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Nico Orengo

MMiirraammaarree * (1989)

EmmeBooks 173 *

Sospeso fra realt e metafora, fra incantamento e stagione esistenziale, questo romanzo di Nico Orengo, apparso alcuni anni fa, sembra quasi un manifesto di poetica, un piccolo zibaldone narrativo al quale la scrittura di Orengo restata fedele nei tratti, nelle linee e nell'atmosfera dei libri posteriori. Vi si respira un sottile gioco comico sempre confinante con la melancolia, una stupefazione di occhi infantili che scrutano il mondo (che la poesia, la magia di un paesaggio cos nitido da sembrare iperrealistico e cos sfumato da sembrare un sogno. Marine, fiori, piante, pesci: c' la grazia della pittura, in questo libro azzurro e misterioso, ci sono i glauchi quadri di Dufy e il meriggiare pallido e assorto di Montale. Ma il muro d'orto, orto conchiuso e protetto da metaforici cocci di bottiglia, l'isola di un moderno Robinson, giovane scanzonato e infelice, che scrive lettere impossibili, che sogna amori impossibili, che vive una vita tutta mentale in una serra di fiori esotici delimitata da ligustri e acanti. E ci sono figure femminili, sirenette domestiche dal nome semplice e dimenticabile, che col canto della loro giovent ammaliano il protagonista in fantasticherie, in avventure anch'esse impossibili, trepide e generose come l'adolescenza. Come un'estate mitica, come un sogno a occhi aperti, come un miraggio su una spiaggia mediterranea, il romanzo di Orengo ci parla di una stagione sentimentale, una cartolina colorata della nostra giovent. I colori stanno sfumando, le figurine che un obiettivo lontano fiss sulla lastra stanno uscendo dall'inquadratura: ma la cartolina, testarda, continua a parlare di un'epoca che e cos facendo afferma la verit della letforse fu reale teratura. Antonio Tabucchi

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Sommario

Capitolo primo ................................................................. ....................... 4 Capitolo secondo ............................................................... .................. 51 Capitolo terzo ................................................................. ...................... 55 Capitolo quarto ................................................................ .................... 61 Capitolo quinto ................................................................ .................... 84 Nota ........................................................................... ............................... 93

Capitolo primo EE

allora in terra, intorno, ci vado a piantare nella terra tutta sparsa da prima ci vado a piantare il vischio parassita, il gittaione peloso, porporino e velenoso, gli stringoli glabri, il garofanino roseo, il fior di cuculo vischioso, la licnide dioica e serotina, l'anemolo palmato, il fiore stella dalle foglie picciolate, spesso pelose e palmato-partite, il velenoso cavolo di lupo, e tanta damigella-fanciullaccia e ramosa, e un botton d'oro pelosetto, e favagello da insalata e il violetto amor nascosto, la speronella follicolosa pubescente, la subglobosa ninfea, un rosolaccio marzolino, il fumosterno a siliquetta smarginata e il cappero aromatico, la borsacchina che li fa bianchi in corimbo terminale, il rosolaio con tomento bianchiccio misto a lunghi peli, e l'acaule mammola con stoloni radicanti, il cacciadiavoli giallo, il prugnolo verde cupo, la benedetta pendente, il biancospino coriaceo, il rovo roseo lilacino nei racemi terminali, il trifoglio tutto un fiore a capolino involucrato, la liquirizia dal dolce rizoma, il geranio dal pedicello eretto, la tossica bozzolina, l'acuminata bellichina, e occhi della Madonna dai peduncoli ascellari filiformi, un tubero di panporcino, un inodoro ciclamino-porporino, un corbezzolo seghettato, uno scopiccio strisciante, una scopa dal frutice assai eretto, vilucchioni campanulati, pannocchie di erba viperina, dulcamara, linaiola, barabasso, verbena, lavanda e steca-sticadosso tomentoso pubescente, biondella rosa scuro acceso, peduncoli di pervinca, ruvido raperonzolo, specchi di Venere, margheritina, vellutato millefoglio, aromatica camomilla, lappola uncinata,

fiordaliso ragnateloso, cipollaccio olivastro, pungitopo squamoso, dente di cane solitario, strappabrache angoloso, zafferanone imbutiforme, mughetto rizomatoso, bucaneve bianco, trombone glaucescente, narciso solitario, tazzetta gradevolmente odorosa, giaggiolo ensiforme, spadacciola a spiga lassa e a fiori distici, concordia macchiata di bruno, bocca di gallina dal labello villoso, gigaro-giaro giallastro.

E me ne sto l in mezzo, seduto in mezzo ai fiori, che ce n' di tutte le qualit e di tutti i colori. Ma un attimo che mi godo questo arcobaleno perch mi accorgo che qualcosa rimasto fuori dal pentagramma. Qualcosa che faccia rumore sopra i fiori, agitando ali, zampe, antenne, addomi e toraci e qualche paio di ocelli: le farfalle. Aprendo, allora, il barattolo di conserva, ecco uscire starnutendo: la muscalella, l'Adele viridella, il perdilegno bianco, il cosso e l'ipopota, la passera dei morti e lo smerinto, la caia e la monaca, il bombice dispari e quello gallonato, la pavonia e la vanessa, l'Atalanta e l'Antiopia; escono tutte sbattendo le ali: raccogliendosi a mezz'aria, come un grappolo d'uva, poi, e c' stato un parlottio tutto di zeta, si fiondano sui fiori lasciando l'aria immobile e vuota. Cos io posso completare un'ultima operazione. E dalla cassettina metallica dei biscotti lascio che striscino fuori e s'imbuchino o s'arrampichino gli insetti d'Italia: i minuscoli zigotteri dalle ali eguali, le brune libellule depresse, il paleozoico blattoideo, l'isottero paurometabolo del terziario, l'erotico grillo di campo, il fitofago forficulide, alcuni rincoti, una cocciniglia, un Cassus Cassus, scolidi e formiche, molte vespe sociali. Anche loro svolettano o s'incamminano, raggiungono mete con secchi scricchiolii di unguicoli, antenne e sterniti. Ora tutt'intorno c' un brusio felice di corolle e foglie, ali e zampe come una tiepida risacca notturna. E in mezzo a tanta natura posso distendermi beato ad ascoltarmi in tondo nascere o rinascere un poco.

E invece no. La porta di casa si apre appena e la voce del capo giardiniere entrando come un fumetto scrive: il castigo finito. Puoi uscire. Fuori c' il caldo d'agosto coi grilli intruppati tra le macchie di rosmarino, che non la smettono mai e una bava di levante che salendo dal mare segue, senza allargarsi, una strada tutta sua. Prima di uscire mi toccher pulire in camera mia, far scomparire ogni traccia di insetti, di fiori e di farfalle. Allora apro la finestra e con un cartone butto tutto gi dalla scarpata, in mare. Un trifoglio vola via abbracciato all'Adele Viridella, ma il cipollaccio olivastro si trascina sugli scogli quattro o cinque grilli. Continuo a vuotare e il terriccio dopo il salto s'insacca sull'acqua tranquilla, rimodellandosi a isoletta, e poco dopo a zattera proprio sotto la mia finestra rimanendosene li, tutta un profumo e un sgri-gri-zighio, n avanti n indietro. E cos in quel paradiso ci butto ancora, come un santino, una mia piccola fotografia formato tessera.

Ora posso cercare la faccia di Dante. Vedere quanto scuro. Forse non dovevo. Non ha tutti i torti. Me lo diceva tutte le mattine, lascia fare. Falla dentro. Ma a me uscire di casa e pisciare contro un albero mi sembra di far la comunione. Il modo pi giusto per essere in contatto col mondo e pi specificamente ancora: con il mondo del lavoro, del mio. Cos l'eucalyptus camaldulensis o eucalipto rostrato, alto ventitre metri, centenario sicuramente ma ancora carico di futuro, s' seccato e defunto. Bagnalo oggi, bagnalo domani...

Certo ha lasciato un bel vuoto. Ora, aprendo la porta, non c' pi. C' un vuoto davanti, e l dov'era, Dante ha piantato una bassa macchia di salvia. agro, mi ha detto: Se proprio non

puoi farne a meno, questa resiste. Sar, ma certo non pi la stessa cosa. Mi sento indifeso, tutto a vista. Il naso si strofina contro l'aria e non aspira pi la corteccia liscia e aromatica, l'occhio non si gode pi quel grigio argenteo, oleoso quasi, etereo. Cos ora esco sempre dalla finestra. E rischiando di sfracellarmi sugli scogli che vengon su dal mare faccio il giro della casa fino a passare sul resinoso ramo di uno stupido pinus pino pinestre. Da quel ramo a forcella mangiando pinoli riesco comodamente a fare i miei bisogni in mare. E ci non suscita pi le ire del Dante. Ma per me, certo non pi la vecchia comunione mattutina e quotidiana.

Un albero una vita. Deve averne un quaderno pieno di frasi cos. Le ha rubate o se l' inventate lui? possibile che siano sue, data l'esperienza in materia. Ha cinquant'anni e da quaranta almeno fa il giardiniere e sempre nello stesso giardino. Mi ha messo una mano sulla spalla, mentre andiamo lungo i sentieri tutti pettinati a ghiaietto rosa, triturato sottile. la mia fatica insulsa da ripetere tutti i giorni col rastrello. Ma prima di farmi entrare nelle aiuole ha voluto che facessi pratica di sentieri. Ormai li conosco tutti, quattrocento e rotti che sono. Dante ogni tanto si china, butta via una foglia di cedro o un ramo secco di buganvillea o allarga qualche inesistente grumo di ghiaia. Qui dovevi passarci meglio, fare pi attenzione. Quando ti pettini fai attenzione, vero? Non lasci dei nodi nei capelli, vero? Perch, mi chiedo, non mi guarda mentre dice queste cose, non mi guarda i capelli. Cos vedrebbe oltre i nodi anche i nidi e non urterebbe ulteriormente le mie sensibilit.

E un albero non solo un albero. Continua stringendomi un po' forte la spalla per farmi capire meglio e perch crede

che io le orecchie le abbia proprio l, dove lui ha inserito quella sua manona callosa come pietra. Un albero : prodigio di bellezza frescura alimento tetto di casa asse della tavola letto per dormire manico della zappa legno della culla e della bara E quante altre cose ancora, eh? Eh... gli dico, quante altre cose ancora. Adesso so che vuole sedersi sulla panchina di pietra ed essere sentimentale, lasciarsi un po' andare. Ma anche solo un po' vorrebbe dire una decina d'anni della sua vita, chiuso qui, in questo giardino grande quanto possono esserlo due o tre ettari. E vorrebbe dire passare almeno alcune ore a sentire, con aggiunte e sottrazioni di memoria, quanto gi mi va raccontando da anni. Visto che mi ha perdonato l'affare dell'eucalipto potrei anche restare ma l'insofferenza troppa. anche una canna da pesca, dico. Che cosa? dice. E poi: Eh gi... si... si... e quante altre cose ancora... Arrivano i tuberi delle calle questa mattina? vero. Andiamo a scaricare. Mi solleva per un braccio e mi trascina velocemente verso il cancello carraio. Io dicendo canna da pesca intendevo dire che volevo andare a pescare, a sfruttare una delle qualit dell'albero fattosi legno, ed evitare cos lo sbocco dei ricordi, e lo scarico. Ma il vecchio tutto ma non scemo. Quando abbiamo finito, se non tardi, scendiamo a pesca-

re. Vuotiamo solo noi due? Gli altri han da fare.

Ci sono venti giardinieri qui, tra uomini e donne, e tutti hanno da fare quando arriva un camion di piante, di bulbi o di sementi. Sempre. E poi a pescare ci volevo andare io, solo. E poi: se non tardi. Cosa vuoi dire? Vuol dire che un camion a rimorchio, e che tra cancello e serra, sali e scendi, avanti e indietro adesso sono le sette e quando avremo finito saranno come ridere le cinque. Io alle undici e mezzo comincer a urlare che ho fame. Pane e pomodoro tutti i giorni a mezzogiorno non una festa. Ci hai messo una foglia di basilico? Diventa tutta un'altra cosa... A vent'anni, gli dico, vorrei mangiare qualcosa di pi. E so che mi risponder: Io a vent'anni ero gi contento se avevo una micca di pane.

Insomma, Dante insopportabile, Ma tant', me lo tengo. O meglio, mi tiene. Forse io orfano o abbandonato, non si sa bene. O se c' chi lo sa comunque reticente, abbottonato. Ho sentito pi che altro raccontare vaghezze, stravaganze. Figlio di una inglese, frutto d'un amore furioso fra una sanremese e un varesotto, prodotto romantico di un focoso esule slavo e una pallida collegiale austro-piemontese. Non so, fatto che sono pi di vent'anni che con le pezze al culo sto in questo giardino, come ospite-lavoratore. Il termine vago ma quello. Cio: i proprietari del giardino, figli di negrieri inglesi, conoscenti dei due, per riconoscenza o solo per conoscenza mi han tenuto dentro, qui dentro al giardino. Qui ho fatto le scuole coi loro nipoti, ho avuto le stesse signorine, inglesi, francesi, tedesche; qui ho imparato l'edu-

cazione, stando sempre per tre passi indietro. Dai quindici anni, partiti i nipoti del negriero Sir inglese, sono stato affidato a Dante.

Dante, perch non mi dici che ero il figlio del cuoco e della serva? Perch non vero. Ma allora di chi son figlio? E allora che Dante fa segni di grandezza, di lontananze e storie di velluto. Mi guarda con occhio languido e carezzevole, accennando ad un abbraccio. Ma non mi dice un cazzo o dice: "Vai a lavorare, adesso, vai che meglio". E non proprio meglio, sarebbe meglio saperne un po' di pi. Mica per altro, per curiosit. L'infanzia non stata brutta. Ho sempre bevuto t, son sempre andato in pattino e mi hanno raccontato tutte le fiabe adatte all'et e che di volta in volta mi toccava assumere. Ho dormito nella grande Villa e alla domenica son sempre sceso in cappella con i vecchi inglesi, i nipoti e la signorina di turno. A quindici anni Mimy e Jeremy mi hanno detto bay e son partiti per Londra. Io sono migrato nella casa del capo giardiniere, senza traumi: meno roast-beef e pi pomodoro. L'unica variante seria che da allora non giro pi per il giardino ma devo lavorare nel giardino.

I primi tempi Dante, un po' intimidito, mi faceva scrivere i nomi dei fiori sui cartoncini di balsa: ore e ore con la penna e la china: orchis papilonacea, ophrys lutea, aristolachia rotunda, urtica pilulifera. In nero a stampatello, giornate e giornate e ogni tanto un "come va?" Andava nella noia pi tremenda. Cos ho deciso di sbagliare e di scrivere incomprensibile, contraendo e ridondando i nomi, creando una flora arbitraria, del tutto astrusa, seminando il panico negli addetti ai lavori e fra i visitatori che correvano a rivolgersi pieni di domande a Dante: ma che fiore questo, ma che nome ha? In volgare com'?

Da allora pettino i sentieri, mi occupo della ghiaia: rifornimento e distribuzione. Ogni mattina, tutto l'anno, con rastrelli a denti stretti, meno stretti, larghi, faccio i sentieri che dal grande cancello di ferro battuto, dall'entrata portano alla Villa neovittoriana. E, se avanza tempo, quelli laterali. Nelle aiuole, propriamente dette, a curare i fiori, Dante non mi ha ancora dato il permesso di entrare. Quando? Quando sarai maturo per un lavoro simile. Cio, io lo so: quando smetter di pisciare sui fiori o contro gli alberi e tutte le altre cose che so e non so che gli dispiacciono.

Non tira anche oggi una bava di vento. C' la pesantezza dello scirocco che fiacca e ammolla. Mi son concesso una mattinata di vacanza. domenica. A messa ci vieni? No. Dante se ne andato col cappello bianco e la cintura stretta sulle braghe blu. Va a messa per uscire dal giardino. Per prendere una boccata d'aria e per fare ammenda di tutti i porco dio che tira in settimana. Ma se li tira per colpa mia e allora gi assolto, dice. Io sto alla finestra con la lenza fra le gambe, ogni tanto tiro e vien su una zigurella, una rascassa, una scema castagnola. Stacco e metto nel piatto. Poi fodero l'amo di tremolina e ributto. una noia anche pescare. In fondo non me ne importa niente. Ma d il tempo per starsene in pace e lasciar l'occhio a guardare le spiagge, le ville intorno, qualche barca che se ne viene pigra, i bagnanti che passano sotto la mia finestra, sul sentiero a picco fra le rocce. Gridolinano, perdono gli zoccoli, si cambiano il costume fra i cespugli. Ogni tanto si fermano a parlare: che bella casa, che fortuna stare l. Io allora faccio il signore, regalo due pesci, butto qualche pomodoro e accetto in cam-

bio sigarette, giornali. Aspetto che Dante ritorni e mi ritornelli che potevo uscire, che in chiesa c'era tanta gente nuova. Io la gente nuova la vedo di qui, gli altri son sempre gli stessi: gente del paese che lavora qua dentro o gente che d'estate per fare il bagno passa di qua. E allora che bisogno c' d'uscire? La lenza mi si tende fra le gambe, strappa. Lo scirocco cos pesante che non ho la forza di tirare. Lascio andare un po' di naylon, si tende subito. qualcosa di grosso. Mollo ancora. Non serve. Cerco nell'acqua dove entra la lenza. C' un piccolo mulinello. Provo a tirare. Se tiro troppo forte o salta il naylon o gli salta il labbro. Mi spiace perdere un amo. La lascio ancora per qualche metro, poi lego l'estremit allo sportello della credenza e mi butto sul letto.

Domani luned. Il giardino apre alle nove e chiude alle cinque. Bisogna che prepari il cartello con il nome e gli incarichi. All'ingresso questa settimana c' stata Maria Stella, domani tocca a Rosalba. La guida tocca a Luigino. Alla serra ci va Margherita. No, Margherita soffre troppo il caldo. Margherita va gi di guardia alla Villa. Alla serra ci metto Bianca. Lei robusta. La squadra di Roberto continua a magagliare le nuove terrazze, quella di Giorgio trapianta i bulbi arrivati. Maria e le donne toglieranno l'erba dalle aiuole. Io, il rastrello. Maria Stella pu pensare alle colazioni.

Lo sportello della credenza si apre, dentro si rovescia un bicchiere. Il naylon sibila. Mi avvicino alla finestra. Dove la mia lenza entra in acqua il gorgo s' allargato. Provo a tirare. Niente. Lascio cos e torno a letto. Lo sapevo, dice Dante, lo sapevo: Margherita ha sempre i lavori meno pesanti. Guarda che tocca a lei. No, di guardia alla Villa c' gi stata l'altra settimana. Que-

sta, tocca alla Bianca e Margherita di serra. Mi sar sbagliato. E aggiungo, prima che sia lui a colpirmi: Questa Bianca, eh... Mi mette il dito sotto il naso, strizzando le labbra. Alla fine di quel naylon c' un pesce... gli dico. Si smolla subito. Che aspetti a tirarlo su? Lo lascio a saggiare la lenza con brevi colpi energici e scendo in giardino. Me ne vado verso l'oliveto, dove pi difficile che i visitatori vengano a far oh e ah e mi sdraio nella vasca del frantoio. La pietra fresca, umida e posso dormire. Domani sar proprio luned. Margherita non sar alla Villa e i sentieri di ghiaia non passano per le serre. Bianca se ne star col petto tutto in fuori seduta al fresco aspettando che qualcuno le chieda chi sono quei signori vestiti in uniforme, appesi alle pareti. E lei tutta felice e scema parler di quei cornuti come fossero i suoi cugini di citt: questo l'ultimo Sir Thomas, approd in questo lembo di terra perch il clima mitigasse l'instabile salute della moglie Rachele. E bla, bla bla.

Acquistata questa propriet (non dice con il denaro della tratta degli schiavi per due generazioni) la trasform a poco a poco in un paradiso terrestre, uno dei pi bei giardini del mondo. Tronfia, col culo duro, per una settimana se ne star al fresco sfogliando libri di cui non gliene importa nulla e ripiegando su ferri da maglia e fumetti.

Margherita suder dentro la serra per mostrare orchidee e strelitzie, plumoso e melense piante grasse a sfaccendati e curiosi distratti.

Un po' mi spiace per Margherita. Ma poi a Margherita dispiacer di vedermi col rastrello? Il tuo un lavoro gentile. Passi e ripassi, accarezzi, ravvii.

L'ultima volta mi ha detto cos. Non ho capito se devo sentirmi offeso o lusingato. E visto che non l'ho capito subito non ci ho pi pensato. Margherita anche la moglie di Luigino che il fratello di Bianca che la cugina di Maria Stella, moglie di Giorgio, fratello di Maria. Per questo, meglio che non ci pensi o ci pensi molto bene. Dante, lui scapolo. Non si mai voluto sposare. O forse non ci ha pensato subito e quando ha cominciato a farci l'idea gli rimaneva pi poco: Bianca e Maria. E sono convinto che non se la sente di scegliere quale delle due dovr rimanere zitella. Cos si strugge nell'attesa, con doppia fatica, senza nessun risultato, fra cortesie e pari premure. Su di me ha capito che non pu contare. Ed bene che si vergogni di ritornare sul discorso. Quel discorso. L'ombra del prete anglicano mi copre e sorpassa. Alzo un poco la testa. Se ne va curvo, armato di binocolo e seggiolino pieghevole. il marito guardone della vecchia Lady. Ha preso questo giardino, suo d'altronde, per un eden ottico-erotico. Frugatore indefesso di fratte e ombre, cespugli e rughe, cammina dall'apertura dei cancelli alla chiusura in cerca di coppiette romantiche e scopatori incalliti sui quali, ma di lontano e seduto sul tripiede, spararsi rasponi stitici e grattarsi il collo. un uomo assai gentile e dabbene ma in caccia si trasforma in vipera incazzata e umida. Sa strisciare felpato fra i rovi pi acuti con indolore e noncuranza pur di offrire, al proprio occhio, qualche centimetro di accoppiamento. Segaligno e veloce ha i suoi appostamenti fissi. capace di trovarsi da una parte all'altra del giardino in pochi minuti, rotolando sui ginepri, lanciandosi di canna in canna, rimbalzando da ramo in ramo, pedalando su minuscole biciclette e monopattini. Vorace si siede in disparte all'entrata in orario d'apertura. Poi, vigilissimo vaglia le prede e le segue e le precede nei luoghi pi romantici, sulle cascate dei nasturzi, nelle macchie di violetta, lungo il viale dei ribes.

Dante ha passato mesi a scavargli gallerie e trincee, mucchi artificiali, nascondigli tutti dai quali collezionare indifese carni in amore, sempre mediate dalle potenti lenti del binocolo. Rapido il furetto ogni tanto per se le prende. Botte dure, botte secche sulla faccia e sui coglioni. Mattonate che gli mandano in frantumi denti e lenti. Notti intere con pile passate a cercarlo fra i batticristi e i siliquastri, gli scannabecchi e le ononidi, Dante e io. Mister Torbs sar caduto, diceva Dante. Gi, dicevo io che non dovevo sapere nulla, i primi tempi. E gi a cercarlo tra i valloni di canne finch il rantolo non ci veniva d'aiuto, per raccattare quei pochi chili di ossa e sangue impastrocchiate. Una settimana di riposo e fasciatura sotto gli occhi permissivi e ironici della vecchia Lady Virginia, paralitica. E poi nuovamente fuori, in giardino, come un cane da tartufo verso poste, durante la sua degenza, rifatte pi salde e protette.

Mi sollevo appena in tempo per vedere la sua schiena tuffarsi in una macchia di ginestra. Vorrei seguirlo per passare un po' di domenica ma un rumore di ghiaia mi arriva alle spalle. Mi lascio andare. La vecchia Lady viene avanti in carrozzella spinta lentamente da Dante, incidendo sui sentieri profondi solchi che domani dovr far scomparire. chiaro che lei lo sta seguendo. Aspetto che siano passati aggirando la macchia di ginestra e poi, piano, piano, mi metto in coda.

Mister Torbs entrato in una postazione da mortaio tedesca. Ha appoggiato il cannocchiale alla feritoia e si seduto. Dietro di lui, nascosta da una macchia di palme nane, l'anziana Virginia lo osserva attraverso le lenti azzurre dei suoi occhialini argentati. In ginocchio, dietro i raggi delle ruote Dante guarda il cielo. Scendo il terrapieno e attraversando il rigagnolo mi porto nascostamente di fronte al cannocchiale del segaiolo. Sotto di

me brevi risate, gorgoglii che si confondono con gli schiaffetti dell'acqua sulle pietre. Sono due ragazzi, lui ha i pantaloni alle ginocchia, lei la gonna alzata che quasi le copre la faccia. Torno indietro. Mister Torbs leggermente in piedi, i pantaloni sbottonati e la mano, una salda sul binocolo, l'altra all'uccello. Pi in su la Lady si sporge dalla carrozzina, in avanti. Dante si pulisce i denti con un foglia di salvia. Sento piano: Dante. Si, signora... Fa cos. Fa sempre cos... Dante non guarda neppure e risponde di s. Che ridicolo, dice l'anziana Lady ridendo. Su, andiamo... almeno noi non siamo indiscreti. Dante la spinge via.

Io rimango sdraiato nel trifoglio cavallino, a pancia all'aria, pensando che mi dovr spostare per evitare che l'occhione soddisfatto mi calpesti di ritorno. Ma sento una voce. Buongiorno. E prima di guardare e di realizzare che una voce di donna dico: Buongiorno. una ragazza bruna. Mi sembra bella. Ha un viso un po' angoloso e i capelli le scendono molto lisci. L'ho gi vista due o tre volte, quest'anno, attraversare sola il giardino. Mi alzo in piedi. Ha visto quel signore l... Indica inequivocabilmente Mister Torbs. Balbetto di si, vorrei scusarmi per lui. un malato, prosegue, ma questo non esclude che la direzione dei giardini possa prevedere... Io la interrompo subito. Mi sembra meglio, cos evitiamo di interrompere lui. Vede il marito della proprietaria dei giardini, difficile... Questa volta mi interrompe lei, ridendo. Quando cos, capisco.

Io mi incammino. Mi viene dietro. Cammina spedita, alzando un po' le gonne lunghe, tra i gradini e i sentieri che prendo, tutti in battuto, per evitarmi un lavoro in pi l'indomani. Mi fermo. Si ferma. Mi siedo. Si siede sorridendo. matta? Cosa devo fare? Forse vuoi solo parlare. Incomincio a sorriderle, sperando che sia lei a parlare per prima. Anche lei in visita al giardino? No, io ci lavoro. Ah, interessante! E cosa fa? La prima frottola che viene a mascherare il rastrello: mi occupo di incroci, di innesti, di ibridi. Violenta la natura. Dice interessata e un po' fredda. Forse il rastrello era meno impegnativo, meno cruento. Cerco di recuperare: affascinante da due specie estrarne una terza. Una vita che prima non c'era. Questo si. Ma per farlo si passa sempre attraverso un atto di forza. Come il nascere. L'atto del generare. la donna che lo soffre doppiamente. Ha abbassato gli occhi. proprio bella, il corpo pieno e sottile, le gambe lunghe, la carnagione bruna. Io mi alzo. Lei rimane seduta. Io faccio due passi, piano per non dar l'idea di fuga. Rimane seduta. Beh, dico, buonasera. Arrivederla. Mentre riprendo il sentiero passa svelto Mister Torbs, pi curvo ma il sorriso smagliante. Goodevening, sussurra con poco fiato, agitando il cannocchiale. E la bocca porca ha tutta l'aria di dire: un giorno becco anche te, vedrai.

Di lontano mi volto ancora a guardare la ragazza bruna. Anche lei alza la mano salutando. Io piego due o tre volte la testa.

Quando arrivo a casa Dante fuma la pipa seduto sotto la pergola di franbuasa. Che pesce era? Mica venuto. Bisogna scendere gi a prenderlo. Tu cosa dici che ? Per tirare cos o un polipo o un dentice, magari una murena. Vai a vedere? Adesso vedo. Salgo la scala interna dopo aver pisciato sulla macchia di salvia e aver visto Dante scrollare le spalle prendendola per una provocazione troppo scoperta. Uno scherzo. La lenza allentata ma basta che la sfiori ce per sentirla scattare e tendersi come un Fuori non vedo dove entra in acqua, il mare ciso, sotto il peso torbido dello scirocco. mi sporgo dalla porta. Dante, vuoi del vino? Fa di no con la testa. Prendo il fiasco dall'armadio e nel bicchiere ci aggiungo acqua fresca. Mi sdraio sul letto. col pollice e l'indiorizzonte, una lama. piatto ma impreLascio andare la lenza,

Dal quadro a olio Mimy mi sorride. Ha quattordici anni, le trecce bionde sulla camicetta bianca. Gli occhi azzurri, troppo trasparenti e la bocca a smorfia, un po' aperta sopra i denti aguzzi. L'alito sciropposo dello scirocco fa sudare la tela, la fronte le si copre di minuscole perline opache, le gote arrossano e le trecce si sfanno piano, piano come meliga; la camicetta si gonfia a fiocco tra i bottoni slacciati, stropicciandosi sui capezzoli, la bocca allarga carnosa e umida sopra i denti ora arrotondati. Mimy si abbassa piano soffiando un pomo d'adamo trepido, degluttente come un galleggiante. Porca, s. Mi sento dire mentre china sul letto mi succhia il belino con colpi roventi di lingua, scrollando i capelli, e affondando la nuca tra le cosce. D anche brevi morsi, ma elettrici coi denti. Le mani.

Mi sento ancora dire. Ma non mi tocca con le mani, passa la faccia su e gi, sbavandomi sulle cosce, sulla pancia, dandomi testate, inghiottendomi golosa. Poi piano torna su, serena, la camicetta floscia sul petto sotto le due grandi trecce bionde a fianco degli occhi spalancati e azzurri, ma sempre troppo trasparenti, sopra la bocca a smorfia e un po' aperta, davanti ai denti aguzzi. Hai gridato? Sento gridare Dante, mentre confuso e stordito mi sento come se mi fossi passato sotto un rubinetto. L'hai preso? L'hai tirato su? E cosa gli rispondo: che tutto quello che ho preso e ho tirato su un belino del belino? Adesso vado, provo a gridargli, ma mi vien fuori quasi un rantolo, uno sfrigolio di carta vetro su di una pietra.

luned. Sono le sette. Dante gi in giro a sorvegliare i lavori, deve far scalzare una macchia di corbezzoli giganti dalla tomba del Fondatore e sostituirla con una siepe di papiri. Ci sar anche il geometra per i consigli scenografici. Prendo due rastrelli di legno e uno di ferro e salgo verso l'entrata. Rosalba ha gi esposto le torrette con le cartoline e i depliant. In una cartolina ci sono anch'io col rastrello, per fortuna il cappello mi copre un po' la faccia. rettangolare la cartolina. Sullo sfondo si vedono le due palme oltre la Punta e in primo piano Dante che cura una rosa. Alla sua sinistra ci sono io curvo e alla destra un gruppo di visitatori che ci osserva. Abbiamo passato tutta una mattinata a farla, col fotografo e il geometra che ci studiavano le posizioni. Dante si metta qui, tenga un coltellino in mano. No, meglio no. Faccia finta di stringere la raffia al gambo della rosa. E tu, detto a me, tieni meglio quel rastrello. Se i signori vogliono seguire i lavori, sistemati qui, un po' di fianco. Qualcuno guardi anche altrove. Tutta una mattina con quello stronzo del geometra Viale, vestito in celeste che pareva dovesse fare un film. E alla fine:

Grazie signori. Bravo Dante. Tu puoi andare, detto a me. Architetto da cessi. Vorrei che le tenessero sempre nascoste. E invece sono sempre l, un bel mucchio, sul banco, vicino ai biglietti d'ingresso e ai depliant. Ogni tanto ne rubo qualcuna e la strappo, ma il mucchio non diminuisce. Ciao Rosalba. Quando in portineria Rosalba tutta felice, di tanto in tanto Giovanni esce dalla tabaccheria di fronte e si danno quattro occhiate. scesa gente? Tedeschi. Gli rubo un po' di cartoline e me ne torno indietro, verso le intricate e olivacee siepi di Maclura altalenando il rastrello, creando brevi mucchi di foglie, ogni tanto accendendo un fal sul quale lascio cadere le colorate cartoline. Prima bruciano le palme, poi lentamente la striscia azzurra di mare, poi la rosa tra le mani di Dante e con una vampata i turisti che guardano. Butto sopra una manciata di foglie d'eucalipto, ma s'accartocciano piano, sfrigolano e fumano acquose e medicinali. Mi trascino ancora avanti, vicino alla Villa. Alzo il braccio per salutare Bianca. Mi risponde da sotto una cascata di gerani rossi e rosa. Girato all'indietro comincio a cancellare i segni dei tubolari della sedia a rotelle imprecando contro l'anziana Lady e la sua curiosit. Cambio rastrello, adopero quello coi denti in ferro. La ghiaia ritorna soffice, distesa come un tappeto. Non incontro nessuno fino al termine delle due parallele. Lascio i rastrelli e tagliando per il sentiero di agavi mi incammino verso le serre. Opache dal caldo, lunghe trenta metri sembrano bare per bambini. Margherita ha appena finito di regolare l'umidificatore delle orchidee e sta aprendo ora le girandole sulle strelitzie. in un bagno di sudore, i capelli raccolti in un fazzoletto bianco e la gonna rimboccata alta nella cintura, sopra i gambali. A-

pre la bocca come un pesce, bagnandosi con le mani la faccia, lascia le braccia sotto il getto intermittente dell'acqua, mentre le ascelle respirano lente come branchie.

Margherita. Chiede se ho gi finito la mia passeggiata. Dante ha detto che toccava a te, questa settimana. Non ne posso gi pi. Avevo segnato il turno a Bianca. Bianca alla Villa. Avevo segnato il turno a Bianca ma Dante ha detto che toccava a te, questa settimana. E perch non volevi che spettasse a me? Esce dal tiro dell'acqua. Mi spruzza qualche goccia sulla faccia. Perch? Cosa le dico? Mentre mi gira intorno e apre alle mie spalle un'altra girandola, cosa le dico? Glielo dico? Perch me lo rizza sempre un po' quando la vedo; perch mi piace quel bel culo sodo che si porta dietro, e quelle zinne sul davanti a punta? O le dico che ho un po' d'amore e che mi imbambolo quando passa nei suoi vestiti di stoffa leggera? Le dico che ha gli occhi nocciola e il sorriso bianco, che bella? Insomma cosa posso dirle mentre l davanti, la gonna sempre pi alta sulle cosce, una fettuccia bianca di mutanda che sporge, il fazzoletto che aveva in testa ad asciugarsi la scollatura abbronzata, fra le tette. Perch? ripete, mentre mi sento in un bagno di sudore e decido, ipocrita, la risposta meno compromettente. Perch so che non sopporti il caldo. E qui terribile. In pochi minuti mi sento gi fradicio. Ride. acqua, salame. Spostati. Non me n'ero accorto: sono direttamente sotto il getto della girandola. Rido scemo e mi sposto. Margherita rialza i capelli e li chiude dentro il fazzoletto. Solo per questo?

Solo per questo vuol dire che lei sa che anche per altro. Allora lo sa che io ci monterei volentieri sopra a strafugnarla un bel po', a farci un bel tour tutto incluso. Lo sa e da come mi guarda con l'occhio ha tutta l'aria di averci piacere. Luigino per ha una forza nelle braccia da far paura, da solo tira in secco un gozzo con reti e remi, da solo si porta a spalle un tronco d'olivo. Possibile che a Margherita non basti? E perch Margherita viene avanti? Se lei viene avanti io vado indietro. Ma andando indietro faccio anche la figura dello stupido. Perch non entra una bella comitiva a chiedere queste cose cosa sono, e questa cos'? E invece no. Nessuno. La serra vuota. Solo acqua che zigrina sulle larghe foglie di strelitzia e il ronzio liscio dei becchi delle girandole. Faccio un salto verso Margherita. Colgo appena il suo stupore, subito cancellato da uno sguardo di s. Ma gi l'ho superata entrando tra i gambi alti dei becchi di pappagallo. Dove sono? le grido. Dove sei? mi risponde affannata. Qui. Mi sposto velocemente, correndo basso, fermandomi e riprendendo lentamente il passo. Un attimo di silenzio. Dove sono? Margherita vuoi capovolgere il gioco. Dove sei? Qui. Vedo i becchi piegarsi poco lontano. Ma perch questa sofferenza? Le braccia di Luigino. Ma mica detto che debba venirlo a sapere. Margherita sarebbe la prima a star zitta. Le salto addosso o no? Da qua le vedo il culo piegato, una vera golosit, tondo, grande e sodo. Prendo la rincorsa? E se arriva qualcuno? Se arriva Luigino? Mi trovi o no? Faccio marcia indietro. Col fiato grosso infilo la porta e i miei rastrelli. Scendo con passo corto e male tra le gambe. Un passo avanti per stato fatto, mi dico. C' stata una con-

ferma. Sono soddisfatto, e quasi sbatto contro Luigino che se ne sta venendo su con una comitiva di tedeschi. Li faccio un po' sudare nelle serre cos me li scrollo. Dice, passandomi vicino. Fai bene, gli rispondo, mentre mi viene gi tutto il sudore che ancora ho dentro.

Maria Stella mi ha lasciato sul tavolo un condiglione e un pezzo di coniglio. Dalla dispensa prendo un bicchiere. La lenza ancora attaccata alla maniglia, si molla e si tende. Il mare senza onde. Il pesce continua a saggiare la lenza. Tiro un poco, guardando dove entra in acqua. C' subito un rimestio. Tiro un po' pi' forte. Niente. Ha una bella resistenza. Quasi quasi taglierei la lenza, ma poi mi intestardo, voglio proprio vedere quanto resiste cos appeso. Di prendere la barca e andarlo a stanare non mi va. Lascio la lenza, rimane ancora un po' tesa poi si molla. ancora l? Dante si appoggia alla finestra. Scendiamo a prenderlo. Voglio vedere quanto resiste. Se un polipo o una murena hai tempo da aspettare. Io aspetto. Alza le spalle. Crudelt inutile. Peschi e prendi. Mangi qui? Si portato su il piatto: un condiglione e una milanese fredda. Guarda il mio pezzo di coniglio. Tu hai il coniglio. Tu hai la milanese. Maria Stella ti fa complimenti. Figurati... Dante mangia il coniglio succhiando gli ossi, facendoli fischiare. A te non li fa. Giorgio lo metti sempre ai lavori pi duri.

Perch trapiantare bulbi duro? Dopo otto ore si ritrova con la schiena a ferro di cavallo... Aggiunge acqua nel vino, finch non diventa pallido. Cosa hai fatto. Mi vien da ridere. Cosa non ho fatto. E se gli raccontassi cosa non ho fatto. Mi darebbe dello scemo? Anche a lui, Margherita, credo, non gli spiacerebbe. Ho fatto il giro basso. Quello che hai fatto tu ieri. Lo guardo negli occhi. Mugugna e si alza. Sputa fuori dalla finestra. una brava donna. Ci patisce anche. Una donna senza gambe offre poco. Ma la patella ce l'ha o no? Oh s, pare di s. Ma ne avesse anche due, a quello non cambierebbe niente, lo sai. Lo segue spesso? No. Ma quando lo fa, sei tu che spingi, vero? E chi se non io? Ero gi qua dentro prima ancora che lei fosse pensata. Suo padre l'hai conosciuto... Un sant'uomo. Non fosse arrivato il vecchio e poi lui, questo giardino non esisterebbe. Per non parlare del paese. Han dato casa e lavoro a tutti. Ma lo sai che trasportavano i negri o no? Tutti incatenati e poi li vendevano come pecore. Dicerie. Erano proprietari di navi da trasporto. Ma la merce era sempre e solo quella. Storce la bocca e finisce di pulire il piatto. Sua moglie aveva la tisi e i dottori gli dissero che ci voleva un clima mite, asciutto. La port qui e intorno alla Villa, a poco a poco, le offri un giardino da paradiso. Un uomo di cuore... Puoi dirlo. Quanti lo farebbero? Quanti avrebbero i mezzi per farlo? Pover'uomo, poi gli muore la moglie e la figlia ha l'incidente. Avr avuto tanti soldi ma non certo una vita felice.

Si alza. Adesso scender gi a fumarsi la pipa. Prima di uscire raccoglie i piatti. Questa sera c' il rapportino da fare. Non dimenticartene.

Finisco i miei pomodori e lascio il piatto nell'acquaio. Prendo un libro e mi butto sul letto. Di tutti i libri che mi han lasciato Mimy e Geremy partendo, quello che leggo e rileggo pi volentieri Lettere di Robinson Crusoe, scritte, e ovviamente mai spedite, a parenti, amici e conoscenti. Ci sono lettere al fornaio, al sarto, a un'amica d'infanzia, al parroco, a uno zio, alla sua ragazza e ad altri ancora, la cui professione non precisata. Le so quasi a memoria ormai. Mi basta aprire una pagina, lasciare che l'occhio afferri il nome del destinatario e poi richiuderlo. Allora la pagina si allarga e diventa sabbia trasparente, mare azzurro e circolare. Dove Robinson seduto sul dorso di una piccola testuggine scrive le ruote delle carrozze sulle strade di York, la bottega del maniscalco, la Taverna del Porto. Robinson che scrive:

mi manca la birra forte e scura nei boccali d'osso figurati di cacce alla volpe, il tavolaccio pesante, graffiato dai desideri affidati alle punte dei coltelli. Tu Martin sarai l, a quest'ora, con il tuo terzo o quarto boccale, la pipa che tira tiepida fra le mani, il vecchio Samuel che ti chiede l'ennesima mezza ghinea e la Veronica che l'allontana, senza troppa convinzione. Lei la Veronica: quante allegre manate abbiamo intrufolato sotto i suoi gonnoni, strade impervie e interminabili per raggiungere un fiocco, un pizzo sfilacciato. Ricordi Martin i suoi seni lisci come i fondi dei nostri boccali? Ricordi Martin che risate? E le sfuriate della signora Rose alla locanda? Vecchia bigotta anche lei! Poteva avere pi comprensione per due

giovani timorati di Dio, nell'et sana e bisognosa di avventure sgualdrine. L'hai pi rivista Francesca? Aveva un figlio lo sapevi? Me lo disse, proprio nel momento meno opportuno. Le chiesi di tacere che avrei aggiunto un'altra ghinea. Lo fece anche con te? Brutta ruffiana, ma il figlio era capace di averlo veramente.

Robinson scrive seduto sulla piccola testuggine e la piccola testuggine scivola adagio sulla riva della spiaggia e il mare si incurva sull'occhio verde del naufrago. Ogni tanto smette di scrivere ma continua con le labbra socchiuse, i pugni sotto il mento, l'occhio forse capovolto. E se le scrive cos, Robinson, altre lettere, dentro di s.

Io ne ho scritte qualcuna. Le tengo nascoste nella fodera del cuscino. Mi vengono dopo aver guardato molto dalla finestra, o anche stando seduto sulla sedia. Ma comunque dopo essermi immedesimato nel suo modo di pensare. L'ho fatto per parecchi anni. Poi anch'io ho smesso di fermarle sulla carta. E le dico a bassa voce. O anche solo in testa, come pensieri.

Bussano alla porta. Maria Stella. Hai mangiato? Si fatta una trecciolina piccola. Piccola com' lei, tutta minuta e bianca. S. Finisce di lavare i piatti, dopo averli passati due o tre volte sotto l'acqua. Ti piaciuto il coniglio? Molto. Giorgio dice che era troppo salato e che ho messo poche olive. Lascia perdere... Perch trova sempre qualcosa che non va...

Perch tuo marito... Se per questo anche prima. E non ci hai fatto l'abitudine, allora? Si siede al tavolo. Sento odore di confessioni. Devo proprio andare, le dico. E mi alzo dal letto. Te ne lascio un pezzo anche domani? Mi piacerebbe. Ciao. Rimane muta. La vedo un attimo di schiena. Leggermente curva. Poteva non sposarlo. Tutto qui.

Mi rinfresco i denti con una foglia di salvia, scegliendola con cura. Prendere i rastrelli non ho nessuna voglia. Far un salto gi alla Villa. Bianca tricotta all'ombra. Un golfino sulla pelle nuda e le chiappe appollaiate sulla cassapanca dell'ingresso. Non scende nessuno oggi. Meglio per te. A me va di fare due chiacchiere. E quello cos'? Si stende sul petto un lavorato blu. Le copre a stento le grandi tette. Una sorpresa. Un maglione per Dante. Come l'hai indovinato? Cos... Non andrai mica a dirglielo? Voglio finirlo in questa settimana. Gli piacer. Certo. Alle spalle sbuca Mister Torbs spingendo la carrozzella. Lady Virginia regge, fragile, un ombrellino bianco. Mi chiede come sto. Bianca ha fatto sparire dietro la schiena ferri e lana. Il guardone sorride aggiustandosi il pesante cannocchiale. Hai da fare? mi chiede. -Potresti portare un po' in giro Lady Virginia. Vuoi, vero? Certo, dico.

Non ti dispiacer cara. Io cos faccio un salto alla spiaggia, guarder un po' le condizioni del pattino. Ti voglio portare a Latte uno di questi giorni. Volentieri, caro. Nero come Diabolik gi in fondo alle scale. Bianca mi aiuta. Trasportiamo sul sentiero la carrozzella. Dove vuole andare? Oh, fai tu. Velocemente penso a un posto dove in agguato non ci sia il sozzo. Ai Cigni? un po' che non li vedo. Spingo lentamente. Deliziosa e tenera mi chiede come sto, perch mi faccio vedere cos poco. E i miei ragazzi, ti scrivono? Mento. Qualche volta. Adesso sono all'universit. Perch non sei andato anche tu? Londra bella. Gi, io non sono andato. Avrei potuto. Stavo bene qui. Sono sempre stato qui. Ci giro a occhi chiusi. Ci sto bene. Diventerai un buon giardiniere? Non so. Se stai vicino a Dante non potr che essere cos. Sicuro. Di porcellana minuta, tutta un merletto dal colletto alla sottana, pesa come un'automobile. Ti stanca? Per carit. La fermo vicino al rond di ninfee. Sai chi sono? Chi? Indica i due cigni alti, di bronzo e muschio, al centro della vasca, il collo verticale e sottile i becchi accostati e quasi mor-

bidi.

I cigni? Mio padre e mia madre. Si amavano moltissimo. Un nostro amico scultore li vide cos. Cosa devo dire? Dico: Poetico. E ci prendo. Molto poetico. Io li guardo e li vedo. I capelli lunghi di mia madre, i suoi occhi chiari. E mio padre, le sue braccia forti, i capelli corti. Li vedo chiusi in un abbraccio che non ha fine. Adesso mi dir che li vede sorridere tra le piume. Invece dalla manica estrae un fazzolettino col quale appena si tocca gli angoli degli occhi e si sfiora i buchi del naso. La spingo via? La lascio sola? Mi allontano di qualche passo girando la schiena.

Lo scirocco se n' andato ed salito un po' di ponente. Il mare casca morbido e bianco sugli scogli di Punta Mortola, dove i gabbiani elicano pigri, a mezz'aria. Anche questo pomeriggio quasi finito. Mi venuta una voglia improvvisa di mettermi alla finestra a guardare. Aiuto. Perch grida? Mi volto. Il freno della carrozzella ha ceduto, o forse non l'ho messo. Corro, saltando i gradini a quattro a quattro. Sta andando pazzamente forte, senza scomporsi, agitando appena una mano. Le ruote stritolano la ghiaia, tranciando due o tre piccoli melograni. Ho i sudori freddi. Corro pi forte, la perdo di vista per un attimo. Taglio la curva e le arrivo alle spalle. Mi butto lungo disteso sotto le ruote. Sento un crac tutto dentro mentre vengo trascinato ancora per qualche metro grattando sulla ghiaia e le pietre a fianco del sentiero. Poi ci fermiamo tutti e tre. Come si sente?. Le chiedo. Che bello spavento. Bene. E tu? Sono uno straccio, i pantaloni e la maglia andati, le costole calde. Una sbucciatura dappertutto. Qualche graffio. Niente. Zoppicando la spingo verso casa.

Cosa successo? Il freno non ha tenuto. Bisogner dire a Dante di metterlo a posto. pericoloso. Glielo dir. E bisogna che gli dica di non dire che il freno non c'entra per niente.

Bianca appena mi vede sgrana gli occhi. Un'avventura mia cara, lei dice. Se Tomaso non mi fermava sarei arrivata fino in mare. Ride tutta contenta. Bianca trascina la carrozzina per le scale senza che io possa aiutarla. Tomaso mettiti un po' d'alcool, mi raccomando, e grazie. Io le sto dietro. meglio che non mi veda. Bianca chiede se arrivo fino a casa. Ci provo. Mi fa male una gamba, quella che s' presa per prima le ruote.

Dante non c' ancora. Salgo su. Un gradino dopo l'altro. Quindici gradini, quindici fitte. Mi lavo e disinfetto, poi cado sul letto.

Caro Martin, - scrive Robinson vagando piano sulla piroga a poche decine di metri dall'isola, - oggi ho lottato con un cinghiale selvatico. L'avresti mai creduto? Quando un topo di chiavica solo qualche anno fa mi avrebbe fatto schizzare sopra l'armadio. Eppure stato cos. incredibile come uno stato di necessit ti possa trasformare. Io che sono un uomo tranquillo so diventare belva, al caso. L'ho ucciso a colpi di pietra. Quando mi capita di uccidere, e pi spesso di quanto tu possa immaginare, entro in uno stato di totale eccitazione. Come dovessi affrontare un incontro con una prostituta, ma lo strano che ancora non ho ben definito se come il subito prima o il durante. Mi

capisci? E dopo difficile da definire. Dovrei chiedermelo mentre sto lottando. Ma in quei momenti puoi capire che non esiste nessun tempo apprezzabile ai sensi. Spero di non tediarti, con queste mie impressioni. L'unico modo per placarmi poi quello di prendere la piroga e fare un giro della mia isola. Guardarla dall'esterno, da fuori. E infantilmente chiedermi come sar, chi l'abiter. Ma un gioco breve, purtroppo. Subito mi vedo l, curvo sulla spiaggia sempre pi solo, e vecchio, che vado avanti e indietro; i miei passi che disegnano strade, crocicchi, curve, perimetri, quelli di York, vecchio mio. Disegnano i miei piedi, le strade di casa, i negozi, la fontana dove passavamo ore, scommettendo se dal vicolo dei cordai sarebbe sbucato un uomo o una ragazza. Ricordi Martin? Ma da queste mie strade posso scommettere che a passare sar solo un granchio o una testuggine, Martin.

Le malinconie di Robinson mi fanno comodo, le metto in testa come un cappello o un ombrello e ci sto sotto in un torpore febbricitante. Altre volte invece non le sopporto, mi danno ai nervi. un piagnisteo insopportabile. Allora volto pagina, cerco o invento la lettera buona, quella che parla delle noci di cocco con la signora Rose:

Cara signora, desidererei farLe assaggiare alcune noci di cocco che provengono dalla mia tenuta a Sud dell'isola. Hanno una polpa bianchissima e tenera. Sono riuscito a farne una salsa che accompagna benissimo i gamberetti. Se le Sue indiscutibili doti di cuoca potessero disporre di questi frutti chiss quali meraviglie...

O cerco la lettera della confessione scritta al parroco di York:

Padre, lei crede valida una confessione per lettera? Nelle condizioni in cui mi trovo, io ritengo, immodestamente, di s. Il problema rimane quello dell'assoluzione, vero Padre? Come si pu ovviare? Oh se la sua fede potesse ascoltarmi e darmene un segno...

La porta si apre ed entra Dante. preoccupato. Come andata... Mi guarda i lividi sulle gambe e l'enorme macchia viola che si allarga sul fianco, la tocca, mi fa male. Gli racconto come successo. Non dirai nulla del freno, vero? Ho detto che s'era allentato. Grazie. Io l'ho fatto per lasciarla un po' sola. Capisco. Sola va bene, ma col freno. Chiamo il dottore? Non avrai qualcosa di rotto? Mi fa male. Ho detto a Margherita di venirti a fare qualche impacco. Perch a Margherita? Stai tranquillo, solo perch l'ho incontrata che aveva finito alle serre. Schiaccia l'occhio e mi fa un sorriso. Non ti piscio pi sulla salvia. Promesso. Mi versa un bicchiere di vino. Torno, dice, mentre entra Margherita. Hai la febbre? Non so. Mi posa la mano sulla fronte. Se non l'avessi mi verrebbe. una carezza, lenta, appena sudata. Sei scappato questa mattina... Ohi, che male... meglio che abbia molto male, altrimenti

debbo rispondere. Si alza, prende un asciugamano e lo bagna, poi me lo passa sulla fronte. Si chinata sul letto e le vedo per intero un seno. Vorrei allungare una mano, rugginosa dal sole come un melograno, mi sento una fitta. Hai preso un bel colpo. Speriamo che non ti si sia rotta nessuna costola. Come si fa a sapere? Se non passa il male fra qualche giorno. Vuoi dire che son rotte? Ma si aggiustano da sole. Bisognerebbe fasciarti molto stretto. Se tengo gli occhi aperti continuo a vederlo, sfacciato e ondulante. Gli occhi di Mimy in alto guardano altrove. Io chiudo i miei. Hai la febbre. Continua a passarmi l'asciugamano bagnato sulla fronte. Quanto si fermer qui? Anche questa notte. Mi veglier tutta la notte. Se mi lamento succeder cos. Mi lamento. Non esagerare. Ho male. Non fare il moribondo. E poi pensa che per qualche giorno lasci perdere i rastrelli. Questo vero. Li user come stampelle. E intanto me ne potr stare qui a guardare dalla finestra, a leggere, a pescare. Sorrido. Vedi che stai gi meglio. Adesso devo andare, ma poi ritorno. Glielo riguardo ancora, mi riempie gli occhi e penso alla polpa tenera del cocco di Robinson. Ritorni? Pi tardi. Con Luigino. La guardo in modo che vuoi dire qualcosa perch dice: O senza. Come vuoi? Margherita ride e sbatte la porta.

Mi sono costruito una lenza nuova. L'altra continua a starsene tesa. Non appena la sfioro. La gamba sinistra non riesco a piegarla. Sono tutto fasciato e fatico a respirare. Per prima, ieri sera, venuta Maria Stella. Mi ha portato un minestrone tiepido con pezzi di lardo. Poi arrivato Giorgio con dei cachi, poi Margherita con Luigino e Bianca e dei biscotti, Maria con una bottiglia di vino. Dante stava seduto sul ballatoio a fumare la pipa e a commentare i regali.

Giorgio, per scherzo, ha detto che avrei potuto lasciar correre la vecchia e Luigino ha aggiunto che Mister Torbs mi avrebbe dato una rendita. Dante ha brontolato sputando tabacco. Poi uno per uno si sono abbassati a guardarmi i lividi. Margherita questa volta era tutta abbottonata ma passandomi la mano sul fianco ha lasciato correre le dita come un solletico. Ho pregato che non mi scattasse subito duro. Alle dieci se ne sono andati e Dante ha chiesto se volevo che dormisse su. Gli ho detto di no. Se hai bisogno batti con le gambe della seggiola. Gli ho detto di s. Poi me ne sono rimasto disteso guardando la finestra carica di luna e di blu e ascoltando i colpi brevi del mare sugli scogli, finch non mi sono addormentato.

Ho messo un bel piombo alla lenza e la lenza si fatta sensibile. Nel piatto che tengo nella credenza ci sono gi quattro triglie e questa che sto tirando su fa cinque. Maria Stella ha promesso che le avrebbe fatte alla livornese. Metto via il piatto e l'occhio trova sul tavolo ancora un mazzetto delle famigerate cartoline. Qualcuna sporca di sangue, graffiata. Le butto nel secchio. Ce n' una pulita. La raccolgo e la incastro nel vetro della credenza. Poi la guardo. Non capisco perch. Ma la guardo. Nel gruppo dei visitatori mi colpisce, per la prima volta, un viso. Mi avvicino di pi. Senza dubbio lei. Perch non me ne

sono accorto prima? la visitatrice che mi ha parlato due giorni fa. Come avevo fatto a non accorgermene? Guardo anche le altre. proprio lei. Ha un paio di pantaloni bianchi e una camicetta blu. Guarda dalla mia parte. Rimetto la cartolina sotto il vetro. La coincidenza mi stupisce. Chiss se lei avr preso la cartolina. E se si, dove la terr, dentro un libro, sopra un tavolo. Vorrei trovarla per chiederglielo. Dir a Rosalba di avvertirmi se la vede entrare. Non riesco a camminare, saltello con fatica, per pochi passi. Lady Virginia ha gi mandato Mafalda a chiedere come stavo. Mafalda deve dire che sto meglio di quello che sto, per non impensierirla.

Vorrei che arrivasse la canoa di Robinson mentre sto qui alla finestra. Gli direi del pesce che gira l sotto, lo inviterei a leggere qualche nostra lettera, gli mostrerei il giardino, si discuterebbe di piante e fiori. Il pattino bianco lascia due solchi leggeri sull'acqua. Ha appena passato la punta e ora scivola verso la spiaggia della Casa degli Oleandri. Tutti gli anni lo mettono in acqua a giugno e lo ritirano, a met settembre. Da qui, la casa non lontana pi di un centinaio di metri. Vedo piccole figurine colorate a pezzi fare il bagno, sdraiarsi al sole, muoversi da una finestra a l'altra.

Bianca mi ha lasciato molti Diabolik. Lei li divora ansiosa, sente il fascino di Lady Kant: una vera signora. Vede Diabolik mica poi cos malvagio, tutto preso da lei in attenzione e premure, alberghi e collane. Una vita da sogno, tra una rapina e l'altra con volti e cappelli sempre diversi e vestiti, vestiti tanti vestiti. Ma sai a quanto va la macchina di Diabolik? E il motoscafo? Dante gli assomiglia, sai? A chi?

A Diabolik! Un po' pi vecchio. La corporatura quella. Resto ad ascoltarla cercando di non ridere. Con una calzamaglia nera. Il passamontagna che gli lascia scoperto solo gli occhi. Te lo immagini. Rispondo di si. Magari a braccetto con te, per i vialetti del giardino, una passeggiata nell'aranceto. Oh, s. E tu vestita di bianco. Un vestito lungo. Molto semplice ma lungo. E scollato. Oh s. E sulla scollatura un sottilissimo filo di perle. Diamanti. Oh s. Bianca ha chiuso gli occhi, si dondola sulla seggiola. Fra qualche secondo, se continuo, andr lunga distesa. Dandiabolik che... Come? Dante-Diabolik. Diabolik... Diabolik che ti prende per mano. Tutt'intorno grilli e profumo d'arancio. E lui che posa le sue labbra sulle tue mani. Oh s. Continua a dondolare, stringendo le cosce. Le vedo. Poi ti abbraccia e baciandoti forte ti stende per terra. Ma c' una voce, forte, minacciosa. quella di Ginko, lo so. E deve fuggire. Oh s. Bianca riapre gli occhi, smette di dondolare. Si alza. Te li lascio. Ma non sciuparmeli.

Adesso li guardo. Li sfoglio rapidi. Poi li metto via. Vorrei fare uno scherzo a Bianca. Ma prima mi deve guarire la gamba.

Dante ha mugugnato sulla porta che Lady Virginia vuole che si faccia di me qualcosa di pi di un rastrellatore.

Vedi, ha capito le mie qualit.

Lasciamo perdere... E allora... E allora... allora appena ho tempo mi vieni dietro...

Che discorso! Sembra geloso o forse pi semplicemente non lo convinco affatto. Vorrei che non mi spiacesse e invece sento una punta di dispiacere

... qui alla testa, non al cuore - scrive Robinson al compagno di scuola Jones - come sarebbe pi spontaneo dire. una fitta alla ragione che mi coglie indistintamente, o che io dirigo precisamente non appena un ostacolo mi si mostra insuperabile. Il mio corpo reagisce diversamente invece. Si contrae sul terreno e si racchiude come un'isocardia o un grande orecchio disposto unicamente ad ascoltare quel grande liquido intorno che il mare. Forse questo il motivo che immediatamente fa indirizzare la fitta alla testa per equilibrare quel tanto d'animale che in me e che mi inchioda immobile a terra...

Anch'io lo sento alla testa e chiudendo gli occhi al mare provo a decifrare la ritrosia di Dante. Il vecchio - mi dico - lo sa che posso lavorare e far bene. Perch mi vuol tenere lontano dalle piante, allora? Perch gli va meglio che rastrelli o che vaghi indifferente?

Il risultato quello di tenermi sospeso fra le cose, impreciso nella mia identit. Per gli altri cosa sono? Ma forse per gli altri sono cos come sono, qualcosa che non mai del tutto uscito dalla Villa e mai del tutto entrato nel Giardino. Scrive Robinson in una lettera a un lontano zio avvocato:

Vede signore, certe volte desidererei ardentemente, con tutte le mie forze rinnegare la mia natura

umana. Farmi testuggine che dondola sull'acqua. Tucano che starnazza sulle foglie. Cinghiale che sdruscia la schiena contro le sequoie giganti. Capra che vola sui bricchi alti dell'isola. O granchio testardo che incide la sabbia. O babbuino querulo che si spulcia. Questo desidererei per non essere diverso e trascinare questa mia diversit, della quale so di poter andare orgoglioso e sfruttare, ma che, tuttavia, mi appare estranea, fastidiosa, inutile. Signor zio credo di vedere la sua smorfia e di poter comprendere il suo disaccordo...

Condivido lo stato d'animo di Robinson ma l'esserne cosciente gi un volerlo combattere, un tentativo d'uscirne. E far cos.

Pochi giorni e gi scivolo in velocit per i sentieri senza sentir dolore. Il cielo mi sembra un ombrello bellissimo e il giardino un immenso e unico profumatissimo fiore. Vorrei toccare il cielo e tenere il fiore in mano. Mordo un limone e lo spererei pi aspro. Tutto dolce: il ponente sposta e mescola profumi: l'oleandro dolciastro e la buganvillea, il cappero e l'anemone, il ranuncolo di montagna e il finocchio di stagno, la coronilla e il pino. Il mare un lenzuolo soffiato e rotto da bolle precipitose di sardine: strappi brevi, ricuciti e subito rigonfiati, sotto gli occhi penduli dei gabbiani troppo pigri per ripetere una cabrata andata a vuoto.

La macchia di datteri deserta, una coppia si muove vicino al padiglione dei bamb. Sembra che nel giardino oggi camminino tutti con pantofole di raso. Io pesto forte per lasciare impronte, per saggiare la gamba. Non avevo proprio niente di rotto. Vorrei dirlo a Margherita ma non ho nessun desiderio di salire al cancello d'ingresso,

dov' di turno. Nella Villa sieder, imbronciata, Rosanna troppo lontana dalla tabaccheria per gustarsi il fresco e l'immobilit. Cammino verso la Punta e prima di arrivarci lascio uno scritto a grandi lettere proprio davanti alla tomba cinese del vecchio negriero; ci lascio scritto sulla ghiaia rosa: VIVA LA NUVOLETTA DI MARGHERITA. Poi ci ripenso. Ho paura di scoprirmi troppo. Allora cancello Margherita e cancello anche nuvoletta e al posto di nuvoletta scrivo figa. Soddisfatto mi lavo le mani nella vasca dei papiri e arrivo a Punta Mortola.

Lei l, come se io le avessi detto di aspettarmi l, alla Punta. Potrei ancora cambiar strada. Ma non cambio strada. Ha i pantaloni, bianchi come nella cartolina. Buon giorno. Buon giorno. seduta sopra una radice d'olivo. Mi appoggio a una palma, di fronte a lei. Non l'ho pi vista. Ho avuto un piccolo incidente. Mi spiace... Niente di grave. Mi chiedo come si fa a essere se non altrettanto educati, meno formali. Scende sovente in giardino. C' molta tranquillit. un riposo. Non fa i bagni? molto abbronzata e certo li fa. La mattina. Adesso non ho pi niente da dirle. Potrei parlare della cartolina ma dovrei confessarle la mia condizione di rastrellatore e non d'esperto di incroci. Questo mi viene in mente solo adesso. Potrei inventare una balla e coprire la prima. Non lavora, oggi.

Sono ancora in convalescenza. Le sorrido. Mi sorride. Ci vuole qualcosa di pi sodo. Penso a Margherita. Mi cos facile parlare e non parlare, con lei. Con questa cos diverso. Come si chiama? Lisa. Io Tomaso. Sorride ancora. Io respiro profondo. Potrei farle un t, le dico, a casa mia. Mi risponde che lo prenderebbe molto volentieri. Forse una cosa normale rispondere cos. Il fatto che io sono gi pentito. Ma camminandole vicino mi passa, un po' perch profuma e un po' perch sorridendo capisco che meno severa di quanto mi fosse sembrata. Entrando in casa mi chiedo se la casa proprio un cesso o no. la prima volta che mi sembra d'entrarci e la guardo come fosse d'un altro. Ha una stanza molto grande con un tavolo di legno, una credenza chiara e un acquaio di pietra. Appeso al muro il ritratto di Mimy e una piccola libreria vicino al sof. Mi sembra decorosa. Lisa si precipitata alla finestra e mentre mi di spalle faccio sparire la cartolina. tutta un complimento sulla vista e il fresco della casa. Chiede se mi rendo conto di avere un'immagine di tale bellezza. Rispondo di si. Sembra di essere su di un'isola, mi dice accavallando le domande: com' da qui un tramonto, un'alba, una luna piena, l'inverno, una giornata di pioggia. Io srotolo discorsi mentre faccio il t, trovo zucchero, tazzine e la scatola dei biscotti. E lei, Lisa, sta l ad ascoltare con occhi attenti. E dal giardino non mai uscito? No. Nemmeno una volta? Nemmeno una. So che c' un tabaccaio di fronte al cancello. Ma non conosco il paese, che poi son quattro case e un albergo.

E non ha curiosit, non dico per il paese, ma che so... di prendere una corriera e andare... La interrompo. Di qua vedo dove potrei andare: l... laggi. E poi? Si sta bene qui. Non lo discuto. un paradiso. fuori dal mondo. Ecco, si, fuori dal mondo. Ma questo essere fuori dal mondo non la... come dire: preoccupa? Minimamente. Forse perch non sapendo come il mondo non ha problemi a esserne fuori... Sembra che lo dica pi per lei che per me. Poi timidamente, dopo un biscotto aggiunge: I giornali li legge. Ascolta la radio. Qualche volta trovo dei giornali vecchi in giardino o alla Villa. La radio non ce l'ho. Preferisco leggere un libro. Con lo sguardo sui libri cerca i titoli, li mormora, mi sembra che la stupiscano e li approvi. Forse dovrei dirle che ogni tanto leggo anche Diabolik. tutto molto elementare: c' il giorno e la notte, ci sono le stagioni. Ci si copre d'inverno ci si scopre d'estate. D'inverno molti fiori, molti alberi si spogliano, altri fioriscono e cos da primavera in avanti. Vivendo qui si respira questo ritmo, se ne viene avvolti. Mi sembra naturale. Ma questa non la realt, capisci? Mi d del tu mentre si aggroviglia le mani. Questa una vacanza dalla realt. Per te forse, per me la mia realt. Ma no... fuori di qui ci sono cose, accadono cose. Anche qui, accadono cose. All'interno di questa realt, che a te sembra cos vacanza. Cose che perdono ogni importanza, paragonate al fatto che si stanno combattendo guerre, in altri paesi, e che prima ancora di quelle ne esistono altre senza fucili. Esiste una realt, intorno a questo giardino, dove bisogna prendere posizione, do-

ve si vota, dove si fa politica. Volevi arrivare qui: alla politica. Non: alla politica. La politica la vita che vivi, ogni gesto che fai. La vita che vivo questa. La vedi. politica? un modo di essere politico. l'unico possibile qui. Quello giusto quello dei politici: il loro modo. Intanto loro fanno politica coi voti che gli di: anche tu. La fanno come l'hanno sempre fatta. Questo qualunquismo. Lisa si alzata avvicinandosi alla finestra. facile, stando qui, considerare la politica una cosa lontana, fuori da te. Tu non ti senti governato dagli uomini politici che voti. Vivi un'esistenza astratta, esterna. Oppure no: vivete tutti in un regno con tanto di re e regina, buoni sudditi vestiti e sfamati. cos. Il mio essere politico, se esiste, esiste rispetto a questa realt. Ma il re e la regina fanno la loro politica. Non rispondo e penso alla Lady e a Mister Torbs vestiti da Regina e da Re sullo scalone della Villa: Voglio una carrozzella a quattro ruote. Voglio vedere di pi. Voglio che mi spingiate tutti. Voglio che fottiate tutti quando passo. Non te la prendere, ma ora tutto mi sembra un po' meno bello. Tutto cosa? La vista da qui, il giardino di l. Questo non ha senso. Se dici che noi siamo cos qua dentro, forse. Ma il mare fuori da quella finestra o i fiori dentro le loro aiuole sono cos. Il nostro modo di essere, poi, non pu renderli diversi. Il vostro modo di essere, cos indifferenti, il prezzo paga-

to perch questo giardino esista. Un bel prezzo. Potrei leggerle una lettera di Robinson. La ricordo vagamente. Mi avvicino alla finestra. Sfioro la lenza, non si tende. Riprovo. Cos'? Un pesce. Ha abboccato una settimana fa. Da allora non son riuscito a tirarlo su: o tranciavo la lenza o gli spezzavo il labbro. E adesso? Adesso non fa pi resistenza, si sar deciso a uscire. Comincio a tirare piano, la lenza viene, metro dopo metro, staccando gocce d'acqua sul davanzale. Gliene avevo dato pi di trenta metri. Vedi qualcosa? Lisa si sporge. Nulla. Continuo a tirare finch a pochi metri dalle rocce c' un breve rigurgito. Guarda, esce. una piccola testa tozza, a punta e marmoreggiata. Una murena. Un avanzo di murena, viene su abbastanza leggera, tutta sbrandellata, distrutta dai morsi dei polipi e delle stelle marine. Le carni bianche sotto la pelle floscia pendono stracciate. Che morte orribile. Mangiata viva. Lisa si allontana mentre la distendo sul davanzale. lunga un metro e doveva essere grossa pi di un braccio. L'amo ben conficcato nel palato fra i denti curvi e aguzzi. Gli occhi sporgono come biglie di porcellana. Se avesse ceduto prima. Ha preferito non lasciare il mare. una bestia testarda. Cosa ne fai? La ributto a mare. Adesso? Non potevi lasciarcela prima?

Ho tagliato la lenza, non mi va di infilarle le dita in gola per staccare l'amo. Con uno schiaffo rimane per un attimo sul pelo dell'acqua, poi scompare. Mi lavo le mani. Devo andare, dice Lisa. Tornerai, le sorrido, nonostante tutto? Torner, nonostante tutto, sorride, ciao. Ciao.

Caro signor zio, sono diventato Re dell'isola. Senza presunzione mi sono autonominato Signore assoluto di questa conchiglia di terra sperduta. L'ho fatto, la prego di credermi, non per vanit o superbia ma per il bene comune degli animali e delle piante che dividono con me la stessa abbandonata sorte. E proprio perch la sorte fosse un po' meno abbandonata a se stessa ho deciso di assumermene, col consenso di Dio, la responsabilit, nei limiti consentiti dalla mia modesta persona. E vorrei che da questo mio impegno scaturisse armonia, nient'altro che una totale armonia: la capra che beve a fianco del puma, in alto alla sorgente, il cinghiale che smette di ruzzolare tra il fango e le sponde del ruscello, inquinando cos il corso d'acqua dolce; il babbuino che abbandona lo scavo nella sabbia per sottrarre alla testuggine le sue uova; il tucano che non affianca pi le passeggiate delle corvine e degli squadrolini; i pappagalli che non imitano tutto il giorno il fischio del vento o la corsa della talpa, il canto del merlo e il sibilo dello strombide sullo scoglio. La mia sovranit d'uomo vorrei che si estendesse e applicasse a cancellare tali negativit, con l'aiuto di Dio. A questo scopo la mia estraneit pu esercitarsi in un esercizio che andrebbe, ritengo, al di l di quella che la chioccia adopera sui piccoli. Non pensa, si-

gnor zio?

Era questo il passo della lettera che avevo in mente quando c'era Lisa. Ma forse non cera nessuna necessit di farlo. Qui Robinson mi sembra abbia dato di testa, che consideri sudditi gli animali e che animali non li voglia pi. E non afferri che oltre a un sonnolento zoo null' altro pu ottenere. La solitudine pu aver trasformato Robinson in animale. E che attraverso la sua memoria d'uomo tenti di ricomporre e riorganizzare le forme di un equilibrio che si esprima in gerarchie e non in violenze istantanee. Pu essere cos? Preferisco allora la murena che s'intestarda a chiedere lenza e gira e s'avvita all'amo. In quanto a me non mi rivolgo domande, le parole di Lisa vibrano ancora, calde intorno alla tazza di t, alla scatola dei biscotti, alle mie orecchie.

Il treno esce rapido e inclinato dalla curva sopra il muraglione dell'Arma. tutto blu e lettere oro. L'Europa Express. Sono le dieci del mattino. Dante mi ha detto di stare tranquillo ancora qualche giorno. Cos scendo in spiaggia e faccio il bagno. L'acqua salata mi brucia sulla gamba, dove le croste sono appena rossicce. Il polipo cammina elegante sulle punte incollandole alle pietre del basso fondo. Si muove su tre gambe, le altre avviluppano, come ragnatela, un grosso sarago. Guardingo volta la testa intorno, poi con un salto, affusolandosi compatto si lancia in una latta arrugginita. Tranquillo l dentro divorer il sarago. Mi avvicino piano e sollevo, prendendola per la base, la latta. L'alzo velocemente. L'acqua all'interno diventa inchiostro. Rovescio la latta sui sassi della spiaggia. Il polipo si incolla tenace al fondo, dapprima non vuol mollare il sarago, poi lo lascia e si butta sottile tra le pietre. Con la mano gli giro la testa. Continua a muoversi. Lo vuole un turista tedesco. Glielo lascio e mi porto via il sarago.

Raccolgo un po' di patelle e dei ricci. Scendendo ho staccato un limone. Mi siedo sotto un pino. Schiaccio una goccia sulla patella, l'animale bianco-grigio si raggrinza, lo stacco coi denti. Sembra di mangiare un pezzo di mare al limone. Una patella e un riccio. II riccio dolce, rossiccio, con migliaia di piccole uova morbide come una lingua. Davanti a me ho una piramide di gusci. Si ferma Spalmasperma. strano che si avventuri oltre il muro di cinta, non deve aver trovato nessuna quaglietta e ora andr sporgendosi di roccia in roccia, fra i canaloni a terrazza sul mare. E difatti ha le scarpe di corda. Vuole un riccio? Un riccio s, la patella mi fa schifo con quella sua carne bianca un po' bavosa. Non ti pare? Gli faccio di no col capo e strizzo un po' di limone sulla patella e la mangio con gusto, anche eccessivo. Spero di disgustarlo. Fai il bagno? Rispondo di s. Non l'ho mai visto fare il bagno. Quando va in pattino si lascia arrivare l'acqua solo alle caviglie. Posso vedere col suo binocolo? sorpreso. Dove? Qui. Mi vien da ridere. Avr creduto che volessi seguirlo al cinema? Me lo porge. Fai attenzione. Poggialo bene agli occhi. Regolati il fuoco. E un'arte, metterlo a fuoco. Mi viene addosso il mare e tutto il porto di Mentone spinto da quello di Montecarlo. Sento un grumo di nausea. Lo sposto a sinistra: e mi trovo villa Biancheri sui piedi e tutto il Pian delle Vigne. Si potrebbero contare i peli sul culo di una formica a un

chilometro. Ecco. Mi sentivo che l'avrei detta una cazzata. E l'ho detta. Non potevo dire Si potrebbe vedere un uccel-lo... sarebbe stato lo stesso. Pazienza. Lo guardo mentre gli porgo il cannocchiale. Gi, mi dice freddo, uno strumento di precisione. Un gioiello della tecnica. L'adoperavano i piloti della Raf durante la seconda guerra mondiale per avvistare i sommergibili. Bella differenza d'impiego, penso mentre si dilunga in aggettivi altamente qualificanti. Resti qui? S. Arrivederci. Buongiorno. L'occhio vizioso se ne va in passo da biscia, controllando che proprio non mi alzi e lo segua. Vedo saltare dal muro di cinta Luigino e Giorgio. Facciamo un bagno? L'ho gi fatto. Ci buttiamo in acqua tutti e tre. Nuotiamo un po' senza dirci nulla. Ho avuto un bel caldo questa mattina, dice Giorgio. Dov'eri? Ho dovuto cambiare una ventina di tegole gi alla Villa. Dante, dov'? Sta scegliendo le piante per gli innesti. Non me l'ha detto. Voglio vederli. Avrai tempo da fartene venire la nausea. Luigino butta la testa sotto l'acqua. Vuoi annegarti? gli dico. Ho passato tutta la mattina sotto le magnolie. Che schifo d'odore. Non ne potevo pi. Mi sento profumato come una puttana. C'era da vomitare. Andiamo sotto?

Ci tuffiamo.

Cara Anna, un nuovo regno quello che ho scoperto intorno, ma sotto di me. Ed altrettanto variopinto e cangiante di quello costituito dall'isola che ti ho descritto nella mia ultima lettera. Orate e ombrine, zigurelle e saraghi, gallinelle e cefali, merlani e eglefini, cernie e razze, babecore e lampughe, tracuri e corvine muovono a ruota nell'acqua intorno al fusto dell'isola con colori da ventaglio cinese. Un arcobaleno di viola, arancioni, tiepidi azzurri e morbidi grigi, gialli violenti e trasparenti rosa, che scivola e si distende tra pinete di corallo e pianure di corbula, d'onice e torri curve di Melanella e grattacieli di occhi di Santa Lucia e muraglie di Bullaria. I miei occhi non riescono ad afferrare tutte quante le bellezze dalle quali come uno scialle vengo avvolto. Figurati le parole. Ti offrirei volentieri i miei occhi perch tu ci potessi vedere graffiate queste forme e colori. Ma gi il mio occhio sono certo riferisce al mio cervello un'immagine di questa realt sbiadita, gi sciupata. Anna, torna, te ne prego, al mercato di York e guarda, come facevamo tanti anni fa, le ceste dei cocomeri, quelle di aranci, le cassette di lattuga, i ciuffi di finocchio e di basilico, le bilance cariche di peperoni gialli e pomodori, di melanzane e cetrioli. Anna, immergi le loro forme e i loro colori nell'acquario della tua fantasia e lasciali andare.

Butto fuori la testa dall'acqua. Non ho pi fiato. Quanto ci volevi stare sotto? chiede Luigino. Avevi deciso di farti pesce, chiede Giorgio. Tossisco, non riesco a inspirare. Mi ci vuole un momento per rispondere.

M'ero dimenticato di tornare su. Andiamo a terra. Mi distendo sui sassi e chiudo gli occhi mentre le orecchie continuano a fischiare.

Mi porti con te? Le piante con fiori sono costituite da tre parti: radici, fusto e foglie. Il fusto pu essere, rampicante, volubile, prostrato. Dante, mi porti con te? Le foglie inserite nel fusto possono essere in ordine vario: sparse, alterne, opposte, verticillate. Insomma, mi ci porti con te? Sta rammendandosi un paio di calzini. Le mani grosse manovrano l'ago. Soffia e sputa. Basta che non mi angosci pi. Allora s Si. Cos entrer nel tempio, nella serra sperimentale dove Dante studia gli incroci e prepara i mostri. Come lui li chiama. una piccola serra coperta per met, a fianco della Villa, dove vivono le piante esotiche portate dalla Cina e dalle Afriche e i delicati ibridi che una lunga fila di botanici tedeschi, inglesi e francesi dalla met dell'Ottocento, a oggi, ha partorito da sogni e fantasie. Avrei visto le specie originarie cos com'erano arrivate pi di un secolo addietro. Come una punizione ricordavo i nomi trascritti: Wergela florida, Dianthus barbatur, Monarda didyma, Punica granatum, Iris japonica, Lagerstreomia indica, Hemerocallis fulva. Quando, Dante? E cosa m'insegni per prima: la rosa? Dante un grande ibridatore di rose. Ha vinto premi e stupito illustri botanici e astuti agricoltori. Come si fa con la rosa? Le si tolgono i petali quando stanno per cadere, si recidono rami e sepali poi si deposita il polline sullo stima e si avvolge in un cono di carta. Tutto qui.

Non mi ha detto niente. Glielo dico. solo una fredda nozione tecnica. Ride. Non sarai mica geloso e cos geloso da non volermi insegnare? Non risponde, morde il filo. Forse non del tutto cosi, ma un po' cosi. Mi sembri un maestro che non vuole avere allievi. Non dire scemate. Ti insegner. Ma prima di fare un ibrido dovrai imparare altre cose. Entra in casa a posare i calzini. Quando esce sono in piedi sul ballatoio e sto pisciando con mira precisa sulla macchia di salvia.

Capitolo secondo RR

ito annuale, sul finire di luglio, con a patrono San Luigi, la torta alla Villa ci porta tutti quanti intorno a una lunga tavola bianca. Sulla tavola bianca c' la grande torta di frutta e tazze di cioccolata e bottiglie di bianco vino Vermentino. la festa che Lady Virginia e Sprizzasperma dedicano ai loro giardinieri come un grazie per il lavoro passato e un coraggio per quello a venire. Ombrelli bianchi e sedie bianche sono sparse sul prato intorno alla lunga tavola bianca dove la torta spicca come un enorme fiore soffice e profumato. Quest'anno la forma quella di una magnolia. Lo scorso anno era stata una buganvillea candita e ripiena. Arriviamo tutti con passo leggero e un'aria matrimoniale, da punti diversi. E ci mettiamo tra sedie e ombrelli. Ma non davanti a una sedia o sotto un ombrello. E neppure vicino al tavolo. Ci salutiamo con sorrisi diversi, pi formali. Io saluto Margherita, Margherita saluta Dante, Dante saluta Luigino, Luigino mi saluta e io saluto Bianca e Maria che sono vicine, Maria Stella saluta Bianca e Maria e poi mi saluta mentre io la saluto e saluto Rosalba che ha appena finito di salutare Margherita. Margherita ha un vestito tutto giallo e i capelli bruni raccolti in una buffa gnocca. Le donne fanno angolino ma gli uomini sembrano sugli attenti e con le tasche cucite, i colletti dove non entra un dito, la

cintura troppo stretta, il cappello che se non in testa non si regge da solo.

Poi finalmente, dalla porta finestra del terrazzo escono. Esce Lady Virginia infossata nella carrozzella, tutta inviluppata in sete e organzine rosa con al collo uno stretto nastro di velluto nero. Esce dietro di lei, spingendola, volta unica nell'anno, esce il Manolesta tutto duro, sempre vestito in nero, ma nero da festa. Privo, questa volta, del binocolo. Escono i due e vengono avanti, lentamente con un bel sorriso. Poi le dice: Miei cari. E quanto siamo bravi e come sta bene il giardino, ma che bei colori e come tutti si lavora, e il suo povero pap potesse vedere e anche il nonno e gi una piccola lagrima anche se questa non un'occasione di tristezza, che anzi non l'abbiamo vista la torta? Ma che bella torta, e il fiore scelto ci piace, ci piace proprio. Non sar un complimento che vogliamo fare a lei, per caso. Tutti a dire no. E allora assaggiamola e il Nero che non ha detto nulla taglia la prima fetta per offrirla alla consorte, poi aspetta che Mafalda ne tagli una a lui. A questo punto ci possiamo avvicinare con il solito terrore della tazzina che scivola tra le dita e della fetta che si sbriciola, della chiazza del cioccolato sul bianco della tovaglia e della macchia di vino che salta dalla bottiglia. Da dentro casa filtra col tono indifferente una musica sottile di flauti e corni da caccia. Lady Virginia fa un giro fermandosi e dando a tutti la mano. Il Nero si limita a un sorriso ed evita invece di offrire la sua. Lei chiede anche, s'informa con prodigiosa memoria sui particolari pi vani e dimenticabili. Poi dopo aver appena bagnato le labbra nel vino si ritira sotto un bianco ombrellone e prende il suo t e un'altra fetta di torta. Da quel momento non pi avvicinabile. Noi possiamo

finire anche le briciole ma il vetro calato. Solo andando via, da lontano si pu ringraziare e salutare. Lady Virginia divora torte coi denti aguzzi, le orecchie lunghe faticosamente annodate sotto la cuffia, le zampe nascoste dall'orlo lavorato, mentre impassibile, il muso da coccodrillo inzuppato in una tazza di cioccolato, Mister ruota i grandi bulbi degli occhi bianchi e grigi.

Spero, cara Anna, con l'aiuto di Dio, anche se nutro ormai dubbi su questo aiuto da quando ho scagliato la Bibbia sul muso di un inferocito babbuino, che stava spiccando un salto verso la mia gola, di uscire indenne da questo irriconoscente e volgare assedio. Sono tre giorni ormai che non chiudo occhio, non riposo, non mi nutro, circondato come sono dalle bestie dell'isola: testuggini, babbuini, cinghiali, capre e pappagalli; insieme, le belve, stanno l fuori in cerchio, brandendo quegli strumenti, pale e picconi, che avevo insegnato loro a usare per ben altri scopi. Hanno travolto palizzate, distrutto filari di vite e piselli, che insieme avevamo eretto, in uno sforzo comune, fatto di sudore, rabbia ma anche gioia. Hanno gi fracassato le piroghe, il forno del pane e la palma del calendario; a colpi di mitili, noci di cocco, pietre. Ora stanno emettendo gutturalmente e non solo, suoni davvero disumani, impropri e disgustosi che dimostrano una totale rinuncia a quell'esprimersi ingentilito che avevo auspicato e impostato con ognuno di loro per mesi e anni di faticosa applicazione. Anna, un vero inferno. Mi domando, a questo punto, se il mio ritegno a esprimermi attraverso le canne del fucile o la lama del machete sia eccessivo.

Non vieni via? Prima di guardare e capire chi mi sta rivolgendo la domanda sto per rispondere: devo finire di ricordare o di scrivere, non so pi. Vedo Bianca, tutta un fiocco celeste. Vieni via? Stanno salutando, saluto anch'io e lasciamo la macchia bianca di tavole, sedie e ombrelloni e Lady Virginia che sorride minuscola e fragile anche lei sola sotto l'ombrellone. Il guardone deve essersi ormai calamitato verso il binocolo. E lei rimane l, come un ciondolo sospeso a niente, coi vestiti agitati dai primi soffi serali di ponente. Qualcuno la ritira? Ci penser Mafalda tra una sedia e una tazza, un ombrellone e un cucchiaino.

Capitolo terzo RR

itrovo Lisa dove siamo stati fotografati. Sta guardando il largo arbusto di rosa indica intorno al quale Dante fingeva interventi. Andandole incontro spero che mi risparmi discorsi e domande, spiegazioni e puntualizzazioni. Tanto finita l'estate se ne andr. Io invece qui ci rimango. Mi chiede se ho visto la cartolina. Le spiego che era un giorno che nessuno poteva tenere il rastrello e l'ho dovuto fare io. Lei ribatte che sar stata solo una questione di fotogenia. E come bello il signore del roseto coi capelli bianchi e gli occhi gelidi e azzurri e le braccia forti. Potrebbe essere un marinaio. Dice anche. E io dico che molto bella lei. Prima le dico che ben vestita, poi le dico che molto bella. Poi non so pi cosa dirle. Puoi venire in giro con me? Non ho da fare. Mi rendo conto che qualcosa mi deve esser caduto per sempre di mano: il rastrello. Quello che tarda il cambio. Scendiamo verso il mare. Prendiamo il ponte sulla strada romana e passiamo la macchia di ginestre. Il cancello sul mare gi aperto. Ora cammina sugli scogli, saltando dall'uno all'altro, fino a quelli delle Fate, che entrano come una schiena di drago nell'acqua. Si siede, slacciandosi il foulard, guardando il mare verso Sanremo. Mi sento un po' preoccupato.

Vorrei avere una relazione con te. Mi piacerebbe. Io non ho detto... chiesto niente. Lasciami parlare. Vorrei cadere in acqua e sono vicino a farlo, ma la curiosit mi lascia in equilibrio. Sarebbe molto dolce. Hai l'aria dolce. Una di quelle cose che accadono e lasciano la traccia di un momento, appunto dolce e facilmente amalgamabile con il nostro individuale prima e dopo. Mi guarda e continua. Credo che sia il sole, l'aria di mare, il profumo del giardino a farmi sentire cos. Hai ragione, le dico avvicinandomi, perch non lo facciamo, allora? Perch non posso. E fa un gesto che dice la luna, le donne, i giorni. Scendo in acqua vestito, nuoto per qualche metro, poi mi lascio andare gi veloce. Quando riaffioro Lisa in piedi con l'aria spaventata. Non era un suicidio, le dico porgendole un ramo rosso di corallo. Sorride. Io sono soddisfatto di aver sentito e parlato di cose che pensavo causa di nausea. Mi vado a cambiare, vuoi che ti faccia qualcosa di caldo. Fa segno di s.

L'ho considerata come una parentesi, Martin, ti prego per quanto m'hai conosciuto di credermi. Una parentesi e un esperimento del tutto privo d'appendici e che la necessit umana mai avrebbe trasformato in norma. L'amplesso con la capra stato momento e atto privo di implicazioni con il mio prima e il mio dopo.

Penso ora, salendo con Lisa che Robinson in questa lettera a

cavallo della pagina 218-19 sia un ipocrita bugiardo. Come possibile che una cosa cos, qualsiasi cosa possa avvenire nel vuoto? Lisa mette l'acqua sul gas. Non c' zucchero. Scendo a prenderlo da Dante. Sulla porta mi ferma un soffiare di voci. Entro in punta di piedi. Ci rimango come uno stoccafisso dietro la tenda, mentre dall'altra parte Dante e Margherita affondano nel letto fra lenzuola e vestiti. Margherita con la patella in aria e Dante immerso forte, le braccia di lei che gli graffiano la schiena e la bocca tutta aperta tra il riso e il male. Ma allora, mi chiedo, tutta la manfrina di Margherita e quella di Dante? Da quanto vanno avanti e indietro cos? Non ho saliva, sono stupito ma anche invertiginito dalle gambe lunghe e sode che Margherita annoda alla schiena di Dante, dal suo seno prepotente che spinge verso la bocca di Dante, da tutto quanto spinge verso Dante che l come furioso che la spinge. Torno indietro piano. E lo zucchero? Non ce n'. tutto colato fra i pori di quei due che se lo scambiano e lo filano e lo montano e se ne avvolgono come bava di lumache. Lo beviamo cos. Non riesco a non pensarci. Lisa chiede se ho qualcosa che non va, se per quanto ha detto prima. La rassicuro. Vorrei solo che se ne andasse. Sembra capirlo, esce dicendo che tardi e ha un po' di mal di testa. Domani ti porto in barca. Anch'io ho mal di testa. Confusione in testa. Seduto alla finestra butto una lenza senza esca, tanto per tenere qualcosa in mano. Magari una vita che vanno avanti cos. Margherita gioca con me e gli racconta come prendo il gioco io. Dante fa quello che al di sopra e al di fuori di tutto. E intanto inzuppa. E Luigino? Quanto peso c' sulla testa di Luigino. E Bianca? E Maria? Aspettano. Mai il minimo sospetto. Mi avrebbero potuto rac-

contare di tutto che ci avrei creduto ma questa storia di Dante e Margherita non l'avrei immaginata mai. Che botta. Sento una scossa che mi tira tutto, tutto in avanti oltre il davanzale. Mi tengo per non cadere mentre mi parte la lenza. Alla sagola la riprendo e tiro su. un dentice. C' rimasto per la pancia. Che scemo! una brutta serata anche per lui. Ci fosse speranza lo ributterei a mare. Ma gi l che muore. Mentre vado a letto studio vendette, veleni e trappole sottili e mortali. Certo Margherita, quando vestita nasconde meraviglie tropicali. Dante invece un bruto da cronaca nera. Margherita puttana e Dante se la sbatte. Margherita e Dante si vogliono bene. Ci potrei credere. Mi rifiuto di crederlo. Perch? Perch no. Riprendo lo studio di intrigo e vendetta, ma sempre sbalordito dalla rivelazione. Mai avuto il minimo sospetto. Come possibile. In che nuvola vivo? Vivo dunque fra le nuvole. E intanto sogno, disperato, la struggente bellezza della nuvola di Margherita; fiore divoratore, carnoso e bollente, ventaglio inesausto, arcobaleno ventoso, tavolozza cangiante, spigolo e sof, conchiglia e trampolino, occhio e imbuto, garofano e rosa, strelizia e sambuco. Buco santo, preghiera e bestemmia, patella e riccio, inchiostro e ruggine, grimagliera e toppa dove infilare candelotti e bomba per scoppio pirotecnico e punitivo: no a me, no a te. E intanto l: finestra della mente e del cazzo, nido di talpa e caverna di Robinson.

Granelli infiniti, dolce Martin, un fiume di sabbia sulla quale in ginocchio vado a comporre, pi volte la settimana, corpi di donna. Corpi sottili, larghi, rabbiosi. Spesso, Martin, particolari dei medesimi: una coscia, un seno, un paio di labbra, un collo, l'ombelico profondo o il pube. Comincio dai piedi, poi inverto l'attesa e allora dai capelli, che inizio: fili morbidi e lunghi di sabbia, sparsi, aperti, una mano esile e tesa il cui polso una

fronte spaziosa sotto la quale aprire occhi: cocci di vetro azzurro, rosso, bianco opaco, verde che il mare in beffa continuamente lascia sulla riva. E penso a questo corpo disteso, proteso, le braccia abbandonate che le mie mani a furia o in delicatezza modellano dalla sabbia. Sabbia che l'acqua e l'ombra mi aiuta a colorare fino a raggiungere il tono della carne. Cos il corpo di donna nasce enorme e naturale, a seconda del mio particolare desiderio e la non censura nel manifestarlo, in riva al mare: il ventre liscio e incavato, i seni eretti, la gamba piegata, la coscia un poco scavata e la bocca aperta in un sorriso di minuscola ghiaia. L'operazione, devi sapere Martin, inizia all'alba sulla socchiusa sabbia umida e soffice. Come un pittore di fronte a un modello per me inesistente, mi alzo, mi allontano, guardo, giro in tondo, siedo su di una roccia, mangio una noce, volto le spalle. Fingo che non ci sia per poi voltarmi e averla negli occhi improvviso. E lei li ancora monca eppure presente. Anzi, Martin, ogni sua assenza fa risaltare quanto gi modellato. Per questo parlavo di particolari. Perch i particolari la rendono pi viva. Puoi capirmi? Ti prego di sforzarti. Un seno il seno di una donna. Cos l'ombelico l'ombelico l presente di una donna. Perch l'amarezza e lo sconforto poi il vederla compiuta, abbandonata come uno specchio. Specchio sul quale mi scaravento, abbi Martin compassione e comprensione, come un disperato scavandola e distruggendola con la forte sensazione di trovarmi disteso a graffiare una tomba. Peggio il dopo, quando tento di ricomporre l'ac-

cenno ondulato e interrotto della spiaggia. Quando cerco di far scomparire, quasi rientrare, ogni forma disegnata. Allora volto la sabbia, la distendo, l'accarezzo, la riadagio a se stessa col mio corpo, riavvoltolandola, abbottonandola con le mie spalle, col mio petto, parlandole dolce, scusandomi e pregandola di non aversene, baciandola e carezzandola con le guance, con la nuca. E questo finch la sabbia non ritorna eguale, priva di tutte quelle conseguenze causate dal mio precedente intervento. Forse allora, Martin, che la vera donna, non quella che invento, ma quella che ho, che c', lei: questa spiaggia che accompagna e mescola il colore del giorno a quello del mare, degli alberi, degli animali al mio colore. Che sente e sopporta il peso del mio passo, della testuggine e del cinghiale, con eguale soffice dolcezza. Lei, questa spiaggia, che i miei occhi incontrano da anni, ogni mattina. Eppure tutto questo non mi basta, Martin, e cos io continuo a modellare fantasie di donna, macabri arti, immobili gesti, fredde tensioni. Perdona lo sfogo Martin ma...

Ma Margherita me la pagher. Intanto non mi devo tradire facendo capire che so, anche se difficile guardare Dante e non essere indisponente. Anche se rabbioso salutare Margherita senza farsi scappare una vacca! Anche le porcherie di Robinson con la sabbia, i suoi mucchietti a giocattolo non mi consolano affatto, la lettura mi rende, anzi, irascibile. Non sono pi giornate ma mugugni.

Capitolo quarto SS

ono arrivato alle spalle di Bianca, con un fazzoletto scuro sulla faccia. Bianca stava di schiena alla porta. Leggeva Diabolik. Erano ormai le sette passate e non aveva preoccupazioni di turisti. Ormai poteva aver gi chiuso. Invece se ne stava l beata sotto gli avi indivisati da ammiragli e preti, avvocati e banchieri, al caldo della biblioteca, una fila, molte file da terra al soffitto di mattoni in pelle nera e marrone. E lei li, Bianca col fumetto bianco-nero in lettura avida, la schiena un po' curva. Dietro io, il passo felpato. Le poso una mano sul collo. Fa un salto. Si gira: Sei tu Diabolik. Sono io. Sei tu Lady Kant? Sono io. Andiamo. La rapina al Casin di Montecarlo per questa sera. Oh. Preparati la maschera. Tu, quale hai. Quella di un giardiniere, un certo Dante. Allora io dovrei mettere quella di una certa Margherita.

Bianca sospira. A me viene un accidente. Come sarebbe a dire? Nel senso, penso, che sa. E Bianca: Scemo, mi dice tornando a leggere. Allora mi slaccio il fazzoletto e il maglione con tutto il caldo che mi sudato fuori, e ci provo.

Perch, quei due... Eh. Ma come? Se lo so anch'io? dice. Ma lo sanno tutti. Tutti? Tutti. Anche Luigino? Per primo. Ma guarda! E io che non sapevo niente fino a tre giorni fa. E ti spiace?. Le chiedo. Scrolla le spalle. Si, ma pazienza. Cosa ci vuoi fare?

Dunque tutto pacifico. una cosa che si sa, non si vede e si sa. E per di pi si sa cos tanto che non sembra che sia nemmeno pi. Aiuto Bianca a chiudere il portone. Poi l'accompagno verso il cancello. Ma da tanto? Qualche anno, cinque o sei. Perch, non lo sapevi? Non credevo da cos tanto. E perch non si mettono insieme? In fondo lo sono. Dante poi preferisce cos. E Luigino ci soffrir di meno. Parlo d'altro, Mi basta. Bianca ha l'aria anche lei di non soffrirne pi che tanto. Ero io che mi facevo certe idee. E certo non me ne facevo altre. Mi volevi far paura? Passavo di l. Cosa fai? Vado a dormire. E tu? Anche. La lascio sul cancello. Mentre attraversa la strada la vedo in una larga camicia da notte, a campana, nel suo letto con mucchi

di fumetti fra le gambe.

Torno indietro. Di notte, almeno, questi fiori scompaiono, non hanno pi colori e anche il profumo si smorza lasciando macchie indistinte dai contorni slabbrati. confortante. Non so se riflette sulla storia fra Margherita e Dante e gli altri. In fondo, non mi interessa pi. Ma perch, mi chiedo, non mi interessa pi? Perch non l'avevo capita? Perch mi pone un modo nuovo di vedere certi rapporti? Perch mi sento offeso? Perch mi priva di qualcosa offrendomi in cambio una normalit diversa e dichiarata, senza promessa di segreti Perch? La faccia di Bianca ora mi sembra spenta. E cos quella di Dante, e di Luigino. Forse un po' meno quella di Margherita. Ma solo ora, che lei a guardarmi. Non pi io. Nell'insieme sono facce spente, indifferenti come questi fiori qui, intorno, adesso, di notte. Allungo il passo. Ho voglia di arrivare a casa. Chiudere la porta. Mettermi alla finestra. Guardare fuori. Dove c' il rantolo lontano di una lampara, la lingua calda del mare sugli scogli, il fiotto breve delle alici che scavalcano la superficie, lembi e salsedine e grumi collosi di pino, cadute di pipistrelli e immobilit di gechi. Se mi volto invece ritrovo le poche sedie, tre, il tavolo marrone, una credenza grigia... non mi va pi di guardare. Vado a dormire. E invece no. Perch no? Il fatto che mi sento andare verso la credenza, aprirla, prendere delle mele, un formaggio, del pane, prendere una bottiglia d'acqua e una di vino, una scatola di fiammiferi e poi camminare. Camminare verso l'armadio alto, di noce. Aprirlo ed entrare. Sto entrando con tutta quella roba tra le braccia dentro l'armadio. incredibile. Ma il fatto che ora ci sono dentro. Mi faccio strada fra un po' di lenzuola, alcune coperte e pochi vestiti. Poi mi siedo e con l'unghia graffio contro la parete la data di oggi, il mese, il giorno, l'ora e l'anno. Sistemo intorno a me quelle che sono le provviste. Il pane e

il formaggio, le mele sui lenzuoli bianchi, le bottiglie dentro una coperta piegata. Faccio anche un po' di letto sul fondo e mi ci raggomitolo provando vertigine, nel timore quasi di trasformarmi in un'elica pronta a girare per affondare in una spirale capovolta. Ma non succede e sento un equilibrio orizzontale. Vedo anche, adesso. Vedo i battenti interni dell'armadio, le ante scanalate, i nodi sparsi del legno, ragnatele di fessure, rinforzi e tasselli, un ciuffo di lavanda che sporge come una testa di vecchia da una fodera. Poi chiodi e ganci. Vedo tutto questo con l'occhio che non aperto e non chiuso, con l'occhio che non si fissa su nulla e neppure vaga ma annusa invece l'umida lavanda delle lenzuola e la buccia di mela e la crosta del formaggio e il sughero dei tappi. Cosa sto facendo mi chiedo, ma non arrivo all'interrogativo perch sto li disteso in tondo, il pollice fuggito a cercare la bocca e le ginocchia strette sotto il mento.

Caro Robinson, ti offendi se scrivo: fortunato te? Quando hai alzato la mano dal bordo dell'Erebus non lo pensavo. Pensavo invece: ti butti, ti stai buttando e non lo sai, non lo sai ma ci credi e anche il tuffo verso il mare fa parte di ci che credi. Eri Robinson Crusoe, poi una figura precisa, poi indistinta, sfuocati i contorni, non ti vedevo pi gli occhi, le braccia solide, le spalle, i colori della giacca, dei bottoni, dei capelli, l'anello al dito. Avrei voluto piangere come a ogni partenza. Ma questa volta con la certezza che l'arrivo, il fondo del mare o terra enigmatica e lontana tra porti e porti, altro non fosse che una mezza strada, un incerto spostarsi verso l'indefinito. E non potevo condividere questa tua impresa. Che senso ha saltare su di una nave perch si medico? Quando la professione solo in minima parte giustifica la propria presenza? I malati esistono a terra. I malati pi facilmente,

dirai, diventano tali fra le centine di una nave. Si. Ma allora di quante cose uno facilmente prima? Rifiuto, soprattutto. E dunque era il tuo rifiuto altrettanto facile che non tolleravo: l'essertene andato da qui, da York. Difficolt familiari? Ne avevi, lo so. Ma egualmente stendevamo le gambe al sole o correvamo dietro al culo delle serve. Ricerca di te stesso? Ma verso quale identificazione? Per tanto me lo sono chiesto. E la risposta rimasta monca. Il tuo salire su di una nave era una giustificazione che non mi bastava. Anche pensando a come e cosa voleva dire: non spirito d'avventura. E neppure l'uscire da quest'isola che ci ha nato, per l'urgenza e la curiosit di guardare fuori. Io intanto rimanevo qui. Orfano di quella parte che eri tu, al mio fianco, fra le ceste del mercato o i corridoi di una locanda. Poi tu sei partito. E io sono rimasto. Avvocatura, lo sai. C'ero dentro e l'ho finita. Cause e lotte, vedove e infedelt. Dico lotte ma dovrei dire piccole beghe: furti di carrozze e testamenti sottratti, terre comprate con briciole di pane e licenze manovrate. Il tempo di contare fontana non l'avevo re le serve. Adesso Io ho il mio tempo, pause ma un tempo dono di invocare. la gente che passa davanti alla pi e neppure quello di rincorremi aspettano. E mi aspettano tutti. che totalmente preso, senza che gli altri, ridicolmente cre-

Fissano orari, perorano giorni, spostano le loro amate e sicure routine per arrivare a me, senza capire che io sono una invenzione loro. E sono sempre gli stessi che in pratica han bisogno di me. E quella loro deferenza solo un'ulteriore concessione che fanno a se stessi. Perch io gli costo. Ma non sono io a costare

quanto quella funzione di cui essi mi hanno investito, come fossi un paio di guanti, un gil, un cappello.

Cos io non conosco pi il portico della fontana, il giallo dei peperoni o le cosce delle serve ai Due Lampioni. E non rimpiango queste immagini come esclusione della giovent bens le accuso come falsificanti e ricattatorie di quella realt della quale sar unicamente piena la stupida cosa che suona positiva: il futuro. Per questo non ti condanno pi. Perch il tuo rifiuto stato rifiutare questo ricatto. Ma tu sai che cos? O invece innocente sei altrove che fabbrichi e subisci serve, peperoni e immagini di piazza? Questo mi chiedo mentre si abbassa il livello rosso di inchiostro nel calamaio e quello rubino dello sherry nella caraffa. Perch l'ironico mi parrebbe che tu fossi fuggito per ricopiare paro-paro quanto hai lasciato. E invece quanto spero che tu abbia incontrato il diverso, dove sia impossibile il subire e far subire ma in modo sano far confluire e integrare, prendere e scambiare il tuo essere tu, fatto sia pure di questa citt di York e quello che comporta. Cos oggi l'indefinito mi pare l'unica possibile meta da raggiungere, il confine sottile e infinito sul quale fermarsi e lavorare, pur con tutte le croste che ci hanno e ci siamo lasciati spalmare. Ma a me questo non pi possibile. E ci vorr qualcuno che lo faccia al posto mio, forse poi potr dargli una mano. Per me non pi tempo. E questo mi grava, sappilo. Perch il ricordo una presenza prepotente che ti

costringe e ti afferma funzionando sempre unilateralmente senza altra prospettiva da quella che sei. Una giga che ti fa saltellare sul conosciuto, sul gi fatto. Il tuo cervello ormai l, come gli zoccoli del cavallo sulle strade di posta. Mai il minimo scarto, una deviazione improvvisa e imprevista. Ed allora che si invoca, a me accaduto, l'incidente fortuito o uno meno fortuito e pi immaginato. Arrivi al rovello, al tarlo e lasci che ti scavi gallerie e buche nella montagna della tua immobilit in parte costringendoti e in parte lasciandoti separato, sempre pi irraggiungibile a te stesso, e ad altri, per i quali desidereresti essere te stesso. Robinson io vago di isola in isola dentro e fuori me stesso. Credo di uscirne e ci precipito dentro, non pi grande o pi piccola che altrimenti potrei usare termini quali: pi grande, pi piccola: no: eguale, simile e non identica. Ma comunque sempre lo stesso spazio. E non pi, perdona la ripetizione, l'isolapiazza, l'isola-mercato, l'isola-locanda, che erano mondi da scavalcare con la concessione dell'et, pustole e bruffoli, sfoghi nei quali camminare tagliando e costruendo. No. E no. Solo isola, quell'isola che sono e sono diventato, e alla quale nulla s'attacca, cozza o mitile, e che non genera nulla, muschio, corallo o ofiura. Abbia piet, Robinson d questo mio sfogo, qualora dovesse raggiungerti. Ma pi facile che ti insegua da un porto all'altro sulla rotta di chiss quali mari. Ma che, qui a York, l'intrigo noia e il gusto del gioco non trova pi tempo e occhio e mano capaci di inventarlo. E io vivo in questo grande giocattolo senza metterlo in funzione: la mia casa per esempio. Tutta

bianca di fuori e tappeti all'interno, divisa da scale e corridoi, salotti e porte: un tunnel da girare con spago e candela sospirando bui incontri. Ma non per me che mi costringo e restringo in un piccolo studio dove ormai quasi ci vivo tra le carte di lavoro e qualche libro che non si apre da solo e che io non apro. Ho abbandonato i piani superiori, ho lasciato che divenissero velocemente museo, polvere spessa e ragnatele voraci. Non riuscivo pi a dedicarci uno sguardo che fosse vivo, partecipe. Anche qui non lo ma almeno esiste la costrizione del lavoro, l'obbligo ad aprire e chiudere cartelle, accendere luci, controllare finestre e cassetti, ricaricare le lampade, ammorbidire penne e pulire calamai. Mai un gesto che vaghi dunque nell'indefinito, nell'incerto, nel non catalogabile. Tutto ormai atto concreto, solido possesso, funzione precisa, definita esistenza che esclude e offre spazio unicamente al tuo involucro. Ma la rivolta qual ? Non certo questo sfogo che mi permette in modo cos tollerante di riempire fogli e consumare inchiostro e sherry. Qual allora Robinson la via chiara, il rovescio dell'imbuto, la corsa attraverso i campi, la fronda dell'albero? Com' assurdo questo interrogativo per una lettera senza possibilit di risposta. Ma anche questo fa parte di quei problemi presuntuosamente e tanto pi vanamente male impostati come il contare i granelli di sabbia sulla riva del mare o le stelle nel cielo. Non ti pare?

Da quanto tempo sono chiuso qua dentro? Gi devo aver dormito, gi devo essermi svegliato se intorno mi trovo briciole di pane e croste di formaggio, torsoli di mela e la bottiglia vuota per met.

Fuori giorno se un angolo di luce batte sulle lenzuola bucandole di chiazze pallide. Tanto vale che mi alzi, sbrogliandomi del nodo in cui, va a sapere, mi sono costretto, ed esca. Ma qualcosa mi tiene fermo, appiattito sul fondo, un testardo perch del tipo: se sono entrato una ragione ci deve essere. Ma non ho nessun desiderio di indagarne il motivo. Stare cos non mi piace, vuol dire che quando non mi andr pi uscir. E invece no. Non esco. E non esco perch una voce mi chiama. E chiamando c' un pugno che sbatte indisponente alla porta di casa e poco dopo a quella dell'armadio. Cosa ci fai l dentro? Vieni fuori! la voce sgradita di Dante, che non fa le domande che dice, perch troppo assurde. E quell'assurdo che dichiara mi blocca ogni possibilit e desiderio di appropriata risposta. qualcosa di estremamente elementare ci che vuol far capire: per nessun motivo si pu stare dentro un armadio. Allora mi viene proprio il gusto di starci e di pensare a come meglio sistemarmi e render tutto pi confortevole. E con ragione. Ma con ragione dopo, subito pi semplice pensare al modo di starci confortevolmente. Dante prova ad aprire. Io tengo chiuso il battente. Non stai bene? Ecco che gi meno sicuro. Ma, mi chiedo, uno che sta male va a chiudersi in un armadio? Questo evidentemente gli pu sembrare possibile e plausibile. O io sono il tipo che se sta male si chiude in un armadio? Perch se la pensa cos io sono di nuovo scoperto e allora tanto vale che esca. Dormo, gli grido. Nell'armadio? Ci sono le lenzuola pulite, qui. Si mette a ridere e mi dice che c' da fare. Ecco che allora io lo odio. Ha riso e mi ha fregato. Ma sono io che gli ho provocato quel riso. Per mi sono offerto una possibilit d'uscita. Come banale che mi sia chiuso qui dentro. Ma-

gari anche volendolo. Ora mi sembra triste e pi ancora: squallido. Se ho qualcosa da dire, da fare perch non farlo e dirlo invece di arrotolarmi come un feto qui, qui dentro... Cos finisco per uscire vergognandomi. Ed esco, odiando l'armadio e le tracce della mia permanenza. E fuori mi disgusta anche la stanza che contiene quell'armadio. E una volta in giardino quel giardino che contiene una casa con dentro una stanza con armadio. Mi chiedo, mentre mi libero d'urina sereno contro una pianta di capelli di Venere, se fosse venuta Margherita a chiamarmi: avrei provato imbarazzo o l'avrei voluto? Margherita, mi sono chiuso nell'armadio per te. E perch? Perch tu. Perch Dante con te... Questo sione. mentre me che non avrei potuto dirglielo. Sarebbe stata una confesA lei e a me. Pi a lei che a me. Tanto vale che me lo dica l'ultima goccia schiocca sulla foglia desiderata: pi a a lei.

Si perch io desideravo che Margherita venisse a piangere contro l'armadio, meglio dentro, dichiarandosi puttana, infedele, implorandomi perdono, maledicendo il suo banale tradimento, l'impostura di ogni suo sguardo e gesto. Qualcosa di molto drammatico fra le lenzuola dell'armadio, le briciole e le croste. Un susseguirsi di come ho potuto, come non mi sono accorta del male che ti facevo e via di seguito fino al traguardo di una scopata sublimatrice e chiarificatrice, un amplesso furioso di perdono e dolcezze, di scoperte e promesse. L'occhio per mi cade l su quello che tengo in mano e il confronto con quello di Dante mi mortifica un poco e mi trattiene da una possibile vittoria e tutto sommato mi fa ringraziare che questo non sia accaduto. Anche se la possibilit di una rivincita, in qualche modo, incomincia a posarmi le zampe, all'orecchio uno, alla nuca l'altro.

Cara Mamma, quante volte, sono tornato e per

anni sul luogo del naufragio a rivedere, come in una stampa, il mio arrivo fra le rocce a forma di una carta di picche, nella riva di ghiaia. Ogni volta guardando con gli occhi di allora la spiaggia profonda, la fila di palme, i datteri e le tre noci di cocco piegate, il nodo di ginepro, il solco sbiadito di una vecchia sorgente e lo scoglio scolpito dopo il bagnasciuga come lingua pendula e foruncolosi di strega che pareva volesse ricacciarmi a mare. E ogni volta ogni particolare si faceva pi nitido e vigoroso, non lo chiariva il tempo naturale dei venti o delle correnti e neppure quello pi corrosivo della mia memoria. Tutto pareva darsi una cornice e isolandosi in nitidezza e con la forza di un fossile configurare l'aspetto inequivocabile di un cimitero. Allora un giorno ho deciso. Ho preso il mio fucile, il machete e un etto di polvere da sparo. Ho abbattuto le palme, il ginepro, i datteri, le noci di cocco. Ho fatto saltare la lingua della strega, la carta di picche e il solco della vecchia sorgente. Ho sparato contro le onde che arrivavano a riva. Ho distrutto il mio cimitero. Ma questo non mi bastava perch come un'immagine ribaltata continuava a emergere e specchiarsi dalle rovine. Cos pazientemente e ingenuamente ho cominciato a trascinare in acqua pesanti pietre e a comporle secondo figure diverse: un quadrato, un cerchio, un triangolo. E nella spiaggia ho piantato macchie di ranuncolo e cardi selvatici, girasoli e papaveri, manghi e filari di vite. Al posto della lingua della strega ho trasportato una pietra liscia e scavata come l'incavo di una spalla. Ingenuamente ti dicevo, perch tutto rimasto immobile, freddo, separato, isolato in se stesso al punto che l'ombra tradisce i contorni di una volta: le palme, la macchia di datteri e quelle di cocco e di gi-

nepro, il cappero delle picche, lo sbiadito della sorgente e i bitorzoli della lingua di strega. Ho pensato allora di staccare a colpi di sta fetta di terra dal resto dell'isola. scavare. Ma quanto devo andare profondo. colpo, credimi, mi sento sanguinare e ho scure queHo cominciato a E poi ogni male.

Ma anche tardi ora per rincollare le briciole che la polvere da sparo e il mio machete han fracassato. Non ti pare? Eppure come saperlo prima? Un modo ci dev'essere. Come vedi lo chiedo a te, come ti chiedevo, ricordi, perch le mie sorelle l erano diverse o quanto freddo era l'inverno. Ti ricordi? E tu mi parlavi chiarendomi il percorso intermedio alla risposta, quello che poi conta, sorridendo sui tuoi denti grandi e scomposti, i capelli che si facevano secchi e stavano tutti insieme, un po' duri e scoloriti, le guance a borsa e una fronte a rughe maldestre. Cos la risposta non contava Ma aveva importanza il cammino, neppure sicuro, per arrivarci. Mi rispondevi a domande invitandomi a piccole risposte, decise scelte. Sai, quello che pi mi spiace non il tempo che passato, da allora, ma lo spazio. Il tempo cos poco importante: un pretesto meschino per dividersi appunto di fronte all'incapacit di vivere in uno spazio nel quale spostarsi trascinando senza pause e interruzioni una volont chiara, che costruisca anche sui naufragi, gli sbagli, gli inciampi. Senza negarli. Mi capisci, vero? Io devo sentire, lo dico per me, che quest'isola qualcosa di mobile, un gozzo che si muove, non pietra alla quale il mio intervento di bonifica e sfruttamento cerca di dare una dinamica interna e illusoria. Ma barca invece che naviga e cammina e io sopra di lei. Quando l'avr capito potr costruire delle grandi

vele colorate, gialle, rosse, arancioni, bianche, da saldare ai brachichiti della collina. Allora non avr pi il problema di tornare, ma quello di governare questa barca preoccupandomi che ogni sua pulsazione non venga interrotta o modificata. E non sar questo, segno di una mia sottomissione ma perfetto abbraccio e intesa. Uno stare insieme, non come ingenuo presupposto, ma serena sicurezza.

Prima di salire verso Dante passo alla fontana. So che Margherita ci verr a bere. E allora stacco un lilium e sul marmo rosa della vasca comincio con fredda rabbia a sezionarlo: spezzo lo stimma e come un bottone lo schiaccio, strappo lo stilo curvandolo come un verme di tremorina, estraggo come budella di coniglio il pistillo. Pungo gli ovuli che sbucano giallini e bavosi come scie di lumaca. E intorno, tra brani di sepali e stame, sfrangio e spargo la corolla. Poi mi allontano da quel mucchio strozzato di gallina, brani di carne viscidosa e lattea, grumi di carne come vipera e topo violastro. Voglio che Margherita ci si chini sopra a bere e le si incida negli occhi e sulla lingua quelle trippe ansanti di cadavere, Me ne vado fischiando. Ci penso sorridendo mentre Dante mi dice di portare le seggiole per il concerto all'aperto, vicino al tennis. Il programma comprende un Mozart in apertura, andante K. 315 suonato di flauto da Severino Gazzelloni. Viene tutti gli anni con il flauto d'oro vero e le mani assicurate. Arriva quando gi tutti sono seduti e pensano che non arriver mai pi. E invece compare come un capriolo da dietro la siepe di ribes, davanti il palco, con il flauto gi sulle labbra e prima di salutare libera come farfalle e vespe qualche nota. Poi s'inchina, sorride, saluta e comincia. Finito il suo pezzo si fa risucchiare dalla siepe di ribes e scompare. Va a dirigere la ban-

da del paese per la festa delle acciughe. Qui il Settembre Musicale lo paga, di sopra si diverte mangiando e bevendo. Metto le sedie, allineate in file da venti, sapendo gi chi si sieder su ognuna, con poche eccezioni, cappelli e vestiti saranno gli stessi: Anna Biancheri in blu, il geometra Notari in bianco con panama, il prete di Ventimiglia in nero, Bice Sradice in giallo a fiori bianchi, la marchesa di Lampedusa in nero con veletta. Luciana Basadonna in rosso, i Sella, maschi e femmine, in pantaloni corti, magliette e scarpe di corda, la marchesa Lolet una incognita e cos Ninetta e la contessa Costanza, ma per il resto gli altri: i Colahan, gli Olivier, i Baker saranno come gli anni passati, foderati da giacche strette e pantaloni larghi e lise cravatte. Questi i personaggi delle prime file, i potenti del luogo, dietro di loro: anonimi invitati e amanti di note sull'erba. Ho aperto l'ottantesima sedia, e ora controllo il rettangolo bianco di fronte alla bassa pedana di legno, le due sedie sulla destra per i coniugi della Villa. Mi sento contento. Il lavoro quasi mi ha fatto dimenticare Margherita e il suo futuro incontro. Ne ho gioia a non essere presente. Mi sembra di poter dire che qualcosa che le accaduto senza la mia volont. Bianca viene a sedermi vicino. Ogni anno arriva questo giorno di concerto. Sei contenta? Mi piace. Bianca si vestir con cura e rimarr in piedi timida a guardare le signore. E la musica? Non ho parole, un po' come sentire gli uccelli. E ti va? Non ci faccio tanto caso. Allunga il collo da sottana a cappello da scialle a collana riempiendosi gli occhi. Quelle due sedie laggi sono per Lady Kant e Diabolik.

D'accordo, dico. Poi mi dice: Margherita si sentita male. Dove? le chiedo e avrei forse dovuto dire quando. Nella serra. Mi scappa un porco. Bianca preoccupata spiega che ora sta bene. E io mi chiedo se prima o dopo esser stata alla fontana. Sar stato il caldo della serra. O un po' di congestione, continua Bianca. Se stata congestione perch ha bevuto dell'acqua. L'acqua della fontana? Vorrei saperlo. Alla fontana la poltiglia di lilium galleggia in acqua come cicles.

Il pipistrello volava annodato nel buio, spirali e curve sempre pi veloci e strette. Lo guardavo infastidito, il suo gioco era del tutto inutile. Ci sarebbe rimasto. E quell'eleganza raffinata di guida avrebbe solo accresciuto la figura meschina della sua sconfitta. Come una ragnatela i fili spalmati di vischio e tesi sull'intelaiatura della finestra l'avrebbero frenato con morbido schianto prima del piccolo bottone di luce che ansava dalla candela sul tavolo. Aspetto annoiato la conclusione di tanta inutile maestria. Il pipistrello appeso sul vuoto, per attimi ascoltava; piatto studiava il centro esatto del triangolo teso di luce che la finestra gli offriva nel buio. Posso gi alzarmi, tendere la mano coperta da uno straccio per evitarne l'acido sudore. Cos mentre mi alzo e stendo il braccio il pipistrello come un gomitolo o pallone s'insacca in quel centro ipotizzato esattamente. E la mia mano si chiude strappando la ragnatela di corda. Il geco invece non vuoi saperne di entrare nella retina. Cammina a triangolo, spostandosi rapido sulle pareti di pietra, annusando di testa le crepe, scodando il leggero bordo di ferro. Ho spento tutte le luci e stento a vederlo. appena un rigonfio, uno sbalzo nella pietra, un grumo di cemento. Non mi fido pi

dell'occhio e del retino e vorrei muovere la mano per afferrarlo. Per mi schifa. Allora prendo un barattolo e glielo tiro proprio sotto, dove ora fa il nodo d'erba. E mentre salta colpito dal botto gli paro davanti il salabro aperto, interrompendogli la traiettoria. A tutti e due urto appena la testa, con schifo sospendendogli un poco la vita ma sicuro che altri li schiacceranno verso la morte. Poi attraverso il giardino, il disordinato saliscendi dei sentieri, le gobbe di siepi, le scalinate e i ponticelli veneziani e rattrappiti, fino al magazzino degli arnesi. Non accendo la luce mentre cerco gli stivali di Margherita. Sono gialli, li conosco e quando li ho tra le mani ci rotolo dalla scatola di latta il geco e il pipistrello feriti. Li rotolo nel fondo piegandoli perch scendano contro la punta. Poi torno a chiudermi in casa. E soffro pensando ai piedi di Margherita, allo schifo che salir dai piedi di Margherita fino a otturarle lo stomaco. Provo a pensare a quei piedi che carezzavano la schiena di Dante. E allora mi chiedo se il geco e il pipistrello non siano la schiena legnosa di Dante. un alibi o proprio questo? Ma intanto sento in testa come budella contorte e nello stomaco lo stesso mal di stomaco che Margherita prover domani mattina. E non mi piace. Sono sempre pi debole nei suoi confronti. Facendo cos. Tutto fresco nell'aria fresca che scivola e si ferma un po' tra vestiti e cappelli e capelli e gli alberi intorno alle sedie che fanno blocco proprio di fronte al palco. E l'aria chiara luccica sui bordi dei visi e degli strumenti che sperdono nell'aria fiori di do e di re, crome e biscrome da corde e fori. Solo Margherita ha l'aria pi pallida, seduta nelle file in fondo, chiusa in un vestito stretto blu coi capelli neri e raccolti alla nuca. La sua una faccia di cipria, di bambola, di cipolla staccata. una faccia malsana, un po' vizza. Povera Margherita, la guar-

do e mi sembra anche un po' brutta. Anche il seno scipito sotto la tela che lo fa distratto, assente. Tiene i piedi di falsa vernice incrociati sotto la sedia e un fazzolettino fra le mani. Mi ha guardato una volta, poi si girata, con scatto. Ai lati, come sono io, ci sono come fossimo alberi: Dante, Giorgio, Luigino. Uno per lato come dovessimo reggere le corde di un ring.

A me non sembra che qualcuno sospetti di me, oltre a Margherita. Tutti mi hanno salutato come sempre e Dante non stato diverso dal solito. Margherita gli ha taciuto ogni sospetto. E se ce l'ha, come sono quasi certo, vuoi dire qualcosa. Qualcosa vuoi dire. Lisa seduta nelle prime file. Mi ha sorriso. Ho fatto un cenno con la testa. Vorrei che Margherita avesse visto. Questo subito. Invece, poi vorrei che una delle due non ci fosse li, seduta: Lisa. L'erba fresca nasconde lumache bavose che lasciano cristalli lattiginosi. Ne ho schiacciate due con la punta del piede e il crac si inserito dispettoso fra un do e un re del flauto interrompendone la breve curva. Divertito guardavo gli occhi che cercavano il rumore. Solo Dante ha capito e questo ora mi agita. Non vorrei che pensasse al fiore schiacciato, se l'ha visto o al geco, al pipistrello... Come fargli capire che un fatto casuale, che inavvertitamente la punta del mio piede si posata sui gusci... forse schiacciandone ancora, spezzando un bastoncino... calciando una pietra. Invece rimango fermo provando a rincollare tra i due pini di fronte le note che fuggono. Tese sui fili degli altoparlanti ci appendo al secondo rigo un re e poi appoggio un sol al primo e un po' pi su un si. Poi tutto solo e sopra, un re maiuscolo e staccato un mi re in fila tallonati da un do si la. E ancora mentre chiudo gli occhi al primo filo

teso appoggia la testa del sol e pi in l ma un poco staccato un la e pi sopra un si e pi basso un la e poi ritorna appoggiato il sol e poi stretto un mi e segato un fa, appoggiato al primo filo un sol e segato nuovamente un fa e ancora stretto pi in la un mi fra il primo e il secondo filo, finch dopo un segato e lontano re in seconda riga trilla elicoidale tutto un do re do re che si va a sciogliere e a disporre risolto pi in l. Come gettoni, gettoni bucati, pernaccia di gozzo, antenne di formiche, filo incurvoltolato, tutte le note sono appese in fila e ripetute. E ho gli occhi che mi ballano vuoti tra i due pini mentre nelle orecchie il suono ancora fa conchiglia e nautilo e questa musica tutto un trapasso dolce-secco che chiede del vino. Non capisco perch tutta questa immobilit nell'ascoltarla e tutto questo digiuno. Bisognerebbe mangiare della frutta: mele, pere, uva per esempio e bere del vino: rossese, dolceacqua, vermentino. Come fa altrimenti la nota a trascinarti in alto, ad agganciarti per i pori fino a sollevarti come ala di rondone o salto di alici. E invece no: sono tutti l ben fermi, con un desiderio mal represso di essere estranei dal corpo che pioggia saldo sul culo di ognuno.

Le sento. Arrivano da lontano. E dapprima non compatte. Come cicale disperse. Poi si accostano. Come una nuvola di api. E allora si fanno sentire con la fitta di un riccio. Piove. Senza esitazioni viene gi un'acqua della madonna. E non c' ritegno. Si allontana dapprima il flauto, poi il piano. Torbs spinge Lady Virginia mentre gli ospiti gi si disperdono per i viali scegliendo i sentieri che portano al cancello o alla Villa. Aspetto di vedere dove corre Margherita, poi la seguo trascinandomi dietro Lisa che mi venuta subito vicino. Corro con lei sulla ghiaia e senza accorgermi trascinandola per un braccio. Seguo il vestito blu di Margherita dicendo a Lisa qualcosa di banale come: Vieni.

E anche lei banale mentre dice: Dove andiamo? Non le rispondo mentre ora sento tutta e chiara la musica che non c' pi. Corrono tutti come stracci di colore nel giardino fatto tutto marrone dall'acqua. Seguo il vestito aquilone blu di Margherita aggrappandomi all'indivisibile filo che ci lega. Entra in casa di Dante. Anche noi. E dentro c' altra gente. C' Dante. C' Luigino. C' Bianca e poi il pianista e il geometra Lercari e due signore che non conosco. Ci aggiriamo nel freddo scambiandoci dei buonasera, offrendo sedie, dicendo che smetter presto e che peccato che questa pioggia. La luce saltata e Dante ha acceso una candela. Sembra di vegliare un morto. Ho aperto due bottiglie di vino e qualcuno ha chiesto del t o una camomilla o del caff. E ora qualcuno sta facendo del caff. Vedo tutto come se fossi fuori dai vetri. Ho paura di trovarmi di fronte a Margherita, fino ad ora son riuscito a mettere fra lei e me un tavolo o una sedia o una persona. Gli occhi mi si fermano su tappi e bottiglie, etichette e fiammelle sottili: in una ricerca e riposo di particolari che sono qui e potrebbero essere sopra o altrove. Bottoni e cinture, particolari di noi che siamo qui, denti e collane, unghie delle mani e i loro anelli, fibbie di scarpe e lobi delle orecchie. Gli occhi mi scivolano scontenti ed elettrici frastornandomi e buttandomi il cuore in ritmo affatto suo. Cos da sfarmi la mano che offre il bicchiere o la tazzina, la spalliera della sedia o la parola per dire: ecco, un piccolo suono o per dire qui, ecco qua, qua, questo. qui. E cos gratto ogni mio gesto e parola. Mi sento come un mazzo di biancospini, ginepri, batticristi, che muove e graffia, ma soprattutto si graffia.

Margherita sta immobile seduta bevendo caff, e Luigino gira il tavolo col bicchiere rosso in mano, Bianca accarezza scialli altrui e Dante fermo come un padrone di casa; il geometra in-

tanto fusa mezzo confuso con le due o tre signore che tranquille si bevono il loro caff.

Pioggia che cade, campane che suonano, cefali che s'innarcano in prossimit voluta degli scogli, il giardino che si chiude come ombrello, il buio che viene, le mie tasche che non possono sopportarmi oltre. Mi sento finalmente di guardare: il fazzoletto blu sul completo chiaro del geometra, il golfino di lana grossa e bianca di Bianca, la camicia blu di Dante, il vestito arancione di Lisa, il maglione nero di Luigino, il vestito rosa di una signora, i pantaloni celesti di una ragazza. E poi i loro occhi: grigi, celesti, nocciola, azzurri, ancora celesti, grigi, e scuri. Ma Margherita dov'? in un angolo sola, stretta a se stessa, balbettante dal freddo, sola nel suo vestito blu, incollata stretta a una seggiola che vorrei sapere quanto sua altre volte. In quelle volte. Cos mi siedo. Le siedo proprio di fronte con Lisa che non abbandona il mio braccio. Dante che veglia, Luigino che gira estraneo, il geometra che si prodiga in goffe cortesie, Bianca che chiede parole.

E santo dio piove senza voler smettere e il mare si butta da lontano olivastro fin sotto la finestra. Qui sotto dove lo sento salire alla gola mentre guardandolo al largo sembra suggerire invece non cattivo di stringerci intorno alla tavola dove la candela, le tazze e il vino compongono tranquillit e insieme. Insieme che non c'. Perch io odio Dante, mi fa angoscia Bianca, mi pesa Lisa, non tollero il geometra, mi pena Luigino. E in pi mi sento escluso dagli altri che escludo.

Vorrei parlare a Margherita. Ma invece non le parlo. Mi alzo. E si siede Lisa. Io vado a parlare con Dante. Peccato. Un po' d'acqua fa bene.

Per la serata, intendevo. C' una volta all'anno. Un divertimento di meno. Anche per chi suona, pensavo. Il loro mestiere. Per Lady Virginia e il guardone. Un diversivo egualmente. Smetter? Magari questa notte o domattina. E la gente che qui? Si stancher di stare qui. Se ne andr? Se ne andr. Tutte le seggiole bagnate. Lo dico per chiudere il discorso, poi mi giro verso Bianca. Ti spiace? Una volta tanto, un po' diverso. Diabolik ha fatto piovere. Per fare il colpo. Che colpo? Vuoi sapere troppo. Ciao Lady Kant. Mi giro verso il geometra Lercari. un vero peccato, un vero peccato. Proprio oggi doveva piovere. Sembra che lo faccia apposta. Secondo me s. Ma chi? Mi volta le spalle. Guarda Luigino. Andiamo a pescare? C' da mettere i gambali. Mah. Me ne vorrei andare.

Non aspetti che smetta? Cosa vuoi, per arrivare fino a casa... Il discorso finito. Il pianista parla fitto con la signora e la ragazza, finisce il pezzo sul tavolo, pestando e ammorbidendo, ogni tanto alzan-

do una mano per prendere il bicchiere di vino. Torno alle spalle di Lisa. Lisa parla con Margherita. Parlano di fiori. Mi siedo sul bracciolo della sedia. Guardo Margherita che non mi guarda. La guardo negli occhi. Li ha bassi. Li abbasso anch'io verso le gambe. Ha una calza smagliata. Attraverso il blu il bianco della gamba uno strappo come di ferita, palpitante ma stranamente freddo, vivo e morto. Non so. Lisa dice qualcosa. A Margherita. O a me. Forse a tutti e due. Margherita mi guarda. Ha gli occhi estremamente dolci, morbidi come d'acqua. Dice: Ciao. Ha piovuto. E piove. Dov'eri al concerto? Dove mi hai visto. Lisa deve essersi alzata se ora le sto seduto di fronte a guardarle le nocche un po' livide, della mano. Perch, ti guardavo? Non so quanto. Un paio di volte che t'ho guardato mi guardavi. Allora mi guardavi anche tu. Perch? Come guardavo gli altri. Sei diventata rossa. una bugia. Quante volte ti ho visto io diventare rosso. Non sar pi cos. Peccato per te. Io lo vorrei pi di quanto mi capita. Vorrei dirle che non di certo quando si annoda alla schiena di Dante. E Dante dov'? Parla con il pianista. Parlano di vino. Passano bicchieri e bottiglie contro luce. E Lisa dov'? Parla vicino al camino con il geometra. Il geometra ha l'aria di dire sempre di s. Che vorrebbe fosse cos. Ma cosa? Luigino che vagola arriva vicino. Mi si siede lui, questa volta, vicino. Andiamo Margherita.

Lei non dice di si o di no. Mi guarda. Lo guardo. Piove ancora. Facciamo alla svelta. Perch non aspettate. Deve aver bevuto il geometra se ora parla cos forte. Perch non facciamo un gioco? Per passare il tempo. La voce non impastata. No. Ma l'occhio gli brilla come vetro sotto una luce vicina. D'accordo, democraticamente ai voti, si sceglie fra di noi una vittima e in questa notte di pioggia la si ammazza. Mi sembra di sentire che per un attimo lo stiamo osservando tutti insieme. Poi un incrociarsi di sguardi. Bianca guarda Dante, Dante guarda Luigino, io guardo Dante, la signora in rosa guarda Dante poi Luigino, poi me, la ragazza in celeste fissa il geometra, mentre Lisa guarda Margherita che mi guarda. Il pianista guarda un po' tutti. Per scherzo, naturalmente. Aggiunge il geometra. Ma l'atmosfera non si rilassa, stranamente, subito. Rimangono a galleggiare nel buio respiri pi veloci, mani senza gesti, visi con pieghe sovrapposte, scricchiolii di scarpe sul pavimento. Il primo a reagire Luigino che tirandosi dietro Margherita saluta dicendo che gi tardi. Anche Lisa sembra un po' turbata. Le chiedo se vuole che l'accompagni ma Margherita dice che pu salire con loro. Il geometra sorride al riso un po' nervoso della signora in rosa mentre il pianista parlotta con la ragazza in celeste. Saluto Dante e Bianca. Una volta di sopra chiudo la porta e camminando leggero sul pavimento penso a dove sar ora la testa bianca di Dante.

Capitolo quinto HH

a smesso di piovere. Deve aver fatto vento durante la notte se le rocce sono asciutte e i cespugli appaiono appena un po' pi marroni. Dovr chiudere le sedie del concerto e rimetterle nell'attrezzeria. Lo scherzo del geometra questa mattina mi sembra sempre pi stupido per ora meno stupido di quanto mi era parso ieri sera. Una frase buttata l, la sua, e va bene che c'era brutto tempo, poca luce e un'aria provvisoria e occasionale, ma che ha avuto la capacit di bloccare un po' tutti. E per un attimo, a caldo, di far pensare: e a chi tocca? a me? A me chi vorrebbe fare una cosa cos? E intanto gi a guardarsi. Ma che stupidi. E pi stupidi perch son cose dette e lasciate l, non portate a fondo. Ma per dirle - mi chiedo - le ha dentro. Altrimenti direbbe altre cose. Il geometra deve tenersi chiuse strane sensazioni, voglie inconfessate. Intanto ha rotto la festa. un fesso. Io ho guardato subito Dante. Ho pensato che potevo essere io la sua vittima e lui la mia, ma in questo caso non necessariamente per mano mia. Raggiungo cos un ipocrita equilibrio che mi fa tornare indietro prima che possa urlarmi: Mi di una mano. Dante ha gi chiuso due file per lungo. Io parto dal fondo senza rispondergli. Te ne se andato ieri sera. Mi ero annoiato.

Non t' piaciuto il gioco del geometra. Il geometra un fesso. Voleva riscaldare l'ambiente. C' riuscito... Non puoi dirlo, te ne sei andato... Avete ballato? Mugugna piano. Chiss perch mi accanisco poi cos tanto con quell'idiota del geometra. E perch Dante non ha reagito n adesso e neppure ieri sera? La cosa gli andava bene o forse non gli ha dato pi peso che tanto. uno stupido. Cosa ti ha fatto? Ti ha interrotto... Ho una sedia in mano e mi si chiude tra le mani da sola facendomi male. Cosa vuoi dire? gli dico mentre mi guardo le dita grosse e viola. Cosa hai voluto dire. Ride tranquillo chiudendo piano sedia su sedia in un mucchio accurato. Chiedevo se ti ha lasciato a mezzo qualche discorso interessante. Faccio finta di nulla e rido. M'incazzo e mi avvicino. Butto una sedia in terra e me ne vado. Devo scegliere. Gli sorrido, mi infilo le mani in tasca e me ne vado. Sento il suo sguardo venirmi dietro come un cane o una pietra. Poi: Ehi, le sedie. Alzo piano le spalle. Le riabbasso. Poi le rialzo e le riabbasso sempre pi velocemente come un rondone in decollo. Buco di stronzo, vecchio macigno, vuoto d'invidia. Non mi vengono insulti adeguati alla rabbia che mi vortica dentro. Allora il porco ha capito. Se ha capito lui hanno capito anche gli altri: Bianca, Luigino eccetera, o no? Margherita ha capito. Questo fuori dubbio. E adesso dove vado? Non mi sono mai posto questa domanda. preoccupante. Cammino per il giardino. Nel mio giardino.

In realt non so se scendere o salire, andarmene a casa o prendere i rastrelli. La cosa buffa e, perch no, un po' drammatica. un sentire vago di prigione. Come se dovessi misurare i passi o l'apertura delle braccia mentre intorno tutto uno spazio da correre e saltare. E ci ho corso e saltato. E se non volevo no. Mi sento guardarmi e seguo lo sguardo, a destra, a sinistra, avanti e indietro. Sento anche il collo incassarsi tra le scapole mentre mi si piega la schiena. Se tutto dovesse procedere cos veloce potrei diventare in breve un gomitolo o bene che mi vada, un riccio. Cerco il mare. laggi in basso. Ingrugnato anche lui in grigio a sbuffi bianchi e strette sferzate di blu. Niente da fare. Se mi chiudessi in casa eviterei questo senso di prigione? O non sarebbe altro che trovarsene una pi definita ma meno apparente? Bo'. Intanto vado. Il tempo cambiato. Per una settimana ci sar grigiore ma appena il sole sar meno scipito di ora anche i miei rapporti si scalderanno un po'. Ne sono sicuro come sono quasi sicuro che cercher di ammorbidire le tensioni fra me, Dante e Margherita.

Mi sento subito meglio e la ragnatela che si stropicciava intorno si squaglia. Scendo verso il mare, tagliando per la limonaia. Al diavolo le sedie. Mi prendo un paio di stivali, un salabro e vado per cefali sotto la punta di Palme. Posso regalarne uno a Dante, uno a Lady Virginia, uno a Margherita, perch no, uno a Bianca e forse anche a... certo, a me. Quanti ne debbo prendere? almeno cinque. Ne tiro su dieci e non se ne parla pi. Dolcezza con tutti. Con il geometra no. troppo fesso.

Sotto la pelle bianca il limone tutto morbido di sugo. L'aspro gratta le gengive, fa bruciare gli occhi e mi d fresco alle tempie. Il profumo si confonde in alternanza. Aprendo la porta

a vetri era solo limone, camminando arrivato quello dei mandarini e pi tardi quello degli aranci. Stordisce, quasi stomaca. Ho preso un grande limone giallo, bitorzoluto. Con l'unghia ho strappato la buccia e coi denti ho poi tolto la pelle bianca. Ne vuoi? Margherita inginocchiata strappa erba da un vaso di mandarancio. Mi chino verso di lei con uno spicchio. Lo prende. Mi sorride. Cosa fai? mi chiede. tanto? le dico. Dove andavi? Perch? Mi di un altro po'? Si. Le sorrido. Ma non mi hai risposto. Nemmeno tu. Sono certo che la bacer. Adesso ne sono sicuro. Mi chiedo se devo insistere a chiederle tutto prima o dopo. Il fatto resterebbe lo stesso, cambierebbe l'atteggiamento, forse. Chiedendo prima la confessione porterebbe di filato al fatto. Dopo sarebbe un rilassamento al fatto e forse anche un compensamento al fatto. Il fatto un bacio, intanto. E deve essere solo per quello che sar. Mentre sto l a pensare lei si mangiata il mio limone e ora che mi accorgo di avere la mano vuota e la guardo lei sorride appena, con le labbra socchiuse e quando la bacio le gengive mi bruciano un poco di pi. Margherita... Si... Margherita la mia spiaggia, Margherita una conchiglia, Margherita una canzone. Devo dirglielo o non devo dire niente... Lei mi tira gi. Poi non so cosa c' di mezzo. Ma intanto

sdraiata sopra di me. E in me girano tutti i limoni e gli aranci e i mandarini della serra, girano nei rettangoli bianchi della serra. E mi sento dire - oh, s - e anche rispondere - oh, s. - E mi viene una voglia matta di ridere indipendentemente dal gran solletico. Non devo pensare che una cosa che finisce altrimenti vorrei tornare indietro: a prima di entrare nella serra, o prima ancora: a ieri sera, o ancora pi lontano: alla festa di San Luigi. O ancora pi in l. Me ne sto andando, meglio che torni indietro e sia ben qui con le spalle che ormai scavano in terra e ascoltare Margherita che mi dice: Lo vuoi, vero? Lo vuoi tanto? Come rispondere s con un s? La stringo ancora pi forte, tirandole i capelli, prendendole il collo, chiudendole con baci il naso e la bocca. sopra di noi, le gambe un po' larghe, le braccia sui fianchi, lo stomaco dilatato, il sorriso di unto. Margherita ancora non l'ha visto ma le mie dita che si alzano dalla schiena l'avvertono. Cos'hai? mi chiede. Ho che lui l, dietro di noi. Ci deve essere arrivato da dietro, passando dall'attrezzeria in fondo. Mi deve aver seguito. Io non ci pensavo proprio pi a lui. Margherita che si volta lo guarda e si spaventa. Non urla ma tuffa la faccia sotto il mio mento con un breve no. Ed vero. proprio un no l'unica risposta. E allora mi alzo con calma mentre Torbs bavoso ride dicendo: Continuate pure non disturber. E non dir nulla. Invece solo un no. Glielo dico piano prima di dargli una sberla violenta sugli occhi. Va indietro dicendo anche lui no. E io glielo ripeto il no mentre il tacco della scarpa gli entra spinto dalla mia gamba nel ventre: no. Cade a terra sputando altri no e anch'io li sputo mentre ho in mano il suo binocolo lucido che ora gli va gi sul cranio. No e no. E sono ogni volta due colpi finch lui pu dirlo. E poi non dice pi niente e smetto anch'io mentre il cannocchiale va su e gi come una zappa, guidata in modo regolare, niente

affannoso. E la sua faccia si allarga per terra, rimboccandosi a un vaso, la nuca mezza affondata ormai e strappata in ritagli. Anch'io non respiro pi, trattengo il silenzio, il suo, quello della serra, il silenzio che avverto dai capelli di Margherita sulla mia spalla. Nient'altro. Tutt'intorno vuoto, un gran scavo che si curva tutt'intorno, a me a Margherita a lui l molle come una pancia di sarago piena di uova. E ora che dopo anche se volessi parlare d'amore non potrei pi. C' questo dopo ancora, in pi. Poi Margherita riprende a respirare. Mi entra ingigantendosi il suo respiro, nelle orecchie. un rantolo che s'insacca nel cervello, fa tutto il giro fermandomisi dietro gli occhi. Volevo dirle di stare calma. Ora non posso pi. Mi alzo per non sentirla. Voglio ritrovare qualcosa di reale. Afferro un ramo. Sento di nuovo il profumo dei limoni. Apro e chiudo gli occhi. Ritornano i riquadri rettangolari della serra. Sollevo Margherita. La trascino via, lontano da quel grumo grottesco sparso in terra. Vicino alla porta le dico: Il giardino non c' pi. Mi fa segno di s mentre accendo un fiammifero vicino a una balla di rafia. La matassa scoppia subito scagliandosi aggressiva sul vecchio legno della serra, correndo verso i rotoli di pagliaccioni. La canna secca crepita rilanciando scintille che impazzite bombardano i vetri spaccandoli e penetrando verso i piccoli tronchi dei mandarini, degli aranci, dei limoni. Margherita corsa verso l'attrezzeria. Le latte di benzina. Ne lancio una sul tetto. Margherita ne vuota un'altra contro un ulivo. Anche qui il fuoco parte rapido, in orizzontale e quando rimbalza indietro trova immediatamente cammini che portano a macchie di bosso e siepi di rosmarino: ponti a resi-

nosi pini, lattiginosi oleandri e asciutti eucalipti. La serra e l'attrezzeria sono ormai palle di fuoco gigantesche che il vento del mare rotola e versa intorno. Con Margherita corriamo i sentieri. A Dante quasi gli vogliamo addosso. Cristo, il fuoco. Siamo stati noi, gli dico. Perch? L'abbiamo ammazzato. Ci guardava mentre facevamo l'amore. Guardo Margherita. Gliel'ha urlato in faccia. Dante si gonfia rosso. Poi si blocca per non guardarmi. Presto. Afferra una pala e corre verso il fuoco. Penso che voglia spegnerlo, invece solleva la brace e la sventaglia intorno. Gli do una mano con un pezzo di latta. Margherita mi aiuta. Il mare di fronte sparito dietro una cortina di fuoco e sopra, il cielo a poco a poco si chiude al di l di una tettoia di fumo. Lo guardiamo correre tutti e tre seduti sottovento, come inebetiti, asciugandoci il sudore, ansimando. Poi Luigino davanti a noi. Chiede cosa succede. Io rimango muto. Dante guarda Margherita. L'ho ucciso, dice. Chi? chiede Luigino come spremuto. Torbs. Dentro la serra. Laggi. Scatta come una molla, urlando e rotolando verso il fuoco. Brucia, gli grida, brucia tutto. Soffia come impazzito. Lo trasciniamo via, stravolto, gli occhi arrossati, il pomo della gola gonfio e immobile. Dante lo schiaffeggia. Deve bruciare tutto qui. Tutto. Ci pensa il vento. Calmati. Gli alberi cominciano a crollare sollevando vampate di

fiamme, rotolando di terrazza in terrazza e lasciando fuoco, zampilli di fuoco ovunque. Corriamo obliqui oltre la Villa. Dante si trascina sulle spalle Luigino fino a casa. Sali su. Prendi quello che puoi e corri. Cosa prendo? Mi guardo intorno. Apro cassetti. Non c' nulla. Stacco il ritratto di Mimy dal muro. Poi lo lascio inutile sul letto. I libri? Le lettere di Robinson. Perch dovrei prenderle? Eppure devo avere qualcosa da prendere. Non trovo nulla. Mi accorgo di non voler prendere nulla. Folate di cenere cominciano a entrare dalla finestra. L'odore di fumo sempre pi acre. Esco fuori. Chiamo Dante. Non risponde pi nessuno. Il fuoco gi a ridosso della Villa. Lady Virginia? Ci avr pensato Mafalda... Corro verso la Villa. Mi ferma Bianca, disperata, piangendo. Cos' successo? Lady... Mafalda, Mafalda l'ha portata via. Torniamo indietro in fretta. Davanti a noi vedo salire Giorgio e Maria Stella spingendo una carriola. Il fuoco si fatto pi sotto, verso la pineta. Le correnti di vento dal mare e dalla montagna debbono averlo aiutato. Ma quanto sta bruciando? Bianca mi risponde tra un singhiozzo e l'altro. Non si salva niente. Sento un respiro di sollievo dentro un groppo che mi sta fra lo stomaco e la gola. Poi tra il fumo esce la scalinata di pietra che porta al cancello d'uscita. Il cancello aperto. Mi fermo a met scala. Adesso dovrei uscire. Una volta in cima, dopo il cancello sar fuori. Fuori dal giardino. Ma il giardino brucia. Evapora come farfalla il bucaneve tenero e il narciso solitario, si accartoccia il rododendro e il brachichito, si sfiancano ai nodi gli ulivi, sfrigolano i fichi, scoppiano i papiri e i pepi, le

canne selvatiche e i melograni. Il fuoco cancella i sentieri, inchiodando i conigli e i topi, tarpando il volo ai merli e ai cardellini, agli scoiattoli e alle volpi. Va in fumo l'isolato giardino e i suoi silenzi freschi sul mare, la mia finestra sulla roccia e la bianca macchia di salvia. Ora non c' pi nessuna collina che parta aggrappata a una vela. Ogni cosa rimane a stravolgersi nel boato assordante dei tronchi che crollano, delle case che si sfanno. Bianca mi trascina avanti, verso il cancello. Vedo Dante, Luigino. Vedo Margherita e Mafalda, Lady Virginia e Giorgio, Maria Stella e Rosalba. Tutti fermi oltre il cancello e dietro di loro altra gente e macchine, luci blu e sirene, pullman fermi e camion. Mi volto per guardare dietro di me. E mi viene su da dentro una litania, come i grani di un rosario: amor nascosto, rosolaio e borsachina, lavanda spica, salice e olmo, sorbo e alloro, dattero e banano, giacinto turchino e margherita pratolina, cicoria e millefoglio, fiordaliso e lappola, campanelle e giaggiolo, vesparia e concordia, bocca di gallina e ingrassabue, pino e albero di Giuda, robinia e ailanto, lentisco e terebinto, agrifoglio e ippocastano, acero riccio e testucchio, viola e tulipano, ranuncolo e salvia, timo e peonia, oleandro e buganvillea, narciso e nasturzio, magnolia e mimosa, iris e lilium, genziana e giglio, fuchsia e ficus, canna e campanula, dalia e dafne, erica e euforbia, crocus e cosmos, sasso e lucertola, talpa e verdone, bocca di leone e batticristo, rondone e palma nana, nido del pettirosso e macchie di sanbuco, dalia e crisantemo, trifoglio e pungitopo, geranio e cacciadiavoli... E la mano di Bianca ancora mi interrompe spingendomi oltre il cancello tra voci che non sento, rumori e gesti ingabbiati in un groviglio grigio. E Margherita, dov'?

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Nota Giulio Einaudi mi fa la generosit di ripubblicare, a quindici anni di distanza, quello che considero, nel male e nel bene, il mio primo romanzo, Miramare. Avevo, allora, trent'anni, gi da otto lavoravo nella sua casa editrice. Avevo pubblicato, grazie a Franco Antonicelli, una raccolta di poesie, Motivi per canzoni popolari (Nicola Milano, 1964), grazie a Nanni Balestrini, un racconto sperimentale, Per preparare nuovi idilli (Feltrinelli, 1969). Quest'ultimo era piaciuto a Calvino. Me ne parl, una volta, in quegli anni, lungo il corridoio di via Biancamano, andando su e gi, fra i quadri di Tombley e Pistoletto, i tronchi di Penone e i graffiti di Novelli. Parl, fra un balbettio e un singulto, di freschezza, di leggerezza. Parl di Dylan Thomas. Accenn a Sotto il bosco di latte. Cos, anni dopo, fiducioso, gli portai, in una cartellina color del mare, quello suo e mio, fra Sanremo e Mortola, il dattiloscritto di Miramare. Allora, lavorare in una casa editrice, allora, lavorare all'Einaudi, per un giovane sprovveduto e candidamente presuntuoso come me, significava, insieme alle altre cose, scrivere per Einaudi. L'avevano fatto Pavese, la Ginzburg, Arpino, Vittorini, Calvino stesso, che ora l arrivava da un luogo lontano, Parigi, si fermava in un minuscolo stanzino a sbrigare posta e manoscritti e poi spariva nella notte. Ma non era cos. Erano cambiati i tempi, gli uomini, i manoscritti. Una casa editrice era diventata, anch'essa, una impresa industriale. Pasticcio era confondere il luogo produttivo e creativo con i propri, anche generosi, desideri di essere soggetti della produzione, produttori del prodotto. Era cambiato lo stile. Giustamente. Soffrii, quando ebbi da Calvino il rifiuto di chi, potendolo, non aveva voluto opporsi a questo cambiamento. Lesse Miramare, se lo port nella sua

casa nascosta sul Po, poi disse no. Presi quel balbettio come il volersi disfare di un garbuglio, incomprensibile allora, pi personale che editoriale. Diedi la cartella color del mare a Cesare De Michelis e a Valeria Numerico per la Marsilio. Lo pubblicarono, nel '74, con una nota di Luigi Malerba (Miramare finisce per svolgere un discorso sulle ambiguit e sulle doppiezze non solo della coscienza individuale, ma anche della letteratura). Vinse un premio Pisa. Venne notato e ricordato da Giuliano Gramigna, Lorenzo Mondo, Alfredo Giuliano, Giovanni Raboni, Angelo Guglielmi, Enzo Siciliano, Franco Cordelli e tanti altri che poi mi divennero amici. In Miramare avevo raccontato la storia di un ragazzo che si ribellava al suo giardiniere-padre-padrone. Ma non avevo voluto raccontare, neppure la conoscevo, e non era, poi cos, la storia dei rapporti fra Calvino e suo padre, il professore agronomo di Sanremo, l'importatore della formica argentina. Se c'era una storia, che avevo incominciato ad intravvedere e alla quale volevo ribellarmi, con esito scarso, era proprio quella con Giulio Einaudi. Con ruvidezza e dolcezza, l'Editore, prima provava ad insegnarti a vivere. Per lo scrivere ci sarebbe stato tempo, sarebbe comunque venuto dopo. Anni dopo.