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A proposito della personalità di Hitler come tecnicamente politica.

Prospettive viennesi 1908-1913.

di Tommaso Gazzolo

INDICE: 1. Su come debba intendersi la nozione di personalità tecnicamente politica, e quali


contenuti essa abbia. Introduzione 2. L’idea di un borghese. Ove si considera la relazione del potere
hitleriano con le masse, e le linee genetiche del suo pensiero politico.

1. Su come debba intendersi la nozione di personalità tecnicamente politica, e quali


contenuti essa abbia. Introduzione.

1
Non esiste alcun «problema (o mistero) Hitler» .

Meglio: è irrilevante, almeno sotto il profilo giuridico, la polemica storiografica sugli anni dell‟infanzia,
gli anni di Linz e dell‟indolenza, ed ancor più gli anni non vissuti neppure, ma pieni di leggende contadine su
un nonno ebreo ed un padre bastardo. È del tutto irrilevante la domanda sulla “pazzia di Hitler”, sia essa
psicologicamente o meno fondata. È del tutto irrilevante, in sintesi, ogni questione che pretenda di sollevare
Hitler a mero oggetto antropologico, a uomo.

Quel che invece si rivela «problematico», è, nel presente lavoro, la costruzione di un potere giuridico
puramente carismatico, e dunque strutturalmente legato alla sua persona fisica.

Qualcosa che va oltre il culto, e che si pone sul piano della coercizione, sul piano della possibilità di
ottenere da altri obbedienza. È in tal senso, pertanto, che si rende necessario un preliminare affresco della
personalità del Fuhrer, nella sua formazione e consolidazione, e del modo in cui essa va intesa come
oggetto di studio sociologico-giuridico.

2
La personalità di Hitler, è una personalità essenzialmente e tecnicamente politica .

1
Si deve ad un taglio storiografico psicologistico, se lo studio della personalità hitleriana si è spesso attribuito il
compito di ritrovare attraverso reti psicanalitiche, teologiche o letterarie “misteri”, arcana, nella vita sessuale,
familiare o cerebrale di hitler, al fine di comprendere, prima di spiegare e descrivere, la mentalità abissale del Fuhrer.
Sono materiali di dubbio valore storiografico, e di sicura irrilevanza politico-giuridica, spesso coinvolgenti altre
tipologie di problemi e di campi, ove spesso il discorso è incentrato sulle nozioni di colpa, malattia, male, a mezzo tra
la metafisica storiografica e l’ipotesi psichiatrica. Non ritengo di doverle considerare, e pertanto la trattazione non
terrà conto di tale letteratura, davvero molto vasta. Per una panoramica, un quadro generale, si legga il celebre libro
di ROSENBAUM R., Il mistero Hitler, Mondadori, Milano, 1999, in cui peraltro si riportano le diatribe e le discussioni de
lana caprina su un presunto nonno paterno ebreo, sull’odio verso il medico ebreo che curò la madre di Hitler, sul
suicidio di Geli Raubal, sulla sua presunta anormalità sessuale.
2
Intendo tecnicamente politica, riferendomi ad un preciso uso del termine, che è quello introdotto dal saggio di
SCHMITT C., il concetto di politico, in Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna, 2003. Per politico si intende pertanto
E sono gli anni di Vienna, a costituire il primo sguardo politico di Hitler.

Non tanto perché è ad essi che Hitler stesso fa risalire il suo antisemitismo scientifico, in un icastico
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passo del Mein Kampf , quanto perché è nella capitale asburgica che l‟artista, il bohèmien, l‟ aspirante eroe
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wagneriano posa le mani sulla politica, sulla forza dell‟opposizione amico-nemico : è la prima
categorizzazione del reale che Hitler compie, e l‟unica che in definitiva compirà.

È a Vienna che il giovane Hitler per la prima volta opera delle distinzioni nel mondo, del mondo;
l‟artista razionalizza il reale, pensandolo per categorie: e tali distinzioni, in lui, sono esclusivamente politiche,
sono distinzioni di amico-nemico. Anche la distinzione estetica, che della personalità del Fuhrer sarà
caratterizzante, si ri-struttura, si riduce ad una sotto-distinzione.

Hitler è fin da Vienna una personalità puramente politica. Il suo è uno sguardo politico, una
prospettiva esistenziale, dove la Ragione pensa la dialettica Freund-Feind come elementare e prima
distinzione delle cose, nelle cose.

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In Hitler, tale distinzione, non soltanto è evidente storiograficamente, e documentabile , ma è
ontologicamente ed assiologicamente la prima: il suo primo gesto teoretico, di maturità, di ri-flessione
razionale, è un gesto politico. Il carattere esclusivamente politico della personalità hitleriana sta in questo,
perciò: il mondo come totalità, il reale, viene sempre pensato primamente in antinomie politiche.

qualcosa di differente ed autonomo rispetto al generico rinvio, alla equipollenza, con l’aggettivo statale. Si leggano, a
proposito del carattere autonomo della nozione, le considerazioni svolte dall’autore alla pagina 108 dello scritto: “Si
può raggiungere una definizione concettuale del politico solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie
specificamente politiche. Il politico ha infatti i suoi propri criteri che agiscono, in modo peculiare, nei confronti dei
diversi settori concreti, relativamente indipendenti, del pensiero e dell’azione umana, in particolare del settore
morale, estetico, economico. Il politico deve perciò consistere in qualche distinzione di fondo alla quale può essere
ricondotto tutto l’agire politico in senso specifico”.
3
Sugli anni viennesi il quadro delle fonti è particolarmente scarso, e spesso le testimonianze (che si riducono a
quattro: quelle di August Kubizeck, di Reinhold Hanisch, Karl Onisch) devono considerarsi inattendibili. Il Mein kampf
stesso, va letto per quel che realmente è, ossia un manifesto politico scritto più di dieci anni dopo il soggiorno a
Vienna e pertanto pensato e strutturato come una meditazione ideologica, un ri-pensamento del passato, piuttosto
che come ad una sua cronaca. Sullo stato delle fonti si legga KERSHAW I., Hitler 1889-1936, Bompiani, Milano, 2003,
p.44. Alla pag. 83 è citato il passo tratto da HITLER A., Mein Kampf, Munchen, 1943, p. 59: “Una volta, passeggiando
per il centro della città, m’imbattei d’improvviso in un’apparizione in caffettano nero e riccioli. «E’ un ebreo?», fu il
mio primo pensiero. Perché, indubbiamente, a Linz non si presentavano così. Osservavo l’uomo con furtiva cautela,
ma più restavo a fissare quel volto di straniero, scrutandone ogni lineamento, e più la mia prima domanda andava a
formuandosi diversamente: «E’ un tedesco?»”.
4
SCHMITT C., il concetto di politico, cit., p. 108: “La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le
azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind). (…) Nella misura in cui non è derivabile da
altri criteri, essa corrisponde, per la politica, ai criteri relativamente autonomi delle altre contrapposizioni: buono e
cattivo per la morale, bello e brutto per l’estetica e così via. In ogni caso essa è autonoma non nel senso che
costituisce un nuovo settore concreto particolare, ma nel senso che non è fondata né su una né su alcune delle altre
antitesi, né è riconducibile ad esse”.
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Ciò non contrasta con quanto detto a proposito della scarsità delle fonti, del grado di attendibilità delle stesse, e del
livello probabilistico di conoscenza che gli anni di Vienna implicano. Ma se a livello strettamente biografico si deve
procedere spesso per supposizioni, in molti casi forzate, a livello di biografia politica è certo, e di ciò il Mein Kampf è
indicativo, lo sviluppo di un’idea politica delle cose che Hitler certo ebbe in tali anni, se non altro per la messa sul
tavolo di tre ordini di problemi, che verrano qui trattati: la società di massa, la classe borghese e l’antisemitismo.
Anche lo sguardo estetico, dicevamo, che connoterà strutturalmente la gestualità politica del Fuhrer,
è ad essa subordinata, ne costituisce una manus dipendente. Le coppie dicotomiche “bello-brutto”, “buono-
cattivo”, sono sempre specchi di una preliminare e fondante distinzione, che è quella tra la Comunità e lo
Straniero (der Fremde). Esse sono sempre elementi sovrastrutturali: lo Straniero non è tale perché brutto,
perché cattivo. È invece il contrario: sono i predetti caratteri estetici e morali che vengono ascritti
automaticamente allo Straniero, il quale è tale semplicemente, perché è semplicemente l‟Altro. E lo è
6
esistenzialmente .

La Vienna dell‟inizio del secolo, immobile e molle, rappresenta in questo senso il sostrato sociale
fondante le immagini del mondo di Hitler, la sua “Weltanshauung”.

7
La capitale dell‟impero asburgico attraversa la “rivoluzione silenziosa” dell‟età tecnica del tardo
Ottocento, che da secolo della borghesia si incrina in fine-secolo di crisi della classe borghese, crisi
economica, sociale e politica: la modernità, nella forma espressiva di progresso, è il meccanismo epocale
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che muove le transizioni e le precarietà della Doppia Monarchia di Francesco Giuseppe .

Una Doppia Corona che, se da scheletro giuridico dello Stato è diretta espressione di una società
feudale ancora, tradizionale, della grande nobiltà, è però fisiologicamente una costruzione sociale vuota, e

6
SCHMITT C., il concetto di politico, cit., p.109: “non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo o
esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può apparire
vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero (der Fremde) e basta alla sua essenza
che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel
caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possano venir decisi né attraverso un sistema di norme
prestabilite né mediante l’intervento di un terzo «disimpegnato» e perciò «imparziale»”.
7
FEST J., Hitler. Una biografia, Garzanti, Milano, 2005, p.32: “Era in corso una silenziosa rivoluzione in seguito alla
quale «la vecchia Europa, cosmopolita, feudale e contadina», sopravvissuta a se stessa, in maniera particolarmente
anacronistica, nell’ambito della doppia monarchia, andava in pezzi, e le scosse e i conflitti che ne erano la
conseguenza non risparmiavano nessuno”.
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La doppia monarchia venne creata dalla sipula di un compromesso con il capo del movimento ungherese Deak nel
1867, subito dopo la sconfitta austriaca nella guerra contro la Prussia dell’anno precedente. Sula suddivisione
dell’Impero in due monarchie, ciascuna con un proprio parlamento ed una propria costituzione, ma con l’unificazione
sotto la Corona Asburgica di Francesco Giuseppe, si legga APIH E., la dissoluzione dell’Austria-Ungheria, in Dalla
Restaurazione alla prima guerra mondiale, Utet, Torino, 1986, p.829: “ La logica di questa struttura istituzionale va
cercata nel fatto che essa teneva largamente conto del diritto storico, cioè del modo in cui si era venuto costituendo
lo Stato asburgico nell’Età moderna. Un processo di acquisizione di territori già formati, anche istituzionalmente, e
non più omogeneizzabili in una costruzione statale unitaria, e verificatosi in una situazione di frontiera, ai margini del
mondo germanico che aveva espresso gli Asburgo. Si è detto di questa dinastia che fu fenomeno quasi unico nella
storia, radicata negli Erblander (domini ereditari) eppure apparentemente senza rapporto con qualsiasi terra o popolo.
Da qui il ruolo sovranazionaledi questa dinastia e il suo peso nello Stato”.
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FEST J., loc.ult.cit.: “Soprattutto gli strati borghesi e piccolo borghesi si sentivano minacciati da ogni parte a opera del
progresso, dalla preoccupante crescita delle città, dalla tecnica, dalla produzione di massa e dalla concentrazione
economica (….) Nella sola Vienna, in seguito all’abolizione delle corporazioni, decretata nel 1859, nel giro di soli
trent’anni, quasi quarantamila imprese artigianali avevano dovuto chiudere i battenti”; HOSBAWM E.J., Nazioni e
nazionalismo dal 1780. Programma, mito, realtà, Einaudi, Torino, 1991, p.140: “Incertezza relativa al proprio status e
alla propria collocazione; insicurezza propria di ampi strati situati tra quelli che costituiscono gli inequivocabili figli del
lavoro manuale e quelli che appartengono, altrettanto inequivocabilmente, alle classi alte e agli strati superiori della
classe media; compensazione realizzata tramite le rivendicazioni di unicità e superiorità minacciate da qualcuno in
particolare o dagli altri in generale: su queste basi si istituisce il legame tra gli strati intermedi più modesti e il
nazionalismo militante, che può in qualche modo definirsi come una risposta a questo genere di minacce, recate dagli
operai, dagli Stati, o da individui stranieri, dagli immigrati, da capitalisti e uomini della finanza così disinvoltamente
identificati con gli Ebrei, che erano visti, su un altro versante, come agitatori rivoluzionari”.
risultato di un compromesso-gabbia (l’Ausgleich del „67): in essa non vi è lo spazio politico per la
rappresentanza borghese, per i movimenti delle masse e la loro coscienza sociale, per la conseguente
posizione di crisi del ceto medio borghese. Il problema della modernità, in sintesi, risiede proprio nella
necessità di un ri-posizionamento sociale della borghesia: è in questo senso che può parlarsi di crisi del
modello ottocentesco, del parlamentarismo, del liberalismo.

In tale linea storica, che è comune a tutti i paesi europei, il problema austriaco è di particolare
interesse per il fatto che la doppia monarchia appare come l‟unica nazione a presentarsi, già negli anni della
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giovinezza di Hitler, come stato plurinazionale .

In questo senso, le spinte sociali e le contraddizioni della Vienna del 1907 sono meccanismi che
sfumano il problema sociale in problema etnico: l‟antisemitismo, ed è in tal senso che va inteso nel giovane
Hitler, se per definizione pone un problema razziale, più correttamente deve intendersi come antisemitismo
sociale. Gli ebrei viennesi sono la classe socialmente moderna della città.

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L‟ebreo è tecnicamente moderno, ed è questo l‟aspetto che collide con la paura del moderno , tratto
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tipico invece della piccola borghesia tedescofila austriaca .

10
Sul plurilinguismo ed la multietnicità di Vienna, si leggano i dati riportati in KERSHAW I., Hitler 1889-1936, Bompiani,
Milano, 2003, p.46: “Fra il 1860 ed il 1900 la popolazione era più che raddoppiata: quattro volte la crescita di Parigi o
di Londra. Di 1.674.957 abitanti che vi si contavano nel 1900, solo meno della metà vi erano nati. Molti si erano
riversati in città dalle fasce orientali di un vasto impero che contava più di 50 milioni di abitanti, con la sia miscela
etnica di tedeschi, cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, serbi, croati, italiani, romeni e ungheresi. Fra loro vi era
una consistente minoranza di ebrei, la cui popolazione a Vienna superava quella di qualsiasi altra città tedesca
dell’epoca. Alla metà del secolo la capitale ne ospitava poco più di 6.000, equivalenti a circa il 2 per cento della
popolazione. Nel 1910 il numero era salito a 175.318, ovvero l’8,6 per cento degli abitanti”. Per un confronto
demografico con gli altri Stati europei, vedi HAMANN B., Hitler’s Vienna: A dictator’s Apprenticeschip, Oxford, 1999, p.
86 : “Vienna, the capital and imperial residence, reflected the Austro-Hungarian Dual Monachy’s great international
significance. After all, taking into account the total population of almost 50 million around 1910, it was the second
largest in Western Europe, behind the German empire with almost 65 million and ahead of Grat Britain with Irealnd
(45 million), France (almost 40 million), Italy (34,7 million) and Spain (almost 20 million)”, p.89: “Around 1910, the
western half of the empire with its capital, vienna, had 28.5 million people: almost 10 million Germans, almosto 6.5
million Czechs, Moravians, and Slovaks, almost 5 millio Poles, more than 3.5 million Ruthenians (Ukrainians), 1.25
million slovenians, almost 11,000 Magyars, plus some 500,000 foreigners, including Hungarians. There was no
“Jewish” nation because the only criterion for being acknowledged as a nation was the everyday language used, and
the Jews did not have a homogeneous language. However, as a religious community and as citizens they had
possessed full civil rights since 1867”.
11
Il lavoro di MOSSE G., Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore, Milano, 1994, p.17, si deliena proprio a
partire da tale prospettiva:”sostenevano i critici che la Civiltà si era impadronita del borghese, e tuttavia ad avanzare
tale obiezione erano proprio dei borghesi; o, per meglio dire, non il grosso borghese né il nuovo ricco, ma coloro che
dalla rivoluzione industriale erano stati messi con le spalle al muro (…). A questa piccola e media borghesia, si univano
le categorie artigianali, che rapidamente decadevano alla condizione proletaria e la cui sensazione di isolamento
risaliva al 1848. Per l’una come per le altre, il progresso era una minaccia alla loro condizione borghese”.
12
Vale la pena, per comprendere la modernità sociale dell’ebreo, riportare le considerazioni in FEST J., op.cit., p.33: “
Le vicende storiche avevano non soltanto ridotto gli ebrei a particolari ruoli e attività economiche, ma prodotto anche
in loro una singolare mancanza di pregiudizi, una straordinaria facilità di adattamento e di mobilità sociale. A
provocare il sorgere di una sensazione di pericolo e di sopraffazione era, non solo il fatto che gli ebrei penetrassero,
un numero sproporzionato, nelle professioni accademiche, che esercitassero un influsso predominante sulla stampa
come pure su quasi tutte le grandi banche di Vienna e su una parte cospicua dell’industria locale, ma anche, e forse
più ancora, il fatto che il loro tipo umano corrispondesse allo stereotipo urbano, razionalistico, dell’epoca, più di
quanto non avenisse con i rappresentanti della vecchia Europa borghese, i quali, con le loro tradizioni, i loro
La personalità di Hitler si forma pertanto all‟interno di un paradigma borghese, nel sottile paradosso
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di chi fa propria la classe che lo esclude . Ed è una politicizzazione di questa condizione di escluso, che
rafforza il senso di appartenenza alla sua classe facendone proprio i valori sociali.

Tale paradosso, in realtà, è una topica psicologico-sociale del ceto medio de-costruito nella paura
del progresso, del declassamento, della proletarizzazione: esso è intrinsecamente reazionario, nel senso
che rivolge il suo odio sociale al proletariato, per poter conservare, a prescindere dalla condizione
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economica, i valori sociali borghesi .

sentimentalismi e il loro dubbi, affrontavano in maniera assai meno disinvolta il futuro”. Sul rapporto tra
antisemitismo e modernità in Hitler, in realzione al periodo viennese, si legga MOSSE G., op.cit., p.439: “Questa
concezione degli ebrei finì per fare tutt’uno con l’odio che hitler aveva per Vienna, città che detestava, con particolare
riguardo per quella parte di essa che era maggiormente evoluta. Non v’è dubbio che l’antiurbanesimo divenisse fino
ad allora elemento fondamentale del suo atteggiamento verso la vita: il quale assunse le consuete forme nazional-
patriottiche, ivi comprese la glorificazione dei contadini, avendo però a proprio centro lo stereotipo antigiudaico”. Per
il tratteggio storico della figura dell’ebreo ricondotto a simbolo del modernismo si leggano nello stesso testo le pgg.
192 e seguenti (sulla Lega degli antisemiti fondata nel 1879 dal giornalista Wilhelm Marr).
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FEST J., op.cit., p.40: “Non soltanto una parte cospicua dei suoi atteggiamenti esterni, per quanto riguarda ad
esempio il linguaggio e il vestiario, bensì anche le sue opzioni ideologiche ed estetiche si spiegano nella maniera più
convincente a partire dagli sforzi intensi a diventare degno del mondo borghese, acriticamente trasfigurato facendone
persino propria la boria. Ai suoi occhi, essere oggetto di disprezzo sociale appariva di gran lunga peggiore della miseria
sociale”. Il giovane Hitler è perciò un escluso dal punto di vista sociale, è un indolente nullafacente che, dopo il
mancato ingresso all’Accademia, perde le sue giornate a passeggio per la città. Hitler è escluso cioè dal mondo sociale
borghese, ma non è economicamente un proletario, perlomeno nei primi due anni viennesi. Si legga ancora FEST J.,
op.cit., p. 35: “Un accurato calcolo dei suoi introiti ha permesso di dimostrare che, durante il primo periodo del suo
soggiorno viennese, grazie alla eredità del padre, a quello che gli aveva lasciato la madre, alla pensione di orfano e ai
suoi guadagni, potè disporre di un reddito mensile oscillante tra le ottanta e le cento corone, vale a dire quanto
percepiva mensilmente un assessore“; Per un affresco generale, si legga ZITELMANN R., Hitler, Laterza, Roma-Bari,
1998, p.9-10: “Poco chiare restano specialmente le domande attinenti alla sua situazione economica e alla sua
posizione sociale. Nelle prime biografie Hitler viene rappresentato come un asociale ai limiti della mendicità, un
emarginato che trascinava l’esistenza accompagnandosi a individui di dubbia reputazione, vagabondi e ladruncoli.
Questa ricostruzione è fondata su fonti inaffidabili e certamente non corrisponde a realtà. Tuttavia non è nemmeno
possibile dimostrare con certezza l’ipotesi contraria (…) Probabilmente nei primi tempi la sua parte di eredità gli
garantì una situazione finanziaria abbastanza solida, integrata anche dalla vendita die suoi acquerelli e disegni.
Tuttavia sappiamo con certezza che Hitler di tanto in tanto trovò alloggio nell’ospizio die senzatetto, e che dal
dicembre 1909 sino alla fine del periodo viennese (1913) alloggiò in un dormitorio pubblico“. Tale condizione perdurò
almeno fino all’autunno del 1909, anche se le sue condizioni sociali, dalla frugalità dei pasti, alle stanze affittate in
quartieri lugubri, danno con chiarezza l’idea del declassamento di tipo più sociale che economico che Hitler visse in
quegli anni. Sulla vita quotidiana di Hitler, ancora in FEST J., loc.ult.cit., “Hitler proseguiva la sua vita di sfaccendato
senza arte nè parte, alla quale si era andato abituando: padrone assoluto del proprio tempo, come non mancava di
sottolineare orgogliosamente. Di solito si alzava non prima di mezzogiorno, per poi aggirarsi per le strade o nel parco
di Schonbrunn, visitando i musei e, la sera, recandosi all’opera dove, in uno stato di semiebbrezza, assistette a trenta o
quaranta rappresentazioni di Tristano e Isotta in un solo anno, se si deve credere a sue successive affermazioni“, .
KERSHAW I., Hitler 1889-1936, cit., p.54: “La mattina restava a letto, era assente quando Kubizek *il suo compagno di
stanza] rientrava dal Conservatorio all’ora di pranzo, nei pomeriggi di bel tempo vagava per i giardini del palazzo di
Schonbrunn, se ne restava immerso nei libri, fantasticava di grandiosi progetti architettonici e letterari e passava la
sera a disegnare fino a notte inoltrata”
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In Hitler è evidente l’assimilazione di questi temi in una costruzione borghese di sé. Vedi FEST J., op.cit., p.40: “…se
mai nella coscienza di Hitler sono reperibili tratti di conio austriaco, si tratta di quella coscienza quasi nevrotica del
rango sociale, con la quale difendeva l’orgoglio e il privilegio di essere borghese“
La caratteristica politica di questa borghesia in crisi è il livellamento economico, il declassamento, a-
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simmetricamente svolto anziché sulla rivoluzione, sulla reazione .

Il problema del ri-posizionamento sociale del ceto medio è, perciò, conseguente ad una sua crisi
economica, crisi che tuttavia lo spinge ad una differenziazione con il proletariato sul piano sociale, con
l‟ebreo moderno sul piano razziale, con il liberalismo sul piano politico. L‟equidistanza da capitalismo e
socialismo, si ritrova nel concetto di socialismo nazionale.

Tale idea politica, è quella che Hitler incontra nella Vienna dei quindici anni di governo cittadino
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del sindaco Lueger, e delle sotteraee antisemite concezioni quali quelle diffuse da Schonerer o da Lanz
17
sulla rivista Ostara , e dal movimento pantedesco, tra tutte.

L‟approccio di Hitler a tale ambiente, si risolve in una sostanziale adesione ideologica, culturale, al
paradigma social-nazionalistico; ma, tecnicamente e tatticamente, e cioè sul piano politico, Hitler in realtà è
più vicino alle mosse della gestione Lueger, e del suo partito cristiano sociale.

Ovvero: nella politicizzazione di una angoscia sociale, deve considerarsi l‟autonomia che acquista la
componente politica. Tale autonomia sta non soltanto nella comprensione della autonormatività della
politica, delle gestione del potere, ma anche –e soprattutto- nel fatto che, una volta elaborate
esistenzialmente le coppie Freund-Feind, le connotazioni morali o sociali che le hanno permesse, le hanno
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mosse, si limitano a posizionarsi genealogicamente, ma cessano di influenzarne il carattere .

In altri termini, l‟arianesimo ed il misticismo, l‟antigiudaismo, la paura sessuale dell‟ebreo ed il


biologismo non possono non rivelare simmetrie e coincidenze tra l‟ambiente più volkisch ed la dottrina che

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Lo stesso Hitler imparò a Vienna un forte odio verso i sindacati, ed il proletariato, anche quando economicamente si
ritrovò ad appartenervi. Leggi FEST J., op.cit., p. 39: “Egli stesso ha narrato come, mentre lavorava come operaio edile,
durante le pause di mezzogiorno, bevesse il suo latte e mangiasse il suo pane «un po’ in disparte dagli altri» e, cosa
che è senz’altro credibile, la sua reazione all’atteggiamento critico e negativi stico dei compagni di lavoro, era
«accesissima» e corrispondeva alla sostanza del suo essere: «Lì, tutto veniva rifiutato: la Nazione, quale un’invenzione
delle classi…”capitalistiche”; la Patria, quale strumento della borghesia per lo sfruttamento dei lavoratori; l’Austria
delle leggi, quale strumento di oppressione del proletariato; la Scuola, quale istituto per l’allevamento degli schiavi da
un lato e dei negrieri dall’altro; la Religione, quale mezzo di incretinimento del popolo, destinato allo sfruttamento; la
Morale, quale espressione di pecorile rassegnazione, e via dicendo(…)”.
16
Su Georg Ritter von Schonerer, si legga KERSHAW I., op.cit., p.48-49, in specie: “Il suo programma agitava una prima
avvisaglia di «socialismo nazionale»: il più radicale dei nazionalismi (vale a dire primato e superiorità di ogni cosa
tedesca), riforma sociale, democrazia popolare antiliberale e antisemitismo”; MOSSE G., Il razzismo in Europa. Dalle
origini all’olocausto, Laterza, Roma-Bari, 2003, p.175-176.
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Ostara era apparsa a partire dal 1905, come periodico razzista, dove avevano spazio le teorie dell’ex monaco
cistercense Adolf Lanz (che aveva adottato il nome di Jorg Lanz von Liebenfels). Sulla influenza di tali idee su Hitler,
vedi KERSHAW I., op.cit., p.71: “La cosa più probabile è che «Ostara» rientrasse tra le letture di Hitler insieme ad altre
rivistucole razziste che abbondavano presso le bancarelle dei giornali di Vienna. Ma non si può esserne certi. E, nel
caso, non possiamo essere sicuri di ciò che pensasse. Le prime dichiarazioni certe di antisemitismo, immediatamente
successive alla prima guerra mondiale, non tradiscono tracce dell’astrusa dottrina razziale dell’ex monaco. In seguito
fu più volte sprezzante nei confronti delle sette volkisch e delle frange estremiste del culto germanico”.
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Si ricordi SCHMITT C., Il concetto di politico, cit., p.110: “I concetti di amico e nemico devono essere presi nel loro
significato concreto, esistenziale, non come metafore o simboli; essi non devono essere mescolati e affievoliti da
concezioni economiche, morali e di altro tipo, e meno che mai vanno intesi in senso individualistico-privato, come
espressione psicologica di sentimenti e tendenze private. Non sono contrapposizioni normative o «puramente
spirituali»”.
sarà dello NSDAP. Tuttavia deve tenersi conto del fatto che tali componenti hanno natura estetica e morale,
anziché politica: Hitler non si iscrisse mai in uno di tali movimenti, né lo legò funzionalmente ad un problema
di una distinzione esistenziale tra amico e nemico.

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E se di tali elementi morali, estetici, Hitler se ne avvalse, non li elaborò mai come ideologia : il
nazionalsocialismo non ha mai elaborato una Weltanshauung intesa come visione culturale del mondo, in
realtà, poiché è un movimento esclusivamente politico.

Hitler è indipendente in tale sfumatura dalle istanze volkisch: queste costituirono sì il bacino culturale
dell‟adesione popolare allo NSDAP, ma non la struttura dell‟idea politica hitleriana. Ciò perché la possibilità
di compiere una divisione politica del reale, è autonoma dai punti di vista economici e morali: Hitler fu una
personalità politica proprio perchè indifferente alle ideologie, perché queste erano funzionali ad una
distinzione più pregnante, quella politica, che tende verso un‟antinomia che non è né sociale né ideologica,
ma è esistenziale.

Tale antinomia, piuttosto, ha come leva della distinzione la gestione tecnica e tattica del potere. In
tale accezione, l‟esempio di Lueger deve considerarsi fondante della personalità del Fuhrer.

Lueger, che morì due anni dopo l‟arrivo di Hitler nella città, deve considerarsi un modello non
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ideologico, ma politico per il Fuhrer , il suo immediato terreno d‟apprendimento, per quanto riguarda la

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In ogni caso, va detto che sulle letture e le influenze culturali che fecero presa sul giovane Hitler, la storiografia non
offre una risposta univoca. È certo che le stesse parole di Hitler, che descrive gli anni viennesi come anni di letture
ossessive, sono da intendere in un senso particolare. Si leggano KERSHAW I., op.cit., p.58-59: “L’asserzione più tarda
che avesse letto un impressionante elenco di classici –fra cui Goethe, Schiller, Dante, Herder, Ibsen, Schopenhauer e
Nietzsche- deve essere accolta con largo beneficio di inventario. Quali che sia state le sue letture durante gli anni
viennesi e, tolto un certo numero di giornali citati nel Mein Kampf, non possiamo accertarne l’identità, ed è probabile
che fossero assai meno elevate delle opere di tali glorie letterarie”; TREVOR-ROPPER, The mind of Adolf Hitler, in
Hitler’s table talk 1941-1944: His private conversations, New York, 2000;p.XXXII: “Perhaps it was in those early days in
Vienna which seemed to their contemporary observers so wasted and trivial—we are told diat he was even then a
great client of the lending-libraries and brought home from them "readingmatter by the kilo"—not novels, which (as
he tells us) he never read, but books on history and religion, on geography and technology, art-history and
architecture. He himself claimed to have devoured all five hundred volumes in a Viennese book-store; and we know
how he read, glancing first at the end, then in the middle, then—when he had some idea of its content—working
systematically through it. But accumulation and memorisation is not necessarily thought, and we cannot
be sure that Hitler in Vienna did more than accumulate the matter which his powerful mind afterwards arranged in a
grim, erroneous system”.
20
KERSHAW I. op.cit., p.49: “L’ascesa del Partito cristiano sociale di Lueger fece su Hitler una profonda impressione.
L’iniziale sostegno per Schonerer lasciò via via il posto a una crescente ammirazione per il tribuno. La ragione
principale è da ricercarsi nella presentazione delle rispettive politiche. Laddove Schonerer aveva trascurato le masse
Lueger, come Hitler riconobbe con entusiasmo, se ne guadagnò i consensi «attraverso un’opera di persuasione dei ceti
minacciati», le classi piccolo borghesi e il ceto medio-basso e artigianale”. Vale la pena riportare nella sua interezza il
giudizio su Lueger pronunciato da Hitler il 1 dicembre 1941, riportato in HITLER A, Hitler’s table talk 1941-1944: His
private conversations (Introduction and Preface by Hugh Trevor-Roper), New York, 2000, p.146-147: “There was a man
in Vienna, before the first World War, who was always in favour of an understanding with anti-Semitic Rumania—and
he saw in it the best way of preventing Hungary from acquiring too much importance. That was Lueger. Lueger was
also of the opinion that it was possible to maintain the Austrian State, but on condition that Vienna regained all its
supremacy. Schönerer, on the other hand, took as his point of departure the idea that the Austrian State ought to
disappear. His attitude towards the house of Hapsburg was brutally radical. From that time dates the first attempt to
oppose the Germanic racial community to the monarchy. On that point, Lueger and Schönerer parted company.
Lueger, whp had belonged to the Pan-Germanist movement, went over to the Christian-Social party, for he thought
21
visione del politico come ciò che inerisce il potere e la sua conservazione , le sue meccaniche, la presa su
una determinata base sociale.

Lo stesso antisemitismo del sindaco, sebbene apparentemente criticato da Hitler per la sua natura
posticcia, costituisce un esempio in realtà di come l‟antisemitismo abbia decisamente una valenza politica
nel nazionalsocialismo: nella sua dimensione politica, infatti, l‟antisemitismo hitleriano non è una teoria
razziale, ma un instrumentum regni, una chiave attraverso cui allentare e tendere le coppie amico-nemico.

È al periodo viennese, si è detto, che può ricondursi l‟antigiudaismo di Hitler. Tuttavia, tale
affermazione va intesa nel senso che è a Vienna che Hitler proietta un sentimento antisemita generalmente
22
diffuso (e pertanto, in questa accezione, già conosciuto ed assimilato a Linz, deve ritenersi ) su un asse
politico.

L‟ebreo diviene il nemico. Il nemico, tecnicamente, è tale per essere altro: non c‟è pertanto una
teoria razziale che ne sostiene l‟alterità, ma al contrario, al limite, che si appoggia ad essa.

23
In Hitler l‟antisemitismo è un problema politico, non personale e psicologico .

that anti-Semitism was the only means of saving the State. Now, in Vienna, anti-Semitism could never have any
foundation but a religious one. From the point of view of race, about 50 per cent of the population of Vienna was not
German. The number of Jews, amongst a million eight hundred thousand inhabitants, was close on three hundred
thousand. But the Czechs of Vienna were anti-Semitic. Lueger succeeded in filling thirty-six of the hundred and forty-
eight seats of the Vienna Municipal Council with anti-Semites. When I arrived in Vienna, I was a fanatical opponent of
Lueger. As a Pan-German, and as a supporter of Schönerer, I was accordingly an enemy of the Christian-Socials. Yet in
the course of my stay in Vienna I couldn't help acquiring a feeling of great respect for Lueger personally. It was at the
City Hall that I first heard him speak. I had to wage a battle with myself on that occasion, for I was filled with the
resolve to detest Lueger, and I couldn't refrain from admiring him. He was an extraordinary orator. It's certain that
German policy would have followed another direction if Lueger hadn't died before the first World War, as a result of
blood-poisoning, after having been blind for the last years of his life. The Christian-Socials were in power in Vienna
until the collapse in 1918. Lueger had royal habits. When he held a festivity in the City Hall, it was magnificent. I never
saw him in the streets of Vienna without everybody's stopping to greet him. His popularity was immense. At his
funeral, two hundred thousandViennese followed him to the cemetery. The procession lasted a whole day.
Lueger was the greatest mayor we ever had. If our Commons acquired a certain autonomy, that was thanks to him.
What in other cities was the responsibility of private firms, he converted in Vienna into public services. Thus he was
able to expand and beautify the city without imposing new taxes. The Jewish bankers one day hit on the idea of
cutting off his sources of credit. He founded the municipal savings-bank, and the Jews at once knuckled under,
overwhelming him with offers of money”.
21
KERSHAW I. op.cit., p.51: “Mutuato da Lueger era invece il dominio delle masse, la formazione di un movimento
«per raggiungere I propri scopi», l’uso della propaganda per influenzare «gli istinti psicologici» della vasta massa dei
sostenitori. Questo sì, era destinato a rimanere”.
22
Se si intende l’antisemitismo su un piano non-politico, ma strettamente psicologico, la datazione e la geneologia di
fanno fisiologicamente più complicate. Vedi KERSHAW I. op.cit., p.84: “…è generalmente accettatto che la conversione
di Hitler a un forsennato antisemitismo risalga al periodo viennese. Ma al di là delle sue parole, gli elementi disponibili
offrono ben poco per confermare l’ipotesi. L’interpretazione è affidata, in ultima analisi, a un calcolo delle
probabilità”.
23
A sostegno di tale tesi , non vanno trascurate le amicizie, le conoscenze ed le relazioni che Hitler tenne negli anni
1910-1911 con ebrei: Simon Robinson, Josef Neumann, Siegfried Loffner, Jacob Altengerg, sono figure che alla Casa
degli Uomini presso cui Hitler alloggiò dal 9 febbraio 1910 che in vario modo ebbero rapporti commerciali ed umani
con lui. Certo ciò non significa che per essi Hitler possa aver provato niente altro che disprezzo, e che vi intrattenesse
rapporti sulla sola base dell’interesse economico pragmatico. Tuttavia essi sono anche testimoni, insieme ad Hanisch,
della mancanza di un atteggiamento personale razzista o antisemita del giovane Hitler. Di fronte così alla pluralità di
La discriminazione dell‟ebreo, sul piano politico, è sempre nel nazismo una discriminazione di diritto
pubblico, proprio perché distingue per capacità giuridica il cittadino dallo straniero, finalizzata a costruire una
24
comunità del popolo (Volksgemeinschaft) sull‟opposizione all‟Altro .

Il problema ebraico, nello Stato nazista, non sarà mai combattuto, in senso politico, come problema
25
interno, e ciò perché l‟ebreo è Feind (nemico), in quanto Fremde (Straniero) . In altri termini, lo strumento
della capacità giuridica (codificato dalle Leggi di Norimberga del 1935), comporta il passaggio da una
considerazione razziale a quella politica. L‟ebreo è l‟altro politicamente, è il nemico.

L‟ebreo non sarà mai combattuto come avversario razziale, ma come nemico politico.

Ciò per il fatto che tutto il potere per Hitler sarà da considerarsi sempre un problema politico, e non
di altro genere. Un problema tecnico di costruzione, sul piano interno, di una comunità nazionale e, sul piano
esterno, di una nazione come potenza bellica continentale, un problema tattico di costruzione del nemico.

Per questo, i.e. per la natura tattica del problema, l‟antisemitismo è teso e proiettato sul Feind, in una
proiezione però mai definitiva: sarà, nello sviluppo del nazionalsocialismo, di volta in volta legato al
capitalismo, alla socialdemocrazia, alla «pugnalata alla schiena» e Versailles, al “bolscevismo giudaico”.

versioni ed ipotesi che si incontrano, è bene distinguere i piani: se sotto il profilo psicologico è difficile poter
ricostruire le dinamiche del pensiero hitleriano, sotto il profilo politico, invece, l’antisemitismo appare chiaramente
nel modo in cui Hitler costruisce la figura del nemico. L’odio verso il capitalismo, verso l’internazionalismo socialista,
verso il marxismo, sono ridotti all’ebreo in quanto figura concettuale ed esistenziale, e non in quanto individuo
concreto, come invece accadrebbe per una elaborazione sentimentale dell’antisemitismo.
24
Già nelle pagine del Mein Kampf, il problema ebraico è essenzialmente un problema giuridico, che va risolto sul
piano del diritto pubblico, della distinzione tra cittadino e straniero. Si legga HITLER A., Mein Kampf, Bompiani, Milano,
1940, p.37: “Il diritto di cittadinanza s'acquista oggi in prima linea col nascere entro i confini d'uno Stato. La razza o
l'appartenenza alla nazione non hanno in ciò nessuna parte. Un Negro, vissuto una volta nei territori di protettorato
tedesco, ed ora dimorante in Germania, mette al mondo un figlio che è «cittadino tedesco». E così, ogni figlio di Ebrei
o di Polacchi o di Africani o di Asiatici può essere senz'altro dichiarato cittadino tedesco. (…) L'acquisto della
cittadinanza si svolge non diversamente dalla ammissione in un club automobilistico. Il candidato presenta la sua
richiesta, si procede ad un'indagine, la richiesta è accolta, e un bel giorno gli si fa conoscere con un biglietto che è
diventato cittadino dello Stato. E la notizia gli è data in forma umoristica: a colui che finora è stato uno Zulù o un Cafro
si comunica che «è diventato Tedesco»! Siffatto sortilegio è la prerogativa di un semplice funzionario. In un batter
d'occhio, questo funzionario fa ciò che nemmeno il Cielo potrebbe fare. Un tratto di penna, e un Mongolo diventa un
autentico «Tedesco»”.
25
L’ebreo come Straniero è la connotazione tecnicamente politica dell’antisemitismo nazionalsocialista. Vale a dire il
piano economico, sociale e razziale in cui l’ebreo viene attaccato dal nazionalsocialismo è sempre trasceso in questa
dimensione politica, in quanto più intensa e primaria. SCHMITT, op.cit., p. 109-110: “Nella realtà psicologica, il nemico
viene facilmente trattato come cattivo e brutto, poiché ogni distinzione di fondo, e soprattutto quella politica, che è la
più acuta e intensiva, fa ricorso a proprio sostegno a tutte le altre distinzioni utilizzabili (…) La concretezza ed
autonomia peculiare del politico appare già in questa possibilità di separare una contrapposizione così specifica come
quella di amico-nemico da tutte le altre e di comprenderla come qualcosa di autonomo”, p.122: “Il reale
raggruppamento amico-nemico è per sua natura così forte ed esclusivo che la contrapposizione non politica, nello
stesso momento in cui causa questo raggruppamento, nega i suoi motivi e criteri finora «puramente» religiosi, politici
o culturali e viene sottomessa ai condizionamenti e alle conseguenze del tutto nuove, peculiari e, dal punto di vista di
quel punto di partenza «puramente» religioso, economico o di altro tipo, spesso molto inconseguenti e «irrazionali»,
della situazione politica”.
In Lueger, la considerazione dell‟antisemitismo fu la medesima: una possibilità di reductio ad unum
26
dell‟elemento nemico, e non un problema razziale. La stessa frase “decido io chi è ebreo!” , attribuita al
sindaco viennese, ben potrebbe valere per Hitler, e non a caso la si riporta spesso anche come riferita a
Goering.

2. L’idea di un borghese. Ove si considera la relazione del potere hitleriano con le


masse, e le linee genetiche del suo pensiero politico.

Se la personalità di Hitler deve essere considerata nel suo connotato politico (che a mio avviso deve
essere formalisticamente inteso), essa tuttavia si è formata attraverso un insegnamento politico, quello di
27
Lueger, e culturale, quello volkisch , i quali hanno caratterizzato strutturalmente alcuni punti di vista
nazionalsocialisti in relazione tanto alla gestione del potere, quanto all‟atteggiamento verso la società di
massa.

L‟Hitler di Weimar sarà un borghese che non vive più la crisi della modernità, ormai, non vive più un
28
passaggio, ma vive in uno Stato delle masse , a passaggio, cioè, già terminato. La cesura è stata la morte
di massa della guerra. È stato il suffragio universale, è stata la burocratizzazione dei partiti e dello Stato.

È bene pertanto non confondere la tattica elettorale nazionalsocialista (fondata sulla propaganda e
su un uso moderno della psicologia delle folle), dalla considerazione nazionalsocialista del ruolo delle
masse. Se, in altri termini, lo NSDAP fu un moderno partito di massa, burocratizzato, dinamico come

26
Citata in KERSHAW I., op.cit., p.50: “Ma, a differenza di quest’ultimo *di Schonerer+, il suo antisemitismo era più
funzionale e pragmatico che ideologico: «decido io chi è ebreo» (Wer a Jud ist, bestimm i!), era una frase
comunemente attribuitagli. E aveva aspetti più politici ed economici, che dottrinalmente razziali”. Uno studio sulla
figura di Lueger è stato compiuto da GEEHR R., Karl Lueger: Major of fin de Siècle Vienna, Wayne State University
Press, 1993. A proposito dell’ antisemitismo del sindaco viennese, Geehr scrive, a pag.16: “In his brilliant study Fin-de-
Siècle vienna, Carl Shorske has called attention to Lueger’s “murky transition from demovratic to proto-fascist politics”
over which the shadow of anti-Semitism slowly settled. «I decide who is a Jew!» Lueger is reported to have said,
thereby creating a convenient if honorary category of Aryans. (Hermann goering would later repeat this). Lueger was
anti-Semite, not just a hater of individual Jews, his attitude implied long-term action against Jews and denial of equal
rights”.
27
Sul termine, si legga MOSSE G., Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore, Milano, 1994, p.13: “Il complesso di
idee di cui ci occuperemo in questa opera, è stato definito nazional-patriottico in tedesco volkisch, vale a dire inerente
al Volk. È questo uno di quegli sconcertanti vocaboli tedeschi, le cui connotazioni trascendono l’accezione specifica.
Volk è una parola assai più pregnante che non popolo, dal momento che, per i pensatori tedeschi, fin dall’inizio del
romanticismo germanico, sullo scorcio del diciottesimo secolo, Volk denotava un insieme di individui legati da una
essenza trascendente, volta a volta definita natura, o cosmo o mito, ma in ogni caso tutt’uno con la più segreta natura
e che costituiva la fonte della sua creatività, dei suoi sentimenti più profondi, della sua individualità, della sua
comunione con gli altri membri del Volk” .
28
La nozione può comprendersi in modo approfondito leggendo LEDERER E., Lo stato delle masse. La minaccia della
società senza classi, Mondadori, Milano, 2007. Si tenga presente nell’autore la distinzione che corre tra massa e
gruppo sociale: mentre quest’ultimo deve considerarsi come un insieme omogeneo di pesone (che sono cioè unite da
un comune interesse economico o di altro tipo), la massa è strutturalmente amorfa. Vedi nel testo citato, p.13: “Gli
individui nella massa appartengono a gruppi sociali differenti, ma questo non conta perché essi non sono consapevoli
di ciò finchè fanno parte della massa. Perciò le masse sono amorfe: la stratificazione sociale è cancellata o
quantomeno sfocata”
29
macchina elettorale e pertanto strutturalmente post-ottocentesco , nello stesso tempo il ruolo che alle
masse viene da Hitler e dal nazismo attribuito è un ruolo scenico, cui consegue un posizionamento
30
politicamente neutro .

Nel nazionalsocialismo, le masse non hanno alcuna funzione politica. Ovvero: le masse non sono
soggetti di potere, ma mero oggetto di potere.

Tale concezione è ottocentesca.

Ed è da Lueger che Hitler ne impara i fondamenti, impara il disprezzo delle masse. È a Lueger che si
richiama quanto alla leva sociale del sentimentalismo nazionale di tipo medio-borghese, cristiano, illiberale,
tardo-ottocentesco, che la NSDAP forza, all‟interno di una società oramai di massa.

Tale concezione, va precisata, poiché concerne direttamente un profilo essenziale del potere
carismatico.

31 32
Hitler non si legittima nella massa, ma sulla massa , attraverso una sua mobilitazione : ovvero, la
massa non riveste alcun ruolo di legittimazione giuridica nel nazionalsocialismo:

29
Restano attuali ed indispensabili le riflessioni di Max Weber, specie analizzando la situazione dei partiti nel primo
ventennio del secolo. Si rimanda pertanto a WEBER M., Parlamento e governo, in MASSARENTI (a cura di), Weber.
Vita, pensiero, opere scelte, Milano, 2006; WEBER M., La politica come professione, Armando, Roma, 2005.
30
HITLER A., op. cit., p. 39: “Una concezione del mondo mirante a ripudiare l'idea democratica di massa e a dare agli
uomini migliori della nazione questa Terra, deve logicamente obbedire anche nel seno di questa nazione al medesimo
principio aristocratico e assicurare alle migliori; teste la direzione e la suprema influenza nella nazione di cui si tratta.
Con ciò, essa non edifica sul concetto di maggioranza ma su quello della personalità”, p.45: “Non è necessario che
ciascuno dei combattenti per questa concezione abbia piena conoscenza delle ultime idee, degli ultimi pensieri dei
capi del movimento. A lui basta conoscere con chiarezza alcuni pochi, i maggiori, punti di vista; a lui debbono essere
inculcate in modo incancellabile le linee fondamentali della dottrina, così che egli resti tutto compenetrato della
necessità del trionfo del suo movimento. Così, il singolo soldato non viene iniziato nelle dottrine dell'alta strategia: per
lui è sufficiente essere educato a rigida disciplina, alla fanatica convinzione del buon diritto e della forza della sua
causa e alla totale dedizione ad essa. La stessa cosa deve avvenire nel singolo partigiano d'un movimento di grande
estensione, di grande avvenire e di grande volontà”
31
La migliore descrizione della posizione e delle funzioni di Fuhrer in relazione alle masse ci è data dallo stesso HITLER
A., op.cit., p.100: “Ancor più di rado un grande teorico è un grande Capo. Tale sarà piuttosto un agitatore, ciò che non
sarà ammesso da molti che lavorano solo dal punto di vista scientifico attorno ad un problema. Eppure è cosa
naturale. Un agitatore che si rivela capace di infondere un'idea alla larga massa, deve sempre essere uno psicologo,
anche nel caso che fosse solo un demagogo. Quindi sarà più idoneo a fare il Capo che un teorico estraneo agli uomini
e al mondo. Perché dirigere significa: poter muovere le masse. Il dono di foggiare idee non ha nulla di comune con
l'attività di dirigente. E' ozioso discutere se sia più importante additare all'umanità ideali e scopi o realizzarli. Qui,
come scopo nella vita, l'una cosa sarebbe del tutto priva di senso senza l'altra. La più bella idea teorica rimane priva di
scopo e di valore se un Capo non mette in moto, verso quella, le masse. E, viceversa, a che servirebbe la genialità,
l'impeto di un dirigente, se il geniale teorico non proponesse le mete alle lotte umane? Ma l'unione del teorico,
dell'organizzatore e del Capo in una stessa persona è la cosa più rara che si possa incontrare sulla Terra: questa unione
crea il grand'uomo”.
32
Caratteristico è l’aneddoto riportato in KERSHAW I., op.cit., p.202: “Imparò, in altre parole, a saper mobilitare le
masse. Fin dall’inizio fu questa per lui la strada per conseguire traguardi politici. (…)Secondo Heinrich Hoffmann,
quando nei primi anni venti gli fu chiesto di fare un discorsetto alla festa di matrimonio di Hermann esser, Hitler rifiutò
spiegando: «Per parlare ho bisogno di una folla. In una cerchia intima non so mai cosa dire. Vi deluderei, ed è una cosa
che non posso tollerare. Come oratore per ritrovi di famiglia o funerali sono perfettamente inetto»”.
“Se viene qualcuno a pormi condizioni allora gli dico: amico mio, aspetta di sentire prima le mie
condizioni. Infatti io non ho certo bisogno di corteggiare la grande massa (...) io dirigo il movimento da solo e
nessuno mi pone delle condizioni, fin tanto che io personalmente me ne assumo la responsabilità. E, ancora,
33
io mi assumo la responsabilità per tutto quel che accade nel movimento, senza fare eccezioni”

Tale atteggiamento, va inscritto in una particolare idea politica, della gestione del potere, che è
34
quanto più lontano dalle forme demagogiche moderne .

E‟ esistita una via tedesca (Sonderweg) alla modernità, ed il nazionalsocialismo è espressione di


35
quella ideologia tedesca di intenso potere legittimante costruita a partire dalle battaglie anti-napoleoniche ,
nel corso di un secolo –potremmo dire nei tre periodi 1800-1870, 1870-1918, 1918-1933 - , ed incentrata sui
pilastri della visione escatologica del tempo, dell‟attesa messianica, del Volk inteso come processo, della
36
concezione elitaria della società .

Da questo termine a quo, tale ideologia si connota in un movimento edipico nel fondamentale
rapporto con la rivoluzione francese, di cui cioè è figlia e al contempo uccisore, non configurandosi dunque
come contro-rivoluzione, poiché non si tratta di una mera reazione, di una restaurazione, ossia di una forza
di diversa natura e opposta, ma di un contrario-della-rivoluzione: è esistita una rivoluzione tedesca,

33
Dal Volkischer Beobachter del 7-5-1925, riportato in THAMER H., Il Terzo Reich. La Germania dal 1933 al 1945, Il
Mulino, Bologna, 2001, p.147
34
Ciò si riflette anche nel carattere chiuso del movimento nazista. Esso non divenne mai un partito nazionale, ma
restò, anche e soprattutto dopo la presa al potere, una organizzazione elitaria. Si legga HITLER A., op.cit., p.103: “
Perciò è necessario che un movimento, per puro istinto di conservazione, non appena il successo si mette dalla sua
parte, chiuda tosto l'ammissione dei membri, e solo con grande cautela e dopo un'indagine fondamentale intraprenda
l'accrescimento della propria organizzazione. Solo così il nucleo del movimento resterà fresco e sano. E allora si deve
aver cura che soltanto questo nucleo prosegua a dirigere il movimento, ossia a determinare la propaganda destinata a
procurargli il generale riconoscimento. Infine, il movimento, quale possessore della potenza, intraprenderà gli atti
diretti a realizzare in pratica la sua idea”. A tal proposito, si rinvia anche ai dati numerici riportati in FREI N., Lo stato
nazista, Laterza, Roma-Bari, 1998, p.322.
35
MOSSE G., Intervista sul nazismo, cit., p.16: “Sono persuaso che le guerre di liberazione contro Napoleone sono uno
degli eventi più importanti nella storia tedesca moderna. Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno: per le nazioni
moderne le guerre di liberazione sono sempre l’evento capitale. Ed è per questa ragione che risalgo sin qui: il
nazionalismo tedesco, la visione che i tedeschi hanno di se stessi provengono in gran parte dalle loro guerre di
liberazione”.
36
Per un quadro generale della situazione tedesca post-unitaria, vedi THAMER H., op.cit., p.52-53: “La
nazionalizzazione delle masse fu certamente uno schema fondamentale della politica europea, ma in nessun altro
luogo essa si realizzò in condizioni di tensioni e frattura come nell’«Impero inquieto» (Sturmer). Il fatto inconsueto
non è che la nuova borghesia tedesca prendesse posizione contro la rivoluzione e contro il socialismo e a favore del
nuovo nazionalismo, ma l’elevato grado di asincronia e di coscienza della propria diversità (Sonderbewusstsein)
presenti nella società dell’Impero. Nessun’altra nazione europea ha sperimentato l’affermarsi della modernità in
modo così rapido e profondo come il Reich tedesco (…) L’ingresso della società tedesca nell’era delle costituzioni
politiche e delle masse non avvenne sotto gli auspici di un liberalismo borghese, ma di un nuovo nazionalismo
autoritario e plebiscitario. Nella ricerca di una nuova identità, questa società divenuta inquieta non trovò il suo
sostegno nelle idee-guida cristiane e umanistiche o liberal-democratiche, ma nell’idea di uno stato nazionale che fosse
una potenza militare”. Si legga anche HITLER A., op.cit., p.42: “Lo Stato deve tenere ancorato nella sua organizzazione
il principio della personalità, partendo dalla minima cellula della comunità per arrivare alla suprema direzione del
Reich. Non vi sono decisioni di maggioranza, ma solo persone responsabili. Ogni uomo ha consiglieri al suo fianco, ma
la decisione è affare d'un uomo solo. Il principio fondamentale che a suo tempo fece dell'esercito prussiano il più
mirabile strumento del popolo tedesco, dovrà essere un giorno la base della nostra costituzione statale: autorità
d'ogni capo verso il basso e responsabilità verso l'alto”.
borghese, nazionale, contraria ma non opposta ad essa, nel senso che è dalla medesima istanza critico-
37
illuministica che costruirà il suo concreto, trapassando ad una visione romantica .

Dalla ragione astratta, all‟Idea concreta.

Storicamente, vi è una tela di fili intrecciati, di cui non può darsi compiutamente conto e dove
possono certo ri-trovarsi le credenze giuridiche alla base di quella che sarà l‟accezione del carisma del
38
Fuhrerstaat, quali l‟unità di tempo e natura, l‟utopia letteraria reazionaria , la reazione al positivismo, la
39 40 41
paura industriale, il culto dei caduti , il puritanesimo, il razzismo ed il misticismo , il cerimoniale delle feste
nazionali, la tradizione apocalittica, la concezione della morte.

Su questa tradizione, il nazionalsocialismo ha instaurato la sua legittimità.

Alla base del carisma c‟è dunque una e la base giuridica del potere è una forma borghese di tipo
42
guglielmino , lontana dal “politico” nella democrazia di massa.

37
MOSSE G., Intervista sul nazismo, Laterza, 1997, p.99-100: “E’ verissimo che la Rivoluzione francese costituisce la
prova generale dei movimenti di massa moderni, dei simbolismi laici moderni. È anche vero che l’Illuminismo celava
un problema: il problema della sua astrazione, del suo carattere astratto (…) E’ un altro lato dell’illuminismo, quello
che chiamò per reazione il cerimoniale patriottico di Rousseau, un certo romanticismo, un certo tentativo di
personalizzare l’astratto spersonalizzato. L’intero fenomeno fascista può essere considerato come un tentativo di
personalizzare l’astratto. Questo è, a mio avviso, il nesso con la rivoluzione francese, e anche con l’Illuminismo”
38
Vedi il bel capitolo di MOSSE G., Germania: letteratura e società, in L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste,
Laterza, 2002, p.23 e seguenti, da cui emerge come “Durante l’Ottocento, la Germania si allontanò da gran parte della
tradizione dell’Illuminismo e della rivoluzione francese (…)la letteratura che ne uscì vittoriosa fu quella che si nutrì di
una mistica nazionalista come pure degli ideali della società borghese tedesca”
39
Sul tema, MOSSE G., Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Roma-Bari, 2005.
40
Vedi il lavoro di MOSSE G., Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, Laterza, Roma-Bari, 2003, p.X: “Le basi
del razzismo europeo vanno individuate in quelle correnti intellettuali che nell’Europa occidentale e centrale
acquistarono importanza durante il secolo XVIII, e cioè le nuove scienze dell’Illuminismo e il risveglio pietistico del
cristianesimo”.
41
MOSSE G., L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, cit., p. 195: “…idee di carattere sia nazionale che
romantico e mistico, facenti parte della rivolta contro il positivismo che alla fine dell’Ottocento percorse rapidamente
l’Europa. In Germania questa rivolta prese un avvio particolare, forse perché il romanticismo vi si radicò più
profondamente che altrove. Il mistico e l’occulto venivano entrambi considerati una spiegazione e una soluzione
all’alienazione dell’uomo dalla società moderna, dalla cultura e dalla politica. Naturalmente non da tutti, ma da una
minoranza che trovò un ambiente congeniale nella destra radicale”, p.189: “…Mussolini ammetteva di essere
influenzato da alcuni maestri del pensiero europeo – come Gustave Le Bon, George Sorel, William James e Vilfredo
Pareto- mentre Hitler, anch’egli seguace di Le Bon, era soprattutto condizionato dal pensiero di oscuri settari come
Lanz von Liebenfels, Alfred Schuler o Dietrich Eckart, i quali se non fosse stato per il successo del loro maestro
sarebbero rimasti meritatamente sconosciuti. Da un certo punto di vista, Mussolini può essere definito un uomo di
mondo, Adolf Hitler un vero credente, membro di un’oscura setta, razzista e teosofica insieme”.
42
Ciò si ricollega coerentemente con il modello culturale-antropologico del nazionalsocialismo, identificato nel
borghese di fine ottocento. Vedi ad esempio MOSSE G., Intervista sul nazismo, cit., p.63: “…che Hitler individuava la
sua epoca ideale nell’Austria fin de siecle, o, come già accennato, nella Germania guglielmina, e non in un qualche
passato germanico. Il suo orizzonte era provinciale, e così i suoi gusti”, p.29: “SS a parte, per gli altri, Hitler compreso,
il tipo del nuovo tedesco non era l’uomo delle foreste teutoniche, non era Arminio il Germano. Il nuovo tedesco era
per costoro il borghese ideale. Il nazismo e il razzismo si appropriarono cioè di tutte quelle virtù borghesi che l’epoca
moderna stringeva d’assedio: lavoro onesto, lindura, lealtà, un aspetto decoroso (…). È un fatto che l’uomo nuovo del
nazismo era il tipo ideale del borghese, mentre con l’antico Ariano non aveva nulla a che fare, se non a livello
puramente retorico. (…) Il modello era la donna ideale dell’Ottocento. Bisogna capire che per Hitler, Himmler e
compagni l’epoca ideale era l’epoca dell’impero tedesco, quella che a noi appare l’estate indiana del mondo borghese.
L‟ipostatizzazione del fondamento volkisch in base ideologica, è un fenomeno che va compreso non
in una staticità ideologica, ma in un dinamismo culturale che progressivamente, a partire soprattutto dalla
43
raggiunta unità tedesca, si inscrive nel tessuto istituzionale , fino a trovarsi come elemento comune
dell‟elettorato nazista.

In tali termini, anche l‟antimarxismo, che costituisce un risvolto essenziale della struttura del nemico
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come mategoria politica, va inteso come istanza di superamento del concetto di classe .

Esso è la conseguenza della già analizzata considerazione di ogni individuo come borghese:
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nazionalizzare le masse, per la rivoluzione tedesca ha significato porre il valore borghese come regola
di riconoscimento della e nella comunità.

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L‟anti-marxismo non è dunque che lo specchio di quell‟imborghesimento delle masse attraverso la
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loro mobilitazione di cui è portatrice la rivoluzione nazionalsocialista .

Essi accettavano quindi, per fare un esempio, l’ideale piccolo-borghese dell’uomo e l’ideale romantico della donna”;
CAVALLI L., Carisma. La qualità straordinaria del leader, cit., p.28-29: “Gli anni tragici della Germania ante-Hitler
registrano una singolare crescita di interesse, documentata da scritti e ricerche, per la figura dei grandi, come Federico
II di Prussica, vero fondatore dello Stato, e l’altro Federico II, l’imperatore a cui Kantorowicz, ritraendolo come capo
carismatico o, secondo alcuni, incarnazione della volontà di potenza, dedica nel ’27 un celebre libro altamente lodato
da Hitler.(..)Divenuto il «Fuhrer», Hitler fece costruire il suo ritiro montano di fronte all’Unterberg, dove secondo
un’altra leggenda dormiva il grande imperatore, in attesa di tornare al suo popolo oppresso e guidarlo alla vittoria; e
ciò gli dava più certa fede nel destino. D’altronde, egli teneva nello studio un grande ritratto dell’altro Federico, il re, e
si identificò con lui fino al termine”. Per la differenza dell’Uomo nazionalsocialista da quello Fascista, leggi DE FELICE,
Intervista sul fascismo, Laterza, 1975, p.42: “Qui si introduce una differenziazione tra il fascismo nella sua versione
italiana e il nazionalsocialismo, il quale, se ha tutto l’aspetto rivoluzionario di mobilitazione delle masse, per quel che
concerne la trasformazione della società si muove su un doppio binario che in parte si diversifica dal caso italiano. Se
da un lato tende alla creazione di una nuova società, dall’altro però i valori più profondi su cui questa società deve
costruirsi sono valori tradizionali, antichi, addirittura immutabili. Il principio della razza è tipico, in questo senso, ma
non è il solo: tutta l’indagine e il discorso di Mosse sulla nuova politica del nazismo sono la riprova che il nazismo non
fa altro che recuperare e adattare a se stesso la nuova politica così come si era sviluppata dalle guerre
antinapoleoniche in poi, tende cioè a una restaurazione di valori; non alla creazione di nuovi. L’idea di creare un nuovo
tipo di uomo non è del nazismo”.
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MOSSE G., Le origini culturali del Terzo Reich, cit., p.224 ricorda come “il sistema didattico fu quello che più di ogni
altro contribuì all’istituzionalizzazione dell’ideologia”; p.225, ove si ricorda come sia peculiare della Germania la svolta
a destra della gioventù borghese tedesca: “In Germania, infatti, la gioventù borghese avrebbe continuato a rifarsi a
soluzioni nazional-patriottiche in tempi di crisi nazionale, e le ragioni di ciò ci sembrano riconducibili, come a essa
strettamente collegate, all’istituzionalizzazione della teoresi nazional-patriottica a opera dei vari aspetti del sistema
didattico”.
44
MOSSE G., Intervista sul nazismo, cit., p.121: “Dobbiamo precisare il senso in cui parliamo di classe. C’è una
accezione economica e sociale di classe che tutti conosciamo, e che ci fa parlare di classe operaia, di classe media, di
classe superiore. Ma c’è anche la classe come insieme di valori. Ora, il fascismo si annesse ovunque la classe media
proprio in quanto insieme di valori”.
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MOSSE G., Le origini culturali del Terzo Reich, cit., p.460: “Già molto tempo prima, nel 1920, egli [Hitler] aveva
specificato che specie di rivoluzione questa doveva essere: non politica (il 1918 aveva comprovato che cosa ciò poteva
significare per la Germania), non economica (Hitler aveva sott’occhio il terribile esempio della Russia), bensì una
«rivoluzione di atteggiamenti e sentimenti» (Revolution der Gesinnung)”. A tale argomento abbiamo già dedicato il
paragrafo 2.2. del presente capitolo.
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MOSSE G., Intervista sul nazismo, cit., p.55: “In un certo senso, questo [si tratta del movimento nazionalsocialista
fondato da operai in Moravia e Boemia prima dello NSDAP], che potremmo dire un germe del nazionalsocialismo
tedesco, fu un movimento di lavoratori; e fu da questo movimento che emerse gradualmente il primo partito
nazionalsocialista tedesco. La genialità di Hitler consistè nel fare di questo movimento, che sarebbe potuto benissimo
Della nazione fa parte ogni tedesco che condivida i valori borghesi: a questo punto, avremo sì una
comunità di massa, ma solo nella mera accezione quantitativa del termine.

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L‟interclassismo nazionalsocialista rende sul piano sociale la natura giuridica del potere del Fuhrer:
una rivoluzione borghese, nel senso di una organica penetrazione nella società dei valori della borghesia
Guglielmina illiberale.

Il “Fuhrerstaat” sottende un movimento di massa, che costruisce però la sua forza obbligatoria, la
sua legittimazione non nel valore della massa – e qui il suo carattere non demagogico- , ma nella
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valorizzazione delle virtù borghesi d‟ogni individuo di quella massa .

restare un modesto fenomeno di settarismo operaio, un movimento borghese. Dopo tutto, i dati statistici ci dicono
che nel 1930 gli operai costituivano all’incirca il 25% del partito. Non moltissimo, ma certo non quella proporzione
irrilevante che talvolta si dice”.
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Leggi REICH W., op.cit., p.75: “La camera da letto piccolo borghese che il «proletario» acquista non appena ha la
possibilità di farlo, anche se per il resto ha la mentalità rivoluzionaria, la conseguente repressione della moglie, anche
se è comunista, l’abbigliamento «decente» dei giorni di festa, le rigide forme di ballo e mille altre «piccolezze», se
cronicamente presenti, esercitano un’influenza molto più reazionaria di mille discorsi e volantini rivoluzionari”.
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L’interclassismo porta con sé che la ridefinizione dei rapporti di classe si risolva nella negazione del concetto di
classe. Riporto il testo dell’accordo firmato da Ley, Seldte, Schmitt, Keppler sulla DAF nel 1933 (da MASON T., La
politica sociale del Terzo Reich, Mondadori, 2007., p.104): “La Deutsche Arbeitsfront è l’unione di tutti gli individui che
conducono vita di lavoro, senza differenza di posizione economica e sociale. In essa l’operaio deve stare accanto
all’imprenditore, non più separato da gruppi e associazioni che servono alla tutela di particolari strati e interessi sociali
ed economici. Nella Deutsche Arbeitsfront deve essere determinante il valore della personalità, non importa se si
tratta di un operaio o di un imprenditore. La fiducia si può conquistare solo da uomo a uomo, non da associazione ad
associazione (…)Il nobile obiettivo della Deutsche Arbeitsfront è l’educazione di tutti i tedeschi che conducono vita
lavorativa ai principi e sentimenti nazionalsocialisti. Essa si assume in particolare la formazione degli individui che
saranno chiamati ad avere una parte determinante nell’azienda, e negli organi della nostra costituzione sociale, dei
tribunali del lavoro e dell’assicurazione sociale”. Va precisato che, seppure l’organizzazione economico-sociale
tendesse nei termini predetti ad un modello corporativo (standisch), esso non rappresenta un modello puro, come
nello Stato Fascista, costruito sull’idea hegeliana di Stato Etico. Nel nazionalsocialismo l’influsso di Hegel è in questo
senso scarso, e filosoficamente irrilevante. Una spiegazione a ciò credo la si debba alla composizione della
Weltanschauung nazista, la quale non si riferisce mai ad una teoria sistematica (come il fascismo o il marxismo),
piuttosto formandosi attraverso progressive stratificazioni ideologiche, spesso di matrice nazional-popolare (volkisch),
da cui il carattere essenzialmente a-sistematico del movimento.
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Trovo che da ciò dipende anche quella “mobilità sociale” propria dello Stato tedesco a partire dal 1933: la
rivoluzione sociale è la conseguenza non di una componente socialista nel nazionalsocialismo, ma di una istanza
antropologica, che di ogni individuo fa un borghese. Non è il censo a determinare la borghesia, ma i valori di
riferimento: ognuno dunque può essere un borghese, e su questo presupposto si giustifica la possibilità di ascesa
sociale. Quando Hitler parla del nazionalsocialismo che ha “aperto la strada verso l’alto a innumerevoli compatrioti
tedeschi di umilissime origini” intende precisamente ciò: la possibilità di selezione meritocratica è data non dal censo,
ma dall’essere un compatriota (Volksgenosse) tedesco, e a sua volta essere un “compatriota tedesco” non significa che
essere moralmente un borghese. Su tale presupposti, la Volksgemeinschaft costituì e il motivo ideologico attraverso il
quale fu davvero possibile iniziare a gettar le basi per una società di massa dei consumi (dove tutto è borghese), e lo
spazio per la diffusione negli anni dal ’34 di un sentimento di uguaglianza sociale nel popolo tedesco. Vedi ad esempio
FREI N., Lo stato nazista, Laterza, 1998, p.118: “E così nelle cosiddette «pentolate della domenica» dirigenti e operai
mangiavano assieme la minestra di piselli, con Goebbels che, a Berlino, li imitava esibendo personaggi di primo piano:
anche questo entrava a far parte a pieno titolo dell’«educazione popolare» nazionalsocialista. I messaggi così veicolati
erano che la Volksgemeinschaft esisteva e tutti collaboravano al suo rafforzamento, che il «sopra» e il «sotto»
contavano molto meno della «buona volontà» e che la modestia nella pretese materiali era indice di «solidarietà
nazionale»”; MOSSE G., Intervista sul nazismo, cit. p.25: “Riassumendo, il problema era di sostituire ad una gerarchia
fondata sullo status sociale una gerarchia di funzioni. Questa idea è naturalmente un tratto comune a tutti i fascismi.
Ma in un tempo di crisi il suo appello fu enorme, perché prometteva mobilità verticale in una misura molto maggiore
Non esiste in questo modo più una massa, ma una comunità nazionale borghese.

di quella cui potesse impegnarsi il socialismo”. È di notevole interesse, a questo proposito, anche l’analisi del rapporto
tra nazionalsocialismo e classe operaia, incentrato sull’attivismo e sulle peculiarità della DAF (Deutsche Arbeitsfront,
Fronte tedesco del lavoro), sul quale possono leggersi FREI N., op.cit., p.111-119; MASON T., La politica sociale del
Terzo Reich, Mondadori, 2007, specie p.165-201; NEUMANN F., op.cit., p.437-501.