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Gli Acquedotti di Roma

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ROMA REGINA AQUARUM


Gli antichi acque dotti di Roma non hanno mai rice vuto limporta nza che inve ce sicurame nte me rita no. Latte nzione per le magnificenti ope re della Capita le, vie ne spesso ca tturata da strutture come i monumenti de i Fori, il Panthe on e il Colosseo, e ppure gli acque dotti sono anda ti be n oltre ne l corso de i secoli associando de lle strutture realizzative allavanguardia da un punto di vista costruttivo a de lle soluzioni inge gne ristiche innovative e pe r alcuni aspe tti tuttora valide. Paragonabili forse solo alla maestosit de lle Piramidi de gli Egizi, sono sicuramente meno e vanescenti se si conside ra che il loro pe rcorso si svolge pe r lo pi in sotte rranea e, come a ffe rma va Frontino, me ntre le piramidi venivano ere tte con il solo scopo di e vide nzia re e ra pprese nta re la pote nza e la maestosit di un singolo cio il Faraone, gli acque dotti oltre a supera re difficolt tecnologiche e realizza tive a ltre ttanto impe gnative, ave vano il grandissimo pre gio di ope rare a l se rvizio de lla colle ttivit, fornendo un se rvizio idrico pe r tutta la cittadinanza, anche se con de lle proprie priorit e ge ra rchie. Gli acque dotti ha nno portato acqua ininte rrottame nte per secoli, scavalca ndo le valli con i loro ponti, traforando le montagne con condotti e supe ra ndo la de pressione de lla ca mpagna roma na con lunghissime a rcuazioni. Purtroppo pe r nei secoli linte resse e latte nzione nei loro confronti anda ta scemando, al punto che ad oggi incerto addirittura il loro traccia to. Dobbiamo a Se sto Giulio Frontino (ca.40109), curator aqarum Sotto Ne rva e Traiano, molto di que llo che si conosce oggi re la tivame nte agli a cque dotti. La sua ope ra De aquae ductu Urbis Romae una pre ziosissima minie ra di informazioni sull'e dilizia idra ulica a Roma. Gra zie a Frontino conosciamo parte dei pe rcorsi de gli acque dotti, i nomi dei costruttori, la qua ntit di a cqua trasporta ta, l'ubicazione de lle sorge nti, il tipo di struttura muraria e d ogni a ltro tipo di informa zione corre lata con la rea lizzazione di queste ope re. Egli infa tti de ttagli sia lorga nizzazione che lamministra zione de gli acque dotti facendoci giunge re pre ziose informa zioni a rigua rdo. Nonostante questo pe r le lacune esiste nti sono varie e nume rose: spa ziano appunto dallindividuazione esatta de i tracciati, alla cronistoria de lle modifiche e rifa cimenti ese guiti, allindividuazione de lle nume rose strutture di se rvizio ad essi associate. In un contesto di questo tipo possiamo quindi affe rmare che linda gine spele ologica, che pre ve de la pe ne trazione, lesplorazione e lo studio de lle strutture ipogee, si prese nta con un e norme pote nziale di rice rca che fa ben spe rare pe r gli e ventuali sviluppi futuri. Ma parlare di acque dotti oggi, in prima ipote si significa porge re il pe nsiero alla lunghissima serie di a rcuazioni visibili in prossimit de l centro urba no de lla citt, e precisame nte ne lla zona de l parco di S.Policarpo. Tuttavia gli archi oggi visibili costituiscono solo una piccola parte di ci che resta di que lla che sta ta de finita l'o ttava meraviglia de l mondo antico. Pe r lo pi gli acquedotti ve nivano costruiti sotte rrane i in qua nto un percorso di questo tipo dava molte pi garanzie di sicure zza e d affidabilit rispe tto a d uno costruito inte ra mente su a rcua zione .

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Non a caso, qua ndo de cadde l'impe ro romano d'Occide nte per mano dei Goti, gli stessi decisero di priva re la citt de l suo approvvigioname nto idrico, andando a taglia re gli acque dotti ne ll'unico punto in cui transitavano in sopraele vazione, ossia ne lla zona de l sudde tto Parco di S.Policarpo (Tor Fiscale ). Dopo quest'e ve nto gli acque dotti decadde ro in uno stato di comple to abbandono, ecce zion fatta per l'acque dotto Ve rgine utilizzato ancor oggi pe r il ce ntro storico de lla citt, che ve de la sua mostra te rminale ne lla famosa fontana di Tre vi. Se la parte su a rchi stata sempre visibile e d ha ispirato molto spesso artisti quali il Piranesi, ne l raccontare la campagna romana, oppure pe r inte nti me no nobili come il pre lie vo de l mate riale con cui erano costruiti (ese mpio e vide nte a porta Furba), possiamo affe rma re che la pa rte pi consiste nte e sotte rranea de gli stessi andata scemando ne l dime nticatoio de lle ge ne razioni pa ssa te. Fu solo in pe riodi re lativamente rece nti, come grazie a ll'ope ra de llarcheologo inglese Thomas Ashby, ma a nche de l Lanciani, e d altri, i quali molto sensibili al fascino che queste ope re grandiose ese rcitavano, venne a vviato uno studio pi accurato e me ticoloso, che fortuna tamente comprende va anche il rilie vo topografico di tutti i tracciati antichi de gli acque dotti. Ma Ashby, se da un lato ave va la fortuna di ripe rcorre re la campa gna romana, a ncora priva dell'invasione e dilizia de i nostri giorni, pe r contro possiamo dire che non ave va familia rit con la pe ne tra zione ipogea de gli spechi. Infa tti ne lla de terminazione dei traccia ti si a ffidava unicame nte a ll'individua zione de gli antichi pozzi d'ispe zione sul te rritorio, che abitua lme nte ve nivano costruiti ogni 30-50 me tri di traccia to, e ne i numerosi tra tti in cui questi non erano individuabili, dove va affidarsi a lla logica o molto pi spesso alle ipotesi pe r riuscire a congiunge re i te rminali conosciuti di un tratto. Presso gli a ntichi romani lapprovvigioname nto di un be ne primario come lacqua, gra zie ad una specializza zione idra ulica sviluppata si ne l te mpo fino ad a ssurge re a tradizione , si trasform in un siste ma te cnologico che a ncora oggi desta me raviglia. Ne llantica Roma fino alle t re gia e d agli albori della repubblica lacqua ve niva attinta da pozzi di acqua viva, da ciste rne o da fonti urbane, come la Giuturna ne l Foro o la Lupe rca le sul Pa la tino e ve niva poi distribuita tramite condotti sotte rrane i. Lacqua de l Te ve re, nonosta nte ve nisse utilizzata, e ra solita me nte fa ngosa e torbida . Linconve nie nte quindi di dipe nde re da lla disponibilit dacqua presente nel te rritorio spinse i romani a cime ntarsi ne lla realizzazione di acque dotti a lime nta ti da sorge nti permane nti: lacqua fu cos raccolta, a nche da note voli distanze, trasportata e distribuita ne lla citt .

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Le tecniche di costruzione allora usate ci stupiscono a ncora oggi pe r la mode rnit de lla conce zione e pe r lalto grado di monumentalit ne llattrave rsame nto di fiumi e va lla te . E proprio il connubio fra monume ntalit e pubblica utilit , forse, la ca ra tte ristica pi rile vante de llarchite ttura romana . Inte ressanti le nume rose testimonianze de gli autori a ntichi. Lo storico Dionigi di Alicarnasso (60-7 a.C.): Mi se mbra che la gra nde zza de llImpe ro roma no si rive li mirabilmente in tre cose: gli acque dotti, le strade e le fogna ture (Ant.Rom.,III, 13). Strabone (64 a.C.-25 d.C.) scrisse : I Romani ha nno pensato soprattutto a ci che i Greci a ve va no trascurato: a pavime ntare vie, incanalare acque, costruire fogne che potesse ro e vacuare ne l Te ve re tutti i rifiuti de lla citt. Tanta lacqua condotta dagli acque dotti da far scorre re fiumi attra ve rso la citt ed attra ve rso i condotti sotte rra ne i: quasi ogni casa ha ciste rne e fontane abbondanti. (Geogr., V, 3-8). Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) sottolineava che Labbonda nza de lle a cque distribuite pe r uso pubblico ne lle te rme, ne lle piscine, ne lle fontane, ne i canali, nelle case, nei gia rdini, ne lle ville suburbane, e il gran numero di acquedotti che le conducono a Roma su lunghe sostruzioni a rcuate, a ttrave rso montagne perforate e va lli colmate, si dovr conve nire che non esiste in tutto il mondo ope ra pi me ravigliosa di que sta. (Na tura lis historia, XXXVI,123). Sesto Giulio Frontino, sovrinte nde nte sotto Nerva e Traia no nel 79d.C., de fin gli a cque dotti La pi alta manifestazione della grande zza romanauna tale profusione di strutture indispensabili che trasporta no una tale quantit dacqua, comparatele , se vole te, con le futili piramidi o le inutili, a nche se fa mose, ope re de i Gre ci (De aquae ductu urbis Romae,). Ed ancora Rutilio Namaziano, poe ta e pre fe tto di Roma scrive ne l 415 d.C.: E cosa dire de i rivi sospesi su a rchi cos alti nellaria che a stento larcobaleno potrebbe portare pi in su le acque piovane? Diresti quasi che queste grandi moli si sono alzate fino agli astri: vanta la Gre cia una tale fabbrica da Giganti? (De re ditu suo,I,98-100). Avvicinandosi ai giorni nostri Goe the annotava sul suo diario l11 nove mbre 1786: Gli a va nzi de llimponente acque dotto impongono ve ramente rispe tto. Quale gra nde e nobile scopo quello di abbe ve rare un popolo me diante un monume nto cos grandioso. Di se guito gli 11 acque dotti monume ntali realizza ti pe r approvvigiona re lUrbs:

Acque dotto Appio Anio Ve tus Marcio Te pula Giulio Ve rgine Alsie tino Claudio Anio Novus Traiano Ale ssandrino

Anno di costruzione 312 a.C. 272 a.C. 144 a.C. 125 a.C. 33 a.C. 19 a.C. 2 a.C. 52 d.C. 52 d.C. 109 d.C. 226 d.C.

Lunghe zza (km) 16,5 63,6 91,4 17,7 22,8 20,4 32,8 68,7 86,8 58 22

Portata (litri/secondo)1 875 2.100 2.250 214 577 1.835 188 2.210 2.270 1.367 254

Calcolata da Frontino al castello finale

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GLI 11 ACQUEDOTTI
1) 312 a.c. Aqua Appia Le sorgenti erano situate a 1,153 km. a sinistra della via Prenestina antica tra il VII e lVIII miglio Realizzatori i censori Appius Claudius Crassus e Caius Plautius 2) 269 a.c. Anio Vetus acquedotto costruito nella valle dellAniene con il bottino della guerra contro Pirro, captava lacqua direttamente dal fiume 3) 144 a.c. Aqua M arcia Quintus M arcius Rex restaur i precedenti e realizz il suo sempre nellalta valle dellAniene, al 38 miglio della Sublacense ed ebbe il merito di portare la M arcia ed il Vetus sul Campidoglio e ci gli valse una statua. 4) 125 a.c. Aqua Tepula utilizza sorgenti dai Colli Albani nella valle M arciana tra il Colle Cimino e il Colle dellAsino 2 km. a ovest dellAbbazia di Grottaferrata. 5) 33 a.c. - Aqua Julia Le sorgenti erano al 12 miglio della Via Latina, il Lanciani le avrebbe riconosciute nelle sorgenti di Squarciarelli ancora visibili 200 mt. A ovest del ponte omonimo. Dopo cica 2 miglia, con un percorso sotterraneo, intercettava lacqua Tepula, insieme raggiungevano la piscina limaria tra il 6 ed il 7 miglio della via Latina, da dove proseguivano sovrapposte utilizzando lo stesso percorso sopraterra della M arcia 6) 19 a.c.- Aqua Virgo le sue sorgenti sono presso Salone sulla via Collatina e la realizzazione dellacquedotto sempre di Agrippa Diramazione) Specus Octavianus - Tra l11 ed il 4 a.c. Augusto potenzi lAppia e la M arcia e realizz una diramazione del Vetus chiamandola appunto Specus Octavianus che si separava a 2 miglia dalla citt per raggiungere gli Horti Asiniani presso lAppia 7) 2 a.c. Aqua Alsietina La sorgente il Lago Alsietino (M artignano) realizzata da Augusto espressamente per la naumachia (Nemus Caesarum-Parco di Cesare) in Trastevere In et repubblicana la costruzione e manutenzione degli acquedotti spettava ai censori, Augusto introduce la figura del Curator Aquarum, il primo fu Valerius M essala Corvinus, sempre Augusto introduce luso di cippi iugerali per segnalare il percorso degli acquedotti ed il limite della propriet pubblica 8-9) 52 d.c. - Aqua Claudia e Anio Novus sono realizzati entrambi da Claudio, complessivamente gli acquedotti aniensi provvedevano al 76% della fornitura idrica 10) 109 d.c. Aqua Traiana Le sue sorgenti erano nei pressi del Lago di Bracciano, esso fu espressamente realizzato per rifornire la XIV regio Transtiberim. Fu ricostruito nel 1609 per volere di Paolo V Borghese perci lacqua fu chiamata Paola. Nellultimo tratto lacquedotto Paolo scavalca lAurelia con il cosiddetto Arco di Tiradiavoli e termina sul Granicolo col famoso Fontanone realizzato (purtroppo) grazie al marmo del Foro di Nerva 11) 226 d.c. Aqua Alexandriana Le sue sorgenti sono a Pantano Borghese al XII miglio della via Prenestina tra il Colle di Sassobello e M onte Falcone. Fu realizzato da Alessandro Severo per alimentare le Terme Neroniane in Campo M arzio Nel 1585 Giovanni Fontana per volere di Sisto V riutilizzer le sorgenti per la costruzione dellAcquedotto Felice M olto delle conoscenze sugli acquedotti di Roma si deve a S esto Giulio Frontino (Curator Aquarum sotto Nerva nel 97 d.c.) che scrisse il De aquaeductibus urbis Romae

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La PROGETTAZIONE
Il primo fattore da conside rare ne lla proge tta zione di un acque dotto e ra la sce lta de lle sorge nti. Queste dove vano trovarsi ad unalte zza tale da pe rme tte re che lacqua a rriva sse a destinazione, calcola ndo la pe rdita di quota lungo il percorso, ad un live llo che perme tte sse la sua distribuzione a gli ute nti finali. Prioritaria e ra la salubrit e la pure zza de lle acque, ragion pe r cui venivano e ffe ttuate osse rvazioni pra tiche e d esami obie ttivi. Le sorge nti dove vano esse re visibilme nte limpide , inaccessibili allinquinamento e prive di muschio o canne. Pe r accertarsi de lla bont de llacqua si esaminavano a tte ntame nte le condizioni di salute de gli abitanti de lla zona, con particolare a tte nzione alla ca rnagione, alla struttura ossea e d alla limpide zza de gli occhi. Ve niva inoltre acce rtata la capacit corrosiva de ll acqua, la sua viscosit, la sua e ffervescenza,il suo punto di ebollizione , la presenza di corpi estra nei. Una volta scelte le sorge nti bisognava proce de re a l convogliame nto de lle acque . Gli inge gne ri studiava no pe rtanto il pe rcorso che lacque dotto avrebbe dovuto se guire e ne l corso delle labora zione di un proge tto de finitivo ve nivano confrontati i costi di opere a lte rnative per il supe rame nto de l me desimo ostacolo: le valli troppo larghe e profonde, cos come i rilie vi troppo alti venivano solitame nte coste ggiati, a ltrimenti pe r le va lli si ricorre va a ponti, od in alte rnativa a sifoni; per i rilie vi la soluzione e ra la costruzione di ga llerie . Di se guito si dove va provve de re allacquisizione del te rreno pe r il passa ggio de llacque dotto. Non esiste va potest di esproprio, pe rtanto lo Stato adottava un atte ggiame nto ge ne roso ne i riguardi dei ve nditori. La fa scia di te rreno acquistata era, in campagna, di 15 pie di (4, 35 me tri) pe r ogni lato della struttura e si riduce va a 5 pie di (1,45 me tri) ne l caso di strutture sotte rranee o che si trova va no a llinte rno de lla citt . La nuova de stinazione de llarea non face va decade re da l diritto a l pascolo, a l ta glio de lle rba e d alla ra ccolta de lla le gna. Ve nivano vie tate invece le pianta gioni e le costruzioni. Il pe rcorso della cque dotto e ra poi affiancato da una strada di se rvizio che perme tte va tutte le necessarie ope razioni di controllo e manutenzione , tanto continue qua nto onerose. Fra le ope ra zioni pi fre que nti la rimozione delle grandi quantit di calcio che si de posita vano ne llo speco. Alle poca di Ne rva e Tra ia no ben 460 schiavi e rano al se rvizio de l curator aquarum. Ge ne rica mente chia mati aquarii, e rano suddivisi, a seconda de i compiti, ne lle se guenti classi: i villici controllavano i condotti e d i calices; i caste llarii soprintende vano ai caste lla sia fuori che dentro la citt; i circuitores ave vano il compito di esaminare lo sta to de i lavori nei va ri ca ntie ri e controlla re i sottoposti; i te ctores ave vano in carico i lavori di muratura de gli acque dotti. Passiamo alle modalit di finanziame nto de i costi de gli acque dotti. Il principio era che questi rifornivano la comunit pubblica e rarame nte i privati (che comunque e rano te nuti a pa ga re in ba se alla quantit dacqua loro e rogata). Nessun tentativo fu compiuto, a lme no inizialme nte, pe r bilanciare le e ntra te con i costi di ge stione e tanto meno ci furono iniziative pe r rica va re il costo iniziale da e ve ntua li introiti o tasse a d hoc. Gli acque dotti, in e poca re pubblicana, furono costruiti dal Fiscus (lErario), anche se spesso si pre ve ntivava il

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pagame nto di lavori pubblici con bottini di gue rra, doni di popoli sottomessi e , in se guito, a nche impone ndo a viri triumphales (uomini pubblici di successo) lobbligo di costruire ta lune opere . Con laffe rmarsi dell Impero e con il conse gue nte a nnie ntame nto di avve rsari opule nti, le somme pe r rea lizzare importanti ope re, come lAcque dotto Claudio e lAnio Novus ve nne ro repe rite tramite pesa nti imposte sulla popolazione.

LA COSTRUZIONE

E importante pre me tte re che ne gli acque dotti romani lacqua non ve niva sottoposta a pressione , ma il suo fluire e ra dovuto unicame nte alla pende nza de llo spe co, la me nsura declivitatis, tramite la quale ve niva re golata anche la viole nza de lle acque . Pe rtanto pe r ma nte ne re uninclina zione quanto pi uniforme lungo tutto il pe rcorso que sto ve niva prolungato pe r una dista nza due o tre volte maggiore di quella re ttilinea tra il ca po e la foce . Si ricorre va inoltre allespe diente di spe zzare le tratte re ttilinee in dive rsi se gme nti pe r atte nuare limpe to de lla corrente. Lacque dotto solitame nte inizia va con un se rbatoio, de tto caput a quae, un bacino di raccolta creato con sbarra me nti o dighe a rtificiali ne l caso di sorge nti di supe rficie o di presa dire tta da un fiume . Pe r la captazione di sorgenti sotte rra nee si proce de va me diante una fitta re te di pozzi e cunicoli. Lacqua lasciando le sorge nti o i bacini e ntrava ne l ca na le ve ro e proprio de llacque dotto: lo spe cus, rivus o canalis. Costruito in muratura o scavato dire ttame nte ne lla roccia e ra poi rive stito inte rname nte con una malta a stucco dura e grassa (maltha, bitume n cum oleo), con e ffe tto impe rmeabilizzante. La se zione de llo speco e ra ge neralme nte re ttangolare fino allimposta, la cope rtura poi pote va esse re piana, a cappuccina o a volta; lalte zza variava di solito da 1,30 a 2 me tri, la la rghe zza da 0,50 a 1,20 me tri. I costruttori dove vano ben valutare il proble ma de lle ga lle rie e de i ponti da rea lizzare lungo il pe rcorso. Un limite a lla profondit de lle galle rie de rivava dai me todi di sca vo allora in uso. La pe rfora zione veniva condotta a profondit precisa, basandosi sul live llamento de l percorso, con sfia tatoi sca va ti ad inte rva lli, in modo da ridurre al minimo la pe rce ntuale di e rrore.

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Lacque dotto e ra di re gola sotte rrane o, rivus subte rraneus. Ci ve nne conside rato prioritario specialme nte per i primi acque dotti, costruiti quando Roma non pote va garantirsi il comple to controllo de i te rritori circostanti. In que sta situazione un acque dotto fuori te rra pote va esse re facilme nte inte rrotto e successivamente utilizzato dai pote nziali asse dianti pe r pe ne trare nel cuore de llUrbe. Il cunicolo scavato ne lla roccia veniva lasciato al vivo de l taglio oppure e ra cope rto con cocciopesto, un rivestimento liscio impermeabilizza nte composto di anfore o mattoni sbriciola ti uniti a malta ce mentizia, lopus signinum. In corrisponde nza de i se ttori in galleria, pe r facilitare la costruzione de llope ra, la ventilazione , le successive ispe zioni e la pulizia, ve niva no scavati dei pozzi, pute us, lume n o spirame n, posti ad inte rvalli quasi re golari. I pozzi e rano di se zione rotonda, quadrata o re tta ngola re. De gli incavi lungo i lati, le cosidde tte pe darole , garantivano lacce sso allo speco. Altro e leme nto indicatore de l pe rcorso de llacque dotto era no i cippi, blocchi di trave rtino o di tufo corre da ti da incisioni re canti informazioni: se gnavano la posizione de lla cque dotto e la distanza lungo il pe rcorso. In pe riodi succe ssivi, soste gni a muro pie no o a d arca te, arcua tiones, ve nnero utilizza ti pe r ma nte ne re a lto il ca nale sulle de pressioni del suolo: di qui i tipici acque dotti ne l loro aspe tto monume nta le, che pote va no sa lire anche oltre i 40 me tri. I canali sopra te rra e rano costruiti con lastre in pie tra, colle ga te con malta colata ne lle giunture o in ca lcestruzzo con parame nto a blocchi o, nei ca si pi antichi, in muratura. In e t impe ria le si utilizza rono mattoni o re ticolato. Una cope rtura con lastre garantiva la prote zione da lla pioggia e prese rvava le acque da l ca lore de l sole. I Romani ben conosce vano il sistema de lle condotte forzate a sifone rovescio, ma tale siste ma fu raramente utilizzato a causa de lla scarsa re siste nza de lle tubazioni di gra ndi dimensioni a lle pressio ni elevate.

Lungo il percorso erano disposti, secondo il grado di purezza naturale dellacqua, uno o pi bacini di depurazione, piscinae limariae, nei quali, per mezzo di unimprovvisa diminuzione della velocit dellacqua, precipitavano tutte le sostanze eterogenee e le impurit che si raccoglievano sul fondo, da dove erano eliminate per mezzo di appositi canali di scarico. Alcuni di questi bacini presentano delle disposizioni particolari e pi complesse, come quello dellAqua Vergine sul Pincio, a quattro vani a coppie sovrapposte (fig.2). Al termine degli acquedotti si trovavano i grandi serbatoi di distribuzione (castella), massicce costruzioni a torre solitamente molto decorate. Il castellum principale, o capo dacqua, era solitamente posizionato allinterno delle mura cittadine. I serbatoi secondari ricevevano acqua dal principale ed erano presenti in largo numero (lacquedotto M arcio ne contava 51, lAnio Vetus 35). I serbatoi si dividevano in pubblici e privati. I castella publica erano suddivisi in sei classi, e fornivano acqua per i seguenti usi: 1. Gli accampamenti dei pretoriani (castra) 2. I laghi e le fontane (lacus et salientes) 3. Il circo, le naumachie e gli anfiteatri (munera) 4. Le terme, le tintorie e le concerie (opera publica)

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5. Distribuzioni irregolari richieste dallImperatore (nomine Caesaris) 6. Concessioni straordinarie a privati per volont dellImperatore (beneficia Caesaris) 7. I castella privata approvvigionavano le abitazioni private. Le spese per la loro costruzione erano sostenute dai diretti interessati, ma la costruzione rimaneva di propriet pubblica. Il diritto allutilizzo dellacqua non si ereditava n si trasferiva allacquirente dellimmobile, ma veniva rinnovato per concessione ad ogni passaggio di propriet. La cisterna che il privato possedeva nella propria abitazione era chiamata castellum domesticum Lerogazione dellacqua allinterno della citt avveniva per mezzo di tubazioni di prelievo bronzee dette calices , lunghe 12 dita e con un diametro rigorosamente calibrato; per evitare frodi il calix era addirittura marchiato. Da esse lacqua passava poi in condotti plumbei o fittili: il calibro base era quello della fistula quinaria, del diametro di 2,2 cm e con una portata di 0,48 litri al secondo. Lapprovvigionamento era quindi convertito da fornitura gravitazionale nei condotti,a fornitura a bassa pressione nei tubi. Come fossero strutturati gli impianti in metallo non ci dato sapere pi di tanto: nei secoli piombo e bronzo furono facilmente asportati e riutilizzati. Sappiamo comunque che le conoscenze in tale campo erano notevolissime: venivano realizzati in grandi quantit miscelatori, valvole, pompe e raccordi.

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La sorgente e la piscina limaria


Nella costruzione di un acquedotto, il primo passo da fare era la ricerca di una copiosa sorgente. Al tempo di Frontino i metodi di ricerca delle fonti dovevano essere quelli descritti da Vitruvio nel cap. VIII del suo trattato. L'autore del De architectura fornisce alcuni criteri basati sull'osservazione diretta della vegetazione, del terreno e della sua configurazione e persino dell'umidit. "Sotto le radici dei monti e nelle rupi silicee fluiscono abbondanti e fresche salubri acque" e via dicendo. Nota che "se messi dei legumi con acqua in un vaso al fuoco si cuoceranno bene, ci indicher l'acqua esser salubre e buona" e "se la medesima acqua della fonte limpida e trasparente, e ovunque pervenga o scorra non nasce musco n giunco, e il luogo non mostri alcun inquinamento, da questi segni indicato che essa leggera e saluberrima". Suggerisce qualche esperimento fisico? M a chiaramente la parola decisiva era lasciata all'abilit del tecnico. Nel caso in questione, dato il particolare tipo di sorgente richiesta, dovendosi cio trattare di sorgenti ad elevate portate, il problema della ricerca non si mai posto in tali termini, ad eccezione, forse, del ritrovamento quasi casuale, secondo Frontino, della sorgente della Vergine o dell'Appia. Le dimensioni delle sorgenti degli acquedotti erano tali che non si poneva tanto il problema del cercarle quanto quello di determinare le qualit organolettiche e quindi di stabilire se ne fosse possibile e conveniente l'utilizzazione. A tale scopo, Vitruvio consiglia, come regola generale, di osservare le condizioni degli abitanti locali, con speciale riferimento al loro aspetto fisico. "Se risulteranno vigorosi di corpo, freschi di colorito, con gambe non difettose ed occhi non lippi, abbiano piena approvazione" In generale sul tipo di allacciamento delle venature e sul modo di convogliarle nel canale, si sa poco, ma dalla M arcia, Claudia ed inoltre dall'Appia, Vergine, e Aniene Nuovo si pu dedurre che la captazione (incile) doveva essere di molteplici tipi. Le vene ed eventuali correnti di superficie venivano raccolte in un bacino in muratura, impermeabilizzato in opus signinum donde di solito defluivano in un bacino di decantazione (piscina limaria) associata al canale di presa, come fu il caso della M arcia e dell'Aniene Nuovo. Quindi l'acqua entrava nel canale (specus). Nel caso di captazione da un fiume (come fu per l'Aniene Vecchio) la costruzione dell'incile richiedeva qualche cautela. Un parziale sbarramento (saepta) di traverso alla corrente permetteva di deviare in un adiacente bacino il quantitativo richiesto. L'asse dello speco era a 45 rispetto al verso della corrente e il fondo del canale di circa 1 metro inferiore al pelo libero del fiume. Pi semplice era il caso della presa da un lago (come fu per I'Alsietina e, in seguito, quando Traiano ne spost l'incile sino al lago artificiale di Nerone, per l'Aniene Nuovo) o da uno stagno (M arcia). La soglia dell'incile era collocata poco sotto il pelo libero dell'acqua con l'altezza di carico sulla soglia necessaria ad assorbire il quantitativo richiesto; anche qui si prevedeva una piscina limaria, peraltro meno indispensabile nel caso del lago.

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L'acqua cos derivata, era convogliata nella piscina limaria, sufficientemente voluminosa da far diminuire la velocit dell'acqua e quindi permettere la precipitazione delle particelle in sospensione e di altre impurit. In generale, da un punto di vista funzionale. si pu rappresentare schematicamente la piscina come una semplice espansione del canale dell'acquedotto lungo il suo medesimo tracciato, oppure con un serbatoio laterale al tracciato dell'acquedotto. Questa seconda disposizione aveva il vantaggio di permettere I'espurgo delle particelle depositate senza dover interrompere il flusso dell'acqua. Nel caso della Vergine, di pure sorgenti e sotterranea, la piscina limaria fu costruita soltanto in epoca successiva, poich Frontino non ne parla, e fu posta alle falde del Pincio, presso la odierna piazza di Spagna. Il cammino tortuoso serve a rendere pi lungo il percorso, a bassa velocit, dell'acqua e a provocare urti delle particelle contro le pareti e quindi facilitare la loro deposizione sul fondo, donde periodicamente venivano asportate all'esterno. La presenza di quattro celle comunicanti con aperture di modesta sezione, aumenta notevolmente il rendimento della piscina, quasi fosse di maggiore volume, e la depurazione avviene in quattro stadi successivi, interessando particelle via via pi piccole. Cosi ad esempio, in corrispondenza della prima apertura, l'aumento di velocit che ne consegue tende a creare una depressione, per cui le particelle in sospensione pi leggere vengono trasportate col flusso, mentre le pi massive rimangono sul pavimento della prima cella. Il processo si ripete nelle tre celle successive.

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Il sifone rovescio
Eseguito l'allacciamento delle acque, si procedeva al loro convogliamento all'utente. A questo punto necessario premettere alcune considerazioni. Il trasporto dell'acqua si pu effettuare in due modi: mediante condotte in pressione oppure non in pressione, cio, come si suol dire, a pelo libero. Il primo sistema non fu quasi mai usato nell'antichit, ad eccezione che nelle tubazioni cittadine a bassa pressione. Sono eccezioni I'acquedotto di Alatri, di Lione, di Aspendus e qualche altro nel territorio vasto dell'impero, ma non a Roma. La fistula di 170 quinarie del tempo di Domiziano, rinvenuta dal Lanciani sul Celio, fa parte della rete di distribuzione cittadina. Per il trasporto dell'acqua fu quindi usato il sistema a pelo libero, consistente nel far scorrere I'acqua in un canale, dando a questo una giusta pendenza (libramentum, deciuitas), che permettesse all'acqua di scorrere per effetto della sola forza di gravit, senza peraltro raggiungere velocit elevate che nuocessero alla stabilit e durata della struttura. Prima conseguenza che la sorgente doveva avere quota superiore a quella dell'utente e che la quota dell'acquedotto diminuiva continuamente lungo il suo percorso. intuitivo che il problema si poneva particolarmente dinanzi ad ostacoli naturali, come monti o valli, e si riduceva al modo di superarli senza perdere pi quota del necessario. Il risparmio della quota era un parametro importante da tenere sempre presente, perch essendo Roma sviluppata su colli, permetteva di servire anche gli utenti dei luoghi pi elevati del la citt. Quindi anche un modesto aumento di quota (di qualche metro) poteva ampliare molto il cerchio di utilizzo di quell'acqua. Per tale ragione, nel M edioevo la distruzione degli acquedotti caus il concentramento della popolazione nelle parti pi basse della citt, come il Campo M arzio. Se il monte interposto non era molto elevato e profondo, veniva perforato. Se ci non era possibile, si ricorreva al suo costeggiamento, avendosi cos un andamento pi lungo e, eventualmente, tortuoso. Peraltro anche se lo scavo fosse stato possibile, la decisione finale veniva presa dopo un'analisi comparata del costo dei due differenti progetti, poich alla rinunzia della galleria seguiva certamente una maggiore lunghezza della conduttura. Problema simile ma inverso sorgeva nel caso di valli. Se non erano molto profonde ed ampie, si procedeva senz'altro alla costruzione di arcate. In caso contrario si costeggiava la valle con percorsi che possono somigliare alle linee di livello delle moderne carte geografiche. A Roma, a causa della conformazione orografica della regione circostante, si preferito il costeggiamento, mentre frequente il caso di superamento di fossi mediante archi, particolarmente nella zona di Gallicano. Nondimeno, approssimandosi alla citt da sud-est, diveniva inevitabile 1'uso di arcate, se si voleva mantenere la quota. Pu essere interessante notare che, ove un ponte serviva pi acquedotti, le quote (pi che il tipo di muratura, spesso alterato da successivi restauri, o le dimensioni dello speco, non probanti in quanto, come vedremo, mutavano assai di frequente) sono state decisive nell'identificare 1'acquedotto cui apparteneva lo speco.

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M a, con l'allungarsi del percorso dell'acquedotto, diminuiva la quota disponibile all'utenza, e Frontino, ben consapevole di ci afferma, a proposito dell'Aniene Vecchio, che "parimenti potrebbe alimentare luoghi pi alti in citt se, ove lo richiede la configurazione delle valli e delle regioni pi basse, fosse in queste innalzato su muri ed archi". Se la sorgente era interessante per quota, abbondanza e qualit e la valle interposta era ampia (uallis perpeiua) ma non profonda si usava un sistema detto, seppure impropriamente, "sifone rovescio". Il principio dei vasi comunicanti era noto nell'antichit ed esistono interessanti esempi del suo impiego. Che acqua immessa in un tubo ad U assumesse nei rami lo stesso livello era noto. Si sapeva anche che la pressione nel punto pi basso sarebbe aumentata progressivamente sino ad arrivare a valori insostenibili per i materiali in uso all'epoca. Per rendere meno rovinoso l'effetto di tali pressioni, Vitruvio precisa che la parte pi bassa di un sifone dovrebbe procedere rettilinea ed a livello costante per un tratto. Nel caso di modeste profondit una tubazione verticale terminante con una cassetta aperta all'aria' poteva servire, secondo Choisy, ad ammortizzare i colpi di ariete. Nella pratica i tecnici romani usarono poco i sifoni rovesci, in quanto troppo costosi. II materiale metallico (il piombo) maggiormente disponibile e pi facilmente lavorabile in quei tempi non in grado di sopportare grandi pressioni a meno di non ricorrere a larghi spessori. Secondo il di Fenizio alcune fistulae vitruviane potevano resistere ad una pressione di esercizio sino a 10,5 K g/cm2, corrispondenti a circa 105 metri di colonna d'acqua, con un coefficiente di sicurezza di oltre 2, essendo dimensionate per un carico di rottura di circa 214,3 metri di colonna d'acqua, ma nelle giunzioni tra le canne, la pressione fa gi sentire i suoi effetti per valori superiori a 3+4 Kg/cm2. Il bronzo pi resistente, ma l'elevato costo ne restringeva il campo di utilizzo. II piombo e il bronzo sono molto pi costosi del calcestruzzo e, per le portate e le pressioni in gioco, gli spessori delle tubazioni divenivano rilevanti, da rendere problematiche alla metallurgia del tempo anche le saldature. La ghisa non era ignota agli antichi. Ne parlano Aristotele e Plinio ma sembra che come prodotto sistematico sia stata conosciuta solo verso il 1300 d.C.. Nei casi necessari (acquedotto di Lione) il problema fu reso meno drastico ripartendo la portata in pi tubazioni di diametro inferiore. Ci non serviva a diminuire la pressione che, come si visto, dipende principalmente dall'altezza di carico, ma a diminuire lo spessore necessario e quindi il quantitativo di bronzo piombo utilizzato in ciascun tubo. L'acquedotto di Lione aveva tre sifoni rovesci il pi profondo dei quali raggiungeva i 90 metri di dislivello (circa 9 Kg/cm2) e il pi lungo 775 metri. L'intera portata dell'acquedotto era stata ripartita in nove tubi di piombo del diametro ragguagliato di 22 cm e dello spessore di 26mm.

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Assumendo la medesima velocit di flusso e pressione, per la portata del Claudio, costruito negli stessi anni, sarebbero stati necessari 52 di questi tubi che avrebbero richiesto una proibitiva quantit di metallo, in pratica circa 200 Kg di piombo per metro di tubo utilizzato. A Roma. Peraltro, non fu necessario ricorrere a questi sistemi che il calcare, di cui sono ricche alcune acque, avrebbe ben presto messo fuori esercizio, strozzando il passaggio dell'acqua. In una fistula dell'Aniene Vecchio del tempo di Domiziano e Frontino, e del diametro ragguagliato di circa 30 cm, conservata a Roma nel M useo Nazionale Romano, si pu osservare una incrostazione calcarea di circa 7 cm di spessore, che riduce drasticamente la sezione del tubo. Pi antico del sifone di Lione quello di Alatri, risalente alla seconda met del secondo secolo a.C.. Secondo Padre A. Secchi la tubazione, fittile e della lunghezza di 5.000 metri, era soggetta ad una 2 pressione di 10 K g/cm ed era capace della portata di 188 litri al secondo. Presso il punto di massima pressione stato rinvenuto in situ un tubo fittile, che si ritiene appartenere a questo sifone, costituito di terracotta compressa, della lunghezza di metri 0,80, del diametro di metri 0,345, dello spessore di cm 6,1 e rivestito di muratura in calcestruzzo dello spessore di metri 0,47. Possiamo chiederci perch i tecnici romani non abbiano costruito il sifone in calcestruzzo, materiale di cui conoscevano perfettamente le caratteristiche, ed arrivare cos al sistema di rifornimento in pressione, giacch la resistenza alla rottura dei loro cementi supera i valori di sicurezza ora accettati. Secondo 1'Ashby la risposta a tate quesito duplice. II calcestruzzo non fu mai considerato dai tecnici romani pi di quella miscela di cemento e pietrisco che in realt era, mentre il loro cemento non era impiegato che nei rifinimenti impermeabilizzanti e quindi non inteso a sopportare tensioni. L'idea di prove di rottura implica una base sperimentale di teoria e pratica che la letteratura scientifica e la struttura della civilt romana non mostra di possedere. Tuttavia solo questa attitudine sperimentale rese possibile 1'invenzione delle tubazioni in cemento. La loro attitudine sintetica priva di astrazione analitica, imped ai Romani di creare una scienza nel significato che diamo oggi a tale termine. Solo quando si incominciato ad esaminare il fenomeno nelle sue componenti elementari e ad esprimere queste con parametri che correlati opportunamente tra loro, davano la "formula", nata la scienza moderna. In secondo luogo tubazioni in cemento furono inventate per soddisfare la necessit di un rifornimento di acqua in pressione e le esigenze romane del tempo, secondo la mentalit delle autorit dell'epoca, erano basate sullidea che gli acquedotti erano destinati al pubblico e non all'utente privato. Servivano principalmente alle fontane delle strade, ove la gente attingeva acqua, e ai bagni pubblici. E non solo tali impianti richiedevano un flusso continuo per il quale il sistema in pressione superfluo, ma lo stramazzo delle acque era continuamente richiesto per ligiene delle strade e 1'espurgo della rete fognaria. Solo soddisfatte tali esigenze il problema del consumatore privato era preso in considerazione. I primi trattati sulla fornitura dell'acqua cominciano a riapparire alla fine del M edioevo. Corrado Kyeser e Giovanni Fontana, all'inizio del XV sec. furono gli antesignani del cambiamento dal sistema di rifornimento idrico a gravit al sistema a pressione.

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Il Castello
Lungo il percorso dell'acquedotto, ove era necessario prelevare acqua per gli utenti, venivano costruite delle strutture chiamate dapprima diuidicula, in seguito castella, con termine derivato dal linguaggio militare, forse per il loro aspetto imponente e massiccio. Come dice Frontino, la ragione principale era di non indebolire con gli attacchi dei tubi le pareti dello specus: ne saepius lacerentur... Roma disponeva di un gran numero di castelli idraulici. A grippa, durante l'impero di Augusto ne aveva costruiti circa 130, la maggior parte adornati con grande munificenza. Al tempo del nostro curator aquarum, un secolo pi tardi, se ne contavano circa 247. A Pompei esiste tuttora intatto un castello terminale di divisione dell'acqua. la cui pianta riportata in figura. La parte in nero muro elevato circa 87 cm sul piano del bacino. Il flusso di acqua entra dall'apertura in a, nello spazio b che funge da plenum e quivi viene ripartita nelle quantit prestabilite. Il castello risale con tutta probabilit al tempo di Claudio (4l-54 d.C.). A Roma nel M useo della Civilt Romana si trova il plastico, costruito nel 1937, del castello terminale di distribuzione dell'acquedotto di Nimes. L'acqua entra nel pienum, del diametro di 6 metri, attraverso il canale a sezione rettangolare ed esce, per essere distribuita, attraverso le tubazioni. Contrariamente alla piscina, nel castellum la velocit dell'acqua non scendeva al di sotto di certi valori, ma conservava un qualche movimento che secondo i Romani contribuiva alla sua salubrit. Le condutture di distribuzione che derivavano da un determinato castellum a loro volta potevano alimentare castelli dai quali uscivano altre tubazioni: spesso l'acqua attraversava pi castelli prima di giungere all'utente. In effetti i privati non potevano attingere acqua dai canali bens dal castello, come abbiamo detto, per non indebolire con il gran numero delle perforazioni le pareti del canale. Cosi dal castellum publicum una sola tubazione conduceva acqua in un castellum privatum donde poi ciascun utente prelevava la sua spettanza. Secondo Frontino le utenze in citt erano ripartite in tre gruppi principali: 1) l'imperatore e le utenze (ad esempio le terme) che ricevevano la concessione direttamente dal principe (sub nomine Caesaris),

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2) i privati 3) i servizi pubblici. A Roma la prima quantit ammontava a circa il l7,2% del totale, la seconda al 38,6% e la terza al 44,2%. Dal castello principale posto all'arrivo dell'acquedotto in citt, tre grandi fistulae ripartivano l'acqua, come detto poc'anzi, ad altri castelli di zona ai quali erano associati quelli dei privati. Addetti alla sorveglianza dei castelli idraulici erano i castellarii, probabilmente con la propria dimora annessa a tali edifici. Una iscrizione riportata dal Fabretti cita appunto uno di tali castellarii. E' probabile che quelli esistenti a Roma prima dell'edilit di Agrippa furono incorporati nella familia di 240 schiavi poi resa allo stato da Augusto. L'altra familia, distinta dalla prima, di 460 schiavi fu costituita da Claudio in seguito. Il numero complessivo dei castelli in Roma al tempo di Frontino (fine I sec. d.C.) era di 247; in particolare erano cosi suddivisi: Appia Aniene Vecchio M arcia Tepula Giulia Vergine Alsietina Claudia e Aniene Nuovo Totale 20 35 51 14 17 18 92 247

Le tubazioni di prelievo dell'acqua erano applicate al castello mediante il calice. Era questo un tubo di bronzo della forma all'incirca tronco conica, della lunghezza minima di 22 cm e con un tratto ad uniforme diametro interno. Tale diametro doveva continuare costante ed eguale per altri 50 piedi (14,8 metri) nel tubo di piombo saldato al calice. La forma del disegno stata suggerita dal nome, calice, e da una certa tradizione,giunta sino a noi

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attraverso il medioevo, di rappresentare in siffatto modo l'innesto del tubo erogatore al corpo delle fontane. Oltre al limite minimo della sua lunghezza, al metallo (bronzo) di cui era costituito e che era addossato (induitur) al castello o al canale, Frontino non dice nulla sulla sua forma. In realt i calici dovevano essere anche molto pi lunghi, ossia a suo avviso dello spessore del muro, di solito non inferiore ai 40-50 cm. Secondo questo criterio, il calice minimo, di 22 cm, doveva essere applicato ad un muro dello spessore di circa 18 cm, lasciando per la saldatura col tubo di piombo almeno 4 cm. Tuttavia anche se la pressione idrostatica dell'acqua al livello del calice del tutto trascurabile (0,012 K g/cm2), appare assai improbabile, osservando i metodi costruttivi dei Romani, che essi costruissero muri di spessore cos sottile. Infine, se il calice veniva costruito in bronzo, come afferma Frontino, proprio per impedire che venisse fraudolentemente dilatato, resta da domandarsi come avrebbe potuto presentarsi questo rischio se il calice fosse stato completamente incassato nella muratura. Come detto, il materiale usato era il bronzo per la sua maggiore resistenza rispetto al piombo e quindi per ostacolare eventuali furti di acqua; viceversa, il metallo usato per il tubo era il piombo. La scelta di Frontino cade solo tra il bronzo e il piombo evidente che se al suo tempo fossero state in uso anche tubazioni in ferro avrebbe citato anche quest'ultimo e messo in evidenza la propriet del bronzo, rispetto al ferro, di non ossidarsi. I metalli utilizzati nell'antichit hanno temperature di fusione inferiori a 1.083 C, che quella del rame, mentre per il ferro bisogna salire a 1.530 C. Per ottenere tale temperatura era necessario usare il carbone anzich la legna. Tuttavia, poich dalla legna si ottiene solo il 25% in peso di carbone, l'uso di questo combustibile doveva apparire antieconomico se applicato alla fusione di comuni metalli. Frontino raccomanda in modo particolare il posizionamento del calice poich l'erogazione di acqua richiesta dipendeva non soltanto dal calibro ma anche. dalla giusta velocit di efflusso. Cos, posto perpendicolare alla parete e al preciso livello (ad rectum et ad libram) conserva la sua portata. Posto contro il flusso dell'acqua (ad cursum aquae oppositus) ed inclinato in basso assorbe maggiore volume (amplius rapit), inclinato verso l'alto (supinus) e in verso contrario a quello della corrente (ad latum conuersus) ne assorbir di meno. Per assicurare poi a tutti i calici la medesima condizione operativa, aggiunge di doversi ordinare sullo stesso livello (ad libram). Ci di particolare importanza per la portata poich assimilando la combinazione castello-calice ad una bocca a battente con tubo addizionale sappiamo che la velocit

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di efflusso del liquido dipende dall'altezza di carico h sulla luce, cio dalla profondit del centro del calice rispetto al pelo libero dell'acqua. Per garantire la costanza dell'altezza di carico, il castello doveva essere dimensionato in maniera tale che in esso il livello del pelo libero rimanesse costante, ossia che l'acqua immessa nel castello fosse pari in quantit a quella che ne usciva. Nella pratica, per mantenere questo livello si muniva il castello di uno sfioratore che permettesse lo stramazzo all'acqua in eccesso. L'acqua che eventualmente traboccava era chiamata Caduca, era di pubblica propriet e, defluendo probabilmente ai margini dei marciapiedi, era utilizzata per la pulizia delle strade, della rete fognaria, etc. Ai cittadini ne era proibito l'uso privato. Se alla parete del castello si praticano dei fori e si applicano dei calici di preciso diametro, tutti con gli assi disposti normalmente alla parete, in rectum, allo stesso livello, ad lineam, e con la medesima altezza di carico, ad libram, chiaro che si avranno degli efflussi di portata costante nel tempo ed ognuno diverso dall'altro a seconda delle sezioni dei calici. Ciascuna di queste portate in pratica una misura assoluta di acqua relativa a quel modulo. Si comprende quindi come il castello non abbia rappresentato un vero e proprio serbatoio di accumulo, bens un dispositivo atto a distribuire, secondo una data misura, acqua agli utenti. Peraltro, Frontino (ma anche altri scrittori, come Vitruvio e Plinio) non ci ha tramandato alcun riferimento sul preciso valore della libra, cio della distanza dal pelo libero dell'acqua e la linea sulla quale venivano posizionati i calici. E' merito di Claudio di Fenizio aver determinato il valore pi probabile della minima altezza di carico e di conseguenza aver segnato il limite inferiore del modulo base di misura della portata: la quinaria.

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La pendenza
Per il convogliamento delle acque era importante la pendenza (libramenrum, mensura decliuifaris) da dare al condotto affinch l'acqua potesse vincere le perdite di carico, cio la resistenza allo scorrimento, e quindi fluire con una velocit non pericolosa per la stabilit delle strutture. Per evitare tale rischio era necessario, nell'incile, immettere lentamente (leniter) gradualmente e in piccola quantit (parce) l'acqua nello specus. Per la minima pendenza da dare, gli antichi ci trasmettono dati diversi e che non trovano riscontro nelle opere pervenute a noi. Vitruvio consiglia una pendenza (librarnenturn ne mirrus per cenrenos pedes senripede ) ossia non inferiore allo 0,5%, anche se di fatto la pendenza media degli acquedotti di Roma di circa 0,2% Per Plinio il libramentun aquae in cemenos pedes sicilici minirnum erit; si cuniculo veniet in binos actus Iunrirra esso consiglia una pendenza dell' 1,5% per impedire un flusso troppo lento e Palladio tra 0,94% e il 2%. Questo importante fattore, insieme agli altri relativi alla configurazione del terreno tra la sorgente e la citt, determinava la lunghezza totale dell'acquedotto. Cos, ad esempio, se la sorgente era ad una quota abbastanza elevata rispetto all'utenza, si allungava il percorso dell'acquedotto, per poter mantenere le pendenze di progetto. II lungo giro che, dopo Tivoli, fanno i quattro acquedotti provenienti dalla valle dell'Aniene, mostrano appunto ci. In realt i valori dati da Vitruvio e Plinio non sono stati sempre rispettati: vi sono tratti in cui molto maggiore e tratti in cui inferiore. Inoltre non sembra neppure seguire un criterio preciso. Cos riferendoci ai dati raccolti dal Reina e riportati in Livellazione di antichi acquedotti romani possiamo osservare che il libramentum del 3,35% tra gli spechi 43 e 42 e, immediatamente dopo, tra gli spechi 42 e 41 dello 0,384%. Notevole il tratto tra gli spechi 65 e 64 ove la pendenza del 3,41 % e verso la fine del tratto sale al 6,07%; oppure nel tratto 58-57 ove del 0,65% ma verso la fine, presso lo speco 57, sale al 3,4%. Generalmente questi punti singolari sono meno frequenti nei tratti con arcate. Nel tratto 40-39 scende a 0,051%. Qui e l si hanno punte: 0,014 e 0,02% tra gli spechi 56 e 54 e 0,03% tra gli spechi 10 e 9. Retrocedendo nel tempo ed osservando il profilo dell'Aniene Vecchio si pu notare una minore ampiezza di oscillazione tra i valori della pendenza, almeno per la parte che si potuta rilevare, essendo scomparso un lungo tratto dell'acquedotto. La minima decliuiras si ha tra gli spechi 16 e 15 ed pari a 0,095%; tra i punti 7 e 6, cio nel breve tratto di circa 25 metri costruito da Adriano attraverso il Fosso della M ola di S. Gregorio, c' l'eccezionale pendenza del 16,35%, ma ci dovuto al fatto che precedentemente tale differenza di livello era ripartita su una maggiore distanza, come si pu osservare dalla lunga curva del canale prima che fosse accorciata dal ponte.

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Dell'Aniene Vecchio non possiamo dire di pi poich la livellazione fu condotta su un numero limitato di punti. Della Vergine, di cui conosciamo esattamente lunghezza e caduta, 18.514 e 4,07 metri, la media decliuitas approssimativamente 0,021%. Quella dell'Appa era dello 0,006% e quella dell'Alsietina del 4,35%, dal lago di M artignano (207 m s.l.m.) sino al Gianicolo (71 m s.l.m.). In definitiva possiamo dire che la pendenza non segue una norma, tende ad essere pi irregolare nei tratti in galleria, pi contenuta e regolare sulle arcate e, confrontata con gli acquedotti provinciali dello stesso periodo, ha valori sensibilmente pi elevati. Inoltre nell'arco di tempo tra la costruzione dell'Aniene Vecchio e dell'Aniene Nuovo, circa tre secoli, non si notano tra i dati apprezzabili differenze . Gli strumenti topografici per creare la progettata pendenza erano tre: la dioptra, la libra aquaria, e il chorobares. Peraltro, poich Vitruvio ritiene realmente affidabile solo il chorobares, Lo strumento si componeva di un telaio i cui appoggi estremi distavano tra loro 20 piedi (5,90 metri). Alle estremit erano due fili a piombo, che toccando ciascuno un segno prestabilito, probabilmente su asticelle graduate, avrebbero mostrato se la posizione era a livello. Nella parte superiore del telaio, una vaschetta lunga 5 piedi (1,45 m), larga un dito (1,85 cm) e profonda 1,5 diti (2,77 cm) colma di acqua serviva al controllo della orizzontalit del chorobares in caso di vento. Vitruvio non ci d l'altezza dei due bracci di appoggio, ma la sensibilit della misura cresceva di certo in proporzione alla lunghezza dei bracci, poich a pari dislivello si sposta maggiormente il filo a piombo sulle tacche di misura. Peraltro, per non rendere poi difficoltosa l'osservazione del livello dell'acqua nella vaschetta, possiamo supporre che non debbano aver superato l'altezza di 1,3 - l,4 metri. Per avere un risultato soddisfacente con questo rudimentale mezzo di livellazione, era necessario un gran numero di battute e ci lascia comprendere quanto lunga e delicata fosse la livellazione. Tale difficolt aumentava nei lavori in galleria per la scarsa illuminazione ed era sufficiente un pur lieve errore ad ogni battuta per averne poi, per accumulazione, uno sensibile alla fine. Dovendo, ad esempio, livellare un tratto di acquedotto lungo 500 m con una pendenza di 0,00153 (ossia, dello 0,153%) pari a quella dell'acquedotto M arcio presso il Casale di Roma Vecchia erano necessarie non meno di 90 battute (essendo il corobate lungo 5.90 m) e in ciascuna battuta si doveva avere tra gli estremi del corobate un dislivello pari a m. 5,90 x 0,00153 = 0,009 m = 9 mm rilevato indirettamente dal filo a piombo che si spostava lungo 1'assicella graduata, in precedenza tarata.

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Il canale
Lasciando la sorgente o la piscina limaria, l'acqua entrava nel canale o specus. A parte 1'ultimo tratto dell'acquedotto, proprio della distribuzione all'utente, il flusso di acqua era sempre, o quasi, in canale in muratura, sia che l'acquedotto corresse sotterraneo, sia che attraversasse e superasse le depressioni del terreno per mezzo di costruzioni costituite da alti muri, talvolta massicci, ma pi spesso arcate. Nei tratti di specus in galleria o sotterranei si scavavano pozzi verticali (lumina) che raggiungevano il canale. Dipendeva dalla composizione del terreno se pozzo o canale dovessero essere costruiti in muratura oppure tagliati nella roccia. Tali Lumina costruiti per la necessaria aerazione e per le opere di espurgo di eventuali detriti trasportati dall'acqua e delle incrostazioni calcaree derivanti dall'acqua medesima, dovevano essere posti, secondo Plinio, ogni due actus, cio ogni 240 piedi (72 metri), secondo Vitruvio ogni actus. In realt fra gli acquedotti esistenti abbiamo esempi di distanze molto differenti tra i lumina, in genere pi brevi del canone vitruviano. Sebbene nell'economia generale dei lavori, questi pozzi possano sembrare costosi, in realt nella perforazione di una lunga galleria rendevano possibile un lavoro simultaneo in pi tratte permettendo il contemporaneo utilizzo di maggiore manodopera, e quindi un pi rapido svolgimento dei lavori. La tendenza dell'acqua (specialmente dell'Aniene) a formare nei canali deposito calcareo, a volte di grande spessore, era una delle principali preoccupazioni dell'ufficio manutenzione poich i canali richiedevano una continua opera di disincrostazione e rimozione del calcare. Gli ammassamenti di calcare estratto furono di guida al Lanciani nella determinazione dei percorsi sotterranei di quattro grandi acquedotti nella Campagna Romana. Ancora oggi si possono vedere, entro gli spechi, larghi strati di calcare che raggiungono e talvolta superano i 20 cm di spessore, depositato lentamente durante !a lunga vita dell'acquedotto, sino al fatale 537 d.C., allorch furono interrotti dal re gotico Vitige. Il calcare era molto pi sottile, bianchissimo, duro o farinoso lo strato sulle pareti della Claudia, presso Roma Vecchia, mentre quello dell'Anio Novus, acqua captata dal fiume Aniene, giallognolo scuro e friabile, ma anche duro, in relazione alle sue vicende posteriori. Le pareti dello speco erano in pietra, tufo o peperino, della qualit abbondante nella vulcanica pianura laziale, con i conci connessi tra loro talvolta con grappe di ferro (acquedotto Claudio) saldate nella pietra con una colata di piombo, oppure in calcestruzzo con la cortina interna ed esterna in laterizio con o senza opus reticulatum. Internamente, sul fondo e sulle pareti, un rivestimento in opus signinum dava al canale la necessaria impermeabilit. Le pareti interne erano talvolta rivestite di uno stucco (malta). Vitruvio raccomanda in modo particolare la copertura dello speco, per motivi igienici e affinch i raggi del sole non alterino la temperatura dell'acqua. Del moderno acquedotto Acqua Pia Antica

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M arcia, che pure corre sotterraneo, il Lanciani riporta (Commentario a Frontino, pag. 320): La temperatura esplorata il 26 M aggio 1875 era di 9 C alle sorgenti e di 11 C a Roma. La forma geometrica della copertura non era costante lungo tutto il percorso, ma per un tratto poteva essere piana, quindi a volta e, ancora, triangolare e a semiesagono; sono presenti anche coperture ad ogiva. Le sezioni del canale dipendono in modo approssimato dalla portata dell'acqua, anche se 1'Alsietina ed altre mostrano di avere una sezione senza alcuna correlazione con la portata riferita da Frontino. In realt nello stesso acquedotto la sezione varia da luogo a luogo. diminuendo e crescendo, senza che apparentemente ne risulti evidente il criterio operativo. Ci accade indipendentemente dal fatto che la portata sia costante o vi siano spillamenti. Nel caso dell'Aniene Vecchio e, ad esempio, al Fosso di Caipoli abbiamo una sezione di 2,44 m, che a Roma Vecchia scende a 1,4 m, a via Labicana a 1,28 m, a via Principe Umberto a 1,67. Nel caso della M arcia, della Claudia e dell'Aniene Nuovo l'andamento abbastanza simile. La diminuzione media della sezione lascerebbe supporre uno spillamento continuo da parte di utenti fuori citt. In realt anche spillando gradualmente le quantit che Frontino dice utilizzate Extra Urbem, tali modeste quantit non giustificano le forti oscillazioni percentuali delle sezioni. La resistenza passiva che si oppone al movimento della corrente dovuta essenzialmente all'attrito sulle paret e sul fondo, essendo relativamente trascurabile quella esercitata sul pelo libero dallaria sovrastante, che in parte viene trascinata in movimento con !'acqua. A parit di velocit la portata proporzionale alla sezione e a parit di sezione il minimo attrito si verifica ove minimo il perimetro bagnato. Nella figura sono rappresentate sezioni di area equivalente ma di diverso raggio idraulico: quella di minimo attrito la prima (altezza met della base), quella di massimo at trito la terza. II rapporto altezza/larghezza (h/ I) ottimale pari a 0,5. L'importanza delle considerazioni ora svolte risulta evidente ove si consideri che la diminuzione delle perdite di carico ha due importanti conseguenze: 1) si pu diminuire la pendenza a parit di velocit dell'acqua, e quindi di portata, ottenendo cosi una maggiore quota in citt; 2) oppure un minor costo dello speco, in quanto diminuisce il perimetro bagnato (in tal caso senza guadagno di quota in citt). I tre parametri esaminati sopra, pendenza, sezione e perdite di carico, sono essenziali per il calcolo di un canale a pelo libero che debba avere una certa portata. Lo studioso che vada alla ricerca di regole matematiche o che tenti di trovare, nella costruzione del canale, un metodo progettuale teorico simile al nostro, sia pure embrionale, rimarrebbe deluso.

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Dalla evidente assenza d correlazione nei tre parametri forse non si lontani dal vero nel dedurre che la costruzione del canale era una operazione esclusivamente empirica.

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Le Arcate
A sostenere il canale ad una prestabilita altezza dal suolo per mantenere la necessaria pendenza, veniva utilizzata una successione di arcate. Gli archi, strutture tipiche dell'architettura romana, permettevano di superare le depressioni del terreno, sia fossi che brevi valli, nel modo pi economico e progettuale pi solido, quando 1'altezza dal suolo superava i 2 metri. Pertanto l'impiego delle arcuationes costante negli acquedotti sin dai primordi della loro costruzione. Nel corso dei secoli la tendenza al loro utilizzo crebbe sempre pi. Cos nel primo acquedotto, l'acqua Appia, le arcate compaiono in un solo breve tratto di 60 passi (89 metri), ma in seguito si ebbero maggiori lunghezze ed altezze. Frontino afferma che le arcate che sostenevano insieme la Claudia e l'Aniene Nuovo raggiungevano la lunghezza di 6.491 passi (9.593 metri), oltre ad altri tratti lungo il corso dell'acquedotto. Per quanto riguarda 1'altezza, leggiamo che 1'Aniene Nuovo raggiungeva 1'altezza massima di 109 piedi (32,3 metri). Negli acquedotti provinciali tali altezze furono superate: nell'acquedotto di Segovia raggiungono i 50 metri. Il materiale utilizzato nella costruzione delle arcate varia secondo l'epoca. Peraltro, il tufo il peperino (lapis Albanus) e il travertino (lapis Tiburtinus) sono le pietre da taglio pi usate. Il tufo (tuphus) presente in formazioni molto estese, nella vulcanica pianura laziale. Si presenta in numerose variet, ed principalmente composto di lapilli, pomice, frammenti di leucite. Numerosi sono anche i banchi di travertino. Vitruvio, oltre a quello di Tivoli, cita il lapis Antemninus alla confluenza dell'Aniene col Tevere, e il lapis Soractinus, dal M onte Soratte. Alla comparsa del laterizio (avvenuta sotto Silla) tali materiali furono talvolta sostituiti da muratura in calcestruzzo rivestita esternamente di opus reticularum oppure di una semplice cortina di laterizi triangolari. Tuttavia, malgrado la completa conoscenza delle qualit coesive della malta di calce e pozzolana, i tecnici romani non la utilizzarono mai per cementare i grossi conci di pietra da taglio e i massi dell'opus quadratum, preferendo ricorrere a grappe di ferro a doppia coda di rondine ed interponendo tra i conci polvere di calce spenta che col tempo si trasformava in un sottile e resistentissimo collante, come l'esperienza ha potuto dimostrare. Le arcate si susseguono con una assoluta eguaglianza di tensioni, in modo da non assoggettare i pilastri a tensioni differenziali con componenti orizzontali nell'uno o nell'altro verso, tensioni che avrebbero messo in serio pericolo la stabilit della struttura. Tuttavia anche una arcata ben

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progettata, e quindi capace di sostenere per secoli il carico di progetto, poteva, per una variazione accidentale (terremoto, cedimento del terreno, ecc.) delle condizioni di base, non essere pi perfettamente in equilibrio. Ad impedirne il crollo si eseguivano restauri e rafforzamenti che si possono tuttora osservare in molte delle arcate nella Campagna Romana. Dall'opera muraria e dall'accuratezza del restauro si pu determinare, con una certa precisione, l'epoca dei lavori. I restauri pi accurati furono eseguiti sotto Augusto, Nerone, Adriano. Imponenti furono sotto Settimio Severo e Caracalla. In generale, nell'arco il rapporto pieno/vuoto circa 1:2,50, mentre il rapporto altezza/larghezza non definibile, in quanto varia con la conformazione del terreno. Pu essere di circa 2:1 ma, come si pu osservare, nelle arcate della Claudia anche maggiore. La sezione in pianta dei pilastri dipende ovviamente dal carico sostenuto. Ad esempio di m 2,30 x 2, l0 con una luce di m 7,75 nel caso degli archi neroniani; in taluni punti questi piloni si innalzano sino a 17 m. Per la Claudia, nel tratto presso il Casale di Roma Vecchia, ove si conserva quasi intatta una serie di arcate per circa 1.300 m, i pilastri in opus quadraturn di peperino hanno dimensioni di metri 3,2 x 4,1 e distano tra loro metri 5,4. Le luci degli archi misurano 6 metri e le arcate raggiungono una altezza intorno ai 20 m. Le medesime arcate si ritrovano poco distante, presso la ferrovia Roma-CassinoNapoli. Di esse, l'Ashby cosi scrive: Poi, poco prima di raggiungere la vecchia ferrovia per Napoli, sei archi ancora, con un pilastro del settimo all'estremit nord-ovest, di recente crollato. Il primo e il sesto arco furono rafforzati con un doppio arco in calcestruzzo con cortina laterizia, ora intonacata con uno strato moderno. Le vibrazioni dei treni arrecano indubbiamente nocumento a queste rovine; ma il loro collasso inevitabile, mancando un restauro cos radicale che equivalga ad una completa ricostruzione. t conci di pietra vulcanica sono fessurati, e le loro superficie sono in disfacimento. Nulla pu salvarli ormai: hanno vissuto oltre il tempo prestabilito e devono cadere.

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BIBLIOGRAFIA
Ashby T.: The aqueducts of ancient Rome, Clarendon Press, O xford 1935, trad. italiana edizioni Quasar 1991 Ball Platner S .: A topographical dictionary of ancient Rome, Londra, O xford University press, 1929 Frontino S .G.: Gli Acquedotti di Roma, da "Commentario di Sesto Giulio Frontino - Degli Acquedotti della Citt di Roma - con note e figure", illustrato da Baldassarre Orsini, Stamperia camerale di Carlo Baduel, Perugia, 1805 S mith W.: A dictionary on Greek and Roman antiquities, Londra, John M urray, 1875 S taccioli R.: Gli acquedotti di Roma antica, Newton Compton, 1996 Istituto Enciclopedia Italiana Treccani Acquedotti Vol 1 pagg. 382-388

TOPOGRAFIA DEGLI ACQUEDOTTI

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GLOSSARIO
ACTUS Unit di misura corrispondente a 120 piedi. Secondo Plinio i pozzi dovevano essere posti ogni due actus, secondo Vitruvio ogni actus. ARCHITECTUS Ingegnere idraulico. AQUA C ADUCA Acqua in eccedenza. BITUMEN CUM OLEO Vedi M ALTHA. CALIC ES Tubazioni di prelievo solitamente bronzee a diametro calibrato lunghe 12 dita. CANALIS Vedi SPECUS. CAPUT AQUAE Serbatoio di raccolta cui le acque affluivano per mezzo di cunicoli di drenaggio CAS TELLUM Serbatoio di raccolta e distribuzione dellacqua a seconda che si trovasse allinizio o alla fine dellacquedotto. CENSOR Carica cui spettava, in et repubblicana, la magistratura delle acque, la costruzione, la manutenzione, la locatio (v.) e la probatio (v.) degli acquedotti. CHOROBATES Livella da campo, lunga quasi 20 piedi, adattata alternativamente con fili a piombo o con una grande livella ad acqua. CIPPUS Blocchi in travertino od in tufo corredati da incisioni. Dovevano segnare la collocazione dellacquedotto e la distanza lungo il percorso. La legge richiedeva una zona di rispetto di quattro metri e mezzo su ogni lato dellacquedotto, libera da alberi, strade ed edifici. CURATOR AQUARUM Carica istituita da Augusto. Era preposto a bandire la locatio (v.) dei lavori e fungeva da agente dellImperatore. Quindicesimo curator, sotto Nerva e Traiano, fu Sesto Giulio Frontino. DIOPTRA Strumento atto a misurare gli angoli orizzontali, come un teodolite, appoggiato su una stadia, privo di mirini telescopici FIS TULA QUIN ARIA Calibro base dei Romani per il consumo dellacqua: formato da un condotto di 2,2 cm di diametro posto 12 dita sotto il livello costante dellacqua. LIBRA Livella ad acqua. LOCATIO Appalto. LUMEN Vedi PUTEUS. MALTHA- Rivestimento delle pareti interne dello specus, formato da uno stucco duro e grasso. MENS URA DEC LIVITATIS La pendenza dellacquedotto. OPUS RETICULATUM Tecnica utilizzata per la costruzione del puteus (v.). Era la messa in opera di blocchetti piramidali disposti diagonalmente come una rete a maglia su una base di cemento. Variabili le dimensioni ( dai 5-6 cm agli 8-9 cm di lato ) e il materiale dei blocchetti (selce, calcare, lava ). M olto comune nel Lazio dal tempo di Giulio Cesare fino a quello di Commodo. OPUS S IGNINUM Rivestimento liscio impermeabilizzante composto di anfore o mattoni sbriciolati uniti a malta cementizia. Il termine italiano cocciopesto. PIS CINA LIMARIA Bacino di epurazione nel quale, per mezzo di una improvvisa diminuzione della velocit dellacqua, precipitavano tutte le sostanze eterogenee e le impurit, che si raccoglievano sul fondo dal quale erano condotte fuori per mezzo di appositi canali di scarico. PUTEUS Pozzo rotondo, rettangolare o quadrato con pedarole di discesa lungo i lati per laccesso allo specus, posto a intervalli regolari per permettere la necessaria areazione e le opere di pulitura. PROBATIO Collaudo. QUINARIA Unit di misura introdotta da Agrippa, pari a 0,48 litri al secondo. S PECUS Canale dellacquedotto. S PIRAMEN Vedi PUTEUS. VENTRES Curve a largo raggio per regolare la velocit dellacqua.

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