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Redatto da Valerio Belcredi (Belva64)

PENSIERI RIBELLI
Appunti di RIGO
RIGO il nome di battaglia di Pietro Gori (1865-1911), sicuramente uno degli anarchici pi noti in Italia e allestero.

PENSIERI RIBELLI
Appunti di RIGO
Compagni! Quelle modeste parole, che voi per varie sere udiste dalla mia bocca, incuranti delle persecuzioni insensate di una polizia paurosa, io ve le offro riassunte in questo modesto opuscoletto. E questo il povero seme che ho gettato fidentemente sulla terra del mio paese, e che voi buoni e laboriosi, io spero, renderete fecondo. Vostro per la vita RIGO Rosignano, Agosto 1888

I
Amici e compagni lavoratori! Io sono lieto e fiero di trovarmi tra voi, o miei buoni, o miei carissimi amici, ben pi lieto perch posso oggi parlarvi del grande principio rigeneratore, che sar il nuovo battesimo dell'umanit, e la religione sfolgorante dell'avvenire come gi la scienza e l'aspirazione dei tempi nuovi: il socialismo-anarchico. E qui, o primo e ardito drappello fraternamente raccolto a me dintorno nel raggio della santa idea; io ti saluto, o balda avanguardia della nuova fede, or ora nascente tra i poetici colli del mio paese. Io vi saluto, o giovani gagliardi, falange sacra di lavoratori, io vi saluto o giovinetti amorosi irradiati dal lucente ideale, ch'ebbe anche un palpito da due grandi anime morenti: Victor Hugo e Garibaldi. Io vi saluto, e a nome dei vostri compagni di Livorno e di Pisa, di altri fratelli trascinanti la vita nelle officine, nei cantieri, e sul mare; a nome di altri lavoratori, che come voi, aspettano la battaglia e si preparano, io vi reco il bacio fraterno. Eppure molti di voi sono venuti qui senza avere una idea chiara intorno al principio socialistico, sono venuti qui spontaneamente con la speranza e con la fiducia di imparare qualche cosa. Ma non sapevano essi che solo per questa premura di imparare e conoscere il modo onde uscire dalle ingiustizie del presente e dalla miserabile condizione loro di schiavi salariati, non sapevano che solo per il desiderio di conoscere per qual modo gli uomini potrebbero vivere sulla terra come avviene presentemente, appunto per questa premura e per questo desiderio di divenire socialisti anche collintelletto, essi, entrando in questa stanza, erano gi socialisti per impulso del cuore. Io vi dimostrer, come solo col venire ad ascoltare le mie povere parole voi eravate e vi siete dimostrati socialisti al pari di me. Voi siete venuti anche perch avete pensato: che cosa la nostra vita, la vita di noi poveri lavoratori? Essa una battaglia continua tra il lavoro e la fame. Il disprezzo dei ricchi per le nostre mani callose e per i nostri abiti laceri non che il soprassoldo che la borghesia e l'aristocrazia gettano come un ultimo insulto alla nostra miseria. Noi coltiviamo la terra, la quale senza di noi non produrrebbe, e se la terra non producesse, i ricchi, i grandi proprietari o dovrebbero lavorare

da s o morire di fame, ed i loro poderi, le loro fattorie non darebbero loro nulla di che vivere. Dunque l'opera nostra, il nostro lavoro necessario per l'esistenza dei ricchi. Ma sono essi necessari i ricchi a noi? Che cosa producono essi alla societ umana? Nulla. Essi sfruttano il prodotto delle nostre fatiche e consumano in un giorno quanto a noi basterebbe per un anno. Gli operai nelle officine sudano e logorano la loro povera vita tra i pericoli continui dei lavori meccanici e invecchiano innanzi tempo. Come triste questa grande commedia umana che per noi operai tanto spesso tragedia. Ecco la! Quell'operaio di tessuti dalla sua infanzia curvo su quel telaio che cigola sotto le sue mani industri. Quante tele bianche e finissime sono passate sotto di lui lungo le giornate eterne, eppure di quelle tele finissime e costose egli non una, mai, mai, ha potuto comprare dal principale che gli ruba anche sul salario. Quella roba da ricchi; oh, la sua moglie, i suoi piccini sarebbero pi che felici se potessero anche avere delle semplici camicie di cotone. Ma perch questo? Non ha egli prodotto con le sue fatiche di tanti anni tutte quelle tele finissime, col valore delle quali avrebbe potuto comprare la macchina che lo ha aiutato nel lavoro e la materia prima, il lino, necessario alla sua produzione? E non avrebbe potuto col restante vivere agiatamente con la sua famigliola? Invece egli restato povero, povero, sempre povero, vivendo la sera coi guadagni della mattina, nel timore che una sua malattia togliesse il pane ai suoi figli. E i figli stessi, fanciulli, ancora ha dovuto gettarli nel lavoro giornaliero che abbrutisce e sfibra quei poveri esseri non ancora perfettamente conformati. Egli avrebbe desiderato metterli a scuola, far loro insegnare le cose belle e buone. Educare prima il loro cuore a sentimenti che fanno l'uomo utile alla societ, amato amante dei suoi simili. Invece i poveri piccini hanno dovuto essere macchine, avanti di essere uomini, coscienti dei propri diritti e dei propri doveri, hanno dovuto piegare la bionda testina ancora lieta dei sogni della prima et sotto il giogo inesorabile di aspri lavori, per strappare il primo tozzo di pane.

***
Forse, come povere pianticelle, lasciate l nell'immenso turbinare della vita meccanica e brutale, esse verranno su stentate, senza il benefico innesto dei nobili e generosi sentimenti, verranno su viziate senza la luce benefica della scienza e della verit. Ma un giorno alcuna di queste povere pianticelle venute su senza la cura amorosa di un coltivatore, dar forse dei frutti cattivi; un giorno forse alcuno di questi figli del povero non educato, per la miseria del padre, ai sentimenti del buono e del giusto, sar trascinato nelle aule della giustizia borghese, a rispondere di un delitto che egli avr bens commesso, ma di cui pi che altro da incolparsi l'ordinamento ingiusto della attuale societ, che negava a lui fanciullo i mezzi per educare la mente ed il cuore, e lo gettava ancora inesperto e rozzo nella tempesta violenta degli odi e delle passioni umane. E stata la miseria la causa indiretta di quel delitto, perch l'animo di quel povero lavoratore non era mai stato ingentilito dalla istruzione e dalla educazione, perch il lavoro meccanico senza riposo e quasi senza compenso aveva ucciso in lui i sentimenti d'uomo.

Ma la miseria stata anche la causa diretta del suo delitto, perch se egli ha rubato, a ci forse, fu costretto dall'impossibilit di campar la vita. Cos egli ha stesso la mano e ha preso ci che a lui faceva bisogno. E la necessit che lo ha costretto a rubare; ma il giudice borghese, giurato e magistrato, non pensa a questo; il giudice borghese, che non ha mai sentito i morsi della fame lo manda tranquillamente in galera fra la digestione di un pranzo e la lettura del giornale. Oppure questo disgraziato, trascinato innanzi al giudizio di uomini, che non hanno neppur sognato una delle torture e degli stenti che egli ha sofferto, "accecato da ire e da sdegni forsanche ingiusti fer od uccise ingiustamente un altruomo e vedrete questi suoi giudici e questi moralisti, che non vogliono guastarsi lo stomaco a ricercare tutte le cause che possono avere spinto costui al delitto, pronunziare tranquillamente la sentenza che lo separa dagli uomini, che toglie a lui la libert, e il pane ai suoi figli; e non pensano essi neppure un istante, che colpa principale delle disuguaglianze sociali questo delitto commesso in uno stato di animo ispirato dalle miserie di una vita dolorosa, da un uomo, nel quale la instintiva violenza non fu mitigata mai nemmeno da fanciullo, da una sana e benefica educazione. Non pensano gi questi giudici onesti per forza, perch non hanno bisogno di esser disonesti (salvo poi ad essere anche tali senza bisogno) non sanno questi sdegnosi condannatori del povero, che la miseria la pi grande colpevole in questi delitti; la miseria, che a sua volta figlia della voracit degli uomini, che sfruttano il lavoro di altri uomini senza nulla produrre, la miseria, che madre, dell'odio fra gli uomini come madre dei pi atroci delitti. E l'esperienza di tutti i giorni. Di chi composta la filata interminabile e quotidiana, che passa cenciosa e mesta, fra il disprezzo, insensato del mondo, dai banchi e dalle gabbie dei tribunali alle prigioni, alle galere, agli ergastoli; di che composto mai questo torrente putrido, che ammorba l'umanit? Di poveri; di poveri, quasi sempre di poveri. O perch mai, perch questo? Sono forse i poveri formati di un'altra pasta che i ricchi? Sono forse pi cattivi di questi? Eppure un povero nasce spesso coll'ingegno svegliato e pronto, e nella famiglia del ricco nasce spesso un cretino. Dunque la natura non cre tutti i ricchi belli e intelligenti e tutti i poveri deformi e stupidi. La natura diede bens agli uomini pregi e difetti, ma senza distinzioni di classe, perch la natura non costitu privilegi di casta, o differenze di ricchi e di poveri, di nobili o plebei, di padroni e di servi: e tutti gli uomini sono sottoposti ugualmente alle leggi della natura. Nasce il povero alla stessa guisa del ricco, e come il ricco il povero muore. Qual dunque la causa per cui le prigioni sembrano fatte solo per i poveri, giacch sono quasi sempre poveri quelli che vanno a popolare le fredde e umide celle, ove langue tanta parte del genere umano? Se una sola la differenza per cui la classe dei poveri si distingue da quella dei ricchi: la miseria; una sola deve essere la causa principale diretta o indiretta per cui la classe dei poveri d il maggior numero di delitti alle statistiche dei tribunali e delle Assise, e questa causa principale pure la miseria, sempre la miseria. Ma perch questo adunque? Perch dunque loperaio non pu nemmeno prendere per s la produzione del suo lavoro? Perch il lavoratore, che per tutta la sua esistenza ha intessuto tele per il suo principale il quale se ne stato senza far niente, ed ha preso il 90 per 100 delle sue fatiche e di quelle dei suoi compagni di lavoro, perch questo povero martire, a cui hanno rubato

quotidianamente sul salario in mille modi con mille pretesti, non ha nemmeno sicuro il pane della vecchiaia? Perch tutto questo? Mentre colui che s posto in tasca la massima parte del guadagno, il padrone della filanda o dellopificio ha passato la vita nel lusso e nelle agiatezze pure in grado di lasciare ai figli il ricco patrimonio, impinguato col sudore di tante fronti di poveri, e le macchine per le quali i suoi discendenti potranno sfruttare le fatiche dei discendenti delloperaio delloggi. Cos lo sfruttatore odierno prepara ai figli del povero sfruttato, gi vecchio, una nuova generazione di sfruttatori, pronti a preparare nuove e pi dure catene a questa legge ferrea, del salario, che diviene sempre pi meschino, ad ogni sopravvenire di macchine nuove, e ad ogni sovrabbondanza di produzione. Tanto che domani servir appena a far morire di fame cronica intere famiglie di operai. Ma il proprietario difende i suoi diritti di sfruttatore con un ragionamento che sarebbe ridicolo, se non fosse infame: sono pure mie le macchine, dice costui, mia la materia prima greggia necessaria al lavoro della mia fabbrica, dunque io ho diritto alla massima parte degli utili, che ricavo dalla vendita dei prodotti de miei operai Menzogna, menzogna. Sue le macchine? Come? Perch? Le ha forse fabbricate egli con le sue mani, o le ha inventate o ideate col suo ingegno? Niente di tutto questo. Le macchine sono frutto del lavoro di altri infiniti operai, che hanno consumato per costruirle la loro energia e la loro attivit; su quelli ordigni immensi si sono consumati altri lembi di vita umana, quelle assi, quelle sbarre gigantesche di ferro in movimento rappresentano altrettante miserie lunghe e sconosciute, altrettanti sospiri di operai oppressi dal lavoro. Dunque quelle macchine non sono sue, non sono del proprietario sfruttatore; non sono sue, perch egli non vers nessuna stilla di sudore per costruirle, non sono sue perch egli senza lopera di lavoratori, che le fabbricassero, non le avrebbe mai avute giacch egli non era in grado di poterle e di saperle fare da s. Non sua la materia prima, il lino, per la fabbricazione delle sue tele, perch altri lavoratori, i lavoratori dei campi, lo hanno prodotto. Ma egli le ha comprate, tutte queste cose si risponder, dunque gli appartengono; e le ha comprate, perch ricco. Ma perch, come egli mai diventato ricco? Non col lavoro. Perch quanti sono di voi qui presenti che lavorano e lavoreranno per tutta la vita senza divenir punto ricchi! Voi tutti forse che avete ricevuta dai vostri padri e dai vostri ascendenti per tante generazioni questa dura eredit del lavoro salariato, ma che non avete ricevuto nessuna ricchezza; eppure i vostri padri lavorarono e i vostri nonni pure. Voi lavorate, i vostri figli, i vostri nipoti lavoreranno, sempre, sempre, sempre, curvi, e rassegnati, come bestie da soma, ma questa ricchezza non verr mai. La vostra famiglia in tanti anni avr strappato alla terra col lavoro delle braccia di che sfamare un esercito, e voi spesso non avrete avuto di che sfamarvi per un giorno solo. Dunque non il lavoro che produce la ricchezza borghese.

***
E come adunque il proprietario ha cominciato a divenire ricco? Ha avuto forse questa ricchezza in eredit da suo padre, dal suo nonno, seppure non l'ha ricevuta per mezzo di qualche intrigo

vergognoso o di qualche inganno; ma in ogni modo quelli che a lui trasmisero questa eredit, come che divennero ricchi? Voi sapete gi che col lavoro continuo, accasciante di generazione in generazione le vostre famiglie non furono mai ricche. Dunque questi proprietari non accumularono per avventura la ricchezza col lavoro proprio; ma bens sfruttando il lavoro degli altri. Ed ecco come forse, cominciando dai pochi operai che ebbero da principio, tolsero a ciascuno di essi sul salario una parte e non la pi piccola; ciascuno operaio producendo 5, 4 andarono nella tasca del padrone e alloperaio rest solamente 1; questa la proporzione pi o meno esatta fra il salario ed il costo dell'intera produzione. Cos anche avendo sotto di s due soli operai, il padrone togliendo a ciascheduno d'essi 4, ebbe in totale, cio quanto avrebbero avuto di salario 8 operai insieme; cos cominci la ricchezza del proprietario a innalzarsi sulla miseria dell'operaio; con questa progressione fatale, che pi che quello arricchiva, pi questo diveniva miserabile, per le leggi inevitabili della concorrenza vedendosi continuamente scemato il salario. Cos la ricchezza delluno e la miseria dellaltro andarono mano mano aumentando; e il proprietario divenne ricco sfruttando giornalmente loperaio, con un furto continuo e progressivo sul salario di lui. Dunque solamente collinganno, colla frode e col furto mascherato, cominci la ricchezza dei proprietari. E pel furto quotidiano degli sfruttatori sul lavoro degli operai sfruttati ebbe origine la cosiddetta propriet individuale. Per questa propriet individuale la terra, che la natura, questa gran madre di tutte le cose, aveva dato a tutti gli uomini indistintamente, venne divisa solo fra pochi, i ricchi, i quali costrinsero loperaio a lavorare anche per loro, che non facevano nulla, se pure voleva vivere: e loperaio pieg il collo e lavor, ed accett vilmente quasi come un dono, quanto ai ricchi piacque dargli per non lasciarlo morire di fame. Dico per non lasciarlo morire di fame, perch i ricchi considerano i poveri come una macchina e nulla pi, e solo perch questa macchina era loro utile e affinch essa non si distruggesse, e terminasse cos la vita beatamente oziosa, che essi menavano, i proprietari, i borghesi, i ricchi lasciarono che il popolo, stentando e spegnendosi di fame a poco a poco, divenisse pi sottomesso; perch se la terra avesse prodotto da s le messi ed i frutti, e le macchine avessero potuto lavorare senza bisogno del braccio delloperaio, i ricchi forse lo avrebbero fatto morire di fame acuta, per restare meglio padroni del mondo.

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Amici e compagni miei. Voi queste cose le avete pensate altre volte; oggi io che ho vissuto molto tra voi e tra il popolo sempre, anche nelle citt, ho cercato di farvi meglio conoscere le ingiustizie della vostra condizione; ma a voi, che avete forse sentito pi di me le strette del bisogno, e gli stenti di una travagliata esistenza, queste idee sa-ranno pi di una volta venute in forma pi o meno chiara alla mente. Ma voi siete anche qui venuti, e vi siete raccolti. Voi avete anche compreso che solo la unione di tutte le forze vostre pu prepararvi un avvenire migliore.

Entrando qui, voi eravate gi ribelli contro le ingiustizie di questa societ corrotta, voi avete avuto la speranza e il desiderio di una esistenza migliore; voi entrando qui eravate gi degni di migliori destini, perch era in voi la coscienza dei vostri diritti. Voi entrando qui eravate gi socialisti per sentimento. Voi nelle giornate lunghe, eterne del lavoro senza tregua e senza riposo tra i geli dell'inverno, e sotto la sferza del sole di estate, o seduti innanzi alla vostra tavola, dove scarso il pane, e attorno alla quale i figli malvestiti tremano di freddo, avete forse avuto come in sogno la visione di una grande, di una immensa famiglia composta di tutta l'umanit vivente fraternamente in un comune e reciproco amore, in una santa concordia, tutti uguali nei diritti e nei doveri, tutti lavoratori attivi e fecondi, a cui la fatica non fosse ora insopportabile e dura, allietati dal conforto di un sano e largo nutrimento, di un riposo ristoratore, di una qualche ricreazione dello spirito. Voi forse l'avete sognata ed avete un desiderio ed una speranza che questo sogno diventi realt. E voi avete nel vostro cuore formato il patto solenne e il giuramento, che combatterete uniti per il conseguimento di questa grande felicit di tutti gli uomini. Ma se voi tutte queste cose, avete pensato entrando qui dentro, eravate gi socialisti nel cuore e nel desiderio. Se voi avete fermo nella mente il proposito che lo stato attuale delle cose abbia in un modo o nell'altro termine; ed il nostro ideale possa essere compiuto quanto pi presto sar possibile; e se anche avete compreso le poche cose, che stasera ho cercato alla meglio di esporvi voi fin da questo momento cominciate a far parte della grande famiglia, socialistica, che cospira a rivendicare i diritti di tutti gli oppressi, contro le prepotenze di tutti gli oppressori. Ma se voi desiderate conoscere come questa grande famiglia socialistica vive, e come pensa di raggiungere il suo ideale, e qual debba essere la sua missione nelle nuovissime battaglie del pensiero moderno io vi dir brevemente.

II
Se a tutte le ingiustizie del presente sistema economico-sociale voi vi sentite e vi dichiarate ribelli, voi siete socialisti, perch avete la vostra coscienza dei vostri diritti di uomini. Voi siete socialisti perch volete distruggere questa vergognosa putredine dell'oggi per edificare la societ umana sotto una nuova forma e differente, sulle basi dell'amore, della fratellanza e della solidariet. Ecco perch voi siete, e vi chiamate, socialisti. Il grande partito socialista internazionale, come una immensa famiglia, composta dei lavoratori e degli oppressi di tutto il mondo. Esso si prepara ad una grande battaglia e questa sar la pi gloriosa, la pi giusta, la pi santa battaglia dell'avvenire; la Rivoluzione sociale, la battaglia finale di tutti gli oppressi contro tutti gli oppressori, di tutti gli sfruttati contro tutti gli sfruttatori. La rivoluzione sociale sar la rivendicazione di tutti i diritti del popolo, sar il gran giorno dell'uguaglianza umana: la rivoluzione sociale spazzer via come il soffio potente di una immensa tempesta, tutti i privilegi e tutte le ingiustizie del presente, tutte le bar nere e tutti i confini tra popolo e popolo. L'aria sar purificata da quella ultima lotta di tutto l'avvenire contro tutto il passato. Cadranno le mostruose e decrepite istituzioni del presente, e l'organismo della grande famiglia umana rifiorir spontaneamente, secondo le leggi immutabili della natura.

***
E prima d'ogni altra cosa dovr necessariamente cadere la propriet individuale. Che cosa la propriet individuale? Voi lo sapete. La propriet individuale il diritto del possesso esclusivo ed assoluto, che alcuni privilegiati, detti proprietari, hanno sopra le cose che dovrebbero appartenere a tutti, perch esse o sono un prodotto della natura, o un prodotto di tutti gli uomini che lavorano. La terra fu posta dalla natura in comune a tutti gli uomini, perch servisse ai bisogni di tutti; invece alcuni colla frode e coll'inganno cominciarono nei tempi primitivi a impadronirsi a poco a poco delle terra, e cominciarono a dire di esserne i legittimi proprietari. Poi cominciarono a fare lavorare queste terre agli schiavi, che erano i soldati presi in terra. Quando poi cess la schiavit, vera e propria, e cominci la schiavit, non meno peggiore del salariato, furono chiamati a lavorare queste terre gli uomini, che o per buona fede o per noncuranza erano restati senza nulla. Fino da allora il lavoratore cominci a piegare il collo al giogo del lavoro, fino da allora l'operaio, il bracciante si fece volontariamente schiavo dei proprietari, dei signori, che rubarono un tanto per giorno sulle sue fatiche e aumentarono la loro ricchezza e la loro propriet. Ma questa propriet era ingiusta fino dal suo principio, perch ebbe origine colla rapina e colla frode, e and aumentando per mezzo di furti continui che le leggi, amiche sempre dei ricchi hanno ognora protetto ed agevolato. Infatti i primi proprietari furono ladri, predatori, masnadieri, che si ammantarono sotto il nome di conquistatori di popoli. Le storie antiche ci narrano di orrende carneficine commesse dai popoli contro altri popoli, per spogliarli delle terre loro. Ma le terre conquistate se le divisero solamente i capi degli eserciti conquistatori, e i governanti della nazione vittoriosa. Ai soldati, ai quali si faceva affrontare la morte sul campo di battaglia in nome della patria, non toccava mai nulla. E il sangue dei popoli, derubati delle loro terre e dei loro averi da altri popoli guidati da governanti ambiziosi, fu il primo battesimo di questo diritto della propriet individuale; fu un battesimo infame, che segn col marchio del delitto fino da allora questo caposaldo delle istituzioni borghesi. Fino dal suo principio era dunque la propriet individuale destinata a cadere, perch essa non ha nessun fondamento di giustizia; giacch dimostrai anche che la propriet e la ricchezza non possono essere il frutto di un lavoro onesto, o ben di rado, lo sono, ma bens o furto violento, o sfruttamento continuo e progressivo di intere generazioni di lavoratori.

***
La propriet e la ricchezza non possono essere il frutto di un lavoro per quanto continuo, ed incessante, giacch anche voi allora, che non vivrete che per morire di lavoro e di fatica, sareste gi ricchi, mentre non sperate certo di diventarlo, anche lavorando un'eternit, poich il guadagno dell'oggi non vi basta per domani! Dunque la propriet individuale, che un privilegio, di pochi, la propriet individuale, che affama tutti i veri lavoratori, che non hanno niente, e destinata a cadere, la propriet di tutte le cose era comune a tutti gli uomini, cio tutti gli uomini erano padroni di tutte le cose, che la natura non aveva dato particolarmente ad alcuno.

La propriet individuale fu comunque furto a danno di tutto il genere umano, perch preserv a pochi privilegiati ci che era di tutti gli uomini. Dunque viziata nelle sue origini, e in tutte le sue posteriori manifestazioni, la propriet individuale sorta dalla propriet comune, destinata necessariamente a ricadere di nuovo nella propriet comune. La terra, i prodotti dellagricoltura e dellindustria, le macchine, gli strumenti tutti del lavoro diventeranno nuovamente di tutti gli uomini, stretti ad un patto solenne e benefico: primo diritto vivere, primo dovere lavorare. E perch infatti devono appartenere ai ricchi, ai borghesi, ai proprietari le macchine? Le hanno forse costruite? Sono forse essi che attendono a farle lavorare, ed a renderle utili? Niente affatto. Perch devono le terre appartenere a pochi privilegiati, che non impiegano fatica a renderle fruttifere, mentre altri pensano a lavorare per lui, pur sapendo che i padroni si godranno la maggior parte dei prodotti? Avete mai veduto fra voi, o lavoratori dei campi, alcuno di questi oziosi sfruttatori delle vostre fatiche, venire ad aiutarvi nelle opere vostre giornaliere sulle terre, che essi dicono appartenere loro, per renderle pi fruttifere? No certo. Essi, i padroni delle terre, su cui logorate lesistenza vostra, hanno appena il tempo di consumare giornalmente le rendite, che voi col sudor vostro loro procurate, o di giuocare alla borsa, quello che basterebbe alle vostre famiglie per molti anni di vita agiata e tranquilla. Ma se ad alcuni esclusivamente dovessero appartenere le terre, e le macchine, dovrebbero bens appartenere a coloro che le fanno fruttare col loro lavoro. Senza la classe dei padroni e dei proprietari, che nulla producono, e che consumano invece quasi tutti i prodotti delle terre e delle macchine, queste non cesserebbero gi di essere utili, perch rese fruttifere dal lavoro dellagricoltore e delloperaio. Ma senza la classe dei lavoratori che ne sarebbe degli uomini, e soprattutto della cosiddetta classe dirigente?

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Il lavoro dunque il primo elemento della vita sociale, e attorno alla gloriosa bandiera del lavoro l'umanit affratellata si stender amorosamente la mano, allorquando sotto lo scroscio formidabile della grande rivoluzione sar caduta la propriet individuale, e sar subentrata a questa la propriet comune. Colla propriet individuale cadranno tutti i privilegi di casta. Avendo tutti gli uomini gli stessi diritti e gli stessi doveri nelle relazioni reciproche: nessun lavoro sar pi disprezzato di un altro giacch tutti i lavori, anche quelli considerati ora come i pi abbietti, sono nobili, perch sono utili all'uomo, e tutti pi o meno sono necessari alla convivenza sociale. Il lavoro sar diviso tra gli uomini a seconda delle attitudini e della capacit e dell'ingegno di ciascuno; nobile e rispettato del pari il lavoro intellettuale, non meno faticoso di quello manuale, del medico, dell'ingegnere, del meccanico, come il lavoro materiale dell'operaio e dell'artigiano. Ognuno dar l'opera sua nella corporazione d'arte e di mestieri, a cui appartiene, a seconda delle proprie forze; e le produzioni dei diversi generi di lavoro, i raccolti della campagna, i prodotti della industria e dell'arte saranno custoditi nelle varie localit in grandi depositi comuni, da cui ciascuno prender quanto gli abbisogna per s e per la famiglia.

La formula del lavoro e del consumo si riassume nella massima: Da ciascuno secondo le proprie forze, a ciascuno secondo i propri bisogni. Il lavoro essendo allora divenuto un dovere per tutti ed essendo moltissimi pi i lavoratori, la produzione di tutti i generi avr un grandissimo aumento; tanto da essere pi che sufficiente ai bisogni di tutti, e la divisione del lavoro tra un numero di persone assai maggiore di quelle che attualmente devono produrre per tutti, risparmier a ciascheduno lavoratore parecchie ore di fatica. Tutto quello che verr accumulato nei magazzini e nei depositi della comunit, prodotti della terra, tessuti, manifatture, commestibili ed ogni oggetto infine necessario alla vita, essendo il frutto del lavoro di tutti, dovr appartenere a tutti indistintamente.

***
Cos appartenendo a tutti ogni genere di produzione ivi raccolto, e ciascuno potendo prendere a seconda dei propri bisogni, la moneta sar perfettamente inutile. Ed infatti a che serve ora la moneta? A niente altro che per la compera degli oggetti necessari alla vita. Ma quando questi oggetti saranno alla portata di tutti i lavoratori, i quali chi in un genere che in un altro genere di lavoro hanno essi soli prodotto quegli oggetti, l'uso di ogni moneta sarebbe per lo meno superfluo. E nemmeno sarebbe necessaria la moneta per il cambio di vari generi di prodotti fra paese e paese, fra citt e citt, fra regione e regione; perch se una data comunit avesse di avanzo per i suoi bisogni, ad esempio, grano, e avesse bisogno invece di tessuti, che nella comunit non venissero lavorati, potrebbe benissimo senza moneta, e con un semplice ragguaglio di valore scambiare con un'altra comunit, dove si lavorassero tali tessuti, questo suo grano superfluo coi tessuti, che le abbisognano. Perch infine la moneta non rappresenta altro che la propriet individuale, e sparita questa anche la moneta diverrebbe necessariamente in disuso come inutile. La moneta ha solamente un valore convenzionale, che la legge le attribuisce, ma non ha un valore reale, perch non soddisfa direttamente alcun bisogno della vita e la storia ci d esempio di commerci ricchissimi fra popoli e popoli col semplice scambio delle derrate, senza alcun uso della moneta. Per mezzo della moneta, ora l'uomo, padrone delluomo, per mezzo della moneta ora il signore sfrutta il lavoro del povero; indirettamente l'esistenza di questa moneta, che divide il mondo in proprietari e proletari, ricchi e poveri, padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati; e solo coll'abolizione della propriet individuale, e per conseguenza anche della moneta, potranno scomparire dalla terra tutte le odierne ingiustizie economiche. Il lavoro stesso, divenuto allora libero, sar anche pi fecondo e produttivo, perch ciascun lavoratore, pensando che quanto pi egli produrr colle sue fatiche, tanto meglio potr vivere la comunit dei suoi compagni, e per conseguenza egli stesso, impiegher con maggiore alacrit ed intelligenza le sue forze allopera sua; ciascun lavoratore, non pi aggravato dal lavoro opprimente come oggi, colla nobile divisa: tutti per uno, uno per tutti, penser che come egli lavora per gli altri, oltre che per s, anche gli altri lavorano per lui; e il grande sentimento della fratellanza e

dellamore stringer tutti i lavoratori in una famiglia felice e tranquilla; legoismo ceder il posto alla solidariet pel benessere di tutti. Il lavoro divenuto leggero sar allora, invece di un tormento, un sollievo per gli uomini ed uno svago ai frequenti riposi dei lavoratori. Gli uomini ancora fanciulli non saranno subito oppressi dal lavoro. Per tutti i fanciulli ci saranno le scuole, onde aprire le menti loro a tutte le cose belle e buone. Prima leducazione del cuore e poi listruzione della mente. Perch ogni uomo figlio della educazione e della istruzione, che riceve da fanciullo. Leducazione del cuore render gli uomini buoni ed onesti, listruzione della loro mente li render illuminati contro le tenebre della ignoranza, che la prima nemica della libert. Perch solo luomo istruito un uomo libero, giacch lanimo suo conosce la verit, e non funestato dalla superstizione. Imparate dalla storia: tutti i governi pi brutali e tirannici, quando vollero tenere pi sottomesso e pi schiavo il popolo, lo mantennero ignorante. Abolita la propriet individuale, e reso libero il lavoro, le macchine invece di affamare loperaio, come ora, che sono in mano al proprietario, renderebbero pi leggera e pi facile lopera del lavoratore. Il lavoro delle macchine tende a sostituire quasi totalmente il lavoro delluomo, tanto che, se non saranno le idee socialistiche sparse nel popolo, quelle che faranno la rivoluzione sociale in un avvenire pi o meno prossimo; le braccia che restano senza lavoro, e per conseguenza le bocche che rimangono senza pane, saranno fra breve in s gran numero per questo aumento immenso e continuo di macchine, che tutto questo esercito di affamati dovr necessariamente ribellarsi per vivere, e nella lotta per il pane dovr impadronirsi colla forza delle terre e delle macchine, togliendole di mano agli sfruttatori. Cos questa rivoluzione sociale, per una legge storica inevitabile, dovr ad ogni modo avvenire. Se non sar la volont degli uomini, sar la necessit delle cose, che la far in breve scoppiare. E se presentemente le macchine sono fatali alla esistenza del povero, saranno forse presto le prime scintilla del grande incendio della rivoluzione, ed il grande incendio e che purificher il mondo, e diventeranno un giorno le pi care amiche del lavoratore, come ne sono ora le prime nemiche, diverranno per lui soccorritrici benefiche, e lieti segnacoli di civilt e progresso.

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Ma se bisogna abbattere la propriet, individuale, e sostituire a quella la propriet comune, cio il Comunismo, altre cose, molte altre cose bisogna distruggere, per potere ricostruire sopra nuove e pi sane fondamenta di questo grande edificio della pace e della felicit umana. La propriet individuale il primo mostro da abbattere, ma non il solo che dovr cadere. Questo Stato, questa patria, che per mezzo dei suoi governanti strappa alle vostre famiglie i giovani figli, sacri al lavoro, per gettarli soldato nelle caserme, per mandarli a farsi scannare senza alcuna ragione sulle arene infocate dell'Africa, per preparare il terreno alle speculazioni degli affaristi e dei banchieri, questo Stato e questa patria che non ha per voi che le carezze della fame, e spesso delle prigioni e delle manette destinata a confondersi nuovamente nel grande affra-

tellamento di tutte le patrie: l'umanit. Non pi guerre, non pi soldati. I lavoratori di tutti i paesi, gli oppressi di tutte le nazioni sono fratelli; fratelli ora nel dolore, come un giorno lo saranno nel trionfo, e nella vittoria. C' un nemico solo per gli oppressi e gli sfruttati di tutto il mondo: gli oppressori e gli sfruttatori di tutto il mondo. L'uomo libero nell'universo libero, sia la nostra divisa.

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Ma tante altre cose ci sono da distruggere e tante altre da purificare, delle quali, come dello stato e della patria, parler diffusamente altra volta: religione, autorit, famiglia. Tutte menzogne destinate a scomparire, o a trasformarsi al soffio potente della rivoluzione. La rivoluzione sociale che trasciner via tutte le vecchie ingiustizie, sar la grande livellatrice del genere umano. Come noi che l'aspettiamo al pari di un sole che deve sorgere immancabilmente, i nostri discendenti, i nostri posteri, che ne godranno i benefizi, come noi che la prepariamo e l'affrettiamo col desiderio, i pronipoti felici ripeteranno un giorno il nostro grido di guerra: Viva la Rivoluzione Sociale.

III
Vi hanno detto, che i socialisti vogliono abolire tutto: la patria, la religione, la famiglia, il governo. E voi forse atterriti da questa immensa distruzione, che vi hanno minacciato, li avete per un momento creduti tristi, ladri, assassini, questi socialisti di cui i preti ed i signori vi parlano con orrore. E giusta. Voi siete nati per servire, voi dovete tenere a mente i vostri doveri, ma non dovete mai parlare dei vostri diritti. Di un solo diritto voi potete valervi: di quello di morire di fame. Che importa se questa terra, sulla quale siete nati, se questa vostra patria, s gentile e s bella vi nega anche un misero tozzo di pane, che il cane del ricco disdegnerebbe? Che importa se questa grande nazione Italiana, che ebbe le fertili zolle bagnate del sangue eroico dei vostri padri pugnanti per la sua indipendenza, non per voi madre amorosa come pei ricchi? Oh i bei palazzi marmorei, i giardini fioriti di questa terra d'Italia, tanto cara ai poeti! In quei nidi superbi di principi, la gran madre, la patria, alleva amorosamente i suoi figli prediletti: i ricchi. Ma i diseredati, i poveri sono figliastri per la patria, ed essa da vera matrigna li fa lavorare per i suoi figli privilegiati. O che vorrebbe dunque questa razza malnata e stolata di poveraglia dalla patria grande e ricca? Non basta a tutta questa canaglia, che vuol mangiare, il sorriso del suo bel ciel azzurro, e la porpora dei suoi tramonti? Non basta a questa legione cenciosa di pezzenti la gloria delle colonne e degli archi vetusti, che parlano della potenza e delle vittorie degli avi? Non basta a questa turba di malcontenti lo spettacolo delle lunghe fila dei cocchi scintillanti, nei quali i ricchi si degnano di farsi strascicare innanzi agli occhi del pubblico nell'assopimento delle digestioni deliziose? Non vi basta tutto questo lavoratori? Ebbene la patria ha qualche altra cosa per voi.

Voi siete giovani, e come bestie da soma avete curvato le spalle da fanciulli, e vi siete posti al lavoro. E il vostro lavoro ha fatto s che la vostra famiglia non morisse, cos ad un tratto, di fame. Almeno delle vostre braccia voi credevate di esser padroni. Ebbene no; ecco la coscrizione, ed eccovi strappati alle vostre famiglie, strappati al lavoro fecondo dei capi e delle officine. Eccovi gettati nelle caserme e negli attendamenti. Come, perch? Chi dovete difender voi? Per chi dovete spargere il vostro sangue domani, forse sui campi di battaglia? Per la patria vi rispondono da secoli le storie adulatrici dei re e dei governanti; per la patria vi gridano sventolandovi in faccia una bandiera di tre colori i vostri attuali padroni. E vi parlano enfaticamente di onore nazionale, di dignit offesa, di vendette, di gloria, e vi porgono le armi per andare a combattere. E voi dimenticando la fame patita e gli stenti di cui vi stata fino dal vostro nascere generosa la patria; sentite un fremito strano a quelle parole corrervi attraverso le vene, alzate fieramente la fronte nel fragore solenne degli inni e affrontate serenamente il nemico. Il nemico! Quale? Voi che operai onesti non avete forse un giorno voluto n potuto uccidere un nemico vostro personale, che vi odiava e che vi aveva atrocemente insultato, voi miti e buoni ecco, che ora, inferociti in quest'orgia oscena di sangue che si chiama la guerra, avete ucciso con gioia, avete ucciso come selvaggi brutali, avete ucciso, sognando la gloria. Oh il triste sogno! Perch avete ucciso? Nessuna ragione speciale d'odio o di vendetta vi spingeva a questo delitto. Avete ucciso altri uomini innocenti di colpa verso di voi, avete ucciso freddamente sotto questa grande voce della patria che vi chiedeva del sangue. Ed ogni petto giovine di soldato nemico che cadeva infranto sotto i vostri colpi spietati sembrava a voi un'aureola di gloria nuova e pi fulgida. Ma chi sono quegli uomini, che voi avete ucciso? Forse lavoratori come voi. Forse come la madre vostra che vi aspetta nella casa deserta trepidante ai rumori delle battaglie lontane, le madri e le spose degli uomini che voi avete ucciso attenderanno i loro padri, sperando e pregando fino a che l'annunzio della morte loro non strapper coll'ultima lacrima la maledizione di quelle anime angosciate sul capo degli sconosciuti uccisori Ma che importa a voi la maledizione di quelle madri o di quelle spose? A voi la gloria sar una benda agli occhi ed un usbergo d'oro attorno al cuore. Con una medaglia al valore, se mai, la patria, questa madre dei ricchi se la caver a buon mercato, di tutti i rischi che voi avete affrontato per difendere le fertili terre, che non erano vostre, per allontanare gli stranieri dai palazzi e dai vaghi giardini Italici di cui voi non possedete una zolla; o pure se sarete morti sul campo di battaglia una corona d'alloro e poche parole di simulato rimpianto con molta retorica accompagneranno la vostra bara fino alla fossa; e i figli del povero, morto in difesa degli averi e della vita dei padroni, pel capriccio dei quali si fanno le guerre, seguiteranno la dolorosa tradizione ereditata dal padre: quella della miseria e della fame.

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Ma i signori, i borghesi, i poeti ed i letterati, che non soffrono la fame, vi parlano di questa patria, come di qualche cosa di maternamente amorevole e sublime. E sar, per loro. Ma se voi costretti dal bisogno, senza lavoro, stranieri in questa patria, che vi impongono di amare, siete accolti amorosamente da un'altra terra, da un'altra patria che compensi di un pane

abbondante le vostre fatiche ed il vostro lavoro, quale chiamerete la patria, quale delle due chiamerete madre vostra? Quella che vi diede nascimento, e che vi lasciava morir di fame, o l'altra che a voi ignoto diede il pane ed una vita tranquilla? Se nel paese ove siete nati un odio ingiusto circondava la vostra esistenza, se tra quelli che parlavano la vostra stessa lingua voi non trovaste altro che amarezze e disinganni, e se invece sotto altro cielo, fra altri uomini differenti a voi per lingua e per costumi; le mani di altri operai, di altri lavoratori si tendessero fraternamente verso di voi, se sopra questa nuova terra lontana dalla vostra nativa, l'amore degli uomini che questa non seppe darvi, allietasse i vostri giorni laboriosi: quale di questi uomini chiamereste pi sinceramente vostri fratelli? Questi stranieri che vi seppero comprendere ed amare, o i compatrioti che vi disprezzarono? Oh la patria, nel concetto moderno, con gli attuali organismi sociali non la madre per i poveri e per i lavoratori: la matrigna. Ed questa la patria, che noi socialisti non vogliamo. Noi non vogliamo questa patria, che si fa servire come una bandiera di discordie e di guerre fra le varie nazioni, noi non vogliamo questa patria, che affama il lavoratore, e lo costringe ad esulare per guadagnarsi il pane. Noi non vogliamo la patria, che strappa i lavoratori alle officine ed ai campi per gettarli nelle caserme, noi non vogliamo questa patria della fame e della pellagra, che ha solo carezze pei ricchi.

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Noi vogliamo la unione di tutte le patrie in una grande famiglia, la unione di tutte le patrie libere da tutte le tirannidi, libere da tutti privilegi, da tutte le in giustizie. Le vecchie frontiere, che l'audacia dell'uomo ha perforato per aprire la via alla vaporiera, non saranno pi il confine per quell'adorazione da feticci che il patriottismo odierno; affezione cieca e sanguinaria, che per un cencio convenzionale a colori fa trucidare migliaia d uomini con questa generosa menzogna della patria sul labbro. Attraverso i mari e gli oceani i popoli si stenderanno fraternamente la mano. Dopo l'ideale della patria, un altro ideale irradier sugli uomini e terr in alto i cuori, un ideale pi grande e magnifico: l'Umanit! Vi hanno anche detto, che i socialisti vogliono distruggere la religione. Quale di tutte le infinite professate sulla terra? Ogni religione promette ai suoi credenti il paradiso, ogni religione dice ai suoi fedeli di esser la sola vera. A quale credere? Guardate i preti di questa, che si dice la religione pi santa della terra. Essi vi promettono il paradiso nell'altro mondo, ma essi si contentano del paradiso su questa terra perch pi sicuro. Cos i ricchi: godono di qua; e poi siccome ne hanno d'avanzo, possono anche fare un po' di bene senza troppo scomodarsi; perch cos anche loro avranno il loro posticino in paradiso. Questo pure dicono loro i preti; ed a voi dicono: siate onesti, siate mansueti, piegate volentieri il collo ai padroni, e avrete la gloria dei cieli. Ma voi soffrite la fame, voi il freddo, voi gli stenti. Voi l'avete gi qui sulla terra il vostro inferno, e ve lo minacciano anche di l.

Voi siete stretti alla gola dal bisogno, e pure resistete ancora. Ma poi vostro malgrado, schiacciati dalla necessit, sentite crollare la vostra fede, e infrangete quelle che vi hanno fatto credere leggi divine. E allora dovrebbe aspettarvi anche un altro inferno, dopo quello gi sofferto sulla terra? Sarebbe egli giusto? Dove sarebbe la piet e la misericordia di questo dio? Ma gi la scienza, che da Galileo e Giordano Bruno a Darwin la perfetta antitesi della fede, si appresta a dare pacificamente gli ultimi crolli alle tarlate baracche delle vecchie religioni impure; ed essa sola, la scienza, si assider sul trono vuoto; la scienza sola diriger sovrana le menti degli uomini, non pi oscurate dalle tenebre dell'ignoranza e della superstizione. Colla guida sicura della scienza trionfatrice di ogni dogma e di ogni cieca fede sorger per gli uomini una etica sola, una religione pi santa: la religione dell'umana fratellanza che parve un tempo utopia, e che sar la gloria pi fulgida della rivoluzione. Le scuole e gli Atenei saranno i templi sacri della nuova civilt; i navigli correnti liberamente pei mari da un capo all'altro del mondo, e le conquiste del pensiero umano, nella sua lotta contro la natura, saranno le cerimonie pi belle della nuova fede. E sugli splendori della umanit redenta, come fate benefiche nella gran pace e nell'immenso amore, la verit e la libert prepareranno secoli vieppi lieti e luminosi alle generazioni venture.

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Ma i preti e i borghesi vi dicono che i socialisti vogliono distruggere la famiglia. E innanzi tutto lecito domandare se questo tanto magnificato istituto della famiglia poi quel perfetto e puro organismo, quale si vuol dipingere. La famiglia, come viene attualmente costituita, ella davvero quella cuccia d'amore e di pace che si vorrebbe far credere all'esterno? Ciascuno di voi pensi bene a quanto succede nel seno della famiglia propria, e poi mi sappia rispondere, se essa poi una cosa tanto perfetta. Nella famiglia, come ora organizzata, l'egoismo, questo sentimento che l'anima della corrotta societ attuale, ha il suo principio, e riceve il suo posteriore sviluppo nelle susseguenti relazioni sociali. In qual famiglia di grazia, non stato l'interesse, almeno per un momento, causa di scompiglio e di turbamento? Qual la famiglia, dove questo interesse e questo egoismo non abbiano portato i loro effetti funesti? Voi lo vedete fino dal suo primo costituirsi ogni famiglia porta con s i germi della futura dissoluzione. Questa unione perpetua di due esseri, che si chiama matrimonio, poi una cosa veramente spontanea e snaturale nella odierna societ? Non contando i matrimoni che avvengono per volont dei genitori, e quelli che sono contratti per mire ambiziose, il maggior numero delle unioni religiose o civili vengono strette pi o meno da cause dirette o indirette di interesse. Dal nobile signore, che sposa la ricca ereditiera, senza sapere se potr amarla, per rimarginare le ferite del suo patrimonio, che pericola, al povero bracciante, che spera, sposando una sartina, che ha qualche soldo, di trascinare meno penosamente l'esistenza ogni giorno passa davanti ai

vostri occhi un matrimonio in cui l'amore vivo, vero, disinteressato dei due esseri che si amano l'uno per l'altro, non ci ha che fare, n molto n poco. Voi stessi, forse, in faccia all'esempio comune, avrete fatto, o farete, lo stesso. Ed ecco cos, quasi sempre, costituita la famiglia viziata fin dalle origini. Ma la legge inesorabile; la legge ha unito quei due esseri con un vincolo, che non si distrugge pi. Ma a poco a poco la natura vince nuovamente su questa unione di calcolo, e non spontanea; o pure l'amore, che non eterno, cessa tra i due sposi; o secondo le leggi di natura si riaccende per altra persona. Ma invano: quel matrimonio doveva essere la tomba dell'amore, guai ad ogni nuova fiamma. Le leggi divine e le umane opera del resto e le une e le altre di preti, e di governanti fulminerebbero i nuovi amori come adulteri ed infami. Due esseri che si amano, e generano nello spontaneo amplesso del loro amore un altro essere, senza pensare a questa stupida legge, che fa dipendere le sorti di un uomo dalla lettura di un articolo fatta dal sindaco hanno procreato un bastardo, cui il mondo, schiavo di pregiudizi infami, guarder quasi come un colpevole. Perch adunque quel vincolo, che dannoso o superfluo? E dannoso, perch indissolubile, anche dopo l'adulterio; e nelle storie sanguinose di domestici delitti la colpa principale talvolta l'indissolubilit di questo nodo, che rende quasi necessaria la vendetta violenta del coniuge offeso; o pure, essendo questa indissolubilit un ostacolo alla libera soddisfazione di un nuovo amore, questo nuovo amore se forte o strapotente, condurr l'amante, accecato dalla passione, all'assassinio del coniuge, che a lui dovr sembrare l'ostacolo materiale alla soddisfazione dei suoi desideri! Cos questa che la borghesia chiama la base santissima della famiglia il matrimonio, fonte dolorosa di tanti dei pi atroci delitti umani. Ma anche superfluo, perch la natura feconda di tante esistenze nuove, anche senza questo grottesco nodo, che mentre non garanzia di amore verace e di reciproca [fedelt] fra i coniugi, uccide l'amore vero, ed cagione altres di guai infiniti per la famiglia. Ma i legislatori borghesi rispondono in coro in nome della morale oltraggiata, come se ne avessero il monopolio. E cercano di combattere noi col ridicolo e coll'epigramma. Essi, mariti adulteri di mogli adultere, amanti osceni di cortigiane gavazzanti nell'oro per morir, forse, sulla paglia, essi osano parlare di morale. Oh, la bella morale, feconda di bastardi e di adulterini vigliaccamente poi rinnegati dalla legge per colpe non loro. Oh la societ eletta delle Raffaelle Saraceni e dei Pissavini protetti nella fuga. Ci si risponda pure coll'epigramma, e noi domanderemo: quale missione avete voi finora serbata alla donna sulla terra, o cianciatori eterni di morale e di giustizia? DI questo caro ed intelligente organismo, che dovrebbe essere il compagno fidato e lieto dell'uomo nella lotta per l'esistenza, voi ne avete fatta colle vostre leggi una schiava; preti e governanti hanno poi strappato coi sistemi ridicoli di educazione morale e religiosa la donna, questa gentil letizia della vita, alla esistenza progressiva della umanit, e l'hanno resa un essere quasi inferiore; come un trastullo per i momenti d'ozio. Ma noi vogliamo la donna uguale a noi, libera come noi di mente e di cuore; noi vogliamo la unione libera e spontanea di due esseri che si amano, senza mire egoistiche d'interesse; e pongono la stima e l'affetto reciproci a fondamento della nascente famiglia; noi non vogliamo che

nessun nodo, pi o meno ferreo di legge, tenti infrangere la legge della natura che ribelle ad ogni freno, il quale come abbiam visto, non sarebbe che impulso al delitto, come attualmente. Noi vogliamo che alla famiglia del codice civile e della dote, che il fomite dell'odierno egoismo sociale, subentri la famiglia, libera, dell'amore e della concordia senza gli odi fraterni degli eredi sul cadavere ancora caldo del padre, e senza i contratti dotali. Questa la famiglia, che fa lieto il nostro ideale, e che sar il germoglio di generazioni pi buone e pi felici delle nostre.

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Eppure il governo e l'autorit ci vorranno sempre, obietter alcuno. Perch? Il mondo esteriore, che ne circonda, ha egli bisogno di governatori in quella meravigliosa armonia delle sue leggi immutabili? E che cosa l'uomo e la vita umana, se non una manifestazione intelligente quello, e un episodio fuggitivo questa della natura nella sua eterna trasformazione? E perch deve l'uomo, mentre non pu sottrarsi alle leggi della natura, obbedire altre leggi e servire altri uomini, che forse lo forzeranno a violentare le leggi immutabili da cui egli ebbe la vita? Di poco che un uomo si innalzi sull'altro e ci sar sempre uno schiavo ed un padrone, un oppresso ed un oppressore. Solo coll'uguaglianza vera, accompagnata dal sentimento della solidariet e dell'amore, gli uomini potranno raggiungere la libert piena ed assoluta di s stessi e delle loro azioni, che conformate alle leggi della natura non potranno mai venire meno alla missione ed agli scopi della vita, e di una morale perfetta. Le leggi create dagli uomini furono sempre o stolte o inefficaci o ingiuste; i governanti, anche i pi saggi, si macchiarono di colpe, che la storia nel confronto delle infamie dei pi, non volle registrare. Ma le leggi della natura, necessitanti sull'umano organismo, saranno il codice unico dei secoli pi del nostro felici e liberi; e la volont di ciascun uomo, libera di estrinsecarsi con la sola remora del rispetto per gli altri simili, sar il miglior governo a s stessa e il miglior interprete dei propri bisogni e delle proprie aspirazioni. Io ho cercato, come meglio ho potuto, di toccare, fuggitivamente tutti i punti pi dibattuti della Questione Sociale. Se qualche cosa ho potuto fare con le mie povere parole per la diffusione franca ed onesta del principio, che mi allieta il pensiero, se guardo all'avvenire, e se a voi ne venuto qualche giovamento, io ne sar lietissimo e orgoglioso. Io vi saluto, o miei carissimi compagni, con quellaffetto fraterno che vi ho sempre portato e vi ringrazio per la santa idea che da alcune sere vi raccoglie intorno a me, della vostra attenzione benevola e cortese.