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Indice

Avvertenza dell'editore Prefazione del compilatore

PARTE PRIMA Lettera I Lettera II Lettera III Lettera IV Lettera V Lettera VI Lettera VII Lettera VIII Lettera IX Lettera X Lettera XI Lettera XII Lettera XIII Lettera XIV Lettera XV Lettera XVI Lettera XVII Lettera XVIII Lettera XIX Lettera XX Lettera XXI Lettera XXII Lettera XXIII Lettera XXIV Lettera XXV Lettera XXVI Lettera XXVII Lettera XXVIII Lettera XXIX Lettera XXX Lettera XXXI Lettera XXXII Lettera XXXIII Lettera XXXIV Lettera XXXV Lettera XXXVI Lettera XXXVII Lettera XXXVIII Lettera XXXIX Lettera XL Lettera XLI Lettera XLII

continuazione della Lettera XL Lettera XLIII Lettera XLIV Lettera XLV Lettera XLVI Lettera XLVII Lettera XLVIII Lettera XLIX Lettera L

PARTE SECONDA Lettera LI Lettera LII Lettera LIII Lettera LIV Lettera LV Lettera LVI Lettera LVII Lettera LVIII Lettera LIX Lettera LX Lettera LXI Lettera LXII Lettera LXIII Lettera LXIV Lettera LXV Lettera LXVI Lettera LXVII Lettera LXVIII Lettera LXIX Lettera LXX Lettera LXXI Lettera LXXII Lettera LXXIII Lettera LXIV Lettera LXV Lettera LXVI Lettera LXVII Lettera LXVIII Lettera LXIX Lettera LXXX Lettera LXXXI Lettera LXXXII Lettera LXXXIII Lettera LXXXIV Lettera LXXXV Lettera LXXXVI Lettera LXXXVII

PARTE TERZA Lettera LXXXVIII Lettera LXXXIX

Lettera XC Lettera XCI Lettera XCII Lettera XCIII Lettera XCIV Lettera XCV Lettera XCVI Lettera XCVII Lettera XCVIII Lettera XCIX Lettera C Lettera CI Lettera CII Lettera CIII Lettera CIV Lettera CV Lettera CVI Lettera CVII Lettera CVIII Lettera CIX Lettera CX Lettera CXI Lettera CXII Lettera CXIII Lettera CXIV Lettera CXV Lettera CXVI Lettera CXVII Lettera CXVIII Lettera CXIX Lettera CXX Lettera CXXI Lettera CXXII Lettera CXXIII Lettera CXXIV PARTE QUARTA Lettera CXXV Lettera CXXVI Lettera CXXVII Lettera CXXVIII Lettera CXXIX Lettera CXXX Lettera CXXXI Lettera CXXXII Lettera CXXXIII Lettera CXXXIV Lettera CXXXV Lettera CXXXVI Lettera CXXXVII Lettera CXXXVIII Lettera CXXXIX Lettera CXL

Lettera CXLI Lettera CXLII Lettera CXLIII Lettera CXLIV Lettera CXLV Lettera CXLVI Lettera CXLVII Lettera CXLVIII Lettera CXLIX Lettera CL Lettera CLI Lettera CLII Lettera CLIII Lettera CLIV Lettera CLV Lettera CLVI Lettera CLVII Lettera CLVIII Lettera CLIX Lettera CLX Lettera CLXI Lettera CLXII Lettera CLXIII Lettera CLXIV Lettera CLXV Lettera CLXVI Lettera CLXVII Lettera CLXVIII Lettera CLXIX Lettera CLXX Lettera CLXXI Lettera CLXXII Lettera CLXXIII Lettera CLXXIV Lettera CLXXV

Choderlos de Laclos

LE AMICIZIE PERICOLOSE

MONDADORI

Le amicizie pericolose

o

Lettere raccolte in una società e pubblicate

per l’istruzione di qualche altra dal

Sig. C

de L

Ho visto i costumi del mio tempo, e ho pubblicato queste lettere. J.-J. Rousseau Prefazione de La Nouvelle Héloise

Avvertenza dell’editore

Crediamo nostro obbligo avvertire il benigno lettore, che, nonostante il titolo della presente edizione e quel che ne dice il compilatore nella prefazione di suo pugno, noi non ci rendiamo affatto garanti della sua autenticità, e anzi abbiamo più di un motivo per sospettare ch’essa sia niente altro che un romanzo. E ci pare che l’autore, quantunque abbia cercato di sembrare verisimile, ha distrutto poi da sé questa verisimiglianza, e anche, diciamolo, un po’ storditamente, collocando gli avvenimenti del suo racconto nell’epoca nostra. Come credere infatti che abbiano potuto vivere ai nostri giorni persone tanto pessime, quando è noto che questo nostro secolo è il secolo della filosofia e dei lumi, e la sapienza, avendo sparso per ogni dove i suoi benefici effetti, ha fatto, come ognuno sa, gli uomini tutti onesti e dabbene e le donne tutte costumate e modeste?

Per la qual cosa osiamo affermare che, se le avventure raccontate nella presente operetta hanno pur un pizzico di verità, esse debbono essere per certo accadute in tutt’altro luogo e in tempi affatto diversi; e non potremo mai biasimare abbastanza l’autore d’essersi lasciato lusingare dalla speranza di piacere vieppiù ai lettori riaccostando al loro secolo e al loro paese avvenimenti e costumanze che non possono essere a noi se non estranei e lontani.

E per preservare almeno, per quanto è in noi, il lettore poco avveduto da ogni illusione al riguardo, ci basterà di addurre a conforto di questa nostra opinione una sola ragione che a noi tuttavia pare inoppugnabile e vittoriosa; e cioè, che mentre le stesse cause producono sempre i medesimi effetti, noi non vediamo oggi nessuna donzella con sessantamila lire di rendita farsi monaca, e nessuna presidentessa giovane e bella morire di dolore.

Prefazione del compilatore

La presente opera, o per dir meglio raccolta, che il pubblico troverà magari sin troppo voluminosa, contiene tuttavia soltanto una esigua parte delle lettere che formavano il complesso della

corrispondenza da cui essa è tratta.

Incaricato di darle assetto da coloro nelle cui mani era pervenuta e che avevano intenzione di pubblicarla, ho chiesto, per unico compenso delle mie fatiche, il permesso di stralciarne via le coserelle inutili; e infatti ho cercato di conservare quelle sole lettere che mi parevano necessarie a capire lo svolgersi degli avvenimenti o l’indole dei personaggi. Aggiungi, a questo mio poco lavoro, quello di rimettere in ordine le lettere rimaste, ordine per il quale ho quasi sempre seguito quello delle date, e qualche breve e rara noticina per indicare le fonti delle citazioni o per dare ragione dei tagli che mi sono permesso di fare: questa è tutta la parte che io ho avuto nell’opera, e non poteva del resto essere maggiore.1

In verità io avevo proposto un cangiamento assai più radicale, specie per quel che si riferisce alla purità della lingua e dello stile, che qui, come ognuno si avvedrà, difetta alquanto. Avrei anche voluto accorciare qualche lettera troppo lunga, delle quali alcune trattano, separatamente e senza alcun legame, di argomenti tra loro disparatissimi. Questa maggior fatica, che non mi si è voluta concedere, non sarebbe stata sufficiente, si sa, a migliorare l’opera, ma le avrebbe, cred’io, tolto almeno una parte dei suoi difetti. Mi è stato obiettato che si volevano far conoscere appunto le lettere quali sono, e non già un’opera manipolata con esse, e che si peccherebbe non solo contro la verità ma anche contro la verisimiglianza, qualora le otto o dieci persone che partecipano a questa corrispondenza scrivessero tutte a un modo e con la stessa eleganza di dettato. Avendo io allora osservato che qui non si trattava di eleganze, per il fatto che di tante persone non una ce n’è che abbia scritto senza gravi errori, e di ciò sarebbero state fatte dal pubblico alte lagnanze, mi hanno risposto che ogni assennato lettore poteva ben immaginarsi di trovare qualche sproposito in una raccolta di lettere private, dal momento che anche quelle pubblicate fin qui da autori di grido e magari anche da illustri accademici non vanno esenti da questa taccia. Tali ragioni non mi hanno persuaso, e m’è parso, come ancora oggi mi pare, che sia più facile darle che accettarle per buone; ma insomma io non ero padrone di fare a modo mio, epperò mi son dovuto sottomettere, riservandomi il diritto di protestare e di far sapere, come faccio, che io rimango di avviso contrario.

In quanto ai pregi che l’opera può avere, non spetta a me dichiararveli, non essendo giusto che la mia opinione debba o possa indettare quella degli altri. Tuttavia coloro che prima di accingersi a una lettura vogliono press’a poco sapere che conto debbono farne, vadano pure innanzi a scorrere queste mie paginette; gli altri saltino subito al testo, poiché ne sanno ormai abbastanza.

In primo luogo, quel che posso dire è che se io ho dato parere favorevole, e ne convengo, alla pubblicazione delle lettere, non me ne attendo però un grande esito. Né si dia a questa mia sincerità il valore di quegli atti di modestia che gli autori sogliono fingere; perché con la stessa franchezza dichiaro che, se questa raccolta non mi fosse sembrata degna del pubblico, non me ne sarei punto occupato. Vediamo come si può dunque conciliare questa apparente contraddizione.

Il pregio di un’opera sta nel giovamento o nel diletto che se ne può trarre, e spesso anche in tutt’e due le cose insieme, quando ciò sia possibile; ma l’esito, che non è affatto riprova del pregio, dipende invece assai più spesso dalla scelta del soggetto che non dalla sua esecuzione, dal complesso degli argomenti di cui l’opera tratta che non dalla maniera nella quale essi sono trattati. Orbene, in questa raccolta, come quella la quale contiene, secondo che il titolo annuncia, lettere di tutta una congrega di persone, c’è tale una diversità d’interessi, da non poter fare a meno d’indebolire l’interessamento del lettore. Inoltre quasi tutti i sentimenti qui espressi o sono finti o dissimulati, sicché non possono stimolare se non un interesse di semplice curiosità, sempre minore di quello che suole sommuovere il sentimento vero e sincero, e ci rende poi meno indulgenti, e lascia vedere tanto più manifestamente i difetti nei particolari, quanto più questi escludono quella curiosità che sola si voleva soddisfare.

Tali difetti sono forse in parte compensati da una qualità che qui è insita nella natura stessa dell’opera, ed è la varietà degli stili: un pregio che è molto difficile acquistare per arte, ma in questo libro è venuto quasi da sé, e ci preserva almeno dalla noia della monotonia. Ci sarà anche, mettiamo, chi apprezzerà quel buon numero di osservazioni, o nuove di zecca o poco comuni, che si trova sparso qua e là nelle diverse lettere. Credo che tutto qui, e non altro, sia il ricreamento che si può sperare da quest’opera, anche a volerla giudicare con la massima benevolenza.

Per quel che si riferisce alla sua utilità, la quale sarà ancor più contestata, penso invece che si possa più facilmente dimostrarla. E infatti come si potrebbe ragionevolmente negare che sia un render servigio notevolissimo ai buoni costumi il disvelare di quali mezzi i malvagi si avvalgano per corrompere l’innocenza? Orbene, queste lettere serviranno ottimamente allo scopo. E vi si troverà eziandio la prova e l’esempio di due importanti verità, che per essere così poco praticate si direbbero quasi misconosciute: la prima, cioè, che ogni donna la quale consenta ad ammettere nella sua compagnia un uomo immorale finisce presto o tardi per diventarne la vittima; e la seconda, che è, per dir poco, imprudente la mamma che confida ad altri che a se stessa la propria figliuola. I giovani dell’uno e dell’altro sesso potranno apprendervi altresì quale pericolosa trappola, tesa alla loro felicità non meno che alla loro virtù, sia la facile amicizia che le persone scostumate offrono loro con tanto slancio. Tuttavia, temendo gli abusi che tanto spesso tengon dietro alle buone intenzioni, nonché consigliare questa lettura ai giovani, vorrei che essi si astenessero da questa e da ogni altra del genere. L’età più propizia perché il presente libro sia letto senza danno, e anzi con qualche profitto, dalle giovinette, mi pare che sia stata indicata a meraviglia da una mamma d’ingegno, che ha inoltre anche molto buon senso: «Crederei» mi disse dopo aver letto il manoscritto «di fare un gran servigio a mia figlia, dandole a leggere questo libro il giorno delle sue nozze». E se tutte le madri di famiglia penseranno altrettanto, mi feliciterò ora e sempre d’averlo pubblicato.

A ogni modo, anche ammettendo per vera questa favorevole supposizione, mi sembra però sempre che la raccolta debba piacere a pochi. Gli uomini e le femmine che sono impegolati nel vizio avranno tutto l’interesse di screditare un’opera che li danneggia, e, come quelli che non mancano di astuzie, vedrete che sapranno tanto fare da mettere dalla loro parte i rigoristi schifiltosi; i quali spiriteranno di vedersi posto innanzi un quadro di tanto pessimi costumi. Vi sarà tale, che, volendo esser tenuto in conto di miscredente e spregiudicato, non vorrà interessarsi ai casi d’una devota, la quale egli per ciò solo considererà qual femminetta di poca levatura; mentre il divoto avrà discaro di vedere soccombere la virtù, lamentando che la religione sia stata qui rappresentata come meno efficace.

D’altronde le persone di gusti delicati avran fastidio dello stile troppo semplice e scorretto di parecchie di queste lettere; e i lettori comunali, ingannati dall’idea che tutto quel che è stampato è frutto d’assiduo lavoro, crederanno di vedere in altre lettere lo sforzo faticoso di un autore che vuol far capolino da dietro il personaggio che fa parlare. Infine si dirà forse dalla generalità dei lettori che ogni cosa sta bene al suo posto; e che di solito, se lo stile troppo castigato degli autori lo grazia e spontaneità alle lettere, queste di cui si tratta adesso sono tanto neglette che gli spropositi le rendono insopportabili, e tanto più dal momento che si ha il coraggio di darle alle stampe.

Confesserò sinceramente che tutti questi rimproveri possono avere qualche fondamento di verità; ma credo anche che mi sarebbe facile ritorcerli punto per punto, senza oltrepassare i limiti d’una prefazione. Mi ammetterete però che, se io dovessi rispondere a tutto, sarebbe segno che il libro dal canto suo non dice niente di niente; e se così fosse, avrei fatto a meno di pubblicare e libro e prefazione.

PARTE PRIMA

Lettera I

Cecilia Volanges a Sofia Carnay, presso le Orsoline di

Vedi bene, mia cara, che io mantengo le promesse, e che le cuffiette e i nastri non mi pigliano tutto il mio tempo. Non dubitare che me ne resterà sempre un poco per te. Eppure ho visto più guarnizioni e più abiti in questa sola giornata, che nei quattro anni che abbiamo passato insieme; e sono sicura che l’ambiziosissima Tarville2rimarrà male quando andrò a farle visita (e fo conto di andarci presto) assai più che non dovessimo rimaner noi, secondo lei, quando veniva a trovarci tutta in fiocchi. La mamma domanda il mio parere su tutto, e non mi tratta più da collegiale, come una volta. Figurati che ho una cameriera proprio mia, e una camera e uno studio a mia intera disposizione, e adesso ti sto scrivendo appunto sopra una graziosissima scrivania, di cui possiedo la chiave, e nella quale perciò posso chiudere tutto quel che mi garba.

La mamma mi ha detto di farmi vedere da lei la mattina quando s’alza; e basta che io sia abbigliata per l’ora del pranzo, poiché a colazione saremo sempre sole, e allora mi dirà volta per volta l’ora in cui dovrò raggiungerla nel pomeriggio. Tutto il resto del tempo sono libera, e per passarlo il meglio che posso ho l’arpa, il disegno e molti libri come in convento, senonché qui non c’è suor Perpetua che mi sgridi, e, se volessi, potrei anche stare tutto il santo giorno senza far niente. Ma siccome non ho con me la cara Sofia per chiacchierare e ridere, preferisco far qualche cosa.

Non sono ancora le cinque, e la mamma mi aspetta per le sette. Vedi che avrei ben due ore per scriverti, se avessi qualche bella cosa da dirti! Ma, che vuoi? Non m’hanno detto ancora niente di quella tal faccenda che tu sai, e se non fosse che vedo fare di gran preparativi, e vanno e vengono per casa ogni sorta di lavoranti, crederei che non si pensi affatto a maritarmi, e che la buona Giuseppina3m’abbia detto una frottola di più. Tuttavia la mamma mi ha ripetuto tante volte che una signorina deve restare in convento sino al giorno che si marita, che, se ora me ne ha fatto uscire, è segno che la Giuseppina deve aver ragione, non ti pare?

Una carrozza s’è fermata adesso adesso dinanzi alla porta di casa nostra, e la mamma mi manda a dire di correre subito da lei. Che sia lui ? E pensare che sono così mal vestita! Oh, mi trema la mano e mi batte il cuore! Ho domandato alla cameriera se sa chi c’è dalla mamma.

«Veramente» mi ha risposto «c’è il signor C

»

E s’è messa a ridere. Vedrai che si tratta proprio di lui. Tornerò poi a raccontarti come è andata:

intanto t’ho detto il suo nome. Non posso farlo aspettare, capirai! Addio, a tra poco.

Oh, come vorrai ridere della tua povera Cecilia! Che vergogna! Eppure ci saresti cascata anche tu. Entrando dalla mamma, ho visto un signore vestito di nero, in piedi accanto a lei. Gli ho fatta una gran riverenza, il meglio che ho saputo, e sono restata lì, impalata, senza la forza di muovermi. Figurati come me lo divoravo con gli occhi.

«Signora» egli ha detto alla mamma, mentre rispondeva al mio saluto «si tratta proprio d’una bellissima signorina, e sento più che mai il valore della vostra bontà a mio riguardo.»

A tali parole, così significative, m’ha preso un tremito convulso da non potermi più reggere in piedi, e, avendo trovato lì accanto una poltrona, ci sono caduta dentro, tutta rossa e confusa. M’ero appena seduta, che il signore s’è gettato ai miei piedi, e la tua povera Cecilia ha finito allora per perdere affatto la testa: ero, come mi ha detto poi la mamma, così spaventata, che mi sono alzata in

piedi mandando uno strillo acutissimo

La mamma allora è scoppiata a ridere, e m’ha detto: «Ebbene, che c’è? Siedi e da’ il tuo piede al signore».

toh! come quel giorno, ti ricordi?, che c’era il temporale.

Perché, vedi, amica mia, quel signore non era se non il calzolaio. Non ti so descrivere la mia vergogna: fortuna che c’era presente solo la mamma! Scommetto che quando sarò maritata non mi servirò più da lui.

In conclusione, del mio matrimonio ne sappiamo meno di prima. Pazienza! Ormai sono le sei, e la cameriera dice che sarà ora di vestirmi. Addio, cara la mia Sofia. Ti voglio bene come quando ero in convento.

P.S. Non sapendo da chi mandarti questa lettera, aspetterò che venga a ritirarla la Giuseppina.

Parigi, 3 agosto 17

Lettera II

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont, nel castello di

Caro visconte, tornate, tornate dunque tra noi. Che diamine ci state a fare da vostra zia, da una vecchia zia che vi ha lasciato già tutti i suoi beni per testamento? Anzi partite subito, perché ho bisogno urgente di voi: ho una magnifica idea e voglio affidarne a voi l’esecuzione. Queste parole dovrebbero bastarvi, e, ben onorato d’essere stato prescelto, dovreste correre in fretta e furia a ricevere in ginocchio i miei ordini. Ma voi, lo so, lo so, abusate dei miei favori (e specie adesso che non ne usate più). Ebbene, che farci? Nell’alternativa tra un odio eterno o un’eccessiva indulgenza, la vostra buona stella vuole che vinca in me l’indulgenza. Sentite dunque qual è questa mia idea; ma prima giurate che da buon cavaliere non correrete nessun’altra avventura prima d’aver condotta questa a buon fine. Oh! Sarà davvero un’avventura degna d’un eroe, dal momento che servirete insieme l’amore e la vendetta, senza contare che avrete una bricconata4di più da raccontare nelle vostre memorie: perché insomma queste vostre memorie bisognerà pur stamparle una volta o l’altra, e anzi ho intenzione di pigliarmi proprio io la briga di scriverle. Ma lasciamo questo discorso, e torniamo a quel che più preme.

Dovete dunque sapere che la signora Volanges marita sua figlia: è ancora una cosa da tenersi segreta, ma essa me l’ha confidata ieri. E indovinate un po’ chi ha scelto per genero? Il conte di Gercourt. Chi mi avrebbe detto di dover diventare la cugina di Gercourt! Sono su tutte le furie. E così? Non avete capito ancora qual è la mia idea? Oh, non siete, no un’aquila! Gli avete già perdonato l’avventura dell’Intendentessa? E non ricordate neppure, mostro che siete, che io ho dei motivi più gravi dei vostri per lamentarmi di lui?5Ma ecco che ora io mi placo, e la speranza di vendicarmi rasserena già l’animo mio.

Voi sapete meglio di me (perché chissà quante volte Gercourt ve ne ha parlato, come ne ha parlato a me sino alla noia), voi sapete, dicevo, meglio di me qual rara perla di donna pretenda egli per

moglie, e come creda, lo sciocco, di poter evitare in tal modo la sorte fatale e irrevocabile di tutti i mariti. Saprete anche le sue ridicolissime prevenzioni a favore delle ragazze educate in monastero, e delle bionde, che egli ritiene più riservate delle brune. E scommetto che, nonostante le sessantamila lire di rendita che gli porta la signorina Volanges, non si sarebbe mai risolto a sposarla, se per caso fosse stata bruna e non fosse uscita di convento. Tocca ora a noi di provargli che è un imbecille calzato e vestito. In quanto alle corna, le avrà, non dubitate, le avrà: su questo sono tranquilla; ma il bello sarebbe che cominciasse ad averle sin d’ora. Pensate che bel divertimento sarà il nostro, il giorno dopo, a sentir le sue spacconate; perché certo ne dirà! Non dubito punto che, se voi pigliate questo carico d’imbeccargli ben bene la ragazza, come sapete fare voi, bisognerebbe esser proprio disgraziati perché Gercourt non diventasse, come qualunque altro nei suoi panni, la favola di Parigi.

Del resto l’eroina di questo nuovo romanzo merita le vostre premure, perché è veramente carina e ha appena quindici anni: è il bottoncino di rosa, un po’ bambocciona, se vogliamo, e sempliciotta al possibile, ma so che a voi uomini questo non dispiace; e finalmente ha un certo sguardo languidetto, che promette molto. A tanta grazia di Dio aggiungete che sono io a raccomandarvela, e non vi resta che ringraziare e obbedire.

Riceverete questa lettera domattina. Esigo che domani stesso, alle sette di sera, siate a casa mia. Sino alle otto non riceverò nessuno, neanche il cavaliere attualmente regnante: il poverino non ha

testa bastante per una faccenda di questa fatta

dunque, vi rimetterò in libertà, e tornerete poi alle dieci, per pranzare insieme all’amato bene:

poiché madre e figlia saranno domani sera a pranzo da me. Addio, è mezzogiorno sonato, e tra poco debbo occuparmi d’altro.

Vedete che l’amore non mi acceca! Alle otto,

Parigi, 4 agosto 17

Lettera III

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Amica mia, non c’è ancora nulla di nuovo. Ieri la mamma ha avuto molte persone a pranzo; ma sebbene mi premesse assai di esaminare la gente che m’era d’attorno, e specialmente gli uomini, mi sono annoiata mortalmente. Uomini e donne non facevano che guardarmi, e poi si bisbigliavano qualcosa all’orecchio: si capiva che parlavano di me, e questo mi faceva arrossire, senza che io potessi difendermene; perché, se avessi potuto, ne avrei fatto a meno volentieri, avendo osservato che le altre donne, quando erano guardate, non arrossivano punto; o forse anche, non so, il belletto che si mettono in viso impedisce di vedere il loro rossore, poiché mi pare difficile non arrossire quando un uomo ti guarda con tanta insistenza!

Quel che più mi crucciava, era di non sapere che cosa pensassero di me. Mi pare di aver inteso due o tre volte sussurrare la parola “carina”; ma ho anche sentito ben distintamente la parola “bambocciona”; e purtroppo deve esserci qualcosa di vero in questo giudizio, perché chi la diceva era una parente o amica di mia madre, che anzi mi ha presa subito a benvolere ed è stata l’unica persona che mi abbia rivolto la parola in tutta la serata. Domani andremo a pranzo da lei.

Dopo pranzo ho anche sentito un uomo, che senza dubbio parlava di me, dire a un altro:

«Bisogna aspettare che la nespola maturi. Ne riparleremo quest’inverno.»

Forse questo è l’uomo che m’è destinato per sposo; se è così, le nozze sarebbero tra quattro mesi. Che darei, però, per saperne qualcosa di certo!

Arriva in questo momento la Giuseppina, e mi dice che ha una gran fretta di ritornarsene via. Voglio tuttavia raccontarti un’altra delle mie bambocciate: si vede proprio che quella signora che t’ho detto ha ragione.

Dopo pranzo si sono messi a giocare, e io mi ero seduta accanto alla mamma, quando, che è, che non è, mi sono addormentata. Mi ha risvegliato un fragoroso scroscio di risa; e, sebbene non ne sia proprio sicura, ho avuto l’impressione che ridessero di me. La mamma allora mi ha permesso di ritirarmi, e mi ha fatto un gran favore, perché figurati che erano le undici passate! Addio, mia cara Sofia, e voglimi sempre bene. Da’ retta, Sofia: il gran mondo non è affatto quella cosa allegra che noi ci immaginavano in collegio.

Parigi, 4 agosto 17

Lettera IV

Il signor di Valmont alla marchesa di Merteuil, a Parigi.

Amica mia, i vostri ordini mi sono sempre carissimi, e anche più caro m’è il modo di darmeli: voi fareste adorare persino il despotismo. Sapete che non è la prima volta che rimpiango di non essere più vostro schiavo, e per quanto io sia un mostro, come voi dite, non posso pensare senza commozione al tempo beato nel quale mi onoravate di nomignoli assai più soavi di questo. Spesso anche mi vien voglia di rimeritarmeli un’altra volta, a dare così al mondo, finalmente, insieme a voi, un esempio memorabile di costanza. Ma più grandi destini ci chiamano: conquiste, conquiste, sempre nuove conquiste! Forse ci verrà fatto di riunirci alla fine della nostra carriera, chissà? Perché, sia detto con vostra sopportazione, bellissima marchesa, voi mi tenete ben la pariglia, e da quando ci siamo lasciati per fare la felicità del prossimo, predicando ciascuno per conto proprio la buona novella, mi pare che nel dolce apostolato d’amore voi avete fatto persino più proseliti di me. Conosco il vostro zelo, il vostro ardente fervore; e se il dio d’amore ci giudicherà secondo le nostre opere, voi sarete un giorno la patrona di qualche gran città, mentre il vostro povero amico dovrà accontentarsi d’essere tutt’al più un santo di villaggio. Questo mio frasario vi meraviglia, nevvero? Ma dovete pensare che da otto giorni a questa parte non ne sento e non ne parlo altro; e anzi appunto per impratichirmi meglio in esso sono costretto a disobbedirvi.

Ascoltatemi senza irritarvi. E poiché siete già da gran tempo la depositaria di ogni segreto del mio cuore, voglio confidarvi la più grandiosa idea che sia mai uscita dal mio cervello. A che si riducono in fondo le vostre proposte? A sedurre una ragazzetta che non sa nulla, che non ha visto nulla, che perciò è inerme, e al più piccolo complimento perderà subito la testa e mi cadrà tra le braccia più per curiosità che per amore. Oh, mille altri uomini ci riuscirebbero al pari di me!

Ben diversa è l’impresa che mi sta a cuore in questo momento, e se, come spero, riuscirà, mi darà insieme piacere e gloria. L’Amore, che sta preparando la mia corona, è perplesso anche lui, e non sa se farla di mirto o d’alloro; e vedrete che, per onorare degnamente il mio trionfo, dovrà intrecciare insieme tutt’e due le fronde. Voi stessa, amica bella, sarete presa da un santo entusiasmo e direte:

“Ecco l’uomo secondo il cuor mio!”.

Conoscete la presidentessa Tourvel, la sua devozione, il suo amore per il marito, i suoi austeri principi morali? Ebbene, è appunto contro di lei che sto battagliando. Questa sì, che è una nemica degna di me! Questa sì, che è una preda da far venire l’acquolina in bocca!

Che se l’impresa sarà sfortunata,

la gloria avrò d’averla almen tentata.

È lecito citare anche dei brutti versi, quando siano d’un gran poeta.6

Saprete che il presidente è attualmente in Borgogna per un grave e lungo processo; e per mio conto spero di fargliene perdere uno assai più importante; pertanto la sua inconsolabile mogliettina deve passare qui tutto il tempo della sua desolata vedovanza; né troppi sono i passatemi che possono distrarla: una messa, le preghiere della mattina e della sera, qualche visituccia ai poveri dei dintorni, qualche passeggiatina solitaria, qualche chiacchieratina con la zia, e una volta ogni tanto una malinconica partita di whist : tutto qui. Bisogna proprio che mi dia dattorno per preparagliene di più sollazzosi! Credo che sia stato davvero il suo buon angelo custode a portarmi qui per la felicità sua e mia. Stupido che io ero, a lamentarmi di dover sacrificare ventiquattro ore della mia vita per una visita di convenienza alla mia cara zietta! Ora mi si farebbe un gran dispetto, a volermi far tornare a Parigi! Per fortuna, poiché bisogna essere in quattro per fare una partita di whist , e qui di giocatori non c’è che il curato, la mia zia immortale m’ha pregato e scongiurato di sacrificarle qual che giorno; e io, sempre magnanimo, ho acconsentito. Da allora la zia mi fa mille moine, e soprattutto è edificata di vedere con che compunzione ascolto la santa messa e tutte le sue preghiere, non supponendo nemmeno quale sia la divinità che vi adoro.

Ed eccomi dunque da quattro giorni tutto in balla della mia sconvolgente passione. Ben sapete che, se mi vien fatto di desiderare alcunché vivamente, io divoro gli ostacoli; ma quel che non potete sapere è quanto giovi la solitudine ad accrescer fuoco ai cocenti ardori del desiderio. Non ho più che un’idea sola: di giorno sto sempre lì col pensiero, di notte me la sogno. Oh, sì, bisogna proprio che conquisti questa donna, se non altro per schivare il pericolo ridicolissimo di potermene innamorare:

perché non si sa mai dove può arrivare un desiderio contrastato. O deliziosa voluttà, t’invoco per il mio piacere, ma soprattutto per la pace dell’anima mia! Che fortuna però che le donne si sappiano difendere tanto male! Se non fosse così, noi saremmo tutti, di fronte a loro, nella condizione di umilissimi schiavi. A questo punto m’intenerisce l’anima un sentimento di viva gratitudine per tutte le donne facili; e questo sentimento mi spinge naturalmente a prostrarmi ai vostri piedi, a domandarvi perdono, a terminare pateticamente questa lettera che ormai è persino troppo lunga. Addio, bellissima amica mia; e senza rancore.

Dal castello di

, 5 agosto 17

Lettera V

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Vi siete accorto almeno, visconte, che la vostra lettera è zeppa d’impertinenza e che dovrei portarvi il broncio? Senonché essa anche mi comprova che avete perduto affatto la testa, e però vi fo grazia della mia indignazione; anzi, da quell’amica generosa e compassionevole che sono, dimentico le ingiurie che m’avete detto e mi preoccupo soltanto del pericolo che correte, e per quanto il ragionare sia una faccenda stucchevole alla fine, ebbene, sopporterò per voi anche il tedio che me ne viene, in considerazione della stretta necessità che ne avete.

Ah, dunque volete conquistare la presidentessa Tourvel! O capriccio insensato, o testa strampalatissima che avete, la quale non sa desiderare se non quello appunto che reputa impossibile d’ottenere!

E avete osservato almeno che donna è mai questa? Ha fattezze regolari, ve l’ammetto, ma senza

nessun’espressione. Ha un personale discreto, ma senza neppure l’ombra della grazia. E veste poi in modo da far ridere la gente, tutta infagottata nei suoi fisciù per volersi coprire il petto, e col busto che le sale fin sotto il mento! Ve lo dico da amica, datemi retta: un paio ancora di queste conquiste, e la vostra reputazione è bell’e spacciata. Ricordatevi un po’ del giorno in cui faceva la questua a San Rocco, e che voi mi ringraziaste dello spettacolo che vi avevo procurato: mi pare di vederla ancora girare con quello spilungone dai capelli lunghi che la guidava per mano; pareva che dovesse incespicare a ogni momento, e metteva il suo spropositato guardinfante sempre addosso alla gente, e a ogni riverenza non faceva che arrossire! Chi vi avrebbe detto allora che avreste finito per desiderare una donna simile? Suvvia, visconte, arrossitene anche voi, e rientrate in cervello: vi prometto che non ne dirò mai niente a nessuno.

E poi pensate ai fastidi a cui andate incontro, e al rivale che dovete combattere. Un marito! Non vi sentite già umiliato, solo a pronunciare questo nome? Che vergogna, se faceste fiasco! E che poco onore, ancorché riusciate! Vi dico di più: non sperate di trarne piacere. E che! Si può mai avere un qualche godimento con codeste schifiltose? Parlo, s’intende, di quelle che sono schifiltose sul serio. Anche in mezzo alle voluttà, si serbano contegnose e arcigne; e il piacere che vi danno è un bel fiacco piacere, poiché ignorano le gioie dell’amore, l’intero abbandono del corpo, quel frenetico desiderio di sempre nuove ebbrezze che purifica il piacere con la sua stessa intensità. Ve lo dico fin d’ora: nella migliore delle ipotesi, la vostra presidentessa crederà d’aver fatto tutto per voi trattandovi come tratta il marito; e voi m’insegnate che nella intimità coniugale, anche più espansiva, si resta sempre un po’ lontani e divisi.

In questo caso è anche peggio; perché la vostra schifiltosa è devota, di quella devozione da

donnicciuola che condanna a un’eterna puerilità. Vi riuscirà forse magari di saltare quest’ostacolo, ma non sperate mai d’annientarlo: potrete vincere l’amor di Dio, ma non già la paura del Diavolo; e quando avrete la vostra amante tra le braccia e sentirete battere il suo cuore, sarà però di paura e non d’amore. Forse, a conoscere questa donna qualche anno fa, ne avreste potuto cavar fuori qualche cosa di buono, non dico di no. Ora è troppo tardi, poiché ha già ventidue anni ed è da più di due anni maritata. Credete a me, visconte, quando una donna si è fossilizzata a tal punto, bisogna abbandonarla alla sua sorte, e resterà sempre una donna da poco.

E dunque per questo bel mobile voi rifiutate d’obbedirmi, e vi seppellite nella tomba di famiglia di vostra zia, rinunziando a una delle più deliziose avventure che par fatta apposta per coprirvi di gloria? Sembra una fatalità, ma Gercourt finisce sempre per avere qualche vantaggio su di voi. Ve l’ho da dire come la sento? E badate che in me non c’è il menomo rancore; ma a questo punto mi vien fatto di pensare che la vostra fama sia una fama scroccata, e che io farei bene a non confidarvi più niente, perché in verità mi sorride poco l’idea di raccontare i miei segreti all’amante della signora Tourvel!

Vi avverto intanto che la piccola Volanges ha fatto già girar la testa a parecchia gente. C’è Danceny,

per esempio, che ne va pazzo dal giorno che ha cantato con lei; e infatti ella canta meglio che non si potrebbe aspettare da una collegiale. Debbono studiare adesso dei duetti insieme, e credo che la signorina farà del suo meglio per mettersi all’unisono con lui. Peccato però che questo Danceny sia un ragazzaccio, e perderà il tempo a far l’amore senza concludere un bel niente, tanto più che la ragazza, da parte sua, è assai rustica e scontrosa. A ogni modo, anche se tra i due dovesse succedere qualche cosa, non sarà mai lo spasso che avreste potuto procurarci voi. Perciò sono di malumore, e litigherò certo col mio bel cavaliere appena, tra poco, arriverà; e speriamo che almeno sia docile lui, perché, in quanto a me, in questo momento mi sento disposta persino a una rottura. Ho la sicurezza matematica che, se avessi la presenza di spirito di lasciarlo adesso, il poveretto ne sarebbe disperato; e la disperazione d’un amante è sempre un bel divertimento e da non trascurarsi. Egli mi chiamerebbe perfida: una parola che m’è sempre piaciuta tanto; dopo quella di crudele, è la parola più grata all’orecchio d’una donna, e costa tanto meno fatica a guadagnarsela! Sì, bisogna proprio

che ci pensi sul serio, a questa rottura e la colpa sarà vostra, tutta vostra, sicché io la metto già a carico della vostra coscienza.

Addio; mi raccomando alle preghiere della vostra presidentessa.

Parigi, 7 agosto 17

Lettera VI

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

E dunque è proprio vero che non c’è donna al mondo la quale non abusi dell’ascendente saputo prendere su di noi, se voi stessa, che io chiamavo l’indulgenza in persona, ne avete fatto gettito, per investirmi così bruscamente nel punto debole dei miei affetti. Con che foschi colori mi dipingete la signora Tourvel! Se al posto vostro ci fosse un uomo, pagherebbe con la vita la sua insolenza; e qualunque altra donna, all’infuori di voi, ne avrebbe avuto alla men peggio una dura lezione.

Fatemi la carità di non mettermi più a questi cimenti, perché non so davvero se potrei sopportarli. Per l’amicizia che ci lega, aspettate almeno che io abbia conquistato questa donna, prima di dirmene male. Non sapete che solo il possesso ha il diritto di far cadere le illusioni?

Ma che vado dicendo? La signora Tourvel ha forse bisogno d’illusioni? Non le basta presentarsi così com’è, per essere una creatura adorabile? Le avete rimproverato il suo modo di vestirsi. Sfido io! Qualunque abbigliamento le nuoce, poiché non fa che nascondere le sue bellezze, le quali tutte si rivelano nel loro magnifico splendore soltanto nell’abbandono del négligé. Grazie al calore asfissiante di questi giorni, ho potuto ammirarla appunto in una sottile veste da camera che dà risalto a tutte le forme appetitose del suo bel corpo, sodo e pastoso; e poiché una semplice mussolina le copriva il petto, i miei sguardi furtivi han potuto penetrare oltre, e godere già la vista delle rotondità più deliziose.

Il suo volto, secondo voi, non ha espressione. E che diamine volete che esprima, in un momento in cui niente le parla ancora al cuore? Certo ella non ha lo sguardo traditore delle civette, che magari a tutta prima piace, ma poi quasi sempre ci delude. Non sa coprire il vuoto d’una frase con sorrisetti studiati; e, benché abbia denti bellissimi, ride solo quand’è il caso di ridere. Ma bisogna poi vederla nei momenti d’allegria, come sa essere ingenua e schietta nella gioia; e come, nel soccorrere qualche disgraziato, il suo sguardo s’anima d’una luce di soave pietà e di pura letizia! Bisogna soprattutto vederla quando le si rivolge qualche lode o qualche complimento, e nel suo visetto celestiale si dipinge l’onesto rossore di una non finta modestia! È schifiltosa e devota; epperò la giudicate fredda e senz’anima. Io la penso diversamente, e mi pare che occorra una sensibilità portentosa per poterla espandere finanche sul proprio marito e amare una persona che è sempre lontana. Questa prova non vi pare sufficiente? E allora ve ne darò un’altra che sono riuscito a procurarmi.

Durante una passeggiata, ho fatto in modo che s’avesse a passare un fosso. Ella è agile, ma timidissima; e voi capite che una donna schifiltosa ha sempre paura di saltare il fosso.7

Ci è voluto insomma il mio aiuto. E così ho potuto tenere tra le mie braccia questa perla di verecondia. I preparativi e poi il trasbordo della mia vecchia zia avevano fatto sbellicar dalle risa la vispa santarellina; ma quando, con studiato malgarbo, mi fui impadronito del suo corpo, le nostre braccia si sono allacciate scambievolmente, e, stringendo il suo petto sul mio, ho sentito, in quell’attimo, il suo cuore che batteva più forte; e il bel colore scarlatto che imporporò le sue gote e

tutto il turbamento della sua persona mi dissero chiaro che quel cuore aveva palpitato d’amore e non di paura. Mia zia però equivocò come voi, e disse: «La povera bimba ha avuto paura»; ma il soave candore della bimba non ha tollerato una menzogna e le ha fatto rispondere ingenuamente:

«Oh, no! ma

la dolce speranza è sottentrata al posto della crudele incertezza. Ora so che conquisterò la bella, che

la porterò via a un marito che la profana. E oserei rapirla finanche al Dio che ella adora. Che delizia essere di volta in volta la causa e il vincitore dei suoi rimorsi! Lungi da me la grettezza di voler distruggere i pregiudizi che ingombrano il suo spirito e che accresceranno anzi la mia voluttà e la mia gloria! Creda finché vuole alla virtù, purché me l’offra in olocausto. Senta tutto il terrore delle sue colpe, purché non riesca a sottrarvisi. Sia agitata da mille paure, purché non possa dimenticarle

e vincerle se non nelle mie braccia. Se allora dira: “Io t’adoro”, lei sola, tra tutte le donne, sarà degna di pronunziare queste parole, perché io sarò allora veramente il Dio ch’ella avrà preferito.

».

Questi pochi monosillabi sono bastati per rischiararmi affatto, e da quel momento

Siamo schietti: nelle nostre solite avventure, fredde quanto facili, noi chiamiamo pomposamente col nome di voluttà il piacere volgare d’un minuto. Ve l’ho da dire? Credevo che il mio cuore fosse inaridito e non trovandovi altro che un po’ di sensualità mi rammaricavo della mia vecchiezza precoce. Ebbene, la signora Tourvel mi ha ridato tutte le deliziose illusioni della giovinezza. Accanto a lei, non ho più bisogno di godere per essere felice. La sola cosa che mi spaventa è la gran perdita di tempo che mi costerà il portare a termine quest’avventura, perché non oso affidare niente al caso. Ho un bel ricordarmi degli ardimenti fortunati di un tempo: con lei non so risolvermi a metterli in pratica. Perché io possa essere compiutamente felice, occorre ch’ella mi si dia spontaneamente, ed è una faccenda tutt’altro che facile.

Sono sicuro che ammirerete la mia prudenza: non ho ancora pronunziato con lei nemmeno una volta la parola amore , ma siamo già arrivati a quelle di confidenza e simpatia.

Per ingannarla il meno possibile e soprattutto per prevenire le chiacchiere che potevano arrivare al suo orecchio sul conto mio, le ho raccontato io stesso, a mo’ di confessione e mostrandomene contrito, le mie gesta più scandalose. Come ridereste a sentire con che candore ella mi fa la predica! Perché s’è messa in capo a ogni modo di convertirmi, e non sa, la buona creatura, quanto le costerà caro solamente tentarlo! E nemmeno suppone che patrocinando – per servirmi delle sue parole – le tante disgraziate che io ho rovinate , peroraanticipatamente in causa propria. Quest’idea mi è venuta in mente ieri, nel bel mezzo d’uno dei suoi sermoncini, e non ho potuto resistere alla maligna tentazione d’interromperla, per rassicurarla ch’ella parlava infatti come un profeta.

Addio, addio, mia bellissima amica, e vedrete che io poi non sono ancora perduto senza rimedio

P. S. A proposito, e quel vostro povero cavaliere, s’è poi ammazzato davvero dalla disperazione? Ah, in verità, voi siete cento volte peggiore di me, e, se avessi un po’ d’amor proprio, dovrei arrossire della vostra amicizia!

Dal castello di

, 8 agosto 17

Lettera VII

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Se non t’ho dato ancora notizie delle mie nozze,8è che ne so meno di prima. Anzi mi abituo ormai

a non pensarci più, e me ne trovo contenta, perché la vita che faccio adesso mi piace: studio molto il

canto e l’arpa, e mi pare di studiarli con più gusto ora che non ho un maestro che mi sorvegli. O, per dir meglio, ho un maestro anche più bravo; ed è quel cavalier Danceny di cui t’ho parlato, e col

quale ho cantato un duetto in casa della marchesa di Merteuil, te ne ricordi? Questo signore è tanto buono da venir qui tutti i giorni a cantare insieme a me per ore intere: è una persona molto simpatica e compone delle ariette molto carine, su parole che sono anch’esse di sua invenzione. Peccato che sia cavaliere di Malta! Se si potesse sposare, sua moglie potrebbe dirsi davvero una donna felice. Vedessi che maniere affabili e delicate! E senza aver mai l’aria di farti dei complimenti, sa renderti gradita ogni cosa che dice. Anzi qualche volta trova persino da criticare la mia musica o qualche altra cosa mia, ma mette nelle sue parole tanta bonomia e tanta cordialità, che non sarebbe possibile aversene a male. Solo che ti guardi, pare già che ti voglia dire una parola gentile. Oltre a ciò è la cortesia in persona. Ieri, per esempio, lo avevano invitato a un gran concerto, eppure ha preferito restare tutta la serata con noi, con mio immenso piacere, perché, quando non c’è lui, nessuno mi rivolge la parola e m’annoio maledettamente, mentre, se c’è lui, cantiamo e chiacchieriamo insieme noi due. Egli ha sempre infatti qualcosa di bello da dirmi. Lui e la signora Merteuil sono le due sole persone che mi riescono simpatiche.

Addio, mia cara, ho promesso per stasera di imparare un’arietta che ha un accompagnamento difficile, e non voglio mancare di parola. Corro perciò a ripassarla, sino al suo arrivo.

Parigi, 7 agosto 17

Lettera VIII

La presidentessa Tourvel alla signora Volanges.

Vi sono grata oltremodo, gentile signora, della confidenza che mi dimostrate; e credete pure che

nessuno s’interessa più di me dell’accasamento di vostra figlia, a cui auguro di cuore la felicità che

merita e che la vostra prudenza di mamma le ha certamente saputo preparare. Non ho il piacere di conoscere il conte di Gercourt, ma dal momento che l’avete onorato della vostra scelta debbo

pensarne ogni bene. Auguro dunque a questo matrimonio la stessa felicità che io godo nel mio, che è anch’esso opera vostra e per il quale ogni giorno che passa sento crescere maggiormente la mia riconoscenza verso di voi. Possa la felicità di vostra figlia esser degna ricompensa della felicità che

mi avete procurata; e la migliore delle amiche possa anche essere la più fortunata delle mamme!

Sono spiacente di non potervi esprimere a voce questi miei auguri sinceri e di non poter far subito (come vorrei) la conoscenza della signorina vostra figlia; dalla quale, avendo già sperimentato la vostra bontà, veramente materna, ho la speranza d’aspettarmi un’affettuosa amicizia, come da sorella a sorella. Vi prego pertanto di domandarle da parte mia tale amicizia in attesa di un’occasione propizia per potermela meritare.

Fo conto di rimanere in campagna finché duri l’assenza di mio marito, e approfitto di questo tempo

per godermi la signora Rosemonde: che donna dabbene, che cara e preziosa compagna! L’età molto avanzata non le ha fatto perdere né la memoria né l’allegria, e sebbene il suo corpo abbia ormai ottantaquattro anni sonati, si direbbe che la sua anima ne abbia appena venti.

La nostra solitudine è allietata alquanto dal nipote della signora, il visconte di Valmont, che ci ha

usato la cortesia di restare qualche giorno con noi. Lo conoscevo solo di fama; e questa era tale da

invogliarmi poco a conoscerlo più da vicino; ma mi pare ch’egli poi sia molto migliore di quel che si dice. Qui, lontano dalla corruzione della tempestosa vita mondana, si mostra abbastanza ragionevole e savio, e riconosce i suoi torti con raro candore. Mi tratta con molta familiarità, e io

me ne valgo per fargli prediche severissime. Voi, che lo conoscete meglio di me, potete capire che

bella cosa sarebbe poterlo convertire, benché io già m’immagini che, nonostante le sue promesse, otto giorni di Parigi basteranno a fargli dimenticare i miei predicozzi. Pazienza! Ogni giorno di più

che starà qui con noi, sarà un giorno di meno di stravizi e di dissipazioni. Dato il suo modo di vivere, il non far niente è il meglio che possa fare. Siccome sa che vi sto scrivendo, m’incarica di porgervi i suoi omaggi. Accogliete insieme anche i miei, con la solita benevolenza; e vogliate credere alla mia sincerità, quando ho l’onore di sottoscrivermi, ecc.

Dal castello di

, 9 agosto 17

Lettera IX

La signora Volanges alla presidentessa Tourvel.

E chi potrebbe dubitare, mia giovane e bella amica, dei vostri sentimenti d’amicizia nei miei riguardi e del sincero interesse che prendete alle cose mie? Se oggi rispondo alla vostra risposta, non è dunque tanto per discutere con voi questo punto, che credo ormai pacifico tra noi, quanto piuttosto per dirvi due paroline a proposito del visconte di Valmont.

Non mi sarei mai aspettata, ve lo dico francamente, di trovare il suo nome nelle vostre lettere; e infatti che ci può essere di comune tra voi e lui? Voi non conoscete bene quest’uomo: sfido io! E

come potreste, voi, farvi un’idea dell’anima di un libertino? Mi parlate del “suo raro candore”: oh,

sì,

il candore di Valmont deve essere davvero rarissimo! Uomo falso e pericoloso, ancor più che non

sia

cortese e carezzevole, sin dalla sua prima giovinezza non ha detto mai una parola né fatto un

gesto senza un segreto disegno; e all’atto pratico questo disegno s’è dimostrato poi sempre una cattiva azione, se non addirittura un delitto. Amica mia, voi mi conoscete bene, e sapete che, tra le virtù che cerco in tutti i modi di praticare, l’indulgenza è quella che preferisco. Se pertanto Valmont fosse trascinato al mal fare dalla foga delle passioni, se, come tanti altri, fosse traviato da errori giovanili, pur biasimando i suoi peccati, compiangerei il peccatore e saprei aspettare in silenzio il momento della resipiscenza che gli restituisse la stima dei galantuomini. Ma tale non è il caso di Valmont, poiché il suo tenore di vita è il risultato dei suoi principi. Egli sa giust’appunto fin dove è lecito spingere l’infamia senza compromettersi; e per essere crudele e malvagio senza pericoli, ha scelto infatti per vittime le donne. Anche a prescindere dalle infinite che ha solamente sedotte, sapeste quante mai ne ha rovinate per sempre!

Nella vita onesta e ritirata che conducete non può esservi giunta l’eco delle sue avventure scandalose; ma, se ve ne raccontassi qualcuna, vi farei certo rabbrividire. A che pro? Offenderei inutilmente la purità immacolata della vostra anima bella, poiché voi non avete bisogno affatto di tali armi per difendervi. Una cosa sola vi dirò: che, delle tante donne che ha avvicinate, non una ce n’e che, pur non dandogli ascolto, non si sia pentita amaramente d’averlo conosciuto. Unica eccezione la marchesa di Merteuil, che sola ha saputo resistergli e metterlo a posto; e questa è anzi ai miei occhi l’azione della sua vita che più le fa onore e ricompra agli occhi di tutti qualche leggerezza che ha potuto commettere nei primi tempi della sua vedovanza.9

Comunque la mia età, la mia esperienza, l’amicizia soprattutto che nutro per voi, mi permettono di darvi un avvertimento per il vostro bene. Si comincia già a notare nel bel mondo parigino l’assenza di Valmont; e se per caso si verrà a sapere che ha passato qualche tempo con la zia e con voi, la

vostra reputazione sarà nelle sue mani, e non c’è disgrazia peggiore che possa capitare a una donna.

Vi consiglio pertanto d’esortare la zia a non trattenerlo più oltre con sé; e se egli s’ostinasse tuttavia

a rimanere, cercate d’andarvene voi. Ma perché, del resto, dovrebbe rimanere? E che diamine può fare un uomo come lui in campagna? Scommetto che, se farete spiare i suoi passi, verrete a scoprire

ch’egli non ha fatto che scegliere un asilo più comodo per qualche marachella che va meditando nei dintorni. Non potendo impedire il male, cerchiamo almeno di metterci in salvo noi

Addio, mia bella amica. Il matrimonio di mia figlia sarà ritardato di qualche mese. Il conte di Gercourt, che aspettavamo da un giorno all’altro, ci fa sapere che il suo reggimento va in Corsica, e

poiché là dura ancora lo stato di guerra, gli sarà impossibile assentarsi prima dell’inverno. La cosa

da una parte mi rincresce; ma dall’altra mi fa sperare d’avervi con noi alle nozze, perché mi

dispiaceva molto che si facessero senza di voi. Addio; sono tutta vostra, senza tanti complimenti,

ma anche senza riserve.

P.S. Ricordatemi alla cara signora Rosemonde, a cui voglio il bene che merita.

Parigi, 11 agosto 17

Lettera X

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Siete in collera con me? Siete morto? Oppure – che in fondo è quasi lo stesso – non vivete più altro che per la vostra presidentessa? Vedrete che questa donna, che vi ha ridato le illusioni della giovinezza , vi ridarà anche a poco a poco i pregiudizi puerili di quell’età. Eccovi già timido e schiavo: che vi manca per essere addirittura innamorato? Dite d’avere rinunziato ai vostri ardimenti fortunati : e ciò vuol dire che andate innanzi senza regola, affidandovi tutto al capriccio del caso. Non vi ricordate più che l’amore, come la medicina, è semplicemente l’arte d’aiutar la natura? Vedete che io vi sconfiggo con le vostre stesse armi. Oh, non me ne vanto, perché purtroppo è come ammazzare un uomo morto! Voi mi dite: “Bisogna ch’ella mi si dia spontaneamente”. Certo è un’ottima cosa; e, che diamine, finirà anch’essa per darsi un bel giorno come si danno tutte le altre; con questa sola differenza però, che vi si darà di mala grazia; ma dimenticate che, per ottenere che una donna vi si dia, il mezzo più spiccio è di cominciare intanto col prenderla? La distinzione ridicolissima che voi fate tra questi due verbi è una delle solite sciocchezze degli innamorati. Notate bene che io dico proprio innamorati , perché voi siete ormai nel numero di questi, e, se non ve lo dicessi schiettamente, vi tradirei, vi nasconderei senza pro il vostro male. Ditemi un po’, languidissimo spasimante, e tutte le donne che avete avuto fin qui, credete proprio d’averle violate? Dovete riflettere che una donna, per quanto possa avere una voglia matta di darsi, e mettiamo pure che questa voglia la triboli e l’angustii, bisogna che abbia qualche pretesto di farlo decentemente. E qual pretesto è migliore di fingere che si ceda alla forza? In quanto a me, ve lo confesso, il sistema che mi piace di più è d’essere presa d’assalto, con una azione a fondo, vivace e incalzante, fatta con ordine ma anche con rapidità, che ci eviti la situazione penosa e imbarazzante di dover protestare per un gesto di cui invece approfitteremmo tanto volentieri; che dia un sapore di cosa rubata anche alle carezze che liberamente vi concediamo; che lusinghi insomma con molta accortezza le nostre due passioni predominanti, la gloria d’esserci difese e il piacere della sconfitta. Vi dirò che questa abilità, più rara che non si pensi, mi è sempre piaciuta anche nei casi in cui non ne avevo nessun desiderio, sicché alle volte mi è capitato d’arrendermi soltanto come ricompensa Così negli antichi tornei la bellezza premiava il valore e l’abilità.

Ma voi, che non siete più voi, vi comportate giust’appunto come se aveste paura di riuscire. E da quando in qua avete preso l’abitudine di viaggiare a piccole tappe e per la via più lunga? Buoni cavalli di posta e strade maestre ci vogliono, caro mio, per arrivare presto e bene alla mèta! Ma

lasciamo questo argomento che m’indispone; tanto più che per causa sua debbo privarmi del piacere

di vedervi. Scrivetemi almeno più spesso e tenetemi informata dei vostri progressi. Sapete che sono

ormai quindici giorni che perdete in questa bell’avventura, trascurando tutto e tutti?

A proposito di trascuratezza, voi rassomigliate a coloro che mandano puntualmente ogni giorno a prender notizie degli amici ammalati, ma poi non si curano né tanto né poco di sapere la risposta. La

vostra ultima lettera finiva col domandarmi se il mio cavaliere era morto: io non vi ho nemmeno risposto, e voi non ve ne date più nessun pensiero. Eppure il mio amante è vostro amico d’infanzia! Via, rassicuratevi, non è morto; e, se fosse morto, sarebbe stato per eccesso di gioia. Povero cavaliere! Come è affettuoso, come è tenero! Par fatto apposta per l’amore, e io ne vo’ pazza. A parte gli scherzi, è tanta la felicità che gode nell’essere amato da me, che io sento di volergli bene sul serio.

Quel giorno stesso che vi scrivevo di volerla rompere assolutamente con lui, l’ho invece colmato di beatitudine! E sì che quando mi fu annunziata la sua visita ero pronta e disposta a tutto per fargli perdere la pazienza! Ma poi, sia per capriccio, sia per un senso di giustizia, non m’era mai piaciuto tanto come quella sera. Con tutto ciò, gli feci un’accoglienza sgarbatissima. Il poveretto sperava di passare con me un paio d’ore prima che arrivassero i soliti invitati, ma io gli dissi che stavo per uscire, e quando mi domandò dove andavo, mi rifiutai di dirglielo. Egli insistette umilmente; e io, dura e aspra: «Andrò dove non sarete voi». Fortuna che la mia risposta lo fece rimanere di stucco, perché, se avesse appena aperto bocca per proferire una parola, sarebbe scoppiata la terribile scenata che avevo predisposta per arrivare alla rottura. Meravigliata del suo silenzio, gli diedi un’occhiata di straforo, senz’altro scopo (vi giuro) che di guardare la faccia che faceva; ma vidi allora sul suo bel volto quell’accorata tristezza, profonda insieme e sentimentale, a cui non si può resistere, e anche voi me lo avete ammesso. Ora, siccome la stessa causa produce gli stessissimi effetti, ecco che io fui vinta una seconda volta, e da quel momento non pensai più che a essere inappuntabile nei suoi confronti. «Esco per un affare» gli dissi con un tono di voce molto raddolcito «e per un affare che vi riguarda; ma non me ne chiedete niente. A pranzo sarò sola; tornate e vi racconterò ogni cosa.» Egli ritrovò subito la parola; ma io non gli permisi d’usarla. «Ho fretta,» soggiunsi «una gran fretta; lasciatemi andare; ci rivedremo questa sera.» Mi baciò la mano e partì.

Lì per lì, per ricompensarlo dei miei torti, e, via, lo dirò pure, per ricompensare anche me stessa, avevo stabilito di fargli conoscere il mio casinetto, di cui ignorava persino l’esistenza. Chiamo la mia fida Vittorina: «Ho l’emicrania» le dico «e bada che sono già a letto per tutti». Restata finalmente sola con lei, mi vesto da cameriera, mentre lei, la vera cameriera, si veste da lacchè. Poi usciamo dalla porticina di servizio, e, salite in una vettura da piazza, eccoci in cammino. Arrivate al Tempietto d’Amore, scelgo la vestaglia più provocante, una galanteria, un amore, una cosina leggera, spumeggiante, di mia invenzione, che, senza lasciar vedere niente, fa indovinare ogni cosa:

ebbene, sì, ve ne darò il modello per la vostra presidentessa appena l’avrete resa degna d’indossarla.

Dopo questi preparativi, mentre Vittorina si occupa d’altri particolari, io mi metto a leggere un capitolo del Sofà , una lettera d’Eloisa e due novelle di La Fontaine’s, per studiarvi i vari stili che volevo assumere. Intanto il mio bel cavaliere arriva al portone di casa mia con la furia abituale; ma qui si sente dire dal portiere che non si può entrare e che io sono malata. Primo contrattempo. Il portiere gli consegna poi un mio biglietto: mio, ma non di mia mano, secondo le regole di prudenza che mi sono imposte. Apre e trova queste parole, scritte di pugno di Vittorina: “Alle nove precise, sul bastione, davanti al caffè”. Corre al luogo dell’appuntamento e trova un ragazzo, un lacchè che non conosce o che almeno crede di non conoscere (perché si tratta proprio di Vittorina travestita), e costui lo invita a licenziare la carrozza e a seguirlo a piedi.

Tutti questi preliminari romanzeschi finiscono per riscaldargli la testa, e la testa calda non guasta in certi momenti. Finalmente arriva dinanzi a me: la sorpresa e l’amore l’avevano come stregato. Per calmarlo un po’ facciamo una passeggiatina nel boschetto; poi lo riporto a casa, dove trova anzitutto una tavola apparecchiata per due e un letto pronto a riceverci. Di lì passiamo nel mio salottino, ch’è in tutto il suo splendore. Qui, un po’ per riflessione e un po’ per foga spontanea di affetti, gli getto le braccia al collo e mi lascio cadere ai suoi piedi.

«Tesoro mio,» gli dico «per il desiderio di farti questa sorpresa che ora vedi, ho avuto il torto di

addolorarti fingendomi corrucciata con te. Non mi rimprovererò mai abbastanza, angelo mio, d’averti nascosto, sia pure per un istante, il vero sentimento del mio cuore. Ma tu perdonami, e io espierò la mia colpa a furia d’amore.»

Potete figurarvi l’effetto di questo discorso sentimentale. Il cavaliere, raggiante di gioia, mi sollevò

di peso, e il mio perdono fu suggellato su quella stessa ottomana, su cui voi suggellaste così

allegramente, nello stesso modo, la nostra rottura per l’eternità.

Siccome avevamo circa sei ore da passare insieme, e io volevo che tutte fossero parimenti deliziose, moderai i suoi ardori, e da tenera amante mi trasformai in una spiritosa e garbata civettuola. Non credo d’aver mai messo altre volte tant’ingegno nell’arte di piacere, e certo non sono mai stata tanto soddisfatta di me. Dopo il pranzo, fui ora sventata come una ragazzaccia, ora assennata come una donna seria, ora bislacca, ora delicata, e talora finanche licenziosa e libertina, compiacendomi di considerare il cavaliere come un sultano nel suo serraglio, di cui raffiguravo io sola, di volta in volta, le diverse favorite. E infatti i suoi reiterati omaggi, se furono ricevuti tutti da una stessa donna, erano indirizzati ad amanti sempre diverse.

All’alba dovemmo infine separarci, e per quanto lui dicesse di no, e facesse di tutto per provarmelo, ne aveva proprio bisogno, tanto era stanco se non sazio. Nel momento d’uscire, io presi

la chiave della beata dimora, e mettendogliela a mo’ di saluto tra mano, gli dissi:

«Questa chiave ha servito solo per voi; è dunque giusto che sia vostra. Solo il sacrificatore è padrone del tempio.»

Con tale furberia prevenni le riflessioni che potevano essergli suggerite dalla proprietà sempre sospetta d’un casinetto come quello. Io conosco troppo bene per essere certa ch’egli non ne userà che in mia compagnia; e se a me invece saltasse il ticchio d’andarci con altri, ho una chiave di riserva. Egli pretendeva di fissare a tutti i costi un giorno per ritornarci; ma io l’amo ancora troppo per volerlo consumare tutto d’un fiato. Certe esagerazioni vanno bene soltanto con le persone che siamo in procinto di lasciare. Lui non le sa, certe finezze ma per fortuna ci sono qui io ad avere giudizio e scaltrezza per due.

M’avvedo solo ora che sono ormai le tre del mattino e che vi ho scritto un volume: e pensare che avevo intenzione di scrivervi appena due righe! Tanto è il piacere di sfogarsi con un amico come voi, che è pur sempre quello a cui voglio più bene di tutti, ancorché il cavaliere, per dirla schietta, mi piaccia di più.

Parigi, 12 agosto 17

Lettera XI

La presidentessa Tourvel alla signora Volanges.

La vostra lettera così severa m’avrebbe spaventata, se per fortuna non avessi trovato qui più ragioni

di conforto di quel che non me ne davate voi di trepidazione. Si vede che questo tremendo signor

Valmont, lo spavento delle donne, deve avere deposte le sue armi micidiali prima d’entrare nel castello.

Anziché venir qui a ordire trame diaboliche, si direbbe che ha lasciato alla porta anche le più innocenti intenzioni. E anche la qualità che persino i suoi detrattori più accaniti gli riconoscono, d’essere una persona di spirito e affabilissima, ebbene, anche questa è scomparsa; ed egli qui non è

se non un buon ragazzone. Probabilmente, chissà, è stata l’aria della campagna a fare questo miracolo. Di una cosa intanto vi posso far fede: che sebbene stia sempre, mattina e sera, in mia compagnia, e ci stia piuttosto volentieri, non gli è sfuggita mai una parola che assomigli magari di lontano alla parola amore, non ha mai pronunciato una di quelle frasi che tutti gli uomini si permettono con le donne, ancorché non tutti abbiano a loro giustificazione i requisiti ch’egli possiede. Non s’è mai dato il caso che mi abbia costretta, con la menoma sconvenienza, a prendere le misure di rigore che tante volte purtroppo una donna onorata è costretta oggigiorno a prendere per mettere a posto gli uomini che le stanno attorno. Oh, no! Egli sa tenerci allegre, ma con tal garbo che la modestia in persona non potrebbe offendersene. Insomma, se ioavessi un fratello, vorrei che fosse quale è il signor Valmont qui con noi. So che parecchie donne, al posto mio, vorrebbero vedere in lui una più spiccata galanteria; ma io gli sono invece molto grata d’avermi giudicata così favorevolmente e di non avermi messa in mazzo con quelle.

Il ritratto che io faccio, è, come vedete, assai differente dal vostro; e tuttavia potrebbe darsi che avessimo ragione tutt’e due, trattandosi di due tempi diversi. Lui stesso d’altronde ammette francamente d’aver avuto molti torti, e altri con molta probabilità gliene hanno affibbiati gratuitamente. Il fatto è che ho raramente incontrato uomini che parlassero delle donne oneste con maggior rispetto, e sto per dire con maggiore entusiasmo di lui. Voi stessa del resto mi fornite le prove che almeno su questo punto non cerca d’ingannarmi. Significativo al riguardo è infatti il suo modo di comportarsi verso la signora Merteuil, di cui ci parla spesso con tali elogi e con affetto tanto sincero, che a tutta prima, e finché non ho ricevuto la vostra lettera, ho creduto che la sua pretesa amicizia con lei non fosse nient’altro che amore bello e buono. Ho fatto un giudizio temerario, e me ne pento, tanto più che il poveretto ha cercato di tutto per scagionarsi d’ogni sospetto al riguardo. Ma sapete cos’è? Io avevo preso la sua onesta schiettezza per sottilissima astuzia. Orbene, non so, posso ingannarmi, ma a me pare che un uomo capace di un’amicizia così costante per una signora rispettabilissima non può essere un libertino senza via di scampo. Non so dirvi se sotto la sua nuova austerità non si nasconda per avventura un qualche ripesco ch’egli abbia nei dintorni, come supponete voi. Belle donne non ne mancano, da queste parti. Certo egli esce poco di casa, fuorché al mattino, che dice di andare a caccia. È vero che di selvaggina se ne vede poca; ma, a sentir lui, è un cacciatore da strapazzo. A ogni modo m’importa poco o niente di sapere che cosa vada facendo fuori del castello, e se anche cercassi di saperlo, sarebbe soltanto per vedere chi di noi due ha più ragione, io o voi.

Per ciò che si riferisce alla vostra proposta di abbreviare il soggiorno di Valmont nel castello, capirete che la cosa è tutt’altro che facile. Come si fa a chiedere a sua zia di mandare via un nipote a cui la poveretta è affezionatissima? Vi prometto tuttavia, per una giusta deferenza ai vostri desideri, non già perché ce ne sia bisogno, di cogliere la prima occasione che si presenti per fare questa richiesta alla zia o direttamente a lui. In quanto a me, mio marito sa che mi tratterrò qui sino al suo ritorno, e si meraviglierebbe assai e non a torto della mia leggerezza, se tutt’a un tratto cambiassi parere.

Le mie spiegazioni vi sembreranno troppo lunghe; ma sentivo l’obbligo morale di testimoniarvi la verità a favore di Valmont, che a quanto pare ne ha gran bisogno. Vi ringrazio a ogni modo dell’amicizia che vi ha indotta a consigliarmi per il mio bene; come anche vi ha ispirato le parole gentili che mi dite a proposito del ritardato matrimonio di vostra figlia. Certo mi riprometto un gran piacere nell’assistere accanto a voi a queste nozze, ma lo sacrificherei volentieri al desiderio vivissimo che ho di vedere la signorina Volanges felice più presto, se però potrà esser più felice lontana da una madre tanto degna di reverenza e di affetto. Divido anch’io con lei questi due sentimenti che tanto profondamente mi legano a voi, e vi prego di volerne accogliere con la solita benevolenza l’espressione più sincera. Ho l’onore di firmarmi vostra ecc.

Lettera XII

Cecilia Volanges alla marchesa di Merteuil.

La mamma è un pochino indisposta e non uscirà di casa; e perciò, dovendo farle compagnia, non potrò aver l’onore di venire stasera all’Opera con voi. V’assicuro che rimpiango la vostra compagnia e non già lo spettacolo; credetemelo, perché vi voglio tanto e tanto bene! Mi farete il favore d’avvertire il cavalier Danceny che non ho la raccolta di sonate di cui mi ha parlato e che pertanto mi farà cosa grata se domani me la porterà lui. Se verrà da me oggi, gli diranno che non siamo in casa, ma io non ho colpa: la mamma non vuole ricevere nessuno. Speriamo che si senta meglio domani. Ho l’onore di sottoscrivermi vostra ecc.

Parigi, 13 agosto 17

Lettera XIII

La marchesa di Merteuil a Cecilia Volanges.

Sono spiacentissima, mia cara, di non potervi avere con me a teatro e della causa della vostra assenza. Speriamo tuttavia che si ripresenterà presto l’occasione. Eseguirò puntualmente la vostra commissione per il cavalier Danceny, che sarà certo desolatissimo della malattia della vostra mamma. Se ella domani vorra ricevermi, verrò a tenerle compagnia; e sfideremo, io e lei, il cavalier Bellaroche10al picchetto; così, al piacere di vincergli molto denaro, uniremo quello assai maggiore di sentirvi cantare qualcosa insieme al vostro maestro, che io avvertirò perché sia anche lui della partita. Se la proposta non dispiace a voi e a vostra madre, garantisco da parte mia che i miei due cavalieri non mancheranno. Addio, mia cara, i miei omaggi alla buona signora Volanges, e a voi un affettuosissimo bacio.

Parigi, 13 agosto 17

Lettera XIV

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Se ieri non t’ho scritto, mia cara Sofia, non potrai dire davvero ch’è stato per divertirmi. Figurati! La mamma è malata; e non mi sono mossa mai tutto il giorno dal suo capezzale. La sera, quando mi sono ritirata in camera mia, non avevo voglia di far niente, e mi sono coricata subito per finire più presto la giornata interminabile. Non credere da ciò che io non voglia bene alla mamma; ma non so neanch’io che cosa avessi dentro di me. Avrei dovuto andare all’Opera con la signora Merteuil, e avremmo trovato là anche il cavalier Danceny: sai già che sono le due sole persone che mi garbano. Ebbene, quando è venuta l’ora dello spettacolo, ho inteso una forte stretta al cuore, e niente più mi piaceva, e ho pianto, ho pianto tanto, senza potermi contenere. Fortuna che la mamma era coricata e non poteva vedermi! Penso che il cavaliere Danceny ne sarà stato seccato anche lui; ma, vedi, è tutt’altra cosa: egli poteva almeno distrarsi guardando il pubblico e lo spettacolo.

Oggi, se Dio vuole, la mamma sta meglio, e la signora Merteuil verrà a trovarci insieme con Danceny e con un altro signore; ma quella benedetta donna arriva sempre in ritardo, e capirai che,

quando si è soli da tanto tempo, si muore di noia. Sono appena le undici! Vero è però che debbo ancora studiare l’arpa, e poi mi ci vorrà anche un bel po’ di tempo per rassettarmi, perché questa sera voglio essere pettinata proprio bene. Aveva ragione, sai, suor Perpetua, che frequentando il gran mondo si diventa civette; e infatti io non ho mai avuto tanta smania di comparire e di farmi bella come in questi giorni, e mi pare sempre di essere meno carina di quel che credevo. Che vuoi?

A stare vicino a queste signore che usano il belletto si sfigura. La signora Merteuil, per esempio,

piace agli uomini assai più di me: oh, me ne sono accorta, e ne sarei avvilita se non si trattasse di lei che mi vuol bene, e se proprio lei non m’avesse assicurata che al cavalier Danceny piaccio più io! Non ti pare che la signora sia stata assai generosa a dirmi questo? E anzi aveva persino l’aria d’esserne contenta. Francamente, io non sarei stata capace di tanto; ma è che la marchesa mi vuole

tanto bene. E lui dunque mi trova carina! Non puoi immaginare quanto mi faccia contenta anche questo. Vedi, non so perché, ma mi fa l’effetto che, solamente a guardarlo, io debba diventar più

bella; e perciò lo guarderei sempre, se non fosse per la paura d’incontrare i suoi occhi; perché, tutte

le volte che questo mi succede, mi confondo e provo come una specie d’affanno: oh, non è niente di

spiacevole, però!

Addio, mia cara, vado a vestirmi. T’amo sempre come al solito.

Parigi, 14 agosto 17

Lettera XV

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

È proprio una cara cortesia la vostra, di non abbandonarmi alla mia cattiva sorte. La vita che meno

in questo castello è davvero fastidiosa, alla lunga, per il soverchio riposo e per la sua stupida

monotonia. Leggendo la lettera che m’avete scritto e i particolari della vostra deliziosa giornata, sono stato lì lì cento volte per pigliare il pretesto di qualche affare, correre ai vostri piedi e pregarvi d’essere almeno una volta infedele con me al vostro cavaliere, che dopo tutto non merita la tanta felicità che gli date. Sapete che m’avete fatto diventare geloso di lui? E di che rottura eterna mi andate cianciando? Abiuro il giuramento pronunciato nel delirio: e guardate che non saremmo degni d’averlo fatto, se dovessimo poi mantenerlo sul serio. Ah, se potrò un giorno vendicarmi tra le vostre braccia dell’offesa involontaria che mi ha fatto il cavaliere col godere di tanta buona ventura! Sì, sono proprio indignato, lo giuro, quando penso che il fortunato mortale, senza tante sofisticherie, senza fare il minimo sforzo, seguendo appena animalescamente l’istinto del cuore, ha potuto trovare bell’e pronta quella grazia di Dio che io non riesco ad afferrare. Oh, io turberò questa sua felicità, promettetemi che la turberò! E voi stessa non vi sentite un po’ umiliata? Come! Fate di tutto per ingannarlo, ed egli sarà più felice di voi? Credete di tenerlo incatenato, e finite poi per essere incatenata voi da lui? Egli dorme tranquillo, e voi dovete vegliare per i suoi piaceri? E, se foste sua schiava, che fareste di più?

Tant’è, amica mia. Finché voi vi dividete tra più amanti, non sento la menoma gelosia: in essi non vedo che i successori d’Alessandro, incapaci di conservare tutti uniti l’impero su cui io ho già regnato solo, da monarca assoluto. Ma che voi vi diate tutta a un unico amante, che ci sia un altro uomo che abbia la mia stessa fortuna, ah, no, questo è troppo e non sperate mai che io possa tollerarlo! O riprendete me, o almeno date un compagno al cavaliere: non vogliate tradire, incapricciandovi d’un solo uomo, l’inviolabile amicizia che ci siamo giurata!

Non vi basta forse che io abbia tanti motivi di lamentarmi dell’amore? (Vedete che io accedo alla vostra opinione, e confesso i miei torti.) E infatti, se il non poter più vivere senza l’oggetto dei nostri desideri e il sacrificargli il tempo, i piaceri, la vita, tutto, vuol dire essere innamorato, ebbene

io sono certo innamorato cotto. Ma che mi vale, però, se non ho progredito d’un passo? Tanto che

oggi non avrei niente da raccontarvi, se non fosse sopravvenuto un accidente che mi fa molto almanaccare, e tra il sì e il no non so risolvere ancora se ne debbo trarre motivo di timore o di speranza.

Mi pare che conosciate il mio staffiere, un vero servitore da commedia, che per i raggiri e gli intrighi vale un Perù. Ora, tra gli ordini che aveva ricevuto da me, c’era, come potete ben immaginare, quello di fare il cascamorto alla cameriera della presidentessa e di piacere a tutti i costi alla servitù. Il briccone è stato più fortunato di me, ed è già padrone della piazzaforte. In tal modo è venuto a sapere che la signora Tourvel ha incaricato un suo uomo di fiducia di assumere informazioni su quel che io faccio e di pedinarmi, senza farsi scorgere, nelle mie gitarelle mattutine. Che diamine vorrà fare costei? Possibile che la modestissima delle donne prenda iniziative che

nemmeno noi oseremmo permetterci? E io vi giuro

sua malizietta tutta femminile, cerchiamo di rivolgerla a nostro vantaggio. Finora queste mie

passeggiate tanto sospette non avevano nessuno scopo: bisogna trovargliene uno. Il caso merita tutta

la mia attenzione, e vi lascio dunque per riflettervi. Addio, mia bella amica.

Ma, prima di pensare a vendicarmi di questa

Sempre dal castello di

, 15 agosto 17

Lettera XVI

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Quante novità, mia cara Sofia! Forse non dovrei dirtele, ma bisogna pure che mi sfoghi con

qualcuno. Il cavalier Danceny

che parte incominciare. Dopo averti raccontato la bella serata11passata con lui e con la signora Merteuil in casa nostra, non te l’ho più nominato perché non volevo parlarne più con nessuno, sebbene il mio pensiero fosse sempre lì. Nei giorni scorsi il poveretto s’era fatto triste triste; tanto triste ch’era una pena a vederlo! Se gliene domandavo la ragione, mi rispondeva che non era vero affatto. E invece era vero proprio: oh, lo vedevo io, ch’era vero! Ieri sera era anche più triste del solito; e tuttavia m’usò la cortesia di cantare lo stesso con me, come fa tutte le sere. Senonché nel cantare mi dava certi sguardi da stringere il cuore. Appena finimmo, andò lui a chiudere l’arpa nell’astuccio, e me ne portò la chiave, pregandomi di sonarla ancora, quella stessa sera, quando

fossi rimasta sola. Io non sospettai di niente, tant’è vero che non volevo acconsentirgli, e gli dissi di

sì soltanto in seguito delle sue vive insistenze. E ne aveva ben donde! Quando infatti fui sola nella

mia stanzetta e la cameriera se ne fu andata, presi l’arpa, e tra le corde trovai un foglio piegato in due, ma senza suggello: una sua lettera. Ah, se sapessi tutto quel che mi dice! Dal momento che ho

letto questa lettera, sento tanto piacere che non so pensare ad altro. L’ho letta e riletta quattro volte

di seguito, e poi l’ho chiusa a chiave nel cassetto della mia scrivania: oramai la sapevo a memoria; e

quando fui a letto, l’andavo ripetendo infatti tra me e me da non poter più dormire, e, se chiudevo

Sono tanto confusa e tremante, che non posso scrivere, e non so da

gli

occhi, mi vedevo dinanzi lui in persona a confermarmi a viva voce le frasi salienti dello scritto.

Mi

sono addormentata perciò molto tardi, e appena sveglia (era ancora prestissimo) sono corsa a

prendere la lettera per rileggermela con più comodo; e una volta che l’ho avuta con me nel letto l’ho

baciata e ribaciata tante volte, come se ho potuto farne a meno.

Forse non sta bene baciare una lettera come questa, ma non

E ora, cara mia, sono contenta, sì, ma anche molto perplessa; perché a questa lettera non dovrei rispondere di certo: oh, questo lo so che non sta bene! Ma egli mi scongiura tanto che io gli

risponda, che se non lo faccio diventerà magari più triste, e sarebbe una bella disgrazia per lui. Che

mi

consigli di fare? Ma già, tu ne sai quanto me. Bisognerà che ne parli con la signora Merteuil, che

mi

vuol bene. Vedi? Desidererei consolarlo, ma al tempo stesso non vorrei far nulla di male. Com’è

il mondo! Non fanno che raccomandarci il buon cuore, e poi vorrebbero (e non mi pare giusto)

impedirci d’ascoltare le sue ispirazioni quando si tratta di un uomo, quasi che un uomo non facesse parte anche lui del prossimo nostro. Anzi a me pare che un uomo ne faccia parte anche meglio d’una donna; e infatti non abbiamo noi tra i parenti un padre e un fratello come abbiamo una madre

e una sorella? E, vedi, tra i parenti maschi c’è in più anche il marito. Se però facessi qualcosa che

non sta bene, mi pare che anche Danceny si farebbe un cattivo concetto di me, e allora preferisco le mille volte che sia triste. Dopo tutto non c’è poi questa gran fretta: se mi ha scritto ieri, non c’è mica obbligo di rispondergli subito oggi; e questa sera potrò vedere la signora Merteuil e raccontarle, se ne avrò il coraggio, ogni cosa per filo e per segno, sicura che se farò quel ch’ella mi dirà non avrò niente da rimproverarmi. E magari vedrai che mi consiglierà di rispondergli due righe, perché non sia così triste. Quanta agitazione, amica mia! Addio. Dimmi comunque quel che ne pensi.

Parigi, 19 agosto 17

Lettera XVII

Il cavalier Danceny a Cecilia Volanges.

Prima d’abbandonarmi, o gentil signorina, al piacere o piuttosto al bisogno di scrivervi, debbo pregarvi di sapermi compatire. Capisco anch’io che per osare di palesarvi i miei sentimenti mi occorre molta indulgenza; mentre non me ne occorrerebbe affatto se mi limitassi soltanto a giustificarli. Ma in fin dei conti io non fo che mostrarvi l’opera vostra; e non ho da dirvi se non quel che vi hanno detto mille volte prima di me i miei sguardi, i miei atti, la mia confusione e persino il mio silenzio. E perché dovreste avervi a male d’un sentimento che avete fatto nascere voi? Provenendo da voi, è degno sicuramente d’esservi offerto: se è ardente come l’anima mia, è però anche puro come la vostra. Sarebbe mai una colpa aver saputo apprezzare il vostro bel viso, le vostre grazie seducenti, e quel vostro meraviglioso candore che aggiunge un valore inestimabile alle altre qualità già tanto preziose? Certo che no. Ma, anche senza essere colpevoli, si può essere disgraziati, come avverrà di me se non vorrete gradire il mio omaggio. Questa è la prima volta che offro il mio cuore a una donna. Senza di voi, sarei ancora tranquillo, se non felice. Ma io vi ho veduta, e la mia pace subito se n’è fuggita via, e la felicità pende ancora incerta. E voi vi meravigliate che io sia triste? E me ne chiedete la ragione? Mi è anche sembrato qualche volta, non so, di vedervi addolorata per questa mia tristezza: ebbene, dite una parola sola, e mi farete felice. Ma, prima di pronunziarla, badate che questa parola potrebbe rendermi anche il più infelice degli uomini.

Siete dunque arbitra del mio destino: voi potete farmi felice o infelice per l’eternità. A quali mani più care potrei affidare un compito così grave?

Finirò come ho cominciato, implorando la vostra indulgenza. Vi ho già chiesto di compatirmi. Ora oso chiedervi di più, e cioè di volermi rispondere. Se mi rifiutaste questa grazia, vorrebbe dire che vi siete offesa, mentre chiamo garante il mio cuore che in me il rispetto uguaglia l’amore.

P. S. Potrete servirvi, per rispondermi, dello stesso mezzo che uso io per farvi avere questa mia: mi pare un mezzo comodo e sicuro.

Parigi, 18 agosto 17

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Come! E tu dunque, o Sofia, biasimi quel che sto per fare? Avevo già tante preoccupazioni, e tu adesso me le accresci ancora? È chiaro, dici tu, che non si deve rispondere. Oh, si fa presto a dire, quando non si sa neppure come stanno le cose, e non si è qui a vedere coi propri occhi! Sta’ pur certa, che se tu fossi nei miei panni faresti né più né meno di quel che faccio io. In generale, sì, lo so, non si dovrebbe rispondere; e nella lettera mia di ieri hai potuto vedere del resto che anch’io la pensavo così. Ma, vedi, è che nessun’altra donna s’è trovata mai nel caso mio.

E per di più mi tocca prendere questa benedetta risoluzione da sola, perché la signora Merteuil, che speravo di vedere iersera, non s’è fatta viva: vedi se tutto congiura contro di me? E pensare che è stata lei che me l’ha fatto conoscere, e quasi ogni volta che l’ho visto e gli ho parlato ero con lei! Non già che gliene serbi rancore; ma, santo Dio, doveva piantarmi qui sola, proprio quando sono negli impicci? Oh, come sono da compiangere!

Figurati che ieri sera è venuto come al solito. Io ero tanto turbata che non ho osato neppure guardarlo; ed egli non mi poteva parlare perché era presente la mamma. Immaginavo già il suo dispiacere quando si sarebbe accorto che non gli avevo risposto, e non sapevo perciò che contegno tenere. Subito appena entrato, mi ha chiesto se volevo che andasse a prendermi l’arpa. Il cuore mi

batteva forte forte, e dovetti fare già un grande sforzo per accennargli col capo di sì. Quando tornò

fu peggio ancora. Lo guardai un attimo, di sfuggita: oh, lui non mi guardava neanche, e aveva tutto

l’aspetto d’uno che fosse malato! Quanta compassione mi ha fatto! Si e messo ad accordare l’arpa, e

poi nel porgermela mi ha bisbigliato: «Ah, signorina!

l’ha detto mi ha sconcertata tutta; e mi sono messa a toccare le corde senza saper quel che facevo, tanto che la mamma ci ha domandato perché invece non cantassimo. Lui se l’è cavata protestando che non si sentiva troppo bene; ma io, che non avevo nessuna scusa da addurre, ho dovuto proprio cantare. Chissà che cosa avrei pagato in quel momento, per non avere la voce che ho! Ho scelto a bella posta una romanza che non sapevo: tanto non avrei potuto cantare né quella né un’altra; e pensavo che la mamma si sarebbe accorta certamente che ci doveva essere qualcosa in aria. Fortuna

ha voluto che a quel punto venisse una visita, e appena ho sentito il fragore della carrozza ho

smesso in fretta e furia di cantare, pregando lui di riportare via l’arpa. Avevo una gran paura che

cogliesse l’occasione per andarsene via anche lui. Invece è tornato.

».

Non ha detto altro; ma l’accento con cui

Mentre la mamma e la signora giunta allora chiacchieravano insieme, ho voluto guardarlo ancora un momento; ma, avendo incontrato i suoi occhi, non ho potuto staccarne più i miei. Ho veduto che gli scendevano giù per le guance grossi lacrimoni, e ch’egli si voltava dall’altra parte per non farsi scorgere. Allora non ho saputo più trattenermi, e stavo per sbottare a piangere anch’io: sono uscita bruscamente dal salotto, e ho scritto col lapis su un pezzo di carta: “Non siate più tanto triste, ve ne prego; vi prometto di rispondervi”. Sono più che certa che non avrai niente da ridire su questo; ma a ogni modo ti giuro che non avrei avuto la forza di fare altrimenti. Ho messo il foglio tra le corde dell’arpa, come aveva fatto lui con la sua lettera, e sono tornata in salotto. Adesso ero più tranquilla, e non vedevo l’ora che la signora se ne andasse: come infatti è avvenuto poco dopo, perché per fortuna doveva fare altre visite. Appena ella se ne fu andata, io ho detto che volevo sonare ancora l’arpa e l’ho pregato di andarmela a riprendere. Mi sono avveduta dal suo aspetto ch’egli era lontano mille miglia dal supporre quel che avrebbe trovato. Ma al suo ritorno, com’era contento! Nel mettermi l’arpa davanti, s’è piegato in modo che la mamma non potesse vederlo, e presa la mia mano, l’ha stretta, l’ha stretta così forte! Non è stato che un attimo, ma non saprei mai descriverti il piacere che m’ha dato. Tuttavia io gliel’ho tolta subito, e così non ho nulla da rimproverarmi.

Ora, amica mia, capisci anche tu che non posso fare a meno di scrivergli, poiché gliel’ho promesso.

E poi, via, vorresti che io lo facessi soffrire novamente? Oh, no, perché ti giuro che io ne soffro più

di lui! Se si trattasse di fare qualcosa di male, certo non lo farei: ma che male ci può essere a

scrivere una lettera, e specie quando si fa per impedire a un altro d’essere infelice? Una cosa sola mi

dà pensiero, ed è che non saprò scriverla bene; ma spero ch’egli capirà che non è colpa mia, e sono

sicura d’altronde che comunque gli farà piacere per il solo fatto che proviene da me.

Addio, mia cara. Se ti pare che io abbia torto, dimmelo francamente. Ma io spero di no. Più s’avvicina il momento di scrivergli, e più il mio cuore batte forte da non averne un’idea. Eppure bisogna farlo, dal momento che gliel’ho promesso. Addio.

Parigi, 20 agosto 17

Lettera XIX

Cecilia Volanges al cavalier Danceny.

Eravate così triste iersera, e mi facevate tanta pena, o signore, che mi sono lasciata sfuggire la promessa di rispondere alla vostra lettera. So benissimo che non dovrei farlo; ma siccome la promessa c’è, non voglio mancare di parola, e mi pare che questa sia una prova dell’amicizia che

nutro per voi. Ora che lo sapete, spero che non mi domanderete più di scrivervi, e che non direte a nessuno di questa mia lettera, perché certamente sarei biasimata e ne avrei un gran dispiacere. Ma

mi dispiacerebbe anche di più se da questo voi vi faceste un cattivo concetto di me, poiché posso

assicurarvi che con nessun altro avrei avuto questa debolezza. Adesso vorrei che non foste più tanto triste come eravate nei giorni scorsi, perché quella vostra malinconia mi amareggia il piacere di stare con voi. Vedete, signore, che vi parlo con schiettezza. Desidero con tutto il cuore che la nostra amicizia duri eterna; ma non mi scrivete più, per carità. Ho l’onore di sottoscrivermi vostra ecc.

Parigi, 20 agosto 17

Lettera XX

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Ah, bricconcello, bricconcello, quante moine mi fate, per paura che io rida alle vostre spalle! Via, oggi sono in vena di generosità; e poi mi scrivete tante belle sciocchezze, che bisogna proprio che vi perdoni la mutria che avete per merito della vostra presidentessa. Ho tuttavia motivo di credere che il mio cavaliere non sarebbe altrettanto indulgente nei vostri riguardi, e sarebbe magari tipo da non approvare affatto il rinnovo del nostro contratto e da trovare poco spiritosa la vostra proposta mattaccina. E pensare che io invece ne ho riso tanto, deplorando soltanto di doverne ridere da sola! Ah, se foste stato qui voi, chissà mai, a furia di ridere, dove saremmo andati a finire! Per fortuna, adesso ho avuto tutto il tempo di rifletterci, e mi sono armata di molta severità: non già, badate, che io rifiuti per sempre; rimando soltanto la cosa a più tardi, e con ragione. Perché io ci metterei forse una punta d’amor proprio, e sapete che, una volta in ballo, bisogna ballare. Mi sentirei magari capace d’incatenarvi di nuovo e di farvi dimenticare la vostra presidentessa; sicché vedete che scandalo ne succederebbe, se io, indegna, riuscissi a disamorarvi della virtù! Per evitare questo pericolo, ecco le mie ultime condizioni: appena avrete conquistato la vostra bella devota e potrete fornirmene le prove, venite pure, che sarò vostra. Vi avverto però che negli affari d’una certa importanza non bastano più le parole, e ci vogliono le prove scritte.

A questo modo anzitutto io sarò una ricompensa invece che una consolazione, e ciò mi garba di più; inoltre la vostra vittoria sarà più saporosa, divenendo essa stessa ragione d’infedeltà. Venite

dunque, venite al più presto a portarmi le prove del vostro trionfo, simile a quei prodi cavalieri antichi che deponevano ai piedi delle loro belle le spoglie preziose dei vinti. A parte gli scherzi, sono curiosa davvero di sapere che diamine una donna tanto schifiltosa può scrivere dopo che le è stata fatta la festa, e con che veli sa coprire le sue frasi dopo aver scoperto tanto abbondantemente il suo corpo.

Vi pare forse che io mi venda a un prezzo troppo caro? Vi prevengo però che non concedo ribassi.

Fino al momento che ho detto, spero di restare fedele al mio cavaliere e di divertirmi a farlo felice, ancorché ciò vi dia un certo tal qual fastidiuccio.

In questo momento tuttavia, se io fossi meno virtuosa, egli avrebbe un rivale pericoloso nella

signorina Volanges, di cui vado pazza. Oh, sì, è una vera febbre di passione, la mia! O mi sbaglio, o la piccina diventerà una delle nostre donne più in voga. Io vedo il suo cuoricino fare progressi strepitosi ogni giorno; ed è uno spettacolo stupendo. L’innocentina si strugge già tutta d’amore per il suo Danceny; ma non sa ancora di che si tratta; e il cavaliere sebbene innamoratissimo anche lui, non ha il coraggio di farglielo sapere, possedendo la timidezza propria della sua età. Tutt’e due cadono in ginocchio davanti a me; e la piccina soprattutto si strugge dalla voglia di confidarmi il suo segreto, che da qualche giorno a questa parte le pesa da non poterne più. Chissà che gran favore le farei ad aiutarla un po’; ma si tratta d’una bambina e non voglio compromettermi. Danceny mi ha parlato un po’ più chiaramente, ma nei suoi confronti io ho già stabilito di non volerlo ascoltare. Tornando alla piccina, mi viene a volte la tentazione fortissima di farne una mia allieva: vorrei fare questo servizio a Gercourt, tanto più che me ne lascia tutto il tempo, poiché egli rimarrà in Corsica sino al mese d’ottobre. Vi garantisco che non perderei affatto il mio tempo, e gli saprei dare al suo ritorno una mogliettina coi fiocchi, invece dell’educanda innocente a cui tiene tanto. Se lo meriterebbe, se non altro per l’insolenza di dormir tranquillo mentre la donna a cui ha fatto torto non s’è ancora vendicata. Toh, se la piccina fosse qui adesso, chissà che cosa le insegnerei!

Addio, visconte. Buona sera e buona fortuna; ma, fate qualche passo anche voi. Pensate che, se non conquisterete questa donna, le altre dovranno arrossire d’essersi date a uno come voi.

Parigi, 20 agosto 17

Lettera XXI

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Finalmente, mia carissima amica, ho fatto un passo avanti, un gran passo che, se non mi ha condotto alla mèta, mi ha fatto capire per lo meno che sono sulla buona strada, levandomi dal cuore

la spina che mi fossi disviato. Le ho fatto finalmente la mia brava dichiarazione d’amore, e benché ella si sia chiusa nel più cupo silenzio, m’ha dato però, senza volerlo, la risposta più chiara e

lusinghiera

Ma non anticipiamo gli avvenimenti, e cominciamo da più lontano.

Vi ricorderete ch’ella mi faceva spiare nelle mie gitarelle ebbene, ho voluto che questo espediente

scandaloso si convertisse in pubblica edificazione. Ed ecco come. Ho incaricato il mio staffiere di trovarmi nelle vicinanze qualche disgraziato da soccorrere, e l’incombenza non era davvero difficile.

Ieri infatti, nel pomeriggio, egli mi ha riferito che nella mattinata di oggi doveva essere sequestrata la mobilia d’una povera famigliuola che non poteva pagare le tasse. Ho avuto cura d’informarmi che in questa famiglia non ci fosse nessuna ragazza o donna maritata che per l’età o la bellezza potesse rendere sospetto il mio interessamento; e, quando fui rassicurato su questo punto, ho fatto

sapere, durante il pranzo, che stamattina sarei andato a caccia. Debbo render giustizia alla mia presidentessa: ella sentiva forse un po’ di rimorso del suo farmi pedinare, ma, non avendo la forza di vincere la curiosità, ha tentato almeno di opporsi al mio desiderio. Ha detto che faceva troppo caldo, che io risicavo d’ammalarmi, che non avrei ucciso nemmeno un animale e mi sarei stancato per niente; e, mentre parlava così, i suoi occhi, che si spiegavano meglio assai ch’ella non volesse,

mi dicevano chiaramente che la loro padrona voleva che io accettassi per buone queste magrissime

scuse. Ma io, duro, come potete ben immaginare, non mi lasciai smuovere neanche da un lungo sfogo appassionato contro la caccia e i cacciatori, neanche da una nuvoletta di broncio che oscurò per tutta la sera il suo visetto celestiale Ci fu un momento ch’ebbi paura ch’ella avesse revocato i suoi ordini e che la sua delicatezza mi potesse nuocere; ma avevo fatto i conti senza la curiosità

femminile e perciò m’ingannavo. Il mio staffiere me ne ha data assicurazione la sera stessa, e così

ho potuto addormentarmi soddisfatto.

Sono partito sul far dell’alba; e non avevo fatto ancora cinquanta passi dal castello quando mi sono accorto che lo spione mi seguiva. Mi sono messo allora a cacciare, pigliando attraverso i campi le scorciatoie che conducevano al villaggio in cui volevo recarmi, col gusto matto di far correre il mariuolo che mi pedinava; il quale, non osando abbandonare i sentieri battuti, doveva spesso far di corsa un cammino tre volte più lungo del mio. A furia di farlo correre, ho finito per sudare anch’io come un bufalo, e mi sono sdraiato perciò sotto un albero. Ebbene, egli ha avuto la faccia tosta di

sgusciar da dietro un cespuglio ch’era appena a venti passi da me, e di sdraiarsi anche lui lì accanto.

Mi

pizzicavano le mani di mandargli una buona fucilata, che, se anche era caricata soltanto a pallini,

gli

avrebbe data però una magnifica lezione sui pericoli a cui si espone la curiosità eccessiva: buon

per lui che mi sono ricordato a tempo che la sua presenza era utile e anzi indispensabile ai miei fini. Questa riflessione lo ha salvato.

Arrivo intanto al villaggio, vedo un parapiglia di gente intorno a una casa, m’inoltro, domando, mi viene raccontata ogni cosa. Faccio chiamare allora l’usciere, e, cedendo agli slanci della mia generosità, gli pago magnanimamente le cinquantasei lire in grazia delle quali si mettevano cinque persone sul lastrico. La mia azione così semplice ha sollevato in quanti m’attorniavano un coro di benedizioni in mio onore; e avreste dovuto vedere che lacrime di riconoscenza cadevano giù dagli occhi del vecchio padre di famiglia, ridando garbo e dignità di aspetto patriarcale al suo viso che proprio pochi minuti prima i segni della disperazione facevano comparire bruttissimo! Stavo osservando questo spettacolo, quando un altro contadino più giovane, conducendo per mano la moglie e due fanciulletti, mi si è avvicinato a passi concitati, e rivolto ai suoi marmocchi ha detto:

«Buttiamoci tutti in ginocchio davanti a questa immagine di Dio!». E subito mi sono trovato infatti tutti costoro prostrati ai miei piedi. Vi confesserò una mia debolezza: mi sono sentito gli occhi bagnati di lacrime, e dentro di me ho avvertito un moto involontario ma deliziosissimo di affetti. Mi sono meravigliato del tanto piacere che si prova a far del bene, e sto per credere che le cosiddette persone virtuose non hanno poi quel gran merito che vogliono darci a intendere. Comunque mi è sembrato giusto pagare a quei poveretti la gioia che m’avevano procurato, e ho dato loro i dieci luigi d’oro che avevo indosso. Ricominciarono allora i ringraziamenti; ma questa volta erano meno commossi: l’aver dato prima il necessario aveva prodotto un grande effetto sincero; adesso erano soli la riconoscenza e lo stupore per un dono superfluo.

In mezzo alle garrule benedizioni di questa famigliuola, rassomigliavo a pennello all’eroe d’un dramma nella scena dello scioglimento finale. Non dovete dimenticare che tra gli spettatori c’era il mio fedele spione, e che perciò il mio scopo era raggiunto. Mi sono svincolato pertanto da quella folla d’ammiratori e sono tornato al castello. Tirate le somme, la mia trovata non mi dispiace affatto: questa donna merita in fondo le brighe che mi piglio per lei e che un giorno o l’altro costituiranno i miei titoli di possesso: avendola pagata anticipatamente, avrò il diritto di disporne come vorrò e senza tanti scrupoli.

Dimenticavo di dirvi che, per trarre profitto da ogni circostanza, ho raccomandato a quella povera gente di pregare Dio secondo le mie intenzioni. E ora giudicherete da voi se queste preghiere non siano già state in parte esaudite

Mi vengono a questo punto ad avvertire che il pranzo è in tavola, e farei troppo tardi a impostare questa lettera, se aspettassi a finirla al mio ritorno. Rimando pertanto il resto al prossimo corriere; e francamente me ne dispiace, perché il meglio veniva adesso. Addio, amica mia. Voi mi rubate anche per un minuto il piacere di vederla.

Dal castello di

, 20 agosto 17

Lettera XXII

La presidentessa Tourvel alla signora Volanges.

Credo di farvi piacere raccontandovi un atto di Valmont che contrasta alquanto, secondo me, con l’opinione che ve ne siete fatta voi. Rincresce tanto dover pensare male di chicchessia, è tanto doloroso dover trovare soltanto dei vizi in chi avrebbe invece tutti i numeri per far amare la virtù, e io vi so inoltre tanto indulgente di natura che mi sarete certo grata di darvi occasione di correggere un giudizio troppo severo. Mi pare che Valmont possa esser degno di questo favore, e sto per dire di questo atto di giustizia; ed ecco la ragione che me lo fa pensare.

Questa mattina egli ha fatto una di quelle tali gite che potevano far pensare a qualche sua avventura nei dintorni; e confesso a mia vergogna che, forse con soverchia leggerezza, l’ho creduto anch’io. Fortunatamente per lui, e soprattutto per noi che abbiamo corso il rischio d’essere ingiuste, uno dei miei domestici doveva fare la stessa strada,12e così la mia curiosità biasimevole, ma questa volta bene avventurata, ha potuto esser soddisfatta. Il domestico dunque ci ha riferito che Valmont,

avendo trovato nel villaggio di X

non aver pagato le tasse, non solo s’è affrettato a pagare il debito di quei disgraziati, ma ha dato loro anche una bella sommetta di denaro. Il domestico è stato testimonio di questa santa azione, e mi ha

riferito inoltre che i contadini, parlando tra loro e con lui, gli avevano detto che un servo (dai cui connotati il mio domestico crede di poter riconoscere lo staffiere di Valmont) s’era ieri informato se in quel villaggio c’erano dei bisognosi da soccorrere. Se la cosa sta a questo modo, non si tratterebbe di una compassione occasionale, nata da un caso fortuito, ma di un fermo proposito di far del bene, di uno zelo premuroso di filantropia, e insomma d’una delle più belle virtù delle anime belle. Ma comunque, o caso o intenzione che sia, è sempre un atto virtuoso e lodevole, e solo a sentirlo raccontare mi sono sentita commossa sino alle lacrime. Aggiungerò anche, sempre per spirito di giustizia, che quando gli ho parlato di quest’azione, di cui egli non fiatava neppure, ha tentato dapprima di negarla, e, quando finalmente ha dovuto ammetterla, ha cercato di tutto per farla comparire una cosa da niente, sicché la sua modestia ne raddoppia il valore.

una povera famigliuola a cui l’usciere sequestrava i mobili per

E ora ditemi francamente, mia rispettabile amica, se Valmont vi pare ancora un libertino incorreggibile. Perché, se così fosse, nonostante queste sue opere, che potrebbero fare di più le persone per bene? Come! Sarebbe mai possibile che i malvagi debbano godere, come i buoni, il santo piacere della beneficenza? E Dio potrebbe permettere che una famiglia onesta possa ricevere dalla mano d’uno scellerato gli aiuti di cui essa dovrà ringraziare la Provvidenza? E come potrebbe compiacersi di sentire spargere da labbra pure le benedizioni a favore del reprobo? Preferisco credere che le sue colpe, se anche durano da lungo tempo, non siano però eterne; e non posso pensare che chi fa il bene possa esser nemico della virtù. Valmont è forse un esempio di più dei pericoli di certe relazioni: questa opinione mi pare la più verisimile, ed è anche quella che mi soddisfa di più, perché, se da una parte può servire a giustificarlo ai vostri occhi, dall’altra mi rende

sempre più cara l’affettuosa e santa amicizia che mi unisce a voi per la vita. Ho l’onore di dirmi ecc.

P. S. La signora Rosemonde e io andiamo in questo momento a far visita all’onesta e disgraziata famigliuola, per aggiungere i nostri soccorsi, benché tardivi, a quelli già tempestivamente elargiti da Valmont. Lo condurremo con noi, per dare così a questa brava gente il piacere di rivedere il loro benefattore: è tutto quel ch’egli ci ha lasciato fare.

Dal castello di

, 20 agosto 17

Lettera XXIII

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Eravamo dunque rimasti al mio ritorno in castello. Riprendiamo adesso il racconto.

Ho avuto appena il tempo di fare una sommaria toletta, e sono subito sceso in salotto, dove la mia bella era intenta a ricamare, mentre il curato del paese stava leggendo la Gazzetta alla zia. Sono

andato a sedermi accanto al suo telaio; e i suoi sguardi, più dolci del consueto e quasi carezzevoli,

mi hanno fatto intendere che il servo aveva fatto già l’ambasciata. Infatti la mia simpatica curiosetta

non ha saputo mantenere a lungo il segreto che m’aveva carpito, e senza un riguardo al mondo per il

signor curato che stava leggendo con un tono di voce come se stesse predicando dal pulpito:

«Ho anch’io» ha detto «una bella notizia da darvi.»

E si è messa a narrare per filo e per segno la mia avventura, con un’esattezza di particolari che faceva molto onore all’intelligenza del suo storico. Non occorre dire che ho adoperato tutta la mia modestia; ma chi potrebbe trattenere una donna quando, senza accorgersene, sta facendo l’elogio dell’uomo amato? Ho lasciato dunque che parlasse a suo senno. Oh, a sentirla, avreste detto che faceva il panegirico di qualche santo! E mentre parlava, io andavo contemplando estatico, e non senza speranze, tutto quello che prometteva all’amore il suo sguardo animato, il suo gesto che si faceva a mano a mano più libero, e soprattutto l’accento, già sensibilmente alterato, della voce che tradiva la sua interna commozione. Aveva appena finito di raccontare, che la signora Rosemonde ha esclamato:

«Vieni, nipote mio, vieni ad abbracciare tua zia!»

Ho capito subito che la mia bella predicatrice non avrebbe potuto esimersi dall’abbracciarmi anche lei; e sebbene tentasse di sfuggirmi, io prontamente l’ho afferrata e stretta tra le braccia, che non aveva più lena, non dico di resistermi, ma neanche di tenersi in piedi. Oh, si: più la guardo e più mi piace! Tornata in fretta al telaio, fingeva d’essere tutta assorta nel suo ricamo, ma mi sono accorto che la mano le tremava e non era più buona di lavorare.

Dopo pranzo, le signore sono volute andare a far visita ai disgraziati che io avevo così generosamente soccorso; e io le ho accompagnate. Vi risparmio la noia di questa seconda scena di

gratitudine e di elogi. Il mio cuore, sospinto dalla foga di raccontare le tante cose deliziose che sono avvenute dopo, è già sulla via del ritorno. Strada facendo, la mia bella presidentessa, più pensosa del solito, non diceva verbo; e io dal canto mio tacevo come lei, tutto intento a studiare il modo di mettere meglio a profitto l’avvenimento di quella giornata. La signora Rosemonde chiacchierava in compenso per quattro, ma, non ottenendo da noi se non rare e mozze risposte, alla fine si è seccata e

ha taciuto. Io, che ci contavo, ne sono stato lieto; poiché infatti, appena scesi di carrozza, ella si è

rintanata nel suo appartamento, e ci ha lasciati soli, io e la mia bella, nel salotto mal rischiarato, in

una penombra fatta apposta per incoraggiare l’amore timido.

Non ho dovuto neanche addossarmi la fatica d’indirizzare la conversazione dove volevo io: il fervore della simpatica predicatrice ha fatto meglio di quanto non avrebbe saputo fare la mia astuzia.

«Quando si è capaci di fare il bene» mi ha detto, lasciando cadere su di me uno sguardo dolcissimo «come si può passare la vita a mal fare?»

«Non merito» ho risposto «né quell’elogio, né questo rimprovero; e non so capire come mai, con l’intelligenza viva che avete, non mi abbiate ancora compreso. Vi farò una confidenza, e quand’anche la sincerità avesse a nuocermi, non potrei però farne a meno con voi, tanto ne siete degna. La chiave della mia condotta sta nel carattere eccessivamente facile, purtroppo, che la natura mi ha dato. Circondato da gente frivola e scostumata, ho imitato i loro vizi, anzi mi sono fatto un punto d’onore di sorpassarli. Nello stesso modo mi sono lasciato vincere qui dall’esempio della virtù, e senza sperare di potervi raggiungere mai ho cercato tuttavia almeno di seguirvi. E magari, chissà, l’azione di cui tanto m’avete lodato oggi perderebbe ai vostri occhi ogni merito, se sapeste il motivo che me l’ha fatta fare.»

Vedete, amica mia, quanto ero vicino alla verità.

«Se quei disgraziati» ho continuato «hanno avuto una carità, non ne debbono a me la riconoscenza. Quella che a voi pare un’azione lodevole, per me non era se non un mezzo di piacervi; e, bisogna dirlo, in questa faccenda non sono stato se non l’indegno intermediario della divinità che adoro.»

A questo punto ella voleva interrompermi; ma non gliene ho lasciato il tempo.

«E anche adesso» ho soggiunto «vedete? mi lascio sfuggire il mio segreto per la solita debolezza. Avevo giurato di tacere; ero così felice d’adorare puramente in segreto le vostre virtù e la vostra beltà; ma, incapace d’ingannare quando ho sotto gli occhi un esempio così mirabile di candore, avrò almeno il conforto di non dovermi rimproverare una colpevole dissimulazione. Non crediate che io voglia farvi l’oltraggio di sperare qualcosa da voi. Sarò infelice, lo so, ma le mie stesse sofferenze saranno un conforto, poiché mi proveranno tutta la profondità del mio amore. Le mie pene le deporrò ai vostri piedi, nel vostro seno. Da voi trarrò la forza di soffrire ancora. In voi troverò la bontà compassionevole, e mi crederò consolato solo perché m’avrete compianto. Oh, come v’adoro! Ascoltatemi, compatitemi, aiutatemi.»

Intanto m’ero buttato in ginocchio e stringevo convulso le sue mani nelle mie. Ma ella s’era svincolata bruscamente, e, coprendosi gli occhi con le mani, in un atteggiamento disperato, ha esclamato:

«Oh, me sventurata!»

Ed è sbottata a piangere. Per fortuna mi ero talmente investito della parte, che piangevo anch’io; e riafferrando le sue mani le ho bagnate di lacrime: questa precauzione era necessaria, perché ella, tutta chiusa nel suo dolore, non si sarebbe accorta del mio, se non avessi trovato questo espediente per farglielo sapere; e per giunta ci guadagnavo di poter contemplare a mio agio la sua gentil figurina che il fascino delle lacrime rendeva ancor più bella. La mia testa s’andava intanto riscaldando; ed ero ormai così poco padrone di me, che mi venne persino la tentazione d’approfittare di quel momento.

Quanto grande è dunque la nostra debolezza, e come siamo sempre in balìa delle circostanze, se io

stesso, dimentico affatto dei miei propositi, ho potuto arrischiare, per la gloria di un trionfo

prematuro, il piacere di una lunga battaglia e i particolari di una disastrosa sconfitta; se, trascinato

da una foga degna tutt’al più di un ragazzaccio, ho potuto esporre il vincitore della signora Tourvel

a raccogliere, come frutto delle sue sapienti fatiche, l’insipido onore d’aver posseduto una donna di più! Ah, voglio sì che si arrenda ma che prima combatta voglio che, senza aver la forza di vincere, abbia però quella di resistermi, che assapori lentamente il sentimento della propria debolezza, e sia costretta a confessarsi vinta! Lasciamo a un oscuro bracconiere la magra consolazione di aver ucciso in un agguato il cervo che ha avuto la sventura d’incapparvi il vero cacciatore deve prenderlo con la forza. Il mio piano è sublime, nevvero? Ma sono stato a un pelo, ripeto, dal dover rimpiangere qui, adesso, di non averlo seguito, se il caso non fosse venuto in aiuto della mia poca prudenza.

Abbiamo sentito infatti un rumore di passi: qualcuno veniva nel salotto. La signora Tourvel, tutta

spaurita, s’è alzata in fretta, ha preso una candela ed è uscita. M’è toccato lasciarla fare; ma, appena

mi sono accorto che colui che entrava non era altri che un domestico, l’ho seguita. Avevo fatto

appena pochi passi, quando lei, o perché mi aveva riconosciuto o perché un oscuro istinto ve la spingeva, ha affrettato l’andatura e s’è gettata – più che non sia entrata – dentro la sua stanza,

chiudendo subito la porta. Mi sono slanciato per aprirla, ma era serrata già con la chiave di dentro; e

mi sono guardato bene dal picchiare, perché sarebbe stato un volerle dare l’occasione di una troppo

facile resistenza. Mi sono limitato a guardare attraverso il buco della serratura, e l’ho vista, inginocchiata e tutta bagnata di lacrime, pregare con fervore. Qual era il Dio che osava invocare? E

ce n’è forse alcuno che possa qualcosa contro l’amore? Oh, invano va cercando, povera creatura, un aiuto straniero: io, io solo deciderò la sua sorte!

Poiché mi è sembrato d’aver fatto anche troppo per quel giorno, mi sono ritirato nel mio appartamento e mi sono messo a scrivere. Speravo di rivederla la sera a pranzo; ma ella ci ha mandato a dire che, sentendosi un poco indisposta, s’era messa a letto. La signora Rosemonde voleva andarla a trovare nella sua camera, ma la maliziosetta ha allegato allora una terribile emicrania da non poter vedere nessuno. Capirete che dopo pranzo la nostra conversazione non poteva essere lunga, ed è venuto anche a me il mal di testa Ritiratomi in camera le ho scritto una lunga lettera per lamentarmi della sua eccessiva severità, e sono andato a letto con l’idea di consegnargliela stamattina. Ma nella notte ho dormito poco e male, come potete accorgervi dalla data della presente; sicché, non potendo prendere sonno, mi sono rialzato e, rileggendo la lettera, ho visto che non m’ero saputo padroneggiare abbastanza e che vi dimostravo più calore di desiderio che vero amore, più malumore che tristezza; e bisognerà dunque rimetterci le mani con più calma.

Il cielo comincia adesso a schiarire, e spero che l’arietta fresca dell’alba mi concilii un po’ di sonno. Corro dunque a letto, e, per grande che sia il potere di questa femmina su di me, vi prometto

di non occuparmi poi tanto di lei da non trovare il tempo di pensare anche a voi. Addio, amichetta

bella.

Dal castello di

, 21 agosto 17

,

alle 4 del mattino.

Lettera XXIV

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

Pietà, pietà, signora! Vogliate dare un po’ di pace all’animo mio; vogliate farmi sapere se debbo

temere o sperare. Posto come io sono tra il colmo della gioia e il colmo del dolore, l’incertezza m’è

un tormento insoffribile. Perché vi ho dunque parlato? Perché non ho saputo resistere alla

tentazione prepotente di dirvi tutto il mio pensiero? Prima ero pago d’adorarvi in silenzio, e mi

godevo almeno il mio amore. Questo purissimo sentimento, non turbato dall’immagine del vostro dolore, bastava alla mia felicità. Ora questa fonte di gaudio s’è mutata per me in disperazione, dal momento che vi ho vista piangere e ho inteso il vostro grido straziante: “Oh, me sventurata!”. Signora mia, queste parole mi risoneranno a lungo nel cuore. Ma che triste fatalità è la mia, che il più dolce dei sentimenti vi debba ispirare tanto spavento? E di che mai avete paura? Oh, non certo di dividere i miei sentimenti, poiché il vostro cuore, che avevo fin qui mal conosciuto, non è fatto purtroppo per l’amore! Non c’è che il mio cuore, che avete calunniato tanto, che ne sia capace! Il vostro non conosce nemmeno la pietà Se così non fosse, non avreste negato almeno al misero una parola di conforto quando vi raccontava le sue pene; non vi sareste involata al suo sguardo, sapendo ch’egli non ha altro piacere che di vedervi; non vi sareste pigliato giuoco dell’agitazione in cui era, facendovi passare per malata, senza neanche dargli modo di potersi informare della vostra salute; avreste capito che questa notte, che per voi era un riposo di dodici ore, sarebbe stato per lui un secolo di dolore!

Che cosa ho fatto per meritare tale desolante severità? Accetto voi stessa per giudice. Ditemi, ditemi dunque che cosa ho fatto di male cedendo a un sentimento involontario, ispirato dalla beltà e giustificato dalla virtù, sempre a ogni modo contenuto nei limiti del rispetto, e che mi sono ingenuamente lasciato sfuggire, non che io nutrissi speranze ma per il bisogno che avevo di confidarmi con voi. E vorreste voi adesso tradire questa confidenza, proprio voi che me l’avete permessa, cosicché io mi vi ero abbandonato senza riserve? Oh, non posso crederlo! Sarebbe un grave torto, e il mio cuore si rifiuta di credervene capace. Cancello i miei rimproveri: ho potuto scriverli, ma non li ho mai pensati. Ah, lasciate che io vi creda perfetta: non mi resta altro piacere che questo! E datemene la prova, mostrandovi generosa con me. Nessuno dei tanti poveri che avete beneficato, nessuno, credetemi, aveva bisogno del vostro aiuto quanto ne ho bisogno io. Non mi abbandonate al delirio in cui m’avete sprofondato. Illuminatemi con la vostra mente, poiché m’avete tolto l’uso della mia. Dopo avermi convertito, compite l’opera vostra.

Non voglio ingannarvi: voi non riuscirete mai a vincere il mio amore. Potrete però insegnarmi a contenerlo; e, guidandomi nelle mie azioni, dettandomi i miei discorsi, mi salverete almeno dalla terribile sventura di spiacervi. Dissipate soprattutto questo mio disperato timore di spiacervi: ditemi che mi perdonate, che mi compiangete; fatemi sicuro della vostra indulgenza. Purtroppo non potrete averne mai quanta io ne desidero: datemene almeno il poco che m’è indispensabile. Avrete il coraggio di negarmela?

Addio, signora. Accogliete benignamente l’omaggio dei miei sentimenti, che non nuocciono affatto al gran rispetto che nutro per voi.

Dal castello di

, 20 agosto 17

Lettera XXV

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Eccovi il gazzettino di ieri.

Alle undici sono stato a trovare la signora Rosemonde, e sotto i suoi auspici ho potuto introdurmi nella camera della finta malata ch’era ancora a letto e con gli occhi pesti, la qual cosa mi fa sperare che anch’essa deve aver dormito poco e male, come me. Ho colto un momento in cui la signora Rosemonde s’è scostata per darle la mia lettera, e, siccome non voleva prenderla, gliel’ho lasciata sul letto e poi ho accostato al suo capezzale, come l’educazione voleva, la poltrona della vecchia zia che voleva star vicina alla sua cara figliuola : capirete che, per evitare uno scandalo, ella ha dovuto

nascondere la lettera.

La malata, con poca accortezza, ci ha detto che credeva d’aver la febbre: la signora Rosemonde mi ha invitato allora a tastarle il polso, facendo i più sperticati elogi della mia scienza medica. La mia bella ha avuto così il doppio dispiacere di dovermi tendere il braccio e di capire che la sua bugiola stava per essere scoperta. Ho stretto infatti il suo polso con una mano, mentre con l’altra andavo palpeggiando il suo braccio sodo e grassottello; ma la mariola non se ne dava per intesa, onde io, per castigarla, ho detto: «Non si nota la menoma alterazione del polso»; e, avendo intuito che avrebbe voluto fulminarmi coi suoi sguardi severi, me ne sono vendicato col non guardarla affatto. Poco dopo ci ha detto che voleva alzarsi, e noi l’abbiamo lasciata sola.

È comparsa infatti durante la colazione, che è stata però assai malinconica; e ci ha fatto sapere che non sarebbe uscita per la passeggiata, come a dirmi che non avrei avuto così occasione di parlarle. Ho capito che a questo punto avrei dovuto esalare un profondo sospiro e mandarle una languida occhiata; e certo ella ci contava, perché è stata questa l’unica volta in tutta la giornata che sono riuscito a incontrare il suo sguardo. Nonostante la sua onestà, ha anch’essa le sue maliziette come qualunque altra. Ho trovato il momento opportuno per domandarle se avrebbe avuto la cortesia di farmi sapere la mia sorte , e con un po’ di meraviglia mi sono sentito rispondere: «Sissignore, vi ho scritto». Avevo una gran curiosità di avere presto la lettera; ma, sia ancora per astuzia, sia invece per inettitudine o per timidità, il fatto è che me l’ha data soltanto la sera, al momento di ritirarsi in camera. Ve la mando, come vi ho mandato la brutta copia della mia: leggetela e giudicate voi stessa. Ma osservate, vi prego, con che insigne ipocrisia mi vorrebbe far credere di non amarmi affatto, quando io sono sicuro del contrario. E poi avrà magari il coraggio di lamentarsi, quando io, dopo , l’ingannerò, come se ella non m’avesse ingannato già prima ! Così è, amica mia: l’uomo più astuto non può reggere il paragone nemmeno con la più sincera delle donne. Eppure bisognerà far finta di credere a tutto questo suo affannamento di parole e strangosciarmi di disperazione, solo perché la signora vuole recitare la parte della donna austera! Come si potrebbe non vendicarsi di simili azionacce? Pazienza! E intanto addio, perché ho ancora molte altre lettere da scrivere.

A proposito, mi rimanderete poi la lettera della mia bella crudele: potrebbe darsi che ella volesse dare importanza a certe inezie e bisogna essere in regola.

Della piccola Volanges non vi dico niente perché ne riparleremo alla prima occasione.

Dal castello di

,22 agosto 17

Lettera XXVI

La presidentessa Tourvel al visconte di Valmont.

Non avrei certo risposto, se la mia stupida condotta di ieri sera non mi desse l’obbligo di darvi una spiegazione. Sì, ho pianto, lo confesso; forse anche mi sono lasciata scappare di bocca l’esclamazione che vi siete presa la premura di ripetermi. Oh, non v’è sfuggito proprio niente, né le lacrime, né l’esclamazione! E bisogna dunque che ve le spieghi.

Abituata a ispirare sentimenti onesti, a udire discorsi che si possono ascoltare senza arrossire, a godere pertanto d’una serenità che credo di meritare, non so né combattere le mie impressioni né dissimularle. Lo stupore e la confusione in cui mi ha gettata ieri il vostro modo d’agire; non so che timore per la situazione delicata in cui vengo a trovarmi e che certo non era fatta per me; il pensiero insopportabile di vedermi confusa con le donne che disprezzate, di vedermi trattata con la stessa leggerezza; tutte queste cose messe insieme hanno provocato le mie lacrime e hanno potuto farmi

dire, credo a ragione, d’essere una disgraziata. Queste parole, che a voi sono parse tanto espressive, sarebbero invece anche troppo sbiadite, se i miei pianti e la mia esclamazione avessero avuto un altro motivo, se insomma, invece di disapprovare quei sentimenti che non potevano non offendermi, avessi avuto paura di condividerli.

Oh, no, signore, io non ho davvero questa paura! Se l’avessi, fuggirei cento leghe lontana da voi e

andrei a piangere in un deserto la disgrazia di avervi conosciuto. Fors’anche, nonostante la certezza

in cui sono di non amarvi, di non potervi amare né ora né mai, avrei fatto bene a dar retta ai consigli

delle mie amiche e a non lasciarmi avvicinare da voi.

Ho creduto, e questo solo è il mio torto, che avreste rispettato una donna onesta, la quale sarebbe

stata tanto contenta di trovare onesto voi pure e di potervi render giustizia, e aveva preso anzi già le vostre difese, mentre voi l’andavate oltraggiando coi vostri desideri colpevoli. Voi non mi conoscete affatto, signore, non mi avete affatto compresa; altrimenti non vi sareste creduto in diritto di trattarmi come m’avete trattata; e, solo perché m’avete detto cose che non avrei dovuto ascoltare,

non vi sareste creduto autorizzato a scrivermi una lettera che non avrei dovuto leggere. E voi osate

chiedermi di guidarvi nelle vostre azioni , di dettarvi i vostri discorsi ? Ebbene, signore, il silenzio e l’oblio: ecco i consigli che debbo darvi e che voi dovete seguire. Solo così potrete sperare nel mio

perdono. E avreste anche il modo, se veramente lo voleste, di ottenere la mia riconoscenza

non posso chiedere niente a colui che non mi ha rispettata; non posso dare una prova di confidenza a chi ha tradito la fiducia che avevo riposta in lui. Voi mi costringete a temervi, forse anche a odiarvi. Dio sa se era questo che io volevo, io che avrei desiderato di non vedere in voi se non il nipote della mia rispettabile amica, e opponevo la voce dell’amicizia alla voce pubblica che vi accusava! Voi avete adesso distrutto ogni cosa, e già prevedo che non vorrete riparare al malfatto.

Ma

Mi basta dunque dichiararvi, o signore, che i vostri sentimenti mi offendono, che la loro

confessione mi oltraggia, che soprattutto, anziché poterli un giorno condividere, mi costringerete a non rivedervi più, se non saprete imporvi su questo argomento un silenzio che mi pare d’avere il diritto d’impetrare, anzi d’esigere da voi. Vi restituisco qui unita la lettera che m’avete scritto, e spero che voi, da parte vostra vorrete restituirmi la presente: sarei davvero mortificata se restasse qualche traccia d’un fatto che non avrebbe dovuto mai accadere. Ho l’onore d’essere ecc.

Dal castello di

, 21 agosto 17

Lettera XXVII

Cecilia Volanges alla marchesa di Merteuil.

Quanto siete buona con me, signora mia! E come avete capito bene che per me sarebbe stato più facile scrivervi che parlarvi! Poiché infatti ho da dirvi una cosa oltremodo difficile; senonché mi fo coraggio, pensando che voi mi volete bene, nevvero? Oh, sì, lasciatemelo dire, siete proprio un’ottima amica! E cercherò dunque di non vergognarmi, poiché ho tanto bisogno dei vostri consigli. Sono ben disgraziata, però; e mi pare che tutti possano indovinare i miei pensieri, specialmente quando lui è presente, poiché divento tutta rossa in viso se qualcuno mi guarda. Ieri, quando m’avete vista piangere, volevo parlarvi, e non potevo; e appena mi avete chiesto che cosa avessi, le lacrime mi sono scese giù senza che io potessi trattenerle, né avrei saputo proferire una parola. Se non mi foste venuta in soccorso, la mamma se ne sarebbe accorta; e allora chissà mai che cosa sarebbe avvenuto di me! Tale è ormai la mia vita, da quindici giorni a questa parte.

Da quindici giorni infatti – e adesso ve lo voglio proprio dire – il cavaliere Danceny mi ha scritto.

– perché dovrei dirvi una bugia? – ne ho provato tanto e tanto piacere. Preferirei soffrire tutta la vita, piuttosto che non aver ricevuto quella lettera. A lui, naturalmente, non gliel’ho detto, perché so che non sta bene; anzi gli ho detto che n’ero dispiaciuta. Egli mi ha risposto che non poteva far diversamente, e io gli credo, perché anch’io ero risolutissima di non rispondergli, eppure gli ho risposto. Oh, una volta sola, badate, e più che altro per dirgli che non mi scrivesse più! Ma non mi ha dato retta, e continua a scrivermi sempre; e siccome non gli rispondo è diventato triste triste, e questo mi addolora assai, sicché non so più che cosa fare, né che cosa sarà di me, poveretta! Vedete se sono da compiangere!

Ora, signora mia, ditemi voi: sarebbe proprio un gran male se gli rispondessi di tanto in tanto, almeno finché egli non riuscirà a metter giudizio e a non scrivermi più, e noi torneremo come eravamo prima? Perché vi dico che, se la cosa dovesse continuare, non so che succederebbe di me. Lo credereste, che a leggere la sua ultima lettera ho pianto, ho pianto da non finir più? E così sono sicura che se non gli rispondo saremo infelici tutt’e due.

Qui unita troverete la sua lettera, o meglio una copia di essa: giudicate voi se è proprio vero che non c’è nulla di male in quel che mi chiede. Se voi mi direte che non sta bene, vi prometto di darvi ascolto; io però sono sicura che penserete anche voi, come me, che non c’è niente di male.

E giacché siamo su questo argomento, permettetemi di rivolgervi ancora una domanda: mi hanno detto sempre che a voler bene a un uomo si fa peccato: ma è proprio vero? Ve lo domando perché il cavalier Danceny mi dice che non è vero e che tutte le donne vogliono bene a qualcuno. Se fosse davvero così, perché dovrei essere io sola a farmene scrupolo? O forse non sta bene soltanto alle signorine? Perché ho inteso dire dalla mamma che la signora D. vuol bene al signor M., e non m’è parso che ne parlasse come di cosa mal fatta, sebbene sono sicura che, se appena appena sospettasse della mia amicizia per Danceny, ne sarebbe invece molto stizzita con me. Mi tratta sempre come una bambina, quella benedetta mamma, e non mi dice mai niente di niente! Quando mi ha fatta uscire di collegio, credevo che volesse maritarmi, ma adesso mi pare che non ne abbia nessuna intenzione. Non già che io me ne curi, intendiamoci bene; ma poiché vi so tanto amica della mamma penso che ne dobbiate saper qualche cosa, e in questo caso spero che me lo direte.

Ecco una lettera fin troppo lunga, signora mia; ma, dal momento che m’avete permesso di scrivervi, ne ho approfittato per dirvi tutto ciò che avevo nel cuore, e conto sulla vostra benevolenza.

Ho l’onore di sottoscrivermi vostra ecc.

Parigi, 23 agosto 17

Lettera XXVIII

Il cavalier Danceny a Cecilia Volanges.

Dunque voi, signorina, non volete assolutamente rispondermi: niente può commuovervi, e le mie speranze cadono tutte a una a una! In che consiste allora quell’amicizia che dite di sentire per me, se non giova nemmeno a farvi avere compassione delle mie pene; se vi lascia fredda e serena mentre io brucio in mezzo a un fuoco che non posso spegnere; se, ben lungi dall’ispirarvi un po’ di confidenza, non vi muovo neppure a pietà? Come! Il vostro amico soffre, e voi non fate niente per soccorrerlo? Egli non vi domanda che una parola sola, e voi avete il coraggio di rifiutargliela? E pretendete poi che egli sia pago d’un sentimento così fioco e che avete persino paura di confermargli?

Ieri mi dicevate che non volete essere ingrata. Ma ripagare l’amore con la semplice amicizia è già un’ingratitudine bell’e buona. Dunque voi non avete paura d’essere ingrata, ma soltanto d’averne l’apparenza.

Non voglio tuttavia trattenervi ancora su un sentimento che può solo annoiarvi, dal momento che non v’interessa. Cercherò dunque di chiuderlo in me, in attesa del momento che avrò imparato a vincerlo. So che la cosa sarà difficile, e non mi dissimulo che avrò bisogno di tutte le mie forze; ma insomma tenterò ogni mezzo di riuscirvi, compreso quello che più mi addolora e cioè di ripetermi spesso che il vostro cuore è insensibile. Cercherò anche di vedervi meno, e sto anzi già pensando a una scusa plausibile per farlo decentemente.

Oimè, e dovrò dunque rinunciare alla dolce abitudine di vedervi tutti i giorni? Ah, che io ne avrò un rimpianto eterno, come eterno sarà purtroppo il dolore con cui si vuol da voi ricompensare l’amore mio tenerissimo! Sì, sì, siete proprio voi che lo volete! Quel dolore sarà tutta opera vostra! Sento benissimo che non ritroverò mai il bene che oggi ho perduto, perché voi sola eravate fatta per il mio cuore, e farei tanto volentieri il giuramento di vivere solo per voi. Ma voi non sapete che farvene; e il vostro silenzio mi dice anche troppo chiaramente che il cuor vostro non sente niente per me:

questo silenzio è una prova sicura della vostra indifferenza e al tempo stesso è la maniera più crudele di farmelo sapere.

Addio, dunque, signorina.

Non oso sperare in una risposta: l’amore ve l’avrebbe fatta scrivere con zelo premuroso, l’amicizia con piacere, la pietà con una certa tal quale tenerezza. Ma la pietà, l’amicizia, l’amore sono sentimenti affatto sconosciuti al vostro cuore.

Parigi, 23 agosto 17

Lettera XXIX

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Te l’avevo detto io, mia cara Sofia, che ci sono casi in cui si può scrivere? Oh, come mi pento di aver seguito il tuo consiglio, che ci ha fatto soffrire tanto tutt’e due, me e il cavalier Danceny! E la prova che io dicevo giusto è che la signora Merteuil, che sa il fatto suo, ha finito per darmi ragione. Le ho confessato tutto, e anch’essa da principio mi diceva come te; ma poi, quando le ho spiegato come stavano le cose, ha dovuto ammettere che il mio era un caso speciale, e mi ha messo questa sola condizione, che io le faccia leggere tutte le lettere mie e del cavalier Danceny, per accertarsi che non scriverò se non quanto è giusto e convenevole. E ora eccomi più tranquilla. Oh, come le voglio bene, a questa cara e simpatica signora Merteuil! E una dama rispettabilissima, e perciò sui suoi consigli non c’è niente da dire.

E ora scriverò dunque subito al buon Danceny, e chissà come ne sarà contento! Sarà più contento di quanto egli stesso osi immaginare, perché fin qui gli ho parlato sempre d’amicizia, sebbene egli volesse che io dicessi amore. In fondo credo che sia la stessa cosa; ma, che vuoi? Non osavo pronunciare quella parola, a cui egli invece teneva moltissimo. La signora Merteuil, a cui ne ho fatto cenno, m’ha detto che avevo ragione io, e che non bisogna mai far capire che si è innamorati, se non quando non se ne può più. Orbene, adesso che non ne posso più – e questo è certo – la dirò pure, questa benedetta parola! In fondo, se è la stessa cosa, e se a lui piace tanto!

La signora Merteuil mi ha anche promesso di prestarmi dei libri che trattano di queste cose,

perch’io impari come regolarmi e come scrivere, perché purtroppo dice che io non scrivo affatto bene. Vedi? La brava signora mi dice tutti i miei difetti, e questa è la prova migliore che mi vuol bene. Mi ha raccomandato soltanto che non parli alla mamma dei libri che mi darà, perché essa potrebbe aversene a male, quasi che avesse trascurato la mia educazione. Oh, non dubiti, che io non

fiaterò!

Non è una cosa che capiti tutti i giorni di trovare una donna che m’è appena parente e pur si prende di me più cura che non ne prenda mia madre. Sono stata fortunata davvero a incontrarla! Ella ha pregato la mamma di mandarmi posdomani con lei all’Opera nel suo palchetto; e mi ha detto che saremo tutt’e due sole e potremo chiacchierare insieme tutta la sera senza paura che qualcuno ci senta: questo mi piace anche più che ascoltare l’opera. Parleremo così anche del mio matrimonio, perché mi ha detto che è proprio vero che devo maritarmi; ma non abbiamo potuto parlarne più a lungo. Dimmi un po’, non ti pare strano che la mamma non me ne parli nemmeno?

Addio, Sofia, corro a scrivere al cavalier Danceny. Oh, come sono contenta!

Parigi, 23 agosto 17

Lettera XXX

Cecilia Volanges al cavalier Danceny.

Ed ecco, signore, che acconsento finalmente a scrivervi, per rassicurarvi della mia amicizia e del

mio amore , poiché altrimenti non potete vivere felice. Voi dite che non ho cuore, ebbene, v’assicuro che vi sbagliate, e spero che anche voi adesso ne sarete persuaso. Se eravate disperato perché non vi scrivevo, credete forse che non ne fossi altrettanto addolorata io ? Ma non volevo assolutamente far cosa che non stesse bene; e non avrei accondisceso adesso a parlarvi del mio amore, se avessi potuto farne a meno; ma la vostra tristezza mi faceva soffrire tanto! Spero che ormai non ne avrete più, e che saremo finalmente felici.

Spero di vedervi questa sera e che verrete di buon’ora: non sarà mai tanto presto quanto desidero. Credo che la mamma v’inviterà a restare a pranzo con noi, e spero che non avrete altri impegni com’è successo ier l’altro. Doveva essere un pranzo che vi stava molto a cuore, quello a cui andavate quella sera; perché ci siete fuggito via tanto presto! Pazienza! Non ne parliamo più. Adesso che sapete che v’amo ho fiducia che starete con me quanto più è possibile, perché io sono contenta soltanto quando siete con me, e mi piacerebbe che fosse altrettanto di voi.

Mi dispiace pensare che in questo momento siete ancora triste, ma io non ho colpa: domanderò di

sonare l’arpa appena sarete arrivato, perché possiate avere subito questa mia lettera. Di più non posso fare.

Addio, signore, vi amo molto e con tutto il cuore; e più ve lo dico, più sono contenta. Spero che ne sarete contento anche voi.

Parigi, 24 agosto 17

Il cavalier Danceny a Cecilia Volanges.

Oh, sì, davvero che saremo tanto felici! La mia felicità è certa, poiché sono amato da voi; e la vostra non finirà mai, se durerà quanto dura l’amore che avete saputo ispirarmi. Come, dunque, voi m’amate, voi non avete più paura di confessarmi il vostro amore , anzi più me lo dite e più ne siete contenta! Dopo aver letto il vostro deliziosissimo “v’amo” scritto di vostro pugno, me lo sono sentito ripetere, la sera, dalla vostra bella bocca, ho veduto fermarsi su di me i vostri occhi incantevoli che la tenerezza rendeva anche più belli, ho avuto infine da voi il giuramento di vivere sempre per me! Ah, ricevete dunque adesso il mio, di consacrare tutta la mia vita alla vostra felicità, e siate sicura che non lo tradirò mai!

Che magnifica serata abbiamo passato ieri sera! E che bella cosa sarebbe se la signora Merteuil avesse tutti i giorni qualche segreto da raccontare alla vostra mamma, sicché il delizioso ricordo di ieri non fosse turbato adesso dal pensiero delle poche comodità che avremo di parlarci a quel modo, di tenere ancora tra le mie mani la graziosa manina che mi ha scritto quella parola “v’amo”, di coprirla di baci e vendicarmi così del rifiuto che m’avete opposto di concedermi un favore più grande!

Ditemi, Cecilia mia, quando la vostra mamma è rientrata nel salotto, e noi siamo stati costretti a guardarci con indifferenza; quando non avete potuto più consolarmi con le vostre soavi parolette d’amore del vostro rifiuto di darmene prove più convincenti, ditemi, non ne avete sentito rimorso? Non avete detto a voi stessa: “Un bacio l’avrebbe fatto tanto felice, e io ho avuto cuore di negargli questa gran felicità?”. Ebbene, promettetemi, amore mio, che alla prima occasione sarete più umana; e mercé questa promessa troverò il coraggio di sopportare le tante contrarietà che ci si preparano; e nelle crudeli privazioni avrò almeno il conforto di sapere che voi pure ne soffrite con me.

Addio, mia bella Cecilia, s’avvicina l’ora beata in cui posso venire a trovarvi; e se non fosse per rivedervi, certo non saprei adesso staccarmi da questa lettera. Addio, o amata, addio, o sempre più adorata.

Parigi, 25 agosto 17

Lettera XXXII

La signora Volanges alla presidentessa Tourvel.

Ma dunque, signora mia, volete proprio che io creda alla bontà di Valmont? Vi confesso che non riesco a convincermene, e che stento a crederlo virtuoso dal solo episodio che m’avete raccontato di lui, come stenterei a credere vizioso un galantuomo provato e riconosciuto solo perché sapessi ch’è caduto una volta in fallo. L’umanità non è perfetta in niuna cosa, né in male, né in bene; e anche lo scellerato può avere le sue resipiscenze, come l’uomo dabbene ha i suoi difetti. Questa verità s’impone, tanto più che da essa deriva la necessità dell’indulgenza per i cattivi e per i buoni; e, come preserva questi dall’orgoglio, così impedisce a quelli lo scoramento. A voi certo parrà che io pratichi molto poco quest’indulgenza che predico; ma sono ormai arrivata al punto di considerare l’indulgenza una debolezza pericolosa quando ci induce a trattare alla stessa guisa il vizioso e l’onesto.

Non voglio indagare i motivi della buona azione di Valmont, e anzi sono disposta a crederli lodevolissimi. Ma è vero o non è vero che con tutto ciò ha passato finora la sua vita a mettere lo

scandalo, la zizzania e il disonore nelle famiglie? Ascoltate pure la voce dei disgraziati ch’egli ha soccorso; ma la loro voce non può soffocare le grida delle cento vittime che ha sacrificate. E quand’anche egli non fosse – come dite voi se non un esempio dei pericoli di certe relazioni, non sarebbe però anche lui una relazione da evitare? Voi lo credete suscettibile d’una conversione. E sia pure. Ammettiamo anzi che questo miracolo sia già avvenuto. Resterebbe però sempre che l’opinione pubblica gli è contraria; e ciò dovrebbe bastare a regolare la vostra condotta nei suoi riguardi. Dio solo può assolvere per un atto di contrizione, perché lui solo sa leggere nei cuori. Gli uomini non possono giudicare i pensieri se non attraverso le opere, e nessuno, dopo essersi messo nella condizione di perdere la stima del prossimo, ha diritto di lamentarsi della naturale diffidenza che ispira e delle difficoltà che gli si oppongono per riconquistare la reputazione perduta. Pensate, o mia giovane amica, che talvolta, per perdere questa stima, basta soltanto il fatto di darle poca importanza; e tale severità non vi sembri ingiusta, perché, a parte che non è supponibile che uno rinunzi volentieri a un bene tanto prezioso quando ha diritto di pretenderlo, è certo che chi non è trattenuto da questo freno potente è più vicino al mal fare. E tale apparirebbe appunto agli occhi di tutti la vostra amicizia con Valmont, per quanto innocente.

Mi ha sbigottita non poco il calore che mettete nel difenderlo; sicché m’affretto a prevenire le obiezioni che potrete farmi. Voi mi citerete il caso della signora Merteuil, alla quale quest’amicizia è pur stata perdonata; mi domanderete come mai io lo ricevo a casa mia; mi direte inoltre che Valmont, nonché essere ripudiato dalla gente per bene, è ricevuto e persino ricercato nella buona società. Credo di potervi rispondere punto per punto.

Anzitutto la signora Merteuil, signora rispettabilissima, non c’è che dire, ha però un difetto, di fidare troppo nelle sue forze: è come uno che sapendo guidare bene si diverta a portare una carrozza tra rupi e precipizi, e finché le cose vanno lisce nessuno può dir niente di lui. Lodiamo dunque pure la signora Merteuil, è giusto; ma, a volerla imitare, sarebbe una bella imprudenza. Ella stessa del resto l’ammette, e riconosce d’aver torto; e a mano a mano che va acquistando una maggiore esperienza del mondo si fa sempre più rigida e severa. Scommetto che adesso la pensa anche lei come me.

Per quel che mi riguarda non tenterò neppure di giustificarmi. Né me, né gli altri. È vero purtroppo che io ricevo in casa mia il signor Valmont e che gli altri fanno altrettanto a casa loro. È una delle tante incoerenze che governano i nostri rapporti sociali; e voi sapete meglio di me che si passa la vita a notarle, a condannarle e a commetterle tuttavia come prima. Valmont, che ha un bel nome, grandi ricchezze e molte qualità simpatiche, ha capito di buon’ora che per far fortuna nel mondo gli bastava adoperare con pari abilità le due arti dell’adulazione e del sarcasmo. Egli è diventato maestro consumato in entrambe; e se con l’una sa insinuarsi negli animi, con l’altra sa farsi temere. Nessuno lo stima, eppure tutti l’accarezzano. Questa è la sua speciale posizione nel bel mondo, il quale, per essere più prudente che coraggioso, preferisce trattarlo con riguardo anziché combatterlo a viso aperto.

Ma nessuna donna, e neppure la signora Merteuil, oserebbe chiudersi in campagna a quattr’occhi con lui. Doveva toccare proprio a voi, che di tutte siete la più seria e la più modesta, dare l’esempio d’una così insigne sciocchezza: perdonatemi la parola troppo cruda, perché è l’amicizia che me l’ha fatta scappare! Mia cara amica, lasciatemelo dire, la vostra onestà vi tradisce, con la sicurezza che v’ispira. Pensate però che voi avrete per giudici della vostra condotta da un lato le persone frivole che non vorranno credere a una virtù di cui esse non si sentono capaci, e dall’altro lato le persone cattive, che, per punirvi appunto della vostra onestà, fingeranno di non credervi. Pensate che voi state facendo in questo momento quel che neppure certi uomini oserebbero fare; poiché io so di mia scienza che tra gli stessi giovanotti da cui Valmont è considerato come una specie d’oracolo, i più assennati hanno paura di farsi vedere troppo intrinseci con lui; e voi invece non ve ne preoccupate affatto.

Datemi retta, vi scongiuro, tornate, tornate a Parigi. Se le mie ragioni non vi persuadessero, fatelo almeno per la mia amicizia che sola mi spinge a insistere nelle mie preghiere e sola può giustificarle. Vi sembrerà forse che la mia amicizia sia eccessivamente severa; ebbene, io spero che questa mia severità sia anche inutile, ma preferisco che voi possiate lamentarvi del mio soverchio zelo piuttosto che della mia negligenza.

Parigi, 24 agosto 17

Lettera XXXIII

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Caro visconte, dal momento che voi avete paura di riuscire, dal momento che il vostro piano consiste nel fornire le armi contro di voi, e desiderate non di vincere ma solamente di combattere, io non ho più niente da dire: la vostra condotta è un capolavoro di prudenza; ma, nella supposizione contraria, sarebbe piuttosto un capolavoro di dabbenaggine, e, se vi ho da dire come la penso, temo che vi facciate soverchie illusioni.

Non vi rimprovero di non aver saputo approfittare del momento propizio, anzitutto perché non ho affatto l’impressione che questo momento fosse giunto, e poi anche perché so benissimo che un’occasione perduta, contrariamente al detto comune, si ritrova sempre, mentre non si rimedia mai al danno d’un’azione precipitata.

Ma il vero errore imperdonabile è stato di scrivere; e nessuno ormai può prevedere dove andrete a finire. Sperate forse di poter dimostrare a quella donna che deve cedere? Questa, se mai, è una verità che si può far sentire ma non si dimostra; e perciò per farla accettare bisogna commuovere e non ragionare. E che vi servirebbe di commuoverla per lettera, quando poi non siete là a coglierne il frutto? Quand’anche le vostre belle frasi tornite le dessero l’ebbrezza dell’amore, potete voi illudervi che questa ebbrezza duri tanto a lungo che la riflessione non abbia tempo d’impedirgliene la confessione? Pensate quanto tempo ci vuole a scrivere una lettera, quant’altro se ne perde per farla recapitare, e ditemi se è possibile che una donna, specialmente una smorfiosa come lei, possa durare tutto questo tempo a desiderare una cosa a cui non vorrebbe anzi adattarsi mai. Questi sistemi sono buoni tutt’al più con qualche ragazzina di primo pelo, che quando scrive “t’amo” non sa che è come dire “m’arrendo”; ma la virtù raziocinante della signora Tourvel conosce molto bene il valore delle parole. Ed ecco perché, se avevate preso un vantaggio su lei nella conversazione, ella in compenso vi ha sconfitto per lettera. E poi, sapete com’è? Appunto perché si discute, si è mal disposti a cedere; e a furia d’andar cercando delle buone ragioni, si finisce per trovarne qualcuna, e si dice, e poi perché s’è detta si vuol sostenerla, non tanto perché buona, ma per non doversi smentire.

Di più ho notato, e mi meraviglio che non lo abbiate notato anche voi, che in amore niente è più difficile dello scrivere ciò che non si sente. Anche a voler essere verisimili, e adoperando le stesse, stessissime parole che adoprerebbe un innamorato vero, si viene a dare a queste parole un ordine affatto diverso o, per dir meglio, si viene a dar loro un ordine troppo perfetto, che basta a rovinare ogni cosa. Rileggete la vostra lettera: c’è un ordine tale da rivelare a ogni frase la vostra freddezza. Spero che la vostra presidentessa non sia tanto fine da accorgersene; ma che importa? L’effetto è guastato lo stesso. E il difetto dei romanzi: l’autore si fa in quattro per riscaldarsi, ma il lettore resta non per tanto freddissimo. Soltanto l’Eloisa fa eccezione alla regola; e appunto perciò ho sempre pensato, pur facendo omaggio all’abilità dell’autore, che nel fondo di questa storia ci debba essere qualcosa di vero. Il parlare è tutt’altra faccenda: l’esercizio continuo della parola finisce per darle

una certa tal quale sensibilità; la facilità delle lacrime ne accresce l’effetto; l’espressione del desiderio negli occhi può essere scambiata per espressione di tenerezza; lo scompiglio stesso del discorso giova a dare l’apparenza di quel turbamento e di quel disordine che sono la vera eloquenza dell’amore; e finalmente la presenza della persona amata c’impedisce ogni riflessione e ci fa desiderare d’essere convinte.

Datemi retta, visconte, non scrivete più, riparate per tempo il vostro errore, aspettate l’occasione di parlare. Sapete che codesta donna è più forte di quel che m’ero immaginata? Si difende bene, e, se la sua lettera non fosse troppo lunga e non vi offrisse il pretesto di rispondere con quella incauta frase sulla riconoscenza, ella non vi si sarebbe affatto tradita.

Ma quel che dovrebbe rassicurarvi di più sulla buona riuscita è il suo impiegare e sperperare troppe forze; e io prevedo che le consumerà tutte per difendere la parola, sicché non gliene resteranno poi altre per difendere la sostanza.

Vi rimando le vostre due lettere, che, se avrete giudizio, dovranno essere le ultime, sino al felice

momento della vostra vittoria. Se non avessi fatto troppo tardi, vi parlerei della piccola Volanges che fa progressi rapidissimi, cosicché sono molto soddisfatta di lei. Spero di compire l’opera prima di voi: ma che vergogna per voi! Per oggi, addio.

Parigi, 24 agosto 17

Lettera XXXIV

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Non c’è che dire: parlate come un libro stampato! Ma perché sudare tante camicie per dimostrare quel che tutti sanno a menadito? In amore, per andar diritti alla mèta, non bisogna scrivere, bisogna parlare: tale press’a poco il succo della vostra lettera. Ma questi, amica mia, che diamine, sono i primi elementi dell’arte di sedurre! Vi farò solo osservare che voi ammettete una sola eccezione alla regola, mentre ce ne sono due. Ai ragazzi, che seguono questo sistema per timidità o per ignoranza, bisogna aggiungere le signore che credono d’aver molto ingegno e vi si lasciano trascinare dall’amor proprio, cadendo così vittime della loro vanità. Sono certo, per esempio, che la contessa B., quando rispose senza il minimo scrupolo alla mia prima lettera, non m’amava affatto, come io del resto non amavo lei; e tuttavia non volle perdere l’occasione di trattare per iscritto un argomento che poteva farle onore.

A ogni modo un avvocato vi direbbe che qui la legge non s’attaglia alla fattispecie. Voi infatti

supponete che io abbia libera scelta tra lo scrivere e il parlare; e ciò non è esatto. Dopo la scena del

19, la mia crudele sta sulla difensiva e ha sempre evitato d’incontrarsi con me, con un’abilità che ha

sconcertato la mia, al punto che, se dovesse continuare così, dovrei pensare sul serio al modo di riguadagnare il vantaggio perduto, perché non voglio assolutamente essere sconfitto da questa donna in nessun modo. Le stesse lettere mie danno motivo a continue guerricciuole, poiché ella, non contenta di lasciarle senza risposta, non vorrebbe nemmeno riceverle; e per ognuna di esse mi tocca inventare un qualche nuovo stratagemma, che del resto non sempre riesce.

Vi ricordate con quanta semplicità ho potuto darle la prima; e anche la seconda non mi costò

nessuna fatica: ella m’aveva domandato addietro la sua lettera, e io le ho dato invece la mia, senza che s’accorgesse dell’inganno. Ma, o per dispetto di essere stata trappolata, o per capriccio, o magari davvero, chissà, per un sentimento d’onestà (perché finirà per farmi credere anche questo), il fatto è che si rifiutò ostinatamente di prendere la terza lettera. Vero è che questo rifiuto le è costato

poi così caro, da farmi sperare che in avvenire non ci si proverà più.

Quando io le ho offerto questa terza lettera nella maniera più semplice possibile, sapevo già che non l’avrebbe accettata: accettarla sarebbe stato una mezza resa, e io m’aspettavo da lei una difesa ben più accanita. Dopo questo tentativo, col quale ho voluto solamente saggiare la sua resistenza, ho chiuso la lettera in una busta; e scegliendo il momento della toletta, quando erano presenti la signora Rosemonde e la cameriera, gliel’ho mandata dal mio staffiere con l’ordine di dirle che quella era appunto la carta ch’ella mi aveva richiesta. Come avevo previsto, ella ha avuto paura d’uno scandalo se l’avesse rifiutata, e il mio ambasciatore che aveva avuto l’ordine di scrutare attentamente il suo volto, e di solito ci vede assai bene, non vi ha notato se non un tenue rossore di vergogna più che di stizza. Mi congratulavo dunque già con me stesso di questa bella gherminella che avevo trovato, sicuro che avrebbe tenuto la lettera, o che, alla peggio, volendomela restituire, avrebbe dovuto trovarsi da solo a sola con me dandomi così l’occasione di parlarle, quand’ecco, un’ora dopo, uno dei suoi servi entrare in camera mia e rimettermi da parte della padrona una busta affatto diversa di formato dalla mia di poc’anzi e sulla quale ho riconosciuto la scrittura tanto desiderata. Apro in fretta e furia, e trovo (lo credereste?) la mia lettera non ancora aperta e ripiegata in due. Forse ha ricorso a quest’astuzia diabolica pensando che anch’io avrei desiderato evitare uno scandalo.

Voi mi conoscete troppo bene perché abbia bisogno di descrivervi il mio furore; e tuttavia ho dovuto riprendere il mio sangue freddo e cercare altri mezzi. Ed ecco che cosa ho trovato.

Vanno di qui tutte le mattine a prendere le lettere alla posta, che dista circa tre quarti di lega, con una specie di cassetta chiusa, che ha una fessura in cima e rassomiglia press’a poco a una cassetta delle elemosine. Di questa ci sono due chiavi: l’una è in mano dell’ufficiale postale, l’altra della signora Rosemonde. Durante la giornata ognuno v’imbuca, quando ne ha bisogno, le sue lettere; e la mattina dopo portano la cassetta alla posta per consegnare quelle in partenza e ricevere quelle in arrivo. Tutti i domestici, compresi quelli dei forestieri, fanno questo servizio a turno; ma questa volta il mio staffiere, sebbene non gli toccasse, s’è offerto d’andarci lui, col pretesto che doveva recarsi da quelle parti per certe sue faccende. Frattanto avevo scritto la lettera, cercando d’alterare sulla busta la mia calligrafia, e riuscendo anche abbastanza bene a contraffare il timbro postale di Digione. Ho scelto Digione piuttosto che un’altra città, perché mi pareva più divertente, dal momento che io le chiedevo le stesse prerogative del marito, di fingere di scriverle dal luogo dove egli si trova; e anche perché la mia bella non aveva fatto altro tutto il santo giorno che parlarci della sua ansia per non avere lettere da Digione, sicché mi parve giusto accontentarla.

Prese queste precauzioni, era facile mettere la mia lettera insieme con le altre. Con questo espediente ho avuto anche il vantaggio di poter assistere al recapito della lettera: perché qui c’è l’uso di riunirci per colazione e d’aspettare l’arrivo della posta prima di separarci. Ed ecco che finalmente la posta è arrivata. La signora Rosemonde ha aperto la cassetta.

«Viene da Digione» disse, tendendo la lettera alla signora Tourvel.

«Ma questa non è la scrittura di mio marito, però!» ha esclamato la poveretta con un certo turbamento nella voce, mentre apriva in fretta in fretta la busta.

Avendo capito alla prima occhiata di che si trattava, s’è scombuiata tutta in viso, tanto che la signora Rosemonde se n’è accorta e le ha domandato che cosa mai le accadesse. Mi sono avvicinato subito anch’io e le ho sussurrato:

«Si tratta dunque d’una lettera tanto terribile?»

La timidetta non osava alzare gli occhi, e non ha proferito una sillaba, fingendo, per nascondere la sua confusione, di scorrere la lettera che non era certo in grado di leggere. Io godevo del suo turbamento, e, non dispiacendomi affatto di stuzzicarla un po’, le ho detto:

«La vostra fisionomia, che s’e fatta adesso più tranquilla, mi fa sperare che questa lettera vi abbia dato più meraviglia che dolore.»

Lo sdegno l’ha ispirata meglio che non avrebbe saputo fare la prudenza:

«Vi sono in questa lettera» ha risposto «cose che m’offendono profondamente, e resto stupita che si possa avere il coraggio di scrivermela.»

«Chi è stato?» ha domandato la signora Rosemonde.

«Non c’è firma» ha risposto la bella imbronciata «ma la lettera e il suo autore non meritano altro che il mio disprezzo. Di grazia, non parliamone più.»

E dicendo queste parole ha lacerato il foglio, mettendosene in tasca i pezzi, e se ne è andata.

Orbene, collera o non collera, quella lettera ha dovuto prenderla, e in quanto a leggerla da capo a fondo posso contare sulla sua curiosità.

I particolari di quanto è accaduto poi durante la giornata mi obbligherebbero ad andar troppo per le lunghe. Vi accludo la brutta copia delle mie due lettere, così ne saprete quanto me. Se vorrete sapere ogni cosa di questa corrispondenza, bisognerà che vi adattiate a decifrare le mie brutte copie, perché non mi sottoporrei mai e poi mai, per nessuna ragione, alla noia di ricopiarle. Addio, o mia bellissima amica.

Dal castello di

, 25 agosto 17

Lettera XXXV

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

Voglio obbedirvi, signora, voglio provarvi che, in mezzo ai tanti difetti che vi compiacete di trovare in me, mi resta almeno tanta delicatezza da non permettermi il benché minimo rimprovero e tanto coraggio da impormi i più dolorosi sacrifici. Voi m’ordinate il silenzio e l’oblio. Ebbene, io costringerò il mio amore a tacere, e dimenticherò, se m’è possibile, il modo crudele con cui lo avete accolto. Riconosco che il desiderio di piacervi non mi dava alcun diritto, e che il bisogno che avevo della vostra indulgenza non era un titolo sufficiente per ottenerla. Ma voi giudicate il mio amore un oltraggio. Ma voi dimenticate che, se l’amore è una colpa, la causa e la scusa di questa colpa siete proprio voi; che, abituato come ero ad aprirvi tutto l’animo mio, ancor quando la mia espansione potesse nuocermi, non avrei potuto in nessun modo nascondervi i sentimenti da cui sono tutto compenetrato. Ma voi scambiate per audacia ciò che in me era soltanto effetto di buona fede; e in compenso di un amore tenero, sincero, rispettoso, non sapete che scacciarmi lontano da voi. E

arrivate sino a parlarmi d’odio

sottometto; io solo soffro ogni cosa senza mormorare; e, benché mi colpiate così duramente, ebbene, io vi adoro. Il potere inconcepibile che avete su di me vi fa padrona assoluta dei miei sentimenti. Soltanto l’amore si ribella, e neanche voi potete distruggerlo, perché non è opera mia, ma opera vostra.

Chi non si lamenterebbe d’essere trattato così? Io solo mi

Non chiedo, no, l’amore da voi: non ho avuto mai tali illusioni. Non chiedo neanche la pietà, che pure, per l’interessamento che qualche volta mi avete dimostrato, m’era lecito sperare. Ma credo almeno, ve lo confesso, di poter pretendere giustizia.

Mi fate sapere, o signora, che hanno cercato di metter male sul conto mio. Se aveste dato retta ai consigli di persone amiche, non mi avreste nemmeno permesso d’avvicinarmi a voi: sono le vostre testuali parole. Chi sono mai codeste amiche tanto caritatevoli e premurose? Persone tanto virtuose e austere consentiranno certo d’esser nominate; non vorranno mica nascondersi, spero, tra le tenebre dell’anonimo, confondendosi coi vili calunniatori. Saprò dunque i loro nomi e le accuse che mi fanno. Pensate, signora, che ho il diritto di saperlo, dal momento che voi mi giudicate da quel che esse hanno detto contro di me. Non si è mai condannato nessuno senza dirgli qual era il suo delitto, senza fargli i nomi dei suoi accusatori. Non chiedo altra grazia che questa, e vi prometto sin d’ora che saprò giustificarmi e costringerli a una completa ritrattazione.

Posso aver disdegnato i vani clamori d’un pubblico di cui faccio pochissimo conto; ma alla vostra stima, signora, tengo troppo, e avendo consacrato la mia vita a meritarmela, non me la lascerò strappar via impunemente. La vostra stima mi è oggi tanto più cara e preziosa, poiché a essa dovrò certamente quella domanda che voi non osate farmi e che mi darà, come voi dite, diritto alla vostra riconoscenza. Io, pretendere la vostra riconoscenza! Sarò io invece a essere eternamente riconoscente, se mi darete l’occasione di farvi cosa che vi aggradi. Via, cominciate a essere più buona con me, e ditemi ciò che io posso fare per voi: se potessi indovinarlo, vi eviterei il fastidio di dirmelo; aggiungete al piacere già grande di vedervi quello più grande d’esservi utile in qualche cosa, e io sarò finalmente lieto della vostra indulgenza. E che mai può trattenervi dal dirmelo? Spero che non sarà il timore di un rifiuto: non potrei perdonarvelo! Perché non vorrete mica prendere per un rifiuto il fatto che non vi ho ancora restituito la vostra lettera. Oh, io desidero più di voi di restituirvela, il giorno che non mi sarà più necessaria! Ma abituato come sono a credervi un’anima mite, soltanto quella lettera può darmi di voi l’immagine che voi volete che io abbia. Quando mi punge il desiderio di muovervi a compassione di me, in quella lettera leggo che piuttosto che acconsentirmi fuggireste cento leghe lontano da me; quando tutto in voi cospira ad accrescere e a giustificare il mio amore, essa mi ripete che il mio amore è per voi un oltraggio; e quando, vedendovi, questo mio amore mi pare il bene supremo a cui io possa aspirare, ho bisogno di rileggerla per sentire che invece non è se non un tremendo tormento. Ora potete capire che gran felicità sarebbe per me di potervi restituire la lettera fatale: perché, se voi me la ridomandaste ancora, sarebbe come dirmi che non debbo credere a quel che c’è scritto; e figuratevi dunque con che slancio ve la restituirei!

Dal castello di

, 25 agosto 17

Lettera XXXVI

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

(Col timbro postale di Digione)

La vostra severità, o signora, va crescendo di giorno in giorno, e si direbbe (scusate la franchezza) che abbiate più paura d’essere indulgente che d’essere ingiusta. Dopo avermi condannato senza lasciarmi parlare, avreste dovuto capire almeno che è più facile non leggere le mie discolpe che rispondervi qualche cosa di concreto. Invece rifiutate ostinatamente le mie lettere, anzi me le rimandate indietro con sommo disprezzo, e mi costringete a ricorrere a ogni sorta di sotterfugi, proprio quando vorrei convincervi della mia buona fede. Fortuna che mi sarà scusa sufficiente la necessità, in cui m’avete messo voi, di dovermi difendere! I miei sentimenti del resto sono tanto

sinceri, che per giustificarli ai vostri occhi non altro occorre se non farveli conoscere; e però mi sono permesso questo piccolo sotterfugio che voi, spero, mi perdonerete; anche perché in fondo non vi deve meravigliare troppo che l’amante sia più ingegnoso dell’indifferenza.

Permettetemi dunque, o signora, che il mio cuore si sveli tutto a voi: esso vi appartiene, ed è giusto pertanto che lo conosciate.

Quando giunsi al castello della signora Rosemonde, ero lontano mille miglia dall’immaginare la sorte che mi sarebbe toccata. Non sapevo che ci foste; ma, se anche l’avessi saputo, vi dirò con la mia solita franchezza che la mia impassibilità non ne sarebbe stata punto scalfita. Non che io non rendessi alla vostra bellezza la giustizia che nessuno potrebbe onestamente negarle; ma poiché ero abituato a non sentir altro che gli stimoli dei sensi e ad abbandonarmi a quei soli capricci che una qualche speranza incoraggiasse, non conoscevo affatto i tormenti dell’amore.

Avete assistito voi stessa alle vive premure che mi fece la signora Rosemonde perché io rimanessi. Ebbene, vedete? Benché avessi passato un’intera giornata con voi, tuttavia, quando cedetti, fu, o almeno credetti che fosse, soltanto per il piacere tanto naturale e legittimo d’usare un riguardo a una parente così degna di rispetto.

La vita che si conduceva qui era molto diversa da quella a cui ero abituato; eppure mi ci adattai subito senza sforzo. Non cercai nemmeno di sapere la ragione del cambiamento che s’andava operando in me, persuaso che si dovesse attribuire a quella malleabilità del mio carattere di cui vi ho già parlato.

Disgraziatamente (ma perché poi dovrebbe essere una disgrazia?), conoscendovi meglio, riconobbi ben presto che la grazia stupenda del volto, di cui solo finora m’ero compiaciuto, era il minore dei tantissimi pregi vostri. La vostra anima celestiale mi stupì, m’ammaliò. Ammirai la bellezza e adorai la virtù. Senza aver la pretesa di potervi conquistare, mi adoperai tuttavia a meritarvi. Implorando la vostra indulgenza per il passato, ambivo la vostra approvazione per l’avvenire, e l’andavo affannosamente cercando nei vostri discorsi, la spiavo nei vostri sguardi, in quegli sguardi da cui emanava un sottile veleno, tanto più potente ed esiziale quanto più era espresso senza malizia e assorbito senza diffidenza.

Conobbi allora l’amore. Oh, non me ne dolevo! Fermo in cuor mio di seppellirlo in un silenzio eterno, m’abbandonavo senza paura e senza ritegno a un sentimento che faceva la mia delizia. Senonché esso cresceva ogni giorno di più d’intensità e di forza; e il piacere di vedervi divenne subito un bisogno impellente: purché vi assentaste un minuto, il cuore mi si stringeva, e palpitava invece di gioia al rumore dei vostri passi non appena ritornavate. Non vivevo ormai se non di voi e per voi.

Ebbene, dite pure (io mi metto nelle vostre mani), dite se è mai accaduto, anche in mezzo all’espansione rumorosa dei divertimenti più vivaci o nella foga d’una conversazione interessante, che mi sia sfuggita una parola sola da cui potesse trapelare il mio segreto.

Oimè, doveva poi arrivare per me il giorno della sventura, la quale, per incredibile fatalità, ebbe origine e principio appunto da una buona azione.

Proprio così, signora mia; perché, mentre io ero in mezzo ai poveretti che avevo beneficato, voi, per impulso di quella vostra magnanima compassione che fa più bella la stessa bellezza e aggiunge pregio alla virtù, avete finito per sconcertare affatto un cuore che era già anche troppo ebbro di amore. Vi ricordate forse ancora qual profondo turbamento mi prese al ritorno. Tentavo, oimè, di combattere una passione che sentivo farsi più forte di me!

Fu appunto allora, che, sfibrato da tale battaglia ineguale, mi trovai, per un imprevedibile capriccio

del caso, solo con voi. Ne uscii vinto, lo confesso: il mio cuore troppo gonfio non seppe trattenere né le parole né le lacrime. Ma è dunque un delitto che ho commesso? E se anche fosse, non sarebbe stato sufficientemente punito dalle atroci sofferenze da cui sono tuttora tormentato?

Mi divora un amore senza speranza. Imploro la vostra pietà, e non ne ricevo che odio. Non avendo

altro bene che il vedervi, i miei occhi vi cercano, mio malgrado, eppure tremo d’incontrare il vostro sguardo. Nello stato crudele in cui m’avete ridotto, passo i giorni a dissimulare le mie pene e le notti a esacerbarle; mentre voi, serena e pacifica, di tutti questi tormenti di cui siete causa non sentite

altro che la gioia dell’orgoglio soddisfatto. E con tutto ciò siete voi che vi lamentate; sono io che debbo domandarvi scusa.

Questo, signora mia, è il racconto fedele dei miei torti, come voi li chiamate, ma sarebbe più giusto chiamarli disgrazie. Un amore puro e sincero, un rispetto che non s’è mai smentito, una assoluta arrendevolezza: ecco i sentimenti che mi avete ispirato. So che potrei offrirne, senza tema, l’omaggio a Dio medesimo: imitate dunque la sua divina indulgenza, voi che siete l’opera sua più perfetta! Pensate a quel che soffro. Pensate in special modo che, essendo io posto così in bilico tra la disperazione e la suprema felicità, dalla prima parola che voi pronuncerete dipenderà per sempre la mia sorte.

Dal castello di

, 23 agosto 17

Lettera XXXVII

La presidentessa Tourvel alla signora Volanges.

Mi sottometto ossequiente, o signora, ai vostri amichevoli consigli. Abituata come sono a

consentire a tutte le vostre idee, credo che esse siano sempre giuste e ragionevoli. V’ammetto dunque che il signor Valmont debba essere veramente molto pericoloso, se può fingere d’essere quello che sembra qui a noi e al tempo stesso restare quale voi me l’avete dipinto. Comunque sia, poiché voi lo volete, l’allontanerò da me, o almeno farò il possibile per allontanarlo; poiché spesso le cose che sembrano semplici diventano invece difficili, quando si debbano mettere in pratica salvando le forme.

Chiedere una cosa simile alla zia mi pare che non si possa: sarebbe una bella sconvenienza tanto nei riguardi di lei quanto in quelli di lui. Non mi garberebbe nemmeno d’andarmene via io, perché, oltre alla ragione che vi ho già detta relativa al signor Tourvel mio marito, capirete che, se la mia partenza dovesse piacer poco a Valmont, come è probabile, chi gli impedirebbe di seguirmi a Parigi? E il suo ritorno in città, di cui io sarei o sembrerei la causa, non sarebbe considerato assai peggio d’un fortuito incontro in campagna, presso una persona che tutti sanno sua parente e mia amica?

Mi resta dunque quest’unico partito: di ottenere direttamente da lui che se ne vada via. Una

proposta, certo, difficile a farsi; ma poiché gli sta molto a cuore di mostrarsi più delicato e dabbene della sua fama, non dispero di riuscirvi. Sarò anzi contenta di metterlo alla prova, e di vedere se è vero, come egli dice, che le donne oneste non hanno e non avranno mai a dolersi di lui. Se partirà, come spero, lo farà solo per riguardo a me, perché il suo proposito era certo di rimanere qui quasi tutto l’autunno. Vuol dire che, se invece risponderà di no alla mia domanda e s’ostinerà a rimanere, avrò sempre tempo d’andarmene io, e vi prometto che lo farò.

Questo è appunto ciò che voi, signora, desideravate da me; e vedete che io faccio di tutto per accontentarvi e per provarvi che, nonostante il calore che ho potuto mettere nella difesa di Valmont, sono pur sempre disposta non solo ad ascoltare ma anche a seguire i consigli delle amiche.

Ho l’onore ecc.

Dal castello di

,

25 agosto 17

Lettera XXXVIII

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Ricevo proprio in questo momento il vostro letterone maiuscolo, che veramente, se la data è esatta, avrei dovuto ricevere ventiquattro ore fa. Comunque, se mi mettessi a leggerlo, non troverei poi il tempo di scrivervi, e però preferisco darvene ricevuta e parlare di tutt’altro.

Il che, badate bene, non vuol dire che io abbia da raccontarvi cose strabilianti delle mie faccende. Che volete? D’autunno, a Parigi, non c’è purtroppo nessun uomo che abbia faccia di cristiano, e mi tocca essere d’una morigeratezza da schiattar di noia; e certo chiunque altro che non fosse il mio cavaliere sarebbe a quest’ora stufo e arcistufo della mia esasperante costanza. Non avendo dunque niente altro da fare, mi distraggo un po’ con la piccola Volanges, e perciò vi parlerò adesso di lei.

Ma sapete che, a non averne voluto sapere di questa cara ragazza, avete perduto assai più di quel che credete? Oh, la creatura deliziosa che è mai! Sprovvista affatto di carattere e di princìpi, par fatta apposta per essere un’amichetta dolce e facile, che non arderà mai (oh, questo no!) di una grande passione, ma preannuncia già una sensibilità oltremodo pronta e vivace. Manca, è vero, di spirito di malizia; ma possiede invece una certa doppiezza naturale, se si può dir così, che le farà fare molta strada, tanto più che il suo visetto è tutto candore e ingenuità. E inoltre carezzevole di natura, e io anzi mi piglio giuoco qualche volta delle sue garbate smorfiette. Vedeste come la sua testolina piglia fuoco facilmente! E allora diventa proprio carina carina, perché desidererebbe

sapere e le prendono al riguardo impazienze buffissime: ride, s’indispettisce, piange, pesta i piedi e

mi prega d’istruirla un po’, ma con tale grazia, con tale commovente innocenza, da sentirmi gelosa

del fortunato mortale a cui toccherà la gioia d’iniziarla.

Non so se vi ho già detto che da quattro o cinque giorni ho l’onore d’essere la sua confidente. Dapprincipio, come potete figurarvi, ho fatto l’austera; poi, quando mi sono accorta che essa credeva d’avermi persuasa con le sue ridicole ragioni, ho finto di prenderle davvero per buone, lasciandole l’illusione che io mi sia ammansita per merito della sua eloquenza. Ho dovuto usare questa precauzione necessaria, per non compromettermi. Insomma il fatto è che le ho permesso di scrivere al suo amato bene e di dirgli “t’amo”; anzi ho fatto di più, poiché il giorno stesso le ho preparato a sua insaputa un abboccamento col suo Danceny, il quale però è così sciocco che (figuratevi!) non ha saputo ancora ottenere nemmeno un bacio. E pensare che sa scrivere versi tanto bellini, quel benedetto ragazzo! Ma come sono stupidi questi intellettuali! E lui più degli altri, al punto di mettermi nell’imbarazzo: perché insomma non posso mica far da guida anche a lui!

Ed ecco che adesso voi mi potreste essere veramente utile. Amico come siete di Danceny, se egli vi confidasse il suo segreto (e perché non dovrebbe confidarvelo?) si potrebbe andar di galoppo. Spicciatevi dunque con la vostra presidentessa, perché non voglio in nessun modo che Gercourt si

salvi. Del resto ho parlato ieri di lui con la sua piccola fidanzata e gliel’ho dipinto così bene, che quand’anche fosse sua moglie da dieci anni non potrebbe odiarlo di più. Ho tuttavia predicato assai

sul dovere della fedeltà coniugale: oh, su certi argomenti io sono d’una severità a prova di bomba, e

ciò mi giova da un lato per rassodare nei suoi confronti la mia reputazione di donna onesta, che una

soverchia arrendevolezza potrebbe rovinare, e dall’altro lato per accrescere in lei l’odio che potrà nutrire per il marito! Facendole credere che le è permesso di fare all’amore soltanto per il breve tempo che le resta prima di maritarsi, spero anche che si darà maggior premura di non perderne un attimo.

Addio, visconte; vado a fare un po’ di toletta e leggerò là il vostro letterone.

Parigi, 27 agosto 17

Lettera XXXIX

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Mia cara Sofia, sono preoccupata e malinconica; e ho pianto quasi tutta la notte. Non che per ora ci

sia qualcosa di grave, ma ho una gran paura che l’attuale felicità non possa durare.

Sono stata ieri sera all’Opera con la signora Merteuil e abbiamo parlato a lungo del mio matrimonio; ma quel che ne ho saputo non è niente di buono. Pare che io debba dunque sposare il signor Gercourt nel prossimo ottobre: si tratta di un uomo ricco, di nobilissima famiglia, colonnello

nel reggimento X. E fin qui tutto bene. Ma anzitutto è troppo vecchio: figurati che ha trentasei anni!

E poi la signora Merteuil mi dice che è un uomo posato e severo, e lei teme che non possa farmi

felice. Mi sono accorta anzi che di questo è sicura; ma non ha voluto dirmelo per non darmi un dispiacere. Per tutta la serata non ha fatto altro che parlarmi dei doveri che le mogli hanno verso i mariti, e, sebbene ammetta che Gercourt non è affatto simpatico, dice che io dovrò sforzarmi di amarlo. Ha aggiunto persino che, una volta maritata, non potrò più voler bene al cavalier Danceny, come se una cosa simile fosse possibile! Oh, no, t’assicuro che gli vorrò bene sempre! Piuttosto non

mi

sposo, e quel caro signor Gercourt s’impicchi dove vuole! Sono stata io forse a cercarlo? Ora è

in

Corsica, e per conto mio vorrei che ci restasse almeno dieci anni. Vedi, se non fosse la paura di

tornare in collegio, direi ben chiaro alla mamma che di quel genere di mariti non so che farmene. Ma forse farei peggio, e insomma sono in un bell’impiccio. Mi pare di non aver mai voluto bene a Danceny come adesso; ma, quando penso che mi rimane appena un mese di questa bella vita spensierata, le lacrime mi salgono agli occhi. Non mi resta altra consolazione che l’amicizia della signora Merteuil: un vero cuore d’oro, che soffre dei miei dispiaceri come se fossero suoi, ed è tanto buona e amabile che quando sono con lei mi vien quasi fatto di dimenticarli. Senza contare che mi è anche utilissima, perché quel poco che so l’ho saputo da lei; ed è poi così alla mano, che posso dirle tutto quel che penso senza vergognarmi affatto. Se qualche cosa che io dico non le va, magari mi

sgrida, ma lo fa con tale grazia e dolcezza, che io le butto le braccia al collo e la stringo e la bacio finché non la vedo rasserenata. Oh, a quella almeno potrò voler bene sempre, senza che ci sia nulla

di male, e questo pensiero mi dà molto conforto! Con tutto ciò ci siamo messe d’accordo che in

pubblico non mi farò capire di volerle tanto bene, specie davanti alla mamma, perché non abbia a sospettare qualcosa a proposito di Danceny. Ah, cara mia, se potessi vivere sempre come adesso,

quanto sarei felice! Ci mancava proprio quel brutto, stupido, noioso signor Gercourt

lasciamolo lì, perché a nominarlo mi torna addosso la malinconia! Mi metterò a scrivere invece al mio Danceny, e gli parlerò solo del mio amore, senza accennargli affatto ai miei dispiaceri per non affliggere anche lui.

Basta,

Addio, amica mia; e vedi che hai torto di lamentarti di me, perché, per quanto occupata , come dici

tu, mi resta sempre un po’ di tempo per scriverti e per volerti bene.13

Lettera XL

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Sapete che alla mia barbara presidentessa è parso poco di non rispondere alle mie lettere e di

rifiutarle, e vuole adesso privarmi anche della sua vista, pretendendo che io me ne vada via? Ma il

più bello è che io mi sottometto umilmente a tanto rigore. Voi mi direte che faccio male. Eppure non

voglio lasciarmi sfuggire l’occasione di farmi dare un ordine, persuaso come sono che chi comanda si impegna, e che l’autorità illusoria che noi uomini fingiamo di lasciar prendere alle donne è la trappola in cui esse cadono più facilmente. S’aggiunga che l’abilità con cui ha saputo evitare di trovarsi sola con me mi poneva in una condizione oltremodo pericolosa, da cui era bene per me uscire a ogni costo, perché, a furia di stare con lei senza poterla tenere occupata con l’amore, c’era rischio che si abituasse a vedermi senza turbamento, e non sarebbe stato più possibile poi distrarla da tale disposizione d’animo.

Del resto, come potete ben immaginare, non mi sono mica arreso a discrezione; anzi tra i patti ho avuto l’avvedutezza di inserirne uno inammissibile, sia perché così resterò sempre padrone di mantenere o di non mantenere la mia parola, sia anche per iniziare una discussione orale o scritta in un momento in cui la mia bella è più soddisfatta di me e ha bisogno che io pure sia soddisfatto di lei. Sarei un bell’imbecille, se non trovassi modo d’ottenere poi qualche compenso per desistere dalla mia pretesa, per quanto insostenibile!

Dopo avervi esposto le mie ragioni in questo lungo preambolo, vi farò adesso la cronistoria degli ultimi due giorni, unendo come documenti giustificativi la lettera della mia bella e la mia risposta.

Mi ammetterete che pochi storici sono esatti quanto me.

Vi ricordate il grande effetto che ha fatto l’altr’ieri mattina la mia lettera da Digione? Il resto della giornata fu burrascosissimo. La mia bella ritrosetta si fece vedere soltanto al momento della colazione, e accusò una forte emicrania per scusare l’umoraccio nero nero che le sconvolgeva tutti i lineamenti del volto. Quell’espressione di dolcezza che voi le conoscete s’era mutata in un cipiglio che le dava una bellezza affatto nuova. Mi riprometto in avvenire di fare buon uso di tale scoperta, quando vorrò sostituire all’amante tenera un’amante accigliata.

Avendo previsto che il pomeriggio sarebbe stato noiosissimo, mi sono ritirato in camera mia col pretesto di scrivere delle lettere e sono tornato nel salotto soltanto verso le sei. La signora Rosemonde ha fatto la proposta d’una passeggiata, che è stata accettata; ma, al momento di salire in carrozza, la sedicente ammalata, con malizia infernale, forse per vendicarsi della mia assenza nel

pomeriggio, ha protestato che il dolor di testa le era cresciuto e mi ha piantato lì, senza pietà, a tu

per tu con la vecchia zia. Non so se siano state esaudite tutte le imprecazioni che ho mandato in

cuor mio a quel demonio di donna; ma il fatto è che al mio ritorno l’abbiamo trovata a letto.

Il giorno dopo, a colazione, era già un’altra: le era tornata la dolcezza naturale, e ho potuto pensare che m’avesse ormai perdonato. Appena finita la colazione, s’è alzata da tavola con fare indolente ed è scesa in giardino. Mi sono affrettato a seguirla.

«Come mai questa improvvisa voglia di passeggiare?» le ho domandato per attaccare discorso.

«Ho scritto molto stamane,» mi ha risposto lei «e ho la testa un po’ stanca.»

«Ecco una stanchezza che io non potrò mai aver l’onore e il piacere di rimproverarmi.»

«E invece ho scritto proprio a voi» ha detto «ma non so bene se darvi o no questa lettera. Con essa vi chiedo un favore, che, da quel che ho potuto capire da voi, quasi certamente mi negherete.»

«Vi giuro che, se mi sarà appena possibile

»

«Niente anzi è più facile» ha interrotto «e, sebbene potrei pretenderlo come atto di giustizia, accetto tuttavia di ottenerlo come favore.»

Così dicendo mi ha porto la lettera; e io, nel prenderla, le ho preso insieme la mano, che ella ha ritirata, è vero, ma senza stizza, con più imbarazzo che impeto.

«Fa più caldo che non credessi,» ha detto poi «sarà meglio rientrare.»

E s’è avviata verso il castello, nonostante i miei sforzi per persuaderla a continuare la passeggiata. Avrei potuto impiegare forse qualcosa di meglio della semplice eloquenza, ma mi sono ricordato a tempo che potevamo esser veduti. Al ritorno non ha proferito più parola, tanto che io ho potuto capire chiaramente che la finta passeggiata non aveva altro scopo se non di darmi la lettera. Appena rincasata, s’è chiusa nella sua camera, e io nella mia, per leggere la lettera, che anche voi farete bene a leggere a questo punto, prima di andare avanti

Lettera XLI

La presidentessa Tourvel al visconte di Valmont.

Signore, a giudicare dal vostro modo di procedere, si direbbe che cerchiate di tutto per accrescere ogni giorno di più i motivi di lagnanza che avevo contro di voi. La vostra ostinazione di volermi parlare d’un sentimento a cui non voglio né debbo dare ascolto; l’abuso che avete osato della mia buona fede e della mia timidezza per darmi le vostre lettere; e il mezzo soprattutto, che oserei chiamare indelicato, di cui vi siete servito per farmi avere l’ultima, senza neanche pensare che le conseguenze imprevedibili della sorpresa avrebbero potuto compromettermi, tutto mi darebbe il diritto di rimproverarvi assai vivacemente come meritate. Ma, invece di tornare su questi vostri torti, mi limito a chiedervi una cosa semplice e giusta, e, se me l’accorderete, tutto sarà dimenticato.

Voi stesso m’avete detto che io non debbo temere da voi un rifiuto, e benché, per un’incoerenza tutta vostra particolare, abbiate poi fatto seguire questa frase dal solo rifiuto che potevate darmi allora,14voglio credere che ora almeno manterrete la promessa formale che m’avete fatta pochi giorni or sono.

Desidero dunque che mi usiate la finezza di allontanarvi da me, di lasciare questo castello dove una vostra più lunga permanenza non potrebbe che espormi sempre più alle chiacchiere della gente sempre disposta a pensar male del prossimo, tanto più che voi l’avete abituata a guardare con malizia le donne che vi ammettono alla loro confidenza.

Sebbene alcune persone amiche m’avessero avvertita da qualche tempo del pericolo che correvo, io non di meno non ho voluto dar retta ai loro consigli. Ho fatto di più: ho combattuto le loro diffidenze finché il vostro contegno a mio riguardo aveva potuto farmi credere che non mi confondeste con le tante e tante donne che avevano avuto occasione di lamentarsi di voi. Oggi, che mi mettete alla pari di quelle (né io potrei fingere d’ignorarlo), è mio dovere verso il pubblico, verso i miei amici, verso me stessa, prendere questa necessaria risoluzione. Potrei aggiungere che, a dirmi di no, non avete niente da guadagnare, perché, qualora voi vi ostinaste a restare, sono decisissima ad

andarmene io; ma non intendo diminuire la vostra riconoscenza che vi dovrò per questa vostra cortesia, e voglio anche che sappiate che la mia partenza di qui disturberebbe assai i miei affari. Datemi dunque la prova che, come mi avete detto cento volte, le donne oneste non hanno nulla a temere da voi, o almeno che, quando avete dei torti verso di loro, sapete ripararli a tempo.

Se avessi bisogno di giustificare la mia richiesta nei vostri confronti basterebbe che vi dicessi che tutta la vostra vita la rende necessaria, e tuttavia io non l’avrei mai fatto, se non mi ci aveste obbligata. Ma non ritorniamo su avvenimenti che è meglio non ricordare e che mi costringerebbero a giudicarvi molto male, proprio ora che vi offro l’occasione di meritarvi la mia riconoscenza.

Addio, signore. Il vostro modo di comportarvi mi dirà con quali sentimenti debbo dirmi per tutta la vita la vostra umilissima ecc.

Dal castello di

, 25 agosto 17

Lettera XLII

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

Signora, per dure che siano le condizioni che mi imponete, non rifiuto però di adempierle. Sento che non saprei resistere a nessuno dei vostri desideri.

E ora che ci siamo messi d’accordo su questo punto, oso sperare che mi permetterete a mia volta di farvi anch’io qualche richiesta, oh, molto più facile a concedersi delle vostre e che nonpertanto voglio ottenere solo in premio della mia cieca obbedienza ai vostri ordini!

La prima di tali richieste (e qui certo il vostro sentimento di giustizia intercederà per me) è di volermi fare il nome dei miei detrattori: il male che mi fanno mi dà il diritto di conoscerli. La seconda (e questa l’aspetto soltanto dalla vostra indulgenza) è di permettermi di presentarvi di quando in quando gli omaggi d’un amore che ogni giorno di più merita la vostra pietà.

Tenete conto, signora, che io m’affretto a obbedire a scapito della mia felicità e nonostante la perfetta convinzione che voi volete il mio allontanamento per risparmiarvi lo spettacolo sempre sgradevole della vittima d’una vostra ingiustizia.

Oh, sì, confessatelo, signora, è purtroppo così! Non tanto vi spaventa il pensiero del pubblico, troppo abituato a rispettarvi per osare un giudizio temerario su di voi, quanto invece v’infastidisce la presenza d’un uomo che è più facile punire che biasimare. Voi m’allontanate per la stessa ragione che ci fa torcer lo sguardo da un infelice quando non vogliamo soccorrerlo.

Ma a chi altri dunque, se non a voi, potrei confidare le mie pene, proprio nel momento che per la vostra lontananza diventeranno più cocenti? Da chi altri potrei sperare quelle consolazioni che mi saranno adesso purtroppo tanto necessarie? E come potreste rifiutarmele voi, che siete l’unica causa dei miei tormenti? E certo non vi meraviglierete neppure se vi dirò che, prima di partire, intendo giustificare a viva voce con voi i sentimenti che m’avete ispirati; e che, per avere il coraggio di partire, desidero riceverne l’ordine dalla vostra bocca.

Per queste due ragioni vi chiedo un ultimo colloquio. Non è nemmeno da pensare che le lettere possano farne le veci: si scrivono volumi e volumi senza riuscire a chiarire quello che una sola mezz’ora di conversazione basta a far intendere benissimo. Per accordarmi questo colloquio non vi mancherà certo un’occasione, poiché, per quanto io abbia fretta d’obbedirvi, ben sapete che alla

signora Rosemonde ho promesso di passare con lei una buona parte dell’autunno e bisognerà che mi arrivi almeno una lettera per cogliere il pretesto d’un affare che mi richiami a Parigi.

Addio, dunque, signora mia. Oh, come mi cuoce adesso questa parola, che mi ricorda la nostra separazione! Se poteste immaginare la mia sofferenza nello scriverla, oso supporre che mi sareste grata della mia docilità. Ricevete almeno con più indulgenza l’omaggio d’un amore sempre più tenero e rispettoso.

Dal castello di

, 26 agosto 17

Continuazione della lettera XL

Dal visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

E adesso, mia bella amica, ragioniamo tra noi. Sarete persuasa come me che l’onesta e scrupolosa signora Tourvel non può accondiscendere alla mia prima richiesta e tradire la confidenza dei suoi amici facendomi il nome dei miei detrattori. Perciò, siccome la mia promessa è sottoposta a questa condizione, in realtà è come se non l’avessi mai fatta. Ma voi capite che il suo rifiuto mi darà diritto d’ottenere tutto il resto; e quindi dalla mia partenza ci guadagno di poter intavolare con lei, col suo consenso, una regolare corrispondenza. Vedete che non conto per niente l’appuntamento, che le ho chiesto più che altro per abituarla a non rifiutarmene altri in seguito, quando mi saranno davvero necessari.

L’unica cosa che mi resta da fare prima di partire è di sapere chi sono le persone tanto zelanti che l’infocano contro di me. Penso che possa essere quel pedante di suo marito; e, se fosse lui, ne sarei contento, perché una proibizione maritale è come un pungolo che aizza i desideri, senza contare che, appena la mia bella abbia acconsentito a scrivermi, non avrò più nulla da temere dal marito, dal momento ch’ella sarà già obbligata a mentirgli.

Se trovassi invece contro di me qualche sua amica intima, di cui ella avesse piena fiducia, dovrei cercare con tutti i mezzi di abbaruffarle, e so già come riuscirci; ma prima bisogna che io sappia come stanno le cose.

Ho creduto per un momento di potermene chiarire subito, ieri stesso; ma questa benedetta donna non fa niente come le altre. Eravamo dunque ieri nel suo appartamento, quando vennero ad

avvertirci che il pranzo era in tavola. Ella stava appunto terminando la sua toletta, e m’accorsi che, per sbrigarsi e non farsi aspettare, nella fretta aveva lasciato la chiave nel cassetto della sua scrivania. Sapevo già la sua abitudine di lasciare sempre nella toppa quella del suo appartamento. Orbene, durante il pranzo ho meditato il mio piano, e appena ho sentito scendere la sua cameriera, mi sono alzato da tavola e sono uscito facendo finta che mi colasse sangue dal naso. D’un salto fui

alla scrivania, e mi misi a frugare ansiosamente nei cassetti che ho trovato tutti aperti

c’era nemmeno un foglio scritto! Eppure, ora che siamo in piena estate, non ha modo neppure di bruciarli nella stufa: dove andranno dunque a finire le lettere che riceve, e non sono poche? Ho rovistato ogni luogo, ho messo sottosopra ogni cosa; ma tutto quel che ne ho potuto cavare è stato la certezza quasi assoluta che il prezioso tesoro dev’essere custodito nelle sue tasche. E allora come si può fare per tirarlo fuori di là? E da ieri che mi stillo inutilmente il cervello; e tuttavia bisogna pure che mi levi questo capriccio. Oh, che darei per aver la destrezza dei tagliaborse! E mi pare infatti che anche questa importante materia dovrebbe far parte dell’educazione di un giovane, per poco che abbia vocazione per gli intrighi. Come sarebbe grazioso poter rubare la lettera o il ritratto d’un rivale, o levar dalla tasca d’una casta Susanna un documento che valga a smascherarla! Ma che volete? I nostri genitori non si preoccupano affatto della nostra istruzione, e, in quanto a me, ho un

Oimè, non

bel preoccuparmene ormai: più che riconoscermi inetto non posso, e non so come rimediarvi.

Comunque, sono tornato a tavola molto scontento, senonché la mia bella mi ha racconsolato alquanto, mostrando un caldo interessamento per la mia finta indisposizione, e io non ho mancato di assicurarle che da qualche tempo a questa parte soffro infatti per certe violente commozioni che rovinano la mia salute. Essendo persuasa d’essere lei la causa di questa mia agitazione, come potrebbe in coscienza non adoperarsi a calmarla? Ma quella donna, per quanto devota, è pochissimo caritatevole e mi rifiuta ogni elemosina d’amore. Ora mi pare, se non m’inganno, che questo suo rifiuto sia più che sufficiente per scusare da parte mia un piccolo furterello.

Per ora addio, perché, anche trattenendomi con voi, non faccio che pensare a quelle maledette lettere.

Dal castello di

, 27 agosto 17

Lettera XLIII

La presidentessa Tourvel al visconte di Valmont.

Perché cercare, o signore, di diminuire la mia riconoscenza? Perché obbedirmi solo a metà, mercanteggiando su una risoluzione che è doverosa e onesta? Non vi basta dunque che io comprenda il sacrificio che mi fate? Ma voi non solo mi chiedete troppo, chiedete persino cose impossibili. Se i miei amici mi hanno parlato di voi, l’hanno fatto per mio bene, e quand’anche avessero sbagliato, l’intenzione tuttavia li scuserebbe. E voi pretendereste invece che io rispondessi a questa prova d’affetto svelandovi il loro segreto? Ho già fatto assai male a parlarvene; e solo adesso me ne accorgo, mercé vostra. Con qualunque altro infatti la mia sarebbe stata un’ingenuità, ma con voi diventa un atto di vera storditaggine; e diventerebbe un mero tradimento, se acconsentissi alla vostra richiesta. Me ne appello a voi stesso, al vostro sentimento d’onore. Ma come avete potuto credermi capace di un’azione simile? Non avreste dovuto nemmeno propormela, mi pare; e sono certa che, riflettendoci su, non insisterete nemmeno voi su questa domanda.

Anche la seconda richiesta, di scrivermi, è inammissibile, e, se volete essere giusto, dovete riconoscere che la colpa non è mia. Non voglio offendervi, ma con la reputazione che vi siete fatta e che del resto, come voi stesso ammettete, avete meritato almeno in parte, come potrebbe mai una donna perbene confessare d’essere in corrispondenza con voi? E come potrebbe, se onesta, farlo nascostamente, senza confessarlo?

E pazienza ancora se le vostre lettere fossero almeno tali da non dovermene mai lamentare, da poter sempre giustificare ai miei occhi di averle ricevute. Forse allora il desiderio di provarvi che non l’odio ma la ragione mi spinge, mi farebbe passare sopra a considerazioni d’altronde gravissime, e potrei permettervi, ciò che a ogni modo non dovrei mai fare, di scrivermi qualche volta. Se voi ne aveste davvero la gran bramosia che dite, accettereste volentieri questa condizione, la sola che potrebbe ancora farmi acconsentire, e, tutto riconoscente per quel che faccio per voi in questo momento, partireste immediatamente.

A questo proposito, permettete che vi faccia un’osservazione, e cioè che proprio stamane avete ricevuto una lettera e tuttavia non ne avete affatto approfittato per annunziare alla signora Rosemonde la vostra partenza, come mi avevate promesso. Voglio sperare che d’ora innanzi nulla più vi tratterrà dal mantenere la vostra parola, e che non vorrete aspettare, per farlo, quel colloquio che mi domandate ma che io non ho nessuna intenzione di concedervi. Vorreste che io vi dessi a voce un ordine di partire: a me basta che vi accontentiate della mia preghiera, che qui vi rinnovo.

Addio, signore.

Dal castello di

,

27 agosto 17

Lettera XLIV

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Congratulatevi con me, mia bella amica: io sono amato, io ho finalmente trionfato di quel cuore ribelle. Invano ella cerca di nascondermelo ancora: la mia astuzia ha scoperto il suo segreto, e, grazie ai miei ingegnosi maneggi, so ormai il fatto mio. Da ieri notte (notte fortunata!) mi ritrovo nel mio elemento, ho ripreso a vivere, ho svelato un doppio mistero d’amore e d’umana nequizia; e adesso godrò di quello, e mi vendicherò di questa, volando così di gioia in gioia. Solo a pensarci mi esalto, e debbo fare uno sforzo a restare calmo per raccontarvi con un certo ordine come sono andate le cose. Vediamo un po’ se mi riesce.

Ieri stesso, dopo avervi impostata la mia lettera, ne ho ricevuta una della mia celestiale santarellina. Ve la mando perché vediate che, per darmi il permesso di scriverle, non se l’è cavata poi tanto male. Nella stessa lettera mi spinge però anche ad affrettare la mia partenza, e io ho capito infatti che non potevo differirla a lungo senza danno; ma, avendo l’animo ancora sconvolto dalla febbre di sapere chi potesse averle scritto contro di me, ero perplesso sul da fare. Ho cercato di corrompere la cameriera perché mettesse a mia disposizione le tasche della padrona, ch’ella poteva vuotare comodamente la sera, rimettendo poi la mattina presto ogni cosa a posto senza far sospettare di niente. Per un servizio così da poco, le ho offerto ben dieci luigi; ma ho trovato una schizzinosa non so se scrupolosa o timida, che non s’è lasciata smuovere né dal denaro né dall’eloquenza. Stavo ancora a catechizzarla, quando hanno sonato per chiamarci a tavola. M’è toccato lasciarla, senza aver potuto ottenere da lei niente altro che una mezza promessa di mantenermi almeno il segreto, e si capisce che su questa promessa non c’era da fare nessun conto.

Per tutta la sera sono stato di pessimo umore come non ero stato mai, sentendo che m’ero compromesso inutilmente con un passo falso e imprudente. Appena tornato in camera mia con quel po’ po’ di preoccupazione che avevo addosso, sono ricorso all’aiuto del mio staffiere, che nella sua qualità d’amante corrisposto doveva avere qualche autorità sulla cameriera. Volevo che ottenesse da costei ciò che le avevo domandato, o che alla peggio si assicurasse della sua discrezione; ma lui, che di solito è sempre sicuro di sé, mi è parso dubbioso sull’esito di quelle trattative, e mi ha fatto in proposito un’osservazione che mi ha meravigliato per la sua finezza.

«Il signore sa meglio di me» mi ha detto «che andare a letto con una ragazza vuol dire soltanto essere riuscito a farle fare quello che piace anche a lei; ma, da questo a farle fare quel che piace a noi, ci corre assai.»

Il buon senso della marmaglia qualche volta mi spaventa.

«E tanto meno potrei poi rispondere di costei» mi ha soggiunto «dal momento che ho motivo di supporre che ella abbia già un amante, e che io rappresenti per lei soltanto un ripiego per gli ozi della villeggiatura. Debbo anzi dire a questo proposito che, se non fosse stato il mio zelo per il servizio del signore, a quest’ora l’avrei già piantata.»

Questo giovanotto è proprio un tesoro!

«Quanto al segreto,» ha detto ancora «che cosa ci servirebbe farglielo promettere, poiché non

rischierebbe niente a mancarci di parola? Parlargliene ancora sarebbe anzi come metterla in guardia che si tratta d’una cosa proprio importantissima per noi, e accrescerle così la voglia di raccontarlo alla sua signora per ingraziarsela.»

Più le osservazioni erano giuste, e più il mio malumore cresceva. Per fortuna, il mariuolo era in vena di chiacchierare, e io, avendo bisogno di lui, lo lasciavo dire. Raccontandomi per filo e per segno come andavano le sue faccende con la cameriera, mi ha fatto sapere che, siccome la camera della ragazza era separata da quella della padrona soltanto da un assito, sicché si sarebbe potuto sentire ogni rumore sospetto, lei andava ogni notte a trovarlo nella camera di lui. A sentir ciò, mi è venuta subito una magnifica idea che gli ho comunicato e che infatti abbiamo eseguito con l’esito che ora dirò.

Ho aspettato dunque che fossero le due dopo mezzanotte, e allora, come d’accordo, mi sono recato nella camera degli appuntamenti portando con me un lume, col pretesto d’avere già sonato più volte inutilmente. Lo staffiere, che sa investirsi della parte da vero commediante, ha recitato una scena di sorpresa, di disperazione, di scuse, che io ho troncato di netto mandandolo a scaldarmi un po’ d’acqua di cui finsi d’avere un bisogno urgentissimo; mentre la schifiltosa camerierina se ne stava lì tutta vergognosa, tanto più che il furfantello, che aveva voluto rincarare la dose facendo una giunta al mio progetto, l’aveva indotta a mettersi in una toletta (chiamiamola pure così) che la stagione calda magari comportava, senza però poterla scusare. Non ci voleva molto a capire che più la ragazza fosse stata umiliata e più l’avrei avuta docile a mia disposizione; pertanto non le ho permesso di cambiare né di posizione né di abbigliamento, e, dopo aver ordinato al mio staffiere di aspettarmi in camera mia, mi sono seduto accanto a lei, sulla sponda del letto (che era, si sa, molto in disordine) e ho cominciato la conversazione. Occorrendomi assolutamente di mantenere il vantaggio che le circostanze mi avevano dato su di lei, ho saputo conservare nei suoi confronti un sangue freddo che avrebbe fatto onore alla continenza di Scipione, e senza prendermi con lei la benché minima licenza (sebbene la sua fresca bellezza e l’occasione me ne avrebbero dato quasi il diritto) le ho parlato dei nostri affari con la stessa tranquillità con cui avrei parlato a un legale.

Le mie condizioni sono state queste: che io non avrei fiatato con anima viva, a patto che la sera dopo, alla stessa ora, potessi avere tutto quanto era contenuto nelle tasche della sua padrona.

«Per questo servizio» ho aggiunto a vi avevo promesso già dieci luigi; ebbene, ve li prometto ancora, poiché non intendo menomamente abusare della vostra condizione.

Naturalmente, ha accondisceso a tutto, e allora, non avendo altro da fare, mi sono ritirato, lasciando comodità alla coppia felice di riguadagnare il tempo perduto. Io ho impiegato il mio a dormire; e, appena risvegliato, tanto per avere un pretesto di non rispondere alla lettera della mia bella prima d’aver esaminato la sua corrispondenza (il che mi sarebbe stato possibile solo la notte dopo), me ne sono andato a caccia e vi sono restato tutto il giorno.

Al ritorno, sono stato accolto da lei con molta freddezza, e ho avuto modo d’accorgermi ch’era alquanto impermalita per la mia scarsa premura d’approfittare del poco tempo che ancora mi rimaneva da passare con lei, specie dopo la lettera più dolce che mi aveva scritto. E infatti, quando la signora Rosemonde si è lamentata della mia lunga assenza, la mia bella ha soggiunto con una punta d’asprigno:

«Oh, via, perché rimproverare al signor Valmont l’unico divertimento che c’è qui per lui?»

Ho preso la palla al balzo per lamentarmi di tale ingiustizia e per assicurare che anzi la compagnia delle signore m’era molto gradita e che a essa sacrificavo volentieri una lettera importantissima che avrei dovuto scrivere; ma, non avendo potuto chiuder occhio da parecchie notti, avevo voluto

provare se la stanchezza fisica mi avrebbe giovato: i miei sguardi spiegavano intanto chiaramente all’interessata di che lettera si trattava e qual era la causa della mia insonnia.

Per tutta la sera ho cercato di darmi un’aria soavemente malinconica, che m’è riuscita a pennello, dissimulando in tal modo l’impazienza di quell’ora sospirata in cui avrei finalmente saputo il segreto che con tanta ostinazione mi si celava. È venuta l’ora di separarci; e poco dopo la fedele cameriera mi ha portato il premio che s’era pattuito per la mia discrezione. Appena avuto in mano il prezioso tesoro, ho proceduto al suo inventario con la flemma e la prudenza che mi conoscete, perché poi bisognava rimettere tutto a posto. Anzitutto mi sono cadute sott’occhio due lettere del marito, un miscuglio indigesto di particolari del processo e di sproloqui d’amore coniugale che ho avuto la pazienza di leggermi per intero, nelle quali tuttavia non ho trovato nemmeno una parola che si riferisse a me. Le ho messe dunque da parte con una certa stizza, che m’è passata un po’ ritrovando i pezzi della mia famosa lettera di Digione rimessi insieme con molta diligenza. M’è venuta voglia di rileggerla, e pensate alla mia gioia nel trovare su quel foglio le tracce evidenti delle lacrime della mia bella devota: ho avuto uno slancio collegiale, ve lo confesso candidamente, e ho baciato la lettera con un’effusione di cui non mi credevo più capace. Poi sono continuate le felici scoperte, e ho ritrovato le mie lettere, tutte le mie lettere, diligentemente disposte per ordine di data; ma la più bella sorpresa è stata vedere la mia prima lettera, quella che mi era stata restituita (da un’ingrata, pensavo io), ricopiata fedelmente di suo pugno, con una scrittura tanto alterata e tremante che essa sola bastava a provare la dolce agitazione del suo cuore nel trascriverla.

Finora ero stato dunque tutto in preda all’amore; ma ecco che a un tratto è subentrato in me il tristo furore. Chi credete voi che sia l’anima dannata che ha giurato di perdermi nell’animo della donna adorata? Qual furia supponete voi tanto maligna da poter ordire una simile cabala diabolica? La conoscete. È vostra amica. È vostra parente. È la signora Volanges. E non potete mai immaginare qual tessuto d’infamie la megera d’inferno ha scritto sul conto mio! È stata lei, lei sola, a turbare l’ingenua fiducia di questa donna angelica; è stata lei, coi suoi subdoli consigli, coi suoi perversi suggerimenti, a indurla ad allontanarmi da lei a forza. È a lei, insomma, sono stato sacrificato. Ah, bisogna proprio che io le faccia sedurre davvero la figlia! Ma siccome anche questo non basta e bisogna rovinarla, e d’altra parte per la sua età questa maledetta donna è ormai al sicuro dai miei artigli, bisognerà che io la colpisca rovinando la persona che ella ama di più.

Vuole dunque che io ritorni a Parigi? Mi ci tira proprio per i capelli? Ebbene, ci tornerò; ma il mio ritorno la farà piangere. Mi dispiace una cosa sola, che l’eroe di quest’avventura è Danceny, un buon figliolone, nel cui animo c’è un fondo di rettitudine che intralcerà assai i nostri piani; ma egli è innamorato, e poi io gli starò sempre alle costole, e qualche cosa di buono se ne potrà forse cavare. Ma io mi lascio trasportare dalla collera e non penso che vi debba ancora raccontare ciò che è successo oggi. Torniamo a noi.

Stamattina ho riveduto dunque la mia tenera scrupolosina, e non mi è parsa mai tanto bella. Ed è giusto che sia così: il momento più favorevole alla bellezza d’una donna, il solo in cui ella possa dare quell’ebbrezza dell’anima di cui si parla tanto ma che si prova ben raramente, è quello in cui, rassicurati ormai del suo amore, non siamo certi ancora dei suoi favori, com’è appunto il caso mio. Forse anche il pensiero che io stavo per perdere il piacere di vederla contribuiva non poco a farmela vedere più bella. Il corriere mi ha portato la vostra lettera del 27, e mentre la leggevo, esitavo ancora se dovessi o non dovessi mantenere la parola; ma, avendo incontrato il suo sguardo, mi è diventato impossibile rifiutarle qualche cosa. Subito dopo la signora Rosemonde se n’è andata, lasciandoci soli; ma io non avevo fatto ancora quattro passi verso la donna intrattabile, che questa si è alzata in piedi tutta sgomenta, esclamando:

«Lasciatemi, lasciatemi, signore, in nome del cielo, lasciatemi!»

Questa fervida preghiera, che tradiva il suo intimo turbamento, mi ha dato più coraggio che mai; d’un balzo le sono stato accanto, le ho afferrate le mani che ella aveva giunte in sì dolce atto da trapassare i cuori più duri, e cominciavo a sussurrarle già i più teneri lamenti, quando un demonio invidioso ci ha ricondotto tra i piedi la signora Rosemonde. Allora la timida colombella, che ha infatti qualche motivo d’avere paura di me, ne ha approfittato per ritirarsi. Io non per tanto le ho offerto la mano, ed ella l’ha accettata; e, bene augurando da tale sua benignità che da un pezzo non m’usava, pur ricominciando i miei lamenti, ho provato a stringere la sua mano. Da principio ha cercato di ritrarla; ma poi, alle mie vive insistenze, ha finito per cedere, con molta buona grazia del resto, benché non mi abbia mai fatto l’onore di rispondere né alle mie strette né ai miei discorsi. Arrivati alla porta della sua camera, ho voluto baciare la cara mano, prima di lasciarla. Anche qui sulle prime la resistenza è stata franca ed efficace; avendo io però pronunciata con voce sufficientemente commossa la frase: «Pensate dunque che io parto», ella è stata lì tutta smarrita e confusa. Quella mano ha ritrovato poi la forza di sfuggirmi, appena il bacio è stato dato; e la bella è entrata allora nella sua camera dove l’aspettava la fida cameriera. E qui la mia storia è finita.

Poiché immagino che voi domani sarete in casa della marescialla Y. dove certo non verrò a trovarvi, mentre prevedo che al nostro primo incontro avremo molte cose da dirci, e prima di ogni altra avremo da sbrigare la faccenda della piccola Volanges, che ormai non perderò più di vista, ho stabilito di farmi precedere da questa lettera, e, per lunga che sia, la chiuderò solo al momento di mandarla a imbucare, perché, al punto in cui mi trovo, tutto può dipendere da un’occasione propizia, e anzi vi lascio per andare a spiare se si presenta.

P. S. (ore otto di sera). Niente di nuovo. Neppure un attimo di libertà; anzi ella ha fatto di tutto per evitarlo. Tuttavia è molto malinconica, almeno quanto la decenza lo permette. Un altro avvenimento che può avere la sua importanza: sono stato incaricato dalla signora Rosemonde d’invitare la signora Volanges a passare qualche tempo con lei in campagna. Addio, mia bellissima amica, e arrivederci domani o domani l’altro al più tardi.

Dal castello di

, 28 agosto 17

Lettera XLV

La presidentessa Tourvel alla signora Volanges.

Signora, Valmont è partito stamattina. Vi stava tanto a cuore questa partenza, che ho creduto di dovervene informare subito. La signora Rosemonde rimpiange molto il nipote, e bisogna ammettere infatti che la sua compagnia era delle più piacevoli. Non ha fatto che parlarmi di lui tutta la mattina con assai tenerezza, e non si stancava mai di lodarlo. Per cortesia ho dovuto ascoltarla senza contraddire, tanto più che su molte cose non aveva poi tutti i torti, e d’altra parte mi sentivo in colpa verso di lei, per essere stata io la causa di tale separazione, senza neppure la speranza di potere almeno in parte ricompensarla del piacere che le ho tolto: voi già sapete che sono di natura tutt’altro che gioviale, e la vita che dovremo condurre adesso qui non è fatta certo per rendermi più gaia.

Se non avessi seguito ciecamente i vostri consigli, direi persino d’avere peccato di troppa leggerezza, perché il profondo dolore della mia rispettabile amica mi ha fatto proprio pena, e ho dovuto farmi forza per non unire le mie lacrime alle sue. Adesso non abbiamo che una speranza che ci conforti, e cioè che accetterete l’invito che Valmont è incaricato di portarvi a nome della signora Rosemonde, e cioè di venire qui a passare qualche giorno con noi. Il gran piacere che avrò di rivedervi è del resto un giusto risarcimento che mi spetta: non vi pare? E sarò lietissima di cogliere tale occasione per fare una più sollecita conoscenza della signorina Volanges e per convincervi sempre più, a viva voce, del mio rispettoso affetto per voi.

Dal castello di

,

29 agosto 17

Lettera XLVI

Il cavalier Danceny a Cecilia Volanges.

Mia adorata Cecilia, che cosa vi è dunque accaduto? Che cosa ha potuto provocare in voi un mutamento tanto rapido e crudele? E che avete fatto dei vostri giuramenti di non cambiar mai nei miei riguardi? Ieri, non più tardi di ieri, me li ripetevate con tanto slancio; e oggi li avete potuti già dimenticare? Per quanto faccia e rifaccia uno scrupoloso esame di coscienza, non riesco a trovare in me il più piccolo torto. Dovrò forse cercarlo in voi? Non oso pensarci!

Ah, certo voi non siete una donna leggera e traditrice; e, anche in questo momento di cupa disperazione, l’anima mia non sarà macchiata di un oltraggioso sospetto! Ma allora per quale fatalità non siete più la stessa con me? Perché purtroppo, o crudele, non siete più la stessa: la tenera Cecilia, la Cecilia che adoro e da cui ho ricevuto i più sacri giuramenti, non avrebbe, no, evitato i miei sguardi; avrebbe anzi approfittato del caso favorevole che ci aveva messi vicini; o, se qualche ragione che io ignoro l’avesse costretta a trattarmi con tanto rigore, si sarebbe almeno degnata di spiegarmela.

Voi non sapete e non saprete mai, mia Cecilia, ciò che m’avete fatto soffrire oggi, ciò che soffro ancora mentre vi scrivo. Vi par possibile che io possa vivere senza il vostro amore? Eppure, quando vi ho chiesto una parola, una sola parola che dissipasse i miei dubbi, invece di rispondermi avete fatto finta di temere che ci potessero ascoltare, e quest’ostacolo che allora non c’era, l’avete creato voi subito dopo, scegliendo nel circolo della conversazione il posto meno adatto. E quando, sul punto di lasciarvi, vi ho domandato a che ora avrei potuto rivedervi, mi avete fatto credere di non potermelo dire, e perché lo sapessi c’è voluto l’intervento di vostra madre. Sicché quel momento desiato in cui potrò trovarmi domani con voi non mi darà che una viva preoccupazione, e invece del piacere di vedervi, che finora era stato sempre tanto caro al mio cuore, avrò il timore d’esservi importuno. E questo timore (lo sento) mi toglie già ogni effusione, sicché non oserò quasi parlarvi del mio amore. La parola “amore” che mi piaceva tanto di ripetere, quando potevo poi ascoltarla in risposta da voi, questa parola dolcissima che bastava a farmi felice non mi offre già più, da che voi siete cambiata, se non l’immagine d’una eterna disperazione.

Non posso credere tuttavia che il talismano dell’amore abbia perduto per voi tutto il suo fascino, e voglio ancora sperimentarlo.15Sì, mia Cecilia, vi amo. Ripetete con me questa frase che mi fa tanto felice. Pensate che m’avete abituato a sentirla dalla vostra bocca, e che il privarmene sarebbe come un condannarmi a un tormento che, come il mio amore, non finirà se non con la vita

Parigi, 29 agosto 17

Lettera XLVII

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Amica mia carissima, non potrò avere neanche oggi il bene di rivedervi; ed eccovene le ragioni, che vi prego d’accogliere con qualche indulgenza.

Ieri, invece di venirmene direttamente a Parigi, mi sono fermato a far colazione nel castello della contessa N. ch’era quasi sulla mia strada. Sono giunto perciò a Parigi alle sette di sera, e mi sono recato subito all’Opera con la speranza di vedervi.

Finito lo spettacolo, sono stato a cercare i miei amici al ridotto, e vi ho trovato l’Emilia, che come sapete è stata una mia antica fiamma, circondata da un numeroso stuolo d’ammiratori maschi e femmine, per i quali ella dava quella sera stessa un banchetto a P. Appena mi hanno visto, sono stato invitato per acclamazione a far parte della comitiva, e lo stesso invito m’è stato poi ciangottato in francese d’Olanda da una mezza porzione d’uomo, basso e grasso, che da quanto ho arguito doveva essere il vero eroe della festa. Ho accettato. Ho saputo dopo, cammin facendo, che la casa dove andavamo rappresentava appunto il prezzo convenuto dei favori che l’Emilia avrebbe concesso a quel ridicolo tombolotto, e che il banchetto doveva dunque essere considerato come un vero e proprio banchetto di nozze. L’omiciattolo non entrava più nella pelle per la gran gioia che si riprometteva dal tranquillo possesso di quel bel tocco di femmina; e pareva tanto soddisfatto che subito m’è venuto l’uzzolo di guastargli quella sua tanta felicità, come infatti m’è riuscito.

L’unica difficoltà che ho dovuto vincere è stata di persuadere l’Emilia, che la sperticata ricchezza del borgomastro rendeva alquanto scrupolosa; ma alla fine, dopo un po’ di smorfiette, ha accondisceso di buon animo a favorire il mio piano, che consisteva nel riempire di vino quella botticella da birra e nel metterlo così fuori affatto di combattimento per tutta la notte.

Il concetto sublime che ci eravamo fatti di un bevitore olandese ci ha fatto impiegare tutti i mezzi a nostra disposizione; e la cosa infatti è andata a gonfie vele, perché alla frutta il poveraccio non aveva più neanche la lena di reggere il bicchiere, sicché la premurosa Emilietta e io abbiamo dovuto buttargli il vino per il gorgozzule per finire di riempirlo fino all’orlo. Finalmente è caduto sotto la tavola, in preda a una sbornia così solenne da durare non meno d’una settimana. Allora s’è stabilito di rispedirlo a Parigi, e, poiché la sua carrozza era già ripartita, l’abbiamo caricato sulla mia; e io sono rimasto al suo posto, riscotendo le unanimi approvazioni e congratulazioni di tutta la comitiva, la quale poco dopo se n’è andata, lasciandomi padrone assoluto del campo di battaglia. Questo scherzo, o forse magari la mia lunga astinenza, mi ha fatto trovare gustosissima l’Emilia, al punto che le ho promesso di restare con lei finché l’Olandese non sarà risuscitato.

Questa mia accondiscendenza è del resto il dovuto corrispettivo della cortesia che ella mi ha usato, facendomi da scrittoio per una lettera che ho scritto alla mia bella devota; perché m’è parso un pensierino gentile di scriverle, dal letto e tra le braccia d’una ragazza di mondo, una lettera che è stata persino interrotta da un’infedeltà in piena regola, e nella quale con parole ambigue e a doppio senso le racconto ogni cosa come è accaduta veramente. L’Emilia, che l’ha letta, si teneva i fianchi dal ridere, e credo che farete altrettanto anche voi.

Poiché sulla mia lettera ci vuole il timbro di Parigi, ve la mando aperta, perché voi la leggiate, la chiudiate e la facciate imbucare. Mi raccomando di non servirvi del vostro sigillo per chiuderla, e neppure di altri sigilli che abbiano impronte erotiche: basterà una semplice testa.

Addio, o mia bellissima amica.

P. S. Riapro questa lettera, per dirvi che ho persuaso l’Emilia a recarsi al Teatro degli Italiani , e così approfitterò della sua assenza per venirvi a trovare. Sarò da voi alle sei al più tardi, e, se non avete nulla in contrario, verso le sette andremo insieme dalla signora Volanges, perché non mi sarebbe decente procrastinare ancora l’invito che debbo farle da parte della signora Rosemonde; senza contare che ho fretta di conoscere la signorina. Addio ancora, mia bella, e tra poco vi riabbraccerò con tale entusiasmo da far ingelosire il vostro cavaliere.

Da P., 30 agosto 17

Lettera XLVIII

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

(Col timbro di Parigi)

Signora, dopo una notte tempestosa, durante la quale non ho chiuso occhio e non ho fatto altro che passare per una continua alternativa d’ardore divorante e d’annullamento di tutte le mie energie, ricorro a voi per cercare quella calma di cui avrei tanto bisogno e che tuttavia non spero di poter godere a lungo. Infatti la situazione in cui mi trovo, scrivendovi, pare fatta apposta per rivelarmi più che mai la potenza irresistibile dell’amore, e debbo far molta fatica per contenermi e conservare tanta padronanza da poter dare un certo ordine alle mie idee; e già prevedo che prima di finire questa lettera dovrò per forza interromperla.

Possibile che io non debba dunque sperare di farvi provare un giornc, insieme a me, questo stesso turbamento che provo io adesso? Eppure sono certo che, se sapeste di che si tratta, non potreste rimanere affatto impassibile. Credetemi, signora, la fredda tranquillità, il sonno dell’anima, immagine della morte, non possono darci la felicità riservata soltanto alle passioni attive; e – vedete? – nonostante i tormenti che mi fate soffrire, posso affermarvi, senza tema di smentite, che in questo momento sono assai più felice di voi. Invano cercate d’esacerbarmi coi vostri accascianti rigori, i quali non mi possono tuttavia impedire d’abbandonarmi tutto all’amore e di dimenticare, nel delirio ch’esso mi dà, la disperazione per il vostro contegno. Questa vendetta io faccio dell’esilio inumano a cui m’avete dannato. E giammai, come ora, ho provato tanto piacere nello scrivervi; giammai ho sentito in questa occupazione un turbamento più soave e più vivo. Tutto, intorno a me, contribuisce ad accrescere vieppiù il mio godimento: l’aria che respiro è carica di voluttà; la scrivania stessa da cui vi scrivo (che è adibita per la prima volta a quest’uso) si trasforma per me in un altare sacro all’amore: oh, come mi sembrerà più bella adesso, poiché qui ho vergato, proprio qui, il giuramento d’amarvi per sempre! Vogliate perdonarmi, vi prego, il disordine dei sensi; e forse non dovrei lasciarmi trasportare così da sentimenti e da ardori a cui non volete in nessun modo partecipare. Or dunque bisogna che io vi lasci un momento per sfogare l’ebbrezza che di minuto in minuto va sempre crescendo e diventa più forte di me.

Torno a voi, signora; e sebbene vi torni sempre con la stessa premura, tuttavia il sentimento di benessere che dianzi provavo è fuggito ormai lungi da me, lasciando il posto a quello delle più crudeli privazioni. Ma che mi giova parlarvi dei miei sentimenti, da poiché cerco invano il mezzo di convincervi? Dopo tanti sforzi reiterati, oimè, la fiducia e le forze mi vengono meno; e se vado ancora immaginando i piaceri dell’amore, non riesco che a sentir più forte il rammarico di non poterne godere più. Non ho altro scampo ormai che nella vostra indulgenza, e in quest’istante mi è troppo preziosa, perché io possa sperare d’ottenerla. Tuttavia il mio amore non è stato mai altrettanto rispettoso e quasi incapace d’offendervi: anzi oso dirvi che è tale, che la più severa virtù non potrebbe averne paura; senonché m’avvedo che io stesso ho paura di parlarvi ancora dell’immensa pena che provo. Sicuro come sono che voi, che pur ne siete cagione, non la volete condividere, non mi è lecito abusare più oltre della vostra bontà, come ne abuserei se impiegassi altro tempo a dipingervene dal vivo il doloroso spettacolo. Vi scongiuro dunque solo di rispondermi e di non dubitare mai della sincerità dei miei sentimenti.

Lettera XLIX

Cecilia Volanges al cavalier Danceny.

Signore, senza essere né leggera né traditrice, m’è bastato di veder chiaro nella mia condotta per sentire l’obbligo in cui ero di cambiarla. E ho infatti promesso a Dio questo sacrificio, in attesa di potergli sacrificare anche i sentimenti che nutro per voi, tanto più riprovevoli e delittuosi, se si pensa allo stato religioso in cui voi vi trovate. So già che questo sacrificio mi costerà caro, e non vi nascondo che dall’altro giorno non ho fatto che piangere ogni volta che ho pensato a voi. Ma spero che Dio mi farà la grazia di darmi la forza necessaria per dimenticarvi, come io gli chiedo fervidamente nelle mie preghiere, mattina e sera. Oso sperare dalla vostra amicizia e dalla vostra onestà che non tenterete neppure di scuotere questa mia savia risoluzione, che m’è stata provvidamente ispirata al momento opportuno, e nella quale sarò incrollabile. E perciò vi prego di non scrivermi più, anche perché vi prevengo che non risponderò mai più alle vostre lettere; insistendo mi costringereste a far sapere alla mamma quanto è accaduto tra noi; il che mi priverebbe per l’avvenire del piacere di vedervi.

Con tutto ciò conserverò sempre per voi tutto l’affetto che si può onestamente nutrire, e vi auguro con tutta l’anima ogni bene. Capisco che voi invece non potrete volermene più, e forse anche amerete un’altra meglio di me: e questa sarà per me una grave espiazione della colpa commessa col darvi il mio cuore, che dovevo dare solo a Dio e a mio marito, quando me ne sarà dato uno. Spero che la misericordia divina avrà pietà della mia debolezza e non mi vorrà dare dolori che io non possa sopportare.

Addio, signore, vi assicuro che se mi fosse permesso d’amare qualcuno, non vorrei amare altri che voi. Ecco tutto quel che posso dirvi, e forse è anche più di quel che dovrei.

Parigi, 31 agosto 17

Lettera L

La presidentessa Tourvel al visconte di Valmont.

E dunque, o signore, mantenete così i patti con cui ho acconsentito a ricevere qualche lettera vostra di quando in quando? E come potrei non lamentarmene , poiché non fate altro che parlarmi d’un sentimento, al quale non vorrei abbandonarmi neanche se potessi farlo senza offesa dei miei doveri più sacri?

Se del resto ci fosse bisogno di nuovi argomenti per rafforzare la mia salutare ripugnanza, la vostra stessa lettera me ne darebbe Quando credete infatti di fare l’apologia dell’amore, che altro fate in verità se non mostrarmene le spaventose tempeste? Chi potrebbe desiderare una felicità conseguita a scapito della ragione, e le cui gioie effimere sono seguite poi dai rimorsi, o per lo meno, nella migliore ipotesi, dai rimpianti? E voi stesso che, per essere avvezzo a tali pericolosi deliri, dovreste sentirne meno gli effetti, non siete costretto in sostanza a confessare che l’amore assai spesso è più forte di voi e che vi dà un turbamento involontario di cui giustamente vi dolete? Che strazio, che terribile rovina non farebbe dunque in un cuore inesperto e sensibile, in cui impererebbe anche più dispoticamente imponendo sacrifici gravissimi?

Voi credete, o signore, o almeno fingete di credere, che l’amore possa dare la felicità; e io sono

invece talmente persuasa che mi renderebbe infelice da non volere sentire neppure il suo nome. Mi pare che, soltanto a parlarne, la mia tranquillità sia compromessa; e perciò, tanto per avversione istintiva, quanto per sentimento del dovere, vi prego di non discorrermene più.

Dopo tutto, non dovrebbe esservi difficile accontentarmi su questo punto. A Parigi non vi mancheranno certo occasioni di dimenticare un capriccio che è nato forse in voi soltanto per l’abitudine che avete d’occuparvi di queste cose, e ha acquistato poi forza e vigore nell’ozio della campagna. Ma ora siete nella città dove m’avete vista già tante volte senza provare per me altro che indifferenza; dove a ogni passo potete incontrare esempi della vostra facilità a cambiare, dove infine siete circondato da donne che, essendo molto più amabili di me, hanno cento volte più diritto ai vostri omaggi. Oh, io non ho davvero né la vanità che si rimprovera tanto al mio sesso, né quella falsa modestia la quale altro non è se non un orgoglio più raffinato! E sono dunque da credere quando vi dico, con la più grande sincerità, che so di non avere nessuna attrattiva; ma, se anche le avessi tutte, non le crederei tuttavia sufficienti ad assicurarmi la vostra costanza. Chiedendovi pertanto di non pensare più a me, non fo che pregarvi di fare oggi ciò che avevate fatto sempre prima d’adesso e che farete certamente tra poco, quand’anche io vi chiedessi il contrario.

Questa verità, che non perdo di vista, sarebbe dunque da sola una ragione più che sufficiente a non darvi retta. Ve ne sarebbero mille altre, ma perché ingolfarmi in una discussione che riuscirebbe assai lunga e tediosa? Meglio è che mi limiti a pregarvi, come ho già fatto, di non parlarmi più d’un sentimento a cui non posso e non debbo, non dico corrispondere, ma neanche dare ascolto.

Dal castello di

, 1° settembre 17

PARTE SECONDA

Lettera LI

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Ah, caro visconte, siete proprio insopportabile, e mi trattate con tale leggerezza, che quasi quasi si direbbe che sono la vostra amante! Sapete che finirete per farmi arrabbiare sul serio, e fin d’ora m’avete messo addosso un umore d’inferno? Come! Dovete avere un colloquio con Danceny domani mattina, sapete quanto è importante che prima ci parliamo tra noi, e invece, senza darvi un pensiero al mondo, non vi fate vivo per tutta la giornata, e chissà dove vi cacciate! Per colpa vostra sono arrivata a casa della signora Volanges con un ritardo indecente e ho dovuto beccarmi su i rimbrotti di tutte le vecchie signore, perdendo un tempo prezioso per placarle a furia di moine; perché non bisogna disgustar mai le vecchie signore, come quelle che fanno la reputazione di noi giovani.

Adesso è l’una dopo mezzanotte, e invece di andarmene a letto, come ne avrei voglia, dovrò scrivervi una lunga lettera che con la sua noia mi raddoppierà il sonno. Siete fortunato anche in questo, che per non sprecare tempo rinunzio a sgridarvi come meritereste: non ne deducete però che vi abbia perdonato; oh, no, no, è soltanto perché ho fretta! Ascoltatemi dunque, che mi sbrigo in due parole.

Se sarete appena appena un po’ abile, domattina avrete le confidenze di Danceny, perché egli si trova appunto in un momento di dolore favorevolissimo alle confidenze. La ragazza è stata a confessarsi, e, da quella sempliciotta che è, è andata a spiattellare ogni cosa al confessore, sicché

adesso è tormentata dalla paura del diavolo al punto di voler rompere tutto con Danceny. Mi ha raccontato i suoi scrupoli con tale vivacità da farmi capire che le debbono aver montata assai la testa, e mi ha anche fatto leggere la lettera di rottura, che è una vera predica da padre cappuccino. Figuratevi che ha chiacchierato più di un’ora con me, senza dirmi una sola parola che avesse un po’ di senso comune. Con tutto ciò è riuscita a mettermi lo stesso in un bell’impiccio, perché capirete che non potevo mica parlar chiaro a una testolina sventata come la sua!

Da tutta questa cicalata ho potuto arguire però ch’ella ama il suo Danceny meglio di prima, e anzi ho osservato che l’amore le ha suggerito uno dei suoi immancabili espedienti, e la ragazza c’è cascata che è un piacere. Tribolata com’era dal desiderio di pensare sempre al suo innamorato e temendo d’altra parte di dannarsi l’anima a pensarci, ho inventato di pregare Dio perché glielo faccia dimenticare, e siccome ripete questa preghiera in ogni minuto della giornata, così ho trovato il modo di pensare a lui continuamente.

Con un altro che fosse più navigato di Danceny, questo piccolo inconveniente sarebbe forse più favorevole che contrario; ma il giovinetto è un Celidone in carne e ossa, e, se non ci mettiamo in mezzo noi, gli ci vorrà tanto tempo per vincere gli ostacoli più leggeri, che non ce ne resterà poi a noi per mandare a effetto i nostri piani.

Avete ragione: è un vero peccato che sia proprio lui l’eroe di quest’avventura, e io ne sono più seccata di voi; ma che volete? Quel che è fatto è fatto, e la colpa se mai è tutta vostra. Gli ho chiesto che mi facesse vedere la risposta alla lettera di Cecilia:16una cosa da far pietà! Immaginate che le fa uno sproloquio di ragionamenti su ragionamenti, da levare il respiro, per dimostrarle che un sentimento involontario non può essere un peccato, come se non cessasse d’essere involontario nel momento che non lo si contrasta più. E questa obiezione è così elementare, che persino la ragazza c’è arrivata subito da sé. Il poveraccio si lamenta poi della sua disgrazia con un accoramento che commuove davvero, ma il suo dolore è tanto dolce e sincero, che mi pare impossibile che una donna, trovando un’occasione così a buon mercato per far disperare un uomo, non sia tentata di levarsene la voglia. La lettera finisce con la spiegazione che egli non è affatto un frate com’ella credeva, e questa è l’unica cosa buona che c’è nella lettera; perché, se una donna volesse proprio mettersi a far l’amore coi frati, i signori cavalieri di Malta non meriterebbero certo la preferenza!

Comunque, invece di perder tempo con la ragazza in ragionamenti che mi avrebbero compromessa senza magari riuscire a convincerla, le ho detto che approvavo la rottura, ma che in questi casi è meglio dire a voce le proprie ragioni piuttosto che scriverle e che è consuetudine di restituire le lettere, i regali e tutto quello insomma che si è ricevuto. In tal modo, fingendo d’essere pienamente d’accordo con lei, l’ho persuasa a concedere un appuntamento a Danceny, e ne abbiamo stabilito lì per lì il come e il quando. Io mi sono presa l’incombenza di far uscire la mamma senza la figlia, e il colloquio decisivo avverrà dunque domani nel pomeriggio. Danceny è già avvisato; ma, per Dio, mi raccomando a voi di persuadermi quel bel pastorello a far meno lo svenevole e d’insegnargli, dal momento che bisogna imbeccarlo di tutto punto, che la vera maniera di vincere gli scrupoli è quella di non lasciar più niente da perdere alla bella scrupolosa.

Del resto, perché questa scena ridicola non abbia più a ripetersi, non ho mancato di sollevare nell’animo della ragazza qualche dubbio sulla discrezione dei confessori; e adesso v’assicuro che paga assai cara la paura che mi ha messa, con quella che ha indosso lei che il confessore vada a spifferare tutto a sua madre. Per poco che riesca ancora a parlarle a modo mio altre due o tre volte, vedrete che non andrà più a raccontare ogni minima sciocchezza al primo venuto.17

Addio, visconte; impadronitevi di Danceny e istradatelo bene. Sarebbe una vergogna per noi che non sapessimo fare quel che ci pare e piace di due ragazzacci come questi. Se troveremo maggiori difficoltà del previsto, per aizzare il nostro zelo pensiamo, voi che si tratta della figlia della signora

Volanges, e io che deve diventare la moglie di Gercourt. Addio.

Parigi, 2 settembre 17

Lettera LII

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

Mi proibite, o signora, di parlarvi d’amore. Ma come troverò il coraggio d’obbedirvi? E così, dominato come sono da un unico pensiero che mi dovrebbe essere dolcissimo e per colpa vostra è invece tanto amaro, avvilito dall’esilio a cui mi avete dannato, non vivendo ormai più che di privazioni e di rimpianti, e in preda a tormenti tanto più dolorosi quanto più mi richiamano alla mente di continuo la vostra indifferenza, dovrei perdere anche l’ultima consolazione che mi rimane?

E qual altra infatti potrei averne all’infuori di questa, d’aprirvi qualche volta l’animo mio che voi mi riempite di ambascia e di turbamenti? Osereste dunque torcere lo sguardo, per non guardare le lacrime che fate spargere, e rifiutare persino l’offerta dei sacrifici che esigete? Non sarebbe infinitamente più bello e più degno, per un’anima buona e pietosa quale voi siete, compiangere un poveretto, disgraziato appunto per causa vostra, piuttosto che infierire contro di lui e aggravare le sue pene con una proibizione ingiustamente rigorosa?

Fingerete d’avere paura dell’amore. Ma non capite d’essere voi sola, proprio voi sola, la ragione di tutti i mali di cui l’accusate? Certo anche l’amore è un tormento, quando la persona che l’ispira si rifiuta poi di condividerlo; ma se un amore reciproco non facesse felici, dove mai gli uomini potrebbero sperare di trovare la felicità? Una tenera amicizia, una soave confidenza (l’unica che non abbia riserve) e le pene addolcite, i piaceri accresciuti, le speranze più lusinghiere, i ricordi più cari, dove cercarli, se non nell’amore? E dovete essere proprio voi a calunniarlo, l’amore, voi che, per godere tutti i beni che elargisce, non avete da fare altra fatica che accettarlo, quando io, per difenderlo, dimentico tutti i miei tormenti?

Ma voi mi costringete anche a difendere me stesso: perché, mentre io consacro la vita ad adorarvi, voi passate la vostra a cercarmi dei difetti. Ed ecco che mi accusate già d’essere leggero e infedele, e abusando a mio danno di qualche mio traviamento (di cui del resto sono stato io stesso a farvi un’aperta e leale confessione) vi prendete il gusto di confondere quel ch’ero allora con quello che sono adesso. Non contenta d’avermi condannato a vivere lontano da voi, aggiungete la crudeltà del sarcasmo a proposito di piaceri, ai quali voi sapete meglio di me quanto mi avete reso insensibile. Non credete né a promesse né a giuramenti; ma mi resta ancora, per fortuna, un mallevadore da offrirvi, che spero sarà insospettabile, dal momento che questo mallevadore siete voi stessa. Interrogate in buona fede la vostra coscienza; e se davvero non credete al mio amore, se dubitate sia pure per un attimo solo d’essere l’unica regina del mio cuore, se non potete stare sicura d’aver fatto vostro per sempre un cuore che finora era, ammettiamolo pure, volubile, ebbene, acconsentirò a espiare il mio fallo, piangerò della vostra sentenza ma l’accetterò senza esitare. Che se invece, rendendo giustizia a entrambi, dovrete convenire con voi stessa che non avete e non avrete mai nessuna rivale, dispensatemi, ve ne supplico, dal combattere delle chimere, lasciatemi almeno il conforto di non vedervi più dubitare d’un sentimento che (vi giuro) non finirà, non potrà finire altro che con la vita. Permettetemi, signora, che io insista nel pretendere una risposta precisa su questo argomento.

A ogni modo, se rinuncio a difendere il mio passato, che tanto mi nuoce presso di voi, non è già perché mi manchino le ragioni. In fondo io ho fatto di tutto per non lasciarmi travolgere dal vortice in cui ero stato gettato. Entrato nel mondo giovane e senza esperienza, passato, per così dire, di

mano in mano a una torma di donne che tutte s’affrettavano a prevenire con la loro facilità una più matura considerazione, che esse presentivano necessariamente sfavorevole, toccava forse a me dare l’esempio d’una resistenza che nessuna di esse mi opponeva? O dovevo forse punire in me un momento d’oblio, quasi sempre provocato ad arte, con una costanza certamente inutile, che per di più sarebbe sembrata ridicola? E quale rimedio è migliore d’una sollecita rottura, per riparare al danno d’una scelta vergognosa?

Ma di questo posso vantarmi, che l’ebbrezza dei sensi, o forse piuttosto il delirio della vanità, non ha mai corrotto il mio cuore. Questo mio cuore, nato per l’amore, l’intrigo ha potuto distrarlo dalla mèta, ma non certo appagarlo. Donne belle e affascinanti ma abiette mi circondavano: ebbene, nessuna ha saputo penetrare mai nell’intimo dell’animo mio. Esse potevano darmi soltanto delle voluttà, mentre io andavo perdutamente cercando le virtù. E così ho potuto io stesso credermi incostante, mentre non ero che insoddisfatto per la mia troppa delicatezza e per la mia troppa sensibilità.

Quando vi ho incontrata, ho finalmente visto chiaro ogni cosa: ho capito che l’incanto dell’amore dipende esclusivamente dalle qualità dell’anima, e che esse sole possono spingerlo a quel culmine che pienamente lo appaga e lo giustifica. Ho capito anche che mi sarebbe stato impossibile non amarvi o amare un’altra donna che non foste voi.

Tale è il cuore a cui voi avete paura d’affidarvi e sulla cui sorte dovete ora deliberare. Ma, qualunque sia il destino che gli riserbate, non potrete cambiar mai i sentimenti ch’esso nutre per voi, inalterabili come le virtù che li hanno generati.

Parigi, 3 settembre 17

Lettera LIII

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Ho visto Danceny, ma non sono riuscito a cavargli di bocca se non una mezza confidenza. Si è ostinato soprattutto a non volermi fare il nome della piccola Volanges, limitandosi a dire che si trattava d’una signorina molto per bene e fin troppo religiosa. All’infuori di questa riserva, mi ha raccontato abbastanza sinceramente la sua avventura e specialmente gli ultimi avvenimenti. Ho cercato di scaldarlo più che ho potuto, scherzando molto sul suo eccesso di delicatezza e di scrupoli; ma pare che ai suoi scrupoli ci tenga molto, e perciò non posso rispondere di lui. Spero del resto di potervene dire qualcosa di più dopodomani, perché domani lo porto con me a Versailles e per strada non farò che sondarlo.

L’appuntamento che ha avuto luogo oggi mi dà qualche speranza: chissà che le cose non siano andate come noi ci auguriamo e che ormai non ci resti altro da fare se non strapparne la confessione e raccoglierne le prove? Questo compito riuscirà a ogni modo più facile a voi, perché la ragazza è più espansiva o più pettegola (che poi in fondo è la stessa cosa) del suo misterioso innamorato. Tuttavia farò anch’io da parte mia tutto ciò che mi e possibile.

Addio, amica mia. Ho molta fretta. Siccome non mi sarà dato di vedervi né questa sera né domani, appena saprete qualche cosa scrivetemi due righe, che troverò al mio ritorno, perché quasi certamente tornerò a dormire a Parigi.

Lettera LIV

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Oh, sì, sì; andate là, che questo Danceny deve avere avuto proprio delle belle cose da raccontarvi! E, se ve le ha raccontate, sono tutte fandonie e millanterie. Non ho visto mai un allocco simile nelle cose d’amore, e mi pento sempre più della benevolenza che abbiamo avuto per lui. E sappiate che sono stata lì lì per rimanere compromessa per causa sua. Bel costrutto davvero che ne ho cavato! Ma mi vendicherò, vi prometto che mi vendicherò.

Quando ieri sono andata a prendere la signora Volanges, questa non voleva più uscire perché si sentiva stanca e un po’ indisposta; e c’è voluta tutta la mia parlantina per smuoverla dal suo proposito. C’è stato un momento che mi sono vista perduta, pensando che Danceny potesse capitare prima della nostra uscita: il che sarebbe stato un guaio serio, tanto più che la signora Volanges il giorno prima gli aveva detto che non sarebbe stata in casa. La figlia e io eravamo proprio sulle spine. Ma finalmente, quando Dio ha voluto, siamo uscite; e la ragazza, nel dirmi addio, mi ha stretto la mano con tanta effusione, che nonostante la sua ostinazione di volere la rottura a ogni costo, ne ho tratto i migliori auspici per la serata.

Ma le disgrazie non erano ancora terminate. Eravamo appena da mezz’ora in casa della signora M., quando la signora Volanges s’è sentita male sul serio, ma male, molto male, e naturalmente voleva tornare a casa sua. Figuratevi il mio animo, perché se avessimo sorpreso (ed era più che probabile) i due ragazzi ancora a colloquio, nessuno avrebbe levato dalla testa della madre che io avessi tenuto mano alla figlia, specie dopo tutte le mie insistenze per farla uscire. Mi sono appigliata allora all’unica salvezza che mi rimaneva, di spaventarla sulle condizioni della sua salute, cosa che per fortuna non è molto difficile con lei; e così sono riuscita a trattenerla ancora per un’ora e mezzo, rifiutandomi di condurla a casa per paura (le dicevo) che il movimento della carrozza aggravasse il suo male. In tal modo siamo rincasate all’ora prestabilita, e, a vedere la faccia della ragazza tutta rossa di vergogna, ho sperato che le mie fatiche non fossero almeno andate sprecate.

Per la smania di sapere subito qualche cosa, sono restata a far compagnia alla signora Volanges, che s’era messa a letto; e dopo aver pranzato accanto al suo letto, l’abbiamo lasciata sola, col pretesto che aveva un gran bisogno di riposo, e siamo passate nell’appartamento della ragazza. Costei, da parte sua, ha fatto quel che me ne ripromettevo: sfumati gli scrupoli, rinnovati i giuramenti d’amore eterno, ecc. ecc. Insomma la poveretta s’è prestata il meglio che ha potuto; ma quell’imbecille di Danceny non è stato capace di fare un passo! Oh, con lui ci si può bisticciare quanto si vuole, che poi, a far la pace, non si corre nessun rischio!

La ragazza veramente mi ha detto che egli cercava di ottenere qualche piccolo vantaggio, ma lei ha saputo difendersi. Sarà, ma non ci credo: forse la poveretta deve aver detto così per scusarlo. Ne ho

quasi le prove. Mi è venuto infatti il capriccio di vedere che razza di difesa è capace di fare questa bambocciona; e, di discorso in discorso, ho saputo (e non sono che una donna, io!) montarle

siffattamente la testa che

alle sorprese dei sensi. Ah, sì, è proprio carina, questa ragazza, e meritava un altro amante! In compenso avrà almeno una buona amica, perché sento di affezionarmi sempre più a lei: ho promesso di insegnarle a vivere e spero di mantenere la mia promessa. Ho sentito più volte la

mancanza di un’amica da ammettere nella mia intimità: ebbene, meglio lei che un’altra. Peccato che

non potrò farne niente di buono, finché non sarà

rancore contro quello sciocco di Danceny che mi fa attendere.

Basta, potete credermi: non c’è nessun’altra donna più suscettibile di lei

come deve essere. Ed è una ragione in più di

Addio, visconte. Non venite a trovarmi domani, a meno che non sia di mattina, perché ho ceduto

alle vive insistenze del mio cavaliere e passeremo la serata nella nostra casetta.

Parigi, 4 settembre 17

Lettera LV

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Avevi ragione tu, mia cara Sofia, e le tue profezie riescono meglio dei tuoi consigli. Danceny, come tu avevi previsto, è stato più forte del confessore, di te, di me, e siamo tornati alle precise condizioni di prima. Non me ne pento; e se tu avrai il coraggio di rimproverarmelo, è perché non sai che piacere si prova ad amare Danceny. Oh, a te costa poco suggerirmi quel che bisogna fare! Ma vorrei che tu provassi che cosa si soffre a vedere addolorata una persona cara, e come invece la sua gioia diventa subito una gioia anche per noi; vorrei che tu sapessi quanto è difficile dire di no quando si vuole dire di sì; e allora, vedi, non ti meraviglieresti più di niente! Sebbene poi io stessa che l’ho provato non so capire ancora com’è andata.

Ti pare possibile, per esempio, che io debba vedere piangere Danceny senza mettermi subito a piangere anch’io? No, no ti giuro che è impossibile. E quando invece egli è contento, ebbene, io sono più contenta di lui. Tu hai un bel dire: le parole non cambiano i fatti, e io sono sicura che andava fatto proprio così!

Ti vorrei vedere al posto mio

Veramente, non vorrei vederti affatto, perché il mio posto non lo

cedo a nessuno; ma vorrei che anche tu amassi qualcuno, e non soltanto perché tu potessi capirmi meglio e sgridarmi un po’ meno, ma anche perché saresti più felice, o, per dir meglio, cominceresti

allora a essere felice.

I nostri divertimenti, i nostri giuochi, le nostre risate non sono che fanciullaggini, e appena sono

passati non ne resta più niente; ma l’amore

che il tuo innamorato è là

quando non lo vedo, non faccio che desiderarlo. Non so spiegare come questo succeda; ma direi che tutto quanto mi piace gli rassomiglia. Quando non è con me, mi sfogo a pensarlo; e, se posso pensarlo a modo io, con tutta l’intensità dell’animo, senza distrazioni, come per esempio quando

sono sola, mi pare d’essere anche allora felice: chiudo gli occhi, e subito me lo vedo dinanzi, subito

mi ricordo le sue parole, tanto che mi pare quasi di sentirgliele ripetere, e allora sospiro, e mi sento

dentro un fuoco, un’agitazione, che non posso star ferma. È come un tormento. Ma questo tormento

mi dà invece una voluttà indicibile.

oh, l’amore!

Una parola, uno sguardo, il solo sapere

Dio mio, come ci fa felici! Quando vedo Danceny, non desidero altro;

Credo che, quando si ama, l’amore si comunichi anche all’amicizia. L’amicizia che ho per te, no, quella non è cambiata, ed è rimasta qual era in convento; ma l’amicizia che provo per la signora Merteuil è diversa, e mi sembra di volerle un bene che s’avvicina più a quello che voglio a Danceny che a quello che voglio a te; e qualche volta, vedi, vorrei quasi che lei fosse lui. Può darsi che questo avvenga perché l’amicizia per la signora Merteuil non è un’amicizia d’infanzia come la

nostra; o forse magari, chissà, a furia di vederli tanto spesso insieme, finisco per scambiarli l’uno con l’altra. Quel che è certo è che tutt’e due mi rendono felice, e in fin dei conti non mi pare di commettere un gran male in ciò che faccio. Vorrei perciò restare come sono, e l’unico cruccio che

ho è il pensiero del matrimonio, perché se Gercourt è come me l’hanno dipinto (e purtroppo

dev’essere così) non so che cosa succederà di me!

Addio, mia Sofia, ti voglio sempre tanto bene.

Parigi, 4 settembre 17

Lettera LVI

La presidentessa Tourvel al visconte di Valmont.

A che può giovarvi, o signore, la risposta che desiderate da me? Che io creda alla sincerità dei vostri sentimenti non è infatti una ragione di più per sfuggirvi? E, senza bisogno di mettere in dubbio di difendere codesti sentimenti, non mi basta forse (e non dovrebbe bastare anche a voi) sapere che non potrò, che non dovrò mai condividerli?

Ammettiamo pure che voi mi amiate svisceratamente: e faccio quest’ipotesi per non dover tornare più su questo argomento. Ebbene? Gli ostacoli che ci dividono rimangono tuttavia ugualmente insormontabili, e a me non resta che augurarvi di poter dimenticare quest’amore, aiutandovi del mio meglio col togliervi senza indugio ogni speranza. Non dite voi stesso che questo sentimento è doloroso quando la persona che lo ispira non lo condivide? E non sapete già che mi è impossibile condividerlo?

Dirò di più: anche se mi capitasse questa disgrazia, ne soffrirei a morte, ma voi non potreste essere neanche allora felice. Spero che mi stimiate abbastanza per non avere su ciò il menomo dubbio. Lasciate dunque, lasciate in pace, vi scongiuro, un cuore che ha bisogno di calma; non mi costringete a rimpiangere il momento che vi ho conosciuto.

Sono amata e rispettata da un marito che a mia volta amo e rispetto. Doveri e gioie sono dunque un’unica cosa per me. Sono felice. E come potrei non esserlo? Se esistono piaceri più vivi, non li desidero, non li voglio neppure conoscere. E qual piacere potrebbe essere più dolce dell’essere in pace con la propria coscienza, di vivere i propri giorni sereni, d’addormentarsi la sera senza preoccupazioni e di svegliarsi al mattino senza rimorsi? La vostra pretesa felicità invece non è altro che un tumulto di sensi e tempesta di passioni: uno spettacolo che spaventa già solo a guardarlo dalla riva, rimanendo al sicuro; perché dovrei affrontare questa burrasca e imbarcarmi in un mare tutto coperto dai miseri avanzi di mine e mille naufragi? E con chi, poi?

Ah, no, signore! Io, per me, resto a terra. Troppo cari sono i nodi che mi ci trattengono; e quando anche potessi scioglierli, non vorrei; e se non li volessi, mi affetterei ad assicurarmeli.

Ma perché dunque vi siete attaccato ai miei panni, e vi ostinate a non lasciarmi in pace? Le vostre lettere dovevano essere rare, e invece si susseguono frequentissime; dovevano essere assennate, e non fanno che parlare del vostro folle amore. Ora che non potete più starmi attorno di persona, mi assediate con le vostre idee fisse. Vi caccio da una parte, e mi rispuntate fuori dall’altra. Vi prego di non parlarmi più di certe cose, e voi me le ripetete sotto altra forma. Sfuggite alla logica dei miei ragionamenti, e vi divertite a mettermi in imbarazzo coi vostri sofismi. No, no, bisogna proprio che non vi risponda più. Non vi risponderò più.

E come parlate poi delle povere donne che avete sedotto! Con quanto disprezzo le trattate! Poniamo pure che qualcuna lo meriti. Ma le altre? Possibile che siano tutte così spregevoli? Certo avete ragione di crederle indegne, avendo esse tradito i loro doveri per abbandonarsi a un amore colpevole: da quel momento hanno perduto ogni cosa e persino la stima di colui al quale hanno sacrificato tutto: giusta punizione, non c’è che dire; ma, solo a pensarci, mi sento i brividi addosso. Senonché, in fin dei conti, che me ne importa? Perché dovrei interessarmi di esse e di voi? E con che diritto venite voi a turbare la mia quiete? Lasciatemi, non vi fate più vedere da me, non mi scrivete più, ve ne scongiuro, lo esigo. Questa è l’ultima lettera che riceverete da me.

Dal castello di

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5 settembre 17

Lettera LVII

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Ho avuto la vostra lettera ieri sera appena tornato, e non potete immaginare quanto ho riso a vedervi tanto irritata. Vi arrovellate come se Danceny avesse fatto un torto a voi. E scommetto che è proprio per spirito di vendetta che gli state adesso corrompendo l’amante, avvezzandola a fargli qualche piccola infedeltà con voi. Ah, siete davvero un cattivo soggetto! Ma siete anche una creatura incantevole, e non mi meraviglio affatto che chi ha potuto resistere a Danceny non sappia invece resistere a voi.

Danceny, oh, posso vantarmi adesso di conoscerlo a menadito, questo bell’eroe da romanzo! Non ha più segreti per me. A furia di ripetergli che l’amore onesto e puro è il più gran bene che ci sia al mondo, che un amore sentimentale vale più di dieci amorazzi, che anch’io in questo momento mi sentivo innamorato e timido, lo sciocchino ha finito per trovare tale segreta affinità di sentimenti tra me e lui, che, tutto entusiasmato dal mio candore, mi ha raccontato ogni cosa per filo e per segno. giurandomi un’amicizia intrinseca e sviscerata.

Disgraziatamente tutto ciò giova poco finora alla nostra impresa.

Anzitutto m’è sembrato di capire che, secondo il suo modo di vedere, una signorina merita assai più riguardi d’una signora come quella che ha da perdere di più. Ai suoi occhi niente può giustificare un uomo che metta una ragazza nella necessità di sposarlo o di essere disonorata per sempre, specialmente se la ragazza è più ricca di lui, come è il caso suo. La fiducia della madre, l’ingenuità della figlia lo intimidiscono, lo trattengono. Ora il difficile non è combattere questi suoi ragionamenti, sebbene esatti e giustissimi, perché con un po’ d’abilità, aiutando la sua passione, mi sentirei capace di confutarli vittoriosamente, tanto più che prestano il fianco al ridicolo e che avrei a ogni modo in mio favore l’autorità dell’uso mondano; ma come far presa sull’animo suo, dal momento che egli è contento così com’è? In verità, se il primo amore è sempre, in genere, più casto e più puro, e in ogni caso procede più lentamente, e non è già, come si crede, per delicatezza o timidità, ma perché il cuore, stupito da quel sentimento nuovo e sconosciuto, si ferma e s’indugia a ogni passo per meglio gustarne le dolcissime voluttà, le quali hanno tanto maggior fascino su un cuore inesperto, da fargli dimenticare ogni altro piacere. Tant’è vero che persino un libertino, se s’innamora (ammesso che un libertino possa innamorarsi), da quel momento sente, anche lui, meno fretta di godere; e insomma tra il modo di comportarsi di Danceny verso la signorina Volanges e il mio, verso la signora Tourvel, la differenza è solo di quantità, cioè dal più al meno.

Per riscaldare un po’ il nostro giovanotto ci sarebbero voluti più ostacoli di quelli che in realtà ci sono stati, e soprattutto più mistero, perché il mistero ci fa audaci. Forse voi, assecondandolo così bene, avete nociuto più che giovato alla nostra causa. Il vostro metodo sarebbe ottimo per un uomo sperimentato che si fosse voluto soltanto levare un capriccio; ma avreste dovuto prevedere che, per un giovane innamorato e onesto, i favori d’una donna contano appena come prove d’amore, e che perciò, quanto più egli avrà la sicurezza d’essere amato, tanto meno sarà intraprendente.

E adesso che fare?

Non lo so; ma, se ve l’ho da dire, io non spero più che la ragazza possa essere manomessa prima del matrimonio, e noi ci rimetteremo i nostri sforzi. Mi dispiace, ma non ci vedo rimedio.

Senonché, mentre io sto qui perdendo il tempo con queste bazzecole, voi ve la spassate col vostro cavaliere. Ciò mi fa ricordare che mi avevate promesso di essergli una volta infedele con me; me ne avete rilasciato promessa scritta, una specie di cambiale, e non vorrei che diventasse un pezzo di cartastraccia. È vero che ancora non è arrivata la data della scadenza, ma, volendo esser generosa, dovreste pagarmela prima del termine, e io vi prometto, da parte mia, che vi computerò gli interessi. Che ne dite, amica mia? Non siete ancora stanca della vostra costanza? O il cavaliere è dunque proprio un prodigio? Oh, lasciate fare a me, e mi dovrete confessare che, se avete trovato in lui qualche cosa di buono, è perché mi avete dimenticato.

Addio, mia bella amica, vi bacio con tutto l’ardore del mio desiderio, e sfido il cavaliere ad averne di più.

Parigi, 5 settembre 17

Lettera LVIII

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

Ma che vi ho fatto dunque di male, o signora, da rimproverarmi tanto, da montare così su tutte le furie contro di me? Un affetto vivissimo eppure rispettoso, una cieca obbedienza a tutti i vostri voleri: ecco in poche parole la storia dei miei sentimenti e del mio contegno verso di voi. Accasciato dagli strazi d’un amore infelice, non avevo altra consolazione che vedervi; ma, quando avete voluto che mi privassi anche di questo, ebbene, ho obbedito senza un lamento. Quale magro compenso del mio grave sacrificio mi avete permesso di scrivervi, ed ecco che oggi volete levarmi anche quest’ultimo conforto. Potrei lasciarmelo carpire, senza almeno difenderlo? No, certo, poiché è carissimo al mio cuore, è il solo che mi resti e l’ho avuto da voi.

Mi dite che le mie lettere sono troppo frequenti. Ma pensate che in dieci giorni di duro esilio non c’è stato un minuto che non abbia pensato a voi, eppure da me avete ricevuto due lettere appena. Ma in esse non faccio che scrivervi del mio amore. E come potrei non scrivere quello che penso? Il massimo sforzo che ho potuto fare è stato di smorzare il tono parlandovene, sicché voi, della mia passione, avete visto appena quel tanto che non mi è stato possibile nascondervi. Infine mi minacciate persino di non rispondermi più; e così, non contenta di trattare con feroce rigore l’uomo che vi preferisce a tutte le altre e vi rispetta anche più che non vi ami, volete schiacciarlo col disprezzo.

Ma perché poi tanto spreco di minacce e di furore? Che bisogno ne avete? Non sapete già, con certezza assoluta, che io vi obbedisco anche quando i vostri ordini sono ingiusti? Non vi ho già dato le prove che non so oppormi a nessuno dei vostri desideri? E volete dunque abusare proprio a questo modo del potere che esercitate sull’animo mio? Dopo avermi fatto infelice, dopo essere stata ingiusta con me, potete godere davvero di quella tranquillità che, come mi dite, vi è tanto necessaria? Non c’è pericolo che qualche volta possiate pensare: “Egli mi aveva lasciata padrona assoluta del suo destino, e io l’ho voluto rovinare; implorare il mio aiuto, e io l’ho guardato senza pietà”? E sapete almeno fin dove può arrivare la mia disperazione? Oh, no, non lo sapete! Perché, per avere un’esatta nozione dei miei mali, bisognerebbe sapere quanto vi amo, e voi non conoscete abbastanza il mio cuore.

Vediamo: a che cosa mi sacrificate? A paure immaginarie. E chi mai v’ispira codeste paure? Un uomo, nientemeno, sul quale avete e avrete sempre un potere assoluto. E come dunque potete temere un sentimento che voi potrete sempre dirigere dispoticamente secondo la vostra volontà?

Credete a me: la vostra fantasia crea dei mostri, e voi poi attribuite all’amore lo spavento che ne provate. Abbiate un po’ più di fiducia, e i fantasmi spariranno. Un uomo dotto ha scritto che per dissipare la paura basta quasi sempre approfondirne le cause; questa massima è vera soprattutto in amore. Amate, e le vostre paure svaniranno; e al posto delle ombre che v’incutono tanto spavento, troverete un sentimento delizioso, un amante tenerissimo e sempre ligio ai vostri cenni, che vi farà trascorrere giorni felici e vi farà rimpiangere di averne perduti tanti nell’indifferenza.

Io stesso, da quando, ravvedutomi dei miei errori, vivo soltanto per l’amore, rimpiango il tempo che credevo d’aver passato in mezzo ai piaceri, e sento che voi sola potete ormai rendermi veramente felice. Vi prego perciò di non turbarmi più d’ora innanzi il piacere che provo nello scrivervi col timore di dispiacervi. Non voglio disobbedirvi, ma mi butto ai vostri piedi per implorare da voi quella felicità che volete rapirmi, l’unica che mi avete lasciata. Non vi commovete? Vi domando pietà: ascoltate le mie preghiere, guardate le mie lacrime. E potrete, signora mia, dirmi ancora di no?

Parigi, 7 settembre 17

Lettera LIX

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Sapete dirmi che cosa significano i vaneggiamenti di Danceny nella lettera qui acclusa? Che gli è successo? Che cos’è che ha perduto? La sua bella s’è forse seccata del suo eterno rispetto? Non avrebbe torto, e alle volte ci secchiamo per molto meno. Ma che dovrò dirgli stasera, nel colloquio che mi ha chiesto e che io a ogni buon conto gli ho già concesso? Badate che, se il colloquio non serve ai nostri fini, non intendo menomamente perdere il tempo coi suoi piagnistei. Le lamentele amorose si ascoltano volentieri soltanto quando sono cantate in musica, nei recitativi obbligati o nelle ariette. Informatemi dunque di che si tratta e ditemi quel che debbo fare, o se no cercherò di svignarmela per sottrarmi alla noia che già prevedo. Potrò vedervi stanotte? Se siete impegnata , scrivetemi almeno due righe e suggeritemi le battute della mia parte.

Dove siete stata ieri, che non sono riuscito a trovarvi? Non metteva conto davvero, per così poco, di farmi rimanere a Parigi nel mese di settembre. A ogni modo sbrigatevi a prendere una risoluzione, perché ho ricevuto un invito molto insistente dalla contessa B. che vorrebbe che andassi a trovarla in campagna, dove suo marito “ha un boschetto” come mi scrive lei argutamente “che è il più bel boschetto del mondo e che il marito tiene a disposizione degli amici”. Voi sapete che su quel boschetto ho anch’io qualche diritto e perciò andrò a farvi una ricognizione, se qui non posso essere utile in niente.

Addio, pensate che Danceny sarà da me verso le quattro.

Parigi, 8 settembre 17

Lettera LX

Il cavalier Danceny al visconte di Valmont.

(Inclusa nella precedente)

Signore, sono in preda alla più viva disperazione. Ho perduto ogni cosa. Non oso affidare alla carta il segreto del mio dolore; ma ho bisogno di sfogarmi con un amico fedele e sicuro. Anche ora potrei vedervi, per aver da voi consolazione e consigli? Pensate che ero tanto felice il giorno che vi ho

aperto l’animo mio! E adesso invece

io è appena la menoma parte del mio strazio: l’ansia sulla sorte d’una persona molto cara, ecco ciò

che non posso assolutamente sopportare. Voi, più fortunato di me, potreste, volendo, vederla, e la vostra amicizia non vorrà certo rifiutarmi questo favore, per il quale però ho bisogno di parlarvi per mettervi al corrente d’ogni cosa. Avete voi compassione di me? Mi darete il vostro aiuto? Io non ho più speranza se non in voi, che avete delicato sentire e conoscete per esperienza l’amore. Voi siete il solo a cui possa confidarmi: non mi rifiutate il vostro soccorso.

qual differenza! Tutto è finito per me. Eppure quel che soffro

Addio. L’unico conforto che provo tra tanti dolori è di sapere che mi rimane almeno un amico come voi. Fatemi sapere, per carità, a che ora potrò vedervi; e, se non potete in mattinata, desidererei che fosse però nelle prime ore del pomeriggio.

Parigi, 8 settembre 17

Lettera LXI

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

Mia cara Sofia, compiangi la tua Cecilia, la tua povera Cecilia, che è ben sfortunata! La mamma sa tutto. Non riesco a capire ancora come abbia potuto saperlo, ma purtroppo questo è certo, che ha scoperto ogni cosa.

M’era parso infatti che iersera la mamma avesse un po’ di malumore; ma ci avevo appena fatto caso, e anzi, mentre ella se ne stava giocando la sua solita partita a carte, io m’ero divertita tanto a chiacchierare con la signora Merteuil che era stata a pranzo da noi, e avevamo parlato a lungo di Danceny. Non credo ch’ella abbia potuto sentirci. Dopo, la signora Merteuil se n’è andata via, e io

mi sono ritirata in camera. Stavo appunto spogliandomi, quando la mamma è entrata e, dopo aver

ordinato alla cameriera di lasciarci sole, mi ha chiesto la chiave della mia scrivania, con un tono tale

di

voce che io mi sono messa a tremare forte, da non potermi quasi più reggere in piedi. Ho fatto per

un

po’ le viste di non riuscire a trovarla, ma alla fine ho dovuto obbedire. E allora ella ha aperto

direttamente, per primo, senza sbagliare, proprio il cassetto dove erano nascoste le lettere di Danceny.

Ero così confusa, che, quando mi ha domandato che roba era quella, ho saputo rispondere soltanto:

«Non è niente»; ma, nel vedere poi che si metteva a leggerle, mi sono sentita tanto e tanto male da

far appena in tempo a gettarmi sulla poltrona, e subito sono svenuta. Quando ho ripreso conoscenza,

la mamma, che aveva intanto chiamato la cameriera, è uscita, dicendomi d’andare pure a letto.

Aveva portato con sé tutte le lettere di Danceny. Come puoi immaginare, non ho fatto che piangere tutta la notte, e ora tremo al pensiero che dovrò ricomparire dinanzi a lei.

Ti scrivo che è appena l’alba, con la speranza che possa arrivare la Giuseppina; e, se mi riesce di parlarle a quattr’occhi, vorrei pregarla di recapitare alla signora Merteuil un biglietto che le scriverò adesso; altrimenti lo metterò dentro la tua lettera, e tu mi farai il favore di mandarglielo come se fosse tuo.

Solo lei mi può dare qualche conforto, e almeno mi sfogherò a parlare di lui che non spero di rivedere mai più. Ah, come sono disgraziata! Forse anche, chissà, la mia buona amica vorrà farmi il favore di portare una mia lettera a Danceny, che non oserei mai affidare alla Giuseppina, e tanto

meno alla mia cameriera, la quale magari sarà stata lei a dire alla mamma che custodivo le lettere nella scrivania.

Non ti scriverò più a lungo, per aver il tempo di scrivere alla signora Merteuil e anche al povero Danceny, per avere così pronta la lettera nel caso ch’ella voglia pigliarsi l’incarico di recapitarla.

E poi mi coricherò di nuovo, perché la cameriera abbia a trovarmi a letto quando entrerà nella mia camera. In tal modo dirò che mi sento male ed eviterò di presentarmi alla mamma. Dopo tutto, non dirò neanche una bugia, perché soffro più che se avessi la febbre. A forza di piangere, mi bruciano gli occhi e ho un gran peso sullo stomaco che m’impedisce di respirare. Ma se penso che non rivedrò più Danceny, vorrei piuttosto essere morta.

Addio, cara Sofia; non posso dirti di più, perché le lacrime mi soffocano.18

Parigi, 7 settembre 17

Lettera LXII

La signora Volanges al cavalier Danceny.

Signore, dopo aver abusato della fiducia d’una madre e dell’innocenza d’una ragazza, non sarete certo meravigliato di non essere più ricevuto in una casa dove avete corrisposto così malamente alle prove della più sincera amicizia. Preferisco pregarvi di non mettere più piede a casa mia, piuttosto che dare in portineria ordini che ci comprometterebbero entrambi per gli immancabili pettegolezzi della servitù. Ho il diritto di credere che non mi costringerete a ricorrere a tale estremo espediente. Vi avverto che, se in seguito farete il minimo passo per sconvolgere e turbare ancora l’animo di mia figlia, come avete fatto finora, un ritiro austero ed eterno la sottrarrà alle vostre persecuzioni. Tocca a voi di vedere se avrete il coraggio di renderla infelice per sempre, come avete avuto quello di disonorarla. In quanto a me sono ormai incrollabile in questa risoluzione, e mia figlia è stata messa sull’avviso.

Vi unisco il pacco delle lettere, e attendo da voi in cambio tutte quelle lettere che avete ricevuto da mia figlia, sicura che non vorrete lasciare alcuna traccia di un’azione il cui ricordo sarà sempre occasione d’indignazione per me, di vergogna per lei, e di rimorsi per voi.

Ho l’onore d’essere ecc.

Parigi, 7 settembre 17

Lettera LXIII

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Sicuro, che vi darò la spiegazione della disperata lettera di Danceny! L’avvenimento che gliel’ha fatta scrivere è opera mia, anzi il mio capolavoro. Appena ricevuta la vostra ultima lettera, non ho perduto tempo, e, come quell’architetto ateniese, ho esclamato anch’io: «Io farò ciò che altri ha detto!».

Ah, dunque, per questo bell’eroe di romanzo ci vogliono degli ostacoli, perché non abbia ad

addormentarsi negli ozi della felicità? Lascia fare a me, che gli darò io del filo da torcere! O mi sbaglio di grosso, o il poveretto non potrà d’ora innanzi dormire più tra due guanciali. Bisogna dunque fargli capire il valore del tempo? Vedrete che adesso rimpiangerà, oh, se rimpiangerà tutto quello perduto! Gli occorreva, dicevate voi, un po’ più di mistero? Vedrete che ormai non potrà più lamentarsi che gli manchi anche quello.

Io ho questo di buono, che, appena mi si fa intendere così a mezz’aria d’aver commesso uno sbaglio, non ho pace finché non vi ho messo riparo.

Ma sentite dunque come sono andate le cose.

Appena rientrata a casa, ieri l’altro mattina, ho letto la vostra lettera e m’è sembrata davvero luminosa. Persuasa che avevate messo proprio il dito sulla piaga, mi sono fatta subito in quattro per escogitare un rimedio. Tuttavia, per prima cosa, mi sono coricata, perché l’instancabile cavaliere non mi aveva lasciata dormire un minuto in tutta la notte, e cascavo dal sonno. Niente affatto: il pensiero così fisso in Danceny e il desiderio cocente di cavarlo fuori dalla sua indolenza, o se no di punirlo, non mi hanno fatto chiudere occhio, finché non ho combinato un bel piano. Solo allora, finalmente, ho potuto riposare un paio d’ore.

Sono andata la sera stessa a trovare la signora Volanges, e, mettendo in esecuzione subito il mio progetto, le ho confidato che, secondo me, ci doveva essere una relazione amorosa tra Danceny e sua figlia. Ebbene, lo credereste? Questa donna, così chiaroveggente quando si tratta di voi, era cieca affatto sulla figlia e ha cominciato col dirmi che la cosa non poteva essere, che io m’ingannavo, che sua figlia era ancora bambina, ecc. ecc. Non potevo dirle, naturalmente, tutto ciò che sapevo, ma le ho citato certi sguardi e certi discorsi, per i quali la mia virtù e la mia amicizia non erano punto tranquille. Insomma le ho parlato come una beghina; e alla fine, per darle il colpo di grazia, le ho detto che m’era parso d’aver visto dare e ricevere una lettera. «Anzi ciò» ho soggiunto «mi ricorda che un giorno Cecilia ha aperto, in mia presenza, un cassetto della sua scrivania; nel quale ho intravisto molte carte ben custodite. Sapete se per caso abbia qualche amica che le scrive spesso?» A questo punto la signora Volanges ha cambiato colore, e sugli occhi le sono spuntate le lacrime. «Vi ringrazio, amica mia» mi ha detto, stringendomi forte la mano «cercherò di mettere in chiaro ogni cosa.»

Dopo questa conversazione, che è stata brevissima e non poteva perciò destare nessun sospetto, mi sono avvicinata alla ragazza, che ho lasciata però subito dopo, per raccomandare alla madre di non compromettermi con la figlia, la qual cosa mi ha promesso più che volentieri, anche perché le ho fatto osservare che sarebbe stato molto utile che la ragazza avesse in me piena confidenza e mi aprisse tutto il cuore per darmi agio d’offrirle i miei savi consigli. Ma ciò che più di ogni altra cosa mi fa star tranquilla sulla promessa è che essa non vorrà certamente lasciarsi sfuggire l’occasione di farsi bella con la figlia della sua sagacia. E così sono stata autorizzata a trattare la ragazza col tono amichevole di prima, senza sembrar ipocrita agli occhi della signora Volanges, cosa che volevo a tutti i costi evitare. Ci ho guadagnato anche questo, di potermi in seguito trattenere segretamente e a lungo quanto vorrò con la figlia, senza che la madre abbia ad adombrarsene.

Di questo vantaggio anzi ho voluto approfittare subito la sera stessa, e infatti, appena terminata la partita a carte, ho tirato la figlia in disparte, intavolando con lei un discorso su Danceny, che è come grattare il corpo alla cicala. Oh, quanto mi sono divertita a scaldarle la testa, raffigurandole la gioia che avrebbe avuto il giorno dopo a rivederlo! E quante mai sciocchezze le ho cavato di bocca! Che volete? Non vi pare che io fossi obbligata a restituirle in speranze tutto ciò che le avevo tolto, poverina, nella realtà? E poi tali rosee illusioni le avranno reso più terribile il colpo, ed è appunto quello che io volevo: perché più soffrirà e più sarà smaniosa di rifarsi alla prima occasione.

Del resto non è giusto, dopo tutto, che chi è destinato alle grandi avventure cominci ad abituarsi di buon’ora alle grandi scosse? Non è giusto che paghi con qualche lacrima il piacere di godersi il suo Danceny? Oh, ne va proprio pazza, la povera figliuola! Ebbene, l’avrà, le prometto che l’avrà, e più presto che non l’avrebbe avuto senza questa burrasca. Si tratta d’un brutto sogno, a cui seguirà un dolcissimo risveglio. E, tutto considerato, mi pare che dovrebbe essermene grata. Ma mettiamo pure che io l’abbia fatto con un pizzico di malignità. E che, perciò? Bisogna anche spassarsela qualche volta in questo basso mondo, e gli sciocchi sono stati creati apposta per il nostro spasso.19

Insomma, sono uscita di lì molto soddisfatta dell’opera mia. O Danceny mi dicevo - aizzato dagli ostacoli raddoppierà di zelo, e allora lo servirò di tutto punto; o è davvero un imbecille calzato e vestito, come a volte sono tentata di credere, e allora, avvilito e abbattuto, si darà per perso. Ma, in quest’ultimo caso, mi sarò almeno vendicata di lui per quanto sta in me, e nel tempo stesso avrò guadagnato una maggiore stima della madre, una più intima amicizia con la figlia e una maggiore confidenza di tutt’e due.

Quanto a Gercourt, che è in cima di tutti i miei pensieri, dovrei essere proprio ben disgraziata o maldestra se, padrona come sono e sarò sempre dell’animo di sua moglie, non riuscissi a trovare mille maniere di farne quel che voglio.

Addormentandomi con questi soavi pensieri, ho dormito tutto d’un fiato, e mi sono risvegliata assai tardi. Al risveglio ho trovato due lettere, una della madre e una della figlia, e non ho potuto trattenermi dal ridere leggendo in tutt’e due la stessa stessissima frase: “Solo voi potete darmi qualche conforto”. E non è infatti ridicolo dover consolare a dritta e a manca, essere il factotum di due parti tra loro in contrasto? Eccomi dunque simile a Dio che riceve le suppliche contraddittorie dei ciechi mortali, e non cambia tuttavia per questo i suoi decreti immutabili. Eppure ho lasciato questa parte, tanto solenne e augusta, per assumermi quella d’angelo consolatore; e sono andata, secondo il precetto evangelico, a visitare i miei amici nella loro afflizione.

Ho cominciato dalla madre, la quale era così accasciata che voi potete considerarvi quasi vendicato ormai delle resistenze che vi ha fatto sopportare da parte della vostra bella schifiltosa. Tutto è andato a gonfie vele. C’era una cosa sola che temevo, cioè che la signora Volanges sapesse approfittare di questo momento d’ambascia per cattivarsi la confidenza della figlia, come sarebbe stato facile sol che avesse impiegato con lei le maniere dolci e amichevoli, dando ai consigli della ragione l’aria e il tono della benevolenza indulgente. Per fortuna ella s’è invece ammantata di severità e ha condotto ogni cosa così maledettamente male che io non ho potuto che compiacermene. Veramente era stata lì lì per sconcertare tutti i nostri piani con l’idea che le era venuta di chiudere un’altra volta la figlia in convento; ma io ho saputo parare il colpo e ottenere da lei di limitarsi per ora a minacciare il provvedimento soltanto nel caso che Danceny continuasse a molestare a ragazza; e questo l’ho fatto per costringere tutt’e due gli innamorati a una maggiore circospezione, che anch’io credo utilissima ai nostri fini.

Dopodiché, sono passata a visitare la figlia. Non potete immaginare quanto il dolore conferisca alla sua bellezza. Oh, state pur certo che, appena si sarà fatta un po’ più civettina, piangerà spesso, la ragazza! Per questa volta intanto piangeva senza malizia. E tanto mi piaceva in quel grazioso atteggiamento che non le avevo mai veduto finora e volevo perciò rimirare a mio agio, da farmele dare da principio soltanto qualche magrissima consolazione, di quelle che invece d’addolcire le pene le inaspriscono, portandola così a un tale parossismo di dolore da farla restare addirittura senza fiato. Non piangeva più, ora, la poverina, e per un momento ho avuto paura che le venissero le convulsioni. Le ho consigliato di mettersi a letto, ed essa infatti mi ha obbedito: io stessa le ho fatto da cameriera, e siccome non s’era ancora neppure pettinata, e i suoi capelli, appena tocchi, le si sono sciolti tutti giù per le spalle e sul seno che era nudo, non ho potuto più trattenermi e l’ho abbracciata. Ella allora mi si è abbandonata tutta tra le braccia, e subito le lacrime hanno

ricominciato a sgorgarle senza sforzo. Dio mio, quant’era mai bella! Ah, se Maddalena era fatta così, doveva essere molto più pericolosa da penitente che da peccatrice!

Quando ho veduto coricata la mia bella afflitta, mi sono messa finalmente a consolarla sul serio. L’ho rassicurata anzitutto sulla paura del convento, le ho fatto balenare la speranza di poter rivedere Danceny di nascosto, e, sedendomi sulla sponda del letto, ho esclamato: «Ah, se fosse qui, adesso!»; poi, ricamando su questo tema, l’ho portata, di distrazione in distrazione, a non ricordarsi più d’essere afflitta. E ci saremmo separate contentissime l’una dall’altra, se non avesse voluto incaricarmi di portare una lettera a Danceny, cosa che mi sono ostinatamente rifiutata di fare per le ragioni seguenti, che saranno indubbiamente approvate da voi.

In primo luogo perché mi sarei compromessa irremissibilmente agli occhi di Danceny, e questa anzi è stata l’unica ragione che ho potuto addurre alla ragazza. Ma ve ne sono tante e tante altre, che posso confessare solo a voi. Offrire così subito ai nostri due innamorati un mezzo tanto facile di mitigare le loro pene, non era infatti un voler mettere a repentaglio l’opera mia? E poi non mi dispiacerebbe affatto di vederli ricorrere in questa faccenda ai servigi di qualche domestico, perché insomma, se la cosa andrà bene, come spero, bisognerà trovare anche il modo di farla sapere, appena avvenuto il matrimonio, e per divulgare una cosa simile non c’è mezzo più sicuro dei servi; e se anche costoro, per uno strano miracolo, non volessero parlare, parleremmo noi e ci sarebbe comodo far ricadere su di loro la colpa dell’indiscrezione. Sarà bene dunque che voi suggeriate oggi quest’idea a Danceny; e poiché non ho troppa fiducia nella cameriera della ragazza, e anche lei del resto ne diffida, indicategli la mia fedele Vittorina. Sarà mia cura di far sì che l’approccio abbia buon esito Questa soluzione mi garba più d’ogni altra, anche perché, come sentirete (oh, non ho finito ancora di vuotare il sacco!) gioverà più a noi che a loro.

Mentre dunque mi destreggiavo per ricusare di portare la lettera della ragazza, avevo un gran batticuore che mi venisse fuori da un momento all’altro con la proposta (che non avrei potuto rifiutare) d’imbucarle la lettera alla posta. Per fortuna, o che non lo sapesse, o che fosse troppo turbata per ricordarsene, o magari anche perché più che alla missiva teneva alla risposta di lui che in questo modo non avrebbe potuto avere, fatto sta che non me ne ha parlato. Io allora, per evitare che tale idea potesse venirle in seguito, o almeno per fare in modo che non se ne potesse servire, ho preso la mia brava risoluzione, e, tornando dalla madre, l’ho persuasa ad allontanare per qualche tempo la figlia mandandola in campagna. E indovinate un po’ dove? Come? Il cuore non vi batte di gioia? Sì, proprio da vostra zia, dalla signora Rosemonde, che oggi stesso sarà avvertita dell’arrivo. Così voi potrete tornare a fare compagnia alla vostra bella divota, a cui non varrà più come scusa lo scandalo del trovarsi da sola a solo con voi; e così la signora Volanges, grazie alle mie arti, riparerà da sé il torto che vi ha fatto.

Però, datemi retta, non vi buttate a corpo morto nel vostro affare, trascurando questo che mi sta tanto a cuore. Pensate che io voglio far di voi il consigliere e l’ambasciatore dei due innamorati. Avvertite intanto Danceny di questo viaggio e offritegli i vostri servigi. L’unica difficoltà potrebbe essere quella di far pervenire tra le mani della ragazza una lettera che vi accrediti: le vostre credenziali insomma; ma la supererete facilmente suggerendogli di servirsi della mia cameriera. Egli accetterà certo il vostro suggerimento, e voi, in premio delle vostre fatiche, avrete la piena confidenza d’un cuore vergine e puro, che è una cosa da non prendersi a gabbo. Povera piccola, come arrossirà nell’affidarvi la sua prima lettera! Questa parte del confidente, contro cui ci sono tante e tante prevenzioni, mi pare invece un magnifico passatempo per riposarsi delle altre faccende: e voi vi troverete appunto in questo caso.

Dal vostro zelo dipenderà insomma lo scioglimento di questo intrigo. Tocca a voi giudicare quando

sarà il momento opportuno di riunire tutti gli attori. La campagna offre mille occasioni, e Danceny

sarà certamente pronto a correre a un vostro cenno. Una notte

Un travestimento

Una finestra

Che so io? Ma, se la ragazza dovesse tornare dalla campagna tal quale è partita, la colpa sarebbe tutta vostra. Se vi sembrerà ch’ella abbia bisogno di qualche spinta da parte mia, fatemelo sapere. Le ho dato una tale lezione ormai, alla scioccona, sui pericoli di conservare le lettere, che posso permettermi anche di scriverle, adesso; e ho sempre in animo di farne la mia amica e scolara.

Ho dimenticato di dirvi che i sospetti della ragazza circa la scoperta della sua corrispondenza in un primo momento s’erano posati sulla cameriera, ma io li ho stornati sul confessore. E un prendere due piccioni con una sola fava.

Addio, visconte; sono ore e ore che vi sto scrivendo, con enorme ritardo della mia colazione; ma questa lettera me l’hanno dettata l’amor proprio e l’amicizia, e tanto l’uno che l’altra sono due sentimenti un po’ chiacchierini. Del resto essa vi arriverà alle tre, ed è quanto basta.

E adesso lamentatevi di me, se ne avete il coraggio, e andate pure a rivedere, se ve ne rimane la voglia, l’ameno boschetto del conte B. Voi dite che lo tiene a disposizione degli amici: si vede allora che il signor conte è amico di tutti. Orsù, addio sul serio, questa volta, perché ho tanta fame.

Parigi, 9 settembre 17

Lettera LXIV

Il cavalier Danceny alla signora Volanges.

(Brutta copia allegata alla lettera LXVI del visconte alla marchesa)

Signora, non cerco di giustificare la mia condotta, né mi lamento della vostra; ma non posso fare a meno di dolermi d’un avvenimento che rende infelici tre persone, degne tutt’e tre di sorte migliore. E più mi dolgo d’esserne stato io la causa che d’esserne vittima; tanto che, avendo tentato più volte, da ieri, di rispondervi, non ne ho trovata la forza. Eppure ho tante cose da dire che bisogna pure che faccia uno sforzo su me stesso; e, se ne verrà fuori una lettera scompigliata e confusa, voi pensando quanto debba essere dolorosa la mia situazione, mi vorrete accordare qualche indulgenza.

Consentitemi anzitutto di protestare contro la prima frase della vostra lettera. Io non ho mai abusato, posso dirlo a fronte alta, né della vostra fiducia né dell’innocenza della signorina Volanges; anzi ho rispettato sempre e l’una e l’altra in ogni mia azione. Perché solo le mie azioni dipendevano da me. Che se voi voleste rendermi responsabile d’un sentimento involontario, non avrei nessun timore di dirvi che quello ispiratomi dalla signorina vostra figlia potrà forse dispiacervi, ma non certo offendervi. Su questo punto, a cui tengo molto più di quel che posso esprimere, mi rimetto interamente al vostro giudizio e alla testimonianza delle mie lettere.

Voi mi proibite d’ora innanzi di mettere piede a casa vostra, e io non posso che sottomettermi senza fiatare a tutto ciò che vi piacerà comandarmi a tal proposito; ma vi faccio notare che la mia assenza improvvisa e totale non potrà non provocare quei pettegolezzi che volete evitare, peggio ancora degli ordini che per la stessa ragione non avete creduto di dover dare in portineria. Mi permetto d’insistere su tale argomento, poiché riguarda non tanto me, quanto la signorina Volanges; e vi supplico perciò di ponderare bene ogni cosa e d’impedire che la severità faccia torto alla vostra prudenza. Nella persuasione che soltanto l’interesse della signorina vostra figlia vi guiderà nella vostra risoluzione, aspetterò dunque da voi nuovi ordini.

Qualora mi permetteste di venire di quando in quando a presentarvi i miei omaggi, m’impegno, o signora, e voi potete contare sulla mia parola, di non abusare affatto di tali occasioni né per cercar di

parlare segretamente con la signorina, né per darle nessuna lettera. Il timore di compromettere la sua riputazione, e non altro, mi spinge a far questo sacrificio, che mi sarà assai compensato dalla felicità di poterla vedere qualche volta.

Questa mia promessa è anche la sola risposta che io possa dare alla vostra lettera per quanto riguarda la sorte che voi destinate alla signorina e che, secondo voi, dipenderà dal mio contegno futuro. A promettervi di più, v’ingannerei. Un vile seduttore può adattare le sue intenzioni alle circostanze e fare assegnamento sugli eventi; ma l’amore che mi anima non mi consente se non due sentimenti: il coraggio e la costanza.

Come potrei accondiscendere a esser dimenticato dalla signorina, e a dimenticarla io stesso? Oh, no, no, giammai! Io sarò sempre fedele al giuramento che le ho fatto e che oggi rinnovo. Perdonatemi, signora: ho perduto la testa, e bisogna invece essere calmi.

Mi rimane da trattare con voi un’altra questione, quella delle lettere che volete ch’io restituisca. Sono addoloratissimo di dover aggiungere un rifiuto ai tanti torti che già mi attribuite; ma vi prego di voler ascoltare le mie ragioni e di ricordarvi, per sentirne il giusto valore, che la sola consolazione alla sventura d’aver perduta la vostra amicizia è la speranza di conservare almeno la vostra stima. Le lettere della signorina, se prima m’erano care, ora mi diventano addirittura preziose, perché sono l’unico bene che mi resti, i soli documenti d’un amore che è tutta la gioia della mia vita. Con tutto ciò (e potete ben credermi), per dimostrarvi la mia rispettosa deferenza, non esiterei un istante a sacrificarvele, soffocando dentro di me il rimpianto di levarmele dal cuore, se non me ne trattenessero gravi ragioni, che voi stessa non potete certo biasimare.

Voi conoscete ora, è vero, il segreto della signorina; tuttavia (permettete che io ve lo dica francamente) ho motivo di credere che questo segreto non v’è stato confidato, ma l’avete carpito di sorpresa. Non intendo con ciò disapprovare il vostro operato, che forse è pienamente giustificato dall’affetto materno Rispetto i vostri diritti, ma non sino al punto di mancare ai miei doveri. E il più sacro di tutti è certo quello di non tradire mai, per nessuna ragione, la fiducia che ci è stata concessa; come invece la tradirei, se rivelassi a una terza persona le segrete espansioni d’un cuore che ha voluto aprirsi solo a me. Se la signorina vostra figlia acconsente a confidarvi il suo segreto, non ha che da parlarvi, e in questo caso le lettere sarebbero per lo meno superflue; se invece ella vuole chiudere questo segreto dentro di sé, oh, non vi aspettate che sia io a svelarvelo!

In quanto al mistero di cui volete circondare l’accaduto, state tranquilla, o signora, che nello zelo per la reputazione della signorina io posso sfidare anche il cuore d’una madre. Per togliervi da ogni preoccupazione al riguardo e per assicurarvi che ho già previsto ogni caso, vi dirò che il prezioso deposito delle lettere, che portava fin qui la soprascritta: carte da bruciare , porta adesso quest’altra:

carte appartenenti alla signora Volanges. E questo valga a dimostrarvi che il mio rifiuto non dipende affatto dal timore che voi possiate trovare nelle lettere un solo sentimento di cui abbiate personalmente a dolervi.

Che lunga lettera vi ho scritta, o signora! Eppure non sarebbe abbastanza lunga, se vi lasciasse il menomo dubbio sull’onestà dei miei sentimenti, sul mio dolore sincero d’avervi dato un dispiacere e sul profondo rispetto con cui ho l’onore di sottoscrivermi, ecc.

Parigi, 9 settembre 17

Lettera LXV

Il cavalier Danceny a Cecilia Volanges.

(Mandata aperta alla marchesa di Merteuil nella lettera LXVI del visconte)

O mia Cecilia, e che succederà di noi? Quale Dio ci salverà dalla sventura che ci sovrasta? Oh, che il nostro amore ci dia almeno il coraggio di sopportarla!

Come dipingervi il mio sbigottimento e la mia disperazione, quando mi sono visto restituire le mie lettere, quando ho letto la lettera della signora Volanges? Chi sarà stato a tradirci? Su quali persone cadono i nostri sospetti? Avreste per caso commessa voi qualche imprudenza? E che fate adesso? Che cosa vi ha detto la mamma? Vorrei saper tutto, e non so niente. E forse voi ne sapete quanto me.

Vi mando la lettera di vostra madre e una copia della mia risposta. Spero che l’approverete. Vorrei

che approvaste anche i passi che ho fatto dopo il fatale avvenimento, tutti diretti ad avere vostre notizie e a darvi le mie, e anche (perché no?) a rivedervi e magari con più libertà di prima.

Figuratevi, Cecilia mia, che gioia sarà la nostra di poterci ritrovare insieme, di poterci giurare ancora una volta un amore eterno, di leggere nei nostri occhi e di sentire nelle nostre anime che nessuno di noi sarà mai spergiuro! Un momento così dolce, come non dovrebbe far dimenticare tutte le sofferenze passate? Ebbene, io spero che questo bel momento verrà, e lo dovremo appunto ai passi che ho fatto e che vi prego di approvare. Ma che dico? Lo dovremo alle premure d’un amico affettuosissimo che mi ha saputo consolare e che vi prego (è l’unica cosa che vi chiedo) di voler accettare anche voi come amico vostro.

Ho fatto male forse a confidare il nostro segreto a qualcuno, senza il vostro permesso? Ma sono scusato in ogni caso dal dolore e dalla necessità. Mi sono lasciato guidare dall’amore, e l’amore implora adesso da voi l’indulgenza, vi supplica di perdonare una confidenza necessaria, senza la quale saremmo restati probabilmente divisi per sempre.20Voi conoscete del resto l’amico di cui vi parlo: è l’amico della signora che voi amate più d’ogni altra: è il visconte di Valmont.

Rivolgendomi al visconte, la mia prima intenzione era di pregarlo perché volesse indurre la signora Merteuil a portarvi una mia lettera. Egli ha ritenuto di non potervi riuscire, ma mi ha assicurato che, in mancanza della signora, potevamo servirci della cameriera, la quale ha molti obblighi verso di lui. Sarà dunque la cameriera a consegnarvi questa lettera, e voi potrete affidarle la risposta.

Purtroppo tale espediente non ci sarà di grande aiuto, se è vero, come crede Valmont, che voi partirete subito per la campagna. In questo caso però ci vuole aiutare egli stesso. La signora che vi ospiterà è sua parente, ed egli ne approfitterà per recarsi da lei nello stesso periodo di tempo, sicché la nostra corrispondenza passerà per le sue mani. Mi assicura inoltre che, se voi vi lascerete guidare da lui, troverà anche il modo di farci ritrovare insieme senza nessuna vostra compromissione.

Or dunque, Cecilia mia, se mi amate, se avete qualche compassione di me, se, come spero, soffrite

anche voi quanto soffro io, non rifiutate la vostra fiducia a un uomo che sarà il nostro angelo tutelare. Se non fosse lui, io sarei ora ridotto alla disperazione di non poter lenire nemmeno con una parola i patimenti che sopportate per causa mia. Finiranno, lo spero; ma promettetemi intanto, amore mio, di non perdervi d’animo, di non lasciarvi abbattere dal dolore. Il pensiero del vostro dolore e un tormento insopportabile per me, che darei volentieri la vita (e voi lo sapete) per farvi felice! La sicurezza d’essere adorata possa dare almeno qualche consolazione all’anima vostra! La mia ha bisogno di sapere che voi perdonate al mio amore i mali che vi fa soffrire.

Addio, Cecilia mia, mio amore!

Parigi, 9 settembre 17

Lettera LXVI

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Vedrete da voi, amica mia, leggendo le due lettere qui accluse, se ho adempiuto bene al mio compito. Sebbene portino entrambe la data di oggi, sono state però scritte ieri, a casa mia e sotto i miei occhi, e quella scritta alla ragazza dice appunto tutto ciò che noi volevamo che dicesse. A giudicare dagli effetti, non si può che restare umiliati dinanzi alla profondità del vostro acume. Danceny è tutto in fiamme, e scommetto che appena gli verrà la palla al balzo non avrete da rimproverargli più niente; e se la bella ingenua, da parte sua, vorrà esser compiacente, poco dopo il suo arrivo in campagna sarà fatto il becco all’oca. Ho già pronti per questo cento espedienti. Grazie a voi, eccomi dunque l’amico di Danceny; e non gli manca più altro ormai che d’essere principe.21

Ma sapete che questo Danceny è ancora davvero proprio un ragazzaccio, e non c’è stato verso di smuoverlo perché promettesse alla madre di rinunziare al suo amore, quasi che promettere quando si ha in animo di non mantenere fosse una gran brutta azione?

«Sarebbe un inganno bell’e buono» mi ripeteva tutte le volte.

Edificante, non è vero, questo scrupolo verso la madre, quando si vuol sedurre la figlia? Ma gli uomini sono fatti cosi: tutti scellerati a un modo nei propositi, chiamano poi probità la loro debolezza nell’esecuzione.

Tocca adesso a voi fare in modo che la signora Volanges non si spaventi delle scappatelle che il nostro giovanottino s’è permesso nella sua lettera. Salvateci dal convento, e cercate soprattutto di farle abbandonare la pretesa di riavere le lettere scritte dalla piccina, perché Danceny non le cederà a nessun costo, e non posso dargli torto: questa volta la ragione e l’amore vanno pienamente d’accordo. Queste famose lettere, io, sfidando la noia, le ho lette, e mi è parso che potranno diventare utili un giorno. Mi spiego. Nonostante le nostre precauzioni, potrebbe scoppiare lo stesso uno scandalo che manderebbe a monte il matrimonio e con esso tutti i nostri progetti su Gercourt. In questo caso, siccome per conto mio debbo vendicarmi anche della madre, mi riserverei la possibilità di disonorare la figlia. Scegliendo bene tra questa corrispondenza, e pubblicandone soltanto dei brani, si potrebbe facilmente far credere che sia stata la signorina a fare i primi approcci, e anzi addirittura a gettarglisi addosso. Qualche lettera potrebbe anche compromettere la madre, per lo meno macchiandola d’una negligenza imperdonabile. Capisco che lo scrupoloso Danceny si ribellerebbe subito, ma, siccome sarebbe anche lui nelle peste finiremmo per avere causa vinta. C’è da scommettere mille contro uno che non succederà niente di tutto ciò; ma bisogna prevedere ogni evento.

Addio, mia bella amica. Mi fareste una gran gentilezza se veniste domani a pranzo dalla marescialla Y., alla quale non ho potuto dire di no. Non occorre che vi raccomandi di non dir nulla alla signora Volanges della mia villeggiatura, perché, sapendolo prima, le potrebbe venir voglia di restare a Parigi; mentre, una volta in campagna, non vorrà mica ripartire il giorno dopo! E se ci dà otto giorni di tempo rispondo io di tutto.

Parigi, 9 settembre 17

La presidentessa Tourvel al visconte di Valmont.

Signore, non volevo rispondervi, e forse il disagio che sento in questo momento mi prova che avrei fatto bene. Non voglio tuttavia che vi resti il menomo pretesto di lamentarvi di me, e vorrei convincervi che ho fatto per voi tutto quel che potevo.

Mi dite che vi ho permesso di scrivermi. È vero. Ma, nel ricordarmi questa concessione, credete sul

serio che io dimentichi a quali condizioni ve l’ho accordata? Se io fossi restata inflessibile ai patti che voi avete rispettato pochissimo, non avreste dovuto ricevere mai nessuna risposta da me, ed ecco invece la terza lettera che vi scrivo; e mentre voi fate di tutto per costringermi a rompere questa corrispondenza, sono proprio io, vedete, che m’adopero a cercare il modo di farla continuare. Ce n’è uno infatti, ma uno solo; e se voi rifiutate di accettarlo, vorrà dire, checché possiate cavillare in contrario, che alle mie lettere non tenete affatto.

Dovete dunque lasciare da parte un linguaggio che non posso né voglio ascoltare, rinunziare a un sentimento che m’offende e mi spaventa, e a cui dovreste esser meno disposto, pensando che è questo appunto l’ostacolo che ci separa. Possibile che non conosciate altro sentimento? Che l’amore debba avere ai miei occhi, tra i tanti altri torti, anche questo di escludere l’amicizia? E che voi mi vogliate fare l’offesa di respingere per amica colei da cui desiderate sentimenti più teneri? Non lo credo, non voglio crederlo: quest’idea umiliante mi ripugnerebbe, mi farebbe allontanare per sempre da voi.

Offrendovi la mia amicizia, vi offro tutto quello che è mio e di cui posso disporre. Che cosa potreste pretendere di più? Per abbandonarmi a questo dolce sentimento, non aspetto se non il vostro consenso e la promessa, che esigo da voi, che la mia amicizia basterà a farvi contento. Dimenticherò allora ciò che mi è stato detto di voi, sicura che vorrete fare del vostro meglio per giustificare la mia scelta.

La franchezza con cui vi parlo è prova della mia fiducia. Dipenderà soltanto da voi ch’essa

s’accresca anche di più, ma fin da ora vi avverto che la prima parola d’amore la distruggerà per sempre, farà rinascere tutti i miei dubbi e soprattutto segnerà per me il principio d’un eterno silenzio nei vostri confronti.

Se e vero, come dite, che siete ravveduto dei vostri errori, non dovreste preferire di essere amico

d’una donna onesta, piuttosto che diventare il rimorso d’una donna colpevole?

Vi saluto, signore; voi capite che, dopo avervi parlato a questo modo, non mi resta altro da dirvi finché non mi avrete risposto.

Dal castello di

, 9 settembre 17

Lettera LXVIII

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

Come rispondere, o signora, alla vostra ultima lettera? Come dirvi il vero, quando la mia sincerità può rovinarmi nell’animo vostro? Non importa, bisogna essere sinceri, e ne avrò il coraggio. Io mi vado dicendo e ripetendo continuamente che val meglio meritarvi che possedervi; e quand’anche voi doveste rifiutarmi per sempre quella felicità che desidererò sino alla morte, occorre che vi provi

almeno che il mio cuore ne è degno.

Che peccato che io mi sia ravveduto dei miei errori , come voi mi ricordate! Con che gioia avrei letto, in altri tempi questa lettera vostra a cui oggi invece tremo di rispondere! Voi mi parlate con franchezza , voi mi date prova della vostra fiducia , voimi offrite infine la vostra amicizia. Quanti tesori signora mia, e che rammarico di non poterne approfittare Perché, oh, perché non sono più quello di una volta?

Se infatti io fossi come allora, se avessi per voi un semplice capriccio, quella leggera simpatia che nasce dalla seduzione e dal piacere dei sensi (e oggi non di meno lo chiamano amore) mi affretterei

a trarre vantaggio da ogni cosa che avessi ottenuta. Senza scrupoli sui mezzi, purché mi facessero

raggiungere il fine, incoraggerei la vostra franchezza per scoprire i vostri punti deboli, vorrei la vostra fiducia col proposito deliberato di tradirla, accetterei la vostra amicizia con la speranza di traviarla. Che! Tutto ciò vi spaventa? Eppure è proprio ciò che succederebbe, se vi dicessi che acconsento a essere soltanto vostro amico.

Guai che io acconsenta a dividere con altri un sentimento che emana da voi! Se per avventura ve lo dicessi, per carità non credetemi: vorrebbe dire che da quel momento io cerco d’ingannarvi, e che, se vi desidero ancora, tuttavia non vi amo più.

Non gia che l’amabile franchezza, la soave confidenza, l’affettuosa amicizia non abbiano pregio per me, Dio guardi! Ma l’amore, il vero amore, quale voi l’ispirate, riunendo in sé tutti questi sentimenti e ringagliardendoli anzi, non saprebbe adattarsi, come essi, a quella tranquillità, a quella freddezza d’animo che permette una comparazione e tollera magari una preferenza. Oh, no, signora mia, io non sarò mai amico vostro, ma vi amerò sempre teneramente, ardentemente, benché col massimo rispetto! Voi potete far disperare il mio amore, ma non potete estirparlo.

E con qual diritto pretendereste dunque di poter disporre d’un cuore, da cui rifiutate ogni omaggio? Per qual raffinamento di crudeltà mi vorreste invidiare persino la felicità di amarvi? Questa felicità

è mia, non dipende affatto da voi, e io saprò difenderla a ogni costo. Essa è l’origine di tutti i miei mali, ma ne è anche l’unico rimedio.

No, cento volte no. Persistete pure nel vostro spietato diniego, ma lasciatemi il mio amore. Voi vi compiacete tanto da rendermi infelice? Fate pure. Cercate pure di stancare il mio coraggio. Ma almeno saprò costringervi a risolvere nettamente quale debba essere la mia sorte. E forse un giorno, chissà, mi renderete giustizia. Non spero, questo no, di rendervi più umana; ma, anche senza essere persuasa, sarete certo convinta, e nel vostro intimo direte: “L’avevo giudicato male”.

Diciamo meglio: voi siete ingiusta specialmente con voi stessa. Vedervi e amarvi, amarvi e non esservi fedele, sono cose parimenti impossibili; e, nonostante la modestia che v’adorna, mi pare che debba esservi assai più facile dolervi che stupirvi dei sentimenti che suscitate. In quanto a me, non ho che un merito solo, di avervi saputo apprezzare, e non voglio perderlo, e, anziché acconsentire alle vostre offerte insidiose, preferisco rinnovare qui, ai vostri piedi, il giuramento di amarvi in eterno.

Parigi, 10 settembre 17

Lettera LXIX

Cecilia Volanges al cavalier Danceny.

Mi chiedete che cosa faccio? Vi amo e piango. La mamma non mi parla più, e mi ha levato carta, penna e calamaio; sicché mi servo d’un lapis che per fortuna mi è restato, scrivendovi su un lembo della vostra stessa lettera.

Si capisce che approvo tutto ciò che avete fatto! Vi amo troppo per non approfittare di ogni mezzo d’aver notizie e di darvi le mie. Il signor Valmont non mi era affatto simpatico, e non sapevo che fosse tanto amico vostro: adesso cercherò di abituarmi a lui e di volergli bene per amor vostro. Non so chi abbia potuto tradirci: forse la mia cameriera, forse il confessore, chi sa? Sono molto disgraziata. Partiamo domani per la campagna, né so ancora per quanto tempo. Dio mio! E non vi vedrò dunque più? Non ho più spazio per scrivervi. Addio. Cercate di leggere questa mia lettera: le parole tracciate col lapis si cancelleranno forse, ma non si cancelleranno mai i sentimenti scolpiti nel mio cuore.

Parigi, 10 settembre 17

Lettera LXX

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Amica mia carissima, debbo darvi un avvertimento della massima importanza. Ieri, come sapete, ero a pranzo dalla marescialla Y., e a un certo momento il discorso è caduto su di voi. Io, come potete immaginare, ne ho detto tutto il bene possibile: non già, intendiamoci, quello che veramente penso di voi, ma quello piuttosto che non penso affatto. Tutti gli invitati parevano d’accordo con me, e la conversazione stava ormai già per languire (come succede sempre quando si dice bene del prossimo) quando s’è fatto avanti un contraddittore: Prévan.

«Dio mi guardi,» ha detto costui, alzandosi in piedi «Dio mi guardi dal mettere in dubbio l’illibata onestà della signora Merteuil; ma oserei dire che, in questa onestà, ci ha più merito la sua naturale leggerezza che i princìpi morali. Credo insomma che sia più difficile tener dietro alla signora, che piacerle; e poiché, nel correre dietro a una donna, capita sempre di trovarne altre lungo la strada, e queste valgono quanto lei e magari di più, alcuni inseguitori sono sviati dal nuovo capriccio, altri si stancano e non procedono oltre. Scommetto che in tutta Parigi è la sola donna (o poco manca) che non si sia trovata mai nella necessità di opporre una valida resistenza. In quanto a me» soggiunse, incoraggiato dai sorrisetti di alcune signore «crederò all’onestà della signora Merteuil quando avrò fatto crepare sei cavalli nell’inseguirla.»

Questa facezia di pessimo gusto ha esilarato non di meno i presenti, come tutte le facezie che contengono un pizzico di maldicenza; e Prévan s’è rimesso a sedere in mezzo alle risate generali. Poi s’è cambiato argomento di conversazione. Ma le due contesse P., che erano vicine di posto al nostro incredulo, hanno continuato a parlarne con lui, e io per fortuna ho potuto sentire i loro

discorsi. E stata dunque accettata la sfida di far breccia nell’animo vostro, ed è stata data promessa di riferire poi alle due contesse tutto ciò che accadrà; e questa promessa sarà l’unica cosa in tutta

questa faccenda che sarà mantenuta scrupolosamente. Ma ormai eccovi avvisata proverbio lo sapete.

e il resto del

Mi resta da dirvi che questo Prévan, che voi non conoscete, è un uomo molto simpatico e scaltrissimo; e, se qualche volta vi ho detto il contrario, è stato soltanto perché non mi va a genio e cerco in ogni occasione di ostacolare le sue imprese, sapendo che la mia opinione fa testo per una trentina almeno di persone alla moda. Con questo mezzo infatti ero riuscito a impedirgli per lungo tempo di fare progressi in quello che noi chiamiamo il gran teatro del bel mondo ; e, per quanto facesse miracoli, non gli era riuscito mai di spuntarla. Senonché lo scandalo d’una sua triplice

avventura, facendo convergere tutti gli occhi su di lui, gli ha procurato quel credito che finora gli era sempre mancato e l’ha reso in tal modo veramente formidabile. Egli è insomma oggi il solo uomo che io non vorrei incontrare sulla mia strada; e, a parte il vostro interesse, mi farete un gran favore di dargli, cammin facendo, una buona lezione che lo renda ridicolo. So di metterlo in buone mani, e perciò dormo tranquillo che al mio ritorno sarà un uomo spacciato.

In compenso vi prometto di condurre a buon fine l’avventura della vostra pupilla, che mi starà a cuore né più né meno della mia bella schifiltosina.

A proposito di quest’ultima vi dirò che mi ha mandato una proposta di capitolazione. Tutta la sua lettera infatti manifesta un gran desiderio d’essere ingannata, e me ne offre il mezzo: un mezzo comodissimo e abusatissimo. Vorrebbe nientemeno che io diventassi suo amico. Ma io, che preferisco i metodi nuovi e difficili, non intendo affatto che se la cavi così a buon mercato. Vi pare possibile che io abbia sudato attorno a lei sette camicie, per terminare la faccenda con una seduzione delle più comuni? La mia intenzione invece è di farle sentire, e sentir bene, l’estensione e il valore dei sacrifici che farà, di portarla alla perdizione adagio adagio perché i rimorsi possano seguirla, di lasciar morire la sua virtù in una lenta agonia, di non farle perdere mai d’occhio questo desolante spettacolo, di non accordarle il favore d’avermi tra le braccia se non quando l’avrò costretta a non dissimulare oltre che ne ha una gran voglia anche lei. Dovrei essere infatti proprio un uomo da dozzina, per non meritare neppure l’incomodo d’essere desiderato. Tale del resto è la minor vendetta che io possa fare a una donna altezzosa, la quale par quasi che debba arrossire ad ammettere d’amarmi.

Ho dunque rifiutato nettamente la preziosa amicizia, accontentandomi del titolo d’amante. E siccome non vi nascondo che ottenere questo titolo (per quanto a prima vista possa sembrare una vana disputa di parole) è tuttavia assai importante, le ho scritto con la maggior ponderazione, cercando di spargere nella lettera quel disordine che solo può simulare la passione. Insomma ho sragionato a più non posso, poiché non c’è tenerezza senza delirio: ed è questa forse la ragione per cui le donne ci superano di molto nelle lettere d’amore.

Io ho terminato la mia con un madrigaletto, e anche questo è stato un suggerimento delle mie profonde elucubrazioni; perché il cuore d’una donna, quando è stato per lungo tempo in esercizio, ha bisogno di un po’ di riposo, e ho notato che un madrigaletto, un’adulazioncella, è per tutte le donne il guanciale più soffice che si possa offrire.

Addio, amica mia. Io parto domani. Se avete ordini da darmi per la contessa B. ricordatevi che mi fermerò da lei per lo meno una volta a pranzo. Mi dispiace di dover partire senza rivedervi. A ogni modo fatemi avere le vostre sublimi istruzioni, e aiutatemi coi vostri savi consigli in un momento come questo, che per me è decisivo. Ma, sopra ogni altra cosa, guardatevi da Prévan, e possa io un giorno compensarvi del sacrificio che farete per me. Addio.

Parigi, 11 settembre 17

Lettera LXXI

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Quello stordito del mio lacchè ha dimenticato a Parigi il mio portafoglio con la lettera della mia bella, quella di Danceny per la signorina Volanges e tante altre cose che mi occorrono. Lo rimando subito indietro per rimediare a tale malefatta, e, mentre sta mettendo la sella al cavallo, vi racconterò ciò che m’è capitato stanotte, per farvi vedere che non perdo tempo.

L’avventura, per se stessa, vale poco: si tratta appena di una ricaduta con la viscontessa M.; ma i particolari sono molto piccanti, e del resto voglio farvi toccare con mano che, se so rovinare le donne, all’occasione so anche salvarle. Se c’è un affare intricato e divertente, state pure certa che non me io lascio sfuggire, e non ho rimorso neppure di commettere una buona azione purché mi serva a tenermi allenato o a farmi stare allegro.

Dicevo dunque che ho trovato qui la viscontessa, ed essendosi unita anche lei alle premure degli altri perché rimanessi a dormire nel castello: «Ebbene» le ho detto «rimango, ma a un patto, di passare la notte con voi».

«Impossibile,» mi ha risposto «oh, questo è impossibile; non sapete che c’è qui anche Vressac?»

La mia proposta era stata un semplice complimento, nient’altro; ma a quella parola “impossibile”

ho cominciato a inalberarmi, e, sentendomi umiliato dalla preferenza che si accordava a Vressac e

non potendo sopportarne l’onta, mi sono incaponito di riuscire a ogni costo.

Le circostanze erano tutt’altro che a mio favore. Figuratevi che questo Vressac è stato così

malaccorto da dare ombra al visconte, e la viscontessa non può riceverlo in casa; sicché la gita al castello era stata combinata tra loro apposta per vedere di farci scappare fuori qualche nottata. Anzi il visconte, lì per lì, era restato assai seccato d’incontrarsi con Vressac, ma, siccome la passione per la caccia è in lui più forte della gelosia, ha finito di rimanere; e la contessa, da quella brava signora di mondo che è, ha dato alla moglie una camera nel corridoio principale, e nelle due camere attigue ha messo da una parte il marito e dall’altra l’amante, lasciando poi che se la spicciassero a modo loro. Il malvagio destino d’entrambi ha voluto che la mia camera fosse invece proprio dirimpetto a quella di lei.

Quel giorno stesso, cioè ieri, Vressac, che, come potete immaginare, fa di tutto per ingraziarsi il visconte, è andato a caccia con lui, benché di contraggenio, perché la caccia non è affatto di suo gusto; ma sperava, il poveraccio, di rifarsi la notte tra le braccia della moglie della noia che il giorno gli faceva sopportare il marito. Io, invece, ritenendo che dopo tanta fatica un po’ di riposo gli giovasse mi sono adoprato del mio meglio per persuadere la sua amante a lasciargli tutto il tempo di dormire.

Ci sono riuscito, e ho ottenuto da lei la promessa che gli avrebbe fatto una scenata proprio a

proposito di quella partita di caccia nella quale egli s’era sacrificato evidentemente per amor suo.

Non si poteva davvero scegliere un pretesto meno plausibile di questo, ma non c’è donna che possa stare a pari con la viscontessa nell’abilità, comune del resto a tutte le donne, di far prevalere il capriccio sulla ragione, e di non esser mai così poco disposta a placarsi come quando ha torto marcio. Quella sera, a ogni modo, il momento era poco propizio a una spiegazione, e siccome a me bastava che mi concedesse una notte, non avevo niente in contrario che il giorno dopo si rappacificassero.

Vressac dunque è stato trattato male al ritorno, e, avendo chiesto il perché di quel trattamento, se n’è sentite dire di cotte e di crude. Ha cercato di giustificarsi; ma, essendo sopravvenuto il marito, la viscontessa ha avuto una buona occasione per troncare la discussione. Approfittando più tardi di un momento che il marito li aveva lasciati soli, Vressac voleva ottenere che la spiegazione fosse rinviata alla notte, ma allora la viscontessa è diventata sublime: s’è indignata dell’incredibile audacia degli uomini, che, solo perché una donna è stata troppo buona con loro, credono d’avere il diritto di abusare della sua bontà anche quando la donna, poveretta, ha mille motivi di dolersi di loro; e qui, avendo con questa sua malizietta trovato il destro di cambiare argomento, s’è messa a parlare tanto eloquentemente di delicatezza e di amore, che Vressac è restato muto e sopraffatto, e

io

stesso sono stato quasi sul punto di credere che avesse proprio ragione lei: perché io, come amico

di

tutt’e due, ero naturalmente terzo nella loro disputa. Quel demonietto ha finito col dichiarare che

non le reggeva l’animo di aggiungere gli strapazzi dell’amore a quelli della caccia, e che avrebbe avuto un rimorso eterno di turbare in qualche modo al suo amante il divertimento della giornata. In quel mentre è tornato il marito, e il desolato Vressac, che non aveva più libertà di rispondere, si è rivolto a me, e dopo avermi rifatto di sana pianta la storia delle sue ragioni, che io sapevo meglio di lui, mi ha pregato di parlare alla viscontessa, la qual cosa io gli ho promesso di cuore. E le ho parlato infatti, per ringraziarla e per concertare con lei l’ora e i mezzi di ritrovarci insieme.

La viscontessa mi ha spiegato che, stando di camera tra il marito e l’amante, aveva trovato più

prudente andare lei da Vressac piuttosto di riceverlo in camera sua, e che per gli stessi motivi, essendo io alloggiato di faccia a lei, credeva più sicuro venire lei in camera mia, dove mi avrebbe raggiunto non appena la cameriera se ne fosse andata: io non dovevo far altro che lasciare l’uscio socchiuso e aspettarla. Tutto è avvenuto come avevamo previsto, e all’una dopo la mezzanotte me la sono veduta comparire in camera

in veste disadorna Di bella donna allora appena desta.22

Siccome non sono un vanitoso, non m’indugio sui particolari di questa notte: ma voi mi avete avuto

in prova, e mi limiterò a dirvi che sono abbastanza soddisfatto di me.

Sul far dell’alba ci siamo dovuti separare. Ora state bene attenta, che qui comincia il bello. La

viscontessa, da quella sbadata che è, aveva creduto di ribattere appena la porta, e invece, senza accorgersene, l’aveva chiusa, e la chiave era restata dentro. Indescrivibile è l’accento di disperazione con cui la poveretta s’è precipitata allora nella mia camera per dirmi: «Oimè, sono perduta!». Certo sarebbe stato uno spasso da farne le matte risate, e lasciarla lì nell’imbroglio; ma potevo io permettere che una donna fosse rovinata per causa mia senza che io l’avessi voluto? Vi pare che io sia uomo da lasciarmi guidare dal caso? Bisognava trovare dunque un modo per uscirne con onore. Che cosa avreste fatto voi nei miei panni? Io ho fatto quel che ora dirò, e l’esito mi ha dato ragione.

Mi sono accorto subito ch’era facile sfondare la porta, ma c’era paura di fare un gran fracasso.

Allora, a furia di dire, sono riuscito a persuadere la viscontessa a mettersi a gridare a più non posso

e come spaventata: «Al ladro, al ladro!»; e mentre io al primo grido avrei sfondata la porta, ella sarebbe corsa a buttarsi sul letto. Non potete immaginare però quanto c’è voluto per farla risolvere anche dopo che l’avevo convinta: ma alla fine ha dovuto fare come io dicevo, e alla prima pedata la porta s’è aperta.

La viscontessa ha fatto bene a non perdere tempo, perché il visconte e Vressac sono comparsi

subito dopo nel corridoio, e anche la cameriera è accorsa dalla padrona. Io ero il solo che avesse ancora un po’ di sangue freddo, e ne ho approfittato per andare a spegnere e a rovesciare a terra il lumino da notte che ardeva ancora, perché sarebbe stato ridicolo fingere un panico con la luce accesa. Poi ho dato un rabbuffo all’amante e al marito per il loro sonno letargico, affermando che le grida della signora e i miei sforzi per sfondare la porta erano durati più di cinque minuti.

La viscontessa, che, appena a letto, aveva ritrovato il coraggio, ha recitato assai bene la commedia

e ha giurato su tutti i sacramenti che c’era un ladro in camera, protestando che in vita sua (e questo era vero) non aveva avuto mai una paura simile. Abbiamo cercato coscienziosamente dappertutto senza trovare niente di niente, finché io ho fatto osservare che il lumino da notte era rovesciato e che certamente quel piccolo maldestro e tutto quel gran scompiglio era stato provocato da un topo. La mia opinione è stata subito accettata all’unanimità, e, dopo aver scambiato qualche

spiritosaggine sui topi, il visconte se n’è andato via per primo, raccomandando alla moglie d’avere a che fare d’ora innanzi con topi più tranquilli.

Vressac, restato solo con noi, s’è avvicinato alla sua amante per dirle affettuosamente che certo quel topo voleva fare le sue vendette d’amore; a cui la viscontessa ha risposto, guardandomi di sottecchi: «In questo caso doveva essere molto irritato, perché s’è vendicato assai; ma adesso mi sento sfinita e ho bisogno di dormire».

Ero in vena di bontà, in quel momento, perciò prima di separarci ho voluto perorare la causa di Vressac, e sono riuscito a riconciliarli. I due amanti si sono scambiati un bacio, e poi tutt’e due hanno voluto baciare anche me. Del bacio della viscontessa ormai non sapevo più che farmene, ma quello di Vressac, lo confesso, mi ha commosso. Siamo usciti insieme, e, dopo aver ricevuto nuovi ringraziamenti, ci siamo finalmente separati.

Badate che, se questa storiella vi sembrasse divertente abbastanza, non ve ne chiedo affatto il segreto. Adesso che me la sono goduta io, è giusto che anche il pubblico goda la sua parte: intendo dire solo della storiella, per ora, ma forse un’altra volta lo dirò anche della sua eroina.

Ma è quasi un’ora che il mio lacchè mi sta aspettando, e dunque addio: gli rubo ancora un minuto

per darvi un bacio e per raccomandarvi un’altra volta di star bene attenta a Prévan.

Dal castello di

, 13 settembre 17

Lettera LXXII

Il cavaliere Danceny a Cecilia Volanges.

(Recapitata soltanto il 14)

O mia adorata Cecilia, oh, come invidio la fortuna di Valmont che domani potrà rivedervi! Sarà lui anzi che vi darà questa lettera, mentre io languirò lontano da voi, trascinando una vita tutta dolori e rimpianti. Mia cara, mia affettuosa Cecilia, compiangetemi per i miei mali, ma compiangetemi soprattutto per i vostri, perché quando penso a essi ogni coraggio mi vien meno.

Che disperazione è per me d’essere io la causa della vostra sciagura! Se non ci fossi stato io, sareste ancora felice e contenta. Potete perdonarmelo? Ah, ditemi, ditemi che mi perdonate, ditemi che mi amate e mi amerete sempre, per tutta la vita! Sento proprio bisogno che me lo ripetiate, non già perché io ne dubiti, ma perché mi pare che queste cose, più si sanno, e più è dolce sentirsele dire.

Mi amate, nevvero? Sì, mi amate con tutta l’anima. Non dimentico che questa è stata appunto

l’ultima parola che ho inteso proferire da voi; e io l’ho accolta e profondamente scolpita nel cuore, che subito ha risposto al vostro con tanto entusiasmo.

Oimè! E chi poteva immaginare, in quell’istante di felicità l’atroce destino che ci attendeva? Cerchiamo almeno di renderlo un po’ meno spietato. A sentire il mio amico, per ottenere questo, basterà che riponiate in lui la confidenza che merita. Mi è dispiaciuto, lo confesso, il cattivo

concetto che avete di lui; sul quale certo hanno influito le prevenzioni di vostra madre. Era appunto

per farle piacere che anch’io avevo trascurato per tanto tempo quest’amico impareggiabile che oggi

si adopera tanto per me e fa di tutto per poterci riunire, mentre vostra madre ci ha così barbaramente

divisi. Vi scongiuro, tesoro mio, guardatelo con occhio più benevolo; pensate che è amico mio e vuole essere amico vostro; pensate che solo lui può ridarmi la gioia di rivedervi. E se questo non bastasse ancora, Cecilia mia, vorrebbe proprio dire che non mi amate quanto vi amo io, che non mi

amate più quanto mi amavate. Dio mio! E se davvero un giorno mi amaste meno?

cuore della Cecilia è mio, è mio per la vita; e se dovrò soffrire le pene di un amore infelice, la sua fedeltà almeno mi preserverà dai tormenti di un amore tradito!

Oh, no, no, il

Addio, mia cara, mia bella Cecilia, non dimenticate che io soffro e che solo voi mi potete fare felice. Ascoltate i voti del mio cuore, ricevete i più teneri baci d’amore.

Parigi, 11 settembre 17

Lettera LXXIII

Il visconte di Valmont a Cecilia Volanges.

(Consegnata insieme con la precedente)

L’amico che è ai vostri ordini ha saputo che non avete l’occorrente per scrivere e vi ha provveduto:

nell’anticamera dell’appartamento in cui state, sotto l’armadio grande a sinistra, troverete una provvista di carta, penne e inchiostro, che sarà rinnovata a vostra richiesta, e che, secondo lui, potete lasciare benissimo nello stesso ripostiglio, a meno che non ne troviate uno più sicuro.

Vi prega inoltre di non offendervi, se egli si darà l’aria di non badare affatto a voi in pubblico e di considerarvi come una bambina. Tale contegno gli sembra necessario per ispirare quella sicurezza

di cui ha bisogno per poter quindi più efficacemente cooperare alla felicità vostra e del suo amico.

Quando avrà qualche cosa da dirvi o da consegnarvi, cercherà di far nascere l’occasione di trovarsi solo con voi, e spera di riuscirci per poco che voi lo assecondiate. Vi consiglia di restituirgli di volta

in volta le lettere che vi consegnerà, per evitare ogni pericolo di compromissione. E finalmente vi

assicura che, se vorrete concedergli la vostra fiducia, farà quanto può per addolcire le persecuzioni

d’una madre troppo crudele verso due creature, di cui l’una è il suo amico migliore e l’altra gli sembra meritare il più affettuoso interessamento.

Dal castello di

, 14 settembre 17

Lettera LXXIV

La marchesa di Merteuil al visconte di Valmont.

Amico mio, e da quando in qua avete preso l’abitudine di spaventarvi per così poco? O questo Prévan è proprio tanto formidabile? Guardate invece come sono semplice e modesta io, che avevo incontrato tante volte questo tremendo conquistatore, e m’ero appena appena accorta di lui! C’è voluta la vostra lettera, perch’io gli ponessi gli occhi addosso

Ieri dunque ho riparato ai miei torti, e poiché all’Opera mi stava proprio di faccia, ho potuto occuparmi seriamente di lui. È bello, è proprio un bellissimo uomo, e i suoi lineamenti sono fini e delicati. Credo che a guardarlo da vicino ci debba anche guadagnare. Voi dite che mi vuol

conquistare. Benissimo. Mi farà certo onore e piacere. Francamente, mi sono incapricciata di lui, e

vi confesso che ho già fatto i primi passi; se poi questi riusciranno, ancora non so. La cosa è andata

così. All’uscita del teatro era a due passi da me, e io ho dato a voce alta appuntamento alla marchesa R. per andare insieme venerdì al pranzo della marescialla. Mi pare che quella sia l’unica casa dove posso incontrarlo di sicuro. Egli, senza alcun dubbio, mi ha udita. Ma se poi l’ingrato non venisse?

Voi che ne dite? Verrà? Perché se, per combinazione, non dovesse venire, resterei male tutta la serata. Insomma, vedrete ch’egli non troverà troppe difficoltà a seguirmi ; ma quel che vi farà strabiliare anche di più è che non ne troverà affatto a piacermi. Egli ha detto che vuol far crepare sei cavalli a farmi la corte: come potrei trovare la pazienza d’aspettare tanto tempo? Voi sapete già che, una volta presa una risoluzione, non mi piace far languire la gente. Ebbene, per lui la risoluzione è presa, presa fermamente .

Bella soddisfazione che avete avuto a parlarmi seriamente. Ah, il vostro “importante avvertimento” ha avuto proprio un gran bel successo! Che volete farci, amico mio? È tanto tempo che vegeto! Sono almeno sei settimane che non mi concedo più un po’ di scialo; mi si presenta adesso un’occasione favorevole, e vorreste che me la lasciassi sfuggire? Marameo! Ma voi dite che costui non è persona che meriti. E dove trovarne invece uno che faccia meglio al caso mio, da qualunque parte vogliate considerare la cosa?

Voi stesso in conclusione siete costretto a rendergli giustizia, perché – altro che lodarlo! – ne siete addirittura geloso. Ebbene, voglio erigermi a giudice di voi due, e comincio intanto col primo atto necessario a ben giudicare, che è quello di prendere cognizione diretta dell’affare. Sarò giudice imparziale, non dubitate, e vi peserò tutt’e due sulla stessa bilancia. In quanto a voi, ho già le vostre comparse conclusionali, e il vostro processo è stato istruito di tutto punto. Non è giusto che mi occupi adesso del vostro avversario?

Suvvia, prestatevi dunque di buon animo, e tanto per cominciare raccontatemi questa famosa triplice avventura di cui è stato l’eroe. Me ne avete scritto come se si trattasse d’una cosa risaputa da tutti a menadito, e invece io non ne so niente di niente. Si vede che deve essere capitata durante il mio ultimo viaggio a Ginevra, e voi, per gelosia, non me ne avete scritto niente. Rimediate subito al fallo, e pensate che niente mi è indifferente di ciò che lo riguarda. Adesso che ci rifletto, mi par di ricordare che se ne parlava ancora al mio ritorno; ma allora ero distratta da altre faccende, e poi, in questo genere di cose, non mi perdo ad ascoltare se non lo scandalo del giorno, o tutt’al più del giorno prima.

Quand’anche vi dispiacesse un po’ quel che vi chiedo, l’accontentarmi è il meno che possiate fare in compenso di tante premure che vi ho usato io. Non dovete a me se vi ho ravvicinato alla vostra presidentessa, quando le vostre sciocchezze ve ne avevano allontanato? Non sono stata io che vi ho dato in mano tanto da vendicarvi dello zelo spietato della signora Volanges? Vi siete lamentato tante volte del gran tempo perduto per andare in cerca di avventure. Ebbene, ecco che adesso le avete tutte a vostra disposizione: l’amore e l’odio, non avete che da scegliere, stanno tutt’e due sotto il vostro tetto; e, vivendo una duplice vita, voi potete con una mano accarezzare e con l’altra colpire.

Anche l’avventura con la viscontessa la dovete a me. Ne sono molto contenta; ma, come dite voi, e dite bene, bisogna diffonderla, perché, se le circostanze hanno potuto spingervi (e lo capisco) a preferire per il momento il mistero allo scandalo, è vero però che questa donna non meritava affatto un tanto onesto procedere. Inoltre io ho una certa ruggine con lei, perché il cavaliere Bellaroche la trova più graziosa che io non vorrei; e insomma per molte ragioni sarei lietissima d’avere un pretesto per bisticciarmi con lei, e il miglior pretesto di tutti è sempre quello di dire: “Quella donna lì, non è bene riceverla in casa”.

Addio, visconte. Pensate che, al posto vostro, il tempo è prezioso: io intanto impiegherò il mio a far felice Prévan.

Lettera LXXV

Cecilia Volanges a Sofia Carnay.

(In questa lettera Cecilia Volanges racconta con gran dovizia di particolari gli avvenimenti che la riguardano e di cui i lettori sono già informati dalle lettere LIX e seguenti. Abbiamo pertanto soppresso l’ inutile ripetizione. Ma, verso la fine della lunga lettera, Cecilia viene a parlare del visconte di Valmont, e si esprime nel modo seguente:)

È un uomo, t’assicuro, veramente straordinario. Mia madre ne dice un sacco di male, ma il cavalier Danceny ne dice, in compenso, un sacco di bene, e io credo che abbia ragione lui. Non ho visto mai un uomo tanto abile. Figurati che mi ha consegnata la lettera di Danceny in presenza di tutti e che nessuno se n’è accorto. È vero che mi ha messo una paura maledetta, perché non ero stata preavvisata, ma, adesso che lo so, sono preparata a tutto. Ho già capito, per esempio, come vuole che io faccia per dargli la risposta; e non è difficile capirlo, perché ha uno sguardo che dice tutto quello che vuole. Non so proprio come faccia. Nel biglietto di cui t’ho parlato mi diceva che, quando fosse presente la mamma, avrebbe fatto finta di non curarsi di me, e a vederlo infatti si direbbe che per lui non esisto nemmeno; eppure, quando cerco i suoi occhi, sono sicura di incontrarli subito.

Qui c’è una buona signora, amica della mamma, che io non conoscevo, e mi pare che anch’essa non guardi di buon occhio il signor Valmont, sebbene egli sia gentilissimo con lei. Ho una gran paura che la vita che conduciamo qui gli debba garbare poco e che una volta o l’altra se ne torni a Parigi, il che sarebbe un guaio serio. Deve avere proprio un cuore d’oro per esser venuto qui apposta per fare un piacere a me e al suo amico; e io vorrei dimostrargli in qualche modo la mia gratitudine, ma come fare a parlargli? E, quand’anche riuscissi a trovarne l’occasione, sono tanto timida che non troverei le parole adatte. Non c’è che la signora Merteuil, a cui io possa parlare liberamente del mio amore. Forse, se dovessi dirtelo a voce, mi troverei imbarazzata anche con te, a cui tuttavia dico tutto. E persino con Danceny, vedi, ho sentito più d’una volta una certa soggezione che mi impedisce, mio malgrado, di dirgli tutto ciò che penso, e anzi adesso me ne rimorde la coscienza, e darei chissà che cosa per potergli dire, non fosse che una volta sola, quanto gli voglio bene. Il signor Valmont mi ha promesso che se gli do ascolto mi procurerà lui il modo di rivederlo. Oh, per me farò tutto quel che vorrà! Ma, che vuoi, mi pare che la cosa non debba essere possibile!

Addio, mia buona amica, non ho più carta da scriverti.23

Dal castello di

,14 settembre 17

Lettera LXXVI

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

O la vostra lettera è tutta ironia, che io però non capisco, o nello scriverla eravate in preda a un pericoloso delirio. Se non vi conoscessi bene sarei davvero spaventato per voi, sebbene io non sia un uomo, checché voi ne diciate, da spaventarmi per poco. Ho un bel leggere e rileggere la vostra lettera: ogni volta ne capisco meno di prima, perché a voler prendere le vostre parole nel senso letterale, è fatica sprecata. E allora che diamine avete voluto dire?

Volete forse intendere che era inutile che io vi mettessi in guardia contro un avversario poco

temibile? In questo caso avreste torto marcio, poiché Prévan è persona proprio simpatica, e magari più di quel che supponete, ed è bravissimo soprattutto nell’arte preziosa di far parlare molto la gente dei suoi amori con quella sua malizietta di parlarne lui stesso in faccia a tutti, approfittando d’ogni discorso che trova. E la trappola è tesa così bene, che poche donne resistono alla tentazione di rispondergli, e nessuna, per voler comparire spiritosa, si lascia sfuggire l’occasione di far mostra della sua arguzia. Ora voi sapete meglio di me che, quando una donna consente a parlare d’amore, finisce sempre per innamorarsi o almeno per comportarsi come se fosse innamorata. Prévan inoltre, con tal metodo di sua invenzione, ci guadagna anche questo, di chiamare spesso le stesse vittime a testimoniare la loro sconfitta. Vi dico ciò perché l’ho potuto accertare una volta io stesso, coi miei occhi e coi miei orecchi. Sapevo d’un certo suo intrigo segreto, ma lo sapevo di seconda mano, poiché con Prévan non ho avuto mai molta dimestichezza. Quella volta dunque eravamo in sei, e la contessa P. credendo di fare la furba (e infatti recitava assai bene la parte, tanto che chi non sapeva come stavano le faccende poteva credere magari che parlasse così sulle generali) ci spifferò senza volerlo dall’a alla zeta come fu che si diede a Prévan e ogni cosa che era passata tra loro. Ed era tanto sicura di non essersi scoperta, che non rimase scossa nemmeno quando tutt’e sei sbottammo a riderle in faccia contemporaneamente: e mi ricorderò sempre che avendo uno di noi, per rimediare a quella risata, fatto finta di non credere a quanto diceva, o piuttosto a quanto pareva che dicesse, ella rispose quasi offesa che nessuno poteva sapere meglio di lei come erano andate le cose, ed ebbe persino il coraggio di rivolgersi a Prévan per domandargli se non avesse detto giusto.

Un uomo simile m’era dunque sembrato pericoloso per qualunque donna; e del resto, parliamoci

chiaro, cara marchesa, non è già un bel pericolo per voi che l’abbiate trovato “bello, bellissimo”, per citare le vostre stesse parole? E se poi volesse farvi uno di quegli assalti, che vi piace ricompensare (ci intendiamo, ehm!) soltanto perché vi sembrano ben fatti , o ai quali vi fa piacere d’arrendervi

per qualche altra ragione che io non so?

che possono passare per la testa d’una donna: l’unica debolezza rimasta in voi del vostro sesso? Ora

che siete avvertita del pericolo, non dubito che sappiate schivarlo; ma insomma bisognava avvertirvi, non vi pare?

Oh, come dovrei fare a indovinare i mille e mille capricci

E allora, per tornare alla vostra lettera, che cosa avete voluto dire? Se volevate far dell’ironia su Prévan, a parte che sarebbe troppo prolungata, non era il caso di sprecarla con me: sarebbe stato assai meglio metterlo in ridicolo nei salotti, e anzi di ciò torno a pregarvi caldamente.

Ah, che forse adesso ho trovato la soluzione giusta dell’enigma! La vostra lettera vuol essere una profezia, non di ciò che farete voi, ma di ciò ch’egli crederà che voi siate disposta a fare al momento dello scacco che voi gli state preparando. Il vostro progetto mi piace, ma badate che bisogna agite con la massima circospezione, perché per il pubblico avere un amante o accettare la corte d’un uomo è tutt’uno, a meno che non si tratti d’un imbecille che si mena per il naso. Siccome però non c’e nessuno che possa pensare una cosa simile di Prévan, a lui basterà una semplice parvenza per dare a intendere ciò che vorrà, e voi sarete spacciata: gli sciocchi gli crederanno, i maligni faranno finta di credergli, e a voi non resterà via di scampo. Tant’è: ho paura per voi. Non metto in dubbio la vostra abilità, ma sapete com’è, di solito affogano sempre quelli che sanno nuotare meglio degli altri.

Non mi pare d’essere un grullo, e quando s’è trattato di disonorare una donna ho saputo trovar sempre mille espedienti per arrivarci; eppure, ogni volta che ho voluto invece salvarne una, non mi è mai riuscito. Voi stessa, amica mia, che avete una tattica meravigliosa, in certi casi almeno, mi siete sembrata più fortunata che abile. Ma forse io vado cercando di capire ciò che non avete mai avuto intenzione di dire; e mi stupisco io stesso della pazienza con cui da più di un’ora mi lambicco il cervello per trattare seriamente una lettera che (ci scommetto) non è se non uno scherzo da parte vostra. Voi volete burlarvi di me: ecco tutto. Ebbene, fate pure, ma spicciatevi, e parliamo intanto di qualche altra cosa. Di qualche altra cosa? Nient’affatto: è sempre la stessa solfa, sono sempre donne

da conquistare o donne da rovinare, e qualche volta magari l’una e l’altra cosa insieme.

Come avete detto assai bene, io ho qui da esercitarmi in tutt’e due i generi, ma non già con la stessa facilità, e prevedo che la vendetta correrà più dell’amore. La signorina Volanges s’è arresa, ve lo garantisco io: ora non manca più altro che l’occasione propizia, e questa sta a me farla nascere. Ma per la signora Tourvel le cose vanno altrimenti: è una donna desolante, che non riesco a capire. Ho cento prove del suo amore, ma ne ho anche altrettante della sua resistenza, e sto proprio in pensiero che mi possa sfuggire per il rotto della cuffia.

Il primo effetto che le ha fatto il mio ritorno mi faceva sperar bene. Come potete immaginare, volevo giudicarne coi miei occhi, e, per essere più sicuro di vedere appunto le sue prime impressioni, non ho voluto farmi precedere da nessuna notizia e ho viaggiato in modo da poter arrivare durante l’ora del pranzo. E infatti sono caduto dalle nuvole, come una divinità cala sul teatro al punto giusto per lo scioglimento dell’azione.

Avendo fatto un gran fracasso nell’entrare, per richiamare su di me l’attenzione, ho potuto con un’occhiata sola vedere la gioia di mia zia, il dispetto della signora Volanges e la soddisfazione mal dissimulata della figlia. In quanto alla mia bella, dal posto in cui era, volgeva le spalle alla porta, ed essendo occupata a trinciare qualche cosa non ha voltato neanche la testa, ma alle prime parole che ho proferito (perché subito mi sono messo a parlare alla signora Rosemonde) ha riconosciuto la mia voce e ha gettato uno strillo in cui era (o mi parve) più amore che sorpresa o spavento. Mi ero intanto avanzato abbastanza per vederla in viso: il tumulto della sua anima, il conflitto delle sue idee e dei sentimenti vi si dipingevano in almeno venti modi diversi. Mi sono seduto a tavola al suo fianco, e la sensibilissima schifiltosa non sapeva più né quel che diceva né quel che faceva. Ha cercato di riprendere a mangiare, ma non c’è stato verso, e finalmente dopo pochi minuti il suo imbarazzo e la sua gioia erano tanto più forti di lei che non ha saputo trovare niente di meglio che domandare il permesso d’alzarsi da tavola e correre nel parco con la scusa che aveva bisogno di un po’ d’aria. La signora Volanges voleva accompagnarla, ma la tenerissima scrupolosina non gliel’ha concesso, troppo beata certo d’aver trovato un pretesto di star sola e d’abbandonarsi senza infingimenti alle dolci espansioni del cuore.

Ho mangiato in un lampo; ed erano state appena servite le frutta, quando l’infernale signora Volanges, che aveva una gran furia di nuocermi, s’è alzata dal suo posto per raggiungere la bella ammalata; ma io, che avevo previsto il suo piano e volevo mandarlo in aria, ho finto di scambiare quel suo movimento particolare per il movimento generale, e sono scattato subito in piedi. La signorina Volanges e il curato, trascinati dal nostro esempio, hanno fatto altrettanto, di modo che la signora Rosemonde è rimasta sola a tavola col vecchio commendator T., e anche loro due alla fine hanno dovuto imitarci. Siamo andati dunque tutti insieme in cerca della mia bella e l’abbiamo trovata nel boschetto presso al castello; e, poiché la poveretta aveva bisogno di solitudine e non già di passeggiare, ha preferito tornare indietro con noi, piuttosto che farci restare con lei.

Una volta sicuro che la signora Volanges non avrebbe potuto parlarle da sola, ho subito pensato a eseguire i vostri ordini e mi sono occupato dell’affare della vostra pupilla. Ho preso il caffè e poi sono salito in camera mia, non senza prima però aver fatto una visitina in quelle degli altri: una vera e propria ricognizione di terreno; e ho disposto le cose perché la signorina potesse avere a portata di mano l’occorrente per scrivere. Dopo questo primo beneficio, ho scritto due righe alla ragazza per avvertirla, e perché mi accordasse piena fiducia ho unito il mio biglietto alla lettera di Danceny, poi sono tornato nel salotto, dove ho trovato la mia bella, sdraiata in una poltrona in un delizioso abbandono.

Tale spettacolo, risvegliando i miei desideri, ha acceso il mio sguardo, e, sembrandomi che esso fosse tenero e suggestivo abbastanza, mi sono posto in maniera da poterne fare un uso efficace.

Come primo risultato ho ottenuto di far abbassare i grandi occhi modesti della mia celestiale presidentessa, e allora mi sono messo a considerare attentamente il suo volto angelico, e, da questo

poi passando al corpo, mi sono divertito a indovinarne i contorni e le forme sotto il vestito, leggero

sì, ma sempre importuno. Dopo essere disceso così dalla testa ai piedi, sono risalito dai piedi alla

testa. Amica mia, i suoi occhi dolcissimi erano proprio fissi su di me; ma, avendoli poi essa riabbassati, ho voluto favorirne il ritorno, sviando i miei Allora s’è concluso tra noi questo tacito accordo (il primo d’un timido amore): che per soddisfare il mutuo bisogno di guardarci, gli sguardi dovessero succedersi, in attesa di poter un bel giorno confonderli insieme.

Questo nuovo piacere occupava tutta l’attenzione della mia bella, e perciò è toccato a me di provvedere alla sicurezza comune; ma quando mi sono accertato che la conversazione generale era abbastanza vivace perché si potesse badare a noi, ho cercato d’ottenere dai suoi occhi che mi parlassero francamente nel loro linguaggio. Per far ciò, ho cominciato col sorprendere qualcuno dei suoi sguardi, ma l’ho fatto con tale riserbo che neanche la modestia in persona avrebbe potuto adontarsene; e, perché la timidetta si sentisse meglio a suo agio, ho finto d’essere anch’io

imbarazzato come lei. A poco a poco i nostri occhi, abituati ormai a incontrarsi, si sono fissati più a lungo, e finalmente non si sono lasciati più, e io sono riuscito a vedere nei suoi quel soave languore che è segno inequivocabile d’amore e di desiderio; ma non è stato che un attimo: tornata subito in

sé, ha cambiato, non senza un po’ di vergogna, la sua positura e la direzione dei suoi sguardi.

Non volendo assolutamente lasciarle credere che io non potessi aver notato questi suoi movimenti,

mi sono alzato in piedi con una certa premura e le sono corso vicino per domandarle, tutto

spaventato, se per caso si sentisse male. Subito tutti le si sono messi d’attorno, e io allora li ho lasciati passare avanti, e, poiché la signorina Volanges se ne stava a ricamare vicino alla finestra e

aveva perciò perduto un po’ di tempo per sbarazzarsi del telaio, ho approfittato di quell’attimo per accostarmi a lei e consegnarle la lettera di Danceny. Essendo ella discosta da me qualche passo, le

ho gettato la lettera in grembo, e la povera creatura è restata tanto confusa che non sapeva più dove

metterla. Chissà come avreste riso voi, a vederla così sbigottita e sconvolta! Ma non ridevo già io, che da queste goffaggini potevo restare compromesso: con un’occhiata e con un gesto molto

esplicito sono riuscito finalmente a farle capire che doveva mettere il plico in tasca.

Niente d’interessante per il resto della giornata. Da quel che è accaduto dopo nasceranno certo avvenimenti di cui vi troverete soddisfatta, almeno per quanto riguarda la vostra pupilla; ma è meglio impiegare il tempo nei fatti che nelle chiacchiere, e con questa del resto sono già otto pagine che vi scrivo e sono stanco. Addio, dunque. Capite benissimo, senza bisogno che ve lo dica, che la ragazza ha già risposto a Danceny.24Ho anche da comunicarvi la risposta della mia bella alla lettera che le avevo scritto il giorno dopo il mio arrivo. Ebbene, ve le mando qui accluse tutt’e due. Non so però se le leggerete, perché quest’eterna tiritera, che comincia a seccare anche me, deve essere addirittura insopportabile per chi non vi ha nessuno speciale interesse.

Addio, di nuovo. Vi voglio sempre bene, ma, se mi parlate ancora di Prévan, fatelo in modo che io

vi possa capire.

Dal castello di

, 17 settembre 17

Lettera LXXVII

Il visconte di Valmont alla presidentessa Tourvel.

Perché dunque mi sfuggite con tanto accanimento? Possibile che ogni mia premura affettuosa non debba ottenere altro risultato che provocare da parte vostra degli sgarbi quali si potrebbero usare

soltanto al peggiore nemico? Come! L’amore mi riconduce ai vostri piedi; e quando per una fortunata combinazione càpito di posto proprio accanto a voi, voi piuttosto che starmi vicina preferite fingere un’indisposizione e spaventare tutti i vostri amici? E quante volte poi ieri avete distolto gli occhi da me, perché io non potessi gioire di un vostro sguardo? Una volta sola m’è stato dato di scorgere nei vostri occhi un po’ di benevolenza per me; ma è stato un attimo, un lampo, e si direbbe che l’avete fatto non tanto perché io ne godessi, quanto invece per farmi sentire meglio l’immensità della mia perdita a esserne privo.

Questo, permettete che io lo dica, non è un trattamento quale può meritare l’amore, e nemmeno, vedete, quale potrebbe permettersi l’amicizia; eppure di questi due sentimenti sapete bene quanto il primo mi faccia soffrire, e dalle vostre stesse parole ritenevo che non voleste negarmi almeno il secondo. Che cosa dunque ho fatto per perdere questa preziosa amicizia, di cui tuttavia mi avevate ritenuto degno, dal momento che siete stata proprio voi a offrirmela? È stata forse la mia fiducia in voi che mi ha nociuto, e volete punire la mia schiettezza? E non vi viene nemmeno il dubbio d’abusare dell’una e dell’altra? Non avevo io infatti confidato il segreto del mio cuore soltanto all’amica? E non è stato soltanto per uno scrupolo di lealtà verso di voi che ho creduto di dover rifiutare condizioni che ogni altro nei miei panni avrebbe accettato con entusiasmo per avere poi l’opportunità di non mantenerle, e magari anche di abusarne a suo vantaggio? Con questo vostro rigore che io non merito, volete insomma farmi credere a tutti i costi che per ottenere da voi una maggior indulgenza avrei fatto bene a ingannarvi? Non mi pento, intendiamoci, d’una condotta che era semplicemente doverosa con voi; ma quale strana fatalità è la mia, che a ogni buona azione che compio debba capitarmi tra capo e collo una nuova disgrazia? La prima disgrazia, quella cioè di darvi un dispiacere, m’è accaduta infatti subito dopo che m’ero guadagnato l’unico elogio che vi siate degnata finora di farmi. E dopo avervi dato prova della mia sottomissione assoluta privandomi del bene di vedervi, al solo scopo di rassicurare la vostra delicatezza, voi avete voluto interrompere con me ogni corrispondenza, togliermi questa tenue ricompensa al duro sacrificio che avevate preteso da me, e rapirmi finanche quell’amore che solo ve ne avrebbe potuto dare il diritto. E finalmente, dopo avervi parlato con sincerità, trascurando persino gli interessi del mio amore, voi oggi mi sfuggite come si sfuggirebbe un seduttore pericoloso di cui aveste sperimentato la perfidia.

E quando vi stancherete dunque d’essere ingiusta? Fatemi almeno la gentilezza d’indicarmi quali torti io abbia commessi che possano legittimare tanta severità, e di dirmi che cosa dunque volete che faccia. E se mi obbligo fin d’ora a eseguire alla cieca e scrupolosamente i vostri ordini, vi parrà forse una gran pretesa la mia, di conoscerli?

Dal castello di

,15 settembre 17

Lettera LXXVIII

La presidentessa Tourvel al visconte di Valmont.

Signore, eccovi dunque molto stupito del mio modo d’agire, e quasi quasi state per chiedermene conto, come se aveste il diritto di biasimarmi. Mi pare, caso mai, che avrei dovuto stupirmi io, e magari anche lamentarmi; ma, dopo il rifiuto che m’avete dato nella vostra ultima lettera, ho stabilito di chiudermi in un’indifferenza che non dia più luogo né a osservazioni né a rimproveri. Tuttavia, poiché mi chiedete delle spiegazioni, e grazie a Dio non c’è niente nella mia coscienza che m’impedisca di darvele, voglio ancora una volta lasciarmi andare a discutere con voi.

Chi leggesse le vostre lettere mi crederebbe ingiusta o bizzarra, e io invece credo fermamente che nessuno possa avere di me quest’idea, e voi meno d’ogni altro. Certo voi avete pensato che, provocando da me una spiegazione, io sarei obbligata a riepilogare tutto quanto è passato tra noi, e

vi è sembrato che in quest’esame voi aveste tutto da guadagnare. Benissimo; ma siccome anch’io, per quel che mi riguarda, ritengo di non aver niente da perderci (almeno ai vostri occhi) mi accingo all’opera senza paura. E in fondo questo è forse il modo migliore di sapere chi di noi due ha diritto di lamentarsi dell’altro.

Mi ammetterete, spero, che quando siete arrivato in questo castello, la vostra reputazione giustificava una certa riservatezza da parte mia nei vostri riguardi, e io avrei potuto, senza esser tacciata di soverchi scrupoli, limitarmi alle espressioni di una fredda cortesia. Voi stesso non ve la sareste presa a male e avreste trovato naturale che una donna così poco esperta del mondo non avesse la capacità necessaria di apprezzarvi. Questo era quanto voleva la prudenza; e poco mi sarebbe costato obbedirle, perché, a dirvela schietta, quando la signora Rosemonde venne a parteciparmi il vostro arrivo, ho dovuto far appello al mio affetto per lei e al suo affetto per voi per non lasciarle trapelare il mio rincrescimento.

Confesserò volentieri che da principio voi vi siete mostrato sotto un aspetto più favorevole di quel che avessi immaginato; ma voi a vostra volta converrete che tutto ciò è durato poco e che vi siete stancato presto d’una costrizione per la quale evidentemente non vi ritenevate risarcito abbastanza dalla buona opinione che m’aveva fatto avere di voi. Fu allora che, abusando della mia buona fede e della mia sicurezza, avete osato parlarmi d’un sentimento di cui sapevate bene che non avrei potuto far a meno di offendermi. E mentre voi non facevate che aggravare i vostri torti moltiplicandoli, io invece cercavo ogni pretesto per dimenticarli, offrendovi l’opportunità di ripararli almeno in parte. La mia richiesta era così giusta che voi stesso non avete potuto onestamente rifiutarmela; ma, facendovi un diritto della mia indulgenza, ne approfittaste per domandarmi un permesso che non avrei dovuto in niun modo accordarvi e che tuttavia voi mi avete carpito. Delle tante condizioni a cui l’avevo subordinato, voi però non ne avete rispettata nessuna, e la vostra corrispondenza è stata tale, che ogni lettera vostra m’imponeva il preciso dovere di non rispondere. Invece, proprio nel momento che la vostra ostinazione avrebbe dovuto indurmi ad allontanarvi, per un’ultima condiscendenza forse riprovevole, ho escogitato il solo modo ancora lecito di ravvicinarmi a voi. Ma che cosa mai vale ai vostri occhi un sentimento onesto? Voi disprezzate l’amicizia, e nella vostra folle ebbrezza, non tenendo in nessun conto l’infelicità e la vergogna altrui, agognate solo vittime e piaceri. E, mostrandovi altrettanto leggero nelle azioni quanto siete illogico nei rimproveri, dimenticate le promesse fatte o piuttosto prendete gusto a violarle, e dopo avere acconsentito ad allontanarvi da me ritornate qui senza essere richiamato, senza nessun riguardo alle mie preghiere e alle mie tante ragioni, senza usarmi neppure la finezza di preavvertirmene, esponendomi così a una sorpresa, i cui effetti, ancorché naturalissimi, avrebbero potuto essere interpretati a mio sfavore dai presenti. Ma voi, invece di divagare l’attenzione degli altri dall’imbarazzo che avevate suscitato col vostro arrivo, invece di dissiparlo, avete fatto di tutto per accrescerlo sempre più: a tavola avete scelto proprio il posto accanto a me; poi, quando una leggera indisposizione mi ha obbligata a uscire prima degli altri, non solo non avete rispettato la mia solitudine, ma avete portato tutti quanti con voi per venirmela a turbare; e quando finalmente sono tornata nel salotto, a ogni passo che facevo mi siete venuto dietro, a ogni parola che proferivo siete stato sempre voi a rispondermi, e la frase più innocente vi serviva d’appiglio a discorsi che non voglio assolutamente sentire e che possono anche compromettermi, perché insomma, signor mio, per quanta astuzia ci mettiate, è molto probabile che, come riesco a capirle io, così anche gli altri possono capire le vostre allusioni.

Mi avete costretta in tale modo al silenzio e all’immobilità, e con tutto ciò non l’avete smessa ancora. Non ero padrona di alzare gli occhi senza incontrare i vostri, e non sapevo più dove rivolgere gli sguardi. Non basta. Con inverosimile sventataggine, richiamaste su di me gli sguardi di tutta la comitiva, proprio quando avrei voluto nascondermi persino ai miei.

E poi avete il coraggio di rimproverarmi il mio contegno e di meravigliarvi dello zelo che metto a sfuggirvi! Ah, rimproveratemi piuttosto la mia troppa indulgenza e meravigliatevi che io non sia

partita subito dopo il vostro arrivo! Così avrei dovuto fare. E vedete che, alla fine, dovrò pure venire

a questa risoluzione, violenta ma necessaria, se non la smetterete con le vostre oltraggiose insistenze. Oh, non dimentico, no, né dimenticherò mai il mio dovere; non dimenticherò mai

soprattutto quei vincoli che io ho voluti e che rispetto, perché, tra l’altro, mi sono oltremodo cari! E

se un giorno disgraziatamente fossi ridotta a dover scegliere tra il sacrificio di essi o di me stessa, state pur certo che non esiterei un solo istante. Addio, signore.

Dal castello di

, 16 settembre 17

Lettera LXXIX

Il visconte di Valmont alla marchesa di Merteuil.

Stamattina volevo andare a caccia, ma fa un tempo da lupi. Da leggere, non ho altro che un romanzo nuovo che farebbe sbadigliare un’educanda. E poiché ci vorranno ancora due buone ore prima di poter fare colazione, eccomi ancora, nonostante la mia lunga lettera, a chiacchierare con voi, sicuro di non annoiarvi, perché vi parlerò del “bellissimo Prévan”. Come può essere che non abbiate saputo la sua famosa avventura, quella che ha separato le inseparabili ? Vedrete che, al primo accenno, ve ne rammenterete subito. A ogni modo, poiché desiderate che ve la racconti, eccovela qui.

Vi ricorderete che tutta Parigi era stupefatta di vedere come tre donne, tutt’e tre bellissime, tutt’e

tre con gli stessi pregi e perciò in diritto di accampare le stesse pretese, restassero così intimamente legate tra loro dal primo giorno del loro ingresso nel bel mondo. Dapprincipio si pensò che questo potesse derivare dalla loro estrema timidezza; ma presto ci accorgemmo d’essere fuori strada, perché, sebbene circondate da una corte numerosissima di ammiratori dei quali si dividevano in giusta proporzione gli omaggi, e sebbene chiarite sul valore delle premure e delle gentilezze di cui erano oggetto, la loro amicizia non faceva che stringersi sempre più, e si sarebbe detto che il trionfo

di una fosse anche di riverbero il trionfo delle altre due. Si sperava almeno che qualche rivalità

nascesse dall’amore, e tutti i nostri zerbinotti si disputavano l’onore di diventare il pomo della

discordia. Mi sarei messo anch’io nella gara, se proprio in quel mentre non fosse venuta in voga la contessa R., e capirete che non potevo esserle infedele prima ancora d’aver ottenuto da lei quel bene

a cui tanto agognavo.

Intanto le nostre tre bellezze fecero in quello stesso carnevale la loro scelta, come se si fossero

messe prima d’accordo, e questo, invece di far scoppiare l’uragano che ci eravamo ripromesso, non fece che cementare di più la loro amicizia con la dolcezza e il prestigio delle reciproche confidenze. Tutti i pretendenti restati a bocca asciutta s’unirono allora alla folla delle donne gelose, e quella scandalosa costanza fu sottoposta alla pubblica censura. Pretendevano gli uni che in questa associazione delle inseparabili (le chiamavano appunto così) fosse legge fondamentale la comunione dei beni, e che neppure l’amore sfuggisse a questa regola; altri assicuravano invece che i tre amanti, se non avevano rivali mascolini, non potevano vantarsi d’essere senza rivali femmine, e

si arrivò persino a dire che essi erano stati ammessi soltanto per coprir la decenza e che in fondo

non possedevano altro che un titolo senza funzione.

Queste chiacchiere, vere o false che fossero, non ebbero l’esito che se ne sperava. Anzi le tre coppie, intuendo che separarsi in quel momento era come un voler perdere la partita stabilirono d’affrontare la tempesta più salde che mai. Il pubblico, che alla fine si stucca di ogni cosa, si stancò ben presto anche della sua satira infruttuosa, e mosso dalla sua naturale leggerezza corse a occuparsi

di altre faccende; e quando pure tornò a questa, per effetto della sua solita incoerenza, mutò il

biasimo in elogio e, siccome nel nostro mondo è la moda che conta, l’entusiasmo divampò, e stava

per diventare addirittura delirio, quando Prévan s’accinse ad accertare di persona questi prodigi, per rivolgere su di essi l’attenzione sua e del pubblico.

Si mise dunque alla caccia di questi modelli di perfezione, ed essendo stato accolto con una certa facilità nella loro compagnia, ne trasse subito un favorevole auspicio, sapendo che le persone felici

sono difficilmente accessibili. S’accorse infatti di lì a poco che la tanto vantata felicità, come quella dei re, era più invidiata che veramente desiderabile; e che i cosiddetti inseparabili cominciavano già

a

cercare dei divertimenti esterni e persino delle distrazioni; onde concluse che i legami dell’amore

e

dell’amicizia dovessero essere già allentati, se non rotti addirittura, e che solo i legami dell’amor

proprio e dell’abitudine resistevano tuttavia, sebbene indeboliti anche questi. Le donne, tenute unite

dalla necessità, conservavano tuttora l’apparenza della cordialità di una volta; ma gli uomini, più liberi di andare dove volevano, avevano ritrovato i loro doveri da compiere, le loro faccende da sbrigare, e, se ancora qualche volta se ne lamentavano, non ne potevano però fare a meno, tanto che nelle serate raramente c’erano tutti.

Tale circostanza fu utilissima a Prévan, che invece non mancava mai: egli, com’è naturale, si metteva ogni sera accanto alla donna che era stata lasciata sola dall’amante, e in tal modo poteva fare la corte a turno e secondo le circostanze a tutt’e tre le amiche. Aveva capito che, a sceglierne una, era un voler rovinare ogni cosa, perché la falsa vergogna d’essere la prima a tradire avrebbe sgomentato la preferita, e le altre due, ferite nella loro vanità femminile, sarebbero diventate nemiche implacabili del nuovo amante e non avrebbero mancato di farsi belle della loro severità, coonestandola coi grandi princìpi della morale. Senza contare che la gelosia avrebbe fatto certamente ritornare assiduo un rivale che era ancora temibile. Ogni cosa insomma sarebbe diventata un ostacolo. E invece tutto era facile, se si dava l’assalto contemporaneamente a tutt’e tre:

ogni donna allora sarebbe stata indulgente perché vi aveva interesse, e ogni uomo altrettanto, perché non si sarebbe nemmeno accorto della propria indulgenza.

Prévan non aveva allora che una donna sola da sacrificare. Ebbene (guardate se non è nato proprio con la camicia costui!), questa donna appunto allora divenne improvvisamente celebre. La sua qualità di straniera e il fatto che con molta accortezza aveva rifiutato gli omaggi di un principe richiamarono su di lei l’attenzione della Corte e della città. Il suo amante, come giusto, godette la

sua parte di celebrità, e subito s’affrettò a metterla a profitto con le sue nuove fiamme. La sola difficoltà consisteva nel sapersi barcamenare perché i tre intrighi procedessero di conserva, con lo stesso passo; e questo doveva essere regolato per forza sulla più tardiva. So infatti da un suo amico,

a cui egli l’aveva confidato, che la sua fatica più grande fu di trattenere una delle tre, la quale era già matura a darsi quindici giorni prima delle altre.

Finalmente giunse il giorno tanto sospirato, e Prévan, che aveva avuto le tre dichiarazioni ed era perciò padrone ormai di regolare la faccenda a modo suo, fece quello che adesso vi dirò. Dei tre mariti, uno era in viaggio, l’altro doveva partire il giorno dopo, il terzo era a pranzo fuori di casa. Le amiche inseparabili dovevano pranzare a casa della futura vedovella, ma il novello signore non aveva permesso che vi fossero invitati i tre antichi servitori. La mattina di questo stesso giorno egli prese le lettere della sua bella e le divise in tre pacchetti uguali; mise nel primo il ritratto di lei, nel secondo un ricamo con le sue iniziali intrecciate, nel terzo una ciocca dei suoi capelli, e così ognuna delle tre inseparabili ricevette la terza parte di quell’olocausto come se fosse stato intero, acconsentendo in compenso di mandare all’amante caduto in disgrazia una lettera clamorosa di rottura.

Era già qualche cosa; ma non era tutto. Quella che aveva il marito fuori di casa poteva disporre soltanto della giornata, e fu perciò stabilito che una finta indisposizione la dispenserebbe dall’andare a pranzo dall’amica e che la serata sarebbe stata tutta consacrata a Prévan; quella che aveva il marito in viaggio gli avrebbe dedicato la notte, e la terza, il cui marito partiva all’alba, lo

avrebbe accolto tra le sue braccia appena il marito se ne fosse andato.

Prévan, che non trascura niente, corse allora dalla sua bella straniera con una mutria e un umore di quelli che occorrevano al caso suo, e tanto fa e dice che riesce a levar su una burrasca d’inferno, tale da assicurargli ventiquattro ore di libertà. Prese così le sue precauzioni, se ne torna pacificamente a casa, pensando di potersi prendere un po’ di riposo; ma qui altre faccende lo aspettano.

Le lettere di rottura erano state un lampo di luce per gli amanti in disgrazia, e ognuno dei tre capì d’essere stato sacrificato a Prévan. Il dispetto d’essere stato beffato, unito al fastidio che dà sempre l’umiliazioncella d’essere piantati dall’amorosa, spinse i t