquista delle otto ore subito dopo la prima guerra mondiale). Le troppe parole
della vita parlamentare, ancorch forbite non lo interessavano molto.
Sono poche le tracce che ha lasciato (anche perch molte delle sue
carte sono andate perdute) nel cortile della cosiddetta politica alta. Altri,
tra i riformisti, si occupavano di queste cose: Turati, in primo luogo, Treves,
Prampolini, Matteotti. Ognuno con il suo stile. Lui preferiva arare il terreno
preferito, quello sindacale perch intuiva che nellattesa che il sol dellavvenire sorgesse, si poteva sempre utilizzare il tempo per trovare soluzioni
concrete che intercettassero in anticipo qualche raggio di quel sole. Sapeva,
insomma, trovare le soluzioni pratiche, da vero aggiustatore meccanico:
316

L A U T O N O M I A S I N D A C A L E

con un cacciavite rimetteva a posto un motore. Come i sindacalisti che son


venuti dopo si ritrov a fare i conti col concetto di autonomia. Che va declinato in una molteplicit di maniere. Lautonomia, ovviamente, dagli imprenditori, concetto di banalissima evidenza, anche se poi i rischi di una
contiguit malsana possono essere sempre dietro langolo (come dire, fa
parte delle umane debolezze a cui non tutti contrappongono coerenza e
forza danimo). Autonomia dai poteri dello Stato perch, fermo restando
che lelemento essenziale per tutti la libert, evidente che non ci possono
essere complicit o invasioni di campo. Autonomia dai governi che anche
nel momento in cui possono mostrare attenzione nei confronti delle politiche sostenute dalle organizzazioni dei lavoratori, non devono trasformarsi
in entit con cui andare a braccetto pena anche la perdita di credibilit. E,
ovviamente, il problema dei problemi: lautonomia dai partiti. Da tutti,
anche da quelli di riferimento
Perch su questo versante si ripropone un dilemma come quello che
riguarda luovo e la gallina, quale dei due sia nato prima: pi importante
il partito (che ha come riferimento la classe lavoratrice) o il sindacato? il
momento politico che deve avere la prevalenza su quello economico? La
questione Buozzi se la ritrov drammaticamente tra i piedi in occasione
delloccupazione delle fabbriche quando, sotto il tiro incrociato degli Ordinovisti guidati da Gramsci, dei massimalisti e dei lavoratori delusi, venne
messo sotto accusa (anche da Lenin) per non aver prodotto lultima pressione sul pedale dellacceleratore della rivoluzione. Per gran parte della sua
carriera sindacale Buozzi ritenne di risolvere il problema facendo riferimento alle decisioni assunte nel congresso di Stoccarda della II Internazionale (1907), cio una divisione dei terreni dazione: ai partiti la politica,
quindi le iniziative, la propaganda, le scelte parlamentari, lazione eventualmente rivoluzionaria; al sindacato leconomia, le lotte di resistenza in
fabbrica, le rivendicazioni, la definizione dei memoriali, i concordati, gli
scioperi, almeno sino a quando si limitavano al momento strettamente economico. Una distinzione che aveva retto, senza particolari contestazioni,
sino al 1920. Poi arriv loccupazione delle fabbriche.
Di fatto contemporaneamente alloffensiva che Gramsci sferrava
sul versante dei Consigli di Fabbrica, considerandoli non semplicemente
come canali di nuova democrazia sui luoghi di lavoro, ma come veri e pro317

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

pri strumenti rivoluzionari, quindi schiettamente politici. Scriveva il giovane intellettuale comunista: Se i funzionari dellorganizzazione sindacale
considerano la legalit industriale come un compromesso necessario ma
non perpetuamente, se essi rivolgono tutti i mezzi di cui il sindacato pu
disporre per migliorare i rapporti di forza in senso favorevole alla classe
operaia, se essi svolgono tutto il lavoro di preparazione spirituale e materiale necessario perch la classe operaia possa in un momento determinato
iniziare unoffensiva vittoriosa contro il capitale e sottometterlo alla sua
legge, allora il sindacato uno strumento rivoluzionario, allora la disciplina sindacale, per quanto rivolta a far rispettare dagli operai la legalit
industriale, la disciplina rivoluzionaria. I rapporti che devono intercorre
tra sindacato e Consiglio di Fabbrica debbono essere considerati da questo
punto di vista: dal giudizio che si d sulla natura e il valore della legalit
industriale. Il Consiglio la negazione della legalit industriale, tende ad
annientarla in ogni istante, tende incessantemente a condurre la classe
operaia alla conquista del potere industriale, a far diventare la classe operaia la fonte del potere industriale... Il Consiglio tende, per la sua spontaneit rivoluzionaria, a scatenare in ogni momento la guerra delle classi2.
Una interpretazione delle rappresentanze che certo non poteva essere apprezzata da Buozzi (non a caso, il leader della Fiom assecond molto
parzialmente le spinte che venivano dal gruppo torinese raccolto intorno
allOrdine Nuovo, non avendo particolare fiducia in quelle strutture e,
soprattutto, delluso che ne veniva ipotizzato). In un simile contesto, lidea
di autonomia, evidentemente, svaniva: il Consiglio di Fabbrica diventava
motore della rivoluzione; quasi scomparivano dalla sua costituzione materiale quelle funzioni che sono tipiche di un sindacato, soprattutto allinterno
dei luoghi di lavoro. Si trattava di una distribuzione di compiti e di prerogative che ricordava altre polemiche, in particolare quella con i sindacalisti
rivoluzionari, polemiche alle quali avevano risposto soprattutto i principali
animatori della Critica Sociale, cio gli ideologi del riformismo. Precedentemente abbiamo parlato della polemica di Turati e Treves con gli autori
della mozione che, nel corso del congresso di fondazione della Federterra,
avevano auspicato la trasformazione delle Camere del Lavoro in luoghi di
stretto rito socialista. Una soluzione poco sostenibile dal punto di vista
dei due esponenti riformisti perch finiva per restringere il campo sociale
318

L A U T O N O M I A S I N D A C A L E

in cui pescare nuovi adepti e perch poteva avere come conseguenza la fuga
dei pi timorosi e dei meno consapevoli. Era il 1901. Quattro anni dopo
Antonio Graziadei chiedeva spazio alla rivista per sostenere che se il Psi
(considerato una aggregazione sociale caratterizzata dalla massiccia presenza di figure borghesi) aveva fede nella classe operaia o, almeno, nei
gruppi pi evoluti di essa, ha lobbligo tanto di volere che quella, o almeno
questi, riescano a sciogliersi dai loro protettori (cio i socialisti, n.d.a.),
quanto di aiutarli sinceramente perch un simile passaggio si compia in
modo pi rapido e sicuro. Una tale emancipazione del resto fatale...
naturale che il movimento operaio, aumentando di coscienza e coincidendo
con una maggiore coscienza e sincerit anche delle altre classi, debba fi-

Un bel disegno giovanile di Bruno Buozzi quando dirigeva la Fiom

319

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

nire per disgregare quellamalgama per rimandare gli avvocati ed i medici


ad occuparsi con maggiore diligenza dei propri clienti e per fare sempre
pi da s. La classe operaia nel fare sempre pi da s sola la propria politica tende necessariamente a darle un contenuto pi economico e ad attribuirle una importanza meno esagerata... Nel suo complesso il partito
socialista appunto perch composto socialmente di elementi troppo disparati tende necessariamente a dare una importanza eccessiva allazione politica e a mettere in secondordine lazione economica.. Il
sindacalismo la classe operaia che si occupa direttamente dei propri interessi, soprattutto dal punto di vista economico3.

13.1 Per unorganizzazione senza confini

Con un articolo che evidentemente rappresentava la linea del giornale (firmato, appunto, Critica Sociale), Turati e Treves replicavano ancora una volta contestando questa idea che avrebbe dovuto indurre il
sindacato ad allargare i propri confini fino a identificarsi col partito e a sostituirsi al partito. Scriveva la rivista: Codesto sindacalismo vero e genuino
e riformista per la pelle si propone (quando sar tempo) questi due obiettivi: 1) emancipare la classe operaia da tutti i partiti, compreso il partito
socialista (due cose dunque, per il Graziadei, affatto distinte tra loro) decomponendo questultimo, togliendogli ogni ragione dessere, cacciando
dal movimento operaio i medici, i professori, gli avvocati, ecc. (ahim sciagurato sindacalismo rivoluzionario se questo dovesse avvenire); 2) rinforzare lazione economica del proletariato rispetto alla sua azione politica e
parlamentare. Orbene tutto questo discorso noi labbiamo gi udito; appartiene ai ricordi della nostra giovinezza... Soltanto, allora tutto ci aveva
un altro nome, si faceva chiamare corporativismo. Le decisioni del congresso di Stoccarda non erano state ancora adottate e la CGdL non era nata
ma ai riformisti lidea di emarginare in una ridotta totalmente proletaria il
movimento andava poco a genio. Continuava la rivista: Un movimento
proletario, barricato gelosamente entro rigide dogane professionali, privato
volontariamente delle disinteressate testimonianze delle forze economiche,
intellettuali e morali, che gli vengono dalle adesioni dei transfughi delle altre
classi, un movimento che si diminuisce e si castra con le proprie mani.
In nome della purezza rivoluzionaria, insomma, non si possono co320

L A U T O N O M I A S I N D A C A L E

struire steccati perch lobiettivo di un movimento non quello di escludere


ma di guadagnare consensi, soprattutto da parte di chi pi lontano, da
parte di chi potrebbe, per questioni di censo, attestarsi su trincee contrapposte. Continuava larticolo: Nessuna rivoluzione sociale riusc mai a
trionfare sin che fu lopera esclusiva di una classe o di un ceto fosse pure
il pi interessato a volerne il trionfo. La forza di una rivoluzione in cammino si misura anzi soprattutto dalle adesioni che strappa alle classi diverse... Lesclusivismo della Blouse nel movimento operaio non dunque
innanzi ai nostri occhi, nellanno duemila, ma dietro, molto dietro, delle
nostre spalle. E comprese il proletariato che assurdo, che infantile addirittura, disgiungere lazione economica dalla azione politica contrapporre movimento operaio a partito socialista... Ma il fenomeno uno... come forza e materia, come forma e sostanza di un fenomeno solo4.
evidente linteresse dei riformisti ad allargare il campo, a guadagnare a una
soluzione gradualista, classi che non sono strutturalmente contigue a quella
proletaria.
Basta questo bisogno di abbattere confini sociali per attribuire a un
partito una particolare sensibilit nel riconoscimento di un ruolo autonomo
da attribuire al sindacato? Evidentemente no. La stessa divisione dei compiti
decisa dalla II Internazionale non garantiva il raggiungimento dellobiettivo.
Un limite sottolineato, ad esempio, da Alceo Riosa per il quale la rigida
separazione delle funzioni... di fatto comportava una supremazia del politico
sulleconomico e, pertanto, del partito sul sindacato5. In sostanza, la vecchia polemica sulla cinghia di trasmissione e su chi coltiva questa idea di
rapporto tra due soggetti che spesso finiscono per pestarsi i piedi. solo comunista questa tentazione egemonica (o strumentale)? Oppure qualche traccia si pu ritrovarla anche nel campo riformista? Certo Turati e Treves
tendono a disegnare dei confini, pur ritenendo il Partito lelemento-guida.
Daltro canto, lo stesso patto di Alleanza tra Psi e sindacato prevedeva che
i dirigenti politici avrebbero potuto avocare la guida del movimento nel momento in cui i suoi caratteri politici fossero stati evidenti.
E fu proprio la questione che si pose in occasione delloccupazione
delle fabbriche quando ci si dilani sullinterpretazione da dare a quella
agitazione. Buozzi accus il partito di non aver agito in quel caso con la
necessaria chiarezza, soprattutto con la necessaria urgenza. E diventato il
321

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

bersaglio delle critiche, sottoline come in quel momento il Psi fosse nelle
mani dei massimalisti, che al tavolo in cui venne deciso di mantenere lagitazione sul terreno economico non ravvisando ancora linsorgere di condizioni rivoluzionarie, cera Egidio Gennari che di quellala era autorevole
esponente. Turati alle indicazioni del congresso di Stoccarda sostanzialmente si uniform, forse anche perch in quel momento doveva combattere
loffensiva dei sindacalisti rivoluzionari. Ma lidea che il sindacato dovesse
andare oltre i confini del Psi per avere dimensioni sociali pi ampie, era

Fine Ottocento: donne al lavoro in uno stabilimento tipografico

322

L A U T O N O M I A S I N D A C A L E

radicata nel suo modo di intendere il rapporto tra le due entit. Poi evidente che nella logica di allora (che diversa da quella attuale), lui vedeva
Partito e sindacato protesi comunque verso il medesimo obiettivo (cio il
socialismo), ma divisi sul tipo di azione che i due soggetti dovevano sviluppare quotidianamente.
La questione del rapporto stata posta periodicamente in Italia. Le
relazioni tra sindacato e partito non sono state sempre amichevoli, anzi a
volte sono diventate conflittuali. Erano proprio queste divergenze, questo
continuo braccio di ferro, che inducevano (ma non solo, cerano anche ragioni pi contingenti che emersero chiaramente negli anni a ridosso dellavvento del fascismo) Rinaldo Rigola a prefigurare un Partito dei
Lavoratori, tentazione ricorrente che Buozzi, con grande realismo, metteva
in un cantuccio perch convinto che lItalia non era lInghilterra. Non lo
era per condizioni economiche: la struttura industriale del nostro Paese non
era, in quel momento, nemmeno lontanamente paragonabile a quella britannica. Non lo era per condizioni sociali: il grande divario tra Nord e Sud,
la profonda diversit da un punto di vista produttivo di queste due facce
del medesimo stato. Non lo era per tradizioni politiche: il laburismo non
era stato affascinato da Marx nella medesima misura in cui lo era stato il
socialismo italiano. Conclusione: se la maturazione dal punto di vista della
coscienza di classe in Gran Bretagna era stata favorita dal lavoro delle Trade
Unions che poi lo travasarono nel partito, in Italia non era percorribile la
strada nel medesimo senso di marcia.
Buozzi lo diceva con chiarezza: lInghilterra lontana. Ma pur essendo il partito la filiazione del sindacato, in tempi anche recenti (ad esempio, con Tony Blair) le relazioni fra i due soggetti non sono state idilliache.
Non ci si pu sorprendere se anche in Italia vi siano stati dei momenti di
incomunicabilit, se ci sono state delle fasi in cui il partito ha prevaricato
il sindacato e altre in cui alle confederazioni stata contestata laccusa di
pansindacalismo, cio lintenzione di invadere il campo dei partiti per realizzare, di fatto, una sostituzione (soprattutto alla fine degli anni Sessanta
e agli inizi dei Settanta), per rivendicare una azione di supplenza. Una storia, insomma, che non si sviluppata secondo una linea retta. Ma in questo
contesto emergono con maggiore chiarezza i meriti di Buozzi. Ha scritto
ancora Piero Boni: Senza autonomia non vi valida coscienza operaia e
323

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

senza di essa non nasce n si consolida il vero sindacato. Essere autonomi,


per il sindacato significa saper individuare e far prevalere le effettive e
reali esigenze dei lavoratori e ad esse correttamente ispirare lazione sindacale6. Le sue battaglie, le sue scelte a questo criterio si sono sempre
ispirate. Anche le sue polemiche. Ad esempio con i sindacalisti rivoluzionari che, evidentemente ancorando ad altri concetti la loro azione, avevano
portato gli operai torinesi a una cocente sconfitta nei primi tempi della sua
segreteria. Sottolinea Boni: Se autonomia sindacale non significava per
Buozzi agnosticismo politico, non significava neanche indulgenza o tanto
meno cedimento allo spontaneismo, inteso non come capacit creativa
della classe operaia bens come esasperazione e ribellismo senza chiarezza
di obiettivi e senza razionale utilizzazione degli strumenti disponibili quali,
ad esempio, lo sciopero7. Il suo era, insomma, un sindacato che aveva una
bussola: i lavoratori. La rivoluzione potr venire cos pure il socialismo,
ma nel frattempo bisogna migliorare le condizioni di vita, da un punto di
vista economico e da quello delle libert e delle garanzie.
La stessa occupazione delle fabbriche come vertenza squisitamente
sindacale non fu un fallimento, anzi. Port a notevoli miglioramenti salariali
e alla conquista di quel controllo sulle fabbriche che, per diventare operativo,
avrebbe dovuto essere tradotto in una legge che non vide la luce. Ma la scelta
di una azione vincolata agli interessi dei lavoratori e non a quelli dei partiti
di riferimento, aveva consentito a Buozzi di chiudere, prima della guerra un
accordo decisamente positivo, con una sostanziosa riduzione dellorario (conquista che poi venne annullata dalla guerra, dalla Mobilitazione, dalla esigenza di adeguare la produttivit alle necessit delle trincee). LAutonomia
per Buozzi un valore e una garanzia. Lo stesso rifiuto opposto a Mussolini
che lo invitava a tornare in Italia il prodotto di quelle sue radicate convinzioni. L Autonomia, infatti, non pu esistere senza la democrazia e senza
la libert; non pu accettare la subalternit nei confronti delle istituzioni statali
nel momento del confronto sindacale; non pu riconoscere legemonia di un
partito che tutto impone e tutto determina; non pu rassegnarsi a escludere
dal suo modo dessere il momento del conflitto che si pu concretizzare anche
con luso dellarma dello sciopero. Non pu, insomma, sedersi a un tavolo
con una controparte che nasconde una pistola avendo di fronte un soggetto
disarmato. In queste condizioni, lAutonomia diventa un fantasma.
324

L A U T O N O M I A S I N D A C A L E

Di qui le sue critiche severissime e senza appello al sindacato fascista. In esilio scriveva a proposito dei rinnovi contrattuali messi a punto
dal regime: Se i gerarchi fascisti non fossero ignoranti presuntuosi, per
non dire di peggio, potrebbero difendere magnificamente gli interessi dei
lavoratori chiedendo laggiornamento dei vecchi contratti di lavoro stipulati dalla Confederazione Generale del Lavoro. Se, ad esempio, avessero
preso i vecchi contratti della Fiom. Ed avessero chiesto di aumentare i salari in relazione allaumento verificatosi nel costo della vita, ne sarebbe
uscito un contratto di lavoro con salari superiori, e, soprattutto, con clausole che permetterebbero agli operai di farlo rispettare facilmente. Esisterebbero, ad esempio, quelle tali commissioni interne che impedivano agli
industriali di applicare il lavoro a cottimo come fanno attualmente, cio
come un sistema di salario esoso ed inumano sfruttamento. Ma il fascismo,
che pure si vanta tanto forte, ha una tremenda paura di quel passato che
sperava di aver distrutto. Delle antiche organizzazioni esso non pu ricordare n il nome n le opere. Ma nomi ed opere sono nel cuore e nel cervello
di troppi lavoratori perch possano essere dimenticate. Spetta a questi lavoratori spiegare ai giovani che tutto ci che il fascismo ha cambiato o sostituito, ha cambiato e sostituito in peggio8.
LAutonomia di Buozzi era un valore allo stesso tempo complesso
(per la variet dei riferimenti) e semplicissimo. In questo, probabilmente,
lo aiutava proprio la sua formazione riformista, pragmatica e poco incline
agli eccessi dottrinari. Questi aspetti della lotta politica li lasciava ad altri.
Il suo interesse era per i risultati concreti che erano figli dellidentit ideologica e della coerenza. Per lui, sino alla fine, i compiti erano chiari: il partito coltivava le coscienze, il sindacato faceva la lotta di classe. Ma la
semplicit non deve essere confusa con il semplicismo perch se vero che
Buozzi non era un raffinato ideologo preferendo le soluzioni concrete
(anche per questo non lo affascin troppo la storia dei gramsciani Consigli
di Fabbrica), anche vero che il meglio delle sue elaborazioni si ritrovano
in quelle che oggi chiameremmo piattaforme rivendicative, negli accordi.
Finita la guerra lui avanz una serie di richieste che andavano dalla Repubblica alla Costituente (che trov fredda accoglienza nel partito) al controllo
delle fabbriche. Certo, poi cerano anche i miglioramenti salariali, le riduzioni dorario, le conquiste che riguardavano la vita quotidiana degli operai
325

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

in fabbrica. Ma da riformista poneva al centro dellazione del sindacato,


nellautonomia della sua azione, questioni che andavano ben oltre laspetto
economico, apriva la strada a quella logica dello scambio che poi il sindacato italiano perseguir in tempi pi recenti nel confronto con le controparti istituzionali ottenendo anche importanti risultati. Lautonomia
consentiva a Buozzi di guardare molto avanti, di dotarsi di un orizzonte
che non era poi proprio quello definito dal congresso di Stoccarda. Il sindacato, insomma, come soggetto politico e, da questo punto di vista, c
un filo rosso che lega quella sua azione a ci che proprio tra i metalmeccanici (non pi solo metallurgici) avvenne a cavallo tra gli anni Sessanta e
Settanta quando prese forma quella Flm che rispondeva esattamente ai requisiti di soggetto politico prefigurati da Buozzi poco prima che il Paese
precipitasse nella notte del fascismo. Ha scritto sempre Alceo Riosa:
Quando Buozzi pone il problema della Fiom che deve battersi anche per
la Repubblica, per la Costituente, si pone il problema di una rivoluzione
democratica nel nostro paese come terza soluzione per uscire dallimpasse
sia del vecchio riformismo sia delle spinte bolsceviche... Ecco in questo
avverto una certa grandezza delluomo, di un uomo che era fondamentalmente pratico, fondamentalmente pragmatico, ma che seppe intuire questa
grossa connessione che cera nelle cose, che era nella realt in trasformazione politica. Nel senso di rivoluzione democratica e nuovi modelli pi
moderni di relazioni industriali9.
Per governare un mondo in trasformazione spesso ci vogliono persone pratiche. Buozzi, in qualche maniera, conferma la regola: aveva intuito
che fare come in Russia non era possibile perch non esistevano le condizioni, che levocazione dei soviet dava un contributo allo scivolamento
verso la reazione e perci proponeva una soluzione democratica alla crisi
del paese; pi tardi cap che cera una sola maniera per evitare il fascismo
cio lalleanza con i Popolari di Don Sturzo. Non era un ideologo, si sentiva
pi a suo agio nel sindacato, eppure quellautonomia che lui traduceva in
libert dazione, gli aveva dato la possibilit di cogliere due soluzioni che
se sostenute dal partito avrebbero potuto indirizzare lItalia verso una strada
diversa da quella che poi effettivamente imbocc.

326

L A U T O N O M I A S I N D A C A L E
1

Piero Boni: Bruno Buozzi e il patto di Roma. Cronaca e storia dellunit sindacale
Ediesse 1984, pag. 10
2
Antonio Gramsci: Sindacati e Consigli LOrdine Nuovo, 12 giugno 1920
3
Antonio Graziadei: Sindacalismo, riformismo, rivoluzionarismo in Giuliano Pischel:
Antologia della Critica Sociale 1891-1926 Lacaita 1994, pagg. 202-3
4
Critica Sociale: Sindacalismo riformista? in Giuliano Pischel: Antologia della Critica Sociale 1891-1926 Lacaita 1994, pagg. 204-5
5

Alceo Riosa: Considerazioni su Buozzi tra partito e sindacato in Bruno Buozzi e


lorganizzazione sindacale in Italia Editrice Sindacale Italiana 1982, pag. 34
6
Piero Boni: Bruno Buozzi e il Patto di Roma, Ivi.
7
Piero Boni: Bruno Buozzi e il Patto di Roma, Ibidem pag. 12
8
Bruno Buozzi: I contratti di lavoro fascisti lOperaio Italiano 30 agosto 1930, in Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti, inediti a cura di Angelo
Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 73
9
Alceo Riosa: Considerazione su Buozzi tra sindacato e partito in Bruno Buozzi e lorganizzazione sindacale Editrice Sindacale Italiana, 1982 pag. 39

327

I due movimenti del proletariato hanno una particolare


funzione storica da compiere e tale funzione devono soddisfare
lavorando ognuno nel suo campo ma in perfetta armonia

Lunit sindacale

il 1918, la guerra alle ultime battute: lannuncio della sua fine


arriver proprio lultimo giorno del congresso della Fiom il 4 novembre
Nella foto Buozzi con i delegati sulla scalinata di Trinit dei Monti

lunit, la tensione unitaria, probabilmente, il lascito ereditario


pi rilevante di Bruno Buozzi, quella unit che il sindacato italiano ha
spesso invocato, sovente reclamato ma, alla resa dei conti, forse soltanto
una volta veramente realizzato. Significativamente, nella Flm, la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, la cui data ufficiale di nascita non il
1973 (per quanto quella indicazione resti sulla carta didentit) ma il
1969, lAutunno Caldo che poi, per una connessione storica inevitabile per
quanto non completamente appropriata, stato definito il secondo Biennio
Rosso. E se la storia lespressione di una serie di coincidenze, allora bisogna dire che tutte, alla fine, portano a Buozzi. Come ha scritto Adolfo
Pepe, la Flm stato lunico esempio di sindacato industriale nato in Italia.
E questo dato finisce per legarla in maniera indissolubile a Buozzi perch
con lui che comincia la lunga marcia del sindacalismo italiano dallorganizzazione di mestiere a quella di industria. Tra i metallurgici, appunto.
Ed con lui che si struttura lidea di un sindacato sicuramente confederale ma irrobustito attraverso la sua articolazione verticale, attraverso
gli apparati federali. con quella Fiom che lorganizzazione sindacale si
trasforma in quel soggetto politico che non abbandona, per, i suoi caratteri
originari, che non si trasforma in partito e che, al contrario, resta quello che
. Perch luno non annulla laltro, n luno, in un eccesso di cannibalismo
rappresentativo, deve divorare laltro. Lo sottoline con grande chiarezza
Bruno Buozzi nel congresso della Confederazione Generale del Lavoro che
si svolse poco dopo la scissione comunista di Livorno. Spiegando la scelta
di confermare il Patto dAlleanza con il Psi, diceva: Inoltre i comunisti
non considerano abbastanza, come non consideravano i riformisti1 che il
proletariato costretto a rendere pi politiche le sue lotte economiche e
sempre pi economiche le sue lotte politiche e che perci o i due movimenti
331

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

economico e politico del proletariato si fondono in uno solo e vengono a


formare il Partito del Lavoro o sono necessari entrambi ed hanno una
particolare funzione storica da compiere, ed allora a tale funzione devono
soddisfare lavorando ognuno nel suo campo ma in perfetta armonia, sostenendosi vicendevolmente da buoni alleati2.
Lidea unitaria di Buozzi non prevedeva schiacciamenti, non era una
scampagnata senza problemi, senza tensioni, senza difficolt. Era, comunque, una unit dinamica che rifiutava, ad esempio, la rottura del rapporto
con i socialisti per una questione di riconoscenza e di meriti storici: Quali
frutti abbia dato in Italia il Patto di Alleanza fra la Confederazione Generale del Lavoro e il Partito socialista italiano superfluo illustrare lungamente qui. Non va per taciuto che la concorde azione dei due organismi
ha valso: a) a liberare il proletariato italiano dal sindacalismo parolaio
che sembrava dovesse travolgerlo3 nei primi anni di vita della Confederazione Generale del Lavoro e che forse lavrebbe trascinato, durante la
guerra dove stato trascinato il proletariato francese; b) a difendere durante la guerra ed a consolidare le nostre organizzazioni al punto di renderle invidiate allestero per lopera spiegata tanto nel movimento
nazionale che per la causa internazionale; c) a permettere alle nostre organizzazioni politiche di affermarsi in modo meraviglioso, ed a quelle economiche di conquistare per prime appena finita la guerra le otto ore e
di sostenere poi e di vincere vaste ed aspre agitazioni che rimarranno segnate a caratteri doro nella storia del movimento operaio4.
Ovviamente la riconoscenza e i meriti del passato non sono sufficienti
per spiegare la decisone della Confederazione Generale del Lavoro (Buozzi
parlava a nome del Direttivo del sindacato, esprimeva, quindi, la posizione
di tutto il vertice) di confermare il Patto con i socialisti e prendere cos le
distanze dalla Russia e dalla convenzione che solo un anno prima Ludovico
DAragona aveva firmato a Mosca insieme ai rappresentanti russo (Losowski), spagnolo (Pestagna), bulgaro (Chabbine), francese (Rosmer), jugoslavo (Milkitch) e georgiano (Michandze). La convenzione aveva creato
un comitato che funzioner come Soviet provvisorio internazionale dei
sindacati operai in accordo col comitato esecutivo della Terza Internazionale (la riconferma veniva accompagnata dalla precisazione che comunque quellaccordo sarebbe stato passibile di aggiustamenti e correzioni).
332

L U N I T S I N D A C A L E

La rottura tra sindacato e comunisti aveva ragioni profonde, ragioni politiche non facilmente risolvibili. Perch in ballo vi era linterpretazione della
funzione che il nuovo partito attribuiva alle organizzazioni sindacali. Una
interpretazione che aveva un contraccolpo diretto ed evidente sul concetto
di autonomia e, di conseguenza, sullunit visto che i due termini della questione si tenevano inevitabilmente insieme. Spiegava ancora Buozzi in
quella relazione ricordando luscita dal Psi di Bissolati e Bonomi: La recente scissione di Livorno ha indiscutibilmente basi diverse e pi profonde.
Gli usciti del 1913, sopravvalutavano il movimento economico al punto da
considerare il partito un ramo secco, i comunisti odierni sopravvalutano
il movimento politico al punto da considerare i sindacati come degli strumenti ciechi dellazione del partito: ma mentre i primi non contavano su
masse compatte e potevano essere considerati dei capitani senza soldati, i
secondi invece hanno effettivamente forti nuclei compatti, dei quali la Confederazione Generale del Lavoro dovr tener conto. In sostanza Buozzi
non voleva dare alla conferma del Patto dAlleanza con il Psi il significato
di una rottura con gli operai comunisti; avvertiva la necessit di tenerli dentro lorganizzazione evitando scismi che avrebbero potuto creare solo problemi al sindacato.
Tanto vero che nel valutare le motivazioni dellindubbio seguito
di cui godeva il PCdI allinterno della classe lavoratrice (i comunisti hanno
le loro forze intrinseche notevolmente valorizzate dallo stato danimo delle
masse esasperate dalle sofferenze fisiche e morali sopportate durante la
guerra e dallautorit che proviene loro dallessere considerati i soli fedeli
del verbo della Terza Internazionale), il segretario della Fiom sottolineava
con toni e intenti polemici: Il tempo far giustizia anche di questo (cio
del fatto di sentirsi unici depositari del verbo socialista, n.d.a) e dir
pure se siano stati pi utili a Mosca coloro che lhanno adulata e continuano ad adularla servilmente, o coloro invece che con pi alta dignit di
uomini e di socialisti si sono sforzati di essere di essa dei ferventi e sinceri
collaboratori, senza rinunciare peraltro ad esprimere francamente il loro
pensiero, non tacendo n sottacendo le particolari condizioni ed esigenze
del loro paese5.
Buozzi riteneva che lunit dellorganizzazione la si tutelava molto
meglio attraverso laffermazione del principio di autonomia, che doveva
333

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

valere sia allinterno che allesterno. La sintesi di tutto il suo discorso


semplice: La subordinazione cieca dei sindacati ai partiti come intesa
dai partiti comunisti non concepibile. Tale subordinazione possibile
solo dove il proletariato alle sue prime armi; dove invece i sindacati
hanno raggiunto una certa maturit la loro opera cos complessa e multiforme da sconsigliare anzi al partito di intervenire ad assumere responsabilit in problemi tecnici che lo potrebbero compromettere. Sulla portata
della parola subordinazione occorre anche intendersi bene per evitare equivoci. Quandanche dai sindacati la subordinazione venisse accettata senza
discussione, in pratica non avrebbe attuazione. Uomini preposti alla direzione di un partito che abbiano appena un briciolo di senso di responsabilit, tutte le volte che si troveranno di fronte ad una situazione grave, prima
di ordinare sentiranno almeno il dovere di interrogare, di consultare i loro
subordinati i quali quindi non saranno pi tali. La subordinazione cieca
non eviterebbe ma creerebbe dissidi. Tanto pi facili saranno gli accordi
quanto pi frequenti, direi quotidiani saranno i contatti tra i due organismi.
Allora non ci sar pi chi ordina e chi obbedisce, ma lazione concorde
assai pi attiva di tutti i giorni e di tutte le ore. Per subordinazione deve
intendersi allidea socialista6.
Lunit senza autonomia non esiste. E, concludendo la parentesi che
riguarda i giorni nostri, proprio la forte indipendenza rivendicata dalla Flm
rispetto ai partiti (non solo della sinistra) fin per infastidire le grandi forze
politiche di massa (il Pci in primo luogo ma anche la Dc) che osteggiarono
in tutti i modi quellesperimento: i comunisti non laccettarono perch quel
soggetto sindacale metteva in discussione il concetto di cinghia di trasmissione; i democristiani perch temevano, e non a torto, che su quella
unit potesse naufragare lequilibrio elettorale che garantiva al partito la
perpetuazione della maggioranza relativa nelle consultazioni periodiche.
Non un caso che quella spinta allunit si basasse su un corollario che poi
tanto corollario non era: lincompatibilit tra cariche politiche e cariche sindacali. Anzi, pi che di corollario, bisognerebbe parlare di pre-condizione.
Lincompatibilit rappresentava lattestato ufficiale del divorzio dai partiti,
lattestato con il quale i sindacalisti non si ponevano al di sopra di essi ma
fuori di essi, non proclamavano egemonie ma non accettavano subordinazioni. Lincompatibilit intesa in questa maniera finiva per essere la garan334

L U N I T S I N D A C A L E

zia dellunit: gli unici soci con diritto di voto e di parola allinterno
dellOrganizzazione erano i lavoratori rappresentati (non solo quelli con
tessera visto che nel frattempo nascevano anche i Consigli di Fabbrica),
non i leader politici che avevano altri compiti a cui assolvere e che dovevano tenersi alla larga delle tematiche proprie del sindacato.
Tutto questo, semmai non completamente o pienamente sviluppato era
gi presente in Bruno Buozzi. Sar quella spinta unitaria che lo porter, dopo
la seconda e la terza scissione (quella dei riformisti di Turati del 1922 e
quella dei terzinternazionalisti di Serrati nel 1923) a liberarsi le mani, a
riprendere la libert di azione perch da quella babele di voci lorganizzazione sindacale correva il rischio di uscire stordita. A quel punto, con tanti
interpreti del pensiero e delle necessit proletarie, meglio non avere patti rigidi di alleanza che finivano per creare oggettivamente un rapporto di subalternit rispetto allalleato scelto. Ci non toglie che quando le condizioni
garantirono un ritorno alla logica unitaria, Buozzi le sfrutt. Quando i socialisti sanarono la frattura delle due sigle (Psi e Psu) Buozzi partecip attivamente alla ricomposizione; quando le condizioni di impraticabilit
democratica obbligarono i comunisti a rinunciare allidea di un sindacato
clandestino, Buozzi favor la riunificazione superando le vecchie polemiche;
quando con la caduta di Mussolini fu possibile ripristinare limmagine di un
sindacato che rimetteva insieme tutte le vecchie anime (quella comunista e
quella cattolica anticipando cos la rinascita della Cgil unitaria) lui volle in
qualit di vice-commissari alla morente corporazione dei lavoratori da un
lato Giovanni Roveda (comunista) e dallaltro Gioacchino Quarello (cattolico); fu decisiva la sua azione nelle trattative che portarono al Patto di
Roma, un accordo che non fu esattamente come lui avrebbe voluto e anche
per questo nacque debole (fu poi ulteriormente indebolito dalle condizioni
politiche internazionali e nazionali, queste ultime riflesso delle prime).
Lunit, insomma, un valore che non nasce dalla capacit di mettere insieme sigle di partiti di diversa provenienza ideologica. Nasce dalla
capacit del sindacato di rappresentare ed esprimere le esigenze della classe
operaia, di organizzare vertenze e stringere accordi che corrispondano al
profondo sentire dei lavoratori. Lunit non pu essere un processo posticcio, non pu essere la somma di contingenti interessi, deve essere, al contrario, la sintesi di vaste e radicate ragioni. La Flm, ad esempio, non fu il
335

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

risultato di un progetto elaborato a tavolino, nacque, invece dalla spinta


formidabile di un movimento che si esprimeva tumultuosamente nelle fabbriche dove si sintetizzavano bisogni, inquietudini, attese, mutamenti di costume che salivano dalla societ a conclusione di un periodo decennale di
incubazione. Fu ovviamente il prodotto dellincontro di culture diverse che
riuscirono in quel caso a trovare lo sbocco di una elaborazione comune e
non settaria. Ed forse in questo la modernit dellidea di Bruno Buozzi.
Una modernit che emerge proprio nellultima grande vertenza prima della
tragedia del fascismo, cio loccupazione delle fabbriche.
Potrebbe apparire paradossale, ma forse il momento in cui si realizza il massimo di unit. Certo, dopo la conclusione questa unit venne
meno, per le polemiche e la propaganda politica (in buona parte incentivata
dalle sollecitazioni sovietiche) ma anche per una serie di contraddizioni
che riguardarono il modo di intendere e di vivere quella vicenda. Per una
parte, quello era uno scontro sindacale che si sarebbe dovuto risolvere con
la conquista di miglioramenti, garantendo alla classe operaia un salto di
qualit dal punto di vista della dignit sul posto di lavoro; per altri era la
spallata, lo strumento per giungere allinstaurazione in Italia di un sistema
analogo a quello sovietico. Due interpretazioni evidentemente incompatibili. Ci non toglie che quella che era nata come una vertenza tutto sommato di ordinaria amministrazione, cammin facendo assunse un carattere
estremamente innovativo che fin per unificare il proletariato italiano di
quegli anni. Linnovazione, voluta e perseguita da Buozzi, fin per dare alla
Fiom una caratterizzazione diversa, rispetto al passato, pi moderna, in
qualche maniera analoga a quella che la Flm ha assunto a cavallo tra gli
anni Sessanta e Settanta (il controllo della produzione, lidea stessa della
costituente: si potrebbe addirittura parlare di un programma politico e qualcuno potrebbe urlare, inorridito, a una versione primitiva di pansindacalismo). Ha scritto Idomeneo Barbadoro illustrando la modernit di Buozzi
partendo proprio dalle esperienze sindacali a noi pi prossime: Sia pure
in maniera molto schematica si pu affermare che in questi anni la coalizione operaia si data in Italia lobiettivo di conquistare, con i propri metodi di lotta e le opportune forme di contrattazione, un potere effettivo non
solo sulla distribuzione del reddito prodotto, ma anche sugli investimenti, i
livelli di occupazione, i meccanismi dellaccumulazione e le decisioni pro336

L U N I T S I N D A C A L E

duttive. In altre parole, per ripetere unespressione di Bruno Trentin, siamo


di fronte a unsindacato che fa politica restando sindacato, e quindi, alla
rottura completa con le concezioni imperanti nellet della Seconda Internazionale e trasmesse pressoch immutate nella Terza, sulla separazione
dicotomica, quasi metafisica, tra politica ed economia, sulla visione dellunionismo esclusivamente legato a una vocazione corporativa, ristretto
nello steccato economico-rivendicativo, irrimediabilmente subalterno rispetto al momento dellelaborazione politica e, di conseguenza, collocato
su un gradino pi basso del partito nella scala gerarchica delle organizzazioni di classe7.

14.1 Un obiettivo e un ideale

La distinzione dei territori di attivit aveva, per, consentito a quei


sindacalisti di porre dei paletti, di definire il proprio ruolo e il ruolo dellorganizzazione nel rapporto con i partiti di riferimento. Poi evidente che
la storia degli uomini fatta di movimento. Lo stesso Buozzi (come abbiamo sottolineato prima riportando una frase della sua relazione al congresso della Confederazione del 1921) riteneva che i sindacati sarebbero
stati sempre pi obbligati ad aggiungere contenuti politici alle rivendicazioni economiche e ad arricchire di contenuti economici le rivendicazioni
politiche. Sottolineava cos linsufficienza della dicotomia di Stoccarda,
declinata in maniera dogmatica. Insomma, non ci sono medaglie le cui
facce sono completamente separate da una sfoglia di metallo pi o meno
nobile. N si pu rinunciare agli effetti benefici della contaminazione intellettuale a vantaggio di una presuntuosa separatezza (tentazione molto
diffusa anche tra i politici di sinistra). Questa libert di azione consent a
Buozzi, in occasione della vertenza che culmin con loccupazione delle
fabbriche, di saldare in un corpo compatto i suoi rappresentati grazie a una
piattaforma rivendicativa che non aveva pi nulla a che vedere con quelle
utilizzate nel passato perch le richieste salariali si mescolavano a richieste
economiche di altro tipo o a rivendicazioni politiche che allargavano lorizzonte del conflitto. Ed in questa chiave che pu essere letta anche lo snodo
cruciale di quella storia: cio la riunione del 10-11 settembre 1920 nella
quale Confederazione e partito decisero di mantenere ancorata la vertenza
sul terreno sindacale. Fu una scelta strumentale da parte del Psi? Angelo
337

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Tasca ne era convinto: La direzione del partito ha perduto dei mesi interi
a predicare la rivoluzione ma non ha previsto niente, niente preparato:
quando i voti... danno la maggioranza alle tesi confederali, i dirigenti tirano un sospiro di sollievo. Liberati adesso da ogni responsabilit possono
gridare a piena gola al tradimento della CGdl: hanno cos qualcosa da offrire alle masse che hanno abbandonato nel momento decisivo8. Analisi
che conforta quella che nel 1935 svolse, in maniera molto secca e diretta,
Bruno Buozzi: La causa principale della sconfitta del movimento socialista italiano va addebitata alla mancanza di decisione degli organi dirigenti del partito.
In quello storico vertice, la Fiom si astenne. Pensava che fosse possibile giocarsi una carta di riserva che poi non era tanto di riserva perch
faceva parte integrante delle rivendicazioni politiche che accompagnavano la vertenza: linstaurazione di una Repubblica che consentisse di aumentare il tasso di democrazia in Italia, la creazione di una Costituente, un
governo di coalizione con il Psi al suo interno per realizzare tutte le riforme politiche ed economiche pi insistentemente reclamate dal proletariato socialista e compatibili con le condizioni del paese9. La
prefigurazione di quello sbocco fa capire la connotazione estremamente
politica che il segretario della Fiom aveva cominciato a dare allazione della
sua organizzazione. Insomma, i miglioramenti non erano pi sufficienti;
per offrire garanzie ai lavoratori bisognava fare uscire lItalia dal pantano
di una monarchia che non aveva mai assecondato le spinte modernizzatrici
presenti nella societ, che non riusciva a comprendere pienamente che il
mondo stava cambiando e che decise, alla fine, di assecondare questo cambiamento nella maniera peggiore, cio favorendo linstaurazione di un regime autoritario, un regime, come avrebbe scritto Buozzi, fuori dal tempo
e dal consesso degli stati europei pi civili.
su piattaforme forti che si costruisce lunit forte. E quella di
Buozzi era una piattaforma forte, con la quale si puntava alla trasformazione della societ pur non mettendo nel conto il totale abbattimento vagheggiato, al contrario, dai comunisti. Era pur sempre una via di uscita
graduale dalla crisi di quei tempi (che era economica ed istituzionale) ma
pi realistica di una rivoluzione soltanto sperata ma mai preparata (come
sosteneva Tasca). Quella nuova Italia che Buozzi aveva in mente avrebbe
338

L U N I T S I N D A C A L E

dovuto essere pi aderente alle necessit dei lavoratori e, al tempo stesso,


alle condizioni del paese. Lastensione fu la sua maniera per dichiarare che
non si riconosceva n nella posizione confederale che risolveva tutto in una
vertenza puramente rivendicativa, n in quella dei massimalisti che avrebbero voluto trasformarla nella miccia della rivoluzione. Capiva bene che
luna e laltra dividevano e non univano. E i suoi successivi riferimenti alla
sconfitta del movimento socialista sono in qualche maniera un atto daccusa nei confronti di posizioni politiche o troppo riduttive (e remissive) o
inutilmente velleitarie.
Lunit, insomma, nella concretezza. Una unit che facesse i conti
con la situazione italiana, caratterizzata da un altissimo tasso di disoccupazione. Il vecchio sindacato, non solo quello di mestiere, ma anche la Fiom
dellepoca precedente alla segreteria di Buozzi, finiva per circoscrivere il
proprio ruolo allinterno della fabbrica, per proporsi come strumento esclusivo di difesa degli occupati. Ma evidente che questa logica portava a una
divisione (se non proprio a una contrapposizione) tra chi un lavoro (seppur
malpagato) lo aveva e chi, invece, non lo aveva. E in quellItalia (come in
questa attuale) i secondi erano tanti. Buozzi per la prima volta intu che bisognava costruire una unit di forze del lavoro che andasse al di l della
fabbrica: raggruppando le sigle ma anche andando a raccogliere le domande, i bisogni di chi cercava una collocazione allinterno dellapparato
produttivo. Il sindacato, insomma, non poteva fare solo del semplice rivendicazionismo, doveva trasformarsi in uno strumento di stimolo generale
proprio per aggredire quelle contraddizioni che impedivano al paese di crescere, per spingerlo sulla strada dello sviluppo.
Questa esigenza di allargare il campo dei rappresentati in un paese
tanto diverso dalla Gran Bretagna, caratterizzato, cio,da un mercato del
lavoro stracolmo di persone inattive, carico di domanda e povero di offerta,
aveva convinto Buozzi a sollevare il tema dei disoccupati gi prima dellesplosione della guerra quando aveva scritto per Il Metallurgico un articolo da sindacalista moderno, capace di guardare ben oltre la fabbrica
e le esigenze dei lavoratori in essa occupati: Cosa abbia fatto il governo
per aiutare e sorreggere le industrie specialmente quelle pi toccate dalla
crisi e per aiutare i disoccupati non vale neppure la pena di parlare. Mentre allestero si sono escogitati una infinit di provvedimenti, in Italia non
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

si ancora arrivati alle famose stanze di compensazione, che darebbero


agli industriali le somme occorrenti per il funzionamento delle loro industrie e prendere in cambio le merci che non vanno vendute. Mentre in Francia, in Inghilterra, in Germania, Svizzera, Svezia, Danimarca, ecc. si
monopolizzato il servizio del grano, sono stati intensificati realmente i lavori pubblici e pressoch abolite le relative pratiche burocratiche, si sono
emanate disposizioni per ridurre gli orari di lavoro per non licenziare gli
operai, si sono presi provvedimenti contro lusura e contro la riduzione dei
salari, sono cessate le commissioni alle case di pena per darle allindustria
privata, si impedita lesportazione dei cereali e regolata e favorita limportazione del carbone; mentre in tutte le nazioni a mezzo delle amministrazioni pubbliche, lo Stato provvede, in tutto o in parte a sussidiare i
disoccupati fino a una somma di L. 15 settimanali, servendosi anche delle
organizzazioni, a pagare gli affitti delle famiglie povere per una somma
che arriva a 20 lire settimanali, ed a mantenere i bambini che vanno alle
scuole elementari: in Italia non si fatto nulla10.
Subito dopo la guerra e prima di aprire la vertenza che culmin con
loccupazione delle fabbriche, nei suoi scritti sostenne che il problema italiano era lorganizzazione industriale, sottolinenando in questo modo linteresse del sindacato ad ampliare il suo raggio dazione. Poi, la sua analisi,
allarg ulteriormente lorizzonte: una riforma del sistema produttivo poteva
essere realizzata solo da un nuovo sistema politico. Scriveva: Seguiamo
gli sforzi che si fanno in Italia per creare una democrazia industriale e ci
convinciamo sempre di pi che chi vuole suscitare questa nuova corrente
va a caccia di chimere11. Alzava lasticella, il segretario della Fiom:
opportuno un mutamento di tattica in senso democratico, ma bisogna che
non si creino illusioni. Non bisogna cio che gli industriali credano che la
concessione delle assicurazioni sociali, per esempio, e anche la partecipazione agli utili possano servire a fondare la base della pace idilliaca tra
operai e capitalisti12. Il cambiamento doveva andare molto oltre e su questo cambiamento Buozzi costruiva lunit dei lavoratori: Il problema che
oggi assilla il proletariato nella fabbrica. C nella fabbrica una nuova
burocrazia che peggiore di quella governativa, la quale soltanto cretina.
La burocrazia industriale aguzzina13. Accusava: Nella fabbrica c una
sola legge: produrre. I capi non sono dei tecnici che insegnano; sono
340

L U N I T S I N D A C A L E

spesso dei carabinieri che tormentano e puniscono... La prima forma di


democrazia deve essere nella fabbrica... Loperaio tenuto alloscuro dellimportanza dellindustria che assorbe la sua attivit, dei suoi progressi
dei suoi problemi14.
, nelle grandi linee, la piattaforma che sar alla base delloccupazione delle fabbriche (che venne preparata veramente in maniera unitaria:
un convegno nazionale a Genova a maggio del 1920, uno a Milano ad agosto; al pari dellaccordo che venne prima discusso in un congresso nazionale
e poi approvato in un referendum che si svolse il 24 settembre e che si concluse con 127.904 voti a favore, 44.531 contrari e 3006 astenuti). Laumento del salario non bastava pi. Buozzi lo aveva scritto: La Federazione
dei metallurgici non si chiuder nel suo guscio, per quanto grande e si preoccuper attivamente della politica generale del lavoro15. La linea di
azione, la Fiom laveva perfezionata partecipando molto attivamente alla
definizione della strategia rivendicativa che il Psi e la CGdL avevano messo
a punto in vista della fine della guerra. E in quella strategia i temi si mescolavano: il suffragio universale e il referendum, la riforma della giustizia
e delle autonomia locali, le politiche del lavoro e la lotta contro le ricchezze
nascoste, le nazionalizzazioni e lammodernamento dellindustria e dellagricoltura, assicurazioni contro gli infortuni e la disoccupazione e la
scuola dellobbligo, parificazione dei salari tra uomini e donne e intervento
dei sindacati sulle questioni attinenti alla salute sul posto di lavoro.
Era pi un programma di governo (riformista) che la base per un
confronto sindacale. Ma era proprio questa capacit di trasformare il particolare in generale che dava al sindacato di Buozzi quel carattere quasi ecumenico in cui i valori dellunit si esaltavano (insieme a quelli
dellautonomia). Lunit come esigenza primaria, come strumento essenziale per dare un senso compiuto al lavoro sindacale, come conseguenza
della classe intesa come comunit di destino perch se il destino comune,
comuni devono essere anche gli strumenti per favorirne una positiva evoluzione. Da sindacalista, Buozzi fu costretto a fare i conti con i limiti della
sinistra italiana, con la sua cronica tendenza a litigare, a dividersi, a frantumarsi in mille famiglie perennemente in lotta, proprio come i parenti
serpenti. Una condizione che non agevol certo il suo lavoro, in una fase
storica in cui le contrapposizioni si inserivano allinterno di situazioni
341

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

drammatiche, dalla guerra allo scivolamento verso il fascismo, alla dittatura


e allesilio degli oppositori. A tutto questo il sindacato pag un prezzo, ma
lo pag anche il Paese nel suo complesso perch qualche lacerazione in
meno avrebbe garantito qualche alternativa in pi.
Ognuno interpret il proprio ruolo sino alla fine, senza ripensamenti. Solo la guerra, la necessit di liberarsi di una dittatura favor una
unit (anche a livello sindacale) che, comunque, dur poco perch ancora
una volta finirono per prevalere gli antichi difetti, per giunta aggravati da
situazioni nuove legate agli equilibri internazionali. Avrebbe retto di fronte
a un mondo diviso in blocchi la spinta unitaria di Buozzi? Avrebbe evitato
quella moltiplicazione di sigle che il tempo (e anche la fine di quelle ormai
superate condizioni internazionali: la guerra fredda, i blocchi, la contrapposizione tra occidente capitalista e oriente comunista) non , comunque,
riuscito a ricomporre? Evidentemente la storia non fatta di se. Probabilmente non sarebbe stato sufficiente a tenere insieme le diverse anime
politiche la soluzione che era stata adottata quando il Psi si era diviso in tre
tronconi, la scelta di liberarsi le mani e non stringere con nessuno dei partiti
di riferimento un Patto di Alleanza. Anche perch, nel frattempo, le situazioni si erano complicate, lunit (riconquistata e poi perduta) non riguardava solo una famiglia politica (allepoca quella che faceva riferimento
al marxismo) ma tante famiglie a cominciare da quella numericamente pi
rilevante, la cattolica. Forse oggi la situazione diversa e si pu immaginare
una nuova unit che, per, non potr essere la riproposizione di modelli antichi, nemmeno di quelli utilizzati da Bruno Buozzi. Anche perch, poi, il
tempo in certe vicende complica le situazioni, non le semplifica.
Resta, per, linsegnamento di Bruno Buozzi, quel lascito ereditario
su cui, volendo si pu riflettere e, semmai, cominciare a costruire. Come ha
scritto Piero Boni: Per unit si intende la capacit del sindacato di saper
sostenere le sue scelte rivendicative e il complesso della sua politica con
ladesione pi larga possibile dei lavoratori riuscendo a rappresentarne la
maggioranza se non la totalit. Conquista del consenso e delladesione sono
i primi passi del sindacato. Autonomia, democrazia e unit interagiscono e
si condizionano reciprocamente costituendo un trinomio che va considerato
nel suo insieme. Senza autonomia non vi pu essere n democrazia n unit,
senza democrazia non possono sussistere n autonomia n unit, senza unit
342

L U N I T S I N D A C A L E

restano teoriche e velleitarie autonomia e democrazia16. L istinto unitario


indusse Buozzi a sostenere insieme a Treves, nellunico congresso del Partito
Socialista Unitario, nel marzo del 1925 la necessit di un sindacato capace
di accogliere tutti, indipendentemente dalle preferenze politiche, dalle scelte
religiose e dalle adesioni ideologiche. Un programma che sarebbe stato
alla base delle trattative per il Patto di Roma.
Ma se da un lato il segretario della CGdL cercava forme e modi per
raggiungere quellobiettivo, dallaltro non mancava di sottolineare quanto
fasulla fosse lunit sbandierata dai sindacati fascisti, figlia di una imposizione e non di una scelta, di un atto di forza non di un atto consapevole.
Scriveva in un appunto con cui demoliva i progetti di Giovan Battista Maglione e degli altri che aderirono alAssociazione di Studio Problemi del
Lavoro: Lunit sindacale lideale di quanti si occupano di organizzazioni operaie. Nessuno pi di noi, per esempio, deplora il frazionamento
della classe lavoratrice in sindacati aventi le stesse funzioni economiche,
divisi da diverse tendenze di partito o da diverse religioni. Ma lunit non
si impone: quando imposta diventa tirannia. Ora il fascismo ha voluto
imporre lunit sindacale. Fu dapprima laccordo di Palazzo Vidoni in cui
gli industriali e organizzatori sindacali fascisti si sono assicurati il privilegio di concludere contratti collettivi in tutto il paese. Poi fu la legge del
3 aprile 1926, in cui una sola organizzazione per categoria, pur che raccolga almeno il 10 per cento dei lavoratori di ogni determinata giurisdizione, ha il diritto di essere riconosciuta e di concludere contratti collettivi,
i quali contratti collettivi sono obbligatori per tutti gli imprenditori e per
tutti gli operai della giurisdizione, facciano essi o non facciano parte dellassociazione. C di pi: il regolamento che segu la legge e dove il rigore della legge viene aumentato fa obbligo a tutti i lavoratori della
giurisdizione, siano o no iscritti allassociazione sindacale fascista, di pagare a questa una quota sotto forma di una vera e propria imposta. Lunit
sindacale, siamo daccordo, ma qui c solo una caricatura dellunit17.
No, non era a questo modello che Buozzi si ispirava, nonostante
lidea della quota obbligatoria che pure sosterr nelle trattative per il Patto
di Roma. E lo ribadiva in un libro: Dalla sua comparsa, la macchina pesante e complicata del sindacalismo imposta dal fascismo alla nazione, rivela nella pratica i limiti fondamentali del suo carattere: artificiale. Il
343

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

sindacato fascista fin dalla sua struttura tecnica costituisce la negazione


del sindacato libero. In un regime di sindacalismo libero gli operai pagano
volentieri i contributi di cui ha bisogno lorganizzazione e accettano senza
difficolt la necessaria costituzione di organismi di direzione e di propaganda, tutta questa burocrazia fascista non diretta da essi stessi, e lontana
dallispirare fiducia, richiama sfiducia o antipatia. Un fenomeno caratteristico si sviluppa subito dopo limposizione della legge sindacale e assume
rapidamente un carattere generale: il disinteresse delle masse lavoratrici
per il sindacalismo fascista. Questo atteggiamento dindifferenza, al fondo
di ostilit che si pu constatare in tutti i campi della vita italiana, particolarmente accentuato presso la classe lavoratrice. Lopposizione impossibile; vietato creare organizzazioni libere; uno sciopero sarebbe
estremamente pericoloso18.
Lunit ha bisogno, invece, della libert, ha bisogno di aria per respirare, per potersi esprimere nelle sue forme migliori. Di qui la conclusione: La libert del sindacato del resto presupposto dellunit della
classe lavoratrice. Il sindacato comunista strumento docile di un partito
anti-unitario, come il sindacato cattolico o confessionale (una frase che illustra una certa diffidenza di Buozzi nei confronti dellorganizzazione
bianca che, comunque, verr meno prima e durante le trattative per il
Patto di Roma, n.d.a.). Con ci non si vuol dire che il sindacato debba essere
apartitico o soreliano. Esso deve essere sostanzialmente socialista ma in
senso largo non di partito onde permettere ai seguaci di tutte le scuole politiche di far parte di esso senza sentirsi a disagio. Questo tipo di sindacato
stato realizzato dalla Federazione sindacale internazionale la quale pur
avendo stretti legami con lInternazionale operaia socialista conserva integra la sua libert e la sua autonomia e raccoglie sempre pi adesioni della
maggioranza del proletariato organizzato di tutti i paesi esclusa la Russia19. Il suo sindacato unitario sostanzialmente ispirato a criteri laici, non
schiavo di dogmi, riconosce una sola chiesa: quella rappresentata dai
diritti dei lavoratori. Che vanno tutelati nella loro complessit con la conseguenza che se bisogna aggiungere connotazioni politiche alla rivendicazioni
economiche, bisogna andare avanti, non fermarsi perch lazione del sindacato non tollera steccati.

344

L U N I T S I N D A C A L E
1

I riformisti a cui fa riferimento il segretario della Fiom sono Leonida Bissolati e Ivanoe
Bonomi entrambi espulsi nel 1912 dal partito non avendo preso posizione contro la guerra
libico-turca.
2
Bruno Buozzi: Intervento al congresso della CGdL svoltosi a Livorno dal 26 febbraio al
3 marzo 1921; in Aldo Forbice (a cura di): Riformismo e sindacato. Bruno Buozzi, scritti
e discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 98
3

Il sindacalismo parolaio quello dei sindacalisti rivoluzionari


Bruno Buozzi: Intervento al congresso della CGdL svoltosi a Livorno dal 26 febbraio al
23 marzo 1921; in Aldo Forbice (a cura di). Ibidem pagg. 99-100
5
Bruno Buozzi: Intervento al congresso della CGdL svoltosi a Livorno dal 26 febbraio al
23 marzo 1921; in Aldo Forbice. Ibidem pag. 97
6
Bruno Buozzi: intervento al congresso della CGdL svoltosi a Livorno dal 26 febbraio al
3 marzo del 1921; in Aldo Forbice. Ibidem pag. 100
7
Idomeneo Barbadoro: La Fiom, la CGdL e il controllo sindacale della produzione in
Bruno Buozzi e lorganizzazione sindacale in Italia Editrice Sindacale Italiana 1982,
pag. 61.
8
Angelo Tasca: Nascita e avvento del fascismo, Firenze 1951, pag. 122; da Idomeneo
Barbadoro: La Fiom, la CGdL e il controllo sindacale della produzione. Ibidem pag.
77
9
Bruno Buozzi, congresso confederale del 1921
10
Bruno Buozzi: Lavoro per i disoccupati... Il Metallurgico gennaio-febbraio 1915;
in Aldo Forbice (a cura di): Riformismo e sindacato. Bruno Buozzi, scritti e discorsi
(1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pagg. 56-7
11
Bruno Buozzi: La caccia alle chimere Il Metallurgico aprile 1918
12
Bruno Buozzi, Ivi
13
Bruno Buozzi, Ivi
14
Bruno Buozzi, Ivi
15
Avanti! Milano 10 maggio 1917.
16
Piero Boni: Bruno Buozzi e il Patto di Roma Ediesse Fondazione Brodolini 1984,
pag. 20
17
Piero Boni, Ibidem pagg. 22-3
18
B. Buozzi V. Nitti: Fascisme e Syndicalisme, Librairie Valois
19
Piero Boni: Bruno Buozzi e il Patto di Roma, Ibidem pag.24
4

345

Austerit fiera in ogni atto, come si conviene a quelli che


si sono assunti la missione grandiosa, religiosa di adoperare
la patria esule per spezzare i ceppi della patria schiava

In esilio

Per salvare la CGdL, Bruno Buozzi trasfer la sede allestero mentre


in Italia Rinaldo Rigola e Ludovico DAragona ne dichiaravano lo scioglimento
Nella foto dellaprile del 1931 un momento familiare dellesilio

Rue de la Tour dAuvergne una piccola strada, fra Montmartre


e Pigalle. I turisti ci passano distrattamente, per cercare conforto spirituale
lass, al Sacro Cuore o per provare a scoprire, dietro qualche angolo, lo
spirito creativo di Toulouse-Lautrec, Picasso e Modigliani (Amedeo), o
semplicemente nellattesa di soddisfare istinti pi trasgressivi. Gli italiani
che lattraversano non sanno che nella storia del loro Paese, quella stradina
ha un posto privilegiato perch identifica un periodo, perch contiene, segretamente, da qualche parte, quellanelito grandioso di adoperare la patria
esule per spezzare i ceppi della patria schiava. In una di quelle case, che
ai passanti non dicono assolutamente nulla, si spense, nella notte dell11
giugno 1933, Claudio Treves, una delle migliori espressioni della patria
esule. Era appena tornato dalla commemorazione di Giacomo Matteotti,
leroe che non aveva potuto conoscere la patria esule perch il fascismo gli
aveva rubato la vita. Disse al figlio Paolo che si sentiva un po stanco; si
mise a letto e non si svegli pi. Una fine senza dolore, dopo una vita con
tanto dolore. L, in quella stradina trov riparo Bruno Buozzi, appena arrivato a Parigi. Non proprio subito perch allinizio vag ramingo tra amici
e alberghi. Poi arrivarono la moglie Rina e le figlie, Ornella e Iole, e a quel
punto la casa divenne il simbolo di una ritrovata, seppur parziale, normalit
familiare, visto che altre normalit non erano possibili.
La Francia era ancora accogliente e i furori del fascismo faticavano
ad alimentare venti molesti al di l delle Alpi. Si poteva lavorare, a Parigi,
si poteva provare a ricostruire in qualche forma un concetto di vita democratica, una simulazione della dinamica sindacale e parlamentare. Arrivavano in tanti: Turati (la cui fuga venne organizzata da Pertini e dai fratelli
Rosselli che poi lo seguirono sulla medesima strada), Treves, Nenni,
Cianca, Garosci e Saragat che si era temporaneamente sistemato in Austria
349

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

ma che cambi aria perch quella austriaca, per via di Hitler, era diventata
irrespirabile. A Parigi avevano trovato accoglienza gli uomini del sindacato: Giovanni Bensi e Pallante Rugginenti, esponenti della Confederazione, leali a Buozzi; il leader dei ferrotranvieri, Giuseppe Sardelli, e quello
degli edili, Felice Quaglino, lesponente delle cooperative ravennati, Nullo
Baldini. Cerano le condizioni per provare a ricominciare. Dopo il famoso
discorso del 3 gennaio del 1925 di Benito Mussolini, dopo laccordo di Palazzo Vidoni, dopo le leggi che avevano consegnato ai sindacati fascisti,
fedeli maggiordomi del regime, la forzata rappresentanza dei lavoratori
che, per, non si poteva esercitare in forme conflittuali visto che il diritto
di sciopero era stato abolito insieme ad altre libert fondamentali come
quella di stampa e, quindi, di espressione del pensiero. Buozzi e i suoi uomini pi fedeli avevano cominciato a lavorare per trasferire la Confederazione in Francia (mentre gli altri, come abbiamo visto, lavoravano per
trasferire se stessi sotto lombrello protettivo e generoso di Mussolini).
Chiuso in Italia il giornale Battaglie Sindacali, i capi dellorganizzazione avevano cominciato ad adoperarsi per aprirne uno in esilio, al
riparo dalle vessazioni non solo politiche ma anche economiche (espropri).
Ad aprile del 1926, lOperaio Italiano era gi una realt; il 1 maggio,
data altamente simbolica, il primo numero vedeva la luce. Era soprattutto
un manifesto: lillustrazione di quelle che sarebbero state le finalit politiche (a medio termine, evidentemente) e quelle pratiche (a breve termine)
di quel foglio che avrebbe dovuto tenere accesa nei cuori dei lavoratori
italiani la luce della CGdL. Ovviamente tra gli obiettivi, la lotta al fascismo
sino al suo abbattimento, sino allestirpazione della mala pianta che aveva
inquinato i terreni della Penisola rendendoli aridi dal punto di vista dei diritti; la contestazione continua, puntuale, dei sindacati fascisti, incompatibili
con una idea vera di organizzazione a tutela del lavoro e dei lavoratori; la
battaglia per la riaffermazione di quel sindacalismo libero che continuava
a far sentire la sua voce, seppur flebile, dallesilio; difesa dei diritti dei lavoratori stranieri, italiani in particolare, la maggior parte dei quali obbligati
ad abbandonare il proprio paese perch contrari alla dittatura. La nostra
sar una azione pratica, terra terra, come ai primi tempi in cui si cominci
la costituzione di quelle meravigliose organizzazioni violentemente distrutte
dal fascismo per mandato delle classi padronali1. Ricominciare a vivere:
350

IN ESILIO

questo era lobiettivo, contro gli attacchi di un regime che usava la repressione per rendere schiavo un paese; contro lindifferenza di tutti quelli, a
cominciare dalla casa regnante, che avevano accompagnato con indulgenza
la nascita del fascismo calpestando le regole, infangando la costituzione,
insultando la dignit delle persone. Nella sua casa, l tra Montmartre e Pigalle, Buozzi accoglieva amici e profughi. Filippo Turati che era approdato
a Parigi un anno dopo la morte della sua compagna, Anna Kuliscioff. E gli
amici e compagni di viaggio in quella avventura straordinaria che si chiama
sindacato. Gente come Giovanni Bensi che a Parigi ci era arrivato debilitato
nel fisico. A Milano aveva diretto la Camera del Lavoro; era diventato il
bersaglio delle squadracce: agguati, percosse; cinque anni di inferno. Fino
allepilogo: la chiusura della Camera del Lavoro, il rifiuto orgoglioso di
consegnare alle autorit gli elenchi degli iscritti. Se ne and in Francia malato, fiaccato, insieme alla sua compagna e al figlio di tre anni. Mor che di
anni ne aveva appena trentacinque, nel 1928. Sulla sua tomba, al cimitero
Pre Lachaise (dopo la guerra, nel 1949, la salma venne traslata in Italia,
al cimitero Monumentale di Milano) cera scritto: Giovanni Bensi/ italiano: Socialista/ morto esule/ per la sua fede. Non molto distante, riposava
Piero Gobetti. Intorno una compagnia di protagonisti del nostro tempo da
Oscar Wilde a Paul Laforgue, da Amedeo Modigliani a Marcel Proust, da
Gertrude Stein a Paul Eluard, da Maurice Merleau-Ponty a Guillaume Apollinaire, per scendere, ai nostri giorni, sino a Edith Piaf il Passerotto e a
una icona rock, Jim Morrison, il Re Lucertola.
Tra le carte di Bruno Buozzi c una lettera in qualche maniera tenerissima. Cerano stati dei malintesi, Bensi si era sentito messo da parte,
quando a Natale del 1926 il segretario della CGdL aveva annunciato che la
Confederazione avrebbe sempre di pi operato in esilio. Buozzi gli scriveva: Carissimo Bensi, alcune sere fa Nenni mi disse che ti aveva visto
molto sconfortato e invitai subito Rugginenti di avvertirti che desideravo
parlarti. Ieri, invece di vedere te, ricevetti la tua. Non durerai a credere
che essa mi ha profondamente sorpreso e addolorato. Evidentemente ci
sono dei malintesi. O meglio, lanimo nostro tanto turbato per la situazione in cui ci troviamo alimenta talvolta fino alliperbole come ha fatto
ora in te dubbi e impressioni che la minima riflessione o poche parole di
spiegazione basterebbero a eliminare. Erano i giorni della polemica con
351

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

quelli che si preparavano a sciogliere la Confederazione (la lettera per Bensi


datata 4 gennaio 1927, esattamente il giorno della liquidazione della
CGdL decretata dalla banda dei sette). Buozzi spiegava: Il manifesto di
cui tu parli rappresenta un atto di ordinaria amministrazione, conseguenza di
una deliberazione di qualche anno fa. Quando si rediger il vero manifesto,
quello che dar notizia del trasloco della Confederazione, dovrai esserci anche
tu. Il Comitato di cui parli, non ha grande importanza. Quando si tratter di
costituire il vero Comitato Confederale, dovrai esserci anche tu. Ricordati che

Buozzi ai funerali di Fernando De Rosa morto nella difesa di Madrid

352

IN ESILIO

non siamo venuti in Francia per fare i liberi e pacifici cittadini. Per il resto sei
ingiusto. Io non ho fatto nulla di importante senza interpellarti2.
Poi, nel finale, Buozzi riannodava le fila di un rapporto di amicizia,
scuoteva il compagno preoccupato, depresso, avvilito da una salute che
scricchiolava: Nei prossimi giorni dovremo prendere le deliberazioni pi
importanti. Vuoi tu figurare assente? Io non posso e non voglio fare da
solo. Tu mi dirai che ci sono altri. E io dico e tu lo sai che io tengo a te
e voglio bene a te almeno quanto a qualsiasi altro compagno... Fatti vedere.
Se non cercassimo di vincere tutte le nostre angosce; se non riuscissimo
ad eliminare e ad impedire il sorgere di ogni e qualsiasi malinteso, ogni e
qualsiasi ombra , saremmo degli incoscienti e dei folli. Io e te non siamo
n luna n laltra cosa. Bisogna per parlarci e non tacerci ci che pensiamo. Fatti quindi vedere al pi presto o fammi sapere dove e quando possiamo trovarci. Verr io... Ti abbraccio fraternamente, tuo Bruno3. Bensi
mor quasi esattamente un anno dopo, il 26 aprile del 1928. E al di l degli
aspetti che riguardano lamicizia tra i due, la lettera offre uno spaccato dello
stato danimo di chi in esilio sentiva in crisi tutta la propria vita, temendo
di non avere punti di riferimento, di essere stato costretto a rinunciare a
delle certezze per lincerto vivere in terra straniera, a fare i conti con disponibilit economiche molto limitate e, quindi, con una esistenza caratterizzata da rinunce e sacrifici.
Bruno Buozzi aveva provveduto, in qualche maniera, a costruire
una sorta di fondo di resistenza. Da sindacalista, da uomo abituato ai lunghi
scioperi e alla necessit di fornire ai lavoratori gli strumenti materiali per
vivere anche in assenza di un salario puntualmente versato, capiva che
quella non sarebbe stata una scampagnata, che il ritorno da Parigi non sarebbe avvenuto in tempi brevi. La Confederazione Generale non aveva una
cassa propria. Doveva, perci, appoggiarsi alla Union des Coopratives.
Laveva creata Felice Quaglino grazie ai capitali della Federazione Italiana
Operai Edili. Quaglino aveva cos evitato quellesproprio che la legge sui
sindacati consentiva alle autorit fasciste. Ad amministrare limpresa provvide in un primo tempo, Emilio Canevari che firm il Patto di Roma dopo
la morte di Buozzi. Poi, in quel posto si insedi Nullo Baldini, luomo che
aveva fondato a Ravenna lAssociazione dei braccianti agricoli e che poi a
Nerac in Guascogna, nelle tenute del senatore (e banchiere, stato il primo
353

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

presidente dellAbi) Luigi Della Torre, insieme a Luigi Campolonghi (fu


uno dei fondatori della Lidu, la Lega Italiana dei Diritti dellUomo), fece
sorgere una cooperativa che diede lavoro a molti esuli italiani. Ma nella vicenda dellesilio di Buozzi un ruolo di primo piano lo gioc lavvocato torinese Pier Luigi Passoni. Fu, per lantifascismo italiano, una sorta di
spallone solo che lui i quattrini in Francia non li portava per sottrarli al
fisco, ma per un fine nobile, consentire agli emigrati perseguitati dal regime
di poter condurre una vita dignitosa, finanziare lattivit antifascista.
La Federazione degli edili aveva investito una parte dei suoi quattrini nella Federazione Italiana Consorzi e Cooperative Edilizie. Per sottrarla alle grinfie del fascismo, la Ficce venne liquidata. I soldi, a quel
punto, vennero investiti e Passoni si occupava della cosa. E si incaricava,
poi, di portare i proventi a Buozzi, Quaglino e Baldini, imbarcandosi in
viaggi avventurosi ed, evidentemente rischiosi. LUnion del Coopratives,
al pari di quella di Baldini e Campolonghi provvedeva, inoltre a dare lavoro
(nei limiti del possibile) a coloro che arrivavano dallItalia. Passoni dalla
Francia non tornava mai a mani vuote perch se allandata era carico di
quattrini, al ritorno era pieno di materiale di propaganda, a cominciare dal
giornale, lOperaio Italiano. Allavvocato torinese si aggreg anche uno
studente universitario, Fernando De Rosa che nel frattempo aveva cominciato a diffondere nelle aule dellateneo torinese un suo giornale in buona
parte ispirato proprio da quello che Buozzi realizzava a Parigi. I viaggi di
Passoni non erano certo di piacere e non lo erano soprattutto per le autorit
fasciste. Racconta Gino Castagno: Una parte delle somme realizzate in
tal modo servivano per in patria, per lassistenza alle vittime politiche e
Passoni le passava di volta in volta al Soccorso Rosso, che aveva i suoi
comitati a Torino, a Milano e in Emilia. Per quanto questi comitati fossero
formati da compagni e amici fidatissimi... e per quanta abilit e prudenza
mettesse Passoni nella sua opera, i motivi dei suoi viaggi furono segnalati
alle autorit fasciste. Un traditore, Alberto Giannini, del Becco Giallo
(del giornale era il direttore: antifascista, fece per motivi economici il
salto della quaglia diventando un collaboratore dellOvra, n.d.a.), con
le sue confidenze, provoc larresto del messaggero alla frontiera durante
un ritorno da Parigi e il suo deferimento al Tribunale Speciale4.

354

IN ESILIO

15.1 La tutela degli emigrati

Fu questo arresto, il fatto che la polizia fascista avesse ormai mangiato la foglia, che consigli, dopo la liberazione, di far compiere allavvocato solo un ultimo viaggio. Era il 1930. A quel punto i soldi cominciarono
a scarseggiare e gli uffici confederali di assistenza agli esuli vennero smantellati. Il giovane e intraprendente studente universitario, De Rosa, si incaric, nel periodo in cui Passoni era ospite delle prigioni fasciste, di
provvedere al trasbordo di liquidit. A Parigi, nella casa di Buozzi, il ragazzo conobbe Turati, Treves e soprattutto Carlo Rosselli a cui si colleg
politicamente. Dopo un passato turbolento caratterizzato anche da esperienze squadristiche che gli erano costate una condanna a tre mesi e quindici
giorni di detenzione, De Rosa aveva cambiato riferimenti politici: frequentando la facolt di giurisprudenza era diventato antifascista sino ad espatriare, nel 1928, in Francia per evitare il servizio militare. Fu Carlo Rosselli
ad accompagnarlo, il 22 ottobre 1929, alla stazione quando si imbarc per
Bruxelles dove Umberto II si preparava a chiedere la mano di Maria Jos.
Il 24 ottobre, mentre quello che passer alla storia come il re di maggio,
rendeva omaggio alla tomba del milite ignoto, il silenzio venne squarciato
da un colpo di pistola: a sparare aveva provveduto proprio De Rosa che
venne condannato a sette anni di carcere. Se ne fece meno (fu liberato nel
1933). Poi part per la Spagna per combattere i franchisti e nel 1936 mor
sul campo di battaglia: era il comandante del battaglione Octubre n.11.
La vita di Buozzi cambi negli anni trenta. E anche la casa. Dato
che i soldi scarseggiavano si era messo a fare il rappresentante di prodotti
alimentari. La crisi economica esplosa nel 1929 aveva imposto delle economie e la CGdL non era pi in grado di pagare uno stipendio al segretario
che a quel punto invest i risparmi e una piccola eredit che gli aveva lasciato Turati in quella attivit imprenditoriale. Dal 1 aprile 1935 cominci
a lavorare gratuitamente per il sindacato. Tra laltro il commercio di salumi
torn utile in occasione della guerra di Spagna quando fu necessario garantire anche sostegni alimentari ai volontari italiani. Clignancourt una
porta daccesso a Parigi: la Pripherique, un boulevard fratello gemello del
raccordo anulare di Roma (e come quello quasi sempre intasato), delimita
il confine della citt. Dallaltra parte ci sono le Banlieue, Saint Ouen, Saint
355

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

Denis, eccetera; il mercato delle pulci da quelle parti. Oggi, su quel confine
in cui la citt delle luci finisce e cominciano quelle che noi definiremmo
borgate (molto meno illuminate), vive una immigrazione nuova, proveniente
soprattutto dalle ex colonie. Allepoca, a Boulevard Ornano, Buozzi fiss
la sua dimora e la sede della sua attivit commerciale. A Parigi il segretario
confederale costitu pure il Comitato Sindacale dAssistenza ai Lavoratori
Italiani. E gran parte dellopera svolta in Francia si incentr proprio sulla
tutela degli esuli, stretti tra le leggi repressive italiane varate proprio per ren-

Le leggi liberticide creavano problemi agli italiani allestero: ecco una denuncia di Buozzi

356

IN ESILIO

dere la loro vita pi difficoltosa e le diffidenze del Paese in cui avevano trovato rifugio. Nel 1929 scoppi la crisi economica considerata sino a poco
tempo fa come la pi grave dellepoca moderna (lultima, quella esplosa nel
2007 potrebbe averla superata). Gli effetti del venerd nero americano si
fecero sentire per un decennio. Il giorno peggiore della storia del capitalismo
(che poi in realt era un gioved 24 ottobre negli Usa) prosegu anche il luned (meno tredici per cento dellindice di Wall Street) e il marted (meno
dodici), fece fallire negli Stati Uniti quattromila istituti di credito, cre venticinque milioni di disoccupati, rase al suolo il Pil dei paesi europei (meno
trentatr per cento in Italia, meno ventotto in Francia, addirittura meno quarantasette in Germania). La conseguenza fu che tutti cominciarono a barricarsi nei propri cortili nella speranza di limitare al minimo gli effetti della
crisi (che Mussolini faceva finta di non avvertire solo perch aveva abolito
la libert di stampa). Bruno Buozzi, dopo aver svolto una relazione al congresso della Lidu, la Lega Italiana per i Diritti dellUomo, pubblicava su
lOperaio Italiano un articolo in cui contestava le leggi adottate dal regime
in materia sindacale perch lasciavano senza tutela gli emigrati.
Il problema era semplice: potevano agire, grazie ai rapporti internazionali, solo i sindacati riconosciuti dal regime; ma con le organizzazioni
fasciste nessuno intratteneva rapporti. Risultato: nessuno poteva tutelare
emigrati, espatriati, esuli. Scriveva Buozzi: Lart. 6, ultimo accapo, della
Legge sindacale del 3 aprile 1926 dice: In nessun caso possono essere riconosciute associazioni che, senza lautorizzazione del governo abbiano comunque vincoli di disciplina o dipendenza con associazioni di carattere
internazionale. Basta un attimo di riflessione per persuadersi che questo
articolo copre di una veste giuridica un vero e proprio tradimento a danno
di 10 milioni di suoi figli in gran parte lavoratori che lItalia ha sparsi
per il mondo. Nessun Paese quanto lItalia avrebbe interesse a coltivare
rapporti cordiali con i sindacati dei paesi di emigrazione. Col regime fascista tali rapporti sono resi impossibili. Esso ha distrutto con la violenza i
sindacati liberi, cio i soli sindacati che potevano essere ascoltati allestero5.
Il segretario confederale sottolineava un paradosso che rappresentava, in realt, una vera e propria discriminazione (a conferma del carattere
di parte del regime fascista): Industriali, agrari, commercianti possono
357

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

liberamente far parte delle loro organizzazioni internazionali... In altre parole, il fascismo ammette linternazionalismo del capitale ma non quello
del lavoro. Questa discriminazione aveva come conseguenza che i consolati non potevano svolgere a favore degli emigrati lavoro di assistenza.
Sottolineava Buozzi: Il Governo fascista si affanna ad affermare che
lazione di difesa dei lavoratori italiani allestero affidata ai consolati.
Menzogna stupida o illusione idiota... Gli italiani allestero sono fatalmente
portati a rivolgersi, per la difesa dei loro interessi, ai sindacati a tendenza
socialista. E siccome i consolati hanno lordine di perseguitare gli antifascisti anche allestero, accade che gli operai che si occupano attivamente
di movimento sindacale, vengono denunziati alla polizia come elementi pericolosi per lordine pubblico6.
Infine, unaltra norma metteva a rischio quel principio di reciprocit
che gli stati seguivano sulla materia del lavoro. Concludeva il segretario
confederale: Lart.2 del regolamento che accompagna la legge sindacale
del 3 aprile 1926 stabilisce quanto segue: Gli stranieri, che risiedono in
Italia da almeno dieci anni, possono essere ammessi in qualit di soci nelle
associazioni sindacali legalmente riconosciute, ma non possono essere nominati od eletti ad alcuna carica o funzione direttiva. La gravit di questa
disposizione evidente. Essa contrasta col pensiero moderno di tutti i paesi
civili, il quale tende a riconoscere, agli operai stranieri, gli stessi diritti
sindacali riconosciuti agli operai nazionali. In proposito, specialmente fra
paesi di emigrazione e di immigrazione, esistono numerosi trattati di lavoro
cosiddetti di reciprocanza. Qualche paese, compresa la Francia, limita il
diritto di coprire cariche direttive, come quella di segretario...; ma la libert di aderire ai sindacati non contestata da alcuna legge... LItalia
paese largamente esportatore di mano dopera avrebbe tutto da guadagnare ad essere larga di concessioni verso i pochi stranieri che si recano
a lavorare entro i suoi confini, onde poter reclamare larghezza dai paesi
che ospitano i suoi numerosi emigrati7.
Buozzi aveva stretto rapporti con la Cgt (Confdration Gnrale
du Travail) e, daltro canto, questo legame consentiva allorganizzazione
italiana una certa libert e ampiezza di movimenti. Ma la crisi stava cambiando le situazioni. Anche quelle politiche. Sulla scena, agli inizi degli
Anni Trenta comparve, infatti, Pier Laval che fra il 1931 e il 1944 ricopr
358

IN ESILIO

quattro volte la carica di primo ministro e una quella di vice-primo ministro


alle dipendenze di Philippe Petain. Esponente della destra francese, venne
poi accusato di aver avuto un ruolo di primo piano nella repubblica di Vichy
e di essere stato il protagonista principale della politica di collaborazione
con i nazisti: laccusa lo port davanti al plotone di esecuzione. Ma prima
di quellepilogo, la sua presenza al vertice della politica francese, essendo
lui non insensibile al fascino di Mussolini (la sua storia era abbastanza simile a quella dellitaliano: nato socialista, eletto deputato nelle liste della
Sfio, cominci a strambare dallaltra parte agli inizi degli Anni Venti),
fin per avere contraccolpi nefasti sulla vita degli esuli italiani. Fu anche
lispiratore (insieme a Petain) di quei gruppi di estrema destra che il 6 febbraio del 1934, misero a ferro e fuoco Parigi provocando la caduta del governo espresso dal secondo Cartello delle sinistre. Firm pure un accordo
con Mussolini (a Roma, il 4 gennaio del 1935) con il quale si dava mano
libera agli italiani in Abissinia. Fatto sta che la situazione, politicamente in
bilico ed economicamente al collasso, induceva (come spesso accade
quando la paura monta, regola confermata anche da vicende a noi vicine) i
membri dellAssemblea Nazionale a promuovere proposte di legge che in
qualche maniera complicavano la vita degli emigrati.
Alla guida del governo francese cera proprio Laval quando venne
presentata una legge che puntava a rendere pi difficile lingresso in Francia
degli stranieri. Il 26 novembre del 1931, infatti, Bruno Buozzi interveniva
per evitare un simile colpo di mano, scagliandosi contro il giornale Lami
du Peuple sostenitore della tesi in base alla quale laumento della disoccupazione era dovuto alleccessiva generosit parigina in fatto di immigrazione (gli argomenti delle destre non sono particolarmente originali,
riaffiorano spesso, fornendo armi agli xenofobi e in Italia lo sappiamo
bene). Affermava il segretario confederale: Non occorrono molte parole
per dimostrare che questa tesi praticamente stupida e politicamente immorale e inumana. Stupida perch ci sono industrie per le quali si dovrebbe
legalizzare una percentuale del cento per cento (di ingressi, n.d.a.). Facciamo qualche esempio. Ci sono zone della Francia nelle quali le industrie
edili e dei cappelli, finirebbero per essere letteralmente paralizzate se fossero costrette a ridurre la percentuale degli stranieri soltanto del 30 o 40
per cento. I mosaicisti sono nella quasi totalit italiani e insostituibili. In
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

alcuni importanti centri minerari gli operai sono quasi tutti stranieri ed i
francesi occupano pressoch esclusivamente posti di direzione e controllo.
In alcune regioni, infine, le terre rimangono incolte mentre potrebbero essere redente se gli stranieri, invece di essere respinti, venissero chiamati
ed aiutati. Immorale e inumana perch nessuno Stato ha il diritto di chiamare gli stranieri negli anni di abbondante lavoro per cacciarli al di l
della frontiera nel momento della crisi8.
A sostegno delle ragioni degli immigrati era intervenuto il partito
socialista (la Sfio) ma con un provvedimento che rischiava di creare altri
problemi. E, allora, Buozzi spiegava: opportuno esaminare gli articoli
pi importanti. Larticolo 1) chiede che, a partire da una data da fissarsi,
venga interdetta lentrata in Francia di lavoratori stranieri. Opporsi a questo articolo mentre i disoccupati aumentano sarebbe demagogico. soltanto opportuno aggiungere che esso non infirma in alcun modo il diritto
di asilo, cio lentrata in Francia di perseguitati politici... Lart. 2) chiede
che nessunimpresa sia autorizzata ad assumere operai stranieri, se la proporzione degli stranieri che ha gi al suo servizio supera il 10 per cento9.
Poi Buozzi dava conto dellarticolo 7 che stabiliva parit di salari tra francesi e stranieri (Se questo articolo passer, numerosi impresari fascisti
saranno costretti a por termine allindegno sfruttamento che oggi esercitano sui loro connazionali). Spiegava Buozzi: Questo progetto di legge
riuscito ad eliminare soltanto in parte le preoccupazioni dei lavoratori
stranieri. Lon Blum (cio il leader della Sfio, n.d.a.), in un chiaro articolo
pubblicato su Le Populaire del 20 novembre ha spiegato che il G.P.S.
(il gruppo parlamentare del partito, n.d.a.) si proposto di consolidare lo
statu quo e di conservare il loro impiego a tutti gli operai che lavorano
attualmente in Francia. Siamo spiacenti di dover rilevare che cos come
sono stati compilati gli art. 2 e 3 corrispondono soltanto parzialmente a
questi criteri... La crisi ha gi reso disoccupati molti operai ed prevedibile
che ne render disoccupati molti altri. Il problema non quindi quello
che sarebbe impossibile da risolvere di conservare limpiego a chi ce
lha, ma di non creare due categorie di disoccupati. Purtroppo, invece, gli
articoli 2 e 3, se non saranno modificati, creeranno uno stato di inferiorit
agli operai stranieri, in quanto limitano agli imprenditori che hanno pi
del 10 per cento di stranieri la libert di assumerne altri, senza neppure
360

IN ESILIO

distinguere tra assunzione e riassunzione10.


Ma lattacco contro gli stranieri continu per lungo tempo e anche
sotto governi orientati a sinistra. Si era dimesso da due giorni il governo
guidato da Edouard Daladier (che poi fu anche uno dei pi dinamici animatori del Fronte Popolare), quando Buozzi scrisse ai cari compagni della
CGdL francese. Il deputato Jacquier aveva presentato il progetto di legge
per restituire equilibrio al bilancio e il segretario confederale si era reso
conto che un articolo prevedeva che allorch in un dipartimento, la per-

Per gli emigrati la vita in Francia era dura: la CGdL interveniva a loro difesa

361

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

centuale di disoccupati francesi di una professione eccede il 5 per cento,


lassuntore di mano dopera straniera della detta professione pagher una
tassa di 5 franchi per ogni giornata di lavoro fornita da questa mano
dopera11. Si cercava, insomma, da un lato di fare cassa e dallaltro di rendere un po pi impenetrabili le frontiere. Buozzi, allora, spiegava: Dove
il lavoro diminuisce, gli stranieri sono i primi ad essere licenziati; ed ogni
giorno ci vengono segnalati casi di imprenditori che domandano pubblicamente della mano dopera, ma che respingono sistematicamente gli stranieri che si presentano sui cantieri o nelle officine a chiedere lavoro. Ora,
se la Camera approvasse larticolo in questione, questa situazione diventerebbe ancora pi grave, senza alcun profitto - a nostro parere per la
Francia... Daltra parte, i rimasti sono in grande maggioranza degli operai
che hanno trasferito la loro famiglia in Francia o che si sono creati una
famiglia in Francia o dei rifugiati politici, cio dei lavoratori che nel loro
paese dorigine sarebbero oggi ancora pi stranieri che nel vostro12.
A Bruno Buozzi replicava il vice-segretario della Cgt, Raoul Lenoir.

Il volantino antifascista lanciato su Roma da Lauro De Bosis

362

IN ESILIO

Provando a rassicurarlo: La straordinaria proposta del deputato Jacquier


non appare n possibile n applicabile. Essa sindacalmente inaccettabile
perch contiene in se stessa un prelevamento sul salario delloperaio straniero... Gi avanti la guerra, una proposta di questa natura, presentata dal signor Ceccaldi, deputato di Varrins, sollev le proteste del movimento sindacale.
Eppure allora si trattava di operai frontalieri che lavoravano in Francia senza
consumarvi alcuna parte del loro salario... La proposta insensata del deputato
Jacquier sarebbe pi onestamente precisa se volesse rigettare dalle fabbriche
tutti i lavoratori stranieri. Una tale proposta sarebbe pi chiara, pi cinica ma
dimostrerebbe la mentalit di un parlamentare di corta vista13.

15.2 Il volo senza ritorno di De Bosis, la morte di Turati

Poi cera lattivit pubblicistica rivolta a svelare gli inganni del regime e, in particolare, lipocrisia di un sindacato, quello fascista, che era
un docile strumento nelle mani del regime e che, quindi, nulla aveva a che
vedere con lattivit delle organizzazioni libere che avevano operato in Italia sino alla presa del potere da parte di Mussolini. Nel corso di una conferenza che si trasformava in una cronaca per il giornale La Libert (era
lorgano della Concentrazione Antifascista, diretto da Claudio Treves),
Buozzi diceva: Il sindacalismo fascista non ha nulla in comune col sindacalismo classico, espressione della volont dei lavoratori; una macchina per incassare quote, sostenuta per fare lo spionaggio nelle fabbriche,
nei campi, negli uffici, nelle aziende13. Spiegava agli anti-fascisti presenti
nella sala dellUnione Giornalisti Italiani Giovanni Amendola la genesi di
un fenomeno posticcio: Malgrado i fondi dei padroni e il manganello,
fino alla marcia su Roma il sindacalismo fascista non ebbe... alcun seguito14. Dopo aver spiegato la maniera in cui Mussolini aveva convinto
le controparti (in particolare gli industriali che erano i meno entusiasti), il
segretario della CGdL concludeva con un messaggio in qualche misura possibilista. Dopo aver sottolineato che il sindacato fascista cresciuto e vive
perch lo ha imposto il regime, si domandava: Rimarr sempre qual
oggi? La risposta non facile. Unorganizzazione, comunque, costituita,
tosto o tardi reclama di essere democratizzata. Passata lubriacatura della
cosiddetta rivoluzione fascista, anche i fascisti saranno portati a reclamare
che il loro sindacato sia qualcosa di pi di ci che ora. Gli operai fascisti
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

giurano sul genio di Mussolini, ma cominciano a reclamare una maggiore


libert di discutere dei loro interessi e del funzionamento dei loro sindacati.
Si parla gi di concedere agli iscritti ai sindacati di eleggere i loro dirigenti15.
Infine, spronava i suoi compagni: I sindacalisti classisti devono
seguire attentamente gli avvenimenti per sfruttarli ai loro fini. Ogni malcontento deve essere rilevato. Molti operai classisti sono forzatamente
iscritti ai sindacati fascisti. Lazione di critica e di demolizione del sindacalismo fascista si compie finora solo dal di fuori16. Sei anni dopo nel
1934, in un articolo sul Nuovo Avanti!, Buozzi era decisamente pi netto.
Commentando le dichiarazioni del sottosegretario alle corporazioni fasciste
(Biagi) che invitava a lavorare per far vivere la vita del sindacato agli
operai, il segretario confederale affermava: Il fascismo non vi riuscir
mai. Perch il lavoratore sia portato a vivere la vita del sindacato, bisogna
che il sindacato sia suo e libero, bisogna che i dirigenti siano liberamente
scelti dai soci e non dai funzionari del governo17.
Ma poi, oltre allattivit pubblicistica e a quella di difesa dei lavoratori stranieri, cera anche limpegno politico, le azioni concrete per provare ad alimentare una battaglia capace di incrinare in qualche misura il
muro del regime. Il tutto in unEuropa inquieta, in un mondo in difficolt.
Le divisioni tra le forze democratiche avevano agevolato Mussolini, rimetterle insieme, allestero, non che fosse facile. Restavano le diffidenze e
le spaccature: socialisti contro socialisti, comunisti contro i socialtraditori,
repubblicani decisamente poco disponibili nei confronti di Giustizia e Libert. Prov l Avanti! a fine febbraio del 1926 a lanciare la proposta per
una aggregazione delle numerose forze in campo, tutte concentrate sullo
stesso obiettivo, per osservato da punti di vista diversi, a volte anche antitetici. Lappello socialista era rivolto non solo agli altri socialisti, quelli
di Turati, ma anche ai comunisti, agli anarchici ai repubblicani. Alla fine la
campagna dell Avanti! riusc a produrre il risultato e in aprile nacque la
Concentrazione di Azione Antifascista che si dot, per prima cosa, di un
giornale (come abbiamo detto prima, La Libert). Entrarono tutti: i riformisti turatiani con Treves e Modigliani, il Psi con Nenni e la Balabanoff,
il Pri con Ferdinando Schiavetti e Mario Pistacchi, la Lega per i diritti delluomo con Alberto Cianca e Alceste De Ambris, e, ovviamente, la CGdL,
364

IN ESILIO

con Buozzi e Quaglino. Al pari de lOperaio Italiano, anche la Libert di


Treves cominciava le pubblicazioni il 1 maggio (ma del 1927, un anno
dopo lorgano sindacale). Lobiettivo della Concentrazione era chiarissimo:
Proseguire la lotta sino a quando, abbattuta la dittatura, sia possibile al
popolo italiano scegliere le istituzioni politiche e sociali che lo garantiscano contro i periodici ritorni offensivi della reazione che hanno caratterizzato la storia dello stato italiano18. I comunisti, invece, preferirono fare
da soli: avrebbero voluto far convergere nei loro Comitati del Fronte Unico
tutte le forze; ma avevano anche deciso di rispondere picche perch si erano
sentiti esclusi dai lavori che avevano portato alla costruzione della struttura
e perch non apprezzavano la presenza nel gruppo di elementi borghesi
come i rappresentanti della Lega per i Diritti dellUomo. Insomma, unidea
troppo inclusiva a loro non andava a genio, avrebbero preferito una maggiore
selezione. La Concentrazione lanci anche un appello agli italiani, segnalando soprattutto le responsabilit del re nella tragedia che il paese stava vivendo.
Furono organizzate anche azioni dimostrative. In particolare, un paio
di voli con lancio di manifesti. Uno lo comp Giorgio Bassanesi su Milano,
l11 luglio del 1930. Riusc alla fine ad atterrare in Svizzera e le autorit
fasciste ne chiesero larresto immediato e lestradizione. Ma i giudici della
Confederazione optarono per una multa e la libert. Meno fortunato fu
Lauro De Bosis che aveva tentato una prima impresa aerea venendo bloccato da un imprevisto: atterrando in Corsica, l11 luglio del 1931, laereo
si era danneggiato liberando tutti i volantini che avrebbe voluto sganciare
sullItalia, cos annullando leffetto sorpresa. Ma non si arrese e ci riprov.
Acquist in agosto un aereo in Germania, un Klemm I25, si esercit con
due piloti tedeschi che poi gli portarono il velivolo a Marignan. Il 3 ottobre,
De Bosis sorvol Roma liberando nel suo cielo una pioggia di manifestini
anti-fascisti (cera scritto: Seicentomila cittadini si sono fatti ammazzare
per liberare due citt: fino a quando tollererete voi luomo che tiene schiava
lItalia intera?... Dopo nove anni non vi accorgete che avete avuto non solo
il pi tirannico e il pi corrotto ma anche il pi bancarottiero di tutti i governi. Avete rinunziato alle libert per vedervi tolto anche il pane?... Cittadini non vi lasciate intimorire dalle bande che voi stessi pagate). Il suo
atto eroico, per, non venne baciato dalla fortuna: fu tradito dalla benzina
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

(rimase a secco) e si inabiss. Il fronte antifascista cominciava a dare segni


di vita. E nel frattempo, come da consolidati costumi della sinistra, cominciava a litigare al suo interno, con la Balabanoff che avendo abbandonato
il Psi reclamava luscita dal comitato di Nenni e lesclusiva della rappresentanza dei socialisti. I suoi desideri non furono esauditi. Poi tocc ai repubblicani prendere cappello. Accadde quando Giustizia e Libert decise
di entrare nella Concentrazione. Gli allievi di Nello e Carlo Rosselli entravano e il Pri usciva (sanciva la cosa con il massimo della formalit: una
decisione del congresso che si svolse il 19 e 20 marzo 1932; lanno dopo,
sempre per scelta congressuale, rientrarono).
Alla Concentrazione antifascista Bruno Buozzi si dedic con un impegno straordinario, raccogliendo fondi, organizzando convegni, svolgendo
anche una relazione al primo congresso, che si svolse a Parigi il 27 e 29 aprile
del 1929. A Basilea, poi, il segretario confederale riusc a far svolgere anche
il Congresso Operaio Antifascista, un appuntamento che gli consent di ricostruire i rapporti tanto con lInternazionale Socialista quanto con la Federazione Sindacale Internazionale. Poi, per, la Concentrazione entr in crisi,
per gli atteggiamenti di GL, per la morte di Treves che aveva tolto al giornale
quellefficacia che aveva avuto nei primi tempi, ma soprattutto perch era
impossibile pensare a una attivit antifascista senza coinvolgere una forza
essenziale come il PCdI. E, infatti, la questione torn allordine del giorno.
Come quella dellunificazione socialista che venne realizzata nellestate del
1930. Non senza qualche dolore di pancia. Soprattutto allinterno del Psi dove
a remare verso la riunificazione senza esitazioni era Nenni (aveva cominciato
a parlarne nel 1928) mentre il resto della direzione frenava.
Con conseguenze anche un po paradossali come la riunione contemporanea a Grenoble, alla fine di giugno del 1930, del terzo congresso
del partito in esilio a cui parteciparono i sostenitori della riunificazione, e
il convegno della minoranza che tirava dalla parte opposta. In mezzo alla
bufera si ritrov Bruno Buozzi che in qualit di segretario della CGdL
aveva gi avviato i contatti con i partiti che intendevano riunificarsi scatenando le ire di Siro Burgassi che, pur essendo membro del Direttivo confederale, lanci contro il suo segretario sindacale dalle colonne dell
Avanti! unoffensiva violentissima. Buozzi rispondeva ricordando quel
che era avvenuto in occasione della scissione comunista quando la Confe366

IN ESILIO

derazione aveva deciso di mantenere in vita il Patto dAlleanza con il Psi.


Il 10 e il 20 luglio del 1930 il congresso sanc lunificazione e la nascita
del Partito Socialista Sezione dellInternazionale Operaia. Buozzi entr
nella direzione. Rimase fuori una minoranza che si tenne, per, l Avanti!
costringendo i riunificatori a far nascere il Nuovo Avanti! (che cominci le pubblicazioni il 19 maggio 1934).
Filippo Turati riusc a rivedere di nuovo unito il partito che aveva
fondato. Poi, il 29 marzo del 1932 si spense nella casa di Bruno Buozzi, in
Boulevard Ornano. Lallievo salut il suo vecchio maestro con un pezzo

Nelle fabbriche italiane si costruiscono gli aerei per la guerra del duce

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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

carico di commozione che venne pubblicato sul giornale della Concentrazione, La Libert. Scriveva: Come egli disse nella favella ardente e purissima che egli solo aveva, noi abbiamo scelto lesilio, con tutte le sue
amarezze, tutti i suoi sconforti, non per mettere in salvo quelle miserabili
cose che sono la nostra vita e la nostra tranquillit personale, ma per non
essere ridotti allimpotenza assoluta: per lavorare con maggiore efficacia,
dintesa con i nostri compagni rimasti laggi, alla riscossa immancabile...
Pi umilmente: ardore concordia sacrificio il motto che ci viene dalle sue
ceneri. Autonomia di coscienza e di fedi, di gruppi e di partiti, ma unit inflessibile nella causa comune. Ordine, armonia, solidariet nelle iniziative,
energia estrema, infaticabile perseveranza per recarle a compimento; austerit fiera in ogni atto, come si conviene a quelli che si sono assunta la missione grandiosa, religiosa, di adoperare la patria in esilio per spezzare i
ceppi della patria schiava... un cilicio che noi portiamo, che egli volle portare con noi, di cui fece un labaro, ed il labaro consegn a noi perch lo conservassimo immacolato fino alla vittoria di cui egli non ha mai
dubitato19. Ancor pi toccante il racconto di Ornella Buozzi, la primogenita di Bruno, per lAlmanacco Socialista dellanno dopo. Per Ornella, Turati era un nonno affettuso. Lo avevano accolto nella casa di Boulevard
Ornano e lei ricordava scene di vita familiare: Il risveglio di tutti lo trovava
gi a lavoro nel disordine dello studio invaso di carte e plichi, in compagnia
del grande ritratto dellAnna che dal vano di una porta gli sorrideva, incitamento e promessa. E concludeva: impressionante vedere gli uomini
che furono i suoi figlioli spirituali costretti ad affrettarsi meccanicamente
- col viso bagnato di lacrime e la voce interrotta - a preparare i comunicati
ai giornali: morto Filippo Turati.
La riunificazione socialista moltiplic i segnali per giungere anche
a una unit di azione con i comunisti. A lanciare il dibattito aveva provveduto nei primi numeri il Nuovo Avanti!. Poi a renderlo concreto ci aveva
pensato Pietro Nenni nel Consiglio Generale del luglio 1934. Il 17 agosto
dello stesso anno veniva firmato il Patto dUnit dAzione. La prima conseguenza fu la programmazione di un Congresso degli operai italiani allestero per rispondere allavventura colonialista di Mussolini in Abissinia
(che, come abbiamo detto, aveva avuto il via libera anche da Laval). In un
primo tempo, avrebbe dovuto svolgersi a met agosto a Basilea, ma poi si
368

IN ESILIO

tenne in due tempi: una conferenza in difesa del popolo eritreo il 2 settembre a Parigi (Bruno Buozzi svolse la relazione introduttiva a nome del partito socialista); il congresso generale a Bruxelles il 12 e 13 ottobre (Buozzi
intervenne e fu inserito nel Comitato dAzione che doveva gestire la lotta
antifascista).
Poi arriv lappello unitario del 1 maggio 1936. Le cose si sarebbero complicate dopo, quando il 23 agosto 1939 Molotov e Ribbentrop firmarono il patto tedesco-sovietico. LEuropa stava scivolando
inesorabilmente verso la guerra, nel segno del fascismo e del nazismo. Lannuncio pi squillante arriv dalla Spagna (Ornella Buozzi era a Barcellona
quando nel luglio 1936 i franchisti scatenarono lattacco contro la Repubblica popolare e raccont per il Nuovo Avanti! i primi due giorni di battaglia). Le brigate dei volontari non furono sufficienti a fermare loffensiva
di Francisco Franco che poteva contare sugli aiuti di Mussolini e sulla politica di non intervento di Gran Bretagna, Francia e Belgio. Nella difesa di
Madrid cadde anche De Rosa, lo studente che si era sostituito allavvocato
Passoni per portare i soldi alla CGdL e al Comitato di Assistenza ai Lavoratori Italiani. Quando i volontari italiani e i combattenti spagnoli ripararono
in Francia furono immediatamente dirottati nel campo di concentramento
di Vernet: la situazione era decisamente cambiata. Gli eventi ormai si svolgevano a un ritmo accelerato. Il Partito socialista allestero teneva il suo
quinto congresso a Parigi dal 26 al 28 giugno del 1937 con Buozzi che svolgeva la relazione sulle vicende sindacali. Lultimo ancora in tempo di pace.
Una ventina di giorni prima, il 9 giugno, erano stati ammazzati Carlo e Nello
Rosselli.
Il 1 settembre del 1939 la Germania invase la Polonia, forte anche
del patto firmato da Ribbentrop e Molotov: la seconda guerra mondiale cominciava provocando la prima vittima politica, il Patto dUnit dAzione
tra socialisti e comunisti che venne sciolto, mentre repubblicani e Gl rompevano i rapporti con il PCdI. Pietro Nenni entrava in rotta di collisione
con lInternazionale Socialista: si dimetteva dallesecutivo con una lettera
polemica a Fritz Adler. Il leader socialista non condivideva la scelta della
rottura: riteneva che la battaglia antifascista venisse prima di tutto e obbligasse a confermare lunit dazione con i comunisti. Buozzi e Saragat, pur
riformisti erano su una linea mediana che evitasse divisioni traumatiche e
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

definitive. Modigliani era, invece, il capofila degli intransigenti per i quali


nessuna alleanza era pi possibile con PCdI. Buozzi veniva designato a sostituire Nenni nellInternazionale ma lorganismo era ormai in stato di coma
irreversibile. Il 27 e 28 aprile, il Partito Socialista convoc un nuovo Consiglio Generale nel corso della quale il segretario della Confederazione
svolse una relazione sui rapporti con lInternazionale e propose di lasciare
liberi i militanti socialisti di tenere in vita la collaborazione con gli altri
gruppi antifascisti senza nessuna esclusione. Prevalse, per, a maggioranza,
la linea della rottura totale con lUnione Popolare Italiana diretta dai comunisti. Ma ormai queste sembravano polemiche del passato: il 10 giugno
1940 lItalia entrava in guerra. Si scriveva unaltra storia.

370

IN ESILIO
1

Aldo Forbice: La forza tranquilla. Bruno Buozzi sindacalista riformista Franco Angeli
1984, pag. 73.
2
Bruno Buozzi, lettera a Giovanni Bensi del 4 gennaio 1927; in Aldo Forbice (a cura di):
Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi, scritti e discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 210
3
Bruno Buozzi, lettera a Giovanni Bensi. Ibidem pag. 211
4

Gino Castagno: Bruno Buozzi Ristampa delle Edizioni Avanti! 1955, pag.108
Bruno Buozzi: Lopera nefasta del regime fascista a danno degli emigrati lOperaio
Italiano, 31 maggio 1930, in Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi,
commenti, inediti a cura di Angelo Coco, Fondazione Bruno Buozzi 2004, pag. 67
6
Bruno Buozzi: Lopera nefasta del regime fascista a danno degli emigrati, Ibidem 678
7
Bruno Buozzi: Lopera nefasta del regime fascista a danno degli emigrati. Ivi.
8
Bruno Buozzi: Per la difesa dei diritti dellemigrazione lOperaio Italiano, 26 novembre 1931, in Giorgio Benvenuto: Bruno Buozzi il riformista. Ricordi, commenti, inediti a cura di Angelo Coco. Ibidem pag. 85
9
Bruno Buozzi: Per la difesa dei diritti dellemigrazione. Ivi
10
Bruno Buozzi: Per la difesa dei diritti dellemigrazione Ibidem pag. 86
11
Bruno Buozzi: La Confederazione del Lavoro Italiana in difesa della mano dopera
straniera lOperaio Italiano 28 ottobre 1933. Ibidem pag. 109
12
Bruno Buozzi: La Confederazione del Lavoro Italiana in difesa della mano dopera
straniera lOperaio Italiano 28 ottobre 1933. Ibidem pag. 110
13
Bruno Buozzi. Come nato e come funziona il sindacalismo fascista in La Libert 5
febbraio 1928; da Scritti dellesilio Opere Nuove 1958, pag. 9
14
Bruno Buozzi, Ibidem pag. 10
15
Bruno Buozzi, Ibidem. pag 12
16
Bruno Buozzi, Ibidem. pag 13
17
Bruno Buozzi: Fascismo e sindacalismo libero sono inconciliabili Nuovo Avanti! 20
luglio 1934 in Aldo Forbice (a cura di): Sindacato e riformismo. Bruno Buozzi scritti e
discorsi (1910-1943) Fondazione Modigliani Franco Angeli 1994, pag. 251
18
Gino Castagno: Bruno Buozzi ristampa del volume Edizioni Avanti! 1955, pag.124
19
Gino Castagno, Ibidem pagg. 134-5
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Dove la parola non pu essere soffocata


dai plotoni di esecuzione, per i fascisti
il contraddittorio assolutamente insostenibile

Lattivit Internazionale

Lattivit internazionale di Bruno Buozzi fu intensa. Nella foto una pausa della riunione
della Federazione Internazionale di Amsterdam. In piedi, quinto e sesto
da sinistra il segretario della FSI, Oudegeest, e il leader della CGT francese, Jouhaux

Alla fine, la battaglia del Bureau International du Travail in qualche maniera la vinse lui. Dieci anni di schermaglie, di denunce, di dossier
sul terreno neutro di Ginevra fiaccarono anche Benito Mussolini che nel
1936 decise di uscire dallorganizzazione. Prese a pretesto le critiche che
lorganismo (nato sotto la Societ delle Nazioni e trasmigrato, dopo la seconda guerra mondiale, sotto le insegne dellOnu) mosse nei confronti della
politica dellautarchia. Ma era, evidentemente, una giustificazione debole.
La realt che il fascismo non aveva mai convinto troppo il Bit con i suoi
sindacati, soprattutto non era riuscito a convincere le organizzazioni dei lavoratori, in particolare quelle che operavano allinterno di sistemi democratici. Bruno Buozzi, poi, con la sua costante presenza nei vertici
internazionali, con il lavoro di denuncia sviluppato, anno dopo anno, in
tutte le sedi possibili, aveva contribuito a creare il deserto intorno alle organizzazioni volute dal duce che, peraltro, nonostante limpegno della
repressione, non erano riuscite a sfondare nemmeno nelle officine, almeno
non erano riuscite a fare breccia nei cuori dei lavoratori che vi aderivano
perch non avevano alternativa. Se lavessero avuta, si sarebbero regolati
diversamente. Lo sottolineava, ad esempio, Pietro Nenni: Perfino le elezioni delle commissioni interne delle fabbriche, per tutto il tempo che sono
state tollerate dal governo, hanno assicurato maggioranze ai rossi. A
tal punto che nel 1925 il fascismo, avendo dovuto abbandonare la speranza
di un compromesso con la CGdL, pass violentemente alloffensiva con lo
scioglimento della CGdL e con la soppressione dellorganizzazione1. I
metodi usati da Mussolini (per quanto da molti governi tollerati) per piegare le resistenze erano, dunque, piuttosto noti. Ci non toglie che il lavoro
di Buozzi, in quegli anni, sia stato capillare e certosino.
stato forse il versante su cui meglio si svilupp la sua capacit di
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

costruire relazioni. Privata del suo ruolo in Italia, la Confederazione Generale del Lavoro aveva una sola strada da percorrere: acquisire spazio e autorevolezza allestero, segnalare con la sua presenza sul proscenio
internazionale il caso Italia, dimostrare ai lavoratori rimasti sulla Penisola che quella messa in piedi a Parigi non era solo una sigla ma un presidio
di libert. Che sarebbe risorto nel momento in cui il Paese si fosse liberato
da quei ceppi a cui Buozzi aveva fatto riferimento nel momento in cui
aveva ricordato la figura di Filippo Turati. A livello internazionale, la partita
con il regime si giocava ad armi (quasi) pari: Mussolini poteva comprimere
la libert in Italia, piegare con metodi violenti la volont degli italiani, chiudere a tutti i concorrenti politici e sindacali gli spazi di agibilit democratica, ma fuori dai confini, oltre le Alpi e le coste del Mediterraneo quei
metodi non erano utilizzabili.
Come scrisse Buozzi a commento proprio di una vivacissima riunione del Bureau: In terreno libero, in terreno neutro, dove la parola non
pu essere soffocata dal manganello, dal domicilio coatto, dal tribunale
speciale e dai plotoni di esecuzione, per i fascisti il contraddittorio assolutamente insostenibile. Quando un regime ha sulla coscienza i misfatti che
ha il regime fascista, non pu difendersi con mezzi civili2. Pian piano,
Mussolini fu costretto a rinunciare a una operazione che in Italia gli era riuscita: cio mettere fuori gioco i sindacati liberi. Allestero dove non doveva
fare i conti con sedi devastate (ancorch la sua casa, prima quella al 16 di
Rue de la Tour dAuvergne, poi quella in Boulevard Ornano, venisse tenuta
costantemente sotto controllo dagli inviati dellOvra, la polizia segreta
fascista) e dirigenti bastonati, Bruno Buozzi riusciva a giocarsi qualche
carta, come aveva sempre fatto ai tavoli delle trattative. E poi il segretario
generale della CGdL aveva capito unaltra cosa: le organizzazioni del lavoro dovevano aprirsi, dovevano guardare oltre il proprio cortile, non solo
per allargare i confini della rappresentanza (gli occupati ma anche quelli
che un lavoro lo stavano cercando), non solo per incidere sempre di pi sui
processi produttivi e la gestione e il controllo della produzione, ma anche
per costruire alleanze capaci di intervenire sulle dinamiche economiche internazionali perch se il mercato sotto la spinta del capitalismo diventava
sempre pi ampio (per quei tempi), allora sempre pi ampia doveva essere
lazione di chi doveva provvedere alla tutela degli interessi dei lavoratori.
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L AT T I V I T I N T E R N A Z I O N A L E

Il Piccolo Mondo Antico non reggeva pi. E non reggeva pi, nella
ricerca di queste alleanze internazionali, il collante ideologico perch bisognava trovare terreni di intesa tra soggetti portatori di interessi analoghi. Di
qui la sua tendenza a guardare a ovest piuttosto che ad est, a cercare nella
Federazione Internazionale di Amsterdam la sponda piuttosto che nellInternazionale Rossa cara ai comunisti. Certo, ladesione a una posizione politica, aveva il suo peso. Ma la motivazione pi profonda era, probabilmente,
unaltra: la consapevolezza che a Ovest si ritrovavano modelli di societ (da
un punto di vista economico e produttivo) pi affini a quello che si andava
affermando in Italia. I lavoratori inglesi, francesi e tedeschi erano portatori
di problemi, interessi e bisogni simili a quelli dei colleghi italiani e il motivo
era semplicissimo: facevano riferimento a un modello di organizzazione
economica comune, il capitalismo; a sistemi produttivi (il taylorismo) simili.
Lo stesso Marx, in fondo, non aveva intravisto nella Russia la culla della
sua rivoluzione ritenendo che mancasse ancora, da quelle parti, il passaggio
essenziale di unaltra rivoluzione, quella borghese. Per quanto con ritmi pi
lenti rispetto a Gran Bretagna, Francia e Germania, il settore industriale in
Italia aveva cominciato a espandersi gi a partire dallultimo ventennio
dellOttocento. Conclusione: era da quella parte che bisognava guardare.
Era linternazionalit delle elaborazioni intellettuali che bisognava far prevalere sullinternazionalismo del posizionamento ideologico.
Se lazione concreta di tutela della CGdL in esilio fu ben poca cosa
(a parte il sostegno, a volte anche economico, garantito agli esuli e agli
emigrati), ben pi sostanziosi, invece, furono i risultati che Bruno Buozzi
ottenne con la sua attivit internazionale. Costru un tessuto di rapporti che
la guerra, ovviamente, distrusse, almeno in parte. Ma indic una linea di
azione, uno svolgimento del tema delle relazioni con lestero che riusc a
riemergere pi tardi, ad esempio quando la Flm decise di aderire allorganizzazione occidentale dei metalmeccanici. Era il 24 maggio del 1981
quando per la prima volta dallepoca di Buozzi, un sindacato italiano si
present in maniera unitaria a un congresso internazionale: quello della
Fism, la Federazione Mondiale dei Sindacati Metalmeccanici che si svolse
a Washington; una adesione accolta dal Pci con un velenoso corsivo su
lUnit a firma di Giorgio Napolitano. Quelladesione fu figlia (probabilmente inconsapevole) degli stessi ragionamenti che Buozzi sviluppava
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

ai suoi tempi, in un mondo decisamente diverso, con una guerra calda


incombente che si sarebbe trasformata, a pace firmata in una lunga e tormentata guerra fredda. La sua azione pu forse essere oggi considerata
come una forma di testimonianza, come il messaggio nella bottiglia di un
uomo che sarebbe stato coinvolto in un naufragio. probabilmente questo
laspetto pi originale della sua predicazione sindacale: la scoperta e la
valorizzazione di un complesso di alleanze che poi il sindacato ha sviluppato pi o meno con lo stesso ardore. Soprattutto a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta quando le relazioni, tanto nelle sedi congressuali quanto
nelle semplici assemblee di fabbrica, partivano invariabilmente da lunghe
dissertazioni sulle situazioni internazionali e sulla necessit di stabilire,
caso per caso, vicenda per vicenda, situazione per situazione un collegamento, un punto non solo ideale ma pratico di intesa. Che fosse il Cile colpito a morte dal golpe di Augusto Pinochet o il Vietnam percorso da guerre
alimentate da un passato coloniale multiforme dal punto di vista delle lingue
degli occupanti ma comunque duro a morire.
Questa abitudine a confrontarsi con un mondo vasto avrebbe oggi
ancora pi fondamento, davanti a un capitalismo (soprattutto finanziario)
che ha organizzato le sue Internazionali in maniera molto pi efficiente di
quanto non siano riusciti a fare i partiti della sinistra. Soprattutto, molto pi
di quanto non abbiamo fatto i sindacati che si son fatti scoprire nudi e disarmati alla meta della globalizzazione, vittime, con i loro rappresentati, di
un dumping sociale che rende le vite dei lavoratori estremamente complicate, da una parte perch non riconoscendo diritti distribuisce paghe da
fame, dallaltra perch abbassa tutele, scaccia la moneta buona della legislazione sociale per sostituirla con la moneta cattiva della deregulation pi
sfrenata, finendo, poi, col distruggere posti di lavoro attraverso la delocalizzazione che altro non se non la corsa a trovare il luogo in cui le condizioni (del capitalismo) sono migliori (remunerazioni ridotte allosso, diritti
in pratica azzerati, mercato del lavoro asfittico e proprio perch asfittico
sostanzialmente ricattatorio come hanno ampiamente spiegato alcune vertenze degli ultimi anni: se ti sta bene cos, altrimenti andiamo via).
Riscoprire la vocazione di Bruno Buozzi a confrontarsi con il vasto
mondo dei suoi tempi, potrebbe essere utile per tutti. E non sarebbe una
operazione di archeologia sindacale, ma pi produttivamente un viaggio
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L AT T I V I T I N T E R N A Z I O N A L E

alla ricerca delle radici pi che perdute, un po dimenticate. Probabilmente


anche il bisogno spinse Buozzi a quella lunga nuotata nel mare aperto di
linguaggi, costumi, abitudini lontani dalle sue. Ci non toglie che con questa impresa si ciment riuscendo a salvare limmagine di un sindacato che
dal lungo silenzio imposto dal regime poteva solo uscire orribilmente deturpata. I rapporti con la Federazione Internazionale di Amsterdam e con
lInternazionale Socialista sicuramente laiutarono. Non casuale il fatto
che l11 febbraio del 1940 la direzione diede a lui lincarico di rappresentare
il partito nellesecutivo dello IOS che si doveva svolgere dodici giorni dopo
(in realt non vi partecip perch gli fu rifiutato il visto). E sempre lui venne
designato a sostituire il dimissionario Pietro Nenni al vertice dellInternazionale. Lorganismo stava morendo, sotto i colpi della guerra (pi o meno
come era avvenuto in occasione del conflitto mondiale precedente), paralizzato da un lato da un pacifismo di maniera che non faceva i conti con i
deliri di potenza e onnipotenza del nazismo e delle varie forme di fascismo
e dallaltro da un anti-comunismo cieco e sterile che, peraltro, nemmeno
Buozzi condivideva visto che quando si tratt di decidere che tipo di atteggiamento avere nei confronti del PCdI dopo il patto firmato da Molotov e
Ribbentrop, lui sostenne la tesi di lasciare liberi i rappresentanti di partito,
a livello locale, di tenere in vita alleanze antifasciste con tutti coloro che ci
stavano, senza distinzioni ideologiche. Nenni, a sua volta, aveva deciso che
lInternazionale non poteva crogiolarsi nellinazione.
Si dimise con una lettera dai contenuti e dai toni chiarissimi: Voi
non ignorate che quattro mesi fa mi dimisi da Segretario del Partito Socialista Italiano e da direttore del Nuovo Avanti!. A quellepoca, non avevo
ancora preso alcuna decisione circa lInternazionale. Non gi che mi facessi delle illusioni sullutilit di continuare allEsecutivo la lotta contro
il neo-riformismo e la sua politica... Il mio disaccordo con lInternazionale
si aggrava. Esso non verte su tale o talaltro punto di dettaglio, ma sui compiti essenziali dei socialisti nella guerra, i quali secondo me dovrebbero
essere i seguenti: far di tutto per assicurare la disfatta del nazifascismo
che ha provocato e scatenato la guerra e che il nemico mortale della
classe operaia; pur sottolineando il nostro disaccordo e la nostra opposizione alla politica attuale di Mosca, ergersi con energia contro la crociata
reazionaria antisovietica e anticomunista, la quale, con il pretesto di di379

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

fendere la civilt occidentale e cristiana, prepara contro il proletariato e


contro il socialismo la congiunzione della plutocrazia fascista e della plutocrazia demo-liberale; dar coscienza alle classi popolari dei dati fondamentali del dramma europeo, che marca con il ferro rovente della guerra
il fallimento della civilt capitalistica e prepararle, fin dora, ai compiti
rivoluzionari di domani, in modo da evitare gli errori del 1918-19, il prezzo
dei quali fu ieri il fascismo ed oggi la seconda guerra europea. Niente
pi lontano dal mio spirito della presente attivit dei dirigenti delle diverse
Sezioni dellInternazionale, che si prodigano a rimettere in circolazione i
pezzi falsi dellutopismo pacifista piccolo-borghese e che si sforzano di integrare il movimento operaio nello Stato borghese e al suo servizio3. Cos
come la II Internazionale era franata sulla guerra, con i socialisti di molti
paesi che accorrevano a sostegno delle tesi interventiste, allo stesso modo
i carri armati stritolavano lorganizzazione che era stata messa in piedi nel
congresso di Amburgo del 1923. LInternazionale socialista, poi, tornata la
pace, resusciter nel congresso di Francoforte del 1951 e il marxismo non
sar pi il suo unico riferimento ideologico.

16.1 I rapporti con gli altri sindacati

Lattivismo su questo terreno induceva Buozzi a non saltare nemmeno una delle riunioni che venivano organizzate. Nellaprile del 1931, ad
esempio, partecip in Spagna al congresso internazionale dei sindacati. La
sua presenza non sfugg ai poliziotti fascisti che colsero loccasione per
spedire a Roma una dettagliata relazione: Dalle informazioni portate da
Buozzi, reduce dalla Spagna, dove, a quanto pare, ha visitato i maggiori
centri ed ha incontrato elementi antifascisti delle colonie italiane, ed ha
visto anche alcuni membri del governo, la Concentrazione ha tratto la certezza che in questo paese lantifascismo ha un campo aperto ad una pi
vasta lotta contro il fascismo, e dove potrebbero convergere facilmente gli
sforzi che attualmente vengono sprecati altrove, senza risultati tangibili. Il
Buozzi ha presentato una diffusa relazione, ricca di dati e di cifre e le cui
conclusioni si riassumono nellaffermazione che lelemento italiano di Barcellona pu costituire, se abilmente lavorato, un reclutamento assai pi
poderoso di quello di Parigi, tale in ogni modo da rappresentare un nuovo
centro importantissimo di agitazione4. La Spagna cinque anni dopo fu
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L AT T I V I T I N T E R N A Z I O N A L E

sconvolta dallAlzamiento Nacional dei cuatro generales (Francisco


Franco, Emilio Mola, Gonzalo Queipo de Llano e Jos Enrique Varela) scatenato nel giorno di San Firmino, il 17 luglio del 1936, che port a una sanguinosa guerra civile e alla fine della Seconda Repubblica Spagnola.
Mussolini (insieme a Hitler) non fece mancare il suo sostegno militare ai
golpisti anche perch, come scrivevano i suoi poliziotti, temeva che da
quelle parti potesse crescere una forte realt di opposizione politica al suo
regime. Il conflitto termin dopo meno di tre anni, il 1 aprile del 1939 con
la disfatta dei repubblicani. Bruno Buozzi, proprio per la conoscenza delle
dinamiche internazionali, venne invitato a svolgere un ruolo primario nellorganizzazione dei volontari antifascisti che andarono a combattere in
Spagna. In particolare a lui Nenni chiese di mettere in piedi la brigata intitolata a Fernando De Rosa, lex studente universitario che lui aveva conosciuto nei primi anni del suo esilio parigino, che aveva aiutato la CGdL e
che aveva immolato la sua vita nella difesa (inutile) di Madrid.
Fu proprio questa intensa attivit internazionale che consent a Buozzi
di legittimare la CGdL come rappresentante (ancorch pi che dimezzata
nei poteri e nelle prerogative negoziali, essendo obbligata allesilio) degli interessi e voce dei lavoratori italiani. A dare, poi, autorevolezza allorganizzazione aveva provveduto anche il riconoscimento della Federazione
Sindacale Internazionale che non fu un grazioso dono e nemmeno una soluzione scontata visto che fu oggetto di una controversia con laltra CGdL
(quella costituita in clandestinit in Italia dai comunisti) che dopo non aver
sollevato obiezioni per laffiliazione ottenuta da Buozzi, denunci la questione chiedendo di entrare nellorganismo internazionale al posto di quella
che aveva fissato la sua sede a Parigi. Al ricorso dei comunisti, Buozzi rispose
con un controricorso nel quale si sottolineava come fosse praticamente impossibile svolgere attivit sindacale in Italia, mancando garanzie e libert. Di
questa vicenda, il segretario della CGdL parla in una lettera a un dirigente
sindacale francese (Carrefour), segretario dellUnione Dipartimentale della
CGT del Gers (allepoca quella era una zona che rientrava nella Guascogna:
l avevano trovato asilo molti connazionali tanto vero che in quel territorio
ubicata anche la cittadina di Pavie dove nacque Bruno Trentin). Il sindacalista francese aveva ricevuto una lettera da un militante italiano, Valentino
Belli, in cui venivano espresse critiche alla gestione della CGdL e si avanzava
381

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

una tesi decisamente poco onorevole relativamente al trasferimento in Francia


della Confederazione. In sostanza, Belli accusava Buozzi di aver portato allestero la sede della Confederazione solo perch sette dirigenti (il gruppo
Rigola) avevano tradito abbracciando i principi del corporativismo fascista.
Buozzi replicava: Dopo la messa in vigore delle leggi eccezionali
(novembre 1926) e loccupazione fascista della sede della CGdL italiana a
Milano, il comitato esecutivo (Buozzi, Bensi, Quaglino, Sardelli) in virt del
potere conferitogli dal Comitato Direttivo in precedenza, decise nel dicembre
1926 il trasferimento della sede allestero, o, per essere pi esatti, ad Amsterdam nella sede stessa della F.S.I. Questa decisione, inoltre, che fu presa
con il rispetto pi assoluto delle decisioni degli organismi responsabili, fu
ratificata in due riprese (gennaio e febbraio 1927) dallEsecutivo e dal Consiglio Generale della Federazione Sindacale di Amsterdam. Il 16 gennaio
solamente un gruppo di vecchi militanti sindacali pubblic una dichiarazione
di sottomissione al regime. Dunque, primo falso. Il trasferimento fu deciso
prima e non dopo il tradimento del gruppo Rigola, DAragona5. Chiudeva
significativamente il capitolo polemico sottolineando che vero che i comunisti hanno fatto gran rumore intorno ad una presunta CGdL che dicevano
di aver ricostruito in Italia. Ma la controversia se poteva ancora avere una
giustificazione un anno fa (cio nel 1927 quando la Federazione Sindacale
Internazionale non aveva deciso sul ricorso comunista e sul contro-ricorso
di Buozzi, n.d.a.) - ora non ne ha pi dal momento che la F.I.S. di Amsterdam
ha ratificato la decisione di trasferimento6.
Ma in una situazione cos difficile, non mancavano i colpi bassi
tanto vero che nella stessa lettera, il militante italiano accusava Buozzi di
aver costruito un vertice sindacale solo di persone a lui fedeli. Replicava il
segretario confederale affermando di non essere affatto circondato di
amici a lui graditi. Coloro che compongono il Comitato Esecutivo della
CGdL italiana furono regolarmente eletti dal congresso del 1924 lultimo
che ebbe luogo in Italia. Bensi, vecchio segretario della Camera del Lavoro
di Milano. Sardelli, vecchio segretario della Federazione dei Trasporti e
Quaglino, segretario della Federazione edile, trasferitosi in Francia dal
19237. Lautore della lettera puntava evidentemente a candidarsi come dirigente sindacale nel Gers (che ora non fa pi parte della Guascogna ma
associata al Midi-Pirenei) dove riteneva che vi fossero condizioni decisa382

L AT T I V I T I N T E R N A Z I O N A L E

mente favorevoli per fare opera di proselitismo fra gli italiani impegnati
soprattutto nel settore agricolo. Buozzi invitava Carrefour a prendere questa
auto-candidatura con le molle: Belli... in sostanza un critico e un ipercritico che si compiace di demolire. Quanto al lavoro di costruzione, io dubito
fortemente che egli possa farne, e non solamente nel Gers, ma dappertutto8.
E poi spiegava i motivi che rendevano complicata una azione di proselitismo
su vasta scala da quelle parti: Voglio esaminare subito la parte dottorale
del suo rapporto , quella che concerne lazione da svolgere tra i contadini
del Gers. Vi vedo almeno due affermazioni inesatte... Non vero (e bisogna
avere il coraggio di dire tutta la verit anche quando essa ci sembra dolorosa) che gli immigrati italiani dellagricoltura del Sud-Ovest siano in qualche misura militanti sindacali... Limmigrato italiano nei campi di questa
regione in maggioranza proveniente dalle provincie italiane che anche negli
anni 1919-1920 non avevano dato alcuno sforzo alle nostre organizzazioni,
o al massimo qualche segno di entusiasmo senza la preparazione e lesperienza che si possono acquistare solo con anni di lotta e dazione proletaria...
Dire che in questi ambienti facile fare della propaganda ingannare se
stessi e i compagni francesi... Lesempio di Tolosa sintomatico. L abbiamo
un compagno che da pi di due anni si votato alla propaganda fra i contadini italiani. Egli ha giustamente organizzato un sistema di propaganda epistolare, come Belli indica. Ebbene! Su qualche decina di migliaia di italiani
che lavorano nellagricoltura del Sud-Ovest, il nostro sindacato conta meno
di cinquecento aderenti... Bisogna tenere conto anche di questaltro elemento
che Belli sembra dimenticare: i mezzi finanziari. Noi non possiamo permetterci il lusso di installare funzionari dovunque occorrerebbe9. E qui Buozzi
inseriva un tema che fu sempre al centro dei suoi discorsi, da quando, segretario della Fiom, aveva deciso di aumentare le quote sociali scatenando le ire
di alcuni oppositori: la partecipazione allattivit sindacale che non pu prescindere da una manifestazione concreta cio economica, di adesione. E allora
sottolineava: Se i compagni immigrati italiani volessero considerare la organizzazione sindacale non come una opera di beneficenza, ma come uno
strumento di lotta... dovrebbero innanzitutto darle la loro adesione e dopo
reclamare da essa i servizi necessari10.
La rete di relazioni internazionali che Bruno Buozzi aveva tessuto
era irrobustita anche da legami personali che, pur nella criticit del mo383

B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

mento, il segretario confederale teneva in vita e alimentava anche con


scambi di piccoli favori. Cosa che, ad esempio, emerge dalla lettera a un
dirigente sindacale tedesco, Reventlow che gli aveva chiesto di mettergli a
disposizione la raccolta della legislazione sindacale fascista. Buozzi da
un lato annunciava di non essere riuscito ad averla, dallaltro, assicurava
di averla richiesta alla libreria italiana di Parigi e mi hanno assicurato
che fra non molto arriver11. Quindi dichiarava la sua disponibilit ad inviare al collega e amico tutto quello che gi aveva messo insieme sullargomento (Ho un discreto numero di riviste e giornali. E se mi preciserai
volta in volta ci che ti interessa, guarder di inviarti copia di quanto ho12).
Poi sollecitava due favori. Il primo: Ti unisco copia di un foglietto volante
contenente un appello ai lavoratori italiani (quello redatto dalla Concentrazione, n.d.a.) e un mio articolo sulla recente convenzione stipulata dai fascisti
per gli operai metallurgici. Il foglietto stato introdotto in Italia clandestinamente a migliaia di copie, e dalle notizie che mi pervengono risulta che ha
fatto ottima impressione fra gli operai, e fatto andare in bestia i fascisti. Vedi
se dei due scritti puoi fare un sunto per i giornali germanici. Il secondo: Hai
la possibilit di introdurmi presso qualche rivista germanica per la pubblicazione di articoli particolarmente dedicati alla situazione italiana?13.
La lettera illustra uno dei modi in cui si sviluppava la propaganda a
livello internazionale contro il regime fascista. La Germania poteva ancora
essere un ottimo canale per alimentare quel tipo di attivit anche perch Hitler non aveva ancora conquistato il potere. I rapporti con i colleghi tedeschi
dovevano essere molto intensi se a conclusione della missiva, Buozzi spiegava a Reventlow che lufficio confederale diviso... in due parti. Tutto
ci che si riferisce al giornale lOperaio Italiano deve essere indirizzato
allindirizzo ufficiale, 11 Rue Lafayette, Paris 10. Il resto puoi indirizzarlo
a Bruno Buozzi, Rue J. Dumien, Paris 1014. Lattivit internazionale, insomma, si dipanava su due piani: uno ufficiale che riguardava le istituzioni
e le polemiche pubbliche e uno pi discreto, pi coperto, che riguardava i
rapporti, la possibilit di influire sugli umori generali attraverso laiuto e il
sostegno delle altre organizzazioni sindacali europee che potevano lavorare
ancora in una situazione migliore di quella in cui era costretta ad operare la
CGdL italiana, stretta fra la repressione fascista, i tradimenti dei vecchi
dirigenti che avevano deciso, con la loro adesione al corporativismo, di dare
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L AT T I V I T I N T E R N A Z I O N A L E

una sorta di copertura al sistema sindacale mussoliniano, i colpi bassi frutto


di sensazioni e iniziative personali, le contrapposizioni politiche che caratterizzavano soprattutto le relazioni fra comunisti e socialisti.
Ma la cosa che pi angustiava Buozzi, in quella fase, era il riconoscimento che a livello internazionale le organizzazioni di Rossoni erano riuscite a ottenere dal Bit, cio dal Bureau International du Travail. E su quel
campo di battaglia era stato costretto a misurarsi con una figura di un certo
rilievo (oltre che di una certa notoriet, almeno allepoca). Negli scritti pubblicati da lOperaio Italiano sullargomento, Buozzi fa riferimento a Giuseppe De Michelis. Non si tratta di un Carneade ma, al contrario, di un
personaggio piuttosto stimato negli ambienti internazionali che frequentava
da decenni. De Michelis si era laureato alluniversit di Losanna nel 1901 in
medicina e subito dopo aveva conseguito anche la laurea in giurisprudenza.
Pian piano si era appassionato al tema dellemigrazione e agli inizi del secolo,
la Commissione Generale dellEmigrazione (CGE) gli aveva affidato il compito di realizzare un rapporto su quella italiana in Svizzera. Divenne, cos,
un esperto della materia e cominci a pubblicare una rivista, Il Pensiero Italiano. Di formazione liberale, aveva stretto rapporti con Luigi Einaudi ma
aveva buone relazioni anche con Giacinto Menotti Serrati e una frequentazione assidua (gli servir anche nella vita professionale) della massoneria.

16.2 La guerra del Bureau

Nella veste di esperto in emigrazione fece notevole carriera e il fascismo, quando arriv al potere, decise di cooptarlo consegnandogli una
tessera onoraria del Partito (in una lettera a Mussolini lui, per, ci tenne a
sottolineare che la sua adesione era stata volontaria e databile nellestate
del 1924, cio dopo lassassinio di Matteotti, cosa che dava, da un certo
punto di vista, ancora pi valore alla volontariet). I rapporti di polizia
dicono che la politica migratoria (rivolta verso lAfrica) del fascismo non
lo convincesse troppo ma il dissenso lo occult piuttosto bene e continu a
salire nella gerarchia fascista tanto vero che nel 1929 Giuseppe Bottai,
gi ministro delle corporazioni, lo propose per la nomina a senatore che
Mussolini accolse con grande calore. Quando il duce arriv al potere, De
Michelis era gi membro del consiglio di amministrazione dellUfficio Internazionale del Lavoro (vi rester sino al 1936, quando lItalia si ritirer
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

dal BIT) e nelle stanze ginevrine si muoveva con grande disinvoltura. Cosa
che non pass inosservata. Era, insomma, luomo giusto al posto e al momento giusto. Divenne capo della delegazione italiana alle conferenze periodiche che si svolgevano al Bit e cominci immediatamente (in
particolare a partire dal 1923) a lavorare per garantire a Edmondo Rossoni
e al suo sindacato non un posto al sole, ma uno allombra: lombra della sala
in cui si riunivano rappresentanti dei governi, dei lavoratori e dei datori di
lavoro che partecipavano alla periodica Conferenza. Nonostante limpegno,
De Michelis non riusc a cavare un ragno dal buco sino al 1926, cio sino a
quando la CGdL fu un grado di lavorare, seppur in condizioni molto precarie, in Italia. Poi Mussolini provvide a risolvere il problema e a facilitargli

La lettera inviata da Bruno Buozzi a Pietro Nenni per segnalare i problemi


sorti nel corso della conferenza del Bureau International du Travail

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L AT T I V I T I N T E R N A Z I O N A L E

la perorazione della causa dei sindacati fascisti in seno al Bit: abol le libert
e var le leggi che riconoscevano una sola organizzazione dei lavoratori,
quella che lui aveva creato a immagine e somiglianza del suo regime.
Nel 1927 De Michelis vinse la sua battaglia e Rossoni, che era presente alla riunione ginevrina, finalmente riusc a entrare in rappresentanza
dei lavoratori italiani al Bit. Non fu, comunque, una passeggiata di salute
perch i sindacati votarono compattamente contro il riconoscimento delle
organizzazioni fasciste e a favore della CGdL in esilio. Peraltro, Buozzi sapeva bene che quella era quasi una missione impossibile. Lo aveva scritto
alla vigilia del vertice decisivo, in una lettera a Pietro Nenni nella quale
sottolineava il cambiamento di atteggiamento del complesso dei rappresentanti governativi, che negli anni passati rappresentava il centro, questanno minaccia di schierarsi almeno in parte per i padroni... Per questo
i nostri amici (evidente il riferimento al leader della Cgt, Lon Jouhaux,
n.d.a.) dicono che ad attaccare Thomas (si tratta di Albert Thomas, socialista
francese, primo direttore del Bureau International du Travail, n.d.a.) si corre
il rischio di fare il gioco dei padroni. Tutti per sono concordi nel ritenere
che se non avverr del nuovo, finita la conferenza bisogner attaccare. La
lettera terminava con un post scriptum che prefigurava la sconfitta: Mentre
sto per imbustare mi annunciano che quasi certamente domani si inizier
battaglia grossa... i rappresentanti degli operai si ritroveranno soli su tutte
le questioni importanti. La missiva datata 1 giugno 1927 ed scritta sulla
carta intestata dellalbergo International et Terminus di Ginevra.
Il nuovo sperato non si materializz. Alla fine, i lavoratori italiani vennero fascisticamente rappresentati grazie non al proprio voto (o di chi li rappresentava nel mondo di allora) ma attraverso il voto dei governi e dei datori
di lavoro che decisero di mettere un timbro ufficiale sulla pratica Rossoni.
Il confronto fu acceso. Contro le pretese fasciste vennero presentate due mozioni, una da Buozzi e laltra dal segretario generale della FSI, Oudegeest. E
sempre Oudegeest insieme al segretario della CGT, Lon Jouhaux, denunciarono la condizione miserabile in cui versavano le libert sindacali in Italia con
organizzazioni costrette a chiudere dalla violenza fascista e italiani obbligati
a iscriversi al Pnf per poter lavorare (o per non essere licenziati).
Lintervento del segretario generale della CGdL fu vibrante e appassionato. Allinzio dellanno cera stato il tradimento del gruppo Rigola
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B R U N O B U O Z Z I I L PA D R E D E L S I N D A C AT O

che De Michelis e Rossoni esaltavano come la conferma che in Italia le libert sindacali continuavano a essere rispettate, che, insomma, la democrazia non era morta ma viva e vegeta. Buozzi diceva: Latto degli ex
confederali italiani Rigola, DAragona e compagni potr essere considerato dai capi del movimento operaio di tutti i paesi pi o meno severamente
secondo tendenze e temperamenti... Ma poich notoriamente nel sistema
del fascismo di non arrestarsi mai ad una vittoria, ecco ora la stampa italiana (in testa Il Popolo dItalia di Mussolini e il Lavoro dItalia di
Rossoni) attaccare il Bureau International du Travail come una istituzione
troppo legata alla II Internazionale e alla Internazionale di Amsterdam e
domandare alla Societ delle Nazioni che tenga a posto questo suo figlio
irrequieto. Questanno Rossoni verr a Ginevra a testa alta e, ritenendosi
ormai immune da ogni attacco sulla legittimit della sua presenza nella
Conferenza internazionale del lavoro, pretender di contrapporre il sindacalismo fascista al sindacalismo come lo definisce lui di Amsterdam5.
Si preparava, il segretario confederale, a una dura battaglia e immaginava che non sarebbe stata semplice e nemmeno vittoriosa. Cercava, allora, di sottolineare laspetto pi critico del sindacalismo fascista: il fatto
di essere al servizio di un regime e di avere lesclusiva della rappresentanza
a discapito di tutte le altre organizzazioni che erano state chiuse per legge.
Affermava: C la questione della libert sindacale... No, non si tratta di
definire teoricamente i limiti della libert sindacale, quanto di vedere in
pratica se il governo italiano rispetta il principio di questa libert nella
sua essenza... Anzitutto sta il fatto che i lavoratori italiani sono inquadrati
nelle organizzazioni fasciste per forza. Dapprima furono le persecuzioni
continue e brutali contro le singole persone dei lavoratori per opera dei
fascisti; olio di ricino, bastonate ai lavoratori pi fedeli alla Confederazione Generale del Lavoro; poi fu la cura ferocemente assidua per far mancare ogni mezzo di sussistenza a chi pretendeva di non entrare nelle
organizzazioni fasciste16. E concludeva con un riferimento storico: (LItalia tutta una Molinella17) per spiegare cosa stava avvenendo nel nostro
Paese. Il riferimento era a quanto accaduto sei anni prima, il 12 giugno del
1921 nella cittadina emiliana. Su ordine del federale di Bologna, Gino Baroncini, un migliaio di squadristi guidati da Augusto Regazzi avevano
messo a ferro e fuoco la Camera del lavoro e la Cooperativa di consumo.
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L AT T I V I T I N T E R N A Z I O N A L E

Fu, in pratica, una caccia alluomo scatenata da Baroncini nel bolognese


che termin con un bilancio pesantissimo: diciannove morti e quasi duemila
feriti. Continuava Buozzi puntando il dito: Che le organizzazioni sindacali
fasciste siano dominate con criteri che sono la negazione della libert sindacale, lo dice la forma del loro funzionamento... Orbene nelle organizzazioni
sindacali fasciste lassemblea ... non esiste. Esistono le adunate dove capi
nominati, imposti dallalto attraverso la gerarchia anche politica del partito
fascista si limitano a dare comunicazione di quello che hanno deliberato18.
Rossoni si vantava di aver dato alla rappresentanza sindacale una
forma unitaria. Buozzi gli replicava: Lunit non si impone, quando imposta diventa tirannia. Ora il fascismo ha voluto imporre lunit sindacale...
La legge 3 aprile 1926 contiene una disposizione (art 12) in cui pur stabilendo che una sola organizzazione per categoria giuridicamente riconosciuta, e quella sola pu concludere contratti collettivi di lavoro, si riconosce
ad altre organizzazioni sindacali il diritto di esistere come organizzazioni
di fatto (era la norma a cui facevano riferimento Rigola e compagni creando
lAssociazione di Studio Problemi del Lavoro, n.d.a.). Ebbene De Michelis
e Rossoni diranno a Ginevra che uso il governo ha fatto di questo famoso
articolo 12. Noi proveremo che il governo non lo volle applicare19.
Lo scontro tra Buozzi e i sindacati fascisti a Ginevra and in scena
praticamente ogni anno. Ma il duello pi paradossale (e che scaten le ire
di Bottai) si svolse nel 1931. Era accaduto un fatto che aveva in qualche
maniera mutato un po le carte in tavola. In Polonia Jzef Klemens Pilsudski, ispirato da Mussolini, aveva deciso di instaurare un regime autoritario.
E cos, alla conferenza di quellanno, il Bit si ritrov sul tavolo non solo la
controversia italiana ma anche quella polacca. Risultato: i rappresentanti
di Varsavia vennero legittimati a sedersi a quel tavolo con un voto pi largo
di quello ottenuto dagli italiani. La cosa non piacque al ministro delle corporazioni, Giuseppe Bottai, che minacci fuoco e fiamme. Rossoni, nel
frattempo, era uscito di scena e al suo posto era subentrato il trentanovenne
Luigi Razza, un calabrese (a Vibo Valentia gli hanno dedicato una statua,
una strada che collega il parco municipale al tribunale e lo stadio dove gioca
la locale squadra di calcio, la Vibonese) piuttosto sveglio che si era messo
in mostra svolgendo attivit sindacale in Lombardia dove era stato anche
segretario dei Fasci dAzione. La carriera straordinaria (il 24 gennaio del
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1935 era stato nominato ministro dei lavori pubblici) a cui sembrava destinato, venne interrotta da un mortale incidente aereo mentre si recava ad
Asmara. In quel 1931 era ancora un leader sindacale (presidente della Confederazione dei sindacati fascisti dellagricoltura) e in tale qualit puntava
ad accomodarsi allambito tavolo del Bit. Ma quella che si svolse a Ginevra,
come spesso capita alle vicende italiane, da tragedia si trasform in farsa.
La farsa la raccont Buozzi con dovizia di particolari in un articolo che apparve su lOperaio Italiano. Premettendo: Il giornale La Suisse stato
il solo che si degnato di rivolgere qualche parola di conforto (non sappiamo
quanto disinteressata) ai vari Bottai, De Michelis e simili, Razza. Ma siccome
si tratta di un giornale ultrareazionario, senza autorit e senza seguito, lo
sfruttamento che, delle sue parole, ha fatto la stampa fascista, ha finito per
dare maggior risalto al ridicolo di cui si coperta la pattuglia fascista20.
Quindi, con finalit didascaliche, il segretario confederale spiegava
cosa era avvenuto a Ginevra e in quale sede: La Conferenza Internazionale
del Lavoro costituisce lassemblea generale dellUfficio Internazionale del
Lavoro. La Conferenza composta di due delegati governativi, di un delegato
operaio e di un delegato padronale per ogni Stato aderente alla Societ delle
Nazioni. La ratifica dei mandati spetta allassemblea. Per la nomina delle cariche vige unaltra procedura. I delegati governativi, operai e padronali si
costituiscono rispettivamente in gruppi distinti e provvedono alla nomina dei
loro rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione dellUfficio e nelle commissioni incaricate di esaminare le diverse questioni21. Spiegato il motivo
del contendere, Buozzi passava alla cronaca. E diceva: Data questa costituzione, Rossoni e Razza, malgrado le proteste del gruppo operaio, vennero
sempre ammessi alla conferenza come delegati operai, col voto compatto dei
padroni e di parte dei governi mentre il gruppo operaio (composto di socialisti, di sindacalisti e di cattolici) valendosi dei suoi diritti, li escluse da tutte
le cariche22. Ma dopo tanti duelli, il regime era deciso a chiudere la partita, a conquistare quelle cariche nelle strutture elettive che i sindacati internazionali non concedevano: Allinizio dei lavori fece spargere la voce (la
delegazione italiana, n.d.a) che se si fosse rinnovato il boicottaggio a Razza
ed ai consiglieri tecnici operai, avrebbe abbandonato sdegnosamente i lavori.
Il gruppo operaio, unanime, non si commosse. Escluse Razza ed i suoi amici
da tutte le commissioni e la delegazione fascista rinfoder le armi... Poi tent
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