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Psicologia

della comunicazione
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ISBN 88-15-08492-4

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Introduzione, di Luigi Ano/li p. IX

P ARTE PRIMA: LE PREMESSE

I. Inquadramento storico e teorico sulla comunicazione, di


Luigi Anolli 3

l. Introduzione 3
2. n punto di vista matematico: la comunicazione come trasmissione
di informazioni 5
3. L'approccio semiotico: la comunicazione come significazione e
come segno 7
4. L'approccio pragmatico: la comunicazione come interazione fra
testo e contesto 9
5. n punto di vista sociologico: la comunicazione come espressione e
prodotto della società 19
6. L'approccio psicologico: la comunicazione come gioco di relazioni 21
7. Verso una definizione di comunicazione 25
8. Considerazioni conclusive 31

II. L'evoluzione della comunicazione, di Luigi Ano/li 33

l. La comunicazione animale fra antropocentrismo e antropomorfi-


smo 33
2. Le principali prospettive teoriche sulla comunicazione animale 35
3. La comunicazione animale come adattamento cognitivo e sociale 37
4. Le principali competenze comunicative dei primati non umani 43
5. I primati non umani hanno una «teoria della mente»? 51
6. Considerazioni conclusive 60

III. · Neuropsicologia della comunicazione, di Michela Balconi 63

l. Introduzione 63
VI INDICE

2. Le competenze linguistiche e comunicative secondo la prospettiva


neuropsicologica p. 64
3. Neuropsicologia delle funzioni comunicative «superiori» 75
4. La rapprésentazione dei sistemi verbale e non verbale di segnala-
ZlOne 81
5. La comunicazione come sistema multifunzionale 84
6. Considerazioni conclusive 88

IV. Cultura e comunicazione, di Luigi Anoltz· 89

l. Tra natura e cultura 89


2. Lo studio della cultura «dall'interno» e «dall'esterno» 92
3. Il concetto di cultura come sistema globale e unitario 93
4. Il processo di «appropriazione» della cwtura 101
5. Gli universali comunicativi e la teoria della relatività linguistica 103
6. Il problema della traduzione 113
7. Considerazioni conclusive 115

V. Lo sviluppo della comunicazione nel bambino, di Luigi


An alli 117

l. Introduzione 117
2. La dotazione di partenza 118
3. La comparsa dell'intenzione comunicativa 125
4. La teoria della mente 130
5. Lo sviluppo della comunicazione narrativa 137
6. Considerazioni conclusive 144

P ARTE SECONDA: I FONDAMENTI

VI. Comunicazione e significato, di Luigi Anolli 147

l. n significato di significato 147


2. Verso una teoria unificata del significato 154
3. Componenzialità e prototipicità del significato 156
4. Stabilità e instabilità del significato 165
5. Significato, contesto e indessicalità 170
6. Significato letterale e significato figurato 173
7. Considerazioni conclusive 178

VII. Intenzione e comunicazione, di Luigi Anoltz· 179

l. Il concetto di intenzionalità 179


2. L'intenzione comunicativa da parte del parlante 182
3. L'intenzione comunicativa e la sintonia semantica 185
4. L'intenzione comunicativa e la generazione del messaggio 189
5. Intenzioni e strategie comunicative 194
6. L'intenzione comunicativa da parte del destinatario 195
INDICE VII

7. Processi di inferenza nell'attribuzione delle intenzioni comunica-


tive p. 200
8. La sincronia comunicativa 203
9. Le intenzioni collettive 204
10. Considerazioni conclusive 206

VIII. La comunicazione non verbale, di Luigi Anoltz· 207

l. La comunicazione non verbale: dove la natura incontra la cultura 207


2. Rapporto frà comunicazione verbale e comunicazione non verbale 209
3. Il sistema vocale 214
4. Il sistema cinesica 219
5. Il sistema prossemico e aptico 232
6. Il sistema cronemico 235
7. Le funzioni della comunicazione non verbale 23 7
8. Considerazioni conclusive 241

IX. Discorso e conversazione, di Giuseppe Mininni e di Luigi


Ano!li 243

l. Le origini della scienza discorsiva 243


2. L'orizzonte teorico dell'analisi del discorso 247
3. I metodi dell'analisi del discorso 255
4. Verso una psicologia discorsiva 256
5. Analisi della conversazione 258
6. Considerazioni conclusive 269

PARTE TERZA: LE APPLICAZIONI

X. Discomunicazione e comunicazione patologica, di Luigi


Ano!li 273

l. Verso una definizione di discomunicazione 273


2. La comunicazione ironica 274
3. La comunicazione seduttiva 282
4. La comunicazione menzognera 287
5. La comunicazione patologica 298
6. Considerazioni conclusive 303

XI. La comunicazione nei e fra i gruppi, di Luigi Anolli 305

l. Importanza della comunicazione nei gruppi 305


2. Comunicazione e influenza sociale 306
3. La comunicazione persuasiva 312
4. Il pettegolezzo e le dicerie come sistemi di comunicazione 319
5. Comunicazione e decisione di gruppo 323
6. Comunicazione e relazioni fra gruppi 326
7. Considerazioni conclusive 330
VIII INDICE

XII. Mass media e comunicazione, di Olivia Realdon e di Luigi


Ano !li p. 333
l. Dal medium ai mass media 333
2. Gli effetti a breve termine dei mass media 337
3. Gli effetti a lungo termine dei mass media 342
4. L'audience dei media 347
5. Comunicazione pubblicitaria e mass media 351
6. Comunicazione politica e mass media 356
7. Considerazioni conclusive 361

XIII. Comunicazione e new media, di Giuseppe Riva 363

l. La comunicazione digitalizzata 363


2. La comunicazione mediata da computer 365
3. Nuove forme di comunicazione mediata 368
4. Le principali differenze tra comunicazione mediata e comunicazio-
ne faccia-a-faccia 370
5. Modelli esplicativi degli effetti della CMC 372
6. Lavorare e studiare mediante la CMC 377
7. Come studiare la CMC 379
8. Considerazioni conclusive 382

Riferimenti bibliografici 385

Indice analitico 401

Indice dei nomi 411


·., ... ,·. . ...... .
··.-···'

Inquadramento storico e teorico


sulla comunicazione

1. Introduzione

Il soggetto umano è un essere comunicante, così come è un essere . Il soggetto umano è


pensante, emotivo e sociale. La comunicazione non va pertanto conside- 'un essere comu-
rata semplicemente come un mezzo e uno strumento, bensì come una di- nicante
mensione psicologica costitutiva del soggetto. Egli non sceglie se essere
comunicante o meno, ma può scegliere se e in che modo comunicare [Anolli e
Ciceri 1995b, 25].
La comunicazione è un'attività eminentemente sociale. Per definizione, infatti,
si ha comunicazione soltanto all'interno di gruppi (o comunità), in quanto il grup-
po rappresenta una condizione necessaria, una premessa indispensabile e un vinco-
lo per la genesi, per l'elaborazione e per la conservazione di qualsiasi sistema di
comunicazione. A sua volta, quest'ultimo alimenta, influenza e modifica in modo
profondo e sistematico la vita stessa del gruppo.
Socialità e comunicazione costituiscono due dimensioni fra loro distinte ma
intrinsecamente interdipendenti, che si sono evolute e che si evolvono in maniera
congiunta, con un andamento a spirale senza fine, attraverso un processo reciproco
di continui rimandi. In questa prospettiva la comunicazione è alla base dell'intera-
zione sociale e delle relazioni interpersonali. Porre in evidenza la natura re/azionale
della comunicazione (su cui ritorneremo più avanti) significa sottolineare la sua
rilevanza essenziale nella costituzione e nella prosecuzione dei giochi psicologici che
i protagonisti intendono realizzare in maniera congiunta. Tale rilevanza appare
integra nel suo valore sia che si considerino i giochi relazionali attivi in un gruppo
ristretto di soggetti o in una comunità, sia che si prendano in esame i rapporti esi-
stenti all'interno della famiglia, delle nazioni e delle culture.
r·i!,.·.• ~..c.-.-.l=;!:·-~·

Sotto questo profilo la comunicazione è partecipazione, poiché essa ~ Comunicare vuoi · ·


prevede la condivisione dei significati e dei sistemi di segnalazione, non- ! dire condividere i si-
ché l'accordo sulle regole sottese a ogni scambio comunicativo. Per sua ~ gnificati
natura, la comunicazione si fonda su processi più o meno lunghi e com-
plessi di negoziazione e di patteggiamento fra i soggetti comunicanti. Di conse-
guenza, essa ha una matrice culturale e possiede una natura convenzionale, non
soltanto in quanto rappresenta un esito degli accordi e delle convenzioni cultural-
mente stabilite all'interno di una determinata comunità, bensì anche in quanto as-

Questo capitolo è di Luigi Anolli.


6 PREMESSE

FlGURAJ.i
.. .. ,,·,.;·
,
Rappresentazione schematica del flusso di trasmissione dell'informazione secondo il modello matematico di
;_;._,

Shannon e Weaver.
Fonte: Shannon e Weaver [1949).

combinazioni come più probabili e altre meno. Occorre che il segnale possieda una
qualità sufficientemente buona e raggiunga una certa intensità per superare la so-
glia di ricezione e per arrivare al destinatario.
·· ····u··--- -·-,·~·--:·: ··1 Questo modello è.stato successivamente integrato con la nozione
Il feedback pos1t1vo ~ d l r db k ( · · come 1a quantlta
), d,ef"1~1ta · ' d"_1 1~
· f orm~~lO-
·
e negativo ; e 1ee ac . o retro~ztone
..· ... ,,. ···-·--·~w·•"""'·····---·~ ne che dal ncevente ntorna ali emittente, consentendogli dt modtftca-
re i suoi messaggi successivi. Per esempio, se in una stanza si desidera mante-
nere la temperatura a 20 gradi, il termostato è in grado di consentire questa
condizione. Infatti, quando la temperatura scende al di sotto dei 20 gradi, esso
invia alla centralina di comando una informazione «di ritorno» che riavvia il
riscaldamento. ,
Il feedback è stato ulteriormente distinto in feedback positivo e in /eedba,ck
negativo (da non confondersi con il rinforzo positivo e con il rinforzo negativo).
Nel primo caso il feedback aumenta l'informazione di ingresso (nel caso di un
pettegolezzo, il commento maligno di A su Z è accentuato da parte di B e diventa
ancora più cattivo). Nel secondo caso il feedback riduce l'informazione di ingresso
e consente di mantenere nel sistema una determinata condizione stabile, chiamata
omeostasi (in una famiglia un commento bonario della madre può ridurre la porta-
ta del rimprovero del padre nei confronti del figlio e contribuire in tal modo a
mantenere accettabile la situazione familiare).
Parimenti il modello matematico (o statistico) ha introdotto il concetto di ru-
more, inteso come l'insieme degli elementi ambientali (e non) che interferiscono
con la trasmissione del segnale. In particolare, la morfologia di un segnale alla
fonte non è mai identica a quella giunta alla destinazione, poiché la sua trasmis-
sione va incontro a diversi fattori di interferenza, quali l'attenuazione e la disper-
sione nell'ambiente (effetto di diffusione ed effetto di assorbimento ambientale),
la presenza (o il riverbero) di altri segnali all'interno del medesimo canale ecc. Le
proprietà strutturali dell'ambiente hanno un impatto diretto sulle caratteristiche
spettrali e temporali del segnale e partecipano attivamente a determinare un de-
finito rapporto segnale/rumore. Quest'ultimo deve essere superiore a zero per
avere una sufficiente probabilità che il segnale giunga al destinatario. Di conse-
guenza, l'emittente deve riuscire a esercitare un certo controllo sulla qualità e
sull'intensità del messaggio prodotto per ottenere un valore positivo nel rapporto
segnale/ rumore.
Shannon e Weaver hanno completato il loro modello con i concetti di ridon-
danza (la ripetizione nell'operazione di codifica del messaggio per favorire la sua
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 7

decodifica) e di filtro (processo di selezione di alcuni aspetti e proprietà del segnale


rispetto ad altri nell'operazione di decodifica).
L'approccio matematico è stato il primo tentativo di fornire un mo- \-La teoria forte del
dello teorico, operazionalmente verificabile, della comunicazione umana , codice
e animale. Esso ha introdotto concetti fondamentali per tracciare le coor-
dinate del dominio qui esaminato e per comprendere i fenomeni sottesi all'attività
comunicativa. T al e approccio implica una teoria forte del codice, in quanto ritiene
che la condizione necessaria e sufficiente per comunicare sia avere a disposizione
un codice di trasmissione dei messaggi (cfr. cap. 6). Tuttavia, questa focalizzazione
sui processi di cifratura e di decifratura dei segnali ha impedito di prendere in con-
siderazione altri fondamentali aspetti della comunicazione, come l'elaborazione e la
condivisione dei significati, l'intenzionalità e l'inferenza, nonché la multimodalità
dei sistemi di comunicazione.

3. L'approccio semiotico: la comunicazione come significazione e come segno

3.1. Il processo della significazione

La seiniotica (o semiologia) è la scienza che studia la vita dei segni La significazione


nel quadro della vita sociale. Secondo il punto di vista semiotico, occorre come produzione di
affrontare anzi tutto in che modo avviene il processo di significazione, significato
inteso come la capacità di generare significati e come la proprietà fonda-
mentale di ogni messaggio di avere un senso per i comunicanti. Questo processo di
significazione, da un lato, fa riferimento al referente (gli oggetti e gli eventi su cui
comunicare); dall'altro, fa riferimento a un codice, cioè ai sistemi impiegati dagli at-
tori per comunicare fra loro.
Da Aristotele e da Tommaso d'Aquino è stato tramandato il diagramma della
significazione, qui pre.sentato nella versione di Ogden e Richards [1923] e ripor-
tato nella fig. 1.2. Esso pone jn relazione tre aspetti diversi: un simbolo (come un
termine linguistico; per esempio, /cane/), il referente (l'oggetto o l'evento che è
comunicato; nel nostro caso, il cane come animale domestico che abbaia) e la re-
ferenza (la rappresentazione mentale, il concetto dell'oggetto o dell'evento che
viene comunicato; nel nostro esempio, il concetto di
cane).
REFERENZA
Di conseguenza, il simbolo o segno (una parola o
un gesto) non ha rapporto diretto con la realtà (il refe-
rente), ma soltanto con il concetto e con l'idea mentale
(la referenza).
La convinzione che esista un rapporto diretto fra il
segno e il referente è stata definita da Eco [1975] come
fallacia referenziale. Per contro, ogni simbolo è un pro-
dotto culturale ed esprime un determinato contenuto SIMBOLO REFERENTE
culturale (cfr. cap. 4).
- Diagramma di significazione se-
. · · condo Ogden e Richards.

Fonte: Ogden e Richards [1923].


8 PREMESSE

3.2. Segno come equivalenza e segno come inferenza

Anzi tutto, occorre definire che cosa si intenda per segno in semiotica e in psi-
cologia della comunicazione. A questo riguardo esistono due principali accezioni:
il segno come equivalenza e il segno come inferenza.
• Il segno come equivalenza. In riferimento alla prima, secondo de
Il segno come unio-
ne di significante e ' Saussure [1916] e la prospettiva strutturale, il segno è inteso come
significato l'unione di un'immagine acustica (il significante o espressione; per esem-
pio, la stringa di suoni: /c-a-n-el) e di un'immagine mentale (il significato
o contenuto; nel nostro caso, il significato di cane). Significante e significato, espres-
. sione e contenuto sono due facce della medesima medaglia (il segno), in quanto
non c'è l'uno senza l'altro in un rapporto di interdipendenza reciproca. In quest'ot-
tica occorre parlare di funzione semiotica (o funzione segnica), poiché il segno non
va inteso come una realtà fisica (concezione ingenuamente naturalistica del segno),
bensì come una relazione fra due funtivi.
Nella concezione .strutturale, che riprenderemo nel capitolo 6 sul significato, il
segno è inteso in termini di equival.enza, poiché vi sarebbe una corrispondenza
piena e stabile fra espressione e contenuto, regolata da una relazione di identità. n
segno, così concepito, presenta un carattere arbitrario, cioè convenzionale, in quan-
to legato a una determinata cultura, non motivato dalla realtà a cui fa riferimento.
Infatti, non vi è niente della <duna» nelle stringhe sonore /luna/ (italiano) o /moon/
(inglese) o /Mondi (tedesco). Inoltre, ha un carattere oppositivo, poiché un de-
terminato segno è se stesso non per le proprietà positive che possiede intrinseca-
mente ma per non essere nessun altro segno, in quanto si oppone a tutti gli altri
segni di un determinato sistema di comunicazione. Per esempio, /pera/ si oppone
a /vera/, /cera/, /nera/ ecc., ma anche a /pere/ o /pero/.
. . ~--=,:=~,~~: La lingua, pertaqto, in quanto «sistema di segni», è definita da de
La ltngua e un stste , S . d. d:a d. . b. . . .
ma di differenze r aussure come un s1stema 1 ZJJerenze 1 suonz com matt a un msteme
, ...... - - · . -·=·-···· 1 di differenze di signzficati. Poiché l'interesse di studio di de Saussure e
dello strutturalismo è stato <da lingua per se stessa ~ in se stessa», egli ha proce-
duto alla distinzione fra la linguistica interna (o primaria, che ha come oggetto di
analisi la langue, intesa come l'insieme delle norme che permettono l'attività lin-
guistica) e la linguistica esterna (o secondaria, che si occupa della parole, vale a
dire l'atto concreto e reale di applicare un determinato codice linguistico da par-
te di un soggetto). In tal modo la teoria strutturale ha sottolineato fin dall'inizio
la stabilità dei segni, racchiusi in un codice statico e teoricamente immutabile e
ha escluso l'esame degli aspetti contestuali e i riferimenti contingenti nei processi
di comunicazione.
La concezione strutturale di de Saussure è stata approfondita dalla glossemati-
ca di Hjelmslev [1943], secondo il quale ogni segno pone in correlazione il piano
dell'espressione (E) e il piano del contenuto (C), entrambi opponendo- alloro
livello- sostanza (s) e forma (j), secondo il seguente schema:
INQUADRAMENTO STORJCO E TEORJCO 9

Hjelmslev in base a queste relazioni sostiene che la lingua è forma e non so- ?
stanza, poiché la sostanza determina la forma ma non viceversa. ~
e Il segno come inferenza. Per contro, Peirce [1868; 1894] ha definito , 11 segno come indi-
il segno come qualcosa che per qualcuno sta al posto di qualcos'altro, sotto ' zio
qualche rispetto o capacità. In quanto tale, il segno assume la funzione di L~~- ..-. ......,
rimandare a qualcosa di diverso da sé (funzione di rimando). A questo riguardo un
segno tipico è quello di indicare, in cui non conta l'indice puntato, bensì l'oggetto
verso cui il dito è puntato. Sulla base del rapporto con il referente, Peirce indivi-
dua tre tipi di segni:
-le icone, caratterizzate da una relazione di somiglianza con le proprietà del
referente;
- gli indici, caratterizzati da un rapporto di contiguità fisica con l'oggetto o con
l'evento cui si riferiscono;
- i simboli, per i quali la connessione con il referente è stabilita per contiguità
ed è appresa; risulta quindi arbitraria.
In questa prospettiva il segno è inteso come inferenza, poiché costituisce un
indizio da cui trarre una conseguenza, così come le nuvole sono segno di pioggia o
come il fumo è indizio di fuoco. Il segno come indizio comporta la presenza di
modelli mentali che, sulla base di schemi tratti dalla logica o dall'esperienza, con-
sentono di individuare gli aspetti mancanti o carenti e di cogliere il senso dei mes-
saggi (frasi, gesti, espressioni mimiche ecc.).
La concezione di segno come inferenza consente di spiegare la variabi- fsi~;;~-~·:··~· d~più ·.·
lità e la plasticità nell'impiego dei segni stessi, per cui, in determinate cir- ~di quanto~~ dic~ .
costanze, uno può usare uno specifico segno al posto di un altro, anche se L".-..•,........~,~,~. "~ ··"~' · · ·. ·
in modo provvisorio. Per esempio, in una situazione di trasloco e con l'appartamento
ancora vuoto, uno può chiamare «sedia» una cassa contenente libri, anche se non lo
è affatto (fenomeno della risemantizzazione contestuale, cfr. cap. 6). Inoltre, il segno
come inferenza contribuisce a spiegare lo scarto fra ciò che è detto e ciò che è impli-
cato da quanto è stato detto. Infatti, in linea di principio, un soggetto comunica di più
n
di quanto dica. concetto di segno, pur costituendo un aspetto fondamentale della
comunicazione, si inserisce in un processo più esteso. In particolare, il segno come
equivalenza implica la nozione di codice, mentre il segno come inferenza rimanda
alla nozione di contesto (cfr. cap. 6).

4. L'approccio pragmatico: la comunicazione come interazione fra testo e


contesto

M?rris [1938], rip~en~endo antiche ripartizi<?n~ n~llo studio dellin- r·L~ p~a;m;l~~c~~-;)
guagg10 e della comumcaztone, ha proposto la dtstmztone fra la seman- ~so dei significati 1
tica (che si occupa dei significati dei segni), la sintassi (che studia le re- ~~-~~~--J
!azioni formali fra i segni) e la pragmatica (che esplora la relazione dei segni con
gli attori). In questo senso la pragmatica si occupa dell'uso dei significati, vale a
dire dei modi con cui i significati sono impiegati dai comunicanti nelle diverse
circostanze. Per sua natura, essa pone in evidenza la relazione fondamentale fra
segni e interpretanti, basata su uno scambio comunicativo storicamente definito.
In particolare, la pragmatica esamina i rapporti che intercorrono fra un testo e il
10 PREMESSE

contesto in cui esso è manifestato. L'attenzione viene spostata dall'analisi della


struttura del sistema di comunicazione all'atto concreto e contingente di comuni-
caziOne.
Per definizione, parlando di uso dei significati, la pragmatica prende in esame
i processi impliciti della comunicazione, i quali comportano rilevanti attività inferen-
ziali per inferire dal contesto ciò che il testo dice, anche se non lo dice espressa-
mente. In questo ambito rientrano importanti fenomeni comunicativi, come la deis-
si (cioè, i riferimenti espliciti che il testo fa al contesto come qui, là, laggiù [deissi
spaziale], ora, fra dieci minuti, domani [deissi temporale], tu, lui, questa persona
[deissi di persona]; tali riferimenti si possono capire soltanto attraverso il contesto;
cfr. cap. 6), la implicatura conversazionale (intesa come l'inferenza per colmare lo
scarto fra ciò che è detto in un enunciato e ciò che è fatto intendere; è un concetto
su cui tOrneremo più avanti), la presupposizione (definita come l'insieme delle con-
dizioni implicate da un enunciato).

4.1. La teoria degli atti linguistici

Il punto di vista pragmatico pone in evidenza anzi tutto la comunicazione


come azione e come /are. Se si riduce, infatti, l'analisi della comunicazione soltanto
allo studio dei suoi «prodotti» (il segno, il codice, i significati ecc.), si finisce per
prendere in considerazione entità cristallizzate e statiche. Per contro, la comunica-
zione è processo. È azione fra due o più partecipanti. ·
:"''"_,,_~"""""'·""":· ·~=-"~, In questa direzione Austin [1962] ha proposto la teoria degli atti lin-
Qu~ndochdlref qualco,- ? guistici, con l'obiettivo di attirare l'attenzione proprio su questi aspetti.
t• sa e an e are qua - , . . . . ,
i cosa ; Egli ha posto m eVIdenza che dzre qualcosa e anche /are sempre qualcosa e
L ...,..,..,.,...,,.,~,_,...........,_~ ha individuato tre tipi di azione che compiamo simultaneamente quando
parliamo:
a) atti di dire qualcosa (atti locutori): si tratta di azioni che si compiono per il
fatto stesso di parlare e che comprendono gli atti fonetici (emissione di suoni), gli
atti /atici (espressione di certe parole e di certi enunciati), gli atti retici (impiego di
questi aspetti con un senso e con un determinato riferimento);
b) atti nel dire qualcosa (atti illocutori): sono atti che si compiono attraverso il
parlare medesimo e che corrispondono alle intenzioni comunicative del parlante;
c;;;,. essi sono stati raggruppati da Searle [1979] in diverse categorie, quali gli assertivi,
(;$ i direttivi, i commissivi, gli espressivi, gli esercitivi e i verdettivi;
c) atti con il dire qualcosa (atti perlocutori): si tratta della produzione di deter-
minati effetti da parte del parlante sul sistema delle credenze, sui sentimenti ed
emozioni, nonché sulla condotta dell'interlocutore.
n locutorio rappresenta ciò che si dice, l'illocutorio costituisce ciò che si fa nel
dire qualcosa, il perlocutorio rappresenta ciò che si vuole ottenere dicendo qualco-
sa, come negli esempi (l) e (2):

(l) Oocutorio) Non ho strappato io il foglio


(illocuotrio) dichiarare la propria estraneità al danno
(perlocutorio) convincere l'interlocutore della propria innocenza
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 11

(2) (locutorio) Corri, corri, che c'è l'incendio_!


(illocutorio) incitare a evitare il pericolo
(perlocutorio) spronare e sostenere l'interlocutore a fuggire e a correre via

Qualsiasi scambio comunicativo verbale, pertanto, non consiste nel -· ·- " -- · ·


' Forza illocutoria ed .
produrre frasi isolate e astratte, ma nell'adoperare enunciati per realiz- : effetti perlocutori
zare un effetto intenzionale sull'interlocutore entro un definito contesto J _... ·'·""···

relazionale. Di conseguenza, gli enunciati esprimono molto di più di quanto si-


gnifichino sul piano lessicale. A questo proposito Austin e successivamente S~arle
[1979] procedono sul piano pragmatico alla distinzione fra atto e forza dell'atto
medesimo. Il modo con cui è interpretato un enunciato e lo stesso risultato di un
atto linguistico dipendono dalla forza contenuta nell'atto (forza illocutoria) e dai
suoi effetti sull'interlocutore (effetti perlocutori). Indicatori della forza illocutoria
di un enunciato non sono soltanto i verbi, ma anche l'ordine delle parC>le, l' ac-
cento, l'intonazione, la prominenza, la punteggiatura ecc. Per esempio, i due
enunciati (3) e (4)

(3) Pierluigi è disordinato ma intelligente


(4) Pierluigi è intelligente ma disordinato

Differiscono notevolmente fra loro, pur avendo i medesimi elementi semantici.


Nell'enunciato (3 ), infatti, l'attenzione e il fuoco comunicativo sono posti sul fatto
di essere intelligente, mentre nell'enunciato (4) sono posti sul disordine.
Austin accentua questa prospettiva, distinguendo ulteriormente fra fA"-"'t"t":''-1·:"··--· . t: . d.. tt~·
gli attt· t·mgutsttct
· · · d.trettt· e g1·1 attt• t•mgutsttct
· · ·m · d.trettt.. N e1. pnm1
. . la f orza f.:_ e indiretti
1 mgUis 1c1 1re 1
illocutoria che il parlante intende attribuire all'enunciato (atto prima- :,..--~==··- , . . - --
rio), è trasmessa in maniera conforme e corrispondente al significato letterale del-
l'enunciato medesimo. Nei secondi la forza illocutoria deriva non dal significato
letterale dell'enunciato, ma dai modi non verbali con cui è manifestato, come il
tono e l'intensità della voce, il ritmo di emissione delle parole ecc. Per esempio,
nell'enunciato (5):

(5) Puoi camminare più velocemente?

la domanda ha il tono della richiesta che, a seconda di come è pronunciata, può


essere più o meno cortese.
Nella comunicazione gli scambi costituiscono un flusso continuo. Essi non
consistono in ciò che si dice in modo sintatticamente più o meno corretto (le frasi),
ma in ciò che si fa attraverso le frasi medesime. Per questo motivo in pragmatica si
è proceduto alla distinzione fra /rase (in inglese sentence, intesa come espressione
linguistica astratta, definita da una teoria della sintassi) ed enunciato (in inglese
utterance, inteso come l'uso concreto della frase in un contesto reale, in occasioni
particolari e per scopi specifici). Di conseguenza, esiste uno scarto comunicativo
fra frase ed enunciato, nel senso che l'enunciato comunica assai di più di quanto
sia contenuto in una frase intesa a livello lessìcale.
12 PREMESSE

4.2. Il principio di Cooperazione e le implicature conversazionali

Significato naturale · Grice [ 1975], filosofo del linguaggio, parte nella sua analisi della co-
, e significato conven- municazione umana distinguendo fra il significato naturale (per esempio, il
zionale. . _, .. ·.·.. ,, ,. fumo è un indizio naturale della presenza del fuoco) e il significato con-
venzionale (o significato n-n, non naturale: per esempio, qualsiasi parola
della lingua italiana o di qualsiasi altra lingua). In particolare, il significato h-n è in-
teso da Grice come il «voler dire» qualcosa da parte del parlante a qualcun altro.
La comunicazione, pertanto, è un processo costituito da un soggetto che ha
intenzione di far sì che il ricevente pensi o faccia qualcosa, operando in modo che
il ricevente riconosca che l'emittente sta cercando di causare in lui quel pensiero o
quell'azione. In altri termini, P sa che A sà che P sa che A sa (e così all'infinito)
che P ha Un'intenzione particolare. Di conseguenza, la comunicazione è possibile
soltanto se si attua questo processo di conoscenza reciproca e condivisa, che impli-
ca la mutua consapevolezza di una intenzionalità comune fra i partecipanti. Siamo
qui nell'ottica di una trasparenza intenzionale (cfr. cap. 7).
Per Grice non è qui in gioco soltanto un'intenzionalità informativa, in cui A
trasmette a B qualcosa che non sa, ottenendo in tal modo un aumento delle sue
informazioni secondo le modalità di codifica e di decodifica. Per contro, è in gioco
una intenzionalità comunicativa, intesa come voler rendere consapevole B di qual-
cosa di cui prima non era consapevole.
Su questa base pragmatica occorre procedere alla distinzione fra comunicazione
e informazione. La prima consiste in uno scambio nel quale A intende in maniera
consapevole rendere B consapevole di qualcosa di cui non era prima consapevole,
facendo ricorso a un sistema di significazione e di segnalazione condiviso dai due
partecipanti. La seconda, invece, consiste nella trasmissione involontaria di A di un
segnale che è percepito in maniera autonoma da parte di B, indipendentemente
dall'intenzione di A e senza la partecipazione di quest'ultimo. Di conseguenza, una
gaffe, un atto di sbadataggine o di disattenzione, un lapsus sono segnali informati-
vi, non comunicativi (sull'intenzione cfr. cap. 7).
~~--:--:~--'"' '"'"""l Entro questa prospettiva pragmatica il successo della comunicazione
Pn~clplo di Co~pe- si fonda, allora, sul principio di Cooperazione, inteso come: Dai il tuo
l raz1one e mass1me 'b l , ,, ·h·
~ della conversazio~ contrt uto a momento opportuno, cost com e ne testo ag z scopt e a -
d 1· · dt
E.,..,,._. · -·.. -~- - l'orientamento della conversazione in cui sei impegnato. Questo principio
generale è stato declinato da Grice secondo quattro massime che dovrebbero gui-
dare la condotta dei partecipanti:

a) massima di Quantità: l. Dai un contributo che soddisfi la richiesta di infor-


mazioni in modo adeguato agli scopi della conversazione; 2. Non fornire un contribu-
to più informativo del necessario;
b) ·massima di Qualità: cerca di fornire un contributo vero; in particolare, l.
Non dire ciò che credi falso; 2. Non dire ciò per cui non hai prove adeguate;
c) massima di Relazione: sii pertinente;
d) massima di Modo: sii perspicuo; in particolare: l. Evita espressioni oscure; 2.
Evita le ambiguità; 3. Sii breve; 4. Sii ordinato nell'esposizione.

Le massime sono di natura convenzionale, e le impariamo attraverso l'esperienza


quotidiana, così come impariamo la lingua e le altre pratiche culturali (cfr. cap. 4). Pur
essendo convenzionali, non sono arbitrarie ma sono mezzi razionali utili per condurre
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 13

interazioni comunicative cooperative e comprensibili. Infatti, l'osservanza e la violazione


di queste massime regolano, secondo Grice, i processi di attribuzione e di interpretazio-
ne delle intenzioni comunicative manifestate nel corso della conversazione. il criterio di
verità delle proposizioni non costituisce un criterio di accettabilità (o meno) dei conte-
nuti, bensì una norma regolativa di uso, a disposizione dei comunicanti.
Sulla base di questo principio e modello Grice ha approfondito i processi attra-
verso i quali diventa possibile capirsi e comunicare nel corso degli scambi della vita
quotidiana come la conversazione. Egli riprende la distinzione tradizionale fra la
logica del linguaggio e la logica della conversazione. La prima si applica ai significati
letterali; la seconda, invece, si applica ai processi che gli individui usano per infe-
rire ciò che il parlante intende comunicare.
La logica della conversazione implica quindi la distinzione fondamen- rlo scarto fra ciò che
tale fra il dire e il significare: un conto è ciò che è detto (what is said) e un l è detto e ciò che è
conto è ciò che è significato (what is meant) con il proprio messaggio. Fra i significato
}, .. _.,.,~.·~:...
_,
questi due livelli esiste uno scarto che deve essere colmato, poiché ciò che
è inteso (significato) è più di ciò che è detto. Per colmare questo scarto occorre che
i partecipanti facciano ricorso a un processo mentale da Grice chiamato implicatura
conversazionale. Essa costituisce un impegno semantico aggiuntivo per andare oltre
al significato letterale di un enunciato, in modo da individuare e capire in modo
appropriato l'intenzione comunicativa del parlante (su questo aspetto cfr. i capp. 6 e
7). Tale impegno richiede un processo intenzionale di natura inferenziale, necessario
per colmare il divario fra ciò che è detto e ciò che è significato come in (6) e (7):

(6) A: Sai che ore sono?


B: Bah, è già passata la corriera per Rovereto (delle ore 7.30 del mattino)
(7) A: Hai visto Alessandra?
B: C è la pelliccia di volpe nel suo ufficio

In questi due esempi, il parlante B risponde in modo apparentemente inappro-


priato (quindi senza rispettare il principio di Cooperazione) ma fornisce egualmen-
te indizi corretti e condivisi dicendo p in modo tale che il richiedente sia in grado
di inferire q in linea con la sua domanda. Di conseguenza, il parlante, dicendo p,
implica conversazionalmente q soltanto se:
a) si presume che il parlante segua le massime
b) è necessario che l'inferenza q rispetti (a)
c) il parlante pensa che il destinatario realizzerà (b).
Le implicature conversazionali contribuiscono in modo fondamentale a spiega-
re il significato di una frase come appare nello schema della fig. 1.3. Esse, infatti,
consentono di «estrarre» il significato (non detto) che è contenuto in modo impli-
cito nell'enunciato come in (8) e (9):

(8) Michele ha lavorato a lungo a Roma (lmplicatura: egli non lavora più a Roma)
(9) Fabrizia finirà il lavoro per domani (lmplicatura: Fabnzia non ha ancora finito il lavoro)

Le implicature conversazionali riguardano tutte le massime da Grice Proprl;tàd;;li;·j~~~~--~


proposte. Esse sono operative anche nel caso in cui le massime stesse si- cature conversazio- ~­
ano violate e «oltraggiate» (per usare il termine di Grice), come succede nali ~
-= ... = .."'!J
con i significati figurati e con la metafora (cfr. cap. 6) o con l'ironia (cfr. ~

cap. 10). Le implicature sono caratterizzate da quattro proprietà.


14 PREMESSE

~nunciato

CiÒ che è DETTO ciò che è IMPLICATO

in
~
modo CONVENZIONALE in modo CONVERSAZIONALE

in GENERALE in PARTICOLARE

~lt~~~J:· Ripartizione del significato di un enunciato secondo il modello di Grice.

Anzi tutto, sono cancellabili, in quanto si possono dissolvere se si aggiungono


alcune premesse a quelle originali, come l'enunciato (10):

(lO) a) affermazione: Michela ha mangiato alcuni pasticcini


b) implicatura per default: Michela non ha mangiato tutti i pasticcini
c) cancellazione di b): Michela ha mangiato alcuni pasticcini. Di /atti, li ha mangiati
tutti

In secondo luogo, le implicature conversazionali sono non-distaccabili, pokhé


esse sono attaccate al valore semantico dell'enunciato, non alla sua forma linguisti-
ca, come (11) implica pragmaticamente (12):

(11) Claudio non è riuscito a dare l'esame di diritto penale


(12) Claudio ha cercato di dare l'esame di diritto penale

In terzo luogo, le implicature sono calcolabili, poiché, dati il principio di Coo-


perazione e le massime da esso derivanti, è prevedibile che in una situazione stan-
dard (o per default) l'interlocutore sappia fare l'inferenza appropriata (e quindi
l'implicatura) in quella determinata situazione conversazionale.
Infine, le implicature sono non-convenzionali, in quanto non fanno parte del
significato convenzionale delle espressioni linguistiche, ma sono negoziate, di volta
in volta, in funzione del contesto di uso. Di conseguenza, il medesimo enunciato
può assumere significati diversi in relazione a diverse occasioni comunicative come
in (13):

(13) Sergio è una macchina

Questo enunciato può significare che Sergio è freddo, o efficiente, o che non si
ferma mai per lavorare, o che soffia e sbuffa ecc. A questo riguardo le implicature
hanno una certa indeterminatezza semantica e prevedono una notevole flessibilità
dei significati (sul rapporto fra stabilità e instabilità del signifkato cfr. cap. 6).
Grice ha inteso il concetto di «implicatura» in senso abbastanza ampio e lo
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 15

ha ulteriormente articolato distinguendo fra implicature conversazionali e impli-


cature convenzionali, fra implicature particolarizzate e implicature generalizzate, ?
nonché fra implicature scalari e implicature proposizionali. · ~
Il contributo di Grice si è rivelato molto fecondo, poiché, partendo dal punto
di vista pragmatico, ha rappresentato una svolta importante nello studio della co-
municazione umana, sia in riferimento al principio di Cooperazione e alle massime
conseguenti, sia in relazione all'analisi delle implicature conversazionali, sia infine
in connessione con il concetto di intenzione comunicativa. Pur presentando limiti
dovuti alla concezione della trasparenza intenzionale e del significato letterale (cfr.
capp. 6 e 7), il pensiero di Grice costituisce tutt'oggi un termine di riferimento con
cui confrontarsi e misurarsi.

4.3. Il principio di pertinenza e il modello ostensivo-inferenziale di comunicazione

Sperber e Wilson [1986], partendo dalla piattaforma concettuale fornita da


Grice, hanno elaborato una diversa prospettiva pragmatica per spiegare i processi
della comunicazione. Essi propongono un modello ostensivo-inferenziale che in-
tende superare sia la tradizionale impostazione basata esclusivamente sul codice
(come nel modello di Shannon e Weaver) sia l'impostazione inferenziale proposta
da Grice. I termini del problema da cui essi prendono le mosse di partenza concer-
nono la produzione e la condivisione del significato. Per «voler dire» qualcosa con
un enunciato X il soggetto S deve avere l'intenzione:
a) che l'enunciazione di X da parte di S produca una certa risposta r nell'ascol-
tatore A
b) che A riconosca l'intenzione (a) di S
c) che il riconoscimento da parte di A dell'intenzione (a) di S sia, almeno in
parte, la ragione per cui A produce la risposta r.
Su questa premessa Sperber e Wilson introducono la distinzione fra r·t::;~~s~ere manite-
intenzione informativa e intenzione comunicativa. La prima concerne l'in- Ssto>> come mutuo
l
tenzione di informare il destinatario di qualcosa; la seconda riguarda l'in- ambiente cognitivo
tenzione di informare il destinatario sulla propria intenzione informativa ~,~~~,,.,.,. ·
(cfr. cap. 7). In questa prospettiva l'intenzione comunicativa rappresenta la condi-
zione necessaria e sufficiente per la comunicazione. Affinché ciò sia possibile, Sper-
ber e Wilson introducono il concetto di «essere manifesto»: un fatto è mam/esto a
un soggetto se e solo se egli è capace di rappresentarsi mentalmente questo fatto e
di accettare la sua rappresentazione come vera (o probabilmente vera). L'essere
manifesto (mam/esteness) significa essere sia percepibile sia inferibile; esso riguarda
non solo i fatti ma anche le ipotesi e si esprime lungo una scala lineare di gradi,
poiché vi sono realtà più visibili di altre e ipotesi più evidenti e con maggiore pro-
babilità di essere accettate rispetto ad altre.
In secondo luogo Sperber e Wilson precisano il concetto di mutuo ambiente
cognitivo, in cui ogni ipotesi è reciprocamente manifesta e assicura un sufficiente
grado di cooperazione per capirsi e per comunicare. L'ambiente cognitivo è un
insieme di ipotesi (affermazioni, richieste, comandi, speranze ecc.) che i partecipan-
ti hanno a loro disposizione. Quale fra queste ipotesi riceverà la particolare atten-
zione di un individuo in un dato momento dipende da un'unica proprietà: la perti-
nenza di quell'ipotesi in quello specifico contesto.
16 PREMESSE

. Perti~~·~z'a :-~~;bo-~ 1 Ma che cosa significa «pertinenza» in questa prospettiva? Secondo


rare nuove informa- r Sperber e Wilson l'essere umano è capace di elaborare informazioni in
· zioni al più basso : modo efficace, cioè con i migliori risultati e al più basso costo possibile.
Molte informazioni sono già disponibili dall'esperienza passata e sono
costo possibile_...... _.
state immagazzinate nei depositi della memoria. Altre informazioni sono nuove e
contingenti, connesse con il contesto attuale hic et nunc. La combinazione di infor-
mazioni vecchie e nuove attraverso un processo di inferenza genera ulteriori nuove
informazioni. La pertinenza consiste esattamente in questa «moltiplicazione» fra il
vecchio e il nuovo e quindi nella capacità di generare nuove informazioni. Maggio-
re è tale generazione, maggiore è la pertinenza in gioco.
Occorre, tuttavia, integrare questa competenza umana con la disposizione del
soggetto ..di manifestare le proprie intenzioni. Sperber e Wilson chiamano ostensio-
ne la condotta che rende manifesta un'intenzione di rendere manifesto qualcosa
d'altro (per esempio, un'affermazione, un ordine, un desiderio ecc.). Il comporta-
mento estensivo consente di inferire pensieri e ipotesi. Il successo di questa infe-
renza si basa sulla garanzia di pertinenza, poiché gli individui prestano maggiore
attenzione a ciò che sembra loro più pertinente. Pertanto, un comportamento osten-
sivo implica una garanzia di pertinenza, poiché rende manifesta l'intenzione comu-
nicativa sottesa a tale comportamento.
Per giungere a questo traguardo occorre un lavoro pragmatico di inferenza da
parte degli interlocutori. L'inferenza costituisce un processo logico al termine del
quale un'ipotesi è ammessa come vera (o probabilmente vera) sulla base di altre ipo-
tesi la cui verità certa (o probabile) è ammessa in partenza. Nella comunicazione si fa
ricorso non a una inferenza dimostrativa impiegata nella logica formale (come lo stu-
dio dei sillogismi), ma a una inferenza non dimostrativa, basata sulle conoscenze a
propria disposizione e sui vincoli cognitivi posti dal contesto. Si tratta di un'inferenza
fondata sul ragionamento pratico che impiega le competenze deduttive (da Sperber
e Wilson chiamate il dispositivo deduttivo) per produrre varie forme di implicazioni.
Fra queste ultime particolare attenzione meritano le implicazioni contestuali che
consistono nella produzione di informazioni aggiunte grazie alla combinazione e alla
integrazione fra le vecchie conoscenze (già a disposizione dell'individuo) e gli elemen-
ti nuovi e contingenti fomiti dal contesto. Come risultato delle implicazioni conte-
stuali si ottengono gli effetti contestuali che vengono a migliorare la comprensione dei
processi comunicativi in atto, con l'eliminazione di ipotesi sbagliate, con il rafforza-
mento di .ipotesi già note in passato o con l'elaborazione di ipotesi nuove che consen-
tono un ampliamento della comprensione stessa dell'interazione in corso.
A questo punto diventa più chiaro il concetto stesso di pertinenza. Secondo
Sperber e Wilson, in una data situazione il grado di pertinenza di una informazio-
ne è dato da due condizioni: a) una informazione è tanto più pertinente quanto
maggiori sono gli effetti contestuali da essa generati; b) una informazione è tanto
più pertinente quanto minore è lo sforzo cognitivo richiesto per elaborarla. La
pertinenza, quindi, è una variabile continua di natura qualitativa e scalare che può
essere ordinata in modo lineare (da una condizione di massima pertinenza a una
condizione di minima pertinenza).
Inoltre, la pertinenza riguarda sempre il contesto, poiché ogni comu-
Pertinenza ottimale · nicazione avviene sempre e soltanto in un determinato contesto. Que-
come gestione del
contesto
st'ultimo va inteso come l'insieme delle condizioni, delle opportunità e dei
vincoli spaziali, temporali, re/azionali, istituzionali e culturali presenti in
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 17

qualsiasi scambio comunicaiivo (sul contesto cfr. cap. 6). È interessante osservare
che per Sperber e Wilson non vi è un contesto unico, fisso e dato a priori, ma che
il contesto è il risultato di una scelta fatta dall'interlocutore all'interno di una mol-
teplicità di possibili definizioni di contesto che egli ha a sua disposizione. Di con-
seguenza, il contesto si può ampliare o restringere a seconda delle esigenze dell'in-
terazione comunicativa in corso.
In questa prospettiva la pertinenza ottimale è data dalla capacità degli interlo-
cutori di seguire l'ipotesi comunicativa che ottimizza gli effetti contestuali e che
minimizza l'impegno cognitivo. Tuttavia, gli scambi comunicativi non necessaria-
mente devono perseguire in ogni circostanza i valori ottimali di pertinenza; essi
possono avvenire lungo tutta la scala della pertinenza.
TI modello pragmatico di Sperber e Wilson è indubbiamente degno di attenzio-
ne, poiché propone una teoria globale e parsimoniosa basata su un principio sol-
tanto (quello di pertinenza). Tuttavia, il loro rifiuto di ogni forma di codice e la
loro eccessiva contestualizzazione della comunicazione rendono difficile capire in
che modo si produca la stabilità dei significati e in che modo si crei ~a piattaforma
semantica necessaria per intendersi e per comunicare. Se si accentua troppo il con-
tingente dei processi comunicativi (il fatto che essi avvengano sempre hic et nunc e
che non siano mai esattamente ripetibili) si rischia di cadere in una torre di Babele,
dove ognuno comunica soltanto per sé.

4.4. l significati presuntivi

Recentemente, Levinson [2000] ha integrato le prospettive teoriche n~~~,~-~iO;";;~~tazioni · .


di Grice e quelle di Sperber e Wilson proponendo il modello pragmatico ~- preferite degli enun- :
dei significati presuntivi, intesi come le interpretazioni preferite degli ciati!
enunciati in un dato scambio comunicativo. Sono quelle per default che ,,.. "'"···~-···"·- ·
si possono prevedere in base all'esperienza passata e alle circostanze.
Levinson ritiene che una teoria della comunicazione debba prevedere tre livelli
esplicativi anziché i due tradizionali: assieme al significato-tipo della frase (sentence-
type-meaning) inteso come il significato-tipo astratto e ideale, definito nelle sue
condizioni vero-condizionali e spiegato dalla semantica logico-filosofica e dalla teo-
ria della grammatica (cfr. cap. 6) e al significato-occorrenza dell'enunciato (utterance-
token-meaning) inteso come l'uso del significato di una frase in una occorrenza
concreta e contingente entro uno specifico contesto, è introdotto da Levinson un
terzo livello intermedio, chiamato il significato-tipo dell'enunciato (uiterance-type-
meaning) definito come il significato usuale e regolare che è ricorrente in una de-
terminata classe di contesto, in grado di generare inferenze sistematiche e prevedi-
bili. Quest'ultimo livello corrisponde alle «interpretazioni preferite» e alla «inter-
pretazione per default» (cfr. il cap. 7, il principio noto come «assumere-per-garan-
tito») e al concetto di regolarità dei contesti e di «contesto standard» (cfr. cap. 6).
Con questa premessa Levinson ha ripreso e approfondito la nozione di impli-
catura conversazioriale generalizzata, da lui definita come l'inferenza standard che
usualmente è realizzata, dati un certo contesto e un certo enunciato. Tale inferenza
si fonda essenzialmente su tre euristiche (sul concetto di euristica cfr. cap. 7) che
consentono a livello pragmatico di fare le opportune inferenze conversazionali:
a) Prima euristica: «quello che non è detto, non c'è>> come in (14):
18 PREMESSE

(14) C'è una piramide blu sul cubo rosso (inferenze ammesse: non c'è un cono sul cubo ros-
so; non c'è una piramide verde sul cubo rosso)

b) Seconda euristica: <<quello che è descritto in modo semplice è esemplz/icato in


modo stereotipato» come in (15):

(15) La piramide blu è sul cubo rosso (inferenze ammesse: la piramide è a base quadrata
piuttosto che ottagonale,· la piramide è collocata centralmente sul cubo,· la piramide ha
una posizione canonica e non è, per esempio, capovolta)

c) Terza euristica: «quello che è detto in modo non usuale, non è usuale,· cioè: il
messaggio marcato si rz/erisce a una situazione marcata» come in (16):

(16) Il blocco blu a forma di cuboide è sostenuto dal cubo rosso (inferenze ammesse: Il bloc-
co blu non è un cubo regolare; il cuboide non è sostenuto centralmente dal cubo rosso)

Su queste tre euristiche si innestano, secondo Levinson, tre principi pragmatici


per spiegare la comunicazione.

'' Principio Q
;; Massima per il parlante: Non fare un'affermazione che sia più debole a livello informa-
. tivo di quanto la tua conoscenza lo consenta, a meno che il fatto di fornire un' affer-
, mazione più ricca sul piano informativo vada contro il principio I. In particolare, sce-
gli l'alternativa più forte a livello informativo che sia coerente con i fatti.
:>..;,

Corollario per il destinatario: Assumi che il parlante faccia l'affermazione più consi-
)o; stente con quanto egli conosce.
~2:
~ Principio I ~-

M
~ Massima per il parlante: Di' il minimo indispensabile, necessario per raggiungere i tuoi
~'scopi comunicativi, tenendo a mente il principio Q (massima di minimizzazione).
~ Corollario per il destinatario: Amplia il contenuto informativo dell'enunciato del par-
~ lante, facendo l'interpretazione più specifica al fine di individuare la sua intenzione ~
~ comunicativa (regola di arricchimento). Z•.

~
~ Principio M ~
;;,
ilt
Massima per il parlante: Segnala una situazione non usuale facendo ricorso a espressio- i..,-.
ni marcate che contrastino con quelle impiegate per descrivere corrispondenti situa- ~
i
~
zioni usuali.
Corollario per il destinatario: Ciò che è comunicato in modo non usuale indica una si-
~
j
~ tuazione non usale (cioè, un messaggio marcato indica una situazione marcata). !
li modello pragmatico di Levinson traccia una traiettoria intermedia fra il con-
testualismo forte previsto dalla teoria ostensivo-inferenziale di Sperber e Wilson e
la semantica tradizionale. Esso consente di spiegare numerosi fenomeni linguistici
come i fenomeni scalari degli aggettivi qualitativi (come sufficiente, buono, ottimo,·
eccellente), le forme lessicalizzate e le perifrasi, la litote (quando due forme negative
non fanno un positivo, come in: Non è infelice non è l'equivalente di: È felice),
l'anafora, le lingue senza forme riflessive ecc.
In sintesi, la prospettiva pragmatica, nel suo insieme, si configura come ricca
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 19

di contributi importanti e intrinsecamente interdisciplinare, in quanto consente di


cogliere la complessità dello scambio comunicativo nel suo farsi e l'interdipen-
denza fra testo e contesto. Inoltre, l'attenzione si sposta dal messaggio (da codi-
ficare e decodificare) all'intenzione comunicativa da esprimere e da riconoscere
all'interno di un contesto che insieme regola ed è regolato dai processi di attribu-
zione e inferenza del significato. Tuttavia, pur nella sua complessità, la prospet-
tiva pragmatica rimane ancorata a fenomeni prevalentemente linguistici, e non
prende in considerazione gli aspetti relazionali e interattivi che si manifestano
nella e attraverso la comunicazione. Si tratta di un limite di non scarso rilievo se
pensiamo che la comunicazione genera e alimenta i giochi relazionali che sono
alla base del benessere o della sofferenza psicologica (cfr. par. 6).

5. · Il punto di vista sociologico: la comunicazione come espressione e prodotto


della società

La sociologia della comunicazione costituisce un punto di vista inte- ~Dalla razionalità a


ressante e fecondo di idee nei riguardi della comunicazione, in quanto . priori alla razionalità
sottolinea la prospettiva sociale e istituzionale nell'analisi dell'azione so- ; a posteriori
dale, del soggetto e dell'interazione. Negli ultimi trenta o quarant'anni si
è assistito in sociologia alla cosiddetta «svolta comunicativa» con il conseguente
passaggio dalla teoria dell'azione alla teoria della comunicazione [Bovone 2000].
T al e svolta ha segnato la transizione da una concezione ontologica della realtà al
concetto di «costruzione sociale della realtà» (quest'ultima intesa come il prodotto
dell'attività cognitiva umana; su questo concetto cfr. il cap. 9), come pure il passag-
gio da una razionalità a priori (astratta e universale) a una razionalità a posteriori
(contingente e locale in quanto ricostruzione storica e razionalizzazione di un ordi-
ne di eventi o cose). Parimenti tale svolta ha indicato la transizione dalla morale
(definita come insieme di norme che trascendono la prassi) alla pratica quotidiana,
nonché il passaggio dal senso del soggetto (inteso come attore intenzionale) al sen-
so comune (definito come l'insieme delle conoscenze acquisite e date per scontate).
Entro la prospettiva sociologica è opportuno inoltre distinguere fra la microso-
ciologia e la macrosociologia. La prima si occupa dei processi della vita quotidiana
studiando il flusso degli accadimenti nella loro sequenza non sempre ordinata, fa-
cendo ricorso all'osservazione e a metodi etnografici; in questo ambito, in relazione
alla comunicazione, oltre al lavoro pionieristico di Schutz [1962], si hanno i contri-
buti originali di Goffman, l'orientamento postmoderno e l'etnometodologia (sull'et-
nometodologia cfr. il cap. 9). Per contro, la seconda studia i processi generali ine-
renti le istituzioni e le organizzazioni complesse in quanto costitutivi e strutturali
della società, facendo ricorso a metodi quantitativi, a dati statistici ufficiali, a ricer-
che campionarie rappresentative e così via. Sul piano della comunicazione la ma-
crosociologia si è occupata soprattutto dei mass media e dei lòro eff~tti (a breve,
medio e lungo termine; su questo aspetto cfr. il cap. 12). Recentemente ha preso in
considerazione anche i cosiddetti new media e i nuovi sistemi di comunicazione a
distanza (su questi aspetti cfr. il cap. 13 dal punto di vista psicologico).
• La microsociologia di Gof/man. Goffman [1963; 1981] focalizza la sua atten-
zione sullo studio delle condizioni di organizzazione sociale necessarie per la circo-
lazione dell'informazione, descrivendo la struttura regolata dell'interazione sociale.
20 PREMESSE

Egli si mostra interessato a una serie di fenomeni comunicativi della vita quotidiana
che erano ignorati dalla sociologia tradizionale, ed elabora una «sociologia delle
occasioni» e delle «situazioni trascurate» come studio delle circostanze in cui han-
no luogo le esperienze quotidiane e ricorrenti.
In particolare, egli sceglie come luogo emblematico di interazione la conver-
sazione nella quale si combinano «comunicazioni verbali» e «mosse non verba-
li». Poiché la conversazione è una «situazione sociale», a Goffman interessa ve-
rificare in che modo la dimensione sociale influenzi l'organizzazione della con-
versazione e gli scambi comunicativi che in essa hanno luogo. Egli si è prefissa-
to l'obiettivo di comprendere in che modo si generi e si mantenga «l'ordine
dell'interazione».
A suo modo di vedere, esistono delle «regole» precise entro cui in-
Il f rame deIl o scam- d l . · · d d' d f'
bio comunicativo ' qua rare e propne sequenze comumcauve e esse consentono 1 « e 1-
. .. -.,.._.....". -.: nire» la situazione, stipulando congiuntamente il significato e la struttura
dell'interazione e della comunicazione in corso. Tali regole organizzano, per esem-
pio, il modo di iniziare e di terminare uno scambio comunicativo, il comportamen-
to adeguato in relazione allo spazio, al tono della voce ecc. La scelta delle regole è
determinata dal frame, vale a dire dalla cornice (o contesto) entro cui si realizza lo
scambio comunicativo. Il /rame consent~, pertanto, ai partecipanti a una conversa-
zione di sapere in ogni momento che cosa stia accadendo o quale sia la condotta
appropriata da seguire.
Sotto questo profilo la comunicazione risulta essere un processo ritualizzato,
poiché è regolato da rituali. Si tratta di sequenze di atti attraverso i quali un sog-
getto controlla e rende visibili le implicazioni simboliche del suo comportamento
quando si trova direttamente esposto a un altro soggetto. Gli atti del rituale svol-
gono una funzione comunicativa, poiché forniscono informazioni sul carattere e sul
giudizio dei partecipanti, nonché sugli eventi in corso.
Secondo Goffman lo scambio comunicativo rimanda ai sistemi di comunica-
zione stabiliti all'interno di un certo gruppo di partecipanti (per esempio, comu-
nicazione esplicita o implicita, simmetrica o asimmetrica), ed è regolato da stra-
tegie di comunicazione adottate dai comunicanti negli scambi reciproci. T ali stra-
tegie, a loro volta, sono selezionate in funzione delle costrizioni comunicative, __ ·_
intese come i vincoli ecologici, cognitivi ed emotivi che limitano la scelta delle
strategie, nonché delle condizioni del /rame o cornice interpretativa, definita
come il contesto di riferimento entro cui si realizza concretamente un determina-
to scatnbio comunicativo.
c;;;,. Con questi presupposti e adottando una prospettiva drammaturgica, Goffman
'::7 esplora ed esamina in modo innovativo una serie di fenomeni sociali della vita
quotidiana come l'etichetta, contrapposta a etica e intesa come il codice formale
che governa gli incontri e come pratica in cui gli attori hanno modo di coniugare
in modo contingente aspetti etici e aspetti estetici. Parimenti egli si sofferma a lun-
go sul concetto di «salvare la faccia» definito come un insieme di modalità per
proteggere la propria immagine, per recuperare gli errori e le gaffe commesse,
nonché per «salvare» la situazione.
Il pensiero di Goffman, pur esasperando la metafora drammaturgica della vita
quotidiana come rappresentazione teatrale, ha rappresentato una svolta innovativa
nello studio sociale della comunicazione, in quanto ha individuato categorie espli-
cative alternative a quelle dell'impostazione sociologica tradizionale.
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 21

e Il concetto di postmoderno e la globalizzazione. Nell'ambito d.ella ' Postmoderno come


sociologia si è sviluppato in tempi recenti una corrente di pensiero che si : prospettiva antiuto-
ricollega al concetto di postmoderno, inteso come prospettiva culturale ; piea
postindustriale e antiutopica, in quanto si oppone ai grandi miti dell'età
moderna come il progresso, la ragione, la rivoluzione ecc. [Kumar 1995]. Tale
concetto si declina altresì come riconoscimento dell'importanza della comunicazio-
ne e della informazione come merce di scambio, come accettazione dell'ambivalen-
za in un processo di disincantamento e di disancoramento da un sistema razionale
e universale di norme e di certezze, come aumento della riflessività sociale e indi-
viduale, nonché come globalizzazione da un lato e frammentazione dall'altro (sul
postmoderno in psicologia cfr. cap. 9).
Il concetto di globalizzazione merita di essere approfondito poiché sembra
costituire il processo contraddittorio in cui si incontrano in modo paradigmatico le
antinomie della società contemporanea (postmoderna). Tale processo, infatti, è
attraversato da diverse «spinte» e «controspinte», quali: a) universalismo versus
particolarismo, b) omogeneizzazione versus differenziazione, c) integrazione versus
frammentazione, d) centralizzazione versus decentralizzazione, e) giustapposizione
versus sincretizzazione [McGrew 1992].
La globalizzazione si presenta in questo modo come ibridazione in : Globalizzazione e
quanto processo di aggregazione e di accostamento di forme culturali • antinomie della so-
nuove (globali) assieme a quelle vecchie (locali). La globalizzazione non : cietà attuale
coincide né con l'universalismo né con l' omogeneizzazione delle culture
(la cosiddetta «occidentalizzazione»), ma implica nuove forme di pluralismo con la
comparsa contemporanea di una molteplicità di punti di vista, fra loro diversi, che
finiscono per mettere in crisi il proprio sistema di credenze (o per rafforzarlo come
forma di difesa). Come esito di questa condizione, la società non ha più un centro
e un principio ordinatore, a cui corrisponde una perdita di centro dell'individuo
che si interroga sulla propria identità e che prende consapevolezza dei propri limiti
(e dei limiti della natura umana).
Le spinte contraddittorie della globalizzazione creano dunque le premesse per
l'emergenza di una maggiore riflessività, intesa come capacità di mettersi in que-
stione e di confrontare il proprio punto di vista con quello degli altri. In questo
processo assume una rilevanza fondamentale la comunicazione, poiché ogni infor-
·mazione aggiuntiva costringe l'individuo a ripensarsi, a riconoscere i limiti del suo
sapere generando una condizione di instabilità della conoscenza e della coscienza.
Infatti, quanto più aumenta la conoscenza del mondo ~anto più essa diventa insta-
bile, e quanto più la conoscenza è mediatizzata tanto più è messa in discussione da
informazioni successive. In questa prospettiva la comunicazione si configura come
il luogo stesso della riflessività.

6. L'approccio psicologico: la comunicazione come gioco di relazioni

Le scienze psicologiche hanno aperto un altro punto di vista sullo f"L:;;~~~~i~~~~one è,


studio della comunicazione. Esse hanno esaminato in che modo la comu- t il fondamento del- .
nicazione entra nell'esistenza del singolo soggetto, dei gruppi e delle isti- i l'identità
tuzioni sociali, ponendo in evidenza non soltanto le sue funzioni come si- .. 4
• •, _ _ _ _ _ _ _ _ - • ·

gnificazione, come trasmissione di informazioni e come connettivo dei legami inter-


22 PREMESSE

personali, bensì anche come dimensione intrinseca che fonda e che esprime l'iden-
tità personale e la posizione sociale di ogni soggetto (individuale e collettivo). Sotto
questo profilo la psicologia ha riservato particolare attenzione allo studio dei pro-
cessi ontogenetici di acquisizione e di sviluppo delle competenze comunicative nel
neonato e nel bambino (cfr. cap. 5).
Fra i primi Bateson [1972] ha posto in evidenza che gli individui non soltanto
«si mettono in comunicazione» (approccio centrato sulla trasmissione delle infor-
mazioni), né semplicemente che «prendono parte alla comunicazione» (approccio
interazionista), ma «sono in comunicazione» e attraverso la comunicazione giocano
se stessi e la propria identità. Dal punto di vista psicologico «essere in comunica-
zione» significa che nella e mediante la comunicazione le persone costruiscono,
alimentano, mantengono, modificano la rete delle relazioni in cui sono costante-
mente immerse e che esse stesse hanno contribuito a tessere.
. t· . f
DIS lnZIOne ra «nOti •
._" Attraverso lo studio degli scambi comunicativi fra i delfini e l'uomo
ll' . · d 11 · · d · · . f ·1· .
. zia» e «comando» : e ne ana 11s1 e a comumcazwne e1 s1stem1 ami 1an carattenzzau a
. .d
.,e,, ., .-·c• ;. transazioni schizofreniche, egli osservò che il comunicatore procede in

ogni atto comunicativo su due livelli distinti e interdipendenti nel medesimo tem-
po: a) il livello di «notizia», ossia le cose che dice, i contenuti che manifesta, gli
enunciati che produce; b) il livello di «comando», ossia l'indicazione all'interlocu-
tore di come intendere le cose che dice e con quale valore comunicativo.
Sotto questo profilo il comunicatore esercita sempre, per definizione, un certo
grado di controllo su quanto manifesta e indirizza il suo messaggio secondo una
determinata direzione comunicativa, in linea con la sua intenzione comunicativa. A
fronte di un'azione maldestra di B, A può fare un commento come in (17):

(17) A: La prossima volta /ai un po' più di attenzione (livello di «notizia»)

ma, a seconda del modo con cui pronuncia questo enunciato (tono e intensità della
voce, sguardo e mimica del volto, gesti delle mani, posizione del corpo ecc.), A
può comunicare a B significati e valori comunicativi assai diversi fra loro come in
(18):

(18) a) Guarda che è un rimprovero molto serio


b) È un commento che non potevo non /are, data la presenza di altre persone
c) È una battuta bonaria

In questa prospettiva la comunicazione non è un processo semplice ma si arti-


cola su più livelli: vi è il livello della comunicazione (i contenuti che si scambiano)
e il livello della metacomunicazione (la comunicazione che ha come oggetto la
comunicazione stessa). Quando si passa allivello della metacomunicazione, l' ogget-
to della comunicazione diventa la cornice (o frame) in base alla quale intendere e
interpretare il messaggio stesso. Infatti, la metacomunicazione «inquadra» e forni-
sce un orizzonte di riferimento alla comunicazione.
In questo processo l'attenzione si sposta dalle informazioni e dai contenuti tra-
smessi alla relazione interpersonale che si crea fra due o più interlocutori nel mo-
mento stesso che comunicano fra loro. Per esempio, a un commento informativo
della moglie come in (19):

(19) Moglie: Se non chiudi adagio lo sportello dell'armadio, si rompono le cerniere


INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 23

il marito può cogliere il tono seccato della moglie e fornire una risposta che segna
il passaggio alla metacomunicazione e che sposta lo scambio comunicativo sulla
loro relazione come in (20):

(20) Marito: Anche quando mi devi dire qualcosa, continui a /armi dei rimproveri e a trattar-
mi come un bambino

Nella prospettiva psicologica, la comunicazione diventa, pertanto, il La definizione di sé


tessuto che crea, mantiene, modifica e rinnova i legami (di qualsiasi tipo) e dell'altro
fra i soggetti. Infatti, ogni qualvolta un soggetto comunica qualcosa a un
altro, egli definisce nel medesimo tempo se stesso e l'altro, nonché la natura e la
qualità della relazione che li unisce. La comunicazione è la dimensione psicologica
che produce e sostiene la definizione di sé e dell'altro. In maniera più o meno
esplicita, in ogni atto comunicativo ciascuno di noi è come se dicesse: Ecco come
sono. Ecco come mi vedo. Ecco come mi presento. e contemporaneamente: Ecco
come ti vedo. Ecco come tu sei secondo me. e ancora: Ecco che tipo di relazione ci
lega (relazione fra genitori e figli, fra amici, fra amanti, fra colleghi, fra capo e col-
laboratore, fra docente e allievo fra sadico e masochista ecc.).
Questa percezione e definizione di sé e della relazione attraverso la ; La comunicazione
comunicazione è continua ed è reciproca fra gli interlocutori. Poiché la · come vortice di
comunicazione è un flusso continuo a molti livelli, si crea una sequenza scambi
ininterrotta e una spirale di messaggi nella quale lo stimolo, la risposta e
il rinforzo (classiche categorie della psicologia tradizionale) si sovrappongono e si
fondono insieme. Infatti, come emerge dalla fig. 1.4, ogni atto comunicativo è con-
temporaneamente una risposta a un messaggio precedente, uno stimolo per l'inter-
locutore e un rinforzo del modello comunicativo in essere. Grazie a questo proces-
so diventa quindi impossibile, all'interno delle relazioni abituali, individuare in
modo oggettivo chi ha iniziato per primo un certo modello comunicativo, soddisfa-
cente o insoddisfacente che sia.
Questa condizione di flusso ininterrotto della comunicazione è spesso alla base
dei conflitti interpersonali. Infatti, il pensiero umano e il linguaggio sono di natura
lineare, poiché riescono a gestire una sequenza di pensieri (o di parole) uno dopo
l'altro. Per questo motivo gli individui sono portati a linearizzare e a segmentare in
modo arbitrario il processo circolare e continuo della comunicazione, come appare
nella fig. 1.5. In questa situazione conflittuale il marito percepisce e comunica in
base alle triadi 2-3-4, 4-5-6 e così via: Io alzo la voce perché tu brontoli; mentre la
moglie valuta e comunica in base alle triadi 1-2-3, 3-4-5 e così di seguito: Io bron-
tolo perché tu alzi la voce. In funzione di questa segmentazione arbitraria ognuno
dei contendenti percepisce l'altro come causa del disagio relazionale e valuta se
stesso come <<vittima» che non può non reagire a tale situazione. Si pongono così le
premesse per creare a livello comunicativo i cosiddetti giochi senza fine.
Parimenti, i modelli e i processi comunicativi contribuiscono in t N~l~;~omunicazio- •·
modo sostanziale a creare e a modulare il tipo di relazione che si instaura i ne si giocano le re- \
fra i partecipanti. Le relazioni umane assumono le forme più svariate, in ~ lazioni umane ·
grado di coprire le loro diverse esigenze e motivazioni psicologiche. Ba- '····---·-~-~~-- '·
teson [1958], fra i primi, si rese conto dell'importanza degli scambi comunicativi
nel costruire e regolare le relazioni interpersonali e individuò due modelli di base:
la relazione simmetrica e la relazione complementare. La prima si fonda sulla per-
24 PREMESSE

a1
a2
a3
a4
a5 aB
a6
a7

bO b1 b2 b3 b4 b5 b6 b7

FIGURA 1:4';· Flusso degli scambi comunicativi fra A e B. al è contemporaneamente una risposta (output)
a bO, uno stimolo (input) per bl e un rinforzo per la triade bO-al-bl. Da osservare il diverso
andamento della «spirale» degli scambi comunicativi in funzione del tempo.

MARITO 3 5 7 9 11

l
" l. "' l.l
l eu:: l eu: eu:
o! 1 o! o!
l l
E:
e: c:
e: E!
.....
O•

l l
.o! l .o! .o!
jjf
_.,
_\
C•


~~.
~l
<'
O\
().
(l) l

l
~f

MOGLIE 2 4 6 8 10

-·~-\~,~}}]~ Arbitrarietà nella segmentazione della sequenza circolare fra marito e moglie. il marito consi-
dera le triadi 2-3-4, 4-5-6 e così via; la moglie invece considera le triadi 1-2-3, 3-4-5 e così via.

cezione della eguaglianza dei rapporti, in quanto l'atto comunicativo di un parteci-


pante tende a rispecchiare, ingrandendolo, l'atto comunicativo (dello stesso segno)
dell'interlocutore. Si pongono in questo modo le premesse per forme di competizio-
ne comunicativa, in quanto, per esempio, a un gesto di elogio di sé da parte di A
risponde un eguale gesto (rinforzato) di autoelogio da parte di B in una caten~
ininterrotta di escalation. Questo tipo di relazione simmetrica è facile da osservare
dalla corsa agli armamenti fra le nazioni alla guerra commerciale fra due o pii
aziende rivali, alla competizione fra coniugi. Per contro, la relazione complementa
re si basa sulla percezione della differenza dei rapporti fra i partecipanti. Di solite
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 25

nella relazione complementare si ha una posizione di dominanza da una parte e


una posizione di sottomissione dall'altra. In questo caso possono giocare coppie di
opposti, come attivo-passivo, ablativo-egoista ecc.
Secondo la prospettiva psicologica, la comunicazione diventa quindi la base co-
stitutiva dell'identità personale e della rete di relazioni in cui ciascuno è inserito. Si
stabilisce in tal modo un rimando continuo fra relazione interpersonale e comunica-
zione. Non vi è l'una senza l'altra, in quanto le relazioni sono intrise di comunicazio-
ne e la comunicazione vive attraverso le relazioni. T ale interdipendenza conduce alla
creazione dei giochi psicologici, di varia natura e di differente intensità, che spaziano
in tutte le manifestazioni degli esseri umani (dalla seduzione alla guerra, alla compe-
tizione, alla persuasione, alla relazione d'aiuto, alla cooperazione ecc.).
Di conseguenza, la comunicazione risulta essenziale per generare, alimentare e
conservare il benessere psicològico fra le persone, così come essa è alla base delle
manifestazioni più svariate della sofferenza psicologica, dalle più leggere a quelle
più gravi. Accanto a forme standard (o di default) di comunicazione, improntate a
un sufficiente grado di trasparenza, di lealtà e di pertinenza, esistono numerose
forme di discomunicazione e di comunicazione patologica, caratterizzate dall'ambi-
guità, dall'equivocità, dalla cripticità e dalla paradossalità degli enunciati, del tipo:
Io non sono quello che avrei dovuto essere se tu fossi stato quello che avresti dovuto
essere, ma che, in realtà, non sei stato (cfr. cap. 10).

7. Verso una definizione di comunicazione

7.1. La distinzione fra comunicazione, comportamento e interazione

Da quanto è stato finora esposto, emerge che la comunicazione, oltre che esse-
re una dimensione complessa ed essenziale per la specie umana come per altre
specie animali, costituisce una categoria di fenomeni e di processi che sfumano in
altre categorie concettuali simili. Occorre, pertanto, procedere a opportune distin-
zioni, al fine di evitare pericolose confusioni. Dire che i fiori «comunicano» con gli
insetti per favorire l'impollinazione è un grave equivoco, oltre a essere un evidente
errore. In particolare, occorre distinguere il concetto della comunicazione da quelli
del comportamento e dell'interazione.
Il comportamento può essere definito come qualsiasi azione motoria Distinzione fra com-
di un individuo, percepibile in qualche maniera da un altro. Esso può , portamento e comu-
avere luogo a qualsiasi titolo, sia per ragioni coscienti e volontarie, sia in nicazione
maniera automatica e riflessa. Sotto questo aspetto una dichiarazione di
amore e l'estensione della gamba come risposta al colpo del martelletto sul ginoc-
chio sono entrambe comportamenti. È una categoria generica, estremamente vasta,
teoricamente onnicomprensiva.
Come conseguenza, comportamento e comunicazione costituiscono due catego-
rie mentali distinte, anche se fra loro vi è un rapporto di inclusione: la prima inclu-
de la seconda ma non viceversa. Infatti, ogni comunicazione è un comportamento,
in quanto si esprime attraverso azioni manifeste; ma non ogni comportamento è
una comunicazione, in quanto esistono numerose forme di comportamento che
possono essere informative ma non comunicative.
La sovrapposizione concettuale fra comportamento e comunicazione, radicaliz-
26 PREMESSE

zata da Watzlawick, Beavin e Jackson [1967], ha implicato nefaste conseguenze


teoriche, poiché, se si fanno coincidere comunicazione e comportamento, tutto
diventa comunicazione (anche l'azione più accidentale e inconsapevole) e non si ha
più alcuna possibilità di comprendere quali siano le proprietà e le specificità della
comunicazione in quanto tale, dalla significazione all'intenzione, alla condivisione,
al percorso di senso ecc. Tale prospettiva è una pesante eredità del behaviorismo e,
se si riduce la persona a una «scatola nera» (black box), anche il concetto medesi-
mo di comunicazione svanisce e diventa semplicemente inutile.
Occorre inoltre procedere a un'ulteriore separazione concettuale fra informa-
zione e comunicazione, a cui abbiamo già accennato nel par. 4 di questo capitolo.
La prima consiste nell'acquisizione di conoscenze inferi te in modo autonomo da
parte di' B nei confronti di A, anche se quest'ultimo non ne è stato consapevole. È
in gioco- un processo di estrazione di informazione che dipende soltanto dalle com-
petenze di B. Per contro, la comunicazione esige la presenza di un'intenzione co-
municativa che è sempre la combinazione simultanea di due livelli intenzionali: i)
l'intenzione di A di comunicare qualcosa a B; ii) l'intenzione di A che il suo atto
comunicativo sia riconosciuto in quanto tale da B (cfr. cap. 7).
In terzo luogo occorre distinguere fra interazione e comunicazione.
Distinzione fra co-
municazione e inte- Con il primo termine si intende qualsiasi contatto (sia fisico che virtuale)
razione awenga fra due o più individui, anche in modo involontario, in grado di
modificare lo stato preesistente delle cose fra di loro. Sotto questo aspet-
to uno sguardo prolungato, un indirizzo sbagliato di e-mail o un urto casuale sono
tutti atti interattivi, poiché chiamano in causa a qualche titolo due o più individui,
indipendentemente dalla loro storia e dal loro grado precedente di conoscenza
reciproca. Per contro, la comunicazione richiede uno scambio consapevole e rico-
nosciuto come tale da parte dei partecipanti.
Pertanto, l'interazione costituisce una categoria mentale che include quella di
comunicazione, in quanto ogni comunicazione implica un'interazione, ma non ogni
interazione implica una comunicazione. Risulta degno di nota il fatto che in queste
distinzioni la categoria dell'interazione si colloca in una posizione intermedia fra
quelle di comportamento e di comunicazione.
+ Entro questa prospettiva la comunicazione può essere definita come uno
scambio interattivo osservabile fra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità
reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condivzdere un deter-
minato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di signi/icazione e di
segnalazione secondo la cultura di rz/erimento.
Occorre, tuttavia, precisare che, pur procedendo alle opportune distinzioni, la
comunicazione costituisce una categoria generale di fenomeni molto eterogenei fra
loro: dalla Costituzione della Repubblica Italiana a uno sguardo laterale nel gioco
della seduzione. Essa presenta confini sfuocati e diffusi, poiché non costituisce una
categoria discret.a e chiusa, bensì un aggregato di fenomeni e di processi che varia-
no per precisione, per intensità, per importanza, per complessità, nonché per livel-
lo di coscienza. Accanto a gesti e messaggi quasi automatici (come la risposta al
telefono) vi sono gesti e messaggi altamente simbolici che implicano una grande
consapevolezza (come la proclamazione di un santo).
INQUADRJ\MENTO STORICO E TEORICO · 27

7.2. Le funzioni di base della comunicazione

La comunicazione è un'attività così gratificante per l'essere umano (e non solo)


che spesso si comunica per il piacere di comunicare. In queste situazioni la comu-
nicazione diventa fine a se stessa. Ma anche in queste condizioni, come nella gene-
ralità delle altre situazioni, la comunicazione è caratterizzata da due dimensioni
basilari che costituiscono la sua essenza: a) la funzione proposizionale, b) la funzio-
ne relazionale. Si tratta come di due facce della stessa medaglia che si integrano e
che entrano in un gioco di interdipendenza reciproca, pur mantenendo ciascuna il
proprio valore. In realtà, si tratta di «metafunzioni», poiché ciascuna di esse racco-
glie sotto di sé altre funzioni più specifiche.
• La funzione proposizionale della comunicazione. La comunicazione serve a
elaborare, organizzare, «impacchettare» e trasmettere conoscenze fra i partecipanti
all'interno di una determinata comunità. Parliamo qui di funzione «proposizionale»
in senso generale, poiché le conoscenze non rimangono a uno stato indeterminato
e vago, bensì sono raccolte, organizzate e veicolate sotto forma di proposizioni. Il
pensiero infatti elabora concetti, idee, schemi, immagini mentali ecc. in formati
disponibili alla comunicazione.
È in gioco, anzi tutto, la conoscenza dichiarativa, intesa come la totalità delle
conoscenze disponibili nella memoria a lungo termine di un individuo. Essa svol-
ge una funzione referenziale, in quanto consente una rappresentazione adeguata
della realtà in base alla propria esperienza e permette di individuare e di riferirsi a
oggetti o eventi del mondo circostante. Svolge altresì una funzione predicativa,
poiché consente di attribuire proprietà e qualità agli oggetti (o eventi) in esame, di
«predicare» i loro aspetti generali e distintivi.
Nell'ambito della conoscenza dichiarativa, seguendo Tulving [1972], si può
procedere alla distinzione fra conoscenza episodica e conoscenza semantica. La
prima concerne conoscenze riguardanti episodi accaduti nel passato in cui sono
esplicitate le coordinate spazio-temporali (come in Ieri siamo andati" al ristorante a
pranzo); per contro, la seconda comprende conoscenze generali in cui le coordinate
spazio-temporali non sono prese in considerazione (come in Si va al ristorante sol-
tanto nelle occasioni importanti).
Parlare di funzione proposizionale della comunicazione significa inol- .· 11 linguaggio rende
tre riconoscere appieno la rilevanza del linguaggio per la specie umana, comunicabile il pen-
poiché consente di organizzare e di comunicare il pensiero. n linguaggio, . siero
infatti, rende comunicabile il proprio pensiero, in quanto gli fornisce una
forma comprensibile dagli altri. In generale, i significati linguistici non sono sepa-
rabili dai concetti. Esiste infatti una stretta interdipendenza fra pensiero e linguag-
gio (come approfondiremo nel cap. 4), in quanto la concettualizzazione, la signifi-
cazione e la comunicazione si intersecano reciprocamente in processi fortemente
embricati fra loro. Jackendoff [1992; 1997] ha sostenuto con vigore la posizione
della unitarietà fra concetti e significati, poiché la struttura concettuale è compati-
bile con le informazioni elaborate dai differenti sistemi di rappresentazione menta-
le, da quella percettiva a quella motoria, a quella linguistica ecc. Questi diversi si-
stemi sono in interazione, oltre che fra di loro, anche con il sistema centrale. Gra-
zie a tale interdipendenza è possibile parlare di ciò che si vede, di ciò che si sente
o di ciò che si prova. Questo passaggio dai sensi al senso (significato) consente di
tradurre in forme proposizionali l'esperienza percettiva, affettiva, immaginativa ecc.
'
28 PREMESSE

Anche se non si segue la posizione estrema di Jackendoff e si ritiene che concetti e


significati costituiscano due livelli distinti di rappresentazione mentale della realtà
(cfr. cap. 6), essi sono profondamente interdipendenti e si influenzano reciproca-
mente in modo sostanziale.
Occorre aggiungere che il linguaggio consente l'elaborazione, l'orga-
Le proprietà della
composizionalità del nizzazione e la trasmissione delle conoscenze, poiché, in quanto sistema
linguaggio di simboli, è caratterizzato in modo intrinseco dalla composizionalità,
ossia dal fatto di essere costituito ricorsivamenie grazie a unità componi-
bili [Bara 1999]. Il contenuto semantico di un enunciato dipende sia dalla sua di-
sposizione globale sia dal valore semantico delle sue unità costituenti. li significato
di (21):

(21) Il piccolo Cesare guardava Olimpia

dipende sia dall'ordine con sui sono disposte le parole sia dal valore semantico
delle singole parole (il piccolo, Cesare, guardava, Olimpia). Si ha un significato to-
talmente diverso cambiando la struttura dell'enunciato come in (22):

(22) Olimpia guardava il piccolo Cesare

Infine, non si ottiene nessun significato se non si rispetta la struttura frasale


prevista dalle regole sin tattiche come in (23 ):

(23) Guardava piccolo il Olimpia Cesare

La composizionalità del linguaggio comporta una serie di proprietà quali: a) la


sistematicità, in quanto ogni linguaggio è regolato da una struttura sintattica e, di
conseguenza, gli enunciati di un dato linguaggio sono componibili non in modo
arbitrario ma solo seguendo le regole sintattiche previste· da tale linguaggio; b) la
produttività, poiché il linguaggio permette di generare e di comprendere un nume-
ro infinito di significati, in grado - a loro volta - di generare e di comprendere un
numero infinito di enunciati; c) la possibilità di dislocazione, in quanto la referenza
spaziale o temporale cui un dato enunciato si riferisce, può essere diversa da quella
in uso durante l'enunciato medesimo, come in (24):

(24) Ci vediamo martedì prossimo davanti all'università (enunciato detto al bar)

In questa prospettiva il significato costituisce la chiave di volta per comprende-


re gli aspetti proposizionali della comunicazione, poiché i significati non sono real-
tà discrete, unitarie e granitiche, ma sono costrutti componibili ed eterogenei. I
significati si possono analizzare, smontare nelle loro parti, aggiustare, ricomporre,
possono subire processi di comparazione, ecc. (sul significato cfr. cap. 6).
Un processo equivalente si ha con le immagini mentali che consistono in rap-
presentazioni mentali idonee a «raffigurare» situazioni percettive anche in assenza
dei corrispettivi stimoli sensoriali. Esse non sono fotocopie statiche della realtà, ma
sono strutture mentali flessibili e dinamiche, per cui è possibile cercare particolari,
realizzare forme di zoom mentale, fare delle rotazioni e delle inversioni ecc. Recen-
temente Kosslyn e Rabin [1999], in base a un approccio analogico-computazionale,
hanno definito le immagini mentali come configurazioni spaziali temporanee, ope-
INQUADRAMENTO STORlCO E TEORlCO 29

ranti nella memoria di lavoro, generate da rappresentazioni simboliche più astratte


presenti nella memoria a lungo termine. In effetti, è possibile attivare aree cerebrali
organizzate in modo topografico facendo ricorso soltanto a immagini mentali visi-
ve, anche con gli occhi chiusi e in assenza di stimolazioni prossimali.
La funzione proposizionale della comunicazione è quindi strettamen- ; La mente umana ha
te legata alla capacità computazionale della mente umana, ossia alla di- un carattere compu-
sposizione generale della mente a procedere nei confronti della realtà con : tazionale
calcoli, a confrontare elementi, a cogliere le differenze fra loro esistenti,
a fare paragoni, a disporre gli oggetti e gli eventi in ordine, a categorizzarli in un
sistema tendenzialmente esaustivo di categorie ecc. Uackendoff 1997]. Questa ten-
denza a «fare calcoli» mentali (sia logici che pratici), a seguire diverse forme di
ragionamento (deduttivo, induttivo e abduttivo; cfr. cap. 7), nonché a «misurare»
i processi è alla base della proposi'zionalità del pensiero che definisce, a sua volta, il
formato comunicabile di quanto uno ha in mente. La computazionalità del pensiero
presuppone e implica forme proposizionali di comunicazione che assumono la
struttura e la configurazione del linguaggio.
La computazionalità del pensiero e la proposizionalità del linguaggio sono la
condizione essenziale per procedere a vari modi di elaborazione delle informazioni
e delle conoscenze, dalle forme più concrete e tangibili alle forme più astratte e
intangibili. Particolare attenzione meritano queste ultime, che, grazie all'impiego
sistematico di simboli e di formule, hanno favorito lo sviluppo delle conoscenze
scientifiche e tecnologiche in tutti gli ambiti dell'esistenza umana. L'astrazione dei
processi mentali è sostenuta dall'astrazione dei linguaggi formali, come quelli pre-
visti dalla matematica e dalla logica. La possibilità di disporre di linguaggi formali
fornisce all'essere umano un potente dispositivo cognitivo e logico per elaborare
modelli ·empre più sofisticati e avanzati, per gestire la complessità, nonché per
approft :lire la conoscenza della realtà nei suoi vari aspetti.
Il linguaggio, inoltre, non soltanto consente l'elaborazione e la trasmissione
delle conoscenze (dalle forme più astratte a quelle più concrete), ma favorisce an-
che il processo di incremento progressivo e di arricchimento cumulativo delle cono-
scenze attraverso forme di sedimentazione culturale, di trasmissione e di partecipa-
zione (cfr. cap. 4 su comunicazione e cultura). n cosiddetto «patrimonio culturale»
delle conoscenze che è alla base del progresso scientifico e tecnologico è reso pos-
sibile soltanto mediante i processi di comunicazione.
A conclusione di questo punto è opportuno porre in evidenza che la proposi-
zionalità della comunicazione attraverso il linguaggio è specie-specz/ica, poiché ap-
pare esclusiva della specie umana, sebbene forme incipienti di manipolazione sim-
bolica e di forme referenziali dei suoni siano state osservate anche presso altre spe-
cie animali, soprattutto presso i primati non umani (cfr. cap. 2).
e La funzione re/azionale della comunicazione. Oltre a svolgere la fun- ,-~----·"''' ,....
~ La comunicazione
zione proposizionale, la comunicazione è deputata a realizzare la funzio- ! genera, rinnova e •·
i
ne relazionale, poiché la rete delle relazioni in cui uno è inserito - dalla modifica le relazioni .
nascita alla morte - è costruita, alimentata, rinnovata, modificata dalla """'""'·~~~·.,=· ··· ' ·· · · ·
comunicazione. Non è soltanto un problema di espressione delle emozioni o di
stati interni, bensì è in gioco il fatto stesso di generare e di definire le relazioni
nella e attraverso la comunicazione. La comunicazione infatti è la radice della socia-
lità intrinseca di cui parla Vygotskij [1956].
Gli atti linguistici, al pari dei segnali non verbali (come il contatto visivo, il
30 PREMESSE

sorriso, un certo tono della voce, una sequenza di gesti e una data postura del
corpo, la mutualità e la sintonizzazione del ritmo del parlato ecc.) possono favorire
l' awio di uno scambio e di una conoscenza fra estranei, anche se awiene in modo
casuale. In funzione della disponibilità reciproca tale awio può proseguire nel cor-
so del tempo e può diventare un rapporto più regolare e, a seconda delle circostan-
ze, può assumere forme più o meno profonde di vicinanza e di intimità.
Oltre a generare e a sviluppare una interazione con gli altri, la comunicazione,
nel suo complesso, risulta fondamentale nel mantenere e rinnovare le relazioni nel
corso del tempo. Una volta stabilita una relazione con una certa persona, essa va
alimentata in continuazione attraverso gli scambi comunicativi. Una relazione non
può vivere nel vuoto ma va costantemente sostenuta con segnali e con messaggi
che confermino e rafforzino il tipo di relazione in atto fra due o più persone, sia
essa 'uria relazione di dominanza o di amore o di cooperazione. In questo senso la
comunicazione svolge altresì la funzione espressiva, poiché consente di manifestare
le emozioni, i desideri, le intenzioni ecc. che uno awerte nel proprio interno.
Parimenti, gli atti comunicativi sono particolarmente efficaci nel cambiare una
relazione in corso. Non è detto che un certo tipo di relazione debba rimanere im-
mutata nel corso del tempo. Spesso in ambito familiare, in un'organizzazione azien-
dale, ospedaliera o scolastica, nell'esercito e nelle forze militari, all'interno di un
partito politico vi è l'esigenza di modificare il sistema delle relazioni per l'awicen-
damento dei vertici, per impedire o prevenire modi sterili di attività o per curare
manifestazioni patologiche di interazione (forme più o meno conclamate di follia).
Infine, anche l'estinzione di una relazione, di norma, è gestita e regolata dalla
comunicazione. In questa condizione si assiste a una riduzione progressiva o a una
interruzione repentina dei contatti, a una presa di distanza fisica, a una diminuzio-
ne degli aspetti affettivi ecc. Di solito, la separazione e la rottura di una relazione
sono assai più difficili e impegnative di quanto non sia la sua costruzione. Anche in
questo frangente la comunicazione svolge una funzione fondamentale nel processo
di mediazione per la separazione, in qUanto può favorire un processo graduale di
distanziamento reciproco, come è ben noto alle agenzie di mediazione.
ror-~- ··-- · : --.. ··"'"~· ,~,.--~ In generale, l'efficacia relazionale della comunicazione dipende dalla
~ ccorre d1st1nguere '
t fra interazione e re- t stretta connessiOne ·
che estste
· f ra mteraztone
· · e re1aztone,
· che appartengo-
~ lazione l. no tuttavia a due livelli concettuali diversi. L'interazione è una realtà tan-
L.~~~-,.--.,- ... -.. ,~.,.,_._,,j gibile e consiste in un evento circoscritto in termini temporali e·spaziali,
nonché in uno scambio comportamentale direttamente osservabile fra i partecipan-
ti. Può essere uno sguardo reciproco, i saluti, una conversazione al telefono, una
riunione, un consiglio di classe o di amministrazione ecc. La sequenza regolare e
continua del medesimo tipo di interazioni genera nel tempo prevedibilità e, come
risultato, produce la formazione di un modello interattivo fra i partecipanti mede-
simi che prende il nome di relazione. Quest'ultima, quindi, è un modello intangi-
bile che costituisce il prodotto cumulativo della storia delle interazioni, in grado di
generare e alimentare credenze, aspettative e vincoli sulle specifiche interazioni in
corso o future. La relazione concerne il modo con cui sono percepite e interpretate
le interazioni in essere.
Pur appartenendo a due livelli logici differenti, interazione e relazione sono in
stretta interdi'pendenza recz'proca. Infatti, le singole interazioni sono in grado di con-
fermare e rafforzare, attenuare, modificare o smentire una certa relazione. Vi è
quindi la possibilità di un cambiamento relazionale entro una prospettiva di conti-
INQUADRAMENTO STORICO E TEORICO 31

nuità. D'altra parte, la relazione suscita aspettative, genera credenze e previsioni,


stabilisce regole e vincoli in grado di influenzare l'interazione in corso in una deter-
minata direzione piuttosto che in un'altra.
A conclusione di questo punto occorre porre in evidenza la relazio- Relazionalità comu-
nalità della comunicazione, in quanto genera e rinnova le relazioni ed è nicativa e intersog-
alla base della intersoggettività dialogica nella negoziazione dei significati gettività dialogica
e nella condivisione di scopi. Questo aspetto, pur essendo molto forte e
decisivo nella specie umana, non è specie-specifico, ma è condiviso, sia pure con
modalità profondamente differenti, anche da altre specie animali. In generale, le
specie che presentano una maggiore organizzazione sociale sono quelle che hanno
altresì forme più articolate di comunicazione sotto il profilo relazionale, soprattutto
fra le scimmie e i primati non umani (cfr. cap. 2).
Occorre, infine, sottolineare che le due funzioni di base della comunicazione
qui analizzate - quella proposizionale e quella relazional~ - pur essendo. attivate e
regolate da processi mentali distinti e differenziati, sono fra loro interdipendenti
per default. Si tratta di una interdipendenza intrinseca, poiché, di norma, non vi è
un aspetto senza l'altro, anche se certi sistemi di significazione e di segnalazione
(come quello linguistico) enfatizzano la funzione proposizionale e altri sistemi pri-
vilegiano in modo elettivo la funzione relazionale (come i sistemi non verbali di
significazione e di segnalazione). Ma, di solito, un atto comunicativo genera signi-
ficati sia in termini conoscitivi sia sul piano relazionale.

8. Considerazioni conclusive

A conclusione di questo capitolo introduttivo di inquadramento che ha seguito


un percorso storico e teorico nell'accennare ai principali punti di vista con cui è stata
affrontata l'analisi della comunicazione, è opportuno fare alcune considerazioni finali.
Anzi tutto, occorre porre in evidenza che la comunicazione costituisce un'atti-
vità universale e globale che va a toccare tutti gli aspetti dell'esperienza umana,
nessuna esclusa, da quella più intima e privata a quella pubblica e ufficiale, dal-
l' area giuridica a quella commerciale, dall'ambito educativo e formativo a quello
organizzativo, dai mass media e da Internet alla realtà politica nazionale e interna-
zionale, dall'ambito religioso a quello clinico (medico e psicologico), dalla seduzio-
ne alla menzogna, dalla persuasione all'ironia e così via.
Per questa ragione la comunicazione, al pari degli altri oggetti di indagine e di
analisi, è oggetto interdisciplinare di studio da parte di numerosi punti di vista
scientifici assai diversi fra loro, come la matematica e l'informatica, la semiologia, la
semantica e la pragmatica, le neuroscienze e la psichiatria, l'antropologia, la socio-
logia, l'etologia e la psicologia. Ognuna di queste discipline ha aperto una propria
prospettiva con cui esaminare e comprendere i fenomeni della comunicazione
umana e animale.
A fronte di questa complessità, rilevanza e vastità l'analisi scientifica della co-
municazione è relativamente recente rispetto ad altre discipline che affrontano, per
esempio, lo studio della materia (come la fisica e la chimica) o degli organismi vi-
venti (come la biologia e la medicina). Pur essendo recente, sono assai rilevanti i
progressi scientifici registrati nel corso di questi ultimi decenni in riferimento alla
comprensione dei fenomeni e dei processi comunicativi.
32 PREMESSE

Tuttavia, si è ancora molto lontani da una teoria unitaria, in grado di illustrare


la comunicazione (umana e animale) nel suo complesso. È un traguardo oltremodo
ambizioso, molto difficile da raggiungere (forse impossibile), ma pur sempre
un'ambizione a cui aspirare. In ogni caso è una sfida che ci sta di fronte e che non
si può ignorare. I prossimi capitoli di questo volume intendono essere una ipotesi
di lavoro a questo riguardo, pur privilegiando il punto di vista della psicologia .

., Per affrontare l'ambito generale della psicologia della comunicazione si può far riferi-
;i mento a Anolli e Ciceri [1995a]; Bara [1999]; Mininni [1995, 2000]; Villamira e Brac-
;~ co [1995]; Villamira e Roggeroni [1999]. Per la semantica e la pragmatica si vedano
~ Chierchia [1997]; Grice [1989]; Levinson [1983]; Rigotti [19~9]; Sbisà [1989, 1995].
~ Per la sociologia della comunicazione si rimanda a Bovone [2000]; Livolsi [2000]; Ro-
{ sengren [2000].
,,
;,r~.~Y""'~{':~f:;r~~·;:7·~~:o-:,:.,o.s_:~~·~::''-~----= -~,:..--· ,,~~--~;!/"'"~~·;;)_;r;i:~~-J~.::-~:.:;.~-,:-?.::.~?:7-_r;.;.::":.·~~;:.., s-~~~~~?f;;E";>.~~·r.:._:.:,_~ :;-:.::-J:-::"""fi!:,»:::.;;-;r.;;:-:;.~~~~,~~~;) ::~;_;;;,:;:';-.:~r.~,-:-.:-~:-~.fi~:~:.~:;.::.i~·:...;;·.~,-.;;:; -::···-.::::-::t~:,·
La comunicazione non verbale

La comunicazione è un'attività complessa che fa riferimento a una molteplicità


di differenti sistemi di significazione e di segnalazione. Fra questi ultimi, occorre
porre attenzione ai sistemi della comunicazione non verbale, in quanto sistemi di-
stinti dalla comunicazione verbale. In realtà, entro il termine collettivo di «comu-
nicazione non verbale» (CNV), oggi chiamata anche «comunicazione extra-lingui-
stica», è compreso un insieme alquanto eterogeneo di processi comunicativi, che
vanno dalle qualità paralinguistiche della voce, alla mimica facciale, ai gesti, allo
sguardo, alla prossemica e all' aptica, alla cronemica per giungere fino alla pastura,
all'abbigliamento e al trucco. .
Occorre precisare che ciascuna delle aree della CNV costituisce un ambito spe-
cifico di indagine. Vi sono aree in cui si sono già fatti notevoli passi in avanti (come
lo studio della voce, della mimica facciale e dei gesti); altre aree invece sono ancora
agli inizi (come la prossemica, l'aprica e la cronemica). In ogni caso, anche se nel
corso degli ultimi trent'anni si è realizzata una mole enorme di ricerche con l'ausilio
delle recenti tecnologie audio-video, lo studio della CNV rimane tuttora in una fase
incipiente, data la complessità degli argomenti da indagare. Infatti, non sono state
ancora individuate né teorie soddisfacenti né categorie esplicative esplicite. In parti-
colare, data la continuità delle variabili in osservazione, è difficile trovare un consenso
fra gli studiosi circa la definizione dei criteri di protocollarità, in grado di «ritagliare»
unità discrete nel continuum dei gesti, dei movimenti facciali o della tensione delle
corde vocali. In questo capitolo esaminiamo la CNV sia in relazione alla comunica-
zione verbale (o linguistica) sia come ambito autonomo. Al termine del capitolo ana-
lizzeremo le principali funzioni psicologiche svolte dalla CNV.

1. La comunicazione non verbale: dove la natura incontra la cultura

Occorre anzi tutto indagare l'origine della CNV. Secondo la psicologia ingenua
essa è ritenuta più spontanea e «naturale» della comunicazione verbale, più «rive-
latrice» degli stati d'animo dell'individuo, in quanto lascerebbe trapelare in modo

i. Questo capitolo è di Luigi Ano/li.


208 F< >NDt\MENTI

inconsapevole le sue intenzioni, anche in contrasto con quanto sta dicendo. Inoltre
la CNV rappresenta una sorta di «linguaggio del corpo» e, in quanto tale, universa-
le, esito dell'evoluzione filogenetica e regolato da precisi processi e meccanismi
nervos1.
A questo riguardo sono state assunte diverse posizioni.
• La concezione innatista e la teoria neuroculturale. ·La concezione innatista
della CNV fa riferimento alla prospettiva di Darwin secondo cui le espressioni fac-
ciali sono il risultato dell'evoluzione della specie umana e hanno un carattere di
universalità. Esse sono «inutili vestigia di abitudini ancestrali», in quanto i movi-
menti che all'origine servivano a qualche scopo e che svolgevano una data funzione
nelle esperienze emotive (attacco, difesa ecc.) sono stati mantenuti come abitudini
che si svolgono in modo automatico anche quando non ve n'è più necessità. Que-
ste abitudini acquisiscono, di conseguenza, lo status di segnali di quelle emozioni e
hanno lo scopo di comunicarle ai consimili.
La concezione di Darwin fu ripresa da Tomkins [1962; 1963] e dai suoi allievi
Ekman [1972; 1984; 1994] e lzard [1977; 1982; 1994]. Quest'ultimo ha proposto la
teoria differenziale delle emozioni, le quali, attraverso l'esecuzione di programmi ner-
vosi innati, producono la configurazione di determinate espressioni facciali e di mo-
vimenti corporei. Il feedback generato da tali azioni è trasformato in un processo
consapevole e si conclude nell'esperienza emotiva corrispondente. A sua volta, Ek-
man ha elaborato la teoria neuroculturale, secondo cui esiste un «program-
La teoria neurocul-
turale ma nervoso» specifico per ogni emozione, in grado di attivare attraverso
un insieme di istruzioni l'azione coordinata di determinati muscoli facciali.
Tale «programma» assicura l'invariabilità e l'universalità delle espressioni facciali
associate a ciascuna emozione. Rispetto a questo «programma» i processi cognitivi di
valutazione possono intervenire a seconda delle circostanze e sono in grado di indur-
re la comparsa di «interferenze» e di modificazioni, definite da Ekman regole di esi-
bizione (display rules). Queste ultime, culturalmente apprese, possono modificare la
manifestazione non verbale delle emozioni attraverso quattro modalità: intensi/icazio-
ne delle espressioni, attenuazione, inibizione (o soppressione), mascheramento (o si-
mulazione). In ogni caso prevale la forza del «programma nervoso» garantendo una
manifestazione e un riconoscimento automatico e universale delle emozioni. La pro-
spettiva innatista è quindi una prospettiva biologica che enfatizza la rilevanza deter-
minante del corredo genetico e dei processi legati all'ereditarietà per spiegare i diversi
sistemi di CNV, in particolare delle espressioni facciali.
•~La prospettiva culturalista. Secondo la prospettiva culturalista, «ciò che è
mostrato dal volto è scritto dalla cultura». Questo aforisma sintetizza la posizione
culturalista, secondo cui la CNV è appresa nel corso dell'infanzia al pari della lin-
gua e presenta variazioni sistematiche da cultura a cultura, dal sistema dei gesti alle
espressioni facciali. In questa prospettiva l'enfasi è posta sui processi di differenzia-
zione, che conducono a forme non verbali uniche ed esclusive, sottese a differenze
qualitative irriducibili. Questa posizione, sostenuta in particolare da Birdwhistell
[1970] e Klineberg [1935], finisce per cadere in una forma radicale di relativismo
culturale, difficilmente sostenibile e oggi non più seguita praticamente da nessuno
studioso.
• La prospettiva dell'interdi'pendenza fra natura e cultura. Tuttavia, sia la pro-
spettiva innatista sia quella culturalista si sono dimostrate parziali e unilaterali nel-
l' enfatizzare un unico punto di vista. Oggi è diventata prevalente la prospettiva
L\ (tl;'vlUNIC,\t:IONL NON \'IIU3!\LL 209

della interdipendenza fra natura e cultura per spiegare la CNV. Le strut- lnterdipendenza tra
wre nervose e i processi neurofisiologici condivisi in moJo universale a natura e cultura
livello di specie sono organizzati in configurazioni differenti secondo le
culture di appartenenza.
La CNV si fonda su circuiti nervosi specifici (cfr. cap. 3) deputati all'attivazione
e alla regolazione dei movimenti sottesi alle diverse forme della CNV (dalla mimica
facciale ai gesti, all'aprica ecc.). Intervengono a questo riguardo sia il sistema pirami-
dale (che comprende l'area motoria e l'area premotoria) sia il sistema extrapiramzdale
(situato nel corpo striato e nel tronco encefalico) ad attivare, a gestire e a controllare·
l'enorme varietà dei movimenti nelle loro diverse configurazioni in termini di esten-
sione, di precisione, di intensità, di plasticità ecc. I sistemi piramidale ed extrapirami-
dale agiscono in modo coordinato e sincrono attraverso una serie di circuiti funzio-
nalmente interconnessi e di meccanismi interdipendenti che facilitano o inibiscono
l'attività dei motoneuroni per l'esecuzione e gli aggiustamenti progressivi dei movi-
menti volontari, nonché per l'influenza sulle reazioni motorie automatiche (riflessi
miotattici) o semi-volontarie che accompagnano tali movimenti.
In questa attività nervosa si integrano processi elementari automatici, di ordine
inferiore, con processi volontari e consapevoli, di ordine superiore. Pertanto, la
CNV, pur essendo vincolata da meccanismi automatici di base, non esula dal con-
trollo dell'attenzione e della coscienza ed è soggetta a forme più o meno consistenti
di regolazione volontaria nelle sue espressioni. Questa variabilità del grado di con-
trollo procede secondo un continuum neuropsicologico, da manifestazioni involon-
tarie (come la dilatazione della pupilla in caso di attrazione sessuale) a manifesta-
zioni pienamente consapevoli ed esplicite (il gesto emblematico dell'autostop o di
OK in caso di successo).
Questa plasticità della CNV pone le condizioni per l'apprendimento di diverse
forme della CNV. Per alcune di esse, come i gesti, si possono avere forme di ap-
prendimento assai simili a quelle che si realizzano per il linguaggio (come per il
linguaggio dei segni dei sordomuti); per altre l'apprendimento, pur essendo presen-
te, è meno consistente (come la mimica facciale). Anche per i diversi sistemi di si-
gnificazione e di segnalazione della CNV si attivano i processi di condivisione con-
venzionale all'interno di ogni comunità di partecipanti. Le predisposizioni geneti-
che sono declinate, di volta in volta, secondo linee e procedure distinte e differen"
ziate che conducono a modelli comunicativi diversi e, talvolta, assai distanti fra
loro. È sufficiente pensare alla grande distanza culturale fra la CNV dei giapponesi
e quella delle popolazioni latine. Nella scuola dei samurai vige l'ideale della sop-
pressione delle emozioni e il volto assume il valore di una maschera immobile alla
luce di una severa autodisciplina. La cultura giapponese è la cultura del silenzio (e
non della parola) e della distanza (e non della vicinanza). Per contro, nelle società
latine la manifestazione delle emozioni è incoraggiata e sostenuta in base al princi-
pio della spontaneità e della naturalezza. Le culture latine sono culture della parola
(e non del silenzio) e della vicinanza (e non della distanza).

2. Rapporto fra comunicazione verbale e comunicazione non verbale


Sistemi non verbali
L'atto comunicativo è prodotto dal comunicatore e interpretato dal di significazione
destinatario sulla base di una molteplicità di sistemi di significazione e

-j
210 FOND,\,\IFNTI

di segnalazione. Assieme al codice linguistico, chi comunica fa contemporanea-


mente riferimento a una serie coerente e unitaria di sistemi non verbali di signi-
ficazione e di segnalazione, come quello vocale, quello cinesico (movimenti dei
corpo, del volto e degli occhi), quello prossemico e quello cronemico. Ognuno Ji
questi diversi sistemi concorre alla generazione e all'elaborazione del significato Ji
un atto comunicativo, producendo una specifica porzione di significato che parteci-
pa alla configurazione finale del significato medesimo. Questa condizione è stata
interpretata secondo due impostazioni antitetiche: a) la prima, proposta dalla psi-
cologia tradizionale, ritiene che esista una distinzione dicotomica fra ciò che è lin-
guistico e ciò che non è linguistico in un'ottica di contrapposizione; b) la seconda,
elaborata più recentemente, prevede un processo di integrazione e di interdipen-
denza semantica fra i diversi sistemi di segnalazione, pur conservando ciascuno la
propria autonomia.

2.1 . L'ipotesi della contrapposizione dicotomica fra linguistico ed extra-linguistico

Nella psicologia tradizionale la scoperta dell'importanza degli aspetti non ver-


bali nella comunicazione ha coinciso con l'ipotesi di una distinzione dicotomica fra
ciò che è linguistico e ciò che è extra-linguistico. L'impostazione seguita era di
natura meccanicistica e additiva, in quanto la comunicazione era considerata come
la somma fra le componenti verbali e quelle non verbali, come se esse, oltre a esse-
re autonome, non fossero connesse fra loro. All'interno di questa prospettiva, alcu-
ni studiosi hanno sottolineato il contributo essenziale delle componenti non verbali
nella comunicazione e hanno sostenuto che il 65% del significato di un messaggio
è da esse generato [Birdwhistell1970]. In tal modo il non verbale assumerebbe il
valore predominante nella determinazione del significato, poiché la quota semanti-
ca prodotta dal non verbale sarebbe di gran lunga superiore a quella veicolata dal
verbale. Per contro, altri studiosi come Rimé [ 1984] hanno difeso la tesi opposta e
hanno affermato che il non verbale incide molto poco (o, addirittura, per nulla) sul
piano del significato, mentre interviene assai di più sul piano emotivo. Il non ver-
bale è «inserito dentro» al linguaggio e costituirebbe una sorta di «coloritore» del
verbale. Il non verbale aggiungerebbe soltanto «sfumature di significato» al lingui-
stico che manterrebbe un valore primario e, forse, esclusivo nella determinazione
del significato. La CNV sarebbe soltanto una «ancella» rispetto al linguaggio.
Questa diatriba sul peso relativo da attribuire al verbale e al non verbale nella
determinazione dell'atto comunicativo ha favorito l'enfasi sulla contrapposizione fra
questi due sistemi di significazione e di segnalazione come se essi fossero opposti e
antitetici, e come se la loro combinazione .meccanicistica e additiva fosse una con-
dizione necessaria e sufficiente per generare il significato finale di un messaggio. In
particolare, sono state analizzate le differenze fra il verbale e il non verbale secondo
tre assi fondamentali.
+ Funzione denotativa vs. funzione connotativa. Anzi tutto, il ver-
Denotativo vs. con- baie avrebbe la funzione di denotare, mentre il non verbale avrebbe la
notativo
funzione di connotare. In particolare, il linguaggio è concepito come un
codice forte in grado trasmettere conoscenze in modo preciso e definito. Esso è ca-
ratterizzato dalla presenza - a differenti livelli- di consapevolezza e di controllo e
ha una funzione propriamente semantica, in quanto designa e veicola i contenuti
1..\ U l;\ll:NJ\ ,\11< lNL i'<Ol'\ \Tl\1\ALE 211

della comunicazione (il «che cosa» viene detto). Per contro, il non verbale ha una
funzione espressiva, caratterizzata dal fatto di essere spontanea e poco controllata,
per lo più come riproduzione ecoica e mimesi degli stati interni dell'individuo.
Essa riguarda le modalità con cui i contenuti sono veicolati (il «come» viene detto).
Al verbale sarebbe di pertinenza l'informazione semantica, mentre al non verbale
spetterebbe l'informazione affettiva.
In realtà, si tratta di una ipotesi poco sostenibile. Infatti, il significato è la con-
vergenza di una molteplicità di componenti - verbali e non verbali - ciascuna delle
quali contribuisce a definire una determinata configurazione semantica di una pa-
rola, di un gesto o di una frase (cfr. la sintonia semantica cap. 7).
+ Arbitrario vs. motivato. La seconda distinzione riguarda la dimen- Arbitrario vs. motiva-
sione fra gli aspetti arbitrari e quelli motivati della comunicazione. I pri- to
mi, caratteristici del linguaggio, sono generati dalla relazione convenzio-
nale fra l'immagine acustica (significante) e la rappresentazione mentale (significa-
to). Il segno linguistico è arbitrario, poiché è regolato da un rapporto di semplice
contiguità. Non vi è nulla della realtà luna nella stringa di suoni Il-u-n-al (o /m-o-
o-n/); è sufficiente cambiare un fonema (per esempio, il fonema /a/ al posto di /u/)
affinché cambi totalmente significato (da luna a lana). Per contro, gli elementi della
CNV hanno un valore motivato e iconico nell'esprimere un certo eve~to e tratten-
gono in sé degli aspetti della realtà che intendono evocare. In questo senso essi
sarebbero «motiva-ti», in quanto vi sarebbe un rapporto di similitudine fra l'unità
non verbale e quanto viene espresso. Per esempio, un urlo di dolore esprime lo
strazio di questa emozione, e tanto più lo strazio è forte quanto più l'urlo diventa
lacerante (fino a giungere all'urlo dipinto da Munch). Da notare che l'urlo di do-
lore è diverso dall'urlo di rabbia o di paura. Ognuna di queste manifestazioni non
verbali conterrebbe in sé aspetti specifici (cioè, motivati) delle diverse emozioni
menzionate.
Ma questa distinzione dicotomica è stata superata dallo studio sull'iconismo 7
fonosimbolico, secondo cui i suoni di una lingua, oltre al carattere di arbitrarietà, ··~
hanno anche una funzione evocativa [Dogana 1990]. Basta pensare alle onomato-
pee e alle sinestesie, nelle quali un suono richiama eventi che riguardano altre di-
mensioni sensoriali (per esempio, la vocale anteriore /i/ è associata a qualcosa di
piccolo, sottile, acuto, chiaro, pulito, fresco e allegro; per contro, la vocale posterio-
re /u/ è associata come suono a qualcosa di grande, pesante, piatto, grave, sporco,
triste e lugubre). Nell'ambito della comunicazione di marketing o della psicologia
politica questo diverso valore espressivo dei fonemi è ampiamente utilizzato per
creare il nome di prodotti slogan o sigle. Per esempio, per evocare leggerezza, lu-
minosità e pulizia si fa ricorso alle vocali anteriori /i/ ed /e/ o la consonante /11,
mentre per evocare forza, potere, durezza e grandezza si fa ricorso alle vocali po-
steriori /a/ e /o/ e alle consonanti occlusive sorde /p/, /t/, /k/ e alle occlusive so-
nore /b/, /d/ e /g/.
+ Digitale vs. analogico. Di solito, la distinzione fra digitale e analo- Digitale vs. analogi-
gico è associata a quella fra arbitrario e motivato. Secondo la psicologia co
tradizionale il codice linguistico è considerato digitale, poiché i fonemi
sono ritenuti tratti diacritici distintivi e oppositivi (vedi l'esempio di prima fra luna
e lana). Per contro, gli aspetti non verbali hanno un valore analogico, in quanto
presentano variazioni continue e graduate in modo proporzionale («analogo») a ciò
che intendono esprimere, così come la colonnina di mercurio del termometro si
212 f'ONDMvlENTI

innalza in modo corrispondente e analogo all'aumento della temperatura. Tanto


più un'emozione di gioia cresce, tanto più i gesti di soddisfazione e il sorriso diven-
tano ampi e distesi. Sotto questo aspetto gli aspetti non verbali sarebbero spontanei
e immediati, non controllati e «naturali».
Tuttavia, in questa prospettiva non si tengono in debito conto i processi e le varia-
zioni culturali e convenzionali sottese alla produzione e alla regolazione della CNV.
Anche i sistemi non verbali di significazione e di segnalazione presentano aspetti di
arbitrarietà e sono influenzati dagli standard della cultura di appartenenza.

2.2. L'autonomia dei sistemi non verbali e la loro interdipendenza semantica

La prospettiva tradizionale non appare più sostenibile, poiché non soltanto


semplifica i fenomeni in studio ma soprattutto non spiega i processi di composizio-
ne e di articolazione del significato. Oggi prevale una concezione integrata fra gli
aspetti verbali e quelli non verbali nella definizione del significato di un atto comu-
nicativo. Le molteplici componenti che determinano la configurazione finale di un
significato, sono governate in modo coerente e unitario grazie al processo della
sintonia semantica (cfr. cap. 7). Questo fatto contribuisce a illustrare la complessità
e la parziale indeterminatezza del significato di qualsiasi atto comunicativo. Infatti,
ognuno di essi, pur avendo un significato modale prevalente, presenta variazioni e .
sfumature di significato che possono diventare oggetto di negoziazione e di appro-
fondimento da parte dei partecipanti.
Parimenti, le diverse componenti linguistiche ed extra-linguistiche di un dato
atto comunicativo sono trasmesse facendo ricorso a una molteplicità di sistemi di
significazione e di segnalazione (cfr. fig. 8.1). Ognuno di essi è dotato di una rela-
tiva autonomia, in quanto concorre in modo specifico e distinto a generare il pro-
filo finale del significato. Ciò che è comunicato con gli occhi è diverso da ciò che
è comunicato con le parole, con il tono della voce, con i gesti o con le espressioni
facciali. T aie autonomia funzionale dei diversi sistemi rinvia al principio della mo-
dularità, poiché ognuno di essi rimanda a un «modulo comunicativo» indipendente.
n concetto di modulo, a cui qui si fa riferimento, è diverso da quello introdotto da
Fodor [1983] e si allinea maggiormente con la proposta teorica di Coltheart [2000]
(versione debole del modularismo). Qui per «modulo comunicativo» si intende un
processo di segnalazione caratterizzato dalla specificità di dominio (dove «dominio»
è inteso come la classe di stimoli a cui un certo modulo risponde in fase di input e
di output) e dalla dissociabilità funzionale. Quest'ultima consiste nella possibilità di
avere dissociazioni funzionali all'interno del medesimo modulo: per esempio, vi
sono soggetti che hanno gravi deficit nella percezione dei volti e una percezione
intatta delle parole (e viceversa).
lnterdipendenza se- I contributi provenienti dai diversi moduli e sistemi comunicativi
mantica sono assemblati e convogliati in modo sincronico nella produzione di un
dato messaggio attraverso una rete associativa di connessioni simboliche,
tenendo presenti le caratteristiche contingenti della situazione. Entra in azione un
processo di interdipendenza semantica che costituisce l'esito della sintonia seman-
tica (cfr. cap. 7). Essa garantisce per default l'unitarietà e la coerenza del significato
dell'atto comunicativo e conduce alla definizione del significato modale. n processo
di interdipendenza semantica, inoltre, lascia gradi di libertà e spazi di gioco per
L\ COMUNIC:r\ZIONE NON VERilr\LE 213

VERBALE
LINGUISTICO
PROSODICO
VOCALE PARALINGUISTICO
OUALIT À VOCALI NON
EXTRALINGUISTICO LINGUISTICO

NON VOCALE CINESICO

a) MIMICA FACCIALE

b) SGUARDO
• direzione dello sguardo
• durata
• reciprocità
• fissazione oculare

C) GESTI E POSTURA
• gesticolazione (gesti iconici)
• pantomima
• emblemi (gesti simbolici)
• gesti deittici
• gesti motori
• linguaggio dei segni
• postura del corpo

d) PROSSEMICA E APTICA
• territorialità
• contatto corporeo
• distanza spaziale

{HGURA
:..-..,:··
8.1. Rappresentazione schematica della pluralità e dell'articolazione dei sistemi di significazione e
di segnalazione verbali e non verbali.

assicurare la necessaria flessibilità e variabilità nella produzione e interpretazione di


un messaggio. Grazie a tale interdipendenza l'individuo ha modo di procedere
all'attribuzione di pesi diversi alle singole componenti dell'atto comunicativo. Egli ha
la possibilità e l'opportunità di accentuare il valore di una determinata componen-
te, dando a essa prominenza e rilievo o di attenuare quello di un'altra. Per esem-
pio, nel pronunciare una frase di rimprovero egli può aumentare la durata delle
pause per dare solennità a quanto sta dicendo o può fare un gesto di ammiccamen-
to del tipo: «non posso non fare questa osservazione». In tal modo si pongono le
condizioni per la focalizzazione di un determinato percorso comunicativo, e per la
definizione del fuoco comunicativo (cfr. cap. 7).
Nel medesimo tempo, la sintonia e l'interdipendenza semantica con- Calibrazione situa-
sentono al parlante di giungere a un'attenta calibrazione situazionale del . zionale
suo atto comunicativo, in linea con i vincoli e con le potenzialità offerte
dal contesto. Tale calibrazione consiste in un messaggio che idealmente copre le
opportunità a sua disposizione, giungendo alla produzione del «messaggio giusto al
momento giusto». Il raggiungimento di questo traguardo è possibile grazie alla va-
riazione e graduazione continua dei segnali non verbali, in quanto essi non hanno,
214 l< lNlMi\ILNTI

di norma, confini precisi. Pertanto, all'interno del medesimo sistema di segnali non
verbali non è possibile separare in modo netto e discreto una categoria rispetto a
quelle contigue. Di conseguenza, questa graduabilità consente al soggetto di «misu-
rare» l'estensione e l'intensità dei suoi segnali non verbali.
lnterdipendenza e sintonia semantica, focalizzazione comunicativa e
ed efficacia comuni-
cativa calibrazione situazionale sono alla base dell'efficacia comunicativa. Que-
st'ultima può essere considerata come un indice di sintesi del valore co-
municativo di un messaggio e consiste nella capacità di individuare un percorso co-
municativo che massimizzi le opportunità e che minimizzi i rischi contenuti all'in-
terno di un'interazione. La massimizzazione è associata a una comunicazione per-
suasiva in grado di aumentare la fiducia, la credibilità e la forza di attrazione del
comunicatore (cfr. cap. 11); per contro, la minimizzazione è associata all'evitamen-
to di condizioni comunicative imbarazzanti e incresciose, come una gaffe, un mes-
saggio inopportuno ecc. Parimenti, questi fattori contribuiscono in modo efficace
a illustrare l'oscillazione del significato fra stabilità e instabilità (cfr. cap. 6). Non vi
è mai un significato completamente stabile né uno completamente instabile, ma un
signz/icato stabile che presenta aree di instabilità. Questa mescolanza fra fissità e
variabilità, fra prevedibilità e imprevedibilità è il fattore principale che rende intri-
gante la comunicazione umana. Analizziamo ora i principali sistemi non verbali di
significazione e di segnalazione.

3. Il sistema vocale

La voce manifesta e trasmette numerose componenti di significato oltre alle


parole. È impossibile pronunciare una parola qualsiasi come sedia o libro senza
una maggiore (o minore) partecipazione e senza una qualche indicazione di inte-
resse (o di disinteresse). Nell'atto di pronunciare una parola, assieme agli elemen-
ti linguistici (o segmentali) sono associati gli aspetti prosodici dell'intonazione e
quelli paralinguistici (o soprasegmentali) del tono, del ritmo e dell'intensità dèl-
1' eloquio. La sintesi degli aspetti vocali verbali e degli aspetti vocali non verbali
costituisce l'atto fonopoietico [Anolli e Ci ceri 1997 a]. Esso fa riferimento al ca-
nale vocale-uditivo che richiede una quantità minima di energia fisica, consente la
trasmissione e la ricezione dei segnali a distanza (anche in assenza di visione), è
caratterizzato da rapida evanescenza e assicura un feedback completo. Infatti,
possiamo udirei come ci odono gli altri, mentre non possiamo vederci come ci
vedono gli altri.

3.1. Le componenti della comunicazione vocale

La voce va intesa come una sostanza fonica, composta da una serie di fenome-
ni e processi vocali. Fra di essi ricordiamo i principali: a) i riflessi (come lo starnu-
to, la tosse, il russare, il rutto, lo sbadiglio), i caratteri'zzatori vocali (come il riso, il
pianto, il singhiozzo) e le vocalizzazioni (i suoni vocalizzati come mhm, ah, eh che
costituiscono le cosiddette «pause piene»); b) le caratteristiche extra-linguistiche
intese come l'insieme delle caratteristiche anatomiche permanenti ed esclusive del-
l'individuo; esse sono ulteriormente suddivise in caratteristiche organiche (cioè, la
1..\ ((J~Il'Nl<.Vl<lNJ: NllN \T.I\1\.\1.1 215

specifica configurazione anatomica c le dimensioni dell'apparato fonatorio dell'in-


dividuo) c in caratteristiche fonetiche (cioè, l'insieme delle modalità con cui egli
impiega il suo apparato fonatorio, come la voce nasalizzat:1 o palatalizzata); c) le
caratteristiche parrdinguistichc, definite come l'insieme delle proprietà acustiche
transitorie che accompagnano la pronuncia di qualsiasi enunciato e che possono
variare in modo contingente da situazione a situazione.
Le caratteristiche paralinguistiche, essenziali per comprendere la co- Le caratteristiche
municazione vocale non verbale, sono determinate da diversi parametri: paralinguistiche
i) il tono che è dato dalla frequenza fondamentale (F0 ) della voce; esso è
generato dalla tensione delle corde vocali (più esse sono tese, più il tono è acuto;
più sono distese, più il tono è basso); l'insieme delle variazioni del tono nel corso
della pronuncia di un enunciato determina il profilo di intonazione; ii) l'intemità
che consiste nel volume della voce, prodotta dalla pressione ipolaringea e dalla
forza fonorespiratoria; essa varia da un volume debole a uno molto forte ed è con-
nessa con l'accento enfatico con cui il soggetto intende sottolineare un determinato
segmento linguistico dell'enunciato rispetto agli altri; ùi) il tempo che determina la
successione dell'eloquio e delle pause; esso comprende diversi fattori come la dura-
ta (cioè, il tempo necessario per pronunciare un enunciato, comprese le pause), la
velocità di eloquio (numero di sillabe al secondo comprese le pause) e la velocità di
articolazione (numero di sillabe al secondo escluse le pause), la pausa, intesa come
sospensione del parlato, che è distinta in pause piene (riempite da vocalizzazioni del
tipo mhm, ehm ecc.) e pause vuote (cioè, periodi di silenzio).
In base a questa articolazione, l'atto fonopoietico è costituito da una compo-
nente vocale verbale (o linguistica) e da una componente vocale non verbale. La
prima comprende: a) la pronuncia di una parola o frase (fonologia), b) il vocabo-
lario (lessico e semantica), c) la grammatica (morfologia e sintassi), d) il profilo
prosodico (tonìa conclusiva, interrogativa, sospensiva, esclamativa ecc.), e) la pro-
minenza (rilievo enfatico o accentuazione di un elemento). A loro volta,
le componenti vocali non verbali determinano la qualità della voce di un Aspetti vocali non
verbali
individuo. Essa va intesa come la sua «impronta vocalica», generata dal-
l'insieme delle caratteristiche exçra-linguistiche e paralinguistiche sopra menzionate.
Grazie a questa «impronta vocalica» siamo in grado di riconoscere con facilità una
voce familiare in mezzo a molte altre. Le qualità non verbali della voce interessano
sostanzialmente quattro ordini di fattori: a) /attori biologici, come il sesso e l'età (gli
uomini hanno un tono assai più basso di quello delle donne per la maggiore di-
mensione della laringe - il cosiddetto «pomo di Adamo» -; i bambini hanno un
tono molto elevato attorno ai 400-500 Hz; i giovani hanno un'intensità più elevata
e un ritmo di articolazione più veloce rispetto agli anziani ecc.); b) fattori sociali,
connessi con la cultura e la regione di provenienza, con la professione esercitata,
con la posizione e la classe sociale di appartenenza ecc. (per esempio, la voce di chi
è in una posizione sociale dominante ha un tono di voce medio più basso rispetto
a quello di chi è in una posizione di subordinazione; parimenti il profilo vocale
medio del manager di azienda è assai diverso rispetto a quello dell'attore, del prete
o del politico); c) fattori di personalità, connessi con tratti psicologici relativamente
permanenti come l'umore depresso, lo stato di ansietà e di stress, il temperamento
euforico ecc. (per esempio, la voce piatta è tipica del depresso e del gregario, men-
tre una voce altisonante e veloce è caratteristica di una personalità energica, crea-
tiva e orgogliosa); d) /attori psicologici transitori, collegati con le esperienze emotive,
216 1'0:\J),\1\11 ~TI

con gli stati cognitivi Ji certezza o Ji Jubbio o con fenomeni Ji Jiscomunicazione


come la seJuzionc, la menzogna, l'ironia e lo humour (cfr. cap. 10).

3.2. La voce delle emozioni

Già le scuole retoriche dell'antica Grecia e di Roma enfatizzavano l'importanza


delle proprietà vocali per esprimere le emozioni e sottolineavano la loro efficacia
presso l'uditorio. In tempi recenti la psicologia ha affrontato lo studio di questi
processi, analizzando in modo distinto sia la fase di encoding sia la fase di decoding.
• Fase di encoding. Nella fase di encoding sono esaminati e misurati
~~~iaev~~:ione ha i correlati acustici dell'espressione vocale delle emozioni facendo ricorso
·a una varietà di procedimenti (per esempio, impiego di attori professio-
nisti o di soggetti «ingenui», il tipo di materiale acustico impiegato ecc.). Nono-
stante queste differenze metodologiche, esiste una sostanziale convergenza fra i ri-
sultati nel porre in evidenza come ogni emozione sia caratterizzata da un preciso e
distintivo profilo vocale.
Dalle quaranta ricerche circa passate in rassegna e dallo studio condotto in Italia
da Anolli e Ciceri [ 1997 a] emerge che la collera è caratterizzata da un incremento
della media, della variabilità e della gamma della F0 , da un aumento dell'intensità
della voce, dalla presenza di pause molto brevi o anche dalla loro assenza (come
voler «espellere» la frase in un'unica emissione del respiro), da un ritmo elevato. Il
profilo di intonazione assume variazioni frequenti a forma angolare. La paura viene
espressa con un forte aumento della media, della variabilità e della gamma della F0 ,
con una elevata velocità del ritmo di articolazione, con un'intensità della voce molto
forte. Distintivi della voce della paura sono rilevanti incrementi nelle perturbazioni
della F 0 , con i profili delle armoniche assai irregolari che indicano la presenza di tre-
more. La voce della paura è quindi sottile, oltremodo tesa e stretta, e segnala la con-
dizione di impotenza di fronte a una minaccia (cfr. fig. 8.2b). A sua volta, la tristezza
è espressa con un tono basso per il decremento della media e della gamma della F0 ,
un volume modesto, la presenza di lunghe pause e un ritmo di articolazione rallenta-
to. È una voce rilassata e stretta (cfr. fig. 8.2c).
La voce della gioia è qualificata da un incremento della media, della gamma e
della variabilità della Fo con un tonalità molto acuta e con un profilo di intonazio-
ne progressivo, da un aumento dell'intensità e, a volte, da un'accelerazione del rit-
mo di articolazione (cfr. fig. 8.2a). Il disprezzo, finora poco esaminato, è espresso
attraverso un'articolazione molto lenta delle sillabe e una durata prolungata della
frase (i singoli fonemi .dell'enunciato sono scanditi in maniera marcata), con un
tono di voce profondo e con un'intensità piena. Anche la tenerezza è caratterizzata
da un ritmo regolare, da una tonalità grave e con un profilo di intonazione lineare
e da un volume tenuto tendenzialmente basso. È quindi una voce ampia e distesa.
Nell'insieme, questi studi sull' encoding vocale delle emozioni confermano la
capacità del canale vocale non verbale nel trasmettere in modo autonomo precise
'- e distinte informazioni circa gli stati affettivi dell'individuo, in maniera indipenden-
Ql te dagli aspetti linguistici dell'enunciato.
• Fase di decoding. Le ricerche sulla fase di decoding concernono la
Riconoscere la voce
delle emozioni capacità di riconoscere e di inferire lo stato emotivo del parlante prestan-
do attenzione soltanto alle sue caratteristiche vocali. Da una rassegna della
L,\ Ul,\ll'NIC.\Zf(l'.:l: ~0\: VERI3i\LI: 217

a) Gioia

nonè p o s s b l e non o r a
b) Paura

·.- ~:

nonè p o s s i b i l e n o n o a
c) Tristezza

·~t:~ ---- -

nonèp o ss i b il e n o n ora

'FIGURA 82_ Esempi di tracciati sonografici a bande strette di gioia (a), di paura (b) e di rristezza (c) in ri-
ferimento alla medesima frase: «non è possibile, non ora». Si osservi la voce piena e vibrante
nella gioia; la voce tremante e acuta nella paura (interrotta da pause dovute alla respirazione); la voce debole
e piatta nella tristezza.

Fonte: Ano!ii e Ci ceri [ 1997 a].

~dteratura emerge un'accuratezza media di riconoscimento pari al60% (56% dopo la


correzione per eliminare le scelte corrette dovute al caso)_ Si tratta di un valore n et-
tamente superiore a quello previsto dalle leggi stocastiche (circa il12%), al di sopra
delle percentuali di riconoscimento delle emozioni attraverso la mimica facciale. Fra
le diverse emozioni, la collera è l'emozione più facilmente riconosciuta, seguita dalla
paura; per contro, il disgusto, il disprezzo e la tenerezza sono le emozioni meno fa-
cilmente individuate attraverso la voce. In generale, sono più facilmente identificabili
le espressioni vocali delle emozioni negative rispetto a quelle delle emozioni positive,
in quante le prime sono più connesse con le condizioni di soprawivenza degli indi-
vidui.
218 l< >ND.\~1LNTI

Nello studio del decoding si è rilevata particolarmente interessante l'analisi della


matrice delle confusioni. Infatti, gli errori non sono quasi mai casuali, ma risultano
sistematici attraverso confusioni simmetriche (per esempio, fra la collera e il di-
sprezzo, fra la paura e la tristezza) o confusioni asimmetriche (per esempio, fra la
tristezza e la compassione, fra il disprezzo e l'ironia e non viceversa).

3.3. Il silenzio

Nello studio del sistema vocale il silenzio merita particolare attenzione. Infatti,
in quanto assenza di parola, esso costituisce un modo strategico di comunicare e il
suo significato varia con le situazioni, con le relazioni e con la cultura di riferimen-
to. In generale, il valore comunicativo del silenzio è da attribuire alla sua ambiguità,
poiché può essere l'indizio di un ottimo rapporto e di una comunicazione intensa
oppure il segnale di una pessima relazione e di una comunicazione deteriorata. I
valori comunicativi positivi o negativi del silenzio riguardano molti aspetti, quali: a)
i legami affettivi (il silenzio può unire due persone in una profonda condivisione di
affetti o può separarli attraverso sentimenti di ostilità e di odio); b) la funzione di
valutazione (il silenzio può indicare consenso e approvazione o segnalare dissenso
e disapprovazione); c) il processo di rivelazione (il silenzio può rendere manifesto
qualcosa a qualcun altro o può essere una barriera opaca rispetto a una data infor-
mazione); d) una funzione di attivazione (il silenzio può indicare una forte concen-
trazione mentale o può segnalare una dispersione mentale).
Data la sua natura intrinsecamente ambigua, il silenzio è governato
l significati del silen-
zio da un insieme complesso di standard sociali definiti come le regole del si-
lenzio. Esse concernono dove, quando, come e per che cosa usarlo, e
vanno imparate dal bambino piccolo, al pari del linguaggio e degli altri sistemi di
segnalazione. In generale, si è osservato che il silenzio è associato a situazioni socia-
li in cui la relazione fra i partecipanti è incerta, poco conosciuta, vaga o ambigua. In
tali situazioni è prudente non esporsi. Infatti si insegna ai bambini di non parlare
con gli estranei.
Parimenti, si. è verificato che il silenzio è un atto comunicativo associato a si-
tuazioni sociali in cui vi è una distribuzione nota e asimmetrica di potere sociale fra
i partecipanti. Nel caso di discrepanza di status sociale, l'individuo che occupa la
posizione subalterna tende a mantenersi in una condizione di silenzio e di ascolto.
Per esempio, fra i wolof del Senegal il silenzio è una strategia comunicativa per
assumere uno status superiore nello scambio dei saluti: saluta per primo chi si
percepisce di livello sociale inferiore. Quando si incontrano due persone che si ri-
tengono di pari posizione, dopo un certo periodo di silenzio e un saluto ritualistico
abbreviato, si chiedono reciprocamente conto delle ragioni per cui ciascuno non ha
iniziato a salutare. Anche fra i maori della Nuova Zelanda il silenzio costituisce un
importante atto comunicativo per regolare i rapporti sociali: in una conversazione
hanno diritto di parola le persone che hanno maggiore potere sociale, mentre chi è
giovane o in una posizione subalterna rimane in silenzio per deferenza e rispetto.
Situazioni analoghe succedono anche nelle culture occidentali, dove in un'azienda,
in un partito, in una scuola parla di più chi ha maggiore peso decisionale e sta più
in silenzio chi è in una posizione subordinata.
In funzione della sua complessità, il silenzio presenta importanti variazioni eu!-
l.\\.\ l;'-.ll 10il< .X/1< l~ L N< >è-J VIJ\13;\l.L 219

turati (dr. capp. 4 e 9). In generale, nelle culture occidentali (individualistiche),


C<lratterizzate da una comunicazione a bassa contestualizzazione, si <:lssiste a una
successione rapida dei turni di parola, i tempi di latenza delle pause sono assai ri-
dotti e il silenzio è considerato come una minaccia e come una mancanza di coope-
razione per la gestione della conversazione medesima. Di conseguenza, si ha una
notevole accelerazione nei dialoghi. Per contro, nelle culture orientali (collettivisti-
che), qualificate da una comunicazione ad alta contestualizzazione, i partecipanti
prendono lunghe pause di silenzio fra un intervento e l'altro, in quanto segnale di
riflessione e di ponderatezza. Inoltre, in questo tipo di culture il silenzio è inteso
come indicatore di fiducia, di confidenza, di armonia e di intesa.

4. Il sistema cinesica

Il sistema cinesico di significazione e di segnalazione comprende i movimenti


del corpo, del volto e degli occhi. I nostri movimenti non sono soltanto strumentali
per compiere determinate azioni ma implicano anche la produzione e la trasmissio-
ne di significati. Esaminiamo le varie componenti del sistema cinesico.

4.1. La mimica facciale

I creazionisti dell'Ottocento contro cui rivolse la sua polemica Darwin, ritene-


vano che il volto fosse la «finestra aperta dell'anima», voluta da Dio per leggere la
mente degli altri. Ma, anche senza far ricorso al creazionismo, è fuor di dubbio che
i movimenti del volto costituiscano un sistema semiotico privilegiato, in quanto il
volto è una regione elettiva del corpo per attirare l'attenzione e l'interesse degli
interlocutori. T ali movimenti servono per manifestare determinati stati mentali del
soggetto (come certezza, dubbio, confusione ecc.), le esperienze emotive, nonché
gli atteggiamenti interpersonali (di attrazione e di awicinamento, di indifferenza o
di repulsione e di distanziamento).
e Ipotesi globale e ipotesi dinamica delle espressioni facciali. Un primo aspetto
degno di attenzione riguarda i meccanismi sottesi alla produzione delle espressioni
facciali. A questo riguardo sono state avanzate due ipotesi opposte. Da una parte
abbiamo l'ipotesi globale, secondo la quale le configurazioni espressive del volto
per manifestare i diversi stati emotivi sono Gestalt unitarie e chiuse, universalmente
condivise, sostanzialmente fisse, di natura discreta, specifiche per ogni emozione e
controllate da definiti e distinti programmi neuromotori innati (vedi fig. 8.3 ). Se-
condo questa ipotesi, sottolineata soprattutto da Ekman, nello studio delle espres-
sioni facciali vanno individuati due livelli distinti di analisi: a) livello molecolare, che
concerne i movimenti minimi e distinti dei numerosi muscoli che consentono l' ele-
vata mobilità ed espressività del volto; b) livello molare che riguarda la configura-
zione finale risultante e che si manifesta nell'assumere una determinata espressione
facciale come corrispondente a una data esperienza emotiva.
Facendo riferimento allivello molecolare e basandosi sul metodo delle compo-
nenti, Ekman e Friesen [ 1978] hanno elaborato il Facial Action Coding System ?
(F ACS) come sistema di osservazione e di classificazione di tutti i movimenti fac- .,~
ciali visibili (anche quelli minimi) in riferimento alle loro componenti anatomo-fi-
220 l OND:\1\tt:NTI

t ~.,;t.. ·r

FIGURA 8.3. Esempi di espressioni


facciali di diverse
emozioni a confronto con una
espressione facciale «neutra» (al
centro).

Fonte: Fernandez-Dols e Carroll


[1997].

siologiche. Dopo anni di ricerca è stato possibile distinguere il continuum indiffe-


renziato dei movimenti facciali in 44 unità di azione (AU), mediante le quali è
possibile analizzar~ oltre 7.000 espressioni facciali nelle loro combinazioni.
La teoria neuroculturale di Ekman (cfr. par. l) ha combinato insieme il livello
molecolare e il livello molare, attribuendo al primo l'azione del programma nervoso
motorio e affidando al secondo le regole di esibizione e di modificazione del-
l'espressione emotiva (come accentuazione o attenuazione, inibizione o simulazio-
ne). Tuttavia, l'ipotesi globale e la teoria neuroculturale, che prevedono una corri-
spondenza isomorfa fra le espressioni facciali delle emozioni e i programmi neuro-
motori corrispondenti, non sono state finora in grado di precisare tali programmi.
Inoltre, come osserva Fernandez-Dols [1999], la componente molecolare e quella
molare costituiscono due componenti distinte che non possono essere confuse fra
loro. In particolare, la teoria neuroculturale è stata oggetto di critiche, in quanto
teoria bifattoriale (fattore genetico+ fattore culturale), di natura meccanicistica e
additiva, che si limita a «combinare» semplicemente insieme questi due fattori,
senza spiegare in che modo interagiscono e si connettono fra loro [F ridlund 1994],
come pure ha concepito la cultura come semplice «rumore» e interferenza rispetto
ai processi neurobiologici. La teoria neuroculturale appare quindi una razionalizza-
zione della psicologia ingenua.
In alternativa, è stata avanzata l'ipotesi dinamica per illustrare la genesi delle
espressioni facciali. Essa prevede un processo sequenziale e cumulativo in ogni
espressione facciale, in quanto è il risultato della progressiva accumulazione e
della integrazione dinamica degli esiti delle singole fasi della valutazione della si-
tuazione interattiva ed emotiva, come appare nella fig. 8.4. Tale accumulazione e
Lt\ COMUNIC:t\ZIONE NON VERBALE 221

integrazione dinamica comportano


la sincronizzazione dei cambiamenti
nei vari sottosistemi dell'organismo
(sistema motorio, sistema di sup-
porto, sistema di azione ecc.). Di
conseguenza, le espressioni facciali
costituiscono delle configurazioni
motorie momentanee, dotate di una
elevata flessibilità e variabilità, in
grado di adattarsi attivamente e in
continuazione alle condizioni con-
tingenti della situazione. Queste
configurazioni motorie, essendo ri-
corsive e presentando una certa
uniformità in riferimento alle intera-
zioni comunicative, acquisiscono un
valore modale. Un supporto a que-
sta ipotesi viene dalle ricerche elet-
tromiografiche sui muscoli facciali,
le quali hanno posto in evidenza un
flusso continuo delle informazioni
nervose in condizioni emotivamente
e cognitivamente attivate.
Inoltre, secondo l'ipotesi dina-
mica nella produzione delle pro-
prie espressioni facciali l'individuo
tiene conto nello stesso tempo del-
le forze inducenti e di quelle re-
strittive, procedendo al controllo
della propria manifestazione faccia-
le nel flusso degli scambi comuni-
cativi. In questa prospettiva agireb-
FIGURA '8.4. Sequenza di immagini videoregistrate
bero in sintonia e in modo interdi-
dell'espressione della collera.
pendente sia i processi neurofisio-
logici sia i fattori interpersonali Fonte: Scherer [1992].
nella genesi della CNV del volto.
Essa non riguarda soltanto le esperienze emotive ma anche gli stati cognitivi
(dubbio, concentrazione ecc.).
• Il valore emotivo vs. comunicativo delle espressioni facciali. A partire dagli
anni Novanta, nell'ambito della «psicologia delle espressioni facciali» è sorta una
diatriba fra la prospettiva emotiva e quella comunicativa circa la loro funzione. Se-
condo la prospettiva emotiva, sostenuta soprattutto da Ekman e Izard, le
La prospettiva eme-
espressioni facciali hanno prevalentemente (se non esclusivamente) un tiva
valore emotivo, in quanto sono l'emergenza immediata, spontanea e invo-
lontaria (non richiesta) delle emozioni e sono governate da programmi neuromotori
specifici e definiti. Vi è isomorfismo fra emozione ed espressione facciale: a ogni
emozione concepita come categoria discreta corrisponde una determinata espres-
sione facciale nel suo insieme come Gestalt unica. È sufficiente guardare l'espres-
222 l< ),\;1);\1\II:NTI

sione facciale di un soggetto per «leggere» l'emozione che egli sta provando. Da
qui discendono i corollari della invariabilità culturale delle espressioni facciali e
della universalità della loro produzione e riconoscimento.
Questa concezione è stata, almeno in parte, ripresa da Wierzbicka [1999] in
termini di semantica delle espressioni facciali, in quanto le espressioni facciali mani-
festano un significato oggettivo, indipendente dal contesto e universalmente intel-
ligibile. Tale significato è di natura iconica (più che simbolica), generato dalla com-
binazione componenziale di otto unità motorie minime (come le sopracciglia solle-
vate), su base autoriferita (le espressioni facciali sono sempre in «prima persona,
singolare, al tempo presente», in quanto sono le mie espressioni in una data situa-
zione e manifestano quello che io sento). Sotto questo aspetto esse sono analoghe
alle esclamazioni e alle interiezioni.
A sostegno della prospettiva emotiva Ekman e F riesen [ 1971] hanno verificato
che soggetti appartenenti a culture diverse (culture occidentali, giapponese, culture
preletterate come i fore meridionali della Nuova Guinea e i dani dell'Iran) presen-
tavano valori simili e concordanti nella capacità di riconoscere le emozioni attraver-
so le corrispondenti espressioni facciali volontarie (o mimate), anche se nelle popo-
lazioni preletterate si è osservata la confusione fra paura e sorpresa. In base a tali
dati Ekman ha sostenuto che le espressioni facciali costituiscono «un segnale pan-
culturale distintivo per ogni emozione». Tale segnale, di natura discreta, sorge in
maniera rapida, automatica e «non richiesta» e corrisponde in modo biunivoco e
«naturale» all'emozione corrispondente. Tuttavia, queste ricerche non sono esenti
da critiche sia per quanto concerne gli aspetti teorici (per le osservazioni riportate
poc' anzi), sia per quanto riguarda gli aspetti metodologici. Infatti, si sono usate
foto di espressioni facciali «posate» e volontarie che accentuano i movimenti faccia-
li in modo stereotipato; si è fatto ricorso a un disegno sperimentale within-subject
che favorisce l'addestramento e l'apprendimento; i soggetti dovevano scegliere la
loro risposta entro un elenco limitato di etichette emotive e questa tecnica della
«scelta forzata» aumenta di molto la percentuale delle risposte corrette rispetto alla
tecnica della «scelta libera»; è molto probabile infine che i soggetti preletterati
siano stati influenzati dai feedback forniti dai mediatori culturali [Russell 1994].
In sostanza, i dati osservati sono assai inferiori a quanto ci si aspetterebbe sulla
base dell'ipotesi universalista e della teoria neuroculturale (cfr. fig. 8.5). Essi sono
~ comunque superiori a valori semplicemente dovuti al caso. Su questa base Russell
e Fernandez-Dols [1997] hanno avanzato l'ipotesi dell'universalità minima, secon-
do cui esiste un certo grado di somiglianza fra le culture nell'interpretazione delle
espressioni facciali, senza tuttavia prevedere un sistema innato di segnalazione degli
stati psicologici (emozioni, stati mentali, intenzioni ecc.), anche se si riconosce la
probabilità che in certe condizioni si possano compiere inferenze accurate.
A fronte della prospettiva emotiva, in tempi recenti diversi studiosi
La prospettiva co- (fra cui in modo preminente Fridlund [1994] con la teoria dell'ecologia
municativa
comportamentale) hanno sostenuto la prospettiva comunicativa delle
espressioni facciali. Queste ultime hanno un valore eminentemente comunicativo,
poiché manifestano agli altri le intenzioni del soggetto. In funzione del contesto si
hanno manifestazioni facciali qualitativamente differenti: uno può sorridere perché
è felice ma anche perché è incerto, ansioso, pauroso o perché prova vergogna. Le
espressioni facciali hanno un valore sociale, poiché consentono di comunicare agli
altri i propri obiettivi e per questa ragione esse sono assai più frequenti e accentua-
r 1 1 , •lit '-:Il 111, ''-i '' '' \ r r;r; 11 r 22)

100

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Letterati occidentali Letterati non occidentali Letterati isolati
(N= 20) (N= 11) (N= 3)
Gruppi culturali
Espressioni:

• Felicità D Sorpresa • Collera D Tristezza lìl Paura D Disgusto

FIGURA 8.5. Valori mediani di riconoscimenro Jelle espressioni facci,lli Ji sei emozioni. Il trattino in bi,mco
orizzont,de indie<! il]i,·ello Jei ,·alori attesi per le risposte casuali: N e il numero dci gruppi
culturali esaminati.

Fonte: Russell e Fern,indez-Dols [ 1991].

te durante le situazioni sociali rispetto a quando si è soli. Il fatto, tuttavia, che le


persone producano espressioni facciali anche quanto sono sole, è spiegato con il
concetto della socialità implicita. Uno non è mai veramente da solo: si può essere
fisicamente da soli ma non mentalmente, in quanto siamo sempre in presenza di un
uditorio implicito.
La prospettiva comunicativa presuppone un certo grado di separazione fra le
espressioni facciali e gli stati interni, nel senso che non tutto ciò che appare sul
volto, indica necessariamente una esperienza interna, e che non tutto ciò che uno
prova a livello interno, si manifesta sul volto. Sulla base di questa dissociazione /ra
interno (esperienza soggettiva) ed e.\·terno (manifestazione) si generano importanti
gradi di libertà nella comunicazione. Infatti, a un dato stato interno può corrispon-
dere una varietà di espressioni facciali, così come a una certa espressione facciale
possono corrispondere stati mentali ed emotivi differenti. Per esempio, il sollevare
le sopracciglia può essere dovuto a paura, preoccupazione, tentativo di gw1rdare
qualcosa di lontano, concentrazione ecc. Parimenti, scompare la distinzio-
· Espressioni facciali
ne f ra espreuione «autentica» (o genuina, suscitata in mo do automatico come messaggio
dal programma nervoso corrispondente) ed espressione «falsa» (generata
224 F<lNDi\MJ:NTI

~N\O)J3
~Q\ )\')

N\OG~~

\\'-'-

FIGURA 8.6. Illustrazione dell'importanza del contesto per un riconoscimento corretto delle espressioni emotive. Gwen
Torrance, medaglia d'oro alle olimpiadi, è ripresa sul podio in uno dei momenti più felici della sua vita; il
soldato americano tenuto in ostaggio dagli iraniani per 444 giorni è ripreso al suo arrivo in una base americana appena
è stato liberato. I dettagli riportati in alto, presi da soli, sono stati interpretati come espressioni di diverse emozioni (quali
gioia, tristezza, timore, collera ecc.); quando queste espressioni parziali sono ricomposte nel loro contesto scompare ogni
ambiguità.

dall'intervento delle regole di esibizione per motivi culturali), poiché tutte le


espressioni facciali hanno un valore sociale. Esse sono «messaggi» inviati agli altri e,
in quanto tali, svolgono una funzione comunicativa.
Il valore della prospettiva comunicativa delle espressioni facciali deriva infine
dalla importanza fondamentale del contesto. Infatti, le espressioni fuori contesto,
considerate in modo isolato sono assai difficili da interpretare e si prestano a nu-
merosi equivoci, come appare nella fig. 8.6. Presi in assoluto, i movimenti facciali
sono dei semplici movimenti che possono rappresentare condizioni cognitive, emo-
tive o sociali fra loro molto diverse. In questo senso i segnali non verbali condivi-
dono la medesima esigenza di contestualizzazione che hanno gli enunciati.
Il dibattito attualmente in corso suggerisce un sostanziale cambiamento di pa-
radigma rispetto all'approccio degli anni Settanta che, seguendo la prospettiva
darwiniana, considerava le espressioni facciali esclusivamente come manifestazione
naturale delle emozioni. In realtà, il punto di vista comunicativo applicato a tali
espressioni non esclude, anzi assume e ingloba la tematica emotiva, inserendola
però in un orizzonte più esteso e più valido sotto il profilo teorico ed empirico.
l .\ U ),\JliN!<:t\/.1< >NF Nt >N VE!Ulr\LL 225

• IL sorriso. I l soni so è uno dci segnali fondamentali della specie umana e, a


livello filogenetico, costituisce una omologia con l'espressione facciale delle scim-
mie, consistente nel «mostrare i denti in silenzio» (silent hared-teeth /ace) come atto
di difesa e di sottomissione per acquietare e rassicurare il partner. Infatti, l'animale
che mostra i denti segnala di non voler usare la dentatura per aggredire.
In ambito umano, il sorriso non è un segnale uniforme e univoco, ma copre
una gamma estesa di fenomeni assai diversi fra loro. Ekman e Friesen [1982] ha in-
dividuato diciannove configurazioni diverse di sorriso. Fra di esse, si possono qui
ricordare il sorriso spontaneo (o .wrriso di Duchenne che per primo a metà dell'Ot-
tocento ha individuato questa configurazione) che riguarda il volto intero e che
consiste nel sollevare gli angoli della bocca verso l'alto, mostrare i denti
Il sorriso di Duchen-
e contrarre i muscoli orbico lari dell'occhio, il sorriso simulato (o sorriso ne
non-Duchenne) che consiste nell'attivare soltanto i muscoli zigomatici
della parte inferiore del volto senza il coinvolgimento dei muscoli orbicolari, il sor- ?
riso miserabile che manifesta l'accettazione di una condizione di necessità spiacevo- -,~
le e che comporta un prolungamento dell'espressione della zona inferiore del volto.
Al sorriso sono state assegnate funzioni psicologiche fra loro diverse. Numerosi
studiosi come Darwin [1872] e Frank, Ekman e Friesen [1993] hanno inteso il sor-
riso come l'espressione universale di un'esperienza più o meno intensa di gioia e di
felicità. Tuttavia il sorriso non ha un legame né necessario né sufficiente con le
emozioni, bensì è strettamente connesso con l'interazione sociale [Fernandez-Dols
1999]. Le persone non necessariamente sorridono anche in situazioni di intensa
gioia (vedi fig. 8.7), mentre sorridono molto di più quando interagiscono con altri.
Il sorriso va inteso come promotore dell'affinità re/azionale, in quanto è impiegato
in condizioni di simpatia e di empatia, di rassicurazione e di rappacificazione, al
fine di stabilire e di mantenere una relazione amichevole con gli altri. Già i bambi-
ni piccoli sorridono quando incontrano altri bambini sconosciuti, e, di regola, il
sorriso è una componente regolare dei saluti (almeno nelle culture occidentali). Pa-
rimenti, in condizioni spiacevoli, come nel caso di una gaffe, molte persone ricor-
rono al sorriso per farsi scusare e per farsi accettare dagli altri. Inoltre, il sorriso, al
pari di altri segnali non verbali, è un potente regolatore dei rapporti sociali: la sua
frequenza e intensità sono governate dal potere sociale (le persone in condizione
subordinata sono vincolate a sorridere di più rispetto alle persone in condizione di
potere) e dal genere (le donne sorridono di più degli uomini per motivi di affilia-
zione e di compiacenza) (cfr. parr. 5 e 7).

~ )
'." . i'J.
··~·.·9,
' )
.. / -. . ·~

lFIGURA 8.7. Tre espressioni di gioia in diverse situazioni: un nuotatore al momento in cui si rende conto di aver vinto (a
sinistra), un torero subito dopo aver colpito il toro («uno dei momenti più felici della vita», al centro), il vinci-
tore di una medaglia d'oro alle olimpiadi durante la cerimonia (a destra).

Fonte: Fernandez-Dols [1999].


LA COr\IUNICAZIONE NON VERBALE 231

sionale della mano destra (per illustrare la Madonnina), egli fornisce una rappre-
sentazione spaziale, contestualmente definita, di ciò che sta dicendo. Parimenti, i
gesti possono aggiungere importanti porzioni di significato alle parole. Per esem-
pio, se uno dice criticando un «graffitaro» metropolitano un enunciato come in (2):

(2) Lui sporcava il muro con lo spray, lei lo guardava e non gli diceva: «com fai, cretino», ma
stava zitta. Allora gli stava bene anche a lei

e nello stesso tempo accosta in senso longitudinale i due indici delle mani per in-
dicare che «lui e lei sono eguali», il parlante integra il significato dell'enunciato con
il significato del gesto. Inoltre, i gesti hanno un valore pragmatico, poiché costitui-
scono dei marca tori dell'atteggiamento del parlante nei confronti di ciò che sta di- ,
cendo e, in parallelo, manifestano le sue aspettative sul modo con cui il destinatario
deve intendere ciò che sta dicendo. Per esempio, nella cultura napoletana il gesto
della mano a borsa è comunemente associato a frasi del tipo (3 ):

(3) Ma che stai dicendo? Ma che fai? Ma che vuoi?

soprattutto quando le credenze o le aspettative del parlante sono poste in discus-


sione e nello stesso tempo serve a manifestare irritazione, perplessità e squalifica di
quanto l'altro sta affermando o facendo. Anche il gesto delle «mani giunte» è soli-
tamente impiegato dal parlante per esprimere l'invito all'interlocutore di esimerlo
da certi obblighi o responsabilità, come in (4) e in (5):

(4) Ma io bo una riunione fra un minuto (per evitare la richiesta di fare una telefonata)
(5) Di 'sta cosa abbiamo parlato per tutta la riunione l'altra volta (per rifiutare di discutere
di un certo argomento)

Già nel 1832 de }orio aveva pubblicato un volume sul «gestire napoletano»;
alcune espressioni di tale «gestire» sono riportate nella fig. 8.8.
I gesti iconici accompagnano il discorso in modo sistematico e sincronizzato
e, di solito, non sono ridondanti rispetto ai significati espressi dalle parole ma ag-
giungono porzioni rilevanti di significato per la determinazione del percorso di
.senso dell'enunciato nella sua globalità (sintonia semantica cfr. cap. 7). Parimenti,
. se il parlante interrompe all'imp-rovviso il proprio discorso perché si accorge di
fare un errore, interrompe simultaneamente il gesto che lo accompagna. Di con-
seguenza, gesto e discorso sono generati dalla medesima rappresentazione di ciò
che si comunica, manifestano la medesima intenzione comunicativa, sono piani-
ficati dal medesimo processo e sono realizzati in modo sincronico in riferimento
a un dato contesto di uso. Queste condizioni costituiscono una conferma indiret-
ta dell'ipotesi del processare comunicativo centrale precedentemente considerato
(cfr. cap. 7).
e Gesti e culture. I gesti, più ancora di altri sistemi non verbali, pre- . 1gesti nelle culture
sentano rilevanti variazioni culturali, soprattutto in riferimento agli em-
blemi e al linguaggio dei segni. Se prendiamo in esame l'Europa occidentale, vi
sono pochi emblemi in comune nelle quaranta regioni studiate da Morris e colleghi
[Morris et al. 1979]. Neppure i cenni del capo per dire sì o per dire no sono uni-
versali. Infatti, mentre nelle regioni settentrionali dell'Europa si scuote il capo in 7
avanti (in senso verticale) per dire sì e di lato (in senso orizzontale) per dire no, in ~
2}2 HJ~DA/v!ENTI

alcune regioni della Bulgaria avviene


3
2 l'inverso e in alcune regioni dell'Italia
meridionale si dà un colpo della testa
all'indietro per dire no (come succe-
deva nell'antica Grecia).
Il gesto della mano a borsa, che è
pressoché sconosciuto in Inghilterra,
6 ha un significato di interrogazione e
di perplessità nell'Italia meridionale,
significa buono in Grecia, lentamente
in Tunisia, paura nella Francia meri-
dionale e molto bello presso alcune
comunità arabe. In Inghilterra il gesto
8 V (indice e medio divaricati con le al-
7
tre tre dita chiuse) è un gesto osceno

®(~
se si tiene il palmo rivolto al parlante,
mentre significa vittoria con il palmo
~-1~ '~
rivolto verso l'interlocutore; nelle altre
culture il gesto V vuoi dire vittoria
9 comunque si tenga il palmo. L'anello
formato da pollice e indice che signifi-
ca OK negli Stati Uniti e nell'Europa
settentrionale, vuoi dire una cosa che
conta zero in Francia meridionale.
Anche per i gesti iconici (o lessicali)
esistono notevoli differenze culturali.
Gli italiani del sud, per esempio, fan-
no ampio uso di gesti fisiografici, do-
FIGURA 8.8. Esempi di gesti napoletani registrati nel-
la prima metà dell'Ottocento. tati di un elevato valore pittorico e
descrittivo, gli ebrei di lingua yiddish
Fonte: De ]orio [1832].
impiegano gesti ideografici per sottoli-
. _uear.eJa .direzione ~~l-p€Hlsier-o c-olle-
gando una fràse all'altra: si tratta di gesti contenuti e di estensione limitata, disposti
lungo l'asse verticale [Efron 1941].

5. Il sistema prossemico e aptico

Il sistema prossemico e il sistema aptico sono dei sistemi di contatto. La pros-


semica concerne la percezione, l'organizzazione e l'uso dello spazio, della distanza
e del territorio nei confronti degli altri; l'aptica fa riferimento all'insieme di azioni
di contatto corporeo con un altro.

5.1 . Prossemica e territorialità

L'uso dello spazio e della distanza implica un equilibrio instabile fra processi
affiliativi (di avvicinamento) ed esigenze di riservatezza (di distanziamento). Abbia-
L.\ tll:\llJ0Jil .\ZIO:\ L NON \'I:RBAU: 23 3

mo bisogno di mantenere dei contatti con gli altri e la vicinanza spaziale Territorio pubblico e
costituisce una premessa in questa direzione. Nel contempo, abbiamo bi- domestico
sogno di definire e di proteggere la nostra privatezza e la distanza fisica
rappresenta una condizione importante a questo riguardo. La regia di queste oscil-
lazioni fra affilinione/vicinanza e riservatezza/ distanza è mediata attraverso la ge-
stione della propria territorialità. Il territorio è un'area geografica che assume ri-
svolti e significati psicologici nel corso degli scambi di comunicazione. Occorre
distinguere fra territorio pubblico e territorio domestico. Il primo è il territorio dove
gli individui hanno libertà di accesso, ma che è regolato da norme e vincoli ufficiali
e convenzionali. La loro trasgressione è sanzionata. Nel territorio pubblico una
certa porzione di spazio è marcata a livello di CNV come propria attraverso segnali
e indicatori (come oggetti) e può essere rivendicata come appartenente a sé in
quella data circostanza. Il territorio domestico è il territorio in cui l'individuo sente
di avere libertà di movimento in maniera regolare e abituale; in esso prova un sen-
so di agio e ne possiede il controllo; può essere la propria casa, l'ufficio o il club
degli amici. Di norma, il territorio domestico è nettamente distinto da quello pub-
blico attraverso precisi confini sia fisici (per esempio, la porta di casa), sia legali
(per esempio, la proprietà privata), sia psicologici (per esempio, le reazioni a una
invasione di tale territorio).
Inoltre la gestione del territorio personale concerne anche la regola- La distanza interper-
zione della distanza spaziale che rappresenta un buon indicatore della sonale
distanza comunicativa fra le persone. A questo proposito si è soliti distin-
guere diversi tipi di distanza.
+ Zona intima (fra O e 0,5 m circa): è la distanza delle relazioni intime; ci si
può toccare, sentire l'odore del partner, avvertire l'intensità delle sue emozioni,
parlare sottovoce.
+ Zona personale (fra 0,5 e l m circa): è l'area invisibile che circonda in
maniera costante il nostro corpo; è una sorta di «bolla spaziale personale» che ci
accompagna in continuazione e la cui distanza varia da interazione a interazione; è
possibile toccare l'altro, vederlo in modo distinto, ma non sentirne l'odore.
+ Zona sociale (fra l e 3,5/4 m): è la distanza per le interazioni meno perso-
nali; è il territorio in cui l'individuo sente di avere libertà di movimento in maniera
regolare e abituale; in esso prova un senso di agio e ne possiede il controllo; può
essere la propria casa, l'ufficio o il club degli amici.
+ Zona pubblica (oltre i 4 m): è la distanza tenuta in situazioni pubbliche
ufficiali che comporta una enfatizzazione dei movimenti e una intensità elevata
della voce.
La regolazione dello spazio assume, pertanto, importanti significati a livello
comunicativo, in quanto può favorire i processi di intimità, di dominanza, di mani-
polazione del partner per metterlo a suo agio (o disagio). In generale, vige il prin-
cipio secondo cui tanto più spazio uno ha a propria disposizione, tanto più gode di
una posizione sociale elevata. Tale principio non vale soltanto per le abitazioni
private ma soprattutto per gli uffici nelle aziende (private o pubbliche) dove il
confronto sociale è assai forte. All'opposto, la violazione del proprio spazio suscita
consistenti reazioni di difesa, in quanto essa è percepita come una forma di invasio-
ne, nonché come una minaccia.
Esistono, altresì, rilevanti dil.ferenze culturali nella prossemica. Alcune Cultura della distan-
'JJC za e della vicinanza
Popolazioni come quelle europee settentrionali, quelle asiatiche e indiane
234 HlNDMdLNTI

sono caratterizzate da una cultura della distanza: in esse la distanza interpersonale


è grande, mantengono un'angolazione obliqua e ogni riduzione spaziale è percepita
come invasione. Per contro, altre popolazioni, come quelle arabe, quelle sudameri-
cane e latine sono caratterizzate da una cultura della vicinanza, poiché in esse la
distanza interpersonale è ridotta, mantengono un'angolazione diretta e la distanza
è valutata come freddezza e ostilità. Parimenti, nelle culture occidentali lo spazio
pubblico diventa «personale» una volta che sia occupato da un certo soggetto che
ne può rivendicare il possesso (come: «questo posto è mio»), mentre nelle culture
arabe lo spazio pubblico continua a rimanere pubblico, in ogni condizione. Per
contro, in queste ultime culture un individuo ha il diritto di «impossessarsi» di una
determinata traiettoria di movimento e di pretendere la precedenza nei confronti di
altri; me.ntre in occidente la traiettoria dei movimenti è spesso oggetto di negozia-
zione ed è, di norma, governata da regole precise (come il codice stradale).

5.2. L'aptica e il contatto corporeo

L' aptica concerne le azioni di contatto corporeo nei confronti di altri. Si tratta
di uno dei bisogni fondamentali della specie umana, al pari di altre specie animali.
Infatti, nei primati non umani una percentuale rilevante del tempo è trascorsa nel-
l'attività di grooming che comporta un prolungato contatto fisico e che serve a
mantenere le relazioni di affiliazione, di dominanza e di sottomissione (cfr. cap. 2).
Nel corso del periodo neonatale e dell'infanzia, il tatto è uno dei canali più
importanti di comunicazione e i bambini piccoli manifestano un bisogno innato di
contatto corporeo per ragioni sia fisiologiche (come l'allattamento) sia psicologiche
(per rassicurazione). Su questa base si crea, fra l'altro, il legame di attaccamento.
Di solito, nella cultura occidentale le madri toccano più a lungo le bambine che i
bambini. Man mano che cresciamo, abbiamo una esigenza minore di essere toccati
dagli altri e, a eccezion fatta di specialisti (come il massaggiatore e il medico), rara-
mente siamo toccati dagli altri, soprattutto da parte di estranei.
Nell'ambito dell'aprica si è soliti distinguere le sequenze di contatto reciproco
dai contatti individuali. Le prime sono formate da due o più azioni di contatto
compiute in modo reciproco nel corso della medesima interazione. Questa ripeti-
zione dell'azione del toccarsi comporta una condivisione del suo significato e svol-
ge una funzione di «supporto» affettivo all'interno di. una relazione di parità. Il
contatto,: individuale è unidirezionale ed è rivolto da un soggetto a un altro. Per
entrambi i tipi di contatto vi sono regioni del corpo «non vulnerabili» come le
mani, le braccia, le spalle e la parte superiore della schiena che possono essere toc-
cate anche da estranei; per contro, le altre regioni sono considerate «vulnerabili» e,
di norma, sono toccate soltanto da poche persone (gli intimi e gli specialisti).
In ogni caso il toccare un altro è un atto comunicativo non verbale
Funzioni del contat-
to corporeo primario che influenza la natura e la qualità della relazione e che esprime
diversi atteggiamenti interpersonali. In particolare riguarda i rapporti
amorosi, poiché il contatto corporeo invia messaggi di affetto, di coinvolgimento e
di attrazione sessuale. In pubblico, il contatto reciproco assume il valore comuni-
cativo di segno di legame che individua la coppia medesima in quanto coppia e che
segnala il desiderio di essere lasciata da sola. Nello sviluppo del rapporto amoroso
la coppia innamorata presenta manifestazioni pubbliche più frequenti e intense di
L\ Ul~lUì\ICt\ZIONE :-.!ON VEIU3t\LE 235

contatto fisico rispetto alle coppie casuali e alle medesime coppie di sposati. Inol-
rre, nei rapporti amorosi si osserva una reciprocità speculare e sincronizzata di
contatto corporeo e tale reciprocità aumenta il grado di attrazione sessuale. Non
esistono differenze di genere fra uomini e donne nella quantità globale dei contatti
corporei, mentre, di solito, sono gli uomini a iniziare e ad avviare il primo contatto
fisico. Alle donne infatti piac~ essere toccate più che agli uomini e il contatto svol-
ge una funzione fondamentale per sviluppare un rapporto di intimità. Parimenti il
toccare l'altro serve a manifestare un rapporto affettivo positivo in termini di sup-
porto, di appartenenza, di apprezzamento e di affiliazione, spesso anche in modo
aiocoso. Il contatto corporeo serve anche a comunicare una relazione di dominanza
:?
e di potere, poiché, di norma, le persone che occupano una posizione sociale domi-
nante hanno la libertà di toccare coloro che sono in posizione con minor potere, e
non viceversa. In questo senso il contatto corporeo può manifestare incoraggiamen-
to, approvazione, incitamento o un rimprovero scherzoso.
In numerose altre circostanze sociali il contatto fisico è regolato attraverso ri-
tuali che vi attribuiscono uno specifico significato legato al contesto di uso. Pensia-
mo ai saluti di benvenuto e di commiato: in questo caso il contatto corporeo è una
sorta di rito per ristabilire un rapporto dopo un periodo più o meno lungo di as-
senza o per gestire una situazione di partenza e di separazione. Pensiamo alle con-
gratulazioni che nello sport o in altre attività umane comportano un contatto cor-
poreo co_me un bacio, un abbraccio, una stretta di mani ecc. Pensiamo alle cerimo-
nie (religiose o laiche) nelle quali sono previsti atti simbolici di contatto fisico (dal
battesimo e dalla cresima alla laurea, al conferimento di un premio).
Il contatto corporeo ha una molteplicità di effetti, spesso fra loro contrapposti.
La persona che tocca, in generale, è ritenuta cordiale, disponibile ed estroversa e,
di norma, suscita simpatia. Questa condizione è stata verificata sia con i camerieri
(quelli che toccano brevemente i clienti ottengono più mance), sia con i bibliotecari
(quelli che toccano la mano di chi restituisce i libri sono giudicati più simpatici) sia
con gli intervistatori (quelli che toccano estranei sono più frequentemente aiutati a
raccogliere i fogli caduti per terra). Sotto questo aspetto il contatto corporeo sem-
bra favorire forme di accondiscendenza e di empatia. Al contrario, il contatto cor-
poreo può suscitare reazioni negative di fastidio e di irritazione fino a giungere alla
collera nella situazione in cui sia percepito come una forma di invasione, di sopru-
so e di violenza. Infatti, in queste condizioni il contatto è valutato come una costri-
zione e una riduzione della propria libertà di movimento.
Al pari della prossemica, esistono rilevanti differenze culturali anche per l'apri-
ca. Accanto a culture del contatto come la cultura araba e quella latina, vi sono
culture del non contatto come le culture nordiche, quella giapponese e quella india-
na. In ogni caso il contatto corporeo rimane un atto comunicativo ambiguo, so-
prattutto nelle culture occidentali, poiché trasmette contemporaneamente diversi
valori semantici e l'attuale attenzione agli aspetti delle molestie sessuali ha reso più
problematica questa modalità comunicativa.

6. Il sistema cronemico

La cronemica concerne il modo con cui gli individui percepiscono e usano il


tempo per organizzare le loro attività e per scandire la propria esperienza. Come
236 FONDAMINII

area di ricerca sulla CNV è ancora agli inizi, ma il tempo è una variabile basilare
per la comunicazione. La cronemica, che fa parte della cronobiologia, è influenzata
dai ritmi circadiani che riguardano i cicli fisiologici e psicologici del soggetto nel
periodo delle 24 ore, come l'alternanza sonno-veglia. Vi sono cicli in/radiani (con
un ciclo superiore a un giorno, come il ciclo mestruale) e cicli ultradiani (con diver-
si cicli al giorno, come il ritmo respiratorio). I ritmi circadiani mantengono la loro
periodicità grazie alla presenza di fattori ambientali, il più importante dei quali è il
ciclo di luce e buio. Questi agenti sincronizzatori ambientali (i cosiddetti Zeitgebers)
forniscono una configurazione temporale ai ritmi circadiani. Questi.ultimi sono in-
fluenzati dall'azione di un orologio biologico interno (il cosiddetto orologio circadia-
no) che va più lentamente quando non è governato dai fattori ambientali. Ma essi
presentano altresì rilevanti variazioni connesse con i fattori culturali (sincronizzato-
ri). In questo ambito si è soliti distinguere le culture veloci da quelle lente.
Le culture veloci sono caratterizzate da un alto grado di industrializ-
Culture veloci e cul-
ture lente zazione, dal benessere economico, da condizioni climatiche fredde, dal-
l' orientamento all'individualismo e al successo, nonché da una elevata
densità della popolazione. Esse hanno una prospettiva temporale orientata al futu-
ro, qualificata dalla pianificazione di un traguardo a medio e a lungo termine
(obiettivo distale). In questo tipo di società i vincoli temporali sono forti e favori-
scono un'organizzazione delle attività secondo una scansione temporale che preve-
de di realizzare un'attività per volta (monocronia). In esse domina la concezione
che equipara il tempo al denaro, spingendo all'accelerazione dei ritmi di vita, soste-
nuta da innovazioni tecnologiche sempre più potenti. Per contro, le culture lente
sono caratterizzate da povertà, da condizioni climatiche calde, da un modesto gra-
do di industrializzazione, dall'orientamento alla collettività e all'armonia, nonché da
una limitata densità della popolazione. Esse hanno inoltre una prospettiva tempo-
rale orientata al passato (tradizione) e al presente, senza l'esigenza di una program-
mazione anticipata che comprenda un esteso arco temporale (obiettivi prossima/i).
Nelle culture lente, inoltre, la modesta suddivisione dei lavori e la limitata specia-
lizzazione del tempo consentono la compresenza di diverse attività svolte nel mede-
simo tempo (policronia).
Di conseguenza, ogni soggetto è portatore - spesso inconsapevole - di uno
spect/ico ritmo personale che dà per scontato sia eguale a quello degli altri. Di nor-
ma, le cose non awengono in questo modo, e la comunicazione con soggetti che
hanno ritmi biologici e psicologici differenti può generare distonie, sfasamenti e
condiziopi di disagio. Per esempio, nelle culture veloci i turni di parola nella con-
versazione sono rapidi, efficienti, con pause limitate. Per contro, nelle culture lente
le persone trovano offensivo affrettare la conversazione, e fra uno scambio e l'altro
amano rispettare lunghe pause e silenzi di meditazione. Ma anche all'interno della
medesima cultura individui diversi hanno ritmi circadiani differenti, dal ciclo son-
no-veglia alla velocità (o lentezza) nell'assunzione del cibo, nel camminare, nel leg-
gere, nel parlare ecc. Tale condizione è alla base di incomprensioni, di frustrazioni
e di delusioni reciproche, nonché di fraintendimenti comunicativi.
La cronemica indica la presenza di tempi e di ritmi diversi nell'interazione
comunicativa. Non soltanto vi è l'esigenza della sintonia semantica per generare un
atto comunicativo coerente e unitario (cfr. cap. 7); ma vi è altresì la necessità della
sincronia comunicativa come capacità di sintonizzare il flusso comunicativo al fine
di ottenere una sequenza regolare e fluida di scambi (cfr. cap. 7). Si tratta di pro-
U\ COivtUNtCAZ!(lNE NON VERBALE 23 7

cessi fondamentali, fra l'altro, per generare attrazione e interesse, per creare armo-
nia reciproca, nonché per stabilire una interazione globalmente soddisfacente.

1. Le funzioni della comunicazione non verbale

In questa ultima parte del capitolo esaminiamo le principali funzioni svolte


dalla CNV. È utile avviare il discorso prendendo in considerazione la funzione
basilare (o metafunzione) della CNV.

7.1. La metafunzione relazionale della comunicazione non verbale

La CNV partecipa in modo attivo e autonomo, assieme al sistema lin- Limiti della CNV
guistico, a generare e a produrre il significato di qualsiasi atto comunica-
- tivo. Risulta quindi importante esaminare in che termini e con quale funzione la
CNV dia il suo contributo nella generazione ed elaborazione del significato. In ge-
nerale, la CNV, pur facendo riferimento a referenti precisi e definiti, fornisce una
rappresentazione spaziale e motoria della realtà, non una rappresentazione propo-
sizionale. Quest'ultima rimane sostanzialmente esclusiva del linguaggio verbale e
del linguaggio dei segni (cfr. cap. 1). Come esito di questa condizione, la CNV-
eccetto il linguaggio dei segni - risulta poco idonea a definire e a trasmettere cono-
scenze. Concetti e idee astratte (come, per esempio, eventualità, libertà, verità ecc.)
sono pressoché impossibili da rappresentare e significare attraverso i segni non
verbali. Ma anche eventi od oggetti concreti (come, per esempio, duomo, capanna,
foglia, cuocere ecc.) sono assai difficili da far capire facendo ricorso esclusivamente
ai segni non verbali. La situazione è ancora peggiore se pensiamo di rappresentare
aspetti qualitativi degli oggetti o degli eventi (come, per esempio, casa vecchia) at-
traverso i segni non verbali.
Questa condizione è dovuta al fatto che la CNV presenta un grado limitato di
convenzionalizzazione. In nessuna cultura si osserva un insegnamento sistematico
dei sistemi non verbali di significazione e di segnalazione, né vi sono l'attenzione e
la cura riservate all'apprendimento esplicito e prolungato della lingua di apparte-
nenza. Eccetto che per alcune norme di galateo, la CNV è lasciata invece a forme
di apprendimento latente e implicito, che avviene attraverso il flusso delle intera-
zioni quotidiane. Oltre al linguaggio dei segni per i sordomuti, soltanto gli emblemi
raggiungono un consistente livello di convenzionalizzazione.
Resta da chiedersi allora per quale ragione facciamo ricorso in maniera La funzione relazio-
continua e sistematica alla CNV negli scambi quotidiani. Non può essere naie della CNV
soltanto per ragioni di memoria filogenetica, come «inutili vestigia di abi-
tudini ancestrali» per dirla con Danvin. A fronte di questo problema si può afferma-
re che la specie umana, al pari di altre specie animali, fa ricorso alla CNV per ragioni
relazionali. Infatti, alla CNV è affidata in modo predominante la componente relazio-
nale della comunicazione (cfr. cap. 1). Infatti, la comunicazione riguarda non soltanto
le conoscenze e le informazioni da partecipare con altri («che cosa» è comunicato;
componente proposizionale), ma anche (e soprattutto) le relazioni interpersonali
(«come» è comunicato; componente re/azionale). Nella comunicazione e attraverso la
comunicazione noi creiamo e giochiamo le nostre relazioni con gli altri.
238 FOND:\\li:NTI

Sotto questo profilo la CNV è destinata a svolgere questa funzione di base (o


metafunzione). Infatti, i segnali non verbali servono a generare e a sviluppare una
interazione con gli altri. Il contatto visivo, il sorriso, un certo tono della voce, una
sequenza Ji gesti e una data postura del corpo, la mutualità e la sintonizzazione del
ritmo Jel parlato possono favorire l'avvio di uno scambio e di una conoscenza fra
estranei, anche se avviene in modd casuale. La CNV risulta inoltre fondamentale
nel mantenere e rinnovare le relazioni nel corso del tempo. Una volta stabilita una
relazione con una certa persona, essa va alimentata in continuazione attraverso gli
scambi comunicativi. Una relazione non può vivere nel vuoto ma costantemente
sostenuta con segnali che confermino e rafforzino il tipo di relazione in atto fra
due o più persone, sia essa una relazione di dominanza o di amore o di coopera-
ziOne.
Pari'ìnenti, i segnali non verbali sono particolarmente efficaci nel cambiare una
relazione in corso. Non è detto che un certo tipo di relazione debba rimanere im-
mutata nel corso del tempo. Spesso in ambito familiare, in un'organizzazione azien-
dale, ospedaliera o scolastica, all'interno di un partito politico vi è l'esigenza di
modificare il sistema delle relazioni per l'avvicendamento dei vertici, per impedire
o prevenire modi sterili di attività o per curare manifestazioni patologiche di inte-
razwne.
Il cambiamento psicologico delle relazioni passa in modo prevalente attraverso il
cambiamento dei segnali non verbali che alimentano e regolano le relazioni stesse.
Infatti, la modificazione dei gesti, dello sguardo, della qualità della voce ecc. è
conforme e proporzionale con la modificazione di un certo tipo di relazione. Per
esempio, nel passaggio da una relazione di sottomissione a una relazione di domi-
nanza, in numerose specie animali - compresa quella umana - i segnali non verbali
di potere, di forza e di aggressione, attivati dai neurotrasmettitori (come l'aumento
dell'adrenalina e la riduzione del cortisolo), indicano un nuovo assetto sociale dei
ranghi degli individui. In particolare, la psicologia clinica e la psicoterapia fanno
ricorso a un impiego sistematico di determinati segnali non verbali: dal setting psi-
coanalitico con il lettino (per cui l'analista può guardare il paziente ma non vice-
versa) alla psicoterapia familiare con lo specchio unidirezionale.
Infine, anche l'estinzione di una relazione è regolata dalla CNV. In questa con-
dizione si assiste a una riduzione progressiva o a una interruzione repentina dei
contatti, a una presa di distanza fisica, a una diminuzione dei gesti affettivi ecc. Di
solito, la separazione e la rottura di una relazione sono assai più difficili e impegna-
tive di quanto non sia la sua costruzione. Anche in questo frangente la CNV svolge
una funzione fondamentale nel processo di mediazione per la separazione, in quan-
to può favorire un processo graduale di distanziamento reciproco.
In generale, l'efficacia relazionale della CNV dipende dalla stretta connessione
che esiste fra interazione e relazione (cfr. cap. 1). Infatti, i sistemi non verbali qua-
lificano per default le singole interazioni e influenzano in modo profondo i modelli
relazionali in essere fra i partecipanti. D'altra parte, i sistemi non verbali di comu-
nicazione sono in parte appresi dalla propria cultura di appartenenza e sono, a loro
volta, modificabili nel corso del tempo. Infatti, è possibile intervenire sulle modalità
comunicative non verbali e procedere a una vera e propria educazione del non ver-
bale. Essa riguarda, fra l'altro, l'impostazione della voce e della gestualità, la rego-
lazione della mimica facciale, dello sguardo e della postura. Tale educazione è svol-
ta, di norma, nelle scuole di recitazione teatrale per gli attori e le persone dello
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spettacolo; ma sempre più spesso politici. manager e professionisti avvertono l'esi-


genza di fare ricorso a tali forme educative della CNV.

7.2. Le principali funzioni psicologiche della comunicazione non verbale

La CNV, che risulta fondamentale sul piano relazionale, interviene in diversi


ambiti psicologici nella manifestazione delle emozioni e dell'intimità, nella relazione
di potere e di persuasione, nella creazione dell'immagine di sé, nonché nella gestio-
ne della conversazione.
• La manifestazione delle emozioni e dell'intimità. Anzi tutto, la CNV serve a
esprimere le emozioni. Se queste ultime fossero affidate esclusivamente al sistema
linguistico, non vi sarebbe spazio per loro, poiché anche l'enunciato Ti amo può
significare l'opposto se detto con un certo tono e accompagnato da certi gesti ed
espressioni facciali. Sotto questo profilo le emozioni sono comunicate prevalente-
mente dalla CNV nel suo insieme, in fase sia di produzione sia di riconoscimento.
La voce, la mimica facciale, lo sguardo, i gesti, la postura, la distanza fisica ecc.
convergono insieme per manifestare una data esperienza emotiva congiuntamente
con gli aspetti linguistici in funzione di un determinato contesto di interazione.
Questo medesimo quadro di segni non verbali consente di operare le opportune
inferenze per procedere al riconoscimento e all'attribuzione di una certa emozione
all'interlocutore.
I sistemi non verbali di significazione e di segnalazione presentano un Emozioni e intimità
certo grado di universalità, in quanto i movimenti sottesi ai segni non
verbali sono governati da strutture e meccanismi neurobiologici geneticamente
definiti, ma anche un notevole grado di variabilità, dovuto alle differenze di cultu-
ra, di personalità e di contesto. Parimenti, per quanto concerne il controllo dei pro-
cessi comunicativi, i sistemi non verbali possono variare da un grado assai ridotto di
controllo a un grado elevato di volontarietà. Nel primo caso la CNV corrisponde a
una forma di esternalizzazione più o meno automatica di quanto il soggetto prova
dentro di sé; possiamo pensare alle manifestazioni sostanzialmente involontarie e
automatiche di trasalimento (come, per esempio, nel caso di un forte rumore improv-
viso). In questo caso le espressioni non verbali (facciali, vocali, gestuali ecc.) sono
simili alle interiezioni e alle esclamazioni, intese come manifestazioni spontanee e
«naturali» di ciò che uno sente dentro di sé. In altre circostanze le espressioni emo-
tive sono soggette a un importante controllo volontario, come quando ci troviamo in
situazioni ufficiali, formali e solenni e in presenza di interlocutori estranei. In questo
caso i segni non verbali, al pari delle parole, sono governate da una precisa regia co-
municativa in funzione della propria intenzione e traguardo, per assicurare una certa
immagine di sé.
In modo analogo, la CNV svolge una funzione fondamentale nelle relazioni di
intimità, quando la distanza interpersonale diventa ridotta (cfr. cap. 10). In questi
casi aumentano la frequenza e l'intensità dei sorrisi, dei contatti oculari e corporei;
lo spazio prossemico si riduce e la voce diventa flessibile, modulata e calda; anche
il ritmo degli scambi diventa maggiormente sincronizzato. Si tratta di aspetti fonda-
mentali che testimoniano, generano e incrementano il livello di intesa e di armonia
fra i due partner. Nella cultura occidentale esiste una notevole differenza di genere,
Poiché, se è la donna a comportarsi in modo amichevole e a prendere l'iniziativa
dell'interazione, i suoi segnali non verbali sono percepiti come più compromettenti
sul piano sessuale rispetto ai medesimi segnali realizzati da un uomo. Anche quan-
do una relazione si deteriora e diventa tesa e conflittuale, la CNV segnala questo
cambiamento con la presenza di variazioni rilevanti. In queste circostanze i partner
sempre più frequentemente fanno ricorso a segnali non verbali stereotipati, spesso
formalizzati (legali), improntati alla distanza, alla rigidità, alla incomprensione e
all'evitamento di assumere le proprie responsabilità comunicative.
• Relazione di potere e persuasione. Per la specie umana, come per altre specie
animali, la CNV assume una funzione essenziale nella definizione, mantenimento e
difesa della relazione di dominanza. Più che alle parole, il potere è affidato ai se-
gnali non verbali. Anzi tutto, l'apparenza fisica, in termini di abbigliamento, di al-
tezza e di dimensione corporea suscita la percezione di potere e induce alla confor-
mità. Parimenti, la pastura espansiva e rilassata, con la disposizione asimmetrica
degli arti superiori e inferiori, è un chiaro segnale non verbale di dominanza, men-
tre chi è in posizione di sottomissione tende a mantenere una configurazione rigida
e simmetrica, collegata con uno stato di tensione e di ansia. Fra l'altro, quest'ultima
condizione è associata con un significativo aumento di cortisolo nell'organismo,
mentre chi è dominante ha una forte riduzione di cortisolo.
Chi è sottomesso esibisce il sorriso in modo più frequente come ge-
Dominanza e per-
suasione
d ·
sto i sottomissiOne, mentre ch i è d ominante mantiene un ' espressione
facciale più seria con il mento proteso in avanti. In eguale maniera egli
guarda più a lungo l'interlocutore, soprattutto mentre parla, mentre l'assenza di
sguardo nei momenti chiave della conversazione è segno di sottomissione. Inoltre,
chi è in una posizione di dominanza tocca gli inferiori in modo più frequente che
non viceversa come segnale di controllo; egli tende a parlare con un'articolazione
chiara delle parole; la sua voce presenta un ritmo veloce, un volume abbastanza
elevato e un tono basso. Nella conversazione parla più spesso, tiene il turno di
parola per un porzione più grande di tempo, interrompe più sovente gli altri e ten-
de a far prevalere il suo ritmo di eloquio.
Anche la territorialità è un segno non verbale importante di potere. Chi è do-
minante segnala la sua posizione con un uso attento dello spazio in termini di
quantità e di qualità. Egli dispone di uno spazio personale più ampio che tende a
rendere poco accessibile agli altri (per esempio, la segretaria che funge da filtro).
Negli ambienti organizzativi chi è dominante lavora in un ufficio più grande e
meglio arredato; nel corso delle riunioni occupa la posizione focale. Inoltre fa ri-
corso a una serie di segnali visibili per confermare la sua posizione di dominanza.
Grazie a questa serie di segnali non verbali la relazione di potere può essere man-
tenuta in termini impliciti, come qualcosa di scontato e di acquisito, che non può
essere messa in discussione.
In modo analogo il processo di persuasione è notevolmente influenzato dal-
l'impiego di una serie di segnali non verbali. Chi guarda di più l'interlocutore, lo
tocca lievemente ogni tanto, non si tiene distante da lui e veste in modo convenzio-
nale o elegante ha maggiore probabilità di ottenere condiscendenza e di avere suc-
cesso nella sua azione di comunicazione persuasiva (cfr. cap. 11).
L\< (1:--.IU~lC.\ZIO!\!E :--:c)N VERl3,\LE 241

s. Considerazioni conclusive

In questo capitolo abbiamo esaminato il valore, il peso e la funzione comunica-


tiva della CNV. Abbiamo avuto modo di scartare sia l'ipotesi meccanicistica e ad-
ditiva (equazione «linguaggio+ CNV»), sia la concezione «ancellare» della CNV,
sia l'impostazione tradizionale che vede il verbale e il non verbale come sistemi
contrapposti fra loro, sia infine l'ipotesi della predominanza della CNV. Abbiamo
avuto modo invece di considerare la CNV come parte integrante della comunicazio-
ne, in quanto partecipa a pieno titolo alla costruzione e trasmissione dei significati
all'interno di un'articolazione complessa e sinergica. Abbiamo considerato i vari
sistemi di significazione e di segnalazione nella loro specificità e distintività.
In particolare, abbiamo messo in evidenza la funzione re/azionale di base svolta
dalla CNV sul piano comunicativo per la genesi e l'alimentazione della rete di re-
lazioni entro la quale ogni soggetto si trova a vivere. La CNV, pertanto, assume un
valore specifico nel mantenimento e nel cambiamento delle relazioni, in quanto,
più del linguistico, coinvolge gli aspetti affettivi ed emotivi. Tale rilevanza compor-
ta importanti implicazioni nei vari settori dell'esistenza umana (dall'intimità della
famiglia ai contesti pubblici del lavoro, alla gestione della politica, al tempo libero,
al campo della cura medica e psicologica, ai contesti giuridici ecc.).

r Per saperne di più


f
~
~ Per approfondire la tematica della comunicazione non verbale si può fare utile riferi-
i mento a Amietta e Magnani [ 1998]; Anolli e Ci ceri [ 1997 a]; Argyle [ 1977, tra d. i t.

L
t 1992]; Diodato e Allasia [ 1998]; Guglielmi [ 1999]; Morris [ 1977, tra d. it. 1990];
Poggi [1981]; Poggi e Magno Caldogneno [1997]; Ricci Bitti [1987].