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UNIVERSIT DEGLI STUDI DI FIRENZE

FACOLT DI ECONOMIA
CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN SCIENZE DELLECONOMIA

TESI DI LAUREA IN
GEOGRAFIA ECONOMICA AVANZATA

TITOLO DELLA TESI

LATTUALE CRISI DEL LAVORO:


DALLA FLESSIBILIT ALLA PRECARIET.
LITALIA COME CASO STUDIO.

Relatrice: Chiar.ma

Tesi di laurea di

Prof.ssa Maria Tinacci Mossello

Anna Mary Garrapa

A.A 2009-2010
1

INDICE
Pag.

Introduzione

CAPITOLO I
Alle origini della flessibilit del lavoro
La caduta del tasso di profitto e la fine del compromesso keynesiano-fordista

1.2. Verso il post-fordismo: la riorganizzazione dei modelli di produzione


e di consumo

13

1.3. Neoliberismo ed istituzioni internazionali

28

CAPITOLO II
La reazione alla crisi e la svolta degli anni 70
2.1. Globalizzazione e nuova divisione internazionale del lavoro

52

2.2. La finanziarizzazione dellimpresa e delleconomia

69

2.3. La crisi del lavoro nei paesi industrialmente avanzati

89

CAPITOLO III
LItalia come caso studio

3.1. Affermazione e sviluppo della flessibilit del lavoro: il contesto italiano


3.2. Lattuale estensione della flessibilit del lavoro: definizioni, caratteristiche

95
128

tipologiche e flussi dinamici


3.3. Dalla flessibilit alla precariet: analisi multidimensionale

175

Conclusioni

198

Bibliografia

209

INTRODUZIONE
Questa tesi affonda le sue radici nellesperienza personale diretta.
Sollecitata, da un lato, dallesigenza, emersa durante il percorso di studi compiuto, di
colmare uninsoddisfazione accademica derivante dallinapplicabilit sostanziale dei
modelli teorici appresi e risultati troppo semplici ed eleganti per spiegare larticolata realt
dellattuale crisi del lavoro.
Lincongruit riscontrata tra la descrizione teorica della relazione dinamica tra
domanda e offerta di lavoro e la complessit dellesperienza lavorativa, vissuta
direttamente, ha generato il desiderio di osservare lattuale mondo del lavoro tramite
prospettive differenti, tramite narrazioni ed analisi interpretative non riconducibili alla
corrente teorica considerata oggi ortodossa ed insegnata in ambito universitario, talvolta
con ridotta imparzialit ed onest storica.
Dallaltro lato, vi stata lesperienza lavorativa concreta e la volont di comprendere
leffettiva origine delle condizioni occupazionali riscontrate tanto diffusamente,
caratterizzate dallassenza di tutele certe e di prospettive future, di occasioni di
partecipazione e di collaborazione, in cui il confronto disarmante con lassoluta
subordinazione a fattori apparentemente incontrollabili ed immodificabili allordine del
giorno, a fronte di una paga oraria media rimasta pressoch invariata da dieci anni, quando
non ridotta e sempre pi frequentemente corrisposta in nero.
Il ricorrente confronto con alcune interpretazioni dellattuale crisi del lavoro,
apparentemente consolidate e prevalenti nel senso comune, hanno determinato lesigenza
di dare risposta ad alcune personali perplessit.
Perch tanta precariet nel mondo del lavoro italiano?
E inevitabile che la flessibilit del lavoro si trasformi in precariet?
Considerare la flessibilit occupazionale italiana equivalente ad una condizione di
precariet diffusa corrisponde ad uninterpretazione puramente ideologica?
Quanto diffusa la flessibilit nel mondo del lavoro italiano? E quali strati della
societ coinvolge primariamente?
La dura crisi che oggi caratterizza il mondo del lavoro italiano, composta di
disoccupazione ed instabilit occupazionale, dovuta al recente tracollo finanziario
propagatosi a livello internazionale?
La flessibilit del lavoro ci richiesta perch resa necessaria dalla concorrenza
economica globale?
Ma la competizione internazionale davvero necessaria ed inevitabile?
3

In sintesi, qual lorigine effettiva della flessibilit del lavoro, oggi abitualmente
interpretata quale condizione assolutamente necessaria per la sopravvivenza delleconomia
nazionale?
Nel tentativo di risalire alle origini della flessibilit che caratterizza lattuale mondo
del lavoro italiano sono venuti a delinearsi due percorsi principali dapprofondimento: da
un lato, lanalisi del processo con cui alcune macro tendenze economiche, politiche e
sociali sono venute col tempo ad affermarsi all'interno del sistema economico
internazionale; dall'altro, lo studio dell'evoluzione storica di alcune specificit correlate al
contesto territoriale nazionale e la loro dinamica integrazione con glinflussi provenienti
dallesterno.
A livello internazionale emerso un importante punto di flesso tra la fase di forte
espansione economica che aveva caratterizzato larea dei paesi capitalisti durante il
trentennio postbellico ed il periodo di crescita moderata, accompagnata da una rilevante
caduta dei tassi di profitto, iniziato a partire dalla met degli anni Settanta.
Tra le principali cause individuate alla base di tale transizione rientrano: l'aumento del
costo dell'energia, dovuto allo shock petrolifero del 1973, che spinse tutti i settori
dell'economia a cercare forme di risparmio energetico tramite il ricorso a cambiamenti
tecnologici ed organizzativi; il progressivo esaurimento del modello di politica economica
ispirato alle idee di Ford e di Keynes, che aveva costituito la base dell'espansione del
cosiddetto boom postbellico, ma iniziava a manifestare i sintomi di una crisi tanto
geoeconomica e geopolitica, quanto d'indebitamento pubblico, di coesione sociale e
stagnazione aziendale all'interno di ciascun differente stato.
Nei decenni successivi si sviluppato, quindi, un lungo processo di ristrutturazione
politica ed economica, dinnovazione nel campo dell'organizzazione industriale e di
trasformazioni sociali che ha influito sulla configurazione della divisione internazionale del
lavoro.
Nonostante la variet dei modelli di specializzazione produttiva concretamente
applicati a livello nazionale, nel quadro internazionale il modello toyotista ha costituito un
sistema di riferimento organizzativo e produttivo fondamentale nel caratterizzare la
transizione del mondo del lavoro verso un nuovo paradigma di flessibilit.
Per quanto riguarda la transizione avvenuta durante gli anni Ottanta negli orientamenti
di politica economica, questa fu caratterizzata da una progressiva e diffusa svolta
neoliberista, espressamente sancita quale nuova ortodossia economica nel mondo del
4

capitalismo avanzato dal governo Thatcher, in Gran Bretagna, e dalla presidenza Reagan,
negli Stati Uniti, e diffusa successivamente negli altri paesi industrializzati tramite
lapplicazione di un insieme specifico di politiche governative volte allinstaurazione di
uneconomia di mercato.
Dai paesi capitalisti avanzati il sistema di organizzazione economica e politica di
stampo neoliberista si esteso tramite l'azione della Banca mondiale, del Fondo monetario
internazionale e dellOrganizzazione mondiale del commercio anche a vari paesi cosiddetti
in via di sviluppo, ai paesi dellex-Unione Sovietica ed a quelli europei che avevano fatto
parte del blocco comunista, divenendo effettivamente universale e trasversale a tutti i
settori di mercato.
Tramite questo processo di ristrutturazione economica e politica di portata
internazionale si progressivamente venuto a costituire un vero e proprio mercato globale,
accompagnato da un incredibile sviluppo del sistema finanziario, dotato di proprie regole
ed istituzioni, caratterizzato da forti concentrazioni di potere politico ed economico e nel
quale le disuguaglianze di reddito risultano sempre crescenti, sia nel confronto tra paesi sia
all'interno di ogni singolo paese.
La liberalizzazione degli scambi commerciali, dei movimenti di capitali e la
deregolamentazione del lavoro hanno fatto s che oggi i mercati del lavoro nazionali non
siano pi separati tra di loro, la disoccupazione stata internazionalizzata ed i capitali
d'investimento migrano da un paese all'altro nella perpetua ricerca di fattori produttivi pi
convenienti e soprattutto di forza lavoro a minor costo.
Nei paesi avanzati, con variabilit determinata dallo specifico contesto nazionale, il
mercato del lavoro sembra oggi avviato verso un processo di radicale ristrutturazione: in
linea di massima possibile individuare un nucleo sempre pi esiguo costituito da
lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato e per giornate lavorative piene; intorno
ad esso ruota una gran massa di lavoratori che pu essere teoricamente suddivisa in due
sottogruppi piuttosto osmotici tra di loro, i lavoratori con contratti flessibili e quelli
impiegati in nero, i quali assicurano entrambi una grande flessibilit numerica, adattabilit
alle condizioni di lavoro, costi bassi e ridotta o assente copertura sindacale.
In generale l'attuale tendenza nei mercati del lavoro dei paesi avanzati consiste nel
ridurre il numero dei lavoratori appartenenti al nucleo centrale e nel basarsi in misura
sempre maggiore su una forza lavoro che pu essere rapidamente impiegata e altrettanto
rapidamente, e senza costi, liquidata: gli alti livelli di disoccupazione globale agevolano ed
incentivano questa tendenza.
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Infine, le nuove condizioni del mercato del lavoro nei paesi avanzati hanno
sottolineato ulteriormente la vulnerabilit dei gruppi sociali e dei territori pi svantaggiati,
le disuguaglianze di genere ed hanno spostato il carico sociale ed economico della
disoccupazione sulle generazioni pi giovani.

Anche a livello nazionale il mondo del lavoro si profondamente modificato nel


corso degli ultimi due decenni, sia in termini quantitativi che qualitativi, imboccando, con
qualche scostamento temporale, sentieri comuni a molti altri paesi avanzati.
Tra le specificit del territorio italiano si ascrivono: una suddivisione territoriale netta
nel processo di sviluppo industriale e nella distribuzione del lavoro, che si mantenuta
stabile fino ad oggi e che contrappone uneconomia del Nord, variabilmente integrata agli
andamenti del tessuto produttivo continentale, ad una del Sud, imprigionata in una
condizione di bassa industrializzazione ed alti tassi di disoccupazione; un modello di
sviluppo tardivo e specificamente fondato su sistemi locali di piccole e medie imprese, che
ha condotto alla compresenza epocale di organizzazioni produttive basate sia sulla piccola
che sulla grande impresa, proprio nel periodo storico in cui il modello fordista di grande
scala cominciava ad entrare in crisi; unincontenibile espansione delleconomia sommersa
e del lavoro informale; una importante presenza di lavoratori immigrati formalmente
clandestini ed impiegati soprattutto in occupazioni informali.
Nel suo complesso e con il passare degli anni il sistema produttivo italiano ha rivelato
una crescente fragilit, dimostrandosi pi esposto di altre economie continentali alla nuova
concorrenza internazionale, asiatica in particolare; inoltre, ha progressivamente spostato il
suo baricentro verso il settore terziario, ma la ridotta porzione dinvestimenti in
innovazione e ricerca non permettono di tenere il passo delle economie tecnologicamente
pi avanzate, mantenendo alto il rischio di competere esclusivamente al ribasso con i paesi
di nuova industrializzazione.
A questo specifico contesto nazionale si innestato un iter di ricezione delle tendenze
internazionali e di progressiva affermazione dei capisaldi del modello neoliberista, cio
liberalizzazione dei flussi di capitale, privatizzazione dei beni pubblici e deregolazione del
mercato del lavoro, i quali hanno indotto, tra le tante trasformazioni, anche lattuale
flessibilizzazione del lavoro, congiuntamente ad alti tassi di disoccupazione: a tale
processo di riforma strutturale si sono sottoposti non solo governi guidati da coalizioni di
centro-destra, ma anche da quelle di centro-sinistra.

Levoluzione dellapproccio legislativo che ha introdotto il lavoro flessibile a livello


nazionale ha recepito anche linflusso della politica occupazionale comunitaria, divenuta
imprescindibile punto di riferimento per lelaborazione delle politiche interne e talvolta
oggetto di strumentalizzazione e giustificazione politica.
Di fatto il legislatore, a prescindere dallarea politica dappartenenza, rincorrendo
continuamente il mercato e le sue richieste, ha creato nel tempo differenti gradi di
subordinazione lavorativa, basati su regimi giuridici variabilmente meno tutelati rispetto a
quello proprio del modello contrattuale standard: la maggior parte delloccupazione
aggiuntiva creata nellambito del lavoro dipendente, durante lultimo decennio, si
costituita con lavoro a tempo determinato, che al pari della disoccupazione ha interessato
in misura crescente donne e giovani, conducendo il mondo del lavoro italiano verso una
forte stratificazione interna, a cui si aggiunge una connotazione territoriale che vede il
Mezzogiorno presentare tassi pi elevati dinstabilit occupazionale, inattivit e
disoccupazione.
A fronte di definizioni tanto differenti, dellincompatibilit tra le varie fonti e dei
relativi dati prodotti, delle serie questioni metodologiche ed operative che solleva la
costruzione di indicatori statistici, le dimensioni effettive del lavoro atipico risultano
quanto mai incerte, tanto che proliferano numeri diversi e facenti riferimento a concetti e a
fonti informative differenti: le stime prese in considerazione variano approssimativamente
dai 4 milioni e mezzo agli 11 milioni di lavoratori appartenenti allarea dellinstabilit.
In definitiva, se ancora oggi la condizione di instabilit occupazionale relativamente
diffusa tra i pi giovani, al contempo essa tende ad estendersi anche alle fasce pi adulte:
sono cambiate, infatti, le prassi seguite dalle imprese nelle assunzioni, assecondate
dallattuale legislazione del lavoro, cosicch a prescindere dallet del lavoratore una
nuova assunzione, seguita ad un licenziamento, prevede un periodo pi o meno lungo di
lavoro con un contratto temporaneo.
Con il passare degli anni e delle generazioni questa tendenza sta modificando
radicalmente il modello occupazionale italiano, orientandolo sempre pi verso il lavoro
temporaneo.
Associando allo studio delle dimensioni quantitative del fenomeno anche unanalisi
delle sue caratteristiche qualitative si potuto rilevare come allinterno degli schemi
contrattuali flessibili si configurino condizioni di precariet connotate principalmente dalla
persistente temporaneit dellimpiego; inoltre, se poco tutelata sul piano contrattuale,
loccupazione precaria significa anche bassi salari, mancanza di protezione sociale,
7

assistenziale e sindacale, esclusione dai programmi di formazione, chiusura dei percorsi di


crescita professionale e di progettualit personale e familiare.
Ci che rende questo fenomeno particolarmente preoccupante che parallelamente
allaumento del rischio di disoccupazione e della probabilit dintrappolamento nella
condizione di precariet, si sta sviluppando anche una strutturale iniquit negli assetti del
mondo del lavoro, congiuntamente ad una progressiva espansione di fenomeni di
esclusione sociale, di astensione politica e disuguaglianza economica, che investono
progressivamente lorganizzazione dellintera societ.
Riportiamo qui un frammento di Harvey che riteniamo costituisca uninteressante
stimolo alla riflessione con cui vorremmo introdurre il lettore alla tesi che segue:
[] c un aspetto costante in questa complessa storia di neoliberalizzazione
irregolare, ed la tendenza universale ad aumentare la disuguaglianza sociale e ad esporre
gli elementi meno fortunati, in qualsiasi societ in Indonesia come in Messico o in Gran
Bretagna - ai venti gelidi dellausterit e a unemarginazione crescente. Se a una tendenza
del genere si in qualche caso posto rimedio grazie a politiche sociali, allaltra estremit
dello spettro sociale gli effetti sono stati davvero spettacolari. Le incredibili concentrazioni
di ricchezza e di potere che esistono adesso ai livelli pi alti del capitalismo non si
vedevano dagli anni Venti. Il flusso dei tributi verso i maggiori centri finanziari del mondo
stato stupefacente. Quello che per ancora pi stupefacente labitudine a trattare tutto
questo come un semplice e magari in qualche caso deprecabile effetto collaterale della
neoliberalizzazione. La sola idea che questo aspetto possa invece costituire proprio
lelemento sostanziale a cui puntava la neoliberalizzazione fin dallinizio la sola idea che
esista questa possibilit appare inaccettabile (Harvey, 2007, p.138).

CAPITOLO I
Alle origini della flessibilit del lavoro.

1.1. La caduta del tasso di profitto e la fine del compromesso keynesiano-fordista.


La flessibilit del lavoro, che caratterizza l'attuale assetto del sistema occupazionale
italiano, ha origini articolate e riconducibili da un lato ad alcune macro tendenze
sviluppatesi all'interno del sistema economico internazionale, dall'altro all'evoluzione
storica di determinanti specifiche del contesto economico e territoriale nazionale.
A livello mondiale, le divergenze evidenti tra le attuali pratiche politiche ed economiche
e quelle vigenti durante il secondo dopoguerra nei paesi a capitalismo avanzato sono tali da
avvalorare la tesi di una significativa evoluzione avvenuta nell'economia politica del
capitalismo verso la fine del XX secolo.
A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, infatti, si sono sviluppati cambiamenti
radicali e si sono accelerati processi di transizione importanti in differenti ambiti, che
hanno poi fortemente influito sul mondo del lavoro: nei processi di produzione, nei nuovi
sistemi di marketing e nelle abitudini dei consumatori, nel ruolo dell'impresa e della
finanza, nei poteri e nei comportamenti degli stati, nelle configurazioni geopolitiche ed
economiche, nella divisione internazionale del lavoro, nell'espansione del settore dei
servizi, nello sviluppo delle tecnologie di comunicazione e trasporto.
Alla forte espansione che ha segnato il trentennio postbellico seguito, a partire dal
1974, un periodo di crescita moderata. Il tasso medio annuo di crescita del volume del P IL
nei paesi OCSE passato dal 5% del periodo 1962-1973, al 2,2% del periodo 1974-1982, e
ha anche toccato lo 0 in occasione delle due recessioni del 1975 e del 1982. (Gauthier,
1998, p. 97)
Gi durante gli anni Sessanta negli Stati Uniti si erano verificati un rallentamento della
produttivit ed un primo declino del modello produttivo, tecnologico e socio-economico
allora prevalente ed emerso dal cosiddetto compromesso keynesiano-fordista.
Fu poi nel quinquennio successivo al primo shock petrolifero, 1973-1978, che tali
fenomeni si manifestarono in tutta la loro gravit, generando un consequenziale calo del
saggio di profitto comune a tutta l'area capitalistica, tra cui l'Europa ed il Giappone che
avevano seguito e sviluppato il modello di produzione e di consumo degli Stati Uniti.

In breve sintesi, tra le molteplici cause, che hanno generato questo rallentamento
nell'eccezionale ciclo di crescita e nelle profonde trasformazioni sociali che essa aveva
generato, rientrano: l'aumento del costo dell'energia dovuto alle politiche di
contingentamento delle forniture ed innalzamento dei prezzi del petrolio decisi a pi
riprese dai paesi dell'OPEC a partire dal 1973 ed il progressivo esaurimento del modello di
politica economica, ispirato alle idee di Ford e di Keynes, che aveva costituito la base
dell'espansione del cosiddetto boom postbellico.
Per illustrare quali fossero le principali difficolt che tale sistema politico-economico si
rivelava incapace di controllare, Harvey fa riferimento al calzante concetto di rigidit.
(Harvey, 2002)
A suo avviso infatti, vi erano problemi di rigidit negli immobilizzi a lungo termine, e
negli investimenti su larga scala dei sistemi di produzione in serie, il che impediva
un'adeguata flessibilit dei progetti e presumeva una crescita stabile in mercati di consumo
immutabili. (Ibidem, p.177)
L'Et dell'oro dur fino a quando il forte potenziale produttivo che si era andato creando
non urt contro i limiti della ristrettezza del suo mercato di riferimento, scontrandosi con
una grave diminuzione della domanda aggregata.
A met degli anni sessanta l'Europa occidentale ed il Giappone avevano completato la
loro ricostruzione, i loro mercati interni erano saturi e la pressione per creare mercati
d'esportazione alla loro produzione in eccedenza doveva ancora cominciare. Inoltre,
all'incirca nello stesso periodo le politiche di sostituzione dei paesi del Terzo mondo
(soprattutto in America Latina) da un lato, e la prima grande spinta delle multinazionali
verso il trasferimento all'estero di attivit produttive (soprattutto nel Sud-Est asiatico)
dall'altro, portarono un'ondata di industrializzazione fordista competitiva in ambienti
nuovi, dove il contratto sociale con il lavoro era applicato marginalmente o addirittura non
esisteva. [] La competizione spaziale fra sistemi fordisti geograficamente distinti
s'intensific: i regimi pi efficienti (Giappone ed Europa continentale)11 e i regimi a minor
costo del lavoro (per esempio i paesi del Terzo mondo dove mancavano o erano applicate
in misura parziale forme di contratto sociale con la forza lavoro) spingevano gli altri centri
ad eccessi di svalutazione attraverso la deindustrializzazione (Ibidem, p.231). Le imprese
americane persero competitivit sul piano internazionale.

I paesi dell'Europa continentale e il Giappone, che avevano sofferto moltissimo a causa della guerra ,
hanno rinnovato le loro strutture e hanno attuato un notevolissimo sforzo per risparmiare e per favorire gli
investimenti proprio mentre il Regno Unito e gli Stati Uniti assistevano all'invecchiamento dei loro apparati
produttivi. (Gauthier, 1998, p.75).

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Vi erano inoltre rigidit nei mercati del lavoro, nell'allocazione della forza lavoro e nei
contratti di lavoro, soprattutto nel settore industriale allora fortemente sindacalizzato.
Ogni tentativo di superare le rigidit sopra citate si scontrava con la forte opposizione
delle organizzazioni operaie: di qui le ondate di scioperi e le agitazioni sul fronte del
lavoro susseguitesi in diversi paesi industrialmente avanzati durante il periodo 1968-1972.
Inoltre, non tutti avevano tratto benefici dal fordismo e vi erano stati forti segni di
scontento anche nell'apogeo del fordismo statunitense. In Nord America, infatti, i mercati
del lavoro, tendevano a dividersi tra una forza di lavoro prevalentemente bianca, maschile
ed estremamente sindacalizzata ed una massa di lavoratori le cui condizioni di lavoro e di
accesso ad una posizione pi privilegiata dipendeva da considerazioni di sesso, di razza
o appartenenza etnica. La disuguaglianza era particolarmente stridente con le crescenti
aspettative alimentate dalle strategie di marketing usate per la creazione di sempre nuovi
bisogni e per la costruzione di un tipo di societ fortemente consumistica.
D'altro canto in altri paesi, prevalentemente in Europa e Giappone, la crisi del sistema
esplose quando il serbatoio rurale della manodopera richiamata nella fabbrica fordista dagli
alti salari si esaur. Allora emersero le concrete contraddizioni della lavorazione a catena di
montaggio2 e dell'organizzazione scientifica del lavoro che portavano alla parcellizzazione
ed alla banalizzazione dell'atto lavorativo, alla produzione priva di partecipazione
intellettuale, ripetitiva, suscettibile di errori, incidenti e difetti nella produzione. Tutti
questi fattori indussero ad assenteismo, sabotaggio e conflitti di lavoro, implicando un
aumento nel numero dei controllori, aggravando i costi di produzione, provocando perdite
di produttivit, accentuando il processo di burocratizzazione e minando cos il principio
delle economie di scala su cui si basava la standardizzazione fordista (Preti, 2009).
L'effetto dei pi alti salari sulla produttivit non bast pi ad ottenere l'attaccamento dei
lavoratori all'azienda e la distanza tra economia e societ divenne allora sempre meno
accettabile, fino a spingere la critica al punto di contestare la liceit del profitto a cui tutto
sembrava andar sacrificato.
Anche nel modello di consumo di massa coerente al modello di produzione in serie, di
grande scala e poco differenziata, emersero delle forme di rigidit.
Esse erano strettamente collegate al paradigma tecnologico sottostante, oltre che alla
perdita di potere d'acquisto dei lavoratori-consumatori necessario a sostenere la domanda.
Si trattava infatti di un modello basato su beni di consumo durevoli come auto,
elettrodomestici, materie plastiche, ecc... prodotti in grande quantit e poco personalizzati.
2

Per approfondimenti si veda Taylor (1975).

11

Gradualmente, per, la domanda cominci a saturarsi come conseguenza dell'esaurimento


delle varie ondate di prodotti di consumo di lunga durata, dei beni d'investimento e delle
infrastrutture pubbliche ad essi associati. Si era verificato, inoltre, un lento processo di
sostituzione dei settori industriali tradizionali, tra i quali lindustria pesante,
automobilistica e tessile, con nuove industrie e nuove tecnologie che si erano sviluppate
grazie alla spesa militare, quali per esempio il settore tecnologico dell'informazione, dei
trasporti, delle telecomunicazione e della bio-industria, in quanto settori strategici durante
la Guerra fredda.
Per quanto riguarda, invece, il contributo della politica economica di stampo
keynesiano, che prevedeva un intervento statale tramite il deficit di bilancio al fine di
stimolare la domanda e determinare la piena occupazione, la rigidit degli impegni statali
si accentu con la crescita dei programmi sul piano della sicurezza sociale, dei diritti
pensionistici, ecc.. (Harvey, p.183). Allo stesso tempo il declino della produttivit e della
redditivit delle grandi aziende, verificatosi a partire da met degli anni Sessanta, segn
negli Stati Uniti l'inizio di un problema fiscale, il quale era legato a quelle stesse rigidit in
campo produttivo che limitavano la base fiscale disponibile per le spese dello stato.
Fu proprio l'aggravamento del deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti uno
dei fattori che indussero la svolta del sistema monetario e finanziario internazionale, basato
sul Gold dollar standard ed un sistema di cambi fissi, che port in seguito all'abbandono
dell'ordine di Bretton Woods ed alla legalizzazione della fluttuazione dei cambi.2
In definitiva venne ad interrompersi quel circolo virtuoso tra crescita economica,
stabilit dei profitti, redistribuzione dei redditi, occupazione e coesione sociale.

Fu nel 1971 che il presidente americano Nixon, di fronte ad un ulteriore aggravamento del deficit della
bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti, sospese unilateralmente la convertibilit in oro del dollaro, rendendo
cos la moneta americana libera di fluttuare sul mercato dei cambi e superando una delle disposizioni
fondamentali del sistema istituito a Bretton Woods.
In seguito, nel 1976, durante la conferenza che si tenne a livello internazionale in Giamaica, furono presi
due accordi fondamentali, che riflettevano fondamentalmente il nuovo punto di vista americano, volto a
ristabilire la totale indipendenza del dollaro. Questi accordi avrebbero modificato definitivamente il sistema
monetario internazionale, costituendo il secondo emendamento agli statuti dell'Fmi:
1) la fine del gold standard, per cui l'oro cessava d'avere un prezzo ufficiale e veniva semplicemente
demonetizzato;
2) la legalizzazione della fluttuazione dei cambi, che stabiliva in linea di principio la libert dei paesi
membri di scegliere il loro regime di cambio.
Il dollaro ha cessato di essere la moneta di riferimento del Fmi ma non di essere il principale mezzo di
pagamento riconosciuto a livello internazionale. L'abbandono del sistema di Bretton Woods in realt non ha
messo in discussione la supremazia del dollaro e l'economia mondiale ha continuato a dipendere dalle sue
variazioni in termini di parit in rapporto alle altre monete forti. (Gauthier, 1998).

12

Inoltre negli Stati Uniti degli anni Sessanta la politica economica si era ispirata ai
principi della cosiddetta sintesi neoclassica4, i cui maggiori esponenti, come Tobin e
Samuelson, divennero ascoltati consiglieri dei presidenti Kennedy e Johnson.
Tale esperienza fu uno snodo cruciale per l'evoluzione del pensiero macroeconomico
del dopoguerra, poich, se consacr la sintesi neoclassica quale nuova ortodossia, ne
determin anche il tramonto. Infatti il decennio si chiuse con un'inflazione crescente, che il
successivo aumento del prezzo del petrolio avrebbe drasticamente accelerato, obbligando
ad un radicale ripensamento della teoria e della politica economica, visto che gli strumenti
della sintesi neoclassica risultarono incapaci di spiegare la nuova situazione.
La curva di Philips tradizionale, che Samuelson e Solow avevano trasformato in uno
strumento di politica economica e che consisteva, nelle loro parole, in un men di scelta
fra differenti gradi di disoccupazione e stabilit dei prezzi (Romani, 2009), escludeva in
linea di principio la stagflazione. Cosicch i neoclassici keynesiani si trovarono disarmati
di fronte al nuovo fenomeno, di fronte alla congiuntura di inflazione, disoccupazione e
stagnazione che si verific a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Anche il modello ISLM3 si rivel strumento inutilizzabile, poich incapace di rappresentare una situazione
d'inflazione; cos come risultarono impotenti le tradizionali misure keynesiane di stimolo
della domanda.
Le misure di sostegno alla domanda e pi in generale di forte intervento pubblico non
erano state perseguite solo negli Stati Uniti, bens le istanze keynesiane avevano connotato
la politica economica della Gran Bretagna, dal 1945 ai tardi anni Sessanta, ed in tempi e
modi rispondenti alle diverse esigenze e circostanze, interventi di gestione della domanda
furono occasionalmente adottati anche in altri paesi industrializzati, anche se talvolta in
assenza di deficit nel bilancio.
In Italia l'intervento pubblico ebbe carattere strutturale, in quanto una parte significativa
del sistema industriale e bancario era di propriet dello Stato per il tramite di diversi enti, il
maggiore dei quali era l'Istituto per la ricostruzione industriale, IRI. Anche la prassi della

Il termine comunemente usato per indicare l'alto grado di consenso che si stabil, nei decenni
cinquanta e sessanta, attorno al progetto di integrare neoclassicismo e keynesismo e che dette vita ad una
nuova linea di ricerca di teoria economica come di politica economica praticamente applicabile. (Romani,
2009).
3
Il modello IS-LM, originariamente proposto da Hiks nel 1937, si pone allorigine della sintesi
neoclassica, rappresentando il primo tentativo di riconciliare lanalisi keynesiana con quella neoclassica,
rendendo la prima un caso particolare della seconda. Il modello unisce la curva dellequilibrio monetario, in
cui domanda ed offerta di moneta coincidono, a quella dellequilibrio reale, in cui domanda dinvestimenti ed
offerta di risparmi si eguagliano: lequilibrio generale macroeconomico si raggiunge nel punto dintersezione
delle due curve, cio quando entrambi i mercati sono in equilibrio.
Il modello tuttora alla base dellinsegnamento della macroeconomia.

13

spesa pubblica, finanziata tramite debito pubblico, s'intensific all'indomani delle lotte
sindacali del 1969 e delle conseguenti tensioni sociali.6
In definitiva, l'inflazione degli anni Settanta non determin solo la crisi della politica
keynesiana e della sua rappresentazione teorica pi recente, la sintesi neoclassica, ma la
sconfitta degli economisti kennediani pu essere letta come un punto di svolta nella
politica sociale dei paesi industrializzati, che dagli anni Settanta in poi rinunciarono a
perseguire quella riforma del capitalismo che andava nella direzione di una maggior
redistribuzione di stampo keynesiano e che aveva preso avvio a partire dagli anni Trenta.
A tutto ci si aggiunse la decisione dell'OPEC di alzare unilateralmente i prezzi del
petrolio e la decisione dei paesi arabi di bloccare le esportazioni di greggio verso quei
paesi occidentali considerati amici d'Israele (Paesi Bassi, Stati Uniti, Giappone) durante la
guerra arabo-israeliana del 1973.
Questo shock petrolifero influ fortemente sul costo dell'energia e spinse tutti i settori
dell'economia a cercare forme di risparmio energetico tramite il ricorso a cambiamenti
tecnologici ed organizzativi.
Con la fase globale di stagflazione, che si protrasse per gran parte degli anni Settanta, il
liberalismo di stampo keynesiano cominci a sfaldarsi sia a livello internazionale che
all'interno delle economie nazionali.
La crisi del sistema fordista-keynesiano sembra quindi essere stata tanto una crisi
geoeconomica e geopolitica, quanto una crisi d'indebitamento pubblico, di coesione sociale
e stagnazione aziendale all'interno di ciascun differente stato.
Nei decenni successivi si sviluppato un lungo processo di ristrutturazione politica ed
economica, di esperimenti ed innovazioni nel campo dell'organizzazione industriale e di
trasformazioni sociali a livello internazionale: questi hanno, a loro volta, influito sulla
configurazione della divisione internazionale del lavoro e generato nuovi orientamenti e
principi organizzativi del sistema economico di portata universale, applicati poi, con
specificit territoriali, nella struttura del mondo del lavoro presente nei diversi paesi OCSE.

Nel 1969 furono aumentate le pensioni; nel 1970 fu approvato lo Statuto dei lavoratori, che
stabilisce le garanzie degli occupati; fra il 1968 ed il 1972 fu migliorata la tutela della disoccupazione e della
maternit; nel 1978 fu istituito il Servizio sanitario nazionale. Ma il rapporto tra il debito pubblico ed il P IL
pass dal 33% nel 1969 al 45% nel 1973. (Romani, 2009, p.122.)

14

1.2. Verso il post-fordismo: la riorganizzazione dei modelli di produzione e di


consumo.
Con il termine post-fordismo s'intende quel processo, avviato all'incirca negli anni
Settanta su scala mondiale, di ridefinizione del modello di organizzazione economica e
sociale e del paradigma tecnico-produttivo che era tramontato negli anni precedenti in
buona parte dei suoi elementi fondanti.
Tuttavia ancor oggi si pone una indeterminatezza degli esiti della crisi del fordismo
(Bortolotti, 2002, p.258) e concretamente i macro-modelli di regolazione e di
specializzazione produttiva nazionale presentano un ventaglio piuttosto ampio di variet.
Nel quadro internazionale, seppur privo di denominazioni pi specifiche e
corrispondenti a fenomeni sufficientemente universali7, il modello di riferimento toyotista,
apparentemente ristretto all'universo economico dominato prevalentemente dalle imprese
giapponesi, costituisce un sistema di riferimento organizzativo e produttivo importante per
l'analisi di alcune tendenze che hanno caratterizzato la transizione del mondo del lavoro
verso un paradigma di flessibilit.
Il sistema Toyota costituisce un modello di produzione innovativo rispetto a quello
tradizionale fordista-taylorista. Nato dal settore automobilistico giapponese e descritto in
modo organico dall'opera di Taiichi Ohno8 Toyota Production System, esso permise
l'ascesa dell'industria automobilistica giapponese, in seguito alla crisi petrolifera degli anni
Settanta, contribuendo all'uscita del Giappone dalla posizione marginale in cui si trovava
dalla fine della guerra per assurgere al ruolo di grande produttore ed esportatore mondiale
di automobili.
Il sistema di produzione toyotista si costitu in condizioni di mercato finito, in un
contesto caratterizzato dalla consapevolezza della necessit di produrre quote sempre
minori di beni, sempre pi differenziati al loro interno, per un mercato sempre pi esigente
e diversificato: un sistema produttivo concepito per condizioni di crescita lenta, o nulla
(Revelli, 1993).
7

Quando un fenomeno viene denominato con un termine che inizia con il prefisso post-,
evidentemente, ci troviamo di fronte ad una situazione nella quale pu s essere chiara la genesi storica, ma
non altrettanto l'esito complessivo, tale da non poter essere definito altro che per i suoi antecedenti. Cos
anche nel nostro caso (Bortolottti , 2002, p.257).
8
Taiichi Ohno, manager di formazione tecnica e non accademica presso la casa produttrice
automobilistica Toyota Motor Company, unanimamente considerato il padre del cosiddetto Sistema di
produzione Toyota e dell'innovativa filosofia produttiva detta produzione snella, fondata sulla fabbrica
integrata e sulla Qualit totale. In sostanza autore delle basi teoriche dell'attuale modello produttivo
giapponese, descritte e pubblicate per la prima volta nel 1978 (Ohno, 1993).

15

Erano queste le condizioni nazionali del Giappone nella fase della motorizzazione,
quando le basi della nuova filosofia produttiva furono poste: un paese esattamente agli
antipodi rispetto agli Stati Uniti, dal punto di vista geo-politico, privo del grande respiro
della frontiera, all'inverso costretto in spazi limitati, chiusi, con esigenze fortemente
articolate. E sono diventate proprio queste le condizioni del mercato mondiale dell'auto nei
secondi anni Settanta, dopo lo shock petrolifero.
Lo stesso Ohno racconta come nel panorama critico della crisi petrolifera,
caratterizzato da una caduta generalizzata dei profitti, la Toyota Motor Company, riusc
eccezionalmente, a contenere la flessione, riprendendo fin dal 1975 a realizzare una
crescita dei propri utili. Questa positiva anomalia ha fatto s che la Toyota assumesse un
ruolo di primo piano sulla scena economica internazionale, al quale si accompagnava una
crescente curiosit per la sua organizzazione produttiva. Prima della crisi petrolifera,
quando illustravo la tecnologia industriale e il sistema di produzione Toyota, incontravo
scarso interesse. Con la fine del periodo d'espansione economica per apparso chiaro che
il tradizionale modello di produzione di massa americano non sembrava pi adeguato e
proficuo per il sistema industriale. Evidentemente i tempi erano cambiati. [] Per decenni
il sistema industriale americano aveva tagliato sui costi di fabbricazione, producendo in
grande quantit un numero limitato di modelli. Quello era un modello produttivo
tipicamente americano, non giapponese, perch il nostro problema era esattamente
opposto: ottenere l'abbassamento dei costi producendo molti modelli in un numero limitato
di esemplari. [] Continuavamo anche a credere che un modello di produzione
giapponese cos qualificato avrebbe potuto competere e superare il sistema di produzione
di massa americano (Ohno, 1993, p.3) .
La sfida giapponese fu poi doppiamente vincente: fu realizzata sia tramite
un'innovazione di processo che di prodotto.
L'idea base del sistema Toyota raggiungere l'eliminazione totale degli sprechi. I due
pilastri su cui posa quest'idea sono il just in time e l'autoattivazione della produzione. []
Il metodo kanban lo strumento fondamentale attraverso cui il nostro sistema di
produzione funziona con facilit.
Il just in time significa che nel corso dell'assemblaggio dell'automobile ciascun
componente arriva alla linea di montaggio nel preciso momento in cui ce n' bisogno e solo
nella quantit necessaria. Attuando questa strategia produttiva, un'azienda pu arrivare a
rendere superflua l'esistenza di magazzini, eliminando lo stoccaggio.
16

Per realizzare il just in time Ohno inverte il punto di osservazione

tradizionale,

arrivando a concepire il processo produttivo come un'operazione di prelievo, che partendo


da valle va a monte, procedendo a ritroso di stazione in stazione, per prendere solo i
pezzi necessari, nella quantit e nel momento necessari e la stazione precedente dovr
produrre esattamente quanto richiesto9.
Per rendere operativa un tale organizzazione all'interno di un sistema produttivo
composto da diverse fasi in relazione tra loro, necessario far pervenire a ciascuna
stazione le informazioni relative alle necessit di quella posta a << valle >>, in modo che
sia chiaro cosa e quanto produrre. L'insieme di queste informazioni chiamato kanban,
cio cartellino, e viene applicato a tutte le relazioni che intercorrono tra i diversi processi
produttivi per indicare il quantitativo di produzione necessario10. Nel sistema di produzione
Toyota, ogni processo produttivo regolato e governato dal kanban, ne risulta
l'eliminazione dei magazzini e conseguentemente un risparmio di lavoro, di manodopera e
[] di quadri dirigenti ed intermedi, perch il kanban stesso a trasmettere le
informazioni e a dirigere la produzione verso gli standard necessari. Ogni legame nella
catena del just in time collegato e sincronizzato.
L'altro pilastro l'automazione con un tocco umano [] che forse meglio chiamare
autoattivazione. [] Per macchine autoattivate s'intendono quelle dotate di un dispositivo
d'arresto automatico che entra in funzione in caso d'anomalia. [...] Estendendo questo
concetto, abbiamo introdotto una regola, in base alla quale anche in una linea di
produzione manuale gli stessi operai, quando riscontrano delle anomalie, possono
interrompere la produzione schiacciando un bottone.
Gli effetti dell'autoattivazione influiscono anche sull'organizzazione del lavoro e sulla
direzione aziendale. Infatti la macchina non abbisogna di nessun operatore mentre lavora
in condizioni normali; l'intervento umano si rende necessario solo in caso di anomalia.
Questo fatto comporta che una sola persona pu accudire pi macchine, rendendo possibile
la riduzione del numero degli operai e l'aumento dell'efficienza produttiva (Ohno, 1993,
pp. 3-7). Inoltre l'autoattivazione elimina quei guasti rappresentati dalle eccedenze
9

interessante notare come lo stesso Ohno riveli che il metodo just in time fosse emerso proprio
dall'osservazione e dall'analisi dell'organizzazione di un super mercato americano. Afferma infatti che dal
supermercato abbiamo cos mutuato l'idea di concepire il processo che sta a << monte >> nella linea
produttiva come una sorta di negozio. Il processo che sta a << valle >> (cliente) procede verso quello iniziale
(supermercato) per acquistare i pezzi necessari (merci) nei tempi e nelle quantit desiderati. allora che il
processo iniziale produce immediatamente la quantit appena prelevata (rifornimento degli scaffali). (Ohno,
1993, p.41)
10
previsto che il kanban contenga principalmente tre tipi di informazioni: un ordine di prelievo, un
ordine di trasferimento ed uno di produzione. Il kanban fa circolare le informazioni sia in senso verticale, sia
in senso orizzontale all'interno della Toyota Motor Company e tra i suoi fornitori.

17

produttive, previene i prodotti difettosi [] e previene il ripetersi di interruzioni e guasti,


intervenendo in tempo reale, nell'esatto momento e nell'esatto segmento del ciclo
lavorativo in cui si generato l'errore.11
La forza di una linea di produzione [...] risiede nella sinergia di questi due fattori: just
in time ed autoattivazione (Ohno, 1993, p. 6) .
Queste innovazioni di processo hanno determinato conseguentemente uninnovazione di
prodotto ed una differente organizzazione della forza lavoro.
Infatti affinch si realizzi il processo del just in time la manodopera e le attrezzature di
ogni segmento produttivo devono essere organizzati, sotto tutti gli aspetti, in modo da
produrre le quantit necessarie nel tempo indicato.
Per evitare che le fluttuazioni negli ordini del processo finale della Toyota abbiano un
impatto negativo su tutti i processi precedenti, le linee di assemblaggio devono abbassare
i picchi produttivi e avvicinarsi di pi alla <<valle>>, cio alla domanda di mercato,
cosicch il flusso divenga scorrevole. Questo chiamato livellamento produttivo o flusso
snello. (Ibidem, p.54)
Tale livellamento viene raggiunto tramite la riduzione delle quantit prodotte ed un
cambio rapido di produzione. In breve, dove il sistema di Ford utilizza l'idea di produrre
in una volta sola una grande quantit dello stesso pezzo, il sistema Toyota sincronizza la
produzione di ogni pezzo. Dietro questo approccio c' l'idea di un mercato in cui ogni
cliente compra una macchina diversa: per questo le automobili devono essere prodotte una
alla volta. Anche nella lavorazione dei componenti la produzione si svolge su un pezzo alla
volta. Per riuscire a distribuire la produzione e ridurre le grandi quantit sono necessari
rapidi cambiamenti delle installazioni e degli stampi [...] ed un addestramento dei
lavoratori a ridurre le quantit prodotte, ad abbassare i tempi d'allestimento [] ed a
cooperare con le necessit dell'azienda. In periodi di alta crescita, le necessit del
mercato erano notevoli e le perdite causate dalla sovrapproduzione non erano sensibili, ma
il discorso si rovescia nei periodi di crescita lenta, quando le scorte superflue ed i loro costi
emergono con evidenza. Questo tipo di sprechi proprio il risultato della logica che
privilegia la quantit e la velocit [] tipica del sistema di produzione di massa
americano.
11

Per maggior precisione si pu sottolineare come l'autoattivazione si proponga di ovviare, attraverso


una maggior responsabilizzazione degli operai, a due problemi tipici della produzione di massa: da un lato la
pratica, diffusa nel modello organizzativo occidentale, di non fermare mai la catena di montaggio, neppure in
presenza di errori di lavorazione evidenti, rinviando l'intervento su di essi ad un momento successivo, a
valle del ciclo lavorativo, rinunciando cos ad eliminare le cause della difettosit; dall'altro lato la tendenza
di un macchinario predisposto per produrre una serie ampia di pezzi a moltiplicare all'infinito i difetti una
volta che questi si siano prodotti, perch incapace di bloccarli alla fonte (Revelli, 1993, p. XVIII).

18

In definitiva il sistema Toyota ha sempre osteggiato la sovrapproduzione ed


incoraggiato la produzione ad avvicinarsi alla domanda del mercato, attraverso piccole
quantit di molti modelli di automobili, come richiede il mercato giapponese; a partire da
queste basi noi oggi possiamo anche arrivare a produrre molti tipi di automobili in grandi
quantit. Il sistema continua cos a dimostrare la sua efficacia nel mercato maturo
giapponese. Cosicch mentre il sistema di produzione di massa tradizionale non in
grado di rispondere facilmente ai cambiamenti, il sistema di produzione Toyota []
possiede la flessibilit per farlo [] anche in periodi di crescita lenta quando la domanda
non aumenta (Ohno, 1993, pp. 54-60).
Per quanto riguarda la nuova prospettiva con cui guardare all'organizzazione del lavoro,
Ohno parte da tale presupposto: Nel sistema di produzione Toyota, pensiamo all'economia
in termini di riduzione di manodopera e di riduzione di costi. Il legame tra i due elementi si
comprende meglio se si considera una politica di riduzione della manodopera come mezzo
per realizzare la riduzione dei costi, che chiaramente la condizione principale per la
sopravvivenza e la crescita dei profitti (Ibidem, p. 78) .
Il problema da affrontare per raggiungere tali obiettivi stato quello di intraprendere la
demolizione di un sistema che presupponeva un numero fisso di lavoratori (Ibidem, p.
154).
Nella costruzione del metodo just in time Ohno affronta il problema di come sia stato
possibile aumentare la produzione senza aumentare la manodopera, grazie anche al fatto
di aver assegnato ad ogni operaio pi mansioni, aumentando di due-tre volte l'efficacia
produttiva (Ibidem, p. 22).
A suo avviso stato possibile introdurre tale sistema, pur non senza problemi, in
Giappone, dove non esistevano i sindacati di mestiere di tipo europeo o americano. Di
conseguenza, la transizione dalla prestazione singola a quella multipla, nonostante l'iniziale
resistenza degli operai professionalizzati, fu relativamente facile. Inoltre, afferma che nel
sistema produttivo giapponese, a differenza di quello americano, i lavoratori hanno cos
tante mansioni e competenze da potersi sentire partecipi di un sistema produttivo nella sua
globalit. In questo modo un individuo pu identificarsi col suo lavoro e trovare
gratificazioni in esso.
Possiamo concludere il tema riportando un passo che risulta illuminante per gli sviluppi
futuri del ragionamento sulla flessibilit del lavoro: La necessit di miglioramento pi
urgente e questo dovrebbe stimolare l'iniziativa comune. una vergogna che nell'odierna
societ industriale la relazione tra lavoro e lavoratore e tra macchina e lavoratore sia
19

divenuta cos conflittuale []. Nell'evoluzione del sistema di produzione Toyota ho spesso
perseguito lo stravolgimento del senso comune, ho cercato di pensare all'inverso ed
invito tutti i manager, i dirigenti, i capi, ed i lavoratori ad essere pi flessibili nel loro
modo di pensare il proprio lavoro (Ibidem, p. 157).

Infine Ohno conclude ricordando come il sistema di produzione Toyota sia nato in
Giappone da uno stato di necessit e che oggi, in un epoca di lenta crescita economica
presente in tutto il mondo, questo sistema di produzione rappresenta un metodo di
direzione aziendale adeguato ad ogni impresa.
La configurazione che deriva dalla combinazione delle idee produttive di Ohno quella
di una fabbrica integrata, la cosiddetta fabbrica a sei zeri: zero stock, cio zero scorte
ed immagazzinaggio, zero difetti, zero conflitto, zero tempi morti di produzione,
zero tempo d'attesa per il cliente ed infine zero cartacce, cio zero burocrazia e
nessuna comunicazione inutile ( Revelli, 1993, p. XVI).
Ci sono voluti anni per completare il percorso di ristrutturazione e soltanto nel 1962 il
sistema era stato introdotto nella totalit degli stabilimenti. Dopodich a partire dal 1963 fu
coinvolto anche l'indotto ed esteso il metodo a tutti i fornitori.
Emerge dal testo come Ohno abbia intravisto nella peculiarit della cultura nazionale
del Giappone e nella nuova geografia della competizione internazionale l'opportunit di
rivoluzionare il concatenamento dei flussi della produzione, ricorrendo ad una massiccia
immissione di informazione dalla fase di progettazione fino a quella del mercato finale.
Era possibile mantenere cos l'intelligenza e la decisione dei processi in luoghi
predefiniti, anche quando la forza lavoro era dispersa e riorganizzata al di fuori delle mura
della fabbrica. Infatti il modello giapponese si caratterizzava per una forte
esternalizzazione di alcune fasi del processo produttivo, grazie alla creazione di una
efficientissima rete di fabbriche di produttori di beni intermedi specializzati in
componentistica. Questo sistema di relazioni dava vita ad una catena coordinata degli
approvvigionamenti e ad una rete tecnicamente e finanziariamente integrata, attraverso lo
scambio di pacchetti azionari con la casa madre. La nascita di questi produttori intermedi
correlati tra loro rappresent una alternativa al modello fino ad allora basato sulla grande
impresa unitaria.12 Le risorse e le soluzioni per una tale trasformazione dell'organizzazione
12

L'apertura dei mercati ebbe tra i suoi tanti effetti anche quello di mettere a contatto i due diversi
modelli organizzativi giapponese ed americano. Le grandi imprese americane ebbero cos un metro in base
al quale misurare le proprie performance rispetto all'esterno. Le unit redditizie si accorsero delle strozzature
nelle produzioni causate dalle unit poco efficienti. Ebbe allora inizio un progetto dialettico tra interno ed
esterno della fabbrica che determin quelle spinte centripete verso l'esternalizzazione, per acquistare prodotti

20

del lavoro e del processo produttivo furono offerte dalla rivoluzione in corso nelle
tecnologie elettroniche.
Inoltre spostando l'attenzione verso la domanda, Ohno si rese conto che la produzione in
serie evolveva verso la personalizzazione del prodotto. Il che imponeva schemi flessibili e
continuamente riadattabili, che si potevano adottare con vantaggio anche sotto il profilo dei
costi di produzione se si infrangevano le regole vigenti del mercato del lavoro e della
prestazione contrattuale vincolata. L'auto giapponese trov cos, contemporaneamente,
terreno di espansione nei nuovi mercati mondiali dove la concorrenza era data dai costi
bassi e nel mercato occidentale, compreso quello statunitense, dove la concorrenza si
basava sulla qualit e sulle capacit di adattamento alla domanda ( Revelli, 1997).
Per resistere alla concorrenza giapponese i grandi produttori americani dovettero
sforzarsi di imitare ed assimilare il loro modello, riorganizzando la catena di montaggio per
coniugare produttivit e qualit, rinnovando i modelli prodotti, ristrutturando le proprie
fabbriche estere, acquistando all'esterno prodotti intermedi, trasferendo le nuove fabbriche
ristrutturate al di fuori della loro originale localizzazione urbana, con riscontri immediati
nella consistenza della manodopera licenziata.
Si giunse al punto che negli anni Ottanta, con una velocit impressionante, si svilupp
negli Stati Uniti un'industria automobilistica giapponese completa, che comprendeva tutti i
sub-fornitori ed in misura crescente i centri per il design, gli uffici di progettazione, i
laboratori di ricerca, le societ di noleggio ed altri ancora (Preti, 2009).
Ad ogni modo, durante tutti gli anni Settanta, il Toyotismo era rimasto un modello
locale da studiare ed ammirare, ma di difficile trasferimento in altre realt territoriali del
globo. Solo quando i cambiamenti introdotti da Ohno nella riorganizzazione del settore
manifatturiero e le sue intuizioni sulle dipendenze della fabbricazione dal mercato si sono
incontrati con le innovazioni introdotte da un nuovo tipo di imprenditore, che aveva alle
sue spalle un patrimonio di conoscenze e di relazioni finanziarie e commerciali, prima che
una struttura produttiva vera e propria, allora conoscenze e comunicazione assunsero un
valore strategico nel trasferire il nuovo sistema d'impresa in una dimensione globale.
Cos quella che era sembrata emergere quale novit giapponese circoscritta al sistema di
manifattura, decollata poi come una complessa competizione nippo-americana che tende
tuttora a contaminare i pi vari fattori produttivi e sociali ( Revelli, 1997).

intermedi a prezzi pi bassi del costo interno, che port allo smantellamento dall'interno delle aziende a
integrazione verticale ( Preti, 2009, p. 212 ).

21

Esiste un ampio dibattito intorno alla questione della flessibilit ed alla sua possibile
interpretazione in termini di trasformazione permanente o di soluzione temporanea nel
processo di transizione seguito alla crisi del modello economico vigente nei paesi a
capitalismo avanzato della fine del XX secolo.
Harvey riconduce tale discussione a tre posizioni principali (Harvey, 2002, pp. 234-238)
.
La prima ritiene che le nuove tecnologie offrano la possibilit di ricostruire i rapporti di
lavoro ed i sistemi di produzione su una base sociale, economica e geografica
completamente diversa e che si sia giunti ad una sorta di secondo spartiacque industriale,
in cui le nuove forme di organizzazione del lavoro e nuovi principi geografici stiano
trasformando radicalmente il volto del capitalismo del XX secolo.
La seconda posizione considera l'idea di flessibilit un termine estremamente forte che
legittima tutta una serie di pratiche politiche, soprattutto reazionarie e contrarie ai
lavoratori, ma senza un forte radicamento empirico o materialistico nella realt
dell'organizzazione del capitalismo della fine del XX secolo.
La terza interpretazione, che come Harvey riteniamo pi realisticamente riscontrabile, si
trova a met strada fra i due estremi sopra citati. Si osserva da tale punto di vista come le
tecnologie e le forme organizzative flessibili non siano diventate dominanti dappertutto,
cos come non era stato dominante ovunque il fordismo che le ha precedute. Piuttosto
l'attuale congiuntura sembra essere caratterizzata da una combinazione di produzione
fordista estremamente efficiente e spesso accompagnata da una tecnologia e da prodotti
flessibili in alcuni settori e regioni, e di sistemi di produzione pi tradizionali, che si
basano su rapporti di lavoro artigianali, paternalistici o patriarcali, con meccanismi di
controllo dei lavoratori assolutamente differenti.13 Questi ultimi sono cresciuti anche nei
paesi pi avanzati a partire dal 1970, spesso a spese della catena di montaggio tipica della
fabbrica fordista.14

Altrettanto articolato il dibattito relativo alla valutazione della effettiva portata


innovativa del sistema Toyota.
In questo caso, come emerge dallo studio di Revelli (1997, pp. XVIII XXXV), sono
due le interpretazioni che sembrano contrapporsi: una vede nella nuova filosofia toyotista
13

Harvey cita come primo esempio il settore dell'automobile negli Stati Uniti, in Giappone o nella Corea
del Sud; nel secondo caso fa riferimento ai sistemi di produzione in vigore a Singapore, Taiwan o Hong
Kong.
14
Si pensi a quanti settori sono finiti ad oggi nella zona grigia dei lavori informali e nell'oscurit
dell'economia sommersa.

22

una effettiva rivoluzione produttiva rispetto al precedente modello fordista-taylorista, dal


lato opposto invece si sostiene la sostanziale continuit tra fordismo e ohnismo e si
individua nel secondo modello organizzativo una forma di implementazione ed
estremizzazione del primo, che sembra costituirne un semplice adeguamento alle mutate
condizioni del mercato, praticamente una sorta di super-fordismo realizzato in
condizioni socio-ambientali ideali offerte dal contesto giapponese.
Seguendo l'analisi di Revelli, interessante selezionare dalla ricca complessit del
confronto sia le analogie strutturali che gli aspetti di sostanziale divergenza individuati e
che sembrano avere un impatto significativo sul mondo del lavoro.
Tra gli aspetti che superano, ma non negano, la filosofia produttiva taylorista, emerge il
concetto di produzione snella quale radicalizzazione dell'idea di forza lavoro a
produttivit totale.
Quest'ultima esprime la ricerca taylorista di un sistema organizzativo tale da ridurre
drasticamente la forbice tra lavoro potenziale della manodopera e lavoro effettivo.
L'obiettivo del one best way, cio dell'unico modo ottimale per compiere ogni singola
operazione, aveva al proprio centro l'idea di saturare interamente la giornata lavorativa
ottenendo dall'operaio il massimo della propria capacit produttiva, senza sprechi n
inefficienze.
Ohno sembra quindi trasferire questo principio dai singoli individui all'organizzazione
dell'intera impresa, in sostanza individuando un one best way sistemico, applicabile non
solo ai movimenti del singolo lavoratore ma a quelli dell'intera fabbrica e dell'intero ed
articolato sistema che ruota intorno alla produzione di un determinato bene (Revelli, 1993,
p. XIV). Come gi descritto, il suo obiettivo dichiarato appunto quello di ottenere un
drastico recupero di produttivit riducendo al minimo ogni elemento di inefficienza nel
sistema organizzativo aziendale, ogni spreco nella gestione complessiva delle risorse ed
ogni tempo morto nel funzionamento generale dell'impresa. A questo serve infatti la
riduzione sistematica delle scorte: a rivelare le inefficienze aziendali, le disfunzionalit
organizzative, l'impiego di risorse in eccesso.15 Questa riduzione della forbice tra
produttivit potenziale e produttivit effettiva dell'intero universo aziendale graver in
maniera crescente sulla forza lavoro, per la quale essa comporta, da un lato, una costante

15

Prima che un metodo produttivo, dunque, la pratica dello <<zero stock>> uno strumento di controllo
gestionale diretto a rendere <<trasparente>> il sistema di fabbrica, cos come il cronometrista di Taylor
aveva la funzione di rendere <<trasparente>> l'operaio al lavoro (Ibidem, p. XXV).

23

riduzione numerica visto che la fabbrica snella una fabbrica con pochi operai, dall'altro
lato, un crescente grado di coinvolgimento e controllo. 4
Tra gli elementi di discontinuit dei due modelli produttivi s'impone invece un nuovo
rapporto tra produzione e mercato, fattore che arriver a rappresentare un punto di svolta
epocale nell'ambito non solo dell'organizzazione aziendale, ma dell'intero assetto sociopolitico internazionale.
La filosofia produttiva fordista era stata concepita nell'epoca della produzione di massa,
in cui si presupponeva che l'unico limite alla circolazione delle merci si collocasse sul lato
dell'offerta, fosse costituito cio dal potenziale produttivo dell'industria e dalla sua capacit
di ridurre i costi ripartendo le spese fisse su di un numero esponenzialmente crescente di
prodotti. In un simile contesto la fabbrica stabiliva con l'ambiente circostante un rapporto
diretto di dominio: era la fabbrica a produrre il mercato, avendo un potere decisionale di
estensione della domanda e di determinazione delle preferenze, e con esso produceva la
societ, proiettando su di essa la propria razionalit strumentale come principio
ordinatore dell'intera rete delle relazioni sociali.5
Il sistema Toyota invece, come gi descritto, si costituisce in condizioni di mercato
finito ed il contesto in cui nasce caratterizzato dalla consapevolezza del limite,
rappresentato dalla necessit di abbassare i costi riducendo nel contempo la scala
produttiva e diversificandola, per un mercato sempre pi esigente e differenziato.
In tal caso non pi la fabbrica a fare il mercato, ma quest'ultimo a determinare
struttura della produzione e scelte produttive: ora la fabbrica deve seguire ogni repentino
cambiamento del mercato, dovendo rinunciare alla tradizionale forma di programmazione
strategica, deve attrezzarsi per una pratica pi occasionalistica, misurata sul tempo breve e
brevissimo, capace di mutare istante per istante l'organizzazione del lavoro, l'organico delle
squadre, la disposizione delle macchine a seconda dei volumi produttivi e del tipo di merce
richiesti dai clienti.6 In sostanza dovr assumere una razionalit flessibile che, come si

Viene condotto cos alle estreme conseguenze il principio della riduzione assoluta dei tempi di vita
della forza lavoro a tempi produttivi, che aveva costituito il reale obiettivo dello scientific management.
(Ibidem, p. XXVI).
5
I tempi e i modi della produzione sono determinati esclusivamente dalla tecnologia di fabbrica, dalla
razionalit di fabbrica, e determinano a loro volta la razionalit sociale a propria immagine e somiglianza.
Pongono, per cos dire, la societ come appendice della fabbrica. (Revelli, 1993,p. XXVII).
6
Se nel modello della produzione di massa il potere decisionale stava saldamente al vertice della catena
produttiva, nelle mani del gruppo di comando nel cuore dell'apparato produttivo, che programmava le proprie
scelte in base alla possibilit di un uso ottimale delle risorse tecniche e umane, qui la facolt di decidere o
quantomeno di influenzare le scelte produttive anche nel breve periodo passa a quell'entit astratta, invisibile
che il cliente, posta esattamente al capo opposto del processo lavorativo, sul confine esterno della fabbrica e
di l capace di dettare i propri tempi e le proprie condizioni ( Ibidem, p. XXIX).

24

osserver pi avanti, determina modifiche strutturali nel modo d'intendere il mondo del
lavoro e la societ intera.
Un segnale forte di tale inversione di tendenza nel processo decisionale possibile
coglierlo considerando la differenza tra i metodi di formazione dei prezzi nei due modelli
produttivi: mentre nelle imprese tradizionali il prezzo viene solitamente determinato
sommando i costi e l'utile desiderato, alla Toyota l'utile ad essere determinato sottraendo
dal prezzo di vendita i costi. Quindi se nel primo caso il management a decidere il
prezzo a partire dai costi, considerati come variabile indipendente ed immodificabile, nel
caso Toyota il consumatore a scegliere il prezzo con le proprie preferenze, mentre
l'utile in funzione della compressione dei costi che si riesce ad ottenere.
Un altro elemento di rottura tra i due modelli riguarda direttamente il rapporto con la
forza lavoro, ed il modo di intendere ed organizzare la fabbrica in termini di ambiente
sociale. All'origine della filosofia produttiva taylorista stava come presupposto l'idea di una
strutturale resistenza operaia determinata a negare quote della propria forza lavoro, a
rallentare le operazioni e ad occultare le proprie reali potenzialit lavorative al controllo
della fabbrica tradizionale. La nuova organizzazione scientifica del lavoro doveva servire
proprio a vincere l'opposizione operaia, a restituire al padrone la conoscenza del processo
lavorativo in tutti i suoi passaggi elementari. La fabbrica tayloristica era quindi fondata
sull'idea di una separazione e di una strutturale contrapposizione tra i principali fattori
produttivi, dove l'adesione all'obiettivo comune del prodotto risultava dall'esito di una
battaglia interna, da un confronto sociale conflittuale. Essa incorporava nella sua stessa
costituzione il rapporto di forza e lo scontro tra le parti.
Al contrario, la teoria della fabbrica integrata presuppone, teoricamente, l'idea di una
struttura produttiva unitaria, di una comunit di fabbrica omologata, in cui il lavoratore
esprime volontariamente e consapevolmente le proprie capacit intellettive nel processo
lavorativo, coniugando funzioni esecutive con prestazioni di controllo e di progettazione,
segnalando i difetti in tempo reale e partecipando attivamente alla ridefinizione del
processo lavorativo in rapporto alle variazioni della domanda. Tra sistema della forza
lavoro e direzione d'impresa intercorre una continuit ed un comune sentire che non lascia
alcuno spazio a fratture. Come sottolinea Revelli se la fabbrica tayloristica si fondava sul
dispotismo, questa aspira all'egemonia. Se quella usava la costrizione, questa gioca

In seguito ci sar modo di riflettere anche su quell'insieme di strategie di marketing e tecniche


pubblicitarie messe in atto per riportare il potere decisionale e la capacit di suggestione effettivamente nelle
mani dei top manager.

25

sull'appartenenza. Se l'una intendeva dissolvere l'identit operaia pregressa, o quantomeno


controllarla, questa si propone ben di pi: intende costruire un'identit collettiva del tutto
nuova, fondata sul territorio di fabbrica, coincidente, nei suoi confini, con l'universo
dell'impresa. Qui non si tratta solo di forzare una massa inerte a erogare lavoro grezzo,
energia lavorativa, si tratta piuttosto di acquisirne fedelt e disponibilit. Di realizzare una
mobilitazione totale delle forza lavoro che ne attivi le capacit intellettive, i residui di
creativit. Si tratta cio di sussumere al capitale la dimensione esistenziale stessa della
forza lavoro. Di identificare la soggettivit del lavoro con la soggettivit del capitale. Anzi:
di fare dell'appartenenza all'Impresa l'unica soggettivit possibile (Revelli, 1993, p.
XXXIV).
Il rovesciamento risulta radicale e costituisce il corollario del nuovo rapporto tra
fabbrica e mercato sopra citato. Se la produzione deve dipendere dalla domanda di mercato
e dalle sue variazioni, non opportuno affidarsi ad una forza lavoro totalmente passiva nel
processo produttivo e politicamente conflittuale, conviene piuttosto stimolarne
l'autoattivazione e cos politicizzare aziendalmente il lavoro direttamente produttivo
(Ibidem, p. XXXV) in modo da poter esercitare pi facilmente il controllo della fabbrica
sull'avversario tradizionale.

In Italia la discussione sul modello produttivo giapponese giunta piuttosto tardi, solo
all'inizio degli anni Novanta, quando gi da oltre dieci anni il libro di Taiichi Ohno era
stato pubblicato in Giappone e da tempo circolava in versione inglese e francese. Nella
ricostruzione di Revelli [1993] il dibattito in Italia risultato spesso superficiale, sia in
campo manageriale, sia in campo sindacale7, soprattutto in merito alla problematica
cruciale della estendibilit del sistema Toyota a contesti sociali, culturali e produttivi
differenti da quello d'origine.
Infatti l'analisi dei caratteri ambientali, dei prerequisiti politici e sociali del modello
giapponese rimasta sullo sfondo o del tutto ignorata. Si tratta di quei fattori, che neppure
nel libro di Ohno sono dichiarati, ma che rappresentano la parte sommersa del modello,
7

Nel primo ambito il Toyotismo - ma qui si parlato soprattutto di Qualit totale stato ridotto ad una
serie di tecniche, di strumenti operativi, trascurandone il carattere di filosofia produttiva e tendendo a isolarne
singoli aspetti pi facilmente e pi direttamente applicabili a specifici aspetti della realt aziendale. A questo
tipo di approccio si ispira la massa crescente di manuali, prontuari, brevi corsi che ha invaso il mercato
editoriale negli ultimi tre anni. E ad esso si orientano anche i numerosi processi di riorganizzazione aziendale
ispirati, appunto, alla Qualit totale, da quelli pi massicci e sistematici (come alla F IAT) a quelli pi
episodici e limitati (come nella maggior parte delle piccole imprese). In campo sindacale, d'altra parte, il
dibattito ha spesso assunto toni apologetici, cogliendo nel nuovo modello organizzativo solo gli aspetti
partecipativi, gli elementi di valorizzazione del lavoro vivo, il superamento della tayloristica separazione tra
ideazione ed esecuzione, e ipotizzando improbabili rilanci cogestionali (Revelli, 1993, p. XXXIX).

26

quella che ne garantisce la stabilit e l'efficacia e da cui dipende in larga misura la sua
struttura.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro esso risulta fortemente segmentato in settori di
forza lavoro separati tra loro ed organizzati secondo regole qualitativamente differenti. Un
primo livello rappresenta il settore centrale della forza lavoro, collocata nel cuore della
fabbrica integrata, la cui intera vita sociale gestita direttamente dalle grandi imprese e a
cui la fedelt richiesta compensata con un elevato grado di sicurezza.8 Al di fuori di
questo segmento privilegiato e gestito dall'impresa-comunit, si colloca un secondo
cerchio, pi marginale e meno garantito, costituito dalla massa impiegata nelle piccole
imprese, pi fluttuante e costituito in prevalenza da donne. Infine il terzo livello, costretto
al lavoro marginale, privo di ogni garanzia e stabilit, costituito da una massa di lavoratori
da impiegare, anche in segmenti produttivi centrali richiedenti un basso grado di
qualificazione e di lealt, quando il mercato lo richiede e da espellere quando invece la
domanda cala.
Un discorso analogo vale per la struttura del salario, anch'essa fortemente differenziata e
connessa ad una gerarchia basata sulla fedelt pi che sulla funzione o sul ruolo produttivo.
Il salario corporativo giapponese fortemente legato all'anzianit ed alla carriera pregressa,
non dipende tanto dalla mansione, quanto dalla storia del lavoratore in quella data
industria.9 Ci tanto pi significativo in quanto la parte variabile del salario, composta da
premi di produttivit e da straordinari, particolarmente estesa. In compenso,
coerentemente con la filosofia della comunit aziendale, il differenziale salariale tra
dipendenti e dirigenti ben pi ridotto che in Occidente.
Il sindacato infine rigorosamente aziendale. L'iscrizione obbligatoria solo per gli
operai del primo livello, mentre gli altri ne sono esclusi. Tra i suoi quadri delegati vengono
reclutati i dirigenti dell'impresa, cosicch ruolo di rappresentanza e ruolo di direzione del
lavoro in questo modello coincidono. Al posto di un sindacato d'industria si sostituisce cos
un sindacato aziendale totalmente identificato con l'impresa.
Poich il sistema Toyota proponibile nella sua globalit solo in un ambiente sociale
caratterizzato da una forte adesione acritica e da una vulnerabilit dell'organizzazione
8

A costoro garantito l'impiego a vita e spesso l'assunzione dei figli; un percorso di carriera certo e
predeterminato, prestazioni assistenziali fornite direttamente dall'impresa: sanit, pensione, servizi sociali. La
stessa abitazione messa a disposizione dalla struttura aziendale. (Ibidem, p. XXXIX).
9
Ogni anno a primavera , ognuno viene valutato dal proprio superiore diretto e ottiene una variazione di
salario oscillante entro una fascia che va da + 15 % a 15 %, sulla base di determinati criteri (assenteismo,
grado di collaborazione, idee per migliorare il prodotto, disciplina, ecc...), cosicch in qualunque momento
della propria vicenda lavorativa la retribuzione funziona come una sorta di memoria monetaria, che sintetizza
l'intero percorso aziendale pregresso. (Ibidem, p. XLI).

27

sindacale operaia, esso si rivela qualitativamente molto diverso da quello finora proprio
delle culture industriali europee, fortemente segnate dall'esperienza del movimento operaio
e da forme di rappresentanza del lavoro consolidate da tempo. quest'ultimo un esempio
delle difficolt di applicazione che il sistema Toyota ha incontrato ed incontra tuttora
laddove si cerchi di introdurlo con sistematicit, visto il suo carattere integralistico e
totalizzante sul piano politico e sociale.
Si spiega cos la sua tendenza a penetrare in sistemi organizzativi differenti per
successivi adattamenti e con sostanziali mediazioni, cosicch allo stesso modo del
taylorismo e del fordismo, i quali finirono per diffondersi a livello mondiale in forma
differenziata, adottando anche le varie specificit nazionali dei diversi contesti industriali,
anche il toyotismo tende a frammentarsi, assumendo gradi diversi di fedelt al modello
originale.
E cos come vi fu una via italiana al fordismo, caratterizzata dalla standardizzazione
ma non dagli alti salari e dalla dequalificazione senza consumo opulento, allo stesso modo
si va configurando una via italiana al post-fordismo: via intermedia, per certi versi debole,
attenta ad incorporare l'innovazione organizzativa rispettando i limiti di una sostanziale
continuit delle consolidate gerarchie ( questo il caso della FIAT) e soprattutto offrendo
alla forza lavoro scarse compensazioni sul piano materiale (bassi salari, garanzie minime) e
motivazionale (limitata mobilit verticale, bassa autonomia) (Ibidem, p. XLII).
Ci non significa che gli effetti di tale innovazione organizzativa non siano rilevanti sul
piano generale dell'assetto delle societ industriali. Al contrario, in analogia con il
fordismo ed il taylorismo, l'impatto del nuovo paradigma produttivo ha numerosi effetti di
rottura nei consolidati equilibri socio-culturali occidentali.

interessante concludere questa sintetica panoramica sul post-fordismo riproducendo


un prospetto presentato da Bortolotti ed elaborato in forma provocatoria da una rivista
inglese specializzata in questioni di contrattazione10 .
In esso si delinea un quadro del cambiamento del ruolo del lavoro, di come esso diverga
dalla realt del fordismo e di quanto possa effettivamente distanziarsi da una visione
eccessivamente teorica ed ideologizzata del post-fordismo.
Emergono soprattutto alcune contraddizioni tra teoria e pratica del modello postfordista: il permanere di strutture gerarchiche e comportamenti tendenzialmente oppositivi
10

Il prospetto, ripreso da Performance management, Bargaining Report,1994, n.137, riprodotto ed


analizzato, con l'avvertimento che esso parte da una realt inglese caratterizzata da alcune specificit non
riscontrabili altrove nella stessa forma. (Lavoro in Toscana: composizione e organizzazione, 2008).

28

tra manager e dipendenti, mansioni pi ampie ed indefinite, responsabilit maggiori a


carico dei dipendenti che per non si traducono in reale autoregolazione del lavoro come
invece trapela dall'impianto teorico di riferimento, in particolare la possibilit per le
imprese di acquisire lavoro a tempo determinato e di ottenere semilavorati e fasi di lavoro
attraverso la subfornitura costituisce una prevalente alternativa alla valorizzazione
qualitativa e di lungo periodo dei propri dipendenti.

Tabella 1.1: Vecchi e nuovi approcci manageriali.


Il vecchio approccio
Visione
manageriale
dei dipendenti

Come
disegnano
mansioni

I dipendenti non si aspettano


altro dal loro lavoro che il
salario. Evitano le
responsabilit e necessitano
di supervisione e
coercizione.

La nuova teoria

La nuova pratica.

I dipendenti non si
I dipendenti vogliono
aspettano altro dal loro
misurarsi sul lavoro e si
lavoro che il salario.
aspettano responsabilit ed
Evitano le responsabilit
autonomia se il management
e necessitano di
lo permette.
supervisione e
coercizione.

Il lavoro multiskilled e
Le descrizioni delle
si I dipendenti sono confinati
le in una mansione ristretta e perseguito attraverso gruppi, mansioni sono molto
definita. I suggerimenti sul
laddove possibile. I
generali ed ai dipendenti
modo di attuare il lavoro lavoratori sono incoraggiati
si richiede di
stabilito sono scoraggiati.
a proporre innovazioni.
intraprendere una ampia
gamma di compiti.

Com'
strutturata
l'organizzazion
e

Struttura piramidale di
supervisione con
responsabilit chiaramente
assegnate a differenti
posizioni.

Struttura relativamente
leggera con poche posizioni,
con dipendenti capaci di dare
suggerimenti ed
implementare cambiamenti.

I dipendenti sono
abilitati a prendere
decisioni, con
responsabilit per le
conseguenze.

Formazione e I dipendenti sono sostituibili I dipendenti sono considerati Lavoratori con contratti
e possono divenire
una risorsa valorizzabile e
a termine a tempo
sicurezza del
ridondanti quando il
riaddestrabile in nuovi skills.
determinato e
lavoro
mercato declina. C' poco o La ridondanza se possibile
subfornitori esterni
nessun addestramento per
evitata.
possono essere usati al
una mansione diversa.
posto dei dipendenti a
tempo indeterminato.
Come si
determina il
salario

Il salario legato alla


mansione, utilizzando
qualche sistema di
classificazione delle
mansioni.

Relazioni
industriali

Gli interessi sindacali e


quelli imprenditoriali sono
considerati incompatibili e
le relazioni sono basate sul
conflitto.

Il salario dipende dagli skills


Il salario
acquisiti. Incentivi di gruppo
individualizzato.
e partecipazione agli utili
Comparazioni di
sono usati per aumentare il mercato, performance e
coinvolgimento.
arbitrio dei managers
sono le principali
determinanti
dell'aumento salariale.
L'interesse comune
enfatizzato, il management
condivide le informazioni
sull'impresa e i lavoratori
condividono le
responsabilit per il suo
successo.

I sindacati sono
considerati irrilevanti.
Le funzioni del
personale sono devolute
ai managers.

Fonte: Bortolotti, 2002.

29

1.3. Neoliberismo ed istituzioni internazionali.

La politica economica della seconda met degli anni Settanta ed inizio degli anni
Ottanta fu caratterizzata da una progressiva e diffusa svolta neoliberista.
Questa fu inaugurata dalla reazione dei monetaristi di Chicago, guidati da Friedman,
contro la visione del sistema economico d'ispirazione keynesiana e contro le teorie e le
pratiche di politica economica della sintesi neoclassica.
La teoria neoliberista, in particolare nella sua veste monetarista, cominci ad esercitare
la sua influenza in svariati settori della politica e, sostenuta da vari think-tanks1 e dalla sua
crescente rilevanza all'interno del mondo accademico, fu espressamente sancita quale
nuova ortodossia economica nel mondo del capitalismo avanzato dal governo Thatcher in
Gran Bretagna (1979-90) e dalla presidenza Reagan negli Stati Uniti (1981-89).
Il neoliberismo una teoria di politica economica secondo la quale il benessere
dell'uomo pu essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacit imprenditoriali
dell'individuo all'interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di
propriet privata, liberi mercati e libert di scambio. Il ruolo dello stato quello di creare e
preservare una struttura istituzionale idonea a queste pratiche (Harvey, 2007).
L'idea che le libert individuali della sfera politica siano garantite dalla libert di
mercato e di scambio in ambito economico, rappresentava un aspetto fondamentale del
pensiero neoliberista. L'intervento pubblico, quindi, doveva essere minimo, i compiti
dello stato limitati esclusivamente alla predisposizione della cornice istituzionale ed al
mantenimento dell'ordine pubblico, poich un ruolo pi ampio avrebbe messo in pericolo
la salvaguardia dei diritti degli individui. Al contrario, un'estensione dell'economia di
mercato anche a molti di quei servizi tradizionalmente a carico dei poteri pubblici avrebbe
costituito una garanzia di libert politica, in quanto la pratica degli scambi volontari fra
individui guidati dal proprio interesse risulterebbe antitetica ad ogni forma di potere
coercitivo.
Il termine monetarismo allude alla convinzione che gli stimoli monetari rappresentino
un fattore essenziale per spiegare le variazioni della produzione, dell'occupazione e dei
prezzi e che conseguentemente lo strumento davvero efficace per stabilizzare l'economia
sia la politica monetaria e non quella fiscale, come invece ritenevano i keynesiani.

Harvey cita per esempio l'Insitute of Economic Affairs di Londra e la Heritage Foundation di
Washington (Harvey, 2007).

30

Secondo Friedman l'economia capitalistica non era necessariamente soggetta a crisi,


come credevano i keynesiani: condizione sufficiente per evitarle era che le autorit
monetarie non commettessero gravi errori.

Le prime formulazioni di Friedman risalgono agli anni Cinquanta e Sessanta, ma, come
accennato sopra, fu nel corso degli anni Settanta che il programma monetarista acquis
sempre maggiore influenza presso l'opinione pubblica ed i policy makers. Mentre il
contesto economico mutava, caratterizzato da inflazione e disoccupazione crescenti, il
contesto politico statunitense si faceva propizio al messaggio monetarista e con il successo
elettorale del repubblicano Nixon del 1969 la proposta friedmaniana di politica economica
inizi a divenire attuale.
In particolare furono due le politiche economiche associate al monetarismo ed attuate
tra gli anni Settanta ed Ottanta negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna: l'adozione di obiettivi
relativi all'offerta di moneta da parte delle banche centrali e le disinflazioni ottenute
mediante restrizioni monetarie.
Si moltiplicarono, inoltre, le critiche all'entit dell'intervento pubblico, ritenuta
eccessiva e da imputarsi principalmente allo statalismo connaturato alla politica economica
di stampo keynesiano. Non pi i benefici, ma i costi delle politiche governative attrassero
l'attenzione della cultura economia accademica, come di quella giornalistica pi rivolta al
largo pubblico, ed il monetarismo ispir e dette legittimit scientifica al nuovo clima
d'opinione.
Anche il modo di concepire la disoccupazione mut completamente nel decennio
Settanta, prima negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna, poi negli altri paesi industriali.
Nuove analisi e nuovi dati portarono ad affermare che la maggior parte dei disoccupati non
era tale perch non riusciva a trovare un lavoro, ma perch non accettava impieghi poco
attraenti e senza prospettive, o perch alternava volontariamente periodi di lavoro e periodi
di disoccupazione, incentivata a farlo dall'interagire dei sussidi con le minori imposte sul
reddito previste per i disoccupati. Inoltre la disoccupazione sembrava colpire molto
diversamente i vari gruppi demografici e sociali, cosicch si riteneva che essa non fosse
legata alla mancanza di posti di lavoro, ma alle caratteristiche del mercato del lavoro, di
cui la regolamentazione pubblica era parte integrante.
Dagli anni Trenta ai Sessanta, al contrario, si era ritenuto che la disoccupazione fosse
dovuta ad una cronica insufficienza degli investimenti, che per Keynes rappresentava una

31

sorta di ineliminabile lato oscuro dell'economia capitalista e

fattore fondamentale

d'instabilit economica e politica.


Negli Stati Uniti si sottolinearono anche gli effetti disincentivanti delle forti imposte,
necessarie a finanziare i programmi di spesa pubblica, tramite la celebre curva di Laffer
che fu

tracciata nel 19742

per dimostrare che tassi

crescenti di prelievo fiscale

scoraggiano l'impegno lavorativo al punto che l'introito fiscale risulta alla fine ridotto. In
breve tempo essa fu divulgata dal giornalismo economico e fatta propria da Reagan, con la
convinzione che diminuendo le aliquote era possibile aumentare il gettito ed al tempo
stesso ridurre il deficit pubblico e stimolare l'economia (Romani, 2009).
Inoltre fu riabilitata la legge di Say, fortemente contestata da Keynes, che sosteneva
l'importanza dell'offerta quale effettivo motore della crescita, cosicch le politiche di
rilancio della domanda effettuate dallo stato risultavano non solo inutili, ma anche
dannose. Sulla base di tale teoria nacque, sempre con l'aiuto decisivo d'influenti giornalisti
economici, l'economia dell'offerta, detta supply side economics, che si proponeva di
concentrare l'attenzione sulla crescita di lungo periodo e dunque sull'aumento del risparmio
e degli investimenti; in netto contrasto con la preoccupazione keynesiana di stabilizzare
l'economia nel breve periodo, stimolando la domanda. Essa, infatti, sottolineava come le
variazioni delle imposte alterassero i prezzi relativi e le remunerazioni dei fattori,
influenzandone l'offerta.

La politica economica con cui Reagan si present agli elettori nel 1980 tendeva ad
identificarsi con l'economia dell'offerta, promettendo espansione, pareggio in bilancio e
riduzione delle imposte.3
In Gran Bretagna le roccaforti keynesiane di Oxford e Cambridge furono attaccate da
pi parti e la polemica liberista trov principalmente tribune non accademiche, come
l'Institute of Economic Affairs di Londra, un think-tank che fece molto per diffondere il
monetarismo e le teorie liberiste che venivano elaborate negli Stati Uniti. La serie di
documentari Liberi di scegliere, curata da Friedman, fu trasmessa in coincidenza con il
lancio del programma monetarista della Thatcher.
L'influenza del monetarismo crebbe anche sulla politica delle banche centrali,
affermandosi proprio a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando alcune di esse, di

Sembra che sia stata tracciata da Laffer su un tovagliolo durante un incontro con alcuni esponenti del
Partito repubblicano.
3
Contrariamente alla previsione di Laffer, le minori imposte non indussero un maggior introito, che anzi
diminu rispetto alla tendenza di lungo periodo (Ibidem, p. 171).

32

fronte al secondo shock petrolifero, ridussero drasticamente la quantit di moneta in


circolazione nel tentativo di ridurre gradualmente l'inflazione.4
Negli Stati Uniti ci accadde nel 1979, sotto la presidenza Carter e con Paul Volker
presidente della FED,ma solo fino al 1984, anno in cui la banca abbandon del tutto la
politica degli obiettivi di offerta monetaria.
In Gran Bretagna la crescita della moneta fu strettamente limitata soprattutto tra il 197981 durante il governo Thatcher, che aveva inizialmente fatto del monetarismo la propria
dottrina ufficiale.
In entrambi i casi l'inflazione si ridusse a causa degli alti saggi d'interesse indotti dalla
crescita lenta della moneta, ma anche la produzione industriale si ridusse, il PIL ristagn e
la disoccupazione aument, suscitando accese polemiche soprattutto tra gli economisti
britannici apertamente ostili al monetarismo.
Ad invalidare definitivamente il presupposto teorico della stabilit della domanda di
moneta, alla base della tesi monetarista5, furono le riforme liberalizzatrici del sistema
finanziario, approvate negli anni ottanta in vari paesi, che eliminavano pressoch tutti i
controlli sui sistemi finanziari stabiliti all'indomani della guerra. La maggiore
competizione fra le banche, per i crediti ed i depositi, e la moltiplicazione dei sostituti della
moneta ebbero l'effetto di rendere variabile ed incerta la velocit della moneta per
transazioni. Le banche centrali abbandonarono definitivamente gli obiettivi monetari e
cercarono di tornare ad un target d'inflazione ricorrendo nuovamente al controllo dei saggi
d'interesse.
Il monetarismo fu screditato da questi sviluppi e gli economisti di ispirazione
keynesiana sottolinearono i costi, in termini di ridotti consumi e maggiore disoccupazione,
delle politiche deflazionistiche di matrice monetarista.

Ad ogni modo, l'orientamento neoliberista trov, a partire dagli anni Ottanta, sempre
maggiori consensi sia fra gli economisti che fra i diversi governanti dei paesi a capitalismo
avanzato. La preoccupazione essenziale delle autorit non fu pi l'impatto della spesa
pubblica sul ciclo, ma la dimensione ottimale del loro intervento, dati gli effetti
4

Friedman aveva cos riabilitato, ed i banchieri l'avevano fatta propria, l'idea che una crescita della
quantit di moneta ad un saggio superiore a quello dell'output genera inflazione e perci questa va
combattuta riducendo la crescita della moneta. Si trattava di una posizione nettamente opposta alla politica
monetaria keynesiana, che al contrario suggeriva un aumento dell'offerta di moneta e la determinazione di un
basso saggio d'interesse, al fine d'incrementare la domanda effettiva, gli investimenti ed il reddito aggregato
(Ibidem).
5
Alla base della teoria infatti si presupponeva una stabilit della domanda di moneta, ovvero della sua
velocit di circolazione, cosicch le variazioni della sua offerta potevano tradursi in modo regolare in
variazioni di reddito nominale (Ibidem).

33

incentivanti o disincentivanti delle spese pubbliche e delle imposte sull'attivit produttiva e


sul risparmio dei privati.
Le correnti macroeconomiche che si affermarono nel periodo in questione
rispecchiavano esattamente questo modo di pensare l'economia e con i cosiddetti nuovi
classici (Romani, 2009) la reazione antikeynesiana giunse al culmine, sia per quanto
riguardava le proposte di politica economica, che sul terreno pi analitico: la
macroeconomia andava riportata nel contesto dell'equilibrio generale dei mercati,
riformulato in senso dinamico nel tempo; le aspettative razionali erano considerate le
migliori possibili, date le informazioni disponibili; la disoccupazione era frutto di una
scelta volontaria di individui intenti a massimizzare la propria utilit intertemporale.6
Di fatto, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e poi negli altri paesi industrializzati7 si era
verificato un cambiamento nei presupposti teorici della politica economica. Questi sono
riconducibili ad alcune linee guida adottate nelle varie politiche governative: disimpegno
dello stato tramite compressione della spesa pubblica, in particolare dei trasferimenti
previsti dal sistema di sicurezza sociale8, alleggerimento delle imposte per le fasce pi alte
di reddito al fine di rafforzare lo spirito imprenditoriale9, appello al risparmio privato,
deregolamentazione delle attivit produttive e finanziarie, privatizzazione delle imprese
pubbliche e dei settori precedentemente nazionalizzati, abbattimento di barriere al
commercio internazionale, lotta contro l'inflazione come priorit di politica economica a
scapito dell'occupazione.
Si form gradualmente nuovo consenso, sia fra gli economisti che tra i governanti,
intorno al principio generale che il libero mercato, tramite il perseguimento del massimo
utile da parte degli agenti, sia in grado di garantire efficienza e benessere per l'intera
collettivit. Deregolamentazioni e privatizzazioni presupponevano di favorire la libera
concorrenza, ritenuta stimolo indispensabile alla crescita della produttivit dell'intero
6

Si fa riferimento per esempio al modello del mercato del lavoro di Lucas e Rapping ed ai modelli del
ciclo reale (Ibidem).
7
Partita dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, l'onda neoliberista si propagata, nel corso degli anni '80, in
Germania (con il governo di Helmut Kohl dalla fine del 1982), in Francia (con il governo di Jacques Chirac,
dal marzo 1986 al maggio 1988, e di Eduard Balladur dal marzo 1993) e in Giappone (con il governo
Nakasone). Anche i paesi del Commonwealth sono stati toccati da questo fenomeno a partire dal 1983-1984:
il Canada con il governo conservatore di Brian Mulroney, l'Australia e la Nuova Zelanda con governi
laburisti. Gli orientamenti liberisti, infatti, non sono monopolio delle maggioranze politiche conservatrici,
come ben dimostrato dalle privatizzazioni, che agli inizi degli anni '90, sono state decise nei paesi
mediterranei dai socialisti al potere in Spagna con Felipe Gonzales ed in Italia con Giuliano Amato
(Gauthier, 1998, p. 256).
8
Sul piano sociale, una delle maggiori preoccupazioni di Margaret Thatcher stata quella di limitare il
potere dei sindacati e di rimettere in discussione il welfare state.
9
Tendenzialmente la graduale diminuzione della tassazione ha riguardato le propriet immobiliari, cio
del patrimonio, ed i redditi da investimento, mentre rimasto pressoch inalterato il prelievo fiscale su
stipendi e salari.

34

sistema economico. Fu estesa quindi la disciplina del mercato concorrenziale a diversi


comparti, quali trasporti, telecomunicazioni e fornitura di gas o energia elettrica, con
l'obiettivo d'indurre gestioni pi efficienti e meno dispendiose rispetto a quelle attuate dal
servizio pubblico.
Il mercato del lavoro doveva essere pi flessibile, poich si riteneva che la possibilit di
licenziare senza gravi costi non distruggesse posti di lavoro, bens li creasse, dato che le
imprese sarebbero state libere di assumere senza il timore di compiere errori irrimediabili.
Le convenzioni collettive nazionali dovevano essere sostituite da contratti regionali o
addirittura da accordi fatti impresa per impresa, in modo da istituire un decentramento dei
negoziati fra le parti sociali. La deindicizzazione dei salari sui prezzi avrebbe comportato
un abbassamento dei costi di produzione ed un accrescimento dei profitti, congiuntamente
ad un presupposto sviluppo degli investimenti produttivi.
La somiglianza pi forte tra il caso degli Stati Uniti e quello del Regno Unito riguarda
proprio i rapporti con il mondo del lavoro e la lotta all'inflazione, che ricorrendo ad alti
tassi d'interesse determinava un ulteriore aumento della disoccupazione. L'inquieto patto
sociale che aveva dominato i rapporti tra grandi aziende e sindacati negli anni Sessanta era
tramontato e la diffusa disoccupazione offr l'occasione per attaccare tutte le forme di
organizzazione dei lavoratori, revocando il privilegio ed il potere di cui avevano goduto
precedentemente (Harvey, 2005, p.66).
In Usa, il trasferimento delle attivit industriali dalle aree sindacalizzate del Nordest e
del Midwest agli stati non sindacalizzati e pi volenterosi del Sud quando non in
Messico e nel Sudest asiatico - divenne una prassi abituale, sovvenzionata da una politica
fiscale favorevole ai nuovi investimenti e favorita dal passaggio dalla produzione alla
finanza negli impieghi del capitale. La deindustrializzazione delle principali regioni prima
sindacalizzate sottrasse potere alle organizzazioni dei lavoratori. Le societ poterono allora
minacciare chiusure di stabilimenti e se necessario correre il rischio da cui in genere
uscivano vincitrici - di uno sciopero (Ibidem, p.66).
La Tatcher dopo aver spezzato la spina dorsale di uno degli elementi centrali del
movimento britannico costituito dal sindacato dei minatori, in seguito ad uno sciopero
durato quasi un anno, ridusse ulteriormente il potere dei sindacati aprendo il Regno Unito
alla competizione straniera e agli investimenti esteri. Negli anni Ottanta la competizione
straniera distrusse buona parte dell'industria tradizionale britannica, come quella navale e
dell'acciaio, e insieme a loro scomparve quasi del tutto il potere dei sindacati []
L'effetto complessivo fu che, nel giro di tre anni, il Regno unito si trasform in un paese di
35

salari bassi con una forza lavoro molto arrendevole rispetto al resto d'Europa (Ibidem, pp.
72-73).
Congiuntamente si mir a disarticolare l'azione collettiva anche cercando di trasmettere
ed incorporare alcuni valori neolibersti nel <<senso comune>> di molti lavoratori.
Poich la rigidezza delle loro normative e delle loro burocrazie rendevano i sindacati
vulnerabili agli attacchi. [] Il virtuoso appello a favore di una specializzazione flessibile
nei processi lavorativi e di accordi che consentissero orari flessibili entr a far parte della
retorica neoliberista e risult persuasiva per singoli lavoratori, in particolare coloro che
erano

stati

esclusi

dai

benefici

monopolistici

volte

procurati

dalla

forte

sindacalizzazione di alcuni settori (Ibidem, pp. 66-67).


Infine, come gi accennato sopra, secondo la teoria neoliberista la forza lavoro avrebbe
un prezzo minimo al di sotto del quale preferisce non lavorare e la disoccupazione nasce
in quanto scelta volontaria quando il salario minimo del lavoro troppo alto. Poich tale
salario minimo determinato dalla forza dei sindacati ed in parte dai sussidi del Welfare,
ne consegue che la riforma neoliberista dello stato sociale e la progressiva diminuzione
delle relative spese sociali, avrebbe dovuto essere un passo fondamentale verso una
drastica riduzione della disoccupazione.
Dall'inizio della crisi economica mondiale degli anni Settanta e con l'aumento
generalizzato della disoccupazione, il ruolo dei sindacati stato messo in discussione e la
loro rappresentativit si indebolita in tutti i grandi paesi industrializzati, cos anche la
loro combattivit, come testimoniato dal calo della conflittualit sociale in Europa10
iniziato allora; questa evoluzione stata accettata dall'opinione pubblica e dagli stessi
sindacati che hanno subito la limitazione dei loro strumenti d'azione.
In sostanza si verificato un generale indebolimento dei sindacati e le disuguaglianze di
reddito sono cresciute, cos come le disparit geografiche, ma esse sarebbero giustificate
dalla necessit di stimolare gli investimenti e dalla convinzione che un'economia
effettivamente concorrenziale permetta a chiunque di ascendere la scala sociale (Romani,
2009).

Con il passare degli anni e delle legislature nei vari paesi a capitalismo avanzato le
politiche neoliberiste e le scelte delle maggioranze socialdemocratiche sono andate sempre
pi di frequente assomigliandosi. Cos come l'applicazione di politiche neoliberiste nel
Regno Unito e negli Stati Uniti non ha fatto scomparire totalmente il ruolo dello Stato,
10

Il numero dei giorni di lavoro persi a causa di scioperi, calcolato su gruppi di mille lavoratori, sceso
dai 380 del 1982, ai 103 del 1991 (Gauthier, 1998, p. 251).

36

altrettanto le politiche che si riferivano al socialismo democratico hanno dovuto rinunciare


al loro contenuto ideologico di fronte alle difficolt legate alle varie crisi economiche ed
alle costrizioni imposte da un'economia sempre pi globalizzata.
Secondo

alcune

analisi

particolarmente

critiche,

forti

impulsi

verso

la

neoliberalizzazione sono venuti e probabilmente sono stati orchestrati da pochi epicentri


principali.
Naturalmente la molteplicit delle esperienze storiche e delle tradizioni nazionali hanno
fatto s che il capitalismo non costituisse, e non rappresenti neanche oggi, un blocco
monolitico. 11
La diffusione geografica irregolare di questa transizione neoliberista sullo scenario
mondiale testimonia, quindi, che si tratta di un processo di notevole complessit e non
univocamente interpretabile, generato dall'articolata interazione tra dinamiche interne e
forze esterne ed in cui numerosi sono stati i fattori che hanno determinato il livello di
neoliberalizzazione dei singoli casi. L'applicazione del neoliberismo, spesso parziale e
squilibrata da uno stato all'altro o da una formazione sociale all'altra, verificatasi in
momenti tanto diversi, documenta una provvisoriet delle diverse soluzioni intraprese ed
una complessit dei modi in cui le varie forze politiche, le tradizioni storiche e culturali, le
realt istituzionali hanno contribuito a delineare le ragioni e le modalit dell'effettiva
attuazione di questo processo.
solo con la formulazione di quell'insieme di politiche economiche che negli anni
Novanta stato definito consenso di Washington, che i diversi esperimenti e percorsi
nazionali e regionali sono riusciti, seppur con notevoli contrasti interni, a convergere in
una nuova ortodossia di stampo anglo-americano (Harvey, 2005). Infine la creazione
dell'Organizzazione mondiale del commercio ha rappresentato il momento pi alto di
questa spinta istituzionale verso la standardizzazione delle soluzioni commerciali tramite
convenzioni internazionali: dal 1995 la WTO delegata da quasi tutti i paesi del mondo a
definire standard e regole neoliberisti per l'interazione multilaterale

tra nazioni

nell'economia globale.

11

Il capitalismo americano <<versione Reagan>> o il capitalismo inglese, la cui persistenza ha superato


il periodo del governo di Margaret Thatcher, si sono vantati di essere i pi stimolanti ed i pi competitivi.
Essi hanno ispirato, nelle forme che sono loro proprie, il capitalismo giapponese, divenuto partner e
concorrente su scala mondiale. Le grandi economie industriali europee rifiutano il <<capitalismo
selvaggio>> che sacrifica il sociale all'economico, sostituendo i vantaggi dell' efficiency ad ogni
preoccupazione legata alla soddisfazione dei bisogni immediati (Gauthier, 1998, p. 265-266).

37

Dai paesi capitalisti avanzati il sistema di organizzazione economica e politica di


stampo neoliberista si esteso a vari paesi cosiddetti in via di sviluppo, localizzati in
America latina, nel continente africano, in quello asiatico ed infine nei paesi dell'ex blocco
socialista, tramite l'azione di alcune grandi organizzazioni economiche internazionali:
Banca mondiale (BM o WB-World Bank), Fondo monetario internazionale (FMI o IMFInvestment Monetary Fund) ed Organizzazione mondiale del commercio (OMC o WTOWorld Trade Organization), nata nel 1995 dagli accordi commerciali del General
Agreement on Tarifs and Trade (GATT) .
Tali istituzioni internazionali sono state fondate nell'ambito dell'Organizzazione delle
Nazioni Unite e della costruzione del sistema economico concepito dagli Alleati alla fine
della Seconda guerra mondiale, promosso sia politicamente che finanziariamente dagli
Stati Uniti, al fine di ristabilire un'economia di mercato a livello globale in
contrapposizione alla crescente influenza sovietica.
Tale sistema cominci a svilupparsi seguendo due binari principali: da una parte gli
accordi di Bretton Woods del 1944, che avevano come fine il ristabilimento dell'ordine
monetario internazionale; dall'altra l'accordo generale e provvisorio sul commercio e le
tariffe, detto GATT, che si proponeva di ristabilire il libero scambio, concluso a Ginevra
nel 1947 (Gauthier, 1998).
In questo quadro, lFMI fu istituito per regolare i fenomeni di natura monetaria e
finanziaria attraverso un sistema di cambi fissi, ma aggiustabili, noto appunto come
sistema di Bretton Woods. Il nuovo sistema aveva lo scopo di promuovere la
cooperazione monetaria internazionale attraverso un'istituzione permanente che fornisse un
meccanismo di consultazione e di collaborazione per ci che riguarda i problemi monetari
internazionali (articolo I dello statuto dell'FMI).
Esso si fondava su tre principi basilari: la libera convertibilit delle monete, la stabilit
dei tassi di cambio, il diritto di prelievo a credito dai capitali del Fondo, che era stato
costituito dai paesi membri con quote proporzionali alla loro importanza.
La posizione dei paesi all'interno dell'amministrazione del FMI era definita, dunque, in
funzione della loro quota di partecipazione e, dopo la firma degli accordi di Bretton
Woods, gli Stati Uniti disponevano da soli del 28,03% dei diritti di voto, corrispondente al
31,25% delle quote di partecipazione (Ibidem, p. 66).
La Banca Mondiale nacque con il nome originario di Banca per la ricostruzione e lo
sviluppo, con l'obiettivo di risanare le economie dei paesi coinvolti nel secondo conflitto
mondiale. Tuttavia, a partire dagli anni Sessanta, l'ambito d'intervento si spost dall'Europa
38

verso i paesi del Sud del mondo, finanziando specifici progetti ritenuti utili al loro
sviluppo, dopo averne valutato realizzabilit e remunerativit. Essa dispone di un capitale
sottoscritto dai paesi membri, al quale si aggiunge l'ammontare delle obbligazioni che la
banca pu emettere nei confronti di questi stessi paesi o sul mercato finanziario.
La partecipazione di un paese come membro assicura un diritto di voto uguale per tutti i
paesi, ma ciascuno di essi ha ulteriori diritti di voto proporzionali alle quote azionarie
possedute dell'istituzione. La diretta conseguenza di questa struttura direzionale che la
Banca risulta controllata principalmente dai paesi occidentali, mentre i paesi destinatari
degli interventi sono quasi esclusivamente paesi in via di sviluppo (Tinacci Mossello,
2008).
L'istituzione di un'organizzazione mondiale in grado di governare il commercio
internazionale fu un processo pi tortuoso. Il progetto originario di costituire l'ITO,
International Trade Organization, fu sostituito nel 1948 dagli accordi commerciali del
GATT, in attesa che gli statuti venissero ratificati dai governi nazionali, timorosi che i
poteri esecutivi attribuiti all'organizzazione finissero per limitare la loro autonomia.
Era previsto che il negoziato provvisorio del GATT assicurasse un processo continuo di
liberalizzazione del commercio, basato su due principi fondamentali: l'interdizione di ogni
pratica discriminatoria nell'ambito di politiche commerciali fra paesi firmatari, che deriva
dall'adozione della clausola della nazione pi favorita, secondo la quale ogni riduzione di
un dazio accordata ad un paese deve essere concessa anche a tutti gli altri; la lotta contro il
protezionismo, tramite la proibizione di restrizioni quantitative alle importazioni, di
aumenti dei dazi esistenti o all'introduzione di nuovi. Infine i contraenti s'impegnavano a
trovare un accordo per ridurre in futuro i dazi gi in vigore (Gauthier, 1998; Vanolo, 2008).
I negoziati commerciali multilaterali previsti dall'accordo del GATT, anche detti rounds,
si sono progressivamente moltiplicati in seguito alla crisi economica, allo scopo di
liberalizzare sempre pi gli scambi internazionali12, fino a che il GATT non stato
sostituito nel 1995 dalla Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO), al
termine di un lungo processo di negoziazione iniziato nel 1986 e chiamato Uruguay
Round.
12

Gli Stati Uniti hanno manifestato esigenze che dimostravano come essi considerassero nuovi round
come strumenti capaci di aprire all'economia americana nuovi mercati a discapito degli altri paesi
industrializzati ( Europa occidentale, Giappone) e dei paesi del Terzo mondo. In effetti i rounds dovevano
ormai considerare l'agricoltura e i << nuovi argomenti >>, cio la liberalizzazione degli scambi dei servizi
() e di investimenti, e anche la difesa della propriet intellettuale in modo da combattere le contraffazioni.
In questo modo gli stati Uniti, contrari alla P AC (Politica agricola comunitaria) della CEE, volevano ridurre le
sovvenzioni alle esportazioni agricole e applicare ai servizi, di cui sono i maggiori esportatori mondiali, le
stesse regole degli scambi di merci ( Gauthier, 1998).

39

Le istituzioni internazionali, inizialmente ispirate agli orientamenti keynesiani di


politica economica, furono sottoposte ad un cambio di rotta conseguente a quei grandi
eventi e transizioni che si verificarono a partire dagli anni settanta in ambito politico e
finanziario: la sospensione deliberata unilateralmente dagli Stati Uniti nel 1971 della
convertibilit in oro del dollaro; la conseguente crisi del sistema monetario stabilito a
Bretton Woods, dovuta all'incontrollabile fluttuazione dei tassi di cambio; l'avvento e la
diffusione dell'ideologia neoliberista come forma di organizzazione politica ed economica.
L'FMI e la BM divennero istituti preposti a diffondere l'ideologia del libero mercato
(Stiglitz, 2002): dall'inizio della crisi economica degli anni Settanta e Ottanta il ruolo
monetario del FMI si indebolito a vantaggio di quello d'intermediazione finanziaria fra
paesi ricchi e paesi poveri e la maggior parte dei prestiti erogati dal FMI sono stati destinati
ai paesi in via di sviluppo.
Sebbene le missioni delle due istituzioni siano rimaste differenziate, in quel periodo le
loro attivit cominciarono ad intrecciarsi sempre pi. Negli anni Ottanta la Banca mondiale
pass dal semplice sovvenzionamento di progetti come strade e dighe all'erogazione di
finanziamenti di pi vasta portata sotto forma di prestiti di adeguamento strutturale. Questo
poteva avvenire, per, soltanto con l'approvazione dell'FMI, che tramite questa dettava
anche le sue condizioni. L'FMI avrebbe dovuto occuparsi delle crisi, ma i paesi in via di
sviluppo avevano sempre bisogno di aiuto e questo organismo ha finito per diventare parte
integrante della vita della maggior parte di essi. La caduta del muro di Berlino ha fornito
all'FMI una nuova arena: gestire la transizione all'economia di mercato dell'ex-Unione
Sovietica e dei paesi europei del blocco comunista.

Con la loro entrata

nell'organizzazione, essa divenuta un'istituzione praticamente universale. In tempi pi


recenti, con l'aggravarsi delle crisi, persino le casse dell'FMI sono sembrate insufficienti e
la Banca mondiale stata chiamata in causa per elargire decine di miliardi di dollari da
destinare ad aiuti d'emergenza, ma come partner rigorosamente secondario, in quanto le
linee guida dei programmi continuavano ad essere dettate dall'FMI (Ibidem, pp.12-13).
A partire dagli anni Ottanta nelle due istituzioni internazionali, BM ed FMI, prevalse
quindi la preoccupazione per il rientro dal debito dei paesi in via di sviluppo, segnati da
gravi problemi delle bilance dei pagamenti e da dichiarata insolvenza.
I principali paesi creditori avevano invocato il loro intervento affinch fossero
rinegoziati i debiti e concessi nuovi prestiti, con l'imposizione condizionale di severe
riforme finalizzate a risanare l'economia e saldare i debiti.

40

Si deve a questa contingenza la nascita dei Piani di aggiustamento strutturale: si tratta


di piani cui ancora oggi sono obbligati a sottostare i paesi che ricorrono all'aiuto
finanziario. Questi prevedono generalmente la disciplina della spesa pubblica, in
particolare con tagli allo stato sociale, riduzione della progressivit delle imposte,
determinazione di mercato dei saggi d'interesse, liberalizzazione dei commerci e dei flussi
di capitale, apertura agli investimenti diretti stranieri, privatizzazione delle imprese
pubbliche,

deregulation economica e politica che favorisca la concorrenza interna,

efficiente garanzia legale dei diritti di propriet e perseguimento della crescita economica
(Romani, 2009; Tinacci Mossello, 2008; Vanolo, 2008).
Nel 1990 fu coniata l'espressione Washington Consensus per indicare il generale
accordo su questo insieme di politiche liberalizzatrici: il nome deriva appunto dalla
presenza a Washington delle sedi centrali della Banca mondiale, del Fondo monetario
internazionale e del Dipartimento del Tesoro statunitense.
Il nuovo orientamento del FMI e della BM rispecchiano l'accordo stabilitosi fra gli
economisti ed i governanti, nei decenni Settanta ed Ottanta, secondo cui non esistono
verit economiche di stampo neoliberista, che non siano applicabili indistintamente ai paesi
sviluppati ed a quelli in via di sviluppo.
Oggi queste istituzioni sono diventate protagoniste dominanti dell'economia mondiale.
Sono tenuti a seguire i loro dettami economici, dettami che riflettono le loro ideologie e
teorie neoliberiste, non soltanto i paesi che ne chiedono l'aiuto, ma anche quelli che ne
cercano l'approvazione formale per poter accedere pi facilmente ai mercati finanziari
internazionali (Stiglitz, 2002, p.15).
Inoltre il WTO, a differenza di quello che era un semplice accordo tra stati, costituisce
oggi un nuovo organismo sovranazionale, preposto alla regolazione del commercio globale
e riconosciuto da quasi tutti i paesi del mondo sviluppati ed in via di sviluppo.
Essa ha sede a Ginevra ed dotata di una serie di organi, di un sistema di risoluzione
delle controversie internazionali, connesso ad un organo giudicante ed alla possibilit
d'infliggere sanzioni. Inoltre, a seguito della ratifica degli accordi scaturiti dal Tokyo Round
e dall'Uruguay Round13, la WTO non regola soltanto il commercio e la tariffazione di merci
e beni industriali, ma anche di prodotti tropicali e materie prime, sia in forma grezza che ad

13

In particolare si fa riferimento ad un nuovo G ATT, al GATS, General Agreement on Trade in Services ed


al TRIPS, Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights. Per quanto riguarda quest'ultimo prevista
una regola di remunerazione dei brevetti in caso di utilizzo in ogni parte del mondo.

41

ogni stadio della loro trasformazione, di prodotti agricoli, di servizi14 ed interviene in


materia di difesa della propriet intellettuale15.
Le finalit alla base dei poteri e delle iniziative della WTO sono costituite dall'estensione
della liberalizzazione trasversalmente a tutti i mercati ed alla libera circolazione dei capitali
su scala planetaria.
In definitiva, grazie all'attivit delle tre istituzioni internazionali, BM, FMI e OMC, che
regolano tuttora la finanza e gli scambi globali, il modello di politica economica
neoliberista divenuto universale e pervasivo.

Il vasto dibattito che da molti anni ormai si sviluppato intorno agli aspetti critici della
globalizzazione, agli effetti negativi conseguenti all'attivit delle organizzazioni
internazionali ed al modello neoliberista nel suo complesso, distinto al suo interno da una
molteplicit di interpretazioni storiche e politiche, di orientamenti economici e
caratterizzato anche da differenti forme di attivismo politico.
Tra le tante analisi ricorrono alcune valutazioni critiche, che risultano trasversali ai
diversi approcci e che riguardano il governo e l'operato delle grandi istituzioni
internazionali.
Emerge innanzitutto la questione del deficit di trasparenza nel modo in cui le istituzioni
economiche internazionali sono governate.
In merito a questo tema, Stiglitz sottolinea come esse siano dominate non soltanto dai
paesi industrializzati pi ricchi, ma anche dagli interessi commerciali e finanziari di questi
ultimi e le politiche delle istituzioni, ovviamente, riflettono tale situazione. [...] Sebbene
quasi tutte le attivit dell'FMI e della Banca mondiale si svolgano oggi nei paesi in via di
sviluppo (di sicuro, tutta l'attivit creditizia), entrambe le istituzioni sono guidate da
rappresentanti delle nazioni industrializzate. Essi sono scelti in segreto e il fatto che il capo
debba essere esperto delle problematiche dei paesi in via di sviluppo non mai stato
considerato fondamentale. Le istituzioni non sono rappresentative delle nazioni che
servono. I problemi derivano anche da chi parla per il paese. All'FMI, sono i ministri delle
Finanze e i governatori delle banche centrali. Al WTO sono i ministri del Commercio.
Ciascuno di questi intimamente allineato con interessi particolari all'interno del proprio
paese. I ministri del Commercio si fanno portatori delle istanze della comunit

14

Si fa riferimento alla liberalizzazione di scambi di servizi bancari, assicurativi, del settore dei trasporti,

ecc.
15

Si fa riferimento al copyright, ai marchi, alla brevettazione di invenzioni industriali, scoperte


scientifiche, ecc..

42

commerciale [...] I ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali sono
tipicamente legati alla comunit finanziaria; essi provengono da societ finanziarie ed l
che ritornano dopo una parentesi professionale nelle istituzioni pubbliche.[...] Non c' da
stupirsi che[] le politiche delle istituzioni economiche internazionali siano spesso anche
troppo allineate agli interessi commerciali e finanziari dei paesi industrializzati. (Stiglitz,
2002, pp.17-18) In pratica si venuto a creare un sistema che Stiglitz definisce di
governance globale senza governo globale, in cui poche istituzioni la BM, l'FMI e il
WTO - e pochi protagonisti la finanza, il commercio ed i ministeri del Commercio,
strettamente legati a interessi finanziari e commerciali ben precisi dominano la scena,
mentre molti di coloro che ne subiscono le decisioni non hanno praticamente voce in
capitolo (Ibidem, p.20).
Per quanto riguarda l'FMI la problematica della governance ulteriormente aggravata
dal forte squilibrio presente tra il potere dell'organizzazione e quello dei paesi clienti: i
negoziati avvengono a senso unico, tutto il potere nelle mani dell'organizzazione, poich
molti paesi che chiedono aiuto all'FMI hanno un bisogno disperato di finanziamenti ed in
caso di dissenso l'organizzazione pu non solo sospendere i propri finanziamenti, ma anche
sfruttare la propria autorit per scoraggiare gli investimenti delle istituzioni finanziarie
private.
Infatti, un annuncio pubblico di rottura o differimento delle trattative pu trasmettere ai
mercati un segnale fortemente negativo, che, nella migliore delle ipotesi, pu portare a
tassi d'interesse pi elevati e, nella peggiore, ad un taglio netto dei finanziamenti privati.
Una situazione ancor pi temibile per i paesi pi poveri che altri donatori, come la
BM, l'UE e molte nazioni, rendano disponibili i loro fondi previa autorizzazione dell'FMI.
Poich in certi casi gli accordi arrivano a stabilire addirittura quali leggi il parlamento
nazionale dovr approvare, ed in quanto tempo, per soddisfare i requisiti previsti dalle
condizionalit dell'FMI, i prestiti divengono un forte strumento politico oltre che
economico.
Inoltre, persino i paesi che non chiedono prestiti all'FMI possono essere influenzati dalle
sue visioni, tramite la consultazione che l'organizzazione tiene annualmente con ogni paese
del mondo. Questi incontri, detti <<consultazioni ai sensi dell'articolo 4>>, nascono con
l'intento di verificare l'adesione di ogni paese agli articoli dello statuto costitutivo dell'FMI,
[] ma in realt oggi il rapporto costituisce una valutazione dell'economia del paese.
Mentre i paesi piccoli hanno dovuto ascoltare spesso le valutazioni dell'articolo 4, gli Stati

43

Uniti ed altri paesi con economie sviluppate potevano sostanzialmente ignorarle (Ibidem,
p 47).
Infine, l'FMI continua a non riconoscere formalmente ai cittadini di qualsiasi paese il
diritto di essere informati relativamente al suo operato, sebbene rappresenti un istituzione
internazionale teoricamente pubblica.
Anche nel caso del WTO i paesi in via di sviluppo continuano ad essere esclusi dalle
istanze decisionali e sono costretti ad approvare le proposte da discutere nel WTO dopo
che sono state elaborate dalla quadruplice alleanza costituita da USA, Unione Europea,
Giappone e Canada, o da paesi in via di sviluppo relativamente pi forti come l'India e il
Brasile. (Wallach e Sforza, 2000, p.137)
Questi paesi quindi non hanno n il personale esperto, n il potere contrattuale per
volgere a proprio favore le leggi del WTO, considerando anche che la maggior parte dei
paesi meno avanzati non pu permettersi di mantenere a tempo pieno una delegazione a
Ginevra per seguire i lavori della miriade di commissioni che discutono questioni
importanti per il loro destino. [] L'ambasciatore della Tanzania sintetizza cos questo
stato di difficolt: <<In un paese come il mio, dove tante persone soffrono la fame,
difficile pensare di spendere denaro per il GATT>>. Eppure in base agli accordi
dell'Uruguay Round, le politiche decise nel WTO influenzano concretamente il destino di
questi paesi meno avanzati. (Ibidem, p. 138)
Wallach e Sforza presentano anche una lunga serie di problematiche relativamente al
sistema di risoluzione delle controversie previste nell'attuale WTO.
A differenza del GATT, i decreti e l'applicazione delle sanzioni del WTO sono
automaticamente vincolanti e non richiedono un consenso unanime da parte dei paesi
membri.
Il WTO oggi un'organizzazione autonoma, con personalit giuridica propria, dotata di
potere esecutivo, in quanto contiene meccanismi che vincolano all'attuazione delle sue
norme commerciali. Il WTO si distingue da tutti gli altri accordi internazionali in quanto il
consenso richiesto soltanto per fermare un'azione.
Quind, una volta che un tribunale del WTO abbia dichiarato illegittima la legge di un
paese, questo deve modificarla per non esporsi a sanzioni commerciali.
In sostanza il sistema vincolante di risoluzione delle controversie del WTO e le regole
dell'Uruguay Round, che si estendono a campi di competenza delle politiche nazionali, di
fatto trasferiscono le scelte riguardanti la sanit, la sicurezza, l'ambiente e i servizi sociali,
dagli organismi democraticamente eletti ai tribunali del WTO, che svolgono la loro attivit
44

a porte chiuse nella sede ginevrina dell'organizzazione. [] In effetti il sistema del WTO
conferisce ai membri delle commissioni arbitrali, motivati dalle ragioni del commercio, il
potere di rovesciare le politiche dei governi nazionali. Una cos grave violazione
dell'autorit democratica e responsabile solleva gi da sola numerosi problemi. In pi, il
sistema del WTO non prevede neppure le condizioni che assicurino lo svolgimento di un
processo decisionale aperto, o la piena illustrazione di tutte le questioni sul tappeto, n
tantomeno il coinvolgimento di coloro che saranno colpiti dalle decisioni, vale a dire gli
abitanti dei paesi coinvolti nelle controversie (Ibidem, p. 182).
Un ulteriore problema dato dal fatto che in definitiva i paesi pi avvantaggiati sono
quelli che si possono permettere di ricorrere al WTO per trarre profitto dalle procedure
legali: finora i tribunali hanno quasi sempre dato ragione alle parti ricorrenti,
pronunciandosi contro le leggi impugnate (Ibidem, p. 183).
Al contrario, molti paesi in via di sviluppo, non solo non possono permettersi di
ricorrere, ma non possono neanche sostenere i costi che comporta la difesa in una causa
presso il WTO. Si assiste cos al delinearsi di una tendenza preoccupante secondo cui i
paesi in via di sviluppo si rassegnano a cambiare le proprie leggi ancora prima che le
minacce dei paesi pi ricchi si trasformino in ricorsi effettivi. [] Al di l della
concorrenza tra paesi, a pagare il prezzo sono ancora una volta i cittadini (Ibidem, p. 183).
Anche nell'operato degli stessi tribunali del WTO si ripresentano le problematiche di
trasparenza dei procedimenti e disparit tra le parti coinvolte.
Infatti, le commissioni arbitrali e la commissione d'appello si riuniscono a porte chiuse
ed i procedimenti sono sempre riservati, cos come i documenti e gli atti prodotti dalle
commissioni, che non vengono pubblicati a meno che non siano gli stessi governi a
decidere di divulgarli.
Inoltre, le udienze si svolgono alla presenza di commissioni arbitrali composte da tre
membri nominati di volta in volta dal segretario dello stesso WTO ed i requisiti necessari
per ottenere la nomina comportano la scelta di funzionari radicati nel sistema e nelle regole
commerciali vigenti: ci esclude la possibilit che possano essere elette persone che non
condividono appieno il punto di vista istituzionale del GATT rispetto al commercio
internazionale e soprattutto che possano partecipare alle giurie esperti materie ambientali,
sanitarie, sindacali o di sviluppo economico, cio materie abitualmente alla base delle
controversie.
Una volta pronunciata la sentenza, sono previste scadenze di attuazione e se queste non
vengono rispettate, la parte vincente pu richiedere al WTO l'autorizzazione a imporre
45

sanzioni commerciali. Una volta richieste, le sanzioni possono essere ritirate soltanto se
disapprovate all'unanimit, il che significa che deve essere d'accordo anche il paese che le
ha richieste.
Infine la corte d'appello un'organismo permanente formato da sette persone stipendiate
dallo stesso WTO: questo fatto costituisce di per s un preoccupante esempio
d'incompatibilit, in quanto ai giurati viene chiesto ogni volta di decidere se dare ragione
alle leggi contestate o alle leggi dei propri datori di lavoro (Ibidem, p. 191) .

Per quanto riguarda l'operato delle grandi istituzioni internazionali, numerosissimi sono
gli aspetti, individuati da pi fonti critiche, che influiscono negativamente sulle condizioni
di stabilit ed equit economica dei paesi in via di sviluppo, come di quelli industrialmente
avanzati. Tra i tanti fattori analizzati, interessante, ai fini della trattazione, prendere in
considerazione soprattutto quelli che condizionano il mondo del lavoro, a livello sia locale
che globale.
L'effetto netto delle politiche stabilite dal Washington Consensus stato spesso quello
di avvantaggiare pochi a spese di molti, i ricchi a spese dei poveri. In molti casi, gli
interessi ed i valori commerciali si sono sostituiti alle preoccupazioni per l'ambiente, la
democrazia, i diritti umani e la giustizia sociale (Stiglitz, 2002, p.19).
Il WTO, in quanto organizzazione delegata a massimizzare la liberalizzazione del
commercio, tende ad interpretare anche le normative che tutelano l'ambiente, i diritti umani
e diritti del lavoro come vincoli agli scambi, barriere non tariffarie incompatibili con il suo
mandato. Inoltre dall'istituzione dell'Uruguay Round gli scambi commerciali tra i paesi
pi poveri sono diminuiti, invece di aumentare; [] mentre dalla nascita del W TO le
imprese globali hanno registrato profitti da record, le disuguaglianze di reddito sono
aumentate, sia nel confronto tra paesi sia all'interno di ogni singolo paese (Wallch e
Sforza, 2000, p. 129).
A completare il quadro un bollettino dell'UNCTAD rileva che in quasi tutti i paesi
poveri che hanno intrapreso una rapida liberalizzazione del commercio sono aumentate le
disparit salariali, nel quadro di un calo occupazionale della manodopera industriale
dequalificata e di una caduta dei salari reali. (Ibidem, p. 134)
Sempre facendo riferimento all'analisi di Wallach e Sforza, possibile esaminare alcuni
degli impatti negativi su salari ed occupazione, provocati dall'azione a livello mondiale del
WTO.

46

Uno degli scopi del WTO consiste nel trasformare le economie rurali di sussistenza dei
paesi in via di sviluppo in economie di mercato: in tal caso i tassi di importazione e
l'efficienza produttiva delle coltivazioni intensive occidentali hanno l'effetto di espellere
dalle campagne milioni di famiglie impiegate nel settore agricolo, che finiscono ad
ingrossare le fila di una manodopera urbana, facendo precipitare ulteriormente i salari al di
sotto dei bassi livelli gi esistenti.
Nel contempo, la politica di tutela degli investimenti prevista dall'Uruguay Round e le
misure stabilite dal WTO16 congiuntamente a quelle disposte dall'FMI, che hanno
incoraggiato ad esempio la costituzione di aree a basso tenore salariale che lavorano per
l'esportazione, EPZ- Export Processing Zones, facilitano le grandi aziende produttrici che
dispongono delle risorse necessarie per importare le varie componenti da imprese straniere
collegate ed esportare successivamente nei paesi pi avanzati i prodotti assemblati da
manodopera non sindacalizzata, a basso costo ed in condizioni prive di sicurezza.17
Per di pi le regole del WTO costituiscono, nel loro insieme, un formidabile ostacolo
all'affermazione dei diritti umani e dei lavoratori a livello mondiale; ne citiamo solo alcune
a titolo di esempio: innanzitutto, vietato in generale compiere distinzioni in base ai
metodi di trasformazione e produzione (PPM- Production and processing methods); in
secondo luogo, in base al principio della nazione pi favorita, il trattamento concesso ad un
paese membro del WTO deve essere esteso a tutti gli altri, indipendentemente dal loro
comportamento in materia di diritti umani; inoltre, nelle scelte di approvvigionamento dei
governi vietato prendere in considerazione aspetti diversi da quelli commerciali; infine, il
consiglio per la risoluzione delle controversie del WTO pu essere usato per attaccare le
16

Si tratta di una combinazione di norme W TO, tra le quali ad esempio quelle che vietano ai governi
l'adozione di misure a tutela dei lavoratori e l'accordo T RIM che proibisce ai governi dei paesi poveri di
esigere che almeno una parte delle componenti di un prodotto sia fabbricata all'interno del paese. In
particolare, l'accordo T RIM rende pi redditizi gli investimenti stranieri, vietando le politiche
tradizionalmente usate dai paesi in via di sviluppo per regolare gli investimenti stranieri in modo che portino
beneficio all'economia nazionale. In base all'accordo TRIM sono vietate le seguenti politiche:
- costringere le aziende straniere ad acquistare localmente i materiali ( per promuovere l'accumulo di
capitale e la diversificazione economica);
- costringere le aziende straniere a bilanciare le importazioni con le esportazioni (per mantenere in
attivo la bilancia dei pagamenti);
- ridurre la possibilit per le aziende straniere di pagare in valuta estera le merci in entrata (allo scopo
di aumentare le riserve in valuta);
- costringere le aziende straniere a esportare i loro prodotti ( in modo da non competere con le imprese
locali per la conquista di fette di mercato) (Wallach e Sforza, 2000, p.146).
17
Le merci cos prodotte a basso costo nei paesi in via di sviluppo avranno, nei mercati dei paesi avanzati,
prezzi tali da massimizzare i margini di profitto, pur restando leggermente al di sotto di quelli delle merci di
produzione nazionale. Cos i bassi costi di produzione non andranno a vantaggio dei consumatori ed i
produttori nazionali che rispettano gli standard lavorativi e ambientali saranno espulsi dal mercato, i salari dei
paesi industrializzati precipiteranno per far fronte alla concorrenza internazionale e comunque il tenore di
vita dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo non migliorer. Il tema sar comunque approfondito
successivamente nella trattazione.

47

leggi che salvaguardano i lavoratori e difendono l'occupazione, identificandole come


barriere tecniche al commercio.
Si innesca cos fra i paesi in via di sviluppo, e non solo, una gara al ribasso delle
condizioni lavorative, dei salari, della non applicazione delle norme sull'ambiente e sulla
sicurezza, stimolata dalla maggiore libert delle imprese di trasferirsi dove la produzione
pi a buon mercato.
Infine gli accordi che hanno costituito il WTO influiscono notevolmente anche sulle
economie dei paesi pi industrializzati, comportando importanti trasformazioni nel mondo
del lavoro, nei tassi d'occupazione e nei livelli generali di retribuzione.
Cos come il GATT ha favorito gli scambi delle merci, Il GATS si proposto di aprire i
mercati al commercio dei servizi, rivolgendosi in particolare ai servizi finanziari,
telecomunicazioni, trasporti marittimi ed aerei.18
Il diritto delle aziende, previsto nel GATS, di istituire una presenza commerciale nel
mercato dell'esportazione dislocato nei vari stati membri, all'origine della crescente
concentrazione di aziende in numerosi settori dei servizi. La maggior parte di queste
fusioni avviene nel settore finanziario ed in quello delle telecomunicazioni, in cui stata
massima la deregolamentazione, e molte di esse sono a carattere transnazionale. Di fatto, si
verificato un cambiamento nel carattere stesso degli investimenti aziendali, con fusioni e
inglobamenti internazionali che coinvolgono quote percentuali sempre maggiori del totale
degli investimenti esteri.
La maggior parte di queste nuove forme di concentrazione comportano abitualmente
l'interruzione dei rapporti di lavoro in diverse regioni del mondo, comprese quelle pi
avanzate. I frequenti licenziamenti dei lavoratori, che risultano in eccesso in conseguenza
delle fusioni, sono uno dei fattori principali che concorrono a determinare il vertiginoso
aumento delle quotazioni di borsa delle nuove aziende multinazionali. Infatti, nei bilanci i
tagli del personale si traducono in diminuzioni dei costi, facendo salire il volume netto
delle imprese, a scapito di una porzione sempre maggiore di forza lavoro mondiale che
resta disoccupata o sottoccupata.
Per di pi, il fenomeno delle fusioni nel settore dei servizi finanziari, accompagnato
dalla liberalizzazione dei trasferimenti di capitale, contribuisce alla volubilit dei mercati

18

L'accordo del GATT impone ai membri del WTO di consentire alle aziende straniere di:
- istituire una presenza commerciale ( aprire filiali o inglobare aziende locali o fondersi con esse);
- fornire servizi attraverso le frontiere (comunicazioni telefoniche internazionale, elaborazione di dati);
- spostarsi da un paese all'altro allo scopo di fornire servizi (consulenze, servizi legali).
I servizi sono diventati oggetto della normativa del G ATT in seguito ad un intenso lavoro di lobbying da
parte degli USA, il maggiore esportatore mondiale di servizi (Wallach e Sforza, 2000).

48

finanziari stessi. La maggior parte degli scambi viene condotta dall'industria dei servizi
finanziari che non pi concepita allo scopo di agevolare il commercio o gli investimenti
esteri, ma ha finalit prevalentemente speculative, cio viene praticata allo scopo di lucrare
su piccole fluttuazioni delle quote valutarie.
In sintesi, anche nei paesi industrialmente avanzati si verifica una progressiva crescita
dei tassi generali di disoccupazione legata alla perdita di posti di lavoro nell'industria, a
tagli occupazionali conseguenti alle fusioni tra imprese e dovuti al progressivo
trasferimento all'estero di funzioni nel settore dei servizi e delle tecnologie.
Anche in questo settore infatti vengono trasferiti generalmente due tipi di occupazione:
i lavori mobili e ben pagati, come quelli relativi all'elaborazione statistica e alla
programmazione di computer; i lavori a basso contenuto salariale, che possono essere
svolti lontano dalle sedi centrali delle imprese, come nel caso dei call-center e servizi di
risposta alla chiamata.
Wallach e Sforza concludono la loro approfondita analisi constatando che gli accordi
alla base della costituzione del WTO considerati nell'insieme, delineano un sistema di
commercio perfettamente funzionale alle grandi imprese globali, che dispongono delle
risorse

necessarie

per

trasferire

la

produzione

fornire

merci

e/o

servizi

contemporaneamente a pi mercati. Questo progetto reso manifesto dalla quantit di


privilegi e di protezioni previsti dall'Uruguay Round per le imprese globali, in confronto a
quelli previsti per le comunit o per i singoli lavoratori. Per esempio i nuovi diritti di
propriet delle imprese globali sono protetti dagli accordi TRIP, TRIM, e GATS. Invece i
diritti dei lavoratori sono completamente ignorati, se non per considerarli barriere
commerciali, passibili di impugnazione a norma del WTO (Ibidem, p.163).
Inoltre, molte delle disposizioni dell'Uruguay Round favoriscono opportunit
chiaramente lontane dalla portata delle piccole imprese: per esempio gestire le
telecomunicazioni di un paese straniero, fondare istituti bancari all'estero, trasferire
impianti produttivi, acquistare aziende straniere, o commercializzare su scala mondiale un
prodotto che richiede la tutela dei diritti sulla propriet intellettuale in tutto il mondo.
Inoltre vi sono stati vari casi in cui i tribunali del GATT e del WTO si sono pronunciati
esplicitamente contro gli interessi delle piccole imprese (Ibidem, p.152).
Per quanto riguarda le altre istituzioni internazionali, BM e FMI, anche Stiglitz afferma
che le politiche di adeguamento strutturale dell'FMI, messe in pratica per affrontare le crisi
e gli squilibri pi persistenti, hanno portato alla fame e alla sommossa molti popoli. E
anche quando i risultati non sono stati cos disastrosi, quando i provvedimenti hanno
49

favorito una crescita temporanea, spesso ne hanno tratto vantaggio solo i pi abbienti,
mentre i poveri sono diventati ancora pi poveri. (Stiglitz, 2002, p.XIV)
L'FMI solito prescrivere soluzioni standard, a prescindere dal contesto specifico di
ogni paese; la ricetta unica e prevede austerit, privatizzazione, liberalizzazione e
flessibilit del mercato del lavoro: tutte tipologie d'intervento che hanno accresciuto i tassi
di disoccupazione distruggendo posti di lavoro, abbassato salari e determinato minori tutele
per i lavoratori ed i piccoli produttori.
Nello specifico, la privatizzazione del settore industriale tramite l'inevitabile riduzione
delle manodopera in esubero determina effetti ancor pi negativi nei paesi meno
sviluppati, dove raramente esistono sistemi di assicurazione contro la disoccupazione, ed
spesso associata a fenomeni di corruzione di governi e funzionari locali.
Inoltre, gli accordi GATS e TRIM esigono che in tutti i paesi membri del WTO sia
riservato agli investitori il trattamento nazionale, il che significa che le aziende straniere
avranno diritto a concorrere per l'appalto dei sevizi pubblici, alla pari delle cooperative e
delle aziende nazionali. Poich i governi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, si
arrendono sempre pi supinamente alle richieste del FMI di privatizzare le imprese statali,
queste si trovano esposte agli effetti delle norme dell'accordo G ATS, che impongono al
terziario di aprirsi alla concorrenza straniera. In assenza di regole, le aziende privatizzate
sono libere di controllare i prezzi e quindi l'accesso, privando dei servizi essenziali, come
acqua, luce e gas, molti consumatori svantaggiati per motivi economici o geografici.
Infine, anche nel settore dei servizi finanziari, la deregolamentazione e la liberalizzazione
incoraggiano la concentrazione di questi servizi nelle mani di poche multinazionali, che
non hanno legami con i paesi in cui operano. Le grandi banche multinazionali possono
escludere di fatto intere comunit dai mercati del capitale. (Wallach e Sforza, 2000, p.
161)
Anche la liberalizzazione del commercio ha tra le proprie conseguenze immediate la
distruzione di posti di lavoro, poich le industrie e le piccole imprese nazionali sono
costrette a chiudere, schiacciate dalla pressione della concorrenza internazionale; oltretutto,
in molti paesi l'FMI ha peggiorato la situazione tramite i suoi programmi di austerit
fiscale, che pu comportare tassi d'interesse troppo elevati per i piccoli produttori locali,
aumenti nella disoccupazione e disgregazione del tessuto sociale.
L'apertura alla liberalizzazione dei mercati finanziari e dei capitali ha contribuito alle
crisi finanziarie internazionali degli anni Novanta, che hanno condotto nel caos tanti paesi
in via di sviluppo, i quali sono dovuti ricorrere ancora all'aiuto dell'FMI. Secondo Stiglitz
50

le banche occidentali hanno tratto vantaggio dall'attenuazione dei controlli sui mercati
finanziari in America Latina e in Asia, ma queste regioni hanno subito un contraccolpo
quando improvvisamente si interrotto l'afflusso di capitali a breve termine vaganti,
provenienti da operazioni speculative [] Il brusco deflusso di denaro ha provocato il
tracollo di alcune valute e l'indebolimento dei sistemi bancari (Stiglitz, 2002, p.79).
Uno dei principali effetti della crisi asiatica del 1997-98 stato proprio quello di portare
diversi paesi in via di sviluppo ad un maggiore allineamento con le pratiche neoliberiste
standard.
Dall'interpretazione di questi eventi emerge l'interessante contrasto fra l'analisi condotta
da Stiglitz e quella di Harvey: Stiglitz rifiuta l'ipotesi della cospirazione orchestrata da
Wall Street e FMI, considera il neoliberismo ortodosso una teoria parzialmente sbagliata
finita fuori controllo e propone un ripensamento nella gestione della globalizzazione e del
libero commercio; Harvey rimprovera, invece, all'autore di ignorare il potente ruolo degli
hedge funds nel lanciare consapevolmente forti attacchi speculativi contro governi e grandi
aziende, allo scopo di guadagnare ingenti rendite finanziarie, e soprattutto sottolinea come
Stiglitz non consideri che la crescente disuguaglianza sociale che spesso egli lamenta
come effetto collaterale della neoliberalizzazione potrebbe essere stata fin dall'inizio la sua
raison d'tre (Harvey, 2007, p.115).
Harvey infatti si spinge nella sua analisi fino a mettere in discussione l'intero impianto
teorico del modello neoliberista e, ripercorrendo la storia della sua evoluzione ed
affermazione a livello mondiale, ne mette in luce contraddizioni pratiche ed occulte
finalit.
La posizione neoliberista presenta una serie di contraddizioni tale da rendere le
pratiche neoliberiste nella loro evoluzione [] irriconoscibili in confronto all'apparente
purezza della dottrina neoliberista. Dobbiamo prestare molta attenzione, quindi, alla
tensione esistente tra la teoria neoliberista e la prassi effettiva (Ibidem, p.31).
La teoria neoliberista insiste particolarmente sulla privatizzazione e deregolamentazione
di risorse e settori prima gestiti dallo stato, e la competizione tra individui, aziende ed
entit territoriali considerata un meccanismo virtuoso. Ma, la sfiducia dichiarata nei
confronti del potere statale difficilmente compatibile con la necessit di uno stato forte e,
talvolta coercitivo18, in grado di difendere il diritto alla propriet privata, alla libert
d'impresa ed alla libera concorrenza.

18

Harvey si sofferma ad analizzare ampiamente i casi della Cina contemporanea e del Cile di Pinochet
(Harvey, 2005).

51

Spesso la concorrenza economica, a livello nazionale come internazionale, determina il


crescente consolidamento di potere oligopolistico, monopolistico e transnazionale,
all'interno di poche grandi aziende multinazionali; dato che le aziende pi forti sovrastano
ed eliminano le pi deboli. Con il tempo, l'asimmetria nelle relazioni di potere tende
dunque ad aumentare, piuttosto che a diminuire, se non entra in campo lo stato per
contrastarla. Quindi, secondo lautore, la presunzione neoliberista che l'informazione sia
distribuita in modo ideale ed il campo di gioco perfettamente idoneo per una leale
competizione appare o innocentemente utopistica o un deliberato occultamento dei
processi che conducono alla concentrazione della ricchezza (Ibidem, p. 83). Ne consegue,
che in effetti le libert che lo stato neoliberista incarna riflettono gli interessi dei
detentori della propriet privata, delle imprese commerciali, delle multinazionali e dei
capitali finanziari ( Ibidem, p.17).
Inoltre, l'abitudine di vari governi ad intervenire nel mercato per trarre d'impaccio le
istituzioni finanziarie o le grandi aziende, al fine di evitare fallimenti commerciali o
finanziari, non pu conciliarsi con la teoria neoliberista, dato che, in linea di principio, gli
investitori dovrebbero essere responsabili dei loro errori. Questa prassi di dare priorit alle
esigenze delle banche e delle istituzioni finanziarie, a spese dei contribuenti nazionali o
penalizzando i livelli di vita delle popolazioni dei paesi debitori a livello internazionale,
significa di fatto ricavare surplus dalle popolazioni dei paesi pi poveri o dalle risorse
pubbliche nazionali, per ripagare i banchieri che operano nel contesto internazionale. La
teoria neoliberista dovrebbe dire <<quando fai un prestito stai attento >>, ma in pratica
dice << quando prendi un prestito, stai attento >> (Ibidem, p.90).
Infine, la parola d'ordine per i mercati del lavoro nello stato neoliberista flessibilit:
nella realt le asimmetrie informative e di potere, che sorgono insieme alla mancanza di
una effettiva mobilit del lavoro, in particolare attraverso i confini nazionali, pongono la
forza lavoro in condizione di svantaggio. Il risultato complessivo costituito da salari pi
bassi, crescente insicurezza del lavoro ed in molti casi perdita di ogni diritto e garanzia a
tutela del posto di lavoro.
Inoltre mentre si ritrae dall'impegno nel Welfare, riducendo il proprio ruolo in campi
come l'assistenza sanitaria, la pubblica istruzione ed i servizi sociali, lo stato espone strati
sempre pi vasti della popolazione all'impoverimento.
A queste dinamiche si aggiunge anche il massiccio ricorso ad ampie riserve di
manodopera non sindacalizzata, con salari bassissimi e priva di diritti del lavoro.

52

Nell'analisi di Harvey la sintesi estrema del divario tra teoria e pratica neoliberista
riconducibile alla constatazione generale che la neoliberalizzazione stata fin dall'inizio
un progetto mirante alla restaurazione del potere di classe (Ibidem, p. 26).
Il modello teorico, infatti, sostiene che l'eliminazione della povert a livello nazionale e
mondiale, pu essere garantita al meglio attraverso il libero mercato ed il libero scambio,
ma in effetti, l'emergere, pi o meno ovunque, di concentrazioni di ricchezza, di potere e di
fenomeni di crescita della disuguaglianza sociale si sono dimostrati cos persistenti
nell'ambito dei processi di neoliberalizzazione da poter essere considerati elementi
strutturali di tali processi (Ibidem, p. 26).

53

CAPITOLO II
La reazione alla crisi e la svolta degli anni 70.

2.1. Globalizzazione e nuova divisione internazionale del lavoro.

La progressiva liberalizzazione dei mercati, conseguente all'abbattimento di dazi, tasse


ed altre misure protezionistiche, ha determinato una rapida espansione del commercio
mondiale, divenuto tratto distintivo dell'evoluzione economica dalla fine della Seconda
guerra mondiale ad oggi.
Il progressivo intensificarsi delle relazioni economiche si basato principalmente su
due tipi di processi.
Uno di tipo multilaterale, favorito dallo smantellamento a livello globale delle barriere,
tariffarie e non tariffarie, al trasferimento di beni e servizi; accordato prima nel quadro del
GATT e poi della WTO.
L'altro a carattere regionale, emerso all'interno d'intese stipulate tra stati situati in una
medesima area geografica che si sono associati allo scopo di abbattere o ridurre le barriere
al commercio esistenti tra di loro in modo da facilitare gli scambi economici, escludendo
per i paesi esterni dalle medesime facilitazioni. La diffusione di quest'ultimo fenomeno
avvenne essenzialmente tra gli anni Cinquanta e Settanta. Ad una prima fase caratterizzata
da un regionalismo orizzontale, formato da gruppi di paesi industrializzati contrapposti a
gruppi di paesi in via di sviluppo, segu una seconda fase, collocabile tra gli anni ottanta e
novanta, caratterizzata anche da un'integrazione pi verticale tra Nord e Sud.
In linea generale, le regole della WTO, ed in particolare il principio di non
discrezionalit, descritto sopra, sembrano contrastare con la presenza di accordi regionali
per il commercio; tuttavia, tali accordi sono ancora oggi numerosi.
La coesistenza dei fenomeni del regionalismo e del multilateralismo essenzialmente
riconducibile a ragioni di ordine politico: l'improvvisa abolizione degli accordi regionali
successivamente alla nascita della WTO sarebbe stata un'innovazione nei

rapporti

economici mondiali (...) improponibile, cos (...) venne introdotto un articolo ambiguo (art.
24) che legittima in modo pi o meno esplicito la presenza di regionalismi come eccezioni
speciali soggette all'approvazione di uno specifico comitato che verifica il rispetto di
alcuni criteri di base. Del resto anche gli Stati Uniti, i principali sostenitori della WTO,

54

negli ultimi anni si sono impegnati in nuovi ed importanti accordi commerciali, come
quelli del NAFTA1 tra Usa, Canada e Messico.

Durante gli anni che vanno dal dopoguerra ad oggi, quindi, si verificata una
progressiva intensificazione dei flussi commerciali mondiali, connessa ad una crescente
estensione geografica delle reti commerciali ed una maggiore velocit nello spostamento di
beni e servizi. Tutto ci ha determinato la nascita e lo sviluppo di un vero e proprio
mercato globale dotato di proprie regole ed istituzioni.
Il volume degli scambi mondiali di merci raddoppiato dal 1963 al 1973 e, malgrado
la crisi, ulteriormente raddoppiato dal 1973 al 1994, superando per la prima volta i 4
miliardi di dollari (Gauthier, 1998, p.266).
Ancora pi interessante che il commercio internazionale cresciuto, in termini
relativi, ad un tasso superiore a quello della produzione: considerando una media annuale,
fra il 1948 ed il 1997 la crescita del commercio stata, in termini reali, del 6% a fronte di
un aumento della produzione del 3,7%. Anche se agli inizi del nuovo millennio si
assistito ad una sensibile contrazione dei flussi commerciali, (), essi continuano a
mostrare tassi di crescita superiori alla produzione: nel 2006 gli scambi commerciali sono
cresciuti, in termini reali, dell'8%, a fronte di un aumento della produzione di merci del
3% (Vanolo, 2008, p. 141).
Oltre ad un'intensificazione dei flussi commerciali, dal dopoguerra ad oggi si assistito
ad un radicale mutamento nella composizione delle esportazioni. Nel 1950 il 47% del
valore delle esportazioni era costituito da prodotti agricoli, nel 2008 questa quota scesa
all'8%. Si tratta di variazioni coerenti con la ridotta importanza dell'agricoltura nella
composizione della produzione. Al contrario, la quota di prodotti manifatturieri sul totale
delle esportazioni passata dal 38% del 1950 al 79% nel 2006. In molti casi si tratta di
componenti e prodotti intermedi scambiati conseguentemente alla scomposizione dei cicli
produttivi in diverse aree del globo (Ibidem, pp.140-141).
Ci implica che il movimento di merci e semilavorati fra diversi stabilimenti localizzati
in aree geografiche distanti tra di loro, contribuisce fortemente alla crescita del commercio
internazionale ed intra-aziendale (Tab.2.1), che si stima costituisca oggi un terzo del
commercio mondiale. (Ibidem, p.141).

Il NAFTA, North American Free Trade Agreement, un accordo di libero commercio stipulato tra Stati
Uniti, Canada e Messico,entrato in vigore nel 1994 e volto ad eliminare tutte le barriere tariffarie tra i paesi
aderenti.

55

Dal confronto fra la composizione delle importazioni e quella delle esportazioni emerge
come da un lato vi sia un mercato dei consumi sempre pi globale, mentre il panorama si
diversifica notevolmente nel caso delle esportazioni, a testimonianza della presenza di ruoli
differenziati nella partecipazione ai circuiti economici globali.

Tab.2.1: Composizione percentuale delle importazioni ed esportazioni per regione, 2008.


PRODOTTI
AGRICOLI
Export

PRODOTTI
MINERARI

Import

Export

PRODOTTI
MANIFATTURIERI

Import

Export

Import

Nord
America

10,4

6,1

17

23,1

68,2

68,8

America
Latina

26,2

9,3

42,7

21,1

28,8

66,8

Europa

9,3

9,4

11,9

19,4

76,8

69,2

Europa
orientale e
Russia

6,8

10,7

66,9

12,6

24,9

75,5

Africa

6,8

14,2

70,6

16,5

17,9

66,2

Medio
Oriente

2,4

11,2

74,1

9,6

21,6

75,9

Asia

6,0

7,6

12,4

30,8

79,2

59,4

Totale
mondiale

8,5

22,5

66,5

Fonte: Vanolo, 2008. Basato su dati Wto; la Somma delle Esportazioni e delle importazioni per regione
non pari a 100% a causa delle destinazioni non specifiche o prodotti non specifici.

Le imprese cosiddette multinazionali sono state le protagoniste principali di questo


fenomeno di globalizzazione delle reti economiche, che unifica i diversi mercati nazionali
in un vasto mercato mondiale; i flussi finanziari internazionali ad esse connesse, ovvero gli
investimenti diretti esteri (IDE o FDI- Foreign Direct Investment), rappresentano il loro
principale strumento di penetrazione nei diversi paesi, sviluppati o in via di sviluppo.
Non esiste una definizione univoca d'impresa multinazionale, ma in generale essa una
grande societ che, attraverso una rete pi o meno complessa di affiliate straniere, in
grado di operare contemporaneamente in una molteplicit di mercati nazionali differenti,
generando talvolta fatturati superiori al PIL di intere nazioni.
Per quanto le statistiche siano incerte, si contano oggi 78.400 imprese multinazionali a
cui si collegano 777.600 affiliate straniere, dove lavorano 73 milioni di persone []. Le
sole vendite delle affiliate sui rispettivi mercati interni hanno raggiunto nel 2006 il valore
di 21.400 miliardi di dollari; considerando come, nello stesso anno, il valore complessivo
delle esportazioni di merci si sia assestato intorno agli 11.780 miliardi di dollari, si pu
56

concludere che la realizzazione di una struttura multinazionale rappresenta oggi, per le


imprese, lo strumento privilegiato per penetrare in un mercato straniero, anzich le
tradizionali esportazioni (Vanolo, 2008, p. 81).
Prima del 1945 erano poche le aziende di carattere internazionale, come ad esempio la
Ford che possedeva delle fabbriche in Germania, vicino Colonia (Gauthier, 1998).
Il fenomeno multinazionale vero e proprio cominci a manifestarsi durante gli anni
sessanta, in particolare con l'internazionalizzazione delle imprese statunitensi.
Ci fu reso possibile dalle condizioni istituzionali create con gli accordi di Bretton
Woods del 1944, che facilitarono molto la penetrazione delle multinazionali statunitensi in
Europa e dalla maturazione di varie innovazioni tecnologiche.
Innanzitutto, la possibilit di scomporre maggiormente il ciclo produttivo in segmenti
standardizzati favor il decentramento di impianti manifatturieri basati prevalentemente
sull'impiego di mano d'opera scarsamente qualificata.
In secondo luogo, lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto e di comunicazione, che
permettevano di trasferire rapidamente merci e persone a costi contenuti, consent alle
imprese di superare i vincoli legati alla distanza fisica (Ibidem).
Il peso delle grandi imprese americane diminu nettamente a partire dalla met degli
anni sessanta a causa dell'accresciuta potenza delle aziende giapponesi ed europee.
Lo sviluppo delle imprese multinazionali infatti un fenomeno che si esteso a tutti i
paesi industrializzati e la relativa divisione internazionale del lavoro divenuta sempre
meno espressione dei rapporti economici fra paesi ed economie nazionali, per discendere
invece dalla divisione tecnica e funzionale del lavoro realizzata nell'ambito delle imprese.

Anche il quadro descritto dai teorici della critica alle ragioni di scambio, all'interno
dell'approccio delle teorie della dipendenza2 degli anni Sessanta e Settanta, radicalmente
mutato nel tempo, tanto che si usa indicare quella situazione come vecchia divisione
internazionale del lavoro, contrapposta alle elaborazioni teoriche sviluppatesi a partire
dagli anni Ottanta e relative all'affermarsi di una nuova divisione internazionale del
lavoro.

L'autore pi celebre in questo filone di studio, Immanuel Wallerstain, distinse in particolare tre
spazialit differenti assunte dal capitalismo nel sistema-mondo: centro, periferia e semiperiferia. La novit
di tale linea di pensiero fu rappresentata dal fatto che la responsabilit del sottosviluppo veniva spostata dai
singoli paesi al sistema economico nel suo complesso: la stessa economia capitalista mondiale a collocare
determinati paesi in una posizione di marginalit, dove il sottosviluppo di alcuni rappresenta un'alta faccia
dello sviluppo e della ricchezza di altri (Vanolo, 2008).

57

Nelle analisi teoriche infatti, il mondo contemporaneo non era pi descrivibile nei
termini dualistici di una periferia mondiale fornitrice di materie prime per i paesi del centro
industriale e produttore di manufatti (Europa occidentale, America settentrionale e
Giappone); piuttosto la nuova organizzazione del lavoro caratterizzata dalla
frammentazione dei processi produttivi su scala mondiale.
Tale decentramento territoriale delle attivit industriali, generalmente ad opera di grandi
imprese multinazionali, ha consentito il trasferimento dai paesi del Nord a quelli del Sud,
di lavori privi di specifiche competenze, di routine e ad elevata intensit di lavoro,
essenzialmente allo scopo di utilizzare mano d'opera poco costosa, mentre le attivit
altamente professionali e ad alto contenuto di conoscenza rimangono spesso localizzate in
specifici ambiti geografici.
Questa separazione fisica e funzionale fra le varie fasi dei cicli produttivi ha permesso la
creazione di nuovi ruoli per i luoghi del sistema economico mondiale. Secondo la teoria,
questo cambiamento di scala geografica ha potuto prendere forma in un determinato
momento storico, per tre principali ordini i ragioni:
1. La rivoluzione verde degli anni Cinquanta3 ha reso disponibile un bacino di
lavoratori industriale a livello globale. In un'ottica occidentale, si trattava di forza lavoro
produttiva ed economica, in particolare nel caso di lavoratori pi deboli ed agili: minori e
giovani donne.
2. La crescente parcellizzazione dei processi produttivi, conseguente alla divisione
tecnica in compiti sempre pi specifici e semplificati, a partire dal fordismo fino
all'introduzione di nuove tecnologie informatiche, ha accresciuto il ruolo dei lavoratori non
specializzati.
3. Le progressive innovazioni nella rete dei trasporti e della comunicazione a partire dal
dopoguerra hanno ridotto ulteriormente costi e tempi per lo spostamento di persone e merci
da una parte all'altra del mondo, rendendo possibile la produzione di beni in qualsiasi
luogo.

Il processo d'internazionalizzazione si concretizzato attraverso differenti strategie di


decentramento delle imprese multinazionali, che possono riguardare una pluralit di
3

Si tratt di trasferire nell'agricoltura dei paesi del Sud del mondo il modello dei paesi sviluppati,
mediante la selezione di sementi ad alta resa, l'uso di concimi chimici e di tecniche d'irrigazione. Mentre in
alcune aree gli esiti sono stati limitati e discutibili come in Africa, in altri ambiti geografici, in particolare nel
Sud Est asiatico ed in America centrale e meridionale, i risultati quantitativi aumentarono sensibilmente le
disponibilit alimentari, svincolando migliaia di persone da una vita di sussistenza e di lavoro agricolo. La
rivoluzione verde stata poi ampiamente criticata a causa dei danni ambientali e degli squilibri sociali che
essa ha provocato nei territori in questione.

58

parametri ed obiettivi: la ricerca di economie di scala e la sostituzione degli input


produttivi, soprattutto in considerazione della qualit e del costo della manodopera; la
penetrazione in mercati esteri, che seppur tendenzialmente poveri si presentano in fase di
forte crescita4, oppure allo scopo di raggirare le protezioni doganali e gli ostacoli non
tariffari5; presenza regimi fiscali particolarmente favorevoli; ammontare di aiuti elargiti
dagli stati nazionali; qualit delle infrastrutture; normative ambientali ed in materia di
diritto del lavoro permissive ed altro ancora.
In molti casi, si trattato della chiusura e del successivo trasferimento di impianti
preesistenti dai paesi industrialmente avanzati a luoghi caratterizzati da un costo del lavoro
notevolmente inferiore; in altri casi, tramite relazioni meno appariscenti di sub-contratto e
sub-fornitura o di acquisizione di una parte o dell'intero capitale di unit produttive gi
esistenti all'estero.
Inoltre, all'interno degli stessi paesi in via di sviluppo i processi di nuova
industrializzazione si concentrano in pochi ambiti geografici, che sono frutto di politiche
territoriali ed industriali locali orientate appunto a favorire gli investimenti esteri
produttivi: nel caso del Sud Est asiatico si tratta delle cosiddette aree orientate alle
esportazioni (EPZ- Export Processing Zone), caratterizzate non solo dal basso costo del
lavoro, ma anche dalla disponibilit di suolo, energia, acqua a prezzi contenuti,
facilitazioni finanziarie di varia natura e regolamenti in materia di inquinamento
ambientale e di sicurezza alquanto permissivi; in America centrale spicca l'esperienza delle
maquilladoras messicane localizzate vicino al confine con gli Usa6 e delle zone
franche, che dalle periferie delle varie capitali centroamericane offrono agli investimenti
esteri regimi di duty free ed esenzione fiscale.

Con gli anni Ottanta, per, la generale strategia di queste imprese ha subito una
profonda mutazione, conseguente alla crescente concorrenza internazionale, alla maggiore
ampiezza dei rischi economici ed alle rapide trasformazioni tecnologiche nei settori
dell'informatica, della comunicazione, dell'automazione e della microelettronica.
Alla tradizionale struttura industriale tesa ad internalizzare le varie funzioni d'impresa,
decentrando attivit standardizzate nei paesi in via di sviluppo, si andata sostituendo una
4

Un esempio dato dal mercato cinese.


Per esempio, investendo negli Stati Uniti, le aziende europee e giapponesi possono accedere al pi
grande mercato del mondo; mentre le societ americane e giapponesi, installandosi nei paesi dell'Unione
Europea, approfittano della liberalizzazione degli scambi presente nell'Europa occidentale.
6
In questo caso le componenti originarie arrivano dagli Stati Uniti in Messico per essere assemblate e
poi riesportate in territorio americano senza venir sottoposte n in un senso, n nell'altro, ad alcun dazio
doganale.
5

59

nuova tipologia d'impresa multinazionale sempre pi geograficamente differenziata,


caratterizzata da una struttura organizzativa pi flessibile e volta alla ricerca di accordi ed
alleanze con altri soggetti in svariate parti del globo, per esempio per suddividere i costi di
ricerca, per produrre insieme attraverso filiali comuni o per lanciare sul mercato prodotti
innovativi.
In tal senso tra gli strumenti d'intervento utilizzati si segnalano la creazione di filiali
comuni sotto forma di joint ventures e la sottoscrizione di accordi di cooperazione tra
diverse imprese autonome in funzione di specifici progetti, come lo sviluppo di nuovi
prodotti o l'utilizzo congiunto di specifiche funzioni commerciali.
Le attivit svolte all'estero non si limitano pi a poche affiliate operanti per lo pi nello
stesso settore produttivo, ma la strategia diviene globale, articolata fra processi di
standardizzazione e di diversificazione in nuovi prodotti e nuovi mercati7.
La presenza congiunta di produzioni altamente specializzate e di altre standardizzate e
di massa, implica l'adozione di logiche localizzative estremamente differenziate: dato che
la riduzione relativa dei costi di produzione determinante per il successo dell'impresa sul
mercato globale, questa trover conveniente rilocalizzare parte dei propri impianti, sia in
altre regioni dello stesso paese, sia in nazioni tecnologicamente intermedie, parzialmente
industrializzate e con manodopera qualificata ma a basso costo.
Occorre, tuttavia, precisare che nonostante queste dinamiche evolutive generali nella
realt odierna le imprese multinazionali non costituiscano una categoria statica ed univoca.
Oltre alle significative differenze che si riscontrano nelle dimensioni e nell'estensione
geografica delle proprie reti, le imprese risultano fortemente variegate anche in quanto a
modalit operative, stile di management e cultura d'impresa, dipendenti comunque dal
contesto territoriale in cui

esse nascono ed hanno sede e che possono a loro volta

determinare differenti modalit di espansione sul mercato.


Ad ogni modo, le varie strategie sviluppate dalle multinazionali hanno contribuito ad
una distribuzione mondiale delle industrie che ha reso meno significative le statistiche del
commercio estero degli stati nazionali.

Questa strategia si sostanzialmente concretizzata in due differenti modalit di crescita:


- crescita interna, realizzata sia mediante l'ampliamento degli impianti esistenti, sia tramite la
predisposizione di nuove unit o impianti produttivi (nella stessa area di origine dell'impresa oppure
decentrando in altre regioni o paesi);
- crescita esterna, implicante l'acquisizione di altre imprese gi operanti sul mercato, impegnate nello
stesso oppure in altri settori di attivit. In questo caso, la strategia di diversificazione si accompagna spesso
all'eliminazione di concorrenti, reali o potenziali (Vanolo, 2008, p. 91).

60

Il panorama delle imprese multinazionali comprende, infatti, realt economiche di


notevoli dimensioni: un piccolo numero d'imprese domina il mercato mondiale del
petrolio, dei minerali, dei prodotti agricoli. Le maggiori cento societ comprendono circa il
30% delle vendite complessive di tutte le imprese multinazionali, impiegando nelle sole
affiliate straniere pi di 8 milioni di lavoratori.
Inoltre, la globalizzazione economica sembra investire progressivamente un numero
sempre maggiore di imprese di piccola e media dimensione, le quali tendono a mostrare
livelli d'internazionalizzazione non dissimili da quelli delle grandi societ: non raro il
caso di piccole e medie imprese integrate in reti internazionali di fornitura e distribuzione.

Per analizzare pi a fondo il fenomeno di globalizzazione delle reti economiche


necessario quindi osservare la numerosit e la distribuzione geografica delle imprese
multinazionali, delle affiliate estere e dei relativi investimenti diretti esteri.
Secondo le statistiche delle Nazioni Unite (Vanolo, 2008), delle 78.400 imprese
multinazionali attive nel panorama mondiale del 2007, circa il 74% del totale aveva sede
giuridica in paesi sviluppati, considerando le imprese che controllano almeno il 10% del
capitale o dei diritti di voto di imprese straniere.
Nello specifico della distribuzione geografica delle sedi (Fig.2.1), che tendenzialmente
rappresentano i centri decisionali ed amministrativi delle imprese, l'Unione Europea
rappresenta l'ambito pi importante con 43.800 imprese multinazionali, pari al 55,9% del
totale mondiale. Al suo interno, i valori pi elevati sono registrati dalla Danimarca (9.300
imprese), seguita da Germania (5.900) ed Italia (5.700).
Sempre a livello di macroregioni, il Sud Est asiatico rappresenta un secondo nodo di
rilievo, ospitando 13.700 sedi d'imprese, cio il 17,5%, di cui ben 7.500 concentrate nella
Corea del Sud; segue la Cina con valori nettamente inferiori, pari a 3.400 sedi.
Segue il Giappone con 4.600 imprese, corrispondenti al 5,9%, mentre l'America
settentrionale, nonostante la sua centralit nelle reti economiche globali, presenta valori
inferiori, pari 3.800 multinazionali, equivalente al 4,8%, per circa due terzi localizzate
negli Stati Uniti. Si tratta di un dato che certamente riflette le differenti ripartizioni
amministrative delle varie aree (un'impresa italiana con filiale francese considerata una
multinazionale; non cos per una societ californiana con filiale a New York). Si deve poi
considerare, oltre alle grandi dimensioni geografiche degli Usa, la ricchezza del mercato
interno, in grado di assorbire una grande quantit di prodotti e servizi (Ibidem, pp. 110111).
61

Nel mondo in via di sviluppo, al di fuori di pochi paesi del Sud Est asiatico, la presenza
di sedi di imprese multinazionali alquanto limitata: l'intero continente africano ne
comprende 736, mentre il Sud America, escludendo le Isole caraibiche, ne ospita 770; in
tutti e due i casi, si tratta di meno dell'1% del totale mondiale. Nei Caraibi, al contrario, la
presenza di noti paradisi fiscali (Bermuda, Isole Cayman) determina la presenza di 1.300
sedi.

Fig. 2.1: Principali paesi per sedi di imprese multinazionali.

Danimarca
Corea del Sud
Germania
Italia
Paesi Bassi
Giappone
Svezia
Cina
Svizzera
Stati Uniti
Regno Unito
0

1000

2000

3000

4000

5000

6000

7000

8000

9000

10000

Fonte: Vanolo, 2008; basato su dati UNCTAD (2007).

Tenendo conto dell'estrema polarizzazione del fenomeno in questione, visto che le


prime cento imprese multinazionali comprendono quasi un terzo della ricchezza totale di
questa categoria d' imprese, opportuno approfondire l'analisi considerando la
distribuzione geografica delle societ pi importanti in quanto a fatturato.
Infatti le maggiori 100 imprese per fatturato estero sono localizzate negli Stati Uniti ed
in Europa, prime fra tutti Regno Unito, Paesi Bassi, Germania e Francia, e nel Sud Est
asiatico, soprattutto in Giappone ed Hong Kong.
Anche per quanto riguarda le imprese multinazionali con sede centrale nei paesi in via
di sviluppo il quadro risulta tutt'altro che equilibrato geograficamente: delle prime 50
multinazionali, 37 hanno sede nel Sud Est asiatico, 7 in America latina, 5 in Sudafrica ed
una in India. Nessuna di esse ha invece sede in Asia centrale ed occidentale o nel
continente africano al di fuori del Sudafrica.

62

La geografia delle imprese multinazionali muta sensibilmente considerando la


distribuzione regionale delle filiali estere. In questo caso il primato spetta al Sud Est
asiatico, con 346.000 unit, di cui ben 280.000 situate nella sola Cina, paese che costituisce
allo stesso tempo fonte di manodopera a prezzo contenuto e mercato caratterizzato da un
sempre crescente potere d'acquisto. Occorre tenere conto, in questo caso, di come aprire
una filiale straniera in Cina o in altri paesi del Sud Est asiatico sia relativamente
economico, in particolare rispetto al caso dei paesi maggiormente industrializzati.
Nel caso europeo, invece, la maggior parte delle filiali si localizza in Romania, 90.000,
e nella Repubblica Ceca, 71.000.
Nella distribuzione mondiale di filiali estere seguono, a livello macroregionale,
l'America Latina, 38.000 e l'America settentrionale, 28.000. L'Africa registra, ancora una
volta, valori molto bassi: 6.400 affiliate, delle quali 2.800 concentrate nella sola Tunisia.

Ulteriore misura del processo d'internazionalizzazione e del ruolo crescente assunto


dalle imprese multinazionali, rappresentata dall'entit e dalla natura degli investimenti
diretti esteri.
In base alle definizioni fornite dall'IMF o dall'OECD, si tratta di investimenti
internazionali effettuati da un soggetto investitore con l'obiettivo di stabilire <<interessi
durevoli>> in un'impresa localizzata in differente paese []. Quando viene raggiunta una
quota d'investimento del 10%, le succursali e le sussidiarie collegate all'impresa
destinataria sono considerate anch'esse coinvolte nell'operazione finanziaria (Vanolo,
2008, p.115).
L'internazionalizzazione delle attivit delle imprese multinazionali in termini di flussi di
investimenti esteri cresciuta vertiginosamente a partire dagli anni successivi ala Seconda
guerra mondiale, ma dalla met degli anni ottanta gli IDE hanno conosciuto un'espansione
senza precedenti, rappresentando uno dei motori principali della globalizzazione
economica (Fig.2.2).
La crescita degli investimenti internazionali ha oltrepassato quella del PIL, quella del
commercio internazionale e anche quella degli investimenti interni. Basti pensare che il
solo valore aggiunto generato dalle affiliate straniere stato nel 2006 di 4.900 miliardi di
dollari, circa un decimo del prodotto mondiale rilevato e si stima che le imprese
multinazionali controllino due terzi delle esportazioni mondiali di beni e servizi (Ibidem,
p. 116).

63

Fig.2.2: Crescita nel valore di investimenti, PIL ed esportazione di merci

45
40
35
30
25

IDE in ingresso
PIl (prezzi correnti)
Valore esportaioni

20
15
10
5
0
1986-90

1991-95

1996-2000

Fonte: Vanolo, 2008; elaborazione dati UNCTAD (2004).

Risulta interessante osservare la distribuzione generale dei settori d'investimento


distinguendo fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo (Tab.2.1).

Tab.2.1: I principali settori economici finanziati da investimenti diretti esteri in entrata


(percentuale, 2003-2005).

Settore

Paesi sviluppati

In via di sviluppo

Primario

14,7

8,2

Minerario, estrattivo,
petrolio

14,7

7,3

Secondario

17,8

40

Terziario

67,4

51,8

Trasporti e logistica

6,6

5,6

Finanza

19,6

16

Servizi per imprese

19,9

13,5

Attivit commerciali

7,7

8,3

Totale

100

100

Fonte:Vanolo, 2008; basato su dati UNCTAD (2007). Sono qui esclusi gli investimenti non specificati.

In generale, il settore primario sembra rivestire un ruolo piuttosto marginale rispetto ai


settori secondario e terziario. In termini relativi s'investe maggiormente nei paesi sviluppati
ed in entrambi i casi il settore agricolo pressoch assente.
Il settore secondario quello in cui le differenze fra paesi sviluppati ed in via di
sviluppo sono pi vistose e ci conferma il forte decentramento di attivit manifatturiere
64

verso i paesi in via di sviluppo, coinvolti in una divisione internazionale del lavoro che li
vede fortemente specializzati nelle attivit di questo settore.
Le attivit terziarie rappresentano infine il settore in cui si investe maggiormente in
entrambi i contesti geografici. Il terziario comprende attivit di natura, livello tecnologico e
specializzazione molto differenti; in generale, le voci relative ai servizi per le imprese ed
alla finanza assumono peso maggiore.
Gli investimenti esteri provengono principalmente dai paesi sviluppati: nel 2006 questi
hanno contribuito complessivamente all'86% del totale (Vanolo, 2008, p.118).
Storicamente il panorama degli investimenti diretti esteri stato dominato dal 1950 al
1975 dalle multinazionali statunitensi, britanniche e francesi. Durante gli anni Sessanta
USA e Regno Unito sono arrivati a controllare congiuntamente due terzi degli investimenti
mondiali.
Nonostante la crescita degli IDE provenienti da questi paesi sia continuata anche dopo
gli anni Settanta, altri paesi si sono affacciati sul panorama mondiale e nel 1985 la quota
degli investimenti controllata da USA e GB era scesa circa del 50%.
I principali protagonisti di questa seconda ondata di IDE sono stati Germania e
Giappone: quest'ultimo in particolare passato nel giro di pochi anni da una posizione
marginale nello scambio mondiale al controllo del 12,2% degli investimenti mondiali in
uscita nel 1990, quota analoga a quella britannica, destinata peraltro a ridursi ulteriormente
negli anni successivi.
La crescita degli investimenti giapponesi stata accompagnata anche dalla comparsa di
investimenti provenienti dalle aree in via di sviluppo: se nel 1960 circa il 99% degli IDE
originava dai paesi industrializzati, nel 1985 gli investimenti provenienti dai paesi in via di
sviluppo toccavano il 3%, per salire poi all8% nel 1995. Questa crescita per imputabile
ad un numero piuttosto ristretto di paesi, la maggior parte dei quali situata nel Sud Est
asiatico: India, Cina, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore (Fig.2.3).
Come nel caso della distribuzione delle multinazionali, occorre anche qui considerare i
dati relativi ai singoli paesi, vista la distorsione rappresentata dalle differenti delimitazioni
amministrative di Stati Uniti ed Unione Europea: nel primo caso, a differenza del secondo,
qualsiasi tipologia d'investimento all'interno dell'area non costituisce un investimento
estero. Per questa ragione, circa due terzi degli IDE rivolti all'Unione Europea provengono
da paesi facenti parte della stessa Unione (Ibidem, p.119).

65

Fig.2.3: Investimenti diretti esteri in uscita (miliardi di dollari), 2006.


Stati Uniti
Francia
Spagna
Svizzera
Regno Unito
Germania
Belgio
Giappone
Canada
Hong Kong
Italia
0

50

100

150

200

250

Fonte: Vanolo, 2008; elaborazione dati UNCTAD (2007).

Dai dati emerge, quindi, come gli Stati Uniti rappresentino il principale investitore in
grado di controllare quasi un quinto del totale mondiale dei flussi in uscita, mentre in
ambito europeo il principale contributo offerto da Francia, Spagna, Regno Unito e
Germania. Al di fuori del mondo industrializzato, il Sud Est asiatico, con l'aggiunta
dell'India, si conferma come la principale area investitrice: il contributo dell'area inferiore
al 10% dei flussi mondiali, ma comprende il 60% di tutti quelli originati dai paesi in via di
sviluppo.

Lo squilibrio fra paesi del Nord e del Sud si rivela meno accentuato spostando
l'attenzione sugli investimenti esteri in entrata (Fig.2.4), dove emerge una struttura
geografica complessa a testimonianza dell'elevata interconnessione del sistema economico
globale. Infatti nella classifica dei maggiori paesi destinatari figurano anche economie in
via di sviluppo o in transizione: Cina, Hong Kong, Singapore, Russia, Messico Brasile ed
Arabia Saudita.
A questo punto, interessante analizzare il rapporto fra investimenti in entrata ed in
uscita.
L'Unione Europea si rivela un contesto piuttosto equilibrato, con valori prossimi
all'unit, nonostante all'interno dello spazio comunitario si possano rinvenire paesi
marcatamente investitori come la Gran Bratagna ed altri invece beneficiari come la
Germania.

66

Stati Uniti e Giappone sono, invece, storicamente paesi fortemente investitori, seppur
nel caso americano questa tendenza sembri diminuire nel tempo.
Nel caso dei paesi in via di sviluppo o in transizione, invece, si possono rinvenire alcune
situazioni relativamente equilibrate, per esempio Brasile ed India, e numerosi paesi
destinatari d'investimenti sproporzionatamente superiori in valore a quelli in uscita, come
nel caso di Costa Rica, Sudan, Congo, Tunisia, Libano ed altri: tale situazione lascia
intendere evidenti rapporti di dipendenza economica dal capitale straniero.

In pratica, la nuova divisione internazionale del lavoro sembra annullare qualsiasi


descrizione dualistica del sistema mondo, che faccia riferimento a categorie nettamente
contrapposte quali centro/periferia, sviluppo/sottosviluppo e Nord/Sud, evidenziando al
contrario il proliferare di nuovi ruoli e posizioni all'interno di un sistema produttivo sempre
meno rappresentabile a scala regionale o nazionale.

Fig.2.4 :Investimenti diretti esteri in entrata (miliardi di dollari), 2006.


Europa
Nord America
Asia
(Cina)
(Hong Kong)
(Singapore)
(India)
America latina
(Messico)
(Brasile)
Europa orientale e Russia
(Russia)
(Romania)
Africa
(Egitto)
0

100

200

300

400

500

600

Fonte: Vanolo, 2008; elaborazioni dati UNCTAD (2007).

vero per che il riferimento alla crescita dell'ambiguit di una ripartizione dualistica
fra paesi industrializzati e in via di sviluppo non intende certamente negare la
presenza di fortissimi squilibri economici. Il classico indicatore utilizzato a questo
proposito, il Prodotto Interno Lordo ( Tab.2.2; Tab.2.3 ) che, pur con tutti i suoi limiti,
consente di evidenziare alcuni di questi divari (Vanolo, 2010, p. 43).

67

Tab. 3.1: I dieci paesi con il PIL pro capite pi alto (2009).

PAESE

PIL PRO CAPITE


IN DOLLARI

Lussemburgo

104.673

Lichtestein

102.640

Norvegia

83.922

Islanda

63.830

Irlanda

59.924

Svizzera

58.083

Danimarca

57.898

Svezia

49.665

Finlandia

46.602

Paesi Bassi

46.261

Fonte: Vanolo, 2010; elaborazione dati Banca mondiale ( 2009).

Tab 3.2: I dieci paesi con il PIL pro capite pi basso (2009)
PAESI

PIL PRO CAPITE


IN DOLLARI

Zimbawe

55

Burundi

128

Congo R. Dem.

166

Guinea Bissau

206

Myanmar

235

Etiopia

252

Eritrea

281

Somalia

283

Sierra Leone

290

Afganistan

323

Fonte: Vanolo, 2010; elaborazione dati Banca mondiale ( 2009).

Numerose sono le questioni aperte dalla crescente interdipendenza delle economie


nazionali e dall'espansione degli scambi mondiali e degli investimenti internazionali.
Mentre alcuni deplorano e condannano le forme di protezionismo tuttavia presenti, altri
denunciano un ordine economico internazionale profondamente diseguale ed ingiusto, le

68

cui prime vittime sono i lavoratori delle aree geografiche in transizione e le popolazioni dei
paesi in via di sviluppo.
Conformemente a queste voci critiche, non esiste effettivamente un modello
commerciale multilaterale, bens un sistema economico e geografico diretto dai
conglomerati e dagli oligopoli multinazionali e la maggior parte del commercio mondiale
si attua attraverso transazioni fra ed entro imprese multinazionali: al posto di un modello
concorrenziale si assiste nei fatti alla privatizzazione, da parte di un ristretto gruppo di
potenti societ multinazionali, del sistema commerciale complessivo, sotto la maschera
ideologica della liberalizzazione.8
Numerosi sono gli inconvenienti messi in luce da tale prospettiva, che vede la
globalizzazione come processo sociale e fenomeno di natura politica: innanzitutto il paese
che ospita delle multinazionali si trova in uno stato di forte dipendenza in merito alle
decisioni che riguardano l'installazione o la chiusura di una fabbrica, che vengono
puntualmente prese nella sede centrale della multinazionale, localizzata in un altro paese,
ed in funzione esclusivamente degli interessi dell'azienda e della sua strategia mondiale;
anche i profitti realizzati vengono frequentemente rimpatriati; inoltre, le multinazionali, la
cui strategia sfugge a qualsiasi controllo e che sono presenti ovunque, si dedicano
volentieri alle speculazioni monetarie, costituiscono delle pericolose concorrenti per le
imprese nazionali e rappresentano una concentrazione di potere economico che influisce ed
interviene inevitabilmente anche sugli strumenti di esercizio di potere politico, implicando
spesso anche fenomeni di corruzione delle autorit locali; rappresentano, infine,
un'importante sfida per i sindacati operai che devono ormai tener conto dell'urgenza di
ottenere l'applicazione delle migliori condizioni di lavoro e di salario nelle diverse
fabbriche di una stessa multinazionale.
Anche nei paesi industrialmente avanzati il potere delle aziende multinazionali andato
ampliandosi grazie all'estensione della pratica del subappalto, attraverso la quale le grandi
societ affidano alcune produzioni ad aziende di modeste dimensioni, ma altamente
specializzate e che producono in serie ed a basso prezzo i pezzi e le attrezzature usati poi
dalle industrie di assemblaggio.
Le strutture industriali dei grandi paesi capitalisti sono, dunque, a due piani (a questo
proposito il caso giapponese esemplare), nel senso che connettono l'attivit delle grandi

A dimostrazione di questo fatto basta pensare che, all'inizio degli anni novanta, le 500 maggiori
aziende del mondo realizzavano il 20% del Pnl dell'intero globo ed il fenomeno andato estendendosi nel
tempo. (Gauthier, 1998, p.237).

69

ditte con quella di aziende piccole e medie che dipendono dalle ordinazioni delle industrie
maggiori (Gauthier, 1998, p. 237).
Cos, anche nei paesi industrializzati, fra i quali non sono assenti controversie e conflitti
commerciali, si levano sempre pi numerose le voci di quanti vorrebbero una
regolamentazione degli scambi mondiali e soprattutto una ridiscussione del ruolo del GATT
(Ibidem).

70

2.2. La finanziarizzazione dell'impresa e dell'economia.

La deregolamentazione di stampo neoliberista ha costituito uno dei principali fattori


di stimolo del processo che ha condotto alla formazione di un unico mercato mondiale
per l'offerta di moneta e di credito.
L'incredibile sviluppo del sistema finanziario stato facilitato da una serie di
elementi determinanti che cercheremo di presentare in forma sintetica.
La deregolamentazione dei movimenti di capitale, dei mercati finanziari e
dell'ambito di attivit delle banche, ha preso l'avvio a partire dagli anni Settanta ed
consistita essenzialmente nell'abbattimento in vari paesi delle barriere che ostacolavano
le attivit finanziarie, in modo da favorire la circolazione dei capitali da un paese
all'altro.
L'abbattimento delle barriere iniziato negli Stati Uniti, poi si esteso agli altri
paesi e specialmente al mercato di Londra dove il big-bang del 27 ottobre 1986 ha
riformato le pratiche istituite nel 1907 eliminando la distinzione fra jobbers (coloro che
acquistavano e vendevano le azioni) e brokers (agenti di cambio che fornivano consigli
agli investitori) e aprendo lo Stock Exchange alle ditte straniere ( Gauthier, 1998,
p.152).
Inoltre, si messo fine alla compartimentazione e specializzazione istituita da
alcune norme che dopo la crisi del '29 avevano regolamentato il mercato finanziario
separando le attivit di banca, di borsa e d'assicurazione e distinguendo fra banche
commerciali (o di deposito) e banche d'affari (o d'investimento), che non potevano
intervenire negli scambi di valori immobiliari, riservati, invece, agli agenti dei loro
clienti.
La netta distinzione preesistente venuta a cadere in forza di due innovazioni
legislative: la generale deregolazione dei movimenti di capitale, sopra descritta, operata
a partire dalla met degli anni Settanta in poi in tutti i paesi OCSE, ed in particolare
l'abolizione nel 1999 in USA della legge Glass Steagall che tale separazione aveva
imposto nel 1933. I paesi UE hanno poi preso provvedimenti analoghi.
Questi interventi liberalizzatori hanno permesso nuovamente alle banche di
deposito di svolgere con crescente autonomia ed assenza di controlli altre numerose
attivit finanziarie, incluse quelle con un forte segno speculativo, affatto simili alle
banche d'affari (Gallino, 2005).

71

All'interno dell'allora CEE, a partire dal 1990, la soppressione dei controlli sui
cambi ha aperto i mercati nazionali ai capitali stranieri; mentre i negoziati dell'Uruguay
Round sarebbero arrivati, con la stipula del GATS, alla liberalizzazione degli scambi dei
servizi sul piano mondiale, tra cui erano previsti anche quelli di tipo finanziario. Nel
frattempo anche numerosi paesi in via di sviluppo, sotto l'influsso del Washington
Consensus, aprivano i loro mercati nazionali ad interventi ed investimenti provenienti
da paesi stranieri.
La creazione di nuovi prodotti finanziari stata originariamente favorita dalla
fluttuazione dei tassi di cambio e dalla variabilit dei tassi d'interesse, conseguenti alla
sospensione del Gold Standard avvenuta a met degli anni Settanta.
I nuovi prodotti scambiati sui mercati finanziari a termine ( i financial future) sono
nati negli Stati Uniti (l'International Monetary Market data 1972) ed in seguito sono
stati creati in altre piazze come, per esempio, quella di Londra del 1982 (London
International Financial Future Exchange, Liffe), quella di Tokyo dal 1985 e quella di
Parigi dal 1986 (Mercato di strumenti finanziari a termine, il Matif).
Questi prodotti finanziari, azioni e obbligazioni, corrispondono, per le Borse valori,
alle materie prime e alle merci che vengono scambiate sul mercato a termine delle Borse
di commercio (Gauthier, 1998, p.153).
Infatti, in seguito all'abbandono del sistema di Bretton Woods ed alla scomparsa
delle parit fisse fra le monete, le imprese si sono trovate a dover far fronte ai rischi
legati al mercato dei cambi, potenziale causa di ingenti perdite finanziarie. La
fluttuazione dei tassi di cambio, la variabilit dei tassi d'interesse e la volatilit del
dollaro hanno indotto le imprese a fare ricorso a strumenti finanziari che le
proteggessero dai rischi connessi alla grande instabilit dei mercati finanziari.
Il funzionamento del mercato mondiale di materie prime, infatti, si basa sulla
tecnica dei mercati a termine, grazie alla quale il venditore si impegna a consegnare, ad
una scadenza convenuta, una certa quantit di prodotto che l'acquirente, da parte sua, si
impegna a pagare al momento della scadenza ad un prezzo stabilito nel momento della
conclusione del contratto. Questa operazione presenta rischi per entrambe le parti
contraenti: per il venditore se i prezzi aumentano durante la durata del contratto, per
l'acquirente se si abbassano. Per limitare questo rischio, i commercianti effettuano, per
iscritto e per una data prefissata l'operazione inversa sui mercati a termine; la parola
termine presuppone appunto una scadenza determinata.

72

Un ruolo simile lo rivestono anche i prodotti derivati, di cui torneremo a parlare in


seguito nel testo, che dalla met degli anni Ottanta hanno conosciuto un notevolissimo
sviluppo e che consentono agli istituti finanziari o alle imprese industriali di comprare o
di vendere, ad una certa data e ad un prezzo stabilito in precedenza, una certa quantit di
attivo, come azioni o obbligazioni (Gauthier, 1998).
Le transazioni di carattere speculativo, che traggono cio profitto da leggere
variazioni nei tassi di cambio e dagli scarti fra le valute, si sono sviluppate con
l'innalzamento dei tassi d'interesse degli anni Settanta e hanno poi continuato a
moltiplicarsi parallelamente all'aumento delle fluttuazioni monetarie, fino a dar luogo ad
un vero mercato speculativo, le cui operazioni avvengono ventiquattro ore su
ventiquattro, grazie all'informatizzazione e all'interconnessione delle pi importanti
piazze cambiarie, tra cui Londra, Hong Kong, Zurigo, Tokyo e Parigi.
Il movimento speculativo si esasperato inserendosi nelle transazioni dei mercati a
termine delle materie prime e soprattutto dei prodotti derivati, poich i guadagni derivati
dalle operazioni a termine di prodotti finanziari possono essere enormi.
A questo mercato speculativo su scala internazionale partecipano pi o meno
consapevolmente numerosi attori: essa riguarda i privati, il cui risparmio si orienta
sempre pi verso valori mobiliari, soprattutto dopo l'attuazione di politiche di
privatizzazione industriale in numerosi paesi del mondo ed in seguito allo sviluppo del
cosiddetto azionariato popolare; le aziende, che ricostituiscono la loro liquidit tramite
capitalizzazione borsistica e che, sempre pi spesso, preferiscono cercare lucrose fonti
di profitto negli investimenti rischiosi ma redditizi, piuttosto che in investimenti
produttivi; le banche commerciali che realizzano le operazioni di cambio in funzione
degli ordini ricevuti dai loro clienti, cercando di ottenere benefici immediati grazie alle
loro posizioni di cambio, cercando cio di far fruttare la liquidit in divise di cui
dispongono temporaneamente.
Risulta naturale quindi che il complesso quotidiano di transazioni internazionali sia
molto superiore a quello delle divise necessarie ad effettuare le operazioni commerciali.
Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e del settore delle telecomunicazioni in
genere, ha facilitato la conversione del capitale in un fluido elettronico travasabile
istantaneamente e a costo minimo da un contenitore ad un altro di tipo e dimensioni
diverse da una parte all'altra del mondo. Questa trasformazione ha contribuito anche a
ridurre ulteriormente il senso di responsabilit quanto alle conseguenze sociali ed
economiche delle decisioni di investire o disinvestire (Gallino, 2009, p.183).
73

Lo sviluppo dei mercati finanziari non rappresenta quindi solo il necessario


adattamento alle esigenze dell'economia mondiale, ma anche il risultato di una diffusa
speculazione operata dai detentori di capitali alla ricerca di investimenti sempre pi
redditizi. Gli effetti pi negativi di una simile situazione si manifestano sotto vari
aspetti.
Innanzitutto si verifica un mantenimento, da parte degli stati nazionali, di tassi
d'interesse elevati, allo scopo di attirare capitali, che per, in quanto speculativi ed
estremamente dinamici nel breve periodo, risultano in fin dei conti dannosi per l'attivit
economica.
In secondo luogo lo sviluppo del credito stato evidentemente accompagnato da un
indebitamento crescente, che a sua volta stato responsabile di importanti crisi
economiche di portata internazionale.
L'indebitamento all'interno delle economie nazionali appare come una delle
principali condizioni dello sviluppo della societ dei consumi nei paesi industrializzati
dell'Occidente e vede coinvolti gli stati per finanziare i loro deficit di bilancio, le
imprese per investire ed i singoli privati per consumare.
Per quanto concerne l'indebitamento degli stati a livello internazionale, esso
riguarda per motivi diversi tutti i paesi.
I paesi industrialmente avanzati prendono a prestito ingentissimi capitali sul
mercato finanziario internazionale: ci vale per tutti i paesi dell'OCSE, il cui
indebitamento estero si accresciuto dopo l'inizio della crisi degli anni Settanta, sia che
si tratti dei membri dell'UE, allora CEE, sia che si tratti degli Stati Uniti che da creditori
del mondo intero sono diventati i suoi maggiori debitori.
Anche i paesi in via di sviluppo sono caratterizzati da un fortissimo indebitamento
estero, il che ha costituito, soprattutto durante gli anni Settanta ed Ottanta, una forte
minaccia per la stabilit del sistema finanziario internazionale e per l'insieme
dell'economia mondiale, dovuta al forte rischio d'insolvenza di molti di essi.
I paesi in via di sviluppo privi di risorse petrolifere hanno fatto massicciamente
ricorso al prestito da parte delle istituzioni internazionali, BM ed FMI, dei governi dei
paesi industrializzati, delle imprese private e delle banche, per finanziare i loro
programmi di sviluppo ed i loro deficit esteri. L'innalzamento del prezzo del greggio
avvenuto con gli shock petroliferi degli anni Settanta e l'aumento dei tassi d'interesse,
legato all'apprezzamento del dollaro fra il 1981 ed il 1985, hanno notevolmente
74

aggravato la gi complessa condizione dei paesi in via di sviluppo, rendendo pi


difficile il pagamento del debito. Dal 1983, con il crollo del prezzo del petrolio anche i
paesi appartenenti all'OPEC hanno fatto ricorso ai capitali internazionali e la loro
situazione d'indebitamento peggiorata.
Infine tra gli effetti generati dall'espansione del sistema finanziario e che, come si
vedr in seguito, ha comportato importanti trasformazioni anche nel mondo del lavoro
emerge l'eccezionale crescita del mercato borsistico con le sue repentine e frequenti
perturbazioni.
Dall'inizio degli anni Ottanta, le emissioni internazionali di titoli, essenzialmente
obbligazioni, hanno conosciuto una crescita estremamente rapida cos come la
capitalizzazione borsistica, ossia il valore delle azioni delle imprese quotate sulle
diverse piazze mondiali (Gauthier, 1998).
Le cifre da porre oggi in relazione tra loro sono dell'ordine del trilione, che nell'uso
italiano corrisponde a mille miliardi. Il PIL del mondo ha superato a fine 2007 i 54
trilioni di dollari americani. La capitalizzazione delle borse mondiali ammontava lo
stesso anno a 61 trilioni. Le obbligazioni pubbliche e private titoli che rappresentano
crediti per chi le ha acquistate, ma sono debiti di bilanci pubblici e di societ
superavano i 60 trilioni. A giugno 2008 il valore nominale della quota di derivati titoli
di scambio o contratti a termine il cui valore legato all'andamento sui mercati d'una
qualsiasi entit numerica sottostante trattati nelle borse toccava gli 80 trilioni di
dollari, mentre il totale di quelli <<scambiati al banco>>, ossia circolanti al di fuori di
esse, sfiorava i 684 trilioni. Infine la stima corrente del capitale totale gestito dalle classi
pi note di investitori istituzionali, formato in prevalenza da azioni ed obbligazioni, si
aggirava pure con alcune incertezze da precisare su una cifra prossima a quella del
PIL mondiale, ossia sui 53 trilioni di dollari (Gallino, 2009, pp. 27-28).
Un ruolo fondamentale all'interno di questo processo stato giocato dai cosiddetti
investitori istituzionali e dall'eccezionale crescita dell'entit di capitale da loro gestita.
Gli investitori istituzionali sono societ di intermediazione finanziaria che
raccolgono soldi dei risparmiatori del mondo, da un lato per farli fruttare a beneficio
dei loro sottoscrittori, dall'altro per investirli prevalentemente nelle imprese quotate in
borsa (Ibidem, p.28).
Ancora alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, tranne che negli Stati Uniti, il
peso degli investitori istituzionali nell'economia mondiale era limitato; diventato
praticamente formidabile in appena vent'anni.
75

Concretamente sono enti che di mestiere investono quotidianamente denaro di


propriet altrui, detti investitori istituzionali per distinguerli da altri tipi di investitori
che cos non fanno, quali singole persone, imprese o enti pubblici.
Secondo la classificazione tradizionale, tra di essi vengono abitualmente inclusi i
fondi pensione; i fondi d'investimento detti comuni o aperti perch sono accessibili a
tutti i risparmiatori; le compagnie di assicurazione; banche e fondazioni.
Forse precisa a sufficienza quando fu coniata, decenni fa, tale classificazione
risulta al presente sfocata quanto incompleta, poich non arriva pi a distinguere, come
invece si dovrebbe, n tra soggetti finanziari che svolgono attivit differenti, n tra
tipologie di capitali che essi gestiscono. [] Innanzitutto occorre considerare che un
buon numero di fondi stato costituito da banche commerciali e da esse vengono
controllati anche quando abbiano lo statuto giuridico di societ autonome. In secondo
luogo, accanto ai suddetti fondi sono giunti ad occupare un largo spazio economico i
fondi cosiddetti di copertura del rischio (hedge funds), che diversamente dai fondi
comuni accolgono un numero ristretto di sottoscrittori, richiedono quote di ingresso
dell'ordine di milioni di euro e hanno una vocazione marcatamente speculativa; i fondi
che acquistano imprese private non quotate (da cui il nome di private equity funds) allo
scopo di ristrutturarle e rivenderle poi in borsa di regola dopo averle suddivise in vari
pezzi; i fondi sovrani costituiti dai governi a fini sia previdenziali che speculativi
(Gallino, 2009, p. 28).
Per quanto riguarda le diverse tipologie di capitali che essi gestiscono, da un lato vi
sono le centinaia di milioni di piccoli risparmiatori del mondo: nel caso dei fondi
pensioni, noto che la quasi totalit del capitale originario formato da versamenti che
fanno capo a lavoratori dipendenti; nel caso di contratti a fini previdenziali, sottoscritti
presso compagnie di assicurazione e banche, la percentuale di lavoratori dipendenti
scende perch una quota apprezzabile di tali contratti fa capo a lavoratori autonomi, ma
in gran maggioranza si tratta pur sempre di capitali derivanti da un'intera vita lavorativa;
anche nel caso dei fondi d'investimento, dato presumere che una grossa parte del loro
capitale sia formato da quote sottoscritte da famiglie appartenenti alle classi medie, che
cos investono i loro risparmi. In totale, si pu cautamente stimare che il capitale di
propriet di piccoli risparmiatori, individui e famiglie, nel portafoglio degli investitori
istituzionali, ammonti a qualcosa come 45-48 trilioni di dollari, l'80% del capitale
affidato a questi enti. Dall'altro lato coloro che conferiscono capitali ai fondi speculativi
o ai fondi che trafficano in societ non quotate sono forse, nel mondo, un milione di
76

individui ricchi o molto ricchi, [] a cui si aggiungono imprese, banche,


amministrazioni territoriali (Ibidem, p. 30) .
Quale sia il peso assunto dagli investitori istituzionali lo indica la grandezza del
loro portafoglio di titoli: nel 2007 i gestori di tali enti amministravano formalmente
circa 53000 miliardi di dollari, una cifra allora paragonabile al PIL del mondo di 54
trilioni; fino al 80% del volume dei titoli scambiati giornalmente sulle borse mondiali
era da attribuire alla loro gestione, ma si stima che il 30-50% degli scambi fosse
imputabile ai soli fondi speculativi.
Il potere degli investitori istituzionali appare ulteriormente accresciuto ove si
considerino i diversi livelli ai quali il capitale in questione e gli enti che lo gestiscono
risultano concentrati. Spicca anzitutto la forte concentrazione territoriale: stando ad un
rapporto del 2007 dell'Investment Company Institute, citato nello studio di Gallino
(2009), il 45% del capitale totale gestito dai fondi sta nel portafoglio dei fondi
statunitensi, il 10% fa capo a fondi che risiedono in Lussemburgo, il 7,5% a fondi
francesi; il 4,6% a fondi australiani.
Alla concentrazione degli investitori istituzionali in pochi paesi si accompagna una
eccezionale concentrazione del capitale complessivamente gestito nel portafoglio d'una
ristretta minoranza di essi: la variegata moltitudine dei fondi d'investimento [...]
sovrastata in realt dalla fortezza solitaria delle maggiori banche e compagnie di
assicurazione (Gallino, 2009, p.41): nel 2006 i primi dieci enti finanziari del mondo
avevano in portafoglio pi della met del capitale della totalit di detti fondi e cinque di
essi erano banche. Inoltre interessante osservare che quanto ai fondi speculativi, tutti i
maggiori di essi sono concentrati negli Stati Uniti o nel Regno Unito (Gallino, 2009).

Le cifre sopra riportate suggeriscono due considerazioni importanti.


Le strategie d'investimento degli investitori istituzionali, data la massa dei capitali
che muovono e la grande mobilit internazionale delle scelte d'investimento, esercitano
un influsso considerevole sull'intera economia del mondo. Tramite l'elevata quota di
azioni detenuta nei loro portafogli, essi sono divenuti proprietari di maggioranza
dell'industria e dei produttori di servizi delle prime economie del mondo; infatti pi
della met del capitale azionario delle prime cento imprese per valore borsistico in
Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti sta nel portafoglio di investitori
istituzionali (Ibidem, p. 39)
Le strategie stesse sono decise non gi dai proprietari effettivi di gran parte del
77

capitale investito, cio la massa di coloro che vi contribuiscono con risparmi provenienti
da un reddito da lavoro, bens da un circoscritto numero di fund managers e banchieri,
che agiscono sotto ogni profilo come fossero dei proprietari, pur non essendolo da un
punto di vista formale.
Mai tanto potere economico stato concentrato, per vie legali ed istituzionali,
nelle mani di cosi pochi individui [] e mai esso stato esercitato in modo altrettanto
poco visibile e comprensibile per le popolazioni del mondo su cui ricadono le
conseguenze delle loro strategie (Ibidem, p. 41).
Nonostante le differenze che esistono tra i diversi tipi d'investitori in merito al tipo
di servizi prestati, il pubblico di riferimento, al collegamento con altri enti finanziari ed
altro, possibile osservare che le strategie di base della gran maggioranza degli
investitori convergono nel perseguire un ristretto numero di scopi principali:
Assicurare al capitale, che stato affidato loro dai risparmiatori, il rendimento pi
elevato possibile spostando dinamicamente gli attivi a loro disposizione verso gli
impieghi ritenuti migliori senza tuttavia trascurare di beneficiare s stessi, tanto che i
compensi totali degli alti dirigenti degli investitori istituzionali sono ormai prossimi a
quelli delle grandi imprese.
Modificare i servizi offerti ai risparmiatori in funzione di numerose variabili
politiche, economiche e sociali, nazionali ed internazionali.
Aumentare quanto pi possibile il volume dei capitali loro affidati in gestione e i
ricavi lordi attraendo incessantemente nuovi sottoscrittori, promuovendo a tal fine la
privatizzazione dei beni pubblici e dei sistemi di protezione sociale, come nel caso dei
fondi pensione.
Favorire oppure ostacolare fusioni, acquisizioni e ristrutturazioni d'imprese
industriali e finanziarie in funzione dei propri obiettivi, tramite un elevato tasso di
penetrazione nel capitale delle imprese quotate in borsa (Gallino, 2009).
L'effetto perverso deriva dal fatto che [...] gli investitori internazionali sono del
tutto indifferenti alla natura ed alla conseguenza degli investimenti che effettuano con i
soldi degli altri. L'unico criterio che li guida la massimizzazione del rendimento del
capitale investito, preferibilmente a breve termine. In senso stretto, essi operano come
soggetti economici irresponsabili (Ibidem, p.19) producendo, come si vedr pi avanti,
effetti indesiderabili anche nella vita di quegli stessi risparmiatori e lavoratori che ad
essi delegano la gestione dei propri soldi.
78

I manager dei fondi ed i banchieri, che i fondi li hanno creati, hanno quindi
promosso la finanziarizzazione esasperata dell'economia, allo scopo di assolvere ai
propri doveri e raggiungere gli obiettivi previsti.

La crescente finanziarizzazione dell'industria, compresa l'industria manifatturiera,


ha rappresentato uno dei mutamenti pi rilevanti intervenuti negli ultimi decenni
all'interno dei criteri di amministrazione dell'impresa: anzich puntare primariamente a
realizzare utili con attivit che generano valore aggiunto a lungo termine, mediante la
produzione di beni e servizi reali, essa si orientata a cercare forme di rendita a breve
termine privilegiando operazioni ed architetture finanziarie, sacrificando al contempo
gli investimenti, la produzione e l'occupazione. Progressivamente alla concezione
dell'impresa quale istituzione che crea profitti producendo beni e servizi si affiancata,
e spesso sostituita, la prospettiva per cui essa sia piuttosto un'entit economica capace di
accrescere il capitale, misurato dal proprio valore in borsa, tramite varie modalit, di cui
la produzione di beni e servizi soltanto una delle opzioni possibili: in quest'ottica,
l'accrescimento del valore di mercato deve essere di tale ammontare da superare i
profitti ottenibili con la produzione.
L'attuale diffusione di questo fenomeno sembra essere ricollegabile al prevalere di
un nuovo modello di governo dell'impresa, affermatosi negli Stati Uniti, nell'Unione
Europea ed in altri paesi durante gli anni Novanta, in seguito ad un lungo periodo di
elaborazione teorica e preparazione organizzativa, cominciato a partire dalla fine degli
anni Settanta.
Tale processo riconducibile in linea di massima a due tappe principali: una prima
fase di sviluppo di una nuova concezione dell'impresa, fondata sulla massimizzazione
ad ogni costo e a breve termine del suo valore di mercato, a prescindere dal suo effettivo
fatturato e dalle sue capacit produttive; in secondo luogo, si verificata una
corrispondente evoluzione nella struttura e nel funzionamento degli organi di governo
dell'impresa, al fine di affermare concretamente la nuova concezione della
massimizzazione del valore per gli azionisti come paradigma economico e gestionale
delle societ per azioni (Gallino, 2005).
In campo scientifico, stato nel corso degli anni Ottanta che ha acquisito notoriet,
fino a diventare nettamente prevalente, una teoria dell'impresa elaborata nei decenni
precedenti ad opera di un gruppo di studiosi, che tentava di definire l'impresa all'interno
del quadro teorico neoclassico. Alla base di questo approccio, che considera l'impresa
79

come espressione di contratti tra soggetti motivati esclusivamente da interessi


economici, sono presenti alcuni presupposti, tra i quali: l'assunzione che massimizzare il
valore per gli azionisti equivalga a massimizzare l'intera ricchezza creata per la societ,
esaurendo in questi termini la missione sociale dell'impresa; l'assunzione che i mercati
finanziari siano efficienti e perci la performance delle azioni sia il miglior modo per
misurare il valore creato per gli azionisti.
Precursore di tale teoria fu anche Milton Friedman, che considerava eversiva
qualsiasi idea di responsabilit sociale d'impresa e sosteneva vivamente che i manager, a
parte il rispetto della legge, non dovessero essere vincolati a una qualsivoglia
responsabilit sociale che non fosse quella di produrre il massimo guadagno possibile
per gli azionisti: the only business of business is business (Adriani, 2006, p.152 ) .
Figlia di tale approccio la shareholder value, teoria che trov la sua moderna
espressione a met degli anni Ottanta, nel libro d'un docente statunitense, Alfred
Rappaport, che recava fin dal titolo l'invito a creare valore per l'azionista(Gallino,
2005).
Nel volgere di un decennio gli articoli sulla shareholder value, pubblicati dalle
riviste di economia, furono sempre pi numerosi ed al contempo il nuovo paradigma
socio-economico entr in veste di dottrina ortodossa dell'impresa nei corsi di economia
aziendale delle universit americane ed europee, trovando cos gli attori sociali che ne
avrebbero operato concretamente la diffusione e la riproduzione nelle imprese,
nell'insegnamento superiore, nel sistema economico, in politica e nell'opinione pubblica.
Tale tesi infatti diventata dominante durante gli anni Novanta, si ritrova nei codici
di autodisciplina delle imprese di molti paesi, compresa l'Italia ed ha orientato il
comportamento degli operatori finanziari, i quali applicano tecniche che partendo dalla
valutazione del valore incorporato nelle imprese trasferiscono poi l'intero eventuale
aumento di valore nei prezzi stimati delle azioni (Adriani, 2006).

Gli strumenti che pi hanno contribuito, negli anni Ottanta e Novanta, a ridisegnare
concretamente il governo dell'impresa in tale direzione, sono stati i pacchetti di azioni
assegnate ad integrazione dello stipendio dei manager, stock grants, e soprattutto le
opzioni su azioni da acquistare in futuro, dette stock options1.
1

Alla base il meccanismo di queste azioni semplice e, diversamente da quel che accade ai piccoli
azionisti, totalmente privo di rischi. Al manager viene offerta la possibilit di acquistare un pacchetto di
azioni della sua societ ad un prezzo predeterminato, di solito inferiore alla quotazione del giorno per
renderlo pi attraente. Supponiamo che il prezzo delle azioni del pacchetto sia fissato a 100 euro l'una. Se
accetta l'offerta, il manager non deve sborsare nulla. Consegue per il diritto di rivendere quelle azioni

80

Esse sono state offerte in quantit tali ai manager e ai dirigenti operativi da farle
diventare la voce principale dei loro compensi. Ove si pensi che durante gli anni '90 il
corso delle azioni aumentato mediamente in USA e nei paesi UE di 4-6 volte, con
punte diffuse di 20-30 volte nel settore dei titoli tecnologici, si comprende come il
meccanismo delle opzioni sulle azioni sia stato un possente incentivo per ottenere da
manager e dirigenti il perseguimento di strategie societarie concentrate sulla
massimizzazione del valore delle azioni. Per suo mezzo l'interesse economico del
manager venuto a coincidere con quello degli investitori. Non propriamente con
quello dell'impresa, ove questa sia concepita come un sistema socio-tecnico in cui i
fattori di produzione si combinano durevolmente per produrre beni e sevizi. Essa finisce
infatti per essere considerata piuttosto come un supporto giuridico contingente, la cui
sostanza materiale in fondo irrilevante al fine di creare valore a breve termine
(Gallino, 2005, p.121).
interessante seguire l'analisi critica che Gallino sviluppa in merito allo
shareholder value, avvalendosi proprio di quella stessa metodologia utilizzata anche da
Harvey, che mette a confronto la teoria con gli effetti reali derivanti dalla sua concreta
applicazione: nella realt [] fin dall'inizio il paradigma venne interpretato nel senso
che imponeva di far crescere il valore delle azioni come scopo primario dell'impresa, se
non anzi come ragione stessa della sua esistenza. L'unico valore che conta per gli
azionisti esso sancisce il valore monetario della loro propriet. Quest'ultima risiede
nell'impresa, e il suo valore monetario non pu essere altro che il valore di mercato
indicato dal corso delle azioni in borsa. Con l'affermarsi di tale interpretazione, al
profitto, conseguito aggiungendo valore a lungo periodo per mezzo di un'attivit
produttiva, finiva per essere assegnata prevalentemente una funzione ausiliaria di
annuncio. Quando un'impresa anticipa nel suo rapporto trimestrale o semestrale che
conta di fare profitti elevati, il valore delle sue azioni cresce, e con esse il suo valore di
mercato, posto che questo corrisponde grosso modo ove l'intero capitale sia quotato in
borsa al valore presente di un'azione moltiplicato per le azioni in circolazione. Non
importa se i profitti saranno minori, o non arriveranno mai (Ibidem, p.103).

entro un dato periodo, fissato in genere a cinque anni. Nel caso in cui cinque anni dopo l'azione valga
meno di 100 euro, il manager o dirigente che sia si astiene dall'esercitare l'opzione e di nuovo non versa
un euro. Qualora invece in qualsiasi momento prima della scadenza il valore di essa risulti salito,
l'opzione pu essere esercitata, l'interessato paga 100 euro per azione e intasca la differenza. Su
quest'ultima pagher non gi l'imposta sul reddito, come sullo stipendio, ma soltanto l'imposta che si
applica alle plusvalenze del capitale (al presente 25% in Usa, il 12,5% in Italia) (Ibidem, p. 120-121).

81

Tra i tanti dati che dimostrano tale tipo di deformazione interpretativa ed


applicativa, emerge quello presentato in numerosi studi e che indica nel 15% il
rendimento minimo del capitale che gli investitori istituzionali pretendono dalle imprese
di cui detengono azioni in portafoglio. Detta percentuale di per s dissennata quanto
indicativa della svolta verso la finanziarizzazione dell'economia, perch in economie
che crescono al pi del 3-4 % l'anno, ma che per lunghi periodi anche meno del 2% -
il caso dei paesi UE impossibile realizzare stabilmente tassi di profitto cos alti.
Soltanto con un aumento artificioso del valore delle azioni ci si pu avvicinare ad essi
(Ibidem, p.118).
Per massimizzare a livelli tanto elevati il valore delle azioni ed il valore di mercato
delle imprese, sono state sviluppate una serie di strategie produttive e finanziarie che si
differenziano da quelle usate tradizionalmente, pur senza trascurare che, nonostante
tutto, anche queste ultime continuano ad essere seguite da un certo numero di imprese.
Obiettivi e piani di breve periodo (da tre mesi a uno-due anni) prendono il posto
degli obiettivi e piani di lungo periodo (tre-dieci anni), tanto per la produzione che per
la ricerca e sviluppo. Questa contrazione dell'orizzonte temporale delle imprese stata
denominata breve-periodismo (short-termism) (Gallino, 2005).
La competizione coercitiva ha sostituito quella che Shumpeter chiamava
competizione corrispettosa, formata da un mix di concorrenza e di cooperazione tra
imprese.
Al contrario della seconda, la prima si fonda su politiche dei prezzi rovinose e che
azzerano i margini di ricavo per unit di prodotto; la creazione di un eccesso di capacit
produttiva rispetto alla domanda; innovazioni tecniche figurative che rendono beni
capitali di recente costruzione prematuramente obsoleti. Situazione caratteristica, in
specie, dell'industria automobilistica mondiale degli anni 2000 (Ibidem, p.125).
Per sopravvivere e non scomparire all'interno di questo scenario, caratterizzato
dalla suddetta competizione coercitiva, le grandi imprese devono crescere
continuamente ed in fretta, facendo riferimento ad un ventaglio di tecniche finalizzate
ad incorporare altre imprese: fusione ed acquisizione che hanno per attori, da ambedue
le parti, grandi gruppi economici o societ finanziarie; diversificazione dell'attivit
produttiva perseguita entrando in molteplici settori estranei alla missione originaria
dell'azienda mediante l'acquisizione di imprese in essi specializzate; acquisto in diverse
regioni del mondo, da parte di un gruppo, di gran numero di piccole e medie imprese
operanti in uno stesso settore produttivo, assoggettate al controllo del gruppo stesso per
82

mezzo di complicate architetture finanziarie.


La crescita dell'impresa viene quindi perseguita preferibilmente mediante rapide
sequenze di tali fusioni ed acquisizioni, anche quando queste comportano altissimi costi
e prospettive di riuscita incerte causate dalle diversit di settore produttivo e di culture
aziendali, piuttosto che per mezzo di un regolare aumento della produzione propria e
dell'occupazione.
Il principio di governo dell'impresa per cui questa punta a <<trattenere e
reinvestire>> tanto le risorse economiche che guadagna, quanto le risorse umane che
occupa, sostituito dal principio <<taglia i posti di lavoro e distribuisci>> (dove quel
che distribuito sono essenzialmente benefici ad azionisti e management). In base al
nuovo principio, l'impresa assume il meno possibile e procede a licenziare per poco che
appaia utile al fine di creare valore; mira a trattenere, ossia a << fidelizzare >> , soltanto
un nucleo ristretto di personale; occupa un elevata percentuale di lavoratori precari o
flottanti; preferisce impiegare le risorse disponibili per operazioni finanziarie piuttosto
che per effettuare nuovi investimenti (Ibidem p. 124).
Una porzione consistente di risorse delle societ quotate in borsa vengono
sistematicamente destinate a riacquistare azioni proprie invece che essere indirizzate
agli investimenti in ricerca ed innovazione di prodotto e di processo. Tra i motivi che
spingono ad adottare tale strategia vanno incluse le opzioni sulle azioni e l'assegnazione
di azioni come parte integrante della retribuzione dei manager.2
Anzich privilegiare il conseguimento di profitti tramite la produzione di beni
materiali e servizi tangibili, le imprese, comprese quelle del settore manifatturiero,
cercano di generare elevati flussi di rendite offrendo servizi finanziari, quali mutui
immobiliari, carte di credito, assicurazioni, depositi e prestiti, ecc

Emerge in definitiva un quadro in cui anche l'industria risulta aver contribuito in


modo determinante alla finanziarizzazione dell'economia, cio al predominio delle
transazioni di carattere puramente finanziario sugli scambi commerciali.
Le imprese industriali, infatti, hanno contribuito a questo fenomeno di carattere
mondiale, non solo entrando in modo massiccio nel settore dei servizi finanziari, ma
2

A tali incentivi di carattere azionario, le societ avrebbero la possibilit di provvedere emettendo


nuove azioni, ma cos facendo incorrerebbero nel rischio di far diminuire il valore dei titoli a causa
dell'aumento delle azioni in circolazione. Al fine di evitare la diluizione dei prezzi delle azioni, le societ
impiegano quindi i loro fondi disponibili, anzich in investimenti, nel riacquisto delle loro stesse azioni.
Tra il 1995 e il 2001 le corporation non finanziarie americane hanno acquistato 870 miliardi di dollari di
azioni proprie. Oltre il 50% dei flussi di cassa, con una punta del 74% nel 1998, stato destinato a
compensare i loro <<agenti >> (Gallino, 2005, p.125).

83

anche incrementando considerevolmente la quantit di titoli di altre imprese detenuti nel


proprio portafoglio, impegnandosi attivamente nella compravendita di titoli azionari,
obbligazionari o di altri prodotti finanziari, al fine di generare flussi addizionali di cassa
ed aumenti di capitale: generare rendite risulta essere un'attivit pi remunerativa e che
arreca esiti pi rapidi, che non produrre valore aggiunto.
In generale un'impresa che ponga in cima alle sue priorit questo tipo d'interessi
avr sopratutto tre esigenze fondamentali: rendere stabile quanto elevata la redditivit
finanziaria netta in forma sia di profitti, sia di plusvalenze derivanti dal mercato
azionario; comprimere il costo diretto ed indiretto del lavoro dipendente; costruire
processi produttivi in cui per ogni fase siano previsti il minimo costo e la massima
redditivit possibili a livello mondiale, ed eventualmente apportando correzioni e
sostituzioni di processo qualora si verifichi uno scostamento dai livelli di redditivit
attesi dalla propriet e dalla direzione.
La maggior parte delle strategie d'impresa riassunte in precedenza concorrono per
diverse vie a soddisfare tali esigenze. Dal successo che esse ottengono a questo
proposito discendono per molteplici oneri ambientali e sociali che gravano sugli
individui, sulle famiglie, sulle comunit locali e sulle collettivit nazionali.

Risulta efficace, ai fini della trattazione, seguire la suddivisione che Gallino (2005)
fa di tali costi sociali all'interno di alcuni grandi gruppi, soffermandoci in particolar
modo su quelli che coinvolgono il mondo del lavoro.
Esternalizzazione dei costi sociali ed ambientali sostenuti dalla collettivit, ma
generati dalla costruzione nello spazio di lunghissime catene produttive e di creazione
del valore che ampliano su scala globale i flussi finanziari e d'investimento, di materie
prime, di semilavorati e componenti da trasferire fra le diverse unit produttive
collocate nelle regioni che presentano la miglior combinazione di fattori per l'impresa.
Adozione di pratiche ostili alle organizzazioni sindacali ed ai lavoratori:
drasticamente ridotto l'orizzonte dei piani industriali a causa del primato del breveperiodismo, le imprese, sostenute dai governi, hanno imboccato nei rapporti con i
sindacati la via di basso profilo per cui il sindacato viene etichettato e combattuto
come un residuo del passato, un ostacolo a relazioni libere e dirette tra individuo e
impresa. Il presupposto teorico che il potere contrattuale delle due parti, il rapporto tra
il singolo lavoratore e la corporation transnazionale, sia nella sostanza paritario, e che
sar il mercato, non la forza dei contraenti, a stabilire le condizioni alle quali la
84

domanda e l'offerta di lavoro si incontrano (Ibidem, p.161).


Produzione d'insicurezza socio-economica mediante la moltiplicazione del lavoro
informale e del rapporto di lavoro flessibile: gli anni Novanta del secolo scorso ed i
primi anni Duemila sono stati caratterizzati dall'insistente domanda da parte delle
imprese di accrescere la flessibilit del lavoro nei paesi avanzati, ancora dotati di forti
dispositivi legali in materia di diritto del lavoro. Secondo Gallino, e non solo, il concetto
di flessibilit del lavoro cela in effetti una condizione reale in cui l'occupazione e la
prestazione dei lavoratori devono essere adattate alle necessit dell'impresa. L'ideale
perseguito dalle imprese duplice: non impiegare, e soprattutto non retribuire,
nemmeno un lavoratore in pi rispetto a quanti sono utilizzabili al cento per cento in un
dato momento e luogo del processo produttivo; secondo, fare s che i lavoratori
impiegati seguano orari [] e ritmi di lavoro, tali da ottenere che ciascuna delle loro
ore di presenza sia saturata al cento per cento da lavoro produttivo (Ibidem, p.155).
La richiesta di accrescere la flessibilit del lavoro viene solitamente giustificata
dalla necessit di impiegare razionalmente la forza lavoro, ma, sempre secondo l'autore,
queste sono solamente le ragioni superficiali della domanda di flessibilit. Le ragioni
profonde vanno cercate nell'accelerazione della circolazione del capitale, in presenza
della quale la stabilit del capitale, pi esattamente della sua redditivit, esige la
destabilizzazione del lavoro. L'insicurezza personale e sociale che questa genera il
prezzo che alla collettivit si chiede di pagare per garantire la sicurezza del primo
(Ibidem, p.155).
Una forte spinta all'accelerazione nella circolazione del capitale proviene da
numerosi soggetti che partecipano al funzionamento del sistema finanziario.
Innanzitutto migliaia di investitori istituzionali concorrono a spostare ogni giorno,
mediante i loro operatori di borsa, enormi volumi di capitale da un'impresa e da un
paese all'altro, alla ricerca della maggiore redditivit a breve termine per i fondi che
gestiscono.
Le stesse imprese, come descritto sopra, provocano ingenti e veloci movimenti di
capitale con diversi mezzi: l'acquisto di azioni proprie, i lauti compensi a manager e
direttori fondati sulle stock options, l'immissione e la veloce rotazione in portafoglio di
azioni di societ terze; la corsa alle fusioni ed acquisizioni sopra descritta; la

85

costruzione di piramidi finanziarie mediante le quali possibile controllare grandi


holding ricorrendo a pochi fondi propri e a molti debiti3.
Inoltre i risparmiatori, sia per la loro inclinazione al cosiddetto mimetismo,4
definito anche comportamento di branco, sia per l'interessato consiglio di consulenti
finanziari, sono capaci di comprare in un solo giorno milioni di azioni di una data
societ per rivenderle pochi giorni dopo (Ibidem, pp.111-112).
In tal modo si vengono a formare ingenti masse di capitali che circolano nel mondo
con una rapidit precedentemente sconosciuta e che impongono ai manager di prendere
decisioni con una rapidit sempre maggiore, soprattutto di fronte a segnali di declino dei
corsi azionari dell'impresa.
Un tipo d'intervento particolarmente apprezzato dagli investitori istituzionali e dalla
borsa rappresentato dalla riduzione sollecita, quando non immediata, del monte
retribuzioni dei dipendenti e quindi dei costi previsti nel bilancio dell'impresa per mezzo
di licenziamenti. sufficiente che il costo complessivo del personale occupato prometta
di scendere, perch le azioni invariabilmente salgano.
Tale intervento per non risulta facilmente attuabile nel caso in cui i dipendenti
abbiano tutti o quasi un contratto di lavoro a tempo indeterminato e siano concentrati in
unit produttive di grandi dimensioni. quindi per aggirare gli ostacoli frapposti da
contratti di lavoro stabile che il management di numerose societ ricorre a vari tipi di
soluzioni organizzative dell'impresa e del ciclo produttivo.
3

Fra i capitalismi nazionali quello italiano si distinto per l'inclinazione a costruire piramidi di
controllo particolarmente ardite, le quali per mezzo del cosiddetto << effetto leva >> consentono a un
imprenditore con capitali tutt'altro che ingenti d controllare societ che valgono dieci volte tanto. Ad
esempio, nel 1999 il gruppo Colaninno (Omniaholding), tramite una cascata di partecipazioni che
comprendeva varie holding [], acquis il controllo di Telecom Italia, che valeva 30,5 miliardi di euro,
effettuando un investimento diretto di soli 1,5 miliardi. Ci rappresentava un effetto leva di 1 a 20
(Gallino, 2005, p.33).
4
Di mimetismo degli attori economici, inteso come inclinazione a imitare i comportamenti altrui,
aveva parlato Keynes sin dagli anni '20. In prima approssimazione si tratta di un comportamento
razionale. In generale gli attori economici dispongono di informazioni incomplete o errate sulla situazione
delle imprese, come pure dell'intera economia, e di tale limite sono consapevoli. Per di pi capita sovente
che siano anche incompetenti: quando ricevono un'informazione non sanno bene come usarla per
anticipare il futuro. Perci, se vengono a conoscenza di qualcuno che ha preso una certa decisione ad
esempio comprare un pacchetto di azioni della societ Y tendono a imitarlo, nella supposizione che
disponga d' informazioni migliori delle loro, o sia pi competente. Ancor pi questo comportamento
interviene se chi fornisce loro una simile conoscenza un consulente finanziario.
Il fenomeno del mimetismo si combina spesso con la spirale di anticipazioni autorealizzantisi. Un
certo numero di attori prevede che il valore di un dato titolo azionario aumenter nelle prossime
settimane. Quindi le acquistano in gran quantit. L'aumento della domanda fa salire il corso dell'azione.
Appena ne sono informati, coloro che non avevano ancora acquistato quel titolo si convincono che si
tratta di un buon affare e si affrettano a trasmettere ordini di acquisto. Il valore del titolo continua a salire,
confermando la validit dell'anticipazione ( Gallino, 2005, pp.111-112). Tale processo pu verificarsi in
senso ascendente come discendente, provocando una crescente generazione o una ingente distruzione di
valore.

86

Un metodo, a cui si fatto riferimento anche nei paragrafi precedenti, stato quello
di frazionare la catena di produzione in un gran numero di unit produttive di piccole e
medie dimensioni, distribuite poi su ampi territori in patria o all'estero, tramite una vasta
rete di piccole e medie imprese dotate di personalit giuridica autonoma rispetto
all'azienda committente. Non sussistono pertanto difficolt e vincoli legali ad
annunciare il termine immediato o ravvicinato delle commesse ad un'altra impresa, a
richiedere la chiusura di un particolare stabilimento o reparto, a dismettere rami
d'azienda e societ controllate.
Questa correlazione inversa tra il costo del personale ed il valore delle azioni ha
fatto s che in tutti i paesi europei si siano moltiplicati, con l'arrivo degli anni '90, i
licenziamenti definiti di <<convenienza borsistica>>. Essi si presentano in due varianti.
Prima variante. Una holding, applicando la tecnica dei parametri finanziari di
riferimento (benchmarking), rileva che una propria consociata genera utili elevati; per
scopre che la societ omologa di un gruppo concorrente genera utili ancora pi alti. Di
conseguenza provvede a chiudere o ridimensionare l'impresa che controlla. La seconda
variante emerge quando una societ riduce il personale perch gli affari non vanno
bene, e viene premiata dalla borsa con un forte aumento del valore del titolo (Ibidem,
pp.157-158).
Un secondo metodo, utile ad aggirare l'ostacolo, formato da un alto numero di
dipendenti stabili concentrati in poche unit produttive, stato quello di fare ampio
ricorso a contratti di lavoro flessibili o atipici: sono i contratti di durata determinata e
breve, le collaborazioni continuative, le prestazioni occasionali, il lavoro in affitto, il
lavoro intermittente, il lavoro a chiamata e quello a progetto e tanti altri ancora scelti,
nel caso ad esempio che la societ operasse in Italia, tra i 48 tipi differenti di contratti
atipici che l'attuale legislazione sul lavoro permette di utilizzare(Ibidem, p.158).
Perci, allo scopo di ridurre celermente il monte delle retribuzioni sar sufficiente
decidere di non rinnovare un certo numero di contratti atipici. Nel frattempo anche le
PMI5, la cui attivit dipende per via diretta o indiretta dalla grande societ, seguiranno
un percorso analogo, poich l'utilizzo esteso di lavori flessibili permette loro di adattarsi
pi rapidamente alle rigide richieste della committenza.6

PMI sta per piccole e medie imprese.


Nella UE a 15, la diffusione di simili politiche dell'occupazione, raccomandate dall'O ECD e fatte
proprie dalla Commissione europea, ha fatto si che pur in presenza di un aumento degli occupati di 9
milioni di unit tra il 1991 e il 2002, i contratti a tempo parziale o di durata determinata siano cresciuti di
16 milioni, mentre i Contratti dinanzi definiti normali tempo pieno e durata indeterminata sono
diminuiti di 7 milioni ( Gallino, 2005, p.159).
6

87

Complementare alla proliferazione dei lavori flessibili ed in parte intersecantesi con


essi, la diffusione del lavoro informale7. cos definibile un lavoro privo di qualsiasi
tipo di conformazione e garanzia giuridica per quanto concerne le condizioni di lavoro,
l'orario, il livello salariale, la stabilit dell'occupazione e del reddito, la protezione
sociale contro malattie ed incidenti sul lavoro, le tutele sindacali, la previdenza.
Il lavoro informale non solo un'eredit delle economie tradizionali, ma una quota
rilevante di esso stata generata negli anni '90, in molti paesi, in seguito allo
smantellamento del settore pubblico, alla deregolamentazione del mercato del lavoro e
all'organizzazione della produzione nelle filiere reticolari di subappalti sopra ricordate:
oltre alla condizione presente nei paesi in via di sviluppo, di cui si gi ampiamente
parlato, anche nei paesi cosiddetti sviluppati si registrata una diffusione crescente di
lavoro informale in vari settori economici.
Lavoro flessibile e lavoro informale comportano una condizione di forte precariet,
ossia di insicurezza socio-economica per gli individui e per le collettivit in cui tali
lavori sono diffusi. Per loro tramite il rischio implicito nell'andamento dei corsi azionari
e delle strategie intese a massimizzarli stato trasferito in elevata misura dalle imprese
ai lavoratori, oltre che ai piccoli risparmiatori.
Elusione ed evasione delle imposte, considerate come lo strumento di maggior
efficacia per avvicinare il pi possibile la redditivit netta del capitale a quella lorda.
Molte grandi imprese USA ed UE utilizzano diversi mezzi per abbattere l'imponibile e
cos evitare la maggior parte dell'imposizione fiscale.
Tali mezzi possono essere costituiti da pratiche illegali, quali manipolazioni
fraudolente dei bilanci e dei rendiconti contabili, o in gran parte da operazioni
formalmente lecite, ma che consentono di sottrarre alle imposte enormi quantit di
profitti: transito di capitale in paradisi fiscali, facilitazioni fiscali ottenute in paesi in via
di sviluppo, simulazione di transazioni tra proprie societ sussidiarie che vengono
contabilizzate come costi, strategie contabili che consentono di diluire i profitti nel
tempo e nello spazio ed evitare cos di pagare imposte che sarebbero dovute nelle
giurisdizioni dei paesi di produzione o distribuzione dei beni e sevizi, ecc...
Tale genere di condotta fiscale genera gravi costi sociali, modificando in senso
fortemente regressivo l'assetto del sistema di tassazione e trasferendo la maggior parte
dell'onere impositivo delle imprese alle famiglie e ai redditi da lavoro.
7

Secondo le stime dell'OIL, Organizzazione internazionale del lavoro, circa la met delle persone che
si stima abbiano un'occcupazione nel mondo 1,3 miliardi su 2,6-2,7 miliardi svolgono al presente un
lavoro informale (Ibidem, p.159).

88

Trasferimento d'importanti quote di PIL dal lavoro al capitale, insieme con


l'aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza: nel corso degli anni '90 e nei
primi anni 2000, il valore che il possesso di azioni ha creato, ha contribuito soprattutto a
trasferire potere d'acquisto dal basso alla cima della piramide sociale (Ibidem, p.170).
Essendo il tema in questione estremamente vasto, ci limiteremo in questa sede a
portare un semplice esempio, che assume forte significato nell'ambito dello studio
dell'odierno mondo del lavoro: verso la fine degli anni '90 la componente dominante
dello stipendio dei gruppi di manager alla testa delle maggiori corporation non
finanziarie era legata al prezzo delle azioni.[...] negli Usa la quota media sui guadagni
complessivi dei primi 1000 chief executive officers [presidenti e/o amministratori
delegati] derivante dall'esercizio di opzioni azionarie era del 22% nel 1979, un
ammontare non insignificante. Alla fine degli anni '80 detta quota aveva subito un
incremento sostanziale, toccando il 50 %. Durante gli anni del boom finanziario 19951999 essa sal al 63%. Nel frattempo la retribuzione media dei top manager, tutte le voci
incluse, era salita da 1,26 milioni di dollari l'anno nel 1979 a 37,5 milioni nel 1999.
Quest'ultima cifra equivaleva a 1000 volte il salario medio lordo dei lavoratori
dipendenti al di sotto del livello di quadro.[...] Oggi l'ammontare complessivo dei
compensi versati in varie forme ai top manager giunto a incidere in modo rilevante
sulla struttura dei bilanci delle imprese, il che permette di constatare il successo che
essi hanno registrato nel massimizzare anzitutto i propri compensi. Praticamente per
arrivare a guadagnare quanto i top manager delle grandi imprese industriale e
finanziarie percepiscono in soli dodici mesi, [] un lavoratore italiano, francese,
britannico, statunitense, con un salario medio lordo di 25000 euro, dovrebbe lavorare tra
i 400 e i 1000 anni. Nel 1960 gli sarebbero bastati, per cos dire, quarant'anni (Gallino,
2009, p. 9).

In definitiva, seguendo ancora l'analisi critica di Gallino, la rivoluzione del valore


per l'azionista e la correlata finanziarizzazione dell'economia hanno dato origine non
solo ad un nuovo modo di governare l'impresa, che l'autore definisce capitalismo
manageriale azionario, ma hanno dato vita anche ad una innovazione ben pi radicale
e che va al di l dei confini dell'impresa.
A suo avviso si tratta di una profonda riorganizzazione del capitalismo,
caratterizzata dalla rottura del compromesso keynesiano-fordista e dalla reazione dei
proprietari alla severa riduzione dei profitti che si verificata tra la met degli anni
89

Sessanta e gli anni Ottanta in tutti i paesi avanzati. Lo spostamento del baricentro dai
profitti all'aumento del valore di mercato dell'impresa, suggerito dall'interpretazione
dominante del paradigma <<massimizzare il valore per gli azionisti>>, ha lasciato
dunque concretamente intravedere un sostanziale recupero della redditivit del capitale
dopo un lungo periodo di calo del tasso di profitto (Ibidem, p.115).
Il modello di capitalismo manageriale azionario fin qui descritto si affermato
soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna durante gli anni '90 e successivi.
Tuttavia, poich la rivoluzione del valore per l'azionista e l'ideologia neoliberale che la
legittima hanno fatto presa anche nella UE, questa forma di riorganizzazione del
capitalismo, che muove dall'innovare il governo dell'impresa, appare in espansione
anche in Germania, dove sta soppiantando il capitalismo manageriale-renano, in Francia
e in Italia. Tale processo di convergenza del modello europeo di governo dell'impresa
verso quello americano viene giudicato positivamente dalla maggior parte degli
osservatori. Tale giudizio contrasta con il fatto che una filiazione diretta del capitalismo
manageriale azionario l'impresa che per ragioni intrinseche tende a operare in modo
irresponsabile. Gli interessi materiali e ideali dei dipendenti, delle comunit locali, dei
fornitori, e lo stato dell'ambiente, sono usciti dal suo orizzonte decisionale (Ibidem,
p.129).

90

2.3. La crisi del lavoro nei paesi industrialmente avanzati.


La ristrutturazione economica, iniziata a partire dagli anni Settanta e sviluppatasi a
livello globale durante i decenni successivi, ha determinato profonde trasformazioni nel
mondo del lavoro, nei paesi in via di sviluppo come in quelli sviluppati.
Dallo studio qui esposto emergono alcuni principali fattori, dinamici e di portata
internazionale, collocati all'origine della crisi del lavoro che caratterizza attualmente i
paesi considerati avanzati con intensit differente a seconda degli specifici contesti
nazionali: la concorrenza internazionale, la crescente finanziarizzazione dell'economia a
livello globale, le politiche economiche di stampo neoliberista applicate a livello
nazionale.
La liberalizzazione degli scambi commerciali, dei movimenti di capitali e la
deregolamentazione del lavoro hanno fatto s che oggi i mercati del lavoro nazionali non
siano pi separati tra di loro, ma i lavoratori di paesi diversi siano spinti a competere tra
di loro in una corsa verso il fondo in quanto a salari e diritti.
Infatti,

la disoccupazione stata internazionalizzata, mentre i

capitali

d'investimento migrano da un paese all'altro nella perpetua ricerca di fattori produttivi


pi convenienti e soprattutto di forza lavoro a minor costo.
Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL o ILO), in tutto il mondo
la disoccupazione colpisce un miliardo di persone, quasi un terzo della forza lavoro
globale (Chossudovsky, 2003, p.20).
Gli alti livelli di disoccupazione nazionale presenti sia nei paesi avanzati che in
quelli in via di sviluppo hanno contribuito a deprimere i salari reali. La disoccupazione
mondiale opera quindi come una sorta di leva che regola il costo del lavoro a livello
globale: l'abbondanza di manodopera a basso costo nei paesi in via di sviluppo e nell'exblocco sovietico contribuisce a ridurre i salari nei paesi sviluppati.
Si

osservato

nei

paragrafi precedenti

come la

gamma

di

riforme

macroeconomiche, che FMI, Banca Mondiale e WTO hanno applicato in un gran numero
di paesi coprano un ruolo decisivo nel regolare tassi di occupazione e costo del lavoro a
livello mondiale: concretamente venuta a crearsi una economia globale della
manodopera a basso costo (Ibidem, 2003).

In breve sintesi, questa globalizzazione del lavoro a basso costo iniziata nei paesi
in via di sviluppo in coincidenza della crisi del debito fra la fine degli anni Settanta ed i
91

primi anni Ottanta e con l'imposizione dei programmi di stabilizzazione


macroeconomica e aggiustamento strutturale imposti da BM ed FMI.
A partire dalla fine degli anni Ottanta ed inizio anni Novanta, essa si estesa a
quasi tutte le regioni del mondo, inclusi i paesi dell'ex-blocco sovietico, i paesi
considerati di recente industrializzazione del Sud- Est asiatico e dell'Estremo Oriente, il
Nord America e l'Europa occidentale, tramite l'azione delle due istituzioni finanziarie
internazionali ed alla contemporanea evoluzione degli accordi GATT e successivamente
del WTO.
La formazione di una gran massa di forza-lavoro industriale a basso costo, stabile,
disciplinata e non organizzata, nei paesi in via di sviluppo e nell'Europa Orientale, ha
condizionato la migrazione del capitale produttivo, libero di muoversi da un paese
all'altro, innescando una sorta di circolo vizioso di scala internazionale. Infatti, la
rilocalizzazione dell'industria al Sud e ad Est, per produrre beni d'esportazione, porta
alla concomitante dislocazione della produzione materiale ed alla disoccupazione nei
paesi avanzati, che a sua volta spinge l'economia mondiale verso la recessione.
Come descritto sopra, la prima ondata di chiusure tocc le aree ad alto impiego di
manodopera dell'industria leggera, ma a partire dagli anni Ottanta furono coinvolti
gradualmente tutti i settori dell'economia e varie categorie della forza lavoro.
La delocalizzazione dell'attivit economica ha guadagnato maggior terreno nella
piattaforma continentale di ciascun blocco commerciale: l'Europa Occidentale, il Nord
America ed il Giappone hanno sviluppato rispettivamente delle periferie con
manodopera a basso costo nei propri immediati confini.
Conseguentemente il processo di graduale riduzione di forza lavoro nei paesi
avanzati porta alla contrazione della domanda di mercato. Tale calo nei mercati dei
consumi si ripercuote a sua volta sulla produzione, contribuendo all'ulteriore sequenza
di chiusure e fallimenti, e cos via.
Inoltre nei paesi avanzati la compressione dei livelli di spesa stata ancora pi
inasprita dalla deregolamentazione del mercato del lavoro, che come approfondiremo in
seguito, ha comportato l'espansione di occupazione part-time, tagli salariali ed elevati
tassi di disoccupazione giovanile.
Il sistema produttivo globale rivela cos una forte tendenza verso un eccesso
dell'offerta di merci, dovuto al declino del potere generale d'acquisto e all'aumento dei
livelli di povert, ed , quindi, sempre pi orientato a soddisfare mercati ristretti, cio
mercati ad alto reddito del Nord e piccole sacche di consumi di lusso del Sud e dell'Est.
92

Questa dinamica contraddittoria sembra costituire un tratto caratteristico


dell'economia del lavoro a basso costo: chi produce non guadagna e non consuma.
Inoltre in un economia mondiale segnata dalla sovrapproduzione sopravvivono
soprattutto le imprese che dispongono delle tecnologie pi avanzate o quelle che sono in
grado di pagare salari pi bassi. Il circolo vizioso non si arresta: a livello locale le
piccole e medie imprese sono spinte alla bancarotta o obbligate a produrre con ricavi
bassissimi per un distributore globale.
In sintesi la disoccupazione mondiale diviene la <<leva di comando>>
dell'accumulazione capitalistica globale, che regola il costo del lavoro in ciascuna
economia nazionale (Ibidem, p.101). La povert delle masse lavoratrici dei paesi del
Sud e dell'Est regolamenta il costo del lavoro ed il grado di diritti riconosciuti a livello
internazionale.

Ci sembra infine interessante introdurre una breve nota in merito all'utilit


dell'immigrazione clandestina ai fini del conseguimento di una contrazione salariale e
dei diritti del lavoro nei paesi avanzati, riprendendo la distinzione operata da
Chossudovsky tra comparti mobili e comparti immobili. I primi alludono a quei
settori di attivit che possono essere spostati da un luogo all'altro, o tramite investimenti
esteri diretti, o per esempio subappaltando il lavoro ad un produttore indipendente in un
paese con manodopera a basso costo. Per contro, il comparto immobile dei paesi
avanzati include attivit che per loro natura non possono essere rilocalizzate
internazionalmente: edilizia, lavori pubblici, agricoltura e la buona parte di terziario che
non pu avvalersi della tecnologia informatica e delle telecomunicazioni, come nel caso
dei servizi di ristorazione, di pulizia, di cura della persona, ecc...
Il capitale mobile si sposta verso le riserve di manodopera immobile: infatti,
mentre il capitale si sposta liberamente da un mercato del lavoro all'altro, la
manodopera ne ostacolata dallo sbarramento delle frontiere internazionali. Il sistema
economico internazionale si basa appunto sul contenimento delle riserve nazionali di
manodopera entro i relativi confini, tranne quando una quota di forza lavoro a basso
costo ed altamente ricattabile risulta necessaria ad abbassare salari e condizioni di
lavoro anche in quei settori che non possono essere trasferiti. Non sar difficile
constatare che sono proprio i settori cosiddetti immobili che oggi risultano
maggiormente

caratterizzati dal ricorso al lavoro in nero o al contratto atipico e

precario.
93

Un altro fattore che, come osservato nei paragrafi precedenti, influisce fortemente
sui livelli di disoccupazione, di osservanza dei diritti del lavoro e sui tassi salariali
costituito dall'eccezionale espansione del settore finanziario nelle imprese produttive e
nell'economia internazionale in generale. Si riduce gradualmente la formazione di
capitale e la ricerca di profitto tramite investimento in attivit produttive, si persegue
invece un aumento crescente della rendita del capitale con transazioni spesso
speculative e fraudolente, che a loro volta provocano dissesti nei maggiori mercati
finanziari del mondo.

Infine, resta da sottolineare l'importanza della ricezione delle politiche economiche


di stampo neoliberista a livello nazionale che, come si gi osservato in precedenza,
hanno modo di comportare importanti ripercussioni nelle condizioni politiche,
giuridiche ed economiche del mondo del lavoro.
Gi a partire dalla fine degli anni Settanta ed Ottanta, durante la cosiddetta era
Reagan-Thatcher, le misure di austerit, la contrazione dello stato sociale,
privatizzazione del settore pubblico e deregolamentazione del lavoro, contribuirono
fortemente a deprimere i guadagni dei lavoratori, indebolire il ruolo dei sindacati ed
aumentare la disoccupazione.
Inoltre, dagli anni Novanta le riforme macroeconomiche adottate nei paesi avanzati
contengono molti degli ingredienti essenziali riscontrabili nei programmi di
aggiustamento strutturale applicati nei paesi in via di sviluppo ed in Europa orientale.
Diversamente da quanto avviene in questi ultimi, per, le riforme politiche in Europa e
nel Nord America vengono applicate senza l'intervento diretto del FMI.
Nei paesi occidentali l'accumulazione di cospicui debiti pubblici ha fornito agli
interessi finanziari e bancari una notevole influenza politica, nonch il potere di
indirizzare la politica dei governi in campo economico e sociale. Nell'Unione Europea e
nel Nord America la sorveglianza da parte delle istituzioni creditrici, senza il
coinvolgimento formale di FMI e BM, ormai una convenzione riconosciuta
(Chossudovsky, 2003).
A questo punto il consenso politico quasi unanime: tutte le parti politiche,
inclusi verdi, socialdemocratici ed ex-comunisti, sembrano ora condividere questo
consenso; quasi tutti i governi del mondo hanno abbracciato inequivocabilmente
l'agenda politica del neoliberismo.
94

Gli accordi

stabiliti dal WTO a livello internazionale scavalcano il processo

democratico nazionale e, secondo molti autori, lungi dal creare un sistema di libero
mercato sostengono piuttosto un nuovo modello d'interventismo. Sotto l'influsso del
neoliberismo, la spesa pubblica viene ridimensionata, i piani di assistenza sociale ridotti
o privatizzati e il mercato del lavoro reso pi flessibile.

In definitiva nei paesi avanzati, con variabilit data dal contesto nazionale
specifico, il mercato del lavoro sembra oggi avviato in un processo di radicale
ristrutturazione.
In presenza di una forte instabilit del mercato globale, di un'accresciuta
concorrenza internazionale, di alti tassi di disoccupazione, i datori di lavoro hanno
generalmente sfruttato il diminuito potere sindacale e le sacche di lavoratori in
eccedenza per promuovere regimi di lavoro e contratti di lavoro molto pi flessibili, per
sostituire a forme di occupazione stabili e regolari un alto numero di lavori a tempo
parziale, o temporanei, o in subappalto.
difficile aver un quadro complessivo della nuova struttura del mercato del lavoro,
perch lo scopo di una tale flessibilit proprio quello di soddisfare i bisogni spesso
estremamente specifici di ciascuna azienda e perch in materia di diritti sindacali e di
politiche pubbliche le varie culture e legislazioni nazionali possono differire molto tra di
loro.
In linea di massima, comunque, possibile individuare un nucleo sempre pi
esiguo costituito da lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato e per giornate
lavorative piene. Essi sono legati al futuro a lungo termine dell'organizzazione o
impresa o cooperativa, godono di una maggior sicurezza del posto di lavoro, possono
avere prospettive di carriera e di riqualificazione professionale, hanno diritto a livelli
garantiti legalmente di pensione, previdenza ed altri vantaggi collaterali, fanno
riferimento ad un contratto nazionale di lavoro e sono spesso iscritti a grandi
organizzazioni sindacali. I costi di mantenimento e quelli potenziali di licenziamento
dei dipendenti appartenenti a questo nucleo pu tuttavia spingere un'azienda, come
descritto sopra, ad affidare in subappalto o delocalizzare non solo funzioni basiche ma
anche quelle a pi alto livello, come progettazione, pubblicit o gestione finanziaria.
Intorno al nucleo ruota una gran massa di lavoratori che pu essere teoricamente
suddivisa in due sottogruppi piuttosto osmotici tra di loro, i quali assicurano entrambi

95

una grande flessibilit numerica, adattabilit alle condizioni di lavoro, costi bassi e
ridotta o assente copertura sindacale.
Il primo sottogruppo comprende una vasta gamma di possibilit contrattuali che, a
seconda della peculiare legislazione nazionale, possono comprendere lavoratori parttime, lavoratori occasionali, temporanei, a progetto, con contratto di formazione o
tirocinio, ecc...
Negli ultimi anni c' stata una notevole crescita in questa categoria di dipendenti,
poich rappresentano la variegata formula con cui vengono creati tutti i nuovi contratti
di lavoro in entrata. Questo sottogruppo caratterizzato da una forte insicurezza del
posto di lavoro, copertura assicurativa e diritti pensionistici minimi o assenti, livelli
salariali ridotti.
Il secondo sottogruppo costituito da quell'impreciso e vasto numero di lavoratori
a nero, che si muovono in un'estesa economia sommersa, privi di qualsiasi garanzia
legalmente riconosciuta. Come accennato, risulta frequente, ad eccezione di immigrati
privi di permesso di soggiorno, il passaggio intermittente o la compresenza degli stessi
lavoratori nei due sottogruppi.
In generale l'attuale tendenza nei mercati del lavoro dei paesi avanzati consiste nel
ridurre il numero dei lavoratori appartenenti al nucleo centrale e nel basarsi, in misura
sempre maggiore, su una forza lavoro che pu essere rapidamente reclutata e altrettanto
rapidamente, e senza costi, liquidata.
Come gi osservato, gli alti livelli di disoccupazione globale agevolano ed
incentivano questa tendenza, il che diviene ancora pi rilevante qualora si tenga in
considerazione l'avvenuto spostamento del carico sociale ed economico della
disoccupazione sui giovani, che contribuisce ad escludere intere generazioni dal
mercato del lavoro e proporre loro esclusivamente una tipologia di lavoro flessibile.
evidente, infine, che le nuove condizioni del mercato del lavoro hanno in
generale sottolineato ulteriormente la vulnerabilit dei gruppi sociali e dei territori pi
svantaggiati.

96

CAPITOLO III
LItalia come caso studio.
3.1. Affermazione e sviluppo della flessibilit del lavoro: il contesto italiano.
Nel corso degli ultimi due decenni il mondo del lavoro italiano si profondamente
modificato, sia in termini quantitativi che qualitativi, imboccando, con qualche
scostamento temporale, sentieri comuni a molti altri paesi avanzati, soprattutto europei.
Linflusso di nuove tendenze economiche e politiche e le crescenti trasformazioni di
carattere demografico, derivanti prevalentemente dallinvecchiamento della popolazione
italiana e dalla crescente presenza di lavoratori stranieri, hanno generato alcune macrotendenze, tra loro interrelate, che hanno a loro volta innescato un vero e proprio processo
di metamorfosi del mondo del lavoro italiano.
In primo luogo, si consolidata la tendenza alla <<terziarizzazione>> delleconomia,
tanto che loccupazione nei servizi copre oggi pi del 65% dellintera base occupazionale.
Come in tutte le economie capitalistiche occidentali, anche in Italia la grande industria ha
perso terreno (e continua a perderne) a vantaggio del settore dei servizi e delle produzioni
immateriali in genere (Altieri e Ferrucci, 2009, p.39)
In secondo luogo, a partire dalla seconda met degli anni Novanta stato avviato un
processo giuridico di flessibilizzazione del lavoro, che ha ampliato gradualmente il
ventaglio delle possibili forme contrattuali a termine a cui le imprese possono ricorrere ed
ha indebolito le norme a tutela dei lavoratori in caso di controversia o licenziamento.
Dallo studio sulle origini della flessibilit del lavoro applicato al contesto italiano
emergono a nostro avviso due filoni principali di possibile approfondimento.
Da un lato, si pone lanalisi dellinsieme degli aspetti predominanti nel mondo del
lavoro attuale che risultano essere comuni ai diversi paesi avanzati e di quei processi che
hanno avuto luogo allinterno del territorio nazionale, ma che sono stati innescati ed
influenzati, durante il loro sviluppo, dallandamento delle tendenze economiche e degli
orientamenti politici a livello internazionale, di cui si trattato nei capitoli precedenti.
Dallaltro lato, vi larticolato mosaico nazionale dei processi storici e delle relative
trasformazioni sociali, demografiche, economiche e politiche, che hanno contribuito nel
tempo a delineare i tratti ed a plasmare le specificit del contesto italiano.
Risulta evidente che unanalisi effettivamente completa della controversa evoluzione
del mondo del lavoro italiano, inserito inizialmente, a partire dal secondo dopoguerra, in un
97

quadro economico e politico prevalentemente organizzato in senso keynesiano-fordista e


transitato successivamente in uno di orientamento pi neoliberista, richiederebbe uno
studio articolato e di lungo periodo del dinamico processo dintegrazione fra tutti gli
elementi determinanti dorigine nazionale come internazionale.
Consapevoli dellassoluta parzialit dellanalisi condotta, ci limiteremo, in questo
studio, ad indicare sinteticamente alcuni tra i caratteri pi specifici del territorio nazionale,
che a nostro avviso hanno giocato un ruolo fondamentale e continuano tuttora a costituire
importanti filtri locali, determinanti nel processo di ricezione ed applicazione delle
tendenze politiche ed economiche predominanti a livello internazionale. Essi meriterebbero
quindi di essere approfonditi con particolare cura, al fine di condurre una lettura
effettivamente articolata di fenomeni territorialmente molto disomogenei e strutturalmente
piuttosto complessi.
Nella sommaria ricostruzione di questo articolatissimo quadro nazionale si cercher di
mantenere una prospettiva dialettica del rapporto tra contesto locale e tendenze globali, con
specifica attenzione allinflusso di provenienza europea, tentando dindividuare e segnalare
i vari punti di contatto e le articolazioni emerse tra i differenti ambiti geografici,
eventualmente verificatisi nellevoluzione dei processi economici, politici e sociali che
hanno caratterizzato i decenni a cavallo tra il XX ed il XXI secolo.

La struttura organizzativa del sistema produttivo italiano si distinta sul piano


internazionale, nella sua dinamica evolutiva successiva al secondo dopoguerra, per alcuni
particolari caratteri di originalit: un processo di sviluppo industriale cominciato
tardivamente rispetto a quello verificatosi nella vicina Europa centrale, ma culminato con
grande rapidit (1950-1980) in una collocazione particolarmente concorrenziale sui
mercati internazionali; una forte diversificazione e specializzazione territoriale delle
strutture produttive e dei rispettivi percorsi di crescita e declino, in correlazione ad una
peculiare compresenza sul territorio nazionale di due diverse forme organizzative, basate
rispettivamente sulla grande e sulla piccola impresa; una forte prevalenza di imprese di
piccole e medie dimensioni (PMI) allinterno del tessuto produttivo nazionale (Dini, 1995).
Di fatto, il decollo economico italiano, avvenuto tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ed il
conseguente processo evolutivo hanno presentato aspetti peculiari di geografia industriale,
che vale la pena ricostruire almeno sinteticamente. Dini ci permette di ripercorrerne le
principali tappe tramite la sua ricostruzione storica della distribuzione industriale nei

98

macroaggregati regionali, per intervalli censuari che vanno dagli anni Cinquanta ai
Novanta.
Il primo intervallo censuario del dopoguerra (1951-1961) presenta un quadro
considerato tipicamente duale: una forte concentrazione della produzione industriale nelle
regioni del Nord-Ovest, cui corrisponde un ingente flusso migratorio proveniente dalle
regioni

meridionali, ed un Mezzogiorno sostanzialmente escluso

dalla spinta

allindustrializzazione, dallo sviluppo infrastrutturale ed impoverito da unemigrazione


pluridecennale. Le tensioni sociali prodotte da un tale sommovimento, pur forti, vengono
assorbite dalla diffusione del reddito e dallaffermarsi di quei modelli di consumo di massa
gi da molti decenni vigenti negli Stati Uniti (Ibidem, p.105).
Allo stesso tempo, per, la crescita industriale e la corrispondente concentrazione di
occupati e residenti hanno coinvolto interamente le aree circostanti ed adiacenti, nordoccidentale, nord-orientale e centrale (Emilia-Romagna, Toscana, in minor misura
Veneto), realizzandosi in larga parte attraverso un fenomeno di diffusione della PMI.
Lintervallo 1961-1971 segna un rilevante punto di flesso, che risulta apprezzabile solo
congiuntamente ai valori del decennio successivo.
Di fatto il dato censuario del 1971 non in grado di anticipare i profondi mutamenti
allora in corso e la natura duale dello sviluppo industriale pare, cos, confermata
dallulteriore crescita del Nord-Ovest e da variazioni riportate da alcuni indicatori del
Mezzogiorno, che non ne modificano, per, le condizioni sostanziali11. Eppure, gi nella
seconda met degli anni Sessanta la velocit relativa della crescita risultata superiore nel
Nord-Est e nel Centro.
In questo caso il dato censuario tende ad occultare gli incipienti segni di crisi del NordOvest, che si manifestano ad una duplice scala geografica, con la precoce tendenza alla
deindustrializzazione della Liguria e lesplosione di diseconomie di agglomerazione nella
grande industria urbana. L <<autunno caldo>> e la messa in discussione del rapporto fra
salari e profitti da parte delle organizzazioni sindacali mostrano anche in Italia i fattori di
crisi della grande impresa comuni alle economie avanzate (Ibidem, p.106).

11

Infatti, dalla fine degli anni Cinquanta lintervento pubblico aveva promosso la localizzazione nel
Meridione di grandi impianti industriali privati, grazie ad incentivi finanziari, ed a partecipazione statale; ma
allincremento del prodotto lordo e del reddito pro-capite, dovuto anche alle rimesse degli emigrati, era
corrisposta una sostanziale stasi delloccupazione industriale: i posti di lavoro creati dai grandi insediamenti
ad alta intensit di capitale (come quelli chimici e siderurgici) non riuscivano a compensare la perdita di
occupazione conseguente al progressivo sfaldamento del preesistente tessuto di piccole imprese locali (Dini,
1995).

99

A partire da questi anni, le PMI sembrano aver costituito la parte pi dinamica


dellapparato industriale del Nord-Ovest ed hanno vissuto una crescita ancor pi sostenuta
in Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, legata allindustrializzazione leggera e a quel
complesso di fattori socio-culturali (tradizioni rurali ed artigiane, comune origine sociale di
imprenditori ed operai, ruolo della famiglia) e strutturali (piccole imprese territorialmente
concentrate intorno a nuclei dimprenditorialit, rete urbana policentrica, mutua
accessibilit nei trasporti e negli spostamenti, legami funzionali con le aree urbane per
garantirsi apertura al mercato interno ed internazionale) che diventeranno chiarissimi nel
decennio che segue (Ibidem, p. 106) e specificatamente correlati al territorio locale.
I dati rilevati nel successivo intervallo censuario (1971-1981) suggeriscono una
trasformazione interpretativa dello sviluppo da unottica duale ad una ternaria. Bagnasco,
riprendendo unintuizione di Muscar [1967 e 1976], il primo a parlare esplicitamente di
tre Italie, macroaggregati territoriali dominati ciascuno da una diversa organizzazione della
produzione, in grave crisi il primo, in forte sviluppo il secondo, e in endemica condizione
di sottosviluppo il terzo (Ibidem, p.106).
Effettivamente il quadro socio-politico e macroeconomico della met degli anni Settanta
presentava condizioni sufficientemente esplicative di tale andamento e che allineavano
lItalia ad un insieme di tendenze gi presenti anche in altri paesi a tecnologia avanzata: la
nuova debolezza della grande impresa nellarea dindustrializzazione storica, lacuto
conflitto sociale, politico e sindacale, gli elevati

tassi dinflazione, la caduta degli

investimenti

della

delloccupazione,

gli

squilibri

bilancia

commerciale.

In

quellatmosfera le regioni nordorientali e centrali, a cui si sono aggiunte anche Umbria e


Marche, hanno registrato, in forte controtendenza, un sostenuto sviluppo industriale.
Ai fattori culturali e strutturali prima citati se ne aggiungono altri, in realt presenti sin
dallinizio ma ora vieppi esaltati dal quadro congiunturale: la flessibilit del lavoro (a
domicilio e nero, disposto a ogni tipo di fuori orario per assecondare la produttivit), la
pigrizia del controllo fiscale, una collocazione di assoluto favore nella divisione
internazionale del lavoro (su mercati di beni domandati, ma non pi offerti, dalle economie
forti). A fronte delle tre compagini territoriali, Bagnasco aveva individuato nel 1977 le tre
categorie delleconomia centrale, delleconomia periferica e di quella marginale. La
perifericit del tessuto produttivo delle regioni centrali e nordorientali derivava dalle
ridotte dimensioni dimpresa, dallo scarso livello di capitalizzazione e dalla collocazione in
settori manifatturieri tradizionali e ad alta intensit di lavoro (tessile, abbigliamento, pelle,
calzature, ceramica, legno). Ma lo sviluppo non veniva interamente ascritto ad una tale
100

caratterizzazione settoriale. Si riteneva infatti che un ruolo chiave fosse giocato dal
cosiddetto decentramento produttivo, ovvero dalla delocalizzazione di impianti o fasi di
lavorazione da parte delle grandi imprese in via di smagrimento: obiettivo primario la
riduzione dei costi fissi e la ricerca di condizioni di minima conflittualit sindacale (Dini,
1995, p. 107).
Dallo studio di Dini, per, emerge come losservazione dei dati del censimento 1981,
che delineano la composizione territoriale e settoriale di tale sviluppo, fornisca
uninterpretazione prevalentemente endogena del fenomeno: il decentramento produttivo
della grande impresa sembra aver interessato pi il Nord-Ovest rispetto al Nord-Est e
Centro, nei quali, invece, il fenomeno pi eclatante sarebbe stato rappresentato da un
rilevante incremento di imprenditorialit nei vari contesti locali a vocazione artigianale.
Durante questo periodo, dunque, la specializzazione delleconomia italiana si
gradualmente trasformata ed ha iniziato a collocarsi sui mercati mondiali affiancando alle
produzioni di grande scala, che avevano procurato durante gli anni Sessanta le prime
significative quote di commercio mondiale, una tipologia di produzione che si sarebbe
successivamente caratterizzata come made in Italy, costituita da prodotti particolarmente
differenziati, ad alta intensit di lavoro e componente artigianale.
Variamente definiti e classificati distretti industriali marshalliani12, aree-sistema,
sistemi territoriali di piccola impresa -, i nuovi luoghi dellindustria si caratterizzavano da
un lato per lapertura e la competitivit verso i mercati internazionali, dallaltro per la forte
chiusura territoriale, frutto dellintegrazione fra una singola e circoscritta comunit locale
ed un ciclo produttivo monosettoriale condiviso fra aziende monofase e plurifase, queste
ultime normalmente con accesso al mercato (Dini, 1995, p. 108).

12

Si tratta del modello del distretto industriale marshalliano (DIM), elaborato nella seconda met del
XIX secolo []. La sua riscoperta si deve essenzialmente a Becattini, che dallosservazione del ruolo
dellindustria tipica e leggera nello sviluppo economico della Toscana trae lo spunto per una rilettura attenta
e intelligente dellopera di Marshall, sottolineandone la costante attenzione alla dimensione storicogeografica dei fenomeni economici []. In particolare importante la proposta interpretativa che Marshall fa
del distretto industriale, inteso come insieme localizzato di piccole imprese, costituenti un sistema produttivo
integrato. Al distretto si collegano categorie interpretative importanti, come ad esempio le economie esterne o
[] quella atmosfera industriale, che caratterizza la societ locale e deriva dalla sua storia, che qui ha
prodotto una specifica cultura. Questa attenzione allopera di Marshall trover numerose eco e interlocutori
domestici e internazionali []. Si parler generalmente di specializzazione flessibile, con riferimento alle
modalit organizzative dellimpresa, e di aree-sistema, sistemi locali o distretti industriali, dichiarando un
riferimento culturale alla moderna teoria dei sistemi, piuttosto che alla moderna teoria marshallianabecattiniana: una scorrettezza storico-critica che tuttavia [] consentir di lavorare con una molteplicit di
modelli derivanti dallidea fondamentale che il locale capace di progetti di sviluppo sufficientemente
autonomi e socialmente condivisi, (anche) elaborando secondo un proprio codice di valori e di norme le
occasioni e le informazioni che provengono dal contesto esterno, eventualmente globale (Tinacci, 1995, p.
XXIII).

101

Dalla prospettiva della dimensione locale di sviluppo, lorganizzazione industriale


prevalente nelle regioni Nord-Orientali e Centrali era, quindi, quella della forte
specializzazione territoriale della piccola e media impresa.13
Questa lettura ternaria (Ibidem) del modello di sviluppo del tessuto produttivo italiano
decade a partire dagli anni Ottanta, quando i sistemi locali in generale vengono investiti da
quei processi di ristrutturazione di portata globale, di cui si parlato abbondantemente nei
capitoli precedenti: la diffusione di tecnologie a bassa intensit di lavoro, il recupero di
competitivit della grande impresa tramite modelli organizzativi pi flessibili,
laccelerazione nellinternazionalizzazione delle imprese e della globalizzazione dei
mercati, sino al fenomeno di ridistribuzione planetaria della produzione industriale e della
conseguente tendenziale deindustrializzazione delle economie avanzate a vantaggio del
settore terziario.
Queste tendenze sottopongono a notevoli vibrazioni larga parte del tessuto produttivo
che Bagnasco aveva definito economia periferica, e precisamente quella meno
capitalizzata e a minor potenziale di recepimento dellinnovazione tecnologica e
organizzativa (Ibidem, p. 109): ci ha avuto leffetto di diversificare ulteriormente gli
andamenti delle regioni appartenenti alle aree Nord-Orientale e Centrale, ridisegnando
ancora una volta il profilo territoriale complessivo dellassetto produttivo italiano.
Questa trasformazione fotografata dallintervallo censuario 1981-1991: di fatto, nel
1991, Lombardia e Piemonte tornano ad assumere un ruolo centrale nel sistema produttivo
italiano, ed insieme a Veneto ed Emilia-Romagna concorrono a formare, seppur con
differenze assai evidenti per struttura urbana e specializzazione produttiva, una
macroregione padana (Ibidem, p.110) che racchiude larga parte della competitivit
italiana sul mercato mondiale. Tale area centrale si dirama [] verso le Marche, lungo
una direttrice adriatica che mantiene contraddittori ma chiari segnali di vivacit, mentre
pare segnare una cesura [] nei confronti delle regioni tirreniche, la cui problematicit
cresce rapidamente scendendo verso Mezzogiorno (Ibidem, p. 111).

13

La relazione che intercorre fra questa particolare forma organizzativa e territoriale della piccola
industria e lareale centronordorientale (NEC) del nostro paese tuttavia tendenziale e richiede almeno
quattro precisazioni per essere correttamente valutata. In primo luogo non tutto lo sviluppo del N EC legato
alla PMI []. In secondo luogo non tutta la P MI del NEC organizzata in sistemi territoriali a
specializzazione produttiva []. In terzo luogo non tutti i sistemi territoriali monoproduttivi sono collocati
nel NEC []. In quarto luogo, la convergenza dimostrata da molti indicatori delle regioni del N EC non deve
oscurarne le rispettive specificit [] (Dini, 1995, pp. 108-109).
Non esiste un modello applicabile per esteso allorganizzazione economico-territoriale di una regione e
tantomeno di un aggregato pluriregionale (Ibidem, p. 113).

102

Riassumendo, quindi, i tratti pi caratteristici del tessuto produttivo italiano e della sua
specifica evoluzione, a partire dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta, sono stati
principalmente costituiti, da un lato, dalla suddivisione territoriale netta nel processo di
sviluppo industriale e nella distribuzione del lavoro industriale, tanto da lasciar ipotizzare
di trovarsi in presenza di territori diversi (Tinacci, 1995, p. XXVI); dallaltro,
dalloriginalit del modello di sviluppo tardivo e specificamente fondato su sistemi locali
di piccole e medie imprese, che ha condotto alla compresenza epocale di due diverse
organizzazioni produttive, basate rispettivamente sulla piccola e sulla grande impresa,
proprio nel periodo storico in cui, intorno agli anni Settanta, il modello fordista di grande
scala cominciava ad entrare in crisi.
E necessario riportare che sullorigine effettiva ed il relativo sviluppo di questi sistemi
territoriali di piccola e media industria si sono confrontate nel tempo interpretazioni tra
loro contraddittorie. Sul piano genetico, si sono contrapposte uninterpretazione fondata
sullo sviluppo autocentrato ed una fondata sul decentramento territoriale delle aree di pi
antica industrializzazione e sul decentramento produttivo della grande industria []
(Ibidem, p.XXVIII).
Infatti, da un lato si evidenziato come le analisi condotte per i singoli sistemi locali
italiani, abbiano rivelato in molti casi e per diverse attivit del settore manifatturiero,
formazioni produttive territoriali connotate da forti identit culturali, fitte reti di relazioni
sociali e di relazioni funzionali interimpresa, in una curiosa situazione di concorrenzacollaborazioneimitazione, realizzata in aree geografiche circoscritte, corrispondenti a uno
o pochi comuni, localizzati soprattutto nelle aree del Nord-Est e del Centro. Si tratta in
gran parte di veri e propri distretti industriali, ma non mancano aree nelle quali esiste
unimpresa leader, che non inibisce tuttavia lautonomia di mercato delle unit produttive
minori. Di frequente, poi, la specializzazione produttiva non costituisce carattere evidente
nei diversi ambiti sub-regionali, che pure mostrano livelli di integrazione economica e
socio-istituzionali tali da consentire di riconoscer loro identit e caratteri di sistema
territoriale [] (Ibidem, p. XXVIII).
Dallaltro lato, invece, si evidenziato come a partire dagli anni Settanta anche in Italia
gli aumenti del costo dei fattori produttivi, tra cui costo del lavoro e rialzi di prezzo del
petrolio, e la caduta dei tassi di profitto si siano fatti sentire con particolare intensit presso
la grande industria.
In Italia la quota del capitale sul totale del valore aggiunto diminuita da oltre il 36%
nel 1963-64 a meno del 30% nei primi anni 80, con punte di recupero seguite da
103

cedimenti ancora pi accentuati. Anche nel nostro paese landamento osservato della quota
afferente al capitale frutto di andamenti settoriali non omogenei. Se si guarda al settore
manifatturiero la caduta della quota del capitale sul valore aggiunto risulta molto pi
marcata: dal 38% del 1960 al 25% del 1975 (Gallino, 2005, p. 97).
Inoltre, in Italia nel 1970 entrava in vigore lo Statuto dei Lavoratori, il quale codificava
buona parte dei diritti conquistati dal movimento politico dei lavoratori e delle
organizzazioni sindacali durante il biennio 1968-1969, e che prevedeva un corpus di tutele
giuridiche poste a garanzia delle condizioni occupazionali degli assunti presso aziende con
pi di 15 dipendenti, costituendo cos un fattore di rigidit per le aziende
nellorganizzazione del processo produttivo e per la crescita di capitale. Per di pi, nel
corso degli anni Settanta si esteso anche il meccanismo della scala mobile, che
determinava un aumento automatico dei salari e delle pensioni in base al costo della vita: i
lavoratori avevano cos ottenuto il concreto sganciamento del salario dalla produttivit ed il
suo legame con laumento dellinflazione, il che era considerato ulteriore fattore di rigidit
economica nellandamento del mercato italiano14.
Contemporaneamente, le innovazioni tecnologiche ed organizzative che si stavano
diffondendo a livello internazionale, soprattutto tra i paesi ad economia avanzata, spinsero
anche le grandi imprese localizzate in Europa ed in Italia ad avviare processi di
ristrutturazione organizzativa, di disarticolazione produttiva, di decentramento territoriale.
La delocalizzazione si dirigeva fuori dalle grandi aree di agglomerazione e dalle aree
centrali, verso centri produttivi di minori dimensioni o verso paesi esteri caratterizzati da
fattori produttivi meno costosi, tramite una fitta rete di commesse e catene di sub-appalti a
fornitori locali, talvolta riferiti anche ad intere fasi del processo produttivo.
Riportiamo, a seguire, un frammento che ci sembrato piuttosto esplicativo nei riguardi
di tale fenomeno. Il disagio operaio e i malumori che alimentavano la conflittualit
aziendale derivavano anche da un fattore che avrebbe caratterizzato lintero quinquennio
(1970-1975): le cosiddette <<ristrutturazioni>> con cui le aziende tentavano di tamponare
la falla dellaumentato costo del lavoro, senza dover ridurre i margini di profitto. Risale
allinverno 1970-1971 quella che Massimo Paci definisce <<la riscoperta delloccupazione
precaria>>. Il fenomeno, in realt, aveva gi raggiunto cospicue dimensioni anche prima

14

La scala mobile avr comunque vita breve: gi nel 1990 Confindustria disdice unilateralmente la scala
mobile; nel 1991 Cisl e Uil rompono il fronte sindacale e accettano la fine della scala mobile firmando un
accordo con Confindustria chiamato accordo contro linflazione; infine, il 31 luglio 1992, il segretario
della Cgil Trentin accetta di sancire la fine della scala mobile firmando insieme a Cisl e Uil. In tutta risposta
nellautunno del 1992 i dirigenti sindacali saranno oggetto di lanci di bullone in molte piazze italiane: il
cosiddetto autunno dei bulloni.

104

dellautunno caldo, per la diffusione del lavoro a domicilio nellindustria tessile; ma nel
periodo immediatamente successivo singigant, estendendosi. In un convegno tenuto a
Carpi nel febbraio 1971, per iniziativa dei sindacati tessili aderenti a Cgil-Cisl-Uil, fu
riferito lesito di unindagine sul lavoro a domicilio condotta dal Ministero del Lavoro: i
lavoranti a domicilio, in Italia, ammontavano a un milione circa, di cui soltanto la quarta
parte nel settore dellabbigliamento. Contro questo tipo di occupazione precaria, che []
consente ampie evasioni attraverso cui le imprese realizzano risparmi cospicui, lo stesso
controllo sindacale ha scarse possibilit di esercitarsi in concreto[] Non poche aziende
tessili, allinizio del 1971, ridussero nelle fabbriche la produzione e gli orari di lavoro
decurtando in proporzione la paga dei dipendenti, messi in <<cassa integrazione>> - per
affidare lavorazioni allesterno dellazienda [] Questo lavoro precario che trov
alimento anche nella crescente consuetudine di appaltare lavorazioni ad aziende piccole e
piccolissime stato solo uno dei canali attraverso cui le aziende hanno condotto il
processo di ristrutturazione, che, in sintesi, consiste <<in un insieme svariato di misure
riorganizzative, volte sia a ridurre il livello dei salari, sia ad accrescere la produttivit del
lavoro senza dover seguire investimenti corrispondenti>>. Scioperi contro i piani di
ristrutturazione furono condotti in quel periodo anche dai metalmeccanici, nelle aziende
IRI, alla Zanussi, allIgnis, e con particolare asprezza ancora una volta a Milano []
(Turone, 1976, pp. 81-82)
Ad ogni modo, le diverse interpretazioni delloriginale esplosione di PMI in Italia,
riguardano fenomeni che hanno avuto sul territorio analoghi effetti strutturali di crescita
periferica, alla quale si poi sostituita, negli anni successivi, una nuova configurazione
territoriale delattivit produttiva e della concentrazione occupazionale.
Senza entrare nello specifico delle differenti traiettorie di sviluppo locale e delle relative
ragioni di crescita o declino, possibile rilevare, a grandi linee, che numerose regioni fra
quelle del Centro e Nord-Est, le quali si erano distinte per la loro composizione prevalente
di PMI, sono entrate in una crisi di competitivit da cui molte non risultano tuttora emerse;
al contrario si sono riaffermate, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, le quattro
regioni dellasse padano (Dini, 1995, p.111), in seguito ai processi di ristrutturazione
produttiva industriale ed alla rapida crescita di un settore terziario funzionale a tale
sviluppo.
Tale suddivisione territoriale del sistema produttivo italiano si mantenuta pressoch
stabile fino ai giorni nostri: leconomia del Nord risulta variabilmente integrata agli
105

andamenti del tessuto produttivo continentale; quella del Sud resta imprigionata nella
medesima condizione di bassa industrializzazione ed alti tassi di disoccupazione.
Nel suo complesso leconomia Italiana tra gli anni Novanta e Duemila ha visto una
continua alternanza di fasi di contrazione ed espansione, produttiva ed occupazionale, in
corrispondenza di diversi periodi di crisi strettamente connessi alle tendenze del mercato
mondiale: crisi economica internazionale dinizio anni Novanta, aggravata dallo squilibrio
nazionale dei conti pubblici e dalla speculazione al ribasso esercitata sulla lira e
conseguente svalutazione monetaria; ripresa del tasso di crescita del prodotto interno lordo
dalla seconda met degli anni Novanta; rallentamento della fase espansiva delleconomia e
contrazione della domanda internazionale, frenata anche dallo stallo dellapparato
produttivo nordamericano, crisi finanziaria internazionale propagatasi dallArgentina nel
2001; contrazione economica legata al propagarsi a livello internazionale della crisi
finanziaria emersa negli Stati Uniti gi a partire dal 2007.
Nel suo complesso e con il passare degli anni il sistema produttivo italiano ha rivelato
una crescente fragilit, dimostrandosi pi esposto di altre economie continentali alla nuova
concorrenza internazionale, asiatica in particolare; inoltre, ha progressivamente spostato il
suo baricentro verso il settore terziario, ma la ridotta porzione dinvestimenti in
innovazione e ricerca non permettono di tenere il passo delle economie tecnologicamente
pi avanzate, mantenendo alto il rischio di competere esclusivamente al ribasso con i paesi
di nuova industrializzazione.
Per quanto riguarda, invece, i flussi dinvestimenti esteri diretti in Italia, come
accennato nei capitoli precedenti, essi provengono in prevalenza da paesi ad economia
avanzata, soprattutto europei ed americani. Le multinazionali estere in Italia presentano in
generale alcune specializzazioni produttive in relazione alla nazionalit di provenienza e si
tratta, nella maggior parte dei casi, di attivit sorte prevalentemente allinizio degli anni
Ottanta. Senza dilungarsi su questo aspetto, interessante notare come gi negli anni
Novanta lanalisi per settore abbia mostrato una netta maggioranza di attivit scale
intensive seguite dalle attivit specializzate, da quelle science based e infine dalle attivit
tradizionali (Capineri, 1995, p. 183).
Sar importante, a nostro avviso, trattenere memoria di tale informazione, soprattutto
nel momento in cui si analizzer linfluenza giuridica e politica europea esercitata sulliter
di produzione normativa italiana in materia di flessibilit del lavoro, suscettibile di
generare importanti effetti sullorganizzazione produttiva delle piccole e medie imprese

106

come di quelle assolutamente pi grandi, in sostanziale deroga ad alcuni fondamentali


istituiti riconducibili allo Statuto dei Lavoratori.
Tra le specificit del tessuto produttivo italiano in cui la flessibilizzazione del lavoro ha
trovato fertile coltura per tradursi in precarizzazione necessario richiamare anche
lincontenibile espansione delleconomia sommersa e del lavoro informale.
Si tratta di un tema di portata tale da indurci a ritenere controproducente e fuorviante il
tentativo di affrontarlo in forma esclusivamente superficiale. Rimandiamo, quindi,
lapprofondimento del tema a fonti pi specifiche ed in questa sede ci limiteremo
semplicemente ad elencare quelli che a nostro avviso potrebbero essere stati alcuni dei
fattori che hanno stimolato la diffusione del lavoro nero, porzione importante dellinsieme
di occupazioni instabili, che studieremo nei capitoli successivi: esso non semplicemente
uneredit delle economie tradizionali in via di progressiva sparizione, ma anche leffetto
del potenziamento delleconomia sommersa correlata a fenomeni di ben pi recente
origine.
Innanzitutto vi il ruolo sempre pi crescente e capillare della criminalit organizzata,
che controlla e gestisce quote enormi delleconomia nazionale, sia regolari che irregolari e
che negli ultimi anni ha accresciuto le proprie capacit dinfiltrazione negli apparati
burocratici statali, passando da una fase conflittuale nei confronti delle istituzioni
pubbliche ad una di connivenza, corruzione e controllo diretto degli organi politici ed
amministrativi, procurandosi cos porzioni sempre maggiori di risorse pubbliche e di
attivit economiche distribuite in differenti settori.
Inoltre, con lo smantellamento del settore pubblico, accelerato durante gli anni Novanta,
e la sempre pi diffusa organizzazione della produzione in filiere reticolari di subappalti, si
ampliato enormemente il bacino di attivit economiche, trasversali a differenti settori,
svolte irregolarmente e svincolate da controlli effettivi e verifiche approfondite.
Infine, un aspetto raramente approfondito in termini realistici e non propagandistici
quello della clandestinizzazione dei lavoratori immigrati, che non ha fatto altro che
incrementare e diffondere la cultura del sommerso in un numero sempre maggiore di
settori economici.
La progressiva esclation giuridica che ha reso sempre pi restrittive ed inaccessibili le
condizioni di regolarizzazione per i lavoratori stranieri ha semplicemente accelerato la
proliferazione di occupazioni instabili, la riduzione del costo generale del lavoro ed il
peggioramento delle condizioni occupazionali in differenti settori dattivit, aumentando
lentit di potenziali lavoratori impiegabili a basse condizioni salariali e privi di tutele
107

giuridiche ed a cui poter fare ricorso anche per sostituire chi eventualmente rivendicasse
migliori condizioni occupazionali e salariali.
Inoltre, la maggior ricattabilit dei lavoratori stranieri, comunque disponibili sul
territorio, ha permesso a settori economici in profonda crisi di competitivit, come
lagricoltura, di sopravvivere trasformandosi concretamente in attivit di sfruttamento ed
ha fatto s che fossero compensate anche le gravi carenze dello stato sociale, mantenendo,
ad esempio, un basso costo dei servizi di cura alle persone, garantiti quasi esclusivamente
da lavoratori stranieri.

Per completare la sintetica ricostruzione necessario a questo punto ripercorrere le


principali tappe delliter di maturazione ed affermazione, verificatosi negli ultimi decenni
allinterno del territorio nazionale, di quelli che sono stati individuati come capisaldi del
modello neoliberista e che hanno indotto, tra le tante trasformazioni, anche lattuale
flessibilizzazione
liberalizzazione

del
dei

lavoro
flussi

congiuntamente
di

capitale,

ad

alti

tassi

privatizzazione

dei

di

disoccupazione:
settori

pubblici,

deregolamentazione del mercato del lavoro.


Non ci soffermeremo nuovamente ad affrontare il tema della liberalizzazione dei flussi
di capitale, che come si descritto nei capitoli precedenti ha facilitato laccelerazione dei
fenomeni di globalizzazione e della finanziarizzazione delleconomia, con il rispettivo
corollario di conseguenze sul mercato del lavoro internazionale: interconnessioni
retroattive fra condizioni occupazionali dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo e quelli
nei paesi avanzati, licenziamenti dovuti a convenienza borsistica, riduzione delle attivit
produttive di carattere industriale nei paesi avanzati ecc...
Infatti, in questo ambito, lItalia fa parte a pieno titolo di organismi internazionali e
sovranazionali, quali WTO ed UE, che hanno tra i loro elementi costitutivi ed obiettivi
prioritari proprio la liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello internazionale e
regionale.
Per quanto riguarda la privatizzazione dei beni pubblici in Italia, in breve sintesi, essa
stata avviata soprattutto a partire dagli anni Novanta.
Innanzitutto si trattato di mettere a disposizione di grandi investitori privati ampi spazi
dellorganizzazione sociale in cui poter effettuare investimenti ad alta redditivit e basso
rischio, in conseguenza del fatto che tali investimenti avrebbero assunto prevalentemente la
struttura di monopoli locali e nazionali, sebbene privati anzich pubblici. Nei paesi
avanzati i settori pubblici da gestire privatamente erano particolarmente vasti e gli stati
108

nazionali, in forme e gradi differenti a seconda dei paesi, hanno promosso ed attuato la
privatizzazione di settori quali sanit, previdenza, istruzione, trasporti, autostrade,
produzione e fornitura di energia, gestione della distribuzione idrica, servizi di
telecomunicazione, ecc.
Inoltre, durante il processo di privatizzazione sono state di fatto svendute alcune grandi
imprese pubbliche, di cui lo stato deteneva il controllo quale maggiore azionista, tramite la
vendita di grosse quote di capitale sufficiente a passarne il controllo ai privati ed in alcuni
casi anche con la cessione completa ed a costi ridotti; ci ha permesso ad investitori
istituzionali ed imprese private di acquisire immense quantit di capitali pubblici ed ha
innescato spesso un processo di frammentazione e disarticolazione delle grandi imprese
pubbliche in tante piccole imprese private.
Nel periodo 1990-2000 lo stato italiano ha proceduto a privatizzare progressivamente, in
varie tranche, numerose delle pi importanti aziende a partecipazione pubblica, come
molte di quelle controllate dallallora IRI, lENI, ENEL e Telecom solo per citare alcune tra
le pi grandi, incluse quelle controllate da enti territoriali, come acquedotti ed aziende di
trasporti locali, per un unentit totale che ha superato quella di ogni altro paese UE.
Secondo la relazione presentata al Parlamento nel luglio 2004 dal Ministero
dellEconomia, il totale delle privatizzazioni effettuate direttamente dallo stato italiano dal
1 gennaio 1994 al 31 dicembre 2003 raggiunge circa 84 miliardi di euro (Ministero
dellEconomia e delle Finanze, 2004, p. 28-29) .
Le privatizzazioni furono realizzate tramite opportuni decreti che cambiavano la forma
societaria delle aziende statali, trasformandole in societ per azioni.
Se vero che tuttavia considerevoli erano le partecipazioni rimanenti a tale epoca in
alcune delle aziende pi importanti, come ENI, Poste Italiane e Ferrovie dello Stato,
altrettanto vero che numerose furono le problematiche generali determinate da tale
processo e sollevate da pi fonti critiche: se nell'immediato si erano verificate delle entrate,
considerate tra laltro irrisorie rispetto al reale valore delle imprese cedute, per il futuro le
vendite avevano privato lo stato di importanti entrate di cassa, nonch di assetti industriali
che rappresentavano la spina dorsale dell'economia pubblica nazionale e del sistema di
Welfare, che in parte si reggeva su essa; inoltre, la diffusione della propriet tra i piccoli
risparmiatori ha riguardato soltanto una quota ridotta del capitale sociale immesso sul
mercato, finito per la maggior parte nelle mani di singoli investitori privati; infine, buona
parte delle aziende ormai privatizzate hanno prontamente proceduto a tagli occupazionali,
gravando sugli assetti produttivi dellimpresa stessa e talvolta presentando un controverso
109

aumento dei costi operativi a fronte di una riduzione del costo del lavoro; anche il
peggioramento del profilo delle relazioni industriali e delle condizioni occupazionali e
salariali per i dipendenti sono riconducibili al processo di privatizzazione delle grandi
aziende.
Infine, necessario dire che le privatizzazioni hanno fatto aumentare la quota di
capitale, di fatturato e di dipendenti di imprese operanti in patria ma controllate da
transnazionali straniere, il cui senso di responsabilit nei confronti dei dipendenti acquisiti
con la privatizzazione, della comunit locale e dellintegrit ambientale, avendo esse sede
centrale in paesi lontani, appare in genere minimo, se non assente: caso drammaticamente
esemplare costituito dallincendio della ThyssenKrupp, costato la vita di alcuni giovani
operai. In Italia, dopo le privatizzazioni, oltre il 40% dellindustria chimica, una quota
ancora pi elevata della farmaceutica, il 50% dellindustria alimentare, le imprese pi
avanzate del settore dellelettromeccanica (per es. la Nuovo Pignone, divenuta propriet
della General Electric), la parte pi raffinata della produzione siderurgica (per es. la Acciai
Speciali Terni acquisita dal gruppo ThyssenKrupp), sono controllate da gruppi stranieri
(Gallino, 2005, p.191).
Allo stato attuale molte sono ancora le partecipazioni detenute dallo stato, ad ogni
modo, anche se con ritmi ben pi rallentati, le privatizzazioni hanno continuato il loro
corso fino a questi ultimi anni: tra i casi pi recenti e controversi quello di Alitalia e la
gestione dei servizi pubblici locali, nello specifico rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas,
nonch idrici.

Anche per quanto riguarda il processo di deregolazione del mercato del lavoro, le tappe
legislative fondamentali che hanno gradualmente riformato il mondo del lavoro italiano,
introducendo un numero sempre maggiore di elementi di flessibilit, hanno preso le mosse
a partire dagli anni Novanta15, per arrivare fino ai giorni nostri.
In effetti, la flessibilit del lavoro ha cominciato a muovere i primi passi
nellordinamento giuridico italiano gi a partire dagli anni Ottanta, con il consenso dei
sindacati e la cosiddetta flessibilit contrattata.
In questa fase, sebbene il lavoro atipico rappresentasse ancora uneccezione alla regola
ed una risposta temporanea ad una situazione contingente, la flessibilit venne inserita nel
sistema giuridico italiano attraverso tecniche regolative diverse: allentamento della
15

Le iniziative legislative principali sono state ripetutamente inframmezzate da innumerevoli decreti di


origine governativa e ministeriale e da interventi legislativi pi marginali e volti a precisare, modificare o
eliminare singoli articoli delle normative precedenti.

110

rigidit di alcune previsioni; attribuzione alla contrattazione collettiva del potere di


modulare la quantit di flessibilit in alcuni casi specifici; attribuzione alla fonte collettiva
del potere di derogare, in alcuni casi, in peius a disposizioni legali sino ad allora
inderogabili. Sono di questo periodo la riforma dei contratti a tempo determinato (con la
quale si autorizzarono le imprese a ricorrere ad essi in un numero maggiore di casi
attraverso lintervento della contrattazione collettiva)16, le prime regolamentazioni di
sostegno al part-time, lintroduzione dei contratti di solidariet, i contratti di formazione e
lavoro, la possibilit per le imprese di assumere nominativamente (Militello, 2009, p.
205).
con gli anni Novanta che comincia a mutare radicalmente limpostazione del diritto
del lavoro e lintroduzione di elementi di flessibilit non viene pi interpretata come male
necessario, bens legittimata come necessit oggettiva: le trasformazioni economiche in
corso, ovvero prevalentemente linasprirsi della concorrenza internazionale, laffermazione
di un modello economico unico a livello internazionale e la rivoluzione tecnologica,
suggeriscono una pi rapida riorganizzazione delle imprese italiane e simpone con
maggior determinazione lequazione:
pi flessibilit = pi competitivit = pi occupazione.
La prima tappa in questo senso costituita dal protocollo dintesa tra governo, sindacati
(Cgil, Cisl e Uil) ed imprese (Confindustria) sottoscritto il 23 Luglio 199317: un passo
significativo che ha segnato il corso delleconomia nella seconda met degli anni Novanta
e che ha indicato la via alle successive leggi e decreti in direzione di una crescita della
flessibilit dei rapporti di lavoro.
Nel complesso, laccordo sanciva ladesione delle parti sociali ad una proposta di
politica economica e ad un programma di ristrutturazione generale ripartito in quattro
principali tipologie dintervento: 1- politica dei redditi e delloccupazione; 2- assetti
contrattuali; 3- politiche del lavoro; 4- sostegno al sistema produttivo.

16

Il riferimento allart. 23 della legge n. 56/1987 che recita: Lapposizione di un termine alla durata
del contratto di lavoro [] consentita nelle ipotesi individuate nei contratti collettivi di lavoro stipulati con
i sindacati nazionali o locali aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale. I
contratti collettivi stabiliscono il numero in percentuale dei lavoratori che possono essere assunti con
contratto di lavoro a termine rispetto al numero dei lavoratori impegnati a tempo indeterminato. []
(Militello, 2009, p. 205)
17
Dall'aprile 1993 al maggio 1994 fu presidente del Consiglio di un governo tecnico di transizione Carlo
Azeglio Ciampi, che fu il primo presidente del Consiglio non parlamentare della storia della Repubblica.
Infatti, nel 1992 il sistema dei partiti era stato sconvolto dallo scandalo delle tangenti e sembrava destinato ad
essere spazzato via. Alle elezioni del 1994 ottenne la maggioranza la formazione politica di Forza Italia,
capeggiata da Silvio Berlusconi.

111

Nella sezione Politiche del lavoro, il protocollo impegnava il governo a predisporre un


organico disegno di legge per modificare il quadro normativo in materia di gestione del
mercato del lavoro e delle crisi occupazionali, al fine di [] valorizzare le opportunit
occupazionali che il mercato del lavoro pu offrire se dotato di una pi ricca
strumentazione che lo avvicini agli assetti in atto negli altri paesi europei.
Inoltre, nella sottosezione dedicata alla Riattivazione del mercato del lavoro, prevedeva
che le parti avrebbero potuto contrattare appositi pacchetti di misure di politica attiva, di
flessibilit e di formazione professionale [] (comma a). Assicurava che si sarebbe
proceduto a una modernizzazione della normativa vigente in materia di regimi di orario
(comma c); sosteneva che per rendere pi efficiente il mercato del lavoro va disciplinato
anche nel nostro paese il lavoro interinale (comma d); stabiliva che forme particolari di
lavoro a tempo determinato, [] possono essere previste in funzione della promozione
della ricollocazione e riqualificazione dei lavoratori in mobilit o titolari di trattamenti
speciali di disoccupazione (comma e).
Nella sottosezione antecedente, intitolata Occupazione giovanile e formazione, si
regolamentava il contratto dapprendistato, attuando un innalzamento della soglia det
fino al limite di trentadue anni, rendendolo quindi applicabile ad un numero certamente
pi esteso di lavoratori, considerati in formazione.
Numerosi furono gli ambiti del mondo del lavoro toccati da tale accordo, che avrebbe
generato un cambiamento epocale: lintroduzione di un sistema di procedure e tipologie
contrattuali atipiche; una differente politica dei redditi, ormai privi della cosiddetta scala
mobile, in rapporto allinflazione; lintroduzione di un nuovo modello di contrattazione
nazionale concertativa e laffermazione di un sistema di rappresentanza sindacale
istituzionalizzata; laumento dellautonomia negoziale delle parti, nella formazione e
nellesecuzione dei contratti, rispetto alla contrattazione collettiva nazionale.
Ad ogni modo, strettamente in merito al mercato del lavoro, tra le righe emerge come
alla base del protocollo ci sia sostanzialmente lidea che mediante le misure di apertura alla
flessibilit e lallentamento delle regolamentazioni del lavoro si possa produrre
occupazione e sostenere la competitivit delle imprese italiane sul piano internazionale.

112

La seconda tappa fondamentale di questo processo legislativo di flessibilizzazione del


lavoro costituita dalla legge n.196/1997, detta anche Pacchetto Treu ed intitolata
Norme in materia di promozione delloccupazione18.
La specificit di tale normativa, nel rimodellare il mondo del lavoro italiano, costituita
dal fatto che essa ha introdotto non solo elementi di flessibilit dei rapporti di lavoro, ma
intervenuta anche a liberalizzare direttamente il mercato del lavoro.
La novit pi rilevante della legge n.196/1997 stata listituzione del contratto di
fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo, comunemente chiamato lavoro interinale,
cio in affitto: veniva cos scalfito il divieto dinterposizione di terzi nel rapporto tra la
manodopera ed il datore di lavoro, gi contenuto nella legge n. 1369/60.
Secondo lart.1 della norma il contratto di fornitura di lavoro temporaneo il contratto
mediante il quale un'impresa di fornitura di lavoro temporaneo, di seguito denominata
"impresa fornitrice", [], pone uno o pi lavoratori, di seguito denominati "prestatori di
lavoro temporaneo" [], a disposizione di un'impresa che ne utilizzi la prestazione
lavorativa, di seguito denominata "impresa utilizzatrice", per il soddisfacimento di
esigenze di carattere temporaneo [].
In tal modo, i lavoratori assunti secondo questa formula sono obbligati a confrontarsi
con due imprese e con due tipologie di contratti: sono assunti dallimpresa fornitrice con
un normale contratto di lavoro, che pu essere a tempo determinato oppure indeterminato
(art.3), e successivamente con il contratto di fornitura la prima impresa pone il lavoro dei
propri dipendenti a disposizione di unaltra impresa utilizzatrice. Il lavoratore
temporaneo, per la durata della prestazione lavorativa presso l'impresa utilizzatrice, svolge
la propria attivit nell'interesse nonch sotto la direzione ed il controllo dell'impresa
medesima; nell'ipotesi di contratto a tempo indeterminato il lavoratore rimane a
disposizione dell'impresa fornitrice per i periodi in cui non svolge la prestazione lavorativa
presso un'impresa utilizzatrice (art.3).
Numerose furono le critiche emerse dallaccesso dibattito politico e sindacale che si
svilupp allora intorno a tale tipologia contrattuale. Il divieto dinterposizione privata nel
collocamento della manodopera rappresentava un baluardo delle garanzie del lavoratore e
tale deroga regolamentata aveva aperto una breccia nel sistema delle tutele lavoristiche:
veniva messa in discussione la gestione pubblica del collocamento ed il divieto di

18

Sul piano politico era in vigore il governo dellUlivo, di centro-sinistra, guidato da Romano Prodi con il
sostegno di unampia coalizione, dalla sinistra pi radicale al centro moderato. Nel 1998 si consum la crisi
di governo, risolta con luscita di Rifondazione Comunista dalla compagine e la formazione di una nuova
maggioranza pi spostata verso il centro.

113

speculare sul lavoro altrui, secondo una modalit che evocava evidentemente lodiosa
pratica di sfruttamento della manodopera connessa al fenomeno del caporalato; si temeva,
inoltre, un processo di frantumazione ulteriore del modello tipico di lavoro subordinato, in
cui il datore di lavoro anche chi utilizza di fatto la prestazione.
La flessibilit in entrata venne favorita non solo con lintroduzione del contratto di
fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo, ma anche con linserimento di altre tipologie
contrattuali, promosse tramite specifiche agevolazioni contributive: il contratto di
formazione e lavoro (art.15), l'apprendistato (art.16) ed i tirocini formativi e stages (art.18).
Oltre ad accrescere la flessibilit delloccupazione, la legge 196/1997 ha introdotto
anche rilevanti forme di flessibilit della prestazione e lo ha fatto stabilendo che, sebbene
lorario normale di lavoro resti fissato a 40 ore settimanali, tuttavia i contratti collettivi
nazionali possono stabilire una durata minore e riferire l'orario normale alla durata media
delle prestazioni lavorative in un periodo non superiore all'anno (art.13). Tramite il
medesimo articolo, veniva favorito il ricorso a forme di orario ridotto, delegando il
Governo a stabilire misure di riduzione o rimodulazione delle aliquote contributive in
funzione dell'entit della riduzione e rimodulazione dell'orario di lavoro determinate
contrattualmente. [].
Cos, con la codificazione del lavoro interinale e la promozione di nuove tipologie
contrattuali, il lavoro atipico sarebbe entrato definitivamente, modificandola, nella struttura
portante del diritto del lavoro allora vigente.
Di fatto lapertura concessa ai pacchetti di flessibilit, al lavoro interinale (ovvero in
affitto), alla modulazione degli orari al fine di modernizzarli, recava con s nello sfondo,
quali che fossero le intenzioni e il grado di consapevolezza dei contraenti, sindacati inclusi,
la concezione che il lavoro un oggetto diverso ed indipendente dalla persona del
lavoratore. In quanto tale, passibile di cessioni e vendite che lo separano senza alcuna
difficolt dal suo proprietario, al pari dun qualsiasi altro oggetto commerciabile (Gallino,
2007, p. 65).
Ad ogni modo, la maggior flessibilit del lavoro che veniva introdotta con il Pacchetto
Treu, restava pur sempre inserita nei contratti collettivi nazionali di categoria ed i lavori
atipici venivano considerati, comunque, come eccezioni rispetto allorario a tempo pieno
ed allimpiego di durata indeterminata che costituivano la norma: secondo lart.1, infatti, i
prestatori di lavoro temporaneo non possono superare la percentuale dei lavoratori,
occupati dall'impresa utilizzatrice in forza di contratto a tempo indeterminato, stabilita dai

114

contratti collettivi nazionali della categoria di appartenenza dell'impresa stessa, stipulati dai
sindacati comparativamente pi rappresentativi (comma 8).

Un salto netto verso la moltiplicazione dei lavori flessibili si verificato a partire dagli
anni Duemila, sotto la forte influenza delle strategie per loccupazione delineate a livello
europeo.
Un primo passo stato fatto con il d.lgs n.368 del 2001, intitolato Attuazione della
direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso
dall'UNICE, dal CEEP e dal CES, che ha di fatto liberalizzato i contratti di lavoro a
termine.
Pilastro di tale decreto lart.1, che ha praticamente rimosso ogni ostacolo allutilizzo
del contratto di lavoro a termine: E' consentita l'apposizione di un termine alla durata del
contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo,
organizzativo o sostitutivo.
Per di pi viene favorita la ripetibilit senza fine, a carico dello stesso lavoratore, dei
contratti a termine, a condizione che il datore di lavoro badi, come prevede di fatto il
decreto, a far trascorre almeno dieci giorni dalla data di scadenza di un contratto di durata
fino a sei mesi, ovvero venti giorni dalla data di scadenza di un contratto di durata
superiore ai sei mesi (art.5).
Su una linea di perfetta continuit si posto il decreto attuativo n.276/2003 19, della
legge n.30/2003, intitolata Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del
lavoro, ma comunemente detta legge Biagi20.
Di fatto, il ddl n.848, allorigine della legge 30/2003, si basava sul disegno riformatore
del mercato del lavoro italiano contenuto nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia.
Proposte per una societ attiva e per un lavoro di qualit, redatto da un gruppo di lavoro
coordinato da Maurizio Sacconi e Marco Biagi.
A sua volta, questo era stato stimolato dalle Raccomandazioni rivolte allItalia
dallUnione Europea nellambito del processo di Lussemburgo21 che avevano

19

Intitolato "Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14
febbraio 2003, n. 30".
20
Il nome fa riferimento al giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Nuove Brigate Rosse un anno prima
dell'approvazione della legge con la quale il secondo governo Berlusconi riform ampiamente il mercato del
lavoro in Italia. Formalmente il nome pi corretto sarebbe legge Maroni, essendo quest'ultimo in qualit di
Ministro del Lavoro e Politiche sociali il primo firmatario, dopo il Presidente del Consiglio Berlusconi, del
disegno di legge 848.
21
Di fronte alle difficolt macroeconomiche ed ai problemi legati allespansione della disoccupazione,
negli anni Novanta cominciava a farsi strada lidea di una risposta coordinata a livello europeo: il Libro

115

sottolineato, ormai dal 1998, linsufficienza delle politiche fin qui attuate e la mancanza
di interventi in grado di migliorare sostanzialmente le caratteristiche del suo mercato del
lavoro (Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, 2001, p. V).
Tra le indicazioni specificatamente rivolte allItalia dal Consiglio europeo viene
esplicitato linvito a continuare a rendere pi flessibile il mercato del lavoro, al fine di
combinare meglio la sicurezza e una maggiore adattabilit, in modo da agevolare l'accesso
all'occupazione [] (Consiglio europeo, 2002)22.
I redattori del Libro Bianco, traendo spunto da tali sollecitazioni, svilupparono
unampia analisi delle problematiche del mercato del lavoro italiano, stilando una rassegna
delle criticit dellinsieme di politiche fino ad allora perseguite, per concludere con un
quadro propositivo e progettuale, che si prevedeva venisse successivamente recepito e
concretizzato dallattivit legislativa del Governo23.
Ci che interessante notare in questa sede la cornice di stampo assolutamente
neoliberista che caratterizza la prospettiva con cui vengono lette le inefficienze e le iniquit
esistenti nel mondo del lavoro italiano e con cui si formulano le proposte ipoteticamente
risolutive.
bianco redatto nel 1993 dalla Commissione Europea, allora presieduta da Delors su Crescita,
concorrenzialit, occupazione, ha costituito un primo passo in questo senso.
Il trattato di Amsterdam del 1997 includeva al suo interno un capitolo relativo alloccupazione che, pur
preservando la competenza degli Stati membri, rafforzava lapproccio comunitario in materia, concretizzato
con una strategia coordinata per loccupazione.
Il vertice sulloccupazione di Lussemburgo, nel Novembre 1997, ha anticipato lentrata in vigore del
trattato di Amsterdam lanciando la Strategia Europea per lOccupazione (SEO), la quale introduceva un
metodo di lavoro che era volto, integrando la responsabilit della Comunit e quella degli Stati membri
attraverso il principio di sussidiariet, a definire obiettivi comuni quantificati da perseguire a livello
comunitario ed istituire un processo di sorveglianza a livello europeo. Il nuovo metodo di coordinazione
politica in materia di occupazione era basato su priorit tematiche, contenute in quattro pilastri, cio
occupabilit, imprenditorialit, adattabilit e pari opportunit fra uomini e donne, e descritte nelle lineeguida sull'occupazione.
La SEO diverr inoltre una componente fondamentale della strategia delineata in seno al Consiglio
Europeo di Lisbona del 2000 e che individuer come obiettivo comunitario quello di fare dellEuropa in dieci
anni leconomia basata sulla conoscenza pi competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una
crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale
(Consiglio Europeo, 2000). In sostanza la strategia di Lisbona si proponeva di contrastare il declino della
competitivit europea a livello internazionale, salvaguardando e migliorando il sistema di welfare e
costruendo un modello sociale europeo. Lobiettivo generale stabilito era di ottenere una crescita sostenibile
con pi posti di lavoro e di migliore qualit.
22
A tutte queste sollecitazioni occorrer che lItalia risponda con efficacia e tempestivit, trattandosi di
obblighi derivanti dalla sua appartenenza allUnione Europea. Il Governo ritiene che queste siano indicazioni
molto puntuali e rigorose, che non possono non essere condivise, e da cui occorre partire nel delineare la
politica sulloccupazione dei prossimi anni. Per questo motivo richiama tutte le istituzioni coinvolte e tutte le
parti sociali affinch siano predisposte iniziative ed interventi per affrontare i nodi critici del mercato del
lavoro italiano. Come primo contributo in tal senso, il Governo, con questo Libro Bianco, intende proporre a
tutti i suoi interlocutori unagenda di discussione da cui possa derivare, in tempi rapidi, un programma di
politiche adeguate (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2001, p.2).
23
Nella primavera del 2001 vinceva le elezioni politiche la Casa delle Libert, il raggruppamento di
centro-destra ancora guidato da Forza Italia e dal suo leader Berlusconi. Il nuovo Governo sar il pi longevo
dellItalia repubblicana e rester in carica fino alla fine naturale della legislatura, cio aprile 2006.

116

Data la vastit del testo ci limiteremo a presentare, a titolo desempio, solo qualche
passaggio tra i pi salienti.
Innanzitutto sono lattivit dei sindacati e la gestione pubblica dei servizi per limpiego
della forza lavoro che vengono identificate quali maggiori responsabili di inefficienza
nellincontro tra domanda ed offerta, degli alti livelli di disoccupazione, della iniqua
distribuzione dei salari e delle disfunzioni presenti nel sistema assistenziale e
previdenziale. Si sostiene cos che il sistema di contrattazione collettiva ha mantenuto,
dunque, caratteristiche di centralizzazione che si sono rivelate eccessive e inadatte ad
assicurare quella flessibilit della struttura salariale capace di adeguarsi ai differenziali di
produttivit e di rispondere ai diversi disequilibri del mercato e le rigidit nella
regolamentazione dei rapporti di lavoro - il prevalere della tutela dei rapporti in essere ha
reso meno pressante lesigenza di fornire un sostegno a fronte del rischio di
disoccupazione e, al tempo stesso, producendo una frattura tra occupati e inoccupati, ha
contenuto la platea di potenziali beneficiari dei trattamenti di disoccupazione comunque
esistenti (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2001, p. 16). Inoltre il Governo,
chiede alle istituzioni locali e alle parti sociali se non si convenga che lincontro tra
domanda e offerta di lavoro in Italia sia oggi ostacolato da una serie di impedimenti
normativi e dallassenza di un adeguato sistema informativo basato su standard accettativi
che favoriscono un rapido incontro tra i fabbisogni, i servizi, le soluzioni contrattuali. Allo
stato permane nei fatti il monopolio pubblico, per le alte barriere allaccesso imposte ai
soggetti privati, in un contesto non a caso- di abusivismo diffuso (Ibidem, p. 22 )
Le soluzioni proposte consistono principalmente nel privatizzare il servizio di
collocamento, nel decentrare la struttura contrattuale, abbandonare il modello concertativo
tra Governo e parti sociali, individualizzare il pi possibile il rapporto di lavoro,
settorializzare il sistema previdenziale delegando di fatto allautonomia degli enti
bilaterali24, dichiarando di voler contrastare la disoccupazione agendo principalmente sul
lato dellofferta di lavoro ed agevolando in svariati modi i datori di lavoro.
24

Gli enti bilaterali sono giuridicamente enti di diritto privato, costituiti da associazioni dei datori di
lavoro e da associazioni sindacali dei lavoratori. Essi si collocano fra i vari strumenti di welfare contrattuale,
in quanto sono stati istituiti ed inseriti, con accordo tra le parti sociali, nei Contratti Collettivi Nazionali di
Lavoro.
Le loro origini risalgono allispirazione mutualistica con cui i sindacati italiani hanno tentato di creare
forme di tutela collettiva e di rappresentanza negoziale, alternative a quelle della grande industria con cui si
veniva forgiando il sistema delle relazioni industriali e dello stato sociale italiano, in ambiti e settori
strutturalmente connotati dalla discontinuit dimpiego e dalla frammentazione produttiva (Leonardi, 2009).
Lesperienza della bilateralit ha riguardato, quindi, solo alcuni settori: quello delledilizia, del
commercio, dellartigianato e del turismo. Accanto agli enti bilaterali indicati, esistono anche enti introdotti
da provvedimenti legislativi o da accordi non unitari come, ad esempio, i fondi previdenziali o quelli
interprofessionali. Gli enti bilaterali svolgono sul territorio una serie di funzioni: dallintegrazione del reddito

117

Si sostiene quindi che in questa situazione le esigenze attuali delleconomia italiana


inducono a sperimentare una pratica di <<partnership per la competitivit e
loccupazione>>, dove il confronto fra istituzioni e parti sociali assuma la valenza non di
un obiettivo in s, ma di uno strumento utile al conseguimento di obiettivi di volta in volta
condivisi. Il passaggio dalla politica dei redditi ad una politica per la competitivit impone
ladozione di una nuova metodologia di confronto, basata su accordi specifici. Inoltre, il
Governo [] invita le parti sociali a valutare la possibile ridefinizione del rapporto fra
momento collettivo ed individuale nella regolazione del rapporto di lavoro, [] si
potrebbero studiare percorsi a garanzia della effettiva volont del lavoratore (per realizzare
una sorta di derogabilit assistita, secondo meccanismi di certificazione e/o validazione
della volont individuale), ad opera di istituzioni pubbliche o anche delle stesse parti
sociali, al fine di corrispondere alle attese di flessibilit delle imprese ma anche alle nuove
soggettivit dei prestatori di lavoro [] (Ibidem, p. 36). Per quanto riguarda il possibile
accreditamento di operatori privati per il lavoro il Governo ritiene che occorra agire
affinch si fondi stabilmente un sistema maggiormente concorrenziale fra pubblico e
privato, consentendo di gestire anche in forma imprenditoriale lincontro tra domanda e
offerta di lavoro (Ibidem, p.49).
Nel complesso25 il mercato del lavoro italiano necessita, quindi, di importanti
modifiche al suo apparato regolatorio, procedendo organicamente ad una modernizzazione
dellorganizzazione e dei rapporti di lavoro, auspicabilmente dintesa con le parti sociali.
Lintroduzione della nuova normativa sul contratto a termine rappresenta un primo
a favore dei lavoratori licenziati, alla formazione ed aggiornamento professionale per i lavoratori e gli
imprenditori; dallintegrazione alle prestazioni economiche spettanti in caso di malattia, infortunio e
maternit fino ad arrivare allassistenza per le vertenze in materia di lavoro, come nel caso delledilizia o del
settore bancario.
Con la legge n.30/2003 sono state introdotte nuove funzioni a loro carico, riconducibili principalmente a
tre aree dintervento: 1) la strutturazione del mercato del lavoro ed anche la gestione di prestazioni integrative
o sostitutive rispetto al sistema generale obbligatorio di sostegno al reddito; 2) la programmazione delle
attivit formative e la determinazione delle modalit di attuazione delle formazione professionale in azienda
con particolare riferimento al nuovo contratto di apprendistato; 3) la funzione certificatoria dei contratti di
lavoro, in vista della prevenzione delle controversie giudiziali.
25
interessante notare come la visione del nuovo mercato del lavoro sembri ricalcata su quellidea di
flessicurezza, proposta in sede europea e che descriveremo in seguito, con attenzione rivolta per
prevalentemente alla porzione di flessibilit, pi che alle condizioni preliminari di sicurezza necessarie,
secondo lottica comunitaria, a garantirne leffettivo funzionamento. Mercato e organizzazione del lavoro si
stanno evolvendo con crescente velocit. Non altrettanto avviene per i rapporti di lavoro: il sistema regolativo
ancor oggi utilizzato in Italia non pi in grado di cogliere e governare la trasformazione in atto. Assai pi
che semplice titolare di un rapporto di lavoro, il prestatore di oggi e, soprattutto, di domani, un
collaboratore che opera allinterno di un ciclo. Si tratti di un progetto, di una missione, di un incarico, di
una fase dellattivit produttiva o della sua vita. Il percorso lavorativo segnato da cicli in cui si possono
alternare fasi di lavoro dipendente ed autonomo, in ipotesi intervallati da forme intermedie e/o da periodi di
formazione e riqualificazione professionale. Il quadro giuridico istituzionale ed i rapporti costruiti dalle parti
sociali, quindi il diritto del lavoro e le relazioni industriali, devono cogliere queste trasformazioni in divenire,
agevolandone il governo (Ibidem,XIII) .

118

esempio di queste azioni. []Pertanto, appare importante incentivarne lutilizzo, []


nonch superare gli eventuali ostacoli normativi che frenano il ricorso a questa tipologia
contrattuale, senzaltro fondamentale per garantire una societ attiva basata sulla qualit
del lavoro. Interventi correttivi appaiono urgenti per eliminare quegli ostacoli normativi
che ancora rendono complicato lutilizzo delle tipologie contrattuali flessibili []. In
questo ambito, il contratto di lavoro a tempo parziale deve essere reso pi usufruibile, [].
Il contratto interinale, la cui disciplina deve essere coordinata con quella del lavoro
temporaneo, deve migliorare la sua funzione di strumento che favorisce lincontro tra
domanda e offerta. Pi in generale, appare opportuno avviare una riforma complessiva
della disciplina in materia di intermediazione di manodopera, anche alla luce dei processi
di esternalizzazione del lavoro []. Daltro lato, occorre prevedere nuove tipologie
contrattuali che abbiano la funzione di <<ripulire>> il mercato del lavoro dallimproprio
utilizzo di alcuni strumenti oggi esistenti [], e che, nel contempo, tengano conto delle
mutate esigenze produttive ed organizzative. In questa ottica, si segnala la proposta di
introdurre il <<lavoro intermittente>>, consentendo a numerosi soggetti di percepire un
compenso minimo per la propria disponibilit, aumentando poi leffettiva retribuzione in
ragione dell orario effettivamente richiesto, nonch della prospettazione del lavoro a
progetto, come forma di lavoro autonomo parasubordinato in cui rileva fortemente il
fattore della realizzazione appunto di un progetto avente precisi requisiti in termini di
quantificazione temporale ma anche di qualit della prestazione (Ibidem, XIII).
Questo compito di riforma complessiva del mercato del lavoro italiano e di
liberalizzazione delle tipologie contrattuali flessibili verr assegnato al Governo tramite la
legge delega, e successivamente attuato tramite il d.lgs n.276 del 2003, che avvalendosi di
ben 86 articoli modificher o introdurr ex-novo una lunga serie di forme contrattuali: il
contratto di somministrazione di lavoro, il contratto di appalto, il distacco, il contratto di
lavoro intermittente anche detto a chiamata, il contratto di lavoro ripartito tra due
dipendenti, il lavoro a tempo parziale, l'apprendistato, il contratto dinserimento, la
collaborazione a progetto e quella occasionale.
Inoltre, il decreto attuativo ha disciplinato le agenzie di somministrazione di lavoro
abrogando definitivamente la legge n.1369/1960, che vietava linterposizione di terze parti
nel rapporto tra il lavoratore e limpresa e che gi era stata intaccata dal pacchetto Treu
del 1997, eliminando anche i limiti di contenimento allimpiego dei lavoratori atipici entro
la singola azienda, che erano indicati sempre nel medesimo pacchetto legislativo. Ha, tra le
altre cose, introdotto anche procedure di certificazione contrattuale e lalbo delle agenzie
119

per il lavoro ai fini dello svolgimento delle attivit di somministrazione, intermediazione,


ricerca e selezione del personale, supporto alla ricollocazione professionale, ha istituito la
Borsa continua nazionale del lavoro, a cui possono accede tutti gli attori, pubblici e privati,
del mercato del lavoro.
Gli anni tra il 2001 ed il 2003 sono stati attraversati da forti tensioni tra governo,
sindacati e lavoratori, generate in particolare dalle modifiche proposte alla norma sui
licenziamenti ed alla procedura di reintegrazione nel posto di lavoro, tramite sentenza del
giudice, conseguente alla sospensione del rapporto in assenza di giusta causa: entrambe
regolate dallart.18 dello Statuto dei lavoratori. Al centro del dibattito politico cerano
proprio linsieme di riforme del mercato del lavoro indicate nel Libro Bianco ed intraprese
successivamente dal governo.
Tra le numerose critiche rivolte ad ogni specifica tipologia contrattuale, ne presentiamo
solo alcune tra le pi significative.
In merito al d.lgs n.276/2003 ed alla somministrazione si notato come questi abbiano
trasformato limpresa in una <<tenda da campeggio>>, <<facile da smontare per poterla
spostare velocemente e rimontare altrove>>, allinterno della quale il personale occupato
ha sviluppato lutile dote della volatilit, accentuata (al limite dellinvisibilit) dal fatto che
i lavoratori somministrati non possono essere computati nellorganico dellutilizzatore
(art.22), salvo che per le norme in tema digiene e sicurezza sul lavoro (Militello, 2009, p.
217).
In merito al lavoro ripartito al di l della supposta scarsa applicabilit pratica di un
contratto cos concepito, vale la pena sottolineare come [] ci che ha destato maggiore
perplessit il vincolo di solidariet che esiste tra i lavoratori i quali assumono <<in solido
ladempimento di una unica e identica obbligazione lavorativa>> ed <<ogni lavoratore
resta personalmente e direttamente responsabile delladempimento della intera prestazione
lavorativa>> con la conseguenza che <<le dimissioni o il licenziamento di uno dei
lavoratori coobbligati comportano lestinzione dellintero vincolo contrattuale>> (art.41).
Si tratta di un meccanismo che, come stato a ragione sostenuto, finisce per spingere verso
una <<guerra tra poveri>> (Ibidem, p. 223).
Infine, per quanto riguarda il contratto di lavoro intermittente con obbligo di
disponibilit, esso lungi dallessere una figura contrattuale sconosciuta al nostro
ordinamento, in realt [] altro non che il contratto part-time a zero ore contro il quale si
era levata la Corte Costituzionale con la sentenza n.210 del 1992 che aveva
severamente stigmatizzato un rapporto di lavoro che rende impossibile al lavoratore sapere
120

se e quando verr chiamato per svolgere la propria prestazione lavorativa, a scapito della
sua libert personale e della possibilit di programmare i propri tempi di vita (Ibidem, p.
222).
Si , quindi, sostenuto che tale contesto regolativo finisce per creare una flessibilit a
senso unico (Ibidem) particolarmente a favore del datore del lavoro, ma rispetto alla quale
il lavoratore pu aspirare al pi ad entrare o a rientrare nel mercato del lavoro, ma non
potr certo raggiungere lobiettivo di un lavoro di qualit, e come si vedr nei capitoli che
seguono, pu star certo di uscirne facilmente e di frequente.
In definitiva, lapprovazione della legge n.30/2003 e del suo decreto attuativo hanno
consolidato il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro, in atto da anni e gi
delineato dalla riforma del 1997, introducendo e moltiplicando le tipologie contrattuali a
tempo determinato, che presuppongono espressamente, o di fatto impongono, una
contrattazione esclusivamente individuale del rapporto di lavoro ed una rilevante riduzione
complessiva delle aliquote contributive previste a carico dei datori di lavoro: lungi dal
deregolamentare, effettivamente, il decreto ha generato una vasta proliferazione ed una
complessa frammentazione degli istituti contrattuali complessivamente previsti dal nostro
ordinamento.

Successivamente a questa svolta decisiva, negli anni tra il 2006 ed il 2008 si assistito,
sul versante sia legislativo che politico, ad un ripetuto tira e molla tra le due coalizioni di
centro-sinistra di centro-destra, che si sono succedute al governo prima con il governo
Prodi e poi con quello Berlusconi26.
Con la legge n. 247 del 2007, introdotta dal Governo Prodi ed intitolata Norme di
attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitivit per
favorire lequit e la crescita sostenibili, nonch ulteriori norme in materia di lavoro e
previdenza sociale, che ha dato attuazione al Protocollo sul Welfare del luglio 2007, sono
state introdotte alcune importanti modifiche alla precedente legislazione sul mercato del
lavoro ed in materia di contratti flessibili: stato cancellato dallordinamento lo staff
leasing ed il lavoro intermittente; stata modificata la disciplina del contratto di lavoro a
tempo determinato e a tempo parziale, con lintento principale di intervenire al fine di
contenere labuso derivante dallutilizzo di una successione ininterrotta di contratti atipici;

26

Sul piano politico, i due anni trascorsi tra la primavera del 2006 e quella del 2008 hanno visto una
composita ed instabile coalizione di centro-sinistra, ancora guidata da Romano Prodi, tornare al governo del
paese. La crisi parlamentare esplosa in febbraio ha condotto il paese a nuove elezioni e riportato al governo la
compagine di centro-destra, ancora una volta guidata da Silvio Berlusconi.

121

si tentato di ristabilire il rapporto tra regola ed eccezione esplicitando che il contratto di


lavoro subordinato stipulato di regola a tempo indeterminato, per le esigenze aziendali
ordinarie, e che il contratto a tempo determinato pu essere utilizzato solo in presenza di
esigenze, di ordine tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo27, obbligatoriamente
transitorie.
Ad ogni modo, si trattato di una soluzione di breve durata, presto superata dal
legislatore successivo, che pur non scalfendo la relazione stabilita tra contratto di lavoro a
tempo determinato ed indeterminato, intervenuto, con la legge n. 133 del 2008, proprio
sulla natura delle causali, chiarendo che al contratto a termine si pu ricorrere per ragioni
di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo anche se riferibili alla
ordinaria attivit del datore di lavoro ( art. 21)28. Inoltre, con la medesima legge
n.133/2008 si ritornati sul decreto n. 276/2003, che ha reintrodotto il contratto di lavoro a
chiamata.

Ad oggi , quindi, possibile osservare come indubbiamente la svolta giuridica decisiva


in ambito nazionale sia stata impressa dalle indicazioni contenute nel Libro Bianco e dalla
conseguente riforma del mercato del lavoro attuata nel 2003, le quali hanno inaugurato una
tendenza che, a parte la piccola e poco rilevante parentesi del Protocollo sul welfare e della
successiva legge n.247 del 2007, non pare accenni ad arrestarsi.
E sufficiente osservare la direzione mantenuta nel recente Collegato lavoro, legge
n.183 del 4 novembre 2010, che tra i numerosi argomenti trattati, presenta rilevanti novit
anche relativamente allavanzamento del processo di flessibilizzazione del lavoro.
Si attuato un rafforzamento dellistituto dellapprendistato, stabilendo che pu essere
praticato anche ai fini dellespletamento dellobbligo distruzione (art.48); si aumentata
la

possibilit

di

certificare

contratti

(art.30),

facilitando

in

poche

parole

27

Di fatto, quindi, non si sono ridotte le possibilit di ricorso a questa forma di lavoro per ragioni
tecniche, produttive, organizzative e sostitutive, cosiddette causalone, le quali erano state vastamente
ampliate a seguito dellintroduzione del gi citato d.lgs n.368/2001 ( Militello, 2009, p.229).
28
Le modalit applicative di questa norma, per, sono tuttaltro che scontate, al di l delle intenzioni
manifestate attraverso la modifica introdotta; una lettura che renda la scelta del legislatore italiano
compatibile con i principi dettati dalla normativa comunitari in materia dovrebbe infatti andare nel senso di
ritenere che lultimo inciso si riferisce ad unattivit rientrante nel ciclo produttivo ordinario del datore di
lavoro e che quindi le ragioni in presenza delle quali si pu ricorrere al contratto a tempo determinato
debbono avere il requisito della temporaneit. In caso contrario il contratto a termine acquisterebbe la stessa
dignit del contratto a tempo indeterminato; il che si porrebbe in netto contrasto con il principio contenuto
nella direttiva n.99/70/CE e ribadito di recente nel comma 1 del d.lgs n.368/2001 ( Militello, 2009, p 230).
Abbiamo riportato questo frammento in nota perch ci premeva sottolineare come la continua
sovrapposizione di modifiche normative, operata ad ogni cambio di legislatura, ha spesso rappresentato una
diatriba condotta per lo pi su questioni simboliche e di carattere politico, a completo discapito della
chiarezza e della effettiva applicabilit delle rispettive leggi.

122

lindividualizzazione dei rapporti di lavoro rispetto ai contratti collettivi29; ma, soprattutto,


si intervenuti tentando di ridurre lefficacia delle tutele giudiziarie ancora contenute nello
Statuto dei lavoratori, sebbene esse fossero gi applicabili solo ad una quota parziale di
lavoratori, cio quelli attivi presso aziende con pi di 15 dipendenti. Con gli art. 30, 31 e
32 viene di fatto svuotato lart.1830, seppur formalmente mantenuto in vigore, ed in
particolare nei casi di contratti di lavoro a tempo determinato si hanno al massimo 60
giorni di tempo dalla scadenza del contratto per impugnarli davanti ad un giudice e soli
270 giorni per procedere con la causa di fronte al giudice del lavoro; per di pi la norma
rilevantemente retroattiva per tutti quei contratti temporanei per cui non si sia fatta causa, i
quali non sono pi impugnabili in conseguenza dellapplicazione del tetto di 60 giorni.
Di fatto si proceduto ad ampliare ulteriormente la gamma di flessibilit in entrata ed a
facilitare la flessibilit in uscita dei contratti di lavoro atipici, come di quelli standard,
cominciando cos ad intaccare anche la fortezza dei lavoratori garantiti attivi nelle grandi
e medie aziende.

Nel frattempo, a livello comunitario, proseguito il processo di monitoraggio dei


risultati ottenuti dagli Stati membri relativamente agli obiettivi di Lisbona.
A fine 2006 la Commissione europea ha pubblicato il Libro Verde, il cui obiettivo era
quello di lanciare un dibattito pubblico nellUE al fine di riflettere sul modo di far
evolvere il diritto del lavoro, in modo tale da sostenere gli obiettivi della strategia di

29

Aumentano di fatto i casi e i motivi con cui si possono introdurre certificazioni del contratto stipulato
tra impresa e lavoratore. Al riguardo necessario precisare che tali certificazioni non hanno pi il solo
compito di rendere pi chiare le finalit del contratto, ma anche di dare interpretazioni specifiche su come
datore di lavoro e lavoratore applicano leggi e contratti di lavoro collettivi, aumentando cos la possibilit
dindividualizzare il rapporto di lavoro e le clausole del contratto. Inoltre, secondo lart.31 del Collegato
lavoro, le certificazioni possono influire sulla decisione del giudice nel definire se un licenziamento sia
avvenuto per giusta causa o no.
30
In breve sintesi, il prestatore di lavoro dovr preventivamente decidere se ricorrere all'arbitrato, un ente
terzo di natura privata, piuttosto che al giudice del lavoro in caso di future controversie, con esclusione del
caso di licenziamento: il lavoratore posto praticamente da solo di fronte alla richiesta dellazienda di
rinunciare a rivolgersi al giudice.
Nellipotesi di licenziamento invalido, la cui impugnazione rimarr di competenza del giudice ordinario,
lo stesso potr essere impugnato entro soli 60 giorni dalla ricezione della comunicazione scritta e comunque,
in presenza di accettazione da parte del lavoratore della clausola dellarbitrato, sar possibile devolvere alle
decisioni dellarbitro anche i casi di licenziamento illegittimo una volta che la causa in corso.
Anche nel caso in cui il lavoratore decida di potersi rivolgere al giudice del lavoro, in presenza di un
contratto certificato, il giudice dovr tener presente nelle proprie valutazioni non solo delle leggi e dei
contratti nazionali, ma principalmente delle condizioni certificate nel contratto da azienda a lavoratore; per di
pi, tali certificazioni, come gi accennato sopra, possono influire sulla decisione del giudice in merito
allillegittimit di un avvenuto licenziamento.
Infine mentre rivolgersi al giudice del lavoro per prassi gratuito, le spese per larbitrato sono divise
equamente tra le parti: un lavoratore cos scoraggiato economicamente a far valere i propri diritti.
E evidente la graduale perdita di efficacia delle tutele del lavoratore garantite giuridicamente dallo
Statuto dei lavoratori, gi originariamente parziale in quanto a copertura numerica di lavoratori dipendenti.

123

Lisbona: ottenere una crescita sostenibile, con pi posti di lavoro, di migliore qualit. La
modernizzazione del diritto del lavoro costituisce un elemento fondamentale per garantire
la capacit di adattamento dei lavoratori e delle imprese (Commissione Europea, 2006).
Nel giugno 2007 la Commissione riassumeva in una comunicazione al Parlamento
Europeo quelle che a suo avviso erano le linee principali emerse da tale articolato dibattito.
Al centro di entrambi i documenti comunitari si colloca il concetto di flessicurezza
(Commissione Europea, 2006 e 2007), che dovrebbe condurre a raggiungere gli obiettivi di
Lisbona combinando flessibilit e sicurezza nel mercato del lavoro. In pratica la libert
delle imprese di assumere e licenziare dovrebbe coniugarsi con unelevata probabilit per il
lavoratore che perde il posto di trovare rapidamente unaltra occupazione, di pari livello
retributivo e professionale, unita alla certezza duna generosa indennit di disoccupazione
nei periodi, auspicabilmente brevi, intercorrenti tra un lavoro e laltro.
Il documento della Commissione individua cos nella flexicurity una risposta alle
necessit dellEuropa di oggi, caratterizzata da un andamento demografico con tassi di
natalit molto bassi, uneconomia che richiede sempre pi manodopera capace di sostenere
lo sviluppo delle nuove tecnologie, una disoccupazione elevata di lungo periodo ed una
segmentazione pericolosa del mondo del lavoro, in cui esistono individui relativamente
protetti e lavoratori scoperti da ogni tutela (Commissione Europea, 2007). Vengono quindi
individuate le componenti politiche della flexicurity, che in sintesi vengono ricondotte a
quattro tipologie principali: forme contrattuali flessibili e affidabili; strategie integrate di
apprendimento lungo tutto larco della vita; efficaci politiche attive 31 del mercato del
lavoro; sistemi moderni di sicurezza sociale.

31

Le politiche del lavoro possono essere suddivise tra politiche attive e passive: le prime hanno come
fine quello di attivare nel mercato del lavoro i soggetti che si trovano ai margini di esso, agendo
prevalentemente sul lato dellofferta di lavoro al fine di ridurre il fenomeno della disoccupazione; le seconde,
invece, mirano a contrastare le conseguenze soprattutto reddituali della disoccupazione ed a proteggere i
soggetti ritenuti pi deboli, combinando quindi un meccanismo assicurativo ed uno redistributivo.
Esempi di politiche attive possono essere costituiti dallattivazione di percorsi di formazione,
riqualificazione ed addestramento, incentivi alle nuove attivit dimpresa, attivit di supporto ed
orientamento personalizzati a favore dellinserimento lavorativo di persone in cerca di occupazione,
facilitazione dellincontro tra domanda ed offerta.
Archetipo delle politiche passive , invece, il sussidio di disoccupazione.
La teoria economica neoclassica, tuttora predominante allinterno dellambito accademico e riconducibile
ad un orientamento di politica economica di stampo neoliberista, prevede che le politiche attive, mobilitando
lofferta di lavoro, siano in grado di spostare la curva dei salari verso il basso, causando una riduzione della
disoccupazione di equilibrio e quindi determinando effetti positivi sugli equilibri occupazionali; le politiche
passive invece agirebbero in senso opposto, riducendo gli incentivi a lavorare e a ricercare un lavoro,
rafforzando il potere contrattuale dei lavoratori. Per questo motivo la forza rivendicativa e la coesione delle
organizzazioni sindacali viene vista come minaccia determinante degli equilibri occupazionali ed il sussidio
di disoccupazione viene interpretato come disincentivo alla ricerca del lavoro ed allaccettazione di proposte
occupazionali, poich alzando il salario di riserva almeno fino al pari dellammontare del sussidio, rende
meno accettabili le condizioni di lavoro offerte.

124

Risulta, da quanto appena detto, come il dibattito comunitario sul diritto del lavoro e
specialmente sulla flessibilit si sia evidentemente concentrato sullanalisi delle possibili
forme di temperamento degli effetti comprovati di segmentazione del mondo del lavoro e
degli oneri, in termini di sicurezza delloccupazione e del reddito, sostenuti dai lavoratori
ed indotti dallintroduzione per via legislativa della flessibilit del lavoro nei paesi membri.
Quindi, fermo restando il giudizio positivo sugli eventuali benefici economici e sociali
a cui la flessibilit del lavoro dovrebbe condurre, si affermata lipotesi che sia possibile
ed utile renderla sostenibile per i lavoratori, coniugandola con generiche forme moderne di
sicurezza sociale, da cui lidea di flessicurezza.
In poche parole il succo di tale strategia consiste nellintenzione di sostituire alla
sicurezza del posto di lavoro la sicurezza delloccupazione nel mercato del lavoro: la
flessibilit del lavoro va mantenuta ed innalzata poich gioverebbe alle imprese, alla
competitivit ed al risanamento del bilancio pubblico, facendo in modo di provvedere
affinch i costi che essa genera a carico dei dipendenti siano contenuti con interventi
personalizzati, mirati soprattutto ai soggetti pi deboli, in modo da renderla sostenibile in
termini di sicurezza sociale.
molto interessante osservare la comparazione che Gallino sviluppa tra lattuale
contesto italiano e lesperienza attuata da altri paesi europei, in particolare la Danimarca.
Nei paesi che hanno elaborato programmi nazionali di flessicurezza - sovracitato il caso
della Danimarca, ma uno dei primi paesi ad aver introdotto una legge volta esplicitamente
a tal fine stata lOlanda, a inizio 1999 essa viene perseguita mediante una
combinazione di misure attive e passive, le quali comprendono: ampia libert di
licenziamento da aperte dellimpresa, per con un esteso preavviso []; dispositivi di
legge per assegnare automaticamente un posto di lavoro a tempo indeterminato a chi abbia
cumulato un dato periodo, o un dato numero, di contratti temporanei presso agenzie
interinali o contratti da dipendente a tempo determinato; indennit di disoccupazione
relativamente generose []; largo impiego di personale specializzato che nei servizi per
limpiego esamina in dettaglio e segue caso per caso la situazione di chi ha perso il lavoro;
obbligo per il disoccupato di seguire piani intensivi di formazione intesi a migliorare la sua
occupabilit; penalit amministrative severe per il disoccupato che rifiuta i lavori
propostigli dai servizi. [] Facendo riferimento al caso italiano, si pongono vari quesiti. Il
primo se i programmi di flessicurezza adottati da altri paesi, in specie dalla Danimarca,
abbiano realmente conseguito gli straordinari successi in tema di aumento della
disoccupazione che sono loro attribuiti. Il secondo se per quanto riguarda almeno la
125

riduzione dellinsicurezza sociale essi siano da noi importabili, magari con qualche
ritocco (Gallino, 2007, pp. 123-125).
Al primo quesito lautore risponde sottolineando come in Danimarca la forte riduzione
del tasso ufficiale di disoccupazione, rilevata tra il 1995 ed il 2005, in realt sia stata
ottenuta escludendo dalle rilevazioni statistiche varie categorie di lavoratori: quelli
collocati in pensione anticipata, coloro che sono inseriti in qualche politica cosiddetta di
attivazione come nel caso dei corsi di riqualificazione gestiti dai centri per limpiego,
coloro che a vario titolo risultano in congedo dalle loro occupazioni. Tali opzioni
statistiche farebbero diminuire notevolmente il valore totale della popolazione computata
come attiva, cio occupata o in ricerca attiva dimpiego, cosicch la quota degli occupati
risulterebbe relativamente pi alta, al punto che secondo le stime dellautore in assenza di
tali opzioni il tasso di disoccupazione danese ammonterebbe ad un valore superiore al
doppio di quello dichiarato.
A ci si aggiungerebbe il fatto che le statistiche occupazionali in Danimarca risultano
difficilmente comparabili con quelle di altri paesi, in conseguenza del fatto che i numerosi
lavoratori inseriti nelle varie forme di politiche attive, come i suddetti corsi di
riqualificazione, vengono inquadrati dufficio nel settore pubblico, centrale e locale, come
pubblici dipendenti, gonfiandone rilevantemente i valori numerici.
Ci premesso, pare tuttavia corretto ammettere che sebbene la flessicurezza non
abbia affatto accresciuto in Danimarca il tasso reale di occupazione, essa ha comunque
fornito alla popolazione attiva un grado di sicurezza oggettiva e soggettiva di fronte al
rischio disoccupazione e precariet che forse superiore a quello dogni altro paese
dellUnione Europea. [] Quando qualcuno propone da noi dimitare la Danimarca, gli si
oppone tuttal pi che le differenze tra la nostra e la loro legislazione, sulle imprese e sul
lavoro, sono tali da ostacolare seriamente ogni tentativo di importazione. In realt gli
ostacoli maggiori sono sarebbero di ordine economico e politico. Infatti per poco che le
si esamini con qualche dettaglio, le voci di costo della flessicurezzza risultano numerose e
ingenti, al punto da chiedersi se i suoi fautori italiani abbiano mai provato a fare un
esercizio del genere (Ibidem, p.126). Tra le principali voci di costo in questione sono
ascrivibili: lindennit di disoccupazione danese, che sostanziosamente pi generosa di
quella italiana; la spesa per un notevole incremento del numero degli addetti ai servizi
pubblici per limpiego rispetto al numero medio di disoccupati, in modo da poter seguire
effettivamente e da vicino, ogni anno, il ricollocamento dei lavoratori flessibili, la
redazione di adeguati bilanci personali di competenza, la manutenzione di dossier
126

aggiornati su ciascun soggetto; lelevato costo dei corsi di formazione volti a migliorare il
tasso di occupabilit, giacch sarebbero necessari moltissimi formatori qualificati in pi,
cui andrebbe aggiunto il costo del tempo delle persone che li frequentano; laltissimo tasso
di copertura assistenziale dei bambini tra 0 e 3 anni che concretizza una sicurezza oggettiva
e soggettiva di lavoratori e lavoratrici e relative famiglie in un mercato del lavoro sempre
pi mobile, con una rete di asili nido che copre efficacemente e comodamente tutto il
territorio; consistenti aiuti al reddito delle famiglie di disoccupati particolarmente
bisognosi.
Linsieme di queste voci di costo comporterebbe per lo Stato e gli enti locali italiani,
ove si volesse attuare sul serio un modello di flessicurezza tipo Danimarca, una maggior
spesa di parecchi miliardi di euro lanno. [] E evidente che per lItalia simili costi della
flessicurezza appaiono del tutto fuori portata. Non tanto perch la sua economia non possa
permetterseli; piuttosto, perch si tratta dun paese dove governo e parti sociali hanno
discusso per quasi un anno, tra il 2006 e il luglio 2007, al fine di varare una mini-riforma
delle pensioni dal costo [] di 1 miliardo lanno, corrispondente a 1/1500 (un
millecinquecentesimo) di PIL. E lo stesso paese dove tutte le forze politiche, compreso
gran parte del centro-sinistra, ben avvertendo gli umori della maggioranza della
popolazione, affermano di considerare eccessivo il totale dei contributi obbligatori [],
che ammonta oggi al 43 per cento del PIL. In Danimarca lanaloga percentuale supera il 50
per cento [] questa elevata quota di prelievo fiscale, non qualche formula magica, ci
che permette di realizzare una flessicurezza ragionevolmente efficace (Ibidem, p. 128).
Anche per quanto riguarda la copertura fornita dagli ammortizzatori sociali italiani, che
dovrebbero costituire gli strumenti per accrescere il grado di sicurezza oggettiva e
soggettiva dei lavoratori, essa risulta molto al disotto della prestazione dei dispositivi
vigenti in Danimarca, sia in termini di compensi monetari che di durate temporali.
La sicurezza sociale offerta nel complesso ai lavoratori dipendenti ed alle loro famiglie
dallo Stato italiano risulta molto distante da quella offerta dallo Stato danese, abbastanza
per concludere che chi parla disinvoltamente, da noi, ma anche a livello di Commissione
europea, di indispensabili <<percorsi verso la flessicurezza>> dovrebbe provare prima a
fare un po di calcoli, badando a non trascurare alcun addendo rilevante (Ibidem, p.131).
Inoltre, potrebbe costituire un interessante percorso dapprofondimento lo studio delle
concrete divergenze, storiche ed attuali, fra i sistemi giuridici del lavoro vigenti nei diversi
paesi membri, in modo da verificare il diverso grado di rigidit presente nel mondo del
lavoro a livello internazionale.
127

Ci riserviamo di commentare in sede di conclusioni la costruzione teorica del concetto


di flessicurezza, avanzata a livello comunitario ed accolta ipoteticamente anche dalle
istituzioni nazionali; riteniamo, infatti, che le contraddizioni intrinseche al concetto stesso
possano essere pi facilmente messe in luce in seguito allanalisi quantitativa e qualitativa
dellattuale contesto occupazionale italiano, condotta nei capitoli successivi.

Quanto descritto sopra, in termini di iter legislativo, sufficiente a verificare che con
il processo cosiddetto di deregolazione, pi che di una eliminazione di regole, come
sostiene la dottrina neoliberale, si sia attuato piuttosto una sostituzione di un dato corpo di
regole antecedenti con uno altro differente, fino a disegnare per stratificazioni successive
un ordinamento, in materia di diritto del lavoro, particolarmente folto, disarticolato,
confuso e di complessa interpretazione.
Pi in generale, quindi, possibile concordare con losservazione che in realt il
nome <<deregolazione>> del tutto fuori luogo. Il corpo di nuove regole istituite per
sopprimere le regole preesistenti e lasciare il campo libero alla mano invisibile ma sapiente
dei mercati spesso pi ingombrante e complicato di quello soppresso, [] diretto contro
persone, istituzioni, e principi giudicati sul terreno politico ed economico dintralcio
allautoregolazione di una nuova fase del capitalismo [] (Gallino, 2005, p. 244-245).
E necessario sottolineare ancora una volta come in fin dei conti, anche in Italia, a tale
processo si siano sottoposti non solo governi guidati da coalizioni di centro-destra, ma
anche da quelli di centro-sinistra.
In conclusione, nellarco di pochi decenni leconomia italiana, il suo tessuto
produttivo, la struttura del mondo del lavoro e le regole stesse che presiedono al suo
funzionamento, cambiata profondamente, sotto la spinta della cosiddetta globalizzazione,
delle scelte assunte dalle istituzioni politiche nazionali e dellinflusso della crescente
integrazione politica ed economica comunitaria, modificando condizioni economiche,
percezioni e comportamenti degli attori sociali che si muovono al suo interno.
Ripercorrendo brevemente ed a grandi linee levoluzione dellapproccio legislativo nei
confronti del lavoro flessibile sia a livello nazionale che a livello comunitario, ormai
imprescindibile punto di riferimento per lelaborazione delle politiche interne, ma anche
sempre pi spesso oggetto di strumentalizzazione, si potuto evidenziare come
lorganizzazione del mondo del lavoro in Italia sia cambiata profondamente.

128

Loccupazione a tempo indeterminato non rappresenta pi un paradigma assoluto, ma


unopzione come unaltra e, come avremo modo di verificare nei paragrafi seguenti,
praticabile solo in et pi che adulta: la maggior parte delloccupazione aggiuntiva creata
nellambito del lavoro dipendente, durante lultimo decennio, si costituita con lavoro a
tempo determinato, che, al pari della disoccupazione, ha interessato in misura crescente
donne e giovani, conducendo il mondo del lavoro italiano verso una forte segmentazione
interna.
Inoltre, rincorrendo continuamente il mercato e le sue richieste, il legislatore, a
prescindere dallarea politica dappartenenza, ha creato nel tempo differenti gradi di
subordinazione basati su regimi giuridici variabilmente meno tutelati rispetto a quello
proprio del modello contrattuale standard.
Il quadro complessivo non rassicurante e il paradigma della flexicurity di l
dallessere raggiunto. Il diritto del lavoro frutto dellevoluzione legislativa fin qui registrata
<<getta una luce sinistra sugli scenari concernenti la condizione dei lavoratori e gli assetti
di potere nellimpresa. Prigioniero di una visione tecnocratica e ingegneristica del
progresso sociale, il legislatore ha consapevolmente spostato il baricentro della regolazione
a favore delle leggi delleconomia e del mercato>> cominciando cos <<un lento processo
di mutazione e involuzione, che progressivamente lo riporta alle sue origini>> (Perulli,
2004; Militello, 2009, p.233).

129

3.2. Lattuale estensione della flessibilit del lavoro: definizioni, caratteristiche


tipologiche e flussi dinamici.

Allo scopo di poter osservare ed interpretare i dati statistici relativi alla flessibilit del
lavoro ed al suo costo umano, ossia la precariet, occorre precisare preventivamente che
sussistono alcune difficolt di ordine sia concettuale che metodologico nella stima del
numero dei lavoratori coinvolti. Inoltre, necessario rilevare che i costi umani del lavoro
flessibile variano notevolmente, come entit e tipologia, in funzione dei diversi sistemi
lavorativi; infine, possibile che lo stesso tipo di flessibilit configuri per una persona
oneri notevolmente diversi a seconda del suo livello di qualificazione, della professione,
della fascia di et, del genere, dello stato di salute, della storia lavorativa, perfino delle sue
origini etniche.
Per quanto riguarda la prima questione di carattere definitorio, non esiste ad oggi una
classificazione univocamente condivisa di contratti atipici e tipologie occupazionali, che
renda individuabile con certezza una condizione di flessibilit e di conseguente precariet
del lavoro.
Secondo Gallino, si intende per lavoro flessibile quellinsieme di forme occupazionali
che richiedono alla persona di adattare ripetutamente lorganizzazione della propria
esistenza nellarco della vita, dellanno, sovente perfino del mese o della settimana alle
esigenze mutevoli della o delle organizzazioni produttive che la occupano o si offrono di
occuparla, private o pubbliche che siano. Tali modi di lavorare o di essere occupati
impongono alla gran maggioranza di coloro che vi sono esposti per lunghi periodi un
rilevante costo umano, poich sono capaci di modificare o sconvolgere, seppure in varia
misura, oltre alle condizioni della prestazione lavorativa, il mondo della vita, il complesso
dellesistenza personale e familiare (2007, p.4).
Inoltre, egli distingue tra una flessibilit della prestazione ed una flessibilit
delloccupazione. La prima si riferisce alleventuale modulazione, da parte dellimpresa,
dei vari parametri caratterizzanti lattivit lavorativa: larticolazione differenziale dei
salari, praticata per ancorare la retribuzione a meriti individuali o alla produttivit di
reparto o dimpresa; le modificazioni degli orari su archi temporali che vanno da poche ore
durante il giorno sino ad un intero anno, come nel caso del lavoro a turni, delle ricorrenti
variazioni dorario o degli straordinari; le variazioni delle condizioni di lavoro, ivi
compresa la condivisione del posto o dei mezzi di produzione; i trasferimenti di personale
tra reparti o tra sedi ecc.
130

La flessibilit della prestazione viene regolata dai contratti collettivi stipulati tra imprese
e sindacati a livello nazionale o dalle norme inserite in ciascuna tipologia di contratto.
Queste forme di flessibilit qualitativa si applicano tanto ai lavoratori a tempo pieno e
durata indeterminata quanto ai cosiddetti atipici32, comportando per chi vi esposto costi
umani rilevanti, in considerazione anche del fatto che essa si cumula sovente con la
flessibilit delloccupazione a carico delle stesse persone e che tra le due vi sono rapporti
di scambio, poich dalla disponibilit ad accettarla dipende il rinnovo del contratto atipico
in essere.
La flessibilit delloccupazione, invece, consiste teoricamente nella possibilit, da parte
dellimpresa, di far variare la quantit di forza lavoro utilizzata in relazione stretta con il
proprio ciclo produttivo, ricorrendo alla libert di licenziare o, in mancanza di questa, alla
possibilit di occupare lavoratori avvalendosi del minor grado di norme di diritto del
lavoro, presente nel dato contesto locale, che tendono a rendere duratura loccupazione. La
flessibilit delloccupazione, quindi, si traduce prevalentemente, allorch rientri nel quadro
del diritto del lavoro, in una variegata tipologia di contratti lavorativi atipici: in Italia, in
seguito alle varie tappe legislative, si giunti oggi ad un ventaglio incredibilmente ampio
di tipologie contrattuali potenzialmente applicabili33.
Secondo

lautore

vanno

perci

considerati

come

indicatori

di

flessibilit

delloccupazione innanzitutto i diversi contratti a tempo parziale e a tempo determinato; i


contratti di lavoro in affitto, che un tempo si chiamava interinale, mentre il decreto
legislativo n. 276 del 2003, attuativo della legge 30/2003, lo chiama <<in
somministrazione>> e pu applicarsi ad individui o a gruppi di lavoratori; i contratti di
collaborazione coordinata e continuativa ed il
giuridico

configurano

un

lavoro

lavoro a progetto, che sotto il profilo

autonomo,

per

designato

spesso

come

<<parasubordinato>> per distinguerlo dal lavoro realmente indipendente dellartigiano o


del professionista34; i contratti di lavoro ripartito (in questo caso due persone si dividono
nel giorno o nella settimana un unico posto di lavoro a tempo pieno); ancora i contratti di
lavoro intermittente e di prestazione occasionale. Tutti questi contratti atipici coesistono in
numerose imprese a fianco dei contratti a tempo indeterminato, che continuano ad
32

I contratti di lavoro sono comunemente detti atipici qualora contengano condizioni e specificit che li
distinguono dal contratto di lavoro considerato standard di durata indeterminata e a tempo pieno,
presentando ad esempio una scadenza temporale o unaltra atipicit come nel caso del part-time.
33
Attualmente si possono contare ben 36 fattispecie contrattuali con le quali intrattenere un rapporto di
lavoro; si arriva fino a 48 se si considerano anche le diverse articolazioni interne (Altieri, 2009).
34
I cosiddetti parasubordinati, in seguito al decreto legislativo 276/2003, sono denominati ancora
co.co.co. nel pubblico impiego, ma sono stati trasformati in lavoratori a progetto nel settore privato (Gallino,
2007).

131

applicarsi alla maggioranza dei lavoratori dipendenti in attivit, mentre per quanto riguarda
i nuovi ingressi al lavoro, come media nazionale, dal 2005 in poi, i contratti atipici hanno
rappresentato oltre la met del totale (Ibidem, p.6).
A questi contratti Gallino aggiunge quelluniverso parallelo di lavori flessibili
costituito dalleconomia sommersa, in cui linstabilit o discontinuit delloccupazione
dovuta al fatto che il contratto non esiste, ovvero soltanto verbale o implicito e che
comprende milioni di persone che non soltanto lavorano totalmente o parzialmente in
situazioni irregolari, dal punto di vista contributivo e fiscale, ma sono anche totalmente
prive di diritti: nelleconomia sommersa concetti quali ferie, festivit, assistenza
sanitaria, misure di sicurezza e tutela della salute sul luogo di lavoro, previdenza,
condizioni che lambiente lavorativo deve rispettare, protezioni e vertenze sindacali, lavoro
e compenso ordinario e straordinario, sono tutte parole prive di senso; in essa estrema la
subordinazione al datore di lavoro, che ogni singolo giorno pu esercitare la facolt di
assumere o licenziare, chiedere pi o meno ore, aumentare o diminuire la retribuzione
(Ibidem, p.10).
Lautore motiva linserimento di tale ampia porzione del mercato del lavoro in quanto, a
suo avviso, essa elemento inseparabile e fondamentalmente costitutivo della flessibilit
occupazionale italiana, caratterizzata da massivi e rapidi passaggi da un bacino allaltro del
mercato del lavoro, quello regolare e lirregolare: passaggi da cui derivano, tra laltro,
cospicue opacit ed ambiguit delle statistiche delloccupazione.35
Mandrone e Massarelli invece stabiliscono una definizione operativa differente, che
include a) i lavoratori a termine involontari; b) i collaboratori che presentino forti indizi
di subordinazione siano coordinati e continuativi, a progetto, occasionali, oppure a partita
Iva; c) le persone non pi occupate perch hanno concluso un contratto temporaneo e che
tuttavia sono ancora sul mercato del lavoro. ( 2007, p.1)
In merito allultima categoria elencata, essi affermano che la precariet, pur riferita in
generale a uno stato di insicurezza lavorativa, una condizione sfumata, che coniuga
situazioni oggettive con sensazioni individuali. Lassociazione che generalmente viene
fatta tra precariet e lavoro temporaneo nelle sue diverse forme contrattuali una
approssimazione che non tiene conto della complessit e delle opportunit dellattuale

35

Tra il 1992 e il 1994, ad esempio, scomparvero dalle rilevazioni dellIstat 1.300.000 occupati. Tutti
disoccupati? Non proprio. Gran parte di essi erano semplicemente migrati nelleconomia sommersa. ()
Inversamente, tra il 2001 e il 2006 gli occupati rilevati sono aumentati di circa un milione, bench sistema
economico e Pil fossero in stagnazione. Laumeno fu dovuto in massima parte al passaggio dalleconomia
sommersa alleconomia regolare di immigrati i quali gi lavoravano, ma che, non essendo iscritti alle
anagrafi comunali, non venivano captati dalle procedure di campionamento dellIstat (Ibidem, pp. 10-11) .

132

mercato del lavoro. Infatti, tale approccio limita larea della precariet alloccupazione
escludendo quello che potremmo definire <<the dark side of the moon>>, composto da
coloro che non hanno pi un lavoro proprio in quanto precari. Invece, insita in un
mercato del lavoro flessibile l'alternanza di periodi di occupazione e periodi di non
occupazione. Le persone che in un dato momento sono occupate con contratti temporanei
sono precarie esattamente come quelle che in quel momento non sono occupate perch
finito un contratto a termine. Rilevare in una indagine campionaria una persona che
generalmente lavora con contratti a termine nel periodo in cui lavora o nel periodo in cui
non lavora una questione puramente accidentale. (Ibidem, p.1)
Relativamente alla prima categoria elencata nellarticolo, interessante notare la
discrepanza nella valutazione definitoria tra i due autori e Gallino, il quale decide, al
contrario, di non escludere dalle sue stime del lavoro precario coloro che scelgono
volontariamente unoccupazione a termine. A suo avviso, infatti, la flessibilit una
caratteristica oggettiva delloccupazione, che definisce un determinato perimetro del
mercato del lavoro. Non sarebbe corretto far dipendere i confini di questo, o i suoi
contenuti, dal numero di soggetti che gradiscono o meno di entrarvi. Quanto si pu
ammettere che il costo umano della flessibilit sia presumibilmente minore, ma certo non
nullo, quando essa derivi da una libera scelta (Gallino, 2007, p.18).
Unaltra considerazione importante, che in questo caso accomuna i vari autori, attiene al
fatto che di frequente in Italia forma contrattuale e natura delloccupazione non
coincidono: accade, infatti, comunemente che un occupato, che formalmente appartiene ad
un aggregato lavorativo, svolga sostanzialmente unattivit in maniera difforme da quanto
previsto dallistituto contrattuale usato; un caso esemplificativo quello dei finti
collaboratori, che sebbene formalmente si debbano attribuire al lavoro autonomo, sovente
svolgono mansioni ed erogano prestazioni sostanzialmente del tutto analoghe a quelle di un
dipendente. Questi casi nel nostro mondo del lavoro sono molteplici e distinguerli
consente di migliorare di molto le stime di composizione delloccupazione. A livello
internazionale sono considerati atipici i lavoratori con contratti dipendenti a durata definita
(fixed term contract); tuttavia in Italia questa categoria non esaustiva per lanomala
dimensione del lavoro autonomo, il quale contiene una quota non trascurabile di persone
assimilabili per condizioni e prospettive lavorative ai dipendenti a termine. Inoltre le
riforme hanno agito pi per somma che per sottrazione, creando nellordinamento
numerose eccezioni, le quali introducono trattamenti previdenziali o fiscali particolari,
consentendo di allentare o restringere lapplicazione dello Statuto dei lavoratori, o
133

modificano le modalit di erogazione della prestazione. Ci genera ulteriori piani


classificatori - trasversali - in cui parte delloccupazione si differenzia dal lavoro standard,
per uno o pi aspetti. Diventa pertanto difficile - e non corretto - ricondurre i molti tipi di
atipicit ad un unico aggregato (Mandrone, 2008, p.6).
Nonostante laccordo teorico, dalle differenti analisi emerge tuttavia una discrepanza di
risultati, poich la stima dei collaboratori coordinati e continuativi o a progetto stata
realizzata attraverso varie fonti che hanno prodotto stime divergenti. Infatti, le indagini
campionarie e le fonti amministrative spesso non sono allineate nella definizione e
quantificazione di aggregati analoghi. Se il dato amministrativo generalmente pi
preciso ed attendibile, le indagini campionarie invece sono pi ricche di informazioni utili
a identificare la natura delloccupazione. Pertanto, considerata la natura del collettivo
statistico collaboratori, non univocamente e chiaramente identificato [] sar difficile
che pi fonti convergano verso un numero unico, vista la profonda differenza negli
impianti delle rilevazioni, i riferimenti temporali e la percezione occupazionale nelle
famiglie (interviste dirette o indirette). [] LInps conta quante persone hanno contribuito,
nel corso di un anno alla Gestione Separata, quella specifica per i contributi dei
collaboratori. La Rcfl e Plus36 fotografano invece la condizione occupazionale in un dato
istante temporale e dicono quante persone in quel momento sono impiegate con contratti di
collaborazione. Tuttavia esse hanno un impianto analitico per identificare i <<collaboratori
puri o parasubordinati>> diverso (Ibidem, p.12). La Rilevazione campionaria sulle forze
di lavoro dellISTAT, detta appunto Rcfl, prende in considerazione i cosiddetti collaboratori
puri, ossia i soggetti per i quali la collaborazione rappresenta lelemento fondante ed
esclusivo della condizione lavorativa, da cui traggono la loro principale fonte di lavoro e di
reddito, depurati dalle numerose figure, come gli amministratori e i sindaci di societ o i
pensionati, e dai professionisti o lavoratori autonomi, che usano questa forma contrattuale
e che in quanto svolgono un lavoro autonomo anche limitato, sono pure tenuti a iscriversi
alla gestione separata dellInps.

36

La Rilevazione campionaria delle forze di lavoro, Rcfl, una rilevazione statistica pubblicata
trimestralmente dallISTAT, che sostanzialmente aggiorna i dati relativi al tasso di occupazione, a quello di
disoccupazione ed al tasso dinattivit, tenendo in considerazione categorie territoriali, di genere, di settore
economico e di tipologia contrattuale.
ISFOL listituto per lo sviluppo della formazione dei lavoratori che fa capo al Ministero del Lavoro.
Lindagine campionaria Isfol Plus, su indirizzo del Ministero del lavoro e finanziamenti del Fse, d conto
della consistenza delle prevalenti voci contrattuali vigenti in Italia, consentendo la stima della composizione
del mercato del lavoro. Limpianto allineato ed integra i dati sulloccupazione ricavabili dalla Rcfl
dellISTAT.

134

Lindagine Plus condotta dallIsfol, invece, presenta unanalisi delle condizioni


dellattivit lavorativa dei vari collaboratori e di coloro che hanno aperto partite Iva e li
classifica tra veri autonomi e finti autonomi. Tra i secondi, gerarchicamente, si ordinano
coloro che hanno pi vincoli di subordinazione rispetto a una batteria di sei quesiti sulla
natura del lavoro: la monocommittenza, luso di mezzi del datore di lavoro, limposizione
di un orario di lavoro, laver avuto pi di un rinnovo, la presenza sul posto di lavoro e,
infine, la volontariet della forma contrattuale. Attraverso questi parametri, vengono
identificati vari livelli di subordinazione per i finti autonomi, in un range compreso tra 0 e
6; inoltre, attraverso una serie di comparazioni tra questi raggruppamenti e alcune variabili
di controllo, principalmente il reddito da lavoro, si identificano come para-subordinati
coloro che sono esposti in media a pi di tre vincoli di subordinazione (Mandrone e
Massarelli, 2007). Nel caso venga superato il livello soglia stabilito in 3 vincoli di
subordinazione, plausibile la presenza di unoccupazione impropriamente autonoma che
sarebbe dovuta essere, pi correttamente, inquadrata in una forma di lavoro dipendente in
quanto sembra (para) subordinata (Mandrone, 2008, p.11).
LIsfol Plus ricorre ad una batteria di quesiti che permette dindividuare e valutare
lincidenza dei sostanziali vincoli di subordinazione per i collaboratori e coloro che aprono
partite Iva, pur svolgendo un lavoro in condizioni di elevata dipendenza economica ed
organizzativa da un unico committente, il quale stabilisce effettivamente condizioni di
orario giornaliero, di luogo della prestazione, di uso dei mezzi di produzione, di
subordinazione alle direttive del datore di lavoro.
Pertanto, le discrepanze emerse tra i diversi tentativi di stima dellincongruit tra natura
dellattivit lavorativa e forma contrattuale sono attribuibili prevalentemente al diverso
impianto di rilevazione, al metodo di calcolo dellaggregato e al periodo di riferimento
utilizzati.
Questa considerazione finale ci introduce alla seconda difficolt presente nella
procedura di stima delle dimensioni delloccupazione instabile e dipende dalla disponibilit
di informazione statistica, la quale si presenta frammentaria e a volte contraddittoria37:
esistono numerose stime, raccolte o indagini, prodotte da vari istituti e con differenti
finalit.

37

La lettrice o il lettore () tengano presente che le cifre relative a occupazione e disoccupazione,


entit dei lavoratori flessibili, ripartizione dei contratti atipici e altro, presentate di solito come se fossero
inscritte nel granito, sono, non meno che elementi della statistica, un mezzo di persuasione di massa e uno
strumento politico. Comprendere quanto la loro costruzione sia al tempo stesso complessa e vulnerabile, e
quante opzioni di metodo e di sostanza sono ad esse sottese, quindi un passo importante per potersi
formare, sullintera questione della flessibilit, unopinione autonoma (Gallino, 2007, p.11).

135

Ogni tentativo di approfondimento, ripartizione e comparazione dei dati statistici sul


mondo del lavoro si trova di fronte a tre ostacoli principali di carattere metodologico.
Un primo ostacolo deriva dalle discrepanze

tra i dati amministrativi, ricavati dai

contratti registrati presso lInps, lInpdap, lInail o altri enti previdenziali ed assicurativi e
quelli campionari ottenuti mediante interviste dirette alle persone, frontali o telefoniche,
come nel caso della Rcfl dellIstat o degli studi condotti dallIsfol38.
I divari delle stime numeriche si spiegano essenzialmente attraverso il differente
riferimento temporale: lintervista fotografa la condizione occupazionale in un dato istante
temporale, rilevando quante persone in quel momento sono impiegate con contratti
flessibili, ad esempio la settimana precedente nel caso delle rilevazioni Istat; i dati
amministrativi, invece, sono aggregati che vengono elaborati poche volte lanno o una
volta sola, indipendentemente dal momento in cui il fenomeno stimato accaduto. Inoltre,
in questo caso, non sempre le variazioni riferite ad un singolo soggetto sono aggiornate
tempestivamente ed i lavoratori che entrano ed escono da un archivio cartaceo o da una
banca dati, ad esempio per un passaggio da collaboratore a dipendente o viceversa, sono
iscritti o cancellati in tempi diversi da un ente allaltro e con criteri diversi.
Ci implica che i confronti tra rilevazioni campionarie e dati amministrativi o non si
possono fare, o si debbono fare con estrema cautela e consapevolezza della variabilit che
si nasconde dietro alle cife apparenti.
Il secondo ostacolo per stabilire le dimensioni reali e la composizione contrattuale del
fenomeno del lavoro atipico risiede nellimprecisione delle informazioni fornite dai
rispondenti delle rilevazioni Istat, Isfol ed altre, allorch si tratta di indicare
allintervistatore la natura del proprio contratto di lavoro, in particolar modo qualora non si
tratti del diretto interessato ma di un familiare che risponde al suo posto, spesso non
conoscendo il dettaglio giuridico della specifica fattispecie contrattuale tra le tante previste
dalla normativa.
Infine, un terzo ostacolo deriva dallimpianto campionario delle rilevazioni o delle
ricerche, che si compiono sia sulloccupazione in generale, che sulloccupazione flessibile.
Si tratta di una difficolt oggettiva delle indagini a campione, non attinente alla bont del
metodo, n alla perizia dei ricercatori, bens allinevitabile vulnerabilit dei risultati insita
nella natura campionaria dei dati stessi.
Ad esempio, il campione dintervistati su cui si fondano le rilevazioni dellIstat appare
certo adeguato per stimare da vicino il totale degli occupati, dei disoccupati, degli inattivi e
38

Limpianto dellindagine Isfol Plus-1 allineato ed integra i dati sulloccupazione ricavabili dalla Rcfl
dellIstat realtivi allanno 2006 (Isfol Plus-1, 2008).

136

delle loro principali categorie; tuttavia, quando si passa alla stima delle grandezze interne a
queste ultime, quali le specifiche fattispecie contrattuali, le relative quote del campione,
che sono rappresentative di piccole popolazioni, risultano talmente ridotte da produrre
variazioni delle stime assai elevate39 (Gallino 2007; Masarelli e Mandrone, 2007;
Mandrone, 2008).
A fronte di definizioni tanto differenti, dellincompatibilit tra le varie fonti e relativi
dati prodotti, delle serie questioni metodologiche ed operative che solleva la costruzione di
indicatori statistici, le dimensioni effettive del lavoro atipico risultano quanto mai incerte,
tanto che proliferano numeri diversi e facenti riferimento a concetti e a fonti informative
differenti.40
In questo contesto sembra necessario ripensare nel complesso le tradizionali categorie
con le quali vengono letti ed interpretati i vari fenomeni economici e sociali legati al
mondo del lavoro, poich le indagini statistiche ufficiali sulle forze di lavoro non sono
progettate per rappresentare una situazione nella quale si intrecciano le principali
condizioni occupazionali: occupazione, disoccupazione ed inattivit.
evidente, ad ogni modo, che la dimensione raggiunta dal fenomeno della
flessibilizzazione del lavoro divenuta tale da rendere necessari nuovi indicatori, che
consentano di capire le tendenze in atto, che siano in grado di offrire stime precise ed
inequivocabili sullatipicit contrattuale, che favoriscano unanalisi delle caratteristiche
delloccupazione coinvolta e che permettano di considerare i rischi legati alle
ricomposizioni in atto nel mondo del lavoro italiano prendendo in considerazione unarea
occupazionale pi estesa, composita e mobile.

39

Il campione di 175.000 intervistati, formato da tutti i componenti di 76.800 famiglie, su cui si


fondano le rilevazioni Istat, rappresenta la popolazione italiana (58 milioni) con un rapporto di 1 a 330. []
Si consideri la cifra di occupati a termine, stimati in 2,1 milioni. Divisa per 330, essa mostra che i soggetti
ritenuti tali sulla base delle loro risposte sono stati in tutto circa 6.400. Se si prova a scomporre ulteriormente
tale cifra, al fine di stabilire quale consistenza abbiano, ciascuna, le varie categorie di lavoratori a termine, si
arriva a sottoinsiemi compresi tra poche migliaia e qualche centinaio di unit. Da essi, quando siano proiettati
sulluniverso, si ottengono, in base al gioco delle probabilit che connettono un campione al suo universo,
stime delle grandezze reali, minime e massime, assai lontane tra loro. (Gallino, 2007, p.16).
40
A titolo desempio, relativamente alle stime sulla misura delle collaborazioni coordinate e continuative
o a progetto, probabilmente la pi controversa e che approfondiremo in seguito nel testo, una prima
indicazione proviene dalla fonte Inps, di natura amministrativa, la quale indica il numero di contribuenti della
Gestione separata nel corso del 2005 in 1.475.111. Si tenga presente che largamente accettata lidea che
solo una parte di questi siano effettivamente soggetti deboli sul mercato del lavoro; eliminando infatti tutti
coloro che dispongono di un altro reddito garantito (pensionati e lavoratori per i quali i contratti di
collaborazione costituiscono un secondo lavoro), i professionisti e gli amministratori di societ, si giunge a
stimare il "nucleo duro" dei collaboratori, quello a rischio di precariet, in circa 800mila unit. Le fonti
campionarie danno invece stime inferiori ma tra loro molto vicine: 381 mila collaboratori la Rfl, 407 mila
Plus. (Mandrone e Massarelli, 2007).

137

In questa sede ci limiteremo, dunque, ad osservare alcuni aggregati statistici e le relative


elaborazioni, ad opera di istituti di ricerca nazionali e facenti riferimento principalmente
alla Rilevazione continua delle forze di lavoro pubblicata dallIstat (Fig.3.1), con lintento
dindividuare soprattutto le tendenze generali nella diffusione del sistema di lavoro
flessibile e di ricostruire una panoramica indicativa dei costi umani ad esso connessi e delle
caratteristiche principali della condizione di precariet.
Non seguiremo lo schema di presentazione solitamente utilizzato che affianca analisi
dei tassi di disoccupazione, tassi di occupazione e tassi dinattivit. Bens, cominceremo
dallo studio dei tassi di occupazione, indicatore che riteniamo metodologicamente pi
significativo rispetto ai tassi di disoccupazione, per osservarne la caratterizzazione
territoriale, di genere e per fasce det e configurarne approssimativamente la ripartizione
interna in termini di occupazioni atipiche.
Tratteremo dei tassi di disoccupazione ed inattivit pi avanti nel testo, proprio al fine
di evidenziare quel fenomeno osmotico tra impiego e disoccupazione che caratterizza
loccupazione temporanea e per sottolineare la rilevanza che leconomia sommersa ed il
lavoro irregolare assumono nel contesto italiano.
Innanzitutto il tasso di occupazione41 rappresenta una misura fondamentale della forza
strutturale di un sistema economico: secondo le medie della Rfl, nel 2009 era pari al 57,5
per cento, presentando un importante calo di 1,2 punti percentuali rispetto al 2008.
Considerevoli le differenze di genere: meno di una donna ogni due era occupata (il 46,4
per cento), a fronte del 68,6 per cento degli uomini.
Nonostante la flessione del tasso di occupazione nel corso del 2009 abbia interessato
lItalia tanto quanto gli altri paesi europei, resta significativa la differenza tra i nostri livelli
occupazionali e quelli dellUe. Solo Ungheria e Malta hanno presentato tassi di
occupazione inferiori a quello italiano (Fig 3.2) (ISTAT, 2011).
Il divario con linsieme dei paesi Ue particolarmente accentuato per la componente
femminile, che ha registrato un tasso di occupazione distante da quello dellUe di 12,2
punti percentuali, a fronte dei 2,1 punti degli uomini. Peraltro, mentre il calo del tasso di
occupazione maschile intervenuto nel 2009 pi contenuto rispetto a quello medio
europeo, il restringimento della quota delle donne occupate pi elevato in Italia.

41

Il tasso di occupazione si ottiene dal rapporto tra gli occupati tra i 15 e i 64 anni e la popolazione della
stessa classe di et per cento. Secondo lindagine sulle forze di lavoro, armonizzata a livello europeo, una
persona definita occupata se, nella settimana di riferimento, ha svolto almento unora di lavoro oppure
stata assente dal lavoro (ad esempio per ferie, malattia, cassa integrazione), ma ha mantenuto il posto di
lavoro o lattivit autonoma (Istat, 2011).

138

Fig.3.1: Cartogramma sulla partecipazione al mercato del lavoro della popolazione


residente - III trimestre 2010, (migliaia di unit e percentuali sulla popolazione residente).

Fonte: Istat, Rcfl, 2011.

139

Fig. 3.2: Tasso di occupazione della popolazione in et 15-64 anni per sesso nei paesi Ue,
2009 (valori percentuali).
90

Totale

Uomini

Donne

80
70

Ue27

60
50
40
30
20
10

Pa
es
i
Da Bas
s
ni
m i
ar
ca
Sv
ez
Au i a
s
t
G
er ria
m
an
ia
Re C
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U
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Sl dia
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Sp ia
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Po a
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Ro ia
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IT i a
AL
Un IA
gh
er
ia
M
al
ta

Fonte: Istat, Noi Italia, 2011.

La discesa osservata tra il 2008 e il 2009 interessa tutte le ripartizioni territoriali


(Fig.3.3). Tuttavia, mentre nel Centro-Nord si era registrata una crescita significativa nel
periodo antecedente la crisi (+5 punti percentuali tra il 2000 e il 2008), la riduzione della
quota di occupazione nel Mezzogiorno fa seguito a un periodo di crescita particolarmente
modesta (+1,7 punti percentuali in pi, sempre tra il 2000 e il 2008).
In ogni caso, il divario tra i livelli occupazionali del Centro-Nord e del Mezzogiorno ha
continuato a crescere, passando da 16,3 punti percentuali nel 2000 a 19,9 punti nel 2009.
Livelli pi elevati di occupazione caratterizzano le regioni settentrionali, in particolare il
Nord-est, dove il tasso di occupazione (66,3 per cento) supera di quasi 9 punti percentuali
il valore medio nazionale. In particolare, nella province autonome di Bolzano e Trento, in
Emilia-Romagna e in Valle dAosta sono occupati oltre due terzi della popolazione tra i 15
e i 64 anni. In Campania, Puglia, Calabria e Sicilia non si raggiunge il 45 per cento.
In questo contesto territoriale, le differenze nei tassi di occupazione femminili risultano
ancora pi accentuate (Tab 3.1): in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria la quota delle
donne occupate tra i 15 e i 64 anni inferiore alla met di quella dellEmilia-Romagna (
Istat, 2011).
In definitiva, il tasso di occupazione nazionale risulta, quindi, caratterizzato da forti
divari di genere e territoriali (ISTAT, 2011).
140

Fig.3.3: Tasso di occupazione della popolazione in et 15-64 anni per regione, anno 2009
(valori percentuali). Gli estremi superiori delle prime tre classi sono dati rispettivamente
dai valori medi di Mezzogiorno, Italia e Centro-Nord.

Fonte: Istat,Noi Italia, 2011.

Tab.3.1: Tasso di occupazione della popolazione in et 15-64 anni per sesso e regione.
Anni 2000, 2005, 2008 e 2009 (valori percentuali).

REGIONI

2000

2005

2008

2009

RIPARTIZIONI
GEOGRAFICHE

Uomini Donne

Totale

Uomini Donne

Totale

Uomini Donne

Totale

Uomini Donne

Totale

Nord-ovest

71,1

50,4 60,8 74,6

54,5 64,6 75,4

56,9

66,2

74,1

55,9

65,1

Nord-est

75,0

52,9 64,2 75,8

56,0 66,0 77,2

58,4

67,9

75,1

57,3

66,3

Centro

69,0

45,1 57,0 71,4

50,8 61,0 73,0

52,7

62,8

72,1

52,0

61,9

Centro-Nord
53,8

71,7

49,6 60,7 74,0

64,0 75,2

56,1

65,7

73,8

55,1

64,5

Mezzogiorno

60,8

28,4 44,4 61,9

30,1 45,8 61,1

31,3

46,1

59,0

30,6

44,6

Italia

67,8

41,8 54,8 69,7

45,3 57,5 70,3

47,2

58,7

68,6

46,4

57,5

Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, 2009.

141

Analizzando nello specifico le statistiche relative al lavoro a tempo determinato42,


risulta che il trend strutturale del modello occupazionale italiano si sempre pi orientato
verso il lavoro temporaneo (Fig. 3.4): dal 1993 al 2007 il peso del lavoro a termine
nellambito del lavoro dipendente cresciuto pi del 30% (Ibidem).

Fig 3.4 :Quota di occupazione dipendente a termine su totale dei dipendenti. Elaborazioni
Ires su dati Istat. Anni 1993-2007.

Fonte: Dota, 2010.

La recente recessione occupazionale ha colpito innanzitutto questo tipo di lavoratori: la


flessione del lavoro a termine (-171 mila persone) ha assorbito quasi la met della
complessiva caduta occupazionale del 2009.
Questo risultato determina, dopo quattro anni di crescita, la diminuzione dellincidenza
dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti (dal 13,3 per cento del 2008 al 12,5 per
cento). La riduzione del lavoro a termine ha interessato entrambe le componenti di genere
e linsieme del territorio nazionale (Tab.3.2).
42

La quota di dipendenti a termine si ottiene dal rapporto tra i dipendenti a tempo determinato ed il
totale dei dipendenti per cento. Per consentire la comparabilit con i dati internazionali non sono considerati i
collaboratori (ad esempio coordinati e continuativi, a progetto) che presentano caratteristiche simili ai
dipendenti a termine, ma sono conteggiati tra i lavoratori autonomi. Nella definizione pi estesa di lavoro
atipico rientrano pertanto nel 2009 anche 396 mila collaboratori (Istat, 2011).
Nel lavoro temporaneo dipendente sono inclusi: i dipendenti a tempo determinato, i Cfl (contratti
formazione-lavoro), gli apprendisti (vecchia e nuova forma), i lavoratori interinali (oggi detti in
somministrazione), i Cil (contratti inserimento lavorativo) e le pi recenti forme contrattuali introdotte dalla
Legge 30 (lavoro ripartito, lavoro a chiamata) oltre agli stage, tirocini e pratiche professionali retribuite
(Mandrone, 2008).

142

Tab.3.2: Dipendenti a tempo determinato per sesso e regione; anni 2000, 2005, 2008 e
2009 (valori percentuali).
REGIONI

2000

2005

2008

2009

RIPARTIZIONI
GEOGRAFICHE

Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale

Nord-ovest

8,7

11,7

10,0

7,3

10,9

8,9

9,2

11,9

10,4

8,3

11,4

9,7

Nord-est

8,7

15,0

11,4

8,8

13,4

10,9

10,0

15,1

12,4

9,0

14,1

11,4

Centro

11,3

15,6

13,1

10,4

13,7

11,9

11,1

15,3

13,0

10,5

13,7

12,0

Centro-Nord

9,4

13,7

11,3

8,6

12,5

10,4

10,0

13,8

11,7

9,2

12,9

10,9

Mezzogiorno

15,1

19,2

16,5

14,4

21,7

17,0

15,0

21,8

17,5

14,6

20,4

16,8

Italia
F

11,2

15,1

12,7

10,5

14,7

12,3

11,6

15,6

13,3

10,8

14,6

12,5

Fonte: Istat,Rilevazione sulle forze di lavoro, 2009.

Nel complesso il lavoro a tempo determinato pi diffuso tra le donne rispetto agli
uomini e coinvolge soprattutto i giovani, il settore dei servizi ed ha unincidenza pi
elevata nel Mezzogiorno (Fig.3.4, Tab. 3.3).
Tra i dipendenti dellarea meridionale, il 14,6 per cento degli uomini e il 20,4 per cento
delle donne ha un lavoro a termine, a fronte del 9,2 degli uomini e del 12,9 per cento delle
donne del Centro-Nord. In Calabria, Puglia e Sicilia si segnalano le quote pi elevate di
dipendenti a termine (Ibidem).

Tab.3.3: Occupati dipendenti a termine per sesso, ripartizione geografica, settore di


attivit economica; III trimestre 2010.

Fonte: Istat, Rcfl, III trimestre 2010.

143

Fig.3.4: Dipendenti a tempo determinato per regione, anno 2009 (valori percentuali) 43.

Fonte: Istat,Noi Italia, 2011

Anche le occupazioni a tempo parziale costituiscono una delle principali forme di


flessibilit ed atipicit del mercato del lavoro.
Nel 2009 in Italia il 27,9 per cento delle donne e il 5,1 per cento degli uomini lavorava
part-time; la quota complessiva di occupati a tempo parziale44, dopo lincremento
osservato tra il 2005 e il 2008, rimasto mediamente stabile e pari al 14,3 per cento (3,3
milioni di persone) (Tab.3.4).
Negli ultimi cinque anni andata crescendo lincidenza del part-time involontario, ossia
di quanti dichiarano di svolgere un lavoro a tempo parziale in mancanza di occasioni di
impiego a tempo pieno: si passa dal 34,9 per cento del 2004 al 46,5 per cento del 2009.
Lincidenza del part-time involontario nel 2009 era pi elevata tra gli uomini, pur
presentando valori significativi anche tra le donne (il 56,1 e il 42,7 per cento
rispettivamente).
I valori pi elevati di part-time femminile si registrano nel Nord-est (29,1 per cento), di

43

Gli estremi superiori delle prime tre classi sono dati rispettivamente dai valori medi di Centro-Nord,
Italia e Mezzogiorno (Istat, 2011)
44
La quota di occupati a tempo parziale si ottiene dal rapporto tra gli occupati che dichiarano di lavorare
part-time e il totale degli occupati per cento. Gli occupati part-time comprendono sia i dipendenti che gli
indipendenti, sia i lavoratori a tempo indeterminato che i lavoratori a termine. Mentre per i dipendenti si fa
riferimento alle indicazioni contenute nel contratto di lavoro, per gli indipendenti resta valida la valutazione
dellintervistato, considerando lorario standard per quella professione (Istat, 2011).

144

contro Basilicata, Campania e Calabria presentano i valori pi bassi (tra 20,0 e 23,4 per
cento).
Il lavoro a tempo parziale degli uomini pi diffuso nel Mezzogiorno e nel Centro, con
incidenze pi elevate in Sardegna, Calabria, Liguria e Sicilia, regioni nelle quali , peraltro,
molto elevata loccupazione ad orario ridotto di tipo involontario, specie tra gli uomini
(Fig.3.5).

Tab.3.4: Occupati a tempo parziale per sesso e regione; anni 2000, 2005, 2008 e 2009
(valori percentuali).
REGIONI
2000
RIPARTIZIONI
GEOGRAFICHE Uomini

Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale

Nord-ovest

5,2

23,6

12,8 3,8

25,7

12,9 4,8

28,0

14,6

4,9

28,4

14,8

Nord-est

5,6

26,3

14,0 3,8

27,8

13,8 4,4

29,8

15,1

4,0

29,1

14,7

Centro

7,6

27,2

15,3 5,6

26,6

14,4 5,8

28,5

15,3

5,6

28,7

15,3

Centro-Nord

6,0

25,4

13,8 4,3

26,6

13,6 5,0

28,7

15,0

4,8

28,7

14,9

Mezzogiorno

7,5

22,2

12,2 5,3

22,7

11,0 6,0

25,2

12,6

5,7

25,4

12,5

Italia
6,5
24,6 13,4 4,6
25,6
Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, 2009.

12,8 5,3

27,9

14,3

5,1

27,9

14,3

2005

2008

2009

Fig.3.5: Occupati a tempo parziale per regione, anno 2009 (valori percentuali).

Fonte: Istat, Noi italia, 2009.

145

Dopo la discesa intervenuta nel corso del 2009, gli occupati a tempo parziale continuano
a segnalare ritmi di crescita significativi ancora nel III trimestre del 2010 (Tab.3.5).
Lincremento dovuto esclusivamente al part-time di tipo involontario, ossia ai lavori
accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno. Laumento interessa i
dipendenti, soprattutto negli alberghi e ristorazione e nei servizi alle famiglie (Istat, III
trimestre 2010, p.5).

Tab.3.5: Occupati dipendenti a tempo parziale per sesso, ripartizione geografica, settore
di attivit economica; III trimestre 2010.

Fonte: Istat, Rcfl, III trimestre 2010.

Nel complesso, quindi, alla fine del terzo trimestre 2010 il numero degli occupati a
tempo pieno registra una riduzione tendenziale dell1,6 per cento (-316.000 unit). Il
risultato determinato sostanzialmente dallaccentuata discesa dei dipendenti con contratto
a tempo indeterminato (-349.000 unit), in particolare nelle imprese pi grandi della
trasformazione industriale e in quelle di pi ridotta dimensione del commercio, non
compensata dal moderato aumento delloccupazione autonoma a tempo pieno (+40.000
unit) (Ibidem, p.5) (Tab.3.6).
Sostanzialemnte aumenta la quota di dipendenti a termine transitati verso la
disoccupazione e verso linattivit; contestualmente, si riduce la percentuale di dipendenti
che passano al tempo indeterminato.

146

Variazioni dello stesso segno si osservano per i collaboratori che migrano verso la
disoccupazione e verso linattivit. La quota di collaboratori che diventano dipendenti
tende a diminuire, di un punto verso il tempo determinato e di quasi 3 punti verso quello
indeterminato.
Si riduce inoltre la quota complessiva di dipendenti stabili (Tab.3.7).
Il fenomeno confermato anche dai dati relativi alle assunzioni a tempo indeterminato
previste dalle imprese (Tab.3.8), che sono passate dal 60% del 2001 al 48% del 2009
(Altieri, Dota e Ferrucci, 2010).

Tab.3.6: Occupati per posizione professionale, carattere dell'occupazione e tipologia di


orario; III trimestre 2010.

Fonte: Istat, Rcfl, III trimestre 2010.

Tab.3.7: Transizioni tra diverse condizioni occupazionali, (media % dei primi semestri di
ogni anno preso in considerazione).

Fonte: Dota, Ires-Cgil, 2010.

147

Tab.3.8: Assunzioni attuate dalle imprese per tipo di contratto Anni 2001-2009 (Sistema
Informativo Excelsior).

Fonte: Dota, Ires-Cgil, 2010.

Anche il tasso di permanenza da un anno allaltro nella condizione di disoccupato


crescente: dal 25% del 2007 al 30 % del 2009. Con laumento del numero dei disoccupati,
infatti, tendono a dilatarsi i tempi di ricerca di un impiego: tra il secondo trimestre del 2008
e lo stesso trimestre del 2009 i disoccupati con precedenti esperienze lavorative sono saliti
del 13%; tra questi, quelli senza lavoro da almeno 7 mesi sono cresciuti del 18%, per
effetto, in particolare, dellincremento nella fascia 7-12 mesi (+34%) (Altieri, Dota e
Ferruci, 2010, p.27).
In definitiva il periodo tra il 2007 ed il 2009 stato caratterizzato da una crescita della
disoccupazione (Tab.3.9.) da una riduzione delle stabilizzazioni.

Tab.3.9.: Tasso di disoccupazione per sesso e regione. Anni 2000, 2005, 2008 e 2009
(valori percentuali).
REGIONI
2000
2005
2008
2009
RIPARTIZIONI
GEOGRAFICHE Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale
Nord-ovest

4,4

7,7

5,8

3,2

6,0

4,4

3,3

5,5

4,2

5,0

6,9

5,8

Nord-est

2,6

6,3

4,1

2,8

5,6

4,0

2,4

4,8

3,4

3,8

5,8

4,7

Centro

5,5

11,8

8,1

4,9

8,3

6,4

4,6

8,2

6,1

5,7

9,2

7,2

Centro-Nord

4,2

8,4

5,9

3,6

6,6

4,8

3,4

6,1

4,5

4,9

7,2

5,9

Mezzogiorno

14,7

26,3

18,8

11,4

19,6

14,3

10,0

15,7

12,0

10,9

15,3

12,5

Italia

7,8

13,6

10,1

6,2

10,1

7,7

5,5

8,5

6,7

6,8

9,3

7,8

Fonte: Istat, 2010.

148

Come descritto precedentemente nel testo, a livello internazionale sono considerati


atipici i lavoratori con contratti dipendenti a durata definita, tuttavia in Italia questa
categoria non esaustiva per lanomala dimensione che ha assunto il lavoro autonomo, il
quale contiene ad oggi una quota non trascurabile di persone assimilabili per condizioni e
prospettive lavorative ai dipendenti a termine: i finti collaboratori coordinati e continuativi,
quelli a progetto, gli occasionali (con ritenuta dacconto) e i lavoratori in proprio (partita
Iva) per imposizione esterna.
Inoltre, si gi avuto modo di notare come lesatto numero dei collaboratori, la loro
distribuzione ed il loro ruolo allinterno del sistema del lavoro italiano, siano da tempo
oggetto di dibattito: le differenti modalit di rilevazione e stima, la stessa definizione del
fenomeno, inteso in modo pi o meno estensivo a seconda delle componenti che si
considerino al suo interno, conducono a misure ben diverse della sua consistenza numerica
(Tab.3.10).

Tab. 3.10.: Fonti e metodi di stima del numero dei collaboratori coordinati e continuativi
o a progetto (anno 2006)45 a confronto.

Fonte: Mandrone, 2008.


45

necessario sottolineare che la rilevazione dellIstat interessa un campione quattro volte maggiore, ma
che, a differenza di quello dellIsfol, fa ricorso a proxy.
Una proxy una risposta indiretta ad un quesito. Per esempio in una famiglia si intervista un
componente che risponde sia per la propria condizione che per quella degli altri componenti, magari non
presenti nel momento della rilevazione. Questo modo di agire tipico delle rilevazioni sulle famiglie e
lincidenza delle proxy sul totale delle risposte sempre tenuta sotto controllo per evitarne un uso eccessivo.
Inoltre questa tecnica particolarmente insidiosa per condizioni individuali specifiche (quali, per esempio, la
forma contrattuale), mentre consente contenuti errori su attribuzioni generali, (quali, per esempio, lo status
occupazionale) (Mandrone, 2008).
I risultati campionari dellindagine Plus sono comunque ponderati per la proiezione alluniverso, sulla
base dei totali Istat.

149

Recentemente lIstat ha dichiarato, in merito alle statistiche pubblicate nelle rilevazioni


delle forze di lavoro, che nella definizione pi estesa di lavoro atipico rientrano nel 2009
anche 396 mila collaboratori46, non considerati, poich ai fini della comparabilit con i dati
internazionali sono conteggiati tra i lavoratori autonomi, bench presentino caratteristiche
simili ai dipendenti a termine (Istat, 2011).
Al di l del preciso numero dei soggetti coinvolti, risulta interessante delineare, anche in
questo caso, i caratteri distintivi del fenomeno osservando la specifica concentrazione di
questa forma contrattuale in alcuni gruppi sociali ed in determinate aree territoriali.
Infatti, la collaborazione, nelle sue varie forme contrattuali e nella sua posizione
ambigua a cavallo tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, deve la sua visibilit sociale,
oltre che ai forti caratteri di insicurezza e precariet che porta con s, anche alla circostanza
di essere concentrata in alcuni settori economici, professioni e gruppi sociali ad alto peso
specifico (Altieri, 2009, p.97).
Per proseguire lanalisi, faremo qui riferimento ad unindagine dellIres47, pubblicata
nel 2009 (Altieri, 2009) e basata sui dati statistici dellRfl relativi allanno 2007, poich
essa costituisce la fonte disponibile pi recente di elaborazioni statistiche sul mercato del
lavoro atipico.
Si ritiene necessario, quindi, considerare principalmente gli scenari complessivi
suggeriti da tali elaborazioni, ricordando cautelativamente il riferimento a dati risalenti a
qualche anno fa e rappresentativi di un aggregato in continuo divenire.
Nel 2007, pi della met dei collaboratori era costituito da donne, il 56%, e da quelle
categorie professionali che lIstat definisce <<intellettuali, scientifiche e di elevata
specializzazione>> o << tecniche>>. Se i collaboratori rappresentavano nel 2007 soltanto
il 2,1% degli occupati, essi erano il 13,9% di giornalisti, interpreti, bibliotecari e di chi, in
generale, impegnato nel settore della cultura; tra i formatori raggiungevano il 17% e tra i
ricercatori ed i tecnici laureati supervano il 20% (Altieri, 2009, p.97). Solo il 6,7% dei
collaboratori ha svolto nel 2007 professioni non qualificate e pochi di pi sono stati gli
operai specializzati o semi-qualificati; le professioni impiegatizie si sono diffuse
soprattutto tra le donne, pi del 20% (Ibidem).
Inoltre, dalle stime del 2007 emerge una forte concentrazione dei collaboratori nella
classe 25-34 anni (Fig.3.5, fig.3.6), poco pi del 40%, ossia precisamente le et che
46

Si ricorda che tra i collaboratori registrati dallIstat non tutti sono sottoposti a vincoli di subordinazione.
Non entrano in quella categoria, comunque alcune figure professionali pi robuste, quali sindaci e
amministratori di societ, che, sebbene registrati dallo stesso istituto contrattuale, sono classificate in altre
occupazioni autonome (Altieri, 2009; Mandrone e Massarelli, 2007).
47
Ires, Istituto di ricerca economica e sociale afferente alla sigla sindacale C GIL.

150

sanciscono lentrata nel mondo del lavoro dei giovani laureati e di quelli meno giovani che
si trovano a vivere spesso dopo lunghi percorsi formativi una fase dingresso molto
dilatata nel tempo: i laureati rappresentano, infatti, circa la met dei collaboratori in quella
fascia e un terzo delluniverso complessivo delle collaborazioni, frazione questa
estremamente significativa ove si pensi che hanno conseguito un titolo universitario
soltanto il 15,6% di tutti gli occupati (media, 2007) (Ibidem, p.96).
Lalto tasso di scolarizzazione dei collaboratori sembra essere una specificit tutta
italiana. Sulla base di alcune analisi di tipo comparativo, infatti, questo dato non trova
riscontro in altri contesti europei.48
Fig.3.5: I collaboratori, ripartizione per sesso e fascia det - Elaborazioni Ires su dati
Istat (Rfl, medie 2007).

Fonte: Altieri, 2009.

Volendo definire il profilo prevalente dei collaboratori, essi sono giovani e giovaniadulti che faticano a costruirsi percorsi di stabilit esistenziale e materiale, residenti nelle
aree urbane del Centro-Nord e impiegati nei settori della ricerca, della comunicazione, dei
servizi alle imprese e alle famiglie. Un tentativo di individuare tipologie, allinterno
delluniverso complessivo degli iscritti alla gestione Inps per i parasubordinati, indica nel
48

In Gran Bretagna ad esempio, chi lavora con contratti paragonabili al nostro lavoro parasubordinato
meno istruito e ha impieghi meno qualificati rispetto ai dipendenti e ai lavoratori autonomi, mentre in
Austria, a differenza che in Italia, le donne che lavorano << in collaborazione >> sono meno qualificate della
controparte maschile. Diversamente da quanto accade in altri paesi, sembra quindi che in Italia i <<
lavoratori autonomi economicamente dipendenti >> non siano usati per incrementare la flessibilit del lavoro
scarsamente qualificato, ma << as a low-cost alternative to deploy educated young professionals>> (Altieri,
2009, p.96).

151

60% circa la quota attribuibile alla somma di <<giovani precari>> e << precari stabili >>,
prevalentemente di et inferiore ai 40 anni, percentuale che raggiunge ben il 76% se si
aggiungono <<i giovani adulti qualificati tra precariato e flessibilit>>. Le donne
rappresentano pi della met dei collaboratori e, per quanto in maggioranza giovani, non
mancano tra loro quelle adulte, soprattutto nel Nord, che rientrano nel mercato del lavoro
dopo una maternit e alle quali non vengono proposti lavori stabili. La necessit di
conciliare impegno di lavoro e ruolo familiare induce spesso a ridefinire il proprio percorso
lavorativo, passando al part-time o alla collaborazione. [] Una parte relativamente
piccola di collaboratori ha bassi titoli di studio e modeste qualifiche professionali e,
dunque, scarso o nullo <<potere di mercato>>. Per questi ultimi la collaborazione
verosimilmente una delle tante forme di lavoro temporaneo in cui sono costretti a transitare
a cusa dellle difficolt di trovare un posto di lavoro stabile (Ibidem, pp. 97-98).

Fig.3.6: I collaboratori, ripartizione per sesso, area geografica e titolo di studi Elaborazioni Ires su dati Istat (Rfl, medie 2007).

Fonte: Altieri, 2009.

In definitiva, anche se le varie forme di collaborazioni costituiscono una minoranza


delle occupazioni atipiche, esse cumulano una serie di condizioni sfavorevoli, che, come si
analizzer pi avanti, sono allorigine di una situazione personale e sociale di precariet:

152

lavoro a tempo determinato, poche garanzie contrattuali, bassi redditi attuali, bassi redditi
futuri pensionistici ed alta probabilit di persistenza nella collaborazione (Tab.3.11).

Tab.3.11: Il percorso lavorativo dei collaboratori a seconda della professione.


Indagine diretta IRES.

Fonte: Altieri, 2009.

Oltre ai cosiddetti co.co.co e co.co.pro, in diverse indagini vengono aggiunte alla stima
dei falsi autonomi anche altre tipologie contrattuali e condizioni occupazionali.
Come sopra descritto, Mandrone e Massarelli includono nel computo delle condizioni
lavorative instabili anche i collaboratori occasionali, <<il popolo delle partite Iva>>,
composto da quelle persone <<costrette>> ad aprire la partita Iva pur lavorando in
condizioni di subordinazione (2007, p.2) ed infine lavoratori a termine non pi occupati ai
quali scaduto un contratto di collaborazione o a tempo determinato e che sono in cerca di
lavoro o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare.
Complessivamente larea della precariet cos individuata coinvolge 3.757.000
individui (Tab 3.12), tra i quali uno su quattro non occupato. Lincidenza di tale area
sulla platea potenziale di riferimento, costituita da tutti gli occupati e dai non occupati con
precedenti esperienze lavorative, che mantengono un certo attachment con il mercato del
lavoro (complessivamente, secondo la Rfl, 25.613.000 unit) si attesta al 14,7 per cento.
Lincidenza delloccupazione precaria sul totale (23.001.000 unit) pari al 12,2 per cento,
mentre tra coloro che non hanno pi un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione
o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare (2.612.000 unit) i precari sono il 36,3
per cento (Ibidem, p.2).
153

Tab.3.12: Larea della precariet e le sue dimensioni - Elaborazioni degli autori su dati
Istat- Rfl e Isfol- Plus, anno 2006.

Forma
contrattuale

Status
occupazionale

N. di lavoratori

Valori
assoluti

Incidenza
%

Dipendenti a
termine
involontari
(tutte le tipologie
contrattuali)
Collaboratori
coordinati e
continuativi e/o a
progetto
Collaboratori
occasionali
Autonomi con
partite IVA

Totale lavoratori
precari

occupati

1.979.000

non pi occupati

789.000

occupati

394.000

non pi occupati

67.000

occupati

71.000

non pi occupati

54.000

occupati

365.000

non pi occupati

38.000

occupati

2.809.000

12,2

non pi occupati

948.000

36,3

Totale

3.757.000

14,7

Note: () valore medio tra RFL e PLUS; () sulloccupazione complessiva; () sulle persone
non pi occupate ma in cerca di un nuovo lavoro o immediatamente disponibili a lavorare; ()
sulla platea di riferimento complessiva
Fonte: Mandrone e Massarelli, 2007.

Anche la stima proposta da Altieri, Dota e Ferrucci nellindagine condotta dallIres sul
mercato del lavoro atipico (Altieri, 2009) si basa sui dati della Rfl e risulta
dallapplicazione di criteri solo in parte sovrapponibili a quelli adottati nellindagine Isfol
Plus per definire il lavoro a termine: essa considera instabili non solo i dipendenti con
contratto a termine (indipendentemente dalla volontariet) e i collaboratori a vario titolo,
ma anche gli ex-dipendenti a termine e gli ex-autonomi (con o senza partita IVA)
154

disoccupati da non pi di un anno per scadenza dellimpegno lavorativo 49. Su questa base
larea dellinstabilit conterebbe, nel 2007, 3 milioni 418 mila persone (media anno). Tra
questi 659.000 (il 19,3%) sono persone non occupate da non pi di 12 mesi, espressione di
<<fisiologica>> discontinuit lavorativa piuttosto che di disoccupazione in senso stretto
(Fig.3.7) (Ibidem, p.94).
In questo caso, la scelta di valutare tutti i lavoratori con contratti a tempo determinato,
dipendenti e autonomi (indipendentemente dai vincoli di subordinazione), volontari e
involontari, risponde allobiettivo di definire linstabilit occupazionale in relazione
allorizzonte temporale limitato, coscienti che tra di essi si muovono persone con capacit
e prospettive professionali diverse, pi o meno solide, pi o meno deboli (Ibidem, p. 94).
Fig. 3.7: Componenti dellarea dellinstabilit (circa 3 milioni e quattrocentomila
persone, media 2007).

Fonte: Altieri, 2009.

In definitiva, sebbene larea in cui si annida la condizione di dipendente mascherato


(Altieri, 2009) sia piuttosto ampia, emerge tuttavia come linsieme delle occupazioni a
termine assuma complessivamente una dimensione numerica molto pi estesa e sia ancora
dominato dalla componente dipendente in senso stretto, a prescindere dallo sviluppo dei

49

I non occupati instabili sono stati individuati sulla base delle risposte alle domande della sezione E
del questionario Istat riservata ai non occupati con precedenti esperienze di lavoro. Si tratta di disoccupati
attivi oppure persone inattive ma disponibili a lavorare, tutti con precedenti esperienze a termine. Gli exparasubordinati con partita IVA, in particolare, sono soggetti non occupati gi lavoratori in proprio o liberi
professionisti, in cerca di lavoro o disponibili a lavorare, che hanno concluso unattivit a tempo
determinato (Ibidem, p.94).

155

contratti con finalit formative e dal forte impulso recentemente registrato dal lavoro in
somministrazione50.
Quale che sia lapproccio metodologico utilizzato e lapparato teorico che lo sostiene,
larea dellinstabilit (Altieri, 2009) occupazionale complessiva risulta pi estesa di
quanto possano rilevare i dati di stock ancora interpretati sulla base delle categorie
tradizionali, occupato/disoccupato/inattivo, nate con il modello contrattuale standard a
tempo pieno ed indeterminato.
importante, quindi, tentare di delineare le caratteristiche tipologiche e la dinamica
generale di questarea dellinstabilit, cos come stata definita nellindagine Ires,
inclusiva dellinsieme dei lavoratori con contratti di carattere temporaneo e dei disoccupati
di breve periodo fotografati nella transizione tra diverse attivit a termine (Altieri, 2009).
In questarea, secondo le medie del 2007, risulta predominante la componente
femminile, presoch in tutti i settori dellaggregato, ad eccezione del piccolo gruppo degli
ex-parasubordinati con partita IVA, dato significativo soprattutto ove si consideri che le
donne costituivano, ancora nel 2007, il 39,5% delloccupazione totale (Tab 3.13).
Inoltre, mettendo a fuoco i profili prevalenti, emerge innanzitutto il carattere giovanile
delle occupazioni instabili (Tab 3.14): pi di un terzo ha unet compresa tra 24 e 35 anni e
la maggioranza (pressoch il 56%) ha meno di 35 anni.
Rispetto alle femmine, i maschi molto giovani (15-24 anni) sono relativamente pi
numerosi (25% vs. 18%), mentre tra le donne pesa di pi la classe 35-44 anni, quella della
piena maturit professionale (27,6% vs. 21,1%).
I lavoratori instabili, anche in virt della preponderanza giovanile, sono mediamente pi
scolarizzati dellinsieme complessivo degli occupati; soprattutto le donne dimostrano
livelli pi alti di formazione: due terzi di loro ha conseguito almeno un diploma di scuola
superiore e circa il 23% un titolo universitario.
Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, nel 2007, sembra non emergere un
divario complessivo consistente nelle dimensioni dellarea dinstabilit, ma spiccano le
significative differenze di genere: gli uomini meridionali e le donne settentrionali sono i
50

LIstat include tra i dipendenti a tempo determinato anche i lavoratori interinali, gli apprendisti e tutte
le altre possibili forme contrattuali che ricadono sotto la formula giuridica della dipendenza a termine
(Altieri, 2009).
Dipendente a termine: lavoro a tempo determinato; contratto formazione lavoro (Cfl); apprendistato;
contratto dinserimento; lavoro interinale o in somministrazione; job sharing o lavoro ripartito (stima non
significativa, fenomeno estremamente raro); lavoro intermittente o a chiamata; stage, pratica professionale,
tirocinio ( si considerano solo i tirocinanti, stagisti e praticanti retribuiti).
Autonomi: titolare d attivit imprenditore; associati in partecipazione; attivit in proprio (Partita Iva);
coadiuvante familiare.
Collaborazioni: collaborazioni coordinate e continuative; collaborazione occasionale; lavoro a progetto.
Altri accordi non standard: altro dipendente; altro autonomo (Mandrone, 2008).

156

profili pi numerosi. Rispetto alloccupazione complessiva delle due macroregioni, come


avremo modo di constatare pi avanti, il peso relativo del lavoro instabile maggiore nel
Mezzogiorno, sia per gli uomini che per le donne.
Tab 3.13: Area dellinstabilit per sesso (migliaia di unit - Elaborazioni Ires su dati Istat;
Rfl, medie 2007.
Maschio

Femmina

Totale

n.

n.

n.

Dipendente a
termine
volontario

102

6,3

106

5,9

208

6,1

Dipendente a
termine
involontario

997

60,9

1.063

59,7

2.060

60,3

Collaboratore
coordinato e
continuativo, a
progetto

172

10,5

220

12,4

392

11,5

Prestatore
dopera
occaisonale

44

2,7

53

3,0

98

2,9

Ex occupato
dipendente a
termine

272

16,6

291

16,4

563

16,5

Ex co.co.co e
co.co.pro

13

0,8

22

1,2

35

1,0

Ex prestatore
dopera
occasionale
Ex
parasubordinato
con partita IVA

15

0,9

18

1,0

33

1,0

21

1,3

0,4

27

0,8

1.637

100

1.780

100

3.418

100

Totale

Fonte: Altieri, 2009.

Il peso del lavoro flessibile tra le giovani generazioni si apprezza meglio considerando il
tasso dinstabilit (Altieri, 2009), ossia la quota dei lavoratori appartenenti allarea
dellinstabilit, tra i quali sono considerati anche gli instabili non occupati, calcolata sulla
totalit degli occupati, per sesso e classi di et (Fig.3.8): pi della met delle ragazze
occupate, di et compresa tra 15 e 24 annni, ed un quarto delle giovani donne occupate, 2534 anni, si trova a vivere una condizione lavorativa instabile; gli stessi rapporti calcolati
per gli uomini sono 41,7% e 15,9% rispettivamente.

157

In definitiva, linstabilit del lavoro giovanile si afferma comunque come elemento


strutturale del mercato ed ancora nel 2007 interessava pi le donne che gli uomini,
protraendosi anche in et relativamente avanzata.

Tab 3.14: Composizione dell'area dell'instabilit lavorativa. Elaborazioni Ires su dati


Istat; medie 2007.

Fonte: Altieri, 2009.

Fig.3.8: Tasso di instabilit per sesso ed et - Elaborazioni Ires su dati Istat; medie 2007.

Fonte: Altieri, 2009.

Nel 2007, il tasso dinstabilit totale dei maschi stato pari all 11,4%, senza particolari
differenze per titolo di studio; tra le donne, viceversa, risultato sensibilmente pi alto,
18,7%, ed il massimo si registrato proprio tra le laureate, 22% (Tab.3.14).
158

Lanalisi delle distribuzioni per et e titolo di studio dimostra che il peso del lavoro
flessibile maggiore per i giovani e per i giovani adulti fino a 35 anni con titolo
universitario rispetto ai pari et meno scolarizzati: solo dopo i 35-40 anni la formazione
universitaria si traduce in occupazioni pi stabili, almeno rispetto alla licenza media.

Tab.3.14: Tasso di instabilit per titolo di studio, sesso ed et - Elaborazioni Ires su dati
Istat, medie 2007.

Fonte: Altieri, 2009.

Che quasi due lavoratori laureati su tre di et fino a 24 anni abbiano unoccupazione
instabile pu sembrare sorprendente; tuttavia bisogna considerare che essi sono sul
mercato del lavoro, in media, da poco tempo (in molti casi da pochi mesi), certamente da
meno tempo rispetto a chi ha soltanto un diploma di scuola superiore o, tanto pi, rispetto a
chi non ha superato lobbligo scolastico. Pi interessante, invece, il fatto che ancora nei 10
anni successivi (et 25-34 anni) il titolo di studio universitario non garantisca pi stabilit
di quanto facciano percorsi formativi non qualificati. Per le donne, addirittura, bisogna
aspettare i 45-50 anni di et! Questo dato fa riflettere e sembra chiamare in causa la qualit
stessa della domanda di lavoro in Italia e la relativa segregazione femminile in quei gruppi
professionali in cui si addensa in misura maggiore la precariet lavorativa (Ibidem, p.
106).
Analizzando la relazione tra discontinuit lavorativa e natura della professione svolta,
limitatamente alla componente occupata dellarea dellinstabilit (Tab.3.15), emerge che in
generale il tasso di instabilit relativamente pi contenuto per chi svolge attivit

159

intellettuali rispetto ad altre professioni51, sia per gli uomini che per le donne, ma anche in
questo caso il lavoro femminile intellettuale soffre di un elevato livello dinstabilit.
Tab 3.15: Tasso dinstabilit per professione, sesso e titolo di studio (solo componente
occupata dellarea dinstabilit) - Elaborazione Ires su dati Istat, medie 2007.

Maschio

Femmina

Fino a
licenza
media

Diploma
di scuola
superiore
o
assimilati

Laurea o
specializz.
Postuniversitaria

Totale

Fino a
licenza
media

Diploma
di scuola
supeiore
o
assimilati

Laurea o
specializz.
Postuniversitaria

Totale

Professioni
intellettuali

3,6

7,0

9,6

7,4

7,2

11,3

18,3

13,8

Impiegati
addetti alla
vendita e ai
servizi

7,9

11,1

20,5

10,3

13,4

17,2

27,3

16,7

Professioni
manuali

9,7

12,3

14,8

10,5

18,0

17,2

16,0

17,8

Totale

8,7

9,7

10,7

9,4

14,9

14,7

19,6

15,7

Fonte: Altieri, 2009.

I tassi calcolati per titolo di studio e genere confermano che le donne laureate sono
assolutamente pi instabili (19,6% rispetto al 9,4% degli uomini), ma ci avviene
soprattutto nelle occupazioni impiegatizie e commerciali: molta della precariet femmnile
deriva proprio dalla crescita della domanda di lavoro nei settori del commercio e dei
servizi, dove hanno trovato collocazione fasce scolarizzate di donne impiegate spesso in
lavori non coerenti con il titolo di studio, poco tutelati e discontinui (Ibidem, p.107).
Infine, la probabilit di trovare unoccupazione instabile in et adulta maggiore per chi
lavora nel Mezzogiorno. Con riferimento alle classi di et 35-54 anni (Tab 3.16) la
distribuzione geografica del lavoro instabile interessa solo il 4,3% degli uomini occupati
del Nord ma quasi il 12% degli uomini meridionali occupati. Le stesse statistiche riferite
alle donne confermano le differenze territoriali e di genere: nel 2007, il 23,6% delle
lavoratrici meridionali nelle fasce di et centrali hanno vissuto il disagio dellinstabilit

51

Si fa riferimento in questo caso alla classificazione in tre grandi gruppi professionali, proposta dallIstat
nellindagine Competenze, attivit e condizioni lavorative delle professioni in Italia (Istat, Isfol e Ministero
del Lavoro, 2007):
1. professioni intellettuali; 2. impiegati e addetti alla vendita e ai servizi; 3. professioni manuali.

160

occupazionale, contro il 13,3% delle donne che risiedono nel Centro ed il 9,8% di quelle
del Nord; per di pi, in tale instabilit rischiano maggiormente di restare intrappolate, in
ragione dellet relativamente avanzata.
Tra i pi giovani (15-19 anni) i meridionali lavorano meno con contratti a termine
rispetto ai coetanei del Centro-Nord (Altieri, 2009): questo apparente paradosso connesso
al fatto che la presenza di maggiori opportunit di lavoro al Centro-Nord determina
comunque una maggiore partecipazione al mercato del alvoro dei giovanissimi che tuttavia
accettano occupazioni a termine in attesa di trovare una collocazione pi stabile; nel
Mezzogiorno, viceversa, la carenza di opportunit diminuisce la partecipazione
abbandonando i giovani alla disoccupazione e orientandoli alleconomia sommersa.
Nel Sud, comunque, i pi esposti sono gli occupati con basso titolo di studio: il 15%
degli uomini e pressoch un terzo delle lavoratrici che non hanno superato lobbligo
scolastico cade nellarea dellinstabilit. Nelle regioni settentrionali e centrali, invece, il
peso dellinstabilit occupazionale, in assoluto molto pi contenuto, relativamente
minore tra i diplomati, uomini e donne.
In generale, il divario Nord-Sud in fatto di diffusione del lavoro instabile in et adulta
molto ampio per le fasce poco scolarizzate, ma si riduce sensibilmente per i diplomati e i
laureati.

Tab. 3.16 : Tasso di instabilit per titolo di studio, sesso ed area geografica (%), et 35-54
anni - Elaborazione Ires su dati Istat, medie 2007.

Fonte: Altieri, 2009.

161

In sintesi, a parit di titolo di studio ed et, le donne con lavori instabili rappresentano
una quota delloccupazione femminile sistematicamente maggiore rispetto allo stesso
rapporto calcolato per gli uomini: se linstabilit tende a ridursi con let e attraverso il
paese da Sud a Nord, essa presenta comunque una marcata connotazione di genere.
Larea dellinstabilit cresciuta nel tempo ed ha assunto quei caratteri strutturali e
tipologici descritti fin qui.
Lanalisi delle tendenze pi recenti e delle prospettive economiche aperte dalla crisi
finanziaria, iniziata nel 2008, permette di osservare pi approfonditamente il processo
dinamico di sviluppo del mercato del lavoro atipico e di progressiva estensione
dellinstabilit occupazionale. Durante gli anni 2008 e 2009 larea dellinstabilit ha
continuato a crescere rispetto ai valori del 2007; contestualmente aumentato il suo peso
sulloccupazione totale, sempre includendo i disoccupati instabili nelle stime considerate,
ed cambiato anche il peso relativo delle sue componenti: i dipendenti hanno guadagnato
terreno, mentre gli autonomi lo hanno perduto.
Inoltre, interessante osservare la continua osmosi tra i dipendenti a termine e i
disoccupati instabili allinterno della stessa area dinstabilit, che conduce nel breve
periodo soprattutto allaumento della componente non occupata, con il contestuale dilatarsi
dei tempi della disoccupazione, ed in prospettiva di lungo periodo al completamento del
processo di flessiblizzazione dellintero mercato del lavoro.
Le variazioni dei principali indicatori del mercato del lavoro tra il 2008 ed il 2009, per
ripartizione geografica (Fig.3.9), indicano nel Mezzogiorno larea pi esposta al
peggioramento delle condizioni occupazionali.
Il tasso di occupazione nel Sud ha perso 1,4 punti (rispetto a nove decimi di punto nel
Centro-Nord) e, se la disoccupazione aumentata meno (il tasso di disoccupazione ha
guadagnato solo due decimi di punto), linattivit52 ha avuto un nuovo e potente impulso
(+1,5 punti).
52

Forze di lavoro: comprendono le persone occupate e quelle in cerca di occupazione.


Occupati: comprendono le persone di 15 anni e pi che alla domanda sulla condizione professionale
rispondono:
di possedere unoccupazione, anche se nella settimana di riferimento non hanno svolto attivit
lavorativa (occupati dichiarati);
di essere in una condizione diversa da occupato, ma di aver effettuato ore di lavoro nella settimana
di riferimento (altre persone con attivit lavorativa).
Persone in cerca di occupazione: comprendono le persone di 15 anni e pi che dichiarano:
una condizione professionale diversa da occupato;
di non aver effettuato ore di lavoro nella settimana di riferimento dell'indagine;
di essere alla ricerca di un lavoro;
di aver effettuato almeno unazione di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la

162

In sostanza, nelle regioni meridionali una parte non trascurabile di chi ha perso il lavoro
ha rinunciato a cercarlo, alimentando il bacino, gi colmo, delle non forze lavoro. Si tratta
di un travaso di uomini scoraggiati e donne che preferiscono il tradizionale ruolo in
famiglia, o si affidano al variegato mondo delleconomia sommersa,

piuttosto che

proseguire nella ricerca di un impiego instabile, poco qualificato e mal retribuito.


La mancanza di prospettive concrete in questarea del paese, daltra parte, compromette
il futuro delle nuove generazioni e si traduce in un tasso di occupazione femminile
bassissimo, dimostrando la dicotomia di un paese diviso in due realt socio-culturali
completamente diverse.

Fig.3.9: Variazione dei principali indicatori del mercato del lavoro per genere e
macroarea, (2009 2008, primo semestre) - Elaborazioni Ires su dati Istat.

Fonte: Altieri, Dota e Ferrucci, 2010.

.
Il tracollo delloccupazione avvenuto tra il 2008 ed il 2009 stato solo moderatamente
contenuto dal lavoro dipendente standard, la cui tenuta tuttavia imputabile soprattutto
agli stranieri nelle professioni non qualificate e agli italiani con almeno 50 anni di et;
mentre lincremento degli impieghi stabili a tempo parziale, proprio per il carattere

rilevazione;
di essere immediatamente disponibili ad accettare un lavoro, qualora venga loro offerto.
Tasso di inattivit: rapporto tra le persone non appartenenti alle forze di lavoro di 15 anni e pi e la
corrispondente popolazione di riferimento. La somma del tasso di inattivit e del tasso di attivit pari al
100 per cento. (Istat, 2010).

163

involontario del part-time, si configura come una soluzione mediana di compromesso, che
garantisce la continuit del rapporto riducendone drasticamente il costo; tutte le altre figure
hanno perso terreno e hanno partecipato variabilmente alla discesa (Altieri, Dota e
Ferrucci, 2010).
Durante il susseguirsi dei trimestri il trend negativo ha quindi colpito prima il lavoro
atipico e poi il lavoro stabile (Fig.3.10).

Fig.3.10: Variazione percentuale degli occupati per forma di lavoro; 2009 su 2008 (primo
semestre).

Fonte: Dota, 2010.

Lanalisi per et (Fig.3.11) dimostra la tenuta sostanziale delloccupazione nella classe


uguale e superiore ai 45 anni (+234 mila occupati, +2.7%), la flessione significativa nelle
classe 30-44 anni (-206 mila, -1.9%) e il crollo impressionante del lavoro giovanile (-319
mila; -8.3%), che perde circa un quarto dei collaboratori (-39 mila), pi di un quinto
delloccupazione stabile a tempo parziale volontario (-44 mila), poco meno del 10% dei
dipendenti a termine (-96 mila).
Il lavoro dipendente standard diminuisce solo tra i giovani e in misura molto accentuata
(-124 mila unit, -6.7%).
Il lavoro a termine, in definitiva, il primo bersaglio della recessione, con la
conseguenza che a pagare sono soprattutto i giovani alle prime esperienze professionali,
senza garanzie contributive, non tutelati in caso di perdita dellimpiego e retribuiti meno, a
parit di condizioni, di chi ha un contratto a tempo indeterminato.
164

Fig. 3.11: Variazione percentuale (primo semestre 2008-2009) degli occupati per forma di
lavoro e classi di et.

Fonte: Dota, 2010.

Come gi osservato, i giovani costituiscono una categoria tra le pi vulnerabili


nellambito del mercato del lavoro (Fig.3.12) e nel 2009 il tasso di disoccupazione
giovanile53 in Italia stato pari al 25,4 per cento, in aumento di oltre quattro punti
percentuali rispetto allanno precedente.
Rispetto al 2000 il valore si comunque ridotto di 1,6 punti percentuali, ma la
diminuzione in gran parte da attribuirsi alla tendenza a posticipare lingresso nel mercato
del lavoro, determinata dalla maggiore permanenza media dei giovani nel sistema
formativo.
Anche in questo caso le differenze di genere restano rilevanti, anche se in calo di quattro
decimi di punto rispetto allanno precedente: il tasso di disoccupazione giovanile delle
donne italiane (28,7 per cento) supera quello maschile di 5,4 punti percentuali.
Nella media Ue27 del 2009, il tasso di disoccupazione giovanile per gli uomini si
attestato al 20,9 per cento, per le donne al 18,5. Il sorpasso della componente maschile
rispetto a un anno prima rispecchia quanto avvenuto per il tasso di disoccupazione totale
(Istat, 2011).

53

Il tasso di disoccupazione giovanile si ottiene come rapporto percentuale tra le persone in cerca di
occupazione in et 15-24 anni e le forze di lavoro (occupati e persone in cerca di occupazione) della
corrispondente classe di et (Ibidem).

165

Tale andamento ha alterato il quadro complessivo allinterno dellUnione: nel 2009 su


27 paesi ne sono rimasti soltanto 8, tra cui lItalia, che registrano un tasso di
disoccupazione femminile superiore a quello maschile (Tab.3.17).

Fig.3.12: Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) per sesso nei paesi Ue (27), anno
2009 (valori percentuali).

40

Totale

Uomin i

Donne

35
30
25
20
15
10
5
0

Fonte: Istat, Noi Italia, 2011.

Nel 2009 tutte le regioni italiane hanno presentato tassi di disoccupazione giovanile in
visibile crescita rispetto allanno precedente (Fig.3.13), ma tutte le regioni della
ripartizione meridionale, ad eccezione dellAbruzzo, si sono caratterizzate con valori
notevolmente superiori alla media nazionale.
Anche nel caso della disoccupazione giovanile il prototipo della giovane donna
meridionale a presentare continuativamente i tassi pi elevati rispetto alle medie annuali
nazionali.
Nel nuovo contesto di contrazione occupazionale la perdita e la mancanza del lavoro
riguarda un bacino di persone pi ampio rispetto al pi recente passato, con tempi di
permanenza dilatati e fenomeni di scoraggiamento ed espulsione dal mercato regolare del
lavoro.

166

Tab. 3.17: Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) per sesso e regione, anni 2000,
2005, 2008 e 2009 (valori percentuali).

REGIONI
2000
2005
RIPARTIZIONI
GEOGRAFICHE Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale

2008

Nord-ovest

12,2

19,8

15,6

11,9

17,9

14,6

12,0

16,6

13,9

18,6

22,1

20,1

Nord-est

7,4

14,8

11,0

9,2

14,0

11,3

8,7

13,4

10,7

13,2

19,1

15,7

Centro

18,1

25,9

21,8

18,4

24,8

21,1

16,9

23,2

19,6

21,8

28,9

24,8

Centro-Nord

12,3

19,8

15,8

12,8

18,5

15,3

12,4

17,5

14,5

17,9

23,1

20,1

Mezzogiorno

38,5

53,6

44,7

34,8

44,6

38,6

30,2

39,3

33,6

33,1

40,9

36,0

Italia

23,1

31,9

27,0

21,5

27,4

24,0

18,9

24,7

21,3

23,3

28,7

25,4

2009

Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale

Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, 2009.

Fig. 3.13: Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) per regione, anno 2009 (valori
percentuali).

Fonte: Istat, Noi Italia, 2011.

Come si avuto modo di osservare, il peggioramento sul versante occupazionale sta


ulteriormente marginalizzando giovani e giovani adulti senza protezione, donne in diverse

167

fasce di et, sempre pi esposti al rischio di uscire dal mercato del lavoro o di scivolare nel
sommerso.
Infatti, la diminuzione del numero delle persone in cerca di un impiego non conduce
necessariamente ad un aumento di quelle occupate, bens allestensione dellampia zona
grigia (ISTAT, 2011) di chi si muove attraverso il confine tra lavoro ed inattivit:
soprattutto nel Sud dItalia, ma non solo, dove il mercato informale del lavoro e le sacche
di lavoro nero costituiscono un serbatoio capiente di forza lavoro nascosta (Altieri,
2009), negli ultimi anni si verificato un aumento delle non forze lavoro, in particolare
di quelle che sono identificate dallIstat come in ricerca non attiva o di quelle che non
cercano ma sono disponibili a lavorare.
Il tasso di inattivit rappresenta un indicatore particolarmente importante di bassa
partecipazione al mercato del lavoro regolare: il tasso di inattivit italiano nel 2009 stato
pari al 37,6 per cento, in aumento di oltre mezzo punto rispetto allanno precedente. Tale
risultato ha rappresentato la sintesi di un livello di inattivit maschile pari al 26,3 per cento
e, soprattutto, di un tasso femminile straordinariamente elevato: 48,9 per cento. Rispetto al
2008, il tasso di inattivit maschile segnala un incremento di sette decimi di punto, mentre
quello femminile aumentato di cinque decimi di punto (ISTAT, 2011). Nel 2009 il tasso
di inattivit della popolazione tra i 15 e i 64 anni nella Ue27 pari al 28,9 per cento (Fig.
3.14). All'interno dell'area l'indicatore varia notevolmente e l'Italia presenta un livello di
inattivit particolarmente elevato, che la colloca al terzo posto della graduatoria europea
dopo Malta e Ungheria. In tutti i paesi dell'Unione i tassi di inattivit degli uomini (22,2
per cento nella media comunitaria) risultano inferiori a quelli delle donne (35,7 per cento).
Non anomalo, quindi, osservare anche in Italia una simile situazione; ci che
preoccupante, invece, l'accentuato differenziale di genere, pari ad oltre 22 punti
percentuali (Tab.3.18). In particolare, il tasso di inattivit femminile italiano il secondo
in Europa, inferiore solamente a quello di Malta (Ibidem).
Ricalcando in buona parte la distribuzione del tasso di disoccupazione e, in modo
inverso, quella del tasso di occupazione, il livello del tasso di inattivit varia in modo
notevole tra le regioni (Fig.3.15). Le regioni del Mezzogiorno, con la sola eccezione
dellAbruzzo, si collocano tutte ben al di sopra del 40 per cento di inattivit, con punte
ancora pi elevate in Campania e Calabria dove pi di una persona su due non partecipa al
mercato del lavoro.

168

Fig.. 3.14: Tasso di inattivit della popolazione in et 15-64 anni per sesso nei paesi Ue
(27), 2009 (valori percentuali).

70

Totale

Uom ini

Donne

60

50

40

30

20

10

M
U alt
ng a
he
ri
IT a
A
L
R IA
om
an
P ia
ol
on
ia
B
el
gi
B o
ul
ga
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G
S re
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Lu va
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R
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S ia
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ae zi
si a
D Ba
an ss
im i
ar
ca

Fonte: Istat, Noi Italia, 2011.

Tab. 3.18: Tasso di inattivit della popolazione in et 15-64 anni per sesso e regione. Anni
2000, 2005, 2008 e 2009 (valori percentuali).

REGIONI
RIPARTIZIONI
GEOGRAFICHE

2000

Nord-ovest

25,7

45,3

35,4 22,8

42,0

32,4 22,0

39,8

30,8 21,9

40,0

30,9

Nord-est

22,9

43,5

33,0 22,0

40,6

31,2 20,9

38,6

29,7 21,8

39,1

30,4

Centro

26,9

48,8

37,9 24,8

44,5

34,8 23,4

42,6

33,1 23,4

42,7

33,2

Centro-Nord

25,2

45,8

35,4 23,2

42,4

32,7 22,1

40,3

31,2 22,3

40,6

31,4

Mezzogiorno
28,6
61,4 45,2 30,1
Italia
26,4
51,5 39,0 25,6
Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, 2009.

62,5
49,6

46,4 32,0
37,6 25,6

62,8
48,4

47,6 33,7
37,0 26,3

63,9
48,9

48,9
37,6

2005

2008

2009

Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale

sempre nella ripartizione meridionale, inoltre, che si osservano i differenziali


maggiori tra i livelli di inattivit maschili e femminili: in Campania, Puglia e Sicilia essi
superano i trenta punti percentuali. A conferma del forte dualismo territoriale, in tutta
larea settentrionale del paese il tasso di inattivit nel complesso si mantiene intorno alla
soglia del 30 per cento. I dati esaminati confermano la gravit della situazione in
particolare nel Mezzogiorno e per i giovani: lassociazione tra livelli di attivit contenuti e
tassi di disoccupazione elevati, infatti, suggerisce la presenza di meccanismi di
scoraggiamento delle potenziali forze di lavoro tali da indurne la fuoriuscita dal mercato
del lavoro formale (Tab.3.19). Lesistenza di un problema specifico di partecipazione
169

femminile diffusa in tutto il territorio nazionale, ma particolarmente grave nel


Mezzogiorno, dove mediamente due donne su tre sono fuori dal mercato del lavoro.

Fig. 3.15: Tasso di inattivit della popolazione in et 15-64 anni per regione, anno 2009
(valori percentuali).

Fonte: Istat, 2011.

Tab. 3.19: Transizioni per macroregioni e fascia det Elaborazioni Ires su dati Istat.

Fonte: Dota, 2010.

170

per questo motivo che la proposta di Gallino ci sembra assolutamente attuale e


calzante rispetto allobiettivo di costruire un quadro davvero complessivo dellarea
dellinstabilit. Lautore suggerisce, infatti, di aggiungere alle cifre che si riferiscono ai
lavoratori flessibili in forza di legge anche quelle relative a coloro che hanno
unoccupazione instabile al di fuori del perimetro della legge, per scelta o per costrizione,
prestando per molta attenzione alle complesse questioni metodologiche connesse al
procedimento di stima delle statistiche. Lautore si discosta

notevolmente dagli altri

risultati sopra citati, giungendo pertanto a stimare per il 2007 un insieme totale di 10-11
milioni di persone fisicamente coinvolte in varia misura nelloccupazione flessibile,
regolare ed irregolare (Gallino, 2007).
Osservando i pi recenti dati pubblicati dallIstat (Istat, 2011), in Italia la consistenza
dei lavoratori in posizione irregolare, che rientrano nelleconomia sommersa, risulta
rilevante prevalentemente in alcune aree e settori produttivi.
Con riferimento al 2008, la quota di unit di lavoro54 non regolari sul totale ammontava
all'11,9 per cento, ma le differenze territoriali sono rimaste consistenti ed il consueto
modello che vede le regioni del Nord seguite da quelle del Centro e poi da quelle del
Mezzogiorno viene riconfermato (Fig.3.14): il Mezzogiorno occupa una quota di lavoro
non regolare doppia rispetto a quella del Nord; le quattro regioni del Centro nel loro
insieme si attestano sul 10 per cento.
Sebbene la grande distanza tra le diverse zone del paese possa essere spiegata solo in
parte da una diversa composizione settoriale e dimensionale delle rispettive economie
(Fig.3.15), non si pu, comunque, trascurare il fatto che il lavoro sommerso, oltre a essere
54

Le stime delloccupazione sommersa propongono entit astratte, derivate da molteplici fonti indirette:
statistiche, tra cui le Rfl, amministrative, assicurative, economiche e fiscali. Queste entit astratte sono dette
unit di lavoro, Ula (Gallino, 2007).
Le Ula sono calcolate attraverso la trasformazione in unit a tempo pieno delle posizioni lavorative
ricoperte da ciascuna persona occupata nel periodo di riferimento (Istat, 2011).
Detto altrimenti, sono calcolate <<come se>> i lavoratori che soddisfano al domanda di forza lavoro
delleconomia sommersa lavorassero tutti 40 ore la settimana (Gallino, 2007, p.23).
Gallino sottolinea anche in questo caso un problema metodologico, e conseguentemente interpretativo,
derivato dalle diverse tecniche di stima utilizzate dallIstat nelle Rilevazioni delle forze di lavoro regolari e
nella valutazione di quelle irregolari. Infatti, i due metodi Istat per stimare quanti sono e quanto lavorano gli
italiani Rfl e Ula portano a risultati assai differenti. Si pu osservare, ad esempio, che nel 2004 gli
occupati dichiarati erano 22,5 milioni in base alle Rfl, mentre le Ula regolari erano ben 1 milione in meno.
Due spiegazioni sono possibili per un simile divario. Una rinvia al numero elevato di occupati a tempo
parziale, che secondo la Rfl erano allora 2,3 milioni tra dipendenti permanenti e a termine. Poich il tempo
parziale corrisponde in genere a met dellorario normale annuo o meno questultimo il caso, tra gli altri,
dei lavoratori interinali -, gli occupati regolari con tale tipo di contratto corispondono presumibilmente,
ciascuno, a mezza Ula. Unaltra spiegazione del divario osservato potrebbe essere che un discreto numero
dintervistati dallIstat, fino ad un massimo di 1 milione, non teme di dichiararsi occupato agli intervistatori
dellente, pur trovandosi in posizione irregolare ( Ibidem, pp. 23-24).

171

pi diffuso nelle unit produttive di minori dimensioni, anche caratterizzato da forti


specificit settoriali.
Nell'agricoltura quasi un quarto dell'occupazione non regolare, con una variabilit
territoriale pi contenuta rispetto agli altri settori. Sotto la media nazionale la quota di
non regolari nelle costruzioni, dove per le regioni meridionali registrano un valore che
raggiunge quasi il 19 per cento. Il tasso di non regolarit dell'industria in senso stretto
molto pi contenuto (4,0 per cento) e quasi esclusivamente imputabile al Mezzogiorno
(12,9 per cento). Nei servizi, infine, si osserva una quota di lavoro non regolare superiore
alla media nazionale (13,5 per cento), con valori nuovamente pi elevati nel Mezzogiorno
(18,4 per cento).
Le cifre dellIstat relative alloccupazione non regolare o sommersa valgono pure a
comprovare quanto possa essere repentino ed ingente il passaggio dalleconomia irregolare
a quella regolare, e viceversa, senza che poco o nulla cambi nel volume del lavoro. Si
osserva infatti che solo tre anni prima, nel 2001, le Ula irregolari erano quasi mezzo
milione in pi, 3,3 milioni rispetto ai 2,8 milioni del 2004. La diminuzione dovuta alla
regolarizzazione degli stranieri, grazie alla quale gli irregolari a tempo pieno sono scesi nel
periodo 2001-2004 da oltre 720.000 a 125.000, cifra in piccola parte neutralizzata
dallaumento delle occupazioni plurime (Gallino, 2009, p. 25), cio delle ore lavorative di
persone che fanno due o pi tempi parziali in nero, presso diversi datori di lavoro, o un
lavoro in nero accanto ad uno regolare.

Fig.3.14: Unit di lavoro irregolari per regione, anno 2008 (percentuale sul totale delle
unit di lavoro).

Fonte: Istat, 2011.

172

Fig.3.15: Unit di lavoro irregolari per settore e ripartizione geografica, anno 2008
(percentuale sul totale delle unit di lavoro) Elaborazioni Istat dei Conti economici
regionali.

30

Nor d-ovest

Nord -est

Cen tro

Mezzogiorn o

Italia

25
20
15
10
5
0
Agricoltura

Industria in
senso stretto

Costruzioni

Servizi

Fonte: Istat, 2011.

Tale osservazione ci permette di fare breve riferimento ad una questione raramente


approfondita dalle elaborazioni statistiche relative al mondo del lavoro: la condizione
occupazionale dei lavoratori immigrati.
Nel mercato del lavoro italiano, e non solo, si inseriscono anche gli immigrati, che
rappresentano figure esemplari della precariet lavorativa e della carenza o assenza totale
di tutele. Pur in presenza di bassi tassi doccupazione interna, la domanda di lavoratori
stranieri da occupare con retribuzioni e tutele ridotte, per svolgere mansioni comunque
scartate dalla popolazione nazionale andata crescendo, anche se spesso accompagnata
da atteggiamenti contraddittoriamente ostili verso il loro ingresso e la loro inclusione
sociale.
Gli immigrati, dal 1996 al 2006 sono quasi triplicati, passando da un milione a quasi tre
milioni, raggiungendo cos il 5% della popolazione. Il 72% ha meno di 40 anni e la
significativa quota dei minori, pari al 22%, segnala un processo di ricongiunzione
familiare. Le forze di lavoro straniere si concentrano soprattutto al Nord (64%), mentre al
Centro e al Sud sono, rispettivamente, il 25% e l11%. Naturalmente, il loro tasso di
occupazione, pari al 68%, molto pi elevato rispetto a quello dei cittadini italiani (46%).
Dal 1995 al 2004, il numero di lavoratori extracomunitari iscritti allInps aumentato di
oltre 5 volte, passando da 292.000 a 1.537.000. La distribuzione tra i diversi settori
173

lavorativi e le corrispondenti gestioni previdenziali rimasta stabile: il 71% impiegato da


aziende nel commercio (34%), nelledilizia (18%) e nellindustria metalmeccanica (14%)
mentre il 22% svolge lavoro domestico, settore nel quale rappresentano il 75% degli
occupati, fungendo da vero e proprio welfare parallelo.
I lavoratori extracomunitari sono i pi esposti alle irregolarit nei rapporti di lavoro;
quelli iscritti allInps solo nel 58,5% hanno una contribuzione continuativa per 9-12 mesi.
Nel 2004, la loro retribuzione media annua era poco pi di 10.000 Euro, ma le donne
guadagnavano 4.200 Euro in meno degli uomini.
Le pensioni in pagamento a persone straniere nel 2006 erano 285.000, con un importo
medio di 583 Euro; nel 2005, le prestazioni pensionistiche complessive ammontavano a
circa 2 miliardi, comprendendo, per, i trattamenti a favore di cittadini italiani nati
allestero.
Dal 2000 al 2006, i minori stranieri iscritti al sistema scolastico sono saliti da 147.000 a
501.000; corrispondentemente, si pu stimare che la spesa per loro istruzione sia salita da
815 milioni a 2,3 miliardi di Euro.
Gli interventi e i servizi sociali dei Comuni a favore di stranieri hanno assorbito solo il
2,4% delle risorse impiegate. La promozione di politiche per la loro inclusione sociale
stata molto scarsa, maggiori sono invece gli stanziamenti per le politiche di contrasto
allimmigrazione.
Complessivamente, limpatto dellimmigrazione sul nostro sistema di welfare risulta
ancora modesto, ma il saldo tra contributi e prestazioni nettamente positivo, anche se con
il passare degli anni sar naturale un tendenziale riequilibrio (Pizzuti, 2008).
Naturalmente, la portata delloccupazione instabile a carico di lavoratori stranieri
assume dimensioni rilevanti, ma difficilmente stimabili, soprattutto nellambito e tra le
pieghe di quello sconfinato mondo del lavoro che costituito dalleconomia sommersa e
che, come si precedentemente avuto modo di osservare, sinterseca frequentemente e
profondamente con il mondo del lavoro regolare, in un processo dinamico di continua
influenza reciproca in quanto a condizioni e qualit degli impieghi richiesti.

In definitiva, se ancora oggi la condizione di instabilit occupazionale relativamente


diffusa tra i pi giovani, al contempo essa tende ad estendersi anche alle fasce pi adulte,
sia per effetto dellallungamento dei tempi di ingresso in unarea di stabilit occupazionale,
ma anche perch gli adulti che sono espulsi dai processi produttivi entrano sempre pi di
frequente nel circuito del lavoro temporaneo.
174

Non cambiato, infatti, solo il modello occupazionale, ma sono cambiate anche le


prassi seguite dalle imprese nelle assunzioni, assecondate dallattuale legislazione del
lavoro. Cos, a qualunque et del lavoratore una nuova assunzione, seguita ad un
licenziamento, prevede un periodo pi o meno lungo di lavoro con un contratto
temporaneo.
Con il passare degli anni e delle generazioni questa tendenza sta modificando
radicalmente il modello occupazionale italiano, orientandolo sempre pi verso il lavoro
temporaneo.
Il rischio di cadere in uno stato di disoccupazione e di entrare in un circuito di instabilit
occupazionale, accanto alle iniquit presenti negli attuali assetti del mercato del lavoro, si
sta diffondendo progressivamente a diverse categorie di lavoratori.
Le difficolt che incontrano in particolare i giovani italiani, ma in generale tutti coloro i
quali hanno alle spalle lavori insicuri, non sono, quindi, solo il prodotto della pi recente
crisi finanziaria.
Le problematicit che attraversano attualmente il mondo del lavoro in Italia, soprattutto
nella sua componente atipica, sono di fatto lespressione di un assetto complessivo del
modello economico perseguito, della struttura del mondo del lavoro e del welfare,
preesistente al 2008.
Le tendenze in atto intervengono su un sistema del lavoro molto pi flessibile ed
instabile rispetto agli anni precedenti alle riforme legislative in materia e, come visto
precedentemente, determinano una crescita della disoccupazione a scapito soprattutto dei
lavoratori temporanei ed una riduzione delle assunzioni, a tempo determinato e tanto pi a
tempo indeterminato. La trasformazione in corso nel mercato del lavoro italiano, che ha
visto crescere nel tempo il peso del lavoro a termine, destinata quindi ad approfondirsi,
poich la tendenza rilevata nei comportamenti delle imprese dimostra una decisa
propensione verso modalit contrattuali sempre pi flessibili.
La progressiva diffusione di formule contrattuali atipiche e temporanee, connesse alla
deregolamentazione del mercato del lavoro, si risolta, per, in una crescita delle
incertezze ed in una progressiva segmentazione del mercato del lavoro a svantaggio
proprio dei nuovi entrati nel mercato del lavoro, ovvero dei giovani, ma anche delle donne,
penalizzate non solo dalla segmentazione di genere, ma anche dal fatto di essere
largamente presenti nella componente giovanile.
Infatti oggi, proprio a causa delle loro carriere instabili, sono pi spesso i giovani i primi
a perdere il lavoro, senza avere maturato le condizioni contributive ed assicurative per
175

poter accedere agli ammortizzatori sociali. Gli schemi di protezione sociale pubblica,
basati su una logica di tipo assicurativo, si rivelano, infatti, inadeguati a tutelare i soggetti
con carriere lavorative atipiche. Il problema per questi lavoratori sia di titolarit di diritti
- i collaboratori, ad esempio, sono in ogni caso fuori dai sistemi di indennizzo previsti per
fronteggiare la disoccupazione - sia di impianto degli schemi di protezione. Le durate brevi
dei contratti generano una frammentazione dei percorsi di lavoro e deboli storie
contributive che limitano la possibilit di accedere pienamente al sistema della protezione
sociale anche quando teoricamente se ne avrebbe diritto in ragione del contratto
sottoscritto (Altieri, Dota e Ferrucci, 2010, p.5).
La temporaneit dellimpiego diventa infatti precariet quando si protrae nel tempo bel
al di l di una fisiologica fase di inserimento e, tanto pi se poco o assolutamente non
tutelata sul piano contrattuale, significa anche bassi salari, mancanza di protezione sociale,
esclusione dai programmi di formazione, chiusura dei percorsi di crescita professionale.
Aspetti che condizionano fortemente le prospettive economiche e professionali delle
persone arrivando ad alterarne, quando ancora giovani, la stessa dimensione affettiva,
politica e sociale. Ma, anche quando lincertezza lavorativa subentra in anni vicini al
pensionamento, il corso di vita stesso che viene incrinato e sono profonde le difficolt
che si trova a fronteggiare chi da adulto vive il dramma della perdita del lavoro, tanto pi
avendo una famiglia a carico.
Lattuale sistema del lavoro italiano risulta contrassegnato, cos, da profonde
incongruenze ed iniquit sociali e presenta pi di una difficolt nel superare i tradizionali
squilibri che caratterizzano il nostro paese, in termini di partecipazione al lavoro tra i
generi e tra i diversi contesti territoriali italiani. Il divario pi recente riguarda proprio le
nuove generazioni di donne e di uomini, per i quali sono cresciuti nel tempo i rischi di
intrappolamento nella condizione di precariet, che condiziona e mortifica progetti ed
aspirazioni delle persone, oltre che generare importanti criticit di carattere economico,
politico e sociale per lintera comunit.

176

3.3. Dalla flessibilit alla precariet: analisi multidimensionale.

Per comprendere quel processo di metamorfosi che trasforma il modello teorico di


mercato del lavoro flessibile in una condizione concreta di precariet diffusa necessario
associare allo studio delle dimensioni quantitative del fenomeno anche unanalisi delle sue
caratteristiche qualitative.
Se sul tema del numero dei lavoratori effettivamente dipendenti e temporanei resta
tuttora aperta unaccesa discussione, allo stesso modo numerose ricerche condotte negli
ultimi anni segnalano una serie di criticit sociali e professionali per chi vive condizioni di
lavoro instabile, ponendo, per, laccento su fattori specifici a seconda del differente
orientamento politico e dellinterpretazione economica dei vari autori.
La precariet, infatti, intesa come mancanza di continuit nel rapporto di lavoro, con il
relativo corollario di conseguenze destabilizzanti sulla vita personale del dipendente e sul
contesto sociale circostante, rappresenta un fenomeno multidimensionale, dinamico ed
assolutamente non definito in modo univoco.
Sintende in questa sede ordinare ed indagare le dimensioni tematiche considerate di
maggior rilievo, individuate tra le numerose istanze espresse nellattuale estesissimo
dibattito, al fine di descrivere le modalit con cui si svolge concretamente il mondo del
lavoro flessibile e come esse giungano a delineare una condizione di instabilit lavorativa
persistente e di precariet non soltanto occupazionale.
In generale, allinterno degli schemi contrattuali flessibili si configurano condizioni di
precariet, connotate dalla compresenza di pi fattori discriminanti relativamente alla
durata del rapporto di lavoro, alla retribuzione corrisposta, alla copertura assicurativa, alla
sicurezza sociale, al trattamento previdenziale, ai diritti politici e sindacali.

Innanzitutto, numerose ricerche hanno messo a fuoco una serie di aspetti legati alla
durata dei contratti ed alle ore lavorate: la questione viene interpretata soprattutto come
continua transizione da una forma occupazionale temporanea allaltra, definita da vari
autori come trappola della precariet.
Uno degli argomenti principali usati a favore della deregolamentazione del mercato del
lavoro poggia proprio sullassunto che il lavoro flessibile costituisca un veicolo utile per
raggiungere unoccupazione stabile.

177

Al contrario, studi basati su dati dinamici e longitudinali55 attestano le difficolt che


incontrano buona parte dei lavoratori temporanei, soprattutto i collaboratori ed i finti
autonomi, nel tentativo di stabilizzare la loro posizione.
Mandrone, in uno studio Isfol (2008) facente riferimento al collettivo statistico definito
nellindagine Isfol Plus descritta sopra56, analizza nel dettaglio le percentuali di utilizzo e
la durata dei contratti atipici, in modo da individuare alcune tendenze generali riferite
allanno 2006 (Fig. 3.16).
Fig.3.16: Durata dellatipicit, incidenza per macro tipologie contrattuali atipiche, 2006.
Ascisse: durata dei contratti atipici, anni.
Ordinate: percentuali di utilizzo.

Fonte: Mandrone, 2008.

La frequenza di contratti da dipendente a tempo determinato (rombi) concentrata in


buona parte nei primi 3 anni, tuttavia la coda della distribuzione coinvolge un numero non
trascurabile di soggetti per cui il contratto perdura da molto pi di 3 anni.
55

Gli esiti del lavoro atipico tramite una lettura longitudinale sono probabilmente la migliore
valutazione della capacit dei contratti atipici di portare, in tempi ragionevolmente contenuti, verso
loccupazione stabile. La lettura longitudinale consente di vedere le transizioni tra uno status e laltro nel
tempo [] e consente linterpretazione delle dinamiche e delle ricomposizioni in atto nelloccupazione e
nella forza lavoro (Mandrone, 2008, p. 15).
56
Si visto come secondo la definizione Mandrone-Massarelli (Mandrone e Massarelli, 2007) il
collettivo statistico del lavoro precario sia composto dagli atipici che permangono nella condizione atipica
e dagli atipici che passano nella condizione di in cerca di lavoro a causa della fine del contratto a termine
(Ibidem, p.9).

178

Un andamento simile si registra per i finti collaboratori (cerchi grigi), quei lavoratori
formalmente autonomi che svolgono una attivit tipicamente dipendente, i cosiddetti
parasubordinati. Risulta interessante vedere come lutilizzo indifferenziato che spesso si
fa delle due tipologie contrattuali si riscontri pure nellandamento simile delle durate (ad
eccezione di una gobba intorno ai 5 anni per i finti collaboratori).
Livelli pi contenuti si rilevano per gli altri dipendenti a termine (quadrati), mentre le
finte partite Iva (triangoli) sembrano le pi distribuite nel tempo, sintomo che numerosi
sono i lavoratori che da molti anni svolgono impropriamente una attivit autonoma che
avrebbe dovuto dar luogo ad un rapporto di lavoro dipendente.
Successivamente Mandrone indaga lorizzonte lavorativo medio, che limpiego atipico
consente a seconda della tipologia contrattuale (Tab. 3.20).

Tab.3.20: Durata media dei contratti a termine e delle collaborazioni, anno 2006.

Fonte: Mandrone, 2008.

Riguardo alla distribuzione complessiva della durata del contratto57, come si evince
dalla tabella (Tab.3.20), il 10% dei lavoratori atipici ha un orizzonte inferiore a 3 mesi e il
30% superiore a 12 mesi. In particolare, oltre l85% dei lavoratori interinali ha un periodo
contrattuale inferiore ai 12 mesi, il 27% dei collaboratori non sa quanto durer il rapporto
di lavoro e lapprendista costituisce la tipologia del lavoratore con lorizzonte lavorativo
pi ampio rispetto agli altri atipici, poich in buona parte (77%) ha una prospettiva
lavorativa superiore ai 12 mesi.

57

La domanda posta nellindagine campionaria recita qual la durata del suo attuale contratto di
lavoro, cio indipendentemente della parte di contratto eventualmente gi trascorsa (Mandrone, 2008, p.
14).

179

I flussi di transizione tra le differenti condizioni occupazionali (Tab.3.21) rivelano che


nel 2006 risultavano ancora precari oltre il 63% degli occupati che erano atipici nel 2005.
Tab. 3.21: Flussi del panel58 Isfol Plus 2005-2006: standard, atipici, non occupati

Fonte: Mandrone, 2008.

Nel complesso, i soggetti risultano notevolmente polarizzati tra coloro che passano per
una occupazione atipica e rapidamente entrano nelloccupazione standard e coloro che
invece permangono a lungo tra una forma contrattuale atipica e laltra, senza una soluzione
positiva in tempi ragionevolmente contenuti59. La quota di atipici che non si trasforma e
rimane nelle medesime condizioni di incertezza costituisce linsieme di coloro che
sperimentano la trappola della precariet, cio individui che permangono per un periodo
troppo lungo o improprio, rispetto allattivit lavorativa svolta, in condizioni occupazionali
non standard.
Il problema della discontinuit occupazionale dei contratti atipici strettamente
connesso anche alla distribuzione delle ore ed alla quota di giornate effettivamente lavorate
nellarco di ogni anno lavorativo.
Ci assume particolare rilevanza soprattutto prendendo in considerazione le relative
conseguenze sul tenore di vita complessivo dei lavoratori atipici, il quale dipende
dallentit del salario orario corrisposto, ma anche dallorario medio di lavoro e,
soprattutto, dal numero di mesi allanno in cui presta servizio, ovvero dalla frequenza
dellinterruzione dei rapporti di lavoro.
58

Il panel Isfol Plus costruito sulla base di interviste ripetute ai medesimi individui in due o pi
momenti nel tempo, in questo caso losservazione si estende per una durata di 14 mesi, tra lanno 2005 ed il
2006 .
59
I datori di lavoro, per inciso, non sono tutti uguali: le aziende pubbliche, paradossalmente, creano pi
precariet (68/100) rispetto alle imprese private (53/100). Appare pertanto evidente come il blocco delle
assunzioni, in particolare per le numerose persone che vengono avviate a lavorare in forme atipiche con la
P.A., sia foriero di precariet (Mandrone, 2008, pp.16-17). Inoltre, numerose sono state le deroghe spesso
ottenute dalla P.A.: si pensi ai co.co.co. o ai precari di lungo corso della scuola, della sanit o della ricerca.

180

Facendo ancora riferimento allo studio longitudinale dellIsfol (Mandrone, 2008),


relativamente alle giornate effettivamente lavorate in condizioni di discontinuit
occupazionale, si rileva per i dipendenti a termine il dato di circa 6 mesi e per i
collaboratori di 5,5 mesi complessivi durante lanno di rilevazione.
Considerando, inoltre, che massima, fra chi lavora con contratto a tempo parziale, la
quota di chi dichiara di essere stato costretto ad un part-time involontario a causa delle
carenze dal lato della domanda di lavoro e dellimpossibilit di trovare unoccupazione
migliore, emergono possibili rischi di doppia debolezza subiti da chi dovesse trovarsi
costretto, contro la propria volont, a svolgere mansioni di durata instabile e con orario
ridotto e dunque minor salario (Tab.3.22).

Tab.3.22: Occupati instabili a tempo parziale per sesso e volontariet del part-time;
migliaia di unit. Elaborazioni Ires su dati Istat, Rcfl-medie 2007.

Maschio
n.

Femmina
%

n.

Totale
%

n.

Non vuole un lavoro


a tempo pieno

59

29,0

170

32,7

229

31,7

Non ha trovato un
lavoro a tempo pieno

127

61,9

308

59,4

434

60,1

18

9,0

41

7,9

60

8,2

204

100

518

100

723

100

Altri motivi/non sa
Totale
Fonte: Altieri, 2009.

Per quanto riguarda la remunerazione dei lavoratori, il nostro ordinamento privo di


una norma di copertura generale. Per i lavoratori subordinati standard la giurisprudenza ha
esercitato una funzione di supplenza e, riconoscendo forza precettiva alla norma dellart.36
Cost., ha utilizzato quale parametro per determinare la misura minima delle retribuzioni gli
importi previsti dai contratti collettivi di categoria vigenti, indipendentemente
dalliscrizione delle parti ai sindacati firmatari.
Per i lavoratori atipici, invece, si riscontra una notevole variet di condizioni normative
relative al compenso da corrispondere: per quanto riguarda i lavoratori in
somministrazione, essi hanno diritto per legge60 ad un trattamento economico e normativo
60

Si fa riferimento allart. 23 d.lgs. 276/2003. In effetti necessario mettere in luce che anche qualora un
lavoratore sia assunto a tempo indeterminato da unimpresa utilizzatrice, egli avr diritto alla retribuzione

181

non inferiore a quello dei dipendenti dellutilizzatore presso cui sono impegnati; anche nel
caso dei collaboratori a progetto previsto che si debba tenere conto dei compensi
normalmente corrisposti per prestazioni di analoga professionalit, anche in base ai
contratti collettivi nazionali di riferimento61; invece, per i collaboratori coordinati e
continuativi non esiste alcuna norma riguardo al compenso e le parti sono quindi
formalmente libere di determinare il corrispettivo del collaboratore; infine, per i
collaboratori occasionali, non prevista neppure qualche forma contrattuale specifica,
lasciando cos ampio spazio agli abusi e generando persino difficolt di tutela processuale
del lavoratore (Carozza, 2010).
Daltro canto, si dovrebbe ritenere che - considerando due lavoratori con medesime
caratteristiche individuali e produttivit, occupati nella stessa impresa, ma con contratti di
durata differente (uno permanente, uno a termine) il lavoratore temporaneo dovrebbe
ricevere una retribuzione oraria superiore, come premio al rischio di mancato rinnovo del
contratto flessibile. Tuttavia, levidenza empirica condotta con diverse metodologie e su
diversi paesi ha costantemente smentito queste ipotesi, verificando ripetutamente
lesistenza di un differenziale salariale negativo per i lavoratori atipici, anche controllando
per molteplici caratteristiche osservabili dei lavoratori. [] Tutti gli studi sullItalia
confermano lesistenza di un differenziale retributivo significativo a discapito di chi, fra i
dipendenti, assunto con contratto a termine (Pizzuti, 2010, pp. 154-155).
Secondo gli studi e le elaborazioni condotte dallIres, sulla base dei dati pubblicati
dallIstat nella Rfl del 2009, la retribuzione media dei dipendenti temporanei una frazione
di quella dei dipendenti stabili (Fig.3.17) e, diversamente da questa, cresce poco con
lanzianit lavorativa: fino a 10 anni si colloca intorno all85%, per rapporti pi duraturi
scende a circa il 75 (Altieri, Dota e Ferrucci, 2010, p.24).

piena soltanto quando sar chiamato da un utilizzatore. Va ricordato infatti che nel decreto attuativo della
legge 30/2003 previsto che le imprese in somministrazione corrispondano il salario intero ed i relativi
contributi, dovuti per legge, quando il lavoratore trova effettiva occupazione presso un utilizzatore, mentre
nel periodo tra unoccupazione e laltra al lavoratore spetta solamente unindennit di disponibilit []. Nei
decreti del Ministero del Lavoro essa stata indicata, a partire dal 2003, in 350 euro mensili per il lavoro in
somministrazione, con incrementi minimi di anno in anno. Nel caso del lavoro intermittente lindennit
scende al 20 per cento del salario medio (corrispondente a circa 250 euro) dei dipendenti dellutilizzatore. In
tutti questi casi i contributi sono corrisposti in proporzione ai periodi effettivamente lavorati (Gallino, 2007,
pp. 82-83).
61
Si fa riferimento alle disposizioni presenti al comma 772 della legge 296/2006.

182

Fig.3.17: Retribuzione media dei dipendenti per modalit contrattuale ed anzianit


lavorativa. Elaborazioni Ires su dati Istat - media primo semestre 2009.

Fonte: Altieri, Dota e Ferrucci, 2010.

La differenza tra i livelli retributivi delle due modalit contrattuali si conferma anche
per genere e per macroarea territoriale (Fig.3.18 e Fig.3.19): le donne e i residenti nelle
regioni meridionali guadagnano molto meno e, in generale, chi lavora con contratti a
termine percepisce una retribuzione ridotta approssimativamente del 25% rispetto a chi
svolge un lavoro a tempo indeterminato (Ibidem, 2010, p.25).

Fig.3.18: Retribuzione media dei dipendenti per modalit contrattuale, sesso e


ripartizione. Elaborazioni Ires su dati Istat - media primo semestre 2009.

Fonte: Altieri, Dota e Ferrucci, 2010.

183

Tra le tipologie di lavoratori a termine maggiormente svantaggiate in quanto a


retribuzione, a fianco delle donne del Mezzogiorno si collocano soprattutto i giovani alle
prime esperienze professionali, privi di garanzie contributive, non tutelati in caso di perdita
dellimpiego e retribuiti meno, a parit di condizioni, di chi ha un contratto a tempo
indeterminato.
Fig.3.19: Retribuzione media mensile netta dei dipendenti. Elaborazioni Ires su dati Istat,
Rcfl - II trimestre 2009.

Fonte: Altieri, 2010.

In definitiva, il fatto che un maggior rischio di instabilit della relazione contrattuale sia
associato anche ad un minor rendimento costituisce un importante fattore di segmentazione
del mercato del lavoro fra condizioni occupazionali pi o meno stabili e diversamente
retribuite.
Anche gli strumenti di sostegno al reddito, comunemente detti ammortizzatori sociali62,
sono caratterizzati da notevole frammentazione e dalla complessit dellintero sistema
62

In Italia lerogazione di ammortizzatori sociali pu dipendere da tre distinte tipologie di eventi: (1) la
sospensione del rapporto di lavoro o disoccupazione parziale; (2) la cessazione del rapporto di lavoro o
disoccupazione totale; (3) lo svolgimento di rapporti di lavoro discontinui (specificamente nellagricoltura e
nelledilizia). Generalmente gli schemi di ammortizzatori sociali sono di tipo contributivo.
Tra gli strumenti utilizzati nel primo caso rientra la Cassa Integrazione Guadagni, che pu essere
ordinaria (CIGO) o straordinaria (CIGS). Con la CIGO, unindennit pari all80% della retribuzione
normalmente spettante al dipendente viene erogata in caso di sospensione temporanea o riduzione di orario di
lavoro, dovute a cause transitorie e non imputabili allazienda, per una durata massima di tredici settimane,
salvo eventuali proroghe. Con la CIGS, lindennit spetta nel caso si presentino ristrutturazioni,
riorganizzazioni e riconversioni aziendali, in seguito a crisi, o nel caso di procedure concorsuali; la durata
massima differente a seconda della causale, ma non pu comunque eccedere i 36 mesi nel corso di un
quinquennio, inclusi i periodi di proroga.
Peculiarit della Cassa Integrazione Guadagni, salvo gli interventi in deroga che descriveremo in seguito,
la possibilit di accesso limitata ad imprese operanti in determinati settori e, nel caso della CIGS, con un
numero di dipendenti superiore a specifiche soglie: in particolare, la CIGO pu essere richiesta, di norma,

184

normativo di tutele, nonch dallassenza di una copertura di portata universale, ovvero


capace di raggiungere tutti i lavoratori incorsi, a vario titolo, in un episodio dinterruzione
o sospensione del rapporto di lavoro.
Lattuale legislazione in materia, infatti, si costituita, nel corso degli anni, per
stratificazioni successive sopra unossatura risalente al primo dopoguerra, elaborata,
quindi, in un contesto in cui le caratteristiche dei rapporti di lavoro e del sistema
economico erano profondamente differenti.
La recente proliferazione di contratti atipici non coincisa con una sistematica riforma
del sistema e di fatto i lavoratori temporanei, pi soggetti al rischio di disoccupazione,
sono anche quelli meno protetti dal sistema degli ammortizzatori sociali (Pizzuti, 2010).
La crescente flessibilit e le varie forme del lavoro atipico rappresentano uno dei temi
tra i pi spinosi del dibattito, che dagli anni Novanta si realizza nel nostro paese sul
rapporto tra mercato del lavoro e sistema di Welfare.
dalle imprese industriali e artigiane del settore edile e lapideo; nel caso della GIGS a queste due tipologie si
aggiunge il vincolo di impiegare non meno di 15 addetti, mentre lambito di utilizzazione esteso anche alle
imprese commerciali e di trasporto, alle agenzie di viaggio (purch impieghino pi di 50 addetti) e alle
imprese di vigilanza (Pizzuti, 2010, p. 216).
Negli schemi predisposti a copertura della disoccupazione totale, il sussidio pi generoso costituito
dallindennit di mobilit, che si applica in caso di licenziamento collettivo ai soggetti che hanno diritto alla
CIGS ed pari all80% dellultima retribuzione per il primo anno e al 64% per gli anni successivi; il periodo
base di corresponsione dellindennit, pari a 12 mesi, pu essere incrementato in presenza di specifici
requisiti contributivi, anagrafici e territoriali. Lassunzione di lavoratori iscritti alle liste di mobilit
comporta, inoltre, per le imprese, la possibilit di usufruire di agevolazioni contributive, di differente
ammontare a seconda del tipo di contratto adottato e delle caratteristiche dei lavoratori assunti.
I lavoratori dipendenti che non rientrino nei requisiti per accedere alla mobilit, o che siano soggetti a
licenziamento individuale, hanno accesso alla cosiddetta indennit di disoccupazione non agricola, che
rappresenta, di fatto, lunica tipologia di ammortizzatore sociale che sia applicabile in maniera pi estesa ai
lavoratori, senza vincoli legati al settore o alla dimensione dimpresa.
A sua volta, tale indennit si distingue in ordinaria e a requisiti ridotti. Nel primo caso, essa spetta ai
lavoratori dipendenti, esclusi gli apprendisti, che abbiano maturato almeno due anni di contribuzione
complessiva e che abbiano lavorato per almeno un anno nei due anni precedenti allepisodio di
disoccupazione. Ammontare e durata di tale sussidio sono stati progressivamente incrementati in anni recenti:
dal 2007, lammontare dellindennit pari al 60% dellultima retribuzione mensile per i primi sei mesi, al
50% fino allottavo mese, e al 40% per i mesi successivi, che possono raggiungere un massimo di 12 mesi.
Per coloro che non abbiano maturato i requisiti contributivi per lindennit di disoccupazione ordinaria c,
infine, la possibilit di accedere allindennit di disoccupazione a requisiti ridotti, che viene accordata a chi
nellanno solare abbia lavorato per almeno 78 giornate presso lo stesso datore di lavoro, avendo comunque
maturato due anni di contribuzione complessiva come dipendente. Il sussidio versato per il numero di
giornate effettivamente lavorate nel corso dellanno, fino ad un massimo di 180 ed il suo ammontare pari al
35% della retribuzione media giornaliera per i primi 120 giorni e al 40% per i successivi. Caratteristica
importante dellindennit di disoccupazione a requisiti ridotti lessere corrisposta in soluzione unica ed in
forma ritardata. Ci implica che la sua corresponsione slegata dalla persistenza o meno dello stato di
disoccupazione al momento del versamento della somma: essa assume quindi un carattere prevalentemente
risarcitorio rispetto alla discontinuit del rapporto di lavoro, piuttosto che un effettivo sostegno al reddito,
utile a superare il periodo di disoccupazione (Ibidem, p. 217).
Il terzo ed ultimo caso di utilizzo di ammortizzatori sociali riguarda i cosiddetti trattamenti speciali, che
coprono situazioni relative a rapporti di lavoro caratterizzati da discontinuit strutturale, in particolare per
lavori di agricoltura ed edilizia. Si ricordano, infine, i cosiddetti contratti di solidariet, che intervengono nei
casi in cui datori di lavoro e dipendenti concordino una riduzione dellorario di lavoro in caso di temporanea
crisi aziendale; in questi casi ai lavoratori garantita unindennit il cui ammontare differisce a seconda della
tipologia dimpresa richiedente.

185

In generale, limpianto del sistema degli ammortizzatori sociali basato su meccanismi


di tipo contributivo, dal momento che vi si pu accedere soltanto se si rispettano alcuni
specifici requisiti contributivi nei periodi precedenti la disoccupazione, e genera livelli di
tutele molto differenti a seconda del settore in cui si prestato servizio, della dimensione
dellimpresa, dellanzianit contributiva e della tipologia contrattuale.
I vincoli settoriali e dimensionali esistenti sono riconducibili a differenti ragioni, tra cui
la maggior esposizione a fluttuazioni cicliche e a periodiche esigenze di ristrutturazione
sperimentate nei settori considerati, nonch il maggior potere contrattuale goduto,
specialmente in passato, dai lavoratori occupati nella grande industria manifatturiera.
Di fatto, lattuale frammentariet nelle regole di accesso alle differenti forme di
sostegno al reddito, accentuata dalla sempre pi frequente diffusione di concessioni in
deroga, tende a proteggere maggiormente lavoratori che gi godono di pi ampie tutele,
garantite dai contratti di lavoro.
Ne deriva una quadripartizione tra cittadini, che si pone in netta violazione del
principio di uguaglianza: quelli a cui consentito laccesso alle varie CIG ed allindennit
di mobilit, quelli soggetti alla disoccupazione ordinaria o a requisiti ridotti, infine quelli
esclusi da qualsiasi tutela (Leonardi, 2009).
Allestremo negativo di questo quadro si colloca proprio il nutrito gruppo di lavoratori
appartenenti allarea dellinstabilit, che non risultano assicurati contro il rischio di
disoccupazione: tra questi, coloro che sperimentano rapporti di lavoro brevi e discontinui e
non sono in grado di raggiungere i vari requisiti contributivi necessari; quelli che sono
assunti con tipologie contrattuali che non forniscono accesso agli schemi di sostegno al
reddito, come nel caso delle occupazioni parasubordinate63 o nellapprendistato; infine, gli
impiegati irregolari attivi nelleconomia sommersa.
Secondo la relazione annuale della Banca dItalia (2009) sarebbero circa 1,6 milioni i
lavoratori dipendenti o parasubordinati (pari all11% delloccupazione totale) che non
avrebbero diritto ad alcun trattamento in caso di sospensione o cessazione del rapporto di

63

Ad esempio nel caso dei collaboratori coordinati e continuativi, dei collaboratori occasionali e dei
collaboratori a progetto, le giornate lavorative non concorrono a determinare i presupposti della
disoccupazione ordinaria ed a requisiti ridotti: questi lavoratori, in quanto iscritti alla Gestione Separata
dellINPS, non hanno diritto allindennit di disoccupazione ordinaria. Liscrizione alla Gestione Separata,
per, non ostacola la corresponsione dellindennit di disoccupazione con requisiti ridotti, di cui possono
beneficiare se nellanno precedente alla domanda abbiano effettuato almeno 78 giornate di lavoro dipendente
nei periodi non coincidenti con lattivit di lavoro parasubordinato. I lavoratori parasubordinati sono esclusi
dallapplicazione della normativa in materia di prestazioni di mobilit e di Cassa integrazione guadagni
(Carozza, 2009). Nel solo beneficio dei collaboratori a progetto stata, tuttavia, introdotta, in via
sperimentale per il triennio 2009-2011, una misura di sostegno al reddito per i periodi di esaurimento dei
lavori, di cui si parler nella nota che segue.

186

lavoro, anche dopo le recenti misure del Governo64 [], che in parte hanno esteso il grado
di copertura dei sussidi al reddito (Leonardi, 2009, p. 293).
Fra questi rientrano i lavoratori delle piccole imprese e quelli dei settori esclusi dalla
copertura delle tutele di tipo industriale (artigiani, bancari, piccola distribuzione, turismo),
i disoccupati che non hanno maturato i requisiti minimi necessari (soprattutto giovani che
svolgono lavoretti discontinui); i disoccupati che non hanno esaurito tutti i termini di
tempo previsti dai vari regimi (anziani e disoccupati di lunga durata), per i quali non
prevista alcuna protezione di ultima istanza; i lavoratori che svolgono attivit
nelleconomia sommersa (specie al Sud).
A determinare questo esito concorre gravemente la definizione di criteri di accessibilit
eccessivamente restrittivi per un mondo del lavoro come quello italiano, caratterizzato
dalla presenza di piccole e piccolissime imprese e, sempre pi, dalla presenza di lavoratori
atipici ed instabili, occupati in impieghi particolarmente brevi e discontinui. Un caso
esemplare di tale problematica costituito dal trattamento di disoccupazione a requisiti
ridotti, che dovrebbe rappresentare la prestazione maggiormente estendibile a diversi tipi di
lavoratori, per accedere al quale le soglie dei requisiti richiesti rimangono evidentemente
troppo selettivi: il combinato disposto fra annualit di contribuzione, due, e numero
minimo di giornate lavorate presso un medesimo committente, settantotto in un anno, fa s
64

Un recente intervento legislativo ha cercato di porre parziale rimedio a questa situazione, nellintento
di ampliare la platea di potenziali beneficiari degli ammortizzatori sociali e di estendere la possibilit di
concessioni in deroga rispetto alla normativa vigente: in pratica, piuttosto che su una riforma sistematica
della disciplina, si preferito puntare su un adeguamento del sistema attualmente in vigore. La legge 2/2009,
convertendo in legge il d.l. 185/2008 (il cosiddetto <<decreto anticrisi>>), ha, di fatto, introdotto nuove
tipologie di ammortizzatori sociali ed intervenuta sulle modalit di finanziamento del sistema, che
comprendono interventi integrativi a carico degli enti bilaterali ed esteso alle Regioni la possibilit di
finanziare i trattamenti attingendo alle risorse del Fondo Sociale Europeo [] . Nel dettaglio, le principali
innovazioni introdotte consistono in : (1) la concessione dellindennit di disoccupazione ordinaria a
lavoratori sospesi a causa di crisi aziendali o occupazionali (anche ad aziende che non hanno il diritto di
richiedere lintervento della cassa integrazione); (2) la concessione dindennit di disoccupazione a requisiti
ridotti a lavoratori che rientrino nella situazione descritta al punto (1), ma i cui requisiti contributivi
consentano di accedere solo allindennit a requisiti ridotti e non a quella ordinaria; (3) lestensione, a titolo
sperimentale per il periodo 2009-2011, dellindennit di disoccupazione ordinaria a favore degli apprendisti,
sospesi o licenziati, con almeno tre mesi di servizio; (4) lintroduzione, a titolo sperimentale, per il periodo
2009-2011, di unindennit
a favore dei lavoratori parasubordinati che operino in regime di
monocommittenza ed il cui reddito dichiarato nellanno precedente rientri entro specifiche soglie; (5)
lestensione della possibilit di erogare ammortizzatori sociali in deroga a tutte le forme di lavoro
subordinato. Riguardo alle prime tre tipologie dintervento, necessario notare che lindennit prevista pu
essere erogata per un periodo massimo di 90 giorni nel corso dellanno solare ( o, nel caso di apprendisti
sospesi o licenziati, durante lintero periodo di vigenza del contratto di apprendistato) (Pizzuti, 2010, pp.
218-219).
Questa iniziativa legislativa, ad ogni modo, non esente da critiche sostanziali, per di pi
caratterizzata da effettive difficolt di applicazione di alcune specifiche clausole condizionali, inoltre, la parte
relativa al ruolo degli enti bilaterali a rischio dincostituzionalit, ed infine da rilevare che operativamente
i parasubordinati che avranno diritto allindennit, comunque poco generosa, dal 2009 pari al 20% del reddito
percepito lanno precedente, ed erogata una tantum, costituiscono una frazione piuttosto ridotta del totale
(Ibidem).

187

che il numero di lavoratori temporanei ed occupati tramite agenzia che ne hanno usufruito
sia stato finora estremamente modesto rispetto a quanti ne avrebbero avuto bisogno.
Per di pi, la recente recessione economica intervenuta ad acuire il fenomeno di
segmentazione del mondo del lavoro in termini di accesso agli ammortizzatori sociali, dato
che i lavoratori atipici hanno sperimentato tassi di disoccupazione in media ben superiori
rispetto agli occupati dipendenti con contratto a tempo indeterminato, assorbendo la quota
maggiore della totalit della caduta occupazionale verificatasi a partire dal 2008.

Per quanto riguarda, invece, il salario differito, anche il sistema previdenziale pubblico
italiano65 riproduce in maniera fedele le sperequazioni e le discriminazioni presenti nel
mondo del lavoro, descritte finora.
Le riforme succedutesi in materia dal 1992 in poi hanno agito sia sul sistema di calcolo
delle pensioni, passato da una regola retributiva ad una contributiva, sia sullinnalzamento,
avvenuto a pi riprese, dei requisiti minimi per accedervi: queste ultime modifiche sono
quelle che hanno prodotto gli effetti pi immediati, mentre quelli connessi al metodo di
calcolo sono stati scaglionati nel tempo.
Apparentemente entrambi i fattori sono stati introdotti per garantire la sostenibilit
finanziaria della spesa previdenziale, ma nel lungo periodo si stanno manifestando
importanti effetti contrastanti e problematici.
Per quanto riguarda lintroduzione del metodo contributivo, avvenuto con la riforma
Dini del 199566, essa pu essere considerata un evidente caso dindividualizzazione dei
65

Le tre principali gestioni della spesa previdenziale in Italia sono costituite dal Fondo Pensioni
Lavoratori Dipendenti, dal Fondo dei dipendenti pubblici iscritti allINPDAP e dalle tre gestioni dei lavoratori
autonomi presso lINPS, ovvero quelle degli artigiani, dei commercianti e dei coltivatori diretti, coloni e
mezzadri (CDCM). Inoltre, nel 1995 stata istituita la Gestione Separata, al fine di fornire una copertura
pensionistica ai lavoratori con contratti atipici ed agli autonomi privi di una loro cassa previdenziale.
Istituita dallarticolo 2 comma 26 della legge 8 agosto 1995, n. 335. A decorrere dal 1 gennaio 1996, sono
tenuti alliscrizione ad unapposita Gestione Separata, presso lINPS, e finalizzata allestensione
dellassicurazione generale obbligatoria per linvalidit, la vecchiaia ed i superstiti, i soggetti che esercitano
per professione abituale, ancorch non esclusiva, attivit di lavoro autonomo [], nonch i titolari di rapporti
di collaborazione coordinata e continuativa [], anche gli associati in partecipazione (Carozza, 2009,
p.249).
66
La riforma Dini del 1995 ha modificato la regola di calcolo delle prestazioni erogate dal sistema
previdenziale pubblico: fermo restando il finanziamento della spesa mediante il metodo della ripartizione, si
sostituito, con estrema gradualit, il precedente metodo a beneficio definito, cosiddetto retributivo, con
quello a contribuzione definita nozionale, cosiddetto contributivo.
Con il sistema retributivo, la prestazione viene calcolata come prodotto del numero di anni di contributi
maturati, della retribuzione pensionabile generalmente rappresentata da una media delle ultime annualit e di
un coefficiente di rivalutazione differente a seconda delle diverse gestioni. Ne risultano fortemente
avvantaggiati, ad esempio, i lavoratori autonomi davvero, che con il retributivo ricevono una pensione legata
alle ultime retribuzioni pur essendo soggetti ad unaliquota contributiva di molto inferiore di quella a carico
dei dipendenti (Pizzuti, 2010, p. 273).
Il contributivo si basa invece su criteri di rigida equit attuariale fra i contributi versati durante lintera
carriera e le prestazioni che si riceveranno da anziani. La pensione infatti calcolata moltiplicando il

188

rischi: a parit di andamento aggregato delleconomia e della demografia, nel sistema


contributivo la prestazione dipende quindi essenzialmente dal successo della carriera
lavorativa individuale (ovvero dalla sua continuit e durata, dal livello salariale e
dallappartenenza a categorie che versano una maggiore aliquota contributiva) (Pizzuti,
2010, p. 276).
Allinterno di questo quadro, particolarmente preoccupanti sono le prospettive
pensionistiche dei lavoratori impiegati in occupazioni atipiche, che, rispetto ai dipendenti
con contratto a tempo indeterminato, sono soggetti ad aliquote contributive previdenziali
significativamente inferiori, beneficiano generalmente di minori salari, sperimentano una
maggior discontinuit della carriera professionale. Inoltre, ai lavoratori parasubordinati non
applicato dallINPS il principio di automaticit delle prestazioni: essi si vedrebbero,
quindi, negare le prestazioni a carico della Gestione Separata, non solo pensionistiche ma
anche per malattia o maternit, qualora il committente, o per meglio dire il datore di
lavoro, dovesse evadere allobbligo contributivo.
In definitiva, leffetto economicamente e socialmente pi rilevante che si determiner
con lentrata a regime del sistema contributivo sar la significativa riduzione delle
prestazioni che in molti casi saranno del tutto inadeguate.67
Un ulteriore questione, legata al rapporto tra sistema di finanziamento della spesa
mediante il metodo della ripartizione68 e sistema contributivo delle prestazioni erogate, si
porr quando i contributi versati dalle nuove generazioni di lavoratori, per buona parte
montante derivante dalla sommatoria dei contributi - sui quali garantito un saggio annuale di rendimento
pari alla media del tasso di crescita del P IL nominale del quinquennio precedente per i cosiddetti
coefficienti di trasformazione, i quali, in base allaspettativa di vita attesa al momento del pensionamento,
trasformano lo stock di montante in un flusso di rendite pensionistiche mensili. Le pensioni erogate ed il loro
tasso di sostituzione discendono da una serie di elementi, fra i quali si possono identificare come principali
i 6 seguenti, di cui i primi 4 si riferiscono a caratteristiche e prospettive del singolo lavoratore e gli ultimi 2 a
variabili aggregate: laliquota di computo dei versamenti []; la lunghezza della carriera individuale (ovvero
la sua continuit) []; la dinamica salariale []; let di pensionamento []; la crescita aggregata
delleconomia []; la dinamica demografica della popolazione ( ovvero della variazione dellaspettativa di
vita. (Ibidem, p.273).
Il metodo contributivo si applica interamente soltanto a chi abbia iniziato lattivit lavorativa dopo il
1995. Chi a tale data aveva maturato unanzianit contributiva di almeno 18 anni, riceve una pensione
interamente calcolata col retributivo; mentre per chi aveva unanzianit inferiore ai 18 anni si applica un
sistema misto ad ogni rata corrisposta, retributivo per il periodo lavorativo fino al 1995, contributivo per gli
anni successivi.
67
Secondo calcoli recenti, chi ha cominciato a lavorare con contratti di collaborazione coordinata e
continuativa fin dal momento della moltiplicazione di questi, verso la met degli anni Novanta, quando avr
raggiunto i 60 anni e al tempo stesso caso assai improbabile le 35 annualit contributive piene, potr
contare al massimo su pensioni corrispondenti al 37 per cento della sua retribuzione, che come s visto sopra
in media assai pi bassa di quella dei lavoratori dipendenti. Per farsi unidea realistica della pensione cui
vanno incontro questi soggetti basta moltiplicare 849 (il reddito mensile medio rilevato di questi soggetti) per
0,37: fa 314 (euro) (Gallino, 2007, pp.83-84).
68
Il sistema pubblico italiano a ripartizione si basa sul meccanismo per cui allinterno del bilancio
pubblico i versamenti contributivi non sono effettivamente accantonati e capitalizzati, ma sono utilizzati per
finanziare la spesa corrente delle pensioni.

189

assunti con contratti atipici, non saranno pi sufficienti a coprire la spesa per la
corresponsione delle pensioni correnti.
Anche lincremento obbligatorio dellet pensionabile, avvenuto negli anni tramite vari
interventi legislativi69, non attenua le disparit sopra elencate, bens le accentua.
In effetti, negli ultimi anni, pur vigendo o essendo ancora prevalente il metodo di
calcolo del sistema retributivo, la bassa dinamica dei salari e la maggiore incertezza dei
redditi familiari hanno gi stimolato un aumento spontaneo dellet di pensionamento,
proprio per rimandare il calo reddituale che accompagna il passaggio alla pensione e per
aumentare lammontare di questultima. []Ma in una situazione di disoccupazione
accentuata, quando anche i tassi di attivit sono bassi perch lofferta di lavoro
scoraggiata dalla consapevolezza delle scarse possibilit dimpiego, ritardare let di
pensionamento di chi impiegato si traduce nella riduzione dei posti di lavoro disponibili
per le nuove leve che gi soffrono della difficolt di trovare occupazione. In queste
condizioni, che sono proprio quelle esistenti da tempo e che a causa della crisi si stanno
accentuando, imporre una pi elevata et di pensionamento costringe al lavoro gli anziani
che vorrebbero smettere ed ostacola i giovani che vorrebbero iniziare. Oltre ad aumentare
il malessere sociale, si accentua linvecchiamento della forza lavoro (Pizzuti, 2010, p 294)
e cresce sempre pi la delega alla famiglia a sostituirsi agli ammortizzatori sociali pubblici,
sopperendo alle loro fondamentali carenze e perpetuando, con il susseguirsi delle
generazioni di lavoratori, la disuguaglianza delle condizioni di partenza. Viene inoltre a
rompersi il consueto patto di solidariet tra generazioni: i figli non possono pi sostenere
gli anziani della propria famiglia ed al contrario gli anziani si vedono costretti a sostenere
le nuove generazioni fino a maturit inoltrata.
Di fatto, nel complesso delle misure di sostegno al reddito, al di l della diffusa retorica
sulla flessibilit del lavoro come modello a cui tendere, la protezione dai rischi economici
di un lavoratore dipende dalla sua possibilit e capacit di restare ancorato ad un posto di
lavoro caratterizzato da contratto standard, a tempo pieno ed indeterminato: solo questo

69

Lultimo intervento legislativo approvato in materia risale al 2009 e riguarda let di pensionamento di
vecchiaia delle lavoratrici del pubblico impiego, che entro il 2018 sar equiparata ai 65 attualmente previsti
per gli uomini; inoltre, si introdotto il principio in base al quale, a decorrere dal 1 Gennaio 2015, i requisiti
di et anagrafica per laccesso al pensionamento andranno adeguati allincremento della speranza di vita,
accertato dallISTAT e validato dallEUROSTAT, con riferimento al quinquennio precedente.
Dal primo Luglio 2009 poi entrata in vigore la disposizione contenuta nel Protocollo sul Welfare del
2007, che ha innalzato i requisiti per accedere al pensionamento di anzianit. Da tale data, infatti, i
lavoratori dipendenti possono ricevere una pensione unicamente se hanno raggiunto i 59 anni di et e
<<quota 95>> nella somma fra et anagrafica e anni di contribuzione, con almeno 35 anni di contribuzione;
per i lavoratori autonomi il requisito invece pari a 60 anni di et e <<quota 96>> (Pizzuti, 2010, p. 249).

190

realmente in grado di garantire una copertura tendenzialmente stabile, anche se


insufficiente.
Naturalmente i lavoratori irregolari restano ancora una volta esclusi da qualunque tutela
giuridica ed economica formalmente riconosciuta ed il consueto mancato assolvimento
degli obblighi contributivi e fiscali, da parte dei datori di lavoro, comporta lofferta di
condizioni lavorative assai peggiori rispetto agli standard contrattuali di qualsiasi genere.

La temporaneit del rapporto di lavoro ed il deficit di tutele, attualmente esistente per i


lavoratori atipici, influiscono in maniera determinante anche sulla qualit del lavoro, in
conseguenza di numerosi e diversi fattori: tra questi, lo scarso senso di partecipazione ed
interesse a lungo termine nellattivit lavorativa, la ridotta informazione e formazione nella
prevenzione al rischio fornita dal datore di lavoro, la sottovalutazione dellimportanza del
coinvolgimento del lavoratore nella formulazione e nellorganizzazione del lavoro, i ritmi
tipicamente accelerati delle prestazioni richieste a lavoratori altamente ricattabili.
Dallanalisi dei risultati prodotti dallindagine Isfol sulla qualit del lavoro in Italia
(Isfol, 2007) emerge che i lavoratori precari si infortunano in termini percentuali assoluti
meno di quanti sono occupati in maniera permanente, tuttavia nel primo anno di lavoro se
ne infortuna il 72,2%, contro il 14% degli stabili (Tab.. 3.23).

Tab.3.23: Infortuni per tipo di occupazione e numero di anni lavorati, valori %, anno
2006.

Fonte: Isfol 2007

Inoltre, sempre nel primo anno lavorativo, gli occupati temporanei che si sono
infortunati segnalano, in misura molto pi elevata rispetto allaltro segmento di occupati,
infortuni lievi o gravi: 56,7% e 85,8% contro il 15,6% e l8,5% osservato tra i lavoratori a
tempo indeterminato (Tab. 3.24).
191

Tab.3.24: Gravit degli infortuni per tipo di occupazione e numero di anni lavorati,
valori %, anno 2006.

Fonte: Isfol 2007

Se i lavoratori temporanei si infortunano soprattutto nel primo anno di lavoro ed in


maniera pi grave rispetto agli occupati stabili, che raggiungono percentuali pi elevate
soprattutto dopo il decimo anno, ci potrebbe essere imputato ad alcune circostanze, a cui
si gi fatto cenno sopra: gli occupati temporanei non vengono adeguatamente formati
sulla prevenzione dei rischi per la salute e sulla sicurezza dellambiente di lavoro;
sulleventuale utilizzo di apparecchiature o macchinari pi complessi e sulle attivit da
svolgere, anche se vengono spesso impiegati in occupazioni per le quali comunque non
richiesta una formazione troppo specifica. Inoltre, in Italia, rispetto ad altri paesi europei,
linserimento al lavoro, in particolare dei giovani, non accompagnato da un training o
una formazione specifici, obbligatori e formalizzati con verifica dei requisiti necessari.
In poche parole, la sicurezza nei luoghi di lavoro viene compromessa da una forte
incidenza di flessibilit contrattuale: le imprese ed i datori di lavoro in genere non hanno
alcun incentivo ad investire nella prevenzione al rischio di lavoratori assunti solo per poche
settimane o mesi; quanto ai lavoratori, essi non hanno n il tempo per apprendere i codici
della sicurezza nellimpresa dove saranno occupati solo per poco tempo, n la motivazione
a farlo.
Ci sembra interessante sottolineare anche che nello specifico caso dei lavoratori
parasubordinati non esiste alcuna norma legale a proposito della durata della prestazione e
del diritto al riposo: non previsto alcun limite temporale per la prestazione, in termini
192

dorario o di giorni lavorativi; n diritto a riposi, intervalli o periodi di ferie; non si applica
la normativa sulle festivit.
Inoltre, elevati livelli di stress possono essere connessi alla necessit di dover
continuamente cercare lavoro e di doversi adattare frequentemente a nuovi contesti.
Senza entrare nel dettaglio delle specifiche disposizioni previste per ogni differente
tipologia di contratto temporaneo, possibile comunque rilevare che il livello complessivo
di tutela in caso di malattia ed infortunio molto ridotto: nel caso dei collaboratori
coordinati e continuativi e dei collaboratori occasionali, ad esempio, gli eventi di malattia
ed infortunio ricadono totalmente sul lavoratore facendogli perdere il corrispettivo,
consentono il recesso dal rapporto del datore di lavoro e solo raramente prevedono
lerogazione di prestazioni economiche per malattia (Carozza, 2009).
evidente che, nel caso delle occupazioni irregolari, il rischio economico legato
allinfortunio o malattia ricade completamente sul lavoratore e la perdita del posto di
lavoro immediata. A ci si aggiunge il fatto che la ricattabilit intrinseca a questo genere
di occupazioni comporta una generalizzata tendenza a non denunciare linfortunio ed a
nascondere la malattia, nonostante il rischio effettivo di incorrere in tali eventi sia
assolutamente maggiore rispetto al lavoro regolare.
Infine, i lavoratori atipici e gli occupati irregolari sono tendenzialmente inclini a ridurre
le attenzioni per la propria salute: ricorrente, ad esempio, che venga messa in secondo
piano lopportunit di sottoporsi ad una visita medica o ad una specifica cura rispetto alla
necessit di essere presente sul posto di lavoro, al fine di non perdere la retribuzione di una
giornata lavorativa, per non rischiare di perdere il posto stesso, o nella speranza di
accrescere, o non diminuire, la probabilit di vedersi rinnovato il contratto che sta per
scadere.
Per quanto riguarda la salute delle lavoratrici, solo di recente 70 stato introdotto anche
per le parasubordinate iscritte alla Gestione Separata, con esclusione per delle
collaboratrici occasionali, il divieto di essere impiegate durante i 2 mesi precedenti ed i tre
mesi successivi al parto.
La sospensione del rapporto per gravidanza comporta per le lavoratrici a progetto il
diritto alla proroga del contratto per 180 giorni, mentre le collaboratrici coordinate e
continuative non ne hanno diritto; in entrambi i casi sono previste indennit pari all80%
del reddito derivante dallattivit di collaborazione, mentre, alle collaboratrici occasionali
non si applica alcuna disciplina legale di tutela della maternit.
70

Si fa qui riferimento al decreto del 12 luglio 2007, in attuazione della legge Finanziaria 2007.

193

Considerando poi, che nei periodi di disoccupazione, eventualmente intercorrenti tra il


passaggio da un contratto temporaneo allaltro, non prevista alcuna indennit di
maternit, evidente che la dinamica generale della flessibilit del lavoro obbliga le
giovani donne in attiva ricerca di occupazione a rinunciare alla maternit o perfino a
mascherare fino allultimo momento possibile la propria gravidanza, con potenziali gravi
ripercussioni sul loro stato di salute e su quello del nascituro.

Parallelamente alle tante carenze del sistema di Welfare, il lavoro atipico sperimenta
anche una totale insufficienza della rappresentanza sindacale, forgiata originariamente a
misura della grande impresa manifatturiera industriale e disarmata dalla concreta assenza,
in varie tipologie contrattuali, del riconoscimento giuridico di alcune libert sindacali e dei
diritti basici del lavoratore.
Si pensi, ad esempio al caso dei collaboratori a progetto, coordinati e continuativi ed
occasionali.
Essi non hanno alcun diritto ad astenersi dal lavoro per la formazione, n di accedere a
prestazioni economiche per attivit formative; non possono astenersi dalla prestazione per
la cura dei propri figli, n godono di alcuna indennit economica per congedo parentale.
Esclusiva eccezione prevista per i co.co.co e co.co.pro. iscritti alla Gestione Separata, ai
quali, a restrittive condizioni contributive, riconosciuta unindennit giornaliera per
congedo parentale limitata ad un periodo di soli 3 mesi entro il primo anno di vita del
bambino: ci costituisce un forte elemento di discriminazione per le lavoratrici e di
inevitabile esclusione dal mondo del lavoro durante il gi faticoso e complesso periodo di
maternit.
Non esiste, inoltre, alcuna norma specifica in materia di libert ed attivit sindacale per i
vari tipi di collaboratori, ed anche se i lavoratori in generale godono comunque del sistema
di garanzie costituzionali associative e sindacali, queste libert sono in effetti difficilmente
esplicabili allinterno del rapporto di lavoro, senza che vi sia una prescrizione formalmente
riconosciuta di diritti e facolt legali.
Si gi sottolineato come la definizione del compenso adeguato risulti ambigua e come
non esista alcuna norma definita relativamente alla durata della prestazione. Non previsto
il diritto al riposo; non vi obbligo per il datore di lavoro di comunicare al lavoratore il
recesso del contratto prima della scadenza in forma scritta, n i motivi che lo hanno
determinato; non esiste alcuna normativa inerente ai licenziamenti collettivi ed alle
procedure di mobilit.
194

Uno degli aspetti pi evidenti, quindi, del lavoro instabile lo stato di esclusione
sostanziale di buona parte di essi dalle tutele previste nello Statuto dei lavoratori 71:
unesclusione che non formalizzata da nessuna legge ma che di fatto determinata
dallimpossibilit di far valere i propri diritti.
A diminuire drasticamente lagibilit della rappresentanza sindacale hanno provveduto,
in mutevoli combinazioni, vari fattori connessi alla flessibilit del lavoro: la mobilit dei
lavoratori flessibili da una posizione occupazionale allaltra, da un luogo allaltro
dellattivit produttiva nel suo complesso; la separazione del lavoratore dallimpresa in cui
presta la sua attivit, che insita nel lavoro in somministrazione; la moltiplicazione delle
tipologie contrattuali, e delle relative tutele, applicate anche ad una stessa categoria
professionale; i trasferimenti dei rami dazienda o di specifiche fasi del processo produttivo
da una regione allaltra, oppure allestero.
Tra i risultati pi clamorosi ottenuti dai datori di lavoro, in materia di diritto del lavoro,
grazie allapplicazione dei contratti a termine e parasubordinati di vario genere, spiccano:
lindividualizzazione del rapporto di lavoro; la neutralizzazione politica dei lavoratori
tramite il depotenziamento delle loro forme associative e la frammentazione delle
rappresentanze sindacali; la riduzione dei costi e delle tutele del lavoro; la sostanziale
facilitazione dei licenziamenti, grazie alla diffusione di contratti di durata tanto breve da
non richiedere neanche il ricorso ai medesimi, e soprattutto il raggiramento degli ostacoli
legali dovuti al licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo72.
Per di pi, una conseguenza prevedibile dellintrinseca instabilit e ricattabilit degli
assunti con contratti temporanei, ulteriormente dissuasi dallinquietudine della diffusa
disoccupazione, costituita dal disimpegno generale, dallatteggiamento rassegnato, dal
timore di protestare in caso di violazione della propria dignit umana, dal disuso a
solidarizzare con i colleghi che condividono la stessa sorte al fine di rivendicare
concretamente il rispetto dei propri diritti in ambito lavorativo.
Tale perdita di familiarit con la concreta difesa dei propri diritti, conquistati
faticosamente dalle generazioni precedenti di lavoratori, la consuetudine alla silente ed
individualizzata accettazione delle condizioni di lavoro, la dilagante depoliticizzazione e la
svalorizzazione della solidariet tra colleghi caratterizzano soprattutto il mondo dei giovani
lavoratori: introdotti fin da subito in un mosaico complesso ed incomprensibile di
occupazioni atipiche, essi ignorano spesso le condizioni giuridiche correlate alla propria
71

Statuto dei Lavoratori. Legge 20 maggio 1970, n. 300, Parlamento italiano, entrata in vigore: 11 giugno

1970.
72

Art. 18 - Reintegrazione nel posto di lavoro, Statuto dei Lavoratori, 1970.

195

condizione contrattuale ed ricorrente che non se ne interessino neppure, tanto si sono


abituati allesperienza diretta di precariet da non metterla neanche pi in discussione,
disillusi aprioristicamente rispetto ad una reale possibilit di cambiamento. Lungi dal
tentare di contrapporsi agli abusi quotidiani, essi si abituano sempre pi a sottostare alle
condizioni imposte, pestandosi talvolta i piedi a vicenda nel tentativo di guadagnare
frammenti personali di miglioramento delle aspettative.
Soprattutto in quelle attivit economiche di nuova generazione, come nel settore dei
servizi, caratterizzate dalla dilagante presenza di occupati giovani ed atipici, la completa
assenza di termini di paragone concreti che li riguardi e che possano figurare prospettive
differenti delle loro condizioni occupazionali, comporta nei lavoratori giovani una netta
perdita di memoria intergenerazionale, la dissoluzione dellesperienza storica del mondo
del lavoro italiano, la frustrata rinuncia e lapatica assuefazione alle condizioni
occupazionali attualmente disponibili e considerate inevitabili.
In altri casi, invece, la progressiva segmentazione del mondo del lavoro ha comportato
sempre pi frequentemente la compresenza, nello stesso luogo di lavoro, di persone che
svolgono professioni ed attivit simili o identiche, ma appartenenti a generazioni diverse,
con tutele contrattuali, modalit di lavoro e livelli salariali differenziati.
Allinterno di questo quadro risultano evidenti le difficolt, oggettive e soggettive, di
creare e coordinare unorganizzazione che possa essere espressione della volont di
lavoratori impiegati in ambiti e settori connotati strutturalmente dalla discontinuit
dellimpiego e delle forme contrattuali, dalla frammentazione produttiva e territoriale.
Per di pi, nellattuale contesto di accelerazione temporale e segmentazione dei
trattamenti occupazionali, non esiste neanche pi il tempo necessario perch tra le persone,
che pure lavorano fianco a fianco, si stabilisca un legame sociale: la disomogeneit dei
trattamenti ha condotto anche ad una dissoluzione dellunit nelle rivendicazioni sindacali
e ad una maggior complessit nella dinamica dellattivit di definizione di obiettivi chiari e
comuni ai vari lavoratori.

Anche gli effetti di tipo psicologico o psico-sociale del nuovo modello occupazionale
giocano un ruolo fondamentale nella transizione dalla flessibilit del lavoro ad una
condizione di precariet, oggettiva e soggettivamente percepita.
La precariet implica una strutturale insicurezza ed instabilit personale, generata dal
fatto che il lavoro, e con esso il reddito, revocabile in qualsiasi momento a discrezione
del datore di lavoro che lo ha concesso.
196

La precariet oggettiva, soggettivamente esperita, presenta, quindi, vari aspetti.


Innanzitutto svanisce o viene fortemente limitata la possibilit di formulare previsioni e
progetti, sia di lunga che di breve portata, riguardo al futuro professionale, ma anche
familiare e personale.
Le condizioni materiali dei giovani che diventano adulti in posizioni lavorative instabili,
i bassi redditi associati allincertezza sul futuro, anche immediato, producono vincoli alla
spesa ed alla vita familiare, costringendoli a posticipare tutti gli eventi importanti della
vita, a cominciare dalla maternit o paternit, e ad appoggiarsi economicamente alla
propria famiglia di origine o al proprio partner.
Inoltre, a seconda delle differenti condizioni economiche di partenza, in molti casi i
rischi impliciti nel lavoro atipico inducono i giovani meno protetti a rinunciare a fragili
prospettive di affermazione professionale pur di uscire dal circolo vizioso della precariet,
prevalendo il bisogno di sicurezza sulla voglia di autonomia e soddisfazione personale.
Linstabilit occupazionale, protratta nel tempo, ha effetti qualitativi di lungo termine
anche sulle competenze professionali accumulate e sullidentit lavorativa raggiunta,
costruita attraverso esperienze frammentarie e dequalificanti, poco significative rispetto ai
propri interessi ed aspirazioni, processi formativi superficiali e parcellizzati, progetti
rinviati e mai realizzati.
La percezione che la propria vita ed il proprio futuro subiscano quotidianamente
limpatto di fattori puramente contingenti, spesso casuali, o comunque dettati dalla volont
e dalle strategie di altri decisori, costituisce un efficacissimo alimento dellantipolitica,
dellastensionismo e della resa allesistente. Tanto pi che lindipendenza politica
personale discende anche da uneffettiva indipendenza economica, da un buon grado
distruzione e di conoscenza e soprattutto da un tangibile potere contrattuale nei confronti
dei propri datori di lavoro.
Linstabilit procura alle donne problemi ulteriori, poich complica particolarmente la
gestione della vita familiare: i cambiamenti ricorrenti di occupazione costringono infatti a
modificare anche lorganizzazione quotidiana allinterno della famiglia, in termini di
durata e modulazione degli orari, e ci aggiunge fatica ed ansia alla gestione dei carichi
domestici e familiari, sostenuti prevalentemente dalle donne. Le nuove forme contrattuali
flessibili, quindi, lungi dal sostenere il lavoro delle occupate impegnate anche in attivit di
cura, spesso le inducono ad abbandonare il percorso professionale oppure a ridimensionare
fino ad annullare i progetti di maternit.

197

Anche considerando che lesperienza personale di precariet pu assumere un peso


particolare, un significato differente, una durata variabile, a seconda del territorio, del
genere, dellet anagrafica, del sistema lavorativo di riferimento e delle condizioni
economiche familiari di partenza, emerge comunque, dallinsieme delle valutazioni
esposte, come la flessibilit del lavoro comporti rilevanti costi personali e sociali, a carico
dellindividuo, della famiglia e dellintera comunit.

In conclusione, possibile constatare che la moltiplicazione dei lavori flessibili si


trasforma di fatto in precariet diffusa. Tale metamorfosi avviene principalmente tramite
lerosione di una parte notevole delle forme base di sicurezza economica e sociale dei
lavoratori e con la contrazione di quei diritti politici e sociali di cittadinanza che si
solevano dare ormai per scontati:

Innanzitutto,

limprescindibile

sicurezza

delloccupazione,

garantita

da

meccanismi legali di protezione contro i licenziamenti arbitrari e dalla stabilit


della propria posizione lavorativa.

La sicurezza professionale, rappresentata dalla possibilit di valorizzare il


proprio ruolo e la propria identit professionale, formandosi ed accrescendo
continuamente le proprie competenze e conoscenze.

Sicurezza sui luoghi di lavoro, resa effettiva da vari tipi dintervento: la


prevenzione al rischio dincidente e di contrazione di malattie professionali;
unadeguata regolamentazione in tema di salute e sicurezza, accompagnata da
una capillare e ricorrente attivit di verifica e controllo degli ambienti di lavoro;
la formazione continua di lavoratori; la definizione di precisi limiti agli orari ed
agli straordinari richiesti, nonch la riduzione dello stress sul lavoro.

Sicurezza del reddito, data dalla possibilit di ottenere e mantenere


continuativamente, anche in seguito alluscita dal lavoro, un reddito adeguato, in
grado di assicurare al lavoratore ed ai suoi familiari una vita dignitosa e libera
dal bisogno.

Sicurezza della libert di espressione individuale e collettiva, garantita dalla


possibilit di regolare le proprie condizioni lavorative, riunendosi in
organizzazioni sindacali libere ed indipendenti o in altri organismi finalizzati a
rappresentare ed affermare gli interessi dei lavoratori.

198

In estrema sintesi, la temporaneit dellimpiego diventa, quindi, precariet quando si


protrae nel tempo bel al di l di una fisiologica fase di inserimento e, tanto pi se poco
tutelata sul piano contrattuale, significa anche bassi salari, mancanza di protezione sociale,
assistenziale e sindacale, esclusione dai programmi di formazione, chiusura dei percorsi di
crescita professionale e di progettualit personale e familiare.
Se ancora oggi la condizione di instabilit occupazionale e la conseguente esperienza di
precariet sono relativamente pi frequenti fra i pi giovani, osserviamo che queste
tendono a spostarsi verso le fasce pi adulte, sia per effetto dellallungamento dei tempi di
stabilizzazione, che per il fatto che sempre pi gli adulti espulsi dai processi produttivi,
soprattutto quando privi di risorse economiche e professionali particolarmente qualificate,
entrano nel circuito del lavoro temporaneo.
Si infatti trasformato il modello occupazionale e sono cambiate le prassi seguite dalle
imprese nelle nuove assunzioni: ad oggi, qualunque sia let del lavoratore, una nuova
assunzione, seguita ad un licenziamento, prevede generalmente un periodo pi o meno
lungo con un contratto temporaneo.
Con il passare degli anni e delle generazioni questa tendenza sta convertendo
radicalmente il sistema occupazionale italiano, orientandolo sempre pi verso il lavoro
temporaneo: ci che rende questo fenomeno particolarmente preoccupante che,
parallelamente

allaumento

del

rischio

di

disoccupazione

della

probabilit

dintrappolamento nella condizione di precariet, si sta sviluppando anche una strutturale


iniquit negli assetti del mondo del lavoro, congiuntamente ad una progressiva espansione
di fenomeni di esclusione sociale, di astensione politica e disuguaglianza economica, che
investono progressivamente lorganizzazione dellintera societ.

199

CONCLUSIONI

Riteniamo a questo punto di poter indicativamente rispondere ad alcuni dei questi


posti allorigine di questo studio.
Innanzitutto, la flessibilit del lavoro appartiene ad un corollario di interventi
governativi previsti dalla teoria economica neoliberista.
Tale teoria economica prevede uninsieme preciso di strategie di politica economica e
si storicamente affermata a livello internazionale a partire dagli anni Ottanta, durante un
periodo di trasformazione e riorganizzazione generale, seguito ad un notevole
rallentamento del processo di crescita economica dei paesi a capitalismo avanzato e di una
conseguente caduta tendenziale dei profitti.
Quindi, la flessibilit del lavoro non inevitabile ma frutto di una precisa scelta tra
differenti modelli teorici di organizzazione economica e politica.
Il cuore interpretativo e propositivo di tale teoria, storicamente e politicamente
connotata, costituito dalla semplice struttura di uneconomia di mercato e le principali
linee guida indicate per le politiche governative includono sinteticamente: disimpegno
dello stato tramite compressione della spesa pubblica, in particolare dei trasferimenti
previsti dal sistema di sicurezza sociale; alleggerimento delle imposte per le fasce pi alte
di reddito, al fine di rafforzare lo spirito imprenditoriale; appello al risparmio privato;
deregolamentazione delle attivit produttive e finanziarie; privatizzazione delle imprese
pubbliche e dei settori precedentemente nazionalizzati; abbattimento di barriere al
commercio internazionale; lotta contro l'inflazione come priorit di politica economica a
scapito dell'occupazione. Si prevede inoltre che il mercato del lavoro debba essere
flessibile e deregolamentato, che le convenzioni collettive nazionali vengano sostituite da
un decentramento dei negoziati fra le parti sociali, i salari siano deindicizzati rispetto ai
livello dei prezzi e che la riforma neoliberista dello stato sociale, tramite la progressiva
diminuzione delle spese sociali, debba costituire un passo fondamentale verso una drastica
riduzione della disoccupazione.
La

stessa

teoria

economica

neoliberista

propone,

quindi,

parallelamente

deregolamentazione del mercato del lavoro e liberalizzazione dei commerci e dei flussi di
capitale, a livello nazionale come internazionale, quali ricette necessarie al raggiungimento
degli obiettivi prioritari di equilibrio generale tra glinteressi delle parti e lefficienza per
lintera societ.

200

Poich, come ricostruito nella tesi, la globalizzazione economica odierna risulta dal
progressivo sviluppo geografico della liberalizzazione dei flussi commerciali e finanziari, e
la flessibilit frutto di una deregolazione del lavoro, tali considerazioni ci permettono di
sostenere che lungi dallessere luna conseguenza diretta dellaltra, le due condizioni
rappresentano piuttosto due strategie economiche parallele e contemporanee, che
condividono una medesima origine teorica, frutto di una scelta politica ed economica ben
precisa.
Risulta, altres, che i diversi aspetti interagiscono tra loro allinterno del medesimo
sistema economico ed orientando glinvestimenti di capitale industriale e finanziario,
libero di muoversi attraverso i confini nazionali alla ricerca di rendimenti sempre maggiori,
essi contribuiscono a configurare la divisione internazionale del lavoro allinterno del
mercato globale.
Si osservato, infatti, come si sia venuto progressivamente a creare un circuito globale
di manodopera a basso costo, nel quale i mercati del lavoro nazionali non sono pi
separati tra di loro ed i lavoratori di paesi diversi sono spinti a competere in una corsa
verso il fondo in quanto a salari e diritti.
Il circuito cominciato nei paesi in via di sviluppo in coincidenza della crisi del debito
fra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta e con l'imposizione dei programmi di
stabilizzazione macroeconomica e aggiustamento strutturale da parte di BM ed FMI,
esplicitamente orientati in senso neoliberista.
A partire dalla fine degli anni Ottanta ed inizio anni Novanta, la globalizzazione del
lavoro a basso costo si estesa a quasi tutte le regioni del mondo, inclusi i paesi dell'exblocco sovietico, i paesi considerati di recente industrializzazione del Sud- Est asiatico e
dell'Estremo Oriente, il Nord America e l'Europa occidentale, tramite l'azione delle due
istituzioni finanziarie internazionali e la contemporanea evoluzione degli accordi GATT e
successivamente del WTO.
Da un lato, la gamma di riforme macroeconomiche applicate da FMI e BM hanno
preparato il terreno accelerando la formazione di una gran massa di forza lavoro industriale
a basso costo, stabile, disciplinata e non organizzata, nei paesi in via di sviluppo e
nell'Europa Orientale; dallaltro, lattivit degli accordi GATT e del successivo WTO ha
favorito la migrazione del capitale produttivo e finanziario da un paese all'altro, innescando
un processo di rilocalizzazione dellattivit economica, che cominciando dallindustria
giunta negli anni Ottanta a coinvolgere gradualmente tutti i settori dell'economia e varie
categorie della forza lavoro.
201

Nei paesi cosiddetti avanzati, conseguentemente al processo di delocalizzazione, si


verificato un graduale aumento della disoccupazione, che ha indotto unimportante
contrazione della domanda nel mercato dei consumi, la quale si ripercuote a sua volta sulla
produzione, contribuendo all'ulteriore sequenza di chiusure, fallimenti, disoccupazione e
cos via.
A questo circuito prende parte attiva anche l'eccezionale espansione del settore
finanziario nelle imprese manifatturiere e nell'economia internazionale in generale:
soprattutto nei paesi avanzati si ridotta gradualmente la ricerca di profitto tramite
investimenti a lungo termine in attivit produttive, sostituita dal perseguimento di strategie
societarie concentrate sulla massimizzazione, nel breve termine, delle azioni e del valore di
mercato delle imprese. Tra le numerose strategie perseguite al fine di raggiungere tale
obiettivo rientrano: i tagli al personale, ove convenga farlo per ridurre i costi previsti in
bilancio e creare valore azionario; la fidelizzazione di un nucleo ristretto del personale; la
riduzione delle assunzioni; lampio ricorso a lavoro informale e flessibile, in quanto
facilmente e rapidamente revocabile; pratiche ostili nei confronti delle organizzazioni
sindacali e dei lavoratori; frazionamento della catena produttiva in piccole e medie unit
dotate di personalit giuridica autonoma ma sostanzialmente dipendente dalle commesse
dellazienda.
A ci si aggiunge il fatto che le imprese quotate in borsa sono prevalentemente
possedute da banche commerciali e compagnie assicurative, nelle vesti dei cosiddetti
investitori istituzionali, e poich nei paesi occidentali l'accumulazione di cospicui debiti
pubblici ha fornito agli interessi finanziari e bancari una notevole influenza politica,
nonch il potere di indirizzare la politica dei governi in campo economico e sociale, risulta
piuttosto evidente la coincidenza tra chi in grado di promuovere una flessibilizzazione
del mondo del lavoro e chi ne gode in termini di eventuali rendite azionarie.
sulla base di questa economia globale di manodopera a basso costo e di
disoccupazione che la deregolamentazione del lavoro e la contrazione dei salari reali trova
maggior ragion dessere anche nei paesi avanzati: in presenza di una forte instabilit del
mercato globale, di un'accresciuta concorrenza internazionale, di alti tassi di
disoccupazione, i datori di lavoro hanno generalmente sfruttato il diminuito potere
sindacale e le sacche di lavoratori in eccedenza per promuovere regimi di lavoro e contratti
di lavoro molto pi flessibili, per sostituire a forme di occupazione stabili e regolari un alto
numero di lavori a tempo parziale, o temporanei, o in subappalto.

202

In poche parole, i lavoratori dei paesi pi svantaggiati sono stati deliberatamente posti
in competizione con quelli dei paesi avanzati ed il processo di accelerazione della
globalizzazione economica di fatto stato a sua volta sostenuto dallespansione, ad opera
dei governi nazionali, di una legislazione sul lavoro orientata alla flessibilit.
In definitiva, il quadro globale che emerge dallapplicazione concreta dei paradigmi
neoliberisti quello di uneconomia mondiale segnata dalla sovrapproduzione e
dallincontrollata finanziarizzazione, caratterizzata da un declino del potere generale
d'acquisto e dall'aumento dei livelli di povert, in cui sembrano sopravvivere soprattutto le
imprese che dispongono delle tecnologie pi avanzate o quelle che sono in grado di pagare
salari pi bassi, le banche commerciali e le compagnie assicurative pi potenti che
gestiscono ingenti fondi finanziari: in estrema sintesi la legge del pi forte.

Un discorso parallelo pu essere fatto per la relazione che intercorre tra crisi del
mondo del lavoro e recente crisi finanziaria internazionale, in quanto esse, analogamente al
caso precedente, sembrano condividere la stessa matrice teorica neoliberista.
Lungi dal voler affrontare un tema tanto spinoso e complesso quale la recente crisi
finanziaria, esplosa nel 2008 negli Stati Uniti e propagatasi negli anni successivi a livello
internazionale, vorremmo limitarci a fare alcune considerazioni che a nostro avviso
forniscono una parziale risposta ai quesiti presentati nellintroduzione di questo studio.
Anche alla luce del processo descritto sopra, a nostro avviso, possibile sostenere che
lattuale crisi del mondo del lavoro italiano, caratterizzato da alti tassi di disoccupazione e
diffusa instabilit lavorativa, non totalmente riconducibile alla recente crisi economica.
Sembrer unaffermazione scontata, ma non ci sembra tale, in quanto constatiamo di
frequente quanto la correlazione immediata tra i due fenomeni sia oggi diffusamente
accettata e con grande arrendevolezza critica si sia consolidata nel senso comune. Senza
entrare nel merito degli sviluppi che hanno condotto la crisi finanziaria a contagiare anche
il mondo del lavoro, ci sembra utile ribadire che gli elevati tassi di disoccupazione e
laccelerata diffusione del lavoro atipico sono assolutamente preesistenti agli anni 20082009: di sicuro la crisi internazionale ha agito su di un sistema del lavoro italiano gi molto
fragile e stratificato rispetto al passato.
Tra i fattori che hanno innescato e trasmesso tale crisi finanziaria ci sono lincredibile
sviluppo dellindebitamento, condizione necessaria al sostegno della societ dei consumi
nei paesi industrializzati dell'Occidente, e l'eccezionale crescita del mercato borsistico
globale, caratterizzato ormai da un reticolato tanto intricato e speculativo da trasmettere
203

repentinamente le proprie perturbazioni da un capo allaltro del mondo, facendole lievitare


in maniera totalmente incontrollata.
Entrambi i fattori costituiscono due importanti aspetti dellespansione attuale del
sistema

finanziario

internazionale,

originariamente

favorita

anche

da

quella

deregolamentazione dei movimenti di capitale, dei mercati finanziari e dell'ambito di


attivit delle banche, che ha preso l'avvio a partire dagli anni Settanta.
Senza alcuna intenzione di negare la drammatica portata della recente crisi finanziaria
sulleconomia delle imprese e sul mondo del lavoro italiano, crediamo che potrebbe essere
interessante cercare di capire quante sono state le imprese effettivamente cadute in rovina a
causa della contrazione del mercato del credito e della recessione economica, e quante,
invece, hanno utilizzato lo scenario della crisi per mascherare delocalizzazioni comunque
in programma o piani dinvestimento del capitale finanziario che trovano sicura copertura
negli svariati paradisi fiscali oggi esistenti al mondo.

Anche per quanto riguarda lo specifico contesto italiano possibile sostenere, alla luce
della ricostruzione storica svolta nella tesi, che la flessibilit non costituisce una necessit
inevitabile, bens rappresenta una scelta specifica di politica economica, applicata nel
tempo tramite alcune ben precise tappe legislative, a cui hanno dato luogo schieramenti di
centro-destra come di centro-sinistra.
Tramite il processo di deregolazione del mercato del lavoro si proceduto
deliberatamente ad esercitare una crescente pressione economica, politica e culturale volta
ad erodere il sistema dei diritti dei lavoratori, visto come ostacolo alla competitivit delle
imprese e conseguentemente dellintero paese.
Sicuramente oggi la concorrenza internazionale ha uninfluenza non indifferente sulle
imprese, grandi o piccole che siano, ma anche vero che i legislatori che si sono succeduti
in questi ultimi decenni in Italia, trasversalmente ai diversi colori politici, hanno deciso di
esporsi completamente alle perturbazioni del mercato globale, ricevendo ed applicando
indiscriminatamente i pilastri fondamentali del paradigma neoliberista ed assumendo la
competitivit quale compito primario dello Stato.
Inserito in un contesto internazionale dinamicamente rimodellato dai continui e
repentini spostamenti di capitale, lo Stato, inteso come corpo giuridico istituzionalmente
costituito, sembra essere sceso in campo per sottoporsi alla competizione internazionale e
plasmare le proprie condizioni macroeconomiche allo scopo di attrarre la maggior quota
possibile di capitali in cerca di sempre pi alti rendimenti. Non stupisce quindi che il
204

miglioramento della posizione internazionale in termini di competitivit venga


automaticamente perseguito con drastici tagli allo stato sociale ed una crescente
flessibilizzazione del mondo del lavoro.
Tra le politiche governative perseguite in tal senso, rientra anche lampio processo di
privatizzazione che ha spogliato lo Stato di tante grandi imprese pubbliche, consegnate a
strategie dimpresa decise da managers e consigli damministrazione effettivamente
incontrollabili e non sempre efficienti come si era previsto, le quali hanno avuto anche
effetti non indifferenti sul mondo del lavoro, in termini sia quantitativi che qualitativi.
Inoltre, anche la pubblica amministrazione in generale s impegnata ad importare grosse
quote di contratti atipici analoghi a quelli usati dalle imprese, con lintento di risanare il
bilancio pubblico.
Lincremento della flessibilit nelle relazioni contrattuali, di fatto, costituisce oggi un
utile strumento di traslazione del rischio dimpresa a carico dei lavoratori dipendenti, che
libera lazienda dalla responsabilit di assorbire la variabilit dei mercati mediante
investimenti in innovazione e ricerca.
Sostituendo posti di lavoro a tempo indeterminato con mansioni a termine, le imprese
sarebbero, infatti, in grado di fronteggiare pi rapidamente le fluttuazioni della domanda,
mentre, a causa della natura instabile della relazione contrattuale, i lavoratori risultano
assolutamente pi vulnerabili, anche in considerazione del fatto che in Italia ad un maggior
rischio si associa anche una minore remunerazione e non viceversa.
Si visto, infatti, come il lavoro atipico, nella sua progressiva frammentazione, da
modalit di lavoro complementare alloccupazione dipendente standard, si stia imponendo
sempre pi quale strumento di abbattimento dei costi del lavoro, oltrech di flessibilit: un
doppio vantaggio che ne ha incentivato un uso anomalo da parte delle imprese, di
sostituzione del lavoro dipendente stabile, fino al paradosso di interi settori retti con le
collaborazioni temporanee. Ad ulteriore dimostrazione di queste considerazioni sta il fatto
che spesso le modalit di prestazione in termini di ritmi orari e compiti professionali sono
vicine al lavoro standard, dal quale si distinguono esclusivamente per il carattere
temporaneo del rapporto, per la mancanza di tutele e per il costo del lavoro.
Di fatto, la competizione internazionale stata deliberatamente affidata alla flessibilit
estrema del lavoro, ed a poco a poco linstabilit lavorativa stata accettata come
condizione necessaria ed inevitabile.
Ci sembra sufficientemente indicativa la pratica sempre pi diffusa, suggellata dal
recente modello Marchionne nel caso degli impianti industriali FIAT di Pomigliano e
205

Mirafiori, che punta a scardinare definitivamente e svuotare di efficacia il contratto


collettivo nazionale in favore di forme di contrattazione aziendale, inclusive di clausole
sostanzialmente in deroga ad alcuni fondamenti del diritto del lavoro italiano, a fronte di
una promessa puramente nominale di mantenimento delloccupazione: si chiede
esplicitamente ai lavoratori ed alle lavoratrici di scegliere tra il posto di lavoro ed il
radicale peggioramento dei propri diritti.
Lamministratore delegato della FIAT non stato il primo, n sar lultimo, a seguire
una tale strategia di relazioni industriali, ma ci che ha reso questo modello contrattuale un
caso esemplare, a nostro avviso, consiste in due componenti principali. Innanzitutto, la
spregiudicatezza con cui si reso manifesto il vero disegno concorrenziale dellimpresa in
Italia, basato esclusivamente sulla gara al ribasso nelle condizioni occupazionali e salariali
dei lavoratori messi in competizione tra loro a livello internazionale. In secondo luogo, il
valore simbolico che ha limpresa, in quanto a dimensioni aziendali e storia sindacale,
costituisce un ulteriore svelamento di quel progetto di lungo periodo, perseguito a livello
nazionale da associazioni imprenditoriali ed istituzioni politiche, ed orientato a raggirare ed
incrinare quel fortino di tutele giuridiche e salariali, ancora presente in alcuni settori
economici e soprattutto per alcune fasce generazionali, che incorporato nella tipologia
contrattuale del lavoro standard ed protetto dal contratto collettivo nazionale.
Ci che risulta interessante notare come giornali, politici e commentatori vari si
siano spesi tanto per leggere ideologicamente quelle stesse condizioni contrattuali come
evoluzione moderna ed inevitabile del sistema produttivo, attorno alla quale ripensare, in
chiave riduttiva, la rappresentanza e la pratica contrattuale, il salario e le tutele del lavoro.
In merito allesistenza oggettiva di una condizione di precariet nel sistema lavorativo
italiano, risultato dallanalisi multidimensionale della flessibilit occupazionale, sulla
base di dati prodotti da differenti fonti prevalentemente istituzionali, che essa si di fatto
convertita in una condizione diffusa di precariet, in conseguenza dellerosione di una
parte notevole delle forme base di sicurezza economica e sociale dei lavoratori e della
contrazione di quei diritti politici e sociali di cittadinanza che si solevano dare ormai per
scontati: la sicurezza delloccupazione, garantita da meccanismi legali di protezione contro
i licenziamenti arbitrari e dalla stabilit della propria posizione lavorativa; la sicurezza di
una possibile crescita professionale; la sicurezza sui luoghi di lavoro; la sicurezza del
reddito, data dalla possibilit di ottenere e mantenere continuativamente, anche in seguito
alluscita dal lavoro, un reddito sufficiente ad assicurare al lavoratore ed ai suoi familiari
206

una vita dignitosa e libera dal bisogno; la sicurezza della libert di espressione individuale
e di organizzazione collettiva e sindacale allinterno dei luoghi di lavoro.
Si rilevato, inoltre, allinterno della tesi, quanto sia lontana, in termini economici
come politici, lipotesi che in Italia possa trovare concreta applicazione il progetto
comunitario di flessicurezza, il quale dovrebbe ipoteticamente temperare gli effetti negativi
di una crescente segmentazione dei mercati del lavoro nazionali e degli oneri economici,
sociali e personali attualmente a carico dei lavoratori, tramite un combinato incremento di
flessibilit, politiche attive e passive nel mercato del lavoro.
Ad ogni modo, visto il carattere multidimensionale della precariet, la flessicurezza
costituisce, a nostro avviso, un rimedio comunque parziale, che non interverrebbe su buona
parte degli effetti pi gravi della flessibilit: conseguenze personali e familiari di un
continuo e repentino cambio doccupazione, la difficolt di crescere professionalmente,
bassi livelli di reddito totale ottenuto nel corso degli anni e quindi di futura pensione,
frammentariet delle prospettive future ed impossibilit a progettare perfino la propria
quotidianit, dipendenza costante da decisioni altrui e da fattori esterni ed incontrollabili,
solo per citarne alcuni.
Inoltre, quandanche fosse possibile introdurre una qualche forma di flessicurezza in
Italia, questa costituirebbe a nostro avviso solo una misura di riduzione del danno: si
andrebbe a tamponare solo alcuni dei sintomi negativi e dei costi personali e collettivi della
flessibilit del lavoro senza, per, incidere in alcun modo sulle cause e fornendo oltretutto
unalibi istituzionalizzato alla persistenza della disoccupazione ed a quelle imprese che
abusano dei contratti atipici solo per ridurre i costi del lavoro e svincolarsi da ogni tipo di
responsabilit sociale.
evidente la contraddizione latente tra risultati effettivamente conseguibili tramite la
strategia della flessicurezza ed obiettivi dichiarati nella strategia di Lisbona: ottenere una
crescita sostenibile, con pi posti di lavoro, di migliore qualit.
In questa prospettiva la costruzione teorica della flessicurezza assume pi le
sembianze di un mantra ripetuto con poca convinzione, o con poca onest intellettuale e
politica, pi che una reale politica di contrasto alla crisi del lavoro.
In definitiva, ci sentiamo di poter dedurre che la flessibilit a senso unico che
caratterizza lattuale sistema del lavoro italiano, rispetto alla quale il lavoratore pu solo
aspirare ad accedere o a rientrare nel mercato del lavoro con ridotte probabilit di
conseguire unoccupazione sicura e di qualit, inevitabilmente si converte in precariet
diffusa.
207

In merito, vorremmo anche aggiungere una riflessione personale rispetto al binomio,


che spesso ricorre anche nellinterpretazione comunemente assunta dai giovani, per cui
contratto a termine = flessibilit = libert di cambiare versus contratto a tempo
indeterminato = stabilit = rigidit e costrizione.
A nostro avviso, ci troviamo di fronte ad un falso problema, frutto di una retorica
diffusa in maniera spesso strumentale: la libert di cambiare deriva innanzitutto dalla
libert di scelta combinata alleffettiva disponibilit di possibilit alternative; ben diverso
, invece, essere obbligati ad abbandonare unoccupazione a causa della fine del contratto,
della revoca discrezionale del rapporto di lavoro, del mancato rinnovo atteso o perch il
datore di lavoro giuridicamente legittimato a scegliere se chiamare oppure no fino a
poche ore prima dellinizio dellimpiego.

Per concludere, vorremmo sviluppare un ultimo ragionamento che ci riconduce al


punto di partenza e ci permettere di rispondere parzialmente alla domanda di Harvey,
presentata nellintroduzione.
Nella tesi emerso come lattuale sistema del lavoro italiano risulti connotato da
evidenti e profonde iniquit sociali: di fatto si ripropongono gli squilibri che hanno
tradizionalmente caratterizzano il nostro paese in termini di partecipazione al lavoro, cio
quello tra generi e tra i diversi contesti territoriali.
Si osservato anche come il divario pi recente riguardi proprio le nuove generazioni,
per le quali sono cresciuti nel tempo i rischi di intrappolamento nella condizione di
precariet, e che allo stesso tempo questi rischi tendono a spostarsi verso le fasce pi
adulte, sia per effetto dellallungamento dei tempi di stabilizzazione, sia per il fatto che i
lavoratori espulsi oggi dai processi produttivi, a prescindere dallet, hanno una sempre
maggior probabilit dincappare in un contratto temporaneo.
Se per i lavoratori pi adulti risulta piuttosto immediato constatare che il rischio di
cadere in un circuito di instabilit occupazionale sia pi elevato nel caso in cui essi siano
privi di risorse economiche e professionali particolarmente qualificate ed abbiano bassi
livelli di scolarizzazione, per le giovani generazioni risulta forse necessario fare un
passaggio logico in pi.
vero, infatti, che i giovani non costituiscono una classe sociale in s, ed il fatto che
la condizione di instabilit occupazionale, con il relativo corollario di svantaggi economici
e personali, colpisca allinterno di questa fascia generazionale anche lavoratori con elevati

208

livelli di scolarizzazione ha indotto molti a pensare ad una sorta di livellamento verso il


basso attualmente in corso nella societ italiana.
Se per si assume una prospettiva di lungo periodo e si prova ad immaginare i
possibili scenari di questa nuova condizione sociale, non risulter complesso derivarne che
in realt tutto sta cambiando per tornare come un tempo. I giovani, infatti, hanno una
famiglia alle spalle che, proprio in virt della crescente instabilit occupazionale,
chiamata sempre pi frequentemente a sostenerli fino a maturit inoltrata. Ne consegue,
evidentemente, che sopravviver allinstabilit occupazionale, giungendo infine a
conseguire unoccupazione stabile di alto contenuto professionale e salariale, solo chi potr
permettersi di pazientare grazie alla copertura fornita dalle proprie condizioni familiari di
partenza.
Chi, invece, nonostante le reali capacit ed il livello di scolarizzazione raggiunto, non
potr permettersi di prorogare molto nel tempo lentrata nel mondo del lavoro pi stabile si
trover presto costretto ad accettare la prima possibilit che gli si presenti in tal senso,
anche se di qualit inferiore alla propria preparazione.
Se tale risultato non ancora sufficientemente visibile, grazie al fatto che le
generazioni oggi adulte hanno avuto in passato qualche opportunit in pi di costruirsi un
futuro sulla base dei propri sforzi e capacit e non delle proprie condizioni economiche di
partenza, trasmettendo questa sorta di rimescolamento sociale anche ai figli, molto
probabilmente tra qualche generazione il blocco della mobilit sociale e la polarizzazione
delle disuguaglianze economiche, di genere e territoriali risulteranno ancor pi evidenti di
quanto non siano gi.
Se vero, quindi, che con il passare degli anni il sistema occupazionale italiano si sta
trasformando radicalmente, orientandosi sempre pi verso il lavoro temporaneo,
altrettanto vero, a nostro avviso, che la legge del pi forte trover sempre pi ampi spazi
daffermazione, riconfigurando gradualmente lassetto economico della societ italiana.
A fronte di quanto detto finora, infatti, non sembrano sostanzialmente evidenti, dopo
pi di un decennio di progressivo abbattimento delle presunte rigidit, quegli effetti
positivi che avevano preannunciato i fautori della flessibilizzazione del mercato del lavoro:
lo sviluppo di una collettivit di lavoratori che tende gradualmente a diventare omogenea
verso lalto in termini di reddito, di continuit occupazionale, di crescita professionale.
Limpressione finale , quindi, quella di trovarsi di fronte ad una ideologia della
flessibilit che nasconde le effettive condizioni di precariet, visto levidente scollamento
tra teoria e pratica.
209

Poich riteniamo che a fronte di processi che mettono in primo piano esclusivamente
le possibilit del singolo individuo di attivarsi emergano inevitabilmente nuove
disuguaglianze fra chi ha le risorse per agire e chi no, in fondo, a nostro avviso, sarebbe
necessario riportare al centro dellattenzione lincertezza e la disuguaglianza quali aspetti
intrinseci del funzionamento dei mercati, tornando a rimettere in discussione non solo
lipotesi della capacit del mercato del lavoro di assumere la migliore configurazione
possibile nell'interesse economico delle parti, in assenza di vincoli legislativi, bens il
meccanismo complessivo di accumulazione e crescita oggi prevalente e ridiscutendo il
senso profondo di valori quali equit, giustizia sociale, solidariet, partecipazione e libert.

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