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Psicologia 2 lezione – 12/10

La nostra specie ha delle caratteristiche sia di vicinanza che di distanza rispetto alla comunicazione
animale.

Gli scimpanzé sono in grado di:


 utilizzare un certo livello di mentalizzazione in quanto sono comunque capaci di
rappresentarsi mentalmente il territorio in cui vivono,
 usare abilità cognitive manifestate attraverso la costruzione e l’impiego di strumenti;
 Capacità di discriminazione e categorizzazione degli oggetti. In particolare, sono in grado di
utilizzare la categorizzazione degli oggetti (sono in grado di discriminare degli oggetti in
base a delle categorie alle quali essi appartengono). E sono inoltre in grado di risolvere
problemi di transitività – inferenza transitiva (date le premesse A>B, B>C, si ha A>C) - e la
transitività associativa (disporre elementi in un ordine sequenziale lungo una determinata
dimensione).

La conoscenza del mondo sociale


Veniamo ad alcune caratteristiche che sono importanti per comunicare all’interno della comunità
degli scimpanzé. Gli scimpanzé conoscono la comunità in cui vivono. Hanno la capacità di
1) Riconoscere gli individui della propria comunità;
2) Prevedere le azioni dei consimili
Cosa vuol dire conoscere la comunità in cui vivono?
Vale a dire che riconoscono i ruoli. Per esempio, si è visto che alcuni di questi primati sono in
grado anche di riconoscere i loro parenti (gli scimpanzé che discendono direttamente dallo stesso
ramo genealogico), sono in grado di riconoscerli addirittura in foto. Benché a noi possano
sembrare tutti uguali in realtà loro sono in grado di riconoscersi tra loro.
Per quanto riguarda la questione legata alla capacità di riconoscersi: i primati si riconoscono tra
loro, in quanto da un lato sono in grado di riconoscere i membri della propria comunità, questo
elemento è talmente forte che sono in grado di farlo anche se gli sperimentatori mostrano agli
scimpanzé delle foto dei loro consimili. Se queste foto ritraggono consimili che sono imparentati
con lo scimpanzé al quale mostro queste immagini, lo scimpanzé in questione è in grado di
riconoscere o meno l'appartenenza allo stesso ramo familiare di questi consimili (riconosco se uno
scimpanzé di cui mi viene mostrata la foto è mia madre oppure no e così via). Sono in grado anche
di capire quali azioni sta svolgendo un membro del loro stesso gruppo, della loro comunità e anche
eventualmente di prevedere delle azioni, perché convivendo comunque con altri individui della
stessa specie, dello stesso gruppo alla fine si arriva a conoscerli e a riuscire a capire la base delle
intenzioni che mettono in atto o meglio della sequenza di azioni messe in atto e dai loro
comportamenti si riesce a capire quale è l’intenzionalità che questi mostreranno (quindi quale è il
loro scopo). Si capisce che le azioni sono dirette verso uno scopo. Questa non è una cosa
scontata.

Gli scimpanzè sono anche capaci di:


 Riconoscere quali sono le relazioni che intrattengono all'interno del gruppo di parentela.
Attraverso i rapporti di parentela ci si aspetta magari di poter avere un supporto, nel caso
in cui uno scimpanzé voglia intraprendere un attacco verso l'altro membro del gruppo, sa
con chi può allearsi e sa anche chi lo difenderà, i parenti lo difenderanno in caso questo
venisse attaccato. Si è in grado di comprendere queste relazioni diciamo a livello
orizzontale, quindi quelle di parentela, ma si è anche in grado di capire come è organizzato
da un punto di vista verticale il gruppo: vale a dire si capisce qual è la gerarchia quindi
quali sono le relazioni di dominanza e questo è fondamentale sempre in caso di attacco o
di difesa perché questo fa capire allo scimpanzé se e può farcela o meno nello sferrare un
attacco o se invece è il caso di battere in ritirata.
 In un gruppo ci sono relazioni determinate non solamente dal rapporto di due individui ma
c'è anche un rapporto che coinvolge individui terzi. Quindi per esempio se io mi comporta
in un certo modo, so che nei confronti di un altro individuo questo potrà avere delle
ricadute o meno su altri membri del gruppo. Sanno percepire e comprendere le relazioni
tra terzi. Questa capacità di capire che si è in un gruppo, si è inseriti in un contesto in cui
non ci sono solamente due individui che si interfacciano, è fondamentale perché questo ci
fa capire che già nei rapporti tra primati ci sono i semi di quelle che poi diventeranno le reti
relazionali e le reti sociali viste nell’ approccio sociologico e l’approccio psicologico.
Questo tipo di relazione è importante, per esempio solitamente gli elementi che guidano la
condotta degli scimpanzé sono due: la condotta e il conflitto. Quindi prendiamo per
esempio cosa succede in una situazione di conflitto: se io sono stato vittima di un attacco
perché magari sono un individuo non dominante nel mio gruppo, il gorilla dominante del
mio gruppo mi ha sferrato un attacco io reagirò magari a questo attacco ma non sono in
grado di reagire direttamente nei confronti dell'aggressore perché mi ha sconfitto quindi
non ce la posso fare ma reagisco lo stesso attraverso quella che si chiama AGGRESSIONE
SPOSTATA, cioè me la prendo coi piccoli magari, oppure c'è un'altra situazione che si
chiama MINACCIA PROTETTA. L’ esempio tipico è quello dello scontro tra femmine, due
femmine che si scontrano fra loro per motivi vari (di dominanza territoriale) e magari una
delle due femmine si mostra particolarmente disponibile nei confronti del maschio
dominante perché nel caso di scontro tra le due quella che si è dimostrata più disponibile
con il maschio dominante riceverà da questo supporto quando si scaglierà contro l'altra
femmina. Quindi questo vuol dire minaccia protetta: io minaccio la mia rivale però so allo
stesso tempo di avere le spalle coperte perché ho attuato appunto una sorta di copertura
preventiva nel rendermi disponibile con il maschio dominante del gruppo.

POLITICA DEGLI SCIMPANZE’


Gli scimpanzé si muovono seguendo questi due schemi, quello della cooperazione e quello della
competizione. Quindi si parla appunto nella dinamica che governa il gruppo di scimpanzé di
dinamica della cooperazione per la competizione perché appunto si coopera in funzione di una
futura competizione perché ci sarà sempre nel corso del tempo il maschio dominante che
invecchierà e che dovrà appunto lasciare poi il proprio ruolo e quindi tra i nuovi maschi che
aspirano al dominio del gruppo si svilupperanno delle competizioni. In attesa di questo momento
si sviluppano delle situazioni di reciproca alleanza. È come se ogni scimpanzé e ogni primato non
umano in generale agisse tenendo conto di quelli che sono i crediti e i debiti che sviluppa nei
confronti dei consimili. E quindi che cosa avviene in questo tempo?
In questo tempo, proprio in funzione di questa cooperazione per la competizione, si sviluppano
delle alleanze che possono comprendere della reciprocità o degli scambi.
Parliamo di reciprocità quando i favori quindi questo scambio di crediti/debiti riguarda il
medesimo tipo di attività. Quindi io ho aiutato un mio consimili a cacciare un rivale, il consimile
ricambia il favore attraverso lo stesso tipo di attività. Alternanza di favori nel medesimo tipo di
attività.
Parliamo di scambio invece quando invece l’alternanza di favori riguarda tipi diversi di attività. Per
esempio se io ho aiutato uno scimpanzé in uno scontro con un altro scimpanzé, questo scimpanzé
che da me è stato aiutato potrebbe ricambiare il favore non nel corso di un attacco che io subisco
perché magari non subisco attacchi in quel momento o in un momento vicino ma magari mi aiuta
nella toelettatura della mia pelliccia (vale a dire nel pulirmi la pelliccia dai parassiti) quella che si
chiama grooming: attività sociale che gli scimpanzé svolgono e che ha particolare importante
secondo alcuni studiosi. Alternanza di favori in diverse attività
Quindi gli scimpanzé in pratica sono in grado di attuare quello che si chiama altruismo reciproco:
un comportamento che risulta svantaggioso per il singolo individuo ma è vantaggioso per il
gruppo. Per esempio, se io individuo del cibo e faccio parte di una comunità, di un gruppo,
richiamo i miei compagni affinché tutti quanti possiamo andare a prendere questo cibo. È un
comportamento altruistico perché va a vantaggio del gruppo ma è svantaggioso per me perché
chiaramente condividendo il cibo ne ho meno per me. Il gruppo se ne avvantaggia, ma io
personalmente mi svantaggio. Oppure il richiamo d'allarme perché mettiamo che io veda un
predatore, a quel punto ho dietro di me dei miei consimili, lancio un grido d'allarme. Questo
comportamento è svantaggioso per me perché nel momento in cui lancio il richiamo il predatore
può accorgersi della mia presenza se fino a quel momento non l’aveva fatto per tale ragione è un
comportamento altruistico ma io posso eventualmente trarne un danno tessutale e rischiare
persino la mia vita.
Quindi la comunicazione è fondamentale perché in questo nell’ottica della cooperazione per la
competizione e nell’ottica dell’altruismo reciproco si mettono in campo tutta una serie di
comportamenti che non si possono attuare in assenza di comunicazione. La comunicazione diventa
fondamentale per la sopravvivenza non solo per il singolo individuo ma anche per l'intero gruppo e
per la specie alla quale l'individuo appartiene. Quindi qui vediamo già che appunto ci sono dei
piccoli elementi che poi torneranno nella comunicazione sociale anche per noi esseri umani. In
questa prospettiva, la comunicazione diventa una necessità per la sopravvivenza dell’individuo e
della specie.
Cominciamo a vedere anche le caratteristiche che ha la comunicazione dei primati non umani.

Le principali competenze comunicative dei PRIMATI NON UMANI.


La funzione referenziale per gli esseri umani: vuol dire essere in grado di costruirsi una
rappresentazione mentale di un oggetto esterno. La comunicazione referenziale è la capacità di
alcune specie animali di scambiarsi precise informazioni su particolari stati del mondo.
La comunicazione referenziale per i primati non umani significa che è possibile scambiarsi
informazioni su dei referenti ovvero su particolari elementi del mondo e su particolari stati del
mondo. Questo si fa grazie ai segnali che sono appunto delle emissioni, dei comportamenti che
comprendono anche il richiamo degli scimpanzé e che sono appunto appresi da questi.
Flessibilità dei segnali:
1) Sono appresi durante il primo anno
2) Errori di ipergeneralizzazione
3) Apprendimento legato all’esposizione

Si parla dell’effetto audience: per quel che riguarda la comunicazione referenziale tra scimpanzé,
in quanto i segni, i segnali che vengono dati per la comunicazione hanno un utilizzo prettamente
sociale. Quindi io utilizzo alcuni segnali perché sono consapevole del fatto che questi verranno
recepiti e compresi da qualcun altro. Effetto audience= uso sociale di segnali comunicativi
Per quel che riguarda appunto questi tipi di segnali sono appresi in un tempo abbastanza breve di
vita perché sono appresi appunto nel primo anno di vita di questi primati.
Tuttavia, si vede una cosa interessante: alcuni di questi segnali, esattamente come avviene per
l'apprendimento delle parole da parte dei bambini sono portati magari a essere soggetti a
ipergeneralizzazioni. Cosa si intende con questo? I bambini entro una certa età utilizzano alcuni
termini per esempio il termine “mucca” per riferirsi non solo alle mucche stesse ma anche ai cani
di grandi dimensioni. Perché inizialmente categorizzano per dimensione magari, quindi utilizzano
la stessa etichetta per riferirsi a più referenti. La stessa etichetta linguistica dei bambini comprende
più referenti, alcuni dei quali non sono corretti in riferimento al modo in cui questi referenti sono
classificati per il lessico adulto/definitivo.
Stessa cosa avviene per i segnali. Vale a dire alcuni di questi segnali, in particolare quando
parliamo di richiami, vedremo che sono molto specializzati sulla base del tipo di elemento da
utilizzare. Però nel corso dell’apprendimento appunto di questi segnali alcuni di essi venire
utilizzati per riferirsi a delle categorie piuttosto che ad altre. Quindi non sempre un segnale viene
utilizzato per la categoria corretta ma questo è qualcosa che poi si va a precisare nel corso dello
sviluppo dell’individuo anche tra gli scimpanzé.

Per facilitare e garantire l’apprendimento è necessario che uno scimpanzé viva nell’ambiente
esposto a questi segnali per poterli apprendere e per poter appunto evitare questi errori di
generalizzazione. Quindi più lo scimpanzé sarà esposto a questi segnali minore sarà il rischio
appunto di incorrere in questo tipo di errore. Quindi anche per i segnali parliamo di vere e proprie
categorizzazioni perché appunto, specie per i richiami, abbiamo tutta una serie di categorie
specifiche, per esempio se lo scimpanzé è davanti ad un predatore il segnale sarà diverso per
indicare ai propri consimili che c'è un tipo di predatore rispetto ad un altro e sarà diverso e quindi
sarà riconosciuto dallo scimpanzé destinatario del richiamo. Un conto è il richiamo se c'è un
leopardo nelle vicinanze, un altro è se c'è un pitone dal quale tenersi distante.
Questo ci dice che la comunicazione di questi scimpanzé non è solo referenziale ma è anche
dotata di intenzionalità perché il segnale che l’emittente invia è dotato di scopo vale a dire c'è uno
scopo implicato e visto che questi segnali si modificano sulla base per esempio del predatore da
segnalare questi sistemi di comunicazione sono anche dotati di flessibilità quindi un mezzo
espressivo del quale è dotato il nostro scimpanzé è appunto un certo grado di flessibilità. Il segnale
inviato dall’emittente implica uno SCOPO e un certo grado di FLESSIBILITA’ NEI MEZZI ESPRESSIVI
per raggiungerlo.
Quindi la nostra comunicazione è intenzionale perché appunto abbiamo la capacità di giudicare
quando utilizzare un segnale e quando utilizzare un segnale rispetto ad un altro ma siamo in grado
anche di attuare quello che nel modello matematico è il feedback vale a dire: chi emette il
richiamo si aspetta un ritorno di informazioni. Questo feedback è l'effetto che viene attuato sul
ricevente. Mentre per altri aspetti legati alla comunicazione animale vedremo che non c'è del tutto
accordo, ci saranno altri studiosi che avranno delle discrepanze legate al modo in cui alcune
categorie cognitive legate agli animali devono essere interpretate, quindi riguardo alcune capacità
mentali che gli scimpanzé dovrebbero avere, quasi tutti gli studiosi ritengono che in effetti la
comunicazione tra scimpanzé sia dotata di intenzionalità. La comunicazione intenzionale: implica
che un individuo sappia usare lo stesso segnale in modo flessibile e verifichi se il messaggio ha
qualche effetto sul ricevente. Esiste un notevole grado di accordo nel ritenere che i primati si
comportino in modo intenzionale.

Però non c'è lo stesso grado di accordo su quella che si chiama comunicazione simbolica vale a
dire gli scimpanzé sono in grado o meno di manipolare dei simboli? Simboli intesi come a
linguistica. Quindi il problema è capire se gli scimpanzé sono in grado di manipolare i simboli del
linguaggio umano quindi se il linguaggio umano può essere appreso o meno dai primati non
umani.
Il punto è che sulla base del tipo di prospettiva che lo studioso adotta darà una risposta più o
meno positiva riguardo al fatto che uno scimpanzé sia in grado di apprendere il linguaggio umano.
Qui parliamo di scimpanzé che utilizza la comunicazione simbolica quindi parliamo di simboli
linguistici e visto che gli scimpanzé non hanno la possibilità di effettuare la fonazione dei suoni
umani chiaramente si parla di simboli della lingua dei segni utilizzati dagli scimpanzé.
Se in un contesto umano addestro uno scimpanzé ad utilizzare dei simboli linguistici riesco a farlo
perché lo scimpanzé effettivamente comprende il linguaggio umano o c'è qualcos'altro che guida
lo scimpanzé nell'uso di questi simboli linguistici? E in particolare quali sono i simboli linguistici che
lo scimpanzé è in grado di usare? Quali invece non può usare?
Gli scimpanzé se vengono esposti alla comunicazione gestuale e quindi lo scimpanzé parla cioè
utilizza i gesti della lingua dei segni come gli esseri umani è in grado di acquisire nuove capacità
espressive. In che senso così acquisisce nuove capacità espressive?
Arricchisce e amplia il repertorio di segni, di segnali che è in grado di utilizzare. Per esempio, uno
dei primi gesti che il bambino che ancora non è in grado di parlare completamente utilizza è il
gesto dell’indicare. Il bambino quando comincia a essere esposto al mondo e comincia a
categorizzare il mondo, comincia a capire che il mondo è composto da elementi distinti e che
questi elementi distinti si raggruppano in categorie, il bambino comincia ad indicare quindi
comincia con il dito indice a fare quello che viene chiamato “gesto deittico”.
Quindi comincia ad assegnare a un elemento che riconosce e che magari sente nominare, sente
un’etichetta linguistica pronunciata da qualcun altro ed assegna questa etichetta ad un referente e
lo fa anche se ancora non è in grado di parlare e a sua volta lo fa con il gesto dell’indicare.
Lo scimpanzé che entra in contatto con l'essere umano ed è esposto l'apprendimento del
linguaggio umano riesce a fare questo. Riescono anche a combinare simboli linguistici in modo
creativo. Vale a dire, per quel che riguarda gli elementi lessicali, gli scimpanzé riescono a
combinare questi elementi lessicali per creare nuove stringhe. Per esempio, la parola “anatra”, se
lo scimpanzé vede un'anatra che scivola nell'acqua, se lo scimpanzé non conosce la parola
“anatra” ma conosce per esempio la parola “acqua” e la parola “uccello”, lo scimpanzé utilizzerà i
segni che indicano acqua e uccello lo farà in modo spontaneo per indicarci appunto l'anatra. Però
questo non dice quanto lo scimpanzé effettivamente sia in grado di utilizzare veramente il
linguaggio umano perché il linguaggio umano non é fatto solamente di lessico, di parole che si
giustappongono tra loro, che si mettono una accanto all'altra, è fatto di ben altro.

La comunicazione simbolica: riguarda l’apprendimento del linguaggio da parte dei primati non umani. Scimpanzè
allevati in contesto umano hanno mostrato di saper impiegare e capire i simboli linguistici umani e comprendere
combinazioni di simboli in maniera creativa. Si parla in tal senso di:
 Comunicazione gestuale con gli esseri umani: facilita l’arricchimento e la variazione del repertorio di gesti
comunicativi degli scimpanzè. Apprendono il gesto deittico dell’indicare.
 Apprendimento e uso di simboli linguistici: scimpanzè allevati in contesto umano sanno impiegare i simboli
linguistici umani e comprendere combinazioni in maniera creativa.

È fatto di sintassi in quanto il linguaggio è caratterizzato dall’asse sintagmatico e dall'asse


paradigmatico. La struttura frasale è fondamentale appunto per saper manipolare questi simboli
linguistici. Il bambino è in grado di manipolare completamente simboli linguistici nel momento in
cui è in grado di utilizzarli in un contesto sintagmatico coerente. Per quel che riguarda quindi la
possibilità dello scimpanzé e di altri primati non umani di usare linguaggio umano (sempre
parliamo di lingua dei segni) dobbiamo chiarire se è possibile o meno per gli scimpanzé saper
utilizzare anche la sintassi. Per quel che riguarda il lessico finché si tratta di “acqua” o “uccello” lo
scimpanzé è in grado di farlo, ma se parliamo di termini astratti lo scimpanzé in grado di
apprenderli?
Non tutti gli scimpanzé, non tutte le diverse specie di primati non umani riescono in questo
compito allo stesso modo, però diciamo che una buona parte dei primati non umani che vengono
esposti al linguaggio umano riescono ad apprendere il lessico anche relativo ai simboli astratti.
Questo è vero anche per quanto riguarda alcuni simboli matematici.
Visto che alcune capacità matematiche sono padroneggiate dagli scimpanzé potremmo pensare
che anche la sintassi sia appunto alla loro portata perché in effetti la sintassi segue appunto delle
regole formali come le segue la matematica. Infatti, abbiamo la linguistica formale di Chomsky:
formale nel senso che segue regole formali esattamente come la matematica.
Purtroppo, però vediamo che questa aspettativa è disattesa per quel che riguarda i primati non
umani, in quanto non sono in grado di riconoscere per esempio la differenza che c'è tra una frase
come “Vincenzo accoltella Luca” e “Luca accoltella Vincenzo”. “Luca bacia Mario” – “Mario bacia
Luca”. Sono frasi diverse, il verbo è lo stesso e i soggetti implicati sono intercambiabili ma in realtà
l'azione è diversa perché “Luca bacia Mario” è diverso da “Mario bacia Luca” perché chiaramente
a potercelo dire sono tali elementi sintagmatici detti marcatori e connettivi sintattici di secondo
ordine, cioè tutti quegli elementi che ci dicono quale è il raggruppamento dei sintagmi tra loro, per
esempio, la capacità di poter creare delle frasi dipendenti appunto è qualcosa che appartiene
solamente a noi esseri umani e ci fa capire che la sintassi è complessa, e quindi posso con degli
elementi coordinati aggiungere poi una subordinata e così via, e quindi questi elementi che io
aggiungo potenzialmente all’infinito fanno si che queste frasi siano subordinate rispetto alle altre e
quindi posso creare delle gerarchie. Ci sono delle gerarchie (da qui deriva il secondo ordine) che si
vanno a creare all'interno della mia concatenazione sintagmatica.

Ma già la differenza tra “Luca abbraccia Giovanni” “Giovanni abbraccia Luca” uno scimpanzé non è
in grado di distinguerla, non è in grado di segnarla in modo diverso, non è in grado di
comprenderla. Se appunto io la eseguo solo con i segni ma non la accompagno da delle immagini
che la illustrino. Vuol dire che se io mostro due immagini allo scimpanzé: una in cui ci sono dei
bambini insieme (Giovanni, Mario). Dico allo scimpanzé di scegliere quale delle due immagini
rappresenta la “Mario abbraccia Luca”, lo scimpanzé non è in grado di distinguere tra le due
azioni. Quindi per quel che riguarda l'apprendimento del linguaggio umano lo scimpanzé non è in
grado di andare oltre alla creatività lessicale.

I primati non umani hanno una teoria della mente?


La comprensione dello sguardo e dell’attenzione degli altri.

C'è anche un'altra questione che rende gli studiosi meno in accordo tra loro. Se i primati non
umani siano in grado di sviluppare quella che si chiama teoria della mente. Che cos'è la teoria della
mente? Teoria nel senso di capacità di rendersi conto che anche gli altri hanno una mente. È un
grande salto quello che il bambino fa nel momento in cui si rende conto che anche gli altri
pensano ma che quello che gli altri pensano non è ciò che il bambino pensa. Per esempio fino a
una certa età (3-4 anni) un bambino quando parla dei suoi amichetti, ne parla come se fosse
normale che questi amichetti siano tra le vostre conoscenze quindi il bambino parlerà di Maria, di
Giovanni, di Luca come se voi doveste conoscerli necessariamente perché il bambino sa che voi
siete in grado di pensare ma non è in grado di capire che la vostra mente è distinta dalla sua. Lui
conosce qualcosa che voi potreste non conoscere e viceversa perché le menti sono distinte, non
c'è solo tutta una grande mente universale quindi tutti conosciamo tutto ciò che gli altri sanno.
Ognuno ha una propria mente. Quindi la teoria della mente riguarda questo: il rendersi conto che
gli altri sono dotati di capacità mentali e che queste capacità sono distinte dalle proprie.
Evolutivamente parlando queste capacità di mentalizzazione/mentali si formano avendo come
precursore la capacità di interagire con lo sguardo. Quindi sia da un punto di vista dell’evoluzione
della specie sia da un punto di vista ontogenetico cioè dello sviluppo del singolo individuo, la
capacità di condividere lo sguardo e saper interpretare lo sguardo cioè la direzione dello sguardo e
la direzione dell’attenzione altrui è fondamentale per lo sviluppo della teoria della mente. Vale a
dire, un precursore dello sviluppo della teoria della mente è l'attenzione condivisa e la
comprensione dello sguardo. Comprensione dello sguardo nel senso che, io bambino capisco
dov'è diretto lo sguardo di un altro, non solo capisco che lo sguardo di una persona è o meno
diretto verso di me ma capisco anche che sulla base di dove è diretto lo sguardo di un'altra
persona sono in grado di pensare ciò che quella persona sta pensando e sono anche in grado
quindi di capire che l'attenzione degli altri può essere rivolta da una parte del mondo che è diversa
dalla mia (e questo è fondamentale per esempio per sviluppare il linguaggio, quindi sapere
acquisire il lessico, quindi il precursore del linguaggio è lo sviluppo dell'attenzione condivisa.)

Quindi il bambino utilizzerà la capacità referenziale del linguaggio attuandola attraverso


l’attenzione condivisa. Per esempio, se io bambino indaco un oggetto ma non so nominare ancora
quell’oggetto perché non sono in grado di produrre ancora i suoni collegati a quell’etichetta
linguistica mi aspetto che se c'è un adulto con me che è il destinatario della mia indicazione
dell'oggetto, mi aspetto che fornisca l'etichetta adeguata a quell’oggetto.
Dobbiamo in pratica io (bambino) e l’adulto e che è con me rivolgere l’attenzione verso lo stesso
oggetto e quindi lui assegnerà l'etichetta linguistica corretta all'oggetto che io sto indicando.
Qualcosa di simile è presente anche negli scimpanzé e in generale nei primati non umani. Qualcosa
che può sembrare una teoria della mente c'è anche nei primati non umani. Prendiamo un
elemento precursore della teoria della mente: la comprensione dello sguardo. Perché è
importante la comprensione dello sguardo?
Perché è un elemento che implica:
 Un’attenzione referenziale, cioè lo sguardo è rivolto verso un referente;
 È un atto cognitivo (vedere come atto cognitivo), cioè è un atto mentale. Il mio sguardo è
rivolto verso quel referente perché sto pensando a qualcosa che riguarda quel referente
 È collegato tutto questo anche ad una prospettiva epistemica cioè tutto questo ha una
relazione con il pensiero e con il modo in cui il pensiero si va a formare. Per esempio:
rivolgo l’attenzione verso la porta perché l'ho sentita aprire e sto pensando a chi c'è dietro
quella porta (il mio atto cognitivo) e la prospettiva epistemica è quella che mi porta magari
a richiamare alla mente anche tutta una serie di elementi che hanno a che fare con la
collocazione di questa porta in altri momenti (es. stamani mattina questa porta non si
apriva bene adesso invece si è aperta e così via).
Quindi la comprensione dello sguardo altrui ha tutte queste implicazioni.

Per quanto riguarda gli scimpanzé in particolare, da che cosa sono attratti? Gli scimpanzé sono in
grado di capire se li si sta guardando o no. Se non li si sta guardando ma abbiamo lo sguardo
rivolto da un'altra parte allora gli scimpanzé seguiranno la direzione non tanto dello sguardo ma
della faccia di questi individui. Perché? Gli scimpanzé sono in grado di capire che una persona
rivolge lo sguardo verso un oggetto d’interesse, un elemento di interesse. Questo ci potrebbe far
pensare che gli scimpanzé siano attratti dagli occhi delle persone. In realtà è stato dimostrato che
gli scimpanzé sono interessati alla faccia. Bechè comprendano se li si sta guardando o meno, gli
scimpanzé sono attratti da volti riconoscibili ma non da quelli non riconoscibili.
Per esempio, se io sono uno scimpanzé e ho davanti a me uno sperimentatore la cui faccia è del
tutto visibile e questa faccia prima è rivolta verso di me e poi si volta verso destra allora io seguirò
la faccia di questo sperimentatore e sono in grado di capire che il suo sguardo non è più rivolto
verso di me. Se invece lo sperimentatore ha la faccia e lo sguardo rivolto verso di me inizialmente
però la sua faccia è coperta parzialmente da un monitor e questa faccia cambia direzione (si svolta
a destra o a sinistra) non sono molto interessato a seguire i movimenti di questo volto e quindi
degli occhi di questa persona. Allo stesso tempo però si è visto un'altra cosa: che gli scimpanzé
sono particolarmente attratti dal volto nel suo complesso piuttosto che solo dallo sguardo e basta.
Perché si è visto che nel caso in cui alcuni sperimentatori avessero la faccia visibile e non
guardassero però direttamente lo scimpanzé, nel momento in cui questi sperimentatori hanno la
faccia visibile allora gli scimpanzé sono particolarmente attratti dal movimento di questa faccia
anche se lo sguardo non era inizialmente rivolto verso di loro e questo ci fa capire che in generale
l'attenzione delle scimmie è rivolta alla faccia nel suo complesso.
Questo è molto importante perché nel caso in cui il dettaglio degli occhi venisse occultato per
esempio dall’indossare un paio di occhiali scuri, comunque lo scimpanzé sarà attratto dal fatto che
comunque la fisionomia del volto è riconoscibile e quindi continuerà a seguire lo sperimentatore.

Un altro aspetto che ha a che vedere con le capacità cognitive che sono alla base dello sviluppo
della teoria della mente riguarda il riconoscimento del sé allo specchio. I bambini intorno ai due
anni sono in grado di riconoscere sé stessi davanti allo specchio e quindi attuano una serie di
giochi, detti:
 Giochi contingenti: Io sono davanti allo specchio e faccio una serie di azioni come smorfie,
espressioni buffe quindi simulo per esempio le emozioni. Si è visto che gli scimpanzé a loro
volta sono in grado di fare questo, ovvero sono davanti allo specchio e fanno delle smorfie,
quindi volontariamente eseguono delle azioni (saltano, fanno versi). Si tratta della
riproduzione volontaria di movimenti e di azioni insolite come smorfie o espressioni di
emozioni. Ancora più importante sono in grado di superare il:
 Test della macchia: Il test della macchia è quello che maggiormente dirimente all'interno
dei gruppi di studiosi che si occupano dello studio delle capacità cognitive negli scimpanzé.
Questa macchia viene e posta in diversi punti dello specchio e anche sullo scimpanzé
stesso. Anolli parla soprattutto dei test in cui è lo scimpanzé a ritrovarsi sul corpo dei
puntini rossi, delle macchie. Cosa succede? Che se lo scimpanzé si riconosce e vede un
individuo riflesso allo specchio che ha delle macchie messe in fronte, sul lobo di un
orecchio, lo scimpanzé andrà a toccare su sé stesso questi puntini rossi, perché capisce che
individuo che è riflesso nello specchio è sé stesso. Queste macchie a volte possono essere
messe anche sullo specchio perché magari io sposto questa macchina in punti diversi dello
specchio e questa macchia può coprire una parte di corpo dello scimpanzé. Sulla base della
intenzione dello scimpanzé di volersi vedere riflesso del tutto lo scimpanzé si sposterà,
quindi orienterà il proprio corpo diversamente davanti allo specchio perché capisce che
quella macchia impedisce che venga riflessa una parte del suo corpo, quindi, c'è anche
questa propriocezione da parte dello scimpanzé: il riconoscimento del sé e propriocezione
cioè la capacità di riconoscimento, di percezione del corpo. Il superamento di questo test
indica la presenza di competenze cognitive quali l’imitazione, l’impiego di simboli,
l’inversione dei ruoli, la permanenza dell’oggetto, il gioco di finzione ecc.

Questo riconoscimento di sé davanti allo specchio è qualcosa che viene utilizzato anche negli
esseri umani per vedere appunto se questa capacità è intatta, per esempio, in presenza di alcuni
disturbi cognitivi. Questo tipo di test superato dagli scimpanzé sembrerebbe appunto essere il
precursore di alcune capacità cognitive. Equivale a dire: e lo scimpanzé si riconosce vuol dire che
ha in maniera ancora embrionale e magari svilupperà di più, capacità cognitive come l’imitazione,
la capacità di riprodurre segni, la capacità di comprendere i ruoli all'interno di un contesto e di
poterli anche invertire, e altri elementi come la permanenza dell’oggetto.
Cos’è la permanenza dell'oggetto? Il comprendere che se un oggetto è davanti a me e io lo occulto
questo oggetto non scompare. È l’esempio detto prima della macchia messo sullo specchio che
nasconde una parte del corpo dello scimpanzé. Lo scimpanzé si riconosce, magari quella macchia
impedisce di vedere una zampa anteriore dello scimpanzé ma sa che ha ancora quella zampa e
quindi si sposta e la mostra riflessa nello specchio.
La permanente dell’oggetto è una capacità che per quanto riguarda la nostra di specie, ad
esempio, si sviluppa solamente dopo i sei mesi. Se io prendo la mamma di un bambino ad esempio
e, metto il bambino sul seggiolone da una parte del tavolo e la mamma di questo bambino di sei
mesi dal lato opposto, il bambino vede la mamma e sorride. Metto un telo davanti alla mamma, la
mamma scompare e il bambino inizia a piangere perché pensa che la mamma sia sparita. Tolgo il
telo e il bambino di nuovo sorride perché la mamma è tornata.

Perché fa questo il bambino? Perché il suo cervello non è ancora del tutto sviluppato e quindi non
ha ancora sviluppato tutte le capacità cognitive. Verso i sei mesi alcune capacità cognitive
superiori emergono come appunto la capacità della permanenza dell'oggetto. Quindi se io
nascondo la mamma dietro un telo (oppure nascondo un gioco che al bambino piace, una palla per
esempio), se io questa palla la nascondo e dopo la faccio riapparire, quando la nascondo il
bambino piange quando la palla torna il bambino sorride (se ha meno di sei mesi), dopo i sei mesi
il bambino non ha più questa reazione perché sa che la palla non sparisce se io la nascondo dietro
un telo. Questo accade perché il bambino ha sviluppato la capacità di comprensione della
permanenza dell'oggetto. Allo stesso tempo questo test della macchia se è riuscito è indice anche
che il soggetto è in grado di giocare a far finta, mettere in atto tutta una serie di simulazioni
(facciamo finta che io sia un soldato, facciamo che io sia un’astronauta e così via.)

Tutte queste caratteristiche appunto sarebbero poi possibili se si vede che l’individuo è in grado di
riconoscersi allo specchio, e sembra, secondo alcuni studiosi, che i primati non umani siano in
grado di fare questo ma non tutti gli studiosi concordano. Secondo alcuni studiosi altre specie che
non sviluppano capacità simbolica se adeguatamente istruiti a riconoscere delle macchie rosse
sono in grado di fare questo. Questo dibattito è stato a lungo aperto ma oggi è meno aspro, però
comunque è ancora in corso. Lo scimpanzè in sostanza sembra essere in grado di riconoscersi allo
specchio.

Per quel che riguarda la teoria della mente (in inglese The theory of mind (TOM) se io mi
riconosco allo specchio è perché sono in grado di sviluppare una rappresentazione di me stesso,
quindi uno scimpanzé si riconosce perché ha una rappresentazione del sé, si dice, cioè è in grado
di mentalizzare la propria figura, la propria persona, la propria esistenza. Il fatto che io sia in grado
di mentalizzare è il primo passo per sviluppare la teoria della mente.

Quindi, il riconoscimento allo specchio è il primo passo verso mentalizzazione, la rappresentazione


del sé, che è il primo passo poi verso la rappresentazione delle menti altrui, che è alla base della
teoria della mente.
Nel momento in cui io sono in grado di rappresentarmi le menti altrui, sono anche in grado di fare
finta, di simulare. Se io sono in grado di capire cosa passa per la mente altrui sono anche
teoricamente in grado di usare quella conoscenza per mentire. Perché dovrei mentire e attuare
una menzogna? Per trarne un vantaggio evolutivo, contingente, momentaneo magari ma sempre
un vantaggio in prospettiva della competizione. Perché quindi si studia la menzogna, la condotta
della comunicazione ingannevole all'interno del gruppo degli scimpanzé? Perché la capacità di
saper mentire, simulare e ingannare sembrerebbe essere la dimostrazione dell’esistenza della
teoria della mente. È davvero così? Vale a dire saper mentire intenzionalmente, la menzogna
intenzionale è equivalente a possedere una teoria della mente? Per ora non risponde, ci fa una lista
delle capacità di inganno messe in atto dagli scimpanzè e poi ragioniamo sul fatto che queste
richiedano una teoria della mente oppure no.

Necessariamente mentire richiede una teoria della mente o si può mentire e avere una condotta
ingannevole anche senza la teoria della mente?
Vediamo intanto di capire cosa fa lo scimpanzé: lo scimpanzè nel caso di ingannare
intenzionalmente in diverse situazioni (menzogna intenzionale)
 Per esempio, è in grado di produrre un segnale in un certo contesto ed è consapevole che
quel segnale in quel contesto modificherà le azioni del comportamento altrui. Quindi sa
che una sua azione in questo caso la produzione del segnale in un certo contesto viene
associata dai suoi consimili a una certa risposta, cioè una modifica di un certo
comportamento. A fronte di un certo segnale per via del contesto in cui questo segnale è
lanciato, i consimili modificheranno il loro comportamento in funzione del segnale stesso.
Questo lo scimpanzé che lancia il segnale lo sa.
 Lo scimpanzé sa anche che se lancia un segnale in un contesto diverso, allora siccome
questo segnale è associato a un certo comportamento, questo comportamento si attuerà
se io lancio quel segnale, segnale collegato a una certa reazione, comportamento di
reazione che i miei consimili avranno, e io lo lancio anche in altro contesto. Questo
fenomeno si chiama fenomeno di falsificazione attiva perché io so che i miei consimili
risponderanno con un comportamento anche se io lancio il segnale in un contesto diverso.
 Oppure all’opposto: io nascondo delle informazioni, vale a dire non lancio il segnale in un
certo contesto e quindi ometto delle informazioni. Questo magari lo faccio per avere un
vantaggio personale, perché magari nel caso in cui io abbia commesso la falsificazione
attiva volevo magari allontanare i miei compagni dal cibo che ho trovato e indicare loro con
un segnale che il cibo è da un’altra parte oppure al contrario non lancio un segnale perché
ho trovato del cibo che voglio tenere per me e quindi non lancio il segnale che i miei
consimili si aspetterebbero nel caso in cui fossi riuscito a trovare il cibo = occultamento di
informazione. In entrambe le situazioni l’animale ottiene un vantaggio personale a
discapito degli altri.
 Si parla anche di menzogna tattica all'interno del mondo di scimpanzé, vale a dire la capacità di
un animale di produrre un'azione banale-semplice in modo che gli altri individui interpretino in
modo forviante il significato di questa azione e questa azione commessa in modo deviante va a
vantaggio dell’individuo ingannatore. Quindi io produco un’azione che è associata a un certo
contesto e quindi induco gli altri a credere, a interpretare quell’azione in un certo modo quindi
ad associare un significato a quell’azione mentre in realtà questa associazione è errata, quindi
sto simulando l'azione e quindi questo lo faccio per avere un mio scopo personale. Per
esempio - OCCULTAMENTO ATTIVO: se io voglio ingannare uno scimpanzè magari emetto un
richiamo, e poiché sono una specie che è in grado di produrre delle espressioni facciali
emotivamente rilevanti, magari non voglio far vedere all’altro scimpanzè quale può essere la
mia espressione facciale perché magari può essere discordante rispetto al richiamo che ho
emesso per ingannarlo, quindi io magari mi occulto la faccia con le mani. Un altro esempio può
essere la CONDOTTA FUORVIANTE, cioè per esempio quando due scimpanzè si scontrano e
uno perde, quello che ha perso può distendere un braccio in segno di riappacificazione e
quando l’altro si avvicina, lo attacca ripetutamente. Oppure si può rispondere ad un inganno
con CONTROINGANNO, condotte di risposta all’inganno con altre forme di inganno che
dipendono da quello subito. Ad esempio, se sono ingannato con la condotta fuorviante, posso
a mia volta replicarla.

Quindi i primati NON UMANI sono in grado di sviluppare questa teoria della mente oppure no?
“Teoria del comportamento” o “teoria della mente”?
Vediamo cosa sono in grado di interpretare, questi elementi legati alla menzogna sono
effettivamente riconducibili al fatto che io scimpanzè sono in grado di raffigurarmi ciò che un altro
scimpanzè pensa, quindi tutto questo è legato alla capacità di figurarmi lo stato mentale altrui,
oppure sono in qualche modo collegate queste capacità che ho dimostrato di avere (come la
menzogna) al fatto che io sono in grado di fare delle previsioni legate al comportamento dei miei
consimili. Cosa valuto, la mente o un comportamento? Sono in grado di figurarmi la loro mente o
vivendoci so prevedere le loro mosse/comportamenti e ciò che ha a che vedere con le loro
intenzioni/interessi/emozioni e quindi di elaborare una teoria del comportamento?

Sapersi rappresentare il comportamento è una rappresentazione di tipo PRIMARIO, mentre


rappresentare nella propria mente quella altrui, cioè fare la rappresentazione di una
rappresentazione, prende il nome di METARAPPRESENTAZIONE o rappresentazione
SECONDARIA. Questa vuol dire che nella mia mente io mi faccio una mappa delle mente altrui, i
primati sono in grado di fare questo? Questo è il dibattito che intrattiene molti studiosi,
sembrerebbe che sebbene ci sia una qualche forma di rappresentazione da parte dei primati,
questi siano sostanzialmente più che altro in grado di ELABORARE UNA TEORIA DEL
COMPORTAMENTO.

Sono in grado di avere una comunicazione intenzionale? I primati sono anche in grado di leggere le
intenzioni altrui e il loro comportamento è intenzionale. Il riconoscimento del sé davanti allo
specchio è il precursore dello sviluppo di capacità legate alla comunicazione intenzionale. I
requisiti della comunicazione intenzionale sono:
 Un processo di mediazione: cioè in cui ci sia di mezzo un altro elemento, che può essere un
individuo o un oggetto. Infatti, si dice che la comunicazione intenzionale richiede che ci sia
come prerequisito un processo di mediazione, vale a dire la comunicazione che un
individuo ha raggiunge uno scopo attraverso l’azione di un altro individuo. Questo tipo di
azione viene raggiunta in maniera mediata.
 Ci deve essere un contatto ATTENTIVO, cioè un’attenzione condivisa, quello che definito
prima il feedback, A osserva se B ha recepito il suo segnale e lo prende in considerazione.
Un prerequisito della comunicazione è che io comunico qualcosa a B nel momento in cui
non solo io ho intenzione di inviare un messaggio a B e sono in grado di mandare un
messaggio a B, ma B recepisce questo messaggio, e è in grado di recepirlo se condividiamo
una serie di simboli, questo per quanto riguarda gli esseri umani. Però B, il destinatario, è
in grado di recepire la mia comunicazione, quindi il segnale deve essere recepito e preso in
considerazione. Se c’è appunto questo scambio affettivo.

Alla luce di questo, e delle differenze che ci possono essere tra comunicazione umana e
comunicazione animale, Povinelli, lo studioso che prima abbiamo nominato in merito alla regola
della faccia, ritiene che effettivamente gli scimpanzè (primati non umani in genere) siano in grado
di sviluppare una certa specializzazione cognitiva. Specializzazione cognitiva vuol dire che rispetto
agli altri animali hanno delle capacità cognitive peculiari. I primati non umani sviluppano rispetto
alle altre specie nel corso dell’evoluzione tutta una serie di caratteristiche mentali che poi sono alla
base di quelle capacità che permetteranno a noi esseri umani di poter fare delle valutazioni sugli
stati mentali altrui, oltre che sugli stati mentali che ci appartengono e di interpretare anche i
comportamenti.
Ipotesi della reinterpretazione (Povinelli): la specie umana è caratterizzata dalla comparsa di una nuova
specializzazione cognitiva che consente agli esseri umani di ragionare sugli stati mentali propri e altrui e di
interpretare le tendenze comportamentali degli altri in modo nuovo.

Quindi in sostanza Povinelli ritiene che i primati non umani sviluppino una sorta di teoria implicita
della mente, cioè una rappresentazione di primo tipo, vale a dire: noi essere umani siamo in grado
di sviluppare una teoria della mente, cioè di ragionare sugli stati mentali propri e altrui perché
questa capacità la ereditiamo dai nostri genitori, cioè i primati non umani, che sono andati
incontro nel corso dell’evoluzione a una specializzazione mentale, che permette loro di percepire i
membri del proprio gruppo, i consimili, come dotati di alcune caratteristiche come “animati” e
“diretti”. Animati nel senso che esistono, quindi riconosco che c’è dell’esistenza anche al di fuori
della mia persona, e diretti vale a dire che gli altri individui sono orientati comunque verso uno
scopo e questo scopo verso cui sono diretti fa sì che questi individui attuino un certo
comportamento e questo comportamento ha comunque un certo grado di prevedibilità. Questo
comportamento grazie a un certo numero di indizi, è prevedibili, vale a dire dopo un certo numero
di volte che ho osservato questo comportamento, sono in grado di capire quali saranno i
comportamenti che verranno messi in atto per raggiungere quel certo scopo. Questa seconda
Povinelli è la capacità che le altre specie hanno.

Vale a dire, benchè ci siano una serie di somiglianze tra noi e gli altri, ossia questi scimpanzé, ossia
una certa capacità referenziale, una certa capacità intenzionale che comunque sia,
qualitativamente differisce da quella umana, una certa capacità di orientare l'attenzione, tuttavia
qualitativamente la nostra capacità di sviluppare nella mente è diversa rispetto a quella degli
scimpanzè, in quanto quella degli scimpanzè sarebbe una capacità unica rispetto a quella degli
altri specie viventi, ma non è paragonabile alla nostra capacità legata alla possibilità di
rappresentarsi le menti altrui.
Quindi la meta rappresentazione è una caratteristica esclusivamente umana vale a dire la
capacità di dire qualcosa, di valutare, di ragionare sugli gli stati mentali propri e altrui,
caratterizzerebbe solo la nostra specie, mentre i primati non umani sarebbero in grado di
sviluppare una sorta di teoria del comportamento, una teoria della mente implicita, o appunto
teoria del comportamento perché sulla base di indizi sono in grado di valutare, prevedere ed
effettuare delle previsioni su un comportamento, perché comunque io scimpanzé comprendo che i
miei consigli sono comunque diretti verso uno scopo, sono comunque orientati a uno scopo.

Quindi la comunicazione umana e quella animale sono qualitativamente diverse. Che


caratteristiche ha la comunicazione dei primati non umani? Alcune caratteristiche sono simili dalle
nostre, altre invece no, noi abbiamo sviluppato capacità più specializzate. La comunicazione nei
primati non umani è:
 Relazionale
 Referenziale, anche noi abbiamo capacità preferenziali e relazionali. Ma la nostra capacità
comunicativa non è solo relazionale, è anche proposizionale. Mentre gli scimpanzé non
sono dotati di capacità proposizionale. Un richiamo ad uno scimpanzé non è in grado, per
esempio, di effettuare una dislocazione. I richiami sono collegati al qui ed ora.
 È unidirezionale la comunicazione animale, in quanto uno scimpanzé non è in grado di
assumere il punto di vista dell'altro, quindi non sono in grado di immedesimarmi nell’altro
scimpanzè, non c’è scambio di punti di vista. Il fatto che io sia in grado di fare delle
previsioni è perché sono in grado di prevedere il comportamento altrui, non perché
ragiono sulla mente di un altro scimpanzè.
 Ha carattere imperativo questa comunicazione vale a dire che è orientata alle azioni da
fare, non alla teoria, non al pensiero. Carattere imperativo in quanto questa capacità di
prevedere il comportamento è collegata a un’azione, non a una mentalizzazione.

Tutti questi elementi comunicativi, tutte queste caratteristiche comunicative sono alla base dello
sviluppo culturale. Ossia, tutte le capacità umane legate alla comunicazione sono uno dei
precursori che hanno fatto sì che noi siamo stati in grado di sviluppare una struttura, mentre i
primati non umani non sono stati in grado di farlo. Quindi è per questo che la cultura come la
intendiamo noi, non è stata sviluppata dai primati non umani ma solamente gli esseri umani hanno
sviluppato una cultura.

Cultura e comunicazione sono strettamente collegate. Quindi sebbene la comunicazione animale,


sia stata per noi l'elemento fondamentale per poter sviluppare una cultura, è stato fondamentale
però che ci sia stato un passaggio qualitativo tra comunicazione animale e comunicazione umana
per poter poi arrivare poi a sviluppare una cultura.
Quindi, dopo la comunicazione animale, ci sono stati ulteriori elementi che la nostra specie ha
sviluppato e che ci hanno permesso di sviluppare la cultura. Alcuni riguardano il modo in cui ci
organizziamo in gruppi e quindi sono caratteristiche sociali, sono caratteristiche collegate
all’organizzazione sociale e al modo in cui ci relazioniamo con l’ambiente, altre sono
caratteristiche fisiche, legate al modo in cui biologicamente il nostro organismo si è evoluto.

Nel passaggio fra comunicazione animale e comunicazione umana la cultura costituisce il fattore
determinante, poiché essa istituisce le condizioni necessarie per l’elaborazione dei significati.
Quindi, da una parte lo sviluppo di una cultura ci è stato permesso da:
 Il raggiungimento della stazione eretta e del bipedismo, che ha lasciato libere le mani di
manipolare oggetti e al fatto che si sia sviluppato il pollice opponibile;
 L’aumento del quoziente di encefalizzazione (prendiamo un cucciolo di scimpanzé e un
bambino umano di pari peso): il rapporto che c'è tra i due cervelli è maggiore a favore del
cervello umano, cioè il cervello umano pesa di più rispetto a quello dello scimpanzè se
confrontiamo due individui di pari peso.
 Si è sviluppato l’apparato vocale umano, che ci ha permesso di articolare i suoni che
caratterizzano le lingue naturali. La laringe originariamente aveva solamente ruolo di
sfintere che ci permettesse di non soffocare durante il vomito, però un po’ grazie alla
modifica raggiunta durante il bipedismo, un po’ grazie ad altri fattori evolutivi, si è
sviluppato l’apparato vocale così come lo conosciamo oggi, permettendo di articolare i
suoni linguistici. Quando parliamo di apparato vocale ci si riferisce sia all’apparato laringale
che sovralaringale. Tutto ciò che costituisce biologicamente ciò che è intorno alla laringe, la
laringe stessa, tutto ciò che si trova all’interno o all’esterno della bocca, labbra e anche il
naso= ha un ruolo fondamentale nella fonazione.
 Un altro elemento che ci caratterizza è la prematuranza neonatale. Ossia, noi nasciamo
NON finiti. Non abbiamo finito di svilupparci, perché il nostro cervello quando noi veniamo
al mondo, è dotato di troppi neuroni. Perché? Abbiamo parlato di filogenesi: ossia, come
una specie si sviluppa nel tempo a partire dalle altre, quindi come la nostra specie deriva
dagli scimpanzè. Ontogenesi: come si sviluppa la nostra specie nel qui ed ora. Ma c’è anche
la etigenesi ossia come il nostro cervello si sviluppa a partire dalla dotazione genetica in
rapporto con l’ambiente. Noi nasciamo con un cervello che ancora deve maturare, e il
nostro cervello ha troppi neuroni rispetto a quelli che poi rimarranno perché alcuni neuroni
andranno a morire sulla base di quelle che sono poi le connessioni che si andranno a
formare. Queste connessioni tra neuroni si formeranno in risposta a gli stimoli ambientali.
 In più noi siamo in grado di sviluppare anche cooperazione e altruismo spontaneo senza
tener conto del numero di debiti e di crediti. Cosa abbiamo visto con gli scimpanzè? Che
anche gli scimpanzè sono in grado di sviluppare cooperazione e altruismo, però questo
altruismo comunque tiene sempre conto di quali siano, sia che ci sia un’azione fatta a
beneficio di un gruppo, sia a beneficio di un singolo individuo della propria specie, i debiti
che maturiamo nei confronti di altri individui consimili, che sia dei crediti che invece ci
aspettiamo poi di avere nei confronti di altri individui che abbiamo aiutato. Noi invece
come specie, siamo in grado sempre di attuare altruismo e cooperazione che però non si
aspetta necessariamente di ricevere in cambio alcun tipo di credito. Noi questa capacità ce
la portiamo dietro dal modo in cui si sono organizzati in comunità/in gruppi i nostri
progenitori però in noi, nelle nostre comunità, nella nostra società questa caratteristica ha
avuto un ulteriore sviluppo.

Queste sono tutte condizioni per cui si sviluppi una cultura come la intendiamo oggi.
La cultura non è qualcosa che si è sviluppato in maniera veloce e in tempi lontani, perché la
cultura è il prodotto di altri eventi, quindi, non è propriamente un’invenzione perché è il prodotto
di ulteriori circostanze, ulteriori meccanismi in tempi recenti. Dobbiamo pensare che queste
condizioni fisiche o ambientali non si sono presentate tutti insieme e improvvisamente, ma ci sono
voluti milioni di anni di evoluzione e prima che si potesse sviluppare una cultura come la
intendiamo oggi, i nostri progenitori, i primi ominidi hanno per anni sviluppato manufatti litici
entro quella che si chiama protocultura, quindi prima ancora di avviarci verso una cultura vera e
propria i nostri progenitori hanno vissuto dentro una protocultura. È solo con l’avvento dell’Homo
Sapiens che con l'utilizzo di simboli per comunicare, per organizzare una vita sociale più
complessa, si è sviluppata poi piano piano una vera e propria cultura, che si è sviluppata quando
poi c'è stata una specializzazione di questi manufatti litici che sono stati destinati a scopi
diversificati.

In particolare, è solo con l'avvento dei simboli che si può parlare dell’avvento della cultura, per
questo la nostra specie Homo Sapiens si definisce specie simbolica. Perché è con l'avvento della
capacità della manipolazione dei simboli che gli esseri umani hanno sviluppato la cultura e hanno
destinato i manufatti litici a scopi diversificati. I SIMBOLI sono delle realtà mentali, delle strutture
mentali, delle rappresentazioni di situazioni che si presentano alla realtà, quindi sono la
mentalizzazione della realtà. Non sono fotocopie della realtà, ma strutture mentali flessibili, che
consentono di “raffigurare” per le corrispettive situazioni della realtà.

A quel punto la comunicazione umana si sposta sulla comunicazione simbolica e sulla capacità
anche di sviluppare nuovi significati a questi simboli. Infatti, il simbolo non è qualcosa di
necessariamente fisso. Ad esempio, a linguistica: Cosa vuol dire arbitrarietà del linguaggio? Vuol
dire che i simboli linguistici in realtà hanno natura arbitraria, tra significante e significato non c'è
una relazione razionale, ma c'è una relazione che si è andata consolidando nel tempo. Quindi è un
legame di tipo contingente che poi si è stabilizzato, quindi è un legame strutturale/culturale?. Ed è
su questi simboli che poi si è creata appunto la cultura umana, la cultura simbolica: ossia ciò che
governa i legami sociali, virtualmente ogni legame sociale è vincolato da un contratto, un contratto
anche non formale. Si pensi per esempio qua per riprendere l’approccio alla comunicazione,
quando si è parlato di Goffman, abbiamo parlato di etica/etichetta ed estetica, che sono i codici
formali. Sono codici, quindi vuol dire che di mezzo ci sono dei simboli e questi simboli sono
organizzati seguendo delle regole quindi se seguono delle regole c'è di mezzo un contratto, c'è un
qualcosa che ci dice come devono essere organizzati questi simboli. La forma più immediata di
contratto sociale che ci viene in mente quando parliamo di questo sono per esempio le leggi che
non sono altro che un tipo prodotto della nostra società per regolare dei legami all'interno della
nostra società e civiltà.
La nostra è una SPECIE SIMBOLICA in grado di produrre, condividere e comunicare simboli e quindi
cultura. Su questa base si è costruita la CULTURA SIMBOLICA che rappresenta la piattaforma del
contratto sociale e di ogni forma di civiltà.

LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO


Quando abbiamo parlato della nostra capacità di comunicare abbiamo parlato anche della
capacità proposizionale della mente e della capacità confutazionale che noi abbiamo e di come il
linguaggio abbia avuto un ruolo fondamentale nel nostro sviluppo comunicativo e quindi si è avuto
anche nello sviluppo culturale. È così fondamentale il linguaggio che è molto difficile pensare a
un pensiero privo di linguaggio. Esistono modalità di pensiero che non fanno riferimento al
linguaggio articolato, tuttavia è molto difficile pensare a come questa possa esistere.

Tuttavia, il linguaggio dal punto di vista del nostro sviluppo culturale è stato fondamentale e il
linguaggio si è potuto sviluppare comunque con lo sviluppo delle nostre capacità cognitive e allo
stesso tempo con lo sviluppo dell’apparato fonatorio che abbiamo oggi. Quindi per parlare dello
sviluppo culturale abbiamo avuto tutti questi prerequisiti (apparato fonatorio ecc.), poi la capacità
di manipolare simboli, però non siamo ancora in grado di dire come sia nato il linguaggio
(nonostante questo sia fondamentale per il nostro sviluppo culturale).

Non possiamo andare a ricercare direttamente come questo si è sviluppata perché mentre per le
capacità matematiche possiamo fare esperimenti direttamente sugli scimpanzè perché questi
hanno delle capacità matematiche, il fatto che questi scimpanzé non siano dotati di un apparato
fonatorio e di altre capacità cognitive paragonabili alle nostre per molti aspetti che invece
richiederebbero un ambito di indagine per studiare il linguaggio, fa sì che sostanzialmente noi
possiamo ragionare per ipotesi e quindi esistono diversi ipotesi su come il linguaggio si sia potuto
sviluppare, come il linguaggio sia arrivato a noi.

Quando è sorto il linguaggio? Il range temporale è piuttosto ampio, tra 80.000 e 10.000 anni fa
l’Homo Sapiens si sarebbe dotato di linguaggio. È comparso dopo la conformazione moderna
dell’apparato vocale, ma è probabile.

Riguardo al linguaggio ci sono diverse teorie su come questo sia nato:


1) Teoria della discontinuità: per Chomsky il linguaggio umano non è in continuità con le capacità
comunicative degli scimpanzé quindi il linguaggio umano non si è sviluppato per filogenesi rispetto
ai sistemi di comunicazione degli scimpanzè, dei primati non-umani, ma è un prodotto secondario
dello sviluppo delle capacità cognitive degli esseri umani e si sarebbe presentato per SALTO
evolutivo per la nostra specie e basta. Quindi c'è stato un salto evolutivo, un salto linguistico che
ha caratterizzato la nostra specie per Chomsky.
2) Ipotesi del protolinguaggio: esattamente come c’è una protocultura, ci sarebbe anche un
protolinguaggio. Cioè prima del linguaggio articolato così come lo conosciamo oggi, gli ominidi
avrebbero avuto una sorta di protolinguaggio, vale a dire una sorta di abilità di utilizzo di parole
ma senza la grammatica, perché qual è il problema del pensiero Chomskiano di prima? Nessuna
teoria riesce a spiegare come si è sviluppata la sintassi umana. Il protolinguaggio sarebbe un
linguaggio senza sintassi ma solo con simboli quindi gli ominidi avrebbero usato le parole
giustapposte e senza sintassi, privo di grammatica. In realtà ci sono diverse teorie sul
protolinguaggio, molti studiosi hanno idee diverse su come avrebbe dovuto essere il
protolinguaggio. Brickerton, studioso che è molto vicino comunque alle posizioni di Chomsky,
ritiene che ci sarebbe stato il protolinguaggio e poi a un certo punto ci sarebbe stato un salto in
avanti, infatti lui è il padre della teoria del così detto grande salto in avanti, secondo cui a un certo
punto noi saremmo stati dotati di questo protolinguaggio in quanto ominidi, poi sarebbe
intervenuta nella nostra specie un’ulteriore modifica genetica, una mutazione singola che ci
avrebbe poi permesso di riorganizzare il cervello, di andare incontro a un ulteriore sviluppo di
capacità cognitive che avrebbe avuto poi come esito quello di sviluppare la sintassi, e nasce così il
linguaggio articolato così come lo conosciamo oggi. Secondo Brickerton sarebbe andata così
(morto di recente, Chomsky ancora vivo).

3)L’istinto del linguaggio: Due studiosi Steven Pinker and Ray Jackendoff hanno due visioni molto
vicine che sono vicine anche a Chomsky, negli ultimi 20 anni si sono leggermente discostati. Pinker
è uno psicolinguista, Jackendoff è un linguista generativista, formalista perché lavora nel ramo
della linguistica di Noam Chomsky e la pensano in modo abbastanza vicino a Chomsky, solo che
per alcuni aspetti il loro pensiero si è leggermente discostato negli ultimi anni. Per Steven Pinker il
linguaggio è qualcosa che è specie-specifico (come Chomsky). Per Pinker è un istinto specie-
specifico, quindi è qualcosa dal quale non possiamo sottrarci però qual è la differenza? Ci sono
delle caratteristiche del linguaggio che fanno sì che sebbene questo sia solo nella nostra specie,
questo si è evoluto gradualmente a partire dai richiami degli scimpanzéquindi non sarebbe stata
una comparsa improvvisa.
4)Teoria delle continuità: Jackendoff invece parla di continuità evolutiva e parla di teoria
gradualistica: cioè il linguaggio articolato sarebbe costituito da più insiemi ciascuno dei quali ha
delle proprie caratteristiche. Vale a dire, secondo Jackendoff ci sarebbero alcune caratteristiche
del linguaggio che derivano direttamente dai sistemi comunicativi degli scimpanzè e poi altre
caratteristiche che invece non sono riconducibili ai sistemi di comunicazione degli scimpanzè e
questi tipi di sistemi che coesistono tutti nel linguaggio articolato che oggi abbiamo, sono confluiti
nel nostro linguaggio articolato a partire da momenti diversi dell’evoluzione. Pinker e Jackendoff a
un certo punto scrivono insieme dei saggi, in cui per alcuni versi la pensano diversamente da
Chomsky perché mentre Chomsky è molto preciso e rigido sulle sue teorie: il linguaggio è specie-
specifico e ce l’abbiamo per salto evolutivo; P. e J invece dicono che ci sono alcuni elementi che
invece si sono sviluppati perché comunque sia il linguaggio serve per comunicare e quindi il fatto
che il linguaggio serva per comunicare ha influenzato ha influenzato il modo in cui il linguaggio si è
evoluto.
Per Chomsky invece il linguaggio ce l'abbiamo per salto evolutivo, e avrebbe la forma attuale per
puro caso. Il linguaggio è un caso che noi lo utilizziamo per comunicare, ma il linguaggio umano
non ha le caratteristiche che gli attribuiamo oggi perché serve per comunicare. Invece, P. e J
ritengono che la spinta evolutiva, la selezione naturale hanno fatto in modo che il linguaggio abbia
appunto la forma che ha oggi perché il linguaggio si è evoluto per necessità comunicative.
C’è però un'altra teoria. Quando si è parlato degli scambi reciproci, delle alleanze tra scimpanzé, si
è parlato del grooming, attività che riguarda la tolettatura della pelliccia degli scimpanzè.
5)Il linguaggio come grooming e pettegolezzo: Questo grooming lo ritroveremo più avanti quando
ci occuperemo della comunicazione tra gruppi. Questo grooming è come un’attività sociale che gli
scimpanzè compiono, in grossi gruppi, in cui ci sono circa fino a una cinquantina di individui, e
sembrerebbe questo grooming, essere alla base dello sviluppo del linguaggio per alcuni studiosi
come questo Dunbar. D è uno studioso che sostiene che il linguaggio abbia un’origine sociale. In
particolare, l’origine del linguaggio articolato sarebbe da ricercarsi nella pratica del grooming che
comunque è un’attività in cui sono spesso impegnati questi scimpanzè (20% della loro attività
quotidiana). È un modo in cui si sta vicini, si sviluppano i legami e il grooming però non è efficace in
attività che richiedano più di 50 o 55 individui, quindi per poter realizzare comunque una socialità
che implica più individui, allora si sarebbe sviluppato il linguaggio, perché sarebbe un’attività lascia
libero l’impiego delle mani e che permette appunto di coinvolgere più individui in un gruppo.
Secondo da Dunbar questo avrebbe che vedere con il pettegolezzo. Il pettegolezzo non è altro che
la manifestazione del fatto che la necessità di comunicare è stato un istinto, insito nelle varie
specie (nostra e dei primati non umani). Esso non ha altro scopo che quello di comunicare per
comunicare, e quindi il grooming sarebbe un ANTESIGNANO del pettegolezzo. Il linguaggio si
sarebbe evoluto per mantenere questi legami sociali, quindi al fine di mantenere questi legami
sociali, quindi comunicare solo per comunicare, senza che vi sia una pregnanza di contenuti, allora
si sarebbe evoluto il pettegolezzo, ecco dunque il legame tra pettegolezzo e grooming. Poiché
inefficiente in contesti maggiori, la selezione naturale ha portato a sostituire il grooming con il
linguaggio. D. conclude che la maggior parte della comunicazione è destinata al pettegolezzo che
ha la funzione di mantenere e rinnovare i legami sociali.

C'è anche un'altra teoria legata allo sviluppo del linguaggio.


6)Teoria motoria: Il linguaggio umano ha un’origine motoria o un’origine acustica? E questa teoria
sull’origine motoria del linguaggio riguarderebbe il fatto che alcuni centri motori e quelli linguistici
sono molto vicini nel cervello, addirittura, ci sono connessioni in comune: per esempio, i
movimenti della mano e quelli della bocca. Quindi il linguaggio qui è interpretato come un
parassita che si è evoluto successivamente e si è andato a innestare successivamente su quelli che
sono i centri motori del nostro cervello e quindi si è andato a sovrapporre ai moduli non linguistici
che già esistevano. C’è stato un periodo in cui era stata sviluppata questa teoria nota come teoria
dell'evoluzione del linguaggio legata ai neuroni specchio. Cosa sarebbero?
Sarebbero dei neuroni multimodali che pare si attivino sia quando noi vediamo un’azione fatta da
altri, e si attivano anche quando questa azione la facciamo noi. Il punto è che questi neuroni
sarebbero collocati, negli scimpanzè, in quell’area detta area di Brocà, dal nome di un afasiologo
francese, ossia un medico che si occupava di disturbi del linguaggio derivanti da lesione cerebrale.
Questi neuroni specchio sono collocati negli scimpanzè in quelle aree che poi in noi esseri umani
sarebbero divenute aree collegate al controllo della parte articolatoria del linguaggio. Allora
questo avrebbe fornito una base secondo alcuni per spiegare l’evoluzione del linguaggio. Su
questo non c'è particolare accordo oggi. Innanzitutto, perché questi neuroni sono stati individuati
nelle scimmie e non negli esseri umani, e poi perché in realtà questa multimodalità dei neuroni
specchio non sarebbe esclusiva di questi neuroni, ma in generale tanti gruppi di neuroni sarebbero
associabili a più compiti, quindi la teoria motoria non è particolarmente condivisa da tutti gli
studiosi. Questa teoria motoria è all’opposto rispetto a quella Di Chomsky. Quindi mentre quella
di Dunbar /danbar/, quella sul pettegolezzo è un po’ originale, Pinker e J. stanno nel mezzo, sono
un po' a favore delle idee di Chomsky, un po’ anche del ruolo che l’evoluzione ha avuto nello
sviluppo del linguaggio.Chomsky e la teoria motoria del linguaggio sono all’opposto. Sul
protolinguaggio invece dipende un po' da che cosa si intende per protolinguaggio e quale
protolinguaggio si intende al giorno d'oggi.

Tuttavia, per quel che riguarda la formazione del linguaggio, non c'è una teoria che spieghi
effettivamente come linguaggio si è evoluto, quindi come mai sia comparso questo linguaggio.
Però il punto è che né nella teoria della discontinuità di Chomsky, che parla di salto evolutivo, né
quella della continuità spiegano esattamente che cosa sia accaduto.

Un’ipotesi attuale che gode di maggiore accreditamento presso alcune categorie di studiosi che
però non sono linguisti, è quella delle esplosioni punteggiate: a un certo punto ci sarebbe una
sorta di continuità tra la comunicazione animale e la comunicazione umana, ci sarebbero delle
mutazioni nel corso dell’evoluzione (le così dette esplosioni punteggiate) che poi portano al
linguaggio umano.

Certo è che una sola mutazione genetica come pensa Bickerton di certo non è in grado di spiegare
come mai linguaggio si è evoluto. È completamente caduta in disuso la teoria di Petersen per la
quale ci sarebbe stata una sola lingua madre, detta NOSTRATICO, che avrebbe poi dato origine a
tutte le altre. Si sarebbe sviluppata nei territori del Libano, Israele i paesi che conosciamo come
MEZZALUNA FERTILE. Tale ipotesi è oggi superata dagli studi di evoluzione sul linguaggio che
tendono ad affermarne un’origine africana. Le prime lingue parlate si ritrovano comunque in
Africa, là dove sono stati trovati i corpi dei primi ominidi.

Il concetto di cultura
Cosa intendiamo per cultura? Il linguaggio ha una grande importanza per lo sviluppo della cultura.
La cultura è il prodotto della nostra mente o è qualcosa che esiste al di là delle nostre menti? La
cultura è costituita da oggetti concreti (cultura materiale) o da qualcosa che nasce dalla nostra
mente e che poi viene attuata nel mondo? Qual è la prospettiva da adottare, quella esterna o
quella interna? Ha senso parlare di cultura o dobbiamo parlare di culture?

Anolli si è occupato molto di psicologia della cultura: è un approccio che cerca di superare i punti
di vista portati avanti da una parte dalla psicologia culturale, dall’ altra dalla psicologia
interculturale. La psicologia culturale è il primo approccio psicologico allo studio delle culture, e
che prospettiva adotta questo approccio? Una prospettiva secondo la quale non è possibile
generalizzare parlando di cultura e lo psicologo culturale deve vivere a contatto con la cultura che
sta studiando per spiegarne le peculiarità; dall'altra parte abbiamo la psicologia interculturale che
invece ritiene che si debbano prendere in considerazione quelli che sono gli elementi in comune
tra le culture tralasciando però tutti quelli elementi che non sono concilianti con le altre culture.

Il punto di vista della psicologia culturale è interno, e quello della psicologia interculturale è
esterno. Possiamo definire quello interno con EMICO e quello esterno come ETICO.
Emico ed etico vengono presi dai suffissi fonemico e fonetico, perché il fonema è una realtà
mentale, invece il fono è invece una realtà esterna rispetto alla mente.

Queste due prospettive sono inconciliabili e quindi occorre superarle e occorre un approccio
nuovo che è quello della psicologia della cultura, che tenga entrambi questi aspetti, quello etico e
emico in considerazione.
La cultura come sintesi di “esterno/interno”: la cultura è allo stesso tempo dentro e fuori dalle menti, nei
confronti della cultura ciascuno di noi è nello stesso tempo destinatario, protagonista e osservatore/ emico
ed etico come punti di vista monoculari, parziali ed inconciliabili = psicologia della cultura come
superamento delle dicotomie.

Anolli sulla base di questo dà tutta una serie di visioni della cultura: Cos'è la cultura? Noi pensiamo
alla cultura come a qualcosa di invisibile che si svolge intorno a noi, e la cultura non è qualcosa di
lineare, di semplice ma è invece costituita da tutta una serie di elementi diversificati, un caos, che
si verificano davanti a noi e quindi che io posso sperimentare sul momento, nella contingenza.
Contingenza perché la cultura cambia sempre, quindi il caos fa sì che questa cultura abbia
caratteristiche sempre diverse. La cultura è un CAOS CONTINGENTE che non ha una direzione
prefigurata. Il punto è che è difficile accettare sia il caos sia la contingenza perché pensiamo che la
cultura sia qualcosa di monolitico e non pensiamo che invece la cultura sia qualcosa di
estremamente elastico, di estremamente non fisso. Invece pensiamo che la cultura sia qualcosa di
monolitico, di stabile, di immutabile, qualcosa dal quale se ci allontaniamo possiamo anche sentirci
in colpa perché tradiamo le nostre radici, origini culturali. Invece la cultura cambia sempre, ed è
anche difficile comprende la cultura di un popolo. La lettura che possiamo dare, di un popolo, è a
posteriori. Mentre il caos contingente si verifica è difficile interpretarlo. La lettura che possiamo
dare è solo a posteriori e questo perché non siamo in grado di dare un’interpretazione di questo
caos contingente, solo a posteriori possiamo farlo, con gli strumenti che abbiamo in dotazione che
spesso però sono inadeguati e quindi quando noi pensiamo di essere in grado di dare il nostro
contributo alla lettura di una cultura, non facciamo altro che attuare una distorsione dell’illusione
interpretativa, cioè riteniamo di poter interpretare dei fenomeni che hanno luogo, mentre in
realtà questi fenomeni non sono interpretabili in maniera unica perché appunto il caos non ha una
direzione prefigurata, il caos non ha una direzione prevedibile. Questa condizione di contingenza è
difficile da accettare perché abbiamo bisogno di dare un significato a tutto ciò che accade.

La cultura quindi, è un caos, e si evolve, cambia in continuazione e la cultura appunto cambia, e


questa evoluzione/cambiamento dipende da molti elementi.

EVOLUZIONE DELLA CULTURA


In particolare, abbiamo a che vedere con:
 La trasmissione culturale
 L’appropriazione culturale
Da una parte la cultura viene trasmessa, dall’altra ci se ne appropria. E questo avviene tramite
l’interazione sociale, vale a dire il fatto che la cultura venga agita all'interno di gruppi quindi
all’interno di società, fa sì che essa cambi. Quindi quali sono questi due fenomeni?
L'apprendimento culturale e l’acculturazione, che differenza c’è?
-L’appropriazione culturale o apprendimento culturale è una capacità che noi abbiamo che è
quella di acquisire nuove informazioni per il semplice fatto di interagire nella società
indipendentemente dall'avere una certa predisposizione genetica, quindi sebbene noi siamo dotati
di una serie di caratteristiche genetiche e caratteristiche biologiche siamo comunque in grado di
acquisire nuove conoscenze, nuove informazioni e grazie a queste nuove informazioni siamo in
grado di adattarci all’ambiente che ci circonda. Questo è l'apprendimento culturale.
-L’acculturazione invece è il prodotto dell'evoluzione culturale nel corso del tempo, quindi, è un
processo che avviene per accumulazione e non è altro che un processo che più che riguardare
'individuo, riguarda la cultura stessa. La cultura produce altra cultura perché la cultura cambia, per
accumulo la cultura cambia nel tempo, e quindi la cultura produce altra cultura in modo continuo.

Vediamo ancora più strettamente il legame con la comunicazione. Avevamo detto quando
abbiamo parlato di comunicazione e di approccio matematico, che l'informazione genera altra
informazione perché è una differenza che genera un'altra differenza. Questo è vero anche per la
cultura. La cultura appunto è un processo che dà luogo ad altra cultura. Da uno stadio di cultura si
accumula dell'altra cultura e così via. È quindi un fenomeno non arrestabile.
CULTURA COME MEDIAZIONE:
Qui l'azione è mediata attraverso l'utilizzo di alcuni strumenti. Avevamo visto inizialmente la
mediazione che avveniva tra due individui all'interno di un contesto comunicativo e questa
comunicazione avveniva mediante un oggetto, quindi vediamo proprio che la cultura si viene ad
identificare con la mediazione stessa, quindi con l’utilizzo di strumenti terzi, strumenti di
mediazione. L’utilizzo di questi strumenti all'interno di uno scambio comunicativo fa sì che se
questi strumenti vengono utilizzati all’interno di una cultura, essa si evolva e cambi, perché la
cultura fa propri questi strumenti e si arricchisce Questi strumenti si chiamano artefatti, quindi
all'interno della cultura ha luogo una mediazione cioè un'azione immediata, c'è una
interdipendenza tra strumenti di mediazione e persone che li utilizzano. La conseguenza di questo
è il progresso tecnologico. Cosa sono questi elementi? Sono artefatti, che sono un'evoluzione di
quelli che sono gli elementi litici che fanno parte della protocultura.

L’utilizzo di strumenti di mediazione all’interno di una data cultura la trasforma, così come la cultura consente il
miglioramento e l’inserimento di nuovi strumenti. Il rapporto tra soggetto e oggetto, non solo diretto e immediato, ma
anche mediato dagli artefatti, diventato così culturale.
AZIONE MEDIATA: interdipendenza tra strumenti di mediazione e persone che li utilizzano. Su tale interdipendenza si
basa il progresso della tecnologia.

Abbiamo detto che abbiamo la protocultura in cui si sviluppano gli elementi litici, successivamente
questi elementi litici vengono destinati a diverse funzioni, queste diverse funzioni poi acquisiscono
caratteristiche sempre più diversificate e con lo sviluppo cognitivo della specie si aggiunge alla
dotazione genetica iniziale della specie una capacità simbolica che verrà riflessa in questi
manufatti litici che a loro volta arricchiranno la cultura e così via.
Quindi questi artefatti non sono altro che l'evoluzione di questi manufatti litici (di pietra), e da
oggetti concreti questi artefatti diventano in generale delle convenzioni tra gli individui e la cultura
stessa. Gli artefatti sono delle pratiche sociali che possono essere sia dentro che fuori dalla mente.
Sono il progredire degli oggetti litici, quindi degli oggetti fatti in pietra che caratterizzavano la
protocultura.
Si possono avere:
 ARTEFATTI PRIMARI: sono degli oggetti concreti, dei dispositivi che vengono impiegati
direttamente per la produzione e per l’attività umana.
 ARTEFATTI SECONDARI: quindi le pratiche sociali, dei modelli mentali, vale a dire tutta una
serie di schemi mentali, di pratiche sociali. Sono dei modelli mentali (come etica ed
estetica) che riguardano l'interazione sociale.
 ARTEFATTI TERZIARI: che riguardano invece sempre l’interazione dell'individuo con
l'ambiente circostante quindi delle pratiche sociali, ma che hanno a che vedere con
l’immaginazione, con la fantasia, per esempio la creatività artistica.
Esempio: un quadro ha a che vedere sia con gli artefatti terziari perché deriva sia dalla sensibilità
artistica dell’artista, è anche un artefatto secondario perché nel quadro magari trovo raffigurata
quella che è la credenza dell’artista, ma è anche primario perché dà luogo, comunque, a un
prodotto e per sviluppare quel prodotto magari è stato necessario sperimentare nuove tecniche,
utilizzare nuovi strumenti per creare l’opera.
La cultura però è anche partecipazione di senso perché i simboli vengono negoziati all’interno
dello scambio comunicativo sulla base della cultura di riferimento. Quindi questi simboli non sono
fissi, devono di volta in volta venire rinegoziati grazie allo scambio comunicativo. Quindi la cultura
richiede la partecipazione di simboli. Quindi il processo di significazione si ridescrive, si ridefinisce
ogni volta all’interno dello scambio comunicativo. Quindi vuol dire che ci si deve riaccordare
quando ha luogo la cultura e avviene uno scambio comunicativo, le regole, i valori che vengono
messi in campo si rideterminano. Questo avviene attraverso un processo dialogico, un dialogo
secondo Bachtin.

I processi culturali sono paragonabili ad un dialogo perché in questo scambio ci sarebbero più voci
che danno luogo a un continuo generarsi e rigenerarsi di significati.
DIALOGISMO: Bachtin sostiene che i processi culturali costituiscano un divenire non formalizzato di
differenti voci secondo un andamento ciclico rigenerativo. Il dialogo è fondato sull’eteroglossia (utilizzo di
diversi sistemi di simboli) intesa come partecipazione ed elaborazione congiunta di significato fra parlante e
destinatario. Quindi all’interno di un dialogo si vengono a rideterminare i significati che vengono
utilizzati durante lo scambio comunicativo.

Quindi la cultura è considerata una partecipazione di senso perché appunto all'interno del
contesto in cui la cultura si svolge, è possibile dare una rilevanza e rendere riconoscibile agli altri
quei simboli che vengono attuati. Questo naturalmente fa sì che mentre ci sono alcuni si alcuni
simboli che vengono conosciuti, altri vengono magari trascurati perché, chiaramente in uno
scambio comunicativo che dà luogo a un processo culturale alcuni punti di vista possono venire
privilegiati rispetto ad altri= è qui proprio la difficoltà dello scambio interculturale e quindi il ruolo
della mediazione culturale = verificare che i punti di vista che vengono presi in considerazione
siano quelli UTILI allo scambio interculturale. La cultura delimita e ordina lo spazio della realtà cui
conferisce senso, la rende intellegibile, attribuisce rilevanza a certi contenuti e ne trascura altri,
privilegia certi punti di vista e ne ignora altri.

Quindi la consapevolezza culturale è fondamentale appunto per costruire questo scambio


dialogico secondo Bachtim ed è la chiave per comprendere appunto le culture altrui e
comprendere il modo in cui si può passare da una mente mono culturale ha una mente
PLURICULTURALE, e cioè partire da una consapevolezza culturale vuol dire capire che il nostro
punto di vista su una cultura è parziale e noi non siamo dotati di unidirezionalità, come gli
scimpanzè. Noi siamo in grado di assumere il punto vista di un interlocutore a differenza degli
scimpanzé quindi questo vuol dire che siamo in grado di passare a una cultura, a una la
consapevolezza culturale che tenga conto di quanto questo caos contingente sia diversificato. La
consapevolezza culturale costituisce quindi una premessa rilevante per comprendere le culture
altrui e prendervi parte in modo attivo permettendo il passaggio da una mente monoculturale a
una biculturale nell’ottica della continuità.
Cultura e comunicazione chiaramente sono fortemente INTERDIPENDENTI: perché senza la
condivisione dei significati culturali non avrebbe luogo la comunicazione ma senza processi di
comunicazione NON sarebbe possibile il mettere in atto il continuo evolversi della cultura.

Consapevolezza culturale vuol dire rendersi conto che siamo immersi in un caos contingente ma
che comunque per via della distorsione dell’illusione interpretativa noi non siamo in grado di
interpretare una cultura ma possiamo invece fare un'altra cosa, cioè porci nell’ottica dell’altro,
vale a dire siccome la cultura si evolve e attua il proprio scambio all'interno della forma del dialogo
(secondo Bachtim la cultura si scambia grazie al dialogo in sostanza) noi possiamo sforzarci di
acquisire il punto di vista dell'altro quindi l'invito è quello a: non assumere solo il proprio punto di
vista ma anche quello altrui, quindi la consapevolezza culturale è sapere che il nostro punto di
vista è parziale e per poter dare luogo al processo di significazione che fa sì che la cultura si
evolva, dobbiamo sempre tener presente che il nostro punto di vista è parziale e sforzarci di
metterci nel punto di vista dell'altro. Solo così siamo in grado poi di dare luogo a quel processo
culturale che è continuo.