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Classificazione dei frutti semplici

Frutti secchi: con pericarpo secco a maturità

Frutti carnosi: con pericarpo in toto o in parte carnoso

I frutti secchi e i frutti carnosi possono dividersi in due categorie:


deiscenti o indeiscenti

Deiscenti = a maturità si aprono Indeiscenti = a maturità non si


facendo cadere i semi aprono e perciò sono spesso
monospermi (1 solo seme)

I frutti secchi si dividono  equamente fra le due categorie,


mentre quelli carnosi sono più spesso indeiscenti.
Le piante dotate di frutti secchi deiescenti liberano di norma i semi, che
sono quindi i reperti più probabili.
In siti antropizzati, molte importanti specie alimentari hanno frutti di
questo tipo, fra le quali ricordiamo le Leguminosae, sia coltivate sia da
raccolta sullo spontaneo.

Per i frutti secchi indeiscenti, i reperti più comuni sono i frutti stessi, che
tuttavia possono subire delle “riduzioni”, ad es. perdita dei peli, delle
spine, del pappo, delle membrane alate nel caso di frutti con dispersione
anemofila, ecc.

Per i frutti carnosi, di solito indeiscenti, la casistica è varia: i reperti più


comuni possono essere i semi, parti del frutto sclerificate, i frutti stessi
(spesso per carbonizzazione).

Nel caso dei frutti accessori e delle infruttescenze la casistica è varia:


semi, frutto intero, parte del frutto.
ANGIOSPERME: FRUTTI SECCHI
DEISCENTI
FOLLICOLO (ov. monocarpellare, supero, plurispermo, si apre lungo la linea di sutura):
frequente nelle Magnoliidae
LEGUME (ov. monocarpellare, supero, spesso plurispermo, si apre lungo la linea di sutura
e lungo la linea mediana): tipico della Fam. Leguminosae
CAPSULA (ov. pluricarpellare, supero o infero, plurispermo; si apre in vari modi: per setti,
per loculi, per pori, per opercolo, per denti, ecc.): frutto molto diffuso in varie famiglie, ad
es.: Papaveraceae, Primulaceae, Caryophyllaceae, Lilaceae e Orchidaceae
SILIQUA e SILIQUETTA ( ov. bicarpellare, supero, plurispermo; si apre per le due linee di
sutura, in due valve; al suo interno è presente una struttura membranacea portante i semi,
detta “replo”): tipico della Fam. Brassicaceae (=Cruciferae)
ANGIOSPERME: FRUTTI SECCHI
INDEISCENTI
ACHENIO (ov. monocarpellare, monospermo, pericarpo sottile): frequente ad es. nelle
Ranunculaceae
CIPSELA (ov. bicarpellare, infero, monospermo): tipico delle Asteraceae (=
Compositae), molto spesso associata all’achenio.

NOCE o NUCULA (ov. pluricarpellare, supero o infero, di solito monospermo, pericarpo


tenace): molto diffuso in varie famiglie, ad es.: Fagaceae, Corylaceae, Cannabaceae,
Valerianaceae, Cyperaceae
CARIOSSIDE (ov. bicarpellare, supero): tipico della Fam. Gramineae (o Poaceae)

SAMARA: (ov. supero o infero) nucula (o achenio) con ala membranacea per il
trasporto aereo, fam. Ulmaceae, Oleaceae, Betulaceae
ANGIOSPERME: FRUTTI SECCHI
INDEISCENTI
SCHIZOCARPO (ov. sincarpico, pluricarpellare, supero o infero): frutto polispermo che a
maturità si divide in porzioni, ciascuna corrispondente a un carpello; Umbelliferae
(diachenio); Malvaceae (poliachenio); Aceraceae (disamara)

FRUTTI LOMENTACEI (ov. mono- o pluricarpellare): frutto polispermo che a maturità si


divide in porzioni, ciascuna corrispondente solo a una parte di carpello; ad es.
Fabaceae (lomento); Cruciferae (siliqua lomentacea).

TETRACHENIO (ov. bicarpellare, supero): ovario che a maturità si divide in 4 porzioni,


ognuna corrispondente a metà carpello; tipico della fam. Labiatae (o Lamiaceae).

Frutti normalmente deiscenti che perdono la facoltà di aprirsi: ad es. legumi


indeiscenti (Arachis - Leguminosae)
ANGIOSPERME: FRUTTI CARNOSI
DEISCENTI
RARI: capsule carnose (es. Euonymus), bacca (es. Myristica), peponide (es. Ecballium)

INDEISCENTI
BACCA (ov. monocarpellare/pluricarpellare; supero/infero, di
solito plurispermo): esocarpo = pellicola di solito sottile;
mesocarpo = carnoso; endocarpo = carnoso

DRUPA (ov. monocarpellare/pluricarpellare; supero/infero, di solito monospermo):


esocarpo = pellicola di solito sottile; mesocarpo = carnoso/fibroso; endocarpo = duro,
legnoso o pergamenaceo, chiamato “nocciolo”.
ANGIOSPERME: FRUTTI CARNOSI
INDEISCENTI
Tipi di PEPONIDE (ov. pluricarpellare, infero, plurispermo) - soprattutto
Fam. Cucurbitaceae - esocarpo = da secco a coriaceo; meso-
Bacche
endocarpo = carnoso (talora fibroso a maturità)

ESPERIDIO (ov. pluricarpellare, supero, plurispermo) - Fam.


Rutaceae - esocarpo =  coriaceo; mesocarpo = fibroso; endocarpo
= membranaceo

PEPERONIDE (ov. pluricarpellare, supero, plurispermo) - Fam.


Solanaceae - esocarpo = sottile; mesocarpo ed endocarpo =
carnosi, ma poco sviluppati

BALAUSTO (ov. pluricarpellare, infero, plurispermo) - Fam.


Punicaceae - esocarpo = coriaceo; endocarpo = spugnoso, suddiviso
in logge sovrapposte
FRUTTI ACCESSORI E
INFRUTTESCENZE
- fragola

- more di rovo e lamponi

- cinorrodio

- sorosio

- pomo

- siconio (fico)
ANGIOSPERME: FRUTTI SECCHI
DEISCENTI
FOLLICOLO (ov. monocarpellare, supero, plurispermo, si apre lungo la linea di sutura):
frequente nelle Magnoliidae
LEGUME (ov. monocarpellare, supero, spesso plurispermo, si apre lungo la linea di sutura
e lungo la linea mediana): tipico della Fam. Leguminosae
CAPSULA (ov. pluricarpellare, supero o infero, plurispermo; si apre in vari modi: per setti,
per loculi, per pori, per opercolo, per denti, ecc.): frutto molto diffuso in varie famiglie, ad
es.: Papaveraceae, Primulaceae, Caryophyllaceae, Lilaceae e Orchidaceae
SILIQUA e SILIQUETTA ( ov. bicarpellare, supero, plurispermo; si apre per le due linee di
sutura, in due valve; al suo interno è presente una struttura membranacea portante i semi,
detta “replo”): tipico della Fam. Brassicaceae (=Cruciferae)
monocarpellare, di solito con molti semi, si apre lungo la
FOLLICOLO linea di sutura. Es.: Ranunculaceae, Magnoliaceae.

L’aquilegia è pianta non comunissima allo stato spontaneo,


coltivabile, ricca di significati esoterici associati anche al
cristianesimo. A Modena è stata rinvenuta abbondante
nello scavo del Vescovado (XII sec. d.C.), un orto - giardino.

Aquilegia vulgaris
(Ranunculaceae):
semi
le aquilegie (Aquilegia) al
Rinascimento simboleggiano il
dolore della Vergine e hanno
connotazioni funerarie.

Principessa di Casa d’Este del


Pisanello (ca. 1395 – ca.1455)
LEGUME
(ov. monocarpellare, plurispermo,
ma anche monospermo, si apre lungo
la linea di sutura e lungo la linea
mediana): tipico Fam. Leguminosae

Legume, parti di legume e relativi semi Pisum sativum (pisello)


Esistono anche legumi indeiscenti
e legumi indeiscenti lomentacei.

In archeocarpologia di solito si rinvengono:


- semi liberati dai legumi deiscenti (la maggioranza)
- l’intero legume se questo è indeiscente (es. Medicago,
Onobrychis), ma anche i semi isolati;
- una parte del legume se si tratta di legume lomentaceo
che a maturità si suddivide in porzioni di frutto (es.
Ornithopus), ma anche i semi isolati.
Vicia faba (fava)
Medicago Medicago
arabica polimorpha

Medicago e Onobrychis: legume indeiescente


La taglia può essere un aiuto importante nell’identificazione dei semi: per misurare le
dimensioni si deve fare riferimento alla posizione dei semi nel baccello.

Lunghezza
larghezza
spessore
Caratteri fondamentali per il riconoscimento
dei semi dispersi dal legume sono:
1) forma, posizione e caratteri dell’ilo;
2) rapporto tra lobo radicolare e cotiledoni;
3) taglia e forma globale del seme;
4) tegumento del seme

Vicia tetrasperma
Lathyrus
hierosolymithanus

Vicia villosa

ilo
Lobo
radicolare

Lobo radicolare
divergente

Melilotus
officinalis
Medicago lupolina
Medicago sativa
La sindrome della domesticazione dei legumi prevede:
Acquisizione della autoimpollinazione, che venne sperimentata
prima dalle forme selvatiche, dirette progenitrici di quelle coltivate.
L’autofecondazione crea una barriera fra le forme coltivate e quelle
spontanee e l’automatica fissazione dei genotipi;

Trattenimento del seme all’interno del legume: nelle forme


selvatiche il legume si apre violentemente per proiettare i semi
all’esterno; in quelle coltivate invece o non si apre o si apre con
difficoltà; nel pisello e nella lenticchia questo carattere è governato
da un singolo gene recessivo;

Perdita della dormienza: i semi delle forme coltivate hanno


tegumento sottile e facilmente permeabile e possono germinare lo
stesso anno in cui sono stati prodotti.
Aumento della taglia dei semi, che crescono anche di 3-4 volte il
volume; il processo è stato progressivo e solo a partire dai tempi
classici si trovano taglie simili alle attuali.

Cambiamento dell’habitus della pianta: in alcuni casi si passa


dall’habitus rampicante delle forme selvatiche a quello eretto e in
ogni caso da forme esili e delicate a fusti più consistenti e robusti; in
particolare l’abbandono dell’habitus rampicante è molto importante
in colture monospecifiche.

Cambiamenti nei metaboliti secondari: molti legumi selvatici


contengono metaboliti tossici per la difesa dal consumo degli
erbivori; le forme coltivate o non li possiedono o li possiedono in
quantità assai ridotta, anche se in certi casi è ancora necessaria la
cottura prolungata (fava e cicerchia) o la fermentazione (soia).
LEGUME - ALCUNI ESEMPI

Pisum sativum
Erba annua nana o rampicante con
foglie paripennate (1-3 paia di
foglioline), le cui ultime foglioline
sono mutate in cirri con aspetto
ramificato. Fiori papilionacei bianchi,
gialli violetti o verdastri, solitari o in
racemi radi, sorgenti dall’ascella delle
foglie. A maturità la pianta è una liana
prostrata. I legumi sono allungati e
contengono da 4 a 9 semi, da verde, a
giallo, a color crema.

Il portamento della pianta richiede per


una buona produzione un impianto
artificiale di sostegno, in modo che i
legumi non tocchino terra.
P. sativum è un complesso di forme che contiene un aggregato di
forme coltivate e delle forme spontanee correlate a quelle
coltivate.

Le forme selvatiche sono distinte in due tipi morfologici:


1) P. sativum subsp. elatius con ampia distribuzione nel bacino del
Mediterraneo: pianta rampicante comune nella macchia mediterranea.
Occasionalmente può colonizzare siepi e i bordi di terrazzamenti coltivati.

2) P. sativum var. pumilio (= P. humile o P. syriacum) pianta adattata a


ambienti secchi anche steppici, ristretta al Vicino Oriente. Vive in foreste di
querce decidue e in aree aperte tipo steppa, nella stessa area dove si
ritrovano i progenitori del grano, orzo, lenticchia e lino. Può occasionalmente
infestare campi di cereali. Nell’habitus assomiglia alle forme coltivate, ma ne
differisce per la superficie rugosa dei semi e per i legumi che si aprono alla
maturazione, disperdendo i semi.

Le due tipologie possono ibridarsi tra loro.


P. humile è ritenuto il progenitore delle forme coltivate, perché
mostra con queste ultime più strette somiglianze rispetto alla
subsp. elatius.

Recentemente dal punto di vista cromosomico sono state


rinvenute due popolazioni di P. humile in Turchia e nel Sud
Levante del tutto simili al tipo cromosomico prevalente nelle
forme coltivate.

E’ probabile che le forme di P. humile turche e del Sud


Levante siano da considerarsi come lo stock ancestrale
primario, come confermano anche ricerche sul DNA.
Anche dal punto di vista ecologico P. humile, adattato ad un
ambiente più arido di tipo steppico, pare più idoneo a
rappresentare la forma ancestrale:
infatti l’ambiente erbaceo di tipo steppico non è poi molto
diverso dalle condizioni di campo aperto.

La sindrome di domesticazione del pisello è simile a quella degli


altri legumi:

-Il legume trattiene i semi all’interno;


-Graduale incremento di taglia del seme, da 3-4 mm a 6-8 mm;
-Riduzione dello spessore e rugosità del tegumento, che porta a
facilitare l’imbibizione del seme e quindi la germinazione.
Piselli si trovano al primo Neolitico in insediamenti del Vicino
Oriente datati fra la 2° metà dell’VIII millennio e il VII millennio
a.C., ma è difficile stabilirne la coltura o la raccolta sullo
spontaneo. La domesticazione induce un aumento della taglia e
della lunghezza dell’ilo, ma questo aumento è graduale nel
tempo.

Forse il modo migliore di distinguere le forme coltivate da quelle


spontanee è il tegumento del seme, che, quando preservato,
rivela rugosità e granulosità nelle forme selvatiche, mentre in
quelle coltivate il tegumento è liscio.
Purtroppo spesso la carbonizzazione distrugge il tegumento,
lasciando i soli cotiledoni.
P. sativum attuale: si noti il
tegumento perfettamente liscio
anche a forte ingrandimento;
qualche granulosità è invece
presente sull’ilo.
P. humile è ritenuto il progenitore delle forme
coltivate, perché mostra con queste ultime più
strette somiglianze rispetto alla subsp. elatius.

Reperto di P. humile con


tegumento preservato; si
noti la evidente granulosità
del tegumento
Pisum sativum

Imola - XV sec. d.C.

Finalmente in un sito del Vicino


Est, al 6500 a.C., compare un
singolo seme con tegumento
liscio, seguito presto da
numerosi altri ritrovamenti, nel
periodo fra il 6500 e il 5250 a.C.
E’ probabile che il Vicino Est sia il centro di domesticazione del
pisello ed è possibile che il pisello sia stato avviato alla coltura
quasi in contemporanea con i grani e l’orzo, considerando che
per ottenere il tegumento liscio sarà occorso un certo tempo.

Anche il pisello è associato alla diffusione neolitica


dell’agricoltura in Europa, dove è ben rappresentato durante il
Neolitico.

Minori ritrovamenti si hanno all’età del Bronzo, rispetto a quelli


del Neolitico.
In Italia si manifesta già una propensione culinario-
gastronomica: i legumi, pisello compreso, sono più frequenti nei
siti archeologici del centro-sud, rispetto a quelli del Nord Italia.
Nonostante che semi di pisello siano una presenza non sporadica in
Italia settentrionale già a partire dall’età del bronzo, non sono
abbondanti.
Solo al romano il pisello sembra acquisire un maggior peso.
Indubbiamente un limite è stato il maggior impegno
tecnologico richiesto per la sua coltura.
Il portamento della pianta richiede per una buona produzione un impianto
artificiale di sostegno, in modo che i legumi non tocchino terra.

Il portamento prostrato può essere stato di minore importanza


nel clima mediterraneo, più secco o nel clima del Vicino Oriente,
improntato ad aridità.

Esso è invece di basilare importanza nel più umido clima padano,


con frequenti piogge primaverili/estive e possibilità di ristagni
d’acqua.
LEGUME - ALCUNI ESEMPI
La fava è diploide (2n = 12) e, al
Vicia faba contrario degli altri legumi, ha un’alta
quota di impollinazione incrociata.
La sua origine è dibattuta. Non è noto
il parente selvatico, tanto che alcuni
AA considerano la possibilità che si sia
estinto.
Segni convincenti di Vicia faba
compaiono tardi, verso il III millennio
a.C., in numerosi siti tra il Neolitico
finale e l’Età del Bronzo.

Ritrovamenti precedenti, tra 6800-


6500 a.C. non sono conclusivi, poiché i
semi hanno range di taglia/forma che li
potrebbe collocare anche nel gruppo di
V. faba major V. narbonensis.
Le aree interessate sono la Spagna, Portogallo, Nord-Italia e paesi
del centro Europa, Slovacchia, i paesi dell’Egeo, le regioni del
Levante.
Non conoscendo l’ipotetico antenato è difficile stabilire l’area di
domesticazione, che potrebbe convergere o no col Levante o con
altri siti fra quelli succitati.

La coltura della fava, come abbiamo visto, si arretra con sicurezza


almeno al Neolitico finale.
Alla specie appartengono alcune forme, diverse fra loro e
riconoscibili anche dai reperti.
V. faba, a differenza di altre leguminose, ha portamento eretto e non
ha bisogno di alcun sostegno. Ciò ha indubbiamente rappresentato un
iniziale vantaggio rispetto ad es. al pisello, che ha bisogno di sostegno
e che, in assenza di esso, non si sviluppa e non produce bene i frutti.

La pianta è annuale e
richiede condizioni fresche
per svilupparsi bene.
Si pianta in primavera nelle
nostre latitudini,e in inverno
nelle aree temperato calde
e subtropicali.
Cubero ha proposto che l’evoluzione delle forme in V. faba abbia
seguito l’espansione della coltura con selezione di diverse taglie e
forma dei semi e diversa tolleranza al freddo invernale.

1) V. faba paucijuga, che attualmente vive dall’Afghanistan all’India,


è stata considerata fino ad oggi la forma primitiva. Le sue principali
caratteristiche sono: fusto corto, foglie piccole, semi piccoli (il peso
di 1000 semi è meno di 250 g) e una certa preferenza per
l’autoimpollinazione.

2) Le forme con semi grandi (1000 semi con peso maggiore di 1 kg) -
Vicia faba major - si sono sviluppate nei paesi sud-mediterranei e in
Cina. Vi appartengono le comuni fave che siamo abituati a
consumare e che in Italia compaiono molto tardi, dopo i tempi
classici. Verso il XVI secolo queste forme furono introdotte dagli
spagnoli nel Messico e in Sud America.
3) Altre forme con seme più piccolo (1000 semi con peso minore di
500 g) - V. faba minor - forse si formarono nell’area dell’Etiopia e si
sono trovate favorite nell’agricoltura del Nord Europa. A queste
appartengono tutti i reperti italiani fino al Rinascimento, tranne forse
1-2 semi. Attualmente il favino è riservato all’alimentazione animale,
almeno in Italia.

4) Esiste anche un
altro tipo - Vicia faba
equina - con semi di
taglia media, che si è
sviluppata attraverso il
Medio Oriente e il
Nord Africa, con
grande concentrazione
in Egitto.
Una curiosità: Omero parla della fava come di una pianta
col seme nero, riferendosi al favino, e non si sbaglia,
poiché i semi con tegumento più chiaro, color giallo
camoscio, sono una forma recessiva assai più recente del
colore nero.

favino

fava
V. faba major, come
appare oggi sulle nostre
tavole, consumata ancora
immatura. La pianta in
natura disperde il seme
già secco.

Favino carbonizzato (V. faba minor): il rapporto fra lunghezza e


larghezza è diverso rispetto ai semi appiattiti di V. faba major.

Imola - XV sec. d.C.


LEGUME - ALCUNI ESEMPI

Lens culinaris - Si divide in due gruppi di forme:


lenticchia L. culinaris microsperma = con piccoli
baccelli e piccoli semi di 3-6 mm di
I baccelli contengono di solito 2 semi
diametro, al cui interno ricadono le
lenticchie rinvenute nei siti archeologici
almeno fino all’età classica in Italia;
L. culinaris macrosperma = con baccelli
più grandi e semi di 6-9 mm di diametro.
Compare solo al I millennio a.C.
La lenticchia è associata con
l’inizio dell’agricoltura neolitica
nel Vicino Oriente, quasi in
contemporanea con la
domesticazione del grano e
dell’orzo.
I più vecchi reperti sono fatti
risalire al 9200-7500 a. C. in Siria:
sono piccoli (2-3 mm) ed è difficile
stabilire se furono coltivati o
raccolti sullo spontaneo (le
lenticchie selvatiche hanno taglia
intorno ai 3 mm).
Le tappe della lenticchia
In un sito nel Nord Israele (6800 a.C.) si ritrovano oltre 1 milione di
semi carbonizzati. Essi sono misti a semi di infestanti delle colture di
lenticchie come Galium tricornutum, e, a dispetto della piccola
taglia, potrebbero appartenere a lenticchie coltivate.

Al 5500-5000 a.C. in Iran (tardo Neolitico), sotto coltivazione, la loro


taglia ha già raggiunto i 4,2 mm e questo è il primo segno
dell’aumento di taglia.

Fra il VI-V millennio a.C. l’agricoltura neolitica si diffonde all’Europa


del sud-est e vi troviamo la lenticchia insieme ai grani e all’orzo.
All’età del Bronzo aumenta la sua diffusione in Europa. All’età del
Ferro c’è ancora un incremento.
La lenticchia accompagna i grani e l’orzo nella loro diffusione verso
l’Egitto (3900- 3650 a. C.), il Mar Caspio e il sub continente indiano
(2250-1750 a.C.).

La lenticchia ha dimostrato una grande potenzialità di espansione,


evitando solo le aree più fredde del Nord.
L. culinaris mostra affinità con
la spontanea L. orientalis, una
lenticchia miniaturizzata,
distribuita nel Vicino Oriente,
che potrebbe essere il diretto
progenitore, tanto da essere
trattata anche come
sottospecie: L. culinaris subsp.
orientalis.
In L. orientalis il legume “esplode”
immediatamente dopo la maturazione
Una fondamentale differenza disperdendo i semi;
fra le due è il comportamento
al momento della diffusione in L. culinaris il legume non deisce subito
dei semi. trattenendo i semi e facilitandone la
raccolta. Questa condizione è recessiva
rispetto all’altra ed è governata da una
sola mutazione.
L’antenata

Lens orientalis è variabile dal punto di vista dei cromosomi, con 5-6
forme diverse che presentano 1-2 riarrangiamenti, per lo più
traslocazioni.
L. culinaris invece è stabile da questo punto di vista. Gli ibridi sono
pienamente fertili, almeno con una delle razze “cromosomiali” di L.
orientalis, mentre gli ibridi con le altre razze sono parzialmente
sterili.

Il polimorfismo crosomico del progenitore e la stabilità di L.


culinaris fanno pensare che essa venne portata in coltura solo una
volta, quindi ha probabilmente un solo centro di domesticazione.
Lens orientalis è un elemento del vicino Est, distribuita in una vasta
area tra il Medio Oriente e lìAsia centrale, presente soprattutto in
Libano, Israele, Giordania, Nord Iraq, nord-ovest Iran. Vive di solito
in habitat di tipo steppico, dalla pianura alla collina, ma talora
raggiunge anche i 1200-1600m di quota.

Il sito di domesticazione è probabilmente il Vicino Est, l’area dove è


più diffusa, ma sono ancora in corso gli studi per definire il
centro/centri di domesticazione.

Ad esempio una recente ricerca afferma che:


“Three subsp. orientalis accessions have been shown to share the
above characters with the cultigen and hence can be regarded as
members of the genetic stock from which lentil was domesticated.
These three accessions originated from eastern Turkey and
northern Syria.”
LEGUME - ALCUNI ESEMPI
E’ un legume tradizionale nell’agricoltura del
Lathyrus sativus bacino del Mediterraneo, nell’Asia sud-
occidentale, in Etiopia e in parte del
- cicerchia subcontinente indiano, anche se oggi è da
considerare un legume minore. Esso è
tuttavia molto apprezzato per la sua capacità
di crescere in suoli asciutti e molto poveri.
Oggi è usato soprattutto per l’alimentazione
animale o, in alcuni paesi, come l’India,
anche per l’alimentazione umana, in
momenti di scarsità di altri prodotti agricoli.
Ed è questo paese il maggiore produttore
attuale di cicerchia.

La cicerchia è una pianta


annuale diploide (2n=14),
autoimpollinata, con habitus
rampicante o ramificato
disordinatamente.
La cicerchia mostra affinità con varie specie selvatiche di Lathyrus
distribuite nel bacino del Mediterraneo e nell’Asia sud-occidentale.

Una specie molto simile è L. cicera, una selvatica (che può essere
anche coltivata) che cresce in vari paesi dell’est-Mediterraneo e del
Vicino Est (Grecia, Turchia, nord Iran e Iraq, ecc.). In tali paesi la
cicerchiella si comporta da infestante delle colture cerealicole.
Essa può ibridarsi con la cicerchia e produrre una prole almeno in
parte fertile.

L. cicera è ritenuto il possibile antenato della cicerchia, ma essa è


molto variabile dal punto di vista citogenetico e ci sono altre specie
che mostrano strette affinità con L. sativus. L’ultima parola spetta
quindi alle ricerche genetiche e biomolecolari ancora in corso.
La sindrome della domesticazione è la solita:
- trattenimento dei semi nel baccello
- perdita della dormienza dei semi
- aumento della taglia dei semi (6-8 mm rispetto a
5-6 mm delle specie affini selvatiche)

I semi più antichi vengono dalla Turchia e sono datati all’ VIII
millennio a.C. ed altri sono stati rinvenuti al VII millennio a.C. in Iraq
e Turchia. Tuttavia non si ha la certezza di una sicura coltura
(Lathyrus sativus/cicera). Per tutto il Neolitico si succedono questi
ritrovamenti, anche in siti europei, come in Bulgaria e in Francia.
I ritrovamenti continuano anche all’Età del Bronzo, talora
accompagnati dal dubbio che si tratti di raccolte sul selvatico o di
seme inquinante, dovuto all’infestazione dei campi da parte di erbe
Lathyrus cicera type. Purtroppo la cattiva conservazione del
tegumento e la piccolezza dei semi non permettono una
identificazione certa.

Alla tarda età del bronzo, l’aumento quantitativo dei reperti sembra
indicare con sicurezza forme coltivate.

Tenendo conto che i primi ritrovamenti nei siti archeologici si hanno


in Anatolia, è possibile pensare che la domesticazione sia avvenuta
nel Vicino Est, anche se altri AA propongono il sud dei Balcani. E’
possibile che la cicerchia possa appartenere all’assemblaggio delle
piante coltivate già all’inizio del Neolitico e la coltura è probabile
almeno dal V millennio a.C. nell’Asia Minore.
La pianta è caratterizzata dal discreto
sviluppo delle stipole, che svolgono la
funzione clorofilliana, mentre la foglia
composta è ridotta a due foglioline,
con la terminale trasformata in un
cirro. Grazie ai cirri la pianta si
sostiene anche ancorandosi ad altre
piante. I fiori vanno dall’azzurro-
violetto al bianco.

Lathyrus
sativus
Nei legumi i semi sono di
solito da 3 a 5.

I semi terminali si
distinguono per la forma
appuntita da quelli mediani,
piuttosto squadrati, poiché i
semi sono molto compressi
fra loro nel legume.

Semi mediani

Semi terminali a
testa di scure
Lathyrus sativus,
seme terminale

Lathyrus sativus,
seme mediano
Semi mediani attuali di L. sativus
Imola - XV sec. d.C.
I semi contengono una neurotossina (ODAP), il cui consumo può
portare a paralisi della parte inferiore del corpo (gambe e glutei).
Molti casi venivano riscontrati un tempo, soprattutto in seguito a
carestie. La rusticità della cicerchia infatti ne permette la
produzione anche in momenti climaticamente assai sfavorevoli.
Attualmente si è riusciti a produrre semi con un minimo contenuto
di ODAP. I semi di cicerchia vanno consumati dopo lunga bollitura,
poiché la tossina è termolabile.

Cosi avveniva ancora all’inizio del XX secolo sul nostro Appennino


soprattutto nella stagione invernale: quando calava la sera le donne,
che si soffermavano a lavorare, mettevano nel camino un paiolo con
la cicerchia che bolliva per tutta la sera e parte della notte.
siliqua
SILIQUA/SILIQUETTA
(ov. bicarpellare) si apre per le due
linee di sutura, in due valve; al suo
interno è presente una struttura
membranacea portante i semi,
detta “replo”): tipico della Fam. Capsella bursa pastoris
Brassicaceae (=Cruciferae)

siliquetta

replo

In Archeobotanica si possono rinvenire:


1) semi
2) silique/siliquette o parti di esse, nel caso di silique/siliquette indeiscenti
SILIQUA - ALCUNI ESEMPI
BRASSICA

Brassica: genere assai


importante, per la presenza
di numerose coltivate e di
difficile determinazione
intragenerica.
Il carattere principale è il
reticolo nel tegumento:
grandezza delle maglie,
spessore dei muri e
“profondità del reticolo”

Brassica
oleracea
Semi di Brassica rapa subsp.
rapa/sylvestris (lunghezza: ca. 1,7mm;
taglia media delle maglie: 160 m);
conservati per sommersione.
I semi sono stati rinvenuti in quantità
molto elevata, interi, ma con il
tegumento infossato: questi elementi
hanno permesso di ipotizzare che essi
rappresentino lo scarto della
“Cisterna dello Specchio” - Ferrara spremitura dei semi per ottenere olio.
Brassica rapa
Sinapis alba
subsp. rapa
1,23 mm
1,30 mm

Neslia paniculata
2,43 mm (siliquetta indeiscente
Thlaspi arvense con 1 solo seme)
Myagrum
Rapistrum rugosum
perfoliatum
Sisymbrium officinale

Camelina sativa

Raphanus raphanistrum
siliqua lomentacea
SILIQUA - ALCUNI ESEMPI

Brassica campestris
subsp. rapa
Pianta annuale o bienne,
largamente coltivata come:

-foraggio (le rape=


ingrossamento ipocotile),
-verdura (foglie e
infiorescenze),
-olio (semi o rape da olio).
Specie diploide (2n =20), con
fecondazione incrociata.

Si conosce l’antenato selvatico, costituito dalle forme selvatiche della stessa specie (B.
campestris subsp. campestris) che sono distribuite nel bacino del Mediterraneo,
nell’Europa temperata, in Siberia, nell’Asia orientale e sud-occidentale.

Essa fu domesticata nel bacino del Mediterraneo e in Cina in modo indipendente, come
attestano la vasta distribuzione delle forme spontanee e le diversità tra le forme coltivate
occidentali e quelle orientali.
Reperti di B. rapa non sono frequenti nei siti archeologici e vi sono
difficoltà di riconoscimento per le somiglianze strette fra i semi del genere
Brassica. Semi di B. rapa sono stati rinvenuti in vari depositi lacustri del
Neolitico e dell’età del bronzo in Svizzera e nei paesi vicini, ma
appartengono alle forme selvatiche, probabilmente raccolti per
l’estrazione dell’olio.
Al 722-711 a.C. risale la prima citazione che pone la rapa nell’elenco delle
piante cresciute negli orti di Merodach- baladan a Babilonia.
Ai tempi classici risale la coltura delle rape, largamente citata nei testi
greci e romani. Al basso Medioevo a Ferrara sono attestate le prove
dell’utilizzo dei semi per produrre olio.

Le radici (in realtà asse ipocotile) si consumano crude e cotte.


La radice viene utilizzata per la preparazione della brovada, piatto
tipico del Friuli.
Le foglie si mangiano come spinaci.
Elogio delle rape - Plinio: Liber XVIII

….…nascono per nutrire tutti gli esseri viventi e non da ultimo


saziano anche le stirpi di volatili in campagna, specialmente se
ben cotte in acqua……

Dopo il vino e il grano, è questo il terzo prodotto della


Transpadania. ……….. Le rape traggono volentieri nutrimento
dalle nebbie, dai geli e dal freddo, facendosi di grandezza
impressionante: ne ho viste che superavano le 40 libbre (1 libbra
= 327 g = 13 kg ca.). Per cucinarle si consigliano varie ricette;
domate dall’agro della senape si conservano fino al nuovo
raccolto, anche colorate in sei altri colori diversi dal loro,
compreso il color porpora.
E color porpora è la brovada, un prodotto tipico friulano costituito
da rape inacidite.
Le rape vengono lavate e messe nei tini a macerare alternate a strati
di vinacce di uva rossa, da cui prendono il colore rosato. Il tempo di
fermentazione delle rape varia dai 35 ai 40 giorni. Trascorso il
periodo di fermentazione le rape vengono estratte, pelate, tagliate a
fettuccine e confezionate in sacchetti.

Columella consiglia: “prendi le rape, puliscile dalla terra, fai un taglio in croce, ma
non completo; nell’incisione versa il sale grosso; disponi le rape in un catino o in
una botticella, lasciandole per 3 giorni immerse nel sale abbondante a trasudare.
Dopo tre giorni assaggiale nel centro per vedere se hanno assorbito bene il sale.
Poi toglile, sciacquale nel loro sugo, magari aggiungendo della salamoia; metti le
rape in una cesta quadrata di vimini intrecciati radi e sopra disponi un asse di
grandezza tale che possa scendere verso il basso della cesta e poni dei pesi sopra
ad esso. Lascia che le rape asciughino almeno una notte e un giorno. Disponile poi
in un orcio, versandovi sopra della senape, finchè siano coperte con quel liquido.”
Cima di rapa (o Broccoletto di rapa): viene coltivata per l'utilizzo delle
infiorescenze e della parte tenera del fusto con le foglie, come verdura
cotta. E' produzione tipicamente mediterranea del periodo autunno-
invernale. Le regioni di maggiore diffusione sono Lazio, Puglia e Campania.

Rispetto ai broccoli, cotta


è di colore verde. Come i
broccoli, è già nota in
periodo romano.

L’uomo apprezza le cime di


rapa colte al momento
giusto non meno delle cime
di cavolo, ed ama forse
ancora più che le cime verdi,
quelle ingiallite e fatte
appassire nei granai. -
Plinio, Liber XVIII
CAPSULA
(ov. Pluricarpellare) : si apre in
vari modi: per setti, per loculi,
per pori, per opercolo, per denti,
ecc.; molto diffuso in varie
famiglie, ad es. : Papaveraceae,
Primulaceae, Caryophyllaceae,
Liliaceae, Nymphaeaceae ecc.
seme - 2,4 mm - FE XV sec. d.C.
Nymphaea alba L.
In Archeobotanica i reperti più comuni
sono i semi, ma può capitare anche di
rinvenire le capsule o parti di esse
(soprattutto conservate per
carbonizzazione e mummificazione).
CAPSULA - ALCUNI ESEMPI

Papaver somniferum

• Neolitico (in Italia: Neolitico antico nell’Italia


centro-meridionale e Neolitico recente
nell’Italia Settentrionale): semi carbonizzati
• Dea dei Papaveri 1250 a.C.
• Teofrasto (III sec a.C.)
• Plinio il Vecchio
• Galeno (I sec d. C.)

P. somniferum L. subsp. setigerum (DC) Arcangeli


P. somniferum L. subsp. somniferum “Dea dei Papaveri”,
Gazi (Creta),1250 a.C.
Capsula e semi attuali

Capsula poricida:
Papaver somniferum
P. somniferum L. subsp. setigerum (DC) Arcangeli: è la forma
ritenuta progenitrice del papavero domestico, oggi presente e
probabilmente nativa nelle regioni mediterranee occidentali (Zohary
& Hopf, 2000).
P. somniferum L. subsp. somniferum: è la sottospecie che raccoglie
le forme coltivate, probabilmente domesticata nell’area occidentale
del mediterraneo (Kadereit, 1986, 1993; Zohary & Hopf, 2000).

Le sottospecie sono talora trattate al rango di specie (P. setigerum DC. - papavero setoloso
e P. somniferum L. - papavero domestico; Pignatti, 1982: p. 354).

Le due sottospecie quasi sempre non sono distinte dal punto di vista
archeocarpologico (Kislev et al., 2004), poiché i semi sono ritenuti difficilmente
separabili (Fritsch, 1979). In particolare esiste una forte convergenza tra i semi
della forma diploide di P. somniferum subps. setigerum e le forme colturali di P.
somniferum subsp. somniferum, tra l’altro pienamente interfertili (Hammer &
Fritsch, 1977; Zohary & Hopf, 2000).
Il problema della discriminazione è spesso superato in base a
considerazioni di ordine cronologico o dal fatto che P. somniferum
subsp. setigerum non vegeta nella maggior parte dell’Europa,
comprese quelle aree centro-settentrionali dove sono più
frequenti i ritrovamenti archeobotanici di semi di papavero
domestico.

Ad esempio, il recente ritrovamento in area israeliana nell’ambito del Neolitico


(8000-7500 BP, data non calibrata) di un unico seme di P. somniferum/setigerum è
stato considerato probabile testimonianza della presenza spontanea pregressa di
P. setigerum, non in considerazione della morfologia, ma in quanto il reperto è
cronologicamente antecedente l’età in cui si colloca la domesticazione del
papavero (Kislev et al., 2004).

Un analogo isolato ritrovamento nella Spagna centrale risalente al primo Neolitico


(VI millennio a.C.), attribuito come l’altro a P somniferum/setigerum, è stato
interpretato come indice dell’introduzione del papavero da parte dell’uomo,
probabilmente per l’utilizzo alimentare (Stika, 2005).
In Italia P. somniferum subsp. setigerum ha presenze circoscritte alle regioni
italiane che si affacciano sul Mar Tirreno e, ad esempio, non è attualmente
segnalato in Emilia Romagna (Pignatti, 1982).

Non si può tuttavia escludere una maggiore diffusione passata, forse favorita dal
suo carattere di antropofila infestante dei coltivi (Pignatti, 1982).

Inoltre non si può escludere in assoluto che P. somniferum subsp. setigerum sia
stato mantenuto in stato pre-colturale, poiché esso ha praticamente gli stessi
utilizzi leciti e illeciti di P. somniferum subsp. somniferum.

Infatti le uniche specie di Papaver, fra circa 70, ad essere in grado di


biosintetizzare alcaloidi morfinici pentaciclici, sono P. bracteatum, P. setigerum e
P. somniferum, con una differenza: P. bracteatum accumula tebaina come
prodotto finale, mentre gli altri due sono capaci di metabolizzare questa molecola
fino a morfina e codeina (Ziegler et al., 2006), e di ambedue si possono utilizzare i
semi come condimentari/oleiferi.
P. rhoeas L.
Campione Carpoteca - Casinalbo
(L = 0,81 mm - l = 0,44 mm)

P. somniferum L.
(seme intero e particolare della parete)
Campione Carpoteca -C.C. Sonnentor
(L = 1,18 mm - l = 0,84 mm) P. somniferum L. var. setigerum
(seme singolo e gruppo di semi)
Campione Carpoteca - O.B.
Camerino
(L = 0,98 mm - l = 0,74mm)

P. somniferum L. P. somniferum L.
US 2599 - Porta Reno (FE) US 2659 - Porta Reno (FE
(L = 1,21 mm - l = 0,89 mm) (L = 1,24 mm - l = 0,92 mm)
Papaver, with seeds
morphobiometrically identical to
those sold today for condimentary
Papaver somniferum (Porta Reno - purposes, was widely cultivated
fase 2 “degli orti suburbani”) from the early Middle Ages
onwards.
CAPSULA - ALCUNI ESEMPI

Portulaca oleracea
Portulaca oleracea L., la porcellana, è
Portulaca oleracea ben conosciuta già nel mondo classico
per i suoi molteplici usi. La porcellana
produce capsule contenenti numerosi
piccoli semi investito da un tegumento
robusto; solitamente sono ben
conservati e spesso sono presenti nei
siti archeologici dell’Emilia Romagna,
fin dall'età del bronzo (Monte Leoni,
Parma - Ammerman et al. 1976): la
loro identificazione non lascia alcun
dubbio, per la loro particolare
Semi medievali morfologia (Beijerinck 1947; Berggren
da Ferrara e Lugo 1981; Cappers et al. 2006; Davis 1993;
Delorit 1970; Martin, Barkley 2000;
Schoch et al. 1988; Viggiani, Angelini
2002). Porcellana attualmente è
considerata molto interessante dal
punto di vista alimentare (van Wyk
2005), tanto che è inclusa nella lista
Portulaca oleracea L. (Portulacaceae) è una
dei "World Economic Plants”
specie cosmopolita (Danin, Reyes-Betancourt
(Wiersema, León 1999).
2006) - in cui stato nativo è dubbio in Italia
(Pignatti 1982).
Sono stati riconosciute le seguenti forme botaniche :
a) 4 subspecie/specie che crescono spontaneamente;
b) altre subspecie con crescita spontanea (invasive - erbacce - in
colture irrigue e ruderali in zone abitate), come P. oleracea subsp.
Oleracea (= P. oleracea var. sylvestris DC.), con forma prona;
c) Subspecie contivate (spesso cresciute su terreni selvatichi) come
P. oleracea subsp. sativa (Haw.) Celak., con forma suberetta e
steli acscendenti (Pignatti 1982; Riccieri, Arrigoni 2000; Walters
1993).

Il sito di origine non è noto con certezza e diverse zone temperate


dell'emisfero settentrionale sono proposte (Haudricort, Hedin 1993):
Eurasia, in particolare il Sud dell’Europa (Walters 1993), Europa, Asia
occidentale, Cina (Schoch et al. 1988. ), India, ma anche aree sub-
desertiche del Nord Africa, che potrebbe spiegare l'aspetto succulento
della pianta (Holm et al. 1977).
Mattioli - 1548
C’è incertezza per quanto riguarda il luogo e il tempo in cui è avvenuta
l’addomesticazione della portulaca: sembra originaria della zona occidentale
dell'Himalaya, diffusa poi verso il sud della Russia e la Grecia, forse nel lontano 4000
anni fa (De Candolle 1883), a causa del valore nutritivo della pianta e anche la sua
adattabilità ad ambienti ostili (Holm et al 1977;. Bois 1927).
P. oleracea subsp. oleracea e P. oleracea subsp. sativa sono distinguibili per diverse
caratteristiche vegetative e floreali (Pignatti 1982; Salah, Chemli 2004; Walters
1993), mentre le ornamentazioni dei semi sono identiche con differenze nella
taglia, anche se modeste.
Gli ornamenti consistono in tubercoli arrotondati disposti in file, in modo regolare,
con scarse papille. La dimensione dei semi è maggiore nella subsp. sativa
(dimensione media 1,2 mm; 0,07 ± SD) rispetto alla subsp. oleracea (dimensioni
medie 0,86-0,87 mm; ± 0,03 a 0,06 mm SD), a seconda delle popolazioni (Danin et al.
1978; Riccieri, Arrigoni 2000).
In relazione alla morfobiometria dei semi, Danin et al. (1978) affermano che subsp.
sativa si è sviluppata nel Vecchio Mondo attraverso la selezione antropica (Riccieri,
Arrigoni 2000) dalla sottospecie. oleracea, il più comune in Eurasia (Zohary 1973).
Subsp. sativa potrebbe, quindi, essere considerata una sottospecie o una "forma"
delle altre sottospecie (Danin et al 1978;. Thulin 1993).
CAPSULA - ALCUNI ESEMPI
Linum usitatissimum
Linum
usitatissimum

FE - Porta Reno,
alto medioevo:
4,1 mm
Il lino è specie domesticata intorno al 7000 a.C.
Di solito si rinvengono i semi Plantago
aristata
Plantaginaceae

Plantago aristata
capsula con apertura per opercolo

Plantago lanceolata:
indicatore di calpestio
Convulvulaceae

Convolvulus
arvensis - semi

Calystegia sepium
- semi
Semi di Gentiana Euphorbia helioscopia L.
- frutto a capsula seme 2,2 mm

Gentiana acaulis group


CAPSULA - ALCUNI ESEMPI

Caryophyllaceae

Agrostemma githago

Semi di Viola Violaceae

Stellaria media (L.) Silene nutans Myosoton aquaticum (L.)


Vill. - 1 mm L. - 1 mm Moench - 0,9 mm
CAPSULA - ALCUNI ESEMPI

Reseda luteola

Specie rara attualmente


infrequente nel modenese, era
notissima al mondo romano
perché da si poteva ottenere un
pigmento giallo, particolarmente
stabile, assai adatto per la lana e la
seta.

Ciò potrebbe suggerire che


nell’area di Modena sia stata
coltivata per l’utilizzo tintorio

come ancora oggi avviene in Iran,


India e Thailandia e che
probabilmente l’attività di tintori
era possibile nell’area cittadina.