Benito e La Petacci
Benito e La Petacci
]
Benito Mussolini
Claretta Petacci
Chi li ha uccisi, come, dove, quando. Diverse ipotesi, qualche certezza
Alfredo Pace
[Retro di copertina.]
Sono molti i giornalisti e autori che hanno scritto sulla morte di Benito Mussolini
e Claretta Petacci; a pi� di sessant�anni di distanza, dopo aver detto, scritto,
testimoniato tutto e il contrario di tutto � difficile raccapezzarsi. Qui si �
voluto elencare tutte le ipotesi, confrontarle e prenderle in esame una per una,
arrivando, come in un mosaico, ad alcune probabili certezze.
[Frontespizio.]
Alfredo Pace.
Benito Mussolini
Claretta Petacci.
Chi li ha uccisi, come, dove, quando.
Diverse ipotesi, qualche certezza.
� copyright 2008
by Greco&Greco editori
Via Verona, 10 - 20135 - Milano [Link]
ISBN 978-88-7980-448-6
Indice.
Conclusioni.
1a ipotesi: Colonnello Valerio.
2 a ipotesi: Bandini.
3 a ipotesi: Urbano Lazzaro (Bill).
4 a ipotesi: Zanella.
5 a ipotesi: Pisan�/Mazzola.
6 a ipotesi: Lonati - pista inglese.
7 a ipotesi: Orfeo Landini.
Epilogo.
Considerazioni.
Biografia.
Quando, nell'estate 1944, per la prima volta lanciai, in una serie di articoli
scritti per il quotidiano milanese La Notte, l'ipotesi della �pista inglese�
nell'assassinio di Benito Mussolini e di Claretta Petacci, disponevo soltanto di
tre versioni: quella di Walter Audisio (il Colonnello Valerio) quella di Franco
Bandini, descritta nel suo capolavoro Vita e morte segreta di Mussolini, e quella
di Alessandro Zanella, punto forte del suo bellissimo libro L'ora di Dongo. [Nota.
Non 1944, ma 1994. Fine nota.] Solo dopo i miei articoli si sarebbe fatto vivo
Bruno Giovanni Lonati, asserendo che l'esecutore materiale del Duce era stato lui,
il comandante garibaldino "Giacomo", su direttiva dell'ufficiale dei servizi
segreti di Churchill "Capitano John".
In questo libro - che � sicuramente tutto da leggere - Alfredo Pace di
ricostruzioni/ipotesi ne elenca ben sette. Il suo lavoro, aggiornatissimo, � dunque
sicuramente indispensabile per chi vuole addentrarsi nel pi� grande giallo della
storia italiana del ventesimo secolo.
Grandi interesse tra il pubblico, qualche polemica, e una moderata eco sulla
stampa aveva sollevato tempo fa il documentario televisivo di Peter Tompkins e
Maria Luisa Fiorenza dal titolo Mussolini: l'ultima verit�, andato in onda in due
puntate, in prima serata, su Rai Tre. Eppure la tesi sostenuta non era di poco
conto: il capo del Fascismo e la sua amante Claretta Petacci furono uccisi - questa
la tesi sostenuta nel documentario - non dai partigiani comunisti del CLNAI
(comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) solennemente "autorizzati" dal
governo italiano, ma da un gruppo di uomini al servizio di Churchill, comandati da
un ufficiale dei servizi segreti inglesi, e per ordine esplicito del premier
britannico.
Di questa tesi mi � davvero difficile non parlare, dato che sono stato il primo
a formularla, ormai dodici anni orsono (come per altro riconosciutomi dallo stesso
Tompkins), e poi a darle la veste di un libro, pubblicato dalla casa editrice Ares:
La pista inglese - Chi uccise Mussolini e la Petacci con una postfazione di Massimo
Caprara (per vent'anni segretario di Togliatti s�, ma da altri trenta soprattutto
attento, scrupoloso e coraggioso storico), per me lusinghiera in quanto avvalora
con informazioni inedite la mia ricostruzione.
Il lavoro di Tompkins e della sua collaboratrice (e moglie) Fiorenza � basto
essenzialmente sul racconto di Bruno Giovani Lonati, un ex comandate partigiano
"garibaldino" ultraottantenne, ma ancora molto gagliardo che ha ripetuto per
l'ennesima volta la sua versione: Mussolini fu ucciso da lui la mattina (e non il
pomeriggio, come vuole la "vulgata") del 28 aprile 1945, mentre Claretta fu
soppressa dal mitico "Capitano John".
Le critiche, per il vero fin troppo scontate, alla versione Lonati si
riassumono in una considerazione: il racconto dell'ex comandante "Giacomo" (questo
il suo nome di battaglia) non contiene alcuna prova n� alcuna novit� rispetto alle
sue precedenti "uscite", salvo alcune piccole modifiche: il vero nome del "Capitano
John" sarebbe stato Robert Maccarrone, e non Maccaroni e l'agente inglese, per
altro resosi irreperibile, lo avrebbe in seguito modificato in un pi� britannico -
anzi scozzese - "McRooney". Accolto con scetticismo dalla stampa italiana e con
moderata curiosit� da quella britannica, il documentario di Tompkins, frutto di
anni di ricerche, interviste, letture di libri e testimonianze, conteneva tuttavia
alcuni elementi validi che confermavano come la soppressione di Mussolini e
Claretta Petacci fosse avvenuta nella mattinata, e non nel pomeriggio del 28 aprile
1945. Tra questi la testimonianza del vecchio partigiano Roberto Remund, incaricato
di sollevare con altri il cadavere di Mussolini per issarlo sul camion che stava
trasportando a Milano i fucilati di Dongo in vista della macabra esposizione di
piazzale Loreto.
Remund si trova tra le mani un cadavere gi� rigido, cosa impossibile se la
morte fosse sopravvenuta soltanto un'ora prima come allora fu fatto credere da i
dirigenti comunisti, che si erano assunti, di fronte a tutti, la responsabilit�
degli eventi, Remund ha anche precisato che davanti al cancello di villa Belmonte,
dove sarebbe stata effettuata l'esecuzione dei due amanti, "non c'erano tracce di
sangue" a conferma del fatto che la fucilazione era avvenuta in un altro punto. E
allora? Perch� mentire? Perch� non portar Mussolini vivo sulla piazza di Dongo e
fucilarlo assieme agli altri quindici? O meglio: perch� - come gi� comunicato per
cablo al comando alleato - non portare tutti vivi a Milano per essere giustiziati
in piazzale Loreto, coram pupulo, come si faceva a Parigi durante la Rivoluzione
francese? e infine: Perch� uccidere la Petacci?
Le telefonate e le lettere giuntemi un po' da tutta Italia da chi aveva letto
il mio libro, mi spinsero ad intervenire nella disputa sia per dare a Tompkins quel
che � di Tompkins, sia per rispondere a chi lo accusava di essere fantasioso e
inattendibile. Tra questi ultimi c'era un valoroso collega ed amico come Arrigo
Petacco che, sull'autorevole Panorama, offriva una patente di credibilit� ai tre
"giustizieri" comunisti Walter Audisio (il Colonnello Valerio), Aldo Lampredi
(Guido) e Michele Moretti (Pietro).
Purtroppo la ricostruzione della morte del Duce e di Claretta Petacci fatta
singolarmente dai tre � la prima e la pi� devastante smentita della "vulgata".
Audisio scrisse che Mussolini, di fronte al mitra, sbavava dal terrore e a
balbettava: �Ma..., ma..., signor Colonnello...�. Lampredi scrisse che Mussolini si
apr� la giacca e grid� virilmente: �Sparate al petto!�. Moretti rivel� a Giorgio
Cavalieri (scrittore e storico comasco assolutamente al di sopra di ogni sospetto
di parzialit� politica) che, prima di cadere sotto la raffica, il Duce grid�: �Viva
l'Italia!�.
Non voglio farla troppo lunga, anche perch� di contraddizioni come queste ne ho
trovate a valanga e sono tutte elencate sia nel mio libro, sia in questo ottimo
lavoro Alfredo Pace. Cos� come vi si pu� trovare l'unico "riscontro oggettivo"
(come direbbero i giuristi, non quei magistrati che mi condannarono perch� nel 1966
scrissi che l'atto di morte di Mussolini era un falso in atto pubblico) al racconto
di Lonati. Che dimostra, quanto meno, come i fatti si siano svolti, Lonati presente
oppure no, pi� o meno in quel modo: cio� Mussolini e la Petacci ammazzati per
ordine di Londra non tanto per il carteggio Mussolini/Churchill, ormai non pi� in
possesso della coppia, ma perch� non potessero parlare, dire tutto quel che
sapevano alla stampa internazionale, e soprattutto quella americana, che non �
andata troppo per il sottile, e a una eventuale Corte di Giustizia alla quale
Truman li avrebbe di sicuro sottoposti.
Churchill aveva molte cose da nascondere. Ma non la sua corrispondenza con il
Duce del 1940, ovvero quelle lettere con le quali prometteva, al suo vecchio amico
Mussolini, Nizza, la Savoia, la Corsica e il Dodecanneso in cambio della neutralit�
(si promette questo ed altro, e in pieno accordo con la nazione direttamente
interessate, in cambio di un favore di quel tipo) bens� il tentativo, posto in atto
nel 1944, di spingere Hitler a cessare la resistenza in occidente per rivolgersi
tutti assieme contro il pericolo rosso, l'Armata di Stalin che, inesorabile,
procedeva verso il centro e l'ovest dell'Europa. Un progetto disonorevole nei
confronti di una potenza alleata in cui soldati erano morti (e continuavano a
morire) a milioni, e che, se reso pubblico al mondo, avrebbe causato un vulnus
irreparabile al prestigio della Gran Bretagna. Per questo nessuno doveva venirne a
conoscenza. Per questo Mussolini, nelle sue telefonate con Claretta registrate
dagli uomini di Wolff, non palava d'altro. Per questo tutto fu messo a tacere:
dagli inglesi, dai comunisti (che ebbero in cambio l'"oro di Dongo", secondo molte
testimonianze raccolte nel mio libro, formato, dai beni razziati agli ebrei), e
probabilmente dallo stesso Stalin, il quale, a sua volta, ebbe in cambio le vite
delle decine di migliaia dei suoi sudditi (l'Armata Vlasov) che si erano arruolati
volontari nella Wehrmacht e nelle SS pur di combattere contro il comunismo e si
erano arresi agli inglesi sicuri di poter cos� sfuggire alla sua vendetta. E invece
gli inglesi li consegnarono ai russi, che li impiccarono tutti, mogli e figli
compresi. Cos� come i comunisti jugoslavi massacrarono i 50mila cetnici (monarchici
serbi al comando del Generale Mihailovic) anch'essi arresisi agli inglesi e
ospitati nei campi in Italia pur di sfuggire alla vendetta di Tito. Il tutto
confessatomi dagli ufficiali italiani dell'ottava Armata Britannica, ancora oggi
sgomenti per quella "secret betrayal" raccontata nel mio libro La guerra (non �)
perduta.
Un'ultima considerazione: visto che sacrosantamente � stato riaperto 1'"armadio
delle vergogne nazifasciste" con all'avvio dei processi per le stragi di Sant'Anna
di Stazzema ed altre, non sarebbe forse il caso di riaprire l'armadio della
vergogna" del processo per l'oro di Dongo, che si interruppe a Padova per il
"suicidio" di un giurato e dopo che ben cinque dei suoi colleghi avevano dato
forfait? Tanto pi� che si trattava non tanto di un processo per furto quanto di un
processo per strage, dal momento che le sparizioni del tesoro (beni rubati agli
ebrei) comport� una serie infinita di omicidi iniziati sul lago di Como con la
soppressione del capitano Neri e della partigiana Gianna e proseguiti a Milano con
l'assassinio del collega Franco De Agazio? Come Tompkins ha onestamente, lealmente
e coraggiosamente ricordato.
Chiudo qui, perch� non voglio scrivere un altro libro. Che la via tracciata de
me - e molto pi� autorevolmente di me, da grandi maestri come Renzo De Felice,
Giorgio Pisan� e Franco Bandini -adesso prosegue con contributi appassionati di
studiosi come Alfredo Pace, la cui valenza � quella di dare una spallata alle
falsit� che, su un evento determinata della nostra storia, si continuano
scandalosamente a insegnare ai nostri ragazzi nelle scuole.
E sia ben chiaro: qui il revisionismo non c'entra niente. C'entrano la
menzogna, la verit� e la storia.
Luciano Garibaldi.
Premessa.
I PROTAGONISTI.
Benito Mussolini.
Claretta Petacci.
Sandro Pertini.
Lia De Maria.
Dorina Mazzola.
Capitolo 1.
Da Gargnano a Bonzanigo.
Nella giornata del 26 Aprile si tenta ancora di sfuggire alla pressante guardia
di Birzer, forse anche di incontrare qualcuno che possa facilitare il passaggio in
Svizzera. Ci si sposta tutti assieme nel paese di Grandola, dove Mussolini prende
alloggio all'albergo Miravalle. Oramai si sono riuniti tutti i fuggiaschi, a cui si
aggregano anche altri personaggi in fuga tra cui il capitano d'aviazione J
Calistri, estraneo alle vicende politiche ma poi ugualmente fucilato a Dongo per
raggiungere il numero di 15.
All'alba del 27 Aprile, la colonna si rimette in marcia rinforzata da una
colonna tedesca della contraerea, forte di 200 uomini, con automezzi vari,
mitragliere e altro armamento.
Nel frattempo Graziani ed altri ne approfittano per lasciare la colonna e
tentare di mettersi in salvo, alla fine riuscendovi.
Quest'autocolonna con Mussolini comprende, come detto, un�autoblindo in testa
con Pavolini, ministro del Duce, due autocarri di SS e uno della Feldgendarmerie,
le due vetture di Birzer, altre automobili e autocarri militari del comandante
Schallmeyer, tutte le autovetture dei ministri e gerarchi con aiutanti e famiglie,
poi ancora autocarri militari con le mitragliere contraeree ed infine
un'autoambulanza. [Nota. Non Schallmeyer ma Fallmeyer. Fine nota.] Come si vede,
un'autocolonna di una certa consistenza e lunghezza. Lasciamo per un momento
l'autocolonna in viaggio di mattino presto da Grandola verso il nord del lago lungo
la stretta via Regina che allora costeggiava il lago stesso e trasferiamoci qualche
chilometro pi� avanti in quel di Dongo.
Dongo, un paesino come tanti altri, affacciantesi sul lago di Como, in cui si
era stabilito un gruppo di partigiani, anzi una brigata garibaldina chiamata "Luigi
Clerici".
Precisiamo che siamo al 27 Aprile di mattina presto, son passati solo due
giorni dall'insurrezione, i partigiani sono all'opera a occupare i paesi e a
debellare i rimasugli di fascisti e tedeschi.
La brigata ha stabilito il suo comando nel municipio del paese, il suo
comandante � un giovane nobile monarchico, Pier Bellini delle Stelle, nome di
battaglia Pedro. Vice comandante � Urbano Lazzaro, Bill, commissario politico
Michele Moretti Pietro con un incarico speciale (capo di Stato Maggiore,) Luigi
Canali Capitano Neri. � forte di un buon gruppo di partigiani, di cui fa parte
anche l'amica personale del Neri, Giuseppina Tuissi Gianna. Questa brigata ha gi�
provveduto a liberare anche i paesini attorno a Dongo, come Domaso e Germasino. A
Germasino esisteva una caserma della Guardia di Finanza. Sappiamo che i finanzieri,
attraverso gli ordini del loro comandante generale, si erano schierati con i
partigiani e per l'insurrezione.
Il comandante Pedro, informato senz'altro dell'avvicinarsi sulla strada Regina
di questa lunghissima autocolonna, assieme a Bill, Pietro e i suoi partigiani cerca
immediatamente di prendere dei provvedimenti per fermarla e vediamo quali.
Prima di arrivare a Dongo c'� un paesino che si chiama Musso. Tra Musso e
Dongo, sulla strada regina che scorre lungo il lago, c'� un punto, a circa met�
strada, chiamato Puncett. Ebbene, in questo luogo i partigiani di Pedro avevano
approntato un piccolo sbarramento formato da tronchi di albero e altro materiale
per fermare chiunque, con automezzi, avesse voluto proseguire da quel punto verso
Dongo.
L'autocolonna di Mussolini e dei tedeschi, proseguendo quel mattino presto
verso nord, giunge a Musso verso le 6, e qui alcuni gerarchi si rifugiano con
famigliari presso il parroco del paese Don Enea Mainetti, che li consegna ai
partigiani di Musso. Sembra anche che alcuni affidino soldi e gioielli ad abitanti
del paese (che poi non si ritroveranno mai pi�).
Don Mainetti, simpatizzante dei partigiani, avendo sentito dai colloqui dei
gerarchi affidatisi a lui che nella colonna c'� anche Benito Mussolini, si premura
di avvisare Pedro, incontrandolo al Puncett.
Immediatamente Pedro, avvisato di ci� e gi� informato della colonna in
avvicinamento, predispone dei provvedimenti mettendo partigiani sulle alture
circostanti, avvisando Bill e Pietro delle novit�.
Intanto la colonna si � riorganizzata mettendo in coda tutte le vetture dei
gerarchi fascisti, mentre Mussolini dalla sua vettura si era portato
sull�autoblindo di testa, in cui c'erano gi� Pavolini, Barracu, Porta, Nudi, e
anche la sua presunta figlia Elena Curti. Alle 6,30 circa la colonna, sorpassato
Musso, giunge al Puncett ed � giocoforza fermarsi in quanto la strada � sbarrata.
Ad attenderli c'� Pedro con i suoi partigiani, che sparano alcuni colpi d'arma
da fuoco.
I tedeschi alzano allora bandiera bianca e chiedono di parlamentare, ci� viene
loro concesso.
Comunque, dopo essere arrivati a casa De Maria verso le 3,30 del mattino del 28
Aprile, Pedro, Pietro, Neri e la Gianna si fermano un paio d'ore nella cucina,
sembra abbiano preso un caff� surrogato (non dimentichiamo i tempi). Senz'altro
hanno provveduto a togliere la fasciatura sul volto del Duce, hanno scambiato
quattro chiacchiere con i coniugi De Maria, hanno spiegato chi erano le due persone
che hanno portato, hanno dato disposizioni a Lino e Sandrino per la guardia ai
prigionieri.
Dopodich�, verso le 5,30 del mattino lasciano la casa, Lino e Sandrino a
guardia con l'ordine di sparare a chiunque si fosse avvicinato.
Si dice abbiano lasciato 5.000 lire dell'epoca per le spese occorrenti, in
quanto nessuno sapeva per quanto tempo sarebbero rimasti.
Lia De Maria prepara la stanza che era dei figli, vi conduce il Duce e Claretta
affinch� riposino.
Claretta chiede di poter lavarsi in luogo esterno alla camera;Lia dir� in
seguito che Claretta era nel suo periodo mestruale. Indi si coricano, Claretta
sembra chieda due cuscini per Mussolini, ma ci� fa parte di tutti i fatti, un po'
coreografici, oltre ad altri, raccontati a posteriori.
Coricandosi, molto sicuramente si spogliano, magari non completamente.
Mussolini si toglie pastrano, giacca e forse anche la camicia nera che indossa,
rimanendo con una maglietta bianca.
Vedremo poi come questo particolare potr� essere interessante agli effetti
della ricostruzione degli avvenimenti.
� cos� che Mussolini e Claretta, partiti da Gargnano sul lago di Garda il primo
il 18 Aprile di quel 1945, la seconda nei giorni successivi, giungono assieme, il
28 dello stesso mese, nella casa della famiglia De Maria in Bonzanigo, frazione del
comune di Mezzegra sulla sponda occidentale del lago di Como.
Sono passati dieci giorni per il Duce dalla sua partenza dal lago di Garda e
attraverso Milano, Como, Dongo � arrivato qui assieme alla sua amica o, se
vogliamo, amante Claretta a incontrare il suo tragico destino.
Capitolo 2.
Il Colonnello Valerio (Walter Audisio).
Mentre Mussolini, nei giorni 26 e 27 Aprile, cercava una via di fuga per se
stesso e tutto il suo seguito, a Milano gli avvenimenti si succedevano di ora in
ora.
Dato l'ordine dell'insurrezione generale, gi� dalla sera del 25 Aprile a Milano
si installava il CLNA [Nota. Non CLNA ma CLNAI. Fine nota.], organo politico
dell'insurrezione e il CVL (Corpo Volontari Libert�) organo militare. Ciascuno
aveva i suoi componenti, collegiali o particolari, con i suoi comandanti e vice,
commissari politici e ispettori, capi di stato maggiore ecc.
I comandanti erano poi generali, colonnelli, capitani, tenenti, ecc. per la
parte militare, ma per la parte politica le formazioni avevano i commissari,
specialmente i gruppi partigiani legati al PCI (Partito Comunista Italiano)
fortissimo in quel particolare momento con le sue divisioni e brigate Garibaldi.
C'erano anche le formazioni legate ad altri partiti, il socialista, il partito
d'Azione, ecc. e ognuno aveva i suoi rappresentanti nei vari organi.
II CLNAI si era insediato in via Brera, con a capo il Generale Cadorna, Longo
per il PCI, Pertini per il PSI, Valiani per il partito d'Azione, via via tutti gli
altri.
Bisogna qui dire che tutti questi gradi non erano stati assegnati normalmente
come nell'esercito per carriera, ma bastava che una persona organizzasse un gruppo
di partigiani per autonominarsi capitano, se comandava diversi gruppi diventava
colonnello, cos� via anche per tutti gli altri incarichi, in quanto tutto avveniva
nella clandestinit�.
La vera insurrezione inizi� il 26 Aprile, le formazioni partigiane si mossero
dai luoghi dove si erano formate, convergendo verso Milano.
Nel pomeriggio del 27 Aprile entr� a Milano una divisione di partigiani
denominata "Gramsci" dell'Oltrep� Pavese formata da tre brigate, Crespi, Capettini
e Masia, pi� un nucleo di SIP (Servizio Informazioni Partigiana). � guidata dal
comandante Italo Pietra, Alberto Maria Cavallotti, dai vari comandanti di brigata
coi loro commissari politici e dall'ispettore di zona Alfredo Mordini (Riccardo).
Entrati a Milano dalla strada pavese, si diressero in piazzale Loreto dove il
Vergani, vice comandante generale delle brigate Garibaldi, pronunci� un infiammato
discorso.
Bisogna qui ricordare che in piazzale Loreto erano stati fucilati dai fascisti
quindici partigiani per rappresaglia. Finito il discorso, che tra l'altro chiedeva
la cattura di Mussolini e la sua fucilazione, la divisione di partigiani, stanchi
perch� non dormivano da due notti, cerc� un luogo dove accamparsi o alloggiare.
Lo si trov� nelle scuole elementari di Viale Romagna, esistenti tuttora, un
grande fabbricato con un vasto cortile interno.
A questo punto, sistemati i loro uomini, il comandante Pietra, il Cavallotti e
altri comandanti si recano al comando generale del CVL in via Brera.
Siamo nella serata del 27 Aprile; i nostri trovano in via Brera i compagni e i
componenti sia del CVL che del CLNAI, si abbracciano, si felicitano e nel medesimo
tempo apprendono della cattura di Mussolini. Come gi� detto, Mussolini e il suo
seguito erano stati fermati in Dongo tra le 15,30 e le 16 e da qui si era
provveduto immediatamente a informare Milano della loro cattura.
Bisogna dire che i mezzi di comunicazione erano funzionanti, sia i telefoni,
sia radio ricetrasmittenti campali e perci� comunicare ai comandi di Milano ci� che
stava succedendo a Dongo non era eccessivamente difficile.
Particolarmente efficaci erano i collegamenti dei reparti comunisti, perci� i
primi a saperlo furono gli organi centrali comunisti in Milano. Qui, al comando
generale, si trovavano quasi tutti i membri dei due comitati, in particolare il
Generale Cadorna, Longo e Sereni per il PCI, Pertini per il PSI, Valiani e tanti
altri. Tra questi, due personaggi che avranno una parte principale nei fatti che
porteranno all'uccisione di Mussolini e della Petacci, cio�: Aldo Lampredi, nome di
battaglia Guido, e il ragioniere Walter Audisio, nome di battaglia Colonnello
Valerio.
I membri del CLNAI e del CVL, in via Brera, quando giungono i comandanti delle
brigate dell'Oltrep� Pavese, sanno da tempo che Mussolini � stato catturato a
Dongo, probabilmente alcuni componenti di esse hanno gi� preso delle decisioni,
specialmente i capi comunisti e socialisti. Queste decisioni sono di andare a
prendere Mussolini e i suoi gerarchi, portarli a Milano prima che cadano nelle mani
delle truppe alleate e fucilarli appena arrivati a Milano in piazzale Loreto, dove
erano stati fucilati i 15 partigiani per rappresaglia nel 1944.
L'incarico � stato affidato al Lampredi (Guido) che, all'arrivo di tutti questi
comandanti Garibaldini si preoccupa subito di trovare una persona che vada con lui,
poi i mezzi e una scorta per eseguire la missione.
Sembra che la prima persona a cui abbia chiesto di accompagnarlo fosse Italo
Pietra, che rifiut� subodorando che l'ordine implicasse anche l'uccisione dei
prigionieri. Cos� fu, per gli stessi motivi, per Luchino Dal Verme, altro
comandante.
Si rivolge allora al Cavallotti (Albero), commissario delle formazioni
dell'Oltrep�, questi risponde che ci sarebbe andato volentieri ma che questa era
un'operazione di polizia e che, tra l'altro, non se la sentiva di lasciare tutti i
suoi ragazzi armati senza la sua presenza.
II Lampredi si rivolge allora al Colonnello Valerio, presente in quel momento
nella sala e questi accetta di andare con lui a prelevare Mussolini e i suoi
gerarchi a Dongo.
Anche qui vi � il sospetto che tra Longo, Sereni, Pertini e Valiani si fosse
gi� deciso che fossero i due a partire, senza per� coinvolgere collegialmente tutto
il CLNAI o il CVL.
Lampredi a questo punto si presenta a Cadorna e gli chiede di fornire a lui e a
Valerio i mezzi e i volontari necessari per portare a termine la missione.
Si decide, approfittando anche della presenza dei comandanti delle formazioni
dell'Oltrep� Pavese, che la scorta e i mezzi per andare a Dongo a prelevare
Mussolini e gerarchi li forniscano queste formazioni, alloggiate nelle scuole di
Viale Romagna.
Anche qui gli orari sono discordi, ma probabilmente dopo le 22,30 il Colonnello
Valerio, assieme al Cavallotti, Pietra, Dal Verme, cio� i comandanti delle brigate
e il Lampredi si recano in Viale Romagna per scegliere un gruppo di uomini per la
missione.
La scelta non � facile, ci vogliono partigiani particolarmente decisi e adatti
a ci� che dovranno compiere, tutti armati di mitra, Sten e Beretta. Collaborano
alla scelta due personaggi coinvolti anch'essi nei fatti che succederanno poi a
Bonzanigo.
Occorre qui precisare che, dopo aver lasciato alle 4,30/5,00 del mattino
Mussolini e la Petacci in casa De Maria con a guardia Lino e Sandrino, il Neri,
Pietro, la Gianna (e forse anche Pedro) non ritornano a Dongo, ma si recano a Como
a riferire ai loro superiori la situazione venutasi a creare nelle ultime ore. Ed
essendo Pietro, Neri e la Gianna comunisti, lo vanno a spiegare nelle sedi
comuniste di Como e non certo al CLNAI o al CVL.
Mentre Pedro verso le 8 del mattino fa ritorno a Dongo senza spiegare a Bill
dov'� stato riprendendo il comando della brigata, il Neri, la Gianna e Pietro
rimangono a Como.
Con una vettura Lancia Aprilia con a bordo Valerio, Sforni e De Angelis (due
membri del CLN di Como) pi� l'autista e un grosso autocarro giallo furgonato con a
bordo il plotone di partigiani, si parte cos� per Dongo.
Durante il tragitto, racconta il Valerio, molti posti di blocco, sparatorie, un
piccolo incidente ma alla fine si arriva nella piazza di Dongo.
Sono circa le 14,10 di quel 28 Aprile.
Poco prima o poco dopo, a seconda delle fonti, giunge a Dongo anche la macchina
con Guido, Riccardo, e forse anche Piero.
In questo momento abbiamo in piazza a Dongo, in una grande confusione,
l'autocarro da cui sono smontati i partigiani portati da Milano e tutti i
comandanti della brigata, cio� Pedro, Bill, Pietro, il Neri, la Gianna, pi�
Valerio, Riccardo, Piero.
Il Colonnello Valerio, mentre il plotone viene fatto entrare nel municipio di
Dongo e i suoi uomini rifocillati, si fa ricevere da Pedro, gli comunica che �
venuto a fucilare Mussolini e 15 gerarchi fascisti corrispondenti all'eccidio di
piazzale Loreto e riportarli in questo luogo a Milano.
Si tergiversa. Valerio minaccia, confabula col Neri e Pietro, si arriva a
queste conclusioni: il Colonnello Valerio, assieme a Guido, Riccardo e Pietro come
guida, salgono a Bonzanigo a prendere Mussolini e la Petacci per portarli a Dongo,
almeno cos� crede di intendere Pedro.
Nel frattempo Pedro sale a Germasino a prendere alcuni gerarchi che erano stati
spostati per riunirli con quelli prigionieri in Dongo per la fucilazione dei
quindici.
Notiamo qui una cosa: quando, dopo le 14, si incontrano in Dongo Guido partito
prima da Como e Valerio, il Colonnello viene sentito dire a Guido �tu a me questi
scherzi non li fai�.
A cosa si riferiva? Lo vedremo in seguito.
A questo punto, sono circa le 15,10, mentre Pedro parte per Germasino, Valerio
con Guido, Riccardo, Pietro e un autista partono in macchina per Bonzanigo, a che
fare?
Senz'altro, secondo Valerio, per provvedere al prelevamento di Mussolini,
oppure alla sua fucilazione.
Notiamo che ha al seguito Guido, sua ombra nera e col mandato segreto di
uccidere ad ogni costo Mussolini, a meno che... le cose non siano andate
diversamente prima.
Seguendo sempre i racconti di Valerio, che spesso sono in contraddizione tra di
loro, partono per Bonzanigo. Con loro c'� anche Piero, uno dei commissari politici
dell'Oltrep� Pavese; ci dovrebbe essere anche Bill, ma questi smentir� sempre di
esserci andato, essendo in quei momenti impegnato a interrogare e smascherare
Marcello Petacci che si era spacciato per console spagnolo.
Arrivati ad Azzano, salgono per la provinciale che passa per Giulino di
Mezzegra; in questo tragitto il Colonnello Valerio individua il posto dove fucilare
Mussolini, il famoso cancello di villa Belmonte.
Arrivati sulla piazza del lavatoio di Bonzanigo dove con le macchine non si pu�
pi� proseguire, si incamminano a piedi e giungono a casa De Maria.
Da notare qui che il Neri e la Gianna, che alla loro partenza da Dongo erano
rimasti in luogo, si avviano immediatamente con un'altra macchina per Bonzanigo e
ad Azzano salgono per via Albana, giungendo cos� a casa De Maria prima di loro.
Ad ogni modo Valerio, Guido e Pietro giungono alla casa dei De Maria; Pietro,
conosciuto dai due guardiani apre la strada, salgono alla camera dove sono
alloggiati il Duce e la Petacci.
Qui le frasi che Valerio dice al Duce e alla Petacci si sprecano in diverse
versioni da quella �sono venuto a liberarvi� detta a Mussolini a quella rivolta
alla Petacci che sembra cercasse le mutandine �lascia perdere, non ne hai bisogno�.
I due vengono fatti smontare, portati a piedi al lavatoio dove hanno lasciato
la macchina.
Montano tutti sulla vettura, si avviano gi� verso Azzano e a Giulino di
Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte fatti scendere.
Valerio spinge verso il muro di sostegno del cancello Mussolini, dice alla
Petacci di scansarsi. Lei non intende lasciare l'uomo amato, Valerio cerca di
sparare col suo mitra che s�inceppa. Chiede allora il mitra MAS francese in
possesso di Pietro e pronunciando la sentenza: �in nome del popolo italiano... �
spara a Mussolini. Claretta si intromette, viene uccisa anche lei.
Anche qui le versioni di Valerio sono diverse, ma la sostanza � quella: lui ha
ucciso Mussolini e la Petacci davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di
Mezzegra.
Capitolo 3.
Ipotesi Bandini.
Capitolo 4.
Urbano Lazzaro (Bill).
Dopo aver pubblicato un primo libro assieme a Pedro, il suo comandante, nel
1993 scrive: Mezzo secolo di menzogne (Le Scie) in cui d� tutta una sua versione
sull'uccisione di Mussolini e della Petacci, che si differenzia largamente da
quella ufficiale del Colonnello Valerio.
Per�, onestamente, dichiara che lui a Bonzanigo quel giorno non c'era, in
Quanto occupato a interrogare Marcello Petacci. Anche la sua versione si
differenzia da quella della Mazzola, che vedremo, ma vi sono gi� alcuni elementi
che coincidono, tenendo presente che all'atto delle sue memorie la testimonianza
della Mazzola al Pisan� non � stata ancora resa pubblica.
La novit� della testimonianza di Bill � che il Colonnello Valerio non � in
verit� Walter Audisio, ma Longo in persona, nome di battaglia Gallo, Comandante
generale delle brigate partigiane Garibaldi, membro del Comintern, braccio destro
di Togliatti e suo futuro successore alla segreteria del Partito comunista
italiano.
In verit� questa tesi era gi� stata espressa dal Bandini nel 1978.
In questa tesi � confortato da pochi altri testimoni, Pedro stesso non ne � ben
sicuro. Sembra molto improbabile che Longo, che aveva gi� sul posto il suo fidato
braccio destro Guido, lasciasse in quei particolari momenti Milano dov'era il suo
comando per avventurarsi in quel di Como con tutti i pericoli connessi. Comunque �
una tesi un po' sposata anche dal Pisan� nella sua inchiesta su quegli avvenimenti.
Da notare altres� che Codaro, uno dei dodici partigiani scelti in Viale Romagna
per quella missione, dichiara nel 1983 che lui Longo lo conosceva bene, che quello
che li accompagnava era uno che non aveva mai visto, cio� il Colonnello Valerio
(Walter Audisio).
Intanto vediamo di esaminare l'ipotesi di Bill sull'uccisione di Mussolini.
Pietro si fa riconoscere da Sandrino, spiega che le due persone con lui sono
amici, si fa aprire; salgono cos� tutti al primo piano della casa, dove c'� Lia De
Maria.
La casa era di tre piani, al primo la cucina, al secondo la camera dei coniugi
De Maria, al terzo la camera dei figli dove erano stati messi Mussolini e la
Petacci.
Lia � un po' perplessa: conosce bene il Neri ma non Pietro, l'ha visto per la
prima volta quella notte.
Lino la rassicura, le ordina di allontanarsi.
I coniugi De Maria hanno appena finito di pranzare, poco prima la Lia ha
portato qualcosa anche al Duce e a Claretta, un po' di polenta, un po' di latte, un
po' di pane nero e qualche fetta di salame.
In quel momento era scesa a lavare i piatti.
A questo punto dovrebbe essere circa Luna, anche se in campagna si pranza di
solito molto presto, potrebbe anche essere stato molto prima.
Comunque Longo, Guido e Pietro salgono al terzo piano e aprono la porta della
camera dei prigionieri.
Anche qui Bill fa la descrizione di tutto ci� che si dicono Valerio-Longo e i
due, come sono vestiti ecc.
Occorre precisare che questa � una ricostruzione di Bill, in quanto lui non
c'era, perci� ometterei tutti i particolari raccontati.
Sembra che Claretta dovesse rimanere e che volessero portar via solo Mussolini,
ma lei non accett� e volle seguire il Duce.
Scendono cos� poco dopo tutti in cortile, Mussolini in cappotto, Claretta con
una corta pelliccia di visone e in mano una borsetta.
Si incamminano allora sul sentiero chiamato via del Riale con davanti Sandrino
"Menefrego" uno dei due partigiani di guardia; segue a una decina di metri il
gruppetto con Mussolini, la Petacci, Longo, Guido e Pietro.
A retroguardia rimane l'altro partigiano, Lino, il presunto nipote dei De
Maria.
Scendendo per tutto il sentiero, giungono cos� in fondo a via del Riale, dove
c'� lo slargo erboso in cui li aspettano il Neri, la Gianna e Riccardo.
Le due vetture in attesa erano gi� voltate, Gianna stava scendendo a piedi
verso Azzano, accompagnata per un pezzetto da Sandrino, che poi si ferm� l� di
guardia.
Pi� in alto faceva la guardia Lino, sempre con il mitra imbracciato.
Longo invita Mussolini a salire su una delle due vetture, sul sedile
posteriore; lui si siede accanto all'autista. Guido si accinge allora a sedersi
accanto al Duce, ma Claretta pretende di sedersi lei in quel posto accanto al
compagno di sempre che non ha mai lasciato nemmeno in quei frangenti. Longo,
facendo un cenno a Riccardo, la fa fermare.
Riccardo le punta il mitra al petto, dicendole: �Tu no, tu rimani qui�. In
questa situazione la Petacci, conscia che stavano portando via Mussolini per
fucilarlo, grid�: �Ben, ti vogliono uccidere, ti vogliono uccidere!�. Sarebbe in
questa occasione che Riccardo avrebbe detto alla donna: �Tais-toi, putaine!� (Taci,
puttana).
Il Mordini "Riccardo" non parlava molto bene l'italiano: la sua cultura era
limitata, mischiava la lingua materna con lo spagnolo (dov'era stato volontario in
Spagna) con il francese (dove aveva combattuto in Francia con i partigiani). La
frase potrebbe anche averla detta, c'� per� da dubitarne.
Convulsamente Claretta si aggrappa all'arma di Riccardo, cercando di
strappargliela.
Intanto borsetta e pelliccia le cadono a terra.
Longo scende immediatamente dalla macchina, punta la rivoltella su Claretta e
spara, ma la pistola fa cilecca. Allora si rivolge bestemmiando a Riccardo
ordinandogli: �E sparale...�. Anche Riccardo cerca di spararle, ma la sua arma fa
cilecca. Sia lui che Longo non hanno tolto la sicura.
Intanto Mussolini, sceso dalla macchina grida: �Non potete commetter un simile
delitto con una donna!�.
Il Capitano Neri cerca di togliere la Petacci dalla presa sull'arma di
Riccardo, che nel frattempo ha tolto la sicura. Per� inavvertitamente fa premere il
grilletto a Riccardo, parte una piccola raffica che colpisce Mussolini.
Claretta viene allontanata dal Neri e da Guido, che la trascinano un po' pi�
lontano. In quel momento, Riccardo grida: �Maledetta puttana!� e fa partire una
raffica di mitra uccidendola.
Rimarchiamo ancora una volta che il Lazzaro "Bill" non era presente ai fatti in
quanto era a Dongo, che le sue sono in gran parte supposizioni, tratte naturalmente
a ragion veduta da quanto sapeva e venne a sapere in seguito, anche se Lino fu
ammazzato prima che gli rivelasse come andarono le cose.
Il Moretti si rifiut� anch'egli di parlare. Fu ucciso il Neri: con la Gianna
era in disaccordo e anch'essa fu ammazzata prima di fargli confidenze; con Longo e
Guido era impensabile parlarne, Sandrino non volle mai spiegare fino in fondo
cos'era successo.
Bisogna per� osservare che in questo racconto di Bill ci sono diverse novit�
rispetto a tutte le relazioni del Colonnello Valerio vero cio� Walter Audisio.
Con Mussolini e la Petacci a terra morti, Longo incomincia a imprecare. Lui li
voleva portare a Milano vivi e fucilarli in piazzale Loreto. Si scaglia contro i
compagni, con frasi anche ingiuriose, tanto che Guido cerca di calmarlo, facendogli
presente che casomai la colpa � di tutti.
Anche qui Bill cerca d'immaginare le frasi dette da Longo, tutte di rammarico
per quel che era successo. Alla fine Guido riesce a calmarlo e si mettono a
discutere sul da farsi.
Decidono di nascondere i due cadaveri in una casa vicina con un alto muro
(anche qui abitava un conoscente del Capitano Neri), lasciando ancora una volta a
guardia Sandrino e Lino.
Ritornano poi a Dongo per fucilare i quindici che pensavano di portare a Milano
in Piazzale Loreto vivi, visto che non c'� pi� ragione di portarli senza ucciderli.
Per� nel frattempo ritornano su a Bonzanigo per inscenare una fucilazione
ufficiale di Mussolini e della Petacci, che poi sarebbe passata alla storia come
quella raccontata da Valerio ed eseguita davanti alla villa Belmonte in Giulino di
Mezzegra.
Portati i due corpi nella casa dell'amico del Neri, scendono tutti con le due
macchine ad Azzano sulla strada Regina dove li aspettano gli altri e il plotone di
partigiani, cui si � unito, arrivato da Como, il capo comunista Gorreri. Questi
riferisce che hanno telefonato da Milano sconsigliando di portare vivi i condannati
a Milano, in quanto gli alleati erano determinati ad impossessarsi di loro vivi.
A questo punto tutti i capi comunisti, Ferro e Aglietto, Mentasti e Guglielmo
ritornano a Como nella sede comunista.
La macchina con Neri, Pietro e la Gianna fa da staffetta, portando a Dongo
l'altra vettura con Longo e Guido, pi� l'autocarro furgonato sequestrato a Como con
Riccardo, Piero e i dodici partigiani del plotone.
Al Puncett, poco prima di arrivare in Dongo, la vettura col Neri si ferma e
come da accordi presi precedentemente, lascia passare la vettura con Longo e Guido,
seguiti dal furgone giallo col plotone.
Questi arrivano per primi sulla piazza di Dongo, seguiti poco dopo dalla
macchina del Neri con Pietro e la Gianna. Sono le 14,10 del pomeriggio del 28.
A questo punto il racconto di Bill � in sintonia con quanto riferito dal
Colonnello Valerio Audisio, cio� Longo si fa ricevere da Pedro e compagni, fa la
lista dei 15 da fucilare, lascia sul posto il plotone, riparte con una macchina per
Bonzanigo alle 15,10 per eseguire la sceneggiata di una finta fucilazione di
Mussolini e della Petacci.
Sale con una macchina ed un autista preso sul posto (ma Bill dubita su questo
autista, il Geninazza), portando con s� Guido e Pietro per guida.
Arrivato ad Azzano sale a Bonzanigo passando da Giulino, cerca un posto dove
fare la finta fucilazione, vi fa poi portare i due cadaveri, procede a "ri-
ucciderli" sparando di nuovo su di loro.
Lascia a guardia dei due cadaveri Lino e Sandrino in attesa che li vadano a
riprendere, piglia la strada per ritornare a Dongo.
Vi giunge alle 16,30 circa e qui inizia la trafila per la fucilazione dei 15
predestinati, cui seguir� poco dopo anche Marcello Petacci.
Vediamo adesso quali sono le novit� che porta il Lazzaro-Bill rispetto al
racconto ufficiale della fucilazione di Mussolini e della Petacci fatto dal
Colonnello Valerio-Walter Audisio.
Capitolo 5.
Ipotesi Zanella.
Verso la fine del 1993, dopo il libro di Urbano Lazzaro Mezzo secolo di
menzogne, un avvocato mantovano, appassionato di storia contemporanea e
specialmente dei fatti inerenti all'uccisione del Duce, pubblica un volume
intitolato L'Ora di Dongo (Rusconi).
Alessandro Zanella in questo libro, per la verit� documentatissimo, oltre a
spiegare tutti gli antefatti di questa storia, d� una versione tutta nuova della
morte di Mussolini e della Petacci, che si discosta molto da tutte le altre sin qui
esposte.
La sua ipotesi si basa su fatti e testimonianze gi� in parte raccolte e su tesi
dell'autore.
Ma seguiamo il racconto di Zanella.
Davanti al Duce e alla Petacci, a due o tre metri distanza, alla fioca luce di
un'alba incipiente, vi sono tre uomini, il Capitano Neri, il Moretti e il
partigiano Lino.
Si cerca di separare Claretta dal Duce, facendola spostare, ma questa si
ribella. Grida, si avvinghia a Mussolini. Si tenta di nuovo di spostarla, ma non si
riesce.
A questo punto il Neri cerca di sparare al Duce, ma la sua arma fa cilecca.
Allora chiede a Pietro di dargli il suo mitra MAS e lo punta verso il Duce. Lino
cerca ancora una volta di separare Claretta dal suo uomo, e finalmente il Neri
riesce a sparare una piccola raffica verso Mussolini. Claretta si aggrappa ancora a
lui, dando dei vigliacchi a chi ha di fronte.
Nel frattempo Lino, che nel tentativo di tenere staccata Claretta dal Duce si
era piegato a terra, punta il suo mitra sulla Petacci e fa partire una scarica.
Anche Claretta si accascia a terra sull'erba bagnata dalla pioggia che continua
a scendere su quello spiazzo erboso. Il Neri guarda un po' esterrefatto il corpo
del Duce, per essere sicuro che sia morto gli spara un colpo al cuore.
Adesso vi sono due cadaveri a terra, bisogna nasconderli. Si pensa ancora ai De
Maria. Sale la Gianna ad avvisarli. Si pensa di metterli nello scantinato.
Ma qualcuno ha sentito gli spari, � il Capitano Roma (il Caserotti), gli si
chiede aiuto per trasportare i cadaveri. Il Caserotti, che ha al suo comando i
partigiani della zona, ne va a chiamare un paio e tutti assieme trasportano i due
cadaveri nello scantinato o ripostiglio di casa De Maria.
Comincia ad albeggiare, sono circa le 6 del mattino, bisogna lasciare al pi�
presto il luogo. Il Capitano Roma se ne va per i fatti suoi, si lascia di guardia
ancora Lino e Sandrino. Il Neri, la Gianna e Pietro raggiungono la macchina e
partono veloci verso Como.
Qui giunti, mentre il Moretti si reca in via Natta dove c'� la federazione
comunista a spiegare cosa hanno combinato lass� a Bonzanigo, il Neri e la Gianna si
recano da un certo Mentasti, valigiaio, che nel suo negozio aveva ospitato un
recapito per i partigiani durante la resistenza, poi dal nuovo sindaco, a spiegare
ci� che hanno fatto e forse a cercare consiglio.
Mentre in federazione, un po' perplessi per ci� che era accaduto, non sapendo
come avrebbero giudicato il fatto i capi comunisti di Milano, si resta attendisti
sul seguito, il Moretti va a trovare la moglie.
Dopo la visita al Mentasti e al neo-sindaco, anche il Neri ne approfitta per
andare a salutare la mamma a cui dice: �Ho fatto il mio dovere, ho detto ai
compagni dov'� Mussolini�.
Qui lo Zanella posticipa a dopo l'uccisione di Mussolini la venuta del Neri e
di Pietro a Como e la visita ai loro famigliari, rovesciando ci� che si era detto
sino allora, cio� che dopo aver messo i due prigionieri a casa De Maria, i due si
erano recati immediatamente a Como lasciando il Duce e Claretta a riposare nella
loro camera in quel di Bonzanigo.
Alle 8,30 circa, i tre (Neri, la Gianna, Pietro) si ritrovano e ripartono per
Dongo. In quei momenti giungono a Como il Colonnello Valerio col Lampredi e la
scorta di partigiani che saranno poi tra i fucilatori dei quindici gerarchi pi�
Marcello Petacci sul lungolago di Dongo.
Valerio, Lampredi e compagni, giunti a Como, hanno saputo, alla federazione
comunista, tutto ci� che era successo con Mussolini, hanno poi discusso il da farsi
per fornire una versione ufficiale diversa della sua morte.
Secondo una testimonianza portata dallo Zanella, verso le 14 una macchina �
arrivata ad Azzano e diversi uomini sono saliti velocemente per via Albana verso
casa De Maria, probabilmente (secondo l'autore) il Lampredi e Valerio che andavano
ad assicurarsi che era vero quanto avevano appreso in federazione a Como,
ritornando poi a Dongo a compilare l'elenco dei fucilandi (cos� furono chiamati dal
Valerio nelle sue memorie i gerarchi da sopprimere).
Naturalmente lo Zanella porta testimonianze e giustificazioni alla sua ipotesi
(o tesi) sull'uccisione di Mussolini e della Petacci, che vedremo pi� avanti di
esaminare e confrontare con tutte le altre ipotesi.
Capitolo 6.
La testimonianza di Donna Mazzola.
La prima domanda del Pisan� si riferisce alla notte che precedette quel famoso
28 Aprile 1945 e all'inizio della mattinata. Spiega la Mazzola:
"Gi� nella notte mi ero svegliata sentendo rumori di passi sotto la mia casa.
Una casa a due piani, alla fine della via Albana che sale da Azzano ed all'inizio
del sentiero del Riale che conduce, un centinaio di metri pi� in su, a casa De
Maria. Il sentiero era illuminato da due lampioni, uno all'inizio e un altro un po'
pi� avanti dove c'� uno spiazzo erboso cui arriva una via, delle Rimembranze, che
dal basso conduceva a Bonzanigo paese. Senza accendere la luce guardai fuori dalla
finestra della mia stanza al piano terreno, e vidi molti uomini armati che salivano
verso Bonzanigo percorrendo il sentiero del Riale. Mi sembrarono partigiani, con
loro c'erano anche due donne. � circa la mezzanotte, perch� in quel momento il
campanile suon� dodici rintocchi, e io li contai uno ad uno.
Tornai a dormire, mi alzai verso le 7,30, i miei famigliari si erano gi� alzati
e avevano gi� fatto colazione. Iniziai le faccende di casa, e un'ora dopo circa mio
pap� rientr� dicendo: �Stamattina � meglio non uscire, e '� in giro un sacco di
gente mai vista, anche in borghese, con davanti altri con il mitra�. Penso fossero
le 8,30, lo so perch� in quel momento guardai l'orologio del campanile. Guardai
fuori, non vidi nessuno, ma sentii due spari. Dalla casa Mazzola, posta in basso,
si odono perfettamente tutti i rumori proveniente dall'alto, specialmente da casa
De Maria. C'era un profondo silenzio. Andai alla finestra del secondo piano,
improvvisamente sentii spari di fucile, anche due colpi di pistola che mi parve
provenissero da casa De Maria.
Stetti alla finestra, dopo un po' scoppi� un putiferio in casa De Maria.
Giacomo De Maria, il capo famiglia, urlava, picchiava pugni sul tavolo, e la moglie
Lia, piangendo, esclamava �Sono cose da capitare in casa mia?�.
Mentre continuava la lite, vidi che nel cortile davanti a casa De Maria c'erano
alcuni uomini che si agitavano, e tra loro un uomo dalla testa calva che,
nonostante la mattinata frescolina, aveva solo una maglia bianca, e si muoveva
zoppicando, a passi lenti. Devo precisare che dal posto da cui guardavo, potevo
vedere le persone solo dalla cintura in su, in quanto il cortile De Maria � posto
pi� in alto rispetto al punto in cui mi trovavo. In quel momento, improvvisamente,
dal finestrone al secondo piano di casa De Maria si affaccia una donna, giovane,
che si mette ad urlare con voce piangente: �Aiuto! Aiuto! Aiutateci!�. E mentre lei
continua a gridare e piangere, qualcuno l'afferra dal dietro e la riporta dentro.
Nel frattempo non vidi pi� quell'uomo calvo in maglietta, era sparito dalla mia
vista.
Dopodich� sento molto bene sette colpi ben distaccati uno dall�altro, tutti
sparati davanti a casa De Maria. Si continu� a litigare in quella casa, un
andirivieni di gente di corsa, uscivano ed entravano dal cancello, ci fu un'altra
sparatoria nel cortile. Di colpo di nuovo silenzio, udii solo il pianto della De
Maria e quello disperato dell'altra donna, senz'altro quella che si era affacciata
al finestrone del secondo piano a chiedere aiuto. Erano circa le dieci.
Ero infreddolita, scesi dalla finestra del secondo piano, ritornai in cucina a
scaldarmi, ero frastornata da ci� che avevo visto e sentito.
Si udivano ancora sparatorie da varie parti sopra a Bonzanigo, non da casa De
Maria.
Ritornai, dopo essermi riscaldata, alla finestra del secondo piano, un'ora
circa dopo la scena che avevo visto antecedentemente. Udii di nuovo la De Maria e
l'altra donna che piangevano, e una di esse che gridava: �Ma perch�, ma perch�!�.
Mentre ero l� ad osservare, erano circa le undici, mi accorgo che nel piccolo
slargo prima della nostra casa, alla fine della via Albana, c'era una macchina
scura, e mi domandai cosa ci faceva l� quella macchina. Di macchine l� non ce ne
erano mai, pensai che aspettasse qualcuno. Intanto il sole si era gi� alzato,
pensai che era ora di dare da mangiare, come facevo ogni giorno, ai piccioni. Scesi
al piano terreno, in cortile, dove mio padre, commerciante in rottami, ammassava
tutta la sua merce. Durante la notte aveva piovuto, decisi di spargere il mangime
sopra una lamiera zincata che era scivolata giorni prima dal deposito di mio padre.
Fu mentre davo il mangime ai piccioni, che mi accorsi di movimenti di persone
lungo il sentiero di Riale, che scendevano dalla cima dove si trovava casa De
Maria, erano circa le 11,30.
Notai quelle persone che scendevano lungo il sentiero del Riale quando erano
gi� a met� percorso, in quanto il sentiero, scendendo da casa De Maria, ad un certo
punto faceva una piccola curva ad esse, e mi impediva la vista della prima parte di
esso.
Mentre li osservavo, sentii di nuovo il pianto disperato di una donna, ma molto
pi� vicino di quanto lo sentivo precedentemente.
Proprio in quel momento, dalla curva spuntarono altri tre uomini che sembrava
si tenessero a braccetto, camminando lentamente. Dietro di loro una donna che
avanzando si gett� ai piedi di colui che era al centro, abbracciandogli i piedi.
Sentii che diceva qualcosa, ma non riuscii a capire in quanto i piccioni facevano
rumore becchettando il mangime sulla lamiera.
Sempre al riparo dei rottami, cercando di non farmi vedere, scorsi un
partigiano che si avvicin� alla donna, le accarezz� i capelli, cerc� di farla
alzare, ma lei continuava a disperarsi e a gridare: �Dov'� mio fratello? Dov'� mio
fratello?�.
Dalla curva comparvero un terzo gruppo di persone, alcuni vestiti in borghese,
con loro almeno due donne. Non le conoscevo, e non le avrei mai pi� viste.
Le persone che vedevo mi sembrarono in tutto una quindicina. Si fecero poi
tutti attorno ai tre che mi sembravano a braccetto e a quello in centro notai che
gli sollevarono prima un braccio e poi l'altro.
L'ultimo gruppo ritorn� dietro alla curva, ma vidi che all'uomo al centro
avevano cambiato il cappotto. Prima ne indossava uno militare, dopo uno borghese di
colore marrone. Il tutto mi sembr� strano, e quando i tre alla fine si decisero
pian piano ad avanzare mi accorsi che l'uomo al centro non camminava con le sue
gambe, ma erano gli altri due a portarlo di peso sorreggendolo per le ascelle.
La sua testa gli pendeva a sinistra, perci� quell'uomo doveva essere morto.
Immaginai allora che quello fosse un parente della donna che si disperava,
forse il marito o altro, non sapendo io assolutamente chi fossero i due. Mentre
guardavo stupita e impaurita questa scena, la giovane donna, vestita di scuro, si
aggrapp� di nuovo urlando alle gambe del morto, stringendo cos� forte da sfilargli
uno stivale.
Un partigiano strapp� lo stivale dalle mani della donna tentando di rimetterlo
al piede del morto, ma nonostante gli sforzi non ci riusc�.
Scoppi� allora una lite tra i partigiani, che sembrava avessero fretta, mentre
la donna, sempre abbracciata ai piedi di quell'uomo, continuava a ripetere: �Cosa
vi hanno fatto, come vi hanno ridotto!�.
Dava del voi al morto, ma allora si usava ancora dare del voi al genitore in
certe parti, anche se pensai che se fosse stato il padre avrebbe usato altre
parole.
A questo punto, il gruppo di partigiani si riunisce e tutti assieme, avanzano
sino allo spiazzo erboso che si trovava prima della mia casa verso l'alto. Ora il
gruppo aveva due possibilit� per scendere ad Azzano: o passare davanti alla mia
casa percorrendo l'ultima parte del sentiero del Riale e scendere per via Albana
percorrendo la carrabile dopo lo slargo sotto casa mia, o voltare a destra per via
Rimembranze. Scelsero quest'ultima strada, ma appena imboccata si sentirono grida e
urla, in italiano ma anche in dialetto locale: �Fate largo, toglietevi dai piedi!
Via di ball, tornate fino a dove siete stati adesso�.
Io ero sempre nascosta dietro i rottami, per� nel momento in cui hanno svoltato
per via delle Rimembranze non vedevo pi� niente, in quanto mi trovavo pi� in basso
rispetto allo slargo erboso.
Per� il gruppo torn� evidentemente indietro, perch� rividi per prima la donna,
con nella mano destra un foulard, e sotto il braccio sinistro una borsetta.
Sulle spalle aveva una pelliccia, continuava a gridare e a disperarsi.
Fece qualche passo nel sentiero verso il basso, cio� verso casa mia e via
Albana, anzi mi sembr� che corresse avanti, quando in quel momento qualcuno fece
partire una scarica di mitra.
La donna era distante da me non pi� di sei o sette metri, le pallottole mi
fischiarono vicine, alcune colpirono la casa e un deposito di mobili di mio padre.
I piccioni, spaventati, si levarono in volo, nel gruppo di partigiani successe
il finimondo.
Sentivo uomini urlare, inveire, bestemmiare, donne gridare di spavento.
Sembravano tutti impazziti, e riuscii a udire: �Pezzo di merda, guarda che cosa
hai fatto... Chi � quel pezzo di merda che ha sparato... da dove � arrivato... non
ti fare vedere da me, che ti lego le budella attorno al collo!�.
Chi gridava in italiano, chi in dialetto, riconobbi dalle voci alcuni giovani
del paese che conoscevo, tali Carlo De Angeli, Pietro Faggi, Paolo Guerra, futuro
sindaco comunista di Tremezzo. Ebbi quasi l'impressione che si sparassero tra di
loro.
Tornai in casa terrorizzata, mi rifugiai in cucina. Ma la curiosit� era grande
e andai alla finestra che d� verso via Albana. Sentii ancora due colpi di pistola,
poi tutto tacque. Mia madre cercava di togliermi da l�, ma io volevo vedere ancora
cosa succedeva.
Ricomparve allora, sul sentiero del Riale che fiancheggiava la mia casa,
quell'uomo portato da due partigiani. Attorno a lui un gruppo di persone ben
vestite, gente venuta da fuori che non conoscevo.
Ne notai in particolare due: uno molto distinto, con addosso un impermeabile
quasi bianco con cintura alta alla vita, uno strano berretto con visiera in testa e
a tracolla una lussuosa macchina fotografica.
L'altro, basso di statura, i capelli corti brizzolati, portava un giaccone
grigio scuro.
Dietro c'erano due donne in pelliccia, una di visone, l'altra con pelo pi�
vaporoso. Erano bianche in viso, occhi rossi di pianto, anch'esse mai viste.
Questa faccenda dur� una mezz'oretta circa, poi passai ad un'altra finestra,
sempre a piano terra.
Da l� vidi sul sentiero quell'uomo prima portato a braccia per terra e alcuni
partigiani che tentavano ancora, senza riuscirci, di infilargli lo stivale che gli
si era tolto con l'abbraccio di quella donna.
Essendo stavolta vicinissima, potei notare che era lo stesso uomo che avevo
visto scendere da casa De Maria a passetti incerti. Sotto il cappotto che ora era
aperto aveva ancora quella maglietta bianca, per� lacera e insanguinata. Ai fianchi
aveva una sciarpa attorcigliata, in testa un passamontagna. Nemmeno allora mi
accorsi che era Mussolini.
Mentre guardavo quell'uomo, alcuni partigiani, camminando bassi lungo il muro
di casa nostra, portavano un altro corpo avvolto in un cappotto.
Capii allora perch� fin� quel pianto disperato di donna, quel cadavere era il
suo.
In quel momento sentii i rintocchi di mezzogiorno. Poco a poco tutti i
partigiani se ne andarono, chi verso via Rimembranze chi verso via Albana. Mi
spostai allora velocemente al secondo piano e, da una finestra che dava sullo
slargo verso il basso, vidi che tutti i partigiani erano spariti e la macchina che
in mattinata avevo visto si allontanava lentamente scendendo verso la via Regina.
Per me fu un mezzogiorno triste, non riuscii a mangiare niente."
Il Pisan� le chiese allora se avesse visto una donna viva o morta; rispose di
no, ma conferm� che l'uomo morto e ripulito era stato portato a braccia gi� per via
delle Vigne.
"Nello stesso momento - continu� la Mazzola - io e il Gilardoni udimmo delle
raffiche di mitra, provenivano dalla zona di Giulino. Il campanile segnava le
16,25.
Ero curiosa di sapere cosa succedeva, mi avviai per via delle Vigne, che dopo
pochi metri termina a sua volta in via 24 Maggio che porta a Giulino di Mezzegra.
Dopo un ponticello sul Riale vidi alcune pezzuole insanguinate, tra le spine e i
rovi che costeggiavano il torrente. Notai sulla via altre macchie di sangue, che
finivano di colpo quando questa si congiungeva con via 24 Maggio. Salii allora per
via 24 Maggio, ma dopo un duecento metri due partigiani mi fermarono puntandomi
contro i mitra. Dissi loro che dovevo andare a Giulino, mi dissero che non potevo
perch� dovevano scendere delle automobili, che prendessi la scorciatoia.
Obbedii, avevo il sole in faccia. Mi feci schermo con la mano, vidi ancora una
volta l'automobile nera che era parcheggiata dietro casa mia e che era partita con
due cadaveri.
Era assieme ad altre due vetture, un gruppo di uomini si agitavano
continuamente avanti indietro davanti al cancello di villa Belmonte".
Spieg� poi, che non riuscendo a capacitarsi del perch� di tutto questo, chiese
nei giorni seguenti a una zia che lavorava in un albergo all'inizio di via Albana,
se aveva visto qualcosa.
La zia le disse che il 28 Aprile, dopo mezzogiorno, aveva visto un'automobile
scura vicino all'albergo e che l'avevano messa per qualche ora nel garage. Disse di
averla notata perch� alcuni partigiani erano entrati nell'albergo e piangevano.
"Quel giorno - continu� la Mazzola - rientrai a casa senza aver fatto la spesa.
Pi� tardi scesi ad Azzano, la gente mi diceva: �Lo sai, hanno ammazzato Mussolini e
la Petacci davanti a villa Belmonte!�.
In quel momento appresi chi erano le due persone che avevo visto uccidere sotto
i miei occhi".
Ma gi� dalla sera si mormorava in paese che quella di villa Belmonte era stata
una falsa fucilazione.
Nei giorni seguenti, la Mazzola incontr� un partigiano del paese di cui aveva
riconosciuto la voce nei momenti dell'uccisione della donna. Parlarono dei fatti
succeduti nei giorni precedenti e lei cerc� di raccontargli ci� che aveva visto. Il
partigiano, un certo Guerra che aveva anche delle simpatie per lei, gli mise una
mano nella bocca dicendogli: �Taci, se no t'ammazzano!�.
Finisce qui la testimonianza sui fatti che Dorina Mazzola concede al Pisan�,
con il riassunto scritto e firmato da lei stessa.
Cosa bisogna concludere dopo questa testimonianza, anche se rilasciata dopo
cinquant'anni?
Se racconto e orari dovessero essere reali, le persone viste di notte salire
per via del Riale dovrebbero essere Pedro, Pietro, Neri, Gianna, Lino, Sandrino,
pi� Mussolini e la Petacci.
L'uomo calvo in maglia bianca visto verso le 10 nel cortile di casa De Maria e
poi ucciso dovrebbe essere il Duce.
La donna vista gridare alla finestra di casa De Maria, che in seguito si
gettava ai piedi di un uomo portato a braccia, uccisa poi sullo slargo erboso
davanti casa Mazzola, Claretta Petacci.
L'uomo portato a braccia sul sentiero di via del Riale e quello visto dal
Gilardoni lavare alla fontanella, sempre Mussolini.
Le macchine viste davanti a Villa Belmonte con diversi partigiani: il momento
della falsa o vera fucilazione di Mussolini e della Petacci.
Vedremo anche qui quando tireremo le somme e incroceremo tutte queste
testimonianze dove concordano e dove meno.
Bisogna per� qui ripetere che la Mazzola � l'unica, in questa caterva di
persone che ha visto, testimoniato, romanzato questi fatti, a non essere allora
legata al partito comunista, perci� non condizionata nel suo modo di pensare su ci�
che ha visto.
Si potr� discutere sugli orari, su qualche particolare, sulla distanza di tempo
intercorso prima della rievocazione di ci� che successe, ma mai sulla sua buona
fede, ci� che invece sar� sempre da dubitare su quasi tutte le altre testimonianze.
Capitolo 7.
Ipotesi Pisan�/Mazzola.
Nel 1996 il giornalista Giorgio Pisan� esce nelle librerie col suo libro Gli
ultimi cinque secondi di Mussolini (Il Saggiatore).
� il frutto di quarant�anni di ricerche su chi ha veramente ucciso Mussolini e
Claretta.
Come gi� detto, il Pisan� � colui, tra tutti i giornalisti e scrittori, che con
pi� costanza ha cercato la verit� in quest'enigma.
Nello scrivere il saggio ha non solo in mano tutte le interviste e le
confessioni dei vari protagonisti che fino a quel momento sono uscite nei giornali
e riviste varie, ma probabilmente ha gi� letto il libro di Urbano Lazzaro, il
partigiano Bill, Mezzo secolo di menzogne.
Ma la novit� del suo libro � la scoperta della testimonianza di Dorina Mazzola,
quella ragazza di non ancora vent'anni che, a suo dire, ha assistito alla morte
della Petacci e in parte anche a quella del Duce. Una testimonianza che abbiamo
riassunto prima di questa ipotesi, per poterla confrontare con le altre.
� veramente lodevole questa ricerca del Pisan�, anche per l'insistenza nel
cercare di arrivare alla verit� attraverso Sandrino, quel Cantoni che cerca di
sottrarsi in tutte le maniere alle richieste di spiegazioni.
Il Cantoni � uno dei due partigiani messi a guardia di Mussolini e della
Petacci a casa De Maria, perci� presente senz'altro a quei fatti, forse non tutti
ma in maggior parte di essi.
Quando ha scritto il libro c'� gi� la quasi certezza che la fucilazione
ufficiale del Duce e della Petacci a Villa Belmonte � stata una farsa, improvvisata
in quei momenti per dare ufficialit� all'esecuzione.
Se si dovesse fare un appunto al lavoro del Pisan�, � quello di aver ignorato
totalmente in questo libro un personaggio che sembra abbia invece avuto una parte
importantissima in quei fatti, cio� Orfeo Landini, nome di Battaglia Piero,
commissario politico delle brigate Garibaldi. Inoltre il giornalista cerca qui di
adattare orari e fatti in modo da farli corrispondere al racconto della Mazzola, in
modo che il tutto possa essere accettabile.
Siamo d'accordo che a Dorina Mazzola bisogna dare il maggior credito possibile,
se non altro perch� la sua versione � unica, non � stata nel tempo cambiata a
piacere come quelle di quasi tutti gli altri protagonisti. Non era legata a quel
famoso patto che sembra legasse quasi tutti, cio� di tacere assolutamente per
cinquant�anni. Non � comunista o altro, anche qui non ha remore ideologiche e non
deve privilegiare nessuna tesi, e se fosse per lei non avrebbe avuto paura dopo
tutte le uccisioni dei vari protagonisti di questi fatti, ma sono gli altri a
trattenerla dal parlare e a inculcarle l'idea che � meglio tacere. Tra l'altro, al
momento in cui questi fatti si svolgono lei non ha ravvisato nei protagonisti il
Duce e Claretta, se ne rende conto solo dopo.
Anche il fatto di avere accettato come dato indiscutibile che il Colonnello
Valerio-Walter Audisio fosse invece il Colonnello Valerio-Longo ci sembra collegato
alla necessit� di far combaciare gli orari dati dalla Mazzola con gli episodi
raccontati dalla stessa.
Sembrerebbe un po' paradossale che la Mazzola, ogni volta che vede qualcosa
fuori dal normale, o sente suonare le ore del campanile o alza lo sguardo verso
l'orologio dello stesso per guardare che ore sono.
Rimane per� il fatto, tutto a merito del Pisan�, che lui sia il giornalista che
pi� si � avvicinato alla realt� dei fatti che si svolsero quel giorno 28 Aprile
1945 in Bonzanigo di Mezzegra, dalle 3 o 4 del mattino, ora in cui Mussolini e la
Petacci vengono portati a casa De Maria, e le famose 16,10 in cui gli stessi
subivano una seconda morte davanti al cancello di villa Belmonte.
Vediamo per� adesso nei particolari l'ipotesi su quei fatti raccontati dal
Pisan�.
Luigi Longo, nella notte tra il 27 e il 28 Aprile, da Milano in via Brera dove
c'� il comando del CLNAI, o anche in altre sedi, � perfettamente in grado di
seguire ci� che succede sul lago di Como riguardo a Mussolini e gerarchi, grazie
anche a tutti i collegamenti comunisti che sono quelli che funzionano meglio.
Siccome c'� stato anche un tentativo di portare Mussolini a Brunate prima di
portarlo a Bonzanigo e quel tentativo � fallito, Longo viene a sapere il tutto
verso le 6,00 del mattino del 28. Sa che il comandante della 52" brigata di Dongo,
non comunista (Pedro era monarchico) non � molto propenso a consegnare Mussolini
per la fucilazione al CLNAI, ma forse pi� propenso a consegnarlo agli alleati.
Decide di agire personalmente.
Parte immediatamente per Como, vi arriva verso le 7,00 del mattino, si reca
immediatamente presso la sede del PCI in via Natta.
E qui chi vi trova? I dirigenti federali del partito Gorreri e Mentasti, ma
anche il Capitano Neri, la Gianna, il Moretti (Pietro) che, dopo aver portato
Mussolini e Claretta a Bonzanigo a casa De Maria, invece di ritornare a Dongo, sono
scesi a Como per riferire al partito dove li hanno portati.
Longo allora decide di salire immediatamente a Bonzanigo per far fuori
Mussolini. Si fa accompagnare da Gorreri e Mentasti, come apristrada Neri, Gianna e
Pietro, conosciuti dai partigiani locali che li lasciano passare senza intralci.
Sono circa le 9,00 del mattino di quel 28. Longo arriva con i compagni a casa
De Maria, fa portar gi� solo Mussolini.
Qui, secondo l'ipotesi del Pisan�, i fatti si svolgono come raccontati da Bill
nel suo libro.
C'� da osservare che nel suo racconto il Pisan� d� per scontato che a Como sono
arrivati il Riccardo e la sua scorta. Perci� avalla il fatto che dopo la sua
partenza da Como con Mentasti, Gorreri, il Neri e Pietro, con altra macchina,
arrivano a Bonzanigo anche il Mordini e il plotone che era con lui, accompagnati da
due altri dirigenti del PCI, Aglietto e Ferro, tutti personaggi che abbiamo gi�
visti nell'ipotesi di Urbano Lazzaro. A questo punto, Pisan� fa proseguire la sua
ipotesi col racconto di Savina Santi in Cantoni.
Il Cantoni (Sandrino) � deceduto, la vedova si � trasferita. Pisan� la va a
trovare e stavolta la trova pi� disposta a parlare, al contrario di quando era
ancora vivo il marito.
Se prima diceva sempre che suo marito Sandrino non le aveva mai detto niente,
stavolta si lascia andare e racconta ci� che sa su quei fatti riferiti dal marito.
Perch� Mussolini era stato lavato e rivestito prima di essere portato a villa
Belmonte?
Secondo Pisan� perch� essendo stato ucciso incatenato al portone della
porcilaia di casa De Maria, vi � stato lasciato per ben tre ore, in mezzo allo
sterco dei maiali, dalle ore 9,00 in cui � stato ucciso, fino alle 12,00 circa in
cui � stato spostato verso casa Mazzola dove poi viene uccisa la Petacci.
Dopo, la storia � sempre quella: Sandrino e Lino a guardia dei due cadaveri,
Valerio, Guido e Pietro ritornano a Dongo, vi arrivano verso le cinque, fanno
schierare sul lungolago i quindici da fucilare, si schierano davanti a loro i
dodici del plotone venuti da Milano, si procede alla loro esecuzione.
Poco dopo si uccide anche Marcello Petacci, si caricano i sedici sull'autocarro
furgonato, si parte per Azzano, si caricano i cadaveri di Mussolini e di Claretta,
si prosegue per Milano.
In piena notte, verso le 3,00 del mattino si giunge in Piazzale Loreto, si
scaricano i diciotto cadaveri, avviene poi quel triste spettacolo di alcuni di
loro, tra cui quello di Mussolini e della Petacci appesi a testa in gi� sul
traliccio del distributore di benzina della piazza. In questo lungo e meticoloso
riepilogo di quei fatti, anche se dobbiamo dare atto al Pisan� della sua completa
buona fede, vediamo alcune forzature che cerchiamo di esaminare.
Ad esempio, pur ammettendo che Longo sia partito velocemente alle 6,00 del
mattino per Como, � pressappoco la stessa ora in cui sono partiti il presunto
Colonnello Valerio, Lampredi, Mordini, Piero e il plotone dei dodici.
Ora, o Longo � partito con essi, o invece abbiamo due presunti Colonnello
Valerio in partenza.
Sempre nel suo spiegare gli avvenimenti, non si capisce bene se dopo di aver
ucciso Mussolini, Longo ritorna a Milano, oppure scende con tutti gli altri ad
Azzano dopo anche l'uccisione della Petacci. Anche in questo caso ci troviamo di
fronte a due Colonnelli Valerio, con quello che sopraggiunge da Como con
l'autocarro giallo furgonato con il plotone di partigiani.
Il Pisan� avanza anche il dubbio di uno stupro subito dalla Petacci. Come mai?
Lo sospetta in quanto la Petacci giunge a Milano senza le mutandine e quando
viene appesa in piazzale Loreto, abbassandosi la gonna, si vedono le sue parti
intime, tanto che un sacerdote le rialza la gonna e la ferma con uno spillone.
Fino alle 9,00, ammesso che Mussolini sia stato ucciso a quell�ora, �
praticamente impossibile che ci� sia successo, c'erano soltanto i due partigiani di
guardia, Lino e Sandrino, poi la Lia De Maria e suo marito Giacomo.
Sempre ammettendo che l'uccisione sia avvenuta a quell'ora, oramai erano
presenti troppi partigiani con i loro capi, perch� qualcuno, nonostante i tempi, si
permettesse di fare un gesto simile.
Si pu� ragionevolmente pensare che l'indumento intimo della Petacci si sia
sfilato o sia stato sfilato dopo la sua morte. Probabilmente fino a quel momento lo
indossava, tenendo anche presente che Lia De Maria assicurava che Claretta in
quella notte era nel suo periodo mestruale. Nei vari spostamenti, caricata e
scaricata dalle vetture e sul furgone, trascinata a destra e sinistra, possono
essersi sfilate, o anche qualcuno averle tolte per un macabro soddisfacimento di
morbosa curiosit�.
Il Pisan�, per terminare, avanza anche seri dubbi sul fatto che il Colonnello
Valerio (Audisio) sia stato veramente a Bonzanigo. Qui bisogna riferirsi a come
erano vestiti alcuni protagonisti. Il Valerio aveva una divisa nuova, con i gradi
di Colonnello sgargianti e tre stellette, aveva inoltre una fascia tricolore ai
fianchi. Nessuno ricorda in quel 28 Aprile di aver visto in quel di Bonzanigo una
persona vestita in quella foggia. Mentre molti ricordarono di aver visto, la
Mazzola in primis, un uomo vestito con un impermeabile bianco con cintura alta, un
po' alla tenente Sheridan, con un basco scuro in testa. Ebbene, questo era
l'abbigliamento di Guido, il Lampredi.
Dal racconto fatto dal Geninazza al Bandini, sembra che nei momenti della farsa
pomeridiana di villa Belmonte, effettivamente due persone, un uomo e una donna,
siano arrivati a piedi al lavatoio di Bonzanigo fino a dove era posteggiata la
macchina per caricarli.
Il Pisan� si domanda chi erano queste due persone, ammesso che la testimonianza
Geninazza sia credibile (il Geninazza � l'autista che port� il Colonnello Valerio e
Pietro a Bonzanigo per prelevare Mussolini).
Il Bandini li individua nella Gianna e in un partigiano. Abbiamo detto che con
questa terza ipotesi ci si avvicina molto alla realt� dei fatti.
Quali sono le novit� rispetto alla ipotesi di Urbano Lazzaro?
Abbiamo gi� detto: la prima � la testimonianza di Dorina Mazzola, che sente gli
spari e vede tutto ci� che succede lass� a Bonzanigo quel 28 Aprile.
La seconda le varie ammissioni e smentite di Sandrino fino ad arrivare a ci�
che lui aveva raccontato alla moglie Savina e all'amico Vanotti, il fatto che
Sandrino aveva sentito degli spari al terzo piano quando erano saliti Pietro e
altre due persone che lui non conosceva, l'altra che Mussolini era stato ucciso
fuori, ma di non sapere con precisione dove.
Vedremo poi quali di queste numerose testimonianze e episodi si possono
ritenere veramente aderenti (o avvicinarsi) alla realt�.
Capitolo 8.
Lonati e la pista inglese.
Nel 1994, dopo l'uscita del libro di Urbano Lazzaro e prima di quello di
Giorgio Pisan�, esce un libro di ricordi, a firma di Bruno Giovanni Lonati,
intitolato Quel 28 Aprile... Mussolini e Claretta: la verit� (Mursia).
Chi � il Lonati? Seguiamo il suo racconto, destinato a stupire tutti coloro che
sino a quel momento si erano interessati alle vicende che portarono alla morte del
Duce e di Claretta Petacci.
Il Lonati, che � nato nel 1921 a Legnano, nel 1945 ha 24 anni, ed � un capo
partigiano col nome di battaglia "Giacomo". A 15 anni ha iniziato a lavorare alla
Franco Tosi, grosso stabilimento siderurgico della cittadina natia. Poi il servizio
militare, dal 1941 al 1943, fino all'8 Settembre.
Dopo l'armistizio e il ritorno a casa, si � dato alla lotta partigiana, nella
zona della valle Olona, cio� quella valle che da Milano, passa da Rho, Legnano,
Busto Arsizio, Gallarate e poi fino a Varese. Durante questo periodo inizia anche
un certo percorso politico, viene avviato alla conoscenza della dottrina comunista,
ha dei maestri, diviene anche commissario politico di una brigata comunista.
Successivamente assume il comando di una divisione di brigate (tre) con il
grado di Colonnello.
Abbiamo gi� detto all'inizio come si acquisivano questi gradi, praticamente ci
si autonominava, almeno nella maggior parte dei casi.
Alla Liberazione le sue brigate garibaldine prendono alloggio in Viale
Lombardia, presso una scuola.
Anche sul giornale L'Unit� viene menzionato dopo il 25 Aprile per le sue azioni
partigiane. Ha stupito tutti coloro che avevano scritto o si erano interessati alla
morte del Duce dato che per cinquant�anni il Lonati � stato praticamente uno
sconosciuto sul piano storico politico.
Dopo una breve parentesi dal 1945 al 1946, si � ritirato da ogni attivit�
politica di comunista, ha studiato e lavorato come dirigente presso grosse aziende,
pi� tardi ha continuato come consulente. � apparso su RAI 3 un reportage sulla fine
di Mussolini e della Petacci, come vedremo in seguito. Seguiamo il racconto del
Lonati partendo dalla sua attivit� partigiana, quasi tutta svolta tra la valle
Olona e Milano.
Dopo varie azioni partigiane in quel di Legnano, dove durante una fuga si
ferisce, Lonati viene a Milano, s'incontra con comandanti del raggruppamento
Brigate Garibaldi che gli cambiano il precedente nome di battaglia Valeri in quello
di Giacomo, gli forniscono una falsa identit� e gli procurano un alloggio a Sesto
S. Giovanni.
Ogni giorno viene a Milano dove si occupa di collegamenti fra le varie brigate
e dell'addestramento di partigiani alla funzione di comando. Istruisce cos� i
partigiani delle sue brigate delle quali diviene il comandante. Nel febbraio del
1945, trova un alloggio in una pensione in via Vallazze a Milano e qui si
trasferisce da Sesto S. Giovanni.
Alla met� di Marzo conosce un certo John, durante una riunione del comando di
raggruppamento Brigate comuniste Garibaldi.
Questo John �, secondo il Lonati, un capitano dell'esercito inglese ma dei
servizi segreti.
� figlio di italiani, ha studiato per un paio d'anni a Firenze e parla
benissimo l'italiano.
Giunto in Italia nei mesi precedenti e paracadutato al Nord, era dapprima
passato in Svizzera per poi ritornare in Italia, a Milano, e aveva preso contatti
col CLNAI (Corpo Liberazione Nazionale Alta Italia ). Questo John aveva creato una
rete d'informatori e collaboratori in tutta la Lombardia, in particolare a Varese e
Como.
Il Lonati gli procur� un alloggio presso la stessa pensione dove alloggiava
lui, in via Vallazze.
Questo capitano John sembra sia alle dirette dipendenze del Generale inglese
Alexander, comandante delle forze alleate in Italia e che debba rendere conto a
pochissimi superiori.
Una volta ha persino fatto una capatina sul Garda per vedere il Duce,
ricavandone una brutta impressione, pensando sia un uomo finito.
Il 25 Aprile John � nella sua stanza di pensione in via Vallazze e da qui
inizia il percorso che li porter�, secondo il Lonati, a Bonzanigo ad uccidere
Mussolini e la Petacci.
Dopo aver ammonito i tre partigiani legati dicendo loro di dimenticare tutto,
si incamminano in discesa, davanti Gino e Bruno, poi Mussolini e la Petacci, una
decina di metri dietro John e Lonati. Claretta con pelliccia, il Duce con un
cappotto sulle spalle.
Il Lonati si mette d'accordo con John che ci� che devono fare va fatto subito,
avvisa i due davanti di fermarsi al primo viottolo laterale della mulattiera. La
Petacci cammina tenendo con una mano il pastrano del Duce, con l'altra il borsone,
ha scarpe a tacco alto, cammina a fatica.
Dopo duecento metri circa, Gino e Bruno si fermano, spingono i due prigionieri
in un viottolo laterale, addossati a una rete metallica.
Gino e Bruno si mettono a guardia della strada, Lonati e il Capitano John si
avvicinano rapidamente a Mussolini, lui pensa che l'abbiano spinto l� per misura
precauzionale, mentre Claretta continua a tenere con una mano il suo pastrano e
nell'altra la grossa borsa.
Il Lonati, giunto a circa un metro dal Duce, gli punta il mitra e gli spara un
colpo al cuore.
Mussolini lo guarda esterrefatto, come per dire: �Perch�?�, ma Lonati fa
partire ancora una piccola scarica di tre o quattro colpi sempre nella stessa
direzione.
Mentre Mussolini scivola lentamente a terra, Lonati si sposta, e il Capitano
John fa partire una lunga scarica del suo mitra sul petto della Petacci,
uccidendola. Lei si accascia lentamente a terra accanto a Mussolini, senza un
lamento.
Si avvicinano anche i due partigiani di guardia, chiedono se sono morti, il
Lonati risponde di s�.
Poi voltano i cadaveri; John ascolta il cuore dei due per assicurarsi che siano
morti.
Chiede poi al Lonati se � il caso di dare il colpo di grazia alla testa, ma
questi risponde che non � il caso. E cos� tutto � finito.
Tolgono poi da sotto Mussolini il cappotto, mettono i due cadaveri vicini
supini e li coprono con il cappotto stesso. Sono le 11,00 del mattino di quel 28
Aprile 1945.
Secondo il Lonati tutti e quattro riprendono la discesa verso la macchina,
prendono la via del ritorno, ritrovano il famoso alpino che d� loro altre
informazioni, si fermano un po', rientrano senza molti inconvenienti a Milano.
Il Capitano John, parlando con l'alpino, dice che non hanno trovato le carte.
Ma di che carte si trattava? Era il solito carteggio Mussolini/Churchill, che
il Duce aveva portato con s� nella fuga per avvalersene in caso di un futuro
processo a sua difesa. Da questo si deduce che tutta questa missione era stata
programmata dall' Intelligence Service inglese per appropriarsi di questo carteggio
e che non trovandolo, il Capitano John abbia deciso di uccidere il Duce e la sua
compagna perch� anch'essa al corrente di quel carteggio.
Qui Lonati non dice se Mussolini e la Petacci sarebbero stati uccisi ugualmente
anche nel caso del ritrovamento del carteggio.
Prima di congedarsi il Capitano John raccomanda a tutti il massimo silenzio su
ci� che hanno fatto.
Ritornato a Milano dalle sue brigate in viale Lombardia, il 29 Aprile il Lonati
si reca in piazzale Loreto a vedere i 16 cadaveri portati da Dongo, pi� Mussolini e
la Petacci.
Vede il Duce con una scarpa mal calzata (ma Mussolini portava stivali) e la
Petacci con la gonna legata alle gambe con un nodo (la gonna invece era stata
fermata con una spilla o una cinghia a seconda delle varie versioni).
Nei giorni successivi il Lonati incontra ancora un paio di volte il Capitano
John, che gli raccomanda il silenzio assoluto per trentacinque anni aggiungendo che
dopo cinquant'anni, consultando gli archivi inglesi, si sarebbero trovate le prove
documentate della loro missione.
Sulla falsariga del Lonati, si possono anche elencare tutte le ipotesi che si
riferiscono ad una uccisione del Duce e della Petacci da parte degli inglesi.
Nel 2002 il giornalista Luciano Garibaldi d� alle stampe un piccolo saggio
intitolato La pista inglese, passando in rassegna tutte le piste che potrebbero
condurre a questa ipotesi. Bisogna sapere che durante il periodo partigiano vi
erano in Alta Italia molti emissari dell''Intelligence inglese, pi� o meno
collegati alle formazioni partigiane ed ai loro comandanti sia militari che
politici, senz'altro interessati alla persona del Duce. Ma sopratutto, sembra, ai
documenti che questi avrebbe potuto esibire dopo la sua cattura. � accertato che
nella fuga Mussolini port� con s� due borse piene di documenti dei quali aveva
intenzione di servirsi a sua difesa o discolpa. Tra questi sembra (perch� niente di
concreto e definitivo in proposito � stato scoperto), ci fosse un carteggio
riguardante una corrispondenza tra il Duce e Churchill. Queste due borse,
sequestrate a Dongo, ebbero varie traversie e molti dei documenti in esse contenuti
furono trafugati o non si � mai saputo che fine abbiano fatto. Tra le varie
cartelle contenute nelle borse, sembra ce ne fosse una riguardante la succitata
corrispondenza.
Lo storico Arrigo Petacco, nel 1985, scrive un libro intitolato Dear Benito,
caro Winston. Verit� e misteri del carteggio Mussolini - Churchill, in cui cerca di
fare una disamina seria della fine e del probabile contenuto di questi documenti.
Riferendosi a questo carteggio, � nata l'ipotesi che Churchill, per evitare sia
che Mussolini potesse un domani in un eventuale processo parlarne, sia che potesse
esibire parte di questi documenti per lui compromettenti, abbia deciso di far
uccidere Mussolini dai suoi agenti in Italia.
Abbiamo visto che su questa linea si svolge l'ipotesi Lonati.
Occorre anche osservare che lo storico De Felice, nel suo libro Il Rosso e il
Nero adombra anch'egli questa ipotesi, cio� di una probabile uccisione del Duce da
parte inglese, promettendo di portarne le prove. Essendo nel frattempo De Felice
deceduto, non si trov� pi� niente a riguardo.
Si pu� ritenere quest'ipotesi un po' azzardata, dato che mancano le prove. Tra
l'altro pensare che un potente uomo politico come Churchill si sia abbassato a
ordinare questo crimine, non sembra plausibile.
Che sarebbe successo se, nel dopoguerra, per un motivo o per un altro, lo si
fosse venuto a scoprire?
Come sarebbe passato alla storia? � da ritenersi improbabile questa tesi.
Sarebbe stata da parte di Churchill, oltre al crimine, una ingenuit�. Troppo
intelligente quest'uomo politico inglese, sembra un'offesa nei suoi confronti solo
al pensarlo. Che Churchill fosse interessato a questi documenti, come poi sembra
sia stato rivelato, � un altro discorso. I suoi viaggi in Italia nel dopoguerra,
per venirne in possesso possono, essere stati effettuati anche per motivi storici o
di non diffusione degli stessi per falsarne i significati a suo discredito. Avrebbe
anche dovuto scontrarsi, nel caso si fosse scoperta una cosa simile, con Roosevelt,
presidente americano (o chi per lui), che voleva fortemente la cattura di Mussolini
per fargli un regolare processo.
Rimane comunque un'ipotesi come tutte le altre.
Capitolo 9.
Orfeo Landini (Piero).
Che poi i dodici o quattordici uomini del plotone siano stati scelti da questi
due, oppure da altri comandanti partigiani presenti in viale Romagna, ha poca
importanza. Il fatto principale � che Lampredi abbia scelto questi due uomini
spietati nel far fuori i nemici, soprattutto fidati e di sicura obbedienza ai suoi
ordini, minando cos� fin dall'inizio l'autorevolezza e il comando della spedizione
del Colonnello Valerio.
� in questo preciso momento che si forma quello che Lazzaro chiamer� �un
formidabile trio� e i suoi membri saranno i principali soggetti di quel che
succeder� lass� a Bonzanigo.
Il Lampredi la mente, Mordini e Landini potenziali esecutori, la cui
determinazione verr� descritta dallo stesso Piero al Bernini, a proposito della
fucilazione dei quindici a Dongo e dei colpi di grazia ai morituri agonizzanti sul
lungolago.
Si parte da Milano (seguiamo il racconto di Piero), con l'autovettura Fiat 1100
guidata dal Perotta, il camioncino diesel scoperto guidato dal Barba o da uno del
plotone, Arturo, tutti partigiani dell'Oltrep� Pavese.
Dove si colloca Piero durante il viaggio? Anche qui ci sono versioni diverse:
sembra, all'inizio, sulla vettura assieme al Lampredi e al Mordini, oppure nella
cabina del camioncino, dato che pioveva e a bagnarsi erano solo i partigiani del
plotone stipati sul cassone del mezzo. Ma si pu� arguire che il trio sia stato pi�
tempo assieme sulla vettura, a discutere sul da farsi per portare a termine la
missione, anche se nella vettura c'era naturalmente anche il Colonnello Valerio.
Si giunge cos� a Como, si va in prefettura; mentre il camioncino viene
posteggiato in una via laterale e i partigiani bagnati si rifocillano in una
trattoria vicina, Valerio e Guido salgono negli uffici della prefettura.
Cosa si chiede ai comandanti e funzionari vari che qui si trovano?
Esclusivamente un autocarro, capiente, in grado di andare a Dongo col plotone di
partigiani a prelevare Mussolini e i gerarchi.
Landini (Piero) rimane con il plotone, il Mordini (Riccardo) va in un'osteria a
bere un bicchiere di vino. Mentre il Colonnello Valerio fa sgombrare il locale dove
si trovano per telefonare a Milano a Longo, il Lampredi (Guido) ne approfitta per
andare a cercare Mordini e avviarsi con lui alla sede del PCI.
Piero rimane con il plotone, attende Valerio a cui hanno fornito solo un'auto e
un'ambulanza. Partono cos� per Dongo. Durante il tragitto requisiscono l'autocarro
furgonato nel quale si trasferiranno Piero e il plotone. Dopo varie traversie,
alcune fermate e incidenti, raggiungono Dongo verso le 14,00, accolti, dice Piero,
con molta diffidenza dai partigiani del luogo.
Alla fine le cose si aggiustano, i partigiani del plotone vengono rifocillati,
Landini � sempre con loro.
Intanto, in quell'ora tra le 14,00 e le 15,00 Valerio, che aveva ritrovato il
Lampredi giunto pressappoco assieme a lui a Dongo, si decide cosa fare di Mussolini
e dei gerarchi assieme ai comandanti del luogo, i soliti Pedro, Moretti, Capitano
Neri, ecc.
Come digressione citiamo che assieme a costoro c'� anche un emissario del CVL
di Como, con qualifica di comando superiore a tutti, Pietro Terzi, nome di
battaglia "Francesco" che sar� quello che, in accordo con il Vergani (Fabio)
decider� la fucilazione dei quindici gerarchi invece del loro trasporto a Milano.
Ma veniamo al racconto del Landini.
Quando, verso le 15,00 o gi� di l�, Valerio parte per Bonzanigo per andare a
prendere, o pi� probabilmente, fucilare Mussolini, partono con lui anche Riccardo e
lui, Landini. Come guida sar� il Moretti (Pietro) che conosce il posto per esservi
salito durante la notte ma anche come lasciapassare per Sandrino e Lino di guardia
a casa De Maria.
A Bonzanigo, trovano che sul posto c'� gi� il Neri, con la Gianna e altri due
partigiani.
Arrivano alla casa De Maria; salgono Valerio, Guido, il Moretti fa strada e da
lasciapassare per Sandrino. Piero dice di veder scendere Mussolini e la Petacci in
mezzo ad un gruppo di partigiani.
Escono dalla casa, si avviano sul viottolo tutti assieme, Mussolini e la
Petacci, Valerio e Lampredi, Mordini e Landini, il Neri, la Gianna e altri
partigiani, tra cui Lino e Sandrino.
Fatti una decina di metri, Valerio fa addossare a un muro Mussolini e la
Petacci. Piero afferma: �Fu il Moretti a sparare per primo al Duce una raffica di
mitra, mentre la Petacci tentava di allontanare da s� la canna del mitra di Mordini
che vedeva puntata su di lei. Poi si volt� verso il corpo del Duce cadente gridando
che non poteva essere ucciso cos�; in quel momento il Mordini fece partire una
scarica che la colp� alle spalle trafiggendola con i proiettili che andarono anche
su Mussolini. Nel frattempo sparai anch'io, assieme ad altri, sul Duce.
Non spar� Valerio perch� gli si incepp� l'arma, nemmeno il Neri perch� era
molto conosciuto in quel luogo.
Prendemmo poi i due corpi, due per le braccia e due per le gambe, l� caricammo
sulla vettura e l� portammo a villa Belmonte per la fucilazione ufficiale.
Lasciammo Sandrino e Lino a guardia dei due corpi, scendemmo ad Azzano e ritornammo
a Dongo.
Il resto tutte fanfaronate�.
Conclusioni.
Lampredi, il quale sapeva benissimo che non era stato l'Audisio ad uccidere
Mussolini, stende lui stesso la relazione dandogli l'onore e l'onere di averlo
fatto.
Ma perch� non � stato il Colonnello Valerio ad uccidere Mussolini?
Nelle relazioni successive, l'Audisio cade in parecchie contraddizioni:
fornisce tre versioni diverse dei luoghi in cui si erano svolti i fatti, non �
credibile in ci� che vede a casa De Maria, in ci� che dice al Duce e alla Petacci
al momento dell'entrata nella loro camera.
Parla di una casetta, mentre la casa De Maria � una grossa casa di tre piani di
costruzione seicentesca.
Sostiene di aver salito il sentiero mentre � in discesa o anche il contrario,
confonde il partigiano Bill con il commissario Pietro, il Moretti. Afferma di aver
sparato al Duce e alla Petacci alle 16,10 di quel 28 Aprile, ma la De Maria ha pi�
volte dichiarato, anche al Lazzaro, che i due erano andati a prelevarli verso
mezzogiorno (lei gli aveva appena portato qualcosa da mangiare in camera).
Per averli uccisi alle 16,10 davanti al cancello di villa Belmonte avrebbe
dovuto toglierli da casa De Maria verso le 16.
Nel caricare i due cadaveri sul furgone gi� ad Azzano verso le 20. Angelo De
Angelis, che aiut� alla bisogna, disse che i due corpi avevano una certa rigidit�
cadaverica. Perci� impossibile che fossero morti da sole quattro ore, bens� molto
tempo prima.
Nella testimonianza del Codaro, uno dei partigiani del plotone che aiut� a
caricare il corpo di Mussolini sul furgone, si evince che il corpo era ancora caldo
e perdeva sangue. Ma ammettendo la fucilazione alle 16 e dopo un grosso acquazzone
che lav� i corpi, com'� possibile questo dopo quattro ore? Tutte testimonianze da
prendere con le pinze.
Il partigiano Lino, uno dei due di guardia a Mussolini e che senz'altro fu
presente alla sua uccisione, il giorno dopo, a Bill che gli faceva leggere L'Unit�
con la versione di Valerio gli disse: �Tutte balle, ti racconter� io com'� andata�
ma dopo pochi giorni fu ucciso, o secondo altri un colpo sfuggito al suo mitra lo
feri a morte.
Nell'autopsia eseguita a Milano il 29 Aprile dal professor Cattabeni sul corpo
di Mussolini, nel loro stomaco non si trov� traccia di cibo. Se Mussolini fosse
rimasto in casa De Maria fino alle 16, avrebbe senz'altro mangiato qualcosa a
mezzogiorno e nel suo stomaco, essendo stato ucciso solo dopo quattro ore, ne
sarebbero rimasti i resti.
Nella testimonianza Mazzola, Mussolini ucciso in mattinata, non dopo
mezzogiorno, idem la Petacci. Il Gilardoni vede lavare alla fontanella il cadavere
verso le 16, poco prima della fucilazione presunta a villa Belmonte di Giulino.
A Milano, quando in via Brera Lampredi e Audisio dettano alla De Tornasi
Francesca, cugina del Valerio, la relazione sull'uccisione del Duce e di Claretta,
costei ha l'impressione che l'Audisio legga foglietti scritti dal Lampredi. Questi
alla fine batte una mano sulla spalla del Valerio dicendogli: �Allora d'accordo, da
questo momento l'eroe sei tu�.
Se poi aggiungiamo l'affermazione di Sandrino al Pisan�: �non � andata come la
raccontano� o quella del Landini (Piero) �sono tutte fanfaronate�, si capisce che
le cose, senza ombra di dubbio, sono andate diversamente da come pi� volte
raccontate sull' Unit� dal Colonnello Valerio o nel suo libro postumo In nome del
popolo Italiano del 1975.
Quando, negli anni settanta, Armando Cossutta, segretario del partito
comunista, chiede a Lampredi di stendere una relazione sull�uccisione di Mussolini
e della Petacci, lui, pur confermando a grandi linee ci� che egli stesso aveva
scritto per Valerio, prende da questi le dovute distanze, quasi a sconfessare colui
che aveva predefinito eroe.
2a Ipotesi: Bandini.
Nella sua seconda ipotesi il Bandini rovescia la tesi portata nel 1959 nel suo
primo libro, cio� non avalla pi� la tesi che sia stato il Colonnello Valerio a
sparare su Mussolini, bens� Longo sopravvenuto in mattinata da Milano, partendo un
po' dopo il Valerio e il Lampredi. Longo, giunto a Como, si reca alla federazione
comunista in via Natta, fa venire in federazione il Lampredi e il Mordini, parte
con loro e i capi comunisti Ferro, Aglietta [Aglietto], Gorreri e Mentasti per
Dongo.
Qui giunto, incontra il Moretti e il Neri con la Gianna, e appreso dove si
trova Mussolini, partono tutti assieme per Bonzanigo e casa De Maria. Saliti per
via Albana con le macchine, le posteggiano in quello spiazzo dove non si pu� pi�
proseguire.
Mentre il Neri e il Moretti salgono a casa De Maria a prelevare Mussolini e la
Petacci, Longo e il Mordini aspettano in uno spiazzo erboso all'inizio di via del
Riale.
Appena Mussolini e la Petacci, assieme al Neri e Pietro, giungono in loro
prossimit�, con due mitragliatori cecoslovacchi Longo e Mordini uccidono il Duce e
Claretta.
Presenti, oltre al Neri e Moretti, la Gianna, Gorreri e il Lampredi.
Dopodich� Longo sarebbe ripartito immediatamente per Milano per incontrare
Moscatelli. Tutti gli altri, dopo aver nascosto i due cadaveri in una casa vicina,
sarebbero ritornati chi a Como, chi a Dongo.
I punti deboli di questa ipotesi sono molti, smentiti successivamente da varie
testimonianze.
Qui non c'� la tesi, ripresa successivamente da Bill e dal Pisan�, che il
Colonnello Valerio fosse Longo, ma si pone Valerio a Como in federazione e poi a
Dongo, mentre Longo arriva per suo conto, procede alla fucilazione, poi ritorna a
Milano.
Vedremo successivamente che � molto improbabile che sia Longo che Lampredi,
comandante e vice comandante delle brigate Garibaldi, lasciassero Milano sguarnita
della presenza di entrambi.
Longo, con Lampredi e Mordini, giunge a Dongo verso le li di quel 28 Aprile e
incontra il Neri e Pietro, ma nessuno nota questa venuta, non si ha nessuna
testimonianza in questo senso.
Lo stesso Bill, che pure identifica in Longo il Colonnello Valerio, non avalla
quest'ipotesi.
Anche il fatto che Mordini e Longo avessero due mitragliatori cecoslovacchi
calibro nove non � confermato da nessuna testimonianza. Il Landini dir� in seguito
che il Mordini (Riccardo) aveva un'arma spagnola, precisando una pistola a canna
lunga.
Bisogna convenire per� che da questa inchiesta del Bandini partono delle
indicazioni sulla doppia fucilazione, sul luogo della prima fucilazione, della
partecipazione di Riccardo all'uccisione del Duce e della Petacci.
4a Ipotesi: Zanella.
L'ipotesi che l'avvocato Zanella propone ne L'ora di Dongo, come gi� detto, si
distanzia da tutte le ipotesi antecedenti, individuando in Neri l'uccisore di
Mussolini e nel partigiano Lino quello di Claretta Petacci.
Presupponendo questo, per�, misconosce quasi tutte le testimonianze che
farebbero pensare diversamente. Prima di tutto � una tesi non confermata da quasi
nessuno dei protagonisti di questa vicenda, si basa molto su intuizioni dello
Zanella stesso.
Per Zanella, i De Maria mentono sempre, sanno tutto ma non lo dicono, sono
"scarpe grosse cervello fino" cio� dei furbastri che tra l'altro approfitteranno
poi della situazione in cui si sono trovati.
Forse non � cos�: senz'altro i De Maria sono anch'essi, come altri, presi dalla
paura di dire la verit�, di essere puniti da emissari del PCI, per� qualche
ammissione la fanno; non convalideranno nemmeno lontanamente un'uccisione dei due
avvenuta alle 5 del mattino o gi� di l�.
Lo Zanella nel 1993 non � ancora a conoscenza della testimonianza di Dorina
Mazzola.
Siccome lui pone l'uccisione del Duce e di Claretta nello spazio erboso dove si
devono fermare le macchine, forse non sa che � a ridosso di casa Mazzola. Se ci
fosse stata una sparatoria a quell�ora del mattino, i Mazzola (o Dorina)
l'avrebbero senz'altro sentita, mentre invece nulla hanno confermato di questo.
Anche per quanto riguarda la rigidit� dei cadaveri all'atto del loro caricamento
sul camion furgonato, l� dove i caricatori del corpo del Duce esclamano �come el
pesa sto bestion� c'� qualcosa che non quadra. Se uccisi alle 5 del mattino, al
momento del caricamento, verso le 19/20 di sera (sono passate 15 ore), la rigidit�
dovrebbe gi� essere scomparsa. La testimonianza di Dorina Mazzola smentisce le
ipotesi di un'uccisione a quell'ora, d'altronde non confermata ma nemmeno
sospettata da alcuno.
Tra l'altro sembra un po' inverosimile che il Capitano Neri abbia ucciso
Mussolini per scagionarsi dall'accusa di essere stato un traditore condannato a
morte. Sarebbe stato un ingenuo, perch� forse avrebbe aggravato la sua posizione,
non gli avrebbero comunque perdonato di avere preso un'iniziativa del genere da
solo senza interpellare il partito o i suoi superiori.
Al ritorno a Dongo avrebbe dovuto poi confrontarsi con Pedro e Bill, contrari
ad eliminare Mussolini cos� due piedi.
C'� da osservare che Zanella prospetta anche fatti credibili, come il viaggio
della Gianna a casa De Maria per prepararli all'arrivo dei due prigionieri, perch�
in quel momento il Capitano Neri probabilmente stava tenendo il piede in due scarpe
per discolparsi o avere dei meriti verso il partito.
Le 5.000 lire non vennero date dopo in premio ai De Maria, ma subito al momento
di lasciare i due nella loro casa, presupponendo forse anche una permanenza
abbastanza lunga degli stessi, magari un paio di giorni.
A conforto della sua tesi cita una testimonianza del fratello della Gianna,
Cesare Tuissi, presente anche lui in quei giorni a Dongo come partigiano. Il Tuissi
dichiara che ad uccidere Mussolini fu il Capitano Neri, con Lino e la Gianna, ma
sembra una dichiarazione interessata a favore della sorella, casomai detta in
seconda battuta.
Questa tesi dello Zanella ha almeno il pregio di cercare di smuovere le acque
sulle varie ipotesi; coraggiosa ma non supportata a fondo da testimonianze certe
che la suffraghino.
5a Ipotesi: Pisan�/Mazzola.
� tutta basata sulla testimonianza che Dorina Mazzola, quasi ventenne all'epoca
dei fatti, rilascia al giornalista Giorgio Pisan� che, in base a ci� che racconta,
formula la sua ipotesi su come si sono svolti gli episodi dell'uccisione di
Mussolini e della Petacci.
La Mazzola � l'unica persona non comunista, cio� non legata a un'ideologia da
rispettare o seguire, che ha assistito a quegli avvenimenti. Senz'altro dice la
verit�. Tutto si � svolto come lei racconta, non c'� da dubitarne.
Ma gli orari non coincidono con tutte le altre testimonianze, cercheremo di
spiegarne il perch�. Il Pisan�, che senz'altro ha letto il libro del Lazzaro, per
farli coincidere inizia col dire anch'egli che il Colonnello Valerio non � Walter
Audisio, ma Longo.
In questa ipotesi Pisan� ignora completamente Piero (Orfeo Landini) che invece,
come vedremo, � una figura importante, presente, decisiva per la morte di
Mussolini.
Non spiega come mai l'uomo visto dalla Mazzola � in maglietta e non in camicia
nera o giacca grigio-verde. Potrebbe darsi che, visto che la Mazzola racconta che
questo avveniva verso le 9 del mattino, Mussolini, quando lo hanno fatto scendere
dalla camera al terzo piano, fosse ancora a letto svestito, o se gi� alzato stesse
lavandosi.
Ma qui � l'orario che non coincide con parecchie testimonianze, in primis
quella della De Maria. Infatti, per la De Maria, arrivano a prelevare il Duce dopo
che aveva portato qualcosa da mangiare ai due.
Anche su questa affermazione si possono formulare due ipotesi: la prima, che
abbia portato la colazione, cio� mattina tardi, in quanto i due prigionieri non
potevano essersi coricati prima delle 5 del mattino del 28. La seconda, come
dichiarato al Lazzaro, a mezzogiorno.
Dorina Mazzola, quando vede arrivare dal sentiero di via del Riale il gruppo di
partigiani che tengono sottobraccio un uomo morto, oltre a distinguerne uno con
l'impermeabile e un altro col giaccone, vede molte altre persone tra cui due donne
in pelliccia che piangono. Anche qui il Pisan� sorvola, ma potevano benissimo
essere mogli o amanti, o comuniste che, presenti in via Natta a Como quando ci fu
la partenza per Bonzanigo, vollero anch'esse salire sulle vetture con i vari
Mentasti, Ferro, Aglietta [Aglietto], Gorreri.
Riguardo all'uomo con l'impermeabile, nota che ha a tracolla una lussuosa
macchina fotografica.
Anche qui bisognerebbe dare una spiegazione: nessuno ha visto a Dongo Lampredi,
perch� di lui si tratta, dato che era il solo vestito a quel modo, con questo
particolare. La Mazzola potrebbe aver visto male, oppure trattarsi molto
probabilmente di un binocolo o qualcos'altro.
Mentre la testimonianza Mazzola pu� coincidere con quasi tutte le altre,
l'unica che non coincide � quella dell'orario mattutino dell'uccisione di
Mussolini. Se spostiamo l'orario di ci� che vede la Mazzola un po' pi� tardi, il
tutto pu� tornare.
Come gi� detto, sembra strano che ogni volta che la Dorina vede qualcosa, o
sente il campanile suonare o guarda l'orologio del campanile stesso.
Anche nella notte, quando vede salire dei partigiani da via del Riale con due
donne dirigersi verso casa De Maria, non pu� essere mezzanotte, ma pi� tardi.
Questi errori d'orario sono comprensibili: la ragazza � giovane, assonnata,
avvenimenti straordinari le passano davanti. Quei partigiani con due donne non
potevano che essere Pedro, Pietro, Neri, Lino e Sandrino, le donne Claretta e la
Gianna pi� Mussolini.
Con l'ipotesi Pisan�/Mazzola ci avviciniamo ancor pi� alla possibile verit� su
come vennero eliminati Mussolini e la Petacci.
Innanzitutto l'uccisione separata dei due, in momenti diversi ed in luoghi
diversi. E qui richiamiamo la frasi del senatore comunista Negarville dette ad un
giornalista: �La Petacci fu uccisa altrove�, �Il Lampredi si trov� un cadavere in
pi� da gestire�.
Viene spiegata la faccenda dello stivale di Mussolini, del partigiano che cerca
d'infilarglielo ma non ci riesce per la rottura della cerniera posteriore.
Viene risolto il problema del luogo in cui furono portati i due cadaveri in
attesa della seconda fucilazione.
Risolto anche il problema del percorso dall'albergo Milano in Azzano fino alla
fontanella dove il Gilardoni vede lavare Mussolini, nonch� il loro trasporto, gi�
cadaveri da qualche ora, davanti al cancello di villa Belmonte in Giulino di
Mezzegra.
Con le varie testimonianze, si viene ad escludere che due tra i principali
protagonisti di questa vicenda abbiano sparato a Mussolini e alla Petacci, cio�
Lampredi e Moretti (Guido e Pietro).
Si conferma che al momento dell'uccisione di Mussolini erano presenti molte
persone in borghese, tutti i grossi esponenti del PCI comasco con donne in
pelliccia al seguito, i vari Gorreri, Mentasti, Ferro, Aglietto.
Infine, l'uccisione della Petacci con una sventagliata di mitra alla schiena,
come rilevato sia sul cadavere con i fori d'uscita dal petto chiaramente visibili
sul corpo, sia per la foratura posteriore della pelliccia che Claretta indossava al
momento della morte.
In questa intervista Piero, per la prima volta e da parte di una persona come
lui legata a doppio filo col PCI, porta una novit� importante. Smentisce
categoricamente sia il Colonnello Valerio che il Lampredi, dichiarando che ci fu,
lass� a Bonzanigo, una doppia fucilazione. Una in via del Riale a pochi metri da
casa De Maria, un'altra a Giulino di Mezzegra a villa Belmonte su due cadaveri.
Lampredi e Valerio sono morti da tempo. Chiss�, se fossero stati ancora vivi,
se il Landini avrebbe avuto il coraggio di smentirli, forse avrebbe ancora una
volta avallato i loro resoconti, o continuato a negare di essere stato su a
Bonzanigo.
Si pu� pensare che in questa intervista il Landini (non dimentichiamo che ha 85
anni) dica ancora una volta mezze verit�, cercando di salvare capra e cavoli; il
tutto � comprensibile.
Ma se pensiamo che lui e il Mordini erano stati scelti in primis dal Lampredi
per eseguire ci� che poi avrebbero fatto, ci si convince che non � poi cos� strano
che i due fossero assieme nel momento dell�esecuzione, che lui conferma ma in ora
diversa, per non smentire e smontare tutta la messinscena del PCI a cui � legato da
sempre.
Come vedremo, il suo resoconto � credibile, lui ha sparato su Mussolini, ma non
sulla Petacci.
Non lo pu� dire, per i motivi su accennati, ma il luogo e il modo
dell'uccisione di Mussolini saranno confermati, come vedremo nell'epilogo.
Quanto all'uccisione della Petacci, non dimentichiamo ci� che dichiar� il
deputato Negarville: �La Petacci fu uccisa altrove� e per dirlo allora un deputato
comunista � perch� lo sapeva da fonte sicura.
La presenza di Piero a Bonzanigo � anche confermata dal Moretti (Pietro) quando
alla precisa domanda se si ricordava se c'era anche il Landini su a Bonzanigo,
risponde: �S�, c'era anche lui�. Quello diceva che bisognava ammazzarli tutti (i
fascisti, precisiamo noi).
Vorrei qui aggiungere che il Cavallari [Cavalleri], nel suo libro Ombre sul
lago (Piemme) del 1995, avalla al 100% la tesi del Colonnello Valerio (Walter
Audisio), scartando categoricamente tutte le altre ipotesi.
Epilogo.
Armando Cossutta, nel suo libro Una storia comunista liquida con qualche riga
l'uccisione di Mussolini e della Petacci.
Afferma che Longo gli disse di aver telefonato a Valerio intimandogli: �O tu
fucili lui o noi fuciliamo te�, demandando poi tutto il resto alla relazione
Lampredi che lui chiese allo stesso nel 1972 (pubblicata poi nel 1996).
Ma come poteva il Lampredi sconfessare ci� che lui stesso aveva architettato e
che tutti, compreso Walter Audisio, avevano per trent'anni avallato per il PCI?
Le numerosissime testimonianze ci dicono che le cose andarono diversamente,
quella ultima di Dorina Mazzola ha sfatato tutti i romanzi costruiti sull'enigma
dell'uccisione dei due.
Stabilito cos� il luogo dove Mussolini cadde sotto il fuoco dei suoi uccisori,
cio� qualche decina di metri da casa De Maria verso casa Mazzola ma prima della
curva ad esse di via del Riale, vediamo di stabilire l'ora, o almeno
approssimativamente quando Mussolini fu ucciso.
La De Maria dice che andarono a prenderlo poco dopo che lei aveva portato la
colazione ai due.
Colazione o pranzo? A Bill dice dopo il pranzo di mezzogiorno, mentre lavava i
piatti, ma � una dichiarazione a posteriori.
Sandrino dice che erano le ore del mattino quando il Moretti (Pietro) sale con
due persone che non conosce a prendere Mussolini.
Per Urbano Lazzaro dovrebbe essere verso le 13, in quanto Valerio e il plotone
erano partiti da Como verso le 12/12,30.
Per Dorina Mazzola molto prima, tra le 9 e le 11.
Naturalmente, per Walter Audisio e per Piero, verso le 16.
Per il Lonati, invece, lo uccisero alle 11 di quel mattino del 28 Aprile 1945.
Escludendo, come gi� pi� volte ripetuto, la fucilazione delle 16 a villa
Belmonte, si ha un arco di tempo che va dalle 10 del mattino alle 13 del
pomeriggio.
Siccome la Mazzola vede e sente uccidere Claretta attorno a mezzogiorno, si pu�
anche qui con una certa sicurezza stabilire che Mussolini fu ucciso tra le 10,30 e
le 11,30 del mattino.
Abbiamo visto il luogo e l'ora in cui � caduto a terra colpito da diversi colpi
di arma da fuoco.
Si compiva cos� la prima parte della tragedia che portava alla morte di un uomo
osannato per un ventennio dalla maggior parte del popolo italiano. Seguir� di l� a
poco la seconda parte della tragedia, la morte di colei che era stata la sua
compagna per lungo tempo e che nel suo slancio d'amore aveva voluto seguirlo e
accomunare il suo destino a quello dell'uomo che amava.
Tutti gli altri al seguito saranno rimasti sbalorditi dalla rapidit� con cui si
svolsero gli avvenimenti, specialmente il Neri che non prevedeva finisse cos�.
Il Landini dir�, nella sua testimonianza al Bernini: �Il Neri non spar� perche
in quella zona era conosciuto� ma il vero motivo era invece che non condivideva
minimamente quell'uccisione.
Adesso si tratta di portare il corpo del Duce alla macchina posteggiata pi� in
basso, nello spiazzo prima di casa Mazzola, l� dove termina la via Albana. Si mette
un cappotto sul corpo dell'ucciso, si va a prendere Claretta. Questa, quando vede
il corpo del suo amato in quelle condizioni gli si getta ai piedi, si dispera, gli
abbraccia le gambe ed � qui che gli sfila lo stivale che un partigiano cercher�
inutilmente di rimettergli.
La si toglie con impazienza dal corpo di Mussolini, che viene portato da due
partigiani tenendolo sotto le ascelle, uno per parte. Ha la testa reclinata da un
lato, la Mazzola lo vede molto bene.
Il gruppo si mette in moto, davanti il Lampredi con impermeabile bianco e
berretto con visiera in testa, al suo fianco il Mordini (Riccardo) un uomo
tarchiato con giaccone in pelle, dietro tutti gli altri, con i due partigiani che
portano sottobraccio il cadavere di Mussolini.
Tutti assieme scendono per via del Riale e giungono fino allo slargo erboso
prima di casa Mazzola.
In questo punto si pu� svoltare a destra per via delle Rimembranze, oppure
scendere ancora e oltrepassata casa Mazzola, scendere sulla strada Regina per via
Albana.
Il gruppo in un primo momento volta a destra, ma incontra gente. Si cerca di
mandarla via, ma si preferisce tornare indietro sullo slargo. Claretta Petacci �
davanti a tutti, seguono tutti gli altri. Claretta � spaventatissima, cerca di
correre avanti, forse per una improbabile fuga.
A questo punto un partigiano, rimasto poi sconosciuto, per errore o volutamente
fa partire una scarica di mitra. La Petacci � colpita in pieno alla schiena, da
breve distanza, i colpi le escono dal petto, si accascia per terra, sull'erba umida
dello slargo erboso. Uccisa proditoriamente, senza accorgersi di ci� che le stava
succedendo.
Giungono a Dongo verso le 14,10 in due gruppi a poca distanza uno dall'altro.
Prima la vettura con l'autista, il Lampredi, Mordini e il Landini, subito dopo il
Colonnello Valerio con il camion furgonato e il plotone dell'Oltrep� Pavese partito
da Milano.
Qui giunti, il Colonnello Valerio sale al municipio di Dongo per incontrare
Pedro, ma vi trova il Lampredi giunto poco prima, che lo informa dell'avvenuta
uccisione di Mussolini.
Il Colonnello Valerio si arrabbia, apostrofa il Lampredi dicendogli: �Tu a me
questi scherzi non li devi fare� in quanto ancora convinto di andare lui stesso a
prendere il Duce e portarlo in un primo momento a Dongo assieme agli altri
gerarchi.
Il Lampredi lo redarguisce, gli fa capire chi � che comanda e che anche lui
appartiene al Partito Comunista, ed � a questi che bisogna ubbidire.
Ed � qui che il Lampredi pensa ad una seconda fucilazione ufficiale da
raccontare poi al ritorno a Milano, confermata dal PCI e da consegnare alla storia.
Si decide di ritornare a Bonzanigo e verso le 15 si riparte con ancora tutti
gli stessi protagonisti del mattino, cio� il Lampredi, il Mordini, il Landini, come
guida il Moretti (Pietro).
Li precederanno il Neri e la Gianna con altra vettura per accertarsi di ci� che
succeder�.
Giunti a Bonzanigo, mentre il Neri li precede per via Albana, il Lampredi con
Valerio e il Moretti prendono l'asfaltata passando per Giulino di Mezzegra strada
facendo, Valerio sceglie il posto in cui fare la messinscena, il piccolo slargo
davanti a villa Belmonte.
Probabilmente, giunti ad Azzano e prima di salire avranno avvisato i partigiani
di guardia all'albergo Milano di portare i due cadaveri verso l'alto con la
macchina, in prossimit� della fontanella dove hanno proceduto a lavare il cadavere
di Mussolini con la maglia ancora intrisa di sangue.
Fatti portare i due corpi davanti a villa Belmonte, messi di guardia uno a
monte e l'altro a valle i soliti Lino e Sandrino, si proceder� alla falsa
fucilazione, presenti il Colonnello Valerio, il Lampredi, il Moretti e forse anche
l'autista della vettura.
Nessun altro presenzier� a questa farsa della finta fucilazione, in quanto il
Caserotti e i suoi partigiani hanno provveduto a far scendere ad Azzano sulla
strada Regina tutti gli abitanti di Bonzanigo (una cinquantina) dicendo loro che da
l� sarebbe passato Mussolini.
Lasciati Lino e Sandrino a guardia dei due corpi, tornano tutti a Dongo,
giungendovi verso le 16/16,10. Qui inizier� tutta la procedura che porter� alla
fucilazione, sul lungolago, di quindici persone, molti gerarchi fascisti ma anche
alcuni estranei al fascismo, come il Capitano Calistri. Comander� il plotone
d'esecuzione il Mordini (Riccardo). Seguir� anche l'uccisione di Marcello Petacci.
Terminato l'eccidio si caricheranno sul furgone i sedici cadaveri, li si
copriranno con un telone, sopra vi si siederanno i dodici partigiani del plotone
d'esecuzione.
Davanti la vettura con il Colonnello Valerio, Lampredi, Mordini e il Landini,
dietro il camion con il suo lugubre carico, si partir� per Milano, fermandosi poco
tempo ad Azzano per caricare i corpi di Mussolini e di Claretta Petacci.
Giungeranno a Milano verso le 3 del mattino del 29 Aprile, scaricheranno i
corpi sul selciato di Piazzale Loreto, accanto al distributore dove l'anno
precedente erano stati fucilati quindici partigiani.
Ai cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci, Pavolini, Mezzasoma,
Barracu, Bombacci, Zerbino, Gatti, Daquanno, Coppola, Liverani, Porta, Romano,
Utimpergher, Casalinuovo, Daquinto [Nudi], Capitano Calistri, Marcello Petacci, si
aggiunger� quello di Starace, catturato mentre transitava per le vie di Milano e
fucilato sul posto.
Sette di loro, tra cui Mussolini e la Petacci, verranno poi appesi al traliccio
del distributore di benzina.
A Claretta, appesa a testa in gi�, si abbassa la gonna, lasciando intravedere
la mancanza dell'indumento intimo. Un sacerdote pietoso le sollever� la gonna
fissandola (per l'Uboldi con uno spillone, per altri con uno spago, per il Lonati
con un nodo attorno alle gambe, per il Bernini con una cinghia).
I cadaveri, dopo l'indegna esposizione ad una folla inverosimile, spinta in
Piazzale Loreto da curiosit� e morbosit�, saranno trasferiti all'obitorio e
successivamente al Cimitero Maggiore e col� seppelliti, mentre il cadavere di
Mussolini, prima della sepoltura, verr� sottoposto all'autopsia da parte del
professor Cattabeni.
Considerazioni.
Biografia.
Nato nel 1930 a Monteforte d'Alpone (Vr) scomparso prematuramente nel 2007. Ha
trascorso l'infanzia in Emilia Romagna. In seguito (il padre era un proprietario
terriero) la famiglia si � trasferita in provincia di Varese a Lonate Pozzolo. Dopo
una parentesi di due anni trascorsi in Belgio, a Charleroi, torna, nel 1976 in
Italia fermandosi a Milano.
Alfredo Pace divenne un dirigente in un'industria meccanica. Entra alla Borsa
Valori di Milano presso una finanziaria commissionaria di borsa.
Ha pubblicato diversi articoli tecnici su Il Sole 240re. Nel 1993 ha pubblicato
una monografia storica sulla rivista varesina Terra e gente. Per 15 anni, tra il
1980 e il 1995 ha condotto programmi di natura varia e storica presso radio
private. La storia contemporanea � sempre stata la Sua passione.