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IL MADAMATO:

LA DONNA INDIGENA VISTA ATTRAVERSO GLI


OCCHI DEL COLONIZZATORE ITALIANO

Corso di Littérature et civilisation XXe et XXIe siècles (3VIFMLCC)

Lucrezia Soccio
39019323
ÉTUDIANTE ERASMUS
Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909-Milano, 22 luglio
2001) può essere considerato il più grande giornalista italiano del Novecento: inviato speciale del
Corriere della Sera, fondatore del Giornale Nuovo nel 1974 e della Voce nel 1994. Ha scritto
migliaia di articoli e una cinquantina di libri. Ha spaziato dall’editoriale al reportage ed è stato
l’uomo simbolo del Corriere della Sera prima di fondare il Giornale. Nel 1977, venne gambizzato
dalle Brigate Rosse. Dopo l’entrata in politica di Berlusconi, lasciò il Giornale e fondò La Voce,
giornale che fallì dopo un anno. È stato un sostenitore del fascismo, un cronista in prima linea nel
raccontare la Guerra di Spagna, l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei sovietici ed un punto
di riferimento della destra conservatrice e liberista.

“XX Battaglione Eritreo” è un libro pubblicato a Milano il 14 marzo 1936 quando l’autore prese
parte alla spedizione in Etiopia. Si intitola XX Battaglione Eritreo perché Montanelli era stato
assegnato appunto alla ventesima unità con il grado di sottotenente. L’avventura di Montanelli in
Africa durò meno di due anni, dal maggio del 1935 all’estate del 1936. Famosa la sua frase:

“Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di
scuola. E, detto fra noi, era ora.”

Nell’opera, lo scrittore ebbe una frenetica attività letteraria dicendo che era in Africa anche per
ragioni letterarie, per esempio per cercare la coscienza dell’uomo. Scrisse numerosi articoli su
“L’Universale”, “La Nuova Eritrea”, “Civiltà fascista”, “Meridiani”, “L’Italia Letteraria”.
Successivamente, scrisse altri due libri sulla sua esperienza africana: Guerra e pace in A.O. e
Ambesà.

XX Battaglione Eritreo raccoglie varie storie e vari pensieri dell’autore che descrive ciò che vede.
Parla della sua unità, degli altri soldati, del rapporto tra uomo bianco e ascari, della natura selvaggia
etiope, del loro modo di vivere e scrive lettere indirizzate ai genitori raccontando le sue esperienze.
Racconta le sue esperienze in prima persona. Ci parla del rapporto che si instaura con il suo
fedelissimo e vecchio ascaro che lo seguiva ovunque Tesemmà Uorché. Montanelli scrive ventisette
lettere ai genitori, alcune molto lunghe, altre telegrafiche, che palesano stati d’animo e ci offrono un
ritratto inedito dello scrittore. Negli anni successivi, Montanelli ha mostrato nostalgia per l’impresa
africana, che gli ricordava anche gli anni della giovinezza, le marce alla testa dei suoi ascari, la
moglie quattordicenne e i canti dei reparti indigeni. Nega l’uso dei gas, arma proibita dalla
Convenzione di Ginevra, sottoscritta anche dall’Italia di Mussolini. Su questo fatto, lo scrittore
toscano è stato irremovibile perché si riteneva testimone oculare degli avvenimenti accaduti in quei
luoghi e aveva raccolto anche una dichiarazione di Badoglio, secondo la quale i gas erano stati usati
solamente una volta per sbaglio e non ebbero nessun effetto.

Indro Montanelli era partito volontario per l’Africa orientale, nel maggio del 1935, quando la guerra
all’Etiopia era stata decisa e Mussolini aveva incaricato il generale Emilio De Bono di pianificarla
mettendogli a disposizione uomini e mezzi richiesti. Montanelli inviava da Napoli lettere al padre
nelle quali spiegava quanto fosse alta la sua motivazione per partire e si sentiva molto orgoglioso di
intraprendere questa missione. Il 23 giugno arrivò ad Asmara e venne assegnato al XX Battaglione.
Lo scrittore toscano descrive il XX Battaglione come un’unità piuttosto scadente formata da venti
ufficiali e mille ascari. Ne esalta anche le virtù anche se il battaglione avrà compiti secondari, di
copertura e retroguardia e non prenderà parte a battaglie. L’unità si esercitava compiendo lunghe e
logoranti marce alleggerite dai canti degli ascari e dai quali Montanelli rimaneva affascinato.
Nel periodo in cui l’Etiopia fu conquistata, Montanelli non dubitava del fascismo, delle decisioni
prese da Mussolini, delle missioni all’estero e le ragioni che lo spingevano a colonizzare l’Africa.
Circondato dalla mentalità dei soldati italiani ed indigeni, Montanelli decideva di dedicarsi anche
alla sua più grande passione: ovvero raccontare quello che stava vivendo. Pone le basi per il libro,
nei mesi di attesa per invadere il Tigrai. Ai genitori racconta che c’è bisogno di rendere leggendaria
questa impresa nei racconti e non si deve basare sul Verismo o su opere come quelle di De Amicis o
Galvano. Inoltre, invita molti italiani a trasferirsi in Etiopia non nascondendo che i primi tempi
saranno duri, ma che successivamente diventeranno la nuova aristocrazia del Paese.

Il libro, scritto tra luglio e novembre 1935, parlava delle vicende militari dello scrittore e può essere
diviso in tre parti:
1. La descrizione molto accurata della formazione indigena con la quale era in stretto contatto
(marce, canti, ritratti dei personaggi);
2. la natura che lo circondava (il Tigrai in particolare);
3. gli aggiornamenti sui pochi scontri con gli abissini e la scena di morte del capitano Ghizzoni.

Montanelli, molti anni più tardi, dirà che questo libro viene visto attraverso gli occhi curiosi di un
ragazzo ventiseienne che rimane affascinato sia dal posto sia dai popoli che ci vivono. Non parla
mai degli avversari. Non si commuove davanti ai cadaveri di gente nera. La definisce una “morte
mascherata”. Nei mesi precedenti alla partenza, il giornalista scriveva spesso che questa sarebbe
stata l’avventura più bella che potesse avere e non ci sarebbe stato mai qualcosa di simile e che il
suo desiderio di cominciare fosse forte. Avrebbero consegnato queste terre conquistate al Duce
(ovvero Mussolini) e i soldati, una volta terminati i loro mandati, sarebbero ritornati in Etiopia
perché soffrivano di mal d’Africa.

XX Battaglione Eritreo dedica numerose pagine alla natura dei luoghi nei quali il protagonista si
trova ad agire. Elogia il Tigrai, regione più a nord dell’Etiopia che confina a nord con l’Eritrea e a
ovest con il Sudan. La spedizione per Montanelli termina all’improvviso in un giorno di fine ottobre
1935 e dirà:

“M’hanno mandato indietro, impiagato”.

Sarà ricoverato nell’ospedale 416 di Asmara e sarà dimesso un paio di settimane dopo
completamente guarito. Lasciò il suo battaglione e venne assegnato alla redazione del quotidiano
“La Nuova Eritrea”. Grazie a questo nuovo incarico, Montanelli potè dedicarsi alla pubblicazione
dei suoi libri e articoli e nell’agosto del 1936, dopo aver visitato Addis Abeba, conquistata da
Badoglio il 5 maggio, fece ritorno in Italia per mettere a frutto tutto ciò che aveva appreso.

Il libro contiene anche delle foto di Montanelli da giovane, vestito da soldato, con il suo ascaro, ma
anche con la sua sposa etiope Destà. Montanelli, all’epoca, aveva 26 anni e comprò Destà che
aveva tra i 12 ed i 14 anni. Fu comprata dal maresciallo Gabér Hishial, suo sottufficiale, che pagò al
padre della ragazza 350 lire e acquistò un tucul (tipica casa in paglia e fango) per 180 lire. Nel
prezzo erano compresi anche un cavallo e un fucile. Secondo Montanelli, ma anche secondo l’uomo
europeo, la donna indigena era vista come un oggetto e/o un elemento facente parte della natura
africana. Normalmente veniva soprannominata “bella abissina” o “faccetta nera”.

La donna indigena veniva vista in maniera diversa rispetto alla donna europea. Per i soldati italiani,
la donna era più una rappresentazione artistica, che si mimetizzava con la natura dei posti
dell’Africa. I primi matrimoni tra soldato europeo e donna indigena avvennero già alla fine del XIX
secolo. Questi rapporti possono essere definiti più come un tipo di concubinaggio perché le donne
tenevano compagnia ai soldati che di solito lasciavano in Italia le loro mogli e famiglie.
Fino al 1935, anno in cui Mussolini dichiarò guerra all’Etiopia, c’erano molte relazioni tollerate tra
gli italiani e le indigene. Questo tipo di relazione sarebbe più corretto definirlo come “madamato1”,
ovvero un rapporto temporaneo coniugale invece di prostituzione. A causa del fenomeno dei
matrimoni che si stava allargando, nel 1936, vennero proclamate le leggi razziali rivolte proprio agli
italiani che vivevano nelle colonie africane. La legge vietava matrimoni misti e il concubinaggio
con le donne indigene che dovevano essere trattate in maniera inferiore rispetto all’uomo bianco.
Tra il 1937 e il 1940, vennero emanati dei provvedimenti legislativi d’instaurazione di un sistema
simile all’apartheid che proibivano agli italiani d’intrattenere relazioni con donne indigene. Tuttavia
queste forme di concubinaggio non scomparvero neppure dopo il 1937.

Dall’anno dell’invasione del Corno d’Africa, 1870, fino al 1941, anno della fine del colonialismo
italiano, il madamato fu reso legale in Italia. Il madamato venne usato come un alibi dai soldati
italiani per stuprare bambine abissine e libiche. Era designato come una tradizione temporanea
“more uxorio” e veniva stilato attraverso un vero e proprio contratto matrimoniale. I soldati
preferivano scegliere spose bambine vergini per evitare di contrarre malattie veneree.
Il fenomeno del madamato veniva giustificato come una tradizione tipica del luogo del dämòz o
“nozze per mercede”, un tipo di contratto matrimoniale con obblighi da rispettare da parte dei
coniugi. Gli italiani, intendevano il madamato come prestazioni domestiche e sessuali. Il regime
fascista giudicava il madamato come qualcosa di rovinoso per l’integrità della razza e per il
prestigio dell’Italia imperiale.

La rappresentazione della donna africana nella fotografia, nel cinema e nelle canzoni popolari ha
dato un contributo importante per la costruzione dell’immaginario collettivo italiano sull’Africa.
Negli ultimi decenni, i postcolonial studies hanno mostrato l’importanza della rappresentazione dei
soggetti africani come esseri inferiori all’interno del discorso coloniale italiano. Il soggetto più
fotografato dai colonizzatori italiani erano le donne africane e questo generò un business fiorente di
cartoline e fotografie di nudi esotici. Il soggetto più importante era la donna somala che divenne il
simbolo dell’Africa come paradiso dei sensi. L’Africa diventa il territorio nel quale l’uomo italiano
riscopre la sua virilità e la donna è parte integrante di quel paesaggio e terre selvagge.

1Madamato: convivenza di tipo coniugale fra un uomo europeo e una donna indigena di una colonia; era
considerato reato nella legislazione italiana al tempo del fascismo.
La donna africana è il simbolo della conquista da parte dei colonizzatori e rappresenta anche il
dominio che i colonizzatori esercitano su quelle terre. Rappresenta il rapporto uomo bianco-donna
nera come simbolo di rapporto tra nazione imperialista-colonia. La donna è colei che riceve un
arricchimento nella realizzazione di sé come completamento dell’espandersi dell’io maschile.
Fino al 1935-1936, la stampa italiana presentava la donna africana come una tentazione esotica
facilmente reperibile per il soldato o colono italiano.

Nell’Ottocento, il continente africano divenne oggetto di femminazione metaforica. La donna


africana venne vista come una “Venere Nera”, simbolo dell’inferiorità e della degenerazione della
razza nera. Era il simbolo di un sogno, di una vita libera e stimolante vicina alla natura con desideri
repressi. L’Africa viene vista come una terra di nessuno dove il colonizzatore può realizzare se
stesso come uomo e dispiegare le proprie potenzialità virili. Un esempio è il protagonista del
romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di Uccidere, che diceva che in Etiopia si sentiva un uomo e se ne
accorgeva. Paragonava la figura dell’uomo ad un cacciatore alla ricerca di una preda, ovvero la
donna. La colonia consente all’uomo bianco di recuperare gli istinti primitivi e selvaggi. L’idea del
colonialismo e del colonizzatore è utilizzata come strumento di evasione verso un altro mondo che
risolve la crisi d’identità dell’uomo.

La presenza femminile era importante nella vita quotidiana del colonizzatore sotto molti aspetti: la
donna era una compagna sessuale e affettiva che leniva la solitudine e la noia, era una lavoratrice
domestica che accudiva e nutriva l’uomo, era un mediatore linguistico e culturale che faceva da
tramite tra le due culture e due mondi così differenti. Rappresentava anche la disciplina, la lealtà e
la moralità nella condotta degli ascari: senza loro, il soldato indigeno poteva non adempiere ai suoi
compiti militari o addirittura disertarli e poteva cercare compagnia femminile altrove.

Fino alla conquista dell’Etiopia, i bambini nati da relazioni miste (i cosiddetti meticci) potevano
essere riconosciuti dai padri e potevano anche diventare cittadini italiani. Fra il 1936 e il 1940, la
legislazione segregazionista dichiarò l’inferiorità dei meticci rispetto ai bambini nati da italiani.
Venne proibito agli italiani di riconoscerli e di provvedere al loro mantenimento.

Negli ultimi anni, attraverso ricerche più approfondite nel campo della letteratura coloniale, sono
emerse molte più informazioni sul ruolo della donna indigena. Gli italiani, fino alla conquista
dell’Etiopia, credevano nella metafora della donna come “Venere Nera”, immagine che riconduceva
alle dimensioni dell’esotismo e dell’erotismo. La donna veniva riconosciuta solamente come
identità sessuale. Dall’esterno, le colonie potrebbero essere viste come degli harem che avevano la
funzione di attirare i lavoratori italiani.

Recentemente, è emerso appunto il ruolo della donna indigena e come venisse trattata realmente.
Patrizia Romito, nel suo libro Un silenzio assordante (2005), si è occupata dell’occultamento delle
violenze subite dalle donne indigene. L’uomo bianco le violentava perché voleva mostrare il suo
potere, il suo status quo, ma anche per mostrare la sua vera natura (il personaggio di Tempo di
Uccidere si trasforma e cambia personalità a causa del luogo, della natura selvaggia). Per
nascondere la violenza contro la donna africana, si usava la strategia della negazione (sempre in
Tempo di Uccidere, il personaggio si preoccupa di occultare il cadavere di Miriam e cerca di trovare
una valida giustificazione nel caso venisse alla luce la verità). In un certo senso, si può dire che la
donna viene colpevolizzata a causa del suo essere (In Tempo di uccidere, il personaggio si
giustificherà dicendo che la ragazza lo attirava in quanto mostrava senza vergogna la sua nudità ed
era come se acconsentisse ad avere un rapporto). L’abuso sessuale e l’uccisione della donna viene
visto come superiorità del colonizzatore bianco sull’Africa e i suoi abitanti. Violentando la donna, si
violenta l’Africa.

Anche il romanzo Settimana Nera di Enrico Emanuelli ha tematiche molto simili a Tempo di
Uccidere. Anche in quest’opera non si conosce il protagonista ed è presente il tema erotico della
donna. Il protagonista è un uomo d’affari che lavora in Somalia e organizza la caccia alle scimmie
che successivamente vengono inviate negli Stati Uniti d’America dove vengono effettuati
esperimenti per vaccini contro la poliomielite. La differenza tra i due romanzi è che in Tempo di
Uccidere, la tematica sessuale serve come input per l’inizio della storia del protagonista, mentre in
Settimana Nera, ci si concentra per lo più sulla passione del protagonista per Regina, una ragazza
somala. L’Africa diventa il luogo in cui l’uomo bianco può mettere a nudo la sua vera natura, senza
interessarsi di chi subisce violenza. Il romanzo di Emanuelli è ambientato nel periodo successivo
alla decolonizzazione. Il protagonista solo alla fine del romanzo si rende conto di quanto sia crudele
l’uomo bianco nello sfruttare la donna.

Una studiosa, Anne McClintock, usa il termine “porno-tropics traditions” per indicare che fin dalle
prime espansioni avvenute nel XVI secolo, la donna rappresentava la femminilizzazione delle
nuove terre che erano viste come territori fertili, disponibili e passivi alla conquista. Alla fine del
XIX secolo, grazie alla fotografia, si diffondono facilmente gli stereotipi della “Venera nera”. Le
donne vengono fotografe quasi sempre nude come se venissero spogliate della loro individualità.
Assomigliano ad oggetti sessuali e il corpo rappresenta la conquista dell’uomo. Attraverso la
fotografia, il mito della donna africana influenzerà profondamente le aspettative dei soldati all’alba
dell’impresa fascista in Africa orientale. Molte fotografie di questo genere vennero ritrovate tra gli
oggetti personali dei soldati. Per convincere gli italiani a combattere nel Corno d’Africa, si
prometteva di dare loro in caso di vittoria, una donna che potesse soddisfare tutte le loro richieste.

Ci si stupisce di come il regime fascista si contraddica sul tema della razza superiore. Si cercava di
convincere i soldati a combattere in cambio di una donna indigena e poi si facevano leggi per
evitare relazioni miste dalle quali nascevano i bambini meticci. La donna indigena veniva vista
sempre in maniera inferiore rispetto al “marito temporaneo” italiano. Era un oggetto di proprietà
che non aveva il diritto di esprimere la sua opinione, ma solamente di dare piacere. Il ricorso alla
prostituzione fu una realtà accettata anche dopo le leggi razziali perché la relazione con la prostituta
era concepita come atto puramente sessuale che soddisfava un bisogno fisiologico. Era preferibile
che gli italiani si rivolgessero alle prostitute bianche dei bordelli, ma visto le poche offerte si
preferiva un rapporto con la donna indigena, a condizione che non fosse un legame affettivo, ma un
concubinaggio. Il contatto doveva rimanere impersonale ed occasionale come se fosse uno scambio
tra cliente e fornitore. Dunque la donna era vista come pura merce. L’usanza del concubinaggio
nelle colonie era giustificata con il fatto che le regole matrimoniali indigene lo consentivano e che i
colonizzatori si adattassero alla cultura locale. Gli italiani adottarono questa tradizione indigena e la
trasformarono nel cosiddetto madamato ovvero una relazione in cui la donna svolgeva un ruolo di
serva e concubina, senza nessun diritto.

Ciò non significa che l’atteggiamento di alcuni italiani non potesse essere di rispetto, affetto o
amore nei confronti della donna o anche di violenza, sfruttamento o indifferenza. Queste donne
erano giovanissime se non proprio delle bambine. Avevano 12 o 13 anni e donne di 30 anni erano
già considerate vecchie. Lo stesso Montanelli dice che Destà, nonostante la sua giovanissima età,
sembrava una donna già bella e fatta. In un’intervista rilasciata ad Enzo Biagi per la Rai, nel 1982,
Montanelli si giustificò dicendo:

“Aveva 12 anni, ma non mi prendere per un bruto: a 12 anni quelle lì sono già donne. […] Avevo bisogno di
una donna a quell’età. […]
Lei era un animalino docile; ogni 15 giorni mi raggiungeva ovunque fossi insieme alle mogli degli altri.”

Il giornalista toscano si difenderà dalle critiche rispondendo sempre che:

“In Abissinia si faceva in quel modo.”

In un’altra intervista rilasciata nel 1969, durante il programma di Gianni Bisiach “L’ora della
verità”, Montanelli spiega che Destà fungeva da cameriera, portava la biancheria pulita ai soldati
italiani. Anche questa volta, nel ricordarla usa l’espressione

“Un animalino docile.”

Il giornalista toscano racconta la sua avventura con grandissima disinvoltura e malcelata


soddisfazione:

“Pare che avessi scelto bene, era una bellissima ragazza. […] Scusate, ma in Africa è un’altra cosa. Così
l’avevo regolarmente sposata, nel senso che l’avevo comprata dal padre. Il che, sostanzialmente, equivale a
ciò che fanno oggi molti nostri rispettosissimi concittadini che viaggiano verso paesi poveri dove comprano
anime a scopo sessuale per una manciata di dollari, senza correre alcun rischio di essere incriminati.”

Alla fine della sua missione, Montanelli rientrerà in Italia e abbandonerà sua “moglie” al suo
destino. Destà avrà anche un figlio che chiamerà Indro. I due si rincontrarono nel 1952, durante un
viaggio di Montanelli in Etiopia. Il giornalista toscano non dimostrerà mai rammarico e pentimento
per ciò che fece durante la guerra, ma giustificherà sempre la vicenda con le usanze e le circostanze
del tempo.

Anche in Regina di fiori e di perle (2007) di Gabriella Ghermandi è presente il tema della donna
indigena. Si parla dell’occupazione dell’Etiopia che va dal 1935 al 1941 e il romanzo raccoglie
testimonianze di tutti colori che hanno vissuto l’esperienza in prima persona. La protagonista
principale è Mahlet, una bambina che instaura un rapporto particolare con il vecchio saggio Jacob,
il quale le racconta il periodo del colonialismo italiano in Etiopia. Le donne intervistate vengono
ritratte come personaggi forti, determinati. Sono il contrario delle donne viste come oggetti sessuali
ed erotici. Veniamo a conoscenza di Daniel, un soldato italiano che non incarna il simbolo dell’eroe
fascista. Intrattiene una relazione con Amarech, ragazza etiope, che ama sinceramente e che aspetta
un figlio da lui. Daniel vorrebbe lasciare l’esercito per restare con lei e si sforza di parlare amarico.
Daniel sarà punito per il fatto che non tratta Amarech come una sguattera, ma come una persona del
suo stesso livello.

Sono presenti molte somiglianze con il romanzo di Flaiano, però ci sono molti capovolgimenti di
ruoli. Per esempio, il protagonista di Tempo di Uccidere si perde nella foresta ed incontra una donna
che è in procinto di lavarsi e che successivamente verrà uccisa erroneamente. Nel romanzo di
Ghermandi, Kebedech è una giovane donna che va a prendere l’acqua al fiume e si ferma per
lavarsi. All’improvviso, appare un soldato italiano non armato che viene ucciso dalla donna.

Per riassumere, la donna africana viene vista come un oggetto di duplice oppressione, ovvero quella
di razza e di genere. Viene sminuita dall’uomo fascista che viene visto come un eroe razzialmente
superiore. Grazie a Flaiano e Montanelli, riceviamo testimonianze di canzoni con temi a sfondo
sessuale cantate dai soldati italiani come per esempio la canzone “Tripoli, bel suol d’amore” o
“Faccetta nera” con i versi ispirati alla bella e piccola abissina che è schiava fra gli schiavi e sarà
portata a Roma per essere baciata dal sole italiano. Riceviamo anche testimonianze iconografiche
di donne nude sdraiate vicine ai tucul o donne con capelli coperti da veli e che mostravano il seno
scoperto. I soldati italiani venivano attratti attraverso questo tipo di propaganda e coglievano al volo
l’opportunità. Violentavano le donne, le sposavano con matrimoni a “tempo” o le riducevano a
prostitute. La donna indigena era un mezzo di propaganda utilizzato soprattutto dall’Italia liberale
ed era vista come uno strumento di persuasione. La donna veniva anche descritta in maniera
contraddittoria come portatrice di malattie, maleodorante a causa della sua igiene, incolta, rozza,
stupida e soprattutto inferiore.

In Regina si fiori e di perle, l’immagine della donna, a mio avviso, viene rivalutata rispetto a
Flaiano e Montanelli. Sono donne forti, sagge e soprattutto coraggiose che decidono di combattere
per difendere le loro terre, ma anche la loro cultura. Hanno cresciuto famiglie mentre i loro mariti
combattevano.

Per concludere, possiamo affermare che gli italiani non possono essere sempre considerati brava
gente. Anche loro hanno portato distruzione e sfruttato le risorse di queste terre. Come tutti i
colonizzatori, avevano obiettivi comuni come la donna. Il madamato può essere considerato una
pratica diffusa già del XV secolo, quando i primi colonizzatori europei misero piede in America.
Anche nella letteratura inglese, possiamo notare delle somiglianze con Wells, Kipling and Garnett
dai quali la donna indiana viene descritta come qualcosa più simile ad un animale e che è vicina alla
natura. Basta fare l’esempio di Lady Into Fox. La donna, nei secoli, è stata vista come un oggetto di
scambio e come qualcosa di inferiore all’uomo. Fenomeni come madamato e concubinaggio erano
anche diffusi presso la corte ottomana, dove la donna aveva la funzione di lenire le sofferenze e far
provare piacere all’uomo, anche nella religione islamica.

BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA


- Ennio Flaiano, Tempo di Uccidere, Milano, RCS Rizzoli Libri S.p.A., 1989
- Indro Montanelli, XX Battaglione Eritreo, Milano, RCS Libri S.p.A., 2013
- Igiaba Scego, I libri che smontano il mito del colonialismo buono degli italiani,
Internazionale, 1 aprile 2017
- Rosangela Spina, COLONIALISMO ITALIANO E MATRIMONI IN AFRICA
ORIENTALE TRA OTTOCENTO E NOVECENTO, mediterraneaonline.eu, maggio
2011
- Giulietta Stefani, Maschile e femminile al servizio del colonialismo, 900 Per una
storia del tempo presente, Modena, gennaio-dicembre 2003
- Mario Valentini, Harem (di Stato), minima&moralia, 29 agosto 2012
- Chiara Volpato, La violenza contro le donne nelle colonie italiane. Prospettive
psicosociali di analisi.