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MAURIZIO BAROZZI

MORTE DI MUSSOLINI
FINE DI UNA VULGATA
Le contraddizioni, le assurdit e le prove
oggettive che rendono la storica versione
di Audisio & Co. assolutamente inattendibile

Testo non i commercio Ai soli fini di studio - Roma maggio 2014

Testo non in commercio ai soli fini di studio


Roma maggio 2014

Maurizio Barozzi Roma Settembre 2012

QUASI TUTTA LA LETTERATURA INERENTE LA MORTE DI MUSSOLINI INAFFIDABILE; I


DOCUMENTI IN MERITO SONO QUASI INESISTENTI E LA MAGGIOR PARTE DELLE TESTIMONIANZE,
MAI SUFFICIENTEMENTE ACCERTATE, RISULTANO POCO ATTENDIBILI.
AL CONTEMPO UNA MOLTITUDINE DI VERSIONI ALTERNATIVE, ALCUNE DECISAMENTE
FANTASIOSE E ALTRE MAI ADEGUATAMENTE DIMOSTRATE, HANNO INVASO LEDITORIA NAZIONALE
CREANDO PI CONFUSIONE CHE ALTRO.
DI CONSEGUENZA, BENE O MALE, SI TRAMANDATA FINO AD OGGI UNA ASSURDA E FALSA
VULGATA NOMATA VERSIONE DI VALERIO, STORICA VERSIONE O VERSIONE UFFICIALE.

IN QUESTO LIBRO-INCHIESTA LAUTORE, PASSA AL SETACCIO TUTTI GLI ELEMENTI


SUFFICIENTEMENTE ATTENDIBILI, ANALIZZA I FATTI CHE SONO STATI RACCONTATI ED ANCHE
QUELLI CHE AVREBBERO DOVUTO ESSERCI ED INVECE NON CI SONO, INCROCIA LE
TESTIMONIANZE, GLI SCARSI DOCUMENTI, I POCHI REPERTI E RILIEVI TECNICAMENTE
RISCONTRABILI, GLI ORARI E I NOMINATIVI ATTESTATI DALLA STORIOGRAFIA RESISTENZIALE E
NON, ED ALTRO ANCORA.
RISULTER IN QUESTO MODO DEFINITIVAMENTE DEMOLITA LA STORICA VERSIONE E ALTRES
CONFUTATE LE VARIE VERSIONI ALTERANTIVE. PUR NON POTENDO, COME DEL RESTO ALLO
STATO ATTUALE DELLE CONOSCENZE NESSUNO POTREBBE, PRESENTARE UNA VERSIONE
ALTERNATIVA OGGETTIVA E COMPROVATA, LAUTORE DAR INDICAZIONI
CONCRETE PER
CONSIDERARE UN PI ATTENDIBILE SVOLGIMENTO DEI FATTI.

L' autore, Maurizio Barozzi, nato a Roma nel 1947 e si sempre dedicato ad
accurate ricerche storiche in particolare quelle relative alle vicende riguardanti gli
ultimi giorni e la morte di Mussolini.
Collabora con il quotidiano Rinascita, nel quale ha pubblicato oltre 100
articoli - inchiesta sulla morte di Mussolini, ma anche altri su la strategia
della tensione e argomenti vari; con la rivista mensile Storia del
Novecento e Storia in Rete con articoli sulla per la morte di Mussolini e
con vari importanti siti on Line dove qui, oltre a questi argomenti, ha
pubblicato anche saggi su le vicende del Carteggio Mussolini/Churchill, Le
ultime ore di Mussolini e della RSI e su lintervento italiano nella seconda guerra
mondiale. Coautore del libro Storia della Federazione Nazionale Combattenti della RSI
(Ed. Fncrsi 2010).

INTRODUZIONE

MAURIZIO BAROZZI

FINE DI UNA VULGATA


Introduzione
<<Quella morte doveva essere raffigurata comunque come vile, spregevole,
infame e abietta: ed ecco la necessit di ricorrere, senza timori di essere smentiti,
alla pi smaccata e sistematica manipolazione dei fatti ...>>
(A. Zanella Lora di Dongo Rusconi 1993)

Il mistero della morte di Mussolini, perch proprio come un enigma ha finito per
configurarsi, con la soppressione di Clara Petacci, una uccisione questa che travalicava ogni
contingenza o necessit bellica, potrebbe definirsi il primo celebre e subdolo assassinio
allalba di quella che avrebbe dovuto essere una libera Repubblica democratica, a cui tanti
altri poi ne seguiranno (Enrico Mattei, Aldo Moro, Roberto Calvi e cos via).
Ebbene, questo mistero, fin da ragazzo, mi aveva sempre intrigato.
Soprattutto mi era subito apparsa sbalorditiva la gran messe di assurdit e incongruenze che
infarcivano le relazioni di Walter Audisio con i racconti di quellimpresa: una girandola di
contraddizioni che non si riusciva a comprendere come potevano essersi verificate visto che,
tutto sommato e con la prima relazione (30 aprile 1945) scritta meno di 36 ore dopo i fatti e la
seconda (novembre 1945), meglio descritta e completata, si sarebbero semplicemente
dovute riportare cronache di pochi avvenimenti, tra laltro, di portata storica.
Ma quello che colpiva maggiormente era il fatto che mentre fascisti e ministri della RSI erano
stati fucilati alla schiena, imponendo un macabro spettacolo in piazza davanti a donne e
bambini, Mussolini, il loro capo, definito il criminale di guerra numero due, lo si uccise
sparandogli al petto e di nascosto da occhi indiscreti. Si poteva pensare che erano incorsi
imprevisti e contrattempi che avevano costretto il trio di giustizieri Audisio, Lampredi e
Moretti ad agire in questo modo, ma leggendo i loro resoconti, non si trovava alcuna
spiegazione, ma una somma di amenit e assurdit, per non parlare poi della descrizione di
un Duce semi demente che prometteva Imperi e poi tremebondo e terrorizzato, condotto alla
fucilazione balbettava, davanti al mitra di Walter Audisio, frasi sconnesse e ridicole che
neppure nella letteratura dei fumetti per ragazzi sarebbero state credibili.
Tutta la faccenda, insomma, stonava alquanto e il richiamo che su di me esercitano gli eventi
misteriosi mi intrigava assai, tanto che, a differenza di molti storici, non mi sono mai
preoccupato troppo del fatto che, tutto sommato, questo argomento, nel contesto storico,
politico e ideologico, ha uno scarso valore in quanto, stiamo parlando di un Mussolini sotto
custodia armata, che non aveva pi alcuna influenza sugli uomini e gli avvenimenti del

INTRODUZIONE

tempo ed oltretutto il modo e lora in cui poteva essere stato ucciso non cambiava di molto le
vicende storiche, quelle che poi, in definitiva, interessano veramente gli storici.
Comunque sia, appassionatomi a questo mistero, tra i tardi anni 60 e gli 80, avevo letto
quanto era possibile trovare sullargomento, ma in definitiva non avevo raggiunto alcuna
certezza o un minimo di luce su quegli avvenimenti. Anzi avevo le idee pi confuse di prima.
Del resto come potevo io, fare luce sul quel mistero, se una miriade di storici e giornalisti
storici non solo non ci avevano capito nulla, ma a volte per interessi diversi e altre volte per
vera e propria incapacit avevano ancor pi ingarbugliato le cose?
Eppure gi dalla sola attenta lettura di quei testi e delle relazioni e documentazioni del
tempo, mi accorsi ben presto che cerano alcuni elementi, tanti particolari, che nessuno
aveva considerato o trattato adeguatamente. Elementi e particolari importanti, ma
ovviamente non decisivi e quindi, non potendo arrivare a conseguire risultati di un certo
rilievo, con il tempo la mia passione per questo argomento si affievol alquanto e finii
pertanto per non dedicarci pi troppo impegno e attenzione.
Molto tempo dopo, alla fine degli anni 90, con un certo ritardo su quella pubblicazione, lessi
il famoso libro di Giorgio Pisan: Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, edizioni il
Saggiatore 1996, nel quale lautore, avvalendosi della testimonianza di un teste, allepoca
diciannovenne e residente nelle vicinanze della casa dei De Maria a Bonzanigo nella
Tremezzina (nascondiglio in cui furono portati Benito Mussolini e Clara Petacci, verso lalba
del 28 aprile 1945), sosteneva di aver finalmente scoperto come erano andati buona parte
dei fatti circa la morte del Duce e della Petacci. Il libro inchiesta di Pisan, o meglio la
testimonianza di Dorina Mazzola, il teste depoca, o erano lennesima bufala o erano,
finalmente, un squarcio di verit. A me, non solo sembravano attendibili, ma fornivano la
risposta a molti dubbi e domande altrimenti incomprensibili. Occorreva per sottoporre tutti
questi nuovi elementi ad una seria e severa indagine critica, che in quel momento non feci.
Fatto sta che qualche tempo dopo, ripresentandosi in me i soliti impulsi conoscitivi, ripresi
ad interessarmi della morte di Mussolini, soprattutto per verificare se quanto aveva riportato
Pisan e testimoniato la signora Mazzola, potesse essere attendibile.
Mi misi quindi di buzzo buono, intraprendendo una vera e propria ricerca storica, leggendo,
indagando e verificando tutto ci che era possibile verificare. In questo cammino mi fu di
valido aiuto il prof. Alberto Bertotto di Perugia, recentemente scomparso, il quale da parte
sua, andava cercando prove per un suicidio di Mussolini, tramite cianuro.
Il risultato stato che nel 2008 avevo raggiunto alcuni punti fermi ed ero in grado di
pubblicare vari articoli su questo argomento, offrendo un modesto e ulteriore contributo alla
ricerca della verit. Svariati miei articoli, infatti, apparvero in vari Siti on line, che a loro volta,
evidentemente apprezzati, vennero ripresi da altri Siti e in vari blog e cos replicati, ma
soprattutto sul quotidiano Rinascita che fino ad oggi ha ospitato oltre una ventina di miei
articoli sulla morte di Mussolini, mentre qualche altro mio servizio venne pubblicato nella
bella rivista Storia del Novecento.
Cosicch oggi, dopo aver scritto, sviscerato e se necessario corretto e rivisto, quanto era
possibile esprimere in merito alla morte di Mussolini, ho pensato di raccogliere le mie
ricerche e le mie osservazioni in un libro anche se spicchi di verit, mezze verit e
soprattutto tante, troppe, falsit, accumulatesi dal dopoguerra ad oggi, hanno reso oltremodo
problematico attestare lesatto andamento di quei fatti. Qualsiasi inchiesta sul mistero sulla
morte di Mussolini, infatti, si imbatte in tre difficolt a tuttoggi insormontabili, cio:
1. una indagine necroscopica, a suo tempo espletata, non come una vera e propria autopsia
giudiziaria tesa alla ricerca di indizi ed elementi di prova sulle modalit, la dinamica e la
balistica della fucilazione, ma bens come un riscontro diagnostico a mente dellart. 34
dellallora vigente regolamento di polizia mortuaria, secondo cui: <<i cadaveri delle persone
decedute altrove senza assistenza sanitaria. sono
sottoposti al riscontro
diagnosticoecc.>>, limite questo che, unito alle particolari condizioni, pressioni e caos
ambientale in cui fu espletata, la rendono non pienamente attendibile e carente di dati atti a
risalire alle modalit, dinamiche e crono tanatologia del decesso;

INTRODUZIONE

2. quindi la mancanza, sotto laspetto storiografico, non solo di una semplice relazione
ufficiale alle autorit dellepoca (CVL, CLNAI), ma anche di reperti (quasi tutti spariti),
documenti e riscontri oggettivi o comprovati;
3. ed infine, per la letteratura sullargomento, si constata una miriade di pubblicazioni, articoli,
memoriali e libri, con testimonianze e resoconti raccolti dal dopoguerra ad oggi, pi che altro
sotto forma di scoop editoriali e/o speculazioni politiche, ecc.
Molte testimonianze, spesso ben pagate, invogliando cos alla mitomania, potrebbero
oltretutto esser state "lavorate" in redazione e spesso furono anche ritrattate o modificate,
ma gli autori di opere su questo argomento se le sono rimpallate negli anni senza neppure
accorgersi che la stessa testimonianza differiva da una pubblicazione a laltra in particolari
non indifferenti e quindi hanno reiterato errori e imprecisioni di non poco conto. E linflazione
delle testimonianze la prima pietra di un depistaggio che rende tutto imperscrutabile
Un valente ricercatore storico professionista, sia pure attestato, ma con un evidente
disincanto, su una posizione di condivisione della storica versione o versione ufficiale o
versione di Valerio 1 (dallo storico Renzo De Felice definita una vulgata) in uno scambio
di email ebbe giustamente a farci notare che non possibile intraprendere questa ricerca
storica con qualche possibilit di arrivare alla verit, basandosi unicamente sulla letteratura
disponibile in materia, perch tutte le pubblicazioni sono:
a) per lo pi incomplete nei dati e deboli nelle interpretazioni, le pi vecchie;
b) tautologiche le pi recenti, in quanto partono da errori a volte madornali di autori
precedenti per ripeterli come verit acquisite e per amplificarli di continuo con nuovi errori e
interpretazioni strambe;
c) del tutto assurde quelle di certi protagonisti un p troppo protagonisti.
Fatto sta che questa confusione, oltre alla inconsistenza ed assurdit delle pseudo versioni
ufficiali di Walter Audisio, alias colonnello Valerio, ha consentito di ipotizzare tutto e il
contrario di tutto. Cera pane per chiunque volesse sbizzarrirsi ad elaborare inverosimili
versioni alternative (escluse alcune assolutamente improponibili, se ne contano almeno
dieci) o dare nome a fantasiosi fucilatori del Duce (oltre una decina), ma ovviamente
nessuno poteva fornire prove certe e verificabili.
Insomma una inattendibilit quasi totale, per pi che altro generata proprio dalla evidente
constatazione della falsit della versione, la vulgata, sulla fucilazione del Duce fornita a suo
tempo dal cosiddetto colonnello Valerio.
Il fatto che, prendendo alla lettera le tante contraddizioni contenute nei resoconti del
colonnello Valerio rilasciati nel corso degli anni, spesso queste contraddizioni e
incongruenze sono state utilizzate per contestare, in toto, la sua versione e pretendere in
questo modo di dimostrarne linattendibilit e magari formulare svariate ipotesi alternative.
Una critica questa che per pu essere contestata (almeno in buona parte), facendo
constatare che quello che pur appare contraddittorio in quei resoconti, pu invece anche
essere frutto di una lacuna espositiva, di un modo di dire errato, di un arricchimento gratuito
fatto per colorire o per precisare certi particolari, e soprattutto delle esigenze politiche
dellepoca tese a denigrare il mito del Duce, introducendo oltretutto forzature politiche
congeniali al partito comunista italiano di allora.
Purtroppo per una incisiva inchiesta sulla morte di Mussolini manca una vera e propria
indagine necroscopica con tanto di rilievi tanatologici e balistici finalizzati allaccertamento
delle modalit e dinamiche di quella morte, mancano le armi impiegate nella fucilazione,
riscontri sul vestiario degli uccisi, ecc. E facile cos rendersi conto delle enormi difficolt che
si incontrano per ricostruire quegli avvenimenti.
1

Si fa per dire ufficiale, anche se cos viene qualche volta nomata la versione di Walter Audisio, in
quanto, di ufficiale, sia per le fonti, che per le modalit divulgative, non c nulla. Noi, nel proseguo di
questopera, la chiameremo di volta in volta versione ufficiale, storica versione, versione di
Valerio, ecc.

INTRODUZIONE

Anche noi, quindi, non possiamo aggirare le carenze sopra accennate e non ci sar possibile
fornire una nostra verit con tanto di nomi e di particolari oggettivamente accertati che
possano svelare esattamente e incontrovertibilmente come, da chi e quando stato ucciso
Mussolini, ma alcuni elementi recentemente emersi o per la prima volta considerati, lincrocio
di certi fatti e testimonianze, ci consentono di intraprendere una controinformazione a tutto
campo, attenendoci a dati il pi possibile concreti e oggettivi e soprattutto, per non incorrere
in contestazioni, a dati ed elementi condivisi o riportati anche dalla storiografia resistenziale.
Purtroppo saremo spesso costretti a premettere termini come sembra, forse, ecc., perch le
fonti disponibili non danno certezze assolute o ad avanzare pi di una ipotesi, seppur
ragionevolmente attendibili e coerenti, in merito a qualche determinato avvenimento, perch
oggi come oggi, allo stato attuale delle conoscenze, non proprio possibile attestare con
certezza un preciso ed unico andamento dei fatti.
Da tutto questo, comunque sia, oltre a dimostrarsi linattendibilit della vulgata, emerge un
evidente e diverso andamento dei fatti per alcuni episodi decisivi in quelle vicende.
Ancora il ricercatore storico, da noi prima citato, convinto che lunico modo per avvicinarsi
alla verit, su quella morte, la ricerca, selezione e interpretazione di testimonianze dirette,
unita al reperimento delle poche documentazioni esistenti.
Ma a parte la poca attendibilit di racconti oramai resi a troppa distanza di anni, proprio a
proposito di documentazioni quali note, ricevute, rapporti, relazioni, memoriali, ecc., ma
anche testimonianze raccolte negli anni da ricercatori storici di ogni estrazione che hanno
riempito gli archivi degli Istituti resistenziali e simili o vari archivi privati, ci sarebbe da
avanzare molte riserve, visto che non c molta certezza che si tratti di materiale autentico o
magari non taroccato. Le stesse plurime e variegate testimonianze di presunti testi coevi, o
persone dicesi informate dei fatti, non furono di certo rese in qualche aula di tribunale, dietro
la minaccia di essere incriminati per falsa testimonianza, ma furono raccolte da giornalisti e
ricercatori vari, molto spesso per esigenze editoriali o interessi politici.
Troppi interessi hanno girato attorno a queste raccolte e non sembra che siano stati
eseguiti particolari accertamenti, anche di ordine peritale, per stabilirne la loro autenticit.
Tutta questa nostra perplessit nasce dalle tante, troppe assurdit, discrasie e contraddizioni
che si riscontrano in tanti documenti depoca e testimonianze, da far sospettare che,
periodicamente, qualcuno voleva fare il suo scoop straordinario o viceversa qualcun altro
voleva mettere una toppa ai buchi della storica versione, ma quasi sempre finendo invece
per aprire una falla da un altra parte.
In ogni caso, anche se la metodologia di ricerca (quella documentale) sicuramente di un
livello molto pi convincente ed elevato, rispetto alla rielaborazione di tutta la letteratura in
materia esclusivamente sulla base di quanto vi si pu trovare, pur tuttavia, proprio in questo
specifico caso, cio quello delle indagini retrospettive sulla morte del Duce, essa presenta
una evidente carenza indagativa, una difficolt di fondo, perch per i momenti
dellesecuzione tramite fucilazione in quel di Giulino di Mezzegra il pomeriggio del 28 aprile
45 alle 16,10 e sugli avvenimenti mattutini a Bonzanigo in casa dei Dei Maria (dove erano
custoditi Mussolini e la Petacci), non ci sono documentazioni disponibili.
Con le documentazioni, i rapporti, le note, le ricevute e quantaltro si pu quindi
razionalmente confermare la storica versione nelle sue linee generali, ma resta
imperscrutabile un misterioso diversivo del mattino a Bonzanigo e indecifrabile la relativa
sceneggiata pomeridiana a Villa Belmonte.
Questa carenza indagativa, infatti, basandosi sul piano documentale in relazione a quei
precisi momenti, risulta alquanto fuorviante perch si hanno solo a disposizione incredibili
testimonianze difficilmente valutabili e spesso assolutamente inattendibili, ma attestate in
qualche modo da presunti partecipanti a quegli eventi, ed in cui difficile stabilire dove,
come e in cosa consiste lalterazione della verit.
Oggi poi, sui luoghi di quegli avvenimenti, dopo decenni di minacce e imposizioni al silenzio
e reiterata divulgazione di una versione di parte, le nuove generazioni, hanno persino perso
o confuso la memoria storica su quanto esattamente accadde, moltiplicandosi cos
inevitabilmente mitomani e protagonisti dellultimora.

INTRODUZIONE

Scrisse lo storico Renzo De Felice su Panorama il 15 novembre 1987:


<<Attendo da tempo di consultare un diario dei giorni di Dongo, che possiede un parente di
un mio carissimo amico. Ma questi ha paura anche soltanto di farmelo leggere. Eppure non
un fascista e neppure persona incolta. Mi ha mandato a dire che i pochi anni che gli restano
da vivere li vuole campare in pace>>.
Per comprendere come questo possa essere accaduto si consideri questo:
nel quadro complessivo degli eventi e delle cronache, tramandateci dalla storica versione
c, come accennato, nascosta una variante ed una mistificazione, difficilmente dimostrabili e
a conoscenza di alcune persone, anche se non poche, ma che non hanno mai parlato.
Di conseguenza, se questo quadro complessivo degli avvenimenti, narrati dalla storica
versione, sufficientemente veritiero (anche se non viene detto tutto e quindi il quadro di
quella scena del crimine risulta alterato) esso finisce poi per essere sostanzialmente falso
proprio per quella variante appena accennata.
Quindi, allo stato attuale, i pur scarsi documenti reperibili e le testimonianze in proposito,
superficialmente potranno anche accertare gli eventi narrati dalla versione ufficiale, e cio:
partenza da Milano, intorno alle 6,30 di sabato 28 aprile 1945, di una missione affidata a
Walter Audisio e Aldo Lampredi (segretamente finalizzata alla fucilazione del Duce e degli
altri esponenti della RSI catturati a Dongo); arrivo di questa missione, con tanto di plotone
armato, in Prefettura a Como, poi a Dongo; diversivo del primo pomeriggio a Bonzanigo con
fucilazione di Mussolini e la Petacci nella sottostante Giulino di Mezzegra; ritorno a Dongo
con fucilazione degli altri prigionieri ivi detenuti, e finalmente ritorno in serata a Milano con il
carico di cadaveri da scaricare in Piazzale Loreto, ecc.
Ma stabilito e riscontrato questo, sar ugualmente molto pi difficile scoprire la
mistificazione, la variante che nasconde il nocciolo della verit.
In questo quadro generale, infatti, vi la variante, rimasta segreta, della morte di Mussolini e
della Petacci al mattino, e la mistificazione consistente nel fatto che al pomeriggio ci fu una
finta fucilazione, ovvero una messa in scena per attestare luccisione di Mussolini alle 16,10
di fronte al cancello di Villa Belmonte.
E ovvio, pertanto, che si troveranno testimonianze atte a confermare, verso le 16, un breve
corteo di due persone, un uomo e una donna (che nessuno ha riconosciuto con precisione
come Mussolini e la Petacci ed anzi le testimonianze in questo senso, come vedremo, sono
alquanto indicative di un qualcosa di mistificato), scortate da uomini armati dalla piazzetta
del Lavatoio di Bonzanigo alla macchina che li condusse al cancello di Villa Belmonte e ci
saranno altres conferme ad una avvenuta fucilazione, visto che si udirono gli spari e si
trovarono i cadaveri in terra davanti a quel cancello.
Oltretutto le testimonianze su questi particolari sono alquanto scarse e confuse perche
attorno alle 14 nel circondario di quei luoghi venne sparsa la voce che Mussolini sarebbe
passato prigioniero nella sottostante strada provinciale, cosicch molte case furono svuotate
dei pochi abitanti. Un espediente che la dice lunga.
Ma la domanda questa: furono fucilati il Duce e la Petacci in vita o si finse di sparare su
due cadaveri? Se consideriamo che in quellabitato i residenti del posto avevano pur
assistito al mattino ad eventi da far poi rimanere segreti, ma comunque non tutti avevano il
quadro generale esatto degli avvenimenti, se consideriamo il clima di esaltazione di quei
giorni, le voci e versioni messe in giro e che si accavallavano contribuendo alla confusione,
ed infine le minacce, pesanti, pluri decennali per far tenere le bocche cucite, capiremo il
perch da quelle parti non si mai riusciti a far parlare le persone senza riserve e ci si ,
invece, sempre trovati in presenza di una pervicace omert ambientale.
Molti si sono posti una domanda: perch architettare la messa in scena di una finta
fucilazione? La risposta semplice: era assolutamente necessaria. Come in corso dopera
andremo a indicare, limprevista esecuzione di stampo gangsterico avvenuta al mattino,
Clara Petacci compresa, aveva creato un duplice problema, alla resistenza e soprattutto con
gli Alleati. Lesecuzione di Mussolini non poteva apparire come latto indiscriminato della
componente comunista, ma quale volont di tutto il CLNAI, altrimenti si pregiudicare la
politica della scelta democratica del Pci stabilita a Salerno e i futuri assetti governativi.

INTRODUZIONE

Ma ancor pi gli Alleati, bench gli tornasse comoda leliminazione del Duce (e
segretamente non lavevano ostacolata) avrebbero potuto invocare il mancato rispetto
degli accordi armistiziali e seguenti con il governo del Sud per la consegna a loro di
Mussolini, accusando il governo di averli traditi e la cosa avrebbe pesato nelle
decisioni e imposizioni in definizione della fine della guerra.
Ecco perch fu necessario presentare la morte di Mussolini come un atto unitario, una
scelta libera di tutte le componenti della Resistenza che avevano eseguito una fucilazione, in
via eccezionale, ma regolare. Volenti o nolenti, tutti dovettero concordare su questo.
Ed ecco perch poi, tutti coloro che sapevano mantennero un assoluto silenzio.
Sono per oggi maturi i tempi affinch venga finalmente fuori la verit su quelle morti, anche
perch la vulgata ha, sostanzialmente, assolto il compito per la quale nel 1945 era stata,
alla bene e meglio, almanaccata e propagata, pi che altro ai fini di (lordine non conta):
a) legittimare, attraverso la figura di Valerio, che si disse avrebbe agito per nome e per
conto del CLNAI e su comando del CVL, una esecuzione sommaria (compreso leccidio di
Dongo) che ha coinvolto persone (vedi Claretta Petacci ed il fratello Marcello, il capitano
Pietro Calistri, ed altri) assolutamente non passibili di pena di morte, senza contare la
correlata sparizione di beni, valori e documenti di ingente valore ed estrema importanza
storica e il mancato adempimento degli impegni presi dal Governo italiano del Sud con gli
Alleati per la consegna di Mussolini;
b) conferire al PCI, che la rivendicava attraverso i suoi uomini (tutti attori principali di quegli
eventi), un ruolo storico decisivo per la Resistenza garantendogli, oltre alla mitizzazione di
questo ruolo, un posto di primo piano nel panorama politico nazionale dellimmediato
dopoguerra. E questo ruolo trovava la piena accettazione ed il suo equilibrio politico nella
divisione di potere che per cinquanta anni vedr il nostro paese, anche in conseguenza di
certi assetti internazionali, retto da un asse e da una cultura politico ideologica DC governo /
PCI opposizione;
c) denigrare definitivamente e totalmente la figura di Mussolini, attraverso il resoconto di una
ignobile morte, ostacolando cos il sorgere di un mito del Duce che nei primi anni del
dopoguerra avrebbe potuto costituire un serio problema;
d) nascondere dietro una cortina di confuse menzogne quanto effettivamente accadde quel
28 aprile del 1945 che certamente e per varie ragioni storiche, politiche e forse morali, non
poteva essere reso pubblico.
Gi il giornalista storico Franco Bandini denunci spesso anche le prevaricazioni editoriali in
Italia che impedivano di pubblicare inchieste serie ed approfondite, come quando, in seguito
al boicottaggio politico ed editoriale di un suo libro (Il cono dombra, SugarCo 1990, una
inchiesta sugli omicidi dei fratelli Rosselli) ebbe a dire:
<<Da quarantacinque anni a guardia dei misteri d'Italia stanno alcuni molossi di taglia
diversa, ma tutti molto allenati nell'avvistare a grande distanza il pi piccolo segnale di
pericolo. Accanto ai molossi ci sono le centrali della disinformazione nostrana, assai abili a
lanciare al momento giusto un certo numero di "lepri meccaniche" per far correre i media di
bocca buona, ma anche parecchi storici paludati. E infine vi sono gli stessi media, quasi tutti
troppo giovani per aver vissuto quel periodo, ed anche troppo indaffarati per prestarvi
quell'attenzione che d'altra parte sarebbe necessaria, se se ne vuol scrivere. Per cui, nel
migliore dei casi, essi preferiscono ignorare che vi sia in giro qualcosa di nuovo>>.
E cos di decennio in decennio, siamo arrivati ai giorni nostri dove certi Istituti Storici,
finanziati anche con denaro pubblico, continuano ancora a propinarci, senza almeno porre
dei seri dubbi, la oramai inattendibile storica versione.
Parafrasando quanto disse a suo tempo Giacomo de Antonellis (che si riferiva per al
silenzio sulle misteriose morti di Neri Luigi Canali e Gianna Giuseppina Tuissi) e
applicandolo alle vicende che stiamo affrontando, possiamo anche noi dire:
<<Il prolungato silenzio... si spiega con due circostanze concomitanti.
La volont dellapparato comunista di allontanare la sia pur minima ombra allintero capitolo
della Resistenza, confortata da una parallela indifferenza dellapparato democristiano ad

INTRODUZIONE

approfondire: per le sinistre il movimento partigiano doveva essere come la moglie di


Cesare, al di sopra di ogni sospetto, per i cattolici bastava dimostrare il proprio significativo
apporto al rinnovamento dello Stato.
Ogni altro intervento avrebbe turbato la pax partigiana, contratto non scritto, ma
perfettamente osservato>> !
Oggi, concludiamo noi, che la politica, lideologia e loccupazione di potere
(governo/opposizione, Istituzioni centrali / Enti Locali) democristiana e comunista non ci sono
pi, la convenienza del silenzio si perpetua per in virt di una certa continuit ideale e
utilitaristica che ne ha ereditato le basi e le strutture culturali, politiche e sociali.
In ogni caso, nel complesso della nostra controinformazione, come vedremo, si oramai in
grado, rispetto alla versione ufficiale, di avanzare una convinzione di falso, avallata dalla
mancanza di riscontri e dalla somma di troppe incongruenze, di particolari non credibili, altri
assurdi, altri effettivamente impossibili ad essersi verificati cos come c li hanno raccontati.
Ma soprattutto per la presenza di un paio di prove oggettive, emerse alcuni anni addietro,
che come vedremo, smentiscono la vulgata a prescindere.
E di conseguenza si anche sufficientemente in grado di attestare una morte di Mussolini al
mattino e la successiva finta fucilazione pomeridiana.
Fino alla fine del secolo scorso, si pu dire che era la storica versione che eventualmente
richiedeva di essere confutata e con testimonianze o fatti comprovati.
Ma allora questo era possibile farlo solo sulla base delle sue evidenti contraddizioni e
assurdit, laddove una contestazione di questo genere non era certamente efficace.
Oggi invece, dopo che alcuni elementi concreti e addirittura oggettivi sono chiaramente
emersi, per esempio:
- lo stivale dx di Mussolini risultato rotto nella sua saracinesca lampo di chiusura e quindi non
consentiva camminarci normalmente per essere condotti alla fucilazione;
- alcune risultanze dinamico balistiche che ricostruiscono realisticamente una fucilazione, in
ogni caso, affatto diversa da quella descritta da Audisio;
- e soprattutto il particolare oramai accertato con tecniche e strumenti davanguardia, che il
giaccone indosso al cadavere di Mussolini non era passato sotto le fasi di una fucilazione,
come invece avrebbe dovuto essere e quindi quel cadavere venne rivestito prima di essere
gettato davanti al cancello di Villa Belmonte; ecc.;
dopo tutte queste nuove risultanze, dicevamo, e altre prove di natura indiziaria, possiamo
sostenere che nonostante non sia possibile ricostruire lesatto andamento dei fatti verificatisi
la mattina e il pomeriggio a Bonzanigo e Mezzegra, sceneggiata della finta fucilazione
compresa, perch non abbiamo il quadro veritiero di quegli avvenimenti, laddove agirono
personaggi non rilevati, fatti e particolari mai testimoniati e quella scena del crimine si
intuisce chiaramente che si svolse in modo affatto diverso, nonostante questa carenza,
spetterebbe ora a quegli stessi Istituti Storici, irriducibili assertori della storica
versione, dimostrare che veritiera confutando le schiaccianti prove contrarie.
Ed invece tacciono, dimostrando indirettamente, ma palesemente, che siamo oramai arrivati
alla fine di quella vulgata.
E per questo che abbiamo titolato questo libro Fine di una vulgata, perch siamo certi di
aver almeno posto fine a questa impostura.
Per il resto non aspettatevi da noi clamorose rivelazioni o ipotesi particolarmente ardite,
perch abbiamo voluto rimanere con i piedi per terra e se abbiamo confutato versioni su
versioni, non ci sentiamo per di avanzare una ricostruzione totalmente esplicativa di quanto
avvenuto. Al massimo abbiamo abbozzato, ma con tante riserve, una nostra ipotesi,
razionale e concreta, su quanto possa essere accaduto, ma anche questa va presa con un
certo disincanto e, infatti, non per niente il relativo nostro capitolo 23 lo abbiamo chiamato
Morte di Mussolini: Ecco come forse andata.

INTRODUZIONE

IL Cancello di Villa Belmonte in quei giorni

Questa foto venne scattata dal fotografo di Azzano Ugo Vincifori, qualche giorno
dopo i fatidici avvenimenti. Il fotografo poi mise due pallini bianchi nei punti dove
dicesi erano i buchi delle pallottole, P per la Petacci e M per Mussolini.
Si deducono due particolari: 1. Che evidentemente i fucilatori credevano di
sparare a dei nani visto che in quei punti il muretto alto tra 120 e 124 cm. O
meglio spararono a casaccio per simulare una fucilazione con i due morti in terra.
2. Davanti al cancello non c erba. Quella dove, secondo la vulgata, sarebbero
caduti stecchiti i fucilati.
3. Il fondo strada e in terra battuta ed circa 15 cm. pi basso del pavimento alla
base del cancello.

IL Cancello DI Villa Belmonte ai giorni nostri

Nellangolo dove vennero adagiati i cadaveri di Mussolini e la Petacci stata


posta una croce ad indicare il luogo dellavvenuta fucilazione. Il gesto simbolico
fece contenti sia chi era affezionato alla figura di Mussolini e sia gli Istituti storici
interessati a sostenere la vulgata. Sarebbe ora per di spostare quella croce e
metterne due nei due rispettivi luoghi dove vennero uccisi Mussolini e la Petacci.

CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

La storica versione
Se la impropriamente detta storica versione o
versione ufficiale, raccontata dal colonnello Valerio, alias
Walter Audisio (foto a lato) [1], sulla morte del Duce, cos
tanto impasticciata e contraddittoria, ha potuto sopravvivere
per tanti anni, pur tra i dubbi della critica storiografica,
dovuto in buona parte alle esigenze politiche dellepoca che ne
hanno protetto, con una omertosa cortina di silenzio, le varie
tare e deficienze che pur presentava.
Ma soprattutto, la storica versione ha potuto sopravvivere
per il fatto di rappresentare comunque una parte della verit,
anche se una parte stravolta in alcuni episodi, spesso
verosimile, ma non veritiera, la quale miscela fatti veri ad altri inventati, ma pur
sempre e almeno in parte, attestabili qua e l, nella raccolta delle testimonianze
perch certi eventi si erano effettivamente verificati anche se non nei termini in cui
venivano raccontati.
Occorre premettere che questa storica versione, in parte basandosi sulla famosa
inchiesta intrapresa nellimmediato dopoguerra dal procuratore militare, generale
Leone Zingales il quale, oltretutto, con le mani legate dalle esigenze e pressioni
politiche del tempo, non pot che raccogliere luoghi comuni e indagare poco e male
(soprattutto dovendosi attenere a quanto al tempo si voleva far sapere), nacque e
prese forma con le testimonianze del trio di presunti giustizieri di Mussolini
(Walter Audisio, Aldo Lampredi e Michele Moretti), riportate da fonti comuniste e
con il tacito consenso degli altri partiti, qui appresso indicate:
1. Il primo resoconto, pubblicato dallUnit il 30 aprile 1945 che riferisce il breve
racconto di un anonimo giustiziere ciellenista. Prima versione;
2. i 24 articoli pubblicati dallUnit dal 18 novembre al 24 dicembre 1945, su
relazioni del colonnello Valerio, avallati da due righe di presentazione scritte da
Luigi Longo, gi comandante delle Brigate Garibaldi e vice comandante del CVL
Seconda versione;
3. i sei articoli, nomati Il Colonnello Valerio racconta, pubblicati ancora sullUnit
a partire dal 25 marzo del 1947 e questa volta firmati da Walter Audisio Terza
versione;
4. il libro postumo In nome del Popolo italiano Edizioni Teti 1975, di Walter
Audisio, simile, ma non uguale alla versione del 1947. Terza versione bis;
5. la Relazione riservata al partito del 1972 di Aldo Lampredi (Guido Conti) [2],
alto dirigente comunsita, resa nota integralmente dallUnit, il 23 gennaio del
1996. Quarta versione;
6. le testimonianze di Michele Moretti (Pietro Gatti) [3], commissario politico della
52a Brigata Garibaldi, in particolare quelle rese a Giorni Vie Nuove nel 1974 e
quelle raccolte da Giusto Perretta, al tempo presidente dellIstituto comasco per la
storia del movimento di Liberazione, nel libro Dongo, 28 aprile 1945. La verit
nei racconti di Michele Moretti, Actac 1990 Ed. riveduta 1997. Quinta
versione.
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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

Come si vede, siamo in presenza di ben sei relazioni di parte, oltretutto alquanto
discordanti, che in pratica vanno a sostituire una vera e propria relazione ufficiale agli
organi dello Stato, visto che non venne mai resa una relazione ufficiale al CLNAI, al
tempo rappresentante del governo italiano al Nord Italia, n al comando generale del
CVL [4].
A queste relazioni occorrerebbe poi aggiungere i vari ricordi del Pier Bellini delle
Stelle Pedro [5], il comandante della 52a Brigata Garibaldi, e quelle dellUrbano
Lazzaro Bill [6] il vice commissario politico della Brigata, oltre ai ricordi di Raffaele
Cadorna, comandante, pi che altro nominale del CVL, e altri elementi di spicco del
CLNAI CVL, ma sinceramente in questi casi siamo in presenza di uno zibaldone di
notizie e informazioni, anche qui spesso modificate negli anni, poco credibili.
Riassumiamo ora brevemente i passaggi salienti della storica versione, ma
prima riportiamo alcune foto e poi anche una cartina della zona interessata ai fatti di
cui stiamo parlando:

CASA DEI DE MARIA A BONZANIGO


Descrizione dei luoghi: foto e cartine
La casa dei contadini De Maria (il palazzone qui sotto in foto) dove tra le 4 e le
5 del 28 aprile 1945, vennero nascosti Benito Mussolini e Clara Petacci, si trova sul
margine sud di un agglomerato di abitazioni o frazioni che prendono il nome di
Bonzanigo e Giulino di Mezzegra in frazione di Azzano facente parte del Comune
Tremezzina fino al 1949. Azzano far poi parte del Comune di Mezzegra che si articola
in cinque frazioni: Mezzegra, Azzano, Giulino, Pola e Bonzanigo.

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

Sul fianco sinistro della foto precedente (Foto Vincifori, tratta dal libro di G.
Pisan Gli ultimi cinque secondi di Mussolini Il Saggiatore 1996). si vede la
salita della mulattiera via del Riale il cui tratto finale acciottolato. Il portone
di ingresso a casa De Maria sulla destra poco dopo linizio del palazzo.
Proseguendo il tratto in salita c un androne, passato il quale, si sbuca nelle
stradine che portano alla piazzetta con il Lavatoio (largo della Valle).
Nella foto precedente non si vede la facciata del palazzo con la finestra al
secondo piano della stanza in cui furono nascosti Mussolini e la Petacci,
perch quella facciata del palazzo trovasi nella rientranza verso destra.
In particolare Casa De Maria non una costruzione sperduta sulla montagna, ma si
trova in mezzo ad un gruppo di costruzioni: un palazzotto edificato verso la fine del
1600, massiccio ed alto tre piani; allepoca dei fatti alquanto in rovina, ma ben visibile
al margine est della frazione di Bonzanigo, dove dallalto offre una ampia vista sul Lago
di Como. Il ricercatore storico Pierangelo Pavesi ha recentemente appurato, grazie a
testimonianze del posto, che tutto il complesso di quel palazzone era al tempo abitato
da almeno cinque famiglie per un totale di circa una ventina di persone.
Per entrare in questa casa, piuttosto povera ed edificata su tre piani, una volta
oltrepassato il cancello, si deve salire una scala esterna alla costruzione, tagliata nel
muro esterno, che porta al primo piano, dove sta la cucina, mentre per raggiungere le
camere da letto, alcune nel sottotetto, ci sono ancora venti gradini interni faticosi.
La camera, dove vi dormivano i due figli dei coniugi De Maria, nelloccasione utilizzata
per custodire il Duce, al secondo piano ed ha una sola finestra, che d sul prato
antistante labitazione, a circa sette metri di altezza.
I servizi igienici trovasi allesterno.
Nel cortile, uscendo a pianterreno sul prato, a sinistra si trova una rientranza
delledificio, proprio sotto a dove si affaccia la finestra della stanza dove erano chiusi
Mussolini e la Petacci, qui una grande porta con catenaccio, al tempo, indicava la
presenza di quella che era una specie di stalla. Sembra che qui allentrata era anche
adibita una piccola porcillaia.
Per riassumere, questa casa situata in fondo a via del Riale, al tempo una
mulattiera che iniziando dalla deviazione via della Rimembranza e via Albana, saliva
verso Bonzanigo, con gli ultimi tratti della strada a gradoni. Superato il cancello di
entrata in questa casa, che come detto si apre sulla destra, la via del Riale prosegue
ancora per qualche decina di metri e quindi, passando sotto un androne, si sbuca in
una piazzetta, Piazza Rosati che viene attraversata dalla via principale di Bonzanigo,
via Fratelli Brentano (in molti testi
erroneamente
nomata
via
Mainoni dIntignano).
Percorrendone un tratto si arriva
alla piazzetta con il Lavatoio,
Largo della Valle, in fondo a
questo largo, vi un sotto passo,
passato il quale si pu scendere
per via XXIV Maggio, arrivando,
dopo quasi 300 metri ed una
curva, al cancello di Villa
Belmonte (Foto a lato).

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

CARTINA DELLABITATO (Azzano, Bonzanigo, Giulino, Mezzegra)


Mappa tratta dal libro di G. Pisan Gli ultimi cinque secondi di Mussolini Il
Saggiatore 1996, con i luoghi che saranno oggetto dalla nostra controinformazione.
Ecco, in 11 punti, labitato collinoso (variante tra circa 207 / 280 mt. di altitudine).
1. Casa De Maria; 2. Piazzale Rosati; 3. Piazzetta del lavatoio (dove dicesi arriv Valerio
il pomeriggio); 4. Edificio e cancello di Villa Belmonte; 5. Punto di incontro di via delle
Vigne con via XXIV Maggio; 6. Bivio di Azzano da dove partono via XXIV Maggio (che porta
alla frazione di Giulino) e viale della Rimembranza (che conduce alla frazione di Bonzanigo);
7. Inizio di via Albana;
8. Garage dellalbergo Milano; 9. Casa della famiglia Mazzola,
posta a valle (importante teste del 1996);
10. Slargo erboso punto di confluenza di viale delle Rimembranze e di via Albana, dove
inizia via del Riale che porta alla casa De Maria (strada da cui arrivarono a notte alta
Mussolini e i partigiani); 11. Fontanella situata, nel 1945, allinizio di via delle Vigne.
In alto, sulla sinistra della mappa, indicata da una crocetta, la Chiesa.

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

Riassunto della Storica versione


Intorno alle 15,30 [7], del 27 aprile 1945, sulla piazza di Dongo, venne fermato
Benito Mussolini, probabilmente dietro una delazione dei tedeschi che lo avevano
fatto nascondere in un loro camion (del resto la presenza di Mussolini, fermo con la
colonna a Musso, non era passata inosservata).
Il merito di questa cattura venne attribuito ad uno sparuto gruppetto di partigiani
pomposamente definiti 52a Brigata Garibaldi Luigi Clerici.
Una volta riconosciuto il Duce sul camion, il fermo venne poi eseguito da Urbano
Lazzaro Bill un ex finanziere vice commissario della 52a Brigata (il comandante della
stessa Pier Bellini delle Stelle Pedro, in quel momento si trovava ancora a Musso dove
era stata fermata la colonna con i gerarchi e ministri fascisti).
Poco prima e pochi chilometri pi indietro, nellabitato di Musso, infatti, era stata
anche fermata la colonna di militi, ministri e personalit varie della RSI, tra le quali
un auto con bandiera spagnola che portava i fratelli Clara e Marcello Petacci con la
compagna di questi Rita Zitossa e i loro due bambini (viaggiano con passaporto
spagnolo, e Marcello Petacci si spaccia per membro del consolato di Spagna, mentre
la sorella Clara afferma di essere stata accolta in auto per un passaggio).
Mussolini, liberatosi del cappotto tedesco che indossava, venne portato nel Municipio
di Dongo, dietro lala di una folla vociante, ma non eccessivamente violenta e qui
incalzato da tutta una serie di domande strampalate, per le quali si distinse il
neosindaco Giuseppe Rubini un agiato gentiluomo di vecchio stampo.
Verso le 19, dicesi per motivi di sicurezza, Mussolini viene trasferito a Germasino,
circa cinque chilometri sopra Dongo, sistemandolo in una adibita casermetta della
Guardia di Finanza. Esegue il trasferimento il comandante Pier Bellini delle Stelle
Pedro con lausilio del brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli.
Intanto, verso le 17 / 18 la notizia dellarresto del Duce, in qualche modo venne fatta
arrivare, via telefono, a Milano, dove gi c chi pensa al modo per eliminarlo alla
svelta. Staffette con questa informazione dovettero poi anche arrivare a Como.
Si racconta quindi che verso le 6,30 del giorno successivo, sabato 28 aprile, il
colonnello Valerio, alias ragionier Walter Audisio di Alessandria parte da Milano,
nominalmente, alla testa di una missione, predisposta in nottata da Luigi Longo e
autorizzata da Raffaele Cadorna, di cui fa parte anche Aldo Lampredi Guido, alto
dirigente comunista e vice Longo al CVL e una squadra di partigiani dellOltrep
Pavese, circa 12, pi i loro comandanti Alfredo Mordini detto Riccardo e Orfeo
Landini detto Piero, entrambi comunisti. Auidisio si mosse da Milano per andare a
prendere i prigionieri a Dongo, passando da Como e dalle locali autorit del Cln.
Lincarico ufficiale, di copertura, dato ad Audisio quello di requisire Mussolini e
tutti gli altri ministri e fascisti catturati a Dongo e di portarli a Milano, ma in realt
lordine, pi o meno segreto del CVL, in base ad un decreto del CLNAI sulle condanne
a morte da infliggere ai fascisti che non si sono arresi, gli dice di fucilarli subito sul
posto. Qualche ricerca ritiene per che magari, forse Audisio, partito con un solo
ordine di requisire i prigionieri e portarli a Milano, venne investito del compito di
fucilarli sul posto, nelle ore successive, strada facendo. Nelleconomia dei fatti
successivi la cosa assume poca importanza.
Audisio arriver a Dongo solo alle 14,10 del 28 aprile 45, dopo esser passato dalla
Prefettura di Como ed avervi incontrato le autorit locali del CLN con le quali ebbe
incomprensioni e perdite di tempo (le autorit locali infatti erano gelose sia della resa
fatta sottoscrivere ai comandanti fascisti in Como nelle prime ore del 27 aprile e sia

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

della cattura del Duce e gli altri fascisti da parte della 52a Brigata Gribaldi sullalto
lago), tanto che alle 11 aveva telefonato al Comando Cvl di Milano e dicesi parl con
Longo. Espresse a Longo le difficolt in cui si trovava e chiesti ordini precisi, si dice
che Longo gli avrebbe risposto, a brutto muso e sia pure come modo di dire: O
fucilate lui o sarete fucilati voi!.
Nel frattempo, in Prefettura a Como, Lampredi e Mordini erano svicolati da Audisio e
a sua insaputa e quindi arriveranno poi a Dongo, pi o meno alla stessa ora di
Audisio, per conto loro accompagnati da alcuni dirigenti della federazione comunista
di Como. Affermano infatti che erano andati in federazione comunista a trovare un
aiuto per la situazione di boicottaggio che avevano trovato in Prefettura.
Come detto, per, non tornarono da Audisio, perch dicesi che seppero per telefono
che questi era gi partito per Dongo e quindi, verso le 12,30 anche loro si
incamminarono per quella localit ove gli avevano detto che vi si trovavano Michele
Moretti e Luigi Canali i quali erano al corrente di dove era stato nascosto il Duce.
Larrivo di Audisio a Dongo inaspettato e indesiderato e dovr farsi riconoscere, con
qualche difficolt, dai partigiani della 52a Brigata Garibaldi, e dal comandante Pier
Luigi Bellini delle Stelle, Pedro che avevano in custodia Mussolini e altri ministri ed
esponenti della Repubblica Sociale, catturati il giorno prima.
Di fronte ai pieni poteri conferitegli dal CLNAI e dal CVL, i partigiani di Dongo
devono per riconoscere lautorit di questo Colonnello, che predispone subito di
fucilare Mussolini e addirittura la Petacci, e poi una quindicina di altri prigionieri.
Scelti da Audisio, con criteri demenziali, quelli che lui chiamer i fucilandi, questo
colonnello si accorda quindi con il comandante della 52a Brigata Pier Bellini delle
Stelle Pedro, il quale si recher nella vicina Germasino, a prelevare alcuni prigionieri
nel frattempo ivi trasferiti, mentre Mussolini e la Petacci, nascosti a circa mezzora di
automobile in una casa di contadini (i De Maria) a Bonzanigo, sar lui stesso ad
andarli a prendere.
Limpegno quello di fucilarli tutti a Dongo. In realt Audisio, dicesi celandolo al
Pier Bellini delle Stelle, aveva gi deciso di recarsi a Bonzanigo per eseguire sul posto
lesecuzione di Mussolini.
Ma facciamo un passo indietro. La vulgata, infatti, narra anche che
precedentemente Mussolini, prelevato a Germasino e Clara Petacci (riconosciuta
dicesi perch lidentit venne rivelata da Mussolini che chiese al comandante Pier
Bellini delle Stelle di salutargliela) presa a Dongo, a notte alta, oramai gi del 28
aprile 1945, erano stati segretamente trasferiti, dal comando della 52a Brigata
Garibaldi (di fatto il Pier Bellini delle Stelle Pedro, Luigi Canali Neri [8] e Michele
Moretti Pietro) nella Tremezzina e nascosti nella casa colonica dei contadini De
Maria (ben conosciuti dal Canali) a circa 21 Km. e una mezzoretta dauto da Dongo,
dove forse vi arrivarono tra le 4 e le 5 del mattino. Qui erano stati lasciati, sotto la
guardia di due partigiani Giuseppe Frangi Lino e Guglielmo Cantoni Sandrino.
In realt, narra sempre la vulgata, Mussolini e la Petacci dovevano essere portati a
Brunate, la montagna di Como, per nasconderli in una base segreta, non si mai
specificato se controllata dal PCI o dal CLNAI / CVL.
Altra versione invece dice che dovevano essere portati a Moltrasio dove una barca li
avrebbe condotti a Blevio nella villa dellingegnere caseario Remo Cademartori, che li
avrebbe poi messi a disposizioni del colonnello Giovanni Sardagna, uomo di Raffaele
Cadorna a Como, che agiva per conto del CLNAI / CVL forse con il segreto scopo di
consegnarli agli Alleati.
Entrambe le versioni sostengono che le due auto con i prigionieri passarono per
Moltrasio, ma a quanto sembra qui non si era fatta viva alcuna barca, oppure si disse

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

che il programma era stato annullato, comunque sia, le due auto con i prigionieri e i
loro accompagnatori, preoccupati di un possibile arrivo degli Alleati a Como (videro
luci e sentirono spari in lontananza) che gli avrebbero sequestrato il Duce, non
proseguirono in quella direzione, ma decisero di tornare indietro per finire nella casa
dei De Maria a Bonzanigo, nascondiglio, dicesi, escogitato sul momento da Luigi
Canali, il capitano Neri.
Comunque sia, per tornare a Walter Audisio a Dongo, questi parte da Dongo alle
15,10 per Bonzanigo, con una automobile 1100 guida a destra e relativo autista
sconosciuto e non partigiano, un certo Giovanbattista Geninazza, requisiti sulla
piazza di Dongo, anche se sembra che il Geninazza era stato precedentemente messo
a disposizione del comando della 52a Brigata.
Sono con lui, Aldo Lampredi (Guido) e il commissario politico della 52a Brigata
Michele Moretti (Pietro) lunico che conosce lubicazione della casa dei De Maria
essendoci stato la notte precedente, ma soprattutto conosciuto dai due partigiani il
Frangi (Lino) e il Cantoni (Sandrino) rimasti in quella casa a guardia dei due
prigionieri.
Arrivati ad Azzano, lautomobile guidata dal Geninazza, si era diretta verso via XXIV
Maggio e labitato di Giulino per fermarsi, dopo un sottopasso, nella piazzetta con il
Lavatoio (Largo della Valle).
Stranamente Audisio arriva a casa De Maria passando dalla parte opposta da quella
percorsa a notte alta dallo stesso Moretti e dagli altri accompagnatori che condussero
Mussolini e la Petacci in quella casa e che avevano invece percorso laltro lato del
circondario, verso la via Albana e risalendo il tratto in salita di via del Riale.
Durante questo nuovo percorso, dicesi sempre, Audisio aveva scelto a vista il luogo
dove portare Mussolini e la Petacci per la fucilazione: il cancello di Villa Belmonte al
numero 14 di via XXIV Maggio (in Mezzegra frazione di Giulino) e si era anche
premunito di eseguirla discretamente cacciando via tutti gli eventuali curiosi del
posto che potevano avvicinarsi.
Pertanto, giunti presso la piazzetta con il Lavatoio (Largo della Valle), Audisio,
Lampredi e Moretti fermano la macchina e si recano a casa De Maria nascosta circa
duecento metri pi avanti e pi in basso del livello stradale. Prima per Audisio prov
il suo mitra, sparando un colpo, per verificarne lefficienza.
Lautista invece girerebbe la macchina pronto a ritornare indietro e stranamente
affermer, circa dieci anni dopo, che Audisio era rimasto vicino a lui nei pressi.
Oggi qualcuno ammette che forse arrivati sul posto, questi giustizieri trovarono
alcuni partigiani, uomini del comandante locale Martin Bisa Caserotti, che li
aiutarono a individuare la casa dei De Maria che era nascosta allinterno dellabitato.
Qui, in casa De Maria Audisio, spacciandosi per un liberatore, seppur con un
linguaggio insolente, preleva Mussolini e la Petacci. Questo colonnello Valerio,
riferir poi dialoghi con il Duce assurdi e descrizioni della casa e dei percorsi da lui
fatti per arrivare e uscire dalledificio assolutamente sballati.
A proposito dei prigionieri si dice anche che, svegliatisi intorno al mezzogiorno,
avevano chiesto o gli era stato offerto dai padroni di casa, qualcosa da mangiare. La
De Maria gli aveva quindi portato del latte, pane e polenta e qualche fetta di salame.
A questo punto c chi dice, in base a qualche testimonianza di chi ebbe modo di
vedere successivamente la stanza, con stranamente ancora i resti del cibo in evidenza
e molliche di pane sul letto, che Mussolini forse mangi un p di pane e qualche fetta
di salame e la Petacci latte e polenta. Altri invece, sulla base di analoghe
testimonianze, asseriscono che non avevano toccato nulla, essendo tutto il cibo, ancor
pi incredibilmente, rimasto intatto in camera.
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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

Comunque sia, il trio dei giustizieri, prelevati i prigionieri, dopo un breve tratto a
piedi, che sembra fu sbirciato da tre o quattro donne che si trovavano al Lavatoio, li
portano allautomobile rimasta in attesa. Lauto, invertita la direzione di marcia viene
fatta ridiscendere lungo via XXIV Maggio per fermarsi, dopo circa 250 metri e una
curva, nei pressi del punto prestabilito (il cancello di Villa Belmonte al Nr 14) dove i
due condannati vennero fatti scendere per essere fucilati.
Di fronte al cancello della Villa infine Audisio, spediti lautista e il Moretti di guardia
ai due opposti lati della strada, uno superiore verso Bonzanigo e uno inferiore verso
Azzano e scacciati via eventuali persone che si trovavano nei pressi, li aveva fucilati
utilizzando il mitra Mas, modello 38, calibro 7,65 L. del Moretti, perch il suo mitra,
si era inceppato.
Con il mitra Thompson inceppato, infatti, Audisio chiam a gran voce Moretti che sal
di corsa il breve tratto di strada e gli consegn larma.
Dopo aver pronunciato, anzi poi disse di aver letto, una specie di sentenza,
stranamente fucil Mussolini sparandogli al petto, mentre la Petacci venne colpita
perch dicesi si era divincolata e agitata aggrappandosi a Mussolini che non voleva
fosse fucilato.
In verit nella prima breve e sintetica versione si fece capire che con la Petacci si volle
far giustizia e lo stesso Lampredi scrisse, nella sua Relazione riservata al partito,
che lui e Audisio erano concordi sulla sorte da riservargli.
Mussolini, poi venne anche finito da Audisio con un colpo di grazia al petto sparato
con lo stesso mitra, anzi no, si specific dopo, con la pistola prestatagli da Moretti.
Le prime versioni per avevano attestato che erano presenti Audisio, Lampredi e
Urbano Lazzaro, Bill, ma poi si dovette ammettere che Bill non cera e cera invece
Michele Moretti. Per la fucilazione si attestano le 16,10 del 28 aprile 1945 [9].
Il gruppetto con Audisio, comunque, lasciati i due ex custodi Frangi e Cantoni,
sopraggiunti a fucilazione conclusa (dicesi che in casa De Maria allarrivo di Audisio, i
due guardiani, si erano fatti trovare senza scarpe e poi avevano anche sbagliato strada
per andare dietro il gruppo uscito di casa) a guardia dei cadaveri davanti al cancello
della Villa e ritornato a Dongo procedette subito, sotto la direzione di Audisio, e con
un plotone di esecuzione comandato da Alfredo Mordini Riccardo alla fucilazione e
questa volta alla schiena e in pubblico davanti a donne e bambini (tanto da sollevare
le proteste del neo sindaco Giuseppe Rubini, che dette immediate dimissioni) dei
restanti ministri, fascisti e personalit varie, intorno alle 17,45.
Al conto si aggiunse anche Marcello Petacci il fratello di Claretta, scambiato in un
primo momento per Vittorio Mussolini che, divincolatosi, aveva tentato di fuggire a
nuoto nel lago, ma venne ucciso a fucilate dalla folla di partigiani presenti in piazza.
Verso sera, Audisio, con un auto e un grosso camion pieno dei cadaveri dei fucilati di
Dongo, torn verso il cancello di Villa Belmonte e fece rimuovere i cadaveri di
Mussolini e la Petacci che furono poi portati al bivio di Azzano e qui caricati sul
camion giunto da Dongo e rimasto in attesa, per essere condotti a Milano e gettati sul
selciato di Piazzale Loreto. Sembra che partirono da Azzano verso le 20,0 e
arrivarono a Milano circa alle 22,00, ma poi portarono i cadaveri in Piazzale Loreto
solo verso le 3 del mattino, perch erano stati fermati in via Fabio Filzi davanti al
palazzone della Pirelli da una divisione di partigiani bianchi, i quali insospettiti da
quel carico li avevano scambiati per fascisti ed addirittura minacciavano di fucilarli.
E questo il quadro generale, estremamente stringato, della versione ufficiale, in
realt tramandata con il corollario di molte incongruenze, nominativi di presenti e
particolari poi smentiti o variati da una versione allaltra.
In definitiva possiamo dire che essa costituisce una parte di verit, ma non tutta!

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

Ferma restando, infatti, la spedizione di Valerio a Como e Dongo basta inserire in


questo quadro il diversivo, rimasto segreto, di una sbrigativa e proditoria uccisione
del Duce al mattino, tramite un altro commando appositamente partito da Milano o
meglio reperito sul posto (Como e dintorni) e quindi la messa in scena, nel
pomeriggio, di una finta fucilazione a Villa Belmonte, perch i pezzi del mosaico
vadano a posto e si spieghino tutte quelle incongruenze e assurdit e le tante
testimonianze spesso inverosimili o altrimenti incomprensibili che pi avanti
illustreremo in questo nostro libro inchiesta.
E la supposizione di questo diversivo, non un esercizio gratuito o aleatorio, ma
scaturisce dalla constatazione di elementi e fatti oggettivi, oltre ad alcune importanti
testimonianze, che lo possono ragionevolmente far ricostruire con molta
attendibilit.
Lo scopo di questo nostro studio, per, non quello di svelare e ricostruire quanto
esattamente accadde quel giorno a Bonzanigo e Giulino di Mezzegra, ma dimostrare
innanzi tutto la assoluta inattendibilit della storica versione.
Il resto viene da s, risultando consequenziale.
I paladini di questa vulgata, sostengono che essa pu essere smontata soltanto da
documenti accertati nella loro validit e da testimonianze comprovate. [10]
Una asserzione certamente legittima se non fosse che, in questo caso, le
documentazioni mancano assolutamente, proprio laddove si vuole attestare lepisodio
chiave di questa versione, cio quello che alle 16,10 del 28 aprile 1945, in Giulino di
Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte furono fucilate due persone ancora in
vita! [11]
Mai come in questo caso, infatti, la raccolta delle testimonianze, pi o meno veritiere,
non porta da nessuna parte per il semplice motivo che quel pomeriggio, al cancello di
Villa Belmonte venne inscenata, alla chetichella, una finta fucilazione con tanto di
sparatoria, cos come poco prima ci fu il breve transito di due soggetti, presunti
Mussolini e la Petacci per la piazza del Lavatoio in Bonzanigo, episodi questi che si
sono sovrapposti ad altri episodi, mistificando tutta la realt dei fatti.
Viceversa, soprattutto un paio di prove oggettive che pi avanti dettaglieremo, ma
anche alcuni elementi di enorme rilevanza, stanno a dimostrare che, prendendo ad
uno ad uno certi eventi narrati da questa multiforme e inattendibile storica
versione, si nota subito come per alcuni di loro impossibile che si siano
effettivamente verificati nei termini in cui sono stati narrati, altri hanno una evidente
assurdit di fondo perch sono privi di un minimo di logica o troppo incongruenti ed
altri ancora non sono credibili perch pongono seri dubbi e non collimano con molte
testimonianze e dati di fatto.
Parafrasando lo scomparso Franco Bandini, possiamo dire che ognuno dei singoli
attestati della storica versione, che noi ora andremo a mettere in dubbio, mostra
una massima inverosimiglianza, spesso un grado zero di credibilit. Presi tutti
insieme, mettono a nudo limpossibilit fisica che le cose siano andate come si
voluto far credere. [12]
Nel presentare la nostra controinformazione, dobbiamo premettere che essa il
frutto di un attento studio delle documentazioni inerenti questa materia, della
comparazione e dellincrocio delle testimonianze riconosciute dalla stessa storiografia
resistenziale scartando invece, fin dove possibile, quella letteratura in argomento che
risulta alquanto inattendibile [13] e applicando a tutto questo un minimo di logica
per gli avvenimenti narrati, sia pure considerando le imprevedibili contingenze di
quei caotici e difficili momenti.
Tutte le note sono a fine di ogni capitolo.

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

NOTE
[1] Il ragionier Walter Audisio, era nato ad Alessandria nel 1909. Durante il ventennio fascista fu
ragioniere alla ditta Borsalino. Arrestato per attivit comunista venne confinato a Ponza. Dal confino
usc nel 1939 in virt di una domanda di grazia a Mussolini. Alla fine del 1944 per sfuggire ai
rastrellamenti ripar a Milano dove, agli inizi del 1945, venne destinato al Comando generale del CVL
come aiutante di Longo, non per incarichi dazione, ma di semplice carattere burocratico
organizzativo. In effetti sembrava negato per operazioni in cui occorreva lutilizzo delle armi, che
comunque in qualche modo sapeva utilizzare avendo fatto negli anni 30 il servizio militare. Dal 10
marzo del 1945 il Comando Generale del CVL venne strutturato su 12 servizi, diretti ciascuno da un
capo servizio controllato, a sua volta, da un delegato del comando. Audisio risulta quale Capo Servizio
Segreteria, sotto il delegato al Comando Italo, che poi Luigi Longo. Mai ben precisata la sua nomina
ad un anomalo grado (per il CVL) di colonnello. Audisio venne ufficializzato quale colonnello Valerio
solo nel marzo del 1947, ma non un caso che, in ambienti politici qualificati, anche comunisti, in
confidenze private, mai nessuno ha creduto ad Audisio uccisore del Duce. Nel dopoguerra fu eletto
deputato nel 1948 e venne riconfermato nelle tre successive Legislature, nel 1963 opt per il Senato.
Della sua attivit di parlamentare non ha praticamente lasciato nulla di significativo. Lasciata la politica
attiva and a lavorare allENI. Mor per infarto a Roma l11 ottobre del 1973 a 64 anni.
[2] Aldo Lampredi, era nato a Firenze nel 1899 ed entr a far parte del movimento giovanile socialista
nel 1919. Ader poi al Partito Comunista. Avrebbe dovuto fare il falegname, ma con il consolidamento
del fascismo entr in clandestinit. Venne arrestato nel 1926 e condannato a dieci anni e sei mesi di
carcere. Ne scont sei e fu scarcerato nel 1932. Nel 1934 espatri in Francia e quindi pass anche in
Russia alla scuola di partito a Mosca. Con la guerra civile spagnola lo ritroviamo in Spagna con il
grado di capitano istruttore, e sembra alle dipendenze del generale dellArmata Rossa Alexander
Orlov alias Lew Feldbin, quindi torn in Francia, dove in seguito si vocifer di una sua implicazione in
attivit per conto del Komintern.
Rientr in Italia nel novembre del 1943 e lavor nel PCI della Venezia Giulia e a Padova divenendo
responsabile del triunvirato insurrezionale del Veneto, prima di essere trasferito a Milano al comando
del CVL. Qui Guido si collocava tra gli Ispettori generali del CVL, e si pu considerare un vice Longo.
Nel dopoguerra lui, dalla grigia e ombrosa personalit, rientr nellombra, non cercando la notoriet,
ma ricopr numerosi incarichi di partito tra cui, per diversi anni, quello di segretario della Commissione
Centrale di Controllo per la sezione disciplina e democrazia interna di partito, in pratica una polizia
politica interna. Mor dinfarto durante una vacanza in Jugoslavia il 21 luglio del 1973
[3] Michele Moretti nacque a Como nel 1908. Fece il soldato di leva nel 28 e lavor alla cartiera
Burgo come elettricista-idraulico. Vanta un passato di calciatore, quale terzino nel Como, allora
chiamato Comense. Nel 1936 si sposa con Teresina Tettamanti, la staffetta partigiana Ada Piffaretti.
Avr un figlio Fiorangelo che per morir prima dei quaranta anni.
Durante la guerra non venne richiamato alle armi, ma da operaio partecip allattivit clandestina del
PCI e fu tra i principali organizzatori degli scioperi nel Comasco. Evitata la deportazione nel Reich, si
ma
diede alla macchia e divenne commissario politico (comunista) della 52 Brigata Garibaldi "Luigi
Clerici". Nel dopo liberazione si stabilisce a Como in qualit di comandante della seconda compagnia
della Polizia del Popolo, ma nel dopoguerra venne chiamato in causa per la sparizione del cosiddetto
tesoro di Dongo e dovette riparare, coperto dal partito, per circa 8 mesi a Lubiana in Slovenia.
Non si pu di certo affermare che sia stato responsabile per le gravissime accuse di furti, rapine,
torture e omicidi e quantaltro che nellimmediato dopoguerra furono elevate nei confronti di alcuni capi
e militanti comunisti del comasco, ma difficile credere che ne fosse alloscuro e quindi fu
quantomeno omertoso. Mori in vecchiaia, un p deluso dal partito, il 5 marzo del 1995.
[4] CLN, Comitato di Liberazione Nazionale; CLNAI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia;
CVL (rappresenta il governo del Sud al Nord Italia), Corpo Volontari della Libert (di fatto lorganismo
armato della resistenza).
[5] Pier Bellini delle Stelle, Pedro, era un senese di famiglia nobile, nato nel 1920. Rimase orfano ad
otto anni della madre Elena Fiumi. Secondo lui, sottotenente del Regio esercito, fu spinto ad entrare
nella resistenza alla vista di soldati ed ebrei deportati in Germania. Venne presentato dalla sorella
a
Eleonora al tenente Allemagna di Dongo. Comandante del distaccamento Puecher della 52 Brigata
Garibaldi, Diverr comandante del distaccamento Puecher e poi il 26 aprile divenne anche

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

comandante ad interim (in attesa di futura conferma) della 52 Brigata Garibaldi Luigi Clerici dislocata
sulle montagne del Berlinghera (Sorico). Non ci si faccia ingannare dai nomi altisonanti e numerazioni
cervellotiche, di queste Brigate, perch in realt si trattava di sparuti gruppetti di partigiani.
Il Bellini, figura, al tempo coreografica, lo troviamo fotografato in abbigliamento guerrigliero. Alcuni lo
ritengono in contatto con i servizi segreti inglesi e dal suo comportamento nel trasferimento di
Mussolini a casa De Maria e poi nel suo defilarsi del giorno dopo, nonch per le vicende di alcuni
documenti sequestrati alla colonna Mussolini, lo si potrebbe sospettare. Come Valerio, anche lui fin
nel dopoguerra a lavorare allEni, mantenendo sempre una certa reticenza per le sue vicende. Mor
prematuramente nel 1984.
[6] Urbano Lazzaro, classe 1924, entra nel gennaio 1943 nella Guardia di Finanza. L'8 settembre '43,
nei pressi di Trieste viene preso dai tedeschi, ma riesce a fuggire. Nell'aprile 44 per non aderire alla
RSI fugge in Svizzera, ma rientra in Italia nel settembre 1944 aggregandosi alla 52 Brigata Garibaldi
operante sullalto lago di Como. Nel marzo 1945 ne diviene vicecommissario politico. A Dongo il 27
aprile 45 lui che formalmente arresta Mussolini a Dongo.
Personaggio borioso e fanfarone, a Dongo recit un ruolo ancora non ben chiarito nell'arresto del
Duce. Fu tra i primi ad avere in mano le borse appartenute a Mussolini e gest poi quei documenti in
combutta con il Pier Bellini Pedro e laltro finanziere Antonio Scappin Carlo, con i quali poi si rimpall
alcune responsabilit e si smentirono a vicenda. Nel dopoguerra si trasferisce per molti anni in Brasile.
Negli anni 80, tornato in Italia se ne usc con una tardiva sua versione che asseriva che il colonnello
Valerio in realt era Luigi Longo, ma sia per questo riconoscimento che per una sua versione di una
morte di Mussolini intorno alle 13 sotto casa dei De Maria, non port alcuna prova concreta. Morir
anziano nel gennaio del 2006.
[7] Non si allarmi il lettore se, da qui in avanti, incontrer particolari e orari alquanto diversi da
quelli che potrebbe aver letto in altri testi. Il fatto che la vulgata un guazzabuglio di
incongruenze e la letteratura inerente, eterogenea e superficiale, inattendibile. Questa nostra
ricostruzione quanto di meglio si possa ottenere analizzando le testimonianze, le relazioni e
le documentazioni disponibili e dopo averle comparate tra loro.
Anche lorario della cattura di Mussolini in Dongo sul camion tedesco, alquanto controverso. Tutte le
fonti sono discordanti e addirittura vanno da poco prima delle 15 a quasi le 16,30. Probabilmente nella
concitazione di quelle ore non venne registrato con precisione. Ma anche se qualcuno lo fece,
lindicazione si perse con gli altri orari poi attestati. In ogni caso, incrociando le testimonianze e
mettendo in relazione vari particolari possiamo dire che il fermo dovette avvenire tra le 15 e le 16.
[8] Luigi Canali, alias Capitano Neri, nasce a Como nel 1912 da una famiglia socialista. Ufficiale del
Genio, gi nel 1936 in Africa come sottotenente andr poi sul fronte russo, dove si distinguer per
particolari meriti per i quali sar promosso a capitano. Poco dopo l'armistizio dell'8 settembre, entrer
nella resistenza. E tra coloro che costituiranno la 52esima Brigata Garibaldi Luigi Clerici di cui ne
sar il comandante, ma avr per contrasti con Pietro Vergani Fabio, ispettore delle Brigate Garibaldi
e capo dei comunisti milanesi. Comandante abile e intelligente con alte doti di coraggio e prestanza
fisica che gli garantiranno un certo ascendente. La personalit politica del Canali, per, susciter
sospetti allinterno della disciplina del PCI dove non in sintonia con la prassi stalinista del partito,
essendo lui pi che altro un comunista idealista.
Nel settembre del 1944 Neri viene affiancato da Giuseppina Tuissi, Gianna staffetta partigiana,
operaia di ventun'anni, milanese, gi militante dei GAP. Diverranno amanti. Nella notte tra il 6 e il 7
gennaio del 1945 il Canali e la Tuissi, vengono arrestati a Lezzeno e subiranno le inevitabili torture in
uso al tempo dove era in corso una spietata guerra civile. Tuttavia il Neri riusc ad evadere
rocambolescamente, ma a seguito di successivi arresti nelle file della resistenza, da Milano parte una
strana voce: hanno tradito! Viene quindi emessa, da un tribunale delle Brigate Garibaldi per la
Lombardia, ispirato da Vergani, una condanna a morte..
A Como e dintorni per pochi credono al tradimento, tanto che il capitano Neri ritorner, pur isolato e
sotto sospetto, in circolazione. Gli ultimissimi giorni riprender, almeno di fatto, una certa attivit e
proprio il 27 aprile 45, a cattura del Duce avvenuta, arriver con la Tuissi a Dongo verso sera. Per
non abolire i comandi nel frattempo subentrati, gli affideranno la inusuale carica nominale di capo di
a
Stato Maggiore della 52 Brigata Garibaldi. Inchieste storiche nel dopoguerra arriveranno, anche se
non in modo unanime, alla deduzione che il Neri non aveva tradito.
Il comunista Clocchiatti, invece, quello che presiedette il tribunale che lo aveva condannato a morte,
anche molti anni dopo quei fatti, di fronte ai tentativi di riabilitazione del Neri, intese riaffermare il suo
operato asserendo che tutta la dinamica dellevasione dalla finestra del carcere fascista era poco

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CAPITOLO 1

LA STORICA VERSIONE

credibile: <<il Canali era un comunista un p per ridere. Non aveva alcuna preparazione ideologica e
devesi aggiungere che era uscito dalla guerra superdecorato mentre un buon comunista nellesercito
avrebbe dovuto lavorare contro il fascismo>>.
Fu eliminato facendolo sparire in circostanze misteriose il 7 maggio del 1945. Restano ancora incerti i
veri motivi del suo assassinio al quale, nei giorni successivi seguirono quelli della sua amante, la
Gianna Giuseppina Tuissi e altre persone correlate alla sua vicenda. Si parla delle divergenze sulla
appropriazione del cosiddetto tesoro di Dongo, che il Neri si dise era contrario a far incamerare al
PCI, di una sua eliminazione perch, oramai inaffidabile, non rivelasse i particolari sulla uccisione del
Duce, ecc. Probabilmente, nella decisione di ucciderlo, agirono una concomitanza di cause e motivi.
[9] Nota: in tutte le pubblicazioni e nelle stesse varie versioni si riporta, ora le 16,10, ora le 16,20.
Per la versione ufficiale comunque sembrano, pi che altro, acquisite le 16,10. La diversit comunque
non assume alcuna importanza.
[10] Affermazione questa, recentemente ripetuta anche dal dottor Giuseppe Calzati, presidente
dellIstituto di Storica Contemporanea di Como Pier Amato Perretta, nel corso della trasmissione
Trenta denari di fine 2008 tenuta alla TV Espansione di Como dal giornalista Emanuele Caso.
[11] Alcuni rapporti della Guardia di Finanza possono al massimo portare alla conferma del dipanarsi
degli avvenimenti pocanzi accennati, ma non possono svelare la mistificazione insita in alcuni di essi.
[12] F. Bandini: Le ultime 95 ore di Mussolini, Sugar 1959;
Mondadori 1978.

Vita e morte segreta di Mussolini,

[13] Lo studio della letteratura in argomento sulla morte di Mussolini ci mostra, purtroppo, non soltanto
la proposta di svariate ipotesi alternative alla versione di Audisio, spesso prive del bench minimo
riscontro documentale e anche varie bufale, ma oltretutto il deprecabile caso che molti scrittori e
giornalisti storici hanno ripreso e si sono tramandati una infinit di notizie, particolari e testimonianze,
palesemente false. Nellallegro calderone delle tante fantasiose ipotesi alternative, per esempio,
merita il posto donore il famoso racconto spy story di Giovanni Lonati, il partigiano Giacomo, circa
un suo presunto ruolo nella uccisione del Duce assieme ad un non meglio precisato ufficiale inglese,
tale John (vedi: G. Lonati: Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta la verit - Mursia 1994).

Qui sotto: a sinistra: la famosa piazzetta con il Lavatoio (Largo della Valle) e
a destra: il sottopasso in fondo alla piazzetta che immette in via XXIV
Maggio. Foto dal libro di P. Pavesi: Sparami al petto! Edizione del Faro 2012.
Dalla piazzetta con il Lavatoio, dopo il sottopasso, la strada via XXIV Maggio
scende, dapprima diritta poi con qualche molle curva, fino al primo ed unico
tornante, circa 200-250 metri dal suo inizio. Qui la strada gira su se stessa e
riprende a scendere, accostando ancora a destra. A circa cinquanta passi, dopo la
prima curva, si trova i cancello di Villa Belmonte. In tutto, da casa De Maria al
cancello di villa Belmonte ci sono circa 400 metri,
un terzo dei quali si disse che fu percorso a piedi e
poi il resto in auto.

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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

I misteri del viaggio a Moltrasio

Iniziamo questa nostra inchiesta sullinattendibile vulgata, cio la storica


versione sulla morte di Mussolini, con il pi confuso e meno dettagliato tra i tanti
misteri che la compongono, ovvero il viaggio con il quale Mussolini e la Petacci, la
notte tra il 27 e il 28 aprile 1945 vennero portati nella casa colonica dei contadini De
Maria a Bonzanigo circa 21 Km. da Dongo.
Come accennato Mussolini fu catturato in quel di Dongo venerd 27 aprile 1945
allincirca tra le 15,00 e 16,00, quindi dopo aver trascorso alcune ore nel Municipio,
venne trasferito, dicesi per motivi di sicurezza, intorno alle 18,30, nella adibita
casermetta della Guardia di Finanza del piccolissimo paesino di Germasino, circa 5
Km. sui monti soprastanti a 570 mt. sopra il livello del mare.
Probabilmente, ma non neppure cos certo, questo trasferimento venne escogitato
sul posto, anche con la collaborazione del brigadiere della G.d.F. Giorgio Buffelli, dal
comando locale della 52a Brigata Garibaldi Luigi Clerici, quella che aveva in mano
il Duce e che era composto dal seguente trio: il Comandante a interim Pierluigi
Bellini delle Stelle Pedro, un venticinquenne vanitoso senese di famiglia nobile, ex
ufficiale del regio esercito di tendenze non comuniste e legato a strutture cielleniste
non comuniste;
da Luigi Canali Capitano Neri, di trentatr anni di Como, un comunista idealista e
per questo atipico, sul cui capo pendeva una condanna a morte del comando
Lombardo delle Brigate Garibaldi (in prevalenza comunista) per presunto
tradimento. Un accusa non pienamente provata, che per il prestigio di cui godeva il
Canali, era rimasta congelata, provocando per un certo isolamento e sospetti su
questo partigiano gi comandante della 52a Brigata Garibaldi, riapparso a Dongo
verso quella fatidica sera del 27 aprile, assieme alla partigiana Giuseppina Tuissi
Gianna, sua amante.
Il Canali, posto sotto sospetto, aveva forse allacciato, ma non provato e neppure
risulta da documentazioni Alleate, rapporti con i servizi Alleati e forse si era anche
messo agli ordini del colonnello Sardagna del CVL a Como. Ma tutte queste sono solo
illazioni, perch oltretutto da varie ricerche sembrerebbe, ad esempio, che gli
americani neppure sapessero che esistesse un certo capitano Neri.

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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

Comunque sia, arrivato a Dongo, il Neri venne subito ben accolto dai suoi ex uomini e
reintegrato nel comando della Brigata assegnandogli, per non disfare i gradi nel
frattempo subentrati, latipico grado di Capo di Stato maggiore.
Non comunque certo il momento in cui il Canali arriv a Dongo n da chi venne
avvertito degli ultimi avvenimenti, ma probbilmente non fu certo per caso.
Ed infine vi era Michele Moretti Pietro un operaio comunista trentacinquenne di
Como fedele esecutore degli ordini del partito, che ricopriva la carica di commissario
politico della Brigata.
Nelle Brigate Garibaldi le decisioni di comando importanti, in genere, necessitavano
del consenso sia del comandante che del commissario politico.
Nel frattempo la notizia dellarresto del Duce era arrivata a Milano al Comando
generale del CVL (la struttura armata della resistenza) dove erano il generale Raffaele
Cadorna comandante pi che altro nominale e Luigi Longo, vice comandante e
comandante delle Brigate Garibaldi. Luigi Longo, in concerto con altri membri del
Comitato Insurrezionale antifascista, quali Emilio Sereni, Leo Valiani (in servizio
anche presso il Soe, cio lIntelligence britannica) e Sandro Pertini, si diede subito da
fare per sopprimere sbrigativamente Mussolini finendo, a sera tarda, per conferire
lincarico di tradurre Mussolini a Milano, al Colonnello Valerio alias il ragionier
Walter Audisio, nei quadri della Segreteria del Comando, che per, in realt, aveva il
segreto ordine di fucilarlo sul posto.
Sulla decisione, espressa sotto metafora, di sopprimere Mussolini concordarono un
p tutti, anche se poi molti fecero il pesce in barile dicendo di non aver compreso
bene quale genere di incarico era stato assegnato ad Audisio, oppure che era loro
intenzione di consegnare Mussolini agli Alleati in ottemperanza agli accordi presi dal
governo del Sud in sede armistiziale e successivamente sottoscritti dal CLNAI
(rappresentante del governo al Nord).
In conseguenza di questa situazione alquanto ambigua e confusa, amplificata dal caos
di quelle ore, ci fu probabilmente anche qualche componente, per cos dire, ma
incorrettamente, moderata, che cerc di ideare progetti per requisire Mussolini e
consegnarlo agli Alleati. Tutti progetti che infatti abortirono in poche ore, anche in
considerazione del fatto che, ben presto, Mussolini vivo non interess pi a nessuno.
Fu cos che Audisio, accompagnato dal dirigente comunista Aldo Lampredi Guido e
un plotone di una dozzina di partigiani pi due loro comandanti, partir per la sua
missione di raggiungere Mussolini e gli altri prigionieri catturati a Dongo, intorno alle
6,30 del 28 aprile, ma nonostante la vulgata racconti un altra storia, venne
scavalcato dagli avvenimenti e dagli imprevisti e non pot fucilare Mussolini perch
questi, mentre lui si trovava ancora in Prefettura a Como, era stato ucciso
proditoriamente al mattino, nel cortile della casa di Bonzanigo dove era stato
nascosto. Ma questa un altra storia qui non considerata.
Torniamo quindi al 27 aprile (in realt gi il 28) intorno alluna di notte Mussolini era
stato prelevato da Germasino dal comandante Pier Bellini Pedro, ivi arrivato con una
macchina e un autista, scrisse lui nelle sue vanitose Relazioni, ma sicuramente anche
con una scorta come era logico che fosse e come sembra attestarono poi sia il
finanziere Giorgio Buffelli che il Moretti (oltre al Frangi Lino e il Cantoni Sandrino,
qualcuno disse che cera pure il Canali Neri, ma questo molto dubbio)
Questo prelievo del Duce da Germasino, con trasporto in luogo segreto fuori Dongo,
venne probabilmente ordinato da Milano o Como (Cvl e/o Pci) anche se,
assurdamente, si volle far credere che questo trasbordo vene deciso dal Bellini Pedro,
Canali Neri e Moretti Pietro. In alternativa possiamo comunque esser certi che
Milano ne fu informata. Il Pier Bellini, sia pure per quel che pu valere, tempo dopo
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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

confid alloramai ex sindaco di Dongo, Giuseppe Rubini (piccato di aver perso la


custodia del Duce in Municipio) di aver avuto istruzioni da Milano, come del resto
logico che fosse dovendo mettere in atto un cos delicato trasferimento in quelle
pericolose ore.
In una lettera del colonnello Giovanni Sardagna (ex Cvl a Como) a Thomas M.
Johnson del 7 gennaio 1966, il Sardagna disse di aver ricevuto incarico, nella notte tra
il 27 e 28 aprile, dal Comando del Cvl di Milano di portare Mussolini a Milano o
Como, comunque al sicuro. In questo senso, scrive Sardagna, presi accordi con il
Comandante della 52a Brigata Garibaldi (Bellini) che mi assicur che avrebbe spedito
il prigioniero, come poi fece per un tratto di strada, ma rientrando poi per
sopraggiunte difficolt. Sembra per che il piano di Sardagna finalizzato ad una
consegna del Duce agli Alleati era indipendente dai reali desideri e ordini di Cadorna.
Il bello che a Mussolini venne unita anche Clara Petacci, dicesi riconosciuta a sera a
Dongo dal Pier Bellini, il quale ebbe poi a raccontare storielle romanzate, circa il fatto
che lidentit della donna gli era stata in qualche modo svelata a sera a Germasino da
un imbarazzato Mussolini ansioso di mandargli i suoi saluti.
Una evidente bugia perch, oltre il resto, sappiamo che a Musso quando erano
intrappolati nellautoblinda (testimonianza di Elena Curti ivi presente), Mussolini
tranquillizz una preoccupata Clara dicendogli che lei, il fratello Marcello e la
compagna di questi con i due bambini, non avevano niente da temere in quanto
viaggiavano con passaporti spagnoli (il fratello Marcello si faceva passare per un
console spagnolo). Addirittura anche probabile che ai Petacci era stata consegnata
una delle borse con gli importanti e delicati documenti del Duce nella speranza che
passasse il blocco partigiano. Nel Municipio di Dongo poi, Mussolini ebbe modo di
sbirciare i Petacci che, fermati anche loro, vennero portati in una stanza. Come
possibile, quindi, che il Duce la sera stessa riveli al Pier Bellini lidentit della donna
compromettendo tutto?
In realt anche la decisione di aggiungere a Mussolini una donna, da ben altri
individuata a Dongo, esponendola a gravissimi rischi (a quel tempo le donne poco
contavano nella vita sociale e politica, ma erano tenute in rispetto persino nella
malavita), probabilmente in conseguenza di certi segreti di cui era depositaria e
forse per condizionare il Duce, non poteva che essere frutto di decisioni superiori.
Molti dirigenti del CVL e del CLNAI, inoltre, raccontarono che a Milano neppure si
sapeva che con Mussolini vi era una donna, ma altre testimonianze, dicono invece
chiaramente che quella notte qualcuno ben sapeva che oltre al Duce cera da
prelevare una donna.
Ma in ogni caso, chi aveva deciso tutto e cosa voleva farne con Mussolini?
Una versione, afferma che Mussolini doveva essere condotto in una base segreta a
Brunate (S. Maurizio, collina 1.000 mt. sopra Como). Questo era, dicesi, il progetto
di partenza del Pier Bellini delle Stelle, del Luigi Canali e di Michele Moretti. Non si
sa se questa base a Brunate era controllata da uomini del partito comunista oppure
del CLNAI / CVL. Quel che si sa che Brunate era sede di una centrale del SIM
collegata alla missione spionistica Nemo. Alcuni sostengono che il rifugio era stato
scelto dal Canali Neri, proprio per consegnare poi Mussolini al CLNAI / CVL sempre
in esecuzione di un piano che poi, in definitiva, ne prevedeva una consegna agli
Alleati, altri invece, ritengono che il Neri, prospett si questa base di Brunate, ma in
accordo con il Pci, forse anche per riscattarsi agli occhi del partito.
Non ci sono elementi decisivi per scegliere una ipotesi invece che un altra, n chi
veramente propose Brunate, ma la presenza del fedelissimo comunista Michele

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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

Moretti nel gruppo dei trasportatori del Duce, ci induce a pensare che questi ben
riteneva che Mussolini sarebbe finito in mani comuniste.
Un altra versione, invece, emersa negli anni 50, sostiene che Mussolini segretamente
doveva essere portato a Moltrasio, scendendo da Dongo per circa 42 Km. (Moltrasio,
viceversa, anche a 8,6 Km. da Como) dove lo avrebbe raccolto una barca mandata
dal barone Giovanni Sardagna di Hohenstein (referente, almeno nominalmente, di
Cadorna a Como) per conto del CLNAI / CVL onde portarlo a Villa Cademartori a
Blevio (circa 4 Km. da Como). Questo piano, dicesi, era stato concordato
telefonicamente da Sardagna con lindustriale caseario ingegner Remo Cademartori
che aveva una villa con darsena sul Lago.
Il Cademartori avrebbe poi effettivamente incaricato un certo Alonso Caronti,
comunista, a cui sembra non era stato detto che trattavasi di Mussolini, il quale
avrebbe dovuto recarsi a Moltrasio reperendo la barca ed attendere larrivo della
comitiva da Dongo.
Il bello che queste due versioni, quella della Barca e Villa Cademartori e quella di
Brunate (a meno che non si voglia intendere per Brunate una base sotto controllo di
elementi del CVL che vogliono consegnare Mussolini agli Alleati), sostanzialmente
antitetiche, nella letteratura resistenziale della vulgata, spesso viaggiano insieme e
si sovrappongono tra loro, ma resta evidente che mentre una consegna del Duce a
villa Cademartori un preludio ad una consegna agli Alleati, quella di un trasbordo
nella base di Brunate, nelle sue conseguenze, resta alquanto dubbia e indefinita.
Il progetto, poi abortito, di Villa Cademartori inoltre si pu solo presupporre che era
stato assegnato a Pedro, il Bellini delle Stelle, oppure proprio verso sera da Sardagna
al Canali Neri, i quali se lo tennero segreto e del resto Pedro, nel primo dopoguerra
anche lui si alline sulla versione di portare Mussolini a Brunate. Ma siamo sempre
nel campo delle congetture.
Comunque sia Mussolini, prelevato da Germasino (con la testa appositamente
fasciata per non farlo riconoscere) e portato a Dongo era poi stato fatto ripartire,
assieme alla Petacci nel frattempo aggregata (che Mussolini la rivede alquanto
sorpreso), sembra intorno le 2,45.
Erano infatti tutti partiti dal cosiddetto ponte della Ferriera fuori Dongo su due
macchine: in una, quella di testa, sembra una 1100, guidata da tale Edoardo Leoni
con a fianco Giuseppe Frangi Lino da Villa Guardia, vi erano dietro il Canali Neri,
Moretti Pietro e la Petacci.
Nellaltra auto il comandante Pier Bellini Pedro si sedette dietro e, sempre dietro,
cera Mussolini a cui accanto si sedette la Giuseppina Tuissi Gianna, mentre davanti,
accanto allautista Dante Mastalli (dir alla moglie che Mussolini non parla,
smentendo tutti i romanzati scambi di frasi a lui messi in bocca durante il viaggio) si
mise Sandrino-Menefrego ovvero il giovane, Guglielmo Cantoni.
Si noti bene i nomi dei due autisti: Edoardo Leoni e Dante Mastalli entrambi di
Gravedona, perch anni dopo, il famoso autista occasionale di Audisio, ovvero
Giovanbattista Geninazza, asser, dando oltretutto particolari incongruenti, che uno
dei due autisti era lui, cosa che non trova alcun riscontro.
In ogni caso resta il dilemma: la comitiva si mosse da Dongo per andare a Moltrasio
(da Dongo 42,2 Km. in direzione sud) in esecuzione del piano di Sardagna o di chi per
lui, per consegnare Mussolini alla barca che doveva venire a prelevarlo, oppure, pur
passando per Moltrasio, dovevano recarsi verso Como, altri 8,6 Km., per salire poi
alla collina di Brunate? Ma poi, andarono veramente fino a Moltrasio per poi tornare
indietro risalendo la strada per altri 21 Km. per andare a Bonzanigo?

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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

Qui sotto la cartina con il percorso: da Germasino a Moltrasio;, circa 46 Km. (Dongo
Moltrasio 42,2 Km.) e ritorno liniette tratteggiate da Moltrasio a Bonzanigo circa 21 Km.

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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

Le contraddittorie versioni, rese nel dopoguerra dal Pier Bellini Pedro, e dal Moretti
Pietro, i due sopravvissuti di quel gruppo, non convincono e non riescono a sciogliere
il mistero. Comunque sia, in mancanza di elementi certi, non possiamo che accettare
questo viaggetto in discesa verso Moltrasio.
Anche qui una versione asserisce che a Moltrasio, dopo una breve sosta sul piazzale
del molo e visto che non era arrivata nessuna barca, ovvero dicesi anche che qualcuno
aveva trasmesso sul posto linformazione che questo progetto era annullato, la
combriccola torn indietro spaventata da luminarie e spari che si intravedevano verso
Como, forse segno di un possibile arrivo degli Alleati in citt (una loro avanguardia vi
entr forze alla mezzanotte) e quindi il pericolo di farsi sequestrare il prigioniero.
Un altra versione (di Moretti soprattutto), invece, sorvola sulla vicenda del
trasferimento di Mussolini con la barca e, dopo aver anche lui asserito che a
Moltrasio si sentirono spari e si intravidero luci verso Como aggiunge che, dopo una
animosa discussione tra loro, decisero di annullare il viaggio a Brunate, ritenuto
troppo pericoloso, e tornarono indietro.
In un caso e nellaltro si fin per andare nella casa di Bonzanigo, rifugio dicesi
escogitato e proposto sul momento dal Canali (che era in stretti rapporti con i
proprietari, i contadini De Maria) dove arrivarono, forse verso le 5.
Insomma quella piovosa notte si sarebbe fatto un tragitto, avanti (Dongo Moltrasio)
e indietro (Bonzanigo), le cui modalit, percorrenze e soprattutto vere finalit sono
tutte da verificare e se la storia di Moltrasio falsa, possiamo anche ipotizzare che
arrivarono a Bonzanigo ben prima delle 5, forse tra le 3,30 e le 4,00.
Per far luce sulla vicenda abbiamo pi che altro le giustificazioni rese dal Pier Bellini
Pedro e dal Moretti Pietro (il Canali Neri e la sua amante Tuissi Gianna, oltre il
Frangi Lino, vennero assassinati poco tempo dopo) con laggiunta di vaghe e
contraddittorie testimonianze da parte di Raffaele Cadorna e di Giovanni Sardagna
(con vari altri comprimari del CVL e del CLNAI), oltre alle deduzioni di Urbano
Lazzaro Bill, un borioso e mezzo fanfarone ex finanziere vice commissario della 52a
Brigata (una specie di luogotenente del Pier Bellini con cui condivideva lestraneit al
PCI) che gi a Dongo si era investito dei meriti dellarresto del Duce, ma che poi non
partecip a quel viaggio notturno perch rimase a Dongo prendendo
momentaneamente il comando della piazza.
Abbiamo quindi una serie di
testimonianze spesso modificate negli anni,
contraddittorie tra di loro e inattendibili: per il modo in cui sono state raccolte (di
solito per esigenze di scoop editoriali o politiche), per il loro insieme tendenzioso e
nebuloso, per labbondanza di mitomani e smanie di protagonismo, per gli scopi
ambigui presupposti dalla missione e per i romanzati presunti piani di salvataggio
del Duce, puntualmente abortiti, e cos via.
Una testimonianza che forse dimostrerebbe quantomeno gli intenti (non proprio la
realt) di un viaggio a Moltrasio, finalizzato ad un appuntamento con la famosa
barca, quella di Alonso Caronti e altri suoi compagni, che riferirono di questo
progetto o di aver notato quella notte arrivare a Moltrasio una o due macchine dove
in una cera un uomo con la testa fasciata e qualcuno pare riconobbe il Moretti Pietro
che ne era sceso, ma si riportano anche le stesse o altre testimonianze simili in modo
difforme o addirittura divergente.
Il fatto che, nel dopoguerra, dopo tante versioni edulcorate, tutti poi ci misero del
loro nello smentirle o arricchirle di particolari ed episodi spesso inventati, cosicch i
ricercatori storici hanno avuto la ventura (e la fortuna) di pubblicare libri e articoli,
ciascuno con la sua personale interpretazione e ipotesi, mai pienamente dimostrate.

26

CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

Circa il progetto di villa Cademartori e della barca, poi dicesi revocato, ispirato da
Cadorna e organizzato da Sardagna (ma sembra che Sardagna in realt si mosse
autonomamente e con fini diversi da Cadorna), non chiaro chi ne sia pienamente al
corrente: un progetto, che di fatto, prevede una successiva consegna di Mussolini agli
Alleati da parte del CLNAI / CVL.
Come accennato si dice che forse ne a conoscenza solo il non comunista Pier Bellini
Pedro mentre gli altri due (Canali e Moretti) sanno che i prigionieri devono finire in
una base segreta sopra Brunate. Altre versioni invece dicono che fu Sardagna che a
Como incaric segretamente il Canali, che poi arriv appositamente a Dongo, e
quindi avrebbe dovuto essere il Canali a mettere poi in atto questo progetto.
Un altra versione dice invece che proprio Brunate, forse progettata dal Canali, altri
invece lo negano, la meta di tutti (chi dice la Baita No, chi la baita dellartigiano
tessile Felice Noseda, chi una dependance di Villa Baffa, ecc.), impossibile
raccapezzarsi. Confusioni e difformit ben strane e sospette per una decisione di
trasferimento che si volle far credere escogitata sul posto a Dongo dagli stessi Bellini,
Canali e Moretti, o meglio ordinata chi sa da chi. Perch tutti questi misteri?
Comunque sia perch Bellini, Canali e Moretti si mossero, dicesi con la paura di farsi
sequestrare il prigioniero dagli Alleati quando, in pratica, il piano di Sardagna non
poteva che implicare proprio una consegna del Duce agli Alleati?
Nellaltro caso, invece, il trasferimento a Brunate non era altrettanto pericoloso
dovendo comunque scendere il lago e raggiungere Como proprio verso le zone di un
probabile arrivo degli Alleati?
Michele Moretti, furbescamente, sostenne che la decisione del trasferimento del
Duce, venne presa a Dongo da lui, dal Bellini e dal Canali, parla della base di Brunate
e sorvola sui progetti della barca di Moltrasio e Villa Cademartori.
Devesi quindi ritenere, o che questi progetti di villa Cademartori sono tutta una
invenzione postuma di ambienti non comunisti, o che ne era al corrente solo il Pier
Bellini delle Stelle, oppure il Canali, o anche entrambi, ma non si capisce come poi il
Bellini o il Canali, li avrebbero fatti digerire agli altri. Il Moretti raccont:
<<Io nel frattempo... tornai a Dongo presso il Municipio (dopo la cattura di
Mussolini si era assentato per qualche ora, n.d.r.). Trovai gli altri Pedro e Neri e con
essi discutemmo di un nuovo spostamento di Mussolini poich avevamo compreso
che oramai il rifugio di Germasino era noto a molti e troppo a portata di mano. Fu
appunto Neri che propose una baita lontana e perci insospettabile. Si trovava per
a S. Maurizio, sopra Brunate il colle che sovrasta la citt di Como. A me veramente
la scelta pareva piuttosto pericolosa. Avremmo dovuto percorrere tutta la sponda
occidentale del lago, assai stretta e tortuosa, poi attraversare la citt di Como e
salire lungo la via per Brunate sino alla baita>>.
Specific poi anche meglio altri particolari:
<< La piazza di Moltrasio era deserta. Ci fermammo subito dopo (lui con la
macchina che portava la Petacci, n.d.r.), cos fece anche Pedro con la sua macchina
(che portava Mussolini, n.d.r.). Scendemmo io e Neri dalla nostra vettura e Pedro
dalla sua. Era buio. Mentre Pedro e Neri si dirigevano verso le case, subito avanti la
piazza, per sapere qualcosa circa la situazione di Como io rimasi vicino la macchina
ove si trovava Mussolini. Poco dopo Pedro e Neri riapparvero mi dissero dellarrivo
degli Alleati a Como (che tra laltro non erano ancora arrivati in citt, n.d.r.) e del
significato di quegli spari: era il giubilo generale per festeggiare la fine della guerra
in Italia>>.
E ancora, in polemica con Pedro, Moretti raccont: <<Nella notte del 27 quando
stavamo portando lex duce a Brunate, di fronte alle luci che si vedevano brillare
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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

verso Como, allaltezza di Moltrasio mi sono impuntato perch ritornassimo


indietro. Ricordo soltanto che il Neri e Pedro erano contrari e si corso davvero il
rischio di consegnare Mussolini agli alleati....>>.
Come vedesi il Moretti non accenna ad un progetto che prevedeva la consegna di
Mussolini ad una barca, anche se qualche versione cerca di aggiustare il tutto dicendo
che forse il Moretti sapeva che la barca doveva solo servire per attraversare il Lago in
sicurezza e quindi proseguire per Brunate aggirando in parte Como.
A parte il fatto che tutte queste storie, in un senso o nellaltro, sono poco credibili e
quindi anche il piano di consegnare Mussolini alla barca forse fa parte di qualche
strana manovra diversiva, tipo spargere fumo negli occhi, si riscontra invece che in
molte testimonianze (Sardagna, lo stesso Cadermatori, quellAlonzo Caronti che
doveva portare la barca, ecc.) qualcosa di vero pur cera (oltretutto un racconto di
Paola Cadermartori fa capire che il padre gli aveva detto che il CVL, oltre a Mussolini,
doveva trasferire anche la Petacci). Quindi la presunta sosta a Moltrasio assume
aspetti alquanto problematici.
Come stanno esattamente le cose forse non lo sapremo mai, ma si pu presupporre
che, in un primo momento, chi aveva deciso di aggiungere al Duce la Petacci, aveva
intenti diversi da una sbrigativa eliminazione e quindi rientra nella logica delle cose
un piano di requisizione del Duce per gestirlo in qualche modo.
Come accennato si dice che poi ci furono contrordini al progetto Sardagna della
barca, contrordini che arrivarono a notte inoltrata direttamente a Moltrasio, ma
tutta una vicenda avvolta in un susseguirsi di eventi imperscrutabili e piena zeppa di
racconti fantasiosi uno diverso dallaltro.
La tesi pi sostenuta (si fa per dire) che la barca che doveva prelevare i prigionieri
a Moltrasio, non arriverebbe, forse per sopraggiunti contrordini e quindi le due
macchine con i celebri prigionieri, dopo una breve attesa, fecero marcia indietro. Si
dice che in un bar o altro punto di ritrovo erano arrivati contrordini da Como
(qualcuno sostiene che fu proprio Sardagna a darli per telefono).
Il Pier Bellin Pedro, nelle sue fantasiose e vanitose Relazioni, scrisse che a Moltrasio
le macchine, in apprensione per certe sparatorie in lontananza, si fermarono e lui e il
Canali Neri scesero ed entrarono in un Bar dove il Canali era conosciuto.
Qui vengono a sapere che gira voce che gli americani sono arrivati a Como e sono in
corso combattimenti con forze tedesche e fascisti. Pedro (e ti pareva che non si
investe lui della decisione?) che non vuole far prendere Mussolini n dai fascisti e
neppure dagli americani, consiglia di tornare indietro e chiede al Canali se non
conosce qualche altro nascondiglio e il Canali ci pensa e poi dice di conoscerne uno
sicuro (Bonzanigo).
Come vedesi, testimonianze ben diverse da quelle del Moretti, ma in ogni caso
sembra alquanto inverosimile che a quellora di notte, oltre le 3 e in quella situazione,
ci fosse ancora un Bar aperto. Di questa scempiaggine se ne accorse anche il Bellini
che, successivamente, nel libro Dongo ultima azione ebbe a sostituire il Bar con
una casa dalle finestre buie di un amico del Canali. Il Moretti invece non diede molte
spiegazioni e dopo aver detto che si fermarono nella piazza deserta e quindi lui Bellini
e Canali scesero dalle auto nel buio. Il Canali e il Bellini si avventurarono pi avanti,
mentre lui Moretti, rimase vicino alle macchine. Quando il Bellini e il Canali
riapparvero gli comunicarono che erano arrivati gli americani a Como.
Siamo quindi di fronte a inattendibili versioni forse solo in parte concordate,
probabilmente scaturite dal fatto che, dovendo nascondere quanto, quella notte, era
stato ordinato e da chi, e quello che effettivamente si vece, i due superstiti Bellini e
Moretti, pur seguendo un filo comune, si lasciarono andare ad aneddoti discordanti.
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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

La indecifrabilit di tutte queste vicende nasce principalmente dal fatto che gli
inglesi in quelle ore si muovevano silenziosamente e autonomamente per sbarazzarsi
di Mussolini, mentre gli americani apparentemente interessati a catturarlo vivo,
ricevettero allultimo momento ordini segretissimi di lasciar gestire Mussolini ai
partigiani. Ma il comportamento americano non lineare, intanto sembrano esserci
divergenze tra gli intendimenti dellOSS e la centrale di Berna di Dallas e il CIC
(Counter Intelligence Corps agenzia di spionaggio militare) e poi per il fatto che la
situazione locale imped larrivo tempestivo e preciso di determinati ordini,
generando confusione e pluralit di fini, in ufficiali e task force che si muovevano alla
ricerca del Duce. Il cambio di ordini e di programma, sopravvenuto in alcuni dirigenti
del CVL, sembrerebbe anche un conseguenza di tutto questo caos e quindi la
componente comunista ebbe via libera verso leliminazione del Duce.
Molto probabilmente il fatto che a Moltrasio non si fece vedere nessuno proprio in
relazione al fatto che gli americani allultimo momento si tirarono fuori.
I partigiani sostennero che a Moltrasio furono visti in lontananza razzi e luci verso
Como o comunque si udirono spari e si presuppose, o qualcuno del posto disse che vi
erano arrivati gli Alleati (in realt, forse, sparute pattuglie si videro la mattinata del
28 aprile, e una relazione del CLN comasco dice che le loro avanguardie arrivarono a
Como alle tre del mattino del 29) e quindi, dopo discussioni e incertezze, sia in
riferimento alla versione Cademartori, che per quella della base di Brunate i tre,
Pedro, Neri e Pietro tornarono indietro dirigendosi verso Bonzanigo, motivando il
cambiamento di programma con la volont di non farsi sequestrare il prigioniero.
Intanto, che abbiano potuto vedere dai pressi di Moltrasio, fuochi dartificio
(avrebbero dovuto essere altissimi nel cielo) alquanto difficile; per le stesse luci poi,
la cosa lascia perplessi anche se si racconta, forse a proposito, di accensioni di luci
cittadine o fuochi dartificio per festeggiare gli eventi di quei momenti o per voci che
giravano circa una arrivo degli americani. Scrisse Urbano Lazzaro Bill:
<<Carate dista pi di 11 km. da Como, e Moltrasio 9. Il promontorio dov sita villa
Este a Cernobbio da un lato, e la punta di Geno dallaltro lato del Lago, occultano
totalmente la vista di Como a chi si trova a Carate o a Moltrasio. Chi di voi aveva
lorecchio tanto fino da percepire, tra il rombo del motore e la pioggia sferzante,
spari, ripeto spari, non cannonate, a 11 o 9 km. di distanza? E chi di voi era munito
di periscopio per riuscire a scorgere luci a Como? E chi accendeva fuochi sulla
montagna durante il diluvio di quella notte?>>.
Ma come credere che il nascondiglio di casa De Maria a Bonzanigo fu escogitato di
punto in bianco, ritornando indietro, quando poi lasciati Mussolini e la Petacci in
quella casa che il comandante Bellini Pedro neppure conosceva, questi non ha poi
raccontato di aver comunicato ai superiori limprovviso cambiamento di programma
e oltretutto, questo comandante non comunista, allalba usc di scena e sembr non
interessarsi pi del Duce e del pericolo che i comunisti se lo potevano prendere ?
Si ha la sensazione che lattestare un cambiamento di programma improvviso (essersi
diretti a Bonzanigo) e landirivieni da Moltrasio, con lasserita paura che gli Alleati
possano sequestrare il prigioniero, implichi la logica giustificazione per sostenere
tutte queste giravolte. Sembrerebbe accertato, ma in realt non affatto certo che ci
fu questo viaggio fino a Moltrasio. Per esempio il generale Sardagna in un suo Diario,
conosciuto dopo la sua morte, scrisse:
<<28 aprile. Il piano miseramente fallito (il suo piano per portare Mussolini a Villa
Cademartori, n.d.r.). Per quel che ne so A. (Alonso Caronti, n.d.r.) riferisce che a
Moltrasio non si fatto vivo nessuno. Non capisco cosa possa essere successo, anzi
ho mille dubbi e paure>>.
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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

Una testimonianza che, come vedesi, conferma il piano villa Cademartori e della
barca, ma non registra di aver saputo di un arrivo dei partigiani con i celebri
prigionieri a Moltrasio.
Tecnicamente, Urbano Lazzaro Bill, ha anche cercato di dimostrare con una certa
logica e asserendo che lui era presente alle 2,45 al momento della partenza delle
macchine da Dongo che, considerando le distanze chilometriche, strada stretta e
accidentata e diluvio in atto che non consentivano folli velocit, nonch le attese per i
tanti posti di blocco di quella notte (oltre 15), pi oltretutto una sosta sia pure non
prolungata a Moltrasio, non era possibile un andirivieni tra Dongo, Moltrasio e poi
indietro verso Bonzanigo, con arrivo prima delle 5 se non addirittura per le 3 come
qualche versione asseriva tempo addietro.
Qui sotto casa De Maria in una foto che stata scattata in tempi recenti dopo che il
palazzo venne ristrutturato.
E ripresa lala destra del fabbricato che ha una rientranza nella cui facciata si vede la
finestra aperta al secondo piano che quella della famosa stanza in cui erano rinchiusi i
prigionieri. In basso c il cortile con lex stalla di cui si intravede una parte del portone.
(Foto tratta dal libro di G. Pisan Gli ultimi cinque secondi di Mussolini Il Saggiatore 1996).

Per concludere: nulla si mai potuto appurare con certezza e si pu sospettare la


presenza di varie forze contrastanti in gioco e la necessit poi, da parte di un p tutti
di mascherare, con una cortina fumogena, quanto invece qualcuno aveva deciso di
fare: uccisione sbrigativa di Mussolini, una decisione questa che prevaric ogni
intento di gestire la coppia Mussolini-Petacci per altri scopi.
In ogni caso, dovendo fare varie congetture per poi scegliere la pi probabile,
dobbiamo almeno partire da un presupposto dettato dalla logica e dal buon senso:
sicuramente la sera del 27 aprile 45 arrivarono a Dongo al Moretti e/o al Canali e/o
al Bellini precise disposizioni su Mussolini. Che queste disposizioni vennero dal PCI
(tramite Moretti che nel frattempo aveva forse fatto un salto a Como) certo; se

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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

vennero anche, uguali o diverse, dal comando del CVL (Cadorna Sardagna) al
Canali e/o al Bellini probabile.
E tutto questo senza dimenticare lambigua figura dellavvocato Bruno Puccioni, di
villa Camilla a Domaso, ex fascista con i piedi in pi staffe e agganci con Sardagna,
che da tempo appariva, in qualit di consigliere, dietro le spalle dellesiguo
manipolo di partigiani della 52a Brigata Garibaldi.
Che inoltre il capitano Neri, in quelle ore gioc un ruolo decisivo, ma non si sa bene
per conto di chi, abbastanza evidente, ma in ogni caso il Moretti, vero referente
comunista di certo non si sarebbe fatto fregare e quindi anche il Pci, aveva la
situazione sotto controllo.
Comunque sia, infine, ed quel che conta, questi ordini, volenti o nolenti, trovarono
consenzienti prima, durante e dopo il viaggio, tutti e tre questi partigiani che pur
avevano storie e riferimenti politico - militari diversi.
Ma quello che, soprattutto, fa saltare queste interessate ricostruzioni, la
testimonianza della signora Dorina Mazzola, al tempo residente a Bonzanigo in una
casa a valle della casa dei De Maria dove furono nascosti il Duce e la Petacci. Ebbene
la Mazzola racconta che intorno alla mezzanotte del 27 aprile, lei dalla sua finestra in
oscurit vide arrivare per via del Riale, la mulattiera che salendo portava a casa dei
De Maria, un gruppetto di partigiani armati tra cui una donna. Ebbene, a quellora,
Mussolini era ancora a Germasino e la Petacci a Dongo!
Questo episodio, raccontato dalla Mazzola nel 1996, smentisce buona parte delle
giustificazioni e motivazioni date per il misterioso viaggio notturno verso Moltrasio,
con ritorno improvvisato e arrivo a Bonzanigo verso le 5 se non prima, perch risalta
evidente che il rifugio casa di Bonzanigo non fu deciso allimprovviso e sul momento
durante il viaggio.
Gi dagli anni 80 per il giornalista storico Franco Bandini e per lo stesso Urbano
Lazzaro, la comitiva and diritta a Bonzanigo, e la presunta sosta a Moltrasio fu tutta
una messa in scena.
Ma ancor pi il ricercatore storico Alessandro Zanella, pochi anni prima la
testimonianza della Mazzola, aveva ben intuito che in quella casa di Bonzanigo,
qualcuno vi era gi stato prima che ci furono portati i prigionieri. Quindi quel
nascondiglio non era stato affatto deciso allultimo momento dal Canali durante il
viaggio. A Dongo, ricostru lo Zanella, verso mezzanotte era stata vista (da un
veterinario di Dongo, il bergamasco Dario Giacobbo) la Giuseppina Tussi Gianna,
partire con una 1100. Si giustific poi questo strano viaggio con la tesi che la Gianna
veniva mandata a Milano per portare dei valori.
Una evidente balla, ritenne giustamente lo Zanella, perch assurdo presupporre che
in quelle pericolose ore, una donna fosse stata incaricata di imbarcarsi in tal lungo
viaggio. Anzi, se poi si volle giustificare quel viaggio con una bugia, evidente che la
donna aveva svolto ben altri compiti e si era recata molto pi vicino, a Bonzanigo
appunto, nella casa dei De Maria, ben conosciuti dal Canali, per sondare la possibilit
di nascondervi il Duce e probabilmente per portarvi intanto del bagaglio della
Petacci.
Si pu ben supporre, infatti, che la Petacci una volta informata che doveva andare con
il Duce, aveva chiesto di portare parte del suo bagaglio. Non per nulla, il giorno dopo,
in quella casa di Bonzanigo, scapparono fuori molti oggetti, borsette, scarpe e
vestiario della Petacci che difficile credere che se lo fosse tutto portato dietro
quando venne messa nelle macchine per andare con il Duce. Per quel viaggio Lazzaro
Bill, che era presente alla partenza, ma anche il Bellini Pedro, raccontarono che la
Petacci aveva seco un piccolo fagotto, e anzi il Bellini aggiunse che la donna gli si
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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

raccomand se poteva fargli avere una borsetta necessaire rimasta a Dongo. Da


dove scapparono fuori, il giorno dopo, tutti quegli oggetti di Clara Petacci visto che
nessuno era tornato in quella casa nascondiglio?
Anche la presenza nella comitiva notturna degli accompagnatori del Duce di due
partigiani quali il Frangi Lino e il Cantoni Sandrino, potrebbe indicare che per
costoro era previsto, gi alla partenza da Dongo, un compito di guardiania a
Bonzanigo, compito che a villa Cademartori o nella base di Brunate sarebbe stato
superfluo.
In ogni caso, pur mettendo insieme tutti gli elementi e le testimonianze pi
attendibili, non possibile stabilire con certezza cosa accadde quella notte, perch
necessit politiche, intenti di nacondere certi programmi e smanie di protagonismo,
hanno fatto rilasciare versioni di comodo, nel migliore dei casi parzialmente
verosimili, ma non veritiere, che hanno ingarbugliato tutta la vicenda.
Anche qui comunque si pu arrivare ad ipotizzare alcune situazioni ragionevolmente
possibili, pur dovendo, giocoforza, prendere in considerazione pi di una possibilit.
Intanto, come detto, pu darsi per scontato che a sera del 27 aprile, a Dongo, arriv
da Milano al trio dei cosiddetti comandanti della 52a Brigata Garibaldi anche lordine
di mettere al sicuro Mussolini aggiungendovi la Petacci.
Bellini, Moretti e Canali, su indicazione di questultimo, escogitarono casa dei De
Maria ben nascosta in Bonzanigo a prescindere da quali potevano essere le future
intenzioni verso la sorte del Duce.
La presenza della Petacci fa pensare che per qualcuno, almeno in un primo momento,
le intenzioni su Mussolini, non erano omicide. Ma la presenza del comunista Moretti,
ci dice anche che il partito comunista ben informato della situazione e la tiene sotto
controllo.
Verso la mezzanotte la Tuissi Gianna venne cos mandata a Bonzanigo per
preavvertire i padroni di casa del probabile arrivo, nelle prossime ore, di due
importanti persone e per portare parte dei bagagli della Petacci. La Gianna
probabile che cel al gruppetto dei partigiani che la scortarono, la notizia che,
successivamente, quella casa sarebbe stata utilizzata per nascondervi Mussolini.
Dopodich la donna torn indietro a Dongo dove, intorno alle due di notte, si
ricongiunse con il Bellini, Moretti, Canali e le macchine che dovevano trasferire
Mussolini.
Nel frattempo per, tra la mezzanotte e la partenza delle 2,45, potrebbero essere
intervenuti dei cambiamenti al programma cos prefissato (Bonzanigo), anche perch
da Milano interagirono forze e ordini eterogenei. Quindi possibile che si concretizz
e poi magari vanific il progetto di villa Cademartori e della barca, oppure si opt per
portare Mussolini in un base segreta a Brunate che offriva un miglior controllo della
situazione. Poi, per qualche motivo, si cambi ancora itinerario e si riprese quello di
Bonzanigo. Tante possibilit che aprono un ventaglio di combinazioni possibili.
Si pu comunque anche presupporre che i viaggiatori, andarono diritti a Bonzanigo,
dove potrebbero essere arrivati alquanto prima delle 4 e dove vi lasciano i due
prigionieri, sotto la provvisoria vigilanza di Lino e Sandrino (per arrivare in quella
casa, risalirono la via Albana, forse poi via della Rimembranza e poi, in ogni caso,
lultimo tratto in salita di via del Riale) .
Quindi tutte le storie di Moltrasio furono inventate a posteriori per nascondere o
giustificare altre questioni, come divergenze, inadempienze, cambiamenti di
programma e necessit di ricamare ed edulcorare una vicenda storica che fin nel
modo cruento e indecente che conosciamo.

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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

Tuttavia anche probabile che invece passarono per Moltrasio, per qualche motivo,
legato al balletto di ordini e contrordini, a Moltrasio ci arrivarono veramente anche
perch se non conosciamo la ragione vera per cui avrebbero dovuto, a posteriori,
inventarsi questo viaggio, resta difficile immaginare quale specifica necessit possano
aver avuto per raccontarlo.
Fermo restando, infatti, che il nascondiglio a Bonzanigo in casa dei De Maria, fu
ideato prima della partenza da Dongo, il trio dei comandanti che gestivano Mussolini
potrebbero essere stati costretti a cambiare questo progetto al momento della
partenza dirigendosi quindi a Moltrasio, un percorso del resto naturale sia per
lipotesi di villa Cademartori che per quella della base di Brunate, scelte che
comunque sia, anche se vogliamo prenderle per buone, abortirono e/o vennero
scartate. Quindi poi strada facendo decisero di ritornare al progetto iniziale di
Bonzanigo. In questo caso, se passarono per Moltrasio, considerando la deviazione e i
posti di blocco, dovettero poi arrivare a Bonzanigo per le 5.
In quei frangenti il capitano Neri sembra essere colui che dirige tutte le operazioni,
mentre il Pier Bellini delle Stelle non si capisce bene cosa gli sia stato ordinato di fare,
ma in ogni caso, per entrambi, non si pu asserire con certezza quali ordini e progetti
seguano e se ad uno dei due fosse stato dato incarico di portare Mussolini a Villa
Cademartori resterebbe da capire come poi avrebbe fatto questo incaricato a
convincere gli altri, soprattutto Moretti.
Di certo, infatti, Michele Moretti Pietro, dietro indicazioni del partito comunista, ha
sotto controllo quella situazione.
Quindi, in definitiva, tutte le congetture fatte dagli storici sulla possibilit che ognuno
di questi comandanti aveva un suo piano segreto e personale lasciano il tempo che
trovano, anche perch poi essi operarono allunisono.
In un caso o nellaltro (passaggio e sosta a Moltrasio o meno) quindi abbastanza
evidente lesistenza di un altra situazione in atto ovvero subentrata in quelle ore e
cio che a Milano si oramai concretizzata la necessit, che sta bene a tutti, americani
compresi che dicesi stanno cercando di prenderlo vivo, che Mussolini venga
sbrigativamente eliminato, quindi ogni piano, cosiddetto di salvataggio e magari di
sfruttamento della presenza della Petacci, viene abbandonato e fatto rientrare.
Di conseguenza, per questo motivo o per altri imprevisti del momento, seppur si era
variato il progetto iniziale di portare Mussolini nella casa di Bonzanigo, il trio dei
comandanti della 52a Brigata Garibaldi in viaggio, magari dopo qualche discussione al
suo interno, trova lunanimit e decide di tornare su questo progetto iniziale, il cui
tragitto per arrivarci, non dovendo passare vicino Como, certamente pi sicuro.
Sappiamo che poi Moretti e il Canali tornarono subito a Como dove, tra poco dopo le
6 o le 7 vanno in federazione comunista a mettere al corrente i compagni degli
ultimi avvenimenti. Ovvio che viene immediatamente informato il partito a Milano,
tanto che lo stesso Aldo Lampredi ebbe a scrivere in una sua sia pure ambigua
Relazione, che ai due venne detto in federazione che occorreva sentire Milano e
attendere ordini.
Il Pier Bellini Pedro invece non si sa bene cosa faccia e dove vada, ma comunque pur
con un buco di almeno tre misteriose ore, arriver a Dongo intorno alle 8, dove
incontrer il vice commissario politico della 52a Brigata Urbano Lazzaro, ivi rimasto,
dal quale riprese il comando della piazza che al Lazzaro era stato lasciato per la notte.
Da quel momento il Pier Bellini risulter in tuttaltre faccende affaccendato e sembra
disinteressarsi della situazione di Mussolini. E evidente che nel frattempo ha avuto
ordini di defilarsi da quella incombenza, perch altri vi avrebbero provveduto. Non
infatti possibile che Pedro non informi i suoi referenti della situazione e dei
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CAPITOLO 2

IL MISTERIOSO VIAGGIO A MOLTRASIO

cambianti notturni intercorsi nella gestione del prezioso prigioniero. Non ha senso
che si tenga questo delicato segreto per s stesso. E quindi perch non ci si fa sapere
quali autorit ha informato e quali ordini gli hanno dato in proposito? Questo
vuoto, questa assurdit nel comportamento del Pier Bellini denuncia chiaramente
la falsit di tutte le versioni che ci sono state raccontate.
Si noti che, a quel momento del primo mattino, la ubicazione di Mussolini era nota ai
comunisti (Moretti Pietro), al non comunista Pier Bellini delle Stelle Pedro, a quelli
che potremmo anche definire cani sciolti cio il Canali Neri e la Tuissi Gianna, ai
due autisti del viaggio notturno nel frattempo sdoganati, e forse agli uomini di Martin
Bisa Caserotti, il famoso e temuto comandante Roma che agiva nella Tremezzina (la
Tremezzina prendeva il nome da Tremezzo) ai cui uomini difficilmente era sfuggito a
notte alta landirivieni tra Azzano e Bonzanigo (ed infatti il Caserotti confid di averlo
saputo), se addirittura non furono forse anche coinvolti nella faccenda.
Ergo, considerando le forze in gioco e le diversit di schieramento politico, nessuno
poteva fidarsi degli altri e chi voleva sbarazzarsi del Duce, a scanso di colpi di mano e
sorprese doveva sbrigarsi o comunque mandare qualcuno a controllare la situazione.
In definitiva, tutta la storia di quel viaggio notturno verso Moltrasio e ritorno, con le
sue vere motivazione, non andata di certo come stato raccontato.
Alcune testimonianze lo confermano, ma non si ha alcuna certezza se veramente i
viaggiatori passarono per Moltrasio, e sopratutto non si ha alcuna certezza su quali
ordini e a chi specificatamente vennero impartiti. E ancora non si ha alcuna certezza
in quale orario arrivarono a Bonzanigo, essendo teoricamente possibili, a seconda dei
casi, orari tra poco dopo le 3 oppure verso le 5, ma in definitiva tutto questo finisce
per assumere un importanza relativa, rispetto a quella che fu la successiva
eliminazione del Duce.
In mancanza di seri e concreti elementi, pertanto, pi che esprimere queste
nostre congetture, non possiamo fare, altrimenti dovremmo anche noi viaggiare con
la fantasia e non ci sembra il caso se si vuol fare una inchiesta seria e attendibile.

Foto depoca: la 52a Brigata Garibaldi L. Clerici celebra il 1 maggio 1945 con
una foto di gruppo; si vedono, al centro Pedro, il Bellini (quello con il pizzetto) e
lultimo a destra, in secondo piano lo svizzero Hoffman. (detto Mr. Sterlina)
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

28 aprile 1945:
La strabiliante giornata di Valerio e Guido

Questa strabiliante giornata del 28 aprile 1945, con il


prologo della notte precedente, che stiamo per raccontare, venne
trascorsa da Valerio alias Walter Audisio (1909 1973), in
forza al Comando del CVL e dicesi inviato a Dongo, con lo strano
grado di colonnello (in foto a lato, Audisio pomposamente in
posa vestito da colonnello in una foto del dopoguerra), per
tradurre Mussolini e gli altri prigionieri della RSI a Milano
oppure, viceversa, per fucilarli sul posto e Guido Conti alias
Aldo Lampredi (1899 1973, foto sotto a lato), alto dirigente
comunista (vice di Luigi Longo al Comando del CVL), suo
accompagnatore.
I due giustizieri ciellenisti partirono da Milano, dicesi verso le
6,30 del mattino, arrivarono a Como e quindi, dopo essersi
separati giunsero, ognuno per conto proprio e dopo le 14 a
Dongo, per recarsi poi verso le 16 a Giulino di Mezzegra a
fucilare Mussolini e la Petacci, tornare a Dongo e finire di
fucilare altri 16 prigionieri della RSI ivi detenuti dal giorno
prima.
Questi avvenimenti, in ogni caso, rappresentano uno dei casi pi
oscuri ed emblematici di come si sia (volutamente) ingarbugliata
e resa quasi imperscrutabile la ricostruzione degli ordini
impartiti e ricevuti, degli orari di quelle cronache e degli eventi succedutisi
collezionando, oltretutto, uninfinit di testimonianze inattendibili o contraddittorie.
Eppure proprio il poter chiarire lesatto svolgersi degli avvenimenti in quelle ore,
appurando anche le finalit delle disposizioni emanate da Luigi Longo (1900 1980),
massimo dirigente del PCI al Nord e comandante delle Brigate Garibaldi e lordine del
Comando generale del CVL (Raffaele Cadorna comandante e Longo suo vice),
Comando che rappresentava la struttura armata della Resistenza e che si era
sistemato il 27 aprile 1945 a Milano in Palazzo Cusani, angolo via Brera,
consentirebbe, a cascata, di svelare il mistero della morte di Mussolini.
Noi ora rievocheremo quelle cronache, che forse molti lettori avranno gi avuto modo
di leggere, magari con varie difformit e varianti, in innumerevoli articoli e libri.
Il fatto che fin dal dopoguerra si preso a scrivere su questi avvenimenti a ruota
libera, pubblicando resoconti e notizie distorte, false o inattendibili che hanno fatto
da contorno ad una storica versione gi di per s stessa inattendibile.
Per quanto ci riguarda possiamo dire che la nostra ricostruzione ha seguito la
letteratura pi seria ed aggiornata e solo dopo averla sottoposta a vari riscontri ed
incroci con altre testimonianze. Ma, in ogni caso, siamo alle solite: dobbiamo lavorare
in uno scenario, scarso di attestazioni documentarie e disegnato pi che altro dalla
retorica resistenziale, in cui molti elementi importanti sono stati sottaciuti o artefatti
e, quindi, prendere per buono quello che invece quantomeno dubbio, navigando in
un mare di memoriali, relazioni e testimonianze che riferiscono gli stessi episodi
35

CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

con date, orari, presenze fisiche di partecipanti e aneddoti, in parte o totalmente


diversi, creando una confusione indescrivibile.
Il fatto che il quadro generale di quelle cronache, parte essenziale della
vulgata, come la defin lo storico Renzo De Felice, ovvero della storica
versione sulla morte di Mussolini, pi o meno quello che ci stato
tramandato dalla agiografia resistenziale, anche se ognuno se lo
aggiustato a modo suo, ma allinterno di quegli avvenimenti ci sono un
paio di varianti e qualche mistificazione, che riguardano proprio gli
eventi decisivi che hanno determinato una uccisione di Mussolini ben
diversa da quella che stata raccontata. E queste varianti le conoscono, o
meglio le conoscevano, pochissime persone le quali hanno poi
mantenuto, letteralmente, un silenzio tombale.
Con tutti questi limiti rievochiamo quella giornata la cui inverosimiglianza in alcuni
episodi trasparir evidente e dimostrer la falsit complessiva di tutta la vulgata [1].

Quella strabiliante giornata


La mattina del 28 aprile 1945 verso le 6,30, linsignificante e tristemente
famoso ragionier Walter Audisio di Alessandria part da Milano su incarico del
CVL (Corpo Volontari della Libert), e dicesi con pieni poteri conferitigli dal CLNAI
(Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia, rappresentante del governo del Sud nel
Nord Italia) e tanto di lasciapassare in lingua inglese, intestato al Colonnello
Valerio alias Giovanbattista Magnoli, firmato dal capitano Emilio Daddario
dei servizi segreti degli Stati Uniti, giunto appositamente da Lugano (Svizzera) in
quelle ore [2].
Proprio quel Daddario, dalla fama di non certo alta efficienza che sarebbe stato
incaricato del recupero di Mussolini, il quale per il tardo pomeriggio del 27 aprile,
stranamente, se la prese comoda, tanto che questo lento pede Daddario si mosse
talmente male da far venire il sospetto che, in realt avesse ben altre segrete
disposizioni.
Comunque sia, ufficialmente Walter Audisio, alias Colonnello Valerio, dovrebbe
andare a prelevare il Duce e i ministri prigionieri a Dongo, e tradurli a Milano. Qui
arrivati si dovrebbe intendere che Mussolini sia consegnato agli Alleati in base agli
accordi previsti dalla clausole armistiziali imposte al governo italiano e da questo
sottoscritte.
Per questo, si dice, lamericano Daddario firm il lasciapassare (risultato poi decisivo
per il riconoscimento della autorit di Audisio/Valerio a Como), su intercessione di
Cadorna e Vittorio Palombo suo aiutante di campo.
In realt Audisio ha lordine segreto di fucilare Mussolini e tutti gli altri prigionieri
sul posto, anche se c chi pensa che forse questordine omicida gli giunse strada
facendo.
Valerio accompagnato da Aldo Lampredi (Guido), alto esponente comunista al
Comando del CVL, di provata esperienza ed uomo gi facente parte del Comintern,
affiancatogli al momento di partire da Luigi Longo con un incarico di partito
(ovvero per avere la strada spianata con il PCI del comasco) e apparentemente, ma
solo apparentemente, subordinato al comando di Valerio [3].
Regista di questa spedizione, dalle segrete finalit omicide, escogitata nella serata del
27 aprile, Luigi Longo (vice comandante al CVL, comandante delle Brigate
Garibaldi, uomo del CLNAI, presidente del Comitato Insurrezionale antifascista e
massimo dirigente comunista nel nord Italia), desideroso di sottrarre il prezioso
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

prigioniero agli Alleati, mentre Raffaele Cadorna, comandante del CVL, la cui autorit
per pi che altro nominale, sembra muoversi, almeno formalmente, per un
incarico di traduzione dei prigionieri a Milano.

27 aprile 1945: il prologo


Torniamo un poco indietro, alla giornata precedente del 27 aprile perch, in
definitiva, nel mare di inesattezze e contraddizioni, rilasciateci dai vari Longo,
Cadorna, Sardagna (ufficiale di Cadorna a Como), Audisio, Lampredi e compagnia
bella, occorrerebbe far luce su tutto il confuso quadro di quelle ore, tra il tardo
pomeriggio del 27 e il 28 aprile, dove vi furono una serie di ordini strampalati, piani e
progetti contraddittori, palesi o riservati, elaborati da vari personaggi e autorit e
finalizzati sia ad andare a prendere Mussolini, da poco catturato a Dongo e portarlo a
Milano e sia ad ammazzarlo, in qualche modo, sul posto.
Fermo restando che mentre Longo, con i compari Sandro Pertini socialista, Emilio
Sereni comunista e Leo Valiani azionista (questultimo operava anche per il Soe il
servizio segreto inglese), tutti del Comitato Insurrezionale antifascista, erano e si
mossero, senza dubbio, in funzione di una immediata uccisione del Duce, i
movimenti e le vere intenzioni di tutti gli altri esponenti presenti al Comando
Generale sono avvolti in un alone di ambiguit.
Questa confusione ha fatto si che siano state prodotte una infinit di cronache
diverse, leggende varie con fantomatici piani di salvataggio del Duce, ovviamente poi
abortiti, quasi tutte inattendibili.

Le notizie sulla cattura di Mussolini


Cominciamo con il dire che, oltretutto, non mai stato possibile stabilire con
certezza lorario preciso in cui effettivamente arrivarono a Milano le notizie del fermo
di Mussolini (eseguito in Dongo tra le 15,00 e le 16,00 del 27 aprile), dando
generalmente per scontato lorario delle 18 (ma si oscilla anche tra dopo le 16,30 e le
18,30) di quel pomeriggio, quando il brigadiere della Guardia di Finanza Antonio
Scappin Carlo, utilizzando le linee telefoniche della Societ Idroelettrica Comacina,
da Gera Lario si mise in collegamento con lAzienda elettrica Comunale Milanese e
qui la notizia fu poi riferita ad un sottufficiale della finanza convocato sul posto, il
quale in bicicletta raggiunse la Prefettura dove si trovava il suo comandante.
Quindi il Comando Regionale Lombardo della Finanza del colonnello Alfredo
Malgeri, dalla sera precedente del 26 aprile passato definitivamente dalla parte della
Resistenza, ne diffuse subito la notizia [4].
E ovvio e sicuro, anche se non possibile attestarlo con precisione, che staffette e
telefonate arrivarono contestualmente a Como e a Milano al partito comunista (forse
dagli stabilimenti Falk di Dongo che potevano comunicare con lo stabilimento di
Sesto S. Giovanni).
Di fatto, partito comunista e Guardia di Finanza erano in quei momenti e in quelle
localit (lalto Lago di Como) le sole strutture che potevano contare su uomini adatti e
su una certa efficienza.
Scrisse Walter Audisio che, ancor prima che Mussolini venisse catturato a Dongo:
<<Alle 3 del pomeriggio del 27 aprile il Comando generale si riun al completo
nellufficio di Cadorna ed un ora dopo venni chiamato per ricevere lordine di
interessarmi subito, con tutti i mezzi disponibili, per avere notizie precise
sullitinerario seguito dalla colonna fascista>>
E Luigi Longo scrisse anche, a proposito di quelle prime riunioni:
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

<<Avemmo, tra i componenti del comando generale, uno scambio di opinioni sulla
sorte da riservare a Mussolini, se fosse stato catturato dai partigiani lo si deve
accoppare subito, in malo modo, senza processo, senza teatralit, senza frasi
storiche, fu la risposta>>.
In questo quadro stupisce la notizia che a Como, sembra allaiutante di campo del
generale Cadorna cio Giovanni Sardagna barone di Hohenstein, (che ha da poco
preso il comando della piazza, ma altri dicono al brigadiere della guardia di Finanza
Antonio Scappin), arriv a sera una telefonata (o un fonogramma) del Comando
Generale del CVL di Milano, da notificare a Dongo, cos concepito:
<<Tradurre Mussolini e gerarchi a Milano il pi presto possibile. Evitare di
sparare in caso di fuga>>.
Fu questa una invenzione postuma, oppure una manovra diversiva per preparasi un
alibi in vista della imminente uccisione del Duce, oppure ancora ci furono
effettivamente delle forze che tentarono di farlo arrivare vivo a Milano?
E avvenne effettivamente che Riccardo Lombardi, neo prefetto di Milano, in questo
senso tenne verso il CVL un primo silenzio sulla cattura del Duce, come gli
rimproverarono poi i comunisti? Sembra, si dice, ma non possibile attestarlo con
certezza e quindi non lo sapremo mai anche perch, ad esempio, le intenzioni
americani di prendere Mussolini vivo cambiarono allultimo momento.
Viceversa, intorno alle 19, ci furono una serie di idee e proposte al Comando generale
(se ne fece carico proprio Audisio che in quei momenti rappresentava la Polizia
Militare), dove in pratica si proponeva di andare a prendere Mussolini a Dongo
facendo capire di doverlo uccidere simulando un suo tentativo di fuga.
Sembra che queste proposte, sotto metafora, furono fatte anche al colonnello Alfredo
Malgeri della Legione milanese della Guardia di Finanza che ebbe a reclinarle.
Si pu cos dedurre che la scelta di Audisio per quella missione era gi in auge
prima della assegnazione del famoso incarico e che allo stesso venne probabilmente
detto che doveva procedere a fucilazioni sommarie sul posto anche se poi, il mattino
del 28 aprile, Audisio, arrivato in Prefettura a Como, per avere mano libera e
ottenere assistenza, ment alle autorit locali e afferm di essere venuto a prelevare
Mussolini per condurlo a Milano. Arrivato a Dongo, invece, svel le sue vere
intenzioni.
Tutto questo comunque non toglie che, come vedremo, parallelamente alla missione
di Audisio, sar incaricato qualcun altro per controllare la situazione di Mussolini poi
nascosto notte tempo in un posto segreto in quel di Bonzanigo nella Tremezzina (21
Km. da Dongo e 28 Km. da Como ovverosia quasi a met strada tra Como e Dongo).
Comunque sia, altre notizie su Mussolini prigioniero e pi o meno dettagliate
arrivarono nelle ore successive e sembra che verso le 22,30 Cadorna da Milano e
Sardagna da Como si sentirono telefonicamente e concertarono un piano di
prelevamento del Duce per portarlo a Milano, piano che poi, si dice sempre, fecero
loro stessi rientrare, oppure che abort per qualche imprecisato motivo.
Intorno alle ore 23 circa, poi, tramite il tenente colonnello Luigi Villani della Guardia
di Finanza arriv da Como, via Menaggio, un messaggio che precisava meglio la
notizia dellarresto del Duce, indicando anche che il suddetto era stato portato nella
vicina (qualche chilometro sopra Dongo) adibita casermetta della Guardia di Finanza
di Germasino.
E Luigi Longo quando e da chi fu informato?
Non dato saperlo con certezza, ma si pu accettare il fatto che, come detto, in quei
caotici momenti e nelle localit tra Como e lalto Lago, le uniche strutture organizzate
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

e di una certa efficienza erano quelle del partito comunista, oltre a spezzoni della
Guardia di Finanza, e quindi gli elementi dirigenti del partito tra Dongo,
dove c Michele Moretti Pietro Gatti (1908 1995), fedele comunista e
commissario della 52a Brigata Garibaldi, quei quattro gatti che si
presero il merito di aver catturato Mussolini e a Como (federazione
comunista), non possono certo essere rimasti con le mani in mano!
Prima di sera poi a Dongo era sopraggiunto, accompagnato da Giuseppina Tuissi
Gianna, anche Luigi Canali capitano Neri, comunista idealista e atipico e in quel
momento in disgrazia con il partito e con il Comando Lombardo delle Brigate
Garibaldi che lo aveva addirittura condannato a morte per tradimento, ma noto e
stimato tra i garibaldini della 52a Brigata di cui era stato il Comandante.
Certo che, forse a tarda sera, venne presa la decisione e quindi data indicazione al
comando della 52a Brigata di Dongo, che aveva in mano i prigionieri da poco
catturati, di tradurre Mussolini, spostandolo nuovamente da Germasino, in un posto
sicuro e segreto.
Chi diede questordine non si s, ma certamente venne da alte autorit fuori Dongo e
non pu essere andata diversamente.
Se, infatti, il momentaneo trasferimento in serata intorno alle 19 di Mussolini a
Germasino, per ragioni di prudenza, fu una decisione che, al limite, poteva essere
stata presa in loco dai partigiani di Dongo, quella della delicata traduzione di
Mussolini in luogo distante e segreto invece una decisione che deve forzatamente
essere venuta da alte autorit fuori da Dongo.
Come e perch fu poi accoppiata al Duce anche la Petacci, una donna, e se questa
iniziativa sorse sul posto o venne da fuori un altro bellindovinello, non essendo
infatti credibili i romanzetti rosa di Pedro (il Pier Bellini delle Stelle, comandante
della 52a Brigata Garibaldi Luigi Clerici) in merito a questa decisione (disse il Pier
Bellini che praticamente fu la stessa Petacci che chiese di essere portata con il Duce).
Chi diede queste disposizioni? Non dato saperlo, varie testimonianze al Comando
generale del CVL di Milano e dirigenti del CLNAI, dicono che non si sapeva che con
Mussolini cera una donna (qualche altra testimonianza attesta invece che, almeno
qualcuno a Milano lo sapeva benissimo), per cui se questa iniziativa venuta da
lontano probabilmente non era di comune conoscenza.
Sappiamo comunque che poi agirono e misero in opera il trasferimento notturno dei
due prigionieri tre personaggi eterogenei del comando della 52a Brigata: Pedro
(Bellini), Neri (Canali) e Pietro (Moretti) [5].
Comunque sia sembra che Longo, verso la sera del 27, quando ebbe notizie pi
precise sulla cattura di Mussolini si rec in Prefettura dove era riunito il CLNAI e
trovatovi qui il Pertini (altre versioni invece dicono che Longo e Pertini venivano
dalla sede dellEIAR in Corso Sempione) torner con lui al Comando del CVL di via
Brera. Ricorda Pertini:
<<Si stabilisce chi il giorno dopo sarebbe andato a prendere Mussolini su a Dongo,
questo era lobiettivo. Non era un obiettivo diverso, come qualcuno volle far credere,
lobiettivo era di portarlo a Milano. Per questa disposizione si perdeva in parecchi
distinguo. Ognuno aveva un obiettivo proprio, sicch un vero e proprio obiettivo
unico non si intravedeva>>.
Ma questi accademici ricordi lasciano il tempo che trovano, perch in realt Luigi
Longo, daccordo con il preoccupato Pertini (preoccupato perch il Duce poteva
essere preso dagli Alleati) e con il consenso degli altri compari del Comitato
Insurrezionale Sereni e Valiani, si incaric anche di mettere in piedi loperazione per
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

la soppressione sul posto del Duce al fine di evitare che potesse finire nelle mani degli
Alleati e in quella sede, anche se poi ognuno diede versioni di comodo fingendo di
non sapere bene come stavano le cose circa luccisione del Duce, oltre ai sunnominati
del Comitato Insurrezionale, cerano anche gli altri componenti del Comando, come
Cadorna e Giovanni Battista Stucchi [6].
Giustamente, ebbe ad osservare il giornalista storico Franco Bandini, che intorno alle
ore 23 la sorte di Mussolini, condannato a morte, era definitivamente decisa.
Alcuni anni dopo Luigi Longo ci tenne a precisare che quella notte Enrico Mattei (alto
rappresentante della DC nel CVL) sostenne apertamente la decisione di fucilare
immediatamente Mussolini ed anzi fu proprio lui a provvedere alla formazione della
Delegazione del commando stesso incaricato di recarsi sul posto per procedere alla
applicazione delle decisioni prese.
In quelle ore serali del 27 aprile, si interpellarono anche, sembra da parte di Pertini e
Longo e forse anche Audisio, alcuni grossi Comandanti delle divisioni dellOltrep da
poco accasermate in viale Romagna come Italo Pietra Edoardo, Luchino dal Verme
Maino, e il Commissario politico Alberto Mario Cavallotti Albero, proponendogli
individualmente di andare a Dongo a prelevare il Duce (e magari sopprimerlo), ma
costoro, seppur forse concordi nelle finalit proposte, si tirarono tutti indietro
(sembra che il padre di Alberto Mario Cavallotti, interpellato dal figlio in merito, gli
disse di non fare il boia).

Lincarico a Walter Audsio


Alla fine, quando precisamente non dato sapere, forse intorno alle ore 23, la
scelta precisa (del resto gi in auge) cadde su Valerio alias Walter Audisio, elemento
della Segreteria del Comando quindi, seppur comunista, rappresentativo del CVL a
cui, proprio in quelle ore, erano stati assegnati compiti di polizia militare, ma che
per i suoi trascorsi tutto aveva meno che un minimo di doti militari, anche se aveva
pur fatto il militare e quindi non vero che non sapeva neppure sparare.
Si narra che Audisio si rec (quando non ben precisato) nellufficio di Cadorna
lasciandoci, nelle sue memorie, questo suo sintetico ricordo:
<<Dopo rapidi scambi di opinioni tra questi e tutti gli altri membri del Comando
Generale, mi venne affidata dal Comando Generale la missione di organizzare
immediatamente una spedizione per recarmi a Dongo al fine di applicare, senza
indugio il decreto del CLNAI contro i responsabili della catastrofe alla quale era
stata condotta lItalia>> [7].
Assegnato dunque lincarico a Valerio/Audisio i comandanti delle divisioni
dellOltrep se ne ritornarono dai loro uomini in viale Romagna mentre Luigi Longo,
Sandro Pertini, Emilio Sereni, Vittorio Palombo, Raffaele Cadorna e Walter Audisio
(anche se forse non tutti costoro) presero a studiare i particolari della missione: in
che termini?
Palesemente omicidi, magari sotto metafora, ma sempre per una eliminazione
sbrigativa sul posto (quasi sicuramente), o mascherati per una missione di sola
traduzione dei prigionieri a Milano come, almeno formalmente, sembrava muoversi
Cadorna e pur appariva esteriormente lo stesso incarico assegnato ad Audisio?
Ferme restando le segrete intenzioni dei tre membri del Comitato Insurrezionale,
come sia andata esattamente quella faccenda non dato saperlo con esattezza.
Insomma non si sa se si gioc a carte scoperte e quindi anche Cadorna ne era
coinvolto, oppure questultimo seguiva un suo segreto piano rimasto per sulla carta.

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

La logica degli avvenimenti e mezze ammissioni fatte in seguito da vari attori di


quelle vicende attestano comunque che praticamente quasi tutti ben conoscevano le
finalit omicide della missione affidata ad Audisio.
In ogni caso le varie congetture e difformit in questo senso non sono poi cos
importanti e si dipanano in un vortice di testimonianze e ricordi confusi,
contraddittori e spesso ritrattati, forse uno pi fasullo dellaltro, perch poi, a cose
fatte, dovettero tutti, obbligatoriamente, trovare un minimo
denominatore comune per una storica e collegiale versione.
Molti hanno visto in questa missione omicida anche la mano dellIntelligence inglese.
Storicamente questo operare degli inglesi (forse i pi interessati alla soppressione di
Mussolini) non pienamente comprovabile, perch mancano i documenti e chi sa ,
non ha mai parlato, ma se anche questo non documentabile, altamente prevedibile
ed una loro ispirazione in questo senso abbastanza nota [8].
Dovendo comunque attenerci ai soli fatti effettivamente accertati meglio non
addentrarci in questi aspetti da spy story.
Quello che per accadde, anche se non sicuro che venne progettato in quel
momento e in quella sede, fu che qualcuno ide e sped a notte alta, via radio al
Quartier Generale Alleato di Siena, il famoso radiogramma dal testo fuorviante:
<<CVL ad AGH - spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato
Tribunale Popolare stato fucilato stesso posto ove precedentemente fucilati da
nazifasciti quindici patrioti stop>>.
Si potuto sapere chi materialmente invi questo radio (Giuseppe Cirillo, Ettore
capo del servizio collegamenti radiotelegrafici del Comando CVL, un napoletano
ufficiale della Regia Marina) e chi lo ricevette per gli Alleati a Siena (Antonello
Trombadori, comunista futuro onorevole e corsivista dellUnit, in servizio al centro
radio Alleato), ma non si mai saputo con certezza chi lo ha concepito ed ordinato.
E per probabile che linvio di questa falsa informazione doveva servire a crearsi un
alibi e ad avere un certo lasso di tempo a disposizione, ma non neppure escluso che
fu tutto un gioco delle parti tra americani e ciellenisti al fine di mistificare loperato
dei primi apparentemente, ma solo apparentemente intenti a catturare Mussolini
vivo in ottemperanza agli accordi con il governo del Sud ed anche quello dei secondi
propensi ad eliminare Mussolini. Altri radio messaggi arrivarono a Milano la mattina
presto del 28 aprile, chiedendo la consegna di Mussolini e Graziani (questultimo gi
prelevato dal Daddario) e questo pot forse dipendere dal fatto che certi ordini segreti
arrivati a qualche missione americana intenta a catturare il Duce, che gli imponevano
invece di lasciar perdere ( probabile che il regista di questa operazione fu James J.
Angleton, a capo dellOss in Italia e notoriamente colluso con il controspionaggio
britannico) non erano pervenuti a tutti i comandi statunitensi.
Ma torniamo a Valerio ed al suo incarico appena ricevuto che dicesi lo port pi tardi
a recarsi, assieme a Lampredi (ma non chiaro e forse Lampredi non cera), nelle
adibite caserme in viale Romagna dove doveva essere scelta la scorta da assegnare
alla spedizione.
Ricorda Codaro, Renato Rachele Codara, che sar uno degli uomini di quella scorta:
<<Dormivamo quando fummo prescelti da Ciro, Piero (Carlo Barbieri e Orfeo
Landini, n.d.r.) e da qualche altro comandante che ci fece poi radunare in un salone
presentandoci questo sconosciuto, per lo meno a noi, colonnello Valerio, ci doveva
parlare. La diceria secondo cui Valerio era Luigi Longo assurda. Io ho conosciuto
Longo e posso escluderlo decisamente>>.
Dopo questa incombenza Valerio torner al Comando in via Brera e racconter,
descrivendosi pomposamente come un eroico solitario nella notte:
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

<<Avevo ricevuto un ordine, dovevo eseguirlo. Erano le 1,20 dopo la mezzanotte,


palazzo Brera sede del Comando Generale era silenzioso. Dopo la riunione eravamo
rimasti al primo piano solo il compagno Guido ed io nel mio ufficio attiguo a quello
di Cadorna ed il colonnello Pieri (Vittorio Palombo, n.d.r), aiutante in prima, nel suo
studio.... Erano gi passate le 4 quando salii al primo piano dal tenente colonnello
Pieri.... Ho bisogno delle carte topografiche e di conoscere le ultime notizie della
zona di Dongo>>.
Si dice che poi intorno alle 4 Valerio ebbe il lasciapassare firmato da Daddario
attraverso il colonnello Vittorio Palombo Pieri aiutante di campo di Cadorna.
Il colonnello Pieri inoltre gli consegner un appunto per il colonnello Sardagna in
Como:
<<In relazione alla comunicazione di stanotte alle ore 1,20 circa larresto delle
personalit fasciste si prega di voler fornire al portatore della presente, membro del
Comando Generale del CVL, le ultime notizie conosciute.... ed inoltre tutte le
indicazioni per raggiungere Dongo in macchina>> Una preziosa commendatizia,
per avere magari notizie aggiornate su Mussolini e risparmiare tempo, ma che, come
vedremo, risulter inutile.
Tutto sommato per questi sono particolari di secondaria importanza, anche perch
la genesi degli avvenimenti futuri e le modalit della morte di Mussolini fanno
pensare che la missione di Valerio, di fatto, fin per essere pi che altro di facciata,
ovvero quella di dare una parvenza ufficiale, politica e militare, alla fucilazione dei
ministri a Dongo e a quella di Mussolini che per, questultima, a causa delle
incertezze sulla sua prigionia, per sicurezza doveva essere subito presa sotto controllo
anche da altri e se il caso lo rendeva necessario, poteva anche essere eseguita in tutta
fretta al di fuori della missione di Audisio (come in effetti accadde).
In pratica, mentre Audisio andr necessariamente a perdere tempo in Prefettura a
Como, dove dovr rappresentare e imporre al CLN locale, gli ordini ricevuti per
prelevare tutti i prigionieri e portarli a Milano, a sua insaputa altri elementi, partiti da
Milano o forse reperiti sul posto (federazione comunista di Como), assieme ai
partigiani che sanno dove trovasi Mussolini (quindi Michele Moretti di sicuro e forse
anche Luigi Canali che appunto erano arrivati a Como in Federazione tra le 6 e le 7
del mattino reduci dallaver nascosto il Duce e la Petacci a Bonzanigo) si recano in
primo mattino in casa dei contadini De Maria dove trovasi Mussolini, per controllare
che tutto sia a posto e prendere in mano la situazione.
In seguito per della precipitazione del momento e di alcuni imprevisti, finiranno per
sopprimere il Duce sul posto tra le 9 e le 10 (vedesi G. Pisan: Gli ultimi 5 secondi di
Mussolini, Il Saggiatore 1996).
La chiave per svelare tutti questi avvenimenti la si trova nella necessit per Longo di
assicurarsi che Mussolini, tradotto notte tempo in localit segreta, sia veramente al
sicuro e chi ve lo ha portato sia affidabile, quindi nelle due testimonianze di Dorina
Mazzola, al tempo residente a Bonzanigo e Savina Santi in Cantoni, la vedova di
Sandrino, uno dei guardiani del Duce a Bonzanigo, le quali raccontarono appunto la
venuta in casa De Maria al primo mattino di elementi giunti da fuori.
E certo che anche questa seconda spedizione venne organizzata o ordinata via
telefono da Luigi Longo, forse pi o meno contestualmente a quella di Audisio, come
lo confermer anche il successivo atteggiamento di Longo che, di fatto, smetter di
preoccuparsi di cosa stia facendo Audisio.
Non comunque particolarmente importante stabilire se Longo, lasciato partire
Audisio prima delle 7 del mattino, gi aveva anche in mente di far verificare, magari
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

dalla stesso Lampredi a latere della sua missione con Audisio, la situazione di
Mussolini, nascosto da qualche parte in piena notte da elementi della 52a Brigata
Garibaldi, non tutti comunisti, oppure vi provvide poco dopo quando, rendendosi
conto che la sola e impegnativa missione di Audisio non era sufficiente per avere la
massima sicurezza che tutto filasse liscio, arrivarono anche dalla federazione
comunista di Como notizie aggiornate su Mussolini.
Alla base di partenza di queste logiche ricostruzioni c la considerazione che a
Milano devono per forza sapere del trasferimento notturno di Mussolini da
Germasino in altro luogo segreto (il cui indirizzo magari non conoscono di preciso,
ma Moretti e Canali hanno relazionato tra le 6 e 7 la Federazione comunista di
Como), se non lo hanno ordinato proprio da Milano.
E logico che lo sappia il PCI e, come noto, Sardagna da Como, in collegamento sia
con Milano che con Dongo, cerc di organizzare il prelevamento: finto, vero e poi
rinunciato che sia, di Mussolini a Moltrasio per portarlo nella villa dellindustriale
caseario Remo Cademartori a Blevio, e quindi sapeva che Mussolini doveva essere
spostato da Germasino.
Forse loperazione notturna, poi saltata, di portare Mussolini nella Villa di
Cademartori fu una cortina fumogena per nascondere certe responsabilit o forse fu
effettivamente attuata e poi annullata dietro qualche consiglio di intelligenze inglesi
(o americane), certo per che qualcosa venne messa in atto come ci risulta da vari
riscontri da parte dei Cademartori, di un diario letto postumo di Sardagna e altre
testimonianze.
Comunque sia tutto questo dimostra che a Milano sono al corrente di un
trasferimento notturno di Mussolini e non si dimentichi che tra i partigiani di scorta a
Mussolini c Michele Moretti (oltre il Luigi Canali) il quale ha sempre detto che
dovevano portare Mussolini in una base segreta a Brunate e difficilmente si sarebbe
mosso senza avvertire i partito, se non addirittura dietro ordini del partito stesso
(nella serata del 27 aprile, Moretti si era assentato da Dongo ed era passato
probabilmente a Como per informare e prendere ordini dal PCI).
In ogni caso Audisio e compagni, ufficialmente dovevano recarsi a Dongo, passando
per Como, onde recuperare Mussolini e gli altri gerarchi e portarli a Milano (o meglio,
fucilarli sul posto a seguito di un altro ordine segreto). Ma quel mattino furono fatti
partire da Milano senza informarli che, nel frattempo, Mussolini stato trasferito in
localit segreta eppure qualcuno doveva ben sapessero a Milano che da Germasino,
Mussolini era stato portato via. Sembra che a tarda sera, forse il col. Malgeri lo aveva
informato che Mussolini era stato parcheggiato a Germasino sopra Dongo.
A tal fine, come detto, Valerio ha in pratica un ordine del CVL in base ad un decreto
del CLNAI, ma dellesatta origine e soprattutto finalit di questordine e del suo
orario di emanazione, gli storici hanno sempre dato una diversa configurazione, tanto
che tra loro sono anche divisi nel ritenere con certezza se Valerio, al momento della
partenza, sapesse o meno di dover uccidere il Duce sul posto o invece lo venne a
sapere solo in un secondo momento, forse da Lampredi stesso o magari quando
intorno alle 11 fece la famosa telefonata da Como al Comando di Milano e dicesi che
parl con Luigi Longo.
Il comportamento di Audisio in quelle ore farebbe sembrare che in quel momento
ancora non lo sapeva; ma altre considerazioni, spezzoni di testimonianze e la logica
dei fatti ( assurdo pensare che Longo abbia incaricato Audisio di un
problematico e pericoloso trasbordo di Mussolini vivo in Milano), fanno
ritenere il contrario, ovvero che lo sapeva benissimo.
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Non a caso una volta che Audisio con il suo plotone arrivarono a Dongo, egli fece
chiudere in uno scantinato del municipio i due rappresentanti del CLN comasco,
Cosimo Maria De Angelis e Oscar Sforni con i quali in Prefettura si era poco prima
accordato per recarsi a prendere i prigionieri. Proprio questo sequestro dei due
commissari del CLN di Como, dimostra che ora egli voleva avere le mani libere per
mettere in atto i suoi ordini di morte, come infatti comunic in municipio a Dongo al
comandante Pier Bellini delle Stelle.
Comunque sia, di un incarico di procedere alle fucilazioni sul posto, sicuramente ne
era a conoscenza Guido il Lampredi, ma comunque sia oramai questo dubbio assume
un significato relativo visto che cerano anche altri elementi segretamente incaricati
di prendere in mano il problema Mussolini.
Verso le ore 8 di quella mattina del 28 aprile, inoltre, si mise in moto anche un altra
cortina fumogena al fine di predisporre una veste legale a quanto si stava per
compiere:
Leo Valiani del Comitato Insurrezionale (e segretamente agente del SOE), infatti, si
rec da Cadorna con un ordine di fucilazione di Mussolini a nome del CLNAI.
Questordine, alquanto fantomatico, fu fatto poi passare alla Storia come leffettiva
decisione del CLN, ma in realt sembra pi una messa in scena ed una convalida a
posteriori e a cose fatte e persino ridicola [9].
Una cosa certa: al di la di qualche distinguo, Mussolini, morto ammazzato
sbrigativamente e sul posto, faceva comodo a tutti [10].

Audisio, Lampredi e il plotone dellOltrep partono da Milano


Torniamo a Valerio e Guido, che come sappiamo saranno scortati da un
gruppo di 12 o 13 partigiani (pi due comandanti: Alfredo Mordini Riccardo e Orfeo
Giovani Landini Piero) delle brigate dellOltrep Pavese arrivate nel pomeriggio del
27 e accasermati alla bene e meglio a Milano nelle scuole di viale Romagna e scelti tra
quelli delle Brigate Crespi e Capettini e del Servizio Informazioni Politiche.
Hanno tutti divise americane color caki, nuove fiammanti, berretti a bustina e sono
armati di mitra Sten o Beretta. Nonostante le coccarde tricolori del CVL, pi che
partigiani, sembrano dei soldati di un qualche strano esercito ed infatti spesso
sollevarono dubbi e perplessit quando li si vede apparire a Como e a Dongo [11].
Non si ben compreso, n mai stato spiegato con precisione, se il comando di
quella scorta era esclusivamente di Alfredo Mordini Riccardo (ed in via subordinata
di Orfeo Landini Piero), oppure era in condominio tra i due. Quisquiglie.
Alfredo Mordini, Riccardo, un uomo privo di cultura e di pochi scrupoli, ma
benvoluto dai suoi uomini, comunista e gi miliziano delle brigate internazionali di
Spagna e attivo terrorista in Francia e quindi con una certa esperienza militare;
Orfeo Giovanni Landini, Piero un altro elemento, definito impulsivo e sanguinario,
ma ex ufficiale, comunista e anchegli militarmente esperto.
In ogni caso tutto dimostra che Valerio parta con il presupposto che Mussolini sia
ancora a Dongo o nei pressi a Germasino, ed su queste indicazioni che quella notte
si predispone con Pieri, il colonnello Palombo (aiutante in prima di Cadorna), il che
alquanto strano considerando che, come detto, al partito comunista e/o al Comando
del CVL si doveva essere almeno a conoscenza che era stato attuato uno spostamento
di Mussolini in un rifugio segreto (spostamento che, come detto, il Bellini, il Canali ed
il Moretti a Dongo, non potevano mettere in atto, senza i dovuti ordini, o almeno
informandone, sia pure a grandi linee, chi di dovere).

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Quindi logica vorrebbe che Valerio dovrebbe recarsi, per prima cosa a cercare il
barone Sardagna che qualcosa in proposito dovrebbe sicuramente sapere.
Inoltre, si tenga a mente, che poco dopo le 7 della mattina del 28 aprile doveva anche
essere arrivata al partito comunista in Milano la giusta informazione dalla
federazione comunista di Como dove, tra le 6 e le 7, erano giunti Moretti e Canali con
le notizie degli ultimi avvenimenti sulla traduzione notturna di Mussolini a
Bonzanigo. Il PCI quindi se in alta nottata sicuramente sapeva del trasferimento ma
ancora non sapeva come era andata a finire limpresa, in prima mattinata doveva aver
saputo della sua perfetta riuscita e forse anche dellindirizzo di Bonzanigo.
Ma per tornare alla missione di Audisio, se il prigioniero pi importante
ed in situazione pi delicata e critica Mussolini, perch Audisio alias
colonnello Valerio viene fatto partire da Milano senza precise
informazioni, almeno sul fatto che in piena notte il Duce doveva essere
nascosto, lontano da Dongo e che la sua sicurezza di detenzione potrebbe
non essere adeguata?
Possibile che, almeno liniziativa di questa traduzione di Mussolini in luogo segreto e
lontano da Dongo, non era a conoscenza di alcuno in quel di Milano?
N di Cadorna, in contatto a Como con Sardagna, n del PCI, nonostante che il
Bellini, il Canali ed il Moretti hanno riferimenti sia nel CVL che nel PCI ?
Non possibile!
E invece niente di tutto questo, Audisio partir circa alle 6,30 di mattina con
destinazione Dongo, previa sosta alle autorit di Como, ignaro di tutto. Lunico aiuto
che il colonnello Palombo gli ha fornito il biglietto che, in caso di un incontro con
Sardagna a Como gli consente di chiedere le ultime notizie conosciute, ma come
vedremo, Valerio, non neppure certo che si incontri con Sardagna. E se la sua
missione avesse avuto al primo posto Mussolini, proprio Sardagna avrebbe
subito dovuto cercare ad ogni costo! E invece soster ben 4 ore a discutere in
Prefettura! Tutti questi particolari non tornano affatto [12].
Detto questo non possiamo non rimarcare il fatto curioso e assurdo che, mentre da
una parte avrebbe dovuto esserci una maledetta urgenza di raggiungere Mussolini,
Audisio che fu informato di questo incarico forse verso le 23 del 27 aprile, fin
poi per partire solo intorno alle 6,30 di mattina del 28 aprile: un indizio
chiaro che la sua missione, Valerio lo sapesse o meno, aveva al primo posto obiettivi
anche diversi da quelli che poi si volle far credere.
Alcune versioni, tra cui quella di Audisio stesso, asseriscono che questi si mosse solo
verso le 5,30 per andare a prendere la scorta alle scuole di viale Romagna, per il fatto
di aver lasciato dormire gli uomini scelti del plotone che non riposavano da tempo.
Oltretutto poi, si dice che, nel frattempo, la scorta si era gi avviata incontro a lui e
quindi, non incontrandolo, persero altro tempo in giro per Milano tanto che Audisio
imprec e protest asserendo di essere stato boicottato.
Ma un p difficile da credere che con lurgenza che avrebbe e sottolineiamo
avrebbe - dovuto esserci di raggiungere il Duce prima degli Alleati, si sia fatto fare
un sonnellino agli uomini del plotone (anche se, anni dopo, lo conferm uno di loro
Dick Oreste Alpegiani) e questa scorta poi, presa dalla fretta, sarebbe anche uscita
prima del tempo senza incontrare Valerio.
Tutto possibile, ma ci sembrano, pi che altro, aggiustamenti per rendere credibile
ci che invece alquanto problematico e certamente non si concilia con i ricordi di
chi asserisce che Luigi Longo confid ad Albero Alberto Mario Cavallotti che

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

dovevano fare in fratta perch da Mussolini stavano andando anche gli americani
della missione Daddario.
A nostro avviso, invece, questo ritardo dipese forse dal fatto che dovevano ancora
arrivare certe informazioni dalle localit comasche dove, infatti, nella notte era stata
messa in atto a Dongo la farsa del trasporto in due auto di Mussolini e la Petacci fino
a Moltrasio, dicesi per portare Mussolini in una base di Brunate o anche dicesi per
consegnarlo ad una barca (che poi non venne) che doveva traghettarlo a Blevio nella
Villa dellingegnere caseario Remo Cademartori (era questo il piano di salvataggio
Cadorna Sardagna poi rientrato) e invece successiva deviazione delle macchine
indietro, dicesi improvvisata per il pericolo di farsi sequestrare il prigioniero dagli
Alleati, fino a Bonzanigo in casa dei contadini De Maria.
Se Valerio, che aveva atteso impaziente tutta la notte, si avvi solo verso le 5,30 del
mattino alle scuole elementari di viale Romagna per prendere la scorta e partire poi
per Como prima delle ore 7, probabilmente perch solo a quellora era stata
prevista la partenza per la sua missione che in realt prescindeva dal raggiungere
subito il Duce e quindi non aveva eccessiva urgenza. Questo perch attorno a quelle
ore, come accennato, si diede anche il segnale di via a quantaltro era gi stato
predisposto [13]: unaltra spedizione, sbrigativa e segreta, o comunque un
ordine a distanza dato al Pci di Como, per andare a controllare la
situazione, che poteva essere precaria nel luogo dove stato portato
Mussolini e che agisse a latere della missione ufficiale e di paravento costituita
da Audisio e che, in ogni caso, si rechi sul posto dove nascosto il Duce per prendere
saldamente in pugno la situazione.
Insomma, quella di Valerio era una spedizione, se non propriamente idonea a
raggiungere subito il Duce ed ucciderlo sul posto, per necessaria, efficientissima e
rappresentativa per interpretare ed imporre a Como e Dongo la giustizia ciellenista e
procedere a fucilare i ministri e fascisti ivi tranquillamente detenuti e magari, se la
situazione lo consentiva anche Mussolini una volta prelevato dal suo nascondiglio
notturno.
E proprio questa duplice necessit fretta per una uccisione immediata
del Duce (tra laltro diversamente locato) e dover agire legalmente, per
esigenze politiche e per la storia, passando prima dalle autorit locali di
Como e Dongo e il caso di possibili imprevisti, creer gi da ora le
premesse per una futura e imprevista, ma necessaria finta seconda
fucilazione del Duce formalmente giustificativa.
E infatti naturale che coloro che arrivarono per primi, quel mattino, in casa dei De
Maria a Bonzanigo, dovevano pi che altro prendere in mano la situazione a scanso di
qualsiasi sorpresa e magari fare in modo di coordinarla successivamente con la
missione di Audisio e quindi fargli fucilare il Duce regolarmente pi o meno come
furono fucilati i gerarchi e gli altri elementi della RSI sul lungolago di Dongo (fucilati
alla schiena e in pubblico).
Ma probabilmente, accadde un imprevisto in casa dei De Maria, con
Mussolini rimasto ferito in stanza durante una burrascosa irruzione (lo
si deduce, come vedremo, dalla testimonianza di Dorina Mazzola e da
quella della vedova di Guglielmo Cantoni Sandrino uno dei guardiani di
Mussolini e la Petacci in quella casa) che rese inattuabile questo
programma.
Fatto sta che, finalmente, Valerio parte intorno alle 6,30 di mattina su un camioncino
scoperto Fiat 121 a nafta, requisito alla societ Ovesticino, guidato dal giovane
partigiano Barba (generalit non note) ed una 1100 targata BN8840 guidata dal
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

socialista Giuseppe Perotta, detto il Barba, da non confondere con laltro autista del
plotone dellOltrep, anche lui detto il Barba, ma alquanto pi giovane.
Racconter Paolo, Paolo Murialdi tra i capi di stato maggiore delle Brigate
accampate in viale Romagna:
Pietra (Italo Pietro, comandante delle divisioni dellOltrep, n.d.r.) mi telefon alla
scuola di viale Romagna dove eravamo accasermati alle bene e meglio e mi disse di
cominciare a preparare questo drappello, poi arriv anche lui... organizzai il
gruppo e li misi su di un camion scoperto che non era un grosso camion e sapevo
che dovevano andare fino allalto lago... si acceso un alterco tra Valerio e me
perch Valerio cominci ad urlare che il camion era piccolo. Io dicevo che il camion
bastava. Per lui era piccolo, per non mi dava spiegazioni, evidentemente Valerio
pensava forse gi di portare i corpi a Milano.
Dopo un viaggio di circa unora e sotto una pioggia a dirotto, il sinistro
plotone arriv a Como intorno alle ore 8, infilandosi pochi minuti dopo
nella Prefettura (Valerio scrisse: verso le 8,30, ma una testimonianza del
maggiore De Angelis anticipa notevolmente questo orario cos come una
relazione del CLN che lo anticipa alle 7 e in caso cambierebbero gli orari
di partenza da Milano).
Valerio, per la sua grande occasione della vita aveva indossato una giacca a vento
militare grigia (Murialdi dice con i gradi: rettangolo rosso con due stelle dorate,
nelle foto in divisa che Audisio si fece nel dopoguerra porta tre stelle), pantaloni
grigio verde e, qualcuno dice, si era anche pomposamente addobbato con una sciarpa
trasversale tricolore (oltre alla coccarda del CVL), cinturone e pistola, mentre Guido
(Aldo Lampredi) in borghese con tanto di impermeabile bianco, forse un basco in
testa ed armato di una pistola Beretta modello 34 celata in tasca [14].

Un primo commento riassuntivo


Possiamo intanto fare un primo riassunto cercando di individuare, nella
esposizione precedentemente illustrata e scremata dalle stupidaggini e palesi
inattendibilit scritte in tutti questi anni, cosa sia veramente accaduto tra il
pomeriggio del 27 aprile 1945 e le prime ore del 28.
1. Nel primo pomeriggio del 27 aprile chi sa, soprattutto tra le Intelligence degli
Alleati, in attesa della cattura di Mussolini, facilmente prevedibile visto gli accordi
di resa dei tedeschi trattati con gli Alleati in Svizzera e nei quali pi che certo che si
sia parlato di Mussolini (sotto tutela tedesca) dove il generale Karl Wolff, massimo
artefice germanico di quegli accordi, dovette promettere in qualche modo di lasciarlo
catturare. Essendo in quel momento gli Alleati ancora lontani da Dongo le
contingenze fecero si che il frutto di quelle promesse finirono per coglierle lo sparuto
gruppetto dei partigiani della 52a Brigata Garibaldi i quali per gi verso sera
subirono il triplice condizionamento, in qualche modo esplicatosi per via telefonica,
staffette comuniste e presidi della Guardia di Finanza, da parte delle strutture del
CVL, del Pci e forse delle intelligence Alleate (soprattutto inglesi).
Nella concitazione e nella confusione di quelle ore, forse ci furono una variet di
ordini eterogenei e contraddittori, qualche imprevedibile tentativo velleitario, ecc.,
ma alla fin fine si impose lordine segreto di trasferire Mussolini, con acclusa la
Petacci, in localit segreta fuori da Dongo ed a questi ordini si attenne concorde tutto
il trio di comando della 52a Brigata.
2. Longo, su ispirazione anche di forze esterne (sovietici ed inglesi), essendo in quelle
localit a capo delle cellule comuniste che hanno la possibilit di mettere le mani sul
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Duce, predispone subito un programma per la sua soppressione. La pianificazione di


questo piano deve tenere conto di varie situazioni, come ad esempio gli accordi
ufficiali del governo del Sud che impongono la consegna del Duce agli Alleati (il fatto
che segretamente gli Alleati, inglesi soprattutto, ma anche gli americani, sono
propensi a lasciarlo ammazzare dai partigiani, non impedisce a Longo di tenere conto
di questa situazione contraddittoria, anche perch non escluso che se una
missione Alleata capita sulle tracce di Mussolini e lo cattura, questi possa
sopravvivere); la necessit di compattare su questa decisione di morte tutte le
componenti cielleniste in modo da farla poi pesare nelle alchimie governative del
dopoguerra; la necessit di chiudere alla grande, con un immagine agiografica della
Resistenza, attraverso lesternazione eclatante di una giustizia in nome del popolo
italiano, il periodo bellico, ecc.
Su queste basi viene partorito lincarico a Walter Audisio idealmente a nome del
Clnai e uomo del Comando CVL, affiancandogli per ogni esigenza Aldo Lampredi e
una forte scorta armata. Molto probabilmente sono quasi tutti, al Comando del CVL,
consapevoli dellincarico omicida del Colonnello Valerio, ma ognuno si copre,
coscienza e posizione personale, soprattutto futura, facendo il pesce in barile.
E probabile, ma non certo, che anche Audisio sia subito messo al corrente che deve
andare a fucilare Mussolini e gli altri gerarchi sul posto. Ed ancor pi sicuro che
almeno Aldo Lampredi sappia qualcosa in pi, visto che, come vedremo, arrivati in
Prefettura a Como, svicoler da Audisio per sparire alcune ore.
3. Longo per non pu essere certo che una missione cos complessa, laboriosa e
necessaria dei suoi tempi, ma indispensabile per tutti i motivi espressi nel precedente
punto, possa andare felicemente in porto e Mussolini attenda in tutta sicurezza di
essere prelevato, tanto che Audisio parte da Milano senza neppure sapere che
Mussolini non pi a Dongo. E quindi Longo si premunisce, nelle primissime ore del
28 aprile, mettendo in moto qualcun altro che partendo da Milano o reperendolo
sul posto a Como, possa prendere subito sotto controllo la situazione di Mussolini.
Potrebbe anche darsi che un incarico segreto di questo genere sia invece gi stato
dato segretamente ad Aldo Lampredi il quale infatti, non a caso, lascia Audisio in
Prefettura e passa in federazione Comunista di Como, dove al primo mattino erano
arrivati Michele Moretti e Luigi Canali con le informazioni giuste sul nascondiglio di
Mussolini e quindi proceda di conseguenza. Ma comunque sia anche probabile uno
sdoppiamento di incarichi, per cui oltre a quello ufficiale assegnato ad Audisio, quello
segreto affidato a Lampredi, si spediscono ugualmente a prendere in mano la
situazione di Mussolini a Bonzanigo anche altri elementi. In ogni caso, non potendosi
fidare completamente delleterogeneo comando della 52a Brigata che ha in mano il
Duce, qualcun altro venne spedito sicuramente a Bonzanigo prima delle ore 9.

Larrivo di Audisio in Prefettura a Como


Arrivati in Prefettura di Como, Audisio che adesso pi che altro il colonnello
Valerio, incontrer subito una serie di problemi e diffidenze, nonostante che il CLN
locale sembra fosse stato preavvisato telefonicamente da Milano. La prima autorit
che Valerio incontra il neoprefetto Gino Bertinelli al quale present le sue
credenziali. Poco presi in considerazione il suo certificato del Comitato e la carta
didentit, ebbe la fortuna di farsi accettare il lasciapassare firmato dal Daddario, la
cui firma il Bertinelli conosceva molto bene.
Valerio espose quindi gli ordini del Comando Generale che lo autorizzavano a
prelevare i prigionieri e trascorse quindi circa un ora per aspettare e conoscere le
decisioni del CLN locale. Perse poi altro tempo, pi che altro litigando, per farsi
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

assegnare quanto gli occorreva (un grosso camion) e per un evidente sabotaggio
operato ai sui danni dalle autorit locali non certo contente di vedersi sottrarre il
prezioso prigioniero e gli altri gerarchi: avevano evidentemente immaginato e
sognato una consegna del Duce agli Alleati, con tanto di corteo, musica e fanfare! (Si
dice, ma ci crediamo poco, che a Como erano state gi predisposte celle nel carcere
comasco di S. Donnino, concordando con il capitano di fregata Giovanni Dess e con
Salvadore Guastoni, elementi di raccordo con lO.S.S. americano, gi presenti in
luogo, il trasferimento dei prigionieri a Como per lindomani).
In Prefettura cera anche il responsabile militare del CLN di Como, il maggiore
Cosimo Maria De Angelis e poi il neo segretario del CLN, cio il repubblicano
commendator Oscar Sforni ed arrivarono anche altri elementi (dodici in tutto ne
ricorda Valerio).
La situazione per, per Valerio non si sblocca.
Arriviamo quindi alle 11 circa, ora in cui si dice, Valerio in evidenti difficolt in
Prefettura e per sapere se lordine ricevuto superiore a qualsiasi decisione locale,
fece la famosa telefonata al Comando CVL a Milano dove, si racconta sempre,
dallaltra parte del telefono cera Longo in persona. Raccont Longo: <<Mi trovavo al
Comando, fui chiamato al telefono da Como. Era Valerio che voleva informarmi
sulla situazione>>. Descritte da Audisio a Longo le difficolt in cui si trovava in
Prefettura, Longo rifer di aver risposto perentoriamente ad Audisio, anche se come
modo di dire: <<O fate fuori lui, o sarete fatti fuori voi!>>, confermandogli
dautorit il fatto di avere carta bianca [15].
C chi, invece, dice che in questo frangente che Longo o chi per lui gli riveli il vero
scopo della missione, ovvero luccisione di Mussolini e dei gerarchi, ma vengono fatte
anche altre ipotesi (oltretutto si mette in dubbio che allapparecchio ci fosse Longo in
persona in quanto forse non presente in quel momento al Comando, ma niente di
sicuro dimostrato).
E comunque clamoroso che con questa telefonata, a met mattinata, Longo o non
Longo allapparecchio, ancora non venga detto a Valerio che Mussolini non si
trova a Dongo o Germasino e che, l vicino, in federazione comunista ci sono
informazioni aggiornate.
Questo dimostra che la missione di Valerio ha scopi anche diversi che
prescindono dal raggiungere in fretta Mussolini e visto che non risulta un
trepidare di Longo, che anzi sembra rimanere inoperoso rispetto al
problema Mussolii e oltretutto, pur non sapendo che fine abbia poi fatto
Audisio, dopo le 14 se ne andr tranquillamente a incontrare le divisioni
di Moscatelli giunte a Milano per tenere poi intorno alle 16 un comizio in
piazza, ci significa che la pratica di Mussolini era gi stata chiusa al
mattino con la sua uccisione!
Tornando allesagitato Audisio, questi finalmente riuscir ad imporsi ed avere
soddisfazione in Prefettura in base allaccordo che avrebbe firmato una ricevuta di
scarico dei prigionieri e sarebbe stato accompagnato nella missione dai due
rappresentanti del CLN: De Angelis e Oscar Sforni (in un primo momento si
accoder anche il capitano di fregata Giovanni Dess uomo di collegamento con gli
Alleati, ma verr subito scaricato). Vari e pittoreschi sono gli aneddoti tramandatici
per quelle ore di un irascibile Audisio in Prefettura, ma hanno poca importanza e
quindi li tralasciamo.
A questo punto, dopo aver atteso e cercato invano il Lampredi Guido, giunto con lui
in Prefettura e poi sparito senza preavvisarlo o, dicesi, con la scusa di andare a fare
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

una telefonata, Valerio parte per Dongo alcuni minuti dopo le 12 (dir alle
12,05) portandosi dietro, come da accordi, il maggiore Cosimo Maria De Angelis in
rappresentanza del comando militare di Como ed il segretario del CLN locale cio
Oscar Sforni (questi verranno con la loro Aprilia nera targata RM001 [REGIA MARINA]).
Saranno utili a Valerio per i tanti posti di blocco [16].
Quindi Guido, il Lampredi, alla chetichella, e allinsaputa di Valerio, era
improvvisamente scomparso e non si riesce, ancora oggi, a sapere con certezza a che
ora.
Alcuni affermano, con una certa logica, intorno alle ore 9 (quindi dopo pi di
mezzora che vi soggiornava, se non che fosse arrivato prima delle 8,30 in Prefettura),
perch un prolungato trattenimento in Prefettura con evidente perdita di tempo era
assurdo per chi aveva lincarico di arrivare al pi presto a Mussolini o
comunque cooperare per quello scopo o forse, ancora meglio, per
coordinare la missione di Valerio con laltra missione che doveva
recarsi a Bonzanigo per controllare la situazione.
Altri, basandosi su alcune, sempre discutibili, testimonianze spostano questa ora alle
10 circa come gi riport lUnit nel dopoguerra (prolungando cos per lassurda
permanenza di Guido in Prefettura di unaltra ora).
Lo stesso Lampredi, nella sua Relazione riservata al partito del 1972, perfettamente
conscio della gravit di questa incongruenza, che negli anni precedenti aveva
sollevato pi di un dubbio, spost la sua uscita dalla Prefettura addirittura verso le
ore 11.
Oltretutto, ragionando con la stessa logica della storica versione, dovendo il
Lampredi, rintracciare al pi presto Mussolini, che tra laltro non a
Dongo e a quanto sembra lui non dovrebbe neppure sapere dove
esattamente sia, cosa gli potevano interessare i litigi ed i problemi di
Valerio in Prefettura?
Gi il comportamento di Valerio, con il tipo di incarico che lo investiva e che
stranamente era partito tardi da Milano e che ora perde ancora quasi 4 ore di tempo
in inutili, ma lui dir purtroppo necessari e inevitabili, battibecchi e litigi in
Prefettura (o alla ricerca poi per strada di un camion), un p difficile da accettare,
ma quello di Lampredi addirittura assurdo, come sar anche assurda, a sentire lui,
la sua successiva e ulteriore prolungata permanenza in Federazione comunista (a far
che?), e comunque non assolutamente credibile.
Infatti, guardate un p cosa avrebbe fatto Guido il Lampredi:
egli aveva abbandonato Valerio alla Prefettura di Como portandosi via,
per giunta, lautomobile, lautista Perotta e soprattutto il capo scorta
Alfredo Mordini (Riccardo)! (Anche se era rimasto laltro capo scorta, lOrfeo
Landini. Il Mordini si racconta che venne rintracciato alla svelta in unosteria dove si
era recato a bere un bicchiere di vino, ma sulla genuinit di questi aneddoti non c
certo da giurarci).
Un comportamento questo, evidentemente, reso
necessario ed
impellente per il disbrigo di pi importanti e urgenti incarichi.
E questa sortita, a dire di Lampredi stesso, sarebbe invece avvenuta per recarsi,
accompagnato dal rappresentante comunista nel CLN locale, prof. Renato Scionti,
alla Federazione Comunista di Como, appena trasferitasi in palazzo Terragni, alla
ricerca di dirigenti che potessero aiutarli in quella situazione ingarbugliata (!?).

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Fatto sta che comunque Lampredi neppure torner pi in Prefettura (dir con faccia
tosta di non ricordare se vi ripassarono oppure seppero per telefono che Valerio era
gi partito) e partir invece, dice lui, direttamente per Dongo.
Ma lincredibile serie di colpi di scena non ancora finita: mentre infatti Valerio
Walter Audisio con il resto della scorta, rimasta sotto la responsabilit di Piero Orfeo
Landini, partir finalmente dalla Prefettura, affermer intorno alle 12,05 e arriver a
Dongo, intorno alle 14,10, anche a causa della ricerca di un camion pi adatto di
quello che gli avevano appena rimediato dopo tanti litigi e sopratutto di molti posti di
blocco incontrati strada facendo [17], da parte sua Guido Aldo Lampredi con
linseparabile Alfredo Mordini Riccardo e lautista Giuseppe Perotta, a cui si
aggiunsero alcuni dirigenti della federazione comunista come Giovanni Aglietto
Remo e Mario Ferro partiranno dopo Valerio, cio dopo le 12,05 e giungeranno
invece a Dongo solo qualche minuto prima di Valerio, ovvero come diranno altri, solo
qualche minuti dopo! Tutti orari questi: uscita di Lampredi dalla Prefettura e sua
partenza per Dongo dalla Federazione comunista, che ballano allegramente da un
teste allaltro.
Ma che il gruppo Lampredi fosse partito per Dongo prima oppure dopo
di Valerio, e sia arrivato a Dongo qualche minuto prima oppure dopo, se
non quasi contemporaneamente [18], clamoroso che i due gruppi non si
siano, neppure per caso, incontrati per strada o, almeno, che il gruppo di
Valerio oppure quello dello stesso Guido abbiano saputo, da qualche
posto di blocco, del passaggio degli altri! Niente di niente.
La via Regina, da Como a Dongo, al tempo 53,5 Km., era una lunga fettuccia priva di
traffico e, come tutti loro stessi racconteranno, sotto controllo di vari blocchi
partigiani.
E quindi improbabile che ci sia accaduto, anche in relazione al fatto che
tutti confermarono di esser stati fermati da pi di un posto di blocco!
Si consideri infine che gli elementi comunisti in macchina con Lampredi
sono tutti partigiani conosciuti in quei posti e che il gruppo di Valerio e
quello di Lampredi, separatisi e persisi da ore, sono transitati a poca
distanza di tempo tra loro, ignorandosi a vicenda, anzi teoricamente
Valerio, sia che sia partito prima da Como, oppure dopo, avrebbe
addirittura dovuto sorpassare o essere sorpassato dal gruppo di
Lampredi, visto che arrivarono a poca distanza gli uni dagli altri!
Ecco, in riassunto, come Aldo Lampredi, nella sua ambigua Relazione riservato al
partito del 1972 cercher di aggiustare le cose e gli orari [19]:
anticipiamo che dir di aver lasciato Valerio in Prefettura verso le 11 e che poi si
mosse dalla federazione comunista per Dongo quando Valerio era gi partito dalla
Prefettura (dopo le 12 quindi n.d.r.): ne consegue che, nonostante la fretta,
Lampredi si gingill con i compagni della federazione per quasi un ora e
mezza: incredibile!
Se poi si considera che, molto pi probabilmente, egli era uscito dalla
Prefettura ancor prima delle 11, la cosa diviene addirittura irreale.
Da quanto si potr dedurre da queste versioni, alle ore 11 del 28 aprile il partito
comunista a Como sembra come se non avesse alcun ordine o disposizione dalla
Direzione di Milano circa la situazione di Mussolini; dovendosi quindi pensare che
verso le 7 di mattina, se non alle 6, arrivati il Canali ed il Neri con le notizie su
Mussolini, queste notizie urgenti, determinanti e importantissime erano
rimaste a giacere in federazione comunista, dove il suo dirigente Dante Gorreri
(appena rientrato dalla Svizzera la sera del 27 aprile assieme a Mario Ferro), e laltro
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

dirigente che fino ad allora lo aveva sostituito, Giovanni Aglietto, perdono tempo in
altre faccende.
Lampredi premetter comunque di riferire solo i fatti essenziali, trascurando quelli
resi noti da Audisio (evidentemente in contrasto) sui quali dice: ci sarebbe assai da
dire.
Preciser anche (a scanso di eventuali contestazioni aggiungiamo noi), che potrebbe
aver dimenticato molti particolari. Nel complesso cercher di fornire giustificazioni a
posteriori lamentandosi che a suo tempo il partito non lo fece [20]:
<<Quello che ricordo che, nella serata di venerd 27 aprile, per motivi di lavoro
sono rientrato a Palazzo Brera (sede del Comando generale, n.d.r) ad un ora
abbastanza tarda, e che Audisio mi ha detto della missione che dovevamo compiere
in quanto Longo aveva deciso che vi partecipasi anchio... La mattina del 28 quando
siamo andati in viale Romagna a prelevare il reparto partigiano che doveva
accompagnarci ho avuto la lieta sorpresa di trovare al comando del reparto stesso,
il compagno Riccardo Mordini ...
Siamo arrivati a Como poco dopo le otto e siamo andati in Prefettura...
Malgrado lautorit ufficiale che Audisio cercava di far valere onde ottenere un
camion e laiuto per arrivare ai gerarchi catturati, il tempo passava senza giungere
ad una conclusione.
Fu allora che mi resi conto che per superare le difficolt che stavamo
incontrando in Prefettura e quelle che avremmo incontrato a Dongo,
abbisognava laiuto del partito.
Intanto era necessario che almeno il nostro rappresentante nel CLN facilitasse il
nostro compito e cessasse di solidarizzare in pieno con gli altri membri. Non ricordo
come individuai il nostro compagno, prof. Renato Scionti, ma appena mi fu noto
lo invitai a venire in Federazione per discutere la questione.
Mi pare di essere andato via dalla Prefettura verso le 11 quando Valerio
cercava di telefonare a Longo a Milano ...
(Quindi tanta era la fretta, poi sparita! che non gli interess neppure
sapere cosa poteva dire Longo! N.d.A.).
Giunto in Federazione incontrai il compagno Mario Ferro che mi conosceva bene....
(a quanto sembra non ha avuto problemi per farsi riconoscere ed accettare.
N.d.A..)>>.
Mario Ferro anni dopo racconter:
<<Stavo salendo le scale della Casa del Popolo per andare a salutare i dirigenti
della Federazione comunista quando incontrai, mentre stava scendendo, Aldo
Lampredi Guido il caro compagno dellesilio in Francia. Ci abbracciammo.... (Pi
oltre aggiunger) ... Aldo Lampredi era un uomo longilineo, piuttosto magro, che
portava gli occhiali e vestiva un impermeabile>>.
Riprendiamo dalla Relazione di Lampredi:
<<Ferro mi garant a Dante Gorreri che stava riprendendo in mano la
Federazione e a Giovanni Aglietto che ne era stato dirigente durante la sua
assenza.
Discutemmo pi di quanto avessi previsto (excusatio non petita, n.d.r.) perch, in
certa misura i compagni erano stati influenzati dal programma elaborato dal CLN,
ma alla fine, riconobbero la giustezza della posizione del partito e fu discusso il
modo migliore per superare gli ostacoli....
Qui venimmo a conoscenza che il commissario della Brigata, Michele Moretti,
un bravo compagno, tra laltro sapeva dove erano stati trasportati in nottata
Mussolini e la Petacci e che lo sapeva anche Neri, Luigi Canali, capo di stato
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

maggiore della Brigata, perch laveva indicato lui. Costoro infatti la mattina
presto, erano venuti in Federazione (vecchia sede) per informare di questo e
chiedere istruzioni, che non furono date perch si disse che occorreva sentire
Milano. (Il Lampredi non si accorge neppure della assurdit di quanto va dicendo e
da cui si dovrebbe dedurre che quando dopo le 12 loro partirono da Como, il PCI a
Milano non era ancora stato informato delle importantissime notizie su Mussolini!
N.d.A.)>>.
Andiamo avanti con la Relazione di Lampredi:
<<...a conclusione della discussione fu deciso che Giovanni Aglietto sarebbe venuto
con me per presentarmi e garantirmi a Moretti....a noi si aggiunse Mario Ferro e
quindi nella macchina dovemmo trovarci in cinque: io, Mordini, Aglietto, Ferro e
lautista. Non ricordo se passammo dalla Prefettura, oppure se sapemmo
per telefono che Audisio era gi partito>>.
Ancora una pausa per notare che forse il Lampredi, per evitare incongruenze, non
dice a che ora avrebbero cercato Valerio e a che ora partirono per Dongo, ma
lindicazione che Valerio era gi partito chiara.

Un secondo commento riassuntivo


Da questa Relazione e da queste cronache, dobbiamo evidenziare almeno due
cose:
primo, il poco credibile orario delle 11, indicato da Lampredi, come uscita alla
chetichella dalla Prefettura (la stessa Unit del novembre 45 aveva genericamente
indicato un ora prima), ed il fatto che, in un modo o nellaltro, egli non torna a
risolvere i problemi di Valerio, motivo da lui addotto per svicolare verso la
federazione del partito.
secondo, poco credibile che Moretti e Canali, arrivati la mattina presto in
Federazione comunista non abbiano rivelato ai dirigenti anche il luogo dove
era nascosto Mussolini (tra laltro a conoscenza del Pier Bellini delle Stelle, non
comunista e dei due autisti del trasporto notturno) e quindi Guido appena
arrivato e fattosi presentare ne venne certamente a conoscenza!.
Qui nella Relazione riservata si dice infatti che da Como dovevano sentire il
partito a Milano: ebbene cosa dissero e cosa avevano immediatamente
ordinato da Milano? Non verr mai detto.
E come non pensare che Moretti e Canali, dovevano essere stati invitati a rimanere a
disposizione, l nei pressi, perch i soli in grado di arrivare ed entrare in quella casa di
Bonzanigo in quanto conosciuti dai due guardiani armati ?
Se cos non fosse si dovrebbe pensare che il partito a Milano, avuta la
urgente e preziosa informazione, non faccia niente, non dia ordini, e
come sappiamo non informi neppure Audisio qualche ora dopo nella sua
telefonata al Comando delle 11!
N si pu pensare che forse abbia almeno spedito Moretti a Dongo in attesa
dellarrivo della spedizione di Valerio, perch allora sarebbe logico che Moretti venga
invitato ad attendere Valerio a Como, visto che questi vi deve arrivare intorno alle ore
8 e, del resto, Moretti dalle sue testimonianze, fa trasparire chiaramente che nulla
sapeva (come nulla sapevano tutti gli altri a Dongo) dellarrivo del plotone di Valerio
(addirittura in un primo momento scambiati per fascisti), e ora qui, Lampredi dice
che in federazione comunista discutemmo pi di quanto previsto, per riconoscere
la giustezza della posizione del partito, attestando indirettamente che il partito a
Como fino a mezzogiorno non aveva avuto disposizioni! E tutto irreale.
53

CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Si osservi poi il comportamento di Longo: la sera e la notte del giorno precedente, il


27, tutto teso ad organizzare luccisione in sordina di Mussolini; poi di lui si sa poco e
nulla e quindi, partito Valerio al mattino presto, se ne perdono le tracce. Sembra
sparito, chi dice che star al Comando del CVL, chi che poi andr agli stabilimenti
dellex Il Popolo dItalia dove deve preparare le edizioni dellUnit;
Audisio dir di averci parlato alle ore 11 per telefono quando lo chiam al Comando (e
la cosa, pur confermata da Longo stesso, da alcuni messa in dubbio), ma comunque
non abbiamo attestazioni che Longo si danni lanima e si affaccendi per sapere dove
stato portato il Duce, informarne Valerio ed essere sicuro della sua immediata
eliminazione, come sarebbe logico e naturale che fosse.
Ma vi pare che se Longo e il partito, la mattina del 28 aprile non avevano
la certezza di sapere dove e con chi si trovava il Duce ed essere certi che
non succedessero colpi di mano o imprevisti che lo potessero sottrarre
alla morte, soprattutto dopo aver saputo che alle 11 Audisio era ancora
inconcludente a Como, non avremmo avuto riscontri dei loro atti e del
loro agitarsi in proposito?
Ed allora, come mai la storica versione ci vuol far credere che il non aver dato
disposizioni ed informazioni precise a Valerio, n alla partenza da Milano, n per
telefono alle 11, ma lasciatolo andare semplicemente a Dongo dove il Duce non c, via
Como, sia un fatto normale ?
Eppure secondo questa storica versione, quella di Valerio doveva essere lunica ed
autorizzata spedizione inviata a fucilare il Duce! E possibile che Longo e il Pci,
ancora la mattina del 28 aprile, non sapevano dove era finito Mussolini e quindi,
corrano il rischio di farselo soffiare via o che altro, e restino cos tranquilli? Eppure
proprio quanto traspare dalle cronache e dagli aneddoti tramandati per quelle ore.
E credibile che Lampredi parte da Como con gli altri dirigenti della federazione
comunista e va diritto a Dongo senza deviare per Azzano, che sulla strada (circa a
met strada) e dove, in base a quanto appena osservato e dedotto, avrebbero invece
dovuto essere a conoscenza che li dietro Azzano c il Duce ?
Non credibile per nulla.

Il colonnello Valerio e Lampredi arrivano a Dongo


Continuiamo con la Relazione riservata di Lampredi:
<<Allora prendemmo la strada per Dongo e durante il viaggio fummo fermati
alcune volte da posti di blocco partigiani che ci fecero perdere abbastanza
tempo. Arrivammo a Dongo quando Audisio era gi sul posto. Lincontro
avvenne sulla piazza e fu burrascoso...>>.
Varie testimonianze attestano di un diverbio tra Valerio e Guido appena ritrovatisi
(c chi ritiene che fu a causa del fatto che Lampredi inform Valerio che Mussolini
era stato gi ammazzato, altri che invece fu per via della sparizione di Guido dalla
Prefettura, altri ancora che Lampredi gli disse, solo ora, che doveva fucilare i
prigionieri e non portarli vivi a Milano). Il maggiore De Angelis, che dicesi presente,
ricorda che almeno intese queste aspre parole di Valerio: Tu a me questi scherzi non
li devi fare!. Vennero forse intese anche queste altre battute: <<Le nostre questioni
personali non devono entrarci>>.
Qualcosa di simile rifer anche Pedro il Pier Bellini delle Stelle, ma in tutta questa
ridda di testimonianze incontrollabili qualcuno mette anche in dubbio, pur non
portando alcuna prova, che quel Valerio fosse Walter Audisio, c chi dice che il
battibecco avvenne in piazza chi dice sulle scale del Municipio.
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Per completare il quadro di quegli avvenimenti anche utile leggere alcune


testimonianze di Michele Moretti Pietro: <<Lampredi arrivato a Dongo per conto
suo poco prima di Valerio, ma con lui non ho avuto alcun diverbio.... Fu incaricato
Mario Ferro di accompagnare Lampredi a Dongo e di presentarmelo .... Senonch
arrivato a Dongo Ferro tard a presentarmi Lampredi e le cose andarono per le
lunghe (veramente strana questa perdita di tempo nellinformare Moretti con
lurgenza che doveva esserci, N.d.A.)>>.
Sempre sullarrivo di Valerio a Dongo circa alle 14,10 con il suo plotone che destava il
sospetto di fascisti travestiti il Michele Moretti Pietro ricorda:
<<Chiesi a Pedro se conoscesse quella gente armata e cos ben equipaggiata ed egli
mi rispose che erano appena arrivati da Milano ed avevano presentato un ordine
scritto.
Mi allontanai allora passando tra la gente che affollava il cortile e mi imbattei in
Remo (Aglietto) che avevo conosciuto appena in mattinata a Como presso la
Federazione del PCI. Lo presi in disparte chiedendogli cosa facessero e se conosceva
quei nuovi arrivati.
Egli non si pronunci apertamente, solo, a seguito delle mie insistenze, disse:Lascia
fare Pietro! Mi tranquillizzai ed informai della faccenda Neri, che era appena
ritornato da Como, assieme a Nino Corti, con Remo Mentasti e Cerrutti Dante, per
cui il timore dei fascisti fin l. Remo poi mi present a Lampredi, mentre Valerio mi
preg di chiamare Pedro>>.
Si evince, se pur ce ne fosse bisogno, che Audisio non era atteso e quindi c da
chiedersi, se questi non fosse giunto a Dongo, fin quando il comandante Bellini
Pedro, il Canali Neri e il Moretti Pietro stesso, tutti allegramente spensierati in quel
di Dongo, si sarebbero dimenticati di Mussolini e dei due partigiani di guardia lasciati
allalba in casa De Maria, dove potevano essere stati notati o potevano essere incorsi
imprevisti di varia natura?
Anche questa un altra indiretta dimostrazione che Mussolini era stato gi ucciso al
mattino, ma lo vedremo meglio poco pi avanti.
Proseguiamo con Lampredi:
<<Mi pare che Aglietto mi present a Moretti prima della riunione che Audisio ed io
facemmo con Pedro (Pier Bellini) comandate della brigata per informarlo della
nostra missione e per esaminare la lista dei gerarchi catturati.
A Moretti parlai a nome del partito sullo scopo della nostra presenza a Dongo ed in
particolare sul modo di raggiungere il posto dove si trovava Mussolini, ottenendo
da lui lassicurazione che ci avrebbe accompagnati a destinazione. Successivamente
fui presentato a Neri ed anche a lui dissi del nostro compito, senza far cenno agli
accordi presi con Moretti per la fine di Mussolini e questo perch mi era stato
detto che su Neri vi erano delle forti riserve circa il suo comportamento
durante un arresto. Alla riunione dove furono scelti i gerarchi da fucilare,
partecip in un primo momento il solo Pedro, poi Moretti e Bill (Lazzaro)>>.
La sottile ricostruzione di Lampredi, lasciando intendere una partenza per Dongo
successiva a quella di Valerio risolve lincongruenza di esserci arrivato dopo di questi
(secondo lui) e quella ancora pi grave di non essere tornato da lui o non averlo
informato di quanto fatto e appreso in federazione comunista.
Peccato che tale escamotage non sia ugualmente plausibile per il fatto che
bisognerebbe credere, a sentire lui, ad una sua assurda permanenza in
Prefettura di quasi 3 ore! (cio da poco dopo le 8 e fino alle 11) e poi di
circa un altra ora e mezza in Federazione comunista (diciamo fin verso le
12,30 ?) quando Valerio era gi partito, e questaltra permanenza per non
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

certo complicate presentazioni ai compagni (tra cui c Mario Ferro che


lo conosce bene) e sbrigative richieste di informazioni e di aiuto!
Oltretutto, stando anche al suo stesso racconto, che attesta che alle 7 in federazione
comunista avevano detto a Moretti che bisognava sentire Milano, avrebbe pur dovuto
trovare a quellora (dopo le 11), cio dopo circa 4 ore dalle 7 del mattino, precise
disposizioni da Milano! [21]
Ed invece no, nessuno sa niente, vanno tutti verso la Mecca, cio a Dongo dove ci
sono appunto gli informatissimi Moretti e il Canali! Ma chi lo pu credere?
Arrivati a Dongo, come sappiamo, ci fu il ricongiungimento burrascoso tra Valerio e
Guido, quindi una riunione segreta con Pedro il Pier Bellini delle Stelle, Audisio e
Lampredi a porte chiuse. Nel frattempo Pietro il Moretti si tranquillizza perch
Aglietto gli fa capire che questi strani arrivati sono dei loro; poi c la riunione con
tutto il comando della 52a. Infine si and a far visita ai prigionieri ivi detenuti. [22]
Piero Orfeo Landini, uno dei comandanti del plotone dellOltrep giunto con Valerio,
ricorda i momenti della visita ai prigionieri:
<<Alcuni dei prigionieri apparivano alquanto depressi, altri meno, e tra questi
Pavolini che aveva un braccio al collo, evidentemente ferito. Ci domandammo dove
fosse stato portato Mussolini: non sapevamo ancora che era stato trasferito a
Bonzanigo>>.
Un ultima rivelazione fa Guido nella sua Relazione a proposito della decisione di
fucilare i gerarchi e la Petacci, palesando quindi di conoscere lo scopo omicida della
missione:
<<Limportante era adempiere allincarico ricevuto e le formalit non mi
interessavano. Comunque un fatto che il comando delle brigate approv la lista
dei gerarchi da giudicare (eufemismo per ammazzare! n.d.r.) e dette il suo
contribuito alla realizzazione dellesecuzione (si riferisce a Pedro, il Bellini, e gli altri
del comando Brigata, per il quale intende che pur non condividendo tutte le
condanne a morte, finirono per accettarle, n.d.r).
...E un fatto che lesecuzione di Mussolini e della Petacci fu eseguita a sua insaputa...
(aggiunge, infatti, che Pedro credeva ad una fucilazione di tutti insieme i condannati)
come per la fucilazione dei due fu decisiva la partecipazione di Moretti ottenuta
soltanto in nome del partito... Bisogna riconoscere che le decisioni prese a Milano e
cio: un incarico ufficiale dato ad Audisio e un compito di partito affidato a me,
furono giuste e che si deve alla combinazione degli atti compiuti da una parte e
dallaltra se il compito affidatoci fu portato a buon fine. Dopo la riunione col
Comando della 52ma Brigata, mentre Pedro provvedeva a trasportare a Dongo i
gerarchi che erano altrove, stabilimmo di procedere alla fucilazione di
Mussolini e della Petacci>>.
Alcune testimonianze, soprattutto quella di Bill Urbano Lazzaro, attestano che
Valerio, fattasi consegnare la lista con i 31 pi importanti prigionieri, prese ad
apporvi delle crocette indicando le condanne a morte. Incredibilmente dopo aver
pronunciato il nome di Mussolini, scand quello della Petacci, che oltretutto neppure
era in quella lista, sollevando le rimostranze, di Pedro il Bellini, per questa
inaspettata condanna a morte di una donna, tutto sommato incolpevole. Si racconta
che Valerio, imprecando, strill che gi era stata condannata e impose rabbiosamente
la sua decisione. Seguirono poi altre condanne a morte del tutto gratuite e
cervellotiche, come per esempio quella di Mario Nudi o di Pietro Calistri, ma non ci fu
nulla da fare, nonostante le obiezioni, Valerio impose di passarli per le armi.

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Ora questo aneddoto, che sembra convincente, anche se non ammesso dalle fonti e
testimonianze di ex comunisti, se fosse vero dimostrerebbe, senza ombra di dubbio,
che Valerio sapeva benissimo che Claretta Petacci era gi morta e quindi andava
messa nella lista in previsione della sceneggiata delle 16,10 a Villa Belmonte.
Evidentemente laveva appreso allincontro di poco prima con Lampredi sulla piazza.
Molto contraddittoriamente invece la storica versione asserisce che la Petacci fu
uccisa a seguito delle caotiche fasi della fucilazione, essendosi costei dimenata vicino
al Duce, non spiegando per, se cos fosse, perch venne portata sul luogo
dellesecuzione. Ora la frase di Lampredi (stabilimmo di procedere alla fucilazione
di Mussolini e la Petacci) sembra confermare i ricordi di Bill il Lazzaro (in altre
circostanze molto poco attendibile) appena riportati.
Abbiamo voluto dare un certo spazio a questi episodi ed alla Relazione di Lampredi,
per rimarcare la poca credibilit di svariate testimonianze, in particolare sugli orari e
le finalit degli ordini, elargite a pi mani e tutte difformi luna dallaltra.
La domanda che purtroppo rimarr senza risposta questa: cosa fece e dove and
Lampredi (con Mordini) una volta che usc alla chetichella dalla Prefettura?
Ma soprattutto a che ora esattamente vi usc? Una volta passati in federazione
comunista a Como e raccolti i dirigenti comunisti locali, conosciutissimi in zona,
essi si trovavano a circa tre quarti dora di distanza (per quei tempi) da Bonzanigo.
Quello che hanno tutti, pi o meno dichiarato, che i due, Lampredi e Mordini, pi
lautista Perotta, partono con i compagni locali Ferro e Aglietto, quindi non tornano
da Valerio in Prefettura per aiutarlo nella sua missione e che dovr andare a Dongo,
si assentano per alcune ore e arrivano a Dongo solo dopo le 14.
La logica vorrebbe che, se Valerio e Guido sono arrivati alla Prefettura di Como poco
dopo le ore 8, il Lampredi, conscio dellincarico ricevuto (che forse non solo quello
di assistere Valerio) e del problema di fare in fretta, non aveva alcuna necessit di
trattenersi in prefettura e quindi, probabilmente, se l svignata quasi subito ovvero
entro le ore 9, praticamente dopo una permanenza in federazione di circa 30 minuti.
In tal caso hanno avuto, lui e Mordini, considerando anche il tempo per il salto e gli
incontri in Federazione Comunista (dove forse era addirittura aspettato), a
disposizione circa cinque ore e un quarto per deviare di strada e recarsi ad Azzano
(Bonzanigo) e quindi poi proseguire per Dongo dove giunto poco dopo le 14!
Non conoscendo per lesatta ora in cui fu ucciso Mussolini (poco dopo delle 9 o forse
pi probabile verso le 10? secondo il racconto di Dorina Mazzola il teste di
Bonzanigo) non dato sapere se arriv in tempo per partecipare alla mattanza, o vi
arriv a cose fatte incaricandosi della successiva pianificazione per la messa in
scena di una finta fucilazione pomeridiana.
In questultima eventualit infatti si potrebbe anche ipotizzare, attenendoci agli orari
(difformi) forniti da Lampredi ed altri, che Lampredi arrivi in federazione tra le 10,30
e le 11, qui raccolgono i dirigenti del PCI e vanno a Bonzanigo. In questo caso certo
che i dirigenti comunisti di Como (con Moretti e il Canali) a Bonzanigo cerano gi
stati al mattino presto forse anche con qualcun altro elemento venuto da fuori.
Comunque sia, il Lampredi una sua parte in commedia lha certamente
avuta [23] e suona anche sospetto che un suo fermo, strada facendo, avvenne
proprio nella Tremezzina dove il neo sindaco Valsecchi gli rilasci un lasciapassare.

Lallegra e spensierata attesa: beato chi ci crede!


Ma per rendersi bene conto della assurdit di tutta questa storica versione
cos come stata narrata, vediamo anche quello che accadde in prima mattinata al
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

comandante Pier Bellini delle Stelle, a Michele Moretti e Luigi Canali (con questi cera
anche Giuseppina Tuissi Gianna) tutti reduci dallaver nascosto Mussolini nella casa
dei De Maria a Bonzanigo e tranne il Bellini, arrivati in federazione comunista di
Como, diciamo per essere possibilisti, tra le 5,30 e le 7 (forse prima erano anche
passati a casa di Remo Mentasti Andrea compagno di riferimento per i comunisti a
Como e anche lui venne in Federazione).

Lo spensierato Pedro il Bellini sparisce di scena


Non c il solo Luigi Longo a trascorrere tranquille ore a Milano in attesa degli
e venti, senza apparentemente pi preoccuparsi di come sia andata a finire con
Mussolini, ma anche il Pedro Pier Luigi Bellini delle Stelle, uscito al mattino con gli
altri partigiani, da casa de De Maria dove ha lasciato in custodia Mussolini e la
Petacci, circa alle 5 (ma sono anche possibili altri orari come le 4) Ebbene, questo
pomposo comandante, fino a poche ore prima orgoglioso e geloso artefice della
vicenda di Mussolini, sparisce di scena. Sembra che passi per Como, poi intorno alle
8 incontri Bill Urbano Lazzaro a Dongo, il quale gli restituisce il comando della piazza
che aveva preso in consegna durante la sua assenza notturna.
Da questo momento in poi di lui, di cosa faccia esattamente, non si sa pi nulla, fino a
quando un inaspettato e indesiderato colonnello Valerio, dopo le 14,10 non lo butta
gi dal suo ufficio e lo fa venire in piazza a conferire.
Non risulta che avvisi il comando del CVL a Milano o Sardagna a Como degli ultimi
cambiamenti notturni, che relazioni a qualcuno sul nascondiglio di Mussolini (e se
invece lo avesse fatto veramente sospetto che non lo racconti n lui e neppure chi ha
ricevuto linformazione a Como o Milano). Se a guerra finita lo si fosse potuto
processare per condotta scriteriata, inevitabilmente una pubblica accusa avrebbe
potuto chiedergli: Ma scusi Bellini, lei ha nascosto il Duce e la Petacci in quella casa,
ebbene, cosa intendeva farne, a chi voleva consegnarlo? Cosa stava aspettando? Non
temeva che altri potessero soffiargli questi importanti prigionieri?.
Eppure proprio cos, nelle preziose ore della mattinata del 28 aprile il Bellini,
relativamente a Mussolini non fece niente di niente. Pare che si dedichi a incombenze
del momento, faccia qualche misteriosa telefonata e poco altro. Sembra come se per
lui, la pratica Mussolini fosse oramai chiusa. Di fatto sparisce di scena per tutta la
mattinata da quegli eventi: delle due luna: o sa qualcosa di quanto accaduto in
mattina a Bonzanigo oppure gli stato ordinato di farsi discretamente da parte nella
responsabilit di Mussolini.

Lo spensierato Moretti Pietro


La favoletta resistenziale recita che, fatto il resoconto dei fatti notturni in
Federazione comunista, Moretti se ne va a Dongo, ma passerebbe prima da Tavernola
dove sono mesi che non si fa vedere dai famigliari e non vede il figlio (in pratica
sparisce di scena, allegro e spensierato in un bel quadretto familiare). Egli racconta
che passando per Azzano ebbe la forte tentazione di fermarsi alla casa De Maria, ma
temendo di dare nellocchio desistette e prosegu per Dongo dove la sua presenza era
necessaria. Arriver a Dongo in orario imprecisato e questo tutto.

Gli indaffarati Canali Neri e Tuissi la Gianna


Neri e Gianna, invece, sembra che se vanno con Remo Mentasti, Andrea, il
valigiaio di piazza S. Fedele, amico del Neri e noto punto di appoggio per i comunisti
in clandestinit e con lui si portano dal neo sindaco comunista di Como, tale
Armando Marnini al quale, si dice (cos la versione ufficiale), gli chiederebbero di
andare a Dongo a presiedere uno speciale tribunale del popolo per giudicare
Mussolini e gli altri (ma questi non se la sentirebbe).
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Altra versione invece dice che il Neri uscito dalla Federazione comunista disse di
recarsi in Prefettura dove si sapeva che era in corso una riunione del CLN provinciale
presenti Virginio Bertinelli, Luigi David Grassi, Armando Marnini, Oscar Sforni, ecc.
Quindi il Neri, sul cui capo dovrebbe sempre pendere una condanna a morte per
tradimento da parte del partito e del Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi, che
sembra al momento sospesa, ma non revocata, passa prima in Prefettura (ma non
accertato), dove sta arrivando Audisio con il suo plotone e poi andr in giornata a
salutare la mamma Maddalena Zannoni (e questa confermer il particolare) in via
Zezio 53. Ma stranamente non incontra nessuno, eppure gli uomini del plotone di
Audisio non sono di certo dei fantasmi che passano inosservati.
Alle 10,30, secondo la testimonianza del neo sindaco della Tremezzina Ferruccio
Valsecchi, il Canali arriva da lui a Tremezzo e gli chiede che nel pomerigigo nessuno
circoli in quelle zone In ogni caso il Canali arriver poi a Dongo, intorno alle ore 14,
forse poco prima di Valerio. A Dongo vi arriv in auto con Remo Mentasti, Nino Corti
e Dante Cerruti, e dovremmo dedurre anche lui tranquillo e sicuro circa la messa in
custodia del Duce nel nascondiglio di Bonzanigo!

Terzo commento riassuntivo


Se Mussolini e la Petacci erano stati lasciati in quella casa di Bonzanigo da
circa le 5 del mattino ed ivi abbandonati assieme ai due partigiani carcerieri (il
giovane Guglielmo Cantoni Sandrino e Giuseppe Frangi Lino) ne viene fuori un
quadro letteralmente assurdo.
Non infatti assolutamente credibile, che Lino il Frangi e Sandrino il Cantoni, due
giovani partigiani stanchissimi, che praticamente non dormono da oltre due giorni,
siano stati lasciati tranquillamente soli nella casa con i prigionieri, senza un cambio o
un controllo, per pi di 11 ore filate e se non arriva a Dongo linaspettato Valerio
chiss fino a quando!
- Eppure poteva esserci il pericolo che larrivo a casa De Maria fosse stato notato dai
paesani o poteva esser confidato a qualcuno dai due contadini propagandosi la voce;
- bisognava pur mettere in conto, anche se era molto improbabile, un tentativo di
qualche gruppetto fascista sbandato ed in armi;
- cera il pericolo dellarrivo di qualche spedizione di servizi o emissari stranieri, che
avevano molte basi nei dintorni, scatenati sulle tracce del Duce che volevano
prelevare o uccidere;
- oppure, anche se improbabile, non cera neppure la garanzia che Mussolini poteva,
con qualche grossa promessa, vera o falsa che fosse, corrompere i giovani carcerieri;
- o meglio ancora, che si potesse verificare un tentativo di ribellione o addirittura di
suicidio dei prigionieri con risvolti cruenti e imprevedibili;
e comunque tanti altri imprevisti ancora che sarebbero stati incontrollabili da Dongo
e che partigiani con una certa esperienza come Pedro il Bellini, Neri il Canali e Pietro
il Moretti, quali responsabili dellimpresa, non potevano non mettere in conto e
temere.
Per la versione ufficiale, invece, sono trascorse undici ore, durante le quali Mussolini
e la Petacci hanno tranquillamente dormito, si erano svegliati, avevano chiesto o gli
era stato offerto qualcosa da mangiare. Undici ore quasi allegre, assurdamente
tranquille, poi larrivo del colonnello Valerio e linferno.
Ma ancor pi impossibile che con questo super ricercato prigioniero, i partigiani
che lo hanno portato a casa De Maria, possano ciecamente fidarsi tra loro!
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Intanto ci sono i due autisti Edoardo Leoni e Dante Mastalli che pur lasciati con
limposizione del silenzio, non si pu avere la certezza che, a lungo andare,
confidandosi con qualcuno non facciano la frittata; ci sono poi:
Pedro (Bellini) che non comunista ed ha, s operato in sintonia con gli altri, ma
pur sempre in contatto e dipende da ambienti e forze non comuniste ed addirittura si
dice che, durante la notte, doveva mettere in pratica un tentativo di consegna dei
prigionieri al CLNAI - CVL, a Moltrasio; a chi deve dar di conto costui?
Non potrebbe rivelare la prigione e far venire a prelevare i prigionieri?
E lui stesso, tanto orgoglioso di quella impresa, come pu fidarsi dei comunisti che, in
quel momento i pi efficienti, potrebbero arrivare ed imporre le loro decisioni?
Pietro (Moretti), che invece un comunista ligio agli ordini di partito, come pu
garantire al partito e a lui stesso che gli altri non gli soffino il Duce?
Neri (Canali), con la sua amante la Gianna, (Tuissi) un altro comunista, per
atipico, sul quale pende addirittura una condanna a morte e nei mesi precedenti gli
stato fatto il vuoto attorno; come ci si pu fidare che ora non operi da indipendente
appunto o peggio per conto di qualche servizio straniero?
E tutti costoro, allalba del 28 aprile, si lasciano ognuno per conto loro sulla reciproca
e cieca fiducia ?! Impossibile.
Neppure dei dirigenti partigiani, comunisti o non comunisti che siano, inesperti e da
operetta, avrebbe potuto agire in questo modo!
Pedro, che conosce il luogo di prigionia di Mussolini (tra laltro a lui fino ad allora
sconosciuto), se ne sta affaccendato a Dongo per tutto il giorno e neppure comunica a
Milano il sopraggiunto cambiamento di programma (Bonzanigo) messo in atto nella
notte precedente;
Neri e Pietro dopo essere passati e aver riferito alla Federazione comunista di Como,
non si sa bene cosa fanno (anzi Moretti tanto tranquillo che dice di essere andato a
trovare moglie e figlio a Tavernola, mentre il Canali che gironzola ancora un p per
Como e forse passa anche dalla madre, ignorerebbe addirittura larrivo del plotone di
Valerio), ma comunque non tornano a Bonzanigo a controllare, n ci mandano
qualcuno, magari per un cambio ai due guardiani. La Gianna, pare che non si
interessi di nulla. Gli autisti vengono lasciati andare per conto loro.
Considerando limportanza e la delicatezza dellimpresa, con Mussolini super
ricercato da tutti, ci troviamo alle prese con un quadro irreale e assurdo soprattutto
in quello che in quei resoconti avrebbe dovuto esserci e non c: da Milano n il PCI,
n il Cvl chiede notizie o da ordini ai comandi della 52a Brigata a Dongo in merito alla
situazione di Mussolini; da Como la federazione comunista dice intorno alle 7 di
dover informare il partito a Milano, ma non si sa cosa faccia; a Dongo il Bellini Pedro
non informa i suoi superiori, non chiede e non da ordini (se invece lo avesse fatto,
non si spiegherebbe il silenzio del CVL). E Mussolini abbandonato cos, alla carlona,
in casa dei De Maria.
Anche per questo quindi evidente che la pratica Mussolini era stata chiusa al
mattino!

La sceneggiata e le fucilazioni
La storica versione, infine, recita che Audisio ovvero il colonnello Valerio e
Aldo Lampredi Guido Conti, arrivati a Dongo intorno alle 14,l0 separatamente e
inaspettati, finalmente impostisi dautorit ai comandi partigiani locali, poco dopo le
15 di quel sabato 28 aprile 1945 si prepararono ad andare a fucilare Mussolini e la
Petacci che erano custoditi in casa dei contadini De Maria. Con loro venne deciso che
ci sarebbe andato anche Michele Moretti Pietro Gatti. Fatto sta che requisiti sulla
60

CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

piazza di Dongo un auto (una 1100 nera con guida a destra) ed uno sconosciuto
autista (tal Giovanbattista Geninazza a disposizione del comando della 52a Brigata
sembra dal giorno precedente), si diressero verso Azzano, passarono per Giulino e la
via XXIV Maggio e arrivarono a Bonzanigo per compiere la loro giustizia in nome del
popolo italiano.
Fatto questo in tutta fretta se ne tornarono a Dongo per imporre, come forsennati,
una frettolosa fucilazione dei restanti prigionieri, ai quali si aggiunse anche
luccisione di Marcello Petacci.
Ad accezione della fucilazione in piazza, evento svoltosi sotto gli occhi di tutti, la
precedente sortita per recarsi a Bonzanigo, dove si dice Audisio aveva detto che
sarebbe andato a prelevare Mussolini e la donna, quando invece li avrebbe fucilati sul
posto, talmente avvolta in una nebbia imperscrutabile che resta difficile poterne
dare un credibile rendiconto.
In realt Audisio & Co. dovettero recarsi a Bonzanigo per recitare la sceneggiata di
una finta fucilazione, coadiuvati in questo dagli uomini di Martin Bisa Caserotti, ed a
questo proposito le vie di accesso al cancello di Villa Belmonte vennero
appositamente bloccate mentre un altra voce, sparsa precedentemente in giro,
mandava i pochi abitanti di quelle parti nella sottostante strada provinciale (bivio di
Azzano) a veder passare un Duce prigioniero.
Secondo la vulgata i soli testimoni del viaggio del trio Audisio, Lampredi, Moretti,
sono loro stessi ai quali si dovrebbe aggiungere lautista Geninazza, ma questi
rilasci, a met degli anni 50, una lunga testimonianza poco credibile, tanto che la
letteratura in argomento continu a indicare il Geninazza come uno che, dal punto
dove lo avevano fatto rimanere con la macchina, seppur vicino al famoso cancello di
Villa Belmonte, aveva visto ben poco.
Nei suoi poco credibili racconti, comunque, il Geninazza aveva asserito che Audisio,
una volta arrivati in auto a Bonzanigo, era rimasto sulla piazzetta del Lavatoio mentre
Lampredi e Moretti si recavano a casa dei De Maria. Una confidenza non da poco
perch smentirebbe non solo tutti i racconti e dialoghi con il Duce riferiti poi da
Audisio, ma anche i resoconti di Moretti e Lampredi. Pur nella considerazione che il
Geninazza, per motivi suoi, infarc la testimonianza con episodi fantasiosi, a nostro
avviso questo particolare potrebbe essere veritiero perch in effetti a casa De Maria i
prigionieri vivi oramai non cerano pi e si doveva soltanto far uscire un paio di
soggetti che li impersonassero.
Comunque sia quello che dobbiamo considerare in tutta questa squallida sceneggiata,
sono vari dubbi che sorgono nel leggere i resoconti della vulgata.
1. Perch Audisio a Dongo, nonostante la sua assillante e ostentata fretta, non si porta
dietro il Canali Neri che ben conosce la difficile strada per arrivare dai De Maria a
Bonzanigo visto che il solo Moretti che ci era stato, per giunta di notte, non era certo
in grado di ritrovarla con facilit? Tanto vero che passarono per una diversa via (la
XXIV Maggio) e poi arrivati alla piazzetta del Lavatoio Moretti disse che faticarono
non poco a trovare quella casa.
E perch Audisio scelse macchina e autista sconosciuti per una missione cos
delicata? [24]
2. Come si spiega che i primi resoconti che girarono dopo quei fatti, comprese
contraddittorie testimonianze dei De Maria, indicarono nel colonnello Valerio un
civile con impermeabile chiaro e forse un basco in testa? Ma questo era pi che
altro labbigliamento di Lampredi e neppure tanto perch, in questo caso, lo
avrebbero anche dovuto descrivere con gli occhiali. Ma se non era il Lampredi, chi
cera ancora in impermeabile chiaro a comandare gli altri?
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

3. Perch dopo poco pi di 36 ore da quella presunta fucilazione, il 30 aprile 1945


lUnit nel riferire una prima e sintetica versione dei fatti, fatti che dovevano essere
rimasti ben impressi nella memoria, riporta una serie di indicazioni stradali (per
esempio la descrizione dello stabile dei De Maria e la via in salita, che invece era in
discesa, se vi si accede dalla piazzetta del Lavatoio e viceversa per uscirne)
completamente sballate, cos come lindicazione della stanza dei prigionieri definita
senza finestra quando proprio da quella finestra doveva venire la luce di
illuminazione?
4. Perch si fucila Mussolini al petto e in totale discrezione, cacciando via chiunque si
approssimasse, quando si poteva trovare nei pressi di casa De Maria un luogo pi
discreto? E perch si d lonore a Mussolini di essere fucilato al petto, quando poi a
Dongo le fucilazioni dei traditori fascisti si pretesero rabbiosamente pubbliche e
alla schiena?
5. Perch e chi, aveva stabilito di trascinare la Petacci sul luogo della fucilazione e
davanti al mitra di Audisio?

Le fucilazioni a Dongo: lepilogo


Comunque sia, come racconta la vulgata, Audisio finita questa incombenza
torner immediatamente a Dongo per fucilare gli altri prigionieri. Moretti e Lampredi
sembrano ora uscire di scena, ci sono ma stanno l buoni buoni, mentre un esagitato
Audisio impone frettolose fucilazioni davanti a donne e bambini, tanto che non lascia
neppure il tempo a un frate di confessare i prigionieri. Altra fretta la dimostrer poco
dopo, intorno alle 18, quando vorr sbrigarsi a mettere i cadaveri sul camion e
tornarsene a Milano, dopo esser passato a prendere i cadaveri del Duce e della
Petacci lasciati a Giulino di Mezzegra. Stranamente per, se i riferimenti sono
attendibili, arrivato al bivio di Azzano con il camion, diciamo intorno alle 19, e fatti
portare da un altra macchina i due cadaveri di Mussolini e la donna che furono
caricati sul camion, questi ripart per Milano intorno alle 20 e non si capisce perch.
Degli episodi della fucilazione di Dongo c da ricordare che questo rabbioso
colonnello Valerio fece requisire un filmino e tutte le eventuali foto che furono
scattate in quelle ore. Anni dopo il PCI attraverso Mondo Operaio, pubblic solo
alcune inquadrature di quel filmino generando il dubbio che, oltre alle figure dei
partigiani del Plotone dellOltrep di Audisio che si volevano tenere anonime per
ragioni di sicurezza (si vede solo Alfredo Mordini di spalle), cera anche qualche altra
inquadratura da tenere nascosta.
Ma ci sarebbe da ricordare lincomprensibile episodio, raccontato anche dalle fonti
resistenziali, ovvero che questo colonnello Valerio, in quelle ore, smascher Marcello
Petacci che cercava di farsi passare come un console spagnolo, interrogandolo in
spagnolo appunto, lingua che il Petacci non conosceva mentre Valerio, si disse,
conosceva bene per aver partecipato alla guerra civile di Spagna. Ma Audisio negli
anni della guerra civile di Spagna era al confino! Come la mettiamo? Questa discrasia
produsse negli anni molte illazioni, per non comprovate, che quel colonnello
Valerio di Dongo non fosse Audisio.

Il ritorno di Audisio a Milano


Il carico dei cadaveri con i fucilati di Dongo, part intorno alle 18,30 e
probabilmente arriv al bivio di Azzano dove si mise in sosta, verso le 19. Nel
frattempo una utilitaria sal verso Giulino di Mezzegra dove vennero raccolti i
cadaveri di Mussolini e la Petacci per portarli al bivio di Azzano dove vennero caricati
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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

sul camion. Sembra che il camion ripart per Milano verso le 20. Scortati dai 14 o 15
uomini del Plotone, pi Walter Audisio, il Lampredi, venne anche Mario Ferro,
arriver a Milano intorno alle 22 circa.
Qui per sono fermati in via Fabio Filzi allo stabilimento della Pirelli dove tra laltro
sembra che chiedono al comandante del posto (il capitano Luigi Vieni della divisione
partigiana Ticino non comunista) il cambio della scorta. Ma Audisio e compagni
vengono scambiati per fascisti; ancora di pi quando scoprono che sul camion ci sono
i corpi di Mussolini e Claretta e sembra che vengano trovati, addosso a Valerio, degli
indirizzi di fascisti milanesi oltre a dei documenti trafugati a Dongo in possesso di
Lampredi (Mario Ferro, presente al fatto, molti anni dopo per smentir che avessero
portato a Milano una borsa di documenti).
Sono maltrattati e rischiano di essere addirittura passati per le armi (sembra per che
forse tutto accadde perch tra i comandanti della divisione partigiana non comunista
cera chi aveva precedenti rancori verso Audisio. Solo dopo alcune ore di discussioni e
grazie ad una telefonata fatta da Aldo Lampredi al comando del CVL, vengono creduti
e lasciati passare con conseguenze disciplinari per il capitano Vieni. La mattina dopo
Valerio sporger denuncia al Comando del CVL e imputer a Luigi Vieni anche la
rivelazione di segreti , quali?
Poco prima delle 3 di notte, infine, il camion arriv in Piazzale Loreto e scaric il suo
lugubre carico per il ludibrio finale. La strabiliate giornata di Valerio e Guido era
finita, ma poco dopo, con le prime luci dellalba entrarono in funzione diverse
telecamere, sembra dirette da celebri registi americani, che erano state ben
posizionate in posizione elevata per riprendere lo scempio che si sarebbe verificato in
quella piazza. Evidentemente gli americani, le cui truppe entrarono poi il giorno
seguente ufficialmente in Milano, erano ben informati di tutto..

Qui a lato la custodia del VHS con il film di


Carlo Lizzani: Mussolini ultimo atto, del 1974.
Un film tutto sommato mediocre, ma con un
cast discreto. Rod Steiger: interpreta un
tremebondo Mussolini
Lisa Gastoni: interpreta Claretta Petacci
Franco Nero: ovviamente interpreta la figura
ben edulcorata di Walter Audisio colonnello
Valerio
Lino Capolicchio: interpreta
Stelle Pedro

Pier Bellini delle

Henry Fonda: interpreta il cardinale Ildefonso


Schuster
Rodolfo Dal Pra: interpreta Rodolfo Graziani
In sostanza una trasposizione su pellicola della
Vulgata, che fu un vero colpo di genio per
propagandare e attestare quella inverosimile
versione nellimmaginario collettivo.

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Note:
[1] Tra i lavori pi interessanti, a prescindere della loro veridicit e dalle relazioni di Audisio, citiamo:
Le ultime 95 ore di Mussolini, F. Bandini, Sugar 1959;
Gli ultimi giorni del fascismo - C. Falaschi, Ed. Riuniti 1973;
Dongo, 28 aprile 1945 La verit nel racconto di M. Moretti., G. Perretta - Ed. Actac 1997;
Nemesi dal 23 al 28 aprile 45, R. Salvadori, B. Gnocchi Ed. 1945;
Un istintivo gesto di riparo, M. Vigan, Palomar N. 2, 2001;
Lora di Dongo, A. Zanella, Rusconi 1993;
Relazione riservata del 1972, A. Lampredi, Unit! 23 gennaio 1996;
Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, G. Pisan, Il Saggiatore 1996
Sparami al petto!, P. Pavesi: Edizioni del Faro 2012
Alcuni ricercatori storici si rifanno anche ai rapporti riservati dellagente americano, di origini russe,
Valerian Lada-Mocarsky che per alcuni mesi, dopo quegli avvenimenti, percorse da Milano a Dongo e
tutto il comasco interrogando moltissime persone. I suoi rapporti per la centrale dellOss statunitense
in Svizzera, lasciano alquanto a desiderare sia per le lacune ivi presente e sembrano pi che altro una
raccolta di luoghi comuni che circolavano in quei momenti nel comasco.
[2] Il lasciapassare, in lingua inglese, dice che questo colonnello Valerio, altrimenti conosciuto come
Giovanbattista Magnoli di Cesare, un ufficiale del CVL ed stato inviato in missione, a Como e nelle
sue provincie, per conto del CLNAI e quindi pu circolare libero con la sua scorta armata.
Ad Audisio stato consegnato dal capo di Stato Maggiore del Comando tenente colonnello Vittorio
Palombo. E bene sapere che di questo lasciapassare, firmato dal capitano Emilio Daddario, se ne
venne a conoscenza solo nel 1947. Valerio ha anche un altro lasciapassare con il nome autentico di
Walter Audisio, di Ernesto, attestante che porta indosso una carta di identit intestata a Magnoli
Giovanbattista (rubata ad un funzionario della ditta Borletti di Milano) ed firmato da Cadorna. Ed
ancora, Audisio, ha un ulteriore lasciapassare per Magnoli Giovanbattista, conosciuto come colonnello
Valerio, con incarico di collegamento. Non porta firme ed ha due timbri del CVL ed probabilmente
relativo ai giorni dellinsurrezione.
[3] Di fatto, in qualunque momento, Aldo Lampredi avrebbe potuto imporsi ad Audisio visto che aveva
una pi alta autorit nel partito comunista, in qualche modo era anche il vice di Luigi Longo al CVL e
quindi, indirettamente e almeno di fatto, anche nel comando delle Brigate Garibaldi ed inoltre contava
un forte legame con Riccardo Mordini Alfredo (capo scorta del plotone dellOltrep) che ad Audisio era
invece sconosciuto.
[4] Le cronache (o la leggenda?) raccontano che quando, poco dopo le 18, la notizia arriv in
Prefettura a Milano, dove era in corso un colloquio tra il colonnello della G. d. F. Malgeri e Riccardo
Lombardi, neo Prefetto azionista, questultimo si alz con il volto illuminato e gli strinse calorosamente
la mano congratulandosi con il colonnello. I collegamenti in quelle ore (a parte quelli del PCI) erano
pi o meno questi: il brigadiere della G. d. F. Antonio Scappin da Gera Lario il tenente colonnello
della G. d. F. Luigi Villani da Menaggio il colonnello barone Giovanni Sardagna da Como il
Comando CVL (Cadorna) e il colonnello Alfredo Malgeri della G.d.F. a Milano. Inglesi e americani, con
spie, informatori e basi nel comasco, erano in qualche modo sempre informati.
a

[5] Sia pure con cariche ed efficienza diverse il Comando nellAlto Lario della 52 Brigata Garibaldi
Luigi Clerici, in quel momento installatosi a Dongo, pu dirsi cos composto:
Pedro Pier Bellini delle Stelle, nobile ed ex ufficiale dellesercito, un vanitoso comandante gi del
a
distaccamento Puecher e poi dal 26 aprile 45 comandante ad interim della 52 Brigata Garibaldi
(poche decine di elementi) in attesa di conferma nella nomina, legato ad ambienti non comunisti.
a
Pietro Michele Moretti, commissario politico della 52 Brigata Garibaldi, un comunista fedele esecutore
di ogni ordine provenga dal partito. Uomo deciso e di coraggio, anche se non di elevata cultura,
lelemento di provata fede e sicura efficienza su cui il partito comunista pu contare ciecamente.
Il Capitano Neri (Canali) un comunista atipico, idealista e alieno dalla stretta ortodossia staliniana, che
ultimamente in cattiva luce con il partito e con il Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi..
[6] Testimoni nel 1983 al professor Guderzo, lAlberto Mario Cavallotti Albero, riportando
confidenze di Longo:
Il Mussolini e la Petacci furono esecutati, cera lordine, non ordine scritto, ordine verbale. Comunque
ordine dato a noi... I democristiani presenti, soprattutto il Marazza, si batt contro lesecuzione di
Mussolini e la Petacci (come facevano a quellora al CLNAI o al Comando a sapere che cera anche la

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Petacci alquanto strano, n.d.r.)... Pertini perse le staffe, aveva fatto quel famoso intervento alla
radio del cane tignoso si doveva uccidere come un cane tignoso, quello l. Per l, lui, stranamente
non ebbe il coraggio di dire di scegliere lordine di eseguire questa sentenza. Anche l ci furono la
massima parte di voti in si, qualcuno non vot contro, neanche il Marazza per si astenne, insomma
cerano cose di questo tipo.... Pertini disse a Longo: bisogna fare qualcosa, e Longo disse: vai a
fare un giretto, ci penso io.
Sia Ferruccio Parri Maurizio (altro vicecomandante del CVL), che Giuseppe Cirillo Ettore (capo del
servizio collegamenti radiotelegrafici del Comando CVL), dissero invece che al Comando non si
sapeva che con Mussolini cera la Petacci.
Nelloperato di Longo, in ogni caso, bisogna anche considerare che i comunisti non muovevano foglia
che Stalin non voglia e che avevano intrecciate molte relazioni con i servizi segreti inglesi. E quindi
possibile che, a prescindere da tutto il resto, Longo si mosse anche dietro precisi ordini extranazionali.
[7] Audisio evidentemente si riferisce al decreto, approvato dai membri del CLNAI, riuniti a Milano la
mattina del 25 aprile 1945 nel collegio dei Salesiani in via Copernico, in cui erano presenti: Giustino
Arpesani per i liberali, Achille Marazza per i democristiani e i tre membri del Comitato Insurrezionale
antifascista Sandro Pertini socialista, Leo Valiani azionista ed Emilio Sereni comunista. Al Secondo
Decreto, infatti, quello sullAmministrazione della giustizia, allart. 5 si affermava:
<<I membri del Governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver contribuito alla
soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libert popolari, creato il regime fascista,
compromessa e tradita la sorte del paese, e d'averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la
pena di morte!>>.
In pratica vuol dare a intendere, lAudisio, che egli ebbe incarico di fucilare i fascisti prigionieri a
Dongo. In ogni caso, a prescindere dal carattere legale della autorit che aveva emesso questo
decreto, su cui ci sarebbe molto da dire, era doveroso far precedere una eventuale sentenza di morte
verso i membri del governo fascista, da un tribunale straordinario di guerra che, applicando le
modalit esecutive (che pur il CLNAI aveva previsto), accertasse le responsabilit e le precise identit
e ruoli dei singoli imputati, stabilendo se questi erano passibili di pena di morte o meno. Tutto questo
invece non avvenne e lAudisio si present a Dongo imponendo la sua volont omicida con criteri di
scelta dei condannabili del tutto gratuiti e strampalati.
[8] Le ricerche dello storico Renzo De Felice lo portarono ad individuare loperato di Max Salvadori
Paleotti, lufficiale italo inglese di collegamento tra gli Alleati e il CLNAI, il quale come seppe che
Mussolini era stato arrestato, fece notare ai ciellenisti che loro avevano autorit e libert di azione solo
fino a quando non fossero sopraggiunte le truppe Alleate che avrebbero imposto la loro
amministrazione. In pratica, not De Felice, una sottile ispirazione a farlo fuori subito. Ma anche il pi
giovane storico Alessandro De Felice rifer di aver avuto una confidenza da Leo Valiani il quale gli
disse che la morte di Mussolini doveva rimanere un mistero, ma comunque gli inglesi avevano
suonato la musica e i comunisti erano andati a tempo.
[9] Se andiamo a vedere bene, un vero e proprio ordine del CLNAI di fucilare Mussolini non esiste ed
oltretutto questo organismo non aveva neppure una evidente competenza riguardo allemissione di
una tal condanna a morte. In realt lordine portato da Valiani si dice che era stato forzato anche
senza consultare tutti i membri ciellenisti. Cadorna nelle sue memorie dice che Lampredi e Valerio gli
si presentarono affermando di avere un mandato del CLNAI per giustiziare Mussolini, quindi la mattina
del 28 venne Leo Valiani con lo stesso ordine. Convenne per Cadorna che il CLNAI non aveva
deliberato in proposito e forse la decisione era stata presa dal Comitato Insurrezionale composto dai
tre partiti di sinistra. Questa la versione ufficiale e di comodo rilasciata a caldo il 3 maggio del 1945 da
Cadorna: La sentenza era stata pronunciata ed erano stati designati gli esecutori. Furono cio scelte
due persone che guidassero e che, comunque, tornassero indietro avendo compiuto l'operazione. Le
persone erano Walter Audisio, nome di battaglia "colonnello Valerio", e Aldo Lampredi, nome di
battaglia "Guido", braccio destro di Luigi Longo. Io personalmente vidi Audisio e Lampredi partire per
la missione. Io personalmente ho ascoltato il rapporto di Audisio. Sulla mia scrivania, in quel
momento, Audisio mi aveva fatto trovare dei cimeli ricuperati durante l'operazione: esattamente le
corone del Negus che, per la verit, di valore materiale avevano ben poco. Audisio mi rifer
sull'operazione e in particolare mi disse che la sua arma si era inceppata.
[10] E indubbio che alla morte di Mussolini erano interessati un p tutti: dal PCI e le frange estremiste
dei socialisti e del partito dazione per ovvi motivi; a Stalin interessato a nascondere i tanti accordi con
il Regime Fascista fin 1924 (che preservarono lItalia da attentati delle cellule comuniste), se non i
sondaggi fatti nel primo semestre del 1943 per un armistizio con i Sovietici; agli inglesi per la storia del
Carteggio con Churchill; agli americani per coprire i traffici guerrafondai fatti da Roosevelt e vari

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

contatti con Mussolini; a Vittorio Emanuele III che vivo Mussolini, questi lavrebbe potuto chiamare in
causa sulle responsabilit della guerra; alla massoneria, sua nemica giurata e trasversalmente
presente dappertutto; ai tedeschi che lo avevano tradito, ecc.
[11] E estremamente significativo il fatto che, per interi decenni, si nascosero con ostinata
determinazione i nomi e le figure fisiche dei 12 elementi, prelevati dalle brigate dellOltrep comandate
da Italo Pietra Edoardo e Luchino Dal Verme Maino, che posti sotto il comando di Alfredo Mordini
Riccardo (1902) e Orfeo Landini Piero (1913) seguirono Valerio nella sua missione. Va bene le ragioni
di sicurezza, ma incredibile che nessuno di costoro abbia reclamata la sua parte di gloria avendo
partecipato ad eventi di enorme portata storica. Addirittura, del filmato della fucilazione dei gerarchi a
Dongo, ivi sequestrato, vennero resi pubblici solo alcuni fotogrammi in cui si vedono i condannati da
fucilare e Mordini comandante del plotone di esecuzione di spalle, ma premunendosi bene che non
fossero individuabili altri soggetti di quel plotone. Con gli anni si poterono conoscere alcuni nominativi,
ma solo negli anni 90 si riusc a dare un nome ed un volto sicuro a quasi tutti questi partigiani.
Oggi sappiamo che il plotone, richiesto dal Comando Generale del CVL, e composto da circa 14
uomini (forse 15) compresi i due comandanti, era il seguente:
Riccardo (Alfredo Mordini) e Piero (Orfeo Giovanni Landini), in funzioni di comando;
poi Sipe (Mario Monfasani) del 1924, Dick (Oreste Alpeggiani) del 1926, Giulio (Giulio Mirani) del
1919, Codaro (Renato Rachele Codara) del 1922, Renato (Emilio Vincenzo Fiori) del 1921, Arturo
(Giacomo Bruni) del 1922, Steva (Stefano Colombini) del 1922, Barba (generatit non note) del 1923,
William (generatit e anno di nascita non noti), Lino (generatit e anno di nascita non noti), Gildo
(Germano Guerrino Morelli) del 1916, Cecca (Aldo Frassoni) del 1925. A questi viene a volte aggiunto
il nominativo di Peter (generalit non note) del 1925 che per forse non fece parte della spedizione
altrimenti avremmo 13 e non 12 partigiani (oltre i due comandanti), comunque questa ulteriore
presenza incerta.
Molti di loro erano originari di Zavattarello centro dellOltrep Pavese.
Non ben chiaro chi li scelse appositamente, interpellando anche chi li conosceva bene cio i loro
comandanti Alfredo Mordini Riccardo e Orfeo Landini Piero, oltre al capo di Stato Maggiore Paolo
Murialdi Paolo coadiuvato da altri comandanti di Divisione, come Carlo Barbieri Ciro (il comandante
della Brigata Crespi), e forse anche dal commissario Alberto Mario Cavallotti Albero.
[12] Per attenuare questa contraddizione qualcuno sostiene che forse da parte del Comando di
Cadorna si voleva boicottare la missione di Valerio e per questo non gli fornirono la notizia che
Mussolini era stato portato in un luogo segreto a circa 21 km. da Dongo (pur se magari al Comando
non sapevano esattamente dove), oppure che fino allalba non erano pervenute notizie certe sulla
traduzione di Mussolini.
Ma la scusa non regge in quanto la stessa cosa fece il partito comunista che pur qualche notizia in
merito doveva avere. Infatti qualcuno avr pure ordinato o essere stato informato da Dongo o dal trio
Bellini, Moretti e Canali di questo spostamento. Oltretutto anche in piena mattinata del 28 aprile,
quando Valerio alle 11 telefon da Como a Milano al Comando generale e parl, si dice con Longo,
non gli venne detto niente circa gli spostamenti subiti da Mussolini.
Alcune versioni dicono che comunque Audisio in Prefetura aveva cercato il colonnello Sardagna che
per era irreperibile, altre asseriscono che incontr Sardagna verso mezzogiorno prima di partire per
Dongo, ecc. Se fosse vero non si comprende come il Sardagna lo faccia partire per Dongo senza
almeno informarlo che Mussolini era stato trasferito da qualche altra parte, visto che Audisio arriver a
Dongo ignaro di dove sia Mussolini. Si tengano a mente tutte queste discrasie.
[13] Si tenga comunque conto che, in realt, tutti questi orari non li garantisce nessuno se non i
diretti interessati. Ammettiamo comunque che Audisio part da Milano tra le 6,30 e le 7.
Si dice poi che Moretti e il Canali arrivarono, da Bonzanigo dove avevano nascosto Mussolini, alla
federazione comunista di Como alle 7 di mattina. Ma anche probabile che vi arrivarono prima visto
che dovrebbero aver lasciato casa De Maria a Bonzanigo al pi tardi poco dopo le 5 se non prima. Ed
infatti Giovanni Aglietto Remo, presente in federazione, disse che arrivarono in federazione a Como
tra le 5 e le 6.
Occorre per poi aggiungere il tempo che potrebbero aver perso i comunisti a Como per contattare il
partito a Milano. Insomma non possibile fare preventivi di orario preciso, ma ragionevole supporre
che, almeno per le 9, al partito comunista di Milano sono ben informati. Nel frattempo qualcun altro
stato sicuramente spedito a Bonzanigo.
[14] Le testimonianze che ricordano il fatto che Lampredi girasse con un impermeabile bianco e con
un basco in testa ed una delle tante testimonianze della Lia De Maria di Bonzanigo, che disse che
quel pomeriggio gli si present in casa un uomo in impermeabile bianco e una specie di basco, cre

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

una leggenda iconografica e svariate supposizioni circa i veri ruoli svolti da Audisio e Lampredi.
Quando il 30 marzo del 1947, Audisio venne presentato come colonnello Valerio nel comizio alla
Basilica di Massenzio a Roma, si organizz una vera e propria mascherata con Audisio che indossava
un impermeabile bianco e basco. Ci che nessuno ha ricordato, tranne Mario Ferro che ebbe modo di
incontrare lamico e compagno Lampredi in federazione comunista di Como il mattino del 28 aprile
45, il fatto che Lampredi dovrebbe portare gli occhiali.
In ogni caso nelle relazioni e nelle testimonianze, comprese quelle della signora Lia De Maria, che
affermano che a Bonzanigo in casa De Maria arrivarono tre partigiani, di cui uno era tra quelli che la
notte precedente aveva condotto in quella casa i due prigionieri, ovvero Michele Moretti, un altro era
alto e aveva un impermeabili bianco, un basco e capelli pettinati allindietro, sembrava di essere il
capo, praticamente definito un civile ed il terzo invece era un partigiano intendendo che aveva
qualche abbigliamento da partigiano, questi ultimi due non possono che essere, salvo diversi
personaggi al momento non individuabili esattamente, Aldo Lampredi (il civile) e Walter Audisio (il
partigiano).
[15] Lesistenza di questa telefonata venne comunque resa nota, da fonti comuniste, solo negli anni
60. Cos raccont il quotidiano para comunista Paese Sera descrivendo le remore e le resistenze che
alcuni personaggi opponevano a Valerio in Prefettura:
Al punto che Audisio, trovandosi gi a Como, sent il dovere di chiedere ulteriori chiarimenti a Milano
per sapere se l'ordine ricevuto doveva ritenersi superiore a qualsiasi decisione locale. All'altro capo
del telefono era Longo, il quale ha raccontato: Mentre mi trovavo al comando fui chiamato al
telefono da Como.
Era 'Valerio' che voleva informarmi della situazione... La situazione era questa: quelli del CLN di
Como erano pi terrorizzati che onorati della cattura di Mussolini. Sollevano ogni possibile eccezione
per non guidare Lampredi e 'Valerio' dove si trovava Mussolini. 'Valerio' chiedeva istruzioni. La
risposta fu semplice: 'O fate fuori lui o sarete fatti fuori voi".
[16] Come detto, allultimo momento, al gruppo di Valerio aveva cercato di unirsi il capitano di fregata
Giovanni Dess, nato nel 1904 ed uomo di collegamento dellOSS americano ed elemento del Servizio
Informazioni della marina del Sud. Con Dess c anche Carletto, altro membro del servizio
informazioni marina, e sembra pure il Salvadori Guastoni altro elemento in servizio con gli americani.
Dess si aggregher con la sua vettura, guidata da Giovanni Tacchino ex autista di Buffarini Guidi, con
levidente intento di controllare loperato di Valerio, ma questultimo quasi subito, minacciandoli, li
scaric a terra tutti impedendogli di proseguire. Precedentemente Valerio aveva anche fatto in modo
di sciogliere una piccola autocolonna organizzata dal maggiore De Angelis.
[17] Audisio, requisir strada facendo, verso le 12,30, dopo fatto appena un chilometro, nei pressi di
Piazza Volta, un grosso autocarro furgonato completamente cabinato con piccole finestrelle ai lati,
forse di colore grigio e giallognolo, della Tinto-presse di Ambrogio Pessina di Como, che baratt con
la provvisoria ambulanza della Croce Verde che, nel frattempo e dopo tanto penare, gli avevano
finalmente procurato in Prefettura.
[18] Lampredi nella sua relazione rifer che arriv a Dongo quando Valerio era gi sul posto e Mario
Ferro (della federazione comunista e nello stesso gruppo di Guido) dichiarer che giunsero a Dongo
una mezzora dopo di Valerio (orario questo che, in ogni caso, aggrava la domanda su cosa abbiano
fatto in circa 4,30 ore, dalle 10, uscita dalla Prefettura da lui indicata, a dopo le 14,30).
a
Bill, Urbano Lazzaro, vice commissario della 52 Brigata Garibaldi, riferir il racconto di un suo
garibaldino che gli dir che i due gruppi, invece, sono arrivati assieme in macchina. Ma la confusione
continua: per il maggiore Cosimo De Angelis, giunto a Dongo con Oscar Sforni e Valerio, Lampredi
arriv prima di Valerio stesso e la stessa cosa affermer Michele Moretti Pietro, Pietro Terzi
Francesco ed anche il Pier Bellini delle stelle (Volendo dar retta a costoro, Lampredi sarebbe partito
da Como dopo Audisio e sarebbe arrivato prima, dunque sorpassandolo senza che nessuno se ne
accorgesse: pazzesco)!
Scrisse per giustamente Franco Bandini:
<<Valerio e la sua scorta giunsero sulla piazza di Dongo alle 14.10, impiegando un ora e mezza per
percorrere i 57 chilometri (fino a Dongo, n.d.r.) dieci minuti dopo vi arrivarono anche due macchine
con Guido, Riccardo, Aglietto, Ferro, Gorreri (e addirittura Longo, ipotizzer Bandini, N.d.A.) La
comitiva era partita da Como non alle 12,30 come Valerio, ma almeno due ore prima, verso le 10,30.
Poich Valerio non super nessuna auto, durante il percorso resta da chiedersi dove furono e cosa
fecero Guido e gli altri in quelle cinque ore misteriose>> (F. Bandini: Vita e morte segreta di Mussolini,
Mondadori 1978).

67

CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

[19] La Relazione riservata al partito, dicesi consegnata nel 1972 da Lampredi al dirigente del PCI
Armando Cossutta, ma fatta conoscere integralmente dallUnit del nuovo PDS solo il 23 gennaio
del 1996, come vedremo meglio pi avanti, fu probabilmente, allepoca, un espediente, allinterno del
PCI, per contrastare le gravi accuse e critiche che, oramai da anni, avevano investito la troppo
inattendibile e contraddittoria storica versione di Walter Audisio.
[20] Lampredi nella sua Relazione riservata aveva anche polemizzato con il partito, affermando:
<<Sento invece il bisogno di esprimere ampie riserve sul modo con cui si proceduto alla
pubblicazione degli articoli sullUnit e sul loro contenuto ed inoltre sul fatto che io sia stato sempre
escluso da tutto quanto riguardasse gli avvenimenti di Dongo... Si sarebbe almeno evitato di
rappresentare la mia assenza dalla Prefettura come strana e sospetta: si sarebbe potuto fornire una
spiegazione plausibile alla mia presenza nella spedizione, che appare invece non giustificata a
nessun titolo...>>.
In effetti lUnit nel suo resoconto (praticamente la seconda versione di Valerio) del novembre 1945,
aveva scritto:
<<Poi, scende nella strada (sembra infatti che Valerio scese anche in strada per controllare larrivo di
un camion promessogli dal CLN. Pi tardi ottenne una autoambulanza che poi fu successivamente
barattata con il grosso camion requisito strada facendo. n.d.r.) ed apprende con profonda sorpresa
che Guido ed il comandante della scorta erano spariti unora prima con la sua automobile per
destinazione ignota. A questo punto il colonnello Valerio teme veramente che la sua missione stia per
fallire, tra il boicottaggio delle autorit comasche e la sparizione inopinata di Guido....
Solo quindici mesi pi tardi lUnit, in un altra sua rievocazione di questa vicenda (la terza versione,
questa volta firmata da Audisio), cambi i toni ed escluse gli eventuali aggettivi che potevano
generare equivoci. Comunque sia da tutto il complesso di questa storica versione risalta che n
Lampredi e n Audisio vennero informati da Milano che Mussolini stato nascosto in altra localit e
che l vicino in federazione comunista a Como ci sono informazioni fresche (Lampredi vi si reca, dice,
per trovare aiuti, ma senza sapere che oltretutto hanno queste preziose informazioni).
[21] Si consideri che nonostante queste informazioni di importanza capitale, portate a Como da
Moretti e Canali, oltretutto conosciuti dai custodi del Duce, costoro vengono fatti andar via per conto
loro (senza disposizioni, dir Moretti) e gli si direbbe anche che si dovr sentire il partito a Milano
per eventuali ordini.
Giovanni Aglietto per giustificare questa assurdit, ne aggiunge un altra, laddove disse che
decidemmo di aspettare qualche ora prima di prendere una decisione perch volevamo sapere il
parere di Milano. Ma addirittura, fino a tutta la permanenza di Lampredi in Federazione, a sentir loro
fin oltre le 12, ancora non avevano informato Milano n quindi avevano avuto disposizioni!
[22] 45 anni dopo quei fatti, il comunista Pietro Terzi Francesco, rilasci a Parigi dei ricordi che
ancora una volta ribaltarono tutte le precedenti conoscenze, oltretutto non trovando corrispondenza
con tante altre testimonianze, compresa la ambigua Relazione Lampredi. Intanto, sostenne il Terzi,
che lui, responsabile del triangolo Como, Erba, Lecco, quindi Michele Moretti Pietro, Luigi Canali Neri,
Walter Audisio Valerio con il suo plotone, Aldo Lampredi Guido con gli altri della federazione di Como,
erano praticamente giunti a Dongo, ognuno per conto loro, forse chi un p prima, chi un p dopo dalle
14 in avanti (Audisio un poco prima di Valerio). Fin qui tutto bene. Quindi Audisio e Lampredi, dice il
Terzi, avevano lincarico di requisire Mussolini e gli altri prigionieri per portarli a Milano.
Poco dopo, risolte le presentazioni, diverbi, discussioni e altro, il Terzi Francesco, che era appena
arrivato, venne chiamato dal vice di Longo nella Lombardia, cio Pietro Vergani Fabio che telefonava
dal Comando generale di Milano e gli specificava appunto gli ordini di traduzione dei prigionieri a
Milano. Dice il Terzi (in quel momento a Dongo lautorit del posto di grado pi elevato) che fatic non
poco a convincere il Vergani del pericolo e della impossibilit di eseguire questo trasporto chiedendo
invece lautorizzazione a fucilare tutti sul posto.
Alla fine, con gran fatica, il Terzi la spunt forse, disse anche, perch il Vergani si era consigliato con
Longo. Dovrebbe ritenersi quindi che il vero responsabile ed ideatore delle fucilazioni sul posto sia
stato il Terzi. Le ricostruzioni di quei momenti invece ci dicevano che Audisio, una volta chiarita la sua
autorit, chiusosi in stanza con Lampredi e il Pier Bellini delle Stelle, pochissimo dopo entr anche Bill
Urbano Lazzaro, disse subito che era venuto con un ordine del CVL per fucilare i prigionieri. E il
comunista Mario Ferro, giunto con Lampredi a Dongo testimoni che il Lampredi gli aveva ben
descritto cosa andavano a fare a Dongo e poi, successivamente gli raccont anche le resistenze del
Pier Bellini delle Stelle che sosteneva invece che occorreva consegnare Mussolini alle autorit
cielleniste.

68

CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

In ogni caso, questa del Terzi un testimonianza assurda che farebbe credere che Longo, il quale
oltretutto intorno alle 14,30 doveva essersi recato a incontrare Moscatelli, con la missione di Audisio
aveva avuto lintento di portare Mussolini a Milano e quindi, di fatto, rischiare di lasciarlo prendere
dagli Alleati. Ora, passi che, in passato, si sia anche voluto far credere che Audisio part da Milano
con il solo ordine di portare i prigionieri a Milano, intendendo che magari Longo aveva dato lordine
segreto di fucilarli sul posto solo a Lampredi, oppure che si riservava di dirlo ad Audisio in un secondo
momento (alcuni ritengono durante la telefonata di Audisio al Comando generale, dalla Prefettura
delle 11), e cos via, ma questa novit raccontata dal Terzi, cio che fu lui da Dongo, dopo le 14,30, a
convincere il partito a Milano della necessit di fucilarli subito e sul posto, assolutamente non
credibile e smentisce, oltre alla famosa e ambigua Relazione di Lampredi del 1972, anche la
telefonata di Longo con Audisio delle 11, in cui si dice che Longo gli ribadirebbe: O fucilate lui, o
sarete fucilati voi! e tante altre testimonianze.
[23] Una importante testimonianza venne rilasciata nel 1987 in Como dallex maggiore Cosimo Maria
De Angelis, responsabile militare per il Cln della zona di Como e gi facente parte della comitiva di
Audisio che arriv a Dongo. Scrisse chiaramente il De Angelis:
<<Erano le 6 del 28 aprile 1945 ed ero in Prefettura a Como. Stavo riposando su un divano dopo le
snervanti ore della resa (quella dei fascisti del giorno prima, n.d.r.) quando arrivarono i due messi del
Cvl di Milano Valerio e Guido>>. Anche una relazione del CLN afferma che Valerio arriv in
Prefettura alle 7. Altre testimonianze per affermano le 8,30.
Comunque lorario fornito dal De Angelis dovesse corrispondere al vero, anche se magari impreciso di
circa una oretta, cambierebbero molte considerazioni. Intanto che Audisio e Lampredi hanno mentito
su questo orario e bisognerebbe chiedersi il perch. Quindi si potrebbe presumere che Audisio
sarebbe partito, come logico che fosse, da Milano tra le 5 e le 6 e quindi sarebbe arrivato in prefettura
poco dopo le 6 o le 7 e non verso le 8,30 come lui disse. A questo punto si che Lampredi, sgattaiolato
dalla Prefettura, diciamo prima delle 8, sarebbe arrivato a Bonzanigo verso le 9!
[24] Rester alquanto inesplicabile il perch lAudisio o il Lampredi, pur avendo almeno tre autisti tra
i loro uomini, e qualche comunista sicuro certamente in giro (per esempio Carletto Maderna detto
a
scassamacchine autista della 52 Brigata e sembra oltretutto che a Dongo cera anche quellEdoardo
Leoni che la notte precedente era stato uno dei due autisti che avevano portato Mussolini, la Petacci e
gli altri partigiani proprio a Bonzanigo), oltre ad avere alcune loro macchine (per esempio lauto di
Audisio guidata da Giuseppe Perotta, quella di Pier Bellini delle Stelle con la quale questi si rec a
Germasino a prelevare altri prigionieri (e vi andarono con almeno un altra auto ancora, quella di
Urbano Lazzaro sopraggiunto in paese), quella di De Angelis, e altre ancora, requisiscono un auto e
un autista almeno a loro sconosciuto. Una stranezza questa che fa il paio con lassurdit che a Dongo
Audisio imporr rabbiosamente la fucilazione dei gerarchi alla schiena, nonostante le loro risentite
proteste e davanti a tutti, comprese donne e bambini, mentre poco prima, a Giulino di Mezzegra egli
raccont di aver ucciso Mussolini, il capo dei malfattori, in discrezione e con fucilazione al petto! In
realt si pu ragionevolmente ipotizzare che Audisio scelse autista e macchina del posto per avere un
testimone, non di parte, al quale sarebbe stato fatto vedere quello che interessava onde avallare una
finta fucilazione, mentre il fatto che Mussolini venne fucilato al petto ha la sola spiegazione
possibile in una morte in orario e modalit del tutto diverse.

Il lasciapassare firmato da E.
Daddario
per
Audisio.

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CAPITOLO 3

LA STRABILIANTE GIORNATA DI VALERIO E GUIDO

Milano 29 aprile 1945. Qui sotto una foto storica. Dicesi raffiguri un furgoncino
che sta trasportando da Piazzale Loreto allobitorio di via Ponzio i cadaveri di
Mussolini e della Petacci, dopo che, tra le 14 e le 15, finalmente terminata
quella ignobile e mostruosa macelleria con lo scempio dei cadaveri.

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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Il mistero del colonnello Valerio alias Audisio


o alias Longo, o alias Mr. X ?

(Qui a lato in foto, nel dopoguerra, Luigi


Longo, assieme ad un Audisio con i
baffetti, ma a quanto sembra il 28 aprile
del 1945 non li portava)

Per coloro che hanno studiato o


semplicemente letto i fatti narrari dalla
storica versione su la morte di
Mussolini sempre risaltato, con
palese evidenza, che questa vulgata,
quantomeno poco credibile e lascia intravedere come, allinterno di alcuni
avvenimenti, oltretutto narrati contraddittoriamente per adattarli ad altri, ci siano
stati ulteriori fatti ed eventi mai raccontati, rimasti cio nellombra.
Tutta questa scarsa credibilit, in ogni caso, ha anche dato vita ad alcune supposizioni
che vanno addirittura al di l di ogni immaginazione.
Si tratta di ipotesi non provate, ma che hanno comunque alcune pezze di appoggio e
quindi si dovrebbero attentamente considerare anche se, premettiamo, alla fin fine,
non si arriver a capo di tutti i misteri che riguardano queste vicende ed, oltretutto,
per seguire il pi possibile un filo logico, scremandolo da tanti particolari
effettivamente poco credibili o non comprovati, dovremo giocoforza fare un p di
confusione.
Per considerare appunto, uno di questi misteri o presunti tali, il giornalista storico
Franco Bandini, ma soprattutto poi Urbano Lazzaro il partigiano Bill, gi vice
commisssario della 52a Brigata Garibaldi, hanno prospettato a suo tempo lipotesi che
il vero colonnello Valerio non sia stato Walter Audisio, ma addirittura Luigi Longo.
Ma, sempre su questo tema, vi anche un altra ipotesi, altrettanto diffusa e avanzata
anche dallo stesso Bandini, che ad impersonare quel colonnello Valerio in azione il
28 aprile 1945, in realt, fu un altro partigiano rimasto fino ad ora sconosciuto (lo
chiamiamo qui Mr. X).
Bisogna premettere comunque che, se pur vero che quel sabato 28 aprile 1945 sono
avvenuti fatti rimasti fino ad oggi sconosciuti ed possibile che abbiano circolato
personaggi rimasti misteriosi, non per questo dobbiamo correre dietro a tutte le
ipotesi possibili ed immaginabili.
Cosicch quello che in questo caso possiamo fare unicamente il cercare di
ricondurre tutta questa vicenda nei limiti del possibile, del sufficientemente
riscontrabile, del razionalmente accettabile, senza lasciare troppo spazio alla fantasia.
A ben vedere e ragionando in termini di documentazioni storiografiche ci sono molte
prove, ma non tutte decisive che accertino irrefutabilmente che fu veramente Walter
Audisio, al tempo in forza presso il Comando generale del CVL di Milano, a compiere
tutte, ripetiamo tutte, le imprese che gli sono state assegnate, ovvero: partire da
Milano assieme ad Aldo Lampredi, apparire in Prefettura a Como verso le 8,30 e poi
sulla piazza di Dongo intorno alle 14,10, per recarsi poco pi di un oretta dopo a
Giulino di Mezzegra a fucilare Mussolini e la Petacci alle 16,10 davanti al cancello di
71

CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Villa Belmonte e poi tornare a Dongo, come un forsennato, per imporre un altra e pi
vasta fucilazione di fascisti a circa un quarto alle 18.
Ma se le prove in proposito scarseggiano, quelle contrarie sono ancora meno e noi
riteniamo di poter condividere in buona parte la ricostruzione storica condotta dal
ricercatore Marino Vigan il quale ha dimostrato abbastanza attendibilmente la
presenza ed il ruolo svolto da Walter Audisio, partito da Milano con un incarico
omicida e giunto a Dongo passando per Como (vedi: Marino Vigan: Un Istintivo
gesto di riparo. Nuovi documenti sullesecuzione di Mussolini 28 aprile 1945 Palomar N. 2 2001), anche se ovviamente siamo conviti che a latere di questa
missione, che prevedeva tempi ed impegni piuttosto lunghi, Luigi Longo si cautel
incaricando anche qualcun altro per recarsi subito a controllare la situazione di
Mussolini nascosto notte tempo in quel di Bonzanigo a casa dei contadini De Maria.
In definitiva, sia a Milano (partenza di Valerio), poi a Como (arrivo e litigi in
Prefettura) e Dongo (rapporti con i comandanti della 52a Brigata, e fucilazioni in
piazza), ed infine ritorno notturno a Milano con lequivoco ed il fermo intercorso con
i partigiani della Divisione Ticino (dove Audisio e Lampredi con il camion dei
cadaveri, furono scambiati per fascisti e persino maltrattati), [1] comprendendo i
relativi posti di blocco stradali messi in atto quel giorno dai partigiani, c chi era
effettivamente entrato in contatto e aveva conosciuto questo colonnello Valerio, che
girava con un lasciapassare in inglese, firmato dal capitano americano Emilio
Daddario, intestato a Giovanbattista Magnoli, di Cesare ed altro documento intestato
a Walter Audisio, ed aveva anche avuto modo di vagliarne attentamente le sue
credenziali.
Walter Audisio
Il ragionier Walter Audisio, era nato ad Alessandria nel 1909 ed aveva quindi
36 anni nel 1945. Durante il ventennio fascista fu ragioniere alla ditta Borsalino.
Arrestato per attivit comunista venne confinato a Ponza. Dal confino usc in virt di
una domanda di grazia a Mussolini, per la quale dovette anche compiere una mezza
abiura. In tutti i profili biografici che gli sono stati dedicati, ritenuto un partigiano
assolutamente non pratico di armi e con una personalit alquanto grigia. Una
personalit questa che poi ebbe a confermarsi anche negli anni del dopoguerra, dove
questo anonimo ragioniere, fatto eleggere per alcune legislature in parlamento e per
lui avanzata richiesta di medaglia doro, non lasci alcun segno politico o umano di
un certo spessore. Alla sua morte il Pci non gli dedic di certo quegli onori che se
fosse stato veramente il giustiziere del Duce avrebbe sicuramente avuto. Da tante
confidenze fece anche capire che lui non era di certo stato un assassino.
Rileggiamone alcune, tenendo presente che come al solito siamo in presenza di
materiale ricavato da articoli, scoop giornalistici, memoriali, testimonianze varie, per
il quale non c alcuna certezza in proposito:
Al giornalista Silvio Bertoldi nel 1959, sembra che disse:
<<Se mi venisse voglia lo farei io, un giorno, un grande colpo giornalistico, di quelli
sensazionali. Basterebbe che scrivessi cinque capitoletti come intendo io sulla storia
di cui sono stato protagonista, per un rotocalco,e le assicuro che si
raggiungerebbe una tiraturauna tiratura macch Grand Hotel>>.
Addirittura da parlamentare, in Transatlantico ad un collega senatore disse: <<Ma tu
credi proprio che io sia stato un assassino ?>>, e lo disse con un tono da indurre una
ovvia risposta negativa.
Scrisse G. Cavalleri, nel suo Ombre sul lago Ed. Piemme, 1995:

72

CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

<<In alcune occasioni lo stesso Walter Audisio ha fatto capire di non aver sparato
lui personalmente. [] con alcune persone si anche sbilanciato con versioni
contrarie al mito appositamente creato per lui con il collega del Senato, il
democristiano Mario Martinelli [], ma anche con il vicino di sedia al consiglio
comunale di Casal Monferrato, Sergio Scarpone>>.
Importante anche la testimonianza rilasciata da Aldo Beolchini, uno dei collaboratori
di Cadorna e futuro capo del SID negli anni 70:
<<Valerio non che fosse un killer. Era il classico ragiunatt piemontese,
alessandrino. Gli dai un ordine e lui obbedisce>>.
Italo Busetto ex comandante dei GAP (gruppi di azione patriottica) milanesi, invece,
nel 1972 ricord che si era ritrovato Audisio nei SAP (squadre di azione patriottica)
di Cremona con risultati inconcludenti, tanto che ne stil un rapporto a seguito del
quale Audisio fu chiamato a Milano con incarichi privi di responsabilit militari.
Il tenente Pio Bruni gi del Savoia Cavalleria e collaboratore della segreteria di
Cadorna, pi sfumatamente, raccont:
<<Walter Audisio e io abbiamo avuto occasione di vederci spesso, ma su quegli
avvenimenti Valerio era molto reticente. Ai comunisti ha relazionato di sicuro e
Aldo Lampredi Guido ancor pi di Audisio Direi inoltre che Lampredi fosse pi la
mente e Audisio pi il braccio>> (M. Vigano, Testimonianza resa allautore: Un
Istintivo gesto di riparo. Nuovi documenti sullesecuzione di Mussolini 28 aprile
1945 op. ci.).
Tutti fattori questi che mal si prestavano per affidargli un incarico di quel genere ed
in quella caotica e pericolosa situazione a meno che questo incarico (missione da
Milano a Dongo), come vedremo sia, in realt, anche di altra natura e la sua missione
si appoggiasse pi che altro su Aldo Lampredi. In ogni caso sulla incapacit di
Audisio con le armi non bisogna esagerare, forse sar stata una incapacit pi che
altro costituzionale, psicologica, perch bene o male, negli anni 30 Audisi aveva
pur fatto il militare e quindi imparato luso e il maneggio delle armi.
Forse non a caso il 18 marzo del 1947 lonorevole socialista Alcide Malagucini,
parlando alla Costituente, si espresse molto sibillinamente, affermando: Latto di
giustizia, compiuto dal colonnello Valerio o chi per lui , lasciando quindi capire
molte cose.
Queste testimonianze per non possono considerarsi decisive, mentre molto pi
probante e decisivo, almeno per la fucilazione di Mussolini, quanto riportato dal
regista Carlo Lizzani, autore del film Mussolini ultimo atto, il quale ha rivelato nel
suo libro di memorie (Il mio lungo viaggio nel secolo breve, Einaudi 2007) che
lallora presidente della camera Sandro Pertini, nel 1975 gli scrisse una lettera per
lamentarsi del personaggio che nel film lo impersonava e tra laltro scrisse: <<...e poi
non fu Audisio a eseguire la sentenza, ma questo non si deve dire
oggi>>.
Infine, pu non voler dire molto, ma pu anche voler dire tanto, il fatto che, per
esempio, in tutti questi anni stato praticamente quasi impossibile raccogliere una
confidenza negli ambienti politici, anche comunisti ed ovviamente fuori
dellufficialit, che esprimesse la convinzione che fosse proprio Walter Audisio
luccisore del Duce!
Anzi mentre nel comasco, attorno ai luoghi di quegli eventi, tra ex partigiani girava la
voce che a sparare a Mussolini era stato Michele Moretti Pietro, allinterno del PCI,
come ha rivelato Massimo Caparra ex segretario di Togliatti, ma anche altri comunisti
si sono espressi in questo senso, si diceva sottovoce che a sparare a Mussolini era
stato Aldo Lampredi Guido.
73

CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Ma che Audisio non centri nulla con lassassinio di Mussolini e la Petacci oramai
dato per scontato (tranne ovviamente per gli Istituti storici resistenziali), quello che
occorre invece accertare la sua effettiva presenza in tutte le vicende che gli vengono
assegnate (Como, Dongo, Giulino di Mezzegra, ancora Dongo).
Lascia, infatti, a pensare il perch del lungo periodo che si lasci passare prima di
ufficializzare il nome del colonnello Valerio quale esecutore del Duce e poi (a marzo
1947) quello di Walter Audisio quale il vero colonnello Valerio.
Il giornalista Ferruccio Lanfranchi sul Corriere dInformazione aveva anticipato da
maggio 1945 (o forse gli era stato appositamente fatto anticipare con un certo gioco
delle parti teso a far divulgare anche dai non comunisti brandelli della storica
versione) il nome del colonnello Valerio e aveva poi pubblicato ad ottobre una sua
inchiesta titolata Il colonnello Valerio racconta.
Ma lufficializzazione di questo nome di battaglia (Valerio) da parte delle autorit
della Resistenza, ovvero del PCI, avvenne solo con gli articoli dellUnit iniziati il 18
novembre 1945 anche se, sempre lUnit aveva gi pubblicato a settembre la foto di
una lettera, datata 18 settembre, indirizzata al direttore Velio Spano e firmata
colonnello Valerio con la quale, costui forniva al giornale la matricola del mitra
MAS utilizzato per uccidere (guarda caso stranamente non disse: con il quale ho
ucciso) Mussolini. Quindi del colonnello Valerio se ne parlava, ma il partito
comunista ancora non lo attestava ufficialmente, fino al tardo autunno 1945. Di
Walter Audisio invece niente, silenzio.
Daccordo che le ragioni di sicurezza imponevano di tenere nascosta quella identit,
ma in ogni caso tanti avrebbero dovuto essere a conoscenza tra Milano, Como e forse
Dongo, di queste personalit, di Valerio soprattutto, da tanti visto e conosciuto, ma
anche di Audisio alias Magnoli. Eppure nessuno ne parl, n fece trapelare una
precisa indiscrezione!
Ovviamente tutte queste restano delle congetture, ma congettura per congettura
potrebbe anche esserci una spiegazione a questo collettivo vuoto di memoria.
Lo intu anche Franco Bandini quando presuppose che chi sapeva o intuiva qualcosa,
taceva perch sapeva anche che quellAudisio non poteva essere lautore di tutte
quelle gesta!
Costoro non potevano quindi ricollegare Valerio e/o Audisio a tutti i fatti ed agli
avvenimenti che la storica versione mano a mano rivelava e ritenevano pi
opportuno stare zitti.
Comunque gi a gennaio del 1946 nel volume I morti e i vivi stampato dallAnpi di
Milano era apparso il nome di Walter Audisio, ma soprattutto il giornalista Franco De
Agazio del Meridiano dItalia, poco prima di essere assassinato (a marzo del 1947),
nel corso di una sua inchiesta, era arrivato a scoprire lidentit di Audisio = Valerio
comparando una vecchia firma di Audisio, su di un documento al tempo di quando
era confinato, con quella a nome Magnoli apposta in calce allelenco dei fucilati di
Dongo. In questo modo ne aveva constatato lidentit della grafia. Questa verifica
poi stata fatta anche molti anni dopo, comparando alcuni documenti firmati da
Audisio nel 1944, le liste dei prigionieri di Dongo, una lista di medicinali consigliati a
Mario Martineli e una firma di Audisio del 1962, ed ha confermato lidentit delle
scritture, particolare questo che fa, oltretutto, ritenere che almeno a Dongo (e di
conseguenza precedentemente a Como) Walter Audisio cera stato veramente.
Come noto poi, a marzo del 1945, con una intervista e a fine mese con tanto di
comizio a Roma in piazza e sceneggiata con abbigliamento alla colonnello Valerio,
lo stesso Audisio e lUnit confermarono lidentit del colonnello Valerio alias Walter
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Audisio, ex ragioniere, ex ispettore al comando generale del CVL e in quel momento


membro nella dirigenza del PCI a Botteghe Oscure.
La leggenda di Valerio = Luigi Longo
Alcuni autori storici e giornalisti, contribuendo alla confusione generale,
ripropongono ogni tanto, spesso senza molta convinzione, questa faccenda di Longo
giustiziere, visto che largomento si presta magnificamente per una stampa che voglia
fare della suspance e del clamore, cio cassetta.
Luigi Longo
Luigi Longo (nomi di battaglia Italo e Gallo) era nato a Fubine (Alessandria) nel
1900, aveva quindi 45 anni nel 1945. Comunista nel torinese con lOrdine Nuovo di
Togliatti e Gramsci, lo ritroveremo anni dopo a Mosca fedelmente allineato con la
politica sovietica e poi in Spagna dove sar il mitigo Gallo, lIspettore Generale delle
Brigate Internazionali. Mostrer doti di risolutezza nellassumersi delle responsabilit
e nel prendere delle decisioni, accanto ad un certo sangue freddo.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale in Francia internato a Vernet, ma con il
successivo governo Petain nel 1941 viene estradato in Italia e confinato a Ventotene
da dove verr fatto uscire sotto il governo Badoglio. Dopo l8 settembre del 1943, fu in
pratica il braccio destro di Palmiro Togliatti del quale ne interpret magnificamente,
e quando il caso con spietata durezza verso i dissidenti comunisti, la linea
collaborazionista di Salerno.
Nel 1945 praticamente Luigi Longo deteneva su di s il vice-Comando del CVL, la
segreteria del partito comunista clandestino essendo di fatto il numero due del
partito, dopo Togliatti, il comando delle Brigate Garibaldi, una presenza nel CLNAI e
infine la presidenza del Comitato Insurrezionale Antifascista. Freddo e spietato
dimostr anche spiccate capacit politiche ed una certa astuzia, ma testimonianze
attendibili dicono che, in realt, Longo aveva un istintivo terrore della armi.
Premessa questa breve biografia di Longo possiamo anche aggiungere che sia
ammissibile, ma solo in fotografia, una certa somiglianza tra Longo ed Audisio (senza
baffetti, come sembra fosse lAudisio ad aprile 1945) e proprio questo particolare
molto aleatorio, ha consentito di sviluppare tutte quelle ipotesi che hanno voluto
proprio Longo come il vero Valerio al posto di Audisio stesso, o assieme ad Audisio,
in Como e Dongo.
Infatti, in aggiunta alle due diverse e divergenti personalit ed alla mancanza di una
pratica militare di Audisio, si poi affermato che, per esempio, a Dongo il Valerio che
smascher Marcello Petacci (fattosi passare per console spagnolo), utilizzando
appunto qualche frase in spagnolo, non poteva che essere stato Longo o comunque
qualcuno che conoscesse bene quella lingua. Ed inoltre quel Valerio aveva confidato,
in quei frangenti, di aver fatto la guerra civile spagnola.
Ora certo che Audisio non era stato in Spagna, almeno durante quella guerra civile,
essendo infatti al confino, ed al massimo poteva sapere un poco di spagnolo come
vezzo di molti comunisti dellepoca, mentre Longo, come abbiamo visto era stato un
veterano di quella guerra.
Abbiamo anche la testimonianza, che se veritiera sarebbe decisiva, del capitano di
fregata Giovanni Dess, il quale rifer che gli uomini giunti con Valerio a Como
indossavano divise che ricordavano la guerra civile spagnola e che lo stesso Valerio
ebbe a dirgli di avervi a lungo partecipato. In questo caso, oltretutto, il Dess

75

CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

esponente del SIM e quindi spia con una certa esperienza, difficile che possa aver
equivocato.
La faccenda della partecipazione alla guerra civile spagnola, da parte di questo
misterioso Valerio potrebbe rimanere nel campo delle supposizioni aleatorie,
ricavate da testimonianze rilasciate alla buona qua e l, ma resta il fatto che anche gli
storici resistenziali hanno finito per dargli, forse involontariamente, una certa
importanza.
Scrive infatti Giusto Perretta nel suo Dongo 28 aprile La verit Ed. Actac 1997,
dagli ambienti resistenziali considerato oggi la bibbia o versione definitiva della
storica versione:
<<...Lindividuo (M. Petacci, n.d.r.) venne messo a confronto con Valerio, ma dopo
alcune domande cadeva in contraddizione perch Valerio che aveva combattuto in
Spagna, rivolgendogli alcune frasi in spagnolo aveva subito capito che linterrogato
per essere un funzionario dellambasciata spagnola, di spagnolo ne masticava
proprio poco>>.
Quindi delle due luna: o il Perretta ha ripetuto una delle tante versioni, pi o meno
attendibili, che hanno circolato su questa vicenda, senza rifletterci, n riscontrarla
attentamente, oppure qualcosa di vero nello spagnolo di questo colonnello Valerio
potrebbe pur esserci ed allora lattestazione che questo Valerio fosse proprio Audisio,
almeno per i momenti di Dongo, diventa alquanto problematica.
Per quel che vale, giova anche riportare una, per il resto poco credibile tardiva
testimonianza di Pietro Terzi Francesco, in quel 28 aprile comandante comunista
della piazza di Dongo, il quale tra il 1989 e 1990, da Parigi, fece sapere che poco dopo
le 14 arrivarono a Dongo Audisio e Lampredi e con questultimo arriv anche
Alessandro Vaia commissario di guerra del Comando piazza di Milano e membro del
Triunvirato Insurrezionale della Lombardia, ex guerra civile spagnola, che non si
capisce bene da dove sarebbe spuntato. Di cosa fece questo Vaia, nelle ore successive,
non si hanno notizie, per cui non possiamo che riportare questa informazione cos
com senza starci a congetturare troppo.
Leo Valiani si dichiar molti anni dopo moderatamente possibilista, circa una
presenza di Longo quel giorno nei luoghi operativi, ma certamente non per tutta la
mattinata.
Nel suo tardivo libro (per la verit molto poco attendibile) Dongo mezzo secolo di
menzogne Mondatori 1993, Urbano Lazzaro, Bill, vicecommissario della 52a Brigata
Garibaldi, convinto di aver riconosciuto dalle foto (seppur viste molti anni dopo),
Longo in Valerio, ci racconta che al tempo del processo di Padova del 1957 (il
processo per il cosiddetto oro di Dongo), non avendo riconosciuto, neppure dal vivo
ed in quel momento, in Audisio il Valerio di Dongo, volle accertarsene tirandogli un
tranello: afferm infatti il Lazzaro, davanti ai giudici, che Valerio gli aveva ordinato di
togliere le scarpe a Marcello Petacci, al che Audisio esclam: <<Che scarpe!?>> E lo
tacci di essere un bugiardo.
Ma il tranello era riuscito, afferma Bill, perch il vero Valerio non poteva ignorare
quellepisodio cos inconsueto. Anche Pedro il Pier Bellini delle Stelle, aggiunse il
Lazzaro, rimase alquanto perplesso cos come era rimasto perplesso quando lo aveva
visto e non ben riconosciuto nelle foto del comizio di Roma alla Basilica di Massenzio
del marzo 45 dove Audisio apparve in pubblico (nel 1982 per il Bellini scrisse che
dopo aver rivisto Audisio si era ricreduto) [2]. Lo stesso Lazzaro riferisce poi altri
particolari che Audisio ebbe a riportare, in modo inesatto, in quelloccasione e che
attesterebbero, secondo lui, una inequivocabile mistificazione di Audisio.
76

CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

In ogni caso, seppur ci sono alcune testimonianze, tutte per raccolte solo dopo che
tra il famoso articolo di Franco Bandini Fu fucilato due volte su Storia Illustrata del
febbraio 1973 e il suo libro Vita e morte segreta di Mussolini, Mondadori 1978,
scoppi il caso Valerio = Longo, che ritengono possibile che quel Valerio fosse Longo,
molto pi numerose ed anche pi convincenti sono quelle che negano questa
intercambiabilit di ruoli quel sabato 28 aprile del 1945.
Alcune di queste testimonianze, infatti, di persone che Longo lo conoscevano
benissimo (il maggiore Cosimo Maria De Angelis arrivato a Dongo con Valerio, per
esempio, che aveva partecipato a Milano a varie riunioni del Comitato militare con
Longo), affermano che non si trovava di certo a Dongo quel pomeriggio e di certo non
era il colonnello Valerio.
Paolo Murialdi Paolo, gi capo di Stato maggiore delle Brigate dellOltrep pavese,
descrisse con molti dettagli i colloqui con Audisio al momento della sua partenza
mattutina da Milano, mentre Alberto Mario Cavallotti Albero, gi Commissario di
quelle Brigate, che accoglier la missione al rientro notturno da Dongo e quindi ebbe
modo di parlare a caldo con i vari Valerio, Riccardo (alias Alfredo Mordini), ecc. ebbe
ad escludere decisamente qualsiasi ipotesi che attesti Valerio nella persona di Longo.
Oltretutto Cavallotti, poco prima aveva anche ricevuto, alle scuole (caserme) di viale
Romagna la telefonata di Audisio che lo informava: <<La missione compiuta;
abbiamo avuto qui delle grane con dei cretini ci volevano ammazzare>>
riferendosi allo spiacevole episodio, prima accennato, con gli uomini della Divisione
Ticino in via Fabio Filzi.
Non indifferente poi anche la testimonianza di Giuseppe Cirillo Ettore, capo del
servizio radiotelegrafico del Comando generale del CVL, tra laltro una testimonianza
non comunista, il quale parlando della missione ben riuscita, di Audisio, aggiunse:
<<...sbrig la faccenda rapidamente superando non poche difficolt, la esegu non
tanto bene ammazzando la Petacci. Nella confusione nessuno aveva dato ordini per
la Petacci, non si sapeva neppure della sua presenza a Dongo>>.
La logica oltretutto ci dice che la presenza politica di Longo in quelle ore a Milano,
dove si stavano riempiendo i vuoti del passaggio dei poteri, era troppo importante per
il PCI cos come anche per il comando delle Brigate Garibaldi e alla redazione
dellUnit, per rischiare di assentarsi in avventure fuori Milano, quasi per tutto il
giorno in quelle ore non certo prive di rischi.
Nel primo pomeriggio poi, sappiamo che Longo and
allincontro con Moscatelli e le sue divisioni della
Valsesia in arrivo a Milano e poi (intorno alle ore 16)
accertato, tenne anche un comizio in piazza Duomo,
dal tetto di un autoblinda, come illustr con tanto di
foto al Corriere, Giulio Seniga comunista passato
poi al PSI (foto a lato). Ci sarebbe piuttosto da
chiedersi come faceva Longo, quel pomeriggio ad
essere cos tranquillo sulla sorte di Mussolini, visto
che lui non aveva avuto pi notizie di Audisio dalle 11
quando questi era incasinato in Prefettura a Como.
Evidentemente sapeva bene che la pratica Mussolini
era stata chiusa con la sua uccisione.
Quindi le ipotesi del Lazzaro, che oltretutto si basano
solo su un suo tardivo e personale riconoscimento in
base a foto e ricordi, non comprovati, che
presumevano di identificare Longo nel colonnello
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Valerio da lui conosciuto, sono prive di ogni riscontro, mentre quelle pi sfumate che
asseriscono una presenza (arrivo e fuga) di Longo a Bonzanigo almeno nel primo
mattino, potrebbero avere un minimo di concretezza, ma restano pur sempre solo
ipotesi.
I sospetti che Valerio possa essere stato un altro partigiano
Come accennato, occorre anche considerare che alcuni (tra i quali anche
Franco Bandini) hanno ipotizzato che il Valerio visto a Dongo possa essere stato un
misterioso partigiano, come ad esempio il fumantino ed esperto colonnello Domenico
Tomat, comunista, fedelissimo di Longo ex maggiore delle Brigate Internazionali e
comandante di una brigata comunista a Chiavenna (vicino Dongo).
Il nome di battaglia di Tomat, nato nel 1903, quindi 42 anni nel 1945, oltre che Silvio,
era proprio Valerio e sembra questi un esecutore molto pi credibile di Audisio ed
aveva anche lo stesso carattere irascibile e violento manifestato dal colonnello Valerio
in quegli avvenimenti. Stranamente poi questo Tomat, viene poco o nulla citato nei
testi sacri della Resistenza.
E certo che il Tomat seppe ben presto che Mussolini era stato arrestato a Dongo,
trovandosi egli, infatti, non troppo distante ovvero a Morbegno al comando della 1a
divisione Lombardia. Su queste ipotesi si anche detto che tra i gruppi di fuoco,
scatenati per limmediata liquidazione di Mussolini, poteva esserci proprio il gruppo
Tomat Siro Rosi (un altro comunista toscano del 1915).
Di Rosi e Tomat ne parla, ma senza prove concrete, un libro del 1989 di Eraldo
Vannozzi La fucilazione di Mussolini una storia riscritta La Cartotecnica 1989.
Questo Rosi, detto Lino grossetano ex combattente di Spagna (e chiamato anche in
causa per lassassinio di Gianna, Giuseppina Tuissi), ispettore del Comando
Delegazione Garibaldi Lombardia, sembra che nei giorni insurrezionali si trovava
nell'alto lago di Como. Le sue cariche gli consentivano sicuramente, in quei giorni, di
muoversi con una certa speditezza. Alla sua morte, avvenuta nel marzo 1987, ebbe dal
PCI grossetano un riconoscimento con varie benemerenze tra le quali, la
partecipazione alla cattura di Mussolini, fatto questo di cui, almeno ufficialmente
(come scrisse il giornalista storico Fabio Andriola), non se ne era mai parlato. Che
entri negli eventi che stiamo considerando anche possibile, ma che possa essere
stato lui il misterioso Valerio da escludersi anche per via dei suoi soli 30 anni.
Tutti questi personaggi, in ogni caso, restano avvolti nel mistero pi fitto anche
perch bisognerebbe sapere con certezza, e non lo sappiamo, dove si trovavano
esattamente la sera del 27 aprile 45 o allalba del 28, chi li avrebbe eventualmente
contattati ed incaricati della missione per andare ad uccidere il Duce e magari poi
sovrapporsi ad Audisio in quel di Dongo.
Sono tutte ipotesi che potrebbero rientrare benissimo nella supposizione che
probabilmente da Milano vennero subito incaricati sul posto elementi adatti e fidati
per controllare la faccenda di Mussolini nascosto a Bonzanigo o magari per dare una
mano ad Audisio a Dongo e si spiegherebbe anche la faccenda del Valerio che
parlava spagnolo e aveva partecipato alla guerra civile spagnola. Purtroppo per
restano solo ipotesi perch prove concrete a cui appigliarsi non ci sono.
Infine, oltre a questo misterioso Mr. X, vi si aggiunge e confonde anche un certo
"Nicola", nome posto tra virgolette come se fosse un nome di battaglia, cos come
viene accennato nei rapporti riservati dell'agente americano Lada-Mocarsky.
Molto probabilmente questo di Nicola un errore del Mocarsky o una voce raccolta
male, dovendosi invece intendere Guido Conti, cio Aldo Lampredi, visto che, come
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

ora vedremo, nel rapporto del Mocarsky, viene appunto nominato al suo posto in
momenti e vicende riguardanti proprio Lampredi.
Nota la scarsa consistenza delle testimonianze raccolte in quei giorni e sul posto dal
Mocarsky, tuttavia nel mare di inesattezze che lagente americano raccolse, qualcosa
di vero, magari distorto, doveva pur esserci. Da questi rapporti si pu anche notare,
sia pure in modo confuso, che lAudisio, indicato quale colonnello Valerio che forse si
rec a Bonzanigo quel pomeriggio una persona diversa da un altro Audisio sempre
come colonnello Valerio che ag in quelle ore tra Como e Dongo. Insomma riemerge
prepotentemente la presenza del famoso Mr. X.
Scrive il Mocarsky:
Nel pomeriggio di sabato 28 aprile, probabilmente fra le 14 e le 14.20, un civile,
che si present come il colonnello Valerio, arriv da Milano, si ferm sulla strada
principale di Dongo e parl con il capo dei partigiani locali. Questi era il
comandante partigiano che aveva perquisito il convoglio tedesco e che aveva
individuato Mussolini. Valerio era pi alto della media, aveva circa 40 anni e
indossava un basco.
Per la precisione il Pier Bellini delle Stelle Pedro, ovvero il capo dei partigiani di
Dongo non aveva partecipato alla perquisizione del convoglio tedesco e alla
individuazione di Mussolini, essendo tornato a Dongo pochissimo dopo, compiti che
vennero svolti da Bill Urbano Lazzaro e altri partigiani della piazza (oltretutto su
delazione dei tedeschi), ma per il resto la ricostruzione del Mocarsky abbastanza
corretta e sembra anche che il Canali Neri, come raccont Urbano Lazzaro, descrisse
il comportamento esagitato di questo Valerio che, arrivato a Dongo e fuori della
grazia di Dio, chiedeva che il comandante dei partigiani (Pedro) scendesse subito in
piazza a conferire con lui, bestemmiando come mai si era sentito.
Anche Aldo Lampredi Guido Conti (nato nel 1899 e quindi di 46 anni nel 1945) arriv
sulla piazza di Dongo, assieme ad Alfredo Mordini Riccardo, e ai dirigenti della
federazione comunista di Como, Aglietto e Ferro, pochi minuti prima o pochi minuti
dopo (le testimonianze sono discordi) di Audisio.
Nel complesso per i resoconti raccolti dal Mocarsky pongono anche un dubbio sulla
identit della persona che, come Audisio, arriv a Dongo poco dopo le 14 ovvero Aldo
Lampredi ivi ritrovato da Audisio dopo che era svicolato dalla Prefettura di Como.
Si sa, infatti, che Valerio (intendendo Audisio) e Lampredi, rincontratisi a Dongo
ebbero un alterco, laddove Valerio ebbe a dire pi o meno: <<Tu queste cose non me
le devi fare. Si rischia di pagarla cara per queste cose, ecc.>> o cos almeno
riferiscono alcune testimonianze.
Il Mocarsky invece con le sue testimonianze genera confusione perch va ad
identificare, al posto di Lampredi, un altro misterioso elemento, di nome Nicola
definito commissario politico che dicesi era giunto a Como con Audisio e poi aveva
abbandonato questultimo. Quindi delle due luna: o il Mocarsky confonde Lampredi
con questo Nicola, come sembra probabile anche per i particolari forniti, oppure gi a
Como oltre ad Audisio e Lampredi cera arrivato anche questo Nicola.
Ma sentiamo la ricostruzione del Mocarsky, che stranamente attesta larrivo di
Valerio alla Prefettura di Como addirittura per la sera del 27 aprile 1945 (anche qui
delle due luna: o la data del 27 a sera palesemente errata, dovendosi intendere la
prima mattinata del 28, come sembra probabile, oppure gi la sera del 27 aprile
arriv qualcuno a Como che poi si confuse nei ricordi, nelle testimonianze e nei
luoghi comuni, con il successivo arrivo di Audisio, Lampredi e il loro plotone della
mattina dopo):
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

La sera del 27 aprile, un certo colonnello Valerio si present alla prefettura di


Como e disse di essere giunto da Milano in missione segreta per conto del generale
Cadorna, comandante in capo del Corpo volontari della libert.
Valerio si comportava con autorit. Era sulla quarantina, piuttosto alto e bruno,
con un lungo viso angoloso e dei caratteri molto marcati. Indossava una divisa da
partigiano color mattone e gli unici gradi che aveva erano tre stelle su uno scudetto
rosso di stoffa cucito sul lato sinistro della blusa. Era accompagnato da un
commissario di guerra, che present con il nome di Nicola.
E scrive ancora Lada-Mocarsky: Il colonnello Valerio e Nicola, gli ospiti provenienti
da Milano dovevano rappresentare il comitato centrale del Clnai in questa
operazione.
Letto questo, resta da domandarsi come siano potuti saltare fuori sia la data del 27
aprile che il nome di Nicola: imprecisioni, confusioni tra il 27 e 28 aprile e tra il nome
di Lampredi Guido e quello di Nicola? E alquanto probabile, per, che ci sia qualche
altra cosa rimasta misteriosa.
Questo per quanto riguarda larrivo a Como e Dongo. Spostiamoci adesso al primo
pomeriggio quando un certo colonnello Valerio si rec a Bonzanigo per prelevare
Mussolini da casa De Maria. Scrive il Mocarsky:
Verso le 16.00 un partigiano - che aveva accompagnato il gruppo nella notte ma
che pi tardi era ripartito (evidentemente Pietro Michele Moretti, n.d.r.) - ritorn
assieme a un civile piuttosto alto che indossava un impermeabile leggero. (...)
Assieme alluomo, arriv anche un partigiano che i padroni di casa non avevano
mai visto prima. Ritenevano che non fosse di quelle parti.
In base a queste descrizioni (sembra che la Lia De Maria aveva anche detto al
Mocarsky che luomo in impermeabile chiaro aveva circa 40 anni, i capelli pettinati
allindietro e portava una specie di basco, si dovrebbe dedurre che si presentarono in
quella casa Aldo Lampredi (il civile in impermeabile) e con lui Walter Audisio (il
partigiano, probabilmente cos descritto perch aveva una giacca a vento militare e un
nastrino sul petto con tre stellette).
Tuttavia alcuni pongono un punto interrogativo su la figura di Lampredi, anche
perch non viene descritto con gli occhiali, come invece dovrebbe essere (il capitano
Angelo Bussi, della Divisione partigiana Ticino, tra quelli che fermarono Audisio e
Lampredi la sera alle 22,00 in via Fabio Filzi di ritorno con il camion dei cadaveri da
Dongo, lo descrive: un tipo alto, un po allampanato con il naso leggermente
pronunciato, forse un po aquilino. M. Vigan, Testimonianza resa allautore in:Un
istintivo gesto di riparo, op. cit.).
Sicuramente Lampredi, in impermeabile chiaro e basco arriv da quelle parti, ma
quando, al mattino e/o al pomeriggio?
La confusione, a nostro parere, deriva anche dal fatto, come vedremo nei prossimi
capitoli, che non chiaro il momento temporale a cui si riferirebbe la De Maria,
perch in effetti in casa sua ci furono due arrivi ed entrambi accompagnati da Michele
Moretti: uno quello decisivo al mattino verso le 9 (quando Audisio era ancora a
Como) quando arriv il gruppetto di partigiani e civili che uccisero Mussolini
(episodio questo rimasto misterioso e forse svelato dalle testimonianze di Dorina
Mazzola e di Savina Santi la vedova di Guglielmo Cantoni uno dei due guardiani di
Mussolini in quella casa) [3], ed un altro arrivo al pomeriggio prima della 16 quando
vennero il gruppetto dei partigiani per mettere in atto la sceneggiata di Giulino di
Mezzegra. Bisogna tenere ben presente questo particolare che ingarbuglia tutte le
testimonianze.
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

In definitiva non possiamo escludere per che nella confusione di tutte queste
relazioni e testimonianze, un misterioso esecutore del Duce, comunista milanese,
possa entrarci come uno degli esecutori arrivati al mattino a Bonzanigo (un gruppo
di partigiani milanesi defin gli uccisori del Duce lo storico Renzo De Felice che
difficilmente si esprimeva con superficialit ed noto che Francesco Cossiga, dalla
lunga carriera politica e istituzionale e oltretutto originario della Sardegna come la
famiglia Berlinguer con cui era imparentato, evidentemente avendo raccolto
confidenze e pareri, ebbe un giorno ad affermare in televisione (Rete 4) che Mussolini
fu ucciso da un dirigente comunista di Milano, fatto poi riparare in Sud America).
Ma le prove su questo Mr. X o sullo stesso Nicola? Purtroppo non ci sono e quindi
anche questa indagine resta senza capo ne coda.
Le descrizioni del famoso colonnello Valerio
Abbiamo gi accennato alla descrizione che stata fatta riguardo questo
colonnello Valerio, confondendosi il ritratto tra un soggetto in abiti civili
(impermeabile) ed un altro in abiti da partigiano. Evidentemente due persone diverse
con ruoli diversi, anche se a quanto pare chi aveva autorit sembra essere quello in
abiti civili, il che aumenta ancor pi la confusione perch se per colonnello Valerio si
intende un soggetto che aveva pieni poteri e di fatto comandava il gruppetto di
partigiani, da molti particolari sembra che, almeno a Bonzanigo e Mezzegra, questo
ruolo venne impersonato pi che altro dal tipo in impermeabile chiaro e quindi molti
lo riferiscono al Lampredi.
Pedro, il Bellini delle Stelle, descrisse Valerio come un uomo piuttosto alto, in
divisa, un p stempiato, dallaspetto energico e dai modi bruschi e allagente
americano Lada Mocarski aggiunse che era sui 40, 42 anni ed indossava un berretto o
basco. Comunque Pedro, conobbe sia Audisio che Lampredi e quindi qui per Valerio
intende Audisio o comunque il personaggio misterioso che poi venne detto fosse
Audisio.
La signora Lia De Maria di Bonzanigo, come abbiamo visto, lo descrisse alto, con i
capelli neri spazzolati allindietro e con indosso un impermeabile chiaro e un non
meglio precisato basco. Tutti dettagli che per ben si addicono ad Aldo Lampredi, che
era alto circa 1,83 cm. e non era stempiato come Audisio. Ma anche qui per Lampredi
manca il particolare che dovrebbe (?) portare gli occhiali.
La confusione per si accentua ancor pi perch a quanto pare, quel pomeriggio del
28 aprile, colui che effettivamente comandava il terzetto di giustizieri per la
sceneggiata di Villa Belmonte, era quello definito il civile cio Lampredi e non
Audisio definito il partigiano cos nomato a causa di qualche suo abito para
militare [4].
Pietro Carradori, il brigadiere di PS attendente del Duce, ferito e fermato a Dongo,
ebbe modo di incontrare Valerio nel Municipio di Dongo. Molti anni dopo, gli
vennero fatte vedere alcune foto e trov una fortissima somiglianza di Valerio con
Giovanni Pesce Visone, ma dovette escludere questa identit perch il Pesce era alto
appena 1 metro e 67, mentre quel Valerio era pi alto, quasi quanto lui. Escludeva
per che potesse essere Audisio perch troppo evidenti erano le differenze, mentre
riteneva possibile che fosse Longo. E siamo di nuovo da capo a dodici.
Conclusioni. Preso atto di quanto sopra esposto, si evince che non possibile
sciogliere con certezza assoluta questo mistero inerente la effettiva presenza fisica di
Walter Audisio alias colonnello Valerio in tutti gli episodi che gli sono stati attribuiti
(a Como, a Dongo a Giulino di Mezzegra).
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Del Longo = Valerio per c veramente ben poco se non nulla di attendibile.
E doveroso quindi dare ad Audisio quel che di Audisio, anche se con qualche
riserva (una sovrapposizione, in alcuni eventi, di un altro personaggio rimasto
misterioso? Il famoso Mr. X?). A nostro avviso, per, come ora vedremo, occorre
ragionare diversamente.
Un diverso modo di porre il problema Mr. X
Considerando quanto sopra esposto, possiamo trarre la ragionevole
conclusione che effettivamente Walter Audisio alias colonnello Valerio part da
Milano forse verso le 6,30 del mattino ed arriv a Como, poco dopo le 8 (o forse
prima); di conseguenza fin a Dongo poco dopo le 14 con quel che segue. Lincarico
che ebbe (vuoi che sia il tradurre i prigionieri a Milano o fucilarli sul posto) non ha
molta importanza perch, rispetto al Duce non venne portato a termine essendo, nel
frattempo intervenute, altre situazioni.
Longo, invece, probabilmente rest a Milano dove la sua presenza, in quei momenti,
era oltremodo necessaria ed un suo viaggio nel comasco alquanto pericoloso. E
sicuro invece, oltre che logico, che Longo, ricevuto informazioni dalla Federazione
comunista di Como, dove erano arrivati tra le 6 e le 7 Michele Moretti e Luigi Canali,
reduci da aver nascosto Mussolini, sped qualcuno che poteva arrivare pi
celermente di Audisio a Bonzanigo almeno a controllare e prendere in mano la
precaria situazione di Mussolini.
Forse si possono, al massimo, avanzare un paio di dubbi, che sono per tutti da
dimostrare: il primo, che Longo abbia potuto fare, al mattino presto, lui stesso una
rapida puntata a Bonzanigo per controllare di persona Mussolini (ucciso poi tra le 9 e
le 10) e quindi tornare subito a Milano; il secondo che a Dongo, quel pomeriggio ag,
sovrapponendosi ad Audisio un altro autorevole personaggio (ex guerra civile di
Spagna), rimasto sconosciuto.
E un dato di fatto per che alcuni ricercatori storici, sia che condividano o meno
luccisione di Mussolini alle 16,10 o invece al mattino, sono spesso partiti da un
presupposto che complica le cose ovvero, ragionando sui dettagli forniti per la
giornata del 28 aprile dalla versione ufficiale e non ritenendo possibile che un
incarico para militare del genere potesse essere stato affidato alloscuro e mediocre
ragioniere Walter Audisio, anche in considerazione poi di alcune peculiarit che quel
Valerio mise in mostra a Dongo (il parlare spagnolo, ecc.), ne deducono che non
possibile che Valerio sia Audisio e quindi ipotizzano che Mussolini venne ucciso da
un ben diverso sparatore mentre lidentit di Valerio = Audisio fu solo una
invenzione a posteriori.
E questa una logica generalizzazione, ma che non va bene perch si devono
considerare fatti che invece sono tra loro separati.
Questo ragionamento, oltretutto, pur essendo in parte plausibile, manca di prove
tangibili e poi pone tutta una serie di problematiche consequenziali quasi irrisolvibili,
oltre a non consentire di poter assegnare a Walter Audisio una presenza e dei compiti
precisi che pur ha avuto.
Insomma il corollario di testimonianze, sia pure spesso contraddittorie, attorno alla
versione ufficiale non pu essere tutto un falso storico e quindi bisogna porre il
problema in un altra ottica e partire da una diversa premessa.
Primo: la chiave per risolvere questo mistero sta in due particolari: la necessit
logica ed evidente di mandare subito qualcuno, a prescindere dalla missione di
Valerio, sul luogo dove elementi eterogenei (un comunista, Moretti, un altro
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

comunista, ma in disgrazia con il partito, Canali, ed un non comunista, Pier Bellini


delle Stelle), avevano nascosto il Duce e inoltre nelle due testimonianze rilasciate da
Dorina Mazzola, al tempo diciannovenne residente a poco pi di cento metri da casa
dei De Maria dove erano nascosti Mussolini e la Petacci e da Savina Santi la vedova di
Guglielmo Cantoni Sandrino uno dei guardiani del Duce in quella casa. Dai loro
racconti, infatti, si deduce che un paio di partigiani, oltre Michele Moretti, intorno
alle 9 del 28 aprile 1945 fecero irruzione in stanza dove erano rinchiusi Mussolini e la
Petacci e ne segu trambusto e un paio di spari (<<uno dei tre che diceva: adesso vi
portiamo a Dongo per fucilarvi, e un altro gridava: No, vi uccidiamo qui!>>.
Si determin quindi il ferimento al fianco, e forse al braccio di Mussolini e forse una
contusione sotto locchio alla Petacci. Ne segu poi poco dopo luccisione del Duce nel
cortile dello stabile e intorno a mezzogiorno quella della Petacci in un prato poco pi
avanti (vedesi: G. Pisan, Gli ultimi 5 secondi di Mussolini, il Saggiatore 1996).
Tutti particolari questi che si accordano con alcuni rilievi retrospettivi crono
tanatologici e balistici e sulla osservazione dei reperti di vestiario dei cadaveri, in
particolare quel giaccone trovato indosso al cadavere di Mussolini e che risulta
assolutamente privo di fori o strappi quali esito di una fucilazione che, secondo la
vulgata avrebbe pur subito.
Dunque luccisione di Mussolini avvenuta al mattino, a seguito di un imprevisto
(ferimento del Duce) che ha impedito di portare Mussolini a Dongo e fucilarlo
regolarmente con gli altri o anche di fucilarlo sul posto e alla schiena, ma
pubblicamente davanti ai pochi paesani di quei posti.
Evidentemente i partigiani spediti da Longo a controllare la situazione a Bonzanigo si
fecero prendere la mano in quella camera, forse ci fu una reazione della Petacci ed
una reazione di Mussolini a sua difesa o eventi simili ed accadde quel che abbiamo
appena raccontato.
Tutto questo comunque indipendente dal ruolo e dalla presenza di Valerio,
chiunque egli sia, ma venne eseguito da qualcuno giunto da Milano o forse, meglio
ancora, incaricato sul posto (Como o dintorni dove erano presenti Michele Moretti e
Luigi Canali in grado di condurre con tutta sicurezza altra gente a Bonzanigo).
Occorreva sbrigarsi e prendere in mano la situazione perch la custodia di Mussolini,
poteva essere soggetta ad imprevisti, tradimenti, colpi di mano, o arrivi di missioni
Alleate che avrebbero potuto far saltare lesecuzione.
E questo qualcuno, partito da Milano o reperito con un ordine telefonico a distanza
a Como e dintorni, doveva avere capacit operative e decisionali, oltre che militari,
non indifferenti perch si pretendeva di non perdere assolutamente tempo, di essere
in grado di superare qualsiasi imprevisto ed inoltre di avere autorit e attitudini
militari eccellenti per imporsi a tutto e tutti onde tenere in pugno la situazione del
Duce e se necessario eliminarlo alla svelta.
Egli doveva avere una certa autorit per comandare su gli elementi comunisti e
magari un mandato per imporre decisioni al Comando della 52a Brigata Garibaldi,
composto da due comunisti Canali e Moretti, ma anche da un non comunista Pier
Bellini delle Stelle.
Ed infatti al Bellini, che quel mattino se ne era tornato verso le 8 a Dongo, giunse
probabilmente un invito di farsi da parte come in effetti poi fece, praticamente
disinteressandosi della pratica Mussolini fino a quando non gli venne ricordata,
dopo le 14, dallarrivo di un inaspettato e non gradito colonnello Valerio.
E soprattutto questo soggetto non doveva avere anche altri incarichi ufficiali da
espletare con le autorit locali del CLN, come invece li aveva Audisio.

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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

E probabile, se tutto andava bene, che coloro che vennero incaricati di recarsi a
Bonzanigo, preso in custodia il Duce ed essendo sicuri di avere tutto sotto controllo,
avrebbero dovuto coordinarsi con la missione di Audisio, una volta che questi aveva
la strada spianata con le autorit locali di Como e il comando garibaldino di Dongo e
magari fargli fucilare Mussolini regolarmente assieme a tutti gli altri prigionieri.
Egli si sarebbe in ogni caso appoggiato ad elementi locali fidati e conosciuti in zona
(federazione comunista di Como, pi il Michele Moretti e il Luigi Canali, conosciuti
dai due partigiani lasciati di guardia al Duce).
Secondo: a Walter Audisio, fu invece affidato principalmente un ruolo di giustiziere
ufficiale (giustizia ciellenista) con funzioni di rappresentanza del CLNAI / CVL al
fine di dare, alle esecuzioni che si dovevano compiere, una veste legale (seppur
ridicola!) e coinvolgente di tutte le componenti della Resistenza anche al fine di
giustificarsi nei confronti degli Alleati con i quali (a prescindere dalle loro reali e
segrete intenzioni, che nelle ultime ore decisero di lasciar fare ai partigiani) il governo
del Sud ed il CLNAI avevano pur firmato un impegno di consegna del Duce.
E per questo ruolo Audisio era adattissimo anche perch era lunico, in quella
spedizione, che pur comunista non dipendeva direttamente da un comando
comunista, essendo formalmente un ufficiale del Comando Generale del CVL.
Egli quindi deve, giocoforza, perdere tempo passando per le autorit locali di Como
(CLN) soprattutto e poi Dongo (Comando 52a Brigata), parlare, spiegarsi, convincere,
imporre ordini a tutte le autorit locali che incontra.
Che la sua missione a Como prescinda dallurgenza di raggiungere Mussolini
dimostrato dal fatto che Valerio sappia o meno (e probabilmente non lo sa) che un
altro gruppo sta pensando a Mussolini, gi non informato del trasferimento
notturno del Duce fuori da Dongo, viene poi lasciato, praticamente inattivo, per ore in
Prefettura a Como senza che nessuno gli dica, neppure quando telefoner alle 11 al
Comando a Milano e dicesi parl con Longo, di andare nella locale federazione
comunista a farsi aggiornare sulla situazione (l erano arrivati prima delle 7 del
mattino Michele Moretti e Luigi Canali, reduci da aver nascosto Mussolini a
Bonzanigo e a questi, i dirigenti locali Dante Gorreri e Giovanni Aglietto, avevano
detto che dovevano avvertire il partito a Milano e attendere ordini).
Lo si lascia invece andare a Dongo, dove Mussolini non c pi e dove Audisio arriver
solo alle 14,10 e questo nonostante al Comando, ma soprattutto al partito, sono tutti
consci della necessit di arrivare al Duce prima degli Alleati e non possono non
sapere che il Duce stato trasferito e nascosto!
Audisio il pomeriggio dovette quindi attendere alle esecuzioni dei ministri a Dongo e
- probabilmente - era stato ancora lui a doversi prima recare a Giulino di Mezzegra
per il sopraggiunto imprevisto di recitare una finta fucilazione di Mussolini che
rientrasse nel ruolo storico, politico e agiografico che gli era stato disegnato. Abbiamo
usato il probabilmente e non il sicuramente che fu Audisio a recarsi a Giulino di
Mezzegra quel pomeriggio, perch in effetti sembra molto strano che Audisio, prima
come Valerio e poi firmandosi come Audisio, abbia descritto incorrettamente lo
stabile di casa dei De Maria e soprattutto, abbia invertito i percorsi di accesso e uscita
da quella casa, definendoli in salita quando erano in discesa e viceversa. Almeno un
dubbio legittimo e del resto quel pomeriggio tra elementi locali, i partigiani di
Martin Bisa Caserotti, e altri arrivati da varie parti, fu un formicolare di partigiani
che, come molte testimonianze riferiscono, crearono piccoli posti di blocco nelle
stradine adiacenti il cancello di Villa Belmonte per consentire di attuare in
discrezione una messa in scena di una finta fucilazione.
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Tutto questo non toglie che, alloccorrenza, in quel di Como e/o di Dongo Audisio
venne anche supportato da un altro grosso dirigente che a lui venne a sovrapporsi
(Mr. X), ma al momento questa una complicazione per un ipotesi che si intuisce ma
non si pu dimostrare.
Questo ragionier Audisio, se andiamo a vedere bene i compiti che gli furono
assegnati, pur richiedendo una certa dose di decisionismo ed energia, potevano anche
essere eseguiti senza grosse capacit militari o eccessiva fretta, visto che i condannati
erano custoditi a Dongo ed un buon plotone di scorta e di esecuzione era stato portato
per la bisogna.
A far fronte inoltre, ad eventuali imprevisti, cerano pur sempre Lampredi,
personalit di pi alto spessore politico e Riccardo Mordini e Orfeo Landini, esperti
comandanti.
Ripetiamo, se tutto fosse filato liscio a Bonzanigo e magari Audisio non avesse
incontrato troppi ostacoli alla sua missione, probabilmente gli avrebbero portato il
Duce a Dongo per fucilarlo.
Sappiamo anche che Lampredi e Mordini quel mattino svicolarono da Audisio e dalla
Prefettura di Como, passarono in Federazione comunista e si ritrovarono poi con
Audisio solo il pomeriggio alle 14,10 in quel di Dongo.
Considerando la concreta e ragionevole ipotesi che Longo, da Milano, incaric anche
altri elementi per controllare il Duce, si pu anche presumere che questo incarico, a
latere della missione di Audisio, era stato affidato, magari segretamente gi alla
partenza da Milano oppure via telefono in quelle ore in Federazione comunista a
Como, proprio a Lampredi. Quindi quella mattina a Como, Lampredi, alto dirigente
comunista nella missione di Audisio, svolse anche un altro importante incarico, ma
non potendo stabilire a che ora esattamente svicol dalla Prefettura non sappiamo se
arriv a Bonzanigo poco dopo le 9 partecipando alla uccisione di Mussolini o vi arriv
pi tardi per rendersi conto di quanto era accaduto e pianificare la sceneggiata
pomeridiana.
In sostanza la chiave di volta di tutto questo mistero, prescinde dalla vera
identit di Valerio, e risiede nella estrema necessit di operare in pi
ambiti e dietro una evidente fretta. Solo in un secondo momento si
aggiust tutto e si confezion la leggenda del colonnello Valerio con
tutti gli annessi e connessi che gli si vogliono attribuire.
Per tirare le somme, in questo caos di situazioni che si sovrapposero tra loro nella
giornata del 28 aprile 1945, possiamo al massimo avanzare un minimo di certezze
(si fa per dire) che possono sintetizzarsi in questi elementi:
a. quel giorno fu allopera negli scenari di Milano, Como, Dongo e Giulino di
Mezzegra un certo colonnello Valerio che aveva lincarico di imporre ai comandi
locali le decisioni e gli ordini che venivano da Milano (CVL, CLNAI, Comitato
Insurrezionale, dove in quei momenti fu preponderante la volont comunista e
azionista);
b. da Milano era partito Walter Audisio, alias Giovambattista Magnoli che aveva
assunto il nome di battaglia di colonnello Valerio e che pertanto troveremo nei luoghi
e negli stessi scenari precedenti: Milano, Como, Dongo e forse Giulino di Mezzegra. A
quel tempo per non era raro il caso che lo stesso nome di battaglia potesse essere
utilizzato anche da altri soggetti, purtuttavia di un altro capo partigiano diverso da
Audisio che si mosse con quel nome, aveva fatto la guerra civile spagnola, ecc., c il
sentore, c il sospetto, ma non ci sono prove concrete per attestarlo, per cui meglio
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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

utilizzare come ipotesi di lavoro quella semplice di Audisio = Valerio che ha vari
riscontri;
c. affiancato ad Audisio si trovava anche Aldo Lampredi, partigiano comunista di pi
alto spessore che a volte agisce in discrezione seguendo a latere i movimenti di
Audisio, altre volte invece impone e prende iniziative ed altre volte ancora sparisce
per agire autonomamente. La presenza di Lampredi, con basco e impermeabile
chiaro, sul luogo di alcuni dei precedenti scenari, far spesso generare lequivoco di
chi fosse in realt il vero colonnello Valerio, ma questo un problema sul quale si
sono versati fiumi di ipotesi e di inchiostro, ma di scarsa importanza ed anzi
assolutamente fuorviante;
d. al mattino calarono a Bonzanigo degli elementi giunti appositamente per prelevare
Mussolini, se il caso ammazzarlo subito o vedere se era possibile portarlo a Dongo per
farlo fucilare da Audisio e poi altrettanto alla svelta sparirono. Tra questi,
sicuramente, non cera Audisio, mentre un piccolo dubbio (al quale per non
crediamo molto) pu invece essere lasciato presupponendo che ci fosse Luigi Longo
(toccata e fuga con ritorno a Milano nelle prime ore del mattino) e certamente arriv
a Bonzanigo, ma non si pu sapere a che ora, anche Aldo Lampredi con Riccardo
Mordini e gli altri della federazione comunista di Como;
e. a cose fatte, infine, e per motivi di opportunit politica e sostegno ad una
determinata versione della morte del Duce, a Walter Audisio vennero accollati tutti
gli eventi di Como, Dongo, Giulino di Mezzegra (finta fucilazione pomeridiana).

Qui in foto un esempio del mitra Mas, modello 38, cal. 7,65 L, che poteva sparare
circa 600 colpi al minuto.

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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Qui sotto: un elenco stilato a Dongo su carta quadrettata


con i prigionieri fucilati, . In basso a destra si vedono le firme
di Magnoli ovvero Audisio e Guido Conti ovvero Lampredi

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CAPITOLO 4

AUDISIO, LONGO O MR. X

Note:
[1] Audisio, di ritorno a Milano con il camion carico di cadaveri, verso le 22,30, fu fermato in via Fabio
Filzi, agli stabilimenti della fabbrica Pirelli, dallesagitato capitano Luigi Vieni (partigiani della Divisione
Ticino, raggruppamento divisioni Di Dio), maltrattato e minacciato di essere fucilato perch
scambiati tutti per fascisti e, sembra, forse per una ritorsione causata da precedenti rancori. Si persero
alcune ore per questo equivoco e si dice, ma non provato, che i partigiani presenti con Vieni ebbero
modo di vedere alcuni importanti documenti trovati a Guido e/o Valerio. Nella stessa denuncia al
Comando CVL, presentata il giorno dopo da Valerio contro larbitrio subito e lequivoco commesso dal
Vieni, tra le altre accuse vi riport testualmente rivelazione di segreti. Quali segreti potevano essere,
si sono chiesti tutti, se non quelli di alcuni documenti di Mussolini portati via da Dongo?
[2] Vedere articolo a firma Pier Bellini delle Stelle su Panorama 837 del maggio 1982
[3] Per la testimonianza della signora Dorina Mazzola ed anche quella di Savina Santi vedova di
Sandrino il Cantoni, vedere G. Pisan: Gli ultimi 5 secondi di Mussolini, il Saggiatore 1996. Sono due
racconti che fanno capire che al mattino accadde un imprevisto nella stanza dove erano detenuti
Mussolini e la Petacci da cui si ebbe il ferimento di Mussolini.
[4] Occorre tenere presente che lagente americano Lada-Mocarsky, nelle sue ricostruzioni, si bas
anche su un rapporto stilato per il CLN comasco dalla partigiana Angela Bianchi per conto di suo zio, il
comandante partigiano Martino Caserotti, alias Martin Bisa, alias, Comandante Roma, alias Arturo,
molto noto nella Tremezzina (su questo tema il Caserotti rilasci anni dopo una testimonianza al
giornalista Franco Serra che la pubblic nella sua inchiesta per la Settimana Incom illustrata di aprile
maggio 1962). Questo rapporto (sembra che a maggio del 1945 venne anche stampato nel comasco
in alcune copie, ma ricerche storiche fino ad oggi non lo hanno reperito) affermava che luccisione di
Mussolini era stata eseguita da un paio di tiratori di cui uno con mitra ed un altro con revolver che per
primo aveva sparato a Mussolini colpendolo a un fianco e si attestava appunto la presenza di un
civile in impermeabile chiaro e di un partigiano in divisa. Si asseriva anche che un capo partigiano
del luogo, sopraggiunto al cancello di Villa Belmonte, aveva sparato un colpo di grazia al Duce
morente. Il Caserotti, nella sua intervista del 1962 a Franco Serra si assunse questo ruolo.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Genesi e contenuti della vulgata


Come abbiamo gi accennato la cosiddetta storica versione ovvero la
vulgata, pu considerarsi un compendio, eterogeneo e alquanto incongruente, di
almeno cinque versioni e mezza, rilasciate nel tempo da presunti attori di quegli
eventi, ovvero:
a. L anonimo resoconto, pubblicato dallUnit il 30 aprile 1945. Prima versione;
b. i 24 articoli pubblicati dallUnit dal 18 novembre al 24 dicembre 1945, su
relazioni del colonnello Valerio. Seconda versione;
c. i sei articoli, nomati Il Colonnello Valerio racconta, pubblicati ancora sullUnit
a partire dal 25 marzo del 1947 e firmati da Walter Audisio. Terza versione;
d. il libro postumo In nome del Popolo italiano Edizioni Teti 1975, di Walter
Audisio, simile, ma non uguale alla precedente versione. Terza versione bis;
e. la Relazione riservata al partito del 1972 di Aldo Lampredi (Guido Conti) resa
nota dallUnit, il 23 gennaio del 1996. Quarta versione;
f. le testimonianze rilasciate nel tempo di Michele Moretti (Pietro Gatti), Quinta
versione.

A tutti questi resoconti ci sarebbero da aggiungere anche altre testimonianze,


memoriali e relazioni di altri attori e comprimari di quegli eventi, ma crediamo che
sia superfluo e si andrebbe ancor pi a ingarbugliare il quadro dinsieme di quella
vulgata. Del resto per i momenti veramente importanti che ci interessano e che in
questa nostra controinformazione andremo a prendere in esame, ovvero i momenti
della fucilazione di Mussolini, non possiamo che riferirci al trio dei presunti diretti
partecipanti a quella impresa.
Questi sei resoconti, li introduciamo qui appresso presentandone ampi stralci, in
particolare per i momenti che riguardarono la fucilazione di Mussolini e Clara
Petacci, aggiungendoci la storia dei precedenti e delle note di contorno che li hanno
accompagnati.
Pur tenendo presente che queste versioni sono tutte false, o meglio contengono
alcune mistificazioni atte a nascondere una morte di Mussolini avvenuta in luogo e
orario ben diverso da quello riportato, bisogna considerare che la prima versione del
30 aprile 1945 e la seconda versione del novembre dicembre dello stesso anno,
pubblicate sullUnit, sono le relazioni a cui ci si dovrebbe principalmente rifere, a
prescindere da chi effettivamente le ebbe a scrivere, perch la prima versione, resa a
meno di due giorni dagli avvenimenti, dovrebbe costituire le fondamenta di quella
vicenda, mentre la seconda versione, resa circa sette, otto mesi dopo, dovrebbe
rappresentare la completa attestazione dei fatti e delle circostanze che riguardavano
la morte di Mussolini per i quali, visto che con la estrema sintesi riassuntiva
dellaprile 1945 non si era potuto riportare granch, si era adesso avuto modo di
precisare ed ampliare esaustivamente.
Tutte le versioni successive, a partire dalla terza versione del marzo 1947,
direttamente firmata da Walter Audisio, emesse molto tempo dopo, assumono
pertanto un evidente ruolo di aggiustamento e condimento di una versione che
faceva acqua da tutte le parti.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Prima versione (anonima)


lUnit 30 aprile 45

Premessa: Con poche righe (circa 150)


del giornale lUnit (edizione milanese, diretta da Giancarlo Pajetta) e quindi
direttamente riferibili al PCI, il 30 aprile del 1945 (ma larticolo fu ovviamente
elaborato il pomeriggio o la notte precedente) dunque a meno di due giorni dai fatti,
in un articolo non firmato, ma nella cui premessa lestensore si definiva come colui
che aveva avuto la ventura di parlare con lesecutore della condanna a morte di
Mussolini, veniva data una prima frettolosa versione dei fatti, tanto frettolosa da far
sospettare la messa insieme di alcuni particolari verosimili con altri inventati al solo
fine di dare un primo e sommario resoconto dello storico avvenimento, riportando
inoltre levento, con fini palesemente denigratori per la figura del Duce. Larticolo
venne anche letto da Radio Milano libera intorno alle ore 12.
Ed ecco il testo di questo primo racconto, talmente ridicolo in alcuni passaggi che
mettono in bocca a Mussolini frasi talmente improbabili a cui solo degli imbecilli
potrebbero credere:
LUnit luned 30 aprile 1945
<<Lesecuzione di Mussolini.
Abbiamo avuto lavventura di parlare con lesecutore della
condanna a
morte di Mussolini. Egli ci ha narrato seccamente, con
poche parole, la fine ingloriosa di un uomo che ha lasciato alla storia
ancora le sue parole vili, la sua paura ed il suo povero attaccamento alla
vita, a costo di qualsiasi vergogna.
Il comando della 52ma Brigata Luigi Clerici, conscio dellimportanza dei
prigionieri catturati, aveva diviso questi ultimi in tre gruppi. Mussolini era
stato sistemato con la Petacci in localit Giulino di Mezzegra
(Tremezzina), provincia di Como, in una casetta di contadini a mezza
costa, in una camera senza finestra, guardati da due partigiani.
Entrai con il mitra spianato. Mussolini era in piedi vicino al letto: indossava
un soprabito nocciola, il berretto della GNR senza fregio, gli stivaloni rotti
di dietro.
Lo sguardo era sperduto, gli occhi fuori dellorbita, il labbro inferiore
tremolanti: un uomo atterrito.
Le ultime parole che pronunci furono Che cosa c?.
Avevo progettato di eseguire la sentenza nei pressi della casa.
Per portarlo fin l in un luogo poco distante dovetti ricorrere a uno
stratagemma. Risposi: sono venuto a liberarti.
Davvero?
Presto, presto, bisogna fare presto!... C poco tempo da perdere
Dove si va?
Sei armato?, con il tono di offrirgli un arma.
Rispose : No, io non ho armi, con il tono di aver compreso la domanda.
Mussolini fece latto di uscire. Io lo fermai: Prima Lei.
La Petacci non riusciva a rendersi conto di che cosa avvenisse e si affrett
affannosamente a caricare i suoi oggetti personali.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

F presto sbrigati!... A questo punto Mussolini fece latto di uscire


perch non stava pi nella pelle. E in realt usc prima della Petacci.
Una volta allaperto Mussolini si trasfigur e, voltandosi verso di me, mi
disse: Ti offrir un Impero.
Eravamo ancora sulla soglia della camera. Invece di rispondere a lui dissi
alla Petacci: Avanti, avanti e la tirai per un braccio. La Petacci si
affianc a Mussolini .
Seguiti da me fecero la mulattiera che scende dalla mezza costa fino al
punto in cui era ferma la macchina.
Durante il tragitto Mussolini si volt una volta sola con lo sguardo
riconoscente.
A questo punto gli sussurrai: Ho liberato anche tuo figlio Vittorio.
Grazie di cuore. E Zerbino e Mezzasoma dove sono ? domand.
Risposi: Stiamo liberando anche loro. Ah! e non si volt pi.
Giunti alla macchina Mussolini sembrava convinto di essere un uomo
libero.
Feci il gesto di dare la precedenza alla Petacci, ma gli dissi: Vai tu l.
Sei pi coperto. Ma con quel berretto di fascista un po una grana.
Mussolini se lo tolse e, battendosi la mano sulla pelata disse:
E questa qui?.. Calcati molto la visiera sugli occhi allora
Si part. Giunti al posto precedentemente da me scelto (quella curva della
strada in una specie di piazzetta) feci fermare la macchina, facendo segno
a Mussolini con la mano di non parlare.
E sottovoce, accostandomi allo sportello gli sussurrai: Ho sentito del
rumore vado a vedere. Scesi e mi portai fino alla curva.
Poi tornai e dissi ancora: Svelti, mettetevi in quellangolo.
Mussolini, pur obbedendo celermente, non apparve pi sicuro, ma tuttavia
obbediente. Si mise con la schiena al muro, al posto indicato, con la
Petacci al fianco. Silenzio.
Improvviso, pronunciai la sentenza di condanna contro il criminale di
guerra:
Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libert sono
incaricato di rendere giustizia al popolo italiano.
Mussolini apparve annientato.
La Petacci gli butt le braccia sulle spalle e disse: Non deve morire.
Mettiti al tuo posto se non vuoi morire anche tu
La donna torn, con un salto, al suo posto.
Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini, che
si accasci sulle ginocchia con la testa leggermente reclinata sul petto.
Poi fu la volta della Petacci. Giustizia era fatta.>>.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Qui sotto lUnit del 30 aprile 1945

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

IL PERIODO INTERMEDIO PRIMA


DELLA SECONDA VERSIONE DELLA VULGATA
Prima di presentare stralci della seconda versione della vulgata che si inizi a
rendere nota dal novembre 45, circa sette mesi dopo la prima versione, dobbiamo
accennare a due situazioni che si palesarono nel frattempo, gi a cominciare dal mese
di maggio 1945: il Rapporto Angela Bianchi al CLN comasco e i servizi
giornalistici di Ferruccio Lanfranchi sul Corriere dInformazione.
Angela Bianchi, figlia di una sorella di quel Martin Bisa Caserotti alias Arturo o
comandante Roma, temuto capo partigiano nella Tremezzina, scrisse a maggio 1945,
circa una ventina di giorni dopo i fatti di Villa Belmonte, una relazione con elementi
fornitigli da suo zio, che invi al CLN di Como e cos firmata:
<<Relazione che la partigiana Angela Bianca, maestra a Griante ha steso in
collaborazione con il Rag. Fernando Luzi per il CLN di Como, dincarico dello zio
Martino Caserotti il quale fu testimone oculare dellesecuzione di Benito
Mussolini>> [1].
Questo documento (alcuni passi li riport Ferruccio Lanfranchi sul Corriere
dInformazione il 27 maggio 1945) nelle intenzioni dei redattori, avrebbe forse dovuto
costituire una pezza di appoggio per la storica versione appena accennata il 30
aprile precedente sullUnit in modo troppo approssimativo.
La relazione di Angela Bianchi, nonostante riportasse alcuni particolari poco credibili
(si sosteneva, per esempio, che il giustiziere di Mussolini venuto a Mezzegra era
niente meno che il figlio di Matteotti) e forse conteneva alcuni elementi sulla
modalit di quella esecuzione un poco pi credibili rispetto al riscontro autoptico,
come per esempio una esecuzione eseguita anche con un revolver che aveva colpito
per primo Mussolini a un fianco seguito quindi da un paio di sventagliate di mitra,
forse sparate da due persone diverse, che avevano ucciso il Duce e la Petacci.
Questo documento, che a quanto sembra neppure rimasto agli atti degli archivi
storici, venne invece scavalcato e smentito dalla versione del colonnello Valerio
sullUnit di novembre 1945 che assegnava a questo colonnello, ogni onere e onore
dellesecuzione e cadde quindi cos nel dimenticatoio.
Probabilmente il Caserotti ebbe o si prese, a ridosso degli avvenimenti, la briga di
puntellare in loco la prima scarna versione apparsa sullUnit del 30 aprile 1945, e
quindi chiese alla nipote di riportare alcuni particolari che si volevano attestare al
CLN di zona (la passeggiata dei prigionieri al Lavatoio, la fucilazione al cancello, ecc.,
sempre sul canovaccio delle brevi informazioni date dallUnit il 30 aprile, voci che
circolavano nel comasco e infilandoci anche un suo ruolo pur senza nominarsi).
I contenuti di questa relazione per non furono avallati dai dirigenti comunisti (e a
quanto pare neppure da Aldo Lampredi nella sua Relazione riservata al partito del
1972). Vediamo comunque alcuni stralci della relazione della Bianchi:
<<Alle 15,30 circa del 28 aprile arriv un signore alto in abito borghese e soprabito
chiaro. Raggiunta la persona di Mussolini lo sconosciuto disse ad alta voce: Siamo
venuti a liberarti... Imboccarono la viuzza del Riale e poi la via Mainoni
dIntignano... [2]
In testa al corteo procedeva un patriota armato di mitra... dietro venivano la
Petacci e lo sconosciuto in borghese armato di revolver... (dovrebbe essere Valerio,
ma si resta perplessi per via del fatto che Audisio non era proprio in borghese,
N.d.A.).>>.
La Bianchi aggiunse poi che Mussolini indossava un pastrano grigio e aveva in testa
un casco da lavoratore. Lui e la Petacci portavano stivaloni da cavallerizzo
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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

(equitazione) e questultima osservazione (atipica per la Petacci e, guarda caso,


fornita per Mussolini senza il particolare dello stivale aperto come invece avrebbe
dovuto essere se fosse stato il Duce in persona e veritieri i resoconti di Audisio) la
ritroveremo nel rapporto dellagente americano Lada-Mocarski. Si fa intendere poi
che nel corteo cera anche il capitano "Neri", forse lo si suppone in un partigiano di
scorta con la divisa color cachi, armato di "parabellum", quindi:
<<A met della via Mainoni d'Intignano, si vede chiaro che Mussolini aveva uno
sbandamento, ma si riebbe tosto. Sul ponte di via Ventiquattro Maggio attendeva
un' auto nera, targata Roma. Il luogo era appartato e pareva prestarsi per la
bisogna. Ma la presenza di alcune persone indusse la comitiva a proseguire. Ai
curiosi tuttavia non sfugg la disperazione con la quale la Petacci abbracci
Mussolini, durante la breve sosta.
Tutti salirono in macchina. Questa si fermo' davanti al cancello della villa Belmonte,
al numero 14 della via Ventiquattro Maggio.
Qui la strada fa gomito e nasconde una cappelletta dedicata alla Vergine del
Rosario... Erano le 16,20.
Si vuole che la Petacci dicesse al suo amante: "Sei contento che ti ho seguito fino in
fondo?"
... Il comandante letta la condanna, fece spostare di qualche metro Mussolini che
quasi subito ricevette due colpi di pistola al lato sinistro e una scarica di mitra
cadde in ginocchio addossandosi al muro. La Petacci ebbe la seconda scarica,
sollev le braccia in atto disperato, strinse i pugni e si abbatte riversa ai piedi
dellamante ... Un capo dei partigiani sopraggiunto gli assest il colpo di grazia (a
Mussolini, n.d.r.)>>.
Questa versione, di cui sembra furono anche stampate in zona alcune copie, come
detto, venne poi ripudiata dal PCI che prefer tramandare la storica versione di
Audisio. Dobbiamo per sempre considerare che fu proprio nei giorni, seguenti il 28
aprile 1945, che partendo dalla versione anonima dellUnit del 30 aprile, con questa
Relazione al Cln di Como e con i primi servizi giornalistici di maggio 45 di
Ferruccio Lanfranchi (in parte basati proprio su la Relazione al CLN comasco)
venne elaborato e diffuso un primo abbozzo di versione che poi, da novembre dello
stesso anno, ancora lUnit la cambi e imbast tutto attorno alla figura del colonnello
Valerio eliminando, tra laltro, il capitano Neri alias Luigi Canali.
La relazione di Angela Bianchi, tutto sommato aveva, come accennato, invece il
particolare di indicare due sparatori contro Mussolini, di cui uno con pistola che lo
aveva colpito al fianco sinistro, e sebbene il Duce, semmai, era stato colpito al fianco
destro da un colpo che usc dal gluteo, aveva elementi balistici pi in linea rispetto
agli esiti della necroscopia del 30 aprile 45 di Cattabeni.
Inoltre, molti particolari, come per esempio il fatto che il presunto Mussolini mentre
veniva tradotto, assieme alla presunta Petacci, a piedi alla macchina che lo attendeva
sulla piazza con il Lavatoio, aveva avuto un momentaneo mancamento e cose di
questo genere, erano tutti particolari che erano anche stati osservati da qualche
occasionale astante che si trovava in quei luoghi.
A quel tempo nel comasco girava anche la voce che colui che aveva sparato a
Mussolini era stato Michele Moretti.
Insomma uno zibaldone di verit, menzogne e mezze verit tutte finalizzate per una
nascente vulgata e adeguate a quelli che oggi possiamo definire un corteo di due
finti Mussolini e Petacci ed una altrettanto finta fucilazione al cancello di Villa
Belmento, avvenimenti ai quali contribuirono in massima parte proprio gli uomini di
Martino Caserotti.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Le inchieste di Ferruccio Lanfranchi


Il capo redattore del Corriere dInformazione
Ferruccio Lanfranchi aveva iniziato, dal Maggio del
1945, una inchiesta giornalistica, poi ripresa e
meglio precisatasi in un servizio di 11 puntate dal 20
ottobre al 2 novembre successivi.
Nei suoi articoli di maggio il Lanfranchi, scrisse che
si rifaceva anche alla relazione di Angela Bianchi e dicesi, ma non lo scrisse, ad un
fantomatico rapporto dattilografato, su dettatura di Audisio e Lampredi, il 29
aprile 1945 da una certa Francesca De Tomasi, procugina di Audisio e dattilografa al
CVL che lo aveva o era stata dal Lanfranchi contattata.
Comunque sia il Lanfranchi aveva anche fatto, tra i primi, il nome di un certo
Colonnello Valerio, ma nei suoi primi servizi di maggio aveva anche riportato tutta
una serie di imprecisioni, qualche assurdit e molti aneddoti fantasiosi, come il fatto
che lui, Valerio, si era recato a casa De Maria con un camioncino, che laccesso in
casa avveniva tramite una scala di legno, che qui Valerio aveva approcciato i
carcerieri con una parola dordine, poi che fece sedere Mussolini e la Petacci su una
panca di pietra, che gli stessi furono portati a piedi fino al luogo dellesecuzione e
anche il fatto di aver poi trascinato a mano i cadaveri e altre assurdit del genere.
Abbondano poi frasi ridicole, come ad esempio che non appena Mussolini si vede
arrivare in stanza Audisio, gli direbbe: che cosa sei venuto a fare?, la cui risposta fu:
taci sono un amico sono venuto a liberarti... Mi sono travestito da partigiano.
E ancora: alla Petacci che si attardava a trovare le sue mutandine lAudisio
sprezzantemente (e in contraddizione con la sua recita di liberatore) direbbe:Non ti
curare tanto non sei mai stata vestita completamente, tutte insolenze che non
sembrano proprio espresse da un amico venuto a liberarli.
Sempre in tema di frasi ridicole, ancora ad ottobre, i servizi del Lanfranchi
riportavano varie storielle che avevano gi circolato sulla stampa (una stampa
superficiale e zeppa di luoghi comuni e propaganda) nei giorni immediatamente
successivi alla morte di Mussolini. Si diceva, per esempio, che il Duce, svegliatosi sul
tardi quella mattina del 28 aprile ed udite in lontananza varie voci e grida chiese, ai
suoi due carcerieri (Lino e Sandrino) se erano arrivati gli americani ed alla conferma
che gli venne data, pare che si rabbui alquanto e non disse pi niente.
Si sostiene anche che il Lanfranchi era stato contattato dalla Giuseppina Tuissi
Gianna, in quei giorni disperata per la scomparsa del suo amante, il capitano Neri
Luigi Canali, ma di cosa gli avr potuto dire la Gianna, prima di essere ammazzata il
23 giugno successivo, non si sa, ma certamente non molto, almeno a voler
considerare quello che poi il Lanfranchi riport nella sua inchiesta.
Comunque, tra la Relazione di Angela Bianchi, la raccolta di interviste sul posto,
confidenze varie e il fantomatico rapporto dattilografato dalla De Tomasi, che per
non venne mostrato, non si pu individuare con esattezza da dove veniva tutto questo
miscuglio di scarse mezze verit e di abbondanti scempiaggini.
Nei servizi di maggio e poi anche in quelli pi esaustivi pubblicati ad ottobre 45 dal
Lanfranchi, si dava presente allimpresa anche il Luigi Canali il Capitano Neri.
Venne anche riportata una testimonianza di Sandrino Guglielmo Cantoni, uno dei
due guardiani di Mussolini in casa dei De Maria, il quale faceva capire che aveva
sparato su Mussolini anche Michele Moretti [3].
In pratica, erano le voci che giravano a quel tempo nel comasco.

95

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Comunque sia, in qualche modo, i fatti, i luoghi, le modalit e gli orari di quella che
poi sar definita la storica versione, quelli che veramente importavano, erano
indirettamente confermati e rafforzati da queste ricostruzioni, sia pure assurde, non
di partito e non ufficiali.
Di fatto il Lanfranchi ebbe una non indifferente parte nellavvalorare, da non
comunista, sia pure con molte difformit, la vulgata e a questo proposito
pertinente losservazione fatta dal ricercatore storico Alessandro Zanella che defin le
inchieste del Lanfranchi una ulteriore mistificazione per avvalorare la
vulgata, ma allo stesso tempo un inizio di revisionismo.
Non indifferente rilevare che il Lanfranchi, dopo aver intrapreso le prime inchieste
sulla morte del Duce ed aver fatto, volente o nolente, il gioco di quanti volevano
introdurre elementi e particolari artefatti per avvalorare indirettamente un quadro
dinsieme verosimile, ma anche di aver evidenziato molti elementi dubitativi e forse
in possesso di qualche rivelazione della Gianna Giuseppina Tuissi, abbandon
stranamente tutta linchiesta che pur si preannunciava ricca di sviluppi, tanto che il
Franco Bandini scrisse in seguito che forse il giornalista aveva lasciato perdere
per amicizie e comune appartenenza verso qualche ideologia piuttosto
segreta (come non pensare alla massoneria?).

Francesca De Tomasi e il fantomatico Rapporto al CVL


Tornando alla Francesca De Tomasi
(qui a lato, indicata dalla freccia, vicino a
Longo) pro cugina di Walter Audisio, ex
impiegata alla Borletti di Milano, vecchio
covo dei GAP, poi dattilografa al CVL
presso il Comando generale di Milano e ben
conosciuta da Longo, si disse che forse pass
al Lanfranchi la copia di un rapporto del
29 aprile 45, quindi a poche ore dai fatti in
questione, dettatogli da Audisio con la
supervisione di Lampredi.
Ma rapporto a chi, se ufficialmente
non risulta agli atti del CVL?
Dobbiamo ritenere, se la storia del rapporto
raccontata dalla De Tomasi e dal Lanfranchi
veritiera, che forse trattasi di un rapporto che
poi venne utilizzato dallUnit per stilare la prima sintetica versione dei fatti
pubblicata dal giornale il 30 aprile 1945.
In sostanza la De Tomasi con le sue confidenze contribu a divulgare un primo
canovaccio della vulgata, limitando il ruolo avuto da Audisio e aggiungendo alla
dinamica di quella fucilazione un paio di colpi di pistola.
Cerchiamo allora di capirci qualcosa perch questa De Tomasi, rispunt poi fuori agli
inizi degli anni 60 ed ebbe un altro suo indiretto ruolo nella genesi della vulgata.
Intanto, guarda caso, dopo che il 30 aprile 1945, lUnit aveva pubblicato la sola
stringata testimonianza di un anonimo giustiziere di Mussolini, questa pro cugina
di Audisio, Francesca De Tomasi avvicin o venne avvicinata da Ferruccio Lanfranchi
a cui sembra diede particolari, se non una copia del rapporto fantasma, che dicesi
era stato da lei buttato gi dietro dettatura di Audisio e Lampredi il 29 aprile 1945.

96

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Ma ancor pi, agli inizi degli anni 60 la De Tomasi, rilasci al giornalista Franco
Serra una confidenza che questi pubblic sulla Settimana Incom Illustrata dellaprile
1962. Si riportava che la De Tomasi, nel trascrivere il rapporto di Audisio, ebbe la
netta impressione che Audisio e Lampredi lo stessero in qualche modo concordando
ed aggiustando, con il Lampredi nella parte del suggeritore, e questo, disse la donna:
<<non mi meravigli perch gi allora sapevo che Guido era militarmente e
politicamente molto pi importante di mio cugino>>.
Ed aggiunse che in certi momenti, mentre Audisio leggeva certi appunti che aveva
portato con s, si rivolgeva a Lampredi per lapprovazione di un particolare e questi
pareva divertito: <<Quando si venne al punto dellesecuzione di Mussolini - disse
ancora la De Tomasi - dalla loro conversazione mi sembr di capire che contro
Mussolini aveva sparato Lampredi con una rivoltella e non Audisio e che poi
Mussolini era stato raggiunto da una raffica di mitra.
Quando il lavoro fu concluso Lampredi si avvicin ad Audisio e battendogli una
mano sulle spalle gli disse: Da questo momento la parte delleroe la sopporti tu e
poi rivolto a me: Questa la versione che dovr essere rimandata alla storia, per
sempre. Chiaro?>>.
A nostro avviso tutte queste manfrine non furono casuali, spontanee, ma
furono forse un modo sottile, ufficioso e non impegnativo per il partito
comunista, di sondare la situazione e di far circolare, senza mai
confermarli direttamente, particolari che potessero rendere un poco pi
credibile la troppo inattendibile storica versione.
Era infatti da escludere che la De Tomasi avesse tradito Audisio e il
partito nel 1945 e poi ancora nel 1962 e quindi il suo operato nasconde
altri intenti.
Evidentemente cera un interesse del partito comunista italiano ad ingarbugliare le
acque, allo stesso tempo per rimarcando direttamente o indirettamente, ed forse
questo lo scopo che si voleva ottenere: il luogo, Villa Belmonte e lorario pomeridiano
di quella fucilazione.
A dar retta a questa fantomatica Relazione, che dicesi lAudisio dett il 29 aprile 1945
alla dattilografa del Comando, per il CVL o chiss per chi, dovremmo addirittura
elevare il numero totale delle relazioni di questo soggetto a quattro e questa, in
ordine di tempo, sarebbe la prima, anche se i servizi di Lanfranchi di maggio furono
successivi a quello dellnit del 30 aprile 1945.
Il fatto che si sia tanto parlato di questo rapporto di prima mano al Comando
generale, che il Lanfranchi disse di averne avuto copia e ne riport stralci, ma che al
Comando non risulta e nessuno ne abbia poi effettivamente mostrato loriginale, un
altra di quelle folli incongruenze di questa vicenda.
Ma quello che occorre chiedersi questo: sia che questo rapporto fosse per il
Comando Cvl o per il partito comunista o per lUnit, perch conteneva particolari
difformi dalla vulgata e altri assurdi?
Se veramente verso le 16 del 28 aprile si erano prelevati da quella casa di Bonzanigo
Mussolini e la Petacci e si erano portati al cancello di Villa Belmonte e ivi fucilati
perch ingarbugliare cos la semplice cronaca di quegli avvenimenti?
Tutto al pi, per esigenze politiche e agiografiche, sarebbe bastato aggiungere solo
qualche frase denigratoria per Mussolini, non ingarbugliare cos le acque.
Anche questa una prova indiretta che quella vicenda and in tuttaltro modo.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Seconda versione a nome colonnello Valerio,


lUnit (19 puntata) Dicembre 45

A partire dal 18 novembre 1945 lUnit intese scendere in campo direttamente,


riportando in 24 articoli una dettagliata relazione firmata Colonnello Valeriosenza per
renderne note le generalit, ufficializzando, in tal modo, solo questo nome di battaglia.
Il capitano Neri venne definitivamente escluso dagli avvenimenti di Bonzanigo e Giulino di
Mezzegra e al contempo altri particolari gi resi noti dal Lanfranchi, di fatto, vennero o
smentiti o corretti.
Nellintrodurre questa relazione, Luigi Longo, dando una certa ufficialit ed autorevolezza
agli articoli, ma indicando al contempo che trattasi di loro racconti, scriveva:

<<In queste pagine parlano i testimoni oculari e gli esecutori materiali della cattura
e della fucilazione di Mussolini e i suoi accoliti, parlano i patrioti che ricevettero dal
C.V.L. le missioni ufficiali che condussero a buon termine e di cui si riferisce.
Perci non racconti romanzati, non mistificazioni, ma la nuda e pura realt narrata
da chi la visse e in gran parte la cre. Questo posso affermare per la parte avuta nel
comando generale delle brigate dassalto Garibaldi e del CVL e per la conoscenza
che ho dei fatti>>.
Quei servizi dellUnit iniziarono il 18 novembre 1945 e gi nella prima puntata vi
erano elementi che facevano scalpore. Leggiamo lintroduzione:
<<Eravamo in quattro: Mussolini, la Petacci, Guido ed io. Quando i
primi due si sono abbattuti cadaveri sullerba umida, restammo soli,
Guido ed io. Nessun altro assisteva alla scena. Bill stava cento metri
distante, oltre la svolta superiore della strada, Lautista che ci aveva
guidato fin l, stava cento metri pi gi, oltre la svolta verso la
discesa>> [4]
Ed ecco ora il testo delle puntate di dicembre 1945:
<<. Alle 15,10 Valerio parte in automobile verso la casa di
Bonzanigo dove si trovano Mussolini e la Petacci. Lo accompagnano
Guido ed il vice commissario della 52a Brigata Garibaldi, Bill, che il
comandante Pedro aveva messo a sua disposizione (una presenza,
questa di Bill alias Urbano Lazzaro, del tutto inventata, N.d.A.).
Il tempo era sempre minaccioso, ma non pioveva.
La strada vicinale per la quale lautomobile si inerpicava a fatica era stretta
e deserta. Una curva, un cancello su un frutteto, sullo sfondo una casa
palesemente deserta: questo il posto. La localit, a circa un chilometro
da Bonzanigo, si chiama Giulino di Mezzegra
La casetta era a mezza costa guardata allesterno da due partigiani.
Lautomobile non pu arrivare fin lass (indicazione errata, sarebbe giusta
se si fosse giunti dallo slargo erboso di via del Reale per cui per accedere
alla casa bisogna salire, N.d.A.).
Valerio scende ed entra, solo nella stanza con il mitra spianato (tutte le
altre testimonianze diranno che non entr solo, N.d.A.).
La Petacci era a letto; Mussolini in piedi, vicino al letto, indossava un
soprabito color nocciola, il berretto della G.N.R. senza fregi, gli stivaloni
neri di cui uno, il destro, era sdrucito di dietro

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

La Petacci non riusciva a rendersi conto di quel che stava accadendo.


Ma ai miei sguardi sollecitatori si affrett a cercare i suoi oggetti personali,
attardandosi a cercare le mutandine che non riusciva a scovare.
Fa presto, sbrigati.
E lei: Ma non trovo le mutandine!. Tira via, non pensarci ... .
Appena allaperto lex Duce si trasfigur e, voltandosi a me, disse con
riconquistato tono di primo maresciallo: Ti offro un impero!.
La Petacci si affianc a Mussolini.
I due erano seguiti da me e da Guido; Bill ci precedeva tutti.
Ci avviammo per la mulattiera che scende dalla mezza costa fino al punto
in cui era ferma lautomobile. Claretta saltellava incerta per la via scoscesa
impacciata dai tacchi alti delle scarpette di cuoio nero. Il Duce, pi Duce
che mai camminava spedito, sicuro
Arriviamo cosi alla decisiva puntata, la 20 , pubblicata l11 dicembre 1945:
<<Come giustiziai Mussolini
Giunti al posto da me precedentemente scelto (curva della strada a destra
e rientro del marciapiede a sinistra, in modo che si formava una specie di
piazzetta) feci fermare la macchina, facendo segno a Mussolini di non
parlare, e sottovoce, accostandomi allo sportello gli sussurrai: ho sentito
del rumore, vado a vedere.
Scesi dall parafango e mi portai fino alla curva. Poi tornai e dissi ancora
sottovoci: Svelti mettetevi in quellangolo.
Mussolini pur obbedendo celermente, non appariva pi tanto sicuro (seppi
poi che il compagno Guido, quando avevo fermato la macchina, mi aveva
bruciato lultima cartuccia dicendogli che la cuccagna era finita); era
ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava pesantemente,
strascicando un p la gamba destra che ondeggiava per aria. Era di nuovo
visibile la sdrucitura allo stivale...
...Mussolini si mise obbediente con la schiena al muro, al posto indicato,
con la Petacci al fianco destro.
Improvvisamente pronuncio la sentenza di condanna contro il criminale di
guerra:
Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libert sono
incaricato di rendere giustizia al popolo italiano.
Mussolini appare annientato, non dice altro che:
Ma signor colonnello...
La Petacci gli butta le " sulle spalle e dice:
'Mussolini non deve morire'. ''Mettiti al tuo posto se non vuoi morire anche
tu, dico.
La donna torna con un salto al suo posto, palesando con lo sguardo che
bene aveva compreso il significato di quell' 'anche'.
Avevo per precauzione provato il mio mitra pochi minuti prima, sicch
con tutta la tranquillit mi misi a tre passi di distanza in posizione di sparo.
Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono.
Il mitra era inceppato. Manovro l'otturatore, ritento il tiro, ma l'arma del
'regime' decisamente non voleva sparare.
Cedo allora il mitra al compagno Guido, estraggo la pistola, punto per il

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

tiro ma, sembra una fatalit, la pistola non spara. Mussolini non sembra
essersene accorto. Non si accorge ormai pi di niente.
Passo la pistola a Guido, impugno il mitra per la canna, pronto a
servirmene come di una clava e chiamo a gran voce Bill che mi porti il suo
MAS.
Il vice commissario della 52, scende di corsa e di corsa risale, dopo che
abbiamo scambiato i mitra, a una decina di passi da Mussolini, che non
avevo perduto di vista un istante e che tremava sempre.
Erano intanto trascorsi alcuni minuti, che qualunque condannato a morte
avrebbe sfruttato per tentare anche una fuga disperata o comunque una
reazione di lotta.
Invece colui che doveva vivere come un 'leone' era un povero cencio
tremolante e disfatto, incapace di muoversi.
Nel breve spazio di tempo che Bill aveva impiegato a portarmi il suo mitra,
mi ero trovato veramente solo con Mussolini. Come avevo sognato.
C'era Guido, ma era freddo e distante, quasi non fosse un uomo ma un
testimonio impassibile; c'era la Petacci, al fianco di 'lui' che quasi lo
toccava col gomito, ma non contava. C'eravamo lui ed io, lui che doveva
morire e io che dovevo ucciderlo.
Quando mi fui di nuovo piantato davanti a lui con il MAS in mano, scaricai
cinque colpi al cuore del criminale di guerra Nro 2 che si afflosci sulle
ginocchia, appoggiato al muro, con la testa leggermente reclinata sul
petto. Non era morto.
Tirai ancora una sventagliata rabbiosa di quattro colpi.
La Petacci che gli stava al fianco impietrita e che nel frattempo aveva
perso ogni nozione di s, cadde anche lei di quarto a terra, rigida come un
legno, e rimase stecchita sull'erba umida (larma che serv a giustiziare
Mussolini portava i seguenti cotrassegni: cal. 7,65 L. Mas. M.lo 1938
F20830 ed aveva un nastrino rosso legato alla sommit della canna).
Restai per un paio di minuti accanto ai due giustiziati, per constatare che il
loro trapasso fosse definitivo. Mussolini respirava ancora e gli diressi un
sesto colpo dritto al cuore (se nella prima versione ha sparato 5 secchi
colpi, ora questi diventano 5 + 4 + 1 di grazia, N.d.A.).
L'autopsia constat pi tardi che l'ultima pallottola gli aveva reciso netto
l'aorta.
Erano le 16,10 del 28 aprile 1945>>.

Qui a lato Bill, ovvero Urbano Lazzaro, Al tempo 21 enne,


morir anziano nel gennaio del 2006.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Terza Versione a firma Walter Audisio, Marzo 1947.

Versione definitiva (Terza bis) dal libro di Audisio


In nome del popolo italiano, Ed. Teti 1975.

Terza versione
Premessa: in pochi giorni, nel marzo del 1947, si ebbero una serie di colpi di
scena: ai primi di marzo, nella sede romana dellUnit, il ragionier Walter Audisio
di Alessandria, dirigente del PCI dichiar, in una mai ben appurata intervista (di cui
si venne a sapere solo alcuni anni dopo perch, pare per motivi politici, quella
intervista non venne trasmessa) al giornalista John Pasetti corrispondente da Roma
di Radio Losanna: <<Si, io, il ragionier Walter Audisio, sono il colonnello Valerio.
Sono io che ho fucilato personalmente Mussolini>>.
Dal 6 al 16 marzo, quindi, sotto il titolo Il mistero di Dongo crollato. Il colonnello
Valerio Walter Audisio, il quotidiano romano Il Tempo pubblic un servizio in
otto puntate del giornalista Alberto Rossi.
Il 22 marzo 1947 con un comunicato, la segreteria del PCI conferm che Valerio e
Audisio erano la stessa persona chiedendo per lui la pi alta onorificenza militare.
Il giorno dopo, 23 marzo, lUnit di Roma pubblic la biografia di Walter Audisio con
il titolo: Colui che fece giustizia per tutti. Luomo Valerio.
Lo stesso Audisio poi inizi, dal 25 marzo, una serie di sei articoli, da lui firmati, sotto
forma di memoriale dal titolo Il colonnello Valerio racconta Missione a Dongo.
Era questa praticamente la terza versione di quellimpresa.
Ed ancora, a completare il quadro, nella speranza poi risultata vana di aver messo
fine a tutte le illazioni e le dicerie fino ad allora sorte sui fatti di Dongo e luccisione
del Duce, il 30 marzo 47 domenica Audisio, presentato da Pietro Secchia, fu fatto
apparire pubblicamente ad un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma. Si present
con basco nero ed impermeabile chiaro (chiss, forse voleva adeguarsi ai resoconti
che parlavano spesso delluccisore del Duce come un uomo con impermeabile
chiaro,) e qualche foglietto di appunti. In seguito si aggiunsero poi le fotografie di rito
con tanto di divisa partigiana nuova fiammante e fazzoletto al collo, che consentirono
allUnit di tramandare lagiografia di questo giustiziere del popolo.
Con questa terza versione lUnit, con le relazioni firmate direttamente da Walter
Audisio e a quasi due anni dagli eventi e dai tanti dubbi sollevati, apport ancora una
volta, rispetto ai testi precedenti, alcune correzioni ed aggiustamenti.
Accenniamo qui solo ad un riassunto di questa terza versione, in quanto pi avanti
riporteremo la relativa parte del libro di Audisio che sostanzialmente la ricalca.
Tanto per cominciare anche in questa terza versione del 1947, continuano le
indicazioni imprecise di casa De Maria, quindi Audisio precisa che il trucco della
liberazione, propinato a Mussolini, <<rientr nellorganizzazione della missione
cos era pi facile portarlo via>> e rendendosi conto della esagerazione e del ridicolo
costituito dalla frase Ti offrir un impero, a suo tempo, messa in bocca a Mussolini,
non potendo rimangiarsela e per renderla credibile rincara la dose asserendo,,
excusatio non petita: <<eppure lha detta, con decisione anzi, con il suo ben noto
piglio volitivo delluomo che non manca alle promesse>> (cosa potesse ancora
promettere Mussolini, ridotto in quelle condizioni, solo Audisio lo sa!).

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Il tutto viene anche arricchito da una filippica di Valerio sulluomo del balcone.
Inoltre, senza accorgersi di strafare, vi introduce un altro aneddoto, che
precedentemente gi aveva accennato, atto a squalificare il Duce: si dice infatti che al
momento di rendersi conto di venir fucilato, Mussolini balbettando avrebbe
profferito un <<Ma Masignor colonnello>>, frase questa escogitata dallestensore
dellarticolo senza troppo riflettere in quanto non si capisce come Mussolini possa
sapere che Valerio era un colonnello (dalle presunte stellette sulla giacca? ma della
RSI o di che altre formazioni?), visto che, a quanto sembra, costui gli si era presentato
solo come un liberatore, presupposto amico.
Ma ancor pi con una disinvolta e sfacciata correzione, viene tolto il vice al
commissario della 52a, Brigata Garibaldi (che, quale vice, era Bill il Lazzaro), che in
tal modo diverr invece il commissario ovvero Pietro Gatti alias Michele Moretti e
tale da ora in poi rester sempre presente allevento storico e nella versione ufficiale.
Senza i due partigiani di guardia, tutti gli altri con il Duce, si avviano verso la
macchina.
<<Sullauto, (racconta Audisio) lo feci sedere a destra, la Petacci si mise a sinistra.
Io presi posto sul parafango in faccia a lui. Non volevo perderlo di vista un solo
istante. La macchina inizi la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo
prescelto e non appena arrivammo presso il cancello ordinai lalt>>.
<<Mandai il commissario della Brigata e lautista (Moretti e il Geninazza) nelle due
direzioni, di guardia, a circa cento metri di distanza>>.
(con tale distanza ed anche ammesso che Valerio voglia intendere lintera distanza tra
i due, dobbiamo ritenere che costoro videro ed ascoltarono ben poco, N.d.A.).
Con Valerio resterebbe Guido, definito per freddo e distante ed i due prigionieri
sarebbero stati posti tra il pilastro ed il cancello, e quindi:
<< Improvvisamente cominciai a leggere il testo della condanna a morte del
criminale di guerra Mussolini Benito:
Per ordine del Comando Generale del Corpo volontari della Libert sono incaricato
di rendere giustizia al popolo italiano>>.
Ci sarebbe da ridere se tutta la faccenda non fosse tragica: a parte il fatto che quelle
poche parole non erano certo il testo di una sentenza, difficile pensare che il
giustiziere abbia avuto la necessit di doversi scrivere una frase di appena 18 parole.
Arriviamo quindi al momento delle esecuzioni.
E evidente che limplicito assassinio della Petacci, di cui nessuno aveva emesso una
sentenza di morte, deducibile dalla prima versione (Poi fu la volta della Petacci),
pesava enormemente verso lopinione pubblica tanto che, gi nella seconda versione,
luccisione venne invece descritta come praticamente inevitabile, visto che la donna
stava al fianco di Mussolini impietrita e nonostante linvito a scansarsi ed il salto,
aveva nel frattempo perso ogni nozione di s.
Adesso in questa terza versione viene ancor pi precisata come un incidente.
Infatti, la donna figura quasi gettatasi essa stessa nel raggio dei colpi:
<<La Petacci, fuori di s, stordita , si mosse confusamente, fu colpita e cadde di
quarto a terra>>.
Particolare non secondario, adesso non si parla pi dellerba umida davanti al
cancello: ci si era accorti che in quel punto lerba non cera e non cera mai stata?!

102

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Versione Terza bis, definitiva


W. Audisio: In nome del popolo italiano
Infine, ventotto anni dopo, nel 1975, per le edizioni
Teti di Milano, usc postumo e finito di essere curato
dalla moglie Ernestina Ceriani, il libro di Walter Audisio
alias colonnello Valerio, nel frattempo deceduto, In
nome del popolo italiano ovviamente ben ponderato e
valutato visto che, oramai dopo tutti quegli anni, tra
dubbi e polemiche, si erano potuti studiare meglio tutti i
luoghi e le incongruenze di quegli avvenimenti.
Audisio, oltretutto, vantava di avere interi quaderni di
appunti e quindi non avrebbero dovuto esserci errori o
contestazioni e, per quel che si capisce, ben si diede da fare per cercare di concordare,
in particolare con Lampredi, una versione comune o almeno non contraddittoria ed
ovviamente sostanzialmente simile a quella del 1947.
Di certo non ci riusc.
Precedentemente, nel 1972 al PCI era stata messa agli atti la Relazione riservata di
Aldo Lampredi (al tempo se ne trov indirettamente traccia e solo in parte in qualche
rievocazione) e quindi i curatori del libro, uscito nel 1975 e che certamente dovevano
esserne al corrente, avranno cercato di non divergere troppo da quella Relazione, ma
nonostante questo le divergenze anche con quella Relazione rimasero.

Terza versione bis


Il libro, che nella sua infantile prosa tutto teso a denigrare la figura di
Mussolini ricalca, con alcune difformit, la terza versione del 1947. Ecco uno stralcio
dalledizione del 1975:
<<Partimmo dunque in macchina da Dongo alle 15,10 precise. Con
lautista eravamo in quattro a bordo (Geninazza, Audisio, Lampredi e
Moretti, n.d.r.) [..]
Il tempo era minaccioso, ma non pioveva. Lasciata la strada del
lungolago, dopo Mezzegra, la strada vicinale per la quale la macchina si
inerpicava a fatica, stretta e deserta, ci conduceva a Bonzanigo. Lungo
questo percorso scelsi il luogo dellesecuzione: una curva un cancello
chiuso un frutteto, la casa sul fondo palesemente deserta.
La localit, a circa un chilometro da Bonzanigo, si chiamava Giulino di
Mezzegra.
Ma questo particolare lo appresi da Pietro dopo eseguita la sentenza,
perch in quel momento quella scelta lavevo compiuta mentalmente,
senza farne parola a Guido, n agli altri due. Poco pi avanti feci fermare
la macchina e, sceso a terra, tolsi la sicura al mitra facendo partire un
colpo per provare larma. Funzionava.
Andammo avanti a piedi, prima Pietro seguito da me e da Guido;
allautista avevo dato ordine di non muoversi fino al nostro ritorno.

103

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Durante la breve camminata mi voltai e dissi a Guido: Sai cosa mi


venuto in mente? Gli dir che siamo venuti a liberarlo.
Non un
imbecille, osserv Guido, come vuoi che se la beva ?. Vedrai che berr,
insistei. [..]
La casetta dei contadini De Maria era a mezza costa, incastonata nella
montagna.
I due partigiani di guardia (Lino e Sandrino, ndr.) erano in piedi sul
pianerottolo presso la porta in cima alla scaletta tagliata nel sasso vivo.
Il commissario Pietro parl brevemente ai due partigiani e poi rivolt a me,
esclam: vieni avanti.
Uno degli uomini di guardia tir il paletto, la porta si apr ed io entrai nella
stanza, solo fermandomi appena al di l della soglia. Tutti gli altri erano
silenziosi e fermi sul pianerottolo. Mussolini era in piedi nella stanza alla
destra del letto (guardando) in divisa e con un soprabito color nocciola.
La Petacci era a letto, sotto le coperte vestita. Lui mi guard spaurito e
bisbigli: che c? Io lo guardavo diritto in faccia: il suo labbro inferiore
tremava. [..]
Adesso eravamo invece a tu per tu. Credevo fosse quella per lui
unoccasione preziosa per dimostrare a un nemico dessere un uomo.
[..]
...No: quelluomo tremava di paura.
Stando fermo presso la porta esclamai: Sono venuto a liberarti e
continuai a guardarlo. Alle mie parole lespressione del suo viso cambi:
Davvero? bofonchi subito.
Presto occorre far presto, non c tempo da perdere aggiunsi. Intanto egli
riprendeva la sua baldanza. [..]
... Dove si va? chiese gi sicuro del fatto suo. Invece di rispondergli gli
chiesi: Sei armato? No, non ho armi rispose. E adesso allimprovviso
non cera pi n terrore n spavalderia in lui, ma era sopraggiunta la
fretta. [..] ...
Andiamo disse. Aveva dimenticato completamente la donna nel letto e
glielo rammentai io.
Prima lei, la donna dissi e rivolgendomi alla Petacci, la sollecitai con lo
sguardo. Essa non riusciva a rendersi esatto conto di quello che stesse
accadendo [..]
... si affrett affannosamente a radunare i suoi oggetti personali.
A questo punto, Mussolini fece di nuovo latto di uscire e io lasciai che mi
passasse avanti prima della Petacci. In quellistante trasfigurato in volto ,
volgendo la testa verso di me, disse, con il riconquistato tono di primo
maresciallo: Ti offro un impero!.
So che molta gente non ha creduto che quella frase sia stata veramente
pronunciata: ed realmente incredibile in apparenza. Eppure lha detta
con decisione, anzi con il ben noto piglio volitivo delluomo che non
sarebbe mancato alla promessa. Bisogna tener conto che, per lui, io ero il
liberatore e quindi uno dei suoi fanatici o prezzolati che fossero. [..]
... Era lo stesso uomo quello di Bonzanigo che offriva un impero a me e
quello delle storiche promesse dal balcone di palazzo Venezia.
Eravamo ancora sulla soglia di casa, invece di rispondere a lui, sollecitai
la Petacci: Avanti, avanti! mormorai e La Petacci si affianc cos a
Mussolini.
104

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

I due erano seguiti da me e da Guido, Pietro ci precedeva tutti.


Ci avviammo per la mulattiera che scendeva dalla mezza costa fino al
punto in cui era rimasta ferma la nostra 1100 nera.
La Petacci saltellava incerta per la via scoscesa, impacciata dai tacchi alti
delle scarpette di camoscio nero.
Lui, pi Duce che mai, camminava spedito, sicuro, con unaria tra il
soldato che marcia e luomo che ha fretta. [..]
... Giunti alla macchina Mussolini sembrava convinto di essere un uomo
libero. Fece il gesto di dare la precedenza alla Petacci, ma io gli dissi: Vai
tu, l, sei pi coperto, ma quel berretto da fascista un p una grana,
levatelo.
E se lo tolse infatti, ma poi si pass una mano sulla testa pelata. E
questa? domand.
Allora rimettiti il berretto e calcati molto la visiera sugli occhi. [..]
Si part. Sul sedile posteriore dellauto stavano seduti Mussolini e la
Petacci; davanti lautista e Guido. Pietro si era messo in piedi sul
predellino dalla parte della donna. Io mi ero seduto sul parafango
posteriore di destra, con le spalle alla strada ed il viso rivolto verso
Mussolini. Cos non lo perdevo di vista un solo istante.
La macchina inizi la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo
prescelto e, non appena arrivammo presso il cancello, ordinai l'alt,
facendo segno a Mussolini di non parlare. E, sottovoce, accostandomi
allo sportello, gli sussurrai:
"Ho sentito dei rumori sospetti, vado a vedere.
E mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno
venisse verso di noi. Quando tornai sui miei passi, la faccia di Mussolini
era cambiata: portava i segni della paura. Guido mi rifer di avergli gi
detto che "la cuccagna era finita".
Ero certo, tuttavia, guardandolo attentamente, che per Mussolini si
trattasse ancora di un sospetto.
Mandai il commissario Pietro e l'autista nelle due direzioni della strada, di
guardia a circa 50-60 metri di distanza l'uno dall'altro.
Poi feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro
e il pilastro del cancello.
Obbed docile come un agnello. Non credeva ancora di dover morire, non
si rendeva conto della realt. Gli uomini come lui temono sempre la realt.
Preferiscono ignorarla, a loro basta fino all'ultimo un inganno per s stessi.
Adesso era ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava
pesantemente, strascinandosi un po' la gamba destra.
Era visibile la sdrucitura di uno stivale.
Poi la Petacci scese anch'essa dalla macchina e si port di sua iniziativa,
svelta al fianco di lui che, ubbidiente, raggiunse il punto indicato con la
schiena volta al muretto. Fu un attimo: improvvisamente cominciai a
leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra
Mussolini Benito:
"Per ordine del comando generale del Corpo volontari della libert sono
incaricato di rendere giustizia al popolo italiano".

105

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava,
esterrefatto, con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui.
La Petacci gli butt le braccia sulle spalle. E io: "Togliti di l se non vuoi
morire anche tu".
La donna cap subito il significato di quell' anche e si stacc dal
condannato.
Quanto a lui, non disse una sola parola umana: non il nome di un figlio,
non quello della madre, della moglie, non un grido, nulla. Tremava, livido
di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione:
"Ma, ma, ma... signor colonnello... ma, ma, ma... signor colonnello!"
Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua
e di l, palesando con lo sguardo uno smarrimento infinito, disse una sola
parola. No, si raccomandava, nel modo pi vile, per quel suo grosso corpo
tremante; solo a quello pensava, a quel grosso corpo che aveva
appoggiato al muretto.
Ho detto che, per precauzione, avevo provato il mio mitra pochi minuti
prima di entrare nella casa dei De Maria; ebbene, feci scattare il grilletto,
ma i colpi non partirono. Il mitra si era inceppato. Manovrai l'otturatore,
ritentai il tiro, ma l'arma non spar.
Guid impugn la pistola punt per il tiro, ma sembrava una fatalit, la
pistola era inceppata.
Mussolini non sembrava essersene accorto. Non si accorgeva, ormai, pi
di niente.
Ripresi il mitra, afferrandolo per la canna, pronto a servirmene come una
clava, aspettandomi - malgrado tutto - una qualunque reazione.
Ogni uomo normale avrebbe pensato a difendersi, ma Mussolini era al di
sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare,
immobile, con la bocca sempre semiaperta e le braccia penzoloni.
Chiamai a voce alta il commissario della 52a Brigata, che venne di corsa a
portarmi il suo mitra.
Pietro scambi la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di
corsa risal al suo posto di guardia.
Erano intanto trascorsi alcuni minuti che qualunque condannato a morte
avrebbe sfruttato per tentare una fuga disperata, o comunque, una
reazione di lotta. Invece, colui che doveva vivere come un "leone" era un
povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi. Nel breve
spazio di tempo che Pietro aveva impiegato a portarmi il suo mitra, avevo
avuto la sensazione di essere veramente solo con Mussolini.
C'era
Guido,
attento
e
partecipe
(clamorosamente
Guido
precedentemente sempre descritto come freddo e distante, anche nella
versione del 1947, nel libro diventa ora improvvisamente attento e
partecipe: chiss, forse gli screzi tra Audisio e Lampredi avevano indotto
Audisio a questa correzione, N.d.A.).
C'era la Petacci al fianco di "lui", che quasi lo toccava con il gomito, ma
non contava. C'eravamo "lui" e io.
Nell'aria umida il silenzio era greve. Si avvertiva nettamente l'ansito breve
del condannato. Di l dal cancello, tra la massa verde del frutteto,

106

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

appariva in uno squarcio la facciata bianca della casa. Nello sfondo, la


montagna.
Se fosse stato in condizione di guardare e vedere, Mussolini avrebbe
visto, di scorcio, il lago. Ma non guardava, tremava.
Non c'era in lui pi niente di umano. L'umanit si era soltanto rivelata in
quell'uomo nella burbanzosa iattanza del trionfo, nel freddo disprezzo
verso i deboli e i vinti.
Ora non c'erano pi le squadracce, non c'era pi la corte dei gerarchi e dei
marescialli, non c'erano pi i moschettieri. Dal suo viso sconvolto appariva
soltanto la paura, la paura animale davanti all'ineluttabile.
L'inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun barlume di
speranza a Mussolini, egli sentiva ormai che avrebbe dovuto morire.
E in questo sentimento stava rinchiuso come in un velo d'incoscienza che
lo proteggeva dal dolore. Non avvertiva nemmeno la presenza di quella
che era stata la sua donna.
In me non c'era pi neanche l'odio: c'era il senso della giustizia inesorabile
di mille e mille morti, dei milioni di affamati e traditi.
Non avevo l'impressione di dover uccidere un uomo.
Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano,
scaricai cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si
afflosci sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul
petto.
La Petacci, fuori di s, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita
anche lei e cadde di quarto a terra.
Erano le 16.10 del 28 aprile 1945. L'arma portava i seguenti contrassegni:
cal. 7,65 L. MAS mod. 1938 - F.20830 e aveva un nastrino rosso legato
all'estremit della canna.>>.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Versione di Aldo Lampredi, nella Relazione riservata del 1972


(pubblicata sullUnit del 23 gennaio 1996)
Quarta versione
Premessa: questa Relazione di Lampredi, [5]
rimessa da Guido al partito, tramite il compagno
Armando Cossutta, il 22 maggio 1972, dicesi rinvenuta,
24 anni dopo nel gennaio del 1996, in una ampia busta
contenente altre carte, note e lettere ad essa correlate.
Molti particolari contenuti in questa relazione sono simili
ad una precedente testimonianza di Lampredi, pubblicata
dallUnit tra il febbraio e il marzo 1973, ma comunque
tutta la Relazione che va considerata parte integrante della
versione ufficiale.
Infatti, oltre alla autorevolezza del personaggio ed al ruolo da lui ricoperto in quelle
vicende e nonostante alcune difformit e correzioni varie rispetto alle relazioni di
Valerio, essa un evidente tentativo di mettere agli atti del Partito una pi plausibile
versione di tutti i fatti di Dongo, riducendo al contempo le fanfaronate di Valerio e gli
sproloqui contro Mussolini, necessari nel dopoguerra, ma ora non pi opportuni.
Nella Relazione si introdusse anche il particolare che Mussolini quando venne
fucilato, si apr i baveri del pastrano (che oltretutto, come certe perizie del 2006
dicono non indossava) gridando Mirate al cuore!, in pratica un riconoscimento da
parte di un alto dirigente comunsita al Duce per far credere veritiero tutto il resto.
Ma evidentemente non ci fu bisogno di utilizzare questa Relazione che cos rimase nel
cassetto del partito. Visto che oggi sappiamo bene che Audisio non spar su
Mussolini, come invece la Relazione pur attesta, ovvio che siamo in presenza di una
montatura [6].
E presumibile, che lUnit, negli anni 90 avanzati, ag nel clima di una certa
glasnost, post caduta muro di Berlino e nascita del nuovo Pds, forse anche per
anticipare possibili sgradevoli sviluppi sulle vicende dello scomparso Carteggio di
Mussolini (si vociferava che il Pci, al tempo, aveva venduto delicati documenti agli
inglesi), che in quei tempi si temeva potessero uscir fuori dopo la riapparizione in
Italia di Pierluigi Carissimi-Priori ex azionista a capo dellufficio politico della
questura di Como nei giorni post liberazione.
Carissimi-Priori, infatti, in un primo momento sotto pseudonimo, aveva rilasciato
importanti testimonianze proprio sul Carteggio Mussolini - Churchill al tempo
passato dalle mani del PCI di Como, oltre che sulloro di Dongo.
Ma forse anche le dichiarazioni di Renzo De Felice del 1995, nellintervista di
Pasquale Chessa, pubblicata su Rosso & Nero, circa una ispirazione inglese nella
eliminazione del Duce, indussero probabilmente lUnit a rendere nota la vecchia, e
fino ad allora inutilizzata, Relazione riservata di Lampredi del 1972 che si disse
rinvenuta in una busta con altro materiale.
Non pochi ritengono, infatti, come anche da noi gi accennato, che nei primi anni 70
questa Relazione riservata di Lampredi, fu astutamente concertata, tra questi e il
Pci, perch probabilmente avrebbe dovuto servire come ruota di scorta in caso di
necessit, ovvero per puntellare gli inattendibili resoconti di Audisio.
Ancora oggi, una volta che si conosciuta la Relazione, con il suo contenuto pi
sobrio e credibile rispetto alle fanfaronate di Audisio, i patetici difensori di quella

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

storiografia si aggrappano ad essa, alla autorevolezza dellautore ed al ruolo da lui


ricoperto in quelle vicende, per cercare di tenere in piedi la storica versione che
oramai fa acqua da tutte le parti, finendo per per aggiungere assurdit e
contraddizioni a quante gi sono presenti nei resoconti di Valerio / Walter Audisio.
In effetti non cera alcun motivo perch al Lampredi, dopo decenni di silenzio,
improvvisamente nel 1972, gli venisse chiesto dal partito di rievocare e dettagliare
puntigliosamente fatti e avvenimenti che il partito comunista conosceva benissimo.
Se poi il Lampredi voleva puntualizzare ed esporre, come scrisse, alcune critiche, per
altro tardive, al modo di come la sua figura era stata trattata dalla stampa di partito
ed alle fanfaronate pittoresche di Audisio, avrebbe potuto farlo con una lettera
riservata di tuttaltro genere. Ci ritroviamo invece una assurda Relazione sui fatti
storici retrospettiva che evidentemente nascondeva tuttaltre finalit.
Come ebbe anche ad osservare lo storico Renzo De Felice (deceduto poi proprio a
maggio del 96) non credibile che gli autori della fucilazione di Mussolini non
avessero gi relazionato il partito e lo facessero dopo 27 anni (1945 1972)!
Ma oltretutto le fonti storiche si smentiscono anche tra loro se risponde al vero
quanto raccont la Francesca De Tommasi per i momenti in cui, 29 aprile 1945,
Audisio e Lampredi gli dettavano una specie di rapporto e Lampredi ebbe a dire che
bisognava fare una Relazione.
Ce lo conferma anche Pio Bruni, un collaboratore della segreteria di Raffaele Cadorna
al CVL, in una testimonianza raccolta dal ricercatore storico Marino Vigan nel 1990,
dove ebbe a dire: <<(... Audisio) ...Ai comunisti ha relazionato di sicuro e Aldo
Lampredi, Guido, ancora di pi>>.
Ma su questa fantomatica Relazione riservata di Lampredi, altri critici, come per
esempio il giornalista scrittore Raffaello Uboldi, non sono andati tanto per il sottile
ed hanno osservato:
<<...ha tutta laria di un santino, tanto suona fals[]a fin nelle virgole, peraltro mal
distribuite, oltre ad alcune pennellate che peggiorano ulteriormente questa
versione>>[7].
Alla fine degli anni 80, Massimo Caprara, gi segretario di Palmiro Togliatti, indic il
Lampredi come un agente del Komintern, struttura che comprendeva anche una
categoria particolarmente determinata di esecutori materiali, e rivel anche che
Togliatti gli aveva confidato che ad uccidere Mussolini era stato proprio Lampredi, il
cui nome il partito volle poi mantenere coperto. Successivamente nel 1996 il Caprara
pubblic su questa rivelazione un importante articolo su Storia Illustrata di
agosto/settembre 1996 e la ripropose in un suo libro dellanno successivo Quando le
Botteghe erano Oscure, il Saggiatore 1997.
Tra una rivelazione e laltra Massimo Caprara ebbe a raccontare:
<<Lo mand Secchia (il Lampredi, n.d.r.), mi aveva detto Togliatti. Ma perch
proprio lui? E perch tenerlo mimetizzato, presentando pubblicamente sulla scena
giornalistica e politica limprobabile ragioniere Audisio?
Mi rispose Negarville: E Togliatti che ha corretto il tiro. Lui non avrebbe mai dato
una faccia allesecutore. Ma visto che alcuni giornalisti e politici italiani erano
giunti assai vicino al nome della persona incaricata di chiudere il conto con
Mussolini, si premur duna cosa soprattutto: proteggere il funzionario
kominternista che Lampredi (...).
Ma era proprio lui, Lampredi, il giustiziere di Mussolini e della Petacci? Lui ha
sparato su Mussolini. Con la Petacci non centra, assicur Negarville. La Petacci
stata uccisa altrove. Lampredi trov un cadavere in pi, che non era nel conto (...).
109

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

<<Lui si limit a prelevare Mussolini da casa De Maria e a portarlo, con lo stivale


rotto, fino al cancello di Villa Belmonte (come lo pot portare con uno stivale che non
si richiudeva un altro mistero, N.d.A.).
Queste cose le rifer a Luigi Longo il responsabile di partito per tutta loperazione,
Dante Gorreri>>.
E con questaltra versione, se fosse veritiera, in un solo colpo, vennero seppellite le
versioni di Audisio (e Moretti) e la stessa Relazione riservata di Lampredi.
Nella Relazione Lampredi introduce subito una velata critica ad Audisio:
<<Mi limiter a riferire i fatti essenziali e che pi mi interessano
trascurandone molti di quelli resi noti da Audisio, anche se a loro
proposito ci sarebbe assai da dire.
Daltra parte ho dimenticato molti particolari e non sarei in grado di
ricostruire, con valida approssimazione, quello che ho fatto nei giorni
della insurrezione a Milano. >>.
Quindi a latere della sua relazione aggiunger:
<<Sento invece il bisogno di espriere ampie riserve sul modo con cui
si proceduto alla pubblicazione degli articoli sullUnit e sul loro
contenuto ed inoltre sul fatto che io sia stato sempre escluso da tutto
quanto riguardasse gli avvenimenti di Dongo...
...Si sarebbe almeno evitato di rappresentare la mia assenza dalla
Prefettura come strana e sospetta: si sarebbe potuto fornire una
spiegazione plausibile alla mia presenza nella spedizione, che
appare invece non giustificata a nessun titolo...>>.
Ecco qui di seguito i passi che riguardano i momenti della fucilazione:
<<Dopo la riunione (a Dongo, n.d.r.) col Comando della 52ma Brigata,
mentre Pedro provvedeva a trasportare a Dongo i gerarchi che erano
altrove, stabilimmo di procedere alla fucilazione di Mussolini e della
Petacci. Partimmo, Audisio io e Moretti, con una macchina e lautista
requisiti sul posto.
Arrivammo alla casa De Maria, salimmo le scale e davanti alla porta della
stanza dove stavano Mussolini e la Petacci trovammo di guardia i due
partigiani Lino e Sandrino.
Entrammo e ricordo con grande vivezza che alla mia destra, vicino alla
porta, in piedi, stava Mussolini mentre la Petacci era distesa sul letto.
Debbo dire che da quel momento, i miei occhi, tutte le mie facolt,
furono concentrate su Mussolini.
Rimasi profondamente colpito
dallaspetto miserevole che egli presentava. Forse ero ancora influenzato
dallimmagine apologetica fattane dalla propaganda fascista e mi
aspettavo di trovare un uomo vigoroso, energico, invece avevo davanti a
me un vecchietto bianco di capelli (strana osservazione su di una persona
pelata con rasatura, N.d.A.), basso di statura, con unaria svanita.
Teneva gli avambracci leggermente alzati e in ciascuna mano aveva un
ascuccio di occhiali che immediatamente gli presi: non so nemmeno
perch, (li consegnai poi al Comando Generale). La mia attenzione
concentrata su di lui, non mi ha consentito di seguire tutto quello che
accadeva dintorno.

110

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Ricordo il riferimento alle mutandine della Petacci, ma non ho sentito le


parole che Audisio dice di aver detto a Mussolini e la risposta di Lui.
Daltra parte non vedo che bisogno cera di tranquillizzare Mussolini che,
in ogni evenienza, poteva esser finito sul posto; come pure non vedo quali
promesse egli poteva fare nelle condizioni in cui si trovava.
Scendemmo a piedi fino alla macchina, vi facemmo salire i prigionieri, ed
io presi posto vicino allautista. Audisio si pose sul parafango anteriore e
forse, Moretti sullaltro.
Il tragitto era breve e presto arrivammo al cancello della Villa Belmonte
dove avevamo stabilito di procedere allesecuzione.
Mentre Audisio si accertava che non ci fossero persone in vista e forse,
aspettando larrivo di Lino e Sandrino, che invece arrivarono dopo la
fucilazione, io mi avvicinai alla portiera dalla parte dove sedeva Mussolini,
mi chinai verso di lui e gli dissi alcune frasi il cui senso era questo: chi
avrebbe detto che tu, tanto hai perseguitato i comunisti, avresti dovuto
regolare i conti con loro?.
Mussolini non disse nulla, la Petacci mi rivolse un lungo sguardo
interrogativo al quale essa deve aver trovato fredda risposta nei miei
occhi.
Mussolini e la Petacci furono fatti scendere dalla macchina e fatti mettere
al muro, vicino al cancello. Lei alla destra di lui.
Audisio non lesse alcuna sentenza, forse disse qualche parola, ma non ne
sono sicuro.
Punt il mitra, ma larma non funzion. Io che stavo alla sua destra, presi
la pistola che avevo nella tasca del soprabito, premetti il grilletto, ma
inutilmente: la pistola si era inceppata.
Allora chiamammo Moretti, che si trovava alla nostra sinistra, verso la
piazza col lavatoio, Audisio prese il suo mitra e spar ad ambedue.
Tutto questo avvenne in brevissimo tempo: uno due minuti durante i quali
Mussolini rest immobile, inebetito, mentre la Petacci gridava che non
potevamo fucilarlo e si agitava vicino a lui quasi volesse proteggerlo con la
sua persona.
Fu forse il comportamento della donna, cos in contrasto con il proprio,
che allultimo momento spinse Mussolini ad avere un sussulto, a
raddrizzarsi, e sgranando gli occhi ed aprendo il bavero del pastrano, ad
esclamare: Mirate al cuore!.
(Mi sembrano p vere queste parole che quelle riferite dallautista
Geninazza Sparami al petto) [] >>.
A questo punto Lampredi affronta il problema della uccisione della
Petacci, rievocandone negativamente il ruolo avuto in passato dalla
donna, con un tentativo di giustificarlo politicamente anche a causa del
particolare momento storico.
Di fatto, smentisce tutti i marchingegni e gli artefatti di Audio, riportati nelle
precedenti versioni (tranne la prima), per far credere alluccisione
accidentale della Petacci e avvalora quindi quanto venne detto a Dongo,
quando il nome della Petacci fu incluso da Valerio tra quelli da fucilare,
nonostante le rimostranze di Pedro, e daltronde proprio in questa

111

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

relazione aveva detto, poco prima e chiaramente, che avevano stabilito di


procedere alla fucilazione di Mussolini e della Petacci.
Dice anche espressamente: <<Tra me e Audisio non ci fu discussione a
proposito della Petacci tanto normale ci parve dovesse seguire la sorte di
Mussolini. []>>.
Quindi la relazione prosegue raccontando le vicissitudini passate dal
gruppo dei fucilatori arrivati a Milano vicino alla sede della Pirelli in via
Fabio Filzi, verso le 22,30, quando vennero scambiati per fascisti ed
arrestati, e poi quando arrivarono verso le ore 2,30 / 3 del primo mattino a
piazzale Loreto per scaricare i cadaveri.
Qui il Lampredi fa un altra importante (e sicuramente falsa) dichiarazione
di responsabilit, atta a scaricare il partito (e Longo) dallatto barbaro
compiuto con il gettare i cadaveri in strada:
<<...andammo a scaricare i cadaveri dei gerarchi a Piazzale Loreto. La
decisione di metterli in quel posto fu presa durante il viaggio di ritorno e mi
pare proprio su mio suggerimento.
Di sicuro che quando partimmo da Milano questo problema non ci venne
posto, n ci pensammo. .... mi recai in ufficio e telefonai a Longo che era
nellex tipografia del Popolo dItalia dove si stampava lUnit e altri giornali
antifascisti.... quando gli dissi di Piazzale Loreto dove erano stati fucilati i
15 partigiani, espresse disappunto ritenendo che avessimo profanato il
luogo... [8]
Nelle prime ore della mattinata (del 29, n.d.r.) Longo venne a Palazzo
Brera e si congratul con Audisio e con me. Poi io e Audisio parlammo
della relazione che doveva essere fatta al Comando generale e forse,
attesi che fosse dattilografata dalla ragazza addetta alla segreteria e che
era figlia di una cugina di Audisio>>.
Lampredi conclude la sua relazione con questo p.s. che deve ritenersi di
notevole importanza:
<<Non ho parlato con nessuno del gesto finale di Mussolini e questo
lunico scritto che lo riferisce. Non n scriver, n parler nemmeno in
avvenire, a meno che il partito non lo renda pubblico.
Moretti mi ha garantito che si comporter nello stesso modo e credo che
si possa prestargli fiducia. Non so quello che possa fare Audisio>>.

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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Testimonianze di Michele Moretti


Quinta versione

Interviste tratte dai lavori di G. Perretta: Dongo 28 aprile La verit,


Ed. Actac Como 1997; G. Cavalleri e A. Giamminola: Un giorno
nella storia 28 Aprile 1945, Ed. Nodo 90 e ancora G. Cavalleri:
Ombre sul Lago, edizioni Piemme 1995; Servizi su: Giorni . Vie
Nuove del 10 aprile 1974.

Premessa: a differenza del loquace Audisio, e dellentrato a


suo tempo nel silenzio e nellombra Lampredi, Pietro Gatti alias
Michele Moretti, fu sempre restio a fornire memoriali e
testimonianze (tranne qualche articolo su fogli di partito e
qualche relazione ai centri storici della Resistenza, in particolare
allUnit nel 1973 e a Giorni Vie Nuove nel 1974) ed addirittura
per molti anni si chiuse in un silenzio totale, rifiutandosi persino
di commentare particolari noti e conosciuti.
Pur tuttavia molto tempo dopo i noti fatti ha rilasciato anche qualche discreta
testimonianza, le pi rilevanti delle quali furono quelle date, alcuni anni prima della
sua morte, a Giorgio Cavalleri, Anna Giamminola e Giusto Perretta, testimonianze
che per danno limpressione di aver voluto pi che altro precisare e condire una
certa agiografia resistenziale di partito.
A queste andrebbero anche aggiunte alcune confidenze ad altri amici e giornalisti, che
per sono alquanto contraddittorie e sinceramente poco affidabili.
Moretti, in ogni caso, rappresenta il vero pilastro sul quale si regge tutta la difesa ad
oltranza della storica versione di Valerio, in un certo senso leggermente riveduta, da
parte dellIstituto comasco per la storia del movimento di liberazione.
Il generale Leone Zingales, della magistratura militare, che raccolse testimonianze
coeve, scrisse che nella esecuzione del Duce: <<ha sparato Michele Moretti, mentre
Valerio fece da maramaldo>>, ed anche lazionista Luigi Carissimi Priori, afferm
che da una sua personale inchiesta sul posto, gli risultava che anche il Moretti spar a
Mussolini e la Petacci. Non altro che il solito giro di voci che giravano nel comasco
dove in Moretti veniva visto un pi credibile fucilatore ed oltretutto si sapeva che egli
era stato di certo presente al mattino e al pomeriggio nei luoghi di quegli
avvenimenti.
Sconcertante comunque il fatto che il Moretti, nonostante da varie fonti e
soprattutto nel comasco, venisse additato gi da subito come il vero uccisore del
Duce, pur non negando esplicitamente questo ruolo, non ha mai voluto ammetterlo
apertamente. E questo per tanti anni in una tiritera divenuta una vera e propria
telenovela.
Il suo dire e non dire, questo non escludere categoricamente e seccamente almeno
quanto gli si addossava, fa pensare che il nostro, depositario di ben altra verit, non
volesse sconfessare esplicitamente lAudisio e con lui il suo partito e preferiva lasciare
le cose come stavano.
Oramai anziano, continu sempre con questo suo atteggiamento, dicendo a vari
giornalisti: <<Ma se fossi stato io ad uccidere il Duce, non vi pare che ne andrei

113

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

fiero? Ma non andata cos>>. Altre volte invece, alla domanda se era stato lui a
sparare, pur non ammettendolo, faceva capire che poteva essere possibile.
In privato invece ad Alberto Botta (ex sindaco di SantAbbondio e Acquaseria, Como)
sembra (il condizionale dobbligo) che in confidenza lo ammise esplicitamente e
addirittura come evento verificatosi al mattino (F. Magni, La verit gi scritta.
Moretti uccise Benito, su Il Giorno, 7 Settembre, 2006) e con il corrispondente da
Mosca della Izvestia, Mikail Ilinski, si dichiar autore materiale della uccisione del
Duce e di Claretta (F. Bartolini. Lario nascosto. Editoriale, 2006).
Insomma un miscuglio di affermazioni, se correttamente riportate, alquanto
contraddittorie.
Afferm a tal proposito Gianstefano Buzzi, dirigente comunista della Lombardia:
<<Se questa verit esiste appartiene ad uomini che non ci sono pi. Moretti non ha
mai confidato a nessuno di essere stato lui ad uccidere il Duce. E bisogna rispettare
la decisione di Moretti di tenere quel segreto, se di segreto si trattava davvero, solo
per s>>.
Ed ancora, dice il Buzzi, Moretti era:
<<un uomo semplice che aveva scelto il silenzio. Moretti non ha mai assolutamente
approfittato del ruolo decisivo da lui avuto in quei frangenti. Non ha mai chiesto
nulla al partito. E morto povero. Se avesse deciso di parlare avrebbe potuto
scrivere libri, il partito gli avrebbe garantito un posto al parlamento, a vita. E
invece non ha mai chiesto aiuti per s, ha respinto giornalisti stranieri che gli si
presentavano alla porta di casa con proposte vantaggiose>>.
Pur nella sua valenza negativa per la verit storica, bisogna riconoscere almeno un
comportamento coerente e ideologicamente fedele, che molti altri artefici e buffoni
vari di quegli eventi non hanno di certo avuto.
Ecco le sue pi importanti testimonianze sempre relativamente ai momenti
della fucilazione di Mussolini, tratte dai testi sopra citati.
Il Moretti raccont il suo arrivo, assieme a Luigi Canali, verso le 7
del mattino (ma probabilmente era anche prima) del 28 aprile in
Federazione comunista a Como, reduci da aver nascosto Mussolini a
Bonzanigo.
Qui arrivato, disse che trov il Dante Gorreri che era da poco rientrato
dalla Svizzera e il suo sostituto in federazione Giovanni Aglietto. Moretti e
il Canali fecero rapporto su laver nascosto il Duce in localit segreta
(Bonzanigo) e poi vennero, dice lui, lasciati andar via senza particolari
disposizioni tanto che lui si diresse a Dongo, passando prima per
Tavernola a trovare moglie e figlio.
Una vicenda palesemente non credibile in considerazione del fatto che queste
informazioni dovevano essere immediatamente fatte arrivare a Milano e che a Como
stava per arrivare la missione di Audisio e che proprio il Canali e il Moretti erano al
corrente del nascondiglio segreto del Duce e potevano arrivarci perch conosciuti dai
due partigiani lasciati di guardia.
In riferimento allincontro con Aldo Lampredi in quel di Dongo, poco dopo
le 14 del 28 aprile, il Moretti ci tenne a precisare:
<<Lampredi arrivato a Dongo per conto suo poco prima di Valerio (altre
testimonianze asseriscono invece poco dopo, n.d.r.), ma con lui non ho
avuto alcun diverbio.... Fu incaricato Mario Ferro di accompagnare
Lampredi a Dongo e di presentarmelo .... Senonch arrivato a Dongo,
Ferro tard a presentarmi Lampredi e le cose andarono per le lunghe

114

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

(veramente strana questa perdita di tempo con lurgenza che doveva


esserci, n.d.r.)>>.
Sempre sullarrivo di Valerio a Dongo circa alle 14,10 con il suo plotone
che destava il sospetto di fascisti travestiti il Moretti ricorda:
<<Chiesi a Pedro se conoscesse quella gente armata e cos ben
equipaggiata ed egli mi rispose che erano appena arrivati da Milano ed
avevano presentato un ordine scritto.
Mi allontanai allora passando tra la gente che affollava il cortile e mi
imbattei in Remo (Aglietto) che avevo conosciuto appena in mattinata a
Como presso la Federazione del PCI. Lo presi in disparte chiedendogli
cosa facessero e se conosceva quei nuovi arrivati.
Egli non si pronunci apertamente, solo, a seguito delle mie insistenze,
disse:Lascia fare Pietro! Mi tranquillizzai ed informai della faccenda Neri,
che era appena ritornato da Como, assieme a Nino Corti, con Remo
Mentasti e Cerrutti Dante, per cui il timore dei fascisti fin l. Remo poi mi
present a Lampredi, mentre Valerio mi preg di chiamare Pedro>>.
Si evince, se pur ce ne fosse bisogno, che Audisio non era atteso e quindi c da
chiedersi, se questi non fosse giunto a Dongo, fin quando il comandante Bellini
Pedro, il Canali Neri e il Moretti stesso si sarebbero dimenticati di Mussolini e dei
due partigiani di guardia lasciati allalba in casa De Maria, dove potevano essere stati
notati allarrivo o potevano essere incorsi imprevisti di varia natura?
La storica versione recita che a Dongo, intorno alle 15, fu Pietro Terzi Francesco,
comunista responsabile di quellarea, a dare ordini per la missione di andare a
fucilare Mussolini sul posto e poi Moretti ebbe anche a precisare che fu proprio il
capitano Neri Luigi Canali che gli chiese di andare a Bonzanigo con Valerio, a
prendere i prigionieri.
Quindi, Michele Moretti, afferm esplicitamente che il pomeriggio del 28
aprile 45 arrivarono con lauto guidata dal Geninazza sulla piazzetta del
Lavatoio perdendo tempo per orientarsi e trovare casa dei De Maria
perch la notte precedente lui era passato dalla mulattiera (via del Riale).
Ad aprile del 1974 disse a Giorni - Vie Nuove, rotocalco vicino al PCI, e
poi qualcosa di simile ebbe a ripetere a G. Perretta per lIstituto del
movimento di Liberazione del comasco, molti anni dopo:
<<Giunti che fummo a Bonzanigo, sotto la chiesa, verso le 16,
scendemmo dalla macchina; io per non riuscivo ad orientarmi (da l infatti
non era certo facile per chi non fosse pratico del posto, N.d.A.) perch al
mattino nel condurre Mussolini in casa De Maria, avevamo percorso la
mulattiera che dalla strada provinciale conduce direttamente in casa. Mi
inoltrai nellabitato e riuscii a trovarla non senza difficolt>>.
Quindi Pietro attesta a Giusto Perretta larrivo con Valerio e Guido sulla
piazza del Lavatoio a Bonzanigo dove, dice in alcune interviste, i due lo
attesero sotto la Chiesa e poco dopo:
<<Ritornai allora a chiamare Valerio e Guido. Salimmo la scala e
trovammo Sandrino e Lino che facevano la guardia, bussai alla porta di
Mussolini, poi entrai nella camera.
Egli era in piedi, alla mia destra, stupito esclam, che c?,
Dobbiamo andare via subito, risposi. La Petacci era sdraiata sul letto. Mi
voltai e chiamai i miei compagni che entrando si trovarono faccia a faccia
con Mussolini (...)

115

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

... Uscii io per primo, anzi ero gi sulla porta, seguirono Guido, la
Petacci, Mussolini ed ultimo Valerio.
Invitai Sandrino e Lino a seguirci, ma essi essendosi in precedenza
tolte senza slacciarle le scarpe, [9] tardarono del tempo prima di poterci
raggiungere avendo creduto che avessimo percorso nello scendere la
mulattiera, mentre noi avevamo percorso la strada che conduce prima al
lavatoio e poi si immette nella provinciale .
...Valerio era emozionato e tesissimo, con i nervi a fior di pelle, certi
particolari non pu nemmeno averli notati. Quando siamo arrivati a casa
De Maria, nella stanza dei prigionieri prima sono entrato io, anche perch
vi ero gi stato durante la notte, poi lui. Ci siamo trattenuti pochi istanti,
durante i quali lui continuava a fissare solo il Duce. Come vuoi che abbia
potuto rendersi conto, per farti un esempio
sul quale si spesso
discusso, che, un po pi in alto nella camera, vi era una finestra?>>.
In difesa della Lia De Maria, accusata di essere una testimone prezzolata,
afferm:
<<La De Maria, per anni, ha ripetuto, a chi andava a trovarla, che noi
avevamo detto a Mussolini Siamo venuti a deliberarvi.
Nella sua semplicit per lei era la traduzione della frase di Valerio Siamo
qui per liberarvi. Se davvero ci fossimo messi daccordo nel nascondere
qualcosa e se ci fosse stata una pastetta, permetti che almeno il riportare
con esattezza il liberarvi lo avremmo stabilito prima?>> [10]
Di questo arrivo a Bonzanigo con Audisio dalle testimonianze di Moretti si evince che
lui arrivato a casa De Maria vi entr per primo, che con lui cera anche Audisio, oltre
il Lampredi e inoltre che il Frangi Lino e il Cantoni Sandrino fecero poi tardi ad
arrivare al luogo dellesecuzione perch non si erano riallacciate le scarpe e anche
perch poi presero una stradina scorciatoia diversa dal loro percorso. Tutti
particolari, tranne forse il fatto che lui entr in stanza per primo, poco o nulla
credibili, ma soprattutto riferiti ad un evento, fucilazione di villa Belmonte, che fu
una vera e propria messa in scena e quindi servono a poco se non a dimostrare le
contraddizioni della vulgata.
Vale la pena accennare che lex partigiano Domenico Mezzadra
Americano, fece confermare, anche se in modo confuso, a Moretti la
presenza di Alfredo Mordini (Riccardo) a casa De Maria, affermazione
questa che altera buona parte della storica versione. Domanda:
<<Cera Riccardo, il commissario, quello grosso, con la pipa in bocca?>>
Risposta di Moretti che annu e prosegu:
<<Che ha comandato il plotone di esecuzione. Allora noi andiamo a
Giulino di Mezzegra e l ci sono i partigiani di custodia. Quanto abbiamo
stentato a riconoscere la localit, perch noi quando siamo andati su la
notte, siamo andati da una scorciatoia e invece dopo con la macchina di
Valerio abbiamo dovuto fare il giro andando al Lavatoio e venire gi,
eravamo un p disorientati. Per labbiamo trovato>> (ISREC (PV), Afo n.
134, Como ottobre 1983; e F. Bernini Cos uccidemmo il Duce CDL 1998).
Andiamo avanti con le testimonianze di Moretti:
<<Giunti alla macchina che ci aspettava i due personaggi furono fatti salire
sul sedile posteriore, mentre Guido si sedette a fianco dellautista.
Valerio stava sul predellino di sinistra, e io li seguivo a piedi... Valerio
invit Mussolini a calarsi il cappello sugli occhi per non farsi riconoscere e

116

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

quando fummo giunti allaltezza della Villa Belmonte egli si ferm,


ritenendo di aver trovato il luogo adatto.
Fermata la macchina qualche metro prima del cancello, fece allontanare
alcune persone che si trovavano nel giardino e unitamente a Guido fece
scendere dalla macchina Mussolini e la Petacci.
Poi lautista venne mandato al curvone a monte della strada alcune
decine di metri su verso Bonzanigo, mentre io mi posi a valle sulla
prima ampia curva che porta ad Azzano, onde impedire a chiunque il
passaggio per il tempo necessario... (importante notare queste due
importanti indicazioni: la macchina fatta fermare prima del cancello e
lautista Geninazza mandato sul tratto di strada superiore, N.d.A.).
Vistisi collocati (Mussolini e la Petacci, n.d.r.) contro il muro e vedendo
Valerio che immediatamente si era messo a pronunciare la sentenza di
morte In nome del popolo italiano, dopo aver imbracciato il mitra, si
sentirono perduti. A nessuna speranza essi potevano aggrapparsi.
Terminata la frase, Valerio diresse il suo mitra contro Mussolini, premette il
grilletto, ma il colpo non part. Volendo farla finita al pi presto per motivi
diversi, prese intanto la rivoltella che Guido gli aveva porto, ma anche da
essa non part il colpo... Intanto Mussolini e la Petacci rimanevano
addossati al muro ammutoliti dal terrore per quanto stava accadendo.
Allora Valerio mi chiam dicendomi di portargli il mio mitra. Mi affrettai a
farlo, ma confesso, prima di consegnarglielo ebbi un attimo di esitazione...
Valerio nervosamente afferr larma, la imbracci e si gir a sinistra per
sparare. La donna che si trovava al fianco sinistro di Mussolini gli si
avvicin di scatto, stringendolo e gridando: Non deve morire!.
Forse credeva di impietosire Valerio con il suo gesto, ma egli imperterrito
di rimando rispose: Vuoi morire prima tu? part subito una raffica un
attimo dopo essi erano a terra, la Petacci era gi morta (come?, perch?,
non si s!, N.d.A.).
Valerio mi chiese ancora la mia pistola e spar il colpo di grazia a
Mussolini che ancora rantolava>>.
Come vedesi nei vari racconti dei diretti interessati, ballonzolano varie
pistole: di Lampredi e/o di Audisio, inceppatesi, ed ora scappa fuori anche
questa di Moretti che alla fine, passata ad Audisio, sparerebbe il colpo di
grazia. Strano che Audisio nelle sue precedenti relazioni non ne abbia fatto
cenno.
Ed eccoci arrivati, dopo quasi cinquanta anni, ad una rivelazione
clamorosa fatta da Moretti il 25 ottobre 1990, al giornalista storico Giorgio
Cavalleri (che la render nota nel 1995 nel suo libro Ombre sul lago gia
citato:
<<Fatti scendere dallauto, il Duce e la Petacci vennero posti contro il
muretto di Villa Belmonte. Mentre Valerio, imbracciato il suo mitra,
pronunciava la sentenza di morte in nome del popolo italiano, Mussolini
non apparve troppo sorpreso e, quando ebbe larma puntata contro
di s, grid con foga: Viva lItalia!.
E aggiunse: Mi ha disturbato il Viva lItalia! del duce? No, Perch, si
riferiva alla sua Italia, non alla mia...>>

117

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Ma proseguiamo nella sua testimonianza di quel fatidico momento, dove


per qui dimentica il particolare di aver poi prestato la sua pistola per il
colpo di grazia:
<<Ma il mitra si incepp e quindi Guido estrasse la rivoltella, ma anche da
questa non partirono i colpi. Allora Valerio mi chiam, invitandomi a
portargli il mio mitra modello MAS 7,65 lungo, di fabbricazione francese.
Io arrivai di corsa, tutto si era svolto in un modo cos rapido ed
eccezionale, in circostanze tanto imprevedibili, con la comparsa di
personaggi cos diversi che, per un istante, lidea di dover consegnare a
un altro la mia arma mi turb Poi>>.
E qui Cavalleri, intervistatore, ha loccasione di mettere in dubbio questo
scambio di armi e ricordando che, per tutti i partigiani con cui aveva
parlato, era scontato che fosse stato lui a sparare, il Moretti, come al solito
ambiguamente rispose:
E se anche fossi stato io, per te cambierebbe qualcosa? [11].
Continuando in pratica e fino alla fine dei suoi giorni quella strategia del
dire e non dire, la telenovela dello smentire, ma senza farlo drasticamente,
di aver sparato al Duce.
Riguardo alla eliminazione della Petacci, Moretti, differenza di Lampredi,
sostiene di fatto, la involontariet della morte: <<lha voluto lei e poi per
noi sono stati momenti concitatissimi>>.
Ancor meglio non molto tempo prima agli stessi Cavalleri & Giamminola
aveva detto:
<<Era una povera donna Quando stavamo sparando, Claretta si
aggrappata al collo dellex Duce e ha detto: Mussolini non deve morire!
allora Valerio le ha chiesto: Vuoi morire prima tu? Udite queste parole,
Claretta con un gesto istintivo e naturale di ripulsa della morte si
allontanata dal suo uomo>>.
E alla domanda: E stato giusto fucilare anche lei?, rispose:
<<Con gli occhi e la logica di adesso onestamente no, per sono stati per
noi momenti concitatissimi>>.
Ancora Giusto Perretta (Dongo, 28 aprile 1945 La verit opr. cit. Ed.
1990), storico resistenzialista, raccogliendo la testimonianza di Moretti
racconta:
<<Erano appena le sedici. Essi raccolsero i bossoli e Moretti and a
chiamare Sandrino e Lino che, attardatosi, aveva perduti di vista. Alla fine
li rintracci sullo stradone principale, proprio dove inizia la mulattiera. Li
condusse sul posto dove era avvenuta lesecuzione affinch rimanessero
di guardia ai due corpi sino al loro ritorno a Dongo, quando li avrebbero
caricati sul camion per trasportarli a Milano>>.
Tornando al tormentone di un Moretti presunto fucilatore, come si diceva nel
comasco, cos si espresse lingegner Ennio Pasquali, partigiano comunista, poi andato
in discordia con il partito, Nado. <<Ho parlato pi volte con Moretti nei giorni
successivi alla fucilazione di Mussolini. Egli mi disse che non bisognava prendere sul
serio quello che Valerio aveva detto e scritto (...) si interpose la Petacci gridando:
Non avete il diritto di uccidere il Duce!Valerio o Moretti stesso dissero: Vuoi
fare anche tu la stessa fine?.
A tali parole la Petacci si ritrasse, mentre Valerio tentava di sparare senza riuscirci
Subito dopo Moretti stesso spar fulminando prima Mussolini e poi la Petacci>>.
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CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Anche un altro importante conoscente di Moretti, lex partigiano Renato Morandi


Carletto, varesino classe 1923, ha affermato che, allepoca, seppe da Francesco cio il
Terzi, che lautore delluccisione di Mussolini era stato proprio Moretti al quale,
semplice operaio, coinvolto in varie faccende come la sparizione dei valori di Dongo,
non poteva essergli affibbiato anche questo peso, soprattutto per lassassinio della
Petacci.
Analogamente lOreste Gementi Riccardo, gi comandante CVL della piazza di Como,
sembra che al tempo scrisse una lettera al Partito Comunista di Mosca, relativamente
allarma, il mitra Mas, con la quale si dice che Moretti aveva fucilato Mussolini
(ovviamente bisogna sempre mettere un dubbio sulla sua autenticit). Gementi
scrisse anche, in un suo inedito rapporto, reso noto solo nel 1991:
<<Il mitra di Valerio si incepp e Pietro, Michele Moretti che si trovava al suo
fianco fece partire la scarica mortale>>.
Anche Pierluigi Carissimi-Priori, ex partigiano azionista mandato a Como nel dopo
Liberazione per gestire lufficio politico della Questura, ma in realt per controllare
fin dove possibile le ingerenze comuniste di quei tempi, rifer che egli ebbe modo di
condurre una specie di inchiesta sul posto interrogando varie persone ed anche i tre
partigiani Lampredi, Moretti ed Audisio. A nostro avviso fu quella un inchiesta che
lascia il tempo che trova, e dove in pratica si raccolsero tutte le voci che circolavano o
furono appositamente fatte circolare nel comasco e dove i tre diretti interessati,
probabilmente fecero un p i tonti, rifugiandosi dietro racconti confusionari sulla fasi
della fucilazione.
Comunque dalla sua inchiesta gli risultava che Moretti, davanti al cancello di Villa
Belmonte, aveva senzaltro sparato, magari in una confusione di spari assieme a
Lampredi e/o Audisio, anzi se non cera stato un equivoco nellesprimersi in dialetto,
il Moretti aveva espressamente affermato di averlo ammazzato lui il Duce.
Ma tutte queste mezze ammissioni e testimonianze, sono anche contraddette da altre
come per esempio, quella di Massimo Caprara, ex segretario di Palmiro Togliatti del
quale il Caprara riferisce la confidenza fattagli dal Togliatti stesso che indicava Aldo
Lampredi quale uccisore e non devono trarre in inganno perch in realt Mussolini
venne assassinato al mattino e ancora non si sa chi gli spar addosso (una possibile
dinamica balistica indica almeno due tiratori).
Ma ancor pi confidarono, a met anni 90, il parroco di Gera Lario don Luigi Bianchi
e la signora Adriana Scuri, che lex anziano sindaco Giuseppe Giulini, depositario di
un prezioso memoriale di Sandrino Guglielmo Cantoni (documento poi, guarda caso,
scomparso) una sera, durnate una partita a carte, si lasci sfuggire che ad uccidere
Mussolini non erano stati n Moretti, n Lampredi, ma poi tacque e non continu il
discorso vedi (G. Pisan, Gli ultimi 5 secondi di Mussolini, Il Saggiatore 1996).
Interessante, ma storicamente inutilizzabile, perch non ci sono conferme, anche
una nota che riport il giornalista Franco Bandini il quale negli anni del dopoguerra
ebbe modo di interrogare il Moretti, chiedendogli chi fosse presente alla fucilazione
(al tempo molti elementi facevano ritenere presente anche il Canali Neri). Pare che il
Moretti si lasci scappare un laltro che era l e la moglie presente al brusco
colloquio (il Bandini fu quasi buttato fuori dallabitazione del Moretti) rincar con
un: Ma sicuro che sia stato Valerio o mio marito ? carico di evidenti sottointesi.
Scrisse quindi il Bandini, circa tutte le ipotesi fatte in merito a quegli eventi e quelle
presenze: <<Si ha la sensazione che dietro queste ipotesi, che altro non sono, viva
effettivamente qualche traccia di nascosta verit>> (F. Bandini: Le ultime 95 ore di
Mussolini, Sugar 1959).

119

CAPITOLO 5

GENESI E CONTENUTI DELLA VULGATA

Note
[1] Vedere Storicus: Le ultime giornate di Mussolini e Claretta Petacci, Ed. dellUnione, s. data; Anche
Rapporto Angela Bianchi al CLN di Como (Maggio 1945): in Corriere della Sera 22 settembre 1995).
[2] Pierangelo Pavesi, un ricercatore milanese che soggiorna spesso in quelle localit, ha indicato
che via Mainoni dIntignano non esisteva e si tratterebbe della via Fratelli Brentano. Strano per che
questo errore, scusabile per i cronisti del tempo, sia presente in una Relazione del posto.
[3] Le confidenze del Cantoni, Sandrino, di fatto entravano in contraddizione con la vulgata che
stava prendeva corpo attraverso il partito comunista ed escludeva il Sandrino alla fucilazione.
[4] Gi in queste poche righe introduttive delle relazioni del colonnello Valerio, ci sono tutta una serie
di assurdit e menzogne. Prima di tutto Mussolini e la Petacci non potevano essere caduti sullerba
umida che non esisteva allentrata del cancello di Villa Belmonte. Secondo poi c lasserita presenza
a
di Bill ovvero Urbano Lazzaro il vice commissario politico della 52 Brigata Garibaldi. Gi il giorno
successivo con un articolo Erano in quattro, ma il colonnello ricorda male, pubblicato sul Corriere
Lombardo di luned 19 novembre 1945, Urbano Lazzaro sment la sua presenza a quella impresa,
ricordando che lui era a Dongo. Essendo impossibile che ci sia stata una disattenzione o un errore, si
pu ritenere, che il Pci ci aveva provato. Se infatti Bill e Pedro, avessero accettato questa parte di
gloria che gli si offriva, praticamente la vulgata avrebbe avuto un avallo definitivo e determinante.
[5] Altre parti di questa Relazione riservata di Lampredi le abbiamo gi riportate nel Capitolo 3: 28
aprile 1945 La strabiliante giornata di Audisio e Lampredi.
[6] Vuoi che non sia stato Audisio a sparare a Mussolini o vuoi che comunque non fu il solo Audisio a
sparare, evidente che Lampredi in questa relazione scrive il falso. Ora si pu anche comprendere
che per necessit politiche o interessi vari, diffondendo una versione si possa mentire, ma che
Lampredi mentisca al proprio partito che conosce benissimo come sono andati i fatti e sono
ancora vivi Audisio, Moretti, Longo, Gorreri, Ferro, ecc.,, un non senso, assurdo, roba da
manicomio. Ergo quella Relazione aveva ben altri scopi, probabilmente doveva servire in caso di
necessit, ovvero se la vulgata fosse definitivamente affossata. Ma non ci fu bisogno di tirarla fuori,
forse il film di Lizzani, Mussolini ultimo atto, del 1974 gli cav le castagne dal fuoco.
[7] Vedi: R. Uboldi: 25 aprile 1945, Mondadori 2004. Se, per esempio, prendiamo il particolare, ivi
riportato dal Lampredi, che dice di essere entrato nella stanza dei prigionieri in casa De Maria a
Bonzanigo e di avervi trovato un Mussolini quale un vecchietto bianco di capelli, descrivendo quindi
un uomo notoriamente calvo e che fu sbarbato a Grandola dal milite Otello Montermini appena due
giorni prima ed il cui cadavere in foto non mostra peluria sul capo, non si pu dare torto allUboldi.
[8] Audisio invece afferm di avere avuto ordini dal Comando Generale del Cvl. In ogni caso
laffermazione di Lampredi fatta proprio per scagionare il partito da dirette responsabilit su quello
scempio, dimostra come tutta questa relazione sia artefatta e con finalit esterne, pubbliche, non
interne. Infatti inverosimile che si possa essere partiti da Dongo, con un grosso camion carico di
cadaveri (tra laltro disperatamente ricercato allandata), senza sapere dove andarli a scaricare.
Ma sui cadaveri in piazzale Loreto c anche un altro inquietante mistero che nasce dal fatto che gli
americani fecero vari filmati e da quanto si pu capire erano in opera circa 12 cineprese variamente
posizionate in modo sopraelevato. Viene il ragionevole dubbio che queste cineprese, allepoca non
maneggiabili con facilit, vennero allestite molto prima che arrivasse il camion con i cadaveri (sembra
arrivato in piazza tra le 2,30 e le 3,15). Quindi come si spiegano queste informazioni anticipate da
parte degli americani?
[9] Oltre a questa vera idiozia delle scarpe, il Moretti nel 1974 raccont anche a Giorni via nuove, che
Sandrino e Lino messi di guardia ai cadaveri al cancello di Villa Belmonte rischiarono di essere presi
per fascisti dagli uomini di Martino Caserotti. Un altra falsit visto che gli uomini di Casarotti avevano
cooperato e quindi ben sapevano alla sceneggiata della fucilazione davanti a quel cancello.
[10] Questa difesa dufficio della povera contadina, per non regge, proprio per la personalit
contadina della De Maria, per cui anche possibile che abbia ripetuto a modo suo, quanto gli era
stato imbeccato.
[11] In una, forse di poco precedente intervista rilasciata a Cavalleri-Giamminola, pubblicata nel
1990, come sempre del resto, aveva lasciato la stessa indeterminazione; alla domanda, infatti, di chi
avesse usato quel giorno il mitra, tronc lintervista rispondendo: Quello che dovevo dire lho detto.

120

CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

La Vulgata: incongruenze e contraddizioni


Quando parliamo di vulgata, cio della storica versione su la morte
di Mussolini, spudoratamente tramandata ai posteri con contenuti a dir poco
indecenti, ci riferiamo ad un insieme di relazioni e testimonianze rilasciate pi che
altro dagli organi di stampa del partito comunista e da partigiani attestati attori di
quegli eventi, anche se questi testi presentano tra loro un quadro sostanzialmente
simile, ma non uguale e anzi alquanto incongruente e contraddittorio.
Non essendo comunque possibile scegliere e prediligere un testo invece che un altro,
perch sono tutti documenti e testimonianze rilasciati da presunti testimoni oculari,
anzi diretti artefici di quelle vicende e riconosciuti dalla storiografia contemporanea,
dobbiamo considerarli come un corpo unico, elaborato negli anni e spacciato per
versione ufficiale di quegli eventi.
Come abbiamo visto si tratta, in definitiva, di sei versioni o meglio cinque versioni e
mezza, visto che abbiamo una terza versione e una terza versione bis, molto simili tra
loro, rilasciate negli anni dai presunti autori di quella fucilazione.
Circa le relazioni che furono ritenute opera del colonnello Valerio alias Walter
Audisio (prima, seconda e terza versione) e a seguito delle tante contraddizioni che
vi furono rilevate, bene precisare che Audisio ebbe in seguito a sostenere
furbescamente che lui, in realt, aveva scritto ed espressamente firmato solo la terza
versione del 1947, mentre le due precedenti versioni (30 aprile e novembre dicembre 1945, prima e seconda) erano state scritte da qualche redattore su sue
indicazioni e rapporti. In ogni caso, a parte il fatto che la seconda versione venne
espressamente avallata da Luigi Longo con le sue due righe di asseverazione, la
giustificazione di Audisio (farebbe intendere che forse qualche particolare venne mal
riportato) inconsistente perch, sostanzialmente, linsieme di tutti e sei i
resoconti, che non risultano affidabili.
Comunque sia, in questa nostra disamina considereremo le contraddizioni e le
incongruenze pi evidenti, riguardanti i momenti che portarono alla fucilazione di
Mussolini, dicesi avvenuta alle 16,10 davanti al cancello di Villa Belmonte in Giulino
di Mezzegra, tralasciando i fatti e gli eventi precedenti e successivi che pur
meriterebbero di essere ampiamente contestati.
Oggi, alla luce di tante altre conoscenze di quei fatti, possiamo ragionevolmente
ipotizzare che le difformit della vulgata, che andremo ad evidenziare, in realt
nascono pi che altro dal fatto che Audisio e/o gli estensori di queste relazioni,
dovettero inventare e condire una macabra messa in scena, ovvero una finta
fucilazione pomeridiana di due persone, in realt ammazzate al mattino con tuttaltre
modalit e in altri posti.
Ed in effetti proprio la prima versione, quella del 30 aprile 1945, rilasciata a poco
pi di 36 ore dai fatti che, seppur a bella posta sintetizzata in appena 150 righe di
giornale (evidentemente il PCI non potendo essere sicuro di quanto sarebbe poi
trapelato, prefer non dare troppi particolari) assume una importanza decisiva per
capire che dietro un quadro parzialmente veritiero venne stravolta la realt dei fatti.
Le indicazioni dei luoghi e dei tragitti percorsi dal misterioso giustiziere che
raccontava come aveva eseguito la sentenza in nome del popolo italiano, infatti, non
solo erano sbagliati o imprecisi, ma arrivarono perfino a definire la stanza dove erano
rinchiusi i prigionieri priva di finestra, oltre a svariati altri particolari assurdi.
E la dimostrazione che il redattore dellUnit, nello scrivere quel pezzo si era
dovuto basare su un rapporto scritto a pi mani oppure era stato imbeccato da
121

CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

persona che da quelle parti (Bonzanigo e Giulino di Mezzegra) e in quei frangenti,


non vi era stata affatto o meglio ci si era trovata in tuttaltri momenti e situazioni.
Contraddizioni e incongruenze decisive o meno nella vulgata
Premettiamo subito che non attraverso il riscontro di queste contraddizioni
che si pu definire falsa la storica versione. Il riscontro della sua falsit scaturisce
da ben altre prove di natura indiziaria, ma soprattutto di natura oggettiva.
Certamente la presenza di cos tante incongruenze tra i racconti di coloro che
dovrebbero essere stati gli artefici diretti di quellimpresa (la fucilazione di
Mussolini), non cosa da poco ed hanno un loro peso nella sconfessione della
vulgata. Ma il fatto che, ad onor del vero, si potrebbe sempre asserire che le
discrasie, assurdit ed inesattezze presenti nelle plurime e multiformi versioni della
vulgata, potrebbero anche dipendere da una malaccorta esposizione letteraria o da
esigenze contingenti (per esempio il voler a tutti i costi distruggere limmagine di
Mussolini, o dare una certa importanza anche al Lampredi che fino agli inizi degli
anni 70 Audisio definiva, per i momenti della fucilazione, freddo e distante, e poi
nel suo libro postumo del 1975 lo indic invece attento e partecipe e gli assegn
anche lestrazione di una pistola per sparare a Mussolini, ma inceppatasi, che
precedentemente invece si era auto assegnato).
Ma come vedremo tra poco, altri importanti particolari, ad esempio la descrizione dei
luoghi e dei tragitti in macchina e a piedi fatti dal trio dei giustizieri arrivati a
fucilare Mussolini, totalmente sballata; lo stivale destro di Mussolini rotto nel retro
che Valerio asserisce di aver notato nella stanza dove il Duce era rinchiuso, una bugia
riferita per ad un particolare vero, ma verificatosi in tuttaltre circostanze; le
modalit e dinamiche paradossali, multiformi e assurde della fucilazione sia di
Mussolini che della Petacci, ecc., sono invece tutti elementi che fanno capire come
questa vulgata sia una vera e propria bufala [1].
Un discorso a parte meriterebbe poi la faccenda delle mutandine della Petacci,
laddove Valerio, con evidenti intenti denigratori racconta che la Petacci non le
trovava e quindi ritardava luscita dalla casa.
Scrisse infatti nella seconda versione: Dicembre 1945: <<La Petacci non riusciva a
rendersi conto di quel che stava accadendo. Ma ai miei sguardi sollecitatori si
affrett a cercare i suoi oggetti personali, attardandosi a cercare le mutandine che
non riusciva a scovare. Fa presto, sbrigati. E lei: Ma non trovo le mutandine.
Tira via, non pensarci ...>>.
Su questo aneddoto Lampredi, nella sua Relazione del 1972, dice solo di ricordare
qualche riferimento alla storia delle mutandine.
A prima vista, sembrerebbe uno di quei condimenti denigratori che Audisio, o chi per
lui, ha pi volte utilizzato nella vulgata, ma resta il fatto che il cadavere della
Petacci, come tutti poterono poi notare durante lo scempio di Piazzale Loreto,
effettivamente era privo di questo indumento. Che per la Petacci, in quelle sue
ultime ore di vita, non le indossasse sembra improbabile in quanto, se rispondono al
vero le testimonianze dei De Maria, la donna quel giorno aveva le mestruazioni.
Fermo restando che i racconti, di Audisio, De Maria o altri, che riferiscono di un
Audisio che arriva in quella casa a prelevare Mussolini e la Petacci, non sono
attendibili, resta comunque difficile ipotizzare cosa possa essere realmente accaduto e
perch le mutandine siano sparite nel nulla.
Da notare che Audisio, nella sua versione terza bis, quella del Libro, pur piena di
insulti e denigrazioni varie e gratuite, omise il riferimento alle mutandine. Mah.
Ma andiamo a fare le pulci a questa mirabolante e celebre bufala.

122

CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

CARTINA DEL SEDICENTE PERCORSO DI VALERIO


Dal libro di G. Pisan Gli ultimi cinque secondi di Mussolini Il Saggiatore 1996

Ecco lindicazione del percorso che, secondo la versione ufficiale, sarebbe


stato effettuato nel pomeriggio del 28 aprile dal colonnello Valerio.
Il tratteggiato ad x segna il percorso della vettura passando dal bivio di Azzano (1),
su per via XXIV Maggio e fino alla piazzetta del lavatoio (3);
Il tracciato a pallini indica invece il percorso effettuato a piedi dal lavatoio alla casa
De Maria (4) e ritorno (tracciato a liniette in rosso), scortando Mussolini e la Petacci,
fatti salire in automobile, e portati al cancello di Villa Belmonte (2).

Verso Como

Verso Dongo

123

CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

Descrizione dei luoghi e dei percorsi


Iniziamo con la descrizione dei percorsi e delle strade che verso le 16 di quel
sabato 28 aprile, il famoso colonnello Valerio ovvero il ragionier Walter Audisio
avrebbe fatto con Lampredi Guido e Moretti Pietro per andare a prendere Mussolini e
la Petacci nascosti nella casa colonica dei contadini De Maria a Bonzanigo (una casa
descritta come una casetta a mezza costa incastonata nella montagna, quando
invece una grossa costruzione di tre piani adiacente ad altre costruzioni).
Egi qui stupefacente constatare tutta una serie di errate indicazioni, tanto da far
pensare che chi ha riportato queste descrizioni forse non neppure mai stato a
Bonzanigo, ma ha solo raccolto e messo insieme una serie di approssimativi appunti.
Ricordiamo che la vulgata sostiene che Audisio, Lampredi e Moretti, provenienti in
auto da Dongo con lautista Giovanbattista Geninazza, percorsero via XXIV Maggio e
sbucarono, dopo un sottopasso, sulla piazzetta del Lavatoio a Mezzegra, nella frazione
di Giulino dove, lasciarono la macchina. Ne consegue quindi che il trio dei
giustizieri si inoltr per le viuzze che fatti pochi metri a livello costante, curvando a
destra nella piazzetta Rosati, immettono in via del Riale (al tempo una mulattiera) la
quale, con un percorso in evidente discesa, porta alla casa dei De Maria il cui cancello
di entrata si trova sulla sinistra. Qui prelevarono il Duce e la Petacci e poi, tornando
indietro, risalirono allinverso via del Riale.
In pratica un percorso contrario a quello che fecero la notte precedente i partigiani
che, sotto la pioggia, avevano tradotto il Duce in quella casa, ma venendo dalla parte
opposta, ovvero dalla frazione di Bonzanigo, avevano finito per risalire lultimo tratto
di via del Riale che arriva fino al palazzo dei De Maria.
Paradossalmente, le sconclusionate versioni di questo colonnello Valerio/Audisio,
sembrano pi che altro descrivere il precedente percorso notturno di chi port il Duce
in quella casa, invece che il suo arrivo a Giulino verso le 16 del pomeriggio per
andarlo a prendere, del resto da dove era arrivato, ovvero dalla piazza con il Lavatoio,
la casa di De Maria non era assolutamente visibile.
- 30 aprile 45 lUnit, (prima versione) Anonimo giustiziere: (arrivo sul posto):
<<Mussolini era stato sistemato con la Petacci in localit Giulino di Mezzegra
(Tremezzina), provincia di Como, in una casetta di contadini a mezza costa, in
una camera senza finestra, guardati da due partigiani>>.
Pi avanti (uscita dalla casa): <<...la Petacci si affianc a Mussolini, seguiti da me
fecero la mulattiera che scende alla mezza costa fino al punto in cui era ferma
la macchina>>.
[Indicazioni imprecise o errate: Improprio il definire la casa, una casetta a mezza
costa. Oltretutto dalla piazza con il Lavatoio (Largo della Valle) non assolutamente
possibile vedere la casa dei De Maria e inoltre, andando verso quella casa occorre,
dopo un tratto a livello costante, fare un percorso in discesa e, viceversa, provenendo
da casa De Maria e tornando verso la piazzetta del Lavatoio per riprendere la
macchina, si deve risalire, N.d.A.].
- Dicembre 45 lUnit, (seconda versione) Colonnello Valerio: (arrivo in auto alla
piazzetta del Lavatoio) <<...la strada vicinale per la quale lautomobile si inerpicava
a fatica era stretta e deserta La casetta era a mezza costa lautomobile non
pu arrivare fin lass. Valerio scende ed entra solo nella stanza>> . [Notare il
Valerio che entra solo nella stanza, quando invece Moretti dir che fu lui a entrarvi
per primo! Piccole, ma significative differenze, N.d.A.].

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CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

- Dicembre 45 lUnit e Libro di Audisio <<In nome del popolo italiano 1975,
(seconda e terza versione bis): (uscita dalla casa) ...ci avviammo per la
mulattiera che scende dalla mezza costa fino al punto in cui era ferma
lautomobile. Poi nel Libro: E la Petacci si affianc cos a Mussolini Ci avviammo
per la mulattiera che scendeva dalla mezza costa fino al punto in cui era
rimasta ferma la nostra 1100 nera>>. [Errato: idem come sopra].
- Libro di Audisio 1975 (terza versione bis): (arrivo in auto) <<Lasciata la strada del
lungolago, dopo Mezzegra, la strada vicinale per la quale la macchina si inerpicava
a fatica, stretta e deserta, ci conduceva a Bonzanigo Lungo questo percorso scelsi
il luogo dellesecuzione: una curva, un cancello chiuso su un frutteto, la casa sul
fondo palesemente deserta ... La casa dei De Maria era a mezza costa incastonata
nella montagna >>.
[Descrizioni malamente approssimate. Non possibile raggiungere Giulino in auto
salendo verso Bonzanigo, dovendosi presumere dalla via Albana, N.d.A.).
- Relazione Lampredi 1972 (quarta versione): (uscita dalla casa): dopo aver descritto
il ritorno con i prigionieri verso la macchina in attesa sulla piazzetta del Lavatoio, il
Lampredi incorre nellennesimo errore di percorso, affermando: <<...scendemmo
(era esatto dire salimmo) a piedi verso la macchina>>.
- Testimonianze Michele Moretti (quinta versione): solo dopo molti anni, Moretti,
evidentemente oramai ammaestrato dalle tante osservazioni in merito, en passant,
descrisse lesatto senso in salita e discesa di quellandirivieni.
I componenti la missione dei fucilatori.
La vulgata, per la fucilazione di Mussolini, fin per indicare, come coloro che
si recarono a Bonzanigo e Mezzegra: Walter Audisio Valerio il fucilatore, Aldo
Lampredi Guido alto dirigente comunista e Michele Moretti Pietro, commissario
comunista della 52a Brigata Garibaldi. Ma precedentemente:
- 30 aprile 45 lUnit, (prima versione): Qui l anonimo giustiziere che racconta i
fatti al giornale, oltre a s stesso non cita altri partigiani, facendo al massimo intuire
che vi fosse un autista, laddove afferma che arrivati <<...al posto precedentemente da
me scelto... feci fermare la macchina>>.
A dicembre, otto mesi dopo, nellampia e ben ponderata relazione, attestata da Luigi
Longo, dove lanonimo giustiziere diviene il colonnello Valerio (per altro cos gi
nominato in alcune inchieste di Ferruccio Lanfranchi sul Corriere dInformazione nei
mesi precedenti) questi scrisse:
- Dicembre 45 l Unit (seconda versione): <<...Valerio parte in automobile verso la
casa di Bonzanigo dove si trovano Mussolini e la Petacci. Lo accompagnano Guido
ed il vice commissario della 52a Brigata Garibaldi, Bill (Urbano Lazzaro,
n.d.r.), che il comandante Pedro aveva messo a sua disposizione>>. Una menzogna,
subito smentita dallo stesso Lazzaro. che era rimasto a Dongo e da Pedro, alias Pier
Bellini delle Stelle. Cosicch, come in un gioco di prestigio, con la terza versione, si fu
costretti a far sparire Bill per far entrare Pietro. Probabilmente quello scambio di
persona non poteva che avere lo scopo di coinvolgere, per un ulteriore avallo, nella
bufala da divulgare alla storia una fonte non comunista. Possiamo dire che il PCI ci
aveva provato [2].

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CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

- Tutte le versioni successive: con un gioco di prestigio, esce Bill il Lazzaro e ne


prende definitivamente il posto Michele Moretti Pietro!
Accesso in casa dei De Maria del trio dei compagni di merende
- 30 aprile 45 lUnit, Prima versione: Si inizia descrivendo Mussolini e la Petacci
<<in una camera senza finestra>>. Come abbia potuto, lallora ancora
anonimo giustiziere, non rilevare lampia finestra della stanza, tra laltro principale
fonte di luce, inconcepibile.
Proseguiamo: <<...entrai con il mitra spianato. Mussolini era in piedi vicino al letto:
indossava un soprabito nocciola, il berretto della GNR senza fregio, gli
stivaloni rotti di dietro>>.
Strano che Mussolini alle 16 del pomeriggio e prigioniero in casa, stesse in stanza con
indosso soprabito e berretto, ma clamorosa lindicazione dello stivale di Mussolini
rotto nel retro, come tutti lo noteranno poi ai piedi del cadavere. Oggi per sappiamo
che lo stivale destro di Mussolini non era rotto o sdrucito, ma non si poteva chiudere
perche era saltata la chiusura lampo al tallone, e quindi il Duce sarebbe stato
impossibilitato a camminare per essere trasportato fuori dalla casa.
- Dicembre 45 lUnit Seconda versione. Si precisa ora che lo stivale destro era
sdrucito dietro e si descrive una incredibile passeggiata a piedi:
<<...Claretta saltellava per la via scoscesa (in realt avrebbe dovuto essere in
salita, n.d.r.) impacciata dai tacchi alti delle scarpette di cuoio nero. Il Duce, pi
Duce che mai camminava spedito, sicuro>> (con lo stivale aperto! N.d.A.).
Probabilmente gli estensori di queste relazioni, sapendo che lo stivale destro di
Mussolini era poi stato notato aperto al piede del cadavere, condirono i loro racconti
con questo particolare, non considerando per che si trattava della rottura della
saracinesca con impossibilit di chiusura e normale deambulazione.

- Relazione di Lampredi del 1972, Quarta versione: <<Entrammo e ricordo con


grande vivezza che alla mia destra, vicino alla porta, in piedi, stava Mussolini...
avevo davanti a me un vecchietto bianco di capelli>>. Strana osservazione di una
persona tutta pelata anche con rasatura, che era stata sbarbata dal milite, adibito a
barbiere, Montermini, il pomeriggio del 26 aprile a Grandola e che infatti le foto del
cadavere non mostreranno questa capigliatura, N.d.A.
Moretti (ovvero Bill) e lautista messi di guarda: il colmo del contrario
- Dicembre 45 l Unit (seconda versione): <<Nessun altro assisteva alla scena. Bill
stava cento metri distante, oltre la svolta superiore della strada, Lautista
che ci aveva guidato fin l, stava cento metri pi gi, oltre la svolta verso
la discesa>>.
- Relazione di Lampredi del 1972, Quarta versione: <<Allora chiamammo Moretti,
che si trovava alla nostra sinistra, verso la piazza col lavatoio, Audisio
prese il suo mitra e spar ad ambedue>>.
- Testimonianza Moretti, Quinta versione: << Poi lautista venne mandato al
curvone a monte della strada alcune decine di metri su verso Bonzanigo,
mentre io mi posi a valle sulla prima ampia curva che porta ad Azzano,
onde impedire a chiunque il passaggio per il tempo necessario>>. Esatto contrario!

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CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

Pronunciamento o la lettura di una sentenza di morte?


- 30 aprile 45 lUnit e Dicembre 45 lUnit, (prima e seconda versione): <<Si mise
(Mussolini, n.d.r.) con la schiena al muro, al posto indicato, con la Petacci al fianco.
Silenzio. Improvviso, pronunciai la sentenza di condanna contro il
criminale di guerra: Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della
Libert sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano... >>.
- Marzo 1947 lUnit e Libro Audisio 1975, (versioni terza e terza bis):
<<Improvvisamente cominciai a leggere il testo della condanna a morte del
criminale di guerra Mussolini Benito: Per ordine del Comando Generale del Corpo
volontari della Libert sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano>>.
- Relazione Lampredi 1972:, Quarta versione <<Audisio non lesse alcuna
sentenza, forse disse qualche parola, ma non ne sono sicuro>>.
- Testimonianza Moretti, Quinta versione: <<Vistisi collocati (Mussolini e la Petacci,
n.d.r.) contro il muro e vedendo Valerio che immediatamente si era messo a
pronunciare la sentenza di morte In nome del popolo italiano, dopo aver
imbracciato il mitra, si sentirono perduti>>.
Come vedesi, con enorme faccia tosta, si passa da un pronunciamento a voce di una
pseudo sentenza di morte (prima e seconda versione), ad una esplicita lettura della
stessa (versioni terza e terza bis), lettura poi smentita da Lampredi e Moretti. Chiss
cosa sar passato nella mente degli estensori di questa vulgata. E probabile che la
faccenda del pronunciamento o lettura di una pseudo sentenza fu introdotto per
dare un senso legale, a vantaggio dellagiografia resistenziale, di un assassinio che
coinvolse anche una donna.
La presenza di Aldo Lampredi Guido nei momenti della fucilazione
- Dicembre 45 lUnit, (seconda versione Colonnello Valerio): <<C'era Guido, ma
era freddo e distante, quasi non fosse un uomo ma un testimonio impassibile>>.
- Marzo 47 lUnit, (terza versione) Walter Audisio: Lampredi Guido viene
ridefinito: <<freddo e distante>>.
- Libro 1975 di Audisio (versione terza bis): rievocando gli stessi momenti della
fucilazione si dice ora del Lampredi: <<C'era Guido, attento e partecipe>>.
Una metamorfosi da manicomio!
Assassinio di una donna: Clara Petacci
Senza mai spiegare perch una donna, oltretutto assolutamente non passibile
di pena di morte, venne portata assieme a Mussolini fin sul posto della fucilazione,
ecco come la poliforme vulgata descrisse questo assassinio:
- 30 aprile 45 lUnit, (prima versione): <<Mussolini apparve annientato. La
Petacci gli butt le braccia sulle spalle e disse: Non deve morire. Mettiti al tuo
posto se non vuoi morire anche tu. La donna torn, con un salto, al suo posto.
Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini, che si
accasci sulle ginocchia con la testa leggermente reclinata sul petto. Poi fu la
volta della Petacci. Giustizia era fatta>>. Quindi da questo testo, alquanto
incoerente visto il precedente avvertimento dato alla donna di restare al suo posto,

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CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

ma sempre a ridosso di Mussolini a cui si stava per sparare, si pu dedurne una


manifesta volont di ucciderla (...Poi fu la volta della Petacci...), ma anche il fatto,
non descritto, che si dovette sparare un altra raffica per ucciderla.
- Dicembre 45 lUnit, (seconda versione): <<...scaricai cinque colpi al cuore del
criminale di guerra Nro 2... Non era morto. Tirai ancora una sventagliata rabbiosa
di quattro colpi. La Petacci che gli stava al fianco impietrita e che nel frattempo
aveva perso ogni nozione di s, cadde anche lei di quarto a terra, rigida come
un legno, e rimase stecchita sull'erba umida>>. Ora la Petacci impietrita e
semi incosciente, forse fulminata da questa seconda raffica rabbiosa di quattro
colpi, che non si sa se era diretta ancora a Mussolini o a lei o a casaccio, ma come e
perch venne colpita? Qualcuno azzard lipotesi che forse alcuni colpi che avevano
raggiunto Mussolini erano trapassati dal corpo della Petacci. E lerba umida in cui
cadrebbe, da dove scappa fuori se davanti al Cancello non c mai stata se non
qualche sterpaglia allo spigolo di congiunzione tra il muretto e la pavimentazione? Si
noti che si parl anche sia di Mussolini che la Petacci caduti nellerba umida anche
nelle righe di apertura di queste relazioni iniziate sullUnit il 18 novembre 1945).
- Marzo 1947 lUnit (terza versione): <<E su quel corpo (Mussolini, n.d.r.) scarico
cinque colpi. Si afflosci sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata
sul petto. Non era ancora morto, gli tirai una seconda raffica di quattro colpi. La
Petacci, fuori di s, stordita, si mosse confusamente; fu colpita e cadde
di quarto a terra>>.
Qui finalmente sappiamo come veramente andata: la Petacci, in confusione
mentale, si mezza suicidata!
- Relazione Lampredi 1972, (quarta versione): <<Tra me e Audisio non ci fu
discussione a proposito della Petacci tanto normale ci parve dovesse seguire
la sorte di Mussolini>>. Esplicita, chiara e condivisa decisione di ucciderla.
- Testimonianze Moretti (quinta versione): <<La donna che si trovava al fianco
sinistro di Mussolini gli si avvicin di scatto, stringendolo e gridando: Non deve
morire!. Forse credeva di impietosire Valerio con il suo gesto, ma egli imperterrito
di rimando rispose: Vuoi morire prima tu? Part subito una raffica un attimo dopo
essi erano a terra, la Petacci era gi morta>> (come?, perch?, non si s!, N.d.A.).
La fucilazione di Mussolini
Senza mai spiegare linspiegabile, ovvero perch Mussolini, il criminale di
guerra N. 2, venne fucilato di nascosto e al petto, mentre gli altri rappresentanti della
RSI, un paio di ore dopo, si pretese rabbiosamente di fucilarli alla schiena e davanti a
tutta la popolazione, ecco la descrizione delle modalit della fucilazione.
- 30 aprile 45 lUnit, Prima versione, secca e sintetica:
<<Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini, che
si accasci sulle ginocchia con la testa leggermente reclinata sul petto. Poi fu la
volta della Petacci>>.
Ma quella stessa mattina in cui usc lUnit (ovviamente preparata la notte
precedente) il prof. Mario Caio Cattabeni eseguendo la necroscopia del cadavere di
Mussolini riscontr 9 colpi pre mortali. Nei mesi successivi non tutti poterono
conoscere questo particolare (ad agosto era apparso in Clinica Nuova un
rendiconto della necroscopia di Cattabeni, in cui si indicavano otto colpi,
dimenticando stranamente il colpo al fianco, che pur aveva descritto nel suo verbale).
128

CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

Al PCI per erano sicuramente informati circa il referto autoptico. Occorreva


aggiustare e adattare ai risultati della necroscopia, la sintetica relazione del 30 aprile,
con un altra versione dei fatti. Otto mesi dopo iniziarono le prime modifiche a cui
poi se ne aggiunsero altre successivamente, incorrendo in un incoerente e ridicolo
balletto di spari.
- Dicembre 45 lUnit, (seconda versione): <<...nel breve spazio di tempo che Bill
aveva impiegato a portarmi il suo mitra (il suo Thompson disse che si era inceppato,
N.d.A.), mi ero trovato veramente solo con Mussolini. Come avevo sognato. C'era
Guido, ma era freddo e distante, quasi non fosse un uomo ma un testimonio
impassibile; c'era la Petacci, al fianco di 'lui' che quasi lo toccava col gomito, ma
non contava. C'eravamo lui ed io, lui che doveva morire e io che dovevo ucciderlo.
Quando mi fui di nuovo piantato davanti a lui con il MAS in mano, scaricai
cinque colpi al cuore del criminale di guerra Nro 2 che si afflosci sulle ginocchia,
appoggiato al muro, con la testa leggermente reclinata sul petto. Non era morto.
Tirai ancora una sventagliata rabbiosa di quattro colpi. La Petacci che gli
stava al fianco impietrita e che nel frattempo aveva perso ogni nozione di s, cadde
anche lei di quarto a terra, rigida come un legno, e rimase stecchita sull'erba umida.
Resto per un paio di minuti accanto ai due giustiziati, per constatare che il loro
trapasso fosse definitivo. Mussolini respirava ancora e gli diressi un sesto (sic!
n.d.r.) colpo dritto al cuore (se nella prima versione ha sparato 5 secchi colpi, ora
questi, pi in linea con la necroscopia, diventano 5 + 4 + 1 di grazia, N.d.A.).
L'autopsia constat pi tardi che l'ultima pallottola gli aveva reciso netto l'aorta.
Erano le 16,10 del 28 aprile 1945>>.
- Marzo 47 lUnit, (terza versione): <<Faccio scattare il grilletto, ma i colpi non
partono. Il mitra si era inceppato. Manovro lotturatore, ritento il tiro, ma larma
non spara.
Passo il mitra a Guido, impugno la pistola: anche la pistola si inceppa. Passo a
Guido la rivoltella, afferro il mitra per la canna, chiamo a voce il commissario della
52 (Moretti, n.d.r.) che viene di corsa a portarmi il suo MAS .
Scarico 5 colpi. Il criminale si afflosci sulle ginocchia, appoggiato al muro, con
la testa reclinata sul petto. Non era ancora morto. Gli tirai una sesta raffica di 4
colpi. La Petacci, fuori di s, stordita, si mosse confusamente; fu colpita e cadde di
quarto a terra. Mussolini respirava ancora e gli diressi sempre con il MAS un
ultimo colpo al cuore. Lautopsia constat pi tardi che lultima pallottola gli aveva
reciso netto laorta. Erano le 16,10 del 28 aprile 1945>>.
In questa terza versione del 1947 i colpi, pur rimanendo 10 hanno una descrizione
pi asciutta.
- Libro Audisio 1975 (versione terza bis). <*<Chiamai a voce alta il commissario
della 52a Brigata (Moretti, n.d.r.), che venne di corsa a portarmi il suo mitra. Pietro
scambi la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di corsa risal al suo
posto di guardia... L'inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun
barlume di speranza a Mussolini, egli sentiva ormai che avrebbe dovuto morire...
Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano, scaricai
cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si afflosci sulle
ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto.
La Petacci, fuori di s, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e
cadde di quarto a terra. Erano le 16.10 del 28 aprile 1945. L'arma portava i seguenti

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CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

contrassegni: cal. 7,65 L. MAS mod. 1938 - F.20830 e aveva un nastrino rosso
legato all'estremit della canna>>.
Il balletto della dinamica balistica della fucilazione fornito dal colonnello Valerio /
Audisio si chiude qui, con questa pi sintetica versione data da Audisio nel suo libro
uscito postumo, nella quale sparisce il colpo di grazia. I colpi vengono sintetizzati in
cinque.
Anche negli anni successivi gli ambienti resistenziali e la letteratura a loro vicini,
cercarono di essere il pi sintetici possibile sul numero dei colpi, indicandone, se il
caso, sommariamente circa cinque, che ovviamente non corrispondono al numero
effettivo dei colpi che raggiunse Mussolini in vita, e giustificandolo con il fatto di
riferirsi ai soli colpi che furono letali. Un ulteriore furbizia perch i colpi che attinsero
il Duce in vita dovrebbero essere, seppur distinti, indicati sia in letali che in non
mortali, altrimenti non ce senso a riportarli.
- Relazione Lampredi 1972 (quarta versione). Ma ecco che il Lampredi nella sua
ambigua relazione del 1972, rimasta per 24 anni nei cassetti del PCI, non numera gli
spari e neppure accenna a colpi di grazia, ma introduce un nuovo clamoroso elemento
in quella fucilazione:
<<Punt il mitra (Audisio, n.d.r), ma larma non funzion. Io che stavo alla sua
destra, presi la pistola che avevo nella tasca del soprabito, premetti il grilletto, ma
inutilmente: la pistola si era inceppata. Allora chiamammo Moretti, che si
trovava alla nostra sinistra, verso la piazza col lavatoio. Audisio prese il
suo mitra e spar ad ambedue. Tutto questo avvenne in brevissimo tempo: uno
due minuti durante i quali Mussolini rest immobile, inebetito, mentre la Petacci
gridava che non potevamo fucilarlo e si agitava vicino a lui quasi volesse
proteggerlo con la sua persona.
Fu forse il comportamento della donna, cos in contrasto con il proprio, che
allultimo momento spinse Mussolini ad avere un sussulto, a raddrizzarsi, e
sgranando gli occhi ed aprendo il bavero del pastrano (i rilievi su quello strano
giaccone indosso al cadavere di Mussolini, dimostrarono che il Duce fu ucciso senza
alcun pastrano indosso, N.d.A.), ad esclamare: Mirate al cuore!>>..
Il Lampredi aggiunge anche che di questo particolare non ne ha parlato con nessuno
e che ne al corrente anche Moretti che per si sarebbe impegnato a tenerlo
riservato. Vedremo invece pi avanti, come il Moretti, dopo aver per anni ripetuto che
Mussolini era morto male adeguandosi alle versioni di Audisio, negli ultimi anni
della sua vita confess che in realt era morto gridando a gran voce: viva lItalia!.
- Testimonianze Moretti, Quinta versione: <<...Terminata la frase (In nome del
popolo italiano, n.d.r.), Valerio diresse il suo mitra contro Mussolini, premette il
grilletto, ma il colpo non part. Volendo farla finita al pi presto per motivi diversi,
prese intanto la rivoltella che Guido gli aveva porto, ma anche da essa non part il
colpo...
Intanto Mussolini e la Petacci rimanevano addossati al muro ammutoliti dal terrore
per quanto stava accadendo. Allora Valerio mi chiam dicendomi di portargli il mio
mitra. Mi affrettai a farlo, ma confesso, prima di consegnarglielo ebbi un attimo di
esitazione...
Valerio nervosamente afferr larma, la imbracci e si gir a sinistra per sparare.
La donna che si trovava al fianco sinistro di Mussolini gli si avvicin di scatto,
stringendolo e gridando: Non deve morire!. Forse credeva di impietosire Valerio
con il suo gesto, ma egli imperterrito di rimando rispose: Vuoi morire prima tu?
part subito una raffica un attimo dopo essi erano a terra, la Petacci era gi morta.

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CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

Valerio mi chiese ancora la mia pistola e spar il colpo di grazia a


Mussolini che ancora rantolava>>.
Le famose pistole che si incepparono
Nella Prima versione del 30 aprile 1945 il misterioso giustiziere non descrive
molti particolari precedenti latto finale della fucilazione. Otto mesi dopo invece:
- Dicembre 45 lUnit, Seconda versione: <<Faccio scattare il grilletto ma i colpi
non partono. Il mitra era inceppato. Manovro l'otturatore, ritento il tiro, ma l'arma
del 'regime' (clamoroso, questo fanfarone, preso dalla sua furia denigratoria, non
saprebbe neppure che il suo mitra un Thompson americano! n.d.r.) decisamente
non voleva sparare. Cedo allora il mitra al compagno Guido, estraggo la pistola,
punto per il tiro ma, sembra una fatalit, la pistola non spara. Mussolini non
sembra essersene accorto... Passo la pistola a Guido, impugno il mitra per la canna,
pronto a servirmene come di una clava e chiamo a gran voce Bill (che invece non
era lui, ma Moretti, n.d.r.) che mi porti il suo MAS>>..
- Marzo 47 lUnit, Terza versione: <<Passo il mitra a Guido, impugno la
pistola: anche la pistola si inceppa. Passo a Guido la rivoltella, afferro il mitra per
la canna, chiamo a voce il commissario della 52a (Moretti, n.d.r.) che viene di corsa
a portarmi il suo MAS.>>.
Quindi in queste due versioni la pistola inceppatasi sembra essere di Audisio stesso.
- Libro Audisio 1975 Terza versione bis: <<...il mitra si era inceppato. Manovrai
l'otturatore, ritentai il tiro, ma l'arma non spar. Guid impugn la pistola
punt per il tiro, ma sembrava una fatalit, la pistola era inceppata>>.
Bacchetta magica: ora si deve dedurre che la pistola di Guido! Come infatti
confermer Lampredi stesso, vedi appresso).
- Relazione Lampredi 1972, Quarta versione: <<Punt il mitra (Audisio, n.d.r.), ma
larma non funzion. Io (Lampredi, n.d.r.) che stavo alla sua destra, presi la
pistola che avevo nella tasca del soprabito, premetti il grilletto, ma inutilmente:
la pistola si era inceppata>>.
- Testimonianza Moretti, Quinta versione: <<...Terminata la frase, Valerio diresse il
suo mitra contro Mussolini, premette il grilletto, ma il colpo non part. Volendo
farla finita al pi presto per motivi diversi, prese intanto la rivoltella che Guido
gli aveva porto (altra versione che smentisce sia Audisio che Lampredi, visto che
assegna la pistola a Lampredi, ma questi lavrebbe passata ad Audisio senza provare a
utilizzarla lui! n.d.r.), ma anche da essa non part il colpo... Valerio nervosamente
afferr larma (il Mas che Moretti gli ha dato in cambio del Thompson che si era
inceppato, n.d.r.), la imbracci e si gir a sinistra per sparare... part subito una
raffica un attimo dopo essi erano a terra... Valerio mi chiese ancora la mia
pistola (ed ecco un altra pistola, questa volta efficiente) e spar il colpo di
grazia a Mussolini che ancora rantolava>>.
Miracolo: appare ora una pistola, di Moretti, che, data ad Audisio, spara il colpo di
grazia (ma non aveva detto Audisio di averlo sparato con il mitra Mas?): con la
vulgata le sorprese non finiscono mai!
Ecco come questa tragica farsa, gi presente nelle prime tre versioni, venne
messa in burletta dal giornalista Bruno Spampanato nel suo Contromemoriale
pubblicato sul Meridiano Illustrato nel dopoguerra:

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CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

La prima volta (prima versione del 30 aprile 45) tutto procede regolarmente ed il
colonnello, a tre passi, con i suoi bravi 5 colpi liquida il bersaglio.
La seconda volta (seconda versione del dicembre 45) una vera sequenza da
western: il colonnello vuole sparare, non spara, lascia il mitra, prende la pistola,
lascia la pistola, prende il MAS, tira 5 colpi e poi 4 colpi e poi un ultimo colpo che
sarebbe il decimo e lui dice che il sesto; e chi gli ha portato il MAS che funziona
il vicecommissario, che poi il commissario e si chiama Bill e invece si chiama
Pietro Gatti, cio Moretti; e quel Guido, il pi importante di tutti, che resta
freddo impassibile,,, e che sta a raccattare le armi che non vanno come il
ragazzo che regge le mazze da golf
La terza volta (terza versione del 1947), Valerio ha chiamato che gli si portasse il
MAS a voce alta: troppo poco a 100 metri di distanza; nel secondo racconto aveva
chiamato a gran voce!. Ogni altro commento superfluo.
E finiamo con il colmo dellassurdo: la triplice descrizione di come mor Mussolini:
- Walter Audisio / Valerio descrive sempre, nero su bianco, un Duce come tremante,
pavido, immobile, incapace di dire e fare alcun ch, tranne biascicare frasi
improbabili e senza senso, come per esempio il balbettante ...ma, ma, ma signor
Colonnello..., dove non si capisce come il Duce abbia dedotto che questo liberatore
(cos gli si era presentato) fosse un colonnello e di quale arma o schieramento poi;
- per Aldo Lampredi, altrettanto nero su bianco da parte sua, invece il Duce, dopo
essersi scosso da questa inanit, aprendosi il pastrano, griderebbe: Mirate al
cuore!.
- Michele Moretti, infine, dopo aver ripetuto fino alla sua morte il copione di partito,
ovvero che il Duce era morto male, nellottobre del 1990, confesser al giornalista
storico Giorgio Cavalleri che vide Mussolini non troppo sorpreso e quindi lo sent
gridare con foga: Viva lItalia! (e rispose allintervistatore che gli chiese se questa
esternazione gli abbia dato fastidio, che non lo aveva infastidito affatto, in quanto si
trattava dellItalia di Mussolini, non certo della sua). Questa del Moretti ci sembra
una confessione pi veritiera, sia per la sua esposizione sia per il fatto che
abbastanza in coerenza con un atteggiamento di Mussolini che muore avendo a
simbolo lItalia a cui riteneva di aver dedicato tutta sua vita.
La rivelazione di questa confessione, fatta da Cavalleri nel suo libro Ombre sul lago,
Ed.Piemme, pubblicato nel 1995 lo stesso anno in cui a marzo Moretti mor,
nonostante non fosse una dichiarazione ufficiale non pot poi esse confermata
dallinteressato, a nostro avviso, credibilissima ed infatti il Cavalleri, uno scrittore
vicino ad ambienti resistenziali, non risulta che venne accusato di esserselo inventato
e in proposito, come al solito, questi ambienti tacquero (e questo significativo).
Qualcuno si chieder: ma oggi giorno, come si sono posti gli ambienti e le fonti
resistenziali, di fronte a questo guazzabuglio di versioni e testimonianze?
Semplice, si sono chiusi in un certo riserbo ed evitano di entrare in polemiche o
fornire spiegazioni e facendo capire che non con il riscontro di queste
contraddizioni che si pu confutare la vulgata, ma occorrono prove, documenti e
testimonianze riscontrabili e attendibili. Come se queste prove, ad esempio, il
giaccone imperforato indosso al cadavere di Mussolini, che da solo smentisce tutta
questa farsa, non esistessero affatto.

132

CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

Note
[1] Il fatto che la vulgata fosse un falso architettato passo, passo nel tempo per adeguare alcuni
eventi effettivamente accaduti ad una messa in scena, comunque dimostrato, non tanto da varie
incongruenze e contraddizioni, alcune delle quali, come detto, possono essere spiegate da esigenze
agiografiche e politiche, denigrazione della figura di Mussolini e qualche volta, magari, cattivi ricordi o
ricordi incorretti, ma proprio dalle sballate descrizioni dei luoghi dove dicesi arriv il trio dei giustizieri
per mettere in atto la storica fucilazione. Come possibile, infatti, che Audisio, o chi per lui, racconti di
essere arrivati alla piazzetta con il Lavatoio e scriva: <<...la strada vicinale per la quale lautomobile si
inerpicava a fatica era stretta e deserta La casetta era a mezza costa lautomobile non pu
arrivare fin lass>>. Qui, in poche parole, vengono riportate notizie assurde e inverosimili. Primo: la
descrizione di una strada vicinale stretta e deserta, per salire a Bonzanigo, pi attinente alla via
Albana che si trova dalla parte opposta che non alla via XXIV Maggio; secondo: la casa un
palazzone e non una casetta; terzo: casa dei De Maria, dalla piazzetta con il Lavatoio (largo della
Valle) ad un livello inferiore e quindi non c da salire per arrivarvi, ma semmai bisogna scendere;
quarto, da dove Audisio arrivato con la macchina non assolutamente possibile scorgere il palazzo
di casa De Maria, perch bisogna passare la piazzetta Rosati, svoltando a destra, e quindi, dopo aver
passato sotto un androne, scendere un breve tratto di via del Riale. Concludendo, tutti i fatti che si
svolsero in quel paesino, non si sono svolti come li hanno raccontati, ma con modalit ed episodi del
tutto diversi. Rimettere insieme tanti particolari ed eventi, per simulare una finta fucilazione non fu del
tutto facile, soprattutto nella descrizione delle strade che, in effetti, non vennero mai percorse da
Audisio.
[2] Che nella seconda versione del novembre dicembre 1945, venne dato per partecipante a
quellimpresa Urbano Lazzaro Bill, non cosa da poco ed anzi, dimostra chiaramente come certe
falsificazioni e manipolazioni della verit vennero, per motivi vari, messe in atto. Alcune sono passate
indolori o quasi ed ora fanno parte di quelle relazioni, altre, come questa di Bill, si
stati
invece
costretti a rimangiarsele.
E ovvio che il Pci, che al tempo si era assunto oneri e onori della fucilazione, alquanto arbitraria, di
Mussolini e soprattutto della Petacci, di fronte ad un certo scetticismo o comunque qualche perplessit
che gi al tempo si andava esprimendo, ebbe la brillante idea di far partecipare a quellimpresa
Urbano Lazzaro Bill, dicesi appositamente messo a disposizione dal suo comandante Pier Luigi Bellini
delle Stelle Pedro. In pratica era bastato sostituire Michele Moretti con il Lazzaro per sistemare la
cosa. Con una certa faccia di bronzo e la solita insolenza e prepotenza, il partito comunista se la
sarebbe poi vista con i partigiani del comasco che invece ben sapevano che a Bonzanigo era salito
Moretti e non il Lazzaro. Ma il gioco valeva la candela perch si prendevano due picconi con una fava:
si coinvolgevano ambienti non comunisti della Resistenza nella storica versione traendone evidenti
vantaggi politici e si rendeva la stessa vulgata meno attaccabile da parte di tutti coloro che non
erano comunisti o simpatizzanti tali.
Come abbiamo visto fu lo stesso Lazzaro, sostenuto dal Pier Bellini delle Stelle, a smentire
immediatamente questa falsa attestazione e quindi la cosa fin l.
Quello che qui vogliamo per evidenziare il fatto che se il Lazzaro e il Pier Bellini avessero accettato
questa offerta di oneri e onori nella storica impresa, noi oggi ci saremmo trovati tutta una ulteriore
serie di incongruenze e contraddizioni, oltre a non saper neppure bene come collocare la figura di
Michele Moretti Pietro. E in pratica quanto accaduto con altri particolari che questa vulgata riporta e
che oggi ci risultano incongruenti.
La stessa cosa accadde con Guglielmo Cantoni Sandrino, uno dei due guardiani lasciati in casa De
Maria a sorvegliare i prigionieri, il quale nel 1956 rilasci a Giorgo Pisan, per conto del settimanale
Oggi e dietro remunerazione di 120.000 lire (una bella somma per lepoca) una particolareggiata
testimonianza, neppure troppo discorde dalla vulgata, ma dalla quale risultava, intanto, che il
Sandrino aveva pur visto qualcosa della fucilazione e poi che a sparare a Mussolini era stato anche il
Moretti. Sappiamo che immediatamente il Pci intervenne e obblig Sandrino a restituire la somma
ricevuta e a ritrattare, con due righe autografe pubblicate sullUnit, quella testimonianza.
Ma se questa ritrattazione non fosse avvenuta, non ci troveremmo noi oggi con una ulteriore bufala,
ma pur sempre attestata da un presunto partecipante a quellimpresa?
Ecco, tutto questo da lidea, quando si parla di vulgata, di che cosa e con che cosa abbiamo a che
fare.

133

CAPITOLO 6

LA VULGATA INCONGRUENZE E CONTRADDIZIONI

CASA DE MARIA LACCESSO IN VIA DEL RIALE


Qui sotto, il tratto finale di via del Riale verso casa dei De Maria, visto
da due opposte posizioni:
1. Nella foto a sinistra c il tratto finale della mulattiera dove sul muro di
destra si intravede il cancello di entrata di casa De Maria e in fondo ai gradoni
dellacciottolato, che prosegue in salita, si nota anche landrone, passato il
quale e svoltando a sinistra, ci si avvia verso la piazzetta del Lavatoio
(percorso che dicesi avrebbe fatto Audisio e gli altri giustizieri verso le 16 del
28 aprile, per venire a prendere Mussolini e la Petacci e portarli poi alla
macchina ferma sulla piazzaetta del Lavatoio, ma come vedremo le
indicazioni topografiche fornite da Audisio non coincidono affatto).
2. Nella foto a destra, invece, si vede via del Riale in senso opposto, dove il
cancello di entrata a casa De Maria e sulla sinistra ed in fondo alla mulattiera,
in discesa, ci si avvia verso la curva a gomito che poi porta allo slargo erboso
(percorso questo che avrebbero fatto gli accompagnatori di Mussolini e la
Petacci la piovosa notte del 27/28 aprile 1945 quando risalirono via del Riale
per portare i prigionieri in casa De Maria).

134

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

La necroscopia del prof. Cattabeni


Il Verbale (o i Verbali)
dautopsia
Nel dopoguerra si pot leggere il
verbale di autopsia N. 7241, stilato dal
prof. Caio Mario Cattabeni il 30 aprile del 1945,
allobitorio di via Ponzio in Milano, gestito
dallIstituto di Medicina Legale dellUniversit
di Milano diretto dal prof. Antonio Cazzaniga
una autorit in proposito. Quel giorno per il
Cazzaniga era assente e quindi la necroscopia
venne eseguita dal suo allievo e assistente
Cattabeni. Col tempo ci si trov anche in
presenza di qualche pubblicazione che riportava
un testo alquanto riassuntivo.
Oltretutto un testo del verbale autoptico non riportava lora di inizio della stessa, fatto questo
che indusse erroneamente il dott. Aldo Alessiani a denunciare un probabile intento
mistificatorio sullorario da parte del Cattabeni.
In seguito il Prof. Sergio Abelli-Riberi di Torino rintracci presso l'Istituto di Medicina Legale
di Milano anche la stesura di un altro verbale (stesso numero 7241 e stessa data 30 aprile
1945) che riportava lora di inizio della necroscopia le 7,30 (ora legale in vigore).
Anzi questaltro verbale descriveva anche il cervello, cosa invece assente nel verbale pi
conosciuto e per, guarda caso, indicava, genericamente solo 7 fori, causati da colpi
premortali: nel testo si dice infatti: Sono stati identificati in tutto sette fori di entrata di
proiettile sicuramente prodotti in vita, dato il netto alone ecchimotico-escoriativo, quando
invece lo stesso Cattabeni di fori premortali, nellaltro suo verbale 7241 pubblicato, ne aveva
chiaramente indicati 9 (questi documenti sono anche visibili nel sito: Storia History,
http://www.larchivio.com/storia.htm).
Inoltre in questaltro verbale, in un certo senso alquanto riassuntivo, si accennava ad un
particolare, non menzionato nel noto verbale, ossia:
<< Non vi stata morte immediata con la prima scarica, perch non esistono estese
infiltrazioni emorragiche mediastiniche che sono incompatibili con la istantaneit del
decesso. Per qualche minuto, dopo le lesioni inferte con una scarica di mitra, la vittima
ha potuto dare qualche segno di vita cos da giustificare un ulteriore intervento per il
cosiddetto colpo di grazia>>.
Nel suo Rendiconto di una necroscopia deccezione, pubblicato su la rivista
Clinica Nuova alcuni mesi dopo la stesura del verbale autoptico, il Cattabeni parl invece,
sia pur genericamente, di morte istantanea.
In ogni caso, come scrisse il prof. Pierluigi Baima Bollone, il valore di questaltro documento,
probabilmente redatto su appunti originali, risulta dubbio non solo per le differenze con
quello originale, ma per il fatto che Cattabeni viene indicato come direttore dellIstituto
mentre lo diverr soltanto nel 1955 (direttore era infatti il prof. Cazzaniga).
Nella storia, alquanto confusa, del verbale autoptico si parlato infine anche di un altro
verbale tenuto dallIstituto segreto, e di un verbale compilato dagli Alleati (che sembra siano
stati presenti, con proprio personale. quel giorno allobitorio) per loro documentazione, ma
dare certezze in proposito non mai stato possibile.
In ogni caso viene unanimemente preso a testo campione, il verbale di Cattabeni pubblicato,
per leditore Gnocchi, da Renato Salvadori nel libro Nemesi del 1945.

135

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Il verbale trascritto a mano risulta ancora oggi conservato con il numero 7241 nel registro
delle autopsie dellIstituto di Medicina Legale e delle Assicurazioni presso lUniversit di
Milano, ma a parte il fatto che sembrerebbe che, ad oggi, il verbale originale scritto dal
Cattabeni sia andato smarrito, emblematico, sospetto e di un certo interesse, anche il fatto
che la prima pagina del verbale, venne conservata allIstituto, con incollato il ritaglio di un
articolo dellItalia Libera del 1 maggio 1945, articolo in cui si descrivono, con la retorica e le
fole di quei momenti le ultime ore del Duce.
Anche lultima pagina del verbale incollata con un altro ritaglio di stampa ovvero quello di
una agenzia informativa dellAmerican Press pubblicato il 1 febbraio (sicuramente del 1946)
dove si fornisce una recensione dellautopsia e si riportano i commenti del colonnello James
E. Hash che evidentemente aveva avuto rapporto dal sanitario americano forse allora
presente in sala settoria (dovrebbe trattarsi di un maggiore medico della Va armata), anche se
non viene citato.
Queste astrusit, per la conservazione di un verbale autoptico, vengono definite bizzarrie del
tempo, ma come invece ebbe giustamente a intuire Enzo Cicchino in Storia-History
(reperibile telematicamente http://www.larchivio.com/storia.htm, dove si riportano ampi
documenti su questo argomento), questa prassi ha avuto un evidente scopo, quasi
intimidatorio ovvero quello di far capire a tutti, pilotandoli nella lettura, che la versione
ufficiale di quella morte e lautopsia di Cattabeni erano un tuttuno inscindibile e che godeva
dellassenso degli Alleati. Fatto questo che fa alquanto sospettare la necessit di dare un
sostegno indiretto ad una versione che faceva acqua da tutte le parti.
Sembra comunque che negli Stati Uniti sia conservata una voluminosa relazione
sullautopsia. Renzo De Felice, infatti scrisse in proposito:
<<Ho trovato addirittura diverse versioni dellautopsia di Mussolini. Mi sono fatto un idea
che la pi attendibile quella inedita allegata allinchiesta segreta degli Americani>>
(Vedesi: P. Chessa, Rosso e Nero, Baldini & Castoldi 1995).
Sembra, infatti, che erano presenti come osservatori ufficiali medici dellesercito americano,
che oltre a scattare foto dovrebbero anche aver girato un filmato, rimasto segreto.

***
Riportiamo adesso, le parti essenziali, del verbale autoptico della salma di Benito
Mussolini, pubblicato nellimmediato dopoguerra dalleditore Gnocchi di Milano.
Ometteremo solo le parti di non rilevante interesse circa una indagine sulle modalit e
dinamiche della morte. In neretto sottolineeremo invece i passaggi pi interessanti.
Il verbale preceduto da una annotazione che indica come ora di inizio dellautopsia,
eseguita allobitorio comunale di via Ponzio di Milano, le 7,30, ora legale, di luned 30 aprile
1945 (ora solare 6,30).

Di seguito riporteremo anche, sempre del Prof. M. C. Cattabeni,il suo: Rendiconto di


una necroscopia deccezione Pubblicato su Clinica Nuova a luglio agosto 1945.
Estratti del Verbale dautopsia del cadavere di Mussolini Benito, eseguita dal Prof.
Caio Mario Cattabeni il 30.4.1945, vergato a mano sul registro delle autopsie dellIstituto di
Medicina Legale e delle Assicurazioni dellUniversit di Milano, al N. 7241.
Da notare il particolare che parteciparono a questa operazione il prof. Emanuele DAbundo
docente di neoropsichiatria e il prof. Enea Scolari direttore della Clinica Dermosifilopatica,
evidentemente non solo per consulenza, ma anche per assistenza e testimonianza, dimostra
che ci fu una certa preparazione finalizzata alla speranza, andata disattesa, di trovare in
Mussolini una forma di lue o lesioni neurologiche.
Qui appresso una copia del verbale successivamente conservata presso lIstituto ed incollata
con una pagina del giornale lItalia Libera. Vedesi il Sito: Storia History curato da Enzo
Cicchino http://www.larchivio.com/storia.htm,
136

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Referto autoptico sul corpo di Mussolini


La descrizione delle ispezioni ispettive e
settoriali preceduta da questa
annotazione:

Si d atto che la necroscopia


stata eseguita alle ore 7,30 del 30
aprile 1945 nella sala anatomica
dell'Obitorio Comunale. Settore il
dottor Caio Mario Cattabeni assistito
dai proff. Emanuele Dabundo ed
Enea Scolari, tutti della facolt
medica della Universit di Milano.
Presente il generale medico Guido,
della Direzione Generale di Sanit
del Comando Generale del Corpo
Volontari della Libert.
***
La salma preparata sul
tavolo anatomico priva di indumenti.
Pesa kg. 72. La misura non pu misurarsi che con approssimazione in m.
1,66, data la cospicua deformazione traumatica del capo.
Il volto sfigurato da complesse lesioni d'arma da fuoco e contusive che
rendono pressoch irriconoscibili i tratti fisionomici. Non si effettuano rilievi
antropometrici del capo perch deforme da comminuta frattura dello
scheletro cranio-facciale.
Rigidit cadaverica risolta alla mandibola. Persistente agli arti.
Colorazione verde putrefattiva assente.
Capo:
deforme per lo sfacelo scheletrico completo, con profonda depressione
dell'intera regione parieto-occipitale di sinistra e schiacciamento della
regione orbitale dello stesso lato, ove il globo oculare appare afflosciato e
lacerato con fuoriuscita dell'umore vitreo: il cellulare adiposo dell'orbita,
vastamente scoperto da un'ampia lacerazione, non infiltrato di sangue.
In regione frontale mediana ed in sede parieto-frontale sinistra, due vaste
soluzioni di continuo lineari del cuoio capelluto, a margini laceri
dell'ampiezza di circa 6 cm. ciascuna, discoprenti la teca cranica.
In regione occipitale, a destra della linea mediana, due fori ravvicinati a
margini estroflessi, irregolari, del diametro massimo di circa 2 cm., dai
quali affiora sostanza cerebrale spappolata, senza aspetto di infiltrazione
ematica.
Alla nuca, poco a destra della linea mediana, ampio foro lacero, del
diametro di quasi 3 cm., con margini estroflessi non infiltrati di
sangue.

137

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

In regione temporale destra due fori ravvicinati, tondeggianti, a margini


finemente laceri, non infiltrati di sangue.
In regione temporale sinistra ampio forame lacero con margini estroflessi
ed affioramento di sostanza cerebrale spappolata.
Vasto foro d'uscita alla conca del padiglione auricolare di sinistra. Anche
queste due ultime lesioni hanno tipico aspetto di lesioni post-mortali.
Alla radice del naso piccolo foro lacero con frammenti ossei
comminuti estroflessi, infiltrati modicamente di sangue.
Sulla guancia destra un gruppo di tre fori seguiti da un tramite diretto in
profondit verso l'indietro, con lieve obliquit verso l'alto con margini
imbutiformi verso l'interno non infiltrati di sangue.
Frattura comminuta dal mascellare superiore con vasta lacerazione delle
parti molli e scheletriche della volta palatina, avente carattere di lesione
post-mortale. Alla palpazione apprezzabile frattura comminuta della
mandibola.
Nel restante ambito dei tegumenti del capo si notano numerose aree
variamente distribuite di escoriazioni e piccole lacerazioni lineari dermoepiderniche, tutte con aspetto di lesioni post-mortali.
In regione sopraioidea, a destra della linea mediana, foro di entrata di
proiettile con netto alone escoriativo emorragico.
In regione sopraclaveare destra, presso la linea mediana, foro di
entrata con ampio e netto alone escoriativo emorragico; 3 cm. al di
sotto sulla parasternale destra altra lesione del tutto simile.
All'emitorace sinistro, anteriormente, nella met superiore, un
gruppo di quattro fori ravvicinati con alone escoriativo emorragico,
compresi tra la linea emiclaveare e l'ascella anteriore.
All'emitorace di sinistra, posteriormente, nella met superiore
quattro fori d'uscita compresi nell'area tra la linea mediana e la
marginale della scapola, con margini infiltrati di sangue.
Sempre al dorso, in regione sopraspinosa destra, due fori d'uscita
con infiltrazione emorragica dei margini.
Alla base dell'emitorace destro, posteriormente, un foro d'uscita con
aspetto di lesione post-mortale.
Al fianco destro, poco al disopra di un livello alla spina iliaca
superiore, un foro d'entrata con ampio alone escoriativo emorragico,
cui fa seguito un tramite sottocutaneo sboccante in un foro d'uscita
al livello della regione glutea di destra, nel quadrante
anterosuperiore.
Poco al disotto ed all'esterno della spina iliaca anteriore di destra, un foro
d'entrata con margini privi d'infiltrazione emorragica cui fa seguito un
tramite diretto verso l'alto e verso sinistra con obliquit verso l'indietro.
Nel quadrante addominale superiore di sinistra una breve soluzione di
continuo lineare a margini netti dell'ampiezza di circa 1 cm., senza
infiltrazione emorragica, approfondendosi pochi millimetri nel cellulare
sottocutaneo.
All'avambraccio destro, sul margine ulnare, due fori ravvicinati: uno
pi esterno di entrata con netto alone escoriativo emorragico e l'altro
138

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

pi interno e distale con tipico aspetto di foro d'uscita e di lesione


prodotta in vita.
Ferita lacera post-mortale del polpastrello del pollice destro. []
La teca cranica comminutamente fratturata con delimitazione di
numerosi frammenti mobili, rimossi i quali si accede direttamente alla
cavit endocranica. []
Il massiccio scheletrico basicranico sfracellato con affioramento delle
cavit dello sfenoide e dell'etmoide.
Cuore: Di volume normale. Abbondante grasso subpericardico. Apparati
valvolari integri e sani. Normale lo spessore delle pareti atrio-ventricolari.
Miocardo sano.
Arterie coronarie pervie, sane.
Aorta: L'intima disseminata, nel tratto iniziale, da numerose placche
lipoidosiche, acminate. Normale lo spessore e l'elasticit delle pareti.
Polmone sinistro: Il lobo superiore attraversato da due tramiti con estesa
infiltrazione emorragica periferica, diretti dalla alla regione dell'ilo che
vastamente infiltrata di sangue e parzialmente dilacerata. Nel lobo
inferiore qualche circoscritta infiltrazione ematica a distribuzione lobulare
come da aspirazioni.
Polmone destro: Di volume e d'aspetto normale sia in superficie che al
taglio.
Nulla alla trachea ed ai bronchi.
Estratti il cuore ed i polmoni, osservasi cospicua infiltrazione emorragica
del mediastino posteriore.
L'aorta toracica nella sua prima porzione presenta due lacerazioni
grossolanamente stellari (che discontinuano ampiamente le pareti), situate
contrappostamente sulle faccie esterne del vaso. Infiltrazione emorragica
extrapleurica a livello di entrambe le cupole apicali della gabbia toracica.
[]
Stomaco:
Ampio: cavit contenente poco liquido torbido bilioso.
Pareti mucose spianate con disegno aereolare poco non vi si osservano
soluzioni di continuo.
Mucosa pirolo-duodenale integra sana.
Nulla degno di nota all'intestino tenue ed al colon le cui pareti mucose
hanno aspetto del tutto normale.
Il cieco presenta una lacerazione post-mortale, della parete posteriore
lungo un tramite di proiettile penetrante in regione lombare destra. []
Vie urinarie e genitali non offrono reperti degni di rilievo.

***

139

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

RENDICONTO DI UNA NECROSCOPIA DECCEZIONE


Queste note complementari del prof. Cattabeni furono pubblicate dopo circa tre
mesi dalla sua famosa autopsia, quindi in pieno clima post liberazione.
E solo una impressione, ma a leggerlo attentamente questo riassunto e relative
precisazioni sorge il dubbio che il medico abbia voluto, in qualche modo, non
smentire troppo la versione della fucilazione di Mussolini come gi riportata
sinteticamente dallUnit il 30 aprile precedente, la stessa mattina dellautopsia.
Questo per i seguenti motivi:
1. non vi riporta lora dellautopsia, destando il sospetto, forse infondato, che in tal
modo non si voglia attirare lattenzione sulla stato effettivo della rigidit
cadaverica;
2. si dimentica il colpo al fianco pur da lui precedentemente descritto, ed questo
un colpo particolarmente difficile da spiegare attenendosi alla dinamica di
fucilazione indicata da Valerio;
3. ipotizza le ferite allavambraccio dx come un tentativo di riparo con la mano
(cosa teoricamente possibile, ma assolutamente inusuale in un condannato che sta
per essere fucilato), visto che in qualche modo bisognava spiegare questa ferita al
braccio;
4. si premunisce di escludere lesioni inferte prima dellesecuzione, forse per
chiarire qualche dubbio che poteva sorgere dalla lettura del suo verbale autoptico
che, accennando a contusioni al volto (le contusioni in genere dovrebbero essere
pre mortali), potevano sollevare qualche perplessit.
5. Attesta una morte immediata, ma successivamente, nel 1962, rispondendo ad un
questionario che gli aveva inoltrato lo storico Gianfranco Bianchi, Cattabeni precis
che di fatto non cera stata morte immediata con la prima scarica, perch si
erano constatate estese infiltrazioni emorragiche mediastiniche incompatibili con
la instantaneit del decesso.
Cos furono commentate dal dott. Aldo Alessiani, queste note di Cattabeni:
<<Le note complementari dell'agosto 1945; non vi ricordata l'ora
dell'autopsia. Non trattato il colpo al fianco destro (lacuna questa alquanto grave e
sospetta, N.d. A.) mentre si cerca di spiegare le lesioni dell'avambraccio destro come
istintivo tentativo di riparo. Piena la conferma di una esecuzione capitale. Si noti
quali assistenti per un procedimento medico-legale la presenza di un neurologo e di
un dermatologo>>.
Su quella autopsia, infine, ebbe a scrivere il Luzzatto:
<<Perch mai il professor Cattabeni era rimasto, nei giorni successivi alla
dissezione, melanconico ed esacerbato?>>. Il Luzzatto mise per questo in relazione
al fatto che, forse, il Cattabeni era rimasto deluso dal non aver riscontrato una di
quelle gravi malattie, che si diceva il Duce doveva pur avere. Non poteva essere
invece, diciamo noi, questo suo stato danimo, in relazione alle imposizioni che aveva
dovuto subire in quella autopsia ?!
Ma c di pi, il 6 luglio 2012 Rai Tre nel corso di un suo servizio La Grande Storia
ha presentato una intervista a Enrico Grossi un amico intimo del Prof. Cattabeni, il
quale ha rivelato che il Cattabeni gli aveva confidato che anche sulla Petacci si era
iniziato a fare lautopsia e non appena venne spogliata si evidenziarono subito, oltre
le nudit intime, varie ecchimosi e contusioni sul corpo e graffi vari. Immediatamente
per venne dato lordine di non procedere con quellautopsia.

140

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Ecco ora qui di seguito, il Rendiconto del Cattabeni.


Rendiconto di una necroscopia deccezione
Pubblicato su Clinica Nuova 1/4 - 5, estr. 15 luglio 1 agosto 1945.

1)
2)
3)
4)

<< Le uniche lesioni aventi carattere di lesioni vitali furono quelle


dei colpi darma da fuoco: sono stati identificati in tutto sette fori dentrata
di proiettile, sicuramente prodotti in vita, dato il netto alone ecchimoticoescoriativo; di questi, quattro erano raggruppati nella met anterosuperiore dellemitorace sinistro, due in regione sopra e sottoclaveare
destra ed uno in regione soprioidea a destra della linea mediana: a tutti i
fori dentrata del tronco corrispondevano posteriormente fori duscita.
Una coppia di fori dentrata e duscita stata osservata anche sul margine
ulnare dellavambraccio destro. Nei tramiti transtoracici i proiettili hanno
trapassato il polmone sinistro e determinato la rottura a scoppio del tratto
discendente dellaorta. Gi questi dati obiettivi consentono di stabilire:
che nessuna lesione stata inferta, prima dellesecuzione capitale, a
Benito Mussolini;
che lesecuzione avvenuta con il petto del giustiziato rivolto alle armi;
che la morte stata immediata;
con tutta probabilit vi stato, durante lesecuzione, un atto di schermo
con il braccio destro.
Le lesioni di carattere post-mortale sono quelle pi da lamentarsi. Si
trattava infatti dun vero e proprio sfacelo traumatico, in parte dovuto a
colpi darma da fuoco, trapassanti con fuoriuscita di sostanza cerebrale,
ed in parte ad un meccanismo contusivo di estrema violenza quale da
ravvisarsi nella precipitazione avvenuta per il distacco del cadavere
sospeso: i tratti fisionomici erano talmente deformati da conseguire un
vero e proprio sfiguramento che non esisteva allatto della esposizione del
cadavere sul Piazzale>>.

Come accennato, a legger il testo di questo rendiconto della necroscopia


colpisce subito che i colpi che il Cattabeni dice di aver identificato, ai quali poi
aggiunge il colpo al braccio dx, sarebbero in tutto otto, dimenticandosi il nono colpo
al fianco dx.
Si coglie anche un'altra discrasia. Il Cattabeni, infatti, nel suo verbale autoptico non
aveva descritto un foro di uscita del colpo nella regione sopraioidea, a destra della
linea mediana, n questo foro lo si riscontrava nelle sia pur incomplete foto della
nuca del cadavere precedenti lappendimento a Piazzale Loreto, ove invece ci sono
lesioni postmortem.
Ora invece qui afferma che: a tutti i fori dentrata del tronco corrispondevano
posteriormente fori duscita. Ma il tronco dovrebbe comprendere anche il collo, ma
il foro di uscita non sembra esserci.

141

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Gli studi del dott. Aldo Alessiani


E doveroso dare alcuni accenni a certi studi, resi pubblici negli
anni 80, del dott. Aldo Alessiani (foto a lato). Un suo studio lo si
pu anche leggere in: Il teorema del verbale 7241. (vedi: Archivio
Alessiani Cicchino, pubblicato anche on line in:
http://www.larchivio.org/xoom/aless-iani.htm).
Secondo Alessiani, medico legale gi perito della magistratura al
tribunale di Roma, Mussolini e la Petacci non furono portati fuori
da casa De Maria per venire uccisi, ma trovarono proprio in quella
casa la morte ed oltretutto pi o meno allalba.
Alessiani giunto a queste conclusioni mettendo a frutto tutte le
conoscenze di carattere balistico, chimico, matematico, fisico e
medico della disciplina medico legale, considerando anche le gore ematiche (macchie
di sangue), uno studio basato soprattutto sul materiale fotografico dove, a Piazzale
Loreto, si in presenza di un corpo ruotato di 180 gradi e per di pi a testa in gi. In
breve, secondo questi lunghi studi, la morte di Mussolini andrebbe fissata, sia pure
approssimativamente, intorno alle ore 5 6 del mattino del 28 aprile, una morte che
fu dovuta alla esplosione di nove colpi (da parte di due armi diverse) nel corso di
quella che dovette essere una violenta colluttazione avvenuta probabilmente nella
stessa stanza dove i due prigionieri erano rinchiusi.
Le conclusioni di Alessiani, come a suo tempo osserv il giornalista storico Fabio
Andrioola, possono essere sintetizzate in due parole: cronologia
e
polidirezionalit.
Cronologia in relazione al momento della morte e polidirezionalit in relazione
ai colpi premortali, colpi facilmente distinguibili per un medico legale, da quelli
inferti post mortem.
Per Alessiani tutti i colpi risulterebbero sparati a bruciapelo (il fatto, asserisce il
medico, chiaramente visibile nelle foto scattate a piazzale Loreto e allobitorio prima
dellautopsia). Per questo medico legale, in base allautopsia, i colpi premortali sono
in tutto nove: cinque isolati sul fianco destro e sparati da una pistola probabilmente
automatica, mentre altri quattro colpi, sparati da una mitraglietta, sono concentrati
alla spalla sinistra (qui lAlessiani parl di una rosa ristrettissima di 4 colpi, quasi
come un quattro di quadri, ma in realt, seppur ristretta, la rosa era un poco
allungata, presupponendo una distanza di tiro, non di pochi centimetri, ma da circa
40 o 50 centimetri).
Di rilievo anche lesame delle angolazioni dei colpi pre mortali. Si passa infatti dai
45 gradi ai 180 ai 90, quasi che la vittima, al momento degli spari, si stesse
muovendo in modo forsennato o che gli sparatori si trovassero in posizioni assurde.
Il colpo che aveva trapassato il fianco destro risultava sparato dallalto verso il basso
con una angolazione di 45 gradi e, dopo essere penetrato nella zona della spina iliaca
anteriore (in pratica sotto la cintura), era fuoriuscito dal gluteo destro. Ora se si
considera che il piccolo spiazzo del cancello di Villa Belmonte, dove fu fucilato
Mussolini, era un poco in posizione sopraelevata rispetto alla strada, si capisce come
questa traiettoria dallalto verso il basso alquanto problematica!
Rispetto al colpo attinto al braccio, osservava Alessiani, vero che questo poteva
essere stato trapassato mentre Mussolini, in un istintivo gesto di difesa laveva
sollevato verso il petto, ma vera anche la possibilit che il Duce avesse riportato le
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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

ferite al braccio e al fianco destro nellestremo tentativo di disarmare chi gli stava di
fronte per ucciderlo. Se a questo si aggiunge che lo stesso verbale dellautopsia parla
di lesioni contusive, lesioni che possibile infierire solo ad una persona con il cuore
in attivit, la teoria della colluttazione trova una sua validit.
Per Alessiani lunica soluzione dellenigma (infatti le angolazioni diverse non sono
spiegabili in una scena di fucilazione classica, sia pure in presenza di un piano
inclinato come la strada davanti al cancello di Villa Belmonte) che i colpi furono
sparati a bruciapelo, a non pi di 3 cm. di distanza: come fanno supporre, infatti, le
vistose macchie che circondano, ad esempio, la ferita al braccio destro o quella sotto il
mento (questa con traiettoria dal basso verso lalto), visibili in molte foto e poi
scomparse quando il cadavere, in sala settoria, fu preparato, cio spugnato e ripulito.
Alessiani non ha risparmiato aspre critiche al modo in cui venne condotta quella
autopsia: qualsiasi esame medico-legale inizia necessariamente da un cadavere non
manomesso: spogliarlo e ripulirlo vuol dire perdere particolari importantissimi!
Ma lautore dellautopsia, il Prof. Cattabeni, secondo Alessiani, commise anche un
altro gravissimo errore omettendo di indicare nel verbale lora di inizio dellesame
necroscopico rendendo cos problematico, fissare con una certa sicurezza e precisione
lora del decesso. Se un esperto quale il Prof. Cattabeni, aggiunse Alessiani, si
comport in quel modo non pu essere una dimenticanza o per il caos del momento,
ma una volont di rendere nascoste le effettive modalit della morte di Mussolini.
In questo caso per lAlessiani si sbagliava, perch evidentemente aveva avuto per le
mani un altra copia del verbale priva dellorario di inizio della necroscopia, ma in
realt cera anche un verbale di Cattabeni con tanto di orario (7,30 ora legale).
Ma Alessiani va anche oltre sostenendo che il cadavere di Mussolini venne rivestito e
pertanto, al momento della morte, il Duce si trovava alquanto in deshabill. Ipotesi,
questa, alquanto concreta visto che quella notte aveva piovuto a dirotto e si dovette
procedere per un tratto accidentato a piedi (Pedro ricorda per quasi un quarto dora,
forse un tempo eccessivo). Logico presupporre un togliersi alcuni vestiti.
Interessante notare che anche altri elementi della vestizione del cadavere, Alessiani
li ha anche ricavati ordinando in modo cronologico le varie foto di piazzale Loreto,
grazie al sistema della meridiana. I longaroni del distributore di benzina erano infatti
proiettati sullasfalto e sul muro posteriore alla pensilina dalla luce solare.
Attraverso il calcolo matematico degli angoli stato possibile stabilire i vari orari in
cui vennero scattate le foto.
Dalla loro sequenza possibile vedere come Mussolini giunse vestito a piazzale
Loreto e come venne man mano spogliato fino al suo arrivo allobitorio.
Si possono quindi trarre queste osservazioni: Mussolini venne portato a piazzale
Loreto con lo stivale destro aperto sul fianco interno; inoltre dalle prime foto scattate
quella mattina si inquadra perfettamente il braccio destro che in quel momento aveva
ancora addosso un cappotto (certamente non suo). Ebbene quel cappotto non mostra
alcun foro mentre le foto successive del braccio nudo rivelano la presenza di una
ferita da arma da fuoco, colpo questo che, se ravvicinato, dovrebbe lacerare i vestiti!
Logico quindi dedurne, per Alessiani, che il cappotto venne fatto indossare ad un
cadavere, ma non solo il cappotto.
Anche lo stivale che, guarda caso, era quello pi difficoltoso da calzare dato che il
piede destro non aveva assunto la caratteristica posizione distesa, in seguito alle
cicatrici causate dalle ferite riportate da Mussolini nel corso della prima guerra
mondiale, era stato malamente appoggiato aperto in qualche modo su di un
cadavere, forse perch nel tentativo di forzarne lentrata in un piede malandato in
preda al rigor mortis si era definitivamente rotto.
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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Il piede del Mussolini, che presentava vecchie ferite di guerra, fu calzato in fase di
rigor avanzato ed in atteggiamento anomalo di iperflessione dorsale o di grande
torsione laterale.
Per Alessiani, dunque, si poteva concludere che vi era stata una vestizione affrettata e
difficoltosa di un corpo evidentemente gi rigido e quindi morto da almeno dieci ore.
Altro particolare rilevato da Alessiani: se il corpo era gi rigido al momento della
vestizione, in parte non lo era pi a piazzale Loreto e forse per nulla allobitorio: lo
dimostrano le foto dellappendimento dove le braccia del cadavere del Duce sono gi
rilasciate ed altre allobitorio dove i cadaveri di Mussolini e della Petacci vennero
messi addirittura a sedere prima dellautopsia, fatto impossibile in presenza di rigor
mortis). (A nostro avviso per Alessiani non tiene conto dei traumi e trazioni che
subirono le salme in piazzale Loreto e che avrebbero potuto vincere la rigidit).
E questo fatto sconfesserebbe anche il verbale necroscopico di Cattabeni quando
parla solo di: rigidit cadaverica risolta alla mandibola, persistente agli arti.
Resta da capire quindi, continua Alessiani, perch Cattabeni non solo abbia fatto
ripulire e spogliare il cadavere prima di esaminarlo, ma abbia anche deliberatamente
mentito a proposito dello stato del rigor mortis, facendo intendere che la sua
risoluzione fosse solo allinizio.
Sulla base di questi suoi studi il dott. Alessiani, aveva quindi ipotizzato ulteriori
considerazioni che lo portavano a supporre una morte di Mussolini allalba del 28
aprile 1945, probabilmente nudo nella stessa stanza dove aveva passato la notte e nel
corso di una caotica e concitata sequenza di lotta che aveva coinvolto a morte anche la
Petacci. Una lotta con corpi avvinghiati e finiti a terra ed in cui, nel tentativo di
disarmare un aggressore entrato in stanza con pistola, il Duce venne ferito al fianco,
forse anche al braccio e/o infine colpito nel sottomento (colpo quasi mortale). Nel
concitato evento fin per aggiungersi anche la Petacci che si gett nella mischia ed
intervenne infine un altro assalitore con il mitra che in piedi spar e uccise il Duce e
anche la donna venne colpita..
Lo studio di Alessiani cercava di dimostrare che i colpi al braccio, al mento
(sottomentoniero) e al fianco, per le loro traiettorie, erano perfettamente compatibili
e forse spiegabili proprio con la dinamica di una lotta, con la mano del Duce
aggredito che trattiene la pistola dellaggressore.
In pratica Alessiani venne ad ipotizzare una dinamizzazione dell'evento morte di
Mussolini, a nostro avviso molto reale, ma solo fino alla fase del ferimento di
Mussolini con un colpo di pistola al fianco e forse uno al braccio, ma a nostro avviso
non fino alla uccisione del Duce e della Petacci con tutti gli altri colpi.
Anche altre dinamiche balistiche sono, infatti, compatibili con il tipo di ferite che
presentavano le salme di Mussolini e della Petacci.
Oltretutto i mobili di casa De Maria, reperibili anche anni dopo, non presentavano
tracce di una mattanza come quella ipotizzata da Alessiani.
Questi studi di Alessiani, comunque, erano di una importanza fondamentale, ma in
seguito, persero di importanza. In effetti le prove indiziarie evidenziate da Alessiani
non avevano molte prove oggettive a comprovarle ed inoltre le sue ipotesi della
dinamica balistica potevano benissimo leggersi anche in altre e diverse dinamiche.
Per le valutazioni tanatologiche poi, pi che altro rilevate dalla osservazione delle
fotografie delle salme, si era in presenza di una disciplina molto complessa che non
poteva dare, soprattutto in quella situazione, con le salme sottoposte a svariate
peripezie traumatiche e ambientali elementi certi per dedurre lora di morte di
Mussolini. Il professor Baima Bollone addirittura ritiene che quanto si deduce di una
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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

possibile evoluzione del rigor mortis compatibile con la morte asserita delle 16,10
del 28 aprile 1945, mentre il prof. Pierucci, a nostro avviso giustamente, ritiene che
non possibile formulare ipotesi in merito, n in un senso, n in un altro.
Certo, rimanevano validi sospetti, soprattutto rispetto ad una risoluzione avanzata
della rigidit cadaverica non riportata dal Cattabeni, ma da qui a farne un elemento
probante per dedurne lora di morte ce ne passava.
Ma ancor pi emersero in seguito molti altri elementi (i rilievi con macchinari
sofisticati che dimostravano che Mussolini venne ucciso con la sola maglietta bianca
di salute indosso) e qualche testimonianza abbastanza attendibile (Dorina Mazzola di
Bonzanigo), oltre al fatto che la Petacci risultava chiaramente uccisa allesterno con la
pelliccia indosso risultata perforata nello schienale, tanto da prendere corpo lidea
che probabilmente il medico legale si era sbagliato nellestendere e comprendere tutta
la sequenza della uccisione di Mussolini in un unico momento temporale (per il
medico legale, fasi di lotta nella stanza conclusesi con luccisione a terra del Duce e
della Petacci) e non magari in due momenti distinti: prima Mussolini con ferimento
al fianco in una fase di lotta in stanza, e quindi successiva uccisione sotto casa con
sparatoria su un uomo che indossava solo la maglietta bianca di salute e forse i
pantaloni; e dopo, uccisione allaperto della Petacci.
Del resto lo stesso Alessiani ammise che, mancando lautopsia della Petacci, aveva
dovuto ricostruire la sequenza con una metodica di presunzione (n.d.r.).
Ecco qui sotto come Alessiani ipotizzava la dinamica dellevento. In realt le figure sono
molte di pi e tra queste c la successione degli spari. Foto: Archivio Alessiani- Cicchino.

1. Mussolini A, afferra la mano armata dellaggressore B. - 2. 3, I due cos avvinghiati cadono a terra. - .4. Nel
frattempo un altro aggesso C sta per intervenire. - 5. La Petacci si getta sui due a terra. - 6. C spara dallalto.

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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

LA PERIZIA DEL 2006 A PAVIA


Mettiamo ora da parte questi studi e veniamo invece alle importantissime
risultanze rese possibili dalle nuove tecniche scientifiche.
Sono queste delle risultanze decisive e di ultima generazione che consentono di
conseguire delle prove concrete con una evidente credibilit le quali unite ai tanti
riscontri precedentemente illustrati, assumono un valore determinante.
Queste risultanze furono presentate in un convegno storico e poi, oltre due mesi
dopo, riassunte e pubblicate da Fabio Andriola sul numero di Maggio 2006 di
Storia in Rete di cui qui
appresso riportiamo i passaggi pi
importanti omettendo alcune delle
foto e disegni per i quali rimandiamo
al numero della rivista.
Qui a lato Lequipe del prof. Pierucci di
Pavia. Si tratta di Gabriella Carlesi e
Gianluca Bello medici legali e dello
stesso professor Pierucci.
A questi
bisogna
aggiungere
Francesco
Gavazzeni, esperto informatico.

Questo importante articolo,


nella sua veste integrale, completo
delle foto, (che consigliamo di leggere integralmente), pu essere richiesto presso la
rivista.
E altres leggibile nel sito: http://www.ilduce.net/specialemorteduce.htm o anche
in: http://firewolfdossier.blogspot.com/2007/06/la-morte-di-muss+oliniunamacabra.html.
Nel 2011 poi la stessa rivista Storia in Rete ha prodotto un DVD con un servizio
imperniato per lo pi proprio su questa perizia.
Due osservazioni sono necessarie.
Il professor Costantino Ciallella della Universit La Sapienza di Roma, nel corso di
una intervista per il programma La Grande Storia, trasmesso su Rai Tre il 6 luglio
2012, ha praticamente confermato che i colpi che attinsero Mussolini si riscontrano
solo sulla maglietta bianca intima a mezze maniche, mentre quel giaccone che
visibile indosso al cadavere di Mussolini non risulta riportare fori, buchi o strappi
provocati da armi da fuoco.
Viceversa il professor Pierluigi Baima Bollone che, a nostro avviso arrampicandosi
sugli specchi, ha cercato di confermare la fucilazione pomeridiana al cancello di Villa
Belmonte, pur stravolgendo la versione di Audisio per il fatto che, secondo il Bollone,
Mussolini fu chiaramente ucciso da due tiratori, uno con mitra e uno con pistola, il
Bollone dicevamo, asserisce di aver anche lui sottoposto le foto e i filmati delle ferite
sui cadaveri a scannerizzazioni e controlli con particolari programmi elettronici
avanzati, ed ha riscontrato che la maglietta bianca intima riportava questi colpi, ma
poi si dimenticato , letteralmente, di analizzare anche quel giaccone. Perch?
In pratica, a causa di questa mancanza, la perizia del Baima Bollone finisce per non
servire quasi a nulla.

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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Una macabra messinscena!


<<Quando ho visto le foto per la prima volta mi sono accorto che
qualcosa non quadrava.
Sul viso della donna si notano la frattura del naso e un vistoso ematoma
sullo zigomo, che risalivano certamente a prima della sua morte, mentre
sul corpo del duce, lo studio digitale dell'immagine di una ferita mediante
filtri evidenziatori dei toni grigi ci ha consentito d stabilire una distanza di
sparo inferiore o uguale a 50 centimetri circa.
Insomma, un colpo esploso quasi a bruciapelo, che sembra incompatibile
con una fucilazione alla distanza di tre passi, circa tre metri, della versione
ufficiale.
E poi c' il cappotto. Quello che Mussolini indossava al momento della
fucilazione. La digitalizzazione delle foto del suo cadavere ha permesso di
accertare che il suo pastrano non presenta tracce n di sangue n di fori
d proiettili.
Com' possibile allora che il duce, secondo il racconto dei suoi giustizieri,
sia stato ucciso con addosso quel soprabito?>>
Con queste poche parole, riportate sulla rivista BBC-Hystory Italia, del
settembre 2012, il professor Giovanni Pierucci del celebre Istituto di Medicina Legale
di Pavia, ha liquidato per sempre tutta la vulgata.
Non a caso, nel maggio del 2006, poco tempo dopo chelequipe del prof. Pierucci, a
Pavia, aveva analizzato le foto e i filmati delle salme di Mussolini e la Petacci, la
Rivista Storia in Rete pubblic un memorabile servizio di Fabio Andriola che ne
riportava i risultati: Morte Mussolini Una macabra messa in scena.
Vediamo un ampio stralcio di quel servizio.
(Storia in Rete N. 7 Maggio 2006) A destra la copertina

Lautore premette, oltre al titolo soprastante


che tutto un programma, questa chiara
introduzione:
Ucciso da qualcuno che gli sparava a meno di mezzo
metro di distanza, mentre era senza camicia e senza
stivali e lontano, almeno un po, da Claretta.
Quindi Andriola ci informa che gli ultimi istanti di
Mussolini possono ora essere riscritti, anche se per
lennesima volta, come sempre avvenuto per un
fatto sostanziale o per un dettaglio.
<<Ma questa riscrittura probabilmente
lultima>> aggiunge il bravissimo giornalista scrittore. E aggiunge:
<<Infatti ora il turno non del solito testimone pi o meno attendibile ma
la scienza a irrompere nel pi intricato giallo della nostra storia recente.
E forse non solo della nostra.

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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

E grazie ad un inedito almeno per lindagine storica connubio che si


sta facendo finalmente largo la verit su quanto accadde in un orario
imprecisato il 28 aprile 1945 in una casa di Bonzanigo, frazione di
Mezzegra, uno dei tanti paesini che affollano la costa sinistra del lago di
Como.
Il connubio, nato per aiutare le indagini delle pi importanti polizie del
mondo, quello formato dalla medicina legale e dallinformatica digitale.
Foto vecchie di decine danni possono da poco tempo rivelare particolari
impensabili e dare cos agli occhi esperti di inquirenti e anatomopatologi
nuovi elementi di valutazione.
Una tecnica combinata che, per restare allItalia, stata applicata intorno
a casi celebri della nostra cronaca nera (dal Mostro di Firenze al Caso
Ilaria Alpi solo per citarne due) da un piccolo ma qualificatissimo gruppo
nato a Pavia, intorno alla cattedra di Medicina legale retta dal professor
Pierucci.
Quelle foto, opportunamente trattate al computer, hanno infatti svelato
particolari che, incrociati con le osservazioni fatte sul tavolo dautopsia dal
professor Mario Cattabeni la mattina del 30 aprile 1945 e con le odierne
conoscenze tanatologiche (tanatos in greco vuol dire morte) e balistiche
ci restituiscono una dinamica dei fatti decisamente lontana da quella che,
a firma Colonnello Valerio.
Quella versione apparsa a pi riprese sullorgano dellex PCI, LUnit
gi a ridosso degli eventi e poi pi e pi volte fino al libro postumo, uscito
negli anni Settanta, titolato In nome del popolo italiano e firmato Walter
Audisio.
[...] Ma ad aggiungere mistero al mistero bisogna anche ricordare che
anche altri protagonisti di quelle drammatiche ore hanno, alla luce di
quanto oggi scienza e tecnologia ci dicono, dato una versione dei fatti che
ormai non sta pi in piedi. Anche perch quasi tutti hanno seguito il
canovaccio fissato a caldo da Valerio con suo resoconto (non firmato)
sullUnit del 30 aprile 1945, cio andato in edicola quasi in
contemporanea con linizio dellautopsia allIstituto di Medicina Legale di
Milano.
[...] In questi sessantuno anni, tanti ne son passati dalle grigie giornate di
Dongo e dintorni, sono almeno 18 le versioni della morte di Mussolini che
si sono via via affacciate mentre i possibili giustizieri oltre ad Audisio
sarebbero una decina.
[...] Ma tutte queste inchieste avevano un difetto: trascuravano, a
vantaggio della logica e di alcune importanti testimonianze, laspetto
scientifico e medico legale. Ed da qualche tempo proprio questo aspetto
lunica speranza per poter fare un po di luce su uno dei gialli pi
complicati della storia, non solo italiana.
Se non altro per dire come non andarono le cose. In qualche modo un
apripista c stato: si chiamava Aldo Alessiani e gi a met degli anni
Ottanta aveva intuito alcune cose che ora hanno trovato conferme,
integrazioni e approfondimenti (oltre a qualche correzione) nelle ricerche
condotte dal professor Pierucci a Pavia. Cosa aveva capito Alessiani, un
medico legale di Ascoli Piceno poi stabilitosi a Roma, basandosi sulle foto

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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

di Piazzale Loreto, su quelle scattate allobitorio di Milano e sulla per


certi versi lacunosa autopsia fatta su Mussolini?
Aveva capito che il dittatore era stato ucciso in circostanze sicuramente
diverse da quelle raccontate da Valerio-Audisio e dagli altri: probabilmente
cera stata una colluttazione, sicuramente il dittatore non era
completamente vestito, altrettanto sicuramente i colpi che lo avevano
raggiunto in vita erano stati sparati da pi persone e da angolazioni
diverse, forse nel corso di un furioso corpo a corpo che, a questo punto,
non poteva che essersi verificato in Casa De Maria ben prima delle 16,10
del pomeriggio del 28 aprile 1945.
Le armi di Alessiani? Una grande esperienza e la meticolosa
osservazione delle foto, messe in modo cronologico, scattate il 29 aprile
1945 a Milano e il loro incrocio con le notizie contenute nel verbale
dautopsia.
Un verbale purtroppo lacunoso sia perch redatto in circostante di tempo
e luogo non ideali (lo stesso Cattabeni scriver della pressione psicologica
e del disturbo arrecato dalle continue intrusioni nella sala settoria di gente
che voleva verificare la morte di Mussolini e/o inveire sul cadavere) sia
perch furono trascurate alcune fasi fondamentali in qualunque autopsia a
cominciare dallesame del corpo vestito e non lavato. Indumenti e pelle
non lavata infatti possono fornire al medico legale numerose e importanti
informazioni, soprattutto di carattere balistico, perch ogni colpo darma da
fuoco lascia tracce di polvere, di affumicatura, di bruciature, aloni e fori
che permettono di ricostruire ad esempio la distanza di sparo,
linclinazione dei fori dentrata e uscita e, a volte, il tipo di arma usato.
Quello che Alessiani non pot vedere ma solo intuire stato invece visto
e approfondito dai computer usati dal piccolo gruppo di ricerca che si
formato intorno al professor Pierucci a Pavia: Francesco Gavazzeni,
esperto informatico, Gabriella Carlesi e Gianluca Bello, medici legali.
La base di partenza stata infatti la rivoluzione digitale che sta
stravolgendo la vita delluomo da qualche anno: le nuove tecnologie
messe a punto in campo informatico aprono nuovi campi di ricerca ad
esempio nelle indagini criminali.
Le pi importanti polizie del mondo lavorano ormai abitualmente su foto di
cui il computer pu leggere una scala di milioni di variazioni del colore
mentre un occhio umano ne pu cogliere solo alcune migliaia. Insomma, i
computer oggi possono vedere cose che locchio umano non potrebbe
vedere mai da solo. Questo vale per ogni cosa, comprese vecchie foto in
bianco e nero di sessantanni fa.
Come quelle scattate a Piazzale Loreto.
[...] Lapplicazione di speciali filtri ha permesso quindi di analizzare il busto
di Mussolini e scoprire, con una certa sorpresa un primo dato
fondamentale: bench raggiunto da almeno nove colpi in vita
Mussolini indossa un giaccone che non presenta fori di proiettile!
Infatti un foro, anche minimo, dovrebbe produrre unalterazione di colore
(in questo caso nella scala dei grigi) che in questo caso manca in maniera
clamorosa anche perch i fori dovrebbero essere molti.

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CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Unica spiegazione possibile: quel giaccone (tra laltro di foggia non


militare e con un vistoso bottone allacciato in alto a destra allaltezza
del collo) stato fatto indossare ad un Mussolini ormai cadavere.
Un cadavere che poche ore dopo, spogliato in parte e appeso per i piedi al
famoso traliccio del distributore di benzina di Piazzale Loreto, avrebbe
rivelato altri dati importanti.
A cominciare da una maglietta letteralmente intrisa di sangue in
corrispondenza non solo dei sette colpi ricevuti tra spalla, petto e
base del collo ma anche nella zona addominale dove si vedono con
chiarezza i risultati di due colpi,
curiosamente non rilevati nellautopsia di
Cattabeni .
(Ecco qui a lato un manichino che indica anche
questi due colpi alladdome [1].

I rilievi fotografici e digitali hanno rilevato in


corrispondenza di questi colpi (soprattutto
quelli allaltezza della spalla sinistra [2] e
quelli alladdome), in mezzo alle macchie di
sangue la presenza del caratteristico alone
di polvere incombusta e di microparticelle
che ogni colpo darma da fuoco deposita
sul corpo colpito se lo sparo avvenuto ad
una distanza non superiore ai 50 cm.
Il raffronto tra lalone di polvere e altri dati
riscontrati in corrispondenza dei colpi noti e
quanto rilevato in presenza dei colpi
alladdome presenta un quadro assolutamente uniforme: in tutti i
casi copiosi versamenti di sangue, fori sicuramente dentrata, un
alone che rivela una distanza di sparo tra i 30 e i 40 cm.
Conclusione: le polveri e i versamenti di sangue dimostrano che
Mussolini, quando fu colpito, non aveva addosso che la maglietta
con cui arriv fino allobitorio di Milano e forse i pantaloni.
E il colpo entrato nella parte interna del braccio destro (che ha a
lungo attirato lattenzione per la sua anomalia) mostra che
probabilmente ebbe il tempo di fare un gesto automatico di difesa,
portando istintivamente il braccio a protezione del volto.
Un gesto che ha un senso in un contesto confuso, in una lotta non
nel caso di una esecuzione vera e propria, dove lo scarno rituale
porta in genere il condannato a non muoversi.
Altra conclusione: Valerio-Audisio ha raccontato di aver sparato cinque
colpi mentre lautopsia parla di nove colpi.
E ora sembra si possa salire addirittura a undici quasi tutti, se non
tutti, sparati ad un uomo in maglietta e ad una distanza molto
ravvicinata. Non si fucila una persona sparando a mezzo metro di
distanza! Ma c dellaltro.
Dellaltro che riguarda Claretta Petacci. Sulla giovane donna (una figura
meno limpida e romantica di quello che si sempre voluto credere, ma
questo sar, prossimamente, tema di un altro articolo) non venne fatta
150

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

nessuna autopsia per esplicito ordine del Comitato Liberazione Nazionale


Alta Italia e le foto che le vennero scattate furono molto meno di quelle
fatte a Mussolini.
Tuttavia, una fotografia in particolare, scattata alla donna sul selciato di
Piazzale Loreto prima del macabro appendimento, in grado di fornire
importanti informazioni.
La donna, con una espressione stranamente serena, non ha perduto la
sua bellezza: giacca del tailleur e camicetta sono aperte sul petto trafitto
da numerosi colpi, la testa reclinata sulla sinistra.
La guancia destra mostra i segni di un violento calcio dato con una
scarpone che ha lasciato sulla pelle limpronta della propria suola.
Ma la medicina legale ci dice che quel calcio (per questo ancora pi
infame) stato dato quando Claretta era gi morta.
Mentre le tumefazioni al naso e tra lo zigomo e locchio destri sono lesioni
vitali (riconoscibili, come nel caso dei colpi darma da fuoco ricevuti in
vita, dal fatto che la presenza di unattivit cardiaca e quindi della
pressione sanguigna, portano ad una concentrazione di sangue in
corrispondenza della lesione: da qui i segni escoriazioni e tumefazioni).
Si pu concludere che la donna sia stata picchiata in vita?
Pierucci e i suoi sono molto prudenti su questo punto anche perch
la stessa foto, a proposito dei fori di proiettile visibile, racconta altre
cose e suggerisce altre dinamiche.
Infatti alcuni dei colpi al petto sono sicuramente fori di uscita, segno
che la donna fu colpita alle spalle da una raffica che potrebbe averla
fatta cadere pesantemente in avanti, faccia a terra.
Una caduta rovinosa, mortale, che pu, con una certa probabilit,
aver provocato la frattura del setto nasale e le forti contusioni ad
occhio e zigomo.
Si tratterebbe in conclusione di lesioni in limine mortis cio sul
confine della morte il cui sopraggiungere non impedisce al corpo,
per un brevissimo periodo, di continuare a funzionare.
Il poco che ricavabile dalla foto di Claretta Petacci per sufficiente a
smentire ancora una volta il racconto di Valerio e rafforzare quello che in
qualche modo la gente del Lago di Como sussurra da sempre, da quando
cio si preso a parlare anche grazie ad una foto poco nota della
pelliccia di visone che indossava Claretta al momento della morte.
Pelliccia che finita nelle mani del partigiano Luigi Conti (poi sindaco di
Dongo) stata fotografata nel maggio 1945 da Amedeo Giovenanza,
fotografo dilettante di Gravedona. Quella foto mostra uno squarcio ben
evidente, al centro della schiena, un palmo abbondante sotto il livello delle
scapole.
Mussolini svestito, Claretta vestita. Lui colpito di spalle, lei di
schiena. Colpi: per lui 9 o undici, per lei almeno quattro tutti
concentrati tra lo sterno e il seno sinistro. Anche a prescindere dalle
tante imprecisioni e incongruenze, gi da questi rilievi la versione di
Valerio e degli altri perde ogni consistenza.

151

CAPITOLO 7

NECROSCOPIA E PERIZIE

Note
[1] Questa novit di ulteriori due colpi alladdome sarebbe clamorosa, ma abbisognerebbe di una
dettagliata relazione tecnica, mentre invece abbiamo solo alcune foto e indicazioni rilasciate dagli
autori della perizia di Pavia in una intervita riportata nel DVD di Storia in Rete. Preferiamo quindi
lasciare indeterminata questa scoperta. Certo che se fosse confermata si dimostrerebbe il dolo
consumato il 30 aprile 1945 durante la necroscopia laddove fu imposto di minimizzare i colpi che
avevano attinto da vivo Mussolini per non sbugiardare la versione, appena rilasciata dallUnit quella
mattina, della fucilazione del solitario Audisio.

[2] La raffica di mitra quasi sulla spalla sinistra potrebbe essere stata sparata anche intorno
ad un metro, forse meno, ma non superiore.
Qui sotto, foto riprese dalla rivista Storia in Rete, Maggio 2006
: A sinistra, la famosa foto con lampia superficie del giaccone indosso al cadavere. A destra,
la stessa foto attraverso particolari filtri: non risultano fori o strappi

Qui sotto invece, a sinistra, lesempio di un colpo esploso su una maglietta simile a quella indosso al
cadavere. Effetti simili sono stati evidenziati sulle due foto al centro e a destra, di Piazzale Loreto.
Da notare che lelasticit del tessuto e lessicarsi del sangue non consentono di vedere ad occhio in
foto i buchi prodotti dagli spari. Fatto questo che ingann Alessiani che, non notando buchi,
presuppose che il Duce fosse stato ucciso a torso nudo.

152

CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

La relazione del dr. Cova-Villoresi

Nel 1994 venne presentato un importante documento, impropriamente


chiamato verbale e consegnato in quellanno al Museo del Risorgimento di Milano
da un medico, il dottor Pier Luigi Cova Villoresi, un anatomopatologo gi assistente
radiologo dellIstituto dei tumori di Milano, che affermava di aver presenziato alla
autopsia della salma di Mussolini. Si disse anche che questa relazione completava il
noto verbale autoptico del prof. Caio Mario Cattabeni stilato il 30 aprile del 1945.
Vale la pena di dare uno sguardo a questo documento e trarne le dovute
considerazioni, perch il modo espositivo e colorito con il quale questo medico
milanese intese riassumere la necroscopia sul cadavere di Mussolini, senza per altro
portare contribuiti apprezzabili per colmare le carenze balistiche e di altro genere pur
presenti nel verbale di Cattabeni, pu costituire un elemento alquanto fuorviante per
chi vuole cercare di capire come si sono verificate le modalit di quella morte [1].
In effetti, pi che di un verbale autoptico si trattava di un ampia relazione
tanatologica riportata a mano su 22 fogli di una sola facciata luno, su carta intestata
depoca, dellIstituto Nazionale Vittorio Emanuele III per fini del tutto personali.
Lo stesso prof. Pier Luigi Baima Bollone ebbe a scrivere: <Il suo documento (del
Cova, n.d.r.) difficilmente utilizzabile perch come tutti i verbali compilati da
persone non esperte riporta disordinatamente annotazioni che si riferiscono a
momenti diversi. Inoltre contiene annotazioni decisamente errate, come quella di
[soli, N.d.A.] quattro colpi vitali sul cadavere di Mussolini compreso quello al
braccio destro>> [2]..
In calce al documento il Cova si firma: <<dottor Pierluigi Cova fu Felice, nato a
Milano il 4.5.1911. Assistente radiologo allUniversit di Milano, allIstituto del
cancro>>.
Le note di cronaca, i particolari riferiti e soprattutto il carattere stringato di come
vennero definite le ferite mortali del Duce (in modo da non consentire troppe
illazioni), fecero accogliere questo documento dalla letteratura resistenziale con
grande entusiasmo, tanto da considerarlo addirittura pi importante dello storico
verbale autoptico del professor Cattabeni.
Giorgio Pisan nel suo Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Ed. Il saggiatore
1996, ebbe a sostenere invece che, nella migliore delle ipotesi, si trattava tutto al pi
un appunto personale, senza alcun carattere di ufficialit: il Cova, infatti, disse
Pisan, ma lo sottoline anche il Prof. Baima Bollone, non sembra risultare, dai
documenti ufficiali dellepoca, che rivest ruoli nella necroscopia di Cattabeni, in quel
periodo, oltretutto, anchesso assistente.
Egli asser in seguito di esser stato richiesto, in qualit di aiuto per le operazioni
autoptiche, dal Cattabeni stesso e di aver denudato i cadaveri. LUnit presentando il
suo documento lo defin erroneamente assistente del prof. Cattabeni.
Il Cova, molti anni dopo, in altra occasione, ebbe anche a dire e dobbiamo presumere
che forse fu uno scherzo dellavanzata anzianit o una male interpretazione
dellintervistatore, che fu proprio lui ad eseguire materialmente buona parte
dellautopsia (vedi: intervista ad A. Fontana su Italia Tricolore per la Terza
Repubblica con servizi dallaprile 2005 a maggio 2006), il che desta forti perplessit
perch appare assurdo, se non impossibile, che il professor Cattabeni abbia voluto far
mettere le mani in questa operazione ad un medico che al tempo era un radiologo

153

CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

dellIstituto di Radiologia dellUniversit di Milano, ovvero ad un medico estraneo


allIstituto di Medicina Legale e che il medico legale Baima Bollone ha poi definito
non esperto.
Ad ogni buon conto, quel giorno in sala settoria, il Cova Villoresi, per qualche motivo
o a qualche titolo, cera effettivamente stato.
Dobbiamo quindi considerare questo documento con molta attenzione al fine di poter
esprimere un nostro parere.
Intanto, da varie indicazioni riportate nel testo, si pu dedurre che la relazione del
Cova venne stilata, forse su suoi appunti presi durante la necroscopia, molte ore dopo
il termine dellautopsia, probabilmente la sera, certamente dopo ledizione dellUnit
dello stesso mattino del 30 aprile 45 che riportava la prima sintetica versione
sulluccisione del Duce.
Ma questo non neppure certo, visto che si potrebbe anche ipotizzare che il Cova
abbia compilato detto verbale in un imprecisato periodo successivo, pur datandolo 30
aprile cio il giorno della necroscopia di Cattabeni, dove un anonimo giustiziere
dichiarava: <<Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro
Mussolini, che si accasci sulle ginocchia con la testa leggermente reclinata sul
petto. Poi fu la volta della Petacci. Giustizia era fatta.>>..
Forse questa relazione, ma solo una nostra supposizione, doveva tornare utile per
sostenere e puntellare quelle indicazioni di sparo rese dallUnit, ma rimase invece
nel cassetto del dottor Cova Villoresi che la rese nota solo nel 1994.
I riferimenti storici nel documento.
La relazione del dottor Pierluigi Cova Villoresi, gi anatomopatologo,
qualificato erroneamente dalle fonti resistenziali come assistente del Prof. Cattabeni,
venne pomposamente presentata quale perizia anatomopatologica eseguita nel
contesto delle operazioni di autopsia e come documento ben pi dettagliato del
verbale finora noto di Cattabeni perch comprensivo, oltretutto, di uno spaccato
storico di quei momenti.
Il fatto che nel documento vi siano alcune imprecisioni, tipiche nelle cronache di quel
giorno, come, per esempio, lerrata indicazione, tra le salme di Piazzale Loreto, di
quelle di Teruzzi e Gelormini; Mussolini che dicesi fucilato il giorno stesso della
cattura attesterebbe, secondo gli storici resistenziali, della sua veridicit (per la verit
riportato per anche un diverso peso (rispetto al verbale di Cattabeni) della salma,
dato a 67 kg. invece che 72).
Ma tutto il contenuto del documento Cova, non in uno stile asettico da medico
legale, professionalmente impersonale, ma espresso con una fanatica apologia
resistenziale.
La data del documento viene pomposamente riportata come Milano, 30 aprile 1945
I della liberazione, mentre le frasi utilizzate per descrivere i patrioti che giungevano
allIstituto di Medicina Legale, le torture da alcuni di questi subite, le insinuazioni
sulla fuga di Mussolini in Svizzera, ecc., danno limpressione di attestare, pi che un
documento di ordine medico, un compendio coreografico e di illazioni calunniose
contro il Duce.
A questo proposito merita spendere qualche parola in pi il presunto ritrovamento di
un foglietto che lo stesso Cova asserisce di aver trovato nei pantaloni del Duce e di
aver poi consegnato al misterioso generale medico partigiano (in seguito
volatilizzatosi nel nulla) ed i cui falsi nomi spagnoli ivi riportati, a insinuazione

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CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

veramente superficiale dellautore, indicherebbero Mussolini e la Petacci in procinto,


sotto falso nome, di fuggire in Spagna, ecc.
I due nomi in spagnolo scatenarono ovviamente la sarabanda delle congetture atte a
denigrare il Duce, ma fu una sarabanda che dur poco, perch agli storici seri apparve
subito evidente che quel foglio non poteva attestare una fuga di Mussolini. Il
documento, infatti, era un foglio di carta da lettere intestato al Consolato Spagnolo di
Milano e riguardava due coniugi, tali "Isabella y Alonso". Era posto in una busta
intestata al "Fascio Repubblicano Sociale di Dongo". Era quindi chiaro che forse
qualcuno aveva tirato fuori questo foglio a Dongo o al massimo poco prima a
Menaggio, ma era estremamente improbabile che a Milano o Como si sia messo il
foglio in una busta cos intestata. Ma proprio questa intestazione faceva pensare ad
una manipolazione avvenuta nelle traversie subite dal foglio stesso. Lipotesi pi
realistica, suffragata da vari elementi, era quindi quella che quel foglietto o
riguardava la Petacci o meglio il fratello Marcello e la sua compagna Zita Ritossa e
che, magari, quando la donna la notte del 27 aprile fu ricongiunta con Mussolini
prigioniero, questa lo pass a Mussolini ovvero rientra in qualche segreto progetto
messo in atto a Dongo, nella gestione di Mussolini e la Petacci prigionieri..
Era comunque veramente ridicolo pensare che Mussolini, con fisionomia e popolarit
nota e pubblica, poteva farsi preparare e ritenere di utilizzare un documento con un
falso nome spagnolo per espatriare! Gli storici pi seri infatti non diedero seguito a
questo ritrovamento che risulta oltretutto strano che venne poi a scomparire.
Una premessa esplicativa
Prima di prendere in esame i contenuti ed il modo espositivo con cui il dottor
Cova Villoresi, nella sua relazione, riport le risultanze della necroscopia di Mussolini
ed al fine di far capire perch questa relazione pu risultare alquanto fuorviante per
coloro che non sono esperti nelle discipline tanatologiche e medico legali e nella
balistica delle armi da sparo, dobbiamo fare una premessa.
In genere i comuni lettori non hanno grandi conoscenze tanatologiche (tanatologia:
esame del cadavere e delle sue vicende trasformative) e del resto anche delle persone
professionalmente preparate, ma che non hanno sottomano o non conoscono
perfettamente i rilievi che furono fatti sul cadavere di Mussolini, possono rimanere
fuorviati da certe esposizioni non compiutamente esaustive, nel farsi un giudizio sulle
modalit della fucilazione del Duce.
Per la letteratura in materia e per linformativa allopinione pubblica della storia della
morte di Mussolini, quindi, il metodo espositivo con il quale si illustrano e si
dettagliano le risultanze necroscopiche ha una grande importanza.
Elidere in parte, sintetizzare al massimo e non illustrare dettagliatamente certi
particolari di quella autopsia, per i comuni lettori pu risultare fuorviante.
Il metodo riassuntivo, infatti, pur non costituendo un falso, pu confondere le idee a
tutto vantaggio proprio di quella versione di Valerio che posta sotto un attento
esame, in base alle sia pur carenti risultanze autoptiche della necroscopia di
Cattabeni, magari integrate da qualche riscontro fotografico, desta molto pi di una
perplessit.
Alcune descrizioni dellautopsia, infatti, e quella del dottor Cova una di queste,
spesso non sono chiare nello specificare bene il fatto che sono presenti colpi o ferite
pre-mortali letali, e anche non letali, ma comunque sempre inferti ad un soggetto in
vita e che vanno quindi ben distinti dai colpi post-mortali cio quelli sparati su di un
cadavere

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CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

Altre volte si parla invece solo di colpi letali, lasciando intendere, pur senza dirlo, che
sono gli unici colpi premortali. Qualche volta poi si genera anche confusione tra
foro e colpo, visto che un singolo colpo potrebbe anche causare pi di un foro. E
cos via.
In particolare alcuni autori, nel tentativo di avallare la versione di Valerio, a volte
liquidano la dinamica della morte di Mussolini con affermazioni di questo tipo:
Mussolini fu ucciso da sette colpi (ma spesso si dice anche quattro o cinque), di cui
uno ha tranciato laorta, come infatti ha poi accertato lautopsia eseguita dal prof.
Cattabeni, ecc.,
Un escamotage espositivo per non destare troppe discrasie con le plurime e
contraddittorie versioni di Audiso. Proprio come nella relazioane del Cova Villoresi
che, dimenticandosi qualche colpo, appunto per questo, piace tanto ai sostenitori
della Vulgata.
In ogni caso, a chi legge un resoconto, nella speranza di trovarvi elementi utili ad un
accertamento delle modalit di quella morte, per risalire poi al numero ed al volto
degli eventuali esecutori, di certo importa sapere che Mussolini mor per 7, per 5 o
per un solo colpo, ma pi ancora vuole sapere quanti colpi raggiunsero il Duce in vita
e dove lo colpirono e possibilmente con quali armi vennero sparati, quali traiettorie
ebbero, se la morte fu istantanea, ecc. Ma specificare questi altri elementi significa,
gi di per se stesso, porre un grosso punto interrogativo proprio sulla versione
raccontata da Valerio o comunque arrampicarsi in successive spiegazioni che non
spiegano niente. Meglio il tagliar corto!
A beneficio quindi di una esposizione pi chiara riassumiamo alcuni particolari
dedotti dal verbale autoptico del prof. Cattabeni e dallo studio delle foto del cadavere
di Mussolini. Argomenti questi che poi tratteremo pi adeguatamente nel successivo
capitolo.
Traiettorie di tiro: tutte le traiettorie dei colpi (9) che hanno attinto il Duce da
vivo, hanno una distribuzione da un lato allaltro del corpo, coinvolgendo, con una
certa distanzialit di ferite, sia lemisoma destro che quello sinistro e vanno dal fianco
(il colpo pi basso), per arrivare fin sotto il mento (quello pi alto). Si riscontra cos
una polidirezionalit di tiro con traiettorie di varie specie e alcuni colpi alquanto
ravvicinati, molto difficili a giustificarsi con le modalit descritte nelle versioni di
Walter Audisio (bersaglio immobile colpito da tre passi, ben oltre due metri, dal solo
mitra Mas 7,65).
Il calibro: Non ci sono reperti di pallottole, mentre i bossoli mostrati del presunto
mitra Mas 7,65 utilizzato da Audisio, non si ha alcuna certezza di quando e se fu
effettivamente usato per luccisione o magari solo per la finta fucilazione di Villa
Belmonte. In foto, una apparente diversa dimensionalit delle ferite, suggerisce
almeno due calibri 9 mm. corto e 7,65 mm.
Colpo al braccio: La presunzione, gi avanzata dal Cattabeni, che il colpo che
attinse il braccio dx, potrebbe essere stato causato da un gesto di schermo del
condannato, tecnicamente possibile, ma sembra molto poco probabile per il
semplice fatto, di ordine psicologico, che difficilmente si vede un condannato messo
al muro, in procinto di essere fucilato, che ha questo atteggiamento. Possibile invece
che la ferita al braccio scaturisca da una fase di lotta.

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CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

Colpo al fianco: il colpo al fianco dx, uscito in corrispondenza del gluteo, risulta
obliquamente diretto dallavanti allindietro e dall alto verso il basso.
Il colpo sotto mentoniero:
il colpo sotto al mento (sopraioideo), non presenta certezze per il foro di uscita alla
nuca. Questo colpo comunque ha una ferita che, in foto, sembra mostrare una certa
inclinazione del colpo dal basso verso lalto.
I 2 colpi: sopraclaverare dx e parasternale dx.
Altri due colpi risultano cos distribuiti: uno sopraclaveare destro ed un altro, pi in
basso nel petto, sulla paresternale destra. Questultimo dovrebbe aver lesionato
laorta.
I 4 colpi quasi sulla spalla sinistra:
La rosa di questi colpi, sicuramente di mitra (visibile quasi sulla spalla), alquanto
ristretta, risultando un poco allungata dalla spalla verso il centro del petto. La
conformazione delle ferite che paiono un poco ovaliforme farebbe pensare ad un tiro
leggermente obliquo sparato da meno di un metro o un metro al massimo.
IL VERBALE COVA.
E veniamo ora ad analizzare questo verbale del dottor Cova Villoresi.
Il medico indica, come orario del termine dellautopsia: <<le ore 8,30 essendo una
magnifica giornata di sole ed essendo la giornata dingresso trionfale degli
americani a Milano avvenuta alle 16,30>> (avanguardie di truppe americane erano
gi arrivate il giorno prima).
Il fatto che indichi appena unora, quale periodo di durata dellautopsia, a meno che
non sia un errore di trascrizione, lascia veramente sconcertati, tanto pi che pare
accertata una durata della stessa, coerentemente con un tempo razionalmente
necessario, che dovette aggirarsi minimo in 3 ore circa (con inizio alle ore 7,30, ora
legale del 30 aprile 1945).
Stranamente il Cova, quasi a presagire (o per parare a posteriori?) future fughe di
notizie, su quanto avvenne in sala settoria, dopo aver minuziosamente descritto tutti i
presenti, come del resto appare nel verbale di Cattabeni:
<<Il Prof. Dott. Mario Cattabeni , aiuto universitario alla cattedra di medicina
Legale qui a Milano che esegue lautopsia ; il Prof. Dott. Scolari, Direttore
dellIstituto di Clinica Dermosifilopatica dellUniversit di Milano; il Prof.
DAlessandro, libero professionista neurologo; un generale partigiano, medico,
membro del CLN e incaricato ora della Direzione della Sanit Militare; il necroforo
ed io>>, descrive anche le persone estranee (per lo pi partigiani e curiosi) che
entrano nella Sala anatomica, sia durante che dopo lautopsia, come il dottor Pricolo
Vittorio ed un altro necroforo, quindi un laureando in medicina accompagnato da un
amico (tutti arrivati alla fine dellautopsia).
Aggiunge poi esplicitamente:
<<Nessun altro individuo ha assistito allautopsia e quindi altre descrizioni che
possano esser fatte al di fuori degli individui sopra citati debbono essere considerate
false. Un giornalista che tenta di introdursi nella Sala anatomica viene subito fatto
uscire>>.

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CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

E ovvio che viene da chiedersi il perch, questo medico, risultando poi prolifico di
descrizioni ed illazioni di carattere non medico e per altri versi carente (sia che gli
spettasse o meno il farlo) per non aver riportato elementi utili sullo stato in cui si
presentava il cadavere, in particolare rispetto alla subita fucilazione, abbia invece
ritenuto opportuno indicare meticolosamente le presenze in sala settoria e
puntualizzare che ogni altra attestazione di presenza deve ritenersi falsa. Questa
precisazione, non richiesta, suona quanto meno strana e potrebbe far pensare che, gi
da allora, si paventava il timore che qualcun altro, in futuro, potesse mettere in
dubbio lesame autoptico.
In ogni caso ci si chiede dove sarebbero finiti i non menzionati americani che pur
quasi certo assistettero allautopsia e fecero anche delle riprese cinematografiche di
cui, alcuni spezzoni riferiti ai momenti della necroscopia appena conclusa, abbiamo
potuto tutti vedere nella serie video Combat film?
E alquanto strano, come accennato, che questo assistente, cos puntiglioso e prodigo
nelle sue note di colore, tranne pochi accenni irrilevanti, non abbia invece inteso
segnalare elementi veramente importanti sullo stato del cadavere, sul rigor mortis,
rispetto alle ferite ed al vestiario, cos come gli si presentava, prima di essere
preparato e spugnato (e sappiamo quanto questo sarebbe stato importante!).
Accenn appena ai pantaloni sporchi di sangue e fango e lacerati ed ai mutandoni
lunghi di lana crivellati da qualche proiettile e insanguinati.
Ma le parti che pi lasciano perplessi di questo documento (il Cova si present anche
nel 1995 in televisione a commentare alcuni particolari dellesame autoptico) sono
evidentemente quelle che danno limpressione di tendere a far coincidere la stringata
versione dellUnit del 30 aprile, che parlava di una esecuzione tramite 5 colpi, con gli
esiti dellautopsia, elidendo e sintetizzando al massimo il verbale di Cattabeni e non
facendo oltretutto alcun cenno allo stato del rigor mortis!
Egli infatti, per quanto riguarda i colpi premortali, rilevati sul cadavere del Duce,
tende a sintetizzare ed elidere parti del verbale di Cattabeni riportando in modo
seppur corretto (tranne lerrato conto dei colpi), ma non organicamente espositivo,
quanto segue:
<<Sul torace nella met superiore, quasi sottoclaviare e pi precisamente
nellambito del piccolo pettorale quattro fori con alone emorragico, che puntano nel
cavo toracico e che vengono riconosciuti come fori dentrata che hanno il loro
corrispettivo foro duscita sulla regione dorsale, sempre nella met pi alta () due
fori premortali sulla faccia posteriore dellarto sup. D.: uno dentrata a livello del IV
superiore dellavambraccio, laltro di uscita al IV inferiore del braccio>>;
e qui, ovviamente, aggiunge subito ma guarda un po! - il sospetto di un gesto di
schermo con il braccio piegato, di fronte alla fucilazione, anticipando, ma siamo sicuri
della datazione di questo documento?, lanaloga osservazione che far Cattabeni in
Clinica Nuova a luglio agosto 45.
Pi avanti riporter anche:
<<Si conclude che la pallottola che attravers il torace mediamente al polmone
sin., al di sopra dellilo (che in parte risulta lacerato) abbia incontrato lacerandola
laorta allarco e che quindi ne sia seguito un emotorace a sinistra: la morte deve
essere stata rapidissima e questa per lunico colpo mortale dato che gli altri tre
furono cos suddivisi: 2 allapice del lobo sup. sin. del polmone; laltro al braccio
Dx.>>.

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CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

Anche qui, guarda caso, proprio in sintonia con la prima versione dellUnit che, a
differenza delle successive, non parlava del colpo di grazia (perch il Duce rantolava,
ma non era morto! come dir in seguito Valerio n.d.r.).
Il Cova poi descriver un non rilevante colpo postmortale al fianco:
<<a livello della spina iliaca ant. Superiore di Destra, mediale a questa un foro
dentrata e foro duscita dal lato gluteo: pure questi postmortali>>.
Ma letto questo, si nota subito la mancanza del riscontro del foro premortale al
fianco, con fuoriuscita al gluteo, pur descritto da Cattabeni, che infatti aveva scritto
nel suo verbale:
<<Al fianco destro, poco al disopra di un livello corrispondente alla spina iliaca
superiore, un foro dentrata con ampio alone escoriativo emorragico, cui fa seguito
un tramite sottocutaneo sboccante in un foro di uscita al livello della regione
glutea di destra nel quadrante anterosuperiore (Cattabeni verbale 7241)>>.
E per i colpi premortali questo tutto, con un resoconto che si pu ben far adattare
alla prima sintetica versione del misterioso e solitario uccisore di Mussolini, che
proprio quel mattino del 30 aprile 45, come abbiamo visto, sullUnit aveva scritto:
<<Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini....>>.
Ma addirittura in una tele trasmissione Rai del 95, prima menzionata, il Cova, a
domanda rispose: <<Mussolini mor per lunico colpo, dei quattro che lo
raggiunsero, che gli tranci laorta>> lasciando perplessi per questo suo modo
espositivo che non menzionava tutti gli altri colpi o almeno un altro paio che
sicuramente ebbero un altrettanto effetto letale.
Dimenticanza della rigidit cadaverica. E bene ricordare che il prof. Cattabeni nel suo
verbale aveva parlato di una rigidit risolta alla mandibola e persistente agli arti,
riscontrata intorno alle ore 7,30, cosa questa che per non sar confermata dalla
osservazione delle foto dei cadaveri stessi, buttati in terra nei corridoi dellobitorio,
scattate prima della autopsia, dove si notava gi una avanzata risoluzione del rigor
mortis. Un rilievo questo, sia pure retrospettivo, che ovviamente, per la complessit e
variabilit della materia, non poteva dare indicazioni sulla cronologia di morte, ma
certamente poneva in dubbio quanto riportato dal Cattabeni.
Nella sua relazione il Cova, significativamente, elise tutto quel che riguarda il rigor
mortis, non integra, non precisa, non segnala niente, sorvola su tutto, ma per altri
versi attest:
<<in bocca mancano parecchi denti e tutti i superiori di destra>> senza dare
ulteriori particolari, e quindi non avendo menzionato i resti di una traumatica
avulsione delle radici (che sarebbe stata ben visibile), da imputare allo scempio di
Piazzale Loreto, si sarebbe indotti a pensare che Mussolini portasse una protesi
allarcata superiore destra.
Inoltre segnal il fatto che la testa del cadavere del Duce, totalmente mobile, ha una
frattura traumatica della colonna cervicale.
Il Cova, en passant, racconter che a Piazzale Loreto furono scaricati colpi di
rivoltella contro qualche cadavere, in particolare quello del Duce, il cui viso e cranio,
prima indenni, ne vennero sfigurati. Aggiunger anche che vi sono numerosi fori
duscita da proiettili nella regione nucale, tutti post mortali. Resta il fatto, per, che
un foro sulla nuca, visibile sul cadavere nelle foto prima dellappendimento, quando il
Duce al suolo ha il capo appoggiato sul petto della Petacci, difficilmente potrebbe
essere stato causato a Piazzale Loreto, visto la difficolt e pericolosit di sparare ad
altezza del terreno e si potrebbe configurare invece come un precedente e

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CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

mistificatorio finto colpo di grazia su di un cadavere, sparato da chi non al


corrente che molto facile, per un medico, stabilire se un colpo stato attinto da vivo
oppure da morto.
Il Cova poi ci informer di altri noti particolari, come per esempio che lencefalo viene
conservato in formalina e di questo si preleveranno dei pezzi per studio.
Le successive precisazioni di Cova Villoresi
Spostiamoci ora di molti anni in avanti dove troveremo delle drastiche
affermazioni rilasciate dal Cova, in merito alle voci che insinuavano e lui lo negava
che, a Cattabeni con i suoi assistenti ed al necroforo, abbia assistito allautopsia anche
il professor Alberto Mario Cavallotti, Albero (medico pediatra in quel momento
responsabile della Polizia a Milano) e tanto meno il professor Pietro Bucalossi
Guido che ben conosceva, sollevandoli cos dal sospetto, da alcuni avanzato, che sia
stato uno di loro quel Guido generale medico del CVL che supervision lautopsia e
dicesi sconsigli di farla sulla salma della Petacci. Un generale medico che poi risult
misterioso ed introvabile.
Peccato per, che nel caso del Cavallotti, c una sua testimonianza del 1983, resa al
prof. Guderzo, che fa sorgere il dilemma: o mente Albero, o mente il Cova (non si pu
parlare di svista perch il Cova stato categorico nellescludere la presenza di
Cavallotti).
Infatti ecco cosa disse Cavallotti al prof. Guderzo, ammettendo in pratica di aver
assistito allautopsia, a meno che non parlasse in termini impersonali e generici
(vogliamo essere possibilisti alleccesso e quindi, in questo caso assolvere
lattestazione del Cova):
<<Lautopsia fu eseguita dal prof. Cattabeni, e non trovammo traccia della famosa
ulcera di cui si era tanto parlato. Cerano naturalmente le traiettorie delle
pallottole>>.
Il Cova, oramai anziano, essendo del 1911, come detto, ebbe a ripetere alcune di
queste asserzioni anche in televisione, aggiungendovi ambiguamente (e questa sua
asserzione sollev in seguito alcune proteste), la giustificazione che la mancata
autopsia di Clara Petacci avvenne per il semplice fatto che:
non fu ritenuta
necessaria visto che, tra laltro, la Petacci non rivestiva una particolare importanza
storica.
Quindi, come vedesi, riviene di nuovo il sospetto che ci troviamo ancora in presenza
di un tentativo di puntellare la versione ufficiale, giustificando in qualche modo
anche il mancato esame necroscopico della Petacci (con tutti i risvolti che esso
comportava).
A questo proposito, per e risibile laffermazione che sia stata ritenuta non
necessaria lautopsia della Petacci, fucilata assieme al Duce e le cui risultanze erano
quindi di estremo interesse per integrare laltra autopsia perch, bene o male, il
personaggio (a differenza delle centinaia di cadaveri quel giorno purtroppo in
deposito) rivestiva un certo rilievo storico ed infine era stata comunque uccisa
assieme a Mussolini e con lui portata allobitorio rientrando, tra laltro, la sua
autopsia nei doveri dei medici legali in virt dellallora vigente regolamento di polizia
mortuaria circa le morti violente.
Solo un gravissimo motivo, riguardante la certezza che sarebbe sicuramente emerso
un totalmente diverso, aspetto delle cose la poteva impedire.
Come accennato, da pi parti viene asserito che lautopsia sul cadavere del Duce ed il
diniego di eseguirla su quello della Petacci, erano stati ordinati da questo misterioso
160

CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

Generale medico della Direzione generale di Sanit del CVL, che viene anche indicato
in firma a margine del verbale con il nome di battaglia di Guido, il quale presenzi a
tutta loperazione.
Di questo comandante medico non si sapr pi nulla!
Dietro questo nome di battaglia, tra gli altri, si celava il professor Pietro Bucalossi
(che per neg decisamente di essere stato lui a firmare il documento), cos come
pure lo neg tale Achille De Simone, altro Guido, sanitario delle Brigate Garibaldi, il
quale ultimo lo rimand ad un certo Italo Busetto che pur non ne sapeva niente.
Molti hanno avanzato la plausibile ipotesi che questo Guido possa essere stato
proprio Aldo Lampredi, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi anche se in questo
caso, nonostante che il Lampredi non fosse medico, ci possa essere possibile: infatti,
questo pseudo sanitario dovendo probabilmente attendere a che non uscissero fuori
particolari compromettenti per la versione ufficiale doveva pur essere molto bene al
corrente di come erano andate le cose e quindi il Lampredi risponderebbe a questo
requisito.
E di estremo interesse invece notare, come disse Franco Bandini, che pur qualcuno
ordin e firm, non per capriccio, ma per evidente ordine ricevuto, e quindi si
dissolto nellaria! Perch? Quale grave necessit cera per questa sparizione? Ma
tutti tacciono!

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CAPITOLO 8

LA RELAZIONE DEL DR. COVA VILLORESI

Note
[1] Per i riferimenti in merito, consultare: Archivio del Civico Museo del Risorgimento e di Storia
contemporanea, Milano, documento n. 49.883, Milano, 30 aprile 1945 Autopsia di Benito Mussolini
eseguita (? - N.d.A.) dal dottor Pierluigi Cova.
Ed ancora: Corriere della Sera, 24 settembre 1994. Cova, Un medico nellanno primo della
liberazione. Quella divisa grigio-verde sporca di sangue" . Ampi stralci si trovano in F. Bernini: Sul
selciato di Piazzale Loreto Grafica MA.RO Editrice, 2001. Riportato anche in P. Baima Bollone Le
ultime ore di Mussolini Mondadori 2005.
[2] P.L. Baima Bollone: Le ultime ore di Mussolini, Mondadori 2005.

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Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

Morte Mussolini: Considerazioni balistiche


Con disponibili solo gli scarsi rilievi del verbale autoptico del 30 aprile 1945
stilato a Milano dal prof. Mario Caio Cattabeni per il cadavere di Mussolini,
aggiungendoci losservazione delle ferite cos come risultano visibili nelle foto delle
salme del Duce e della Petacci e applicando infine la comune esperienza sulla
dinamica balistica delle armi da fuoco, si possono avanzare almeno un paio di
ricostruzioni sulle modalit di quella fucilazione e magari escluderne altre.
Molto interessanti, anche se tra loro risultano a volte divergenti, sono comunque gli
studi realizzati negli anni 80 dal professor Aldo Alessiani, medico legale in forza al
tribunale di Roma; quelli del professor Giovanni Pierucci dellIstituto di Medicina
legale di Pavia, presentati nel libro di G. Pisan Gli ultimi 5 secondi di Mussolini, Il
Saggiatore 1996; quelli del prof. Pierluigi Baima Bollone, ordinario di Medicina
Legale presso l'Universit di Torino, indicati nel suo libro Le ultime ore di
Mussolini, Mondatori 2005; ed infine, soprattutto la perizia eseguita con tecniche
computerizzate altamente specializzate da una equipe del professor Giovanni Pierucci
a Pavia del 2006.
Come accennato, con i pochi dati disponibili non si possono avere certezze assolute e
non possibile pertanto ipotizzare un unica e certa dinamica balistica dellesecuzione.
Nelle sue confuse e plurime versioni si pu dire che Audisio indic di aver sparato
con il mitra Mas 7,65, dieci colpi di cui, per uno, lultimo di grazia (poi venne fuori
che invece il colpo di grazia era stato sparato con la pistola prestata da MorettI).
Da un attento studio delle perizie su mensionate si pu ricostruire che Mussolini
venne attinto da vivo da 9 colpi (che potrebbero ridursi a 8 se quello al braccio
penetr poi nel tronco o viceversa). Questi 9 colpi pre mortali sono cos distribuiti:
nella parte alta del tronco, 7 colpi di entrata (e 6 fori di uscita, non essendoci certezza
di foro duscita per quello sottomentoniero); inoltre 1 colpo, con foro di entrata e di
uscita nel braccio destro, ed 1 colpo con foro di entrata e di uscita fianco/gluteo.
Non consideriamo qui, come indicato dalla perizia eseguita nel 2006 a
Pavia dalla equipe del professor Giovanni Pierucci, sulle foto dei
cadaveri, che ci siano altri due colpi premortali e ravvicinatissimi (30
cm.?) alladdome, fatto questo che porrebbe ulteriori dubbi su la storica
versione di Audisio. E un rilevo questultimo che dovrebbe essere, in
futuro, ulteriormente dettagliato e precisato.
Il disegno con la geografia dei colpi, qui appresso presentato ovviamente al solo
titolo esemplificativo e potrebbe non rispecchiare esattamente la geografia precisa dei
fori. Si deduce dal referto autoptico del prof. Cattabeni e dai riscontri cine-fotografici.
C da notare che questi colpi presentano polidirezionalit di tiro, inclinazioni diverse
e si dispiegano da un lato allaltro del corpo con una certa distanzialit tra le ferite.
Inoltre, almeno in foto, mostrano dimensioni delle ferite difformi tali da presupporre
colpi di calibro diverso (per esempio quelle sullemitorace destro appaiono un poco
pi grandi), ed alcune risultano anche di forma leggermente ovale il che fa presumere
una traiettoria di tiro leggermente obliqua. Per alcuni colpi inoltre si pu
ragionevolmente sostenere una certa ravvicinatezza di sparo, non superiore ai 50 cm.,
se non meno. Un ravvicinatezza di sparo che stata confermata dalla perizia con
tecniche computerizzate di Pavia che ha riscontrato residui di particelle quali esiti di
polvere da sparo.
Tutti particolari questi che, come appresso vedremo, possono far ipotizzate alcune
dinamiche balistiche atte a ricostruire le modalit di quella fucilazione.
163

Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

COLPI E FORI PREMORTALI SU MUSSOLINI

Disegni, frontale e di schiena, con i fori determinati dai


colpi che hanno attinto il Duce ancora in vita (premortali)
Fori in entrata:
1. colpo pre-mortale sull'avambraccio destro parte interna (margine ulnare);
2. colpo al di sopra della spina iliaca, obliquamente inclinato dallavanti verso il dietro e
dallalto verso il basso (esce dal gluteo dx senza ledere l'impalcatura ossea del
bacino).
3. colpo in parasternale destra 3 cm. sotto della clavicola dx;
4. colpo sopra clavicolare destro senza ledere la clavicola sottostante;
5. colpo sottomentoniero sul piano detto sopra-joideo (pallottola forse ritenuta);
6. 7. 8. 9. gruppo di quattro fori alquanto concentrati al di sotto della clavicola;
?. ?. Due ulteriori colpi premortali (individuati dalla perizia dellequipe del prof. Pierucci a
Pavia nel 2006) allallaltezza delladdome e con distanza di sparo alquanto ravvicinata.
Come detto, per semplificare, nel nostro studio riassuntivo non li prenderemo in
considerazione.
Fori in uscita:
A.
B.
C.
D.
?.

uscita di 1 (nel disegno posto nel retro del braccio, ma questo colpo quasi in
linea su di un piano tangenziale rispetto a quello di entrata).
uscita di 2 con una certa traiettoria dallalto (entrata) in basso (uscita).
sono fori di uscita di 3. e 4.
sono i fori di uscita di 6. 7. 8. e 9.
incertezza sul foro di uscita relativo al colpo N. 5.

164

Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

Traiettorie di tiro: tutte le traiettorie (9) dei colpi che hanno attinto il Duce da vivo,
hanno una distribuzione da un lato allaltro del corpo, coinvolgendo, con una certa
distanzialit di ferite, sia lemisoma destro che quello sinistro e vanno dal fianco (il
colpo pi basso), per arrivare fin sotto il mento (quello pi alto). Si pu presumere
una polidirezionalit di tiro con traiettorie di diversa specie, non impossibili, ma molto
difficili a giustificarsi con le modalit descritte nelle versioni di Walter Audisio
(bersaglio immobile colpito da tre passi dal solo mitra Mas 7,65).
Il calibro: non ci sono reperti di pallottole, da poter magari pesare, se non qualche
testimonianza di chi dice di averle viste, mentre per i bossoli del presunto mitra Mas
7,65, non si ha alcuna certezza se fu effettivamente usato per luccisione o magari
solo per la finta fucilazione di Villa Belmonte. Dalle sole foto delle ferite non
possibile stabilire con certezza il calibro dei colpi anche se una diversa loro ampiezza
(quelle sul lato destro appaiono pi grandi e marcate) fa presumere luso di un
calibro pi grande e uno pi piccolo. Dallesperienza sulle armi da sparo e le
dinamiche balistiche, considerando vari elementi, si pu per
supporre, che i colpi di mitra siano di un 7,65, mentre quelli,
presumibilmente di pistola, di calibro 9 corto. Teoricamente
non si pu per escludere del tutto luso di un solo calibro.
Difforme dimensionalit delle ferite: Ecco come appaiono in
foto, dopo una elaborazione elettronica fatta dal prof. P.
Baima Bollone (Le ultime ore di Mussolini, op. cit.) due ferite
sul cadavere di Mussolini. Si intuiscono due calibri diversi,
per esempio 7,65 e 9.
Colpo al braccio:
alcuni studi, ipotizzano che il colpo
allavambraccio dx, premortale e non letale,
con fori di entrata (interno) e di uscita (dopo
una breve traiettoria quasi tangenziale e non
trapassante da parte a parte), potrebbe poi
essere penetrato nel torace (per un tentativo di
schermo con la mano o magari nel fianco
(ipotizzando un momento di lotta).
Teoricamente anche possibile un percorso inverso ovvero il colpo al fianco
fuoriuscito dal gluteo ha poi perforato il braccio dx legato dietro la schiena.
La presunzione, gi avanzata dal Cattabeni, che il colpo che attinse il braccio dx,
potrebbe essere stato causato da un gesto di schermo del condannato,
tecnicamente possibile, ma sembra poco probabile per il semplice fatto, di ordine
psicologico, che difficilmente si vede un condannato messo al muro, in procinto di
essere fucilato, che ha questo atteggiamento. Possibile invece che la ferita
scaturisca da una fase di lotta.
Secondo lo studio del professor Pierucci, osservando le foto, i due fori pertinenti alla
coppia entrata / uscita dellavambraccio destro, si rendono visibili e quello esterno
verso la superficie palmare. Da un raffronto di queste immagini la lesione ultima detta
parrebbe avere una localizzazione pi prossimale (cio pi vicina al gomito), anzich
pi distale (cio pi vicina al polso) come invece parrebbe dal verbale autoptico.
Laltra perizia dellequipe del prof. Pierucci a Pavia, eseguita con tecniche avanzate,
avrebbe stabilito che la foto precedente (avambraccio esterno), rappresenta un foro

165

Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

di uscita, quindi quello di entrata sarebbe pi allinterno del braccio. In questo caso
quello che in foto sembra un alone di sparo, forse un effetto cromatico in pellicola,
perch non pu mettersi in relazione ad un colpo ravvicinatissimo (ravvicinatezza
comunque probabile come attesteranno altre osservazioni) perch trattasi di un foro
di uscita sulla parte esterna dellavambraccio.

Colpo al fianco:
il colpo al fianco dx poco al di sopra
di un livello corrispondente alla spina
iliaca (indicato in foto dalla freccia), uscito
nel retro in corrispondenza del gluteo,
risulta obliquamente diretto dallavanti
allindietro e dall alto verso il basso.
Il colpo sotto mentoniero:
il colpo sotto al mento (sopraioideo,
visibile sotto il mento in questa
simulazione fatta anni addietro in un
programma RAI), non presenta certezze
per il foro di uscita alla nuca (pallottola
ritenuta?). Questo colpo comunque ha
una ferita che, in foto, sembra mostrare
una inclinazione del colpo dal basso
verso lalto.
Il dott. Alessiani ritenne anche di vederci
lalone di sparo indice di un colpo
ravvicinatissimo. Ne dedusse che il colpo sotto il mento raggiunse Mussolini durante
una fase di lotta. Ma non ci sono elementi certi per attestare questa dinamica. A voler
cavillare si potrebbe obiettare che la lassit della pelle sottomentoniera in un
individuo di sessantanni, dal cadavere manipolato in vari modi, potrebbe anche
falsare limmagine fotografica della ferita.
I 2 colpi: sopraclaverare dx e parasternale dx.
Qui a lato nella foto (come la precedente,
con un attore che simula il cadavere) altri due
colpi: uno sopraclaveare destro (quello pi in
basso nella foto, ma ovviamente pi in alto nel
petto di Mussolini) ed un altro sulla paresternale
destra (quasi al centro della foto). In foto i fori di
entrata su questo emisoma destro, paiono
leggermente pi grandi degli altri (calibro pi
grosso?). Il prof. Baima Bollone e il dott. Aldo
Alessiani presumuno che il colpo quasi allo sterno
caus il ferimento dellaorta toracica con
imponente emorragia interna nel cavo pleurico destro che caus rapidamente la
morte.

166

Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

I 4 colpi quasi sulla spalla sinistra:


La rosa di questi colpi di mitra
(visibile verso la spalla), alquanto
ristretta (anche se non un quattro di
quadri come scrisse il dott. Alessiani),
ma risulta un poco allungata come
vedesi in foto, e quindi fa presumere
una distanza di tiro inferiore o
comunque non superiore al metro.
Laspetto delle ferite obliquo e il prof.
Cattabeni descrisse i tramiti interni,
cio le corrispondenti ferite interne, diretti obliquamente in basso e allinterno (quindi
dallesterno verso la regione dellilo polmonare). Questi colpi provocheranno un
imponente emotarace. Lo sparatore era forse un poco defilato rispetto alla vittima.
Colpo alla nuca postmortale
Ma a proposito di colpi di grazia, che di
norma si dovrebbero sparare alla testa,
opportuno menzionare una ferita post mortale,
quale un colpo alla nuca di Mussolini, visibile in
una foto del suo cadavere gettato sul selciato di
Piazzale Loreto. Qui a lato la foto mostra un
ingrandimento della testa che devesi considerare
appoggiata sul petto del cadavere della Petacci.
Come osserv il dr. A. Alessiani, questo colpo alla nuca, si suppone: <<con
accostamento dell'arma sulla cute con la configurazione stellare caratteristica di
sfrangiamento. La posizione del cadavere del Mussolini rende quanto mai improprio
l'essersi concretizzato il colpo in Piazzale Loreto. Abnorme sarebbe stata la
posizione di una arma corta inserita nello spazio limitato tra la nuca dell'uomo ed il
petto della donna su cui poggia>>. Si pu supporre quindi che si volle simulare un
colpo di grazia alla nuca, non sapendo che i colpi post mortem sono inequivocabili.
Ipotesi balistiche conclusive
Con tutti i limiti sopradescritti non pu avanzarsi alcuna certezza oggettiva, ma
solo ipotesi, alcune delle quali, comunque, molto attendibili, ed escluderne altre
invece come altamente improbabili.
Mussolini era in piedi e mostrava il petto ai fucilatori, ma teoricamente non si pu con
certezza assoluta escludere che potesse trovarsi in terra (fasi di lotta nella ipotesi
Alessiani) ed in ogni caso, alcuni dei colpi che lo raggiunsero, per la loro geografia e
inclinazioni, escludono un corpo impietrito dalla paura davanti ad un solo sparatore
che, a sua volta fermo, da tre passi, oltre due metri, spara, come sostenne Audisio.
In mancanza di una descrizione precisa dei percorsi e tramiti interni non si pu
essere certi delle traiettorie di tiro, anche perch, oltretutto, internamente basterebbe
un minimo ostacolo di una parte dura per deviare un colpo. Certo per che se
consideriamo il piano stradale dove avrebbe dovuto essere posizionato Audisio o
altri, che era di circa 15 cm. pi basso rispetto alle vittime poste davanti al cancello di
Villa Belmonte, resta problematico giustificare il colpo al fianco dx e forse la rosa di 4

167

Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

colpi sulla spalla, che sembrano diretti obliquamente in basso, se non con un
inclinamento della vittima in avanti al momento degli spari, ma poi come spiegare
altri colpi che sembrano invece avere un andamento dal basso verso lalto?
A questo si aggiunga che sul muretto di Villa Belmonte, in quel punto alto circa 1,24
cm., si riscontrano, circa a met altezza del muro, dei colpi e cos altri alla base,
mentre invece altri ancora sono finiti in alto colpendo anche, dietro al cancello, un
tabernacolo della Madonna. Si dovrebbe quindi dedurre che Audisio spar un p in
aria e un p in basso, avendo gi dei cadaveri a terra, per simulare una fucilazione!
Tanto vero che Audisio disse di aver sparato circa 10 colpi e sembra che raccolse
appunto una decina di bossoli, ma altri ancora vennero poi rinvenuti in luogo.
Oltretutto i colpi che raggiunsero dietro il cancello la cappelletta della Madonna
problematico assegnarli ad Audisio in base alla posizione dove lui disse di aver
sparato. Infatti anche se il fondo stradale era pi basso di circa 15 cm., rispetto a
dove erano i fucilandi, era troppo prossimo al muretto per colpire cos in alto dietro
di esso e quindi quei colpi in alto forse vennero da chi era pi indietro nella strada.
- Dalla distribuzione dei colpi sui due lati del corpo, certe loro supponibili inclinazioni
e grandezza difforme delle ferite, sembrerebbe che gli sparatori fossero in due, e
non il solo Audisio e con due armi diverse: mitra calibro 7,65, e automatica a colpo
singolo cal. 9 corto. Questultimo con pistola posizionato sulla destra di Mussolini.
In via teorica non si potrebbe escludere del tutto solo un unico tiratore con mitra, con
una o due sequenze di sparo, ma in questo caso con corpi in forte movimento e con
Mussolini che tende a inclinarsi in avanti. Tuttavia questa ipotesi di un solo sparatore
pi che altro teorica perch, come accennato, se andiamo a mettere insieme vari
elementi, quali la polispazialit delle ferite, le inclinazioni eterogenee delle traiettorie,
le ravvicinatezze di sparo, la conformazione eterogenea delle ferite (piccole e
grandi), lipotesi pi attendibile e concreta proprio quella di una esecuzione
affrettata con almeno due tiratori e con due armi diverse. Sorvolando sui calibri
diversi, ununico tiratore potrebbe anche essere possibile, magari considerando i 7
colpi frontali che tra loro sono alquanto compatti e attribuendo agli altri due colpi,
fianco e braccio, un altra dinamica; considerando tutti i colpi, invece, nello stesso
momento, un solo tiratore meno probabile.
- La ravvicinatezza della rosa di 4 colpi sulla spalla sinistra di Mussolini e la possibile
ravvicinatezza di altri colpi, fanno presumere che la distanza di tiro fosse molto
breve, uguale o inferiore al metro e non certo i tre passi riferiti da Audisio.
- Probabili aloni di sparo, particelle di residui di sparo sulla maglietta di salute e le
foto del giaccone che risulta privo di fori o strappi attestano, sia la ravvicinatezza di
alcuni colpi, sparati da non oltre 50 cm., forse meno, e sia che il Duce non aveva
vestiario indosso, tranne la maglietta di salute e forse i pantaloni.
In conclusione, la dinamica della fucilazione del Duce potrebbe anche essere ascritta
a due tempi diversi, ovvero un primo ferimento al fianco e forse al braccio (o almeno
ad uno di questi due punti) durante le fasi di una lotta, forse verificatasi nella stanza
dove erano chiusi i prigionieri. Attestano questa modalit, oltre alcune testimonianze
indirette le traiettorie e inclinazioni di tiro (al fianco e al braccio). Quindi poi
luccisione del Duce, con i 7 colpi al tronco per una sventagliata di mitra e forse
qualche colpo di pistola al petto.
La vulgata di Audisio, che dicesi unico sparatore che da tre passi (oltre due metri)
si cimenta con il suo Mas 7,65 L., sparando 9 colpi pi 1 di grazia, uccidendo sia
Mussolini che la Petacci, in ogni caso la meno probabile ad essersi verificata.

168

Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

Significativa losservazione del professor Paolo Simoncelli dell Universit la


Sapienza di Roma: <<Le recenti ricostruzioni documentarie, con lappoggio di
importanti analisi medico legali confermano lesecuzione a casa De Maria nel corso
della mattina. Essenziale lanalisi delle diverse fonti di fuoco, la loro vicinanza al
bersaglio e la cosiddetta scala dei grigi, cio il deposito delle polveri da sparo
sullindumento pi esposto, che risulta la canottiera e non la giacca militare. Il corpo
di Mussolini stato rivestito dopo lesecuzione: altro elemento che esclude la
versione della fucilazione al cancello di Villa di Belmonte a Giulino di Mezzegra>>
Vedesi: BBC History Italia, settembre 2012.

CLARA PETACCI.
- Per la Petacci, non essendoci referto autoptico, ma solo foto del cadavere si pu
ipotizzare una uccisione con una raffica di mitra alla schiena, come attestano le foto
con la conformazione di alcune ferite in uscita sul petto e la sua pelliccia perforata
alle spalle. Si deduce quindi che la Petacci si trovava probabilmente allaperto.
Con la vulgata luccisione della donna pone un problema di contabilit dei colpi,
perch, anche se non sappiamo esattamente quanti colpi la raggiunsero in vita,
ipotizzandone da tre a cinque, abbiamo un totale di 13 o 15 e superiamo
sensibilmente il numero massimo di colpi indicato da Audisio (10, di cui uno per
come colpo di grazia a Mussolini). Dovremmo allora considerare la possibilit che
alcuni colpi trapassarono la Petacci e colpirono anche Mussolini, cosa questa
possibile in una esecuzione durante un momento di lotta con corpi avvinghiati a terra
(ipotesi Alessiani, ma alquanto forzata e problematica). Viceversa, infatti, in una
fucilazione classica, non sembra plausibile il fatto che una raffica di mitra, dopo aver
trapassato la donna, abbia poi preso il torace di Mussolini, perch le traiettorie,
considerando le due persone in piedi, pur non potendosi escludere del tutto, non
sembrano corrispondere adeguatamente ed inoltre, in tal caso e per esempio, la
rosa di 4 colpi sulla spalla sinistra di Mussolini sarebbe stata pi allargata dovendosi
aumentare la distanza di tiro e considerare eventuali
deviazioni causate dal trapasso nel corpo.
Il calibro dellarma che ha ucciso la donna resta
incerto, il rinvenimento di un paio di pallottole calibro
9 corto (pistola), nella salma, quando questa fu
riesumata nel 1956, non prova con certezza che la
donna venne anche colpita da questi proiettili, perch
quelle pallottole potrebbero anche essere state attinte
post mortem, quando si spar sui cadaveri. Uno o
due colpi in entrata sul petto, potrebbero indicare un
colpo di grazia.
Importante invece il rilievo che la donna sub da viva
uno o due forti colpi contusivi tra il naso), occhio e
zigomo destri, che sollevano molti interrogativi.
Qui a lato la pelliccia, con evidenziati gli strappi alla
schiena, prodotti dalla raffica di mitra. La foto tratta
dal libro di G. Pisan, Gli ultimi cinque secondi di
Mussolini Edizioni il Saggiatore 1996.
Venne scattata i primi di maggio del 1945 da
Giovenanza Amedeo di Gravedona, su incarico del

169

Capitolo 9

CONSIDERAZIONI BALISTICHE

partigiano Luigi Conti di Dongo, come attestato da una lettera autografa. Fu


fotografata allesterno, appesa ad un filo, in modo da mettere in risalto il foro-strappo.
Il raffronto con la successiva foto del cadavere della Petacci che evidenzia le ferite
sul petto, tra cui quelle in uscita, ovvero i colpi che la raggiunsero alle spalle,
combaciano con lo strappo della Pelliccia.
Qui sotto appunto: foto del cadavere della Petacci e, nel riguadrino colorato a lato,
ipotesi indicative sui fori e colpi. Foto tratta da F. Andriola: Morte Mussolini una
morte da riscrivere, Storia in Rete, Maggio 2006.

Considerando la foto della pelliccia perforata nello schienale e la foto delle 4


ferite in uscita sul petto della Petacci (sovrapponendo teoricamente la Pelliccia
indosso al cadavere, le traiettorie sembrano coincidere), diviene quindi altamente
probante luccisione della donna con una raffica alla schiena e poi forse anche un
altro colpo al petto, probabilmente di grazia.
Per le contusioni sotto locchio destro e al naso con probabile frattura, che sembrano
causate in vita, potrebbe esserci la sia pur teorica possibilit che furono causate nel
momento in cui la Petacci colpita alla schiena da una raffica di mitra cadde al suolo
sbattendo il viso quando in suo cuore ancora funzionava (in limite morte).
Ma questa solo una possibilit teorica, resta invece il fatto che la vulgata resta
sconfessata perch essa recita che Mussolini e la Petacci si svegliarono a
mezzogiorno, forse mangiarono qualcosa e poi rimasero tranquilli fin verso le 16
quando venne a prenderli Audisio che, in quattro e quattrotto li port al cancello di
Villa Belmonte dove li fucil. Secondo questa storiella, dove e quando
scapperebbero fuori queste contusioni per la Petacci?
170

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

Crono tanatologia di due strane morti


Nei casi di decesso per i quali sconosciuto lorario, possono espletarsi dei
riscontri medico legali per risalire allora della morte. Tra questi una delle indagini
possibili quella che cerca di risalire allora del decesso attraverso la naturale
evoluzione fisiologica della rigidit cadaverica (rigor mortis).
Questo solo riscontro per alquanto complesso e soggetto a molte variabili e quindi
non sempre pu dare risultati certi, tanto pi nel caso della morte di Mussolini dove
siamo in presenza di un verbale autoptico lacunoso (anche perch finalizzato a
semplici accertamenti diagnostici e non di indagine giudiziaria) e di una indagine
retrospettiva, per cos dire virtuale, in quanto eseguita non direttamente sulle
salme, ma unicamente sulle osservazioni fotografiche e qualche testimonianza, con
tutti i limiti che questo comporta. Ma oltretutto lindagine viene anche complicata dal
fatto che i due cadaveri, di Mussolini soprattutto, ma in parte anche quello della
Petacci, subirono maltrattamenti, scosse e trazioni che, anche se qualcuno lo mette in
dubbio, potevano alterare il normale decorso fisiologico della rigidit cadaverica.
Oggi, questi esami necroscopici, sono incrociati con altri esami e perizie di ordine
specialistico e scientifico, che riducono i margini di errore e comunque offrono un
panorama di quanto possa essere accaduto negli ultimi istanti di vita del deceduto,
molto pi ampio ed esauriente. Ma anche qui non il nostro caso, visto che stiamo
parlando di una necroscopia eseguita allIstituto di Medicina Legale e delle
Assicurazioni, in via Ponzio a Milano, tra laltro in condizioni tumultuose e caotiche,
visto il momento, il 30 aprile del 1945. Riassumiamo un semplice prospetto tecnico.
Rigor mortis: di norma entro circa due, tre ore dal decesso appaiono i primi segni
apprezzabili del rigor mortis (fisiologicamente potrebbe iniziare gi dopo una ventina
di minuti), che inizia dai muscoli masticatori e del collo; quindi si apprezza poi a
livello degli arti, prima superiori poi inferiori, ivi completandosi nel volgere di meno
di 12 ore ad un massimo di 24 ore seguendo un ordine cranio - caudale. In genere, tra
le 12 e le 20 ore la rigidit massima.
Dopo un periodo di stazionariet della rigidit, che dipende anche da varie condizioni
ambientali, dal tipo di muscolatura, dalle modalit intercorse nella morte, ecc., e che
pu variare da meno di 36 alle 48 ore dal momento della morte (in condizioni
normali di solito pi vicino al parametro di 48 ore) si ha il processo inverso di
risoluzione che si completa in un massimo di 72 / 84 ore, sempre dal momento della
morte e analogamente seguendo lordine cranio - caudale.
Come accennato tutti questi parametri potrebbero per variare
sensibilmente, perch possono influire sul decorso fisiologico del rigor mortis, le
condizioni ambientali e le modalit di conservazione del cadavere, la sua muscolatura
e le cause della morte (per esempio una muscolatura massiccia, una morte violenta,
una abbondante fuoriuscita di sangue, ecc., potrebbero anticipare linizio della
rigidit cadaverica ed anche poi dargli un decorso pi breve).
Lindagine conoscitiva comunque risulta tanto pi attendibile, quanto pi viene
eseguita in prossimit del decesso (oggigiorno poi si possono anche aggiungere altri
esami di laboratorio molto sofisticati, al tempo certamente non disponibili).
Il pasto di Mussolini e la sua digestione
Nelle disamine crono tanatologiche rispetto alla morte di Mussolini, molti
ricercatori hanno fatto cenno ad un possibile pasto, sia pure scarno, consumato dal

171

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

Duce intorno alle 12,30 del 28 aprile 1945 e non riscontrato dalla autopsia del prof.
Cattabeni (sulla Petacci non ci fu necroscopia) che rilev solo: << Stomaco: ampio
cavit contenente poco liquido torbido bilioso>> indice di un digiuno prolungato.
Questo rilievo non per molto utile per i motivi che ora andremo ad indicare.
Come noto, i coniugi De Maria, la Lia e il Giacomo (ospitavano i due prigionieri),
nelle loro farraginose testimonianze dichiararono che Mussolini e la Petacci,
svegliatisi intorno al mezzogiorno, accettarono lofferta di qualcosa da mangiare.
Poco dopo gli venne portato del pane, un poco di polenta dicesi gradita dalla Petacci e
del latte, e qualche fetta di salame. La De Maria disse anche che vi aggiunse del
formaggio di loro produzione, che per non venne mangiato.
Guarda caso quella stanza ancora a sera e i giorni successivi, proprio a messa in
scena, rimase tale e quale come lavevano lasciata i prigionieri dicesi portati via da
Audisio poco prima delle 16.
A questo punto per subentrano tutta una serie di testimonianze contraddittorie, rese
gi a partire dalla sera stessa di quel 28 aprile e moltiplicatesi nei giorni e anni
successivi, da chi tra i conoscenti dei De Maria o i giornalisti che in quei tempi
indagarono su questa vicenda e riferirono svariati particolari. Mentre, infatti, una
serie di testimonianze affermavano che in stanza erano rimasti dei resti del cibo,
comprese delle bucce di salame e persino delle briciole di pane sul letto, dai quali si
poteva dedurre che Mussolini aveva mangiato qualche fetta di salme e forse un poco
di pane, altre voci invece asserirono che i resti erano rimasti intatti e quindi si poteva
dedurre che i prigionieri non avevano mangiato nulla.
In particolare asserirono un mancato pasto i coniugi Carpani (lui divenne nei primi
anni 70 sindaco di Mezzegra), che ebbero modo di vedere quella stanza la sera stessa
del 28 aprile e dissero di aver trovato la panca utilizzata per tavolo ancora
apparecchiata con tutto il cibo.
Gi con queste premesse resta alquanto problematico avanzare ipotesi sul pasto e la
digestione del Duce. Ma ancor pi problematico diventa il rilievo se consideriamo i
tempi intercorsi dal probabile scarno pasto, diciamo, applicando il buon senso, da
circa le 12,30, alla presunta ora di morte, le 16,10, dove abbiamo circa 3,30 ore, cio
un lasso di tempo che avrebbe eventualmente consentito a Mussolini la digestione.
Riassumendo: se il Duce avesse mangiato pane e alcune fette di salame, il mancato
riscontro dellautopsia sul cibo nello stomaco, potrebbe anche attribuirsi ad una
digestione completata in circa 3,30 (anche se potrebbe sollevarsi qualche dubbio,
specialmente se quel salame venne ingerito dopo le 13).
Se invece vogliamo prendere in considerazione un mancato consumo del pasto, si
pongono svariati dubbi su quanto raccontato visto che la vicenda poco credibile,
perch vi una evidente contraddizione con la richiesta o lofferta accettata di cibo
del mezzogiorno, con i due prigionieri digiuni dalla sera precedente e questi, dopo
aver accettato il cibo, lo lascerebbero l fino alle 16 ed oltretutto in seguito nessuno
sparecchi quella tavola.
In entrambi i casi la faccenda ha una credibilit pari a zero e comunque non
possibile utilizzare questi scarsi dati per elaborare un ipotesi attendibile e concreta.
La risoluzione del rigor mortis nei due cadaveri
Spiegato molto sommariamente tutto questo, dobbiamo premettere che
daremo un valore del tutto indicativo e per soli fini descrittivi agli orari che andremo
a ricostruire, volendo sottolinearne la assoluta relativit di questo genere di
ricostruzioni temporali.
172

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

Veniamo alla nostra indagine per la quale abbiamo i seguenti riferimenti:


1. La storica versione, detta anche versione ufficiale o di Valerio alias Walter
Audisio, la quale attesta la morte del Duce alle ore 16,10 / 16,20 del 28 aprile 1945.
2. Il momento, poco dopo le ore 18,30 del 28 aprile, in cui i cadaveri di Mussolini e
della Petacci vennero rimossi davanti al cancello di Villa Belmonte, ove si dice era
avvenuta la fucilazione. Messi su una macchina vennero portati poco pi avanti
ovvero al bivio di Azzano. Qui furono caricati sul camion proveniente da Dongo che
era in attesa per portarli a Milano in Piazzale Loreto. Allatto di questi caricamenti ci
sono alcuni testimoni (da prendere con cautela visto come vennero ascoltati) che
possono dare delle indicazioni sullo stato dei cadaveri, approssimativamente dopo
2,20 / 3 ore, se consideriamo lorario di morte cos come stato indicato dalla
storica versione. Le prime foto di Mussolini, ancora con il vestiario e appeso alla
pensilina di Piazzale Loreto, quelle diciamo delle ore 11 del 29 aprile (19 ore dalla
presunta morte), mostrano la posizione del tuffatore quindi con una certa rigidit
alle spalle e alle braccia, rigidit che un paio di ore dopo fortemente attenuata a
seguito della gravit, delle violenze con tanto di trazioni per spogliare il cadavere.
3. Alcune sequenze cine fotografiche che ritraggono i cadaveri nei corridoi
dellobitorio di via Ponzio a Milano. Queste riprese non hanno per la certezza
dellorario in cui furono immortalate e quindi, per prudenza, si deve indicare un
orario che va dal tardo pomeriggio del 29 aprile e pu arrivare fino allalba del giorno
30, comunque sicuramente prima dellautopsia iniziata alle ore 7,30.
Noi, per praticit, abbiamo arbitrariamente assegnato a queste foto 3 orari diversi:
- le 17,10 di domenica 29 aprile, quindi 25 ore dopo il presunto orario di morte;
- le 22,10 dello stesso 29 aprile ovvero 30 ore dopo, e ancora
- le 04,10 di luned 30 aprile, cio 36 ore dopo lorario presunto di morte.
Ed infine abbiamo lorario delle 7,30 del 30 aprile 1945 (ora legale) quando il
professor Caio Mario Cattabeni, presso lIstituto di Medicina Legale dellUniversit di
Milano, esegu la necroscopia della sola salma di Mussolini riscontrando: rigidit
risolta alla mandibola e persistente agli arti ovvero un cadavere appena agli inizi
del processo di risoluzione, praticamente a poco pi di 39 ore dopo lorario di morte
ufficialmente indicato.
Consideriamo per prima cosa le poche testimonianze disponibili, pur consci della loro
relativa affidabilit, rilasciate da chi ebbe modo di maneggiare i cadaveri intorno alle
18,30 / 19,15 del 28 aprile 1945 quando furono prelevati dal cancello di Villa
Belmonte e portati al bivio di Azzano per essere caricati sul camion.
Lo scomparso Alessandro Zanella nel suo libro Lora di Dongo Rusconi 1993,
realizzato con una gran messe di documentazioni, asser decisamente che la salma del
Duce, in terra al cancello di Villa Belmonte, a causa della rigidit cadaverica aveva
una strana posizione tanto da apparire quasi seduta. Ed infatti anche limportante
testimone Roberto Remund, che in quelle ore arriv sul posto descrisse la anomala
posizione di Mussolini che pareva stranamente piegato.
Franco Bandini su Storia Illustrata del febbraio 1973, tra le altre, riport la foto e la
testimonianza del contadino Angelo (o Camillo) De Angelis, il quale in quei momenti
aveva aiutato a caricare i due corpi e si accorse della loro evidente rigidit cadaverica.
Una relazione scritta da Antonio Scappin Carlo, brigadiere della Guardia di Finanza
che in quei giorni ebbe un certo ruolo nelle vicende di Dongo e fu a diretto contatto
con tanti attori di quegli eventi, riporta, sia pure in via indiretta:

173

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

<<Verso sera un camion carico di cadaveri di giustiziati a Dongo, si ferma nei


pressi, carica le spoglie irrigidite nella morte (di Mussolini e la Petacci al bivio di
Azzano, n.d.r.) e riparte per Milano>>.
Analoga affermazione indiretta ebbe, pi o meno, a farla Mario Ferro, comunista di
Como che aveva vissuto gli avvenimenti di quella giornata e a sera ritorn con
Audisio e il suo camion di cadaveri a Milano.
Ci sarebbero anche altre testimonianze, ma queste ci sembrano le pi attendibili.
Un paio di tardive testimonianze contrarie, di due partigiani del plotone dellOltrep
pavese (in particolare Codaro Renato R. Codara), sono talmente assurde che le
omettiamo: basti dire che questi due partigiani ebbero a dire che al momento del
caricamento delle due salme sul camion, avvenuto al bivio di Azzano, queste
sanguinavano abbondantemente e addirittura erano ancora calde (insinuando una
morte di poco precedente che invece tanti avevano messo in discussione). Visto che il
caricamento dei due cadaveri sul camion avvenne dopo le 19, mentre nel frattempo su
le salme abbandonate in terra davanti al cancello di Villa Belmonte aveva anche
piovuto, seppure forse a intermittenza, dovremmo credere che i corpi, che si asser
erano stati ammazzati alle 16,10 si erano mantenuti caldi! .
Quello che se ne deduce da varie testimonianze, il fatto che dopo poco pi di 2,30
ore dallorario asserito della fucilazione, i due corpi erano gi in evidente stato di
rigidit cadaverica, riscontrabile alla vista e al tatto, quando invece, al massimo e per
cause eccezionali di morte, questa rigidit avrebbe dovuto sensibilmente riscontrarsi
solo al tatto e pi che altro al collo e agli arti (rigidit catalittica).
Anche se questo particolare, per la precariet delle suddette testimonianze e per la
complessit del decorso della rigidit cadaverica, non pu di certo assumere elemento
di prova, non comunque neppure errato ipotizzare ragionevolmente, con tutta la
cautela del caso, che la loro morte deve farsi retrodatare di alcune ore (almeno 5 o 6).
Osserviamo adesso tre note foto, precedentemente accennate, scattate tra il 29 e 30
aprile 1945 nei corridoi dellobitorio di via Ponzio in Milano.
Foto N. 1

174

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

Foto N. 2

Foto N. 3

175

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

Fu il medico legale Aldo Alessiani, gi perito della Magistratura (Tribunale


Penale di Roma), a far osservare negli anni 80 che alcune foto depoca nei corridoi
dellobitorio riprendono i cadaveri gettati in terra ed ancora vestiti e poi anche messi
quasi seduti, sorreggendo le teste con una mano e sembrano gi in stato di evidente
rilassamento.
Le tre foto, infatti, per locchio esperto di un medico legale, mostrano una rigidit
alquanto risolta per il collo: si nota il collo piegato della Petacci e si nota come, sia
alla Petacci che al Duce, per riprenderli seduti (seconda foto), si deve tenere la testa
con una mano (per Mussolini per occorre considerare la rottura del rachide cervicale
provocata dai traumatici scempi di Piazzale Loreto che resero la testa mobilissima).
Altra risoluzione, alquanto avanzata, si intuisce poi per i muscoli del dorso e per gli
arti superiori (anche la facilit con cui vennero poi composte le braccia distese
parallele al cadavere di Mussolini sul tavolo anatomico faran no sospettare una
risoluzione avanzata).
Le posizioni assunte dal polso della Petacci sono a questo proposito alquanto
indicative, scrisse Alessiani: <<il polso destro della donna si flette verso il basso
spontaneamente, i due capi si accostano quasi in una affettuosa intesa>>.
Tutte pose queste impossibili a verificarsi in caso di un persistente stato di rigidit
cadaverica. Si chiese lAlessiani e ce lo chiediamo anche noi: come pot il Cattabeni
scrivere nel suo referto, solo: rigidit risolta alla mandibola e persistente agli arti?
In base a quanto osservato, infatti, con cautela ed in via del tutto ipotetica, visto che
stiamo facendo delle considerazioni retrospettive su materiale cinefotografico,
prendendo in considerazione i tre orari da noi arbitrariamente assegnati per lo scatto
di queste foto, si verrebbero ad assegnare, rispettivamente, circa 25, 31 o 36 ore dopo
la morte indicata dalla vulgata (le 16,10 del 28 aprile 1945).
In tutti questi casi alcuni hanno ipotizzato di ritenere estremamente problematico dar
credito allorario di morte di questa storica versione, perch troppo ravvicinato per
considerare non solo completata la stazionariet della rigidit, ma addirittura
fortemente avanzata la sua risoluzione. Le cos per potrebbero non stare cos perch
considerando varie cause ambientali esterne, la muscolatura di Mussolini, ecc. e le
tante variabilit del decorso della rigidit, questo orario di morte potrebbe anche
essere compatibile con quanto indicato dalla vulgata.
Il medico legale Aldo Alessiani cerc invece di darsi una spiegazione a quanto
riportava il Cattabeni nel suo verbale. Egli venne a supporre che al momento
dellautopsia (ore 7,30 del 30 aprile), trovandosi a poco pi di 39 ore dal momento
del presunto decesso asserito da Walter Audisio e prendendo per valido un possibile
parametro di durata della rigidit cadaverica di circa 36 ore e inoltre concedendo un
paio dore per consentire lo scioglimento dei muscoli del collo e della mandibola,
tutta la faccenda poteva anche apparire plausibile.
Se invece si fosse attestata una risoluzione molto pi estesa, come in effetti appare
dalle foto (arrivata sicuramente fino al tronco e agli arti superiori, se non addirittura
anche a quelli inferiori) potevano ingenerarsi dei forti dubbi su lorario del decesso.
Oltretutto, afferm ancora il dottor Alessiani, il parametro pi indicato per una
durata della rigidit cadaverica (e conseguente inizio del processo di risoluzione) va
da un minimo di 36 ore fino alle 48, ma allepoca (gli anni 40) il pi usuale era il
secondo e quindi il Cattabeni intese prudentemente esprimersi con una sola rigidit
risolta alla mandibola perch altre osservazioni potevano ingenerare problematiche
disagianti. Di fatto una evidente accusa al Cattabeni di aver alterato il verbale.
Resta per il fatto che, per esempio un altro medico legale il prof. Pierluigi Baima
Bollone non concorda con questa interpretazione (secondo il Bollone le indicazioni

176

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

del Cattabeni sono compatibili), e del resto queste considerazioni tanatologiche,


oltretutto dedotte per via cine fotografica, sono aleatorie e quindi non sono un
probante elemento per stabilire lora del decesso.
Aprono per un inquietante interrogativo circa la descrizione dello stato
della rigidit cadaverica riscontrata dal prof. Cattabeni nel suo verbale.
Mussolini pu essere morto alle 16,10 o alcune ore prima, la risoluzione pu aver
avuto il decorso che si vuole, e questa indagine deduttiva tanatologica certamente non
ci aiuta a sciogliere il dubbio, ma al momento dellautopsia, le 7,30 ora legale del 30
aprile 1945, la risoluzione della rigidit cadaverica, per qualsiasi motivo o legge
fisiologica lo si voglia, era sicuramente avanzata e non solo risolta alla
mandibola, persistente agli arti come scrisse il Cattabeni nel suo verbale.
Discrasia questa che pone domande e ingenera forti perplessit sul perch il
Cattabeni descrisse una rigidit persistente agli arti. Ma anche, perch inizi le sue
osservazioni su un corpo denudato e lavato (spugnato) perdendo cos importantissimi
dati. Torna allora il dubbio sul perch non fu mai possibile appurare lidentit di quel
misterioso Guido, generale medico della Direzione generale di Sanit del CVL, che
controfirm a margine il verbale autoptico con il nome di battaglia di Guido e che
molti supposero esercit pressioni in quella sala settoria non consentendo una
necroscopica anche sul corpo della Petacci. Questo Guido presenzi allautopsia,
controfirm il verbale e spari nel nulla e nessuno diede mai indicazioni per
rintracciarlo. Perch?
Come accennato, in soccorso di questa anomalia venne, nel 2005 il prof. Baima
Bollone, ordinario di Medicina Legale presso l'Universit di Torino,con il suo libro
Le ultime ore di Mussolini, Mondatori 2005, il quale osserv che, in base alla sua
esperienza in materia, quello che si osservava nelle fotografie era compatibile con una
evoluzione della rigidit cadaverica, di un uomo fucilato alle 16,10 del 28 aprile 1945.
Comunque una materia cos complessa, oltre le particolari condizioni eccezionali
subite dai cadaveri, non consente, questo certo, in questo specifico caso di
individuare lora di morte, quindi teoricamente il prof. Bollone potrebbe anche aver
ragione, ma potrebbe anche avere torto e quindi essere nel giusto, ad esempio il dott.
Aldo Alessiani che invece, in base anche lui alla sua esperienza, ha retrodatato di
diverse ore lorario di morte..
Ma orario di morte, incerto o meno che sia, a noi interessa evidenziare che
losservazione delle tre foto mostrate, attestano, come afferma lAlessiani, anche se
chiss per quali cause, una risoluzione della rigidit cadaverica alquanto avanzata,
mentre il Cattabeni ha riportato una cosa diversa nel suo verbale autoptico!
Curiosit fotografiche sul rigor mortis
Ai soli fini di una certa curiosit in questa
materia, andremo adesso, ad osservare prima questa
foto piccola qui a lato, scattata in piazzale Loreto
domenica 29 aprile 1945, poco dopo le 11,15 quando i
corpi vennero appesi alla pensilina ed hanno ancora
alcuni indumenti indosso, poi, nella pagina successiva,
osserveremo la foto grande scattata dopo, tra 12 e le
13,30 dove Mussolini risulta quasi spogliato.
Come sappiamo i cadaveri erano stati dalla notte alta
buttati sul selciato dove vennero sottoposti a vari
maltrattamenti, soprattutto il cadavere di Mussolini.

177

CAPITOLO 10

CRONOTANATOLOGIA DI DUE STRANE MORTI

Poi, un p per contenere queste intemperanze ed un p per farli vedere meglio a tutta
lenorme folla nella piazza, verso le 11,15 vennero issati e appesi al distributore di benzina.
La gente allora cominci ad afferrare lembi di indumenti che pendevano per gravit e a tirarli
in basso con forte trazione, fino a spogliare alcuni cadaveri, tra cui ovviamente Mussolini.
Secondo la versione ufficiale, al momento della foto grande qui sotto (ricordiamo, tra dopo le
12 e le 13,30), erano trascorse, poco pi o poco meno, tra le 19 e le 21 ore dalla morte del
Duce e della Petacci (morti asserite alle 16,10 del 28 aprile, mentre gli altri fucilati di Dongo
accertato che furono uccisi circa un ora e mezza dopo intorno alle 17,45).
Quindi tutti i cadaveri di questi poveri disgraziati dovevano trovarsi in pieno stato di rigidit
cadaverica. Ovviamente anche una morte del Duce, avvenuta, alcune ore prima, per
esempio alle 10 del mattino, ovvero circa 6 ore prima di quella asserita alle 16,10, avrebbe
presentato ancora una evidente rigidit cadaverica.
Ed infatti, pur con tutte le limitazioni di un riscontro semplicemente fotografico e parziale, essi
mostrano alle braccia (ad angolo con il torace) una certa rigidit, tranne il cadavere di Achille
Starace (ultimo a destra nella foto) che era stato ucciso, in quella stessa piazza, solo poco
prima e quindi ha le braccia totalmente rilasciate verso il basso.
Il Duce (secondo da sinistra nella foto grande) sembra invece mostrare, un principio di
rilassamento alle braccia e la spalla, soprattutto il braccio sinistro. Ma questo rilassamento
delle braccia potrebbe essere stato determinato dalla gravit, dai maltrattamenti e trazioni a
cui fu sottoposta poco prima la salma, ed infatti si nota, nella precedente foto piccola, che
quando intorno alle 11,15 il suo cadavere venne issato, con ancora indosso gli indumenti,
braccia e spalla avevano una certa rigidit (posizione del tuffatore) mentre nella foto
successiva, foto grande, il braccio destro presenta ancora un residuo di rigidit. La Petacci, a
fianco a Mussolini, presenta ancora una certa rigidit alle braccia come se fosse stata uccisa
qualche ora dopo il Duce e questo, unito al fatto che la muscolatura della donna non era la
stessa di Mussolini, che ha subito minori trazioni di spogliamento, ecc., in parte potrebbe
aver influito sul suo pi prolungato rigor mortis.
In conclusione: questi rilievi, di fatto, servono a poco.

178

CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

I Reperti: le armi e il vestiario


Come noto Benito Mussolini
venne proditoriamente ammazzato,
inspiegabilmente di nascosto da tutti e con spari da armi da fuoco tirati verso il petto,
quando gli altri fascisti e rappresentanti della RSI vennero fucilati sul parapetto del
lungo lago di Dongo davanti a donne e bambini e con rabbiosa imposizione di fucilarli
alla schiena.
A questo si aggiunga lassassinio di una donna, Clara Petacci, colpita da una raffica di
mitra alla schiena, mai adeguatamente spiegato e soprattutto giustificato.
Compiuta questa gloriosa impresa partigiana per la quale venne richiesta la
medaglia doro allasserito fucilatore, si rilasci una vulgata di comodo che pretese
di attestare una regolare fucilazione, con tanto di ordine emanato da CVL (il comando
militare del CLNAI) alle 16,10 del 28 aprile 1945, davanti al cancello di Villa
Belmonte in localit Giulino di Mezzegra.
Con il passare degli anni, emersero per tutta una serie di indizi, alcune
testimonianze e studi balistici, ricavati da un sia pur lacunoso verbale autoptico e
svariate foto e filmati dei cadaveri, dai quali si poteva dedurre, con fondate ragioni,
modalit e dinamiche di quelle morti profondamente diverse da quelle asserite dalla
vulgata, mentre al contempo varie osservazioni di carattere tanatologico, in questo
caso forse un p superificali, facevano sospettare che quelle uccisioni erano avvenute
al mattino di quello stesso giorno e non al pomeriggio.
Da tutto questo ne scaturisce una evidente considerazione: la vulgata, come
magnificamente la defin lo storico Renzo De Felice, tramandata a suo tempo dal
colonnello Valerio sullUnit, a cui poi seguirono i racconti degli altri due presunti
artefici di quella fucilazione, vale a dire Aldo Lampredi e Michele Moretti, oramai
definitivamente naufragata, sommersa da una totale inattendibilit e da un mare di
prove contrarie, alcune delle quali oggettive (come ad esempio quel giaccone indosso
al cadavere di Mussolini che risulta privo di ogni foro o strappo quale esito di una
fucilazione, quindi indice evidente di un rivestimento dopo morto per nascondere
una macabra messa in scena).
In ogni caso, nessuna persona seria e sufficientemente intelligente aveva mai creduto
alle evidenti bugie, contraddizioni sfacciate e incredibili assurdit che quella
vulgata, esposta oltretutto in eterogenee e contraddittorie versioni, presentava.
Ad integrazione della nostra lunga inchiesta, in questo Capitolo vorremmo prendere
in considerazione le vicende, spesso misteriose e inspiegabili (se non come ulteriore
corollario di una gigantesca messa in scena) di alcuni reperti relativi alle armi dicesi
impiegate per quella fucilazione ed al vestiario appartenente a Mussolini e la
Petacci in buona parte sparito. Sono elementi e circostanze di un certo interesse che
arricchiscono la critica a quella vulgata e crediamo siano utili a dirimere la confusione
che a bella posta, giornalisti e scrittori continuano a fare quando gli capita di scrivere
e parlare di questi argomenti pubblicando, a caratteri cubitali, articoli pieni di
sciocchezze.
Parleremo quindi delle armi che si presume siano state impiegate per uccidere
Mussolini e la Petacci, e del vestiario che il Duce si disse che indossava quando fu
portato alla fucilazione e che poi, in parte, non si riscontrato sul cadavere e di quello
che andato successivamente smarrito.

179

CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Le armi: la presunta pistola


Una pistola o meglio almeno due
pistole, estratte durante la fucilazione del
Duce, vengono citate dalla vulgata ovvero
dalle storiche e contraddittorie versioni
su quella vicenda. Si racconta che la
estrasse Audisio (prima versione), anzi
no Lampredi (versioni successive) che la
pass ad Audisio e comunque venne
attribuita in possesso prima alluno e poi
allaltro, poi indistintamente a tutti e due
(prime versioni) e infine definitivamente
a Lampredi (ultime versioni), dicendo
che si tent di usarla per uccidere il Duce
quando il mitra Thompson di Audisio si
era inceppato. Ma si racconta che questa
pistola non pot sparare perch inceppatasi anchessa.
Un altra pistola, venne invece asserito dal Michele Moretti Pietro, fu da lui prestata a
Valerio, dopo la fucilazione, per dare il colpo di grazia a Mussolini. Per tutte queste
sequenze contraddittorie, rimandiamo alla vulgata, esposta nelle plurime versioni
che abbiamo precedentemente citato.
Quindi dovremmo dedurre che siamo in presenza di una pistola fattasi
poi in tre, presumibilmente di calibro 9: una di Audisio (di cui non si
pi parlato) e una di Lampredi, entrambe inceppatasi e dunque non
utilizzate ed infine una di Moretti per il colpo di grazia (stranamente al
petto), tutte sparite!
Per la fucilazione, inoltre, alcune versioni revisionate rispetto alla vecchia relazione
di Valerio/Audisio, pur senza specificarlo esplicitamente, sono possibiliste sul fatto
che, in un contesto alquanto caotico, possa aver sparato, oltre ad Audisio (o forse al
suo posto) anche Moretti e forse Lampredi. Si indica anche un revolver che avrebbe
per primo colpito Mussolini, ma non si specifica se per revolver si intende
correttamente una pistola a tamburo o una generica pistola [2].
In ogni caso, in base alle ipotesi elaborate sui riscontri fotografici delle ferite e sulle
poche risultanze balistiche riportate nel verbale autoptico sulla salma del Duce,
molto probabile che ci sia una pistola che ha sparato e colpito Mussolini. La
disposizione distanziale dei colpi sullemisoma destro del cadavere di Mussolini (un
colpo al braccio destro, uno al fianco destro, uno sopraclaverare destro, uno
parasternale destro ed uno sottomentoniero, possono indicare verosimilmente che
alcuni o tutti questi colpi vennero sparati con una pistola). Viceversa una rosa di 4
colpi, molto ravvicinati, quasi sulla spalla sinistra indicano chiaramente una
sventagliata di mitra.
Una pistola calibro 9 corto poi, qualcuno presume sia stata usata per uccidere la
Petacci (magari in coordinata con una sventagliata di mitra) e questo per via che alla
riesumazione del 1956, nella sua salma vennero rinvenute un paio di pallottole di quel
calibro.
Sempre secondo la storica versione, sia Valerio Walter Audisio che Guido Aldo
Lampredi, partiti da Milano, portavano una pistola (ma il calibro non viene
specificato, si presume il 9, ma qualcuno, e ti pareva, ha insinuato che quella di
Lampredi poteva essere un 7,65).

180

CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Da varie, ma incontrollate testimonianze, si tende in genere pi che altro ad indicare


la pistola di Guido come quella utilizzata nella storica impresa anche se, per la
vulgata, la pistola si sarebbe poi inceppata al momento di sparare, rimanendo
quindi inutilizzata.
Infine, ricordiamo c la pistola di Moretti che dicesi spar il colpo di grazia.
Dimenticando allegramente il piccolo particolare che la pistola o di Audisio o di
Lampredi che sia, invece, secondo la vulgata non ebbe a sparare, stato anche
scritto, ma non dimostrato, che questa storica pistola era la Beretta modello 34
(calibro 9 corto, caricatore con 7 cartucce) e matricola 778133, di cui Guido se ne
disfece ben presto, regalandola a Riccardo, alias Alfredo Mordini il caposcorta del
plotone di Audisio, n.d.r.) in quel di Dongo.
Altre versioni per riferiscono che la pistola era proprio di Mordini e non gli fu data
da Lampredi e sostengono che il Mordini avrebbe anche detto di averla usata lui
stesso (?) per sparare al Duce il che, se vero, sballerebbe tutta la storica versione e
aumenterebbe le favolette a suo contorno.
Comunque sia il Mordini dicesi che questa pistola la tenne per s fino alla morte, poi
la vedova di Mordini la cedette al partigiano di Varzi, Piero Boveri, che mantenne il
silenzio sino al 1983 quando la deposit presso il Museo Storico di Voghera, dove a
tuttoggi trovasi (vedi foto a inizio Capitolo) dove avrebbe trovato il suo imprimatur
storico solo perch questo Boveri, dicesi elemento poco attendibile, ci ricam sopra la
storiella del suo uso nella morte di Mussolini.
Tutto questo per indimostrato, perch sembra che invece questa pistola non
centri nulla con Mordini. Persone bene informate, infatti, asseriscono e sembra
questa una ricostruzione assai pi seria, che una pistola venne data da Audisio al
comandante partigiano Paolo Murialdi (era pur sempre un arma da guerra) che
lavrebbe poi passata al Boveri, con quel che segue.
Questa ricostruzione, se vera, dimostra una volta di pi, che questa pistola non spar
affatto al Duce, perch intanto quella che diede il colpo di grazia a Mussolini doveva
essere di Michele Moretti, ma in questo caso, ovvero se questa pistola avesse
compiuto la storica impresa, il Murialdi stesso (anche storico oltre che ex capo di
Stato maggiore delle Brigate dellOltrep) lavrebbe consegnata ad un museo della
Resistenza molto prima del 1983.
Dalle foto di questa pistola, nel museo depositata, si evince che la matricola 778133
brevettata nel 1939 (la si legge sulla canna e sul corpo della pistola).
Nonostante questo nessuno, pu assicurare che, quella pistola, abbia effettivamente
sparato al Duce, quindi ai fini di un riscontro balistico serve a ben poco.
Anzi, ancora lo storico ed ex partigiano professor Paolo Murialdi, che pare conoscere
le vicissitudini della pistola di Mordini, contesta le versioni che la vorrebbero in
Lombardia (?) o nel Museo di Voghera, affermando che non sono autentiche:
<<Questi episodi ci dimostrano che in Italia, a distanza di pi di cinquant'anni, su
alcuni fatti storici non potremo mai conoscere la verit>> [3].
Se lo diceva lui, un alto esponente della Resistenza, stiamo freschi.
Per concludere: non ci sono elementi oggettivi o almeno credibili per attestare se
questa pistola matricola 778133, sia stata effettivamente utilizzata nella storica
impresa, n se abbia o meno effettivamente sparato al Duce (pressoch escluso).
E neppure per attestare con certezza che apparteneva a Lampredi.
Ma ancor pi non sappiamo neanche se ci dobbiamo riferire alla versione di Valerio o
alla Relazione di Lampredi (pistole inceppatesi che non sparano) o ancora alla
181

CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

versione revisionata (con laggiunta di Moretti e/o Lampredi come sparatori in


circostanze caotiche), o dobbiamo invece ritenere che sia quella che Moretti, come lui
disse, prest ad Audisio per il colpo di grazia, o addirittura sia stata utilizzata da altri
soggetti, con altre modalit e orari rimasti misteriosi. Una confusione totale creata a
bella posta.
Ma della pistola del Moretti, dicesi usata per il colpo di grazie, non se ne pi parlato.
Resta comunque la domanda del perch, se una pistola fu utilizzata nelluccisione del
Duce, non venne consegnata successivamente alle autorit preposte o ai musei storici.
Rendere la vicenda di questa pistola cos contraddittoria, cos vacua, indistinta, non
indicando e dimostrando dove possa essere finita, a cosa servito? Cosa doveva
nascondere? Ce lo spieghino quegli Istituti resistenziali, finanziati anche con denaro
pubblico, che ancora continuano a sostenere la vulgata.

Le armi: il presunto mitra


Anche sul mitra che
sarebbe stato utilizzato (da chi?
e quando esattamente?) per
uccidere Mussolini c molta
confusione ed in anni recenti gli
articoli di giornale in proposito,
tutti inconcludenti e pieni di
baggianate, si sono sprecati.
In svariate testimonianze ed ipotesi, tutte incontrollabili, sia depoca e sia rese molti
anni dopo, in particolare quelle che vogliono suffragare alcune versioni alternative,
oltre che di un MAS 1938 cal. 7,65 L,, impiegato da Audisio per fucilare Mussolini, si
parla anche di altre armi automatiche eterogenee: si parla di due mitragliette, oppure
di un mitra Thompson., di mitra cecoslovacco calibro 9, di mitra Sten (cal. 9), poi di
pistola spagnola a canna lunga, e cos via. Nessun autore, per, di queste ipotesi
alternative, porta prove oggettivamente attendibili per dimostrare quanto asserito.
Si fa spesso anche confusione tra calibro lungo e browning, ma questo il meno.
Concentriamoci per su quel mitra Mas mod. 38 di fabbricazione francese e di calibro
7,65 L. che portava Michele Moretti e che la storica versione, o meglio la vulgata,
asserisce abbia sparato al Duce dalle mani di Walter Audisio a cui Moretti lo aveva
passato perch il Thompson di Audisio si era inceppato.
Di questo mitra, tanto per cambiare, il Pier Bellini afferm che lo aveva dato lui in
dotazione al Moretti e che lo aveva recuperato nel corso di una azione eseguita tempo
prima a Gravedona. LUnit afferm invece nel febbraio 1973 che quel Mas lo aveva
tolto lo stesso Moretti, il giorno prima, ad uno dei fascisti della colonna Mussolini,
Idreno Utimpergher.
Tante altre comunque le contraddizioni presenti nei racconti resistenziali e nelle varie
testimonianze depoca che attestano: una volta che il mitra, dopo lesecuzione, rimase
a Valerio il quale non volle restituirlo al Moretti; un altra volta invece ci dicono che
Moretti arrivato a Dongo, poco dopo lesecuzione, ebbe a mostrarlo ai partigiani, tutto
trionfante e dicendo E questa larma, ecc. Senza considerare poi coloro che
tendono ad indicare il Lino Giuseppe Frangi ed il suo mitra (non ben specificato, ma
sembra di calibro 9) come autore della uccisione del Duce ed anche come colui che
arriv a Dongo esprimendo frasi dello stesso genere.

182

CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Comunque, sia per uccidere Mussolini che la Petacci, fu quasi certamente impiegato
anche un mitra (o meglio, due mitra diversi per le due persone uccise in momenti
diversi, ma questo la storica versione, si guarda bene dal dirlo).
Intanto c da dire che Audisio sarebbe arrivato a Bonzanigo con il suo mitra
Thompson datogli al Comando del CVL di Milano da Albero ovvero Alberto Cavallotti
che dicesi non pot sparare perch, essendo il mitra nuovo e ricevuto con un
aviolancio Alleato, il grasso di conservazione, non rimosso, lo fece inceppare. Gi qui
si devono notare le seguenti incongruenze: strano che Audisio parta da Milano e non
controlli il suo mitra; in Prefettura a Como, poi, sembra che nessuno vide un mitra in
possesso di Audisio; strano infine che questo mitra prima spari un colpo sulla
piazzetta del Lavatoio, nonostante il grasso (per provarlo, come raccont Audisio), e
poco dopo si inceppi alla fucilazione (tecnicamente possibile, ma sempre strano).
Mettiamo comunque da parte questo Thompson di Audisio, perch il mitra della
fucilazione, che ha avuto lavallo delle fonti ufficiali, come abbiamo visto, di
fabbricazione francese e lo stesso Valerio ebbe a indicare: mod. Mas 1938, cal. 7,65
L., con matricola F.20830 e con nastrino rosso sulla canna.
Si narr anche che, dopo questa impresa, il mitra era stato smontato e le relative
parti donate ai vari protagonisti; ma anche stato affermato, in ambito giornalistico e
resistenziale, che il mitra MAS si troverebbe in un museo a Mosca, perch regalato a
suo tempo a Stalin.
Il Generale dott. On. Ambrogio Viviani, autore di alcune osservazioni sulla morte di
Mussolini, riferisce che il mitra cal. 7,65 mod. 38 matricola F 20830 trovavasi al
Museo del KGB di Mosca dove lo stesso Generale ha avuto modo di vederlo e di
sentirne la storia [4]
Tante altre storie, incontrollabili, girano in proposito, affermando che il mitra che
uccise il tiranno fu invece regalato a Luigi Longo. Ma si disse anche che i partigiani
avevano allestito una serie di cloni del Mas mod. 1938, regalati come cimeli
addirittura proprio a Stalin e Longo ed molto probabile che quel mitra nel museo
moscovita fosse appunto uno dei cloni suddetti. Desta solo perplessit perch a Stalin
venne dato solo un clone e non loriginale.
Di un certo interesse anche quanto riportato il 23 dicembre 2001 sul quotidiano Il
Giornale da Roberto Festorazzi che present la fotocopia di una lettera datata 15
maggio 1945, timbro del CLN e firmata da Oreste Gementi Riccardo, al tempo
comandante della piazza di Como, indirizzata al Partito Comunista di Mosca e per
conoscenza al PCI, nella quale si comunica: <Secondo gli accordi presi con la
Missione Militare Comunista Russa, che in questi giorni ha preso contatto con il
CLN, consegnamo (sic! N.d.A.) stessa, per il Museo Militare di Mosca, larma
(MAS) con il quale il partigiano Pietro (Michele Moretti) delle formazioni
Garibaldine del Lario, ha giustiziato Mussolini>>.
Ma addirittura, Pietro, Michele Moretti, ritenuto nel comasco come il vero uccisore
del Duce, e in ogni caso unanimemente considerato come il proprietario del mitra
Mas mod. 38, prestato per questa occasione a Valerio, ebbe a confidare (sia pure a
mezza bocca) nei primi anni 90 al giornalista storico Giorgio Cavalleri: <<(il
mitra) molto pi vicino di quanto non si pensi. E in solaio Pi o meno da
quando abbiamo costruito questa casa nel 1955>> [5].
Dopo la morte di Moretti, avvenuta nel 1995, non sembra per che sia uscito fuori
alcun mitra dal suo alloggio in Como, via Pollano 83, e la telenovela continua!
Molte altre le storie di questarma, scoperte e narrate, di volta in volta, da qualche
giornale. Superfluo riportarle tutte, visto che per lo pi sono tutte panzane.

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

E per concludere venuto anche fuori che il mitra Mas modello 38 fu donato da
Valerio nel 1957 al Partito Comunista Albanese (PLA), con tanto di nastrino rosso
legato alla canna, caricatore, 4 bossoli raccolti e lettera di accompagnamento che
precisava essere proprio larma ed i bossoli che uccisero il Duce [6].
In genere questa lultima versione pi accreditata dalle fonti di informazione.
Una lettera coeva del vice ministro degli Esteri albanese Vasil Nathanaili, datata 30
novembre 1957, documentava infatti la trasmissione di questarma a Hysni Kapo,
luogotenente di Enver Hoxha nella gerarchia del potere.
Nathanaili precisa che Audisio si era raccomandato con il diplomatico Edip, autore
materiale del trasporto del mitra fuori dallItalia, che la questione dellarma
rimanesse segreta.
Da quello che si sa, precedentemente nellestate di quellanno Audisio, allora
deputato del PCI, aveva trascorso le vacanze proprio in Albania ed effettivamente poi,
in Albania, un mitra di questo tipo stato trasferito, nel 1976, al Museo Nazionale di
Tirana che lo ha esposto nel 1980 con la scritta: Con questa arma, il 28 aprile 1945,
ununit di partigiani italiani fucil il capo del fascismo Benito Mussolini [7].
Nella lettera Audisio ebbe anche a scrivere, a proposito dellarma, del nastrino rosso,
ecc.: Questi dati erano stati da me resi pubblici con una dichiarazione datata 18
settembre 1945 pubblicata sul giornale lUnit il giorno successivo a firma
"Colonnello Valerio", che pertanto qui confermo.
Effettivamente lUnit, pubblic una lettera che era datata 18 settembre 45 nella
quale, rispondendo ad una richiesta del direttore Velio Spano: e per soddisfare la
legittima curiosit dei lettori del nostro giornale, linterlocutore che si firmava
Colonnello Valerio aveva dichiarato:
<<Ti informo che il mitra Mas che serv a giustiziare Mussolini portava i seguenti
contrassegni: calibro 7,65L., Mas mod. 1938, F.20830 ed aveva un nastrino rosso
legato alla canna>>.
Con queste parole stranamente indirette (serv a giustiziare e non mi serv per
giustiziare) Valerio, al tempo ancora non dichiaratosi come Audisio, ufficializz
questarma. Ma chi era il proprietario dellarma al momento delluccisione del Duce?
Come Audisio stesso e testimonianze correlate alla versione ufficiale hanno
affermato, al momento della esecuzione il suo mitra, dicesi un Thompson americano,
si incepp ed egli lo sostitu con quello di Bill Lazzaro, secondo la versione scritta
da Valerio sullUnit! del dicembre 1945, dove mentendo si asseriva che a Giulino di
Mezzegra era presente Urbano Lazzaro, ma invece Pietro Moretti, secondo tutte le
relazioni successive.
E come appartenente a Michele Moretti stato poi da tutti definitamene assegnato.
Una cosa per certa: il mitra poi sparito.
Inoltre, secondo la versione ufficiale, ricostruita a pezzi e bocconi, dovrebbero essere
stati sparati una diecina di colpi, alcuni dei quali - secondo i racconti dello stesso
Audisio - attinsero Mussolini.
Nel 1955, lautista di quellimpresa Giovambattista Geninazza rifer a Franco Bandini
che subito dopo lesecuzione egli raccolse cinque bossoli e Valerio pure ne raccolse
qualcuno, anche Moretti conferm che ci fu una raccolta di bossoli.
Testimonianze affermano che, davanti al cancello di Villa Belmonte si rinvennero
pallottole e bossoli calibro 7,65 (la storia delle pallottole per alquanto indefinita).
Subito si sostenuto che con queste testimonianze troverebbe conferma sia il fatto
che Mussolini fu giustiziato con questo mitra MAS e sia il fatto che, insieme al mitra,
Audisio don ai comunisti albanesi anche il suo caricatore e quattro bossoli.
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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Tutta questa storia comunque, superficialmente spacciata sui quotidiani, come una
riprova della verit della versione ufficiale alquanto inconsistente e lascia il tempo
che trova. Audisio (o chi per lui) probabilmente sopraggiunse quel pomeriggio a
Giulino di Mezzegra per recitare la parte della finta fucilazione al cancello di villa
Belmonte, con un Mussolini e la Petacci oramai cadaveri dal mattino. Una
sceneggiata che doveva aggiustare agli occhi della storia, dei rapporti con gli altri
partiti del CLNAI e degli Alleati, tutta quella poco edificante vicenda. Egli quindi
potrebbe aver sparato in quel luogo dei colpi di cui poi raccolse i bossoli e li fece
passare alla storia come i bossoli dellesecuzione.
Quel mitra pertanto, di Moretti o meno, non sarebbe altro che il mitra della finta
esecuzione! Non ci sono, infatti, referti che attestino quali pallottole appartenenti ad
una precisa arma e rinvenute sul cadavere, uccisero effettivamente il Duce. Si
suppone un calibro 7,65 lungo, ma di quale arma?
In un altra ipotesi invece, essendo stato al tempo lAudisio investito dello storico
compito di apparire come il fucilatore del Duce, gli saranno pure state passate
indicazioni, particolari da divulgare e forse poi la custodia dellarma utilizzata per
uccidere Mussolini al mattino (il mitra Mas mod. 38) e/o forse anche al pomeriggio
per la finta fucilazione.
Questo mitra, in tal caso, potrebbe essere, ma non detto che sia, proprio quello che
fu effettivamente utilizzato per uccidere il Duce, ma non di certo per mano di
Valerio/Audisio che al mattino si trovava ancora in Prefettura a Como.
Per il ritrovamento in Albania poi, qualche facilone ha invece sparato pomposamente
sentenze del tipo: <<Ritrovata larma che uccise il Duce, era a Tirana: una
conferma di pi che la versione di Valerio era veritiera>> e non ci si posero invece le
pur doverose domande e considerazioni in merito:
primo, per quale motivo nel 1957 fu, praticamente, deciso di far sparire quellarma
regalandola al Partito del Lavoro Albanese con limpegno di tenerla segreta, quando
invece avrebbe dovuto essere consegnata, prima o poi, alla Resistenza (subito dopo la
fucilazione non era forse stato detto a Michele Moretti, che reclamava larma indietro,
che oramai essa apparteneva al Museo Storico Nazionale) ?
Perch, nonostante che si erano resi noti, sia pure a pezzi e bocconi, i particolari di
quella eroica esecuzione, per la quale si era pretesa un alta onorificenza, proprio
larma giustizialista (compresa anche la pistola del presunto colpo di grazia) non fu
subito consegnata alla storia?
E perch non fu neppure consegnata alle autorit italiane oltre 12 anni dopo, nel
1957, da un PCI oramai da tempo perfettamente e democraticamente inserito nel
nostro sistema istituzionale e sociale, ed invece con linvio segreto in Albania si intese
toglierla di mezzo ? Di cosa si aveva paura, o meglio cosa si voleva tenere nascosto ?
Secondo, dovendo inviare il mitra originale allestero e negarlo cos alla storia della
Resistenza, perch venne scelta la piccola Albania e non, come avrebbe dovuto essere,
per un reperto di tale valore storico, la Russia patria del comunismo?
Se si considera poi la responsabilit di quella decisione probabile che Audisio,
durante la sua estate albanese promise e prese accordi per inviarla al partito
comunista albanese, ma altrettanto vero che Audisio non pot prendere quella
iniziativa autonomamente, ma certamente fu autorizzato, se non incaricato, dallalta
direzione del partito comunista italiano.
Ancora il professor Paolo Murialdi Paolo, che la mattina del 28 aprile 1945 presenzio
alla partenza di Audisio e il suo plotone da Milano, afferm in proposito:

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

<<Il mitra di Mussolini a Tirana? ogni anno esce una versione diversa sulla fine
fatta dall'arma che ha ucciso il Duce. Sono state dette tante sciocchezze, ma questa
una delle pi grosse che ho sentito finora>> [8].
Con quale mitra venne quindi veramente ucciso Mussolini? Non si sa. Si tratta forse
del famoso mitra Mas 7,65 L. mod. 38 ? Forse, ma non certo, pi probabile invece
che venne usato il pomeriggio durante la sceneggiata di Villa Belmonte. E che fine ha
fatto il mitra che avrebbe veramente sparato a Mussolini? Se ne sa ancor meno. Tutti
i dubbi quindi rimangono, a dimostrazione della falsit complessiva della vulgata.

Vestiario: lo stivale destro rotto di Mussolini


Lasciate le presunte armi, vediamo ora i capi di vestiario.
Iniziamo con lo stivale destro di Mussolini, aperto nel retro, che uno degli elementi
pi importanti per risalire a quanto pu essere accaduto quel 28 aprile.
Questo
stivale
aperto
e
rovesciato, come si vede anche
nelle foto e filmati di Piazzale
Loreto, stato ripetutamente
citato da Valerio e compagni,
definendolo
genericamente
come rotto o sdrucito, fin
dalluscita di casa De Maria, ma
senza segnalare impedimenti di
deambulazione. Anzi, secondo
Valerio, Mussolini camminava
sicuro e spedito!
Lo stato dello stivale, aperto,
inoltre, stato anche notato da
Orfeo Landini, come da lui
ricordato gi nel 1945 (Cfr.:
Nemesi di R. Salvadori), verso
la sera del 28 aprile al bivio di
Azzano, al caricamento dei cadaveri di Mussolini e la Petacci sul camion, quindi circa
3 ore dopo la asserita fucilazione di Villa Belmonte. Anche Paolo Monelli, su Tempo
del 31 gennaio 1948 riport che una cameriera della villa, avvicinatasi al cancello
dopo gli spari, intravide una gamba rigida piantata nel fango con il tacco sdrucito.
I fautori della versione ufficiale, evitano di parlare delle note di Valerio, nella sua
storica versione, oppure danno astruse spiegazioni, ma non convincono.
Per molti anni, comunque, non ci si era fatto caso e sembrava trattarsi di una normale
scucitura, apparendo solo strano che Mussolini potesse aver camminato
speditamente nella mulattiera in discesa (che poi avrebbe dovuto essere in salita,
altra incongruenza della storica versione), come questi testimoni ufficiali asserivano.
Ma successivamente, specialmente dopo il loro prelievo dalla teca che li conteneva nel
cimitero di S. Cassiano (vedi foto precedente), si potuto vedere che la sdrucitura in
realt era una totale rottura dovuta al fatto che la chiusura lampo (saracinesca che
consentiva a Mussolini di indossarli con comodit date le ferite al piede destro subite
nella guerra 1915/18) era completamente saltata allaltezza del tallone e quindi non
sarebbe stato assolutamente possibile allacciarli in qualche modo.

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Si noti che una lampo del genere salta solo per un maldestro ed energico tentativo
di aprire o chiudere lo stivale, non a stivale allacciato ai piedi di un morto), ergo:
Mussolini non avrebbe certamente potuto camminare, tanto meno spedito come
asseriva Valerio, con questo stivale aperto e rovesciato, al massimo, se costrettovi,
forse si sarebbe potuto trascinare saltellando!
Ed in ogni caso il particolare non sarebbe potuto sfuggire ai pochi testimoni del paese
tanto che questo stivale in quelle condizioni, dimostra anche chiaramente che i due
personaggi che furono sbirciati intorno alle 16 del 28 aprile mentre venivano
condotti, da alcuni partigiani armati, a Giulino di Mezzegra non potevano proprio
essere Mussolini e la Petacci, ma una evidente pantomima, con un uomo
rimpannucciato in un pastrano con i bavari tirati sul collo (chiss perch!) e un
berretto calato su gli occhi, sottobraccio ad una donna che nessuno conosceva. E
guarda caso, non solo nessuno not il particolare dello stivale destro aperto, come
sarebbe dovuto accadere, ma venne anche notato che questi due Mussolini e Petacci
indossavano stivali da equitazione, particolare del tutto assurdo se la donna fosse
stata veramente la Petacci.
Quando Mussolini era arrivato, verso le 5 del mattino, a casa De Maria, nessuno,
dicasi nessuno, aveva notato e poi riferito dello stivale rotto. Quindi Valerio aveva
mentito nellaffermare di averlo visto rotto addosso a Mussolini alle 16 circa, essendo
molto improbabile che Mussolini se lo sia rotto in casa al mattino e del resto n
Sandrino il Cantoni, uno dei due suoi guardiani in quella casa, n i De Maria i
padroni di casa, avevano raccontato di questo inconveniente ed ancora pi
improbabile, se non impossibile, che ci abbia poi camminato spedito nel suo ultimo
tragitto, dalla casa alla macchina, come da Valerio affermato.
Valerio, poi aveva anche equivocato tra una sdrucitura ed una ben pi grave rottura
della cerniera e questo perch non sapeva di questa totale rottura, altrimenti non
avrebbe asserito e descritto, nella sua foga denigratoria, un Mussolini che camminava
spedito e sicuro con quello stivale per il suo ultimo tratto di strada. Ed aveva mentito
perch pensava che il particolare dello stivale aperto e sdrucito, da tanti notato a
piazzale Loreto, lo si poteva anche riportare, arricchendo di particolari la sua balorda
versione, ma egli, ignorando il vero tipo di rottura, lo rifer cos in modo generico,
tanto chi se ne sarebbe accorto?
Aveva praticamente fatto una classica excusatio non petita, non immaginando di
incorrere poi in altre contraddizioni, visto che su Mussolini cadavere venne
immediatamente osservato che il suo stivale destro era aperto.
Quella cerniera saltata nel tentativo, fatto qualche ora dopo la morte del Duce,
avvenuta al primo mattino e non al pomeriggio, di calzarlo a forza su un piede
irrigidito in posa anomala, in parte per le vecchie ferite al piede e alla gamba, in parte
per le cause violente e repentine della morte e quindi per un inizio precoce di rigor
mortis allarto (rigidit catalittica).
Quando infatti Mussolini venne prelevato dalla stanza dove era rinchiuso, intorno alle
9 del mattino del 28 aprile e fu trascinato nel cortile della casa e qui finito con colpi
darma da fuoco, era in parte di deshabill, e venne ammazzato con indosso solo una
maglietta bianca a mezze maniche di salute e forse i pantaloni. Qualche ora dopo
Clara Petacci, disperata, aggrappandosi ai piedi del morto, sembra che ne sfil lo
stivale destro, forse non ben allacciato, e poi i partigiani non riuscirono a rifarlo
calzare a quel piede in rigidit catalittica, finendo per rompere la lampo [9].
Essendo assurdo pensare che quello stivale si sia rotto al caricamento dei cadaveri
sullauto o sul camion, e di conseguenza avendo la certezza che precedentemente

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Mussolini non avrebbe potuto camminarci normalmente per essere condotto al


cancello di Villa Belmonte, viene a mettersi seriamente in dubbio tutta la versione di
Valerio / Audisio, che racconta di aver notato lo stivale rotto in casa, perch ci si
dovrebbe spiegare come abbia poi potuto camminare Mussolini, per quei viottoli, da
casa De Maria alla macchina ferma nella piazzetta del Lavatoio, senza che nessuno lo
notasse. Anzi la versione ufficiale dice che camminava spedito e sicuro!

Vestiario: I pantaloni di Mussolini


I pantaloni indossati da Mussolini (foto a
lato), fortunatamente recuperati e riposti poi nel
cimitero di S. Cassiano, avrebbero potuto essere
un altro reperto importante per il fatto che se
non riportavano i fori causati dal colpo entrato al
fianco e fuoriuscito dal gluteo, poteva anche
supporsi un feri mento di Mussolini semi nudo e
pi o meno a terra, magari allalba, dentro la
stanza e durante una violenta colluttazione, cos
come ipotizzava il medico legale Aldo Alessiani.
Un colpo, infatti, lo aveva attinto al fianco destro,
nella zona della spina iliaca anteriore con un
piano inclinato dallalto in basso ed era uscito dal gluteo con inclinazione di circa 40 /
50 gradi.
Quindi, in questo caso, se i pantaloni non riportavano questo foro, era ovvio che cera
stata una successiva rivestizione del cadavere comprensiva anche dei pantaloni.
Viceversa se questo foro lo si riscontrava nei pantaloni si poteva supporre che
Mussolini era stato ucciso almeno con indosso i pantaloni e in conseguenza degli altri
rilievi sulla sparizione della sua giacca e sul cosiddetto cappotto o pastrano, era poi
stato rivestito tranne che per i pantaloni che appunto gi indossava.
Dobbiamo, in questo caso, solo supporre, perch in effetti pur riscontrandosi alcuni
strappi non era ugualmente possibile stabilire quando e come questi fori o strappi si
erano verificati (sul cadavere del Duce, infatti, risultavano anche colpi sparati post
mortem e le lacerazioni dei pantaloni potevano avere avuto diverse cause).
Oltretutto il riscontro al cimitero di San Cassiano fu eseguito non certo da esperti
periti, ma da giornalisti, tra cui Giorgio Pisan, cineoperatori e parenti del Duce.
Rimane comunque ugualmente di un certo valore.
Lestrazione del reperto dalla teca del cimitero di S. Cassiano dunque, dopo attenta
osservazione dei presenti, non mostrava un foro al fianco destro chiaramente
attribuibile ad un colpo di arma da fuoco.
Forse, ma il dubbio dobbligo, un foro lo si poteva dedurre da altri strappi e
lacerazioni poco pi sopra, un colpo da collocarsi appena sotto la linea della cintura
molto sulla destra (teoricamente, ma solo teoricamente, poteva anche addebitarsi al
colpo al fianco dx).
Per quanto riguardava il retro, invece, dove si sarebbe dovuto riscontrare un foro
causato dallo stesso colpo fuoriuscito dal gluteo, non si poteva dare un giudizio
preciso per via di vari strappi che gli indumenti riportavano.
In definitiva, ma sempre come semplice ipotesi, se ne pu dedurre che Mussolini,
quando stato ucciso, o comunque prima ferito al fianco destro (e forse anche al

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

braccio), poteva anche avere indosso i pantaloni, ma rimangono i dubbi e questo


riscontro rimane in sospeso. In pratica serve a poco.

Vestiario: La bustina militare e la giacca


Prima di parlare della giacca di Mussolini ci sarebbe da cercare di capire le
vicissitudini di quella bustina militare, parte indispensabile della sua divisa, che il
Duce portava sempre, per via della pelata e che alcune testimonianze poi asseriscono
che, sceso dal camion tedesco sulla piazza di Dongo, subito si mise in testa
(testimonianze plausibili).
Probabilmente Mussolini in casa De Maria, arrivatovi a notte alta e piovosa, con la
testa che gli era stata bendata per non farlo riconoscere, aveva portato anche la sua
bustina militare, ma poi questa bustina si dissolta nel nulla eppure si asser, da
parte di alcuni testimoni, che un presunto Mussolini
(probabilmente uno che lo impersonava) venne
portato davanti al cancello di Villa Belmonte con in
testa un berretto o cappello non ben precisato.
Perch poi non venne raccolta e portata a Milano
con il cadavere? E neppure alcuno mai venuto a
dire che laveva conservata come un cimelio: il
mistero resta. Ma veniamo alla giacca.
Lultima foto di Mussolini qui mostrata a lato,
quella che lo ritrae la sera del 25 aprile 45, prima di
imbarcarsi nel suo ultimo viaggio verso Como,
mentre esce dalla Prefettura di Milano e parla
alterato con il tenente tedesco Fritz Birzer, ce lo
mostra proprio con la bustina e la giacca della sua
divisa e, come detto, varie testimonianze sempre
indicano, per i successivi spostamenti a Como,
Menaggio ecc., un Mussolini in divisa [10].
Questa benedetta giacca che Mussolini indossava, e
che poi scomparsa, doveva essere quella guarnita
di fiamme al bavero nere con fregi a gladio, quattro
bottoni dorati in linea verticale, altri quattro pi
piccoli simili per le tasche laterali sul petto e per
quelle pi grandi a toppa sui fianchi, sottili bande
rosse circuenti i polsi.
Il ricercatore Alberto Bertotto, sul quotidiano Rinascita del 20 dicembre 2007,
riassume molte testimonianze in proposito:
Pietro Carradori, il brigadiere di PS suo attendente, attesta che Mussolini sal sul
camion tedesco indossando il cappotto da sottoufficiale della Flack sopra la solita
divisa di panno grigioverde senza gradi e distintivi.
Elena Curti, teste presente nella famosa colonna Mussolini fermata a Musso, fa
chiaramente capire che il 27 aprile a mattina, nellautoblinda ferma a Musso, il Duce
portava la giacca (e ci sembra ovvio), nella quale probabilmente nascose la piccola,
ma importante borsa di pelle a forma di busta di 25 cm. circa, con dentro forse
proprio le lettere pi compromettenti del suo carteggio segreto con Churchill
(ovviamente sparite).

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Il Maresciallo Rodolfo Graziani, accennando alla divisa, far la stessa cosa in


qualche sua memoria riferita fino alla notte del 25 aprile in cui vide il Duce.
Dalle plurime e strampalate versioni di Valerio alias Audisio, che comunque restano
inattendibili, si ricava la descrizione di un Mussolini che: indossava un soprabito
color nocciola, il berretto della G.N.R. senza fregi (lUnit!, articolo Novembre 45),
oppure (nel libro del 75) in divisa e con un soprabito color nocciola.
Le indicazioni di Valerio, comunque, lasciano il tempo che trovano visto che costui,
chiunque fosse, quel pomeriggio a Bonzanigo non prelev certamente Mussolini vivo
da casa De Maria.
Anche la stessa Lia De Maria in qualche sua testimonianza, riassunta da A. Zanella
nel suo Lora di Dongo, Ed. Rusconi 1993, fa capire che il Duce porta la divisa.
Anche i finanzieri che ebbero in custodia Mussolini a Germasino e ricordano che il
Duce aveva freddo, non menzionano per la mancanza della giacca, come
logicamente e sicuramente avrebbero invece fatto se il Duce non lavesse avuta.
Alcune sono descrizioni precise, altre un p vaghe, ma se descritto in divisa deve
necessariamente avere anche la sua giacca.
Insomma non c alcun elemento per indicare che il Duce, sceso dal camion fermato a
Dongo non avesse o si fosse tolto la giacca. E poi perch se la sarebbe dovuta togliere?
Oltretutto, e questo decisivo, visto che in quelloccasione di Dongo, si tolse e gett
via il cappotto tedesco non pensabile, n ci sono serie testimonianze che lo
attestano, che fu portato nella sala del Comune di Dongo con la sola camicia nera.
In ogni caso il Duce arriv cadavere a piazzale Loreto con solo la camicia nera con
sopra uno strano giaccone non suo. La giacca invece si volatilizzata nel nulla.
Che fine ha fatto? Mistero! Perch Mussolini non laveva indosso? Mistero!
Anche ammesso, forzatamente, che il Duce se lera tolta, in quanto bagnata nella
piovosa notte precedente quando arriv a casa De Maria, e quindi i ricordi che lo
indicano andare alla fucilazione in divisa, fossero imprecisi o artefatti, perch poi non
si ritrov in quella casa, tanto che oggi dovrebbe essere esposta in qualche museo?
Ultimamente sono state recuperate e aperte alcune casse, conservate a Dongo che
contenevano vari reperti dicesi presenti in casa dei De Maria o rimasti a Dongo, ma
della giacca non cera alcuna traccia.

Vestiario: la camicia nera


A proposito della camicia nera, invece, c da dire che questa una volta che venne
strappata al cadavere appeso alla pensilina, per trazione verso il basso, dalle barbarie
della folla presente in Piazzale Loreto, sembra che poi venne data alle fiamme.
In ogni caso, dagli esami delle foto che la riprendono ancora indosso al cadavere, la
camicia nera sembra risultare imperforata, priva dei buchi che dovrebbe avere per
essere passata attraverso una fucilazione, ma la superficie della camicia mostrata
dalle foto e dai filmati non cos estesa come quella del giaccone o della maglietta
intima a mezze maniche, per cui il risultato della perizia non pu dirsi definitivo.
Lipotesi pi naturale che sorge spontanea quella che indica un Mussolini
praticamente rivestito dopo morto, da persone non pratiche (la rivestizione di
cadaveri in preda alla rigidit cadaverica non una impresa facile) e quindi andate
incontro a molte difficolt le quali, forse per praticit, smarrimento dellindumento
sul momento o altro, non infilarono la sua giacca sul cadavere sopra la camicia nera,

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

ma solo quello strano giaccone con maniche raglan pi facile da far indossare a un
corpo estremamente rigido.
Niente bustina militare, niente cappotto o pastrano del Duce, niente giacca di
Mussolini: tutto sparito! Anche la camicia nera poi sparita, ma almeno labbiamo
vista a Piazzale Loreto prima che la folla abbrutita, dopo averla sfilata dal cadavere
sembra che la diede alle fiamme.

Vestiario: Il cappotto, pastrano o giaccone a maniche raglan


E fuor di dubbio che le foto che mostrano il cadavere di Mussolini, appena
giunto a piazzale Loreto e gettato per terra, ci mostrano un giaccone inusuale a
maniche raglan su cui non si evidenziano fori o strappi che, dopo una fucilazione
avrebbero pur dovuto esserci. Oggi poi, alla luce delle tecniche che consentono di
osservare i particolari pi nascosti nelle vecchie foto, non ci sono pi dubbi: quel
giaccone inusuale non passato attraverso le fasi di una fucilazione. Ma rivediamo
un momento la storia del cappotto di Mussolini.
Alcune testimonianze parlano di un cappotto color ruggine, che alla partenza di
Mussolini da Milano verso Como la sera del 25 aprile, Mussolini aveva indosso
(probabilmente il suo cappotto logoro citato dal suo attendente il brigadiere Pietro
Carradori nei suoi ricordi). Ma chiaro che questo cappotto si perse durante il
trasbordo di Mussolini sul camion tedesco perch quando il Duce, scese da quel
camion aveva il cappotto tedesco che subito gett via.
Proprio di un pastrano color ruggine e di una bustina, per fanno riferimento nei loro
ricordi sia il brigadiere della guardia di finanza Giorgio Buffelli che era presente sia a
Dongo al momento della cattura di Mussolini che a Germasino dove fu portato nella
casermetta della G.d.F.
Pedro il Bellini disse che lo port di notte a casa De Maria con la testa fasciata e con
un pastrano militare troppo lungo per lui, qualcuno aggiunge anche che aveva una
coperta sulle spalle (dicesi datagli a Germasino dai finanzieri perch faceva freddo).
Sembra che la sera, nel Municipio di Dongo, prima di essere portato via, gli venne
dato un soprabito color ruggine. C invece chi dice che uscito in piena notte dalla
casermetta della Guardia di Finanza di Germasino gli venne dato un cappotto da
finanziere e/o uno o due coperte per ripararsi dal freddo, ma tutto impreciso ed
ingarbugliato e comunque o a Dongo o a Germasino ebbe questo cappotto.
In linea di massima possiamo attenerci alla famosa e retorica relazione del
brigadiere di finanza Giorgio Buffelli il quale scrisse che il soprabito color ruggine
venne dato a Mussolini la sera a Dongo prima di essere portato a Germasino.
Arriviamo cos ai momenti che ci interessano: la fucilazione alle 16,10 del 28 aprile.
Nelle varie versioni di Valerio/Audisio ci sono solo degli accenni di sfuggita che
parlano di un Mussolini prelevato da casa De Maria con un soprabito color nocciola,
mentre Aldo Lampredi, nella sua Relazione del 1972, indic un pastrano.
In una delle sue poco attendibili testimonianze la Lia De Maria ci dice invece che
Mussolini usc da casa sua, con i giustizieri venuto a prenderlo, indossando una
giacca impermeabile. Poteva forse essere questa la definizione meno campata in aria
se andiamo ad osservare il giaccone inusuale, privo di buchi o strappi, indosso al
cadavere di Mussolini, ma resta il fatto che quel giaccone fu chiaramente messo
addosso al cadavere di Mussolini, quindi dopo che era stato ammazzato.

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Dunque, a far le veci del cappotto o pastrano ci resta solo un giaccone inusuale
(sparito anchesso dopo Piazzale Loreto e lo scempio della folla) e per giunta privo di
fori o strappi quali esiti di colpi: da tanti particolari risulta quindi evidente che
Mussolini stato rivestito da morto e gli stato messo addosso un altro tipo di
giaccone con manica raglan di foggia e taglio giovanile rimediato sul momento chiss
come e chiss dove!
Intanto
occorre
dire
che
losservazione in foto (qui a lato)
della manica destra di questo
giaccone
non
mostra
assolutamente il foro che pur
dovrebbe esserci (quello all
avambraccio dx, essendo tra
laltro stato provocato da uno
sparo a distanza ravvicinatissima
che, oltre a fuoriuscire poco pi
avanti allesterno del braccio, ma
con traiettoria non proprio
perforante da parte a parte,
doveva lacerare la stoffa).
Il particolare, infatti, che la manica destra non presenta fori o strappi che pur avrebbe
dovuto avere, si vede bene anche con un buon ingrandimento.
Da varie foto di questo giaccone, poi, non si evincono neppure i fori sul petto e vicino
alle spalle, in particolare la spala sinistra colpita da una rosa leggermente allungata di
4 colpi sicuramente di mitra!
Certamente i rilievi ad occhio o anche con microscopio, su questi reperti fotografici,
sono sempre alquanto approssimativi e problematici, ma abbiamo avuto ultimamente
una perizia retrospettiva fatta a Pavia con tecniche computerizzate e speciali filtri,
come abbiamo esposto nel capitolo 7.
Queste nuove tecniche, con speciali filtri, consentono di individuare molto pi
concretamente se il capo di vestiario passato o meno attraverso le fasi di una
fucilazione e a volte consentono anche di riscontrare residui di particelle di polvere da
sparo [11].
Da queste foto si deduce invece che il giaccone, come detto di foggia non militare e
con un vistoso bottone allacciato in alto poco prima del collo (Alessiani a occhio parl
di una grossa spilla che allaccia il bavero) stato chiaramente fatto indossare ad un
Mussolini ormai cadavere: infatti non presenta, dallesame, fori da proiettile!
Eppure Valerio aveva asserito e scritto, che egli aveva sparato addosso a Mussolini e
che questi indossava un pastrano.
Lampredi addirittura aveva anche aggiunto (Relazione del 1972) che Mussolini se lo
apr sul petto gridando sparate al cuore!.
E per quel che vale, vista una sua complessiva inattendibilit, anche lautista
Geninazza aveva detto che Mussolini si apr il bavero e grid Sparami al petto!!
Ma il corpo del Duce, oltre che un colpo al collo, pur presentava 4 fori ravvicinati di
proiettile vicino alla spalla sinistra, pi uno al petto sulla parasternale destra, un altro
sopraclaveare destro, uno al braccio ed infine uno al fianco quindi, anche se in quel
momento aveva il cappotto un poco aperto sul davanti, in alcuni di quei punti il
pastrano doveva pur essere strappato o almeno forato! Invece niente.

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Ecco qui sotto la famosa foto, pubblicata su svariati libri, giornali e riviste, che mostra
questo giaccone indosso al cadavere di Mussolini.

Il cadavere del Duce, quindi, stato scaraventato sul selciato di piazzale Loreto con
questa specie di giaccone privo di fori o strappi che, rifacendosi alla stessa versione
ufficiale, sarebbe assurdo pensare, n alcuno lo ha mai asserito, che gli era stato
messo addosso dopo la fucilazione tanto per addobbarlo meglio!
Il problema del giaccone un macigno pesantissimo per la storica versione,
perch di tutti gli altri rilievi ed elementi tanatologici e balistici che pongono dei
grossi dubbi su quella versione, i suoi sostenitori in qualche modo possono avanzare
delle contro ipotesi che, pur assolutamente non convincenti, permettono di
barcamenarsi, ma su questo giaccone chiaramente imperforato e pur indosso al
cadavere del Duce, non ci sono risposte: davanti a Villa Belmonte venne recitata una
messa in scena e si spar per terra, o meglio ancora, per aria, ma non su Mussolini
oramai morto e l portato con quel giaccone inusuale!
La ipotetica possibilit che quel giaccone sia stato cambiato da indosso al
cadavere dopo che la sera, fu buttato sul camion con gli altri cadaveri dei fucilati,
ovvero durante il viaggio di ritorno a Milano una vera amenit secondo la quale,
dovremmo supporre che nel mucchio dei cadaveri insanguinati che giacevano su quel
camion, qualcuno decise che alla salma del Duce, forse poco elegante, sarebbe stato
meglio sostituirgli il cappotto, cosa oltretutto non di certo agevole visto il rigor
mortis del cadavere.
Al di l del ridicolo di una ipotesi del genere, resta il fatto che non esistono ricordi di
un cambio di giaccone al cadavere durante il viaggio di ritorno verso Piazzale Loreto,
confidenze che avrebbero dovuto pervenire da Audisio, Lampredi, Mordini, Landini e
Mario Ferro, oltre agli uomini del plotone dellOltrep pavese (circa 12), cio tutti
coloro che riportarono a Milano i 18 fucilati ammucchiati sul quel camion.
Ma oltretutto la perizia di Pavia ha evidenziato, su la maglietta bianca, intima, di
salute, aloni di polvere incombusta e di microparticelle che ogni colpo darma da
fuoco deposita sul corpo colpito se lo sparo vi arriva direttamente da una distanza
non superiore ai 50 cm.!
La prova del giaccone imperforato pertanto
assume un valore oggettivo e determinante.
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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Vestiario: La maglietta intima di Mussolini


Un altro reperto di un certo
interesse, anzi del massimo interesse,
la maglietta bianca a mezze maniche,
intima, detta di salute, imbrattata di
sangue ed altro (soprattutto alla spalla,
collo e addome, foto qui a lato) che
Mussolini mostra a piazzale Loreto,
dopo che, una volta appeso alla
pensilina, era stato in buona parte
spogliato dalla folla barbaramente
eccitata.
Purtroppo le macchie che la maglietta
presenta in foto non consentono di
vedere con nitidezza i fori o gli strappi
che pur doveva avere dopo la fucilazione.
Anzi, da una osservazione, superficiale,
fatta per su semplici foto riprese da
riviste, sembrava che addirittura non
avrebbe questi buchi o lacerazioni e
questo sarebbe clamoroso e ci
riporterebbe alle ipotesi di un altro
medico legale, il dottor Aldo Alessiani
che, anche su questa osservazione,
ipotizz Mussolini quasi nudo al
momento della morte.
Esiste inoltre la possibilit che il
cadavere di Mussolini, come attestato dalla testimonianza della signora Mazzola di
Bonzanigo, fu lavato presso una fontanella e poi rivestito e quindi non dato sapere
lesatta vicissitudine subita da questa maglietta che potrebbe anche essere stata
sostituita, ma improbabile, anche perch in questo caso ci sarebbe da porre dei
dubbi sulle moderne e decisive perizie effettuate a Pavia dallequipe del professor
Giovanni Pierucci e pubblicate nel 2006 e che riscontrarono questi colpi proprio
come, almeno un paio di colpi li aveva riscontati, sulla destra del tronco, anche il prof.
Pierlujigi Baima Bollone in una sua perizia citata in un suo libro: Le ultime ore di
Mussolini, Mondadori 2005.
A suo tempo, il dottor Aldo Alessiani, in un suo vecchio e approfondito studio, di
estremo interesse e rilevanza, in quanto anticipava di ore e con ben diverse modalit
la morte di Mussolini asserita per il pomeriggio del 28 aprile 1945, in merito a questa
maglietta aveva fatto questi rilievi ad occhio: <<La maglietta di salute non
manifesta alterazioni da fori per la spalla destra come per i 4 della sinistra o al lato
destro della sua allacciatura>>[12]
Ed infatti, come si vede dalla foto di questa maglietta indosso al cadavere di
Mussolini, apparentemente essa non mostra fori, ma ampie macchie di sangue
proprio nei punti dove Mussolini fu colpito, ad esempio soprattutto alla spalla
sinistra e sotto il collo, pi qualcosa appare alladdome.
Le macchie di sangue sono un dato sostanziale, ma non assoluto, per attestare che
quella sia la stessa maglietta della fucilazione (teoricamente anche un altra maglietta,

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

messa non troppo tempo dopo luccisione, si sarebbe imbrattata in quei punti, ma
questa sostituzione ci sembra improbabile). E comunque facile che il sangue,
essiccandosi, chiuda e/o nasconda determinati buchi soprattutto in fotografia.
Anni dopo, infatti, queste immagini, sottoposte a nuove tecniche con il computer e
speciali filtri qualcosa, non visibile ad occhio o per ingrandimento, hanno pur
evidenziato (anzi, addirittura, dalla moderna perizia dellequipe del professor
Pierucci, pur non essendo adeguatamente dimostrato nella relazione esposta, sembra
che ci siano anche altri due colpi, mai rilevati, alladdome, il che sarebbe incredibile).
I rilievi fotografici e digitali hanno comunque rilevato in corrispondenza dei colpi
allaltezza della spalla sinistra, in mezzo alle macchie di sangue la presenza del
caratteristico alone di polvere incombusta e di micro particelle che ogni colpo darma
da fuoco deposita sul corpo colpito se lo sparo avvenuto ad una distanza non
superiore ai 50 cm.
Secondo questa perizia, il raffronto tra lalone di polvere e altri dati riscontrati in
corrispondenza dei colpi presenta un quadro assolutamente uniforme: in tutti i casi
copiosi versamenti di sangue, fori sicuramente dentrata, un alone che in alcuni casi
rivela una distanza di sparo tra i 30 e i 40 cm. Una esecuzione quindi alquanto
diversa da quella asserita da Walter Audisio Valerio che rifer di aver ucciso
Mussolini e la Petacci sparando con il solo mitra Mas 7,65, da circa tre passi.

Vestiario: I mutandoni di Mussolini


Le mutande di flanella a polpaccio, infine, visibili su Mussolini appeso al
distributore, dopo che venne sfilata per trazione dal basso la camicia nera che le
nascondeva, presentano allallaccio frontale una certa lacerazione (il dott. Pierluigi
Cova Villoresi, dicesi presente alla famosa autopsia di Mussolini eseguita allIstituto
di Medicina legale e delle Assicurazioni di via Ponzio in Milano il 30 aprile 1945, in
una sua personale relazione, resa nota per solo nel 1994, scrisse che quelle mutande
erano perforate da qualche colpo, mentre invece nulla si riscontrava sul davanti dei
pantaloni. Certamente questo danneggiamento non possibile attribuirlo ad un
preciso e determinato evento traumatico, pre o post mortem, ma molto probabile
che avvenne a Bonzanigo in casa De Maria durante una fase di lotta in stanza o
durante il maneggiamento e trascinamento di un cadavere semi vestito. Ancora Aldo
Alessiani, nel suo Il teorema del verbale 7241, scrisse:
<<... molto slabbrato ed aperto il bordo delle mutande di flanella. Potrebbe essere
segno di colluttazione o di cattivo rivestimento o di trascinamento. Si notino per
contro i calzoni perfettamente allacciati.
L'apertura delle mutande non pu appartenere ad una accidentalit di P. Loreto,
perch la camicia nera copriva tale intimo indumento e solo dopo l'asportazione di
quella, per trazione dal basso, compare nella sua realt>>.
Conclusione: le polveri e i versamenti di sangue dimostrano che forse Mussolini,
quando fu colpito, non aveva addosso che la maglietta con cui arriv fino allobitorio
di Milano, i mutandoni e forse i pantaloni.
Tutto il resto gli stato messo addosso in un secondo momento [13].

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Le astruse conclusioni del prof. Pierluigi Baima Bollone


Come noto nei primi anni 2000 il prof. Pierluigi Baima Bollone ordinario di
Medicina Legale presso l'Universit di Torino, disse di aver sottoposto a studio la
vicenda della morte di Mussolini. Dettagli poi il tutto nel suo libro Le ultime ore di
Mussolini, Mondatori 2005. Le risultanze di questi studi apparvero come una
ciambella di salvataggio per tenere a galla, revisionandola un poco, la storica
versione che oramai faceva acqua da tutte le parti. Questi studi che il Bollone disse
di aver fatto con tecniche moderne, lo portarono a stabilire che, probabilmente, il
Duce era stato ucciso da due tiratori, uno con mitra e uno con pistola e quindi non dal
solo Audisio, con buona pace delle versioni di Valerio e la Relazione Lampredi.
Qui le sue risultanze sono abbastanza convincenti.
Ma lo scopo di questo autore era pi che altro quello di sostenere che quella
fucilazione avvenne il pomeriggio del 28 aprile 1945 e al cancello di Villa Belmonte.
E qui le sue osservazioni sono del tutto campate in area.
A parte quelle sulla rigidit cadaverica,
materia complicata e di difficile
interpretazione quindi, come in questo caso, priva di certezze oggettive, che secondo
il Bollone potrebbero essere compatibili con una morte alle 16,10 del 28 aprile, i suoi
presunti studi sul vestiario visibile in foto e filmati sono addirittura risibili.
A suo parere lo studio delle foto, ma in questo caso dei soli presunti tatuaggi delle
ferite, non dimostra che ci furono spari ravvicinatissimi (che invece risultano
benissimo dalla perizia di Pavia del 2006 constatando aloni e residui di polveri da
sparo). Egli afferma quindi che non esatto affermare che gli indumenti in foto non
presentavano colpi di armi da sparo, perch questi si riscontrano sui pantaloni, sulla
maglietta di salute e sui mutandoni. Che scoperta! Ma questo lo sapevamo benissimo!
E sul giaccone indosso al cadavere e sulla camicia nera e che il Bollone, guarda
caso, dimentica totalmente di citare ed ovviamente di analizzare, dove proprio il
giaccone lindumento pi importante del fucilato, che non ci sono strappi o fori
quali esito di una fucilazione. Questa dimenticanza squalifica e riduce a zero il valore
della sua perizia, tranne per il rilievo, abbastanza verosimile, che ci furono allopera
due tiratori con due armi diverse e non il solo Audisio con mitra Mas francese.

Reperti di Claretta Petacci


Su Clara Petacci come noto non venne eseguita alcuna
autopsia, eppure la poveretta era stata portata cadavere allobitorio
Milanese assieme alla salma di Mussolini, si diceva che era stata
fucilata assieme e in contemporanea a questi e si sapeva di un certo
suo ruolo accanto al Duce. Oltretutto risultava priva delle
mutandine. Ma nonostante tutto questo non venne fatta alcuna
necroscopia sul suo cadavere. Facile dedurne che ci fu un ordine per
agire in questo modo. Su quella necroscopia eseguita dal prof. Caio Mario Cattabeni
pendono quindi molti dubbi ed un mistero incentrato sulla presenza di un certo
Generale medico Guido, della Direzione Generale di Sanit del Comando Generale
del Corpo Volontari della Libert, che risulta firmatario del verbale autoptico, ma
che immediatamente dopo sparito nel nulla, volatilizzato e di lui non si potuto pi
nulla sapere. Il fatto che nessuno ha voluto dare indicazioni per rintracciarlo,
dimostra chiaramente come questo misterioso generale medico ebbe quel giorno

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

un ruolo preciso, soprassedette a tutta lautopsia, eman sicuramente ordini in


proposito e quindi spar nel nulla per una precisa ragione e interesse.
In ogni caso i rilievi fotografici sulla salma di Clara Petacci e le risultanze di una
necroscopia eseguita alcuni anni dopo con la riesumazione della salma, su richiesta
dei suoi famigliari, indicano chiaramente che la donna prima di morire venne colpita
al viso, con un pugno o un corpo contundente (oppure ebbe a sbattere violentemente
da qualche parte) sotto la palpebra dellocchio destra e forse anche al naso. Della
poveretta sono rimasti pochi reperti, a parte le due pallottole calibro 9 corto ritrovate
nella riesumazione della sua salma che per non si pu sapere quando vennero
attinte, se in vita o dopo morta dal tiro al bersaglio verso le salme operato da eroici
cittadini. Dovrebbero poi essere rimaste le sue scarpette di tipo ortopedico e forse
anche un altro paio di tipo comune, un foulard, la tuta, il berretto o caschetto e
qualche borsetta e molti oggetti sfusi, compresa dicesi una piccola pistola, ma tutti
poi andanti dispersi o meglio sottratti da personaggi vari. Il suo cappotto color
cammello sembra che fin allautista Geninazza che nel 1946 lo fece utilizzare alla
moglie per il suo matrimonio.
Tanti si appropriarono di qualcosa, come se fossero cimeli (pelliccia e cappotto
avevano anche un certo valore) senza alcun rispetto per i parenti delle vittime a cui
avrebbero dovuto essere restituiti.
Come detto le mutandine della donna sono inspiegabilmente e incredibilmente
scomparse nel nulla, visto che venne portata a piazzale Loreto senza, e questa
mancanza ha sempre fatto sorgere molte illazioni che purtroppo non possibile
provare.
La Pelliccia, per un certo periodo di tempo rimasta in giro e labbiamo anche potuta
vedere in una foto di pochi giorni dopo quegli eventi dove mostra un squarcio allo
schienale, una foratura che unita alla considerazione che alcune ferite presenti sul
petto della donna sono colpi in uscita, attestano che alla poveretta venne sparato alle
spalle. In ogni caso dopo varie peripezie anche questa pelliccia sparita e su di essa si
sono ricamati molti aneddoti.
Si disse che la Petacci non laveva indosso, ovvero che la portava a braccio, oppure
che invece la indossava o ancora che laveva solo adagiata, ma non infilata, sulle
spalle. Tutte le testimonianze sono in contraddizione tra loro.
Poi, dopo lassassinio della donna, si disse che Valerio la volle regalare a Giuseppe
Frangi Lino, il quale la sera pare che la fece vedere al partigiano di Dongo Pierino
Maffia (quello che si era tenuto il cappotto tedesco di Mussolini), quindi sembra che
pass, non si sa come, nelle mani della Giuseppina Tuissi, Gianna, e via di questo
passo in un valzer di racconti incontrollabili e non tutti veritieri.
Un vecchio rapporto dei carabinieri, la dava in possesso della famiglia di Luigi Conti
(sar sindaco comunista di Dongo) nel giardino di casa del quale, comunque, venne
fotografata dal Giovenanza i primi di maggio del 1945. Poi spar.
La figlia Wilma Conti molti anni dopo pare che sostenne che loro non lavevano, ma
non si capisce se intendeva anche che non lavevano mai avuta [14].
Si afferma infine che avrebbe costituito un ricavato di beneficenza.
Fabrizio Bernini scrisse che fu regalata alla famiglia di Giuseppe Frangi che se la
passava male, mentre Alessandro Zanella, scrisse invece che fu regalata alla vedova di
Giulio Paracchini Gino (donghese della 52a brigata ucciso il 24 aprile durante un
rastrellamento), perch in ristrettezze economiche, e cos via... [15].

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CAPITOLO 11

I REPERTI: LE ARMI E IL VESTIARIO

Note:
[1] (C. Lizzani: Il mio lungo viaggio nel secolo breve, Einaudi 2007).
[2] Si veda: Rapporto Angela Bianchi al CLN di Como (Maggio 1945): in Corriere della Sera 22
settembre 1995 e Memorandum di V. Lada-Mocarsky in: G. Cavalleri, F. Giannantoni, M. J.
Cereghino: La Fine Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani 1945 1946, Garzanti 2009.
[3] Articolo su La Repubblica del 31 luglio 2004, Visibile nel sito
http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/cronaca/mussfuc/mussfuc/mussfuc.html

La

Repubblica.it:

[4] Vedi larticolo: Osservazioni sul mistero della morte di Mussolini e Claretta Petacci di A. Viviani,
visibile nel sito: http://www.larchivio.org/xoom/ambrogioviviani.htm.
[5] G. Cavalleri: Ombre sul lago Ed. Piemme 1993.
[6] Questa la lettera di Audisio:
Compagni, la questione rimanga segreta. Cari compagni, in
occasione del Tredicesimo anniversario della Liberazione della vostra Patria dagli invasori nazifascisti, a testimonianza della mia profonda ammirazione per leroico popolo albanese, vi invio in dono
larma con la quale - il 28 aprile 1945 - venne giustiziato il criminale di guerra Benito Mussolini, per
ordine del Comando Generale dei Partigiani italiani.
[7] Interessante per molti di questi particolari larticolo di Vacca G., Sinani: S.: Vi regalo il mitra che
ha sparato al Duce, in "Corriere della Sera", 31 luglio 2004.
[8]
Articolo
del
31
luglio
2004,
vedere
il
sito
http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/cronaca/mussfuc/mussfuc/mussfuc.html

La

Repubblica.it:

[9] Per questi particolari vedesi la testimonianza di Dorina Mazzola riportata in G. Pisan, Gli ultimi 5
secondi di Mussolini, Il Saggiatore 1996
[10] Sulle ultime ore di Mussolini ottima e documentata la ricerca storica di Marin Vigano che ha
liquidato una volta per tutte le illazioni circa una presunta fuga di Mussolini in Svizzera o allestero:
Mussolini, i gerarchi e la "fuga" in svizzera (1944-45) Nuova Storia Contemporanea n. 3-2001.
[11] Per i riscontri di questa perizia eseguita presso il celebre Istituto di medicina legale di Pavia da
una equipe del prof. Giovanni Pierucci, vedesi: F. Andriola, Mussolini una macabra messa in scena
Storia in Rete maggio 2006. Il giaccone o pastrano imperforato e la sola maglietta di salute attinta da
colpi, come rilevano queste perizie sono oramai un dato di fatto indiscutibile, ammesso anche dal prof.
Costantino Ciallella della Sapienza di Roma. Vicerversa il P. Baima Bollone nel suo La ultime ore di
Mussolini ha attestato i fori sulla maglietta di salute, ma guarda caso si totalmente dimenticato di
periziare il giaccone!.
[12] Aldo Alessiani: Il teorema del verbale
http://www.larchivio.org/xoom/aless-iani.htm.;

7241,

pubblicato

anche

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in

[13] Gli studi del dottor A. Alessiani, indicavano una uccisione di Mussolini durante una fase di lotta
nella stanza, contro un aggressore armato di pistola al quale poi si aggiunse un altro armato di mitra,
coinvolgendo la Petacci una ipotesi forse alquanto forzata, ma ha alcuni elementi validi.
[14] Vedesi: F. Bernini: Cos uccidemmo il Duce, CDL 1998.
[15] A questi propositi vedere: F. Bandini: Le ultime 95 ore di Mussolini Sugar 1959; A. Zanella: Lora
di Dongo Rusconi 1993; F. Bernini: Cos uccidemmo il Duc,e Ed. CDL 1998.

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Testimonianze dei coniugi De Maria


Quello dei coniugi De Maria: allepoca Giacomo
(1900 1971) di anni 45 e Maria Faggi, detta Lia, in De
Maria (1902 1984, foto a lato) di anni 43, hanno anche
due figli Riccardo (1926 1931) e Giovanni (1930 1984)
di 19 e 15 anni, con i loro tanti spezzoni di ricordi riportati
soprattutt0o da terzi e da svariati giornali e riviste e
ricercatori storici, rimarr un caso veramente emblematico
di come sia assolutamente impossibile ricavare uno
straccio di verit da siffatte multiformi versioni.
Eppure costoro avrebbero dovuto avere in casa loro (erano
affittuari della casa colonica di via del Riale) per quasi 12
ore i celebri prigionieri e per leccezionalit dellevento
avrebbero dovuto memorizzare ogni particolare.
Invece, in un primo momento, essi ignorano quasi tutto di quello che accaduto in
casa e poi riferiranno, a modo loro, tutta una serie di particolari strampalati che,
facile supporre, vennero opportunamente suggeriti di raccontare.
Oltretutto c anche una bella schiera di amici, compaesani e conoscenti, nonch
emissari interessati, che si diedero la briga di propagare le versioni di questi
contadini, formando cos una catenella di riporto assolutamente inattendibile.
Proprio Ferruccio Lanfranchi, quello che fece una delle prime inchieste su quelle
vicende per il suo Corriere dInformazione (il vecchio Corriere della Sera
momentaneamente epurato nel nome, di cui era capo redattore), fin per dare,
durante il processo di Padova del 1957, una certa ufficialit alle loro versioni.
I De Maria sono stati considerati come degli ingenui e semplici contadini e per questo
i fautori della vulgata ritengono attendibili i loro racconti. Ma analizzando tutta
quella vicenda, subito risalta un qualcosa che solleva pi di un dubbio. La Lia De
Maria, per esempio, ha sostenuto che dopo che vennero a prelevare Mussolini e la
Petacci, lei rimase in casa a fare i mestieri. Ora, ci sono invece un paio di
testimonianze del posto che in quei frangenti la videro in strada, ma lasciamo stare e
poniamoci invece una domanda: perch la De Maria non rassett la stanza dei
prigionieri? Perch non tolse i resti del presunto pasto di mezzogiorno, tanto che
verso sera salirono su casa a vederli alcuni visitatori? E ancora la stessa scenetta
venne presentata ai visitatori il giorno dopo, ecc. E ovvio che siamo in presenza di un
evidente tentativo di dimostrare che i due prigionieri al mattino erano in vita. Ma
perch? Come poteva la De Maria pensare che qualcuno avrebbe messo in dubbio che
i due prigionieri fino quasi alle 16 non erano stati da lei vivi e vegeti?
E ovvio che ci fu una regia che, sapendo quel che faceva, condizion questi contadini.
La storica impresa, per i momenti riguardanti casa De Maria, ricostruita negli anni
50 dal Bandini, e che ritroviamo pi o meno con alcune varianti anche in R. Collier
ed altri scrittori storici, realizzata pi che altro su le testimonianze di Pedro (il
Bellini) reticente o fantasioso relatore e degli stessi coniugi De Maria, ci attesta che i
prigionieri, una volta arrivati in quella casa di Bonzanigo (lorario dato in versioni
contraddittorie tra le 3,30 circa e prima delle 5 e sembra che Mussolini aveva la testa
fasciata con garze), non furono riconosciuti, n i padroni di casa furono informati
dagli accompagnatori, per quello che erano.
Questo particolare del non riconoscimento, che forse poteva essere plausibile per i
primi momenti dellarrivo in casa, stato poi esteso anche a tutto il giorno successivo

199

CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

di sabato 28, per scusare il fatto che Giacomo De Maria era andato a vedere, come si
diceva, il passaggio del Duce prigioniero sulla via Regina. Poi in seguito, come
vedremo, anche su questo particolare, si modificata la versione.
Resta ovviamente difficile il credere, che se pur non lo hanno saputo allarrivo della
coppia prigioniera poi, durante tutto il presunto tempo (fino alle 16 del giorno dopo)
in cui li hanno avuti in casa e ci hanno anche parlato, non siano venuti a conoscenza
della loro identit.
E proprio il Lanfranchi, se non se lo era inventato, aveva riportato particolari sul fatto
che fu il marito, dopo mezzogiorno quando essi si svegliarono, ad informare la moglie
incredula sulla loro identit. Insomma, pur con tutta la buona volont difficile
credere a tutte queste versioni, una diversa dallaltra, mai appurate veramente.
Ma andiamo avanti. I prigionieri, appena arrivati, furono fatti accomodare in cucina.
Si dice che portarono un surrogato di caff bollente, che tutti bevettero tranne
Mussolini, il quale sedeva vicino a Claretta, leggermente discosto dal fuoco, di cui
fissava le braci. La Petacci, silenziosa aveva il volto appoggiato alle mani.
Lia De Maria (altri dicono Giacomo) sal frettoloso ai piani di sopra, entr nella
stanza dei figlioli, li svegli (un figlio dei De Maria disse in Tv nel 1993, che erano le
4,30 del mattino) e li mand a finire la nottata in una baita non molto vicino.
La Lia rifece il letto con lenzuola pulite e il Bellini (Pedro) sal a controllare la
sicurezza della stanza.
C anche il particolare, riferito in diversi modi, che la Petacci, in periodo mestruale
chiese alla De Maria di essere accompagnata (pare pi di una volta) a quella specie di
servizi situati allesterno. Scrisse E. Saini (La notte di Dongo, Casa Ed. libraria Corso
1950): <<Claretta non si sentiva bene, riferisce Lia De Maria e indica dalla finestra
la garitta nello spiazzo, a causa dei suoi disturbi. Si fece accompagnare pi volte
nella notte da uno dei due partigiani di guardia (Lino e Sandrino)... Lia giunge a
mostrare il rozzo catino in cui Claretta si lav le parti intime prima di coricarsi. >>.
Anni dopo, Urbano Lazzaro Bill ebbe a raccontare che Giacomo De Maria aveva
rivelato a lui ed allufficiale dellOSS americano Lada-Mokascky il particolare,
saputolo dalla moglie, che la Petacci quella notte aveva le mestruazioni. Un
particolare importante se lo mettiamo in relazione con il fatto che poi il cadavere
della Petacci era senza le mutandine.
Si disse anche che la Petacci chiese un altro cuscino per Mussolini abituato a dormire
con due. Forse questo aneddoto vero visto che sembra improbabile si conoscesse
questa abitudine del Duce, ma pare strano che la richiesta labbia fatta la Petacci.
Dai ricordi di questi padroni di casa, riproposti in varie versioni, si and a ricostruire
che Mussolini e la Petacci, intorno alle 12 del 28 aprile, forse alla seconda ispezione
della Lia De Maria, si sarebbero alzati e avrebbero chiesto o gli sarebbe stato offerto
qualcosa da mangiare: del pane, un piatto di salame, polenta e due scodelle di latte.
Questa storiella (opportuna per attestare la presenza in vita dei due prigionieri a
mezzogiorno) la ritroviamo anche nei servizi di Ferruccio Lanfranchi e nel rapporto
dellagente americano Lada-Mocarski, ed anche Sandrino il Cantoni la conferm in
parte, riferendo al rotocalco Oggi (marzo 1956 in una intervista per poi ritrattata):
<<ci fu un frugalissimo pasto, preparato dalla De Maria, che i prigionieri
consumarono nella stanza>>.
Scrisse Lada-Mocarski che il cibo fu poggiato su una cassapanca e i residui del pasto
restarono nella stanza per un paio di giorni ed aggiunse, su informazioni dei De
Maria, che Mussolini aveva mangiato due fette di salame e un p di pane accennando
anche alla scomparsa di un coltello da cucina poi trovato nella camera dei prigionieri.

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Questa la leggenda cos come ci stata tramandata e eterogenee foto depoca


mostrano la stanza dei prigionieri allestita in modo tale da poterla confermare.
A ridosso di quegli avvenimenti, scrisse Carlo Cetti, [1] definito un comunista
prolifico propagatore di tutta la vicenda, che la Faggi Maria sal due giorni dopo nella
stanza (sic!) e disse di avervi trovato una piccola cassetta con sopra una scodella
vuota, i due panini quasi intatti e il piatto di salame, con la buccia delle due fette che
erano state mangiate (prendendo per buona questa notazione si evincerebbe che
nessuno aveva pensato di ritirare gli avanzi in camera che rimasero quindi come
prova di tutta la storiella!). Venne anche detto che sul comodino cera laltra scodella,
ancora piena di latte.
I due, si disse, dovevano aver mangiato seduti sul letto, perch esso ne recava ancora
limpronta e sopra verano sparse delle briciole. La Petacci, andandosene, aveva
lasciato sul piccolo attaccapanni una cuffia da automobilista e una tuta. Anche la
coperta, quella che a Germasino i finanzieri avevano messo sulle spalle al dittatore,
era stata lasciata dai due, che lavevano stesa sul letto come copripiedi.
Come vedesi una bella scena, allestita, come giustamente osserva A. Zanella, [2] con
contadina semplicit, ma con cura per dimostrare che i due prigionieri avevano
dormito insieme anche se poi, in tre pretese foto storiche, cio pubblicate subito
dopo i fatti, larredamento e lallestimento, cambiano anche in particolari importanti.
Un certo Luigi Carpani, che negli anni 70 fu sindaco di Mezzegra e quindi
sicuramente un fervente antifascista, uno dei primi a visitare la storica camera
assieme alla moglie, verso la sera di quel 28 aprile 1945 (dopo aver saputo della
fucilazione a Villa Belmonte), ha riferito invece che: <<Mussolini e Clara avevano
mangiato quasi nulla>>.
La moglie, la signora Carpani lo ripeter anche molti anni dopo, precisando di esserci
andati, a casa De Maria, intorno alle 18. [3]
Quindi tutto il cibo e il latte doveva ancora essere l. Ne dedusse il Bandini, che in tal
caso i De Maria erano stati allontanati dalla casa intorno alle 12, ma ancor pi
aumenta il sospetto dellallestimento della camera per una messa in scena.
Le testimonianze dei coniugi Carpani attestano che la stanza era in ordine e quindi si
dovrebbe escludere, [4] come ipotizzava il medico legale Aldo Alessiani, si sia
verificata allalba una mattanza in camera, con uccisione di Mussolini e la Petacci. In
effetti danni da spari e sangue in abbondanza sono difficili da eliminare in poco
tempo, ma ci sono confidenze del posto, sia pure indefinite e che non possibile
controllare, che attestano che la mattina del 28 aprile la De Maria con altri parenti
era intenta a pulire del sangue per casa. In ogni caso, se in casa ci fosse stato solo un
ferimento del Duce con un paio di colpi di pistola (e come vedremo sembra proprio
che ci sia stato), questa operazione di pulizia era anche possibile in poche ore e si
giustificherebbe anche la mancanza di danni alle mobilia.
Ma lasciamo stare lindefinito e il non precisamente attestato.
Una cosa sembra per accertata e lassicura ancora oggi anche il vecchio parroco di
Mezzegra, don Luigi Barindelli: al fotografo Vincifori, che a ridosso degli avvenimenti
prese a fotografare tutti i luoghi e i punti della vicenda, stranamente per 3 o 4 giorni
non gli fu consentito di salire su casa De Maria a fotografare la stanza.
I coniugi Carpani, invece, la sera stessa furono fatti salire (e la De Maria dove era?),
ma il fotografo Vincifori per alcuni giorni, no! (cera forse qualche danno o particolare
che la foto avrebbe potuto riprendere oppure il timore che il primo allestimento della
stanza, ripreso in foto poteva denunciare la manipolazione? Non lo sapremo mai).

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Sotto, due delle tante foto della stanza di casa De Maria, dove dicesi che
dormirono la loro ultima notte Mussolini e Clara Petacci. Una scena
appositamente allestita, per mostrare i particolari della vulgata. Questa
ovviamente una ricostruzione di comodo, ma la sera del 28 aprile, dicesi che
qualcuno pur venne fatto salire in casa (per esempio i coniugi Carpani) e come
mai che i resti del pasto non erano ancora stati sparecchiati dalla De Maria, la
quale pur disse che alle 16, dopo che avevano portato via i prigionieri lei era
ancora intenta al piano di sotto a fare le faccende di casa?

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Per anni, basandosi sui racconti che asserivano che il duce aveva mangiato alcune
fette di salame e forse del pane, alcuni ritenevano falsa una fucilazione delle 16,10,
visto che lautopsia di Cattabeni, aveva riscontrato vuoto lo stomaco del Duce,
esattamente: stomaco: ampio cavit contenente poco liquido torbido bilioso.
Ma pur a dar retta alla vulgata, questo un falso dilemma, improponibile, sia per il
fatto che non risulta chiaramente se si fosse consumato un frugale pasto, oppure no, a
che ora e comunque poteva anche esserci il tempo di una completa digestione di uno
scarno pasto.
In base al racconto precedente, preso per vero, abbiamo circa 3,30 ore, cio da un
orario imprecisato dopo le 12, in cui avrebbero chiesto o gli era stato offerto il pasto
(ma non si sa quando poi lhanno ottenuto e consumato, presupponiamo intorno alle
12,30, e neppure se lhanno effettivamente consumato tutto, per nulla o in parte), fino
alle 16,10 ora della presunta morte, per consentire eventualmente a Mussolini una
completa digestione.
Stante cos le cose, sono possibili entrambe le ipotesi, ovvero che avevano mangiato,
probabilmente molto poco e quindi digerito completamente in circa 3 ore e 30 e sia
che non avessero mangiato affatto (anche se in contraddizione con lofferta
accettata o la richiesta di cibo) e di conseguenza resterebbe aperto il dilemma che
fossero stati fucilati alle ore 16,10 oppure molte ore prima.
Riassumendo: se il Duce avesse mangiato alcune fette di salame, il mancato riscontro
dellautopsia sul cibo nello stomaco, potrebbe anche attribuirsi ad una digestione
completata in circa 3,30 (anche se la presenza di un sia pur poco liquido bilioso
farebbe sospettare un digiuno pi prolungato e quindi lascerebbe qualche dubbio).
Ma anche a chi non vuol credere ad una messa in scena perch, in base a
testimonianze, afferma che lo stomaco del Duce, allesame autoptico, fu trovato vuoto
anche perch forse egli non aveva pi mangiato, si pone una alternativa che,
comunque la si metta, incrina la credibilit della versione ufficiale:
infatti, o il Duce ha mangiato polenta (forse), e pane e salame ed allora, specialmente
se magari ha ingerito il cibo intorno alle 13 c almeno il sospetto di una messa in
scena, perch pur essendo possibile la digestione, appare strano che allesame
autoptico, non si siano trovati minimali resti del cibo nel suo stomaco risultato vuoto
con poco liquido torbido bilioso (dubbio per, ripetiamo, non probante);
oppure non aveva pi mangiato, cosa teoricamente possibile, ma in questo caso
questi racconti non sono credibili perch ci sarebbe una evidente contraddizione con
la richiesta o lofferta accettata di cibo del mezzogiorno, visto che i due prigionieri
erano digiuni dalla sera precedente ed alquanto assurdo che dopo aver accettato il
cibo lo lasciano l fino alle 16 ed oltretutto nessuno sparecchi fino a sera. Comunque
la si metta, la storica versione non regge.
Inoltre, secondo la Lia De Maria, come lo raccont al Carlo Cetti e lo ribad anche
allantifascista Gino Bolognini, era stata lei a chiedere ai due se volevano qualcosa da
mangiare e quindi, come ancora scrisse A. Zanella, sconcerta poi lo scoprire, quanto
ebbe a riportare linformatissimo Lanfranchi, che era stato invece Giacomo De
Maria a chiedere agli ospiti se desideravano la colazione. Ma queste sono quisquiglie.
Dai ricordi dei coniugi De Maria, invece, si viene a sapere, incredibilmente, che il
marito Giacomo, allarrivo pomeridiano di Valerio non era presente:
<<Mio marito andato sullo stradone provinciale con gli altri del paese. C stato
tutto il giorno senza vedere Mussolini>> (vedi Corriere dInformazione 28 e 29
febbraio 1956 e soprattutto lintervista del febbraio 73 concessa a Marco Nozza del
Giorno). [5]

203

CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Questa pazzesca contraddizione, di Giacomo che non ha realizzato di avere il Duce


prigioniero in casa e lo vuole andare a vedere sullo stradone, abbandonando tra laltro
e comunque, per diverse ore la casa e la moglie con dentro tutta quella gente estranea
e armata, inverosimile! E mostra il chiaro intento di aggiustare (maldestramente)
in qualche modo la presenza e lassenza di Giacomo De Maria in quei momenti,
probabilmente al fine di non poterlo interrogare su quanto accaduto dalle 14 in poi
visto che viene dato per assente.
E questo vale, in ogni caso e tanto pi, anche per successive e contraddittorie
versioni, come per esempio quella del figlio Giovanni, che invece afferma che il padre
Giacomo De Maria ben sapeva della identit dei suoi due ospiti.
Molti anni dopo, infatti, uno dei figli dei De Maria, Giovanni (detto Bardassa) rilasci
una intervista a Gente del 2 luglio 1993, avallata anche da una figlioccia dei De
Maria (Marisa Ferri Colombo nata nel 1940) dove, riassumendo lessenziale, disse:
a) che quando dormivano, lui e il fratello, gi da alcune ore, Lia De Maria (quindi non
il padre, n.d.r.) li svegli per larrivo di persone importanti e li mand a dormire in
una baita, quella dei Cadenazzi, alquanto lontano e tra laltro pioveva;
b) che tornarono a casa solo due giorni dopo;
c) che nel paese si era sparsa la voce che il pomeriggio del 28 aprile il Duce sarebbe
transitato prigioniero sulla strada provinciale;
d) che il padre, Giacomo, and a questo evento, pur sapendo che Mussolini era in
casa sua, anche per non destare sospetti;
e) che Mussolini e la Petacci, quando vennero prelevati verso le 16, lasciarono tutto il
cibo sulla cassapanca.
A parte comunque i resoconti depoca del poco attendibile Lanfranchi, [6] infarciti
come erano dei tanti luoghi comuni e dicerie del tempo, tutti questi particolari
contraddittori, che la letteratura in argomento ha spesso riportato con una girandola
di variazioni, sono inoltre aggravati, come vedremo nel successivo Capitolo 15, da un
paio di testimonianze di donne del posto (Rosa di Rizzo e Carla Bordoli) che dissero
di aver visto la De Maria in strada proprio verso le 16.
Se queste testimonianze fossero degne di fede, ma purtroppo non possibile averne
certezza, tutta la sua presenza in casa e i relativi racconti della Lia De Maria
sarebbero evidentemente falsi e deve presumersi che furono suggeriti e imposti.
Allantifascista Bolognini, invece, la Lia De Maria avrebbe raccontato:
<Varie donne vennero a chiamarla, gridando dalle strade vicine, dal prato, per
andare verso il lago. A tutte ella rispose che non poteva. Aveva degli ospiti e non
poteva muoversi, per suo marito and con gli altri del paese>>.
Il ricercatore storico Marino Vigan ci rende anche noto un racconto della Lia De
Maria che venne fatto a un certo Giovanni Bianchi dopo tre o quattro giorni dal 28
aprile. La De Maria gli raccont che una guardia, posta fuori a curare i prigionieri, si
sent dire da Mussolini se mi lasci libero ti regalo un Impero. E aggiunse anche la
De Maria che forse Mussolini era oramai svanito di testa, il che veramente singolare
visto che la sera prima a Dongo e Germasino era apparso nel pieno possesso delle sue
facolt mentali.
Ma guarda caso, questa dellImpero, proprio la frase assurda che Audisio disse che
Mussolini gli aveva rivolto e che probabilmente, imbeccata alla sprovveduta
contadina, questa lha riportata a modo suo forse scambiando anche momenti e
personaggi (sempre ovviamente che anche questa confidenza del Giovanni Bianchi
sia veritiera).

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Il pomeriggio del 28, alle quattro, cos raccont la De Maria al Bolognini, sente
bussare alla porta: le si presenta un uomo che le chiede se nella sua casa vi siano due
ospiti. Rivela una fretta indiavolata. Lia racconter che non lha neppure potuto
vedere bene, tanto aveva fretta. Con lui un partigiano, il Moretti, che si offre di fare
strada al nuovo venuto essendoci stato la sera prima. [7]
Senza molti riguardi invitano la De Maria a ritirarsi in cucina (al primo piano, n.d.r.),
quindi li sente salire e, poco dopo, discendere, sempre frettolosamente; ode soltanto
alcune parole: siamo venuti per liberarvi, vi vogliamo liberare.
Poi riesce ad avvertire il rumore dei passi del gruppo che, in fretta, si avvia verso
luscita. Dallinferriata della cucina d uno sguardo al gruppo che si allontana, e vede
la Petacci con la pelliccia di visone :
<<una bella pelliccia marrone, fatta a strisce, il vestito verde; il cappellino (la
cuffia) che aveva quando arrivata di lana di pecora, dentro, non lha sulla testa,
lho ritrovato pi tardi nella sua camera.
Lui ha una giacca di impermeabile, color cachi, calzoni verdi con la banda nera in
mezzo e gli stivaloni; in testa una bustina da soldato, grigioverde.
E tutto fasciato con bende sulla faccia. Ha libera la fronte per met, il naso, la
bocca e un p al mento>>.
Li vede dirigersi in su, verso il paese, non per il sentiero che mena allo stradone dal
quale erano venuti.
Quanto la donna avrebbe detto al Bolognini (anche il figlio della De Maria Giovanni,
disse che la madre vide, dalla finestra di cucina, andar via il gruppetto con la Petacci e
la sua pelliccia), alquanto incongruente, misto di mezze verit e menzogne, non si sa
bene se della De Maria stessa o manipolate dal Bolognini (o entrambe le cose).
Infatti, come ebbe a rilevare lo Zanella nel suo Lora di Dongo gi citato:
<<intanto la De Maria difficile che sappia esattamente da dove sono venuti i
prigionieri nella notte precedente, poi un po difficile che la stessa, spedita in
cucina, abbia sentito distintamente il siamo venuti a liberarvi detto ai piani pi
sopra e probabilmente sulla porta della stanza di Mussolini.
E poi assurdo, come anche fu asserito, che i due partigiani di guardia abbiano
abbandonato il posto per andare a mangiare in cucina con De Maria, lasciando
incustoditi due cos preziosi prigionieri.
Il particolare della fasciatura di Mussolini, ricavato probabilmente dal racconto
fatto per il viaggio notturno da Dongo , oltre che assurdo, privo di logica.
Il Duce in ogni caso ha pantaloni color giallo coloniale e non verde (ma questo un
particolari minore), mentre il giaccone impermeabile sembra proprio una
adattatura alla foto di piazzale Loreto che ritrae il cadavere di Mussolini sul selciato
con un giaccone inusuale (oltretutto privo di colpi, n.d.r.) che poi spar.
Pi importante invece il fatto che la Petacci vestita di marrone, non di verde, ma
forse il vestito verde della donna deve essere stato nel bagaglio lasciato la notte
precedente dalla Gianna la Tuissi (come alcuni elementi fanno ritenere) e questo
in parte conferma lallestimento della stanza, dopo aver spedito via i figli che vi
dormivano>>.
In base alle testimonianze depoca, raccolte dallagente americano Lada-Mocarski,
questi lamentandosi del fatto che le informazioni erano di seconda mano e reticenti,
scrisse che Mussolini indossava un pastrano color grigio ferro con il bavero allins e
il berretto calato sugli occhi, mentre la Petacci un tailleur semplice, grigio e una cuffia
di seta sulla testa. Entrambi calzavano stivali da equitazione neri.

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Anche altri resoconti della De Maria attestano che lei avrebbe visto arrivare verso le
15,30 il gruppo degli esecutori, descritto minuziosamente, ed in qualche occasione
avrebbe indicato addirittura, ai giornalisti che gli mostravano varie foto del probabile
Valerio, una volta si, ed una volta no, la foto di Luigi Longo! E sembra anche che
indic, come probabile Valerio una foto di Audisio con i baffetti (che per Audisio in
quei giorni forse non portava). [8]
Un altra volta afferm che i prigionieri furono prelevati mentre lei lavava i piatti dopo
aver mangiato (forse le 14?). Insomma tanta confusione e molte contraddizioni.
E indubbio che tutti questi ricordi vanno presi con poca credibilit, meno ancora per
il modo in cui vennero raccolti da cronisti e giornalisti depoca, per i resoconti dei
quali, oltretutto non c neppure la garanzia che le testimonianze siano state riportate
fedelmente.
Ma ancor pi sconcerta una delle sue descrizioni del colonnello Valerio che la De
Maria ebbe a fare al giornalista Franco Serra nel 1962:
<<Era un signore alto e magro che indossava un impermeabile chiaro e portava un
basco in testa. Era seguito da due partigiani armati>>.
Descrizione questa che non si addice a Walter Audisio e forse corrisponde pi ad Aldo
Lampredi, tranne forse il particolare mancante degli occhiali (qualcuno dice a
Longo)!
Nel 1954, un ignoto e perspicace Relator, fiutando le bufale, intu molte stonature in
questi racconti, cos come, alcuni anni dopo, anche il Bandini.
Forse una testimonianza diretta a cui riferirsi quella rilasciata dalla signora De
Maria a 71 anni (allepoca dei fatti ne aveva 43) al giornalista Marco Nozza e
pubblicata sul Giorno del 2 febbraio 1973.
Leggendola si ha la netta sensazione che la signora fu alquanto consigliata ed
oramai aveva imparato a memoria il copione, anche perch quella intervista era
forse una indiretta risposta allannunciato servizio esplosivo di Franco Bandini, che
su Storia Illustrata, proprio del febbraio 73, presentava la sua clamorosa ipotesi
della doppia fucilazione.
Vediamo i passi salienti della testimonianza di Lia De Maria al Giorno:
<<A mezzogiorno ero salita su di sopra al secondo piano dove cerano i due
prigionieri...
... chiedo al Mussolini che cosa che vuole da mangiare. Premetto, non sapevo
ancora che era Mussolini. Quando ce lhanno portato nella notte era tutto bendato,
poi si era sbendato e a noi ci venuto il sospetto, assomigliava. Ma uno dei
partigiani che faceva la guardia, non ricordo se il Lino o il Sandro, aveva detto di
no, che non era Mussolini (un racconto a scusante difficile da credere in pieno,
n.d.r.). Be, vado su e chiedo cosa vogliono da mangiare, Mussolini dice: Quello che
c. Io dico, c del pane e del salame. La Petacci dice: Io polenta calda e latte.
(come vedesi una vera e propria ordinazione! n.d.r.).
Sono scesa e di l a poco sono risalita con due piatti. Gli ho portato anche un p di
formaggio del nostro. Ci sono rimasta male quando mi sono accorta che non lo
avevano nemmeno assaggiato (stranamente altri e sia pur inattendibili resoconti,
per, non citano gli avanzi di formaggio, n.d.r. Comunque fino a questo momento,
direttamente dalla De Maria, si dovrebbe interpretare: 1. che fu la De Maria che and
nella stanza; 2. che i prigionieri accettarono il cibo; 3. che probabilmente lo
mangiarono visto che la donna cita solo avanzi del suo formaggio)>>.
Quindi successivamente la De Maria dice di essere rimasta in casa:
<<Non sono mai uscita, nemmeno per un attimo. Mi sono messa a fare i mestieri...

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Continuavo a chiedermi: quand che vengono a prenderli quei due di sopra? ... per
uscire il duce e la Petacci dovevano passare davanti a me>>.
Il giornalista gli chiese se ricordava qualche fatto accaduto prima delle 16.
<<Certo che lo ricordo, e se lo ricordano tutti qui a Bonzanigo, ma anche a
Mezzegra e a Giulino. E successo verso le 14 presso a poco. Si sente un gran vociare.
Mio marito va fuori a vedere che cosa c. Torna subito dopo e fa: Gi ad Azzano
passa il Duce. Lhanno preso a Dongo lo fanno vedere alla gente. Mio marito parte
come una furia per andare gi ad Azzano sullo stradone vicino al Lago (e starebbe
poi fuori per ore lasciando la moglie sola in casa con gente armata!! n.d.r.).
Ma tutti quanti andavano gi, mio marito non era lunico. Tanto che a un certo
momento il Lino mi dice se vado gi anchio. Come faccio ad andare gi, dico io,
pensando a quei due di sopra. E lui: Non vada, non vada, perch tanto il Mussolini
non passa mica gi>>
Come invece abbiamo visto il figlio dei De Maria raccont nel 1993 al settimanale
Gente che il padre sapeva benissimo chi aveva in casa, ma and ugualmente sulla
strada per non destare sospetti: bella combriccola di onesti e limpidi testimoni! E
questa una costante di tutta la vulgata, dove cambia qu, aggiusta l, alla fine si crea
una incongruenza totale. Ma c di pi: come leggeremo nel prossimo Capitolo 15, a
dar retta ad un paio di testimonianze di gente del posto, la De Maria, usciti i suoi
ospiti e i partigiani di casa, venne vista in strada. Qualcosa, decisamente, non quadra.
Quindi la De Maria, racconta ancora a Nozza del Giorno che alle 16 vennero tre
sconosciuti partigiani a prendere i prigionieri, e di questi partigiani dice:
<<Mai visti. Uno aveva un bordino sul capo, gli altri due erano in borghese>>.
Ed aggiunge anche che il Neri il Canali, non cera.
Ma, ci si domanda: visto che tra questi tre sconosciuti doveva esserci il Michele
Moretti che lei aveva ben conosciuto la notte precedente, come mai ora dice che
questi tre partigiani erano tutti sconosciuti?!
E arriviamo al gran finale, dopo che Mussolini e la Petacci sono stati portati via.
Dice la De Maria:
<<... poi vado avanti a fare i mestieri (ma guarda caso non tornerebbe su in camera
dei prigionieri a sparecchiare, tanto che la sera la camera resta bella e pronta per
mostrarla ai primi curiosi! n.d.r.).
Passano 20 minuti e sento dei colpi di mitra. Cosa succede dico tra me. Lho saputo
dopo avevano fucilato Mussolini.
(Il cancello di Villa Belmonte, su via XXIV maggio, si trova dalla parte opposta di casa
De Maria, ma lei avrebbe ben distinto, nonostante che quel giorno, specialmente dalle
colline ogni tanto veniva qualche scarica di armi da fuoco, dei colpi di mitra della
fucilazione! n.d.r.) Verso sera da Azzano tornato mio marito>>.
Vale la pena ritornare sulla strana anomalia che la sera del 28 aprile la stanza sar
fatta vedere ai coniugi Carpani (sempre che anche questo sia vero), mentre il giorno
dopo e per circa altri 3 giorni fu impedito ad un fotografo, di farvi delle riprese.
Se in quella stanza, come vedremo, cera stato un ferimento di Mussolini al mattino,
tramite un paio di colpi di pistola, si era poi avuto il tempo per ripulirla ed allestirne
la messa in scena, ma forse poi qualcuno pens bene che non era opportuno
riprendere delle foto fino a quando non si fosse sicuri che nulla di quanto accaduto
potesse emergere dagli scatti fotografici.
Lo Zanella ebbe a rilevare che si sosteneva, a garanzia della buona fede di questa
coppia di sprovveduti contadini, che la De Maria dai partigiani ebbe un compenso
di 5.000 lire e poi restitu 2.000 lire, volendo cos attestare il suo disinteresse

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

complessivo e la genuinit delle versioni fornite. Ma non si pu, allora, aggiunse lo


scrittore storico, anche sottacere, come era ben noto, che attorno a quella casa sorse
un discreto commercio, oltre che di cartoline del posto, anche di asciugamani, federe,
cuscini, suppellettili, ecc., un feticismo di oggetti attribuiti al Duce e la Petacci
richiesti dai visitatori che passavano da quelle parti.
Ed ancora, non si pu inoltre sottovalutare il fatto che, proprio Giacomo, nonostante
il figlio poi lo abbia negato, ma allepoca e per molto tempo era risaputo, and
allestero (non si capito se in Canada o in Svizzera) proprio poco dopo quei tragici
fatti.
In ogni caso a nostro avvisto questi due contadini non erano poi cos sprovveduti e
sapevano bene come comportarsi visto che Giacomo era un uomo che era stato a
lavorare anche in Svizzera (la moglie dice che era stato anche partigiano, mah...), ma
oltretutto avevano spesso nascosto in casa gente ricercata (il Canali per esempio) con
tutti i rischi e la prudenza che questo comportava. Giacomo, come ricord Urbano
Lazzaro, sottoscrisse nel 1946 anche un contratto per un ciclo di conferenze, poi non
tenute, assieme ad Urbano Lazzaro e Bellini, e chiss quanti e quali altri accordi non
conosciuti aveva in auge. Di certo non era ingenuo.
Recentemente, nel 2006, in un editoriale di un capitolo del suo libro illustrativo e
iconografico del comasco Lario nascosto, Franco Bartolini, Editoriale 2006, ha
riportato una importante, ma purtroppo rimasta anonima, informazione (la persona
per prudenza non voleva apparire).
Vi si afferma, ma la stessa cosa, sempre in via confidenziale, si era sentita anche da
altre parti, che un discendente dei coniugi De Maria, avrebbe riferito che la sua
parente gli diceva di aver dovuto pulire dal tanto sangue quella camera.
Una conferma, sia pure informale, che la mattina del 28 aprile dentro casa De Maria
accadde qualcosa di affatto diverso da quanto poi raccontato.
Del resto storielle di vario genere cominciarono subito a circolare sulla stampa.
Linchiesta Lanfranchi dellautunno 45
Tanto per ridere un poco, ad esempio, ecco come Ferruccio Lanfranchi sul
Corriere dInformazione del 24/25 ottobre 1945, sotto il titolo Come il colonnello
Valerio giustizi Mussolini, ricostru con buona fantasia, la mattinata del 28 aprile
in casa de Maria anticipando la relazione ufficiale del colonnello Valerio che
pubblicher lUnit di novembre dicembre 1945, introducendo di fatto un misto di
piccole verit, mezze verit, imprecisioni e menzogne che, dopo le scarne note di un
misterioso giustiziere, riportate dallUnit il 30 aprile 1945, possono considerarsi
lanteprima della vulgata e al contempo un principio di revisione della stessa:
<<Mussolini si rivest rapidamente e dalla porta, a cui non era stato mai tirato da
di fuori il catenaccio, sporse il capo sul ballatoio domandando agli uomini di
guardia: Che succede, vero che gli americani sono gi arrivati a Como? ,
Parrebbe di si fu la risposta. Il suo viso si rabbui e si ritrasse subito.
Poco dopo Giacomo De Maria entr nella camera per chiedere agli ospiti se
abbisognavano di qualche cosa. Era ormai trascorso il mezzogiorno ed avevano
fame. Il Mussolini non era pi bendato, il De Maria lo riconobbe e corse dalla
moglie che sulle prime credette che si burlasse di lei....
I De Maria offersero per la colazione quanto avevano: latte, polenta, salame.

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

La Petacci grad molto latte e polenta, mentre lex duce prefer pane e salame... I
due mangiarono di buon appetito, non cera tavolo nella stanzetta, Giacomo De
Maria port una cassa che capovolse e ricopr con un panno. ..
Le ore del pomeriggio trascorrevano lente, Lino e Sandrino erano sempre pi
stanchi... Il villaggio sonnecchiava e le sue stradicciuole erano deserte, tuttavia
qualcuno vide fermarsi al limite della carrozzabile una automobile nera, una Fiat
1100 targata Roma.
Ne scese un gruppetto di persone che subito si inoltr nel dedalo delle tortuose
viuzze guidato da persona esperta, era infatti il Capitano Neri.
Era con lui il commissario politico della 52 Brigata garibaldina Pietro Gatti, essi
accompagnavano un ufficiale superiore dei partigiani il Colonnello Valerio.
Entrarono nella stanza in cui si trovavano Mussolini e la Petacci ed il colonnello
Valerio fu udito esclamare: Siamo venuti a liberarti. ...
Troppo gentili! Questa scena ci stata ricostruita da Lia De Maria nel maggio
scorso nel corso della nostra prima inchiesta.
Abbiamo ora chiesto a Sandrino [il Cantoni n.d.r.] una conferma, ma questi non
rammenta il particolare.....
La Petacci aveva o non aveva la pelliccia? Sandrino ci ha assicurato di si, che la
teneva su un braccio quando la scarica la abbatt, tanto vero che venne forata da
qualche pallottola. Altr invece escludono che la Petacci quando era arrivata a
Bonzanigo avesse la pelliccia. Il partigiano Sandrino ci ha fatto il suo racconto in
presenza del suo compagno Ivan (Duilio Copes di Sorico)....
La piccola comitiva infil via del Riale seguendo poi la via Mainoni dIntignano, a
met di questa via Mussolini sost un attimo come preso da un capogiro....
Ma poi lex Duce si riprese subito e prosegu speditamente per via XXIV Maggio
raggiungendo il ponte dal quale si accede allabitato di Bonzanigo. Qui la comitiva
fu scorta da pi persone, tra cui alcune donne intente a lavare dei panni ad un
pubblico lavatoio. Tutti salirono in macchina, questa prosegu per la via XXIV
Maggio fermandosi davanti al cancello della villa Belmonte al numero 14 ove la
strada fa gomito....
A sinistra, guardando il cancello, Mussolini e la Petacci furono giustiziati. Da chi?
Certamente dal colonnello Valerio>>.
E da allora, pi o meno su questo clisc, integrandolo, modificandolo,
correggendolo, aggiungendo o sottraendo attori, complicandolo ancora, e quantaltro,
girarono tanti aneddoti e storielle di questa vicenda.
I coniugi De Maria si adattarono perfettamente a tutto landazzo, sia con la loro
riservatezza che con il copioe oramai recitato a memoria e, a quanto sembra, non
disdegnarono affatto il commercio di oggetti simbolici relativi alla tragica vicenda di
Mussolini.
Giacomo De Maria mori nel 1971 a 71 anni, mentre la Lia Faggi in De Maria mori nel
1984 a 81 anni. Portarono nella tomba il loro penoso segreto.

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CAPITOLO 12

TESTIMONIANZE DEI DE MARIA

Note:
[1] Carlo Cetti, Come fu arrestato e soppresso Mussolini Como 1945 (redatto il 15.5.1945).
[2] Vedi A. Zanella Lora di Dongo, Rusconi 1993.
[3] Luigi Carpani era un milanese sfollato a Mezzegra. Sul Giorno del 2 febbraio 1973 rilasci una
intervista a Marco Nozza. Saputo della fucilazione di Villa Belmonte, corse a vedere e trov i morti.
Saputo che i fucilati erano stati a casa De Maria vi si rec poi con la moglie. Qui trov tutto il cibo sulla
cassapanca pressoch intatto. Disse di aver anche visto il cappotto con i gradi di Mussolini. La
signora Genevive Mantz in Carpani ha ripetuto questa testimonianza molti anni dopo, aggiungendo
anche che nella stanza cera un caschetto daviatore della Petacci che lei volle provarsi
(probabilmente cera anche la tuta, come mostrano delle foto scattate giorni dopo, ma c anche il
sospetto che la tuta venne aggiunta successivamente per arricchire la messa in scena).
[4] Vedi: M. Vigano: Un istintivo gesto di riparo. Palomar N. 3 - 2001.
[5] Come accennato, per rimediare a tutte questa ridda di voci, venne sostenuto un po assurdamente,
da vari scrittori resistenziali, che i coniugi De Maria ignorarono lidentit dei prigionieri, qualcuno dice
addirittura fino al mattino del 29 aprile. A proposito del recarsi della gente del paese, nel pomeriggio
sullo stradone, era stata fatta circolare ad arte la voce che, il Duce prigioniero, sarebbe passato da
quelle parti. Il Bandini sostiene che le testimonianze sono numerose, esplicite e decisive. Ed in effetti
questo fatto stato confermato anche da fonti resistenziali e dagli stessi coniugi De Maria.
[6] Il Lanfranchi asser persino, al tempo del processo di Padova nel 1957, che Sandrino-Menefrego
gli aveva riferito di una discussione avvenuta in casa al mattino, perch a Mussolini era stato servito
pane bianco mentre a loro, nero, con insinuazioni, inoltre, a prodezze amatorie (?) del Duce:
rivelazioni da rotocalco.
[7] Visto che il Moretti era gi stato in quella casa, sa tutto ed era conosciuto, perch invece si
sarebbe fatto avanti questo estraneo indiavolato a domandare incredibilmente se cerano ospiti in
casa?! Anni dopo, per nel 1973, in una intervista diretta fatta al Giorno, come vedremo, la De Maria
disse che non conosceva i partigiani arrivati verso le 16 a prelevare i prigionieri.
[8] La faccenda dei baffetti di Audisio controversa, una foto
del giorno 30 aprile 45 ce lo mostra senza, ma Italo Pietra in
un racconto ad Oggi Illustrato del 28 maggio 1962, rifer, circa
una riunione precedente alla missione di Audisio: <<era un
uomo di taglia media, con i baffi neri, un viso lungo e pallido,
un basco in testa e un impermeabile chiaro sulle spalle.
Apprendemmo in seguito che si chiamava colonnello
Valerio.>>. Un testimonianza, questa del Pietra, a anni di
distanza, che ha tutta laria di conformarsi a certi racconti
conditi dalla presenza di un basco e di un impermeabile
chiaro. Secondo il Lazzaro, la De Maria a lui e allo storico
Duilio Susmel, ebbe invece a riferire che quando vennero
non erano ancora le quattordici. Insomma un balletto di
testimonianze, forse alcune manipolate se non addirittura
inventate da qualche giornalista, tutte palesemente
inattendibili.
Qui in foto a lato: E il 30 aprile 1945 e qui, nel ritaglio di una
pi ampia foto celebrativa, si vede il generale Raffaele
Cadorna, comandante, pi che altro nominale, del CVL ed il
cosiddetto colonnello Valerio, Audsio (che non porta i baffi e
mostra una barba incolta) del quale dicesi, due giorni prima,
ha compiuto la sua gloriosa impresa di fucilatore.
Devesi dedurre che Audisio il 28 aprile non portava i baffetti ed
in effetti nessuno lo cita con i baffetti, tranne Italo Pietra,
comandate delle Divisioni dellOltrep in una sua tardiva
rievocazione.

210

CAPITOLO 13

LE FAVOLETTE DI SANDRINO

Le favolette di Guglielmo Cantoni Sandrino


Delle testimonianze dirette di coloro che frequentarono casa dei De Maria
dobbiamo purtroppo rinunciare alle relazioni di Luigi Canali, il capitano Neri, della
Giuseppina Tuissi Gianna, in quanto essendo stati eliminati, il primo intorno al 7
maggio 45 e la seconda verso fine di giugno 45, ci hanno lasciato, qua e l, solo
qualche sporadica confidenza (oltretutto non molto credibile o riportata in modo
alterato) sui fatti che li avevano visti protagonisti.
E oltretutto mancano le testimonianze di Giusuppe Frangi Lino, che usc di scena
addirittura solo dopo una settimana dalla morte di Mussolini.
Ci resta quindi pi che altro la testimonianza di un reticente e/o fantasioso Guglielmo
Cantoni il Sandrino-Menefrego che con il pi anziano Frangi Lino stette di guardia ai
due celebri prigionieri in quella casa.

Giuseppe Frangi Lino, colui che usc subito di scena


Tra i testimoni diretti dobbiamo dunque escludere
Giuseppe Frangi Lino [1] (foto a lato) uno dei due
carcerieri del Duce in casa De Maria, in quanto mor, in
piena notte, in uno strano incidente il 5 maggio del 1945.
Quel giorno fu trovato morto sul greto del fiume Albano che
sfocia nel centro di Dongo, a causa di uno strano incidente di
fucile. La versione che circol era che il Frangi si era
addormentato sul suo mitra dal quale sarebbe partita una
raffica che lo aveva attinto al capo, ma venne subito ritenuta
inconsistente, anche perch, oltre alla anomala dinamica di
sparo, la sua presenza in quel luogo e a quellora ponevano
dei seri dubbi (chi disse che era in servizio di perlustrazione,
chi disse invece che aveva appuntamento con il Canali Neri,
di cui era amico, ecc.).
Oggi si ritiene che venne eliminato, ovviamente con il consenso, se non su direttiva,
comunista. Ma c ancora chi sostiene che invece si tratt proprio di un incidente.
Molti anni dopo Michele Moretti, sicuramente bene informato sulle vicende
comuniste nel comasco, ebbe espressamente a dichiarare:
<<Per quel che ne so io, Frangi stato eliminato da alcuni compagni perch faceva
cose strane, molti non sopportavano pi il suo agire>> [2]. Se lo dice lui.
La sera del 28 aprile Lino si present a Dongo, sbraitando come un invasato verso i
prigionieri fascisti, che lui con il suo mitra aveva ammazzato Mussolini. Nei giorni
successivi il Frangi, soprannominato Diavolo rosso, si rese responsabile di alcune
aberranti e feroci esecuzioni di prigionieri fascisti o presunti tali che lui e altri si
andavano arbitrariamente a prendere per eliminarli in malo modo.
Che fosse stato eliminato perch, testimone della morte del Duce, tendeva a parlare
troppo, ritenuto possibile da molti. Urbano Lazzaro Bill asser, ma molti anni dopo
e comunque, data la morte del Frangi, non possiamo sapere se tutto questo risponde
al vero, che il Frangi gli avrebbe detto espressamente che la versione apparsa il 30
aprile 45 sullUnit era falsa, dandogli appuntamento in seguito (incontro che non
avvenne per la sua sopraggiunta morte) per raccontargli la verit.

211

CAPITOLO 13

LE FAVOLETTE DI SANDRINO

Le favolette di Guglielmo Cantoni Sandrino


Laltro carceriere in casa De Maria, Guglielmo
Cantoni Sandrino - menefrego, [3] (in una foto a lato, del
1956) a volte raccont qualcosa, poi ritratt, infine si chiuse
in un silenzio frutto di eloquente paura.
Le testimonianze del Cantoni sono sostanzialmente
inattendibili, ma era anche noto che questo giovane
partigiano aveva stilato un suo memoriale, sicuramente per
premunirsi dal fare la fine del Frangi Lino e del Canali
Neri, nel quale aveva scritto la verit sui fatti a cui aveva
partecipato e lo aveva affidato ad un suo amico, una
personalit, gi sindaco di Gera Lario, tale Giuseppe
Giulini (a cui il Cantoni aveva salvato la vita perch i
partigiani volevano ammazzarlo), ma poi il Cantoni mor prematuramente e questo
memoriale, alla morte del Giulini, guarda caso, scomparso.
I fautori della vulgata ovviamente sostengono che sono tutte balle e che Sandrino
non scrisse alcun memoriale, che infatti non venuto fuori. Ovviamente, in caso
contrario, indirettamente risulterebbe palese la falsit della vulgata stessa [4].
A maggio 1945 in una confidenza a Oreste Gementi Riccardo (al comando della piazza di
Como) e poi in una intervista al giornalista Ferruccio Lanfranchi e successivamente
nel 1956, in una intervista a Giorgio Pisan, quasi subito ritrattata per iscritto, il
Cantoni rilasci alcune testimonianze dalle quali, in sostanza, si nota come questo
partigiano, nel primo dopoguerra, non fece altro che adeguarsi alle voci sul Moretti
sparatore che giravano nel comasco ed a un rapporto di una certa Angela Bianchi al
CLN comasco, fatto nei giorni successivi alla morte di Mussolini, che indicava
Mussolini prima attinto da un paio di colpi di revolver al fianco e poi mitragliato.
Forse il Sandrino riteneva, ingenuamente, che quanto allora si diceva nel comasco, si
potesse anche divulgare alla stampa. Quel rapporto invece venne ignorato dal PCI
che a novembre dicembre 45 impose la sua versione dei fatti sullUnit riportando
relazioni del colonnello Valerio, dalle quali oltretutto doveva risultare che Sandrino e
Lino il Frangi non erano presenti alla fucilazione al cancello di Villa Belmonte.
Il Lanfranchi sul suo Corriere dInformazione del 24-25 ottobre 1945, aveva scritto:
<< Sandrino afferma aver visto il colonnello (Valerio, n.d.r.) sparare due colpi di
rivoltella che raggiunsero il Duce ad un fianco. Ma non cadde, allora Pietro Gatti
(Moretti, n.d.r.) che stava presso Valerio spian la pistola mitragliatrice di cui era
armato abbattendo contemporaneamente con la stessa scarica Mussolini e Claretta.
Mussolini cadde su un ginocchio appoggiando un gomito a terra. Sandrino ci
mostr esattamente la postura imitandolo>> Il Lanfrachi aggiunse anche che a
questa testimonianza era presente un amico di Sandrino, di Sorico.
A nostro avviso in quei mesi estivi e autunnali del 1945 Sandrino and in parte a
ruota libera usufruendo di un certo vuoto di informazioni che era seguito dopo la
versione dellUnit del 30 aprile 1945. Egli forse riteneva che fosse anche possibile
ricalcare le notizie che nel comasco erano in bocca a tutti. Quasi subito per, il
Cantoni venne richiamato allordine. Ricorda Michele Moretti che nellautunno del
45: <<Il 25 ottobre arriv in citt Francesco (Pietro Terzi n.d.r.) dicendomi che era
incaricato di portarmi a Clusone dove con Ettore (Luigi Corbetta) Sandrino
(Guglielmo Cantoni), Renzo Bianchi, Pizzotti e Buffelli (il finanziere Giorgio Buffelli
altro chiacchierino che andava spesso a ruota libera, n.d.r.) avremmo dovuto cercare
212

CAPITOLO 13

LE FAVOLETTE DI SANDRINO

di ricostruire la storia dei fatti di Dongo. Dirigeva la discussione Pizzotti che non mi
parve allaltezza del compito affidatogli. A Clusone ci fermammo dal venerd a
domenica sera>> [5].
Dunque, proprio mentre il Lanfranchi pubblicava sul Corriere dInformazione i suoi
servizi di ottobre, testimonianza di Sandrino compresa, questo gruppetto di
compagni e assimilati ricevette la disposizione di riunirsi e lo far per oltre due
giorni, per ricostruire (o per collimare ed aggiustare?) una versione sui fatti di Dongo
ovvero larresto e ovviamente luccisione del Duce, la faccenda del tesoro razziato, i
documenti di Mussolini scomparsi e quantaltro. Non crediamo che fu quella una
allegra scampagnata per ricordarsi e precisare particolari dimenticati.
Fatto sta che tempo dopo il Sandrino risult per un certo periodo irreperibile, si
diceva che era andato (o mandato?) a lavorare in Svizzera, ma niente di sicuro.
Ma il Sandrino, una decina di anni dopo, forse credendo che ora fosse possibile dire
qualcosa, ci ricasc rilasciando a Giorgio Pisan, che lo pubblic sul settimanale Oggi
del 1 marzo 1956, un altra versione simile, ma anche diversa da quella resa al
Lanfranchi nel 1945:
<<Ci lanciammo gi per la scorciatoia: in meno di quattro o cinque minuti ci
trovammo infatti nuovamente sulla strada ed ecco ci che vidi: allorch mi girai
sulla destra per assicurarmi che stesse scendendo lautomobile con Mussolini.
A meno di cinquanta metri da me, Mussolini e Clara Petacci si stavano accostando
al cancello di una villa con il viso rivolto per a Michele Moretti che era fermo
davanti a loro con il suo mitra spianato. La scena fu fulminea: in quel preciso
istante Moretti scaric sui due prigionieri una raffica di mitra.. Moretti corse
incontro a me e Lino con viso felice, ci grid una frase che suonava pi o meno cos:
siamo stati noi della 52ma ad avere lonore di uccidere Mussolini.
Nei brevi istanti intercorsi fra la raffica esplosa da Michele Moretti e il suo avviarsi
verso di noi, io avendo avuto la sensazione che qualcuno stesse salendo dalla
costiera verso di noi, girai per un momento il capo indietro e , in quel breve lasso di
tempo, ricordo di aver udito distintamente i colpi di grazia, ma non posso dire se
questi furono esplosi da Moretti, da Valerio o dallaltro sconosciuto partigiano
(Lampredi)>>.
In ogni caso quel che pi importava, a dar credito al Pisan, era il fatto che il
Sandrino, forse invogliato dai compensi che la rivista prometteva, gli aveva confidato
che cera ben altro da raccontare, ma ora non era il momento di farlo [6]. Inoltre aveva
chiesto al Pisan di togliere una frase che lui aveva detto, ovvero quella che gli era
sembrato che Valerio avesse sparato su dei cadaveri.
Fatto sta che prima ancora che il settimanale andasse in edicola il Cantoni con un suo
biglietto autografo, pubblicato dallUnit, ritratt tutto dichiarando che aveva
rilasciato quella intervista perch invogliato dal compenso che gli avevano dato
(100.000, che poi invece erano 120.000 lire, una bella sommetta che restitu). Dopo
la sua ritrattazione il Cantoni, evidentemente minacciato, si chiuse in un ostinato
silenzio e per qualche mese and anche a lavorare in Svizzera.
Accennando a Sandrino, Urbano Lazzaro Bill nel suo libro Loro di Dongo,
Mondatori 1995, ebbe a sottolineare la sua breve (oltretutto gli venne chiesto poco e
niente) e penosa testimonianza al processo di Padova, con queste significative parole:
<<Prima nega che Neri fosse presente alla fucilazione di Mussolini, ma costretto
poi ad ammettere che cera. Nega di essere stato presente alla fucilazione ed anche
di avere fatto la guardia ai due cadaveri. Mi fa pena Sandrino: mente in modo tale
che tutti si convincono che mente, ma egli sa che il rischio maggiore che sta
correndo quello di dire la verit>>.
213

CAPITOLO 13

LE FAVOLETTE DI SANDRINO

Note
[1] Giuseppe Frangi Lino, era nato nel 1911 nei pressi di Villaguardia (Como).
Nonostante le sue efferatezze, di cui si rese responsabile in quei giorni post liberazione e nonostante
che i suoi esecutori provenivano molto probabilmente dalle fila del partito comunista, ottenne dopo
morto, una sfacciata copertura della sua figura da parte del PCI che presenzi con varie autorit ai
suoi funerali.
[2] Vedi: G. Cavalleri Ombre sul lago Ed. Piemme 1995.
[3] Guglielmo Cantoni (Sandrino-Menefrego), del 1924 era nativo di Gera Lario. Aveva sposato
Savina Santi, anche lei ex partecipante alle lotte partigiane dalla quale ebbe tre figli.
Il Sandrino dopo la sua avventura si rifugi nel paese natio cercando di farsi dimenticare, ma si lasci
anche andare nel 1945 con il Corriere dInformazione di F. Lanfranchi a qualche confidenza non
gradita Nel 1956 fece poi altre rivelazioni, ad onor del vero poco credibili, a Giorgio Pisan per il
settimanale Oggi, rivelazioni che per ritratt pochi giorni dopo con tanto di suo scritto autografo
pubblicato dallUnit e in cui scrisse di aver raccontato balle perch invogliato dal compenso ricevuto
dal settimanale (120.000 lire di allora, una bella somma). Forse lo salv la sua giovane et dal fare la
fine del Frangi o forse il fatto che aveva stilato un memoriale segreto, ma il Sandrino morva
improvvisamente per infarto nel 1972.
[4] Per molte di queste testimonianze vedesi: G. Pisan, Gli ultmi 5 secondi di Mussolini, Il Saggiatore
1996. Pisan, oltre le confidenze della moglie del Cantoni, la vedova Savina Santi, riport le
confidenze di un notaio, di un parroco, e di altre persone per le quali sarebbe assurdo ritenere che il
Pisan si fosse inventato tutto, rischiando magari una denuncia. Certo queste persone non avevano
visto direttamente il memoriale dato al Giulini, ma le loro attestazioni di averne sentito parlare sono
ugualmente valide.
[5] Cavalleri Giamminola: Un giorno nella storia 28 Aprile 1945, Ed. Nodo 1990.
[6] A nostro avviso possiamo dare credito alla asserzione di Pisan, fatta moltissimi anni addietro, che
il Sandrino nascondesse un segreto su la morte di Mussolini, un segreto che allora non volle rivelare
perch, disse lex partigiano la pelle una e lui ci teneva. Questo solo particolare la dice lunga su
quanto al tempo venne tenuto nascosto.

Qui sotto: una pagina del Candido del 1957 che riferendosi al processo
di Padova, ricorda il servizio di Pisan gi pubblicato su Oggi nel 1956

214

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Testimonianze dellautista G. B. Geninazza


Analizziamo
adesso
le
incredibili
testimonianze
di
Giovani Battista Geninazza (qui a
lato in una foto, con tanto di
macchina, pochi giorni dopo i
fatti)
un
personaggio
che,
nonostante fosse ad Audisio
totalmente sconosciuto e anzi
addirittura estraneo al movimento
partigiano di cui non aveva fatto
parte, venne scelto per fargli da
autista da Dongo a Giulino di
Mezzegra, e che rappresenta uno dei testi pi inesplicabili nella morte di Mussolini.
Episodi, questi raccontati dal Geninazza che, a sfogliare lampia letteratura sulla
morte di Mussolini, ben pochi hanno riportato e anzi, si percepisce chiaramente che
ancor meno sono quelli che vi hanno creduto.
Giovanbattista Geninazza avrebbe dovuto essere, ma non lo stato, uno degli
elementi chiave che con la sua testimonianza, di persona presente alla fucilazione
poteva chiarire tutta la vicenda. Ma guarda caso, le tardive testimonianze di questo
testimone oculare, estraneo ai tre partigiani comunisti autori della fucilazione, poco o
nulla sono state utilizzate dagli storici, come se si ritenessero inaffidabili.
Eppure il Geninazza, a chi lo ha conosciuto ha dato limpressione di una persona
semplice, mite, e molto timorosa, non proprio un mitomane. sebbene anche
prevedibile che sia stato ben remunerato per le sue interviste allEuropeo nel 1956 e
al giornalista Marcello Bonicoli nel 1962.
Un altro caso Lonati?
A guardar bene il caso Geninazza molto complesso e per il suo possibile
misto di verit, mezze verit e inattendibilit, oltre che autoconvinzione, assomiglia
a quello di Bruno G. Lonati il partigiano che asser di aver lui ucciso Mussolini
assieme ad un misterioso agente inglese, tale John. Un racconto fantasioso con
elementi incongruenti e privo di prove concrete (vedi il prossimo Capitolo 20). Anche
il Lonati, al pari del Geninazza ha dato, a chi lo ha ascoltato, limpressione di una
apparente coerenza nei racconti, spontaneit e sincerit. Insomma ci si trova in
presenza di due persone per bene, ma resta il fatto che i loro racconti non sono
credibili, anche se sul Geninazza qualche riscontro sulla sua vicenda pur esiste.
Forse la chiave per capire che qualcosa non funziona nella testimonianza, pur
particolareggiata, di Geninazza la si pu intuire, oltre che da varie incongruenze, da
due eventi privi di riscontri presenti nelle sue testimonianze e/o nel suo memoriale,
pi un altro terzo particolare anche questo forse dubbio.
Ripetiamo, ai racconti del Geninazza, in parte sicuramente veritieri, ci si pu credere o meno,
ma se risultassero falsi, anche in parte, probabilmente costruiti sui tanti reportage e inchieste
del dopoguerra su quegli avvenimenti, si dimostrerebbe una attitudine a inventare episodi di
fantasia millantando crediti, non di certo per mitomania, ma per qualche altro motivo.

215

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Le testimonianze e il memoriale Geninazza


Leggendo le testimonianze e il memoriale di Giovanbattista Geninazza, ne
consegue una domanda obbligatoria: pu considerarsi quanto riportato dal
Geninazza, attendibile?
Questa domanda decisiva perch, se si dimostra, anche in parte,
inaffidabile il memoriale di Geninazza ed ovviamente le sue
testimonianze che sono sostanzialmente simili, cade anche tutta la
credibilit per una fucilazione al cancello di Villa Belmonte alle 16,10 del
28 aprile 1945 con tanto di Sparami al petto! di Mussolini.
Consideriamo allora attentamente questi racconti dellautista.
Come noto, Giovanbattista Geninazza, ventiseienne, dopo limpresa di Giulino di
Mezzegra del 28 aprile 45 con Audisio & Co., e una sua foto davanti alla storica auto
scattatagli dal fotografo Vincifori qualche giorno dopo, sparisce di scena: di lui appare
un breve articolo di Paolo Monelli su Tempo del 24 gennaio 1948, che ne pubblica
nome e foto del Gennazza vicino alla macchina che la didascalia dice utilizzata per
trasportare i cadaveri alla sottostante strada statale per caricarli sul camion; poi per
molto tempo, si rese irreperibile, sembra in preda ad una evidente paura.
Una volta rintracciato, a fine 1955, rilasci a Franco Bandini una serie di
circostanziate testimonianze, pubblicate dallEuropeo il 4 marzo del 1956, senza
rendere noto il suo nome di battesimo, come da accordi con il settimanale [1].
Settimanali che, allepoca, pagavano a peso doro testimonianze del genere.
Poco dopo, intorno al 1957, sembra che inizi a scrivere (per s?), su fogli di un notes
della ditta dove lavorava, un memoriale, nomato Riservatissimo, che per non
venne reso pubblico e che solo nel 2009, dopo la morte del Geninazza avvenuta nel
gennaio dello stesso anno, i suoi famigliari lo consegnarono allo scrittore storico
Pierangelo Pavesi che ne ha pubblicato stralci sul giornale Libero del 25 aprile 2009 e
poi lo ha riportato nel suo libro Sparami al petto Edizione del Faro 2012.
Nel 1962, infine, il Geninazza si prest per incidere un breve disco di vinile nel quale
racconta solo la sua impresa da autista, precettato da Audisio e Moretti a Dongo.
Nella dispensa che accompagna il disco, per, curata dal giornalista Marcello Bonicoli
e titolata Io cero Inchiesta sulla morte di Mussolini, Aletti editore, il giornalista
riassume alcune note storiche, forse su informazioni dategli dal Geninazza,
riportando anche particolari precedenti a quella impresa, come per esempio il fatto
che lautista dice di essere andato, la notte del 27 aprile 1945, assieme al comandante
Pier Bellini delle Stelle Pedro a prelevare Mussolini a Germasino e di averlo poi
portato a Dongo dove lo riunirono con la Petacci e quindi, anche con un altra auto,
pi il Capitano Neri, alias Luigi Canali, Michele Moretti (dimentica per la
Giuseppina Tuissi Gianna) finirono a Bonzanigo.
La semplice constatazione che il Geninazza avesse per tanti anni conservato in
famiglia questo suo memoriale, dove raccont un paio di particolari fortemente
divergenti dalla versione di Audisio (per esempio il fatto che Audisio non era salito in
casa De Maria, ma era rimasto vicino a lui sulla piazzetta con il Lavatoio e quello che
Mussolini grid sparami al petto!), che pur aveva gi raccontato a Franco Bandini,
ed altri inediti, oltre al fatto che le sue versioni sono alquanto simili, potrebbe far
ritenere che siamo in presenza della verit.
Noi per nutriamo seri dubbi per tutta una serie di inattendibilit e incongruenze
nella sua versione dei fatti che ora andremo ad evidenziare.

216

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

In ogni caso, per questo memoriale, si pu concedere o meno la buona fede al


Geninazza, ovvero che lautista si sia voluto appuntare la sua storia per non
dimenticarla oppure, viceversa, che mise su un racconto, pieno di particolari inediti e
clamorosi, tali da renderlo molto appetibile per gli editori, ma poi qualcosa and
storto e gli rimase nel cassetto, forse anche perch era poco credibile o dimostrabile.
Testimonianze Geninazza: due seri dubbi
Se il ruolo da autista del Geninazza, precettato da Audisio a Dongo dopo le 15
del 28 aprile, con la famosa auto 1100 per recarsi a Bonzanigo a prendere Mussolini,
acquisito e attestato da tutti, viceversa nelle testimonianze rese da questo autista e
soprattutto nel suo memoriale, ci sono un paio di episodi che ci risultano
inattendibili:
1. larrivo di Geninazza a Dongo il pomeriggio del 27 aprile, mettendosi subito a
disposizione del comandante Pier Bellini delle Stelle Pedro facendogli da autista;
2. il suo ruolo da autista in una delle due macchine che la notte tra il 27 e 28 aprile
portarono Mussolini e la Petacci nella casa di Bonzanigo;
Valutiamoli separatamente pur tenendo conto che la letteratura e le testimonianze in
argomento non sempre consentono di fare piena luce su tutte queste vicende,
indicando che il memoriale Geninazza integralmente riportato nel libro Sparami al
petto! sopra citato di Pierangelo Pavesi.
1. Geninazza arriva a Dongo ed ingaggiato dal comandante Pedro
Scrive nel suo memoriale il Geninazza (e qui ci dilunghiamo perch questa
incongruenza grave e significativa), che egli arriv a Dongo con la 1100 intorno alle
16,30 del 27 aprile quando Mussolini era stato fermato sul famoso camion.
Racconta, inoltre, di quando lui e altri arrivarono a Dongo: <<Con la 1100 requisita
verso comando Tremezzo, andammo a Dongo per vedere che cosa mai succedeva
(avevano fermato la colonna Mussolini). Sia io e la macchina venimmo requisiti dal
comandante Pedro. Fui subito passato al servizio del comandante della 52a Brigata
Garibaldi, potevano essere circa le 16,30 del 26 aprile. (ovviamente intende il 27
aprile, N.d.A.) >>.
Accettato che quel pomeriggio arriv a Dongo, sorgono poi per legittimi e concreti
dubbi, sul suo racconto, perch si da il caso che quando venne fermato Mussolini sul
camion tedesco, il Pier Bellini delle Stelle Pedro, non era a Dongo, dove invece cera
Urbano Lazzaro Bill che solo dopo aver preso in consegna il Duce e le sue
documentazioni, portatolo in Municipio, date disposizioni, ecc., si rec nella vicina
Musso dove appunto era ancora il Pier Bellini, alle prese con gli arresti di alcuni
gerarchi e incombenze di quei momenti e insieme poco dopo tornarono a Dongo.
Ora sappiamo benissimo che difficile stabilire lorario preciso in cui venne fermato
Mussolini, dovrebbe essere tra le 15,00 e le quasi 16,30 ed inoltre il Geninazza scrive
anche che non aveva lorologio, cosicch vogliamo essere indulgenti, ma i dubbi che
appena arrivato a Dongo, come visto scrive alle 16,30 (ma non siamo rigidi su
lorario), trovi il Comandante Pedro e venga subito da questi messo a sua
disposizione restano validi, tanto pi che poi quando il Lazzaro Bill, andr a prendere
il Pier Bellini Pedro e torner a Dongo con lui, era gi passato un certo tempo
dallarresto di Mussolini e tutto il seguito che si era verificato in Municipio dove il
Duce venne portato da Bill e qui incalzato da domande di ogni genere da parte di
quelli che l si trovavano, compreso il neo sindaco Giuseppe Rubini.

217

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Il comandante Pier Bellini, pertanto, arriv in Municipio quando quella specie di


processo a Mussolini era ancora in corso (poi si protrarr oltre le 18).
Quindi, come detto, un fatto che il Lazzaro, assieme al Biondino alias Antonio
Puglisi, era andato a Musso ad informare dellarresto di Mussolini avvenuto poco
prima in Dongo, il comandante Pier Bellini e con lui tornarono a Dongo.
Ma andiamo avanti con il memoriale di Geninazza che appunto arrivato a Dongo:
<<Quasi subito sal sulla macchina il comandante conte Bellini delle Stelle
(quelluomo calmo, gentile nei modi, lo trovai subito simpaticissimo). e altri due
uomini armati. Andammo verso Gera Lario (circa 10,1 Km. da Dongo, N.d.A.).
Di tanto in tanto ci si fermava presso qualche gruppo di partigiani (..,). Ritornando
ci siamo fermati presso una trattoria che si trovava sulla strada...
Il conte Bellini e altri uomini si sedettero intorno a un tavolo.... dopo circa 20 minuti
(forse solo allora si era ricordato di me) il conte Bellini delle Stelle mi fece chiamare
e mi offr da mangiare e da bere se ne avessi avuto desiderio. Io ringraziai e uscii
dicendo che non avevo n sete, n fame. A un certo momento uscirono e ci
avviammo verso Dongo che era gi buio questo lo ricordo>>.
Dunque secondo il Geninazza appena arrivato in Dongo, dopo larresto di Mussolini,
il comandante Pier Bellini lo requis e subito usufru della sua macchina. Se ne vanno
in giro (Gera Lario), si fermano in trattoria e lautista riporterebbe Pedro il Bellini a
Dongo quando era gi buio e, scrive ancora il Geninazza, poi intorno alle 21, nel
Municipio di Dongo vide i gerarchi prigionieri, quindi conosce il Luigi Canali
capitano Neri, la Giuseppina Tuissi Gianna e il Michele Moretti Pietro.
Il Capitano Neri gli direbbe che dovr svolgere un servizio segretissimo e
importantissimo, di cui non dovr far parola pena lessere messo al muro. Si
tratterebbe di andare a riprendere Mussolini a Germasino. Ma questa una storia
successiva di cui parleremo appresso.
Orbene, pu essere vero quanto sopra raccontato dal Geninazza?
Solo in parte, perch riteniamo, con buoni motivi, che non tutto vero.
Considerando, infatti, quelle ore pomeridiane di Dongo, i dubbi sul racconto
dellautista si trasformano in certezza negativa, perch sappiamo bene che il Pier
Bellini Pedro, una volta arrivato a Dongo in Municipio con il Lazzaro, prese in
consegna Mussolini, si dedic a varie incombenze circa gli arrestati ivi trasferiti,
compresi i Petacci, mentre poi il Lazzaro con una macchina and al Ponte del Passo
dove attendevano i tedeschi per definire gli accordi di quella mezza specie di resa.
Il Pierluigi Bellini delle Stelle Pedro, scrisse espressamente: <<Mentre Bill assente
per trattare con i tedeschi io resto a Dongo dove c moltissimo da fare>> [2].
Quindi, da Dongo, intorno alle 18,30, concordandolo con il brigadiere della G.d.F.
Giorgio Buffelli, il Moretti e forse il Canali (se era gi arrivato a Dongo) il comandante
Pedro si rec nella soprastante Germasino per nascondere Mussolini nella pi sicura
casermetta della Guardia di Finanza. Per il breve viaggio fa arrivare appositamente
una macchina, mette Mussolini, Paolo Porta e il brigadiere Buffelli dietro e lui, dice il
Pedro stesso, con Ettore Luigi Corbetta, si mette davanti. Non certo se guidava la
grossa auto Ettore, oppure lo svizzero Alois Hoffman. Un altra auto di scorta.
Il Pier Bellini lascia poi Mussolini a Germasino e torna a Dongo dove si mise a
interrogare la Petacci, ecc.
Come avrebbe quindi potuto il Pier Bellini quel pomeriggio viaggiare,
fino a sera, in lungo e in largo con questo autista?
Ed inoltre, se consideriamo che nel frattempo, dallarrivo di Pedro al suo viaggetto a
Germasino, in quel di Dongo (e su questi particolari tutte le testimonianze e relazioni

218

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

concordano) il Lazzaro, come accennato, era andato via, il Michele Moretti Pietro era
indaffarato tra Musso e Dongo con il cosiddetto tesoro sequestrato alla colonna
Mussolini, giri vari, compreso anche un salto al Ponte del Passo ed infine che il
capitano Neri Luigi Canali arriv a Dongo solo a fine pomeriggio, cio se
consideriamo che tutti gli altri comandanti della 52a Brigata Garibaldi Luigi
Clerici erano momentaneamente assenti, a chi avrebbe dovuto il Pier Bellini delle
Stelle lasciare in consegna il Duce per andarsene in giro scarrozzato dal Geninazza?
Al limite forse al sindaco Rubini o al brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio
Buffelli, ma tutto questo non di certo avvenuto.
Il Geninazza con i racconti di queste sue fantomatiche missioni del pomeriggio
assieme al Pier Bellini, ha commesso un gravissimo svarione e sembra proprio che in
quel pomeriggio del 27 aprile, abbia millantato un servizio da autista per il
comandante Pier Bellini Pedro.
2. Geninazza autista notturno da Germasino a Bonzanigo?
Il Geninazza racconta poi che a sera tarda lui accompagn il Pier Bellini delle
Stelle Pedro, Giuseppe Frangi Lino e Guglielmo Cantoni Sandrino, a prelevare
Mussolini dalla casermetta della G.d.F. di Germasino.
Fornisce anche vari particolari sui momenti a Germasino. Quindi, tornati a Dongo,
oramai oltre le 2 del 28 aprile, si riunirono con il capitano Neri e il Moretti, presso il
Ponte della Ferriera e con due macchine fecero il famoso viaggio verso Moltrasio, poi
tornarono indietro per finire a Bonzanigo in casa De Maria, insomma la telenovela di
quello strano viaggio notturno descritta con note di folclore dalla vulgata.
Il Geninazza quindi si attesta come uno dei due autisti notturni e descrive anche i
particolari del viaggio. Ma veritiero questo suo ruolo di autista notturno?
Le ricerche storiche [3] hanno indicato che i due autisti di quella notte furono
Edoardo Leoni commerciante di ferramenta e Dante Mastalli titolare di una
autorimessa, entrambi a Gravedona (di cui ci sono anche le testimonianze delle
rispettive mogli Edvige Rumi e Teodora Mussi, raccolte molti anni addietro dal serio
ricercatore storico Marino Vigano, le quali fornirono in proposito molti aneddoti).
Due autisti di cui a Gravedona, tutti sapevano di questa loro impresa.
Franco Bandini, che pur lo aveva lungamente intervistato a fine 1955, nel suo Le
ultime 95 ore di Mussolini, Sugar 1959, non solo non nomina il Geninazza come
autista del Pier Bellini, ma quando indica gli equipaggi delle due macchine (laltra
attendeva a Dongo larrivo di Pedro e Mussolini da Germasino, per poi da Dongo
andare a Bonzanigo), il Bandini a pag. 225, scrive:
<<... le numerose storie pubblicate sin qui non ci hanno tramandato le
generalit dei due autisti. Conoscerli (nel 1959, infatti, questi nomi non si
conoscevano, N.d.A.) avrebbe importanza perch di quella avventurosa spedizione
sono vivi oggi soltanto Sandrino, Pedro e Pietro>> [4].
Anche il comandante Pier Bellini Pedro non cita mai il Geninazza come autista per
quel viaggio notturno, ma parla solo genericamente di un autista.
Lo storico Alessandro Zanella, descrisse anni dopo, con attendibile precisione, la
composizione di quelle macchine per il viaggio notturno [5].
Ma ancor pi Urbano Lazzaro, presente quella notte a Dongo, presso il Ponte della
Ferriera, quando le due macchine partirono verso le 2,45 per finire poi a Bonzanigo
(forse verso le 5 del mattino) non nomina il Geninazza tra gli autisti ed anzi, parlando
poi della impresa del Geninazza nel pomeriggio successivo 28 aprile con Audisio,
quando andarono a Bonzanigo a prendere Mussolini e la Petacci, il Lazzaro, scrive
219

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

espressamente: <<... per quale misteriosa ragione egli (il Geninazza, n.d.r.)
sconosciuto ai quadri della 52a, fu fermato verso le 15 del 28 aprile sulla piazza
di Dongo con la sua vettura...?>> [6].
E se non bastasse anche Giusto Perretta, al tempo presidente dellIstituto del
movimento di liberazione del comasco, riportando i ricordi di Michele Moretti,
ridimensiona il ruolo di questo autista quando, riferendosi sempre allimpresa del
pomeriggio successivo con Audisio, scrive: <<... Verso le 15 partirono Valerio, Guido,
Pietro e lautista (Geninazza, n.d.r.) che aveva in consegna la macchina e che fino
al quel momento era stato completamente estraneo ai fatti>> [7].
I passeggeri nelle due auto e la dimenticanza della Gianna
Ma per quel viaggio notturno ecco ancora un paio di chicche.
Intanto si riscontra subito una stranezza, laddove il Geninazza nel suo memoriale
parla di un trasbordo di passeggeri nelle due macchine: la sua che, dice lui, sarebbe
arrivata da Germasino portando Pedro e Mussolini e laltra che aspettava al Ponte
della Ferriera a Dongo, con la Petacci, il capitano Neri, ecc.
Scrive il Geninazza: <<L avvenne uno scambio di posti sulla vettura. La Petacci
prese posto sulla mia macchina, il duce sullaltra; sulla mia macchina la Petacci,
capitano Neri, Lino>>.
In realt, se cos fosse stato, lo scambio di passeggeri avrebbe riguardato tutti gli
occupanti e non la sola Petacci, ma questo scambio, oltre che assurdo, non trova
alcun riscontro. Lo stesso Pier Bellini Pedro, nel suo Dongo La fine di Mussolini,
Mondadori 1975, scrive chiaramente, a pag. 175, che la Petacci aspettava a Dongo in
macchina con il Capitano Neri, Pietro, e Lino. Quando loro arrivarono scese, come
del resto scese anche Mussolini e i due si salutarono. Alla partenza, la donna, venne
fatta risalire sulla sua auto con il capitano Neri, ecc., e Mussolini risal sulla
macchina, con cui era arrivato, assieme a Pedro.
Quindi non ci fu alcuno scambio di posti come asserisce il Geninazza (ma del resto da
quanto si pu documentare, lui quella notte, in quella missione non cera proprio!).
Premesso questo, nel ricordare la composizione delle due auto, riferendosi a quella
che, dice lui, guidava verso Bonzanigo, vi attesta la presenza di Clara Petacci, il
capitano Neri, e Lino alias Giuseppe Frangi, mentre per la macchina guidata
dallaltro autista (Dante Mastalli, n.d.r.) egli ricorda: Mussolini, Pedro il Pier Bellini,
Pietro Moretti, e Sandrino alias Guglielmo Cantoni.
Cosicch il Geninazza si scorda della Giuseppina Tuissi Gianna che era in macchina
con Mussolini e il Pier Bellini, una dimenticanza tutto sommato scusabile, ma poi
dimentica ancora la presenza di questa partigiana quando scriver che arrivati a
Bonzanigo, mentre gli altri portano Mussolini e la Petacci a casa dei De Maria, lui
rester in macchina, dormicchiando e poi sostituendo una ruota che si era accorto era
forata, mentre invece, a quanto sembrerebbe dai racconti degli altri partecipanti al
viaggio, anche la Gianna, stanchissima, rimase in auto a dormicchiare.
Dimenticanze veniali? Forse, ma di certo non veniale laver attestato il Moretti
Pietro, che oltretutto in questo memoriale egli chiama una volta Moretti, un altra
volta Pietro, e altre volte ancora, assurdamente Negri (?), nella macchina con
Mussolini, quando avrebbe ben dovuto sapere che Pietro era invece nella sua
autovettura insieme al capitano Neri e la Petacci. Ergo, se fosse vero il suo racconto,
si sarebbe anche dimenticato di questo suo importante passeggero!
Come visto, in questi racconti del Geninazza ci sono fatti ed episodi che non trovano
riscontri, ma a veder bene, c anche un altro episodio a cui il Geninazza dice di aver
partecipato e, forse in questo ha ragione, ma che tuttavia solleva qualche dubbio.

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CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Il ritorno di Geninazza a Villa Belmonte a prendere i cadaveri


Nella testimonianza del Geninazza, riportata da Franco Bandini su lEuropeo
del marzo 1956 scritto che il Geninazza, riportati Audisio, Lampredi e Moretti a
Dongo, afferma di essere poi tornato, verso sera, al cancello di Villa Belmonte,
accompagnando Audisio che doveva caricare i cadaveri di Mussolini e della Petacci in
macchina per portarli al bivio di Azzano dove attendeva il camion per raccoglierli.
Testualmente raccont: << La sera riportai Valerio al luogo della fucilazione di ritorno
da Dongo. Dette ordine ai presenti di caricare i cadaveri sulla mia macchina, ci fu fatto
subito. ...Claretta venne caricata per prima e Mussolini subito dopo: ricordo che la sua
testa, giacendo tra i cuscini posteriori e lo schienale, mi obbligava a guidare un poco
chinato. Mi fece molta impressione. Scendemmo ad Azzano dove era fermo il camion giallo:
i due corpi vennero caricati e gettati sul mucchio di cadaveri che vi si trovavano>>.

Come accennato, Paolo Monelli, nel servizio su Tempo del 1948 pubblic la foto della
macchina con il Geninazza accanto scrivendo che era stata utilizzata per il trasporto
dei cadaveri. Ora noi, nonostante il Monelli, non abbiamo certezze che questa
incombenza la assunse il Geninazza o invece un altra auto con altro autista. Troppe
lacune e confusioni nei resoconti di quei momenti non consentono di fare chiarezza.
Quindi, almeno in questo caso, saremo molto pi indulgenti e gli diamo credito.
Il Pavesi nel suo libro Sparami al petto!, porta a sostegno del racconto di Geninazza
il fotografo Ugo Vincifori che quella sera vide il caricamento dei cadaveri sul camion,
il quale ad una sua domanda un p forzata per, gli avrebbe confermato che nella
macchina che arriv con i cadaveri ad Azzano riconobbe il Geninazza.
Ma il Vincifori morto e dobbiamo accontentarci della asserzione del Pavesi.
A noi risulta che Audisio, non indica il Geninazza per quella incombenza e scrisse nel
suo libro postumo In nome del popolo italiano, Teti 1975, che lui, nel venire a
riprendere i cadaveri a Villa Belmonte, stava nella sua 1100 con la quale era giunto da
Milano, in quel momento forse guidata dal Giuseppe Perrotta il suo autista.
Scrive Audisio che la sua auto era preceduta da una piccola utilitaria (alcuni parlano
di una Balilla, altri della Aprilia del maggiore De Angelis, non la 1100 di Geninazza e
daltronde Audisio, in questo caso, perch non lo avrebbe indicato?) che arrivata al
bivio di Azzano si inerpic verso Giulino di Mezzegra dove prese i cadaveri. Potrebbe
anche essere vero come dice Geninazza, intendendo che lui fece da battistrada,
mentre Audisio era dietro nella sua auto, ma non ci sono riscontri.
Un dubbio che aumenta quando poi andiamo a leggere lintervista al Geninazza
fattagli da Marcello Bonicoli nel 1962 dove gli vengono poste varie domande.
Ebbene, a pag. 90 di Sparami al petto! leggiamo, nellintervista ivi, che ad un certo
punto al Geninazza, dopo che ha finito di rievocare gli ultimi momenti della
fucilazione a Villa Belmonte e dice che ripartirono per Dongo, il giornalista gli chiede:
<<E allora siete arrivati a Dongo. Cosa avvenuto dopo?>>. Risponde Geninazza:
<<A Dongo, l mi sono presentato a Pedro. Mi ha detto, il suo compito finito se ne
torni pure a casa. E io sono tornato a casa, sa, stanco morto... e mi sono messo a
letto>>. Ma allora non sarebbe ritornato con Audisio a Villa Belmonte?!
Almeno questo aneddoto comunque dovrebbe essere veritiero, ma come vedesi,
contraddizioni e i precedenti racconti di Geninazza fanno sorgere dubbi.
Parlare? Fossi matto!.
Date le perplessit che presentano le testimonianze di Geninazza, potremmo
sbagliare, ma crediamo di capire il perch il suo memoriale, poco affidabile, sia
rimasto inedito. Anni addietro il giornalista Marcello Staglieno nel suo LItalia del
colle, Boroli 2006, rifer proprio sul Geninazza:
221

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

<<Incontrandolo con lo storico Gianfranco Bianchi il 2 febbraio 1975 ci disse (il


Geninazza, n.d.r.) Parlare? Fossi matto!>>.
Se lo Staglieno racconta il vero si dovrebbe dedurre che anche il memoriale privato,
custodito dal Geninazza, in sostanza alquanto simile alle testimonianze rilasciate al
Bandini e che oramai nel 1975 erano da tempo conosciute, sono una ulteriore
mistificazione, perch tutto sommato questo autista avrebbe dovuto, pi o meno,
ripetere, o almeno confermare quello che aveva gi detto ed era stato pubblicato.
Cosa altro cera da dire che non lo si voleva dire?
Le incongruenze di Geninazza sui momenti della fucilazione
Prima di affrontare questo argomento dobbiamo premettere una nostra
interpretazione di quegli eventi; nostra, ma suffragata da molti indizi.
In pratica, a nostro avviso, per quanto riguarda quel pomeriggio del 28 aprile 1945
nella Tremezzina, le cose non sono andate come ce le ha raccontate la vulgata.
La vulgata in tutte le sue relazioni e testimonianze, soprattutto per i momenti
intorno alla fucilazione, in buona parte una mistificazione:
Audisio non ha scelto sul momento, mentre arrivava a Bonzanigo, il luogo
dellesecuzione: era gi stato predisposto; non ci sono stati invii di guardia degli
appena arrivati giustizieri e lautista al cancello di Villa Belmonte: uno sulla strada
verso Bonzanigo ed un altro in quella in basso verso Azzano, o comunque non nei
modi e presupposti in cui sono stati raccontati questi particolari; non ce nera alcun
bisogno visto che, in quei momenti, come vedremo nel prossimo Capitolo 15, erano al
lavoro diversi partigiani e tutto era stato programmato in quanto non doveva
esserci una vera fucilazione di un Mussolini e la Petacci in vita, ma solo una messa in
scena della stessa. E forse il Geninazza disse anche il vero su Audisio che rimase
vicino a lui e non and a prendere Mussolini: non era necessario era gi morto.
Allo stato delle nostre conoscenze per resta impossibile ricostruire
quanto esattamente accadde e stabilire se il Geninazza fu, con le buone o
le cattive fatto complice della messa in scena, oppure venne ingannato e
nel caso dove venne fatto mettere [8]. Siamo in presenza di una messa in scena
a cui poi si adattata, dando una certa logica agli avvenimenti cos come dovevano
essere riferiti, una versione: la vulgata, aggiustandola, anzi ingarbugliandola negli
anni, dire per oggi come esattamente si svolsero quei fatti non possibile.
Di conseguenza i nostri dubbi e domande sui momenti della fucilazione non possono
che essere formulati rispetto a quanto proprio la stessa vulgata aveva attestato, con
il risultato per, essendo la vulgata un falso, che emergono contraddizioni nelle
contraddizioni a dimostrazione di una palese irrealt di quelle cronache.
I racconti di questo autista lasciano perplessi. Come gi accennato, a nostro avviso e
sempre come ipotesi, perch sono supposizioni che si possono intuire, ma non
provare, almeno per quanto riguarda i momenti della fucilazione il Geninazza vide e
non vide, fu suggestionato e impaurito e forse fin per credere realmente a quanto gli
si diceva sul posto. Con gli anni ci ricam su un bel racconto, dovendo anche
sostenere di essere stato presente e a un passo dagli spari.
Rimane inesplicabile lo Sparami al petto!, udito dal Geninazza, di un Mussolini che
neppure aveva il cappotto da aprirsi: che forse durante le lunghe trattative che
portarono il Geninazza alla fine del 1955 a testimoniare, questo autista venne
consigliato e imbeccato?
Del resto aveva dimostrato un decennale timore e quindi si pu
presumere che prima di esporsi ebbe a consigliarsi con chi di dovere.
222

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Con chi, difficile dirlo, ma anche difficile credere che dopo anni di paura, riserbo e
prudenza, questo autista, riappare e si mette a stravolgere la vulgata magari perch
invogliato da quanto lEuropeo avrebbe potuto remunerare le sue testimonianze.
Comunque sia, nel dopoguerra, di chi poteva aver paura il Geninazza?
Essenzialmente di due vendette: da parte di esaltati neofascisti che potevano
ritenerlo complice nella esecuzione di Mussolini o da parte dei comunisti che lo
avevano obbligato al silenzio su quanto era realmente accaduto quel 28 aprile.
E una nostra impressione, ma nei racconti del Geninazza c qualcosa daltro.
Ci diceva un esperto ricercatore storico che spesso certe testimonianze risultano
inattendibili perch chi le ha raccontate, vuoi per mitomania, vuoi per interesse ad
arricchire o indirizzare i fatti in un certo modo, pu avere aggiunto o cambiato alcuni
particolari ed in seguito poi, non si pu pi tornare indietro e si pasticcia tutto [9].
Il racconto di Geninazza da Dongo a Giulino di Mezzegra
Qui a lato, mappa del presunto
trasferimento di Mussolini e Petacci, a
piedi e in macchina, fino al Cancello di
Villa Belmonte. Disegno tratto da M.
Bonicoli: Io cero, Aletti Editore 1962.

Leggiamo adesso i racconti


di Geninazza per i momenti della
fucilazione. Furono, riferiti a
Franco Bandini che li pubblic
sullEuropeo del 4 marzo 1956 e
poi anche nel suo: Le ultime 95
ore di Mussolini, Sugar, 1959.
Vennero inoltre appuntati nel
memoriale
privato
che
il
Geninazza prese a scrivere
nellestate del 1957, e furono
anche riferiti al giornalista
Marcello Bonicoli nellintervista
del 1962. I diversi resoconti sono
abbastanza coerenti tra loro.
<<Mi trovavo sulla piazza
di Dongo, il pomeriggio del 28
aprile, ad attendere disposizioni dal comando della 52a Brigata Garibaldi, dalla
quale ero stato requisito con una vettura 1100 targata Roma e di colore nero, guida
a destra.
Mi si avvicinarono verso le 15 Michele Moretti, Guido Lampredi e Valerio: salirono
sulla macchina e si part verso il basso lago. Valerio che era al mio fianco dimostr
una grande premura e mi raccomand caldamente di evitare ogni incidente perch
aveva assoluta necessit di arrivare.... Guido non aperse mai bocca durante tutto il
tempo che fummo insieme. Anche Moretti muto e distaccato: Valerio pareva
veramente lanima del gruppo.
Il viaggio fu regolare. Da Azzano, salendo verso Bonzanigo, notai che il colonnello
Valerio guardava alla strada, probabilmente alla ricerca di un luogo che si
prestasse a quanto aveva in mente.

223

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Diceva, qui no,... ecco qui potrebbe andar bene... Mi ricordo che not una specie di
spiazzo prima di arrivare al cancello famoso e parve rimanerne soddisfatto>>.
Arrivammo al portico che immette nella piazza del lavatoio di Bonzanigo.
Scendemmo tutti, io rimasi vicino alla vettura mentre Moretti e Guido si avviavano
verso linterno del paese [10].
Valerio si ferm sulla piazza e spar un colpo col mitra, forse per provarlo [11]
Debbo chiarire che Valerio non si rec a casa De Maria, ma rimase tutto il tempo
sulla piazza ad attendere. Sono ben certo che non si mosse dalla piazzetta: lo vidi
che camminava avanti e indietro in attesa che gli altri ritornassero>>
In quel momento mi si avvicin una signora che passeggiava nella via e mi chiese
che cosa stava succedendo: io risposi che non sapevo nulla. Poi risalii in macchina e
la girai nella piazza del Lavatoio ritornando con la macchina voltata verso Giulino
presso a poco nel punto da cui ero partito, per girarla.
Dopo pochi minuti ritornarono i due con Claretta e Mussolini. I due prigionieri
erano a braccetto: Mussolini era molto pallido, abbattuto e stanco, camminava a
stento. Lei sembrava un poco pi sicura di s.
La comitiva era scortata dai soli Guido, Moretti e Valerio [12]: non vidi n Lino, n
Sandrino, che ebbi modo di conoscere fugacemente dopo la scena della fucilazione.
Claretta indossava, a quanto mi pare, una pelliccia di visone (la stessa che
sforacchiata, la sera stessa, venne consegnata da Valerio al partigiano Lino).
Mi ricordo che in quella occasione Valerio comment: Se non la vuoi tu, se non sai
cosa fartene, dalla a tua sorella [13].
In quello stesso momento Valerio estrasse anche dal suo portafoglio mi pare un
biglietto da cinquecento lire che tese a costui che non voleva accettarle, poi le prese
dicendo, alle insistenze di Valerio, Le dar al mio comando. Oltre alla pelliccia
Claretta aveva sul braccio destro un cappotto color cammello che poi mi rimase in
macchina. La signora aveva anche due borsette: una di cuoio grasso, chiaro di
piccolo formato, laltra era una grossa borsa a secchiello. Queste due borse
rimasero in macchina quando Claretta ne scese per essere fucilata: la sera a Dongo,
Guido le prese in consegna [14].
Mussolini e Claretta salirono sulla macchina, entrambi dietro, con grande
probabilit Claretta a destra e Mussolini a sinistra nel senso del moto. Valerio si
sistem sul parafango destro della vettura tenendo sotto la mira del mitra
Mussolini [15]. Scendemmo adagio con la vettura verso Giulino. Dopo pochi istanti
Valerio disse a Mussolini, facendogli un gesto con la mano: Stai gi basso perch
senn ti vedono.
Vedevo la coppia nello specchietto della vettura: erano avvinghiati strettamente, le
teste quasi si toccavano, Mussolini era pallido e la signora sembrava tranquilla.
Non mi parve che nutrissero alcun particolare timore [16] .
Superata la curva grande e discesi per altri cinquanta metri circa, ci fermammo
davanti al cancello di villa Belmonte. Valerio mi fece cenno con la mano di
arrestarmi ed io mi fermai. Scese dun balzo dal parafango, gir davanti al
radiatore ed aperse con decisione le due portiere della vettura, dal lato della strada.
Scesi anche io e rimasi in piedi tra macchina e muro allaltezza del cofano. Non mi
disse assolutamente nulla, n allora n poi, e molto spesso mi sono chiesto per quale
ragione si cur cos poco di me. Il colonnello disse seccamente: Scendete e i due
uscirono dalla vettura.
Credo che in quel momento Claretta abbia capito cosa stava per succedere: dette
due o tre rapide occhiate in giro e sembr agitarsi notevolmente. Il comandante, io
lo chiamavo cos, li spinse quasi fisicamente con la persona contro il muretto.

224

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Siccome mi ero fermato con la vettura quasi al centro della strada che molto
stretta [17], tra il suo fianco sinistro ed il muretto non correvano certo pi di due
metri. Si pu dire che Mussolini e Claretta scesi dalla vettura non fecero che un solo
passo verso sinistra.
Stando con il mitra spianato Valerio pronunci alcune parole, molto rapidamente.
Si riferivano ad un ordine e ad una sentenza di morte, ma io ne sentii poco e
comunque da quel momento la scena si svolse con estrema rapidit. Mussolini
rimase immobile, quasi assente, ma Claretta svilupp subito una grande energia.
Si aggrapp a Mussolini e cominci ad agitarsi freneticamente: un poco guardando
Valerio ed un poco aggrappandosi disperatamente a Mussolini.
Disse: No, non potete. Non potete fare questo!.
Aveva una espressione estremamente tesa e la voce alterata, come presa dal
terrore, gli occhi stravolti. La voce suonava stridula. Con voce secca, nervosa,
Valerio url:levati di l, senn ammazzo anche te .
Ma Claretta continuava a rimanere attaccata a Mussolini come se neppure avesse
sentito. A questo punto Valerio schiacci il grilletto dellarma.
Ma udii distintamente il click del percussore che batteva a vuoto. Mussolini ebbe
come un soprassalto, forse determinato dalla tensione nervosa. La situazione era
cambiata con rapidit fulminea e Claretta la fece precipitare afferrando con le due
mani la canna del mitra che Valeria impugnava. Si ud di nuovo la sua voce: Non
possibile non potete ammazzarci cos....
Valerio si riprese subito: sudava abbondantemente.
Estrasse la pistola e la punt verso i due. Contemporaneamente ad altissima voce
chiam Michele Moretti.
Grid testualmente: Portami la tua arma. Moretti scese di corsa [18] sino a dove
ci trovavamo. Tese il suo MAS a Valerio e questultimo lo afferr, rimettendosi in
tasca la pistola [19]. Fu in quel preciso momento che Mussolini in un estremo
recupero denergia, intuendo che oramai la fine non avrebbe tardato, si port le
mani al petto, allargando i baveri del cappotto grigioverde e dicendo: Sparami al
petto. La sua voce era chiara: la udii perfettamente. Furono le sue ultime parole.
In quel preciso istante Claretta si trovava al fianco sinistro di Mussolini,
parzialmente ricoprendolo. Valerio spar la raffica mortale, che mi parve unica,
senza intervalli. La prima ad essere colpita fu Claretta, che cadde di schianto.
Fece proprio un colpo sordo quando tocc terra ai piedi di Mussolini. Non emise un
gemito, non un grido.
Mi dette quasi limpressione che fosse caduta a terra prima ancora che le pallottole
lavessero raggiunta. Mussolini cadde quasi immediatamente, ma la sua caduta fu
frenata dal muro sul quale scivol lentamente sino a terra.
Era in una posizione leggermente contorta e la spalla destra faceva forza contro il
muretto: arriv a terra accasciandosi sulle gambe che gli si piegarono sotto, quasi
si accovacciasse. Nella caduta il berrettino a bustina cambi posizione dando al suo
volto reclinato unespressione quasi grottesca.
Mussolini rantolava ancora, per parecchi secondi, cavernosamente. Mi fece una
grande impressione. Pareva che respirasse forte. Valerio estrasse nuovamente la
pistola, si avvicin al gruppo dei due caduti, cerc la posizione del cuore e spar un
colpo di grazia.
Il corpo di Mussolini ebbe un ultimo sussulto e non si mosse pi. Il Colonnello
osserv per un momento la scena e disse: <Guarda, quellespressione gli si
addice>.... Moretti che mi era vicino, riavutosi dalla sorpresa mi guard e mi fece
una mossa con la bocca come per dire accidenti, E fu tutto.

225

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Ero molto scosso e anche Valerio mi parve emozionato. Lev di tasca un pacchetto
di sigarette Africa Orientale e bench non fumassi mai gliene chiesi una.
Lui me la tese. Pochi istanti dopo si present al cancello piccolo sulla sinistra della
strada una donna del paese, e Valerio le fece cenno di allontanarsi immediatamente
dicendo Via, via. Raccogliemmo i bossoli: io cinque, due dei quali ho poi regalato
e Valerio pure ne raccolse qualcuno. Non credo che Moretti ne abbia raccolti [20].
A questo punto sono arrivati vari partigiani, tra cui Sandrino e Lino. Valerio
cominci subito a gridare perch sgombrassero. Dopo poco dette ordine a Sandrino
e Lino di rimanere di guardia...
La sera riportai Valerio al luogo della fucilazione di ritorno da Dongo. Dette ordine
ai presenti di caricare i cadaveri sulla mia macchina, ci fu fatto subito. Mi ricordo
che Claretta era ricoperta dal suo pastrano di cammello che evidentemente subito
dopo la fucilazione qualcuno le aveva buttato addosso. Era fradicio di pioggia.
Rimase a me, ma ora non possiedo pi [21]>>.
Questo il racconto del Geninazza per i momenti della fucilazione: una cronaca che,
sinceramente, resta complicato ricostruire nella vera realt dei fatti perch, a nostro
avviso, dovendosi in quei momenti recitare la messa in scena di una finta fucilazione,
da far comunque credere a tutti come tale, non sappiamo cosa esattamente accadde e
tanto meno sappiamo cosa veramente al Geninazza gli venne fatto vedere.
Resta il fatto che lo scenario che ci viene mostrato, oltre che dalle Relazioni di Audisio
& Co., dal Geninazza stesso e da varie testimonianze, non attendibile.
Noi possiamo solo far finta di credere che la scena del crimine descritta dalla
vulgata sia veritiera, e quindi confrontare le versioni di Audisio & Co., con quelle del
Geninazza e presupporre, con un minimo di logica interna a quei racconti, seppur
irreali, fin dove il Geninazza pu essere attendibile.
In ogni caso, sia che il racconto del Geninazza fosse veritiero o sia che fosse da lui
inventato, in tutto o in parte, ovvio che per poter riferire tutti i particolari della
fucilazione, compreso il click dellinceppamento del mitra di Audisio, doveva per
forza trovarsi, o dire di trovarsi, a due passi dallo sparatore: una ubicazione questa
che ci sembra alquanto singolare per un estraneo qualera il Geninazza.
Consideriamo anche che nelle testimonianze normale che si possano avere ricordi
di particolari eventi, specialmente se repentini o cruenti, dove si pu essere imprecisi
e si commettono a volte errori rispetto a quello che realmente accaduto. In questo
caso per le incongruenze sono davvero troppe e tutte di una certa importanza.
Le seguenti osservazioni sono in relazione alle documentazioni
che, nel loro insieme, costituiscono la vulgata

Una semplice osservazione: possibile che partendo da Dongo, per andare a


Bonzanigo in auto, accanto al Geninazza, si siederebbe Audisio, mentre Moretti
che pur c gi stato la notte precedente ed conosciuto in zona, si mette dietro?
E se anche il Geninazza gi era stato a Bonzanigo perch non fecero la via Albana?

Come mai il Geninazza, che pur ritenne di aver visto Mussolini e la Petacci che gli
salirono in macchina, non not che Mussolini avrebbe dovuto avere al piede uno
stivale che non potendosi richiudere non consentiva di camminare normalmente?

Come mai che il Geninazza attesta nei suoi racconti che Mussolini e la Petacci
arrivarono alla sua macchina scortati dai soli Lampredi e Moretti e dobbiamo
presumere che Audisio se, come disse lui stesso, era rimasto vicino a lui, pu

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CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

essersi aggiunto solo allultimo, quando invece, come si evince da varie


testimonianze oltre che dal Remund[22], i partigiani di scorta erano pi di due?

Strano che il Geninazza ricordi che nel breve tratto in auto, scendendo per via
XXIV Maggio, Audisio si mise sul predellino dellauto, mentre Moretti e Lampredi
seguirono a piedi e quindi nessuno si mise vicino a lui, quando invece Audisio,
Moretti e il Lampredi stesso asserirono che Lampredi si sedette vicino allautista.

Come possibile che Geninazza fermi la macchina davanti al cancello di Villa


Belmonte: Audisio, Mussolini e la Petacci scendono, lui resta l, in quel piccolo
fazzoletto di strada, tanto che i condannati fecero appena un metro e mezzo fino al
rientro del cancello, e quindi Audisio procedette alla fucilazione? Moretti, infatti,
con pi logica, dichiar che lauto fu fatta fermare prima del cancello della villa.

Come possibile che arrivati al cancello di Villa Belmonte, Lampredi e Moretti,


secondo Geninazza, si fermarono un p pi su allincrocio delle due stradine
laterali, mentre lui, un autista sconosciuto, resta vicino ad Audisio, quando poi
tutti gli altri dichiareranno che lautista venne mandato di guardia ad uno dei lati
della strada? Se cera qualcuno che doveva rimanere vicino ad Audisio non poteva
che essere un suo compagno e non lautista sconosciuto. Ed inoltre Moretti ha
sempre sostenuto che mentre lautista venne mandato allaltezza della curva
superiore, lui si mise di guardia in basso nella strada, verso Azzano. Quindi
quando Audisio lo chiam lui non dovette scendere, ma semmai risalire.

Come mai il Geninazza non accenna ai vari partigiani presenti per strada e attorno
al cancello di Villa Belmonte al momento della fucilazione (come vedremo nel
prossimo capitolo), ma indica come presenti solo lui, Audisio, Moretti e
Lampredi? Quale scena del crimine ha vissuto questo autista?

Come possibile che Mussolini si aprirebbe il bavero del cappotto, allaltezza dello
stomaco e griderebbe per due volte sparami al petto, quando il cadavere ai piedi
del cancello di Villa Belmente non ha pastrani o cappotti indosso, ma solo un
giaccone imperforato e quindi presumibilmente Mussolini stato ucciso con
indosso la sola maglietta bianca di salute [23]?

Come si spiega che la fucilazione descritta, sia pure sommariamente, dal


Geninazza, una raffica unica disse nella testimonianza e nel memoriale scrisse
di una raffica che Audisio fa partire e colpirebbe in pieno la Petacci e poi anche
Mussolini colpito si accascerebbe difficilmente pu collimare con le probabili
ricostruzioni balistiche dellevento in base ai vari rilievi che oggi possibile fare?

Audisio, Lampredi e Moretti, dicono che dopo il mitra Thompson anche la pistola
estratta da Audisio si era inceppata, cos come quella di Lampredi. Poi Moretti
aveva portato il suo mitra Mas e Audisio aveva sparato a Mussolini. Moretti ha
sempre sostenuto che poi Audisio gli chiese anche la sua pistola per il colpo di
grazia. Come mai che ora invece Geninazza afferma che Audisio estrasse la sua
pistola e spar il colpo di grazia? [24].

E credibile che Audisio appena terminata la fucilazione chiederebbe al Geninazza


e al Moretti i nominativi, per una eventuale ricompensa? Va bene per lo
sconosciuto Geninazza, ma il Moretti era il vice commissario politico comunista
della 52a Brigata Garibaldi, faceva parte della missione ciellenista partita da
Dongo, la richiesta di Audisio sembra assurda.

227

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

Note
[1] La lunga testimonianza rilasciata dal Geninazza a Franco Bandini per lEuropeo, stata poi anche
riportata nel libro di Bandini: Le ultime 95 ore di Mussolini, Sugar 1959. SullEuropeo non vennero
date le generalit del Geninazza, mentre nel successivo libro, il Bandini diede allautista il suo nome.
[2] P. Bellini delle Stelle / U. Lazzaro: Dongo la fine di Mussolini Mondadori 1975, pag. 137
[3] La inaffidabile letteratura sulla morte di Mussolini purtroppo piena di errori e inesattezze, spesso
riprese da autori che se le sono tramandate. Qualche testo quindi potrebbe riportare il Geninazza
come uno dei due autisti di quella notte, ma una notizia raccattata, non di prima mano. Un esempio
nel libro di F. Giannantoni, Gianna e Neri vta e morte di due partigiani comunisti, Mursia 1992.
[4] Come visto F. Bandini ancora nel 1959 non conosceva i nomi dei due autisti di quel viaggio
notturno. Dobbiamo quindi ritenere che quando il Geninazza nel corso di varie interviste ha raccontato
la sua storia al Bandini che lha pubblicata su lEuropeo nel 1956 e poi lha riportata anche su Le
ultime 95 ore di Mussolini del 1959, non era stato informato dallautista di quel viaggio notturno. Anzi,
si evince che il Geninazza non lo aveva neppure informato di precedenti compiti del 27 aprile, da
autista con il Pier Bellini Pedro (riportati poi nel memoriale), tanto che il Bandini scrisse
superficialmente (pag. 312 del suo libro) che il Geninazza era arrivato a Dongo la mattina del 28 per
curiosare. Come mai che poi, nel 1957, lautista aggiunge, nel suo memoriale questaltre imprese?
[5] Equipaggi delle due auto: Auto con Mussolini: autista Dante Mastalli (aveva anche preso Mussolini
a Germasino), Pier Bellini delle Stelle (Pedro), Tuissi (Gianna) e Cantoni (Sandrino). Auto con Clara
Petacci: autista Edoardo Leoni, Canali (Neri) , Moretti (Pietro), e Frangi (Lino). A. Zanella: Lora di
Dongo, Rusconi 1993. Concordano anche, pur senza dare nome agli autisti: Bellini delle Stelle / U.
Lazzaro: Dongo la fine di Mussolini. Mondadori 1975, pag. 164; U. Lazzaro: Dongo mezzo secolo di
menzogne, Mondadori 1993, pag.74; e Michele Moretti in C. Falaschi: Gli ultimi giorni del fascismo,
Editori Riuniti 1973, pag. 140, e poi ancora tramite G. Perretta: Dongo 28 Aprile La verit, Ed. Actac
Como 1990, pag. 167.
[6] U. Lazzaro: Dongo mezzo secolo di menzogne, Mondadori 1993, pag. 121.
[7] G. Perretta: Dongo 28 Aprile La verit, Ed. Actac Como 1990, pag. 183.
[8] Il caso Geninazza. In quelle ore a Bonzanigo e Mezzegra ci furono in azione persone e accaddero
episodi di cui abbiamo sentore, ma non conoscenza, quindi tutta quella scena del crimine si svolse in
modo diverso da come raccontato. Di conseguenza non possibile ricostruire con esattezza quegli
avvenimenti. Pi o meno probabile, viste alcune testimonianze, che il Geninazza venne fatto arrivare
fino alla piazza con il Lavatoio, dove rimase in attesa e poi sembra che due presunti Mussolini e
Petacci vennero l condotti e fatti salire sulla sua auto. Cosa accadde poi? Non lo possiamo ricostruire
perch ci manca il quadro esatto e complessivo di quella situazione. Noi non possiamo che partire
dalla certezza, suffragata da prove oggettive, che quella fucilazione al cancello di villa Belmonte fu
una messa in scena. Ma qui, per ora dobbiamo fermarci. La testimonianza del Geninazza, invece.
attesta la fucilazione e ne fornisce ampi particolari. Come dobbiamo considerarla? Il Geninazza
sembra non presentare le caratteristiche del mitomane: uomo timoroso e prudente, ha rilasciato i primi
racconti solo dieci anni dopo i fatti ed anche in seguito, tranne lintervista al Bonicoli del 1962, si
chiuse in s stesso rifiutandosi di rilasciare interviste. La testimonianza e la figura del Geninazza,
quindi, pongono vari interrogativi, tutti non scioglibili perch non sappiamo esattamente chi cera e
cosa accadde in quei momenti.Potremmo supporre che il Geninazza si inventato tutto, ma come
spiegare che ha sempre mantenuto, con una certa coerenza quei racconti fino alla sua morte (gennaio
2009)? Come spiegare che conserv privatamente dei ritagli di giornale dove si riportavano un paio di
servizi su la doppia fucilazione e lui vi scrisse sopra, a penna, Che balle!, dovendosi quindi ritenere
che egli era certo di aver visto Mussolini e la Petacci morire al cancello di Villa Belmonte? Con queste
premesse resta anche difficile supporre che il Geninazza con le buone e le cattive venne fatto
complice della versione data con la vulgata che poi, magari, andando a ruota libera rifer a modo
suo. Dovremmo allora considerare che il Geninazza venne fuorviato e suggestionato, ma in questo
caso bisognerebbe spiegare, dove venne parcheggiato in quei momenti e come venne ingannato, ma
soprattutto come pot non accorgersi che i due cadaveri che gli fecero vedere in terra al cancello di
Villa Belmonte, non erano gli stessi due personaggi vivi che aveva condotto per quel breve tratto di
strada. E da chi ha sentito lo Sparami al petto!? O dobbiamo pensare che se lo letteralmente

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CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

inventato? Insomma, buona parte di quella vicenda, allo stato delle nostre conoscenze, non
spiegabile e tutto quello che si pu in qualche modo ipotizzare forse il fatto che al Geninazza non si
fece vedere la fucilazione, ma venne parcheggiato nei pressi dove ebbe modo di vedere solo le fasi
preparatorie e finali della stessa. Poi a fucilazione (finta) consumata e che lui, stando nei pressi, ud,
venne fatto avvicinare e vide i cadaveri, gli diedero i bossoli, ecc. Nella paura, concitazione ed
esaltazione di quei momenti forse egli fin veramente per credere di aver visto la fucilazione. Sono
casi di semi allucinazione non rari. In seguito per esigenze varie, ci aggiunse i particolari che abbiamo
letto nelle sue interviste. Ma ripetiamo sempre e solo una ipotesi.
[9] A prescindere della sua veridicit, consideriamo questo Sparami al petto!, dicesi gridato da
Mussolini al momento di essere fucilato, e chiediamoci: a chi poteva giovare?
Ovviamente faceva piacere agli estimatori del Duce. Ma, attenzione, incredibilmente poteva anche
interessare i comunisti alle prese con una vulgata che faceva acqua da tutte le parti Ci spieghiamo:
Lampredi, per esempio, lo inser nella sua Relazione riservata al partito del 1972 (modificandola in:
Sparami al cuore!). Relazione che era un espediente, una versione un p pi seria e credibile
rispetto a quelle di Audisio, da utilizzare nel caso che la vulgata fosse naufragata del tutto. Si voleva
far credere che se Lampredi, alto dirigente comunista, rendeva questo omaggio a Mussolini, anche
tutto il resto era veritiero. Insomma, pagando il prezzo di un mezzo omaggio al Duce si avallava tutta
la vulgata. In pratica lo stesso gioco delle parti che venne fatto fare alla Francesca De Tomasi con
il Ferruccio Lanfranchi (Corriere dInformazione) nel 1945 e poi con il Franco Serra (Settimana Incom
Illustrata) nel 1962: la donna fece confidenze che ridimensionavano in parte il ruolo di Audisio,
rendendo cos pi credibile la vulgata. Figurarsi se la De Tomassi, pro cugina di Audisio e ben
conosciuta da Longo, poteva tradire il partito!
Ma ci furono anche altri giochi della parti, a cui il Pci non era estraneo: si sussurr o comunque si
toller, non ufficialmente si intende (altrimenti il Pci interveniva immediatamente a smentire), che nel
comasco venisse indicato come uccisore di Mussolini il Moretti e invece allinterno del partito
comunista il Lampredi, rendendo cos pi credibile la versione di un Audisio sparatore a cui non
credeva nessuno.
[10] Arrivati a questo punto si faccia attenzione ad un particolare di questa intervista pubblicata da
lEuropeo a marzo 1956: il Geninazza denomina correttamente Valerio, Moretti e Lampredi. Ma lui non
poteva conoscere questi nomi, forse aveva udito il nome Valerio e a Dongo aveva visto il Moretti.
Sono quindi possibili due alternative: o il Bandini, in sede di stesura dei testi delle testimonianze ha
precisato lui i nominativi, oppure il Geninazza, come probabile, dal 1945 al 1955 si era ben
documentato. Ma non questo il fatto.
Lassurdo, infatti, che un anno dopo, nel suo memoriale (aveva iniziato a scriverlo il 27 agosto 1957,
come ricorda il P. Pavesi) forse volendo apparire genuino, pasticcia alcuni nomi, per esempio il Moretti
lo chiama anche Negri, e il Lampredi lo chiama il Signore. Eppure doveva avere davanti a s anche
la vecchia copia dellEuropeo con la sua intervista. Mah... Ancora sei anni dopo, nel 1962, nella
intervista al Bonicoli, il Lampredi lo chiama Maifredi. Tutte discrasie sospette e che non convincono.
A proposito della inchiesta del Bonicoli del 1962, quella pubblicata in Io cero, Aletti editore e basata
soprattutto su la testimonianza del Geninazza, il giornalista ricostruisce la posizione del Cantoni
Sandrino e del Frangi Lino, come venuti dietro lauto che portava Mussolini la Petacci e Valerio al
Cancello di Villa Belmonte, e quindi poi li attesta fermi alla curva della strada durante la fucilazione.
Una divergenza non da poco con le note ricostruzioni che invece non li danno presenti alla fucilazione
perch si erano attardati. Rigor di logica vorrebbe che il Bonicoli abbia tratto questa ricostruzione dai
racconti del Geninazza, il ch sarebbe problematico, ma non possiamo saperlo con certezza. Il dubbio
comunque resta.
[11] La vulgata recita di questo sparo. Strano che il mitra Thompson di Audisio, come testimoni
Alberto Mario Cavallotti Albero, che lo aveva consegnato ad Audisio al mattino e che disse era nuovo
da aviolancio e con ancora il grasso dentro, abbia sparato e poi, poco dopo, alla fucilazione si sia
inceppato. Tecnicamente possibile, ma alquanto strano.
[12] Ovviamente Valerio, che per Geninazza era rimasto sulla piazzetta, dovrebbe essersi aggiunto
alla comitiva al loro arrivo. Nel suo memoriale il Geninazza precis: Dopo di ch giunsero Pietro, il
Signore (Lampredi, n.d.r.) con in mezzo Mussolini e la Petacci.
[13] Non sappiamo se questo particolare della offerta della pelliccia della Petacci al Lino sia veritiero o
meno, ma di certo quella pelliccia, sia pure forata nello schienale, ebbe poi a sparire. A questo
proposito si deve far notare come vestiario e oggetti della Petacci, oltretutto criminosamente uccisa,
vennero arbitrariamente prelevati. Cos come il cappotto di cammello che rimase al Geninazza,
scarpette e foulard che sembra finirono alla sorella del Caserotti, ed anche altri risultarono poi in

229

CAPITOLO 14

TESTIMONIANZE GENINAZZA

possesso di alcuni oggetti della donna, ecc., tutti reperti e ricordi che dovevano essere consegnati allo
Stato per poi restituirli ai legittimi eredi.
[14] Secondo le relazioni di Audisio & Co. questi, in stanza, mise alla donna una gran fretta, facendola
addirittura uscire senza le mutandine che non trovava, ora invece, addirittura, Audisio non salito su
casa e Claretta uscita portandosi dietro mezzo guardaroba!
[15] Nel suo memoriale il Geninazza scrisse che Pietro e Guido: camminavano davanti alla
macchina ed inoltre: Valerio prese posto sul parafango destro, aveva il mitra in mano, Pietro e il
Signore (Lampredi, n.d.r.) camminavano davanti alla macchina, e la stessa cosa la precis nel 1962
al giornalista Bonicoli.
[16] Incredibilmente e contraddittoriamente Franco Bandini, che pur aveva riportato nel 1956 queste
testimonianze, anni dopo nel suo Vita e morte segreta di Mussolini Mondadori 1978, scrisse che
questo autista non li aveva potuti osservare perch disse di non essersi voltato per paura ed inoltre le
automobili del tempo non avevano lo specchietto retrovisore.
[17] Nel suo memoriale il Geninazza aggiunse: Il Signore (Lampredi, n.d.r.) e Pietro erano fermi un
p pi su, allincrocio delle due stradine laterali alla carrozzabile.
[18] Moretti disse chiaramente che lui si trovava nella curva in basso verso Azzano, quindi non poteva
scendere di corsa, ma semmai salire.
[19] Nellintervista a Bonicoli del 1962 Geninazza precis che al momento della fucilazione anche
Lampredi arriv sul posto, ritrovandosi quindi tutti e quattro l.
[20] Al tempo il Geninazza mostr al Bandini alcuni bossoli che aveva conservato. Nel suo memoriale
il Geninazza aggiunse che a questo punto Audisio chiese i connotati, li chiama cos, a lui e Moretti,
per una eventuale futura ricompensa. Lui diede le sue generalit e Moretti, scrive lautista, diede il suo
nome di battaglia.
[21] Qui il Geninazza disse una mezza bugia, perch il cappotto di cammello se lo port a casa e
servi poi alla moglie per il loro matrimonio nel 1946. Comunque la pelliccia risult sforacchiata nello
schienale, mentre il cappotto color cammello, come attesta qui il Geninazza, quello che poi lui dice gli
rimase in macchina, era stato gettato sui corpi e si era anche bagnato.
[22] Il Roberto Remund mise per iscritto, nel 1973, che quando si affacci dal palazzo con la mensa
dove si trovava, vide in strada alcuni partigiani che scortavano un uomo con mantello al quale si
aggrappava una donna. Mentre questi andavano verso il lavatoio, lui scese, chiamato da un partigiano
che conosceva (anni dopo disse che si trattava di Arturo, ovvero il Caserotti, detto anche
comandante Roma), e anche altri tre o quattro sconosciuti. Anche una certa Eralda Bordoli, rifer di
aver visto, alla piazzetta con il Lavatoio, due partigiani che gli intimarono di allontanarsi e poi
arrivarono tre o quattro persone compresi i presunti Mussolini e Petacci. E cos pure ne vide quattro,
in mezzo i presunti Mussolini e la Petacci, una certa Carla Bordoli.
[23] Oggi evidente a tutti che il modo tremebondo e vile in cui Audisio descrisse, per esigenze
politiche, come mor Mussolini un falso. Per altri versi lo sparami al petto potrebbe ritenersi pi
onesto anche se poco credibile e alquanto assurdo (oltretutto Mussolini non indossava alcun
pastrano). Ma gli storici non possono piegare i fatti ai loro sentimenti. Noi riteniamo, per vari motivi che
qui omettiamo, che sia invece pi veritiero il Viva lItalia! gridato dal Duce in quel momento, come
ebbe a confidare Michele Moretti a Giorgio Cavalleri nel 1990. Ad osservazione dellamico giornalista,
se quella esternazione gli avesse dato fastidio, il Moretti disse di no, perch era lItalia di Mussolini
non la sua (G. Cavalleri, Ombre sul Lago, Ed. Piemme 1995).
[24] Geninazza su lEuropeo del 1956: <<Valerio estrasse nuovamente la pistola, si avvicin al gruppo
dei due caduti, cerc la posizione del cuore e spar un colpo di grazia>>. Nel suo memoriale, invece,
scrisse sinteticamente Valerio lo fin con un colpo di pistola al cuore.

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CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

Testimonianze di quel giorno, in quei posti


Relativamente al mistero della morte di Mussolini, si sono accumulate in tanti
anni una ridda di memoriali, testimonianze e rivelazioni paradossali. Tra i ricercatori
storici il giornalista Franco Bandini, inviato di vari giornali e rotocalchi, stato un
prezioso ricettore di testimonianze del posto che nessuno aveva pensato di scovare,
anche se oggi viene il sospetto che il giornalista toscano, legato ad esigenze di scoop
editoriali, tra cui la famosa ipotesi di una doppia fucilazione per Mussolini (Storia
Illustrata di febbraio 1973), ne abbia riportate alcune non correttamene.
Purtroppo la maggior parte di queste testimonianze, sul posto, non sono mai state, e
data la loro natura giornalistica, difficilmente avrebbero potuto esserlo, controllate
attentamente nonostante che spesso fossero problematiche o contraddittorie.
Noto il fatto che nella Tremezzina venne sparso per anni un terrore indicibile e nel
comasco si erano anche verificate, nel primo dopoguerra, circa 400 sparizioni e
omicidi. Il terrore sparso in giro, quindi, non era uno scherzo, terrore al quale si
univano vari interessi locali di una provincia che riprendeva socialmente a fiorire nel
clima e nella agiografia resistenziale.
Tutto questo fin per instaurare una vera e propria omert ambientale e nessuno era
propenso a rilasciare informazioni e testimonianze che mettessero in dubbio la
versione ufficiale dei fatti, alterando la tranquillit familiare e del paese.
Ma il solo terrore a nostro avviso non sufficiente a spiegare le bocche cucite,
perche bisogna anche considerare il fatto che alcuni avvenimenti di quel sabato 28
aprile, furono la rappresentazione di una messa in scena, come ad esempio il breve
corteo di un uomo e una donna scortati alla macchina che doveva portarli alla
fucilazione e, subito dopo, gli spari della fucilazione da molti uditi e poi i cadaveri ai
piedi del cancello di villa Belmonte da altrettanti visti, confusero le idee a tutti.
Il clima di esaltazione di quei momenti, per la gente del posto veramente eccezionali,
fece il resto e quindi non c da meravigliarsi che molti credessero a quanto si diceva
in giro e anzi, negli anni, riferirono fatti e particolari come se effettivamente li
avessero visti, quando magari invece ne avevano solo avuto sentore.
Si prendano ad esempio i momenti della fucilazione al cancello di Villa Belmonte,
quelli in cui tutti i presunti autori di quella impresa, testimoniarono che Audisio si
premun di cacciare via eventuali persone del posto e oggi sappiamo invece che tutto
attorno erano stati anche istituiti piccoli posti di blocco per non far avvicinare
nessuno in quel tratto di via XXIV Maggio.
Ebbene, nonostante questo, come vedremo, vi una testimonianza, raccolta a sua
tempo dal ricercatore Marino Vigan, della signora Edvige Rumi, la quale rifer che
lei, il marito e altri arrivarono, poco dopo e dietro lauto del Geninazza con Audisio &
Co. partiti da Dongo, in una specie di boschetto vicino a Villa Belmonte, e assistettero
alle fasi della fucilazione, udendo persino le frasi della Petacci.
Ma non solo: vi anche il racconto di Rainoldi Marta, una donnetta del paese al
tempo ragazza, che confid a Mario Nicolini, ex militare della RSI, di aver visto, da
abbastanza vicino e con il cane appresso, la fucilazione davanti al cancello di Villa
Belmonte, anche lei udendo bene alcune frasi concitate dei presenti.
Dovremmo quindi ritenere che in realt quella fucilazione venne vista e addirittura
udita per varie frasi, quindi da abbastanza vicino, da svariate persone!
Analizzando attentamente queste due testimonianze, per, appare evidente che
sono inattendibili, ma dando per scontata la buona fede delle due donne, persone
semplici, non possiamo che dedurne che tanta gente rimase vittima di una vera e

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CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

propria allucinazione collettiva, rafforzatasi nel tempo grazie alla ridda di voci dove
tutti dicevano di aver visto o udito qualcosa. Non questo un fenomeno poi cos raro.
Dal dopoguerra i giornalisti iniziarono a raccogliere le testimonianze del posto dando
per scontata buona parte della versione ufficiale e quindi si cercavano pi che altro
racconti che vi aggiungessero qualcosa di nuovo. Ebbe ad ammettere Franco Bandini:
<< ... ogni inchiesta critica, tra le quali purtroppo anche un paio scritte da me, sono
state condotte tutte allinterno di una forma mentale tipica. Abbiamo sempre
cercato infatti di far quadrare i racconti di Valerio coi fatti che mano a mano
andavamo scoprendo: ma sempre ammettendo tacitamente che la fucilazione di
Mussolini fosse avvenuta, pi o meno come ci era stato pi volte raccontato, salvo
particolari non essenziali>>.
Successivamente, quando apparve chiaro che la versione ufficiale non era poi oro
colato, molti di quei testimoni del tempo erano deceduti o resisi irreperibili ed in ogni
caso era anche evidente che nessuno aveva voglia di parlare di quei fatti.
In questi ultimi anni il ricercatore storico Pierangelo Pavesi, che spesso soggiorna
nella Tremezzina ed potuto entrare in confidenza con molta gente del posto, ha
raccolto delle sia pur tardive testimonianze che risultano dubbie, ma comunque utili
ed ha anche il merito di aver corretto indicazioni di luoghi e biografiche errate.
Una cosa, comunque, traspare con chiarezza: quel giorno, in quei luoghi, accadde
qualcosa di diverso da come ci stato raccontato, qualcosa che poi stato, prima
opportunamente occultato attraverso palesi minacce ed imposizione di una versione
di comodo, poi mistificato e confuso disperdendolo in varie e contraddittorie
testimonianze indecifrabili, e quindi dopo tanti anni, oltre alla morte di molti
testimoni, si finito persino per perdere il senso e il ricordo preciso di quegli eventi.
Come affermava il Bandini, linsieme di tutte le testimonianze permette di stabilire
con un minimo di attendibilit che ad un ora imprecisata, ma che deve situarsi tra le
12 e le 14 di quel 28 aprile (ora di pranzo) nella zona di Azzano, Giulino e Bonzanigo
si snodarono una serie di avvenimenti, quali: un insolito e sospetto traffico di
partigiani, anzi anche una sparatoria di partigiani locali ed altre persone che
risalivano probabilmente via del Riale; vi furono, ad opera dei partigiani del capo
locale Martin Bisa alias Martino Caserotti alias Arturo, alias comandante Roma,
delle voci devianti per spedire al primo pomeriggio le poche persone di quei borghi
sulla sottostante statale ove, si disse, sarebbe passato il Duce prigioniero. Al
contempo e per tutta la mattinata spari in lontananza, sulle colline soprastanti,
avevano lo scopo evidente di tenere la gente rintanata. Quindi, conclude il Bandini,
attorno a mezzogiorno, non solo si era gi levato il sipario sul dramma, ma erano
anche scattate le operazioni nebbiogene per occultarlo e sviarlo!
Ma oltre alle testimonianze del luogo ci sono anche quelle indirette ovvero particolari
riferiti da terzi sulla base di confidenze avute da attori di quegli eventi.
Ovviamente queste sono meno probanti, tuttavia in alcuni casi, per la seriet nota di
chi le racconta occorre tenerle in considerazione, magari con la riserva che chi rilasci
a suo tempo la confidenza, non abbia detto tutta la verit oppure labbia un poco
camuffata. Ad esempio una confidenza del poeta, scrittore Franco Loi, nella sua
autobiografia (Da bambino il cielo, Garzanti 2010), curata da Franco Raimondi,
riferisce rivelazioni fattagli dallamico Pier Bellini delle Stelle il comandante Pedro:
Lesecutore, il sedicente comandante Valerio, per certo non era Walter Audisio. Si
present con un generico foglietto del CLN. Luccisione di Mussolini e della Petacci
avvenne a villa De Maria, a Bonzanigo, la sera prima del giorno in cui fu
dichiarata. Bellini, contrario, era stato minacciato con una pistola alla tempia.

232

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

Basterebbe sostituire la sera prima, con la stessa mattina, che il mosaico va a


posto da solo. Del resto per la sera prima (il 27), almeno fino ad oltre l1 di notte, vari
testi riferiscono di Mussolini e la Petacci ancora vivi.
Come detto linsieme di tutte queste testimonianze, vanno a disegnare un quadro di
avvenimenti che appare difforme da quello che avrebbe invece dovuto essere, cos
come raccontato dalla vulgata, se Audisio & Co., giunti quasi improvvisamente a
Bonzanigo verso le 16, in meno di mezzora, andarono a casa De Maria, prelevarono i
due prigionieri, li scortarono per un pezzetto di strada a piedi, li fecero salire sullauto
che aspettava in fondo alla piazza dove c il Lavatoio, percorsero in auto circa 300
metri, si fermarono al cancello della Villa e li fucilarono, in tutto, pi o meno,
diciamo: da un quarto alle 16 alle 16,15.
Ebbene in quel poco meno di mezzora ecco che invece constatiamo,
proprio secondo le testimonianze del posto, uno strano e intenso traffico
di partigiani di varia provenienza attorno a Bonzanigo e Villa Belmonte.
Anche ammesso, infatti, come raccontato dallallora neo sindaco della Tremezzina
Ferrero Valsecchi, che la mattina del 28 aprile 1945 gli si present il capitano Neri
Luigi Canali a chiedergli di applicare il coprifuoco nella Tremezzina (coprifuoco che
per non giustifica tutti i blocchi stradali intorno alle 16 dentro Bonzanigo, Giulino e
Mezzegra), per non avere gente in giro nel pomeriggio, ed inoltre anche dato per
scontato che le testimonianze di cui sopra, a volte, possono aver indicato gli stessi
partigiani per strada, ne scaturisce comunque una evidente considerazione:
quel pomeriggio Audisio, Lampredi e Moretti, con lauto del Geninazza,
non arrivarono da Dongo improvvisi e inaspettati; non scelsero, strada
facendo, il luogo dellesecuzione (cancello di Villa Belmonte);
non ebbero solo laiuto del Caserotti, che gli indica la casa dei De Maria e poi li
accompagna quando tornano scortando Mussolini e la Petacci alla macchina;
ma cera gi da tempo una studiata programmazione per eseguire, di
nascosto da occhi indiscreti, una messa in scena davanti a quel cancello.
Lo attestano, non solo gli spari sulle colline soprastanti, finalizzati a tenere rintanate
le persone in casa, la scusa di una caccia a fascisti, spie o tedeschi, ma soprattutto i
troppi partigiani armati, sia del paese che di fuori, che dentro Bonzanigo, Giulino,
Mezzegra ed Azzano, gi da prima delle 16, si aggiravano dappertutto e misero in atto
vari posti di blocco per impedire, da ogni lato, laccesso a via XXIV Maggio.
A questo si aggiunga, come accennato, che forse verso le 14, se non prima, venne
appositamente sparsa in paese la voce che Mussolini sarebbe passato prigioniero,
alcuni dissero in gabbia, nella sottostante provinciale, fatto questo che indusse tutte
le persone a recarsi verso il bivio di Azzano, svuotando il circondario Mezzegra,
Giulino e Bonzanigo. Intorno alle 16, invece, gi predisposto quello che si doveva fare
al Cancello di Villa Belmonte, si ordin alle gente al bivio di Azzano di tornare a casa.
Ora si da il caso che tutta questa manfrina, finalizzata senza alcun dubbio ad avere
una certa discrezione in paese [1], denuncia chiaramente che gi dalle 14, pi o
meno, era in programma la sceneggiata di Villa Belmonte.
Ebbene, si faccia attenzione: per la vulgata, alle 14, Audisio e il suo
plotone e per suo conto Lampredi, stavano per arrivare a Dongo, ancora
sconosciuti e in un primo momento risultando persino indesiderati.
Quindi, come si spiega che nella Tremezzina gi si cercava la massima
discrezione pianificando la messa in scena pomeridiana?
Vi una sola spiegazione: verso la fine della mattinata, a prescindere da
Audisio ancora in Prefettura a Como o appena mossosi per arrivare a

233

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

Dongo, Mussolini e la Petacci, erano gi stati ammazzati al mattino, e si


era programmata una regolare, ma finta, fucilazione pomeridiana.
Riassumiamo appresso queste testimonianze del posto, quelle pi significative,
anche se rimangono alcuni dubbi sulla loro attendibilit.
Sono riprese dai servizi di Franco Bandini su Storia Illustrata N. 183 del febbraio
1973, e dai sui libri, Le ultime 95 ore di Mussolini Sugar 1959 e Vita e morte segreta
di Mussolini Mondadori 1978.
Quindi alcune raccolte, anni dopo, dal ricercatore storico Marino Vigan e riportate
nel suo: Un Istintivo gesto di riparo nuovi documenti sullesecuzione di Mussolini,
28 aprile 1945 - Palomar N. 2 del 2001, e quelle raccolte dal ricercatore milanese
Pierangelo Pavesi, riportate nel suo libro Sparami al petto! Edizioni del Faro 2012.
Qui sotto una recente cartina con i luoghi di quegli avvenimenti (per esempio Via degli
Ulivi venne tracciata solo negli anni 70.

Bonzanigo - Villa Belmonte


e Villa Merz.
Bonzanigo. Uscendo da casa De
Maria e svoltando a destra si
percorrono in salita poche decine di
metri del tratto finale di via del Riale,
quindi passato un androne si sbuca
nella piazzatta Rosati, attraversata da
via Fratelli Brentano. Questa porta alla
piazzetta con il Lavatoio (Largo della
Valle) in fondo alla quale, dopo un
sottopasso, inizia via XXIV Maggio.
Villa Belmonte, cos la descrive F.
Bandini: << un grande ed elegante
edificio con pianta ad L che giace in
leggero pendio tra il ramo superiore e
quello inferiore della strada che scende
da Giulino. Un entrata padronale immette sul ramo superiore o nei suoi pressi, ed
un cancello, quello accanto al quale fu fucilato Mussolini, si apre sul ramo inferiore,
al n. 14.
La casa di Villa Belmonte a due piani e la facciata pi larga d verso il lago,
sfogando in una grande terrazza che prosegue in un ripiano del giardino>>.
Il 28 aprile la villa era abitata da alcune persone, raggruppate in due famiglie,
sfollate a Giulino per la guerra. I signori Bellini, Bernardo proprietario con la moglie
Teresita, ed i coniugi Rinaldo e Aminta Oppizzi con le due figlie, Lelia e Bianca
allora giovanissime. La popolazione della villa era poi completata dalla donna di
servizio Giuseppina Cordazzo.
Villa Merz, ubicata pi sotto, su la statale Regina C anche una viuzza, Via di
S. Vincenzo, che parte da Giulino e sbuca in via XXIV Maggio, dove, pochi passi
dopo, vi proprio il famoso cancello di Villa Belmonte. In pratica via S. Vincenzo
giunge vicino al tabernacolo della Madonnina che si trova appunto, un p di lato
dietro il cancello di Villa Belmonte N. d. A.].

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CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

TESTIMONIANZE: SABATO 28 APRILE 45


Il signor ROBERTO REMUND di Viganello (Chiasso), ventunenne, bench
svizzero era sfollato assieme ad alcuni colleghi di lavoro presso la villa Peduzzi di
Bonzanigo. Si era da pochissimo arruolato nella 52a Brigata Garibaldi e quella
mattina del 28 aprile era di guardia al posto di blocco di Tremezzo di fronte
allimbarcadero. Verso le ore 12 / 13 era invece a mangiare alla mensa della
Geigy di cui era dipendente, ubicata a casa Peduzzi in via Fratelli Brentano
(erroneamente data come via Mainoni dIntignano), quando si udirono degli spari
gi verso il paese. Tempo dopo (imprecisato), racconta:
<<Ero ancora alla mensa quando udii uno scalpiccio nella via sottostante. Mi
affacciai e vidi alcuni partigiani che passavano, scortando un uomo con
mantello militare al quale si aggrappava una donna (dallalto non potei vedere
i visi). Uno di quelli della scorta che conoscevo mi vide e mi chiese: <hai un
arma?> e alla mia risposta affermativa mi disse di scendere subito.
(recentemente il Remund, oggi ancora vivo e lucido, ha riferito che quel partigiano
era Arturo, ovvero il Martin Bisa Caserotti, N.d.A.).
Nel frattempo gli altri avevano proseguito verso il lavatoio. Vidi partire una
macchina nera. Nella strada non cera nessuno tranne due donne al lavatoio>>.
Il Remund scese subito e venne accodato assieme ad altri tre o quattro partigiani
sconosciuti dicendogli che cerano dei fascisti ed occorreva fare dei posti di
blocco. Questi particolari il signor Remund li scrisse anche in una sua lettera
spedita il 30 gennaio 1973 a Franco Bandini che gi a suo tempo lo aveva
intervistato. Su le sue importanti testimonianze ritorneremo appresso.
ERALDO BORDOLI detto Dino (1914 1994), al tempo partigiano assieme al
fratello in Azzano (testimonianza a F. Bandini del 10.1.73) rifer che la mattina
del 28 aprile, tornato in paese verso le 14 o 14,30, incontr al pontile di Azzano
alcune donnette emozionate le quali gli raccontarono che qualche tempo prima
nelle immediate vicinanze dellalbergo Milano, sito tra la via Albana e la Regina,
avevano visto arrivare una veloce auto che si arrest in prossimit della via
Albana (che va verso casa De Maria). Ne erano scesi, senza neppure chiudere gli
sportelli, quattro uomini armati di mitra ed in tuta mimetica che si misero a correre
lungo la stessa stradina verso lalto. Le donne avevano avvertito alcuni partigiani
del luogo, ma dopo poco si udirono alcune raffiche di mitra alle quali risposero dei
colpi provenienti dalla montagna e le donne atterrite non vollero tornare a casa.
La signora ROSITA BARBANTI SYLVA (1886 1983) torinese, al tempo sfollata
a Bonzanigo presso la famiglia Peduzzi (testimonianza a F. Bandini del 8.1.56),
racconta di vari movimenti al mattino in paese e voci di una caccia a fascisti
o generali prigionieri. Circa verso le 16, mentre stava nei pressi della piazzetta
del Lavatoio con i suoi due cani, venne ad avvicinarsi alla vettura del Geninazza
parcheggiata in attesa in fondo alla piazzetta con il Lavatoio. La signora chiese
allautista cosa stava accadendo, ma ottenne solo una generica risposta di non
saperne niente. Anche il Geninazza, nella sua testimonianza accenn ad una
donna che gli si era avvicinata chiedendo cosa stava succedendo.
La signora CARLA BORDOLI in GADOLA (1924 2009) racconta e lo riporta il
P. Pavesi nel suo libro, che venne chiamata dalla signora Rosita Barbanti
Sylva, che era appena risalita in casa, e lei la raggiunse al piano superiore

235

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

delledificio. Da qui videro venire, verso casa Peduzzi, un gruppo di persone tra
cui un signore con la testa bendata (sic!) e una signora in abito grigio
elegante, con due giovani armati davanti e due dietro. La Bordoli e la
Barbanti, scendono e cercano di seguire il gruppo, ma arrivate in Largo della
Valle (Lavatoio) un militare le rimanda indietro. Racconta la Bordoli al Pavesi che
il presunto Mussolini in via Fratelli Brentano, al civico 32 dove c lentrata di un
garage, ebbe un mancamento, ma si riprese subito. La signora conferma anche
la presenza del Martino Caserotti. Clamoroso il fatto che queste due donne
vedrebbero la Lia De Maria appoggiata ad un muro del palazzo che guarda la
scena di soppiatto. Gli si avvicinano e gli chiedono chi quella gente e la De
Maria dice di non saperne niente, chiss, dice alle due conoscenti, forse sono dei
tedeschi che stavano dai Rosati (una delle pi importanti famiglie della
Tremezzina che avevano anche un Palazzo in via Fratelli Brentano).
CARLA MARIA JEMOLI, (1923 1996, testimonianza recuperata dal P. Pavesi)
che abita nella piazzetta Rosati ed a servizio dei signori Carpani, uscita di casa
verso le 16, incontra un uomo vestito da militare ed una donna con pelliccia
con attorno tre uomini armati. Sembra che a questi, poco pi avanti, si unir il
Martino Caserotti e qualche altro suo partigiano.
Anche la signora GENEVIEVE MANTZ in CARPANI (1918), moglie di Luigi
Carpani, raccont di aver visto dalle parti della piazzetta con il Lavatoio un uomo
vestito da militare ed una donna con pelliccia salire in macchina. Ma la signora
Genevieve raccont anche che vide spuntare da via XXIV Maggio un uomo
con il fucile in spalla che gli dice di rientrare in casa; non del paese e dice
che stanno dando la caccia a due tedeschi fuggiaschi.
La signora PALMA MONTI, al tempo abitante a Giulino di Mezzegra, rilasci
questa importante testimonianza in Ossuccio al ricercatore storico Marino Vigan:
<<Il 28 aprile 1945, giorno in cui hanno accoppato il Duce ero sulla terrazza con
mia sorella: vedo che vengono avanti uno in uniforme davanti, due persone in
mezzo (lei con la pelliccia, lui con addosso un palet nero o grigio scuro ed
il cappello) uno da un lato e uno dallaltro di quelli e infine uno dietro di
loro. La donna appunto portava una pelliccia nera, luomo aveva il palet ed
il cappello calato gi e camminava a braccetto. Luomo davanti armato di mitra li
precedeva di due o tre metri. Dopo un po sentiamo una scarica di mitra dopo
un po mio padre ci ha detto: sapete che hanno accoppato il Duce e la Petacci.
Chi andava a pensare che quei due fossero Mussolini e la Petacci!>>.
Verso le 16, mentre Valerio stava arrivando al cancello di villa Belmonte, la
signora TERESA GALLI (Teresita), moglie di BERNARDO (NALDO) BELLINI
proprietario della villa era seduta sulla terrazza che guarda il lago, mentre suo
marito era allinterno cercando di ascoltare la radio assieme al signor Rinaldo
Oppizzi e relativa moglie Aminta.
Una delle loro figlie, Lelia si trovava invece nel giardino a leggere vicino alla
donna di servizio, Giuseppina Cordazzo (Pina), che accudiva il giardino.
Poco dopo entr in casa la Pina e disse Sa ingegnere che ci hanno fatto
ritirare? Ma chi? Chiese stupito il Bellini. Dei soldati che ceran l.
Anche Lelia conferm che due giovanotti in divisa, che correvano dietro una
macchina, gridavano Ritiratevi, ritiratevi. (Due in divisa? E chi erano? N.d.A.).

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CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

La signora Teresita, invece, dalla terrazza e senza esser vista, aveva osservato
una automobile che si fermava proprio di fronte al suo cancello ed aveva visto
scendere un individuo corpulento con un berrettino militare che le parve
nero. Teneva le due mani alzate ed infilate negli spacchi laterali del cappotto
(?) come un alpino che regge le cinghie dello zaino.
Anche Naldo, Bellini dichiarer di aver visto, dalla terrazza, dei movimenti davanti
al cancello e poi ud le raffiche di mitra, ma le sue descrizioni non consentono di
fare una foto delle persone da lui viste in quei fugaci momenti.
Emozionata la Teresita corse in casa, ma mentre ci si scambiava le notizie si
udirono, distintissime, due raffiche di mitra, separate da un intervallo di non pi
che qualche secondo. Lingegner Bellini, come il signor Oppizzi, sono quasi certi
che si tratt di un totale di dieci colpi. Fu mandata la Pina in esplorazione, la
quale cerc con noncuranza di arrivare al cancello, ma fu fermata dalla voce di un
uomo che non vide e che strill: Aria, aria al ch la Pina rientr in casa
senza aver visto nulla.
ERALDA BORDOLI, in SIMONETTA (1922) raccont al Pavesi, che quel
pomeriggio si trovava al Lavatoio con altre donne (racconter che alla fontana o
nella piazzetta cerano Rainoldi Francesca detta Cecchina (1900 1986);
Abbade Erminia in Casada; Gobba Domenica vedova Abbate (1885 1948) e
forse un altra donna. Guardando verso Giulino, al di l del sottopasso vede una
1100 nera con bandiera tricolore sul cofano e in piedi una persona che dice
di conoscere perch di Tremezzo (non ne fa il nome, ma il Pavesi ritiene che si
tratti dellautista Geninazza) [2]. Dalla via Fratelli Brentano spuntano due
persone armate che ordinano di sgombrare la piazza. Subito dopo
arrivarono tre quattro persone tra cui un uomo e una donna con pelliccia.
MARIO GRANDI, (1926 2004, testimonianza riportata dal P. Pavesi), allepoca
15 anni, arriva ad Azzano passate le 16. Percorsi alcuni metri verso Villa Merz
sulla statale Regina, nota che limbocco della Villa presidiato da un
partigiano armato. Gli dissero che stavano dando la caccia a dei fascisti.
Anche la diciannovenne DORINA MAZZOLA, nel suo memoriale scritto e
riportato nel libro di Pisan Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Il Saggiatore
1996, ricorda che intorno alle 16,20, volendo passare per via XXIV Maggio si
trova la strada sbarrata da uomini armati che gli dicono di fare il giro,
perch non si pu passare in quanto devono scendere delle macchine.
Don LUIGI BARINDELLI, lanziano parroco (successore di Don Dalla Mano dal
1961), pur al tempo non presente ai fatti, conferma che quel giorno, tutte le
strade che portavano a Bonzanigo e Mezzegra erano presidiate.
Informazioni evidentemente ascoltate in paese negli anni successivi fino ad oggi.
Anche lautista Giovanbattista GENINAZZA nel suo memoriale, dopo aver
detto di essere arrivati in auto sulla piazzetta con il Lavatoio, scrive che cerano a
far posto di blocco qui seguono due parole incomprensibili, poi si legge
del posto e conosciuti. Non si sa a quali posti di blocco si riferisce, ma un
altra conferma del traffico di partigiani! Strano che il Geninazza non accenni a
partigiani attorno a via XXIV Maggio, eppure ce nerano e come!

237

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

DOMENICO GILARDONI (1878 1961), un contadino fratello del suocero di


Ferrero Valsecchi, neosindaco di Tremezzo, dicesi che tornava a casa con la
gerla del fieno e vicino al sottopasso in fondo alla piazzetta con il Lavatoio
vide e venne visto dal gruppo di Audisio & Co. che portavano i presunti
Mussolini e Petacci alla fucilazione [3].
GIACOMO GIAVARINI, (1899 1985), residente con la famiglia ad Azzano,
giardiniere della villa di Maximilian Merz. Quel fatidico giorno (testimonianza a F.
Bandini del 9.1.56) era nel parco della villa, quando verso le 11 o le 12 ud molte
scariche di mitra verso la montagna, dietro la Chiesa. Riusc a vedere molti
soldati o partigiani in divisa che si muovevano confusamente nella parte
alta del paese. Qualcuno gli disse che stavano inseguendo fascisti o tedeschi in
fuga (seppe poi che queste voci le avevano diffuse gli uomini di Martin Bisa, al
secolo Caserotti). Il Giavarini ha poi raccontato che verso le 15,40 di quel 28
aprile, usc dalla villa sulla statale per poter potare le siepi, ma poco discosti dal
cancello vide due partigiani in giacca mimetica, armati di mitra, con
spallacci che gli fecero un brusco segno di rientrare. Il giardiniere rientr, ma
incuriosito percorse un lungo tratto della villa uscendo da una porticina
secondaria che immette su via San Vincenzo, una stradina acciottolata che
congiunge la statale con villa Belmonte. Arrivato agli scalini ed accingendosi ad
attraversare la via principale, trov altri due partigiani, con abbigliamento
simile ai precedenti, seduti sul muretto che gli intimarono di tornare indietro.
Dopo una diecina di minuti ud le famose scariche di mitra al cancello di villa
Belmonte.
FERNANDA GIAVARINI, figlia di Giacomo, giardiniere di villa Merz, racconta (al
P. Pavesi) che la statale, la via Regina, era presidiata da mattina a sera. Il padre
non potendo uscire dalla Villa, percorse la stradina di Via San Vincenzo a Giulino,
giunse agli ultimi gradoni che sbucano su via XXIV Maggio, ma venne rimandato
indietro da alcuni partigiani armati. Il padre gli disse che tutte le strade e
sentieri erano blindati. Nel tornare indietro sent gli spari della fucilazione.
RAIMONDO, detto DINO, GIAVARINI, altro figlio del giardiniere di villa Merz.
Scrisse il Bandini che quel 28 aprile, fin dalla mattina si udivano spari in
continuazione, per lo pi provenienti dalla montagna. Lingresso di Villa Merz era
presidiato fin dal mattino da uno o due partigiani non del posto che non
lasciavano uscire. Il ragazzo, Dino, intorno alle 16 sgattaiol nel frutteto e sal su
un albero. Da l vide, a circa 20/30 metri in via XXIV Maggio, un assembramento
di persone, circa una dozzina davanti al cancello di Villa Belmonte. Gli spari
lo faranno fuggire.
Oggi invece il Pavesi nel suo libro, Sparami al petto!, riporta una precisazione
dello stesso Giavarini. In pratica, gli avrebbe detto il Giavarini, che dopo aver
udito una raffica un p lunga, sgattaiol fuori dalla Villa, non visto dai partigiani di
guardia, e si rec nel prato dei fratelli Bordoli. Fu l che vide lassembramento di
una dozzina di persone e poi sent un colpo che quasi lo fece cadere al suolo.
Dando credito alla vulgata, il Pavesi suppone uno o due colpi di grazia, dopo un
certo tempo dalla fucilazione a Mussolini che, per esempio, asser di aver sparato
il Caserotti. Se questo fosse vero per il Geninazza, che ha raccontato di un
colpo di grazia sparato a fine fucilazione da Audisio, dopo di che Mussolini non si
mosse pi, non sarebbe attendibile. Insomma, contraddizioni su contraddizioni.

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CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

CARMEN ABBATE vedova PINI, (1922 1998, testimonianza raccolta dal P.


Pavesi) sulla piazza di Azzano, davanti al Bar Auto (oggi Bar Tre Archi), incontra
il Casarotti che invita tutti ad andare a casa perch stanno cercando delle
spie. Vede poi arrivare una macchina con uomini armati e mitra che
spuntano dai finestrini e urlano a casa, a casa!. Poco dopo sente la
sparatoria verso il cancello di Villa Belmonte. Un traffico di auto e armati non
indifferente.
MARTINO CASEROTTI da vari racconti viene dato presente allarrivo sulla
piazza del Lavatoio, dove aiuta Moretti & Co. a trovare la casa dei De Maria, poi
lo troviamo ancora da quelle parti nel momento in cui i presun ti Mussolini e
Petacci vengono scortati alla macchina (testimonianza Remund) quindi, pi o
meno, intorno allora della fucilazione sulla piazzetta di Azzano, davanti al Bar
Auto (testimonianza Carmen Abbate), per invitare la gente a rientrare a casa
perch loro stanno cercando delle spie. Infine dovrebbe poi, come lo stesso
Caserotti asserisce, arrivare al cancello di Villa Belmonte dove darebbe il colpo di
grazia a Mussolini. Un vero maratoneta.
Padre ERSILIO FAR del Convento di Barbarano di Sal (testimonianza a F.
Bandini del 24.2.73), ebbe a riferire che padre Evaristo Cerioli, allora al
convento dei Padri Cappuccini di Lenno Abbadia Acquafredda, si imbatt in un
altro posto di blocco, questa volta a nord di Azzano, da lui incontrato prima delle
ore 16 del 28 aprile. Padre Evaristo, infatti, stava rientrando da Tremezzo a
Lenno, quando giunto allaltezza di Azzano si imbatt in alcuni partigiani che
lo consigliarono di cambiare strada perch cera fermento. Padre Evaristo
allora prese per il lungolago, invece che per la statale, ma fatti pochi passi ud
forti colpi di arma da fuoco. Seppe poi che quelli erano i colpi della fucilazione di
Mussolini. Ne concluse Franco Bandini, che raccolse queste preziose
testimonianze, che tutta la zona era bloccata molto prima che arrivasse Valerio.
La signora ROSA DI RIZZO (testimonianza a F. Bandini del 11.10.72) ricorda
perfettamente che intorno a mezzogiorno qualcuno port la notizia che Mussolini
sarebbe passato prigioniero lungo la statale del lago.
La signora con la sua famiglia pranzarono in fretta e si precipitarono sul posto
dove attesero inutilmente fin verso le 16. Verso le 15,30 al loro gruppetto si
aggiunse la Lia De Maria che invece, come sappiamo, testimoni di aver visto e
parlato con i giustizieri arrivati a prendere Mussolini.
I compaesani chiesero alla De Maria cosa stava succedendo e la stessa rispose
un laconico Mi su nient.
Purtroppo sulle testimonianze riportate dal Bandini si sono addensati molti dubbi
e del resto non sappiamo se questa Di Rizzo disse il vero, ma se cos fosse,
verrebbe sbugiarda la versione di comodo della Lia De Maria che disse di essere
rimasta in casa a fare i mestieri dopo che Mussolini e la Petacci vennero portati
via. Comunque sia su quello che veramente fece in quei momenti la De Maria
pesa anche la testimonianza di Carla Bordoli in Gadola, pi sopra riportata, che,
assieme alla Rosita Barbanti disse di averla incontrata in strada mentre sbirciava i
presunti Mussolini e la Petacci che venivano portati via verso la piazza con il
Lavatoio.

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CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

MAXIMILIAN MERZ (1883 1965): riassumiamo questa dubbia testimonianza


riportata dal Bandini. Dice il Bandini (ma in questo caso poco attendibile), che il
Mertz (in realt si scrive Merz) era un agiato cittadino svizzero di mezza et che
proprio per la sua nazionalit mantenne per diversi anni il segreto su quanto
aveva visto. Successivamente per, forse sentendo approssimarsi la sua fine,
sembra che ebbe a scrivere una lettera al figlio con i particolari di quanto aveva
visto. Egli era proprietario di una grande villa sulla statale del lago, dotata di un
grande parco che sale verso il monte ed il cui muro di cinta si inerpica fin quasi a
villa Belmonte. Qui, al termine di questo lungo muro di cinta, si apre una porticina
discreta, che immette su quella via San Vincenzo che, dopo un centinaio di metri,
sbocca direttamente con sei larghi scalini in ciottolo, sulla via in cui si disse che
Mussolini venne fucilato (via XXIV Maggio).
Il Merz, dice il Bandini, aveva udito uno sparo verso le 16. Si mosse quindi per
curiosit, cos come si trovava, ovvero in vestaglia e pantofole e con una specie
di foulard in testa. Percorse in fretta la via di San Vincenzo, ma poi rallent al
salire degli ultimi scalini: in tal modo pot osservare discretamente nascosto un
gruppo numeroso di combattenti intorno ad alcune persone stese per terra. Il
Merz ebbe ad affermare che aveva visto delle persone sparare in aria e/o su dei
cadaveri morti da un pezzo.
Questa testimonianza, intanto, non fu una testimonianza diretta del Merz, ma era
una testimonianza fornita di riporto al Bandini, forse dal giardiniere del Merz,
Giacomo Giavarini, ma soprattutto venne totalmente smentita dal figlio Roberto
Merz che al tempo scrisse anche una lettera di protesta a Storia Illustrata. Il figlio
non solo neg che il padre, timoroso comera in quei momenti possa essere
uscito di casa, ma sment anche lesistenza della lettera citata dal Bandini.
ROBERTO MERZ (1931). Il figlio di Maximilian Merz, dopo aver smentito al P.
Pavesi quanto a suo tempo (1973) riportato dal Bandini, ha aggiunto un suo
ricordo: quel giorno limbocco di via S. Vincenzo, viottolo che inizia dal cancello
della di Villa Merz ubicata sotto, sulla statale Regina, e termina sboccando a
Giulino in via XXIV Maggio, era presidiato da uno o due partigiani che si
alternavano di guardia e non lasciavano entrare nessuno per tutto il giorno.
NALDO BELLINI, il proprietario di Villa
Belmonte, disse a F. Bandini, che non aveva
visto, l dove giacevano i cadaveri, n
sangue per terra, n segni di proiettili sul
muro (strano questo ricordo che non conferma
i buchi sul muretto, che allaltezza del pilastro
misura circa 1,26 cm.).
La foto del Bellini, a destra, fu pubblicata su
Storia Illustrata N. 183 del febbraio 1973 in
essa, lanziano proprietario, imita una posa che
indica come aveva visto posizionato il
cadavere di Mussolini mezzo appoggiato al
muro con la gamba ripiegata. Il particolare dei
segni di proiettile sul muro invece viene
riportato con diverse e opposte versioni da
varie testimonianze, ma sembra attestato
anche da una foto del fotografo Vincifori.

240

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

Ancora ROBERTO REMUND (lettera del 30. 1. 73) fornisce particolari che
svelano per quel pomeriggio del 28 aprile tutta la messa in scena. Come visto, il
Remund era sceso in strada, dal palazzo con la mensa dove si trovava, in tempo
per veder partire una macchina nera dal Lavatoio, quindi: <<insieme a quello
che mi aveva chiamato e ad altri tre o quattro sconosciuti ci avviammo per
la strada che scende ad Azzano. Alla mia richiesta di che cosa dovessimo fare,
quel tizio, mi disse che cerano in giro dei fascisti e che dovevamo fare dei
blocchi. Infatti, assieme ad un altro giovane sfollato di Milano (a me sconosciuto)
ci lasciarono di guardia alla scalinata che porta da Azzano alla Chiesa
(praticamente allangolo tra via S. Abbondio e via XXIV maggio, risalendo un
tratto della quale si arriva al Cancello di Villa Belmonte, n.d.r.) con lordine di
non lasciar passare nessuno e scesero dalla scalinata stessa.... Dopo un p
udimmo una forte sparatoria in direzione appunto della curva>.
Infine il Remund, una volta arrivato al famoso Cancello della Villa, alla vista dei
cadaveri addossati al muro, indicatigli da un paio di partigiani seduti su un
muretto a sinistra della strada, rimase sconvolto e si sofferm solo pochi
momenti: <<per effettivamente mi ricordo che non vi erano pozze di
sangue>>. Il Remund, anni dopo, intervistato per la TV, spieg anche che not
che il cadavere di Mussolini ai piedi del muretto era come rannicchiato ovvero
stranamente piegato.
Sembra che la pochezza di sangue, molto scuro e sulla parte bassa del muro,
venne riscontrala anche da Dino Giavarini il mattino dopo, il 29 aprile (bisogna
considerare per che poi aveva anche piovuto. Testimonianza al Bandini).
Sempre Roberto Remund ricorda che quella stessa mattina del 29 aprile 45, si
port sul posto (Villa Belmonte) con un collega, anche loro per trovare pallottole
ricordo. Ne trov due che tenne con s per anni, ed attest anche di aver
incontrato sul posto un abitante del luogo munito di cacciavite (probabilmente
Dino Giavarini) che cercava di estarle dal muretto.
Altre testimonianze dello stesso tenore delle precedenti furono rese da alcuni
abitanti di villa Belmonte, come i coniugi OPPIZZI e CLEMENTINA SIRONI, ma
anche il signor DINO BORDOLI, il quale precis anche che il corpo di Mussolini
era in ginocchio e vi era poco sangue in terra, mentre quello di Claretta pareva
steso a terra. Solo LUIGI CARPANI che negli anni 70 divenne sindaco di
Mezzegra, avrebbe sostenuto che al cancello cera una pozza di sangue [4].

Un certo ANGELO DE ANGELIS, (1915) contadino


(il Pavesi forse corregge il nome in Camillo), la cui
importante testimonianza venne anche pubblicata
con questa sua foto (a lato) su Storia Illustrata N.
183 del febbraio 1973, rifer di aver aiutato a
caricare i cadaveri sulla macchina davanti al
cancello di villa Belmonte. Egli comunque not
con stupore che i cadaveri erano rigidi e quindi la
sua
testimonianza
assume
una
notevole
importanza.
CLEMENTINA SIRONI da Monza, anche lei sfollata
in una villetta l vicino pochi metri a sud di villa Belmonte (testimonianza a F.

241

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

Bandini del 15.11.56), raccont che la mattina del 29 aprile aveva sentito alla
radio le notizie della morte di Mussolini ed allora era corsa al cancello di Villa
Belmonte, avendo ricollegato di aver udito due scariche di mitra il pomeriggio
prima. Al cancello trov anche i Bellini e gli Oppizzi e nessuno di loro not
particolare sangue. La Sironi raccolse al cancello della villa, una scarpa da
donna, un fazzoletto e due pallottole (?), pi un bossolo. [5] Una delle pallottole
trovate appariva deformata dallurto contro un oggetto solido come non avesse
attraversato corpo alcuno o soltanto parti molli. Laltra recava una leggera
ammaccatura. Dicesi che risulteranno di calibro 7,65. Il bossolo reca la sigla SFM
1940 che corrisponde a quella di una piccola societ francese di munizioni, indice
che furono probabilmente sparati da un MAS.
EDVIGE RUMI, moglie di Edoardo Leoni uno dei due autisti che la notte
precedente guid una delle macchine che trasportarono Mussolini a Bonzanigo.
Secondo la signora Rumi, oramai anziana e definita una signora semplice ed
ingenua, che lo attest a Vigan in Gravedona nel 1989, [6] quel pomeriggio lei
avrebbe assistito, assieme al marito e da un boschetto l vicino, alla
fucilazione di Mussolini al cancello di Villa Belmonte. Racconta la Rumi:
<<Siamo andati gi a Mezzegra in macchina o in bicicletta io mio marito e tutti
quelli che sapevano che lo ammazzavano. Mio marito lo sapeva perch andava
di qua, andava di l a sentire tutti...
Quando siamo andati gi, l era ancora giorno verso le 5 o le 6 (le 17 o le 18
n.d.r.). Cero anchio quando lhanno ucciso e ho veduto la Petacci saltare l.
Mussolini e la Petacci sono nello stesso posto la Petacci dice: o moriamo tutti e
due o non muore nessuno!, saltata l, ma cera un tale svelto che lha afferrata
e lha tirata indietro. Deve averla trattenuta un po, ma poi gli scappata ancora,
andata presso Mussolini e dopo li hanno ammazzati tutti e due.
Non so in quanti hanno sparato addosso a Mussolini perch eravamo sistemati
male, come in un bosco, non si sapeva dove mettere i piedi perch la strada era
rotta e non si poteva guardare da una parte e dall'altra>>.
Riflettendo su questa testimonianza sorgono molti dubbi.
Ci sembra intanto veramente strano che questi particolari, che pur sarebbero stati
oltremodo utili per attestare la versione ufficiale non siano stati riferiti prima del
1989, tanto pi che non avrebbero comportato motivi di preoccupazione (anzi) nel
divulgarli essendo ben in linea con le fonti resistenziali. Ma resta il fatto che tutta
questa nuova e tardiva testimonianza ha particolari poco credibili. Vediamoli alla
luce degli stessi eventi raccontati dalla storica versione, perch o falsa tutta la
versione ufficiale e quindi cade anche la testimonianza della signora Rumi,
oppure questa testimonianza dovrebbe in qualche modo adattarsi ad altri scenari.
Dunque, i due coniugi, a quanto sembra, trovatisi a Dongo e saputo che Valerio
andava a prendere Mussolini per ucciderlo, in qualche modo e con altri amici gli
vanno dietro per godersi lo spettacolo. Strano che non venne chiesto al Leoni di
accompagnare Audisio a Bonzanigo, visto che questo autista cera gi stato.
Diciamo comunque che andata cos e proseguiamo in questa testimonianza.
Se la signora dice di aver assistito con il marito in una specie di boschetto li vicino
bisognerebbe chiedersi di che posto si tratta, visto che dentro Villa Belmonte
escluso e dall'altra parte della strada non sembra che cerano posti simili, ma
ammettiamo che, al tempo, un posto del genere in effetti cera.
In ogni caso per non doveva essere molto distante dal cancello visto che i due
coniugi poterono ascoltare le parole della (presunta) Petacci; ma in questo caso,

242

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

oltre al fatto che sappiamo vi erano vari piccoli posti di blocco, attorno a via XXIV
Maggio, come possibile che Valerio & Co., che dicesi si misero anche di
guardia da una parte e dallaltra della strada, non li abbiano visti, non li
cacciarono via visto anche il numero dei curiosi?
Eppure dicesi che cacciarono anche via qualcuno della villa che si stava
avvicinando, gli urlarono con decisione: ritirarsi, ritirarsi!.
Lo stesso Lampredi ha scritto nella sua Relazione del 72 che, predisponendo la
fucilazione, <<Audisio si accertava che non ci fossero persone in vista...>> e
Moretti disse esplicitamente: <<Valerio... fece allontanare alcune persone che si
trovavano allinterno del giardino (della Villa, n.d.r.).
Ed infine come possibile che il signor Leoni, che oltretutto si presume
conoscesse la strada che arriva a Bonzanigo fino allo slargo erboso di inizio via
del Riale, arriv invece preciso, preciso e al momento giusto, proprio dallaltra
parte, cio in via XXIV maggio davanti al cancello, luogo che Audisio oltretutto
dicesi avesse scelto strada facendo arrivando in paese?
Quando, dove e come li hanno incrociati e dobbiamo presumere neppure furono
visti, la signora Rumi, il marito e non si sa chi altro? No, seriamente, tutto poco
attendibile e probabilmente la signora ha mischiato episodi di una messa in scena
effettivamente visti, con altri particolari che circolavano sul posto in quei momenti.
MARTA RAINOLDI (1908 1996), al tempo era una ragazza che aiutava alla
mensa della Geigy, dove vi andava a mangiare anche il Remund. A detta di don
Barindelli soffriva di crisi depressive. In seguito questa donnetta di paese servir
la chiesa di Mezzegra, facendo funzioni da sacrestano. Nel 1982 la Rainoldi
raccont a Mario Nicollini, un ex combattenee della RSI che voleva mettere una
croce al cancello di Villa Belmonte, che lei quel giorno stava portando a
passeggio il cane e piovigginava (che piovesse prima delle 16,10 ora della
fucilazione non stato riferito da nessuno, solo successivamente prese a piovere
sia pure a sprazzi). La donna vide una macchina, scendere per via XXIV Maggio,
cosa che la sorprese visto che non ne scendevano mai. La macchina si ferma e
vede tirar gi un uomo pelato (strano, tutti gli altri testi hanno dato il presunto
Mussolini con un berretto o cappello in testa) ed una donna. Messi costoro
contro il muro, da altri con le armi spianate, li vede fucilare e sente la donna
che strilla: Non potete!, gli risposero: Via, via, se no ammazziamo
anche te. Allora la donna si mise davanti alluomo e caddero entrambi. La
Rainoldi spaventata era nascosta dietro un oliveto. Che la Rainoldi abbia visto e
udito cos da vicino tutta quella vicenda, nascosta addirittura con il cane
appresso, non credibile (cos come per la testimonianza di Edvige Rumi)
considerando che tutto quel tratto di strada era stato isolato ed era sotto controllo.
Parliamo ora di ANGELA BIANCHI (1920 2002) partigiana, nipote di Martino
Caserotti alias Arturo o comandante Roma, capo partigiano da quelle parti. La
Bianchi, una ventina di giorni dopo quegli avvenimenti, aveva mandato al CLN di
Como una relazione firmata: <<Relazione che la partigiana Angela Bianca,
maestra a Griante ha steso in collaborazione con il Rag. Fernando Luzi per il CLN
di Como, dincarico dello zio Martino Caserotti il quale fu testimone oculare
dellesecuzione di Benito Mussolini>>.[7]
Probabilmente il Caserotti ebbe o si prese, a ridosso degli avvenimenti, la briga di
puntellare in loco la prima versione apparsa sullUnit del 30 aprile 1945, e quindi
chiese alla nipote di riportare alcuni particolari che si volevano attestare al CLN di

243

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

zona (la passeggiata dei prigionieri al Lavatoio, la fucilazione al cancello, ecc.,


sempre sul canovaccio delle brevi informazioni date dallUnit il 30 aprile e
infilandoci anche un suo ruolo pur senza nominarsi). I contenuti di questa
relazione per non furono avallati dai dirigenti comunisti (del resto la Bianchi
riportava anche alcuni particolari poco credibili, come per esempio, che il
giustiziere di Mussolini venuto a Mezzegra era niente meno che il figlio di
Matteotti). Vediamo comunque alcuni stralci della Bianchi:
<<Alle 15,30 circa del 28 aprile arriv un signore alto in abito borghese e
soprabito chiaro. Raggiunta la persona di Mussolini lo sconosciuto disse ad alta
voce: Siamo venuti a liberarti... Imboccarono la viuzza del Riale e poi la via
Mainoni dIntignano... (a quanto oggi risulta, in quel posto, il nome di questa via
non esisteva perch il nome esatto era via Fratelli Brentano, N.d.A.)
In testa al corteo procedeva un patriota armato di mitra... dietro venivano la
Petacci e lo sconosciuto in borghese armato di revolver... (dovrebbe essere
Valerio, ma si resta perplessi per via del fatto che Audisio non era del tutto in
borghese, n.d.r.).>>.
La Bianchi aggiunse poi che Mussolini indossava un pastrano grigio e aveva in
testa un casco da lavoratore. Lui e la Petacci portavano stivaloni da cavalerizzo e
questultima osservazione la ritroveremo anche nel rapporto dellagente
americano Lada-Mocarski (1895 1953).
Si fa intendere poi che nel corteo cera anche il capitano "Neri", stranamente lo si
suppone in quello con la divisa color cachi (?), armato di "parabellum", quindi:
<<A met della via Mainoni d'Intignano, si vede chiaro che Mussolini aveva uno
sbandamento (Questo strano mancamento attestato in via Fratelli Brentano,
N.d.A.), ma si riebbe tosto. Sul ponte di via Ventiquattro Maggio attendeva un'
auto nera, targata Roma. Il luogo era appartato e pareva prestarsi per la bisogna.
Ma la presenza di alcune persone indusse la comitiva a proseguire.
Ai curiosi tuttavia non sfugg la disperazione con la quale la Petacci abbracci
Mussolini, durante la breve sosta. Tutti salirono in macchina. Questa si fermo'
davanti al cancello della villa Belmonte, al numero 14 della via Ventiquattro
Maggio. Qui la strada fa gomito e nasconde una cappelletta dedicata alla Vergine
del Rosario... Erano le 16,20. Si vuole che la Petacci dicesse al suo amante:
"Sei contento che ti ho seguito fino in fondo?"
... Il comandante letta la condanna, fece spostare di qualche metro Mussolini che
quasi subito ricevette due colpi di pistola al lato sinistro e una scarica di mitra,
(lautopsia per indica che semmai i colpi di pistola poterono arrivare al lato
destro, non quello sinistro, n.d.r) cadde in ginocchio addossandosi al muro. La
Petacci ebbe la seconda scarica, sollev le braccia in atto disperato, strinse i
pugni e si abbatte riversa ai piedi dellamante ... Un capo dei partigiani
sopraggiunto gli assest il colpo di grazia (a Mussolini, n.d.r.)>>.
Di questa versione sembra che ne vennero anche stampate alcune copie che
circolarono nel comasco, ma a tuttoggi non sembra sia
reperibile negli archivi.
MARTINO CASEROTTI, Martin Bisa, alias il comandante
Roma, alias Arturo (1901 1977, foto a lato) [8], i primi
mesi del 1962, quando venne intervistato da Franco Serra
per il suo servizio a puntate di aprile maggio 1962, aveva
circa 62 anni ed era ancora un uomo vigoroso, ma burbero.
[9] Al tempo dei fatti narrati, egli faceva il bello e cattivo

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CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

tempo dalle parti della Tremezzina, nei cui monti sopra Azzano si era dato alla
macchia. Nel dopoguerra visse e lavor sullaltra sponda del Lago. Gest anche
un ristorante. Conferm il particolare della voce da lui messa in giro nel
circondario circa il passaggio di Mussolini prigioniero e confid anche di essere
stato il solo e il primo ad essere informato dellarrivo di Mussolini in casa De
Maria il che aggrava i dubbi su questo espediente visto che il Caserotti sapeva
bene dove stava Mussolini e dimostra che.i racconti di Mussolini lasciato per ore
in quella casa con i soli Cantoni Sandrino e Frangi sono una farsa.
Per la fucilazione egli afferm di essersi trovato a circa 20 di passi dal cancello e
un poco pi avanti cera Lino (il Frangi, n.d.r.); conferm la frase della Petacci,
detta allultimo momento a Mussolini (sei contento... ecc.,) riportata sulla
relazione della nipote, e il fatto che luomo con limpermeabile (Valerio, ma il
giornalista Serra, ritenne di indicarlo non in Audisio, ma in Lampredi) pronunci
alcune parole: una specie di condanna e disse alla Petacci di tirarsi in l.
La donna fece un salto di fianco e anche Mussolini si allontan di poco.
Poi lo sconosciuto con limpermeabile spar due colpi di rivoltella contro Mussolini
che croll sulle gambe. Laltro partigiano in divisa che era venuto da Milano (il
Serra lo indic in Valerio) aveva il mitra in mano, ma non aveva sparato. E poi ci
furono le raffiche che buttarono gi sia Mussolini che la Petacci.
Il Caserotti non si rende neppure conto che questi particolari pi che una
fucilazione, sembrano descrivere una esecuzione in stile gangsterico! Non
meraviglia che il PCI poi non li volle avallare.
Su chi avesse esploso queste raffiche, il Caserotti disse che, non lo ricordava,
anche perch teneva gli occhi su Mussolini e la Petacci e al contempo controllava
la strada. Nellintervista rimase quindi questa incertezza sul mitragliatore o i
mitragliatori, incertezza che poteva far sospettare la presenza di qualche
personaggio importante o riferirsi al Michele Moretti e/o Giuseppe Frangi.
Ed infatti il giornalista Serra attribu le raffiche contro il Duce al Moretti e altre
raffiche, quelle contro la Petacci, al Lino Giuseppe Frangi che poi, si dice, mostr
la Pelliccia perforata alla schiena della Petacci al partigiano Pierino Maffia di
Dongo (quello che prese il cappotto tedesco di Mussolini il 27 aprile a Dongo).
Il Caserotti disse solo di ricordare che luomo con limpermeabile chiaro chiam
Moretti che arriv di corsa dalla curva di sopra (Moretti testimonier che invece si
trovava alla curva di sotto, quella verso Azzano, N.d.A..). Quindi: <<Mussolini era
ancora vivo, dieci minuti dopo che gli altri se ne erano andati. Forse anche un
quarto dora dopo (strano che se ne andassero senza controllare se il Duce era
morto, n.d.r.). Mussolini per terra tirava una gamba e muoveva gli occhi. Ho preso
la mia pistola e gli ho sparato. Mi sembrava umano farlo>>.
LUIGI CARPANI (1906 1973), il marito della parigina Genevive Mantz
con la quale risiedeva in una bella villa a Giulino, vicino villa Belmonte, sindaco di
Mezzegra. Riferisce che arrivato al Cancello di Villa Belmonte vide i cadaveri in
una pozza di sangue (beato lui, visto che, oltretutto, poco dopo aveva anche
piovuto) e buchi di pallottole sul muricciolo (Afferma che nei giorni successivi la
gente veniva a quel muretto portando via blocchi di pietra).
Saputo che i due fucilati avevano dormito dai De Maria, va a casa a prendere la
moglie e poi si recano dai De Maria. Sale a vedere la famosa camera e vi nota
allattaccapanni un copricapo celeste. La moglie si prova un caschetto da aviatore
della Petacci. Vede anche un cappotto con gradi della milizia di Mussolini (?).
Vede poi su una cassapanca i piatti con i resti del cibo rimasti intatti.

245

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

,
Un tal Dr. Giacinto D. Lazzarini (Hyacinth Dominique Lazzarini, un italo
canadese, agente Oss), laureato in patobiologia, scrive nel 1988 una lettera al
sindaco Luigi Zampa ex sindaco di Merate (riportata dal Pavesi nel suo libro
Sparami al petto!, Ed. del Faro 2012), dove fornisce particolari topografici precisi
e altri incredibili e mai sentiti. Questo Lazzarini asserisce che quel pomeriggio
arrivarono a Mezzegra, lui e una decina di paracadutisti americani accompagnati
da due partigiani della Tremezzina. Giunsero in paese a tutto gas un paio di minuti
dopo la fucilazione. Non trovato Mussolini risalgono il borgo e arrivano a via XXIV
Maggio, l vedono una Fiat 1100 e tre partigiani. Fermano Audisio che
mostrerebbe le sue credenziali del CVL e sembra lordine di fucilazione di
Mussolini a firma di Cadorna, Argenton, Secchia (?). Il Lazzarini scrive anche di
aver rilevato le ultime fibrillazioni del cuore della Petacci. Un episodio incredibile,
di certo inedito e clamoroso, che affolla di militari quei posti e che non si capisce
come nessuno, da Audisio, a Moretti, a Lampredi, a Geninazza ed altri ne abbia
mai dato notizia. Il Pavesi che sembra credere a questo racconto (non
accorgendosi che per gli smentisce i racconti dellautista Geninazza), scrive che
varie testimonianze confermerebbero che molte persone arrivarono a quel
Cancello dopo la fucilazione (ma che centra?) e questa forse potrebbe essere la
squadra citata da Dino Bordoli nella testimonianza precedentemente riportata (ma
gli orari non coincidono)!
Del CESARE TUISSI, fratello di Giuseppina la Gianna, in un interrogatorio fatto
allautorit giudiziaria il 15 settembre del 1945, si legge: <<Si presenta Tuissi
Cesare di Umberto, abitante, ecc. eccil quale dichiara che due mesi fa, il 23
giugno, scomparve la di lui sorella Giuseppina (Gianna) di anni ventidue, che
aveva partecipato insieme con Neri, Pedro, Bill, Renzo, Biondino, Pierino,
Ardente, Lino, Nino, Cesare, Arno, ed altri due, allarresto di Mussolini.
Lesecuzione dello stesso fu fatta da Gianna, Neri, e Lino, tutti e tre
scomparsi>>.[10]
FERRERO VALSECCHI (1919) da poco neo sindaco di Tremezzo e adibito
comandante militare partigiano della zona, ricorda che intorno alle 10,30 del 28
aprile venne da lui il capitano Neri Luigi Canali che gli chiese, per quel
pomeriggio, di impedire la circolazione nella Tremezzina.
Urbano Lazzaro afferma che il Valsecchi, insospettitosi per la lunga sosta
dellauto BN8840 (era quella del plotone di Audisio) sullincrocio di via Regina
con la strada di Mezzegra, controll gli occupanti che risultarono essere:
Lampredi, Mordini, Ferro e Aglietto della federazione comunista di Como. Il
Lazzaro pone questo avvenimento al mattino e present, a comprova, un
lasciapassare del Valsecchi che fu rilasciato a Lampredi. Mario Ferro non
conferm la fermata a questo incrocio, ma un fermo in altro punto e in orario pi
avanzato (ammetterlo avrebbe smentito tutti i loro resoconti della mattina) [11].
Il parroco di allora a Mezzegra, don GIACOMO DELLA MANO (1889 1956)
quel giorno non era in paese, ma volle poi riassumere tutte quelle e altre vicende.
Scrisse una specie di resoconto di quei giorni pieno di luoghi comuni, stupidaggini
e imprecisioni, ma resta interessante un passaggio di quanto scrive,
evidentemente, a seguito delle notizie raccolte, o meglio che avevano fatto girare
in paese, anche se ne esce fuori un quadro alterato dei fatti:

246

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

<<Erano le 16,10 Mussolini pare non sia morto subito e gli avrebbero dato il colpo
di grazia. Alcuni soldati custodivano le vie per escludere i curiosi; ma i partigiani
tra cui i fratelli Bordoli Eraldo e Mario, Capitano Caserotti Martino e qualche altro
li lasciavano passare a osservare il macabro spettacolo>>.
Ancora don LUIGI BARINDELLI parroco di Mezzegra dal 1961. A fine 2008,
durante una trasmissione della TV-Espansione di Como, parte dei cui contenuti
furono poi riportati anche sul Corriere di Como.it, venne mandata in onda una
intervista a questo parroco di Mezzegra, il quale aveva raccontato che, nei giorni
dopo il 28 aprile, il fotografo Ugo Vincifori (1913 1999), voleva fotografare la
stanza dei prigionieri in casa De Maria, ma stranamente dovette aspettare circa 4
giorni per farlo cos come imposto evidentemente dai partigiani. Inoltre il parroco
confermava che il Vincifori, il 29 aprile fotograf il famoso muretto di Villa
Belmonte evidenziando un paio di pallottole che lo avevano colpito. Di questa foto
se ne fecero anche delle cartoline, cerchiando con pallini bianchi i segni della
pallottole (testimonianza importante). Il parroco infine confermava che oggi come
oggi in paese cera una evidente perplessit ed incertezza di fronte alle varie
versioni della morte del Duce, compresa quella di Audisio.
Il vicesindaco di Mezzegra VITTORIO BIANCHI, invece, nel corso della stessa
trasmissione alla TV Espansione di Como, ricordava che in passato tutti furono
zittiti e confermava che oggi, dopo la morte di quasi tutti coloro che al tempo
vivevano in paese, era oramai impossibile, tra luoghi comuni e smaniosi di
protagonismo, ricavare la verit dagli attuali abitanti di Mezzegra e dintorni.
Comunque si voglia interpretare lo zittire del Bianchi, resta il fatto che quel
verbo implica lazione di qualcuno o qualcosa che impose il silenzio.
Terminiamo con quanto riporta il Pavesi nel suo libro, dove racconta del dr.
RUGGERO PINI (figlio di Carmen Abbate) che gli mostr degli appunti, di un
certo ENZO LANFRANCONI di Azzano, del 1930 suo lontano parente e abitante
in via XXIV Maggio, con ricordi della di lui giovinezza. Ebbene, descrivendo la
giornata del 28 aprile 1945, il Lanfranconi scrisse che quel pomeriggio sent una
raffica di mitra seguita da colpi isolati. Usc in strada e non molto tempo dopo
vede passare una 1100 stipata in modo strano. Fin qui tutto bene: si potrebbe
pensare che ha udito gli spari della fucilazione ed ora vede la macchina con i
giustizieri andare via. E invece no. Infatti, continua il Lanfranconi, egli prese a
scendere la provinciale ed arriva ad un piccolo assembramento. Qui assiste alla
estrazione dei due corpi che vengono malamente caricati sul cassone di un
camion. Ora questo caricamento dei due corpi sul camion, avvenne di sera, visto
che ancora oltre le 18 Audisio era a Dongo dove aveva appena finito di fucilare i
gerarchi fascisti. Come si spiegano quindi queste gravi discrasie di orario e questi
spari uditi dal Lanfranconi? Ma c di pi. Scrive il Lanfranconi che il mattino
successivo si rec dalla Lia De Maria, a prendere del latte. La De Maria fece
vedere al ragazzo la stanza dei suoi ex ospiti ancora apparecchiata come il
giorno prima proprio per mostrare a tutti che Mussolini e la Petacci l vi avevano
soggiornato [12]. La De Maria gli avrebbe anche detto che lei non sapeva ancora
chi erano quei due (oramai lo sapeva tutto il paese! n.d.r.), e aggiunse che il
marito Giacomo riteneva che uno era il Duce. A pensarci bene, anche alla Lia gli
parve di averne visto il ritratto in giro. Ma no, davvero?!

247

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

Conclusioni
Dalla lettura di queste eterogenee e confuse testimonianze risaltano tre cose:
- primo: nessuno ha mai svolto precise indagini sul posto, verbalizzato dichiarazioni e
racconti o repertato eventuali elementi. Dobbiamo quindi affidarci alle sole libere
testimonianze, ma queste sono spesso in contrasto: c chi ricorda che non vi erano
buchi nel muretto del cancello della Villa e chi dice che invece vi erano (una foto
scattata il giorno successivo a quegli eventi ne mostra alcuni). Cos come, verso lalto,
al tabernacolo della Madonna del Rosario (dietro il cancello) per alcuni venne
raggiunto da raffiche di mitra, per altri no; ed infine, orari difformi da un teste
allaltro; per alcuni vi era molto sangue davanti al cancello, e per altri no, e cos via.
Ma a parte le tante discrasie sugli orari attestati e vari particolari minori, dove, come
in ogni genere di testimonianza su fatti repentini ed eccezionali del tutto normale
che ci possono essere versioni diverse, e nonostante una sufficiente coerenza del
quadro generale dei fatti, linaffidabilit, anche se spesso in buona fede, ma anche per
la probabile mitomania di alcuni, palese.
- secondo: la versione ufficiale dei fatti non si svolta come lhanno raccontata!
I pochi testimoni dellepoca, infatti, nonostante si conformarono tutti al canovaccio
della versione ufficiale, fanno indirettamente emergere, pur tra una gran confusione,
orari poco attendibili, particolari forse inventati e quantaltro, che dietro le quinte
aleggia un altra verit. In modo particolare per quanto riguardava la presenza di
troppi partigiani, del luogo o venuti da fuori, o di alcuni sia pur limitati posti di blocco
e di accesso alle strade, che per la versione ufficiale in quei posti ed a quelle ore non
avrebbero dovuto esserci. Trova inoltre conferma il fatto che fin dalla mattina, dalle
colline sovrastanti si sparava a intervalli con il chiaro scopo di tenere la gente
rintanata in casa. Allora di pranzo poi venne diffusa la voce infondata che Mussolini
sarebbe passato nella sottostante strada provinciale. E evidente che ci fu una
organizzazione e una predisposizione di tutta la sceneggiata del pomeriggio.
- terzo: tutte queste testimonianze non dimostrano n il passaggio per la piazzetta
con il Lavatoio dei veri Mussolini e Petacci e n una vera fucilazione a Villa Belmonte.
I presunti Mussolini e Petacci vivi verso le ore 16.
Tanto per curiosit vale la pena riassumere come venne visto il presunto
Mussolini mentre veniva scortato alla macchina che lo attendeva in fondo alla
piazzetta con il lavatoio:
c chi lo vede con un cappotto o pastrano, chi con un mantello militare. Quasi tutti
indicano che rimpannucciato con i baveri alzati. In testa c chi lo vede con un
berretto o cappello, chi con un casco da lavoratore e chi addirittura con una specie di
bende [13] o passamontagna simile a bende bianche.
La Petacci c chi la vede con la pelliccia indosso e il cappotto in mano, chi invece
con il cappotto indosso e la pelliccia in mano e chi la vede con il solo elegante vestito.
Infine alcuni dicono che entrambi questi presunti Mussolini e Petacci portavano
stivali da cavallerizzo (equitazione) il ch sarebbe veramente singolare e
denuncerebbe in pieno la messa in scena di una donna che altro non era che una
partigiana che voleva farsi passare per la Petacci.

248

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

NOTE
[1] E pur vero che fin dalla sera prima a Dongo e dintorni si parlava di un trasferimento del Duce e
quindi cera una certa aspettativa per tutto quel tratto della statale Regina. Ma quel fine mattino del 28
aprile, nella Tremezzina, gli uomini di Caserotti sparsero questa voce con finalit precise.
[2] Se la testimonianza clamorosa del Geninazza veritiera, ovvero che Walter Audisio rimase vicino
a lui e non era andato in casa De Maria, come tutti gli altri invece sostengono, come mai questa
signora, al tempo 23enne, non lo ha visto? Contraddizioni a non finire che fanno intuire tante
mistificazioni. La vulgata poi ci dice che Audisio, prima spar un colpo in aria per provare il mitra e lo
conferma anche il Geninazza. Strano che le donne che erano alla fontana del Lavatoio o nei pressi e
che poi videro passare i presunti Mussolini e Petacci scortati da uomini armati, non abbiano
accennato al fatto che, poco prima, Audisio aveva sparato un colpo; eppure quel colpo venne esploso
vicino a queste donne e avrebbe anche dovuto provocare un fuggi fuggi generale, ma non risulta.
[3] Questo aneddoto del signor Gilardoni Domenico che dicesi scendeva con la gerla del fieno e
incapp nel gruppo di Audisio, ha consentito ai fautori della vulgata di aggiustare un particolare. Era
noto infatti che molti si erano chiesti del perch Audisio, che in discrezione e sbrigativamente, proprio
come voleva fare lui, avrebbe potuto fucilare Mussolini nei pressi di casa de Maria, sia invece arrivato
fino al cancello di Villa Belmonte. Si cos sostenuto che Audisio avrebbe voluto fucilare Mussolini e
la Petacci al sottopasso in fondo alla piazzetta con il Lavatoio, luogo abbastanza discreto, ma cambi
programma proprio per aver incontrato questo Gilardoni. Questa motivazione ci sembra una
stupidaggine, sia perch contrasta con il fatto, asserito dalla vulgata, che Audisio aveva gi scelto il
cancello di Villa Belmonte per la fucilazione mentre, strada facendo, arrivava in paese e sia per il fatto
che comunque per arrivare a quel sottopasso si era pur sempre dovuto attraversare Bonzanigo
[4] Roberto Remund, che arriv tra i primissimi al cancello della Villa, circa 10, 15 muniti dopo la
sparatoria, ha sempre ripetuto che davanti a quel cancello non cera sangue in terra o ce nera
pochissimo. Stessa cosa disse Bernardo Naldo Bellini, il proprietario di Villa Belmonte e sembra il
Dino Bordoli. Anche allagente americano Lada-Mocarsky venne riferito che cera poco sangue.
Il Remund, oltretutto, ha raccontato che il corpo di Mussolini aveva una strana posizione
rannicchiata. A noi viene in mente lo stato di rigor mortis per decesso precedente. Luigi Carpani,
invece, marito della Genevieve Mantz, che poi divenne sindaco di Mezzegra, disse che al cancello
cera una pozza di sangue. A questa sua testimonianza si sono attaccati i fautori della vulgata.
Considerando la semplicit dei testi, a nostro avviso sono credibili Remund e il Bellini.
Questo Carpani, oltretutto, nella sua testimonianza (rilasciata a Marco Nozza per il Giorno del 2
febbraio 1973) lascia perplessi quando ricorda di aver visto nella stanza di Mussolini (che lui visit
assieme alla moglie Genevieve la sera stessa del 28 aprile) il suo pastrano della milizia con i gradi.
Ma il Duce di certo non lo aveva quando era arrivato in quella casa! Ed anche perplessi ci lascia il
Carpani quando sostiene che nei giorni successivi la gente veniva a portare via i blocchi di pietra dal
muretto di Villa Belmonte con i segni delle pallottole. Qualcosa hanno pur fatto, ma dalle foto depoca
del muretto non si nota tutto questo smantellamento.
Ma la testimonianza del Remund pone in dubbio anche il racconto di Martino Caserotti che asser di
aver sparato ad un ancora agonizzante Mussolini, il colpo di grazia circa 10 minuti dopo che era stato
fucilato. Il Remund che appunt arriv al cancello, pi o meno in quei frangenti, non ha mai accennato
di avervi visto il Caserotti che pur conosceva ed anzi era quello che poco prima, in via Fratelli
Brentano, lo aveva fatto scendere dal palazzo e aggregarsi al gruppetto dei partigiani in strada.
[5] Da tutte queste testimonianze sembra che vennero ritrovate almeno 7 pallottole. C per una
certa confusione tra pallottole (difficile a trovarsi se non conficcate da qualche parte) e bossoli ed
anche in che punti vennero ritrovate. Secondo il Bandini una prova che, nella finta fucilazione, si
spar in aria o per terra, tanto che solo nel basso muro e per terra furono trovate pallottole. Resta
indeterminato se si spar anche qualche colpo sui cadaveri, come potrebbe essere attestato da un
colpo post mortem nella nuca di Mussolini. Le incongruenze quindi restano molte.
[6] Vedi, Marino Vigan: <<Un Istintivo gesto di riparo: nuovi documenti sullesecuzione di Mussolini
(28 aprile 1945)>>, pubblicato sulla rivista Palomar N. 2 del 2001.
[7] Vedere: Storicus: Le ultime giornate di Mussolini e Claretta Petacci, Ed. dellUnione, s. data; stralci
di questo presunto rapporto vennero anche riportati da Ferruccio Lanfranchi sul Corriere

249

CAPITOLO 15

TESTIMONIANZE DEL POSTO

dInformazione del 27 maggio 1945. Rapporto Angela Bianchi al CLN di Como (Maggio 1945): in
Corriere della Sera 22 settembre 1995. Veramente strano e sospetto che, a quanto sembra, non si
trovi copia di questa relazione al Cln comasco negli archivi storici. Imbarazzava?
[8] Martino Caserotti, (1901 1977), era un ex carabiniere in Valtellina e comandante nella
Tremezzina. Fedele agli ordini del PCI, era al tempo accompagnato da certi sinistri sospetti, tra cui
quello duna indiretta responsabilit nella morte del capitano Ugo Ricci, il capo della Resistenza
caduto nella battaglia di Lenno nellottobre del 44. Furono i suoi uomini a darsi da fare, nel primo
pomeriggio del 28 aprile, per deviare la gente del luogo, in particolare i circa 50 abitanti di Bonzanigo,
verso il bivio di Azzano. Di lui si dir anche che conserv alcuni oggetti della Petacci. Sicuramente
forn i suoi uomini (pare che la sua banda si chiamasse Primula Rossa) per coadiuvare tutta
loperazione di Mussolini al mattino e per la sceneggiata del pomeriggio del 28 aprile e, nei giorni
successivi, per imbeccare e controllare quanto avrebbero raccontato i coniugi De Maria.
[9] F. Serra: Inchiesta: Spar la pistola di Guido, Settimana Incom Illustrata Aprile-Maggio 1962.
Bisognerebbe dire: altro che burbero visto che, come ha ricordato un assiduo frequentatore di quei
posti, Pierangelo Pavesi nel suo libro Sparami al petto!, Ed. del Faro 2012, ad oltre 50 anni da quei
fatti e a 20 anni dalla sua morte, nella Tramezzina il suo nome ancora incuteva paura.
[10] Vedi: A. Zanella: Lora di Dongo, Rusconi 1993.
[11] E sospetto che il Lampredi ebbe un lasciapassare dal Valsecchi nella Tremezzina. Se lui, come
si vuol far credere, and dritto da Como a Dongo e come del resto Audisio, venne fermato ai vari posti
di blocco, perch ebbe questo lasciapassare proprio nella Tremezzina? E a che ora soprattutto.
[12] Si sostiene che questi due contadini, i De Maria, non furono manipolati. Ma allora si spieghi
perch la sera cerano ancora i resti del presunto pasto offerto a Mussolini e la Petacci. Questo
Lanfranconi, che sal in casa De Maria il giorno dopo, disse che la De Maria lo prese per un braccio e
lo port a vedere la famosa stanza. La domanda consequenziale: perche questi semplici e dicesi
ingenui contadini non sparecchiarono e pulirono la stanza? Perch vollero farla vedere a tutti onde
dimostrare che fino alle 16 Mussolini e la Petacci erano vivi?
[13] Questa faccenda di un Mussolini che viene tradotto bendato potrebbe sembrare un errato ricordo
del teste (la Bordoli Carla), ma ce un altro riferimento che lascia perplessi. C quanto scrisse nel
dopoguerra lantifascista Bolognini ovvero che la De Maria, dalla cucina vide andar via Mussolini e la
Petacci e di Mussolini avrebbe detto: E tutto fasciato con bende sulla faccia. Come al solito, in
questo zibaldone di bugie e mezze verit difficile capacitarsi.

In questa foto si vede lo sbocco della stradina di Via S. Vincenzo che sbuca vicino
al cancello di Villa Belmonte.

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CAPITOLO 16

I FUCILANDI DI VALERIO

Walter Audisio e la scelta dei fucilandi a Dongo


Se per alcuni, le vicende relative agli orari ed alle esatte modalit che
portarono alla uccisione di Mussolini e di Claretta Petacci, sono ancora materia di
discussione, anche se pare oramai esserci pochi dubbi circa una uccisione avvenuta al
mattino, per lassegnazione, in questa impresa, del ruolo di fucilatore sembra
sempre pi venirne escluso Walter Audisio il sedicente colonnello Valerio, un
mediocre personaggio della resistenza a cui, per motivi politici e di rappresentanza di
tutte le componenti del CLN, vennero caricati gli oneri e gli onori della giustizia
ciellenista. Del resto era noto che lo stesso Walter Audisio gi nel 1959 aveva
confidato al giornalista storico Silvio Bertoldi:
<<Se mi venisse voglia lo farei io, un giorno, un grande colpo giornalistico, di quelli
sensazionali. Basterebbe che scrivessi cinque capitoletti come intendo io sulla storia
di cui sono stato protagonista, per un rotocalco, e le assicuro che si
raggiungerebbe una tiratura una tiratura macch Grand Hotel>>.
Ma in diverse occasioni lo stesso Audisio aveva fatto capire di non aver sparato lui
personalmente a Mussolini e la Petacci.
Comunque sia sospetti o meno sulla figura di Valerio, bisogna dare ad Audisio quello
che di Audisio, fermo restando che questo personaggio non centra nulla con la
morte di Mussolini e con quella della Petacci visto che al mattino, quando queste
morti si verificarono, lui era a Como in Prefettura
Probabilmente poi Audisio stato presente a Giulino di Mezzegra intorno alle 16 per
recitare la messa in scena di una finta fucilazione del Duce, come necessitava per
esigenze politiche e storiche e per nascondere certi avvenimenti mattutini che non
potevano essere rivelati.
Ed inoltre fu presente, poco pi di un ora pi tardi, a Dongo per farsi carico della
fucilazione dei ministri e personalit fasciste ivi detenute.
E forse per questo che lAudisio non si riteneva un assassino, visto che egli non aveva
mai sparato alla Petacci (e per giunta alla schiena!), mentre le esecuzioni dei ministri
a Dongo poteva considerarle come un incarico a lui impartito dal CLNAI
(rappresentante del governo Bonomi al Nord), tramite un ordine del CVL (il comando
militare della resistenza).
Vediamo allora come sono andate queste esecuzioni di Dongo, perch nelle loro
modalit e pretese giustizialiste, c molto da ridire.
Intanto la giustificazione con la quale si volle dare un carattere legale a queste
esecuzioni, venne fatta discendere da un decreto, approvato dai membri del CLNAI,
riuniti a Milano la mattina del 25 aprile 1945 nel collegio dei Salesiani in via
Copernico, in cui erano presenti: Giustino Arpesani per i liberali, Achille Marazza per
i democristiani e i tre membri del Comitato Insurrezionale Sandro Pertini socialista,
Leo Valiani azionista ed Emilio Sereni comunista. Al II Decreto, quello
sullAmministrazione della giustizia, allart. 5 si affermava:
<<I membri del Governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver
contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le
libert popolari, creato il regime fascista, compromessa e tradita la sorte del paese,
e d'averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte!>>.
Quindi, a prescindere dal carattere legale della autorit che aveva emesso questo
decreto, su cui ci sarebbe molto da dire, era in ogni caso doveroso far precedere una
eventuale sentenza di morte verso i membri del governo fascista, da un tribunale

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CAPITOLO 16

I FUCILANDI DI VALERIO

straordinario di guerra che, applicando le modalit esecutive che pur il CLNAI aveva
previsto, accertasse le responsabilit e le precise identit e ruoli dei singoli imputati,
stabilendo se questi erano passibili di pena di morte o meno.
Tutto questo invece non avvenne e lAudisio si present ai comandi della 52 Brigata
Garibaldi che a Dongo aveva arrestato i fascisti, imponendo la sua volont con i
criteri e le modalit che adesso vedremo.
Ed infine, a coronamento di tutta questa vicenda, nessun rapporto venne mai reso al
CLNAI o ad altre Istituzioni delle Stato in modo che, neppure negli anni successivi, lo
Stato pot redigere una sua relazione su quelle fucilazioni e consentire cos agli eredi
di coloro che vennero passati per le armi, di conoscere la verit e magari rivendicare
documenti, valori, oggetti e beni appartenuti ai loro cari, che come noto furono
requisiti e poi sparirono nel nulla.
Gi a suo tempo Pier Luigi Bellini delle Stelle Pedro, ma poi soprattutto Urbano
Lazzaro Bill, anche se nel suo poco attendibile Dongo, mezzo secolo di menzogne,
Mondadori 1993, hanno riassunto i momenti salienti in cui a Dongo il colonnello
Valerio, intorno alle 15, nello stanzone al piano terreno del Comune, si accinse ad
imporre quelli che asseriva essere gli ordini da lui ricevuti per selezionare e fucilare,
da una lista di 31 nominativi (non si sa se a quella lista, formulata la sera precedente,
venne a metterci mano anche Mario Ferro della federazione comunista di Como,
giunto con Audisio, a cui, si disse in seguito, il colonnello aveva assegnato il compito
di svolgere un veloce accertamento), 15 condannati a morte pi Mussolini.
Questo conteggio dei 15 ovviamente non lo esplicit, ma risulter evidente che era
stato previsto per attuare una ritorsione alleccidio dei partigiani in piazzale Loreto
(poi piazza dei XV Martiri) avvenuto nel 1944, [1] piazza che, non a caso, era stata gi
indicata in un radiogramma, dal contenuto non veritiero, spedito la notte precedente
al comando Alleato a Siena, come luogo dove era stato fucilato Mussolini. Ma come
sappiamo, per sopraggiunti imprevisti, Audisio si era per ritrovato il cadavere di
Claretta, ammazzata al mattino, ovviamente non contabilizzabile nella vendetta e poi
venne anche a ritrovarsi limprevisto cadavere del fratello, cio quello di Marcello
Petacci.
Il fatto che risulti evidente la sua volont di scegliere a Dongo proprio 15 condannati,
inserendoci a viva forza e nonosta