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GESÙ DI NAZARET

Giacomo Biffi

Prefazione
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3ª ristampa: marzo 2005

Mentre mi leggevano questo libro, mi ritornavano continuamente nella memoria due testi: il prologo del
Vangelo di Luca e l'inizio della prima Lettera di Giovanni. Quanto più si inoltrava la lettura, tanto più mi
appariva che i due testi fossero la migliore presentazione del libro.

L'autore del libro risponde a tutti coloro che vogliono sapere qualcosa di certo e di vero a proposito di Gesù di
Nazaret, e attraverso la stessa attenzione ai testi evangelici ci dona una sempre più chiara e viva immagine di
quello che era stato, nella sua umanità, il Figlio di Dio nella sua vita mortale. È la testimonianza di uno che
attraverso una lunga consuetudine coi testi evangelici ha avuto una conoscenza viva e penetrante dell'uomo
Gesù.

Con altra autorità, l'apostolo Giovanni ci dice l'esperienza diretta della conoscenza che egli aveva avuto di
Gesù. Era un uomo, e Giovanni lo aveva veduto, aveva ascoltato la sua voce, era stato testimone della sua
Trasfigurazione, e lo aveva seguito fino alla morte sul colle del Calvario.

Luca nel prologo ci dice la cura che egli ha avuto di raccogliere ogni notizia sull'Uomo di Nazaret dalla viva
voce di testimoni oculari. Tutto ha segnato, con l'amore di un discepolo che non può perdere nessun ricordo di
quello che era stato Gesù. Giovanni si rifà alla sua stessa esperienza: aveva vissuto col maestro di Nazaret ed
era uno dei Dodici che lo avevano seguito fin dall'inizio della sua apparizione tra gli uomini.

Così l'autore del libro, con la stessa cura, con lo stesso amore, riprende dai Vangeli ogni piccola notizia che
riguarda Gesù, ogni parola che è uscita dalle sue labbra, ogni suo gesto, non solo l'aspetto esteriore, ma i
sentimenti dell'animo, il pensiero, la sua volontà. Ne emerge un uomo straordinario, che suscita inevitabilmente
un desiderio vivo di capire chi Egli sia.

Il libro del Cardinale dice la stessa volontà di presentare agli uomini di oggi la figura umana e divina del Cristo.
I testi evangelici ai quali egli continuamente si richiama gli hanno dato il modo di presentare al mondo di oggi
la figura di Gesù come fu presentata dagli apostoli al mondo romano. Con queste parole mi sembra che già si
possa comprendere veramente la grande importanza che può avere questo breve libro: la testimonianza degli
apostoli si fa di fatto presente con quasi la stessa autorità, dal momento che l'autore non si discosta mai dai libri
ispirati.

Debbo confessare che io stesso sono rimasto vinto dalla bellezza di questa presentazione dell'uomo Gesù.
Spesso si rileva qualche tratto della sua vita, qualche elemento della sua figura, ma poche volte ci viene data
una visione complessiva della sua figura umana. Qui è a tutto tondo che la figura del Cristo si staglia e ci si
impone. Forse manca l'attenzione ad un solo elemento che potrebbe aggiungersi a questa presentazione del
Cristo: la sua voce. Egli parla all'aria aperta a migliaia di persone, e tutti lo ascoltano: la sua parola li incatena,
gli uomini lasciano il loro lavoro, le donne la casa, per ascoltarlo. Ma l'autore del libro implicitamente ricorda
questo potere quando sottolinea la vigoria e sanità fisica dell'uomo Gesù. Di fatto quanto l'autore ha saputo
riunire di tutti gli elementi sparsi nei libri del Nuovo Testamento, realizza un impressionante «identikit» di
Gesù. E evidente tuttavia che la presenza del Cristo anche attraverso questo libro non è fine a se stessa. Proprio
la grandezza di questa figura suscita inevitabilmente l'esigenza di sapere chi veramente Egli sia. Così alla
visione di quest'uomo deve seguire una ricerca che ci metta sulla strada di potere penetrare il mistero della sua
persona. E quello che fa questo libro, con grande chiarezza e intelligenza. Mi sembra di poter affermare senza
alcuna esagerazione che il libro sia di fatto uno dei libri più grandi di questi ultimi tempi. E veramente la
testimonianza più alta che la Chiesa dà oggi al suo divino Fondatore. In ogni secolo Dio ha bisogno di
rinnovare e fare presente la testimonianza apostolica. Questo testo è la testimonianza e confessione di fede che
dà la Chiesa a questa generazione.
Alla prima parte del libro che ci dipinge l'aspetto esteriore dell'Uomo di Nazaret, che esamina la sua psicologia
e dice la sua originalità, segue con impegno anche maggiore una seconda parte, nella quale l'autore si domanda
chi dunque sia Gesù. E l'approccio al mistero. Tutta la prima parte doveva preparare i capitoli che seguono, che
confessano la singolare, unica grandezza del Cristo. Come affermava san Leone Magno: «Ogni giorno Pietro
confessa: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E precisamente questa confessione il contenuto vero di
questa ultima parte del libro. L'uomo tenta di penetrare il mistero della Persona del Cristo col solo mezzo della
ragione e con la volontà di dominare l'oggetto della sua ricerca, o di farlo servire "ai suoi scopi; a questa
volontà si contrappone la confessione di fede di Pietro e di tutta la Chiesa.

L'autore non poteva darci un dono più grande di quello che ci ha dato in questa solenne confessione di fede,
immutabile sì, ma che deve rinnovarsi nel tempo finché dura l'economia presente. E questa confessione
medesima -che non aggiunge nulla alla grandezza del Cristo - la roccia su cui si fonda ogni certezza e ogni
speranza dell'uomo anzi, su cui si fonda la Chiesa medesima. Ed è questa confessione che vogliamo sentire
ripetere solennemente da coloro che come continuano la missione degli apostoli, così hanno ricevuto il mandato
di confermare nella fede i credenti.

Chi dunque è il Cristo? Secondo le parole stesse degli apostoli, è il «Figlio del Dio vivente», è il Salvatore del
mondo, è il Capo che in Sé ricapitola l'universo. La funzione medesima è superata: Egli è il Figlio unigenito di
Dio. Se ci esalta la grandezza del Cristo nella sua missione di Salvatore e di Capo, è quasi inimmaginabile per
noi la fede che ci fa riconoscere il Dio infinito presente tra noi come nostro fratello, unito a noi da un amore che
è l'amore stesso di Dio.

Paolo poteva scrivere lo stupendo inno ai Colossesi sulla funzione del Cristo nel disegno di Dio; meno
esaltante, il Vangelo di san Giovanni va oltre la missione stessa di Verbo incarnato. Giovanni affonda il suo
sguardo nel mistero stesso di Dio; tutto quello che Cristo ha compiuto, tutto quello che Cristo è in ordine
all'uomo e all'universo creato, viene superato dall'insegnamento del quarto Vangelo sulla divinità di Gesù. Sotto
il segno dell'umiltà, è lo stesso Verbo di Dio che si è fatto presente e si è donato agli uomini: «Così Dio ha tanto
amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito».

La seconda parte del libro vuole rispondere appunto alla esigenza di conoscere chi poteva essere il Maestro di
Nazaret. Ma è proprio la grandezza dell'Uomo che trascende del tutto ogni giudizio umano. Ogni risposta che
l'uomo si dà appare insufficiente e deviante; non basta infatti l'intelligenza a rivelare il mistero della presenza di
un uomo come Gesù. È Cristo medesimo che domanda ai suoi - che per lui hanno abbandonato ogni cosa - che
cosa pensassero a proposito del loro Maestro. La risposta, secondo la parola stessa di Gesù, doveva esigere
l'intervento stesso di Dio a rivelare il mistero del Cristo.

L'ultima parte del libro si rifà espressamente alla pagina del Vangelo di Matteo (Mt 16,12ss). Gesù si trova nel
territorio di Cesarea di Filippo, e domanda: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?». Alla incerta e divisa
opinione della gente si contrappone la ferma e solenne affermazione di Pietro. «La gente» sono tutti coloro che
pur chiedendosi chi fosse Gesù di Nazaret, non potevano avere che una idea confusa. Non avevano la fede; solo
la fede può rivelare ai discepoli la natura del Cristo. Gesù dunque rimane un enigma per gli uomini. Non
possono rinunciare ad avere una opinione su lui, ma qualunque opinione essi si facciano di Gesù, la loro parola
invece di chiarire rende ancora più inaccettabile ciò che essi affermano. Di contro a queste opinioni discordi, sta
dunque la confessione di Pietro.

Il libro rinnova, anzi, fa presente questa confessione di fede. Per questo il libro ha una grandezza, una forza, che
non possiamo ignorare. Noi sentiamo che non è un qualunque scrittore che parla, ma per mezzo dell'autore, è la
Chiesa stessa che proclama al mondo la sua fede. Il libro così ha la forza dirompente di una confessione che per
sé rigetta e condanna ogni giudizio che vuole ridurre la figura del Cristo ad una grandezza puramente umana.
Nell'uomo Gesù davvero Dio si è fatto presente.

In questo anno giubilare nessuno avrebbe potuto farci un dono più grande.

don Divo Barsotti Casa S. Sergio, Settignano

25 marzo 2000, Annunciazione del Signore


Avvertenza
Gesù è un caso assolutamente singolare: nessuno più di lui ha segnato la storia umana.

Chi è cristiano - cioè «di Cristo» nel senso più intenso del termine - sa, crede, proclama che lui è il solo vero
Maestro, l'unico necessario Salvatore di tutti, il Capo vitale dell'umanità redenta e rinnovata, l'Unigenito del
Padre che ci dà il «potere di diventare figli di Dio» (cf Gv 1,13). Per i credenti crescere nella sua comprensione
è dunque un compito doveroso, inesauribile, gratificante.

Ma anche per quanti non credono - o credono di non credere - è ragionevole che ricerchino una conoscenza più
adeguata e più seria di Gesù di Nazaret, dalla cui comparsa sulla terra praticamente tutti nel nostro mondo
enumerano per abitudine la serie degli anni.

Queste pagine sono offerte appunto per facilitare questa esplorazione: con una prima parte, condotta con
metodologia di tipo storico, condivisibile da chiunque voglia cercare la verità senza pregiudizi; con una seconda
parte, d'indole teologica, che come tale suppone l'adesione di fede.

L'auspicio è che tutti alla fine, arrivino a credere che «Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiano la
vita nel suo nome» (cf Gv 20,31).

Giacomo Card. Biffi

Bologna, 25 marzo 2000 solennità dell'Annunciazione


PARTE PRIMA

Identikit di Gesù di Nazaret


Premessa
Alla ricerca del volto umano di Cristo

Intendiamo con questa indagine avvicinarci un po' di più a Gesù di Nazaret, visto proprio nella sua concreta
immediatezza, come l'hanno visto coloro che l'hanno incontrato nei giorni della sua vita terrena. Cercheremo
quindi di delinearne, per quel che ci riuscirà, il profilo e il carattere.

Siamo naturalmente ben persuasi della necessità che poi il discorso prosegua fino ad arrivare a una intelligenza
più sostanziale ed esauriente. Ma siamo anche persuasi che il tipo di ricerca che qui proponiamo - ricerca
previa, iniziale, senza preoccupazioni di approfondimento - non debba essere né trascurata né troppo sottintesa,
se si vuole che la nostra consuetudine spirituale con Cristo acquisti anche il fascino e la capacità di
coinvolgimento delle relazioni interpersonali.

Di Cristo non possediamo né fotografie o ritratti né autografi né registrazioni dalla viva voce. Abbiamo però
molte informazioni eloquenti e puntuali di varia natura: i suoi detti, le testimonianze di chi gli è stato accanto, i
dati storici che lo riguardano. Sono notizie preziose, che vanno raccolte, ordinate, messe a confronto tra loro, ai
fini di arrivare a una immagine che sia la meno difforme possibile dall'effettiva realtà.

Una sorta di «identikit»

A chiarire la nostra intenzione ci permettiamo di assumere dagli usi delle polizie di tutto il mondo il concetto di
«identikit».

Nell'identikit la fisionomia di un ricercato - in mancanza di esperienza più incontestabile - viene ricostruita in


base ai ricordi e alle indicazioni di quanti a diverso titolo e in diversa maniera hanno avuto a che fare con lui.

La trasposizione di tale vocabolo nel nostro contesto è insolita e potrà sembrare un po' ardita; e qualcuno la
giudicherà perfino irriverente. Ma forse il più diretto interessato ce la perdonerà, dal momento che anche lui
non ha esitato a paragonarsi a un malfattore quando ha descritto la sua venuta finale come la sorpresa di un
ladro (cf Mt 24,42-44).

Del resto, il Signore è davvero un «ricercato» nel senso più forte del termine: ricercato per il desiderio di
«vederlo» che è intrinseco alla nostra vita di fede; ricercato per la tensione della nostra speranza che è
aspirazione al possesso pieno e aperto; ricercato dal nostro amore che, come ogni vero amore, fatica a
sopportare la lontananza e l'invisibilità dell'amato.

L'identikit è necessariamente una ricostruzione approssimativa. Il che vale anche nel nostro caso: noi dobbiamo
perciò restare ben consapevoli che la verità anche puramente umana del Figlio di Dio trascende ogni nostra
ipotesi di identificazione.

Al compimento di questa indagine, che mirerà a rappresentarci al vivo il «tipo umano» di Cristo, la nostra sete
di conoscerlo -nel suo temperamento, nella sua specificità di uomo, nella ricchezza della sua personalità - non si
sarà affatto pacificata: al contrario, si acuirà prevedibilmente in noi la voglia e l'impazienza di incontrarlo faccia
a faccia e di fissare i nostri occhi nei suoi.

Attendibilità dei testimoni

La riuscita e il valore di un identikit dipendono dall'attendibilità dei testimoni. Noi qui siamo fortunatamente in
una condizione di privilegio: come credenti possiamo contare su attestazioni che hanno la garanzia
dell'assistenza e dell'ispirazione divina. Questo non lo dovremo mai dimenticare, pur restando sempre
consapevoli che la mediazione degli estensori delle pagine sacre va accuratamente esplorata anche con l'ausilio
delle discipline filologiche e storiche.

Ma pur sotto il profilo dell'autorevolezza meramente umana le narrazioni evangeli-che sono fonti eccellenti di
dati che si impongono a ogni onesto ricercatore.

Le obiezioni sollevate dalla critica razionalista di solito derivano dall'impossibilità, aprioristicamente stabilita,
di ammettere un intervento diretto e straordinario di Dio sugli eventi. Qui però l'indole singolare della presente
indagine ci manterrà quasi completamente entro l'ambito della pura «naturalità» dei fatti. Sicché si può
auspicare che i risultati dell'investigazione siano trovati largamente condivisibili anche da parte di chi non ha
ancora il bene di possedere «gli occhi della fede».

Osservazione metodologica
Una premessa metodologica è di importanza fondamentale. Molti anche ai nostri giorni si lasciano indurre a
parlare di Gesù Cristo, a raccontare le sue vicende, ad assegnargli pensieri, propositi, intenzioni, preferenze.

È una prova dell'attrazione che egli continua a esercitare su tutti; ed è perciò un fenomeno di cui in linea di
massima ci si può rallegrare. Purché però nessuno si abbandoni su questo argomento all'invenzione del tutto
infondata e gratuita; che è invece una tentazione ritornante e diffusa.

Non ci sono strade corrette e culturalmente legittime di accostarsi alla verità di Cristo, diverse da quelle di
attenersi a ciò che risulta dalle narrazioni evangeliche. Le altre possibili fonti o tacciono (è praticamente il caso
degli scritti extracristiani) o non godono di sufficiente attendibilità intrinseca ed estrinseca (è il caso dei vangeli
apocrifi). Perciò o si aderisce scrupolosamente ai vangeli o si rinuncia a parlare di lui: asserire arbitrariamente o
favoleggiare non serve a niente.

Per parte nostra, possiamo assicurare che ogni indicazione qui offerta sarà sempre evangelicamente
suffragabile. Appunto tale piena e spregiudicata docilità alle fonti autentiche ci preserverà - osiamo sperarlo - da
ogni forzatura ideologica e da ogni luogo comune convenzionale.
CAPITOLO PRIMO

L'aspetto esteriore
Il nostro esame prende le mosse da quanto c'era di più appariscente nella figura di Cristo e da quanto in lui era
più immediatamente percepibile da parte di chi lo incontrava sulle strade della Palestina.

Il modo di vestire

Come andava vestito Gesù di Nazaret? Contro ogni precomprensione pauperistica, dobbiamo dire che andava
vestito bene.

Egli si presentava con un «look» ben diverso da quello di Giovanni il Battezzatore, al quale sotto il profilo
dell'aspetto esteriore lui stesso esplicitamente si contrappone (cf Mt 11,18-19).

Il suo abito è quello degli israeliti osservanti e dei notabili ebrei, i quali, in ossequio alla prescrizione della
legge (cf Nm 15,38; Dt 22,2) usavano adornare le estremità dei loro abiti di nappe colorate (i κράσπεδα). Egli
rimprovera sì ai farisei e agli scribi la vanità di allungare quelle nappe indebitamente (cf Mt 23,5); però le
portava anche lui, come appare dall'episodio della donna che vuol guarire dal flusso di sangue e furtivamente,
accostandogli-si alle spalle, tocca appunto uno di questi suoi fiocchi (cf Mt 9,20-22: 'ήψατο του̃ κρασπέδου).

La tunica ('ο χιτών) che egli porta non è di fattura ordinaria: è intessuta tutta di un pezzo, senza cuciture, tanto
che sotto la croce i soldati - per non deprezzarne il valore tagliandola -la tirano a sorte (cf Gv 19,23-24).

Signorilità e autorevolezza

Non si trattava soltanto di abiti. Tutto il suo portamento era improntato a signorilità e autorevolezza.

Chi si rivolge a lui, anche se è forestiero, non può fare a meno di chiamarlo rispettosamente «signore» (κύριοσ).
È il caso, per esempio, del centurione di Cafarnao (cf Mt 8,6.8) e della donna cananea (cf Mt 15,22-28).

A mano a mano poi che la sua parola si fa conoscere, il titolo di «maestro» (διδάσκαλος) diventa nei suoi
confronti normale. Glielo attribuiscono anche i suoi oppositori: i farisei (cf Mt 22,16), i sadducei (cf Mt 22,24),
i dottori della legge (cf Mt 22,36).

La sua signorilità gli consente di essere invitato in casa delle persone socialmente più ragguardevoli: sia dai
farisei più in vista, che lo ospitano a pranzo ripetutamente (cf Lc 7,36-50; 11,37; 14,1), sia, con grande scandalo
dei benpensanti, dai doviziosi e chiacchierati pubblicani (cf Mt 9,10; Lc 5,29; 15,1-2).

E proprio perché è universalmente riconosciuto «maestro», egli può spiegare ufficialmente la parola di Dio
nelle riunioni del sabato, come avviene nella sinagoga di Cafarnao (cf Mc 1,21-22) e nella sinagoga di Nazaret
(cf Mt 6,2).

E non si schermisce affatto davanti a queste qualifiche onorevoli; anzi ne dichiara la pertinenza: «Voi mi
chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono» (Gv 13,13).

Le frequentazioni sociali

Quali sono le frequentazioni sociali di Gesù? Indubbiamente non ha preclusioni. I desti-natari dei suoi
insegnamenti sono soprattutto i pastori, i pescatori, i contadini, i braccianti, come si evince dalle ambientazioni
delle sue parabole; ma anche gli uomini di specifica e superiore cultura, quali sono gli scribi e i farisei.

Se ha una preferenza, è certo per gli umili e gli sventurati: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi,
e io vi ristorerò» (Mt 11,28). Ma non respinge né i capi della sinagoga né i centurioni romani.

Sa e afferma che non sono i «primi della classe» a essere avvantaggiati nell'apprendimento delle cose che
contano (cf Mt 11,25: «Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»).
Ma non ritiene tempo perso intrattenersi in lunghi colloqui notturni con un «maestro in Israele» come
Nicodemo (cf Gv3,21).

Allo stesso modo egli sa e afferma che nella corsa alla salvezza è grave l'handicap dei ricchi; mentre i poveri
sono appunto «beati» perché per loro il Regno dei cieli è di più facile acquisto (cf Mt 19,23-26; Lc 6,20-25).
Ma egli sa e afferma altresì che nessuno deve disperare, perché tutto è possibile a Dio, anche far passare i
cammelli per le crune degli aghi (cf Mt 19,26). D'altronde è innegabile - con buona pace delle accentuazioni
populiste - che Gesù intrattiene rapporti numerosi e significativi con le persone benestanti. Basterà ricordare
Giuseppe d'Arimatea (cf Mt 27,57: un «uomo ricco»); il proprietario della sala del cenacolo (cf Mc 14,15: «egli
vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta»); Giovanna, la moglie
dell'amministratore di Erode (cf Lc 8,3); la famiglia di Betania nella quale Maria possedeva - e poteva
tranquillamente sacrificare in un colpo solo, per amore di Gesù - un prezioso vaso di alabastro e un profumo
valutato trecento denari da un esperto come Giuda (cf Gv 12,3-5).

Le «case» di Gesù

Alcune di queste conoscenze altolocate sono in grado di ospitare il Maestro senza difficoltà o disagio, sicché
egli può avvalersi un po' dappertutto di vere e proprie case come di basi funzionali al suo ministero itinerante.

Il loghion famoso: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha
dove posare il capo» (Mt 8,20) va inteso con giudizio. Esso ha lo scopo -davanti alla richiesta di uno scriba che
vuol mettersi alla sua sequela - di chiarire bene e ammonire con efficace paradossalità che la missione di Cristo
è incompatibile con una condizione residenziale stabile e sicura, e con prospettive tipicamente borghesi.

Preso alla lettera, sarebbe invece smentito da tutta la narrazione evangelica.

In Galilea, il suo domicilio abituale è la casa di Pietro (cf Mc 1,29-35). Di qui si sposta a predicare nei villaggi
vicini, ma per rientrare al termine del giro: «Rientrato dopo qualche tempo a Cafarnao, si venne a sapere che
era in casa, e si radunarono tante persone da non esserci posto neanche davanti alla porta» (Mc 2,1-2). Ma gli
accenni a permanenze domestiche, sia pure provvisorie, sono frequenti. «Entrò in casa e si radunò di nuovo
attorno a lui molta folla» (Mc 3,20). Tra quattro mura spiega più comodamente ai discepoli quanto all'aperto
aveva detto a tutta la gente: «Quando entrò in casa, lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul
significato della parabola» (Mc 7,14). E riservatamente risponde anche alle loro domande pratiche e personali:
«Entrò in casa e i discepoli gli chiesero in privato: "Perché non abbiamo potuto scacciarlo?"» (Mc 9,30).
Perfino all'estero, in Fenicia, ha un tetto sotto cui rifugiarsi: «Partito di là, andò nella regione di Tiro e Sidone.
Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse» (Mc 7,24).

Presso Gerusalemme, a Betania, ha una dimora amichevole che gli offre un po' di riposo e di calore familiare: è
quella di Marta e di Maria, dove avviene la bella scenetta descritta dal vangelo di Luca (cf Lc 10,38-42) e dove
presumibilmente va a pernottare negli ultimi giorni prima dell'arresto e della morte.

Il vigore e la buona salute

Nella narrazione evangelica Gesù si dimostra un uomo in salute, fisicamente vigoroso, resistente alla fatica e
agli strapazzi.

Ama cominciare prestissimo la sua giornata: «Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si
ritirò in un luogo deserto e là pregava» (Mc 1,35).

In occasioni di particolare rilevanza si abbandonava a veglie anche molto prolungate: «Se ne andò sulla
montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse
dodici» (Lc 6,12-13).

Sopporta bene i ritmi di un'attività che ben presto diviene spossante: «Non avevano neanche il tempo di
mangiare», nota ripetutamente Marco (cf Mc 3,20; 6,31).

Le sue giornate sono assillate. Fino a notte fonda andavano e venivano genti numerosissime: malati che
cercavano sollievo, assetati di verità che chiedevano di ascoltarlo, avversari teologici che lo costringevano a
discussioni snervanti.

Appena gli riesce di appartarsi per un po' di respiro, subito lo raggiungono e lo incalzano: «Simone e quelli che
erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: "Tutti ti cercano!"» (cf Mc 1,36-37).
Gesù era un formidabile camminatore. Si stancava anche lui, come nota il vangelo di Giovanni: «Stanco del
viaggio [che l'aveva portato dalla Giudea alla Samaria], sedeva presso il pozzo» (cf Gv 4,6). Ma il suo
ministero fu un continuo peregrinare per l'intera Palestina e anche fuori, fino a Cesarea di Filippo e al territorio
di Tiro e Sidone.

E stato notato che la sua ultima salita da Gerico a Gerusalemme è stata una «performance» di prim'ordine.
«Sotto la sferza del sole su sentieri senz'ombra, attraverso ammassi rocciosi, nel deserto, dovette compiere una
marcia di sei ore in salita, superando un dislivello di oltre mille metri» (K. Adam, Gesù il Cristo, Brescia 1944,
p. 88).

La bellezza

Gesù era bello o era brutto? E stata sorprendentemente una celebre controversia dei primi secoli del
cristianesimo, in cui però gli opposti schieramenti adducevano soltanto argomentazioni di natura ideologica.
Sicché non se ne ricava alcuna illuminazione.

Nelle fonti canoniche non ci sono notizie esplicite su questo tema.

Tuttavia c'è un episodio, raccontato solo dal vangelo di Luca, che ci può dare qualche aiuto.

«Mentre egli parlava, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: "Beato il ventre che ti ha portato e il
seno da cui hai preso il latte". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la
osservano! "» (Lc 11,27-28).

La sconosciuta ammiratrice, che non sa frenare l'entusiasmo e addirittura interrompe il discorso del Signore, ci
regala un indizio non trascurabile circa il fascino che il giovane profeta di Nazaret doveva esercitare con la sua

prestanza e la sua avvenenza. Lo desumiamo tra l'altro dai termini molto «corporei» in cui l'elogio si esprime e
soprattutto dalla risposta di Gesù che invita a una più pertinente attenzione alla parola di Dio.

Gli occhi

C'è un elemento della bellezza umana che, pur essendo in sé di natura fisica, è quasi il riverbero della vita dello
spirito, ed è lo splendore degli occhi. Il Maestro stesso l'aveva notato: «La lucerna del tuo corpo è l'occhio; se il
tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce» (Mt 6,22).

Gli occhi di Gesù dovevano essere davvero incantevoli, penetranti e quasi magnetici: chi li aveva visti non se
ne dimenticava più. Soltanto così si spiega la straordinaria frequenza con cui gli evangelisti (e in special modo
Marco, che riferisce i ricordi di Pietro) pongono in rilievo il suo sguardo.

È importante cogliere le sfumature dei testi originali. Il verbo «guardare» (βλέπειν) è impiegato in tre
espressive varianti: «guardare attorno» (περιβλέπεσθαι); «guardare in alto» (αα̉ναβλέπειν); «guardare dentro»
(εα̉μβλέπειν).

Lo sguardo attorno

Quando Gesù gira attorno i suoi occhi, tutti ammutoliscono intimoriti e affascinati.

Con questo sguardo invita al raccoglimento prima della predicazione (cf Lc 6,20). Con questo sguardo
manifesta il suo affetto e la sua forte comunione coi discepoli: «Girando lo sguardo (περιβλεψάμενος) su quelli
che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! "» (Mc 3,34). Con questo sguardo
prepara i cuori ad accogliere gli insegnamenti più originali e inattesi: «Gesù, volgendo lo sguardo attorno
(περιβλεψάμενος), disse ai suoi discepoli: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel
regno di Dio!... È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago"» (cf Mc 10,23-25).

Qualche volta è uno sguardo muto, ma così intenso da essere fine a se stesso: «Entrò a Gerusalemme nel
tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno (περιβλεψάμενος πάντα), ...uscì con i Dodici diretto a Betania»
(cf Mc 11,11).
Qualche altra volta è uno sguardo così carico di sdegno e di sofferenza, che gli astanti zittiscono e non osano
più replicare: «Guardandoli tutt'intorno con indignazione (περιβλεψάμενος αυα̉του μετ' οα̉ργη̃ς), rattristato per la
durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: "Stendi la mano!"» (Mc 3,5).

Lo sguardo in alto

Gli occhi di Cristo sanno anche guardare in alto, in un'appassionata preghiera al Padre perché l'esaudisca (cf Mc
6,41; 7,34).

Ma guarda in alto altresì per cercare sorridendo tra il fogliame un alto funzionario del fisco che, per vederlo
comodamente, si era appollaiato sui rami di un sicomoro come un monello di strada: «Quando giunse sul luogo,
Gesù alzò lo sguardo (αα̉ναβλέψας) e gli disse: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua"»
(Lc 19,5).

Lo sguardo «dentro»

Gli occhi di Gesù però impressionavano soprattutto quando «guardava dentro» alle persone, quasi per arrivare
al loro cuore.

Lo fa quando deve comunicare qualche verità insolita che vuole imprimere bene nella mente di chi ascolta. E il
caso di Mc 10,27:

«Gesù guardandoli dentro (εα̉μβλέψας αυα̉τοι̃ς) disse: "Impossibile presso gli uomini [che i ricchi si salvino], ma
non presso Dio"». Ed è il caso di Lc 20,17-18: «Allora egli si volse verso di loro (εα̉μβλέψας αυα̉τοι̃ς) e disse:...
"Chiunque cadrà su questa pietra [il Messia, figlio di Dio] si sfracellerà e a chi cadrà addosso lo stritolerà"».

Davanti al giovane ricco dalla vita innocente che chiede la «vita eterna», Gesù - nota il Vangelo - «lo guardò
dentro e lo amò (εα̉μβλέψας αυα̉τω̃ ηα̉γάπησεν αυα̉τόν)» (Mc 10,21).

L'apostolo Pietro ha avuto l'esistenza segnata per sempre da due sguardi trasformanti: nel suo primo incontro,
«Gesù, fissando lo sguardo su di lui (εα̉μβλέψας αυα̉τω̃), disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, e ti
chiamerai Cefa, che vuol dire Pietro"» (Gv 1,42); nell'ora del suo tradimento, «il Signore, voltatosi, guardò
Pietro (εα̉νέβλέψεν τω̃ Πέτρωω̃), e Pietro... uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62).

Conclusione

E ovvio che potremmo spigolare ancora a lungo tra le righe dei vangeli per raccogliere ogni parola che ci
servisse a capire come Gesù si presentava a una prima e immediata conoscenza esteriore.

Pensiamo però che a questo punto il «tipo umano» di Cristo cominci a delinearsi. Sicché ci sentiamo piuttosto
sollecitati a una esplorazione che vada più in profondo e miri a costruire, per così dire, un «identikit
psicologico» del nostro Salvatore.

CAPITOLO SECONDO

La psicologia
Una esplorazione emozionante

Il mondo intcriore dell'uomo è sempre un mistero, che non si riesce mai a penetrare del tutto. Tanto più ci è
difficile accostarci alla ricchezza dell'animo di Cristo e addentrarci nella sua realtà psicologica.

E una ricerca singolare, problematica, emozionante, ma anche fascinosa e ineludibile. Va intrapresa con umiltà
e consapevolezza sempre vigile di quanto siano inadeguate le nostre possibilità conoscitive.

Siamo però incoraggiati nel compito dall'aiuto decisivo offertoci dagli evangeli, che del nostro Salvatore ci
rivelano generosamente -sia pure attraverso testimonianze sparse, occasionali, spesso indirette - i pensieri, la
mentalità, gli affetti, i sentimenti, il temperamento, lo stile espressivo e comportamentale.
Una grande chiarezza di idee

Ciò che primariamente colpisce nel magistero di Gesù è la straordinaria chiarezza di idee. Tutto è lucidamente
enunciato senza ambiguità o tentennamenti. Le esitazioni, il rifugio nel soggettivismo, le formule dubitative
(«forse», «secondo me», «mi parrebbe»), così frequenti nel nostro dire, non si incontrano mai nei suoi discorsi,
dai quali sono lontanissimi i vezzi, le civetterie, l'apparente arrendevolezza del «pensiero debole».

Gesù manifesta anzi una sicurezza che sarebbe persino irritante, se non fossimo contestualmente conquistati
dall'oggettiva elevatezza e luminosità del suo insegnamento.

Pur nella grande varietà degli argomenti toccati, non c'è frammentazione o incoerenza nella visione di Cristo.
Tutto è raccolto e unificato attorno a due temi fondamentali sempre ricorrenti: quello del «Padre» (un padre che
sta all'origine di qualsivoglia esistenza) e quello del «Regno», traguardo di ogni tensione delle creature e del
loro peregrinare nella storia.

L'attenzione alla concreta realtà umana

In lui però non c'è nulla né del pensatore distratto, così assorto nelle sue alte elucubrazioni da non accorgersi
nemmeno più delle piccole cose, né del superuomo che disdegna di lasciarsi impigliare negli accadimenti senza
rilevanza e senza gloria. Al contrario: Gesù si dimostra un osservatore attento - anzi interessato e compiaciuto -
della realtà «feriale» nella quale siamo tutti immersi.

Dai suoi detti e dalle sue parabole occhieggiano numerose le normali scenette della vita di allora e di sempre: il
bimbo che fa i capricci per avere qualcosa da mangiare, i ragazzi che giocano nelle piazze avvalendosi delle
filastrocche tradizionali (Lc 7,32: «Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri: "Vi
abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto"»), il vicino
scocciatore che ti disturba perfino di notte e non ti dà pace finché non l'accontenti, la donna che non si rassegna
a non trovare la moneta rotolata sotto i mobili, la partoriente che soffre ma poi dimentica i dolori patiti nella
gioia di contemplare il piccolo nato da lei, i servi che si dànno alla bella vita nell'assenza del padrone,
l'amministratore disonesto e furbo, il trambusto di una festa di nozze, i banchieri che offrono un interesse sul
capitale, il ladro che scassina la casa senza mandare preavvisi, il viandante che incappa nei rapinatori, i
braccianti disoccupati che in piazza aspettano la buona occasione, la casalinga che impasta la farina e poi la
lascia lievitare. Eccetera.

Chi parla così è evidentemente uno che non si è chiuso e arroccato in se stesso, ma è capace di guardarsi attorno
e partecipa con simpatia alla quotidiana commedia umana.

Le cose più umili vengono utilizzate nei suoi paragoni: i bicchieri e i piatti da lavare, la lucerna e il lucerniere,
il sale da usare in cucina, il bicchiere d'acqua fresca, il vino vecchio che è più buono, il vestito rattoppato, la
pagliuzza e la trave, la cruna degli aghi, i danni provocati dalle tarme e dalla ruggine, gli effimeri fiori del
campo, le prime foglie del fico, l'arbusto di senape, il seme che cade in terreni diversamente accoglienti e
produttivi, la rete dei pescatori che raccoglie al tempo stesso pesci commestibili e pesci da buttare, la pecora
che si allontana dal gregge e si perde. E anche questo è un elenco che si potrebbe molto allungare.

Quanto s'è detto dovrebbe bastare a persuaderci che Gesù non ha somiglianza alcuna con l'ideologo che - tutto
preso dalle sue grandiose teorie - non riesce più a vedere e a prendere in considerazione le vicissitudini
spicciole della gente comune.

E proprio questa sua sensibilità per le piccole cose concrete e l'arte sua inimitabile di incastonarle nei
ragionamenti più alti gli consentono di parlare a tutti, anche ai semplici, delle verità più sublimi con la
mediazione di un linguaggio limpido e originale; un linguaggio che ci appare ben diverso da quello di molti
pensatori professionisti e di non pochi attori della scena politica.

Una volontà forte

Alla solarità della sua intelligenza e all'efficacia del suo dire fa riscontro una volontà senza fiacchezza, in grado
di operare rapidamente scelte operative e di attenersi ai propositi stabiliti senza alcuna titubanza. Ha una-
missione che ha cordialmente sposato, e non se ne lascia distogliere.
Talvolta questa fermezza trapela perfino dall'atteggiamento esteriore. I circostanti ne sono impressionati, e la
narrazione evangelica si sente in dovere di registrarlo: «Si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51).
Il testo originale è anche più significativo: τὸ πρόσοπον εα̉στήρισεν του̃ πορεύεσθαι είς' Ιερουσαλέμ («irrigidì il
suo volto per andare alla volta di Gerusalemme»).

Egli è un capo che, in certi momenti, andando davanti a tutti sul cammino che si è prefissato, irradia tanta
risolutezza da incutere in chi lo segue meraviglia, soggezione, inquietudine: «Mentre erano in viaggio per salire
a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti, e gli andavano dietro pieni di timore»
(Mc 10,32).

Libertà di fronte ai parenti e agli oppositori

Gesù si dimostra sempre un uomo sovranamente libero. Nessuno riesce a distoglierlo dai suoi intenti.

E libero di fronte a quelli del suo «clan», i quali, dopo averlo preso per matto (cf Mc 3,21), si immaginano di
poter ricavare qualche vantaggio dal suo successo e dalla sua notorietà e cercano di riprendere i rapporti (cf Mc
3,31-34).

È libero di fronte ai capi del suo popolo e ai suoi avversari, che cercano di ostacolarlo nel suo ministero, e ai
quali risponde seccamente: «Il Padre mio lavora sempre e anch'io lavoro» (Gv 5,17).

Egli riconosce e rispetta l'autorità, ma non ha timori reverenziali nei confronti delle persone che ne sono
investite. Basti pensare alle invettive rivolte ai farisei e agli scribi (cf Mt 23,32). Ai sadducei, che ricoprivano le
più alte cariche sacerdotali, non esita a manifestare il suo dissenso nei termini più decisi: «Voi vi ingannate,
poiché non conoscete né le Scritture né la potenza di Dio» (Mt 22,29). Col tetrarca di Galilea, Erode, non fa
proprio complimenti: «Andate a dire a quella volpe...» (cf Lc 13,32).

Del resto, la sua franchezza è esplicitamente riconosciuta anche da quelli che gli sono ostili, come i farisei e gli
erodiani che una volta così gli si rivolgono: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti
non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio» (Mc 12,14).

Libertà dagli amici

Si mantiene libero - cosa che è senza dubbio più difficile - anche dalle attenzioni affettuose degli amici quando
contrastano con la sua missione.

Il caso più tipico e clamoroso è quello di Pietro. A Cesarea di Filippo l'apostolo si vede elogiato per la sua
ispirata professione di fede con espressioni di ineguagliabile esaltazione. Subito dopo, però, quando si permette
di distogliere il suo Maestro dalla «via della croce», viene investito da parole durissime: «Pietro lo trasse in
disparte e cominciò a protestare dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai". Ma egli,
voltandosi, disse a Pietro: "Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma
secondo gli uomini! "»(Mt 16,21-23).

In un'ora di crisi, quando egli viene abbandonato da molti discepoli che non sanno accettare il discorso sulla sua
«carne» e sul suo «sangue» proposti come cibo e bevanda, non cede di un punto, non attenua le sue
affermazioni spigolose per amore del dialogo e di una «comunione senza verità»: «Gesù disse ai Dodici:
"Volete andarvene anche voi?"». Che è una delle frasi più drammatiche e meno oblia-bili pronunciate dal
Salvatore.

Libertà dai giudizi altrui

Gesù è libero perfino dalla «apparenza della virtù»; vale a dire, non lo preoccupano affatto i giudizi malevoli e
manifestamente infondati, che la gente può formulare su di lui. Egli va avanti per la sua strada, anche a prezzo
del deterioramento della sua buona fama: «E venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: "Ecco un
mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori"» (Mt 11,19).

Si direbbe che ritenga valido anche per sé l'ammonimento che rivolge agli altri: «Guai a voi quando tutti gli
uomini diranno bene di voi» (cf Lc 6,26).
La sensibilità dell'animo

Càpita spesso che uno spirito assolutamente autonomo ed emancipato risulti poi anche arido, indifferente ai
mali altrui, scarsamente sensibile.

Non è il caso di Gesù: in lui la sovrana libertà, che s'è vista, si disposa a una forte emotività e a una estesa
gamma di sentimenti. Per esempio, di fronte alla strumentalizzazione «teologica» della sventura, non sa frenare
la collera, come si vede nell'episodio dell'uomo dalla mano rattrappita che gli viene collocato davanti proprio
perché egli lo guarisca in sabato e così lo si possa accusare (cf Mc 3,1-6). Allora chiama il poveretto nel mezzo,
al cospetto di tutti; e, dice il testo originale, gira sui presenti lo sguardo con rabbia (μετ' οα̉ργη̃ς), rattristato
(συλλυπούμενος,) per la durezza del loro cuore.

La compassione

Con molta più frequenza gli evangelisti annotano la sua compassione verso tutte le miserie umane. Lo fanno
adoperando costantemente un verbo che nella sua etimologia evoca una commozione anche fisica:
σπλαγχνίζεσθαι («sentir compassione»), da σπλάγχνα («viscere»).

È uno stato d'animo che prende il Salvatore all'udire il lamento accorato dei due ciechi di Gerico (Mt 20,34:
«Gesù si commosse»); al vedere l'angoscia di una madre che segue il funerale del suo unico figlio giovinetto
(Lc 7,13:

«Vedutala il Signore ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!"»); nel rendersi conto che c'è una folla
affamata (Mc 8,1: «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da
mangiare»); nel contemplare un'umanità dispersa e smarrita (Mc 6,34: «Vide molta folla e si commosse per
loro, perché erano come pecore senza pastore»).

L'amicizia

Gesù ha molto vivo il senso dell'amicizia con tutte le sue diverse gradazioni di intensità.

Suoi «amici» egli chiama gli apostoli (cf Gv 15,5). Ed è un'amicizia attenta e premurosa, tanto che si preoccupa
del loro eccessivo affaticamento: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'» (Mc 6,31). Tra i
Dodici si sente più intimo di Pietro, Giacomo e Giovanni, e li vuole vicini sia nell'ora splendente della
Trasfigurazione (cf Mc 9,28) sia in quella penosissima del Getsemani (cf Mc 14,32-42). Al solo Giovanni è
stata attribuita la qualifica: «il discepolo che Gesù amava» (cf Gv 13,23; 19,5; 20,2; 21,7.20).

Al di fuori della cerchia apostolica è testimoniato il grande affetto da lui nutrito per i componenti della famiglia
di Betania: «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro» (Gv 11,5).

I bambini e le donne

Era nota l'amabilità di Gesù verso i bambini: «Gli presentavano i bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli
li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò [letteralmente: "non lo poté sopportare" (ηα̉γανάκτησεν)] e disse
loro: "Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il Regno
di Dio". E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva» (Mc 10,13-16).

Manifesta molta gentilezza d'animo verso le donne e più di una volta interviene a loro difesa.

Salva dalla lapidazione la sconosciuta sorpresa in adulterio (cf Gv 8,1-11); loda, contro i pensieri maligni del
padrone di casa, la pecca-trice che durante un banchetto offertogli da un fariseo aveva osato venire a
profumarlo e a bagnarlo con le sue lacrime (cf Lc 7,36-50); ribatte seccamente a Giuda e agli altri commensali
che criticavano Maria, la sorella di Lazzaro, per il suo gesto inatteso e la sua prodigalità: «Lasciatela stare!
Perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona...» (cf Mc 14,6).

Il pianto e la gioia

Sono eccezionali in Gesù la solidità psicologica e il dominio di sé. E tranquillo e impavido nel bel mezzo di una
tempesta che rischia di rovesciargli la barca (cf Mc 4,35-41), così come con impressionante forza d'animo
affronta e quasi ipnotizza la folla inferocita di Nazaret che si propone di ucciderlo: «Tutti nella sinagoga furono
pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la
loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4,28-
30).

Non è però un imperturbabile gentleman della società vittoriana, che si fa un punto d'onore di non lasciar
trapelare all'esterno le proprie emozioni. Al contrario, Gesù non ha alcun ritegno a mostrarsi sconvolto, come
per esempio davanti alle lacrime di Maria, la sorella di Lazzaro: «Quando la vide piangere... si commosse
profondamente»; anzi «si turbò», precisa l'evangelista (cf Gv 11,33). E al pensiero della morte dell'amico,
«scoppiò in pianto» anche lui; tanto che i presenti commentano: «Vedi come l'amava» (cf Gv 11,35-36).

Contemplando dall'alto Gerusalemme, alla prospettiva della sua distruzione non sa frenare le lacrime: «Quando
fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via
della pace"» (cf Lc 10,41-42).

Ma sa anche entusiasmarsi, lasciandosi contagiare dalla gioia dei discepoli, felici di aver portato a termine la
loro prima esperienza di evangelizzazione: «I settantadue tornarono pieni di gioia... In quello stesso istante
Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra"» (cf Lc 10,17-
21).

Gesù era dunque un uomo che sapeva piangere e sapeva stare allegro. Che sapesse piangere è esplicitamente
documentato, come s'è visto; che sapesse anche stare lietamente in compagnia, lo si deduce se non altro dal
piacere con cui i pubblicani - che erano di solito gaudenti e bontemponi - l'accoglievano alla loro mensa.

Quando aveva di fronte della gente affaticata ed esausta, provvedeva fattivamente a sostentarla. Ma certo non
doveva avere l'abitudine di rovinare la serenità e la giocondità di un convito con riflessioni troppo malinconiche
o con richiami intempestivi alla fame nel mondo.

Attenendosi appunto all'esempio del Signore, san Paolo enuncerà per i cristiani la regola aurea di
comportamento: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm
12,15).

La «ebraicità» di Gesù

Tanta pienezza di umanità potrebbe indurre a ritenerlo un soggetto così superiore e ideale da trascendere ogni
catalogazione antropologica e ogni specificazione etnica e culturale: quasi un apòlide senza appartenenza e
senza nessi. Ma non saremmo nel giusto.

Egli ragiona, parla, agisce da autentico figlio d'Israele. La sua «ebraicità» è fuori discussione. Chi non la
cogliesse, non potrebbe dire di aver raggiunto la sua effettiva verità: ne risulterebbe un identikit di Cristo
alterato e improbabile.

La mentalità, la concezione generale, il linguaggio del Nazareno sono quelli tipici del suo popolo. Sulle labbra
le citazioni bibliche tornano spontanee e frequenti. I nomi più noti e più cari ai suoi connazionali - Abramo,
Mosè, Davide, Salomone, Isaia, Giona - infiorano con naturalezza i suoi discorsi.

Egli padroneggia la dialettica peculiare dei rabbini e se ne avvale nelle sue dispute, come quando riduce al
silenzio scribi e farisei partendo dalla loro stessa interpretazione del salmo 110 (cf Mc 12,35-37; Mt 22,41-46).

Lo stile semitico

Lo stile dei suoi discorsi è quello dei testi letterari semitici. Perciò le sue frasi sono spesso scandite sullo
schema (usuale nella poesia ebraica) del «parallelismo», nelle sue variazioni. Citiamo solo qualche esempio.

Parallelismo semplice

«Il discepolo non è da più del maestro né un servo da più del suo padrone» (Mt 10,24).
«Il calice che io bevo voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo voi lo riceverete» (Mc 10,39).

Parallelismo antitetico

«Ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può
produrre frutti cattivi né un albero cattivo produrre frutti buoni» (Mt 7,17-18).

Parallelismo strofico

«Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua
casa sulla roccia.

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa non cadde
perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un
uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa cadde, e la sua
rovina fu grande» (Mt 7,24-27).

Il “cuore”

Anche il cuore di Gesù è un cuore di ebreo. Egli ama in modo particolarmente intenso e privilegiato la sua terra
e il suo popolo: alla sua terra e al suo popolo egli si sente primariamente inviato: «Non sono stato inviato che
alle pecore perdute della casa d'Israele» (Mt 15,24). Alla sua terra e al suo popolo è destinata la prima
provvisoria missione degli apostoli, che ricevono a questo proposito istruzioni limitative precise: «Non andate
fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa
d'Israele» (Mt 10,5-6).

E abbiamo già visto come il pensiero della futura fine della città di Davide lo commuove fino alle lacrime (cf
Lc 10,41-42).

Un «integrato»

Egli è un israelita osservante, che onora tutte le tradizioni legittime della nazione. Ogni sabato frequenta, come
tutti, la sinagoga. Celebra ogni anno la Pasqua secondo il rito prescritto. Paga, come tutti, la tassa a favore del
tempio: «Si avvicinarono a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli dissero: “Il vostro maestro non paga
la tassa per il tempio?". Rispose: "Sì"» (cf Mt 17,24-25).

Ogni tanto c'è qualcuno che si compiace di annoverare Gesù tra i rivoluzionari politici o gli agitatori sociali; ma
le testimonianze ci persuadono piuttosto del contrario. A volerlo denominare con il vocabolario della moderna
ideologia eversiva, si dovrebbe piuttosto qualificarlo un «integrato».

Rispetta ogni ordinamento, persino la prescrizione che attribuiva ai sacerdoti la funzione di autorità sanitaria
nell'accertamento della guarigione dei lebbrosi: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» (cf Lc 17,14). E non intende
affatto sostituirsi a chi è preposto all'amministrazione della giustizia ordinaria: «Uno della folla gli disse:
"Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità". Ma egli rispose: "O uomo, chi mi ha costituito giudice
o mediatore sopra di voi?"» (Lc 12,13-14).

La sua «integrazione» è così arresa e totale, che evita di lasciarsi coinvolgere nella contestazione della presenza
romana sul suolo giudaico; e anzi riconosce, almeno praticamente, il diritto dell'invasore di imporre la propria
moneta e di riscuotere un tributo (cf Mc 12,13-17).

Il problema finanziario

Diversamente da ciò che talvolta è stato affermato, Gesù da buon ebreo non demonizza il denaro. Lo rispetta e
si preoccupa anzi di dare alla sua attività una realistica base finanziaria.

La sua piccola comunità ha un cassiere regolarmente designato (cf Gv 12,6; 13,29), e si appoggia a una specie
di «istituto per il sostentamento del clero»: «C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da
spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa
amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni» (Lc 8,1-3).

La «ricompensa nei cieli»

Gesù dimostra la «ebraicità» della sua «forma mentis» persino trattando della vita dello spirito e del rapporto
con il Creatore vindice di ogni giustizia.

Egli non si dimentica mai di prospettare il «guadagno» (sia pure un guadagno ultraterreno) come incitamento al
bene agire: «Grande è la vostra ricompensa nei cieli» (cf Mt 5,2; Lc 6,23). Si preoccupa di informarci che il Dio
vivo e vero non è un seguace dell'etica kantiana; e dunque non ritiene che il disinteresse sia la connotazione
essenziale e necessaria della bontà morale di un comportamento: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenserà» (cf Mt 6,4.6.17).

CAPITOLO TERZO

L'originalità
«Una dottrina nuova con potenza»
Gesù è dunque un uomo perfettamente inserito nella società e nella vita palestinese, è un ebreo partecipe e
consapevole della cultura e della storia del suo popolo, è un «rabbi» che parla, argomenta, conosce e cita le
Sacre Scritture come uno dei molti «maestri in Israele» (cf Gv3,10).

Eppure la sua presenza, il suo atteggiamento, il suo magistero sono apparsi subito come un'esplosione di novità
senza precedenti e senza confronti. «Nessuno ha mai parlato come parla quest'uomo!» (Gv 7,46), dicono
stupefatti e affascinati le guardie del sinedrio mandate ad arrestarlo.

Già all'inizio del suo ministero pubblico gli ascoltatori percepiscono di essere di fronte a qualcosa di
inaspettato, di inedito, di sconvolgente; e ne sono intimiditi. È significativa a questo riguardo l'esclamazione di
quelli di Cafarnao, come ci è riferita da Marco col suo linguaggio immediato e popolaresco: «Tutti furono presi
da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è questo? Una dottrina nuova con potenza"» (Mc 1,27:
διδαχὴ καινὴ κατ' εα̉ξουσίαν).

Senza dubbio nella circostanza erano entrate in gioco anche le sorprendenti doti tau-maturgiche del Signore,
sulle quali in questa sede non vogliamo indugiare. Ai fini della nostra ricerca è invece importante rilevare
l'impressione di originalità e di vigore lasciata negli uditori dal giovane profeta di Nazaret con un insegnamento
così diverso da quello abituale degli scribi.

Gli scribi si limitano ad analizzare i sacri testi, tentando di penetrarli con il loro puntiglio di esegeti; Gesù pone
tutti in contatto e in comunione con una «realtà avverata»: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete
udita con i vostri orecchi» (cf Lc 4,21), come egli dice nella sinagoga di Nazaret.

«Politicamente scorretto»

Entro questo tipo di esperienza, anche il patrimonio di verità già posseduto e custodito da Israele assume
un'altra valenza. Le labbra di questo singolare maestro cominciano allora a diffondere messaggi inauditi, che
scompigliano e mettono in crisi molti convincimenti fino allora indiscutibili e molti luoghi comuni.

Così Gesù, che pure condivide con piena lealtà la fede e l'ortodossia della sinagoga, ed è evidentemente
permeato della luce che si era rivelata ad Abramo, a Mosè, a Davide, ai profeti, appare spesso un irriducibile
anticonformista. Anzi, per usare un termine oggi di moda, appare su diverse questioni «politicamente
scorretto». Le pronte reazioni dell'ambiente ci segnalano spesso i casi in cui tale difformità dalle idee
comunemente accettate si verifica in forma più clamorosa.

«Politicamente scorretto» per la società del suo tempo è, per esempio, l'atteggiamento di Gesù nei confronti dei
pubblicani, ricchi, collaborazionisti con gli invasori, notoriamente ladri, e nei confronti delle pubbliche pecca-
trici.

Beninteso, non c'è mai in lui attenuazione alcuna nella condanna di ogni trasgressione morale. Ma è chiaro che,
ciononostante, il contesto sociale è urtato e scandalizzato dal suo linguaggio e dal suo comportamento. Egli
però non se ne cura, e anzi arriva a pronunciare sentenze che dovevano fatalmente essere giudicate eccessive e
provocatorie: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (cf Mt 21,31-
32).

Primato dell'interiorità

Gesù si rifiuta di approvare il legalismo e il ritualismo esasperato dei farisei, che era divenuto esorbitante e
oppressivo, e afferma invece il primato dell'intenzionalità e della purezza in-teriore.

In virtù dello stesso principio rifiuta la distinzione tra alimenti mondi e alimenti immondi (distinzione che
secondo il Levitico riguardava la commestibilità dei diversi generi di animali): a suo parere tutti gli animali, in
conformità al disegno originario del Creatore, possono diventare nutrimento per l'uomo.

La narrazione evangelica registra la reazione dell'ambiente ufficiale a questa presa di posizione non
conformista: «Riunita la folla disse: "Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro
l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo". Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli:

"Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?"» (Mt 10,10-12).

Ma su questo punto egli non è disposto ad arrendersi o a venire a compromessi. E in casa spiega analiticamente
il suo pensiero: «"Tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel
cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna". Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: "Ciò
che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le
intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia,
calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo"» (Mc
7,18-23).

La povertà come fortuna

Gesù è «politicamente scorretto» anche quando afferma - contro tutta la sensibilità israelitica - che le ricchezze
più che una benedizione sono un rischio, e che la condizione dei poveri in una visione spirituale va considerata
un privilegio (cf Mt 5,3; Lc 6,20-25). Subito i discepoli esprimono la loro meraviglia: «Gesù, volgendo lo
sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno
di Dio!". I discepoli rimasero stupefatti a queste parole, ma Gesù riprese: "Figlioli, come è difficile entrare nel
regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio".
Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: "E chi mai si può salvare?"» (Mt 10,23-26).

La condanna del divorzio

Il divorzio - pacificamente ammesso e praticato in Grecia, in Roma e in tutte le società antiche - non aveva
contestazioni neppure nel mondo israelitico. Al massimo, tra le scuole rabbiniche c'era diversità di opinioni a
proposito delle motivazioni ammissibili.

Ebbene Gesù - contro l'esplicito consenso accordato dalla legge mosaica - dichiara senza esitazione: «Chi
ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne
sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,11-12). E a chiarire bene che il principio non si può infrangere mai,
neanche a vantaggio del coniuge abbandonato, che non ha voluto lui la rottura, soggiunge: «Chiunque sposa
una ripudiata, commette adulterio» (Mt 5,32).

Forse mai come in questo caso egli si dimostra «politicamente scorretto», tanto che i discepoli reagiscono
ricorrendo, secondo loro, al paradosso e quasi al sarcasmo: «Gli dissero i discepoli: "Se questa è la condizione
dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi"» (Mt 19,10).
La proposta del celibato per il Regno dei cieli

Quale dovette essere il loro sconcerto nel-l'ascoltare la risposta del Signore, il quale, invece di impressionarsi
del paradosso e del sarcasmo, propone con tutta serietà - contro ogni persuasione degli ebrei e dei non ebrei -
come possibile e auspicabile proprio l'ideale della perfetta castità: «Egli rispose loro: "Non tutti possono
capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della
madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il
regno dei cieli. Chi può capire, capisca"» (Mt 10,10-12).

Mai in Israele si era udita un'opinione così contrastante con il sentire comune e, anche nel linguaggio usato,
così urtante e provocatoria.

La fonte segreta dell'originalità

Donde attinge Gesù la luce e l'energia ne-cessarie a infondere nelle sue parole e nei suoi atti un'originalità così
sicura e così coraggiosa? Quale fonte nascosta irriga e feconda il pensiero, le decisioni, il comportamento di
questo insolito «maestro in Israele»? Che cosa unifica e trasfigura tutte le espressioni e le attività di Cristo, e le
pone al servizio di un magistero di verità che, restando fedele all'antica Rivelazione, stupisce però e si impone
proprio per la sua novità?

L'esplorazione della psicologia del Nazareno ci ha condotti - come si vede - alle soglie del suo più geloso
segreto. La nostra indagine tenterà di portarci a intravederlo, rimanendo sempre regolata e misurata da quanto ci
è riferito dagli scrittori sacri.

Una cosa da tale indagine risulta immediatamente evidente: tutte le pagine evangeliche cospirano a dirci che il
cuore e il senso della vita intcriore di Gesù è il suo fortissimo «senso del Padre».

La paternità di Dio nella Rivelazione antica

Pensare a Dio come a un padre non era atteggiamento spirituale ignoto tra gli ebrei. Il profeta Osea aveva
descritto la cura paterna di Iahvè nei confronti di Israele, con immagini toccanti che meritano di essere
ricordate:

«Quando Israele era giovinetto io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio... Ad Efraim insegnavo a
camminare tenendolo per mano... Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore; ero per loro come chi
solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (cf Os 11,1-4).

La paternità di Dio qui è colta primariamente in rapporto all'intero popolo eletto. «Io sono un padre per Israele»
(Ger 31,9), afferma nei testi profetici il Creatore, che talvolta ne fa motivo di lamento: «Se sono padre, dov'è
l'onore che mi spetta?» (Ml 1,6).

«Figlio di Dio» è anche il monarca, che in virtù della consacrazione regale impersona e rappresenta tutta la
nazione: «Egli mi invocherà: "Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza"» (Sal 89,27).

È naturale che si passi poi alla persuasione che il Dio d'Israele è «padre degli orfani e difensore delle vedove»
(Sal 86,6) e che «come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono» (Sal
103,13). Si arriva così a una prospettiva anche individuale, per cui ogni giusto può vantarsi «di avere Dio per
padre» (cf Sap 2,6).

Il senso del Padre nell'anima di Cristo

Nessuno però in Israele ha mai fatto della paternità di Dio un'esperienza lucida, commossa, incalzante,
paragonabile a quella di Gesù. Il ricordo caldo e affettuoso del Padre segna di sé ogni suo discorso, ogni suo
atto, ogni sua ora: non c'è pagina dei vangeli che non ne faccia testimonianza.

«Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49), è la prima frase che è stata raccolta
dalle sue labbra e tramandata. L'ultima è: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Tra l'una e
l'altra ogni sua locuzione, si può dire, o è un discorso al Padre o è un discorso sul Padre e sul suo disegno di
salvezza.

Per intrattenersi col Padre con agio e con un'attenzione totale - cioè per pregare - Gesù contende pertinacemente
gli spazi di silenzio e di isolamento a una giornata che è sempre affaccendata. Prega nel momento di essere
battezzato nel Giordano (cf Lc 3,21); prega prima di intervenire a favore degli sventurati che sono condotti a lui
(cf Mc 7,34; 9,29; Gv 11,41; Mt 14,19; ecc); prega tutta la notte prima di scegliere gli apostoli (cf Lc 6,12-15),
prega lungamente a conclusione dell'ultima cena (cf Gv 17,1-26); prega per prepararsi ad affrontare la prova
tremenda della passione (cf Mt 26,36-42; Mc 14,32-39; Lc 22,39-46).

La preghiera di Gesù

Che cosa diceva al Padre in quei colloqui? Tutti i principali sentimenti che sostanziano la corretta orazione della
creatura, sostanziano anche la sua:

- l'adorazione e la lode (cf Mt 11,25:εα̉ξομολου̃μαι);

-il ringraziamento (cf Gv 11,41: ευα̉χαριστω̃);

- la supplica per la gloria divina (cf Gv 12,28: «Padre, glorifica il tuo nome»);

- la supplica a favore degli amici (cf Gv 17,11: «custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato»);

- la supplica a favore dei nemici (cf Lc 23,34: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno»).

Ciò che in lui non c'è, è il pentimento, la domanda di perdono, e quel turbamento e tremore che prende ogni
spirito non superficiale quando si pone e si sente al cospetto di colui che è «santo», cioè il trascendente,
l'eterno, l'immenso; vale a dire, quello stato d'animo che troviamo espresso, per esempio, nella visione avuta nel
tempio dal profeta Isaia (cf Is 6,5). Di tutto questo non c'è traccia alcuna nella preghiera di Gesù.

La solitudine animata

Si capisce allora come mai Gesù possa contestare con tranquillità anche le opinioni più accreditate e i
comportamenti socialmente accolti da tutti: appunto la comunione filiale con Dio gli dà una luce che trascende
ogni logica puramente umana e una forza che lo pone in grado di prendere e mantenere serenamente posizioni
anche impopolari e solitarie.

La narrazione evangelica nota anzi la facilità e il gusto con cui egli accetta di isolarsi, soprattutto quando non
vuol lasciarsi condizionare da prospettive che gli sono estranee: «Si ritirò sulla montagna tutto solo» (cf Gv
6,15). D'altronde la sua solitudine non è mai solitudine: «Io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv
16,32; cf anche Gv 8,16.29).

«Sì, Padre»

Ciò che gli preme davvero è la consonanza col Padre e la perfetta adesione alla sua volontà. Questo lo sostenta
e gli dà vigore: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere le sue opere» (Gv 4,34).

Fare la volontà di Dio non è sempre impresa agevole e indolore, nemmeno per lui. Ce lo rivela
drammaticamente l'agonia del Getse-mani: «Padre mio, se è possibile passi da me questo calice. Però non come
voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39).

L'autore della lettera agli Ebrei dà di tale impressionante episodio un'ulteriore preziosa testimonianza,
aggiungendo un'osservazione che forse ci sorprende ma non va disattesa: «Egli offrì preghiere e suppliche con
forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo figlio,
imparò l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,7-8).

«Sì, Padre» (cf Mt 11,26: ναί οα̉ Πατήρ): questa paroletta che cogliamo sulle labbra del Signore è forse il miglior
compendio di tutto il suo mondo intcriore e la scaturigine segreta di quanto egli ha detto e ha fatto.
San Paolo non intende probabilmente dire altra cosa quando scrive: «Gesù Cristo... non fu "sì" e "no"; in lui c'è
stato solo il "sì"» (2 Cor 1,29).

Un Creatore che ama

Assegnare con questa insistenza e lucidità al Dio d'Israele la prerogativa di «padre», a ben guardare significa
prendere sul serio in tutte le sue implicazioni la dottrina - propria dell'ebraismo - dell'origine da Iahvè di tutte le
cose. Soprattutto significa rendersi conto della rilevanza primaria dell'amore del Creatore per l'opera delle sue
mani.

«Il Padre vi ama» (Gv 16,27): questa è la semplicissima e straordinaria verità che il Signore lascia quasi come
sua specifica eredità ai suoi discepoli.

Il Dio di Gesù è un Dio che per amore si prende cura di tutto ciò che ha chiamato all'esistenza, perfino degli
uccelli del cielo e dei fiori del campo (cf Mt 6,26-30). A maggior ragione ama i figli di Adamo e se ne prende
cura, quale che sia il loro comportamento: «Fa sorgere il sole sopra i malvagi e i buoni, e fa piovere sopra i
giusti e sopra gli ingiusti» (cf Mt 5,45).

San Giovanni nella sua prima lettera troverà la formula essenziale per esprimere nel modo più sintetico
possibile la visione teologica del suo Maestro: «Dio è amore» (Gv 4,8).

La nostra risposta d'amore


Poiché è giusto che i figli assomiglino al padre, da questa concezione di Dio scaturisce l'ideale di vita per noi:
«Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Ovviamente è un traguardo inarrivabile, e
perciò la locuzione è paradossale. Ma è per dire nel modo più energico che anche nella nostra azione, come in
quella di Dio, tutto deve essere ispirato dall'amore.

Perciò Gesù insegna: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (cf Lc 6,36); e arriva a dire,
come estrema raccomandazione: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (cf Gv 16,34).

Soprattutto è giusto che all'amore si risponda con l'amore: l'amore del Padre per i figli sollecita ed esige l'amore
dei figli per lui. Qui - e non nell'elenco minuzioso dei precetti e dei riti - sta la sostanza della religione.

Non ci meraviglia allora la risolutezza con cui il Nazareno individua quale sia il cuore e il compendio di tutto il
discorso del Dio d'Israele: «Un dottore della legge lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più
grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua
anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al
primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti"»
(Mt 22,35-40).

La fine del nazionalismo religioso

In questa prospettiva è oltrepassata ogni chiusura nazionalistica. E così Gesù ha un'altra occasione di essere
«politicamente scorretto», cioè di urtare la mentalità dei suoi concittadini.

E eloquente a questo proposito l'incidente avvenuto nella sinagoga di Nazaret, quando egli a ragion veduta
sceglie dalla storia ebraica alcuni fatti provocatori: «"C'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando
il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu
mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta
Eliseo, ma nessuno fu risanato se non Naaman, il Siro". All'udire queste cose furono pieni di sdegno; si
levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era
situata, per gettarlo giù dal precipizio» (Lc 4,25-28).

Il messaggio di Cristo entro la storia della religiosità

Nessuno con più forza e con più intensità di Gesù ha affermato l'universale paternità di Dio. Instancabilmente
egli richiama ai suoi ascoltatori il «Padre vostro», il «Padre vostro che è nei cieli», il «Padre vostro celeste», il
«Padre vostro che vede nel segreto»: è la verità che sta al centro della sua proposta esistenziale.

Nessuno con più esplicita consapevolezza ha indicato l'amore come l'anima, il senso, il vertice di ogni rapporto
con Dio e come l'atteggiamento spirituale fondamentale che deve dominare la convivenza tra gli uomini.

Nessuno prima di lui, tra le varie interpre-tazioni antropologiche, aveva tanto efficacemente sottolineato il
primato del «cuore», cioè del mondo intcriore, su ogni informalità e ogni estrinsecismo.

Tutto ciò sarebbe già sufficiente a persuaderci che davvero il cristianesimo è stato entro la storia della
religiosità una voce sorprendente e un'autentica rivoluzione ideale.

Eppure non siamo ancora arrivati con questo a cogliere la ragione specifica e risolutiva dell'originalità del
profeta di Nazaret, il nucleo della sua vita intcriore, la fonte propria e più determinante della sua identità.
Ancora siamo ai margini di questa singolare psicologia, ancora non ci è data la chiave che realmente socchiuda
un poco l'arcano di questa eccezionale personalità che da duemila anni sovrasta e condiziona la vicenda
spirituale dell'umanità.

Il «Padre mio»

Ciò che fa di Gesù di Nazaret un caso del tutto inedito è la sua convinzione di essere costituito in una relazione
reale con il Dio d'Israele che si avvera e vale solo per lui. Se egli ha potuto pensare al Creatore del cielo e della
terra come a un «padre», è perché prima ancora ha percepito se stesso come suo figlio proprio: «figlio» in un
senso unico, inconfondibile e, nella sua piena autenticità, assolutamente impartecipabile.

Dio, egli ripete continuamente, è il «Padre mio»: ogni suo sentimento, ogni sua parola, ogni suo atto è ispirato e
dominato da questo convincimento, che - a riflettere solo un poco -non può non lasciarci stupefatti.

Gli altri sono sì «suoi fratelli», perché sono anch'essi «figli di Dio»: i «miei fratelli più piccoli», così talvolta si
esprime (cf Mt 25,40). Specialmente si compiace di chiamare «fratelli» i suoi discepoli: «Va' dai miei fratelli»
(cf Gv 20,17), dice a Maria di Magdala. Ma il loro rapporto di filiazione non è identico al suo.

Sulle sue labbra non è mai dato sorprendere l'appellativo «Padre nostro», se non per suggerire agli altri una
preghiera cui egli non si associa: «Così dunque pregherete voi: Padre nostro...» (Mt 6,9: ούα̉τως ού̃ν
προςεύχεσθε ΄υμει̃ς ·Πάτερ ΄ημω̃ν).

Nella luce misteriosa della mattina di Pasqua il suo linguaggio a questo proposito sembra farsi di una precisione
addirittura puntigliosa: «Io salgo al Padre mio e al Padre vostro» (cfGv20,7).

Un'originalità assoluta

Le diverse narrazioni evangeliche, che hanno raccolto con impassibile diligenza i detti di Cristo a proposito del
Padre «suo» e del Padre «nostro», sono qui concordi, insistenti, inequivocabili. Sicché anche su un piano
puramente storico è difficile approdare a una conclusione diversa: credenti o non credenti che si possa essere, a
nessuno è lecito dubitare che Gesù di Nazaret sia stato totalmente persuaso di essere figlio del Dio d'Israele in
un senso del tutto singolare e in un modo del tutto incomunicabile.

Nessun uomo, nessuno tra i grandi maestri dell'umanità, nessuno tra i fondatori di religione è mai stato sfiorato
da un pensiero paragonabile a questo. Lui invece intende questa qualifica come qualcosa che è suo in maniera
assolutamente esclusiva.

Totale relatività al Padre

Appunto entro questa originale visione, Gesù inquadra la coscienza della sua propria grandezza e della sua
unicità. Una grandezza e una unicità che egli avverte come intrinsecamente relative: derivano completamente
da ciò che, in un modo e in una misura che convengono soltanto a lui, egli riceve dal Padre.

Il che può darci ragione di una caratteristica tipica e stupefacente della predicazione di Cristo: Gesù parla
continuamente di sé e, pur dicendo di sé delle cose che sulle labbra di qualunque altro sarebbero intollerabili,
non dà affatto l'impressione di essere né arrogante né vanaglorioso.

Nessuno ha mai osato affermare: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,32-33). O anche: «Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me;
chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).

Sono affermazioni che prese per se stesse senza dubbio sconcertano, ma sono perfettamente omogenee alla
psicologia di chi sa di essere - come dirà san Giovanni, interpretando fedelmente il pensiero del suo Maestro
-l'«Unigenito del Padre» (cf Gv 1,14).

Conclusione
Abbiamo delineato l'identikit di Gesù di Nazaret, sulla scorta dei dati disponibili, spingendo la nostra
elaborazione fin dove ce lo consentiva una metodologia d'indole storica e psicologica.

A conclusione, possiamo adesso rilevare brevemente quali siano i guadagni e i limiti di questo tipo di ricerca.

L'umanità di Cristo è un poco emersa - almeno lo speriamo - dalle nebbie indistinte nelle quali è spesso avvolta
da un linguaggio che, per essere abituale e ripetuto, spesso diventa scontato, schematico, poco incisivo. Se ne
dovrebbe avvantaggiare la nostra comprensione -e conseguentemente l'amicizia e l'affetto - per colui che è, noi
lo sappiamo, «il più bello tra i figli dell'uomo» (cf Sal 45,3).

Inoltre dopo questa analisi, rigorosamente fondata sulle sole fonti attendibili in nostro possesso, le varie
rappresentazioni superficiali, arbitrarie, ideologizzate della figura del Nazareno, nonché le interpretazioni di
comodo del suo magistero, dovrebbero essere apparse in tutta la loro improponibilità e scorrettezza.

Adesso però l'indagine deve proseguire, perché si possa arrivare a cogliere la realtà profonda e sostanziale del
Festeggiato dell'anno 2000. Bisogna procedere oltre, affidandosi non più soltanto alle sole nostre forze e alla
sola, e pur sempre necessaria, onestà intellettuale.

Non basta ciò che può rivelarci «la carne e il sangue» (cf Mt 16,7), cioè un principio conoscitivo puramente
umano, per una salvifica penetrazione del mistero di Cristo. Ci vuole anche un'illuminazione dall'alto e una
partecipazione alla stessa intelligenza di Dio, perché «nessuno conosce il Figlio se non il Padre» (cf Mt 11,27).

Restando logicamente irreprensibile e razionale, il discorso va dunque proseguito a-prendosi anche alla luce
della fede: l'atto di fede di Pietro (cf Mt 16,6: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»), l'atto di fede di Paolo
(cf Rm 4,25: «È stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione»),
l'atto di fede che il quarto vangelo pone a coronamento dell'intera sua catechesi (cf Gv 20,28: «Tu sei il mio
Signore e il mio Dio»),

La nostra meditazione, divenuta propriamente teologica, potrà allora contemplare in Gesù di Nazaret il Messia,
il Risorto, l'unico Salvatore di tutti, il Signore dell'universo, il Figlio consostanziale al Padre, «Dio vero da Dio
vero».
PARTE SECONDA

Approccio al mistero di Cristo


Premessa
La nostra esplorazione - o meglio, la nostra affettuosa contemplazione - della personalità arcana e inaudita di
Gesù di Nazaret assume adesso un'indole ben diversa. Ci proponiamo di oltrepassare la sua realtà umana, come
poteva essere colta da chi gli si accostava nei giorni della sua vita terrena" e come è largamente attingibile con
quella metodologia storico-razionale, che abbiamo offerta fin qui all'attenzione di tutti, credenti e non credenti;
e di avventurarci invece a conoscere, per quel che ci sarà dato, la profondità del suo mistero: vale a dire, chi egli
sia davvero in se stesso, chi egli sia per noi e per la nostra necessità di salvezza, chi egli sia nel «corpo» vivo
dell'universo.
Ovviamente, per tale indagine non ci basterà più la luce della pura ragione naturale: dovremo avvalerci della
luce superiore della fede; cioè di una partecipazione alla conoscenza stessa di Dio. Del resto, Gesù stesso ci ha
avvertiti di questa esigenza quando ha detto: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre» (cf Mt 11,27).

Il nostro sarà dunque un «discorso tra credenti», pur se ci capiterà di esaminare anche le posizioni dei non
credenti e pur se non abdicheremo mai all'uso della retta ragione.

Le nostre tre riflessioni avranno per argomento rispettivamente:

- il «Figlio del Dio vivente»

- il «Salvatore»

- il «Capo».
CAPITOLO PRIMO

Il Figlio del Dio vivente


Chi è Gesù Cristo?

Leggiamo un famoso episodio della sua vita, secondo la narrazione di Matteo: «Essendo giunto Gesù nella
regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?".
Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia o qualcuno dei profeti". Disse loro: "Voi chi dite che io sia?".
Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù: "Beato te, Si-mone figlio di Giona,
perché né carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei deli"» (Mt 6,13-17).

Desumiamo proprio da questo breve dialogo lo schema e i contenuti di questa prima riflessione.

Come si vede, Gesù stesso propone qui il «problema di Cristo». Ed è interessante notare come Gesù sia
interessato a un duplice tipo di investigazione:

1) La gente chi dice che io sia? Quali sono su di me le opinioni del mondo?

2) Voi chi dite che io sia? Voi che siete la mia Chiesa, voi che vi esprimete ufficialmente per bocca di Pietro,
che cosa dite agli uomini di me?

Anche noi prima ascolteremo la «gente» e poi la Chiesa:

- la «gente», cioè la realtà extraecclesiale, che noi incontriamo nella vita di ogni giorno, nei libri, nei giornali,
nelle chiacchiere quotidiane, e che del resto ciascuno di noi porta sempre un poco dentro di sé fino a che vive su
questa terra;

- la Chiesa, cioè la Chiesa apostolica come ci parla dagli scritti della prima comunità cristiana; la Chiesa
apostolica, la cui fede è normativa per la Chiesa di oggi e di sempre; la Chiesa che ciascuno di noi per il
battesimo possiede indelebilmente iscritta nel suo essere.

Interrogheremo ambedue queste opposte mentalità, perché non va mai dimenticato che i confini tra il «mondo»
e la Chiesa non sono soltanto esteriori, ma passano anche attraverso il cuore di ogni uomo e quindi anche del
nostro.

Poniamo dunque a confronto rapidamente la conoscenza extraecclesiale e la conoscenza ecclesiale di Cristo,


mantenendoci però ben consapevoli che solo restando entro la Chiesa -anzi, restando Chiesa - siamo in grado di
attingere il mistero di Gesù di Nazaret, cioè la sua autentica realtà; quella realtà che non può essere colta dalla
«carne» e dal «sangue» (cioè dalla conoscenza mondana), ma solo rivelata dal Padre, cioè percepita con gli
occhi della fede.

A) La gente chi dice che sia Gesù Cristo?


Ad ascoltare la «gente» non si raccoglie, a proposito di Cristo, una certezza, ma piuttosto una molteplicità di
opinioni. Passiamole un po' in rassegna, facendone in qualche modo tre gruppi, così da semplificare il discorso.

1. a) Gesù è per molti un mito, che ha arricchito e adornato l'esistenza, senza aver lui l'esistenza; qualcosa come
Orfeo nell'antico mondo greco e, più modestamente, come Babbo Natale nel moderno Occidente secolarizzato.

b) Oppure è un uomo leggendario che, proprio perché non è mai esistito, ha potuto essere rivestito a poco a
poco dei caratteri della divinità.

c) O, se si vuole, è un'idea divina, una fede, uno slancio dello spirito, che ha assunto progressivamente nella
coscienza di una comunità di uomini sembianza e natura di uomo.

Insomma, una grandezza sovrumana, ma irreale.

2. Gesù - dicono altri -è un uomo, straordinariamente ma semplicemente uomo, che col suo fascino eccezionale,
la sua intelligenza sublime, la sua meravigliosa personalità, ha impresso un corso nuovo alla storia universale:
in una parola, un genio.

a) C'è chi dice: un genio religioso, che, avendo intuito con chiarezza e intensità inarrivabili l'ultima verità delle
cose, ha scoperto la paternità di Dio, il culto «in spirito e verità», la legge della carità.

b) C'è chi dice: un genio filosofico, che ha rivelato il valore della coscienza soggettiva e il primato del mondo
intcriore su quello esteriore.

c) C'è chi dice: un genio sociale, che ha affermato la sostanziale uguaglianza tra gli uomini e ha esaltato la
ricerca della giustizia.

d) C'è chi dice: un genio politico, che ha introdotto nella storia umana l'impegno e l'ideale della «liberazione»
da tutte le prepotenze e da tutte le oppressioni esteriori.

Insomma, una grandezza reale, ma non sovrumana.

3. Gesù - dice una terza opinione - è un uomo certamente esistito, ma del quale non è possibile sapere niente di
certo: i documenti in nostro possesso ci parlano tutti del Cristo che è stato oggetto della fede, dell'amore,
dell'adorazione della comunità primitiva, ma non ci mettono in condizione di chiarire chi sia stato veramente in
se stesso il Gesù della storia.

Insomma, un enigma storico che non sarà mai risolto.

Osservazioni

1. C'è da notare che, in genere, i giudizi che circolano tra la «gente» sono intenzionalmente positivi e benevoli:
nessuno, o quasi nessuno, parla male di lui.

2. Istituire la critica di queste opinioni, mostrandone sia il bagliore di verità che c'è in ciascuna sia i suoi limiti
e la sua globale inconsistenza, è un lavoro di analisi lungo ma non difficile, e in altra sede anche doveroso per il
cristiano che vuol vivere la sua fede in modo intellettualmente maturo. Ma noi non ce lo proponiamo, in questa
che vuol essere una meditazione condotta tra credenti e si prefigge solo il confronto tra le due posizioni (quella
della «gente» e quella della «Chiesa»), per rilevare i due diversi modi di accostare il mistero di Cristo e
prendere consapevolezza della loro totale e assoluta incompatibilità. Questa riflessione vuol solo inquietare,
fino ad estinguerla, se possibile, la coesistenza (che abbiamo prima denunciato) nel nostro spirito tra il
«mondo» e la «Chiesa», tra le opinioni della «gente» e la conoscenza donataci dal Padre, per crescere nella
limpidità della fede e nella coerenza della vita.

3. Anche se molto diverse tra loro, le opinioni della «gente» hanno in comune di ritenere Gesù di Nazaret un
«caso classificabile»: «uno dei profeti».

È un mito? La storia è piena di miti.


È un'idea che ha segnato la vicenda umana? Sarebbe paragonabile alla gnosi del mondo antico o al marxismo
del mondo moderno.

Un genio religioso? Possiamo annoverarlo con Buddha, con Mosè, con Maometto.

Un filosofo? Piatone e Aristotele lo possono prendere in loro compagnia.

Un indagatore del sociale? Potrebbe stare con gli Enciclopedisti del secolo XVIII e con Marx.

Un agitatore? Come lui e più efficaci di lui, ci sarebbero Spartaco, Masaniello, Bakunin.

Un liberatore? Mettiamolo con Simone Bolivar e con Giuseppe Garibaldi.

Un uomo di cui non si può sapere nulla di certo? Se ne danno altri esempi: Omero, Pitagora, lo stesso Socrate
sarebbero a lui assimilabili.

Sembrerebbe di capire che lo sforzo inconscio della «gente», pur manifestandosi in ipotesi molto disparate e
pur esprimendosi in giudizi solitamente benigni, sia quello di ridurre Gesù di Nazaret a qualcosa di già
contemplato, di risaputo, di «normale»: l'importante è metterlo in qualche scompartimento previsto dalla
esperienza umana; così, quando è sistemato in un cassetto ed etichettato, non è più un caso unico e non può
turbare più.

B) Voi chi dite che io sia?


Se la caratteristica del parere della «gente» è la pluralità delle opinioni, la connotazione della risposta ecclesiale
è l'unità. Non c'è pluralismo nella Chiesa a proposito di Gesù Cristo: la risposta di Pietro è la risposta di tutti.
L'identità della convinzione di ciascuno di noi con la fede di Pietro è la «pietra» di paragone che giudica la
legittimità dell'appartenenza ecclesiale. Chi altera questa fede non può avere posto nella Chiesa. La comunità
apostolica non conosce su questo punto alcuna propensione all'irenismo.

«Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo» (2 Gv 10).

«Vi metto in guardia dalle bestie in forma d'uomo, che non solo voi non dovete accogliere, ma, se è possibile,
neppure incontrare. Solo dovete pregare per loro perché si convertano, il che è difficile» (Ignazio, Agli Smirnesi
lV, 1).

«Sono cani rabbiosi, che mordono di nascosto; voi dovete guardarvi da costoro, che sono difficilmente curabili»
(Ignazio, Agli Efesini VII, 1).

E mentre le «opinioni» mondane su Gesù di Nazaret tendono, come si è visto, a renderlo classificabile, la fede
ecclesiale, che si esprime per bocca di Pietro, sottolinea la sua assoluta unicità: Gesù di Nazaret è «il Cristo, il
figlio del Vivente, il figlio di Dio». Gesù di Nazaret è «il»: un caso a sé del tutto imparagonabile.

Ma in che senso dobbiamo parlare di «unicità» di Gesù? Perché Gesù è del tutto inclassificabile?

La Chiesa apostolica, che parla per bocca di Pietro ed è ancor oggi viva e presente nel mondo, dà tre contenuti
precisi all'affermazione generale della «unicità»: la messianicità, la risurrezione da morte, la divinità.

La messianicità

1. a) Il «messia» per gli Ebrei del tempo di Cristo era la figura che radunava in sé tutte le speranze di Israele:
era colui che avrebbe ristabilito il regno di Davide, che avrebbe rinnovato e purificato il culto di Dio, che
avrebbe fatto conoscere senza ambiguità la volontà di Iahvè e il suo disegno di salvezza, che avrebbe posto fine
alla loro storia di dolore e di umiliazione.

E interessante notare che il concetto di «messia» non era connotato necessariamente dalla prerogativa della
unicità. Gli Ebrei riconoscevano molti «messia» nel loro passato: Davide, i re, i sacerdoti, i profeti, avevano di
volta in volta ricevuto questo appellativo, che ricordava la consacrazione mediante l'unzione.
Ma anche per il futuro, il Messia che gli ebrei aspettano non è necessariamente un solo personaggio. Gli scritti
ritrovati a Qumran e «I testamenti dei dodici patriarchi» ci informano che taluni ambienti religiosi attendevano
per gli ultimi tempi più di un messia: accanto a un messia di Davide, insignito delle prerogative regali, si
aspettava anche - e distinto da lui - un messia di Aronne, investito della dignità sacerdotale.

Anche la promessa di Mosè, contenuta nel Deuteronomio, sembra aver suscitato l'attesa di un «profeta»,
diverso dal messia-re e dal messia-sacerdote:

«Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto»
(Dt 18,15). Ne rintracciamo un'eco nell'interrogativo posto a Giovanni il Battista: «Sei tu il profeta?» (Gv 1,21).

b) Gesù, che aveva sempre accolto con qualche riserva il titolo di messia, nell'ultima settimana pare voler
esplicitamente affermare che tutte le componenti dell'attesa messianica si compiono e si esauriscono in lui.
Dopo l'unzione di Betania, organizza l'ingresso in Gerusalemme come re e messia davidico; compie atti insoliti
e significanti che lo qualificano come «profeta» (come la scacciata dei venditori dai portici del tempio e la
maledizione del fico); con il gesto sul pane e sul vino dell'ultima cena si richiama a Melchisedek e si manifesta
coMcssia sacerdotale; nella sua passione avvera il messianismo del Servo di Iahvè sofferente, di cui aveva
parlato il Deutero-Isaia; per concludere con le apparizioni e le ascensioni, che lo manifestano come il «Figlio
dell'uomo», il messia escatologico, che viene nella gloria di Dio e pone i sigilli alla storia umana, del quale
avevano parlato le profezie di Daniele.

c) Non ci meravigliamo allora di vedere la Chiesa apostolica presentare costantemente Gesù di Nazaret come il
Cristo, cioè l'unico messia, l'unico esaudimento di tutte le aspirazioni degli uomini.

La formula di fede: «Gesù è il Cristo» («Tu sei il Cristo», dice Pietro) è tra le più abbondantemente
documentate negli Atti degli Apostoli (cf At 2,36; 3,20; 5,42; 9,22; 17,3; 18,5; 18,28). Essa trova ovviamente il
suo impiego più largo negli ambienti giudaici; ma era anche largamente proposta a tutti i credenti (anche ai non
ebrei), tanto che l'appellativo «Cristo» nelle comunità di lingua greca entra addirittura come componente del
nome di Gesù; e proprio ad Antiochia - cioè in una comunità non ebraica - si comincia a derivare da questo
titolo la parola «cristiani», per indicare i discepoli di Gesù di Nazaret (cf At 11,26).

d) La Chiesa ripropone ancora oggi a tutti la fede di Pietro: Gesù è il Messia, cioè la risposta divina a tutte le
fondamentali attese degli uomini. Tutte le eterne aspirazioni che fervono nei cuori umani: alla verità, alla
certezza, alla libertà, alla significanza, alla gioia, trovano in Gesù di Nazaret l'unico esaudimento decisivo.

La conclusione esistenziale è evidente: questo primo aspetto della «unicità» di Gesù -Gesù: l'unico aspettato
dall'uomo e l'unico inviato dal Padre - ci preclude ogni culto della personalità e ogni abbaglio. Se Gesù è il
Messia, non dobbiamo aspettarci nessun altro uomo veramente risolutivo della storia umana. Ogni «grandezza»
umana in questa luce si ridimensiona. Il Messia è già venuto: nessun ideologo, nessun liberatore, nessuna
eccezionale personalità può arrivare a incantare e a possedere un cuore veramente cristiano.

Come dice sant'Ambrogio: «La Chiesa ha già il suo incantatore».

Piuttosto, alla luce di Cristo e della sua unica messianicità, il cristiano può giustamente valutare e sanamente
relativizzare ogni nuova apparizione di personaggi o di dottrine sulla scena dell'esistenza.

La risurrezione

Confessando Gesù come il Figlio del Vivente, la dichiarazione di Pietro sembra implicitamente includere la
persuasione che dominerà tutti i discorsi degli Apostoli a partire dalla Pentecoste: il Figlio del Vivente non
poteva restare prigioniero della morte e della corruzione. «Avete ucciso - dice Pietro - l'Autore della vita. Ma
Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni» (At 3,14-15).

Il secondo elemento della «singolarità» di Cristo è dunque il fatto di essere vivo. È indispensabile su questo
punto dissipare ogni possibile ambiguità. L'annuncio pasquale: «è risorto» (che è il nucleo originario della fede
cristiana) dice che Gesù di Nazaret, un uomo morto duemila anni fa sulla croce, oggi è veramente, realmente,
corporalmente vivo. Vivo in se stesso: non nel suo messaggio, nel suo esempio, nel suo influsso ideale sulla
storia umana; non nei poveri, nei fratelli, nella comunità; che sono tutte immanenze di Cristo vere, mirabili,
decisive per la vita ecclesiale, ma posteriori alla verità primordiale e sorgiva del Cristo corporalmente vivo nella
sua personale identità.

Questo evento, che fa di Gesù di Nazaret un caso a sé e una persona imparagonabile e inclassificabile, rende
anche un caso unico coloro che accolgono questo annuncio.

E importante per i cristiani rendersi conto:

- che qui sta la ragione della più profonda e irriducibile divisione tra gli uomini (cf At 25,19: «Avevano solo
con lui alcune questioni inerenti la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo
sosteneva essere ancora in vita»);

- che questa persuasione colloca necessariamente i credenti in uno stato di «pazzia» agli

occhi dei non credenti (1 Cor 4,10: «Noi stolti a causa di Cristo»);

- che non c'è e non ci può essere posizione intermedia tra il ritenere Gesù oggi corporalmente vivo e il ritenere
Gesù oggi corporalmente morto, sicché non c'è possibilità alcuna di compromesso su questo punto tra i credenti
e i non credenti;

- che se Cristo è risorto, allora tutto è cambiato per l'uomo: la morte, l'ultima dominatri-ce, è stata vinta e non
ha sull'uomo l'ultima parola;

- che questo è ciò che rende davvero «rivoluzionario» Gesù di Nazaret: il fatto che, dopo essere morto, continua
a essere veramente, realmente e corporalmente, irriducibilmente vivo.

La divinità

Pietro proclama: «Tu sei il Figlio di Dio». Abbiamo qui il terzo, più alto e più sconcertante elemento della
unicità di Gesù di Nazaret, cioè la sua divina personalizzazione o, più semplicemente, la sua divinità.

Era storicamente impensabile che la divinizzazione di un uomo potesse nascere «per cause naturali» entro la
cultura ebraica, totalmente, rigidamente, ferocemente monoteista. Eppure la Chiesa apostolica è arrivata a
questa sconvolgente persuasione, costretta dalla luce della risurrezione: «Tu sei il mio Signore e il mio Dio»
(Gv 20,28), è la professione di fede dell'incredulo Tommaso, posta a traguardo della catechesi giovannea.

La Chiesa apostolica esprime in modo vario questa difficile fede, ma sempre con molta chiarezza e in tutte le
sue diverse componenti:

- Paolo: Gesù è «di natura divina» (Fil 2,6) e ha ricevuto «il Nome che sta sopra tutti gli altri nomi» (Fil 2,9);

- Giovanni: Gesù è il Verbo che «era presso a Dio» ed «era Dio» (Gv 1,1);

- Matteo: colloca il Figlio tra Dio Padre e lo Spirito di Dio, sullo stesso piano: «Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo» (Mt 28,19);

- la Lettera agli Ebrei: «del Figlio afferma: "Il tuo trono, o Dio, sta in eterno"» (Eb 1,8).

Alla luce della Pasqua la Chiesa apostolica è arrivata a questa convinzione, perché alla luce della Pasqua ha
finalmente capito che Gesù stesso nei discorsi e negli atti della sua vita terrena aveva in maniera molteplice,
anche se cauta, rivendicato a sé le prerogative divine:

- si pone sullo stesso piano del Legislatore del Sinai: «Io invece vi dico» (Mt 5-7);

- si arroga il diritto di perdonare i peccati (Mt 9,2; Lc 7,36-50);

- si ritiene il Giudice degli uomini e della storia;

- proclama di essere il «padrone del sabato» e più grande del tempio (Mt 12,6.8);
- dice di essere l'unico maestro, che non solo ha sempre ragione, ma «è la verità»;

- si colloca più in alto degli angeli (Mc 13,41);

- si propone come oggetto di un amore che deve essere più grande di quello del padre, della madre, della sposa,
dei figli, dei fratelli (Mt 10,37; Lc 14,26);

- si ritiene non uno dei figli di Dio, ma l'unico Figlio (Mt 21,33-34);

- a suo dire, Dio e lui sono esattamente sullo stesso piano: «Nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e
nessuno conosce il Padre, se non il Figlio...» (Mt 11,27; Lc 10,22).

La certezza storica - enunciata da tutti questi indiscutibili «loghia» (detti) - che Gesù stesso si è presentato come
Dio, rende assolutamente improponibile la benevola, accomodante, «moderata» concezione che di Cristo hanno
molti «benpensanti», che vogliono poter apprezzare e lodare Gesù, come uomo saggio, giusto e grande, senza
riconoscerlo come Signore e come Dio. Una tale «moderazione» è smentita da tutta la documentazione
evangelica in nostro possesso: un uomo che dice le cose che lui dice, non può essere giudicato né saggio né
giusto né grande, non può avere la nostra stima, non può essere onorato.

A meno che non sia vero tutto quello che lui dice di sé e tutto quello che la Chiesa apostolica afferma di lui.

Non si può dunque arrivare a un accordo generale sulla base di una generica stima di Cristo: o lo si rifiuta,
disprezzandolo, o davanti a lui ci si inginocchia.

Gesù stesso del resto l'aveva previsto: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la
divisione» (Lc 12,51). E nel vangelo dell'infanzia secondo Luca troviamo espressa la convinzione che egli sia
posto «per la rovina e la risurrezione» e resti nel mondo come «segno di contraddizione, perché siano svelati i
pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).

Conclusione

Come si è potuto vedere, il nocciolo del problema cristologico sta proprio qui: Gesù è «uno dei...» o «il»?; è
catalogabile o è un caso a sé?; la sua comparsa nel mondo è un fatto importante, ma commisurabile coi nostri
metri di giudizio, o è un evento unico, decisivo, irripetibile? Questa è la questione. Essere «cristiani» significa
avere capito che Gesù è «il», che non ci sono qualifiche adeguate a lui, che è una singolarità assoluta.

Ne viene come conseguenza esistenziale che anche il nostro rapporto con lui non sopporta altre connotazioni
che la «unicità». La nostra conoscenza di lui non può essere quella che vale per le altre cose e le altre persone,
ma è una luce che ci è data dall'alto: «né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei
cieli». Il riconoscimento della sua signoria non è la conclusione di un teorema, ma una docilità allo Spirito
Santo: «Nessuno può dire: Gesù è Signore, se non nello Spirito Santo» (1 Cor 12,3). Il nostro amore per lui non
può tollerare confronti: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me» (Mt 10,37). Il nostro
puntare la vita per lui non può che essere totale, assoluto, definitivo, come nessuna militanza è ragionevole che
sia: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39).

CAPITOLO SECONDO

Il Salvatore
Chi è Gesù per noi

Dopo aver cercato di capire chi sia Gesù in se stesso, cerchiamo adesso di renderci conto di chi sia Gesù per noi
e per la nostra intrinseca necessità di essere salvati.

In realtà, questa seconda indagine porta a compimento e rifinisce la prima; non si risponde adeguatamente alla
domanda: «Chi è Gesù?», se non si chiarisce contestualmente anche la sua intrinseca qualifica di «salvatore».

Ambedue i «Vangeli dell'infanzia» - che ci riferiscono al tempo stesso i «ricordi di famiglia» e la meditazione
teologica della prima comunità giudeo-cristiana - presentano il nome di «Gesù» come nome di derivazione
celeste, secondo una prospettiva soteriologica (cioè di salvezza, appunto).

«Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della
madre» (Lc 2,21). «Lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21).

Il suo è dunque un nome «profetico», che vuole designare la sua missione e in qualche modo la sua «natura», e
ha come contenuto specifico l'affermazione della salvezza donataci da Dio. Gesù (ebr. Iehoshua) significa
appunto: «Iahvè salva».

Il problema della salvezza

Che cosa vuol dire «salvezza»? Che cosa vuol dire «salvo»? «Salvo», dicono i vocabola-ri, è colui che ha
superato un pericolo senza danno. Salvato è colui che è stato liberato da un male incombente.

Ovviamente la salvezza che è oggetto diretto e centrale di un intervento di Dio non può che essere salvezza
totale e definitiva, e il male dal quale essa libera non può che essere il male che tocca la realtà profonda
dell'uomo e il suo destino.

Miseria e grandezza dell'uomo

Il tema della salvezza evoca dunque e suppone - per richiamare il linguaggio pascaliano - la «miseria» e la
«grandezza» dell'uomo.

La miseria dell'uomo è data dalla sua insipienza, per cui si lascia incantare e sviare dalla futilità, dalla falsità,
dall'errore; è data dalla fatale corsa verso la catastrofe della morte; è data dal suo stato di ingiustizia e dalla sua
invincibile propensione alla trasgressione morale, cioè al peccato.

E una miseria grande, tragica, ineludibile, che però contiene già in se stessa le vestigia e le testimonianze della
nobiltà e del valore unico dell'uomo tra tutte le creature: l'insipienza si accompagna nel cuore umano alla sete di
verità; la mortalità sopravviene a un essere che sempre si sente fatto per una vita senza limiti; l'inclinazione alla
colpa non arriva a soffocare la radicale aspirazione a un'esistenza secondo giustizia.

Anzi, proprio la grandezza dell'animo umano accresce e rende più pungente la nostra miseria: l'uomo «sa» di
essere sciocco, «sa» di dover morire, «sa» di non essere innocente; e questa consapevolezza acuisce la pena,
rende drammatica la vicenda e pone in uno stato obiettivo di implorazione, quali che siano le parole, i pensieri
espliciti, i sentimenti riconosciuti. L'essere umano invoca con tutte le sue fibre la liberazione dalla vuotezza e
dalla insignificanza, dal disfacimento e dalla estinzione, dalla colpa e dalla debolezza di fronte al male.

Due opposte concezioni

Anche a proposito della salvezza - in analogia a quanto s'è fatto per la persona di Cristo - interpelliamo
successivamente il «mondo» e la «Chiesa», due realtà irriducibili e avverse, che sono sì esterne a noi e ci
antecedono, ma insieme sono sempre in qualche modo dentro di noi e spesso nella concretezza esistenziale del
nostro cuore entrano tra loro in dialogo, in tensione, in conflitto.

A) La «gente» che cosa dice della salvezza?

1. Tra la «gente» la prima voce da registrare è quella di chi riconosce la «miseria» dell'uomo, ma la ritiene
insuperabile.

L'uomo e una creatura fondamentalmente stupida, e sarà sempre così. La morte è effettivamente il naufragio di
ogni speranza, la nostra irrimediabile sconfitta, l'assurda conclusione di un'insensata vicenda; e non c'è niente
da fare. Noi siamo davvero tutti soggiogati dal male, egoisti, maligni, infingardi, e niente ci può cambiare.

C'è dunque un immenso e universale bisogno di salvezza, ma salvezza non c'è. Ogni diversa ipotesi è
un'illusione: non c'è riscatto per l'uomo.

Questo pessimismo amaro - che di solito cresce con gli anni - ha trovato anche nella letteratura italiana alcune
delle sue espressioni più alte, più lucide, più vigorose, basti pensare a Leopardi e a Pirandello.

2. All'estremità opposta possiamo registrare una pluralità di voci che, pur essendo fieramente in contrasto fra
loro, hanno in comune una persuasione di partenza: e cioè, il convincimento che l'uomo preso in se stesso è già
buono, bello e fortunato, sicché non ha affatto bisogno di una redenzione personale.

Da questo «dogma» iniziale e comune -che potremmo chiamare «illuministico» e domina larga parte della
cultura contemporanea -si sviluppano diverse «dottrine», che tenteremo di cogliere, per così dire, allo stato puro
e di elencare in modo del tutto schematico e astratto.

a) Illuminismo «conservatoristico»

L'uomo sta bene così com'è, anzi tutto va nel migliore dei modi: non c'è bisogno di cambiare niente né nei cuori
né nella società.

È una dottrina che per ovvie ragioni trova le sue fortune soprattutto tra i ricchi e i privilegiati, pur se nessuno ha
più il coraggio di professarla apertamente. Essa però serpeggia ancora nelle pieghe degli animi, anche se spesso
per uscire all'esterno curiosamente si avvale di travestimenti di varia natura e di varia estrazione. L'unico a non
camuffarsi e non temere di dichiarare francamente il suo conservatorismo capitalistico, credo sia soltanto
Paperon de' Pa-peroni.

b) Illuminismo radicaleggiante

L'uomo è naturalmente buono, ma è inceppato e avvilito da tante pastoie ereditate dalla storia e da innumerevoli
limitazioni senza ragione. Per salvarlo, è sufficiente liberarlo da tutte le malefiche eredità del passato:

- dai residui feudali nell'organizzazione dello stato;

- dai vincoli associativi delle forze lavorative;

- dalla visione tradizionale e oscurantista della realtà, mediante i «lumi» dell'enciclopedismo, del razionalismo,
dello scientismo;

- dai molti tabù che intrigano e avvelenano la vita individuale nonché da ogni forma di proibizionismo.

Insomma per salvare l'uomo dall'errore e dalla falsità delle cose - dicevano gli illuminati radicali dell'Ottocento,
ma il discorso non è da allora sostanzialmente cambiato - basta insegnargli la teoria copernicana, il darwinismo,
il sistema metrico decimale. Per riscattare l'uomo e assicurargli la felicità - sostiene il moderno illuminismo
libertario - basta far prevalere il principio che «è vietato vietare»; per salvarlo dal peccato, basta dirgli che non
esistono peccati, al massimo ci sono complessi di colpa dai quali ci si può e ci si deve emancipare; per sot-trarlo
all'angoscia della morte, basta persuaderlo che il problema della morte è un falso problema, e non va neppure
preso in considerazione.

c) Illuminismo marxistico

Gli uomini sono naturalmente buoni, tranne forse i rappresentanti delle oscure forze della reazione. Basta
rovesciare le strutture capitalistiche (che sono la sola sede del male) e costruire il socialismo, e l'uomo non avrà
bisogno di altro per essere giusto, libero, felice. E una visione delle cose che oggi è largamente screditata; ma
ce ne sono ancora di quelli che, ideologicamente un po' ritardati, continuano a vagheggiarla.

Quanto agli interrogativi circa la vanità delle cose, il peccato, la morte, qui si mutuano di solito le risposte
dall'illuminismo radicaleg-giante, col quale quello marxistico si pone facilmente in simbiosi.

È interessante rilevare la matrice comune e l'identico avvio di questi tre diversi «illuminismi». Non ci
meraviglieremo più allora di vedere che - quando si tratta di questioni che riguardano l'esistenza dell'uomo e la
sua natura profonda - gli appartenenti alle tre confraternite si trovano agevolmente d'accordo (es. il divorzio,
l'aborto, l'eutanasia, l'omosessualità, il controllo delle nascite, ecc). Il che ci induce a sospettare che la sola
visione veramente originale e irriducibile sia la visione cristiana dell'uomo, così come il fatto cristiano è il solo
avvenimento veramente nuovo della storia.

3. Un terzo gruppo di voci «mondane» circa la salvezza comprende tutti quelli che si sforzano di dare un vestito
cristiano a ciascuna delle posizioni fin qui esaminate; o, che è press'a poco lo stesso, di utilizzare qualche
elemento della concezione evangelica entro l'uno o l'altro dei diversi sistemi.

a) C'è ad esempio, chi, restando personalmente senza speranza, pensa alla fede come a un'apprezzabile illusione
consolatoria, che può aiutare a vivere gli spiriti più deboli, i quali non sarebbero in grado di affrontare senza
schermi l'«apparir del vero», cioè l'assurdo tragico dell'esistenza.

b) C'è chi tenta di porre il fatto cristiano al servizio del conservatorismo: il Vangelo è socialmente prezioso
perché aiuta a spegnere, con le prospettive della vita eterna, ogni rivendicazione e ogni fermento innovativo
nella vita presente.

c) C'è chi ritiene di poter prendere il messaggio di Cristo come un messaggio di libertà secondo un'ottica
prevalentemete sociale e politica, o lo legge in funzione del superamento di tutte le restrizioni e di tutti gli
impegni morali vincolanti e definitivi.

d) C'è stato altresì chi si è immaginato di poter essere (o addirittura di dover essere) un cristiano «per il
socialismo», opinando che la lotta di classe e l'affrancamento dalle oppressioni esteriori siano l'autentica
sostanza dell'insegnamento evangelico.

A ben guardare, per usare una immagine militaresca, sono tutti casi di «precettazione» di Cristo, il quale -
obiettivamente, a prescindere dalle intenzioni soggettive - qui non è tanto visto come il Signore, cui tutto è
finalizzato, quanto come una «recluta», cui ciascuno dei vari prìncipi di questo mondo ritiene di poter assegnare
la propria divisa e la propria bandiera: Gesù Cristo, dunque, abile, arruolato e - di solito dopo un breve servizio
- congedato.

Riepilogando

Di là dalle diverse e divergenti formulazioni, possiamo in sintesi dire che le voci raccolte tra la «gente» a
proposito della salvezza oscillano (talvolta entro la stessa mente e lo stesso cuore) tra l'affermazione che una
salvezza vera e propria della persona umana è impossibile e l'affermazione che una salvezza vera e propria della
persona umana è superflua.

Molti però ritengono, come s'è visto, possibile e necessaria una salvezza «esteriore»; che cioè si risolva in un
mutamento delle strutture e delle condizioni sociali, politiche culturali. Tutti quelli poi che ritengono possibile e
necessaria una qualche salvezza esteriore o in-teriore, sono assolutamente certi che l'uomo sia l'unico salvatore
di se stesso e nessun intervento dall'alto sia necessario, anzi sia possibile, e in fondo sia nemmeno gradito. E
l'idea della «autoredenzione», cara a Giovanni Spadolini: «redenzione "laica" - sono parole sue - di chi si
appoggia alle proprie forze; di chi fa leva sul libero arbitrio, sullo sforzo individuale, sul lavoro. Segno
distintivo, appunto del nuovo laici-smo operoso su cui doveva fondarsi lo Stato italiano» (Il mondo frantumato,
Milano 1992, p.387).

B) Voi, apostoli di Cristo, CHE COSA DITE DELLA SALVEZZA?

La risposta degli apostoli di Cristo, cioè della Chiesa, è concorde e perfettamente antitetica a quella multiforme
del mondo.

La salvezza dell'uomo che è annunciata dal Vangelo:

- è primariamente salvezza intcriore e trascendentale: dalla falsità e dalla insignificanza, dal peccato e dalla
schiavitù del peccato, dalla morte e dalla condizione terrestre di decadenza e di mortalità;

- è frutto dell'amore misericordioso del Padre, che l'assicura per tutti, perché «vuole che tutti gli uomini siano
salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,5);

- ci è stata ottenuta per mezzo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocifisso e risorto, e non ci può essere data da
nessun altro: «Non vi è infatti - dice Pietro nei primi giorni della Chiesa - altro nome dato agli uomini sotto il
cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12).

Perché poi la salvezza raggiunga effettivamente il singolo uomo occorre che egli creda, cioè accolga con tutto il
suo essere il Signore Gesù, nel quale tutto il disegno salvifico del Padre si incentra, si compendia, si attua. E
quanto è insegnato con chiarezza da un'antica «formula di fede», riferitaci da san Paolo: «Se confesserai con la
tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm
10,10).

Riflessione teologica

Su questi dati della divina Rivelazione siamo adesso chiamati a riflettere così da poterne cogliere e assimilare
tutta la verità. E la prima analisi teologica vera e propria che in questo nostro itinerario proviamo ad affrontare;
e non sarà una facile impresa.

Se vogliamo penetrare un po' nella comprensione della salvezza operata da Cristo a vantaggio di tutti gli
uomini, riteniamo che la nostra meditazione possa vantaggiosamente articolarsi nei tentativi di rispondere a tre
distinte domande: con quali azioni determinate il Signore ci ha portato a salvezza?; che cosa dà a queste azioni
la loro valenza redentiva?; come mai ciò che è compiuto da Cristo risulta salvifico per noi?

Sono interrogativi ardui e gravi, ed è doveroso formularli con chiarezza. Una loro risposta limpida, piena,
pacificante ci sarà invece regalata nel Regno dei cieli; quaggiù possiamo soltanto - e dobbiamo, se vogliamo
onorare la nostra indole di ricercatori inesausti - azzardare delle ipotesi, che ovviamente comportano qualche
margine di opinabilità.

1. Gli atti salvifici

Con quali atti specifici il Signore Gesù ci ha salvati?

Qui va detto che una attenta rilettura degli scritti apostolici - che sono normativi della nostra fede - induce a
integrare l'insegnamento consueto della nostra predicazione e della nostra catechesi, che da secoli sembra
presentare come unico fatto salvifico la passione e la morte del Signore.

La predicazione primitiva invece indica chiaramente anche la risurrezione come evento soteriologico decisivo:
«Il Dio dei nostri padri - dice Pietro al Sinedrio - ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo alla
croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della
conversione e il perdono dei peccati» (At 5,30-31). I due aspetti dell'unico mistero pasquale sono anzi
considerati nelle antiche formule di fede come l'unica fonte della salvezza: «è stato messo a morte per i nostri
peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4,25).

Di più, a leggere bene le narrazioni evan-geliche ci si avvede che anche i numerosi miracoli che vi si narrano
sono visti non come arbitrarie manifestazioni di magìa e di potenza, ma come i segni e i primi benefìci di una
presenza salvatrice tra gli uomini. E le stesse parole di Cristo sono ascoltate non come chiarificazioni
dottrinarie (quali erano gli insegnamenti degli scribi), ma come «parole di vita eterna», come la luce che rompe
la schiavitù delle tenebre, come una manifestazione della verità che ci fa liberi.

Addirittura il suo stesso esistere tra gli uomini - prima di ogni parola e di ogni atto - è affermato nei vangeli
dell'infanzia come l'avvento del Σωτήρ, cioè del Salvatore. E il prologo del quarto evangelo vede la redenzione
dell'umanità già in atto con la sola venuta nel mondo del «Logos», cioè dell'eterna Parola di Dio, che si fa carne
e abita tra noi (cf Gv 1,14).

Tutto dunque in Cristo è salvifico: egli ci ha redenti non solo per quello che ha fatto, ma anche per quello che
ha detto, anzi per quello che è.

Tuttavia bisogna riconoscere, proprio in forza degli insegnamenti apostolici, che la sua opera di salvezza cresce
di intensità, fino a trovare il suo culmine con la passione, la morte, la risurrezione, e il suo ingresso nel
santuario celeste, dove - dice la lettera agli Ebrei - è entrato a presentare l'offerta del suo sacrificio per noi,
«procurandoci così una redenzione eterna» (Eb 9,12).
2. La ragione salvifica

Il secondo interrogativo è più problematico e ci fa penetrare più a fondo nella sostanza dell'evento redentivo.
Tutta la vicenda di Cristo è salvifica, a cominciare dall'incarnazione fino alla sua esaltazione nella gloria e nella
vita segreta di Dio: ma perché è salvifica? Che cosa dà a questa storia la sua capacità di redimere?

La meditazione dei Padri e dei grandi teologi della Chiesa ci offre due strade di avvicinamento all'intelligenza
del mistero, senza ovviamente pretendere di esaurirne la comprensione.

a) La prima (che origina dalla riflessione di san Giovanni ed è approfondita soprattutto dai Padri greci) tende a
sottolineare la valenza re-dentiva della incarnazione.

Partendo dal presupposto che lo stato di decadenza e di rovina dell'uomo è costituito dalla perdita della
somiglianza con Dio e della divinizzazione, questa prospettiva teologica vede la restaurazione e la salvezza
proprio nel riacquisto della prerogativa di «icona» vivente della divinità, che l'uomo possiede nell'originario
disegno di Dio, e nel suo ritorno alla condizione di figlio che partecipa della natura stessa del Padre.

Il Verbo che s'impossessa dell'essere umano fino a personalizzarlo divinamente, riporta con verità e concretezza
entro i confini della nostra storia l'ideale di uomo, che è conforme all'immutata volontà del Padre e perciò è
«giusto». Entrare in comunione con la viva immagine di Dio, che è data da Gesù, nuovo Adamo; lasciarsi
invadere dalla sua vita di conoscenza, di amore, di grazia; riprodurre, sia pure da lontano e solo per
partecipazione, il suo mistero di essere «teandrico» (di essere, cioè, che possiede oltre la natura umana anche la
natura divina): questo significa passare dallo stato di ingiustizia, di asservimento al male, di mortalità, allo stato
di giustizia, di libertà spirituale, di vita eterna.

È da notare che l'incarnazione redentiva non si riduce al momento iniziale della vita terrena del Figlio di Dio: la
natura umana viene assunta in tutta la condizione storica di decadenza e di mortalità (con la sola eccezione della
colpevolezza in se stessa), sicché il Verbo si incarna condividendo progressivamente lungo tutto l'arco della sua
esistenza terrena la nostra sorte integrale; e quindi la fatica fisica, la tristezza, la paura, la sofferenza, la morte.

L'ora della passione, del trapasso sulla croce, della risurrezione rappresenta perciò l'ora culminante e conclusiva
della incarnazione, e dunque del riscatto dell'uomo.

b) La seconda prospettiva teologica (che parte essa pure dagli scritti della comunità apostolica, quali la
catechesi sinottica e più ancora Lcttere di Paolo) presenta l'opera di salvezza come un ristabilimento della
giustizia violata e un «ritorno» sui suoi passi dell'uomo che si era allontanato da Dio; ed è incline ad accentuare
la dimensione redentiva della sofferenza e della morte di Cristo, soprattutto in quanto costituiscono il mistero di
obbedienza del Figlio di Dio incarnato alla volontà del Padre.

Vale a dire: come il decadimento e la rovina nel loro aspetto più profondo sono consistiti nella assurda
ribellione e nella disobbedienza al Creatore della creatura che così si è allontanata dalla sede della vita e si è
votata alla morte, così la redenzione consiste nella riassimilazione della volontà dell'uomo alla volontà del
Padre e del suo ritorno alla sede della vita, che trova la sua compiuta attuazione nella risurrezione. Ma poiché è
volontà di Dio assoluta e immutabile che sia rispettato il principio fondamentale della giustizia, e cioè che alla
rettitudine si deve accompagnare la gioia e al peccato si deve accompagnare il dolore, l'uomo che «ritorna»
deve accettare la sofferenza come strada obbligata di una autentica riconformazione della volontà sviata e
difforme agli eterni voleri. Accettando di patire e di morire con i suoi fratelli peccatori, Gesù porta a
compimento e manifesta la sua adesione senza riserve alla giustizia del Padre e in questa «obbedienza» la
volontà umana si rimodella su quella divina e ripercorre, in senso opposto, la strada che aveva portato alla
decadenza e alla morte.

Notiamo che queste due prospettive non si escludono tra loro; piuttosto si integrano e insieme ci conducono un
poco più avanti nella penetrazione di una realtà che nella bellezza della sua piena intelligibilità ci sarà dato di
contemplare soltanto quando, oltre le nebbie terrestri, avremo la visione aperta del Redentore e dell'eterno
disegno di salvezza deciso dal Padre.

3. La nostra originaria connessione con Cristo


La terza questione si colloca al centro di tutto il mistero. Come mai quanto è stato compiuto da Cristo ha
portato salvezza a noi? È come se il fratello maggiore subisse le iniezioni, e per questo il fratello minore
guarisse dalla polmonite.

La riflessione latina ha potuto non sentire troppo acutamente l'urgenza e la gravità di questo problema per la sua
consuetudine a usare nella presentazione della redenzione l'immagine della «soddisfazione del debito»: Cristo,
si dice, ha pagato al nostro posto; e si sa che, chiunque paghi, il debitore è liberato dai suoi obblighi.

Ma l'immagine, appena è sottoposta all'analisi concettuale, si rivela subito inadeguata. A chi è stato pagato il
debito? Al demonio, come voleva qualche antico scrittore? Ma si può parlare di «diritti del demonio»? A Dio?
Ma che padre è, che esige questo tipo di soddisfazione cruenta e proprio dal figlio innocente? E in ogni caso,
trattandosi di debito morale, come è possibile che uno soddisfi al posto di un altro?

La risposta va trovata nel rendersi conto

che non tanto di «soddisfazione vicaria» si deve trattare (che è la categoria concettuale comunemente usata per
questa indagine dalla teologia latina), quanto di una arcana «solidarietà tra Cristo e noi», per la quale ciò che è
compiuto da lui è anche nostro e reca vantaggio a noi.

La soluzione, cioè, non può che consistere nel riconoscimento di uno strettissimo legame tra Cristo e l'umanità,
quasi una mutua immanenza che fa di Gesù e di tutti gli uomini come un unico organismo vivente. E deve
trattarsi di un vincolo che non sia tanto conseguenza e frutto del sacrificio redentore (come sempre giustamente
abbiamo pensato che sia la connessione che fa della Chiesa il corpo mistico di Cristo), ma sia anzi premessa,
condizione previa, ragione determinante per la quale il sacrificio di Gesù possa essere veramente redentivo per
noi; un vincolo dunque che non sopraggiunga all'umanità in qualche momento della sua storia, ma sussista già
dal principio, all'alba di tutto, all'origine stessa dell'universo.

Come si vede, il mistero della redenzione operata per noi da Gesù di Nazaret crocifisso e risorto, include
necessariamente e afferma implicitamente l'esistenza di una nativa e indistruttibile solidarietà, che trova la sua
sorgente nell'atto di predestinazione con cui Dio dall'eternità ha pensato e voluto Cristo come il principio, il
modello e il fine di tutti gli uomini che di fatto esistono.

Dall'inizio Gesù è stato predestinato come il vertice, il capo, il compendio di tutte le cose; e niente esiste, di
quanto è stato creato, che non sia voluto dal Creatore come modellato su Cristo, finalizzato a lui, intimamente
connesso con lui.

Il peccato, sopravvenendo, non arriva a scompaginare la sostanza del disegno di Dio, anzi in qualche modo lo
conferma e lo invera, perché il Figlio di Dio non si dissocia dai suoi fratelli divenuti colpevoli ma, restando il
capo sano di un organismo malato, si fa per l'umanità sorgente di risanamento e di vita nuova.

Questa verità ha conseguenze decisive e incalcolabili sulla visione che dobbiamo avere del mondo, dell'uomo,
dell'impegno terreno. Noi vi rifletteremo nell'ambito della prossima meditazione.

Il discorso qui può invece essere rifinito con qualche rapida osservazione.

Conclusione

1. C'è una distanza incolmabile tra le opinioni «mondane» circa la salvezza dell'uomo e la verità proposta
dall'annuncio cristiano: sono tra loro assolutamente imparagonabili e ci si stupisce che la nostra capacità di
confusione arrivi talvolta a far coesistere nel nostro spirito, almeno per qualche parte, concezioni tanto
eterogenee e lontane. Sicché il primo dovere del cristiano in questa materia è di vincere ogni incoerenza e di
purificare il proprio santuario in-teriore da tutti gli idoletti che ancora vi trovino posto. «Quale unione ci può
essere tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un
infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli?» (2 Cor 6,14-16).

2.I contenuti della salvezza evangelica non riguardano qualcosa dell'uomo o qualche spazio della sua esistenza,
ma si riferiscono all'uomo totale e al suo stato definitivo: è una salvezza che ci è data con la luce della verità,
l'infusione della carità, cioè della nuova e vera capacità di amare, la remissione dei peccati, la restaurazione
della libertà di fronte alle forze

del male, la partecipazione alla natura divina, la vittoria sulla morte mediante la risurrezione corporea, la vita
eterna.

Assegnare alla salvezza come contenuto diretto e primario mutamenti sociali, politici, culturali, non solo è
contro tutte le esplicite attestazioni della Chiesa apostolica e contro le stesse parole del Signore, ma non si
comporrebbe con la logica profonda dell'evento cristiano.

Non è plausibile che il Figlio di Dio si incarni soltanto per fondare la Croce Rossa Internazionale o la Società di
Mutuo Soccorso o la Confederazione Sindacale o i Gruppi di Azione Rivoluzionaria. La missione del Verbo
non può che toccare l'essere profondo di tutte le cose. L'incarnazione, la passione, la morte, la risurrezione, la
Pentecoste hanno già «vinto il mondo», hanno già cambiato la realtà, hanno già rinnovato la sorte dell'uomo.
Noi siamo già il mondo nuovo.

3. Tocca a noi adesso portare nella esistenza, in tutta la nostra esistenza, individuale e associata, la novità che
già possediamo. Tocca a noi liberarci dal vecchiume delle concezioni e dei comportamenti mondani e
camminare nella vita nuova.

Certo anche noi dobbiamo lottare per la giustizia sociale, per le libertà civili, per l'instaurazione di una società
più fraterna e più umana; non però perché queste siano le mète dirette, esaurienti, o anche solo primarie, della
redenzione di Cristo, ma perché l'ingiustizia, l'oppressione, la crudeltà e l'alienazione stridono con la novità
cristiana, la oscurano e la contraddicono.

«Se uno è in Cristo, è una creazione nuova» (2 Cor 2,17).


CAPITOLO TERZO

Il Capo
Al centro del cosmo e della storia

A questo punto, dopo aver accertato l'incompatibilità delle voci «mondane» con quella che risuona dalla bocca
di Pietro per rivelazione del Padre e dopo aver compiuto la purificazione intcriore dai vari idoli culturali che si
nascondono nelle pieghe della coscienza alterando e offuscando sia la vera conoscenza di Cristo sia la questione
della salvezza umana, tutte le energie dello spirito vanno chiamate a raccolta per tentare di capire in tutta
l'estensione e in tutte le possibili implicazioni che cosa comporti per la nostra vita e per il nostro impegno
esistenziale il riconoscimento di Gesù di Nazaret come unico Signore e unico Salvatore.

Per assolvere al meglio questo compito, ripensiamo in sintesi a tutto ciò che su di lui abbiamo imparato dalla
Rivelazione divina.

Egli è il Messia: è dunque colui che è arrivato a noi dal mistero di Dio per esaudire ogni

attesa, per offrirsi come risposta ai nostri inesauribili interrogativi, per superare l'intrico dei nostri dubbi con la
semplicità sfolgorante delle sue certezze.

Egli è il Vivente, che risorgendo ha praticato una breccia nella barriera della morte che ostruisce e interrompe
crudelmente la strada della nostra vita, e così ci regala la possibilità di sperare, cioè di guardare in avanti senza
angoscia.

Egli è il Figlio dell'Eterno, il quale assumendo la nostra natura ci ha riportato alla dignità di immagine viva e
somigliante di Dio e ha agganciato per sempre questa concreta umanità, che pur giace ancora sottoposta ai colpi
delle forze del male, alla realtà felice e intangibile della divinità.

Egli è l'Uomo perfetto, che racchiude e interpreta in sé l'intera umanità: con il suo «sì» alla volontà del Padre e
alle sue assolute esigenze di giustizia, pronunciato fino all'eroismo della morte in croce, ha oltrepassato e vinto
il «no» della ribellione di Adamo.
Proprio il mio essere personale, nella mia individualità irriducibile - deve dire ciascuno di noi, dopo la
riflessione fin qui istituita - si sente chiamato in causa, raggiunto, coinvolto da Gesù di Nazaret, crocifisso e
risorto. Se egli è Messia, è Messia per me; se egli è Signore, è il mio Signore; se egli è Salvatore, si tratta della
mia salvezza. Non sono lo spettatore di una vicenda altrui: sono il diretto interessato.

Ma la stessa rivelazione della singolarità di Cristo e dell'unicità della salvezza da lui operata mi dice che quanto
vale per me, vale per tutti: se è unico, la sua salvezza è universale; se non ci sono altri che salvano, tutti devono
salvarsi in lui; se è il solo che può arrivare alla verità e alla intimità delle creature e rinnovarle, tutte le cose
sono nativamente aperte a lui, connesse originariamente con lui e compaginate da lui; se è colui che dà valore,
senso, consistenza alla realtà, niente può essere visto staccato da lui senza che non ne risulti alterato ai nostri
stessi occhi. Ciò che è separato da lui si scolora, si snatura intimamente e si perde.

San Paolo esprime questo concetto fondamentale della visione cristiana, usando l'immagine del «capo»: Cristo
è la «testa» (κεφαλή) della Chiesa e, prima ancora, è la «testa» dell'universo creato (Col 1,18).

«Cristo capo» è appunto l'oggetto di quest'ultima riflessione. Noi l'esamineremo prima in se stesso e poi in
alcune delle sue molteplici conseguenze.

A) Cristo capo della Chiesa e “dell’Universo”

1. Cristo capo della Chiesa

Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, che nel santuario celeste è sempre in atto di offrire al Padre il suo
sacrificio redentore, suscita per ciò stesso la realtà della Chiesa. La suscita effondendo sul mondo il suo Spirito.
La Pentecoste non è tanto un episodio della storia degli apostoli quanto un evento permanente, che si è
manifestato sì in modo clamoroso nel cinquantesimo giorno dopo la risurrezione del Signore, ma nella sua
natura profonda non finisce più di essere operante: noi siamo continuamente esposti al riverbero della divina
ricchezza, causato dalla presenza del Signore alla destra del Padre.

Sgorgando, come da sorgente ineffabile, dal cuore umano del Figlio di Dio trafitto e glorificato, lo Spirito irriga
l'aridità del mondo e la rende feconda, investe le creature fragili e contaminate, ne fa strumenti certi ed efficaci
al servizio della vita nuova, tocca gli animi e li divinizza.

Così nascono i prodigi della «sacralità» e della «santità» della Chiesa.

a) In virtù del suo effetto «sacrale»:

- uomini deboli e piccoli assicurano, oltre ogni personale smarrimento, il permanere della missione visibile di
Cristo nella successione apostolica, che vede nei secoli i vescovi subentrare ai vescovi, mentre ogni dinastia
della terra o presto o tardi si estingue;

- scritti umani, legati a una determinata cultura, qualche volta perfino ineleganti e sgrammaticati, si caricano
della eterna parola di Dio e si offrono a noi come «Sacra Scrittura»;

- cose semplici e umili, come l'acqua, l'olio, il pane, il vino, nei sacramenti diventano segni efficaci della grazia
e addirittura nell'eucaristia i segni efficaci della presenza reale di Cristo e del suo sacrificio in mezzo al suoi.

b) Ma l'effusione dello Spirito, mandato da Cristo crocifisso e risorto, investe anche il mondo intcriore e
invisibile, le menti, i cuori, le coscienze. Ed è l'effetto «santificante».

Così l'uomo può avvertire il dono di illu-minazioni che lo portano a capire la verità divina, anche quando
sembra ardua e lontana; o il dono di ispirazioni che lo muovono a vincere una tentazione che pareva fino allora
irresistibile, a lasciare un vizio che sembrava inestirpabile, a compiere un bene che si presentava come
eccedente la sua debolezza e irraggiungibile.

Chi si arrende a quest'onda rinnovatrice, tanto da vivere di fede e da lasciarsi infiammare dalla carità, diventa il
tempio dello Spirito Santo e accoglie - come sorprendente regalo del Signore Gesù - quest'Ospite misterioso e
operoso, che inabita in lui come principio della vita di grazia.
Questi sono i prodigi della «santità», che sotto l'azione dello Spirito di Cristo fioriscono segretamente
nell'uomo, che pur nasce decaduto, stravolto, peccatore.

Orbene tutta la «sacralità» e tutta la «santità» esistente sotto il cielo in virtù di questa perenne Pentecoste -
raccolta e compaginata in un solo organismo - costituisce il miracolo indefettibile e sempre giovane della
Chiesa.

Alla luce di queste considerazioni, la Chiesa può essere dunque capita come l'umanità che secondo il disegno
eterno del Padre è stata raggiunta, purificata, rinnovata, unificata per mezzo dello Spirito Santo dal Salvatore
crocifisso che vive ormai nella gloria divina.

Essa è un'unità vivente, di cui Cristo è il «capo» (ηα̉ κεφαλή): essa è perciò il «corpo» (σω̃μα) di Cristo, secondo
l'espressione di san Paolo (Col 1,18).

Chi ha accolto la parola di Gesù, è stato segnato dai suoi sacramenti, partecipa nella fede alla stessa conoscenza
che Cristo ha di Dio e delle cose, possiede nel cuore lo stesso suo amore per il Padre e per i fratelli, ospita nel
santuario intcriore lo stesso Spirito che proviene da lui, costui è annoverato tra le membra vive di questo corpo.
Crescere nella vita ecclesiale vuol dire crescere nella connessione oggetti-va con Cristo, crescere nella
somiglianza con l'Uomo-Dio, e quindi crescere nella partecipazione alla vita divina.

2. Cristo capo dell'universo creato

La riflessione sul mistero della salvezza ci ha però già portati a intuire che, prima ancora della connessione
ecclesiale, frutto della redenzione, c'è tra gli uomini e Cristo, anzi tra tutta la creazione e Cristo, una
connessione previa, che sussiste fin dalle origini delle cose e, benché attaccata e continuamente insidiata dal
demonio, non è mai andata perduta.

Tutto dall'inizio è stato pensato e voluto per l'uomo: tutte le cose perciò sono poste al servizio dell'uomo, tutte
trovano nell'uomo coscienza e voce per la lode a Dio, tutte esistono quasi come digradanti partecipazioni del
tesoro d'essere che è stato racchiuso nella natura umana.

Tale visione antropocentrica è espressa con chiarezza per esempio da sant'Ambrogio:

«E finito il sesto giorno e si è conclusa la creazione del mondo con la formazione di quel capolavoro che è
l'uomo, il quale esercita il dominio su tutti gli esseri viventi ed è come il cul-mine dell'universo e la suprema
bellezza di ogni essere creato».

«.. .in quo principatus est animantium uni-versarum et summa quaedam universitatis et omnis mundanae gratia
creaturae» (Exameron, VI, 10,75).

Ma dall'eternità tutti gli uomini sono stati pensati e voluti in Cristo Redentore, esemplati dall'inizio su di lui,
finalizzati a lui, posti in radicale connessione con lui.

Cristo dunque, prima ancora di essere il capo della Chiesa, è il capo dell'universo creato. Ogni uomo gli
appartiene prima ancora di essere stato raggiunto e trasformato dal suo Spirito. Ogni uomo riproduce in qualche
modo il suo volto prima ancora di partecipare alla sua vita divina.

Questa iniziale appartenenza a Cristo si distingue dalla appartenenza ecclesiale:

- perché è originaria e non ha bisogno di un atto del singolo o della comunità per sussistere;

- perché è universale e non si avvera solo nei battezzati o in coloro che comunque sono arrivati alla fede;

- perché è incancellabile: neppure il comportamento ribelle dell'uomo può far sì che egli non sia quello che è
nella verità del suo essere, e cioè un'immagine del Signore, pur se sbiadita o deturpata.

Certo tale appartenenza a Cristo, in questo mondo decaduto e macchiato dalla colpa, è solo iniziale e imperfetta,
e aspira a essere compiuta e sublimata dall'azione redentrice: è come l'abbozzo di un quadro che reclama di
essere rifinito perché possa esprimere chiaramente quello che è, e divenire così un capolavoro. Ma l'abbozzo è
autentico, c'è già in tutti, e nessuna violenza di male può arrivare a distruggerlo. Ogni cosa, ogni uomo perciò
nasce già col marchio del Signore impresso nelle profondità del suo essere.

Ogni cosa, ogni uomo nasce però anche sotto il «regno» del demonio («la morte ha regnato», dice Paolo [Rm
5,17]), che impedisce a questa germinale esemplarità di svilupparsi fino al possesso - meglio fino all'elargizione
-della vita divina: è il mistero del peccato originale. La vita redenta (o vita battesimale o vita ecclesiale o vita di
grazia) libera l'uomo dall'oppressione soffocante del male e gli consente di inverare la sua indole di «icona
vivente di Cristo», facendolo crescere progressivamente nella connessione e nella somiglianza col suo
Salvatore.

Come si vede, l'uomo che vive seriamente la vita cristiana, diventa davvero «più uomo», cioè realizza in
pienezza la sua originaria e indistruttibile natura di «immagine», che vuol ridiventare sempre più «immagine
somigliante» (cf Gn 1,26).

La comunità dell'epoca apostolica cantava gioiosamente questa verità, che è insieme fondamentale e riassuntiva
di tutto il cristianesimo, in un inno riportato da san Paolo nella lettera ai Colossesi:

«Egli è l'immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui (εα̉ν αυα̉τωω̃) sono state create
tutte
le cose, nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili,
Troni, Dominazioni, Principati, Potestà;
tutto è stato creato per mezzo di lui (δι' αυα̉του̃) e per lui (εια̉ς αυα̉τόν).
Egli è prima di tutte le cose e tutto in lui sussiste.
Egli è anche il Capo del Corpo, cioè della Chiesa.
Egli è il Principio, il Primogenito di tra i morti,
perché sia in tutto colui che ha il primato;
Dio si è compiaciuto di far abitare in lui (εα̉ν αυα̉τωω̃) ogni pienezza
e per mezzo di lui (δι' αυα̉του̃) riconciliare tutte le cose per lui (εια̉ς αυα̉τόν),
pacificando per mezzo del sangue della sua croce
le cose della terra e le cose del cielo» (Col 1,15-20).

Osservazioni

- Colui di cui qui si parla è il Figlio amato, cioè l'Unigenito del Padre che ci ha dato per mezzo del suo sangue
la redenzione, la remissione dei peccati.

- L'inno è simmetricamente diviso in due strofe, la prima riguarda la creazione, la seconda riguarda la creazione
redenta, cioè la Chiesa.

- La funzione di Cristo è espressa in tutti e due i campi con la citazione della triplice causalità: in, per mezzo di,
in vista di (εα̉ν, διά, εια̉ς).

- In tutte e due le strofe c'è la preoccupazione di chiarire bene che Cristo esercita la funzione di «testa»
(κεφαλή) o di «principio» (αα̉ρχή) sulla «totalità» degli esseri (τὰ πάντα).

- Sia nell'universo creato sia nell'universo redento, la «totalità»include anche il mondo delle potenze celesti.

B) Conseguenze

La verità del «primato» di Cristo e della sua centralità non solo nella Chiesa ma anche nell'universo creato
comporta alcune conseguenze di rilievo per la visione cristiana della realtà.

1. Ogni uomo è «icona di Cristo»

Ogni uomo - quali che siano i suoi comportamenti, le sue convinzioni, i suoi stati d'animo - resta sempre una
primordiale immagine di Cristo, ed è sempre pertanto «amabile» agli occhi illuminati dalla fede.

Per questa ragione nel cristianesimo non c'è il precetto di amare il credente, ma quello di amare il «prossimo»,
anche se è spiritualmente lontano e diverso. Basta che uno sia uomo, ed è per noi «icona di Cristo».

Naturalmente è insopportabile che una immagine di Cristo rimanga sfigurata e offuscata dall'errore, dalla
incredulità, dalla malvagità: chi dunque ama il Signore Gesù, non può non cercare che tutti si facciano più
vicini a lui e più somiglianti. Ogni vero cristiano non può non essere apostolo ed evangelizzatore di Cristo in
mezzo agli uomini.

2. Ogni valore terrestre è riverbero della ricchezza di Cristo

Se in Cristo è raccolta ogni ricchezza creata, sicché egli è la verità, la bellezza, la santità, allora ogni valore
autentico che si incontra nel mondo è riverbero della sua luce. Ogni vero valore è dunque nativamente cristiano.

Nella natura e nella storia, nella ricerca e nella invenzione, nella espressione dell'arte e nella contemplazione,
tutto il vero, tutto il bello, tutto il bene che ci è dato di incontrare - se veramente si tratta di vero, di bello, di
bene - si irradia dal Verbo incarnato, che senza sminuirsi si dona continuamente e si manifesta dovunque ci sia
una creatura di Dio.

Rispettare, onorare, amare i valori - dovunque si trovino e qualsivoglia forma abbiano assunto - può anche
essere, se il cuore è puro, un modo inconsapevole ma reale di andare a Cristo e addirittura di incontrarsi con lui.

D'altra parte, possedere Cristo nell'atto di fede - cioè conoscere la fonte, il vertice, la somma di ogni verità, di
ogni bellezza, di ogni giustizia - significa trovarsi nella condizione privilegiata di chi può cogliere i valori anche
meglio di coloro che li hanno intuiti ed espressi senza conoscere esplicitamente Cristo.

3. L'esemplarità totale di Cristo

Come tutti i valori del mondo sono già in qualche modo «cristiani», così tutto ciò che esiste in Cristo è valore.

E poiché il Cristo di cui si parla è il Figlio di Dio crocifisso e risorto, come è stato concretamente pensato e
voluto nel disegno del Padre perché sia il principio e la causa esemplare degli uomini e dell'universo, è valore,
se è in lui, anche quanto al giudizio della ragione separata appare non-valore: tali sono ad esempio, la
sofferenza, l'insuccesso, la sconfitta, la morte.

Essi sono giudicati non-valori dalla ragione non-cristiana; cioè dalla ragione che non si è ancora assimilata alle
reali dimensioni dell'esistenza concreta, se è vero che l'esistenza concreta trova in Cristo sacrificato e glorioso il
suo centro, il suo modello, la sua giustificazione.

Ma la ragione illuminata dalla fede, che conosce la centralità, l'esemplarità, la totalità del Signore crocifisso e
risorto, non esita - proprio per essere veramente e pienamente «ragione» - a capovolgere il processo logico: i
cosiddetti non-valori, come la sofferenza, l'insuccesso, la sconfitta, la morte, se sono in Cristo e come sono
vissuti da Cristo, sono senza alcun dubbio valori anche per noi.

Sono poste qui le premesse della soluzione cristiana all'enigma umano del dolore.

4. Due aspetti, un solo ordine di cose

Esiste una chiara e inconfondibile distinzione tra la condizione creaturale, nella quale tutte le cose e tutti gli
uomini sono nativamente posti, e la condizione redenta, nella quale veniamo costituiti dal sacrificio di Cristo e
dalla conseguente effusione dello Spirito.

Ma ambedue queste condizioni o questi aspetti dell'esistere sussistono in Cristo, per Cristo, per mezzo di Cristo
(per richiamare la triplice causalità dell'inno della lettera ai Co-lossesi).

Si può allora parlare di una «laicità» o di una «secolarità» delle cose?

Sì, se con queste parole si intende dire che le cose hanno una loro struttura e quindi una loro naturale
conoscibilità che continua a sussistere e a essere razionalmente attingibile sia quando esse sono dissacrate dal
peccato e quindi ferite nella loro originale vocazione, sia quando sono raggiunte e rinnovate dall'azione
trasformante dello Spirito. Per esempio, l'uomo continua a essere uomo anche quando si trova in stato di
ribellione al disegno di Dio ed è avulso da Cristo, così come rimane uomo allorché diventa membro vivo del
corpo ecclesiale.

No, se con queste parole si vuol dire che le cose in questo ordine di provvidenza esistono indipendentemente da
Cristo e possono essere capite esaurientemente senza l'ultimo riferimento a colui che in ogni caso, lo vogliano o
non lo vogliano, resta il loro Capo e Signore. Anzi, dal momento che Cristo non può essere conosciuto se non
nella fede (lui che è il solo significato ultimo e definitivo di questo universo e in particolare dell'uomo), non si
può dare compiuta comprensione di questo uomo e di questo universo, se non da parte di chi riconosce nella
fede il più alto principio conoscitivo.

Certo non viviamo in un mondo d'ombre: le cose esistono davvero. Ogni creatura ha una oggettività, una sua
particolare natura, e quindi una sua intelligibilità. Gli esseri non sono vuote occasioni offerte all'efficienza di
Dio: hanno una loro secondaria ma reale causalità.

Ma questo non vuol dire che il mondo sia un'accozzaglia di frammenti separati, eterogenei, indipendenti. La
rivelazione di Cristo, come colui nel quale tutto è stato pensato, ci dice che esiste un disegno unificante e ogni
cosa esiste come componente di un organismo che trova in Cristo il suo capo.

Se questo è vero, nessuna cosa è adeguatamente conosciuta quando è divelta dal resto, e ogni conoscenza
separata di una creatura è sempre una conoscenza astratta, perché nessuna creatura ha un'esistenza
frammentaria, ma tutte vivono secondo un progetto ed entro una comunione almeno originaria e radicale.

Perciò se è vero che ogni scienza umana ha i suoi metodi e le sue forme, che vanno giustamente rispettati, e non
si può ricorrere a Gesù Cristo come alla risposta immediata per le questioni delle singole discipline, è anche
vero che nessuna scienza, separata dalla conoscenza di

Cristo, esaurisce in modo assoluto l'intelligibilità del suo oggetto, come nessuna prassi - staccata
dall'obbedienza al Signore Gesù - può darci un giusto dominio sull'universo.

«Tutte le cose sono vostre, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3,23). Tutte le cose sono nostre solo
a patto che noi siamo di Cristo: se la signorìa di Cristo non è riconosciuta almeno implicitamente, anche le cose
si ribellano a noi e ci sottomettono.

Difatti la civiltà materialistica - dice Giovanni Paolo II - «nonostante dichiarazioni "umanistiche" - accetta il
primato delle cose sulla persona» (Dives in misericordia, n. 11).

5. Da Cristo la vera conoscenza dell'uomo

Se l'uomo è sempre un'iniziale immagine di Cristo, ogni vera e onesta antropologia è anche un'iniziale
cristologia: chi con animo retto e sincero contempla l'uomo e lo ama, conosce un po' del mistero dell'Uomo-
Dio; e il suo amore obiettivamente si dirige verso il Signore Gesù, anche se non lo sa esplicitamente: «avevo
fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35).

D'altra parte, se è vero che l'uomo è stato modellato su Cristo e non Cristo sull'uomo, nessuna antropologia
culturale (cioè nessuna delle varie concezioni dell'uomo che ci vengono di volta in volta offerte dalle «culture»
che successivamente si affacciano alla ribalta della storia e divengono dominanti) è adeguata a farci
comprendere il mistero del vero Adamo, e neppure a farci comprendere davvero il mistero dell'uomo.

Chi sia l'uomo, lo può dire adeguatamente soltanto Cristo, e colui al quale il Signore Gesù è stato rivelato non
dalla carne e dal sangue, ma dal Padre che è nei cieli.

Lui solo sa compiutamente che cosa ci sia nell'uomo, perché lui solo trova in sé l'ideale dell'uomo perfettamente
avverato.

Per questo ogni umanesimo separato dalla conoscenza di Cristo (o, peggio, programmaticamente avverso alla
fede cristiana) dà immancabilmente vita a una società disumana e disumanizzante. E la lezione tragica che il
secolo ventesimo ha involontariamente impartito con una evidenza e una ampiezza che non hanno precedenti.
Osservazioni conclusive

Abbiamo tentato di accostarci a Cristo nel breve spazio che ci era praticamente consentito, restando ben
consapevoli che egli è «mistero», nel senso cristiano della parola: cioè, una realtà che ci trascende e proprio per
questo è in grado di salvarci. Tutto ciò infatti che non ci supera, è piccolo come noi; e, proprio come noi, ha
bisogno di essere salvato.

Abbiamo tentato di accostarci al mistero di Cristo, attenti a percepirne e a rispettarne la singolarità: ogni sua
totale riduzione ai nostri livelli o ai livelli dei nostri interessi (sociali, culturali, economici, politici), lo banalizza
e lo rende alla fine insignificante e inutile.

Abbiamo tentato di capire come la sua assoluta singolarità gli dia rilevanza universale e necessaria: nessun
popolo e nessuna cultura può colpevolmente ignorarlo senza disumanizzarsi; nessuna epoca può ritenerlo
superato, anche se tutte più o meno sono portate a pensarlo; nessun uomo può coscientemente staccarsi da lui
senza perdersi come uomo. Cristo non è un lusso, un'opzione facoltativa, un'idea ornamentale: la sua presenza o
la sua assenza (vale a dire: la nostra accoglienza o il nostro rifiuto) toccano il profondo del nostro essere e
determinano la nostra sorte.

Egli è il Signore, e chiede spazio nei nostri pensieri, nelle nostre decisioni, nella nostra vita: la nostra
intelligenza non vive senza questa «memoria»; la nostra volontà non si regge senza questa «obbedienza»; la
nostra umanità non si attua pienamente se non cerca di crescere in questa connessione e in questa conformità,
cioè nella sua «comunione».

Egli è il Signore, e non può essere estromesso da nessun angolo dell'esistenza.

Egli è il Signore, anche se non si impone a nessuno, ma si propone senza pause alla libera adesione di tutti.

La gioia che egli esista vince ogni possibile tristezza dei nostri giorni. Gli occhi che l'hanno contemplato nella
fede non possono più guardare il mondo e la storia con disperazione. Il cuore che si è aperto a lui, si è aperto
all'universo e non può più rinchiudersi nella propria grettezza.

Poiché egli esiste, noi siamo un popolo salvo; poiché egli esiste, noi siamo una Chiesa; poiché egli esiste, tutto
deve essere rinnovato: ogni riflessione su Cristo deve dar luogo a una umanità nuova in Cristo.

Indice
Prefazione di don Divo Barsotti .............. pag. 5

Avvertenza del card. Giacomo Biffi........... » 13

Parte prima IDENTIKIT DI GESÙ DI NAZARET

Premessa ................................ » 17

Alla ricerca del volto umano di Cristo......... » 17

Una sorta di «identikit»..................... » 18

Attendibilità dei testimoni .................. » 20

Osservazione metodologica ................. » 21

I. L'aspetto esteriore....................... » 23

Il modo di vestire.......................... » 23

Signorilità e autorevolezza .................. » 24

Le frequentazioni sociali.................... » 25

Le «case» di Gesù ......................... » 27


Il vigore e la buona salute................... » 29

La bellezza ............................... » 31

Gli occhi................................. » 32

Lo sguardo attorno ........................ » 33

Lo sguardo in alto ......................... » 34

Lo sguardo «dentro»....................... » 34

Conclusione.............................. » 36

II. La psicologia .......................... » 37

Una esplorazione emozionante............... » 37

Una grande chiarezza di idee ................ » 38

L'attenzione alla concreta realtà umana........ » 39

Una volontà forte.......................... » 41

Libertà di fronte ai parenti e agli oppositori .... » 42

Libertà dagli amici......................... » 44

Libertà dai giudizi altrui.................... » 45

La sensibilità dell'animo.................... » 45

La compassione........................... » 46

L'amicizia................................ » 47

I bambini e le donne ....................... » 48

Il pianto e la gioia ......................... » 49

La «ebraicità» di Gesù ..................... » 51

Lo stile semitico........................... » 52

Il «cuore»................................ » 54

Un «integrato»............................ » 54

Il problema finanziario ..................... » 56

La «ricompensa nei cieli»................... » 56

III. L'originalità........................... » 58

«Una dottrina nuova con potenza» ........... » 58

«Politicamente scorretto»................... » 59

Primato dell'interiorità..................... » 61

La povertà come fortuna.................... » 62

La condanna del divorzio ................... » 63

La proposta del celibato per il Regno dei cieli... » 64

La fonte segreta dell'originalità .............. » 65


La paternità di Dio nella Rivelazione antica .... » 66

Il senso del Padre nell'anima di Cristo......... » 67

La preghiera di Gesù....................... » 68

La solitudine animata ...................... » 69

«Sì, Padre»............................... » 70

Un Creatore che ama....................... » 71

La nostra risposta d'amore.................. » 72

La fine del nazionalismo religioso ............ » 73

Il messaggio di Cristo entro la storia

della religiosità ......................... » 74

Il «Padre mio»............................ » 76

Un'originalità assoluta...................... » 77

Totale relatività al Padre.................... » 78

Conclusione.............................. » 80

Parte seconda APPROCCIO AL MISTERO DI CRISTO

Premessa ................................ » 85

I. Il Figlio del Dio vivente .................. » 87

Chi è Gesù Cristo?......................... » 87

A) La gente chi dice che sia Gesù Cristo? ...... » 89

B) Voi chi dite che io sia? ................... » 94

Conclusione.............................. » 105

II. Il Salvatore ............................ » 107

Chi è Gesù per noi......................... » 107

Due opposte concezioni.................... » HO

A) La «gente» che cosa dice della salvezza? ... » 110

B) Voi, apostoli di Cristo, che cosa dite della

salvezza? ............................ » 117

Riflessione teologica ....................... » 119

Conclusione.............................. » 129

III. Il Capo............................... » 132

Al centro del cosmo e della storia............. » 132

A) Cristo capo della Chiesa e «dell'universo» ... » 135

B) Conseguenze........................... » 143
Osservazioni conclusive .................... » 151

Collana TESTI DI TEOLOGIA PER TUTTI

Giacomo Biffi, All'origine della celebrazione eucaristica

Giacomo Biffi, Il primo comandamento

Giacomo Biffi, Tre riflessioni sullo Spirito Santo

Giorgio Gozzelino, Ecco tua Madre!

Giacomo Biffi, L'Aldilà

Cesare Bissoli, Lectio divina sul Padre nostro

Giacomo Biffi, «Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra»

Giacomo Biffi, L'anno Duemila. Identikit del festeggiato

Giacomo Biffi, Gesù di Nazaret centro del cosmo e della storia

Giacomo Biffi, La Chiesa Cattolica e il problema della salvezza

Alain Quilici, Timore di Dio e paura del diavolo

Giacomo Biffi, Il «cuore» dell'annuncio cristiano

Giacomo Biffi, Il mistero di Pinocchio

Angelo Viganò, L'Eucaristia

Angelo Viganò (cur.), Riscopriamo la domenica

Giacomo Biffi, L'enigma dell'esistenza e l'avvenimento cristiano (Corso inusuale di catechesi/1)