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2. La tentazione fascista.

Da Johann Chapoutot, Controllare e distruggere, Einaudi, 2015

La presa del potere da parte dei fascisti, tra il 1922 e il 1926, comporta il progressivo insediamento
in Europa di un regime inedito, che appare sia come un contrappunto, per i partigiani della democrazia
trionfante, sia da archetipo, per i suoi detrattori. Il regime fascista instaurato da Mussolini attira
durevolmente su di sé i dibattiti e gli scontri politici nell’Europa del periodo tra le due guerre
proponendosi come un riferimento da respingere o al quale ispirarsi, dividendo intellettuali e uomini
politici tra «fascisti» e «antifascisti», e diffondendo, quando non le sue idee, almeno la sua retorica e
il suo decorum – in una parola, il suo stile energico, militarizzato, volontaristico. Tale stile suscita
adesione, entusiasmo e addirittura fascinazione negli osservatori stranieri. Negli anni Venti, le
democrazie rappresentano una tradizione liberale antica e spesso stigmatizzata come vetusta. La sua
presunta obsolescenza va di pari passo con l’invecchiamento demografico che tanto inquieta i
responsabili politici di un paese come la Francia. Di fronte a questa senescenza democratica e
repubblicana, il fascismo appare come una boccata d’aria utopica e vigorosa, una dottrina politica
giovane e impetuosa che per giunta valorizza ed erige a norma del pensiero e dell’azione quella stessa
gioventú impetuosa, quello slancio vitale di cui i regimi vicini sembrano sprovvisti. Mussolini è
ammirato e perfino riverito dal capo del Partito nazista, che possiede un ritratto del Duce nel suo
ufficio di Monaco e che il 9 novembre 1923, un anno dopo la marcia su Roma, tenta un putsch che si
propone di rovesciare il governo della Baviera. Occorre dunque cercare di definire in che cosa
consiste l’alternativa fascista alla democrazia liberale – in altre parole presentare quella cultura
fascista che seduce un’Europa in cerca di nuove risposte alle domande avanzate dal XIX secolo e
dalla Grande Guerra.
Lo storico italiano Emilio Gentile ha dedicato un libro celebre alla questione. In Fascismo, Gentile
osserva che la nozione – si osa a stento dire il concetto – di fascismo è proteiforme, plastica: il termine
è «universalmente adoperato in senso spregiativo come sinonimo di destra, contro-rivoluzione,
reazione, conservatorismo, autoritarismo, corporativismo, nazionalismo, razzismo, imperialismo»1.
Del resto si è potuto parlare, oltre che del fascismo nero, del fascismo rosso e, ormai, del fascismo
verde, espressione coniata di recente volta a designare il fondamentalismo teocratico islamico. In
queste condizioni tentare una definizione è quasi impossibile.
Parlare di cultura fascista è presumibilmente la maniera piú semplice per avvicinarsi a una
definizione del fenomeno. Nonostante le rodomontate eclatanti, il discorso fascista italiano e nazista
si caratterizza sovente piú per le sue contraddizioni interne e per le sue palinodie che per una coerenza
monolitica. Ci sono delle contraddizioni dall’oratore all’ideologo, dato che, se i regimi fascisti sono
poliarchici, il loro discorso è polifonico. Ci sono delle palinodie perché il fascismo non è una Tavola
dei dogmi, ma una pratica politica pronta a reagire al contesto storico: cosí, il rapporto del fascismo
italiano con il capitalismo, per esempio, cambia dall’opposizione del 1919 all’accomodamento del
1921, nel momento in cui Mussolini vuole compattare le élite tradizionali e gli industriali e gli agrari
che finanziano gli squadristi; Mussolini, che si proclama ardentemente liberale e capitalista nel 1921,
cambia in seguito, a partire dal 1929, tono e messaggio. È solo un esempio, che però dimostra come
le variazioni del discorso e della pratica siano importanti.
Piú di un’introvabile ideologia sub specie aeternitatis, conviene mettersi in cerca di uno stato
d’animo e di un atteggiamento, di quello che si potrebbe chiamare un ethos. Di fatto ci si rende
facilmente conto che esiste una visione del mondo, un rapporto con il tempo, con il corpo, con l’altro,
con se stessi, con la città che è proprio del fascismo (al singolare) e comune ai fascismi (al plurale)
italiano e tedesco, anche se andranno rimarcate le sfumature.
È questa visione del mondo e del tempo, questo rapporto con l’altro e con sé, che chiameremo
cultura. L’espressione «cultura fascista» può sorprendere e sconfinare nell’ossimoro, poiché i due
termini dovrebbero essere giudicati del tutto incompatibili: Benedetto Croce aveva l’abitudine di
parlare dell’asinocrazia fascista, un regime di asini, di asini selvaggi piú adatti a maneggiare il
manganello e la demagogia che la bella lingua, il dizionario e il ragionamento dimostrativo
argomentato. Gli storici hanno impiegato del tempo per lanciarsi in una esplorazione culturale del
fenomeno fascista. Ci sono voluti i lavori decisivi di George L. Mosse e di Emilio Gentile per leggere
il fascismo sotto una nuova luce: quello di una cultura che rispondeva ai dubbi e agli interrogativi di
un’epoca destrutturata dal XIX secolo e traumatizzata dalla Grande Guerra, un’epoca in cerca di
comunità, di valori e di nuovi ideali.
Del resto, se esiste un anticulturalismo fascista, i fascisti non lesinarono gli sforzi teorici e creativi
per dare alle loro intuizioni la dignità di una nuova cultura, chiamata a rigenerare l’Europa,
convincendo non pochi intellettuali del proprio tempo, tra i quali troviamo Robert Brasillach, Pierre
Drieu La Rochelle, Mircea Eliade, Cioran, nonché, per un breve periodo, Martin Heidegger.
Proviamo a chiarire gli aspetti fondamentali di questa cultura fascista, le intuizioni, le angosce e
gli atteggiamenti comuni al fascismo italiano e al nazismo tedesco, introducendo delle sfumature
distintive ogni volta che sarà opportuno differenziare l’uno dall’altro.

Si è soliti definire il fascismo come un catalogo di opposizioni. Il fascismo è antiliberale,


antinazionalista, antidemocratico, antimarxista, anti-individualista…
Questo vertiginoso accumulo di negazioni non significa molto se non lo si riconduce a ciò che fu
la sua unità e il suo significato: il fascismo fu fondamentalmente una reazione contro il discorso
dell’Illuminismo e le sue conseguenze, le sue applicazioni politiche e sociali.
Il fascismo contesta l’universalità della ragione. Il discorso razionale per i fascisti non ha nulla
di universale o di apodittico. Il razionalismo è il prodotto di un’epoca data e costituisce un’arma entro
un campo di tensioni particolari. Ritroviamo presso i fascisti il sospetto nutrito da Marx nei confronti
dell’Illuminismo e delle sue opere (la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, per esempio). Come scrive
Gentile, «il fascismo ebbe come principio della sua ideologia la critica delle ideologie»2. Esso ha fatto
propria l’idea di Marx che ci sia un uso strumentale delle ideologie che vorrebbero essere universaliste
senza esserlo, in quanto non ci sono che particolarismi.
Figlio del sospetto, il fascismo afferma che ogni enunciato sia il prodotto di un particolarismo
nazionale, di classe o di razza. In questo confronto di discorsi si impone quello che è portato avanti
e prodotto dal gruppo piú violento.

Di fatto, i gruppi umani sono in guerra: le nazioni, per i fascisti italiani; le razze, per i nazisti
tedeschi. L’esistenza umana è essenzialmente guerresca: tra le nazioni o tra le razze, come attesta la
Grande Guerra, i conflitti sono costanti. Alla base del fascismo c’è un discorso social-darwinista che
identifica ogni esistenza sotto la luce dello scontro, della lotta per la sopravvivenza.
La guerra è prima di tutto un fatto: esiste. È anche una legge, un ideale: deve esistere perché è
buona. Essa tende muscoli e profonde energie per il miglioramento di sé e del gruppo nell’attesa del
combattimento. La guerra rende migliori fisicamente e spiritualmente: non si adatta al rammollimento
al quale il comfort contemporaneo sembra destinare il borghese, figura disprezzata per la rinuncia
alla virilità e all’eroismo. Nonostante l’assurda carneficina di quattro anni di guerra, i fascisti non
abbandonano la valorizzazione dell’ethos guerriero proprio dei volontari del 1914. Se molti dei
mobilitati che salutavano la prova del 1914 come un atto avventuroso di rottura rispetto alla
mediocrità della pace si erano poi ricreduti, non cosí i fascisti, che magnificavano ex post l’esperienza
del combattimento. I fascisti e i nazisti leggono il mondo alla luce della guerra. Non sono gli unici:
anche i marxisti vedono nella realtà sociale uno scontro latente o esplicito. Ma contrariamente ai
marxisti, i fascisti vedono nella guerra un fatto esterno, estrinseco alla comunità nazionale o razziale,
e non una dialettica interna alla società, divisa in classi ostili, dagli interessi contraddittori. Inoltre, se
i marxisti agognano e promettono una pacificazione finale dopo la rivoluzione, la conclusione della
guerra fascista appare lontana e allo stesso tempo problematica, dato che il fascismo sembra avere
costante bisogno di nemici: l’identità fusionale e confusionale della comunità fascista necessita
sempre di nuovi nemici per mantenere le energie in tensione e alimentare la dialettica fra identità e
alterità. Del resto, l’esistenza di un progetto bellicoso e di una situazione di ostilità giustifica uno
stato di eccezione permanente, una mobilitazione delle anime e dei corpi che spenga sul nascere ogni
rivendicazione liberale della società civile, resa irreale dallo stato di guerra. Infine, per i nazisti in
particolare, la guerra è la realtà naturale per eccellenza, quella che detta legge a ogni comportamento
umano. Razzismo e darwinismo convergono nel nazismo, come spiega Adolf Hitler, il 15 febbraio
1942, ad alcuni giovani ufficiali della Wehrmacht:

Apparteniamo tutti a una natura che, per quello che ne sappiamo, conosce soltanto una sola e dura legge:
la legge che dà al piú forte il diritto di vivere e che lo sottrae al piú debole.
Noi uomini non possiamo escluderci da questa legge. I pianeti girano intorno ai soli secondo leggi eterne,
come le lune intorno ai pianeti: il macrocosmo come il microcosmo sono dominati da questo unico principio
che vuole che il piú forte determini il destino del piú debole. Su questa terra stessa, combattiamo la lotta
necessaria di esseri viventi che si scontrano gli uni contro gli altri. Un animale vive solo nella misura in cui
uccide l’altro. Si potrà dire: ecco un mondo davvero crudele e atroce che lega l’esistenza dell’uno allo
sterminio dell’altro. Si può certo tentare di astrarsi da questo mondo con la mente, ma di fatto ci viviamo
pienamente dentro. Astrarsene, se vogliamo essere consequenziali, significa suicidarsi. Si può fare ciò che si
vuole, non ne possiamo niente: non è un non so quale diritto astratto, elaborato dagli uomini, che è uscito
vincitore da tutto questo. No: da sempre, è il piú forte che ha vinto, colui che ha saputo imporre la propria
vita e proteggerla.
Ogni riflessione sulla storia non fa che mostrare questo: la provvidenza ha fatto gli uomini simili a tutti gli
altri esseri viventi. Ha dato loro questa crosta terrestre come campo dove saggiare le proprie forze. Vivrà
colui che si distingue, colui che sa assicurarsi le condizioni della propria sopravvivenza. Chi non ci riesce,
muore. Potrà ripetere quanto vuole «ma io non voglio il male di nessuno», la natura, la provvidenza non gli
chiede il suo parere, conosce solo una legge: «battiti, rendi sicura la tua vita e vivrai. Se non ti batti perderai,
e altri prenderanno il tuo posto». Non c’è dello spazio vuoto in questa terra. Se per caso gli uomini si
perdessero nel pacifismo, delle bestie prenderebbero il loro posto, perché non è attraverso idee pacifiste che
l’uomo ha imposto la propria preminenza, ma attraverso la sua superiorità nel suo modo di condurre la sua
lotta per la vita. Non si cambierà niente: «è sempre stato cosí, è cosí, resterà cosí».

La vita è una guerra, e la guerra è la vita. Roma e Berlino esaltano l’energia e la forza, di cui è
stata testimonianza l’aggressività guerriera del combattimento, incompiuto, condotto nelle trincee
della Grande Guerra. Questa mistica della violenza è una mistica della morte ma anche della vita in
ciò che può avere di piú dinamico, vale a dire la giovinezza. Si constata tanto nel fascismo italiano
quanto nel nazionalsocialismo tedesco un giovanilismo, un culto della giovinezza, come forza, come
aggressività e come promessa. L’inno del Partito nazional-fascista è intitolato Giovinezza e celebra i
«figli» della patria, «rinati […] con la fé nell’ideale», quei figli che «li ha rifatti Mussolini | per la
guerra di domani». Quanto a Hitler, egli proclama in un’apparente tautologia, divenuta un celebre
slogan del regime, «colui che ha la giovinezza possiede l’avvenire», e definisce cosí, in un discorso
pronunciato alla Gioventú hitleriana nel 1935, il suo ideale:

«Il giovane tedesco di domani deve essere magro e slanciato, veloce come il levriero, resistente
come il cuoio e duro come l’acciaio Krupp».

I paragoni utilizzati da Hitler (levriero, cuoio, acciaio) mostrano che l’ideale educativo nazista
non ha niente dell’umanesimo: il giovane, vicino all’origine biologica, alla nascita, è incoraggiato a
conservare un’animalità da cui l’uomo maturo e anziano è piú distante. È anche oggettivato, e deve
essere trattato e forgiato come i materiali, il cuoio e l’acciaio, che sono utili alla guerra.
Una comunità combattente è diretta da un capo che la guida all’assalto. In tempo di guerra non c’è
posto per la concertazione, il dialogo e l’ascolto propri delle regole democratiche. In tempo di pace
nemmeno: i fascisti sono convinti che la lotta sia perenne, e che la democrazia riposi su postulati
erronei e, in ogni caso, divenuti irrimediabilmente obsoleti con la Grande Guerra. Quanto ai nazisti,
essi reputano che le monarchie siano morte, sotterrate dall’irruzione delle masse nella politica e sui
campi di battaglia, senza che per questo le democrazie siano credibili, in quanto legittimano la
mediocrità, laddove la natura esige l’eccellenza. Il regime ottimale è dunque quello della
Frontgemeinschaft (comunità del fronte), di un gruppo umano diretto e ordinato dal principio della
lotta, e sottomesso a una disciplina di ferro.
Il principio democratico è fallace, e il regime democratico è solo una mistificazione che dà
l’illusione della sovranità a un popolo che ne viene privato per mano di oligarchie occulte. Alla base
della democrazia liberale giace l’insulso postulato, la cui assurdità è stata provata in tempo di
guerra, secondo il quale gli uomini sarebbero uguali.
Per questo il fascismo si vuole come l’unico movimento autenticamente democratico. Quando
Hitler e Goebbels parlano di «democrazia germanica» per designare il nuovo Stato, non fanno solo
professione di cinismo: per loro la rappresentanza genera una democrazia impossibile. Solo la
partecipazione delle masse ai rituali del regime, solo il fatto di sperimentare una comunione con altri
e con il proprio capo è il premio di una vera e propria democrazia. La storia è governata da leggi
comprese soltanto da alcuni: il Duce sa che la guerra tra le nazioni è permanente; il Führer ha svelato
la grande legge che governa il divenire storico, quella della lotta delle razze. Una necessità agisce
nella storia, si tratta di comprenderla e di rispettarla seguendo il capo e la guida: il popolo (demos)
esercita il potere (kratos) attraverso questo capo di cui partecipa.
Il popolo del fascismo deve essere una comunità e non una società. Il secolo dell’Illuminismo ha
immaginato che i gruppi umani fossero fondati sulla libera adesione, sulla scelta di una volontà
illuminata che decidesse di essere cittadina di una certa nazione piuttosto che di un’altra. Contro
questa scelta, il fascismo ristabilisce i diritti della storia, e piú precisamente della determinazione,
come proclama il programma del Pnf, nel 1921:

La Nazione non è la semplice somma degli individui viventi […], ma un organismo comprendente la serie
indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti.

La libertà non vale niente di fronte a questa determinazione che rende italiani o tedeschi. Il
fascismo sogna la comunità prerivoluzionaria, quella comunità olistica in cui la parte era definita
dalla sua appartenenza al tutto, mentre, nelle società individualiste contemporanee, è il tutto a essere
secondario, costituito dalla libera scelta delle parti. La comunità fascista è olistica, organica,
naturale. È ricorrente nel discorso fascista la metafora organicistica, che paragona la comunità
a un organismo vivente, a un corpo umano. Mozzate un membro del corpo: il primo muore, il
secondo è mutilato.
Cosí (ri)costituita, la comunità naturale possiede la coesione e la compattezza dell’organismo
vivente. Da un membro all’altro, non c’è né soluzione di continuità né interstizio.
Questa volontà di forgiare, di fondere una comunità fusionale, senza interstizi, una massa compatta
imponente quanto l’architettura monumentale del regime, implica un’esclusione tanto piú
determinata dell’alterità, di tutto ciò che è reputato deviante e nocivo per la comunità. Cosí i
fascismi denunciano i nemici interni, liberali, socialisti, comunisti, massoni.
Se questa alterità diviene biologica presso i nazisti, che attribuiscono ogni differenza di opinione
a una devianza e a un vizio biologico, il fascismo italiano adotterà una politica razziale solo nel 1938.
Diversi fattori spiegano questa scelta tardiva: l’Italia di Mussolini è, a partire dal 1936, chiaramente
allineata alla politica estera della Germania nazista. Il rapporto da maestro ad allievo si è invertito, e
Mussolini, che compie una visita di Stato a Berlino nel settembre 1937, copia tutto, persino il passo
dell’oca, cosa che diverte, condiscendenti, Hitler e il suo seguito in occasione di una visita a Roma
nel 1938. Del resto, con la conquista e l’occupazione coloniale dell’Etiopia, gli italiani fanno
apprendistato di un razzismo violento e ossidionale che si ritrova nella madrepatria, sino a diventare
dottrina ufficiale a partire dal 1938, quando la «difesa della razza» si muta in un imperativo
primordiale.
L’Italia è giunta tardi e in maniera imperfetta al razzismo e all’antisemitismo, perché l’idea di una
comunità pura, senza alleanza né mescolanza, non faceva parte del mito nazionale italiano. Marie-
Anne Matard-Bonucci mostra bene, ne L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, che, in un
contesto di relativa perdita di slancio della dinamica «totalitaria», dopo una quindicina di anni di
governo fascista, il razzismo di Stato assolse, a partire dal biennio 1936-38, la funzione di mobilitare
contro un nemico sia interno (l’ebreo) sia esterno (il subumano etiope).
Al contrario, se il testo fondante del nazionalismo tedesco è, a partire dal XVI secolo,
la Germania di Tacito, che vanta la purezza germanica, i capolavori della letteratura (l’Ariosto), del
canto e dell’opera italiana (Monteverdi) si fregiano di eroi che sono normanni ma che vengono
aggregati al patrimonio nazionale, senza che il loro carattere allogeno sia oggetto di un’interrogazione
e nemmeno di un’esplicita formulazione.
Il rapporto con l’altro costituisce una prima differenza tra fascismo e nazismo: il disprezzo
dell’alterità biologica è una delle pietre angolari del nazismo.

La seconda differenza riguarda il rapporto con la storia. Si è studiato molto il rapporto del fascismo
con l’Antichità e chiosato molto il suo uso della storia, gloriosa e antica, dell’Italia. Eppure il rapporto
con il passato non è decisivo per i fascisti italiani: la storia della Roma antica attesta in maniera
seducente l’energia creatrice della nazione italiana, perpetuata e continuata sino al XX secolo. Roma
costituisce un gradevole rifugio per dimenticare Caporetto e la pace mutilata. Anche se Mussolini fa
scavare i Fori e mettere le mappe dell’Impero sulla via dei Fori imperiali, rimane il fatto che il
fascismo italiano è piú interessato al presente e all’avvenire: lo scontro fra liberali, bolscevichi e
fascisti è un fatto contemporaneo, e l’impero a venire resta da edificare. Come nota George L. Mosse
in The Fascist Revolution,
«la storia fu per Mussolini solo un trampolino per lanciarsi verso un avvenire incerto»3,
mentre i teorici del nazismo si impegnavano a realizzare l’eternità della lotta delle razze
scovandone gli indizi nelle profondità del tempo. La storia attesta e convalida, e non c’è nulla di
nuovo sotto il sole da quando l’umanità nordica e la razza semitica si fronteggiano.
Questa differenza nel rapporto con il tempo, aperto nei fascisti, chiuso e ruminante nei nazisti,
genera cosí un rapporto diverso nei confronti dell’arte. Il fascismo italiano è aperto alla creazione
artistica, saluta l’innovazione e onora tutto ciò che è inedito, altro, nuovo.
La politica artistica del fascismo ne è influenzata, e valorizza la creazione, mentre in fondo i nazisti
concepivano l’arte piú come una reiterazione di archetipi ereditati dal passato che come una creazione
reale.
L’arte nazista, come la sua politica eugenetica, deve ritrovare e non creare l’originale. Si tratta
di reiterare ciò che è stato e che ha espresso in maniera adeguata lo spirito della razza: uno scultore
dovrà dunque fare delle statue greche, un architetto del neodorico e del neoromano, un pittore dovrà
dipingere paesaggi e ritratti come nel XIX secolo: lo Stato sorveglia, e seleziona ogni anno, per
l’esposizione dell’arte tedesca di Monaco, opere dalle forme, dagli stili e temi già noti.
L’anticonformismo e l’audacia sono banditi: il nuovo può essere solo l’espressione di un’individualità
patologica, un’arte de-generata in senso stretto (che è decaduta dal suo genos, dalla sua razza).

La questione dell’arte non è né oziosa né indifferente. I fascismi italiano e tedesco hanno


concepito la politica in termini estetici, cosa che non è sfuggita a osservatori attenti come Walter
Benjamin, che parla di «estetizzazione della vita politica». Occorre considerare il termine «estetica»
in senso letterale: la politica fascista è un richiamo alla sensibilità. Essa volge risolutamente le
spalle al logos per dispiegarsi nel pathos sofistico dell’immagine e della manipolazione dei sensi.
Hitler, nel Mein Kampf, scrive pagine celebri sull’arte del politico, che deve provocare degli «scoppi
vulcanici di passioni umane»4, poiché le passioni sviluppano una potenza che la ragione analitica e
temperata non è in grado di suscitare:
La grande massa non consiste di professori e di diplomati. La limitatissima scienza che essa possiede, fa
sí che le sue reazioni sorgano quasi sempre dal mondo emotivo. Ma qui non è possibile che un’impostazione:
o positiva o negativa. La massa è recettiva a affermazioni di forza soltanto lungo quelle due direzioni; mai
secondo posizioni intermedie. Ma la sua impostazione sentimentale condiziona poi la sua straordinaria
stabilità. È piú facile distruggere la scienza che non la fede. L’amore soffre meno metamorfosi della stima,
l’odio è piú durevole della semplice antipatia, e l’istinto fondamentale che guida alle piú potenti metamorfosi
terrene non radicò mai in una dottrina scientifica, quanto in un fanatismo esaltante; e qualche volta perfino
in un isterismo che sprona e frusta5.

Un uso controllato del discorso dovrà provocare questa tempesta di passioni, allo stesso modo di
alcune tecniche elementari di manipolazione, come queste riunioni notturne a cui Hitler è affezionato
e che raccomanda. In La mia battaglia racconta che, da giovane oratore, ha fatto l’errore di
programmare un raduno per una domenica mattina:
Il risultato fu mortificante, ma anche molto istruttivo: la sala fu colma, l’impressione profonda, ma lo stato
d’animo fu gelido: nessuno si scaldò, ed io stesso, come oratore, mi sentii profondamente infelice di non aver
potuto prendere contatto con gli uditori. Credo di non aver mai parlato peggio di altre volte: ma l’effetto
apparve nullo6,
a causa dell’orario. Andare a teatro alle 15 o alle 21, aggiunge, non produce lo stesso effetto. La
programmazione serale consente di indebolire, fino a renderlo inerme, il libero arbitrio degli uditori:
La mattina o durante la giornata, pare che le energie della volontà umana si ribellino con estrema forza
ad ogni tentativo d’imposizione della volontà o dell’opinione altrui; di sera invece soccombono con facilità al
dominio d’una volontà piú forte7.

La fatica e la virtú ipnotica delle torce, delle luci e della messa in scena, la forza incantatrice degli
slogan e delle parole d’ordine fiaccano le resistenze e inducono l’individuo a fondersi nella massa
rassicurante, e allo stesso tempo partecipativa e sottomessa, dei corpi aggregati e delle braccia tese.
Come si vede, non si ripudia la ragione come principio di governo degli animi: l’oratore e il regista
calibrano i propri mezzi in funzione dell’effetto di sottomissione che devono produrre. Il fascismo
non si rivolge alla ragione ma, come scrive Gentile, pratica una «politica di massa basata sull’uso
razionale dell’irrazionale»8.
Dittatura del pathos, il fascismo ha preso atto dell’ingresso delle masse nella politica. Il processo,
innescato dalla Rivoluzione francese, accentuatosi nel XIX secolo, è irreversibile. Per abbindolare la
massa, occorre soggiogarla attraverso un discorso e una scenografia che parla ai sensi, non razionale.
Questo rifiuto dell’uso pubblico del logos a favore del pathos ispira paradossalmente a Norbert Elias,
fuggito dal nazismo nel 1933, uno studio del processo di civilizzazione europea, che egli reputa
definita dal dominio di sé e dall’avvento della razionalità previdente, come se volesse scongiurare il
presente attraverso il tempo lungo di una storia plurisecolare alla quale conferisce un carattere di
necessità. Il processo di civilizzazione, pubblicato nel 1939, è la risposta rivolta al
debordante pathos demagogico fascista di un intellettuale che cerca di rassicurarsi sui destini
dell’Europa.
La cultura fascista seduce e fa proseliti. Il modello italiano non appare affatto repulsivo, negli
anni Venti, anzi. Mussolini ha i suoi discepoli tedeschi, ma anche portoghesi, spagnoli, austriaci e
francesi. In Francia, ma anche in Belgio, nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna, si sviluppano movimenti
di estrema destra nazionalista e autoritaria che traggono volentieri le loro idee e le loro posture da
Mussolini.

Due grandi storici propongono una definizione di fascismo


A. La definizione di Emilio Gentile.
Il fascismo è una forma nuova e inedita, di esperienza di egemonia politica, messa in atto da un movimento
rivoluzionario che professa una concezione integralista della politica, che lotta per conquistare il monopolio
del potere e che, dopo averlo conquistato, tramite vie legali e illegali, dirige e trasforma il regime preesistente
e costruisce uno Stato nuovo, fondato sul regime a partito unico e con un sistema poliziesco e terroristico
come strumento della rivoluzione permanente contro i «nemici interni». L’obiettivo principale del movimento
totalitario è la conquista e la trasformazione della società, vale a dire la subordinazione, l’integrazione e
l’omogeneizzazione dei governati sulla base del principio del primato della politica su ogni altro aspetto
dell’esistenza umana. Essa è interpretata secondo le categorie, i miti e i valori di un’ideologia palingenetica,
dogmatizzata sotto la forma di una religione politica, che intende modellare l’individuo e le masse attraverso
una rivoluzione antropologica, per creare un nuovo tipo di essere umano, unicamente votato alla realizzazione
dei progetti rivoluzionari e imperialisti del partito totalitario. Alla fine, si tratta di creare una nuova
civilizzazione di carattere sovrannazionale ed espansionista9.

B. La definizione di Robert O. Paxton.


Il fascismo può essere definito come una forma di condotta politica caratterizzata da un’ossessiva ansia di
declino, umiliazione e patita ingiustizia nazionale e da un compensativo culto dell’unità, della forza e della
purezza, in cui un partito di massa di devoti militanti nazionalisti, agendo in scomoda ma efficace
collaborazione con le tradizionali classi dirigenti, abbandona le libertà democratiche e persegue con
redentoria violenza, svincolato da qualsiasi laccio morale o giuridico, obiettivi di epurazione interna e di
espansione territoriale10.

Johann Chapoutot, Controllare e distruggere, Fascismo, nazismo e regimi autoritari in Europa, (1918-
1945), Einaudi Torino,2015 , parte II, cap.2