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Uno storico americano confuta le tesi de "La Civilt Cattolica"

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350897?ref=hpchie

Ecco qui di seguito una confutazione dell'articolo de "La Civilt Cattolica". L'autore
professore di teologia morale nel St. John Vianney Theological Seminar di Denver, Stati
Uniti, e ha studiato in profondit gli atti del Concilio di Trento in materia di matrimonio.

DAMNATIO MEMORI ?

di E. Christian Brugger

Il padre gesuita Giancarlo Pani, docente di storia del cristianesimo presso l'Universit di
Roma "La Sapienza", ha recentemente pubblicato un saggio su "La Civilt Cattolica" del
titolo "Matrimonio e seconde nozze al Concilio di Trento". In essa egli difende la pratica
matrimoniale greca di "oikonomia" secondo la quale i matrimoni falliti possono essere
sciolti e i coniugi hanno il permesso di risposarsi, o pi spesso avere i loro "nuovi
matrimoni dichiarati validi" dalla Chiesa dopo un periodo di penitenza". Egli si augura
palesemente che questa "tradizione tollerante" possa fare strada anche nella Chiesa
cattolica.

A conforto di tale aspirazione, egli rivendica nientemeno che lautorit del Concilio di
Trento, che ritiene abbia implicitamente sancito la pratica greca del divorzio nei suoi
"canones de sacramento matrimonii".

La sua tesi ha due difetti. Il primo e pi serio qui semplicemente lo accenno. Nel suo saggio,
egli non solo assume ma addirittura afferma pi volte che questa forma di divorzio e di
nuovo matrimonio non in conflitto con la dottrina dell'indissolubilit, senza fornire nessun
argomento a sostegno. L'affermazione stata confutata da Germain Grisez, John Finnis e
William E. May ventanni fa nella loro risposta critica ai vescovi tedeschi Walter Kasper,
Karl Lehmann e Oskar Saier, che avevano proposto una soluzione per permettere ai cattolici
divorziati e risposati in Germania di accedere all'eucaristia.

Il secondo problema riguarda l'interpretazione di Pani del canone 7 di Trento


sullindissolubilit. Egli segue la fortunata interpretazione del gesuita fiammingo Piet
Fransen (1913-1983), la cui ricostruzione, anche se ampiamente accolta, gravemente
difettosa (1). L'articolo di Pani riassume abbastanza gli eventi dell'agosto del 1563, per cui
non necessario ripeterli qui. Ma ce una storia pi ampia che esige delle osservazioni.

Anche se la Chiesa ortodossa orientale scrive Pani "ha affermato e riconosciuto


rigorosamente l'indissolubilit del matrimonio", tuttavia ha consentito il divorzio e le
seconde nozze in alcuni casi. I padri e i teologi a Trento sapevano dell'antico "ritus"
(costume) dell'Oriente e lhanno rispettato. Molti padri conciliari avevano dubbi circa la
"clausola deccezione" nel Vangelo di Matteo ("tranne nei casi di porneia"). Essi dubitavano
che la rivelazione divina escludesse assolutamente un nuovo matrimonio in caso di
adulterio. Dato il dubbio, decisero di "parlare chiaramente sulla indissolubilit del
matrimonio, ma anche di dire che tale dottrina non pu essere considerata come una parte
costitutiva della [divina] rivelazione". I loro dubbi hanno raggiunto il punto culminante
nell'agosto del 1563 con il famoso intervento della delegazione veneziana, che ha esortato i
padri conciliari, per il bene delle pratiche di divorzio dei Greci in terre cattoliche, a non
condannare direttamente il divorzio e il nuovo matrimonio in caso di adulterio. La petizione
ha avuto successo e alla fine il Concilio ha approvato una formulazione indiretta del canone
7. Questo ovviamente perch la grande maggioranza dei padri conciliari hanno preferito
lasciare aperta la questione della legittimit delle pratiche greche di divorzio.

Pani lamenta che questa "pagina" nell'insegnamento di Trento sul matrimonio "sembra
essere stata dimenticata dalla storia". Ma come pu essere stata dimenticata quando Walter
Kasper (2), Charles Curran (3), Michael Lawler (4), Kenneth Himes (5), James Coriden (6),
Theodore Mackin S.J. (7), Victor J. Pospishil (8), Francis A. Sullivan SJ (9), Karl Lehmann
(10), e Piet Fransen S.J. (solo per citarne alcuni) lhanno ripetuta continuamente nel corso
degli ultimi cinquant'anni? In realt questa ricostruzione risale al XVII secolo. Il teologo
antiromano Paolo Sarpi e il giansenista Jean Launoy (12) hanno sostenuto che il Concilio
intendeva lasciare aperta la questione se a volte fosse legittimo risposarsi dopo il divorzio
(13).

Pani incolpa i segretari e i cronisti del Concilio per il loro "silenzio eloquente" su questa
storia. Ma un'interpretazione alternativa del loro silenzio mi sembra pi ovvia e corretta: la
ricostruzione di Pani una creazione postconciliare. Questo non vuol dire che gli eventi che
egli cita, in particolare l'intervento di Venezia, non abbiano avuto luogo. Certo che hanno
avuto luogo. Ma non vi alcuna base storica per la sua affermazione secondo cui il Concilio
e con questo intendo la stragrande maggioranza dei vescovi votanti avrebbe letto il
canone 7 come se lasciasse curi le pratiche di divorzio dei Greci. Molti studiosi prima della
met del XX secolo hanno sostenuto che Trento intendeva definire l'assoluta indissolubilit
[del matrimonio] come una verit "de fide", per esempio Domenico Palmieri (14) e
Giovanni Perrone (15), l'illustre autore e redattore del francese "Dictionnaire de Thologie
Catholique Alfred Vacant (16) e il teologo dogmatico George Hayward Joyce, S.J. (17). Pi
di recente la stessa tesi stato difesa dal futuro papa Joseph Ratzinger (18) e dai teologi
morali Germain Grisez e Peter Ryan, S.J. (19).

Per dimostrare a fondo la falsit dell'interpretazione di Pani-Fransen occorrerebbe un


trattato della lunghezza di un libro. Ma molte cose si possono dire per dimostrare che essa
discutibile. Per capire le vere intenzioni dei padri a Trento, non dobbiamo guardare subito,
come fa Pani, l'intervento della delegazione veneziana. Dobbiamo guardare per prima cosa
il consenso solido come roccia dei padri e dei teologi in ogni precedente discussione sul
matrimonio, dal 1547 fino all'agosto del 1563.

Quando il canone 6 (che divenne il canone 7) fu presentato ai padri il 20 luglio del 1563,
dopo aver subito diverse riscritture fu formulato cos:

"Se qualcuno dir che a causa dell'adulterio di un coniuge il matrimonio pu essere sciolto,
e che lecito per entrambi, o almeno per il coniuge innocente che non ha dato nessun
motivo per l'adulterio, di risposarsi, e che non un adultero colui che licenzia una adultera e
ne sposa un'altra, n un'adultera colei che licenzia un adultero e ne sposa un altro: sia
anatema" (20).

Non vi nulla di straordinario in questa formulazione, in quanto il suo contenuto pi o


meno lo stesso del contenuto delle proposizioni precedentemente condannate (numeri 3-5),
proposte al Concilio da Angelo Massarelli, il segretario generale, nell'aprile del 1547 (21).
Questa formulazione condanna in forma diretta le proposizioni che il matrimonio pu essere
sciolto a causa di adulterio; che non mai lecito per i coniugi adulteri di risposarsi; e che il
coniuge che ripudia un coniuge adultero e si risposa non colpevole di adulterio.

Fin dalle prime discussioni di Trento questo stato il consenso dei padri conciliari. Per
quanto riguarda le "auctoritates", i prelati hanno fatto riferimento a Nostro Signore e a san
Paolo, ai Canoni Apostolici, a Girolamo, Ambrogio, Agostino, Crisostomo, Origene, Ilario,
ai papi Innocenzo I, Leone I, Alessandro III e ai Concili di Milevi, Elvira, Costanza, Firenze
e Lateranense IV, tra altri. Quando pensatori cattolici del XVI secolo come Erasmo e
Catarinus hanno suggerito che la dottrina dell'assoluta indissolubilit debba essere
annacquata, le loro proposte sono state condannate dalle facolt di teologia delle universit
di Colonia, Lovanio e Parigi. La conclusione di Agostino che la clausola deccezione in
Matteo va letta in conformit con gli insegnamenti pi restrittivi che si trovano in Luca 16,
Marco 10 e Romani 7, 1-3 era accettata da quasi tutti. "Separazione di letto, non di legame",
era il motto del momento.

Pani menziona il significativo dubbio contro lindissolubilit assoluta [del matrimonio]


esposto dal vescovo di Segovia il 14 agosto del 1563, come fa ogni altro autore che segue
questa interpretazione (22). Ma egli non menziona che dall'inizio delle discussioni sul
matrimonio una maggioranza rilevante e coesa ha affermato, contro il punto di vista
segoviano, il motto agostiniano "letto, non legame", senza eccezioni. Alcuni nomi
dovrebbero essere sufficienti a dimostrare questo: il presidente del concilio e legato
pontificio cardinale Cervinus; gli arcivescovi Materanus, Naxiensis, Aquensis, e
Armacanus; i vescovi Aciensis, Sibinicensis, Chironensis, Sebastensis, Motulanus,
Motonensis, Mylonensis, Feltrensis, Bononiensis, Sibinicensis, Chironensis, Aquensis,
Bituntinus, Aquinas, Mylensis, Lavellinus, Mylensis, Caprulanus, Grossetanus, Upsalensis,
Salutiarum, Caprulanus, Veronensis, Maioricensis, Camerinensis , Thermularum,
Mirapicensis e Vigorniensis.

In una dichiarazione sommaria registrata negli Acta il 6 settembre del 1547, si legge: "Le
risposte dei padri erano varie; ma la stragrande maggioranza erano daccordo che l'adulterio
non pu sciogliere un matrimonio; che se uno sposa un'altra persona quando il suo coniuge
ancora in vita commette adulterio; e che per nessuna ragione possono essere separati,
tranne che nel letto. (23). Riguardo alle "auctoritates" che si oppongono a questo punto di
vista, la maggioranza ha concordato "che la separazione deve essere intesa solo come
separazione del letto, e non del vincolo secondo l'interpretazione dei dottori (e
l'insegnamento di San Paolo in 1 Cor 7, 10ss e Romani 7, 2ss, di Marco 10, 11, di Luca 16,
18 e dello stesso Matteo 5, 32)" Infine, la maggioranza ha concordato che la comprensione
della Scrittura dovrebbe essere secondo l'insegnamento della Chiesa (24).

Quando la bozza del canone 6 fu presentata il 20 luglio del 1563, pi di duecento padri del
Concilio (cardinali, arcivescovi, vescovi, abati e generali delle congregazioni) intervennero
a commentarla. Tutti sapevano che la fine dei dibattiti sul matrimonio si avvicinava. Se ci
fossero stati dubbi diffusi o insoddisfazione tra i padri circa la destinazione della
formulazione, l'inclusione dell'anatema, o le sue implicazioni per le pratiche di divorzio dei
Greci (25), ci si sarebbe aspettato un notevole numero di "non placet" al canone. Ma solo 17
esprimettero disapprovazione, soprattutto a causa delle "opinioni dei Greci". Pi dell'85 per
cento dei prelati votanti erano soddisfatti per la formulazione diretta dell'anatema che
condannava le seconde nozze dopo l'adulterio, con una larga maggioranza che approv
esplicitamente il suo contenuto ("placet").

Tre settimane pi tardi, l'11 agosto, arriv la proposta di Venezia di una formulazione
indiretta. Circa 136 prelati si esprimettero a favore della proposta. Come si spiega questo
cambiamento? Forse perch i padri conciliari preferivano lasciare aperta la questione della
legittimit delle pratiche greche di divorzio, come Pani e altri suggeriscono? Tale
conclusione deve essere respinta. verosimile che in meno di tre settimane la stragrande
maggioranza dei prelati votanti abbiano abbandonato lindissolubilit assoluta per
consentire alcuni casi di divorzio e seconde nozze? Nella versione finale del canone 7 il
Concilio adott quattro altri importanti cambiamenti che contraddicono questa conclusione.

In primo luogo, aggiunse la frase "iuxta evangelicam et apostolicam doctrinam" per far
capire che le successive proposizioni che condannano la negazione dell'indissolubilit nei
casi di adulterio hanno la loro origine nella rivelazione divina.

In secondo luogo, sostitu il termine normativo "non dovrebbe... contrattare" ("non debere...
contrahere") con il termine sostanziale "non pu... contrattare" ("non posse... contrahere")
rendendo chiaro che un nuovo matrimonio dopo il divorzio non solo sbagliato, ma
addirittura impossibile, sempre.

In terzo luogo, per garantire che il canone riguardava in modo trasparente l'indissolubilit
del vincolo del matrimonio, adott il termine "vinculum matrimonii" in sostituzione di
"matrimonium".

Infine, introdusse per la prima volta una prefazione dottrinale ai canoni sul matrimonio. Ci
era chiaramente mirato ad istituire un quadro dottrinale all'interno del quale i canoni devono
essere letti e interpretati. Lintroduzione fonda la verit della indissolubilit sulla legge
naturale (l'ordine creato), sull'ispirazione dello Spirito Santo nel Antico Testamento e sulla
volont e l'insegnamento di Ges come espresso nel Nuovo Testamento. E afferma che sono
condannati non solo gli "scismatici" ma anche "i loro errori" ("eorumque errores"), cio le
loro proposizioni erronee sulla natura del matrimonio, compresa la loro indiscutibile
negazione della indissolubilit assoluta del matrimonio.

La spiegazione pi plausibile per l'improvvisa svolta che i padri conciliari restavano


comunque convinti che il matrimonio non pu essere sciolto a causa di un adulterio o di
qualsiasi altra cosa, e che questo doveva essere insegnato come una verit di fede. Essi si
erano trovati pronti a insegnare ci nella forma di un anatema diretto che condannava la sua
negazione. Ma l'intervento di Venezia li aveva mesi in guardia da una possibile conseguenza
di questo atto, vale a dire il turbamento del delicato equilibrio dei rapporti tra i cristiani
greci e la gerarchia romana nelle isole del Mediterraneo.

Erano certi che la proposizione che affermava l'indissolubilit assoluta del matrimonio era
vera e apparteneva alla rivelazione divina, e avevano lintenzione di insegnare entrambe le
cose, ma di farlo in modo da ridurre al minimo le conseguenze indesiderabili. Non hanno
fatto ricorso a una formulazione indiretta a motivo di dubbi circa l'interpretazione della
"clausola deccezione", per la paura dello scandalo di "anatematizzare Ambrogio" o perch
volessero lasciare i Greci liberi di seguire le loro antiche usanze di divorzio. L'appello di
Venezia ha avuto successo per il motivo pastorale che una formulazione indiretta poneva
una probabilit minore di turbare le relazioni greco-romane nei territori veneziani.

L'idea di Pani che nella pubblicazione del canone 7 i padri intendevano soltanto condannare
Lutero e i riformatori ma lasciare fuori dalla critica le pratiche di divorzio dei Greci in
contrasto con il giudizio motivato sulla indissolubilit assoluta del matrimonio della
stragrande maggioranza dei padri e dei teologi del Concilio dalla primavera del 1547 alla
fine dell'estate del 1563. Come Ryan e Grisez affermano: "Anche se Trento non
anatematizza [esplicitamente] la pratica della 'oikonomia', il canone 7 comporta che la sua
applicazione alle 'seconde nozze' dopo il divorzio contraria alla fede" (26).

La formula ironica di Pani, "damnatio memoriae", davvero adatta. Ma non sono gli atti, i
segretari, i cronisti o i commentatori del Concilio che impongono il silenzio
sull'insegnamento di Trento. Si tratta piuttosto di coloro che, in nome della "misericordia
evangelica", vogliono sostiture una verit di fede con una "tollerante" fantasia.

__________

NOTE

(1) La tesi di dottorato di Fransen sul canone 7 ("De indissolubilitate Matrimonii christiani
in casu fornicationis. De canone Septimo Sessionis XXIV Concilii Tridentini, luglio-
novembre 1563") stata presentata alla Gregoriana nel 1947. Nel 1950, Fransen pubblic
altri sei saggi influenti sulla rivista "Scholastik" sull'insegnamento di Trento sul matrimonio,
che sono ristampati in una raccolta di saggi di Fransen intitolata "Ermeneutica dei Concili e
altri studi", ed. H.E. Mertens e F. de Graeve, Leuven University Press, 1985. Egli ha
riassunto le conclusioni di questi saggi in un saggio inglese molto letto dal titolo "Il divorzio
a causa della Adulterio - Il Concilio di Trento (1563)", stampato in un numero speciale della
rivista "Concilium", dal titolo "Il futuro del matrimonio come istituzione", ed. Franz Bckle,
New York, Herder and Herder, 1970, 89-100.

(2) Kasper, "Theology of Christian Marriage", New York, Crossroad, 1977, note 87, p. 98,
also p. 62.

(3) Charles Curran, "Faithful Dissent", Sheed & Ward, 1986, 269, 272.

(4) Michael Lawler, Divorce and Remarriage in the Catholic Church: Ten Theses, New
Theology Review, vol. 12, no. 2 (1999), 56.
(5) Kenneth Himes and James Coriden, The Indissolubility of Marriage: Reasons to
Reconsider, Theological Studies, vol. 65, no. 3 (2004), 463.

(6) Ibid.

(7) Theodore Mackin, "Divorce and Remarriage", New York, Paulist Press, 1984, 388.

(8) Victor J. Pospishil, "Divorce and Remarriage", New York, Herder and Herder, 1967, 66-
68.

(9) Francis Sullivan, "Creative Fidelity: Weighing and Interpreting Documents of the
Magisterium", New York, Paulist Press, 1996, 131-134.

(10) Karl Lehmann, "Gegenwart des Glaubens", Mainz, Matthias-Grnwald-Verlag, 1974,


285-286.

(11) Paolo Sarpi (1552 -1623), "Istoria del Concilio Tridentino", Londra, 1619; Traduzione
in inglese: "History of the Council of Trent" (1676). La sua "Istoria", molto letta dai
protestanti, stata criticata come orientata contro la curia romana; vedi L.F. Bungener,
"History of the Council of Trent", New York, Harper & Brothers, 1855, xix-xx.

(12) Jean de Launoy (1603-1678); vedi "De regia in matrimonium potestate" (1674), par.
III, art. I, cap. 5, n. 78; in "Opera", Colonia/Ginevra, 1731, tom. 1, cap. I, p. 855.

(13) Bossuet scrisse di Sarpi: "Era un protestante sotto un abito religioso, che ha recitato la
messa senza credere in essa, e che rimase in una Chiesa che egli considerava idolatra". Vedi
Bertrand L. Conway, CSP, Original Diaries of the Council of Trent, The Catholic World,
vol. 98 (Oct. 1913-March 1914), 467.

(14) Domenico Palmieri, "Tractatus de Matrimonio Cristiano", Typographia Polyglotta SC


de Propaganda Fide, Roma, 1880, p. 142.

(15) G. Perrone, SJ., "De Matrimonio Christiano", vol. 3, Rome, 1861, bk. 3, ch. 4, a. 2, p.
379-380.

(16) A. Vacant, s.v., Divorce", in Dictionnaire de thologie catholique", 1908, vol. XII,
cols. 498-505.

(17) George Hayward Joyce, S.J., "Christian Marriage: An Historical and Doctrinal Study",
London: Sheed and Ward, 1933, 395.

(18) In un saggio del 1972, "Zur Frage nach der Unauflslichkeit der Ehe: Bemerkungen
zum dogmengeschichtlichen Befund und zu seiner gegenwrtigen Bedeutung" (in Ehe und
Ehescheidung: Diskussion Unter Christen, a cura di Franz Henrich e Volker Eid, Mnchen,
Ksel, 1972, 47, 49), Ratzinger dice che egli segue Fransen sul canone 7. Nel 1986 egli
dimostra per che ha cambiato idea: "La posizione della Chiesa sull'indissolubilit del
matrimonio sacramentale e consumato... stata infatti definita nel Concilio di Trento, e cos
appartiene al patrimonio della fede "(vedi citazione in Charles Curran, "Faithful Dissent",
Sheed & Ward, 1986, p 269).

(19) Peter F. Ryan, S.J. and Germain Grisez, Indissoluble Marriage: A Reply to Kenneth
Himes and James Coriden", Theological Studies 72 (2011), 369-415.

(20) CT, IX, 640.

(21) See CT, VI, 98-99.

(22) CT, XI, 709.

(23) CT, VI, 434.

(24) CT, VI, 434-435.

(25) Non placet, quia ferit Graecos and Ambrose (Arcivescovo Cretensis), CT, IX, 644.

(26) Op. Cit., nota 180.

__________

Il testo integrale dell'importante articolo scritto nel 1994 sulla rivista dei domenicani inglesi
"New Blackfriars" da Germain Grisez, John Finnis e William E. May contro le tesi dei
vescovi tedeschi Walter Kasper, Karl Lehmann e Oskar Saier favorevoli ad ammettere alla
comunione i divorziati risposati:

> Indissolubility, Divorce and Holy Communion