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ACCADEMIA ANGELICO COSTANTINIANA

DI LETTERE ARTI E SCIENZE


Associazione Angelo-Comneno onlus

COOPACAI PHOENIX SCARL

Studi
sull’Oriente Cristiano

Diretta da
Gaetano Passarelli

24 2
Roma 2020
Rivista voluta e fondata da
S. A. I. la Principessa Stefania Angelo-Comneno di Tessaglia nel 1997
SOC 24,2 (2020)

Sommario

Luca Montecchio Alcune considerazioni sulla conquista della


Britannia: fu una guerra in nome del conflitto contro la religione
druidica? 5

Edoardo Schina La figura di Cristo con il bastone/bacchetta nella


rappresentazione dei miracoli sui sarcofagi paleocristiani. 27

Danilo Ceccarelli Morolli Leo VI (886-912) and marriage


law: some historical-juridical hints 49

Luca Maccaferri Apotheosis. Il martirio tra cristianesimo e gno-


sticismo 63

Elena Velkovska The Pontifical Diataxis “according to the Rite


of the Great Church” (London, British Library Add. 34060). Α
New Edition 115

Luigi Abbruzzo Flauti in osso di età bizantina 151

Giuseppe M. Croce I Patriarchi e il Papa Re al Primo Concilio


Vaticano 171

Kristiyan Kovachev Two crosses from the Eparchy of Nevrokop 205

Fernando Frezzotti Nuovi elementi sulla traslazione della San-


ta Casa di Loreto 211
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA CONQUISTA
DELLA BRITANNIA:
FU UNA GUERRA IN NOME DEL CONFLITTO
CONTRO LA RELIGIONE DRUIDICA?

Luca Montecchio

Gli studi sul fenomeno druidico in Britannia

Il fenomeno del druidismo è stato, nel corso dell’ultimo secolo, molto stu-
diato per le implicazioni che sottendono a quella religione1. Noi ci proponia-
mo di indagare tale fenomeno nel secolo I dell’era cristiana, quando cioè Roma
mostrò un interesse crescente verso la Britannia. In altre parole, dal momento
in cui i druidi vennero de facto condannati dall’Impero romano che temeva
la loro cultura, reputandola latrice di disordini ovunque essi fossero. Pertanto
poiché quella religione era diffusa sia nelle Gallie (conquista recente) sia in
Britannia, paese non particolarmente ostile ma ancora non assoggettato all’a-
quila romana, l’attenzione dell’impero veniva adesso focalizzata su quell’isola.
Studiosi del calibro di d’Arbois de Jubainville, Kendrick, Chadwick, Pig-
got hanno un punto di vista della quaestio druidica per cui viene fatto emerge-

1
  Sul druidismo riporto le opere più significative redatte nell’ultimo secolo: H. d’Arbois de
Jubainville, Cours de littérature celtique, I Paris 1883; N. K. Chadwick, The Druids, Cardiff
1966; S. Piggot, The Druids, London 1985 (Iª edizione 1968); G. Dobesch, Die Kelten in
Österreich, Wien 1980; Guyonvarc’h-Le Roux, Les druides (=Ch.-J. Guyonvarc’h-F. Le
Roux, Les druides, Nanterre 1986); H. D. Rankin, Celts and the classical world, London 1987;
A. Ross, Druids, Preachers of Immortality, Stroud 1999; M. Green, Les Druides, Paris 2000;
Zecchini, Los druidas (= G. Zecchini, Los druidas y la oposicion de los Celtas a Roma, Ma-
drid 2002); Kendrick, Druids [= T. D. Kendrick, Druids and Druidism, New York 2003
(riedizione dell’opera pubblicata a Londra nel 1927 sotto il titolo: The Druids: a Study in Kelt-
ic Prehistory)]; Brunaux, Les druides (= J.-L. Brunaux, Les druides: Des philosophes chez les
Barbares, Lonrai 2006); L. Montecchio, Origini e sviluppo del druidismo, in Studi sull’Oriente
cristiano 20, 1(2016), 187-226; Idem, Atteggiamento di Augusto e Tiberio verso il culto druidico, in
Studi sull’Oriente cristiano 21, 1(2017), 63-84.

5
re il contributo di quella classe sacerdotale per la lotta contro un popolo con-
quistatore. Essi, pertanto, vedono in modo chiaro come la classe druidica abbia
lottato strenuamente contro quei Romani che volevano sottomettere cultural-
mente, a loro modo di vedere, Galli prima e Britanni poi. Non si discostano
in modo netto dai succitati autori Dobesch, Rankin, Green, Zecchini. Mon-
tecchio, pur partendo dal medesimo point de vue, ritiene che la classe druidica
abbia perpetrato quelle che oggi potremmo definire come vere e proprie azioni
volte a portare terrore e forte insicurezza nel campo degli invasori.
Numerosi sono i contributi sulla conquista della Britannia da parte di
Claudio2. Partendo dagli ultimi contributi sull’impresa di Claudio, si pensi
dunque a Urso, Russo, Mastrorosa. Essi non mettono a fuoco la loro atten-
zione sulla volontà dell’imperatore di proseguire l’opera di Ottaviano contra
druidas; piuttosto evidenziano il desiderio del princeps di lasciare un segno
tangibile dopo illustri predecessori. Non fu solo questo, tuttavia, il motivo che
spinse quel princeps in Britannia.
Sullo sfondo ci sembra che nei succitati autori si inizi ad evidenziare il
problema, però, non pare che si voglia pensare a quell’impresa come fosse deci-
siva per limitare la preoccupazione del druidismo.
Non si può ignorare il contributo di Webster il quale approfondisce il
tema di come venne accolto, dopo la conquista romana, il cosiddetto sincreti-
smo religioso nelle province, tra cui la Britannia3.
La conquista romana della Gallia aveva dimostrato la enorme importanza
e pericolosità dell’elemento druidico. Esso, d’altra parte, deteneva non solo il
potere religioso ma altresì quello politico. E qui sta la loro pericolosità. Tanto
è vero che ben presto, lo sottolinea sempre Montecchio, fu Ottaviano a tentare
di allontanare quei sacerdoti così strettamente legati alla classe politica dalla
Gallia4.

2
  Sulla conquista della Britannia da parte di Claudio si considerino intanto i seguenti con-
tributi: G. Zecchini, I confini occidentali dell’impero. La Britannia da Cesare a Claudio, in M.
Sordi (ed.), Il confine nel mondo classico, (Contributi dell'Istituto di Storia antica XIII, Vita e
Pensiero XIII), Milano 1987, 250-271; G. Urso, La conquista della Britannia e la propaganda
di Claudio: un’eco in Lucano?, in M. Sordi (ed.), Studi sull’Europa antica, II, Alessandria 2001,
235-241; P. Salway, A History of Roman Britain, Oxford 2001; C. A. Snyder, I Britanni e la
“frangia celtica”, Genova 2006; M. Russo, Deus fieri vult? Claudio e la spedizione in Britannia, in
Atene e Roma n.s.s. XII (2018), 448-460; I. G. Mastrorosa, Si vos omnibus imperitari vultis…
(Tac., Ann. XII, 37): l’audacia di Carataco e le strategie di autopromozione di Claudio, in Evphrosy-
ne 39 (2011), 189-200.
3
  J. Webster, Necessary comparisons: a post-colonial approach to religious syncretism in the
Roman provinces, in World Archaeology 28.3(1997), 324–338.
4
  Si veda in special modo il seguente contributo, L. Montecchio, Atteggiamento di Augu-
sto e Tiberio verso il culto druidico, in Studi sull’Oriente cristiano 21, 1(2017), 63-84.

6
In buona sostanza con il nostro lavoro vogliamo evidenziare come quella
che sarà la conquista di Claudio della Britannia fu anche (e forse soprattut-
to) un’azione volta alla limitazione massima del druidismo che, senza alcun
dubbio, aveva dimostrato una costante pericolosità per i Romani nelle Gallie.
Si doveva pertanto andare laddove aveva indicato Cesare e cioè in quel luogo
dove, avremo modo di vederlo poi, un druida poteva approfondire la propria
scienza.

I druidi

Cesare aveva, a suo tempo, sottolineato come i Galli fossero profonda-


mente religiosi. Pur non sapendo esattamente da quale periodo erano venute
a definirsi le funzioni della loro classe sacerdotale, e cioè dei druidi, si può
azzardare che essa abbia subito l’influenza greca e persiana, divenendo ciò che
Cesare descrisse nei Commentarii. Si parta sempre dalla descrizione cesariana
della funzione dei druidi, che propone molteplici elementi significativi del
mondo celtico.
«Le due classi di nobili sono l’una quella dei druidi, l’altra quella dei
cavalieri. I primi si occupano della religione, amministrano i riti pubblici e
privati, interpretano le prescrizioni religiose: un gran numero di giovani si
raccoglie intorno a loro per apprendere la dottrina; sono molto onorati dai
Galli. Infatti è loro compito decidere tutte le controversie pubbliche e priva-
te: e spetta sempre a loro di giudicare e di stabilire indennizzi e pene qualora
sia stato commesso un reato o un omicidio, se vi è lite per un’eredità o per i
confini di una proprietà. Chi, poi, privato cittadino o comunità, non si attie-
ne alla loro decisione, è escluso dai riti religiosi. Tale pena è considerata dai
Galli la più grave. Coloro che sono stati colpiti da tale divieto sono conside-
rati empi e scellerati, tutti si allontanano da loro, evitano di incontrarli e di
parlar loro, per non ricevere danno dal contagio. Se costoro chiedono giusti-
zia, non viene loro resa, né vengono ammessi a carica alcuna. I druidi hanno
un solo capo, che gode tra loro della massima autorità. Quando egli muore,
gli succede quello che tra gli altri si segnala per prestigio; se parecchi sono
considerati di pari merito, si decide mediante votazione dei druidi: talora
addirittura con un duello si stabilisce a chi tocca il comando. I druidi ogni
anno in un’epoca fissa tengono una seduta comune in un luogo consacrato
nel paese dei Carnuti, che è considerato il centro dell’intera Gallia. A questo
consesso da ogni parte tutti quelli che vogliono dirimere delle controversie si
raccolgono e si uniformano alle deliberazioni e ai giudizi dei druidi. La loro
dottrina si ritiene originaria della Britannia e da lì trasferita in Gallia. Ancor

7
oggi quelli che desiderano approfondire la conoscenza di quella dottrina si
recano ad apprenderla in Britannia»5.
Le parole di Cesare sembrano non lasciare dubbi su quale importanza
avessero i druidi nella società gallica ma, soprattutto, su quale fosse il potere
del loro capo. L’aspetto che ancor più suscita interesse è la notizia secondo cui
essi dovessero compiere una sorta di pellegrinaggio in Britannia laddove il pro-
console delle Gallie pensava avesse avuto origine la religione druidica. Il Divus
Iulius infatti sottolinea come disciplina in Britannia reperta. Qui, pertanto, per
la prima volta nei Commentarii si parla dell’isola dove presto il generale roma-
no vorrà andare o, meglio, dove si troverà costretto ad andare.
Nondimeno l’idea che la dottrina druidica sia potuta nascere in Britannia
parrebbe essere stata superata. Gli studi più recenti concordano nel dire che
quella religione nacque nelle Gallie e, successivamente, trovò terreno fertile in
Britannia dove si radicò, pur rimanendo probabilmente a uno stato primitivo6.
In buona sostanza la terra oltre Manica veniva vista come luogo mitico dove
affinare le conoscenze religiose di un druida, di qui la ‘necessità’ di un’esperien-
za nella terra dei Britanni7.
Secondo Snyder, i druidi in Gallia «avevano la funzione di agitatori poli-
tici» e, in un secondo momento, «avrebbero nutrito il sentimento antiromano

5
  Caes., Bell. Gall., VI, 13: “Sed de his duobus generibus alterum est druidum, alterum equi-
tum. Illi rebus divinis intersunt, sacrificia publica ac privata procurant, religiones interpretantur: ad
hos magnus adulescentium numerus disciplinae causa concurrit, magnoque hi sunt apud eos honore.
Nam fere de omnibus controversiis publicis privatisque constituunt, et, si quod est admissum faci-
nus, si caedes facta, si de hereditate, de finibus controversia est, idem decernunt, praemia poenasque
constituunt; si qui aut privatus aut populus eorum decreto non stetit, sacrificiis interdicunt. Haec
poena apud eos est gravissima. Quibus ita est interdictum, hi numero impiorum ac sceleratorum
habentur, his omnes decedunt, aditum sermonemque defugiunt, ne quid ex contagione incommodi
accipiant, neque his petentibus ius redditur neque honos ullus communicatur. His autem omnibus
druidibus praeest unus, qui summam inter eos habet auctoritatem. Hoc mortuo aut si qui ex reliquis
excellit dignitate succedit, aut, si sunt plures pares, suffragio druidum, nonnumquam etiam armis de
principatu contendunt. Hi certo anni tempore in finibus Carnutum, quae regio totius Galliae media
habetur, considunt in loco consecrato. Huc omnes undique, qui controversias habent, conveniunt eo-
rumque decretis iudiciisque parent. Disciplina in Britannia reperta atque inde in Galliam translata
esse existimatur, et nunc, qui diligentius eam rem cognoscere volunt, plerumque illo discendi causa
proficiscuntur”. Per la traduzione del brano v. Pennacini, La guerra gallica [= A. Pennacini
(ed.), Gaio Giulio Cesare, La guerra gallica, a cura di, Torino 1996], 249-251.
6
 J. De Vries, La Religion des Celtes, Paris 1977, 218 e sgg.
7
 J. Vendryes, La Religion des Celtes, Spézet 1997, 65. Pare, allo stato dell’arte, del tutto
superata la teoria del Pokorny che immagina i druidi come «medicine-men of the aborigenes,
magicians and sorceres». In buona sostanza il Pokorny era convinto che i druidi fossero dei sacer-
doti che praticassero riti tipici di popolazioni indo-europee. J. Pokorny, The Origin of Druidism
in The Celtic Review V(1908), 1-20.

8
in Britannia»8. Insomma, per lo Snyder quella classe sacerdotale era in quell’i-
sola un punto di riferimento religioso, culturale, politico. Perciò essa sarebbe
stata in grado di arrecare danno a qualsivoglia invasore.
Già durante i primi tempi della campagna gallica, così come subito dopo,
e cioè quando il proconsole decise di sbarcare in Britannia, il problema fonda-
mentale per i Romani era quello di farsi accettare dagli indigeni. D’altronde,
è buona norma quando si combatte in territorio nemico cercare delle sponde
‘amiche’ per evitare di dover combattere con un’intera popolazione in un con-
flitto di guerriglia. I Romani sapevano bene quanto sarebbe costato loro in
termine di vite umane e risorse combattere un nemico in guerriglia. Qualora
le tribù delle Gallie fossero scese in campo seguendo i dettami, che un tempo
aveva abbracciato Fabio Massimo contro Annibale, la conquista dei territori
gallici sarebbe diventata estremamente ardua. Cesare, dunque, spiegherà come
si sentì quasi in obbligo a intervenire nelle faccende celtiche, sostanzialmente
per mettere pace. Il che, more solito, significò favorire una tribù rispetto ad al-
tre. È noto che questo fu un mero pretesto. Le Galliae erano senz’altro divise e
faticarono a trovare quella unità di intenti che infine permise a Vercingetorige,
un tempo amico del proconsole come ricorda Dione Cassio9, dopo la rivol-
ta, un’ultima disperata resistenza. Chi stava tramando, e che è sempre presente
sullo sfondo di avvenimenti politici e militari, anche se mai vengono nominati
in tal senso, sono proprio i druidae, descritti da Cesare come la vera auctoritas
presso i Galli. Erano loro che andavano a studiare in Britannia, cioè presso altri
popoli di ceppo celtico, erano loro che, custodendo come in uno scrigno le
tradizioni celtiche, dovevano alimentare la loro fiamma. Di qui il forte legame
tra Gallia e Britannia e quindi la necessità, una volta stabilizzata la conquista
cesariana da Ottaviano, di andare oltre Manica. In effetti ripercorrere il tragit-
to di Cesare sarebbe potuto sembrare come un’impresa non necessaria se non
vi fossero motivi realmente importanti.
Diodoro Siculo quando parla di quei sacerdoti sottolinea non solo il loro
ascendente sulla popolazione celtica, ma anche il fatto che fossero soliti fare
sacrifici umani per ingraziarsi gli dei.

8
  Snyder, I Britanni. (= C. A. Snyder, I Britanni e la “Frangia Celtica”, Genova 2007), 31.
9
  Dio. Cass., XL, 41: “ἐπεκάλεσε τῆς γὰρ φιλίας τὴν ἀντίταξιν ἀντιθεὶς χαλεπωτέραν τὴν
ἀδικίαν αὐτοῦ ἀπέφηνε, καὶ διὰ τοῦτο οὔτε ἐν τῷ παραχρῆμα αὐτὸν ἠλέησεν ἀλλ᾽ εὐθὺς ἐν δεσμοῖς
ἔδησε, καὶ ἐς τὰ ἐπινίκια μετὰ τοῦτο πέμψας ἀπέκτεινε” . «Mettendo a confronto la ribellione e
l’amicizia, dimostrò che era più grave la sua colpa. Perciò lo fece subito arrestare e in seguito, dopo
averlo portato dietro di sé nel trionfo, lo fece uccidere», trad. it. G. Norcio.

9
Il fatto che quei sacerdoti fossero tenuti in grande considerazione presso
le loro popolazioni emerge anche durante il periodo bellico perché essi poteva-
no determinare la pace o il conflitto

Non soltanto nelle occupazioni in tempo di pace ma anche in guerra obbedi-


scono soprattutto a questi individui e ai poeti cantori, e fanno ciò non soltanto
i loro amici ma anche i loro nemici; molte volte, infatti, nel corso di battaglie
campali, quando due eserciti si avvicinano l’uno all’altro, con le spade levate e
le lance protese, questi uomini avanzano nel mezzo e li fanno smettere, come
se avessero incantato una qualche specie di animale selvatico. In questo modo
anche presso i barbari più selvaggi la passione cede alla sapienza, e Ares ha ti-
more delle Muse10.

Ci sembra opportuno sottolineare come Diodoro metta insieme i bar-


di (cioè i poeti-cantori) con i druidi. Il che, probabilmente, vuole significare
come questi siano da considerarsi l’élite colta del popolo celtico. Pertanto, pro-
prio questi sono l’elemento più pericoloso di quella società.
Qui ci soccorre anche Dione Crisostomo che esplicitamente lega un drui-
da al proprio sovrano per cui se il druida avalla un’azione il sovrano la realizza:

I Celti avevano le medesime figure di quelli [il riferimento è ai maghi persiani,


ai sacerdoti egizi e ai bramini indiani] che si chiamano druidi, esperti in divi-
nazione e in ogni altra scienza; senza di loro non era permesso ai sovrani né di
agire né di decidere al punto che in realtà si può dire comandassero loro, i re
non erano altro che i loro servitori e i ministri della loro volontà11.

Dunque, se i sovrani ufficiali erano considerati (e si consideravano) subor-


dinati a quei sacerdoti, si può ancora meglio comprendere non soltanto l’im-
portanza di quella classe sacerdotale, ma anche la pericolosità della stessa.
In buona sostanza nel mondo celtico vi era una netta preminenza dell’a-
spetto spirituale su quello temporale. E lo stesso dicasi per un mondo affine a
quello delle Galliae cioè la Britannia.

10
  Diod.,31: “οὐ μόνον δ᾽ ἐν ταῖς εἰρηνικαῖς χρείαις, ἀλλὰ καὶ κατὰ τοὺς πολέμους τούτοις
μάλιστα πείθονται καὶ τοῖς μελῳδοῦσι ποιηταῖς, οὐ μόνον οἱ φίλοι, ἀλλὰ καὶ οἱ πολέμιοι: πολλάκις
δ᾽ ἐν ταῖς παρατάξεσι πλησιαζόντων ἀλλήλοις τῶν στρατοπέδων καὶ τοῖς ξίφεσιν ἀνατεταμένοις καὶ
ταῖς λόγχαις προβεβλημέναις, εἰς τὸ μέσον οὗτοι προελθόντες παύουσιν αὐτούς, ὥσπερ τινὰ θηρία
κατεπᾴσαντες. οὕτω καὶ παρὰ τοῖς ἀγριωτάτοις βαρβάροις ὁ θυμὸς εἴκει τῇ σοφίᾳ καὶ ὁ Ἄρης αἰδεῖται
τὰς Μούσας”. Trad. it. M. Zorat.
11
  Dio Chr., XLIX: “Κελτοὶ δὲ οὓς ὀνομάζουσι Δρυΐδας, καὶ τούτους περὶ μαντικὴν ὄντας καὶ
τὴν ἄλλην σοφίαν· ὧν ἄνευ τοῖς βασιλεῦσιν οὐδὲν ἐξῆν πράττειν οὐδὲ βουλεύεσθαι, ὥστε τὸ μὲν ἀληθὲς
ἐκείνους ἄρχειν, τοὺς δὲ βασιλέας αὐτῶν ὑπηρέτας καὶ διακόνους γίγνεσθαι τῆς γνώμης ἐν θρόνοις
χρυσοῖς καθημένους καὶ οἰκίας μεγάλας οἰκοῦντας καὶ πολυτελῶς εὐωχουμένους”.

10
Strabone anche, come Diodoro Siculo, parla dei druidi:

Le costituzioni erano in prevalenza aristocratiche: anticamente veniva eletto


per un anno un capo, e per la guerra, allo stesso modo, veniva scelto dall’intera
comunità un comandante: oggi per lo più obbediscono agli ordini dei Roma-
ni12.

Il geografo di Amasea riporta un qualcosa già in precedenza espresso da


Cesare e cioè che un sacerdote era generalmente di nobile origine. In Gallia
così come in Britannia si osserva come il potere spirituale sia guida di quello
temporale. Tale affermazione è una premessa necessaria per tentare di indagare
meglio sul tentativo dei Britanni di non rimanere sottoposti al giogo imperiale.

Druidi in Britannia

Facemmo cenno alla vera e propria necessità che ebbe Cesare di attraver-
sare la Manica durante la sua campagna gallica13. Egli era convinto che l’appog-
gio che i Britanni diedero ai Galli fosse morale e politico. La classe druidica
britanna insomma non fu estranea anche alle rivolte galliche. D’altronde il fat-
to che contemporaneamente al passaggio del proconsole romano in Britannia
scoppiò una rivolta nelle Gallie indica qualcosa.
La Britannia, come già detto, forse ospitava una potente classe druidica
magari legata a riti ancestrali, ma certamente notevole. Tanto è vero che i dru-
idi galli (ma è solo Cesare a riferire ciò) dovevano andare nell’isola per ap-
profondire le proprie conoscenze. In ogni caso, dopo i tentativi di Tiberio di
cacciare quei sacerdoti definitivamente dalla Gallia, si comprese che l’influenza
druidica su quelle terre era giunta al termine. In proposito lo Jullian scrisse:
«Il est cependant probable que Tibère abolit au moins les sacrifice humains,
même de la part des indigènes, et les fit remplacer par des simulacres: ce sont
ces simulacres même que Claude aura proscrits»14. E fu Svetonio a parlare an-
cora, e in modo esplicito, dei druidi cacciati dalle Gallie, ma riferendosi però a
Claudio, l’imperatore cioè che avrebbe in tempi successivi intrapreso una cam-
pagna di conquista dell’isola di Britannia: «[Claudio] soppresse completamen-

12
  Strab., IV, 4, 3: “ἀριστοκρατικαὶ δ᾽ ἦσαν αἱ πλείους τῶν πολιτειῶν: ἕνα δ᾽ ἡγεμόνα ᾑροῦντο
κατ᾽ ἐνιαυτὸν τὸ παλαιόν, ὡς δ᾽ αὕτως εἰς πόλεμον εἷς ὑπὸ τοῦ πλήθους ἀπεδείκνυτο στρατηγός: νυνὶ
δὲ προσέχουσι τοῖς τῶν Ῥωμαίων προστάγμασι τὸ πλέον”. Trad. it. F. Trotta.
13
 L. Montecchio, Cesare in Britannia, in Studi sull’Oriente cristiano 22, 1(2018), 67-93.
14
  Jullian, Histoire, IV, 173, n. 3.

11
te in Gallia l’inumana e feroce religione dei Druidi che, ai tempi di Augusto,
era stata interdetta ai soli cittadini romani»15.
Appare in tutta la sua evidenza come le parole di Svetonio circa i sacrifi-
ci umani e quindi sulla Druidarum religionem apud Gallos dirae immanitatis
fossero un mero pretesto. La verità era che il druidismo veniva temuto e, so-
prattutto, era temuto l’insegnamento che esso poteva offrire alle giovani élites.
Furono, ai tempi della campagna di Gallia cesariana, proprio i druidi a orga-
nizzare non solo la difesa della loro terra, ma anche una teoria di insurrezioni
volte a indebolire il proconsole delle Gallie16.
La classe druidica gallica, intanto, pensava, come pare plausibile (ricordia-
mo che, in proposito, non si hanno delle prove documentarie), di aver trova-
to un approdo sicuro in Britannia, là dove i suoi esponenti avrebbero dovuto
trascorrere periodi di apprendistato. Dubitiamo che Claudio si possa essere
impegnato in una conquista militare assai ardua e in terre in cui le sue truppe
non sarebbero volute andare per timore dell’Oceano se non avesse anche avuto
come scopo quello di eliminare definitivamente il pericolo druidico. Di seguito
Zecchini nella versione iberica del suo studio: «Britannia era el centro sagrado
en el cual el druidismo se había mantenido en toda su pureza y en todo su
vigor»17.
Le fonti tacciono sui rapporti tra Roma e il druidismo della Britannia sino
all’anno 60 dell’era cristiana. Nondimeno la presenza di più regni nella compo-
sita situazione politica della Britannia pre-romana e il forte legame esistente
tra il mondo celtico continentale e quello insulare fanno supporre che anche le
monarchie delle tribù dei Britanni fossero sottomesse a quel potere religioso18.
Comunque, una volta conquistata anche la terra di Britannia il popolo
si dimostrò riottoso a quella che impropriamente possiamo chiamare ‘roma-
nizzazione’. D’altra parte, quando si parla di ‘romanizzazione’ si intende una
sorta di integrazione con il mondo romano del frutto più succoso della con-

15
  “Druidarum religionem apud Gallos dirae immanitatis et tantum civibus sub Augusto inter-
dictam penitus abolevit”, Suet., De vita Caesarum, V, 25, 13. Pomponio Mela in proposito parla di
un decreto di Tiberio e non di Claudio. Mela III, 18.
16
 L. Montecchio, Cesare in Britannia, in Studi sull’Oriente cristiano 22, 1 (2018), 67-
93. Nell’articolo si riprese quando detto nel Convegno internazionale Diritto romano e attualità,
(Novedrate 15-17 novembre 2015).
17
  Zecchini, Los druidas, 102.
18
  Sul tema inerente monarchia e religione nella Britannia pre-romana si consideri C. E. Ste-
vens, Britain between the Invasions, in W. F. Grimes (ed.), Aspects of Archeology in Britain and
beyond, London 1951, 332-344; Salway, Roman Britain (= P. Salway, Roman Britain, Oxford
1981), 40-61; B. Luiselli, Penetrazione di elementi culturali romani nella Britannia preromana,
in Romanobarbarica 1981/1982, 159-187.

12
quista imperiale, cioè le città. Lo stesso non poteva certo riguardare (e mai ri-
guarderà almeno in quell’isola) le campagne, dove rimasero sempre in auge gli
usi e le tradizioni antecedenti all’avvento di Roma. Inoltre quella terra appena
(ma non completamente) assoggettata era un’isola sita al confine settentrionale
di un impero vastissimo. Un’isola che nel secolo III vedrà tentativi anche riu-
sciti di secessione da Roma, dapprima con Postumo, poi con Carausio19. Sia
Postumo che Carausio ebbero certamente dalla loro parte la nobiltà britanno
romana e probabilmente anche ciò che restava dell’elemento druidico. Si trat-
tava di personaggi sempre diffidenti nei confronti di stranieri in terra propria.
Alcuni di quei sacerdoti, presenti nelle zone rurali, quelle cioè meno controlla-
te dal governo imperiale, preferivano senz’altro un ribelle di Roma al governo
romano. Un qualsivoglia ribelle, infatti, avrebbe dovuto a molti il suo potere
e, quindi, sarebbe stato più debole e maggiormente controllabile. Con il passar
del tempo a lui si sarebbero potute fare richieste che all’Urbe mai si sarebbe-
ro potute presentare. Per esempio, i druidi potevano chiedere che quel culto
non venisse ulteriormente osteggiato, almeno sin dal periodo immediatamente
successivo alla conquista di Claudio. E qualcosa successe se sia Postumo sia
Carausio poterono gestire il potere così a lungo senza grandi preoccupazioni
in politica interna.
La Britannia, per quanto fosse terra di frontiera, aveva dovuto accettare
di sottomettersi al dominio romano. Nondimeno i Britanni, almeno stando a
Tacito, continuarono a lungo a ricordarsi il senso di libertà, della loro libertà.
Lo storico dichiara di aver sentito Agricola esprimersi sulla necessità di con-
quistare anche l’Irlanda proprio per indurre i Britanni a sottostare all’aquila
imperiale perché circondati dalle legioni di Roma:

Spesso ho sentito Agricola affermare che l’Ibernia si poteva sconfiggere e tene-


re sottomessa con una sola legione e con pochi ausiliari, e che questo avrebbe
favorito anche la lotta contro la Britannia; armi romane ovunque avrebbe sot-
tratto alla vista del popolo l’immagine della libertà20.

Le parole di Tacito rivelano una notevole sympatheia nei confronti del


popolo britannico dovuta soprattutto al suo trascorso di intellettuale «appena

19
  Montecchio, ‘Imperium Galliarum’ [= L. Montecchio, ‘Imperium Galliarum e pri-
ma fase della bacauda: conflitti sociali e politica ufficiale’, in L. Montecchio (a cura di), Tensioni
sociali nella Tarda antichità nelle province occidentali dell'Impero romano, (Roma 29 novembre
2013), 57-84, Perugia 2015], in particolare si vedano 75-79.
20
  ‘Saepe ex eo audivi legione una et modicis auxiliis debellari obtinerique Hiberniam posse;
idque etiam adversus Britanniam profuturum, si Romana ubique arma et velut e conspectu libertas
tolleretur ’, Tacito, Agricola, 24.

13
uscito dall’amara esperienza del giogo domizianeo»21. In ogni modo, si pos-
sono senz’altro distinguere affinità di carattere tra Britanni e Galli. Pertanto il
desiderio di libertà degli abitanti della Britannia non fu mai sopito, nemmeno
sotto il dominio imperiale. Non casuale fu dunque l’entusiasmo con cui la no-
biltà isolana accolse l’azione di Postumo che diede vita all’epopea dell’imperium
Galliarum. Celebre la citazione riportata da Mazzarino di tale Eusebios, auto-
re coevo a Postumo, che avrebbe visto quella ribellione proprio contro Roma,
e non già solo contro Gallieno22. Forse anche i Britanni anelavano all’
di cui parla Zosimo, riferendosi ai Gallo-Romani, e che corrispon-
derebbe ad una sorta di ‘stato nazionale’23.

Druidi, solo sacerdoti o anche sacerdotesse?

Se la classe druidica fu sempre sullo sfondo della storia celtica ci si deve


anche porre un ulteriore problema di non poco conto. Non si sa, infatti, con
certezza se il rito fosse gestito esclusivamente da sacerdoti o anche da sacerdo-
tesse.
Si parta, all’uopo, dalle parole di Tacito in occasione della rivolta di Bu-
dicca (60-61)24:

Sulla riva stava all’erta, l’esercito nemico, denso d’armi e di uomini, mentre at-
traverso le file correvano le donne che, simili a furie, vestite a lutto e scarmi-
gliate, agitavano fiaccole: attorno ad esse, i Druidi con le mani levate al cielo,
scagliavano tremende maledizioni e con lo strano spettacolo impressionarono
a tal punto i nostri soldati che, come avessero le membra paralizzate, offriva-
no il corpo alle ferite senza un movimento. Poi, incoraggiati dal comandante e
incitandosi l’un l’altro, a non lasciarsi atterrire da una folla di donne invasate,
passano all’attacco, abbattono quelli che si fanno loro incontro e li avvolgono

21
 B. Luiselli, Storia culturale dei rapporti tra mondo romano e mondo germanico, Roma
1992, 256.
22
 S. Mazzarino, Il basso impero. Antico, tardoantico ed èra costantiniana, II, Bari 2003,
182-183.
23
  Zos. VI 5, 3.
24
  Su Budicca si considerino i seguenti contributi: B. Riposati, Profili di donne nella sto-
ria di Tacito, in Aevum 45(1971), 25-45; I. Andrews, Boudicca’s Revolt. London 1972; J. M.
Scott, Boadicea, London 1975; G. Webster, Boudica. The British Revolt against Rome A.D.
60, London 19782; M. Roberts, The Revolt of Boudicca (Tacitus Annals 14.29-39) and the as-
sertion of Libertas in Neronian Rome, in American journal of philology 109(1988), 118-32; A.
Fraser, Boadicea’s Chariot. The Warrior Queens, London 1988; J. Mikalachki, The legacy of
Boadicea. Gender and Nation in early modern England, London 1998; P. Sealey, The Boudican
Revolt Against Rome, Oxford 2004; J. Waite, Boudica’s Last Stand: Britain’s Revolt Against Rome
AD60-61, Gloucestershire 2011.

14
nelle loro stesse fiamme. In seguito fu posta una guarnigione presso i vinti e
furono abbattuti i boschi, consacrati alle loro selvagge superstizioni: tra l’altro
ritenevano un sacro dovere cospargere gli altari con il sangue dei prigionieri e
consultare gli dei spiando nelle viscere umane. Mentre era impegnato in questa
impresa, Svetonio venne a sapere che la provincia s’era d’improvviso sollevata25.

Il punto della traduzione testé letta è che il termine druidae è di for-


ma femminile, il genere però, almeno comunemente, è maschile (d’altronde,
come abbiamo precedentemente argomentato, la parola latina viene dal greco
che si ritrova negli autori tardi come anche in Strabone) ma, espresso
dopo la descrizione delle feminis, in modum Furiarum veste ferali, crinibus di-
siectis faces praeferebant, potrebbe dare adito a interpretazioni differenti26.
Ma anche l’atteggiamento delle donne, in preda quasi ad una esaltazione
estatica, suggerisce che forse fossero loro, de facto, a guidare gli armati britanni
contro i Romani. Certamente erano loro a spingere i propri uomini al com-
battimento e financo alla morte, qualora fosse stato necessario, in nome della
libertà da mantenere. Qualcosa di simile era avvenuto nelle Gallie. Dunque
nulla di nuovo, nulla che i soldati romani non avessero visto nel corso della
loro esperienza. Qui, nondimeno, si deve procedere nella lettura di Tacito per
andare più a fondo. Lo storico nativo della Gallia Narbonense, infatti, nell’A-
gricola così parla di quella regina britanna:

Istigatisi a vicenda con questi argomenti e con altri simili, sotto il comando
di Budicca, donna di stirpe regia (essi, infatti, nel conferimento del supremo
potere non badano al sesso), presero tutti quanti le armi e dopo aver inseguiti
i soldati sparsi per le fortificazioni ed espugnati i presidi, assalirono la stessa
colonia, come sede del dominio che li opprimeva, e, vincitori irati, non trala-
sciarono alcuna specie di crudeltà, di quelle che sono conformi alla natura dei
barbari27.

25
  Tac., Annales, XIV, 30: “Stabat pro litore diversa acies, densa armis virisque, intercursanti-
bus feminis, [quae] in modum Furiarum veste ferali, crinibus disiectis faces praeferebant; Druidaeque
circum, preces diras sublatis ad caelum manibus fundentes, novitate adspectus perculere militem, ut
quasi haerentibus membris immobile corpus vulneribus praeberent. dein cohortationibus ducis et se
ipsi stimulantes, ne muliebre et fanaticum agmen pavescerent, inferunt signa sternuntque obvios et
igni suo involvunt. praesidium posthac impositum victis excisique luci saevis superstitionibus sacri:
nam cruore captivo adolere aras et hominum fibris consulere deos fas habebant. haec agenti Suetonio
repentina defectio provinciae nuntiatur”. Trad. it. L. Pighetti.
26
  In Cicerone, Pomponio Mela, Plinio, Lucano e Svetonio tale termine è femminile. Al con-
trario in Cesare il medesimo termine ha la forma maschile: druis (nominativo singolare), druides
(nominativo plurale). Guyonvarc’h-Le Roux, Les Druides, 425.
27
 “His atque talibus in vicem instincti, Boudicca generis regii femina duce (neque enim sexum
in imperiis discernunt) sumpsere universi bellum; ac sparsos per castella milites consectati, expugnatis

15
Come nel primo brano tratto dagli Annales lo storico evidenzia intanto
che il popolo dei Britanni non aveva nessun problema nell’accettare che una
donna detenesse il potere supremo e che la medesima donna, in particolare,
fosse di stirpe reale. I suoi sottoposti odiavano l’atteggiamento che i Romani
avevano mostrato nei loro confronti al punto da divenire essi stessi crudeli,
seguendo la natura barbara.
Tacito stava parlando, in occasione della rivolta di Budicca, capo di una
tribù britanna, di una donna nella fattispecie. I soldati erano circondati da
donne in preda a una sorta di estasi, quasi avessero ricorso a una qualche droga.
E proprio quelle donne erano pronte a incoraggiare con virulenza i soldati af-
finché attaccassero e sconfiggessero i Romani. A ben vedere, sempre da Tacito
si evince che per i Britanni non fosse insolito essere guidati anche in battaglia
da una donna: «Budicca, tenendo le figlie avanti a sé su un carro, passava in
rassegna le varie tribù: non era insolito -ricordava- per i Britanni combattere
sotto la guida di una donna»28.
Stando il forte legame ideale e culturale del mondo celtico, il fatto che
una donna in armi si mettesse alla testa di un esercito contro gli invasori in
Britannia potrebbe essere messo sullo stesso piano di un Vercingetorige che
aveva guidato il popolo celtico contro Roma un secolo prima. Sempre un se-
colo prima, almeno stando a Cesare, fu importante il ruolo delle donne gal-
liche che, in taluni casi come durante l’assedio di Gergovia, non esitarono a
sporgersi dalle mura della città con il petto nudo per scongiurare i Romani a
risparmiarle29.
Vediamo adesso come Cassio Dione descrive il ruolo avuto da Budicca
nella rivolta contro l’invasore romano:

praesidiis ipsam coloniam invasere ut sedem servitutis, nec ullum in barbaris [ingeniis] saevitiae ge-
nus omisit ira et victoria”. Tac., Agricola, 16. Trad. it. B. Ceva.
28
  Di seguito il brano di Tacito: “Boudicca curru filias prae se vehens, ut quamque nationem
accesserat, solitum quidem Britannis feminarum ductu bellare testabatur, sed tunc non ut tantis ma-
ioribus ortam regnum et opes, verum ut unam e vulgo libertatem amissam, confectum verberibus cor-
pus, contrectatam filiarum pudicitiam ulcisci. eo provectas Romanorum cupidines, ut non corpora, ne
senectam quidem aut virginitatem impollutam relinquant. adesse tamen deos iustae vindictae; ceci-
disse legionem, quae proelium ausa sit; ceteros castris occultari aut fugam circumspicere. ne strepitum
quidem clamorem tot milium, nedum impetus et manus perlaturos. si copias armatorum, si causas
belli secum expenderent, vincendum illa acie vel cadendum esse. id mulieri destinatum: viverent viri
et servirent”. Tac., Annales, XIV, 35.
29
  Caes., Bell. Gall., VII, 47: “Matres familiae de muro vestem argentumque iactabant et pec-
tore nudo prominentes passis manibus Romanos obtestabantur ut sibi parcerent, neu sicut Avarici
fecissent, ne a mulieribus quidem atque infantibus abstinerent”.

16
Ma la persona che contribuì di più ad accendere gli animi e a convincerli a
muovere guerra contro i Romani, ovvero colei che venne reputata degna di
assumere la loro guida e che capeggiò l’intera guerra, fu Budicca, una donna
britannica di stirpe regia che possedeva un’intelligenza superiore a quella che
hanno comunemente le donne30.

L’ammirazione dello storico è evidente (così come appare evidente il fatto


che egli non ami particolarmente la figura di Nerone), tanto è vero che egli si
dilunga in una descrizione esaustiva della regina britanna che viene vista quasi
fosse una sorta di virago pronta a guidare i suoi in battaglia contro i soldati
romani:

Costei riunì la sua armata, la quale contava circa centoventimila soldati, e salì
su di una tribuna fatta di terra sullo stile di quelle romane. Era di statura piut-
tosto alta, terribile di aspetto, dallo sguardo penetrante e dalla voce aspra; una
foltissima e biondissima chioma le fluiva fino in fondo alla schiena, e al collo
portava una grossa collana d’oro. Indossava una tunica variegata, sulla quale era
affibbiato uno spesso mantello. Questo era il modo con cui si vestiva sempre,
ma nell’occasione a cui ci riferiamo aveva brandito anche una spada, con la qua-
le incuteva soggezione in tutti, e tenne questo discorso31.

Qualcosa di estremamente forte è il discorso della regina britanna rivolto


alle sue truppe di cui Cassio Dione presenta una ricostruzione. È un discorso
certamente da comandante in capo, ma anche da guida spirituale di un popolo
che tentava disperatamente di difendersi da un aggressore particolarmente for-
te. Ed è qui che si può leggere altro e cioè il fatto che Budicca, certamente una
regina, potesse anche essere accostata ad un druida:

Basandovi sulla recente esperienza avete imparato quanta differenza ci sia tra la
libertà e la servitù: perciò, seppure in precedenza qualcuno di voi per ignoran-
za di ciò che è meglio sia stato tratto in inganno dalle allettanti promesse dei
Romani, ora, dopo aver provato ambedue le cose, da un lato vi siete resi conto
dell’enormità dell’errore che avete commesso nel momento in cui avete prefe-

30
  Dio. Cass., LXII, 2, 2: “ἡ δὲ μάλιστα αὐτοὺς ἐρεθίσασα καὶ ἐναντία Ῥωμαίων πολεμεῖν
ἀναπείσασα, τῆς τε προστατείας αὐτῶν ἀξιωθεῖσα καὶ τοῦ πολέμου παντὸς στρατηγήσασα, Βουδουῖκα
ἦν, γυνὴ Βρεττανὶς γένους τοῦ βασιλείου, μεῖζον ἢ κατὰ γυναῖκα φρόνημα ἔχουσα”. Trad. it. A. Stroppa.
31
  Dio. Cass., LXII, 2, 3-4: “αὕτη γὰρ συνήγαγέ τε τὸ στράτευμα ἀμφὶ δώδεκα μυριάδας ὄν,
καὶ ἀνέβη ἐπὶ βῆμα ἐξ ἐδάφους ἐς τὸν Ῥωμαϊκὸν τρόπον πεποιημένον. ἦν δὲ καὶ τὸ σῶμα μεγίστη καὶ
τὸ εἶδος βλοσυρωτάτη τό τε βλέμμα δριμυτάτη, καὶ τὸ φθέγμα τραχὺ εἶχε, τήν τε κόμην πλείστην τε
καὶ ξανθοτάτην οὖσαν μέχρι τῶν γλουτῶν καθεῖτο, καὶ στρεπτὸν μέγαν χρυσοῦν ἐφόρει, χιτῶνά τε
παμποίκιλον ἐνεκεκόλπωτο, καὶ χλαμύδα ἐπ᾽ αὐτῷ παχεῖαν ἐνεπεπόρπητο. οὕτω μὲν ἀεὶ ἐνεσκευάζετο:
τότε δὲ καὶ λόγχην λαβοῦσα, ὥστε καὶ ἐκ τούτου πάντας ἐκπλήττειν, ἔλεξεν ὧδε”. Trad. it. A. Stroppa.

17
rito un dominio attirato dall’esterno all’antica vostra condizione, e, dall’altro,
avete maturato la consapevolezza di quanto una povertà priva di padroni sia
preferibile ad una ricchezza costretta a servire. Il trattamento più umiliante e
la condizione più dolorosa non le abbiamo forse sofferte proprio a partire dal
momento in cui i Romani hanno messo gli occhi sulla Britannia? Non siamo
forse stati interamente privati della maggior parte dei nostri possedimenti, tra
l’altro quelli più considerevoli, mentre di quelli che ci hanno lasciato paghiamo
pure le tasse? Oltre a pascolare e a coltivare a loro beneficio tutto il resto del
nostro territorio, non versiamo forse un tributo annuale sulle persone fisiche?
Quanto meglio sarebbe stato, allora, essere stati venduti a dei padroni una volta
per tutte piuttosto che riscattarci annualmente con titoli fittizi che attestano
la condizione di libertà! Quanto meglio sarebbe stato essere trucidati e andare
alla malora piuttosto che sopravvivere con tasse che gravano sulle nostre teste!
Ebbene, perché ho detto tutto ciò? Perché presso di loro neppure la morte è
esente da una forma di tassazione, e sapete bene quante imposte paghiamo per-
sino sui morti: presso le altre genti la morte affranca anche coloro che sono
schiavi di altri, mentre presso i Romani, e solo presso di loro, i morti addirittu-
ra rimangono in vita per contribuire ai loro guadagni. Perché allora ci troviamo
in questa condizione in cui, sebbene nessuno di noi abbia del denaro - e come
potremmo averlo o dove potremmo reperirlo? -, veniamo comunque vessati e
depredati come se fossimo le vittime di un assassinio? Perché mai con il pas-
sare del tempo i Romani dovrebbero ricorrere ad una politica più moderata,
dato che questo è stato il loro atteggiamento nei nostri riguardi sin dal primo
momento, quando poi tutti mostrano una certa considerazione persino per le
bestie che hanno appena catturato?
Tra l’altro, a dire il vero, i responsabili di tutti questi mali siamo proprio noi,
che innanzitutto abbiamo permesso loro di sbarcare sull’isola invece di cacciarli
immediatamente, esattamente come avevamo fatto con il celebre Giulio Cesare,
sì, proprio noi che non tentammo neppure di rendere loro insidiosa la naviga-
zione quando ancora si trovavano lontano, come facemmo con Augusto e Gaio
Caligola. Proprio perciò, sebbene abitiamo su di un’isola così estesa - che in
realtà è piuttosto una specie di continente circondato dalle acque -, e sebbene
possediamo una terra abitata che ci appartiene, con un oceano che ci separa
così tanto dalle altre comunità umane che la credenza comune ci considera abi-
tanti di un’altra terra che sta sotto un altro cielo e a tal punto che alcuni del
mondo continentale, persino i più sapienti, prima non conoscevano neppure il
nostro nome, ebbene, nonostante tutto ciò, veniamo disprezzati e calpestati da
uomini che non sanno fare altro che depredare. Tuttavia, seppure non abbia-
mo agito prima, facciamolo ora, miei compagni, amici, parenti (vi ritengo tutti
miei parenti in quanto abitanti di una sola isola e perché accumunati da un
solo nome), facciamo cioè il nostro dovere fintanto che ci ricordiamo che cosa
sia la libertà, affinché lasciamo ai nostri figli non solo il nome, ma anche una

18
traccia concreta di essa. Se infatti dovessimo dimenticarci completamente della
condizione di felicità in cui siamo cresciuti, cosa faranno allora i nostri figli una
volta che saranno cresciuti nella schiavitù?
Vi rivolgo questo discorso non per indurvi ad avere in odio la situazione pre-
sente (giacché già l’avete in odio), né a temere il futuro (di cui per altro avete
paura), ma per lodarvi del fatto che di vostra spontanea volontà state sceglien-
do tutto quello che è necessario e per ringraziarvi del fatto che state collabo-
rando con me e tra di voi. Non abbiate la benché minima paura dei Romani:
essi, infatti, non sono né più numerosi né più valorosi di quanto non lo siate
voi. Lo dimostra il fatto che voi non vi siete mai protetti con elmi, con corazze
e con schinieri, né vi siete mai muniti con palizzate o con fossati per non dover
subire delle incursioni da parte dei nemici. Questo è il modo di combattere
che adottano a causa delle loro paure, piuttosto che passare prontamente all’a-
zione come facciamo noi. Noi, infatti, disponiamo di abbastanza coraggio per
ritenere i nostri accampamenti più sicuri delle loro mura e i nostri scudi più
protettivi del loro intero equipaggiamento militare. Di conseguenza, quando
risultiamo vincitori li catturiamo, mentre quando veniamo sopraffatti sfug-
giamo alla loro aggressione, e anche quando decidiamo di ritirarci da qualche
parte scompariamo tra meandri di paludi e di alture tali per cui non possiamo
essere scoperti né raggiunti. I Romani, invece, a causa del peso dell’armamento
non sono in grado né di incalzare il nemico da vicino né di darsi alla fuga, e
anche quando tentano di riparare da qualche parte, in ogni caso si avventurano
in luoghi a noi noti, in cui si rinchiudono in trappole. Tuttavia questi non sono
gli unici aspetti in cui emerge la loro inferiorità rispetto a noi, ma ve ne sono
anche altri: per esempio, non sono in grado di sopportare come noi la fame,
la sete, il freddo e il caldo; essi hanno bisogno di ripari e di coperture, di pane
lievitato, di vino e di olio, e quando anche uno di questi approvvigionamenti
viene a mancare, periscono; per noi, invece, ogni erba e ogni radice costituisce
il nostro pane, ogni succo il nostro olio, ogni acqua il nostro vino, ogni albero
la nostra casa. Senza togliere il fatto che questi territori ci sono familiari e alle-
ati, mentre per loro sono sconosciuti ed ostili; inoltre, noi attraversiamo i fiumi
anche nudi, mentre loro non riescono a guadarli facilmente neppure servendosi
di imbarcazioni. Andiamo, dunque, contro di loro, confidando arditamente in
una sorte propizia. Dimostriamo loro che non sono altro delle lepri e delle vol-
pi che tentano di dominare su dei cani e dei lupi»32.

  Dio. Cass., LXII, 3-5: “πέπεισθε μὲν τοῖς ἔργοις αὐτοῖς ὅσον ἐλευθερία τῆς δουλείας διαφέρει,
32

ὥστ᾽ εἰ καὶ πρότερόν τις ὑμῶν ὑπὸ τῆς τοῦ κρείττονος ἀπειρίας ἐπαγωγοῖς ἐπαγγέλμασι τῶν Ῥωμαίων
ἠπάτητο, ἀλλὰ νῦν γε ἑκατέρου πεπειραμένοι μεμαθήκατε μὲν ὅσον ἡμαρτήκατε δεσποτείαν ἐπισπαστὸν
πρὸ τῆς πατρίου διαίτης προτιμήσαντες, ἐγνώκατε δὲ ὅσῳ καὶ πενία ἀδέσποτος πλούτου δουλεύοντος
προφέρει. τί μὲν γὰρ οὐ τῶν αἰσχίστων, τί δ᾽ οὐ τῶν ἀλγίστων, ἐξ οὗπερ ἐς τὴν Βρεττανίαν οὗτοι
παρέκυψαν, πεπόνθαμεν; οὐ τῶν μὲν πλείστων καὶ μεγίστων κτημάτων ὅλων ἐστερήμεθα,τῶν δὲ λοιπῶν
τέλη καταβάλλομεν; οὐ πρὸς τῷ τἆλλα πάντα καὶ νέμειν καὶ γεωργεῖν ἐκείνοις, καὶ τῶν σωμάτων

19
Budicca dimostra di essere certamente la guida politica del suo popolo ma
è forse anche una guida spirituale perché fa cenno a temi filosofici, caratteristici
di persone sapienti non già soltanto di politici. Si pensi alle seguenti parole di
quella regina: ἂν γὰρ ἡμεῖς τῆς συντρόφου εὐδαιμονίας παντελῶς ἐκλαθώμεθα.
Sono parole degne di un druida più che di un semplice sovrano. Final-
mente l’invocazione alla divinità che rende quella rivolta sacra.

αὐτῶν δασμὸν ἐτήσιον φέρομεν; καὶ πόσῳ κρεῖττον ἦν ἅπαξ τισὶ πεπρᾶσθαι μᾶλλον ἢ μετὰ κενῶν
ἐλευθερίας ὀνομάτων κατ᾽ ἔτος λυτροῦσθαι; πόσῳ δὲ ἐσφάχθαι καὶ ἀπολωλέναι μᾶλλον ἢ κεφαλὰς
ὑποτελεῖς περιφέρειν; καίτοι τί τοῦτο εἶπον; οὐδὲ γὰρ τὸ τελευτῆσαι παρ᾽ αὐτοῖς ἀζήμιόν ἐστιν, ἀλλ᾽
ἴστε ὅσον καὶ ὑπὲρ τῶν νεκρῶν τελοῦμεν: παρὰ μὲν γὰρ τοῖς ἄλλοις ἀνθρώποις καὶ τοὺς δουλεύοντάς
τισιν ὁ θάνατος ἐλευθεροῖ, Ῥωμαίοις δὲ δὴ μόνοις καὶ οἱ νεκροὶ ζῶσι πρὸς τὰ λήμματα. τί δ᾽ ὅτι, κἂν μὴ
ἔχῃ τις ἡμῶν ἀργύριον ῾πῶς γὰρ ἢ πόθεν᾽, ἀποδυόμεθα καὶ σκυλευόμεθα ὥσπερ οἱ φονευόμενοι; τί δ᾽
ἂν προϊόντος τοῦ χρόνου μετριάσαιεν, οὕτως ἡμῖν κατὰ τὴν πρώτην εὐθύς, ὅτε πάντες καὶ τὰ θηρία τὰ
νεάλωτα θεραπεύουσι, προσενηνεγμένοι;
ἡμεῖς δὲ δὴ πάντων τῶν κακῶν τούτων αἴτιοι, ὥς γε τἀληθὲς εἰπεῖν, γεγόναμεν, οἵτινες αὐτοῖς
ἐπιβῆναι τὴν ἀρχὴν τῆς νήσου ἐπετρέψαμεν, καὶ οὐ παραχρῆμα αὐτούς, ὥσπερ καὶ τὸν Καίσαρα τὸν
Ἰούλιον ἐκεῖνον, ἐξηλάσαμεν: οἵτινες οὐ πόρρωθέν σφισιν, ὥσπερ καὶ τῷ Αὐγούστῳ καὶ τῷ Γαΐῳ τῷ
Καλιγόλᾳ, φοβερὸν τὸ καὶ πειρᾶσαι τὸν πλοῦν ἐποιήσαμεν. τοιγαροῦν νῆσον τηλικαύτην, μᾶλλον
δὲ ἤπειρον τρόπον τινὰ περίρρυτον νεμόμενοι καὶ ἰδίαν οἰκουμένην ἔχοντες, καὶ τοσοῦτον ὑπὸ τοῦ
ὠκεανοῦ ἀφ᾽ ἁπάντων τῶν ἄλλων ἀνθρώπων ἀφωρισμένοι ὥστε καὶ γῆν ἄλλην καὶ οὐρανὸν ἄλλον
οἰκεῖν πεπιστεῦσθαι καί τινας αὐτῶν καὶ τοὺς σοφωτάτους γε μηδὲ τὸ ὄνομα ἡμῶν ἀκριβῶς πρότερον
ἐγνωκέναι, κατεφρονήθημεν καὶ κατεπατήθημεν ὑπ᾽ ἀνθρώπων μηδὲν ἄλλο ἢ πλεονεκτεῖν εἰδότων.
ἀλλ᾽ εἰ καὶ μὴ πρότερον, νῦν ἔτι, ὦ πολῖται καὶ φίλοι καὶ συγγενεῖς ῾πάντας γὰρ ὑμᾶς συγγενεῖς, ἅτε
καὶ μιᾶς νήσου οἰκήτορας ὄντας καὶ ἓν ὄνομα κοινὸν κεκλημένους,νομίζὠ, τὰ προσήκοντα πράξωμεν,
ἕως ἔτι τῆς ἐλευθερίας μνημονεύομεν, ἵνα καὶ τὸ πρόσρημα καὶ τὸ ἔργον αὐτῆς τοῖς παισὶ καταλίπωμεν.
ἂν γὰρ ἡμεῖς τῆς συντρόφου εὐδαιμονίας παντελῶς ἐκλαθώμεθα, τί ποτε ἐκεῖνοι ποιήσουσιν ἐν δουλείᾳ
τραφέντες; λέγω δὲ ταῦτα οὐχ ἵνα μισήσητε τὰ παρόντα ῾μεμισήκατε γάρ᾽, οὐδ᾽ ἵνα φοβηθῆτε τὰ
μέλλοντα ῾πεφόβησθε γάρ᾽, ἀλλ᾽ ἵνα ἐπαινέσω τε ὑμᾶς ὅτι καὶ καθ᾽ ἑαυτοὺς πάνθ᾽ ὅσα δεῖ προαιρεῖσθε,
καὶ χάριν ὑμῖν γνῶ ὅτι καὶ ἐμοὶ καὶ ἑαυτοῖς ἑτοίμως συναίρεσθε. φοβεῖσθε δὲ μηδαμῶς τοὺς Ῥωμαίους:
οὔτε γὰρ πλείους ἡμῶν εἰσιν οὔτ᾽ ἀνδρειότεροι. τεκμήριον δὲ ὅτι καὶ κράνεσι καὶ θώραξι καὶ κνημῖσιν
ἐσκέπασθε καὶ προσέτι καὶ σταυρώμασι καὶ τείχεσι καὶ τάφροις ἐσκεύασθε πρὸς τὸ μήτι πάσχειν ἐξ
ἐπιδρομῆς τῶν πολεμίων. τοῦτο γὰρ αἱροῦνται μᾶλλον ὑπὸ τῶν φόβων ἢ τὸ καὶ δρᾶσαί τι προχείρως
ὥσπερ ἡμεῖς. τοσαύτῃ γὰρ περιουσίᾳ ἀνδρίας χρώμεθα ὥστε καὶ τὰς σκηνὰς ἀσφαλεστέρας τῶν τειχῶν
καὶ τὰς ἀσπίδας πολυαρκεστέρας τῆς ἐκείνων πανοπλίας νομίζειν. ἐξ οὗπερ ἡμεῖς μὲν καὶ κρατοῦντες
αἱροῦμεν αὐτοὺς καὶ βιασθέντες ἐκφεύγομεν, κἂν ἄρα καὶ ἀναχωρῆσαί ποι προελώμεθα, ἐς τοιαῦτα
ἕλη καὶ ὄρη καταδυόμεθα ὥστε μήτε εὑρεθῆναι μήτε ληφθῆναι: ἐκεῖνοι δὲ οὔτε διῶξαί τινα ὑπὸ τοῦ
βάρους οὔτε φυγεῖν δύνανται, κἂν ἄρα καὶ ἐκδράμωσί ποτε, ἔς τε χωρία ἀποδεδειγμένα καταφεύγουσι,
κἀνταῦθα ὥσπερ ἐς γαλεάγρας κατακλείονται. ἔν τε οὖν τούτοις παρὰ πολὺ ἡμῶν ἐλαττοῦνται, καὶ
ἐν ἐκείνοις, ὅτι οὔτε λιμὸν οὔτε δίψος, οὐ ψῦχος οὐ καῦμα ὑποφέρουσιν ὥσπερ ἡμεῖς, ἀλλ᾽ οἱ μὲν καὶ
σκιᾶς καὶ σκέπης σίτου τε μεμαγμένου καὶ οἴνου καὶ ἐλαίου δέονται, κἂν ἄρα τι τούτων αὐτοὺς ἐπιλίπῃ
διαφθείρονται, ἡμῖν δὲ δὴ πᾶσα μὲν πόα καὶ ῥίζα σῖτός ἐστι, πᾶς δὲ χυμὸς ἔλαιον, πᾶν δὲ ὕδωρ οἶνος, πᾶν
δὲ δένδρον οἰκία. καὶ μὴν καὶ τὰ χωρία ταῦτα ἡμῖν μὲν συνήθη καὶ σύμμαχα, ἐκείνοις δὲ δὴ καὶ ἄγνωστα
καὶ πολέμια: καὶ τοὺς ποταμοὺς ἡμεῖς μὲν γυμνοὶ διανέομεν, ἐκεῖνοι δὲ οὐδὲ πλοίοις ῥᾳδίως περαιοῦνται.
ἀλλ᾽ ἴωμεν ἐπ᾽ αὐτοὺς ἀγαθῇ τύχῃ θαρροῦντες. δείξωμεν αὐτοῖς ὅτι λαγωοὶ καὶ ἀλώπεκες ὄντες κυνῶν
καὶ λύκων ἄρχειν ἐπιχειροῦσιν”. Trad. it. A. Stroppa.

20
Ti rendo grazie, Andraste, e ti invoco anche da donna a donna, io che non go-
verno come Nicotri su degli Egizi abituati a portare dei carichi, né su dei com-
mercianti assiri come Semiramide (tutti questi insegnamenti, peraltro, li abbia-
mo appresi dai Romani!). Non governo neppure sui Romani stessi, come a suo
tempo fece Messalina e ora Agrippina con Nerone (il quale porta un nome
da uomo, ma in realtà è una donna, come dimostra non solo la sua passione
per il canto e per la musica, ma anche l’abitudine d’imbellettarsi): regno invece
su uomini britanni, che non sanno né lavorare la terra né produrre manufatti,
ma che conoscono a fondo l’arte della guerra e che tengono tutto in comune,
anche i bambini e le donne, le quali proprio per questa ragione possiedono lo
stesso valore dei maschi. Pertanto come regina di tali uomini e di tali donne
invoco te e ti chiedo la vittoria, la salvezza e la libertà contro uomini insolenti,
iniqui, avidi ed empi-sempre che si debbano chiamare uomini della gente che si
lava nell’acqua calda, che si ciba di vivande preparate, che beve vino puro, che si
cosparge di unguento profumato, che si corica su giacigli e riposa in compagnia
di fanciullini, peraltro in un’età che non si addice a questo, e che è poi schiava
di un suonatore di cetra, e per di più malvagio. Ebbene, che questa Domizia
Nerona non regni più né su di me né su di voi, ma eserciti col canto il suo
dominio sui Romani (i quali meritano di servire una tale donna, dato che ne
hanno tollerato la tirannide per così lungo tempo), mentre per quanto riguarda
noi, sii tu, per sempre, o signora, la nostra unica guida33.

Il discorso di Budicca sarà ancora lungo, ma la sostanza fu che i Britanni,


sotto la sua guida, e anche grazie al fatto che i Romani erano impegnati nella
conquista di Mona (odierna Anglesey), isola che era uno dei centri druidici
più importanti di tutta la Britannia, conquistarono Londinium e Verulamium
(odierna St. Albans), facendo strage di Romani. Se per Tacito i morti tra gli

33
  Dio. Cass., LXII, 6: “χάριν τέ σοι ἔχω, ὦ Ἀνδράστη, καὶ προσεπικαλοῦμαί σε γυνὴ γυναῖκα,
οὐκ Αἰγυπτίων ἀχθοφόρων ἄρχουσα ὡς Νίτωκρις, οὐδ᾽ Ἀσσυρίων τῶν ἐμπόρων ὡς Σεμίραμις (καὶ γὰρ
ταῦτ᾽ ἤδη παρὰ τῶν Ῥωμαίων μεμαθήκαμεν), οὐ μὴν οὐδὲ Ῥωμαίων αὐτῶν ὡς πρότερον μὲν Μεσσαλῖνα
ἔπειτ’ Ἀγριππῖνα νῦν δὲ καὶ Νέρων ῾ὄνομα μὲν γὰρ ἀνδρὸς ἔχει, ἔργῳ δὲ γυνή ἐστι: σημεῖον δέ, ᾄδει καὶ
κιθαρίζει καὶ καλλωπίζεταἰ, ἀλλὰ ἀνδρῶν Βρεττανῶν, γεωργεῖν μὲν ἢ δημιουργεῖν οὐκ εἰδότων, πολεμεῖν
δὲ ἀκριβῶς μεμαθηκότων, καὶ τά τε ἄλλα πάντα κοινὰ καὶ παῖδας καὶ γυναῖκας κοινὰς νομιζόντων, καὶ
διὰ τοῦτο καὶ ἐκείνων τὴν αὐτὴν τοῖς ἄρρεσιν ἀρετὴν ἐχουσῶν. τοιούτων οὖν ἀνδρῶν καὶ τοιούτων
γυναικῶν βασιλεύουσα προσεύχομαί τέ σοι καὶ αἰτῶ νίκην καὶ σωτηρίαν καὶ ἐλευθερίαν κατ᾽ ἀνδρῶν
ὑβριστῶν ἀδίκων ἀπλήστων ἀνοσίων, εἴ γε καὶ ἄνδρας χρὴ καλεῖν ἀνθρώπους ὕδατι θερμῷ λουμένους,
ὄψα σκευαστὰ ἐσθίοντας, οἶνον ἄκρατον πίνοντας, μύρῳ ἀλειφομένους, μαλθακῶς κοιμωμένους, μετὰ
μειρακίων, καὶ τούτων ἐξώρων, καθεύδοντας, κιθαρῳδῷ, καὶ τούτῳ κακῷ, δουλεύοντας. μὴ γάρ τοι μήτ᾽
ἐμοῦ μήθ᾽ ὑμῶν ἔτι βασιλεύσειεν ἡ Νερωνὶς ἡ Δομιτία, ἀλλ᾽ ἐκείνη μὲν Ῥωμαίων ᾄδουσα δεσποζέτω
(καὶ γὰρ ἄξιοι τοιαύτῃ γυναικὶ δουλεύειν, ἧς τοσοῦτον ἤδη χρόνον ἀνέχονται τυραννούσησ), ἡμῶν δὲ
σύ, ὦ δέσποινα, ἀεὶ μόνη προστατοίης”. Trad. it. A. Stroppa.

21
imperiali e i loro alleati si contarono in settantamila unità, per Cassio Dione i
caduti furono ottantamila34.
La regina britanna, infine, ordinò quindi di torturare in modo terribile i
prigionieri romani:

Dopo aver tenuto un discorso di questo tenore, Budicca guidò l’esercito contro
i Romani, i quali erano senza una guida poiché Paolino, il loro comandante, si
trovava a condurre una spedizione a Mona, un’isola nei pressi della Britannia.
Questa circostanza le permise di devastare e di mettere a sacco due città roma-
ne, e, come ho detto, di compiere una strage incredibile. A coloro che vennero
catturati dai Britanni venne inflitta ogni forma possibile di tortura35.

La quaestio fondamentale da sottoporre ad analisi è se le ‘guide’ al fem-


minile fossero tali perché sacerdotesse o semplicemente perché regine. Poiché,
almeno per quanto concerne l’arte divinatoria, parrebbe che fossero le donne
maggiormente indicate a praticarla36. Ormai la tecnica divinatoria, non più
eseguita diffusamente, si andava progressivamente perdendo e certamente nel-
le Gallie, dopo la conquista cesariana e la politica augustea, quelle pratiche
vennero messe da parte. Però rimaneva la Britannia, che ancora non era stata
conquistata da Roma e che poteva ospitare quei druidi scampati all’epurazione
di Tiberio prima e di Claudio poi. D’altra parte Guyonvarc’h e Le Roux non
condividono l’idea che quella regina fosse anche dotata dell’arte della divina-
zione: «il semble toutefois difficile de ranger Boudicca au nombre de ces “rois-
druides” exceptionnels qui avaient le privilège de l’art augural, tel Deivotarus,
roi galate qui, si l’on en croit Cicéron, utilisait les signes des oiseaux»37.
Ma torniamo a Cassio Dione. Questi evidenzia come la condottiera e
regina di una tribù britanna, quale era Budicca, potesse effettivamente esse-
re anche sacerdotessa druidica. Ella, secondo quello storico, riuniva in sé le
peculiarità che aveva avuto, il secolo precedente, anche Vercingetorige. Quella
regina era quindi guida politica, militare e financo religiosa. Lo studioso di

34
  Tac., annales, XIV, 33; Dio. Cass., LXII, 1.
35
  Dio. Cass., LXII, 7: “Τοιαῦτ᾽ ἄττα ἡ Βουδουῖκα δημηγορήσασα ἐπῆγε τοῖς Ῥωμαίοις τὴν
στρατιάν: ἔτυχον γὰρ ἄναρχοι ὄντες διὰ τὸ Παυλῖνον τὸν ἡγεμόνα σφῶν εἰς νῆσόν τινα Μῶνναν ἀγχοῦ
τῆς Βρεττανίας κειμένην ἐπιστρατεῦσαι. διὰ τοῦτο πόλεις τε δύο Ῥωμαϊκὰς ἐξεπόρθησε καὶ διήρπασε
καὶ φόνον ἀμύθητον, ὡς ἔφην, εἰργάσατο: τοῖς τε ἁλισκομένοις ἀνθρώποις ὑπ᾽ αὐτῶν οὐδὲν τῶν
δεινοτάτων ἔστιν ὅ τι οὐκ ἐγίνετο”. Trad. it. A. Stroppa.
36
  Brunaux, Les druides, 346.
37
  Guyonvarc’h-Le Roux, Les Druides, 130. Cic., de divinatione, II, 36, 76; Val. Max.,
I, 4, 2.

22
Nicea è il solo a dedicarle uno spazio così grande e a metterle in bocca parole
così puntuali come altri non avevano fatto.
La reazione romana di fronte alla strage perpetrata da Budicca fu feroce
al punto che sia la regina, che le sue figlie, poco tempo prima disonorate dai
soldati romani, costrette a scendere in battaglia, vennero sconfitte e la signora
degli Iceni si diede la morte con il veleno38.
Qui non è il luogo dove affrontare lo scontro militare, la strategia romana
in Britannia o quella britanna di difesa. Adesso basti solo focalizzare l’atten-
zione su quella regina che si può senz’altro ritenere punto di riferimento per
la resistenza britanna a Roma. Di contro si ha, sempre nello stesso periodo,
la figura della regina dei Briganti, Cartimandua, la quale fu sempre fedele ai
Romani come testimonia Tacito39.
In Britannia, così come in Gallia, sarebbero pertanto comparse, almeno
a detta di rarissime testimonianze, oltre a magi e profeti che facevano riferi-
mento alle tradizioni druidiche, anche druidesse. Si tratta però del periodo
inteso come antichità tarda. Si pensi, a esempio, alla druidessa che nella Hi-
storia Augusta si dice abbia profetizzato l’impero a Diocleziano. Ella gli disse
che, quando avesse ucciso un cinghiale, avrebbe raggiunto la carica imperiale.
In effetti Diocleziano dovette uccidere di sua mano Aper (cinghiale appunto),

38
  Tac., annales, XIV, 37: “Boudicca vitam veneno finivit”.
39
  Tac., annales, XII, 36 e 40:“Ipse, ut ferme intuta sunt adversa, cum fidem Cartimanduae
reginae Brigantum petivisset, vinctus ac victoribus traditus est, nono post anno quam bellum in Bri-
tannia coeptum”;“Silures id quoque damnum intulerant lateque persultabant, donec adcursu Di-
dii pellerentur. sed post captum Caratacum praecipuus scientia rei militaris Venutius, e Brigantum
civitate, ut supra memoravi, fidusque diu et Romanis armis defensus, cum Cartimanduam
reginammatrimonio teneret; mox orto discidio et statim bello etiam adversus nos hostilia induerat.
sed primo tantum inter ipsos certabatur, callidisque Cartimandua artibus fratrem ac propinquos
Venutii intercepit”. Tac., historiae, III, 45: “Ea discordia et crebris belli civilis rumoribus Britan-
ni sustulere animos auctore Venutio, qui super insitam ferociam et Romani nominis odium propriis
in Cartimanduam reginam stimulis accendebatur. Cartimandua Brigantibus imperitabat, pollens
nobilitate; et auxerat potentiam, postquam capto per dolum rege Carataco instruxisse triumphum
Claudii Caesaris videbatur. inde opes et rerum secundarum luxus: spreto Venutio (is fuit maritus)
armigerum eius Vellocatum in matrimonium regnumque accepit. concussa statim flagitio domus:
pro marito studia civitatis, pro adultero libido reginae et saevitia. igitur Venutius accitis auxiliis,
simul ipsorum Brigantum defectione in extremum discrimen Cartimanduam adduxit. tum petita
a Romanis praesidia. et cohortes alaeque nostrae variis proeliis, exemere tamen periculo reginam;
regnum Venutio, bellum nobis relictum”. Sulla regina Cartimandua si considerino i seguenti contri-
buti: D. Braund, Ruling Roman Britain. Kings, queens, governors and emperors from Julius Cae-
sar to Agricola, London-New York 1996; N. Howarth, Cartimandua, Queen of the Brigantes,
Gloucestershire 2011; S. A. Ross, Interpreting the Brigantian Revolt, in The Ancient world. Late
antiquity: rebels and brigands 35, 1(2004), 93-116.

23
un prefetto del pretorio prima di salire sul trono di Roma40. Anche Solino,
che scrive nel secolo III, ricorda come nell’isola dei Siluri, accanto ai druidi vi
fossero druidesse41.
Come osservano Guyonvarc’h e Le Roux, la sedicente druidessa del secolo
III dell’era cristiana poteva essere confusa più per una sorta di cartomante che
per una sacerdotessa42. Però va sottolineato che il termine Drys sta, appunto,
per druidessa. Pertanto, è da prendere in considerazione l’esistenza nel mondo
celtico di sacerdotesse. Semmai si deve dire che presso i Galli le donne pote-
vano ricoprire un ruolo più sfumato rispetto alla società Britanna e Irlandese.
Là, come poi abbiamo visto con Budicca, era insolito che una donna avesse un
ruolo di primo piano e che addirittura fosse una regina. Poetesse, druidesse,
profetesse sono figure ricorrenti nel mito irlandese e, comunque, celtico delle
isole laddove anche le donne, in particolar modo le proprietarie terriere, furo-
no costrette a prendere le armi almeno sino al secolo VII d.C.43.
Anche Plinio il Vecchio parla di donne particolari presso i Britanni: «Le
donne dei Britanni, dopo essersi cosparse il corpo (di un unguento nero), si
presentano nude in alcune cerimonie imitando il colore degli Etiopi»44.
La questione rimane: sono sacerdotesse oppure sono donne guerriere abi-
tuate a combattere alla stregua dei loro uomini?
In proposito Strabone scrive: «Posidonio dice che nell’oceano si trova una
piccola isola, non molto distante dalla costa, posta di fronte alla foce del fiume

40
  Flavius Vopiscus, Vita Numeriani, XIV, in Historia Augusta: “Curiosum [non] puto
neque satis vulgare fabellam de Diocletiano Augusto ponere hoc convenientem loco, quae illi data est
ad omen imperii-avus meus mihi rettulit ab ipso Diocletiano compertum-‘cum’ inquit ‘Diocletianus
apud Tungros in Gallia in quadam caupona moraretur in minoribus adhuc locis militans et cum
Dryade quadam muliere rationem convictus sui cotidiani faceret atque illa diceret ‘Diocletiane, nimi-
um avarus, nimium parcus es’, ioco non serio Diocletianus respondisse fertur. ‘Tunc ero largus, cum
fuero imperator’. Post quod verbum Dryas dixisse fertur: ‘Diocletiane, iocari noli, nam eris imperator
cum Aprum occideris’.”.
41
  Solinus, De mirabilibus mundi, XXII, 7: “Siluram quoque insulam ab ora quam gens
Brittana Dumnonii tenent turbidum fretum distinguit. cuius homines etiamnunc custodiunt morem
vetustum: nummum refutant: dant res et accipiunt: mutationibus necessaria potius quam pretiis
parant: deos percolunt: scientiam futurorum pariter viri ac feminae ostentant”.
42
  Guyonvarc’h-Le Roux, Les Druides, 41.
43
 J. Weisweiler, Die Stellung der Frau bei den Kelten und das Problem des «keltischen Mut-
terrechts», in Zeitschrift für Celtische Philologie 21(1940), 205-279, in particolar modo 253-255.
44
  Di seguito il testo di Plinio: “Equidem et formae gratia ritusque perpetui in corporibus suis
aliquas exterarum gentium uti herbis quibusdam adverto animo. inlinunt certe aliis aliae faciem in
populis barbarorum feminae; maresque etiam apud Dacos et Sarmatas corpora sua inscribunt. simili
plantagini — glastum in Gallia vocatur — Britannorum coniuges nurusque toto corpore oblitae qu-
ibusdam in sacris nudae incedunt, Aethiopum colorem imitantes”. Plin. Sen., Hist.Nat., XXII, 2.

24
Ligeris (la Loira): è abitata da donne dei Sanniti possedute da Dioniso e votate
a placare il dio con riti misterici e altre pratiche sacre...»45.
Quell’isola non è stata ancora identificata con certezza, né, tanto meno,
sono state esattamente identificate quelle donne misteriose dedite a riti sacri.
Tolomeo e Marziano parlano di Samn_tai o Sapin_tai, distinguendole dai
Namniti di cui invece parlano Cesare e sempre Plinio46.
Subito dopo, sempre il geografo di Amasea, parla di un’isola sita di fronte
alla Britannia dove protagoniste erano le donne: «Questo racconto di Artemi-
doro è un po’ troppo fantasioso, mentre più credibile è quanto dice a proposito
di un’isola di fronte alla Britannia, dove Demetra e Kore sarebbero venerate
con gli stessi rituali di Samotracia»47.
Il problema è che non esiste alcuna menzione esplicita di sacerdotesse pra-
ticanti riti e sacrifici. Non esistono fonti atte a certificare che anche druidesse
potessero organizzare riti religiosi, altrimenti fatti da sacerdoti48.

Conclusioni

Per frenare dunque l’influenza del druidismo sulla popolazione dei Bri-
tanni Roma si prefisse di sconfiggere ciò che in precedenza aveva combattuto
aspramente nelle Gallie, l’elemento druidico. Come abbiamo tentato di dimo-
strare quei sacerdoti potevano anche essere di genere femminile e avevano co-
munque una influenza enorme nella loro società. Pertanto, per cercare di avere
un qualche controllo su una popolazione come quella britanna che si dimo-
strava riottosa nel cadere sotto il giogo imperiale, i Romani erano persuasi di
poterli davvero conquistare solo eliminando quella classe sociale invero perico-
losa. Convincere un popolo ad abbracciare costumi altrui è sempre complicato
e i Romani, maestri in tal senso, permettevano che tutti i popoli conquistati

45
  Strab., Geografia, IV, 6, 1: “ἐν δὲ τῷ ὠκεανῷ φησιν εἶναι νῆσον μικρὰν οὐ πάνυ πελαγίαν,
προκειμένην τῆς ἐκβολῆς τοῦ Λίγηρος ποταμοῦ: οἰκεῖν δὲ ταύτην τὰς τῶν Σαμνιτῶν γυναῖκας, Διονύσῳ
κατεχομένας καὶ ἱλασκομένας τὸν θεὸν τοῦτον τελεταῖς τε καὶ ἄλλαις ἱεροποιίαις ἐξηλλαγμέναις”. Trad.
it. F. Trotta.
46
  Tolomeo, Geographia, II, 8, 6; Marziano di Eraclea, Per. Mar. ext., II 21; Caes.,
Bell. Gall., III, 9, 9; Plin. Sen., Hist.Nat., IV, 107. Per i luoghi intorno alle coste delle Gallie si
veda Mela, III, 48.
47
  Strab., Geografia, IV, 4, 6: “ταῦτα μὲν οὖν μυθωδέστερα λέγει, περὶ δὲ τῆς Δήμητρος καὶ
Κόρης πιστότερα, ὅτι φησὶν εἶναι νῆσον πρὸς τῇ Βρεττανικῇ, καθ᾽ ἣν ὅμοια τοῖς ἐν Σαμοθρᾴκῃ περὶ
τὴν Δήμητρα καὶ τὴν Κόρην ἱεροποιεῖται”. Trad. it. F. Trotta.
48
  In proposito troppe le ricostruzioni arbitrarie che hanno soltanto confuso le acque. Ripor-
to all’uopo allo schema riassuntivo sul termine druida proposto da Guyonvarc’h-Le Roux,
Les Druides, 42-44.

25
continuassero a mantenere le proprie tradizioni, a meno che queste non fossero
in conflitto con l’ideale di vita dell’Urbe.
Il druidismo, come abbiamo cercato di dimostrare, era estremamente peri-
coloso perché non solo conservava le tradizioni fondanti della società gallica e
britanna, ma era altresì un continuo, costante incoraggiamento verso il popolo
a perseguire unito la propria libertà. Va da sé si trattasse di una esagerazio-
ne quell’ideale perché i Britanni (così come quasi un secolo prima i Galli), ad
esempio, furono sempre divisi in molteplici tribù in lotta fra loro. Comunque
essi si sentivano di appartenere ad un unico ceppo etnico, ben distinto dai Ro-
mani. Ma il punto di contrasto con quella classe sacerdotale che conservava
gelosamente le tradizioni gallo-britanne era, ne facemmo cenno dianzi, proprio
il fatto di custodirne la storia e di essere influenti non solo dal punto di vista
spirituale ma anche dal punto di vista politico. Di qui la pericolosità dei drui-
di. Di qui anche la loro estrema attenzione al potere detenuto. Se essi, infatti,
avessero dismesso gli abiti di custodi del passato, in questo caso dei Britanni,
se non fossero rimasti autorevoli anche politicamente, quei sacerdoti sarebbero
stati relegati in un angolo dalla società britanna, cosa difficile da accettare per
loro.

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