Li GRAMMATICA » IL LESSICO
DEL
DIALETTO TERAMANO
DUE
GIUSEPPE SAVINI
aggiuntevi poche notizie sugli usi, i costumi,
le fiabe, le leggende
del medesimo popolo Teramano
ISSI
BRMANNO LOESCHBR
O?O:R,I:ETC>
ROMA E FIRENZE (STESSA CASA)
PREFAZIONE
Amor mi spinge a dir dì-te parole.
PETRARCA.
Quando io, meno di un anno fa, mandai al palio, con tanta
trepidatone nell'animo, quelle qualunque siensi mie Osservazioni
sul Dialetto Teramano (i), non mi proposi altro scopo, che
quello di dimostrare la singolare e notevole somiglianzà del mio
dialetto con l'italiano classico, e l'uso toscano; — questo, e solo
questo, fu il mio proposito.
La benigna accoglienza fatta a quel mio povero lavoro dalla
stampa italiana ed anche estera (2), e gli incoraggiamenti avuti
da varie persone, alle quali io qui professo tutta la mia riverente
gratitudine (3), mi hanno animato a tornare sui medesimi studi;
e dopo aver considerato, il men male che per me si potè, tutte le
(1) Sul dialetto Teramano, Osservazioni di Gius. SAVINI. Ancona, Civelli,
1879 (pubblicato però ai primi del 1880). Un voi. in-8 pie. di pag. 343.
(2) II Fanfulla della Domenica, La Cimila Cattolica, II Pungolo di Napoli,
II Corriere Abruzzese, La Provincia di Teramo, II Maga^in fur die Literatur
des Auslandes di Lipsia, ecc.
(3) Metto fra i migliori incoraggiamenti la forte, ma salutare tirata d'o-
recchi datami dal chiariss. prof. D'ANCONA, al quale bacio pubblicamente
le mani per la efficace correzione. '
parti in cui il dialetto Teramano era simile alla lingua gene-
rale italiana ed al dialetto toscano, considerare ora quelle in cui
esso ne è dissimile.
Lavoro è stato questo certamente superiore alle mie forze, ed in
cui sono sicuro essermi venuti meno nervi animique, ma che ciò
non ostante ho fatto con amore, con passione, direi anzi con ar-
dore grandissimi.
Frutti di questi studi sono i presenti due Saggi di Gramma-
tica e di Lessico, a cui ho aggiunte poche notizie riguardanti
gli usi, i costumi, ecc. del nostro popolo.
Ma, come a chiare lettere dice il titolo imposto a questo liber-
colo, questi non sono che saggi, e non più che saggi, i quali non
hanno altra pretensione fuori di quella di somministrare mate-
riali a quei Maestri, che ora con tanto frutto si occupano nello
studiare gl'italiani dialetti.
Per conseguenza se il lettore si accorgerà, e ciò avverrà presto,
che qui manchi questa o quell'altra cosa, si ricordi del titolo del
libro, e compatisca ed insieme scusi lo scrittore.
E ad usarmi compatimento due motivi, se pur non san tre, ci
sono: i° Che io ho lavorato solo, sen^ altro aiuto che quello dei
pochi miei libri, privo come sono stato di qualsiasi guida vocale
di maestri o di amici; ed ognuno sa quanto questo sia indispen-
sabile, sopratutto quando si mette mano, e questo era il caso mio,
a metodi assolutamente ignorati prima; 2° Che non vi ha genere
di studi in cui sia più facile prendere equinozi, come in questi
dei dialetti neo-latini, sicché lo stesso Federico Diez, il fondatore
di questi studi medesimi, in ciascuna delle tre edizioni della sua
Grammatica delle lingue Romanze, dovè recare radicali muta-
%ioni. Aggiungerei per terzo motivo di scusa, se questa potesse va-
lermi per iscusa, la brevità del tempo, in cui questi due Saggi
sono stati compilati.
Dipende però da voi che mi leggete, il far si che essi diven-
— 5 —
gano meno incompleti, venendo in aiuto delle deboli for%e di me
clie scrivo.
E perciò io comincio fin da ora a pregar tutti quelli che tro-
veranno errori, difetti, dimenticante, eco., eco. in questi Saggi, a
volermene caritatevolmente avvertire, che anziché offendermene, io
ne sarò loro sinceramente e vivamente grato; e sopratutto esorto
i miei tuoni concittadini, i quali sanno voci, frasi, proverbi,
canti, leggende, fiabe, eco. nostrali, e li vedranno da me qui tra-
sandati a compiacersi di suggerirmeli, che io, o in altri lavori,
o ritornando su questo, ne. farò tesoro, pubblicando colla dovuta
riconoscenza il nome delle gentili persone, che me li avranno fa-
voriti.
Infine me non muove inutil desiderio d'inconseguibil fama, ma
amor mi spinge ed il desiderio di servir la mia patria diletta
in quel modo, che posso. — A questo fine, io credo che tutti pos-
sano, an%i. debbano aiutarmi — Finora, come ho detto, ho la-
vorato solo.
In questi Saggi ho tenuto conto degli avvisi e delle correzioni
avute, sia pubblicamente per le stampe, sia privatamente, ed ho
risposto ad alcune critiche che non mi san sembrate giuste, come
pure ho riparato ad altri errori da me incorsi nelle Osservazioni
ed ora avvertiti.
Darò principio con quattro chiacchere sulla storia letteraria del
nostro dialetto.
Ed in ultimo non mi resta che augurare buona fortuna a questo
mio nuovo libricciuolo, e chiedere in grafia benigna compassione
da chi lo leggerà.
Ter amo, agosto 1880.
CICALATA
sulla storia letteraria del dialetto Teramano
Vi è stato qualcuno (i) il quale mi ha esortato a far la
storia letteraria del nostro dialetto. — Figuratevi se io non
vorrei farla! — Ma per scriver bene questa storia, oltre la ca-
pacità in me che la debbo scrivere, ci manca un'altra cosa... da
nulla..., ci mancano... gli elementi.
Sicuro, gli elementi!... Perché per scrivere la storia letteraria
di una lingua, o di un dialetto (locchè è zuppa e pan molle),
bisogna che vi siano state persone che abbiano scritto in quella
lingua od in quel dialetto ; e bisogna pure che i loro scritti
esistano tuttavia.
Ora io non dirò che non siano esistiti Teramani che ab-
biano scritto nel loro vernacolo, né che le loro scritture non
esistano più, perché a me queste negazioni assolute non piac-
ciono affatto; dirò soltanto che io questi scritti non li ho visti,
né, per quanto abbia cercato, li ho potuti vedere.
E questo è caso strano per un dialetto italiano, perocché,
secondo scrive Federico Diez: « Nessun paese in Europa ha una
letteratura dialettale così ricca, come l'Italia (2). »
(1) II critico del Fanfulla della Domenica. Anno II, n. 11.
(2) Grammaire des Langues Romana, trad. par BRACHET ecc. Paris Vie-
weg 1877, Tom. I, pag. 81-82.
— 8 —
Ma d'altra parte chi voglia considerare bene le cose, non dee
farsene meraviglia, e per le due seguenti ragioni: i° perché
noi, volgo e classi civili, ci vergogniamo del nostro dialetto, e
quando dobbiamo parlare con forestieri, od anche indigeni a
noi superiori, ci sforziamo di ripulirlo quanto più possiamo;
— 2° perché, attesa l'affinità grandissima fra il nostro dialetto
e l'italiano classico e 1' uso toscano, a noi riesce facilissimo il
parlare la lingua buona, tanto che le persone men che medio-
cremente colte parlano sempre fra loro la lingua di gramma-
tica, con qualche idiotismo, con varie imperfezioni fonetiche,
ma tutt'insieme di poco conto.
In ciò siamo affatto dissimili dagli abitanti delle altre pro-
vincie d'Italia, e sopratutto delle settentrionali, dei quali, anche
quelli che appartengono alle classi più elevate della società, e
financo alle Corti, si tengono quasi a punto d'onore il parlare
il più puro vernacolo.
Ma se noi non usiamo (e parlo specialmente delle persone
colte) il dialetto neppure nel parlare fra noi, possiamo usarlo,
o potevamo averlo usato nello scrivere? — Ecco dunque per-
ché questi scritti in dialetto non si rinvengono.
Delle quali difficoltà a scrivere bene dei dialetti nostrali avea
parlato da par suo il Prof. D'Ovidio, benché sotto un rispetto
diverso dal mio, quando si era lamentato che il dialetto di
Campobasso, di cui egli si occupava, non offriva « documenti
scritti ». E poi egli riconosceva; che « nel Mezzodì per la mag-
« gior affinità di questi dialetti alla Lingua colta, le persone
« pur mezzanamente istruite non si abbandonano quasi mai al
« pretto dialetto, o parlare sporco, come lo chiamano; » con-
chiudendo infine che per queste due ragioni, e per l'altra, che
anche parlando il dialetto, noi vi mischiamo « suoni e parole
e forme della lingua colta » il solo ritrarre « fra le tante va-
rianti la vera lezione » costituisce, trattandosi di un dialetto
meridionale, rispetto ad un dialetto dell'Alta Italia, « la stessa
maggior difficoltà, che può avere, poniamo, il leggere un' in-
« garbugliato palinsesto rispetto al leggere un manoscritto or-
« dinario (i). »
Eppure egli — ed era F. D'Ovidio —- non doveva occu-
parsi che della forma attuale e vivente del suo dialetto ! —
Che sarà dunque lo scrivere di un simil dialetto la storia,
quando dippiù quel che debba scriverla non sia F. D'Ovidio,
ma io?
Aggiungete a tutto questo, l'esser venuti solo ai nostri giorni
in onore questi studi dialettali, e perciò i dotti vissuti in que-
sta nostra patria non essersi affatto occupati nello studiar il
loro dialetto.
Dunque — domando io, — mancano sì o no gli elementi
per iscrivere una storia letteraria del nostro dialetto ?
Ma pure dice il proverbio, — ed i proverbi non isbagliano
—• che chi cerca, trova; ed io, scartabellando carte e libri an-
tichi, poco sì, ma qualcosa ho trovato.
Però prima di esporre i risultati di queste ricerche, faccia-
moci ab ovo, ossia dalle origini del nostro dialetto.
Voler dimostrare ora, dopo gli studi dei moderni linguisti
che i dialetti italiani sieno originati dalla lingua latina, sarebbe
davvero un voler portare vasi a Samo ; ed anch'io, sebbene al-
lora non avessi letto né il Diez, né i suoi scolari, mi sforzai
nelle mie Osservazioni (2) a dimostrare la diretta e pura di-
scendenza del nostro dialetto dal latino, e credo d'esserci riu-
scito, tanto era facile la dimostrazione ! — Ed ora ritornato
sui medesimi studi, me ne sono convinto maggiormente.
Anzi dovendo studiare ora l'intima natura del nostro dia-
letto, e non già come allora; la sola sua simiglianza alla lin-
gua generale d'Italia, ho visto che non solo esso dialetto è
simile quanto la lingua Italiana alla Latina, ma ancor più di
essa; — e se non temessi di esser preso pe'r un arrogante,
(1) Archiv. glott. i tal. Voi. quarto, Puntata seconda, pag. 145.
(2) Pag. 12 e seguenti.
— 10 —
direi, che più su, più giù, il dialetto che parlavano i nostri
arcavoli ai tempi dell'Impero Romano, era press'a poco questo,
che parliamo ora noi, loro nipoti di quasi due mila anni dopo.
Del resto, non so chi, ma mi pare il Diez, ci aveva fatta
notare la maggior affinità alla lingua latina dei dialetti italiani,
in paragone della lingua aulica italiana.
Giacché ora di un'altra cosa non si può più dubitare, ed è,
che ben altra era la lingua che parlava Marco Tullio Cice-
rone, e quella che parlavano la sua cuoca ed il suo guarda-
portone, se li teneva. — Chi se ne vuoi persuadere scientifi-
camente legga quanto ne hanno scritto i dotti, e per citarne
uno, legga tutta l'introduzione che il Diez ha messo innanzi
alla sua Grammatica delle lingue Romanie, nella quale egli non
teme di dire che è tanto certa l'esistenza di questo Latino po-
polare, che si ha il diritto di domandare le prove piuttosto a
quelli che sostengono il contrario (i). Il guaio è che di questo
latino popolare non ci restano che pochi documenti, ma quelli
che restano non lasciano alcun dubbio su questo punto.
Ora io, man mano che se ne presenterà l'occasione nel sag-
gio di Grammatica ed in quello di Lessico, noterò le mag-
giori affinità, che, a preferenza della lingua illustre italiana, ha
il nostro dialetto col latino, sieno esse affinità fonetiche, mor-
fologiche, sintattiche, sieno lessicali ; ma qui ne vo' citare una
sola, tanto più che non potrà trovar posto altrove.
Chi di voi, o miei lettori, potrebbe sognare un'affinità qual-
siasi tra il dialetto di Teramo, che sta nel bel centro d'Italia,
e la lingua Valacca, la quale vien parlata da un popolo, mi-
gliaia di miglia lontano da noi, e che da noi differisce per la
lingua, i costumi, la religione, il governo, il clima, e financo
per gli abiti, loto cceìo, come direbbe un filosofo scolastico —
e di cui, né noi," né i nostri padri, nonni, o bisnonni hanno
visto mai un échantillon ?
(i) Op. cit. Tom. I, pag. i.
- 11 —
Eppure, — non ridete, che ve ne darò subito la prova, —
eppure c'è n'è più d'una ! Sissignori !
Apriamo infatti il libro del Maestro, come lo chiama l'A-
scoli, vale a dire la Grammatica del Die%.
Ecco che cosa vi troviamo — I Valacchi, appunto come i
Teramani, fanno subire l'apocope agli infiniti ed accentano la
vocale rimasta finale, quando i verbi sono della i* e della 3"
coniugazione, p. es. Cuntd, Au%i invece di Cuntare, Aulire;
quando poi sono della 2a coniugazione, la finale non viene ac-
centata, p. es. Face invece di -Facere (i).
Nella lingua Valacca, come nel dialetto Teramano, manca
il futuro, e questo viene supplito dall'unione dell'infinito del
verbo che si coniuga con un verbo che esprime il futuro, e
questo verbo non è già Habere ma Velie, p. es. Voiu cuntà
(volo cantare") (2).
In ambedue essi manca il participio presente (3).
Come noi, quelli non posseggono di modi d'interpellare che
il solo pronome Tu, ed anche agli imperatori, proprio come
faremmo noi se ce li avessimo, dicono — Merla td (tua
Maestà) (4).
Tengono essi ancora per pronomen reverentiae il corrispon-
dente dell'Italiano Vossignoria, cioè Dumniatà, il nostro 'Ssigniri,
e costruiscono con questo il verbo non in terza persona sin-
golare, ma in seconda, appunto come facciamo noi; onde essi
dicono: Unde ai fost dumniatà ? che secondo il Diez si traduce
letteralmente: Ubi fuisti dominatio tua ? il nostro Duv' M Itàte
'ssigniri ? (5).
Ed altra affinità tra noi ed i Valacchi è il costruire col da-
tivo alcuni verbi che il Toscano invece costruisce coli' accusa-
(1) Tom. II, pag. 241.
(2) Ivi.
(3) Pag- 243.
(4) Tom. Ili, pag. 50.
(5) Ivi, pag. 54.
tivo, p. es.: A%utà (adjutarey, Ascultà (auscultare}; Multami
(gratias agere) ; Slù%i (servire); Urmd (imitari); mutando solo
essi la nostra preposizione a in pre (per) (i).
Altra notevolissima affinità morfologica nostra coi Valacchi,
è l'uso costante dell'ausiliare Aved (habere~) in tutti i perfetti
composti, perfino in quelli di essere, p. es. : Am fost il nostro
Aje state — Venit au il nostro Ha menùte (2).
E sfogliando sempre la Grammatica del Diez — troveremo
un'altra importantissima somiglianzà nostra con quella lingua,
cioè l'avvenire la flessione delle declinazioni non sulla vocale
finale (come succede per tutte le lingue Romanze e per la
loro madre, la latina), ma sulla tonica (3); legge morfologica
costantissima pel nostro dialetto, come vedremo a suo luogo.
— E troveremo pure 1' uso della lingua Valacca di costruire
il verbo riflessivo anche con Aved, p. es.: M'am mirai il nostro
M'aje arlegràte (4).
Potrei aggiungere l'articolo mascolino in uso presso i Va-
lacchi del sud, che è precisamente il nostro Lu, De Lu,
A lu ecc. (5).
Ma qualcuno potrebbe qui interrompermi, e dirmi: — Olà,
ricordatevi, che voi ci dovete parlare delle maggiori affinità,
che anche rispetto alla lingua Italiana ha il vostro dialetto con
la lingua latina; e voi finora invece non ci state parlando che
delle affinità che esso ha con la lingua Valacca !
Vi rispondo subito con una domanda che alla mia volta vi
faccio — Come spiegate voi, o miei lettori (lasciatemi credere
che ne avrò molti), come dunque spiegate voi queste singolari
affinità tra quella lingua ed il nostro dialetto, quando fra i due
(1) Ibid., pag. 92 e seg.
(2) Ibid., pag. 266, Cf. pure ASCOLI, Studi critici, voi. I, pag. 69.
(3) Tom. II, pag. 55 e tom. I, pag. 435. ASCOLI, opera cit., voi. II,
pag. 65-66.
(4) Tom. Ili, pag. 266.
(5) Tom. II, pag. 50.
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popoli che li parlano, non ci sono state unioni di sorta alcuna?
— La risposta ve la può dar subito anche a voi il Diez, il
quale scrisse, e scrisse benissimo, che « la lingua Valacca, sepa-
« rata assai per'tempo dalle altre lingue romanze, non può avere
« tolto ad imprestito da queste gli elementi, che ha con esse
« comuni ; ma anzi deve possederli, a somiglianzà delle sue
« lingue sorelle, come un patrimonio tramandatole dalla lingua
« madre, cioè la latina » (i).
E notate che queste nostre affinità col Valacco, non sono
affinità lessicali, ma tutte grammaticali; e ci dicono i linguisti
odierni, che a dimostrare che più lingue appartengono al me-
desimo stipite non basta provare che in ciascuna di esse ci sieno
parole affini in gran numero a voci, che trovansi nelle altre,
ma è necessario addurre analogie fra i sistemi grammaticali di
esse lingue, essendo la grammatica, come dice Max Mùller
(lett. 2a) sangue ed anima del linguaggio (2); la quale mas-
sima ora è divenuta principio metodico supremo dell' odierna
linguistica comparativa nella classificazione delle lingue (3).
Ma prima di questi signori, almeno in Italia, Cesare Cantù
aveva avvertito la grande parentela fra il Valacco e l'Italiano,
e ci aveva fatto conoscere che come i Valacchi sono chiamati
ancora Rumani, così noi Italiani siamo chiamati dai Tedeschi
Wàlschen, nome affine a Walacben, e dai Polacchi Wolocln, e
dai Boemi Wlacb (4).
Ma ritornando a bomba, la cosa notevole è, che queste no-
stre affinità col Valacco non sono comuni alla lingua latina
classica, che, come ho detto, fu ben altra della lingua latina
popolare. — Ora dunque resta sempre a spiegarsi, come esse
esistano fra due popoli, così l'un dall'altro differenti. — Non
(1) Tom. i, pag. 39-40.
(2) PEZZI, Introd. allo studio della scienza del Ling. ap. La Gramm. Comp.
ài AUG. SCHLEICHER, pag. IX.
(3) Ibid., pag. XIX.
(4) Storia degli Ital., Sec. Ediz., voi. I, append. I, pag. 938.
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si deve perciò dire che queste affinità esistevano anche quando
e Daco-romani, e Galli, ed Iberi, e Lusitani ed Itali, forma-
vamo tutt'un popolo sotto l'impero Romano?
Fu Trajano, secondo narra Eutropie (Vili, 3), che, dopo
vinta la Dacia, mandò colà una moltitudine sterminata di uo-
mini, tratti da ogni canto dell'impero Romano, a popolar quelle
città e quelle campagne. Trajanus, vieta Dacia, ex loto orbe
romano, infinitas eo copias transtulerat ad agros et urbes colendas.
E qui ottimamente soggiunge il Cantù. « Queste colonie
« furono piantate laggiù avanti 1' immigrazione dei Barbari.
« Dunque la lingua che essi serbarono era già in corso mentre
« l'impero sussisteva » (i). Dunque, soggiungo io, bisogna
conchiudere, che se tutte queste torme comuni a noi ed ai
Valacchi, noi non le troviamo nei Classici, né nel Dizionario
latino, il quale, come dice il Diez (2) non è altro che un grosso
frammento del vero Vocabolario della Lingua latina, quale que-
sta era ai tempi della maggior civiltà romana, vuoi dire che
queste forme erano nella lingua popolare.
Non parliamo perciò più sulle origini del nostro dialetto
dalla lingua latina.
La dimostrazione poi dell'essersi esso mantenuto più tenace
nel serbare le forme e le voci latine, è opera della Gramma-
tica e del Lessico. La qual tenacità per altra parte si manifesta
eziandio dal conservar noi e dall'adoperar tuttora molte voci
e forme antiquate italiane, che ornai i Vocabolari e gli scrittori
hanno rifiutato.
Quando poi avvennero le invasioni barbariche, le quali a
dirla di passata furono rare e brevissime nel nostro territorio,
io penso che il nostro dialetto sia rimasto a guisa di una chioc-
ciola ritirato in mezzo ai suoi colli ed alle sue valli, immo-
bile ed invariato in mezzo a tutti gli assalti che modificarono
(1) Op. cit. pag. 939.
(2) Tom. I, pag. 26.
— 15 -
gli altri dialetti latini, e mantenne perciò intatti i suoi suoni,
le sue forme e le sue voci. Chiara prova ne è il non ritenere
noi quasi nessuna delle voci germaniche, che pure son passate
nella lingua generale italiana (i).
Cessate infine le occupazioni barbariche, e cominciatesi a
formare le nazioni e con esse le lingue, il nostro dialetto co-
minciò ancor esso a subire influenze straniere, sempre però
della sua stessa famiglia, oltre quelle della stessa penisola.
, E per una ragione o per l'altra, ne subì parecchie.
Ne subì dalla Francia, sulle cui importazioni io vorrei di-
stinguere quelle anteriori alla divisione, o meglio ali' annulla-
mento dell'impero Romano, quali sarebbero le affinità morfo-
logiche, le sintattiche e varie delle lessicali, come Bagna, Ar-
frisà, Rùhe, Abbuffa, eco., queste io non chiamerei importa-
zioni, — e quelle lasciateci dalle occupazioni militari francesi, o
peggio dagli indigeni infranciosatisi nella lettura dei libri di
quella nazione comunicate al nostro popolo, così proclive al-
l'imitazione sopratutto delle classi a lui superiori.
N'ebbe dalla Spagna; e ne doveva avere per la sì lunga servitù
sotto cui quella nazione ci tenne oppressi. Ed anche qui farei
la stessa distinzione fatta per le importazioni francesi. Queste
varie affinità vedremo nel Saggio di Grammatica.
Questo per le nazioni neo-latine, con cui noi avemmo con-
tatto. — Per l'influenze poi subite dagli altri dialetti italiani,
noterò tre di essi aver più degli altri esercitate influenze no-
tevoli sul nostro vernacolo. Primo fra tutti il Napoletano —
poi il Marchegiano — ed ultimo il Romano. Non parlo degli
altri dialetti abruzzesi, perché è cosa chiara per sé; e neppure
del Toscano, sulle cui affinità col nostro dialetto versò tutto
intero quel mio povero studio, che intitolai: — Osserva-
ecc.
(i) Cf. DIEZ, op. cit., tom. I, pag. 55-66.
— 16 —
E parlando prima, in ordine inverso, del Romano, le affi-
nità del nostro dialetto con esso, che io notai nelle mie Os~
serva%ioni (pag. 20-21) più che a contatti recenti, che anzi noi
abbiamo scarsissimi coli' alma città, debbonsi attribuire a ra-
gioni etnologiche e climatologiche ; e sopratutto all'aver rite-
nuto quel dialetto, siccome ha fatto il nostro, suoni, forme e
costruzioni latine in numero assai maggiore degli altri dialetti
italiani.
Pel Marchegiano, valgono queste istesse ragioni, e più an-
cora la vicinanza, e le frequenti e strette relazioni di com-
mercio, parentele, ecc., ed anche questo io ho accennato nelle
Osservazioni (pag. 25-26).
Il dialetto Napoletano poi, meno il Toscano, è il più che
ha influito sul Teramano. — Io mi son preso la scesa di testa
di contare, ed ho contato fino ad 889 affinità lessicali, 27 af-
finità fonetiche, e non so quante affinità morfologiche e sintat-
tiche. Ma considerando lo scarso numero di queste ultime, cioè
le morfologiche e le sintattiche, ed insieme notando quasi tutte
le affinità fonetiche averle noi comuni, oltrecchè col Napole-
tano, eziandio coi dialetti Romano e Marchegiano, ho con-
chiuso che queste qui si debbono ritenere provenienti dalle
ragioni di clima, di razza, di topografia, ecc., ma le affinità
lessicali esserci state imposte insieme col dominio politico usa-
toci a tanto nostro danno, da quella città. — Se dico scioc-
chezze, ridetevene, e tirate avanti.
In quanto a qualche parola greca, o meglio di greca etimo-
logia, che si sente nel nostro dialetto, oltre quelle ereditate
insieme con la lingua generale italiana dal latino, io mi ri-
porto a quanto dice il Diez nella introduzione alla sua Gram-
matica (i); e poi queste voci sono così poche, che possono
esserci state comunicate dai dialetti greci dell'Italia bassa.
Onde ,se volessimo definire, o meglio rappresentarci sotto
(i) Tom. I, pag. 51 a 55.
— 17 —
una forma sensibile, il nostro dialetto, dovremmo immaginar-
celo sotto la figura di un polipo con molte zampe. Le visceri
sono latine^ classico e popolare ; la scorza è abruzzese ; delle
zampe, una, la più lunga di tutte, è Toscana ; 1' altra, un po'
meno lunga, è Napoletana ; un'altra, un po' più corta, è Mar-
chegiana; un'altra, un pochino ancora più corta, è Romana; e
le altre due piccoline, di quasi eguale grandezza, sono 1' una
Francese, e l'altra Spagnuola.
Ed è considerando tutto ciò, e la particolare e ben distinta
fisonomia del nostro dialetto, e riflettendo succedere la stessa
cosa di tutti i varii e multiformi dialetti italiani, che io non
so capacitarmi come molti possano voler studiare i dialetti per
regioni, e credersi di poter scrivere egualmente bene di più di
un dialetto. Ciò aveva avvertito C. Cantù in quel suo Saggio
sui dialetti italiani, che fu il primo scritto in Italia, e da me
già citato : « Gli studi sui dialetti — egli scrisse — richie-
« dono tal finezza, che difficilmente un uomo può attendere a
« più d'uno » (i). E di un'altra cosa io non so neppure persua-
dermi, ed è della sicurtà di coloro che trattano di dialetti, cui
essi non parlano, e si basano perciò soltanto sulle scritture fatte
in quei dialetti; quando io ho visto dei pochissimi scritti in
vernacolo nostro, ognuno nella grafia differenziarsi dall' altro,
e tutti poi esprimere una pronunzia ben diversa dalla vera. —
Sicché guai a chi avesse voluto scrivere del dialetto Teramano,
facendosi guidare da quei manoscritti !
Onde io credo che male si avvisino coloro, i quali volendo
scrivere del dialetto Abruzzese, mettono alla rinfusa là entro
tutti i dialetti delle tre provincie, credendo che perché queste
compongono una sola regione, i loro dialetti sieno perfetta-
mente simili fra loro. — Per quel che sappia io, lo Zuccagni-
Orlandini, o meglio il De Virgilii, fu il solo che evitò questo
errore, quando volendo riportare il tipo dialettale abruzzese,
(i) Op. cit., pag. 958.
SAVINI, Dialetto Teramano.
— 18 -
scelse il Chietino, e fé' notare la differenza che fra questo pas-
sava, ed i dialetti Aquilano e Teramano (i).
Bisogna non esser nato in Abruzzo per non avvertire le dif-
ferenze serie che passano fra ciascun dialetto delle varie sue
città e borgate. — Eccoci qui in Teramo ; uscite voi per un
momento dalle mura della città, e già solo nel suo contado
trovate la fonetica sensibilmente alterata da quella della città.
Se poi voi vi spingete innanzi poche altre miglia, e vi recate
in mezzo alle popolazioni che abitano più vicino al mare, sen-
tirete la fonetica totalmente variata; ed altra ed altrettanto
profonda variazione troverete sol che volgiate a destra e vi
inoltriate, sempre restando nel Pretuzio, fra gli abitanti della
vallata del Vomano.
Per le quali ragioni anche chi è nato abruzzese, quando
voglia ridurre ad un sol tipo il dialetto abruzzese, facilmente prende
equivoci. Ne abbiamo avuto testé un esempio luculento nel
Vocabolario dell'uso Abruzzese mandato alla luce in questi giorni
dall'egregio Dottar Finamore, opera per tutti i riguardi prege-
volissima.
Eppure egli, benché abruzzese, benché profondamente versato
nella materia, quasi ogni qual volta ha voluto parlare dell'uso
speciale Teramano, ha dato in ciampanelle. Colpa non sua
certamente, ma del non parlare egli quel dialetto, di cui si
occupava. — Eccone un saggio :
i° Vocaboli che non esistono fra noi:— 'Jind — Ariavulle
— Carpì] a — Civjiera — Faramelle. — Scaravuscià — Schiafe —
Scruccujata — Sciungele. — 2° Befulge, messo come singolare,
mentre esso sarebbe il plurale, che neppure si pronuncia così,
ma Befùlece. — 3° Cappelà, noi invece Cappià. — 4° Cica, noi
veramente Ciche; e non dice che non si adopera se non col-
l'articolo indefinito, così: 'na ciche. — 5° Cruscile e gruscile,
noi invece Fruscile. — 6° Jone, Ajjumà, mentre noi diciamo
(i) Raccolta di dialetti italiani. Firenze, Tofani, 1864, pag. 356 e seg.
— 19 —
'Jjombre, Ajjumbrà. — 7° Marcila. Dice che si adopera in Te-
ramo; doveva dire nel Teramano ; noi diciamo solo Mammarùllg.
— 8° Matreje fatto mascolino p. Padrigno. Da noi si dice,
Tatreje al padrigno, e fMatrefe alla, madrigna. Ed anzi han
senso più spesso di suocero e suocera. — 9° Fajje (faggio), noi
invece Fdhe. — 10° Murchicchìa (morca). Noi Marche^, e ra-
rissimamente Murchicce. — 11° Rese, p. presso, da vicino. Noi
invece Rènde da rènde. — 12° Scerte (fichi secchi), noi anzi
Flette. Scerte ci è ignota. — 13° Come pure ci è ignoto Pan-
nine. — 14° Vertù, si pronunzia da noi piuttosto Virtù. —
15° Sdejeli non è nostro. — 16° Panaricia, noi non abbiamo,
ma Tornadete. — 17° Retrapele per noi ha altro significato da
rastrello. — 18° Vinghe, questo sarebbe il plurale di Vengbe,
e per noi significa solo, vimine, e non il ramo giovane, il pollone
di qualunque albero, come egli dice. — 19° E Zeleca che egli
attribuisce solo a Musciano (doveva dire Mosciano) è invece uso
più speciale di Teramo, e veramente si deve scrivere Zéhch%,
a Mosciano è più in uso Pannane. — 20. Zippera, noi lo pro-
nunziarne con un solo p, cosi: Zipere (i). E basti così.
Ho detto tutto questo, che potrebbe sembrare estraneo ai
mio argomento, per cercar di delineare, il men peggio che
potevo, la vera fisonomia del nostro dialetto, ed insieme asse-
gnargli il posto che gli compete nella classificazione generale
dei dialetti italiani.
Ma ora volgiamoci, che ben n'è tempo, a considerare gli ele-
menti, con cui potere almeno schizzar la storia letteraria del
patrio vernacolo; considerazione che è, od almeno dovrebbe
essere, l'argomento vero di tutta questa cicalata.
Ho detto già fin dal principio questi elementi esser pochi;
e sono pochini davvero. Distinguiamoli in due — documenti
— scrittori.
(i) Vocdb. dell'uso Abruzzese compilato dal Dott. cav. G. FINAMORE. Lan-
ciano, Carabba, 1880, passim.
- 20 —
I documenti che avrebbero dovuto servire a compilare la
storia generale di Teramo, sono stati disgraziati. Avevamo un
Cartolario preziosissimo, dov'erano documenti fin del ix se-
colo, e sul finire del secolo scorso si smarrì fra le mani degli
avvocati napoletani. Avevamo pure un Necrologio, forse quanto
il Cartolario prezioso, e rimase bruciato nel 1799 con la casa
di chi lo conservava. E bruciato fu pure, e nello stesso anno
1799, l'archivio dei Duchi d'Atri in Giulianova, archivio ric-
chissimo di documenti per la storia Teramana. Ed i non meno
ricchi archivii dei conventi, nella soppressione di essi fatta dai
Francesi, si dispersero insieme ai,, frati; e pel resto quod non
fecerunt Barbari, fecerurtt Barbarmi, ossia l'ignoranza e l'incuria
di quelli che quei documenti dovevano custodire.
Ma dopo il fatto è vano il lamentarsi. Piuttosto ecco quel
pochissimo, che io ho potuto ritrarre in prò del mio studio
dialettale, dallo svolgere gli antichi documenti.
In un placito del 990 leggiamo scritto Trotino (l'attuale Tor-
dino), il quale in un altro atto del 1279 vien chiamato Trutino.
In un' atto del 1252 troviamo i seguenti vocaboli, tuttora da
noi adoperati. — Farraginile — Casaleno, ambedue appartenenti
alla bassa latinità ; Piumata, intendendo il corso e le sponde
del fiume. Anzi Casaleno si trova scritto in un atto del 1226.
Troviamo in un atto del 1389 la parola Glastro p. chiostro,
ancor in uso. In un' altro del 1351 troviamo adoperato il
tuttora vivente articolo Lu. In un' altro del 1371 il diminutivo
Cicco, ripetuto poi in altri atti, o meglio Bolle capitolari del
1554 e 1560.
II secolo xv ci presenta quella minaccia che si lasciò scap-
pare di bocca verso il 1429, il disgraziato Angelo di Colacrollo
contro il Duca d'Atri, e che il nostro storico Muzii riporta,
come egli dice « in idioma Teramano » ed è questa : Horsù
basta ci sta messo, te scacciare. Dove noi potremmo osservare
che questo Horsù non è affatto dell'uso presente ; come pure
sta ora si direbbe — / ce — e che il futuro infine ora non
— 21 —
si adopera, ma si supplisce col presente. Sicché dovremmo
credere assai mutato d'allora il nostro dialetto, se non doves-
simo riflettere che chi pronunziava quelle parole era una per-
sona civile e non del popolo, e perciò essa dovè mischiare,
come appunto mischiatilo noi adesso, il dialetto col Toscano.
E subito dopo ci ferisce gli occhi la lapide, che tuttora si
vede nella nostra città alla strada di Porta Romana, e messa
in memoria dell'impiccagione dei tredici Melatinisti fatta ese-
guire dal suddetto Duca d'Atri in pena delle citate minacciose
parole del Colacrollo ; lapide su cui sta scritto : A lo parlare
agi mesura. — Che tutto ci fa ritenere esser stata intenzione
dello scrittore adoperare il Toscano d'allora, e non il Teramano ;
anche per quell'altra ragione, che ho detto in principio di
questa chiaccherata, vergognarci cioè noi di usare in pubblico,
e molto meno in iscritture, il natìo vernacolo.
E di documenti il secolo xv non ci presenta altro; almeno
io non ne ho visti altri.
Il secolo xvi è un po' più ricco. Varii documenti vesco-
vili di quel secolo, e precisamente del 1521, 1532, 1539 e
1.547 ecc-> ci danno questi idiotismi tuttora in uso. — Rente
per Presso — Pojo per Poggio —• Tumuli per Tomoli — Mesura
per Misura — Culmi per Colmi — Ponta per Punta — Mità per
Metà — Secundo per S'esondo — lurare per Giurare — Ditto
per Detto — Se per Si — De per Di — Jenibbulo per Ginepro
— Robba per Roba — Quillo per Quello — Incenderò per In-
censiere — Cusi per Cosi — Seculari per Secolari — Scuti per
Scudi — Cun^ignare per Consegnare — Banne per Parti —
e propriamente Contatori dei fuochi da queste banne.
Poscia in un atto del 1611 troviamo scritto Sanniti per Ban-
diti; ed in un altro del 1649, Ginibbleto per Ginepraio.
Ed infine il Palma ci ha conservati due modi di dire, l'uno
dovuto nascere nel secolo xvi e 1' altro nel xvn, e che cor-
revano ancora per le bocche del nostro popolo quand'egli
scriveva la sua storia (1830), ed ora sono sconosciuti affatto.
— 22 —
Sono ambedue storici. Il primo è che quando si voleva dino-
tare un uomo estremamente autorevole ed imponente, lo si
paragonava a Marco di Sciarra (il celebre bandito vissuto nel
secolo xvi) (i). L'altro lo riporto colle sue stesse parole:
« Quando si vuole a Teramo rintuzzare un'animosità che
« in donna sembri eccedente,sentiamo dirsele: che! è riuscita al
« mondo Cinzia Forti? » (2) Questa donna morì ai primi
anni del secolo xvn.
Ecco quanto so io pei documenti. Per gli scrittori la messe
è ancora più scarsa.
Non si hanno scritture in dialetto dei secoli anteriori al
nostro, o per lo meno non si ritrovano.
Abbiamo, sì, un preziosissimo Codice del secolo xv, che
contiene gli statuti della nostra città scritti nel 1440, o i Pri-
vilegi dell'antica città di Teramo, come sta scritto a caratteri
d'oro sulla covertura in pergamena, o Assisiarum capitula come
dice il testo. — Ma sventuratamente (sventuratamente dico
per chi si occupa, come me, di dialetti) essi sono scritti tutti
in latino, e non poteva essere a meno ciò in quel secolo, in
cui il fanatismo pel greco e pel latino era spinto un po' al-
l'esagerazione.
Dunque non ci resta altro, che andar cercando col lumicino
qualche idiotismo, qualche scoppiatura fonetica, scappata dalla
penna degli scrittori patrii anteriori al nostro secolo. E non ce
ne abbiamo, cioè io non ne ho visti che due.
Il primo è un Teramano, che si suppone essere Girolamo
Forti, vissuto nel secolo xv, e che precisamente nell' anno
1460 scrisse in toscano un poema intitolato: Rinaldo, o Pro-
de%%e dei Paladini in Francia — il cui manoscritto inedito si
conservava nella Palatina di Firenze (3),
(1) Stor. Aprut. Voi. Ili, pag. 79.
(2) Op. cit. voi. V, pag. 187-188.
(3) 'Di questo poema ha parlato il conte MELZI nel suo Supplemento alla
bibliografia, dei Romanci, ecc.
— 23 -
Ci si leggono questi pochi idiotismi. — Vui per voi. —
To' per tua. — Remore per rumore. — Banniera per bandiera.
— Fora per fuori. — De per di. — Commendato per comin-
ciato. — Quisto per questo. — Pajse per paese. — Veramente
questi più che idiotismi, sono voci antiquate.
Il secondo è Muzio Muzii, che si potrebbe chiamare il
padre della storia teramana. Nacque egli di famiglia patrizia
nell'anno 1535 in Teramo e vi mori ai 20 novembre 1602.
Scrisse un'opera morale intitolata : //, Padre di famiglia stam-
pata in Teramo da Isidoro e Lepido Fadi nel 1591 - e poi un'altra
che intitolò : Dialoghi curiosi, utili et dilettevoli di varie lettioni
Opera scientifica, letteraria ed anche storica. Il figlio di lui,
Francesco, stampò, dopo la morte del padre, la prima parte di
quest'opera nel 1612 in Ghie ti coi tipi di Isidoro Facii. La
seconda parte si è perduta. Ma l'opera di lui più preziosa è
{'Istoria dell'antica origine detta città di Teramo, e dei successi
notabili occorsi in essa, scritta da Muzio Mu%ii cittadino della
medesima. Egli la scrisse verso la fine del secolo xvi, e pare
precisamente nel 1596; e la volle scrivere nella forma predi-
letta di quel secolo, cioè in dialoghi, che sono sette.
Di questa storia più volte si è tentata la stampa, ed ulti-
mamente nel 1876 se ne die fuori un primo fascicolo, ma
poi l'editore si arrestò lì — ed essa rimane perciò, almeno
in gran parte, inedita.
È la storia più antica che abbiamo, e non solo è indispen-
sabile per chi vuole scrivere della storia patria, ma ancora è
utile per chi si occupa del patrio vernacolo. Perché sebbene
il Muzii abbia scritto la sua storia in toscano, ed in buon
toscano anche, ed in lui si vegga lo studio attento dei sommi
storici del suo tempo, e sopratutto del Guicciardini, del Mac-
chiavelli, e del Varchi, pure spesso se ne uscì nella forma
vernacola.
Ed egli stesso se ne accorgeva, e se ne chiamava in colpa,
dicendo nella dedica che faceva della storia medesima : alii
— 24 —
generosi giovani Teramani: « So, che nel leggere trovarete al-
ce cuni trascorsi ed errori, non essendo osservate le vere regole
« di scrivere, d'alcuni delle (sic) quali forse non mi sono avve-
« duto; alcuni altri non l'ho potuto o saputo disfare, o per
« non volere essere troppo lungo nel dire, o perché mutandoli
« mi apportavano altre incomodità, talché per non cadere in er-
« rori più notabili, li ho lasciati così stare.»
Ecco quindi un saggio delle forme vernacole, sia fonetiche,
sia lessicali, che si trovano in questo per noi venerabile sto-
rico. Cito da una copia manoscritta fatta esattamente dal-
l'originale, e da me posseduta. Avverto, come vedrà da sé
ogni mio concittadino, essere tutti, o quasi tutti, questi idio-
tismi, tuttora in uso presso il nostro popolo.
E cominciamo dalle fonetiche : — S dopo N mutato in Z.
Esempi : — Pensando — Pensieri — Piange — Con%en%p — In%p-
lente — Incensieri — Scannare — Alfonso — Cen%o — Vimf
— An%ia — Men%a — Dispensa, eco.
C dopo N mutato in G — Ingegniti — Ingredibile —
Mangare — Ingendio — Vanghetto — Spelonga.
S dopo L mutato in Z — Falbamente — Falsità — Tol^e.
T dopo L mutato in D — Assaldo —- Assàldare — Saldò
dalle mura.
T dopo N pure mutato in D — Candando — Rimondato a
cavallo — Candavamo — Mandavamo — Abbondandissimo —
Sessandotto.
Assimilazione regressiva del D in N. Tenne per tende.
Geminazione quasi costante delle consonanti mediane —
Raggionare — Luiggi —• Seppoltura — Reggina — Primleggi
— Tomasso •— Robba — Rubbati — Scommunica — Stragge
— Staggiane — Cortiggiani.
Qualche latinismo, come — Opponere — Catarina — Spe-
ramo — Bona —• Nova — Sfocare — Suspetto — Sponsali^ta
Allongare — Intuldo (sic).
E molti altri idiotismi lessicali, quali — Comparse — Afa-
— 25 —
tivo — Dai — Turano — Zoffitta — Col fladino — Castel dì
Sanguine — Verginio — Valechiera — Limbide^a — Spagna
-— Bifolci — Rigalati — Cirio — Vedassete — Nulo — Pia-
monte — Carvonara — Cadredale —> Mità — Capitaniate —
Franca — Francese —• ^Artigliarla — Montebrdndone, eco.
E Pagali (noi ora diciamo Fahóne). Trasanne dei tetti —
Goccioloni dell'acqua santa — Incancarire •— Spialo. — La
fiumata — Gatto maimone.
Qualche frase, non registrata nel Vocabolario — come So-
nare le campane ad allegrezza —• Spinellare le botti — Ap-
pedare • uno — Scasarsi per uscire tutti dalle case — ed il dare
sempre l'articolo alla città di Aquila.
Ce ne sono varie altre, ma io voglio cessare di annoiare il
lettore, solo lo pregherò di avvertire che da queste poche ci-
tazioni noi potremmo argomentare che dopo tanti secoli il
nostro dialetto abbia sofferto poche mutazioni, sicché di esso
si potrebbe ripetere quello che il Galiani diceva del dialetto
Napoletano. « È mirabile che in tanti secoli abbia il dialetto
nostro sofferta così poca mutazione, che è quasi impercetti-
bile » (i).
E pei secoli passati io non ho trovato altro da spogliare.
Non si creda però che nella nostra patria, non ci siano stati
altri scrittori che questi. No, che l'amore delle lettere è stato
sempre vivo in Teramo, e sopratutto nel finire del secolo
xvin i buoni studi erano così in onore fra noi, che, come
dice il Palma « allorché i Forti s, i Bertola, i Torcia, i Co-
« dronchi, e gli altri dotti viaggiatori sul declinare del passato
« secolo xvm, visitarono Teramo, rimanevano sorpresi dello
« stato di coltura in cui vi rinvenivano le scienze e le lettere.
« È fama che reduce l'ultimo dagli Apruzzi in Napoli, e dal
« Re Ferdinando interrogato, cosa in queste provincie avesse
« osservato, rispondesse di aver trovato Chieti ricca, Aquila,
(i) Cf. DIEZ, op. cit. tom. I, pag. 83.
— 26 —
« bella, Ter amo dotta; e si vuole che il primo ministro Acton
« chiamasse Teramo l'Atene del Regno » (i).
E lo Zimmermann, venuto anch'esso intorno allo stesso
tempo fra noi, non rifiniva mai dal meravigliarsi della dot-
trina di quei buoni nostri bisavoli, e si confessava stupefatto
nell'osservare le industrie quasi incredibili, alle quali essi ri-
correvano per procurarsi libri, in quell'allora grande scarsezza
di questi, copiarseli e passarseli fra loro.
Ma i nostri dotti, dome ho detto e ripetuto, avrebbero te-
nuto quasi a vergogna l'occuparsi nei loro studi del dialetto,
e tutt'al più si saranno serviti di questo nello scrivere qualche
barzelletta solo per ispasso; le quali scritture, rimaste inedite,
non sono giunte sino a noi.
Ora perciò se ne verrebbero gli scrittori di questo secolo.
Essi ci potranno servire, ma non gran fatto, alla compilazione
del Lessico; ma per fare la storia letteraria del nostro dia-
letto né molto né poco. Sono scritture che contano 50 o al
più 60 anni, e d'allora in poi il nostro dialetto è rimasto
quasi invariato, come si vedrà.
Il peggio ancor si è che io qui debbo giuocare di memoria,
perché anche queste scritture o sono perite, o se si ritrovano,
è difficile il procurarsele, ed io le ho apprese dalle bocche dei
nostri vecchi.
Mettiamo per primo il dottissimo Canonico Nicola Palma,
l'autore di quella storia del nostro Pretuzio, la quale quanto
è più grande tanto meno è conosciuta, e di cui pochi muni-
cipii italiani possono vantare la simile, e nella quale se lo
stile e la lingua fossero un po' più purgati, davvero non man-
cherebbe nulla. Egli ha avuto il torto ancora di non essersi
affatto occupato nella sua Storia del patrio dialetto, ed era
uomo da far ciò non solo, ma da farlo benissimo anzi.
Perché il Palma era di quelli che riescono bene in tutte quelle
(i) Stor. Aprut. voi. Ili, pag. 119.
__ 27
cose in cui si mettono, ed oltre di essere stato uno storico
insigne, un critico sottile, un profondo canonista, un dotto
apologista, fu eziandio un grazioso e facetissimo poeta in ver-
nacolo. Fra le tante sue poesie è rimasto popolarissimo uno
scherzo, che egli compose verso il 1820, o giù di 11, sul Ca-
pitolo Aprutino di cui egli faceva parte; anzi alcuni versi si
odono tuttora dalle bocche del nostro popolo.
Eccone il principio. Fingeva che una vecchia bizzoca par-
lasse ad una sua comare.
[Link] stinghe sóla sóle
E che nneO mmeU veteo U
hóme,
O*
MeO neo vàcheo su lu Dòmeu
Lf canungce a gguardà.
'Dimme tu, sora mi care
Dimme tu, s' aj' arraggióne, ecc.
E quindi facendo la rassegna dei canonici in coro per or-
dine d'anzianità, quando giungeva all'autore dello scherzo, sog-
giungeva :
Pù se ne ve, Madonna scambgce,
'Llu grassóne brutte brutte,
Cullù pù lu cchiù de tutte
Andepàteche mme sta.
E' de Gamble, e tant'abbaste !
Che ppò esscj ? nu cucciane ecc.
Viene secondo il signor Pietro Marcozzi, morto un qua-
rant'anni fa. Pare che egli poco coltivasse la musa verna-
cola, ma dal saggio che ne darò, si vedrà che fece male,
perché ebbe molta vena poetica. È un sonetto che egli scrisse
nel 1816 quando apparve in ciclo una cometa di straordinaria
grandezza, e che perciò nel volgo destò timori grandissimi;
timori che pur troppo si videro verificati nell'anno seguente
1817, anno nefasto per noi, e di grandissima penuria e mor-
talità. Eccolo:
•DOS 'iMif tp ouì,id&vw jsd offa^Svuivy — si jsd ;/£) -
-jouiouj - ouoSnj - ajtSnj - tfvìuotfs j •- oi22wpy -
3
- °^l°d \°à '•'iUOJLlV^ — 3J}Vffl 3I3AUDS 3 _£ \O3 (J JI
-UIBDS o] 3UK>3 'BUjBd copsuoj E[ puswsuu Tutù 'ruisiosTos
ranop ou^dd^DS i|8 ossads 'OUBDSOJ^ |i BSD BipauiuioD tjiap
3Aop '^qojsd 'cngutj ip ipnosi UT sssoj uoa auqj ojpra
pu w(j oj^uirajsa
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UOU BUI '3J3SS3
'cvipapf n : o|oatjtn sqo 'OUBUIEJSJL OJODTO-ISA ui
UT oreflpsip \\ £3Jip ISOD jsd [Link] jpnjs lons tjsanb ip s 'I
ps O1BJ3U3A BJ3 spnb pp co|odod oinmui tjid pò isop
'luimsco i ps owapip \i suoissed uoo yipnis su 'ODO]
opra ons pp ouitssiiuBuiy -suotz^pj BjBuips Bun ooijqqnd
3UOISU3DSE BUS EJSSnfe ip 3 'OSSBg UBJQ JI 3S3DSB 3qO OUIud
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fmà'j sp B 'Suanf ps sp Sunq g
Sp Sjgms p^e^ nuyui «
— 29 —
E la stessa grafia dialettale non mi sembra molto corri-
spondente alla vera nostra pronunzia ; e neppure la com-
media (che avrebbe potuto dirsi piuttosto farsa) in sé è gran
cosa ; anzi manca di un vero intreccio, e poggia tutto su due
dei soliti equivoci, i quali non sono nemmeno ben combi-
nati fra loro.
Checché sia di tutto ciò, pare che il Delfico si preoccu-
passe, più che di altro, di ritrarre fedelmente i costumi e la fraseo-
logia Teramana, ed in questo è riuscito bene, sicché la sua
commedia mi è stata di un discreto aiuto nella compilazione
del Saggio di Lessico, in cui il lettore la troverà citata.
Fino a ieri, si può dire, il manoscritto di questa commedia
si credeva perduto, ma in questi giorni fu ritrovato da colui
che l'aveva ricevuto in dono dallo stesso autore, il signor
Ferdinando Massei. Alla cortesia di quel venerando mio amico
che mi lasciò leggere, ritenere e studiare a comodo mio quel
prezioso manoscritto, rendo qui pubbliche e vive grazie.
Ultimo, per ordine di tempo, ma torse il primo per merito,
degli scrittori in vernacolo, fu il rimpianto Federico Pensa.
Nacque egli col dono dalla natura di una vena poetica così
festiva, che non si smentì mai, neppure in mezzo alle tra-
versie delle persecuzioni politiche. Ei compose moltissime poe-
sie in dialetto, in cui la spontaneità, il buon umore, la pro-
prietà dialettale furono sempre eguali. Non so se i suoi ma-
noscritti si conservino ancora, certo è che egli ogni anno, da
buon pappardellaro, nella ricorrenza della festa del nostro pro-
tettore S. Berardo, dedicava a questo un sonetto. Io ne ri-
cordo uno, insegnatomi quand'ero bambino, e composto nel
1855, allorché il colèra minacciava per la seconda volta la
nostra cit i. Il poeta si rivolgeva a S. Berardo, e gli diceva:
Sana Brà, Sam Brà, sta lengua zézza mi
Nn'é 'bbóne p' arcundà li grazzeje tò !
Quanne ji la ssre me vach'a ddurml,
L'ucchie me se fa ruscè tutt'a'ddò !
— 30 —
Quanne ji arpenze, e dic'accuscì
Ci fice simbre l'avvucat' a nnò ?
O U
Ci fu che m' Baradise disse : embè, pe CCri
La cacarell'a Téreme ? e'ddò ! gnomo !
Nem' busteo tu,' e nen zi simbreo tu
Che ci arpire li palle ; e pù de te
No' simbrg ce scurdeme, e pù. 'n'è cchiù.
Pe tte n'ze sona m! nu zuchetezu,
Nu spare, na carrfre mi pe' tte ?
Nu sunettg, nu striile. Sam Braddg i bu !
Oltre questi sonetti ed altre poesie vernacole e Toscane, egli,
nel 1845, quando si tenne in Napoli il congresso degli scien-
ziati italiani, scrisse in una sola notte una parodia di esso,
fingendo che sulle rive del Tordino si fossero ancor essi rac-
colti a congresso gli scienziati Teramani. Fra le varie sezioni
del congresso, ce n'era una chiamata de lu Sgri^e, ossia dei
beoni, la quale per lingua officiale aveva adottato il patrio
dialetto. Tutta la parodia, ma sopratutto la parte in verna-
colo, è graziosissima, e meriterebbe di essere stampata, se non
vi fossero per lo mezzo troppi nomi propri.
Se così scarsa messe ci presentano gli archivii e gli scrittori
patrii, una ancora più scarsa, anzi si può dire quasi nulla, ce
ne presentano gli scrittori di fuoravia. Anche ora, che questi
studi sono venuti in tanto onore, nessuno, almeno per quel
ch'io sappia, ha creduto degno delle sue ricerche, il dialetto
Teramano.
Ed infatti se voi percorrete la Grammatica ed il Vocabolario
etimologico del Die^ non ve lo trovate neppure una volta ed
alla lontana accennato. Nel già sì copioso Archivio glottolo-
gico italiano diretto [Link]'Ascoli, ne verbum quidem. La raccolta
dei Conti popolari italiani compilata dai professori Comparetti e
D'Ancona riporta — sì — canti dell'Abruzzo Chietino ed Aqui-
lano, ma di canti Teramani neppur uno — vale a dire, ce ne
sono tre della nostra Provincia, ma di essi uno è di Catignano,
— 31 — -
che non fa neppure parte del Pretuzio, ma del Pinnense, e gli
altri due sono di Civitella del Trento, la cui fonetica è più
marchegiana che pretuziana, essendo quel paese ad un miglio
o poco più dal confine colle Marche.
Lo Zuccagni Orlandini, quando pubblicò, anni sono, la sua
Raccolta di dialetti italiani scelse pel tipo abruzzese il chie-
tino, e fece bene, come ho detto, ma non parlò né punto né
poco del dialetto Teramano.
Del recentissimo Vocabolario dell'uso abruzzese del Dottor
Finamore ho parlato più sopra.
E così questa cicalata sarebbe ora finita, se non ci mancasse
ancora la morale della favola, vale a dire un po' di Cicero prò
domo sua.
Avete veduto, o lettori, che il dialetto Teramano è un campo
poco men che inesplorato, dove, chi vi si avventura, non trova
strade, né lapidi, né colonne milliarie che lo possano indiriz-
zare, anzi, neppure orme di chi vi sia passato prima, le quali
in qualche modo lo avviino; se dunque a me voi vedrete
spesso spesso, smarrire la diritta via, e messami nella storta,
avendo di più le gambe fiacche, e camminando senz'appoggio,
incespicare e dar col muso in terra, non vi mettete a ridere,
(sebbene dica il proverbio Toscano che il casco vuoi il riso
o come l'abbiamo tradotto noi: a na cascate, na rgsatg*); ma
anzi da buoni e compassionevoli fratelli venite a rialzarmi,
a sostenermi ed a rimettermi per la buona via. È anche questa
un'opera di misericordia, e Dio ve la pagherà.
E con questo, la cicalata è proprio finita.
SAGGIO DI GRAMMATICA
Ora se ne viene il Saggio di grammatica — Esso è diviso
in quattro parti: i a Fonologia, che parlerà della pronunzia;
2a Morfologia, la quale parlerà delle flessioni; 3" Formazione
delle parole ; 4" Sintassi, dove si tratterà delle concordanze,
degli usi dei casi dei tempi, dei modi, ecc.
Da questa stessa divisione si vede già che ho seguito i metodi
moderni, e specialmente quelli proposti dal Diez nella sua
Grammatica delle lingue Romanie, alla quale mi sono tenuto
stretto quanto più ho potuto.
Non vi negherò che ho fatto ciò con qualche ripugnanza,
parendomi quasi vergogna per noi Italiani, che dovendo scri-
vere della nostra lingua, o dei nostri dialetti, dobbiamo andar
fino in Germania a tor da questa in accatto i metodi. Ma se
voi vi arrischiate (ed è successo a me) di trattare italianamente
almeno della lingua italiana, sentite tosto i maestri a far la
voce grossa, e gridarvi in capo : — Andate là, voi non siete che
un'empirico ; cedesti vostri metodi, oltre essere antiquati, sono
fallaci, e per nulla scientifici. Dopo i lavori del Diez, l'osti-
narsi nei metodi antichi è un vero lavar la testa all'asino. —
SA VINI, Dialetto Teramano. 3
— 34 —
Se non fosse arroganza nei discepoli il rispondere ai mae-
stri, potremmo pure noi dire qualche cosa sull'efficacia e sul-
l'utilità dei metodi nuovi. Ma è meglio tacere, e giacché coloro
che sanno vogliono cosi, e giacché noi Italiani s'ha da servir
sempre, o vincitori o vinti, ed ora che ci siamo liberati dalla
servitù politica alemanna, ci tocca di subire quella letteraria,
chiniamo il capo e diciamo : Fonologia ha da essere ? e fono-
logia sia ! — Morfologia ha da essere ? e morfologia sia !
Il brutto è che 1' uso di questi nuovi metodi ci obbligherà
ad usare pure una quantità di termini barbari, del che, come
di colpa non mia, non domando scusa al lettore.
Del resto ho usato con molta sobrietà di questa nuova ter-
minologia, proponendomi io, più che ogni altra cosa, di ren-
dermi chiaro e intelligibile a tutti. Infine poi 1' avvolgersi in
queste nubi alemanne, e perciò poco intelligibili, di linguaggio
scientifico, non costa gran cosa; e questo non lo dico io, ma
il gran babbo degli studi linguistici in Italia, come vien chia-
mato FAscoli, il quale nel Proemio dell'Archivio glottologico
Italiano dice proprio così: « I giovani e coloro che ci reg-
« gono debbono andar persuasi, che ci vuoi più senno e più
« studio, per riuscire a scrivere bene una mezza pagina di la-
« tino, che non a palleggiare, sia pur correttamente, il solito
« numero di notiziuole glottologìche, utilissime a tutti senza
« dubbio, ma tali che in un paio di semestri ognuno se ne
« può fornire. » (i) Avete inteso ?
Dunque, tornando a noi, i metodi sono quelli del Diez; per
la Fonologia ho seguito a preferenza quelli dell'Ascoli. Come
pure per le trascrizioni ho adottato quelle dell' Ascoli, che si
trovano a pag. XLIII e seg. del citato Proemio, ma con gran-
(i) Voi. I, pag. XXXVI e XXXVII in nota.
— 35 —
dissima parsimonia, come vedremo or ora; e sostituendo altre
mie trascrizioni, che mi son parse più rispondenti alla realtà
della nostra pronunzia.
In ultimo dico al lettore, che se a lui fanno indigestione
solo questi nomi di morfologia, fonologia, vocalismo, ecc.,
salti pure a pie pari questo Saggio di Grammatica, e dia di
piglio al Lessico, dove forse si annoierà meno. Infine non ci
sarà male di nulla; — e cosi l'avessi potuto saltare anch'io.
PARTE PRIMA
CAPO I.
Indole generale della pronunzia Teramana
e Trascrizioni.
Mettiamo per cappello a questo capitolo, quel che dice il
Diez: « Non bisogna aspettarsi dai dialetti italiani una perfetta
regolarità nelle leggi fonetiche » (i).
Delle cinque vocali, noi non pronunziamo toscanamente che
due sole: l'J e l'U — Anzi l'I qualche volta, e sopratutto
quando tiene il luogo del dittongo toscano IE, ha un suono
quasi di I raddoppiato — come in Pitre per Pietro, Ghise per
Chiesa, ecc. — Allora lo trascriverò così: I i, e vuoi dire che
il suono dev'essere prolungato, e che quello della sillaba chi
dev'essere schiacciato.
L'A ha due suoni — il primo toscano, ed allora resta in-
tatto — il secondo è un suono intermedio fra l'A e l'E, e lo
trascriverò così RL, o più brevemente a.
L'È ne ha tre — il primo normale e resta intatto — il
secondo, direi così, doppio, cioè, di I e di E, .e lo trascriverò
(i) Op. cit. Tom. I, pag. 74.
— 38 —
È, è — il terzo come di JE di sopra, trascritto più breve-
mente cosi e.
L'O infine ha anch'esso tre suoni : O normale e resta in-
tatto — O molto aperto, sì che sente insieme dell'O e del-
l'A e sarà trascritto così : O, o — uo — trascritto così : O o.
Questi suoni prendono solo le vocali toniche; le atone si
pronunziano toscanamente.
Delle consonanti la pronunzia è assai più corretta; anzi di
eccezioni ai suoni toscani c'è solo che l'S diventa sibilante in-
nanzi al T ed al D — ed alla sillaba Chi, ed innanzi a qual-
che vocale, come vedremo a suo luogo ; ed allora adotterò la
|>
sigla dell'Ascoli, S — Anche il C diventa sibilante, qualche
volta, innanzi ad I — come Casce (cacio) — Camisce (ca-
micia) — Sarà trascritto C.
Lo Z nostro, come il toscano, quando ha il punto sopra
(Z) vuoi dire che ha il suono dolce; quando no, lo ha aspro.
Ma la qualità caratteristica, ed importantissima della nostra
pronunzia, è non di far sentire quasi mai le vocali che sono
dopo la tonica; non solo, ma nelle parole di quattro o più
sillabe, di avere muta anche la seconda vocale protonica, quando
la tonica è la terza vocale, p. es., Cacchgdùng — e di avere
muta la terza protonica, quando la tonica è la quarta vocale,
p. es., Arvuddecà.
Ci sono pochissime eccezioni a questa regola generale —
Eccole: i nomi femminili ; se aggettivi, quando son seguiti dai
sostantivi; se sostantivi, quando son seguiti dagli aggettivi o
dai pronomi, fanno sentire l'A finale — non solo se la pa-
rola termini realmente in A — ma anche quando termini in
altra vocale — p. es. Bella fé — Femmena bèlle — Fama nire
(fame nera) — Mojja mi (moglie jnia) — I mascolini parte-
cipano pure di quest'eccezione, quando sono aggettivi e dis-^
sillabi, e son seguiti dai sostantivi — p. es. Quanda chine,
fquanti cani!).
Delle vocali postomene non finali si fanno sentire soltanto
— 39 —
quelle che derivano dalPU latino breve nelle parole sdrucciole
p. es., Cùmule — Spettàcule — dvCiracul^, ecc.
Questo nostro E muto non è proprio l'è muto dei Francesi,
ma gli somiglia moltissimo ; insomma esso ha l'ufficio di non
far terminare crudamente in consonante la parola, ma farla chiu-
dere in un suono quasi inarticolato — Serve, come si direbbe
in musica, di smorzatura.
Trascriverò questo E muto, come lo trascrive 1' Ascoli,
così: e.
Questa nostra qualità caratteristica, oltre di semplificar molto
lo studio del vocalismo Teramano, ha un'influenza grandissima
su tutta la Grammatica; e nella Morfologia e nella Sintassi
vedremo quale influsso eserciti sulle flessioni dei nomi e dei
verbi, e sulla formazione e costruzione di essi.
S'intende che le vocali finali accentate si pronunziano come
in Toscano; p. es., Celta — Magnò — Luneddl.
Dove troverete quest'accento ', è segno che quella è la vo-
cale tonica; p. es. Ommene
Dove troverete l'H in cima o in mezzo alle parole (fuori
dei casi, in cui la Lingua generale lo richiede, come in ha,
che, ecc.) è segno che 11 succede l'aspirazione — Veramente
ho esitato molto prima di ammettere che il dialetto Teramano
avesse l'aspirazione, parendomi quest'aspirazione contraria alla
sua natura di dialetto che tende piuttosto all'addolcimento dei
suoni — Ma dopo matura riflessione, ho dovuto riconoscere
che l'aspirazione ce l'abbiamo — Non crediate già che sia l'a-
spirazione dei Tedeschi, e neppure quella dei Fiorentini o degli
altri Toscani ; no, la nostra è leggerissima, è quasi impercet-
tibile, ma aspirazione è — Infatti impedisce l'elisione per apo-
strofo di una parola terminante per vocale, e seguita imme-
diatamente da un'altra cominciante pure per vocale — p. es.,
si dice — L'ommene — ma — Lu hùne (l'uno) — Ciò succede
principalmente nel dileguo di G iniziale o mediano — p. es.,
La batte (il gatto) — Fehùre (figura) — Nelle lettere dell'alfa-
— 40 —
beto — La ha, La he, Lu ho, ecc. — Non si può chiamare
iato, perché noi non abbiamo iato come vedremo appresso —
Del resto i Latini avevano pur essi l'aspirazione; ed anzi espri-
mevano quest'aspirazione colPH (e perciò io ho adottato que-
sto segno) — il quale, come dice Mario Vittorino : « Tro-
fundo spirìtu, anhelis faucibus, exploso ore fundetur » (i).
Aggiungerò in ultimo, che mangiandoci noi, ossia pronun-
ziando mutamente, tutte le vocali postoniche, e qualcuna delle
protoniche, è naturale che appoggiamo molto sulle toniche, le
quali allunghiamo assai nel pronunziarle, sicché si può dire che
le trasciniamo da un suono al|'altro.
Diversissima, come ho detto, è la pronunzia nella nostra
regione da un luogo all'altro. Se voi andate sulle rive dell'A-
driatico sentirete l'U pronunziato quasi come l'I, l'I come l'È,
e l'È pronunziato come l'à dell'Ascoli — ; — se sulle sponde
del Vernano, troverete una fonetica ancora diversa — sentirete
l'A quasi fatto O — l'O come l'È e spesso come l'OE del-
VAscoli, e così nel resto FU fatto I, e l'I fatto U — E qui
se volessi, potrei far ridere su quest'ultimo scambio di I in U
e viceversa, narrando il curioso equivoco che facevano quei
naturali, quando fu introdotto fra noi il nuovo sistema metrico.
Non so se io sia riuscito a dare una chiara idea dell'indole
generale della nostra pronunzia ; ad ogni modo non ho saputo
parlar meglio; e perciò passo al vocalismo.
CAPO II.
Vocali toniche.
A
i° O lungo o breve, o in posizione o no, rimane intatto,
come in quasi tutti i dialetti del mezzogiorno — Prende il
suono di ae, a, quando la parola è dissillaba, e la vocale non
(i) Cf. Diez. Op. cit. Tom. I, pag. 254.
- 41 —
sia in posizione, p. es. Pane (pane) — Sane (sano). Sono
eccettuati i plurali mascolini dei nomi, e le seconde persone
singolari dei tempi, che passano in I, come vedremo nella
Morfologia — p. es., Cande (io canto) Ghinde (tu canti) —
Panne (panno) - Pinne (panni).
2° ARIO-ARIA s"empre in ARE togliendone l'I — Non
occorrono esempi.
Non parlo di Clavus e di Malus, perché se n' è parlato
troppo.
3° Lunga, diventa ^E, e — Legge — Femmeng — Eccet-
tuati, come sopra, i plurali mascolini, e le seconde persone
singolari dei tempi, che passano in I; p. es., Piene, Piine, ecc.
4° Breve — L'È latino breve che il Toscano ha mutato
in IE il nostro dialetto ha ritenuto intatto — Fele — Mete
— Pete — Fé (venit) Té (tenet): qualche volta passa in I,
Dice (decem) — La solita eccezione, detta già due volte, dei
plurali e delle seconde persone.
5° EU, EI, EO, si mutano in I - [Link]. Mi (meus, mei ecc.)
e così EA, E/E, EO, si mutano pure in I — e per evitare l'iato
si frappone un j, p. es. Addecrije, — Mije.
6° In posizione per Io più — IE, è — Perde — Férre, ecc.
In questo il nostro dialetto è simile alle lingue Valacca e Spa-
gnuola (i) - Spesso però passa in I — Licinqsje — Simbre.-
7° Lungo, intatto - Fijje - Marite, ecc.
8° Breve, spesso resta intatto. Pile — Nire — Vitre, ecc.
ed altre volte si muta in eO - Feve
0 0
— Fete (Fides)•/ — Cennere
C 0 V C 0 C
-
(cinis).
(i) DIEZ, tom. I, 142.
42
9° In posizione resta pure intatto. — Cippe — Pitta. — I
nomi proprii femminili passano in e. Frantisele — femm. - Fran-
ceschi.
10. Lungo, resta O assai aperto - Flòre — Ore, ecc.
11. Breve, che il Toscano ha mutato in UO, il nostro
dialetto ritiene intatto,' p. es. Boneo — Voveo — Domeo - Onteo
r
— foche — eccettuati i plurali mascolini che passano in U - Bune
- Fiive — Juche, ecc, e le seconde persone dei tempi, che pure
passano in U — Sane (sono) — Sune (sonas).
12. O in posizione quasi sempre in UO - o - Osse - Còrde
— Otte (peto) — qualche volta in O — Longhe.
13. Lungo, intatto — Crute — Cunnele (Cunula) - Bùfele
— Luceo — Luiie.
"o>
ecc. .
14. Breve passa in O - Cróce — Jàgbe - Mòjje — Piòve
(pluvia) ecc.
15. In posizione mutasi pure in O. Gógne — Dógge — Ròsee
— Tenne, ecc. La solita eccezione detta di sopra — Spesso resta
U - Vulgàre - Juste, ecc.
16. DITTONGHI - & fa E - Fineo - Sécule. o
17. GÈ fa I - CileO — Cicdte.
1
O
18. AU qualche volta resta intatto - Pàule, - làure - ma
per lo più mutasi, come in toscano, in O — Pòche — Tesare,
eccetto sempre i plurali ecc. che passano in U - Pùche -
Testire.
43 —
CAPO III.
Vocali afone.
Prima di tutto ricordiamoci di due cose: i° di quello che
dice il Diez, che se pel modificarsi o rimaner intatte delle vo-
cali toniche ci sono regole stabilite, le atone sono soggette il
più delle volte al caso (i); —• 2° che le vocali nostre posto-
niche restano tutte mute, meno le poche eccezioni segnate nel
Capo I, e che qui non ripeterò.
19. Iniziale di rado subisce 1' aferesi - 'Ndoneje ; ma At-
tacca ecc. resta intatto — Postonico muto ecc.
20. Iniziale diviene quasi sempre A - Alefande — Aducà
- Assucd — Asilijà — Asilefe — Asegui — Assembeje (exemplum)
- Asigge — Avita — Alegge — Alette, ecc.
21. Protonico, quasi sempre intatto, e spesso è divenuto
muto, anche là dove il Toscano l'ha mutato in I — Fenestre
- Reverènte,
o o V>
ecc.
22. Nei condizionali e nei futuri (2) diviene A - Faciarà
— Diciarà — Faciarlje — Diciarije, ecc.
23. Nell'iato passa e resta I - Crijà — Crijature, ecc.
24. Iniziale sempre subisce l'aferesi - Gnurande — Struite
- 'MbussMele — Qualche volta si muta in A - Ammenda
(inventare)
(1) Ivi, pag. 160.
(2) Vedremo appresso essere questi di forma, e non di significato.
— 44 —
25. Pro tonico, quasi sempre E muto — Len^óle - Rarissima-
mente U - Suggllle.
26. Nell'iato sempre E muto - Viqysje - Sapiente, ecc.
27. Iniziale spesso in A — Addurà — Accide — Accùpà — Ac-
casejóne - Qualche volta però in U - Ucchie — Uffi^efe -
Unórea — Uttdve,o' ecc.
28. Protonico sempre r in U - Duttóreo - Purtd - Murtàleo -
Pummadóreo — Pulite, u'
ecc.
29. Aferesi di U, rarissima - Stirpa.
30. Iniziale qualche volta si muta in A - Artiche.
31. Protonico, che il Toscano ha fatto O, per noi resta
intatto — Abbunnan%eje — Cucócce — Cunijje — Guvernà — Su-
spette
* C O
ecc.
32. Ho detto nel Capo I, 1' U breve latino delle parole
sdrucciole restare intatto per noi.
Per l'iato vedi nel Capo Quinto, W.
33. Dei dittonghi, JE iniziale subisce 1' aferesi - Gudle;
quando rimane si contrae in A - Aréteche - Aterne, (aeternus)
— Arete (haeres) — ed anche in I — Ita (aetas) — Protonico di-
viene E muto.
34. CE iniziale in I, Icòneme - Protonico, E muto.
35. AU iniziale subisce pure l'aferesi — Sculdà — Cèlle. Se
no si muta in A, Ahóste (augustus, mese) - Ahulte (Augustus,
nome)* - Protonico contraesi in U - Guài - Puveròme.n
— 45
CAPO IV.
Iato e dittonghi toscani.
36. Ho accennato esser nemico il nostro dialetto dell'iato
e preferire piuttosto l'aspirazione come in PaMre, ecc.
Ma per impedire l'iato ciò che usa più spesso è 1' epentesi
di j ; già ne abbiamo visto varii casi.
Eccone altri - Pajése - Ra^ejóne - Sa/ètte - Cajéte - Sapien-
ti -Prudente, ecc.
37. Così pure è nemico dei dittonghi Toscani, e perciò IE
contrae in I I - Ghise - Pire - Piine, ecc. UO in o Sane -
Tane - AI in I, Si (sai) Fi (fai). EI in I, Si (sei). Forse
ciò avverrà perché noi pronunziarne col suono di dittongo
l'O (uo) — e l'È (ie), quando sono in posizione.
38. C'è un caso di epentesi di V, per impedire 1' iato -
Fuve (fui).
CAPO V.
Consonanti continue.
Non so perché in questa denominazione delle consonanti
gli scolari si sieno scostati dal loro Maestro, F. Die^. Questi
infatti distingue le consonanti in liquide e mute (i). L'Ascoli, e
non so chi altro, quelle che il Maestro chiama liquide, dicono
continue, e quelle mute, esplosivi. Io ho detto di voler seguire
a preferenza YAscoli nella Fonologia, e perciò adotto anche
qui la costui denominazione.
(i) Op. cit. I, 188
— 46 —
39. J latino, iniziale che il Toscano ha mutato in G, il
nostro dialetto ha ritenuto intatto, e fa - Judece — Juste — Jesu
— Juménde. Quando si muta in G ha suono raddoppiato.
Giuveddt — Ggiuwanne, ecc. Se io l'ho ben capito, pare che
il Diez sostenga che il G - latino prima del vii secolo si pro-
nunziasse diversamente ed avesse appunto il suono di J (i).
Del resto lo stesso Diez aveva avvertito che varii dialetti ita-
liani conoscono l'addolcimento del G in J (2), e fra questi
aveva messo principalmente quelli del sud (3).
40. Interno — lo abbiamo ritenuto come i latini, mentre i
Toscani ne hanno fatto due G - Mafe, — Pije — Di/une, ecc.
E l'abbiamo ritenuto ancera dove i Toscani l'hanno fatto ca-
dere. - Caj'etane - Cajete.
41. LJ mutato in jj — Fijje.
42. VJ—BJ in J - Cajóle - Raje - qualche volta in gg-
Suggette.
43. SJ passa in C, o per dirla in lingua povera in Sce -
Casceo - Fasceo — Anche SI fa lo stesso. Gusci.
44. MJ, MBJ fa Gn — o come trascrivono i linguisti
^
odierni N — Vennegne — Cagne.
45. DJ in J - jurne-ufe -ureje -puje (podium)- qualche
volta resta intatto — Nguadijd.
46. TJ, CTJ - PTJ - in Z semplice - Cumen^à - più
spesso in Z doppio - Justi^eje — A^ejdne - Lamendai&e-
jòne, ecc. ecc.
L
47. Iniziale, o mediano (purché in mezzo a due vocali) o
doppio, resta intatto — Lune - Longhe — Sole — Qualche volta
(1) Ivi, pag. 247-248.
(2) Pag. 250.
(3) Pag. 252.
— 47 —
iniziale o mediano l'abbiamo mutato in J - Jujje (lolium) —
Pùje (Apulid).
48. ALT passa in ADD — Adde — Addàre — qualche
volta in And - Andre (alter).
49. ALS in AZZ - Fa^e — Baderne (Balsamus)
50. AL'D in ALL - Gallareo - Calle.
•* o
51. ALC in AGG - Cagge - Sagge - Fagge.
52. OLT in ODO - Vodde.
53. ULG in OGG - Pogge.
54. ULS in OZZ - Pozze (pulsus).
55. ULP in ÒLB - Halle (yulpes).
56. ULT in UDD - Uddeme O O
- Muddetudene
O V O
- (multi-
tudo).
J57.'
CL sia interno che iniziale in Chi - Chiama -. Ghise. o
J $8. PL abbiamo ritenuto intatto — Plandà — Pianea —
Plaige - ecc.
59. GL e G'L mutansi in J — semplice, se iniziali — Janne,
fotte; raddoppiansi interni - strijje.
60. BL iniziale o interno, intatto - Blasfèmea — Stabbleu —
(Stabulum).
61. FL intatto - FiammeO — FiaccheO — FiumeO — FiateV —
In ciò il nostro dialetto si accorda con la lingua spagnuola,
che ha, come noi - Fianco, Fiasco (i).
È notevole insomma che il nostro dialetto ritiene il latino
L assai più del toscano - Anche 1''Ascoli aveva avvertito questo
passaggio dell'L latino nell'I toscano (2). Noi invece siamo
rimasti più stretti alla nostra lingua madre.
62. Come ci avverte il Diez (3) questa consonante insieme
coll'R è la più che subisce metatesi. Lo stesso si avvera per noi.
(1) DIEZ, An etymol. Diction. ed. Donkin. London, Williams and Norgate,
1864, pag- 200.
(2) Studi critici, I, 31-32.
(3) Ibid., 273.
— 48 -
63. Pare che sull'R ci sia poco da dire. Solo che iniziale
pronunziasi con gran forza e con suono anzi raddoppiato —
Rre — Rrenne.o
64. Frequentemente come l'L subisce la metatesi — Frab-
beche — Scruppejóne - Strippe (Stirps) - Craìtà (Castrare).
65. Si assimila spesso col C. Pecche e coll'M Pe'mme.
66. Quando è finale nella preposizione Per - ed è seguito
da una parola cominciante per vocale, non solo scomparisce
esso R, ma anche la vocale che lo precede - P'aff&gejónc.
67.
*
RB resta intatto Arbere.
o o
Il Toscano invece l'ha mu-
tato in LB.
68. Intatto quasi sempre, sia iniziale, sia mediano. Solo si
muta in M quand'è iniziale — in Meni (venire); e si dilegua
e fa aspirare la vocale rimasta iniziale — in Holbe (yulpes).
69. Qualche volta si muta, o, come dicono i linguisti, si
rafforza in B - Sbrevugnàtc — N'abballe — Che'bbù ? — Si'bbive
- ma soli questi casi si danno.
Per NV vedi N.
70. Abbiamo bisogno di questa consonante dell'alfabeto in-
glese, e la usiamo ad esprimere il V, quando si trova fra due
vocali - Gpiuwànne
o o
— Lu wéreo — Siiwere.
v o
F, PH
71. Resta intatto quasi sempre - Per NF vedi N.
S, SS, SC, CS, PS, ST.
72. Questa consonante per noi è sempre aspra; ignoto ci
è l'S dolce dei Toscani.
— 49 —
73- Quando è iniziale spesso si muta in Z - Zimbunije —
Zaraffine — Zuffri — ecc.
74. Precedendo T, o D, o Chi - diviene sibilante sempre
- Qualche volta anche precedendo semplice vocale - Serpe -
Sibilleo — Basilischeo - Quale
•*- o
— Culi.
75. SS diviene pure sibilante - Rosse - Tolse — solo in
Poige — passa in ZZ.
76.
*
CS si assimila - Cosseo - Assucà - Tossecke
o o
- As-
sógne (Axungìa) — Ssame — Ssamà - (examen, examinare nel
senso di sdamare) diviene pure qualche volta sibilante - Selle
(axilla).
77. PS pure si assimila - Esse (ipsè).
78. ST anche si assimila - Cussù, Cussi (iste-ista) di cui
è abbreviazione 'Ssu, 'Ssa — A me pare (e forse sbaglierò)
che Cussù sia traduzione di iste e non di ipse.
Per NS vedi N.
79. Intatto quasi sempre, quando è innanzi alle vocali.
80. Accompagnandosi con le consonanti, questa è una let-
tera rivoluzionaria, che muta quasi tutte quelle, con cui si
unisce, mutando qualche volta sé stessa - NB mutasi in MM
M'moccbe- M'mece.
Si. NC in NG - 'Ngerte -Ngendeje.
82. ND si assimila — Abbunnànzeje — Quanne (quando).
Di questa assimilazione abbiamo un esempio storico. Un vii—
laggetto del nostro Pretuzio chiamavasi Ripa Candoni — per
questa legge fonetica è divenuto Ripacannoni, ed ora per
aferesi Pahannùne.
o
83. NV mutasi in MM — 'Mmideje (invidia) — 'Mmite —
'Mmità — Ammenda (inventare) - Ne'mmó.
84. NF in MB - M'bacce - (in faccia) M' brande - Cum-
bessà - Cumbermd.
SAVINI, Dialetto Teramano. 4
50
85. NP pure in MB - M'bette (in petto).
86. NQ. in NG - Nguijéte - 'Nguiline - Cingile.
87. NS iu'NZ - 'N^eparabbele - 'N^egul - 'N%en%dte.
88. NT in ND - 'Ndoneje - 'Ndrojete - Quandi (quantus).
89. Il D'Ovidio (i) ci ha fatto notare che Con e Don pre-
cedendo le consonanti si assimilano — Gli esempi che egli ad-
duce si affanno anche a noi, con le medesime eccezioni - Solo
il nostro Con non è Che ma più spesso Nghe - p. es. - Nghe
'ppàtrete - Nghe Uè.
90. Iniziale, intatto. Così pure mediano. Non parlo di Tijane
e Cambre, che noi pure abbiamo, dopo tutto quello che ne
hanno scritto VAscoli e gli altri.
91. MP in BM - 'Mbussibele
^ o o
- 'Mbutende.
o
92.
^
BM si assimila - Hamme o
- Bómme.
o
93. La geminazione di M è frequente. Ferrimene - Cum-
mune, ma non è costante. Infatti abbiamo 'nnamuràte - con
un solo M.
CAPO VI.
Consonanti esplosive.
94. Iniziale .è rimasto intatto Cava - Cose - anche dove
il Toscano l'ha mutato in G. Cajete - Cajetàne.
' O O ' O
95. Interno fra due vocali, che il Toscano ha' mutato in G,
noi abbiamo ritenuto intatto - Spiche
*• o
- Locheo - Ache.
o
(i) Op. cit.,pag. 169.
— 51 —
96. CR pure intatto - Lacreme - Sacrete.
97. CT fa TT - Ditte - Óttèche.
•" 0 0 0
98. Riteniamo il CE in Dice - ma non in Fa (Facere).
99 CT ^
mutasi in CCE - Facce.o - Setacee.
o
100. ICARE passa in ECÀ - Fabbrica - Affumica - Ru-
scecd - eccetto Manijà.
°Per CN vedi N.
QV
io i. Intatto quasi sempre - Quanne - Quattre, ecc. purché
non perda il V - in Cacche - Cacchedùne - oppure si tra-
sformi interamente in Ce, o Ci (Quis) - Pare che sia meta-
tesi semplicemente in Cerque. (Quercus).
102. Iniziale, seguito da una vocale forte - a-o-u - si di-
legua, e la vocale divenuta così iniziale si aspira sempre -
Halle - (gallus) Huste ecc., anche se è preceduta da una parola
che finisca per vocale - Nu halle - Vi sono per altro delle
eccezioni.
103. Interno fra due vocali forti, succede lo stesso - Fehure
J ' 0 0
- Mahe - (Magus).
104. Iniziale, seguito da vocali dolci, E, I, si muta in J -
finestre - (genista) - Jenucchie (gemi) - Jelà - Jettà - Jénnere.
105. Mediano fra due vocali dolci si raddoppia - Alegge -
Asigge - Rifuggeje.
106. IGARE mutasi in IJI - Fatiji - Castiji - e qualche volta
in ICHt - Letichi.
o
107. GR iniziale ; spesso si dilegua il G - Rane (sì moneta
che biada) - Rosse - Ranne (grandii) - Ratta - Randre - ec-
cetto Graifteje (grafia) - Mediano resta intatto.
— 52 —
io8. GN resta intatto meno in puneje. Tralascio di parlare,
parlandone tutti gli altri, di prene e Cunósce.
105. GV anche intatto - Sangue - Lengue, ecc.
i io. Iniziale, intatto - ed intatto pure mediano, dove eziandio
il Toscano l'ha mutato in D - Strdte - Maire - Patre - Latre
O O <J U
— Spate, ecc.
in. RT resta pure intatto - ArticheO - Articbele
1
O O
- meno
in Spirde.
112. TATE e TUTE - abbiamo comune col Toscano l'apo-
cope dell'ultima sillaba, e l'accentamento di quella rimasta -
Carità, ecc.
Per NT vedi N.
113. Iniziale, intatto - bene spesso riceve la protesi di A -
Adotte - passa in T solo in Talcfine (Delphinus).
114. Mediano fra due vocali, o tra una vocale ed una con-
sonante, purché la seconda vocale non sia la tonica, si muta
sempre in T - Nute - Pete - Quatre - Rite - invece se è la
r
. 0 0 ^*- O O
tonica, resta D - Hudé (gaudere) - Suda - Un solo esempio
ho visto di passaggio in C - Fraceche.
115. Ho detto (82°) che ND si assimila sempre; ora ag-
giungo che il nostro dialetto in quest'assimilazione non soffre
eccezioni, come gli altri dialetti del mezzogiorno, ossia non
fa scempia l'NN, ma la mantiene sempre raddoppiata - Fon-
neche
o o
- Sinneche
o o
- Guinnele
o o
- Unnece.
o o
Insomma per *•
noi è
costante la legge'fcosì espressa dal Diez - 11 D si assimila, e
/'N siiraddoppial- (i).
(i) Gramm., tom. [Link]. 218.
53 —
116. Iniziale resta intatto.
117. Mediano fra due vocali mutasi in BB - Presebbeje -
Manibbde - o si raddoppia - Oppenejóne.
118. PR in BER - Sobbre (supra) - Prubbeje - Prubbete -
(proprius) - Lebbre (lepus) - Abbrile.
119. PL mutasi in BL - Sbienne (splendere) - Sblennete
(spendidus).
120. Iniziale si muta, o come dicono, scade in V - Fasce
- Voveo - fotteo - Vedelle
o o o
- Questo mutamento del B in V,
è, secondo il Diez (i), proprietà dei dialetti meridionali d'Italia.
Passa pure,
* '
essendo iniziale,* in P,* Pesacceo - ed in M,' Mescotte.
o o
121. Negli imperfetti attivi, quando è mediano fra due vocali,
per noi spesso dileguasi, e la vocale che lo seguiva diviene
aspirata - p. es. Candahame - Faciahame, ecc.
122. Interno si raddoppia sempre - Libbertà - Celebbrà -
Cibbe - Libbre - Libberà - Abbisse - Nobbele - Dubbetà.
CAPO VII.
Accidenti generali.
123. Geminazione - Questa è frequentissima fra noi, si in
principio che in mezzo alle parole. Alcuni casi ho accennati.
Eccone altri: - Rre - Rrobbeo - Mmerdeo - Mmalatiie
'o
- Bboneo
- Mmolle - Nne - Mme - Ccbià - Dde - Ddije (Dio) -
Tte, ecc. ecc.
(i) Ibid., pag. 258-259.
— 54 —
Le parole (e sono tutte monosillabe, meno una) che fanno
raddoppiare le consonanti di quelle parole a cui precedono sono
quest'altre. E - Nne - CChiù - Che - A - Se - Tre - Ngbe
(con). La sola parola polisillaba con facoltà geminativa è, mi
pare, Pecche.
124. Epentesi. Oltre quelle accennate nel Capo Quarto, ab-
biamo l'epentesi di E fra C, F ed L per maggiore dolcezza -
Balecóne - Fdleche - Calecà - Tale fine - Befóleche, ecc.
O O O O O (X O •* O &
125. Prostesi. Questa è frequentissima nel nostro dialetto. -
AsseppelU - Alieni - Apputé - Ajlre (jeri) - Arraggione - Anna-
scónne, ecc. - oltre quella dell' S ancora più frequente -
Sfummecd - Splubbecà ecc. Se ne possono trovare altre nel
Saggio di Lessico.
Come pure nelle mie Osservazioni ecc. da pag. 296 a 322 si
possono trovare altre particolarità delle nostre leggi fonetiche,
sopratutto in riguardo a quelle toscane.
PARTE SECONDA
ZMZOIRIFOLOGhl.A.
CAPO I.
Della declinazione - Articolo.
i° Come la lingua generale italiana, o per dirla più breve-
mente, come il Toscano, il nostro dialetto non ha conservato
dei generi latini che il maschile ed il femminile. Ha conser-
vato però tutti e due i numeri — singolare e plurale.
2° I casi anche per noi sono spariti, meno uno, il vocativo ;
cui noi formiamo dal nominativo, facendo l'apocope alla tonica,
ed accentando questa: p. es, Nom. 'Ndoneje — Voc. — Ndó. Nom.
Femmene
C O O
- Voc. - Fé.
3° L'articolo è di due specie: Determinato ed indeterminato.
Il determinato è questo:
Masc. Sing. — Nom. Lu - Femminile La - Plurale Li
» » Gen. Deo lu » Deo la » Deo li
» » Dat. A lu » A la » A li
» » Acc. Lu » La » Li.
Il plurale è comune ai due generi.
4° L'articolo indeterminato è il Toscano, tranne che subi-
sce l'aferesi e fa Nà (uno) - No. (una).
5° Si noti, come ognuno già vede da sé, la particolarità no-
stra di dare l'articolo maschile plurale ad ambedue i generi-
6° Si noti pure l'aver noi ritenuto la forma antiquata toscana
— 56 —
dell'articolo determinato. I nostri Trecentisti scrivevano sempre
Lo - De lo — A lo — e cosi — La- De la — A la, ecc. ; e si noti
pure la simiglianza dell'articolo nostro, almeno del femminile,
con quello provenzale, spagnuolo, francese antico o moderno (i)
oltre quello cennato più sopra, col Valacco.
7° II nostro dialetto unisce si 1' articolo determinato colle
preposizioni De (di e de) -A — Da - Nghe (con) - Pe (per) Su -
senza però mai incorporarlo con esse — p. es. A lu - Da lu —
'Nghe la — Su la — Pe lu. Non l'unisce però mai colla prepo-
siz. —• In — ma questa sostituisce con l'avverbio Là - p. es. fi
Vacheo Uà la casa tò — io vado nella casa tua. — Anche in
questo è più simile all'italiano antico ed all'uso toscano, che
fa: — A il, Di il, ecc.
8° Questi due articoli si apostrofano sempre innanzi alle
parole comincianti per vocali, purché queste non sieno aspi-
rate, la quale aspirazione, come ho detto, io esprimerò coll'H.
In generale aspirate sono tutte le parole in cui il G iniziale
si dilegua, le lettere dell'alfabeto, ecc. — Onde si fa — L'a-
móreO — L'omeO — Ma-Z,« halleO — La batteO — Lu ho - La ha
— e così — N'ome - Nu halle. — Na hatte —• N'a^ejóne ecc.
CAPO II.
Sostantivo.
9° Ho avvertito essere qualità importantissima per la Mor-
fologia del nostro dialetto il non pronunziare le vocali finali.
Ora cominciamo- a vederne le prime conseguenze. Il Toscano
ha ereditato dal latino la qualità di far distinguere i numeri
delle declinazioni dalla vocale finale, ossia, come si dice, la
flessione numerale avviene sulla vocale finale. Per es. Poeta
(i) Cf. DIEZ, op. cit., tom. II, pag. 27-32-40.
— 57 —
Plurale - Poeti. — Anno, Plur. - Anni. — Fiore - Fiori, ecc.
Per noi invece la flessione avviene sulla tonica, e mentre di-
ciamo al singolare. — Puhete,
N
&
C o'
al *plurale: PuhiteO
— e così —•
AnneV - InneO — FloreV - Flure. O
10. Quindi da cinque che erano le declinazioni latine, e che
il Toscano ha ridotte a tre, noi possiamo ridurle a due e dire :
i° La tonica del singolare A, E si muta al plurale in I.
2° La tonica del singolare O al plurale si muta in U.
Non serve il dire che quando la tonica è O, od U restano
invariate. — Dunque
i a Declinaz. Sins;. °
: Anneo - Fetteo - Pireo - Plur. : Inneo
Fitteo - Pire.
o
2a Declin. Sing.<->
Som O
- PulteO Plur. : Suneo - Puste.
O
11. Questa flessione di a, e in i. — e di o in M si man-
tiene, sebbene cessi di esser flessione, in tutti i diminutivi,
accrescitivi degli stessi nomi, ed in tutti i derivati nominali -
p. es. Purchetteo - Sunatoren - Purgare
r
*•*• o
ecc.
12. Eccezione fanno alla regola suddetta i nomi femminili
che non hanno flessione di sorta; e solo l'articolo ne distingue
il numero ; e così fa: Sing. La pan^e - Plur. Li pan^e - La
presele, Li presche, - La poste, Li poste - La curane, Li cu-
róneo - ecc.
13. Di nomi mascolini che non subiscono la flessione nu-
merale io non so che Dete o o
- Lu deteo o
- Li dete.
c o
14. E di quelli che hanno la flessione, oltre sulla tonica,
anche sulla vocale finale ho visto solo — Sing. Befoleche —
Phir. Befulece — Sing. Amiche — Plur. Amice. — Però —
J o O ° O O
Sinneche
O O
- FicheO - Meteche.
C o O
— Plur. Miteche O O J
seguono
*
la re-
gola suddetta.
Il Diez (i) chiama questo cambiamento di vocale in mezzo
alle parole per l'influenza della flessione, una qualità partico-
lare della lingua valacca, comune anche alla bulgara ed all'al-
(i) Op. cit.,-tom. I, pag. 435.
— 58 -
banese, ma non mai delle lingue romanze. Eppure il nostro
dialetto è un dialetto neo-latino.
15. Un'altra conseguenza del non far sentire noi le vocali
finali si verifica nella flessione dei generi. I latini, seguiti dai
Toscani, distinguono i generi pure nella finale. Noi non pos-
siamo distinguerli che per mezzo dell'articolo. Soltanto a po-
chissimi nomi propri facciamo subire la flessione del genere
nella tonica. FrancischeO - Francesco - Francesche
ti O
- Francesca
- Dumineche
o o
- Dumeneche
a o o
; - ma agli
G altri non facciamo su-
bire flessione di sorta. — 'Ndoneje - vuoi dire tanto Antonio
quanto Antonia. Ggiwanne - tanto Giovanni quanto Gio-
vanna.
CAPO III.
Aggettivo.
16. La lingua italiana è più povera della latina negli agget-
tivi, perché manca del neutro. Il nostro dialetto è ancora più
povero perché non ha flessione alcuna per distinguere i ge-
neri; p. es. usa Bòne - così per significare Bonus, come Bona.
— Soltanto, come ho detto nella Fonologia, quando l'agget-
tivo precede il nome, allora la flessione avviene sulla finale. -
Femmena
o o
bòneo - Bòna femmene.
J
u o o
Ma riflettendo che questa
A
terminazione in a si da anche ai sostantivi mascolini, come
pure ho avvertito, questa non deve chiamarsi flessione.
17. Anzi gli aggettivi hanno una flessione numerale unica
per tutti e due i generi, discostandosi in ciò dai sostantivi. -
[Link].
*
Ummene
o o
bilie e Femmene
o o o
bilie.
o
18. Gli aggettivi Grande - Bello- Santo - che in Toscano
posti innanzi ai sostantivi comincianti per consonante, meno
s impura, subiscono l'apocope, non la subiscono fra noi. Belle
— 59 —
giovine - Sande Martine - Per Grande, usiamo quasi sempre
Grosse.o
19. Per la formazione dei comparativi il nostro dialetto se-
gue la regola della lingua italiana, ed usa l'avverbio Ccbiù.
20. Conosce pure, ma sotto la forma dell'uso Toscano, i
comparativi latini rimasti all'italiano, e dice. — Lu pijje - Lu
mijje — ma non conosce né minore, né maggiore, né ulte-
r'\ore, né esteriore — e li sostituisce con Cchiù %%ulle, Ccbiù
ggrosse, ecc.
21. Pel superlativo seguiamo l'italiano nelle due forme; la
prima latina, coll'aggiungere al positivo la terminazione orga-
nica issimus.* isseme
o o
— e la seconda italiana - Lu cchiù bbelleo
Lu cchiù nnobbele — Ma per lo più usiamo in luogo del
superlativo la forma perifrastica, coll'avverbio Assi dopo —
Bell'assi - Nobbel'assl.
o
22. Riteniamo i superlativi latini passati all'italiano. Otteme
- Pesseme - Masseme - Meneme — ma non Estremo. — Ci
O O V O O O O
è del tutto sconosciuta la forma in errimo.
23. Usiamo pure per superlativo il positivo ripetuto. Dótte
dótteo - Lendeo lende,o'
ecc.
24. Spesso usiamo preporre l'avverbio Ccbiù ai comparativi
ed ai superlativi rimastici dal latino. — Lu cchiù ppij'fe - Lu
cchiù mmiiie - Lu cchiù bpesseme - Lu ccbiù mmcnème.
' ' O *• * O O O O O
CAPO IV.
Numerali.
25. Pei cardinali il nostro dialetto segue il toscano ed il la-
tino nel fare i numeri sino a venti.
26. Degli ordinali non conosciamo afflitto la forma latina
da dodici in giù, ma suffiggiamo solo l'eseme ai cardinali, e
diciamo: Dudece'seme - Tridice'semt.
— 60 —
2j. Pei distributivi seguiamo a rigore il Toscano, e diciamo
Terne - Quatèrne - Cinguine - Ducine - come pure nu ter%e
- nu quarte - Doppeje - Triple ecc. i così detti proporzionali
- Ma non conosciamo affatto gli aggettivi latini Binario, Sessa-
genario - e neppure i moltiplicativi Duplice, Triplice - Usiamo
solo - Duppicce nella forma avverbiale A'dduppicce.
28. Qui è d'uopo avvertire che i più schietti fra i nostri po-
polani, e sopratutto le donne, non sanno contare oltre venti, e
quando son giunti là, ricominciano da capo, e poi contano così
— dò vendineo - 40 — tre vendineo - - 60,
T
*
ecc.* ; e se ci sono i
rotti fra mezzo, dicono - tre vendineo e ddiceo - dò vendineo e
3
ssette - e così seguitano fino a cento ed a mille - Arrivati a mille,
non sanno procedere oltre e se vi debbono dire mille e cento,
ricorrono alla moltiplica
r ;* e dicono - unneceo o
cende,
o'
dudece
o o
cende - 12 X 100 ~ n X 100. Un [Link] che della lingua
francese, che usa quatre-vingt per dire ottanta — quatre-vingt-dix
per dire novanta.
CAPO V.
Pronome.
29. Di pronomi personali il nostro dialetto ha solo Ji - (io)
Té - Nò - Vò - ; manca di Egli, e di Ella e del loro plurale
Loro - e li supplisce col pronome dimostrativo - Hesse —
Hisse, ecc.
30. Questi pronomi, nei loro casi retti, quando sono in fine
di periodo o precedono parole comincianti per vocali, subiscono
la paragoge, è fanno Jije - Noje e Nuje - Voje e Vujt - ri-
manendo apostrofata la loro vocale finale nel secondo caso.
Tu non subisce paragoge - I toro casi obliqui, soltanto quando
sono in fine di periodo, ricevono la paragoge ne - L'a dette
'a mmene
o o
- ora retorn'a
o
ttene.t
o o
— 61 —
31. Le forme congiuntive dei pronomi personali sono queste,
ed esse non solo non si accentano, ma si pronunziano mute
- Me (mi) - Te (ti) - Ce (ci e ne) - Se (si) - Ve. (vi) - Je
O \ ' o \ / O \ ' O \ t O ^ ' J
O
(gli, le, loro).
Il Diez (i) ci dice che Ennio e Lucilio hanno adope-
rato me per mihi - Me e te sono anche delle lingue Spa-
gnuola, Portoghese e Francese antica e moderna (2).
Esse si apostrofano se precedono vocali, e raddoppiano la
loro consonante iniziale quando seguono una vocale accentata ;
per esempio, Damme - Dajfe, ecc.
32. Abbiamo un'altra forma congiuntiva, che è altresì del-
l'uso Toscano, gne (gni) : però noi usiamo questa solo quando
è preceduta dalla particella negativa-Ne (non); p. es. Ne gne
lu dice.
o
33. I nostri possessivi sono:
Sinff.
^
- Masc. e fem. - Mi o MijeO - Tò - So - NostreO - Vostre
• O
- LareO
Plur. — Mi - Mije
'o
-Tu - Su - Nustre
a
- Vusireo
• Lare.
o
Qui, come si vede, oltrecchè la flessione avviene, come al
solito, sulla tonica; dippiù manchiamo affatto di femminile,
singolare e plurale - e lo suppliamo, per forza, col mascolino, e
diciamo tanto Lu ntarite mi, quanto La mojja mi - Li fra-
tille nustre - Li surelle nustre - Solo per amore di chiarezza,
O .v O C <J O *
fo notare che usiamo Lare, solo come possessivo, non come
personale, e perciò diciamo - La 'rrobba lare ma non - diciò
lareo - invece dició a hisse.
o
34. Abbiamo pure le forme congiuntive, come il Toscano,
dei pronomi possessivi, ma solo Me - Te - e non So, . Sa -
Patrete - Matnmete.
0 0 O O
35. Dimostrativi :
i° Sing. Hesse (esso ed essa) pei due generi.
Plur. Hisse (essi) - Hesse (esse).
O \ ' C O V
'
(1) Op. cit, tom. II, pag. 77.
(2) Ibid., pag. 83-87-96-100.
— 62 -
2° Sing. Mase. Culle (questo) - Chiste (questa).
Plur. Chiste (questi e queste) pei due generi -
per lo più subiscono l'aferesi, e fanno Stu ~ Sta - Sti.
3° Sing. Masc. Custù (costui) Culti (costei).
Plur. Chiste - pei due generi.
4° Sing. Quelle o chelle (quello) pei due generi.
Plur. Quille o Mile - e più spesso subiscono
l'aferesi, e fanno 'Llù, Llà, Lli - pei due generi.
5° Sing. Masc. Cullù (colui) - Culli (colei).
Plur. Chìlle (pei due generi).
6° Sing. Quesse o Chesse (codesto) pei due generi.
Plur. Chisse o Quisse - pei due generi. Quasi
sempre coll'aferesi.
Sing. 'Ssù - Ssà.
Plur. Ssi - pei due generi.
7° Sing. Cussù (cotestui) - Cussi.
Plur. Chisse - pei due generi.
8° Ed infine Sing. Stesse - pei due generi.
Plur. Stisse.
o
Fem. Stesse.
e o
36. Non abbiamo né Medesimo - ne Desso.
37. Invece abbiamo un altro pronome, che potremmo chia-
mare determinativo, ed è la ripetizione del medesimo pro-
nome, mettendo in mezzo . il nome - per esempio : 'Ss'óme
quesse - 'll'óme quelle - Corrisponderebbe a quel fiorentinismo,
come lo chiama il Minucci. - Quest'uomo qui - quell'uomo lì.
In questo nostro pronome è da notare, che il primo subisce
l'aferesi, il secondo no.
38. Non è d'uopo che io faccia notare l'irregolarità delle
flessioni, generica e numerale, dei nostri pronomi, perché la
cosa apparisce da sé.
39. Interrogativo e relativo. Di questi abbiamo : Ci (chi) -
e Che - che valgono per tutti i generi e numeri - Non
usiamo Quale che sotto la forma interrogativa.
40. Pronomi indeterminati; i° Nu - Na (unus^. - 2° Addre,
— 63 —
Andre (Alius) plur. ladre - 3° Qualeche, e più spesso Cacche,
quando è unito ad uno - Cacchedune. - 4° Nisciune, Ninde.
i . 0 0 * o' tt
- 5° Cidungue o Chijungue. - 6° Tutte, Ugne, Ugnane -
7° Quandi - Tande - ^Addrettande - Alquande. - 8° Troppe,
plur. Truppe - Poche, plur. Puche.
Notiamo che non abbiamo Ciascuno e lo suppliamo con
Ugnane - ed invece di Chicchessia usiamo Cidunqu'ahé -
Come pure o non abbiamo o usiamo rarissimamente il pro-
nome Molto, e gli sostituiamo l'avverbio Assi - per esempio:
invece di dire - C'era molta ogente - diciamo - Stévece 0 0
la
gend'assi.
41. Pei pronomi di modo adoperiamo : Tale - Quale - ma
di rado ; e più spesso in luogo loro, gli avverbi - Cume - Gusci.
CAPO VI.
Della Coniugazione.
§ i. — Attivo — Tempi.
42. Io non ripeterò qui che pei tempi il nostro dialetto ha
seguito il Toscano nel conservar dei tempi dell'indicativo la-
tino il presente, l'imperfetto ed il perfetto. Solo dirò che esso
rimanendo in ciò perfettamente simile al Toscano, se ne al-
lontana nel non conservare il futuro, cui supplisce per lo più
col presente, ovvero coll'infinito del verbo che si conjuga e
col presente di Vulè (volere).
Notiamo però che si trova la forma del futuro, ma essa non
ne ha il significato ; perché questo è sempre di dubitazione,
per esempio: - si dice - Ci sa seppartard dumdneìsi risponde
- non - Parlare - ma - Parte. o
In forma e significato di futuro io non ho trovato che questo:
- M'arnumeràje (mi ricorderai).
— 64 —
Pare ancora che del futuro noi non conosciamo che la
forma della 2" e 3" persona singolare.
43. L'imperativo, di cui conserviamo pure noi solo il pre-
sente, è quello dell'indicativo, colla solita eccezione, che la 2a
persona di esso, alle volte è la 2a persona dell' indicativo,
come Lippe. Sinde - ed alle volte la terza - Parte, Cande.
0°0' O O1 . O
44. Per formare i tempi passati ci serviamo del verbo Ave
- ma più spesso del verbo Esse - ed è forma più schietta
nostra - Ssó candateo - Semeo candateo - che - Aie
'
candateo - Averneo
candate.
O
45. Il participio presente latino non abbiamo ; ma usiamo
in sua vece il gerundio, che ne ha preso il significato.
46. Il nostro condizionale è di una sola forma in ije - Can-
darije - Faciarije. Al plurale ritiene la forma erronea, ripu-
diata ora dai grammatici - Candaresseme, ecc.
47. Il più che perfetto del congiuntivo latino è passato anche
per noi, come pel Toscani, ad essere imperfetto dell'indicativo.
§ 2. — Flessioni personali.
48. In queste ci discostiamo totalmente dal latino e dal to-
scano, causa sempre il non pronunziare le vocali finali. Anzi
se dice il vero Augusto Schleicher (i), ci discostiamo da tutte
le lingue indo-germaniche, per le quali la distinzione delle
tre persone si fa sempre per mezzo della desinenza, la quale
perciò si chiama desinenza personale.
49. Invece per noi quella stessa flessione sulla tonica di a,
e in i - e di o in w, che nella declinazione distingue i nu-
meri, nella coniugazione distingue le persone dei tempi pre-
sente ed imperfetto, nell'indicativo e nel soggiuntivo.
(i) Gramm. comp., pag. 380.
— 65 —
i* pers. 2" pers. per
Pres. - Sing. - Cande Ghinde — Imperf. - Sing. - Candeve Candive
Ugge1 » Legge/e Leggiw
Sane Suite » Suneve Sunive
Insomma questa flessione serve a distinguere la i a persona
dalla 2a del singolare.
50. Nel presente e nell'imperfetto non si ha flessione dif-
ferente tra la i" e la 3* persona singolare, che sono le stesse.
51. Il condizionale forma la sua 3* persona apocopando la
sillaba finale della i* persona ed accentando quella che diviene
così finale ; p. es. i a pers., Candarije - 3" pers., Candari -
Vero è per altro che l'apocope si fa spesso anche alla prima
persona.
52. Per tutti i tempi e per tutti i modi la 3" persona sin-
golare è pure la 3* persona plurale.
53. Una vera e stabile flessione personale della 3" si ha solo
nel perfetto, ed avviene sulla finale ; essa è sempre in o - Candó -
Leggio - Sunó - Fàció - Pijò - Diciò, ecc. - ed è pure la me-
desima pei due numeri.
54. Pel plurale ritorna la flessione sulla i a e 2a persona del
presente e del perfetto, che è sempre in e - Candente - Leg-
gerne - Sunete - Candele - Leggete, ecc. - Candessemg - Legges-
scme - Candiste - Leggeste, ecc.
§ 3. — Flessioni temporali.
55. Il presente dell'indicativo è lo stesso pel congiuntivo,
meno in pochissimi verbi anomali.
56. L'imperfetto dell'indicativo muta, come il toscano, il B
latino in V ed esce sempre in ève meno la flessione accen-
nata dell'E in I alla 2" persona singolare - Candeve, Suneve, ecc.
Nel plurale poi si muta per le due prime persone in A -
Candavàmg - Candavate - e per la già detta aspirazione del V
fra due vocali - Candahameo - Canddhate. o
57. L'imperfetto del congiuntivo poi conserva la flessione
del proprio imperfetto dell' indicativo in e, ritenendo pure la
sincope toscana - Candesse - Candisse. Nella seconda persona
plurale però abbandona la sincope, toscana, e si accosta un po'
SA VINI, Dialetto Teramano. 5
— 66 —
più alla forma latina, cui aggiunge per epentesi un S - Can-
dasseste - (Cantassetis) - Si usa pure la sincope - Candiste ;
ma la forma vera è la prima.
Del perfetto parleremo nel capo seguente.
§4. — "Passivo e deponente.
58. Pel passivo e pel deponente, il nostro dialetto ha seguito
la lingua generale italiana, e quindi è inutile che io qui ripeta
cose, che ognuno può leggere nelle grammatiche italiane. Ab-
biamo conservato, come i toscani, dei passivi latini solo il par-
ticipio passato, ma dei deponenti null'affatto.
59. Conserviamo però il verbo riflessivo, ed in ciò seguiamo
pure i toscani.
Le differenze che ci sono per questo riguardo tra noi ed
essi troveremo nella Sintassi.
CAPO VII.
Forme della coniugazione.
60. Qui il nostro dialetto si discosta quasi in tutto dalle
lingue latina ed italiana, ed assume una fisonomia sua propria.
61. Eccetto che per gli infiniti e pei participii passati, noi
possiamo ridurre le quattro coniugazioni latine ad una sola.
Perché per noi esse subiscono, eccetto gli infiniti ed i participi
passati, un solo modo di flessione, unico per tutte e quattro.
Ed infatti, se è vero, come dice il Diez, che la differenza fra
le varie coniugazioni si manifesta sopratutto nel perfetto, avendo
noi una forma unica di perfetto (anche per gli anomali !) per
tutte le coniugazioni, possiamo bene perciò ridurre queste ad
una sola.
62. E qui mi si permetta di rilevare un abbaglio in cui è
caduto lo stesso Diez (e da ciò quindi il lettore si persuada quanto
sia facile l'errare in queste materie anche ai grandissimi; figu-
riamoci i piccolissimi ! ), dunque il Diez dice: « La flessione del
perfetto latino avi, evi, ivi, ha subito dappertutto ed assoluta-
mente la sincope del V » (i). Invece il nostro dialetto ha rite-
nuto il V, e con esso ha distinto il perfetto.
(i) Op. cit., tom. II, p. 120.
- 67 —
Quindi la flessione del nostro perfetto è per le due prime
persone del singolare la stessa del latino nella 4" coniugazione
ive - iste. La terza in o, comune al singolare ed al plurale.
La i a •*•persona plurale
*
è esseme
O O
-la seconda iste.
O
Il solo verbo
esse si scosta in parte da queste flessioni generali e costanti.
63. Da questo punto io mi allontano un poco dal metodo se-
guito fin'ora, che è stato quello del Diez. — Dunque unica coniu-
gazione, meno per l'infinito e participio passato.
64. L'infinito è di quattro classi; esso si forma dal latino
coll'apocope dell'ultima sillaba, e coll'accentare la vocale ri-
masta finale, meno nella terza coniugazione che rimane inac-
centata.
_ v
i* Candà (cantare), 2' Vede (videre), 3' Legge (legere), 4* Sendì (sentire).
65. Qui si deve osservare che il nostro dialetto ignora le
terminazioni toscane dell'infinito in rre, ma ritiene la termina-
zione latina colla solita apocope ; p. es. :
^Dispone (lat., disponere, tose., disporre) - Espone (lat., exponere, tose., esporre).
66. Molti dei nostri infiniti appartengono contemporanea-
mente a due classi di coniugazioni: alla prima cioè ed alla
quarta, e si dice egualmente fatijà e fatijl ; veramente la forma
schiettissima vernacola è ji, ma si usa anche jà.
Per questo passaggio dell'infinito dalla prima alla quarta, io
non ho potuto trovare una regola fissa ; ci sarà benissimo, ma
io non l'ho potuta trovare. C'è per es. : Arsusciti e Spetta -
Cucini - Suspiri e Magna - Candà, ecc.
67. Dei participii passati seguono la forma latina soli quelli
della prima, Caudate e Magnate ; gli altri per lo più subiscono
una flessione comune in ute - Leggiutg - Sendute - Vennute.
In generale i participii seguono le flessioni degli infiniti nel
passaggio dalla prima alla quarta coniugazione, e si dice -^Fatijite
e Fatijate. Cosi alcuni della quarta invece di uscire in lite
escono in iteo come Fenile.
o
68. Onde far vedere chiaramente come nel nostro dialetto
le quattro coniugazioni latine si possano, anzi si debbano ri-
durre ad una sola, ne metto qui sotto uno specchio, o i para-
digmi come ora dicesi.
68
PRE
1' Coniugazione 2* Coniugazione
Candeo - Ghindeo - Candeo Vite - Vite - Vtte
c u o c o
Candirne
co
- Candele
ec
- Cande.o Vederne
co
- Vedete
eo
- Vele.
eo
IMPER
Candeve
CO
- Candiveo - Candeve
CO
Vedeve
CO
- VediviO - Vedeve
CO
Candahàmeo - Canddhateo • Candeve.
e o
Vedahameo - Vedovatea - Vedeve.
c u
PER
Candiveo - Candisteo - Candò Vediveo - Veduteo - Vedo
Candesseme
e
- Candeste
o o
- Candò. Vedesseme
o o
- Vedesteo - Vedo.
FU
2' Sing. Candaraje - 3* Sing. Candarà Vedaraje - Vedarà
PRESENTE -
IMPER
Candessee - Candisseo - Candesseo Vedesseo - Vedìsseo - Vedesseo
Candessemeo - Candassesteo - Candesse.o Vedesseme
o o
- Vedassesteo • Vedesse.
o
Candarije - Candarfste - Candarì Vedarije - Vedariste - Vedarì
Candaresseme
00
- Candaresteo - Candarì. Vedaresseme
o o
- Vedarelteo - Vedarì.
Cande0 - Candite
CO
ViteO - Vedete
CO
IISTE1!
Candà Vede
Candenne Vedenne
Caudate Vedute
— 69 -
[Link]'VO
SENTE
3* Coniugazione 4* Coniugazione
Vennee - Vinneo - Venne
o
Bende
c o
- Sindeo - Sende
e o
Venneme
co
- Venntte
eo
- Venneo Sendeme
C O
- Sendtte
63
- Sende.
O
PETTO
Venneve
CO
- Vennive6 - Venneve
CO
Sendeve
co
- Sendiveo - Sendeve
co
Vennahameo - Vennahateo - Venneve.
co
Sendahameo - Sendahateo - Sendeve.
e e
PETTO
Venniveo - Venniìteo - Vennò SendiveO - Sendiìtev - Sendò
Vennesseme
o O
- VenneìteO - Vennò. Sendesseme - Sendeste - Sendò.
TURO
Vennaraje - Vennarà Sendaraje - Sendarà.
TTVO
O_uello dell' Indicativo.
PETTO
Vennesseo • Vennisseo - Vennesseo Sendtsse
co
- Sendisseo - Sendesse
c o
Vennesseme
o o
- Vennassesteo - Vennesse.
o
Sendesseme - Sendasseste - Sendesse.
Vennarije - Vennariste - Vennarì Sendarìje - Sendariìte - Sendarì
Vennaresseme
o o
- Vennareìteo - Vennarì Sendaresseme
o o
- Sendarelteo - Sendarì.
Vinne& - Venntte Sindea - Sendtte.
ee
co
[Link]
VenneO Sendì.
3DIO
Vennenne Sendenne.
Venutile Sendute.
— 70 —
69. Ora io penso, e non so se m'inganno, che dopo ciò sia
inutile parlare ancora davvantaggio sulla flessione forte e sulla
flessione dolce. Solo aggiungerò alcune poche avvertenze.
70. Non è necessario parlar della forma mista della 3" con-
iug. in isc, perché, meno nel presente, nel resto segue la re-
gola generale. Il presente è questo - Fenisce per tutte e tre
le persone del singolare.
A 3
'•-
Plurale : [Link], fenetc, fenisce.
o C O - ' t f O o - ' O O
71. Delle diverse flessioni delle 2e persone singolari del
presente ho parlato al N. 49 - Solo ora aggiungo che rite-
niamo questa flessione di o in u, cessando però di essere fles-
sione, in tutti gli altri tempi e modi, meno il presente - Su-
neve
C <J
- Suniveo - Sunarije
'O
- Sunard, e non - Soneve, O o
Sonive,
O
ecc.
72. Qualche volta alla terza persona del perfetto si sufEgge
un 3ge, e si fa - Candele, Vedove, Sendò^e.
73. Una terminazione originale di presente abbiamo nel verbo
Lambijà (lampeggiare) - Lambefeje - Qui insomma pare che
ci sia epentesi, come vedremo appresso in Sta.
74. Le popolazioni della vallata del Vomano e delle marine
dell'Adriatico si distinguono da noi nella terminazione dell'im-
perfetto, che per loro è in f j e - Candeje, Venncje, ecc.
75. Pei participii passati abbiamo anche noi alcune delle va-
rietà Toscane nella forma forte. Abbiamo : Armaste, o'
Nascoste,
o'
Dette, Lecete, Morte, Cadde (colpito), Arsposte; — ma man-
chiamo di Acceso, e della doppia forma dei participii, che ha
il Toscano, come Apparito ed Apparso, noi solo Apparute -
Offerito ed offerto, noi Offerute. Di forme doppie abbiamo
solo Vedute e Vistg. Notiamo un participio singolare - Piò-
vete (piovuto), ecc.
Del resto stiamo attaccati assai più noi dei Toscani alle re-
gole generali del participio, e perciò, oltre i suddetti, facciamo
- Currute, Sendute, Leggiute, Asiggiute (esatto) , Aleggiute
(eletto), ecc.
76. Gli imperativi, quando cominciano per vocali, spesso
ricevono un A prostetico, ed allora la seconda vocale diviene
aspirata - ^Abaprco - Aha^e, ecc.
— 71
CAPO Vili.
Paradigmi degli Ausiliari e degli Anomali.
77. Ave. - Indie, pres. Aje, ji, ha - Averne, Avete, Ha —
Imperi. : Aveve, Avive, <Aveve - Avahame, Anahate, Aveve.
* C o O C O O O O O
— Peri. : Avive, o'
Avi'ste,
o
Avo — Avesseme,
o o o
Aveste,
c o
Avo.
— Futuro : Avara/e, Avara. — Congiunt. presente quello del-
l'indicativo. — Imperf. : Avesse, Avisse, Avesse, — Avesseme
(la forma più schietta è Avassess$mè) Aveste ( Avasseste ),
Avesse.
c o
— Condiz. : Avarije, /o
Avariile,
cr
Avari, - Avaresseme,
o o7
Avare'ste, Avari. — Imper.: (manca). — Inf. : Ave. — Ge-
rundio: Avenne. — Participio presente (manca). — Passato :
Avute e spesso coll'aferesi 'Vute.
78. NB. Spesso il verbo Ave si sostituisce con Tene, sopratutto
nell'imperativo. La i a e la 3" persona singolare dell'imperfetto
riceve spesso l'apocope e fa Avi. Qualche volta al singolare del
presente si prefigge un A, ed allora, per impedire l'iato, il
secondo A diviene aspirato - Ahaje - Ahi - Ahà. Per la co-
struzione di Ave vedi la Sintassi.
79. Esse. — Indie, pres. So, Si, Ahi - Seme, Sete, Ahi. —
Imperf. Ahere, Ahire, Ahere - Sahame, Sahate. Ahere. — Perf. :
Fune o Ftuge, Faste, Fu^e — FiKggsenu, Fucsie, Fiage. —
Fut.: Sarà/e, Sarà. — Gong, pres.: Sci, per tutte e tre le
persone singolari, Sceme, Scete, Sci. — Imperf.: Fusse, per
tutte e tre le persone singolari, Fusseme, Funeste o Fuste,
Fusse.o
— Condiz. : Sanie.
'o
Sariste,
o'
Sari - Saresseme.
o o
Sareste,
o
Sari.
— Imperativo (manca). — Gerundio : Essenne. — Part. pas-
sato : State.
O
80. NB, Spesso, e specialmente nell'imperativo Esse viene
sostituito dal verbo Sta. Qualche volta si usa la forma So per
la 3* persona plurale del presente, ma la forma schietta è
quella riportata sopra. Come in luogo di Fu^esseme si usa
spesso
*
Fusseme.
o o
— 72 —
81. Da. — Indie, rpres. : Dingbe, 6 Q> Di,' Da - Deme,
e o' Dete,
a o' Da.
— Congiunt. pres. : Dinghe, Diche, Dinghe - il plurale è si-
mile a quello dell' indicativo. — Imperf. : Desse, Disse, Desse
- Desseme,
o o'
Deste,
°
Desse.o
Il resto normale.
82. Fa. - Indie, pres. : Facce, Fi, Fa. - Imperat. : Fa, Facete.
— Part. : Fatte. — Perf. indicativo : Fac'ive, Facilte, Fació e
Fice. Ecco uno dei due perfetti, che si scostano dalla regola
generale, in una sola persona. Del resto è più in uso Fació
che Fice.
°
83. Sta — Indie, pres. : Stinghe, Sti, Sta — Steme Siete.
ovvero Stateme.
o o'
Statete,
o o
Sta. - Imperf.
*
: Stateve,
a o
Stative, Stateve
c o
— Statahame, o
Statavate, o
Stateve.
oo
~ Perf. : Stative,
o'
Statiste,
o*
Statò — Statesseme, Stateste, Statò. — Fut. : Stataraje, Statare.
— Congiunt. pres. : Stinghe, Stiche, Stinghe - il plurale è come
quello dell'indicativo. — Imperf. : Statesse, Statiste, Statesse -
Statassesseme
o
v o
o Statesseme
o o
— Statasseste o State'ste, Statesse.
_ o o / _o
—
Condiz. : Statarije, Statarilte, Statari — Stataresseme, Stata-
reste, Statari. — Imper. : Sta, Siete. — Inf.: Sta — Gerundio :
Stenne. — Part. : State. O
84. futi. — Indie, pres. : Pò-^e, Pii, Pò - Puteme, Putete,
Pò. È l'unico verbo che abbia il singolare ed il plurale del
presente del congiuntivo, ed è il seguente : P5%%e, Pu^e —
Puteme, Fugete, Po^e. Il resto normale.
85. Sapé — Indie, pres.: Sacce - Si - Sa - Saperne - Sa-
rpete
o o - Sa. Il resto normale.
86. f i (andare). — Indie, pres. : Foche, vi, va — Jtme, jete,
va. — Imperf. : Jeve, jive, jeve - Jahame, jahate, jeve. - Perf. :
Jive, jiste, jò — Jessemeo, feste, jó. Qpesto jò spesso riceve il
suffisso di zge, e fa jo^e. — Fut. : Jarafe, farà. — Gong,
pres.: Vaàie, viche, vache - il plurale come all'indicativo. —
Imperf. : Jesse, fisse, fesse — fessele, feste, fesse. — Condiz. :
Jarife, jariste, fari - Jaresseme^, fareste, fari. — Imperat. : Va,
jeteo, — Inf. fi. — Gerundio : Jenn%. — Part. pass. : Jite.
87. Meni (venire). — Indie, pres.: Vinghe, vi, va - Me-
73
nane, mettete, va. — Imperf. : Meneve, meniv%, meneve - Me-
nàhàme,o'
menahàte,7
o-
meneve.
o o
— Perf. : Menive, o
mentite,
o'
menò -
Menesseme, mentite, menò. Odesi spesso pure Vinne. Il resto
normale, sempre però colla mutazione del V iniziale in M,
meno nella seconda persona dell'imperativo che' fa Va, mettete.
Ha il singolare del presente del congiuntivo - Finghe, viche,
Fingbe.
88. Sci ("uscire).
v J — Indie, pres.
r Eschea o esce,
o' isce,
o' esce o -
Sceme,
o o7 scete,
7
o o-
esce
o
- Imperf.
*
Sceve,
o'
selve,
o'
sceve
o
- Sciàhame, o'•
Scia-
baie, sceve. — Perf. : Stive, sciste, sciò, ecc. — Fut. : Scia-
raje, sciare — Part. pas. : Sette, ecc., ecc.
PARTE TERZA
IP.A. ELOLiIE]
i° Di questa parte potrebbe quasi farsi a meno, avendo il
nostro dialetto seguito quasi a capello il Toscano nel formare
e derivare le sue parole dal latino.
Io quindi tralascierò di qui arrecare la dottrina di questa
formazione, e le due forme di essa; cose che ognuno potrà
leggere a suo agio nella Grammatica del Die^; e mi fermerò
soltanto e brevemente a notare dove il nostro dialetto si dif-
ferenzia dal Toscano nel formar le sue parole dal latino.
Ed essendo gran parte di queste differenze dipendente dalla
differenza della nostra fonetica da quella Toscana, io non ri-
peterò qui le meno importanti di esse.
CAPO I.
Derivazioni dei nomi.
§ !• — Derivati con pure vocali.
2° Di questi manchiamo di eus in eo, e non abbiamo fer-
reo, aureo, ecc. supplendoli sempre col genitivo del sostantivo.
3° IA per la fonetica nostra passa in eje - Angùstejc II va-
lacco ha una derivazione quasi simile in le (i).
4° IUM pure in eje - Umicideje.
(i) Op. cit., torti. II, pag. 279.
— 76 —
§ 2. — Derivati con consonante semplice.
5° C - ACEUS in acce per lo più in senso dispregiativo. -
Cavallàcci- - Casàcce - Umàcce - Manchiamo del derivato to-
0 0 "
scano accio, 0330, in senso di accrescitivo da oceus.
6° D - IDUS in eie - Succete - Trovete.
O O O <) o O
7° L - ACULUS in uh - Miràcule - Spettàcule - UC, ULUS
in ucchieo - Peducchieo - Jinucchieo - Ranucchieo - LIA in iféo - Ma-
JJ
ravijje -Battajje
8° N - II diminutivo INO poco è usato da noi (si trova
per altro), in suo luogo usiamo l'altro ucce. Ignoriamo ap-
pieno i derivati ED - IN, giacché non abbiamo né cupidine,
né libidine.
9° R - ARIUS, come ho detto nella Fonologia passa solo in
are, e non pure, come in Toscano, in aio.
10. T - mus in isgeje - Servile/e - f^i^efe - ITI A ora in
i^eje - justi^eje - ed ora in e^e, Granne^e - Frattghage.
§ 3 ° — Derivati con consonanti doppie e disuguali.
11. Nella derivazione ATT differiamo dal toscano nel ren-
dere scempia la T nel solo caso - Pignate.
12. Non conosciamo derivati in ALD e neppure in INQ. -
ING - LING.
13. ND, per le nostre leggi fonetiche, si assimila in NN; e
sì ANDUS che ENDUS, passano in enne - UNDUS in onne.
14. NT passa, come si è detto, in ND, meno ANTIA ed
ENTIA che restano an^efe - en%ejc - Lundanan%eje - Gnuran-
•%eie - Clemen^eje - Temen%eje - eccetto Sperante.
15. ARD, intatto, meno Ber ardo, che fa Bradde.
16. URN, sempre intatto anche in Musurne.
— 77 —
CAPO II.
Derivazioni dei verbi.
§ i° — Derivati con consonante semplice.
17. Le differenze tra le nostre derivazioni verbali da quelle
toscane si riducono tutte alle già dette differenze fonetiche.
r8. Riteniamo il suffisso latino ICARE, ma la forma romanza,
che in italiano è EGG, noi la mutiamo in ejà - Blanchejd -
Guerrejd - in ciò ci accostiamo piuttosto alla forma proven-
zale e portoghese (i).
I sostantivi però, che si formano da questi verbi, ritengono
la forma toscana - Manegge - Curtegge.
19. ULARE e C - ULARE si apocopano in ulà ed acchià.
20. Medesimamente quelli in TARE, SARE, TIARE, e
SIARE si apocopano in Fa, Sa, Già e Za - IZARE in i%à.
§ 2 ° — Derivati con consonante doppia.
21. Per tutti questi derivati non vi è per noi che l'apocope
e l'accentazione alla tonica - ìllà, atta, ettà, uttd.
§ 3 . — Derivati con un gruppo di consonanti.
22. ANTARE ed ENTARE apocope ed accento come sopra
- ASCERE, ESCERE, ISCERE, apocope senza accento.
CAPO III.
Composizione delle parole.
23. Non parlerò della dottrina di questa composizione, e nep-
pure della composizione nominale, perché in ciò il nostro dia-
letto segue il toscano nel comporre i suoi nomi dal latino. Solo
(i) Ivi, pag. 368.
— 78 —
mi fermerò sulla composizione con particelle per notare le poche
differenze che abbiamo dal toscano.
24. La particella extra quando è usata come prefisso, oltre i
due sensi che abbiamo comuni col toscano, di ultra, trans,
per, per noi prende un senso speciale, ed indica l'acceleramento
dell'azione del verbo, e perciò si prefigge a tutti i verbi, che im-
portano azione, sia morale che materiale, p. es. Strapperà per
pensare subito - Strafa per far subito, ecc.
25. Infra si mantiene più esatto da noi che dai Toscani.
- 'Nframette, ecc.
26. Non abbiamo composizioni con Praeter.
27. E neppure con gli avverbi - Longi - Multi - Omnis -
Minus.
28. Per la composizione delle frasi non e' è alcuna differenza
da rilevare.
CAPO IV.
Formazione delle particelle
Abbiamo parlato nella Morfologia della formazione dei Pro-
nomi e dei Numerali. Restaci ora a parlare della formazione
delle particelle.
§ i. — Avverbi.
29. Non conosciamo la composizione degli avverbi col neutro
latino ipsum, il toscano Esso, e non diciamo affatto - Lunghesso
- Sottesso.
30. Usiamo, sì, perfettamente, come i Toscani, di formare av-
verbi con puri casi di nome, vale a dire senza preposizione, e
con casi uniti a preposizione.
31. Per gli avverbi di luogo le differenze sono maggiori.
Ecce diviene Ecche, e gli si aggiunge un vi, quando vi è il prò-
— 79 —
nome, Eccheluvi. Più abbiamo due forme ignote al toscano, ed
una almeno al latino, di questo avverbio. i° Ess% - quando l'in-
dicazione si riferisce al luogo dov'è la persona, a cui la cosa è in-
dicata, come se l'indicazione fosse nello stesso avverbio. Esse lu
vi - che tradotto a lettera suonerebbe - Eccolo costà dovè tu sei ;
2° Elle. - quando il luogo indicato non è occupato da nessuna
delle due persone, né da quella che parla, né da quella a cui
si parla ; il quale avverbio unendosi al pronome si apocopa, e
fa Ellu vi. Questo potrebbe essere il latino Ellum. Dunque il
nostro dialetto ha tre forme (con maggior proprietà delle lingue
latina ed italiana) di Ecce, e sono - Ecche, esse, elle.
32. Oltre Dove, abbiamo anche l'interrogativo, Donnei lo
spagnuolo, Donde; il portoghese, Onde ; il provenzale Ont ; il
valacco, Una (i).
33. Hic - A questo è più simile il nostro Ecche, che il to-
scano Qua. L'antico francese aveva Equi (2).
34. Da Illic non abbiamo formato nessun avverbio ; da Illoc,
si, Loche (là).
35. Istic - abbiamo fatto- esse - e per aferesi - Ssà (costà).
3 6. Unde - riteniamo solo nelF interrogativo - De Donne ?
(de undety; lo spagnuolo, De donde? (3).
37. Non abbiamo formato nessun avverbio con - Inde -
Hinc - Illinc - Istinc - Alicubi (per quest'ultimo usiamo sempre
- Nghe n'andrà parte).
38. Di Deorsum teniamo le forme circoscritte. - N'am-
mondeo - N'abbatte. »
39. Siamo più esatti nel formare da retro - arrete - i toscani
fanno addietro, indietro.
40. Nella formazione degli avverbi di tempo seguiamo il to-
scano, soltanto jeri quando si unisce con sera, scompare, e fa
così - sere - che vuoi dire, jersera.
(1) Cf. DIEZ, op. cit, tom. II, pag. 433.
(2) Ivi.
(3) M-
— 80 —
41. Degli avverbi di grado manchiamo di Molto, cui sup-
pliamo con Assi. Vuoi dire che si ode e si capisce Molto,
ma esso non è del vero dialetto. — Per gli avverbi di nega-
zione vedi la Sintassi.
42. Non solo manchiamo delle particelle corrispondenti alle
latine per l'interrogazione ; ma ancora degli avverbi, con cui
il toscano ha cercato supplirle, Mai, Pure ; usiamo, sì, Forse.
§ 2 ° — Preposizioni.
43. Molte delle differenze nostre nelle preposizioni dal To-
scano sono fonetiche, come Dapù (J>ost, dopo}, juste, (juxta), ecc.
e perciò le tralascio.
44. Manchiamo, quasi affatto, della prep. In, supplita dal-
l'avverbio Là o dalla prep. Nghe (cum}.
45 Cutn ha varie forme per noi. - Che, Cù, Ngbe - quest'ul-
timo come fosse un Con capovolto.
46. Sino, Infino a (dal lat. Signutn) per noi diviene fine a -
N^inende a (il quale è usato anche dai Toscani), ed ancora
Mur'a.
§ 3 ° — Congiunzioni.
47. Delle congiunzioni noi non abbiamo né Ancora, né eziandio
(etiam); sono sostituite con Pure. (V. la Sintassi N. 21 Sez; 2a).
48. Manchiamo pure di Affinchè, ma abbiamo Acciocché (ut,
quod).
49. Ignoriamo appieno l'uso di Imperciocché, Conciossiaché
(nam, quia); ma usiamo solo, e di rado anche, 'Pecche.
50. Giacché, per noi sta più invece di quum che di nam o quia.
51. Alla congiunzione che, quando deve indicare il congiun-
tivo, usiamo prefiggere un oc; per esempio: Ha dette acche te
n'avisse jite.
O •/ Q
— 81
§ 4° — Interiezioni.
54. Di queste ne abbiamo grand'abbondanza. Già il Diez (i)
aveva detto « che i dialetti sono assai ricchi di interiezioni ».
Oltre tutte quelle italiane e latine, abbiamo delle speciali no-
stre per esprimere il dolore e la compassione - Mar' a me !
(quasi amaro me /). Il Valacco ha un' interiezione di cordoglio
quasi simile, amar - ed il Portoghese antico una ancora più
simile amaro de mi ! (2). E le altre nostre - scura me! scure
\. X o
nò ! lu scureo ! con ardita metafora. È sinonimo di scure,
o
scucce,
o
scuccia me! scucce nò! Il Delfico nella sua commedia usa più
scucceo che scure,
o
ma adesso odesi rpiù scure.
o
55-. Abbiamo poi tutte le altre interiezioni di rabbia, mera-
viglia, ecc., non parlamentari, composte di bestemmie e parole
oscene, e che sono pur troppo le più comuni.
56. Per intimar silenzio, usiamo di Mucce, o Mucce patille.
L'Ascoli (3) dice che questa interiezione muci trovasi regi-
strata nel Voc. veneziano-padovano del Patriarchi, e vuoi dire
pure sta zitto, e che essa è parola slava e precisamente slovena
ed insieme serblica, e che si fece veneziana pel canale Ser-
blico degli Schiavoni. Come poi sia giunta fino in Abruzzo,
che secondo Calandrino del Boccaccio è la parte più lontana
di questo mondo, io non saprei dire davvero.
(1) Tom. II, pag. 455.
(2) DIEZ, Etim. Dictìon., pag. 23.
(i) Stud. crìi.. Voi. I, pag. 48 in nota.
SA VINI, Dialetto Teramano.
PARTE QUARTA
i° Per la Sintassi, farò come ho fatto per la Formazione,
delle parole. Noterò soltanto le parti in cui il nostro dialetto
si è allontanato dalla Sintassi toscana, osservando sempre, se
in esse si sia accostato o discostato più da quella latina.
SEZIONE PEIMA.
PROPOSIZIONE SEMPLICE.
CAPO I.
Sostantivo ed Aggettivo.
2° Non occorre ripetere che mancando noi di pronunziare
le vocali finali, distinguiamo i generi sempre coli' articolo,
tranne in alcuni nomi propri, in cui la distinzione viene fatta
dalla flessione sulla tonica, come si è detto.
3° Abbiamo alcune differenze dai generi latini e toscani. I nomi
degli alberi, che il latino ed il toscano fanno mascolini, ed i
nomi dei frutti che il latino fa neutri ed il toscano femminili;
noi facciamo mascolini gli uni e gli altri, mantenendoci più
stretti a quella legge data dal Diez (i) che il mascolino ed il
neutro latino si son ridotti al mascolino romanzo. E perciò noi
diciamo : lu pere, lu mele, tanto all'albero, quanto al frutto.
Eccezione formano questi quattro, che sono femminili alberi
e frutti. Live (ulivo) - Pleure (fico) - Mamele (mandorlo) -
Nucelle (nocciuolo).
4° Le lettere dell'alfabeto le facciamo tutte femminili, meno
I, O, U, Q, V, X, Y. Desìdéreje, che in latino è neutro ed
in toscano maschile, facciamo femminile. Così facciamo femmi-
nile vendre (ventre). Il Saggio di Lessico indicherà altri can-
giamenti di generi.
CAPO II.
Articolo.
5° Nel vocativo, quando non si tratta di nomi propri, frap-
poniamo sempre l'articolo fra il nome e la particella O; p. es.
si dice: O' Ndó, O Fiume - ma invece - O lu me (medico) - O
li fé (o donne). Questa pare sia rególa costante.
6° Non usiamo mai gli articoli coi nomi di fiume - Turai -
Pegole - Humàne, ecc.
7° Così pure non preponiamo gli articoli ai cognomi, e di-
ciamo semplicemente
r - Tasseo - Buccacceo - e non lu Tasseo - lu
Buccacce - e neppure lo preponiamo ai nomi propri di donne,
e diciamo - Marije - Antdleje, ecc., e non la Marije, ecc. Lo
preponiamo però ai cognomi femminili - la Mille - la Ferructe.
L' uso di preporre 1' articolo ai nomi di persone, secondo
il Diez (2), il toscano l'ha preso dal greco. Noi, rigettando
l'artìcolo, ci siamo tenuti più stretti al latino.
(1) Op. cit., tom. Ili, pag. 2.
(2) Ibid., pag. 20
— 85 —
8° Usiamo sempre l'articolo coi nomi geografici, anche quando
questo nome è unito al soggetto, onde indicare la provenienza ;
p.
A
es. : Lu rre deO la Sassòneje
O* O
e non deO Sassóneje
O* O
- Lu vineO deO la
Frange • e non de Frange, ecc.
9° E neppure rigettiamo l'articolo, quando il toscano lo fa
rigettare a quei sostantivi uniti insieme, i quali se fossero soli
riceverebbero l'articolo ; p. es. in quel verso di Dante : « Mi-
sericordia e giustizia gli sdegna » noi metteremmo l'articolo a
ciascun sostantivo.
10. Fra tutto ed un numero cardinale non mettiamo l'arti-
colo, ma come il toscano mettiamo un E, ed anche un A, il
quale ultimo uso è antiquato ed anche spagnuolo (i).
11. Quando il pronome possessivo fa le veci di attributo, per
noi ha ritenuto l'articolo, dove il toscano 1' ha fatto cadere :
Stù libbreO è lu mi - Questo
"
libro è tìmio - Ssa caseO è la tó - Cotesta
casa è tua.
12. E nelle frasi negative con nunquam, usiamo 1' articolo
indeterminato ; p. es. : Non aveva membro che, ecc. - Nen deneve
nu membre, ecc.
13. E lo riteniamo sempre questo articolo indeterminato con
gli avverbi di comparazione quomodo, sic, - p. es. : Com' aquila
vola - Foleo cumeo n'aquele,
i o o ecc.
14. Infine non conosciamo affatto l'uso dell'articolo partitivo*
CAPO III.
Pronome.
15. Il nostro dialetto non lascia mai la caratteristica del ge-
nitivo coi pronomi colui, colei, ecc., e non dice: per lo colui
consiglio, pel costoro amore; ma pe lu cun^ij/e de cullu, pe l'a-
more de chiste.
(i) Ibid., pag. 34.
_ 86 —
16. Naturalmente esso manca della forma doppia del pro-
nome congiuntivo, il, lo, ecc. Esso ha solo lu, come ha solo
me,o'
te,
o'
ecc.
17. Non occorre ripetere che je, essendo per noi la sola
forma congiuntiva di a lui, a lei, a loro, 1' usiamo per tutti i
generi e per tutff i numeri.
18. Usiamo ripetere le forme congiuntive : le, me, je, imme-
diatamente dopo il pronome personale ; p. es. : Te I' aje dette
a'tte - •"o
Je l'aie
'o
scritteo a' hesse
c t>
- Meo. l'ha dett' a' mme.
19. Pel pronomen reverentiae, come lo chiama il Diez (i), noi
siamo rimasti più latini dei toscani e diamo del tu a tutti, ed
il vó, vuie (voi) non l'usiamo che pel plurale. L' ella poi ci è
cosi contrario, che anche le persone colte debbono fare sforzi
eroici per adusarvicisi. - Del toscano abbiamo poi solo il vos-
signoria, aferesizzato ed apocopato da noi in 'Ssigniri, ma an-
ziché accompagnarlo col Voi o coli'Ella, l'uniamo col Tu ;
p. es. Taje dett' ai! ssigniri - L'M fatte 'ssigniri. Non ripeto la
singolare somiglianzà nostra in ciò col Valacco. I contadini
qualche volta danno del Lorsignore anche ad una persona sola,
ed è per loro pronome di grande riverenza ; p. es. Bongiórne
a lar signore, gnore- potrò. Come i re e le persone pubbliche,
che usano il Noi.
20. Pel pronome riflessivo abbiamo Me, te, ma non Sé. In
suo luogo si usa Hesse colla prep. de ; p. es. Diceve fra de hesse -
Nen ben^e che a hesse, ecc. - Se late da hesse (si loda da sé) ; e
così neppure abbiamo, con lui, con lei, sostituiti pure da hesse.
Noto qui un uso bizzarro del pron. Sé. Nel verbo Stare in sé,
Sé si usa per me e te ; p. es. Stinghe'n %é, Sti'n %é.
21. Uno speciale uso del pronome possessivo, mi, tó, sa, è
quando questo viene unito ad un nome qualificativo, ed al-
lora il pronome passa al genitivo singolare o plurale, ed il
nome resta al nominativo singolare; p. es. per dire: un amico.
(i) Ibid., pag. 50.
— 87 —
mio, un figlio mio, si dice : ri'amiche de lu mi, nu fijje de.
li mi.
22. Il pronome dimostrativo in forma d'aggettivo, Cbeste
(questo), Chesse, Chelle, quando è unito al pronome indetermi-
nato, nu, na, ecc., noi facciamo concordare il nome non col
dimostrativo, ma coll'indeterminato ; p. es. : volendo dire, una
di queste sere, uno di cotesti libri, noi facciamo na sere de
chiste,
o
nu libreo de chisse.
v „ o
II pronome Sto, Sia unito con sera, notte, mattina, si muta
così : Jinotte (stanotte), Massere (stasera), Mandemàne (stamane).
23. Usiamo alle volte il pronome indeterminato Hune come
per perifrasi di modestia; p. es. Hune vurri parla,ecc., e vuoi
dire, io vorrei parlare.
24. Manchiamo, già ho detto, di Altri ed Altrui, e perciò
non l'usiamo sotto nessuna forma. In loro luogo usiamo i casi
obliqui di Addre od Andre, ed il latino Hune (unus}.
25. Non impieghiamo mai Tale pel pronome indeterminato,
ma ben lo usiamo coll'articolo per quidam.
CAPO IV.
Genere e Numero del Nome.
26. Qui il Diez (i) ha preso un equivoco dicendo, che il
pronome congiuntivo neutro italiano Lo, può rinviare ad un
sostantivo concreto che rappresenti un'idea generale ; p. es. È ella
medico ? Io lo sono ; e peggio ancora : Siete la sorella di N ?
La sono. Quest'è un francesismo bell'e buono, sia detto con tutta
la riverenza dovuta al Maestro. Noi invece di questo francese
lo usiamo la particella ce, e nel caso diremmo Si mmétccbe
(i) Ibid., pag. 84-
'ssignirì
<>
? Sóceo o Bocce,
v
o N'?-
f
"^
e so - Te cr edeve sincere, ma 'n
° ° C
° C
?« .rf.
°0
27. Dobbiamo qui ripetere che l'articolo plurale li regge
tanto il maschile quanto il femminile ?
28. Tutto (totus) si accorda sempre col nome, a cui si unisce,
e si dice, W ttutta Róme - Pe 'ttutta la cettà.
' n fi
CAPO V.
Casi che dipendono dal Verbo e dal Nome.
29. Una specialità nostra è che i verbi transitivi reggono
quasi sempre il dativo , dove nel toscano e nel latino reg-
gono l'accusativo. Questa qualità noi abbiamo comune col
portoghese e con lo spagnuolo, il quale dice Cèsar venció a
Pompeyo (proprio come diremmo noi, Césere vengiò a Pumbéhe)
e col valacco, com'ho detto.
Secondo il Diez (i), questo non sarebbe propriamente un
dativo, ma un'accusativo, a cui la preposizione A da maggior
energia, o, come egli lo chiama, un'accusativo preposizionale.
Dei dialetti italiani il sardo ed il siciliano hanno pure questo
dativo o accusativo che sia.
30. Dunque ecco i verbi, che per noi reggono il dativo.
Ajutà - Arrevà (aequare~) - Adula - Aspetta - Sendi (auscul-
tare') - Benedice - Cundradice - Maledice - Dumenà - 'Ngannd
' o O O o °
(fallerè) - Sfuggì - Scambà (fugere) - Jimitd - 'Nglind - 'Nghum-
mudd — 'Ngundrà - 'Mmidijà (invidere) - Juvà - Menacela -
Persuade - Predecd - Arnun%ejà - Arsiste - Arngra^efd - Servi
- Prehd - 'N^uldà.
31. Il verbo Ave prende anch'esso alle volte un accusativo
(i) Ibid., pag. 90-91-92.
preposizionale, ma la preposizione invece di A, è de o da ; p. es.
Afe da pahure (ho paura), Ajt de Uesugne (ho bisogno), ecc.
3 2. Di intransitivi che divengono transitivi noi abbiamo solo
Cresce.
o o
- Sunà.
33. Il nostro verbo Tene prende il significato del latino Te-
nere ed esprime il desiderio, lo stimolo di una cosa, sopra-
tutto quando vien retto dai nomi, fame, sete, sanno ; p. es. Temmc
fame, Temme sonne, ecc. come i latini pudor tenet me, poena
tenet me.
34. Non conosciamo l'uso dell'accusativo assoluto, per espri-
mere il modo e la qualità. Perciò non potremmo dire col
Tasso - nudo il •*•pie ma nghe
° f>
lu •*•pete
e o
nute.
o
35. Per le esclamazioni usiamo sempre il solo dativo Beha-
t'a hesse - Pover'a mme.
C o O
36. Nei genitivi non si tollera da noi l'eclissi della prepo-
sizione de, né si potrebbe dire : Palalo Borghese, Villa Pam-
phili, e molto meno, in casa la donna, ma, Lu falange de Bur-
ghese - Llà la case de la femmene.
° C 0 Q o J CO
CAPO VI.
Casi che dipendono dalle preposizioni.
37. Nella costruzione con un doppio accusativo, quell'accu-
sativo, che esprime lo scopo invece della preposizione Ad, nel
nostro dialetto prende l'altra Per - Tene hune pe' mmaheltre -
Alegge hune pe' rre - Pijl hune pe' mmojje.
38. Ho detto la prepos. In scomparire, quando è accompa-
gnata dall'articolo determinato, ed esser sostituito daU'ivv. Là.
Quando poi è accompagnata dall'articolo indeterminato viene
sostituita dalla preposizione Nghe (cunì), e dalla stessa vien
sostituita, quando è unita col verbo $tà tenente il luogo di
Esse; p. cs.: Stace lu judi^eje nghe culla ; quasi indicasse com-
— 90 —
pagnia. La stessa preposizione In, unita col verbo Fa, si muta
in De ; p. es. Vujje fa de n'andrà manire (in un'altra maniera).
Così preceduta da Su si muta pure in De ; p. es. Su d'adde.
Nella costruzione coll'accusativo doppio, quell'accusativo che
fa le veci di attributo, invece della prep. In, prende Per.-Aduttà
pe' ffijje - Uttené pe 'mmojje.
Ed i verbi Cumbidà - Spera, rigettano In e prendono Nghe
- Cumbidà nghe Ddije - Spera nghe'tte - Crete poi prende la
preposizione Ad - Crede a Ddije.
Noto una proprietà del nostro dialetto per indicare lo Stato
in luogo (come dicevano gli antichi). Quando il luogo dove
si sta è un regno, una nazione, si usa la prepos. In ; p. es.
Sta n' Brange (sta in Francia) - Sta n' Durchjie (in Turchia).
Ma quando il luogo è una città, una borgata, un villaggio si
usa Ad - Sta a Pparigge - Sta a Tturine.
39. Invece di Per, quando questo tiene il luogo di Ubi,
usiamo Nghe (curri); e se dovessimo tradurre quel verso di Dante:
« Mi ritrovai per una selva oscura », dovremmo scrivere -
M'artruviveo nghe
° o
na selva scure.
o
40. Non usiamo Per sotto nessuna forma onde esprimere il
mezzo ; né in luogo della preposizione Ab ; né in senso di-
stributivo , che in questo secondo caso ci serviamo di A
lu (Ad).
41. Le preposizioni che hanno il significato di Apud e juxta
costruiamo sempre col dativo.
42. Coll'accusativo invece quelli di Circa.
43. La preposizione Posi, quando serve ad indicare lo spazio,
regge il dativo : Arret'a la case ; quando il tempo, il genitivo :
Dapù de te.
— 91 —
CAPO VII.
Costruzione del verbo.
§ i° — Infinito.
44. Non conosciamo affatto il così detto infinito indipen-
dente, ma usiamo sempre in suo luogo il presente dell'indi-
cativo ; p. es. Io dir bugie ! - Ji diche li buscije !
45. Non usiamo infiniti puri se non coi verbi - VuU - Puté
- Sapé - Lassa e Fa - Per gli altri verbi usiamo sempre
l'infinito colla prepos. De ; p. es. È necessareje de cumen^à.
45. I verbi Vede - Bendi per reggere l'infinito hanno bisogno
della preposizione Ad ; per es. Lu send'a'mmeni - Lu vet' a' ppiji.
46. L'infinito Fa, preceduto dalla preposizione a nelle in-
terrogazioni, usasi invece di Perché ? A qual fine ? P. es. Ch'i
menute a ffà ? - Che pirV a' ffà? - Questo è anche dell' uso
toscano.
47. L'infinito preposizionale cambia la preposizione latina ad
(ciò solo però coll'ausiliare Habere) con Da e non con a,
come nel toscano - Aie 'o
da scrive
o
- Ho'a scrivere.
48. Con Andare - noi rigettiamo l'infinito preposizionale e
prendiamo l'infinito puro. Per ciò ci accostiamo al francese che
dice : - Vas te concher - Così noi : Va'mbì - va ad empire -
Che vi ffà i che vieni a fare ? - C'è un esempio del Delfico -
Ne 'mmù ji vede, lu tijane ? - Anzi, se io non m'inganno, questa
è eziandio costruzione latina, perché pare che quella lingua ri-
getti essa pure l'infinito preposizionale coi verbi - Ire - Venire
- e dice per es. - Venturus est judicare - Vado Romani iterum
crucifigi - II Diez mette solo il supino in um (i). Questa però
(i) Ibid., pag. 219.
— 92 —
non è costruzione costante per noi, che spesso ammettiamo
l'infinito preposizionale.
49. Questo infinito preposizionale con ad quando è prece-
duto dall'imperativo di andare, passa alla 2a persona del presente
dell'indicativo; per es. Vatt'a' ccumbisse (va a confessarti) - Val?
a 'mbinne (va ad, impenderti), ed anche alla 3* persona - Va
a' llegge. - Questo eziandio è uso toscano.
50. Nella forma condizionale non usiamo la preposizione ad,
ma cum - A scrivere spesso, s'impara - Nghe lu scrìve spesse, ecc.
51. Allorché per si unisce coll'infinito onde esprimere il
mezzo, per noi dev'essere accompagnato dall'avverbio quande
(quantum), e perciò l'infinito passa al congiuntivo; per es. Per
allentar d'arco ecc. - Pe' cquande allinde l'arche, ecc.
52. Non abbiamo costruzione d'infiniti colla preposizione
in; la si supplisce con ad - Irresoluta in trovar consiglio - Ir-
resoluf a' ttruvà cun^ijje.
53. Fra la preposizionepost e l'infinito poniamo sempre l'altra
deO - Dapù d'ave dette.
r
C o
54. Non abbiamo mai ed in nessun caso l'uso di accompa-
gnare l'infinito col soggetto. Lo mettiamo sempre al con-
giuntivo ; per es. Conobbero voi esser re e me figliuolo (Boccaccio)
- Cunusciò ca 'ssigniri jire rre, e fi fijje.
§ 2 ° — Participio.
55. Di participii presenti ho detto mancare il nostro dia-
letto. Perché non si può chiamare participio quello che è ag-
gettivo sotto forma di participio. Noi abbiamo, sì, Na cosa
'mburtande - Na case cadende - ma non mai - Palalo appar-
tenente al Principe - invece - Palaie ch'apparti, ecc. E perciò
manchiamo anche di participii presenti assoluti, usando in loro
vece il gerundio semplice assoluto.
56. Ai participii passati di tre verbi noi facciamo fare le
funzioni d'infinito preposizionale con de - ed insieme di so-
— 93 —
stantivo che lo regge. I verbi sono poco puliti per verità, ma
questa loro sintassi e cosi singolare che non si poteva passare
sotto silenzio. Essi sono : caca - pisci - fa - il quale esprime am-
bedue le dette necessità corporali. Dove dùnque il toscano
deve fare questa lunga perifrasi, di - Sento la stimolo di cacare -
Ho voglia, ho bisogno di pisciare - noi ce ne usciamo con dee
sole parole - Temme cacate - Temme piscile. - oppure - Temme
fatte - che esprime, come ho detto, i due bisogni. Il Tenere
sarebbe latino, ma il participio usato così (io forse m'ingan-
nerò), pare sia proprietà esclusiva del nostro dialetto. Fuori di
questi tre verbi, non abbiamo altre costruzioni simili.
57. Non usiamo affatto il gerundio perifrastico invece del
participio assoluto, anzi non lo conosciamo neppure. Ci ser-
viamo in luogo suo del perfetto dell'indicativo con gli avverbi
Quanne - Dapù; per es. Essendo tornato io - si traduce - Quann'
armenive ji ovvero Dapù ch'armenive ji.
§ 3 ° — Uso dei tempi.
58. Usiamo spessissimo il presente invece del futuro ; per
esempio, Ji parte dumane ; e ciò per quel che ho detto.
59. Del perfetto abbiamo le due forme, semplice e perifra-
stica ; e le usiamo con singolare proprietà.
60. Del più che perfetto abbiamo una sola forma perifrastica,
quella detta - trapassato imperfetto.
61. Il futuro usiamo, come pur ho detto, per esprimere
soltanto il dubbio, e come dice il Diez (i) la probabilità, ma
non mai, o quasi mai, il tempo che deve venire.
62. Pel futuro ripeterò il nostro uso, oltre del presente sud-
detto, anche quello del presente del verbo vide, e dell'infinito
del verbo che si coniuga ; e si dice tanto bene - Parte dumane
- quanto - Vujjt parti dumane.
63. Anche del presente ci serviamo pel futuro perfetto.
(i) Ibid., pag. 259.
— 94 —
§4° — dei verbi ausiliari.
64. In questo ci distacchiamo molto dal latino e dal toscano,
e, cosa strana ! ci accostiamo al francese.
65. I verbi transitivi, anziché l'ausiliare ave, prendono esse
sopratutto al passato
1
^
remoto. So scritteo na lettere
o o
- So fatteo na
J
lettere. - Si usa pure avi; ma non è l'uso genuino. Secondo l'A-
scoli (i), anche gli Slavi dicono sono scritto invece di ho scritto.
66. Dei verbi intransitivi pochi si costruiscono coll'ausiliare
esse - questi sono - durmì - magna - abbgtà - ride - cumen^à -
e si dice - So durmiteo - So rise,o'
eco.
67. Invece usiamo l'ausiliare ave, prima di tutto, come i
francesi, con esse - aje state - ave state; e poi, pure come i
francesi, con tutti i verbi di moto. Qualche volta però le prime
persone del perfetto prendono esse e fanno So fife, ecc. Oltre
i francesi ed i valacchi, già detti, anche gli spagnuoli hanno
questa sintassi (2).
68. Coi riflessivi usiamo sempre l'ausiliare ave; p. es. M"aje
fatte mah da me - S' a cundannate nghe la Uggia so.
Oltre i valacchi anche gli spagnuoli costruiscono così - per
esempio, yo me he alegrado — il nostro - M' aje arlegrate (3).
69. Con lo stesso ausiliare costruiamo gli impersonali — Ha
piovete — Ha nenguùte
§ 5 ° — Numero del verbo.
70. Per la concordanza numerale del verbo col soggetto, se
ci ricordiamo soltanto mancare noi della 3* persona plurale,
e supplirla colla 3" singolare, avremo saputa tutta la radi-
(j) Studi crii., voi. I., pag. 67.
(2) DIEZ, ibid., pag. 265.
(3) Ibid., pag. 266.
— 95 —
cale differenza nostra in ciò dal latino e dal toscano. Fossero
quindi cento i soggetti, il verbo della 3* persona resta sempre
al singolare. Del resto di queste costruzioni abbiamo esempi
infiniti nei classici nostri.
§ 6 ° — La persona del verbo.
71. Noi abbiamo conservato il latino Homo tal quale, quello
che i francesi hanno fatto on - ed è anche aspirato per noi come
pei latini; per es. Home dice ca sse fa la feste - In questo
senso l'ha usato anche il Petrarca. - Adoperiamo pure nello
stesso senso Hune. o
72. Non usiamo, perché non l'abbiamo, la 3 a persona plu-
rale dell'attivo in luogo della 3" persona singolare del passivo,
ed è allora che usiamo Home ; per es. - invece di — dicono
- I anno detto — noi - Home dice - Hom' a' dette.
C A P O Vili.
Avverbio.
73. All'opposto del toscano, che fa divenire talora aggettivi
gli avverbi, noi facciamo divenire avverbi gli aggettivi. Fra
questi
*
è - Boneo - Stinehe
O Q
boneQ - Sto bene - Staffe O boneO o buncO -
Sta sano, ecc.
74. L'avverbio Cchiù, quando regge un avverbio di luogo
o di tempo, prende la preposizione de o da;peres. Celava da
vicine. - Cchiù da hadde — Cchiù de sotte — Cchiù de sobbre.
V O 0 0 ti O
75. Dopo l'avverbio su scacciamo qualunque preposizione,
e sopratutto in; per es. Su lu ci/e —Su nel ciclo — Su lu dòme
- Su nel duomo.
— 96 —
SEZIONE SECONDA
PROPOSIZIONE COMPOSTA
CAPO I.
Proposizione congiunzionale pura.
i° Discende dalle cose già dette, che mancando noi di pre-
sente del congiuntivo, usiamo nelle proposizioni congiunzionali
pure del presente dell'indicativo.
2° Invece di questa proposizione congiunzionale noi non u-
siamo mai l'infinito puro.
3° La congiunzione che non viene mai da noi omessa, come
nel toscano, e sotto nessuna forma.
CAPO II.
Proposizioni secondarie di concessione.
4° Nella proposizione detta dal Diez (i) avversativa, è no-
tevole una sintassi nostra particolare. Dove il toscano usa gli
avverbi di concessione - benché - sebbene - quantunque, noi
invece adoperiamo l'aggettivo bone, fatto, come ho detto, av-
verbio , preceduto dalla congiunzione e ; per es. Benché gli
fosse padre, lo uccise - noi - Patr' e' bbone, l'accidó. Usiamo
pure della locuzione avverbiale Nghe ttutte che (con tutto che)
e diciamo Nghe tutte che fé fusse, o j'ahere Iti patre, ecc. - ma
la forma schietta è la prima.
(i) Ibid., pag. 331.
- 97 —
5° Un' altra forma di congiunzione concessiva per noi è la
preposizione cume accompagnata dal presente dell'ausiliare esse;
e questa sostituisce le toscane - benché — per - che — per es.
Ho avuto un guadagno, benché piccolo — Aje avute n'abbusche pic-
culeo cum' ahé. — Per bella che sia non mi rpiace — Belle
o
cum' ahé
ne' mine *piace.
o
6° Facciamo sempre a meno della congiunzione che, quando
si tratta di una concessione espressa per mezzo della parti-
cella disgiuntiva (sive) seguita dal congiuntivo; per es. O vero
o non vero che si Jfosse — U Jfusseo lu were
c o
u no.
CAPO III.
Proposizione relativa.
7° Nella costruzione della proposizione semplice col pronome
aggettivo, non facciamo mai l'ellissi del pronome relativo; per
esempio, Non rimase uno non lacrimasse - N'gi armano hune
che nen blagnesse.
8° Ed avendo detto mancare noi del pronome quale (eccetto
quando è interrogativo), usiamo sempre l'altro che, ed in tutti
i reggimenti.
9° Non ci serviamo mai del neutro lo che, per rinviare ad
una proposizione intera.
CAPO IV.
Proposizione interrogativa dipendente.
io. Non adoperiamo mai come invece di che, dopo quei verbi
detti dal Diez, verba sentiendi et significandi (i).
(i) Ibid., pag. 35«.
SAVINI, Dialetto Teramano.
— 98 —
CAPO V.
Proposizioni comparative.
11. Poco ci serviamo delle comparazioni - così — come — Alle
volte togliamo così - e spesso ambedue ; per es. È così bello
come buono - noi - È 'bbelleo e 'bbone.o
Alle volte in luogo
~
di come
usiamo la preposizione de col pronome cbeste al plurale; per
es. Na caseO de chisteO — Una casa come questa*•
- N"ommene
O O
de0
Mite, tee.
12. In luogo di tale - quale - usiamo per le due relazioni
soltanto tale; per es. Tale patre, tale fijje.
13. E cosi in luogo di tanto - quanto - solo - lande - ripe-
tendolo - Tandea •*persóne,
o'
tandeo bicchire.
ti
14. Riteniamo pure la forma ripudiata dal toscano tanto che
— ed in ciò ci accostiamo al francese autant que; per es. Veve
tande l'acque
-* o
cheo lu vineo - come pure abbiamo l'altro francese
A
tant - tant - Tandeo ssó Iji.' tandeo ssì tu.
15. Abbiamo per altro quande (quanto) ma sempre prece-
duto dalla preposizione pe (per); per es. Tande vale l'onte, pe'
cquande se fa vale.
16. Per unire una proposizione che dipende dal comparativo
a questo comparativo medesimo, noi ci distacchiamo dal latino
e dal toscano per l'uso della coniugazione che (quam) e se-
guiamo lo spagnuolo ed il portoghese, usando — De quelle che,
senza la negazione (lo spagnuolo è do qué); p. es. È più bella che
tu non credi — E cchiù belle de quelle che crile.
c o o p t o o
17. E per indicare l'oggetto al quale è paragonato il sog-
getto sempre ci serviamo della preposizione de, e non di che,
eccetto solo quando il paragone viene espresso per l'avverbio —
Mijje ; per es. Mijje n' ave buje, che na balline dumane — Si
dice pure per altro - Culla è mijje de ite. - Che, si adopera
pure nel paragonare due qualità.
— 99 —
Metodo di negazione.
18. Della particella negativa né, noi non ci serviamo, se
non quando la negazione si ripete, e non già quando questa
è unica ; per es. si dice : Nen buteve né parla né sentì — non
già Menò, né se ne vuló fi — ma invece essa né — si scompone
in — e nen — Menò e n' ^e ne vuló ji — (Venne e non volle
andarsene).
19. Fra le negazioni manchiamo affatto di guarì.
20. Quando nella proposizione comparativa c'entra, la nega-
zione, il nostro dialetto tende piuttosto ad invertirla e farla
affermativa ; per es. quel passo del Macchiavelli che dice —
Gli fu usata meno ingiuria dalla repubblica che non dal principe
- noi tradurremmo - Je fice cchiù tturte lu princepe, che la re-
pubbleche.
-* o o
21. Qualche volta, e sopratutto quando in mezzo della pro-
posizione e' è l'avverbio ancora, noi facciamo a meno di qua-
lunque particella negativa, restando per altro negativa la pro-
posizione
£ r ;' per es. - Ancore
o
se vete
Co
deo meni
o
cullù — Ancora non
si vede venire colui. In questo solo senso usiamo : Ancora.
22. Pare che manchiamo affatto delle seguenti espressioni
atte a rinforzare la negazione - mica - punto — abbiamo sì,
ninde. - Ne abbiamo eziandio delle nostre speciali - come
benga; per es. Queste benga nò — che sarebbe quasi il to-
scano affatto - come sale, manghe sale ; per es. Nemmeriem-
borie manghe sale - e quest' altre, ma rare, nu musge — na
datocché - coi verbi stima - vale - cundà, ecc., e sarebbero il
latino flocci, ed il toscano fico - Cullù ji nu stime manghe na
sbajocche - Ne' mmale manghe nu mwzge.
23. Un' altra negazione noi abbiamo preso dalla lingua spa-
gnuola ed è cose (cosa). Lo spagnuolo dice infatti come noi —
No vale, cosa - che noi usiamo tal quale ^
— Ne' mmaleo coseo —
così - Nu stimeo coseo — Non nea sacce n
cose
o
- N'^e
"O
sa cose.
o
— 100 —
24. Dove il toscano esprime la negazione per mezzo di Homo,
rinforzandolo con epiteti,
*•
come nato, ecc., noi usiamo anemeo o
-
con l'epiteto qualche volta di vive. (Modo francese, ante vivante);
per es. Ne mmuje vede mangile n'aneme.
Ordine delle parole.
25. L'ordine quasi costante delle nostre proposizioni è questo:
- prima il soggetto, poi il verbo, quindi l'oggetto o l'attributo.
Non si soffrono inversioni, come nel verso di Dante — Anastasio
papa guardo - noi - Guarde Nastaseje pape.
26. E quindi non alteriamo mai l'ordine che il genitivo non
siegua il nominativo da cui vien retto ; per es. Degli altri poeti
onore,•' ecc. Hunòrcv de l'iddreo fpuhite.
a
27. Qui il Diez (i) ha preso un altro equivoco, dicendo che
in italiano si possa scrivere La di lei casa - 11 di cui volere.
Neppure noi conosciamo questo solecismo.
28. L'aggettivo attributivo per noi ordinariamente va sempre
dopor il sostantivo ;' iper es. Ncvao bianche
o 0 - Mana nire
o - e non
mai - Blanga neve - Lo stesso avviene pei participi - Se povero
e galante uniti ad uomo si mettono innanzi, è perché per noi,
questi due aggettivi e sostantivi uniti insieme formano un solo
sostantivo - Puverómeo - Galandóme. o
29. Degli avverbi. - Assi - si pospone anche ali' aggettivo;
p. es. : Fandelle bell'assi. Gli altri avverbi si frappongono tra
il sostantivo e l'aggettivo; p. es. Nu 'ggiovenc cuscl ìnmelte - e
così negli aggettivi fatti superlativi - Lu palaie In cchiù 'rrosse.
30. I nomi numerali con l'articolo precedono per noi, come
pei Toscani, il sostantivo; p. es. Lu prime jurne - lu terze
tóme. Senza l'articolo vanno dopo - Carle Quinde (2).
(1) Ibid., pag. 415.
(2) II DIEZ, a pag. 419, ha messo, per esempio, italiano « Libro tir ! » ma
forse sarà uno sbaglio del tipografo.
— 101 —
31. I pronomi possessivi vanno invariabilmente dopo il so-
stantivo — l'amicheO mi — lu •*patreO to — In rre lore.
u
Le forme
congiuntive, e questo non serve dirlo, anche dopo. In
questa regola per noi non c'è eccezione. Però avverto che coi
nomi di parentela di i a e 2" persona si usa a preferenza la
forma congiuntiva
o
— Patreme
o o
— Mammete o o
— Sarete,.
o o
32. Ci è sconosciuto l'uso di separare 1' aggettivo, il parti-
cipio o il pronome dal sostantivo.
33. Così l'articolo è sempre immediatamente preposto al so-
stantivo.
34. Il participio siegue sempre immediatamente il verbo au-
siliare 3; rp. es. La donna che veduto aveva — La J femmene oo
eh' ave vedute.
35. Gli avverbi di grado si mettono sempre dopo il parti-
cipio. Non diciamo: L'ho tanto amato - Avete ben fatto; ma
- L'aie amate lande - Avete fatte bbone.
'O u (J O J
O O
36. Le nostre preposizioni non possono esser separate dal-
l'infinito, né da negazioni né da avverbi, ecc.; p. es. Sen%a
spada adoprar - Scn^ aduprà la spate - Senz'aldina cosa dire -
Senza
*•
diceo cose.
o
37. Il soggetto spesso si pospone al verbo; p. es. Ha dette
lu patròne - Ha scritte lu mastre. Nelle interrogazioni poi sempre
si pospone.
38. Così il pronome personale quasi sempre si pospone al
verbo; p. es. L'aje dette ji - L' ha fatte hesse (egli), ecc. Le
forme congiuntive dei pronomi personali ora vanno innanzi,
ed ora indietro. - Despiaceme
o L
o o
e Meo despiace.
o •*• o
Quando sono *prece-
dute da una negazione vanno sempre innanzi; p. es. Ne lu fa
- Nen de O
dice.
O
39. E qui, giacché ci siamo, notiamo l'aferesi insieme e l'a-
pocope che avvengono, quando si scontrano queste forme con-
giuntive del pronome personale colla negazione Non; p. es.
Nen lu fa Nù - Nen la fa Na - Nen li fa M.
40. Il suffisso si, quando serve ad esprimere il riflessivo, si
— 102 —
prefigge sempre al verbo che regge l'infinito, e non si suf-
figgc mai all'infinito - Non può farsi si dice N' ^c pò fa - e
cosi si prefigge pure al verbo, anche quando non e' è l'infi-
nito N' %e dice. Questo, quando la proposizione è negativa.
Quando è affermativa, si suffiggc, ma sempre al verbo che
regge l'infinito, e non all'infinito; p. es. Pose fa - [Link].
41. La stessa cosa avviene per la forma congiuntiva dei pro-
nomi Nu pò fa — Polii fa — NH dice — Dilla.
42. Notiamo pure che questo suffisso sì si raddoppia nella
sua consonante iniziale, quando si unisce agli infiniti, che fi-
niscono per vocale accentata - Passe (farsi) - Dasse (darsi), ccc.
Lo stesso avviene per la forma congiuntiva dei pronomi, co-
gli infiniti accentati e cogli imperativi. Dalle (darlo) - Fatte
(farti) - Dajje (dagli), ecc.
44. In quanto all'ordine delle proposizioni il nostro dialetto
non usa intercalazione di sorta alcuna, di altre proposizioni
secondarie nella proposizione principale — e neppure l'inter-
calazione di proposizioni principali nelle secondarie.
FINE DEL SAGGIO DI GRAMMATICA.
SAGGIO DI LESSICO
Ultimo a comparire è il Saggio dì Lessico.
Qui si trovano quelle voci e quelle frasi speciali del nostro
dialetto di cui mi son ricordato, e che sono differenti da quelle
dell'Italiano classico e dell'uso Toscano. Quelle che a queste so-
migliano stanno nelle Osservazioni, a cui rimando il lettore, che
vorrà andarci.
Non si trovano in questo Saggio, ci s'intende, quelle voci
che differiscono dall'Italiano e dal Toscano solo nella fo-
netica, perché le differenze fonetiche ho cercato di classificarle
nella Prima Parte del Saggio grammaticale.
Vi si trovano per altro alcuni proverbi, qualche canto po-
polare da me raccolti, dopo la stampa del mio primo opuscolo,
e qua e là le notizie promesse nel titolo di questi due Saggi
riguardanti gli usi, i costumi, ecc. del popolo Teramano.
Esse sono qui, come saggio ^di saggio, perché ne avrei molte
altre pronte, ma voglio prima vedere se queste, che ora pub-
blico, piacciano.
Per regola avrei dovuto metterle in una parte separata, ma
le ho messe qui con una certa malizia; perché, memore della
dura sorte toccatami, che delle mie Osservazioni dalla mag-
gior parte dei lettori non sono state lette che la Prefazione e
- 104 —
l'Appendice dei canti popolari, ho temuto la stessa sorte per
questo Lessico, e perciò ho procurato di spingere il lettore a
sfogliarlo, colla speranza datagli di trovarvi alcuna volta qualche
cosa, che non sia pura grammatica.
Per le etimologie sono stato molto parco, per due ragioni:
i° perché non le sapevo; 2° perché in questo genere
sono molto scettico, ed ora gli etimologisti sono divenuti i
fratelli carnali dei genealogisti, i quali vogliono far discendere
a tutti i costi tutte le famiglie un po' antiche da quelle della
Repubblica Romana, ed anche più su. Infine poi io non
aspiro tant'alto; mio scopo è soltanto di preparar materiali pei
dotti.
Ed ora coloro che leggono solo per passar tempo, possono
anch'essi leggere questo Saggio di Lessico, essendo sicuri di
non trovar in esso solo nude voci, e frasi, ma spesse volte qual-
che cosa che li farà ridere, se pur non sarà riso di compas-
sione per chi 1' ha scritto.
A. iVtu %a.pè né A uè Ti, esser di- u' d'abbuccà lande; si usa pure in me-
giuno di ogni coltura. taf. per avvertire qualcuno di non slan-
Abballe. Avverbio - lunghesso, giù; ciarsi troppo, di non cedere alla prima,
p. es. Abbattet? rpeo lu Jfiume. - Abbatte pc ecc.;' p. es. Abbate, n' d'abbuccà subbete.
' u o r o * O O lì
li scale. Abbuffa. Trans. Rimpinzare. Intrans.
Abbendà. Verbo trans.; Abbonda li Non poter manifestare il dispetto o lo
cambàne, cominciare a tirarne le funi Aper sdegno che si prova internamente. Dal
o
suonarle a distesa, e così: Sunà li caul- francese, Bouffir.
innen abbendc, suonarle a distesa. Abbumbà o Abbummà. Trans.
o
\bbenxe.
<; w
u
Verbo intrans. Solo la Vuoi dire propriamente giunger l'acqua
frase Nen Iute 'bbenac, non bastare le alla gola, e c'è il detto della nota leg-
proprie e c una
• °rforze a fare ' cosa, non po- genda di S. Cristoforo : Crisce Criìto-
terci riuscire. I nostri contadini usano Jfere cà I' acque i' abbomme. E rper me-
o n i o o
questo verbo, e lo fanno significare, as- taf. si usa per esprimere grande copia
saggiare per la prima volta un frutto di ricchezze, di salute, di fortuna, ecc.;
novello, e lo pronunciano così : Ar- p. es. A ' ccullù li quatrine, j'abbombe.
benge; p. es. Ecclie di'arbtnge U pumma- Abbunnanzejà. Trans. Far un luogo
dore.
o
Part. pass.
_
Arbende.
c o
abbondante di una data cosa; e rifl.
Abbetìzzeie. Sm. Qualunque luogo Saziarsi, mangiare a sazietà.
atto ad essere abitato. AbbunnanzejÒB<;. Addiett. Abbon-
Abbluccassc. Verbo rifl. Della gal- dante - II proverbio : Anne nevóse, ami'
lina, divenir chioccia. V. Vlocclie. Per abbunnan^cjdse.
metaf. si dice delle donne quando co- Abbusche. Sm. Guadagno. <Abbu-
minciano ad ingrassare, e perder la pri- scà, guadagnare, e sopratutto in melai,
miera freschezza. toccar delle busse, esser bastonato.
Abbuccù. Trans. Oltre il senso re- Abbuiiate. Part. pass. Cali'abbuiiate,
gistrato nel Vocabolario, di voltare in caldo soffocante.
giù la bocca di un vaso per versare o Abruzzo. Si deve scrivere Abruzzo
mescere, per noi diviene ancora rifles- col B o col P ?
sivo e significa : chinare il capo per È antica questa quistione fra i dotti,
guardare in qualche luogo cupo; p. es. e se per risolvere una quistione di lin-
ad uno che si chini troppo per guar- gua bastassero la storia e 1' etimologia,
dare in un pozzo, gli si dice: Sla'tlinde, essa sarebbe a quest'ora esaurita dopo
— 106 —
la dottissima dissertazione del Canon. e consisteva in un pezzo d'acciaio che si
Palma, in favore del P. Ma più che l'e- teneva in mano legato ad un filo, e poi
timologia e la storia, per tali questioni si batteva con un altro pezzo d'acciaio.
valgono l'uso e l'autorità, ed ambedue Acciarrà. Trans. Eguagliare con
queste sono contrarie al P. Ognuno sa forbice, falce od altro strumento da ta-
il passo del Boccaccio, nella Novella di glio, tutto ciò che alteri 1' eguaglianza
Calandrino, e l'uso di Toscana è pel d'un piano. Si usa pure per Cimare; p.
B. Se volessimo consultare l'uso nostro es. Accìarrà lu rane.
non solo noi diciamo Abruzzo col B, AccMcnde. È 1' imprecazione co-
ma anzi con due B, così : Abbnt^e. Il munissirna fra noi, e si dice anche :
Muzii per altro scrive sempre col P. Che.o leo vinghe
°
n'accidenda
o
cuperte.
* o
- D'ac-
Apriamo. cidende, si unisce come epiteto per
Acaròlc. Sf. Agoraio. esprimere gagliardìa, forza d'una cosa.
Accademie. Sf. Fa n' accademeje ; Nti fredde
J
C o
d'accidende.
O O
Nu vende O
d'acci-
mctaf. Far un discorso lungo, noioso e dende. I Toscani usano : Della fortuna.
per lo più a sproposito. Tira un vento della fortuna, cioè ga-
Accalametà. Trans, met. Ciurmare, gliardissimo. (F ANFANI).
abbindolare. Acci male. Add. delle bestie, sopra-
Aceandiiscì. Usasi per lo più il rifl., tutto bovine, che abbiano corna belle
ed è del contado. Accostarsi, introdursi ed eguali. V. Cime.
a stento in un luogo piuttosto stretto. Acciacchi. Trans. L'operazione che
Forse da Accanto. fanno i contadini eguagliando con la
Accanita. Trans. Delle legna, di- zappa il terreno, dove si è seminato.
sporle in modo da poter essere misu- Acciacca. Intrans. Dar giù, dimi-
rate colla canna. nuire ; p. es. Lu piov' ha' cclaccate.
Accapezza. Trans. Porre la capezza Accravattà. Trans. Il battezzare che
al collo di qualche bestia. fanno in fretta ed in furia le levatrici
Accenna. Intrans. L'ultimo suonare i neonati, venuti alla luce con poca spe-
delle campane, per avvisare i fedeli che ranza di vita.
la messa, o altra sacra funzione, sta per Accucehià. Trans. Accoppiare. V.
incominciare ; p.
r es. Ha' ccennate la Cucchie. Si dice pure Accuccrn. Metaf.
o
messe. In gergo, Accenna, si dice a chi si usa per accumulare danari con grandi
zoppica ad una gamba, quasi che con stenti, ed a poco a poco. Nm %apé
quel zoppicare facesse un cenno ; p. es. ccuccìrià tre' * pparole
r o tre 'Ikttere.
o o Pare
Accenn'à sinistre. che la frase Toscana corrispondente sa-
Aceiamurrlte. Part. pass. Il solo rebbe : Non toglier ad accozzar tre palle
che si usa. Incimurrito. Si applica pure in un bacino.
agli uomini. Accuccià o Accraccì. Usasi il solo
Acclappà. Trans. Serrare con la rifl. Curvarsi, Chinarsi.
fibbia, che noi chiamiamo, Ciappe. Accupate. Add. Are] 'accupate fo-
Acciare.°
Pelleo d'acciare.
o
Metaf. Sa- sca, Sit'accupate, luogo basso e di cat-
nissimo, assai robusto. tiva aria.
Acciai-ine. Sm. Strumento musicale Accnppà. Trans. Bastonare; Accup-
che prima si usava da tutte le bande, pacce, ricever delle busse.
— Ì07 —
Accurnucchl. Trans. Ridurre in un Addccrijà. Trans. Ricreare; Adde-
angolo ; rifl. Restringersi con tutta la crije. Sm. Ricreamento.
persona in un angolo, onde nascon- Addcmullà. Trans. Delle lavandaie,
dersi il più possibile. Vedi Curnicdric. mettere in molle i panni sporchi.
Accorsate. Si usa solo il participio Addeville. Avverbio usato non in
pass. Frequentato , e si applica a luogo Teramo, ma in Forcella, villaggetto
ed a persona; p. cs. Nu fòrti' accur- del nostro Comune, e vale - in nes-
sale - N'abbucat'accursale. suna parte - Alcuni mi dicono che sia
Accasci, Aecusclndre. Avverbio il corrotto di - Indovinalo - Sarà vero?
Così. I Romani dicono Aceosì. Addmiasse. Rifles. Accorgersi. Dal
Ac«te. Ti a Vacete. Metaf. Ridarsi Francese - S'adonner.
o » J so
in povertà. Adduca. Trans. Fiutare. - Intrans.
Acetìre. Sf. Ambedue le ampolle Dar odore.
dell'olio e dell'aceto. I Toscani dicono: Adubbe. Sm. Il corredo nuziale.
Oliera, o Le ampolle. Il nostro viene Questo vocabolo si legge in molte nostre
dallo spagnuolo. Aceytera. scritte matrimoniali del secolo scorso.
Acquavi ve. Così chiamasi una con- Afflile. Sm. Propriamente, la ceri-
trada vicinissima alla nostra città e fe- monia-nuziale, sì civile che ecclesiastica.
racissima di erbaggi e verdure, che si Ora si fa come in tutte le parti del
vendono su tutti i mercati della pro- mondo, tranne che alle volte alla porta
vincia. Essa, secondo ci attesta il Muzii, della Chiesa dove si fa la cerimonia,
era celebrata anche ai principii del gli amici dello sposo accendono un
secolo xvi, e meritò l'onore di essere grosso fuoco, detto Fucaracce. Il Muzii
visitata e lodata moltissimo dalla Re- ci conserva la memoria degli usi nu-
gina Giovanna, sorella di Ferdinando ziali della metà del secolo xvi, che
il Cattolico, venuta a vedere Teramo erano assai caraneristici.
nel 1514. Il popolo conserva confusa Affidi. Intrans. Compire la cerimo-
memoria di questa reginale visita. nia nuziale. Sposarsi.
Acque. De'llà da l'acque - Di là dal Afflarà. Per lo più il rifl. Abbron-
Vomnno. Così noi chiamiamo tutti gli zarsi - e precisamente - il prendere che
abitanti del 2° circondario della nostra fanno quel colore gialliccio i panni per
Provincia, il quale vien diviso dal i lo star troppo vicini al fuoco - detto
dal fiume Vomano. 'Ndrà l'acque a li dei cani od altri animali, vale Avven-
scarpe, metaf. di giovanetto che co- tarsi - Pronunziasi pure Affiarà.
minci a tralignare, ed abbandonare la Afflette. Trans. Indurre, piegare.
buona via, e fare qualche scappatella. Dal latino Flectere.
Abbiamo un altro proverbio latino, oltre Afflitte. Add. Senza danari. L'eti-
quelli registrati nelle Osservazioni, ed mologia la da il proverbio. Li quatrine
è degli ubbriaconi, e dice: Acqua male è l'allegrije de l'óme. Anche in To-
facit, et vinum in carperà meìia. Si pro- scana usasi così, Afflitto.
nunzia proprio cosi. Affrundasse. Rifl. Adontarsi.
Acquicce. Sf. L'acqua dell' olio, Affoca. Trans. Affogare - Subbete
0
00
che cola nell'inferno nei fattoi. s'affocbe - si dice di chi si perde d'a-
Addaudc. Sm. Dante, Daino. nimo al più piccolo intoppo - Può cor-
— 108 —
rispondergli il Toscano - Affogarsi in ! per medicinali. Il popolo dice che nella
un bicchier d'acqua. - E a chi non è J notte che precede il primo di Marzo
buono a nulla si dice - E vatt'affucà, ci sia in quel piano una gran pro-
ovvero, Vatfanniìie. cessione di tutti quelli che sono af-
AfTumiù. Trans. Infondere, immer- fetti dai morbi gallici, e che vanno a
gere. raccogliere colà erbe buone a sanare i
Agjfldeje. Nom. prop. Egidio. Cbes- loro mali. E poi la mattina si prover-
s'è ttutteV mastr'Apgì ; si dice così quan- biano fra loro, e si dicono - E ttu pur
ùtì J
do si offre tutto quel che si abbia di live hi palijotte ; e Un hi stannarde - E ttu
' . O O
una cosa. Il modo di dire ha origine i facive da prijore, ecc. E ce slave Tirzeje
J n
< y ? ° ° °
dal fatto seguente. Un negoziante di \- \
E ceV llave
-O
Caie,
' O
ecc.
.
vino vendè ad un oste una salma di ! Aje ed Ajje. Si". Aglio. ±,'aìiè l'a-
vino; consegnatagliela, fu invitato da \) 'ileo clic. Ile coce,o
è la cepolle,
r
o
si dice
costui a far colazione ; accettò egli, \ così a chi non vuoi palesare il vero
e, mentre mangiava, veniva sforzato dal- i motivo della sua collera o del suo ma-
l'oste a mangiare, il quale sempre gli lumore.
ripeteva Chess'è 'ttntle. mastr 'Aggi (cosi ; Ajjaccià. Trans. Sdrajare, per lo più
aveva nome il negoziante). - L'equi- | riflessivo, sdrajarsi. Dal latino, Adia-
voco stava, che intendeva l'oste tutto > cere.
il pagamento finire in quella colazione, >i Aiienà.
** Trans. Comunicare altrui
mentre il negoziante era convinto che \ la propria malattia, si usa anche in
il Tutteo si riferisse solo alla colazione. metaf. e rifl.; p. es. Ajj'ajjettate la rogne
II fatto sta, che il negoziante aspetta - La tigne s'ajjelte.
ancora adesso il pagamento del suo \ Ajjumbrà. Trans. Aggomitolare. Dal
vino, e vorrà aspettare un bel pezzo ! < latino, glomero. Vedi 'Jjombre.
Afille. fl Egitto. Meo lpare hi more \ Ajutasse. Rifl. Sbrigarsi, affrettarsi;
° o o
ile, l'Aggitte, si dice così a chi ha il ( p. es. Ajutate a ffà ssi piatte.
colorito molto bruno. \ Albe de II mosche. Alba dei ta-
Aggranni. Trans. Guarentire. Q_uasi ) l'ani.
volesse intendere che col guarentirla Alef. La prima lettera dell'alfabeto
il garante accresce il valore morale della ebraico ; nel nostro gergo vuoi dire^
persona guarentita. fame, miseria. I Napoletani dicono
Aggrotta.. Trans. Conservare il i Aleffe. Chi sa che non venga da quel-
vino nella grotta ; ed il vino così ser- ( l'apertura di bocca che si fa pronun-
bato si dice : VMa^grullate - In questo i ciando Alef, che al popolo paia come
senso non l'ho visto nel Vocabolario. i il principio di uno sbadiglio, che si
Ahuzzi intrans, vale il Toscano : In- j faccia per fame ?
gozzarla male. \ Aliasse. Il latino Alias. In gergo
\]fievAc,Lu pinne, o,piane del'Ajicule. \ vuoi dire - bastardo - e s'intende così.
Il Muzii lo chiama Piano dell'Aglicola ; \ N. -V. alias mulo. Questo mulo si sop-
il Palma, Piano d'Aicola. È un piano, - prime per dovuti riguardi, e resta solo
vicino a Putignano, altro villaggetto ; Aliasse.
del nostro Comune, ricco di belli ulivi, Allaccia. Intrans. Camminar cele-
e dove nascono molte erbe ritenute remente ; p. es. Vite cullù cum'alìacce.
— 109 -
Forse presa la metafora da che le j Allaccia Trans. Far lume.
gambe nel correr presto fanno lo stesso ) Allunga. Trans, metaf. Uccidere -
movimento di uno che allacci. ! perché chi muore ucciso casca lungo
Allamà. Trans. Infangare, e rifles. < per terra.
Infangarsi. Vedi Lame. j Alliiseà. Trans. Discernere, vedere,
Allappa. Trans. Orlare. V. Lappe. si usa per lo più intrans.; cos'i Pocheo
Allascà. Trans. Allentare, diradare, ci alliiscbe.
slacciare le vesti, e rifl. sfibbiarsi i Allupaiiate. Usasi solo il part. pass.
panni, diradarsi, ecc. Dal latino. Adìa- 5 Magna 'llupanate, mangiar colla vora-
xare. Vedi Lasche. o
;• cita d'un lupo.
Alleggerì. Trans. Digerire. ;. Almanaeche. Pare cammini curile
Allcgramende. Avv. Quando si \ n'almanacclir. Sembrare istupidito, in-
dice - Allegramende - si aggiunge per j tronato.
ridere - Ca s'à finte, l'asme- e ha fatte i Alò. Il francese Allons. Il minuto
J J
0 0 0 J
,>
la jumende. j' popolo non l'usa, sebbene lo capisca,
Allegrezze. Sunà li cambane a 'lle- | e vale: Orsù, via.
gre^e. Suonarle a festa. Questa frase, ( Alò. Noni, propr. Arda li fi/re a
come si è visto, e stata adoperata dal j Sana'Alò. Questo Sana'Alò deve es-
Muzii. i sere il francese Saint'Eloi. Sant'Eligio,
AUegrIeciole. È il nostro diminu- { cui i Napoletani fanno Sant'Aloje. Sic-
tivo di - Allegro - II Toscano è Alle- \ come Sant'Eligio o il protettore dei
groccio. Detto assolutati!.: vale come ; fabbri-ferrai e ferracavalli, così questo
il Toscano Un po' alticcio. ! nostro modo di dire propriamente deve
Allehù. Intrans. Attecchire, e m e taf. i significare : Non esser più buono ad
Far fortuna. y
( esercitare il mestiere di fabbro-ferraio,
Allcluje. Sta 'lleluje, in gergo vuoi ; ecc., ed esser tempo di restituire i ferri
dire Star senza danari. \ al Santo protettore. Per noi ha sempre
Allezziunù. Trans. Ammaestrare; e j senso metaforico però, e si applica a
propriamente Scozzonare i cavalli. .; quei vecchi, che, ad onta della loro
Alitaci o Aliisela. Trans. Lisciare. i età, vogliono fare. i cicisbei, e si dice
Oltre i sensi che abbiamo comuni col i) loro Nen O
deO n'addirneO ca è tembe.1 d'arda
vocabolario, i nostri contadini usano ; li firre a Sand'Alò - Ne'mmù rdà. ecc.
' O
questo verbo, per intendere il procu- j Amare. Noi non usiamo questo
rar che fanno, col riposo e col miglior t< verbo se non nel senso registrato t> pure
r
cibo, di dare più bella comparsa alle j nel Vocabolario, di una pianta che al-
loro bestie. E cosi pure dicono - Da < Ugni bene in un terreno. Per gli altri
n'alliscile, o, n'allisciatelle; p. es. Vnjje sensi usiamo sempre: Vide bine.
»°. .0 j "
Vt'nne
f. a
sii vuve,
o
ma rprimeo vuiieie
"ij!j
da Amatricn. Borgata della Provincia
n'ulliscite.
o
| d'Aquila. Quando si vede una bestia
Alinea. Trans, e rifl. Sedere, sedersi. j spedata, magra, allampanata, si dice
AHuc«à. Intrans. Lamentarsi, mo- PareO cli'à 'jiteO pe. f
O
lu saleO a l'Amatrice.C,
strarsi scontento di tutto. Presa la si-. i Forse temporibus illis, si andava a com-
militudine dal canto dell'allocco, che prare il sale da quelle parti; ora certo no.
pare un lamento. Ambane Sost. fem. La colla delle
110 —
tessitore, che in Toscano si dice - Bo%- Ammecciature. Sf. La commessura
•%ima - Di un legume molto cocitoio di due legni.
ODI diciamo Sea cocen cume l'ambane. A m menile. Tutte la mònne ammenne
o o
Amiche. Quando uno vi si protesta - il mondo quanto è largo e lungo ;
amico, gli si risponde, Ji so amiche de p. es. L'ha sapute tutte lu mònne am-
ci mine ddà caccóse, e ne' mmen cerche menne. o
Nella commedia del Delfico
et o
nitide. c'è questo esempio : Va scurrejenne
Ammannàsse. Rifl. Quando il grano uèO 'ttuttefi Iti mònneO ammenne. o
viene offeso dalla ruggine, e l'uva dalla Ammenne ! Espressione di desiderio
crittogama. Vedi Manne; per es. Lu che si confermi l'augurio fattoci; p. es.
raneO s' a' mmannaieO - La huve13 s' a' Che pu-^a vinge nu tern'a lu lotte, e
mmannaie. noi rispondiamo - Ammenne ! - Passò
o
A minar rà. Usasi il rifles. per lo più, l'Angele
r
o 0t
e disse0 Ammenne,O si usa questo^
e vale: Perder qualunque strumento da modo, quando si vede avverato un
taglio il filo. Può venire dal Toscano male o bene che si è- augurato, e che
Marra, perché si dice Spada di marra, pareva impossibile ad avverarsi. Per-
spada senza filo. Noi lo usiamo pure ciò il popolo dice che non si debbono
in metaf. nel senso di perder le forze, far mai auguri cattivi neppure per
divenir malaticcio, p. es. Somm'am- ischerzo, perché - Passe l'Angele, ecc.
marrate. Ammette. Trans. Spacciare, esitare,
o
A «intarmila. Intrans. Far un mar- vendere le merci; p. es. un negoziante
rone. Rifl. divenir inabile, perder il vi- dirà : A sta fire J de huje
u o 'o
n' ^fammetten
gor delle forze. Intrans. si usa pure per ninde. Ci
compromettersi. Ammezzo. Sf. Abitudine. Terà, o
C U o '
Ammartellate. Usasi solo il part. ]ì, a l'ammise. Andar abitualmente in
pas. Di cosa fatta a perfezione, quasi un luogo per fine di rubare. Lo spiega
questa perfezione le fosse data a via di l'esempio di un canto che si canta nella
martellate. sera di Sani' Antonio. Sana' Andoneje
Ammaseichi. Trans. Masticare. Noi teneve
c 3
na busceo deo rpera mene. ^n
Lu de-o
l'usiamo pure intrans, per Esitare pri- favele
fi O
ce terave
O O
a l'ammette,
C O
ecc.
ma di acconsentire ad una proposta, Ammnccà. Trans. Curvare, inchi-
domanda ; jm non so che del Toscano nare, si usa quasi sempre rifles.
Biasciare; per es, Tropp'ammascicò, ma Ammuccì. Intrans. Far silenzio. V.
fenalmende me lu dò. Mucce. o
Ammassa. Trans. Fare la pasta del Ammuscelì. Trans, e rifl. Far di-
p*ne. Vedi Masse. venire e divenir floscio, vizzo.
Animasse ! È il grido che fa il for- Ammanta. Trans, e rifl. Lordare o
naio quando avvisa quelli che debbono lordarsi gli abiti, o la persona dì mosto.
far il pane. Anaje. Sm. Agnello. Si usa di rado
Ammazzuccà. Trans. Battere il lino e solo dai contadini.
o la canapa, col mazzapicchio. Vedi Aneme. <J O
Voce n'aneme
o O O
defi criìiijaneo
Marocche. Intrans. Vale pure il for- - c'è bisogno di un cuor risoluto - 'E
marsi dei bocciuoli delle frutta negli n'anemao
meheo - dicesi di uomo mi-
alberi. lenso, pigro, e che tale apparisca anche
— Ili —
ali aspetto. Se vedeve li cablile de la- i bastardi son detti in gergo 15 e 2 —
° ,c < > , . . . <*.
neme ; con metaf. arditissima si esprime 17, - 14 e 3 = 17, ecc.
così una fame grandissima. La sera della vigilia, e la sera della
Angele. Fa l'Angele, o, la parte da festa di Sant'Antonio si vanno can-
Angele. Metaf. Lavorar il meno possi- tando per le case varie poesie in verna-
bile. Angele de Ddije chiamano le colo ed in Toscano, che narrano la vita
mamme i loro bambini. E cosi quando ed i miracoli di quel Santo, ed i can-
qualcuna di queste vuole ottenere da tanti ricevono in dono gallinacci, polli,
voi qualcosa, e vi vede restìo, vi pre- salsicce, uova, ecc. Ciuesto si chiama
senta il suo bimbo, e vi dice. Fall'al- Candà lu Sand' Andoneje. Di questi
mene pe'cchèsC Angele de'Ddije. Sand'Anduneje ce ne son molti, ma
AnifelcMe. Sm. e f. Bambino morto. nessuno parmi sia stato inventato dal
I Toscani dicono Angiolino. vero popolo.
Anuazneeà. Trans. Cullare. C'è una porta addossata alla Chiesa
Anne passate. I nostri contadini di Sant'Antonio suddetta, e che si 6
per ^ìnne passate intendono, due anni chiamata fino a ieri Porta Sand'Andu-
fa, perché Anno passato dicono come neje. Nelribattezzamento generale delle
i Toscani : *Anne. o
Noi della città per porte, delle vie, piazze, vicoli, ecc., ma-
r
Anne passate, intendiamo l'anno ante- nia che si è appiccicata anche al nostro
cedente ; né conosciamo l'uso di Anne Municipio, questa porta è stata sbat-
per anno passato. tezzata e ribattezzata col nome di Porta
Vimemmolle. Modo avv. In molle. Melatina. Meno male che qui si trat-
Andechetà de Puzzole. Metafor. tava di una famiglia storica, forse la
di cosa assai vecchia. I Toscani dicono più illustre defle famiglie teramane, ora
Antichità di Brescia. estinta e che aveva il suo palazzo nella
Andoneje. Antonio. Abbiamo due via che va a finire in questa porta.
Chiese col nome di Sant'Antonio, l'una Forse perché il popolo imparasse questo
dedicata a S. Antonio di Padova, e nuovo nome, l'hanno scritto a tanto di
l'altra a S. Antonio il primo Eremita. lettere in cima a detta porta ; ma il
Per distinguerle il popolo chiama la popolo, che non sa di storia, e nem-
prima Sand' Andoneje, e la seconda meno sa leggere tanto bene, ha riflet-
Sand'Anduneje. Annessa a questa se- tuto che addosso a questa porta sta
conda chiesa sta l'ospedale detto perciò l'ospedale, e che nell'ospedale si cu-
di Sant'Antonio, ed una volta c'era la rano le malattie, ed ha messo egli il
ruota pei trovatelli, come tuttora vi è suo nuovo nome alla disgraziata porta,
il Brefotrofio ; perciò i trovatelli sono e l'ha detta, Porta- 'Mmalatije.
chiamati Li fijje de Sand'Anduneje e Anzegne. Sf. Insegna. Abbiamo a
alcuni burloni dicono perciò che Sand' Forcella, villaggetto del nostro comune,
Anduneje è lu tata de tutte quindi, per- un ballo sacro-pagano che si fa nella
ché la legittimità di ognuno può essere processione della Vergine della Mise-
sempre problematica. E chi va in quella ricordia in settembre, detto : Lu 'bballeO
chiesa, domandato dove vada, risponde de l'anygne, perché colui che balla
ridendo, Jù 'ttatà. E siccome la festa di innanzi alla statua della Madonna tiene
Sant'Antonio cade al 17 gennaio, così in mano una insegna, e tutta la bra-
— 112 —
vura sua sta nel fare i più matti sgam- Appiccichi. Trans. Appiccicare. Li
betti senza intrigarsi nelle pieghe della parole je s'appicciche su'minocche, dicesi
lunga bandiera. Sarà d'un'altra volta di chi è lentissimo nel parlare.
il descriver quest'uso, che mi si dice Appiccicogfne. Add. Appiccaticcio.
trovarsi in molte altre città d'Italia, Applzzì. Trans. Entrare appena, ca-
fra le quali a Susa. pire a stento, e si dice dei cappelli
Appallattasse. Rifl. Litigare, venire che non entrano in testa, di un luogo
a contesa. dove non si può entrare per la folla,
Appangisse. Aggrinzirsi la pelle ; e si dice pure in metafora di chi vuoi
per l'etimo!, vedi Pange. parlare sempre lui, e non lascia luogo
Appandusctasse. " Rifl. Divenir as- ;^ ad altri. N'de0 fa'* pbiizì
^ na^ parole.
* 0
malico. Vedi Pandosce. s Appretta. Trans. Seccare con grande
Apparabunà. Trans. Dar il para- i petulanza. Si usa il part. pres. di questo
gone ai rasoi. i verbo, come sost. Apprettande, noioso,
Apparala. Quasi sempre il rifles. ( insopportabile.
. t i •! '
Darsi la parola, promettersi scambievol- Appummctte. Trans. Oltre il senso
mente. di mettere le lenzuola e le coperte del
App«Hccci«»e. Rifl. Litigare. Vedi j letto fra il materasso ed il pagliericcio,
Pellicce. il Toscano Rincalcar il letto, per noi
Appatellà ed Appatuccbià. il senso più comune è il metaforico
usa solo. N\e sa che s'appatelle, o cioè : Appiccicare a qualcuno una per-
s'appatucclìie ; non si sa che cosa dica. sona o un'ufficio, sgraditi, pesanti, no-
Appellutneiià ed Appcllnng'à. Solo iosi. Così si dice di una madre che è
si usa così: Appellungacce; p. es. JV poche riuscita [Link] una sua figlia o brutta
ci appellunghe, ecc. Poco ci vedo, poco o passata, in matrimonio a qualche gio-
discerno. vanotto un po' balordo. Ha fatte, ha
Appennavestite. Sin. Cappellinaio. dette, e jj'a 'ppummesse la fijje.
Appennecasse. Rifl. Appisolarsi. Appuntimi]. Trans. Mettere in un
Vedi Penneche. puntone, usasi per lo più in metafora.
Appcrsine. Prep. Infine. Appundunl hune, ridurlo in modo da
Appetir. Sf. Si usa soltanto cosi: fargli perdere ogni autorità ; ed il rifl.
N'apptse de huve, significa due grap- anche metaforico, perder l'animo dopo
poli d'uva tenuti insieme pei gambi da qualche sventura o mortificazione.
un filo, per uso di appenderli o ven- Apparta. Appurtassela fra dò per-
derli. sone,
o
condursi bene fra loro. È il fran-
Appetecà. Trans. Andare a paro di cese Se porter. E di uno che sa fin-
qualcuno nel camminare, e metaf. Ap- gere bene, ed ingannar altrui, si dice:
petecà
f
o
hune,
r.
non farsi da lui vincere Cume l'apporte\
in qualsiasi operazione o disciplina. Il Appuzznnisse. Rifl. Divenir puz-
Muzii usa in questo senso Appedare, zolente.
che secondo il Vocabolario ha t un'al- Apugtele.
M
. " «
Sm. E n'abititele,
r
o o'
di uomo
tro significato. assai ignorante, com'erano gli Apo-
Appezzendì. Trans, e rifl. Fare, e stoli prima della Pentecoste.
divenire pezzente. Aqucle. Città dell'Abruzzo. Noto
— 113 -
che noi l'accompagniamo sempre con Arcità. Trans. Propriam. il leggere
l'articolo determinato ; anche il Muzii l'abbiccì dei bimbi.
ha serbato sempre questo idiotismo. Arcummannà. leu se( puttve
r
C o
arcum-
loquele, il noto uccello. Mo ce pegne manna l'aneme., aver sofferto grandis-
l'aquele,
1
o y di chi trattiene molto a far sima paura.
una cosa. Arduvajà. -Trans. Acconciare, met-
Ara. Ne' miniile ara, metaf. non tere in ordine ; nello stesso senso si
voler attendere con premura al pro- dice, "Da n'ardaiiajate.
prio ufficio. Are. Sf. Aja. Noi riteniauio meglio
Arcacà. Metaf. Manifestare i segreti l'etimologia latina, Area.
confidati, p. es. <A culla n'gni se po' Arej«. Sf. Aria. Noto che quando
diceo nitide, fi
ca' subbete
or
va 'rcacà. è preceduta dalla preposiz. Per, muta
Arcacela. Trans. Cacciare, propriam. la iniz. in i. cosi: Pell'ireje. C ' r>
porre un nomignolo a qualcuno, p. es. Arenghe. Sf. Aringa. Dal francese
A N.N. j'à Itat'arcacciate, Magnatutte. Hareng, o provenzale Areng. (DlEZ.
Ai-calla. Trans. Rincalzare il ter- Eiim. Diction. pag. 35).
reno. Arfelà.
u Trans. Raffilare. Arfelà
o J lu
Arcapà. Trans. Il Toscano Rica- suprabbete a Imne, il Tose. Tagliare il
pare. Questo vocabolo nii è sfuggito giubbone ; - rifl. rimettersi in filo, rior-
nelle Osservazioni. dinarsi.
Arcapezzà. Trans. Rimettere la ca- Arfresasse. Rifl. Rimbellettarsi. Da
pezza, fi n'gi 'arcapeye ninde 'righe francese. Se friser.
cullù. Non ci concludo nulla. Ai-fresca. Trans. Raffrescare, me-
Arche n'zcrene. Sm. Così i nostri taf. battere, p. es. Vatttne, ca se no
contadini chiamano l'arco baleno. mo t'arfrescìie. Suffragare, sempre unito
Arclavattà. L'arciavattà è il Tose, cosi Affresca l'aneme de Iti prugadoreje.
sbarcarsela. Ai-Trulla. Trans. Schizzare il grasso
Arcibang-be. Sm. Un grosso banco fuori, non capire le carni nelle vesti,
che negli antichi tempi stava in tutte dicesi di persona assai grassa.
le cucine .Teramane, vicino al focolare, Arlevacce. Buscarci, toccar delle
ad uso di sedervi, e riparare l'aria fredda busse, detto dei ragazzi ; è il Rilevare
alle spalle di chi vi sedeva. Ann. Caro usato dal Giambullari.
usa Arcipanca, ma solo nel senso di Armeni. Intrans. Rivenire. Mo me
panca principale, mentre per noi, Arci- la fi'rmenì,mo meciarvè. Sottin. "bizza.,
banghe, ha quel senso speciale. collera.
Arcimbambeie. Voce che io sup- A rimaglia. Armagnasse la parole.
pongo non abbia altro significato, che Metaf. Non mantenere la parola data.
quello di esprimere accrescimento o Armidìjì. L'armidijì, è il Toscano
peggioramento di una data cosa ; ed Sbarcarsela.
infatti io non l'ho sentito mai usato Armari. Trans. Smorzare. Fa 'rmurì
se non in quel proverbio, che indica lu fuche. Far estinguere la propria fa-
le ore del sonno, e dice. Tre lu halle, O
miglia.
1
quattriP lu cavalle; fino a nove l'arcim- Arnascc. Fa 'mascè. Dicesi di cosa,
' O O
babele
r, fi
de
A
li purce.
fi
sopratutto di notizia, che rechi gran
SAVINI, Dialetto Teramano.
— 114 —
piacere. Pare che in Toscana si usi solo i cibi cotti nelle tegghie o padelle.
in questo senso, il part. Rinato. Arrangiasse. Rifl. Accomodarsi,
Ariuboitne. Part. pass. Armboìte. adattarsi. Dal francese S'arranger.
Rifl. attraversarsi dei cibi per la gola, Arravujà. Trans. Avviluppare, ab-
e metaf. di cosa tenuta per certa e poi batuffolare; ma propriamente per noi
non ottenuta; p. es. Te credive de vcnge vale : Raccogliere in fretta varie cose
a lu lotte,
C.
ma, tef 1s armvoste.
V
O
° °
sparse, ficcarle in qualche recipiente e
Aragercà. Gradire. Si usa per lo portarsele via, sempre con senso di frode
più imperson.; p. es. Quanne cumen^ a e di furto.
ffà calle, lu sonne a lu. jurne arngerche. Arravuje. Sm. Fa nù 'rravuje. Lo
Arnglurflsse. Rifl. Rannuvolarsi del stesso che Arravujà.
tempo, e metaf. degli uomini. Arrebelà. Intrans. Muggire dei buoi.
Arngresce. Intrans. Si usa ed ele- Arregjfe Sf. Sozzura, spazzatura, ri-
gantemente come il Toscano Rincre- fiuto. Il nostro proverbio: Èmijje l'ar-
scere. reggia mi, che la puli^ije de l'iddre.
Arngurunà. Trans. Metaf. di cosa A prete. Avv. Addietro. Nel Vocab
che rechi sommo diletto, grande soddi- c'è Addreto, notato per plebeismo. Ar-
sfazione, o produca bella vista. rttel Arretil è il grido dei monelli
D
CO .C t,
Annuncila. Trans. M'arnumeraje.' è quando si appendono dietro le carrozze.
il Toscano, Mi ricorderà! Si usa pure a Napoli.
Arpatrejàte. Sf. Affasse n' arpatre- Arrlceichlsse. Rifless. Aggrinzasi
jatc. Di due amici, che dopo lungo della pelle. Dal francese Récìie, che
tempo e da luoghi distanti si rincon- vuoi dire, ruvido al tocco.
trano e si consolano della lunga as- Arroste. Add. Sonn'aro'te. L'appi-
sensa, col discorrer assai fra loro e dei solarsi stando a scaldarsi al focolare.
tempi passati. Arrunza. Trans. Abboracciare.
Orpellasse. Rifl. Si usa in metaf. Arrunzòne. Sm. e f. Abborraccione.
di un malato, che dopo essere stato Arsarcì. Trans. Rammendare. Ar-
spedito dai medici, contro le previ- sarceture.
o o
Sf. Rammendo. V. Assarrì.
sioni risani; traendo la bella metafora, Arschlarà. Fa 'rscbiarà l'ucchieCi a
come se il malato dal tribunale che gli hune, produrre bella vista, superar al-
aveva sentenziata la morte, si fosse ap- tri nel confronto; p. es. Se ce3 se
r
0
metteO
pellato ad un tribunale superiore, che cullù a sunà ceo Jfa 'rschiarà I' ucclrica a
gli avesse annullata la sentenza. quindeO neO stme.
C o
Arpresà. Si usa il part. pass. Arpre- Arsecunnà. Intrans. Ripetere, e pro-
sat^', raffreddato. priamente delle puerpere, mandar fuori
Arpresature. Sf. Raffreddatura, flus- la seconda o placenta.
sione. Arsedè. Rifl. L'appollaiarsi dei polli.
Arpresendà. Che ci arpresinde tu Mett' arsedè
o
hune.
o
Metaf. Superarlo
r in
ceche? Che ci hai che vedere, che ci
O
tutto e per tutto, ridurlo al silenzio,
hai da fare? scorbacchiarlo.
Arrochisse. Rifl. Divenir rauco. Si Arsedejà. Trans. Rassettare, met-
dice pure : Arracanisse. tere in ordine.
Arrancasse. Rifl. Prender di rame Arsedejate. Sf. Da n'arsedejate. Lo
— Ì15 —
stesso che Arsedeià. Add. Ommcne, sederla. La beitele de I' asene, la gio-
1
ii i" \>
femmene arsedejate. Assettato, composto. ventù, la freschezza. Si dice così di qual-
Artejarije. Nu p&ye d' arte]ari]e. che giovane donna, che non abbia al-
Metaf. Un solennissimo birbante. tra bellezza che quella della gioventù.
Artenè, Artcnessene. Lo stesso Assakaunate. Sf. Da n' assahannate.
che il Tose, tenersene. Scandagliare.
Arteteche. Sf. L'irrequietezza natu- Assanguale. Add. Chi abbia carna-
rale dei bambini. gione molto fresca e colorita; p. es. Na
Artremenne. V. Trentenne. femmine assanguatc.
Artrettecà. Scuotere. Si usa così : Ansarci ed Assarccturc. Lo stesso
Lu descenre \J
che t' artrdtedie,
C (, o'
che t'in- che Arsarcì. Dicono che venga dallo
colga. Rifl. Artrettecasse, dondolarsi, scu- Spagnuolo, Sarcir. Io non l'ho visto.
lettare. Asse Sm. Asso. Abbiamo questo pro-
A r tu m ma. Trans. La seconda zap- verbio dei giuocatori - L'asse n' %e cale
patura che si fa al granone, in modo a Ggiuleje.
da formare quasi intorno a ciascuna Assenta.
v Trans, ed intrans. Dimi-
pianta un monacello. V. Tomme. nuire, scemare.
Arturcenàsse. Raggirarsi intorno a Assembeje. Sm. L'esemplare che
qualche luogo per cattivi fini. Divagar fanno i ragazzi a scuola. Fa l'assembeje
nel discorso, per non voler rispondere - copiare dall'esemplare per esercizio di
a tuono. scrittura.
Arvuddecà. Trans. Rivoltare e me- Assise. Sf. Prezzo che la pubblica
tafor. esaminare con diligenza. autorità stabilisce per la rivendita di un
Arvuscecasse. Rifless. Muoversi, e commestibile; p. es. L'assessóre ha fatte
metaf. di mercé che dopo essere stata l'assisea deo lu b.'sce. e ti
Come ho detto, i
qualche tempo senz'esser ricercata o nostri statuti del secolo xv si chiamano
spacciata, comincia ad esser richiesta o appunto Assise. A Napoli ha lo stesso
spacciata; p. es. Lu rane cumen^es'a'rvu- nostro significato, in Toscana tutt'altro.
scecà, Forse dal provenzale, Asi%a,o dai vecchio
Ascaneje. Sana' Ascaneje, in gergo francese, Assise. (DiEZ, [Link]., p.4i).
il giudizio ; p. es. A culìù f 'amancbe Associle. Sf. Sugna - Vuli tojje I' as-
Sand'Ascaneje. sogne da 'mmoccbe a la balte. Voler
t'O p ° °
Arzucculejà. Trans. Rabbrezzare, togliere di mano a qualcuno cosa a que-
racimolare. sto assai cara ed ottenuta con grandi
Asculc, Acculane. Ascoli, A$co- stenti. Si dice pure: Tojje la carne da
lano. Agli Ascolani noi diciamo Caca 'mmoccbeù a lu lupe. r
v
n' Drondc, plur. Cacandrunde. Assrecà. Trans. Fregare,stropicciare.
Asene. Sm. e f. EsseO I' Oasene.
u u
O
portar Assunnà. Trans. Si usa in metaf.
tutta l'azienda domestica in una famiglia, Tu ne 'mm 'assunne, tu non mi gabbi.
e non esserne perciò stimato. Me ci a ca- - Nen \e n' assunnà de na cose, non
scateo l'asene.
o o
Metaf. parlandosi di donna sognarsene, non darsene per inteso.
- esserne innamorato fieramente, in Assurtale. Nasci' assurcate, nascer
modo da non potere non sposarla. Di vestito.
cosa - desiderare grandemente di pos- Asurpà. Trans. Usurpare, e Rifles.
— 116 —
Succhiare, imbeversi di una cosa; p. es. mo' di agnello lo poneva in una bi-
La terreo s'a 'stirpate
r tutteo lu £piòve. saccia, ponendogli un pezzo di lardo in
o o
Aterne. Add. Eterno. Usasi anche bocca onde non farlo gridare, e quindi
ad esprimere la superlatività di qualun- messasi la bisaccia in collo, se ne an-
que cosa ; p. es. Belletf aterne bellezza dava a piedi ad Atri; giunto colà, con-
singolare. segnava il suo carico ad un impiegato
Atre. Atri, città. Oltre quella canzo- qualunque; se il bambino giungesse vivo
netta su Atri, che ho riportato nelle Os- o morto, poco importava, purché il ita-
serva^., pag. 330, corre per le bocche del Uve riscuotesse quei pochi !
popolo un altro proverbio su Atri, ed è Attenè. Sopratutto il rifl. Tenersi in
latino - Hatrìa quanta fuit, ipsa ruina piedi.
docet. - Dippiù per ischerzo gli Atriani Attenda. Trans. È il tentar* toscano
son chiamati - Li mulacchiutteo de Ha- colla solita protesi di Ai.
tre. - Li fiiie
J de lu Diicbe. Perché tra Attunnà. Trans. Tondare, rotondare
o •" o o
le tante iniquità che si appettano a quei ed intrans, e metaf. Ubbriacarsi bene;
poveri duchi d'Atri e' è anche quella p. es. Aj' attunnate.
che essi avessero il - jtis primae noftis Attureenà. Trans. Ravvolgere» cir-
generale. - Più storicamente però 1' o- condare, e metafor. Gabbare, abbindo-
rigine di questo scherzo, credo io che lare.- Jì'atturcenenne, raggirarsi per fini
sia l'essere stato in Atri fino quasi al cattivi.
principio di questo secolo la ruota, a Azzecke. Sf. Stimolo. - Jettà l'a^e-
cui si portavano i trovatelli dell'intiera che& stimolare.
provincia. E giacché ci sono, dirò come Azzlcehl. Intrans. Ricalcitrare. Sì
si portavano in Atri dai diversi comuni degli animali, che metaf. degli uomini.
della Provincia questi miseri innocenti. Azzuffaci". Trans. Soffogare. Si usa
Il balive era incaricato di questo tras- nel senso Toscano di affogare una fan-
porto ; egli pigliava il neonato, ed a ciulla.
B. B-a-ba. Lu b - a - ba. L' abbiccì. Babbo. Voce con cui i bambini «hia-
- Nen •{ape mangbe lu b - a - ba, esser mano i dolci.
ignorante di tutto. - Chi sci sande nghe Baccalà. È nu vereo baccalà. Di per-
*
la B. In gergo vale Chi sci 'mbise. Che sona assai magra. Cchiù sciafite de lu
sii impiccato. baccalà. Di cosa o persona senza sa-
Babbalà. Sm. Minchione; p. es. È pore o valore. Da. o Ave lu baccalà.
nu vereo babbalà. Il Vocab. ha solo il dare o avere, delle percosse.
modo avverb. Alla, babbalà. Bacche. Sm. Sorta di giucco fanciul-
Babbegnàre. Sm. Così si chiamava lesco.
prima l'Avo. Nelle nostre montagne Bacchette. Tene la bacchette de lu
vien chiamato, Babbocche. cummanne. Il popolino lo dice per «sa-
117 -
gerazione di un uomo potentissimo, che si mette sui tavolini, sopra la quale
traendo forse la similitudine da quelle si mette la tovaglia di panno-lino, detta
fiabe, dove si narra spesso di maghi, da noi Mesale.
che con un tocco di bacchetta opera- Banghette. Sm. Il deschetto dei
vano le più mirabili cose. calzolai. Eangbitte, plur. del letto. Tos.
Bagnarole. Sf. Vasca assai grande trespoli, cavalietti.
per lo più di latta ad uso di bagno. Bulinile. Sm. Si usa per lo più il
[Link] uomo assai ingegnoso, fem. E di donna assai ardita si dice :
pronto, destro, si dice : Tu sì, tu'mme È na banniteC
pire Pitre Bajalarde. Dev' essere il fa- Baraccale. Sf. Sorta di pesce, il
moso Pierre Abaillard. Tose. Raijji.
Kajuncile.
« "
Sf. SbatteO la bafunette,
J
C O
Barchette sf. per alcuni, la spola
patir la fame. I Romani hanno questa del telaio.
nostra frase. In Toscana si dice : Tatir Bardasce. Sm. e f. Fanciullo ed an-
la bajonetta. che ragazza da marito.
Balene. Pari no. bahnt. Di persona Bardaselarlje. Sf. Ragazzata.
assai grassa. Barìnnele. Si usa solo nella frase -
Kallve, Sm. Banditore. Il Vocab. in- Fa barmnele, dei negozianti, fallire.
vece dice che Balivo esprime il grado Barvacane. Sn. Balcone. Dal Per-
principale di autorità o governo. Se siano Bdld-Kldna, che vuoi dire anche
fosse vivo il Barone Manno ci potrebbe balcone (DlEZ, Et. Dici., pag. 60).
scrivere un altro capitolo della sua For- Barve. 0 Sf. Barba. Fa la barveo de
tuna delie parole. A-chi grida troppo. pajje, mangiarsi a tavola la porzione di
Mme0 pire
* 0
nu balive.O
E siccome *per qualcuno, mentre questi tarda a ve-
lo più nei piccoli comuni, lu balive, e nire.
l'unico servente comunale, e viene im- Barvìre. Esse, o fa Cicche barvìre
piegato perciò in tutti i servigi bassi, non mantenere la parola data, o, can-
come quello di ricapitar lettere, intima- giare ad ogni momento di partito o di
zioni, ecc., e quindi egli deve cono- opinione. Secondo si dice, questa frase
scere tutti gli abitanti del suo comune, ha origine storica da un Cicco di pro-
così quando uno è molto pratico di un fessione barbiere, che così faceva. Può
luogo, villaggio, borgata, ecc., dice : corrispondergli il modo di dire toscano,
Ha ji a po^e fa lu balive. Fare l'agnol di Badìa.
Bambeneile..
" U ''
Pare nu bamben/lle.
O CO
Bassamane. Sm. e i. Li bassamane,
de Liicche. Quei tali che hanno la fac- la plebe.
cia fresca e rosea come quelle statuine Bastcmeiide. u Nu baste-mendeo - A'b-
che si fanno a Lucca, e si dice pure di baltemende, una, in grandissima quantità.
quegli ubbriachi, cui la grossa sbornia Battarije. Sf. V. Botte.
ha reso istupiditi, come statue. Si dice Batteseme.
O *> u
Ave lu battfseme.
C O (J
Di
pure di essi : Sta carneO nu bambendle.
O C O
vino, anacquarlo. Il Toscano, e noi pure:
Bandire. " Sf. Bandire3 d'ugm
^ 0 vende,'• Battezzar il vino. Si dice pure di vino
è il Tose. Banderuola. anacquato : Ha passate lu fiume. - Sal-
Bauderole. Sf. Paralume. vatineG lu sandeO batteseme
V O Ù
; quando si ap-
Bang-are. Sf. La tovaglia più grossa piccica a qualcuno un nomignolo infa-
- 118 —
mante, si usa metterci quella riserva; più avverbial. A berlinne p. in burla.
p. es. Lu taler è nu vere
r
e o *
porche,
e
sal- Altri dicono A brescinne. o
vanneO lu scinde(' Tiattiseme.
C v <.
e se sacerdote. Berrettóne. Sm. Uomo assai triste
si dice, salvanne lu sacre. ed ardito, come fosse il toscano, Ta-
Battócclile. Sm. Tanto il battaglio gliacantoni.
delle campane, quanto il martello dei Berte. V
Lu rehaleO cheO ficeO
Beri' a la
portoni. nore - il Tose. Il regalo che fece Mar-
Battujje. Sf. Pattuglia. Jì de battujje, zio alla nuora.
metaf. si dice di chi va girando di notte Bettole. Sf. Oltre nel significato di
per fini non buoni. Taverna, noi chiamiamo beitele quelle
' "?
Battute. Sm. Lu battute, chiamasi baracche di tela, che si fanno in occa-
così il lardo battuto con le erbucce per sione di fiere nel Largo delle Grazie, e
condire lo stufato. Sf. Purtà la battute, sotto le quali si vendono vino, com-
presa la metafora dal maestro di cap- mestibili, ecc.
pella, si applica a chi dirige una data Bcvcriiie.
o U
Sm. Da lu beverine,„ ;,'
il
impresa a modo suo, ma trattandosi veleno.
per lo più di imprese disoneste, ed al- Bezzuàrre. Sm. Si trova nel Voc.
trui dannose. Bezoar e Bezzoarre, ma in tutt' altro
Bazzarljòte. Sn. Negoziante poco senso. Da noi la frase Fa lu be^uarre,
onesto. vuoi dire, fare il capriccioso, 1" imper-
Becennlre. Sm. Li becennire, i vi- malito, ecc.
cini, gli avventori fissi di un mulino, di Bibbi. Sn. Li bibbi, voce con cui i
un forno, ecc. bambini chiamano qualunque cosa bella.
Belante. Sf. Bilancia. Acese da f i Biechlre. Sm. Bicchiere. Pose vtve
ngheO la bslanpe
6
C &
0
Metaf. con la *più ri- dendr' a nu bicchìre, di bambino assai
gorosa misura. bello o di fanciulla assai fresca ed av-
Belle. Guadagna lu beli 'e lu 'bbone venente. VoceO arvfve C O
a biccbìnO anvò;
"
far grassi guadagni. quando uno, dopo aver fatto qualche
Bemolle. Ause da jì nglie hi be- birbanteria, pretende non solo di non
molle. Il Tose, con le belle belline. esser castigato, ma anche quasi lodato
Bendolìrc. Sf. Per ischerzo, il cinto e premiato. Perché qui da noi prima
erniario. le persone civili bevevano ai bicchieri,
Benedichc. Quando sospettiamo le volgari invece ad un solo e comune
della sincerità di chi ci dice DDij'e te boccale.
benedicite ! noi soggiungiamo : E Sana' Bianche. Add. Bianco. Noi abbiamo
Andoneie J
< 3
me scorteche.
I C,
ritenuto più esattamente l'etimologia
Berbàrejc. Sf. La berbareje, i bir- gotica o teutonica che sia, Bldnk. (DiEZ,
boni presi insieme; p. es. N' guìte Gramm. I, pag. 288).
monneO Cde' mo cresce
• u
no. berbareje,
J
C 0
che n' Blastemà. Intrans. Bestemmiare. È
deO ne.- dicheO ninde.
ù
nu scureo cheo n' "o
gè seo veteo mani''
°
a bla-
Bei-lande. Sm. Metatesi di brillanti. ìtemà. I Toscani dicono : buio come in
Par che venne li berlande, di chi esige gola.
prezzi spropositati delle cose che vende. Bledende. Sm. Bidente, strumento
Berlinne. Sf. Berlina. Usasi per lo agrario.
— 119 —
Bombe. Sf. Per ironia, il cappello Canonici, clero e principali di Teramo,
a cilindro, ossia la Tuba, come dicono mentre egli era monaco Benedettino in
in Firenze. Plur. Li bombe,& o bommeo le S. Giovanni in Venere, tra il 1115 e
scrofole. 1116. Mori in Teramo nell'anno 1122.
Bonaserc
C «•
! Bonanotteo ! Forinola Su S. Berardo e sulla sua creduta pa-
che vale, che una cosa è spacciata, tria, darò in altr'occasione più ampi rag-
come i latini dicevano : Aduni est \ Di- guagli. Solo ora aggiungerò che i Te-
ciamo pure.
f
'
Bonasie Necò /
e o o
ramani sono orgogliosi del loro S. Be-
Bonapezze. Sm. Il Toscano. Buo- rardo, e lo chiamano Sam BraddeO no-
nalana. Itreo • anzi molti di loro, che non ere-
Bordo. Sm. Orlatura, per lo più di dono neppure in Dio, onorano San Be-
frangia d'oro. rardo. I Chietini col nome del nostro
Borre. Sm. Abbozzo, minuta, brutta Protettore ci chiamano, storpiandolo al
copia. loro modo, così : Sam Buia. Su san Be-
ICottapatrò. V. Cambane. rardo corrono i due seguenti modi di
Botte. Sf. Specie di castagnuole, ma dire : Mancheo seo fusseo 'iite
0
o
a 'rrubbà su
di minor grossezza e forza di queste, Sam Bradde, che è il Toscano : Po' poi
che si sparano a mano. Alle volte se non ho mica sconfitto Cristo di croce.
ne attacca una lunga fila su travi, e si Si dice pure di un'azione molto ver-
sparano successivamente essendo legate gognosa. E'cchiù vrevugne chesse, che jì
fra loro da micce interposte, e fanno un rubbà su Sam Tìraàde.
frastuono crepitante, di cui e ghiotis- Brehaiide. Sm. Brigante. Dal 1860
simo il popolino. Le botte così accon- in qua si è affibbiato questo nome ai par-
ciate si dicono Battarije, e si sparano tigiani del caduto Governo borbonico.
in occasione di feste, processioni, ecc. Bracchete.
o "
Sm. Broccolo. - fisseneo o
Botte, folpo da maestro : brutto tiro : m' brucchele. Il Toscano, In guazzetto.
p. es. M'ha fatte na botte, per un brutto Braseiccc. Sm. Bruciaticcio. Chi sta
tiro. Li grosse botte, gli stivali alla sempre vicino al fuoco si chiama pure,
scudiera. Il Francese, Grosses bottes. Bruscicce.
Bracciale o [Link]. quel Brutte. Quando si dice brutta ad
ferro che serve a tener ferme le porte una donna, questa risponde subito : Se
o finestre. In Tose. Contrafforte. ssò bbrutleu so rpiacénde,
u
se nem' blaceu a
Brache. u Sf. Nu pare de brache o, Uè, piace a l'addra gende.
^ ° f .
Li bracheo salale.
o
Forma recisa e di- Bnccajje. Sm. La bocca di un vaso
spettosa di negazione a qualsiasi do- piuttosto grande.
manda. Bucce, Bueoltte. Sm. Il lecco nel
Braddacchione. Acer, e pegg. di giuoco delle bocce.
Bradde.o
Bueche. Sm. Quel sacchetto di pan-
Bradde. Nom. prop. Berardo. Sani no, che, pieno di biada, si attacca al
'Brada; è il protettore della nostra città muso delle bestie da vettura.
e diocesi. Egli era della nobilissima fa- Bucclienotte. Sm. Sorta di pasta
miglia dei conti di Pagliara o Pallearea. dolce. La frase, T>à, o piji lu bucche-
Non si sa l'anno preciso, né il luogo, notle. Ha due sensi : o di prendere o
in cui nacque. Fu eletto Vescovo dai dare il veleno - o corrompere, o essere
— 120 —
stato corrotto con denari. L'italiano ha Boro. Sm. Cassettone. Il francese,
nello stesso senso, Boccone. Bureau.
Bumba. Voce con cui i bambini Buttacciule. Sm. Uomo grasso,
chiedono da bere. tozzo, quasi della figura di un bottaccio.
Burnir use. Add. Scrofoloso. Busselòtte. Sm. Jucatóre de busse-
Bune. Avv. Bene. Stasse lume vivere lòtte. Metaf., chi dice e disdice, inganna,
nell'agiatezza. HtatleU luneV è il saluto di tradisce.
addio che si fa da, o a chi parte ; è il Butte. Sm. Colpo. Butte de lìngue,
latino, Vale; Stalle bune, si dice pure a vomito improvviso di sangue. Tutte che
cosa che si ritiene per perduta; p. es.: nu Wmttc, ali" improvviso, in un colpo.
S'arpiove,
f V
ItalieO buneV a li 'bicipite.
° fj
V. Sin- Usasi anche il fem. Tutte de na botte.
tassi. Buttitene. Sf. Caldo soffocante, che
Barlette. Sf. Si dice cosi anche alla abbia dell'umido.
Passatelle. V. Passatelle.
Ca. Part. cong. Che. CafTc. Abbiamo questo proverbio
Caca. Caca la caseO a Imne, narrarne Lu culór; caffè, fa pare belle chi n' ohe.,
o
vita e miracoli nella sua stessa pre- Cafóne. Sm. e f. Contadino. Metaf.
senza. Si dice 'pure : Fa na cacate0 de0 persona male educata. Questo nome
case. Nen zapi mangile caca, non esser noi l'abbiamo comune con tutte, credo,
buono a nulla. le provi ncie del già Regno di Napoli.
Cacaleste. Sm. Metaf. Chi parla Ma il nostro contadino, sebbene abbia
subito e senza alcuna prudenza. lo stesso nome, è ben altro dal cafone
Cacannite. Add. Fijje cacannite, l'ul- di Puglia e di Calabria, ed anche del-
timo nato ; è anche del dialetto ro- l'Abruzzo Chietino ed Aquilano. E qui
mano. io terrei pronto per pubblicare un pic-
Cacarelle. È una ripa o rupe pros- colo mio studio sui contadini del Pre-
sima alla città nostra. Quando uno si da tuzio, studio che non avrebbe altro pre-
alla disperazione, gli si dice per burlarlo: gio che quello di esser fatto dal vero,
Vati'a 'jjittà jù la ripe, de Cacarelle. e non come quello del sig. Francbetti
Cacasótto. Sm. e f. Pauroso assai. (Condizioni economiche ed amministra-
Caccole. Sm. Pare proprio che vo- tive delle provincie Napoletane. Firenze,
glia dire, i primi tralci della vite, e per- eco.) ed anche un poco le Lettere me-
ciò chiamasi : Scacchià li capanne, l'ope- ridionali del Villari, che almeno pel no-
razione di togliere dalle viti questi stro Pretuzio, hanno . lavorato più di
primi tralci. fantasia che di osservazione attenta .e
Caeetamunnezze. Sm. Cassetta da coscienziosa. Ma per non distrarci troppo
spazzatura. dall'argomento, rimetto il mio studio
Cacclnelle. Sm. Cagnolino. Nel con- ad altra occasione. Mi limito per ora
tado dicesi : Cacciane. a dire a quei signori che nel nostro
o
Cacone^ Sm. Pauroso assai. Pretuzio i contadini si trovano nelle
Cadcticce. Add. Cascaticcio. stesse condizioni di quelle dei conta-
— 121 —
dini toscani rispetto al padrone, con- che nasce nelle mani pel lungo ma-
dizioni descritte e tanto decantate dal neggiare uno strumento, come martello,
sig. Sennino nella sua opera La Me^- zappa.
\eria in Toscana ; con questi vantaggi Cambane. Sf. Campana. Culà la
pel nostro contadino su quel di To- cambane. Metaf., conchiudere un nego-
scana, che il nostro prende spesso i tre zio, un trattato. Sulle campane abbiamo
quinti, e qualche volta i due terzi del il seguente indovinello :
ricolto ; che non paga il fitto della casa Ldche nu fenestrónsO
J
colonica al padrone, che non deve far- v *
Staceo nu vecchióne,
gli il bucato, che non rilascia al padrone o
N' 6gè vite
e o e n' &se sendeo
il cinque per cento per l'uso dei vasi 1
E chiameo tanda *>vende.
padronali nella vendemmia. o
Cafórchie. Sm. Stanza o casa mi- Ecco come vien regolato fra noi il
sera, oscura. Il Tose. Stambugio, Ab- suono delle campane. Appena spunta
biamo un vicolo oscuro e stretto, che l'alba, suona la Prima [Link]
Qualche
si chiama Caforcbie. ora dopo la Prima Sguilìe. Un'altra ora
Cag-fre, S. fatto femm. Calcio. dopo L'uddema sguille, che vien detta
Cagnette. Sf. in gergo, L'innamo- anche semplicemente La luddeme. Prima
rata. questi due suoni di campane servivano
Cagna. Trans. Cambiare. a chiamare i canonici per cantar Mat-
Cag-nature. Sf. Aggio che si prende tutino ; ora per non scomodarsi tanto
sulla moneta che'si cambia. i signori Canonici cantano tutto d' un
Cajieche. Sm. Uomo crudele. In fiato, Mattutino, Laudi ed Ore fino a
Toscana ha ii significato di piccola Vespro, e perciò hanno introdotto un
barca. nuovo suono di campane, che si chia-
Cajole. Sf. Gabbia. Dal latino, Ca- ma: Li Tucchitte, che si fa alle 9 ij2
veola • antim., e mezz'ora dopo i Canonici en-
Cajóne. Sm. Gabbione. Quello de- trano in coro. Ora il suono de l'uddema
gli ingegneri. sguille. serve solo per far andare i mu-
Cala. Calajjele a na cose, compirla, ratori od altri artigiani a far colezione.
riuscirci dopo qualche stento. Quando poi il Coro è giunto verso
Calascione. Sm. Saliscendi. Questo Terza, comincia il suono detto Ten(e,
vocabolo è curioso ! che si replica a brevi intervalli per tre
<;alenne. Sn. Candà li calenne a volte. Prima, quando 1' ufficio si reci-
hune. Metaf., parlargli fuor de'denti, dir- tava in due volte, questo suono chia-
gli in faccia delle verità spiacevoli. mava i Canonici a recitare la seconda
Calevenlste. Sm. Più che seguace parte dell'ufficio medesimo. Sul suono
di Calvino, vuoi dire, uomo di testa di Terza corre questo proverbio : A'
calda, uomo assai risentito; [Link]. Nghe Ttertf, ci n' a fatte culamjóne, se I' a
mme n'g<t payijà, ed ji so me^e caleve- perse. Mezz' ora dopo il detto suono
nilte. esce la messa conventuale, detta Messe
o
Calibrare. Sm. Met. Chi facilmente de Ter^e, o, Messa ranne. Quando si
contrae debiti. V. Tigne. alza l'ostia ed il calice, suona la cam-
Callicchle. Sm. Propr. quel callo pana grande con sei tocchi a larghi in-
— 122
tervalli, suono che vien chiamato fama di balordi non è affatto meritata
Messa ranne. A mezzogiorno suona, dai Camplesi, che anzi la loro città è
Meye jurne. Le nostre donne lo chia- stata ferace di uomini illustri, fra i quali
mano La revuluyejóne, perché essendo basterebbe per tutti il Can. Nicola Palma
quella l'ora in cui quasi generalmente a cui Teramo ed il suo Pretuzio deb-
noi pranziamo, le povere donne sono bono quella storia, di cui ho parlato
messe in rivoluzione dagli uomini che altrove. Io non riporterò qui queste
rientrano e vogliono mangiar subito. storielle, anche per riverenza alla.
Alle ore venti e mezzo italiane suona santa memoria della rimpianta madre
Vespro. Questo suono si replica un mia, che fu di Campii. Soltanto dirò
quarto d'ora dopo, e quindi per la du- che, più che da altri motivi, queste
rata di un intero quarto d'ora si suona storielle pare abbiano avuto origine
una campanella più piccola, ciò che si dall'antica inimicizia, or fortunatamente
dice: Accenna Vespre. A ventun'ora cessa cessata in tutto, fra i Camplesi ed i Te-
il suono della campanella eduna cam- ramani. I nostri storici ci narrano che
pana più grossa batte trentatró tocchi esse cominciarono nel 1286 e durarono
in memoria dei trentatrè anni che G. un lunghissimo tempo. Nel 1369 i Tera-
Cristo passò sulla terra. Nella Quare- mani devastarono le terre di Campii;
sima il Vespero si dice prima di mezzo- alla loro volta questi concorsero nelle
giorno, subito dopo la messa conven- vendetta contro i Teramani della morte
tuale. Quindi nel giorno suona solo la del Duca Andrea Matteo I d'Acqua-
campana delle ventun'ora, suono anche viva, ucciso in Teramo dai Melatini, il
detto, Li iucche. Però a 21 154 suona 17 febbraio 1407. Le contese duravano
Compieta, e questo suono vien detto ancora nel secolo xvu. Anzi il motivo
'Sotta potrò. Non ne ho potuto indo- addotto principalmente per la erezione
vinare né il significato né l'etimologia. del Vescovato di Campii nel maggio
Un'ora ed un quarto prima di notte 1600, fu appunto la inimicizia che esi-
suona il così detto Sandissime, che an- steva fra i Teramani ed i Camplesi.
0
nunzia l'adorazione quotidiana del Ss. Detto Vescovato fu soppresso nel
Sagramento, che si fa nel Duomo, poi 1818, ma virtualmente era soppresso
l'Ave Maria, ed infine ad un' ora di fin dal 1804, quando morì l'ultimo ve-
notte, N'ore de notte, l'ultimo suono delle scovo di Campii, Monsig. Cresj.
' 0 0 o
campane, che con modi diversi di suo- Carne. Sf. Pula, loppa.
nare, annunziale funzioni sacre, le feste, Camlsce. Sf. A culla rì gni vurrì
gli ufficii, le vigilie del giorno seguente. esse mangi» camisce. Si dice per espri-
Camble. Campii. Antica città ve- mere orrore o compassione dei futuri
scovile a pochi chilometri da Teramo. danni che toccheranno a qualcuno.
Alcuni per ischerno lo pronunziano Quando una persona va in cerca di
Cbimble.o
Corrono moltissime storielle un' altra e domanda: Duva sta ? le si
sul conto di Campii, ed i Camplesi risponde per burlarla: Sta dendr'a la
son chiamati da noi cucciune. E quando camisce.
O
uno vien avvisato di non commettere C'amurre. Sf. Camorra. Per noi non
sciocchezze, egli risponde ; Ecchè m' hi ha il significato che ha a Napoli; ma in-
pijite pe' lume, de cMsse de Chimble ? La vece quello di Fracasso, e sopratutto
— 123 —
quello che fanno gli scolari, quando è nere le pancate, p. Candela. Cannela
assente il maestro. nire appiccile a lu sottasobbre. Sorta di
Camnrrlste. Sm. Fracassone, attac- malia di sicuro effetto, come dicon
calite, mettiscandalo. essi, contro il proprio nemico.
Canareje. Sn. Canarino. Magna Cannille. 'M bfuji li cannille. Metaf.
quande, o, Esse cumt nn canareje, man- presa dai tessitori, intralciare un nego-
giare pochissimo. zio, un contratto, ecc.
Caiiavacce. Sm. Esofago. Cannucce. Sf. Cannella delle botti.
Candre. Sm. Cantero. Capanne. Sf. La vite e l'oppio ma-
Candnsce. Sm. Veste da donna in ritati insieme. Onde chiamiamo ca-
uso nello scorso secolo. pannele i lunghi filari di viti cosi ma-
Caneva Telate. Metaf. Uomo assai ritate e circondati da siepi. Forse per-
furbo. V. Chiappe de 'mbise ; perché la ché formano così come una capanna.
corda degli appiccati era di canapa fi- Capa. Trans. Scegliere. Il Vocabol.
lata. ha : Captare. - Gerbóne capati, emerito.
J x
1» , C» O
Cangarejate. Sf. Forte sgridata, Capace. Add. E capace, detto asso-
rabbuffo. lut. Abile.
Cangre. Sm. Cancro. Cheìf è lu Cape. Sm. Capo. Fa, o, Passe lu cape
cangre, e chelle la peste, di due cose pettinare, pettinarsi, acconciarsi i ca-
egualmente cattive, sicché non ci sia pelli.
da far scelta. Capecolle. Sm. La nuca, la parte
Caulcchfe. Sm. Sorta di pesce cane. fra il collo e la testa.
CanlJJe. Sf. Crusca. Capccullastie. Rifl. Rompersi il nodo
Cannarone. Sm. Mangione, e me- del collo, e metaf. Rovinarsi in tutto
taf., uomo grosso di persona, ma sciocco. e per tutto.
Cannai-uzze. Sm. Gola. Per lo più Capchatte. Sm. Capogatto. La-voce
usasi in ischerzo. è del Dizionario, ma non la frase, Ar-
Canne. Sf. Misura antica napoletana; sallì li capthattt, venire la collera.
e la nota pianta. Su questi due significati Capenuccaese. Rifl. Rompersi il
ci si fa un grazioso bisticcio. Di un le- nodo del collo.
gume poco cocitoio si dice : Cocese nghc Capepuìite. Sm. Il capo della guardia.
na canne, e pare che si intenda con una Capeuduiieje, Sm. Il capo d'una
canna (pianta), ed invece si intende con impresa, per lo più trista. Il dialetto
una canna di legna (misura). Canne, Napoletano ha Capaddo^ie.
vuoi dire anche gozzo ; e per gola non Capetelle. Sm. Capitello, lo stesso
si usa che preceduto dalla preposiz. In, che capezzolo. Io l'ho trasandato nelle
così : 'N "fanne.D MetteV li mane" n'. ganneO Osservazioni. È anche per noi di-
a hune, usargli violenza, costringerlo minut. di Capo, e le nostre madri di-
con la forza a far una cosa. Fa na cose cono alle loro figliuolette. Vi ecche, ca
nghe n'aita n' ganne, doverla fare a viva te vuje arfà lu capetelle.
J
<J ' tj * u G O
forza. Captile. Sm. Arpijì na cose pe li ca-
Canneté. Sf. Quel fusto altissimo di pille, con grandi stenti, appena appena.
albero, che si pianta, dopo tagliato, in Capeverde. Li capevirde, i proceri,
terra nelle fabbriche, e serve per soste- sopratutto di un convento.
— 124 —
Cappeje. Sf. La perquisizione giu- misera. E perciò quella domenica vien
diziaria, e quindi : Fa la cappeje. chiamata, Lu Sandeo Cartecclrie.
C o
Questa
Cappellate. Sf. Lodola, da quel chiesina fu fondata nel 1512, e prese
ciuflfetto, che ha sul capo. il nome di Cartecchio dal nome della
Capplà. Trans. Frugare, andare in contrada che era Carticula o Carterula,
cerca, e principalmente, frugare, visi- o Caterula; nome, che secondo il Palma
tare le tasche. (S. Ap. v. 4° p. 164) indica, che si poteva
Caprenaturc. Sf. Capruggine delle dimostrare la cessione, P infeudamento
botti, ed il capo dell' accetta o delle o proprietà di detto territorio caduta
zappe in cui vien introdotto il manico sotto una convenzione, mediante una
da noi detto, Scote. piccola carta o cartula. Poco distante da
Caprone. Sm. In gergo, Grossa questa chiesa era un convento di Be-
sbornia. nedettini, ora distrutto, detto lAVbatia
Capuecenelle. Sf. Sorta di ballo in- Sancii Benedirti in Caterula. (Ivi, pa-
digeno. gina 204-205).
Capuzzllle o CapeectIIe. Sm. Ra- Cardinale. Sm. Te facce Cardenale,
gazzo caparbio e permaloso. modo di minaccia, che vale: ti rompo
diramane. Sn. Calamaio. Per noi, la testa ; perché, rompendosi, la testa
come pei Toscani, ha i tre sensi di si colora di sangue e viene a farsi su
vaso da scrivere, pesce, e livido agli di essa quasi un cappello rosso, come
occhi; e su questi facciamo un grazioso lo portano i cardinali.
bisticcio. Quando uno è andato in qual- Cardarelle. Sf. Sorta di funghi
che sito, e vi ha ricevuto delle busse, mangerecci.
e ne porta i segni nelle lividure agli Cardllle. Sm. Cardellino.
occhi, gli si dice proverbiandolo : T'aje Carecate.
u o
Tentila carecat'a
o
hune.
c
mannaf a Ggiuleii
6 rte li secce, e tu m'iii
tenergli riserbato qualche castigo o
o'o o o
'rpurtate lì caramane. rimprovero.
* o o
Carclòfene. Sm. Carcioffo. Metaf., Carestose. Add. Chi vende caro
grosso naso. tutto.
Carda o Fa la carde. Metaf. La- Carota. P. es. Elemosina ; è nel Vo.-
vorare assai poco, come fanno i car- cabolario. Abbiamo un bel proverbio.
datori. Ci Jfa la carda,
V '
è ricche0 e ne
0
lu sa.
Cardeechle o Carteechle. Piccola Cardine. Sf. Fico secco, dal Latino
chiesa rurale ad un miglio ad oriente Carica.
della città. Se ne solennizza la festa CarnasefÓne. Sm. Carne floscia e
nella 3" domenica di settembre, e vi vizza, e si dice Nu carnascióne a chi
concorre un gran numero di cittadini, ha le carni così.
i quali si spargono per le circostanti Carnassale. Sm. Carnasciale. Li
colline a far ribotta ed invece di ono- Carnassile, noi s'intende le persone ma-
rare la Madonna Addolorata, che è la scherate. Ed i bambini vedendole, gri-
titolare della Chiesa, onorano Cerere dano, Li carnassile ! Li carnassilel ora
O (> .
e Bacco. Il piatto rituale di quel però questo grido poco si ode più.
giorno è la porchetta, che in quei tempi Cantavate. Sm. Uomo stupido, in-
si mangiava in ogni casa anche la più tronato.
125
Carne. Sf. È ccarne àie crtsce ; si dice Cartelle. Sf. Sci a luneo la cartelle.
" . °. e p' «
per iscusare i bambini quando fanno metaf. Essergli destinata da Dio qualche
malestri. Artruvà la carna fresche quando disgrazia.
il mattino si ritrova qualche persona Carusille. Sm. Salvadanaio.
uccisa durante la notte. Na me^a carne, Casarelle. Sf. Diminutivo di Casa.
modo avverb. mediocremente. Naper- Casatille. Sm. specie di pasta dolce,
sóne,
(
o cose,
i/
mezze
^V
deJ carneC e meru^^O
deo fatta a forma di piatto, composto di
fetecbe,
J
o o
mezzo cattiva e mezzo buona. pane di Spagna, con sopra altri dolci
Carne, parentela. Esse
t. r o
ricche de carne,
o o v
e canditi ecc., è il dolce di rito nella
aver molti parenti, e perciò dover es- Pasqua, e si scambia in dono fra le fa-
ser rispettato. Ha perdute robbe e ccarne, miglie. Si dice pure Casciatillf.
di chi perde la moglie, e non aven- Cascature. Sm. Il crivello fatto di
done avuti figli, deve restituir la dote. pelle d'animali. Quel che noi chiamiamo
Cai-nette. Sm. Uomo crudele. Crevelle, è il Vaglio dei Toscani.
Capocce. Sm. e f. bambino. Sf. Casce."
Sm. Cacio. CasceO marcate, C t/
crosta lattea, perché è eruzione pro- cacio inverminato.
pria dei bambini, o Carucce, come di- Casche. "
La caseller. de la live,
o
il ca-
ciamo noi. dere in terra delle olive o per estrema
Carógne. Sf. Uomo timido e vi- siccità, o per malattia.
gliacco ; per noi non ha affatto il signi- Casciabbanghe. Fatto masch. Qua-
ficato di animale morto. Abbiamo il lunque mobile grosso e rovinato.
peggiorai. : Cantinone. Caseiolc. Sf. Succiola.
Carose. Sm. Carusà. Intrans. To- Casciòne. Sm. La massicciata delle
sare e tosatura dei capelli degli uo- strade, e per metaf. il petto. Il Palma
mini, e dei peli delle bestie. Abbiamo in quel suo Scherzo scrisse di un suo
visto nelle Osservazioni che questa voce collega :
è in uso nel Casentine. Il Vocabolario Celie ed fi ?
però non la registra. Té l'asme, patisceje
r
hi cascióne.
O' 1/3 o
Carpeeate. Add. Butterato.
Carpetelle. Sf. Sorta d' insalata. Case. Pijje e ppurf a' ccase, si dice
Cai-rapine. Sf. Brinata. a chi ha ricevuto delle busse, e deve
Osti-rese. Add. Destinato ai carii.
O f
portarsele in santa pace. C'è un nostro
Noi abbiamo una porta della città che proverbio assai bello, La case è lu Pa-
si chiama Porta Carrfse, perché è od radise 'n derre.
era destinata al passaggio dei carri. Castagnole. Sf. Sorta di pasta dolce,
Carrijole. Sf. Carrettino. e quelle mensole di legno che dai mura-
Carrozze. Sf. Carrozza. Nasce nghe hi tori si inchiodano sulle travi di so-
cule n'garrese, nascer di ricca famiglia. stegno per tener fisse le funi che le-
Sm. Fico secco sciolto, non infilzato. gano le pancate ; il plurale significa
CarruccUiare. Sm. Approfittatore. anche le mariette.
Napolitanismo. Cartelle. Sm. Il coperchio della
Carruzzejate. Sf. Carrozzata. serratura.
Carte. A' pprima date de carie, si
<J r
* O i Ot O
Castellane. Sf. Quel tumulo mobile,
usa in metaf. Sul bel principio. che si compone nelle chiese, per met-
— 126 —
tervi sopra i cadaveri delle persone Cavallóne. Add. Si usa per lo più
ragguardevoli, durante le esequie. il femminile. Na ferrimene cavallóne,
,. ,. . . o o °
Cataletto. Sm. È nu cataletti, di ardita, linguacciuta assai.
persona •infermicela.
t • • ° Cavarnccfaie. Sm. Pipistrello.
Catapezze. Nu peyt de catapejge, Carette.
C "
Sf. Combriccola.
un birbone enorme; Napolit. Cavitale. Sm. Cocce de cavitale.
* " ^ O U
Catarre. Sf. Chitarra. Distinguiamo Metaf. Uomo assai stupido.
Catarra francese
J
C o
e, Catarro, i/attende.
O
V. Cazza. Mettere i calzari, cioè le
pure Maccarunare. scarpe, usasi il rifl. per lo più.
Catene.
O u
Sf. Scutulà la catene
CO
de In Cazza. Col dat. di persona; andare
cammine, manifestare cosi la propria a grado, piacere.
meraviglia o gioia, vedendo cosa nuova Cazze. Sm. Calzoni. L'ha usato il
e gradita, e sopratutto mirando una Caro. Calasse li cazze ; Subbete se cale li
^ 0 0 0 O
persona abitualmente poltrona, lavorare caijf, chi si arrende subito alla prima
con attività. minaccia, palesa i segreti, ecc. Quando
Catenelle. Vummacà sangue a ca- piove a rovescio, si dice, vedete che
tenelle. Metaf. comperare una cosa a metafora ardita ! S'avè calate H carte
» »
prezzo spropositato ; p. es. Se ttu te va Jesu Criste.
cumbrà sta case, hi da vummacà sangue Cazzette.
C »
Sf. Calza. La caìiette
V o X deo
a catenelle. sete. II ceto nobile e qualunque indi-
Catcnijje. 5f. Prop. La catenella viduo di esso. Fa li caijette, far i tratti.
dell'orologio. Cazzotto. Sm. Oltre pugno, vale :
Catubbe. A catubbe, in gran quan- un pagnottine da un soldo di pan buf-
tità. fetto ;noi, pane francese.
Causa remaneet. Fa causa rema- Cazzunltte. Sm. Mutande. Il Tose,
neat. Pigliar ogni cosa per sé. Questo ha, calzoncini.
modo di dire era delle antiche sen- Cece.
C V
Nem buie tene tire deeo m'
tenze giudiziarie, e voleva dire : Lacausa macche, essere: incapace a mantener se-
resti come fu giudicata dai primi giu- greti. A jite a 'rfà la terre pe li dee,
dici. Il nostro popolo gli ha dato questo Metaf. morire, il Tose. È andato ad
altro significato. ingrassare i petronciani. Ne' mtnaU tre
Cautereje. Sm. Metaf. Di persona dee,
J
non valer nulla affatto. CeceCO
vuoi
che per essere mantenuta richiede dire anche ombelico.
grandi spese. Cecembre. Sm. È il Toscano Cem-
Cavalle. Cavalle de retarne. Metaf.
u
ù O O
balo nel suo vero significato.
Malattia che, benché superata, pure mi- Cécule. Sm. Pignolo. È n.u cècule,
nacci sempre di ritornare, com'è l'apo- di persona noiosa assai.
plessia. Da la cavalle,
r
o dare sculacciate Ccfèctic. Sf. Vino di pessimo sa-
a qualcuno, che vien sorpreso a dormire pore. A Napoli significa posatura di
in letto ad ora tarda. Vulè pajje pe' acque immonde.
ccendeo cavalle, dicesi di ira terribilissima Celebbrà. Intrans. Scherz. Man-
ed incapace ad essere calmata, o di giare.
pretensioni stranissime. Celiasse. Rifl. Bacarsi dei legumi,
Cavallette. Sf. Covone. del grano, ecc.
- 127
Celle. Sm. Uccello. È come lu celle Cerquete. Un villaggio della nostra
de la bella cote, clridunque vele, se n'enna- regione, che ha tratto il nome appunto
O C. '"> C ' ;>
more, vale il Toscano, Essere il gallo da Ctrque.
e * o
di monna Fiore. Li citte, usato solo in
Ci
Cervelle. Sta 'n gervelle, saluto d'ad-
plurale, i bachi dei legumi, ecc., i bachi dio dei nostri contadini, come noi di
della seta. I bachi del grano propr. città diciamo SfatteO bune.
V
Cervelle(j deO Itt
si chiamano, Peccune. pile, la parte di sopra del piede. Lu
Cellette.
c o Dira, di Celle.
co Lu cellette
e o cervelli de la trippe, scherz. : lo stereo.
mi, così le madri chiamano i loro Cesate. Sf. Strage. Fa na cesate, uc-
bimbi, ed anche fra loro cosi chia- cidere molte persone in una volta. Dal
mansi gli innamorati. latino Caedo. Abbiamo un villaggetto
Cengnlne. Sf. Moneta antica napo- della nostra provincia, propriamente
letana. Vénnese no, cose pe 'no. cenguine; nel comune d'Isola del Gran Sasso nel
p.s. a prezzo assai minore di quel che Pinnense, chiamato: Cesea deo Frange. &
u
vale. Sarebbe utile investigare la origine
Cennere. Sf. Cenere. No. cose sca- storica di questo nome.
vate de tra la cennere, cosa che non si
O e o o
Cesbrine. Add. Miope.
sperava o disperavasi ritrovare. Ceste. Sta come nu celie, ubbriaco
Cennerire. Sm. Luogo dove si con- fradicio. Rombe li ciste, il Tose. Rom-
0 (/
serva la cenere. pere le scatole, le tavernelle, ecc.
Cenze. Sm. Gelso. Cestuneje. Sf. Testuggine. Tene na
Ceplechie. Sf. Sbornia. cocceO cumeO na cèstuneje
L O
; 'essere balordo,
J
Ceppe. Sf. È il Toscano Cepperelli stupido, ecc.
da ardere. Sm. Lu ceppe o %eppc, de la Cevoleche Sm. Cicaleccio.
case, il capo di casa, modo contadinesco. Chiaeehiaresse. Sf. Donna ciar-
Cerase. L'amiche Cerase, il Toscano : liera, o meglio dottoressa.
l'amico Cesare, che del resto è anche Chlacchler^ e Pataraeehie. Chiac-
in uso fra noi. Na vaccheti comea nu ce- chiere inutili e senza costrutto.
rase0 di bocchino di donna assai rubi- Chiadre. Sm. Chiaro dell'uovo sbat-
condo e grazioso. tuto con lo zucchero. V. Nnaspre,
Cereatare. Add, Cercatore, e eh; Chiamate. ^
Sta a na chiamate, e
di un
sempre cerca. Lu frate cercatare, era luogo poco distante da un altro in
quello addetto ad ire per le case cer- modo che gli abitanti di ambedue si
cando elemosina. possono chiamare con la voce fra loro.
Cércene. Sm. Cerchio. Chiappe. Metatesi di cappio. Chiappe,
Ceremunire. Sm. Chi sta sempre e, chiappe de'-mbise, furbo matricolato. A
sulle cerimonie e si rende perciò pe- Napoli con maggior proprietà vuoi dire:
sante. Viso o pezzo da forca. Chiappetille, fur-
Cerógne. Sm. Chi sta abitualmente bacchiolo ; detto a ragazzo, ha un non
ingrognato. so che di bricconcello.
Cerote. È nu cerate de Dijapalme Chiare. Sanda Chiare, in gergo i
chi sta sempre malato. Il Toscano ha beoni intendono per l'acqua ; dicono
solo È un cerotto. anche Chiarine; [Link]. Staceo Marinee nzhc
o' r * y
Cerqiie. Sf. Metat. di Querce. culle vine.
— 128 —
Chiavai-Ine. Add. Di cavallo che Ciamurrc. Sf. Cimurro. Noi l'ap-
sbalestra nel camminare ; applicasi an- plichiamo per lo più agli uomini.
che ad uomo. Ciang-hljà. Intrans. Il Tose. Ran-
Chiave. o
Artruvà la chiave
e
de no.
o
cose,
o
care.
trovarne il verso. Ciandelle. Sf. Ciana. C'è pure l'ac-
Chìchlrchie. Sf. Cicerchia. crescitivo, Ciandellóne.
Chicbere. Pijì na chichere, prendere Ciapparette. Sm. Grappolo, si ab-
un equivoco. jrevia anche in Ciappsre.
• * • * < = ) f>
Chieriche. Sf. In generale testa Clappalòne. Sm. Titolo careggiativo
calva, e chi ha la testa calva vien chia- senza significato vero, che si usa coi
mato La chifredic. >ambini, come Ciaciàne, così Lu ciap-
C O fi
Chlmeche. Sm. Metaf. Uomo assai ìalóne mi.
fino nel giudicare, o assai economo Clappe. Sf. Ganghero, fermaglio,
nello spendere. fibbia. Na cose che li ciappe, eccellente,
Chips. Sm. Giuggiole. squisita.
Chlscellà. Cbisce a la stalle, modo Ciarammcllc. Sf. Cennamelle. Cia-
di spingere il porco. Tose. Pru^l 'n là. ramellare, chi suona le cennamelle.
Chiuchiare. Sm. Ciociaro. Clarapiche. Sf. brinata. Metaf. leg-
Clabrajrne. Sm. Spino bianco. gera sbornia. V. Carapine.
Ciacè. Fa ciacè, far capolino. Ciarfolle. Sf. Collottola, quella che
Ciaccione. Sm. Abborraccione ; arti- Dante direbbe, Cuticagna.
giano poco pratico del suo mestiere. Ciarmà. Trans. Ciurmare. Ciarma-
Clacione. Sm. Voce carezzativa taneO Sm. Ciarlatano.
senz' alcun significato preciso, come darre. Add. Pieno, colmo, darre
quello dei Senesi Ciocia mia, così noi ciarre, pienissimo.
Ciacioneo mi. Ciavajà. Intrans. Balbettare.
Clalandre. Sf. Ruota degli arruo- CiavajÒne. Sm. e f. Balbuziente. E
tini. Forse da cilindro. siccome l'uomo vuoi far sempre quel
Cialone. Sm. Scioccone. che non sa fare, si dice Balle de ciubbe
. . . . ° o "o
Clambaiic. Vedi Zambane. e candeO deO ciavaiune.
' f i
Ciambelle. Sf. Pantoffole, pianelle Clavarelle. Sf. Donnina civettuola,
Ciambronele. Sm. Sorta di giuoco leggera, e come dicono i Toscani Donna
di carte. di sboccio.
Ciammarelle. Sf. Farfalla. Cica te. Fa come lu cicale d'Ascule.
o o o
Ciammariclie. Sf. Lumaca. Mo te Vedi Osservazioni, pag. 272.
facce fa lu candeQ de la ciammaricbe,
•> J
O
s Cicce. Ciccille, Cicche. Vedi Fran-
dice a chi canta fuor di luogo e fuor cische. o
di tempo, ed è come una minaccia Ciccenderre. Sf. cincallegra, sorta
perché quando la lumaca tiene il suo d'uccello.
nido in qualche tizzo, e questo viene Cicche d'Ascule. Cecco d'Ascoli. -
messo al fuoco, la lumaca sentendo i Abbiamo un'imprecazione che dice:
il caldo, comincia a cantare (forse chie Chi sci 'mbissO ched li veticchie o O
cume
C
CicchiO
derà aiuto la povera bastiuola) e can d'Ascule. Il popolo narra che menato
lando muore. Cecco d'Ascoli ad impiccare, a qua-
- 129
lunque corda veniva impeso, tutte si ! Ciucce. Sm. Asino, e metaf. sciocco.
rompevano, perché quegli era quel (Lo usa il Pananti in questo senso, non
maliardo che sapete. Infine i ministri iil Vocabolario. Ci è pure Tacer. Ciucciane
della giustizia non sapevano a che corda i ed il dim. [Link].
votarsi, quando si udì per l'aria una \ Cluffele. Sm. Ciuffuli, zufolo, zu-
voce gridare: Veticcliie, Veticcliiel era il folare.
diavolo che insegnava quell'unico modo Clurre. Si usa per lo più il plurale,
di vincere le fattucchierie di Cecco- ed è termine dispregiativo delle trecce
Fatto subito tesoro di quel suggeri- donnesche. Il Delfico nella sua Com-
mento, ed impeso coi viticchi, Cecco media lo usa Co, ji le scarpe 'ssi quattre
restò morto. ciurre.
(1
Si dice pure Cirre.
r
o
Ciche. Non si usa che coll'articolo docce. Sf. Gruccia. Sm. Il torlo
indeterminato Na e si apocopa spesso dell'uovo.
cosi : Na ci, e vuoi dire, un pochino; Coen. Trans. Cuocere, Tene na len-
p. es. DammeO na ci de0 pane.
0
- A'ccicbe
O
a gue
0
o
die tiene
c° o
e coce.
o
Il Tose, avere una
'etiche, pian pianino. lingua che taglia e cuce.
Cicerone.
. « « Ènu Ciceróne,
o o' di un uomo l'odierne. Fatto da noi mascolino.
assai eloquente. La cuccuma.
Cleilejàsse. Rifl. Parlare fra loro Còle. Sf. Gazza.
in segreto due o più persone. - Nell'i- Commete. Fra Cammete per ironia,
stesso senso : Dasss na cicilejatz. persona che vuoi far sempre il suo co-
Clfere. Sm. e f. È nu ci/ere, e per modo.
lo più applicasi a donne, È na ci/ere, Coiigriacallare. Sm. Calderaio, si
di donna assai rabbiosa. Che non sia usa per lo più per ischerno.
aferesi di Lucifero ? Còiulc. Sm. Conte. Quello che i
Ciffe-ciaffe. Sm. Sorta di vivanda, Toscani dicono Conte che non conta, noi
fricassèa. diciamo, Cullù alii cónde. o
- Scine ? ma
Cifrecamafreehe. Sm. Qualunque cheO condeO ? CondeO li scale, quann'arsali;. O
ghirighoro ; è voce, io penso, coniata Non pronunziando noi le vocali finali,
ad imitazione della cosa. possiamo fare questo bisticcio.
Cline. Sf. Cornatura. Té na Ielle cime, \Còlie. Sf. Nicchia. Cunitte, dim. Nic-
5» O
si dice dei buoi che abbiano belle corna. chietta. La Madonnet) de la Cane, O
è un
dimenine. Sf. Canna del camino. altra chiesetta rurale ad un chilometro
Cinzia Forti. V. la Cicalata sulla circa ad occidente della città. Si vuole
storia del dialetto Teramano. fondata nel principio del secolo xv da
Cioffe. Sm. Il fiore dei cavoli. S. Bernardino da Siena. La sua festa,
Ciplcchie. Sf. Ubbriacatura. Si ode che cade in una delle prime domeniche
spesso Tinghe na me^a cipicchie. di Luglio, viene solennizzata come
Cipòlle Pijì na, o, li cipolle, ince- quella di Cartecchio, con merende e
spicare, sopratutto dei cavalli. briacature.
Clreje. Sm. Cereo. Se pìjjarì purè- Le fanciulle Teramane, smaniose di
la fumé de lu Cireje Pasquale, di uomo trovar marito, vanno in pellegrinaggio
avidissimo della roba altrui. a quella Chiesa a domandar il marito
Cltròne. Sm. Cocomero. alla Madonna, e dicono che questo pel-
SAVINI, Dialetto Teramano. 9
— 130 —
legrinaggio riesca efficacissimo. Entrate il pensiero e la fatica di apprestare i
in chiesa, esse cosi salutano la Ver- cibi, ecc.
gine : Coppele. Sf. Berretto. Noi propria-
Bon giórni a woje Madonne, mente chiamiamo cosi quel berretto
Trim'a'vvoje, ch'a l'adire donne; che ha la visiera dinanzi ; quello che
Nghe la tèste ve facce n'ingline ; non l'ha chiamiamo Berrette. Q
Il D' O-
Bon giorne, a woje Marije.
vidio (Op. cit. pag. 155) domanda:
Tu saje pecche ji so'menute...
Coppela sarà diminutivo di Coppa, capo ?
Noi non usiamo Coppa per capo.
e qui si fanno prendere da un'intem- Cere. Sm. Cuore e Coro, e per que-
pestiva vergogna, e si arrestano un ste due significazioni che assume, at-
poco; poverine! hanno rossore di dire teso il non pronunziarsi la vocale fi-
alla Madonna il vero motivo della loro nale, si fa il seguente bisticcio : Che
visita, che è il matrimonio, e perciò ileo vinghe ° o n'accedende,
» o duva dice l'uffà-
JJ
^~
aggiungono : ìeie
E- O
li canunece.
OD
Pare che si intenda il
coro, invece è il cuore. Tene nu careo
Ppe lu paradise e la sanetà.
nfhe
6
o ttandeo de pile,
* o' aver un cuore in-
Come si vede questa preghiera non sensibile e duro. N"ge fa 'ndrà li pe-
è dello schietto vernacolo ; ma già nei duccìiie0 a lu care
0
su ; non volersi afHie-
°
canti il popolo ripulisce la sua lingua. gere delle cose avverse che ci acca-
Altri che vanno per altre grazie, di- dono.
cono : Cdrpe. Carpe behate. Gran man-
Madonne de la Cóne
giatore o scansafatighe. Técure da carpe,
Tu si belle, tu si bène, ecc. ecc. atta a generare. Fa na cose quanne je
o o dole lu carpe, farla di malavoglia, sfor-
Dicono che il titolo della Cóne venga zatovi, ecc.
dal greco Eltuóv, che vuoi dire figura, Córte. Sf. Così i nostri contadini
immagine. Piuttosto pare che sia Cóne chiamano la residenza municipale ; e
del dialetto, cioè nicchia, tanto più che sopratutto parlandosi di sposi, Ha 'fe-
dentro una nicchia stava l'immagine diteo a la córte. o
di questa Madonna. Céerene. Sf. Forma di giunchi o di
Cónzele. Sm. Consólo. Noi l'ab- stagno, in cui si fanno le ricotte.
biamo fatto breve. Quando succedono Cose. Nulla. V. Sintassi. Metodo di
morti in una famiglia, i parenti più negazione.
prossimi di questa usano farle le spese, Cosse. Sf. Coscia. Quando si vede
mandandole la colazione, il pranzo e qualcuno molto adirato, gli si dice per
la cena, per due o tre giorni. Ed essi ironia: S>o teo sindeo la mie,
'o
datte
o o
de mane
o
pensano a tutto, fino a mandare la a li cosse, cioè, sfoga su te stesso la tua
biancheria, il vasellame da tavola, l'ar- rabbia.
genteria, ecc. Tutto questo si chiama, Cote. Sf. Coda; nel contado vuoi
Fa lu candele. Ed è uso in vigore anche dire anche, Orobanche. V. Nehe, Jerva
fra le famiglie signorili, e parmi uso fiamme.
caritatevole e gentile, togliendo a quelli Cotte. Sf. Metaf. Sbornia. Add. Sia
che piangono la morte dei loro cari, cotte e crute nglie nu site, starvi stabil-
- 131
mente per motivi d'amore o di pro- che sudiciume tale che costituisca quasi
fitto. Quando si usa per spacciato, spe- una corteccia ; si dice degli abiti, delle
dito, ecc., si pronunzia Culle; p. es. : mani, del viso, ecc.
So 'ccutte, è 'ccutte, è bello che ito, ecc. Creme.C "
Sf. Tene- huneO a creme, C O
te-
Cove. Sm. Sorta di giucco fanciul- nerlo a stecchetto.
lesco, detto dai Toscani, Fare a rim- Cremenale. Sm. Prima nelle nostre
piattino. A Napoli lo dicono, Covalera. carceri si chiamava Lu cremenale o
quella
o ^
Lu cove, si fa così : I ragazzi si met- stanza ov'erano rinchiusi gli accusati
tono in giro, restandone uno in mezzo, di delitti gravi.
a cui si pone la benda. Il capo del Cremenaliete. Sm. e f. Chiunque
giucco gira intorno, toccando il petto tende per natura ad esagerare la gra-
a ciascuno dei ragazzi ad ogni parola vita delle cose.
della seguente : Crepanzeje.
"* ' *"
SandeO Crepanzeje
o* ^ 'O
! Così
si esclama, quando si vede qualcuno
Tingile na miscelle, non saziarsi mai nel mangiare ; si dice
Che me cojje lu pertesennele ; pure DiavuleO crebete !
Cucce e mmarrucce. r
* O O
Crcpate. Add. Di uomo sgraziato,
Fa sci la ccìriù bell'acce dispettoso, ecc.
oppure : Cresce. Sf. Stiacciata cotta nella ce-
Sotte na grutticelìe nere calda.
Ce Ita na gallenélle. Crescimi. Trans. Metaf. Recare qual-
Cheffile e che tiesse che danno, dare qualche castigo; [Link].
L'aneme
o o o
se ne liesce.
o ad un fanciullo che stuzzichi un cane,
oppure :
si dice Lesselu il, ca quesse te cresime.
Mingule, mingule ssù martini o ' * O o O O O
Cresommele. Sm. Albicocco, è il
Lu cavali' a la reggine
greco XpoosovfiYjXov. Metaf. vuoi dire an-
A' menute lu su /rateile
che busse; p. es. Ci a ìnule, li cresommele-
Ppe' sparti là 'rrobba belle
Crestalle. Mo s'etnbanneV lu crcstalle,
Ppe' spartì lu tricche traccile " ° 0 C
ironicamente si dice, quando qualcuno
Hune, dò, Ire e quattre.
si sdegna di qualche addebito, mentre
Cali'e. callarole,
è conosciuto aver commessi falli assai
Iscia fare.
J
o più grossi.
Quegli su cui finisce la canzonetta Crijanze. Sf. Parlanne 'celie crijan^e,
esce dal circolo, e si va a nascondere, modo di scusarsi, nominando cose
Cosi succede per tutti, restando il solo, sporche o schifose. Crijanze da scar-
che è stato bendato ; e rimane tale, pare, il Toscano, Creanza da mulattiere.
finché tutti sieno nascosti. Allora uno Crljaturc. Fa casca li crijature da,
dei nascosti grida Villini., e il bendato, li vracce, quando si vede o si ode cose
cui è stata frattanto tolta la benda, stravaganti, o discorsi sbalestrati, ecc-
deve ritrovarlo. Se lo ritrova, in tal caso Crillà. Intrans. Scricchiolare.
quel che è stato ritrovato deve esser Crille e CrlHette. Sm. duello scric-
bendato lui, ed il ritrovatore si va a chiolìo che si procura dai ganimedi di
nascondere con gli altri. far fare alle loro scarpe. Onde la recen-
Cozze. Sf. Corteccia, crosta, ed an- tissima canzonetta :
— 132 —
Bile fatte la scarpate, cui cosi s'imbocca il cibo. Noi il cuc-
Bice messe lu crillette, ecc. chiaio di metallo facciamo mascolino,
quello di legno femminile. Il Toscano
Croce.M Sf. Fosseit la crócen nylitu la mana dice quest'ultimo mestola.
mangine. Atto di meraviglia vedendo Cucchiare. Sf. la cazzuola dei mura-
o ascoltando cosa stranamente trista. tori.
Stambà li cruce. Metafor. Digiunare. Cucchie. Sf. Coppia, corteccia. Dal
Quando durante il giorno, tutte le cose, greco Ko)(Xia;.
che facciamo, ci vanno a traverso, ci Cucclole. Sf. Telline. [Link] chiama
diciamo da noi stessi, o ci dicono gli così la pila dell'acqua santa, perché ha
altri: Starnatine ne'mm' aje fatte la crocia la stessa forma. Abbiamo visto il Muzii
bbónc. usare in questo senso Coccioloni.
Crolle. Sm. Rotolo di panno. Cucciòne. Sm. Si usa per lo più in
Croiieehe. Fatto sost. È nu cronecbe^, senso dispregiativo. Uomo assai stupido.
infermiccio. Si usa pure alle volte per : uomo di
Croste. Sf. Oltre corteccia del pane, grande ingegno.
Na croste, vuoi dire, la metà d'una pa- Cuccù. Sm. Voce con cui i bam-
gnotta fenduta per lo lungo. bini chiamano l'uovo.
Crucijàte. Sf. Specie di caccia not- Cuccvele. Add. Cottoio; metaf. ar-
turna agli uccelli, detta così, forse per- rendevole, compiacente. Usasi per lo
ché la rete è sostenuta da due bastoni più negativamente. È ri ommene pocìie
messi a forma di croce. cuceveìe.
d'ugnale. Sm. Corniolo. Abbiamo Cucine. Sf. V. Virtù. In Toscana
perciò un villaggio, chiamato Crugna- si usa per minestra.
lete,
C (J
Cucini. Ha Jenit' a cucini, è bello
trulle. Sf. Carrucola. che ito; è perduta per lui ogni speranza
Cruvattine. Sm. Crovattino. Pijt di guarigione, se malato; o di salvezza,
bune pe lu cruvattinc, pigliarlo pel collo in qualsiasi altra sventura.
e metaf. Costringerlo con violenza a Cucocce. Sf. Zucca, metaf. Testa, ed
qualche cosa. anche : Na cucócce, un bicchiere di vino.
Cucce. Add. Curvo. Cucce cucce, mo- Nel Congresso degli scienziati del Pensa,
gio, mogio; p. es. Dapà che dava 'Ila il Presidente della Sezione de lu Sgridi,
ìtrellUe josene cucce cucce. interrompe la sua parlata d'apertura, e
Cuccheniiide. Sm. Ss crste de esse lu domanda agli adunati: Vulèmecc fa na
u
" Co u V ° V U J
cucchspinile, il careggiato, il desiderato, cucócce. ?
il prediletto, ecc. Cucii. Sm. Cuculo.
Cuccagne. Sf. Vita beata, oziosa, Cucucciune. Frusci li cucucciune.
comoda; p. es. Chess'è cuccagne. L'usa il Delfico per romper gli stivali.
Cucckìare. "Sm. Mette 'mmocdie na Io però non l'ho mai sentito.
cose ngli; lu cucchiare, quando si ha che Cucuzzille. Sm. Coscritto, soldato
fare con un uomo di dura cervice, e bi- novello, Napolit.
sogna che ciò che gli si vuoi comunicare, Cudccille. Sm. Scherz. qualunque
si renda più che volgare per farglielo i aggiunta ad un discorso già finito,
intendere. Presa la metaf. dai bambini, ] Cùfene. Sm. A' ccùjcne, in grande
— 133 —
abbondanza , e così : Stacene^ li cu- male, abortire, sconciarsi, sopratutto
fene. delle femmine dei bestiami.
Cuyne. Sm. Bietta. Cumulare. Sf. Comare. Oltre i sensi
Culate. Sf. Propr. il colare del he abbiamo comuni col Vocab. Cum-
bucato. Dallo spagnuolo Coìada, che nare, per noi vuoi dire anche la donna
vuoi dire lo stesso (DiEZ, Et. Dici., on cui si abbia pratica disonesta. Il
pag. 100). Vocab. in questo senso non lo registra,
Culire. Add. Vedétte culire. L' inte- ma dev'essere inteso così in altre pro-
stino retto, perché mena al culo. vincie d'Italia. Almeno 1' ^Annetta nel
Cullarecce.
O L-
Sf. Collottola. "rispino canta :
Cnllarine. Sm. Colletto. Se trovasti una comare,
Cullette. Sf. Nome collettivo di tutte Io trovar saprò un compare.
le tasse, che si pagavano prima della O cummà I modo di chiamar donne di
venuta dei Francesi. I nostri contadini, cui non si conosce il nome.
conservatori tenacissimi degli usi e dei Cumniune. Sm. Si usa pure molto
vocab. antichi, chiamano tuttora Culi-tic, 1 femminile, La cummunc, ed intendesi
la tassa fondiaria, e li sentite dire : Aje tanto il Municipio, corpo morale,
da 'palla la culi/tic ; ^A' rcresciute
C o ' O
la cul- quanto la residenza di esso.
lette, ecc.
C f
Cumò. Sm. Cassettone. Il francese
Culòre. Sm. Chi! 'cculóre ! Che faccia Commode.
" O
tosta ! Ha fatte nu culóre ! cioè una pes- Cundà. Intrans. Contare. Ji nen
sima figura. Forse dal color rosso che gonde e n' accuse, non conto nulla nulla,
la vergogna fa venire sul viso. non ho nessuna autorità.
Culunnellc. V. le Osservazioni, pel Ctindrepele. Sm. Contropelo. Da
proverbio, ed il modo di dire, che cor- u cundi-epfle. </ C t*
Metaf. Dare il resto del
rono su Colonnella, comune della no- carlino.
stra Provincia. Cundrite. Add. Umile, dimesso;
V "
Cumbag-ne. Sm. e f. Lu cumbagne p. es. biaveV tutteV cintante. V
mi, La cumìagna mi', così si chiamano Cundròre. Sf. Le ore del pome-
fra loro i coniugi che si amano. riggio nell'estate, in cui per lo più si
Cumbaro. Sm. Compare. Lu cian- sta a riposare sul letto. Quello che a
bare de Curruppele, qualunque persona, Napoli dicono, La siesta.
che fingendocisi amica, ci tradisca ne Cunghele. Sm. Il guscio della noce.
fatto. O cumbà I modo di chiamare per- In Toscana, Concula, vuoi dire, pic-
sone di cui non si sappia il nome. colo catino.
Cumbtòte. Sm. Cospirazione, ecc Cung-ià. Trans. Vagliare.
Dal Francese Complot. Cuiiite. Sm. e f. Cognato. Solo del
diniesechiame, Cumesechiamà contado.
Nome e verbo che si adoperano, quando Cunncle. Sf. Culla. Dal lat. Cunula.
non si ha pronti alla lingua il nome ec (DiEZ, Gram. I, 15). Sta', j\, cume no,
il verbo proprii. cunntle. Metaf. degli ubbriachi quando
Comete. Sf. Aquilone. Dalla form vanno traballando.
di cometa che questo ha. Cnnzòlc. Sf. Tavolino elegante da
Cumulale. Si usa solo così : Jl cum sala, ecc. Il francese Console.
— 134 —
Concilii*. Trans, metaf. Bastonare Corneleje. Don Gurneìeje. In gergo
ed anche fare un forte rabbuffo. così si indica il marito becco.
Ccopate. Add. Concavo. Curnicchle. Sm. Angolo di un muro.
Coperchiale. Sm. Coperchiella, nel In un Sana''Anioneo'te o
si canta :
senso proprio e figurato. Per noi ha il
significato, di quei matrimoni che si E« l'appundóne
** 6
y
ngheO nu curniccMc,
U
fanno per coprire o scusare innanzi al E je
J
' UJ
fa fa trecendeO
nicchie.
V
pubblico colpe antecedentemente com-
messe, o di quei mariti che si prestano Curre-cnrre. Si fa sostantivo, e si
a legittimare le pratiche disoneste delle dice dei faccendoni maschi e femmine.
loro mogli. Il Toscano ha : Far da co- È nu, o, na currc-curre.
pertina ad uno. Currejule. Sm. Corriggiuolo.
Ceppasse. Rifl. Bacarsi del grano Correva. Trans. Adirare, stizzire.
o dei legumi. Usasi per lo più rifles.
Cappine. Sm. Romaiuolo. Correvose. Add. Puntiglioso.
Cappone. Sm. Ingergo, pagamento Corrive. Sm. Stizza, rabbia; ed an-
promesso e dovuto, e poi non soddis- che puntiglio, punto.
fatto. Fa nu cuppóne, appropriarsi il de- Corsehe. Sf. Corsia.
naro affidato o dato in custodia. Cortesije. Sf. Quel dippiù in com-
Cappate. Add. Di luogo o cosa mestibili del prezzo stabilito, che le no-
molto concavi. stre massaie danno per un lavoro qua-
Corazzóne. Sm. Dallo spagnuolo lunque, sopratutto di filatura, o tessi-
Corafon. Si usa solo così : È nu cura%- tura, ecc.
%óne, è un uomo di gran cuore. Cosci, Cusclndre, Accasci, Ae-
Curélà. Trans, ma sopratutto il rifl. eascindre. Avv. Così.
Curciasse,o è il tose. Sobbarcolarsi. Si Costate. Sf. Cestola.
usa per lo più metafor. delle donne, Costituisse. Rifl. assol. Farsi una
quando si mettono di buzzo buono a fortuna col commercio, o col lavoro.
far una cosa; p. es. A' ffà Ita tile
r JJ
CO
som- Custódeje. Sf. Per antonomasia, il
mece prutbete curciate. E la metafora è Sacro Ciborio.
V V O V V
presa dalle donne istesse, che quando Costarne. Sm. Abito da uomo,
si mettono a qualche lavoro assai fa- completo, fatto tutto di una medesima
ticoso si sobbarcolano intorno la veste stoffa.
e le sottane, e questo si dice : Cur- CnteeSne. Sm. Avaraccio, spilorcio.
ciasse a U retànne. Si applica anche In toscano, Coticone, vuoi dire uomo
agli abiti maschili: Curciasse la giac- zotico.
chette,
lt
Curciasse</ li caììe,
N
V
ecc. Cuterizze. Sm. Coderinxo, codrione.
Cordóne. Sm. Mangà a hunt nu Per ridere si chiama anche così il coc-
curdónc, esser mezzo pazzo. cige umano.
Coreje,. Sm. Cuoio, dal lat. Corium. Cutranziuzere. Sf. Codinzinzola, o
Comedóne. Sm. In gergo, il di- ballerina, uccello.
sonore del marito cui la moglie è in- Cottone. Sm. Ave, o Da lu cuttóne.
fedele; e la moglie istessa; p. es. Hajite Metaf. Dare o avere delle busse, scon-
a' ppijì pe mojje la sorte de curneciàne. figgere o essere sconfitto; p. es. Nel
— 135 -
1870 si diceva: Li Frangise ha 'vute lu pajuolo, e propr. quello dove si fa il
cuttóne. cacio o la ricotta.
Catture. Sm. I contadini chiamano Cuturne. Sm. Il pedule della calza.
così il pajuoio. Cutturucce, piccolo Cuzzette. Sm. Collottola.
Da. Dare. <A 'cci da, e a' ed pru- plurale; Li dindre, Le visceri, le inte-
m.'tte. Distribuire delle busse in giro riora degli animali.
tondo. Dennujje. Sf. Noia. Si usa solo pre-
Danaro. Vocabolo che si intende, ceduto dal verbo, Meni. C'è il prov. :
ma non si usa dal nostro popolo. Usasi Lu bene ve a 'ddennujje.
invece sempre Quatrine. Deplg;ne. Trans. Dipingere. Metaf.
Oapù. Prep. Dopo. Completo qui Fare al superiore relazione assai pre-
il proverbio, non riportato intero nelle giudizievole di un inferiore; p. es. Se
Osservazioni, sugli sposi novelli : 'ssendisse cumc t' ha depinde lu mastre a
Lu •*•prim'anne, zuccher" e marmele lu rettóre.o
L'armeu dapù,
O U
li murteu tu.
U lj
Darete. Prep. Di dietro.
L
Desbracce. Si usa solo cosi: Fa
Decerne.
C " '»
Sf. Piiì
'
la decerne.
C o V
Metaf. meni lu desbracce,o
far cascare le braccia.
si dice di quelli, che amministrando Descette o Descerte. Sf. Carestia,
l'altrui, ne trattengono per sé furtiva- miseria. Disetta, p. avarizia, miseria, è
mente qualche parte. dell'italiano antico. Vedi come noi ser-
Decrete. Sm. Qui sarebbe il luogo biamo le voci antiquate ! Pel nostro
di parlare del famoso Decrele
r deu Don contado, Descerte vale anche Disdetta.
ev
Giccc, che si trova registrato fin negli Deseg-ne. Sm. Disegno. Abbiamo
antichi registri parrocchiali, ma ciò vieta un modo di dire a chi si lusinga di riu-
onestà. .scire in un'impresa difficile :
Defizzeje. Sm. La macchina del fat- 'Ndigne 'Ndigne
toio. Neri d'arresce li designc.
&
Dende. "
Sm. Dente. Tene nu file J te
of u
il C O V
'ddende. Di malato : Esser ridotto al lu- Desiicele. Pochi pronunziano cosi,
micino. Di cosa. Esser molto fragile e Difficile.
precaria. Fa meni V acque a lì dindi. Deslogrg-e. Sm. Sfratto. Per lo più
Far venire l'acquolina in bocca. Fa quello che intima il padrone di casa
'llungà lu dende. Far allungare il collo. agli inquilini non paganti il fitto.
Dendre. Sm. Si usa per lo più in Desponue o Despone. Disporre,
— 136
in senso di esporre, è antiquato. Noi stro Palma (Op. cit., voi. 3, pag. 6) ne
l'usiamo per indicare l'esposizione del ha trovata la prima menzione per noi
SS. Sacramento, o dei quadri o delle in un atto del 1547. Il popolo però,
statue dei Santi; p. es. Sta male assi, fa sempre più italiano delle persone civili,
despoìte, o, j'à fatte desponne la Madonne. ritiene ancora il Onore, e lo adopera
DcHsarmà. Trans. Calmare l'ira di sopratutto colle donne.
qualcuno. Verbo che ha imparato il po- Mò. Due. Mo seme dò e nen ?eme ne-
C O O C O
polo dagli infranciosati. Dèsarmer. sciune. Modo di esortare qualcuno a par-
Dcssussà. Trans. Togliere le ossa lar chiaro, o a rivelar qualche segreto.
da qualche animale ucciso, ed in me- [Link] non usiamo affatto questo
taf., rompere le ossa; p. es. >A' vvije vocabolo, ma solo e sempre Penimene.
r
C OO
deO mazzate,
^-C O
l'ha dessussdte.
o
Donne. Avv. Usasi solo interrog.
Devesà. Trans. Dividere. Sopra- Donn'ahè ? V. Saggio di Grammatica.
tutto si usa dai nostri contadini il par- Ducile. Per Lu ducile antonomasti-
tic, pass. nel senso di dividere il patri- camente s'intende sempre il duca d'Atri
monio; p. es. Asà devesiu da lu patre. della famiglia d'Acquaviva d'Aragona.
Devazzéjòne. La devu^éjdne, per Un duca d'Atri e precisamente Giosia
antonomasia, l'esposizione del SS. Sa- dominò, qual feudatario, Teramo dal
cramento, che si fa verso sera. 1424 al 1460. Rimetto ad altra volta
Dice. Trans. Dire. Quando litigano la storia di questo dominio, e quella
fra loro le fanciulle a Porta Romana, commovente dei nobili e fruttuosi sforzi
e la lite si fa seria, accorrono le madri che fece Teramo per liberarsene, come
e dicono alle loro figliuole litiganti : pure le leggende che corrono per le
Dijjelu, fijje, dijjelu; ca si no te lu dice. bocche del popolo sul duca d'Atri, fra
Sottmt. Puttane. o
le quali ce ne sono delle ghiottissime.
Dljasille. Sf. Quel canto noioso, Il ramo principale dei duchi d'Atri si
che fanno i poveri di campagna, quando estinse colla morte di Rodolfo XVII, o
chiedono l'elemosina, e si applica pure XVIII, avvenuta in Napoli nel 1757. Gli
a qualsiasi canto noioso. Per lo più attuali duchi d'Atri sono del ramo dei
usasi in plurale ; p. es. Ne' mme sta conti di Conversano di Puglia.
'ccandà li dijasillc. Darmi. Intrans. Dormire. OtCagne e
DIsctnze. Sm. Sorta di male inde- 'ddurme. Sm. Ozioso, inetto.
terminato. A Napoli, d'onde credo ci Dure. Fa dure. Fare il solletico. Dure
sia venuto questo vocabolo, vuoi dire, si usa da noi solo in questo senso ; e
convulsione, malore improvviso. A chi nell'altro, di schifo ; Fa, Meni dure de
per un nonnulla monta subito la bizza, na cose, Venire a schifo, avere a schifo;
diciamo : Ecchè it'hapijite discinte ! - Che ma mai in quello di duro, toscano ;
discinte ! Che diamine ! - Frequentissima usiamo sempre in vece sua, Tòste.
è l'imprecazione : Che ite' vinghe nu di- Durate. Sm. Legno leggerissimo a
scin^e. due ruote. V. Scappavije.
l»»n. Titolo che noi diamo a tutte Dosala. Intrans. Stare a sentire,
le persone civili. Alle donne si dice : spiare, guatare.
"Donne. Già si sa, che questo "Don ci Dottóre. Buttare de li brache. Il to-
" O K> &
venne regalato dagli Spagnuoli. Il no- scano, Dottore dei miei stivali.
— 137 —
Eeeh£. Avv. Qui. V. il Saggio di lino, quando deve nominare un male che
Grammatica. qualcuno abbia, aggiunge sempre 'Ila
Elle. Avv. Là. V. come sopra. hesse; p. es. Té nu cangre lochi a lupette
Énnece. Sm. Endice. Oltre i sensi Ila hesse perché, sempre superstizioso,
comuni col Vocabolario, noi 1' usiamo crede che col solo nominarlo gli si possa
cosi; quando un artigiano a bella po- attaccare il male altrui. Quando poi usa
sta non compisce un lavoro, per aver qualche epiteto infamante, aggiunge
pretesto di tornarvi su un'altra volta, pure a hesse dicenns; p. es. La tale è
e guadagnarvi dell'altro, si dice : Ah! Ahi
nu latreo fplubbecbe, a hesseo dicenne.
o o a
ad a lassate l'ennece.
o &o Esse. Intrans. Essere. Questo verbo
Esse. Avv. Costà. Subisce l'aferesi e prende il significato di Volere, nella
fa Ssà. V. Saggio, di Grammatica. sola frase : Fusseluo
Ddiie,
'•'
Lo volesse
Esse. Avv. Ecco. Dio.
E»se. Pron. Egli. Il nostro popo-
Facce. Sf. Faccia. Facce de lu cu- Sf. propr. Ja falce del mie-
scine,
o
federa del guanciale.
°
Facceo deo titore. Le altre falci si chiamano, Fagge.
cóme, O
de
r
<'•
bepirne.
r
U O
Il Tose. Faccia inve- Sm. Faggio.
triata. Facce d'tigne jurne. Il Tose. Viso FahAne. Sm. Fiaccola. Dal greco,
di ieri. (Secondo il De Ljren^p, Sul ). Il Muzii scrive Pagali.
dialetto Calabro-Reggino, pag. 24, que- Falecucce. Dom Balecucce. Armane
sto modo di dire si usa anche a Scilla) carne.O "Dom 'Balecucce. Il Tose. Restar
u
Vuddà facce, cambiar partito all'improv- come Tenete.
viso. Homeo de cendemila o
facce,
•* e
uomo Famece. Sm. Il fiosso nelle scarpe
falso, traditore, impostore. A faccia , Fandelle. Sm. Fanciullo. Per lo più
fronde, dirimpetto. Fa nu faccia fronde, usasi il femminile, Fandelle, ad espri-
fare alto là. Armane nghe la faccia ta- mere , ragazza da marito ; ed alle
jate, rimanere scornato. donne rimaste nubili, si dice fino alla
Faglia, Trans. Falciare, ed intrans, j loro morte: È fandelk. Anche i To-
metaf. Camminare movendo le gambe, ' scani dicono ragazza allo stesso modo
come chi falcia. ; nostro. Una volta le fanciulle Tera-
9*
— 13S —
mane venivano educate con un riserbo Fatte. Sm. Pe 'nen yipè ìi fatte su. Il
grandissimo ; basti dire che non s'im- Toscano, Senza dir né ai né bai. Pe'
parava loro né a leggere né a scrivere nen %apè li fatte tu, modo d'introdursi
per timore che se ne servissero a te- per domandare a qualcuno qualche se-
ner corrispondenze cogli innamorati. greto. Fatte se è, fatte se ita; nel fatto
E perciò esse riuscivano ottime mogli, poi. Part. pass. Sta fatte per star ub-
eccellenti madri, e massaie pregevolis- briaco. Tene jfatte, f. sentir lo stimolo
sime. La loro fama di buone massaie di cacare o pisciare. V. la Sintassi.
è antichissima, sicché venivano deside- Fatture. Sf. Malìa. Il volgo nostro
rate per ispose anche dai popoli lon- crede, già si sa, alle streghe ed alle
tani. Almeno cosi cantava il Calenzio, malìe, e di queste ce ne sono di varie
1
poeta pugliese del secolo xv ed amico specie; Fattura sembìece, Pattar a' ddup-
del Sannazzaro; egli diceva: Interamnites plicce, cioè doppia, ecc. Amma fatte la
cupimus puéllas. E secondò annota un fatture, quando vogliamo così bene ad
cronista patrio, il Riccanali, a fare ri- una persona, che non sappiamo negarle
cercare per ispose le donzelle Tera- nulla di quel che ci chiegga.
mane, non giovava tanto la loro bel- » Fave. "
Pssimbre*1 'Ila faveO ; È tutte
J
O
no,
lezza, quanto « il loro severo costume e fave, è sempre quella, è tutta una cosa.
l'applicazione alle domestiche faccende.» Fai<a fave, così si risponde a chi ci
Fasce. - A' f fasce, A' ffloce. Jn vuoi vendere fandonie accompagnando
grand'abbondanza. la parola col gesto della mano, come
Faseenire. Sm. Il mucchio delle di chi volesse mettergli in bocca una
fascine. manata di fave. - Siccome la fava è il
Fasciature. Sm. Oltre il senso del primo frutto che si matura pei campi,
Vocab. per noi significa quel pezzo di e siccome a -quell'epoca il contadino
panno che si tiene nella seggetta, per ha consumato tutte le provviste, così
quell'uso poco pulito, che ognuno sa. avviene che esso si getta sulla fava, e
Fasciule. Sm. Fagiuolo. Esse nu fa- se la mangia quasi tutta in erba. E
sciule. Metaf. Esser assai mingherlino. perciò i Teramani cantano:
Fasciule, si dice a chi ha la bazza, e Mo eh'a mentileu cumbareV [Link] C u
perciò parla un po' scilinguato. Tasseu nu "guaie cummareo munite.
'u C t>
Fastideje. Sm. DomBastideje, uomo
assai facile ad infastidirsi. Per Mur4le intendono il rpaiuolo , al
C u
Fate. Sf. Ammela dette la fate. Modo quale tocca di star sempre sul fuoco a
di rispondere ai bambini troppo cu- cuocere la fava.
riosi, e quando si è scoperta qualche Fàvurì. Intrans. Come i toscani di-
loro maccatella, ed essi insistono nel cono: S'accomodi, resti servita, ecc., noi
domandare ; e ci te l'ha dftte? diciamo : Favurisce. E per noi, s'acco-
Fatije. Fa ddò fatije. Sottin. Inutili; / modi, vuoi dire : si segga. Ed è acca-
p. es. Uno vi cerca una cosa, e voi duto spesso che qualcuno di noi, invi-
non volete dargliela, ed egli comincia tato a passare in sala col 5' accomodi,
perciò ad arrabbiarsi, allora voi gli dite: invece si è messo a sedere.
Se farri) e fi ddò fatije, cioè, di doman- Fazzacujje. Sm. Uomo falso, tra-
dare e d'arrabbiarsi, ed ambedue inutili. ditore.
139
Fazze. Add. Stambà la munita fa^e Fenanze. Lu Ministre deti lìftnan-ze.
" .c \ o O ii o O V
be' bnne. Metaf. Esaurire tutti i mezzi In gergo s'intende quel che uno può
u
per mandarlo innanzi negli impieghi, spendere, i danari che tiene, ecc.; p. es.
studi, onori, ecc. Il toscano Far carte Vurrimme cumbrà 'llu libbre, ma n' %e
false. Esse cchiù cunusciute de la muneta
u V
cundìndc lu menistre d: lì fenan^e.
faijj, più conosciuto dell'ortica. Fenazzejòne. Sf. Non si usa che
Fazzejfrne. Sf. Sentinella. unito a De lu monne ; p. es. Di tempo
Fazzalettónc. Sm. Quello che altri assai tempestoso, si dice : Pare la fi
dice francescamente Scialle. narteiònco deU hi monne. I/
Il toscano Fi-
Fecozze. Sf. Bussa, percossa; per lo nimondo.
più in plurale. Fenetive. Sf. Fine. I bambini do-
F«-deUne. Sm. Per lo più in plurale: mandano, Famme sendl la fenetive de
u J
u (/
Capellini, sorta di paste. Dal greco 'ssa fabule.
E'f iòsa, corde di budello, perché i nostri Ferlenghc. Sm. Fringuello. Solo
fedelini hanno quella forma. del contado.
Fekurà o F^lmrt. Intrans. Far mo- Ferì. Ferì lu sole,
u
battere il sole in un
stra affettata di ricchezze, belli abiti, ecc. luogo. Questo e pretto latinismo. Fne
Fejette. Sf. Foglietta, antica misura lu sole, detto assolut. Splende il sole.
napoletana. l'ernì. Intrans. Finire. L' antiquato,
Felbdne. Sm. Il cappello a cilindro, Fornire.
la tuba. Scherz. Feróce de pulliiije. Così chiama-
Felepulne. Sf. Vento assai freddo, vansi gli antichi birri.
rovaio. Ferrate. Sf. Quella quantità di ostie
Fella. Trans. Affettare. Escluso il che esce dal ferro in una sola volta.
pane, che si dice, Lescà. Fcrrette. Sm. Il ferro da calza, e
Fcllacelane. Sm. Fico-fiore. Metaf. quello con cui le donne tengono salde
Uomo debole moralmente e material- le trecce; in toscano Forcina.
mente. Fcrtel^. Tra /ertele e 'mberlele, il
Peliate. Sf. Il salame affettato. Add. tose, fra ugioli e barugioli.
Pecurtt follate, pecora giovane non atta Feri«f. Sf. Una striscia, un telo di
ancora alla generazione. panno qualunque, sopratutto panno
Felle. Sf. Fetta. Propr. si applica lino ; p. es. Nu lentie de tire ferine. In
al cocomero. Felli de cetróne.
( I V O O
tose. Telo. Ferzo in tose, è mascolino,
Fellijà. Trans. Frequentativo difetta. e significa Telo di una vela.
Fellineje. Sf. Filiggine. Ferzechelle. Add. Svelto, attivo;
Femmene. Sf. Femmina e donna. si dice sopratutto delle fanciulle.
Di un paese assai spopolato si dice per Festicciòle. Sf. Piccola festa.
iperbole : Pace jl geranne U fimmette mite. Feteche. Sm. Fegato. I Romani di-
Femmenelle. Sf. Proprio il toscano cono Feligo. Quando si fanno le lodi
Ciana, ed anche lo zipolo della botte. di qualcuno, come buono, altri risponde
Femminine. Condì a la femminine. per celia : Sci, lu mijje è lu feteche, ca è
' • O o O o
il conto semplificato il più che si possa, senz'osse.
perché le donne, si dice, hanno la te- Fetecaillle. Sm. Fegatelli.
sta poco matematica. Fetecehle. Sf. Fa na fetecchie, è, come
- 140
dicono, fare una stecca falsa ; propr. in lufile, andarsene via con qualche precipi-
musica; ma si usa pure, quando un fu- tazione per paura di busse, ecc.
cile non fa fuoco. Feloseme. Sm. Filosofo, si dice in
Fetta. Aferesi di Affettare. metaf. ironica, a quei che, essendo igno-
Fettóne. Sm. La parte interna del- ranti, vogliono dottoreggiare sempre.
l'unghia del cavallo, mulo, asino, ecc. Finde. Fa finde, far le viste.
Fettucce. Sf. Nastro, Spicci a li fet- Fire. Sf. Fiera. Fa, pare na fire,
tucce;
u metaf. dar fondo al rpatrimonio, ciarlare assai forte, far gran rumore, e
Fezze. Sf. Matassa. Ff^à'ngiambate. perciò il prov. Treffemmene e lire nnuce
Metaf. Affare intrigato. N'% 'arcape sta fa na fire.
ff^e, nello stesso senso. Firme. Esse nu firma Giungale, di
Flanghe o Flanjfhe. Sm. Fianco. quei superiori, che del loro alto ufficio
Fa nu flanghe rosse, guadagnar assai, non hanno altro che il nome, e son
si usa per lo più ironicamente; p. es. buoni solo a firmare.
Nghe cussù ce pii fa davere nu ftang1:e Fitte. Piatte fitte, sta sodo.
rosse. - Fàflanghe, saziare. -Lu tale ne'mme Flanghe. V. Fianghe.
fa flangbe ; non mi finisce, non mi Flaraese o Flarasse. Rifl. del cane,
piace, non mi sta in grazia. avventarsi.
Fiatone. Sm. Sorta di pasta dolce, Flare o Flare. Sm. Gran concorso
che messa al fuoco, si gonfia assai, e di gente nel comprare una cosa.
pare come fosse gonfiata col fiato. Fiasche. Sm. Fiasco. Riteniamo
Fiate o Fiate. Sm. Per pulizia usasi l'etim. latina (DlEZ, Gram., I, 34).
invece di Loffa. - Artire lufiat'a'tte; dicesi Flatuse. Add. Ipocondrico, bisbetico,
a chi ci rimproveri difetto cui egli ha iroso.
maggiore. Flette. Sf. Fettuccia , dal latino
Flcetele. Sf. Beccafico. Dal latino Flectere; perché si può piegare. Pro-
Ficedula. Il Caro ha usato Ficedola. priamente si dice Flette de cargine. I
Flcurarije. Sf. Lezii finti. toscani dicono Resta.
Pleure. Sf. Fico. Fa lu ficure, far Flonjfhc o Fionghe. Sf. Frombola.
il buffone. Arpunne
* o
'ssa vacche rte li Jfi- Da
o o
lu pane nghe la flonghe, darne
cure, così si dice a chi, per parlar troppo, pochissimo e rarissimamente.
spesso parla a sproposito. Flore o Flore. È nu flòre, di gio-
Fijanne. Sf. Parto. vane uomo o donna, di assai fresca
Fljate. Sf. Puerpera ; e siccome carnagione, ed assai prosperoso; e di
alle puerpere si debbono usare le chi è il contrario si dice, È nu flore J
o
de
cure più squisite, così i sarti dicono jìneltre, perché, come ognuno sa, il
di sé stessi . L.U sartóre è ciime la fiore delle ginestre è giallo.
o o
frate. Fiorile. Add. Strambo, o mezzo
File. Sm. Piccia, e propr. quattro pazzo.
pagnotte di pane appiccicate insieme Fluce. Sm. Lifluce, le noci fresche
per lo lungo. In Toscana pure si dice senza la buccia.
Filo di pane, ma le pagnotte son tre. Flucià. Trans. Metaf. Accomodar
Si dice pure da noi Filìre. - Fa lu file, per le feste.
del vino, far le fila. Pijasse, o mettece Fluitiate. Sf. Il corso e le sponde
_ 141 —
del fiume. Usato dal Muzii, e si trova 1554 e 1560) Cicce, Ciccille, Frange-
in Atti del secolo xm, come ho detto. scucci, U
Ciccuccc,
u
Checchinc.
V
I contadini
Pianga. Trans. Frombolare, sca- hanno anche 'Ngiccliitte. Di questi di-
gliar come frombola. Noi lo usiamo minutivi non si applicano alle donne
sempre in questo secondo significato. che Franceschinc e Cbecchinc.
U C"
Rifles. Slanciarsi con impeto. Frangane. Sm. e f. Lo stesso che
Fo'je. Sm. Per lo più il plur. Li 'Dom Brangbe.
fujje, i cavoli. Frascarille. Sm. Si usa il plurale;
Forche. Sm. Misura della mano, specie di lasagne, più piccole delle or-
quanto cioè cape tra il pollice e l'in- dinarie. In Toscana, Frascarelli, signi-
dice distesi. Sf. Forca. La forca si fica frittelle di farina dolce.
chiama in gergo La Veltve de S. Giorgi, Frascóne. Sm. La Domenica delle
perché prima essa elevavasi fuori la Palme. Il proverbio, Se ppiovt a lu
nostra Porta S. Giorgio. Ed a certi Frascóne, ecc. V. le Osservazioni.
vecchi, che vanno in fregola, e parlano F rateile carnale. Metaf. Cosa assai
di voler pigliar moglie, si dice Sci, te cara; p. es.: Pe' mme cingiti franghe so
vuleme
C o_v
da *be' mmojjcu la vAtvt
JJ
Cu y
deo cingue f rutilie carnile.
San Giòrge. Fratte. Sf. Siepe, dal greco <E>paxr}]p.
Forme. Truvà la forme de la scarpa Il plur. è Fratte o Fritte. Ai giovanetti
so. Metaf. trovar il fatto suo, aver quel che vogliono far da maestri ai vecchi,
che si meritava. questi rispondono : Quanne nasciìtc tu,
Fótere.
U l>
Sm. Fodero. Mo se
fj
ne
ti
esce u ji Jivi Pi H fritteu-
da lu fòtere, di persona assai magra, ed Freccecasse. Rifl. Muoversi, don-
allampanata, che pare se ne voglia dolarsi con affettata grazia nel cammi-
uscire dagli abiti, fodero della persona. nare, ed è delle fraschette ; si dice pure
Fracchiate. Sf. Specie di polenta, nello stesso senso, Cum'ohè freccecarelle,
che si fa colla farina di ceci e di ci- ciò che vuoi dire anche essere svelta
cerchia mist' insieme. nei movimenti.
Fracchìte. Sm. Il catenaccio. Ora F rechine. Sm. e f. Bambino, ragazzo.
però poco si usa più. Ho sentito dire Il Delfico l'usa, ma è più usato dalle
essere la corruzione fonetica di Ferro a popolazioni dei nostri confini con le
chiave, ma allora dovrebbe dire Frac- Marche, che da noi.
chive,
u
invece dice Fracchìte.
, .;
Frescure. Sf. Luogo fresco, dove
Frajinile. Sm. E il Ferraginale non batte il sole.
della bassa latinità. Il Ducange ne da F reselle. Sf. Metaf. Busse. *Avi,
la spiegazione, come una porzione di da, li fi-eselk, bastonare, esser basto-
terra adatta alla seminagione della fer nato.
rana, dell'orzo e del grano, ecc. F roselline. Sm. Sorta di paste dolci.
Franghe. Dom frangile, uomo assai Fresine. Sm. Ardito, presuntuoso.
franco, e che non s' imbarazza mai. Frise. Sm. Fregio. Dallo spagnuolo
Usasi per lo più ironicamente. Friso (DiEZ, Et. Dici., pag. 211).
Frangische. Sm. Francesco, il fem. Friscule. Sm. Bruscole, sempre al
fa Frangeschc. Diminutivi e careggiativi plurale.
sono: Cicche (usato fin dal 1371, enei Fròsee. Sf. Frogia, narice ; metaf.
— 142 —
arditezza ; p. es. Vii:O def (roseeI/ ! Cuma Funure. Sm. Del contado, leta-
té na Jfrosee.
v maio, dal francese Fumier. Sf. grosso
Proba e Fruhi. Trans. Consumare. e denso fumo.
Frundìre. Sm. Quel guancialetto t Fondane de la Noce. Questa è la
che si lega alla fronte dei bambini, più copiosa di acque, e la più frequen-
per non farli far male quando cascano. tata fontana della città. E per l'uso
In tose. Cercine. La nostra voce è più non troppo buono che vi è di man-
filosotìca. dare li fanitlle ad attingervi l'acqua
Fru»c«f. Sm. Frussi, nel giuoco di all'ora del tramonto del sole, la Fon-
Primiera. tana della Noce diviene il rendez-vous
Fruscia e Frusci. E più spesso col- di tutti gli innamorati, i quali accom-
l'S prostetico, Sfruscia e Sfrusci, trans. pagnano galantemente al fonte le loro
consumare, scialacquare, e propr. dis- belle, spesse volte, pur troppo, con
sipare tutto il proprio patrimonio; p. es. danno della costoro modestia. Secondo
Asà sfrusciate tutte.
•* U V
il popolo, l'acqua di questa fontana La
Frusciòne o Sfmeclóne. Sm. Scia- un effetto miracoloso, come quelle lon-
lacquatore. tane affatale degli antichi ; chiunque
Frusciate. Add. Ardito, presuntuoso. ne beve resta innamorato di Teramo,
Da Frosce. e non ne parte più. E perciò, quando
Fru»*£. Modo di scacciare il gatto ; si vede qualche forestiero, prender fissa
pel contado, è modo di scacciare il cane. dimora fra noi, si dice : Ah ! ah I ha
Fu. Cuma fu. È proprio il francese vévcU l'acque de la Fimdane de la Noce.
O V V O u O V
Comm'il faut, ed ora è divenuto co- E così pure, siccome ogni Teramano,
munissimo. Anche il Delfico l'usa nella per quanto vada lontano, pur finisce
sua commedia. sempre col rimpatriare, si dice pure in
Focace*. Sf. Focaccia, schiacciata. simili casi : N'y po' scarda de l'acque de
Metaf. lo stereo del bue. la FundaneO deO la Noce.u
Queste. acque
Fucaracce. Sm. Focarone, Falò. piacquero assai alla Regina Giovanna,
Fucar6l£. Sf. Luogo del fucile o e furono da lei lodate nella sua visita
del cannone, ecc. dove si metteva la del 1514, come limpide e fresche. Tanto
miccia. ci narra il Muzii nella sua Stor. mss.
Fuche. Sm. Fuoco. Sta a Afferri e l'unnate. Sf. Bassura. Add. di luogo
fucile, di due o più persone, fra cui molto basso.
regni grandissima discordia. Sta a fitcbc, Funlechle. Sm. Fune molto grossa,
essere nelle più grandi $trettezze. canapo. In tose, invece vuoi dire, fune
Fnjolette. Sf. Bietola, quasi sempre piccola.
al plurale. Funnerojje. Sm. Fondigliuolo.
Falm$nazzején£. Sf. Metai. Ab- V'anulile. Sm. Fondo dei calzoni.
bondanza di qualunque cosa, e spe- Fura. Trans. Rubare, dal lat. Fu-
cialmente grande uscita di corpo. rare. Si usa solo nel proverbio : Ci fare
Fupnà. Meo neo Jfumi. Me ne impipo.r r arrobbe hune ; ci perde, arrobbc ctnde.
o
Fumande. Add. Di donzella molto Forbecetle. Sf. Forbicine, genere
prosperosa all'aspetto, ed anche molto di insetti.
pomposa e vana della sua bellezza. Forcelle. Sf. Fa la fumile, quando
- 143
dopo mangiati i fichi, si beve l'acqua, di- Fargia. Trans. Verbo usato soltanto
cono che: Fa la Jfumile,e u ossia che il dai ramai; è né più né meno che il
cibo e la bevanda si arrestano alla francese Porger.
forcella dello stomaco, e non possono Furgone. Sm. Il carro degli eserciti.
calar giù. Furizzeje. Sm. Furto, fraudolenza.
Fureje. Sf. Furia. Mannaggia la Si usa soltanto nel proverbio assai mo-
fureje, e ci me la mette, si dice per iro- rale e vero: Furi^eje e puttanii&jc,
nia di quelli che sono lentissimi nel- crepe •fo
la terreo e pureV I' ardice.
f
u
Fuori di
l'operare. Ecco l'apologo che ha dato qui non si ode mai questo vocabolo.
origine a questo modo di dire. Una Ftirlengacce. Sm. Berlingaccio. Per
volta la femmina d'un riccio figliò ; il noi è precisamente quel convito o scor-
maschio, per accudire la puerpera, pacciata, che si fa al fine della mes-
andò a comperarle una tazza di caffè. sura e trebbiatura, o quel pranzo che
Andò con tanta prestezza, che impiegò il padrone o il capo-mastro da ai suoi
sette anni a ritornare, e tornato trovò operai, terminato un lavoro lungo,
la moglie che stava ancora in letto a come fabbrica, ecc.
curare il puerperio. Ma mentre saliva B'urlòne. Sm. Metatesi di Frullone.
le scale, che è che non è, incespica, e Funnale. Sm. Gora.
paffete ! casca e rompe la caffettiera. Furnacelle. Sf. Fornello.
Allora fu che esclamò : Mannaggi' a Fumarole. Villaggetto del nostro
la fureje, ecc. Il tose, dice, ma senza comune a pochi chilometri ad occidente
ironia: Maledetta la mi' furia e quando della città. Secondo il Palma (Op. cit.,
lo presi gobbo (V. FANFANI, Di%. Lingua voi. I, pag. 51-52), esso trasse il nome
/fa/.) Si dice pure a chi ci mette molta da un Furnio. Qui noto che il popolo
premura e fretta a fare checchessia; Eh ! ha ritenuto l'etimologia latina intatta,
se'ccc vi ngbe 'ssa furejt, ti la pù 'rpijì mentre sui registri ufficiali sta scritto;
la ciucclielattìre.
o o
Onesto altro modo di Frondarola.
dire, pure ironico, ha origine storica. Furie. Add. Lu pe^e furie. Il guar-
C'era tempo fa fra noi uno stagnare, dione dei calzolai. Sm. Lu furie de lu
famoso per la sua lentezza. Un tale gli sapóne, la calce viva.
portò ad accomodare una cioccolatticra. Furzaje. Sf. Fortezza; quella stri-
Si die' il caso che in quel frattempo scia di panno che si mette in qualun-
costui dovè partire per fare il soldato. que parte degli abiti per renderli più
Stato sotto le armi per otto anni, come forti e resistenti; ed anche qualunque
allora si usava, alfine tornò in patria, rinforzo che si fa ai muri per soste-
e dopo qualche tempo si risovvenne gno, ecc.
della cioccolattiera. Corse dallo stagnino Fuse. A }tu suprabbete n 'g' è fuse
e la trovò intatta, e proprio a quel d'apponile. È il toscano: eh ! là non c'è
posto dov'egli stesso l'aveva posata otto da mordere. A Napoli dicono: 'N coppa,
anni prima. Lamentatosi di tanta lun- a la gonnella mia non c'è ssise da met-
gaggine, si sentì rispondere con un certo tere.
sdegno dallo stagnino: Eh! se 'cce vi Fnitc. Sin» Stu fuìte. Si usa con
nghe 'ssa fureje, te la fu 'rpijì la ciuc- qualche jattanza per indicare sé mede-
clielattìre. simo; p. es. Lasse fa ~!tu faste.
-- 144 —
Galanddme. Sm. Galantuomo; per 'Gjflacubblne. Sm. Nel 1799, dopo i
persona di civile condizione l'ha usato pochi mesi che durò la Repubblica Par-
il Caro. Fa galandó:ne hune, cavargli o tenopea, rientrati i Borboni nel regno
accecargli un occhio. E cosi: Calandone di Napoli, molti che erano stati fra i
in gergo vale, Cieco ad un occhio. E più caldi delle novità repubblicane e si
perciò quando il nostro popolo udiva erano tagliati i codini, temendo la ven-
nel 1860 chiamare Vittorio Emmanuele detta dei regii, furono pronti a rimet-
II, il Re galantuomo, credè buona- tersi dei codini posticci, e così essere
mente che egli fosse cieco ad un oc- tenuti per realisti. Onde nacque la se-
chio. E quelli che lo odiavano lo chia- guente canzoncina :
marono fin che visse, Lu cecate.
o o
- Boneo
galandómt i ironie, bel mobile ! - Galan- Se 'vvù cunósce lu' ggiacubbine,
dòme nghe l'ogna spaccate, ironie. Vuoi Dajje
' o
de maneo a lu cutitie;
&
dire, porco, perché il porco ha l'ugne Se lu aitineu farrestile,
o
fesse. Di uomo inutile a tutto si dice: Cheli' è lu vtre
c realiste;
,°~ m
ou lu cutine t arreste " mane,
Nen %à né legge, né scrive, né procede da
galandóme. Cheli' è lu v.:re repubbhcane
C o * O 3
Galere. Sf. te lu tale n' g'è cumbare
O " o (J ° O
n' galere, ossia, egli non porta riguardo 'Ggiannizzerc. Sm. Si dice di uomo
a nessuno. Fa'n'galere, modo brusco di assai ardito, spaccone.
scacciare chi ci molesti o ci faccia pro- 'Gglarre. Sf. Dallo spagnuolo Jarra.
posizioni inaccettabili. Altri soggiun- Per noi è propriamente quel bicchiere
gpno: Va 'n' galere, ca sparigne V affitte col piede, in cui si prende il gelato, e
deo la case. c'è Na'ggiarra sane, OvCe^a 'ggiarre.
o
Cìarg'arizzeje. Sm. Gargarismo. (•gilè. Sm. Il francese Gilet. Lo u-
Carrate. Sf. Caraffa. È propriam. sano gli inciviliti, che il popolo dice
lo spagnuolo Garrafa. (DlEZ, T>ict. Et., sempre Camisciàle, ed i contadini Cur-
pag. 115.) pette.
r
c o
Garze. Sf. Le branchie dei pesci. 'Off lò vene. Add. Pei nostri conta-
Ocrclle. Sf. Girandola. dini vuoi dire nubile, cèlibe. Ed an-
'^giacchette. Sm. Ragazzo che fa corché la donna abbia cento anni,
da servitore. Che non .venisse dall' in- se non ha preso marito, la si chiama
glese Jockey? Tanto più che noi l'usiamo sempre ggióveuz o fandelle. Quasi si
pci servizi di carrozza. volesse dire, che quando si contrae ma-
145
trimonio, bisogna cessare di essere o mele e o o
de la Reggina
6Ó Ggiuwanne.
* o
Chi sa
fare il giovane. che non sieno state chiamate così in
'Ggiuwanne. Lu San Ggiuwanne, il memoria della venuta fra noi della Re-
compare. Da noi nella festa di S. Gio- gina Giovanna?
vanni Battista (24 giugno) si fanno i g-lklì. Intrans. È il latino Gestire,
compari, ed il comparatico si celebra, e vale per noi precisamente l'affaticarsi
mandando dei mazzolini di fiori (ra- nell'attendere alle faccende domestiche;
majette), i quali si retrocambiano poi però è poco in uso.
con altri a S. Pietro (29 giugno). Anzi 'Ggnffe. A' gguffe. A ufo.
quando questi si mandano, si dice così: Girlu. Lu girili, girlu, già. Sorta di
Lu don 'è ppiccule, l'affate è tranne, giuoco fanciullesco che si fa così: Una
rr JJ
Accitteme
C C 6 °
be' cwnbareO de S. Ggiuwanne.
,'
fila di bambini maschi tenendosi per le
r
C O ° u
mani si pone dirimpetto ad un' altra
Perciò ci sono due specie di compari: fila di bambine femmine che si tengono
Cumbare de San Ggimvanne e Cumbare per le mani nella stessa maniera. Quindi
de fonde, cioè il fonte battesimale. si avanza la fila dei maschi verso le
I nostri contadini hanno una tal quale femmine, cantando in coro :
riverenza religiosa pei loro compari;
Ha 'rrevateo lu 'mbasciatóreo
tanto è vero, che essi, che non usano
Lu girlu, girlu, già.
di cavarsi il cappello se non al padrone
Ha 'rrevateo lu 'mbasciatóre, o'
o ad altre persone civili, e mai fra loro,
Lu girlu, ecc.
pur se lo cavano fra compari. Del che
essendo stato io una volta testimonio, Detto questo retrocede, e tosto si
e meravigliatomene col contadino che avanza la fila delle femmine, e canta:
mi accompagnava, questi mi rispose Che ccosa vaieo vuhte ?
co
non senza una certa solennità: Facce Lu girlu, ecc.
burlare a lu San Ggiuwanne mi. e ripete come sopra.
Nell'alba di San Giovanni si usa fra Quindi segue questa alternazione,così:
noi di andarsi a bagnare o al mare o
al fiume Tordino, e dicono di far ciò M. Ji -voje na fijje
in onore di San Giovanni. Ma a me ripetendosi sempre come sopra.
pare di aver letto che questo bagno sia F. Che •"•' fijja vuhteCI/
? ecc.
uso pagano, ed infatti in quei bagni M. Ji vojje 'Ggiuwannine.
semi-notturni, S. Giovanni vien poco (O altro nome), ecc.
onorato, ma invece Venere e Bacco. F. Ci je dete pe 'sspóse? ecc,
r
'O C V * K
Altri poi dicono di andare a vedere a M. Je deme lu munne^are.
bagnarsi il Sole ; sì, perché il Sole in (O altro nome di professione vilissima).
quella mattina affonda nel mare più e F. Ouande jeu dele be' ddoteO ? ecc.
J
^- u CO
più volte il suo crine raggiante, e poi
M leO deme nu cendeseme, ecc.
scuote la testa. Così almeno assicurano J
C O 0 0 0
(O altra cosa xii minimo valore).
quelli che l'hanno visto, e guai a chi
F. Che 'jeo dete pe' ppranie? ecc.
non vi crede. oo .o
'Ggiuwanne. Reggina Ggiuwanne- M JTe dime
e o
nu piatte
* o
de pulende.
* e o
ecc.
Abbiamo una specie di mele, dette Li F. Duva la Jfatee durmire? o
ecc.
SA VINI, Dialetto Teramano. 10
146 -
M. La faceme durmì ju' n' derre, ecc. Grulle. Srn. Urlo. Ma non si dice
F. Venètevele buri'
O O o ^ C
a prende,
* O
ecc. Grulla o Grulli, ma si Hurlà o Burli,
M. EccbeO menuteO a prendile.
* 00
Guanciale. Sm. La guancia dei
buoi o maiali uccisi.
Allora la fila dei maschi si prende
Guallere. Sf. Ernia.
una bambina dalla fila delle femmine,
Guallaruse. Sm. e f. Ernioso.
e così seguita fino a prendersele tutte, e
Guatte. Sf. Ovatta.
fino a che ogni bambino abbia la sua
Guattii. Trans. Ovattare.
compagna.
Guardljane. Da Guardiane ha'rde-
Gnagnere. Sf. Lamento, lagno.
Gnessasse. Rifl. Divenir come gesso. vendate^ coche. È il toscano: Ha fatto
Dicesi specialmente del pane non ben come prete Peo, il quale di prete
diventò chierico. I latini dicevano : Tiu-
lievito.
Gnllisse. Rifl. Raffreddarsi quasi bukus antea, nunc caprarius.
come un gelo. Guazzuròne. Sm. Specie di cami-
Gnognere. Sf. In gergo. La donna ciotto, fatto per lo più di canavaccio,
e lungo fino alle ginocchia, che i con-
disonestamente amata.
tadini portano sugli altri abiti onde non
Giioìttre. Sf. Inchiostro.
farli consumar tanto. Il Vocabolario
Gnuttunì. Per lo più rifl. Divenir
ha Gua^erone, ma lo spiega : pezzo di
ghiotto. Je s'à ggnuttunite lu dende, si
panno o tela comechesìa.
dice, quando cominciatosi a gustare
Gulcce. Sf. Voce bassa. Orina. Sem-
cosa squisita, sempre più se ne diviene
pre usato col verbo Scappa. Scappa la
goloso. Il tose. Alleccornire.
guicce, provar gran timore.
Gràffeje. Sf. Rogna. Si dice pure,
Gullje. Sf. Voglia, brama. Il Vocab.
ha Goliare non Golia; noi invece,
Granitte. Sm. Solo il plurale. Sorta
Gulije e non Gulijà. Li gulije, le voglie
di minestra fatta di farina impastata
delle donne gravide. Spesso si aspira
colla sola acqua.
e si fa Hulije. E a chi dice di aver un
Grappe. Sm. Graffio.
forte desiderio, si suggerisce ironicam.:
Grassello. Sf. Sorta di ranocchio.
Mitteo la maneo ju 'n derreo ca teù seo neo
Gràzzeje. Sf. Grazia. La gra^eja tò. '
passe la ìiuliie.
Modo di salutarsi fra eguali o da su- * O O.
Governatóre. Gnurejà lu Guverna-
periore ad inferiore. Purtaraje li gra\-
tóreo abbatteo li scale. Metaf. Dei deboli,
•^eje vostre, così rispondono i nostri con- o
tadini più educati, quando ricevono in-
che, quando sono al sicuro e non pos-
sono essere intesi, sfogano il loro di-
carico di salutare persone che loro ap-
partengono. spetto contro i potenti, da cui hanno
Gregne. Sf. Marmeggia.
ricevuto qualche sopruso.
147 —
ìHabbe. Sf. Gabba, voce antiquata. Harbizzà. Sempre col dal. di per-
Da la habbeo a hune, burlarsi di lui. La sona, Garbeggiare.
o
babbevellane, pioggia minuta, che non Ilarofcne. Sm. Garofano. C'è su
si cura, ed intanto danneggia la salute, questo fiore il seguente indovinello :
perché i contadini non usano di ripa-
Tinghe na cose
rarsi da questa pioggerella minuta.
Fati 'a 'rroseo ;
Iladde. Add. Alto. Haddarelle, ai-
Rose n'ahè,
tetto. Haddarelh,
fi baddette deO vine,o ai- 'Nduvine cche cos'ahè ?
tetto di vino. A la lìadde, a la hadde,
O t)
sopra, sopra. A la hadde, al più, al più. Ilarzamillc. Sm. Ugola degli uo-
Halandlne. Sf. Vivanda speciale del mini; in plurale, le branchie dei pesci.
Natale. È il francese Galantine. In To- Hattarole. Sf. Anche l'abbaino dei
scana ha altro significato. tetti.
Blalene. Corre questo detto: Molto Ilattarróne. Sm. Grosso gatto.
bene, disse Haltne, quanne vidde la mojja Matte. Sf. Gatto, Fa la batta- mopc,
tirine.
' C o
Questo HaUne C a
sarà il celebre il Tose. Far la gatta di Masino.
medico latino, Galene ? Herre. Sf. Lettera dell' alfabeto,
Halltte. Sf. È il francese Guerite, Manffà& a Imneo na herre. u Metaf. man-
nel medesimo senso di Casotto che cargli pochissimo per avere una coltura
serve di ricovero alle sentinelle. completa ; non essere pronto a trovare
Hallarlje. Sf. Galleria ; per noi ha i vocaboli atti ad esprimere le proprie
il significato di salotto da ricevere. idee; p. es. : Ji saprì dice, ma aman-
Halle. Sm. Gallo, Vale fa lu halle, gheme na herre. La metafora dev'essere
lu hallucce. Metaf. voler primeggiare, presa da quelli, che, come i Parigini,
comandare a bacchetta ; e di questi si non sanno pronunziare l'erre, ed è la
dice : Halle putende. sola mancanza della loro pronunzia.
tinnirà. Intrans. Jn gergo vale par- Hessc. Sf. Esse, lettera dell'alfa-
lare, da : beto. Fa li hesse si dice degli ubbria-
Mangile. Sf. Ganascia, dente, e chi, quando vanno barcollando, che pare
perciò, Sfangate, Sm. Sdentato. Magna che coi loro passi descrivano per terra
a' ddò hanghi ; è il toscano Scuffiar a tanti esse.
due palmenti. Hocce. Sf. Apoplessia, questo è
•lappe. Happclille, Happarije, Hap- dell'uso toscano.
póne, tutti napolitanismi, che hanno per Hògfne. Trans. Ungere; e rifles. e
noi il signifigato medesimo di Guappo, metaf. ubbriacarsi leggermente ; nello
Guappone, ecc. Soltanto noi l'usiamo stesso senso il participio Hònde.
in quest'altro senso dai napoletani : Na Mòle. Intrans. Olire, dar e rendere
cosa prubbcte happt, cioè eccellentissima. odore, il latino Olere, si usa solo dai
— 148 —
contadini , e e' è il proverbio : La dei muri, che lasciano trapelare l'acqua>
'mmerdeu deO lu vóvc0 nem
0
buzze
^S
e nen hóle.
fi
l'umidità. Dal latino Humeo.
I Toscani hanno un proverbio corri- Humàne. Sm. Vomano, fiume che
spondente a questo : La merda, dell'al- divide il Pretuzio dal Pinnense; è l'an-
locco non sa né puzjy né odore. tico Macrinus.
•fonimele. Sm. Ampolla, e propr. Humblù o Humblà. Transitivo,
quella dell'olio. Nel contado dicono : Gonfiare.
Hunblette. Mo se horne lu hommele de
C O J ° o G O
19umende. Sm. del contado. Fa
l'uje. Con bella metafora si dice di quei humende dicesi delle medicine, sopra-
diffamatissimi che hanno paura di per- tutto purgative, quando producono il
dere la riputazione che non hanno. È loro effetto.
sinonimo: Mo s'embanne lu crestalle. Può
O O
Hurdeuelle. Sf. V. VerdenAli.
O « 0 0
ungersi l'ampolla dell'olio ? Hurlette. Sm. Rigogolo, uccello.
Hònde. Sm. Qualunque parte del Dal latino Oriolus.
majale, che serva di condimento, come Hurzate. Add. Nutrito di orzo.
strutto, lardo, cotenna, ecc., onde i Usasi per lo più in metaf. Bona ìiur-
poveri chiedono : Dammeu na ci deo hónde.
o
iflte, e si applica agli uomini, quando,
Hòrgre. Sf. Gola grande, che può ben pasciuti, ricalcitrano.
emettere fuori voce stentorea ; p. es.: Ilùscmc. Sf. Odore, fiuto.
Lu tale té na bórge, che quanne parìe se llusemà. Trans. Odorare, fiutare.
sendeo a nu miijco lundane.
o
Dal greco O' Cfvrj. L'antico francese aveva
(lutane. Add. Vanaglorioso. Dallo Osmer; il moderno spagnuolo Husmear.
spagnuolo Ufano. Hnsserlje. Dei montanini, Vossi-
II urna. Trans. Trapelare, sopratutto gnoria.
Icqueee. Avv. Sempre preceduto tina sta scritto : In Glastro della casa,
dalla prepos. T)e; D'icqucce, da queste capitolare. Preceduto dall'articolo, perde
parti, di qui. Nominandosi il demonio, spesso, ma non sempre, VI iniziale ; e
si aggiunge : Lu dejavule fare d'icquece. si dice per lo più, Lu 'nglastrc.
E cosi domandandosi : Stace Tiì&ie Innulde. Sm. Amnistia, riduzione
0
, .V °
hesse ? si risponde : 'D'icquece n\a viste. di pena. Dal latino Indultum. Il nostro
In$rla»trc. Sm. Chiostro. Il latino Muzii l'ha usato, scrivendolo così : In-
Claustrum. In una bolla capitolare Apru- tuldo.
149 —
Jàccule. Sm. Cappio, laccio, nodo nette. Jeseppe, in gergo, vuoi dire la
scorsoio. Il latino Jaculus. fame, p. es. : quando un socce si pre-
Jajònc. Lu 'bballt de Jajóne. Si senta al padrone per chiedergli qualche
trova menzionato nella commedia del cosa da mangiare, gli dice : Onore patrò,
Delfico, ma ora sono ignorati e nome m'ha cacciale Jeseppe.
e ballo. Lu 'bbalk de Jajón: si ballava Jessùreje. Sande Jessùreje, così cor-
in carnevale così : Una persona ma- rompiamo S. Getulio, o Gitulio come
scherata si attaccava sul dorso un fan- scrive il Muzii, l'antica chiesa nostra
toccio di stoppa anche questo masche- cattedrale, prima della distruzione di
rato, le cui gambe si incrociavano sul Teramo nel secolo xu, ora detta .San-
ventre di chi lo portava, onde il fan- t'Anna dei signori Pompetti. Quando
toccio pareva che fosse come un'altra era Cattedrale questa chiesa teneva il
persona portata in collo. Mentre si titolo di S. Maria Maggiore, poi lo
ballava faceva ridere il dondolarsi del mutò in quello di San Getulio. Fuori
fantoccio, che pareva ad ogni momento della sua porta c'è un lastrone assai
volesse cascare in terra. levigato, giacché il popolino crede che
Jumi. Avv. Ormai. lo strofinare le reni a quella pietra
•làppeca jàppeche. Napolit. pian giovi alla lombaggine. E perciò quando
pianino, adagio adagio. . uno si lagna di dolori ai lombi, gli si
Jasebberde. Sm. È la Menta m- dice per ischerzo : Vatfassrecà 'Uà Sande
ridìs del LINHEO. Tose. Menta. Jessùreje.
Jemmet£. Sm. Limite. Jettatùrc. Sf. Malìa. Quando non
Jcnibbele. Sm. Ginepro. Abbiamo possiamo resistere ai capricci di qualche
visto essere usato in alcune carte del persona ben amata, diciamo scherzando:
secolo xvi Jenibbulo. Cullù m'ha fatte la iettature.
Jengiie. Sm. e f. Giovenco. Jètteche. Sm. Sovrassalto ; e dispo-
Jerve. Sf. Erba. Jerva fiamme, chia- sizione, adattamento a fare una cosa;
masi così dai nostri contadini l'Oro- p. es. : N'ge °
te prubbete
* oo
In jetteche
' o o
a
banche. I Toscani dicono solo: Fiamma, 'ccandà.
nello stesso senso. Sendì a coresce la JeUeeasse. Rifl. Sovrassaltarsi.
jcrve. Metaf. Aver udito squisitissimo. Jezznne. Sm. Nome di un colle a
I Toscani dicono: Sentir nascer l'erba j mezzogiorno della città. Il Muzii lo
- L'ho trasandato nelle Osservazioni. chiama Colle Girimi, forse italianiz-
Jeseppe. Nome proprio, Giuseppe. zando la forma vernacola. Dicono che
Diminutivi sono : Jeseppucce, Peppucce, questo nome derivi da Irsuto, perché
Peppine,
1
' (/ .
Peppenucce,
O
Peppuccttte.
** Co
Alle esso è infatti il più alto ed aspro colle
donne si dice solo : Peppine o Teppe- di quelli che circondano la città. Sopra
— 150
questo colle corre un proverbio, che 'Jjotnbre. Sf. Gomitolo, dal latino
si verifica sempre : Lu levande0 a 'ccolle
r
0
domerò.
jemme,
' ^ C
lu pioveOa 'Ttereme.
r
O v
Jozze. Sm. Fango liquido. V. Pap-
Ji. Lettera dell'alfabeto, /. Sm. Pare pajo^e.
'nu punde sobbra lu ji, di qualunque Jucà. Abbiamo il seguente pro-
cosa piccola in cima a cosa grossa. Il verbio: Ci foche pe'bbinge, lasse li ìtracce
tose. Parere un puntolino sopra uno e pijje li cinge.
stollo da pagliaio. Judece. Sm. Lu judece de la ìtatire,
Jiece. Sm. Giaciglio, propr. del è l'ago della stadera. Bella metafora !
cane ; e scherz. letto dell'uomo. tPujje. Sm. Loglio. Dapù decerne ca
•line. Avv. Adesso. Si ode a For- ci A fatte male lu jujje, di chi vuoi ad-
cella, Ganzano, ecc.; ma non si ode, anzi durre altre cause, fuori delle vere, dei
neppure si capisce a Teramo. Il Voc. proprii danni, per lo più essendo cause
spièga Ine per qui, quivi ; p. es. N'àhè vergognose.
pre jine, non è per adesso. Jusse. Sm. Il lat. Jus. Ci aliàje ac-
Jlnotte. Stanotte. quistate lu fusse, si dice scherzosamente
Jìppòne. Sm. Giubbone. quando uno, andando spesso in una
Jl're. Avv. Jeri. N\i nnate jire, si casa, n'è quasi divenuto il padrone ;
dice a chi vuoi fare fintamente l'in- e così, ricevendo abitualmente un be-
genuo. neficio.
Jlrre-Horre. "
Nu jim-horre.
J
i, O
Metaf. Justizzeje. Sf. Giustizia. A chi so-
Discorso che non conchiude o non si spira, per ischerzo si dice : Nen Rusperà
fa intendere; p. es. M'arspunnò nu jirre- ca u sta bbona justiijfie.
}iorrt,
r.
chen 'il n'ge
°a
capivi,
* n
ninde.
«
Lambeje. Si. Lamia ; Tene patite la poco e di mala voglia. Forse presa la
lambeje, ovvero, Esse patite de latnbeje, metafora dai cardatori di lana, che la-
essere stravagante, aver patito il cer- vorano lentamente.
vello, come che il cervello fosse la volta [Link]. Sm. Orlatura.
del corpo umano. learde. Fa' la fabule de lu Iarde. Si
o J
ù o
Lambcte. Sf. Lampada. Na. lam- narra che c'era una volta un lardo af-
bite. Metaf. Un bicchier di vino.
r
fatalo, al quale chiunque andava a
O
LambejÒne. Sm. Metaf. Testa pe- prenderne, rimaneva appiccicato. Ci
lata, quasi illuminasse colla sua luci- andò il primo e ci restò ; il secondo
dezza. andò a vedere perché il primo non tor-
Lame. Sm. Fango. Dal lat. Lama. nasse, e rimase appiccicato anche lui ; e
(DiEZ, Et. Dict., pag. 266). così il terzo ed il quarto. Perciò quando
JLane. Fa te lane. Metaf. Lavorar si manda qualcuno a vedere perché un
— 151 —
altro mandato prima non torni, gli si Lenze. Li len^e. Sf. I lacci dei bam-
dice : Nem baceme C O
la
J
fabule de
0 0
lu Iarde.
O
bini, come dicono a Pistoia.
Come il corvo di Noè. Lepp£. Add. Schifiltoso nel man-
Lardijà. Trans. Pillottare. giare.
Lasche. Add. Lento, rado, allen- Lesejdne. Sf. Pelo delle mura. Le-
tato. Dal lat. Laxus. siunàsse.
o
Rifl. far pelo delle mura.
r
Lassù. Spesso subisce 1' aferesi Lascile. Sf. Fetta di pane.
quando regge l'infinito; p. es.: 'Ssamme Letica. Trans. Affettare. Usiamo
jì. 'Ssallu fa, ecc. Lasciami andare, la- questo verbo solo pel pane. Può ve-
scialo fare, ecc. nire dal francese Lécite, ma meglio
Lastre. Sf. Il fondo o la piastra forse dal catalano Llesca, Llescar. (DlEZ,
della serratura. Et. Tlict., pag. 275).
Latine. Fa nu Ialine, far un grosso Levacce. È lo stesso che ^Arlcvacce.
errore, e così, Casca nghe nu latine, Vedi Arlevacce.
vale lo stesso. Il tose, è Fare un latino Levandare. Sm. Forte vento che
falso. spira da levante.
Lavannàre. Sf. Sorta di ballo con- Lèvete. Sm. Lievito. J'à fatte pèrde
tadinesco. lu lewli, si dice per esagerazione di
Lavrà. Trans. Pei nostri contadini chi, essendo stato ospitato in casa al-
vale per antonomasia Arare. trui, vi abbia mangiato assai, quasi vo-
Laziere. Sm. Becero, uomo senza lesse dirsi che per saziar colui, i pa-
educazione, e così : Latrate, azioni droni di casa hanno dovuto consumare
da Lacere. fino il lievito e farne pane.
Lazzari]». Trans. Ferire in più parti Llbberà, libbra. Trans. Liberare;
la faccia. *A sta cannile se libbere, così dice colui,
LazzarSIe. Sf. Giuggiola. al quale di una data mercé o altro
Lebbre. Sm. Lepre, Aspettasse lande non rimanga che quello scampolo che
li libbre. Il tose. Aspettassero tanto i mostra. La metafora è presa, ed è chiaro,
tordi. dalle aste pubbliche.
Legfffe. N\e sa che Ugge appórte, non Lldeje o Lltejc. Add. Laido. Ce
si sa che pretenda, che voglia. ne serviamo più per esprimere sozzura
Lchante. Sm. Gli steli del vinco, morale che materiale, eTaccompagnamo
con cui si fanno legami. sempre con Zayt, e detto a donna,
Lenone. Sf. Lingua. È voce del- Z-^a liteje è massima ingiuria.
l'uso Senese, e della lingua Spagnuola. Ligrg-ìre de mane. Metaf. Ladro,
Armettese la lengue
s de la Jfeste, il tose. perché il ladro ha, o deve avere la
. o.» n } o o'
parlare m punta di forchetta. Lingue de mano svelta.
passere,
* o o
sorta di *pasta. Quando uno Linde e ppinde. Di chi sia vestito
chiede e richiede una cosa, e dopo assai ricercatamente.
mille richieste alfine 1' ottiene, dice Lire. Sf. Ghiro.
con ardita metafora: 3vCe ci a fatte rasa 'Lllllt-re. Sm. Per lo più il plurale^
la lingue. Lingue si usa anche per ed è parola del gergo, per Danari.
dialetto. È lu uiere
C O
ca tu scriveo nu libbre 'Huccbe. Sm. Allocco. È mi 'llucclie,
sobbreO la lingua
C °
Terramanea ? e un [Link] Iucche, mogio mogio.
152 —
e. Avv. Là. È voce antiquata, ristorare e rimettere in su una- fa-
una delle tante ritenute dal nostro dia- miglia, un'impresa, una persona già
letto, e l'ha usata il Berni - Locbe loclie, data giù.
li per lì, sul luogo istesso; p. es.: Lung-agnure. Sm. Uomo assai lungo
in qualunque operazione.
E pù righe 'ttande nu curtellóne
Lune. La lune, in metaf. Testa calva.
Locheo locbeo teo lu Jfa. catióne.
f
o E così quando un calvo entra in un
Loffe de hulbe. Specie di pasta, luogo, e col cavarsi il cappello mostra
che siringata si frigge, si chiama pure la sua calvizie, si dice ironicamente :
Luffe de mòneche. Ha scile la lune.
Long-he. Add. Lungo. Preceduto Lupine. Add. Ramba lupine. Sulla.
dalla prep. Da, prende il significato In Tose. Erba lupina.
di lontano; p. es.: Alii da longhc assi? Lupe. L' ove de lu lupe ; p. es. A
è lontano assai ? chélla. pendicìte ce Ita pure I' ove de lu lupe.
lotte. Abbiamo un proverbio sul Il tose. Latte di gallina. Tojje la carne
lotto, che dice : da 'mmotche a lu lupe. V. Assogne.
Ci venge a lu lòtte Lurcnze. Sande Lurenye. Una chie-
R'ruvine& va de ir òtte. sina ora distrutta. Il popolo diceva che
le campane di quella chiesina, quando
Lncce. Sf. Scintilla. suonavano, facevano: Ci té, ìon de. I
Lucclaltè. Sf. Lucciola. Fiorentini dicono che le campane del
Lucci-nule. Sf. Piccola lucerna di loro S. Remigio fanno : Vendi e' mpe-
creta, molto simile alla lucerna fune- gna. S. Lorenzo stando sullo stradale
raria dei Romani. Metaf. Lucernóle, O
si che mena al Camposanto, e poco prima
dice al cappello da prete, in toscano di giungere a questo, di un malato che
Lucerna. era stato spedito si diceva, anzi si dice
Luche, Sanile Luche. Pare che Tà tuttora, Ha 'rrevite a Sande Luren^e.
depinde
u* O
SanieO Luche; O
di uomo, donna, Lustre. Fra lumeO e lustre. Il Tose.
u ù
o animali assai belli. Fra lusco e brusco.
Lucra. Trans. Logorare. Luvlre. Trans. Appigionare. L' u-
Luffe. Sm. I lombi. siamo solo .così: Sta a' ccaseo a luvire. È
o
Lume. ~'
Fra lumeo e'bbrusche, o
il tose. il pretto francese: Maison a louer.
Fra lasco e brusco. Armetteo a liuneo lu Luzerne. Sf. Erba medica.
cinge
e e 6 a lu lume,i/ di cosa che serva a
— 153 —
Blacaehc. Sm. Macacco. È una e Maje. Sm. Maggio. Ca
sorta di scimmia. Noi diciamo metaf. t'aliè Magge, Si dice a chi canta, vo-
Macache ad uomo assai stupido. endo intendere che a maggio cantano
Slaceabeje. Sm. In gergo, Macche- ciuchi. A lu mese de mate. Ci si fa
CO " J
o
roni. Dal 1876 in poi, si chiamano cosi un bisticcio perché Maje può signifi-
(e non si sa perché) i partigiani della care tanto Maggio, quanto Mai, e si
Destra, vale a dire i liberali moderati. dice ai bambini che cercan qualche
Maccarunarc. Sin. È quell' arnese cosa, Sci, „
tee. lu dinghe
* o
a lu mese de maje.
e o r> 'a
di cucina, composto di quattro assi di La coìte de maje, i tempi più difficili
legno, messi in telaio, su cui sono dell' annata, perché a Maggio essendo
stesi ed inchiodati da capo e da piedi consumato il ricolto dell'anno antece-
varii fili sottilissimi di acciaio. Sopra dente, e non essendo ancora matu-
di questi si stende la pasta, e poi col rato il nuovo, le derrate aumentano
matterello, facendolo scorrere di su e sempre di prezzo.
di giù, si. preme tanto che la pasta ù. Trans. Mangiare. E metaf.
viene a cadere al di sotto in tante fila Esser intelligentissimo di una data cosa;
di maccheroni. Si chiama anche Catatre, ). es.: Culla magnila l'arte. Magnete lu
perché i fili d'acciaio sono quelli stessi latine.
o
della chitarra, e perché pizzicati danno Magnapaiie. Sm. Piattola.
un suono simile a quello della chi- Mag-napulende. Sm. Così diciamo
tarra. La pasta che si adatta sul Mac- dal 1860 in poi ai Piemontesi ed in
carunare,o
si chiama Panette.
o o
generale ai nostri fratelli delle provincie
Macchiavi!!». Anche fra noi è settentrionali d'Italia.
giunto il nome del celebre storico e Majateclic. Add. Grasso, dicesi delle
politico Fiorentino, ma in un senso bestie.
tristo. Di un uomo furbo ed inganna- Majje. Sf. Maglia. Sta sen^e na mafie.
tore,' si dice: È nu Macchiavate.o
In gergo. Non avere il becco di un
Maceriate. Fa la maceriate.
u
o
Macinar quattrino.
tanto grano, quanto basti al consumo Male. "
Lu male. o
Per antonom. Il mal
della famiglia o per un anno intero o caduco.
per gran parte dell'annata. Malemcssc o Malejettate. Sf. Le
Hacheniste. Sm. Raggiratore. barbatelle delle viti.
Haclnghele. Sf. Maciulla. Macin- Mamme. La mammefi deO I' actte.
u
6V
gulà. Trans. Maciullare. Quella sostanza mucosa che si depo-
ilacróiie. Sm. Pessima figura; p. es. sita nel fondo della botte, e serve a far
So fatten nu macróne!
J
o
fermentare il vino onde divenga aceto.
io'
— 154 —
Mamma so; così le madri chiamano i nina. È proprio il lat. Mandola - usato
loro figli, ed anche le donne anziane da Nevio.
qualunque giovane uomo o donna. Mani. V. Mode.
Mammarulle. Sm. In città ; - e nel Hanlbbele. Sm. Manovale e prop.
contado Marnile. Pannocchia del gran- quello che aiuta i muratori nelle opere
turco. più faticose.
Mammine. Sf. Levatrice. Il toscano Manljate. Sf. Manata. Na manijate,
ha nello stesso senso Madrina. si usa sempre in senso tristo ; p. es.:
Mammocce. Corruz. fonetica di Na maniiate de latre.
O u J
Bamboccio. Manijotte. Add. Maneggevole.
Siamone. Sm. Grossa fandonia. Manna. Trans. Mandare. Manna pe
Mandeeà. Trans. Manipolare bene na fandelle, richiederla in isposa.
la pasta, il gelato, ecc. da renderli quasi Hannagge. Il tose. Malannaggia. È
come manteca. la nostra imprecazione più in uso.
Mandeclà. Trans. Agitare il man- Mannatare. Sf. La fattora delle
tice ; ed intrans, metaf. Respirare af- monache.
fannosamente a guisa d'un mantice. •fanne. Sf. Tanto la ruggine del
Mandemandò. Sm. Ampio ferra- grano, quanto la crittogama delle uve.
iuolo, sopravveste. Il toscano ha Manto, Hanucchlc. Sm. Manipolo del grano.
sopravveste. La feste de li manucchie, chiamasi quel
Mandentane. Stamane. .
giorno ».m °cui. i. contadini
? . . portano ad.
Mandesine. Sm. Qualunque manto offerire ad una data chiesa varii ma-
piccolo, che copre la testa e le spalle, nipoli di grano. In città da qualche
sopratutto delle donne. tempo il grano si offre bello e vagliato.
Mane. Sf. Mano. N' gè té la mane a Ciò nonostante chiamasi ancora : Festeo
'ffà' Ila cose. Non vi è adatto. de li manuccbie.
Manecone. Add. Dei confessori di ° Manunde. °V. Mode.
manica larga. Marehattdne. Pegg. di Marahutte.
Manegge. Sm. Tene tutte lu ma- C'è una canzonetta che dice :
tueze. Essere il domino dominanzio in
• ,• impresa, ecc.
• °,famiglia, Mareìmtlóne, che 'vva pe' la guerre
una Nghe na spate sen^a curtelle,
Mangamende. Sm. Mancamento.
Nglie nu schiuppe, sen^a fucóne,
Quando si loda una persona in pre- Pijjelu pijjelu, Marehattdne.
senza di qualchedun' altra, si aggiunge:
Nem' bacenneO manvanunde-
° C o
deu ci me O
Curtelle, deve intendersi il filo della
sende.(j
Senza far torto a chi mi ascolta. spada.
Si usa anche ironicamente, biasimando Mar'a me, a *c. ecc. Povero me,ecc.
qualcuno. V. Saggio di Grammatica.
Manganine. Sm. Argano. Marakutte. Sm. Specie di grosso '
Slang-eie. Add. Delle bestie, man- misirizzo, che si teneva negli steccati,
sueto, domestico. dove prima si faceva la caccia del toro,
Mangbetù. Sf. Debolezza, sveni- e serviva per aizzare questo. Il toro,
mento. stimolato dalle grida o da altro, cor-
Mangìolc. Sf. Dim. di mano. Ma- reva a dar colle corna nel misirizzo;
— 155
questo, caduto, subito si rialzava e ve- di scacciare qualcuno, di spingerlo ad
niva a ricascare sulle corna del toro, affrettarsi, ecc.
il quale sempre più s'infuriava. Per Martine. Quando si sta trebbiando,
metaf. di uomo bratto e stupido si dice: o facendo il pane, ecc., chi arriva deve
Tu sì nu Marahuite. o
dire : Sanie0 Martine,
0
e vale, San Mar-
Maravijje. Me facce maravijje dt tino vi faccia crescere la roba fra le
'ssa. facci,
J
I/
o,' dtU 'ssu muse,
u r
risposta ri- mani. Fa In Sunde Martine', far il sapone.
sentita a chi ci addebita ingiustamente Marta Te. Sm. Tanghero.
azioni cattive o vergognose. Masearllle. Sm. Solo il plurale,
Marcaudimeje. Sin. È nu marcan- vajuolo.
duneje, è uno stupido. MascarAne. Sm. Metaf. Uomo brut-
Alarcangeg-ne. Sm. Qualunque or- tissimo.
digno. Maschere. Sf. Mm'à dette na 'mma-
Harche. Sam' Marche pe1 ffòr^e, il schere, 0_o
è il tose. M'ha detto un mutolo,*
tose. Siena per forza. Marcheti de Sciarre:
u
ho inteso da un mutolo.
celebre bandito del secolo xvi. Il Masceeatoreje. Sm. Metaf. Tutto
Palma dice (Op. cit., voi. 3, pag. 79), il mangiare.
che ai suoi tempi (1830) il nome di Massari]*». Sf. Non solo il podere,
costui correva tuttora in proverbio per ma anche la casa colonica.
dinotare un uomo estremamente au- Massarljole. Sf. Dim. di ambedue;
torevole ed imponente. Ora poco si piccolo podere, e piccola casa colonica.
ode più. Sf. La pasta del .pane od
Marce. Add. Si usa per accresci- altro, prima d'esser cotta.
tivo; p. es.: 'Ha camminile m'à date la Masscme. Massimo. L' antifrasi,
marcia vite. E credo che stia bene, Casca 'm' massema fortune, cadere in
perché dove il toscano dice : A marcia pessima fortuna.
for^a, Marcia sta pure in solo senso Massere. Stasera. V. Saggio di
accrescitivo. Grammatica.
Mareje. Add. Amaro. Mastrfjà. Intrans. Metaf. Coman-
Marenar«j d'acqua dògge, Metaf. dare a bacchetta.
chi alla prima difficoltà si perde d'a- Aiuti-lecite. Sm. Un po' matto.
nimo. Matrecane. Sf. Matricaria, erba.
llarijùle. Sf. Tasca nascosta del Matreje. Sf. Madrigna, più spesso
soprabito. Tose. Ladra. vuoi dire Suocera.
Marmarate. Add. Marezzato. Mancia. Sf. Mattezza.
Marniere. Sm. Marmo. Marmare Mazzaclócche. Sf. Specie più grossa
è voce antiquata di terminazione latina. ) di mazza.
Marmotte. Sm. e f. Disprezz. di \ Mazzaelocchl. Nome di una fa-
ragazzo discolo, c'è pure l'accrescitivo ; zione civile che desolò Teramo nel
Marmittóne. j secolo xv. Questo nome presero gli
Marpijóne. Sm. Furbacchione. j Antonellisti, quando i Melatinisti pre-
Marrnjje. Sm. Solo il plurale; emor- i sero quello di Spennati (V. Spennati).
roidi. j II Muzii, che ci narra ciò, non ci sa
Marsce. Il francese Marche, modo i dire né la ragione, né l'origine di
— 156
questa nuova denominazione. Il Palma Mazzuccà. Trans. Battere il lino
(Op. cit., voi. II, pag. i io) opina che colla Marocche.
siccome fra noi si chiama comune- 'Mbaccasse. Rifl. Ingrassarsi.
mente mayyaclocca qutlla specie di clava 'Abbacchiasse. Rifl. Ubbriacarsi. Il
o bastone che hanno grosso nodo nel- Toscano ha Imbaccarsi.
l'estremità, così si può supporre che Mlballù, Trans. Gabbare, abbindo-
gli Antonellisti, allorché le discordie lare. Dicono che venga dal greco B'fx.-
risuscitaronsi, si prevalsero di quell'arma. ^àXXco, ma pare che questo verbo ab-
Nome e cose sono ora ignorati dal bia tutt'altro significato. Non potrebbe
popolo. venire da Imballare, come volesse dire,
IMazzafame. Sf. Specie di frittelle mettere qualcuno nella balla, nel sacco?
fatte di farina e lievito. Si dicono pure 'Mballatftre. Sm. Abbindolatore.
Scacciafame, e nel contado Filande. 'Mbambalisse. Rifl. Intontirsi.
Mazzarelle. Sf. Le interiora del- '•Ibandijòle. Sm. Sempre il plurale.
l'agnello cotte a stufato. Li 'mbandijók, le convulsioni dei bam-
•lazze. Sm. Mazzo. Capate Uà lu triade, bini. Certamente dal latino Infans, col
in senso ironico;' rp. es. : Birbone
o o capate
r
o nostro addolcimento di NF in MB. V.
Uà lu ma^e, emerito, superiore a tutti. Fonologia.
Alazzcjà. Trans. Battere. 'IHbanisse,
r
o
Rifl. Rimbambirsi,* ecc.
MajBzejatnre. Sf. Battitura. 'Mbapucchià. Trans. Gabbare, ab-
•fazzemarille. Sn. Sorta di spiriti bindolare.
immaginati dal popolo, un po' meno 'Ubare. Si usa solo unito con sonno.
cattivi dei diavoli; p. es. : Uà 'Ila case 'Mbara sonne, e vuoi dire tra sonno e
ci arresce li^ma^emarille. veglia. Dal greco TLa^.a.
MazziHe. Sm. Per lo più il plurale, 'Mbeffo*». Sm. Impegno. Fa 'mbc-
bacchette con cui si suona il tamburo. gne, far le viste.
IMazzdcehe. Sf. Mazzapicchio, pe r 'Hbenne. Trans. Impendere. C'è il
lo più di legno, con cui si batte il detto: Stu. belle tembe, e n' ze 'mbenne
3 o O O
lino, la canapa, ecc. Corre questa fiaba nisciune.
su questa parola. Si narra che morendo 'ÌHbezzcndisse. Rifl. Divenir pez-
un tale, che per aver donato i suoi zente.
averi durante la sua vita era rimasto '•Ibianà. Intrans. Veramente giun-
povero in canna, lasciò a colui che lo gere al piano. Ma usasi per lo più ri-
assisteva morendo una cassetta, assi- fless. e metaf. Introdursi in qualche
curandolo, che aprendola vi avrebbe luogo per mangiare, approfittare, ecc.
trovato un gran tesoro. Avvenuta la 'Mbiascà. Trans. Infiascare. Di una
morte, il legatario della cassetta corse cosa o persona non più buona a nulla
tosto ad aprirla ; e che vi trovò ? una dicesi, Se la pò 'mbiascà.
Maròcche, con questo scritto : '••biechi. Trans. Impiccare. Si usa
solo nel giucco della passatella. V. Pas-
Ci fa la dunaixfjóne prima la mòrte,
N'deste je sija date delta maròcche! satelle. Negli altri casi si usa, 'mbenne.
o &
O
'••bignè. Sm. Il tomaio delle scarpe.
Mazzóle. Sm. Il battaglio delle cam- 'Sibilate e 'Mbillte. Sf. Infilzata;
pane, ed il piombino della stadera. A p. es.: 'Mbilitea deo chiacchiere.,
v o
— 157 —
'Mbirlsse. Rifles. Irrigidirsi. 'Mbi- Montature. Sf. Miniatura. Pare na
rite, morto di freddo, ovvero, ritto ritto. miniature,
il O
di bambino assai bello.
'Mborme. Sm. Informazione, rela- Kleracnle. Sm. Miracolo. Pare che
zione. fa li meracule, di chi si fa pregare as-
'Mbònne. Trans. Bagnare, infondere. sai a fare una cosa e non è contento
'Mbosse, bagnato. 'Mbonnese? In gergo di nessuna ricompensa.
vuoi dire: Si beve ? Mercà. Trans. Marchiare e metaf.
'Hbusse. Sf. Il bagnato. Jì pe la danneggiare, gabbare. Così un nego-
'mbusse, camminare sulla terra bagnata. ziante che ha venduto con dolo una
Un esempio: mercanzia cattiva, dirà : L'aien menate.
J
o
E poi c'è il proverbio: Lu mercate
Sana' Andoneie pe la 'mbusse merclie.
T , o
Jev a cacceO a^" ciammancne.
•" • ,
ù
°
ecc. Mercande. Lu mercande^ cunósce la
péiye, così si risponde a chi ci appone
Mecheche. Sf. Solo il plurale. Moine,
lezii. qualche difetto volendo intendere, che
lledajje. Stambà li medajje. In gergo, perché li ha lui, perciò egli conosce i
patir la fame. nostri difetti.
Mejiche. Sf. Mulica. Na me/iche, una Mei-che. Sm. Marchio.
briciola, una mulica, come dicesi in To- Mercurdì. Mangà a laune nu mer-
scana Crescese nu mammocceo a 'mme- curdì. Metaf. Esser mezzo pazzo. Met-
jichdle, allevarselo con ogni cura, ecc. tese m' meìte dimeo Mercurdì. Mettersi
c o f> o
%
n o V
Mejlchele. Sm. Ombelico. Ho sen- in mezzo, frapporsi imbarazzando, im-
pedendo, perché mercoledì sta in mezzo
tito, ma non da un Teramano, il se-
della settimana.
guente proverbio :
Merìcnle. Sm. Mora prugnola. Frutto
Ugne pctjesc, na husan^e, del rovo.
Ugne mejichele, na pany. liei-lazze. Nu merlu^e m' biangbe.
Metaf. Uomo lento assai. I Toscani di-
Melonghe. Sf. Sorta di frutto. In rebbero: Un mammamia.
metaf. Testa. Mesate. Sn. Tovaglia.
Sfc-iióreje. Sf. Metaf. Fronte. In Meschine. Fa lu gire de lu meschine.
I» <> ft
o O O
Toscana invece vuoi dire I' occipite. A Firenze dicono: Fare il meschino.
Mena. Trans. Battere. Mese. Li tridece miseO de Vanne. Scherz.
C V o O O
Menag-uale. Così storpiavano il l'anno interno.
nome di Vittorio Emmanuele, volendo Messe.
C U
Arvèitissef) deo messa
C
candate.
O
intendere che questi con le tasse col- Scherz. Rivestirsi in gala.
piva tutti. Messere. Viteo che
u
O
messereo ! Guarda
Menda. Trans. Lanciare, buttare. lo stacciato ! Fa hune messere, gabbarlo.
Menestre. Simbre 'Ila minestre, sem- Messije. Di chi tarda molto a fare
pre quella stessa cosa. una cosa, che pur gli conviene fare, si
Mengiangitele. Sn. Minciabbio. Con dice: Eh! aspette che vvè lu Messije.
quello di bue anticamente si faceva lo Meì>techine. Sm. Ficchino.
staffile per battere gli scolari indisci- Meteehe. Sm. Medico. In gergo,
plinati. ladro, che si dice pure metecbe delica-
158 —
tenacce, rperché come i medici tastano strandolo al pubblico, cominciò a gri-
o o
il polso, cosi i ladri tastano i catenacci dare : Ecco come tutti dovete diventare!
per riconoscerne la solidità. Mentre pareva che l'uditorio rimanesse
Mette. Mettere. N'd'M da mette hesse. atterrito da quella vista e da quelle
e ° e o o
Nem m'avtte C o
da mstte
CO
hesse.
O
Modo ef- parole, eccoti che al predicatore scappa
ficace di esortazione, e vale: Non ri- di mano il teschio, e va a cadere sulla
pugnate, non contrastate. testa di uno degli ascoltatori più at-
MeEzalengue. Sm. Scilinguato. tenti, e gliela spacca. Allora fu che il
Mezze. Melarne. Sm. Ernioso. No. predicatore, scordatosi del luogo dove
cose de meye, né grande, né piccola, né si trovava, scappò a dire : Nem
buona, né cattiva, mediocre. fa no, 'mmerdeo
Mignatte. In gergo, il due di bri- 'llmettelle. Sm. Imbuto grande di
scola. legno; quello di stagno chiamasi : Sal-
Mimi. Vocat. abbreviai, di Emidio. vavine.
IHsee-mUce. Modo di chiamare il 'Unticene. Sm. Uomo di assai pic-
gatto. cola statura.
Mieeelle.
O II
Sf. Gattino. Dei bambini. Mò'. Avv. Adesso. È 'dda mò! è un
Mlsciarole. Add. Del contado; - che pezzo lungo !
ha meno di un anno, che conta solo Mod§. Sm. Modo. Preceduto dal
mesi e non ancora anni di vita. pronome 'Ssu, Mode diventa femminile,
Mlscischie. Sf. La carne delle pe- e si trasforma in modi strani, A' ssa
core morte, messa a seccare al fuoco ma, A' ssa manù, A' ssa mani, A' ssa
o al sole; è voce dei nostri montanini. manundre, o
A' ssa manindre, o
e tutti val-
Misere. Add. Unico ; p. es. Culla gono. In cotesto modo. E cosi prece-
bussete 'Uà misere case. duto dal pron. 'Llù.
' c o or o
'•Intaccate. Sf. Sorta di male cu- MòJJe. Sf. Moglie. C'è uno stornello,
taneo che viene alla testa. riportato dal Delfico nella sua com-
'Mmasciate. Sf. Propr. le faccende media:
domestiche delle donne; - un affare qua- Cu cù ;
lunque; dimanda di matrimonio. Fa li Pareveme d'ave là mójje,
JJ
a o a a
'mmasciate, far per conto di qualcuno E' mmo 'nneO 'II'ai'e3 cchiù !
una domanda di matrimonio.
'Mmasef atore. Sm. Mezzano di ma- Alonde. Avv. Molto, solo nella frase
trimonio e di qualunque altro negozio. Sacce</ mondee Jjì. so molto io.
''Hniccciaturc. Sf. La commessura Mundnre. Sf. Divisa.
dei falegnami. Mònedhe. Sf. Monaca. È 'ccume fa
'Mmerde,. Sf. 'NJem butè fa no. "amóre0 ngìie * 0
li màniche,
O o
dicesi di cosa
mmerdc, è il tose. Non poter tirare un assolutamente inutile, e senza scopo.
peto. Si narra che un frate predicatore, Mònne. Sm. Mondo. Mo te facce vede
dovendo far la predica della morte nel '.u mònne nòve, sorta di minaccia che
O C
di delle ceneri, pensando di produrre si fa ai bambini. Pare tutte lu monne, 6
maggior effetto sul suo uditorio, ap- parer gran cosa. Me pare nu mònne ! mi
pena salito sul pulpito, cavò di sotto sembra una maraviglia! dicesi quando
la tonica un teschio di morto, e mo- si ottiene cosa non isperata. Tutte lu
- 159 —
mònne, l'usiamo come i francesi tout le Mulacchlóne, Mulaeehlotte. Ac-
monde. crescitivo e diminutivo di mulo, nel
•forche. Sf. Morchia dell'olio. solo senso di bastardo.
Morge. Sf. Grosso sasso. Mule. I muli, bestie, si distinguono
Murre. Sf. Giucco della morrà, in due specie : Mule ciuccine, i figli
punta di bestiame, spiga del grano. delle asine. MuleO martenese, quelli delle
O C </ *
•torre. Morrò, comune della nostra cavalle.
Provincia. Per ischerno, quando vien Mulegiiane. Sf. Petronciano. La,
nominato, si aggiunge : Marre che 'rre- staggiane de li mulegnane, dicono i sarti
veren^e, quasi fosse una cosa sozza. quella in cui si mangiano questi frutti,
Hfirte. Sf. Metaf. Il modo migliore perché in quell' epoca essi poco lavo-
di cucinare una vivanda; p. es. : La rano.
mòrteo deu lu fpesce
e o
è lu brudtttc.
co
Fa la Moline. Ha jite a lu mutine, si dice
mala mòrte, dicono i negozianti, di una in metaf. di chi incomincia ad incanu-
mercé che non abbia spaccio ; e cosi tire, quasi gli si fosse infarinato il capo.
stare alla bottega senza vender nulla. Fa moline. Metaf. consumare, disper-
Add. Né 'mmòrte, né ferite. Metaf. uscir der tutto.
da un'impresa senza guadagno e senza ••Dilettone. Sm. Grosso coltello a
perdita, ovvero con una rimessa leg- molla.
gera. E cosi : Né 'mmòrte, né ferite, Monachelle. Sf. Monachine, quelle
vale mediocremente; p. es. Cume t'à faville, che prima di spegnersi errano
jite l'arcodde ? Né mmòrte, né 'ferite. sulla carta arsa, o si attaccano alla filig-
Abbiamo il bruttissimo costume di gine del pajuolo.
bestemmiare i morti, e diciamo : Man- Monde. Avv. Quanto. Il Delfico
naggc a li murte tu, o a li murte de scrive : Mundeo Striile ! ora si sente rpoco.
°° O O 0 0 o
patrete, de mammete, ecc. Altri credendo Altri dicono: Mute.
* 3 Ot O 00
t
di mitigare la bruttezza della bestem- Mnndoneehe. Sn. Sorta di uva.
mia, tolgono il Managge e dicono : Monetare. Sf. Del contado, Molenda.
Li murteo tu, ecc. Manna. Trans. Mondare ; propriam.
C'è uno strambotto, che dice : spazzare.
Quannca vuleme Munitele. Sm. Parrebbe voler dire,
e o rite,
o guatine
1
e seme
c o murte,
o
Che la ggende plagne, e nò ce stime fitte! mondo, ma per antifrasi vuoi dire,
grossa sozzura, sozzura personificata,
Mttcce. Intimaz. di silenzio. Mucce come, Nocente per innocente.
patilk ! vale lo stesso. V. Saggio di Munnezzare. Sm. Spazzino pubblico,
Grammatica. la cassetta da spazzatura; p. sterquilinio
Mne«ee4. Trans. Mordere, intrans, è nel Vocab.
prudere. Munnezze. Sf. Mondiglia, spazzatura.
•luccechlre. Sm. Prurito. M tirèlle. Sm. Chiamansi per carezza
Muccecóne. Sm. Morso. così i muli, ed in gergo dicesi ai ba-
Mucchelone. Sm. Sorso. stardi.
Huecijjc. Sf. Zaino dei soldati. Marette. Sf. In gergo, il pajuolo
Huflettòne. Manrovescio. perché il fuoco l'ha, fatto moro. Vedi
Mujelle. Sf. Cefalo. Dal latino Mugli. Fave.
— 160 —
Murglate. Sf. Colpo di Morge. V. Musette. Sm. Il visino grazioso di
Morge. una fanciulla; p. es. parlandosi di una
Muri. Agli affannoni si dice : Tin- fanciulla povera ma bella, e dicendosi
%'a muri, co, ce sta ci te pòrte. che ella difficilmente troverà un marito,
Marrame. Sm. Per lo più il plu- si soggiunge : Se la fa mariti lu musitte.
rale, quelle spighe che non restano Mustaccióle. Sm. Sorta di pasta
trite nella trebbiatura e perciò si treb- dolce.
biano la seconda volta. Mute. A la muti, a la mute. Modo
" O b
Hfursillr e Musille. Sm. Museruola. avv. In gran silenzio.
Murtaeine. Add. Di morto; come Huttette. Sm. Strambotto, rispetto.
Faccia murtacineo - Puzza
^
murtacine.
a
Muzzarelle. Sf. Provatura di cacio,
Musceche. Sf. In gergo, i danari. ecc. ecc.
IHuscemmè. Sm. Uomo lento, pigro. Muzzóne. Sm. Del sigaro e della
Musehljdne. Sm. Calabrone. Muschi- candela. Mozzicone. Il mozzicone del si-
jònt d'ore, sorta di giuoco fanciullesco. garo chiamiamo anche
Musei. Intrans. Trattenere, tardare.
•Vabballe. Avv. In giù, a valle. 'Mdà. Avv. d'interrogazione. Come ?
Non si usa mai se non cosi. rarissimo.
Nannò. Voc. di Nonno. Si dice pure 'Mdanasse. Rifl. Intanarsi, nascon-
O Nò. Sf. Sonno, il Toscano Nanna, dersi. Metaf. Introdursi in qualche luogo
voce dei bambini; p. es. Una madre a fine di profitto.
dirà al suo figliuoletto : Vulemtce jì a '?KdandaIò. Sm. Dondolo.
'ffà la 'nnannò ? E quando li cullano, 'Ndecchie. Sf. Na 'ndeccbie. Una
le madri cantano pure così;: cica, un poco, una parte.
'Udiate. Add. Intelligente. Appli-
Nanna, Nanna, se vò 'ddurmì casi ai bambini.
Stu fandellucce mi 'Ndocche. Sf. Brodo della porchetta.
Ch'i tandeo belle.
o
Midonne. Trans. Illividire. 'Ndosse.
Illividito. Li-uà 'ndosse,
O
uliva concia.
Napelljnne. Sm. Da poco i nostri 'Ndramblsse. Rifl. Sbiecarsi. Del
contadini chiamano così i pezzi da cin- legname che diventa sbieco per umi-
que lire, sieno in metallo, che in carta. dità od altro, e metaf. invecchiarsi, in-
In città diciamo: Nu cingile franghe. curvarsi, divenir inutile per età o ma-
Masene. Sf. Nappa, grosso naso. lattia.
Kas«j Une. Sm. Uomo assai accorto. 'Ndramcune. Nel mentre.
Mavecà. Intrans. Metaf. Dondolarsi Midraprì. Trans. Semiaprire. Il fran-
nel camminare. cese, Entr' ouvrir.
'Udrà vede. Cu nu'ndravedè. In un frutte, se po^a mafe saT&ejà. Ed è cosi
baleno, davvero.
MìdrelUgne. Add. Di uomo falso, Mepote. Li Nepùte. Chiamansi i pol-
finto, ecc. loni sopratutto ^ delle viti, ed anche
'HMreJe. Andrea. quelli del grano. E siccome i polloni
Midruccate. Sf. Cruscata che si da si tolgono dalle viti, cosi qualche zio,
ai maiali. Da Trécche perché si da in poco amorevole verso i suoi nipoti,
essa. V. Tròcdie. dice: Li nepùte se livi lochi0 li capanne.
v* o o è o * o
'ilidruppecà. Intrans. Incespicare, in- Neziarije. Sf. Inezia.
ciampare. '.Waduse. Add. AfTannone. Dallo
'Mdruppeehe. Sm. Inciampo morale spagnuolo Enfadoso, che per altro vuoi
e materiale; [Link]. Aj 'avute nu 'ndruppe- dire Noioso.
che, epperciò nen\ò potute meni subitele. Mlg-afunlstte. Rifl. Divenir rustico.
'intimidisse. Rifl. Divenir intronato, Dicesi delle persone civili, che collo
sciocco. Dallo spagnuolo Tonto. L'uso star troppo in campagna, prendono le
toscano ha Intontire. maniere e l'aspetto di Cafóne.
'Wduit». Trans. Premere, calcare e '.%'jfajfnasse. Rifl. del contado. Ar-
battere con insistenza. rabbiarsi.
Meco.
0
Bona sere sfatteo bune. Necò I Lo '.'Vg-ang'alite. Stecchito ; p. es. M£
C e' o o
stesso che il tose. Buonanotte suonatori 1 fi muri 'ngangalite 1
Nehadlbbete. Sm. Truffatore. 'Mganisse. Rifl. Accanirsi, stizzirsi,
Mehe. Sf. Attaccass' a Sanda Nehe. \1~gappa. Trans. Incappare, cogliere
Darsi a negare. una cosa nel momento opportuno a un
Nehe. Nel contado. Orobanche. reo in flagranti.
IHehuzzejande. Sm. Negoziante. Il 'Xjfarrà. Intrans. Indovinare, co»
prov. Nehuiiejande
1 e'ppurce,
rr rpisele dope gliere nel segno.
o ^-V o e/ o o *a
murte. Migrasela. Intrans. Della neve,
0
Ifengue. Impers. Nevicare. Pres. quando fa come un primo panno di
Nengue. Part. pass. Nenguute. Gì ha nen- bianco sul terreno.
guute. Metaf. Si dice di chi comincia '.%'g-enue. Intrans. Quel ribrezzo che
ad incanutire. II lat. Ninguere. produce l'eccessivo freddo, o una scot-
Nenguende. Sf. Neve. Si usa pure tatura, ecc.
per Nevaio. 'Ngennore. Sm. È 1* astratto di
liciig-uicce. Sf. Nevischio. Ngenne.
Meplnc. Sm. Lupinelle, callo dei 'Hyeratg. Part. pass. il solo usato.
piedi. Usato in plurale : Lupini, la nota Del cacio messo a seccare, quando in-
pianta. Dice il popolo che Gesù Cristo comincia a prendere quel colore gial-
maledisse i lupini, perché Egli fug- liccio, come di cera, I toscani usano
gendo un giorno dalla rabbia giudaica, questo verbo per le biade.
si nascose in un campo di lupini, ma Wjfhe. Prep. Con. In. V. Saggio di
questi fecero rumore, e così palesarono Grammatica.
il nascondiglio del Redentore. Allora 'iligrhlaitrc. Sm. Empiastro, e metaf.
Egli li maledisse con questa maledi- cosa d'arte mal fatta.
zione : Che nisciuneo che magne deo stu 'IVgliiaìitrejà. Trans. Impiastricciare.
* o
SAVINI, Dialetto Teramano. 11
— 162
'IWghiuvà. Trans. Redarguire qual- vise le balle più grosse, onde potersi
cuno con grande insistenza come chi portare in collo, e cosi eludere più fa-
battesse su un chiodo. cilmente la vigilanza dei doganieri.
'Hilfiaeclsse. Rifl. Divenir doccióne, 'Mguràbbele. Sm. Solo il plurale.
nel nostro significato, dicesi di arti- L'ospedale dei pazzi; p. es. S'ammaliò
giano, che diventa sempre più mal e ffu 'marniate, a li 'nguràbbele.
destro nella sua arte. 'Ngrnrnature. Sf. Fisonomia, aspetto
'.tifflambù. Trans. Avviluppare, in- esterno di una persona. Usasi per lo
tricare. più scherz.; p, es. A la 'ngurnature
'IVglaspa. Intrans. Abbarbicare. 'mme pare Tiijeje.
'Ngiucclsse. Rifl. divenir ciuco, os- 'Mgardà. Trans. Il contrario di Al-
sia stupido. lentare, delle funi.
'Mjrotte. Sm. Fa la 'ngotte , dicesi 'Mgrnrtellate. Sf. L'accoltellato ; co-
quando i contadini, che vigilano du- pertura di pavimenti fatta con mattoni
rante la notte i campi di granturco, posti in coltello.
ne cuociono varie pannocchie arrosto. Mìg-uzzà. Intrans. Far la corteccia
'ÌKjfreffglà. Intrans. Aggrinzire, di- dura, la crosta, delle frutta.
cesi solo della fava, quando messa in Micce nlece. Il Tose, mezzo mezzo.
molle, comincia la sua buccia ad ag- Forse dal napoletano Niqp nvgo.
grinzire. Da molti mangiasi così, e di- Nicchie. Sm. Lamento, rammari-
cesi Fava 'ngregge. chìo . Il toscano ha Nicchiare, ma non
'Ngrespà. Intrans. Del grano, Ac- Nicchio.
cestire. Mire. Add. Mero. Il latino Niger.
Merlila. Trans. Alzar il grilletto Fama nire, grande fame. Jurne nirt,
del fucile, metaf. Azzeccarla giusta; giorni tristi, che si passano a digiuno.
p. es. Zitte ca je l'ahaje 'ngrillite. Je Mitre. Srn. Litro, misura.
l'aje 'ngrillite, ho raggiunto il mio scopo, 'itinacquanlsse. [Link] acquoso
ho finito. e metaf. Decadere.
'Xguadeje e 'Nguadlje. Sm. Scom- 'Nnaspre.
f
o
Lo stesso che Chiatre. o
messa. '.\inemmollc. Fatto aggettivo; p. es.
'Nguadijà. Trans. Scommettere: Dal Baccalà 'nnemmòlìe, ammollato nell'ac-
latino Invadiare (DiEz, [Link]., pag.217). qua.
Migiianne 'ngaanne. Di quando 'Mnlscnle. Sm. Lombrico. È proprio
in quando. il greco SxoiX-r]?.
'Ngiiartasse. Rifl. Ingrassarsi. Mìnocche. Sf. Il nodo della cravatta.
' Ngrneulasse. Rifl. Accoccolarsi. 'Mnomenapatrc. Fatto sost. maseli.
'Ngttculune, coccoloni. La fronte. Forse perché facendosi il
'IVg-ullitte. Sm. Le balle di tes- segno della croce, dicendosi : In nomine
suti che alcuni merciajuoli girovaghi patris, si tocca la fronte. - Si usa nelle
portano sulle spalle, cioè in collo. frasi : Ha cascate e ha schiuppate lu 'nno-
Prima si chiamavano così quelle balle menatìatre
o *
- Mo teu dinshe
° O
na 'biotte
O
su
di zucchero, caffè, ed altri coloniali, lu nnomenapatre, ecc.
che si introducevano di controbando '1%'nujjc. Sf. "Cotichino. Fa ridere il
dalle vicine Marche ; in esse erano di- sentir italianata da qualcuno questa
— 163 —
voce cosi : Indoglia. In Toscana, come ignude. A la nule a la nute, perfettamente
ho scritto, si dice Cotichino. ignudo. I toscani direbbero, nudo nudello.
'Nnumenate. Sf. Nominanza, fama. Muvele. Sf. Nuvola. Arstà nghe li
Add. lì pe' nnumcnate.
O O
Andar famoso. nuvele,
o o
Star imbronciato. Vedi huneo 'm
Noce. Sf. Nodo del collo. Metaf. 'merre *-^o
na nuvele,
uv
vederlo al perso.
*•
Fa li
Debitore decotto, o poco volonteroso di nuvele. ' O
Di vino fosco.
pagare. Lo si dice anche Nocia ràngeche. 'Mzalatare. Sm. e f. Erbajuolo.
Molte.O
Ouann'é
-*-
notte
o
la sfre.
C O
La sera, 'Mzarde, 'Mzardà. Azzardo, ecc.
al cader del giorno. Te vujje fa cume 'Mzeggette. Purtà 'nqeggettti. Giuoco
n' oreO deO notte,
O
minaccia che si fa ai fanciullesco, detto in Toscana: Portar
bambini, e vuoi dire che a via di busse uno a predellino.
lor si vonno far le carni nere come la 'Mzellate. Add. Sellato. Vizio dei
notte. Sen^a li nutte e li feste de corte, cavalli, ecc.
cosi si risponde a chi accusa meno anni 'Mzertà. Trans. Innestare. Dicendosi
di quelli che ha; p. es. Abaje qua- in Toscana Inserto, dovrebbe dirsi an-
rand'anne. Sci, risponde l'altro, sen%a li che Insertare. 'N^ertà. Metaf. Comu-
nutte, ecc. nicare qualche malattia; p. es. J'à 'n%er-
Move. Sf. Nuova. Ci a 'rjite la nove, tate la rógne.
di uno, che partito per lontano paese 'Mzenende. Prep. Infine. V. Saggio
vi muore, e nella patria, anziché lui, ri- di Grammatica.
torna la nuova della morte sua. 'Mzulde. Sm. Insulto, e per lo più
Macchie. Sm. Nocciuolo. metaf. Colpo apopletico.
Mute. Add. Nudo. A la mite, sulle carni
Ogn«. Sf. Unghia. Fa lecca I' ogne. mene. Andar trovando operai, che ven"
Di cosa squisitissima. Il tose. Leccarsi gano a lavorar nel podere; e da poco
i baffi. Ed anche di cosa pagata assai in qua il popolo, sempre spiritoso, ap-
cara. E per antifrasi ironica si dice: plica questo modo di dire ai galoppini
J'à fatte na "strettite, che fa fatte lecca elettorali che vanno accattando voti.
l'agne. Manghe n' ogne, punto punto. Oprareje. Sm. Operaio. Conser-
Olme. Sm. Olmo. Ti a alme. Fa
U J (,
viamo \'R latino.
l'ulme. V. Passatelle. E presa la meta- Or^. Nghe 'll'ora bòne. Sorta di au-
fora di qui, si dice: Jì alme, trascurare gurio, usata per lo più dalle donne.
di fare una cosa, di andare in un luogo, Orghene.
" " "
Sm. Sunà V bryhene.
* oo
In
ecc.;' p. es. Uje
r
la scóleO a 'jiteU aolmco gergo, Rubare.
'O U
a 'jiteo alme.
o
Orze. Da o passa l'orbe. In gergo,
Ombre. Vrevugnasse de l'ombra su. Bastonare.
Metaf. Di uomo eccessivamente timido. Asse. Af a jite loca n'osse. Di cibo
Ome ed Ornmeae. Plurale. Um- odj altra
i " cosa gustati
" • assai.
• "
mene. Sm. Uomo. Per ischerzo si dice Ove. OveV calìe.O
Uovo da bere. M'
alle donne che si vantano troppo, Ce lette a 'mme ce se tute cóce l'6ve. Usasi
0
» . o o V, « „.
vò l'ummene'ppè' ffà lifemmene. Fa Vam- per esprimere grande paura sofferta.
— 164
Paccarijate. [Link]. Sta patfari- d'imbrogliarlo con le chiacchere, e dice :
jafe. Stare senza danari. Napolit. Tu 'mme pit't nu pajttte.
l'acche. Sf. Natica. Più del contado Pajlsane. Sm. e f. Concittadino,
che nostro. compatriota. Jl vestite da pajisane, ve-
Pàcchere. Sf. Per lo più il plu- stir da borghese.
rale. Busse, percosse. Pajje, Sf. Paglia. Quatrine cumepajje.
Pacchiane. Si usa solo il femmi- Il tose. Quattrini come rena.
nile per indicare una donna di aspetto Pale. Sf. Padella, quella in servizio
volgare, e di maniere corrispondenti. degli ammalati.
Paccbianelle. Sf. È un nomignolo Pallcche. Sm. Stuzzicadenti.
che si da alle giumente. Paljiotte. Sm. Gonfalone.
Facente. Add. Grosso, fatticcio. PalleKòne. Sm. Soprabito grosso da
Evidentemente dal greco Ilax"?- inverno. Il francese, Paletot.
Pallore.. Un proverbio dimenticato Pallóne. Sm. Metaf. Grossa fando-
nelle Osservazioni. Ci ha palmre, cam- nia. Pallunire. f
Sm. Chi abitualmente
mini secure. La pàhure, essere immagi- spaccia fandotlie. E da che nel 1874 il
nario, come la Befana, il Bau-bau. Blondeau venne fra noi ad alzare il suo
Pajare. Sm. Quella capanna di pa- pallone aerostatico, si dice dal popolo,
glia, che si trova in tutte le aje, per "Blando, tanto alla fandonia, quanto a
uso di rimettervi il grano, il gran turco, chi la spaccia; p. es. Chess' è prubbeie
ecc. in caso di pioggia improvvisa. Sf. nu 'Blundò. Mò fahi^e nu Blundò. TU
Quella capanna di paglia che si fa sulle si' davere 6 o
nu 'Blundò.
rive del mare per comodo dei bagnanti. Pambujje. Sf. Erbe secche dal sole;
Per modestia il padrone chiama così p. es. :
la propria casa ; p. es. Mo me n'arvache Quannc se ne ve lu mese de Luitee
JJ
Uà la pajara mi. **- o o o a o o
Tutteo H 'jferve,
" s o
devendeu rpambujjc.
"a
Pajarlcee. Sm. Metaf. Si dice di
persona, grossa e goffa. Pandaniccbie, Sm. Piccolo pantano.
Pajaròle.. Add. Dei cavalli nati ed Pantioaee. Si, Asma.
allevati in casa, per distinguerli da Pan§. Pane nife. Pane inferrigno.
quelli di razza. Pane blanghe, pan buffetto. Putte fran-
Pajette. Sf. Cappello di paglia. %e$e o frangfse, pane tostato.
Questo sarebbe un vocabolo, che si Paiiecótìc. Sm. Pancotto. Di uomo
dovrebbe adottare generalmente. Si usa assai stupido, si dice: Su la cocce m>
anche Pajette. Sm. per avvocato imbro- mice0 de lu cervetle0 ce 0
té lu *panecòtte.
O O
glione, come a Napoli, ma il popolo Panelle. Sf. Pane da un, soldo.
però l'adopera piuttosto a chi cerca Pannare. Sm. Pannaiuolo,
— 165 —
Panne. Sm. Panno. Fa li pinne, far 1 fugiatosi qui sui finire del secolo scorso,
il bucato. Mittete a li pinne mi. Metaf. ) cantò di Teramo :
oo °
Vestiti dei panni miei.
Fra Vedala e Tarditi lieta, riposa
Pannelle. Sf. Il lembo sia davanti
Teramo, fedelissima ditate,
che di dietro della camicia, e propria-
Per le sue pappardelle assai famosa.
mente quello che esce dallo sparato
che tengono di dietro i bambini nei Pappóne. Sm. Accresci!, di Pappa.
loro calzoni. E perciò dicesi: Pannello, In tose, è femm. Pappóne e pappunette
seungacate, pannala, 'n gule, ai bambini, dicesi a bimbo grassoccio e molto
che vogliono fare i saputelli. quieto.
Pannicele. Sm. Sbadiglio. Panne- Papraeòne. Sm. Sorta di Bau-bau.
etti. Intrans. Sbadigliare. Papusee. Sf. Babbucce. Noi abbiamo
Papa. Questo francesismo è usato ritenuta più esattamente 1' etimologia
dalle persone civili; il volgo usa il la- che è persiana : Vdptìsb. (DlEZ, Etim.
tino o sanscrito che sia, Tata. È cu- Dict., pag. 50).
rioso che i babbi chiamano essi stessi Paraguaje. Sm. Persona benefica e
Papa i loro figliuoli, e dicono loro, buona, che si presta a rimediare i guai
Papa mi, Papa so. altrui, privati e pubblici.
Papagne. Sm. Schiaffo, percossa. Parapatt' e 'ppace. Così si dice
È un napoiit. quando, finito il giuoco, si è rimasti
Papaline. Sf. Sorta di pesce mi- pari. Adoperasi anche in metafora.
nuto. Parate. Sm. Paliotto dell' altare.
Papille. Sm. Cedola, pergamena, Ne abbiamo uno in cattedrale prezio-
cartapecora, e tutti i documenti, che sissimo, e che corre rischio di essere
prima si scrivevano su cartapecora come venduto !
le lauree dottorali, le nomine a pubblici Parlatoreje. Sm. In gergo. La
ufficii, ecc. Usasi per lo più in senso bocca. Quando uno, mentre sta man-
ironico. Che venga dal francese Papier? giando, è doman4ato, dice : N'
Papò. Sm. Il demonio. Di uno brut- arspónne, ca sta 'ngiambate lu parlato*
tissimo, dicesi: Quand' è 'bbrutte, pare rete.
pape. Parninie. Sf. Il grembiule. Quasi,
Papocchie. Sf. Usasi quasi sempre "Par" innanzi.
il plurale. Bugie, inganni, fandonie. Parale. Sf. / 'amanghe la parale
Papone. Sm. Bugia, falsità, inven- Metaf. Di opera d'arte cosi perfetta,
zione. che per esser viva, non le manchi che
Pappafichi Sm. Uomo molto parlare; e di bestia molto intelligente,
grasso, ed assai prosperoso in volto. quasi valessesi dire, che se potesse par-
Pappajdzce. Sf. Fango liquido. Al- lare, sarebbe un uomo. È anche del
cuni l'hanno spiegato cosi: Pappa a josa. dial. Romano. E per un'altra meta-
Pappardelle, Sf. £ il nostro cibo fora, quando si ha urgente bisogno
municipale, onde siamo chiamati: Pap~ di andare agli agiamenti, si dice scher-
pardellare o Magna pappardelle. Del re- zando : Tinghe na cacate, na pisciti, ehe
sto questo è un cibo, che noi ora poco fa mangkt la paróle. Armagnasse la pa-
mangiamo più. Un pseudo polacco, ri- rali, non mantenere la promessa fatta.
— 166 —
Parrtallsseme. Modo di salutare, Sotte, il quale può prender il posto del-
e vale : Stimatissimo, ma non si ode l'invitato, e beversi tutto lui, ovvero
che assai di rado. far bere un altro a suo gradimento.
Pasc^. Intrans. Pascere. JV' gè pasce. Quasi sempre si formano due partiti,
Di chi non ha maniere di gentiluomo, quelli del partito vincitore naturalmente
né sa acquistarle. Ed il proverbio: Ci bevono, quelli del perditore no. Il non
n' PC nasce, n 'gè pasce. bere chiamasi : Jì a alme. Il non far bere,
"o o' *>0 * O
Pasc^pàscule. Sm. Pascolo. dicesi: Fé alme o 'Mbicchì. Più spesso
Pasque^ Afa facce de Pasque. Faccia c'è chi ha da essere la panca delle te-
grassa e rosea. nebre, e va a alme sempre. Perciò in-
Panquette. Sf. Epifania. Nella vi- sorgono frequentemente le liti, e qual-
gilia e nella festa dell'Epifania, si va, che volta si Eanno sanguinose. Giacché
come a S. Antonio, cantando nelle case incrudeliscono contro il malcapitato, e
varie canzoni sacro-profane, ciò che si per esempio gli fanno prendere in
chiama Canali la Pasquette, ed i cantori mano il bicchiere pieno di vino, glielo
ricevono in dono polli, salsicce, ecc. fanno accostare alle labbra, e poi l'ob-
Passi. Trans. Oltrepassare. Si usa bligano a passarlo ad un altro.
nella frase N1 %e a da fa passa, che Pressoché in ogni paese variano gli
usano le ragazze da marito, le quali, usi della Passatelle. Questo che io riporto
se sono sorelle maggiori, non debbono è l'uso di Teramo; ed anzi questi usi si
permettere che prima di loro si mari- chiamano solennemente: La Ugge de la
tino le sorelle minori. Ora sord' e passatella. E voi sentite i beoni, quando
'ppasse, è proprio il tose. Salmista ed in nascono fra loro quistioni, invocare e
terra vadia. citare la Legge de la passatelle con mag-
Passaparola,. Sm. Comunicazione gior serietà di quella, con cui gli avvo-
di ordini. Ed anche. Saggio dell'altrui cati si appellano alla legge delle XII
volontà. tavole.
Passate;. Sf. Dicono i contadini: Se Paseatuzze. Sf. In gergo scher-
Sana' Andoneje ce fa la passate, }tu pare zoso. L'esofago.
deO vuveO seS venne
C O
docendeo napelijune.
r
u ' 3
Passe. Sm. Fa passe. Presa la me-
Quasi che Sant Antonio passando per tafora dal giucco. Trasandare, trala-
la stalla dove sono quei buoi, li bene- sciare, rifiutare; p. es. Jì nghe lu vine
dicesse e ne facesse aumentare il valore. ceu Jfacceo f passe.
e
'Passe,
v *
passatori,
•> e' r
pusse.
o
Passatelle. Sf. o Burlette. Questa Modo di scacciare i cani.
si fa così: Unitesi varie persone, o sì Passeggi re. Sm. Quello che per
fa il conto con le dita, e colui in cui mercede passa i viandanti da una
finisce il conto, o è egli il Patrone, o sponda ali' altra dei fiumi.
deve nominare lu Patroneo e lu Sotte; Passejòne. Sf. 1>à mòrte e 'ppas-
o
ovvero, distribuitesi le carte, colui che scjóne, Molestare grandemente.
a primiera fa il miglior punto, è Patrone, Paste. Fa paste, o, nu paste nghe.
e chi fa il peggiore è Sotte. Stabiliti hune, o, na cose. Dilettarvisi grandemente.
questi, il Patrone ha diritto di beversi Pasteggia. Pasteggiasse lu vine. Ber-
tutto il vino, ma se vuole invitare i selo a centellini.
compagni, dev' esservi il consenso del Palane. Sf. Del contado, Patata.
— 167 —
Patelle. Sf. Il plurale, sorta di la- gnor senatore sostenesse la bandiera di-
sagnoni grossi e corti. Un altro dei no- notante la franchigia nella fiera di Pen-
stri cibi municipali sono Li patelle nghe tecoste, la quale nei secoli prossimi
ìi nuce. passati tenevasi avanti la chiesa sud-
Patellette. Dim. di Patelle. detta. Per noi la statua di Sor o Onoreo
Paternoètre. Li paternustre sicilijaw. Paule è ciò che pei Romani è Pasqu ino,
Il tose. Il paternostro della bertuccia. e pei Milanesi l'Uomo di Pietra. C'è
Fa scurdd lu paternòstre. Di cosa o per- grande gara fra i bambini, e l'ho fatto
. . . » .
sona straordinariamente cattiva. ancor io, di indurre i novellini a ca-
Patèteche. Add. Di uomo lento, varsi il cappello sotto qualunque pre-
tranquillo. Si usa sempre cosi, Patèteche testo innanzi a Onoreo Paule. o La rpiù fre-
patèteche. quente astuzia è quella di far credere
Patetlcce. Add. Indebolito dalla al minchione, che abbia il cappello
fame o dalle malattie. sporco; naturalmente quegli se lo cava ;
Pattile. La ripe de Pattile, è la stessa ed ecco fatto il becco all'oca. Meno in-
che la Ripe r de Cacarelle. Quando si vede nocente è l'uso che hanno alcuni di
o o. <j .
un giovanotto incamminarsi per la mala contrattare con qualche povero mon-
via, si dice: Quanne sari mijje die se tanaro la compera di qualche salma di
jess 'a jettà jù la ripe de "Pattile. legna o di carbone, e poi finto di es-
Patratttie. Sm. Per lo più s'intende sersi accordati sul prezzo, con la scusa
dei frati qualificati, come guardiano, di condurselo a casa, fanno a lui girare
provinciale; e vi è sempre annessa l'idea mezza città, ed infine lo fanno fermare
di grassezza e grossezza. innanzi a Onore,£> Paule,
O
e ^
gli dicono di
Patreje. Sm. Padrigno, e più spesso scaricar li le legna o il carbone. Ciò
Suocero. fatto, indicano al montanino quella
Patronale. Add. Di bestia, che non statua, e gli dicono: Fatte pahà a cussù;
si lascia accostare se non dal pa- e loro via più che di fretta.
drone. Pazzijà. Intrans. Scherzare. Il tose.
Patrungine. Sf. Ventriera. Pazzeggiare.
Patte. ^A patte Itucdi;. A cottimo, Pazzejarelle. Add. Amante di scher-
a prez/o fermo. Il francese, a forfait. zare. Sm. Li pamjarille, i balocchi dei
Patate. Si usa solo per Patito, nel bimbi.
proverbio: Ne sa cchiù lu patute, che lu Pazzóteche. Add. Lunatico.
sapute. Peccardllle. Sm. Beccatello.
Paole. Sor PanieO o OnoreU Panie.
u
Pecche. Perché. Lu libbre0 de lu pec-
Così vien chiamata un antica statua ro- che n'à state angò itambate, così", si ri-
O
mana, incastrata nel muro della chiesa sponde ai bambini, che vogliono sa-
dello Spirito Santo. Anche ai tempi del pere il perché di tutte le cose.
Muzii era là, ed era da costui ritenuta Pecclòne. Sn. Piccione. Peccióne
pure per statua romana. Il Palma (Op. seiK(a, fele, uomo assai innocente. Lu
cit., voi. I, pag. 29), dice essere statua piccióne mi, lu pecciunette mi, così le ma-
senatoria, di marmo, mancante della dri chiamano i loro bambini, e fra loro
testa, rifattale malamente più tardi, e si chiamano gli innamorati, e gli sposi
col pugno sinistro forato, acciò il si- novelli.
— 168 —
Peccane. Sin. Il solo plurale. I rucca, ubbriachezza. Pilucca sfatte. Di"
bachi del grano. cesi di vecchio che voglia fare il gani-
Pecuràle. Sm. Li scrùpule de lu pe- mede. "Pijì lapelucche, ubbriacarsi. Tene
curale, scrupoli finti. Si narra di un pe- la perucohe, esser ubbriaco. È dell' uso
coraro, il quale dopo aver mangiato Senese, ma la frase è : Farsi una par-
carne e ricotta in giorno di venerdì, rucca.
poi mentre mungeva gli schizzò in Pendlche. Sf. Bottega.
bocca una stilla di latte. Allora al pe- Penane. Sm. Tegola.
coraro di ciò vennero grandi scrupoli, Pcnneche. Sf. Pisolo.
e non sapea darsene pace. E perciò PennecUelIe. C o
Sf. Pisolino.
questo modo di dire usasi in metafora, Penneeóne. Fa lu pennecóne. Si dice
come pure in metaf. si usa il proverbio: di quegli innamorati, che stanno lì ritti
N 'ze chiameo pecurare,
r
Ci pecora sue
r
se ed impalati tutta la santa giornata sotto
\> G O 0 0
pare. le finestre, od in casa delle loro belle.
•* fl
Peeurelle. Una delle cantilene delle Potrebbe corrispondergli il modo to-
madri quando cullano i bimbi è questa: scano : Far da cariatide.
Pennine. Sm. Uno dei colli che cir-
O pecurella mije conda la nostra città.
Cuma faciste, Perendone. Sm. Peperone. Pepen-
Quanne 'm 'mocc 'a. lu lupe dóneo rosee. Scherz. Naso rosso.
T- o
le.a neo "••»,
'liste
a?
•> ° PepereHe. Sf. Sorta di erba.
Peoiging. Sf. Capezzolo. Dal latino
Pecuaze. Sm. Torzone. Papilla.
Pedine. Sf. Non si adopera che Percóche, e per metatesi Preeoebe.
cosi: Té na pedine, di chi è celerissimo Sm. Albicocco. Il nostro dialetto ha ri-
nel camminare. tenuto meglio l'etimologia greca e la-
Peducchle. Sm. Pidocchio. Peduc- tina, npaix&vuu&v, Praecoquus. Il toscano
cMe pettine, pidocchi pollini. Peduccìne ha risentito l'influenza araba, Al-berquq.
arvevite, pidocchio rilevato, riunto. Sem- (Dmz, Dici. Et., pag. 14).
pre in metaf. Perdese. Rifl. Di chi nel momento
Pelate. Filato. La logge de. Telate. dell' ira o nel parossismo della pas-
Così chiamavasi prima di essere abbas- sione scappa in parole od atti, di cui
sato al livello della sottostante piazza poi si rammarica. E si ode spesso nelle
il porticato sotto il palazzo vescovile. domande di scusa che fanno gli infe-
Pelle. Ajemt state a 'fa sta pelle, In riori ai superiori, N' gulle mumende, la
gergo. A confessarsi. raje, lu despiacire eco. perdiveme.
Pellicce. Sf. Lite, ed anche forte Pere.
o o
Sn. Li -*cpere.
o
Per rpulizia chia-
sudata. mansi così i peti.
Pelliccione. Sm. Affresca lu pellic- Perse. '» J
TettasseO pe 'pperse.
r rr
C*
Mettersi
cióne.
O
Bastonare. Lassa nghe
° O
na parte
f
O
lu allo sbaraglio.
pelliccióne. Morirvi. Persone. °
Fa persóne
* O
sobbre0 a hune.
O
Pellicclunate. Sf. Grossa sudata. Agguantarlo, afferrarlo. Il toscano, Far
Pettine. Sm. e £ Miope. persona ad alcuno, vuoi dire : Cercare
Pelliccile, e Penicene. Sf. Par- d'impaurarlo.
— 169 —
Personale. Artrattà 'm 'bersu- Pezz' a 'ccnlore. Sf. Metaf. Ri-
nagge, ritrarre quanto il vero. medio improvvisato, e per lo più poco
Pertecarc. Sf. Del contado. Aratro. atto allo scopo.
Pertescnnele. Sm. Petrosemolo. E Pezzecà. Trans. Arraffare, arrestare.
curne lu pertesennele. Metaf. Di persona Intrans. Dar prurito. Metaf. Rubare.
che voglia entrare per tutto. Il tose. Pczzecate e PezzecUlte. Sf. Presa
Esser come il matto fra tarocchi. e puntura.
Pescetille. Sm. Pesciolino. Pezzechille. Fasce a 'ppezjeclrilh.
Peseojje. Sf. Piccolo pantano, che Napolit. Bacio alla francese.
rimane lungo le vie, dopo una pioggia Pezzengrille. Sm. Nomignolo che
abbondante. si da ai bambini.
Pese.
c o
Sm. Esse
u
def
bis?.
cr,
Metaf. Di Pczzenite. Add. Puzzolente. Detto
persona o cosa, Essere buona. a donna, è sinonimo di meretrice.
Petacce. Sm. Robustezza, sì mate- Pezzerulle. Sm. Piccola stiacciata,
riale che morale ; valore. Stace petacce fatta di farina di granturco e cotta fra
n' gulle vine. E si adopera anche me- la cenere.
taforicamente; onde un nostro letterato, Pczzflle. Sm. Vezzola. Un torrente
assai semplice, diceva : Staci petacce che lambisce le sponde settentrionali
nghe Ppetrarcìie. della nostra città, e poi si scarica nel
Petaline. Sf. Il pedule della calza. Tordino. Pare che sia 1' Attuiate o Al-
Pcteche. Sf. Pedata, orma. libata di Plinto, così chiamata per la
Petecone. Sm. Fittone. bianchezza delle sue acque, e ad essa
Pelone. Sm. e f. Del contado. Gal- si riferisce ciò che narra Livio : Nun-
linaccio. tiatum est Interamniae lac fluxisse. Pane.
Petróse. Sf. Pianta che nasce fra Palma nel suo Compendio di Storia
le ghiaie dei fiumi. Aprut. pag. 26, da questa etimologia
l'ctià. Trans. Dipingere. di Vezzola : « Questo nome fu dato ad
Pette. Strette de
f pette, O Fette strette. « Albulate dopo l'invasione dei Set-
c o c y C o co c o
Avaro. ti tentrionali, forse dalla parola Beccus,
Pettenà. Trans. Oltre i sensi che « la quale Ducange asserisce nella pri-
abbiamo comuni col Vocab. Pettenà « sca loquela dei Galli e de' Danesi
u
huneV a l' isame, esaminarlo con gran « significasse riviera che si getta in un
O °
rigore. « fiume, come appunto la Beczola o
Pettenesse. Sf. Il Carena Io chiama « Bexola, diminutivo di Beccus. Come
pettine da donna. « sempre il B si addolcì in V, e 1" X
Pettenessare. Sm. Chi fa le Pette- « in due Z ». Nelle carte dei bassi
nesse. tempi vien chiamata Veczpla o Beccola.
C o
Pettenicchle. Sm. Pettignone. Monsign. Campano, il bravo latinista
Pctterate. Sf. Tutta la parte da- del secolo xv, la chiama Vitiola. In
vanti della camicia. 'Mbisse la petlerate, atti episcopali [Link] xvi vien detta
empirsi tutto lo spazio che rimane Vec^ola. La ghiaia del nostro Vezzola
tra la parte davanti della camicia ed il è ottima per inghiaiare le strade. Noi
petto. | diciamo perciò a qualcuno che mangi
Pettine. Sf. Petturina. i molto: Te magnari'ste li vrecce de Pegole.
— 170 —
Pezzate. Add. Ardito. Di ragazzo Piche. SI na piche, ad un uomo as-
o donna. sai chiaccherone. In gergo, Tiche per
Pezzette. Sm. Quel pezzo di legno sbornia.
che tengono i sarti, e serve loro per "*'!!?• Avv. Peggio. Più stretto al-
rinforzo, quando debbono stirare qual- l'etim. latina, Pejus.
che parte dell' abito, senza dover ricor- Pijdneche. Sf. Grande penuria di
rere al banco. In gergo, Regalo dato danari.
di nascosto a fine di corrompere. PIndicchiate. Add. Il toscano Pin-
Piagne o Plagine. Piangere. Lo ticchiato ; di cose sparse di macchie-
dicono i muratori dei muri quando relle d'un dato colore. Trascurai que-
gemono, e c'è il proverbio: sto vocabolo nelle Osservazioni.
Plnnele. Sf. Pillola. Pinnela anatre.
Quanne ìu mure piagne, lu patròne rile. u O 0 " u
Metaf. Cosa assai disgustosa a soppor-
Plagnepézze. Sm. e f. Bambino tare. Sm. Un catello di carne.
piagnucolone. Pire. Sm. Piuolo. Da, o, Ave lu
Piana maggióre. Sf. La piana mag- pire, cacciare, o, esser cacciato.
gióre, le autorità, i proceri raccolti in- Piscile,. Di vino squisito. Dicesi:
sieme. L'ha piscile Jesu Christe, ed è il tose.
Planile. Sf. Lungo e copioso pianto. Pisciato dagli Angeli.
Planotte. Sf. Dim. di piana. Plte. Sm. Piede. Armane a 'ppite,
P!annccé. Sf. Pialla. Ce s' a da jì rimaner senza nulla; la rnetaf. è chiara.
nghe la pianucce. Cioè, colle belle bel- Sf. Pile, è forse la nostra solita contra-
line. zione del dittongo IE di Pietà. Famme
Piattine. Sm. I piatti delle bande pile, mi fa pietà.
musicali. PiattineU deO rembòr^e,
V
quelli
l
Pluvieceeà. Intrans. Piovigginare.
che i Francesi dicono: Hjrs d'oeuvres. Pizze. Sm. Orlo, punta, lembo,
Picce. Sm. Apocope d'impiccio. Da estremità. M' ìn^'- 'm' M^e, all'estremo
di picce, consumare a fondo ogni cosa. lembo.
Picche. Sm. Becco. Varia da lu pic- Pizze,. Sf. Torta, stiacciata. E ci sono:
che. Scherz. Parlare in punta di for- Piqtfl dogge, Piiya rvìtech!, Ti^e nghe
chetta. A' vuluteC da troppeO buste
ff
O
a ìu l'ave,u
eoe,
piede, di chi per farsi troppo buone IMzzeche. Passette nu picche de na
spese è andato in rovina. Fa piede nire. cose, restarne assai meravigliato o scan-
Quello dei Toscani, Metter nero sul dolezzato. A Napoli questa frase ha
bianco, ossia rogare uno strumento, tutt'altro senso.
stendere una cauzione. Diciamo pure Plaj£. Sf, Piaggia. È lo spagnolo,
Mette penne 'n 'garte. Playa. (DiEZ, Et. Dici., pag. 346).
Picchi. Intrans. Lamentarsi, nic- Plemnteche. Sf, In gergo. I danari.
chiare, e di quelli che nicchiano sem- Popele. Sm, Popolo. Ugne home té
pre si dice: Ticchiuse, picchine. ddù pupele; cioè, ogni uomo ha amici e
Plccbie. Sm. Lamento lungo e nemici. E quando si vuoi dire che qual-
noioso. cuno non ha nemici, ma è simpatico
Piccine. Sf. Mammella. Non è di- a tutti, si dice : Cullù té. nu pobele r
* O O
sòie.
V
minutivo. Porche. Mette ìmne a 'ccavalle a nu
— 171 —
pòrche. Metaf. Dirne il peggio possibile. rispondeva eoa un grugnito, e poi
Pòrche, detto a donna, è sinonimo di ognuno andava pei fatti suoi. Bellis-
meretrice. simo poi era l'ingresso trionfale di que-
Temporibus illis ogni casa di Te- sto esercito, che alle volte dava luogo
ramo, per povera che fosse, allevava a scene curiose, perché andando quegli
il suo maiale, ed era questo l'oggetto animali accecati e smaniosi di ritrovare
delle cure quasi materne delle nostre l'aspettata 'Ndruccate, avveniva che qual-
massaie, le quali spingevano il loro che fiata si ficcassero fra le gambe dei
amore fino al punto, quando il ma-1 passanti, e li portassero in processione
iale era una scrofa, nel costei puer- i per un pezzo, con quante risate degli
perio, di cederle il letto. Per lo meno j astanti, ognuno sei dica ! Era uno spet-
esso era considerato come un individuo j taccio poco civile, ma caratteristico, e
di famiglia, eguale alla moglie, sic- < di cui mi ricordo essere stato, bam-
come l'indica il modo di dire : Silo, bino, ghiottissimo. Ora il progresso ha
tu la casa mi 1 Sta m'baccs a lu mure. abolito tutto, anche l'ironia che si di-
Tireo la còrdeu e ìrindre,
o
co, ceO sta moiieme,
'' o u
ceva agli scolari, che poco profittavano:
e lu pòrche. Oliile sodare è de chille ctfarhesce da la
O ti f> /»
C'era anche una scuola - sì una scuola! - scóle a lu Sandissime. Lo che senza pe-
pei porci ! ! Pel povero mensile di cin- rifrasi voleva dire, che profittavano
que grani e na spianate, si trovava un quanto quei poveri majaletti.
pedagogo, che andava a prendere casa Porta Ramane. È il quartiere più
per casa il suo quadrupede discepolo, e Teramano di Teramo, e dove si parla
durante il mattino lo menava a passeg- il vero dialetto; una specie dei Carnai-
gio, finché sul tardi li riuniva tutti sulle doli o di Mercato vecchio a Firenze.
rive del fiume Tordino. L'ora della ri- Gli abitanti di esso sono chiamati con
tirata era Lu. Sandisszmc;
O O
ed era mira- qualche disprezzo dagli altri, Li Porta
bile l'intelligenza di quei puliti anima- Rumine, e derisi coi due nomignoli di
lini, che, appena la campana suonava, Caca a I' impide e di Si/Cagna trippe.
senz'alcun avviso, da per loro sfilavano Anzi c'era l'uso prima, che, quando qual-
a rotta di collo per rientrare in città, cuno comprava una trippa di bue o di
ciascuno al suo domicilio. Ma la cosa castrato, e se la riportava a casa, gli
più mirabile era il veder rimanere fermo si faceva rumore, e spesso qualche bel-
accanto al maestro uno di essi, forse il 1' umore con un campanaccio gli si
più docile e svegliato d' ingegno fra metteva innanzi o indietro, e suonan-
tutti, il quale rimaneva li perché dovea doglielo a distesa gli faceva popolo.
aver l'onore di passare il fiume col Sf. Asma. ' Ppasemate,
maestro sul dorso. Infatti, appena fi- Asmatico.
nita la sfilata, il maestro inforcava il Prebballsse. Rifl. Impegnarsi con
suo destriere, il quale, orgoglioso di promessa. Part. pass. Prebbalutf; p. es.
tanto peso, ripassava il fiume senza As' a prebbalute ca pe' ààumineche lu su-
che si bagnassero le magistrali piante. prabbete è fatte.
Al di qua del fiume il maestro scen- Precacchle. Sf. Porcellana. Pianta
deva d'arcione, dava una palpatina di chiamata dal Linneo, Iberis setnper-
ringraziamento al suo bucefalo, che gli florens.
Precepizzeje. Sm. Nu, a, Prujibbete. Add. Onte prujìbbete.
ìfje, Una, a, grande abbondanza. Uomo tristo da evitarsi. Il latino Pro-
••reggia. Trans. Guarentire. Si trova bibitus.
usato dai classici Pregeria, mallevadorìa, Promesse. Metatesi dei contadini
ma non Pregiare. di Permesso.
Premòteehe. Add. Primaticcio. Pachine. U
Sm. È 1buchine,
y'
di chi o
Prene. Add. Pregno. molto parco nel cibo.
Predde. Sm. Prete. Puggenelle. Sm. Pulcinella. Manna
Presciaròle. Add. Frettoloso. Il Imne a lu pajcsc. de Puggenelle. Il tose.
prov. La batta presciaróle, ecc. Mandar a quel paese. I Napolitani nello
••rese. Na prese de terre, quanta se stesso senso dicono: Mannare uno alla
ne può lavorare in un sol giorno. Cerra.
••reste. Ccliiù' pprelte, piuttosto. Pujje. Sf. Puglia. Di chi non si
Presutte. Sm. Presciutto. cura affatto della morte dei suoi pa-
••rete.
o u
Sf. Pietra. Metteo sobbreo na
_
cesena
o
renti, si dice: E' ciane se -je s' avesse
preta quatre. Il tose. Porre un pietrone. mòrte na pecura m'Bujje. Di chi sta pen-
Pretijà. Intrans. Tirar sassi in ab- soso ed afflitto si dice: Ten^' a li pe-
bondanza. cure de 'la Pujje; e per ischerzo gli si
Pretijate. Sf. Sassaiuola. domanda: E'mmurteu tutteu ? Tutte le quali
••rlggre. Sm. Mallevadore. frasi si riferiscono all'uso che hanno i
Provele. Sf. Provatura di cacio. Na- nostri montanini di mandare a svernar
polit. le loro pecore in Puglia.
Prùbbeclie. Sf. Antica moneta na- Pnleteedse. Sm. Uomo furbo, che
politana del valore di circa centes. 6. con le belle maniere sa abbindolare.
Dallo scritto che portava sull'esergo Pnlezzà. Trans. Spazzare, nettare.
Pubblica comoditas. [Link], na coseo rpe Odesi di rado.
oo
na prubbeche, a vilissimo prezzo. Ne' Pulì. Trans, e metafor. Consumar
}timà hunc mangile na prubbeche, nul- tutto.
l'affatto. Pulite. Add. Belle pulite, con tutta
Prubbeje o Prùbbete. Add. Pro- dolcezza e cortesia; pian pianino, ecc.
prio. Fatto sost. la persona propria; p. Parla pulite, parlar toscanamente. Per-
es. Ci a jite lu prubbeje. sóna pulite, di civile condizione.
Prucesse. Sm. Metaforic. Discorso Pullastre. Sm. e f. Fa nu pullàstre,
lungo, noioso ed inopportuno. in gergo, uccidere qualcuno.
Prucuratore. Sm. Nel contado, il Pnlletre.
C f
Sm. e f. Poliedro. Ab-
deputato della festa. biamo ritenuto la forma della bassa la-
Prulessòre. Sm. Metaf. Ladro eme- tinità, Pulletrus. (DiEZ, Gram. \, 38).
rito. Pulpe. Sm. Polipo. Di uomo o
Prugadoreje. [Link]. Cocce donna che abbia la carnagione assai
de prugadoreje, metaf. Testa calva. Ove bruna, si dice per ridere: A' }tate abba-
m' brugadoreje, uova affocate, uova in de^ate nghe lu brode de li pulpe.
salsa. Punde. Sm. Punto. Onte de punde,
Prujette. Sm. e f. Esposito, getta- puntiglioso. Pund' arrete, cosi dicono
tello. Dal lat. Projeclus. le donne, quando, narrando le favole
173 —
ai bambini, si ricordano d'aver trasan- o nel martedì grassi, e al Cartecchio,
dato qualche circostanza importante, e ed è un porcellino lattante, che, accon-
tornano indietro col racconto. ciato con varii ingredienti, si cuoce nel
t'andane. Sm. Cantone. Mette a' focolare domestico allo spiedo. C'è poi
ppundónc Imne, metterlo da banda, col- l'altra purchetU, che è un maiale grosso
locarlo al ritiro., ecc. del peso di un quintale e più, e che si
Pundunate. Sf. Cantonata. ammazza quasi in ogni domenica della
Pundurc. Sf. Pleurite. primavera e dell'estate. Acconciato con
Puneje, Sm. Pugno Caccia li puneje vari aromi e con le sue stesse inte-
da limane, di chi col suo parlare o col riora, si cuoce al forno, e poi si vende
suo agire provochi a sdegno. Il Palma al pubblico a minuto. Il sugo che ne
cantò di un suo collega: esce chiamasi 'Ndócche.
Purchis8em£. La lingua generale
Nghe 'ccliélla parlata marcliisciane
non ha questo superlativo.
Te cacce li puneje da li mam.
O O ^ i / o
Parsitene. Sf. Specie di scarpe che
. Trans. Punzecchiare. si allacciano sul davanti.
Pape. Sf. Puppattola. Secondo Var- Purtone. u
Sm. Portone. Ha sbafate
Je u
rone, Pupae erano i fantocci da tra- lu purlóne, ha sbagliato I' indirizzo;
stullo nella puerizia. usasi quando uno si dirige a qualche
Pupitte. Sf. Piccola puppattola. E persona, credendola diversa da quella
di donna magra, alta e stecchita dicesi che è ; così di uomo risoluto, creduto
Paren na pupitte.
_ -* t?
timido; di donna pudica, creduta diso-
Puppù. Sm. Li puppù. I fronzoli nesta, ecc.
delle donne. Pasetive. Add. Di uomo serio e
Purcarije. La pttrcarije. Così i no- calcolatore.
stri contadini chiamano il fulmine; p. Pustaréle. Sm. Portalettere.
es. Ha cascate na purcarìje. Pusticce. A' ppuìtir-ce. Si usa quasi
Porchette. Sm. Porcellino. Fa li come aggettivo. Fijje a' ppustìcce. Mojje
purchetti. Il tose. Fare i porcelloni, nel a' pptuticce, illegittima, ecc.
senso di vomitare. Putendissetne. Fijje de dulia puten-
Purchette. Sf. Porchetta. Secondo dissemc, l'usa il Delfico; ma ora è più
il Carena, Porchetta, ha il senso nostro in uso Fijje df chflla grandissime. Il
di porchette sparato per cavarne le in- tose. Figlio d'una serenissima.
teriora, e cotto intero al forno. La Puzzunctte.
i: ti
Sm. Piccolo *•paiuolo,
Purchrtte è uno dei cibi municipali te- che invece di appendersi alla catena del
ramani. C'è la purchette che si cuoce in i camino, ha i piedi per essere posato
famiglia, specialmente nella domenica j in terra.
— 174 —
Qua. Avv. Cchiù' equa. Più tardi, ap- Chi ne vuoi leggere la storia può tro-
presso. Jt de 'equa e de 'Uà, esser ub- varla nel Palma (Op. cit., voi. Ili, pag.
briaco, o patir di cervello. 224-229). Ne rimangono tuttora di
Quajette. Sf. In gergo. Ragazza quelle famiglie varie, ed i componenti
belloccia. di esse sono anche adesso chiamati da
Qnajje. Sm. Caglio. È quel ventri- noi, Li quarandutte.
colo dove si produce il caglio. Ha per- Quarchiu. Intrans. Millantare, e
dute lu quajje. Propr. dell'agnello, che rifl. Millantarsi.
per aver perduta la nutrizione, intristi- Quarchlònc. Sm. Millantatore.
sce. E metaf. di qualunque persona che Quarturóne. Sm. Misura di capa-
perda la sua freschezza, e sopratutto di cità antica, detta così perché era la
donne giovani. Si dice pure: A? a sgua- quarta parte di un barile; circa undici
jinite. litri.
Quandungrhe. Sta «' guandunglie. Quarte. Sm. In generale vuoi dire
Star sostenuto. paturna, collera; p. es. Mo me fi ar-
Quanne. Avv. Quando. Sen^a sapè né salll lu quarte. Arfà lu quarte, esser assa-
come ni quanne, senza incaricarsi di lito dalla collera. Lu quarte de sobbre,
nulla. Si dice pure: Sen^a sapè. né- legge In gergo. Il cervello, l'intelletto; p. es.
né scrive.o
Patisceie
ti V
lu quarte(* deU sobbre.
O
Quarandane. Sf. Per iperbole noi Quartijà. Intrans. Degli uomini e
l'applichiamo a qualunque lunga aspet- dei cavalli. Il tose. Arrostarsi.
tazione; p. es. Te' ppijì li pucìie salde, Quartljjirc. Sm. Il soldato che
af avute da fa na quarandctntì bada alla nettezza della caserma.
Quarandotte. Li quarandutte. S'in- Quartine. Sm. Una quarta parte di
tendono le quarantotto famiglie patrizie un gelato intero.
Teramane, che fino al 1770 ebbero il Quartire. Sm. Quartiere. Sono
diritto di sedere nel Consiglio comu- quattro i nostri quartieri; il primo è:
nale. Esse ebbero origine nel 1562, San Giòrge, e dal popolo vien detto: Lu
dall'alternazione dei 24 consiglieri del quartire de li nobbele. Il secondo Sanie
Comune od Università, come allora si Spirde, o Porta Rumane, chiamato lu
chiamava, eleggibili in un anno, con quartire de li pe^inde. Il terzo Sanda
altrettanti eleggibili nell'altro. Un re- Mariic,'o
detto deo li ocevile.o Il quarto
^ .
scritto regio del i" dicembre 1770 Sa' Lkhunardr, o
detto deC li ricche.
O
Ci
tolse a quelle famiglie questo diritto, sono poi altre suddivisioni degli stessi
che in verità era un po' abusivo. quartieri, che non sono ufficiali, come
175 —
Sande Stefene, Porta Vedale, Li Pulitile, i Essere assai cauto nello spendere, od
ecc. ecc. 'assai esatto nei conti. Né 'mmalè nu qua-
Quatrare. Sm. e f. Non è propr. trìm, null'affatto, ecc. A dimostrare
del nostro dialetto, e vuoi dire ragaz- quanto sia desiderato il danaro, il po-
zetto, e più spesso ragazzotta piuttosto polo narra che: Chrilte diciò: mò vujje
atticciata. Per antonomasia La qua- fa na cose ccliiù ddesedtrate de me ; e fice
J
ti O U O O O J
O
trare,
u
l'innamorata. li quatrìne.
Qnatre. Sm. Quadro. In metafor. Quattro. 'Diane a hune quattre. Sot-
L' aspetto, la fisonomia avvenente di tin. Parole sdegnose. Questa frase è
una giovane donna; p. es. Piaciòjje lu dell'uso Toscano, ed io la trasandai
qvatre e se la pijò pe' mmojje. nelle Osservazioni. La frase toscana è
Quatrljè. A qtiatrijè. Il toscano A propriamente questa:Dirne delle quattro.
quadriglie. Quatrùpete. Sm. In gergo. Ba-
Quatrlne. Spacca lu quatrìne. Metaf. stardo.
Rabbòtte. Sm. Raganella, specie di Ramacce e Ramenacce. Sf. Gra-
ranocchio. migna.
Rache. Sm. Rantolo. Cala lu rache, Ramajette. Sm. Mazzolino di fiori;
l'ultimo rantolo dei moribondi, e per dallo spagnuolo Ramillete.
metaf. di chi per troppo parlare perde Ramate. Sf. Na ramate-, pioggia
la voce. passeggiera e copiosa, per lo più ri-
Rachignv. Sf. Raucedine. stretta ad un solo e breve territorio;
Rafanllle. Sm. Ravanello. Noi rite- p.
" es. D'utate&lu rpioveo va a 'ramate.e
niamo l'F latino di Raphanus. Plandà Rame. Fatto fem. Ramo, stirpe. Na
butteu aimeQ nu rafanille,C come un cavolo.
J
rame de mattetà, un ramo di pazzia.
Ratte. Fa la ra/e. Il tose. Far la Sm. Lu rame, o
tutti i vasi di rame da
ruffa. cucina. Tose. I rami.
Raffotte. Sf. Il modulo in legno o Randlueje. Sm. Del contado. Grano
ferro dei muratori. d'India, granturco.
RaffljAIe. Sm. Specie di biscottino Ramare. Sf. Granata da spazzare.
dolce. Rang-iafellòne. Sm. Granciporro.
Ragrffidng. Sf. Per ischerzo dicevano Ràiinele. Sf. Grandine. È na rdnnele.
i padri ed i maestri di una volta che Metaf. Di chi stando in qualche parte
lu ìtaffile altere la raggiane, come si vi reca molto danno; e per lo più di
disse una volta che il bastone era l'ar- chi vivendo a spese altrui, mangia
gomento d'Aristotile. moltissimo.
Rabù. Sm. Umido. Il frane. Raoùt. Rannelejate. Sf. Grandinata.
Raje. Sf. Rabbia. Rajòse, rabbioso. • Rauucchlare. Sm. Come i toscani
V. Fonologia. dicono ranocchiai ai Pisani ed ai Pratesi,
- 176 —
cosi noi diciamo ai Corropolesi, Ra- a carte. Li recchie de pridde, specie di
nucchìre, ovvero Magnaramiccìiie. pasta da minestra.
Ranzule. Li ratinile. Grandine più
U ^ 0 1
RceehiAne. Sm. e f. Balordo, mi-
piccola e mista a pioggia. lenso. Tolta la metaf. dall'asino.
Rapatisele. Sm. Per Raperonzolo Reeesse.
u o
Sm. Cesao e recesse,
u
andata
è nel Vocab. Noi metaf. di un uomo e ritorno. Dal lat. Cedo e Recedo.
assai ignorante diciamo: È nu vere ra- Rechiame de tutte II elite. Si dice
vuniele.
oo
metaf. di qualche ragazza assai civetta
Raschia. Intrans. Sornacchiare. che richiami intorno a sé molti ado-
Raschie. Sin. Sornacchio. ratori; e non è bella lode per lei.
Rascine. Sf. Forfora. Reedttc.
° o
Sf. Ricotta. È na recòtte.
o i»
Rósele. Sf. Rasiera. Vide da la ra- Metaf. Di uomo debole e timido.
sele a li pere.
K
Essere assai tirato nel con- Reeàvere. Sm. Tene hune pi 'rrecu-
O O C O
trattare, perché fra noi le pere si ven- vere. Servirsi di lui solo quando non
dono a misura colma e non rasa. Na si può altrimenti provvedersi, ed ha
rasele
000
de dinde,
e
una °ganascia. sempre senso di offesa per lui. Lu
Rasure. Sf. Scarto. E propriamente SandeO recuvere. O O
Metaf. si chiama cosi
quello che i tose, dicono Rosume, o, una cosa, a cui si ricorre spesso, e
Rosura. C'è il solo scambio dell'O in A. quando si manca di qualunque altra.
Rattaeascc,. Sf. Per Grattugia è Reffabbele. Add. Ridicolo assai,
dell'uso senese, ed io la trascurai nelle tanto da poter essere quasi arriffato.
Osservazioni, come pure: Andare alla Refògge. Macene a refógge. Macinar
grattugia, il nostro Jì a la rattacasce, a raccolta.
per confessarsi. Rerugiam-beccatorntn. Si chiama
Ratcmassc. Sf. Radimadia. così una persona che ripari ai mali co-
Rattacule. Sin. Adulatore, corte- muni; o qualche cosa, a cui si ricorre
giano. Nome di una carta nel giucco spesso per servirsene, mancando d'ogni
de lu 'Ttuffe. altra.
Ratte. Add. Libidinoso. Principal, Reggina Saeratisseme rasareje.
delle bestie. In gergo vuoi dire, Rubare, furto, ecc.
Razzìjà. Intrans. Somigliare alla Perché, non so.
sua razza. Hehanelle,. Sf. Rigagnolo.
Rccehic. Sf. Aferesi antiquata di Relllqneje.
. *7" Sf. Pareo (Variivi
c o li rel-
orecchie. Appesi li recchie, aguzzare liqueje. Si dice dei genitori che alle-
gli orecchi per spiare, ecc. Su recchie vino con eccessive cure i loro figliuoli.
abbiamo il seguente rispetto: Rcllueee. Sf. Del contado. Quella
specie di paletta, che è nell'altra estre-
Ti teo vurrì ita da vicineo mità del pungolo del bifolco, e che
Cume0 li recchie a li recchìne. serve per nettare 1' aratro dalle zolle
v ° da lundane,°
Jì teO vurrì? sta U
die ad eco» si attaccano.
Cumeu lu colleo a la cullane.
u Renilddeje. Sn. Rimedio. AP %e truvà
na còse manghe pe' rremideje, per Af-
La recchie, in gergo, il giuoco delle fatto, affatto.
carte; e così, Tiri la recchie, giuocare Remblzze, Sm. Spuntino.
- 177 —
Renacce, Amacela. Rimendo, ri- 2° Un bastone pure lungo con in cima
mendare. un pezzo di legno fisso a forma di ra-
Rende da rende,. Il tose. A randa, strello, ma senz' essere dentato, e che
a randa. serve per spandere il grano lavato e
Renghe. Sf. Aringa. messo ad asciugare. Per noi, Retrapele,
Renitele. Sf. Rondine. non ha mai il significato di rastrello,
Repastine. Sm. Ripostiglio. come vuole il Finamore ; perché il ra-
Réqiieje. Sm. La rete con cui si strello noi lo diciamo egualmente: Ra-
va a quella caccia detta Cruciate. Di ìtelle. o
uomo o donna assai brutti si dice: Pare Rctrè o Retri. Sm. Il frane. Re-
nu requeje. Requejeschiatte m' bace, imita- traite. Camera oscura.
zione scherzosa del Requiescat in pace. Reverenze.
u
° Fa li reverente.
o \> Co-
Rescenghe. Sf. Donna che abbia la minciare a piegare il capo, quando si
faccia aggrinzila. è soprappresi dal sonno, e non si sta
Resehlre. Sf. Riscolo, pianta ; e la a giacere.
resta del grano. Rezzelle. Sm. Del contado Argilla,
Reserbe. Sm. L'approvazione supe- e propr. terreno argilloso.
riore di un contratto. I nostri contadini, Ricce. Sm. I trucioli della pialla-
vendendo gli animali che tengono a tura. (Sempre il plurale).
soccita, nel contratto di vendita dicono Ricevute. Fa la ricevute. Dicesi di
sempre: Nghe lu reserbe de ìu patròne. chi, per debolezza o per sudditanza, non
Mancando questo, il contratto è nullo. può reagire contro i maltrattamenti
Resòrse. Sf. È il francese Ressource che riceve; p. es. uno narra : Je ti" a
ed è usato da noi; p. es. 'Lla magete a date de magate; e l'altro domanda : E
lu lottev a state na
fì
resórseu *be' cculìù. culìù cb'à fatte ? J'à fatte la ricevute, os-
v
Reste. Sf. Aferesi di agresto, nel sia, se li ha presi in santa pace.
senso generale di uva. Lu suche de la Rijùle. Sm. Orzajuolo.
reste, il vino. In tose. Agresto vuoi dire Rlzze. Sf. Omento. Siccome
uva acerba. trovasi usato per Rete, e Rete per 0-
Resto vejje. Sf. Li restovejje. Nel no- mento, così si può dire il nostro
stro contado s'intendono le civaie. corrotto di
Restozze. Sf. Ristoppio. Rumbe. Intrans. Russare.
Retajje. Sf. Scampolo, avanzo. Un Ronde. Add. Rotto , ed ernioso.
povero vi domanderà gli avanzi della *Rjiptus, p. ernioso , 1' ha usato Mar-
vostra mensa, dicendo: Stace na retajjc ziale.
pe' mme ? K óii ire.
w
"
Sm. Roncola: N' annette c o
mi
Rete. Avv. Dietro. ronge. Metaf. Parlar sempre. I toscani
Retrapele. Sm. È di due forme : dicono: Non prestar mai lo staccio.
i° Un bastone lungo con in cima un Armiite.r, 'ssu róuee, "
ca 'sse vele lu mà-
UGO
pezzo di legno, che può girare, a forma n~chc. Si dice a quelli che fanno grandi
di mandorla (e perciò si chiama anche minacce, sapendosi bene che non pos-
la mattitele),
U V
e che introdotto pel eoe- sono mandarle ad effetto.
chiume nella botte, serve a cavarne Rosa mleleche. Fa nu rosa mfsteche.
fuori per la spina fecciaia la feccia. Fare un intruglio qualunque. Il po-
SAVINI, Dialetto Teramano. 12
— 178 —
polo sente, nelle Litanie Lauretane, naccia alle ragazze permalose, si usa
Rosa mystica, e senza sapere che lì dire: Vite, u
ca 'Uè m-tU
un
su li ruffiandle.
" u
mystica ha tutt'altro significato, forma Iluhe. Sf. Vicolo, ruga, i, usato a
la sua frase. Lucca. Secondo il DIEZ (Gramm. 1,38)
Ròscele. Sf. Rosetta. Strumento per Ruga è della bassa latinità. Spagn. Rua.
tagliare le unghie ai cavalli. Frane. Rue. Per noi vuoi dire sempre
Kos»e (senza sibilo). Add. Grosso. vicolo e non mai strada. Abbiamo il
Gravita rosse, gravida prossimissima al dimin. Ruhttte, vicoletto.
parto. Rosse (col sibilo). Add. Rosso. Ralle. Sm. Scherz. Grand'appetito;
Ed a qualcuno che dice qualche sbal- p. es. Tinghe- nu rulle.
lonata grossa; Tajje ch'i rdssel presa Ruma. Intrans. p. Ruminare. È del
la metafora dal grido dei cocomerai. Vocab. Dal lat. Rumare. (DlEZ, Gr. I, 20)
È il tose.: Ammarina eh' i lego ! Di chi mangia sempre, diciamo : Sim-
'Hravujje. Sm. Fagotto. Fa nu 'rra- breO rumeU cumeO lu vóve.i.
vujje. Raccogliere in un fagotto varie KutubacUte. Sm. Rompiscatole.
cose sparse, e prendersele per sé. Ha Rame. Sm. Ruminazione. Scherz.
sempre senso furtivo. diciamo degli uomini: Ha perdute lu
'Rre. Sm. Rre de coppe. Ha per noi rume, cioè, l'appetito.
il senso schernevole del toscano: Re Rondare. Sf. Ernia, rottura. In que-
di picche. sto senso è nel Vocab.
'Rrobbe. Sf. Così chiamano i no- Rangctte. Sm. Roncolo.
stri muratori la malta composta di Ruscecà. Trans. Rosicchiare.
calce e gesso. Ruscecòne. Sm. e f. Avarone.
Rocche-rocche. Sm. In gergo. Ruf- Rosolide. Sm. Triglia, dalle mac-
fiano. chie rosse che ha sul dorso. Add. Ten-
Raolte. Fatto masc. Il fem. tose. dente al rosso, e si dice dei cavalli o
Ruca. muli. In gergo si usa, come Murelk,
Ruffanelle o RufBanelle. Meta- per indicare un bastardo.
tesi di Orfanelle. Così chiamiamo il Riìtele. Sf. Ruzzola.
Ricovero delle Orfanelle, e per mi- Razze. Sf. Ruggine.
Sacche. Cammini, Aggi, Fa, ngbc ! Così si nominano l'un l'altro i coniugi
la còcceu dettar1 a nu sacche. n
Metaf. Pro- ; che si amano.
cedere ali oscuro di tutto. Sacrata. Trans. Bestemmiare. Il
Saccocce. °
Tenesse
C ,1
huneO dendreO a la tose, ha Sagrato, per bestemmia, e non
saccocceO def> la camisciòle.u
Metaf. Non il verbo Sagratare. Noi invece abbiamo
averne paura, essergli superiore d'assai il verbo, non il nome.
in qualunque disciplina. Saernsande. Add, Metaf. Si applica
Saeramende. Lu sacramendc mi. a prezzo assolutamente invariabile; p.
— 179
es. Un merciaiuolo vi dirà: Pe' stu fa%- l'infin.; prende il significato di Lasciare;
Tulitte
C O
CR va'rt vinàtO saldeO sacrusande.O
p. es. SapeUme fé. Sapttelu jì.
Saddarelle. Abbiamo fatto femm.
C
Saràehe. Sf. Salacca.
il tose, masch. Salterello, ballo cam- Sarahólle o Saravolle. Sf. Il tose.
pestre. Con energica metaf. diciamo: Grano duro.
Mo' teu facceO na saddarelle
J r
de pile n' °gule. SarchlapAne. Sm. Uomo grasso,
. O O O V
Saggleciotte. E nu saggicciotte. Di grosso e goffo.
uomo tarchiato ed un po' sciocco. L'ac- Sardanapale, Sm. Nu vere [Link].a-
cresc. è Saggiccióne. napale. Di chi non pensa che a man-
Sugna. Trans. Salassare. Il frane. giare e far vita beata.
Saigner ; e così Sagnije. Sf. Salasso. Sardelle. Sf. Spalmata. Colpo dato
Sagnasuche. Sf. Fitta, terreno che sulla mano.
si affonda. Sarachette.
o »
Sf. Giubberella corta e
Sajette. Sf. Saetta. Piatte quande na 'misera.
saistte.
'e o
Il tose. Puzza che mena la saetta. &artaneje. Sf. Sartaggine, padella.
Sajettóne. V. Sbaragge. Dal latino, Sartago. A chi ha la faccia
Salamóre. Sf. Salamoja. È na sa- nera si dice: Facce de sartaneje.
lamóre, di cibo o minestra troppo salati. Satcrlìte. Sm. e f. Satirico, amante
Salate. Sf. La salate. Per anton. di cerisurare, ecc.
La carne salata dei maiali, e cosi: Fa Sàtrepe. Sm. Gaudente.
la. salate,
v
uccidere e salare i maiali pel
r Stizzire. Sm. Del contado, mor-
consumo domestico, e si usa mascol. taio. Pare che non sia dell'uso cittadi-
Lu salateV e Fa lu salate. O
Salate,
(/
sf. E- nesco, sebbene il Delfico lo usi nella
sterminio; p. es. N'ha fatte na salate, sua commedia.
come Cesate. Sazzdne. Sm. Moscone della carne.
o
Sale. ZhCanghe sale. Forma assol. di Sbafande. Sm. e f. Millantatore,
negazione. V. Sintassi. spaccone, assai vanitoso. Napolit.
Salate. Sm. Brindisi. Fa nu salute, Sbajdeehe. Va sempre unito ai
far un brindisi. verbi di stimare, valere, ecc., e serve
SandarlII^. Sm. I santini che si a rinforzare la negazione. V. Sintassi.
danno in regalo ai bimbi. Sbaragge. Sm. Trave che si mette
Sangue. Ne' mme fa sangue. Non per puntello tra un muro e l'altro. Nota
mi va a genio. qui proprietà del nostro dialetto; quando
Sangaenetà. Sf. Quello che i to- questo puntello poggia in terra e non
scani dicono: / sangui; p. es. A Hatre sul muro opposto, si chiama, Sajettóne.
ce sta na bella sanguenetà. Sbarijà. Intrans. Svagare.
Sangaueee. [Link] sangue di pollo Sbarrette. Sf. Assicella.
o di maiale, o di agnello cotto con ci- Sbarvlre. Sm. Qjiell'arnese da mu-
polle ed altri ingredienti, e servito a ratore che i tose, chiamano Nettatoja.
tavola. Veramente il Carena ed altri lo chia-
Sanìee. Sf. Cicatrice. mano Sparviere, ma né il Fanfani, né
Sanieee. Add. Prosperoso, vegeto. il Rigutini, registrano questa voce.
Sapé. Vatiel' a' ssicce, vattel'a pesca. Sbavijà. Trans. Sbavare, sbavaz-
Odesi però di rado. Sapé, quando regge zare. Usasi pure rifles.
— 180 —
SblannAre. [Link]. Abbiamo Scamosce. Sm. Provatura di cacio,
in Giulianova un santuario della Ver-; ed anche Camoscio.
gine, detto de lu Sbiannóre. Scatnunajje o Scarnimene. Sf.
Sbicchiera. Intrans. Sbevazzare. Scarto di una cosa, e propr. gente vile,
Seaccamarròne. [Link] errore. plebea; razzamaglia, ecc.
Scacche. Va cume nu scaccile.. Sopra- Scandapesse. Sf. Urlone.
tutto di orologio, che spacchi il mi- Scandnnasse. Rifles. Tirarsi dal
nuto, o di qualunque altra cosa che mezzo della via in un canto, ed il
vada esattissima. "
grido dei nostri cocchieri, Scandunèteve.
* U (J
S»cacch<-ile.
C o
Sm. Uno scampolo. so-
r ! Scannato. Sm. Il tose. Povero in
pratutto di carta. canna. Add. Durmì cumeo nu scannale. (f
Scacchiate e Scacclilatllle, Sm. II tose. Dormir come una marmotta.
Giovanetto ancora imberbe. È, più che Scannatare. Sm. Il coltello con
del nostro, dell'uso delle popolazioni cui si scannano le bestie da macello.
del Vomano. Sf. Il luogo dove la bestia è stata scan-
Scafarsele. Rifl. Liberarsi da un nata.
pericolo, uscire da una difficoltà, sba- Scannaturate. Sf. Colpo dato col
razzarsi da un impedimento, ecc. coltello suddetto.
Scagne. Sm. Cambio. Avv. Invece. Scapece.
r Pace scapece, pesce ma-
e »> e o *e o' r
Scalandróne. Sm. e f. Spilungone. rinato.
Napolit. Scapevuddù. Trans. Percorrere da
Scale.u Sf. Vede la scala speriti.r
o o Met. un capo all'altro, e sopratutto scarta-
Veder persa ogni speranza. Forse la bellare un libro.
metaf. si trae dalle scale a chiocciola, Scapezza. Trans. Togliere la ca-
0 spirali, di cui non si vede la fine. pezza dal collo di una bestia. Per lo
1 Zingani tengono un modo scherzoso più metaf. con la troppa libertà o tol-
di augurare la buona sorte : Putfavè la leranza rovinare moralmente un ra-
'bona fortune,o deo salii pt* n
la scaleu e cala gazzo o giovanetto, ecc.
pe la fune (cioè, d'essere impiccato). Scapille e Scapillite. Add. con la
Pun'avè
^
la bona sorte6
o
ngheo
la varre de
o o
testa nuda, o, come dicono a Firenze,
la porte (d'esser bastonato). in capelli.
Scatenate. Sf. La scala d' un edi- Scapiste. Sm. Calpestìo. Scapistatu-
fizio. reje. Sm. Grosso calpestìo.
Scarna. Trans. Spulare, nettare il Scapparueec. Sm. Capperuccio ,
grano dalla pula. Il partic. Scarnate, si co\\'s prostetico.
usa in metaf. di cosa che per opera Scappavije. Sm. Legno leggero a
altrui vien liberata da ogni pena, fa- due ruote. Nel Vocab. ha tutt' altro
tiga, o molestia; p. es. Cume li l'In pijite senso.
'ssi anatrine,
o
scarniteo scarniteo ! Scappucce. Sm. Capperuccio.
Seatnbag-nate. u
Add. Siteo
scamba- Scapitiate. Sf. Grossa e celere corsa.
gnate, in aperta campagna, senz'osta- Scarafòne. Sm. Scarafaggio, e per
coli, soggezione, ripari, ecc. lo più metaf. Uomo bruttissimo all'a-
Scambulljassele. Rifl. Sbarcarsela, spetto. Scarabocchio nella scrittura.
tirar innanzi alla meglio. Searanzije. Sf. Scheranzia o squi-
— 181 —
nanzia. È una delle nostre impreca- Hite fatte lu scejóne,
zioni usitatissime: Che' ite vinghe na sca- E mme pire nu scruppejóne;
ran^ije. Pover 'a Ite !
Searapellate. Add. Degli occhi, E tu Marijetta mije
scerpellato. Pover 'a tte, a cuma vu' Jfa I
Scardatane. Sm. Carciofano col
solito s prostetico. Sceleppe. Sm. Schiaffo, manrove-
Scardózze. Sm. Cartoccio. T)à o scio.
avi Iti scordóne. Metaf. Riprovare, o, Scelle.
C l>
Sf. Ala. Aferesi di Ascella.
essere riprovato negli esami. V. Scarta. Dal lat. Afilla. Nel Vocabol. si trova
Searecarllleo Scarecagnàg'iiere. Ala per Ascella, ma non Ascella per
Sm. Trappola dei sorci, forse perché Ala. M-tte c J
li sedie.
c
Metaf. Dicesi di chi
si scarica appena toccata. si avanza a grandi °,- passi• negli
i- onori e
Scarpe. Sf. Scarpa. Truvà la forine nelle cariche. Il tose, ha Metter ale,
de la scarpa so. Metaf. Trovar quel che per Correr con gran velocità.
uno si è meritato. E si dice di un tri- gtcellijà. Intrans. Starnazzare.
sto che alfine [Link] meritato ca- Sceltone. Sm. Uomo alto, lungo e
stigo. La forme de la scarpe. Metaf. Il grosso, le cui braccia paiono quasi ali.
segreto per riuscire in una cosa; quel Scengià. Trans. Metter sossopra,
che ci vuole. Vuli Ji\ m' Baradise 'righe confondere, disordinare; e cosi si dice:
o fe o
' ttutte li scarte. Il tose. Voler andare in Femmena scingiate per Sciamannata.
5. . « Scenuflcgge. Sm. Rovina, distru-
paradiso m carrozza.
Scarpì. Intrans. Carpire, coll's pro- zione morale completa; p. es. Quanns
stetico. O
se more lu patre, tu t'hi da vede che sce-
0 * 0
Scarta. [Link] nell'esame. nuflegge rì ghetta case.
E così: EsseU scartate. Q
Scerrejasse. Rifl. Prop. Il darsi di
Scafasse. Rifl. Usasi così: S'à sca- mano delle donne pei capelli, quando
sateo tutt; lu mònne, -o
tutta Tereme.
o &
ecc. litigano fra loro. Scerrejite. Add. Coi ca-
Sono usciti tutti dalle loro case. Il Muzii pelli arruffati.
l'ha usato in questo senso. Seerterelle. Sf. Lucertola, Metaf.
Seaasóne. Sm. Grossa cancellatura, Di donna molto magra e pallida, si
sgorbio. dice: Pare na scerterMc.
Scalatiti. Trans. Disfar la catasta. Seeruppasse. Rifl. Sceruppasse na
Seat telóne. Sm. Uomo di alta sta- cose. Succiarsela mal suo grado.
tura, ed assai magro. Scetre. Sf. Sceda, modello, disegno.
Scazzainaurille. Titolo dispregia- Schiarane. Sf. Macchia erpetica sul
tivo, senza alcun significato preciso. volto.
Scazzile. Add. Di occhi, scerpel- Schiande. Sf. Si usa solo così. Na
lato. scbiande de huve. Uno spicchio, la parte
Scebllle. Sf. Sibilla. Metaf. Donna di un grappolo.
brutta e vecchia. Schiappino,. Sm. Artista, profes-
Scejòoe. Sm. Cosi il nostro popolo sore, artigiano, ecc. di nessun valore.
ha tradotto il francese, Chignon. Ed Schlenìre. Sm. Schienale.
una recentissima canzonetta dice: Senlfenzòse,. Add. Schifiltoso.
— 182 -
Sehiole,. Sm. Il mezzule della botte. bagne. Cosi Sciambagnunarije, stravizzi»
Forse da Usciolo. ribotte, ecc.
Schìrchie. Sm. e f. Mezzo pazzo, Sciambèreehe. Sost. f. Giubba. Li
stravagante. sciambèrecìie. Metaf. Il ceto nobile.
Schiove. Parla a schiave, per noi Seiarrà. Intrans. Errare.
vale Parlare irragionevolmente, e non Selarròne. Sm. Grosso errore.
come dice il d'Ovioio (Op. cit. pag. 167) Setacciasse. Rifl. Di persona le cui
Parlare a caso. carni abbiano perduta la loro freschezza
Schiappa. Trans. Picchiare, bussare o per età o per troppa grassezza.
Da Sciupare, della bassa latinità. (DiEZ, Sciasse. Sf. La giubba a coda di
Gram. I, 21). rondine. Pare che non sia voce fran-
Sehliivazzejone. Sf. In musica. cese.
Brutta stonatura. In metaf. Qualunque Scicche. Sf. Agitazione, ansia, pre-
grosso erroie. mura, fretta; p. es. Tingbe na scicche.
Sclàbbeche. Sf. Sorta di barca. Add. squisito, ottimo, elegante. È il
Sclabbeeotle. Sm. Si dice per in- francese, Chic ; p. es. Nu vestite prub-
giuria agli abitanti di marina, quasi nel bete
O i'
scicche.
V
senso di pirata. Sclcchlsse. Rifl. Agitarsi, esser an-
Sclàbbele. Sf. Sciabola. Trascini la sioso.
sciabbde. Metaf. Patire la fame. Sclmmejat6re. Sm. Uomo furbo,
Sciacqua. Intrans. Sbrindellare, agi- che procura di lavorar il meno che può.
tarsi qua e là di cosa che penzoli, ecc. Scialinone. Sm. Simone. In gergo
Sciacquale. Sf. Specie di orec- Ubbriachezza, e c'è il prov. Chi beve
chini da donna, che sbrindellano. troppo vin, pijja scimmóne.
Sclacqnette. Sm. L'ultimo bicchier Selodde. Add. Sciolto. Sciodde de
di vino, che si beve a tavola, quasi lingue, Chi parla senza riguardi.
servisse a sciacquare i denti. Sciòre. Sm. e f. Avo, nonno. 11
Sciaguirte. Sf. Di donna che va vocat. è Sciaselo.
vestita alla sciamannata, sciattona. Selorve. Sm. Sorbo, Sf. Metaforic.
Sciale, SclaleUe. Sm. Cosa, per- Sbornia.
sona, libro, fatto, ecc. che ecciti il Sciòlte. Add. Pulito bene dopo la-
riso. vatura; p. es. Arlav m: 'ssu fafful--tte
Sciarabà. Trans. Togliere gli im- sciatteO sciatte. C
Di fanciulla che abbia la
pedimenti materiali e morali; sbaraz- carnagione freschissima, bianca e rosea,
zare, spazzare, ecc. si dice in metaf. Quand'é sciatte!
Sctanibag-ne, •ieiambag'none. Sm. Sette. Sf. In metaf. Diarrea.
Uomo di bel tempo, dissipatore; ed Scivulòtte. Sm. Chi dice e disdice,
anche uomo compagnevole, di buon ed anche chi si sbriga da ogni diffi-
cuore. Qualche volta, non sapendosi il coltà.
nome di qualcuno, lo si chiama: Sciam- Scluseelle. Sf. Carrubo. Sdiaccile. Si
i/agno ! senza che vi sia annessa alcuna dice per onomatopeia a chi parla sci-
idea di offesa. Il Toscano ha Sciam- linguato. Vale anche Bazza.
pannone. Sciòcche. Sm. Schiocco. E per noi
Sciambagrnarl|$. Sf. Atti da Sciam- propriam. è il rumore della frusta. Il
— 183 —
latino volgare ha Sdopus p. rumore Scacciasse. Rifl. Divenir calvo, ed
(DiEZ, Gr. I, 21 ). Sf. Scrocco. Vulé ft anche invecchiare.
a la sciòcche, voler mangiare o vivere Scucce. Add. Povero. È 1* esclam.
a scrocco, a ufo, ecc. Scuccia, mei V. Saggio di Grammatica.
Setacea. Intrans. Schioccare e Scroc- ScufTeje. Sf. Scuffia. Metaf. Ubbria-
care, e metaf. Dar delle busse. Fa chezza. Fa na scuffie. Il tose. Dare un
schicca li atte.
CO
Metaf. Pagare
°
a carissimo lattone o una lattonata.
prezzo una cosa. Scafinone. Sm. Mangione. Add. Di
SelucchejAne. Sm. e f. Scroccone. frutto avvizzito, passato, stagionato,
Scluccujjc. Sf. Buccia dei chicchi mollificato.
dell'uva spremuta. Scagna. Trans. Smuovere, spuntare.
Scòle. Va' a la scóle ! Si dice ai ra- E sopratutto, dopo data una prova in-
gazzi che vogliono fare gli uomini vincibile di qualche cosa, si aggiunge:
grossi. Scugne chtsti: mo' vi'I
Seolle. Sf. Cravatta. Scujà. Trans. Castrare.
Scope. Scopa fraceche de pmdicbe. Scalasse. Rifl. Impallidire per ma-
Artigiano di nessun valore. È nel Del- lattia, sopratutto l'impallidimento clo-
fico; io però non l'ho sentito mai. rotico delle fanciulle : rp. es. Povera o
Sc<>ppele. Sm. Scappellotto. Qual- fijje / cume s"à sculate I
che volta si fa femminile. ScumbAnne. Trans. Scomporre.
Scorza-scorze. Modo avv. Sopra Fa scumbànrn pe lu rite. Il tose. Far
sopra, inteso anche metaf. scompisciare dalle risa.
Scote. Trans. Riscuotere. Part. pas. Scorna. Trans. Schiumare.
Scoste. Riscosso. Sci»me. Sf. Schiuma. Scume,
0
(
Esse
I O
na
Scredibbele. Add. Incredulo. scarne. Detto assolut. sott. dei birbanti.
Screppeccble. Sm. Pipistrello. Poco Seummatte. Intrans. Altercare.
si usa però. Il can. Palma lo applicò Scuninidneche. Sf. Scomunica. È
a significare un suo collega molto at- na scummòncche, è una disdetta ! Sarà
tivo e trafurello. la. scummòneche! Sarà una fatalità.
O i .
Screppelle. Sf. Metatesi di Cres- Scundre. Sm. Vena dello sperone
pello, fatto femminile. nei cavalli, dalla quale alle volte si cava
Serepplgne. Sm. Cicerbita, detto sangue. Li scundre, i riscontri, i con-
anche Grispignolo. gegni della toppa. Piji nu scundre, di-
Scretture. Sf. Muìtrà la scretture. cesi delle donne gravide, quando rice-
Metaf. Dei cani, che, quando ringhiano, vono dalla vista di qualcosa assai
mostrano i denti, e cosi si applica an- brutta forte impressione, onde di essa
che agli uomini che hanno i denti risente gli effetti il loro feto ; p. es :
grossi e sporgenti, quasi scimieschi. Ha *Mite
'• o
nu scundren nehe
° J
na scimmeje.6'p
Scrafenejasse. Rifl. Mangiare, di- Scunucchiasse. Rifl. Metaf. Sfiac-
vorare a guisa di una bestia. Voce che colarsi, e Scunucchiate, o
sfiaccolato, colle
si ode poco. ossa rotte.
Scucchie, ScucchleUe. Sf. La Scopatóre. Sm. Spazzino pubblico.
bazza. Si dice pure: 'Ebartf a' scuc- Scapine. Sf. Piva.
clndte.
C V
Scupine o Scupóne. Sm. e f. Man-
— 184 —
gione. Chi, invitato a tavola, consuma Ssidejune. Sm. Asciolvere. Sdejunì.
tutto, e non lascia nulla per gli altri ; Intrans. Fare l'asciolvere.
p.
r es. Ab ! ah ! a mentiteo scupine, £
o mo 'n Sdosse. Modo avv. A bisdosso.
gì arresti nitide. Secce.
o u Sf. Seppia.
rr Da li sfece. Met.
c &
Scappellate. Schioppettata. Jì na Dar le busse.
cose a scappellate, vendersi a carissimo Sccene. Sf. Saggina.
prezzo. Secche.
o °
Add. Coccia stcchc.
C <J
Metafor.
Scuppià. Int. Dei cavalli, muli, [Link] fino e trincato.
Sprangar calci. Secchie. Tene a' ssecchie hune. Met.
, . " . o o
Seupri. Intrans. Metaf. Cominciare tenerlo m soggezione.
a divenir calvo. Secntenosse. Sm. Sergozzone.
Scurdarille. Sm. e f. Persona fa- Sedeticce.
» u
Add. Stantìo, e così Sedute.
y
e,
cile a scordar le cose dettele o com- Sedine. Sm. Qualunque luogo da
messele. potervisi sedere.
Scurde. u
A' jite,
-* oJ
o I' aie
u
messe
C O
a lu Sedijare. Sm. Chi impaglia le sedie.
libbre de lu scurde; di cosa dimenticata Seggette. Sf. T'urta '» \eggttte.
O O V
affatto e per proposito. Quel giuoco bambinesco che i Toscani
Scure. t-
Add. Scurev me I Lu scureC_ ! chiamano: Portar a preddlucce o pre-
Misero me ! misero colui ! V. Saggio dellino.
di Grammatica. Sm. Scuro. Se n'avite Segnale. E' ppe 'itale segnale. In
addre, puttteve y
ii' ddurmì a lu scure. È prova di che.
o •< C o v o
il tose. Se non hai altri moccoli, puoi Segnate da 'Ddlje. Chi ha imper-
andare a letto al buio. fezioni notevoli nelle membra, come
Seurine. Sm. Scuretto. esser cieco, storpio, ecc. E perciò il
Scarretftre de cambagne. Metaf. popolo dice che bisogna guardarsi da
Uomo rotto alla libidine. questi tali, quasi Domeneddio avesse
Seurtà. Intrans. Finire, mancare, posto su loro quel segno a guardia di
venir meno. Il part. pass. è Scorte o tutti.
Scuriate.
o Sellccchle.
u t . Sf. Siliqua,
^ ^ baccello.
Seurtecasee. Rifl. In gergo, Con- Sèllere. Sm. Sedano. Può venir
fessarsi. tanto dal francese, Céleri, quanto dal
Scurtecòne. Sm. Di cavallo. Ron- greco, SéXlvov.
zinaccio. Dicesi anche di asino o mulo. Selline. Sm. Così il nostro popolo
Sciiacetare. Sf. La parte debole chiama quello sgonfio che ora le si-
di una cosa. E gli avvocati l'intendono gnore portano sul tergo. Lo dice anche
pel segreto per vincere una causa. Sopraccule.
Scutellare. Sm. Quella rastrelliera Sellnstre. Sm. Lampo; per lo più
dove si teettono i piatti, Scanceria. In quei di notte.
tose. Scodellalo è chi fa o vende le Sellnzze. Sm. Singhiozzo. C' è fra
scodelle. noi la superstizione, che quando uno
Scutrizzejà. Intrans. Scodinzolare. singhiozza, è segno che qualchedun
Sdegnasse. Rifl. Lussarsi ; p. es. : altro da lontano lo vada rinominando.
S'à Sdegnate nu dite. Semenelle. Sf. Semolino, sorta di
Sdegnatnre. Sf. Lussazione. pasta.
— 185 —
Senafe. Sm. Grembiule, Sfetecasse. Rifl. Stancarsi, volerci
Senate. Sf. Quanto può capire nel un'ala di fegato.
grembiale. Sflzzeje. Sm. Capriccio, bizza. S/Ej;-
Sere. Jersera. V. Saggio di Gram- ^ejasse. Rifl. Togliersi il capriccio.
matica. Sflóeche o SOocche. Sf. Cravatta.
Serenate. Sf. Il corso della notte Sfojje. Sf. Sogliola. Sorta di pesce.
e specialmente il fresco, che nel corso Sframlchì. Trans. Ridurre in mi-
della notte si fa prendere alle vivande nutissimi pezzi.
o ad altro, onde non si corrompano; Sfratazze. Sm. Dei muratori. Il
p. es. Mittelt 'ssa carneQ a ^fla serenate.
1
O Ci
pialletto.
SerenHIe. In gergo Sta a serenille, Sfrattatàvule. Sf. Guantiera, vas-
vuoi dire essere ubbriaco. soio molto grande.
Serre. Sf. Il mucchio di paglia fatto Sfrcdde. Sm. Tara, calo. Sfreddà.
a forma di casa, con la tettoia di giun- Calar di peso.
chi, paglia vecchia, ecc. Serrine, è il Sfredde. Sm. Fa sfredde. Far ci-
, ° " . , » .» .
diminutivo, ma più specialmente il lecca, non riuscir nel proprio intento.
mucchio del grano prima di esser treb- Sfrljazze. Sm. Frittura puzzolente.
biato, fatto nella stessa forma. Strisce. Sm. Sfregio, frego, cat-
Serrecehle. Sf. Il Carena usa Sa- tiva scrittura.
racco, ma non è nei Vocabolarii. Essa Striscia o Strisci. Trans. Sfre-
è una specie di sega a manico, senza giare. Sfriscià la terre, di aratura che
telaio. non sprofondi.
Servetore. Sm. Quel che i Toscani, Strisciate, o Sfrlsclte. Add, Ardito,
secondo il Carena, chiamano Treppie- presuntuoso.
done. Striitele. Sf. Manrovescio.
Servizzeje. Sm. Per pulizia, i bi- Sfujatelle. Sf. Sfogliata.
sogni corporali, ed anche il sedere. Sfumiate. Add. Ingordo, insaziabile.
Sette ! Grido che si fa per metter Sfurcate. Add. Uomo assai tristo,
paura ai bambini, nascondendosi dietro quasi scampato dalla forca.
le porte, per cui essi debbon passare. Sfurcaturc. Sf. L'inforcatura delle
Settecende. Pare fatte a lu sette - cosce.
cende. Di cosa assai vecchia, dicesi fsfure. Sf. Diarrea, voce onomato-
anche: A lu cinguecende. peica.
Sfarrà. Trans. Macinar grossolana- ^g-ajone. Sf. Dente del giudizio.
mente. Sgajuzze. Sm. Sorta di minestra
Sforza. Intrans. Fare sfarzo. fatta di farina ed acqua. Dicesi pure
Sfasclammaste. Sm. Guastame- quando di qualche pasta o minestra sì
stieri. fa un masso solo, per cattiva cottura.
Sfasclulazzejòue. Sf. Grande scar- Smammate. Add. Chi ha le gambe
sezza di danari. lunghe, o meglio, l'inforcatura alta.
Sfasciatale. Sm. Ridotto all'estrema Sfattone. [Link] assai giovane,
povertà. leprotto. Fa lu sgatidne. Metaf. Far il
Sferra. Intrans. Prorompere a par- ganimede.
lare. Usasi sempre così: Nem bò sferra. A la sghirre. Modo di por-
12*
— 186 —
tare il cappello. A sghimbescio. I Fio- vende fandonie, gli domandiamo : Ci
rentini dicono: Portare il cappello sulle oliereO Sinneche
O O
alierei
O
ventiquattro. Sire. Sf. Vaso grande, per lo più
S|?raffeje. Sf. In gergo, La rogna. di pietra per uso di conservar l'olio.
Sgravenà. Trans. Dei muratori. Smacchia. Trans. Cominciare a
Punteggiar il muro colla gravina. mietere il grano qua e là man mano
Sgrida o Sgridi. In trans. Far le che si va maturando.
pubblicazioni di matrimonio in chiesa. Smaltirà. Trans. Questo verbo ha
Sgrizzà o Sgrizzì. Intrans. Schiz- per noi altro significato di quel che a
zare. Napoli; per noi vuoi dire: Lordare il
SgrlKze. Sm. Schizzo. Fa lu sgriqre, viso di fango, o ferirlo e quindi farlo
bere. Nel Congresso degli scienziati del divenir lordo di sangue.
"Pensa, come ho detto, c'è una sezione Smantellate. Add. Mancino, che
intitolata: De lu sgriy^e. adopera più la mano mancina, che la
Sfruttasse. Rifl. Cascarsene la terra diritta.
in modo da formar grotte. Smamma. Trans. Spoppare.
Sgnallarasee. Rifl. Divenir ernioso. Smandà. Trans. Scoprire.
Sguallarate. Add. Ernioso. Smazzà. Trans. Scomporre il mazzo.
Sanazióne. Sm. Ozioso, birbone, Smazzature,. Sf. S'intende il mazzo
becero. E così Sguainate, azione da delle carte, che i caffettieri dopo ser-
sgua^óne. Sgua^unejà, agire da sgua^- vitosene un po' rivendono a metà del
%óne. prezzo ai tavernai.
Spulilo. Sf. Squilla. V. Cambane. Smérfele. Sm. Moccio del naso.
Sgulsce. De sguisce. A sguincio. Smcrfeluse. Sm. e f. Moccicoso.
Sgulfeje. Sf. Sgorbia. Sorta di scal- Smlceià. Intrans. Guardare, vedere,
pello. spiare, sbirciare; p. es. Cullù poche ce
Signore. Lu signóre, nelle case si- smicce, poco ci vede, Jcleve
o' r o
smiccenne p'
o '
gnorili per lo più è il capo di casa. artruvatte.
Quando è ancor giovine, lo si dice: Sntorzacaniielc. Sm. Lo spegni-
Lu signurine. Per altro, lu e li signu- toio. Di un naso che abbia le narici
rine, sono il figlio o i figli del capo molto larghe si dice: Nas' a smor^a-
di famiglia. Così la Signóre e la Signu- cannele. o
Di chi arriva tardi diciamo: Ha
rine per le donne. Quando però la mentiteo a smunà ^ U cannele. o
madre di famiglia è ancora giovine, la Smovete. Rifl. Commuoversi, ri-
si chiama anche: La Signurine. solversi.
Slllebe, Nen ne sa mangile na sil- Sacce. Sm. e f. Mezzadro. Tutte le
lebe.
o o
Il tose. Non intender buccicata. nostre campagne, come ho detto, sono
Slmbeche. Sf. Sincope. Sorta di date a mezzadria. Seccia secce. o
Modo
malattia. avv. Jì seccia secce. Ottimamente.
Sluneclie. Va.' truvenne la case de •Sonue. "
Ci a *pocheo sonni,
u
di chi è
lu Sinnecht.
o o
Di chi va cercando il male assai svelto, o è molto facile a reagire.
che l'incolga. Quando qualcuno narra Sopia-sopia. Modo avv. rarissimo.
qualche fatto incredibile o falso, per Bel bello. È napolit.
fargli capire che ci siamo accorti che Soprappurte. Sm. Quel pezzo
187
lungo di legno, che si pone per soste- o donna bruttissimi; perché nei nostri
gno dell'architrave nelle porte e nelle campi si mette un fantoccio di stoppa
finestre. per tener lontani gli uccelli dalle biade
Sore. Sf. Sorella. È il latino Soror. che maturano.
Il vocat. fa Sasò. Spazzelle. Sm. Il fusolo della
Sorgfe. Sm. Sorcio. Te facce vede li gamba, ed anche il malleolo.
surge virde. Specie di minaccia. Spedale. Pare nu spedale. Dicesi di
Sorgile. Sf. Oltre l'animale, vuoi luogo molto disordinato. Sta a 'mmure
dire anche quelle macchie d' untume a' mmure0 nghe
* 0
lu spedale,
* o'
esser ridotto
che si fanno talora sul vestito. Tose. all'ultima miseria.
Frittella. Spelli. Trans. Spiccare bene le pa-
Sette. Sm. V. Passatelle. Prep. Passe role nel pronunziarle. Il tose. Scol-
sotte,
o
cacarsi nei calzoni. Metteo sotte,
o
at- pire.
laccare i cavalli. Spcnnatl. Nome di una delle fa-
Spacca. Intrans. Millantarsi. Da zioni che afflissero Teramo nel prin-
Spaccone. cipiare del secolo xv. Prima cedesti
ttpaccalofTe. Sm. Spaccamontagne. partitami avevano il nome di Melati-
Spaccate. Sf. Ognuno degli scoppi nisti, da quello della famiglia che li
che fa la bomba, e si dice perciò capitanava, e presero il nome di Spen-
Somme a' tire, a' cquattre spaccate. nati dopo l'uccisione di tredici loro
Spali|à. Trans. Sparpagliare, allar- capi, fatta dal duca Giosia d'Acquaviva
gare con la pala. nel 1430 circa. Il Muzii ci da la eti-
Spallasse. Rifl. Correr troppo in mologia di questa parola, ed è, che a
modo da poter cadere e rompersi una quelli che eccitavano i Melatinisti a
spalla. Metaf. Perdere ogni suo avere. vendicarsi di quella uccisione, costoro
Spandeeate. Sm. Svenevole. Fa lu rispondevano: « Che vogliamo far noi,
spanavate, far lo sdolcinato; sopratutto che siamo spennati? » II popolo ora
con le donne. ignora e storia e nome.
Spare. Sf. Cercine. Add. Dispari. Spennelà. Trans. Spillare le botti.
Parole spare, sconce, offensive. E così:
O O
Abbiamo visto il Muzii adoperare Spi-
Parla spare, sconvenevolmente. nellare.
Sparane. Sm. Strofinaccìolo. Spennelatnre. Sf. Luogo della
Sparpajòne. Sm. Pipistrello. È dei botte, dove si è spillato.
nostri confinanti. Sperelle. Sf. Il raggio solare. Met-
Spase. Fa la spase. Dei mercanti tes' a la sperelle, dicono i poveri, quando
che mettono in vista le loro robe. nelle giornate d'inverno si pongono a
Spate. Sf. Spada. Il lat. Spaiha. scaldare al sole.
Spatcllasse. Rifl. Capicollarsi, dire- Spettrejòne. Sm. Forte pugno dato
narsi, correre in modo da rompersi il sul petto.
collo. Detto di ciglio di terra, vale Spezzatine. Sm. Fricassea.
Franare. Spiana. Trans. Far il pane.
Spatrljà. Trans. Disperdere, porre Spianate. Sf. Schiacciata.
le cose qua e là disordinatamente. Spianature. Sf. Qpel tavolo su cui
Spavende de 11 cille. Sm. Uomo s'impasta il pane od altro,
— 188 —
Spiazze. Sm. Largo interno, piccola ' Spute. Sm. Sputo. Ngbe nu spute'
piazza. L'ha usato il Muzii. in un attimo, quanto tempo ci vuole
Spiazzine. Sm. Venditore ambu- a sputare.
lante, che si ferma per lo più nelle Spuzze. Fa lu spivge. È nel Delfico
piazze. nel senso di Far l'arrogante. Io però
Spiccicate. Si usa così. 'Llu ì>ar- non l'ho udito mai.
dasce è spiccecate lu patre; è perfetta- Squàcquere. Sf. Bambina appena
mente simile al padre. nata. Si usa solo così: S'à fijite N.
Spicci. Trans. Spicciare, consumar CVà fatte ? Na squàcquere. I toscani di-
tutto. Si costruisce col dat; p. es. Ha cono nello stesso modo: Una piscialletto.
spiccile a 'tìutte. Squajje. Sm. Per lo più il plurale,
Spljone. Sm. e f. Spia. la vagliatura, la mondatura del grano.
Spifunglnc. Sm. Binoccolo da 'Sua. Avv. Costà. 'Ssu' 'ssa, ecc. V,
teatro. Saggio di Grammatica.
Spille. Fatto fem. e Spingale. 'Sslgnirì. Vossignoria. V. Saggio
Spillo. Manghe no, spille, nuli' affatto. di Grammatica. Alcuni contadini nomi-
Spirile. Sm. Spirito. Ti sette spirai nando innanzi a persone civili l'asino,
cume li batte. Il tose. Ha il sopravvi- il maiale, ecc. aggiungono : 'Ssignirije;
volo come i gatti. p. es. EcclieO staceO l'asme
r
00
'ssignirìje,
& J
3*
ed
Spizzecà. Intrans. Parlare in punta intendono: con rispetto di vossignoria.
di forchetta. Invece a primo aspetto pare che dieno
Spósete. Sm. e f. Trovatello, espo- dell'asino o del maiale a quelli a cui
sito. parlano. Poi ci si fa dei bisticci. 'Ssi-
Sprecasse. Esservi grand' abbon- gnirije, è anche modo di saluto. Il Del-
danza di una cosa; p. r es: Cheìt'anne
o
li fico l'usa in una parte: 'Ssignirije, gnore
Jfrutte se r
o
spreche.
c o
me. Ma ora in città poco si ode : nel
Sprefónne. Sm. Abisso. contado, sì.
Sprlng-ipejà. Trans. Confondere la Staccatone. Sm. Venditore di cuo-
testa, disordinare le cose. iami al minuto.
Spriscià. Trans. Spremere. Stacene. Sf. Asina giovane, non
Sprovviste. Add. UccUe spruvviste, ancora madre.
sbarrati. Faccia spruvviste, stralunata. Staccone. Sm. Asino giovane. Met.
Spubblecone. Sm. Moccolo, nel Uomo stupido, ignorante.
senso di bestemmia. Staccunclle. Sm. e f. Poledro asi-
Spalle. Sf. Scheggia di legname nino.
per uso di fuoco. Stagliene. Sf. Nel contado, Sic-
Spanda. Spundà la vtne, pungere cità.
la vena, far un piccolo salasso. Stajjc. Sf. Sorta di misura, e così:
Spundapc. Sf. Sorta di movimento Stajà, misurare con essa.
dei piedi, che si fa nel ballare il salte- Stajelle. Sf. Piccola staggia.
rello. Stajale. Sm. Piccolo randello.
Spundnnà. Intrans. Uscire, voltare Stalle. FacceO la stalleOnghe
0
° o
bune,
O
abu-
da un canto della via. sare della bontà, della condiscendenza
Sputazze. Sm. Sornacchio. di lui.
— 189 —
^ . Add. Stallio. D i cavallo. Strascinate. ti Add. Vrucchele
o o strosci-
Sta stallite, Metaf. Si dice di chi stando nife, quei broccoli, che invece di cuo-
sempre in panciolle ha voglia ed ozio cersi nel paiuolo, si cuociono nella pa-
di scherzare, ed a lui si dice da chi è della con molto olio, e poca acqua.
stanco: Eh, sta stallile lu cunibar: !
V O O
Stroscine. Sm. e f. Na ìtrascine,
Stambalóne. Sm. Chiamavasi così Donna mal ridotta, mal vestita. Nu
prima un gonfalone con effiggiatavi su \trascine, un cavallo o una carrozza mal
la morte, che le confraternite portavano ridotti.
innanzi ai morti, che venivano recati Sfrata nòve. Strada carrozzabile.
al composanto. Ora non sono più in Abbiamo il seguente proverbio : La
uso né la cosa, né la voce. strafa
V
nòveO l'ha benedette
C V
'Ddije.
O
Stannardone. Sm. e f. Spilungone. StratarAle. Sm. Lo stradino, o,
Starine. Sf. Corbello. come dicono ora, il cantoniere.
Starnutarelle. Sf. Starnutella. Stratte. Sm. Lu stratte, la conserva
Stelle. Sf. Pezzo di legna per lo più di pomidoro.
di quercia, ad uso di ardere. Stella. Strecce. Sm. Sorta di pettine coi
Trans. Ridurre con l'accetta il legno a denti più larghi.
Stelle. Streccia. Trans. Pettinare con que-
Stennemasse. Sm. Spianatoio, mat- sta sorta di pettine. Disfare l'intrecciatura.
terello. Streje. Sf. Strega. Di bambino spa-
Stljjere. Sm. Qualunque arnese, ma ruto si dice: Télu 'm 'mane li streje. Di
sopratutto i ferri del mestiere. donna
V
trista : Fa' òhe Itreje
C'O
la notte.
O
•Stizzì. Trans. Battere un tizzo ac- Stretture o Stregneture. Sf.
ceso, onde farne cadere la brace. Cinto erniario.
Stòreje. Sf. Storia. Che Stòreje! Si Streppe. Sf. Stirpe.
usa, quando uno ripete una richiesta, Strcppà. Trans. Stirpare.
anche dopo che gli si è detto di non Strcuse. Add. Voce del gergo, co-
volergli dar retta. niata da poco tempo, e vuoi dire
Straecaplazze. Sm. e f. Perdi- brutto, cattivo, ecc.
giorno, girellone. Stridii. Trans. Distruggere, disper-
Stracce. "
Sm. e f. Na ìtracce de misse,
n o c e
dere.
no. ìtracce de gra^ejóne, quel po' di Strillazzare. Sm. Gridatore.
messa, di orazione, ecc. È modo in uso Strillile. Sf. Gridata, rabbuffo.
anche a Roma. Usasi pure per Strine.' Sf. Per freddo è nel Voc.
p. es. Vi che stracce de Tahótte ! Noi l'usiamo maggiormente nel senso
* v O D O
Stracchine. Sm. Gelati duri, pezzi di Rovaio, cioè vento freddo.
duri. Strivcreje. Sm. Cosa bruttissima a
Strapizze. Sm. Pezzo di tela di sentirsi; p. es. 'Lla muscecbe
1
U fj
i nu }tri-
forma triangolare, molto aperta nella vèreJe,-
base, e di cui le donne si servono per Striile. Sm. Lo stesso che Strine.
coprire il -seno. Qualunque cosa cosi Streccile. Sf. Il vaso dove i mura-
formata. tori fanno la calce. Il Carena dice che
Strasclnafaccenne. Sm. Avvocato in Toscana si chiama Giornello. Il Fan-
senza clienti, azzeccagarbugli. fani lo registra, il Rigutini no.
- 190
«troie. Sm. Il porcile. Stuppaeee. Sm. Qualunque tappo'
Stromniele. 11 u Sf. Trottola. Arvudde-
o
& turdell i. Trans. Stordire assai.
casse lu ìtrommele. Metaf. Cangiarsi lo State. Add. Veramente è Astuto.
stato delle cose. Dal greco arpó^o;, Ma è epiteto che si da alle donne a-
paleo, vento verticoso. bili nel maneggio domestico, ed una
Stronzo. Sm. 'N^uccarà li ìtrun^e. volta era il più ambito elogio delle
Il tose. Confettare uno stronzolo. Nu donzelle: Che 'ffandella stute.
ìtronre\i o
de cristejàne,
</ o'
uomo di assai bassa Stazza. Trans. Staccare con forza
fortuna. una parte da un tutto.
Stroppale. Sf. Invenzione, fandonia; Stuzze. Sm. Astuccio.
p.
*•
es.
,
Titìeje
i/o
n'ammendt u
de ìtroppele.
** o
Stù. Pron. Suo. Arstà nghe la so, lo
0
Striifele. Sm., sempre il plurale. stesso che il tose. Pare che gli si debba
Sorta di paste, fatte con farina, zuc- rifare. N'& cundende li su. Metaf. Non
chero e torlo d'uovo, e che si servono aver denari sufficienti a togliersi una
imbrodolate di miele squagliato. Tempo voglia, un capriccio, ecc.
già fu, erano il dolce di rito dei fe- Sabbie o «ubbie. Sf. Succhiello.
stini popolari, che si chiamavano perciò Dal latino Subula. Un nostro stornello
Li festine de lì }trufele. su Subbieo :
Strumende. Sm. Scherz. si chiama Fior de vijòle
così lo stronzo, ed a chi camminando Li bellezze tuheU *passeO In mare,
^O o'
mette sbadatamente il piede su uno di Curne la subbie fpasse la sók.
essi, si dice: Sì 'rdevendate0 nutare, per- o o o o
o
che ha cancellato un istrumento. Mucag-tiotitrc. Sm. Impiegatuccio
Strusci. Trans. Stropicciare, stro- d'infimo grado, quasi non fosse buono
finare. L'uso Senese ha Sdrusciare, ad altro che a consumar 1' inchiostro.
sfuggitomi nelle Osservazioni. Metal. &[Link]$. Sm. Il sugo deli' umido,
Dare delle busse. con cui si condiscono i maccheroni.
Strusciafòrne. Sm. Spazzaforno. Sugg'ezEejòne,. N'avé suggestióne
Struscióne. Sm. Torsolo, strofi- deo nisciune. o
Di artista, letterato, ecc.
nacciolo. Quantità di stoppa ad uso di che superi chiunque a cui si agguagli.
lavar i piatti od altre stoviglie. Di cosa Suhàtte. S. fatto femm. Sovatto.
mal' andata o di persona mal ridotta, Qjiel pezzo di pelle su cui si passa il
si dice: Va,pe 'struscióne. rasoio per affilarlo. Tose. Striscia pen-
Struzzaprldde. Sm. Sorta di pasta dente. (Carena).
dolce. Sulagne,. Sf. Luogo esposto al sole,
Dirazzine. Sm. Cravatta. solicandqla.
Stucca. Trans. Rompere, spezzare, Suléneje. Sf. Qualità di grano.
contr. di Attaccare. Sunà. Trans. Battere. Col dat. di
Stucche. Sm. Stucco. I nostri mu- persona, piacere, gradire; p. es. Culla
ratori hanno questo proverbio: Stucche 'nne 'mme sane.
mijeO déldte,
J arcuprtme
£ U defitte. Add. Sappiane." Sm. Soffitto.
0 G & o o ù'oo
Sentisse la vita stucche, sfiaccolata.
v O O
Suppurte. Sm. Porticato.
Stonaca, Trans. Scalcinare, tor via Muprabbete. Fosse lerà lu suprab-
l'intonico, bete. Il tose. Farsi tirar la giubba.
rgr —
Sarchia. Trans. Sorseggiare, ed Svendasse. Rifl. Allentarsi, divenir
anche Bere il vino un po' eccessiva- ernioso.
mente. Svendute. Sm. e f. Ernioso.
burchie. Sm. Sorso. Svuddà. Trans. Vuotare e voltare.
Sarde. Il proverbio: Lu surde n' a I Marchigiani dicono SUotare.
da use curióse, ed il perché si capisce. Svilitile. Add. Vuoto. Ji svudde. De-
Surgitte. Sm. Sorta di pasta fatta gli animali andati alla monta e non ri-
in casa, a forma di piccoli sorci. È un masti pregni.
altro dei nostri cibi municipali. Svuddcggià. Intrans. Volteggiare.
Susamille. Sm. Sorta di pasta dolce Propr. di chi va girando per fine di
e metaf. Sasso. donne.
Su8tacchlne. Sm. Specie più grossa Svummacù. Trans. Si usa solo nel
di travicelli. senso metafor. di palesare tutto quello
Svacà. Trans. Spiccare i granelli che si sa a danno o disdoro di qualcuno.
dell'uva dai grappoli. Nel senso di Recere; usasi più Arjettà.
Tabusse. Sm. e f. Uomo o donna sconosciuta la parola Ingegno, ed u-
di piccola statura e di grossa corpo- siamo sempre, Talende.
ratura. Tamarre. Sm. e f. Tanghero.
Vaccarelle. L'abbaia Taccarelle. In Tandumerghe. Di cosa vecchis-
gergo. Gran ciarlone. sima, si dice: E 'cchiù vicchiei) dei? lu Tan-
Taccarijà. Trans. Ferire in più dumerghe.
parti, sopratutto il volto. Tanche. Sf. La stagione in cui è
Tacche-matte. Sm. Cerotto. più abbondante un frutto; p. es. : Lu
Tajà. Trans. Tagliare, e metaf. Cri- magge è la funghe de la fava fresche.
ticare, censurare. Tanne. Avv. Allora. Non è dei Te-
Tajacocce. Sm. Sorta di giucco di ramani, ma delle popolazioni del Vo-
carte. mano.
Tajarille. Sm. Solo il plurale. Ta- Tappetille. Sm. e f. Persona di as-
gliateli!. sai piccola statura.
Tajìre. Sm. Anche quel coltello con Taralle. Sm. Ciambella fatta di fa-
cui si batte il lardo sul tagliere. Tose. rina e di acqua a guisa di un cerchio;
Coltella. e quella ciambella di osso od avòrio,
TaJJe' Sm. Taglio, fa tajje tenne, che tengono in bocca i bambini.
tagliar tutto senza lasciarvi nulla. Met. Taraliare. Sm. e f. Chi fa o vende
Cacciar tutti da un ufficio, dal servizio. i tarali'.
Talende. Sm. Ingegno. Quest' uso Taratatele. Sm. Tartufo. Di uomo
della parola Talento, è ormai ammesso assai sciocco, si dice: È nu vere tara-
nel Dizionario. A noi, per esempio, è tufele.
— 192 —
Tartajje. Sm. e f. Balbuziente, sci- nute, o
rimettersi in fronzoli, rivestirsi
linguato. degli abiti da festa. Dal frane. Tenue.
Tartarughe. Sf. In gergo, Stronzo. Tèreme. Cosi noi pronunziamo il
Tastaferre. Sm. Tafano. Un pro- nome della nostra patria, Teràmo. Esso
verbio dice: SetteO perzecMte
* ^-Nj O
deu tasta/erreU è la corruzione del latino, Interamnia.
J
acciài n' asene. Nei bassi tempi, Teràmo si chiamò
Tastate. Add. Fatticcio. Aprutium, e pare che fosse proprio
Tate. Sm. Babbo. È parola san- nome della città e non della regione,
scrita (DiEZ, Gram. I, 22) e poi greca perché abbiamo dei documenti di quel-
e latina. Il vocat. fa Tata o Tà. In l'epoca, che dicono : Actum in Aprutio.
città il nominativo pronunziasi Tata, Dalla nostra città prese il nome tutta
nel contado Tate. u
la regione che si chiama ora Abruzzo,
Tallite. Sm. Voce bambinesca. ed è divisa in tre provincie. Il DIEZ,
Fratello. " Gram., tom. I, pag. 470, ha fatto lungo
Tavnlòzzc. Sf. Sta 'Uaccate, Sta Teràmo, forse tratto in inganno dall'e-
ferme a U tavulom, esser fermo nelle timologia latina, Interamnia.
proprie convinzioni politiche o reli- Terande. Sm. Tirella, briglia, lacci
giose, quando siano ben intese. dei bambini.
Tecchle o Tlcchle. Sm. Scheggia 'forature. Sm. Sorta di cassettone;
del fegno. V. Sfulk. ed anche ciascuno dei cassetti del ta-
Teglie. Trans. Tingere e metaf. volino.
prender ad imprestito. E" quando qual- Ternicclole. Sm. Piccolo terno
cuno ha dato, con qualche malavoglia, vinto al lotto.
ad un altro denari ad imprestito, dice: Terramane. "
Plur. Terramine.
o
Sm.
N. N. m'ha linde.
C U
e f. Così pronunziamo noi Teramano.
Tela. A Tela, che è toscano nel senso Terrazzane. Sm. e f. Abitante di
di fuggire, aggiungiamo spesso, e non villaggio e chi ne ha le maniere. Si
so perché, Tela sette carrinc. applica pure a donna che vada vestita
Tembane. Sm. Sorta di pasticcio, goffamente : Ahè o Pare na terramane.
fatto a forma di timballo. TerrcbbHeje. Sm. Cosa terribile.
Tembire. Sf. Pioggia opportuna e Grand'abbondanza. Fa nu terrebbileje o
benefica. Tembire da fanne, pioggia as- nu terrebbileia magna (si noti questo
sai copiosa. E di cosa che riesca assai altro latinismo^, Fare uno schiamazzo
opportuna, si dice metafor. A liate, na grandissimo.
tembìre.
o
Terremote. Sm. Nu terremòti, una
Tembrà. Intrans. Piovere a pro- gran quantità. Sacrete cume nu terre-
posito, specialmente nella calda sta- mòte. I toscani dicono pure ironica-
gione; e sopratutto piovere quanto mente, Segreto come un dado.
basti al bisogno. Terremuneje. Sf. Tramoggia.
Tendazzejone. Sf. Il demonio. Terrlce§. Sm. Un luogo della no-
Tend arale. Sm. Metaf. Chi facil- stra città che potrebbe chiamarsi sto-
mente fa debiti. rico. Esso prima era occupato dalla
Tenlre. Sm. Tinaie. casa del dott. Giuseppe Onorato Ricci,
Teliate. Sf. Arvestisse de gran 'de- al quale, essendo Sindaco della città,
— 193
per essersi mostrato nel 1744 troppo la nostra Teramo città eminentemente
favorevole ai Tedeschi, invasori del democratica ? Abbiamo dal Muzii che
Regno di Napoli, al ritorno dei Bor- anche quando il duca d'Atri dominava
boni, per pubblico decreto, fu de- Teramo, non era chiamato con nes-
molita la casa, e messavi al suo posto sun titolo, ma solo cosi: Lo signore.
ad terrorem, una lapide, che vi rimase Abbiamo il seguente modo di rispon-
fino al 1806, e che ora trovasi inca- dere a chi ci da titoli che non abbiamo:
strata in uno dei muri della corte del Abbasserne o o
lu tiiuleo e 'ccrisceme
a 6
la *pahe.
(-
Palazzo Municipale. Dalle rovine di Tocche. Fa tocca pennaccjrie. Lo
detta casa dovette quel luogo prendere stesso che Far tela.
il nome di Terricci, che in questo si- Tome-tome. Sm. Sornione.
gnificato è toscano. Tornine. Sf. Il tomaio delle scarpe.
Terróne. Sm. Torrone, e metafor. Tomme de terre, quel monticello di terra
La merda del cane. che si fa colla zappa intorno a ciascuna
Terzijà 11 carte. Lo stesso che il pianta di granturco, indi Artummà.
toscano Succhiellare, ecc. Tóneche. Sf. Metaf. Ubbriachezza.
Tifane. Sm. Tegame. Toppe de terre. Zolla.
Tijanille. Sm. Tegamino. Torce. Tene la tòrce. Il tose. Reg-
Tljelle. "Sf. Padella. gere il candeliere.
Tirabusciò. Sm. Cavatappi, cava- Torre de lu 'Ddome. È il monu-
stracci. Il frane. Tire-boucìion. La nostra mento meno brutto della nostra città,
frase: Vulecce lu tirabusciò ppe' ccacciajje priva in tutto di monumenti. Fu edifi-
no, parole, a la frase toscana : Volerci cata parte nel secolo xiv e parte nel
il cavastracci, ecc. xv. Si dice del Teramano, che: Quotine
Tiracarrdzze. Sm. Colpo dato col ne' mmtte C
laO torreO de lu 'Ddóme,
o
è mòrte.
O
pugno sul petto. Come il fiorentino quando non vede il
"J~ '•"£*$ 'Hi. Sm. Tra 'ddò persóne Cupolone.
n' 0pi a ìtaleo mi nu tireU oo
'Uà. Esservi Tosce. Sf. Tosse. Té na tosce. Me-
stata sempre grand' armonia. taf. Chi chiede prezzi esorbitanti di
TIrepetì. Sm. In gergo Collera ; p. cosa che vuoi vendere.
es. : Se m'arsalle(] li [Link].
1
O O
Tose. Add. Mannela tose, mandorla
Titoli. Noi non abbiamo famiglie fresca col guscio tuttora tenero.
indigene titolate; e quella sola che ha Tòtere. Sm. Sciocco, zotico, ed an-
titoli, li ha avuti da parentele forestiere. che Rotolo, batuffolo, sopratutto quello
Nel tempo delle discordie civili, nel se- della conserva di pomidoro. Si pro-
colo xv, le famiglie nobili della città nunzia anche Tùtere. o o
Vuoi dire anche
esularono, i Paladini a Lecce, i Berar- il midollo della panocchia del gran-
ducci a Forlì, ecc. Ed infatti il nostro turco. Dallo spagnolo Tutano, midollo.
popolo non sa usare affatto i titoli, e Traffeehine. Sm. e f. Ingegnoso,
non si induce a dire : Gnor conde, o
inframettente.
Gnor marchese, Trajinande, Trajenlre. Sm. Chi
e y Gnor cavalire; o ma chiama
alla buona col nome di battesimo ti- guida il traino.
tolati e non titolati. È egli forse per TraJJe. Sf. Sorta di carro senza ruote.
questo, che Terenzio Mamiani chiamò Tramaechle. Sm. Tramaglio.
SAVINJ, Dialetto Teramano. 13
— 194
Trambc. Add. Di legno e di uomo. Trecquatrine. Sf. Antica moneta
V. Trambisse. napolitana.
r Fa batteo buneo sobbreo na tre-
Trainblsse. Rifl. Del legno, incur- cquatrim, è il tose. Far ballare su un
varsi per freddo, sole, umido, ecc. quattrino.
Dell'uomo, metaf. Rattrappirsi. Tremende. Trans. Guardar fiso. È,
Trap»sse. Lu dijune de. lu tra- Tener mente.
passe. Quello che i toscani dicono: Di- Tresca. Trans. Trebbiare.
giuno delle campane. Tresche.
O il
Sf. Trebbiatura. Secondo
Trappetarc. Sm. Fattojano. il DIEZ (Et. Dici., pag. 439), viene dal
Trappite. Sni. Fattojo. Dal greco, gotico Thrisken. Il provenzale è Trescar.
tpairyjTÓv, e dal latino Trapetum. Metaf. I Milanesi lo usano nel nostro senso,
chiamiamo Trappite, qualunque ufficio ed anche in inglese 'Fresia vuoi dire
penoso, fisso, continuo, obbligatorio, trebbiare. Tresca metaf. vuoi dire an-
ecc.; p. es. Un impiegato avviandosi che far grassi guadagni.
al suo ufficio, dirà con un sospiro: Trcttccà. Trans. Scuotere legger-
Jeme a lu frappile. mente, dimenare. Rifl. Dondolarsi nel
Trasanne. Sf. Gronda dei tetti. Lo camminare.
ha usato il Muzii. Si dice per ischerzo Trettecogne. Sm. e f. Chi nel cam-
anche alle sopracciglia molto folte e minare si dondola.
sporgenti. Tricà o Trichi. -Durare. È del
Tratta na fandelie. Corteggiare contado. V. DIEZ (Op. cit., pag. 440),
mia fanciulla, manifestando l'intenzione sotto altro significato.
di sposarla. Tricche-Tracche. Sm. Voce ono-
Travajà. Trans. Lavorare. Usato matopeica. Lo strumento che si suona
solo dai contadini. È il francese Tra- nella settimana santa, detta dai Tose.
•vailler. Raganella o Tabelle. A gran mangione
Travajje. Sm. Lavoro. Li travajje si dice: Te(1 inamaristeo pure
6 r
r,
lu triccbe
o
de la serrature, gli ingegni della toppa. traccÌK•~ deo la settemana
o
sande.o
°Trebbùte" Sm. Tributo. Palla lu Trfnghsvainer. Si pronunzia così, e
trebbùteo a 'Ccesare. Metaf. Vomitare il si dice: Valerne fa tringlisvainer ? Vo-
vino bevuto, perder al giuoco, resti- gliamo bere ? Evidentemente è l'unica
tuire una cosa presa, ecc. frase lasciataci dai tedeschi venutici a
Trecce. Sf. Chiamasi così il piatto visitare nel 1814 e 1821.
nostro di rito nella Pasqua. Esso si fa Trécche. Sm. Truogolo. Di qui,
in questo modo: Si prendono le inte- 'Ndruccate. Vuli magna a 'ddù traccile^
riora dell'agnello, e sopratutto il fegato Metaf. Voler tener il piede a [Link],
e la milza, e si tagliano a fette per lo e specialmente voler tenere contem-
lungo, e vi si insinuano fette di pro- poraneamente due innamorate. Lo usa
sciutto e varie erbucce; il tutto poi si il Delfico. A chi mangia sporcamente
ravvolge con le budella o 1' omento si dice: Tu si 'ddegne de magna 'Uà lu
dello stesso agnello in forma di un trecche.
O
grosso salsiccione, ed in ultimo messo Trocche. Sf. Grosso truogolo.
allp spiedo si cuoce arrosto. Esso ha Trocchele. Sf. La spola del telaio.
ancora un altro nome poco onesto. Tronde. Sm. Il fiume Tronto, che
— 195 —
divide il Pretuzio dalle Marcile. Quando riore dei capelli nelle donne. Il frane-
il Teramano andò a far la guerra, Toupet, da cui origina la nostra voce,
giunto a questo fiume, domandò come vuoi dire invece l'acconciatura dei ca-
si chiamasse, ed inteso che Tronto, pelli sulla fronte.
aggiunse : Tronde ! esse n' abbatte, e jì Turcenille. Sm: Quei tortiglioni
n' ammende. E se ne tornò a casa. di paglia, che si mettono nelle fosse,
O
Prima passato il Fiumicello torrente ad per conservar il grano. Metaf. Raggiri,
8 chilom. da Teramo, mandò a dire alla inganni, e chi fa questi dicesi Turce-
moglie, Cb' ave passate Flumicelle n\al- nettare.
o o
vamende. Turceture. Sm. Morso per tener
Tròvete. Add. Torbido. fermo il cavallo.
Trùfele. Sm. Fiasco di creta, or- Turdèhc. Nome proprio femminile.
ciuolo. Don Drufele, diciamo a persona Dorotea.
bassa e panciuta. Taracene. Sf. Tordela, uccello.
Trumbóne. Sm. Oltre il noto stru- Tardi. Sm. Tardino. Fiume che
mento musicale, per noi vuoi dire an- scorre al sud della nostra città, e si
che quel vaso in cui si mette a diac- scarica nel mare presso Giulianova. È
ciare l'acqua. In tose. Cantimplora. È il 'Batinus di Plinio. In un placito del
titolo eziandio d' ingiuria a meretrice 990 vien chiamato Trotinus; in un atto
laidissima. del 9 nov. 1279 Trutinus. Mons. Cam-
Trattate. Add. È n' ome fruttate, pano lo dice Tordinus. Il decreto della
rotto agli affari, espertissimo del mondo. Congregazione dei Riti, che approva
Truvetume. Sm. Torbidume. Piena in data 6 maggio 1623 l'ufficio di San
leggiera dei fiumi, in cui 1' acqua sol- Flaviano lo chiama Trontinum. Da qui
tanto s'intorbida; p. es.: A' menute nu forse è venuto l'equivoco di qualcuno
truvetume a' Tturdl. che chiama il nostro Tordino Trentino,
Tubbe. Sm. Il cappello a cilindro. e lo crede confluente del Tronto. Pane:
La tuba dei fiorentini. Palma anche di Tordino da l'etimolo-
Tuecate e Tuccatclle. Sf. Leg- gia, la quale in verità mi sembra un
gero colpo apopletico. Add. Del grano po'arbitraria. « Batinum (io 1' ho letto
o legumi, bacato. sempre scritto 'Batinus; mascolino) ebbe
Tacchetto. Sm. Una chicchera di forse alla foce un paese dello stesso
caffè, che costa un soldo. nome. Col tempo pare si corrompesse
Tudeeche. Quando si vedono varie in Bexino, poi Botino; un monastero
persone in crocchio discorrere a lungo del colle onde origina il fiume si disse
ferme ed all'impiedi in un sito, qual- sempre Bixinum o Bicsinum ».
cuno, per farle disciogliere, va loro a Corrono i seguenti modi di dire sul
dire : Esse et murò nu Tudtscb;. Sarebbe Tordino: Turai arvò In su' si dice quando
O O C ^
utile ricercare l'origine di questo modo a via di arginazioni si è riusciti a rubare
di dire. qualche po' di sponda al fiume, e que-
Tolette. Sf. Lo specchio a tavolino, sto gonfia e riacquista il suo antico
e qualunque acconciatura ricercata. Il letto, mandando a male arginazioni e
francese, Toilette. tutto. Si dice pure: Turai a' rtruvate li
Tuppè. Sm. L'accomodatura poste- carte, come se il fiume, avendo ritrovati
— 196
i documenti, che provino la sua pro- Turze. Sm. Tanghero.
prietà, li faccia valere. Siccome quasi l'arzille. Sm. Specie di cavoli.
ogni anno accade che qualche ine- Tuseè. Fa tuscè. Toccare insieme i
sperto che si bagni nel fiume, vi resti bicchieri in occasione di brindisi. Il
annegato, si dice pure: Turai ugn'anne francese Toucher.
vò n'aneme. Tussicije. Borgata della nostra pro-
o o
Turnadete. Sm. Panereccio. vincia. Jì a. Tussicije, in gergo, divenir
farnesine. [Link] cosi una tisico. V. Osservazioni.
pagnottina di pane da un tornese. Tustezze. Sf. Durezza.
Turatile. Aferesi di Stornelli. Tatte-pittc. Sm. Colpo forte dato
Tartare. Sm. Randello, il Tortore, sul petto. L'usa il Delfico, ma poco si
tose. Per noi più propr. è quel pezzo sente ora.
di legno rotondo per uso di fuoco. Il Tuzzelà. Trans. Picchiare alla porta.
Ducange riporta Tortor della bassa la- Non è nostro, ma delle popolazioni del
tinità. A Roma si dice Tortore. Vomano.
Torturate. Sf. Randellata.
u
Cecilie,. Sm. Occhio. Sta cu lu san- Loche ci ce passe s'ahà da purtà I' ujje
gue
s
o a I' ucchie,
o' essere assai addolorato. sande n' saccòcce. Quando uno ha pro-
Fa a l'uccnie na cose o persone, piacere, vata grande paura, dice : Me se puteve
gradire. Culla a 'Ite te pò 'rdepinge l'uc- da l'ujje sande.
chie, ti è superiore assai in tutto e per Dldre. Na cose nem blus uldre, eccel-
tutto nel paragone. Altri usano una lente. Si dice pure : Nem blus uldra est,
frase meno onesta nello stesso senso. di cosa ottima. Nota quest' altro lati-
Uddeme. Add. Ultimo. Quando è nismo.
preceduto dall' articolo determinato, lìmbrlje. Sf. Oltre Ombra, luogo
Uddeme prende un L prostetico; p. es. ombroso.
Lu lùddeme
U O
de Vanne.
O
Ureje. Sm. Del contado. Orzo.
CJJe. Sm. Olio. Di luoghi, dove Ctre. Sm. Otre. Dal lat. Uter. Sta
passando, si corrono gravi rischi, si dice: cume n'utre, di chi ha mangiato assai.
Vacande. Add. Vuoto; p. es. Na Taccile. Sm. Baccile. Quel vassoio
carraia vacande. Sm. Lu vacande, uno con cui in chiesa, in tempo delle fun-
spazio vuoto. zioni, si va cercando l'elemosina. Si
Vacche. Fa la vacche. Metaf. Sdarsi chiama pure così qualunque piatto
nell'operare. molto grande, e cupo.
J97 —
V»ee$lottevSm. È il diminutivo del caffi e cioccolatte, che a Firenze chia.
precedente. mano, La nera. Alcuni la storpiano in
Vache. Sm. Granello, sia dell' uva, DeveTJejanc.
che del grano. Venitetene, Vennegnà. Sf. Ven-
Vajasse. Sf. Per noi significa solo demmia, vendemmiare. I contadini di-
donna volgarissima. cono Velltgne, ecc.
Varile. Sm. Barile. Diventa fem- Vennerieule. Sm. e f. Rivendu-
minile, quando deve dinotare quello gliolo.
in cui si conservano le sardelle. Vennetòre.
_u U
Fa vennetóre0 0
na cose, o'
Varrate. Sf. Qualunque genere di esperia in vendita.
percosse. Verde-verde. Modo avv. Non ma-
Varre. Sf. Sbarra. Jì na cose varrà turato, non giunto a cottura. E si dice:
varre, a puntino, giusto giusto. Li maccaruneO a seO da magna °
virdeO virde.
, J
Varrljà. Trans. Battere. Verdeuelle. Sf. Succhio, succhiello.
Vasanccole. Sm. Basilico, pianta. Verdeuicchle. Sm. Trivello.
Vascille. Sm. Sorta di ciliegie. Vermene.° °
Plurale Virmcne. oo
Sm.
Viscida. Verme. Teo-ifaccea criiì
J na còppe
rr
o ode vir-
Vastase. Sm. Bastagio, facchino. mene. Minaccia iperbolica.
Napolit. Vermenàrc. Sf. Metaf. Paura gros-
Vàtech£. Sf. Salmeria. sissima;' rp. es. Teo Jfacceo criiì
J la verme- et
Vattfl. Trans. Battere. La febbre che nare. o
te vatte, che t'incolga. Lo usa il Del- Vernacolile. Sf. Peto, per lo più
fico; ma è più modo napolitano, che quei che si fanno con la bocca. A Na-
nostro. poli, donde ci è venuto questo brutto
Vavóne. Sm. Nonno, avo. vocabolo, è mascolino; per noi invece
V^eache^ o Vucàche. Sf. Marruca. è iemminile.
Vecce.
c Sf. Hi visteo mi lu diavuleo a Verrese. Sm. Guidalesco. Tuccà
°
'ccarpì la vecce? Si usa per indicare la huneO 'Ila lu verrese.
Co
È il tose. Coglier °
grande ira di qualcuno. nel guidalesco.
VecelMe. Sm. Andirivieni, anfratti. Verriite. Add. Forte, gagliardo.
Metaf. Scappatoia. E di uno che sa pi- Vertelln^. Sf. Bastonatura, forte
gliare il verso degli affari più intri- sgridata.
gati, si dice Culla artrove tutte li vec- Vespe. È na vespe. Dicesi di ra-
citte.
o
gazzo molto spiritoso, o di animale
Vedellóne. Sm. Uomo magro e di molto svelto.
alta statura. Vesta-lunghe. Sf. La sottana o zi-
Vendre. S. I nostri contadini lo marra dei preti. E se qualcuno la chia-
fanno femminile ; p. es. : Dolerne la masse sottana innanzi ad un nostro po-
vendre. ° " polano, lo farebbe sbellicar dalle risa.
Vendette. Fa vendòtte, far ribotta. Vijagrgla. Intrans. Detto assolut.
Vene. Sf. Emorroidi, sempre in plu- dei malati. Sott. Per l'altro mondo.
rale. Tene li vene, rpatì de vene. Patir Vlllocchle, Vlllotte. Sf. Villag-
... « " o s e
d emorroidi. getto.
Venezzejane. Sf, Bevanda mista di ù. Li virtù. Al primo di mag-
198 —
gio noi usiamo di cucinare insieme qiati del Pensa, alla sezione de lu Sgri^e:
ogni sorta di legumi, fave, fagiuoli, La volta 'libaneu Jfa. lu viniu mjie. JJ
o
Noi u-
ceci, lenti, ecc. con verdure ed ossa siamo mettere le botti, dopo vuotate
salate, orecchi, e piedi pure salati di del vino, fuori per le vie ed i larghi
maiali; e questa minestra chiamiamo ad asciugare al sole, e ci restano an-
Virtù ovvero Cucìn.: Secondo il Pog- che la notte, senza che alcuno le toc-
gio (FACETIAE, voi. 2, pag. 131, Ediz. chi. Perciò a qualche donna vecchia e
del Liseux di Parigi), anche a Roma brutta, che faccia la preziosa, si dice
ci era quest'uso il primo maggio, e lo per ironia: E 'Un pù sta da f óre la notte
stesso nome. Ora chi sa ? cume li vttttc. Questo nome, sebbene
Vische. Plurale di ViìMt, che si femminile, ha la flessione numerica, e
adopera solo quando si vuole evitare fa al plurale, Vutte.
la brutta imprecazione Li marte tu. In- Vózze. Sm. Scrofola, bernoccolo.
vece si dice : Lì vìsclie tu, Mannciggt a Sf. Bozza, enfiato, escrescenza carnosa.
li vische tu. Fuori di questo caso il Vrachlre. Sm. Quel trave che so-
plurale è Vvi^tje. stiene le pancate.
Vìtreje. Sm° Vetro. V i-luce. Sf. Pollone di albero, con
V latte. Sf. Qualunque pertica assai cui si fanno bacchette.
lunga e flessibile. Vrisclate. Sf. Colpo dato con la
Vldcche. Sf. Chioccia. Biocca è del Vrisce.
dialetto Romano. Vrocchele. Sm. Broccolo. Va scumà
Tocche. lArfà la vacche a, o de tiune, li vrucchelc. Si dice a chi non è buono
." . » . " o ou
imitarne la voce, la pronunzia con senso a nulla.
di caricatura. Vreece. Sf. Breccia, per ghiaia, è
Voccammdlle. Sm. e f. Chi parla tose. Ciottolo.
lentissimamente, ovvero chi parla sem- Vruccasee. Rifl. Slanciarsi, avven-
pre dolcemente e melatamente, na- tarsi del cane, e metaf. dell'uomo.
scondendo cosi un cuore tristo. VrudelSne. Sm. Calce molto bro-
Voccapcrte. Sm. e f. Stolido, ba- dosa. E quel levante che spira dopo
lordo, intronato. la neve, e strugge questa come broda.
Voccastròmmelc. Parla a la vocca- Vrùscele. Sf. Rosolia.
Itròmmele,
oo
a casaccio, disordinatamente. Vr uscì le. Sm. Il ventriglio delle
A Napoli dicono: A spaccastrommele. bestie, e per ischerzo, lo stomaco degli
fole.u
Srn. Ha ftinte
' o
nu v&le.
o
Metaf. uomini. 'Pinechl
^•O
a huneO lu vruscìle.
O
Me-
Si dice per indicare i grandi progressi taf. Aver appetito.
che fa qualcuno nell'arricchire, ecc. ecc. Vaccate. Sf. Boccata. E propr. Vitc-
Volle. Sf. Bolla. Quei chiodi con cateo de vende. o
Il tose. Buffo.
cui si ferrano le scarpe dei contadini. Vuccóne de lu vellane. Quel
Vòtere. Sf. Per lo più il plurale. piccolo pezzo di vivanda che il conta-
Imprecazioni. ; dino lascia nel piatto, per far vedere
Voteve. Sm. Gomito. che ha mangiato poco.
Volte. Sf. Botte. C'è un proverbio Vùcene. Sm. Il cannello, che s'in-
da me dimenticato nelle Osservazioni, fila nel fuscello della spola.
e che si legge nel Congresso degli Scien- Vucenelle. Sf. Zipolo.
199 —
Vuddarelle. Sm. Nottolino. Vurrevù. Sm. Scherx. Il contrab-
Vuddecù. Trans. Voltare, voltolare, basso.
vuotare. Vtiscecà. Trans. Mischiare. Dal to-
Vuddecchlc. Sf. Per lo più il plu- scano Bucicare.
rale. Sotterfugi, scappatoie, giravolte. Vuscecasse. Rifi. Metaf. Agitarsi,
Vulè. Quando si dice : Qua te vu- darsi che fare per raggiungere il pro-
leve, si aggiunge : cicale cane, e qual- prio intento.
che altra cosa meno pulita. Vusse. Sf. Urlone, spintone.
Vure. Sf. Borea, vento. Vuzznlnse. Adii. Scrofoloso.
X. Lettera dell'alfabeto. Tene
*ì la coccef, a ics.
? star adirato,
' di mal umore,
7 ecc.
Zaharelle. Sf. Fettuccia. Va ven- golare di terreno coltivabile, ed in ge-
nenne li ^abarélle, dei rivenduglioli am- nerale, qualunque piccolissima terra col-
bulanti di spilli, nastri, ecc. tivabile. Dal tedesco Zerlegen, che vuoi
Zafaazìlle. Sm. Monello, biricchino, dire Trinciare.
ragazzo più tristo di quel che comporti Zecca. Trans. Bollare.
l'età sua. Zeccre. Sf. Zecca. Anitnaletto noto.
ZahoUe. Sm. Becero, uomo di Esseo na rcccre,
N: o'
Metaf. ' dicesi di uomo
strada. C'è l'accrescitivo Zohutióneo ed il assai noioso.
diminutivo Zahuttilk.o
Zèleche. Sf. Grosso telo di cana-
Zambane. Sf. Zanzara. Si dice pure vaccio, ad uso per lo più di spandervi
Ciambane. sopra il grano per farlo asciugare.
Zàmbere. Sm. Tanghero. C' è il Negli altri comuni della provincia più
peggiorativo Zambarànc. frequentemente chiamasi Pannane.
Zambltte. Sm. È la quarta parte Zelle. Sf. Per noi ha il solo signi-
del lucro, che il padrone pretende dal ficato di Debito.
mezzadro su un animale di proprietà di Zelluse. Sm. Uomo pieno di debiti.
costui, e che vien tenuto nel podere Zenale. Sm. Grembiale. A Roma
a spese comuni. dicono Zinale.
Zambuguare. Sm. In generale Vil- Zenjfre. Sm. e f. Zingano. Metaf.
lano, zotico. Chi colle sue moine sa scroccare doni.
Zappóne. Sm. Zappatore negli e- Zengrijà. Trans. Ciurmare, abbin-
serciti. dolare.
Zaraholle o Zaravoll$. Sf. Grano Zenne. Sf. Il lembo dell'abito.
duro. Zepell<>. Sf. Capra.
Zarlengrhe. Sf. Uno spazio trian- Zépe,r£. Sf. Cacherelli, per lo più
— 200 —
quelli delle capre o delle pecore. Pare Zirre. Sf. Grosso vaso di pietra o
e tfptre, pari e caffo. creta per conservar olio.
Zéppele. Sf. Sorta di frittelle. Zittì. Intrans. Star zitto, far silenzio.
Zepponde. Sf. Sostegno, puntello. Zucche. Sm. Granello.
Zerrijà. Intrans. Andar girelloni. Zocchele. Sf. Grosso topo. In me-
Zeze. Sf. Lezii, moine. taf. Zòccìxlt
V O
e Zucculóne. Sm. Uomo
Zezze. Add. Sozzo, sporco. Anziché furbo, sornione.
da Sozzo, come scrissi nelle Osserva- Zollami. Modo per allettare il
%ioni, questo vocabolo deve venire da maiale.
Lezxp che vuoi dire pure So<yp; tanto Zòmbc. Sm. Salto.
più che Lenona detto a donna ha ap- Zucà. Trans. Noiare, seccare, infa-
punto il significato del nostro Zelane. stidire. Napolit. Forse dal suono del
E questo scambio di L iniziale in Z violino.
dev'essere avvenuto per quella specie Zucculejà. Trans. Raccogliere, rab-
di assimilazione, di cui parla il DIEZ brezzare qua e là, a minuto, a poco a
(Gran., I, 272); per la quale accade poco, con qualche stento.
che « due consonanti della stessa fa- Zuccunc. Sm. Mattoni più grossi
« miglia, ciascuna delle quali da prin- dell'ordinario.
« cipio ad una sillaba, si accomodano Zuchetezù. Sm. Voce onomato-
« in modo, che la prima si muta nella peica. Il violino.
« seconda, come nell' italiano Ciciìia Zuffiarole. Sm. Zolfanello.
per Sicilia ». Lo stesso avviene per Ze^e. Zulìlature. Sm. Il soffietto del fo-
Zichelle. Sm. Il maiale. Potrebbe colare.
venire dal tedesco Ziege, se questo non ZuHiunne. A' igiiffunne. In grandis-
volesse dire Capra. sima abbondanza.
Zlje. Sm. e f. Zio. I nostri contadini Zulle. Add. Piccolo. ZuII«Ue. Add.
danno del Ziieo a tutti i vecchi, e lo Piccolino. Lu Tulle mi, Lu rullette mi,
. / • " . ' ... • <>
tengono come titolo di riverenza. voce careggiativa pei bambini.
Zeni. Vocat. di Ziji, che si usa Zomba. Intrans. Saltare. Può venire
chiamando qualunque vecchio, di cui dall' anglo - sassone Tumbjan, - saltare
non si sappia il nome. Lo usano an- (CAix). A Roma dicono Zompo, Zom-
che i bambini per vezzo, chiamando i pare.
loro zii, come pure per vezzo gli zii Zambcttljà. Intrans. Saltabeccare.
e le zie chiamando i loro nipoti. Zumbette. Sm. Piccolo salto.
Zimbele. Sm. Cembalo. Sunà lu Zeimbltte. Sm. Colui che nel cam-
%imbeh. Metaf. Rubare. minare saltelli.
zimbulljà. Trans. Metaf. Rubare. Zappettine. Sf. Zuppiera.
Zinnctte. Sf. Il solo plurale. Fa cala Zus»e-zus»e. Pijjelu 'iyusse. Voce
li ^intuite. Dicesi di chi nel discorrere per incitare i cani.
annoia o colla lungaggine, o colla strava- Zuzù. Lu Zu^ù. Sm. Il maiale.
ganza di ciò che dice. Il toscano sarebbe : 'Zzieehie. Sm. Il lecco nel giuoco;
Far venire il latte alle ginocchia. ricalcitramento. V.
— 201
GIUNTE E CORREZIONI
Abbi. Avv. Soltanto. Arelarà. Trans. Rimettere in arnese,
Addevtlle. Aggiungasi : Potrebbe dar ristoro. Usasi sempre in metafora ;
questa voce originare, secondo il CAIX p. es. 'Lla vengete a lu lotti m'à fatt'ar-
(Studi di etim. it, e romanza, pag. 18-19), ciarì.
dal latino Ubi vélles, che può signifi- Arfallasse. Rifl. Affollarsi ; p. es.
care anche in nessuna parte. Tutteo buie
J
o
men s'ba 'rfullateo Iti 'mma-
J
Afflarà. Aggiungasi: Dal lat. Fla- sciateo !
grare. Già aelì'Hist. Rom. abbiamo Fia- Asene. Aggiungasi : I Romani di-
riare. (CAix, Op. cit., pag. 107). cono nel nostro senso, La beitela del
Ajjannate. Part. pass. Il solo che somaro.
si usa, e vale propriamente Cibato di Armeni. Aggiungasi : Questo verbo,
ghiande; ma non si adopera che me- unito a nomi di parentela, vale essere;
taforicamente applicandolo ad uomo p. es. Cullù m'arvè lu patr?.
laidissimo, cosi : Tare'ajjannate yiX1- Armurcià. Trans. Rinfacciare ad
jànnc. Aggiungasi: Per anno passato, uno il beneficio fattogli, farsi bello con
è il lat. Anno, ed io l'ho letto in Plauto. uno di un servigio resogli per averne
Aquele. Ho letto in questi giorni il compenso o la lode; p. es. 'Ssù re-
che Vespasiano da Bisticci, aureo scrit- baieV chen TO'/M fatte,f. simbreo meo lu stì a
J
tore del secolo xv, da sempre 1' arti- 'rmurcià. E perciò quando qualcuno
colo determinato ad Aquila. (Vite ed. narra di aver fatta qualche opera pia,
dì Firenze, pag. 191-415, ecc.) Come limosina, ecc., aggiunge sempre : W gì
anche nel proverbio toscano riportato 'armare:,f
Nen ^Aie
r
'O
p 'annoneOr; p. es. Aie
'O
dal Giusti (pag. 214) le è dato lo •>fatteu dice 'ddò messs,
u c o n' "gì armorce. o
stesso articolo.
— 202 —
Baracculare. Sm. e f. Propriam. promettere il pagamento, e non mante-
mangiatore di Baraccuk ; ma per lo più nerlo, ecc.
si adopera schernevolmente per indicare Breve.
u
"
Sm. Amuleto. Fa a huneo
gli abitatori di marine. na strettite,
y
Scrìve
u
a buneo no. lettere.
C o r,
ecc.
t
'BbufTe. Sm. In [Link] stesso che0 se
0 r
la pò *
'bbenne
r
OC
be' bbrtve.
C o
Metaf.
che Cuppónt. Fa mi, o li 'bbuffe, pren- Assai forte, mortificante e tale che se
der roba a credenza e non pagarla; ;!;!ne ricordi per sempre.
Cai-animelle. Terl na cose a 'ssuche ; Crcpanzejc. Aggiungasi : I Romani
de carammelle. Metaf. Farla con gran- { dicono nello stesso nostro senso San
0 0 >
dissima finezza, arte, ecc. Dicesi per lo j Crepa^io.
più d'inganni, frodi e simili. } Cruteje. Add. Crudo. Metaf. Ru-
Carrapine. Aggiungasi: Dallo spa-ì vido si materialmente che moralmente;
gnuolo Carrapinar, Congelare. (CAix, p. es. Che 'ppella cruteje ! Che bome cru-
Op. cit., pag. 96.) teje! Il DIEZ (Et. Dici. pag. 154) mette
Cfaióve. Sm. Chiodo. Fa ruscecà crudius come forma tenente il luogo
cbiuve a hune. Metaf. dargli da tribolare di Crudus.
assai, fargli grandi dispetti. Cusorltte.
"
Fa huneo cuscritte.
u
Metaf.
Clarmà. Aggiungasi: Dal francese Farlo calandrino. Perché i coscritti
Charmer, o dal basso latino Carminare sono spesso giuocati dai soldati vecchi.
(CAIK, Op. cit., pag. 116).
Ougg'cg'notte. Sm. e f. Dulcignotto. l'applichiamo a tutti generalmente gli
È singolare trovarsi fra noi questo voca- abitanti dei paesi marittimi, sopratutto
bolo, ed usarsi ad indicare un ladro di ai Giuliesi.
mare, un pirata. E quindi per oltraggio I
— 203
Vamurrc. Sni. Usasi solo così : . Sf. Muffa. Part. pass. od
Sapè de fj,murre, e dicasi di pollo od Add. Muffito. Indi AffungUsse. Il Voc.
altro volatile ucciso, il quale, non sven- ha Funghire.
trato subito, prende un tanfo di stereo Frisente. Aggiungasi : Mette butte a
assai disgustoso. Forse dal lat. Fimum. li frìscule. Metaf. Importunarlo, vessarlo
Fatlje. Aggiungasi: Ave, o Uà li su' con grande insistenza per averne un fa-
fatije. Metaf. Bastonare o essere basto- vore, un pagamento, ecc.
nato, dare o avere una forte ramanzina.
Cìricciòre. Usasi il solo plurale, Gricciure, Brividi. È pure del dialetto
Romano.
Jì. Andare. Mò va pe 1
ti
li 'ddò amie,
o
Jù. Avv. Giù. Dal lat. popol. Ju-
or ora compiscono due anni, ecc. Que- sum, o dal frane. Jus.
sto modo di dire è pure del dialetto Jurne. Sm. Giorno. Fa na cose- de
V ."i O
Romano. jurne, sbrigarsi nel fare una cosa, farla
'JJcrve. Sf. Erba. Duwa dice la ve- al più presto. Si usa sopratutto per
" V U
reta culla n' gè nasce, ovvero, »' gè modo di eccitare chi agisce lenta-
crfsce mangile la 'jjerve. Per iperbole si mente.
dice di chi abitualmente mentisce.
Leccamuge. Sm. Colpo dato col ro- Lisce. Sf. Meretrice. Si usa solo
vescio della mano sul muso. nella frase ingiuriosa, Fijje de lisce.
Eiengne. Aggiungasi : Levasse la Liucce. Aggiungasi: II CAIX (Op. cit.,
carne de sott1 a la lengue. Iperbole. Di pag. 122) propone per etim. 1' antico
quelli, sopratutto dei genitori, i quali, nordico Logì che vuoi dire scintilla.
per educare i loro figliuoli, fanno i più Per noi potrebbe essere piuttosto il la-
grandi sacrifici. tino Lux, Lucis.
— 204 -
Bf
Mosche. Ci a cacaliy la mosche. rt
In Huètacce. Pu^ì .li [Link] a hune
gergo, si dice di impresa fallita, fami- Metaf. Non tollerare ingiurie, render
glia rovinata, ecc. pane per focaccia.
'ildruppecà. Aggiungasi : Dal por- '.A'nizre. Sm. Biffa. E cosi 'Nnùgì,
toghese Tropicar o dallo spagnuolo Biffare.
Trompicar. (DiEZ, Et. Dici., pag. 443). IVove. ° Mò leo Jfacceo novef> nove.
o Sorta
'Muntene. Sf. Metaf. Il cappello dei di minaccia che si fa ai bambini.
carabinieri, perché ha la forma d' in- Nulendaiuende. Avv. Senza volerlo.
cudine. È l'ablativo latino Nolente, fatto avverbio.
Pandósce. Aggiungasi : Per l'etim. così, quando deve pagare la pena di
il lettore scelga fra il francese Pantois, un male, chi non ne ha la colpa; come
il provenzale Pantaisar, il valacco Tan- un padre i debiti del figliuolo, il po-
taixar ed il catalano fantaxar. (CAix, polo le malefatte dei suoi governanti.
Op. cit., pag. 59). Pértdee. Sf. Occhiello degli abiti.
Pange. Sf. Solo il plurale si usa. Non si usa che in questo senso. Dal
Rughe, grinze della pelle. Può venire lat. Pertusum.
dall'aggett. latino Pannuceus o Pannu- PIppc. Sf. Pipa. *Ardà la pippt a
cius, che vuoi dire appunto, grinzoso, hune, vincerlo, superarlo al paragone
rugoso. assai, in qualsiasi cosa; p. es. Cuttùpe'
Panzarott$. Sm. Specie di raviuoli mmagnà ci arda la pippe a' ituttt quindi.
che si friggono nell'olio o nello strutto. Pupazze. Sm. Burattino. Più
Pape. Vutt leva lu Pape da la sigge. spesso si usa in metaf. ed ha il signi-
Metaf. Pretendere cose esorbitanti, es- ficato di re Travicello, come si di-
sere di esigenze immoderate, ecc. rebbe 'Llu ministre alii nu vtrc tì o 'pu-
Paoqnale. Pahe Pasquale. Si dice
— 205 —
Raschie. Aggiungasi: Dall' antico vende assai caramente, o quafunque
frane. Racher, o dall' antico nordico altra persona assai avida nel guadagno.
lirdki. (CAIX, Op. cit., pag. 60). Tolta la metafora dagli orefici, che,
Refcce. Sm. Orefice. Metaf. Chia- vendendo oro, badano assai al peso.
masi così qualunque negoziante che
s
Saeraoteade. Aggiungasi: Ingergo S>grese«. Sf. Fame cartina. È il to-
vale Le manette. Queste si chiamano scano Sghescia. da me trasandato nelle
anche Ltì sacramendeo deO li Turche.
o
Osservazioni.
Sajcttine. Sm. Sorta di peperone Sire. Aggiungasi: O dal lat. Seria,
di color rosso, e molto cocente al sa- vaso di terra, " brocca ; o meglio dal-
pore. l'arabo Zir, grosso vaso. (CAIX, Op.
MbabuUì. Trans. Sbigottire. È prop. cit., pag. 172).
l'Esbauitire dell' Hist. Rom. (CAix, Op. ft»pute. Magna pane e spute, cibarsi
cit., pag. 37). di solo pane, ed usasi ad intendere ge-
Sbatta. Trans. Scoppiare. Sopra- neralmente chi vive in grandi stret-
tutto nella frase, Sbuttà a 'ppiagne. I tezze. Modo che si ode anche a Roma.
Romani dicono egualmente, Sbottare un &tuppaece. Sm. Metaf. Uomo di
pianto. assai piccola statura.
Scoce. Intrans. Passar di cottura ; Sturte. Add. Metaf. Chi non man-
p. es. Mo' se*> scoceo la paste. È anche tiene la promessa dei pagamenti. Nello
o
questo del dialetto Romano. stesso senso usasi il verbo Storce.
Ternesctune. Sm. Si usa solo il Tozze.<»
Carecà
O
huneO a' ssaccheO deO tum.
O
plurale. Capogiri, vertigini. Metaf. Caricarlo di ingiurie, villanie,
Teiitfl. Sm. Coperchio di terra cotta bastonate, ecc.
o di ferro, che si usa sopratutto per Trecche. Aggiungasi: Sf, La vasca
coprire tegami e tegghie. È precisa- della fontana.
mente il latino Testu o Testum.
£06 -
Verdasccche. Sf. Quella pioggia stri contadini, non fruttifica più per
breve, che cade d'estate e che bagna quattro anni. Il tose, ha Verdesecco,
appena superficialmente la terra, onde come add. nel senso di me^o secco.
se questa viene lavorata subito dopo Vrescenì. Trans. Mischiare, dicesi
riesce sterilissima, anzi, a detta dei no- sopratutto della brace.
Zabucchc. Sm. Grosso ciottolo. menti Virtù o Cucine. Vedi queste due
Zocchc. Li Zòcclie. Usato in plurale
intendesi quella minestra detta altri-
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lucrata C'orrige
Pag. 42 linea 2 e 3 Franciscìie, Francfschc Frangische, Frangische.
58 o O
Francische,
C u
Franascìie Frangisele, Frangeschc.
46 » 4 Giuveddì
V C O
'Ggiuveddì
50 » 13 MP in BM in MB
S° » 13 'Mbussibele
O 0
'MbussibbdcO ti
50 » 14 BM si assimila MB si assimila
77 » 4 verbali da quelle verbali e quelle
77 » 7 Bianche/a Blanghejà
86 » 25 Nen belile Nem ben^e
87 » .8 Nu libri Nu libbreo
97 » 16 Nen blagnesse Nem blagnesse
99 » 4 Nen buteveo Nem buteveo
99 » 4 Senti Sendì
99 » 14 Repubbkche Replubbeche
99 » 40 Non neCJ
Nen ne
99 » 40 N' gè sii N' gè sta.
Altri errori, sopratutto di punteggiatura e trascrizioni fonetiche, cui non ha
potuto correggere l'autore, così lontano dal luogo della stampa, corregga da
sé il benigno lettore.