Sei sulla pagina 1di 9

LA STORIA DELLA TRADUZIONE DEI GEROGLIFICI

LE SCRITTURE EGIZIE
La scrittura dell’antico popolo egizio ha sempre costituito un enigma per l’uomo: essa era
rimasta incomprensibile fino alla fine dell’epoca moderna e ciò ha costituito un serio ostacolo allo
studio della civiltà egizia nel su complesso.
Gli Egizi svilupparono, nel corso dei secoli, tre diversi tipi di scrittura. La più antica è quella
geroglifica, che risale circa al 3000 a.C. e venne utilizzata fino al V secolo d.C. Il termine
“geroglifico” deriva dalle parole greche hieròs (sacro) e glyphein (incidere), “incisione sacra” e
vennero difatti rinvenuti soprattutto sulle pareti dei templi o su lastre collocate al loro interno.
Richiedendo però un’esecuzione eccessivamente lenta e laboriosa, venne elaborata la
scrittura ieratica, quasi altrettanto antica, usata per la comunicazione e notazione di carattere
pratico in cui gli elaborati pittogrammi erano sostituiti da immagini stilizzate, più agevoli da
tracciare. Inizialmente usata per ogni tipo di testo, venne poi conservata quasi esclusivamente
scritti religiosi e verso il III secolo d.C. cadde in disuso. Intorno al 600 a.C. lo ieratico venne a sua
volta affiancato da una grafia ancora più semplice e adatta a impieghi prosaici, che viene perciò
chiamata demotica, ossia "popolare". Tutte e tre le grafie erano fonetiche, per cui le unità da cui
erano formate rappresentavano prevalentemente singoli suoni, come avviene per le lettere
dell'alfabeto. Le uniche differenze che separavano le tre tipologie di scrittura erano meramente
"tipografiche", giacché usavano tre diversi metodi per scrivere i medesimi suoni.
Verso la fine del IV secolo d.C., nell'arco di una sola generazione, la tradizionale scrittura
egiziana scomparve. Gli ultimi esempi databili sono stati rinvenuti presso l'isola di Philae:
un'iscrizione geroglifica in un tempio risalente al 394 d.C., e un frammento di graffito demotico del
450 d.C. Responsabile di questa scomparsa fu il diffondersi del cristianesimo, che vietò l'uso dei
geroglifici per rompere ogni legame della popolazione col suo passato pagano. Le antiche grafie
furono sostituite dal copto, una scrittura basata sulle 24 lettere dell'alfabeto greco, con l'aggiunta
di sei caratteri demotici per suoni egiziani privi di equivalente in greco. D'altra parte l'antica lingua
egiziana continuò a essere parlata, e si trasformò nella cosiddetta lingua copta. Quest'ultima,
comunque, ebbe una vita relativamente breve, perché a partire dall'XI secolo fu soppiantata
dall'arabo. Fu così spezzato l'ultimo legame linguistico con l'Egitto degli antichi regni, e le nozioni
necessarie a leggere le cronache dell’epoca dei faraoni furono perdute.

I PRIMI TENTATIVI DI TRADUZIONE


Roma è la città che conserva il maggior numero di obelischi al mondo. Tali monumenti, in
gran parte di origine egiziana, furono trasportati nella capitale dell'Impero romano a partire
dall'epoca di Augusto, sotto il cui dominio l'Egitto era stato conquistato, dopo la battaglia di Azio
del 31 a.C. Gli obelischi egiziani utilizzati in epoca imperiale furono nuovamente rialzati nella Roma
papale, per la prima volta da papa Sisto V tra il 1587 e il 1589, che li collocò nelle intersezioni dei
viali della nuova rete stradale urbana. Si risvegliò così l'interesse per i geroglifici, sebbene
inizialmente gli studiosi esclusero a priori la possibilità che tali simboli fossero caratteri fonetici,
o fonogrammi, perché si riteneva che un'idea simile fosse troppo sofisticata per una civiltà così
antica. Secondo gli eruditi del Seicento, i geroglifici dovevano essere semagrammi, cioè
corrispondenti a concetti, non a suoni linguistici.
Già al tempo in cui i geroglifici erano impiegati, difatti, si era diffusa in Europa la falsa
credenza che essi rappresentassero una pittografia.
«Accade dunque che la forma delle lettere egiziane assuma l'aspetto di ogni tipo di creatura vivente, e delle
estremità del corpo umano, e degli arnesi da lavoro... perché il loro modo di scrivere non esprime l'idea che
ha di mira con una combinazione di sillabe, collegando questa a quella, ma per mezzo dell'aspetto esteriore
di ciò che viene imitato, e del significato metaforico impresso nella memoria dalla pratica... Così il falco
rappresenta per loro [gli Egiziani] tutto ciò che accade rapidamente, perché è la più veloce delle creature
alate. L'idea è poi trasferita, per mezzo di metafore adatte, alle cose veloci e a quelle a cui si addice l'idea
della velocità.» Diodoro Siculo, storiografo greco del I secolo a.C.

Nel 1652, ad esempio, il gesuita tedesco Athanasius Kircher pubblicò un dizionario di


interpretazioni allegoriche dei geroglifici intitolato Oedipus aegyptiacus, e su esso si basò per una
serie di traduzioni tanto affascinanti quanto errate. I simboli che oggi sappiamo rappresentare
semplicemente il nome del faraone Apries furono così tradotti da Kircher: "I benefici del divino
Osiride vanno procurati per mezzo di cerimonie sacre e della catena dei Geni, affinché i benefici
del Nilo siano ottenuti".

LA STELE DI ROSETTA
Un secolo e mezzo più tardi, nell'estate del 1798, mentre Napoleone
Bonaparte allestiva la campagna in Egitto, radunò una squadra di storici,
scienziati ed esperti di crittografia che accompagnò l'armata nella
spedizione. Particolare era l’attenzione di Napoleone alla cultura, e si
racconta che abbia incitato così i suoi militari in battaglia: “Soldati,
considerate che dall'alto di queste piramidi quaranta secoli vi
guardano.” Questi accademici, guidati da Pierre-François Bouchard e
chiamati sprezzantemente dai soldati "cani pechinesi" (animale dal
carattere singolare e curioso), eseguirono numerosi scavi archeologici,
studi e mappature, e il 15 luglio 1799 entrarono in possesso della
pietra più celebre della storia dell'archeologia, la Stele di Rosetta.
Il reperto fu trovato da un gruppo di militari di stanza al forte Julien
presso El Rashid (italianizzato Rosetta, da cui la stele prende il nome), sulla riva
sinistra del ramo occidentale del delta del Nilo, detto appunto “ramo di Rosetta”.
I soldati avevano avuto ordine di abbattere un vecchio muro, in vista
dell'allargamento del perimetro del forte, quando si imbatterono in una lastra di
basalto nero (alta 118 cm, larga 77cm, spessa 30cm e dal peso di circa 750 chili).
Una delle due facce era levigata e mostrava una triplice iscrizione del medesimo
testo in scritture differenti: greca (54 righe, parte inferiore), demotica (32 righe,
parte centrale), geroglifica (14 righe, parte superiore). La parte in greco venne Figura 1 - El Rashid
tradotta facilmente, e divenne la chiave di lettura con cui poter tradurre le altre
due sezioni.
Gli studiosi compresero subito il valore della stele, e la inviarono
all'Istituto Nazionale del Cairo per studi approfonditi. Tuttavia, prima che
questi avessero inizio, divenne chiaro che il corpo di spedizione francese,
attaccato dagli Inglesi, non sarebbe riuscito a fermare l'avanzata nemica.
Fu deciso di trasferire il reperto nella città di Alessandria, relativamente più
sicura; ma per ironia della sorte, quando infine i
soldati di Napoleone si arresero, l'articolo XVI del
trattato di capitolazione assegnò alla Gran
Bretagna tutte le antichità conservate ad
Alessandria, mentre concesse ai Francesi tutte
quelle rimaste a Il Cairo, oltre che disegni e Figura 2 - Visitatori del
British Museum osservano
annotazioni che successivamente formarono la Stele di Rosetta
Figura 3 - Replica della Stele di
Rosetta a Rashid
l'opera in 24 volumi chiamata Description de
l'Égypte.
Nel 1802 il blocco fu caricato sulla nave di Sua Maestà "L'Egyptienne", diretta a
Portsmouth, e giunto in Inghilterra fu donato da re Giorgio III al British Museum di Londra, dove da
allora ha sede. Inizialmente, le iscrizioni presenti sulla pietra furono colorate in gesso bianco per
favorire la visione al pubblico del museo, mentre oggi è stata riportata ai suoi colori originali e
chiusa in una teca. Nel luglio del 2003 gli egiziani hanno chiesto la restituzione della stele, ma
invano; attualmente nel Museo di antichità egiziane del Cairo ne è esposta una copia.
Nel 1991 Figèac, in occasione del bicentenario della nascita del
ricercatore, ha commissionato a un artista americano, Joseph Kossuth, una
stele in granito nero di dimensioni pari a 200 volte l’originale (14 metri per
7,9 metri). Ricostruita nei minimi dettagli grazie a un procedimento
fotografico, la lastra ricopre una piazzetta pedonale al centro della città,
Place des Écritures. Segue la pendenza naturale del terreno e i suoi tre Figura 4 - Riproduzione della
gradini, ognuno dei quali con un’iscrizione, simboleggiano il passaggio da stele di Rosetta a Figeac
una scrittura all’altra.

LE ISCRIZIONI SULLA STELE


La traduzione dell'iscrizione greca della Stele di Rosetta rivelò che
essa conteneva un decreto del concilio generale dei sacerdoti egiziani di
Memfi, che risaliva al 196 a.C. Il testo riporta tutti i benefici resi al Paese
dal Faraone Tolomeo V, le tasse da lui cancellate, la conseguente decisione
dei sacerdoti di erigere in tutti i templi d'Egitto una statua in suo onore e di
promuovere numerosi festeggiamenti, e la decisione che il decreto venisse
pubblicato sulla stele nella scrittura delle "parole degli dei" (geroglifici),
nella scrittura del popolo (demotico) e in greco.
«...Tolomeo, Colui che vive in eterno, l’Amato di Ptha, il Dio Epifani, Eucaristicus, il Figura 5 - La Stele di
Figlio del re Tolomeo e della regina Arsinoe, Filopatore degli Dei. Molto bene egli Rosetta esposta al British
ha fatto ai Templi ed ai loro abitatori ed a tutti i sudditi suoi, poiché è un Dio, Museum di Londra
Figlio di un Dio e una Dea, come Horo, Figlio di Osiride, che ha protetto suo Padre»

Per quanto riguarda la decifrazione della scrittura geroglifica e di quella demotica, si


presentarono agli studiosi tre ostacoli. Il blocco di basalto è mal conservato: il testo greco consiste
di 54 righe, delle quali appaiono danneggiate le ultime 26; quello demotico di 32 righe, delle quali
le prime 14 sono lese nella parte iniziale (e bisogna tenere presente che i caratteri demotici e
geroglifici si succedono da destra a sinistra); in quello geroglifico metà delle righe mancano
completamente, mentre le ultime 14 (corrispondenti alle ultime 28 del testo greco) sono leggibili
solo in parte. Il secondo problema era l’assoluta mancanza di conoscenze della lingua egizia
parlata, fatto che avrebbe facilitato notevolmente le ricerca, e il possibile valore fonetico dei
simboli sarebbe rimasto un mistero. Infine, la persistente influenza di Kircher spingeva ancora gli
archeologi a ragionare in termini di semagrammi anziché di fonogrammi, cosa che scoraggiava
ulteriormente dal tentare una decifrazione fonetica.

IL CONTRIBUTO DI YOUNG
Il francese Silvestre de Sacy e lo svedese Johan David
Akerblad furono tra gli studiosi che si cimentarono
nell’interpretazione del demotico. Invece, Thomas Young (1773-
1829), uno scienziato inglese, fu uno dei primi ad occuparsi della
parte in geroglifico e a dubitare della teoria di Kircher. A quattordici
conosceva dodici lingue straniere: il greco, il latino, il francese,
l'italiano, l'ebraico, il caldeo, il siriaco, il samaritano, l'arabo, il
persiano, il turco e l'etiope. corso di studi da lui scelto non verteva
sulle lingue ma sulla medicina; pare, tuttavia, che gradualmente
iniziò a dedicarsi alla ricerca in qualsiasi campo, abbandonando la
cura degli infermi. Appena sentì parlare della stele di Rosetta,
Young iniziò i suoi studi di traduzione.
Nell'estate del 1814 andò in vacanza nella località balneare di Worthing, portando con sé
una copia delle tre iscrizioni. Quando rivolse l'attenzione a un gruppetto di geroglifici circondati da
una cornice dagli angoli arrotondati (il cartouche, cartiglio) ebbe l'intuizione che l'artificio grafico
potesse servire a sottolineare l'importanza dei simboli in esso contenuti, e che questi potessero
quindi corrispondere al nome del faraone Tolomeo, che compariva nel testo greco come
Ptolemàios e nel testo egizio con i seguenti geroglifici.

Tolomeo

Ciò rappresentava una grande opportunità per Young


poiché, ipotizzando che il nome del faraone venisse
pronunciato in modo simile in qualunque lingua. Il cartiglio
di Tolomeo ricorre sei volte sulla stele di Rosetta, elaborata
sia nella versione tipica, sia in una forma più lunga ed
elaborata. Young ipotizzò che la seconda versione includesse
titoli onorifici, dunque si concentrò sui simboli della versione
breve e cercò di stabilire i loro valori fonetici.

Tolomeo, vita eterna, amato da Ptah


Erano però necessarie varie ipotesi ausiliarie. Per esempio, talvolta non venivano riportate
le vocali e la disposizione dei simboli sembrava guidata dall'estetica più che dalla fonetica. Gli
scribi avrebbero cercato di evitare le lacune e di preservare l'armonia visiva dei geroglifici, cosa
che spiega perché i simboli del quadrato piccolo e del semicerchio sono collocati uno sopra l'altro.
Incoraggiato da quella prima decifrazione, lo studioso inglese scoprì un cartiglio, in
un'iscrizione copiata dal tempio di Karnak a Tebe, che egli sospettava corrispondere a Berenice,
nome di una regina dell'Egitto tolemaico. Young applicò di nuovo la sua strategia per scoprire i
valori fonetici, riuscendoci con successo.

Berenice

Nonostante le incertezze che ne derivavano, Young riuscì ad attribuire i giusti valori fonetici
alla maggior parte dei segni. Con questa tecnica, Young riuscì ad identificare la metà del geroglifici
in modo esatto, e un altro quarto in modo almeno parzialmente corretto. Aveva individuato anche
la desinenza femminile, posta al termine dei nomi delle regine e delle dee. Tuttavia, il lavoro di
Young si interruppe improvvisamente: egli definì questi risultati "il passatempo di poche ore
libere" e nel 1823 li riassunse nell’opera Relazione sulle recenti scoperte nella letteratura
geroglifica e antichità egiziane. Alcune delle conclusioni cui giunse Young furono presentate nel
suo famoso articolo "Egypt", scritto per l'edizione del 1818 della Encyclopædia Britannica. Egli,
inoltre, non era riuscito ad applicare il suo metodo di indagine ad altre parti di testo che non
fossero nomi propri, dato che non aveva intuito che la parte discorsiva del testi in demotico e
geroglifico costituivano una parafrasi di quello in greco, e non una vera e propria traduzione. Egli,
per giustificare la natura chiaramente fonetica delle sue scoperte, fece notare che la dinastia
tolemaica era detta “dei Lagidi” perché discendeva da Lago, un generale di Alessandro Magno, e si
trattava dunque di una famiglia macedone, non egiziana. Secondo Young, i nomi dei tolemaici
erano scritti in forma fonetica perché, essendo di origine straniera, non avevano corrispettivi
soddisfacenti nell'ambito del normale sistema geroglifico. Riassunse le sue opinioni al riguardo
paragonando i geroglifici ai caratteri cinesi, che gli europei proprio in quel periodo cominciavano a
comprendere:
«È assai interessante ricostruire alcuni dei passi tramite i quali la scrittura alfabetica sembra esser derivata
dalla geroglifica; un processo che in qualche misura è forse illustrato dal modo in cui il cinese moderno
esprime una combinazione di suoni stranieri, i caratteri essendo resi semplicemente "fonetici" da un
contrassegno appropriato, che li priva del significato naturale: questo contrassegno, in alcuni libri moderni
realizzati col metodo della stampa, si avvicina molto all'anello che circonda i nomi geroglifici.»

JEAN-FRANÇOIS CHAMPOLLION:
«SONO TUTTO DELL 'EGITTO E L'EGITTO È TUTTO PER ME»
Lo studioso che decifrò definitivamente i geroglifici fu il linguista Jean-François
Champollion. Egli nacque nel piccolo villaggio di Figeac, nel sud-est della Francia, il 23 dicembre
1790. Figlio del libraio Jaques Champollion e di Jeanne-Françoise Gualieu, fu ultimo di sette fratelli
(due dei quali morirono prima che lui nascesse). Si dice che all'età di cinque anni compì il primo
lavoro di decifrazione, paragonando alla scrittura stampata ciò che aveva appreso a memoria,
imparando così a leggere da solo. La carriera scolastica di Champollion a Figeac non fu
particolarmente brillante, e il fratello Jean Jacques Champollion, un filologo molto dotato e che si
interessava anche di archeologia, lo portò a vivere con sé a Grenoble nel
1801, per aver cura della sua educazione.
Champollion mostrò subito un'eccezionale predisposizione allo
studio delle lingue antiche, e nel corso della sua vita imparò il latino, il
greco, l'ebraico, l'etiope, il sanscrito, lo zendo, il pahlevi, l'arabo, il
siriaco, il caldeo, il persiano e il cinese, da lui considerati poco più che
una preparazione alla battaglia decisiva, quella per la decifrazione dei
geroglifici. Difatti, nel 1801 ebbe occasione di incontrare Fourier, celebre
fisico e matematico che aveva partecipato alla Campagna d'Egitto di
Figura 3 - Jean-François
Champollion, ritratto di Léon Napoleone ed era diventato segretario dell'Istituto Egizio del Cairo e
Cogniet, 1822, Museo del commissario francese presso il governo egiziano. Allora prefetto del
Louvre
Dipartimento dell'Isère, Fourier si era trasferito a Grenoble; durante
un'ispezione scolastica entrò in discussione con Champollion, lo invitò a casa e gli fece vedere la
sua collezione di reperti dell'antico Egitto. Champollion, appena undicenne, rimase affascinato
dalle incomprensibili iscrizioni geroglifiche ed egli stesso anni più tardi raccontò di aver esclamato:
"Io le leggerò! Fra qualche anno, quando sarò grande, le leggerò!".
All'età di diciassette anni, nell'estate 1807, redige la prima carta storica dell'Egitto all’epoca
del regno dei Faraoni, utilizzando informazioni tratte dalla Bibbia e da testi latini, arabi ed ebraici,
per lo più frammentari. Nello stesso anno, conclude la sua opera "L'Egitto sotto i Faraoni", di cui
legge la prefazione il 1º settembre 1807 davanti all'Accademia di Grenoble. Ottiene un enorme
successo e viene nominato all'unanimità membro dell'Accademia.
Si trasferisce dunque a Parigi per frequentare dei corsi presso la Scuola speciale delle lingue
orientali (École spéciale des langues orientales, fondata nel 1795, oggi Institut national des langues
et civilisations orientales). Il 10 luglio 1809 viene nominato professore di storia all'Università.
Tuttavia, egli proclamava l'aspirazione alla verità come lo scopo più alto della ricerca storica,
esigendo perciò la libertà della scienza, una libertà assoluta a cui non si fissano limiti con permessi
o proibizioni. Alla fine, nel luglio 1821 Champollion deve lasciare Grenoble, dove, per motivi
politici, fu congedato dal ruolo di professore.
Il grado della sua ossessione per i geroglifici è ben deducibile da un aneddoto che si fa
risalire al 1808: sentendo dire che Alexandre Lenoir, un noto egittologo, ne aveva pubblicato una
decifrazione completa, Champollion sarebbe svenuto all’istante. Per sua fortuna, la decifrazione
del Lenoir non era meno fantasiosa di quella realizzata da Kircher nel XVII secolo, e la scrittura
geroglifica restava un mistero.

LE INTUIZIONI DI CHAMPOLLION
Nel 1822 Champollion applicò l'approccio di Young ad altri cartigli. Il naturalista britannico
W.J. Bankes aveva fatto trasportare il cosiddetto Obelisco di File (rinvenuto nel 1815) nel Dorset in
Inghilterra e aveva pubblicato, proprio in quel periodo, una litografia con le iscrizioni presenti
sull’obelisco, compresi i cartigli di Tolomeo e Cleopatra. Champollion ne ottenne una copia e
assegnò dei valori fonetici a ciascun segno.

Tolomeo Cleopatra
Le lettere p, t, o, l ed e sono comuni ai due cartigli; in quattro casi esse hanno lo stesso
valore fonetico in "Tolomeo" e in "Cleopatra", mentre solo nel caso di t è presente una
discrepanza. Champollion presunse che il suono t potesse essere espresso da due simboli, così
come il suono c duro può essere espresso da c in "casa" e da k in "killer".

Spronato dal successo, provò ad affrontare cartigli privi di versione in altra lingua,
sostituendo ove possibile i valori fonetici ricavati dai nomi di Tolomeo e Cleopatra. Tradusse così
numerosi cartigli, tra cui quello di Alksentrs, Aléxandros in greco, ma, incontrando per il momento
sono nomi stranieri, non era in grado di confutare l'ipotesi di Young che il sistema fonetico fosse
usato solo per termini estranei al lessico propriamente egiziano.

Ramses

Il 14 settembre 1822 Champollion ricevette reperti provenienti dal tempio di Abu Simbel,
con cartigli di epoca pre-classica, abbastanza antichi da contenere nomi egiziani tradizionali;
studiandoli, egli verificò che anche essi seguivano il sistema fonetico individuato da Young.
Champollion si concentrò su un cartiglio contenente solo quattro simboli. I primi due erano
sconosciuti, mentre la coppia conclusiva, i due bastoni ricurvi da pastore, rappresentavano il
suono s, come risultava dal cartiglio di Alessandro (Alksentrs). Il cartiglio andava letto ?-?-s-s. Lo
studioso francese notò che il primo segno, dalla forma di un disco, potesse essere un semagramma
che rappresentava il sole. Pensò dunque che il suo valore fonetico potesse essere quello della
parola copta "ra", che significa sole. Dopotutto, il copto era discendente diretto dell'antico
egiziano: Champollion lo aveva imparato da adolescente, e lo conosceva così bene da averlo
talvolta usato per scrivere brani del suo diario. In tal caso, la sequenza del cartiglio si doveva
leggere ra-?-s-s. Considerando la possibile missione di alcune vocali, Ramses, uno dei più grandi e
antichi sovrani d'Egitto, era l’unico possibile nome adatto a tali fonemi. Il tempi successivi, riuscì
poi a verificare il valore del geroglifico sconosciuto (m), confermando la sua teoria. Dunque, anche
nomi arcaici, certamente non stranieri, erano espressi in forma fonetica. Si racconta che, dopo la
scoperta, Champollion abbia fatto irruzione nell'ufficio del fratello gridando "Je tiens l'affaire!"
("L'ho in pugno!").
In primo luogo, Champollion aveva dimostrato che gli scribi usavano scomporre una parola
o una frase in frammenti fonetici, che poi venivano rappresentati da semagrammi con l'aggiunta di
alcune lettere. Per esempio, la parola "piramidali" si potrebbe scomporre in pi-rami-d-ali; la
seconda e la quarta sequenza fonetica si potrebbero rappresentare con l'immagine di due rami e
con quella di due ali, mentre la prima e la terza si potrebbero esprimere con le lettere PI e D.
Nell'esempio, scoperto da Champollion, solo la prima sillaba, ra, è rappresentata da un
semagramma, per mezzo dell'immagine del sole; la parte restante della parola è espressa in modo
fonetico.
Secondariamente, egli stabilì la corrispondente tra la scrittura geroglifica e il copto come
lingua parlata, individuando cioè il cribs, ossia una corrispondenza con lingue note alla quale il
solutore di codici può aggrapparsi. Difatti , la scritte in questione acquista un senso solo
ipotizzando che i suoi autori parlassero il copto, perché solo in questo caso il cartiglio si pronuncia
"Ra-m-ses". Alla fine, Champollion era riuscito ad individuare un alfabeto fonetico abbastanza
completo, tanto che definì la fonetica "l'anima" dei geroglifici.

LE TRADUZIONI E I RICONOSCIMENTI
Valendosi della sua padronanza del copto, Champollion compì una rapida e vittoriosa
avanzata nel nuovo territorio linguistico, decifrando altre parole oltre ai cartigli, e in due anni
l'opera di traduzione della stele poté considerarsi in gran parte compiuta.
Il 29 settembre 1822, appena due settimane dopo aver cominciato a studiare i geroglifici di
Abu Simbel, Champollion descrisse i suoi risultati in una lettera a Bon Joseph Dacier, segretario
permanente dell'Académie des Inscriptions. Nel 1824, all'età di trentaquattro anni, espose le sue
scoperte nel libro intitolato "Précis du Système Hiéroglyphique" (Compendio del sistema
geroglifico). Per la prima volta dopo quattordici secoli era possibile leggere la storia dei faraoni,
così come i loro scribi l'avevano redatta, e i linguisti avevano l'opportunità di studiare l'evoluzione
di una lingua e di una scrittura lungo un periodo di oltre tremila anni. Partì quindi per l’Italia nel
1825: visitò numerose collezioni museali, tra cui quelle di Torino, Livorno, Firenze, Napoli e Roma,
arricchendo il vocabolario e perfezionando la traduzione dei geroglifici (ad esempio, riuscì a
identificare i plurali e i determinativi), e strinse amicizia con il pisano Ippolito Rossellini.
Aspre rivalità politiche fecero sì che per alcuni anni i risultati di Champollion non fossero
universalmente apprezzati. Thomas Young ne fu un critico
particolarmente astioso e accusò lo studioso francese di aver solo
portato a termine un lavoro in gran parte già svolto da lui stesso.
Sebbene le intuizioni dell'inglese sembrino aver facilitato la decifrazione
di Champollion, questi non gli attribuì alcun merito.
Nel 1826 fu nominato direttore della sezione egiziana del Museo
del Louvre e si occupò della classificazione degli oggetti riportati in
Francia dalla spedizione di Napoleone in Egitto. Nel 1828 prese parte
una spedizione franco-toscana attraverso il territorio egiziano e
nubiano, durata dal luglio 1828 al dicembre 1829 e diretta dalla stesso
Rossellini, per osservare direttamente le iscrizioni fin ad allora studiate
tramite disegni e litografie. Trent'anni prima, i membri della spedizione
napoleonica avevano fatto ipotesi avventate sui simboli che adornavano
i templi faraonici, ma ora egli era in grado di leggerli un carattere per
volta, e di interpretarli correttamente. Tornato in Francia ricevette dal
Collège de France la prima cattedra di Antichità egiziane nel 1831.
Champollion morì a Parigi il 4 marzo 1832 e fu seppellito
nel Cimitero di Père-Lachaise. Nonostante i numerosi scritti ingiuriosi nei
suoi confronti, di studiosi, specialmente inglesi e tedeschi, ritenevano il
suo sistema di decifrazione un prodotto di pura fantasia, l’egittologo
francese fu gloriosamente riabilitato dal tedesco Richard Lepsius, che
nell'anno 1866 trovò il cosiddetto "Decreto di Canopo", iscrizione
bilingue che confermò inequivocabilmente la giustezza del suo metodo.
La nuova stele permise anche di ipotizzare l’originale aspetto di quella di
Rosetta, evidentemente incompleta di una parte superiore
(probabilmente arrotondata) e di una base.
La maggior parte delle sue opere fu edita postuma a cura del
fratello maggiore: Lettere scritte d'Egitto e di Nubia (1833), Monumenti dell'Egitto e della Nubia
(1835-1845), Grammatica egiziana (1835-1841), Dizionario egiziano in scrittura geroglifica (1841-
1843). La copia della Stele di Rosetta su cui studiò Champollion è oggi conservata al Museo Egizio
di Torino.
In suo onore è stato assegnato il suo nome a un cratere sulla superficie della Luna. Il 19
dicembre 1986 è stato inaugurato a Figeac il Museo Champollion che, oltre alla vita e alle opere
dell'egittologo, permette di ripercorrere la storia della scrittura.

Fonti di ricerca:

it.wikipedia.org
www.studenti.it
pazziperparigi.com
www.aton-ra.com
www.egittologia.net
www.treccani.it