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Paolo CROCI
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Scheletro: è costituito dal tronco e dai rami principali (branche).

Tronco: fusto lignificato, compreso tra il colletto, punto in cui sono inserite le radici, e la biforcazione dei
rami; è detto anche asse centrale.

Pedale o piede: porzione del tronco prossima al colletto, cioè appena sopra il livello del terreno.

Branche primarie: rami direttamente inseriti sul tronco.

Branche secondarie (o sottobranche): rami inseriti sulle branche primarie.

Branche terziarie: rami inseriti sulle branche secondarie. A seconda della distanza dall'inserzione di quella
portante, le varie branche vengono dette di 1 °, di 2° o di 3° ordine, e così via.

Branchette fruttifere o di sfruttamento: rametti giovani, inseriti sulle varie branche (vengono rinnovati con
la potatura ai fini produttivi).

Parte dorsale (di un rametto): parte rivolta verso il terreno.

Parte ventrale (di un rametto): parte rivolta verso l'alto.

Freccia: prolungamento di un ramo oppure dell'asse centrale, particolarmente evidente alla ripresa
vegetativa, per l'evoluzione della gemma apicale.

Palco: insieme delle branche inserite alla medesima altezza.

L'impalcatura viene detta: bassa: inserzione del primo palco a 30-60 cm dal suolo;

RADICE

• Funzioni della radice

• Assorbimento: di acqua e sali minerali in essa disciolti assicurando un continuo


approvvigionamento idrico necessario alla crescita e sopravvivenza della pianta.

• Ancoraggio: sostiene e mantiene la pianta attaccata al terreno

• Riserva : è il principale organo di riserva della pianta in quanto è formata soprattutto da


parenchime di riserva

• Produzione di ormoni

• Le radici sono composte da tre tipi di tessuto:

• l'epidermide, che è lo strato più esterno, che presenta una zona apicale liscia e glabra rivestita da
una sottile guaina protettiva detta pileoriza o cuffia che con l'accrescimento della radice si sfalda e
libera una sostanza lubrificante che favorisce la sua penetrazione nel terreno.
Al disotto ed internamente alla cuffia si trova l'apice radicale che è costituito da cellule
meristematiche, capaci cioè di moltiplicarsi ed originare tutti i tessuti dell'organo, immediatamente
sotto l'apice si trova una zona glabra detta zona di differenziazione o zona liscia.
Alla zona liscia segue una provvista di peli radicali alla quale si dà perciò il nome di zona pilifera o di
assorbimento.

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Il colletto, infine, è situato all'estremità opposta dell'apice radicale e forma la porzione che unisce
fusto e radice.

• la corteccia, che si trova al di sotto dell'epidermide, dove avviene la diffusione delle sostanze
assorbite che possono così raggiungere i vasi

• il cilindro vascolare, che costituisce il cuore della radice, dove sono localizzati i vasi (xilema e
floema) per il trasporto delle sostanze lungo il corpo della pianta.

• la cuffia o caliptra, struttura molto importante, formata da cellule particolari gelatinose che con la
loro lubrificazione e continua rinnovazione permettono la penetrazione anche in terreni molto
compatti e rocciosi.

• IL FUSTO

• Il fusto, parte assile del cormo che si sviluppa fuori terra in direzione centrifuga, è collegato
all'apparato radicale tramite il colletto ed è provvisto di gemme da cui si originano le ramificazioni e
le appendici fogliari. Ha funzione di sostegno di parte dello scheletro e della chioma, di trasporto
delle sostanze nutritive dall'apparato radicale alle branche, nonché di riserva. Nella moderna
frutticoltura ha un'altezza contenuta per anticipare l'entrata in produzione, ridurre i costi di
produzione e realizzare una maggiore densità di investimento.

• LE BRANCHE

• Le branche sono organi assili lignificati di età superiore all'anno; sono dette

• primarie o principali, quando sono inserite direttamente sul fusto;

• secondarie, impropriamente dette sottobranche, quando sono inserite sulle primarie;

• terziarie quando sono inserite sulle secondarie.

• In base alla loro posizione sul fusto o su quelle di ordine superiore, si possono distinguere:

• branche di primo ordine: sono le prime a partire dal basso;

• di secondo ordine: sono quelle che seguono le precedenti;

• di terzo ordine: seguono quelle di secondo ordine), ecc.

• I RAMI

• I rami, che sono la parte dello scheletro che fornisce la produzione, sono completamente lignificati
e provvisti di gemme disposte secondo una fillotassi tipica; sono distinti in:

• rami a legno: sono provvisti di sole gemme a legno e si trovano in particolare sulle giovani piante o
su quelle vigorose;

• rami a frutto: sono forniti per lo più di gemme produttive;

• rami misti: sono provvisti di gemme a legno e a frutto;

• rami anticipati o femminelle: si sviluppano nello stesso anno di formazione della gemma. Sono
comuni nella vite, nel pesco, sulle piante giovani e vigorose; nel caso del pesco possono portare
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gemme a fiore e dare, in alcune varietà, una buona fruttificazione, mentre in altre i fiori non
allegano;

• polloni: provengono dalle radici o dalla ceppaia e possono essere usati nell'innesto di
rinvigorimento;

• succhioni: derivano da gemme latenti o avventizie delle branche o del tronco; sono molto vigorosi,
robusti, eretti; hanno internodi lunghi e sono comuni sulle piante giovani, poco produttive o troppo
potate. Di norma si asportano con la potatura, ma si possono usare per la sostituzione di branche
mancanti.

• FIORI

• In genere i fiori sono bisessuali o ermafroditi, cioè provvisti di organi maschili e femminili; non
mancano, però, casi di fiori unisessuali e allora potremo avere piante monoiche, quando sulla stessa
pianta, separati o insieme, esistono organi maschili e femminili (es. castagno, nocciolo, noce, ecc.) e
piante dioiche, quando gli organi sessuali si trovano su piante distinte (es. actinidia, pioppo, ecc.). In
altre specie sulla stessa pianta, accanto ai fiori ermafroditi vi sono anche fiori unisessuali, nel qual
caso avremo piante andromonoiche, quando si hanno fiori ermafroditi e maschili, e piante
ginomonoiche, quando si hanno fiori ermafroditi e femminili. I fiori, a loro volta, possono essere
isolati o raggruppati in infiorescenze più o meno complesse ed essere provvisti o meno di
peduncolo

• IL FRUTTO

• Il frutto è l' organo vegetale in cui si trovano racchiusi i semi, presente nelle spermatofite, ossia
nelle piante produttrici di semi (gimnosperme e angiosperme). In tal senso, si possono considerare
frutti anche le pigne delle conifere.
Da un punto di vista strettamente botanico, si definisce frutto la struttura che deriva
dall'accrescimento e dalla trasformazione dell'ovario (nel caso dei cosiddetti frutti veri) ed
eventualmente di altre parti del fiore, come il ricettacolo (nei frutti falsi): in tal senso, il frutto è
tipico delle sole angiosperme, cioè delle piante con fiori.

Frutti carnosi: si dicono "drupe" i frutti che hanno il seme (a) o la mandorla (b) inserito nell'endocarpo (o
nocciolo). Quest'ultimo è immerso nella polpa (mesocarpo). La buccia che avvolge il frutto viene detta
epicarpo.
(c): talora l'endocarpo o nocciolo può avere spessore notevole (es.: pesca)

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(d): a volte l'involucro del nocciolo può essere coriaceo e non duro (es.: mela)
(e): si dicono "bacche" i frutti che hanno i semi immersi direttamente nella polpa (es.: uva)

I SEMI

I semi, che derivano dalla fecondazione degli ovuli, sono contenuti all'interno dei frutti in numero variabile
da uno (es. nella drupa), ad alcuni (es. nella bacca, nel pomo ), a numerosi (in alcune bacche e nella drupa
composta).

LA FOGLIA

La foglia è costituita da più parti, una espansa detta Lembo, da un peduncolo, detto picciolo, che si inserisce
sul ramo allargandosi nella guaina, da nervature principali e secondarie ecc.

La temperatura dell’aria è indubbiamente il più importante dei fattori climatici poiché da esso dipende la
localizzazione ed estensione delle aree di coltura delle specie vegetali. Ai nostri fini è indispensabile la
conoscenza, a livello del suolo, dei valori di temperatura massima e minima. Non essendo possibile
modificare la temperatura dell’aria, si possono adottare, tuttavia, degli accorgimenti quali, ad esempio la
scelta opportuna della specie e della varietà, l’irrigazione.La temperatura del terreno è in rapporto sia con
la natura del suolo che con il suo contenuto in umidità. È certamente un parametro di grande importanza in
quanto le piante, vivendo con l’apparato radicale in tale ambiente, ne sono condizionate nell’espletamento
di importanti funzioni fisiologiche. La conoscenza di tale parametro è utile anche per il ruolo che lo stesso
esercita sull’attività microbica e su tutti i processi chimici del suolo. La temperatura del terreno può essere
modificata adottando alcuni accorgimenti, quali la pacciamatura, l’inerbimento, il rapido sgrondo delle
acque, ecc.

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La temperatura va rilevata in superficie e a diverse profondità in modo da disporre di valori minimi, massimi
e medi giornalieri.

ALBICOCCO CILIEGIO MELO PERO PESCO

Cresce bene nei Non ha particolari Si adatta bene ai Sopporta bene Molto esigente,
climi meridionali. esigenze climatiche climi freddi e qualsiasi clima non si adatta ai
Al nord va se non una buona umidi. E’ sensibile anche se predilige climi freddi e
coltivato in esposizione alla luce alle brinate e al climi temperati con vuole terreni ben
terreni collinari, freddo primaverile inverni freddi soleggiati
soleggiati e
riparati dai venti

COMPOSIZIONE DEL TERRENO AGRARIO

Il primo strato del terreno agrario è quello superficiale, che si presenta scuro e dello spessore di 20-30
centimetri, ricco di sostanza organica e frequentato da microorganismi di piccoli animali ed interessato da
processi fermentativi. Questo strato si definisce strato attivo: è in questo spazio che le radici esplorano il
terreno alla ricerca delle sostanze minerali indispensabili alla vita delle piante.

Il secondo strato del terreno agrario è lo strato inerte. Si trova appena al di sotto dello strato attivo ed è
facilmente distinguibile per il colore più chiaro, povero di sostanza organica ed interessato solo da qualche
radice. Si per sè questo strato è sterile e può essere messo a coltura con una lavorazione profonda che lo
riporti in superficie onde esporlo ai fenomeni di ossidazione, alle concimazioni, alle lavorazioni, all’ opera
della microfauna, finché si caricherà di fertilità assumendo il caratteristico colore scuro tipico dello strato
attivo.

L’ ultimo strato del terreno agrario è il sottosuolo, quello più profondo, che non interessa direttamente le
nostre colture in quanto non viene mai toccato nè con lavorazioni ordinarie, nè con quelle straordinarie.

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Come determinare la tessitura del terreno

Stabilire la tessitura del proprio terreno è molto importante per far vivere bene le nostre piante. Niente è
più difficile della coltivazione di una specie in un contesto non consono ai suoi bisogni.

Il metodo più semplice per questa classificazione, è la prova in pieno campo ed è un piccolo test, possibile a
tutti e privo di costi.

Potete procedere così:


Prelevate un piccolo campione di terreno (stando sempre sotto il primo strato di 3-5cm.) e bagnatelo fino a
raggiungere il limite di liquidità. Lavoratelo con le dita per ottenere una pasta omogenea e cercando di
modellarlo a cilindretto.

Durante questa operazione dovete cercare di percepire le tre sensazioni di base: adesività, saponosità, il
grattare o smerigliare.

Lavorate il campione con la mano fino a farlo asciugare e cercate, mentre lo fate, soprattutto di cogliere la

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sensazione prevalente (fra quelle elencate qui sotto) in modo da poter attribuire il campione ad un gruppo
tessiturale.

LE SENSAZIONI PERCEPITE

- La sensazione del graffiare vi dirà che nel vostro terreno, è contenuta sabbia grossa, mentre lo smeriglio,
di sabbia fine.

- La sensazione della saponosità, che nell'asciugarsi assomiglierà al talco, rivelerà la presenza di limo. In
questo caso, il cilindretto di terra che si sarà formato, non aderirà alle dita e si staccherà facilmente.

- La sensazione di adesività e di appiccicoso, rivelerà la presenza di argilla e noterete che si stacca con
difficoltà dalle dita.

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TERRENO ARGILLOSO: in genere marrone rossastro, compatto, consistente,duro da lavorare,plasmabile e
untuoso al tatto, poco permeabile all' acqua. Trattiene a lungo l'acqua, quando essa è riuscita a penetrarvi,
diventando fangoso(scarsa circolazione dell'aria). In caso di siccità si indurisce facilmente e presenta delle
crepe. Si scalda lentamente. E' abbastanza ricco di elementi nutritivi. Se trattato bene (lavorazione del
terreno adatta, apporto di sabbia, compost, etc....) può diventare fertile.E' adatto a piante con radici corte e
superficiali come: riso, frumento, granturco.

TERRENO SABBIOSO: in genere di colore chiaro, può essere anche rossastro. Granuloso al tatto, si sbriciola
facilmente, molto poroso e quindi permeabile all' acqua. Si libera velocemente dall' acqua assorbita, si
riscalda facilmente, è poco fertile .E' adatto a piante con esteso apparato radicale. Vi crescono abbastanza
bene anche patate, carote e piante grasse (le quali immagazzinano l' acqua nel fusto).

TERRENO CALCAREO: contiene più del 20% di carbonato di calcio e/o di magnesio. A contatto con sostanze
acide dà luogo ad effervescenza perchè libera anidride carbonica .E’ spesso protagonista di caratteristici
fenomeni di erosione (grotte etc...).Il colore è bianco giallastro .E permeabile all' acqua. In genere è poco
fertile .Vi crescono bene solo alcune piante come l'olivo e la vite.

TERRENO HUMIFERO.molto ricco di sostanza organica, assorbe bene l'acqua e il calore (colore bruno nero),
e poroso, soffice,facile da lavorare. E'molto ricco di organismi viventi . L'humus è un composto organico
formato dalla decomposizione di organismi, dei quali non si riconosce più la struttura iniziale. E' lentamente
degradabile, tende ad assumere una struttura a grumi, che determina un aumento della porosità e sofficità,
dell' assorbimento dell'acqua, della penetrabilità delle radici. Tende a fissare sulla superficie dei grumi i sali
minerali del terreno (=adsorbire i sali) che cede poi lentamente.
Inoltre l'humus trattiene molte sostanze nocive come i metalli pesanti, evitando la loro percolazione nelle
falde acquifere e la loro assunzione da parte degli ortaggi. Ha anche un'azione stimolante nei confronti di
molti batteri del suolo.

TERRENO AGRARIO. è il tipo ideale di terreno, cioè quello più fertile. Ha una composizione variabile di
sabbia, argilla, limo, humus, calcare... Un esempio di terreno agrario è il terreno a medio impasto: 50%-60%
di sabbia, 20% di argilla,15 – 20% di limo, 3 -4 % di calcare, 5-8% di humus. Esso si riscalda facilmente, e
bene areato, è sciolto, è abbastanza permeabile all'acqua, che trattiene in quantità conveniente. La sua
fertilità dipende anche dal fatto che i sali minerali, contenuti in esso, non vengono facilmente asportati
dall'acqua piovana.

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A differenza delle colture erbacee, le colture arboree permangono sul terreno per anni; è quindi necessario
che le loro radici possano ben svilupparsi con la garanzia di avere sempre a disposizione non solo sufficienti
elementi nutritivi, ma anche quella struttura granulometrica che assicuri alla parte ipogea di svolgere in
condizioni ottimali le funzioni meccaniche e fisiologiche cui è preposta. Ottimi sono a tal fine i terreni
alluvionali e vulcanici, talora anche quelli morenici; buone condizioni forniscono pure i terreni di medio
impasto, in cui il giusto equilibrio tra materiali sabbiosi, limosi e argillosi garantisce la buona circolazione
dell'acqua e dell'aria, nonché quelli ben dotati di elementi nutritivi e sufficientemente profondi e freschi,
purché abbiano una buona disposizione degli strati e un'adeguata permeabilità. Vanno evitati nel modo più
assoluto i terreni troppo compatti, in cui spesso si hanno ristagni idrici; infine quelli ghiaiosi sono adatti solo
se sufficientemente freschi e irrigabili e se si fanno forti concimazioni.

ALBICOCCO CILIEGIO MELO PERO PESCO

Si adatta a Predilige terreni Terreni argillosi Terreni sabbiosi o se Terreni


qualsiasi terreno sabbiosi e non compatti argillosi molto permeabili,
purchè non sia permeabili. profondi sciolti, non
umido compatti.
Evitare i ristagni
d’acqua Teme il ristagno
idrico

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• specie sempreverdi a maturazione autunnale o invernale precoce: vi appartengono l'olivo
e le cultivar precoci di agrumi.. Hanno un fabbisogno di acqua ben distribuito durante
l'anno;

• specie caducifoglie con fruttificazione prevalente su rami di un anno: vi appartengono il


pesco e diverse cultivar di albicocco. Tali piante presentano lo sviluppo vegetativo, che
assicura la produzione successiva, nel periodo estivo. Se la matu-razione dei frutti precede
lo sviluppo vegetativo (varietà precoci), la richiesta di acqua è ben distribuita; viceversa se
la maturazione è contemporanea allo sviluppo (varietà tardive) si ha la richiesta massima in
tale periodo.

• specie caducifoglie con fruttificazione prevalente su rami di due o più anni: vi


appartengono, tra le drupacee, il mandorlo, il ciliegio e il susino, che producono su dardi, e,
tra le pomacee, il melo e il pero, che producono per lo più sulle lamburde. Il fabbisogno
idrico è dilazionato: meno elevato in primavera e massimo verso la fine dell'estate.

ASPERSIONE O PIOGGIA

Questo metodo ha innegabili vantaggi, e in particolare offre la possibilità di irrigare anche nei terreni
irregolari e con pendenze notevoli, o comunque non sottoposti a particolari sistemazioni, di risparmiare
acqua e manodopera, di ridurre le tare improduttive e di facilitare la circolazione delle macchine negli
impianti stessi, di controllare i volumi di adacquamento in base alla natura del terreno, nonché alle
esigenze della coltura. Nel contempo questo metodo ha anche dei difetti, quali un elevato costo
dell'attrezzatura e di installazione, una certa difficoltà di impiego in zone ventose per la non uniforme
somministrazione dell'acqua.

IRRIGAZIONE A GOCCIA

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IRRIGAZIONE AGOCCIA

Tra i vantaggi più rilevanti di questo sistema ricordiamo un minor consumo di acqua del 20-40%, la
possibilità di somministrare l'acqua e gli elementi nutritivi nelle zone maggiormente esplorate dalle radici
delle piante, la riduzione al minimo degli eccessi idrici del terreno con conseguente miglior accrescimento
dei frutti, che si manifesta con un aumento della pezzatura e quindi della resa, l'eliminazione della
cosiddetta crosta superficiale del terreno, la mancata bagnatura della parte aerea della pianta con risvolti
positivi per la difesa fitosanitaria, la possibilità di eseguire le pratiche colturali in qualsiasi momento, il
risparmio di manodopera.

Gli elementi nutritivi di un terreno si distinguono in:

1. MACROELEMENTI PRINCIPALI:

Azoto, Fosforo, Potassio

2) – MACROELEMENTI SECONDARI:

Calcio, Ferro, Magnesio, Zolfo

3) – MICROELEMENTI:

Boro, Manganese, Molibdeno, Rame, Zinco

AZOTO (Simbolo N)

È la sostanza che serve per l’accrescimento delle piante; viene assimilata dal terreno in svariati modi:
attraverso la pioggia, mediante la decomposizione organica di parti vegetali presenti sul terreno, con la
concimazione sia organica sia minerale fatta dall’uomo.

La presenza equilibrata di azoto mostra piante di un bel colore verde intenso; quando, invece, l’azoto è
carente le foglie hanno apici e nervature giallastre.

Una quantità troppo elevata di azoto può stimolare eccessivamente la crescita e lo sviluppo di una pianta
rendendola meno resistente alle malattie.

FOSFORO (Simbolo P)

È la sostanza che agevola la fioritura e l’accrescimento e relativa maturazione dei frutti oltre che un miglior
sviluppo dell’apparato radicale.

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La carenza di fosforo procura piante stentate con foglie pallide i cui bordi assumono una colorazione
rossastra e tendono a seccarsi; i frutti rimangono piccoli e la fioritura viene ritardata.

POTASSIO (Simbolo K)

È la sostanza che favorisce e migliora il sapore, il colore e la consistenza dei frutti; aiuta le piante a resistere
al freddo, alla siccità e all’attacco dei parassiti.

La carenza di potassio procura ingiallimento e necrotizzazione fogliare oltre che peggioramento nella
qualità dei frutti che perdono di colore e di sapore.

CALCIO (Simbolo Ca)

E’ la sostanza che rinforza le piante ma occorre prestare attenzione alle specie di piante che ne hanno
effettivamente necessità in quanto esistono, in natura, piante calciofile, come le leguminose che hanno
esigenze di calcio superiori alle piante calcifughe, come le acidofile (azalee, rododendri, camelie, gardenie,
eriche, …).

La carenza di calcio procura ingiallimento, curvatura e appassimento fogliare; nelle piante acidofile, un
eccesso di calcio procura ingiallimento delle foglie.

FERRO (Simbolo Fe)

È la sostanza che insieme al magnesio rappresenta un componente principale della molecola della clorofilla;
insieme a vari enzimi regola i processi vitali di una pianta.

La clorosi (carenza di ferro) si manifesta con la colorazione gialla delle foglie a partire da quelle più giovani.

La carenza di ferro può essere curata con la somministrazione di appositi prodotti ed è reversibile, vale a
dire che le foglie da gialle ritornano a colorarsi di verde.

MAGNESIO (Simbolo Mg)

È la sostanza che insieme al ferro rappresenta un elemento essenziale della molecola della clorofilla, molto
importante per la fotosintesi clorofilliana (processo di nutrizione delle piante).

La carenza di magnesio si manifesta sulle foglie più vecchie (di solito le basali) che presentano aree
decolorate in bianco o in giallo.

La carenza di magnesio può essere curata con una opportuna concimazione ma la decolorazione delle foglie
è irreversibile vale a dire che le foglie (basali impallidite o ingiallite)non diventeranno più verdi.

ZOLFO (Simbolo S)

È uno dei componenti degli aminoacidi e delle proteine; è la sostanza che concorre al sapore di molti
ortaggi e frutti.

La carenza di zolfo si manifesta con l’ingiallimento uniforme delle foglie e con una crescita stentata della
pianta

BORO (Simbolo B)

È una sostanza che partecipa, insieme con altri elementi, alla formazione di fiori, frutti e radici.

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La carenza di boro produce necrosi dei germogli, arresto nello sviluppo delle gemme e imbrunimento dei
tessuti che diventano molli.

MANGANESE (Simbolo Mn)

È la sostanza che entra nella formazione della molecola della clorofilla; il suo assorbimento varia secondo la
qualità del terreno: è favorito se il terreno è acido.

La carenza di manganese si manifesta con ingiallimento per aree delle foglie più vecchie.

MOLIBDENO (Simbolo Mo)

È una sostanza che serve allo sviluppo e alla crescita delle piante; rispetto alle sostanze precedenti è quella
che nel terreno e nelle piante è contenuta in minore quantità; solo le leguminose utilizzano una quantità
relativamente elevata di molibdeno.

La carenza di questo elemento si manifesta con piante di dimensioni ridotte, con macchie ed ingiallimenti
fogliari, prima, e con deformazioni e appassimenti, poi.

RAME (Simbolo Cu)

Insieme al ferro partecipa alla produzione della clorofilla oltre che essere un costituente di molti enzimi
necessari alla regolazione dei processi vitali della pianta.

La carenza di rame si manifesta con macchie ed ingiallimenti fogliari.

ZINCO (Simbolo Zn)

È una sostanza che serve per la formazione e lo sviluppo dei semi.

La carenza di zinco si manifesta, sulle piante da frutto, con modificazioni fogliari come ampie zone giallastre
(agrumi) o raggruppamenti a rosetta delle foglie (pesco).

Per quanto riguarda la quantità di elementi nutritivi da distribuire è necessario considerare diversi aspetti
quali:

• Le reali asportazioni della pianta

• Le perdite

• Le restituzioni

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Non è quindi sufficiente affidarsi a semplici indicazioni di fabbisogno ma vanno considerati gli aspetti
sopraesposti con l’ausilio di analisi del terreno e diagnostica fogliare.

Asportazioni medie annuali in Kg/ha

SPECIE AZOTO ANIDRIDE OSSIDO DI OSSIDO DI OSSIDO DI


FOSFORICA POTASSIO CALCIO MAGNESIO

MELO 80 - 90 30 - 35 120 – 130 160 - 170 30 - 32

PERO 60 - 70 15 - 25 70 - 90 190 - 200 20 – 25

PESCO 120 - 130 25 - 30 130 – 140 150 – 160 25 - 30

LE PERDITE

Le perdite di elementi nutritivi sono variabili in conseguenza ad alcuni fattori pedoclimatici:

• Il dilavamento riferito principalmente all’azoto dipende infatti dalla piovosità, dal sistema di
irrigazione e dalla natura del terreno.

1. In zone molto piovose il dilavamento è massimo

2. Un sistema di irrigazione a grandi portate d’acqua provoca maggior dilavamento che con un
sistema a microirrigazione.

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3. In un terreno sabbioso le perdite sono maggiori che in un terreno argilloso.

LE RESTITUZIONI

Le restituzioni avvengono tramite i residui di coltivazione e quindi attraverso la mineralizzazione.

Residui di potatura (ql/ha) e loro valore nutritivo (Kg/ha)

SPECIE RESIDUI AZOTO ANIDRIDE OSSIDO


FOSFORIC DI
A POTASSIO

MELO 49 19 3 8,5

PERO 57 28 3,5 13

PESCO 44 26 3 10,5

Il concime organico più conosciuto è il letame, costituito dalle deiezioni solide e liquide di animali
bovini ed equini, mescolati alla paglia della lettiera.
Il letame non è subito adatto per l’uso, ma deve "maturare" per circa 6 mesi in concimaia. In
media, si può calcolare che un bovino del peso di 6-7 quintali produce, in un anno, 110/120 quintali
di letame maturo.
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Il letame equino poco acquoso, è difficile da rinvenire.
Quello bovino presenta qualità più che sufficienti per garantire una buona fertilizzazione organica.
Una perfetta stagionatura si denota dal colore scuro e dall’uniformità della massa, ma deve
presentarsi omogenea e untuosa al tatto.
Il letame rappresenta tuttora la base fondamentale della concimazione.

I concimi minerali vengono definiti concimi di sintesi cioè ottenuti artificialmente.

Il vantaggio di questi concimi è rappresentato dal fatto che possiamo sceglier noi la quantità di azoto,
fosforo e potassio che possiamo dare alle nostre piante.

Sicuramente rappresentano una forma di inquinamento se usati in modo eccessivo

Esistono in commercio diversi tipi di concimi minerali e vengono classificati in base a quanti elementi
contengono

TITOLO

Per titolo di un fertilizzante si intende la percentuale in peso dell'elemento o degli elementi fertilizzanti
contenuti nel prodotto, dichiarati dal produttore, dal venditore o da chi, comunque, commercializza la
merce, riferita al "tal quale", cioè al peso del prodotto così come viene commercializzato, Pertanto dire
che un concime ha un titolo in azoto di 16 indica che per ogni 100 Kg di prodotto vi sono 16 Kg di azoto.

Si ricorda che l'espressione "unità fertilizzante" indica i Kg di azoto, anidride fosforica, ossido di potassio,
ecc.

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DISTINGUIAMO DUE TIPI DI CONCIMAZIONE

La concimazione di fondo ha carattere di straordinarietà e in generale si esegue una sola volta prima della
messa a coltura di un terreno destinato alle coltivazioni erbacee oppure prima dell'impianto di una
piantagione legnosa (vigneto, frutteto, oliveto, ecc.). Lo scopo della concimazione di fondo è quello di
elevare lo stato di fertilità chimica del terreno apportando considerevoli quantitativi degli elementi
nutritivi carenti in modo da portare la dotazione su livelli medio alti nello strato prevalentemente
esplorato dalle radici (in media i primi 40 cm). Con le stesse finalità si effettua la concimazione di
arricchimento quando si vuole elevare lo stato di fertilità di un terreno già in coltivazione. Questo caso si
presenta quando non è mai stata effettuata una concimazione di fondo oppure si sono applicati piani di
concimazione errati, che a causa di uno sfruttamento pluriennale del terreno ne hanno determinato
l'impoverimento

Ha lo scopo di mantenere stabile nel tempo la dotazione di elementi nutritivi del terreno, prevenendo
perciò il progressivo impoverimento causato in parte dall'asportazione del raccolto e in parte dai fattori
naturali d'impoverimento (dilavamento, volatilizzazione, insolubilizzazione, erosione, ecc.). La
concimazione di mantenimento si pratica applicando due principi alternativi:

Principio della restituzione: si restituiscono al terreno i quantitativi di elementi nutritivi effettivamente


asportati dalla coltura con il prelievo dei prodotti, al lordo delle perdite naturali.

Principio dell'anticipazione: si somministrano al terreno i quantitativi di elementi nutritivi che saranno


asportati dalla coltura in atto al lordo delle perdite naturali.

Nella concimazione di impianto si eleva la fertilità del terreno somministrando soprattutto elementi non
dilavabili come fosforo e potassio e con l’apporto di letame per migliorare il terreno anche dal punto di
vista fisico.

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Si possono indicare in linea di massima le seguenti dosi:

• Abbondante concimazione letamica

• 100 – 200 unità di anidride fosforica

• 100 – 200 unità di ossido di potassio

La concimazione di produzione è specifica per ogni coltura. In ogni caso si possono fissare alcune regole
generali:

• Nei primi due tre anni è prevalentemente azotata

• La concimazione letamica è consigliata ogni due tre anni

• Azoto 60 – 100 Kg/ha – Anidride fosforica 40 – 60 Kg/ha – Ossido di potassio 100 – 150 Kg/ha

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POTATURA SECCA

La potatura secca si può eseguire dalla caduta delle foglie a poco prima della ripresa vegetativa. Se
effettuata troppo presto, cioè tra la raccolta dei frutti e la caduta delle foglie, può, specie nelle pomacee,
compromettere la produzione successiva; in ogni caso determina un anticipo della ripresa vegetativa nella
primavera seguente con possibili conseguenze negative in caso di gelate tardive. Altrettanto negativo è un
intervento troppo tardivo, cioè all'inizio della ripresa vegetativa; tale intervento è più dannoso nelle
pomacee, in cui può provocare un arresto vegetativo anche di due settimane. Il periodo migliore risulta
essere dopo gli ultimi geli invernali (febbraio-marzo).

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POTATURA VERDE

È una pratica che trova particolare interesse per le specie molto vigorose, quali l'actinidia, il melo, il pero
e il pesco . Gli interventi mirano a rimuovere la vegetazione eccedente per favorire la lignificazione della
rimanente e migliorare qualitativamente la produzione e la differenziazione delle gemme. I tagli, però,
non devono essere eccessivi ed eseguiti in epoche corrette. Potature verdi troppo anticipate fanno
sviluppare numerosi rami anticipati, che spesso non lignificano bene prima dell'entrata in riposo
vegetativo e quindi risultano molto sensibili ai freddi invernali. Interventi tardivi non sono di alcuna utilità,
anzi possono provocare i danni descritti a proposito della potatura invernale anticipata.

LE VARIE PARTI DELA PIANTA SONO IN COMPETIZIONE FRA LORO IN PARTICOLAR MODO L’APARATO
RADICALE E L’APPARATO AEREO.

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INIZIALMENTE SI HA UNA PREDOMINANZA DELL’ATTIVITA’ VEGETATIVA (CRESCITA)

POI VI E’ UN PERIODO DI STABILITA’ (ATTIVITA’ PRODUTTIVA)

ED INFINE ABBIAMO UN PERIODO DOVE LE RADICI NON RIESCONO PIU’ A SODDISFARE LE ESIGENZE
DELLA PIANTA (PRODUTTIVITA’ DECRESCENTE).

LA POTATURA DOVREBBE, OLTRE A CONSENTIRE UNA FORMA ARMONICA, A RENDERE PIU’ LUNGO
POSSIBILE IL PERIODO DELA PRODUTTIVITA’. ECCO PERCHE’ E’ NECESSARIO CONOSCERE ALCUNI “
COMPORTAMENTI” DELLA PIANTA

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 24


• gemme a legno, quando producono rami laterali o foglie sul ramo dell'anno
• gemme a fiore ( o a frutto), quando danno origine ai fiori e quindi ai frutti
• gemme miste, quando possono dar origine sia a foglie o rami che a fiori (e
successivamente a frutti).

Sui germogli di nuova formazione sono presenti inizialmente gemme neutre che in seguito, quando il
rametto ha raggiunto una lunghezza di circa 20 cm, si evolvono, trasformandosi alcune in gemme a legno,
altre in gemme a fiore o miste.

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Quando si recide o si incide un ramo, la gemma prossima al taglio si risveglia ed emette un germoglio; tale
reazione si spiega con la soppressione o il semplice indebolimento della gemma apicale, situata
all'estremità, che esercitava sulla sottostante un'influenza negativa, impedendone o ritardandone lo
sviluppo. La dominanza apicale è poco marcata nelle specie che ramificano spontaneamente, secondo un
portamento arbustivo, mentre è elevata in quelle che, crescendo, tendono a spogliarsi nella parte inferiore,
assumendo l'aspetto di un albero. Il fenomeno si riscontra non solo sul fusto principale, ma anche sulle
ramificazioni secondarie di ogni ordine; pertanto, recidendo l'estremità delle nuove branche via via che si
sviluppano, si ottiene l'infoltimento e l'espansione della chioma.

La soppressione permette il risveglio delle gemme sottostanti

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DARDO

Ramo di un anno, lungo 0.5 – 1 cm composto da una gemma a legno contornata da una rosetta di 5 – 7
foglie. Evolve l’anno successivo in lamburda

LAMBURDA

Rametto di 1 – 4 cm di due o più anni


con una gemma mista all’apice
contornata da una decina di foglie.
Dopo la fruttificazione si ingrossa e da
origine alla borsa

RAMO MISTO

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Ramo di 40 – 50 cm che porta sia
gemme a legno che miste

BRINDILLO

Ramo di una anno,lungo fino a 30 cm. Gemma apicale mista e lungo l’asse gemme a legno. Viene eliminato
dopo la fruttificazione

BORSA

Ramo di tre anni lungo 2 – 3 cm dove sono evidenti le cicatrici dei peduncoli dei

frutti

ZAMPA DI POLLO

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Formazione di 4 o più anni derivata
da una borsa che si asporta con la
potatura

DARDO O MAZZETTO DI MAGGIO

Rametto di 1 o più anni, con gemma apicale a legno contornata da gemme a fiore

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BRINDILLO

Ramo di un anno con gemma apicale a


legno e gemme a fiore disposte vicino
a quelle a legno

RAMO MISTO

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Ramo di un anno con gemma apicale
a legno e gemme a fiore disposte
vicino a quelle a legno

E' un intervento di "potatura verde" e


consiste nell'asportazione della
porzione apicale dei giovani rametti,
quando sono lunghi 20-30 cm, al fine
di favorire l'emissione di ramificazioni
laterali, su cui si differenziano in
seguito gemme a fiore; si ottengono
"rami anticipati" con gemme
ibernanti, destinate a evolversi l'anno
successivo; la cimatura è molto utile
per la formazione della chioma.

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 31


Taglio totale che lascia poche gemme

si attua nella potatura di allevamento e


consiste nell'inclinare l'intero ramo o
branca a partire dalla sua inserzione;

Piegatura ad arco

Taglio del ramo sopra gemma a legno per far affluire più linfa alle gemme sottostanti

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E' un intervento di "potatura verde",
che ha lo scopo di contenere lo
sviluppo delle piante; si applica sui
rami di 2 o più anni, recidendo la
cosiddetta "freccia", prolungamento
vigoroso dell'asse principale oppure
delle branche secondarie, subito al di
sopra di un germoglio laterale.

Consiste nel praticare un taglio a V


capovolta sopra la gemma che si
desidera far sviluppare; intaccando il
legno, si mette a disposizione della
gemme una maggiore quantità di linfa
nutritiva ascendente.

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consiste nella soppressione dei polloni
originatisi nella zona del colletto o
delle radici

questa operazione viene eseguita quando, specialmente in


certe annate, la cascola fisiologica non è di per sé sufficiente
ad assicurare il raggiungimento di un'adeguata pezzatura dei
frutti e, al tempo stesso, una regalare produzione nell'anno
successivo. Il diradamento costituisce una pratica abituale per
il pesco, abbastanza frequente per l'albicocco, il melo.
L'intervento deve essere tempestivo: se esso e eseguito
troppo precocemente risulta molto efficace ma anche più
laborioso e più rischioso, non potendosi ancora valutare, con
sufficiente approssimazione, l'entità della cascola naturale; se
è eseguito troppo tardi può portare a una minore produzione
e a una pezzatura dei frutti non soddisfacente Per quanto
riguarda l'intensità del diradamento, si deve, in sostanza,
valutare preventivamente il potenziale produttivo della pianta
e rapportare a questo il numero dei frutti da mantenere
sull'albero.
Circa la scelta dei frutti da asportare, nelle drupacee si
sopprimono, in primo luogo, quelli eventualmente inseriti a
coppia sugli stessi nodi passando poi a operare lungo i rami;
nel melo si tende a lasciare un solo frutto per ciascuna
lamburda.

L’impalcatura ovvero l’inserzione del primo palco viene detta bassa se è a 30 – 60 cm dal suolo o alta se
oltre 60 cm

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VASO

La struttura della pianta è costituita da un tronco alto 70 cm e da tre branche principali leggermente
inclinate verso l’alto. E’ una forma di allevamento rimasta soprattutto a livello amatoriale in quanto
scarsamente meccanizzabile e con un notevole ingombro. Diffusa ancora nel pesco

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FUSO

Formata da un astone centrale alto fino a 150 cm e rami inclinati dal basso verso l’alto con lunghezza
decrescente

SPINDELBUSH

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Molto simile alla precedente ma con
rami disposti più orizzontalmente e a
spirale lungo l’astone principale

PALMETTA

Costituita da un fusto alto 3 – 4 m e da palchi costituiti da branche inclinate di circa 50° inserite sul tronco
simmetricamente. Il tutto per avere una forma appiattita disposta su filari

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Il taglio deve essere eseguito con arnesi perfettamente affilati e adatti alla consistenza e al diametro del
ramo: appositi coltellini per i tessuti teneri, erbacei o carnosi, forbici di varia misura e seghetti a denti più o
meno fini per i tessuti semilegnosi . E' necessario che la recisione avvenga con facilità, senza provocare
schiacciamenti, slabbrature, scheggiature: la superficie di taglio deve essere netta.

La recisione di un ramo va eseguita con tecnica corretta; le superfici di taglio con diametro superiore ai 2-3
cm vanno protette con l'apposito mastice; le specie resinose non richiedono alcuna applicazione, mentre le
drupacee producono spesso, in corrispondenza dei tessuti incisi, della "gommosi" sulla quale si insediano
muffe e batteri.

Si deve recidere in modo da ottenere lo sviluppo del nuovo germoglio nella direzione desiderata, scegliendo
opportunamente la posizione della gemma. Si taglia secondo una superficie inclinata, in direzione opposta
al punto di inserzione della gemma, immediatamente sopra questa, ma non troppo vicino, per non
provocare lesioni al tessuto di cui fa parte, alle quali fa seguito lo sviluppo di germogli e di rami deformi.

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 38


L’intensità dipende da:

Rinnovare per un 30% queste


formazioni fruttifere.

Lasciare i rami a legno

Diradare se opportuno i brindilli

Eliminare i succhioni

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A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 40
La potatura deve essere energica: fino
al 50 – 70% di asportazione dei rami
presenti

Eliminazione succhioni, rami malati e di


scarsa vigoria

La potatura di produzione dell'albicocco si basa solo su interventi al secco consistenti nel diradamento dei
rami misti; solo nelle piante poco vigorose o molto ricche di formazioni fruttifere si esegue un
raccorciamento dei rami misti e alla potatura secca seguente le branche originatesi da questi ultimi

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verranno raccorciate per mantenere un certo numero di dardi. In presenza di un'abbondante fecondazione,
seguita da una limitata cascola naturale, si consiglia un diradamento dei frutti.

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TICCHIOLATURA

FOGLIE E GERMOGLI

Sulla pagina inferiore della foglia compaiono macchie scure, mentre in quella superiore le macchie si
presentano più chiare e con i contorni irregolari. Alla fine del ciclo si ricoprono di una muffetta, di aspetto
vellutato e polverulento . Alla fine si ha un disseccamento del lembo fogliare.

FRUTTI

L’attacco della ticchiolatura sui frutticini si manifesta con tacche o pustole, spesso confluenti tra loro, di
colore bruno nerastro.. In seguito i tessuti colpiti (le tacche) necrotizzano in superficie e vengono isolati,
mediante la formazione di uno strato suberoso che impedisce l’accrescimento per distensione; pertanto
all’interno del frutticino avvengono delle lacerazioni, delle lesioni, e l’aspetto esterno si presenta deforme,
con evidenti alterazioni della simmetria del frutto stesso.

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 43


CURA

Prodotti a base di rame

OIDIO

FOGLIE E GERMOGLI

Sulle foglie si manifesta nel periodo primaverile estivo con le lamine fogliari deformate e macchie
clorotiche.

Si manifesta una patina bianca sulla pagina inferiore con comparsa di muffa bianca e deformazione.

Anche questo si presenta ricoperto da una muffa biancastre presenta una crescita stentata e deformata.
Può portare alla necrosi.

FRUTTI

Si manifesta raramente con rugginosità della buccia.

In fase di frutticino si nota accrescimento irregolare

CURE

Con prodotti a base di zolfo

MONILIA

La monilia del frutto è tipica delle mele e si manifesta, in modo particolare, durante la conservazione, anche
se l’infezione avviene in campo, sui frutti ancora sulla pianta.

Questa infezione rimane latente fino a quando il frutto non raggiunge particolari condizioni morfo-
fisiologiche e di maturazione, necessarie per scatenare il processo infettivo.

Il marciume inizia, in genere, su di una lenticella e si presenta come un’area più o meno tondeggiante,
leggermente infossata, di colore nocciola-ocraceo; il mesocarpo (polpa) sottostante, anch’esso brunastro,
assume una consistenza molliccia.

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CURE

Fungicidi benzimidazolici

MARCIUME DEL COLLETTO

Le giovani piante presentano imbrunimenti e marcescenze a livello del colletto. La pianta dapprima
ingiallisce, poi si secca rapidamente.

CURE

Prodotti a base di rame. Dove è possibile risanamento meccanico

AFIDE GRIGIO

Vivono in colonie sui germogli e sotto le foglie; le loro punture provocano gravi e irreparabili
accartocciamenti fogliari; nei germogli si manifestano deformazioni ed arresto di sviluppo, con conseguente
perdita della cima.

L’afide grigio punge anche i fiori ed i frutticini in fase di allegagione. Sui fiori determina aborti fiorali e
colatura; sui frutticini si evidenziano gravi malformazioni ed inoltre questi rimangono piccoliCURE

La principale strategia di difesa è basata sull’impiego

di principi attivi sistemici nella fase di prefioritura.

Il trattamento in questa fase è fondamentale

AFIDE GALLIGERO FOGLIARE

Questi afidi attaccano le foglie e le loro punture provocano tipici accartocciamenti longitudinali, lungo il
margine fogliare, in corrispondenza dei quali i tessuti si irrigidiscono, assumono farttura vitrea e subiscono
alterazioni cromatiche rossastre.

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CURE

Vale quanto detto per gli altri afidi

AFIDE VERDE

Il danno è determinato dalle punture nutrizionali che provocano un parziale accartocciamento delle foglie
ed una lieve interferenza nello sviluppo dei germogli, che possono deformarsi;

CURE

La lotta contro l’afide verde, molto meno pericoloso di quello grigio, si effettua con trattamenti chimici e
tenendo conto anche dei nemici naturali che sono quelli descritti per gli afidi in genere. In genere i
trattamenti primaverili (prefioritura e fine fioritura) effettuati contro

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 46


AFIDE LANIGERO

Il danno provocato dalle sue punture consiste nella comparsa, specie sui giovani rami e sugli organi legnosi
più teneri, di tumori o nodosità dovute ad un’ipertrofia ed iperplasia delle cellule vegetali.

CURE

La lotta contro l’afide lanigero del melo può essere fatta sia applicando pratiche di lotta biologica sia
trattamenti chimici specifici, con la tecnica della lotta guidata.

COCCINIGLIA

CURE

Trattamenti a fine inverno con olio minerale

CYDIA O CARPOCAPSA

Nelle ultime generazioni spesso la larva attacca direttamente molti frutti, scavando subito gallerie dirette al
centro ed uscendo immediatamente per attaccare altri frutti; dopo averne attaccati alcuni, si incrisalida.

CURE

Si basano ormai sulla lotta guidata attraverso l’utilizzo di trappole con fitormoni per capire il periodo di
intervento

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TICCHIOLATURA

FOGLIE

Sulle foglie, che sono colpite con minor frequenza rispetto al melo, compaiono delle tacche bruno-nerastre
evidenti su entrambe le pagine fogliari; su queste tacche, a fino ciclo, si forma la tipica polverina brunastra.

FRUTTI

Sul frutto i sintomi si manifestano con maggiore frequenza e con caratteristiche molto tipiche che variano a
seconda del momento fenologico dell’attacco del fungo, e cioè:

 frutto all’inizio-fine allegagione: si manifesta una tacca necrotica brunastra che può essere
centrata sul peduncolo o sul frutticino in formazione;

 frutto in post-allegagione: si manifesta con tacche necrotiche che all’inizio evidenziano,


nella parte esterna, la tipica polverina brunastra (evasione conidica), poi via via il frutto
tende a suberificare la zona attaccata; questa rimane “segnata” per sempre.

 CURE

 Prodotti a base di rame

MACULATURA

FOGLIE

Sulle foglie i sintomi, che non sempre compaiono, si manifestano con macchie irregolari di colore
brunastro; queste necrotizzano e tendono, poi, ad allargarsi sulla lamina fino a provocare un parziale o
totale disseccamento della foglia stessa.

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FRUTTI

Sui frutti il sintomo, tipico, si manifesta, all’inizio, con tacche brunastre, a volte leggermente infossate.
Queste tacche hanno una forma tendenzialmente rotonda che tende ad allargarsi fino ad interessare ampie
aree del frutto; ai margini delle tacche compare un tipico alone di colore arancio-rossiccio. Il frutto, in
seguito all’attacco, può cadere oppure iniziare un processo di marcescenza completa.

CURE

Prodotti a base di rame e distruzione preventiva dei frutti malati

COCCINIGLIA

CURE

• contenere lo sviluppo in altezza delle piante;

• scegliere forme di allevamento non troppo espanse;

• effettuare concimazioni ed irrigazioni equilibrate;

• evitare che all'interno delle chiome si creino microclimi umidi ed ombrosi;

• effettuare spazzolature del tronco e delle grosse branche in caso di presenza su di essi di scudetti
della cocciniglia.

RAGNETTO ROSSO

I danni provocati dal Ragnetto rosso si manifestano con sintomi ben eloquenti: foglie bucate; intensa
decolorazione con ingiallimento del fogliame ; comparsa di tinte anomale la cosidetta “bronzatura“;
disseccamento delle foglie; formazione macchie biancastre purulente sulle pagini inferiori e fitte ragnatele
sulle e tra le foglie.

CURE

Interventi con acaricidi

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RICAMATRICE

Provocano erosioni superficiali su foglie e frutticini fino a provocarne la cascola di questi ultimi

CURE

Solitamente si attua una lotta guidata utilizzando trappole per monitorare l’entità dell’attacco e poi si attua
la lotta con Bacillus thuringiensis

BOLLA

Questa malattia attacca soprattutto le foglie, ma può colpire anche fiori, frutti, germogli e rametti. I primi
sintomi della bolla si possono osservare sulle foglioline appena schiuse, che presentano delle bollosità,
localizzate di preferenza vicino alla nervatura centrale che aumentano di volume e tendono a confluire,
mentre i tessuti colpiti assumono una consistenza carnosa ed uno spessore superiore a quello delle foglie
normali. Si verifica anche un cambiamento del colore dei tessuti i quali assumono inizialmente una
colorazione giallo clorotica che diviene, in seguito, rossastra.
Nel caso di attacchi precoci, subito dopo l’allegagione, il frutticino si atrofizza e cade. Sui fiori la bolla
provoca delle vistose deformazioni con successivo aborto.

CURE

La difesa del pesco dalla bolla, condotta congiuntamente alla lotta contro corineo , costituisce la base della
protezione anticrittogamica di questa coltura.
Essa si basa sostanzialmente su due interventi chimici estintivi da eseguirsi il primo in novembre, subito
dopo la caduta delle foglie, ed il secondo durante il mese di febbraio, appena la temperatura tende ad
A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 50
innalzarsi..
I prodotti solitamente usati contro la bolla sono i dimetilditiocarbammati (ziram)

CORINEO

I sintomi della malattia compaiono su foglie, rami e frutti e possono essere confusi anche con altre
alterazioni, in quanto si tratta di manifestazioni aspecifiche, per reazione della pianta ospite all’aggressione
del patogeno.
Sulle foglie compaiono inizialmente piccole tacche rosso-violacee circondate da un alone clorotico che,
successivamente assume un colore rossastro.
Con il progredire della malattia le aree colpite si allargano, fino a raggiungere la dimensione di alcuni
millimetri. Le parti di lembo fogliare ammalate tendono a distaccarsi, lasciando in tal modo la foglia
bucherellata.

CURE

La lotta contro il corineo, valida anche per combattere altre avversità provocate da microrganismi fungini,
prevede per il pesco due interventi da eseguirsi rispettivamente, in autunno (subito dopo la caduta delle
foglie) e durante l’inverno (solitamente nel mese di febbraio appena la temperatura tende ad innalzarsi).
I prodotti più frequentemente usati a questo scopo sono i dimetilditiocarbammati (esempio: tiram 50 allo
0,6-0,7W0 o ziram 80 allo 0,5-0,6%).
Per il trattamento autunnale si può anche far ricorso ai prodotto rameici (esempio: poltiglia bordolese all’
1-2%,

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CANCRO DEI RAMETTI

I sintomi di questa grave malattia, segnalata in Italia su pesco e mandorlo fin dall’inizio del secolo, appaiono
di solito durante i mesi primaverili ed autunnali e si presentano sotto forma di lesioni ellittiche, di colore
bruno-nocciola, leggermente depresse e centrate solitamente in corrispondenza della gemma
(imbrunimento perigemmale).
Quando tale area imbrunita si estende a tutta la circonferenza del ramo si verifica poi l’avvizzimento delle
foglie e dei rametti situati nella parte distale del ramo stesso

Nei pescheti colpiti da questa grave affezione sarà pertanto opportuno iniziare i trattamenti nel momento
in cui cominciano a cadere le prime foglie (a volte già nel mese di settembre), per poi ripeterli una o due
volte, in relazione all’andamento stagionale, fino a completa caduta delle foglie (metà novembre), in modo
tale da costituire una sorta di barriera chimica all’ingresso del germe patogeno.
Gli interventi chimici andranno ripresi in primavera all’ingrossamento delle gemme, dopo la fioritura e
durante la prima fase di sviluppo dei germogli erbacei.

Oltre ai trattamenti chimici su indicati, un razionale programma di difesa contro il fusicocco dovrà
prevedere l’attuazione di opportuni interventi agronomici. In particolare si raccomanda di:
- asportare e distruggere tutti i rami secchi o che presentino i caratteristici cancri perigemmali
(assolutamente da evitare che rimangano i residui della potatura nel pescheto, anche se interrati);

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- proteggere con mastici o paste cicatrizzanti e disinfettanti i tagli o le ferite più ampie e profonde;
- evitare un uso eccessivo di fertilizzanti azotati;
- ricorrere a sistemi di irrigazione sotto chioma;
- effettuare la potatura preferibilmente nei mesi più freddi o nei periodi meno umidi;
- migliorare le condizioni vegetative delle piante, evitando soprattutto i ristagni d’acqua;.

OIDIO

Sui frutti i sintomi dell’infezione appaiono sotto forma di chiazze biancastre, rotondeggianti, leggermente in
rilievo rispetto alle zone circostanti. Dopo qualche tempo dalla loro comparsa, le macchie assumono un
colore ocraceo . I frutti colpiti precocemente tendono a cadere oppure rimangono deformati.

CURE

I prodotti da impiegare, sono zolfo o dinocap.


Per quanto riguarda l’intervallo di tempo fra una applicazione e la successiva, esso varia fortemente in
relazione alle condizioni ambientali, allo stadio vegetativo della pianta ed al fitofarmaco impiegato.
Nei periodi di massima recettività all’infezione è necessario adottare turni molto ravvicinati, variabili da un
minimo di 7-8 giorni sino a 12-14 giorni.

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MONILIA

I fiori colpiti solitamente lungo lo stilo avvizziscono ed imbruniscono rapidamente e, in breve volgere di
tempo, disseccano totalmente rimanendo attaccati al ramo; nel caso che la stagione decorra umida si
possono anche ricoprire di un’abbondante muffa grigiastra.
Sui rametti ammalati si notano delle tacche depresse che, in seguito, possono rimanere circoscritte oppure
fessurarsi longitudinalmente mettendo a nudo il cilindro centrale. La parte distale del ramo colpito è
solitamente destinata a morte mentre le foglie ed i brindilli inseriti in tale porzione avvizziscono e
rimangono penduli sul rametto disseccato.
Anche le foglie e i giovani germogli erbacei possono venire colpiti direttamente, manifestando allora aree di
marciume, più o meno ampie, di colore brunastro..
Sui frutti l’infezione può manifestarsi fin dalle prime fasi della loro differenziazione; in questo caso i
frutticini marciscono e si ricoprono di una muffa grigia.

CURE

La lotta contro questa malattia si basa sia su interventi chimici specifici durante la vegetazione, sia
sull’adozione di misure indirette, tendenti a ridurre il potenziale d’inoculo e a rendere le piante meno
recettive all’aggressione.
Relativamente a queste ultime norme, si ricorda che le concimazioni azotate, le potature mal eseguite e le
irrigazioni prolungate soprattutto sopra-chioma, favoriscono l’infezione.

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 54


COCCINIGLIA BIANCA

Sul pesco le infestazioni interessano prevalentemente le varietà a maturazione precoce, essendo


interessate da un minor numero di interventi insetticidi. Le neanidi si insediano amiche sui frutti
provocando su quelli di pesco, ciliegio e albicocco la comparsa di macchie rossastre.

CURE

Le infestazioni iniziali possono essere mantenute sotto controllo trattando con polisolfuro di bario iella fase
dei « bottoni rosa». È inoltre buona norma ricorrere alla spazzolatura dei rami maggiormente infestati
durante e operazioni di potatura per rimuovere le incrostazioni del diaspino.

AFIDE VERDE

Sul pesco e sugli altri fruttiferi le colonie dell’afide infestano la pagina inferiore delle foglie provocando
l’accartocciamento trasversale del lembo.
Le foglie colpite ingialliscono, disseccano e cadono con conseguenti ripercussioni sullo sviluppo vegetativo
delle piante e sull’accrescimento dei germogli. Sulle cultivar di «nettarine» infesta i fiori, che sotto l’effetto
delle punture abortiscono, e i giovani frutti che crescono irregolarmente.

CURE

L’afide viene ostacolato in natura da svariati predatori e parassiti (adulti e larve di coccinellidi, larve dì
neurotteri, ecc.).

Tra i principi attivi impiegabili sono da citare: acefate,metamil, piretroìdi e pirimicarb.

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 55


AFIDE SIGARAIO

Attacca il pesco infestando la pagina inferiore delle foglie. Le sue punture provocano l'accartocciamento
longitudinale a mò di doppio sigaro delle due metà del lembo verso la pagina inferiore, in caso di forte
infestazione l’attacco finisce per interessare l'intero apparato fogliare.

CURE

L'afide, come tutti gli altri fitomizi, ha un complesso di nemici (predatori e parassiti), attivi soprattutto in
primavera avanzata, ma la loro utile azione si dimostra insufficiente allorquando la popolazione afidica
consistente e in rapido accrescimento.
Contro l'afide è efficace l’intervento con alcuni principi attivi (acefate, metomil, metamidofos ecc.)

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 56


AFIDE NERO

Colonizza la pagina inferiore delle foglie che in seguito alle sue punture si accartocciano ed infine
disseccano con ripercussioni sull’accrescimento dei germogli e sul processo di differenziazione gemmaria
con conseguenti riflessi negativi sulla produzione dell’annata successiva.
In seguito le sue colonie si localizzano alla base dei peduncoli dove la copiosa melata prodotta finisce per
imbrattare le drupe e sulla quale sì sviluppa un’abbondante fumaggine.

CURE

La lotta contro l’afide si rende necessaria sulle giovani piante, per far sì che non siano ostacolate
nell’accrescimento, ma anche su quelle già sviluppate per evitare danni alla produzione e il fastidioso
inconveniente derivante dalla presenza di melata che imbrattando i frutti permette lo sviluppo della
fumaggine.

A cura del prof. Paolo CROCI Pagina 57


COCCINIGLIA

Infesta i rami, i tralci, il rachide dei grappoli della vite, nonché la pagina inferiore delle foglie e ricopre talora
interamente i rami e i germogli provocando deperimenti vegetativi accentuati che nei casi di maggiore
gravità portano alla morte di parti o dell’intera pinta.
Le infestazioni sono accompagniate da melata, prodotta soprattutto dalle neanidi, che imbratta la
vegetazione e i frutti e consente lo sviluppo della fumaggine.

CURE

La lotta è giustificata solo quando le infestazioni del lecanide raggiungono livelli elevati.
Svernando come neanide di seconda età l’insetto può essere combattuto in autunno alla caduta delle foglie
con metidation o fentoato o, prima della ripresa vegetativa con metidation o polisolfuro, evitando cosi dì
intervenire durante il periodo vegetativo contro le neanidi, quando sono presenti predatori o parassiti.

OIDIO

Circa un mese dopo la fioritura compaiono i primi sintomi sulla superficie dei frutti, solitamente in
concomitanza dell’innalzamento della temperatura, e si notano sotto forma di chiazze biancastre,
tendenzialmente isodiametriche ed isolate, costituite dagli elementi vegetativo-riproduttivi del parassita.
Dopo qualche tempo, in corrispondenza di tali aree, si osservano delle tacche necrotiche reticolari di 1 o 2
millimetri che tendono rapidamente ad allargarsi fino ad interessare gran parte dell’epidermide. In
particolare queste tacche assumono una colorazione rosso-brunastra nel caso si trovino nella parte del
frutto esposta alla luce e verdastra se interessano la zona ombreggiata.

CURE

Il ricorso ad interventi chimici contro questa malattia è giustificato solamente in quei frutteti in cui gli
attacchi si presentano regolarmente tutti gli anni con particolare virulenza.

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CORINEO

ANARSIA

Le larve attaccano i fiori, poi scavano una galleria alla base delle rosette fogliari provocandone
l'avvizzimento. Nella tarda primavera- estate attaccano i germogli apicali scavando gallerie e provocandone
l'avvizzimento (i germogli appaiono privi di foglie e con l'apice ripiegato). Nei frutti le larve scavano una
galleria inizialmente sottoepidermica presso il peduncolo e poi si approfondiscono nella polpa fino al
nocciolo, provocando gommosi e cascola.

CURE

Bacillus thuringiensis var. kurstaki (ceppo EG 2371) e var tenebrionis (d) • rotenone (a) + olio di paraffina

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COCCINIGLIA DEL COCNIOLO

Le sue infestazioni sono comuni su tutte le drupacee (pesco, susino, albicocco, ciliegio, e mandorlo);
Infesta i rami, nonché la pagina inferiore delle foglie e ricopre talora interamente i rami e i germogli
provocando deperimenti vegetativi accentuati che nei casi di maggiore gravità portano alla morte di parti o
dell’intera pinta.
Le infestazioni sono accompagniate da melata, prodotta soprattutto dalle neanidi, che imbratta la
vegetazione e i frutti e consente lo sviluppo della fumaggine.

CURE

l’insetto può essere combattuto in autunno alla caduta delle foglie con metidation o fentoato o, prima della
ripresa vegetativa con metidation o polisolfuro,

COCCINIGLIA DI SAN JOSE’

Forma incrostazioni ben evidenti su tronchi e rami. Le punture provocano sui tronchi alterazioni rossastre
evidenziabili asportando la corteccia. Sui frutti nei punti d'insediamento si forma un alone rossastro.

CURE

• controllare lo sviluppo in altezza delle piante;

• scegliere forme di allevamento non troppo espanse;

• effettuare concimazioni ed irrigazioni equilibrate;

• evitare che all'interno delle chiome si creino microclimi umidi ed ombrosi;

• effettuare spazzolature del tronco e delle grosse branche in caso di presenza su di essi di scudetti
della cocciniglia;

• preferire l'inerbimento controllato permanente nell’interfilare del frutteto per favorire la biocenosi
degli insetti utili.

olio minerale (a) • olio di paraffina • composti a base zolfo

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IL FUSTO

Il fusto o ceppo o tronco è l'asse portante della pianta e si presenta contorto ed avvolto dal ritidoma, che si
sfalda longitudinalmente offrendo riparo a numerosi parassiti. Sul fusto, che è verticale, ma può proseguire
con un certo angolo di inclinazione o anche orizzontal-mente a seconda della forma di allevamento, sono
inserite delle ramificazioni che assumono denominazioni diverse in base al grado di lignificazione o al luogo
di origine; infatti sono dette germogli o pampini quando sono ancora allo stadio erbaceo, tralci quando
sono lignificate e sarmenti dopo il distacco dalla pianta a seguito della potatura invernale, mentre in base
all'età del ramo da cui si sono originate sono dette cacchi se hanno un anno, o polloni se derivano da legno
vecchio. I tralci sono costituiti da nodi e internodi o meritalli, di numero e lunghezza variabile da alcuni cm a
10-15 cm nella vite europea ad oltre 25 cm nel caso del portin-nesto <<225 Ruggeri>>, e raggiungono una
lunghezza media di 1,5-3,5 m, con punte ben oltre i 10 m nelle piante allevate a tendone

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FOGLIA

Le foglie della vite sono semplici, distiche e alterne. Sono formate da un picciolo di diversa lunghezza e da
una lamina palmato-lobata con cinque nervature primarie che possono originare altrettanti lobi separati da
insenature dette seni (foglie a forma intera, trilobata o pentalobata). Le foglie sono inoltre asimmetriche ed
eterofille (cioè sullo stesso tralcio si hanno foglie di forma diversa). La foglia può essere ricoperta di peli.

IL FIORE

I fiori nella vite non sono singoli, ma riuniti in un'infiorescenza, detta grappolo composto o, più
correttamente, racemo composto o pannocchia, inserita sul tralcio in posizione opposta alla foglia. Tale
infiorescenza consta di un asse principale, detto rachide, su cui sono inseriti i racimoli, che si dividono in
rami di vario ordine, l'ultimo dei quali, detto pedicello, porta il fiore; un fiore è posto anche sulla
terminazione dell'asse principale. I grappoli, in numero di 1-3, raramente di più, sono inseriti sul tralcio a
partire dal 2°-3° nodo a seconda della varietà e sono disposti nel modo seguente: il primo sul 2°-3° nodo, il
secondo, opposto al precedente, sul nodo seguente, il terzo due nodi dopo, e perciò sul medesimo lato del
secondo. Il numero dei fiori su ogni grappolo è molto variabile potendo andare da circa 100 nella cultivar
<<Italia>> a quasi 1900 nella cultivar <<Black Rose>>.

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I CIRRI

I cirri o viticci sono degli organi volubili, con funzione di sostegno, aventi sul tralcio la stessa origine e
posizione dei grappoli (ciò è dimostrato dal fatto che, in particolari condizioni, il grappolo, perdendo i fiori,
si può trasformare in cirro); come i tralci, sono erbacei in estate e lignificano alla fine del ciclo vegetativo. A
seconda che presentino uno o più assi, sono detti semplici, bifidi, trifidi. In base, poi, della regolarità di
successione lungo il tralcio, possono essere continui (un cirro per ogni nodo, come per la V. labrusca L.),
discontinui (in genere si hanno due nodi con cirro e uno senza, come per la V. vinifera L.) o intermittenti
(non seguono nessuna regola).

IL FRUTTO

Il frutto della vite è una bacca, comunemente chiamata acino, costituita da:

 epicarpo. o buccia: è uno strato ricco di sostanze di varia natura quali quelle coloranti
(antociani o flavoni), tanniche o aromatiche (in uve particolari quali i <<Moscati>>).
Dall'interno all'esterno è formato da uno strato di cellule piccole e a parete spessa,
dall'epidermide, dalla cuticola, e infine da uno strato biancastro, cioè dalla pruina;

 mesocarpo o polpa: è un tessuto molle e succoso, da cui si ottiene, mediante spremitura, il


mosto, ricco di zuccheri e acidi organici;

 endocarpo: è un tessuto membranoso in cui sono contenuti i semi o vinaccioli,


particolarmente ricchi di oli.

Gli acini sono posti sui pedicelli, i quali, assieme alle varie ramificazioni del grappolo, formano il raspo o
graspo. Hanno forma, dimensione e sapore (semplice o aromatico) caratteristici a seconda della varietà.

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LE GEMME

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La vite presenta una vasta adattabilità al clima e presenta quindi un immenso areale di coltivazione.
Negli ambienti viticoli dell'Italia meridionale ed insulare non esiste il problema di un adeguata insolazione in
quanto questa risulta più che sufficiente affinché si compia il ciclo biologico della vite, pianta tipicamente
eliofila. La vite europea inizia a manifestare danni quando si raggiungono circa i -15°C in inverno e i -5°C in
caso di brinate tardive. Le vite americane hanno una soglia di danno ad una temperatura inferiore di 5°C
circa, mentre gli ibridi produttori diretti e gli ibridi Vitis vinifera x Vitis amurensis rispettivamente a -25°C e a
-40°C nel caso di geli invernali. I danni da eccesso termico riguardano esclusivamente la viticoltura
meridionale e insulare e sono in rapporto anche alla ventosità e in particolare alla presenza dello scirocco
(raggrinzimento degli acini e fino appassimento totale).

Nelle zone a bassa piovosità primaverile-estiva è necessaria un'oculata regimazione idrica in modo da
conservare nel terreno l'acqua caduta durante l'inverno. La pianta di vite richiede quantitativi diversi di
acqua disponibile nelle differenti fasi vegetative. Una scarsa piovosità durante l'inverno induce il risveglio
vegetativo, ma i germogli, dopo l'allegagione, in genere cessano di crescere e l'uva, specialmente quella dei
vitigni più vigorosi, non arriva a maturazione. Danni più o meno simili si hanno anche a causa della siccità
estiva, in quanto viene a mancare la disponibilità idrica proprio nel momento in cui la pianta è
particolarmente esigente. Altrettanto dannose sono le piogge eccessive durante l'estate o l'autunno. Nel
primo caso si determina la formazione di un prodotto molto acquoso, con basso contenuto di zuccheri e
elevato di acidi, mentre nel secondo caso vengono particolarmente favoriti gli attacchi di muffa grigia con
conseguenze dannose sul vino.
Possiamo fissare le seguenti quantità di pioggia per la vite coltivata al centro – nord:

• Durante il germogliamento 15 mm

• Durante la fioritura 10 mm

• Fino all’invaiatura 40 – 110 mm

• Tra l’invaiatura e la maturazione 80 – 100 mm

• In pre vendemmia fino a 40 mm

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La vite europea presenta un'ampia adattabilità al terreno ma con l'introduzione dei portinnesti tale
caratteristica non ha più importanza. Come il portinnesto, così anche il terreno è in grado di determinare la
qualità e la quantità della produzione viticola sia direttamente (composizione chimica e fisica, colore) sia
indirettamente in relazione ad alcuni fattori, quali la giacitura, l'esposizione, ecc., che possono modificare il
microclima di quel determinato ambiente.
In ogni caso possiamo riassumere alcune caratteristiche:

• I terreni calcarei necessitano di adatti portainnesti e comunque danno vini con buon grado
zuccherino ma scarsa acidità

• I terreni molto organici danno notevoli quantità ma scarsa qualità

• I terreni argillosi danno buona qualità se viene controllato il problema del ristagno idrico

• I terreni sabbiosi se non troppo siccitosi danno ottime qualità al vino

Fino a poco più di un secolo fa la vite europea era tutta franca di piede, cioè forniva sia l'apparato aereo
che quello radicale grazie alla sua capacità di autoradi-cazione. Fu, infatti, nel 1863 che a Hammersmith, nei
pressi di Londra, comparve la fillossera, proveniente dall'America. Nell'Europa continentale i primi danni
sono databili al 1865 in Francia e al 1879 in Italia; furono riscontrati inizialmente in Valmadrera, in provincia
di Como, ad Agrate, in provincia di Milano, e nell'anno successivo in provincia di Caltanisetta e Messina. A
nulla valse la lotta con il solfuro di carbonio, prima, e con l'irrigazione per sommersione, poi, metodi già
sperimentati in Francia. Alla fine degli anni '60, riscontrata la resistenza alla fillossera delle viti americane,
se ne iniziò la coltivazione in sostituzione della V. vinifera L., ottenendo però vini molto diversi. Tra la fine
degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 in Francia, e poco dopo anche in Italia, iniziarono prima le ricerche di
ibridi euro-americani per produrre uva di qualità e poi le prove di innesto di vite europea su piede
americano. La comparsa della fillossera, almeno in Italia, non fu l'unica causa a determinare una certa
evoluzione nella viticoltura: nel 1850, infatti, era comparso l'oidio e sempre nel 1879, nell'Oltrepo Pavese,
veniva segnalata, per la prima volta, la peronospora.

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ELEMENTO NUTRITIVO QUANTITA’ IN KG AD ETTARO

AZOTO 60 – 80

ANIDRIDE FOSFORICA 30 – 50

OSSIDO DI POTASSIO 80 – 100

OSSIDO DI MAGNESIO 20 - 30

La vite è una pianta resistente alla siccità, ma una carenza idrica puo’ provocare disseccamenti, caduta di
foglie e appassimenti. Al contrario un eccesso idrico provoca vegetazione eccessiva con scarsità di grado
zuccherino e problemi fitosanitari.

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Considerando il consumo idrico unitario si consigliano dai 2000 ai 4000 mc ad ettaro a seconda del tipo di
sistema di allevamento.

Il sistema più idoneo è l’irrigazione localizzata

Albana

È coltivato in Romagna e nelle vicine Marche

Bombino bianco

Di origine pugliese, è coltivato anche in Basilicata, Campania, Abruzzo e Lazio.

Cataratto

è largamente diffuso in Sicilia

Chardonnay

Confuso per molto tempo con il <<Pinot bianco>>, non deriva da mutazione di <<Pinot nero>> e
deriverebbe il suo nome da un quasi omonimo villaggio della Borgogna. È molto diffuso in Trentino-Alto
Adige, Friuli, Veneto, Lombardia, Puglia,

Inzolia Bianca

È coltivata non solo in Sicilia (dove rappresenta il secondo vitigno in ordine di importanza), ma anche in
Toscana;

Malvasie

È un gruppo eterogeneo che comprende sia vitigni dal caratteristico sapore moscato che a sapore semplice.
Si distinguono due gruppi: <<Malvasie ad acino bianco>> e <<Malvasie ad acino nero>>.

Moscati

È un gruppo costituito da numerosi vitigni dal tipico sapore moscato, di colore sia bianco che nero

Pinots

Sono un gruppo numeroso, di cui fanno parte il <<Pinot Bianco>> e il <<Pinot Grigio>>, di origine francese,
mol-to diffusi al Nord (Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia).

Prosecco

È diffuso nella zona collinare della provincia di Treviso (è il vitigno più importante) ed anche in zone
limitrofe.

Rieslings

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Comprendono un <<R. Italico>> e un <<R. Renano>>, nettamente distinti tra loro tanto da avere, forse,
origine diversa. In Italia risulta maggiormente coltivato il <<R. Italico>>, specie nel Veneto, Trentino-Alto
Adige, Friuli-Venezia Giulia e, limitatamente, anche in Lombardia.

Tocai Friulano

Diffuso nel Veneto e nel Friuli-Venezia Giulia (Udine e Venezia in particolar modo).

Trebbiani

È un gruppo di vitigni coltivati nell’Italia centrale e settentrionale, oltre che in Francia. Tra questi vengono
ricordati il <<T. Toscano o del Chianti>> (entra nella costituzione del <<Chianti DOC>> nella proporzione del
10-30% e con le <<Malvasie>> origina i <<Vini santi>>), il <<T. di Romagna>> (dà vini da pasto e serve come
<<base>> per spumanti), il <<T. di Soave o Veronese>> (dà i vini <<Soave>> DOC), il <<T. di Lugana>> (sul
lago di Garda dà il <<Lugana>> DOC), il <<T. Giallo o di Velletri>> (diffuso nella zona dei Castelli romani)

Vernacce

Sono costituite da numerosi vitigni locali, di cui i più importanti possono essere considerati la <<V. di S.
Gemignano>> (coltivata in Toscana e Umbria), la <<V. di Oristano>> (coltivata in Sardegna) e la <<V. Nera>>
(coltivata in Umbria e nelle Marche). La <<V. di S. Gemignano>>

Aglianico

È un antico vitigno, coltivato principalmente in Campania, ma anche in Puglia e Basilicata;

Barbera

È uno dei vitigni a più larga diffusione (è presente in circa 35 province), anche se la sua patria si può
considerare il Piemonte.

Cabernets

Sono vitigni tipicamente francesi (Bordeaux) e vengono distinti in due popolazioni: il <<Cabernet Franc>> e
il <<Cabernet Sauvignon>>.

Canaiolo

È coltivato in Toscana dove entra nella costituzione del <<Chianti DOC>>

Cannonau

È diffuso in tutte le zone viticole sarde; è mediamente vigoroso;

Dolcetto

È diffuso per lo più nelle Langhe (Cuneo)

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Lambruschi

Sono coltivati per lo più in Emilia (Reggio e Modena), ma anche in Lombardia (Mantova) e in Puglia

Marzemino

È diffuso in diverse province settentrionali, dove è noto anche come <<Berzamino>>

Merlot

Di origine francese, è uno dei vitigni più diffusi in Italia (è presente in circa 35 province).

Pinot Nero

È originario della Francia ed è coltivato in Trentino-Alto Adige (con il nome di <<Blauburgunder>>), nel
Veneto e in Friuli-Venezia Giulia.

Sangiovese

È uno dei vitigni più diffusi in Italia (in quasi 35 province)

Groppello

Questo vitigno sembra originario della zona del Lago di Garda. Ne avevano parlato molti autori latini tra cui
Virgilio e Plinio. Ci sono due sottovarietà di Groppello. Il Groppello Gentile domina nella composizione dei
rosé, mentre il Groppello di Mocasina produce vini più intensi e corposi.

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POTATURA POVERISSIMA: 4 – 5 GEMME PER PIANTA

POTATURA POVERA:MENO DI 10 GEMME

POTATURA RICCA:20 – 40 GEMME

POTATURA RICCHISSIMA. PIU’ DI 40 GEMME

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Le forme d’allevamento della vite sono molteplici e dipendono dalla zona in cui viene allevata la vite,
tenendo conto di:

1. FERTILITA’ DEL TERRENO

2. GIACITURA ED ESPOSIZIONE

3. ALTITUDINE

4. VARIETA’ DI UVA

I sesti d’impianto sono rappresentati dalle distanze tra una vite e l’altra e tra un filare e l’altro.

Da questo dipende quindi l’investimento di piante ad ettaro.

Anche i sesti dipendono dai fattori citati prima

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Differisce dalla precedente in quanto il tetto è posto a maggior altezza, circa a 2 m dal suolo.

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La legatura è un aspetto importante della potatura sia in fase di potatura di allevamento che in quella di
formazione. Permette infatti di dare una particolare inclinazione al tralcio nella prima fase e consente di
sopportare il peso dell’uva in fase di maturazione.

Il periodo migliore per effettuare questa operazione è subito dopo la potatura facendo attenzione ad
alcune regole:

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PERONOSPORA
Il primo sintomo è la comparsa di "macchie d'olio" sulla
pagina superiore delle foglie Sulla pagina inferiore, in
corrispondenza delle macchie, compare , in presenza di
elevata umidità, una muffetta biancastra . Nei casi più gravi
si ha il disseccamento e la caduta della foglia, ed il
deperimento generale della pianta. Durante la fioritura o
subito dopo l'allegagione, le infiorescenze e i grappolini
possono subire l'attacco del fungo, i rachidi appaiono
allessati e si ricoprono di muffa biancastra. Gli acini possono
venire colpiti nelle prime fasi d'accrescimento fino a circa 2
mm di diametro. Nel caso di attacchi tardivi gli acini vanno
soggetti a marciume bruno e a disseccamento (peronospora
larvata). Sui germogli e sui tralci erbacei la malattia si
manifesta con imbrunimenti e comparsa di muffa bianca. Sui
tralci lignificati la malattia determina profonde fessurazioni
e desquamazioni.

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DIFESA

• evitare l'impianto del vigneto in zone con ristagni di umidità o poco luminose e preferire quindi
zone sufficientemente ventilate;

• controllare la sanità delle barbatelle ed acquistare sempre materiale certificato ai sensi della
normativa vigente;

• evitare cloni troppo vigorosi;

• evitare di somministrare dosi eccessive di azoto;

• evitare impalcature troppo basse;

• effettuare la sfemminellatura alla base dei tralci;

• eliminare i polloni;

• eseguire un'accurata potatura verde, curando la sfogliatura alla base dei tralci e nella zona dei
grappoli, al fine di favorire sia la circolazione dell'aria che la buona penetrazione di eventuali
trattamenti fitoiatrici.

effettuare il primo trattamento due o tre giorni prima dello scadere del periodo di incubazione, calcolato
sulla base della regola dei “tre dieci”, con prodotti di copertura o citotropici;
utilizzare anche prodotti rameici

OIDIO
Sulle foglie si possono avere increspature del
lembo, aree decolorate e, infine, sintomo
inconfondibile, una tenue efflorescenza
biancastra distribuita a chiazze sulla pagina
superiore. Sui tralci significati si formano lesioni
reticolate; nel caso di infezioni precoci primaverili
i tralci crescono corti e deboli. I danni maggiori si
hanno però sugli acini che rimangono più piccoli e
meno zuccherini del normale. Sugli acini compare
la classica muffetta sotto la quale ci sono le
macchie necrotiche reticolari che, non essendo
più elastiche, tendono a spaccarsi; su queste
ferite si insediano altri funghi quali quelli della
Muffa grigia o altri batteri e funghi che portano il
marciume degli acini.

DIFESA

• nelle zone ad alto rischio (collina) scegliere cultivar meno suscettibili;

• controllare la sanità delle barbatelle ed acquistare materiale di propagazione certificato ai sensi


della normativa vigente;
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• evitare cloni troppo vigorosi;

• evitare di somministrare dosi eccessive di azoto;

• eseguire un'adeguata potatura verde per evitare che si crei un microclima saturo di umidità nella
zona dei grappoli.

iniziare i trattamenti a partire dalla fase di germogliamento, solo dopo aver accertato la presenza di
infezioni,

in fase di pre-chiusura del grappolo è consigliabile un’applicazione di zolfo in polvere;

MUFFA GRIGIA

Colpisce soprattutto acini che presentano ferite


provocate da agenti viventi o non, determinando la
formazione di macchie brune su quelli delle cultivar
bianche e livide su quelli delle cultivar nere. Le macchie
ben presto si estendono a tutto l'acino determinando il
marciume molle. Nel caso di un andamento climatico
secco gli acini avvizziscono; se l'andamento è umido si
ricoprono di muffa grigiastra che si diffonde rapidamente
tra acini contigui nelle cultivar a grappolo serrato, per cui
alla fine l'intero grappolo può essere interessato
dall'infezione. Sul grappolo attacchi precoci determinano
necrosi del rachide. Sui tralci ancora verdi si hanno
imbrunimenti seguiti da ampie necrosi che portano alla
morte della parte distale del tralcio. Le foglie sono
colpite meno frequentemente e solo se l'andamento
meteorologico è molto piovoso.

DIFESA

• preferire vitigni a grappolo non serrato;

• prevenire le lesioni agli acini provocate da Oidio e Tignoletta;

• favorire, mediante appropriate operazioni di potatura verde e sfogliatura, l'irraggiamento e


l'insolazione dei grappoli;

• adottare tutte le misure agronomiche che possano favorire l'ispessimento della cuticola dell'acino
ed evitare un eccessivo rigoglio vegetativo, ricorrendo in particolare a: concimazioni azotate
equilibrate, impiego di rame per la difesa dalla peronospora fin dalla pre-fioritura, irrigazioni
contenute, ecc.

Utilizzare prodotti a base di zolfo

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MAL DELL’ESCA
Le foglie presentano una decolorazione internervale gialla
o rossastra che in seguito vira verso il bruno.
Successivamente tali aree necrotizzano e in estate si
verifica caduta delle foglie. Tali sintomi compaiono dopo
la fioritura, e procedono dalla base all'apice del tralcio. Nei
mesi di luglio ed agosto si ha un peggioramento della
malattia con caduta delle foglie. In alcuni casi ci sono
tipiche alterazioni dei frutti: all'invaiatura compaiono sugli
acini macchie puntiformi bruno-violacee. Sintomi molto
specifici si hanno sul legno: facendo una sezione
trasversale si nota che la parte centrale si presenta
friabile, spugnosa di colore giallastro e circondata da una
zona periferica piuttosto consistente e di colore scuro.

DIFESA

• impiegare barbatelle certificate

• effettuare interventi cesori che rispettino l'equilibrio della pianta ed evitare di eseguire tagli di
grosse dimensioni sul legno vecchio;

• segnare opportunamente in agosto-settembre le piante infette;

• estirpare totalmente le piante fortemente attaccate;

• potare separatamente e per ultime le piante attaccate, precedentemente segnate in agosto-


settembre con nastro adesivo, disinfettando (con ipoclorito di sodio o con soluzioni rameiche
concentrate) gli attrezzi da pota nel passaggio da una pianta all'altra;

• se l'infezione non ha raggiunto il ceppo, asportare e bruciare le parti compromesse ed allevare dal
legno sano un nuovo germoglio.

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FLAVESCENZA DORATA
I primi sintomi, lievi, compaiono a fine
primavera, inizio estate; con l'avanzare
della stagione si rendono sempre più
manifesti, fino a raggiungere la loro
massima espressione in tarda estate,
autunno. Alla ripresa vegetativa i tralci
infetti possono avere germogliamento
stentato, o addirittura assente, gli
internodi risultano raccorciati e hanno
andamento a zig-zag. I tralci infetti non
lignificano, ma rimangono verdi ed
assumono consistenza "gommosa"; si
ripiegano verso il basso dando alla
pianta un aspetto cadente e si
ricoprono in superficie di numerose
piccole pustole nere. Le foglie
presentano alterazioni di colore estese
all'intera lamina fogliare (solo in pochi
casi limitata a settori), comprese le
nervature; arrossamenti nelle varietà a
bacca nera, ingiallimenti nelle varietà a
bacca bianca. La lamina fogliare si
ispessisce assumendo consistenza
cartacea, e si accartoccia verso il basso,
assumendo la classica forma “a
triangolo”. Spesso si ha la caduta
anticipata delle foglie sui tralci infetti,
mentre i piccioli rimangono attaccati. I
sintomi sono indistinguibili dagli altri
giallumi della vite.

DIFESA

La sua trasmissione viene effettuata dalla cicalina Scaphoideus titanus (agente vettore); nutrendosi su
piante infette essa assume il fitoplasma, quindi, alimentandosi successivamente su piante sane, ve lo
inietta, diffondendo così la malattia.

Va eseguito quindi un monitoraggio ed una difesa dell’agente patogeno


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ACCARTOCCIAMENTO FOGLIARE
Il sintomo della virosi
dell’accartocciamento si localizza
sulle foglie, specie su quelle più
vecchie, con ripiegamento dei
margini fogliari verso la pagina
inferiore. Questa manifestazione
è accompagnata da alterazioni
cromatiche (rossastre o giallastre)
delle lamine fogliari, che non
devono essere confuse con gli
squilibri fisiologici o con gli
attacchi delle cicaline. Le foglie,
inoltre, assumono consistenza
papiracea e mostrano frattura
vitrea.

CICALINA VERDE

compie punture di suzione sulle


nervature principali e secondarie delle
foglie in accrescimento. Queste lesioni
provocano imbrunimenti a carico delle
nervature e necrosi dei margini fogliari.
In seguito all'attacco le foglie
disseccano e cadono.

DIFESA

• olio di paraffina + piretrine naturali

• azadiractina

• sali di potassio (sapone molle) + silicato di sodio

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METCALFA
I danni sono per lo più indiretti, dovuti
alla grande quantità prodotta di melata
zuccherina e secrezioni cerose
biancastre che imbrattano la
vegetazione e la frutta con
conseguente annerimento provocato
dallo sviluppo di fumaggini e riduzione
dell'attività fotosintetica. La frutta
imbrattata perde in qualità
DIFESA

• olio di paraffina + piretrine naturali

• azadiractina

• sali di potassio (sapone molle) + silicato di sodio

RAGNETTO GIALLO

Nel caso di attacchi precoci sulle gemme appena schiuse si possono avere gravi deformazioni delle
foglioline. In caso di forti attacchi tardivi si può verificare la caduta precoce delle foglie.

DIFESA

• razionalizzare le pratiche colturali, evitando tutto ciò che predispone ad un eccessivo rigoglio
vegetativo;

• effettuare l'inerbimento permanente controllato del vigneto nell’interfilare;

• lavare abbondantemente il fogliame con acqua nel periodo estivo, se si nota un suo eccessivo
impolveramento.

i trattamenti antioidici con zolfo ventilato


generalmente controllano anche questi fitofagi

RAGNETTO ROSSO
ingiallimento delle foglie e successiva
DIFESA
defogliazione. Riduzione dell'attività
fotosintetica. Trattamenti con zolfo ventilato

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