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De Bello Gallico

Perch commentarii? Chiamati cos perch, prima di essere concepito come un testo letterario in
funzione di un pubblico/lettore, erano una raccolta di materiali diversi. Erano una sorta di diario del
comandante, con strategie e appunti di guerra, oltre che racconti di avvenimenti; oltre a questo va
aggiunto il materiale etnografico presente nel libro (descrizione della Gallia, usi e costumi).
Al momento della "pubblicazione", Cesare rivede questo materiale, lo riordina e lo riscrive,
infarcendolo di una buona dose di retorica a sua favore (nascosta e al tempo stesso evidenziata
dall'uso della terza persona) e di diverse riflessioni e considerazioni che portano il lettore a
scorgere l'obbiettivo dell'autore: giustificare la lunga e dispendiosa campagna di Cesare in Gallia.
Non da mettere in secondo piano anche la volont di fornire una testimonianza, quanto pi
realistica possibile, dell'esperienza della guerra in Gallia. Vengono inserite anche diverse
considerazioni riguardo l'uso del potere da parte di Roma nel confronto delle popolazioni a lei
sottomesse, riflessione priva per di moralismo.
Sono 8 libri, costruiti secondo lo schema annalistico; trattano della campagna di conquista e
pacificazione della Gallia Transalpina, di cui fu proconsole dal 58 al 50 a.C.

I libro: 58a.C. Descrizione della Gallia e cause dell'intervento romano a difesa della provincia
della Gallia Narbonese.

II libro: 57a.C. Cesare si occupa della ribellione dei Belgi e dei loro sostenitori (Nervi, Seduni e
Aduatuci).

III libro: 56a.C. Cesare crede di aver pacificato la Gallia e, d'inverno, parte per l'Illirico. Tuttavia
le popolazioni Galle si rivoltano e iniziano a dare segni di guerra. Cesare costretto a
occuparsi dei Veneti, mentre Titurio Sabino contrasta la popolazione degli Unelli.

IV libro: 55a.C. D'inverno alcune popolazioni barbare minacciate dagli Svevi sono costrette a
varcare il Reno. Con il pretesto di aiutare gli Ubii, Cesare interviene con la forza contro i
Germani. Fa costruire un ponte sul Reno, sconfigge i Germani e brucia il ponte. anche l'anno
della prima spedizione in Britannia, bruscamente interrotta da nuove rivolte in Gallia. Sedate
queste rivolte, Cesare dispone l'esercito a svernare nel territorio dei Belgi.

V libro: 54a.C. Seconda spedizione in Britannia, nella quale troviamo la digressione etnografica
sugli usi e i costumi dei Britanni. Tornato in Gallia, Cesare deve affrontare la ribellione di
Germani, Belgi, Aduatuci, Nervii, nonch il gallo Ambiorige che si mette a capo di una
coalizione di Galli contro Roma. Torna la figura di Titurio Sabino e Cicerone (fratello
dell'oratore).

VI libro: 53a.C. Dopo un excursus sui costumi dei Germani e sulla selva Ercina, Cesare
racconta la guerra contro gli Eburoni e delle rivolte in Gallia sedate anche in questo caso.

VII libro: 52a.C. Mentre Cesare in Italia, i Galli approfittano per riunirsi; trovano un capo in
Vercingetorige, re degli Arverni. Dopo alcune sconfitte di Cesare, tutta la Gallia si ormai
coalizzata contro Roma. Con grandi sforzi e abile strategia, Cesare riesce a cingere d'assedio
Vercingetorige nella citt di Alesia. Poco dopo i Galli si arrendono e a Roma vengono dichiarati
venti giorni di ringraziamento.

VIII libro: 51-50a.C. In realt si suppone scritto da un generale di Cesare, Aulo Irzio, per dare
continuit con il Bellum Civili.

Appendice: Cicerone, Brutus


un commento allo stile di Cesare: viene definito come pulito e privo di fronzoli. Scopo di Cesare
quello di fornire un resoconto asettico dell'impresa in Gallia, in modo che chi voglia realizzare
un'opera storiografica, pu utilizzare questo commentario come fonte. In realt questo stile
asciutto far in modo che in molti lo rimaneggino, aggiungendovi fronzoli inutili e rovinandolo.
Cesare, De Bello Gallico, libro III + commento
Questi passi descrivono il comportamento di un buon generale Romano in assenza del suo
comandante. Figura di riferimento Titurio Sabino; con questo breve romanzo Cesare vuole anche

giustificarsi preventivamente dall'accusa di avergli assegnato troppe responsabilit, che nel libro V
porter ad una tremenda sconfitta per i Romani.
Possiamo individuare tre momenti narrativi:
1 Vengono presentate le circostanze esterne della narrazione, Cesare ci mostra i dubbi e le
incertezze dei Romani di fronte al comportamento provocatorio dei nemici, in contrasto con la
tattica attendista di Sabino.
2 Sabino decide di creare le condizioni favorevoli allo scontro: luogo adatto lo ha gi, crea invece
l'occasione esterna ingannando i nemici con l'uso di un perfuga, scelto di origine gallica.
3 Vengono descritti gli effetti della mossa di Sabino: nell'immediato vediamo la reazione dei
barbari alle parole del perfuga, poi lo scontro effettivo tra i due eserciti.
Il racconto si chiude con una sententia.
Si nota nel linguaggio una forte opposizione tra il mondo romano, ordinato e pacifico, contro quello
Gallico, disordinato e rissoso, tra i quali si staglia la figura di Virovidice, capo di questa banda di
violenti facinorosi. I galli sono dominati dall'audacia, un peccato di superbia per i romani.
Appendice: Virgilio, Eneide II
La struttura del discorso del perfuga fortemente retorica e ricorda molto quella usata da Virgilio,
nell'Eneide, nel discorso di Sinone. Tutto basato sulla prima affermazione vera dell'oratore, da cui
derivano una serie di conseguenze verosimili o del tutto false, che proprio in virt di quella prima
ammissione di verit, acquistano anch'esse quel riconoscimento.
Un'altra abilit sta nel tener conto del pubblico e dell'occasione in cui ci si trova, per poter far leva
sull'emotivit dell'uditorio al fine di convincerli.
Giocando con il lettore, proponendogli temi e fatti che gi conosce, fornendogli uno schema di
decodifica dell'evento, Cesare riesce a mantenere viva l'attenzione e a dare le informazioni che
vuole. Questa combinazione di noto e nuovo quello che rende un testo apprezzabile.
Cesare, De Bello Gallico, libro IV + commento
Cesare sta giustificando la decisione di fare guerra ai Germani, valicando la barriera del Reno,
confine tra il territorio romano e quello gallico. Se non ha un avversario, Cesare se ne crea uno, qui
ne abbiamo addirittura tre.
Uno dei pretesti l'attraversamento del fiume Mosa da parte degli Usipeti e dei Tencteri, per
cercare viveri, cosa che era avvenuta anche nel libro I ad opera degli Elvezi.
Poi ci sono i Sigambri che danno ospitalit ai due popoli e ai Germani dopo la battaglia con i
Romani.
Infine gli Svevi che minacciano gli Ubii, alleati di Roma; e Roma deve correre in aiuto dei suoi
alleati (quando le fa comodo), anche perch gli Ubii promettevano una flotta in cambio del suo
tempestivo aiuto.
Cesare, De Bello Gallico, libro V
Questi capitoli servono a Cesare per giustificare la pesante sconfitta inferta dai Galli di Ambiorige
alle truppe, durante il periodo invernale. Una delle scusanti di Cesare proprio il fatto che durante
l'inverno gli eserciti si ritiravano negli hiberna, gli accampamenti invernali, senza combattere,
mentre Cesare si recava in Italia per occuparsi della sua carriera politica. Inoltre riteneva la Gallia
ormai completamente pacificata.
Nel capitolo 24 viene descritta la preparazione di questi accampamenti e la distribuzione delle
legioni nel territorio dei Belgi. Ci vengono presentati diversi generali, tra cui spiccano le figure di
Titurio Sabino, gi incontrato nel libro III come ritratto del perfetto generale, e Quinto Cicerone,
fratello del pi celebre Marco Cicerone l'oratore.
A Sabino in particolare vengono affidate una legione e cinque coorti, comandate da Lucio Cotta,
tuttavia non composte da esperti soldati (sono infatti fresche di leva).
Come scelta strategica, Cesare dispone le legioni non molto distanti le une dalle altre, come a
creare una grande unica linea di difesa; presenta per questa tattica difensiva come un atto di

benevolenza verso le popolazioni che, vista la scarsit di grano, non dovranno sfamare tutte le
truppe.
Alla fine viene sottolineato che Cesare, da buon comandante, rimane con i suoi uomini fino a che
la situazione non sar sistemata del tutto. questa una preventiva tutela per ci che succeder in
seguito; ci vuole in pratica dire che la colpa dei successivi scontri e morti dei barbari e della loro
perfidia, non certo di un buon comandante come lui!
Da notare l'abile struttura retorica tessuta da Cesare: lui non mai citato nel brano, ma tutta
l'azione prende vita da lui. Questo movimento centrifugo accoppiato ad uno centripeto, che
riconduce tutte le decisioni alla figura di Cesare. Sar proprio l'interrompersi di questo movimento,
quando Sabino contravverr alla strategia di Cesare, che la situazione precipiter.
I capitoli dal 26 al 37 mettono in scena un piccolo romanzo di Titurio Sabino.
Viene inizialmente presentato il nemico, Ambiorige, accusato di aver tradito la fides.
A colloquio con Gaio Arpinio, il capo dei Galli fa un discorso lungo e articolato, che al lettore deve
suonare almeno vagamente sospetto (anche qui abbiamo una struttura simile al discorso di
Sinone) Per prima cosa sottolinea i debiti che lo legano a Cesare, il quale gli ha concesso diversi
benefici. Si difendo inoltre per il precedente attacco, dicendo di essere stato costretto dal popolo,
a sua volta spronato dalla rapida e pressante formazione della lega gallica con l'obiettivo della
libert comune. Infatti, dice Ambiorige, non sarebbe stato tanto sprovveduto da attaccare i romani
che sono cos abili nel combattimento!
Il piano era attaccare tutti gli accampamenti insieme: infatti in quel momento anche Labieno e gli
altri generali stavano combattendo, quindi non possono dare aiuti. Cos come aveva aderito
all'attacco per amor di patria, ora per onorare i debiti verso Cesare, avverte Titurio di mettersi in
salvo, poich i Germani con molte truppe stanno per arrivare. Ambiorige infine dice che lo
spostamento dei soldati dall'accampamento era positivo sia per i romani (che si salvavano) sia per
la sua nazione, che avrebbe dovuto sfamare meno persone.
Possiamo evidenziare che lo stratagemma usato da Ambiorige lo stesso che Titurio ha usato nel
libro III: questo un caso di doppia morale, perch prima il generale stato esaltato per la sua
bravura militare, ora il nemico viene condannato per questo uso bieco e falso della retorica.
Cesare ovviamente non ha testimoni diretti di questo discorso, per cui possiamo ipotizzare che sia
un efficace esercizio di retorica. Inoltre anche le altre discussioni e la stessa ricostruzione dei fatti
derivano appunto da una ricostruzione fatta da Cesare secondo la logica e, forse, secondo i
racconti di alcuni superstiti.
Segue una scena drammatica di discussione tra i generali e luogotenenti romani, tra cui Titurio e
Cotta di pareri discordanti. Dopo le logiche e corrette affermazioni di alcuni generali (non bisogna
accettare consigli dai nemici, bisogna seguire gli ordini di Cesare, gli accampamenti sono ottimi
per sostenere un attacco; stanno arrivando rinforzi e Cesare stesso), Titurio alza i toni e, facendo
leva sull'emotivit dei soldati, riesce a convincere tutti che la scelta migliore dar retta ai nemici:
non segue la razionalit!
Importante sottolineare che Titurio pensava che Cesare fosse in Italia! Questa mancanza di
comunicazione stata una disattenzione del gran comandante.
La scena della preparazione e della partenza infine mette in luce altri grossolani errori di Titurio,
che diventa agli occhi del lettore un imbecille: i soldati vengono tenuti scegli tutta la notte a fare la
guardia allettando i nemici con i fuochi e i rumori, inoltre devono fare i bagagli che gli saranno da
impedimento, inoltre la stessa partenza all'alba con i soldati stanchi e abbattuti non una
decisione particolarmente brillante.
Potremmo chiederci perch Cesare ha affidato il comando ad un cos inesperto generale: la
risposta/giustificazione ci viene da prima, nel libro III, dove Titurio invece ha agito alla perfezione:
sbagliano tutti ma non Cesare!
Nel combattimento poi si contrappongono le due figure dei comandanti: Cotta che prende il posto
di Titurio, dando ordini e spronando i soldati, combattendo valorosamente fino alla morte, e Titurio
che invece impaurito scappa da traditore. Nella descrizione dell'assedio, c' un parallelismo con il
De Bello Civili: i soldati, per scampare alla cattura/uccisione da parte dei nemici, si uccidono l'un
l'altro.
Altre fonti ci parlano di questa terribile sconfitta:

Cassio Dione, uno storico greco. Racconta in modo un po' diverso questa battaglia, forse
pi oggettivo?
Svetonio parla invece della reazione di Cesare alla notizia della sconfitta: si fa crescere la
barba e giura vendetta. Nel De bello Gallico invece Cesare si presenta in modo pi
razionale, anche qui per non essere accusato di aver inseguito il nemico sbagliato accecato
dall'odio (il vero nemico sar Vercingetorige!).
I passi da 38 a 49 raccontano invece la figura di Quinto Cicerone e del suo comportamento, da
vero buon comandante, in una situazione molto simile, direi uguale, a quella in cui si era trovato
Titurio.
Inizialmente ci viene presentata la nascita di un fronte di liberazione della Gallia, spronato dalla
vittoria di Ambiorige: l'unione fa la forza. Si uniscono alla schiera anche i Nervii. Approfittando del
fattore sorpresa queste truppe di barbari si dirigono verso l'accampamento di Cicerone.
A differenza di Titurio, Cicerone sa della permanenza di Cesare in Gallia e gli manda diversi
messaggi. Inoltre Cicerone pi esperto, tanto che al momento di organizzare una difesa, non
perde tempo e d ordini precisi in vista dell'assedio prolungato.
Dopo un assedio non senza perdite, avviene il colloquio, dove i capi dei Nervii riferiscono a
Cicerone le stesse cose di Ambiorige; qui Cicerone ad avere il controllo per, risponde infatti che
i romani non accettano condizioni imposte dai nemici!
Nei capitoli mancanti si racconta del protrarsi dell'assedio, del incendio da parte dei Galli
dell'accampamento romano e di due soldati distintisi per coraggio e amicizia. Pollone e Varenio si
stagliano sullo sfondo del combattimento, ognuno vuole essere il pi valoroso ma non esita a
salvare la vita all'altro nel momento del bisogno.
Questa breve tavolozza encomiastica, serve a Cesare sia per esaltare il valore dei suoi soldati
(come fa in altre occasioni anche nel De Bello Civili) ma anche a sottolineare come un buon
comandante conosca i suoi soldati e dai loro i meriti che gli spettano.
(Tradizione antica vede le figure di Ciro, fondatore del regno persiano, e Alessandro Magno come
figure di abili condottieri e ottimi comandanti) Nei capitoli finali invece vediamo i preparativi di
Cesare prima di correre in aiuto dei suoi soldati: riorganizza le legioni in modo da coprire gli
accampamenti e avere il maggior numero di uomini a sua disposizione. Sta creando un
monumento a se stesso: parte con pochi uomini e in fretta deve percorrere 120km per arrivare da
Cicerone ad aiutarlo.
La particolarit che, una volta messosi in viaggio, Cesare riesce ad essere raggiunto dai
messaggi di Cicerone!
Cesare, De Bello Gallico, libro VI
Come Sabino, anche Cicerone subisce un ribaltamento: da generale perfetto fedele al suo
comandante, si presenta qui diffidente verso Cesare e la sua strategia. Interessante da notare
l'ambientazione dell'episodio. Siamo ad Atuatuca, capitale del popolo di Ambiorige, ormai sconfitto
da Cesare e ritiratosi tra i Germani in cerca di alleanze.
Siamo proprio nell'accampamento dove l'anno prima Sabino e Cotta avevano subito una
clamorosa sconfitta in seguito alla disubbidienza dei legati e di alcuni importanti errori di
valutazione di Cesare. Ovviamente Cesare non ha imparato la lezione perch anche qui commette
le stesse sviste! Quali sono quindi questi errori?
1 L'accampamento s in un luogo strategico, ma ha dei punti deboli: ci sono infatti dei boschi che
favoriscono l'agguato dei Galli e impediscono ai Romani di vederli.
2 Cesare lascia Cicerone, che non ha molta esperienza ma si mostrato un valido generale (come
Sabino), al comando di pochi uomini, inesperti e feriti. Inoltre la strategia uguale a quella
dell'anno prima: le legioni sono dislocate in diversi punti, quindi sono isolate. Cesare fa passare
questa scelta come filantropica e umanitaria: infatti non concentrando tutti gli uomini in un solo
posto non grava su una sola popolazione per sfamarli; usando un accampamento gi costruito e
fortificato (l'anno prima da Sabino) evita che i soldati si stanchino a costruirlo e prepararlo e
pensino invece solo a combattere.
3 Cesare parte per dare la caccia ad Ambiorige, accecato dalla vendetta che non gli permette di
vedere il quadro della situazione; promette anche di tornare in sette giorni, cosa che non succede

e costringe Cicerone a mandare i soldati a prendere il grano per sfamare il campo,


contravvenendo per agli ordini.
4 Cesare stesso, invaso il territorio degli Eburoni (unici Galli rimasti sul piede di guerra ormai),
invita gli stessi Galli a saccheggiare il territorio. Ovviamente i barbari, allettati dalla prospettiva di
un pi ricco bottino nell'accampamento romano, non si fanno sfuggire l'invito! L'errore qui sta nel
giudicare gli altri in base a se stessi: i barbari sono un popolo che vive del momento e si alleano a
in base alle opportunit.
Ovviamente Cesare non si prende la colpa dell'accaduto, ma la attribuisce alla Fortuna, la sorte
imprevedibile determinata anche dall'imprevedibilit dei moti psicologici umani, dal
comportamento imprevedibile (non troppo visto epoche erano stati invitati al saccheggio da
Cesare stesso) dei barbari e dalla perfidia umana.
Inoltre un altra causa della sconfitta la diffidenza di Cicerone. Il generale commette infatti una
serie di errori di valutazione: innanzitutto ritiene il luogo perfetto perch pu vedere i nemici in
ogni direzione (non vero), ritiene anche che i nemici ormai siano distrutti e in numero inferiore,
rispetto alla moltitudine delle legioni romane, che sono per con Cesare; a Cicerone rimangono
pochi e mal messi soldati. Infine, errore pi grave, non crede alla strategia di Cesare e disubbidisce
agli ordini! A differenza di Sabino, per, Cicerone non definito imbecille ma diffidente, ha
commesso un errore di valutazione, non ha certo dato retta ad un barbaro come un perfetto
ingenuo (idiota!).
Nonostante tutti questi elementi, gli attacchi dei Galli, che pur giocano sul fattore sorpresa e
sembrano avere la meglio, alla fine falliscono. Il luogo infatti si dimostra adatto a sostenere
l'assedio (Cesare ci strizza l'occhio come a dire che ha scelto bene due volte!), i Galli sono
facilmente ingannati e credono che all'interno non ci sia nessuno a difendere il campo e, infine, i
soldati romani mostrano tutto il loro coraggio in battaglia riuscendo a sostenere l'attacco,
nonostante l'inesperienza e le ferite; c' anche una buona dose di fortuna!
Possiamo ritrovare anche qui il ritratto di un buon comandante, seppur in modo implicito.
Dal confronto con un'orazione di Ciceroneo (Pro Lege Manilia, 66a.C., riguardo l'attribuzione di un
potere assoluto a Pompeo), possiamo ricavare un completo quadro delle doti che deve avere un
ottimo generale, che implicitamente Cesare si attribuisce.
Deve avere ingenium (carattere che si ha dalla nascita) e fortuna (volont degli dei).
L'ingenium si suddivide in:
- scientia: la capacit di manipolare le informazioni; la capacit militare che prevede exercitatio
(esperienza), prudentia (saper prevenire cosa accadr), diligentia (saper passare dal pensiero
all'azione) e velocitas (capacit di reagire immediatamente).
- virtus: il coraggio effettivo in combattimento e le doti umane.
- auctoritas: l'obbedienza che dovuta dai sottoposti e il rapporto con i soldati, che devono essere
spronati nel dimostrare il loro valore guardando al capitano come a un modello da imitare.
Per quanto riguarda la struttura, fortemente impostata e retorica (un periodo ha ben 15
subordinate!) possiamo ritrovare un'impostazione fortemente romanzata. Abbiamo infatti il
riproporsi di una situazione identica a quella precedente, quasi che fosse un topos; l'uso di
antagonisti gi conosciuti che si dimostrano ancora pi perfidi; infine il ricorso frequente alla
fortuna. Questi elementi portano il lettore a distogliere l'attenzione da ci che invece importante,
gli errori di Cesare.
Cesare, De Bello Gallico, libro VII + commento
Il libro settimo si apre con il ritorno di Cesare in Italia per questioni di pubblica amministrazione,
poich la situazione in Gallia sembra tranquilla; in realt non cos, infatti prima con la rivolta a
Cenabo, poi con l'iniziativa di Vercingetorige, presto tutta la Gallia di nuovo alleata contro Roma.
Il capitolo 4 ci presenta la personificazione della resistenza gallica e principale avversario di
Cesare, Vercingetorige, che sar protagonista dell'intero libro. Il ritratto di quest'uomo inserisce
alcune notizie apparentemente storiche in uno schema retorico gi costituito; segue infatti le
regole del basilikos logos, ovvero un elogio ad un capo eroico, che in questo caso si applica ad un
anti-eroe, nemico di Roma. Vediamo come strutturato.

Per prima cosa ci viene fornito il nome e l'origine (i nobili natali); abbiamo poi l'et, l'aspetto e il
carattere (potenti a sta sia per forza e prestanza che per forza politica/morale), infine le gesta e le
grandi doti di comando e carisma, nonch gli aspetti pi crudeli. Proprio questi costituiscono l'altra
faccia della medaglia: Vercingetorige un barbaro e in quanto tale non pu essere rappresentato
come eroe. La grandezza malvagia di questo personaggi infatti estesa a tutti i Galli, descritti
come un branco di sbandati uniti tutti, volenti o nolenti, in un'impresa contro Roma.
Interessante notare un episodio della descrizione di Vercingetorige: il padre, Celtillo, aveva
conquistato formalmente tutta la Gallia ma viene ucciso perch aspirava ad averne il potere
assoluto. Il figlio, dopo aver incontrato il dissenso dello zio e di altri che lo cacciano dalla citt,
raduna un esercito, caccia i suoi oppositori dalla citt e, di fatto, viene nominato re acquisendo il
potere assoluto sulla Gallia e vendicando, in un questo modo, la morte del padre.
I capitoli 77 e 78 ci mostrano una fase, ormai disperata per i Galli, dell'assedio di Alesia. Il loro
accampamento, costretto dai Romani all'interno della citt, privo di un capo e per questo si
instaura una vivace discussione sul da farsi, inoltre stanno aspettando altri Galli, gli Edui, che per
tardano nel portare aiuti: un po' un ribaltamento delle situazioni in cui si erano trovati sia Sabino
che Cicerone.
Le proposte principali sono due: arrendersi o tentare un attacco a sorpresa.
A prendere la parola, quindi, Critognato, figura pressoch sconosciuta che offre a Cesare un
modello di barbaro perfetto perch non pu essere contraddetto. A questa figura affidato uno dei
discorsi diretti pi lunghi di tutta l'opera. Discorso che per altro una notevole opera di retorica.
Critognato si oppone a entrambe le proposte: giudica la prima da deboli, la seconda invece ritiene
che sia un inutile tentativo suicida. Secondo lui la vera virtus, il vero valore risiede nel sopportare
a lungo anche le situazioni peggiori. A ben vedere questo ideale tipicamente romane, infatti lo
stesso Enea elogiato per la sua pazienza anche nelle situazioni pi sfavorevoli, in nome di una
causa comune e del bene dei suoi uomini. Anche i Galli devono restare uniti sotto una comune
speranza di libert!
A questo punto, in modo inaspettato (aprosdoketon), Critognato introduce la terribile proposta del
cannibalismo per ovviare ai problemi delle scorte di cibo. Per giustificarsi, adduce come esempio
un fatto accaduto nel I a.C., assediati dai Cimbri, i Galli si sono dati al cannibalismo; questo
ripugnante fatto viene fatto passare come nobile e degno di lode. Cesare riesce in questo modo a
portare il lettore definitivamente dalla sua parte: un barbaro sar sempre un uomo malvagio e
senza piet!
Ovviamente Cesare tace il fatto che in passato (e anche in questo caso) furono i Romani stessi a
spingere i nemici a questa drastica soluzione, durante l'assedio di Numanzia, sotto il comando di
uno dei migliori comandati di Roma, Scipione Emiliano.
Alla fine la proposta di Critognato non verr accettata dai suoi e i pi deboli verranno fatti uscire
da Alesia e lasciati morire alle porte dell'accampamento romano, da Cesare stesso. Nonostante
questo, il lettore ormai convinto della perfidia dei barbari (che tra l'altro hanno cacciato gli stessi
abitanti di Alesia che prima avevano dato loro un luogo dove rifugiarsi) e non riesce a vedere che
anche Cesare non si mostrato molto clemente.
Interessante notare come questo discorso sia uno degli esercizi retorici pi in voga dell'et
imperiale. Nelle scuole di oratoria venivano infatti dati agli allievi degli esercizi retorici con
situazioni assurde, al di l della realt e il cannibalismo proprio uno di questi temi.
Inoltre anche Petronio mette in scena nel Satyricon una macabra scena di cannibalismo,
quando un vecchio ricco designa suo erede colui che lo manger.
Infine ricordiamo Quintiliano, nelle Declamationes maiores et minores, dove condanna un
magistrato che, per avidit, ha costretto la sua citt al cannibalismo per ovviare alla
mancanza di grano.
Appendice: tema comune la presenza di un nemico che parla ai suoi avversari.
Virgilio, Eneide IX
Dopo essere sbarcati nel Lazio, Enea chiede al re del luogo, Latino, di poter porre un
accampamento l; negatogli il permesso, si reca sotto il consiglio del dio Tiberino sul colle Palatino
dove si allea con gli Etruschi. Nel frattempo tutto il Lazio si coalizzato contro di lui.

La situazione che abbiamo come quella in Cesare: l'accampamento romano lasciato solo dal
comandante, che lascia ordini precisi di non uscire e affida la responsabilit ad Ascanio, il figlio
ancora giovane, con un consiglio di anziani.
La morale semplice: chi disubbidisce al dux ed esce dall'accampamento destinato a morire, chi
invece ubbidisce potr essere vittorioso. Ci sono due episodi di disobbedienza prima di questo:
quello di Eurialo e Niso, che cercano di informare Enea della situazione, ma muoiono; quello dei
fratelli giganteschi, Pandaro e Bizia, che per dare prova del loro valore aprono le porte e sfidano i
nemici, muoiono anche loro dopo averne uccisi molti.
Questi versi invece ci mostrano per la prima volta la figura di un bambino impegnato nelle azioni
di guerra. Ascanio, infatti, ha soli dieci anni e, non sopportando gli insulti rivolti ai troviamo da
Numano Remulo, lo uccide scagliando una freccia dai bastioni. Poco dopo interviene Apollo (unico
intervento diretto del dio) sotto le spoglie di un anziano, lo loda ma dice anche che la guerra non
cosa per bambini.
In effetti nell'epica tradizionale e in Omero non troviamo mai, o quasi, la figura del fanciullo; in
Omero anche perch la guerra si protrae da dieci anni. Virgilio invece insiste molto su questa
nuova figura, forse con l'obiettivo di mostrare che i romani cercalo la virilitas, la gloria e l'onore di
un uomo fin da piccoli.
Interessante anche analizzare i discorso di Numano Remulo, suocero di Turno.
Questo incontro/scontro si realizza secondo uno schema ben consolidato nell'epica: prima i due
guerrieri si scorgono da lontano, poi si insultano e infine prendono le armi. Qui possiamo
individuare tre parti:
La prima volta ad insultare i Troiani, dicendo che sono stati assediati ben due volte e che faranno
anche ora la stessa fine. Inoltre viene denigrata l'impresa di Enea: si domanda quale pazzia abbia
condotto i Troiani in Italia.
Poi prosegue con un ritratto dell'Italico; questo modello di educazione lo ritroviamo anche a
Sparta, da cui in effetti discendono queste popolazioni, e lo ritroveremo pi tardi anche a Roma.
Infine abbiamo nuovi insulti ai Troiani, dipinti come popolo effeminato dedito ai divertimenti e non
alla guerra.
Al contrario di Cesare, che dipingeva i barbari come perfidi e non permetteva quindi nemmeno la
vaga possibilit di immedesimazione del lettore (il cui giudizio era subito negativo), Virgilio non
pu fare la stessa cosa. La guerra di Enea con gli Italici, infatti intestina; combatte cio con i
futuri abitanti di Roma: se li dipinge come malvagi, anche i Romani saranno tali. Con il ritratto
dell'educazione dei bambini italici fatto da Numano Remulo, vuole cos mettere in luce i caratteri
positivi di questo popolo, permettendo al lettore di identificarsi con essi dare un giudizio positivo.
La sconfitta degli italici invece causata dalla loro stessa superbia, peccato contro cui Roma
destinata a combattere, come ha detto lo stesso Anchise nel libro IV.
Anche il discorso di Critognato diviso in due parti: una prima parte in cui si parla dei barbari, del
loro desiderio di libert e delle loro azioni (spregevoli come il cannibalismo); la seconda parte
invece volta a evidenziare il comportamento dei romani, che conquistano i popoli pi forti nella
guerra e li riducono in schiavit.
Tacito, Agricola
Anche in questo caso abbiamo un discorso di incitamento da parte di un barbaro, il Britannico
Calgaco, verso i suoi uomini, in previsione dell'arrivo dell'esercito Romano.
Il discorso sempre diviso in due parti nette: noi barbari paladini della libert, voi romani assetati
di conquista e portatori di schiavit.
Alla fine viene richiamata l'idea di una comunanza di valori tra barbari: i galli, i Germani e i
britanni presenti nell'esercito di Roma si ribelleranno in nome di un ideale che anche loro
perseguivano prima della sconfitta.
Come Cesare, Tacito vuole mettere in risalto il coraggio dei nemici cos che la virtus di Agricola
emerga ancora pi fulgidamente. Questo discorso si spiega con la volont dell'autore di mostrare
tesi e opinioni diverse dalle sue, senza condannarle a priori, anzi sono in un certo modo ritenute
degne e apprezzabili.