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La preghiera nell’orto degli uliviIstituzione della

Eucaristia
Ora santa III, 2001

Dopo aver cenato con i suoi discepoli, e aver istituito i sacramenti della Eucaristia e del
sacerdozio, Nostro Salvatore si ritirò come era solito fare nell’orto di Gestèmani, luogo situato sul
monte degli Ulivi, per fare orazione.

“Dopo pochi passi, Cristo si sentì penetrare da un’angoscia, una tristezza, una paura,
un’afflizione così amare e acerbe, che d’improvviso si rivolse ai tre apostoli con quelle parole
accorate che tradivano l’animo oppresso: “la mia anima è triste fino alla morte”. Una mole immensa
di sofferenza si abbatteva su corpo del Salvatore. Se ne sentiva, per anticipo, già sovrastato, e quasi
soverchiato: il tradimento, la consegna agli spietati nemici, l’incarcerazione, le false accuse, le
bestemmie, la flagellazione, le spine, i chiodi, la croce e i terribili supplizi prolungati per ore.

“L’angosciava inoltre il pensiero dei discepoli atterriti, dei Giudei perduti, della morte disperata
del suo stesso perfido traditore e l’indicibile strazio dell’amatissima Madre. Questa tempesta di
dolore, che gli piombavano addosso tutti in una volta, inondava il suo tenerissimo cuore come un
oceano in piena”

Giungendo nell’orto il Signore si dispone a vivere l’ora suprema della sua vita. Era arrivato il
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momento culminante della missione incaricata dal Padre. Prima di allontanarsi un poco per pregare,
esorta gli Apostoli a perseverare anch’essi nella preghiera. Si approssima per loro una grave
tentazione di scandalo, poiché stanno per assistere all’arresto del Signore. Gesù l’ha annunziato
durante l’ultima Cena; ora li ammonisce osservando che, se non rimarranno vigilanti e non
pregheranno, non sarà loro possibile resistere alla prova. Il Signore desidera inoltre che gli Apostoli
gli facciano compagnia mentre lui soffre. Perciò, quando torna e li trova addormentati, esprime
l’accorato lamento: “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?” (Mt 26,40)

Gesù Cristo è perfetto Dio e perfetto uomo: uguale al Padre in quanto Dio, inferiore al Padre in
quanto uomo. Essendo pertanto uomo, poteva e doveva pregare. Così fece durante tutta la vita. Ora,
quando le sofferenze spirituali sono tanto intense da farlo entrare in agonia, il Signore si rivolge al
Padre con una preghiera che evidenzia a un tempo la sua angoscia: “Padre, se vuoi, allontana da me
questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Il Signore è tormentato dalla
cognizione degli immensi dolori della Passione, che ha volontariamente accettato; gravano su di lui
tutti i peccati del genere umano, l’infedeltà del popolo ebreo e lo scandalo da parte dei discepoli.
Tutti motivi d’angoscia che l’anima di Cristo percepiva nella loro intensità radicale. L’afflizione del
Redentore nostro è tale da fargli sudare sangue. Questo fenomeno eccezionale è la prova
dell’estremo dolore del Signore; la sua natura umana appare qui in tutta la sua capacità di sofferenza.

Il martire San Tommaso Moro compara Gesù Cristo nel orto degli ulivi con un valoroso soldato
che vince la naturale paura e si lancia al combattimento: “Nell’etica militare è infamia fuggire per

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paura delle sofferenze e della morte, e consegnarsi al nemico dandosi vinto ancor prima di
combattere; ma, per quanta paura sconvolga e agiti il cuore del soldato, se questi, al comando del
capitano, si mette in marcia, avanza, e affronta vittoriosamente il nemico, non ha alcun motivo di
pensare che quella sua paura prima della battaglia lo renda meno degno del premio per la vittoria.
Anzi, il suo merito sarà maggiore perché, oltre al nemico, avrà saputo vincere anche se stesso: una
battaglia spesso più difficile di quella sul campo di battaglia”(Nell’orto degli Ulivi).

Ci dice il Evangelista San Marco, che dopo aver pregato la prima volta, Nostro Signore tornato
indietro, trovò gli Apostoli, che dovevano vegliare, addormentati e allora disse a loro “Vegliate e
pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mc 14,38). Eppure li
aveva esortati a vegliare e a pregare con lui nell’imminente pericolo. Nello stesso momento Giuda, il
traditore, operava con tanto impegno per portare a termine il suo inganno che non fu neppure sfiorato
dall’idea di dormire.

E su questo dice nuovamente San Tommaso Moro: “Nel comportamento così diverso del
traditore e degli apostoli ¿non contempliamo come in uno specchio l’immagine chiarissima e
desolante di quanto è accaduto nei secoli successivi fino a oggi? (…). Molti infatti dormono, quando
dovrebbero seminare le virtù tra i fedeli; dormono, quando dovrebbero confessare la fede. E intanto i
nemici di Cristo passano la notte vegliando per seminare i vizi e sradicare la fede; cioè fanno il
possibile per catturare di nuovo Cristo e per crocifiggerlo crudelmente un’altra volta. Tanto più
avveduti dei figli della luce sono i figli delle tenebre”(Nell’orto degli Ulivi)

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Dobbiamo seguire da vicino il Signore e fargli compagnia, anche nei momenti di difficoltà e di
tribolazione; quel monito che Gesù diede ai suoi Apostoli ci indica i mezzi cui far ricorso: la
preghiera e la vigilanza.

La preghiera del Signore nell’orto principalmente ci insegna tre cose:

1º- Che il rimedio per le nostre tristezze non è il parlare e trattenersi con gli uomini, ma parlare
con Dio nella preghiera.

2º- Che la preghiera è l’unico rimedio per non cadere nelle tentazioni e non perire nei pericoli;
e così quando siamo vicini a essi dobbiamo pregare con più fervore. E perché la tentazione è ogni
giorno, così dobbiamo dire con grande devozione l’ultima petizione del Padrenostro “non ci indurre
in tentazione, ma liberaci del male. Amen”

3º- E terzo e ultimo: dobbiamo considerare quell’atto di mortificazione che fecce Gesù nell’
appartassi dalla compagnia dei suoi Apostoli per pregare; perché nelle grandi tristezze la natura cerca
gli amici per consolarsi con loro; però Cristo vinse questa inclinazione con valore.

Martino Lutero, ispirato da Satana, per poter distrurre la Chiesa Romana dalle sue fondamenta
si proposseaccani specialmente in predicare contro il Santo Sacrificio della Messa, contro, ,
l’Eucaristia e contro il Sacerdozio cattolico. Ed è giustamente su queste verità di fede cattolica sulle
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qualli noi vogliamo mediatare in quest’ora santa, davanti a Nostro Signore Sacramentato.

Oggi la Santa Chiesa si propone di rinnovare, con una solenità tutta particolare, l’azione che il
Salvatore compi nell’ultima Cena, cioè l’istituzione della Eucaristia e del Sacerdozio Cattolico.

Infatti dopo aver lavato i piedi agli Apostoli, simbolo della purezza del anima richiesta per
accostarsi all’augusto Sacramento dell’Altare, Gesù prendendo allora del pane azzimo avanzato dalla
cena precedente, ed elevando gli occhi al cielo, lo benedice, lo spezza e lo distribuisce ai discepoli,
dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Gli Apostoli recevono dalle mani di Gesù il
pane divenuto suo corpo, se ne cibano, e Gesù non è solo a tavola con loro, ma dentro di loro.
Quindi, essendo questo divino mistero non solo il più augusto Sacramento, ma anche il più vero
Sacrificio, fino all’effusione del sangue, Gesù prende il calice e , trasformato nel proprio sangue il
vino che contiene, lo passa ai discepoli, dicendo: “Bevetene tutti, perchè è il sangue della Nuova
Alleanza che sarà sparso per voi”. Uno dopo l’ altro, gli Apostoli partecipano di questa divina
bevanda.

Tali sono le circonstanze della Cena del Signore, il cui anniversario oggi ci unisce tutti; ma non
è sufficiente ciò che abbiamo narrato, si non aggiungiamo un particolare essenziale. Ciò che oggi si
compie nel Cenacolo non è un avvenimento isolato della vita del Figlio di Dio, nè sono soltanto gli
Apostoli i privilegiati invitati della Mensa del Signore. Nel Cenacolo, come vi è di più che una cena,
così vi è di qualche altra cosa oltre al sacrificio, per quanto sia divina la vittima offerta dal sommo
Sacerdote: vi è qui l’istituzione del nuovo Sacerdozio.

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Come avrebbe potuto dire Gesù agli uomini: “Se non mangerete la mia carne e non berrete il
mio sangue, non avrete in voi la vita” (Gv. 6, 54), se non intendeva di costituire sulla terra un
ministero, mediante il quale rennovare fino alla fine dei secoli ciò che ha compiuto alla presenza dei
dodici? Ora ecco ciò che egli ha detto agli uomini da lui scelti: “Fate questo in memoria di me” (Lc.
22, 19). Con tali parole il Signore diede anche a loro il potere di transustanziare il pane nel suo corpo
ed il vino nel suo sangue; ed un tale potere si sarebbe trasmesso nella Chiesa, mediante l’ordinazione
sacerdotale, fino alla fine dei secoli. Attraverso il ministero di uomini peccatori, Gesù continuerà ad
operare la meraviglia che compì nel Cenacolo; e, mentre arrichì la Chiesa dell’unico Sacrificio, dà a
noi, secondo la sua promessa, con questo Pane celeste, il lmezzo di “rimanere in lui, e lui in noi ”.
Noi, dunque, dobbiamo celebrare oggi un altro anniversariio non meno meraviglioso del primo:
l’istituzione del Sacerdozio cristiano.

La Messa del Giovedì Santo, che è stata celebrata alcune ore fà, è fra le più solenni di tutto
l’anno; sebbene l’istituzione della Festa del Corpus Domini abbia per oggetto d’onorare con maggior
splendore il medesimo mistero, pure la Chiesa non vuole che l’anniversario della Cena del Signore
perda niente degli onori cui ha diritto. Il colore dei paramenti sacri, in questa Messa è il bianco,
come nei giorni di Natale e di Pasqua; ogni segno di lutto scompare.
Tuttavia, molti dei riti straoridinari mostrano che la Chiesa teme ancora per il suo Sposo, e solo
er un momento sospende la tristezza che l’opprime. Il Sacerdote all’altare ha intonato l’Inno
angelico: Gloria a Dio nel più alto dei cieli!” e le campane lo hanno accompagnato fino alla fine,

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suonando giosamente a distesa; ma a partire da questo momento rimarranno mute, ed il loro silenzio,
per lunghe ore, stenderà sulla paese un’impressione d’abbandono; come se la santa Chiesa volesse
farci sentire che questo mondo, testimone dei patimenti e della morte del suo divino autore, ha
perduto ogni dolcezza e melodia, ed è divenuto deserto e melanconico; e più particolarmente ci vuol
ricordare che gli Apostoli, voce di Cristo, figurati nelle campane che col loro suono chiamano i
fedeli alla casa di Dio, sono tutti fuggiti, lasciando il Maestro in preda ai suoi nemici.

Sebbene la Chiesa sospenda per alcune ore l’offerta dell’eterno Sacrificio della Messa, tuttavia
non permette che siano negati al suo divino Re gli omaggi a lui dovuti nel Sacramento del Altare. I
momenti in cui l’Ostia santa pare divenuta inaccessiblile alla nostra indegnità, la pieta cattolica ha
saputo trasformarli in un vero trionfo all’augusta Eucaristia, allestendo in ogni chiesa un altare-
sepolcro, dove, dopo la Messa, la Chiesa rinchiuderà il corpo del Signore. Esso rimarrà nascosto
sotto alcuni veli; ma i fedeli si affolleranno ugualmente ai suoi piedi ad adorarlo.

Tutti accorreranno ad onorare il sepolcro dell’Uomo-Dio, perchè “ovunque sarà il suo corpo
s’aduneranno le aquile” (Mt. 24, 28); e da ogni punto del mondo cattolico s’eleverà a Gesù, come un
felice compenso degli oltraggi di cui fu fatto segno in queste medesim ore dai Giudei, un vino
concerto di fervoreso preghiere, come mai accade in altri tempi dell’anno. Là si daranno convegno e
le anime ferventi nelle quali Gesù già vive, e i peccatori convertiti dalla grazia e avviati alla
riconciliazione”

Quindi, adesso davanti a nostro Re Sacramentato, rendiamogli grazie per l’immenso beneficio

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che ci ha fatto col rimamere tra noi nelle nostre chiese e darsi in alimento alle nostre anime sotto le
apparenze del pane e del vino. E infine, nel giorno dell’istituzione del Sacerdozio Cattolico
preghiamo speciamente il Signore qui presente di concedere la perseveranza e santificazioni dei suoi
sacerdoti, e di aumentare il loro numero.

Non soltanto contro queste verità essenziali della fede cattolica si imbatte

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