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Investigazioni scientifiche: biologia forense, genetica

forense e catena di custodia


Autore: Redazione
In: Diritto civile e commerciale

L’attuale status quo della valutazione probatoria delle evidenze scientifiche, nelle fattispecie biologiche
prima e genetiche poi (due settori che si integrano e si coadiuvano, ma non sono la medesima cosa), vede
tutta l’attenzione degli operatori sia scientifici sia forensi concentrata totalmente sull’aspetto genetico
delle fonti di prova. Ciò avviene per ignoranza colposa della delicata materia con la quale ci si interfaccia,
la quale è, per molti versi, nuova anche per gli stessi specialisti del settore, che correntemente devono
aggiornarsi.
La differenza tra biologia forense e genetica forense

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E’ di basilare importanza, per ben chiarire ai professionisti del foro (Magistrati giudicanti, requirenti e
avvocati), esplicitare la netta differenza che vige tra le discipline della biologia forense e quella della
genetica forense.
La biologia forense
Per biologia forense si intende una branca specialistica del settore scientifico applicato all’ambito
investigative-forense, la quale vede il suo inizio con il primo sopralluogo stesso da parte degli operatori
della PG deputati sul locus commissi delicti. Nello specifico attiene a tutti i reperti potenzialmente con
fonti di prova biologica (esempio maglia della vittima intrisa di materiale verosimilmente ematico, tracce
visibili o latenti nelle immediate pertinenze della zona sottoposta ad indagine, ecc). La biologia forense
racchiude in sé gli aspetti, importantissimi poi nella successive fase processuale, della morfologia,
dimensione e distribuzione delle diverse tracce biologiche.
A ciò si aggiunge poi l’aspetto dell’indagine tissutale, grazie alla quale si può con certezza identificare da
quale tipo di tessuto provenga una determinate traccia biologica (anche questo molto importante a livello
processuale, vedasi ad esempio nei casi di violenza sessuale). Questi aspetti sono di basilare importanza
ai fini della scoperta della verità in quanto, dal loro esame in combinato, è deducibile la dinamica dell’atto
delittuoso oggetto di indagine.
La vera e propria conditio sine qua non affinché un dato scientifico sia poi assumibile, in fase di
contraddittorio, come prova da parte del giudicante, è la “documentazione della catena di custodia”.
Questa comprende la documentazione foto e/o videografica di tutti gli step e i passaggi che la determinata
fonte di prova biologica oggetto di indagine ha subito dalla fase iniziale, ossia dal primo sopralluogo
(ricerca ed assunzione della fonte di prova), sino all’arrivo in laboratorio forense per gli accertamenti di
rito.

© 2017 Diritto.it s.r.l. - Tutti i diritti riservati Diritto & Diritti ISSN 1127-8579
Fondatore Francesco Brugaletta
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E’ fondamentale che, dal momento della ricerca e dell’assunzione della fonte di prova oggetto di
accertamenti la stessa sia in ogni momento rintracciabile e verificabile e ciò per un duplice motivo. In
primis per assicurare la bontà del lavoro svolto dagli operatori e accertare che si siano attenuti ai
protocolli di settore imposti, fornendo, anche per il futuro la prova della mancanza di contaminazione
operativa.
Secondariamente il rigore del controllo a monte da parte di operatori paralleli agli assuntori di tracce
darà la possibilità a tutte le future parti processuali, ivi compresa la difesa se vi sara’ un imputato, di
poter verificare quanto posto in essere in fasi che, per logistica dei fatti, non saranno più ripetibili : è
ovvio, infatti, che è impossibile ripetere un atto di assicurazione di una fonte di prova sul locus commissi
delicti!
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La documentazione della catena di custodia


La documentazione della catena di custodia, in senso estensivo, rientra in quanto postulato dall’art. 360
c.p.p. sugli accertamenti tecnici irripetibili, in quanto, anche se non saranno logisticamente ripetibili le
fasi suddescritte, sarà sempre possibile per tutte le parti verificare quanto posto in essere grazie ai loro
consulenti, i quali dovranno, ancor prima di esaminare l’accertamento di tipo laboratoristico, esaminare
quanto accaduto alla fonte di prova biologica nelle fasi precedenti, in quanto queste rappresentano “step
limitanti”.
La catena di custodia delle fonti di prova scientifiche
La catena di custodia delle fonti di prova scientifiche non è altro che una dettagliatissima ed imposta (per
protocolli scientifici) modalità di documentazione degli atti posti in essere, i quali sono tutti “step
limitanti”, ossia se solo uno di questi non e’ a dovere documentato, o vi si ritrova un errore procedurale
anche in uno solo di questi, tutti gli atti seguenti non saranno ammissibili né scientificamente né dal punto
di vista dell’ammissibilità probatorio-forense, costituendo queste vie parallele garanzia di verità
processuale.
La genetica forense

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Diversamente, per genetica forense si intende quella parte della biologia forense, la quale inizia e termina
nei laboratori specializzati, il cui compito e’ quello di estrarre DNA dalle cellule biologiche costituenti la
fonte di prova giunta in laboratorio dal locus commissi deliciti, ed esaminarle. Il fine cui tende la genetica
forense e’ “nominale” ossia e’ volta ad identificare in maniera precisa ed univoca il soggetto che ha
rilasciato la traccia biologica in esame.
I limiti della genetica forense
Tuttavia la genetica forense ha dei limiti che ben vanno chiariti: ossia nessuna informazione puo’ dare in
merito alla tempistica del rilascio, né alla modalità del rilascio. Ecco perché il nuovo pensiero in dottrina
del Giudice Gennaro Francione il quale ritiene ritiene la valutazione del solo DNA un mero “elemento
statico”, che va integrato con prove forti aliunde non garantite dall’attuale sistema indiziario di per sé
antipopperiano e ad altissimo rischio di errore. A ciò si deve porre rimedio già nell’interna corporis della
traccia grazie alla biologia forense, tramite la valutazione più ampia possibile dei fattori distributivi,
quantitativi e dimensionali, oltre che tissutali della traccia biologia in esame. Da qui i nuovi principi di
quella che Francione definisce “Criminologia dinamica”.
L’approccio integrato
Per tali vie l’approccio integrato delle due discipline della biologia forense e della genetica forense può
offrire sia ai giudicanti che ai requirenti l’optimum del supporto scientifico. Soffermandosi solo su una di
queste due discipline si rischia di parzializzare troppo le informazioni scientifico-forensi, col pericolo di
valutare in maniera parziale e sinistra la dinamica di un dato atto delittuoso oggetto di indagine; in altri
termini potenzialmente, con la visione parzializzata del dato scientifico, si rischia di incorrere in gravi
errori giudiziari!
Se attualmente, nei contraddittori, regna il focus sull’aspetto genetico, bisogna giustamente far sì che
questa attenzione si sposti dapprima sulla catena di custodia della fonte di prova biologica: se questa non
è conforme ai protocolli nessuna valenza avranno gli accertamenti genetici successivi. E’ poi doveroso
integrare le conoscenze provenienti dalle due discipline della biologia forense e della genetica forense con
un processo moderno che si svolga con prove e non per indizi, i quali secondo l’insegnamento di Popper,
servono solo a creare congetture bisognevoli poi di prove forti tali che davanti a qualunque
sperimentatore si raggiunga lo stesso risultato.
Da questo sincretismo che coniuga rigorosamente scienza strictu sensu ed epistemologia giudiziaria si
può arrivare finalmente alla celebrazione del Giusto processo dove le investigazioni tipiche degli
inquirenti, assicurando una reale parità tra accusa e difesa, si integrano con il dovuto controllo di ogni
momento processuale con i dati scientifici a disposizione a partire dal momento della loro assunzione
continuando nella catena di custodia. Ciò in virtù del novellato art. 111 della Costituzione che attende
ancora una realizzazione concreta.

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