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Benito e La Petacci

Il documento riporta il riassunto di un libro che analizza le diverse ipotesi sulla morte di Mussolini e Claretta Petacci. Vengono descritte sette possibili ricostruzioni degli eventi fornite da vari autori nel corso degli anni. Nell'introduzione si riportano anche le testimonianze di alcuni storici che hanno indagato sul caso.

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Benito e La Petacci

Il documento riporta il riassunto di un libro che analizza le diverse ipotesi sulla morte di Mussolini e Claretta Petacci. Vengono descritte sette possibili ricostruzioni degli eventi fornite da vari autori nel corso degli anni. Nell'introduzione si riportano anche le testimonianze di alcuni storici che hanno indagato sul caso.

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[Copertina.

]
Benito Mussolini
Claretta Petacci
Chi li ha uccisi, come, dove, quando. Diverse ipotesi, qualche certezza

Alfredo Pace

Greco & Greco

[Retro di copertina.]
Sono molti i giornalisti e autori che hanno scritto sulla morte di Benito Mussolini
e Claretta Petacci; a pi� di sessant�anni di distanza, dopo aver detto, scritto,
testimoniato tutto e il contrario di tutto � difficile raccapezzarsi. Qui si �
voluto elencare tutte le ipotesi, confrontarle e prenderle in esame una per una,
arrivando, come in un mosaico, ad alcune probabili certezze.

[Frontespizio.]
Alfredo Pace.

Benito Mussolini
Claretta Petacci.
Chi li ha uccisi, come, dove, quando.
Diverse ipotesi, qualche certezza.

Greco & Greco.

� copyright 2008
by Greco&Greco editori
Via Verona, 10 - 20135 - Milano [Link]
ISBN 978-88-7980-448-6

[Nota. Si � trasportato l�indice all�inizio, e si � tentato di correggere diversi


errori di stampa. Fine nota.]

Indice.

Prefazione di Luciano Garibaldi.


Premessa di Alfredo Pace.
Introduzione.
I protagonisti.
Capitolo 1. Da Gargnano a Bonzanigo.
Capitolo 2. II Colonnello Valerio (Walter Audisio).
Capitolo 3. Ipotesi Bandini.
Capitolo 4. Urbano Lazzaro (Bill).
Capitolo 5. Ipotesi Zanella.
Capitolo 6. La testimonianza Mazzola.
Capitolo 7. Ipotesi Pisan�/Mazzola.
Capitolo 8. Lonati e la pista inglese.
Capitolo 9. Orfeo Landini (Piero).

Conclusioni.
1a ipotesi: Colonnello Valerio.
2 a ipotesi: Bandini.
3 a ipotesi: Urbano Lazzaro (Bill).
4 a ipotesi: Zanella.
5 a ipotesi: Pisan�/Mazzola.
6 a ipotesi: Lonati - pista inglese.
7 a ipotesi: Orfeo Landini.

Epilogo.
Considerazioni.
Biografia.

Prefazione di Luciano Garibaldi.

Quando, nell'estate 1944, per la prima volta lanciai, in una serie di articoli
scritti per il quotidiano milanese La Notte, l'ipotesi della �pista inglese�
nell'assassinio di Benito Mussolini e di Claretta Petacci, disponevo soltanto di
tre versioni: quella di Walter Audisio (il Colonnello Valerio) quella di Franco
Bandini, descritta nel suo capolavoro Vita e morte segreta di Mussolini, e quella
di Alessandro Zanella, punto forte del suo bellissimo libro L'ora di Dongo. [Nota.
Non 1944, ma 1994. Fine nota.] Solo dopo i miei articoli si sarebbe fatto vivo
Bruno Giovanni Lonati, asserendo che l'esecutore materiale del Duce era stato lui,
il comandante garibaldino "Giacomo", su direttiva dell'ufficiale dei servizi
segreti di Churchill "Capitano John".
In questo libro - che � sicuramente tutto da leggere - Alfredo Pace di
ricostruzioni/ipotesi ne elenca ben sette. Il suo lavoro, aggiornatissimo, � dunque
sicuramente indispensabile per chi vuole addentrarsi nel pi� grande giallo della
storia italiana del ventesimo secolo.
Grandi interesse tra il pubblico, qualche polemica, e una moderata eco sulla
stampa aveva sollevato tempo fa il documentario televisivo di Peter Tompkins e
Maria Luisa Fiorenza dal titolo Mussolini: l'ultima verit�, andato in onda in due
puntate, in prima serata, su Rai Tre. Eppure la tesi sostenuta non era di poco
conto: il capo del Fascismo e la sua amante Claretta Petacci furono uccisi - questa
la tesi sostenuta nel documentario - non dai partigiani comunisti del CLNAI
(comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) solennemente "autorizzati" dal
governo italiano, ma da un gruppo di uomini al servizio di Churchill, comandati da
un ufficiale dei servizi segreti inglesi, e per ordine esplicito del premier
britannico.
Di questa tesi mi � davvero difficile non parlare, dato che sono stato il primo
a formularla, ormai dodici anni orsono (come per altro riconosciutomi dallo stesso
Tompkins), e poi a darle la veste di un libro, pubblicato dalla casa editrice Ares:
La pista inglese - Chi uccise Mussolini e la Petacci con una postfazione di Massimo
Caprara (per vent'anni segretario di Togliatti s�, ma da altri trenta soprattutto
attento, scrupoloso e coraggioso storico), per me lusinghiera in quanto avvalora
con informazioni inedite la mia ricostruzione.
Il lavoro di Tompkins e della sua collaboratrice (e moglie) Fiorenza � basto
essenzialmente sul racconto di Bruno Giovani Lonati, un ex comandate partigiano
"garibaldino" ultraottantenne, ma ancora molto gagliardo che ha ripetuto per
l'ennesima volta la sua versione: Mussolini fu ucciso da lui la mattina (e non il
pomeriggio, come vuole la "vulgata") del 28 aprile 1945, mentre Claretta fu
soppressa dal mitico "Capitano John".
Le critiche, per il vero fin troppo scontate, alla versione Lonati si
riassumono in una considerazione: il racconto dell'ex comandante "Giacomo" (questo
il suo nome di battaglia) non contiene alcuna prova n� alcuna novit� rispetto alle
sue precedenti "uscite", salvo alcune piccole modifiche: il vero nome del "Capitano
John" sarebbe stato Robert Maccarrone, e non Maccaroni e l'agente inglese, per
altro resosi irreperibile, lo avrebbe in seguito modificato in un pi� britannico -
anzi scozzese - "McRooney". Accolto con scetticismo dalla stampa italiana e con
moderata curiosit� da quella britannica, il documentario di Tompkins, frutto di
anni di ricerche, interviste, letture di libri e testimonianze, conteneva tuttavia
alcuni elementi validi che confermavano come la soppressione di Mussolini e
Claretta Petacci fosse avvenuta nella mattinata, e non nel pomeriggio del 28 aprile
1945. Tra questi la testimonianza del vecchio partigiano Roberto Remund, incaricato
di sollevare con altri il cadavere di Mussolini per issarlo sul camion che stava
trasportando a Milano i fucilati di Dongo in vista della macabra esposizione di
piazzale Loreto.
Remund si trova tra le mani un cadavere gi� rigido, cosa impossibile se la
morte fosse sopravvenuta soltanto un'ora prima come allora fu fatto credere da i
dirigenti comunisti, che si erano assunti, di fronte a tutti, la responsabilit�
degli eventi, Remund ha anche precisato che davanti al cancello di villa Belmonte,
dove sarebbe stata effettuata l'esecuzione dei due amanti, "non c'erano tracce di
sangue" a conferma del fatto che la fucilazione era avvenuta in un altro punto. E
allora? Perch� mentire? Perch� non portar Mussolini vivo sulla piazza di Dongo e
fucilarlo assieme agli altri quindici? O meglio: perch� - come gi� comunicato per
cablo al comando alleato - non portare tutti vivi a Milano per essere giustiziati
in piazzale Loreto, coram pupulo, come si faceva a Parigi durante la Rivoluzione
francese? e infine: Perch� uccidere la Petacci?
Le telefonate e le lettere giuntemi un po' da tutta Italia da chi aveva letto
il mio libro, mi spinsero ad intervenire nella disputa sia per dare a Tompkins quel
che � di Tompkins, sia per rispondere a chi lo accusava di essere fantasioso e
inattendibile. Tra questi ultimi c'era un valoroso collega ed amico come Arrigo
Petacco che, sull'autorevole Panorama, offriva una patente di credibilit� ai tre
"giustizieri" comunisti Walter Audisio (il Colonnello Valerio), Aldo Lampredi
(Guido) e Michele Moretti (Pietro).
Purtroppo la ricostruzione della morte del Duce e di Claretta Petacci fatta
singolarmente dai tre � la prima e la pi� devastante smentita della "vulgata".
Audisio scrisse che Mussolini, di fronte al mitra, sbavava dal terrore e a
balbettava: �Ma..., ma..., signor Colonnello...�. Lampredi scrisse che Mussolini si
apr� la giacca e grid� virilmente: �Sparate al petto!�. Moretti rivel� a Giorgio
Cavalieri (scrittore e storico comasco assolutamente al di sopra di ogni sospetto
di parzialit� politica) che, prima di cadere sotto la raffica, il Duce grid�: �Viva
l'Italia!�.
Non voglio farla troppo lunga, anche perch� di contraddizioni come queste ne ho
trovate a valanga e sono tutte elencate sia nel mio libro, sia in questo ottimo
lavoro Alfredo Pace. Cos� come vi si pu� trovare l'unico "riscontro oggettivo"
(come direbbero i giuristi, non quei magistrati che mi condannarono perch� nel 1966
scrissi che l'atto di morte di Mussolini era un falso in atto pubblico) al racconto
di Lonati. Che dimostra, quanto meno, come i fatti si siano svolti, Lonati presente
oppure no, pi� o meno in quel modo: cio� Mussolini e la Petacci ammazzati per
ordine di Londra non tanto per il carteggio Mussolini/Churchill, ormai non pi� in
possesso della coppia, ma perch� non potessero parlare, dire tutto quel che
sapevano alla stampa internazionale, e soprattutto quella americana, che non �
andata troppo per il sottile, e a una eventuale Corte di Giustizia alla quale
Truman li avrebbe di sicuro sottoposti.
Churchill aveva molte cose da nascondere. Ma non la sua corrispondenza con il
Duce del 1940, ovvero quelle lettere con le quali prometteva, al suo vecchio amico
Mussolini, Nizza, la Savoia, la Corsica e il Dodecanneso in cambio della neutralit�
(si promette questo ed altro, e in pieno accordo con la nazione direttamente
interessate, in cambio di un favore di quel tipo) bens� il tentativo, posto in atto
nel 1944, di spingere Hitler a cessare la resistenza in occidente per rivolgersi
tutti assieme contro il pericolo rosso, l'Armata di Stalin che, inesorabile,
procedeva verso il centro e l'ovest dell'Europa. Un progetto disonorevole nei
confronti di una potenza alleata in cui soldati erano morti (e continuavano a
morire) a milioni, e che, se reso pubblico al mondo, avrebbe causato un vulnus
irreparabile al prestigio della Gran Bretagna. Per questo nessuno doveva venirne a
conoscenza. Per questo Mussolini, nelle sue telefonate con Claretta registrate
dagli uomini di Wolff, non palava d'altro. Per questo tutto fu messo a tacere:
dagli inglesi, dai comunisti (che ebbero in cambio l'"oro di Dongo", secondo molte
testimonianze raccolte nel mio libro, formato, dai beni razziati agli ebrei), e
probabilmente dallo stesso Stalin, il quale, a sua volta, ebbe in cambio le vite
delle decine di migliaia dei suoi sudditi (l'Armata Vlasov) che si erano arruolati
volontari nella Wehrmacht e nelle SS pur di combattere contro il comunismo e si
erano arresi agli inglesi sicuri di poter cos� sfuggire alla sua vendetta. E invece
gli inglesi li consegnarono ai russi, che li impiccarono tutti, mogli e figli
compresi. Cos� come i comunisti jugoslavi massacrarono i 50mila cetnici (monarchici
serbi al comando del Generale Mihailovic) anch'essi arresisi agli inglesi e
ospitati nei campi in Italia pur di sfuggire alla vendetta di Tito. Il tutto
confessatomi dagli ufficiali italiani dell'ottava Armata Britannica, ancora oggi
sgomenti per quella "secret betrayal" raccontata nel mio libro La guerra (non �)
perduta.
Un'ultima considerazione: visto che sacrosantamente � stato riaperto 1'"armadio
delle vergogne nazifasciste" con all'avvio dei processi per le stragi di Sant'Anna
di Stazzema ed altre, non sarebbe forse il caso di riaprire l'armadio della
vergogna" del processo per l'oro di Dongo, che si interruppe a Padova per il
"suicidio" di un giurato e dopo che ben cinque dei suoi colleghi avevano dato
forfait? Tanto pi� che si trattava non tanto di un processo per furto quanto di un
processo per strage, dal momento che le sparizioni del tesoro (beni rubati agli
ebrei) comport� una serie infinita di omicidi iniziati sul lago di Como con la
soppressione del capitano Neri e della partigiana Gianna e proseguiti a Milano con
l'assassinio del collega Franco De Agazio? Come Tompkins ha onestamente, lealmente
e coraggiosamente ricordato.
Chiudo qui, perch� non voglio scrivere un altro libro. Che la via tracciata de
me - e molto pi� autorevolmente di me, da grandi maestri come Renzo De Felice,
Giorgio Pisan� e Franco Bandini -adesso prosegue con contributi appassionati di
studiosi come Alfredo Pace, la cui valenza � quella di dare una spallata alle
falsit� che, su un evento determinata della nostra storia, si continuano
scandalosamente a insegnare ai nostri ragazzi nelle scuole.
E sia ben chiaro: qui il revisionismo non c'entra niente. C'entrano la
menzogna, la verit� e la storia.
Luciano Garibaldi.

Premessa.

� il 29 Aprile 1945. Allora ero un ragazzo di 15 anni, abitavo in un paese del


varesotto, Lonate Pozzolo, e vivevo anch'io, come tutti, quei giorni pieni di
euforia per la liberazione dalla guerra, ed i fatti straordinari che stavano
succedendo.
Quel mattino, non so se perch� l'avessero saputo dalla radio o dai giornali, in
paese si parlava dell'uccisione di Mussolini, che "l'an tac� su a testa in gi� a
piasal Luret" (l'hanno appeso a testa in gi� a Piazzale Loreto) e molti andavano a
Gallarate col tram a prendere il treno per Milano, Stazione Garibaldi, per poi
andare a piedi fino a Loreto per vederlo. Avrei voluto andarci anch'io, ma ero un
ragazzino, quel fatto mi impression� e ne rimasi talmente colpito che in seguito e
per quasi sessant'anni ho sempre seguito tutto ci� che riguardava
quell'avvenimento, sia sui giornali che sui libri o in televisione.
L'uccisione di Mussolini e della Petacci divenne ben presto un enigma, e per
decenni si sono susseguite diverse ipotesi, si � cercato da parte di diversi
giornalisti di scioglierlo, senza per� arrivare mai ad una risposta certa.
A sessant'anni di distanza, dopo aver detto, scritto, testimoniato tutto e il
contrario di tutto � difficile raccapezzarsi. Cercher�, in base a tutto quanto ho
letto, di spiegare e confrontare le varie ipotesi e attraverso le diverse
testimonianze arrivare, come in un puzzle o un mosaico, ad alcune probabili
certezze.
Alfredo Pace.
Introduzione.

Moltissimi sono i giornalisti che si sono interessati dell'enigma della morte


di Benito Mussolini e di Claretta Petacci. Altrettanto numerosi sono gli autori che
hanno scritto saggi sull'argomento, ad es. Bertoldi, Zanella, Bandini, De Felice,
Petacco, Spinosa, Uboldi, Festorazzi, Cavalleri Giannantoni e tantissimi altri.
Io ho tenuto come traccia i libri scritti da:
Franco Bandini Vita e morte segreta di Mussolini (Mondadori, 1978);
Urbano Lazzaro Mezzo secolo di menzogne (Le Scie, 1993);
Alessandro Zanella L'ora di Dongo (Rusconi, 1993);
Bruno Giovanni Lonati Quel 28 Aprile... (Mursia, 1994);
Giorgio Pisan� Gli ultimi cinque secondi di Mussolini (Il Saggiatore, 1996);
Luciano Garibaldi La pista inglese (Ares, 2002);
Fabrizio Bernini Il giustiziere di Dongo (Juculiano, 2004). [Nota. Non Juculiano
ma Iuculano. Fine nota.]

Mi sembrano i pi� significativi e tra l'altro riepilogano nei loro scritti


anche delle testimonianze sui fatti intercorsi rese dai protagonisti. Tra l'altro
dar� maggior credito a quelle testimonianze non falsate da reticenze varie dovute o
all'appartenenza al partito comunista, alle leggi non scritte dei partiti,
all'obbedienza a patti segreti, a paure varie o altro. Cercher� una parte della
verit� e alcune certezze solamente per ci� che riguarda l'uccisione di Mussolini e
della Petacci, ritenendo che i fatti di Dongo, l'uccisione dei quindici ostaggi
designati da Valerio, il loro trasporto a Milano e i fatti di Piazzale Loreto,
facciano parte di episodi in parte gi� ampiamente risolti e ben accertati per le
testimonianze e i documenti ad esso inerenti, anche se anche qui qualche ombra
permane ancora.
Se ogni ipotesi presa a s� stante pu� essere credibile, nessuna per� parte dal
presupposto da me rilevato della continuit� degli episodi che partono dal discorso
di Napoli di Togliatti il 5 Aprile '45 (catturare, identificare, fucilare
Mussolini), il recepimento del suo braccio destro Longo, il comando al Lampredi di
procedere, la scelta di costui dei due esecutori, il viaggio a Bonzanigo per
eseguirlo.

I PROTAGONISTI.

Nome e cognome. Nome di battaglia.

Benito Mussolini.
Claretta Petacci.

Walter Audisio Colonnello Valerio.


Aldo Lampredi Guido.
Alfredo Mordini Riccardo.
Orfeo Landini Piero.
Luigi Canali Capitano Neri.
Giuseppina Tuissi Gianna.
Michele Moretti Pietro.
Guglielmo Cantoni Sandrino Menefrego.
Giuseppe Frangi Lino.
Pier Luigi Bellini delle Stelle Pedro.
Urbano Lazzaro Bill.
Martino Caserotti Cap. Roma.
Bruno Giovanni Lonati Giacomo.
Capitano John John.
Luigi Longo Gallo.

Sandro Pertini.
Lia De Maria.
Dorina Mazzola.

Capitolo 1.
Da Gargnano a Bonzanigo.

Prima di entrare direttamente negli episodi e nei fatti che portarono


all'uccisione di Mussolini e della Petacci, sar� bene fare un piccolo riassunto di
come i due siano arrivati fino alla casa dei De Maria nella frazione del comune di
Mezzegra chiamata Bonzanigo in provincia di Como, situata a circa met� del ramo del
lago che va dal capoluogo sino a Gravedona.
Fino al 18 Aprile 1945, Mussolini � a Gargnano, sul lago di Garda, col governo
della RSI i suoi ministri, la famiglia, donna Rachele e i figli Annamaria, Romano,
Vittorio e anche Claretta Petacci.
Pochi giorni prima il generale Clark ha sferrato l'offensiva nella regione
appenninica, ha sfondato il fronte e le truppe angloamericane dilagano verso il
nord Italia.
Nella giornata del 18 Mussolini, da villa Feltrinelli dove ha il suo quartier
generale, decide di recarsi a Milano. Dice alla moglie Rachele per importanti
colloqui, forse anche col cardinale Schuster, ma che sarebbe ritornato entro pochi
giorni.
Alle 18 del 18 Aprile incominciano a partire da Gargnano per Milano forze
tedesche delle SS e un'ora dopo anche Mussolini, sempre scortato per� dal tenente
Birzer ed i suoi uomini. Il Tenente Birzer era l'ufficiale messo da Hitler a difesa
ma anche a controllo di Mussolini.
Giunti a Milano, Mussolini e tutto il suo seguito si recano in prefettura in
corso Monforte, e qui prendono alloggio in attesa degli eventi. Qui si radunano
pure tutti i suoi ministri, il maresciallo Graziani e personaggi vari del fascismo.
Nei giorni seguenti il Duce, installato in prefettura, indeciso sul da farsi,
riceve e parla con i suoi ministri, con personalit� militari e civili, cerca una
via d'uscita dalla situazione che si � venuta a creare. Oramai � conscio della
imminente sconfitta totale, pensa a come cavarsela nel migliore dei modi. Gli
prospettano una estrema difesa in Valtellina, dove dovrebbero riunirsi le ultime
forze fasciste, anche se questa � una pia illusione.
In Prefettura oramai si sono concentrate moltissime persone legate al governo
di Sal�, parenti dei vari ministri, comandanti delle forze fasciste, forze tedesche
di scorta a Mussolini, c'� anche Claretta Petacci e suo fratello Marcello con la
compagna Rita Zitossa e i due giovani figli. [Nota. Non Rita Zitossa ma Zita
Ritossa, come riportato in diversi testi e anche in una sentenza della Cassazione.
Purtroppo qualche altro testo, oltre a questo, reca il nome errato. Fine nota.]
Si confabula, si prospettano le varie soluzioni, si cerca di trovare canali al
fine di arrivare magari ad una resa onorevole. Finalmente il giorno 25 Aprile si
arriva ad organizzare un incontro in Arcivescovado tra Mussolini, alcuni suoi
ministri e qualche membro del CLNAI (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia).
Il Duce vi si reca nel pomeriggio avanzato; nell'attesa che arrivino i
rappresentanti dei partigiani conversa con il cardinale Schuster. All'arrivo di
Cadorna e altri rappresentanti CLNAI si inizia la discussione, ma mentre Mussolini
vorrebbe porre delle condizioni per salvare il salvabile, dall'altra parte si
chiede la resa incondizionata.
Non si arriva a nessun accordo, il Duce prende tempo, dice che dar� una
risposta, abbandona l'Arcivescovado e ritorna in Prefettura.
Sono le 19, il colloquio � durato circa un'ora. Appena arrivato, cupo in viso,
Mussolini riunisce tutti quelli che contano e prende la decisione ultima: si parte
per Como.

In prefettura una confusione enorme, nessuno sa niente, ma probabilmente era


una decisione gi� presa nei giorni precedenti, sia per la succitata ultima
resistenza in Valtellina o molto pi� probabilmente per cercare una via di fuga
verso la Svizzera.
Comunque si parte, un centinaio di persone si mettono in marcia, macchine
scoperte e coperte, mezzi blindati, la scorta tedesca ecc. Sulle vetture i vari
ministri della RSI, loro famigliari, tesori e gioielli di famiglia, un camioncino
carico di documenti, forse anche denaro rimasto nella Banca Centrale della RSI.
Tra le macchine anche quella di Marcello Petacci, la compagna, i figli e
Claretta Petacci.
Sono le venti (sarebbero le 19, in quanto c'era l'ora legale).
La colonna si incammina e attraverso la citt�, raggiunge corso Sempione e si
avvia verso Como.
� la sera del 25 Aprile 1945.

La colonna � composta da una vettura staffetta, la macchina di Birzer, poi


l'auto di Mussolini con Bombacci, ministro fascista, altre vetture di militari
tedeschi delle SS, Graziani e la sua scorta, Marcello Petacci e la sua famiglia, le
vetture dei vari ministri della RSI con i loro famigliari.
Chiude la colonna un camioncino Balilla con la domestica personale di
Mussolini, un agente, l'autista ma anche un carico di documenti.
Questo camioncino per� si guasta nei pressi di Garbagnate e attraverso
vicissitudini mai completamente chiarite vedr� disperso il suo carico di documenti.
La colonna prosegue indisturbata fino a Como e vi giunge tra le 20,40 e le 21.
Mussolini e i suoi seguaci si recano subito in prefettura dove alle 22 si
svolge un pranzo e si inizia a discutere sul da farsi.
Mussolini riceve anche la moglie Rachele e la figlia Annamaria a cui nei giorni
precedenti aveva consigliato di spostarsi da Gargnano a Monza e poi a Como per
cercare di entrare in Svizzera dove per� sar� respinta.
Finito il pranzo, verso le 23, si continua a discutere sul da farsi senza per�
raggiungere nessuna conclusione.
La giornata del 25 Aprile giunge cos� al termine.
Mussolini va a riposare, ma al mattino presto, verso le 4,30, cerca di partire
senza la scorta di Birzer, ma questi lo impedisce con la forza.
Partono cos� varie vetture, con Mussolini, Graziani e la scorta tedesca verso
Menaggio, dove giungono alle 5,30 del mattino e si fermano nella villa del
Segretario del Fascio del luogo.
Mezz'ora dopo che il Duce � partito da Como per Menaggio, si muovono anche
tutte le vetture dei ministri fascisti, dei famigliari, dei Petacci e raggiungono
anch'essi questa localit�.

Nella giornata del 26 Aprile si tenta ancora di sfuggire alla pressante guardia
di Birzer, forse anche di incontrare qualcuno che possa facilitare il passaggio in
Svizzera. Ci si sposta tutti assieme nel paese di Grandola, dove Mussolini prende
alloggio all'albergo Miravalle. Oramai si sono riuniti tutti i fuggiaschi, a cui si
aggregano anche altri personaggi in fuga tra cui il capitano d'aviazione J
Calistri, estraneo alle vicende politiche ma poi ugualmente fucilato a Dongo per
raggiungere il numero di 15.
All'alba del 27 Aprile, la colonna si rimette in marcia rinforzata da una
colonna tedesca della contraerea, forte di 200 uomini, con automezzi vari,
mitragliere e altro armamento.
Nel frattempo Graziani ed altri ne approfittano per lasciare la colonna e
tentare di mettersi in salvo, alla fine riuscendovi.
Quest'autocolonna con Mussolini comprende, come detto, un�autoblindo in testa
con Pavolini, ministro del Duce, due autocarri di SS e uno della Feldgendarmerie,
le due vetture di Birzer, altre automobili e autocarri militari del comandante
Schallmeyer, tutte le autovetture dei ministri e gerarchi con aiutanti e famiglie,
poi ancora autocarri militari con le mitragliere contraeree ed infine
un'autoambulanza. [Nota. Non Schallmeyer ma Fallmeyer. Fine nota.] Come si vede,
un'autocolonna di una certa consistenza e lunghezza. Lasciamo per un momento
l'autocolonna in viaggio di mattino presto da Grandola verso il nord del lago lungo
la stretta via Regina che allora costeggiava il lago stesso e trasferiamoci qualche
chilometro pi� avanti in quel di Dongo.
Dongo, un paesino come tanti altri, affacciantesi sul lago di Como, in cui si
era stabilito un gruppo di partigiani, anzi una brigata garibaldina chiamata "Luigi
Clerici".
Precisiamo che siamo al 27 Aprile di mattina presto, son passati solo due
giorni dall'insurrezione, i partigiani sono all'opera a occupare i paesi e a
debellare i rimasugli di fascisti e tedeschi.
La brigata ha stabilito il suo comando nel municipio del paese, il suo
comandante � un giovane nobile monarchico, Pier Bellini delle Stelle, nome di
battaglia Pedro. Vice comandante � Urbano Lazzaro, Bill, commissario politico
Michele Moretti Pietro con un incarico speciale (capo di Stato Maggiore,) Luigi
Canali Capitano Neri. � forte di un buon gruppo di partigiani, di cui fa parte
anche l'amica personale del Neri, Giuseppina Tuissi Gianna. Questa brigata ha gi�
provveduto a liberare anche i paesini attorno a Dongo, come Domaso e Germasino. A
Germasino esisteva una caserma della Guardia di Finanza. Sappiamo che i finanzieri,
attraverso gli ordini del loro comandante generale, si erano schierati con i
partigiani e per l'insurrezione.
Il comandante Pedro, informato senz'altro dell'avvicinarsi sulla strada Regina
di questa lunghissima autocolonna, assieme a Bill, Pietro e i suoi partigiani cerca
immediatamente di prendere dei provvedimenti per fermarla e vediamo quali.
Prima di arrivare a Dongo c'� un paesino che si chiama Musso. Tra Musso e
Dongo, sulla strada regina che scorre lungo il lago, c'� un punto, a circa met�
strada, chiamato Puncett. Ebbene, in questo luogo i partigiani di Pedro avevano
approntato un piccolo sbarramento formato da tronchi di albero e altro materiale
per fermare chiunque, con automezzi, avesse voluto proseguire da quel punto verso
Dongo.
L'autocolonna di Mussolini e dei tedeschi, proseguendo quel mattino presto
verso nord, giunge a Musso verso le 6, e qui alcuni gerarchi si rifugiano con
famigliari presso il parroco del paese Don Enea Mainetti, che li consegna ai
partigiani di Musso. Sembra anche che alcuni affidino soldi e gioielli ad abitanti
del paese (che poi non si ritroveranno mai pi�).
Don Mainetti, simpatizzante dei partigiani, avendo sentito dai colloqui dei
gerarchi affidatisi a lui che nella colonna c'� anche Benito Mussolini, si premura
di avvisare Pedro, incontrandolo al Puncett.
Immediatamente Pedro, avvisato di ci� e gi� informato della colonna in
avvicinamento, predispone dei provvedimenti mettendo partigiani sulle alture
circostanti, avvisando Bill e Pietro delle novit�.
Intanto la colonna si � riorganizzata mettendo in coda tutte le vetture dei
gerarchi fascisti, mentre Mussolini dalla sua vettura si era portato
sull�autoblindo di testa, in cui c'erano gi� Pavolini, Barracu, Porta, Nudi, e
anche la sua presunta figlia Elena Curti. Alle 6,30 circa la colonna, sorpassato
Musso, giunge al Puncett ed � giocoforza fermarsi in quanto la strada � sbarrata.
Ad attenderli c'� Pedro con i suoi partigiani, che sparano alcuni colpi d'arma
da fuoco.
I tedeschi alzano allora bandiera bianca e chiedono di parlamentare, ci� viene
loro concesso.

Nel frattempo il vicecomandante Bill si premura di minare il ponte della


Vallorba, poco dopo Dongo, in modo d� impedire il passaggio dell'autocolonna nel
caso avesse forzato il posto di blocco. La colonna, secondo Bill, che come
armamento aveva l'autoblindo di Pavolini, gli autocarri delle SS, autovetture con
mitragliere, gli autocarri del comandante Schalllmeyer [Fallmeyer] con le
mitragliere contraeree, ha una buona potenza di fuoco e non si sa come si
comporterebbe.
Perci� pi� di duecento uomini, che se volessero, potrebbero senz'altro
sopraffare sul momento i pochi partigiani di Pedro.
Qui iniziano lunghe trattative, che si prolungano sino alle 14 circa. Dopo
essersi assicurato che il ponte sulla Vallorba era stato minato da Bill, ed aver
portato Schallmeyer [Fallmeyer] a trattare con un comando superiore, si giunge ad
un accordo per lasciar passare la colonna e farla proseguire verso nord anche se
poi dovr� arrendersi qualche decina di km pi� avanti.
Quest'accordo prevede che avrebbero potuto avanzare solo gli automezzi e i
militari tedeschi, mentre gli italiani dovevano consegnarsi ai partigiani locali di
Pedro.
Perci� tutti i mezzi, prima di proseguire, dovevano essere controllati sulla
piazza di Dongo uno a uno e cos� si fece.
Il tenente Birzer, responsabile e controllore di Mussolini per ordine di
Hitler, saputo dell'accordo, lo consiglia di camuffarsi indossando un cappotto
militare, un elmetto e un'arma tedesca e di salire su di un autocarro germanico.
Mussolini, dopo qualche resistenza, accetta.
Sono circa le 14,30: l'autoblindo di Pavolini che non vuole arrendersi si
sposta ai lati della strada, cos� l'autocolonna avanza sulla piazza di Dongo dove,
verso le 15, Bill e i suoi compagni iniziano l'ispezione di tutti gli autocarri
tedeschi.
Naturalmente si sa che tra gli italiani che non devono passare c'� Benito
Mussolini, ma non si sa dov'�. � un partigiano di nome Negri che, seduto in fondo a
un autocarro, sembra riconoscere, con l'elmetto calato sugli occhi, il Duce.
Chiama immediatamente Lazzaro (Bill) che, salito sull'autocarro, riconosce
Mussolini e lo fa scendere e portare assieme a tutti gli altri italiani facenti
parte dell'autocolonna nelle sale al pianterreno del Comune di Dongo.
Marcello Petacci, che sino a quel momento si spacciava per un console spagnolo,
assieme alla compagna Zitossa ai due figli e la sorella Claretta sono messi in una
saletta a parte.
Nel frattempo anche l'autoblindo con Pavolini ed altri gerarchi fascisti, dopo
una breve sparatoria, ha dovuto arrendersi. Anche questi fatti prigionieri e
portati, assieme a quelli consegnati ai partigiani di Musso, nel municipio di
Dongo.
Ormai sono circa le 17,30 del pomeriggio del 27 Aprile. Mussolini, la Petacci e
il fratello Marcello, tutti i gerarchi fascisti e altri italiani, parenti o meno di
questi, che si erano uniti per fuggire con questa colonna sono stati fermati e
condotti nel municipio di Dongo.
In tutto una cinquantina di persone.
Si provvede a telefonare a Milano e informare di tutto ci� che � successo e
dell'arresto di Mussolini. Da questo momento anche ai comandi del CLNAI e del CVL e
delle Brigate Garibaldi comandate da Longo si viene a sapere ci� che succede in
quel di Dongo. Naturalmente anche il comando alleato viene a sapere della notizia e
si mette in azione per farsi consegnare, in un modo o in un altro, il Duce.
Intanto a Dongo si sequestrano anche i beni materiali di tutti i fermati,
(quello che in seguito verr� sempre denominato come l'oro di Dongo) documenti e
quant'altro essi hanno portato appresso nella fuga.
Mussolini ha con s� delle borse, contenenti moltissimi documenti scottanti, il
famoso o fantomatico carteggio Mussolini-Churchill, ma le aveva precedentemente
date a Claretta Petacci che era col fratello Marcello, borse in seguito sequestrate
da Bill.
Sono le 18 circa e molta gente del posto, appresa la notizia del fermo di
Mussolini e della colonna, si accalca sulla piazza del Municipio di Dongo per
curiosare. In quel momento Pedro, consultandosi coi suoi sottoposti Pietro (il
Moretti) e Neri (il Canali) decide di trasferire a Germasino, dove c'� la caserma
della Guardia di Finanza, Mussolini e Paolo Porta, ritenuto il suo segretario.
Prende una scorta di partigiani e li porta a Germasino, un paesino in collina a
pochi chilometri da Dongo.
Pedro ritorna immediatamente al municipio di Dongo dove ci sono tutti i fermati
e alle 19 fa portare Claretta in una saletta del Comune e la interroga per circa
due ore. Poteva averla riconosciuta al momento del fermo o potrebbe essere stato
Mussolini stesso a Germasino a dirgli che quella donna era la sua amica.
In questo lungo interrogatorio Pedro, forse anche lusingato di poter
interrogare tale personaggio, concede alla fine alla Petacci di ricongiungersi a
Mussolini.
Tra parentesi, il Landini dir� nel 1998 che tra lui e i compagni avevano
soprannominato Pedro (Pier Bellini delle Stelle) "Figh�ta" in dialetto lombardo:
bulletto).
In questo momento la Petacci � come se firmasse la sua condanna a morte e
Pedro, che mai avrebbe dovuto concederle questo favore, la asseconda nella sorte
che la porter� a morire assieme a Mussolini.
Nel frattempo Marcello Petacci, la compagna Rita Zitossa [Zita Ritossa] e i due
figli vengono autorizzati a prendere alloggio all'albergo di Dongo. � la tarda
serata del 27 Aprile 1945. Claretta viene unita provvisoriamente a loro.
Qui le testimonanze cominciano un po' a divergere. Comunque Pedro, comandante
della brigata, al suo ritorno da Germasino dove ha portato Mussolini e Porta, si
riunisce nel municipio di Dongo con i suoi colleghi di comando, cio� Pietro
(Moretti) commissario politico, il capitano Neri (Canali) capo di Stato Maggiore e
successivamente anche Bill (Urbano Lazzaro) cercando per� di tenere quest'ultimo
all'oscuro di ci� che si andava a decidere.
Il Neri � di ritorno dalla piazza di Como, dove nel frattempo si sono formati
comandi sia del CVL, del CLNAI che delle brigate Garibaldi, informandoli senz'altro
degli avvenimenti e dei prigionieri che si trovano in Dongo.
I tre (Pedro, Pietro, il Neri, sempre accompagnato dall'inseparabile compagna
Gianna) decidono di portare via Mussolini da Germasino in luogo pi� sicuro e
nascosto.
Pensano nel frattempo, avendolo tenuto all'oscuro del piano, di affidare a Bill
il comando della Brigata in loro assenza.
Decidono di fare il trasbordo del prigioniero dopo la mezzanotte e di
affiancare a Mussolini anche la Petacci, cosa che al Neri non garba molto, ma che
alla fine deve accettare.
Bisogna anche dire che Canali era stato tempo prima condannato a morte dagli
stessi partigiani per tradimento, ma in seguito perdonato. Perci� doveva stare
molto attento anche ai propri comportamenti.
Cos� verso mezzanotte, Pedro e probabilmente anche Pietro, Neri e la Gianna,
salgono con due macchine a Germasino a prelevare Mussolini. Nella riunione avuta
nelle ore precedenti hanno anche concordato di portare due partigiani da mettere
poi a guardia del Duce. Scelgono i pi� volte nominati nella storiografia dei fatti,
Lino (Giuseppe Frangi) colui che fu poi ucciso il 5 maggio, e Sandrino (Guglielmo
Cantoni), detto anche Menefrego.
Nel frattempo Mussolini, nella caserma della finanza, ha conversato con i suoi
custodi, ha mangiato qualcosa, ha anche avuto il tempo di scrivere una
dichiarazione di essere stato ben trattato fino a quel momento. Si � poi coricato.
Verso l'una di notte � stato risvegliato da uno dei finanzieri che lo custodiscono,
il quale gli annuncia che sono venuti a prenderlo per trasferirlo in un altro
posto.

Per precauzione, al fine di non far individuare Mussolini ai numerosissimi


posti di blocco che avrebbero dovuto sorpassare, si decide di fasciargli tutta la
testa come fosse un ferito.
� circa l'una e trenta del mattino del 28 Aprile.
Si parte, piove a dirotto, in poco tempo si giunge a Dongo e come da accordi
intrapresi nella riunione, si carica anche la Petacci che nel frattempo o era in
una saletta del municipio o pi� probabilmente all'albergo Dongo assieme alla
compagna del fratello Marcello Rita Zitossa [Zita Ritossa].
Le macchine sono due e partono dalla piazza di Dongo alle 2,30 circa di notte.
Sulla macchina davanti oltre all'autista con a fianco il partigiano Lino, salgono
il Capitano Neri e Pietro (il commissario politico) ed in mezzo a loro due
Claretta. I tre siedono sul sedile posteriore.
Sulla seconda vettura, anche qui l'autista con a fianco l'altro partigiano
Sandrino, nel sedile posteriore Pedro e la partigiana Gianna con in mezzo Mussolini
con la testa fasciata.
Qui bisogna dire che, mentre il partigiano Lino era stato scelto dal Neri,
Sandrino era stato scelto da Pedro e Pietro.
Ci� fa pensare a Bill, che fin dall'inizio il Neri avesse in mente di portare
Mussolini e la Petacci dalla famiglia De Maria, essendo il partigiano Lino uno che
conosceva bene la strada per arrivare alla loro casa.
Le due macchine giungono alla casa dei De Maria, a Bonzanigo, verso le
3,30/4,00.
Bonzanigo � una frazione, assieme ad Azzano, del comune di Mezzegra. Vi si
giunge dalla strada chiamata Regina fino ad Azzano (da Dongo verso Como), poi da
questo comune in riva al lago vi si pu� salire in due modi: o seguire una strada
sterrata chiamata via Albana, giungendo per� cos� ad uno spiazzo in cui non si pu�
pi� salire con automezzi, ma si deve proseguire a piedi per un sentiero chiamato
via del Riale. Oppure da una'altra strada meno diretta che passando da Giulino di
Mezzegra arriva a Bonzanigo.
Alla fine di via Albana, prima di iniziare il sentiero, vi � uno spiazzo
erboso, dove si pu� anche posteggiare una o due vetture. All'inizio del sentiero vi
� una casa, quella della famiglia Mazzola, benestante per quei tempi, agricoltori
ma anche commercianti di rottami.
Risalendo poi per il sentiero, dopo un po' c'� un altro piccolo slargo erboso
da cui parte un'altra strada chiamata delle Rimembranze che poi scende ad
incrociare la via che sale da Giulino.
Il sentiero invece prosegue, fa una piccola curva ad esse e continua fino ad
un'altra casa di contadini, i De Maria. La famiglia De Maria, simpatizzante dei
partigiani, � composta dal padre Giacomo, dalla madre Lia Faggi e da due figli.
� una casa abbastanza ampia, a tre piani oltre il pianterreno. In quel momento,
cio� circa le 3,30 o pi� di notte, in casa De Maria dormono tutti.
Per raggiungere casa De Maria con la guida del Neri e Lino, i nostri percorrono
probabilmente la via Albana, lasciano le vetture nello slargo prima di casa
Mazzola, proseguendo poi a piedi sino a raggiungere il luogo prefissato.
Qui bisogna aggiungere che originariamente Mussolini sembra dovesse essere
portato in altro posto, per una vicenda di telefonate e ordini scambiatisi in
precedenza tra vari protagonisti della vicenda sia da Milano che da Como, ma il
tutto � controverso. Fatto si � che alle 3,30/4,00 di quella notte, bussano alla
porta di casa De Maria, il partigiano Neri che gi� conosceva, il partigiano Lino
che era con loro, Pietro, Sandrino, Gianna, Mussolini e Claretta. I De Maria
aprono, li fanno entrare, sentono le ragioni per cui sono arrivati fin l�, e
acconsentono a dare alloggio ai due.
Svegliano i due figli mandandoli a continuare il loro sonno in una loro baita
che possiedono pi� su in montagna.
Fino a questo momento, cio� dell'arrivo di Mussolini e della Petacci in
Bonzanigo a casa De Maria, tutte le testimonianze, salvo qualche differenza,
sembrano concordare. Qui incomincia la girandola dei racconti fatti negli anni
seguenti dai vari protagonisti, in memoriali, libri, articoli sui giornali, ecc.
Sia Pedro (il conte Pier Bellini) sia Bill (Urbano Lazzaro) sia Pietro (Michele
Moretti) daranno le loro versioni in modo diverso e cos� faranno anche tutti coloro
che da questo momento parteciperanno ai tragici avvenimenti che di l� a poche ore
succederanno.

Comunque, dopo essere arrivati a casa De Maria verso le 3,30 del mattino del 28
Aprile, Pedro, Pietro, Neri e la Gianna si fermano un paio d'ore nella cucina,
sembra abbiano preso un caff� surrogato (non dimentichiamo i tempi). Senz'altro
hanno provveduto a togliere la fasciatura sul volto del Duce, hanno scambiato
quattro chiacchiere con i coniugi De Maria, hanno spiegato chi erano le due persone
che hanno portato, hanno dato disposizioni a Lino e Sandrino per la guardia ai
prigionieri.
Dopodich�, verso le 5,30 del mattino lasciano la casa, Lino e Sandrino a
guardia con l'ordine di sparare a chiunque si fosse avvicinato.
Si dice abbiano lasciato 5.000 lire dell'epoca per le spese occorrenti, in
quanto nessuno sapeva per quanto tempo sarebbero rimasti.
Lia De Maria prepara la stanza che era dei figli, vi conduce il Duce e Claretta
affinch� riposino.
Claretta chiede di poter lavarsi in luogo esterno alla camera;Lia dir� in
seguito che Claretta era nel suo periodo mestruale. Indi si coricano, Claretta
sembra chieda due cuscini per Mussolini, ma ci� fa parte di tutti i fatti, un po'
coreografici, oltre ad altri, raccontati a posteriori.
Coricandosi, molto sicuramente si spogliano, magari non completamente.
Mussolini si toglie pastrano, giacca e forse anche la camicia nera che indossa,
rimanendo con una maglietta bianca.
Vedremo poi come questo particolare potr� essere interessante agli effetti
della ricostruzione degli avvenimenti.
� cos� che Mussolini e Claretta, partiti da Gargnano sul lago di Garda il primo
il 18 Aprile di quel 1945, la seconda nei giorni successivi, giungono assieme, il
28 dello stesso mese, nella casa della famiglia De Maria in Bonzanigo, frazione del
comune di Mezzegra sulla sponda occidentale del lago di Como.
Sono passati dieci giorni per il Duce dalla sua partenza dal lago di Garda e
attraverso Milano, Como, Dongo � arrivato qui assieme alla sua amica o, se
vogliamo, amante Claretta a incontrare il suo tragico destino.

Capitolo 2.
Il Colonnello Valerio (Walter Audisio).

Mentre Mussolini, nei giorni 26 e 27 Aprile, cercava una via di fuga per se
stesso e tutto il suo seguito, a Milano gli avvenimenti si succedevano di ora in
ora.
Dato l'ordine dell'insurrezione generale, gi� dalla sera del 25 Aprile a Milano
si installava il CLNA [Nota. Non CLNA ma CLNAI. Fine nota.], organo politico
dell'insurrezione e il CVL (Corpo Volontari Libert�) organo militare. Ciascuno
aveva i suoi componenti, collegiali o particolari, con i suoi comandanti e vice,
commissari politici e ispettori, capi di stato maggiore ecc.
I comandanti erano poi generali, colonnelli, capitani, tenenti, ecc. per la
parte militare, ma per la parte politica le formazioni avevano i commissari,
specialmente i gruppi partigiani legati al PCI (Partito Comunista Italiano)
fortissimo in quel particolare momento con le sue divisioni e brigate Garibaldi.
C'erano anche le formazioni legate ad altri partiti, il socialista, il partito
d'Azione, ecc. e ognuno aveva i suoi rappresentanti nei vari organi.
II CLNAI si era insediato in via Brera, con a capo il Generale Cadorna, Longo
per il PCI, Pertini per il PSI, Valiani per il partito d'Azione, via via tutti gli
altri.
Bisogna qui dire che tutti questi gradi non erano stati assegnati normalmente
come nell'esercito per carriera, ma bastava che una persona organizzasse un gruppo
di partigiani per autonominarsi capitano, se comandava diversi gruppi diventava
colonnello, cos� via anche per tutti gli altri incarichi, in quanto tutto avveniva
nella clandestinit�.
La vera insurrezione inizi� il 26 Aprile, le formazioni partigiane si mossero
dai luoghi dove si erano formate, convergendo verso Milano.
Nel pomeriggio del 27 Aprile entr� a Milano una divisione di partigiani
denominata "Gramsci" dell'Oltrep� Pavese formata da tre brigate, Crespi, Capettini
e Masia, pi� un nucleo di SIP (Servizio Informazioni Partigiana). � guidata dal
comandante Italo Pietra, Alberto Maria Cavallotti, dai vari comandanti di brigata
coi loro commissari politici e dall'ispettore di zona Alfredo Mordini (Riccardo).
Entrati a Milano dalla strada pavese, si diressero in piazzale Loreto dove il
Vergani, vice comandante generale delle brigate Garibaldi, pronunci� un infiammato
discorso.
Bisogna qui ricordare che in piazzale Loreto erano stati fucilati dai fascisti
quindici partigiani per rappresaglia. Finito il discorso, che tra l'altro chiedeva
la cattura di Mussolini e la sua fucilazione, la divisione di partigiani, stanchi
perch� non dormivano da due notti, cerc� un luogo dove accamparsi o alloggiare.
Lo si trov� nelle scuole elementari di Viale Romagna, esistenti tuttora, un
grande fabbricato con un vasto cortile interno.
A questo punto, sistemati i loro uomini, il comandante Pietra, il Cavallotti e
altri comandanti si recano al comando generale del CVL in via Brera.
Siamo nella serata del 27 Aprile; i nostri trovano in via Brera i compagni e i
componenti sia del CVL che del CLNAI, si abbracciano, si felicitano e nel medesimo
tempo apprendono della cattura di Mussolini. Come gi� detto, Mussolini e il suo
seguito erano stati fermati in Dongo tra le 15,30 e le 16 e da qui si era
provveduto immediatamente a informare Milano della loro cattura.
Bisogna dire che i mezzi di comunicazione erano funzionanti, sia i telefoni,
sia radio ricetrasmittenti campali e perci� comunicare ai comandi di Milano ci� che
stava succedendo a Dongo non era eccessivamente difficile.
Particolarmente efficaci erano i collegamenti dei reparti comunisti, perci� i
primi a saperlo furono gli organi centrali comunisti in Milano. Qui, al comando
generale, si trovavano quasi tutti i membri dei due comitati, in particolare il
Generale Cadorna, Longo e Sereni per il PCI, Pertini per il PSI, Valiani e tanti
altri. Tra questi, due personaggi che avranno una parte principale nei fatti che
porteranno all'uccisione di Mussolini e della Petacci, cio�: Aldo Lampredi, nome di
battaglia Guido, e il ragioniere Walter Audisio, nome di battaglia Colonnello
Valerio.

Il Lampredi, comunista di vecchia data, braccio destro dir Longo e vice


comandante delle brigate Garibaldi, era anche stato membro del Comintern, il famoso
organismo comunista che durante il periodo fascista, si era installato a Mosca con
a capo Palmiro Togliatti. Un organismo, questo, molto ideologizzato, che usava
metodi staliniani anche verso i suoi componenti. Perci� un personaggio abituato
all'estrema ubbidienza al partito e capace di usare ogni mezzo per raggiungere gli
scopi e gli ordini di questo.
L'Audisio era stato un ragioniere della fabbrica di cappelli Borsalino in
Alessandria, aveva fatto il servizio militare come allievo ufficiale di
complemento, era stato mandato al confino per attivit� sovversiva, aveva chiesto la
grazia, gli era stata concessa, aveva ripreso il suo lavoro.
Dopo l'8 Settembre '43 si � dato alla macchia con i partigiani, � diventato
comandante di questi nelle brigate Garibaldi. Colonnello si � probabilmente
autonominato.
C'� da osservare che � un compaesano di Longo, il quale aveva una preferenza
per lui visto che poteva parlare assieme in dialetto piemontese.
Per un'approfondita biografia dell'Audisio rimando alla lettura del libro del
Bernini Il giustiziere di Dongo (Juculiano, Pavia). [Nota. Non Juculiano ma
Iuculano.]

Siamo nella serata del 27 Aprile, il tutto si svolge tra le 20 e le 22.


Continuiamo a precisare che le testimonianze, da ora in poi, sono molteplici,
contraddittorie tra di loro: noi le seguiremo a grandi linee, ma gli eventi saranno
quelli raccontati.

I membri del CLNAI e del CVL, in via Brera, quando giungono i comandanti delle
brigate dell'Oltrep� Pavese, sanno da tempo che Mussolini � stato catturato a
Dongo, probabilmente alcuni componenti di esse hanno gi� preso delle decisioni,
specialmente i capi comunisti e socialisti. Queste decisioni sono di andare a
prendere Mussolini e i suoi gerarchi, portarli a Milano prima che cadano nelle mani
delle truppe alleate e fucilarli appena arrivati a Milano in piazzale Loreto, dove
erano stati fucilati i 15 partigiani per rappresaglia nel 1944.
L'incarico � stato affidato al Lampredi (Guido) che, all'arrivo di tutti questi
comandanti Garibaldini si preoccupa subito di trovare una persona che vada con lui,
poi i mezzi e una scorta per eseguire la missione.
Sembra che la prima persona a cui abbia chiesto di accompagnarlo fosse Italo
Pietra, che rifiut� subodorando che l'ordine implicasse anche l'uccisione dei
prigionieri. Cos� fu, per gli stessi motivi, per Luchino Dal Verme, altro
comandante.
Si rivolge allora al Cavallotti (Albero), commissario delle formazioni
dell'Oltrep�, questi risponde che ci sarebbe andato volentieri ma che questa era
un'operazione di polizia e che, tra l'altro, non se la sentiva di lasciare tutti i
suoi ragazzi armati senza la sua presenza.
II Lampredi si rivolge allora al Colonnello Valerio, presente in quel momento
nella sala e questi accetta di andare con lui a prelevare Mussolini e i suoi
gerarchi a Dongo.
Anche qui vi � il sospetto che tra Longo, Sereni, Pertini e Valiani si fosse
gi� deciso che fossero i due a partire, senza per� coinvolgere collegialmente tutto
il CLNAI o il CVL.
Lampredi a questo punto si presenta a Cadorna e gli chiede di fornire a lui e a
Valerio i mezzi e i volontari necessari per portare a termine la missione.
Si decide, approfittando anche della presenza dei comandanti delle formazioni
dell'Oltrep� Pavese, che la scorta e i mezzi per andare a Dongo a prelevare
Mussolini e gerarchi li forniscano queste formazioni, alloggiate nelle scuole di
Viale Romagna.
Anche qui gli orari sono discordi, ma probabilmente dopo le 22,30 il Colonnello
Valerio, assieme al Cavallotti, Pietra, Dal Verme, cio� i comandanti delle brigate
e il Lampredi si recano in Viale Romagna per scegliere un gruppo di uomini per la
missione.
La scelta non � facile, ci vogliono partigiani particolarmente decisi e adatti
a ci� che dovranno compiere, tutti armati di mitra, Sten e Beretta. Collaborano
alla scelta due personaggi coinvolti anch'essi nei fatti che succederanno poi a
Bonzanigo.

Essi sono: Orfeo Landini (nome di battaglia Piero) e Alfredo Mordini


(Riccardo).
Il primo, commissario politico dell'Oltrep�, si � distinto nella resistenza per
l'uccisione di fascisti e tedeschi, sempre deciso, come da testimonianza, a far
fuori tutti i fascisti.
Il secondo, comunista anch'esso come il Landini, � un combattente di sinistra
di vecchia data, ha combattuto in Spagna nelle formazioni comuniste contro la
Falange del Generale Franco, passato poi in Francia a combattere con i maquis
francesi, venuto in Italia nelle formazioni partigiane dopo 1' 8 Settembre.
Abituato anche lui a far fuori i nemici senza remore.
Il compito di Riccardo era quello di ispettore delle brigate dell'Oltrep�.
Si scelgono cos� 12 uomini (chi dice 14) al loro comando il Mordini (Riccardo)
e come accompagnatore il commissario Piero (il Landini).
Qui si pu� gi� immaginare che potente trio, assieme al Colonnello Valerio,
stava partendo per prelevare (o fucilare come poi avvenne) Mussolini e compagni di
fuga.
Il Lampredi, abituato ai sistemi del Comintern, cio� a far fuori anche gli
stessi compagni sospettati di deviazionismo, il Landini stesso sistema con tedeschi
e fascisti, il Mordini reduce da guerre fratricide e uguali esperienze con i maquis
francesi.
Forse il meno adatto a quei compiti � Valerio, definito a posteriori uomo di
scarse capacit� militari, il meno adatto ad una missione che, tra sottintesi di
vario genere, poteva essere l'uccisione di Mussolini e gerarchi anzich� quella del
loro trasferimento a Milano.
Il deputato comunista Negarville disse di lui: �...pi� adatto a misurare le
teste che a tagliarle� riferendosi al suo impiego alla fabbrica di cappelli
Borsalino.
In conclusione l'Audisio uomo in bilico, il Lampredi pi� adatto a progettare,
il Mordini e Landini ad eseguire.
Di questi 12 o 14 partigiani scelti per questa missione non si potr� conoscere
l'identit� per decenni, in quanto hanno dovuto promettere ai loro capi un silenzio
assoluto su ci� che avrebbero visto o fatto.
Solo negli anni ottanta si riesce a individuarne qualcuno e ad avere qualche
testimonianza su ci� che accadde allora.
A questo punto si dovevano reperire i mezzi per raggiungere Como, prima tappa
del gruppo in partenza.

Si parte verso le 6-6,30 del mattino del 28 Aprile.


Se il Colonnello Valerio e gli altri si recano verso le 22,30 della notte
precedente in viale Romagna, come e dove aveva trascorso tutto questo tempo il
Colonnello?
Era un avanti e indietro tra via Brera dove c'� il comando e viale Romagna per
procurarsi i documenti e permessi necessari per passare attraverso tutti i posti di
blocco nel percorso. Teniamo presente che l'insurrezione era appena iniziata da due
giorni.
Poi per procurarsi i mezzi con cui raggiungere Como assieme al plotone di
scorta.
Nel frattempo c'� stato anche un malinteso tra il Colonnello e il plotone, che
si era avviato a piedi per via Brera ritornando poi in viale Romagna.
Per quanto riguarda i permessi li chiede in via Brera al Generale Cadorna, che
ben sa della sua missione e l'approva. Non solo, ma gli fa anche avere un permesso
speciale da un Capitano inglese che era presente al comando in quanto aveva
prelevato a Como il Generale Graziarli e l'aveva scortato a Milano per consegnarlo
alle forze alleate.
Questo Capitano, un certo Daddario, non si � mai accertato il perch� concede
facilmente questo permesso al Valerio, che tra l'altro presenta anche un documento
d'identit� intestato a un certo Giovan Battista Magnoli (nell'ambiente clandestino
si usava adoperare tre nominativi: il proprio, quello di battaglia, quello di una
terza persona).
I mezzi invece vengono procurati a fatica: una vettura Fiat 1100 e un
camioncino diesel a cassone scoperto della societ� Ovest Ticino forse requisito sul
posto.
Partono cos�, come detto, verso le 6,30 di quel mattino, il plotone di
partigiani, tutti con divisa kaki nuova, probabilmente frutto dei lanci
angloamericani, armati di mitra e assieme il loro ispettore Piero (Landini).
Salgono tutti sul camioncino scoperto, davanti a loro la Fiat 1100 con a bordo,
oltre all'autista, il Lampredi (Guido) l'Audisio (Colonnello Valerio) e il Mordini
(Riccardo).

Fino a questo momento si � sempre accennato a Benito Mussolini e ai suoi


gerarchi, o almeno al gruppo di persone che sono state fermate a Dongo con lui.
Di Claretta Petacci non si � mai parlato e se anche forse in via Brera, nelle
telefonate intercorse con Dongo o con i comandi di Como, lo si era venuto a sapere,
non lo si riteneva un argomento essenziale della missione che era stata apprestata
per prelevare il Duce e i gerarchi.
Perci�, sia che al Lampredi e all'Audisio sia stato dato l'ordine di prelevare
tutti e portarli a Milano, sia che quest'ordine sia stato dato solo al Colonnello
Valerio mentre al Lampredi quello dell'uccisione, la Petacci non era stata nemmeno
nominata e pertanto esclusa da questi provvedimenti.
La vettura Fiat 1100 davanti, con a bordo Lampredi, Audisio, il Mordini,
autista un certo Perotti o secondo altri "il Barba" (due Partigiani), dietro il
trabiccolo a nafta con cassone scoperto e a bordo i 12 partigiani e il commissario
Landini, giungono senza particolari problemi a Como verso le 8/8,30 del mattino di
quel 28 Aprile 1945.
Piove, gli uomini del plotone sono inzuppati d'acqua, si cerca un luogo per
asciugarsi un po' e rifocillarsi. Lo si trova e mentre questi uomini si riposano e
si rifocillano, il Colonnello Valerio, con Guido e Riccardo, forse anche Piero, si
recano in prefettura.
Lo scopo era di reperire un mezzo adatto per portare a Milano Mussolini e i
gerarchi, in quanto il trabiccolo a nafta con cui erano giunti non era certo
sufficiente a contenere almeno una trentina di persone, in quanto erano gi� dodici
gli uomini del plotone.
Anche qui le testimonianze e i racconti divergono: Valerio che si preoccupa con
le persone che trova in prefettura per avere un automezzo con cui partire per
Dongo; Lampredi, Mordini e forse anche Piero indaffarati invece ad andare presso i
comandi dei comitati comunisti per avere notizie di dove si trova il Duce, in
quanto, sino alla partenza da Milano, erano convinti si trovasse a Dongo.
Da questo momento seguiremo i racconti fatti dal Colonnello Valerio, fino alla
uccisione, a suo dire, del Duce e della Petacci davanti al cancello di villa
Belmonte a Giulino di Mezzegra.
Sar� la prima ipotesi, smentita poi da successive testimonianze.
Ma siccome le ipotesi sono molte, le descriveremo e le metteremo poi a
confronto per ricavarne qualche certezza, ossia da chi e dove sono stati uccisi
Mussolini e la Petacci.
Da questo momento, per facilitare chi legge, indicheremo sempre i personaggi
con il loro nome o quello di battaglia, cio� il Lampredi "Guido", il Landini
"Piero", il Mordini "Riccardo", il Moretti "Pietro", il Canali "Neri", il Lazzaro
"Bill", la Tuissi "Gianna" o viceversa, e cos� via.
Siamo dunque a Como, in prefettura. Il Colonnello Valerio; chiede, documenti
alla mano, sia al prefetto che ai membri del; CLN un grosso autocarro per (e lo
spiega) andare a Dongo a prelevare Mussolini e i gerarchi e trasportarli a Milano.
Qui incontra diverse resistenze, passa dal CLNAI al CVL, ma tutti tergiversano
anche perch� non vorrebbero farsi togliere il Duce e gli altri, visto che erano per
il momento sotto la loro giurisdizione.
Per quattro ore il Colonnello insiste nei vari comandi: tanti fatti un po'
romanzati gli si attribuiscono in questo periodo mattutino a Como, ma alla fine
Valerio ottiene solo un'autoambulanza e due auto, con cui per� deve anche portare
due membri dei vari comitati di Como, Oscar Sforni e il maggiore De Angelis.
C'� sempre il problema che lui vuole un grosso autocarro e questo gli capita a
tiro appena partito.
Passa un grosso furgone coperto, che fa al caso suo, lo ferma, armi in pugno,
fa scendere gli autisti, lo requisisce, carica il plotone di partigiani e
finalmente pu� cos� partire per Dongo.
Sono le 12/12,30 di quel 28 Aprile.

E Guido? e Riccardo? e Piero? Valerio fornisce due diverse versioni: la prima,


che alla partenza da Como apprende con stupore che sono gi� partiti per Dongo da un
paio d'ore, la seconda che si erano sentiti telefonicamente e lui li aveva
consigliati di partire e precederlo a Dongo.
Probabilmente, e in seguito lo vedremo, mentre Valerio cercava disperatamente
un autocarro, i nostri si recano presso i comandi partigiani comunisti di Como, che
erano in altre sedi e non in prefettura.

Occorre qui precisare che, dopo aver lasciato alle 4,30/5,00 del mattino
Mussolini e la Petacci in casa De Maria con a guardia Lino e Sandrino, il Neri,
Pietro, la Gianna (e forse anche Pedro) non ritornano a Dongo, ma si recano a Como
a riferire ai loro superiori la situazione venutasi a creare nelle ultime ore. Ed
essendo Pietro, Neri e la Gianna comunisti, lo vanno a spiegare nelle sedi
comuniste di Como e non certo al CLNAI o al CVL.
Mentre Pedro verso le 8 del mattino fa ritorno a Dongo senza spiegare a Bill
dov'� stato riprendendo il comando della brigata, il Neri, la Gianna e Pietro
rimangono a Como.
Con una vettura Lancia Aprilia con a bordo Valerio, Sforni e De Angelis (due
membri del CLN di Como) pi� l'autista e un grosso autocarro giallo furgonato con a
bordo il plotone di partigiani, si parte cos� per Dongo.
Durante il tragitto, racconta il Valerio, molti posti di blocco, sparatorie, un
piccolo incidente ma alla fine si arriva nella piazza di Dongo.
Sono circa le 14,10 di quel 28 Aprile.
Poco prima o poco dopo, a seconda delle fonti, giunge a Dongo anche la macchina
con Guido, Riccardo, e forse anche Piero.
In questo momento abbiamo in piazza a Dongo, in una grande confusione,
l'autocarro da cui sono smontati i partigiani portati da Milano e tutti i
comandanti della brigata, cio� Pedro, Bill, Pietro, il Neri, la Gianna, pi�
Valerio, Riccardo, Piero.
Il Colonnello Valerio, mentre il plotone viene fatto entrare nel municipio di
Dongo e i suoi uomini rifocillati, si fa ricevere da Pedro, gli comunica che �
venuto a fucilare Mussolini e 15 gerarchi fascisti corrispondenti all'eccidio di
piazzale Loreto e riportarli in questo luogo a Milano.
Si tergiversa. Valerio minaccia, confabula col Neri e Pietro, si arriva a
queste conclusioni: il Colonnello Valerio, assieme a Guido, Riccardo e Pietro come
guida, salgono a Bonzanigo a prendere Mussolini e la Petacci per portarli a Dongo,
almeno cos� crede di intendere Pedro.
Nel frattempo Pedro sale a Germasino a prendere alcuni gerarchi che erano stati
spostati per riunirli con quelli prigionieri in Dongo per la fucilazione dei
quindici.
Notiamo qui una cosa: quando, dopo le 14, si incontrano in Dongo Guido partito
prima da Como e Valerio, il Colonnello viene sentito dire a Guido �tu a me questi
scherzi non li fai�.
A cosa si riferiva? Lo vedremo in seguito.

A questo punto, sono circa le 15,10, mentre Pedro parte per Germasino, Valerio
con Guido, Riccardo, Pietro e un autista partono in macchina per Bonzanigo, a che
fare?
Senz'altro, secondo Valerio, per provvedere al prelevamento di Mussolini,
oppure alla sua fucilazione.
Notiamo che ha al seguito Guido, sua ombra nera e col mandato segreto di
uccidere ad ogni costo Mussolini, a meno che... le cose non siano andate
diversamente prima.
Seguendo sempre i racconti di Valerio, che spesso sono in contraddizione tra di
loro, partono per Bonzanigo. Con loro c'� anche Piero, uno dei commissari politici
dell'Oltrep� Pavese; ci dovrebbe essere anche Bill, ma questi smentir� sempre di
esserci andato, essendo in quei momenti impegnato a interrogare e smascherare
Marcello Petacci che si era spacciato per console spagnolo.
Arrivati ad Azzano, salgono per la provinciale che passa per Giulino di
Mezzegra; in questo tragitto il Colonnello Valerio individua il posto dove fucilare
Mussolini, il famoso cancello di villa Belmonte.
Arrivati sulla piazza del lavatoio di Bonzanigo dove con le macchine non si pu�
pi� proseguire, si incamminano a piedi e giungono a casa De Maria.
Da notare qui che il Neri e la Gianna, che alla loro partenza da Dongo erano
rimasti in luogo, si avviano immediatamente con un'altra macchina per Bonzanigo e
ad Azzano salgono per via Albana, giungendo cos� a casa De Maria prima di loro.
Ad ogni modo Valerio, Guido e Pietro giungono alla casa dei De Maria; Pietro,
conosciuto dai due guardiani apre la strada, salgono alla camera dove sono
alloggiati il Duce e la Petacci.
Qui le frasi che Valerio dice al Duce e alla Petacci si sprecano in diverse
versioni da quella �sono venuto a liberarvi� detta a Mussolini a quella rivolta
alla Petacci che sembra cercasse le mutandine �lascia perdere, non ne hai bisogno�.

I due vengono fatti smontare, portati a piedi al lavatoio dove hanno lasciato
la macchina.
Montano tutti sulla vettura, si avviano gi� verso Azzano e a Giulino di
Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte fatti scendere.
Valerio spinge verso il muro di sostegno del cancello Mussolini, dice alla
Petacci di scansarsi. Lei non intende lasciare l'uomo amato, Valerio cerca di
sparare col suo mitra che s�inceppa. Chiede allora il mitra MAS francese in
possesso di Pietro e pronunciando la sentenza: �in nome del popolo italiano... �
spara a Mussolini. Claretta si intromette, viene uccisa anche lei.
Anche qui le versioni di Valerio sono diverse, ma la sostanza � quella: lui ha
ucciso Mussolini e la Petacci davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di
Mezzegra.

Sono le 16,10 di quel 28 Aprile 1945.


Lasciati poi i due corpi addossati l'uno all'altro per terra con a guardia
sempre i due partigiani Lino e Sandrino, si avvia, sempre con l'autista, Pietro e
Guido che hanno assistito alla fucilazione, verso Dongo, dove procede poi alla
fucilazione dei quindici condannati a morte a cui poi si aggiunger� Marcello
Petacci.
Ci sarebbero molte appendici da considerare, come la faccenda che il Colonnello
Valerio era partito da Milano con un mitra nuovo Thompson datogli da Albero, ma che
al momento di sparare a Mussolini s'inceppa perch� ancora pieno di grasso.
Ed � per questo che chiede a Pietro il suo mitra MAS (un mitra francese calibro
7,65).
Aggiunge che prova a sparare anche con la pistola, ma che pure questa
s'inceppa, poi altri particolari e considerazioni difficili da verificare.
Alla partenza dal luogo della fucilazione, aveva raccomandato a Lino e Sandrino
di non far avvicinare nessuno, che sarebbe ritornato di l� a poco tempo a caricarli
per portarli a Milano, come poi avvenne.

Dunque questa � la versione ufficiale del Colonnello Valerio sulla duplice


uccisione, presa per buona, scritta e tramandata sui giornali e sui libri, strano a
dirsi, ancora tutt'oggi.
Cio� io, Colonnello Valerio, il 28 Aprile 1945, alle ore 16,10, ho fucilato
davanti al cancello di villa Belmonte in Giulino di Mezzegra, Benito Mussolini e
Claretta Petacci.

Vedremo in seguito come questa ipotesi viene contestata e demolita da molti


giornalisti, con articoli, inchieste varie e libri sull'argomento.
Contrasta inoltre con la testimonianza Mazzola, che verificheremo in seguito.
C'� anche qui da dire che il Colonnello Valerio � rimasto sconosciuto fino al
1947, perch� cos� faceva comodo al PCI e tutti i racconti del Valerio sul giornale
L'Unit� erano cos� firmati.
Solo quando un giornalista, il Lanfranchi, scopr� chi era Valerio, il PCI si
decise a rivelarne il nome, cio� Walter Audisio, che sar� poi eletto deputato nelle
sue file per ben tre legislature e una volta come senatore.

Capitolo 3.
Ipotesi Bandini.

Franco Bandini, valentissimo giornalista, si � particolarmente adoperato nella


ricerca della verit� su tutti i fatti e gli episodi che portarono alla morte del
Duce e di Claretta Petacci. Ha raccolto tutte le testimonianze possibili su chi
aveva visto o sui documenti che potevano avallare le circostanze in cui quegli
episodi avvennero. In proposito ha scritto due libri, documentatissimi, direi quasi
con una pignoleria ossessiva, pur di arrivare ad una verit� possibile.
Nel suo primo libro, del 1959, intitolato Le ultime 95 ore di Mussolini esamina
minutamente il percorso che ha portato il Duce e Claretta a Dongo, successivamente
a Bonzanigo, alla loro fucilazione, fino all'indegna esposizione a Piazzale Loreto.
In questo libro praticamente avalla, pur criticandola e svelandone i punti
deboli, la relazione del Colonnello Valerio, cio� fucilazione davanti al cancello
di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra alle 16,10 del giorno 28 Aprile 1945.
Nel secondo libro, intitolato Vita e morte segreta di Mussolini del 1978,
smonta completamente questa tesi e in seguito a tutte le testimonianze raccolte tra
la stesura dei due volumi arriva ad una presunta verit� tutta diversa. Quando il
Colonnello Valerio giunge a Como con Lampredi, la scorta e i suoi due capi Riccardo
e Piero, si recano come prima tappa alla Prefettura.
Per�, contemporaneamente, secondo il Bandini, giunge a Como Gallo (Longo)
partito da Milano poco dopo che erano partiti Valerio, Lampredi e la scorta. Ma
Longo non si reca in Prefettura, ma presso la sede del Partito Comunista, dove
incontra i compagni capi del partito di Como, cio� il Gorreri, Aglietto, Ferro.
Mentre Valerio � in Prefettura per cercare un autocarro per poter portare i
prigionieri di Dongo a Milano, il Lampredi assieme a Riccardo si eclissa e
raggiunge Longo alla sede del PCI, usando la macchina Fiat 1100 con cui erano
giunti da Milano, autista il Perotta.
Qui decidono tutti di piantare in asso Valerio, partendo tutti assieme per
Dongo con due vetture, la 1100 e un'altra. Partono cos�, e sono circa le dieci del
mattino, Longo, il Lampredi, il Mordini (Riccardo) e i capi comunisti Gorreri,
Aglietto e Ferro.
Giungono verso le 11 a Dongo, quasi di soppiatto, qui incontrano vecchie
conoscenze, il Neri e il Moretti (Pietro). Dopo una decina di minuti dall'arrivo a
Dongo, saputo dal Neri e dal Moretti dov'era Mussolini, voltano le vetture e
ripartono per Azzano, giungendovi verso mezzogiorno. Con loro avevano preso posto
il Capitano Neri, il Moretti e la Gianna, compagna inseparabile del Neri.
Giunti ad Azzano, salgono per la scorciatoia di via Albana lasciando le
macchine sullo spiazzo vicino a casa Mazzola (come in seguito vedremo) perch� oltre
iniziava un sentiero, la via Riale, non percorribile con le vetture. Proseguono a
piedi verso casa De Maria dove ci sono il Duce e Claretta, posto conosciuto solo
dai due che al mattino li avevano portati l�, cio� Moretti e Canali (Pietro e
Neri).
I due, conosciuti dai guardiani, salgono dai prigionieri, il Neri vuole essere
seguito solo dal Duce al quale ha promesso di salvarlo, dicendo a Claretta di
restare. Claretta si oppone, vuole ad ogni costo seguire Mussolini. La accontentano
e cos� come sono vestiti al momento seguono Pietro e il Neri.
Claretta senza pelliccia e mutandine (vedremo in seguito le altre versioni),
Mussolini senza cappotto e berretto, solo stivali, camicia, giacca e pantaloni.
I quattro escono da casa De Maria e s'incamminano in discesa sul sentiero di
via del Riale, giungendo ad una piazzetta triangolare un po' prima di dove erano
posteggiate le macchine.
Era uno spiazzo erboso davanti a casa Mazzola, come vedremo in seguito.
Vicino alle macchine ci sono quelli che il B andini definisce i giustizieri,
cio� Longo e Mordini. Visti arrivare i quattro, si avvicinano velocemente e mentre
il Moretti e il Neri si scostano, con raffiche di mitra uccidono il Duce e
Claretta, che si accasciano supini a terra.
I due sono stroncati ciascuno da sette colpi di mitra cecoslovacco calibro
nove.
All'uccisione sono spettatori il Lampredi, il Neri e Pietro, la Gianna e il
Gorreri.
Arrivono poi i due guardiani di casa De Maria, Lino e Sandrino, che aiutano a
caricare su una vettura i due corpi, per portarli ad una casa vicina. Durante
quest'operazione Claretta perde le scarpe e a Mussolini si sfila uno stivale.

A questo punto tutti i protagonisti prendono vie diverse. Longo torna


immediatamente a Milano dove alle 14,30 assieme a Secchia incontra Moscatelli,
comandante delle formazioni garibaldine che scendono dalla vai Sesia e si sono
fermate alla periferia della citt�, in viale Certosa.
Gorreri e gli altri capi comunisti ripartono per Como, mentre il Neri, la
Gianna, Mordini, Moretti e Guido tornano a Dongo. Rimangono di guardia ai corpi i
due soliti partigiani che hanno fatto la guardia a casa De Maria, Lino e Sandrino.
Nel frattempo giungono a Dongo, sopravanzando di una decina di minuti Moretti e
compagni, il Colonnello Valerio con la sua scorta, accolti con sospetto da Pedro e
dai suoi partigiani. � il Moretti a garantire per loro, dicendo di avere avuto
rassicurazioni da un ispettore di brigata da lui conosciuto, che non poteva che
essere il Mordini.
Tocca al Lampredi mettere al corrente Valerio di come sono andati i fatti. Qui
il Valerio si arrabbia, apostrofando Guido e dicendogli: �Tu queste cose a me non
le devi fare�, rassegnandosi poi al fatto compiuto. Il Lampredi frattanto
architetta la seconda fucilazione, quella che doveva passare alla storia, che
avrebbero raccontato a Milano al loro ritorno.
Si decide anche di fucilare sul posto i quindici gerarchi corrispondenti ai
quindici martiri di Piazzale Loreto. Walter Audisio sceglie i nomi. Indi sale a
Bonzanigo con i protagonisti della mattinata, cio� Pietro, Neri, la Gianna, il
Lampredi, scegliendo all'andata il posto dove eseguire la fucilazione ufficiale sui
due cadaveri.
Sceglie un piccolo slargo davanti a un cancello di una villa a Giulino di
Mezzegra, Villa Belmonte.
Per dare agli eventuali occhi indiscreti una parvenza di realt�, fa scendere da
casa De Maria, passando dal lavatoio di Bonzanigo, due finti personaggi, la Gianna
come sostituta di Claretta, un partigiano con una grossa corporatura in
sostituzione di Mussolini.
Fatti portare i due cadaveri al cancello di villa Belmonte si procede alla
seconda fucilazione, stavolta su due cadaveri. � qui che avviene l'inceppamento del
mitra Thompson di Valerio; le due scariche di mitra sono effettuate dal Moretti col
suo mitra MAS calibro 7,65.
Lasciati i due cadaveri sul posto con sempre a guardia Lino e Sandrino,
ritornano tutti a Dongo per quella che sarebbe stata una mattanza, cio� la
fucilazione dei quindici prescelti, cui si aggiunge poco dopo quello di Marcello
Petacci.
Caricati i sedici cadaveri sull'autocarro, si passa da Azzano per aggiungervi i
corpi dei due uccisi, gi� con la rigidit� cadaverica per essere stati giustiziati
tra mezzogiorno e l'una del pomeriggio di quel 28 Aprile in Bonzanigo.
L� si scaricano alle tre di notte del 29 in Piazzale Loreto, dove in giornata
si svolger� quel ludibrio che fu l'esposizione dei cadaveri.

Questa, secondo il Bandini, � la ricostruzione dei fatti come avvenuti,


portando a sua veridicit� decine di testimonianze fino ad allora raccolte.
Siamo nel 1978, trentatre anni dopo il loro accadimento. Vedremo in seguito
cosa accettare, in base alle nuove testimonianze, di questa ipotesi.

Capitolo 4.
Urbano Lazzaro (Bill).

� il partigiano Bill, un militare della Guardia di Finanza. Dopo l'8 Settembre


'43 si rifiuta di giurare per la RSI, fugge in Svizzera, poi rientra in Italia e si
aggrega come partigiano alla 52a brigata Garibaldi Luigi Clerici, diventandone vice
comandante. Comandante della brigata � Pedro, commissario politico Pietro.
Fu coinvolto, nelle giornate che vanno dal 25 Aprile 1945 in poi, in tutti i
fatti che avvennero in Dongo, anzi fu lui che arrest� per primo Mussolini e alcuni
suoi gerarchi.
Negli anni successivi al 1945 � perseguitato dai suoi stessi compagni e
superiori: si cerca anche per ben sette volte di eliminarlo, cos� come si era fatto
per Lino, Neri, la Gianna, la Bianchi e molti altri, principalmente per i fatti
legati al famoso "oro di Dongo".

Dopo aver pubblicato un primo libro assieme a Pedro, il suo comandante, nel
1993 scrive: Mezzo secolo di menzogne (Le Scie) in cui d� tutta una sua versione
sull'uccisione di Mussolini e della Petacci, che si differenzia largamente da
quella ufficiale del Colonnello Valerio.
Per�, onestamente, dichiara che lui a Bonzanigo quel giorno non c'era, in
Quanto occupato a interrogare Marcello Petacci. Anche la sua versione si
differenzia da quella della Mazzola, che vedremo, ma vi sono gi� alcuni elementi
che coincidono, tenendo presente che all'atto delle sue memorie la testimonianza
della Mazzola al Pisan� non � stata ancora resa pubblica.
La novit� della testimonianza di Bill � che il Colonnello Valerio non � in
verit� Walter Audisio, ma Longo in persona, nome di battaglia Gallo, Comandante
generale delle brigate partigiane Garibaldi, membro del Comintern, braccio destro
di Togliatti e suo futuro successore alla segreteria del Partito comunista
italiano.
In verit� questa tesi era gi� stata espressa dal Bandini nel 1978.
In questa tesi � confortato da pochi altri testimoni, Pedro stesso non ne � ben
sicuro. Sembra molto improbabile che Longo, che aveva gi� sul posto il suo fidato
braccio destro Guido, lasciasse in quei particolari momenti Milano dov'era il suo
comando per avventurarsi in quel di Como con tutti i pericoli connessi. Comunque �
una tesi un po' sposata anche dal Pisan� nella sua inchiesta su quegli avvenimenti.
Da notare altres� che Codaro, uno dei dodici partigiani scelti in Viale Romagna
per quella missione, dichiara nel 1983 che lui Longo lo conosceva bene, che quello
che li accompagnava era uno che non aveva mai visto, cio� il Colonnello Valerio
(Walter Audisio).
Intanto vediamo di esaminare l'ipotesi di Bill sull'uccisione di Mussolini.

L'ipotesi di Bill parte da Milano, da quel 27 Aprile in cui, al comando del


CLNAI perviene la notizia della cattura di Mussolini e dei suoi gerarchi.
In questo preciso momento Longo, (Italo o Gallo) in accordo con Sereni, Pertini
e Valiani, decide di andare lui stesso a prelevare o molto pi� probabilmente
fucilare Mussolini.
A questo scopo incarica il Colonnello Valerio di farsi rilasciare un permesso
da Cadorna per questa missione, ci� che questi fa.
Nello stesso tempo, siamo al pomeriggio del 27, si reca assieme a Guido (il
Lampredi) alle scuole di viale Romagna, dove sono stanziate le brigate dell'Oltrep�
Pavese e i loro comandanti, dal compagno Albero (il Cavallotti), i suoi vice
Pietra, Maino, Luchino Dal Verme, ecc. con i quali progetta di andare lui stesso a
prelevare Mussolini e i suoi gerarchi, portarli a Milano in Piazzale Loreto e l�
fucilarli tutti in malo modo, come aveva dichiarato antecedentemente, senza
teatralit� e frasi storiche.
Si fa dare una divisa nuova color kaki, si fa cucire tre stellette con mostrina
con il grado di Colonnello e diventa cos� il Colonnello Valerio.
Mentre il vero Colonnello Valerio � in via Brera e con il quale lui si tiene in
contatto, nella sede di Viale Romagna, assieme a Orfeo Landini, ispettore delle
brigate e ad Albero, sceglie i 12/14 uomini che lo dovranno accompagnare a Dongo e
a capo del plotone ci sar� Riccardo (il Mordini).
Questo plotone di uomini, fidati, dovr� esser armato di mitra e dovr� tenere
per sempre segreto lo scopo della missione.
In questo frattempo Longo, essendo venuto a sapere (siamo alle 2,30 del mattino
del 28) che a Dongo si sta procedendo a spostare Mussolini a Bonzanigo, manda al
comando alleato un telegramma dicendo che Mussolini � gi� stato fucilato.
Questo in risposta alla richiesta degli alleati di consegnare loro Mussolini.
Nel contempo in via Brera, dove c'� il comando CLNAI, � arrivato il Capitano
inglese Daddario e Longo chiede al vero Colonnello Valerio di farsi fare da questi
un lasciapassare per Como.
Ottenutolo, Valerio provvede a farlo avere a Longo.
Da questo momento, secondo Bill, la metamorfosi � completa. Il vero Colonnello
Valerio rimane in sede a Milano, il falso Colonnello Valerio, cio� Longo, pu�
partire per Como assieme al plotone scelto, il suo comandante Riccardo, il
commissario Piero e il suo braccio destro Guido (il Lampredi).
Da questo momento la storia � la stessa delle relazioni pubblicate
successivamente sul quotidiano del PCI dall' Audisio, cio� si cercano i mezzi, si
trova la vettura Fiat 1100, il camioncino scoperto diesel dell'Ovest Ticino, si
parte per Como.
Dov'� qui la differenza sostanziale? Sulla vettura in testa non vi � il
"Colonnello Valerio" Audisio, ma il "Colonnello Valerio" Longo.
Dunque sulla vettura un formidabile trio, come dice Bill, Longo, Lampredi,
Mordini, tutti comunisti sfegatati, con al seguito, sul camioncino, il Landini,
anch'egli comunista.
Giunti a Como, il plotone si ristora, Longo e compagni cercano un autocarro
atto a riportare a Milano Mussolini e gerarchi, che assieme al plotone di
partigiani assommerebbe ad una trentina di uomini.
Anche qui le solite sceneggiate raccontate in Prefettura con i rappresentanti
del CLNAI e del CVL, sempre alla ricerca dell'automezzo atto alla missione.
Qui Longo fa diverse telefonate sia al CLNAI di Milano ma soprattutto al
comando delle brigate Garibaldi. Nel frattempo il Lampredi e Mordini si recano
nella sede del PCI comasco, dove ricevono la telefonata del falso Colonnello
Valerio di precederlo e di portarsi ad Azzano, ai piedi di Bonzanigo sulla strada
Regina e di attenderlo l�.
Ma come arrivarci, non conoscendo la strada e i pericoli lungo il tragitto?
Come abbiamo visto precedentemente, dopo aver accompagnato Mussolini e la
Petacci a Bonzanigo, il Capitano Neri, Pietro e la Gianna, invece di ritornare a
Dongo, scendono a Como nella sede del PCI, per informare di dove hanno portato
Mussolini.
Difatti il Capitano Neri, che si � in quelle ore recato a trovare la mamma, le
dice: �Ho fatto il mio dovere, ho informato i compagni di dove ho portato
Mussolini�.
A questo punto, secondo Bill, dalla sede del PCI di Como partono due macchine:
sulla prima Pietro, il Neri, la Gianna, e anche Remo Mentasti, caro amico del Neri,
e il Gorreri, tutti comunisti.
Sulla seconda Guido, Riccardo e altri vecchi amici comunisti, Mario Ferro e
Giovanni Aglietto.
Avendo via libera perch� davanti ci sono il Neri e Pietro, giungono in breve,
verso le 10, ad Azzano.
Mentre la vettura di testa col Neri e compagni sale per la via Albana, fino
allo spiazzo erboso prima di casa Mazzola, l'altra vettura si ferma sulla via
Regina al bivio di Azzano.
Intanto Longo a Como si d� da fare per l'autocarro; gli procurano solo un'auto
su cui fa salire anche lo Sforni e De Angelis, membri del CVL, e un'autoambulanza
per il plotone.
Il falso Colonnello Valerio si avvia cos� per Dongo, incontra il famoso
autocarro giallo furgonato, lo sequestra, vi fa salire il plotone di scorta e
prosegue il tragitto fino ad Azzano, dove, secondo Bill, sulla strada Regina li
attende una delle due vetture che sono partite prima.
Anche qui c'� una ridda di orari: dovrebbe essere l'una del pomeriggio, se �
vero che con l'autocarro sono partiti da Como alle 12,30, ma come vedremo anche in
seguito, sugli orari c'� sempre da dubitare.
Qui arrivato, Longo fa scendere dalla seconda vettura il Ferro e l'Aglietto e
assieme a Guido e Riccardo sale anche lui per via Albana fino a raggiungere lo
spiazzo dove s'era fermata la vettura del Neri con Pietro, la Gianna e il Mentasti.
Mentre il Mentasti scende alla via Regina a raggiungere il Ferro e l'Aglietto,
Pietro, Longo e Guido si incamminano per il sentiero di via Riale verso la casa dei
De Maria, lasciando sul posto a guardia il Neri, la Gianna e il Riccardo.
Tenere sempre presente che io nomino sempre Longo, ma dovrei sempre dire il
falso Colonnello Valerio.
Arrivati davanti a casa De Maria, si fa avanti Pietro per farsi riconoscere da
Sandrino, perch� i due partigiani di guardia hanno l'ordine tassativo di sparare su
chiunque - non conosciuto - si fosse avvicinato alla casa.

Pietro si fa riconoscere da Sandrino, spiega che le due persone con lui sono
amici, si fa aprire; salgono cos� tutti al primo piano della casa, dove c'� Lia De
Maria.
La casa era di tre piani, al primo la cucina, al secondo la camera dei coniugi
De Maria, al terzo la camera dei figli dove erano stati messi Mussolini e la
Petacci.
Lia � un po' perplessa: conosce bene il Neri ma non Pietro, l'ha visto per la
prima volta quella notte.
Lino la rassicura, le ordina di allontanarsi.
I coniugi De Maria hanno appena finito di pranzare, poco prima la Lia ha
portato qualcosa anche al Duce e a Claretta, un po' di polenta, un po' di latte, un
po' di pane nero e qualche fetta di salame.
In quel momento era scesa a lavare i piatti.
A questo punto dovrebbe essere circa Luna, anche se in campagna si pranza di
solito molto presto, potrebbe anche essere stato molto prima.
Comunque Longo, Guido e Pietro salgono al terzo piano e aprono la porta della
camera dei prigionieri.
Anche qui Bill fa la descrizione di tutto ci� che si dicono Valerio-Longo e i
due, come sono vestiti ecc.
Occorre precisare che questa � una ricostruzione di Bill, in quanto lui non
c'era, perci� ometterei tutti i particolari raccontati.
Sembra che Claretta dovesse rimanere e che volessero portar via solo Mussolini,
ma lei non accett� e volle seguire il Duce.
Scendono cos� poco dopo tutti in cortile, Mussolini in cappotto, Claretta con
una corta pelliccia di visone e in mano una borsetta.
Si incamminano allora sul sentiero chiamato via del Riale con davanti Sandrino
"Menefrego" uno dei due partigiani di guardia; segue a una decina di metri il
gruppetto con Mussolini, la Petacci, Longo, Guido e Pietro.
A retroguardia rimane l'altro partigiano, Lino, il presunto nipote dei De
Maria.
Scendendo per tutto il sentiero, giungono cos� in fondo a via del Riale, dove
c'� lo slargo erboso in cui li aspettano il Neri, la Gianna e Riccardo.
Le due vetture in attesa erano gi� voltate, Gianna stava scendendo a piedi
verso Azzano, accompagnata per un pezzetto da Sandrino, che poi si ferm� l� di
guardia.
Pi� in alto faceva la guardia Lino, sempre con il mitra imbracciato.
Longo invita Mussolini a salire su una delle due vetture, sul sedile
posteriore; lui si siede accanto all'autista. Guido si accinge allora a sedersi
accanto al Duce, ma Claretta pretende di sedersi lei in quel posto accanto al
compagno di sempre che non ha mai lasciato nemmeno in quei frangenti. Longo,
facendo un cenno a Riccardo, la fa fermare.
Riccardo le punta il mitra al petto, dicendole: �Tu no, tu rimani qui�. In
questa situazione la Petacci, conscia che stavano portando via Mussolini per
fucilarlo, grid�: �Ben, ti vogliono uccidere, ti vogliono uccidere!�. Sarebbe in
questa occasione che Riccardo avrebbe detto alla donna: �Tais-toi, putaine!� (Taci,
puttana).
Il Mordini "Riccardo" non parlava molto bene l'italiano: la sua cultura era
limitata, mischiava la lingua materna con lo spagnolo (dov'era stato volontario in
Spagna) con il francese (dove aveva combattuto in Francia con i partigiani). La
frase potrebbe anche averla detta, c'� per� da dubitarne.
Convulsamente Claretta si aggrappa all'arma di Riccardo, cercando di
strappargliela.
Intanto borsetta e pelliccia le cadono a terra.
Longo scende immediatamente dalla macchina, punta la rivoltella su Claretta e
spara, ma la pistola fa cilecca. Allora si rivolge bestemmiando a Riccardo
ordinandogli: �E sparale...�. Anche Riccardo cerca di spararle, ma la sua arma fa
cilecca. Sia lui che Longo non hanno tolto la sicura.
Intanto Mussolini, sceso dalla macchina grida: �Non potete commetter un simile
delitto con una donna!�.
Il Capitano Neri cerca di togliere la Petacci dalla presa sull'arma di
Riccardo, che nel frattempo ha tolto la sicura. Per� inavvertitamente fa premere il
grilletto a Riccardo, parte una piccola raffica che colpisce Mussolini.
Claretta viene allontanata dal Neri e da Guido, che la trascinano un po' pi�
lontano. In quel momento, Riccardo grida: �Maledetta puttana!� e fa partire una
raffica di mitra uccidendola.

Mussolini � a terra agonizzante, gli si avvicinano Guido, Pietro e Longo,


mentre anche i due partigiani di guardia, Lino e Sandrino, si chinano su di lui
stupefatti.
Allora Longo, vedendo che il Duce � ancora in vita, grida a Pietro: �E
finiscilo!�.
Pietro punta il suo mitra MAS sul corpo di Mussolini e fa partire una raffica
mortale.
Cos� muoiono, secondo Bill, il Duce e la sua amica Petacci.

Rimarchiamo ancora una volta che il Lazzaro "Bill" non era presente ai fatti in
quanto era a Dongo, che le sue sono in gran parte supposizioni, tratte naturalmente
a ragion veduta da quanto sapeva e venne a sapere in seguito, anche se Lino fu
ammazzato prima che gli rivelasse come andarono le cose.
Il Moretti si rifiut� anch'egli di parlare. Fu ucciso il Neri: con la Gianna
era in disaccordo e anch'essa fu ammazzata prima di fargli confidenze; con Longo e
Guido era impensabile parlarne, Sandrino non volle mai spiegare fino in fondo
cos'era successo.
Bisogna per� osservare che in questo racconto di Bill ci sono diverse novit�
rispetto a tutte le relazioni del Colonnello Valerio vero cio� Walter Audisio.
Con Mussolini e la Petacci a terra morti, Longo incomincia a imprecare. Lui li
voleva portare a Milano vivi e fucilarli in piazzale Loreto. Si scaglia contro i
compagni, con frasi anche ingiuriose, tanto che Guido cerca di calmarlo, facendogli
presente che casomai la colpa � di tutti.
Anche qui Bill cerca d'immaginare le frasi dette da Longo, tutte di rammarico
per quel che era successo. Alla fine Guido riesce a calmarlo e si mettono a
discutere sul da farsi.
Decidono di nascondere i due cadaveri in una casa vicina con un alto muro
(anche qui abitava un conoscente del Capitano Neri), lasciando ancora una volta a
guardia Sandrino e Lino.
Ritornano poi a Dongo per fucilare i quindici che pensavano di portare a Milano
in Piazzale Loreto vivi, visto che non c'� pi� ragione di portarli senza ucciderli.
Per� nel frattempo ritornano su a Bonzanigo per inscenare una fucilazione
ufficiale di Mussolini e della Petacci, che poi sarebbe passata alla storia come
quella raccontata da Valerio ed eseguita davanti alla villa Belmonte in Giulino di
Mezzegra.
Portati i due corpi nella casa dell'amico del Neri, scendono tutti con le due
macchine ad Azzano sulla strada Regina dove li aspettano gli altri e il plotone di
partigiani, cui si � unito, arrivato da Como, il capo comunista Gorreri. Questi
riferisce che hanno telefonato da Milano sconsigliando di portare vivi i condannati
a Milano, in quanto gli alleati erano determinati ad impossessarsi di loro vivi.
A questo punto tutti i capi comunisti, Ferro e Aglietto, Mentasti e Guglielmo
ritornano a Como nella sede comunista.
La macchina con Neri, Pietro e la Gianna fa da staffetta, portando a Dongo
l'altra vettura con Longo e Guido, pi� l'autocarro furgonato sequestrato a Como con
Riccardo, Piero e i dodici partigiani del plotone.
Al Puncett, poco prima di arrivare in Dongo, la vettura col Neri si ferma e
come da accordi presi precedentemente, lascia passare la vettura con Longo e Guido,
seguiti dal furgone giallo col plotone.
Questi arrivano per primi sulla piazza di Dongo, seguiti poco dopo dalla
macchina del Neri con Pietro e la Gianna. Sono le 14,10 del pomeriggio del 28.
A questo punto il racconto di Bill � in sintonia con quanto riferito dal
Colonnello Valerio Audisio, cio� Longo si fa ricevere da Pedro e compagni, fa la
lista dei 15 da fucilare, lascia sul posto il plotone, riparte con una macchina per
Bonzanigo alle 15,10 per eseguire la sceneggiata di una finta fucilazione di
Mussolini e della Petacci.
Sale con una macchina ed un autista preso sul posto (ma Bill dubita su questo
autista, il Geninazza), portando con s� Guido e Pietro per guida.
Arrivato ad Azzano sale a Bonzanigo passando da Giulino, cerca un posto dove
fare la finta fucilazione, vi fa poi portare i due cadaveri, procede a "ri-
ucciderli" sparando di nuovo su di loro.
Lascia a guardia dei due cadaveri Lino e Sandrino in attesa che li vadano a
riprendere, piglia la strada per ritornare a Dongo.
Vi giunge alle 16,30 circa e qui inizia la trafila per la fucilazione dei 15
predestinati, cui seguir� poco dopo anche Marcello Petacci.
Vediamo adesso quali sono le novit� che porta il Lazzaro-Bill rispetto al
racconto ufficiale della fucilazione di Mussolini e della Petacci fatto dal
Colonnello Valerio-Walter Audisio.

Sono principalmente due:


Primo: Il Colonnello Valerio che ha ucciso i due non � Walter Audisio, ma �
Longo-Gallo che ne ha usurpato il nome e i lasciapassare e gli si � sostituito.
Pertanto tutti i fatti, da Como in poi, che si sono svolti nelle varie
situazioni, non avevano come protagonista Walter Audisio ma Longo.
Secondo: Riconferma che Mussolini e la Petacci erano stati uccisi in altro
luogo e in altra maniera da come raccontato da Valerio. Quella di Giulino di
Mezzegra davanti al cancello di villa Belmonte era stata una falsa fucilazione
concordata a posteriori.

Vi sono varie testimonianze che avvalorano le tesi di Bill:


Leo Valiani anni dopo dir� che Longo si assent� per un certo tempo dal comando
di via Brera a Milano.
Sandrino relazioner� al Pisan� che Valerio spar� davanti a villa Belmonte a due
cadaveri, correggendosi poi e ritirando l'affermazione.
Angelo De Angelis, che aiut� a caricare Mussolini e la Petacci sul furgone di
ritorno con gi� a bordo i cadaveri dei 15, dir� che avevano una certa rigidit�.
Pertanto non uccisi alle 16,10, ma molto tempo prima.
La dichiarazione della De Maria, che ha sempre sostenuto che i prigionieri
furono portati via da casa sua verso mezzogiorno e non pi� tardi.
Vi sono poi in seguito altre testimonianze che confermano che quella di villa
Belmonte fu una fucilazione successiva alla reale prima morte dei due.
Incroceremo poi questo racconto di Bill con le altre versioni, anche se c'� da
dubitare sul fatto che Longo avesse sostituito Walter Audisio.
Anche se dobbiamo avere piena fiducia in ci� che racconta Bill, questo non deve
impedire di approfondire il suo racconto e di verificarne la corrispondenza ai
fatti reali.

Dunque Longo era il comandante generale delle brigate Garibaldi, Lampredi-Guido


era il suo vicecomandante. Longo faceva parte del CLNAI assieme a Sereni per il
partito comunista.
Siamo nella nottata tra il 27 e il 28 Aprile 1945.
L'insurrezione generale, proclamata nel pomeriggio del 25, in realt� cominci� a
svolgersi il 26. � ammissibile che Longo comandante e Lampredi vicecomandante
lasciassero Milano e le brigate in bal�a di loro stesse, senza i due loro capi?
In quel momento le brigate Garibaldi della Lombardia stanno convergendo su
Milano, quelle dell'Oltrep� Pavese sono arrivate quella mattina stessa.
Si deve dubitare che Longo lasci Milano in quelle ore, per una missione che non
si poteva sapere in anticipo quanto potesse durare?
Non solo, ma Longo senz'altro si rende conto di tutti i pericoli che la
missione comporta in quel momento, con ancora squadre di fascisti e gruppi di
tedeschi nelle zone da attraversare.
� perci� pi� plausibile che delegasse per questa missione il suo vice, dando a
lui l'incarico di portarlo a termine nei modi che lui, Sereni, Pertini e Valiani
avevano deciso in precedenza.
Si deve cos� concludere che probabilmente il Colonnello Valerio fosse veramente
Walter Audisio, che il suo compito esplicitatogli fosse quello di condurre tutti
vivi a Milano, mettendogli per� alle costole il Lampredi, con il tacito ordine di
uccidere almeno Mussolini, ma non la Petacci in quel momento fuori discussione.
Se a Como fosse arrivato Longo invece dell'Audisio, avrebbe impiegato pi� di
quattro ore per trovare un autocarro? Pensiamo di no.
Detto questo, il suo racconto si avvicina alla verit� molto pi� di quella
ufficialmente accreditata del Colonnello Valerio-Walter Audisio.

Capitolo 5.
Ipotesi Zanella.

Verso la fine del 1993, dopo il libro di Urbano Lazzaro Mezzo secolo di
menzogne, un avvocato mantovano, appassionato di storia contemporanea e
specialmente dei fatti inerenti all'uccisione del Duce, pubblica un volume
intitolato L'Ora di Dongo (Rusconi).
Alessandro Zanella in questo libro, per la verit� documentatissimo, oltre a
spiegare tutti gli antefatti di questa storia, d� una versione tutta nuova della
morte di Mussolini e della Petacci, che si discosta molto da tutte le altre sin qui
esposte.
La sua ipotesi si basa su fatti e testimonianze gi� in parte raccolte e su tesi
dell'autore.
Ma seguiamo il racconto di Zanella.

Fino all'arrivo a casa De Maria in Bonzanigo nelle ore notturne di quel 28


Aprile, anche lo Zanella concorda su quanto � sin l� noto, cio� il comandante
Pedro, pi� il Neri e la Gianna e il commissario politico Pietro, prendono il Duce a
Germasino dov'� stato spostato, scendono a Dongo, caricano la Petacci e dopo
qualche traversia a Moltrasio salgono per la via Albana che parte da Azzano sino a
via del Riale, dove devono fermarsi con le due macchine in quanto non si pu�
proseguire, essendo via del Riale un sentiero. Sono con loro i due partigiani che
faranno la guardia, Lino e Sandrino.
Qui lo Zanella fa una digressione rilevando che non � vero che - come detto e
scritto sino ad allora - il partigiano Lino (Giuseppe Frangi) sia il nipote della
De Maria, in quanto il cognome della stessa � Faggi e non Frangi.
Comunque, il gruppetto sale per il sentiero di via del Riale e raggiunge casa
De Maria, dove, col camino acceso li aspettano i coniugi Lia e Giacomo, mentre i
due figli sono gi� andati a dormire pi� in alto in una loro baita, lasciando cos�
libera la loro camera al terzo piano.
Da notare che i De Maria erano conosciutissimi dal Capitano Neri, essendo il
marito di sua sorella Alice stato allattato dalla madre di Lia De Maria, perci�
parenti di latte dello stessa.
Anche qui Zanella si discosta da tutti i racconti precedenti nei quali si dice
che raggiungono casa De Maria all'improvviso, con questi ignari di tutto. Questo
perch�, secondo lo Zanella, la Gianna (la Tuissi) qualche ora prima di mezzanotte
era salita a Bonzanigo ad avvisarli che sarebbero arrivati l� con due prigionieri
importanti.
Il gruppo dei guardiani e i prigionieri giungono qui, il Neri bussa; i De Maria
li aspettano, salgono all'ampia cucina posta al primo piano. Si riscaldano, si
sbenda il Duce che era stato fasciato per non farlo riconoscere durante il
tragitto, si beve un surrogato di caff�. Sono circa le cinque e mezza del mattino,
fuori continua a piovere.
La De Maria ha gi� provveduto a preparare la camera dei ragazzi cambiando le
lenzuola e mettendo un po' d'ordine, Mussolini e la Petacci vi si possono
sistemare. Si lasciano i due partigiani Lino e Sandrino di guardia. Il Neri, Pietro
e Pedro ridiscendono alle macchine dove sono rimasti gli autisti e la Gianna. Da
notare che il partigiano Lino era un fedelissimo del Neri, mentre Sandrino lo era
del commissario Pietro (Moretti).
Qui i nostri si dividono: mentre Pedro con l'autista e una delle macchine
scende e ritorna a Dongo, il Neri con Pietro e la Gianna con l'altra macchina non
si avviano verso Como, come sempre sin qui detto, ma ritornano immediatamente
indietro a casa De Maria.
Perch�? Era gi� nell'intenzione del Neri e di Pietro uccidere Mussolini. Per il
Capitano Neri, per riscattarsi di una precedente condanna a morte dei partigiani
nei suoi confronti per tradimento; per il Moretti, comunista sfegatato, la gioia di
uccidere il capo del Fascismo.
Arrivano a casa De Maria, spiegano a Lino e Sandrino il cambiamento di
programma, fanno eclissare i coniugi Giacomo e Lia, salgono alla camera dei due
prigionieri.
Claretta si � appena spogliata, Mussolini � ancora vestito. Gli ordinano di
prepararsi ad uscire, devono portarli in un altro posto. Claretta in fretta e furia
si veste, si mette la pelliccia sulle spalle, Mussolini � gi� vestito.
Scendono, due uomini davanti, in mezzo Mussolini e Claretta, dietro altri due
tutti con le armi spianate.
Arrivano alla vettura posteggiata nello spiazzo erboso all'inizio di via del
Riale.
Mentre la Gianna scende di guardia verso via Albana, Sandrino si mette pi� in
alto in via del Riale.
A questo punto, secondo l'ipotesi Zanella, si compie la tragedia.

Davanti al Duce e alla Petacci, a due o tre metri distanza, alla fioca luce di
un'alba incipiente, vi sono tre uomini, il Capitano Neri, il Moretti e il
partigiano Lino.
Si cerca di separare Claretta dal Duce, facendola spostare, ma questa si
ribella. Grida, si avvinghia a Mussolini. Si tenta di nuovo di spostarla, ma non si
riesce.
A questo punto il Neri cerca di sparare al Duce, ma la sua arma fa cilecca.
Allora chiede a Pietro di dargli il suo mitra MAS e lo punta verso il Duce. Lino
cerca ancora una volta di separare Claretta dal suo uomo, e finalmente il Neri
riesce a sparare una piccola raffica verso Mussolini. Claretta si aggrappa ancora a
lui, dando dei vigliacchi a chi ha di fronte.
Nel frattempo Lino, che nel tentativo di tenere staccata Claretta dal Duce si
era piegato a terra, punta il suo mitra sulla Petacci e fa partire una scarica.
Anche Claretta si accascia a terra sull'erba bagnata dalla pioggia che continua
a scendere su quello spiazzo erboso. Il Neri guarda un po' esterrefatto il corpo
del Duce, per essere sicuro che sia morto gli spara un colpo al cuore.
Adesso vi sono due cadaveri a terra, bisogna nasconderli. Si pensa ancora ai De
Maria. Sale la Gianna ad avvisarli. Si pensa di metterli nello scantinato.
Ma qualcuno ha sentito gli spari, � il Capitano Roma (il Caserotti), gli si
chiede aiuto per trasportare i cadaveri. Il Caserotti, che ha al suo comando i
partigiani della zona, ne va a chiamare un paio e tutti assieme trasportano i due
cadaveri nello scantinato o ripostiglio di casa De Maria.
Comincia ad albeggiare, sono circa le 6 del mattino, bisogna lasciare al pi�
presto il luogo. Il Capitano Roma se ne va per i fatti suoi, si lascia di guardia
ancora Lino e Sandrino. Il Neri, la Gianna e Pietro raggiungono la macchina e
partono veloci verso Como.
Qui giunti, mentre il Moretti si reca in via Natta dove c'� la federazione
comunista a spiegare cosa hanno combinato lass� a Bonzanigo, il Neri e la Gianna si
recano da un certo Mentasti, valigiaio, che nel suo negozio aveva ospitato un
recapito per i partigiani durante la resistenza, poi dal nuovo sindaco, a spiegare
ci� che hanno fatto e forse a cercare consiglio.
Mentre in federazione, un po' perplessi per ci� che era accaduto, non sapendo
come avrebbero giudicato il fatto i capi comunisti di Milano, si resta attendisti
sul seguito, il Moretti va a trovare la moglie.
Dopo la visita al Mentasti e al neo-sindaco, anche il Neri ne approfitta per
andare a salutare la mamma a cui dice: �Ho fatto il mio dovere, ho detto ai
compagni dov'� Mussolini�.
Qui lo Zanella posticipa a dopo l'uccisione di Mussolini la venuta del Neri e
di Pietro a Como e la visita ai loro famigliari, rovesciando ci� che si era detto
sino allora, cio� che dopo aver messo i due prigionieri a casa De Maria, i due si
erano recati immediatamente a Como lasciando il Duce e Claretta a riposare nella
loro camera in quel di Bonzanigo.
Alle 8,30 circa, i tre (Neri, la Gianna, Pietro) si ritrovano e ripartono per
Dongo. In quei momenti giungono a Como il Colonnello Valerio col Lampredi e la
scorta di partigiani che saranno poi tra i fucilatori dei quindici gerarchi pi�
Marcello Petacci sul lungolago di Dongo.
Valerio, Lampredi e compagni, giunti a Como, hanno saputo, alla federazione
comunista, tutto ci� che era successo con Mussolini, hanno poi discusso il da farsi
per fornire una versione ufficiale diversa della sua morte.
Secondo una testimonianza portata dallo Zanella, verso le 14 una macchina �
arrivata ad Azzano e diversi uomini sono saliti velocemente per via Albana verso
casa De Maria, probabilmente (secondo l'autore) il Lampredi e Valerio che andavano
ad assicurarsi che era vero quanto avevano appreso in federazione a Como,
ritornando poi a Dongo a compilare l'elenco dei fucilandi (cos� furono chiamati dal
Valerio nelle sue memorie i gerarchi da sopprimere).
Naturalmente lo Zanella porta testimonianze e giustificazioni alla sua ipotesi
(o tesi) sull'uccisione di Mussolini e della Petacci, che vedremo pi� avanti di
esaminare e confrontare con tutte le altre ipotesi.

Capitolo 6.
La testimonianza di Donna Mazzola.

Prima di verificare l'ipotesi del giornalista Giorgio Pisan� pubblicata nel


libro Gli ultimi 5 secondi di Mussolini (Il Saggiatore), � opportuno riassumere la
testimonianza di Dorina Mazzola. Pisan� � colui che con pi� passione e accanimento
ha cercato negli anni di risolvere l'enigma dell'uccisione di Benito Mussolini e di
Claretta Petacci, arrivando, come vedremo, vicinissimo alla probabile verit�.
Dorina Mazzola nel 1945 � una ragazza di circa vent'anni (una bella ragazza
guardando la sua foto a quell'et�) che abita in Bonzanigo, una frazione posta in
collina del comune di Mezzegra, sopra la strada Regina tra Como e Gravedona. La sua
casa � un centinaio di metri pi� in basso della casa di un'altra famiglia, la De
Maria.
Dorina � una ragazza come tante, non � iscritta a nessun partito, forse � stata
Piccola Italiana o Giovane Fascista come tutte le ragazze della sua et�. Non � una
partigiana, anche se nella zona conosce molti giovani pressappoco della sua et� che
poi verr� a sapere essere partigiani. Non � acculturata, cio� � una ragazza
semplice, genuina, corretta, onesta. � una testimonianza che va creduta fino in
fondo, senza alcun dubbio, a parte forse qualche particolare sugli orari o sulle
persone viste, ma solo per qualche differenza, ma non sulla sostanza dei fatti
raccontati; s� a cinquant'anni di distanza, ma che lei, per non dimenticarli, a un
certo punto se li era scritti diligentemente.
Il Pisan� viene a conoscerla nel 1996 dopo alterne vicende di ricerca dei fatti
e personaggi cui ci riferiamo, cio� l'uccisione di Mussolini e della Petacci. La
sua tenacia lo porta a voler identificare chi abitava in quella casa posta a valle
di casa De Maria, ad appena un centinaio di metri pi� in basso, verso il lago, ed a
sincerarsi se, tra quelli che l'abitavano nell'aprile 1945, vi fosse qualcuno che
ricordava qualcosa.
Va dal parroco di Mezzegra e anche qui, dopo alterne vicende, arriva a Dorina
Mazzola, ormai settantenne, ma ancora con una mente lucida e viva.
La Mazzola, che un po' di tempo prima aveva letto sul giornale L'Unit� un
ennesimo riepilogo di quegli avvenimenti su cui non concordava per i motivi che
spiegheremo, si apre al Pisan� e da qui inizia la sua testimonianza.
� opportuno aprire una parentesi: perch� la Mazzola, che � stata presente agli
eventi che hanno portato alla morte del Duce e della Petacci non ha parlato prima?
Perch� ha aspettato ormai quasi cinquant'anni a rivelare ci� che ha visto e sentito
quella famosa mattinata del 28 Aprile 1945?
Il motivo � molto semplice: nei giorni susseguenti all'uccisione di Mussolini,
della sua compagna ed anche dei quindici prigionieri fascisti sul lungolago di
Dongo assieme a Marcello Petacci, si scatena una specie di mattanza tra i
protagonisti partigiani e comunisti di questi episodi.
Tra il 5 e il 6 Maggio viene ucciso Lino, uno dei due partigiani che fecero da
guardia a casa De Maria, idem per il Capitano Neri, tra il 7 e 1'8 Maggio, il 23
Giugno la sua compagna Gianna, Giuseppina Tuissi, la Bianchi, suo padre, per non
parlare delle centinaia di ex-fascisti che vengono uccisi proditoriamente.
La Mazzola, ragazza pulita, sincera, ancora colpita da tutto ci� che ha visto
quel 28 Aprile, lo va dicendo in casa, ai parenti, ai conoscenti. Ma tutti le
ripetono: �Taci, se no t'ammazzano!�.
E la ragazza si convince a tacere, pur serbando dentro s� quei ricordi. Poi si
fidanza, si sposa, ha tre figlie, non ha pi� tempo di pensare a ci� che ha visto e
sentito, ma tiene ben vivo il ricordo dentro s�, fino a scrivere un memoriale di 31
fogli protocollati per non dimenticare col tempo i fatti realmente accaduti e di
cui � stata testimone.
Adesso cercheremo di riepilogare tutto ci� che dice di aver visto e sentito
quel giorno e in quali circostanze in un'intervista al giornalista Pisan�.

La prima domanda del Pisan� si riferisce alla notte che precedette quel famoso
28 Aprile 1945 e all'inizio della mattinata. Spiega la Mazzola:
"Gi� nella notte mi ero svegliata sentendo rumori di passi sotto la mia casa.
Una casa a due piani, alla fine della via Albana che sale da Azzano ed all'inizio
del sentiero del Riale che conduce, un centinaio di metri pi� in su, a casa De
Maria. Il sentiero era illuminato da due lampioni, uno all'inizio e un altro un po'
pi� avanti dove c'� uno spiazzo erboso cui arriva una via, delle Rimembranze, che
dal basso conduceva a Bonzanigo paese. Senza accendere la luce guardai fuori dalla
finestra della mia stanza al piano terreno, e vidi molti uomini armati che salivano
verso Bonzanigo percorrendo il sentiero del Riale. Mi sembrarono partigiani, con
loro c'erano anche due donne. � circa la mezzanotte, perch� in quel momento il
campanile suon� dodici rintocchi, e io li contai uno ad uno.
Tornai a dormire, mi alzai verso le 7,30, i miei famigliari si erano gi� alzati
e avevano gi� fatto colazione. Iniziai le faccende di casa, e un'ora dopo circa mio
pap� rientr� dicendo: �Stamattina � meglio non uscire, e '� in giro un sacco di
gente mai vista, anche in borghese, con davanti altri con il mitra�. Penso fossero
le 8,30, lo so perch� in quel momento guardai l'orologio del campanile. Guardai
fuori, non vidi nessuno, ma sentii due spari. Dalla casa Mazzola, posta in basso,
si odono perfettamente tutti i rumori proveniente dall'alto, specialmente da casa
De Maria. C'era un profondo silenzio. Andai alla finestra del secondo piano,
improvvisamente sentii spari di fucile, anche due colpi di pistola che mi parve
provenissero da casa De Maria.
Stetti alla finestra, dopo un po' scoppi� un putiferio in casa De Maria.
Giacomo De Maria, il capo famiglia, urlava, picchiava pugni sul tavolo, e la moglie
Lia, piangendo, esclamava �Sono cose da capitare in casa mia?�.
Mentre continuava la lite, vidi che nel cortile davanti a casa De Maria c'erano
alcuni uomini che si agitavano, e tra loro un uomo dalla testa calva che,
nonostante la mattinata frescolina, aveva solo una maglia bianca, e si muoveva
zoppicando, a passi lenti. Devo precisare che dal posto da cui guardavo, potevo
vedere le persone solo dalla cintura in su, in quanto il cortile De Maria � posto
pi� in alto rispetto al punto in cui mi trovavo. In quel momento, improvvisamente,
dal finestrone al secondo piano di casa De Maria si affaccia una donna, giovane,
che si mette ad urlare con voce piangente: �Aiuto! Aiuto! Aiutateci!�. E mentre lei
continua a gridare e piangere, qualcuno l'afferra dal dietro e la riporta dentro.
Nel frattempo non vidi pi� quell'uomo calvo in maglietta, era sparito dalla mia
vista.
Dopodich� sento molto bene sette colpi ben distaccati uno dall�altro, tutti
sparati davanti a casa De Maria. Si continu� a litigare in quella casa, un
andirivieni di gente di corsa, uscivano ed entravano dal cancello, ci fu un'altra
sparatoria nel cortile. Di colpo di nuovo silenzio, udii solo il pianto della De
Maria e quello disperato dell'altra donna, senz'altro quella che si era affacciata
al finestrone del secondo piano a chiedere aiuto. Erano circa le dieci.
Ero infreddolita, scesi dalla finestra del secondo piano, ritornai in cucina a
scaldarmi, ero frastornata da ci� che avevo visto e sentito.
Si udivano ancora sparatorie da varie parti sopra a Bonzanigo, non da casa De
Maria.
Ritornai, dopo essermi riscaldata, alla finestra del secondo piano, un'ora
circa dopo la scena che avevo visto antecedentemente. Udii di nuovo la De Maria e
l'altra donna che piangevano, e una di esse che gridava: �Ma perch�, ma perch�!�.
Mentre ero l� ad osservare, erano circa le undici, mi accorgo che nel piccolo
slargo prima della nostra casa, alla fine della via Albana, c'era una macchina
scura, e mi domandai cosa ci faceva l� quella macchina. Di macchine l� non ce ne
erano mai, pensai che aspettasse qualcuno. Intanto il sole si era gi� alzato,
pensai che era ora di dare da mangiare, come facevo ogni giorno, ai piccioni. Scesi
al piano terreno, in cortile, dove mio padre, commerciante in rottami, ammassava
tutta la sua merce. Durante la notte aveva piovuto, decisi di spargere il mangime
sopra una lamiera zincata che era scivolata giorni prima dal deposito di mio padre.
Fu mentre davo il mangime ai piccioni, che mi accorsi di movimenti di persone
lungo il sentiero di Riale, che scendevano dalla cima dove si trovava casa De
Maria, erano circa le 11,30.

Notai quelle persone che scendevano lungo il sentiero del Riale quando erano
gi� a met� percorso, in quanto il sentiero, scendendo da casa De Maria, ad un certo
punto faceva una piccola curva ad esse, e mi impediva la vista della prima parte di
esso.
Mentre li osservavo, sentii di nuovo il pianto disperato di una donna, ma molto
pi� vicino di quanto lo sentivo precedentemente.
Proprio in quel momento, dalla curva spuntarono altri tre uomini che sembrava
si tenessero a braccetto, camminando lentamente. Dietro di loro una donna che
avanzando si gett� ai piedi di colui che era al centro, abbracciandogli i piedi.
Sentii che diceva qualcosa, ma non riuscii a capire in quanto i piccioni facevano
rumore becchettando il mangime sulla lamiera.
Sempre al riparo dei rottami, cercando di non farmi vedere, scorsi un
partigiano che si avvicin� alla donna, le accarezz� i capelli, cerc� di farla
alzare, ma lei continuava a disperarsi e a gridare: �Dov'� mio fratello? Dov'� mio
fratello?�.
Dalla curva comparvero un terzo gruppo di persone, alcuni vestiti in borghese,
con loro almeno due donne. Non le conoscevo, e non le avrei mai pi� viste.
Le persone che vedevo mi sembrarono in tutto una quindicina. Si fecero poi
tutti attorno ai tre che mi sembravano a braccetto e a quello in centro notai che
gli sollevarono prima un braccio e poi l'altro.
L'ultimo gruppo ritorn� dietro alla curva, ma vidi che all'uomo al centro
avevano cambiato il cappotto. Prima ne indossava uno militare, dopo uno borghese di
colore marrone. Il tutto mi sembr� strano, e quando i tre alla fine si decisero
pian piano ad avanzare mi accorsi che l'uomo al centro non camminava con le sue
gambe, ma erano gli altri due a portarlo di peso sorreggendolo per le ascelle.
La sua testa gli pendeva a sinistra, perci� quell'uomo doveva essere morto.
Immaginai allora che quello fosse un parente della donna che si disperava,
forse il marito o altro, non sapendo io assolutamente chi fossero i due. Mentre
guardavo stupita e impaurita questa scena, la giovane donna, vestita di scuro, si
aggrapp� di nuovo urlando alle gambe del morto, stringendo cos� forte da sfilargli
uno stivale.
Un partigiano strapp� lo stivale dalle mani della donna tentando di rimetterlo
al piede del morto, ma nonostante gli sforzi non ci riusc�.
Scoppi� allora una lite tra i partigiani, che sembrava avessero fretta, mentre
la donna, sempre abbracciata ai piedi di quell'uomo, continuava a ripetere: �Cosa
vi hanno fatto, come vi hanno ridotto!�.
Dava del voi al morto, ma allora si usava ancora dare del voi al genitore in
certe parti, anche se pensai che se fosse stato il padre avrebbe usato altre
parole.
A questo punto, il gruppo di partigiani si riunisce e tutti assieme, avanzano
sino allo spiazzo erboso che si trovava prima della mia casa verso l'alto. Ora il
gruppo aveva due possibilit� per scendere ad Azzano: o passare davanti alla mia
casa percorrendo l'ultima parte del sentiero del Riale e scendere per via Albana
percorrendo la carrabile dopo lo slargo sotto casa mia, o voltare a destra per via
Rimembranze. Scelsero quest'ultima strada, ma appena imboccata si sentirono grida e
urla, in italiano ma anche in dialetto locale: �Fate largo, toglietevi dai piedi!
Via di ball, tornate fino a dove siete stati adesso�.
Io ero sempre nascosta dietro i rottami, per� nel momento in cui hanno svoltato
per via delle Rimembranze non vedevo pi� niente, in quanto mi trovavo pi� in basso
rispetto allo slargo erboso.
Per� il gruppo torn� evidentemente indietro, perch� rividi per prima la donna,
con nella mano destra un foulard, e sotto il braccio sinistro una borsetta.
Sulle spalle aveva una pelliccia, continuava a gridare e a disperarsi.

Fece qualche passo nel sentiero verso il basso, cio� verso casa mia e via
Albana, anzi mi sembr� che corresse avanti, quando in quel momento qualcuno fece
partire una scarica di mitra.
La donna era distante da me non pi� di sei o sette metri, le pallottole mi
fischiarono vicine, alcune colpirono la casa e un deposito di mobili di mio padre.
I piccioni, spaventati, si levarono in volo, nel gruppo di partigiani successe
il finimondo.
Sentivo uomini urlare, inveire, bestemmiare, donne gridare di spavento.
Sembravano tutti impazziti, e riuscii a udire: �Pezzo di merda, guarda che cosa
hai fatto... Chi � quel pezzo di merda che ha sparato... da dove � arrivato... non
ti fare vedere da me, che ti lego le budella attorno al collo!�.
Chi gridava in italiano, chi in dialetto, riconobbi dalle voci alcuni giovani
del paese che conoscevo, tali Carlo De Angeli, Pietro Faggi, Paolo Guerra, futuro
sindaco comunista di Tremezzo. Ebbi quasi l'impressione che si sparassero tra di
loro.
Tornai in casa terrorizzata, mi rifugiai in cucina. Ma la curiosit� era grande
e andai alla finestra che d� verso via Albana. Sentii ancora due colpi di pistola,
poi tutto tacque. Mia madre cercava di togliermi da l�, ma io volevo vedere ancora
cosa succedeva.
Ricomparve allora, sul sentiero del Riale che fiancheggiava la mia casa,
quell'uomo portato da due partigiani. Attorno a lui un gruppo di persone ben
vestite, gente venuta da fuori che non conoscevo.
Ne notai in particolare due: uno molto distinto, con addosso un impermeabile
quasi bianco con cintura alta alla vita, uno strano berretto con visiera in testa e
a tracolla una lussuosa macchina fotografica.
L'altro, basso di statura, i capelli corti brizzolati, portava un giaccone
grigio scuro.
Dietro c'erano due donne in pelliccia, una di visone, l'altra con pelo pi�
vaporoso. Erano bianche in viso, occhi rossi di pianto, anch'esse mai viste.
Questa faccenda dur� una mezz'oretta circa, poi passai ad un'altra finestra,
sempre a piano terra.
Da l� vidi sul sentiero quell'uomo prima portato a braccia per terra e alcuni
partigiani che tentavano ancora, senza riuscirci, di infilargli lo stivale che gli
si era tolto con l'abbraccio di quella donna.
Essendo stavolta vicinissima, potei notare che era lo stesso uomo che avevo
visto scendere da casa De Maria a passetti incerti. Sotto il cappotto che ora era
aperto aveva ancora quella maglietta bianca, per� lacera e insanguinata. Ai fianchi
aveva una sciarpa attorcigliata, in testa un passamontagna. Nemmeno allora mi
accorsi che era Mussolini.
Mentre guardavo quell'uomo, alcuni partigiani, camminando bassi lungo il muro
di casa nostra, portavano un altro corpo avvolto in un cappotto.
Capii allora perch� fin� quel pianto disperato di donna, quel cadavere era il
suo.
In quel momento sentii i rintocchi di mezzogiorno. Poco a poco tutti i
partigiani se ne andarono, chi verso via Rimembranze chi verso via Albana. Mi
spostai allora velocemente al secondo piano e, da una finestra che dava sullo
slargo verso il basso, vidi che tutti i partigiani erano spariti e la macchina che
in mattinata avevo visto si allontanava lentamente scendendo verso la via Regina.
Per me fu un mezzogiorno triste, non riuscii a mangiare niente."

Pisan� allora chiese alla Mazzola: e il pomeriggio?


"Ecco, venne il pomeriggio, stavo riordinando la casa quando, tra le 14 e le
15 sentii ancora sparare colpi di rivoltella. Provenivano dall'inizio del viale
delle Rimembranze, dove c'era un ponticello che scavalcava il torrente (il Riale)
da cui prendeva nome il sentiero. Allora l� esisteva una fontanella.
Quegli spari mi allarmarono, perch� dovevo scendere ad Azzano a fare la spesa e
dovevo passare da quella fontanella.
Per� verso le 16 mi decisi, uscii e per prima cosa mi fermai allo slargo dove
avevo visto quella donna ancora viva. In quel punto c'era ancora del sangue per
terra, tra l'erba. Proseguii per viale delle Rimembranze, ma giunta alla
fontanella, vidi ancora sangue e acqua per terra.
Non c'era nessuno, tutti erano scesi ad Azzano, avevano loro detto che di l�
sarebbe passato il Duce.
Non mi raccapezzavo, non riuscivo a capacitarmi di cos'era successo.
Ad un tratto mi sentii chiamare: �Signorina Mazzola, signorina Mazzola...�.
Era il signor Gilardoni, proprietario della casa di fronte alla fontanella. Mi
chiamava tenendosi nascosto dietro la siepe del suo giardino.
Mi disse: �Un'ora fa (cio� verso le 15) dei partigiani sparavano in aria
mandando gi� tutti al bivio di Azzano. Poi � arrivata da via Rimembranze
un'automobile scura. Si sono fermati davanti la fontanella, hanno scaricato un uomo
morto, insanguinato. Lo hanno appoggiato per terra, gli hanno tolto una maglia
bianca sporca di sangue, altri indumenti, l'hanno lavato con dei panni che poi
gettavano nel torrente. Poi l'hanno rivestito con la maglia e altri indumenti e
l'hanno portato via a braccia per via delle Vigne�. (Via delle Vigne era una via
che dipartiva da Viale delle Rimembranze.)
Gli chiesi: E l'automobile?
�Quella, disse, � ripartita per viale Rimembranze� ".

Il Pisan� le chiese allora se avesse visto una donna viva o morta; rispose di
no, ma conferm� che l'uomo morto e ripulito era stato portato a braccia gi� per via
delle Vigne.
"Nello stesso momento - continu� la Mazzola - io e il Gilardoni udimmo delle
raffiche di mitra, provenivano dalla zona di Giulino. Il campanile segnava le
16,25.
Ero curiosa di sapere cosa succedeva, mi avviai per via delle Vigne, che dopo
pochi metri termina a sua volta in via 24 Maggio che porta a Giulino di Mezzegra.
Dopo un ponticello sul Riale vidi alcune pezzuole insanguinate, tra le spine e i
rovi che costeggiavano il torrente. Notai sulla via altre macchie di sangue, che
finivano di colpo quando questa si congiungeva con via 24 Maggio. Salii allora per
via 24 Maggio, ma dopo un duecento metri due partigiani mi fermarono puntandomi
contro i mitra. Dissi loro che dovevo andare a Giulino, mi dissero che non potevo
perch� dovevano scendere delle automobili, che prendessi la scorciatoia.
Obbedii, avevo il sole in faccia. Mi feci schermo con la mano, vidi ancora una
volta l'automobile nera che era parcheggiata dietro casa mia e che era partita con
due cadaveri.
Era assieme ad altre due vetture, un gruppo di uomini si agitavano
continuamente avanti indietro davanti al cancello di villa Belmonte".
Spieg� poi, che non riuscendo a capacitarsi del perch� di tutto questo, chiese
nei giorni seguenti a una zia che lavorava in un albergo all'inizio di via Albana,
se aveva visto qualcosa.
La zia le disse che il 28 Aprile, dopo mezzogiorno, aveva visto un'automobile
scura vicino all'albergo e che l'avevano messa per qualche ora nel garage. Disse di
averla notata perch� alcuni partigiani erano entrati nell'albergo e piangevano.
"Quel giorno - continu� la Mazzola - rientrai a casa senza aver fatto la spesa.
Pi� tardi scesi ad Azzano, la gente mi diceva: �Lo sai, hanno ammazzato Mussolini e
la Petacci davanti a villa Belmonte!�.
In quel momento appresi chi erano le due persone che avevo visto uccidere sotto
i miei occhi".

Ma gi� dalla sera si mormorava in paese che quella di villa Belmonte era stata
una falsa fucilazione.
Nei giorni seguenti, la Mazzola incontr� un partigiano del paese di cui aveva
riconosciuto la voce nei momenti dell'uccisione della donna. Parlarono dei fatti
succeduti nei giorni precedenti e lei cerc� di raccontargli ci� che aveva visto. Il
partigiano, un certo Guerra che aveva anche delle simpatie per lei, gli mise una
mano nella bocca dicendogli: �Taci, se no t'ammazzano!�.

Finisce qui la testimonianza sui fatti che Dorina Mazzola concede al Pisan�,
con il riassunto scritto e firmato da lei stessa.
Cosa bisogna concludere dopo questa testimonianza, anche se rilasciata dopo
cinquant'anni?
Se racconto e orari dovessero essere reali, le persone viste di notte salire
per via del Riale dovrebbero essere Pedro, Pietro, Neri, Gianna, Lino, Sandrino,
pi� Mussolini e la Petacci.
L'uomo calvo in maglia bianca visto verso le 10 nel cortile di casa De Maria e
poi ucciso dovrebbe essere il Duce.
La donna vista gridare alla finestra di casa De Maria, che in seguito si
gettava ai piedi di un uomo portato a braccia, uccisa poi sullo slargo erboso
davanti casa Mazzola, Claretta Petacci.
L'uomo portato a braccia sul sentiero di via del Riale e quello visto dal
Gilardoni lavare alla fontanella, sempre Mussolini.
Le macchine viste davanti a Villa Belmonte con diversi partigiani: il momento
della falsa o vera fucilazione di Mussolini e della Petacci.
Vedremo anche qui quando tireremo le somme e incroceremo tutte queste
testimonianze dove concordano e dove meno.
Bisogna per� qui ripetere che la Mazzola � l'unica, in questa caterva di
persone che ha visto, testimoniato, romanzato questi fatti, a non essere allora
legata al partito comunista, perci� non condizionata nel suo modo di pensare su ci�
che ha visto.
Si potr� discutere sugli orari, su qualche particolare, sulla distanza di tempo
intercorso prima della rievocazione di ci� che successe, ma mai sulla sua buona
fede, ci� che invece sar� sempre da dubitare su quasi tutte le altre testimonianze.

Capitolo 7.
Ipotesi Pisan�/Mazzola.

Nel 1996 il giornalista Giorgio Pisan� esce nelle librerie col suo libro Gli
ultimi cinque secondi di Mussolini (Il Saggiatore).
� il frutto di quarant�anni di ricerche su chi ha veramente ucciso Mussolini e
Claretta.
Come gi� detto, il Pisan� � colui, tra tutti i giornalisti e scrittori, che con
pi� costanza ha cercato la verit� in quest'enigma.
Nello scrivere il saggio ha non solo in mano tutte le interviste e le
confessioni dei vari protagonisti che fino a quel momento sono uscite nei giornali
e riviste varie, ma probabilmente ha gi� letto il libro di Urbano Lazzaro, il
partigiano Bill, Mezzo secolo di menzogne.
Ma la novit� del suo libro � la scoperta della testimonianza di Dorina Mazzola,
quella ragazza di non ancora vent'anni che, a suo dire, ha assistito alla morte
della Petacci e in parte anche a quella del Duce. Una testimonianza che abbiamo
riassunto prima di questa ipotesi, per poterla confrontare con le altre.
� veramente lodevole questa ricerca del Pisan�, anche per l'insistenza nel
cercare di arrivare alla verit� attraverso Sandrino, quel Cantoni che cerca di
sottrarsi in tutte le maniere alle richieste di spiegazioni.
Il Cantoni � uno dei due partigiani messi a guardia di Mussolini e della
Petacci a casa De Maria, perci� presente senz'altro a quei fatti, forse non tutti
ma in maggior parte di essi.
Quando ha scritto il libro c'� gi� la quasi certezza che la fucilazione
ufficiale del Duce e della Petacci a Villa Belmonte � stata una farsa, improvvisata
in quei momenti per dare ufficialit� all'esecuzione.
Se si dovesse fare un appunto al lavoro del Pisan�, � quello di aver ignorato
totalmente in questo libro un personaggio che sembra abbia invece avuto una parte
importantissima in quei fatti, cio� Orfeo Landini, nome di Battaglia Piero,
commissario politico delle brigate Garibaldi. Inoltre il giornalista cerca qui di
adattare orari e fatti in modo da farli corrispondere al racconto della Mazzola, in
modo che il tutto possa essere accettabile.
Siamo d'accordo che a Dorina Mazzola bisogna dare il maggior credito possibile,
se non altro perch� la sua versione � unica, non � stata nel tempo cambiata a
piacere come quelle di quasi tutti gli altri protagonisti. Non era legata a quel
famoso patto che sembra legasse quasi tutti, cio� di tacere assolutamente per
cinquant�anni. Non � comunista o altro, anche qui non ha remore ideologiche e non
deve privilegiare nessuna tesi, e se fosse per lei non avrebbe avuto paura dopo
tutte le uccisioni dei vari protagonisti di questi fatti, ma sono gli altri a
trattenerla dal parlare e a inculcarle l'idea che � meglio tacere. Tra l'altro, al
momento in cui questi fatti si svolgono lei non ha ravvisato nei protagonisti il
Duce e Claretta, se ne rende conto solo dopo.
Anche il fatto di avere accettato come dato indiscutibile che il Colonnello
Valerio-Walter Audisio fosse invece il Colonnello Valerio-Longo ci sembra collegato
alla necessit� di far combaciare gli orari dati dalla Mazzola con gli episodi
raccontati dalla stessa.
Sembrerebbe un po' paradossale che la Mazzola, ogni volta che vede qualcosa
fuori dal normale, o sente suonare le ore del campanile o alza lo sguardo verso
l'orologio dello stesso per guardare che ore sono.
Rimane per� il fatto, tutto a merito del Pisan�, che lui sia il giornalista che
pi� si � avvicinato alla realt� dei fatti che si svolsero quel giorno 28 Aprile
1945 in Bonzanigo di Mezzegra, dalle 3 o 4 del mattino, ora in cui Mussolini e la
Petacci vengono portati a casa De Maria, e le famose 16,10 in cui gli stessi
subivano una seconda morte davanti al cancello di villa Belmonte.
Vediamo per� adesso nei particolari l'ipotesi su quei fatti raccontati dal
Pisan�.

Luigi Longo, nella notte tra il 27 e il 28 Aprile, da Milano in via Brera dove
c'� il comando del CLNAI, o anche in altre sedi, � perfettamente in grado di
seguire ci� che succede sul lago di Como riguardo a Mussolini e gerarchi, grazie
anche a tutti i collegamenti comunisti che sono quelli che funzionano meglio.
Siccome c'� stato anche un tentativo di portare Mussolini a Brunate prima di
portarlo a Bonzanigo e quel tentativo � fallito, Longo viene a sapere il tutto
verso le 6,00 del mattino del 28. Sa che il comandante della 52" brigata di Dongo,
non comunista (Pedro era monarchico) non � molto propenso a consegnare Mussolini
per la fucilazione al CLNAI, ma forse pi� propenso a consegnarlo agli alleati.
Decide di agire personalmente.
Parte immediatamente per Como, vi arriva verso le 7,00 del mattino, si reca
immediatamente presso la sede del PCI in via Natta.
E qui chi vi trova? I dirigenti federali del partito Gorreri e Mentasti, ma
anche il Capitano Neri, la Gianna, il Moretti (Pietro) che, dopo aver portato
Mussolini e Claretta a Bonzanigo a casa De Maria, invece di ritornare a Dongo, sono
scesi a Como per riferire al partito dove li hanno portati.
Longo allora decide di salire immediatamente a Bonzanigo per far fuori
Mussolini. Si fa accompagnare da Gorreri e Mentasti, come apristrada Neri, Gianna e
Pietro, conosciuti dai partigiani locali che li lasciano passare senza intralci.
Sono circa le 9,00 del mattino di quel 28. Longo arriva con i compagni a casa
De Maria, fa portar gi� solo Mussolini.
Qui, secondo l'ipotesi del Pisan�, i fatti si svolgono come raccontati da Bill
nel suo libro.
C'� da osservare che nel suo racconto il Pisan� d� per scontato che a Como sono
arrivati il Riccardo e la sua scorta. Perci� avalla il fatto che dopo la sua
partenza da Como con Mentasti, Gorreri, il Neri e Pietro, con altra macchina,
arrivano a Bonzanigo anche il Mordini e il plotone che era con lui, accompagnati da
due altri dirigenti del PCI, Aglietto e Ferro, tutti personaggi che abbiamo gi�
visti nell'ipotesi di Urbano Lazzaro. A questo punto, Pisan� fa proseguire la sua
ipotesi col racconto di Savina Santi in Cantoni.
Il Cantoni (Sandrino) � deceduto, la vedova si � trasferita. Pisan� la va a
trovare e stavolta la trova pi� disposta a parlare, al contrario di quando era
ancora vivo il marito.
Se prima diceva sempre che suo marito Sandrino non le aveva mai detto niente,
stavolta si lascia andare e racconta ci� che sa su quei fatti riferiti dal marito.

Mussolini e la Petacci sono al terzo piano di casa De Maria. Sandrino � di


guardia alla porta. Arrivano tre partigiani, di cui uno � il Moretti, il
commissario politico della sua brigata (Pietro), gli altri due non li conosce.
Entrano nella stanza e uno di essi dice al Duce: �Adesso vi portiamo a Dongo per
fucilarvi�. Dopo un gran trambusto e un sovrapporsi di voci e grida di una donna
(la Petacci) sente colpi di arma da fuoco.
Siamo nelle ore del mattino, non � ancora pomeriggio.
Incrociando i due racconti, quello della Mazzola e quello della Cantoni, che
tra l'altro non si conoscono, il Pisan� ne trae queste conclusioni:
I tre partigiani salgono al terzo piano, entrano nella stanza, Mussolini
capisce che sono arrivati per ucciderlo e reagisce, probabilmente impugna una
pistola lasciatagli dal Neri, uno dei partigiani gli spara contro, ferendolo al
braccio e al fianco ma non in maniera grave. I tre lo spingono gi� per le scale
fino al cortile della casa.
Nel frattempo Claretta si � affacciata alla finestra chiedendo aiuto.
II tutto sembra coincidere ma Pisan� vuole di pi�. Torna dalla Cantoni, che
conferma che pi� di cos� non sa, e lo indirizza da un amico di Sandrino, sembra ne
sappia di pi�.
L'amico si chiama Vanotti. Pisan� si fa dire ci� che sa, questi afferma che
Sandrino gli raccontava che a uccidere Mussolini non furono quelli che erano
entrati nella stanza, ma altri che li aspettavano gi� in cortile, che legarono il
Duce alla porta di una stalla e l� lo fucilarono.
Bisogna dire che effettivamente in cortile c'era una porcilaia con una porta a
catenaccio.
Fu l� che Mussolini cadde, dicendo, secondo il Lampredi, �Mirate al cuore�.

Ma chi fu a sparare quella mattina a Mussolini? Per il Pisan�, come lo era


stato per Urbano Lazzaro, fu Luigi Longo, che batt� tutti in velocit�
nell'eliminare sul posto il capo del fascismo.
A questo risultato Pisan� giunge anche tenendo presente altre testimonianze.
Ad esempio quelle di Sandrino; ancora in vita gli aveva confessato di aver
giurato che per cinquant�anni non poteva parlare pi� di tanto, ma aveva scritto un
memoriale su tutto ci� che era successo quel giorno a Bonzanigo.
L'aveva affidato a un certo signor Giulini. Per varie traversie il Pisan� non
ricerca subito il Giulini, quando lo fa dopo diversi anni, il Giulini, per tanti
anni sindaco di Gera Lario, � gi� morto.
Ricerca con gli eredi questo memoriale, non lo si trova. Per� incappa in
un'altra testimonianza: persone che giocavano a carte con il Giulini anni addietro
affermano che questi una volta, parlando di quei fatti, disse che a uccidere
Mussolini non furono n� il Lampredi n� il Moretti.
Il Giulini aveva senz'altro sbirciato o letto il memoriale di Sandrino.
La moglie del Moretti stesso, in altra occasione, avrebbe detto a chi voleva
sapere chi aveva ucciso Mussolini e la Petacci: �Ma voi siete ben sicuri che sia
stato mio marito e il Lampredi a ucciderli?�.
Perci� non Pietro, non Guido, che tra l'altro a quell'ora, secondo i racconti,
doveva ancora essere a Como con il Mordini, ma Luigi Longo, comandante generale
delle brigate Garibaldi e membro del CLNAI.
Dopodich� gli avvenimenti proseguono, a detta del Pisan�, secondo il racconto
della Mazzola, di ci� che lei ha visto e sentito. Cio� che Mussolini portato da due
partigiani, gi� morto, gi� per via del Riale assieme alla Petacci, gli abbracci e i
pianti di Claretta, il raggiungimento dello slargo erboso prima di casa Mazzola,
l'uccisione di Claretta, il trasporto dei due in macchina nel garage ad Azzano, in
attesa della falsa fucilazione del pomeriggio a villa Belmonte.
Ma come si concilia questa ricostruzione, cio� l'uccisione di Mussolini alle 9
del mattino, quando la De Maria ha affermato pi� volte che andarono a prenderli
dopo le 12, in quanto lei aveva portato qualcosa da mangiare ai due (un po' di pane
nero, qualche fetta di salame, un po' di polenta e del latte) mentre lei stava
lavando i piatti?
� interessante sapere quante persone erano presenti a casa De Maria o in
cortile, o nei dintorni al momento della fucilazione di Mussolini.
Se a una precisa domanda del Pisan� la Mazzola ne ricorda una quindicina, il
giornalista li fa assommare a una trentina o pi�.
� opportuno ribadire che nella zona di Mezzegra operava da tempo un gruppo di
partigiani comandati da un certo Capitano Roma (individuato poi in Martino
Caserotti) che ebbe in seguito ad affermare che lui fu il primo a sapere che
avevano portato il Duce a casa De Maria.
Dunque, il Caserotti e molti suoi partigiani.
Innanzitutto Lino e Sandrino, i due guardiani dei prigionieri, poi l'eventuale
Longo, Guido e Pietro, il Capitano Neri e la Gianna, Riccardo e anche Piero, questi
non nominato dal Pisan�.
Poi ancora i capi comunisti venuti da Como, Gorreri, Mentasti, Ferro e
Aglietto.
Gli eventuali autisti delle macchine e altri riconosciuti poi dalla Mazzola
dalle loro voci.
Fa osservare allora il Pisan�: non un Mussolini fucilato in solitario, ma
davanti a decine di persone, che in seguito non ci sar� verso di far parlare per
fissare nella realt� ci� che accadde.
Allora, a parte quelli legati al silenzio come i protagonisti, come mai non si
� mai riusciti a trovare qualche testimonianza certa da tutti coloro presenti
all'uccisione?
Due sono le cause: per molti l'appartenenza al partito comunista, ad
un'ideologia paragonabile a quei tempi ad una religione; per gli altri la paura di
perdere la vita, cosa che in quei momenti poteva facilmente accadere e come a molti
� accaduto.
Ritorniamo al racconto del Pisan�, che dopo l'uccisione di Mussolini e della
Petacci e il loro trasporto provvisorio nel garage del piccolo albergo in Azzano
all'inizio di via Albana, vede i protagonisti, scesi al bivio con le macchine,
dividersi, con i capi comunisti che ritornano a Como in federazione e tutti gli
altri che invece proseguono per Dongo.
Sia le vetture che l'autocarro furgonato giallo che li attende gi� nella via
Regina con la scorta si avviano cos� per quella che era la loro destinazione.

Mussolini � ucciso, la Petacci idem, anche se non doveva essere uccisa.


Prima di scendere ad Azzano per poi proseguire per Dongo, il presunto
"Colonnello Valerio" Longo, assieme al Lampredi prendono una decisione: per
ufficializzare l'uccisione di Mussolini decidono di farne una seconda nel
pomeriggio, in qualche posto pi� accessibile alle vetture, per aver poi la
possibilit� di andare a riprenderli per caricarli sul furgone assieme ai quindici
che avrebbero fucilato a Dongo. Per questo lasciano l'ordine al Caserotti di
mandare gi� sulla strada Regina ad Azzano tutti gli abitanti di Bonzanigo e
Giulino, in modo tale che nessuno possa assistervi.
Il motivo addotto dal Caserotti era che avrebbero assistito al passaggio di
Mussolini prigioniero.
Il Caserotti ubbidisce e con i suoi partigiani fa scendere ad Azzano tutta la
popolazione, poca in verit�, delle due frazioni, che assistono poi veramente al
passaggio del furgone con i 16 cadaveri (15 pi� Marcello Petacci) e al caricamento
dei due cadaveri del Duce e di Claretta.
Questo episodio � anche confermato dal Moretti, che alla precisa domanda:
Perch� il Caserotti fece scendere tutta la gente ad Azzano? rispose: �Non volevamo
essere disturbati per quello che dovevamo fare�. A buon intenditore la falsa
fucilazione.
A questo punto il Pisan�, seguendo e accettando in pieno la testimonianza della
Mazzola, vuole accertare perch� il Gilardoni vede lavare un uomo alla fontanella
verso le ore 15,30/16 del pomeriggio e lo spiega con la sporcizia della porcilaia
dove il Duce � stato ucciso.
Le due macchine con il Colonnello Valerio, il Lampredi, il Neri e la Gianna,
Pietro e Piero, seguiti dal furgone con la scorta partita da Milano giungono cos� a
Dongo alle 14,10.
Qui, come gi� pi� volte detto, si scelgono i quindici da fucilare, Pedro parte
per Germasino a prendere quei gerarchi che erano stati col� spostati, il Colonnello
Valerio con una macchina riparte per Bonzanigo per la fucilazione ufficiale del
Duce e della Petacci.
Oltre all'autista (ripeto, il Geninazza, ma Lazzaro ne dubita) porta con s�
Guido, Pietro e Riccardo.
Giunto ad Azzano, non sale pi� per Via Albana, ma per l'asfaltata passando da
Giulino, dove fissa il posto dove eseguir� la falsa uccisione dei due.
A questo punto si deve mettere in scena la falsa uccisione, portare i due
cadaveri depositati provvisoriamente quattro ore prima nel garage dell'albergo di
Azzano, caricati ancora sulla macchina.
Con la vettura si risale la via Albana con i due cadaveri, indi si arriva alla
fontanella dove il Gilardoni ha visto lavare un cadavere passando per� da un'altra
via, Vie Nuove.
Dopo aver lavato Mussolini, lo si porta a braccia per via Delle Vigne fino
all'incrocio con via 24 Maggio, dove si � spostata la vettura con a bordo il
cadavere di Claretta.
Lo si carica e da qui si arriva al cancello di villa Belmonte, dove si procede
alla finta fucilazione data poi in pasto a tutti e alla storia come la vera fine
del Duce e della Petacci.

Perch� Mussolini era stato lavato e rivestito prima di essere portato a villa
Belmonte?
Secondo Pisan� perch� essendo stato ucciso incatenato al portone della
porcilaia di casa De Maria, vi � stato lasciato per ben tre ore, in mezzo allo
sterco dei maiali, dalle ore 9,00 in cui � stato ucciso, fino alle 12,00 circa in
cui � stato spostato verso casa Mazzola dove poi viene uccisa la Petacci.
Dopo, la storia � sempre quella: Sandrino e Lino a guardia dei due cadaveri,
Valerio, Guido e Pietro ritornano a Dongo, vi arrivano verso le cinque, fanno
schierare sul lungolago i quindici da fucilare, si schierano davanti a loro i
dodici del plotone venuti da Milano, si procede alla loro esecuzione.
Poco dopo si uccide anche Marcello Petacci, si caricano i sedici sull'autocarro
furgonato, si parte per Azzano, si caricano i cadaveri di Mussolini e di Claretta,
si prosegue per Milano.
In piena notte, verso le 3,00 del mattino si giunge in Piazzale Loreto, si
scaricano i diciotto cadaveri, avviene poi quel triste spettacolo di alcuni di
loro, tra cui quello di Mussolini e della Petacci appesi a testa in gi� sul
traliccio del distributore di benzina della piazza. In questo lungo e meticoloso
riepilogo di quei fatti, anche se dobbiamo dare atto al Pisan� della sua completa
buona fede, vediamo alcune forzature che cerchiamo di esaminare.

Ad esempio, pur ammettendo che Longo sia partito velocemente alle 6,00 del
mattino per Como, � pressappoco la stessa ora in cui sono partiti il presunto
Colonnello Valerio, Lampredi, Mordini, Piero e il plotone dei dodici.
Ora, o Longo � partito con essi, o invece abbiamo due presunti Colonnello
Valerio in partenza.
Sempre nel suo spiegare gli avvenimenti, non si capisce bene se dopo di aver
ucciso Mussolini, Longo ritorna a Milano, oppure scende con tutti gli altri ad
Azzano dopo anche l'uccisione della Petacci. Anche in questo caso ci troviamo di
fronte a due Colonnelli Valerio, con quello che sopraggiunge da Como con
l'autocarro giallo furgonato con il plotone di partigiani.
Il Pisan� avanza anche il dubbio di uno stupro subito dalla Petacci. Come mai?
Lo sospetta in quanto la Petacci giunge a Milano senza le mutandine e quando
viene appesa in piazzale Loreto, abbassandosi la gonna, si vedono le sue parti
intime, tanto che un sacerdote le rialza la gonna e la ferma con uno spillone.
Fino alle 9,00, ammesso che Mussolini sia stato ucciso a quell�ora, �
praticamente impossibile che ci� sia successo, c'erano soltanto i due partigiani di
guardia, Lino e Sandrino, poi la Lia De Maria e suo marito Giacomo.
Sempre ammettendo che l'uccisione sia avvenuta a quell'ora, oramai erano
presenti troppi partigiani con i loro capi, perch� qualcuno, nonostante i tempi, si
permettesse di fare un gesto simile.
Si pu� ragionevolmente pensare che l'indumento intimo della Petacci si sia
sfilato o sia stato sfilato dopo la sua morte. Probabilmente fino a quel momento lo
indossava, tenendo anche presente che Lia De Maria assicurava che Claretta in
quella notte era nel suo periodo mestruale. Nei vari spostamenti, caricata e
scaricata dalle vetture e sul furgone, trascinata a destra e sinistra, possono
essersi sfilate, o anche qualcuno averle tolte per un macabro soddisfacimento di
morbosa curiosit�.
Il Pisan�, per terminare, avanza anche seri dubbi sul fatto che il Colonnello
Valerio (Audisio) sia stato veramente a Bonzanigo. Qui bisogna riferirsi a come
erano vestiti alcuni protagonisti. Il Valerio aveva una divisa nuova, con i gradi
di Colonnello sgargianti e tre stellette, aveva inoltre una fascia tricolore ai
fianchi. Nessuno ricorda in quel 28 Aprile di aver visto in quel di Bonzanigo una
persona vestita in quella foggia. Mentre molti ricordarono di aver visto, la
Mazzola in primis, un uomo vestito con un impermeabile bianco con cintura alta, un
po' alla tenente Sheridan, con un basco scuro in testa. Ebbene, questo era
l'abbigliamento di Guido, il Lampredi.
Dal racconto fatto dal Geninazza al Bandini, sembra che nei momenti della farsa
pomeridiana di villa Belmonte, effettivamente due persone, un uomo e una donna,
siano arrivati a piedi al lavatoio di Bonzanigo fino a dove era posteggiata la
macchina per caricarli.
Il Pisan� si domanda chi erano queste due persone, ammesso che la testimonianza
Geninazza sia credibile (il Geninazza � l'autista che port� il Colonnello Valerio e
Pietro a Bonzanigo per prelevare Mussolini).
Il Bandini li individua nella Gianna e in un partigiano. Abbiamo detto che con
questa terza ipotesi ci si avvicina molto alla realt� dei fatti.
Quali sono le novit� rispetto alla ipotesi di Urbano Lazzaro?

Abbiamo gi� detto: la prima � la testimonianza di Dorina Mazzola, che sente gli
spari e vede tutto ci� che succede lass� a Bonzanigo quel 28 Aprile.
La seconda le varie ammissioni e smentite di Sandrino fino ad arrivare a ci�
che lui aveva raccontato alla moglie Savina e all'amico Vanotti, il fatto che
Sandrino aveva sentito degli spari al terzo piano quando erano saliti Pietro e
altre due persone che lui non conosceva, l'altra che Mussolini era stato ucciso
fuori, ma di non sapere con precisione dove.
Vedremo poi quali di queste numerose testimonianze e episodi si possono
ritenere veramente aderenti (o avvicinarsi) alla realt�.

Capitolo 8.
Lonati e la pista inglese.

Nel 1994, dopo l'uscita del libro di Urbano Lazzaro e prima di quello di
Giorgio Pisan�, esce un libro di ricordi, a firma di Bruno Giovanni Lonati,
intitolato Quel 28 Aprile... Mussolini e Claretta: la verit� (Mursia).
Chi � il Lonati? Seguiamo il suo racconto, destinato a stupire tutti coloro che
sino a quel momento si erano interessati alle vicende che portarono alla morte del
Duce e di Claretta Petacci.

Il Lonati, che � nato nel 1921 a Legnano, nel 1945 ha 24 anni, ed � un capo
partigiano col nome di battaglia "Giacomo". A 15 anni ha iniziato a lavorare alla
Franco Tosi, grosso stabilimento siderurgico della cittadina natia. Poi il servizio
militare, dal 1941 al 1943, fino all'8 Settembre.
Dopo l'armistizio e il ritorno a casa, si � dato alla lotta partigiana, nella
zona della valle Olona, cio� quella valle che da Milano, passa da Rho, Legnano,
Busto Arsizio, Gallarate e poi fino a Varese. Durante questo periodo inizia anche
un certo percorso politico, viene avviato alla conoscenza della dottrina comunista,
ha dei maestri, diviene anche commissario politico di una brigata comunista.
Successivamente assume il comando di una divisione di brigate (tre) con il
grado di Colonnello.
Abbiamo gi� detto all'inizio come si acquisivano questi gradi, praticamente ci
si autonominava, almeno nella maggior parte dei casi.
Alla Liberazione le sue brigate garibaldine prendono alloggio in Viale
Lombardia, presso una scuola.
Anche sul giornale L'Unit� viene menzionato dopo il 25 Aprile per le sue azioni
partigiane. Ha stupito tutti coloro che avevano scritto o si erano interessati alla
morte del Duce dato che per cinquant�anni il Lonati � stato praticamente uno
sconosciuto sul piano storico politico.
Dopo una breve parentesi dal 1945 al 1946, si � ritirato da ogni attivit�
politica di comunista, ha studiato e lavorato come dirigente presso grosse aziende,
pi� tardi ha continuato come consulente. � apparso su RAI 3 un reportage sulla fine
di Mussolini e della Petacci, come vedremo in seguito. Seguiamo il racconto del
Lonati partendo dalla sua attivit� partigiana, quasi tutta svolta tra la valle
Olona e Milano.
Dopo varie azioni partigiane in quel di Legnano, dove durante una fuga si
ferisce, Lonati viene a Milano, s'incontra con comandanti del raggruppamento
Brigate Garibaldi che gli cambiano il precedente nome di battaglia Valeri in quello
di Giacomo, gli forniscono una falsa identit� e gli procurano un alloggio a Sesto
S. Giovanni.
Ogni giorno viene a Milano dove si occupa di collegamenti fra le varie brigate
e dell'addestramento di partigiani alla funzione di comando. Istruisce cos� i
partigiani delle sue brigate delle quali diviene il comandante. Nel febbraio del
1945, trova un alloggio in una pensione in via Vallazze a Milano e qui si
trasferisce da Sesto S. Giovanni.
Alla met� di Marzo conosce un certo John, durante una riunione del comando di
raggruppamento Brigate comuniste Garibaldi.
Questo John �, secondo il Lonati, un capitano dell'esercito inglese ma dei
servizi segreti.
� figlio di italiani, ha studiato per un paio d'anni a Firenze e parla
benissimo l'italiano.
Giunto in Italia nei mesi precedenti e paracadutato al Nord, era dapprima
passato in Svizzera per poi ritornare in Italia, a Milano, e aveva preso contatti
col CLNAI (Corpo Liberazione Nazionale Alta Italia ). Questo John aveva creato una
rete d'informatori e collaboratori in tutta la Lombardia, in particolare a Varese e
Como.
Il Lonati gli procur� un alloggio presso la stessa pensione dove alloggiava
lui, in via Vallazze.
Questo capitano John sembra sia alle dirette dipendenze del Generale inglese
Alexander, comandante delle forze alleate in Italia e che debba rendere conto a
pochissimi superiori.
Una volta ha persino fatto una capatina sul Garda per vedere il Duce,
ricavandone una brutta impressione, pensando sia un uomo finito.
Il 25 Aprile John � nella sua stanza di pensione in via Vallazze e da qui
inizia il percorso che li porter�, secondo il Lonati, a Bonzanigo ad uccidere
Mussolini e la Petacci.

Il Lonati, mentre lascia la pensione per andare in viale Lombardia dove ha


alloggiato le sue brigate, indica al Capitano John dove eventualmente potrebbe
trovarlo. Passa il 26 Aprile e la mattinata del 27. "Giacomo" � occupato in viale
Lombardia ai processi sommari ai fascisti catturati e, a suo dire, cerca di
salvarli dalle facili fucilazioni.
Ad un tratto si trova davanti il Capitano John, vestito in una certa maniera,
con uno zaino contenente di tutto, un mitra Sten e una pistola Beretta calibro
nove, l'armamento che possedeva lui stesso. Appartatosi, John gli chiede di
aiutarlo per inseguire Mussolini e catturarlo.
Il Lonati gli chiede dov'� Mussolini, lui risponde che � a Como, forse sta
dirigendosi in Valtellina.
Gli dice di portare con s� due uomini fidati, meglio tre, gli chiede se ha una
vettura. La risposta � positiva, ha in strada una Fiat 1100 col pieno di benzina.
Chiama tre partigiani fidati, nome di battaglia "Bruno", "Gino", "Lino", si
cambia di vestiti portatigli dal Capitano John, vi fa cucire sopra i gradi di
colonnello, scendono in strada e armati di tutto punto con due borse di bombe a
mano, partono per Como.
In quanto alla strada da seguire, il Lonati suggerisce un percorso a lui
conosciuto, Corso Sempione, Rho, S. Vittore Olona, Legnano, indi la saronnese.
Durante il tragitto incontrano posti di blocco partigiani, ma li superano
agevolmente.
Strada facendo il Lonati mette al corrente i tre partigiani della loro
missione, cio� andare a prendere Mussolini.
Giunti a Como, citt� che John dimostra di conoscere molto bene, lui stesso fa
strada guidandoli verso Brunate, ma prima di giungervi, svoltano in una strada
cieca, in fondo alla quale vi � una villetta con il cancello aperto. Davanti alla
villetta aspetta un uomo, un certo Franco, che li fa entrare.
Scendono dalla vettura ed entrano con armi, bagagli e si rifocillano.
Franco non ha molte informazioni da dare, ma dice che Mussolini � partito al
mattino con una colonna di fascisti prendendo la riva orientale del lago (da notare
che Mussolini e la sua colonna non erano partiti la mattina del 27, ma la mattina
del 26, e verso la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale).
Nel frattempo Franco, un uomo sulla quarantina, dopo aver parlato con il
Capitano John, esce a prendere informazioni su dove si trova Mussolini in quel
momento. Aspettando il suo ritorno, la piccola spedizione cerca di riposarsi su
alcuni divani che si trovano nella villetta.
Si svegliano alle 7,00 del mattino dopo, � l'alba del 28 Aprile 1945. Si fa una
breve colazione, in attesa che ritorni Franco.
Arriva verso le 8,00, stanco ma con un sorriso. Non ha dormito tutta la notte,
ma ha ricevuto notizie interessanti. Dove si trova Mussolini, a poche decine di
chilometri di distanza, in una casa di montagna tra Bonzanigo e Mezzegra.
Bruno, l'autista, chiede come trovare questa casa. Franco dice di non
preoccuparsi: durante il tragitto, dopo Tremezzo, sulla destra della strada,
troveranno un uomo con la pipa in bocca e un cappello da alpino. �Se voi vi
fermate, egli vi indicher� la strada e il posto dove si trova questa casa�.
Parola d'ordine �Andiamo a fare una bella gita�. La risposta sar� �So io un bel
posto�.
Franco li ragguaglia inoltre sulla cattura di Mussolini, su chi oltre a loro lo
sta cercando, ecc.
A questo punto, Lonati, il Capitano John e i tre partigiani ricaricano tutto il
loro equipaggiamento sulla macchina e ripartono.
Sono partiti circa alle 8,30, con poca gente in giro, procedendo prima piano
poi pi� velocemente verso Argegno. Alla periferia di questo paese trovano la strada
sbarrata.
� un posto di blocco di una squadra di pseudo partigiani.
Qui avviene una scaramuccia a fuoco tra il gruppo eterogeneo di partigiani e i
nostri cinque, con scariche di fucili e mitra e anche lancio di bombe a mano.
Durante la sparatoria il partigiano Lino viene colpito a morte e per proseguire
� giocoforza lasciarlo sul posto. Proseguono cos� solo in quattro, il Lonati, il
Capitano John, Bruno e Gino.
Passato Tremezzo notano sul ciglio della strada un uomo, con scarponi,
pantaloni alla zuava, giacca verde di velluto, cappello da alpino ma senza penna,
pipa in bocca.
Si fermano, scambiano la parola d'ordine, si fanno riconoscere. Questa specie
di alpino dice loro che fino a due ore prima Mussolini era in una casa di montagna
a Bonzanigo dovrebbe esserci ancora.
Raccomanda loro di stare attenti, perch� la casa � sorvegliata da partigiani.
Li invita ad andare, lui li avrebbe aspettati in una stradina laterale. Gino si
fa spiegare meglio la strada. Semplice, risponde l'alpino, proseguite diritto, dopo
Azzano c'� un cartello che indica Mezzegra, su per quella strada arrivate a
Bonzanigo. Dopo camminate a piedi, siate cauti, la casa dov'� Mussolini dovrebbe
essere in fondo, sorvegliata da partigiani.
Prima di partire, John chiede ancora se � da molto tempo in strada e se ha
visto passare qualcuno. Risponde che � l� da un'ora, ma che ha visto passare solo
un camion e due vetture, una delle quali Fiat 1100 con gente armata di fucili.
Proseguono cos� verso nord, sempre sulla strada Regina, per raggiungere Azzano.
Qui giunti, sorpassano il paese senza vedere il cartello che conduce a
Mezzegra. Tornano indietro, ma anche stavolta non vedono cartelli. Ritentano una
terza volta e finalmente vedono il cartello con l'indicazione per Mezzegra. � rotto
a met� e semicoperto da piante di pino. Cominciano ad inerpicarsi per quella strada
che conduce a Bonzanigo: non c'� anima viva in giro, � tutto deserto.
� una giornata umida, scende una leggera pioggerellina.
Siccome l'alpino ha detto che, giunti alle prime case di Bonzanigo avrebbero
dovuto girare a destra, prendono la stradina.
Alla loro destra ci sono alcune casette, ma dopo un centinaio di metri non
possono pi� proseguire con la macchina perch� si trovano davanti a una mulattiera
acciottolata.
Girano la macchina e la posteggiano in uno spazio erboso. Scendono, fa freddo.
John ha nello zaino degli impermeabili leggeri e li offre agli altri. Li
indossano e avanzano su per la mulattiera. La salita � ripida, davanti il Lonati e
il Capitano John, una ventina di metri indietro Bruno e Gino.
Mentre Bruno e Gino sono silenziosi e un po' tesi, Lonati e John sono calmi e
determinati.
Giungono cos� a una grande casa, posta sulla loro destra. Sono le 10,30 del
mattino.
Davanti alla casa scorgono degli uomini col fazzoletto rosso, probabilmente
partigiani. Uno di loro li vede, chiama i compagni. Il Lonati, visto che sono in
tre, toglie dalla tasca le sue carte e agitandole avanza verso di loro gridando:
�Sono un comandante partigiano!�.
I tre escono da un cancello laterale e gli puntano contro le armi. Uno � armato
di mitra, gli altri due di fucili tipo 91 corto. Chiede se pu� avanzare, uno di
loro dice di s�.
Arrivato vicino, il Lonati nota che sono stanchi, barba lunga, giovani tra i 20
e i 25 anni, tutti con divisa color marroncino.
Non vogliono vedere le sue carte, gli chiedono cosa vuole. Gli risponde che
dove vedere Mussolini, che � mandato dal comando generale di Milano.
Qui i tre partigiani chiacchierano un po' col Lonati; questi domanda chi � il
loro comandante, a poco a poco la loro diffidenza diminuisce, abbassano le armi.
A questo punto "Giacomo" offre loro una sigaretta. Due di loro la accettano ma
non hanno da accendere. Nel frattempo il Capitano John si � avvicinato al Lonati, �
un poco dietro a lui. Lonati fa finta di non avere fiammiferi, e rivolgendosi a
John chiede: �Hai da accendere?�.
S�, risponde John e mentre questi mette la mano in tasca a cercare fiammiferi,
il Lonati punta il mitra verso i tre partigiani, gli intima di non muoversi, e li
fa disarmare dal capitano inglese. Chiede poi loro dov'� il Duce, rispondono
indicando una finestra al primo piano.
Salgono con loro ad un pianerottolo, nel frattempo li raggiungono i due
partigiani con cui sono giunti, Bruno e Gino.
A quel punto John estrae dal suo zaino delle cordicelle; legano i tre
partigiani, li imbavagliano con i foulard rossi che hanno al collo, li stendono a
terra bocconi.
Mandano Gino in strada di guardia e visto che hanno fatto un po' di rumore, dal
piano inferiore si affaccia ad una porta una donna. La rimandano dentro
bruscamente, dopodich� bussano ad una porta dove i partigiani di guardia hanno
indicato dove � Mussolini.
Non ricevendo risposta, Lonati spinge la porta e si trova davanti Mussolini e
nella stanza anche la Petacci che riconosce immediatamente, avendola vista nei
giornali dopo il 25 Luglio 1943.
A questo punto Lonati riporta tutte le sue impressioni su Mussolini, lo trova
un uomo finito fisicamente, mentre la Petacci gli sembra bella e tranquilla.
Nel frattempo � entrato anche John e qui inizia una serie di domande e risposte
tra Lonati e Mussolini e tra Mussolini e la Petacci.
Il Capitano John chiede poi bruscamente a Mussolini le carte il Duce chiede
quali, dice di non aver carte ma solo una borsa con documenti vari. John rovescia
la borsa sul letto, ma vi sono solo carte insignificanti, scritti di Mussolini.
Qui il Lonati si dilunga a riportare un suo dialogo con Claretta, molto
improbabile.
Il Capitano John si impazientisce, vuole da Mussolini carte importanti. 11 Duce
ribatte che gliele hanno prese il giorno prima i partigiani che l'hanno fatto
prigioniero. John si arrabbia, pretende questo carteggio, esce dalla camera per
chiedere informazioni ai tre partigiani legati.
Il Lonati rimane di nuovo solo con i due: anche qui riporta dei dialoghi tra
lui e la Petacci e tra Mussolini e Claretta, alquanto improbabili, con una
fioritura di contorni nelle frasi che si dicono.
Rientra John, visto che non ha trovate le carte (si tratterebbe del carteggio
Mussolini/Churchill) dice che bisogna andare via.
Mentre la Petacci raccatta le sue piccole cose personali, Lonati e l'inglese
escono dalla stanza. Lonati chiede: �Adesso cosa facciamo?�. Risponde John che si
debbono fucilare. �Anche la Petacci?� �S�, anche la Petacci�. �Ma perch�?�.
Risposta di John: �Perch� � a conoscenza delle carte�.
Lonati si rifiuta di uccidere Claretta, ma l'inglese dice che Mussolini deve
essere ucciso da un italiano e che alla Petacci ci avrebbe pensato lui.
Sono presenti al colloquio anche i suoi due partigiani, Bruno e Gino, ma
Lonati, senza esitazione, si offre lui stesso per uccidere Mussolini.
Rientrano nella camera; Mussolini ha messo il cappotto sulle spalle; uscendo
vede a terra legati i tre partigiani che aveva di guardia, si rincuora. Per un
momento pensa che siano venuti a liberarlo.
Anche qui segue un dialogo un po' assurdo tra Lonati e la Petacci, in cui lei,
accortasi che avrebbero ucciso Mussolini, gli chiede il favore di non farlo
soffrire con queste parole: �Fate che non se ne accorga, non fatelo soffrire, lui
crede di potersi salvare, sono stata io a convincerlo. Me lo promette? Si ama un
uomo non perch� � perfetto, ma pi� per le sue virt� che per i suoi difetti�.
Come si vede, frasi pi� da romanzo rosa che frasi inerenti alla drammaticit�
del momento.
Il Capitano John ha fretta, la Petacci gli chiede se avrebbero ucciso anche
lei, lui risponde che non sarebbe stato certo lui a farlo. �Allora qualcun altro?�
ribatte Claretta, ma lui la rassicura. �No, lei non c'entra�. John ha fretta,
sollecita tutti ad andare.
Claretta risponde: �Prontissimi�, prende il borsone in cui ha messo tutte le
sue cose, e, a detta del Lonati, fa un saltello dal letto come se dovesse andare ad
una passeggiata.
Escono cos� dalla stanza, mentre i due partigiani Bruno e Gino li aspettano in
fondo alla scala.

Dopo aver ammonito i tre partigiani legati dicendo loro di dimenticare tutto,
si incamminano in discesa, davanti Gino e Bruno, poi Mussolini e la Petacci, una
decina di metri dietro John e Lonati. Claretta con pelliccia, il Duce con un
cappotto sulle spalle.
Il Lonati si mette d'accordo con John che ci� che devono fare va fatto subito,
avvisa i due davanti di fermarsi al primo viottolo laterale della mulattiera. La
Petacci cammina tenendo con una mano il pastrano del Duce, con l'altra il borsone,
ha scarpe a tacco alto, cammina a fatica.
Dopo duecento metri circa, Gino e Bruno si fermano, spingono i due prigionieri
in un viottolo laterale, addossati a una rete metallica.
Gino e Bruno si mettono a guardia della strada, Lonati e il Capitano John si
avvicinano rapidamente a Mussolini, lui pensa che l'abbiano spinto l� per misura
precauzionale, mentre Claretta continua a tenere con una mano il suo pastrano e
nell'altra la grossa borsa.
Il Lonati, giunto a circa un metro dal Duce, gli punta il mitra e gli spara un
colpo al cuore.
Mussolini lo guarda esterrefatto, come per dire: �Perch�?�, ma Lonati fa
partire ancora una piccola scarica di tre o quattro colpi sempre nella stessa
direzione.
Mentre Mussolini scivola lentamente a terra, Lonati si sposta, e il Capitano
John fa partire una lunga scarica del suo mitra sul petto della Petacci,
uccidendola. Lei si accascia lentamente a terra accanto a Mussolini, senza un
lamento.
Si avvicinano anche i due partigiani di guardia, chiedono se sono morti, il
Lonati risponde di s�.
Poi voltano i cadaveri; John ascolta il cuore dei due per assicurarsi che siano
morti.
Chiede poi al Lonati se � il caso di dare il colpo di grazia alla testa, ma
questi risponde che non � il caso. E cos� tutto � finito.
Tolgono poi da sotto Mussolini il cappotto, mettono i due cadaveri vicini
supini e li coprono con il cappotto stesso. Sono le 11,00 del mattino di quel 28
Aprile 1945.
Secondo il Lonati tutti e quattro riprendono la discesa verso la macchina,
prendono la via del ritorno, ritrovano il famoso alpino che d� loro altre
informazioni, si fermano un po', rientrano senza molti inconvenienti a Milano.
Il Capitano John, parlando con l'alpino, dice che non hanno trovato le carte.
Ma di che carte si trattava? Era il solito carteggio Mussolini/Churchill, che
il Duce aveva portato con s� nella fuga per avvalersene in caso di un futuro
processo a sua difesa. Da questo si deduce che tutta questa missione era stata
programmata dall' Intelligence Service inglese per appropriarsi di questo carteggio
e che non trovandolo, il Capitano John abbia deciso di uccidere il Duce e la sua
compagna perch� anch'essa al corrente di quel carteggio.
Qui Lonati non dice se Mussolini e la Petacci sarebbero stati uccisi ugualmente
anche nel caso del ritrovamento del carteggio.
Prima di congedarsi il Capitano John raccomanda a tutti il massimo silenzio su
ci� che hanno fatto.
Ritornato a Milano dalle sue brigate in viale Lombardia, il 29 Aprile il Lonati
si reca in piazzale Loreto a vedere i 16 cadaveri portati da Dongo, pi� Mussolini e
la Petacci.
Vede il Duce con una scarpa mal calzata (ma Mussolini portava stivali) e la
Petacci con la gonna legata alle gambe con un nodo (la gonna invece era stata
fermata con una spilla o una cinghia a seconda delle varie versioni).
Nei giorni successivi il Lonati incontra ancora un paio di volte il Capitano
John, che gli raccomanda il silenzio assoluto per trentacinque anni aggiungendo che
dopo cinquant'anni, consultando gli archivi inglesi, si sarebbero trovate le prove
documentate della loro missione.

Sulla falsariga del Lonati, si possono anche elencare tutte le ipotesi che si
riferiscono ad una uccisione del Duce e della Petacci da parte degli inglesi.
Nel 2002 il giornalista Luciano Garibaldi d� alle stampe un piccolo saggio
intitolato La pista inglese, passando in rassegna tutte le piste che potrebbero
condurre a questa ipotesi. Bisogna sapere che durante il periodo partigiano vi
erano in Alta Italia molti emissari dell''Intelligence inglese, pi� o meno
collegati alle formazioni partigiane ed ai loro comandanti sia militari che
politici, senz'altro interessati alla persona del Duce. Ma sopratutto, sembra, ai
documenti che questi avrebbe potuto esibire dopo la sua cattura. � accertato che
nella fuga Mussolini port� con s� due borse piene di documenti dei quali aveva
intenzione di servirsi a sua difesa o discolpa. Tra questi sembra (perch� niente di
concreto e definitivo in proposito � stato scoperto), ci fosse un carteggio
riguardante una corrispondenza tra il Duce e Churchill. Queste due borse,
sequestrate a Dongo, ebbero varie traversie e molti dei documenti in esse contenuti
furono trafugati o non si � mai saputo che fine abbiano fatto. Tra le varie
cartelle contenute nelle borse, sembra ce ne fosse una riguardante la succitata
corrispondenza.
Lo storico Arrigo Petacco, nel 1985, scrive un libro intitolato Dear Benito,
caro Winston. Verit� e misteri del carteggio Mussolini - Churchill, in cui cerca di
fare una disamina seria della fine e del probabile contenuto di questi documenti.
Riferendosi a questo carteggio, � nata l'ipotesi che Churchill, per evitare sia
che Mussolini potesse un domani in un eventuale processo parlarne, sia che potesse
esibire parte di questi documenti per lui compromettenti, abbia deciso di far
uccidere Mussolini dai suoi agenti in Italia.
Abbiamo visto che su questa linea si svolge l'ipotesi Lonati.
Occorre anche osservare che lo storico De Felice, nel suo libro Il Rosso e il
Nero adombra anch'egli questa ipotesi, cio� di una probabile uccisione del Duce da
parte inglese, promettendo di portarne le prove. Essendo nel frattempo De Felice
deceduto, non si trov� pi� niente a riguardo.
Si pu� ritenere quest'ipotesi un po' azzardata, dato che mancano le prove. Tra
l'altro pensare che un potente uomo politico come Churchill si sia abbassato a
ordinare questo crimine, non sembra plausibile.

Che sarebbe successo se, nel dopoguerra, per un motivo o per un altro, lo si
fosse venuto a scoprire?
Come sarebbe passato alla storia? � da ritenersi improbabile questa tesi.
Sarebbe stata da parte di Churchill, oltre al crimine, una ingenuit�. Troppo
intelligente quest'uomo politico inglese, sembra un'offesa nei suoi confronti solo
al pensarlo. Che Churchill fosse interessato a questi documenti, come poi sembra
sia stato rivelato, � un altro discorso. I suoi viaggi in Italia nel dopoguerra,
per venirne in possesso possono, essere stati effettuati anche per motivi storici o
di non diffusione degli stessi per falsarne i significati a suo discredito. Avrebbe
anche dovuto scontrarsi, nel caso si fosse scoperta una cosa simile, con Roosevelt,
presidente americano (o chi per lui), che voleva fortemente la cattura di Mussolini
per fargli un regolare processo.
Rimane comunque un'ipotesi come tutte le altre.
Capitolo 9.
Orfeo Landini (Piero).

Orfeo Landini � nato a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, il 16 Giugno 1913.


I Landini sono proprietari di una famosa fabbrica di trattori, molto
conosciuta dagli agricoltori.
II padre di Orfeo continuava l'attivit� del nonno, ma una morte precoce lo
colse lasciando la madre, vedova, non in grado di proseguire l'attivit� del marito.
Si sposta a Milano con il figlio, che qui seguir� studi tecnici alla
Feltrinelli. Trova poi lavoro, presta servizio militare, sar� in Africa, ma gi� da
allora inizia un'attivit� antifascista. Tornato a Milano, frequenta il Filologico,
dove trova agganci sull'antifascismo. Scoperto, sar� inviato al carcere di
Civitavecchia. Liberato dopo l'8 Settembre '43, inizier� con i compagni conosciuti
in prigionia la vita clandestina e partigiana.
Orfeo Landini, nome di battaglia Piero, in tutta la vicenda dell�uccisione di
Mussolini e della Petacci � stato per un cinquantennio relegato in un ambito
secondario, alle volte citato, ma alle volte praticamente misconosciuto, nonostante
che, a differenza di altri, abbia pi� volte parlato dei fatti di Dongo.
Il merito di averlo portato alla ribalta � dovuto ad un pubblicista, Fabrizio
Bernini, studioso della storia della resistenza e in generale della storia
contemporanea.
Nel suo libro Il giustiziere di Dongo (Juculiano) [Iuculano], oltre ad un'ampia
biografia del Colonnello Valerio (Walter Audisio) rievoca tutti i fatti e gli
episodi che portarono alla morte del Duce e della sua compagna. Scrittore attento,
preciso, meticoloso, si avvale di ricerche e documentazioni ineccepibili sotto ogni
punto di vista.
Ma la novit� del suo libro � quella di riportare un'intervista concessagli dal
Landini nel 1998, in cui il "Piero" finalmente, dopo aver sempre mentito dicendo
che lui a Bonzanigo non c'era mai stato, rovescia il tutto e racconta non solo che
lui c'era, ma anche come andarono, a suo avviso, i fatti. Forse ci sarebbe da
prendere un po' con le pinze queste tardive esternazioni, dovute anche al fatto che
al momento dell'intervista ha 85 anni.
Ma veniamo al Landini. All'inizio di ci� che raccontiamo, cio� quando giungono
a Milano le brigate dell'Oltrep� Pavese, egli ne � un commissario politico.
Queste brigate, le prime arrivate a Milano dopo il giorno dell�insurrezione, si
accampano in una grande scuola elementare di Viale Romagna, ed i suoi capi,
comandanti, vicecomandanti, ispettori e commissari politici si recano in via Brera
dove si sono installati i comandi del CLNAI, del CLN. Vi si reca anche il Landini,
che nella guerra partigiana dell'Oltrep� si era distinto in varie operazioni
rischiose, era conosciuto come uno spietato uccisore, in imboscate, di fascisti e
tedeschi; era un comunista convinto, come commissario politico teneva collegamenti
anche coi vari dirigenti clandestini del PCI.
La sua spietatezza e ubbidienza ai superiori si espleta anche quando fa
fucilare (per questo � stato anche processato nel dopoguerra) dei prigionieri
fascisti per rappresaglia all'eccidio di Piazzale Loreto.
Mentre in via Brera si � gi� a conoscenza dell'arresto di Mussolini e dei
gerarchi a Dongo e si discute di come fare per andare a prenderli, il Landini �
presente, incontra personaggi del PCI gi� conosciuti e che lo conoscono, tra questi
il Lampredi.
Perci� non c'� da meravigliarsi che, deciso che sia il Colonnello Valerio pi�
Guido a recarsi a Dongo, (Guido) Lampredi scelga anche il Landini (Piero).
Perci� quando Valerio e Lampredi si recano in viale Romagna per costituire un
plotone che li accompagni nella bisogna, scelgono in prima istanza Piero, indi il
Mordini (Riccardo), anche lui conosciuto dal Lampredi fin dalla loro prima
militanza nel PCI e dalla loro permanenza all'estero sia in Spagna che in Francia.

Che poi i dodici o quattordici uomini del plotone siano stati scelti da questi
due, oppure da altri comandanti partigiani presenti in viale Romagna, ha poca
importanza. Il fatto principale � che Lampredi abbia scelto questi due uomini
spietati nel far fuori i nemici, soprattutto fidati e di sicura obbedienza ai suoi
ordini, minando cos� fin dall'inizio l'autorevolezza e il comando della spedizione
del Colonnello Valerio.
� in questo preciso momento che si forma quello che Lazzaro chiamer� �un
formidabile trio� e i suoi membri saranno i principali soggetti di quel che
succeder� lass� a Bonzanigo.
Il Lampredi la mente, Mordini e Landini potenziali esecutori, la cui
determinazione verr� descritta dallo stesso Piero al Bernini, a proposito della
fucilazione dei quindici a Dongo e dei colpi di grazia ai morituri agonizzanti sul
lungolago.
Si parte da Milano (seguiamo il racconto di Piero), con l'autovettura Fiat 1100
guidata dal Perotta, il camioncino diesel scoperto guidato dal Barba o da uno del
plotone, Arturo, tutti partigiani dell'Oltrep� Pavese.
Dove si colloca Piero durante il viaggio? Anche qui ci sono versioni diverse:
sembra, all'inizio, sulla vettura assieme al Lampredi e al Mordini, oppure nella
cabina del camioncino, dato che pioveva e a bagnarsi erano solo i partigiani del
plotone stipati sul cassone del mezzo. Ma si pu� arguire che il trio sia stato pi�
tempo assieme sulla vettura, a discutere sul da farsi per portare a termine la
missione, anche se nella vettura c'era naturalmente anche il Colonnello Valerio.
Si giunge cos� a Como, si va in prefettura; mentre il camioncino viene
posteggiato in una via laterale e i partigiani bagnati si rifocillano in una
trattoria vicina, Valerio e Guido salgono negli uffici della prefettura.
Cosa si chiede ai comandanti e funzionari vari che qui si trovano?
Esclusivamente un autocarro, capiente, in grado di andare a Dongo col plotone di
partigiani a prelevare Mussolini e i gerarchi.
Landini (Piero) rimane con il plotone, il Mordini (Riccardo) va in un'osteria a
bere un bicchiere di vino. Mentre il Colonnello Valerio fa sgombrare il locale dove
si trovano per telefonare a Milano a Longo, il Lampredi (Guido) ne approfitta per
andare a cercare Mordini e avviarsi con lui alla sede del PCI.
Piero rimane con il plotone, attende Valerio a cui hanno fornito solo un'auto e
un'ambulanza. Partono cos� per Dongo. Durante il tragitto requisiscono l'autocarro
furgonato nel quale si trasferiranno Piero e il plotone. Dopo varie traversie,
alcune fermate e incidenti, raggiungono Dongo verso le 14,00, accolti, dice Piero,
con molta diffidenza dai partigiani del luogo.
Alla fine le cose si aggiustano, i partigiani del plotone vengono rifocillati,
Landini � sempre con loro.
Intanto, in quell'ora tra le 14,00 e le 15,00 Valerio, che aveva ritrovato il
Lampredi giunto pressappoco assieme a lui a Dongo, si decide cosa fare di Mussolini
e dei gerarchi assieme ai comandanti del luogo, i soliti Pedro, Moretti, Capitano
Neri, ecc.
Come digressione citiamo che assieme a costoro c'� anche un emissario del CVL
di Como, con qualifica di comando superiore a tutti, Pietro Terzi, nome di
battaglia "Francesco" che sar� quello che, in accordo con il Vergani (Fabio)
decider� la fucilazione dei quindici gerarchi invece del loro trasporto a Milano.
Ma veniamo al racconto del Landini.
Quando, verso le 15,00 o gi� di l�, Valerio parte per Bonzanigo per andare a
prendere, o pi� probabilmente, fucilare Mussolini, partono con lui anche Riccardo e
lui, Landini. Come guida sar� il Moretti (Pietro) che conosce il posto per esservi
salito durante la notte ma anche come lasciapassare per Sandrino e Lino di guardia
a casa De Maria.
A Bonzanigo, trovano che sul posto c'� gi� il Neri, con la Gianna e altri due
partigiani.
Arrivano alla casa De Maria; salgono Valerio, Guido, il Moretti fa strada e da
lasciapassare per Sandrino. Piero dice di veder scendere Mussolini e la Petacci in
mezzo ad un gruppo di partigiani.
Escono dalla casa, si avviano sul viottolo tutti assieme, Mussolini e la
Petacci, Valerio e Lampredi, Mordini e Landini, il Neri, la Gianna e altri
partigiani, tra cui Lino e Sandrino.
Fatti una decina di metri, Valerio fa addossare a un muro Mussolini e la
Petacci. Piero afferma: �Fu il Moretti a sparare per primo al Duce una raffica di
mitra, mentre la Petacci tentava di allontanare da s� la canna del mitra di Mordini
che vedeva puntata su di lei. Poi si volt� verso il corpo del Duce cadente gridando
che non poteva essere ucciso cos�; in quel momento il Mordini fece partire una
scarica che la colp� alle spalle trafiggendola con i proiettili che andarono anche
su Mussolini. Nel frattempo sparai anch'io, assieme ad altri, sul Duce.
Non spar� Valerio perch� gli si incepp� l'arma, nemmeno il Neri perch� era
molto conosciuto in quel luogo.
Prendemmo poi i due corpi, due per le braccia e due per le gambe, l� caricammo
sulla vettura e l� portammo a villa Belmonte per la fucilazione ufficiale.
Lasciammo Sandrino e Lino a guardia dei due corpi, scendemmo ad Azzano e ritornammo
a Dongo.
Il resto tutte fanfaronate�.

Tralasciamo qui di riferire i particolari che Piero racconta di questa sua


spedizione a Bonzanigo assieme ai soliti nominati Valerio, Lampredi, Moretti e
Canali (Capitano Neri) che si possono trovare sia nel libro del Bernini Il
giustiziere di Dongo sia in quello dello stesso Bernini Cos� uccidemmo il Duce.

Conclusioni.

Vediamo ora di incrociare tutte le testimonianze, di eliminare quelle non


credibili o dubbie, e cercare di arrivare a qualche certezza.
Per fare ci� esaminiamo intanto le sette ipotesi una ad una, tenendo presente
che quasi tutti i protagonisti sono comunisti, legati ideologicamente al partito,
premurosi di attenersi alle sue direttive, timorosi di rappresaglie che potrebbero
costar loro anche la vita, come lo fu per parecchi di loro in primis il Canali e la
sua compagna Tuissi (Neri e Gianna).
Numerose testimonianze sono anche poco credibili per l'ambizione di molti di
voler far credere di sapere, per altri possibili fonti di lucro, per altri ancora
allo scopo di depistare la verit�.
Riportiamo che ogni ipotesi o tesi, presa una ad una, � pi� o meno plausibile,
ognuna si basa su testimonianze o supposizioni abbastanza realistiche, ma al vaglio
di un confronto perdono molto della loro credibilit�, anche concedendo la massima
buona fede a chi le ha proposte.

1a Ipotesi: Colonello Valerio.

� la pi� contestata, la meno credibile, anche se � quella ufficialmente


accreditata.
I capi del PCI di allora, in special modo Longo, Secchia e Sereni, ci tenevano
ad aver l'onore di aver ucciso il capo del Fascismo, di aver giustiziato colui che
per vent'anni aveva guidato l'Italia con la sua dittatura.
La decisione su chi doveva essere l'eroe che aveva compiuto quest'impresa, fu
presa, al suo ritorno a Milano, dal Lampredi, braccio destro di Longo e che aveva
guidato e manovrato la spedizione a Dongo.

Lampredi, il quale sapeva benissimo che non era stato l'Audisio ad uccidere
Mussolini, stende lui stesso la relazione dandogli l'onore e l'onere di averlo
fatto.
Ma perch� non � stato il Colonnello Valerio ad uccidere Mussolini?
Nelle relazioni successive, l'Audisio cade in parecchie contraddizioni:
fornisce tre versioni diverse dei luoghi in cui si erano svolti i fatti, non �
credibile in ci� che vede a casa De Maria, in ci� che dice al Duce e alla Petacci
al momento dell'entrata nella loro camera.
Parla di una casetta, mentre la casa De Maria � una grossa casa di tre piani di
costruzione seicentesca.
Sostiene di aver salito il sentiero mentre � in discesa o anche il contrario,
confonde il partigiano Bill con il commissario Pietro, il Moretti. Afferma di aver
sparato al Duce e alla Petacci alle 16,10 di quel 28 Aprile, ma la De Maria ha pi�
volte dichiarato, anche al Lazzaro, che i due erano andati a prelevarli verso
mezzogiorno (lei gli aveva appena portato qualcosa da mangiare in camera).
Per averli uccisi alle 16,10 davanti al cancello di villa Belmonte avrebbe
dovuto toglierli da casa De Maria verso le 16.
Nel caricare i due cadaveri sul furgone gi� ad Azzano verso le 20. Angelo De
Angelis, che aiut� alla bisogna, disse che i due corpi avevano una certa rigidit�
cadaverica. Perci� impossibile che fossero morti da sole quattro ore, bens� molto
tempo prima.
Nella testimonianza del Codaro, uno dei partigiani del plotone che aiut� a
caricare il corpo di Mussolini sul furgone, si evince che il corpo era ancora caldo
e perdeva sangue. Ma ammettendo la fucilazione alle 16 e dopo un grosso acquazzone
che lav� i corpi, com'� possibile questo dopo quattro ore? Tutte testimonianze da
prendere con le pinze.
Il partigiano Lino, uno dei due di guardia a Mussolini e che senz'altro fu
presente alla sua uccisione, il giorno dopo, a Bill che gli faceva leggere L'Unit�
con la versione di Valerio gli disse: �Tutte balle, ti racconter� io com'� andata�
ma dopo pochi giorni fu ucciso, o secondo altri un colpo sfuggito al suo mitra lo
feri a morte.
Nell'autopsia eseguita a Milano il 29 Aprile dal professor Cattabeni sul corpo
di Mussolini, nel loro stomaco non si trov� traccia di cibo. Se Mussolini fosse
rimasto in casa De Maria fino alle 16, avrebbe senz'altro mangiato qualcosa a
mezzogiorno e nel suo stomaco, essendo stato ucciso solo dopo quattro ore, ne
sarebbero rimasti i resti.
Nella testimonianza Mazzola, Mussolini ucciso in mattinata, non dopo
mezzogiorno, idem la Petacci. Il Gilardoni vede lavare alla fontanella il cadavere
verso le 16, poco prima della fucilazione presunta a villa Belmonte di Giulino.
A Milano, quando in via Brera Lampredi e Audisio dettano alla De Tornasi
Francesca, cugina del Valerio, la relazione sull'uccisione del Duce e di Claretta,
costei ha l'impressione che l'Audisio legga foglietti scritti dal Lampredi. Questi
alla fine batte una mano sulla spalla del Valerio dicendogli: �Allora d'accordo, da
questo momento l'eroe sei tu�.
Se poi aggiungiamo l'affermazione di Sandrino al Pisan�: �non � andata come la
raccontano� o quella del Landini (Piero) �sono tutte fanfaronate�, si capisce che
le cose, senza ombra di dubbio, sono andate diversamente da come pi� volte
raccontate sull' Unit� dal Colonnello Valerio o nel suo libro postumo In nome del
popolo Italiano del 1975.
Quando, negli anni settanta, Armando Cossutta, segretario del partito
comunista, chiede a Lampredi di stendere una relazione sull�uccisione di Mussolini
e della Petacci, lui, pur confermando a grandi linee ci� che egli stesso aveva
scritto per Valerio, prende da questi le dovute distanze, quasi a sconfessare colui
che aveva predefinito eroe.

2a Ipotesi: Bandini.

Nella sua seconda ipotesi il Bandini rovescia la tesi portata nel 1959 nel suo
primo libro, cio� non avalla pi� la tesi che sia stato il Colonnello Valerio a
sparare su Mussolini, bens� Longo sopravvenuto in mattinata da Milano, partendo un
po' dopo il Valerio e il Lampredi. Longo, giunto a Como, si reca alla federazione
comunista in via Natta, fa venire in federazione il Lampredi e il Mordini, parte
con loro e i capi comunisti Ferro, Aglietta [Aglietto], Gorreri e Mentasti per
Dongo.
Qui giunto, incontra il Moretti e il Neri con la Gianna, e appreso dove si
trova Mussolini, partono tutti assieme per Bonzanigo e casa De Maria. Saliti per
via Albana con le macchine, le posteggiano in quello spiazzo dove non si pu� pi�
proseguire.
Mentre il Neri e il Moretti salgono a casa De Maria a prelevare Mussolini e la
Petacci, Longo e il Mordini aspettano in uno spiazzo erboso all'inizio di via del
Riale.
Appena Mussolini e la Petacci, assieme al Neri e Pietro, giungono in loro
prossimit�, con due mitragliatori cecoslovacchi Longo e Mordini uccidono il Duce e
Claretta.
Presenti, oltre al Neri e Moretti, la Gianna, Gorreri e il Lampredi.
Dopodich� Longo sarebbe ripartito immediatamente per Milano per incontrare
Moscatelli. Tutti gli altri, dopo aver nascosto i due cadaveri in una casa vicina,
sarebbero ritornati chi a Como, chi a Dongo.
I punti deboli di questa ipotesi sono molti, smentiti successivamente da varie
testimonianze.
Qui non c'� la tesi, ripresa successivamente da Bill e dal Pisan�, che il
Colonnello Valerio fosse Longo, ma si pone Valerio a Como in federazione e poi a
Dongo, mentre Longo arriva per suo conto, procede alla fucilazione, poi ritorna a
Milano.
Vedremo successivamente che � molto improbabile che sia Longo che Lampredi,
comandante e vice comandante delle brigate Garibaldi, lasciassero Milano sguarnita
della presenza di entrambi.
Longo, con Lampredi e Mordini, giunge a Dongo verso le li di quel 28 Aprile e
incontra il Neri e Pietro, ma nessuno nota questa venuta, non si ha nessuna
testimonianza in questo senso.
Lo stesso Bill, che pure identifica in Longo il Colonnello Valerio, non avalla
quest'ipotesi.
Anche il fatto che Mordini e Longo avessero due mitragliatori cecoslovacchi
calibro nove non � confermato da nessuna testimonianza. Il Landini dir� in seguito
che il Mordini (Riccardo) aveva un'arma spagnola, precisando una pistola a canna
lunga.
Bisogna convenire per� che da questa inchiesta del Bandini partono delle
indicazioni sulla doppia fucilazione, sul luogo della prima fucilazione, della
partecipazione di Riccardo all'uccisione del Duce e della Petacci.

3a Ipotesi: Urbano Lazzaro (Bill).

Abbiamo gi� esaminato accuratamente tutti gli elementi di quest'ipotesi


sull'uccisione di Benito e Claretta, descritti dal Lazzaro nel suo libro Mezzo
secolo di menzogne.
La tesi che meno convince � quella che non fosse Walter Audisio il Colonnello
Valerio, ma Longo, membro del CLNAI e capo supremo di tutte le brigate Garibaldi.
Come gi� detto, non convince il fatto che, essendoci gi� il suo braccio destro
Lampredi, anche lui lasciasse Milano per recarsi nella zona lariana. Ci sarebbe un
continuo sovrapporsi di due personaggi, quasi una scena kafkiana, in cui due
Colonnello Valerio si intersecano tra loro.
Si pu� ragionevolmente pensare che il Colonnello Valerio fosse realmente
l'Audisio e che l'unico suo compito si sia concluso con la falsa fucilazione di
villa Belmonte e la fucilazione dei 15 pi� Petacci di Dongo.
Anche in questa versione la questione degli orari � da discutere, il volere ad
ogni costo farli coincidere coi fatti pu� portare fuori strada.
Il Lazzaro d� per certa l'uccisione verso le 13, per farla coincidere con le
12,30, ora di partenza del Valerio da Como e la testimonianza della De Maria che i
due prigionieri fossero stati prelevati mentre lavava i piatti dopo aver mangiato.
Improbabili anche tutte queste armi che s'inceppano o hanno ancora la sicura;
per persone esperte come il Mordini quasi impossibile.
Anche l'Audisio non era un profano, era stato sottotenente di complemento,
aveva combattuto con i partigiani, le armi doveva conoscerle bene.
Sembrerebbe anche che i due cadaveri siano stati nascosti nella casa Mazzola,
ma la testimonianza successiva lo smentisce.
Per�, bisogna riconoscerlo, Bill porta in questa ricostruzione degli elementi
essenziali per arrivare a capire come si svolsero veramente i fatti.
La prima, la pi� importante, � quella che anticipa l'ora dell�uccisione del
Duce e della Petacci. Non alle 16,10 come relaziona il Valerio ma alle 13 circa,
confermando cos� tutte le voci e le testimonianze che fanno dubitare della
fucilazione a quell'ora del pomeriggio.
La seconda, il luogo dove avviene l'uccisione, non pi� davanti a villa Belmonte
in Giulino di Mezzegra, ma nello slargo erboso prima di casa Mazzola, dove erano
stati costretti a parcheggiare le due macchine non potendo proseguire.
Questo posto � vicinissimo a dove Dorina Mazzola vede uccidere la Petacci.
Sappiamo che il Lazzaro, nel momento in cui scrive il libro, non � a conoscenza di
questa testimonianza.
La terza � quella di indicare in Riccardo (Mordini) colui chi fa fuoco sul Duce
e sulla Petacci. Vedremo come anche questi intuizione si avvicina alla verit�.
Anche tutto il frasario usato dai protagonisti, sia quando si presentano
all'entrata della camera in casa De Maria che quelle immaginato all'atto
dell'uccisione, sembra un po' fantasioso.
Un altro episodio sembra un po' dubitativo: il fatto che tutti dirigenti
comunisti come il Mentasti, l'Aglietto, il Ferro e forse anche il Gorrieri
[Gorreri] fossero rimasti gi� ad Azzano sulla via Regina ad aspettare.
Il Lazzaro fa salire solo il Mentasti, che per� scende subite dopo senza aver
visto n� la casa dov'era il Duce n� la scena della sparatoria. In un frangente
simile questi capi comunisti non si sarebbero accontentati di rimanere estranei
agli avvenimenti.
Difatti, nella testimonianza Mazzola, si vedono tutte queste persone in
borghese.
Si deve concludere che nemmeno qui abbiamo la verit� sull'esecuzione di
Mussolini e della Petacci, pur rilevando che ci sono elementi come l'orario
dell'uccisione, chi ha sparato, il luogo dov'� stata eseguita che ci avvicinano
alla probabile verit�.

4a Ipotesi: Zanella.

L'ipotesi che l'avvocato Zanella propone ne L'ora di Dongo, come gi� detto, si
distanzia da tutte le ipotesi antecedenti, individuando in Neri l'uccisore di
Mussolini e nel partigiano Lino quello di Claretta Petacci.
Presupponendo questo, per�, misconosce quasi tutte le testimonianze che
farebbero pensare diversamente. Prima di tutto � una tesi non confermata da quasi
nessuno dei protagonisti di questa vicenda, si basa molto su intuizioni dello
Zanella stesso.
Per Zanella, i De Maria mentono sempre, sanno tutto ma non lo dicono, sono
"scarpe grosse cervello fino" cio� dei furbastri che tra l'altro approfitteranno
poi della situazione in cui si sono trovati.
Forse non � cos�: senz'altro i De Maria sono anch'essi, come altri, presi dalla
paura di dire la verit�, di essere puniti da emissari del PCI, per� qualche
ammissione la fanno; non convalideranno nemmeno lontanamente un'uccisione dei due
avvenuta alle 5 del mattino o gi� di l�.
Lo Zanella nel 1993 non � ancora a conoscenza della testimonianza di Dorina
Mazzola.
Siccome lui pone l'uccisione del Duce e di Claretta nello spazio erboso dove si
devono fermare le macchine, forse non sa che � a ridosso di casa Mazzola. Se ci
fosse stata una sparatoria a quell�ora del mattino, i Mazzola (o Dorina)
l'avrebbero senz'altro sentita, mentre invece nulla hanno confermato di questo.
Anche per quanto riguarda la rigidit� dei cadaveri all'atto del loro caricamento
sul camion furgonato, l� dove i caricatori del corpo del Duce esclamano �come el
pesa sto bestion� c'� qualcosa che non quadra. Se uccisi alle 5 del mattino, al
momento del caricamento, verso le 19/20 di sera (sono passate 15 ore), la rigidit�
dovrebbe gi� essere scomparsa. La testimonianza di Dorina Mazzola smentisce le
ipotesi di un'uccisione a quell'ora, d'altronde non confermata ma nemmeno
sospettata da alcuno.
Tra l'altro sembra un po' inverosimile che il Capitano Neri abbia ucciso
Mussolini per scagionarsi dall'accusa di essere stato un traditore condannato a
morte. Sarebbe stato un ingenuo, perch� forse avrebbe aggravato la sua posizione,
non gli avrebbero comunque perdonato di avere preso un'iniziativa del genere da
solo senza interpellare il partito o i suoi superiori.
Al ritorno a Dongo avrebbe dovuto poi confrontarsi con Pedro e Bill, contrari
ad eliminare Mussolini cos� due piedi.
C'� da osservare che Zanella prospetta anche fatti credibili, come il viaggio
della Gianna a casa De Maria per prepararli all'arrivo dei due prigionieri, perch�
in quel momento il Capitano Neri probabilmente stava tenendo il piede in due scarpe
per discolparsi o avere dei meriti verso il partito.
Le 5.000 lire non vennero date dopo in premio ai De Maria, ma subito al momento
di lasciare i due nella loro casa, presupponendo forse anche una permanenza
abbastanza lunga degli stessi, magari un paio di giorni.
A conforto della sua tesi cita una testimonianza del fratello della Gianna,
Cesare Tuissi, presente anche lui in quei giorni a Dongo come partigiano. Il Tuissi
dichiara che ad uccidere Mussolini fu il Capitano Neri, con Lino e la Gianna, ma
sembra una dichiarazione interessata a favore della sorella, casomai detta in
seconda battuta.
Questa tesi dello Zanella ha almeno il pregio di cercare di smuovere le acque
sulle varie ipotesi; coraggiosa ma non supportata a fondo da testimonianze certe
che la suffraghino.

5a Ipotesi: Pisan�/Mazzola.

� tutta basata sulla testimonianza che Dorina Mazzola, quasi ventenne all'epoca
dei fatti, rilascia al giornalista Giorgio Pisan� che, in base a ci� che racconta,
formula la sua ipotesi su come si sono svolti gli episodi dell'uccisione di
Mussolini e della Petacci.
La Mazzola � l'unica persona non comunista, cio� non legata a un'ideologia da
rispettare o seguire, che ha assistito a quegli avvenimenti. Senz'altro dice la
verit�. Tutto si � svolto come lei racconta, non c'� da dubitarne.
Ma gli orari non coincidono con tutte le altre testimonianze, cercheremo di
spiegarne il perch�. Il Pisan�, che senz'altro ha letto il libro del Lazzaro, per
farli coincidere inizia col dire anch'egli che il Colonnello Valerio non � Walter
Audisio, ma Longo.
In questa ipotesi Pisan� ignora completamente Piero (Orfeo Landini) che invece,
come vedremo, � una figura importante, presente, decisiva per la morte di
Mussolini.
Non spiega come mai l'uomo visto dalla Mazzola � in maglietta e non in camicia
nera o giacca grigio-verde. Potrebbe darsi che, visto che la Mazzola racconta che
questo avveniva verso le 9 del mattino, Mussolini, quando lo hanno fatto scendere
dalla camera al terzo piano, fosse ancora a letto svestito, o se gi� alzato stesse
lavandosi.
Ma qui � l'orario che non coincide con parecchie testimonianze, in primis
quella della De Maria. Infatti, per la De Maria, arrivano a prelevare il Duce dopo
che aveva portato qualcosa da mangiare ai due.
Anche su questa affermazione si possono formulare due ipotesi: la prima, che
abbia portato la colazione, cio� mattina tardi, in quanto i due prigionieri non
potevano essersi coricati prima delle 5 del mattino del 28. La seconda, come
dichiarato al Lazzaro, a mezzogiorno.
Dorina Mazzola, quando vede arrivare dal sentiero di via del Riale il gruppo di
partigiani che tengono sottobraccio un uomo morto, oltre a distinguerne uno con
l'impermeabile e un altro col giaccone, vede molte altre persone tra cui due donne
in pelliccia che piangono. Anche qui il Pisan� sorvola, ma potevano benissimo
essere mogli o amanti, o comuniste che, presenti in via Natta a Como quando ci fu
la partenza per Bonzanigo, vollero anch'esse salire sulle vetture con i vari
Mentasti, Ferro, Aglietta [Aglietto], Gorreri.
Riguardo all'uomo con l'impermeabile, nota che ha a tracolla una lussuosa
macchina fotografica.
Anche qui bisognerebbe dare una spiegazione: nessuno ha visto a Dongo Lampredi,
perch� di lui si tratta, dato che era il solo vestito a quel modo, con questo
particolare. La Mazzola potrebbe aver visto male, oppure trattarsi molto
probabilmente di un binocolo o qualcos'altro.
Mentre la testimonianza Mazzola pu� coincidere con quasi tutte le altre,
l'unica che non coincide � quella dell'orario mattutino dell'uccisione di
Mussolini. Se spostiamo l'orario di ci� che vede la Mazzola un po' pi� tardi, il
tutto pu� tornare.
Come gi� detto, sembra strano che ogni volta che la Dorina vede qualcosa, o
sente il campanile suonare o guarda l'orologio del campanile stesso.
Anche nella notte, quando vede salire dei partigiani da via del Riale con due
donne dirigersi verso casa De Maria, non pu� essere mezzanotte, ma pi� tardi.
Questi errori d'orario sono comprensibili: la ragazza � giovane, assonnata,
avvenimenti straordinari le passano davanti. Quei partigiani con due donne non
potevano che essere Pedro, Pietro, Neri, Lino e Sandrino, le donne Claretta e la
Gianna pi� Mussolini.
Con l'ipotesi Pisan�/Mazzola ci avviciniamo ancor pi� alla possibile verit� su
come vennero eliminati Mussolini e la Petacci.
Innanzitutto l'uccisione separata dei due, in momenti diversi ed in luoghi
diversi. E qui richiamiamo la frasi del senatore comunista Negarville dette ad un
giornalista: �La Petacci fu uccisa altrove�, �Il Lampredi si trov� un cadavere in
pi� da gestire�.
Viene spiegata la faccenda dello stivale di Mussolini, del partigiano che cerca
d'infilarglielo ma non ci riesce per la rottura della cerniera posteriore.
Viene risolto il problema del luogo in cui furono portati i due cadaveri in
attesa della seconda fucilazione.
Risolto anche il problema del percorso dall'albergo Milano in Azzano fino alla
fontanella dove il Gilardoni vede lavare Mussolini, nonch� il loro trasporto, gi�
cadaveri da qualche ora, davanti al cancello di villa Belmonte in Giulino di
Mezzegra.
Con le varie testimonianze, si viene ad escludere che due tra i principali
protagonisti di questa vicenda abbiano sparato a Mussolini e alla Petacci, cio�
Lampredi e Moretti (Guido e Pietro).
Si conferma che al momento dell'uccisione di Mussolini erano presenti molte
persone in borghese, tutti i grossi esponenti del PCI comasco con donne in
pelliccia al seguito, i vari Gorreri, Mentasti, Ferro, Aglietto.
Infine, l'uccisione della Petacci con una sventagliata di mitra alla schiena,
come rilevato sia sul cadavere con i fori d'uscita dal petto chiaramente visibili
sul corpo, sia per la foratura posteriore della pelliccia che Claretta indossava al
momento della morte.

6a Ipotesi: Lonati - pista inglese.

Purtroppo il Lonati, pur accordandogli tutta la buona fede possibile, non


riesce ad essere convincente nel suo racconto.
Gli storici stessi sono molto dubbiosi che sia stato lui l'uccisore di
Mussolini. Il giornalista Luciano Garibaldi stesso, nel suo libro La pista inglese,
non � propenso ad avallare la sua tesi.
Vediamo ora i molti punti dubbi del suo racconto, del quale il principale �
l'assoluta mancanza di testimonianze. Lonati non riesce a rintracciare quel famoso
Capitano John, lo va cercare negli anni perfino a Londra, dice di avergli dato un
appuntamento, ma questi non si fa vedere. Va a cercare i due partigiani Gino e
Bruno per avere conferma di quel viaggio, ma anche qui non ottiene niente di
niente, forse solo un'affermazione che ricorda Viale Lombardia, ma nessuno pensa di
dubitare che lui sia stato in Viale Lombardia. A Bonzanigo la De Maria non sa
niente di lui, prende la scusante che lo faccia per paura o per furbizia. Degli
abitanti di quella frazione dice che sono rimasti assopiti, vittime di suggestione
collettiva. Dice di aver scritto il libro nel 1981, dopo i 35 anni di silenzio
promessi al Capitano inglese, ma lo pubblica solo nel 1994. Scrive che la persona
trovata a Brunate gli conferma che la colonna di Mussolini � partita il mattino del
27 Aprile, ma questa colonna era partita la mattina del 26. L'alpino, a richiesta,
afferma di aver visto passare una camion carico di partigiani assieme a due vetture
(dovrebbe essere il Colonnello Valerio con il plotone di partigiani di scorta) ma
fino a quel momento essi sono ancora a Como, almeno fino alle 12,30.
Giunti a casa De Maria vede tre partigiani, ma tutte le testimonianze dicono
che erano due, Lino e Sandrino. Ne vede due armati di fucile 91 corto, ma i due di
guardia erano armati di mitra, decisi a tutto, come dice Bill, pronti a freddare
chiunque s'avvicinasse.
Tra l'altro non erano due ragazzi ingenui, specialmente Lino, abituati a molti
mesi di guerra in montagna; non si sarebbero avventurati davanti alla casa come li
trova il Lonati, ma facevano la guardia all'interno.
Sostiene che gli indicarono la camera del Duce al primo piano, ma questi era al
terzo piano con la Petacci.
Lo zaino di John era un portento: conteneva, oltre agli impermeabili, anche le
corde per legare i tre partigiani, ma che previdente questo capitano!
Tutti i dialoghi tra il Lonati, Mussolini e la Petacci sono improponibili,
specialmente in un momento cos� tragico. Pensare che la Petacci fosse rassegnata a
veder ammazzare il Duce, pregando di non farlo soffrire, sembra assurdo.
Usciti dalla casa De Maria, dice di aver percorso in discesa duecento metri, ma
il sentiero, cio� via del Riale, termina dopo un centinaio di metri a casa Mazzola.
Come si vede, le incongruenze sono tante, ma quello che pi� fa dubitare � che
si dichiara depositario della verit�, anche se non riesce a portare nessuna
testimonianza a suo favore.
Luciano Garibaldi, nel libro La pista inglese, oltre a esporre tutte le ragioni
che avevano gli inglesi per voler uccidere Mussolini ed entrare in possesso del
carteggio con Churchill e tutti i gruppi segreti inglesi che bazzicavano nella
zona, riconosce al Lonati di essere a conoscenza di particolari che non avrebbe
dovuto conoscere.
Evidentemente il Lonati, oltre ad aver letto nei cinquant'anni precedenti tutto
ci� che era stato detto e scritto sull'argomento, probabilmente era venuto in
contatto con qualcuno, partigiano o meno, che conosceva particolari sulla morte del
Duce e della Petacci, in quanto l'ora della doppia uccisione (le 11,00 del 28
Aprile) e il luogo (sulla via del Riale o lateralmente) si avvicinano alla realt�
possibile.
Il perch� poi il Lonati si autoaccusa di aver ucciso Mussolini � tutto da
scoprire.
Vi sono persone che si autoconvincono di aver ucciso qualcuno, altre che si
autoconvincono di non averlo fatto. Non sta a noi giudicare.
Il Lonati viene invitato e partecipa anche a trasmissioni di RAI 3 che si
interessano dell'argomento, e specificatamente il programma Enigma del 2003, Chi ha
ucciso Mussolini e Il carteggio Mussolini-Churchill del 2004.
In queste trasmissioni viene dato largo spazio alla tesi Lonati, lo si
intervista, lo si porta nei luoghi dove si svolsero i fatti. Lo si sottopone anche
alla macchina della verit�, che tra l'altro d� responsi dubbi.
Non si riesce bene a capire il perch�, da parte di una emittente prettamente di
sinistra, si conceda tanto spazio a una tesi contraria a quella ufficiale del PCI,
che si � sempre fatto vanto di aver giustiziato un dittatore. � vero, si riporta
anche della testimonianza di Dorina Mazzola, ma si avverte - sotto sotto - il
desiderio di togliere alla sinistra quest'onore e di scaricare su altri, in
particolare gli inglesi, l'onere di questa uccisione.
Ci si potrebbe sbagliare, in quanto il Lonati e Urbano Lazzaro (Bill) sono gli
unici ancora viventi (al momento della trasmissione) che hanno avuto a che fare con
quegli avvenimenti, per il Lazzaro senz'altro, per il Lonati in forma dubitativa.
Si sarebbe dovuto dare maggior risalto alla testimonianza della Mazzola, l'unica,
tra tutte, a non avere preconcetti di sorta. Si � ignorato altres� il Landini
(Piero) visto che la sua testimonianza era gi� stata ascoltata e pubblicata. La
linea dei giornalisti che hanno confezionato il programma era quella, va accettata.

7a Ipotesi: Orfeo Landini.

Orfeo Landini (Piero), commissario politico delle brigate dell'Oltrep� Pavese,


come gi� spiegato pi� volte, ha partecipato con Mordini (Riccardo) e dodici
partigiani alla spedizione per prelevare in Dongo i gerarchi fascisti col�
arrestati dalla Brigata Clerici del comandante Pedro.
Per un cinquantennio, tutta la storiografia interessata a questi fatti si �
sempre limitata a vedere il Landini come un personaggio di contorno sulla
fucilazione dei quindici gerarchi, ma ritenendolo del tutto estraneo agli episodi
concernenti la morte del Duce e della Petacci.
Lui stesso, nelle numerose testimonianze rese gi� a cominciare dal 1945, ha
sempre smentito categoricamente di essersi recato a Bonzanigo.
Dava testimonianza di tutti gli avvenimenti succeduti dalla partenza da Milano,
all'arrivo a Como, al sequestro del famoso camion furgonato, della fucilazione sul
lungolago di Dongo, ma mai accennando alla fine di Mussolini e Claretta.
Solo nel 1998, cio� dopo pi� di cinquant'anni, all'et� di 85, in un'intervista
al giornalista Bernini confessa di essere stato anche lui su a Bonzanigo e di aver
partecipato all'uccisione dei due.
Come riesce il Bernini a strappargli questa confessione? Parlando col
giornalista, il Landini si lascia scappare la frase: �Io il Duce l'ho visto da vivo
e da morto�. Bernini gli fa subito osservare che lui, se non era stato mai a
Bonzanigo, non poteva aver visto Mussolini da vivo, in quanto questi mancava da
Dongo dalla notte, era stato ucciso a Bonzanigo e i cadaveri caricati poi ad
Azzano.
A questo punto il Landini si lascia andare ai ricordi, raccontando quanto da
noi riepilogato nella sua ipotesi.
La prima osservazione da fare � quella che se ha sempre mentito per
cinquant'anni, non si capisce perch� gli si deve credere adesso. "Il lupo perde il
pelo ma non il vizio" perci� anche questa sua ultima testimonianza deve essere
presa con le pinze, vagliata bene e vedere fino a che punto permane in lui,
comunista convinto, la necessit� di convalidare o rovesciare il resoconto degli
avvenimenti stilati dal Valerio e dal Lampredi e fatti propri dalla dirigenza del
PCI e mai da questi smentiti.
Una prima discrepanza la troviamo a Como, dove il Colonnello Valerio dice che
il furgone fu sequestrato, dopo circa 1 km dalla partenza, in piazza Volta. Per
Piero (Landini) invece nei pressi dell�albergo Marinella assieme ad un'auto Lancia
carica d'armi.
Prima domanda: ma siamo sicuri che Piero era ancora con il Colonnello Valerio e
il plotone?

Facciamo un passo indietro.


Lampredi sceglie un commissario politico e un ispettore per accompagnarlo nel
fare ci� che doveva fare, probabilmente far fuori Mussolini, volesse o non volesse
il Colonnello Valerio. A comandare il plotone vien incaricato Riccardo (Mordini).
A Como, mentre Valerio sta telefonando a Milano a Longo per informarlo delle
difficolt� che sta incontrando, Lampredi ne approfitta per andare alla sede del
PCI.
Avrebbe dovuto portare con s� Piero e lasciare il Mordini con il plotone di
partigiani di cui aveva il comando.
Invece se ne va col Mordini e lascia il Landini con loro. � possibile? O se ne
� andato con tutte e due?
Ma se, come vedremo, Mussolini e la Petacci erano gi� stati ammazzati verso
mezzogiorno di quel 28 Aprile, come fa il Landini a dire che lui gli ha sparato
verso le 16 del pomeriggio?
O non dobbiamo credere che lui era s� su a Bonzanigo verso mezzogiorno a
sparare al Duce, ma che per avallare la tesi del PCI trasporta il tutto alle 16?
Sarebbe una tesi un po� azzardata, perch� bisognerebbe spiegare come ha fatto
il Landini a congiungersi col gruppo di Lampredi, Mordini, Pietro, Neri e i capi
comunisti e salire con loro a Bonzanigo. Ma nella ridda di cose dette e
successivamente smentite, di testimonianze manovrate o fatte a distanza di decenni,
potrebbe essere possibile che ci� sia avvenuto.
Opportuno qui ricordare la riunione tenuta a Milano, in via Filodrammatici, fra
tutte le componenti del PCI, Longo compreso e presente anche il Landini, in cui
vengono prese le decisioni su come rendere pubblici quegli avvenimenti.

In questa intervista Piero, per la prima volta e da parte di una persona come
lui legata a doppio filo col PCI, porta una novit� importante. Smentisce
categoricamente sia il Colonnello Valerio che il Lampredi, dichiarando che ci fu,
lass� a Bonzanigo, una doppia fucilazione. Una in via del Riale a pochi metri da
casa De Maria, un'altra a Giulino di Mezzegra a villa Belmonte su due cadaveri.
Lampredi e Valerio sono morti da tempo. Chiss�, se fossero stati ancora vivi,
se il Landini avrebbe avuto il coraggio di smentirli, forse avrebbe ancora una
volta avallato i loro resoconti, o continuato a negare di essere stato su a
Bonzanigo.
Si pu� pensare che in questa intervista il Landini (non dimentichiamo che ha 85
anni) dica ancora una volta mezze verit�, cercando di salvare capra e cavoli; il
tutto � comprensibile.
Ma se pensiamo che lui e il Mordini erano stati scelti in primis dal Lampredi
per eseguire ci� che poi avrebbero fatto, ci si convince che non � poi cos� strano
che i due fossero assieme nel momento dell�esecuzione, che lui conferma ma in ora
diversa, per non smentire e smontare tutta la messinscena del PCI a cui � legato da
sempre.
Come vedremo, il suo resoconto � credibile, lui ha sparato su Mussolini, ma non
sulla Petacci.
Non lo pu� dire, per i motivi su accennati, ma il luogo e il modo
dell'uccisione di Mussolini saranno confermati, come vedremo nell'epilogo.
Quanto all'uccisione della Petacci, non dimentichiamo ci� che dichiar� il
deputato Negarville: �La Petacci fu uccisa altrove� e per dirlo allora un deputato
comunista � perch� lo sapeva da fonte sicura.
La presenza di Piero a Bonzanigo � anche confermata dal Moretti (Pietro) quando
alla precisa domanda se si ricordava se c'era anche il Landini su a Bonzanigo,
risponde: �S�, c'era anche lui�. Quello diceva che bisognava ammazzarli tutti (i
fascisti, precisiamo noi).
Vorrei qui aggiungere che il Cavallari [Cavalleri], nel suo libro Ombre sul
lago (Piemme) del 1995, avalla al 100% la tesi del Colonnello Valerio (Walter
Audisio), scartando categoricamente tutte le altre ipotesi.

Epilogo.
Armando Cossutta, nel suo libro Una storia comunista liquida con qualche riga
l'uccisione di Mussolini e della Petacci.
Afferma che Longo gli disse di aver telefonato a Valerio intimandogli: �O tu
fucili lui o noi fuciliamo te�, demandando poi tutto il resto alla relazione
Lampredi che lui chiese allo stesso nel 1972 (pubblicata poi nel 1996).
Ma come poteva il Lampredi sconfessare ci� che lui stesso aveva architettato e
che tutti, compreso Walter Audisio, avevano per trent'anni avallato per il PCI?
Le numerosissime testimonianze ci dicono che le cose andarono diversamente,
quella ultima di Dorina Mazzola ha sfatato tutti i romanzi costruiti sull'enigma
dell'uccisione dei due.

Vediamo ora di ricostruire (incrociando tutte le dichiarazioni fatte dai vari


personaggi nell'arco di cinquant'anni e pi�) di come andarono probabilmente i fatti
che portarono all'uccisione di Benito Mussolini e Claretta Petacci, in particolare
chi, l'ora e il luogo.
Le dichiarazioni del Frangi (Lino), del Cantoni (Sandrino), di Urbano Lazzaro
(Bill), della De Maria, di Savina Santi moglie del Cantoni, infine di Dorina
Mazzola escludono assolutamente che i due siano stati fucilati a villa Belmonte nel
pomeriggio alle 16,10.
Cerchiamo intanto di vedere quale pu� essere il luogo in cui � stato ucciso
Mussolini.
Il Cantoni dice alla moglie ed al suo amico: appena fuori della casa De Maria.
Urbano Lazzaro un po' pi� in gi�, verso il fondo di via del Riale.
La Mazzola anch'essa fuori della casa, ma non vede perfettamente dove.
Per il Landini (Piero) fuori della casa un po' avanti nel sentiero di via del
Riale.
Per il Lonati stesso, che probabilmente ha parlato con qualcuno che ha visto,
in un sentiero laterale di via del Riale verso il basso di casa De Maria.
Per lo Zanella, nello spiazzo vicino a casa Mazzola.
Da tutte queste dichiarazioni, si pu� con una certa sicurezza stabilire che
Mussolini fu ucciso fuori da casa De Maria, da solo, qualche decina di metri verso
il basso, cio� verso casa Mazzola e via Albana, ma prima che via del Riale facesse
una piccola curva ad esse, altrimenti la Mazzola avrebbe visto la fucilazione.

Stabilito cos� il luogo dove Mussolini cadde sotto il fuoco dei suoi uccisori,
cio� qualche decina di metri da casa De Maria verso casa Mazzola ma prima della
curva ad esse di via del Riale, vediamo di stabilire l'ora, o almeno
approssimativamente quando Mussolini fu ucciso.
La De Maria dice che andarono a prenderlo poco dopo che lei aveva portato la
colazione ai due.
Colazione o pranzo? A Bill dice dopo il pranzo di mezzogiorno, mentre lavava i
piatti, ma � una dichiarazione a posteriori.
Sandrino dice che erano le ore del mattino quando il Moretti (Pietro) sale con
due persone che non conosce a prendere Mussolini.
Per Urbano Lazzaro dovrebbe essere verso le 13, in quanto Valerio e il plotone
erano partiti da Como verso le 12/12,30.
Per Dorina Mazzola molto prima, tra le 9 e le 11.
Naturalmente, per Walter Audisio e per Piero, verso le 16.
Per il Lonati, invece, lo uccisero alle 11 di quel mattino del 28 Aprile 1945.
Escludendo, come gi� pi� volte ripetuto, la fucilazione delle 16 a villa
Belmonte, si ha un arco di tempo che va dalle 10 del mattino alle 13 del
pomeriggio.
Siccome la Mazzola vede e sente uccidere Claretta attorno a mezzogiorno, si pu�
anche qui con una certa sicurezza stabilire che Mussolini fu ucciso tra le 10,30 e
le 11,30 del mattino.
Abbiamo visto il luogo e l'ora in cui � caduto a terra colpito da diversi colpi
di arma da fuoco.

Si tratta ora di stabilire da chi e come sia stato ucciso.


Sandrino aveva detto alla moglie che a prendere Mussolini nella sua camera
erano andati Pietro e due altre persone che non conosceva e che non furono questi
due a ucciderlo, ma altri che erano rimasti gi� in cortile o in strada. Ora
senz'altro uno dei due che sal� era il Lampredi (Guido), l'altro uno dei capi
comunisti venuti su da Como o qualcun altro. Non poteva essere il Neri, da Sandrino
ben conosciuto.
Al piano terreno chi c'era? Moltissime persone: innanzitutto il Neri e la
compagna Gianna, poi i capi comunisti venuti con loro da Como, senz'altro il
Mordini (Riccardo) e il Landini (Piero) poi l'altro partigiano di guardia Lino,
probabilmente il Caserotti (Cap. Roma) e alcuni suoi partigiani.

Dunque il Lampredi, con il Moretti e altra persona entrano nella stanza al


terzo piano di casa De Maria dove ci sono Mussolini e Claretta. Lei forse ancora
sdraiata sul letto, Mussolini ancora in maglia bianca perch� non si era ancora
vestito.
Sandrino sente uno dei tre dire: �Siamo venuti a prendervi per portarvi a Dongo
e fucilarvi�.
Segue un alterco, poi due colpi di pistola. Probabilmente uno ha colpito il
Duce.
Anche la Mazzola sente i due colpi di pistola provenienti dalla casa De Maria.
Mussolini viene fatto scendere a pianterreno, nel cortile, la Mazzola vede molto
bene dichiara: �A casa De Maria scoppi� un putiferio, il capo famiglia Giacomo che
urla picchiando pugni sul tavolo, la moglie Lia che piangendo dice "sono cose da
capitare in casa mia?"�.
E mentre sente questo, scorge nel cortile un gruppo di uomini con in mezzo una
persona con la testa calva che, nonostante facesse frescolino, era in maglietta
bianca. � Mussolini.
Nel medesimo tempo dal finestrone al secondo piano Claretta, sfuggita per un
attimo alle guardie, grida piangendo �Aiuto - aiuto - aiutateci� ma viene
immediatamente fatta rientrare.
Il gruppo esce da casa De Maria e si avvia lungo il sentiero chiamato via del
Riale.
Davanti Mussolini, affiancato dal trio formato dal Lampredi, dal Mordini e dal
Landini, seguito da tutti gli altri, il Moretti, il Neri e la Gianna, il Lino,
Caserotti e alcuni suoi partigiani, il gruppo di capi comunisti saliti da Como con
alcune signore o partigiane al loro seguito.
Fatti qualche decina di metri, si compie la tragedia. Ad un cenno del Lampredi,
che era partito da Milano con l'ordine pi� o meno tacito di far fuori il Duce,
Riccardo e Piero, che tenevano le loro armi puntate su Mussolini, fanno fuoco.
Sette colpi ben distaccati, come sentiti dalla Mazzola.
Con quali armi? Pistole o anche armi automatiche che, come si sa, possono
sparare un colpo alla volta.
Mussolini si accascia cos� colpito a morte, a sangue freddo, su quel sentiero,
ammazzato come un cane tignoso, come aveva auspicato Pertini; senza teatralit�,
come preannunciato da Longo.
Non vennero pronunciate frasi teatrali, come dichiarato dal Colonnello Valerio,
tipo �in nome del popolo italiano� o altro, ma il tutto si svolse in un attimo,
quasi senza sapere il perch�, secondo il Landini, il resto tutte fanfaronate.

Si compiva cos� la prima parte della tragedia che portava alla morte di un uomo
osannato per un ventennio dalla maggior parte del popolo italiano. Seguir� di l� a
poco la seconda parte della tragedia, la morte di colei che era stata la sua
compagna per lungo tempo e che nel suo slancio d'amore aveva voluto seguirlo e
accomunare il suo destino a quello dell'uomo che amava.
Tutti gli altri al seguito saranno rimasti sbalorditi dalla rapidit� con cui si
svolsero gli avvenimenti, specialmente il Neri che non prevedeva finisse cos�.
Il Landini dir�, nella sua testimonianza al Bernini: �Il Neri non spar� perche
in quella zona era conosciuto� ma il vero motivo era invece che non condivideva
minimamente quell'uccisione.
Adesso si tratta di portare il corpo del Duce alla macchina posteggiata pi� in
basso, nello spiazzo prima di casa Mazzola, l� dove termina la via Albana. Si mette
un cappotto sul corpo dell'ucciso, si va a prendere Claretta. Questa, quando vede
il corpo del suo amato in quelle condizioni gli si getta ai piedi, si dispera, gli
abbraccia le gambe ed � qui che gli sfila lo stivale che un partigiano cercher�
inutilmente di rimettergli.
La si toglie con impazienza dal corpo di Mussolini, che viene portato da due
partigiani tenendolo sotto le ascelle, uno per parte. Ha la testa reclinata da un
lato, la Mazzola lo vede molto bene.
Il gruppo si mette in moto, davanti il Lampredi con impermeabile bianco e
berretto con visiera in testa, al suo fianco il Mordini (Riccardo) un uomo
tarchiato con giaccone in pelle, dietro tutti gli altri, con i due partigiani che
portano sottobraccio il cadavere di Mussolini.
Tutti assieme scendono per via del Riale e giungono fino allo slargo erboso
prima di casa Mazzola.
In questo punto si pu� svoltare a destra per via delle Rimembranze, oppure
scendere ancora e oltrepassata casa Mazzola, scendere sulla strada Regina per via
Albana.
Il gruppo in un primo momento volta a destra, ma incontra gente. Si cerca di
mandarla via, ma si preferisce tornare indietro sullo slargo. Claretta Petacci �
davanti a tutti, seguono tutti gli altri. Claretta � spaventatissima, cerca di
correre avanti, forse per una improbabile fuga.
A questo punto un partigiano, rimasto poi sconosciuto, per errore o volutamente
fa partire una scarica di mitra. La Petacci � colpita in pieno alla schiena, da
breve distanza, i colpi le escono dal petto, si accascia per terra, sull'erba umida
dello slargo erboso. Uccisa proditoriamente, senza accorgersi di ci� che le stava
succedendo.

Si compiva cos� la seconda parte della tragedia che concludeva tragicamente la


vita di Benito Mussolini e Claretta Petacci.
In questo preciso posto dove Claretta era caduta, Dorina Mazzola, nel giorno
del suo matrimonio, depositer� il bouquet di fiori di sposa imminente, senza
portarlo in chiesa.

Appena dopo la raffica di mitra, succede un putiferio. Si vorrebbe sapere chi


ha sparato, lo si invita a dirlo, lo si minaccia con parole e farsi tremende:
�Pezzo di merda, guarda che cosa hai fatto, non ti fare vedere da me che ti lego le
budella attorno al collo, ecc.�.
Perch� a sparare non fu n� il Lampredi, n� tanto meno il Moretti o il Neri, n�
Riccardo o Piero.
Ma per un semplice motivo: se fosse stato uno di loro, nessuno si sarebbe
permesso di inveire cos� pesantemente sullo sparatore. Ecco perch� a sparare fu un
semplice partigiano, forse uno del Caserotti, in quanto nel gruppo ve ne erano
parecchi al suo comando (si potrebbe pensare a Lino, ma non c'� nessuna conferma).
Si grida, si urla, si arriva quasi al punto di spararsi reciprocamente.
Claretta non doveva essere uccisa, l'ordine dell'uccisione � solo per Mussolini.
Adesso il Lampredi, che � il regista di tutto, prende una decisione: portare i
due cadaveri in basso, ad Azzano, dove avrebbero potuto essere caricati facilmente
sul furgone che avrebbe poi portati a Milano, vivi o morti, i gerarchi fascisti
prigionieri a Dongo.
Caricano cos� i due cadaveri sulla macchina ferma alla fine di via Albana nello
slargo prima di casa Mazzola, scendono e depositano la macchina e il suo triste
carico nel garage dell'albergo Milano. Anche qui il proprietario � conosciuto dal
Canali (Capitano Neri).
Scendono tutti sulla via Regina ad Azzano e qui ci si divide. Il gruppo dei
capi comunisti, i vari Mentasti, Gorreri con donne al seguito, riprendono le
macchine per tornare a Como. Moretti, Canali e la Tuissi con Ferro e Aglietto
ripartono immediatamente per Dongo, il Lampredi col Mordini e il Landini attendono
l'arrivo da Como del Colonnello Valerio con il camion furgonato e il plotone di
partigiani che era rimasto con lui.
Nel frattempo il Colonnello Valerio � riuscito a trovare il camion e procede
alla volta di Dongo con il plotone, arrivando ad Azzano verso le 13/13,30 dove
trova ad aspettarlo il Lampredi, il Mordini e il Landini.
Decidono cos� di proseguire tutti assieme per Dongo, sia con le varie vetture
che con il camion furgonato sequestrato da Valerio a Como ai dipendenti della ditta
Pessina.
Fino a questo momento il Colonnello Valerio non sa ancora dell�uccisione di
Mussolini e della Petacci. Pensa di trovare tutti a Dongo e l� procedere secondo
gli ordini avuti a Milano dal CLNAI.

Giungono a Dongo verso le 14,10 in due gruppi a poca distanza uno dall'altro.
Prima la vettura con l'autista, il Lampredi, Mordini e il Landini, subito dopo il
Colonnello Valerio con il camion furgonato e il plotone dell'Oltrep� Pavese partito
da Milano.
Qui giunti, il Colonnello Valerio sale al municipio di Dongo per incontrare
Pedro, ma vi trova il Lampredi giunto poco prima, che lo informa dell'avvenuta
uccisione di Mussolini.
Il Colonnello Valerio si arrabbia, apostrofa il Lampredi dicendogli: �Tu a me
questi scherzi non li devi fare� in quanto ancora convinto di andare lui stesso a
prendere il Duce e portarlo in un primo momento a Dongo assieme agli altri
gerarchi.
Il Lampredi lo redarguisce, gli fa capire chi � che comanda e che anche lui
appartiene al Partito Comunista, ed � a questi che bisogna ubbidire.
Ed � qui che il Lampredi pensa ad una seconda fucilazione ufficiale da
raccontare poi al ritorno a Milano, confermata dal PCI e da consegnare alla storia.
Si decide di ritornare a Bonzanigo e verso le 15 si riparte con ancora tutti
gli stessi protagonisti del mattino, cio� il Lampredi, il Mordini, il Landini, come
guida il Moretti (Pietro).
Li precederanno il Neri e la Gianna con altra vettura per accertarsi di ci� che
succeder�.
Giunti a Bonzanigo, mentre il Neri li precede per via Albana, il Lampredi con
Valerio e il Moretti prendono l'asfaltata passando per Giulino di Mezzegra strada
facendo, Valerio sceglie il posto in cui fare la messinscena, il piccolo slargo
davanti a villa Belmonte.
Probabilmente, giunti ad Azzano e prima di salire avranno avvisato i partigiani
di guardia all'albergo Milano di portare i due cadaveri verso l'alto con la
macchina, in prossimit� della fontanella dove hanno proceduto a lavare il cadavere
di Mussolini con la maglia ancora intrisa di sangue.
Fatti portare i due corpi davanti a villa Belmonte, messi di guardia uno a
monte e l'altro a valle i soliti Lino e Sandrino, si proceder� alla falsa
fucilazione, presenti il Colonnello Valerio, il Lampredi, il Moretti e forse anche
l'autista della vettura.
Nessun altro presenzier� a questa farsa della finta fucilazione, in quanto il
Caserotti e i suoi partigiani hanno provveduto a far scendere ad Azzano sulla
strada Regina tutti gli abitanti di Bonzanigo (una cinquantina) dicendo loro che da
l� sarebbe passato Mussolini.
Lasciati Lino e Sandrino a guardia dei due corpi, tornano tutti a Dongo,
giungendovi verso le 16/16,10. Qui inizier� tutta la procedura che porter� alla
fucilazione, sul lungolago, di quindici persone, molti gerarchi fascisti ma anche
alcuni estranei al fascismo, come il Capitano Calistri. Comander� il plotone
d'esecuzione il Mordini (Riccardo). Seguir� anche l'uccisione di Marcello Petacci.
Terminato l'eccidio si caricheranno sul furgone i sedici cadaveri, li si
copriranno con un telone, sopra vi si siederanno i dodici partigiani del plotone
d'esecuzione.
Davanti la vettura con il Colonnello Valerio, Lampredi, Mordini e il Landini,
dietro il camion con il suo lugubre carico, si partir� per Milano, fermandosi poco
tempo ad Azzano per caricare i corpi di Mussolini e di Claretta Petacci.
Giungeranno a Milano verso le 3 del mattino del 29 Aprile, scaricheranno i
corpi sul selciato di Piazzale Loreto, accanto al distributore dove l'anno
precedente erano stati fucilati quindici partigiani.
Ai cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci, Pavolini, Mezzasoma,
Barracu, Bombacci, Zerbino, Gatti, Daquanno, Coppola, Liverani, Porta, Romano,
Utimpergher, Casalinuovo, Daquinto [Nudi], Capitano Calistri, Marcello Petacci, si
aggiunger� quello di Starace, catturato mentre transitava per le vie di Milano e
fucilato sul posto.
Sette di loro, tra cui Mussolini e la Petacci, verranno poi appesi al traliccio
del distributore di benzina.
A Claretta, appesa a testa in gi�, si abbassa la gonna, lasciando intravedere
la mancanza dell'indumento intimo. Un sacerdote pietoso le sollever� la gonna
fissandola (per l'Uboldi con uno spillone, per altri con uno spago, per il Lonati
con un nodo attorno alle gambe, per il Bernini con una cinghia).
I cadaveri, dopo l'indegna esposizione ad una folla inverosimile, spinta in
Piazzale Loreto da curiosit� e morbosit�, saranno trasferiti all'obitorio e
successivamente al Cimitero Maggiore e col� seppelliti, mentre il cadavere di
Mussolini, prima della sepoltura, verr� sottoposto all'autopsia da parte del
professor Cattabeni.

Considerazioni.

Furono due omicidi? Furono due assassinii o fu un atto di guerra?


Anche qui bisogna distinguere tra l'uccisione di Mussolini e quello della
Petacci.
L'assassinio � un crimine commesso quando si uccide volontariamente una persona
senza un regolare processo o in forza di una legge che lo permetta, all'infuori
dello stato di guerra. Si era ancora in stato di guerra, ed erano le due
controparti nelle stesse condizioni? Si direbbe di no. Non solo per la Petacci, che
non doveva essere uccisa in quanto l'unica sua colpa era quella di amare una
persona, chiunque essa fosse.
Ma nemmeno per Benito Mussolini, perch� anche concedendo lo stato di guerra, il
che � un po' controverso, si trattava di una persona inerme di fronte ad un gruppo
di uomini armati. A parte la Petacci, per la quale si potrebbe pensare a una
scarica partita involontariamente ad un partigiano non molto esperto nell'uso delle
armi, Mussolini in quelle condizioni aveva diritto ad un regolare processo, anche
se, probabilmente, si sarebbe concluso con la condanna a morte.
In definitiva, si tratt� di due presunti omicidi, di cui uno forse colposo o
preterintenzionale.
Ad essere sinceri, se fu omicidio era premeditato, deciso in anticipo dai
comunisti, in quanto gi� Togliatti, segretario del PCI, venti giorni prima del 25
Aprile, in una dichiarazione a radio Napoli, aveva detto (secondo il Bernini) che
Mussolini andava catturato, identificato e fucilato.

Ad essere obiettivi ci possono essere delle attenuanti dovute ai particolari


momenti di estrema tensione di quei primi giorni di libert�, alla estrema
confusione di quei momenti, all'odio reciproco tra le due parti in seguito a tutti
i massacri avvenuti durante la resistenza da ambo le parti.
Il Manzoni diceva che "Il torto e la ragione non sono mai tutti dalla stessa
parte". Solamente che talvolta da una parte c'� il 99% di ragione, dall'altra l�1%
di torto o viceversa.

Concludiamo: sar� questa l'ultima verit� su quest'enigma della morte di Benito


Mussolini e Claretta Petacci? Fino a che qualcuno non riesca a confutarla con
documenti o testimonianze diverse ma veritiere, va accettata per la pi� verosimile.
La maggior parte dei protagonisti � morta, rimarrebbe l'eventuale ritrovamento
della testimonianza scritta consegnata dal Cantoni (Sandrino) al Giulini (ammesso
che esista), oppure qualche documento dai vari archivi storici, ma c'� da essere
scettici in proposito.
Bruno Vespa, nel suo ultimo libro Storia d'Italia da Mussolini a Berlusconi
cita un'ultima testimonianza, apparsa sul Corriere della Sera, dell'ex partigiano
Renato Morandi che addebita l'uccisione della Petacci prima, del Duce poi al
Moretti (Pietro).
Ma anche per questa versione, resa nota a sessant'anni di distanza, vale quanto
gi� scritto in precedenza.
Recentemente sono usciti due libri sull'argomento, uno del figlio del Duce,
Romano Mussolini, intitolato Le verit� nascoste sulla fine del Duce (Rizzoli,
2005), l'altro di Pier Luigi Baima Bollone Le ultime ore di Mussolini (Mondadori,
2005).
Nel primo Romano Mussolini crede nel racconto del Carradori (guardia del corpo
del Duce) secondo il quale ad uccidere il padre sia stato il partigiano Lino (uno
dei suoi due guardiani a casa De Maria) in quanto questi, nella serata del 28
Aprile, di ritorno da Bonzanigo agita in alto il mitra davanti ai prigionieri a
Dongo, tra cui il Carradori, gridando �con questo mitra ho ucciso Mussolini�. Pu�
anche darsi che anch'egli, nei momenti concitati dell'uccisione del Duce da parte
del Mordini e del Landini, abbia sparato un colpo, in quanto il Landini ha detto
"sparammo" cio� al plurale. Ma bisogna anche tener conto che il Frangi era un
esaltato, un borioso, un violento, secondo le cronache del momento, capace di
delitti orrendi (uccisione di prigionieri e conseguente taglio della gola) perci�
poco credibile.
Nel secondo Baima Bollone riporta le varie ipotesi, interessandosi
relativamente di chi abbia ucciso il Duce e la Petacci, ma concentrandosi sull'ora
dell'uccisione, che attraverso vari studi e parecchi supporti scientifici,
identifica nelle 16 del pomeriggio del 28 Aprile, avallando in questo modo i
racconti di Valerio e del Lampredi. C'� da osservare che nel suo saggio il Bollone
non avalla tutte le testimonianze che danno per sicura la morte dei due sul
mezzogiorno, bens� i presupposti scientifici, che a distanza di tanto tempo (sono
passati sessant'anni) sono difficili da identificare con esattezza.
Infine il Festorazzi, nel suo ultimo libro La gladio rossa e l'oro di Dongo
(Minotauro, 2005), avanza l'ipotesi (preceduta per� dal vocabolo forse) che sia
stato il Capitano Neri (il Canali) ad uccidere Mussolini e la Petacci per evitare
che, nella confusione del momento e delle armi che s'inceppavano, gli stessi
venissero massacrati coi calci dei mitra e dei fucili.
Ipotesi questa smentita dall'intervista di Piero (Orfeo Landini) che nella sua
testimonianza al Bernini dice chiaramente: �il Capitano Neri in quell�occasione non
spar� su Mussolini perch� molto conosciuto in quei luoghi�.

Il 4 Gennaio 2006 moriva a Vercelli l'ultimo dei principali protagonisti dei


fatti di Dongo, il partigiano Bill (Urbano Lazzaro) che per� in vita ha sempre
dichiarato che lui a Bonzanigo in quelle ore non c'� mai stato, impegnato a Dongo
nell'interrogatorio di Marcello Petacci. Pu� darsi che abbia portato con s� qualche
segreto, ma nei suoi scritti ha sempre riferito sue deduzioni in base a quanto era
venuto a sapere, nelle ore e nei giorni successivi, da altri.

Biografia.

Nato nel 1930 a Monteforte d'Alpone (Vr) scomparso prematuramente nel 2007. Ha
trascorso l'infanzia in Emilia Romagna. In seguito (il padre era un proprietario
terriero) la famiglia si � trasferita in provincia di Varese a Lonate Pozzolo. Dopo
una parentesi di due anni trascorsi in Belgio, a Charleroi, torna, nel 1976 in
Italia fermandosi a Milano.
Alfredo Pace divenne un dirigente in un'industria meccanica. Entra alla Borsa
Valori di Milano presso una finanziaria commissionaria di borsa.
Ha pubblicato diversi articoli tecnici su Il Sole 240re. Nel 1993 ha pubblicato
una monografia storica sulla rivista varesina Terra e gente. Per 15 anni, tra il
1980 e il 1995 ha condotto programmi di natura varia e storica presso radio
private. La storia contemporanea � sempre stata la Sua passione.

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