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CONFRONTO TRA LA MEDEA DI EURIPIDE E LA TRAGEDIA DI SENECA La tragedia di Seneca divisa in cinque atti, ha un prologo che si pone "sull'orlo

o del precipizio dell'azione", perch "in Seneca pi che un intreccio di eventi e scontro di passioni, generate non dai fatti o dall' azione, ma al contrario generanti fatti e azioni". Medea entra in scena gi in preda al furor e il Coro esprime quello che Biondi definisce una "voce fuoricampo", "una meditazione filosofica o morale che spesso accompagna e commenta l'azione che si sta svolgendo sulla scena" .Il dialogo poi con le sticomitie, i monologhi e le rhseis considerato tradizionalmente la parte debole del dramma, infatti il personaggio si esprime soprattutto nei cantica, dove "varcando la soglia dell'equilibrio psichico, varca pure la soglia del metro dialogato per entrare nel codice del metro lirico". In Medea, come negli altri personaggi tragici di Seneca, il dramma nasce dallo scontro di furor e virtus: la maga si configura come il rovesciamento del "sapiens stoico", perch in lei non c' la vittoria del logos (razionalit) attraverso l'esercito della virtus ma la vittoria del furor e degli adfectus, in particolare dell'ira. Ma questa "tragoedia rethorica" a che pubblico era destinata? A lungo si discusso sul problema: secondo alcuni era riservata alla scena, secondo altri alle "recitationes", anche se ora si pensa che fosse rappresentata in teatri privati,secondo la prassi diffusa in et neroniana. Oltre ad essere "rethorica" questo tipo di tragedia si configura anche come "ethocentrica", come accade nella antropocentrica tragedia greca, ma si gioca sullo scontro morale tra passioni e razionalit, tra bene e male.

All'inizio del dramma senecano non ci troviamo di fronte ad un prologo vero e proprio, ma appare subito Medea, che recita versi "dall'andamento cleticoinnologico", in cui invoco gli dei inferi. Le risponde il Coro con una invocazione agli dei superi, a protezione del matrimonio della figlia del re Creonte con Giasone. Si tratta formalmente di un epitalamio ben augurante. Infatti il Coro della tragedia latina, a differenza di quello dell'opera di Euripide, non si schiera dalla parte della protagonista, mane biasima il comportamento dettato dal furor. Medea ci appare quindi fin dalle prime battute come un personaggio infernale, "nero", aborrito da tutti, con forti legami con il mondo della stregoneria che richiama il modello ovidiano, in precedenza citato. "La Medea senecana si configura rispetto a quella greca come un a tragedia teologica (la tragedia comincia e finisce con un riferimento agli dei: "Di coniugales...nullos esse deos": l'azione e la psicologia di Medea sono antifrastiche a quelle del sapiens verso i valori, coniugando, con accenti quasi eschilei, il discorso etico (il caos morale di Medea) con quello cosmico (il caos prodotto dal nefas argonautico)". Se Medea appare come "maturata nel male", anche vero che Giasone un "novello Enea", innocente, che giustamente cerca di abbandonare Medea. Tuttavia anch'egli ha una colpa originaria: la sua spedizione alla ricerca del Vello d'oro ha violato i confini del mondo e l'ordine costituito per cui dovr espiare ci con la morte dei figli.

Medea un nome parlante: la radice med- presente in tutta larea indoeuropea (cfr. latino medicus); in greco, in particolare, da riconnettere al verbo mdomai

(immagino,invento, escogito) e al neutro plurale t mdea (astuzie, scaltrezze, preoccupazioni), per cui potrebbe significare colei che sa decidere per s e per gli altri, colei che porta consiglio. Nella Medea non compaiono divinit. Lazione segue il corso delle passioni della protagonista, una delle pi grandi figure del teatro di tutti i tempi, la cui personalit domina la scena dal principio alla fine. Medea giunta in Grecia, a Corinto, con Gisone e i figli nati dal loro matrimonio, dopo averlo aiutato con le sue arti di maga ad impossessarsi del vello doro (ma il mito degli Argonauti bisogno conoscerlo). Ma ora Gisone la vuole abbandonare, allettato dallidea di sposare la figlia del re della citt, Creonte. Lazione scenica ha inizio dopo che il nuovo matrimonio gi stato celebrato. Medea, barbara, maga, straniera che non riuscita ad integrarsi nellambiente che la ospita, disperata e furibonda per il tradimento di Giasone. Consapevole che fra lei e lex marito si creato un abisso incolmabile, medita una vendetta tremenda. Quando Creonte la bandisce dalla citt , ottiene subdolamente di rimanere un altro giorno: dopo aver violentemente rinfacciato a Giasone la sua ipocrisia e il suo egoismo, la sua vilt e la sua ingratitudine; dopo aver ottenuto da Egeo (che si trova a Corinto di passaggio) di essere in futuro ospitata ad Atene, finge di riappacificarsi con Giasone e, per mezzo dei figli, invia alla novella sposa una veste e una corona in dono. Ma gli oggetti sono intrisi di veleno e la giovane regina viene immediatamente avvinta dalle fiamme, e con lei il padre Creonte che tenta di salvarla. Poi, in un crescendo di crudelt, dopo un angoscioso soliloquio (leggere bene!), nel corso del quale il suo feroce proposito per ben due volte vacilla, uccide con le proprie mani anche i figli. Giasone, saputa la notizia, accorre: impreca, piange, supplica di poter baciare per lultima volta i propri figli. Invano. Medea lo lascia annientato dal dolore, allontanandosi sul carro del Sole (finale volutamente ambiguo e variamente interpretato: il trionfo di Medea, magari salvata dalla divinit? Oppure Euripide ha voluto lasciare allo spettatore la libert di interpretazione?). Rappresentata alle Grandi Dionisie nel 431, la tragedia ottenne solo il terzo posto. Daltra parte, il pubblico della pur democratica Atene, non poteva non rimanere sconvolto dalla ferocia di Medea. Il tempo consacrer la tragedia: Apollonio Rodio, (poeta ellenistico che, in contrapposizione con Callimaco,tent lesperimento del grande libro,nato intorno al 290 e morto a tarda et),nelle Argonautiche, riprender la saga di Giasone e degli Argonauti e la sua Medea ricorder la giovane Nusicaa,e sar soprattutto il modello letterario per la Didone di Virgilio), Ennio, Pacuvio, Accio,Ovidio, Valerio Flacco riprenderanno il personaggio di Medea (in latino, ovviamente); dal Medioevo al tardo Rinascimento il mito sar ripreso in continuazione, nel 1600 basta ricordare Corneille e Calderon de la Barca; nel 17OO Hoffman e Klinger, fino al 900, ai Dialoghi con Leuc di Cesare Pavese, alla Lunga notte di Medea di Corrado Alvaro, al film Medea di Pasolini e al grande romanzo di Christa Wolf, dal titolo Medea. Analisi del personaggio. Quello di Medea un personaggio dalla ricchezza psicologica straordinaria. Basti pensare ad alcune situazioni: in apertura della tragedia, essa un personaggio smarrito,irato,disperato;poco dopo riacquista il controllo,elabora in modo lucido il suo piano,analizza razionalmente le cause del suo soffrire (si noti bene che riflettere su se stessi si pone non come il superamento, ma come il realizzarsi stesso della

sofferenza,come afferma V. Di Benedetto, nellintroduzione alla tragedia); simula la sottomissione alla decisioni di Creonte e Giasone, prende tempo, prepara in modo astuto la fuga convincendo Egeo ad ospitarla; in seguito la sua personalit si scinde fra amore materno e desiderio di vendetta, finch, con piena consapevolezza della protagonista, la passionalit prevale sugli affetti di madre; infine sembra tornare la donna selvaggia e orgogliosa che Giasone aveva conosciuto, quando,uccisi i figli,irride a un uomo affranto e distrutto. A una prima superficiale lettura, Medea pu apparire il dramma della gelosia di una donna abbandonata e tradita, quindi desiderosa di vendetta: per Giasone non ha esitato a tradire, a uccidere, a sacrificare ci che aveva di pi caro; sembrerebbe che gli stessi figli le siano cari perch sono il pegno dellamore di lui, e li uccide per colpire Giasone nel modo pi raffinato e pi atroce. Certo, Medea anche questo. Ma non solo. Il suo agire trova spiegazione nello smisurato senso dellonore, nel desiderio di essere stimata, nel non voler essere motivo di riso per gli altri (quella che Dodds chiamava civilt della vergogna). N si pu dimenticare che Medea anche una straniera insofferente verso i condizionamenti della societ in cui si inserita: in questo senso, quello fra Giasone e Medea uno scontro di culture, quella greca e quella barbara; quella maschile e quella femminile; quella della famiglia patriarcale e quella della passione; quella fra nmos (la legge della citt) e physis (la legge dei sentimenti):un dibattito, questultimo, accesissimo nel V secolo. La tragedia di Medea dunque anche quella dellesclusione del diverso, che visto come portatore di disordine, e, dunque, come elemento da espellere dalla citt (pharmaks); ma nello stesso tempo la protagonista incarna la figura del vero intellettuale, libero da condizionamenti (lo stesso EURIPIDE?), che le mistificazioni della societ (rappresentata da Giasone) non hanno ancora corrotto e, per questo, emarginato da una societ che non accetta critiche alle proprie istituzioni. Ma Medea anche il simbolo della condizione femminile in un mondo che ha confinato la donna in una posizione subalterna e di inferiorit rispetto al maschio: essa ha, al contrario delle altre figure della tragedia greca, unalta opinione di s, uno smisurato orgoglio e una forte consapevolezza del proprio ruolo: nella solitudine trover lunica possibilit di autoaffermazione. Anche in questo caso, come sempre nel mondo tragico antico,leroe vive nellisolamento e si misura con le sue decisioni, delle quali, alla fine, egli stesso sar vittima: perch alla fine della tragedia, la vittoria di Medea su Giasone appare come la sconfitta del suo cuore, avvolto nellangoscia; il suo trionfo contemporaneamente la sua rovina. Forse Medea , infine, lumanit stessa, abbandonata dalla divinit, che diventa artefice del proprio destino: ma laffermazione e la rivendicazione della propria individualit porta alla lontananza dal contesta sociale, allestraniamento, alla solitudine, allautodistruzione, in cui per lindividuo ritrova la propria dignit e la propria grandezza, che significa libert di scelta e di azione, sia nel bene sia nel male. ALTERNANZA DI PASSIONE E RAGIONE IN MEDEA di V. Di Benedetto (da Euripide: teatro e societ,Torino 1971). Le battute con cui Medea,dallinterno della casa,esprime con violenta passione il suo odio per Giasone si possono a buon diritto accostare,per lansia con cui la donna d sfogo e per il modo di esprimersi,a quelle con cui, nella parte iniziale

dellIppolito,Fedra d sfogo alla sua delirante passione (). In 96 sgg.,infatti, la donna d sfogo alla sua rabbia e al suo dolore attraverso frasi rotte dallemozione, nelle quali traspare con immediatezza lestrema tensione interna del personaggio(). Quando Medea accenna alla sua sciagura, lo fa in uno stile in cui lenfasi in funzione del pathosin realt Medea non riflette su ci che le successo, ma d sfogo a desideri e stati danimo emozionali, con uso frequente dellottativo, che d lidea dellossessivo bisogno che la donna sente di uscire dalla situazione in cui ella si sente costretta Subito dopo che la nutrice e il coro hanno commentato con commosse parole linfelicit di Medea, la donna compare sulla scena.ella una donna completamente diversa, che esordisce con un discorso volutamente difficile sulla vera e sulla falsa superbia e sulla necessit che uno straniero,soprattutto,si prenda cura di mantenere i contatti con la gente. Il discorso di Medea dei vv.214-66 caratterizzato da una tendenza alla generalizzazione. Medea non esprime degli stati danimo,ma le riflessioni sulla sua situazione,vista in una situazione pi ampia e non puramente soggettiva.Certamente la lunga rhesis assolve alla funzione di accattivarsi la simpatia e il silenzio da parte del coro e ci effettivamente chiesto ai vv.259-263. Il discorso di Medea ai vv.214-263 ha unimpalcatura solida,che fa da sostegno a un pensiero che si sviluppa secondo una linea coerente dal principio alla fine.Lo stesso atteggiamento Medea mantiene durante il dialogo con Creonte. Costui osserva che ella maggiormente da temere in quanto saggia,alludendo velatamente alla conoscenza delle arti magiche che si attribuiva a Medea. Rispondendo nei vv.292 sgg. A queste accuse, Medea prende le mosse da lontano. Ancora una volta ella pone il problema in una prospettiva pi ampiaviene a parlare della sophia,intesa per in un senso pi lato di come voleva intenderla Creonte; e ancora una volta le difficolt in cui si venuta a trovare vengono spiegate da Medea con considerazioni di ordine generale, nel senso che il sapiente in quanto tale ha vita difficile,perch agli altri sembra dire cose inutili e risulta odioso (si noti bene che nel colloquio fra Medea e Giasone nei vv.866 sgg., acquista grande importanza il sottile gioco linguistico che contrappone sophia e sophrosyne, entrambi derivanti dalla radice phren-: la straniera Medea sapiente, lintegrato Giasone saggio; per il vero sapiente impossibile partecipare di una saggezza che porta con s lasservimento a una realt giudicata negativamente). Appare dunque chiaro che il personaggio di Medea strutturato, almeno fino a questa parte della tragedia,secondo unarticolazione interna che coincide nella sostanza che con quella di Fedra e Alcesti. Secondo lo stesso ritmo interno il rziocinio succede allo scoppio incontrollato della passione e anche in Medea il modo lucido e rigoroso con cui ella si esprime nel discorso alle donne del Coro e a Creonte appare inconciliabile con lirrazionalit del suo sfogo allinterno della casa.

Rea d'infanticidio, la sposa di Giasone vista da sempre pi come una creatura disumana che umana: a costituire invece la novit del libro della Pedrazzini proprio il

fatto di riconoscere in Medea l'archetipo dell'(ahinoi) epidemico soggetto psicologico della cosiddetta schiava d'amore, ovvero di un determinato esemplare di donna, quasi sempre di notevole e notevolissimo spessore umano e culturale, che si trova suo malgrado ad essere alle prese col dilaniante e autolesivo amore verso un individuo, per il quale ha magari litigato con la famiglia e lasciato la casa paterna, che ne esaurisce le risorse economiche, nervose, emotive, energetiche, ne falcidia l'autostima, la tradisce con un'altra per motivi puramente utilitaristici e infine la abbandona.

Fin dall'inizio da lei idealizzato, quest'individuo - incapace di provare sentimenti, incapace di rendersi conto delle sofferenze che provoca in chi lo ama, grande affabulatore, presuntuoso, esperto nel saper cadere sempre in piedi, sempre il coltello dalla parte del manico e perci sempre, secondo lui, dalla parte della ragione - le appare d'un tratto in tutta la sua infinita meschinit: in questo momento che la schiava d'amore - dopo averlo amato pi di prima e profondamente odiato, dopo aver pianto, smesso di mangiare e dormire, aver ben sondato il fondo del proprio dolore e anche incominciato a scavare, aver infine compiuto qualcosa di pi o meno gravemente autolesionistico - recupera la libert e ridiventa se stessa (Medea fiam), com'era prima di essere deflorata da un sadico egoista, prima di divenire la protagonista di un vero e proprio dramma della volont (e quindi di abdicare al suo passato rendendosi diversa da se stessa e di continuare a discendere dalla propria altezza sotto il fascino di un altro), prima di trovarsi invischiata nell'assoluto, patologico, masochistico amore per l'uomo sbagliato. Osservato in questa prospettiva, anche il personaggio di Medea, come gi quelli di Edipo e di Antigone, diventa umano. Fin troppo umano: archetipo eroico di grandi figure tragiche come Didone, Olimpia, Ermengarda, Adele H., Emma Bovary, Anna Karenina, Livia Serpieri e molte altre. Dei cosiddetti uomini sbagliati capitati sulle loro strade, invece, nessuno si ricorda: gli uomini da loro idealizzati e adorati, piccoli uomini che si sentono super partes e si comportano come se avessero a che fare con oggetti e non con persone in carne e ossa, non lasciano quasi mai traccia di s, se non nellombra della figura femminile.

Spostando l'asse tragico - si legge - su quelli che, nella prospettiva "infantidiocentrica", sono gli antefatti, l che si pu individuare il cuore pulsante della tragedia, non in un singolo fatto, ma in vari elementi che, uniti, sbalzano, dal fondo della vicenda tragica, il conflitto eterno tra maschile e femminile, l'amore fatale ossessivo e, soprattutto, quel fenomeno di dipendenza amorosa, di "asservimento sessuale", di "schiavit d'amore" femminile verso una figura maschile idealizzata, definito da una psicanalista freudiana contemporanea, Louise Kaplan, con il termine tedesco Hrigkeit (p. 18). La Hrigkeit - continua l'autrice - segue un copione fisso, articolato essenzialmente in tre fasi: la prima quella dell'innamoramento (della donna per un uomo ai suoi occhi straordinario), la seconda quella della relazione vera e propria (intensa ma emotivamente sbilanciata: tanto pi l'uomo si mostra distaccato, quanto pi appare prezioso agli occhi della donna che sente di non essere nulla senza di lui) e infine quella dell'abbandono (in certi casi aggravato dal tradimento), che getta la schiava d'amore in uno stato di angoscia, di depressione, di vuoto, di morte.

Concentrando la propria attenzione sulle Medee di Euripide, Seneca, Corneille e Grillparzer, ovvero sulle quattro principali fenomenologie letterarie dell'eroina colca, la Pedrazzini ne studia le diverse reazioni emotive nel momento in cui si trovano, prima, alle prese con l'innamoramento per Giasone e, poi, col tradimento e l'abbandono: quella euripidea irrazionale e insieme razionale e in ci risiede la sua modernit; quella senecana non altro che un monstrum morale preda di passioni autolesive (un odio e un amore che si alimentano l'un l'altro); quella corneilliana una incarnazione della magnanimit aristotelica, e quella grillparzeriana - indagata nel corso di una intera trilogia e quindi seguita dall'adolescenza fino all'ultimo commiato a Giasone - concepisce l'amore come un'ansia d'infinito, come un bisogno di fusione totale e si trova a doverlo condividere con un uomo assolutamente incapace di reciprocit amorosa, che vede e vive l'amore - come tutto - in una prospettiva materialista e concreta.

Ognuna di queste quattro Medee anche lo specchio dell'autore che lha data alla luce (un cittadino ateniese "anomalo" e un intellettuale solitario come Euripide; un filosofo stoico come Seneca; un cristiano blandamente neostoico molto attento al realismo psicologico come Corneille; e Grillparzer, ovvero il pi grande poeta austriaco dell'Ottocento nonch un individuo consapevole di essere umanamente fin troppo affine a Giasone) e della societ in cui stata concepita (l'Atene del 431 a.C., ovvero una citt in cui Pericle ha appena emanato una legge che nega la cittadinanza ateniese a chi di madre straniera e sono quindi all'ordine del giorno i casi di mogli asiatiche ripudiate dai mariti greci; la Roma neroniana; la Francia secentesca del cardinale Richelieu, dominata da una Santa Inquisizione che tortura e uccide tantissime innocenti nei processi alle streghe, e infine l'Austria cattolica del primo Ottocento).

Con metodica intelligenza (forte di una ferrea organizzazione della materia e soprattutto di un'idea originale da sviluppare), senso dell'analisi e della sintesi, al bando quanto possa risultare inutile ai fini della sua tesi, la Pedrazzini si sofferma su tutti e quattro gli scrittori, inserisce le loro Medee all'interno del copione della Hrigkeit e le connette fra di loro rilevandone le differenze (solo Seneca, dei quattro drammaturghi in questione, vede la sua protagonista in una luce negativa) e in modo particolare le affinit.

La Medea euripidea, per esempio, al contrario di quanto accade in Seneca e Corneille, ormai non ama pi il marito: quanto a quella grillparzeriana, viene mostrata anche nell'attimo stesso (ovvero quando lui, nel terzo atto, si illude di salutarla per sempre) in cui smette di ostinarsi ad amarlo ( l'indifferenza esibita da Giasone nel congedarsi da lei a svelarle, infatti, come in un'epifania, l'ipocrisia, la meschinit, la pochezza dell'uomo che lei ha creduto grande).

Mentre Euripide e Corneille (malgrado il secondo non conosca la tragedia del primo ma solo quella senecana tradotta in francese) ritengono, inoltre, che le cause della malattia d'amore della protagonista (e quindi l'ira e la vendetta) siano esclusivamente esterne (l'unico colpevole quindi Giasone, traditore e affetto da un'autentica crudelt mentale), Seneca vede all'interno della stessa Medea e nella natura "geneticamente" passionale del suo animo l'origine dell'amore distruttivo che la tormenta. Quanto a Grillparzer (il cui modello il testo euripideo), individua, come Seneca, il motore della Hrigkeit di Medea in Medea stessa ma, tuttavia, dedica una particolare attenzione a descrivere Giasone come un carnefice, come un uomo che per anni ha amato una donna e che d'un tratto sembra non ricordare pi niente della vita trascorsa accanto a lei: visitata in continuazione dai ricordi del passato, Medea perci ossessionata e disperata da quella che le appare come una sorta di perdita di memoria da parte dell'uomo. Un uomo che le preferisce Creusa per la sua inferiorit rispetto a lei, perch, oltre al fatto di risultarle utile, una figura abbastanza neutra da essere come uno specchio in cui pu rimirarsi, un possibile suo satellite.

A completare questo libro - che si legge come un romanzo ed imperdibile per quanti siano interessati al personaggio di Medea o pi in generale al tema della Hrigkeit, e terapeutico per chi si sia trovato in una situazione analoga a quella di una donna tradita e abbandonata - un ricchissimo e ammirevole apparato di note.