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"L'impronta originale", Chelazzi - Riassunto dettagliato


comprensivo di tutti i capitoli del libro
Geografia dell'ambiente e del paesaggio (Università degli Studi di Milano)

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CLIMA DOMESTICO
Evoluzione dell’uomo nel mondo dalla parte 2nale del Cenozoico (ul6ma delle tre ere geologiche):
- Pliocene (5,3 milioni di anni fa – 2,6 milioni);
- Pleistocene (2,6 milioni – 12.000);
- Olocene (10.000 – oggi).
Le origini biologiche degli uomini moderni risalgono a circa 200.000 anni fa
- Gelide spie:
La ricostruzione della storia clima6ca della Terra dal Cenozoico (65 milioni di anni fa) ad oggi è
dovuta sopraMuMo ai sedimen6 estraN dai fondali oceanici; il termine proxy sta ad indicare le
caraMeris6che chimiche e 2siche del campione di roccia, che tes6moniano le condizioni clima6che
del momento, dalla temperatura alla precipitazione, passando per le corren6 clima6che, e i
metodi di datazione assoluta, basa6 sul decadimento radioaNvo, hanno permesso di collegare i
proxy di varie regioni distan6 tra loro, permeMendo la ricostruzione delle variazioni globali del
clima nelle ul6me decine o cen6naia di milioni di anni. Per esempio, lo studio di Cesare Emiliani sul
rapporto tra i due isotopi dell’ossigeno (16 e 18; più fa freddo più 18 c’è) porta due informazioni:
la temperatura e la quan6tà di ghiacci presen6 sulla Terra (in un determinato periodo); i MIS
(Marine Isotope Stage), con una numerazione che va da uno a un numero più grande, quanto più
si approfondiscono le trivellazioni, sono degli indicatori con cui sono state riconosciute le
condizioni clima6che globali del periodo (in par6colare, la serie MIS 1 e MIS 6 va da oggi a 190.000
anni fa ed è molto importante). Dagli stra6 dei sedimen6 oceanici si può leggere la quan6tà di
polveri terrigene che ci informa sulla variazione delle corren6 aeree, come alisei e monsoni,
analizzando chimicamente e 2sicamente le polveri (anche il polline). I proxy possono dare
informazioni anche sulla struMura degli ecosistemi: rapporto fra isotopi del carbonio; fotosintesi
di[erente per ogni pianta, che 2ssa il carbonio a tre o a quaMro atomi. Le piante dei climi freddi a
3, caldi a 4. I ghiacci, come i sedimen6 marini, sono archivi del clima del passato. Alfred Wegener,
teorico della deriva dei con6nen6, fu il primo a 6rare fuori un ghiacciolo di 25 metri dai ghiacci
della Groenlandia.
- Sbalzi d’umore:
OMo sono i grandi cicli glaciali negli ul6mi 800.000 anni (grazie al gruppo internazionale EPICA, che
ha estraMo ghiacci dall’Antar6de). Ci si riferisce all’OIS (Oxygen Isotope Stage) e al deuterio,
gemello più pesante dell’idrogeno, oltre a sodio e polveri nei ghiacci, ma sopraMuMo bolle d’aria
che consentono di conoscere l’atmosfera e la presenza dei gas. L’andamento generale è regolare,
con il calo graduale della temperatura in 100.000 anni, accompagnato dall’aumento di ghiacciai,
2no al picco glaciale; poi la temperatura improvvisamente risale e in poche migliaia di anni ritorna
al livello del periodo interglaciale, con una riduzione delle masse di ghiaccio. Questo è avvenuto
oMo volte nell’ul6ma parte del Pleistocene. L’aMuale interglaciale, iniziata dieci millenni fa, è una
delle più lunghe. Ogni glaciazione, comunque, ha la sua storia e non si ripete in modo iden6co (ad
esempio, l’ul6mo periodo glaciale prima dell’aMuale interglaciale ha visto, a par6re da 125.000
anni fa, una discesa della temperatura con picchi di gelo di cen6naia o migliaia di anni; la causa? Il
distacco di masse di iceberg, causa sovraccarico delle masse ghiacciate tra America e Groenlandia,
che 2nivano nell’Atlan6co seMentrionale e si scioglievano, con e[eN enormi sul clima. Lo studio
dei sedimen6 oceanici ci indica una riduzione graduale della temperatura, con alcune fasi più
calde; ques6 sbalzi d’umore planetario si son faN progressivamente più ampi, len6 e regolari nel
corso degli ul6mi cinque milioni di anni: ad un certo punto si è veri2cato un cambiamento di ritmo:
i cicli, che prima di 800.000 anni fa avevano un periodo di 41.000 anni, da quella data lo hanno di
100.000 anni. Una storia di lunghi cicli glaciali, interroN da periodi di rela6vo caldo hanno
cadenzato la vita sulla Terra. Le variazioni clima6che hanno avuto come co-protagonis6, oltre che
faMori astronomici e geologici, anche gli organismi viven6 (bios). Ipotesi di Milankovich: spiega

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come mai le glaciazioni tendono a ripetersi con regolarità ciclica. La soluzione va ricercata nella
variazioni cicliche che subisce l’orbita della Terra; in par6colare la combinazione dei tre
fondamentali parametri orbitali: l’orbita della Terra intorno al Sole passa da una forma elliNca ad
una quasi circolare con un ritmo di 100.000 anni; l’obliquità dell’asse di rotazione varia con un
ciclo di 41.000 anni; la precessione degli equinozi (troMola) ha un ciclo di 21.000 anni; parametri, il
cui variare, ineuenzano l’irraggiamento solare e quindi il bilancio termico della Terra. Abbiamo
anche faMori endogeni (l’aNvità della teMonica, che ineuenza tan6ssimo il regime clima6co, e i
movimen6 delle corren6 oceaniche, prodoN dallo scorrimento dei ven6 sulla super2cie
dell’oceano e dalle di[erenze di densità tra le masse d’acqua, che sono enormi trasportatori di
energia tra regioni molto diverse). L’Africa è stata molto colpita da ques6 processi endogeni nelle
variazioni clima6che, che ne hanno ineuenzato gli ecosistemi. Per esempio, in corrispondenza dei
picchi di gelo (even6 di Heinrich) degli ul6mi 125.000 anni si sono registra6 incremen6 delle piante
a fotosintesi C3 di climi più freschi: scioglimento iceberg: modi2cazioni corren6 oceaniche
atlan6che: variazioni ven6 e monsoni che interessano l’Africa: modi2cazioni struMura
vegetazionale; ripercussioni su bios (uomo compreso). Inoltre, una piccola variazione
dell’irraggiamento solare può generare una cascata di e[eN, ampli2ca6 dai meccanismi endogeni:
modi2cazioni improvvise del clima, degli ecosistemi e delle dinamiche delle comunità bio6che.
Partecipano anche le corren6 aeree, esempio di El Nino e Corrente di Walker.
- Personaggi in@uenA:
E[eMo Serra: faMore clima6co di straordinaria importanza. Alcune molecole (anidride carbonica,
metano, acqua, ozono) assorbono radiazione eleMromagne6ca calda in varie par6 della banda
infrarossa, per poi rimeMerla in tuMe le direzioni, compresa quella di provenienza. Il contributo del
metano al riscaldamento della Terra è maggiore, per unità di massa, a quello della CO 2, solo che la
sua concentrazione è inferiore di tre ordini di grandezza. I proxy paleoclima6ci fanno vedere che
anidride carbonica e metano hanno accompagnato le variazioni della temperatura terrestre (nel
periodo di glaciazioni erano in minor quan6tà concentrate, e viceversa). Nella storia recente c’è un
intreccio: a seguito del riscaldamento del pianeta i due gas vengono trasferi6 dall’oceano e dalle
terre emerse all’atmosfera; allo stesso tempo provocano un ulteriore riscaldamento. Questo
determina la rapidità con cui dagli studi glaciali si passa a quelli interglaciali. Ci piacerebbe
conoscere nei minimi deMagli il ciclo globale della CO 2 anche per sapere cosa ci aspeMa, ma
sappiamo che è complesso e pieno di fenomeni. Ciclo biogeochimico: da un organismo all’altro, da
un ecosistema all’altro, subendo trasformazioni chimiche da uno stato ossidato a forme ridoMe. Da
250 anni, la concentrazione di anidride carbonica e metano ha iniziato ad impennarsi (+50%
anidride carbonica e +150% del metano rispeMo ai preceden6 800.000 anni) e le s6me dell’IPCC
parlano di 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica antropogenica, di cui il 50% è in
atmosfera e il restante è assorbito dalle piante e dagli oceani, che si acidi2cano.
- Culla caoAca:
L’Africa è la culla dell’uomo: essa è aMraversata da ven6, che vi trasferiscono umidità e calore dagli
oceani e dalle altre masse con6nentali. Una volta il Sahara era verde (abitabile) all’inizio
dell’Olocene, ma anche altre due volte nel tardo Pleistocene (durante la fase caldo-umida tra i 120
e 110.000 anni fa, e tra 50 e 45.000 anni fa); variazioni clima6co-ecologiche dovute alle variazioni
della temperatura super2ciale dell’Oceano Atlan6co, cioè alle variazioni delle corren6 oceaniche, e
a quelle associate ai cicli di precessione orbitale. Ma la vegetazione ha anche una parte aNva: più
foresta, meno albedo (rieessione della luce da parte della super2cie terrestre), più caldo; più
caldo, più fotosintesi, meno anidride carbonica atmosferica, meno e[eMo serra, più
ra[reddamento. L’e[eMo neMo della vegetazione sul clima dipende dal bilancio tra albedo e
fotosintesi. A sud del Sahara, l’instabilità clima6ca durante il Cenozoico (Pleistocene e Miocene
specialmente) è stato un faMore fondamentale per il processo di evoluzione delle faune africane

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(anche dei Prima6). I faMori di questa instabilità sono sta6 i ven6 e i vulcani, e la loro interazione: i
monsoni: genera6 dalla di[erente temperatura del mare e della terra emersa (causa variazioni
stagionali di irraggiamento), si estendono su aree enormi e il loro ciclo è stagionale, non
giornaliero; sono anche ineuenzate dai cicli orbitali (precessione, eccentricità). Portano piogge:
maggior vegetazione e anche laghi, se le acque trovano un bacino in cui raccogliersi. Su queste
vicende ha lavorato anche la dinamica della teMonica: le placche dis6nte della crosta terrestre, che
si muovono e si scontrano, danno forma alle terre emerse (montagne e bacini oceanici); ques6
movimen6 teMonici provocano terremo6 e aNvità vulcaniche, che hanno e[eN sul clima: in Africa
enormi conseguenze sull’evoluzione delle faune e delle piante. In Africa sud-sahariana
l’incremento di aridità progressivo dell’epoca plio-pleistocenica ha determinato un aumento di
praterie aperte e savane, e una diminuzione di foreste tropicali. Tendenza generale, questa,
interroMa da fasi di elevata umidità per i monsoni es6vi (più laghi). L’evoluzione umana è stata
favorita dall’instabilità clima6ca, dovuta all’interazione di faMori d’origine astronomica e terrestre.
Un’ipotesi di Raymond Dart a[erma che l’incremento progressivo di aridità e l’estendersi di
ecosistemi aper6 abbia favorito l’evoluzione degli Ominini.

L’ULTIMOGENITO
- Laboratorio Africa:
200 millenni fa comparvero le prime tracce di un’anatomia moderna umana. Ominini (genealogia
di seMe milioni di anni, da quando gli antena6 dell’uomo si erano separa6 dalle grandi scimmie
antropomorfe) erano dispersi sul con6nente; a sud del Sahara comparve, a seguito di mutamen6
gene6ci del cranio e dell’architeMura cerebrale, l’homo sapiens: cranio globulare, arcate
sopracciliari ridoMe, tronco e ar6 più snelli; erano non iden6ci, ma simili all’uomo aMuale. Questa
nuova architeMura anatomica si di[use nel con6nente africano a par6re da 150 millenni fa. Homo
sapiens è l’ul6mo anello di un’evoluzione all’interno dei discenden6 delle Australopitecine negli
ul6mi 2,5 milioni di anni. L’anatomia delle Australopitecine è uno snodo fondamentale per
l’evoluzione umana: capacità cranica modesta, faccia prognata, canini e molari più grandi di quelli
umani, ma nello scheletro post-craniale, di dimensioni inferiori a quelle dei successivi uomini,
compaiono novità importan6: andatura bipede, quindi una postura ereMa che porta enormi
vantaggi (miglior controllo ambiente circostante, miglior termoregolazione, liberazione delle
mani). All’interno delle Australopitecine, circa 3 milioni di anni fa: forme più leggere, cranio che
conteneva un cervello metà di quello aMuale, ma faccia familiare; Homo habilis, tra 2,5 e 1,5
milioni di anni fa, fa parte della nostra genealogia direMa.
All’inizio del Pleistocene, nell’Africa sub-sahariana c’era una complessa comunità bio6ca, con varie
specie di ominidi (da erbivori, a saprofagi, alle Habiline -> più mobili, uso dei sassi per salire la
catena tro2ca).
Tra Homo habilis e l’uomo anatomicamente moderno ci sono due milioni di anni di iato temporale,
in cui la paleontologia ha inserito vari fossili; due segmen6 principali: - Homo erectus, 1,5 milioni di
anni fa, con uno stacco evidente dall’Homo habilis in termini di mole e moderazione cranio e ar6; il
bipedismo è ormai completo. Homo erectus è uscito dall’Africa, verso l’Eurasia e la Cina; con i suoi
strumen6 di pietra, l’uso del fuoco per cacciare e cuocere è divenuto predatore di grandi
mammiferi. Si stabilì anche in accampamen6 e sviluppò, a modo suo, un linguaggio. All’interno
dell’Homo erectus rimasto in Africa (Homo ergaster) si veri2cò, intorno a 800.000 anni fa, un’altra
discon6nuità evolu6va: Homo heidelbergensis. AspeMo imponente, robusto, capacità cranica pari
a quella dell’uomo moderno. Balzo in avan6 nelle tecnologie, con una maggiore capacità di
procurarsi le risorse e di fronteggiare le condizioni clima6che più estreme, grazie a strumen6 più
so2s6ca6.

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In Europa, fra 130.000 e 60.000 anni fa, dall’uomo di Heidelberg si passa a quello di Neanderthal,
specializzazione morfo-funzionale; in Africa invece nel Pleistocene medio discenden6 dell’Homo
ergaster originarono Homo sapiens. Teoria RAO – L’origine dell’umanità aMuale va ricercata in una
popolazione di[erenziatasi in Africa nel Pleistocene medio (150.000 anni fa), dal quale
fuoriuscirono individui che colonizzarono il pianeta. Altre versioni, MRE – ondate successive di
forme umane evolutesi in Africa, ma di[usesi in Eurasia, diverse gene6camente fra loro, ma non
tanto da risultare separate riproduNvamente, hanno portato allo stabilirsi di popolazioni locali che
han mantenuto legami gene6ci in una sorta di meta-popolazione eurasia6ca che, tuMa insieme, si
sarebbe evoluta 2no a creare l’umanità aMuale. Il dato certo è che la grande maggioranza del
nostro genoma porta le tracce di un’origine africana e di un complica6ssimo percorso compiutosi
aMraverso le vicende clima6che ed ecologiche del Pleistocene in Africa, che alla 2ne ha portato
alla comparsa delle caraMeris6che biologiche che hanno consen6to ad Homo Sapiens di dominare.
- Inquietudine migratoria:
120.000 anni fa la prima espansione dell’uomo anatomicamente moderno fuori dall’Africa, nel
Levante. Come arrivarono gli uomini moderni nel Levante? QuaMro scenari principali: il corridoio
del bacino del Nilo, aMraversamento del Sahara aMraverso il sistema di laghi e canali che si
formarono tra 120 e 130.000 anni fa, il mar Rosso via costa occidentale verso nord oppure nel
punto più streMo tra Africa e Penisola arabica. Fra i primi tenta6vi di dispersione dall’Africa e le
tracce di una reale invasione eurasia6ca c’è un intervallo di cinquantamila anni (causa clima?
Causa insediamen6 piccoli extra africani che permeMevano di sopravvivere senza espandersi? Può
essere). 80-70.000 anni fa la prima ondata di[usiva: southern coastal route dalle coste meridionali
della Penisola arabica 2no all’India occidentale, da qui al sudest asia6co, 2no alla Nuova Guinea e
all’Australia, 40.000 anni fa; pesci, crostacei, molluschi, alghe fondamentali per questa avanzata,
poiché permeMevano crescita demogra2ca e accesso all’acqua dolce. Però la raccolta intensiva
nell’area di avanzamento portava ad uno spopolamento della fascia cos6era e quindi ad
un’esigenza di avanzamento verso aree non sfruMate: nuclei di uomini si staccavano ed andavano
verso l’interno, in corrispondenza degli estuari dei grandi 2umi (molto produNvi di biomassa
animale e vegetale), che sfociavano nell’Oceano Indiano e sulle coste del sudest asia6co.
Colonizzazione dell’America: il miglioramento clima6co in Siberia dopo l’ul6mo ciclo glaciale, a
par6re da 20.000 anni fa, portò ad ingressi da nord nel con6nente, dando origine a dis6nte linee di
fondatori che poi si sarebbero di[usi nelle diverse regioni del con6nente. Lo sviluppo biologico,
culturale e demogra2co portò ad una fase di caccia-raccolta e poi all’agricoltura, in maniera
indipendente rispeMo agli altri centri d’origine. Di[erenze migrazione sapiens e erectus/ergaster e
rhodesiensis/heidelbergensis: ampiezza: le prime si son fermate in Eurasia a la6tudini non
maggiori di 50 gradi nord mentre Homo sapiens ha raggiunto Oceania e America e ha superato
quei limi6 la6tudinali, che avevano bloccato i migran6 preceden6, incapaci di sviluppare strategie
per la colonizzazione di zone più fredde. Plas6cità ecologica: Homo sapiens si di[use recitando
ruoli diversi: raccoglitore, saprofago, predatore, erbivoro, ladro, frugivoro. AMraverso strumen6
simili a quelli degli altri predecessori, ma con strategie di sussistenze diverse. Molto
probabilmente, gli uomini anatomicamente moderni che si di[usero dall’Africa sub-sahariana
avevano già requisi6 base, che li rendevano invasivi; non solo gli adaMamen6 anatomo-funzionali,
ma anche una plas6cità comportamentale senza preceden6 portò loro a saper vivere a riprodursi
in luoghi ecologicamente e clima6camente di[eren6. Si ponevano obieNvi di esplorazione
intenzionali in territori di[eren6, si costruivano schemi mentali, mappe spaziali mentali, conceN
astraN, ampie rappresentazioni temporali di even6 del singolo o del gruppo, comunicavano tuMo
ciò con un linguaggio complesso, sviluppavano relazioni sociali ed elaboravano così taNche
piani2cate insieme. Archeologia e gene6ca sembrano confermare che il processo di immigrazione

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potrebbe essere stato a più stadi. In questo paragrafo analizza la storia e lo sviluppo dei vari
spostamen6 e[eMua6, partendo dalla zona Arabica, Indiana e poi cinese.
- L’ecologia in testa:
Ruolo delle idee nello sviluppo dell’uomo moderno: son loro a renderci diversi. Dai 2 milioni di
anni fa a 200.000 anni fa il volume cerebrale è aumentato dai 900 cm 3 a 1300 cm3;
un’accelerazione avvenne 600-700 millenni fa. La crescita cerebrale dell’uomo ha riguardato la
neocorteccia; l’incremento tra uomo e prima6 non umani riguarda le aree prefrontali, temporali e
parietali (permeMe la produzione di risposte plas6che, l’integrazione ei diversi s6moli ambientali e
l’elaborazione di rappresentazioni interne dell’ambiente esterno). Solo l’uomo moderno possiede
la memoria di lavoro avanzata: disposi6vo neuro-cogni6vo che garan6sce funzioni di problem
solving di alto livello, soluzioni di problemi complessi nuovi e urgen6, ma anche piani2cazioni
strategiche di comportamento su un lungo piano spaziale e temporale. Possiede la memoria di
lavoro avanzata, EWM. Il limite principale delle specie che hanno preceduto l’homo sapiens e lo
hanno accompagnato nella storia dell’evoluzione umana è consis6to nella loro maggiore aderenza
allo schema ecologico canonico di superpredatori, mentre 200.000 anni fa l’uomo
anatomicamente moderno, grazie ad un equipaggiamento cogni6vo e culturale senza preceden6
che gli conferisce una consapevolezza di sé grandissima, ha scommesso sulla plas6cità ecologica,
adaMandosi a di[eren6 ecosistemi e scoprendo, poi, di poterlo adaMare alle proprie esigenze.

IMPRONTE IN FAMIGLIA:
- Indole compeAAva:
Siamo gli unici inquilini umani del pianeta. Può darsi che la 2ne degli altri sia dovuta a mol6 faMori:
i cambiamen6 clima6ci che si sono veri2ca6 tra il Pleistocene Medio e Superiore, improvvise
catastro2 ambientali prodoMe dall’eruzione di grandi vulcani, impaN di corpi celes6, epidemie. Ma
non si vede perché ques6 faMori dovrebbero aver portato all’es6nzione di tuN fuorché di Homo
Sapiens, e guarda caso proprio in concomitanza con la sua espansione geogra2ca e demogra2ca.
Esclusione compe66va: termine che sta ad indicare il momento in cui due specie, che u6lizzano le
stesse risorse (tro2che o omeosta6che) per poter sopravvivere e riprodursi, si ritrovano nella
stessa area geogra2ca: una soccombe e l’altra di espande nello spazio disponibile. In che modo?
Senza cause esterne, la specie che si adaMa meglio all’ambiente, usando meno risorse e meno
pregiate oppure accaparrandosi quelle disponibili e u6lizzandole con maggior ercienza. Come
evitare di soccombere? Modi2cando la propria biologia o le proprie abitudini. Se non lavorano la
selezione e la plas6cità feno6pica e comportamentale, scaMa la loMa per l’esclusione compe66va
di una delle due specie. La compe6zione si manifesta aMraverso la concorrenza (capacità di
u6lizzare al meglio le risorse estraMe) e l’interferenza (disposi6vi funzionali e comportamentali per
ridurre o annullare la capacità dell’altra specie di approvvigionarsi delle risorse). Con certezza cosa
sia successo tra noi e gli altri umani non lo sapremo mai, ma esistono indizi. Ad esempio, in Europa
tra i 45.000 e i 30.000 anni fa erano presen6 Homo sapiens e uomo di Neanderthal; ha prevalso il
primo, perché? Una tesi a[erma che i nervosismi clima6ci di questa parte del Pleistocene (fra
60.000 e 30.000 anni fa si susseguirono tredici periodi caldi e quaMordici periodi freddi e aridi;
aNvità vulcanica intensa) e anche cause endogene (cannibalismo o sterilità dovuta all’accensione
costante dei fuochi nelle groMe) hanno faMo soccombere i secondi; tra queste è possibile vi siano
le concause del faMore fondamentale: compe6zione e interferenza di Homo sapiens. L’uomo di
Neanderthal si trovava in Europa, più concentrato in Eurasia occidentale (al di soMo dei 50 gradi di
la6tudine nord), da 130.000 anni, fruMo di un’evoluzione con6nua dall’uomo di Heidelberg al
Neanderthal. Nonostante l’area ampia di distribuzione (Francia, Belgio, Germania tra i 100.000 e i
40.000 anni fa; poi in Italia o nella penisola iberica 30.000 anni fa circa), omogeneo
anatomicamente con un’altezza media di 1,60m, perfeMamente ereMo e muscolarmente molto

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robusto. La testa, rispeMo ad un sapiens è allungata antero-posteriormente, ha un volume


cerebrale di 1500 cm3 in media e arcate soppracciliari sporgen6. Era un predatore di grandi
mammiferi, le strategie di caccia erano colleNve, alcune forme di comunicazione vocale,
tecnologie non eccelse ma ercaci; densità di popolazione basse, in relazione a uno s6le di vita e di
caccia sostenibile. L’Homo sapiens era un abile predatore di grandi mammiferi; era dotato di
tecnologie non eccelse ma ercaci; si trovava in Europa 40.000 anni fa entrando dai Balcani, per
poi dilagare nel suolo europeo. La tes6monianza dei primi Homo sapiens nelle regioni
centroccidentali dell’Europa è quella degli uomini di Cro-Magnon, circa 30.000 anni fa.
- Fantasia e Inganno:
L’ipotesi di un salto culturale associato alla comparsa dell’anatomia moderna nasce dallo studio
del passaggio dal Paleoli6co Medio a quello Superiore in Europa. 45.000-40.000 anni fa la stasi
tecno-culturale del Neanderthal venne sconvolta dall’arrivo di una cultura che usava la tecnica
dell’Aurignaziano. Passaggio Medio-Superiore: strumen6 più complessi, richiedono assemblaggio
di più par6 preparate in tempi diversi. Gli spazi abita6vi più complessi e stabili, sepolture rituali;
irrompe l’arte e il simbolismo: disegni, sculture segno di una volontà di esprimere qualcosa di
puramente mentale. TuMo ciò, arte e sepolture in posture par6colari con le armi da caccia o i loro
amule6, raccontano di un mondo spirituale fantasioso e moderno. Alcuni sostengono che tale
transizione sia in parte opera dei Neanderthal, sveglia6 dal loro torpore dalla pressione
compe66va nuova; prova di ciò la cultura Chatelperroniana, di transizione verso l’Aurignaziano;
altri dicono che tale cultura nacque per imitazione o emulazione degli strumen6 dei Cro-Magnon.
Idea complessiva: le cose sono andate in modo complicato: Homo sapiens ha portato una novità,
nel senso di maggior eessibilità e fantasia, maggior programmazione e di azioni a lungo termine,
grazie a una memoria di lavoro avanzata e alla capacità di produrre rappresentazioni mentali del
mondo esterno; anche una maggior mobilità dell’uomo moderno e una maggior eessibilità nella
struMura sociale; una maggior versa6lità linguis6ca, che è dovuta sempre alla memoria di lavoro
avanzata che permeMe di tenere le cose a mente, e quindi creare struMure narra6ve complesse,
fondamentale per la comunicazione delle rappresentazioni del mondo esterno o immaginario. Il
linguaggio, oltre che fone6ca, è simbolismo. La working memory avanzata ha dotato l’uomo
moderno di uno strumentario per comunicare tuMe le forme di rappresentazione di sé e della
propria idea della realtà, ma anche di un armamento micidiale per dare aMuazione a tuMe le forme
di sfruMamento sugli altri uomini e sull’ambiente che la sua mente gli ha suggerito: maggior
capacità di formare struMure organizza6ve per la caccia e per la guerra, piani2cazione e calcolo più
precisi: per questo abbiamo vinto.
- AppeAto illimitato:
In generale, la dieta dell’uomo di Neanderthal era caraMerizzata da una minore diversità,
focalizzata su erbivori terrestri di grandi dimensioni. Nei luoghi abita6 dai moderni era più varia la
fauna: piccoli mammiferi, pesci e uccelli. Dallo studio delle tracce isotopiche delle ossa di 30.000
anni fa dei due arriva la conferma delle di[erenze di diete: le ossa dei Neanderthal hanno un
pro2lo più marcatamente da predatori di grandi mammiferi di ecosistemi terrestri. I sapiens
avevano una dieta più varia, che include grandi quan6tà di cibo degli ecosistemi acqua6ci, lo
dicono i rappor6 isotopici: strategie di caccia e tecniche di[eren6, in base alle due diete: la caccia
ai grandi erbivori richiedeva assal6 di gruppi di uomini sulle prede, in campo aperto o al varco, per
poi aMaccarle con lance e asce. La caccia ai piccoli animali molto mobili e la pesca richiedono
tecniche diverse, come trappole, ami, re6, tagliole: troviamo tuMo ciò nei sapiens di inizio Olocene.
Una dieta diversi2cata, assicurata da una maggior mobilità e da una capacità di produrre oggeN
per la caMura delle prede mobili faNbile e sostenibile economicamente, aveva anche vantaggi
nutrizionali: maggior fer6lità e maggior accrescimento demogra2co. Quest’allargamento alle faune
minori e ai vegetali son sta6 gli assi vincen6 dei sapiens da 2ne Pleistocene a inizio Olocene.

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- Amante soKocante:
Teoria della admixture tra sapiens e Neanderthal: i più an6chi sapiens europei portano tracce
neanderthaliane, secondo Trinkaus. Il reperto in questo senso è quello di un bambino di 5 anni, di
24.000 anni fa, che porta tracce di un mosaico tra Cro-Magnon e Neanderthal. Teoria del
replacement dei sapiens: distacco anatomico evidente, secondo altri studiosi. Sulla base di reper6
ossei, è dircile concludere chi ha ragione, poiché manca un campione rappresenta6vo delle
variabilità feno6pi di una determinata popolazione, localizzata in un contesto spaziale, temporale
ed ecologico de2nito; la variabilità anatomo-funzionale è una caraMeris6ca intrinseca della vita. Se
guardiamo all’archeogene6ca, i res6 fossili conservano piccolissime tracce di DNA originale. Molte
regioni del DNA neanderthaliano hanno una struMura che ricade nell’ambito di variabilità del DNA
moderno: subito dopo l’esodo dall’Africa di Homo sapiens si è veri2cato un modesto numero di
ibridazioni con successo: la dispersione del sapiens in Europa avrebbe così di[uso i genomi
neanderthaliani ingloba6 nel DNA sapiens. Teatro dell’ibridazione il Levante, perché è lì che
uomini moderni e Neanderthal si son alterna6 nelle stesse aree per varie decine di migliaia d’anni
e perché le tracce d’ibridazione son 2nite anche in Oceania. Il quadro è di un sostanziale
replacement (sos6tuzione), con elemen6 importan6, ma modera6 di admixture (ibridazione). N.B.:
altri studi sui geni ci dicono che l’epoca a cui risalirebbe la separazione gene6ca tra le popolazioni
che hanno prodoMo i Neanderthal e quelle da cui ha avuto origine l’uomo moderno è tra i 270.000
e 440.000 anni fa; ciò che ci di[erenzia da loro sono un gruppo di geni implica6 nello sviluppo
cogni6vo. Le ibridazioni sapiens-non sapiens sarebbero avvenute con una frequenza non superiore
a una ogni 23-50 anni, causa bassa fer6lità ibridi, barriere pre-zigo6che come un marcato
evitamento riproduNvo. Dopo aver oMenuto, con le buone e con le caNve, il controllo esclusivo
d’Europa, anche i sapiens furono costreN a ri6rarsi in piccoli nuclei nell’area balcanica,
meridionale e nel sud-ovest del con6nente, a causa del deteriorarsi del clima e dell’avanzamento
dei ghiacci. Superata la prova, dopo il picco glaciale ul6mo, fra 20.000 e 15.000 anni fa iniziò una
ricolonizzazione dell’Europa, con culture paleoli6che avanzate e nuove roMe atlan6che verso la
Norvegia.

IMPRONTE DI CACCIA:
L’uomo è accusato di ecocidio, cioè di aver prodoMo, durante la prima espansione demogra2ca e
la di[usione nelle varie regioni della Terra (da 2ne Pleistocene a inizio Olocene; ma anche 2no ad
oggi) una profonda sterilizzazione faunis6ca, con conseguenze sulla struMura vegetazionale e sul
funzionamento degli ecosistemi terrestri.
- Cari esAnA:
50.000 anni fa, quando il clima del pianeta si andava progressivamente avvicinando alle fasi più
intense del periodo glaciale e si stava compiendo l’espansione dell’Homo sapiens globale, sul
pianeta vi era una megafauna (peso superare a 44 kg) (leone delle caverne, bradipi e mammuth,
marsupiali) di 150 generi; 10.000 anni fa, quando la colonizzazione sapiens del mondo moderno
era conclusa e il clima si andava stabilizzando su regimi tropici dell’interglaciale, 100 su 150 generi
erano scomparsi, per un totale di 180 specie. Le dinamiche furono di[eren6: nel Nuovo Mondo fu
più pesante (nell’America del Nord due interi ordini, che cos6tuivano la megafauna preistorica,
Proboscidei e PerissodaNli, scomparirono, il 72% dei grandi mammiferi pleistocenici, tuN quelli di
peso superiore ai 1000 kg e il 50% di quelli tra 1000 e 320 kg, sparirono fra 15.600 e 11.500 anni
fa; nell’America del Sud l’83% dei generi pleistocenici scomparve, dai 320 kg in su la scomparsa fu
totale, dai 100 ai 320 kg fu elevata). In Australia tre famiglie di marsupiali, per un totale di 14 dei
16 generi di grandi mammiferi pleistocenici, scomparvero tra 80.000 e 40.000 anni fa. In Eurasia e
nella Siberia nordorientale solo il 35% dei generi di mammiferi scomparvero tra i 48.500 e i 24.800
anni fa. Il quadro generale che ci res6tuisce la paleontologia del è che le comunità faunis6che degli

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ecosistemi terrestri dell’Olocene di[eriscono sostanzialmente da quelle del Pleistocene Medio-


Superiore per la mancanza delle specie animali di grandi dimensioni, a lenta riproduzione e perciò
forse vulnerabili rispeMo alla variazione dei faMori clima6ci e alla predazione sfrenata. La
biodiversità interna delle comunità si è ridoMa maggiormente fra il tardo Pleistocene e l’Olocene di
quanto non fosse accaduto nel corso dei preceden6 cicli glaciali-interglaciali che hanno
aMraversato tuMo il Pleistocene. Le specie sopravvissute dei generi decima6 sono quasi sempre
quelle più piccole, noMurne, arboree, abitan6 dell’interno delle foreste, oppure specie di elevate
al6tudini. Le es6nzioni hanno avuto minore intensità in Africa. All’inizio dell’Olocene il numero dei
grandi mammiferi non umani si era dras6camente ridoMo e tra le specie umane solo una era
sopravvissuta e si stava espandendo, Homo Sapiens. La megafauna non umana pleistocenica ha
subito un tracollo tra 11.500 e 5.000 anni fa, con una biomassa che è passata da 100 milioni di
tonnellate 50.000 anni fa a qualche decina di milioni di tonnellate 5.000 anni fa. Mentre la stazza
umana dalle 60.000 tonnellate nel Paleoli6co medio a 13 milioni di tonnellate 2.000 anni fa (469
milioni oggi) => travaso di biomassa megafaunesca da non umani a umani. La biomassa totale ha
toccato il minimo all’inizio dell’Olocene, poi ha ripreso a salire con l’aumento di quella umana e di
quella del bes6ame allevato (monopolio e controllo della produzione ecosistema dell’uomo). Nella
storia della Terra si son succedute varie fasi con asseN geo-biologici diversi. John Phillips teorizzò
le tre ere post-cambriane: Paleozoica, Mesozoica, Cenozoica, delimitate da brevi riduzioni della
biodiversità. Si dis6nguono cinque grandi es6nzioni di massa: quella del Permiano (tra il Paleozoico
e il Mesozoico), 250 milioni di anni fa, in cui scomparve, in circa un milione d’anni massimo, il 96%
delle comunità marine: quella del Triassico, 220 milioni di anni fa, in cui scomparve l’80% della
specie; quella del Cretaceo (tra il Mesozoico e il Cenozoico), 65 milioni di anni fa, in cui
scomparvero i dinosauri e il 76% delle specie marine; sono le più famose. Le grandi es6nzioni di
massa, che si son veri2cate almeno cinque volte nell’ul6mo mezzo miliardo di anni, non sono altro
che i fenomeni maggiori di un incessante rimodellamento delle comunità del pianeta, una mega
successione globale generata sia da dinamiche esterne (grandi variazioni clima6che, impaMo di un
asteroide) sia da dinamiche interne, di natura bio6ca = la comunità bio6ca è l’insieme di tuN gli
organismi che popolano una determinata area in un determinato momento. Le specie della
comunità sono legate tra loro da tan6ssimi rappor6 e si scambiano energia; inoltre, con le
componen6 non biologiche dell’ambiente (acqua, suolo, atmosfera) interagiscono, formando un
sistema bio-abio6co (ecosistema). Le comunità non si mantengono inalterate nel tempo: le specie,
le relazioni bio6che, i eussi di energia e di materiali all’interno, i trasferimen6 tra la comunità
bio6ca e abio6ca e viceversa, sono tuMe caraMeris6che che si modi2cano nel tempo. Questo è il
conceMo di successione, cos6tuiscono la risposta delle comunità alla variazione delle condizioni di
contorno, clima6che e geologiche. Avvengono anche per l’interazione tra le diverse componen6
bio6che del sistema, cioè sono processi autogeni. Il sistema a volte va fuori equilibrio per un mix di
concause, che produce una transizione ecologica rapida e profonda.
- SospeL di complicità:
Teoria di Mar6n vs teoria di Leakey: responsabilità direMa dell’uomo nella scomparsa di
mammiferi pleistocenici alla 2ne del quaternario, causa predazione intensa: overkill dell’uomo,
aMraverso un vero e proprio blitzkrieg, cioè una veloce avanzata in un nuovo territorio
accompagnata dalla caccia alle megafaune. Leakey: il faMore che aveva scatenato le crisi
demogra2che e le es6nzioni delle faune andava ricercato variazioni clima6che di 2ne Pleistocene.
In mol6 casi la scomparsa dei grandi mammiferi risulta immediatamente posteriore alla comparsa
dell’uomo. Al di là delle posizioni estreme, il quadro è più complesso: per portare una popolazione
locale o un’intera specie all’es6nzione non serve un vero e proprio blitzkrieg, ma anche una
pressione venatoria non estrema può avere e[eN che portano all’es6nzione; dopo che una specie
arriva alla soglia della popolazione minima vitale, il vor6ce di es6nzione, di impoverimento

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gene6co ecc… colpiscono la popolazione; inoltre, indireMamente una popolazione non soggeMa a
caccia e a pesca va in crisi perché un anello della catena tro2ca è stato alterato, dalla densità di
una preda o da quella di una specie con cui si ha un rapporto mutualis6co, o anche
dall’introduzione di una specie nuova predatrice che sconvolge gli equilibri; l’azione indireMa per
eccellenza, che provoca riduzione della biodiversità, è la trasformazione dell’habitat,
antropogene6camente o naturalmente. L’idea moderna è che il ko della megafauna alla
transizione Pleistocene – Olocene sia stato determinato da una sorta di uno-due: un’azione
sinergica clima-uomo: alla transizione fra l’ul6mo massimo glaciale e l’Olocene, l’asseMo
vegetazionale dell’Eurasia e dell’America seMentrionale ha subito una profonda trasformazione: al
ridursi delle masse glaciali, l’ecosistema dominante (mosaico steppa-tundra) venne sos6tuito dalla
tundra a nord e da ecosistemi forestali al sud: la risposta delle popolazioni eurasia6che fu o una
riduzione demogra2ca o una concentrazione in zone rifugio o entrambe; su questo frazionamento
la caccia umana ha avuto esi6 fatali. Quella che è stata un’interferenza inedita dell’uomo
cacciatore-raccoglitore nel Paleoli6co Superiore sugli ecosistemi e le comunità naturali, dal
Neoli6co in poi i processi di controllo esasperato della produzione primaria, di frammentazione
dell’habitat, di introduzione di specie aliene, di di[usione di patogeni e, contemporaneamente,
dell’alterazione clima6ca dei gas serra, stanno portando alla sesta es6nzione di massa della storia;
l’uomo è ora indipendente anche dal suo principale complice, il clima, poiché è lui stesso che lo
regola.
- Perché gli altri no:
La disponibilità della preda regola automa6camente la densità di un predatore che non abbia
alterna6ve rispeMo ad essa, o che comunque si polarizzi su essa rispeMo alle possibili alterna6ve.
C’è una densità limite al di soMo della quale la quan6tà di prede presente nell’habitat non è più
surciente a mantenere una popolazione minima del predatore; se questo non riesce a trovare
prede alterna6ve deve emigrare o si es6ngue. Questo meccanismo assicura la regolazione dal
basso: la densità della specie di ciascun livello regola quella delle popolazioni del livello tro2co
superiore; ovviamente ci sono faMori ecologici e comportamentali che ineuenzano il tuMo: la
complessità struMurale dell’habitat, la presenza di vie di scampo e rifugi per le prede, la modalità
di caMura e u6lizzazione delle prede da parte del predatore, che comportano un limite superiore
alla frequenza con cui un predatore aNnge a quelle prede. Questo è il meccanismo fondamentale
di regolazione naturale dei rappor6 tra prede e predatori. Ma quando un predatore può u6lizzare
6pi di risorse alterna6vi rispeMo alla preda più ambita, la sua densità è condizionata molto meno,
e a volte per nulla, dalla presenza di tale preda: tale preda può essere sfruMata 2no alla sua
eliminazione totale, senza che la popolazione del predatore ne risenta: quindi è spiegato perché i
diversamente sapiens non hanno prodoMo devastazioni così pesan6 della biodiversità e non hanno
mai raggiunto un’elevata densità umana, come quella del sapiens alla 2ne del Paleoli6co, quando
era ancora cacciatore-raccoglitore: la loro densità era regolata dal basso; mentre il largo speMro di
risorse e la grande disinvoltura del cacciatore sapiens fece saltare questa regolazione. Il faMo che
l’uomo moderno della transizione Pleistocene-Olocene non fosse un cacciatore di grandi faune più
smodato rispeMo a Erectus, Heidelbergensis, Neanderthalensis.

IMPRONTE COLLATERALI:
Metà degli 1.6 milioni di eMari iniziali di foreste tropicali son sta6 abbaMu6 o brucia6; nel 1030,
solo il 10% delle foreste tropicali sarà rimasto, se il processo di distruzione con6nuerà.
Conseguenze: al di là delle ragioni e6che dell’ambientalismo, è immenso il danno collaterale sul
clima (la distruzione e combus6one di foreste, che traMengono molta CO 2, provoca una aumento
del riscaldamento globale, provocato appunto dall’uso dei combus6bili fossili) e sulla biodiversità
(la distruzione e la frammentazione degli habitat, tra cui la deforestazione è l’aspeMo più

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devastante, è la prima cause antropogenica delle es6nzioni delle specie animali, con il
cambiamento clima6co, l’inquinamento, l’introduzione di specie aliene e i cali demogra2ci lega6
allo sfruMamento delle popolazioni naturali); oltre a ciò, anche i danni economici sono tremendi e
sono dovu6 alla perdita di funzionalità degli ecosistemi (alterazione della stabilità dei suoli, dei cicli
dei nutrien6, del ciclo dell’acqua…). L’alterazione delle comunità vegetazionale ha radici
antropologiche molto an6che, non è nata con la rivoluzione industriale o con l’Età del Bronzo nel
Neolo6co.
- Guastatori e ingegneri:
Ingegneri dell’ecosistema, animali che, aMraverso la modi2cazione della struMura 2sica e
vegetazionale dell’habitat, esercitano un controllo sulla biodiversità e sulla funzionalità dei sistemi
ambientali. Ad esempio, elefan6 o rinoceron6 bianchi (nelle praterie africane mantengono chiazze
di erba a stelo corto, in modo da favorire la produNvità primaria, il riciclo dei nutrien6 a
contenere la frequenza e l’intensità degli incendi). Il lavoro di ingegneria ambientale serve anche
per mantenere l’asseMo della savana africana. Nell’Africa sub-sahariana la variazione spaziale e
temporale del rapporto tra alberi e praterie (la formazione della savana) è dovuta all’interazione di
clima (precipitazioni e escursioni termiche), la natura dei suoli più o meno drena6, la
concentrazione di anidride carbonica atmosferica (maggiore è, più gli alberi ne so[rono); tuMo
questo viene ampli2cato dalla compe6zione direMa di erbe, arbus6 e alberi per il controllo dello
spazio disponibile; il fuoco e gli erbivori intervengono in questo gioco e determinano vincitori e
vin6: l’ecatombe della megafauna pleistocenica, di cui l’uomo è almeno co-protagonista, ha avuto
come e[eMo collaterale la modi2cazione della struMura vegetazionale di grandi aree della Terra
(non solo in Africa, ma anche in Eurasia la caccia dei sapiens ha portato un passaggio dalla steppa
alla tundra). Altri e[eN collaterali della scomparsa dei grandi erbivori: ripercussioni sugli
ecosistemi. Bisogna valutare la produNvità primaria (la quan6tà di energia, o di carbonio, che un
ecosistema incorpora nell’unità di tempo aMraverso la fotosintesi dei suoi produMori, piante e
2toplancton; serve considerare, inoltre, la produzione al neMo di quella che viene u6lizzata per la
respirazione delle stesse piante (PPN, produzione primaria neMa) per capire come funziona un
ecosistema. L’intero pianeta ha una PPN di circa 105 Gt di carbonio all’anno; con la scomparsa
delle faune, 1.6 Gt di carbonio si sono liberate. Il consumo di PPN da parte dell’umanità ha
superato, duecento anni fa, il valore liberato dall’es6nzione della megafauna: prima del
Pleistocene questa energia serviva a sostenere un’ampi comunità di erbivori, mentre oggi sos6ene
solo l’uomo; inoltre, più energia è disponibile in un ecosistema, più eorida e complessa è la rete
tro2ca che vi si può risiedere.
- Fuoco più fuoco meno:
Gli incendi dilagano sul pianeta da 400 milioni di anni. Il fuoco, per vivere, ha bisogno di nutrirsi di
biomassa vegetale, e quindi necessaria di ossigeno, gas prodoMo dalla vita. Modi2ca gli ecosistemi
e gli organismi; li consuma, anche, divenendo così un faMore evolu6vo per le specie vegetali
(evoluzione di una complessa eora piro2la, resistente e dipendente dagli incendi). Molte piante lo
usano come arma: contengono sostanze in2ammabili che fan sì che intorno alla pianta si crei una
terra bruciata, che favorisca lo sviluppo dei propri semi. Queste relazioni tra fuoco e piante hanno
avuto un’enorme importanza evolu6va per la vegetazione del pianeta e per lo sviluppo dei suoi
ecosistemi. Le Angiosperme sono le piante i cui semi si originano all’interno di un involucro
proteNvo, a di[erenza delle Gimnosperme. Oggi le Angiosperme comprendono un’enorme varietà
di specie che vanno dalle erbe ai grandi alberi con fruN, ma un cen6naio di milioni di anni fa erano
erbacce che si spargevano nel soMobosco delle grandi foreste di conifere. Come hanno potuto
dilagare e rendere il sopravvento? Il loro successo è legato a un sodalizio che queste piante
stabilirono con il fuoco. Gli erbivori struMurano le comunità di piante aMraverso la regolazione del
rapporto praterie-foreste, determinano variazioni nel regime degli incendi (favori6

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dall’accumulazione di biomassa combus6bile): fuoco ed erbivori in compe6zione, in quanto il


primo soMrae nutrimento agli erbivori, mentre ques6 soMraggono materiale combus6bile al fuoco.
La distribuzione dei grandi binomi terrestri dipende dal clima (temperature, precipitazioni,
al6tudini), ma anche dal fuoco. Il regime degli incendi dipende sia spazialmente che
temporalmente dal clima: la quan6tà di materiale combus6bile è legato alla produNvità della
comunità vegetazionale, che dipende dal clima e dalle stagioni; anche la frequenza dei fulmini
(uno dei principali faMori di ignizione) ne dipende. Ma c’è anche un rapporto aNvo clima-fuoco: la
frequenza degli incendi può generare variazioni clima6che rapide o a lungo termine, su scala
globale o regionale, che a loro volta producono una intensi2cazione della frequenza degli incendi.
Esiste una relazione tra la frequenza degli incendi nelle foreste pluviali tropicali e le variazioni
clima6che legate al fenomeno di El Nino. Gli incendi rilasciano anidride carbonica aMraverso la
combus6one di materiale vegetale: più concentrazione gas, più fotosintesi globale, + vegetazione
e materiale combus6bile. Fuoco, vegetazione, erbivori, clima: con la domes6cazione del fuoco si
aggiunge l’uomo, che incomincia a far sen6re il proprio peso nella modi2cazione degli ecosistemi
del pianeta. Anche se non l’ha inventato, l’uomo può farsi vanto di essere l’unico animale ad aver
reso una certa con2denza con il fuoco e ad aver imparato a trarne vantaggi. Rapporto uomo-
fuoco: il fuoco ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione delle savane africane e delle
praterie aperte, dove l’uomo si è evoluto. La domes6cazione del fuoco: i più an6chi reper6 di ossa
e utensili con tracce di fuoco antropogenico è di 700 millenni fa, in corrispondenza con la
di[usione dell’uomo di Heidlberg nel Levante. Più sicuramente, reper6 dell’uomo
anatomicamente moderno nelle groMe sudafricane mostrano che 160.000 anni fa il fuoco veniva
controllato per scopi diversi dalla coMura. Oltre a produrre il fuoco e ad u6lizzarlo in ambien6
circoscriN per coMura o per esperimen6 per nuovi materiali, i cacciatori-raccoglitori del Paleoli6co
Superiore erano già in grado di modi2care il regime degli incendi naturali, favorendone o
limitandone la di[usione, ma anche aNvamente concentrando la biomassa combus6bile e
mediante l’ignizione ar62ciale.
- CostruQore in erba:
Con queste prime impronte, direMe e indireMe, sulla fauna e sulla vegetazione del pianeta, l’uomo
del Pleistocene Superiore, anche con la complicità del fuoco, si è inserito tra i grandi controllori
degli ecosistemi. Gli e[eN della caccia ai grandi erbivori e della modi2cazione del regime degli
incendi hanno innescato meccanismi di feedback passibili di produrre le prime vere impronte sulla
struMura delle comunità bioe6che; oltre a ciò, anche prime modi2cazioni del clima. All’origine di
questa scalata al potere ecologico ci sono elemen6 funzionali e comportamentali, che 2no ad
allora nessuna specie aveva dimostrato così for6, come lo ha faMo Homo sapiens: nuova forma
umana con un apparato cogni6vo molto avanzato, che gli permeMeva operazioni di problem
solving di maggior intensità. Le conseguenze del processo di allargamento della nicchia tro2ca son
state enormemente importan6 sul piano ecologico e antropologico; a esse è legata la di[usione su
larga scala dell’uomo idaltu in tempi rapidi e la sua capacità di inghioNre demogra2camente e
gene6camente i suoi paren6 streN, ancora6 ad aree geogra2che e a s6li di vita immuta6 da
migliaia di anni. Conseguenze ecologiche: roMura del paMo demogra2co che lega un predatore alle
sue prede esclusive: grandi es6nzioni possibili. Con questo nuovo pro2lo l’uomo ha modi2cato
l’asseMo paesaggis6co e le fondamenta energe6che egli ecosistemi, aMraverso le modi2cazioni
della vegetazione. Diventa ingegnere ambientale: modi2ca la struMura dell’ecosistema e il suo
modo di funzionare. Da quando l’uomo ha acquisito una forte capacità di modi2care e costruire
nicchi ecologiche originali, si è innescato un processo di ampli2cazione di tale capacità, risultante
delle retroazioni evoluzione-ecologia previste dalla niche construc6on theory: ogni organismo
lascia un a doppia eredità alla generazioni successive: quella gene6ca, cioè il DNA, e quella
ecologica, cioè la nicchia ecologica modi2cata entro cui avverano i successivi fenomeni seleNvi,

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che ha allargato la sua impronta sul pianeta enormemente. Con il Neoli6co, arriva un nuovo
panorama socio-economico.

L’IMPRONTA COSTRUITA:
La sedentarietà, l’abitare in villaggi permanen6 è l’indizio di una trasformazione economico-
sociale-ideologica che diede origine, 10.000 anni fa, ad una nuova fase dell’evoluzione bio-
culturale dell’uomo e ne rese più marcata l’impronta ecologica. Manipolazione degli ecosistemi in
ciMà come New York, CiMà del Messico, Hong Kong; confronto con Gerico e Catalhoyuk.
- Prove di maturità:
Neoli6co teorizzato da Childe: discon6nuità culturale, economica e sociale, aveva marcato la 2ne
del Paleoli6co e l’inizio del Neoli6co, in corrispondenza grosso modo dell’inizio dell’Olocene.
Novità: culturali: lavorazione di pietre magma6che (grani6 e basal6) per ricavare strumen6 da
taglio e da percussione, ma anche per macinare e triturare materiali vegetali e animali; lavorazione
di impas6 di argilla e loro essicazione per oMenere strumen6 di lavoro, contenitori.
Socioeconomiche: comparsa di insediamen6 stabili, dove c’erano indizi di un surplus produNvo e
di una disuguaglianza sociale. Cooperazione data dalle struMure usate per le funzioni pubbliche.
Fondamentale nello schema struMurale del Neoli6co la domes6cazione di specie animali e vegetali
in un’economia basata sul controllo sistema6co della produzione. Questo è il faMore di
discon6nuità del Neoli6co. Esistevano varian6 speci2che (elemen6 di diversità fra le diverse aree
geogra2che) che non intaccavano l’idea di omogeneità dello schema generale. Intensi2cazione
dell’uso delle risorse naturali da parte di queste popolazioni, come tes6moniano gli strumen6 per
la raccolta e per la lavorazione dei cereali. Fondamentali tecniche di col6vazione erano già
presen6: semina, lavorazione del terreno, più de2ni6vo miglioramento clima6co dopo le
turbolenze di 2ne Pleistocene (dopo lo Younger Dryas). Vengono presentate due diverse teorie:
viene prima l’incremento demogra2co o il passaggio ad un’economia basata sul controllo della
produzione? Qualunque approccio monofaMoriale nelle cause della rivoluzione del Neoli6co
(clima, disponibilità di piante o animali selva6ci, l’asseMo demogra2co delle popolazioni umane, le
modi2cazioni sociali, culturali e ideologiche) non sopravvive all’avanzata della ricerca empirica di
caraMere archeologico, gene6co, archeobiologico. Ciò che serve è un modello mul6faMoriale: più
forze di ampia scala hanno agito in sinergia nel dare forma a questo sviluppo nel Vicino Oriente.
Serve un quadro teorico: l’idea canonica di una rapida rivoluzione è stata messa in crisi, poiché ciò
che sembra fuoriuscire dagli studi è l’esistenza di una fase intermedia, nel corso della quale varie
popolazioni umane hanno dato luogo ad una crescente modi2cazione degli ecosistemi
(sfruMamento di un numero più ampio di risorse, specie animali e vegetali più intensivamente
usate, controllo sempre più spinto della produzione). I processi che hanno portato all’a[ermazione
di un modello economico, sociale e culturale come il Neoli6co non sono sta6 lineari, ma densi di
sperimentazioni, fallimen6 e catastro2. La domes6cazione delle piante è stato il risultato di un
lungo iter di raccolta intensiva e di intervento aNvo sempre più complesso, oMenuto anche con la
modi2cazione da parte dell’uomo degli ambien6 dove queste crescevano spontaneamente. Ad
esempio, in Cina il Neoli6co inizialmente vedeva i primi villaggi permanen6 sorgere intorno ad
un’economia di caccia-pesca-raccolta, che includeva l’uso di cereali selva6ci oMenu6 con forme
semplici di intervento sull’habitat. Per le specie animali l’acquisizione delle caraMeris6che morfo-
funzionali e comportamentali della domes6cazione è stato il risultato 2nale di un lungo rapporto
di manipolazione da parte dell’uomo, tendente inizialmente a massimizzare il ritorno energe6co
con la caccia seleNva e, in seguito, a modi2care la struMura di popolazioni per controllarne le
dinamiche produNve. Capre, bovini e pecore furono originariamente domes6cate nella mezzaluna
fer6le tra 10 e 9 millenni fa.
- VorAce inarrestabile:

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Si è par66 dalla caccia alle grandi faune, gli e[eN che questa ha avuto sulla vegetazione e sulla
modi2cazione del regime degli incendi e poi con l’accelerazione della broad spectrum revolu5on
delle fasi 2nali del Paleoli6co Superiore. Il Neoli6co si è sviluppato tra la capacità dell’uomo di
intervenire sugli ecosistemi e gli e[eN retroaNvi che i risulta6 di ques6 interven6 producevano
sulle sue dimensioni biologiche e culturali. Bisogna rievocare la niche construc6on theory: i
risulta6 del processo di ingegneria ambientale non sono solo un’estensione del feno6po, ma
ineuenzano a loro volta, gene6camente e culturalmente, la specie che ha innescato tale processo.
Processi seleNvi unidirezionali (ambiente-geno6po, ambiente-cultura) hanno prevalso nella fase
di[usiva dell’uomo anatomicamente moderno (120-45.000 anni fa); alla fase di[usiva, succedeMe
una fase legata al consolidamento delle posizioni geogra2che ed ecologiche acquisite, con la quale
l’uomo, dopo aver adaMato se stesso agli ecosistemi, adaMava gli ecosistemi a sé.
Odling-Smee dis6ngue fra costruzione di nicchia basata sulla perturbazione (cambiamento
dell’habitat che modi2ca la con2gurazione seleNva per le specie perturba6ve stesse e per le altre)
(e basata su ricollocazione: gli organismi espongono se stessi a una nuova con2gurazione seleNva
trasferendosi in un nuovo habitat). L’Homo sapiens è la più speciale tra le specie perturba6ve. Il
Neoli6co è una tappa straordinaria del passaggio dalla modalità di[usiva di costruzione di nicchia
ad una perturba6va, e cos6tuisce una transizione lungo il processo di progressiva manipolazione
delle componen6 bio6che e abio6che degli ecosistemi. Il faMore che ha contribuito alla transizione
è stata la biodiversità naturale presente nelle diverse regioni. Più ampiezza delle re6 tro2che,
meno dipendenza da poche risorse insos6tuibili e più sostenibilità di fenomeni locali di espansione
demogra2ca: le prime fughe in avan6 si son realizzate in aree ecologicamente ricche.
La crisi clima6ca di 7-8000 anni fa, determinando dramma6che variazioni negli ecosistemi terrestri
e marini, potrebbe essere stato il faMore che ha deciso le sor6 del confronto Meso-Neoli6co. In
Scandinavia così come nel Mediterraneo. Livello del mare e riduzione salinità marina; riproduzione
degli ovini (esempi del Chelazzi). Il Neoli6co ha portato anche 2co, olive, daMero, melograno, vite
(perenni), oltre ai soli6 cereali e legumi. Res6tuiscono prodoN secondari, così come i par6 di ovini
e bovini (laMe e lana), non più vis6 solo come carne o pelli. SherraM, anche la trazione animale, per
gli spostamen6. Una rivoluzione nella rivoluzione.
La di[usione del Neoli6co in Europa; il terzo stadio: la fase in cui l’uomo conquistava terre
aMraverso una strategia di propagazione della sua perturbazione ecologica. Per propagare la
perturbazione ecologica servivano due faMori: Ideologia: spin6 dal culto della dea-madre e della
nozione del dominio umano sulla natura, gli abitan6 del Levante seMentrionale introdussero i
primi elemen6 neoli6ci nelle altre aree della Mezzaluna, poi altrove. Tecnica: arrivarono le asce
levigate, le punte di freccia traMate con il fuoco, le sepolture colleNve; serviva plas6cità
intelleMuale. La di[usione delle tecnologie metallurgiche (rame e fornaci), nate nella mezzaluna
7000-5000 anni fa, in Europa e Oriente segnò un ulteriore passo in avan6 con aggiunta di arsenico,
stagno, oro e leghe di bronzo. Si inizia a considerare l’impronta ecologica del prodoMo. L’ascia di
pietra ha un impaMo ambientale pra6camente nullo, quella di metallo richiede lo scavo della
miniera, gli alberi abbaMu6 per il carbone necessario alla fusione, il rilascio dei fumi e delle scorie
per la lavorazione. Questo rivoluziona la capacità umana di incidere sugli ecosistemi. 8000 anni fa:
Paleoli6co; 4.000 anni fa, Età del Bronzo: Europa piena di col6vatori, allevatori, fabbri, mercan6,
guerrieri, sacerdo6, nobili, plebe. Adozione di prodoN secondari e lavorazione dei metalli, favorita
da sperimentazioni e migrazioni di gen6 e culture; aveva iniziato a trasformare la struMura
vegetazionale, faunis6ca ed antropologica. Analogamente nel Vicino ed Estremo Oriente, in Asia
centrale trasformazioni analoghe. Anche in America e Africa.

L’IMPRONTA RIVELATA:

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La vera iden6tà di Homo Sapiens è di specie fuori dagli schemi ecologici convenzionali., rivelatasi
sopraMuMo nell’Olocene. Iniziata poco più di 10.000 anni fa in quest’epoca gli ecosistemi del
pianeta, regola6 per i preceden6 milioni di anni da faMori sostanzialmente clima6ci, sono passa6
soMo il dominio umano.
- Folla planetaria:
La demogra2a, la riproduzione, è stata, con la mobilità, il motore della di[usione di Homo sapiens.
Negli ul6mi secoli i maggiori incremen6 hanno coinciso con le fasi di sviluppo socioeconomico
delle diverse popolazioni, la Rivoluzione Industriale, lo sviluppo della metallurgia, la
globalizzazione, mentre le stasi o le regressioni demogra2che sono dovute a epidemie,
stagnazione economica, declino di imperi o crisi poli6che. Qualche volta hanno ineuito le
variazioni clima6che, ma altre volte l’uomo si è rovinato da solo mangiandosi le risorse senza
pensare alle conseguenze future. La popolazione globale di Homo Sapiens ha subito una crescita
senza preceden6 e questo cos6tuisce una parte notevole del problema ecologico aMuale. Storia
demogra2ca dell’homo sapiens: popolazione mondiale pre-sapiens di circa un milione di uomini
tra un milione e 500.000 anni fa, poi 1.3 milioni di uomini alla transizione tra Paleoli6co Medio e
Superiore. Alla 2ne del Paleoli6co l’umanità sapiens ha superato i 5 milioni. La dinamica
demogra2ca della fase terminale dell’ul6ma glaciazione e della transizione post-glaciale: nel
periodo Aurignaziano (40-000-30.000 anni fa) la popolazione dell’Europa occidentale a nord
ammontava a oltre 4.400 abitan6, dai 30.000 ai 20.000 anni fa erano 4.800, per poi passare a
5.900 durante il massimo glaciale 22.000 anni fa: espansione demogra2ca una volta superata la
grande crisi della glaciazione, con 29.000 abitan6 18.000 anni fa. L’immagine generale è di un
uomo che riesce a mantenere tassi di incremento. Comportamento demogra2co dell’homo
sapiens: Teoria di Malthus: le popolazioni crescono esponenzialmente, geometricamente, ne
segue che deve intervenire una forma di limitazione esterna: è il progressivo ridursi delle risorse al
crescere degli individui: processi di mortalità o di riduzione della fer6lità: regolazione naturale.
Ineuenza le teorie della selezione naturale e dà linfa alla demoecologia, scienza che studia il
rapporto tra le popolazioni e l’ambiente. Quest’idea della regolazione causata dalla compe6zione
per le risorse è stata codi2cata in forma matema6ca: una popolazione che colonizza un habitat
nuovo, partendo da una densità di popolazione bassa, va incontro ad un aumento della densità
esponenzialmente, il quale frena al crescere della densità stessa. Arriva6 al punto massimo
imposto dalla compe6zione per le risorse, tuMo si arresta. La densità massima possibile è la
capacità portante; la regolazione avviene mediante la variazione di fer6lità e mortalità (+ densità =
- fer6lità e + mortalità). Per la maggior parte della preistoria e della storia di Homo sapiens la
crescita demogra2ca di una popolazione è stata funzione dell’asseMo clima6co ed ecologico della
regione di residenza; il clima (irraggiamento solare, precipitazioni, escursione termica) ineuenza la
produNvità primaria, cioè la quan6tà di carbonio incorporato in biomassa dagli organismi
autotro2 nell’unità di tempo aMraverso la fotosintesi; la biomassa primaria disponibile ineuenza la
produNvità secondaria di un ecosistema, cioè la biomassa dei consumatori. Ques6 rappor6 di
trasferimento determinano una struMura piramidale alle comunità naturali: la biomassa, l’energia
e il numero di individui diminuiscono a ogni successivo livello, da erbivori ai predatori di ver6ce. Il
saper aNngere ai vari livelli della catena tro2ca, non solo erbivori o simili come fanno i carnivori
predatori, permeMe di accumulare più biomassa, + popolazione. Questo, l’homo sapiens lo ha
dimostrato già prima di passare ad un’economia agricola completa, e ha permesso un primo
decollo demogra2co. Oltre alle risorse tro2che, anche gli elemen6 ambientali (rifugi e risorse
idriche) ineuenzano la regolazione demogra2ca. Queste capacità sapiens di giocare con la
pro2tability delle risorse aMraverso la maggior plas6cità 2siologica e comportamentale ha portato
come risultato questa minor rigidità demogra2ca. Nelle piccole popolazioni basta un faMo minimo
e causale (situazioni prevalen6 di bassa fer6lità o alta mortalità) per entrare in un vor6ce di

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es6nzione (casi di Homo erectus, di Heidelberg e di Neanderthal dimostrano che ques6 e[eN
limitan6 hanno contribuito alla limitazione della crescita demogra2ca); Homo sapiens, dopo un
primo periodo di dispersione sul con6nente africano, la maggior conneNvità tra i gruppi locali ha
permesso un collegamento e una sopravvivenza comune. Per la maggior parte della preistoria e
della storia dell’uomo la situazione è stata quella di una grande rete planetaria cos6tuita da un
numero variabile di popolazioni locali parzialmente autonome, variamente collegate tra loro; si
parla di metapopolazione: insieme di popolazione locali riunite in un network gene6co-
demogra2co. Grazie a Homo sapiens, alle sue plas6cità delle tecniche di caccia e raccolta, alle sue
capacità adaMa6ve al clima grazie allo sviluppo di indumen6, calzature, dimore, ha ridoMo la
vulnerabilità delle popolazioni locali rispeMo alla euMuazione delle risorse di alta pro2tability e alle
crisi clima6che: meno probabilità di es6nzione e più probabilità di nascite di popolazioni locali. Il
miglioramento della conneNvità tra popolazioni locali derivante dallo sviluppo di tecniche di
trasferimento è un altro elemento che favorisce l’ampliamento del network demogra2co e la
probabilità di successo delle migrazioni: già nel corso del Paleoli6co Superiore c’è stato un
incremento demogra2co, senza dover aspeMare il salto derivante dal controllo della produzione.
La teoria della metapopolazione aiuta a comprendere meglio i rappor6 tra sviluppo demogra2co e
culturale: la densità di popolazione favorisce lo sviluppo di nuove idee e tecniche (più teste, più
idee), le quali favoriscono nuove opportunità di espansione demogra2ca. Ma in realtà, più che alla
densità, la velocità di sviluppo, culturale e anche biologico, è favorita dalla struMurazione della
metapopolazione umana: se le comunità sono troppo isolate, ne segue poca di[usione delle idee;
se sono troppo connesse, ne segue una uniformità e inerzia culturale; la miglior condizione
possibile è un’alternanza di periodi di connessione e isolamento delle comunità locali; le variazioni
clima6che, geologiche ed ecologiche hanno, aMraverso questo meccanismo, favorito lo sviluppo
culturale e biologico dei sapiens. Già da Paleoli6co Superiore la situazione mondiale era
totalmente nuova demogra2camente e culturalmente rispeMo a quando sulla Terra coesistevano
gli altri homines. Con l’a[ermarsi di un’economia basata sul controllo della produzione abbiamo
un nuovo punto di svolta nelle dimensioni della metapopolazione umana: il primo Neoli6co ha fasi
alterne, tra urbanizzazioni e crisi che portano a un sistema decentrato, ma comunque un generale
aumento numerico; la vera espansione demogra2ca si ha 4.000 anni fa. I faMori che hanno
maggiormente determinato la transizione demogra2ca del Neoli6co è stata la riduzione
dell’incidenza catastro2ca delle variazioni di produNvità degli ecosistemi prodoMe dalle
oscillazioni clima6che e da crisi di sovrasfruMamento, che nell’era paleoli6ca ha portato ad una
crescita zero. La transizione demogra2ca del Neoli6co può essere considerata la manifestazione di
una variazione del rapporto tra frequenza di es6nzione delle popolazioni locali (fer6lità > mortalità
e meno vulnerabilità alle oscillazioni clima6che) e la probabilità di fondazione di nuovi nuclei
umani (nuove capacità di modi2care ecosistemi e di creare re6 tro2che che potevano essere
ges6te e trasferite in aree molto distan6 da quelle d’origine: aumento della capacità di colonizzare
zone ecologiche). Il cortocircuito tra dimensione ecologica e demogra2ca dell’uomo sapiens segna
l’inizio di una nuova fase della storia dell’umanità: densità di popolazione incredibili, enorme
dimensione dell’impronta ecologica aMuale e superamento della metapopolazione, verso una
unica popolazione globale che vive su ecosistemi auto-costrui6.
- Le mani sulla Terra:
Il peso dell’intervento umano sullo sviluppo degli ecosistemi olocenici. La 2ne dell’ul6ma
glaciazione, 11.000 anni fa, ha portato una transizione verso climi più stabili, più caldi e umidi (con
aumento di anidride carbonica e metano), un aumento del livello del mare, contrazione dei ghiacci
alle elevate la6tudini, più terre colonizza6li dalla vegetazione: trasformazione delle comunità
vegetazionali forzata dal clima, analogamente a quella delle preceden6 transizioni pleistoceniche.
Questa (analogamente alle altre) transizione ha visto un’espansione di sistemi forestali chiusi a

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scapito delle praterie aperte e delle savane degli stadi glaciali. Su questa sorta di “grande foresta
con6nentale” dal Neoli6co in poi l’uomo produrrà il suo disturbo (più braccia, meno foreste);
l’apertura di aree libere da alberi per poter col6vare le specie domes6che, per il legname per la
combus6one domes6ca, per la metallurgia, per la ceramica fu la grande spinta all’abbaNmento di
foreste dell’Eurasia occidentale. La tesi della torta divorata: un patrimonio iniziale s6mabile
inizialmente intorno a 60 milioni di eMari, che l’uomo agricoltore, pastore ha eroso in parallelo alla
sua crescita demogra2ca, con dinamiche dipenden6 dalle forme di sfruMamento e dalle capacità
tecnologiche e con una soglia di impaMo intorno a 5000 anni fa, oltre la quale progressivamente
l’uomo ha aumentato la sua impronta nel verde. Ma ci sono anche teorie difensive sulla colpa
ecologica dell’uomo: esso ha un ruolo secondario rispeMo al clima. I sistemi forestali aMuali
derivano da un con6nuo rimodellamento con6nuo della vegetazione, in risposta alle variazioni
clima6che dell’Olocene, oltre che al disturbo dell’uomo. Anche l’Olocene ha mostrato nervosismi
clima6ci: l’oNmo clima6co medievale, la piccola era glaciale: ma sopraMuMo 8.000 anni fa un
ritorno al grande freddo. Analogamente a quanto si è visto per il Pleistocene, la causa principale di
queste oscillazioni è stata la variazione dell’insolazione alle al6 la6tudini. L’aridi2cazione tropicale
che accompagna le fasi più fredde, va poi ascriMa a faMori interni lega6 alla riduzione
dell’evaporazione oceanica e della circolazione monsonica conseguen6 al ra[reddamento della
super2cie terrestre e oceanica. Anche le variazioni delle polveri atmosferiche derivan6 dalle
eruzioni vulcaniche ha avuto importanza nel determinare gli sbalzi clima6ci, mentre le oscillazioni
nella concentrazione atmosferica dei gas serra CO2 e CH4 hanno avuto un peso minore sulla
variabilità clima6ca dell’Olocene. Secondo una tesi abbastanza di[usa, l’Olocene medio
segnerebbe una sorta di spar6acque tra una fase ecologica nature controlled e una human
dominated. I due faMori, clima e uomo, sono però spesso dipenden6: abbiamo interazioni tra un
processo clima6co e uno antropico (crescente nel tempo), che hanno rimodellato
incessantemente il paesaggio terrestre. Ma è sempre stato nega6vo? Due posizioni si scontrano,
sullo sfondo Mediterraneo: - Tesi del paesaggio devastato: già da Platone, “eden perduto” come
per i roman6ci; l’avidità umana, in 5000 anni di storia (ma anche precedentemente), ha corroMo e
devastato un paesaggio naturale, abbaMendo foreste e uccidendo intere specie, provocando crisi
ecologiche solo per vantaggi e pro2N materiali a breve termine. Deforestazione, dissesto
idrogeologico e inquinamento ambientale lega6 alla metallurgia non sono porta6 recen6 della
Rivoluzione industriale ma iniziarono a produrre impronte notevoli sin dall’Olocene. – Tesi del
paesaggio disegnato: trasformazione non è uguale a devastazione e degradazione; il
funzionamento degli ecosistemi disegna6 dall’uomo del Neoli6co e perfeziona6 grazie alle
tecniche agricole, può aver portato bene2ci: ques6 ecosistemi hanno prodoMo biomassa, energia,
sostenendo una cospicua popolazione per millenni: doveva essere uno sfruMamento sostenibile; le
tecniche agricole inventate nel bacino del Mediterraneo permeMevano alla vegetazione di
mantenere il suo stato produNvo elevato. In de2ni6va, siamo porta6 ad una sintesi fra difesa ed
accusa, che meMe in luce da una parte l’an6chità dell’interferenza antropica sulle formazioni
vegetazionali, ben oltre la Riv. Ind., l’Età del Bronzo e lo stesso Neoli6co, ma, dall’altra, riconosce
una sostanziale co-azione uomo-clima nelle successioni vegetazionali dell’Olocene. Non si è
traMato quindi dello sfruMamento di una torta primordiale già pronta, bensì dell’interazione
dinamica nel corso dell’intero Olocene, e già dal Pleistocene, tra due processi dis6n6 ma
interagen6, che hanno rimodellato incessantemente il paesaggio terrestre. La biodiversità è stata
in qualche maniera salvata: ecatombe di tante specie originali, sì, ma ripopolamento di specie
domes6cate dall’uomo o selvagge. C’è stato un ricambio della diversità biologica. La seconda tesi
si avvale anche dell’aspeMo este6co dei paesaggi della zona mediterranea che ha ispirato poe6,
scriMori, piMori, fotogra2, regis6, oltre che dell’aspeMo dell’intervento umano sulla struMura
geomorfologica e sugli asseN idrogeologici dei territori. Anche qui, pessimismo vs oNmismo

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radicale non sembra funzionare. Sicuramente la situazione è peggiorata con la Riv. ind.: pes6cidi,
fer6lizzan6, monocolture esasperate, meccanizzazione. Prima, però, così idilliaca non era.
- I piedi tra le nuvole:
La discussione sulla responsabilità dell’uomo per aver cambiato la vegetazione e per aver eroso i
terreni si estende anche alle ripercussioni sull’atmosfera, e non solo alle conseguenze sulla
funzionalità della super2cie terrestre. Aumento concentrazione di anidride carbonica e metano.
Gran parte dell’impronta ecologica umana è dovuta all’eccesso di carbonio atmosferico prodoMo
dall’uomo che il sistema Terra fa fa6ca ad assorbire e che, modi2cando la composizione
dell’atmosfera, determina una variazione nel bilancio termico del pianeta. La concentrazione dei
due gas è molto aumentata dopo il massimo glaciale fra 20 e 10.000 anni fa. Nel cap. 1 abbiamo
visto come la variazione di ques6 due gas abbia accompagnato nel Pleistocene le variazioni di
temperatura del pianeta ed abbiamo analizzato le analisi dei paleoclimatologi. Da due secoli e
mezzo la loro concentrazione atmosferica sta salendo con un incremento mai veri2cato nelle fasi
preceden6 interglaciali, assumendo valori totalmente fuori norma. Situazione allarmante perché
c’è legame fra questo eccesso e l’anomalia termica della Terra, con tuMe le possibili conseguenze
su corren6 oceaniche, troposfera, monsoni e precipitazioni. OltretuMo trasformazione tecnologica
e socioeconomica della Riv. Ind. Queste grandi emissioni di CO 2 sono dovute dalla conversione
delle foreste a terreni agricoli, ma sopraMuMo dalla produzione industriale basata sull’energia
generata dalla combus6one di carbone, petrolio e dei gas naturali, tuN compos6 a base di
carbonio, estraMo dalle profondità e bruciato viene ossidato e quindi disperso nell’atmosfera.
Invece l’aumento della concentrazione di metano è di origine antropica: allevamento di bes6ame e
col6vazione su suoli allaga6 (riso), oltre a combus6one antropogenica di biomassa, traMamento di
acque reeue, residui organici in discarica e perdite dei metanodoN,
tesi di Ruddiman: oMomila anni prima dell’invenzione del motore a scoppio di WaM, eravamo già
entra6 nell’antropocene (gli ecosistemi del pianeta sono soMo il dominio umano, prima soMo il
controllo di faMori extra antropici). Aumenterà la temperatura della Terra in questo secolo (s6ma
di 1,4-5,8°), più aumento del livello degli oceani 2no a 1m. Imponen6 manifestazioni della
presenza umana sul pianeta e sulla sua atmosfera e delle molte conseguenze che questo comporta
in termini di modi2cazione della biodiversità, di variazione dei processi di sedimentazione, di
alterazione dei cicli biogeochimici e di modi2cazione degli asseN clima6ci.
- Epilogo di un processo:
Conclusione. Geiser, senza memoria. L’importanza di ricordare. Riferimen6 alla società odierna
bombardata di informazioni. Non colpevolezza, ma responsabilità. Prima non si era consapevoli
delle possibili conseguenze ecologiche di un eventuale taglia-e-brucia, oggi sì.

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