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IV domenica di Avvento

SARA' CHIAMATO « DIO CON NOI »

Letture: Isaia 7, 10-14 Romani 1, 1-7 Matteo 1, 18-24

La Liturgia della parola di questa Messa si apre con la celebre profezia di Isaia: « Il Signore
stesso vi darà un segno. Ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà
Emmanuele: Dio-con-noi ». Il brano evangelico ci descrive il compimento di questa profezia. Il
segno è Maria che nella sua verginità ha dato alla luce Gesú Cristo. « Tutto questo - commenta
infatti l'evangelista - avvenne perché si adempisse la Scrittura ».
Con questi due brani della Scrittura siamo introdotti nel cuore del Natale. Prima di celebrare,
fra giorni, il Natale storico - la memoria della nascita del Signore -, noi ci troviamo oggi a
contemplare e celebrare il Natale teologico, cioè il significato profondo del Natale. Il mistero del
Natale è questo: Dio, in Gesú Cristo, si è fatto l'Emmanuele, il Dio-con-noi. Da « Dio altissimo »
è diventato un Dio vicino, un Dio per gli uomini. Questo il nome nuovo con cui egli sarà ormai
conosciuto: l'Emmanuele. Che significa tutto ciò? Dio era con l'uomo fin dalla creazione. Ma
era un dialogo a distanza, fatto per mezzo dei profeti. C'era tra i due un'alleanza dífficíle e
precaria. In Cristo, egli è entrato di persona nell'umanítà; si è fatto uno di noi, per parlarci e
salvarci dal di dentro della nostra situazione e della nostra storia. L'alleanza è diventata « nuova
ed eterna »: eterna, perché le due parti - Dio e l'uomo - sono ormai « una persona », un essere solo
non piú divisibile: Gesú Cristo.
Gesú Cristo è l'Emmanuele, il Dio con noi. Impariamo a conoscere bene questo nome del nostro
Salvatore; esso racchiude in sintesi tutta la nostra fede in lui. Gesú è Emmanu, cioè con noi; è
uno di noi, nostro fratello, «della stirpe di David secondo la carne», come dice Paolo nella
seconda lettura di oggi. Ma Gesú è anche El, cioè Dio. Egli è figlio dell'uomo, ma anche figlio di
Dio. Se fosse solo « con noi », ma non fosse «Dio», non ci potrebbe salvare, non sarebbe il
Signore del mondo e della storia. Se fosse solo «Dio», ma non « con noi », la sua salvezza non ci
interesserebbe; sarebbe rimasto anche lui un Dio ignoto, lontano dalla presa e dalle speranze
dell'uomo. Ecco il vero mistero cristiano che a Natale dobbiamo riaffermare con chiarezza.
Ci fu un tempo nella Chiesa in cui la cultura rendeva difficile accettare che Gesú fosse
veramente « con noi », cioè uomo con gli uomini, soggetto alla nascita, al dolore e alla morte
(eresia docetista). Ora la situazione è rovesciata. Gli uomini di oggi si appassionano all'uomo
Gesú. « Eppure è un uomo; è solo un uomo », canta la Maddalena nel film Tesus Christ Superstar,
dando un'espressione ai sentimenti di tanti moderni lettori del Vangelo. Difficile invece accettare
dal Vangelo che egli è piú che un uomo; è anche Dio.
Noi cristiani non dobbiamo né scandalizzarci, né offenderci di queste incomprensioni. Chi ama
e ammira Gesú semplicemente come uomo non tarderà a scoprire che è qualcosa di piú di un
uomo o di un profeta. Né dobbiamo indietreggiare di fronte al riconoscimento della piena
umanità del nostro Salvatore solo perché alcuni si fermano ad essa. Piú degli altri, noi crediamo
che egli fu uomo come noi, anche se senza peccato: uomo che conobbe la privazione, il tedio, la
paura, forse il dubbio, certamente l'angoscia e il dolore. Ma non possiamo fermarci qui. Anche
durante la vita di Gesú c'era chi lo credeva semplicemente « un profeta ». Ma dai suoi discepoli
egli esigette qualcosa di piú: «Voi chi dite che io sia?».
A questa eterna domanda la Chiesa risponde con le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il figlio di
Dio», cioè tu sei il Dio con noi.
Ma è veramente anche oggi Gesú un Dio-con-noi, o lo fu solo per il breve periodo di trent'anni,
dalla sua nascita da Maria a Betlemme alla sua morte sulla croce?
Sí; lo è anche oggi. «Io resto con voi fino alla fine del mondo », ha detto. Egli «ha posto la sua
tenda tra noi», ha scritto Giovanni (cf. Gv. 1, 14). Gesú è ancora Dio-con-noi. Con la
risurrezione, egli ha inaugurato un modo nuovo di essere nel mondo: un modo spirituale,
invisibile, ma reale. Gesú è un nostro contemporaneo.
Di fronte a questa certezza di fede, l'unica risposta dell'uomo è il grido gioioso di Paolo: « Se
Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separerà dal suo amore? » (Rom. 8, 35). E' vero: c'è
qualcuno che ci può separare da lui e questo qualcuno' siamo noi stessi.
Noi possiamo, purtroppo, voltare le spalle a Gesú, vivere come se egli non fosse mai venuto,
come se non avesse parlato. Vivere per noi stessi, come dice Paolo, e non per lui che è 'morto e
risorto per noi (2 Cor. 5, 15).
Non ci giova neppure che Dio sia con noi, se noi rifiutiamo di essere con lui, dalla sua parte.
Per questo, il tempo di Natale è anch'esso un'occasione per richiamare al cristiano il suo impegno
morale: « Ecce nunc tempus acceptabile », ci dice ancora l'apostolo: Ecco ora è il tempo propizio.

Gesú Cristo è sempre l'Emmanuele, il Dio-con-noí. Ma c'è un momento in cui lo è in modo


diverso: sacramentale e reale. Ed è ora, nella nostra celebrazione eucaristica. Egli si fa presente
per essere con noi come nostro nutrimento. « Chi salirà al monte del Signore, chi starà nel suo
luogo santo? »: cosí insieme abbiamo cantato nel salmo responsoriale e abbiamo risposto col
salmista: « Colui che ha mani innocenti e cuore puro ». Noi non abbiamo forse mani innocenti e
cuore puro per accostarci all'altare del Signore, ma offriremo in compenso a lui un cuore umile e
contrito che egli non disdegnerà.

SECONDO SCHEMA

La bambina Speranza
IV domenica di Avvento
Isaia 7,10-14; Romani 1,1-7; Matteo 1, 18-24

C 'e' una cosa che accomuna le tre letture di questa domenica: in ognuna si parla di una nascita:
"Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele, Dio-con-noi" (I lettura).
"Gesù Cristo... nato dalla stirpe di David secondo la carne" (II lettura).
"Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo..." (vangelo).

Potremmo chiamarla la «domenica delle nascite»! La nascita riveste molta importanza nella Bibbia. Tutte
le grandi storie bibliche cominciano con la descrizione della nascita del personaggio che fa presagire già la
sua missione: Isacco, Mose', Giovanni Battista, Gesù stesso.
Siccome noi ci siamo proposti di metterci di fronte al vangelo con i problemi e le istanze dell'uomo d'og gi,
non possiamo evitare di porci subito la domanda:
perché non nascono quasi più bambini in Italia? Perché deteniamo ormai il triste primato mondiale di
denatalità? Secondo i dati ISTAT, per il secondo anno consecutivo, quest'anno ci sono stati più funerali che
battesimi. Gli abitanti in Italia aumentano di centomila unita' l'anno, ma solo per effetto dell'immigrazione.

Il Natale che una volta era la festa per eccellenza dei bambini, ora non lo è più. E la festa dei grandi, degli
adulti. Quello che si vede nelle vetrine sotto Natale sono regali soprattutto per grandi. Se una volta la gioia
dei grandi, a Natale, era soprattutto far felici i bambini, ora sembra che sia soprattutto farsi felici tra loro.
Un motivo è che ci sono molto pochi bambini. Ii nostro paese è pieno di asili e di scuole elementari che si
chiudono o si «riconvertono». So di toccare un punto delicato che per molti rappresenta un intimo dramma.
Lo faccio quindi in punta di piedi, con tutto il rispetto di cui sono capace, consapevole che in questo campo
entrano in gioco molti fattori e non si può dare perci6 un giudizio unico valido per tutti i casi.
In occasione della pubblicazione del rapporto annuale del CENSIS, si è parlato molto di un'Italia che ha
smarrito la fiducia, che ha tutti gli organi a posto, ma non riesce a camminare, una Italia, insomma, sana ma
«zoppa». Come sempre si davano le spiegazioni e si prospettavano le soluzioni più disparate.
Una soluzione e un motivo di speranza era additato, pensate un po', nella «poliarchia». «La poliarchia - si
leggeva nel commento di un autorevole quotidiano - in fondo la vera fonte di speranza per il futuro». La
speranza dell'Italia riposerebbe nella tendenza in atto a distribuire il potere tra vari centri (questo è il senso di
poliarchia); nel passare dalla piramide al tempio greco, cioè da una struttura di veRnice a una società dove il
peso del potere è distribuito su vane «colonne».
Ma possiamo onestamente dire che tutti i guai dell'Italia dipendano dai politici e dal governo? Che siano
tutti problemi di «vertice» e non di base? Possiamo onestamente dire che le difficoltà economiche e sociali
siano ora maggiori che in altri momenti del passato? Se questo che stiamo vivendo è un momento di «crisi»,
quale momento del passato antico e recente non lo è stato?

Da profano come sono, a me pare che, da questo tipo di analisi, venga fuori solo una piccola parte della
verità. 11 problema vero dell'Italia non è tanto nelle gambe, quanto nel cuore. Non è solo il fatto che «zoppi-
ca»... E l’aridità' spirituale, la perdita di slancio vitale, di gioia, di capacita' di proiettarsi nel futuro. E la per -
dita di una certa innocenza e ingenuità', e quindi della capacita' di stupore, di meraviglia, di fronte alla vita e
alle cose. Una perdita di poesia. Siamo come un albero che va perdendo le radici più profonde e si alimenta
ormai solo con radici superficiali. A forza di pianificazione, fra poco non ci sarà più nulla da «pianificare»,
perché tutto sarà terribilmente «piatto».
Viaggiavo tempo fa in campagna con un uomo di 80 anni al volante. Quest'uomo mi additava le colline, gli
alberi, le foglie, le belle case che aveva visto sorgere dal nulla nella zona, ed era un continuo: «Guarda, guar-
da! Non è meraviglioso tutto questo?». lo ammiravo Si, ma lui più che la natura: la sua capacita' di entusia -
smo, di poesia, di gioia di vivere a 80 anni di età. Poco prima a casa sua mi era capitato sotto gli occhi un li-
bro che aveva regalato alla moglie. Ci aveva scritto sopra: «Alla persona che stimo e amo di più al mondo».
Tutto si era mantenuto fresco, nella sua vita: il suo matrimonio, il suo interesse per la vita.
Ecco cosa ci manca. si da' a volte la colpa alle tasse. si è notato che in una famiglia con tre figli il prelievo
fiscale è maggiore del dieci per cento rispetto a una famiglia senza figli. Ci giocherà' anche questo fattore,
ma il motivo principale della denatalità' non è di tipo economico. Diversamente, le nascite dovrebbero
aumentare a mano a mano che si va verso le fasce più alte della società, o a misura che si risale dal Sud al
Nord d'Italia. Mentre sappiamo che è vero esattamente il contrario.
Il motivo è più profondo. E la mancanza di speranza! Se sposarsi e sempre un atto di fede, mettere al
mondo un figlio è sempre un atto di speranza. Nulla si fa al mondo senza speranza. Abbiamo bisogno di spe-
ranza come dell'ossigeno per respirare. Quando una persona e in procinto di svenire, si grida a chi le sta
intorno: «Dategli qualcosa di forte da respirare!». Lo stesso si dovrebbe fare con chi e sul punto di lasciarsi
andare, di arrendersi di fronte alla vita: «Dategli un motivo di speranza!».
Quando una persona si alza al mattino e non ha nulla da attendersi nella giornata, nulla di nulla, tenetelo
d'occhio: è in grave pericolo... E cosi che maturano propositi di suicidio. I giovani hanno bisogno di spe-
ranza. I figli tornano volentieri, o restano, in casa, se in essa si respira aria di speranza. Se no, fuggono, eva -
dono. Certi fenomeni, come la droga e la discoteca, in ci6 che questa ha di più frenetico e autodistruttivo,
sono sintomo di mancanza di speranza. «Perché vieni qui?», fu chiesto a un giovane che entrava in discoteca,
e la risposta fu: «Per non pensare!». La speranza si fa di corto respiro, si accorcia, fino a divenire quello che
riempie lo spazio tra una dose e l'altra, o tra un sabato sera e l'altro.
Quando in una situazione umana rinasce la speranza, tutto appare diverso, anche se nulla, di fatto, è cam-
biato. La speranza è una forza primordiale. Fa letteralmente miracoli. lo sono molto freddoloso. Però ho no-
tato una cosa: il freddo di aprile mi fa meno paura, lo sopporto meglio, del freddo di novembre, anche quan-
do è della stessa intensità'. Perché? E chiaro: in aprile c'è davanti la primavera, a novembre l'inverno. Quello
di aprile è un freddo con speranza, quello di novembre, senza speranza.
Ma adesso è ora di chiederci: cosa ha da offrire il vecchio cristianesimo alla gente d'Italia in questo mo -
mento della sua storia? Solo il rifugio di una rispettabile «istituzione», dalla quale, più che da altre (come
risultava dallo stesso rapporto ricordato), il popolo italiano si sente rappresentato? Sarebbe già molto, ma non
è l'essenziale. I' vangelo ha da offrire una cosa ben più profonda: la Speranza! Quella con la lettera maiusco-
la, la Speranza virtù teologale. Questo è il momento di tener fede al titolo del nostro programma «le ragioni
della Speranza».
Le speranze terrene (casa, lavoro, salute, riuscita dei figli...), anche realizzate, deludono inesorabilmente,
se non c'è qualcosa di più profondo che le sostiene e le realizza. Sono come foglie che appassiscono quando
il tronco dell'albero si è seccato. Guardiamo quello che avviene nella ragnatela. La ragnatela e un'opera
d'arte. Perfetta nella sua simmetria, elasticità, funzionalità. Ben tesa da tutti i lati da fili che la distendono
orizzontalmente. Ma essa è retta al suo centro da un filo dall'alto, il filo che il ragno si è tessuto scendendo.
Se uno recide uno dei fili laterali, il ragno sbuca fuori, lo ripara in fretta e tutto torna a posto. Ma se voi
troncate quel filo dall'alto (devo confessare che una volta l'ho fatto, per verificare la cosa), tutto si affloscia.
II ragno sa che non c’è più nulla da fare e si allontana. La Speranza teologale è il filo dall'alt0 nella nostra
vita, quello che sorregge tutta la trama, tutte le nostre speranze.
Ma cos'è la Speranza teologale? E una capacita' nuova, donata a chi crede. Essa viene ad innestarsi su
quella capacita' naturale di proiettarsi verso il futuro, che è la semplice speranza umana, dando ad essa un
nuovo motivo e un nuovo contenuto. Le conferisce un orizzonte «aperto», non più chiuso da nessun muro, da
nessuna siepe. Neppure quella della morte.
La Speranza, insieme a Fede e Carità, è uno dei tre germogli o semi divini che lo Spirito Santo pianta nella
vita del battezzato, una delle tre nuove «possibilità» che Cristo ha creato per l'uomo. «Dio ci ha rigenerati,
mediante la risurrezione di Gesù Cristo per una speranza viva» (1 Pietro 1, 3). Rigenerati: si tratta di una
nuova nascita, una nuova giovinezza. San Paolo definisce il Dio cristiano il «Dio della Speranza» (Romani
15,13).
Il poeta Pe'guy ha scritto un poema sulla Speranza teologale. A un certo punto dice più o meno cosi: Fede,
Speranza e Carità sono come tre sorelle che camminano allegramente per strada tenendosi per mano. Due
sono grandi, una, quella di mezzo, è una bambina. (E si capisce chi è la bambina). Tutti, vedendole, pensano
che sono le due grandi - la Fede e la Carità - a trascinare la bambina. Invece è il contrario: è la bambina Spe-
ranza che trascina le altre due, perché se si ferma la speranza si ferma tutto. Come i fedeli - dice ancora - una
volta, uscendo di chiesa, si passavano di mano in mano 1'acqua benedetta, cosi i cristiani devono passarsi di
mano in mano, di padre in figlio, la divina Speranza.
Che cosa può rappresentare la festa di Natale in questo momento in cui è cosi forte il bisogno di speranza?
Pu6 rappresentare l'occasione per una inversione di tendenza, per una rinascita della speranza. Un oracolo
profetico, applicato dalla liturgia alla nascita di Gesù, dice:

"II popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce..
Ha moltiplicato la gioIa, ha aumentato la letizia... Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un
figlio" (Isala 9,1-5).

Queste parole, lette nel nostro attuale contesto, acquistano un significato tutto speciale. Contengono una
promessa, additano una via per uscire dal buio e dalla palude spirituale in cui ci troviamo. Bisogna per6
riscoprire chi è quel Bambino e che cosa è venuto a portarci. Ridare al Natale il suo senso. Un Natale sen za
Gesù Bambino è come una cornice senza nessun quadro dentro, come una Messa senza consacrazione, come
una festa senza il festeggiato.

La festa di Natale è stata sempre l'occasione per far emergere in tutti, grandi e piccini, quello che c’è di
meglio, di più spontaneo, di migliore, nel cuore, la capacita' di gioire e di stupirsi. Questo anche durante la
guerra, in tempi ben più bui del nostro.
Ho una proposta da farvi: adottare ogni famiglia, in questo Natale, una bambina... La bambina Speranza!
Portarsela in casa. Cosa non succede dove entra questa bambina! La Speranza ricomincia sempre da capo. E
specialista in questo. Mille delusioni e smentite per lei non contano nulla. Ricordate il personaggio di Cabiria
nel film di Fellini? Per me quel volto di Giulietta che si riapriva ingenuamente al sorriso e alla fiducia dopo
ogni inganno e delusione era un inno alla speranza.
Un'inversione di tendenza nella natalità, un aumento delle culle, sarà il segno concreto della capacita' del
nostro popolo di riprendersi, di saper trovare risorse sempre nuove nel fondo ricchissimo della sua umanità e
della sua storia. E ricordiamoci di quello che disse un giorno Gesù:
"Chi accoglie un bambino nel mio nome, accoglie me".

Questo vale indubbiamente per chi accoglie un barbino povero e abbandonato, per chi adotta o nutre un
bimbo del terzo mondo. Ma vale anche di due genitori cristiani che, armandosi, in fede e speranza, si aprono
a una nuova vita. Quel bambino o quella bambina che nascerà sarà Gesù in mezzo a loro: «accoglie me».
Sono sicuro che molte di queste coppie - che magari all'annunciarsi della gravidanza erano state prese da
un momento di smarrimento -, poi dovranno ripetere per conto proprio le parole di quell'oracolo: «Hai mol -
tiplicato la gioia, hai aumentato la letizia, perché un bimbo è nato per noi, ci è stato dato un figlio!».

Buon Natale a tutti!