PROGRESSO TRA LUCI E OMBRE
Nel corso della storia l’uomo ha sempre compiuto passi avanti. Progredire sta a
significare proprio andare avanti, pro gredior. Andando avanti l’uomo ha lasciato alle
sue spalle tutto ciò a cui un tempo era legato. Andando avanti l’uomo ha scoperto
nuovi luoghi, molto spesso luoghi in cui non si riconosceva, in cui riteneva di non
appartenere.
Ecco allora che è quasi connaturato al progresso un senso di smarrimento da parte
dell’uomo, che progredendo ha abbandonato qualsiasi certezza, andando spedito
avanti verso luoghi a lui ignoti, oscuri.
GRECO:
In età ellenistica, il cittadino greco è costretto a subire dei radicali cambiamenti. Egli
non può più essere definito cittadino.
Viene infatti meno il valore cardine della civiltà greca fino a quel momento, il modello
politico su cui si fondava l’antica Grecia; la polis.
Il cittadino è ormai un suddito e la polis è stata sostituita dai regni ellenistici, fondati
da Alessandro Magno, secondo il modello orientale.
Tali radicali cambiamenti provocano all’interno dell’uomo un senso di smarrimento.
L’uomo quasi inconsciamente si estranea dalla società e riscopre la propria interiorità.
Ecco allora un tratto caratteristico delle opere di età ellenistica, l’introspezione
psicologica, lo scavo a livello psicologico.
Menandro, che vive ormai alle soglie dell’età ellenistica, nelle sue commedie, dà largo
spazio ai sentimenti. Analizza i suoi personaggi a livello psicologico. Nelle commedie di
Menandro, anche i personaggi più negativi conservano la loro umanità; ad esempio,
nel Dyskolos, il misantropo giunge alla conclusione di non poter essere autosufficiente;
nell’Aspis, lo schiavo Davo è affettuosamente legato al suo padrone, mettendo così a
tacere quello stereotipo secondo cui lo schiavo è solo ed esclusivamente furbo e ostile
nei confronti del padrone.
Anche nel genere letterario del poema epico, si manifesta una profonda distanza, un
profondo distacco, rispetto ai precedenti modelli epici nella letteratura.
Nelle Argonautiche, Apollonio Rodio ci presenta personaggi ben diversi rispetto ai
personaggi presenti all’interno dei poemi omerici.
I personaggi, all’interno delle Argonautiche, presentano una psicologia ben strutturata.
È come se venissero riflesse nell’epica le qualità dei personaggi delle commedie
menandree.
Giasone, ad esempio, è un antieroe, più simile ad un eroe moderno, afflitto da dubbi e
incertezze; è un eroe opportunista dal momento che sfrutta Medea per raggiungere i
propri scopi, ben distante dagli eroi omerici, eroi tutto d’un pezzo, capaci di morire a
costo di difendere i propri valori, eroi che agiscono.
Il personaggio che più risente del passaggio da una cultura di vergogna, in cui un
uomo è giudicato sulla base delle sue azioni, a una cultura di colpa, in cui l’uomo deve
fare i conti con la propria coscienza, è, senza alcun dubbio, Medea.
Nel corso di una lunghissima notte Medea è afflitta dall’angoscia nei confronti di
Giasone.
Da un lato, la passione, il desiderio di concedersi al sentimento spingerebbero Medea
ad aiutare Giasone nella sua impresa, appropriarsi del Vello d’oro, dall’altro il senso del
dovere, il rispetto che prova nei confronti della sua famiglia e del suo regno la frenano
da qualsiasi tipo di azione avventata.
Prende in considerazione qualsiasi possibilità; aiutare Giasone; non aiutare Giasone e
lasciarlo morire, togliendosi, però, a sua volta la vita; non aiutare Giasone, né morire.
Ogni opzione comporta, però, gravi responsabilità. Se dovesse lasciar morire Giasone,
non sarebbe più in grado di vivere. In questo caso non sarebbe, però, capace di
confrontarsi coi genitori, né sarebbe capace di parlare a Giasone, la cultura di
vergogna impedirebbe ad una donna di parlare da sola con un uomo straniero.
Finalmente Medea giunge ad una conclusione e, nel momento di massima tensione del
suo monologo, pronuncia testuali parole:
ἐρρέτω αἰδώς, ἐρρέτω ἀγλαΐη
Alla malora il pudore e la fama
Parole dense di significato e assolutamente rivoluzionarie. Medea rifiuta i valori tipici
della civiltà di vergogna come il pudore e la fama e decide di aiutare Giasone nella sua
impresa, ripromettendo a sé stessa di togliersi la vita una volta compiuta l’impresa.
LATINO
Anche Seneca vive in un momento storico particolarmente delicato.
Il principato ormai è consolidato, la libertas repubblicana è un ricordo ben lontano;
l’unica soluzione per gli intellettuali nostalgici nei confronti della libertas repubblicana,
come Tacito, è accettare il principato come male necessario affinché sia garantita la
pace.
Ecco allora che la riflessione di Seneca si concentra maggiormente sull’animo umano,
sulla dimensione interiore dell’uomo.
Seppur esse non costituiscano un sistema dottrinale unitario, per le non poche
incoerenze, le opere filosofiche di Seneca s’incentrano sul raggiungimento della
felicità, ove per felicità Seneca intende la vittoria sulle passioni e al conseguimento
dell’autosufficienza, l’autarkeia. La felicità cui fa riferimento Seneca è una felicità che
si può ottenere soltanto attraverso vie interiori, attraverso la conoscenza di sé stessi.
Pur rivolgendo l’attenzione verso l’interiorità dell’uomo, la dottrina stoica cui Seneca
aderisce lo costringe ad aprire la sua riflessione anche in ambito sociale.
Per Seneca, il sapiens, il saggio è colui che è in grado di trovare un equilibrio tra
ricerca interiore e vita pubblica, operando per il bene comune. Qualora però operare
per il bene comune significhi rinunciare alla ricerca interiore, allora il sapiens dovrebbe
contemplare il ritirum, il ritiro a vita privata.
L’opera in cui è concentrata la sua riflessione morale e filosofica, va sotto il nome di
Dialogi.
I Dialogi constano di dieci trattati filosofici divisi in dodici libri.
È proprio nei Dialogi che emerge il giudizio di Seneca nei confronti del progresso.
Nel “De brevitate vitae”, Seneca indica i comportamenti da assumere affinché non si
giunga alla conclusione che la vita è troppo breve. La vita è troppo breve per chi si
affanna in attività inutili o chi spende la sua vita alla ricerca di ricchezze e successo.
Seneca afferma che la vita, se impiegata bene, è lunga. Il tempo che ci è concesso è
infatti sufficiente per vivere una vita virtuosa, una vita secondo ragione, alla ricerca
della vera felicità.
Una riflessione che maturerà all’interno del “De vita beata” in cui Seneca indica il
vivere secondo ragione come il bene sommo a cui dovrebbe ambire il sapiens.
È chiaro quindi che secondo Seneca il progresso pur migliorando la vita dell’uomo, non
ha minimamente contribuito al miglioramento degli uomini e al raggiungimento del
fine ultimo del sapiens, il raggiungimento della felicità che consiste nel vivere secondo
virtù.
ARTE
Durante la seconda metà dell’Ottocento. Si succedono trasformazioni talmente rapide,
da bruciare qualsiasi tipo di modello precedente.
È l’età del positivismo, la scienza è considerata il nuovo dio, capace di curare tutti i
mali del mondo; è l’età della seconda rivoluzione industriale, del progresso tecnologico
e del capitalismo che determina l’ascesa al potere della borghesia e degli
imprenditoriali e, in risposta, rivendicazioni sociali da parte dei ceti più bassi, dalle
masse; è la Belle Époque, un periodo di ottimismo generale, la gente è capace di
spendere il proprio tempo libero, l’informazione viaggia veloce, la comunicazione è
facilitata, l’illuminazione nelle città permette agli uomini di vivere di notte.
Il progresso sembra essere inarrestabile ma presto questo voler bruciare le tappe si
tradurrà nell’imperialismo, nelle crescenti tensioni fra le potenze europee e nello
scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Tutto si svolge in funzione del denaro, del profitto. Ma allora qual è il compito dell’arte
e della poesia che non producono profitto?
All’arte e alla poesia, nell’età del positivismo, è chiesto di indagare in maniera
obiettiva la realtà. L’artista allora assume lo stesso atteggiamento dello scienziato,
che analizza la società in maniera fredda distaccata.
Alcuni intellettuali e artisti, prendendo la strada del realismo, accetteranno il ruolo
subalterno dell’arte nella società industriale. Altri invece, prendendo la strada del
simbolismo, tenteranno di riconsegnare all’arte la sua dignità e di riscattarla.
Essi sostengono infatti che la scienza è in grado di indagare solo parte della realtà, la
realtà sensibile.
La conoscenza della realtà non si esaurisce con la scienza, altrimenti non ci potremmo
spiegare le sensazioni che solo arte, musica, profumi riescono ad evocare. L’arte è
capace di schiudere quella realtà dei sogni, dei ricordi, grazie ad un’esperienza
sinestetica, che coinvolge ogni sfera sensoriale.
È la seconda strada che intraprende anche l’artista austriaco, Klimt, padre della
Secessione viennese, un movimento artistico che si distaccava radicalmente dalla
tradizione e da un linguaggio accademico.
La svolta secessionistica di Klimt avvenne dopo che l’università di Vienna gli
commissionò tre pannelli, ognuno dedicato ad una diversa disciplina; uno alla filosofia,
uno alla medicina, e uno alla giurisprudenza.
L’università di Vienna si aspettava che Klimt, realizzando tali pannelli si facesse
interprete del positivismo. Una volta compiuti, però, i pannelli, radicalmente nuovi nei
confronti della tradizione e critici nei confronti del positivismo, furono rifiutati e
ribattezzati “i pannelli dello scandalo”.
Il pannello della filosofia, il pannello dichiara palesemente il distacco dalla tradizione,
da un linguaggio accademico. Esso prevede l’azzeramento di ogni coordinata spaziale,
l’azzeramento della prospettiva. Klimt ci restituisce uno spazio eccessivamente
verticalizzato.
Lo sfondo sembra quasi ricoperto di pulviscolo, di nebbia, metaforicamente
alluderebbe all’assenza di certezze, verità, obiettivo della filosofia.
A destra una colonna di uomini e donne. In alto bambini, poi figure femminili dai corpi
idealizzati e in basso gli anziani che dichiarano la disperazione della decadenza.
Di fianco a loro un volto dormiente. È la filosofia, la filosofia dovrebbe spiegare il senso
della vita ma lei dorme, non si cura degli uomini.
Il pannello della medicina è realizzato secondo il medesimo criterio compositivo del
pannello della filosofia.
A sinistra la solita colonna di uomini dai corpi nudi, crudi e reali, logorati dalle malattie
e impotenti contro l’inesorabile forza del tempo. In basso Igea, dea della salute, che
rappresenta la Medicina e con lei un serpente.
Una figura sempre dormiente tende la mano verso gli uomini ma è sempre
disinteressata. Anche lei è la Medicina.
Infine, il pannello della giurisprudenza.
In alto tre figure: la nuda Verità, la Giustizia con una spada e la Legge, ai loro piedi,
l’umanità che si affida a loro. Le tre figure però sono sempre sognanti, indifferenti.
In basso le tre figure si trasformano nelle terribili gorgoni e assistono indifferenti alla
condanna di un uomo. Un uomo vecchio, dal corpo ossuto, scavato, col capo chino e
rassegnato è attaccato da una piovra. È il sistema giudiziario, un mostro che annienta
l’uomo.
FILOSOFIA
Quelli della seconda rivoluzione industriale, della società capitalistica, sono anni in cui
l’uomo aliena sé stesso e le sue capacità nelle macchine. L’uomo è pian piano
rimpiazzato dalle macchine.
Vedendosi rimpiazzato, l’uomo è costretto ad interrogare sé stesso sul senso della vita.
Ma non ne è capace e non esiste una morale o un valore capace di dare un senso alla
sua esistenza.
La filosofia come nel pannello di Klimt dorme e non riesce a dare un senso alla vita.
Poi, Nietzsche va a stravolgere completamente il sapere, la cultura occidentale.
È possibile definire la sua filosofia nichilista, ciò, però, non significa che gli esiti cui
giunge con la sua filosofia siano negativi.
Di fronte alla morte di dio, a valori, modelli, ideali inutili, all’insensatezza della
metafisica, la filosofia di Nietzsche invita l’uomo a vivere la vita così com’è, invita
l’uomo ad accettare l’eterno ritorno.
Ma facciamo un passo indietro:
Nietzsche studia filologia classica all’Università di Bonn. La sua conversione alla
filosofia avviene con l’opera “Le origini della tragedia”. In essa Nietzsche analizza le
differenze tra tragedia antica e tragedia classica e nota quanto nelle tragedie di
Eschilo e Sofocle, e, quindi, nella tragedia antica, logos e melos, parti recitate e parti
cantate, siano ben equilibrate, mentre, nelle tragedie di Euripide, è ben più notevole la
rilevanza che assume il logos.
Nietzsche fa risalire la causa di questa differenza a Socrate. Le tragedie di Euripide
subiscono l’influenza della filosofia di Socrate. Il reato di cui si è macchiato Socrate è
di aver contemplato all’interno dell’uomo solo l’apollineo, la parte razionale, espressa
nella tragedia attraverso il logos, opprimendo così il dionisiaco, parte impulsiva,
passionale irrazionale del nostro spirito, espressa nella tragedia dal melos.
Socrate ha avuto la presunzione di poter definire qualsiasi cosa, qualsiasi concetto
attraverso l’incessante domanda “ti es ti?” e a partire da Socrate, il sapere occidentale
priverà l’uomo della sua componente irrazionale, istintiva, ammettendo soltanto quella
componente razionale dell’uomo.
A partire da Socrate l’umanità ha dovuto esaltare valori, aderire a degli ideali, seguire
dei modelli per poter esorcizzare la paura del dionisiaco e per poterlo seppellire
definitivamente.
i valori, le morali che si sono create erano effimere, fragili tanto da essere sostituite da
altre nel corso del tempo.
La cultura greca esaltava valori quali il corpo, il coraggio, la forza, valori caduti con
l’avvento del cristianesimo che propugnava la morale degli schiavi, secondo cui,
essenzialmente, gli ultimi saranno i primi e secondo cui lo scopo della vita è la morte.
Secondo Nietzsche l’uomo ha una componente apollinea e una dionisiaca, limitarlo alla
sola componente razionale è insensato e molto forzato, allora, il filosofo del martello
va a criticare Socrate, Platone, i cristiani e tutti quei filosofi moraleggianti, complici del
delitto del dionisiaco.
L’invito che ci fa Nietzsche è quello di rifiutare tutte quelle filosofie, quelle religioni che
ci portano a credere che la vita umana abbia uno scopo e che ci impediscono soltanto
di goderci la vita.
la vita umana non ce l’ha uno scopo; ad esempio per la morale cristiana lo scopo della
vita è la morte; noi viviamo per una vita dopo la morte che non sappiamo nemmeno
se ci sarà, trascorriamo la nostra vita sopprimendo i nostri istinti e facciamo sacrifici
per goderci la morte.
Col suo celebre aforisma “Dio è morto”, Nietzsche intende , proprio questo, la crisi di
quei valori senza senso e senza ormai presa sociale.
L’uomo deve imparare a vivere senza un fine ultimo, deve imparare a prendere le cose
per come vengono è questa la chiave per imparare a vivere senza una morale
l’imparare appunto a prendere le cose per come vengono.
Dobbiamo essere in grado di accettare con entusiasmo tutto ciò che succede.
Dobbiamo essere in grado di accettare l’eterno ritorno.
Solo così potremmo diventare degli ubermensch, oltre uomini, in grado di accettare
qualsiasi cosa la vita gli riservi ridendo.
ITALIANO
Luigi Pirandello è un autore che ha mostrato una sensibilità acuta verso il tema del
progresso, come evidente nelle sue opere principali. Ne "I quaderni di Serafino Gubbio
operatore", Pirandello esplora l'alienazione dell'uomo rispetto alle macchine. Il
protagonista, Serafino Gubbio, trova il significato della sua esistenza solo in relazione a
una macchina da presa, sottolineando l'annichilimento dell'individualità e delle
capacità umane di fronte al progresso tecnologico.
Questa critica al progresso è presente anche nel suo romanzo più celebre, "Il fu Mattia
Pascal". In questo romanzo, il protagonista Mattia Pascal, sotto lo pseudonimo di
Adriano Meis, vive a Roma presso la locanda di Anselmo Paleari. Paleari, uomo incline
a culti mistici e sedute spiritiche, invita Meis ad assistere a uno spettacolo di
marionette che rappresenta l'Elettra di Sofocle. Durante lo spettacolo, Paleari pone a
Meis una domanda assurda e paradossale: "Cosa pensi accadrebbe se, nel momento in
cui Oreste sta per vendicare il padre uccidendo Egisto e la madre, si strappasse il cielo
di carta sopra la sua testa?".
Questa domanda mette Meis in difficoltà, ma Paleari gli fornisce la risposta. Secondo
Paleari, Oreste, eroe classico con certezze e ideali assoluti, di fronte allo strappo del
cielo di carta (metafora della perdita di tutti quei valori e verità assolute) si
trasformerebbe in Amleto, eroe moderno, incapace di agire e perennemente in dubbio.
Pirandello associa la causa di questo "strappo" a Copernico, che con la sua teoria
eliocentrica ha inflitto la prima ferita narcisistica all'umanità, detronizzando l'uomo dal
centro dell'universo e privandolo delle sue illusioni di centralità.
Nel romanzo, Mattia Pascal ripete "maledetto fu Copernico" nella chiesa sconsacrata in
compagnia di Don Eligio, mentre cercano di mettere ordine nella biblioteca,
un'immagine che riflette l'assurdità, il caos e il paradosso che dominano la vita.
In questo contesto, l'opera di Pirandello si configura come il primo romanzo umoristico
della letteratura italiana. Le caratteristiche principali di questo umorismo sono:
Il relativismo, causato dalla crisi degli ideali e delle certezze, dove tutto diventa
relativo e privo di assoluti.
Il gusto del paradosso, derivante dall'insensatezza e dall'assurdità della vita.
È paradossale che Mattia Pascal, considerato morto, racconti la sua storia, ed è
assurdo che la storia stessa si svolga in un luogo e tempo morti.
Il tema dell’assurdità della vita è poi proposto da Pirandello anche a teatro; lo stesso
titolo di una sua più celebre opera teatrale, “Sei personaggi in cerca di autore”, ci
preannuncia l’assurdità di ciò che era messo in scena: è assurdo che dei personaggi
cerchino un autore, ci si aspetterebbe che un personaggio sia stato scritturato ben
prima che l’opera sia messa in scena.
INGLESE
The theme of the absurd is also reflected in Samuel Beckett’s play, Waiting for Godot.
The play got unanimus acclaim since its premiere in 1952. Vladimir and Estragon
became the emblems of the Absurd.
The play consists in conversations between two homeless men, Vladimir and Estragon
and what makes it absurd is the fact that it basically has no plot. All Vladimir and
Estragon do is waiting for a character named Godot who will never actually appear on
set.
While waiting for Godot by a single tree, the two tramps argue, they get bored and
even contemplate suicide. The only other two characters that appear on the scene are
Pozzo and Lucky
They are two characters linked to each other both phisically and metaphorically,
representing the relationship between a master and a servant.
The play is set in no particular time or place, it doesn’t have a real plot. It is definitely
absurd.
But the absurdity of the play’s struture is also reflected by the themes explored in the
play.
Vladimir and Estragon are waiting for someone to explain them the real meaning of
life and of human nature. The fact that this person never appears on stage suggests
that there is no explaination to give, a meaning for life does not exist, because life is
absurd.
The character they’re waiting for is significantly called Godot referencing to God , a
projection of Vladimir ad Estragon’s hopes and dreams.
The characters of Vladimir and Estragon are seen as complementary characters;
Vladimir is a practical man and keeps waiting for Godot, Estragon is a dreamer and is
sceptical about Godot’s arrival,
Estragon can not rememer a thing about his past, Vladimir remembers everything
vividly.
After Waiting for godot, his masterpiece, Beckett continued writing plays. What
emerged in Samuel Beckett’s following plays, like Breath in 1969, was the idea of
mankind as motionless or just as mere sound or silence.
STORIA
Il vero protagonista della storia del 900 è il capitale.
Le potenze si spartirono il mondo e gareggiarono l'una contro l'altra per accaparrarsi
anche la più ridotta striscia di terra, attuando una politica imperialista, spinte dalla
necessità di ottenere nuove materie prime da utilizzare nelle industrie, così da
sostenere la macchina economica. L'imperialismo accese le tensioni tra le grandi
potenze mondiali, che si affrettarono a correre agli armamenti, dando grande impulso
all'industria bellica che sfornava armi a ritmo serrato. Era necessario allora mettere in
campo queste armi per evitare una crisi di sovrapproduzione, affinché la produzione di
armi e la loro domanda viaggiassero di pari passo.
Tutti credevano che la guerra imminente sarebbe stata una guerra lampo, resa
possibile dalle nuove armi, molto più potenti. Tuttavia, essendo una guerra tra potenze
dotate di armamenti simili, si rivelò presto una guerra di logoramento, condotta nelle
trincee. L'assassinio dell'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando, il 28 giugno 1914 a
Sarajevo per mano del giovane nazionalista serbo Gavrilo Princip, fu solo il pretesto
per lo scoppio di una guerra fortemente voluta.
In un'Italia divisa tra interventisti e neutralisti, prevalsero i primi, i quali pensavano
che alleandosi con chi stava vincendo avrebbero ottenuto vantaggi al tavolo dei
vincitori. La situazione risultò critica per gli Alleati quando la Russia uscì dalla guerra
firmando il trattato di Brest-Litovsk. Fu allora che gli Stati Uniti, che avevano finanziato
gli Alleati, decisero di intervenire direttamente nel conflitto per evitare che questi
fossero sconfitti, poiché ciò avrebbe significato l'impossibilità di riscuotere i debiti
contratti. Gli Stati Uniti presero parte al conflitto mondiale e gli Alleati ebbero la
meglio.
I tedeschi furono costretti a una pace umiliante. Il trattato di Versailles stabilì che la
Germania avrebbe perso tutte le sue colonie, restituito l'Alsazia e la Lorena alla
Francia, ceduto parte della Slesia, che la regione della Renania sarebbe stata
smilitarizzata e che avrebbe dovuto pagare ingenti somme per i debiti di guerra
contratti. Inoltre, avrebbe dovuto cedere alla Francia il bacino minerario della Ruhr.
Il malcontento in Germania, ribattezzata Repubblica di Weimar, fu grande. La nazione
sprofondò nella peggiore crisi economica. Il marco perse così tanto valore che nel
1923 servivano mille marchi per comprare un chilo di pane. La ripresa per la
Repubblica di Weimar fu possibile solo a partire dal 1924, quando gli Stati Uniti
cominciarono a prestare denaro per la sua ricostruzione e quando terminò
l'occupazione straniera del bacino minerario della Ruhr.
La situazione, però, precipitò nuovamente nel 1929. La sopravvivenza della Repubblica
di Weimar era possibile solo grazie agli aiuti degli Stati Uniti, ma quando la crisi di
sovrapproduzione negli USA allertò gli azionisti, questi si affrettarono a ritirare le
proprie azioni tra il 28 e il 29 ottobre 1929, decretando così il crollo della borsa di New
York.
Una soluzione fu trovata grazie al presidente Roosevelt, che pianificò un progetto di
politica economica, il New Deal. Roosevelt accolse la teoria di Keynes secondo cui, per
rimettere in moto la macchina economica, lo Stato avrebbe dovuto farsi imprenditore.
Lo Stato agì in settori come quello ferroviario, offrendo posti di lavoro. In tal modo, le
persone si riarricchirono e poterono contribuire alla ripresa del sistema economico. La
crisi di sovrapproduzione fu evitata e la produzione andò di pari passo con la
domanda.
Tuttavia, la soluzione arrivò troppo tardi per evitare che la Repubblica di Weimar
crollasse nella più profonda crisi. Il malcontento era grande, e risultò quindi facile per
Hitler stracciare gli accordi di Versailles, che avevano umiliato la Germania, prendere il
potere e diventare il protagonista della più tragica parentesi della storia.