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Questioni giuridiche dell’esorcismo:

Alcuni aspetti dal punto di vista del diritto liturgico e canonico

di Davide Salvatori

Intendimenti e contenuto
Il presente studio si pone l’obiettivo di introdurre i partecipanti al Corso alle nozioni
fondamentali concernenti l’esorcismo dal punto di vista del diritto della Chiesa.
Nella prima parte si trattano alcune questioni terminologiche (esorcista, indemoniato ed
esorcismo), come emergono dallo studio dei Rituali del 1614 e 2004, rifacendosi alla dottrina dei
probati auctores con riferimento al Magistero e alla disciplina codiciale.
Nella seconda parte si affronta il ministero dell’esorcista, come emerge dall’esegesi del can.
1172. Verrà pertanto spiegata la disciplina essenziale concernente i doveri e diritti dell’esorcista
e dell’autorità competente nel conferire la licenza di esorcizzare gli ossessi.
Nella terza parte si espongono alcune linee di ecclesiologia giuridica concernenti la relazione
vescovo-diocesi-presbiteri, per poi scendere a trattare delle facoltà dell’esorcista, che vanno
comprese ed esercitate in tale contesto.
Nella quarta parte si trattano alcune questioni particolari concernenti anche il diritto liturgico:
l’esorcismo privato dei fedeli laici, il religioso esorcista, le facoltà dell’esorcista di adattare il
Rito, esorcismi e preghiere di guarigione, l’esorcismo di Leone XIII, la questione della formula
deprecativa o imperativa nella preghiera di esorcismo maggiore e infine se sia possibile o meno
fare uso di carismatici nell’esercizio di tale ministero.

1 Questioni terminologiche circa l’esorcismo


1.1 L’esorcista
Col temine esorcista s’intende solamente colui che ha il mandato dell’autorità competente per
proferire l’esorcismo maggiore o solenne, quello, cioè, contenuto nel Rituale degli esorcismi e
volto direttamente e a scacciare i demoni. In tal senso il termine esorcista assume una accezione
ristretta e tecnica.
La Chiesa, però, conosce anche altri tipi di esorcismi, detti minori o semplici, quelli contenuti
del Rito del Battesimo o nel Rituale Romanum della Liturgia in forma straordinaria e concernenti
alcune consacrazioni e benedizioni. Il ministro di questi esorcismi, però, nei libri liturgici, non è
mai identificato né denominato esorcista, ma sacerdote.

1.2. Indemoniato-indemoniati
Il Rituale del 1614 e quello dell’editio typica del 2004, per quanto concerne l’individuazione
della persona che beneficia degli esorcismi, non utilizzano mai la parola indemoniato, ma
preferiscono l’utilizzo del termine posseduto e vessato.
La dottrina teologica e canonica, lungo i secoli, ha elaborato alcuni principi di discernimento
per accertare quando ci si trova di fronte a una persona sulla quale è lecito e necessario, col suo
consenso, proferire l’esorcismo maggiore. Il Rituale del 1614 individuava i seguenti criteri:
«Prima di tutto [l’esorcista] non creda facilmente che qualcuno sia posseduto dal demonio, ma abbia
noti quei segni dai quali si riconosce che qualcuno è un posseduto, rispetto a quegli altri che
manifestano una malattia, soprattutto psichica. I segni della possessione demoniaca possono essere:
parlare lingue ignote con molte parole oppure intendere chi le parla; rivelare cose distanti e nascoste;
mostrare forza non proporzionata alla natura dell’età o della condizione [fisica] e altri segni di questo
genere, che più concorrono, più confermano gli indizi».
Il Rituale pubblicato nel 1998 e la successiva editio typica del 2004 presentano quasi gli stessi
parametri che, in continuità col Rituale del 1614, sono stati ripresi e precisati:
«Secondo una prassi consolidata, vanno ritenuti segni di possessione diabolica: parlare correntemente
lingue sconosciute o capire chi le parla; rivelare cose occulte e lontane; manifestare forze superiori
all'età o alla condizione fisica. Si tratta però di segni che possono costituire dei semplici indizi e,
quindi, non vanno necessariamente considerati come provenienti dal demonio. Occorre perciò fare
attenzione anche ad altri segni, soprattutto di ordine morale e spirituale, che rivelano, sotto forma
diversa, l'intervento diabolico. Possono essere: una forte avversione a Dio, alla Santissima Persona di
Gesù, alla Beata Vergine Maria, ai Santi, alla Chiesa, alla Parola di Dio, alle realtà sacre, soprattutto ai
sacramenti, alle immagini sacre. Occorre fare attenzione al rapporto tra tutti questi segni con la fede e
l'impegno spirituale nella vita cristiana; il Maligno, infatti, è soprattutto nemico di Dio e di quanto
mette in contatto i fedeli con l'agire salvifico divino ».
A completamento di quanto rilevato va considerato che la dottrina canonica, attingendo dalla
consolidata riflessione teologica, è solita distinguere tre gradi di possessione diabolica:
«Circumsessio (assedio), che si ha quando il diavolo, agendo e influendo dal di fuori del corpo,
impedisce le azioni umane; obsessio (invasione), che si verifica quando il demonio, risiedendo nel
corpo dell’uomo e usando le forze fisiche come le sue, crea un grave dissidio tra la volontà umana e il
dominio dello stesso demonio; possessio (possessione) che si realizza quando il demonio è così
profondamente padrone del corpo dell’uomo che sembra quasi cessare del tutto l’azione umana,
sebbene come demonio non possa ottenere il comando diretto sulla volontà umana» .

1.3. Esorcismo ed esorcismi


Per quanto attiene all’esorcismo, va osservato che gli autori lo dividono e classificano
formalmente secondo le seguenti categorie: in ragione dell’autorità in base alla quale l’esorcismo
viene proferito è detto pubblico o privato. È pubblico quell’esorcismo praticato «da persone
ecclesiastiche a nome e per autorità della Chiesa», mentre è definito privato se proferito «a nome
proprio dell’esorcizzante»; l’esorcismo pubblico, poi, in ragione della solennità e del fine, è
denominato solenne o semplice:
«Si dice solenne quell’esorcismo che viene fatto in forma solenne, come descritto nel Rituale romano
sotto la rubrica Ritus exorcizandi obsessos a daemonio e presuppone che si tratti di una persona
veramente assediata, invasa o posseduta dal demonio. L’esorcismo semplice è quello che si fa per
contenere o frenare il demonio affinché non nuoccia agli uomini, usando la formula del medesimo
Rituale romano descritta nella rubrica Exorcismus in Satanam et angelos apostaticos [comunemente
appellato come esorcismo di Leone XIII]».
L’esorcismo pubblico-solenne, nei Rituali e nei documenti ufficiali, è chiamato anche
esorcismo maggiore o grande esorcismo, oppure anche esorcismo propriamente detto; mentre gli
altri esorcismi pubblici sono detti esorcismi semplici o esorcismi minori, ai quali appartengono
gli esorcismi del battesimo e, nel Rituale della Liturgia in forma straordinaria – come già rilevato
–, anche quelli concernenti alcune consacrazioni e benedizioni.
Ministro dell’esorcismo maggiore (o pubblico-solenne) è solo l’esorcista, debitamente
preparato e approvato dall’autorità competente; ministro dell’esorcismo minore (o pubblico-
semplice o semplice) è il ministro designato dal Rituale, nel cui caso si ha un mandato ex iure.
L’esorcismo privato «può essere fatto da qualsiasi fedele», perché «ciascuno, infatti, per
respingere le tentazioni o le vessazioni del demonio, può comandare al diavolo, per mezzo di Dio
o di Gesù Cristo, di non nuocere né a sé né agli altri». Ciò è giustificato in base al fatto che
«l’effetto di tale esorcismo non deriva dall’autorità e dalle preghiere della Chiesa, poiché non è
fatto a nome di Essa, ma perché gli effetti sono ottenuti solo in virtù del nome di Dio e di Gesù
Cristo».
È degno di nota evidenziare che le questioni attinenti all’esorcismo privato, che prima erano
affrontate solamente in dottrina, vengano ora trattate esplicitamente nel nuovo Rituale De
exorcismis et supplicationibus quibusdam:
«[L’esorcista] sappia distinguere bene i casi di aggressione diabolica da quelli derivanti da un falso
giudizio, che spinge alcuni, anche tra i fedeli, a ritenersi oggetto di malefici, sortilegi o maledizioni
fatte ricadere da altri su di loro o sui loro parenti o sui loro beni. Non neghi loro l'aiuto spirituale, ma
non faccia uso dell’esorcismo; può fare, con loro e per loro, alcune preghiere adatte, in modo che
ritrovino la pace di Dio. L'aiuto spirituale non si deve negare neppure ai fedeli che, pur non toccati dal
Maligno (cf 1 Gv 5, 18), soffrono tuttavia per le sue tentazioni, decisi a restare fedeli al Signore Gesù
e al Vangelo. Ciò può essere fatto anche da un sacerdote non esorcista, o anche da un diacono,
utilizzando preghiere e suppliche appropriate».
Come si nota, qualsiasi sacerdote – ma anche un diacono – può offrire l’aiuto spirituale
necessario, proferendo «preghiere adatte», da intendersi certamente quelle dell’Appendice II
dello stesso Rituale (Preghiere ad uso privato dei fedeli che si trovano a dover lottare contro il
potere delle tenebre). I praenotanda, infatti, dell’edizione tipica italiana precisano:
«Di fronte a disturbi psichici o fisici di difficile interpretazione il sacerdote non procederà al Rito
dell'esorcismo maggiore, ma accoglierà ugualmente le persone sofferenti con carità, le raccomanderà
al Signore e le inviterà a servirsi delle preghiere previste dal «Rito degli esorcismi» per l'uso privato
(cf. Appendice II, Preghiere ad uso privato dei fedeli)».
Nulla vieta, di per sé, secondo lo spirito dei praenotanda, che le preghiere dell’Appendice II
possano essere usate non solo personalmente, ma anche proferite dal sacerdote o diacono nei
confronti di chi ne abbia, a prudente giudizio, oggettivamente bisogno. Non sembra però che si
possa sostenere la medesima posizione anche nei confronti delle preghiere riportate
nell’Appendice I (Preghiera ed esorcismo per circostanze particolari), sebbene i summenzionati
praenotanda dell’edizione italiana sembrino, invece, asserire il contrario:
«Il “Rito degli esorcismi” propone nell'Appendice I (nn. 1-12) una serie di celebrazioni e preghiere,
diverse da quelle dell’esorcismo vero e proprio, che possono essere usate dai fedeli, sia personalmente
sia comunitariamente sotto la guida di un sacerdote. È doveroso che i fratelli sofferenti siano
accompagnati dall'aiuto orante della comunità cristiana, ma in tali incontri di preghiera deve essere
accuratamente evitato ogni abuso e ambiguità. Per questo è importante fare riferimento alle direttive
della Congregazione per la Dottrina della Fede nell' Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio
la guarigione».
La precisazione che i «fedeli, sia personalmente sia comunitariamente sotto la guida di un
sacerdote» possano fare uso dell’Appendice I pare ambigua. Con fedele s’intende il chierico, il
laico e il religioso (cf. can. 207); ciò che potrebbe sollevare qualche difficoltà è l’utilizzo
personale da parte di un laico (o diacono o religioso non chierico) dell’Appendice I, dal
momento che contiene il testo del cosiddetto Esorcismo di Leone XIII, nei confronti del quale la
Congregazione della Dottrina della Fede ha ammonito:
«Da queste precisazioni consegue che ai fedeli non è neppure lecito usare la formula dell’esorcismo
contro satana e gli angeli ribelli, estratta da quella pubblicata per ordine del Sommo Pontefice Leone
XIII, e tanto meno è lecito usare il testo integrale di questo esorcismo».
D’altro canto, poi, pare che neanche le rubriche permettano al laico – e più in generale a chi non
è sacerdote – di usare personalmente dell’Appendice I, dal momento che si precisa che si tratta di
una peculiare forma di preghiera comunitaria da convocarsi se «il Vescovo della diocesi lo
ritiene opportuno», da affidarsi «alla guida del sacerdote».
Per quanto concerne, infine, le formule da usarsi nell’esorcismo privato – comunemente
chiamato anche preghiera di liberazione – va precisato che nella accezione di «preghiere adatte»,
di cui sopra, non possono rientrare né le formule dell’esorcismo maggiore né quelle degli
esorcismi minori. La questione non solo è palese di per sé, ma può essere pure dedotta sia dalla
mens che soggiace alla struttura e alle distinzioni – anche lessicali – del nuovo Rituale degli
esorcismi, e sia dall’esplicita interpretazione che il suddetto Rito compie nei confronti
dell’esorcismo di Leone XIII, essendo chiaro che si tratta di esorcismo pubblico semplice; in tal
senso paiono meglio precisate le restrizioni della Lettera della Congregazione per la Dottrina
della Fede del 1985, di cui abbiamo sopra parlato.

2 Il ministero dell’esorcista
Il ministero dell’esorcista è segnatamente disciplinato dal can. 1172, che statuisce:
«§1. Nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi, se non ha ottenuto dall’Ordinario
del luogo peculiare ed espressa licenza. §2. L’Ordinario del luogo conceda tale licenza solo al
sacerdote che sia ornato di pietà, di scienza, di prudenza e d’integrità di vita».
Il canone si riferisce espressamente e unicamente all’esorcismo solenne o grande
esorcismo, non a quello semplice né a quello privato; l’espressione «esorcismi sugli ossessi»
esprime esattamente il concetto mediante un termine tecnico.
Nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi. Il divieto sancito dal canone è
solenne e imperativo; la disattenzione della norma crea un comportamento illecito e pone
l’esorcista in una situazione di disobbedienza; poiché l’esorcismo è un sacramentale, ci
s’interroga sulla sua efficacia non solo nel caso di mancanza di specifica facoltà, ma in ogni altro
caso di non obbedienza alla Chiesa. Ciò contrasterebbe con la natura dei sacramentali, che
operano ex opere operantis Ecclesiae.
Se non ha ottenuto dall’Ordinario del Luogo peculiare ed espressa licenza: la licenza è
una condicio sine qua non per proferire legittimamente un esorcismo; essa dev’essere data in
forma scritta (can. 59) e dev’essere specifica ed espressa. La licenza è concessa in seguito a una
richiesta o motu proprio data da parte dell’autorità; pertanto non è sufficiente una licenza
accordata tacitamente o presunta, a meno che non si tratti di licenza implicita, come ad esempio
quella annessa a un ufficio.
La prassi di richiedere la licenza è antichissima, come si legge in una lettera di Papa
Innocenzo I († 417):
«Riguardo a coloro che sono battezzati e che, a causa di un vizio o di un peccato, vengono in seguito
posseduti dal demonio, la tua sollecitudine ti porta a chiedere se possano o debbano essere segnati dal
presbitero o dal diacono. Riguardo a ciò non è lecito procedere, a meno che non l’abbia ordinato il
vescovo. Infatti, non si deve imporre la mano su costoro a meno che il vescovo non abbia conferito a
loro l’autorità di farlo. Affinché poi ciò avvenga è prerogativa del vescovo ordinare che il presbitero o
gli altri chierici impongano la mano su di loro».
L’autorità competente a concedere la licenza è l’Ordinario del luogo, la cui nozione è
stabilita dal can. 134 §1, escludendo i Superiori maggiori degli Istituti Religiosi e delle Società di
Vita Apostolica (can. 134 §2). Nelle diocesi, pertanto, anche il Vicario generale e il Vicario
episcopale hanno la potestà di concedere la licenza, sebbene si debba evidenziare che il n. 13 dei
praenotanda dell’Ordo exorcizandi precisa che «di norma [è] il vescovo diocesano» che la deve
concedere. Ciò richiama indirettamente il dovere del vescovo di vigilare sull’operato
dell’esorcista (can. 393 §2) e dall’altra il dovere di non esimersi dal dare opportune indicazioni e
direttive.
L’autorità può conferire l’ufficio di esorcista caso per caso (ad actum) oppure a tempo
determinato o indeterminato; oppure il vescovo diocesano può stabilire con legge particolare che
tale facoltà sia annessa a un ufficio ecclesiastico (e.g. parroco, rettore di un santuario, canonico
penitenziere, ecc.), secondo le necessità della diocesi.
L’autorità concede la licenza sponte propria o su richiesta. L’autorità dovrà soppesare con
opportuna cura ogni elemento prima di concedere la licenza, soprattutto tenendo conto delle
ragioni che portano un presbitero a chiedere la facoltà di esercitare tale ministero.
L’Ordinario del Luogo conceda tale licenza solo al presbitero. L’essere presbitero è una
condicio sine qua non affinché il vescovo conceda la licenza. Riteniamo che tale qualità sia
inderogabile e non suscettibile a dispensa: tale qualità, infatti, alla luce della disciplina liturgica e
canonica precisata lungo i secoli, può essere qualificata come requisito essenziale, quindi ad
validitatem, per poter ottenere l’ufficio ecclesiastico di esorcista, come prescrive la mens del can.
149 §2; per tali ragioni pare che il vescovo diocesano non possa dispensare, nel caso, dalla legge
universale (can. 1172 §2) a norma del can. 86.
Che sia ornato di pietà, scienza, prudenza e integrità di vita. La Chiesa propone questo
elenco frutto di una sapienza maturata lungo i secoli, entrato successivamente nella normativa
codiciale del 1917 (can. 1152) e in quello vigente (can. 1172); va rilevato che il vigente Codice
ha aggiunto la prerogativa della scienza.
Per quanto concerne la pietà e l’integrità di vita, oltre agli elementi desunti dalla vita
spirituale e morale, si possono considerare le indicazioni deducibili dai cann. 273-289 per quanto
concerne i doveri e i diritti dei chierici; per quanto concerne i Religiosi si tengano presenti i
cann. 662-672, nonché le Costituzioni dell’Ordine e tutto ciò che concerne il loro diritto
particolare.
Per quanto attiene alla scienza, oltre a ciò che la sostanzia e la sostiene come virtù infusa per
opera e assistenza dello Spirito santo, si deve considerare lo studio e l’approfondimento delle
discipline teologiche, non escluse anche quelle umane, non potendo l’esorcista esimersi
dall’avere conoscenze, seppur essenziali, di tipo medico, psicologico e psichiatrico. A tal fine
non si esclude che, sotto la guida e la moderazione del vescovo, egli saprà avvalersi di esperti
che possano consigliarlo e aiutarlo, non esclusa anche la costituzione di un’equipe di esperti.
Questi elementi verranno ad alimentare la virtù cardinale della prudenza, che, illuminata e
sostenuta dall’azione della grazia, sarà corroborata dal progredire attivo delle proprie conoscenze
umane e spirituali, attingendo dall’esperienza della vita dei santi e dai loro scritti, soprattutto dai
Dottori della Chiesa.
Non si deve infine dimenticare che il ministero di esorcista va compiuto «con fiducia e
umiltà sotto la guida del Vescovo della diocesi» (cf. n. 13 dei praenotanda all’Ordo exorcizandi)
senza escludere il ricorso ai mezzi della preghiera e del digiuno (cf. n. 31 dei praenotanda
all’Ordo exorcizandi).
3 Il ministero dell’esorcista si situa nella relazione tra vescovo e diocesi
3.1 Il vescovo è il pastore proprio della diocesi
Il can. 369 riporta la definizione di diocesi, tratta integralmente dal documento conciliare
Christus Dominus n. 11:
«La diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale del Vescovo con la
cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito santo
mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e
operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica».
Dalla definizione conciliare viene messo in risalto lo stretto e diretto legame tra Vescovo e
fedeli, affidati alla sua cura pastorale; l’azione del presbiterio s’insinua in tale relazione, nella
prospettiva della cooperazione. Questi stessi principi vengono sviluppati dal Concilio vaticano
stesso secondo un’armonica prospettiva ecclesiologica, di cui possiamo offrire solo una sintetica
suggestione.
Lumen gentium n. 28 ricorda che i presbiteri «costituiscono con il loro Vescovo un unico
presbiterio» e, «nelle singole comunità locali di fedeli, per così dire, rendono presente il
Vescovo, cui sono uniti». Questo testo fa eco a quello di Sacrosanctum Concilium n. 41:
«Poiché nella sua Chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero gregge,
deve necessariamente costituire delle assemblee di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le
parrocchie, organizzate localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti
rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra».
Secondo questo principio la stessa Lumen gentium n. 28 specifica che i presbiteri, «sotto
l’autorità del Vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata,
nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e lavorano efficacemente all’edificazione di
tutto il Corpo di Cristo».
Lo stesso Concilio, poi, specifica che i vescovi esercitano i tria munera «con l’aiuto dei
presbiteri e dei diaconi, presiedendo a nome di Dio il gregge di cui sono pastori come maestri di
dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo» (Lumen gentium n. 20).
Sotto questo profilo il Codice di diritto canonico ha ripreso i principi ecclesiologici dei tria
munera rileggendoli in chiave disciplinare, evidenziando in tal senso che il Vescovo, per la sua
diocesi, è il «moderatore di tutto il ministero della parola» (can. 756 § 2), «moderatore della
sacra liturgia» (can. 838 § 1 e § 4) e a lui «spetta […] governare la Chiesa particolare […] con
potestà legislativa, esecutiva e giudiziale» (can. 391 § 1). In tal senso è chiaro che a Lui spetti il
dovere di vigilanza nei confronti sia del gregge a lui affidato, ma anche e soprattutto nei
confronti dei principali cooperatori, che sono i presbiteri:
«[Il vescovo] vigili che non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica, soprattutto nel ministero
della parola, nella celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali, nel culto di Dio e dei Santi e
nell’amministrazione dei beni» (can. 392 § 2).
Alla luce di quanto finora evidenziato può apparire del tutto chiaro come anche questo tipo di
pastorale sia affidata in primo luogo alla responsabilità e alla sollecitudine del vescovo
diocesano. Egli pertanto non solo ha il dovere di prendersi cura anche di questo ambito ma è
chiamato a esercitarvi in pienezza i tria munera.

3.2 La sinergia vescovo ed esorcista


Il ministero dell’esorcista è un ufficio ecclesiastico, che ecclesiologicamente s’incastona
nella relazione vescovo-diocesi, realizzando quella cooperazione – responsabile ma subordinata
– che è intrinseca al sacramento stesso dell’Ordine, poiché espressione dei corrispettivi gradi
gerarchici.
La sollecitudine pastorale dell’esorcista impersona ed esprime la stessa sollecitudine del
Vescovo, per cui non si potrà mai ipotizzare né dicotomia né contraddittorietà con le direttive del
Pastore proprio della Diocesi. La stessa promessa di obbedienza, diversamente espressa – nella
prospettiva, ma non nella sostanza – dal chierico diocesano e dal chierico religioso durante il rito
d’ordinazione presbiterale, richiama ed esprime tale dimensione.
Sotto questa prospettiva si può ben comprendere la ratio secondo la quale il diritto abbia
previsto che il Vescovo possegga tutte le facoltà per tutelare l’ordine pubblico, anche procedendo
per via penale nei confronti delle persone affidate alla sua cura pastorale, non esclusi i religiosi
(cann. 1319 § 1; 1320).

3.3 Le facoltà dell’esorcista


3.3.1 Nei confronti dei sudditi, dei forestieri, dei girovaghi e dei non cattolici
Poiché l’esorcista è un ufficio ecclesiastico, che gode di potestà propria (can. 131 § 1),
possiede tutte le facoltà previste dal diritto per esercitare il suo ministero. In tal senso l’esorcista
può esercitare il suo ministero nei confronti dei sudditi della diocesi presso la quale è stato
nominato: con sudditi s’intendono coloro che hanno il domicilio o il quasi-domicilio canonico
nel territorio della diocesi (cann. 100, 102, 103, 107 § 1); inoltre può esercitare il suo ministero
anche verso i forestieri (can. 100) che attualmente si trovano nel territorio della diocesi (can.
136) nonché verso i girovaghi (cann. 100, 107 § 2). Poiché però il ministero dell’esorcista deve
esercitarsi in stretta dipendenza con vescovo diocesano (can. 1172 e n. 13 dei praenotanda
all’Ordo exorcizandi), quest’ultimo potrebbe, nel decreto di nomina, specificare o limitare le
facoltà dell’esorcista.
L’esorcismo può essere amministrato anche nei confronti dei non cattolici (can. 1170), da
intendere sia i battezzati in altre confessioni cristiane e sia i non battezzati. Su questa questione
la dottrina è assodata e uniforme, basandosi sulla prassi neotestamentaria, sulla tradizione e
prassi della Chiesa, sulla norma canonica e sui probati auctores. Va precisato che in ogni caso
deve essere chiaro che il sacramentale è stato chiesto spontaneamente dall’acattolico – questo nel
pieno rispetto dei suoi diritti e della libertà religiosa (can. 748 § 2) – e che, prima di procedere, ci
si deve sempre attenere alle disposizioni del vescovo diocesano (n. 18 praenotanda Ordo
exorcizandi).
Più delicato potrebbe presentarsi il caso di esorcizzare i propri sudditi al di fuori della
propria competenza territoriale; si possono presentare due fattispecie: a) l’esorcista esorcizza a
distanza un ossesso; b) entrambi si trovano fuori diocesi e si deve provvedere a un esorcismo. Il
can. 136 non vieta di principio l’esercizio della potestà di governo al di fuori del territorio di
propria competenza; ci s’interroga sull’opportunità, lasciando la valutazione alla prudenza
dell’esorcista. Caso diverso sarebbe se il vescovo diocesano avesse emanato una legge
particolare che vietasse o limitasse, per ragioni di ordine pubblico (cann. 13 § 2 n. 2; 838 § 4),
tali azioni liturgiche; nel caso sia l’esorcista che l’esorcizzando sarebbero tenuti all’osservanza
della legge del luogo.

3.3.2 Quando procedere all’esorcismo maggiore


La normativa canonica è molto chiara: si procede all’esorcismo maggiore solamente
quanto si è moralmente certi della possessione (n. 16 praenotanda Ordo exorcizandi); perciò si
esclude ogni utilizzo dell’esorcismo maggiore per fini diagnostici.
Nelle seguenti parole di Pio XII troviamo descritta la nozione di certezza morale:
«Essa, nel lato positivo, è caratterizzata da ciò che esclude ogni fondato o ragionevole dubbio e, così
considerata, si distingue dalla menzionata quasi-certezza; dal lato poi negativo, lascia sussistere la
possibilità assoluta del contrario, e con ciò si differenzia dall’assoluta certezza».
I praenotanda poi precisano che si giungerà alla certezza morale «dopo attento esame, avendo
consultato, in quanto possibile, esperti nella scienza della medicina e della psichiatria, che
abbiano sensibilità per le cose spirituali» (n. 17 praenotanda Ordo exorcizandi); i praenotanda
del Rito della CEI mitigano l’assunto: «Nel discernimento si servirà innanzitutto di criteri
tradizionalmente seguiti per individuare i casi di possessione (praenotanda generali n. 16) e
potrà avvalersi del confronto con sacerdoti esorcisti di consolidata esperienza e, in alcuni casi,
della consulenza di persone esperte di medicina e psichiatria» (n. 12 praenotanda CEI).
Come s’è visto in precedenza, la prassi della Chiesa e la norma canonico-liturgica, hanno
escluso l’utilizzo dell’esorcismo maggiore per fini diagnostici. La norma pare oltremodo sapiente
sotto diversi aspetti. Il Signore, d’altro canto, non mancherà d’illuminare e guidare l’esorcista nel
discernimento.
Spesso, però, si obbietta dal punto di vista esperienziale che se non si ricorre alla formula
imperativa e all’esorcismo maggiore, si rischia di non avere la certezza della presenza del
demonio. Ritengo invece che l’obbedienza alla Chiesa sia la base fondamentale per iniziare, dal
punto di vista pastorale, un rapporto sano ed equilibrato con l’ossesso e, dal punto di vista del
combattimento spirituale, per impostare il modo giusto per affrontare il maligno, colui che fin
dall’inizio insinuò il dubbio e indusse l’uomo alla disobbedienza (Gn 3, 4-5).

4 Alcune questioni particolari


4.1 L’esorcismo privato dei fedeli laici
Sopra abbiamo già affrontato la nozione di esorcismo privato. La Chiesa mette a disposizione
dei fedeli delle formule ben precise, che non vanno confuse con quelle che i Rituali prescrivono
per il ministro ordinato. Le formule per gli esorcismi privati si trovano nella seconda parte delle
appendici alla traduzione italiana del Rito degli Esorcismi, dal titolo «Preghiere ad uso privato
dei fedeli che si trovano a dover lottare contro il potere delle tenebre». I praenotanda
all’edizione italiana stabiliscono:
«Il “Rito degli esorcismi” propone nell’Appendice I (nn. 1-12) una serie di celebrazioni e preghiere,
diverse da quelle dell’esorcismo vero e proprio, che possono essere usate dai fedeli, sia personalmente
sia comunitariamente sotto la guida di un sacerdote».
Le formule che un fedele cristiano privatamente può usare, pertanto, sono solo quelle che
segnatamente vengono ivi riportate e va precisato che «ai fedeli non è lecito usare la formula
dell’esorcismo contro satana e gli angeli ribelli, estratta da quella pubblicata per ordine del
Sommo Pontefice Leone XIII, e molto meno è lecito usare il testo integrale di questo
esorcismo»; non è neppure lecito fare uso di «preghiere nel cui corso i demoni sono direttamente
interrogati e si cerca di conoscere la loro identità».
Laici e diaconi, inoltre, è meglio che non impongano le mani, perché è un gesto che la
Liturgia riserva al sacerdozio ministeriale, il quale differisce per essenza e non solo di grado dal
sacerdozio battesimale (LG 10). Nella ritualità orientale la questione, poi, è più esplicita, dal
momento che l’imposizione delle mani è prerogativa del sacerdote, in quanto gesto epicletico
riservato alle consacrazioni.
Qualora infine si tengano altre riunioni di preghiera, queste non possono mai essere
presiedute da laici, se è presente un sacerdote o un diacono; la ratio risiede proprio
nell’intrinseca gerarchia del sacramento dell’ordine e dei ministeri istituiti. Quelle infine previste
nell’appendice I del Rituale Romanum dovranno essere approvate del vescovo diocesano, ma
possono essere guidate solamente e unicamente dal sacerdote da lui approvato.

4.2 Il Religioso esorcista


Il religioso che diventa esorcista non deve dimenticare che assume un ufficio diocesano
(can. 682 § 1). Nell’espletare tale ufficio egli, in quanto sacerdote-esorcista, soggiace
direttamente e unicamente alla potestà vescovile e deve rimanere alle sue direttive; ma in quanto
sacerdote-religioso continua a giacere sotto la potestà del proprio superiore (can. 678).
Per cui, se da una parte è bene tenere presente le distinte competenze dei richiamati superiori,
per non creare né un conflitto d’autorità né un’ingerenza indebita da parte delle stesse; dall’altra
si deve vigilare affinché ciò non diventi alibi o pretesto, per il religioso-esorcista, per sottrarsi a
doveri e obblighi del suo stato, come sanciti dalle proprie Costituzioni.

4.3 Facoltà dell’esorcista di adattare il Rito


I praenotanda dell’editio typica latina precisano che l’esorcista «conservi la struttura
generale» del Rito, ma può scegliere e disporre «formule e orazioni secondo le necessità,
adattandole alla situazione delle persone» (n. 34) e ciò va inteso in obbedienza delle rubriche
stesse e di eventuali norme diocesane.
Le rubriche lasciano all’esorcista margini di adattamento ben precisi, come si può constatare
dalla loro attenta lettura, ed è oltremodo chiaro che l’esorcista non può né variare la traduzione,
aggiungendo o togliendo elementi alle formule, né può «introdurre adattamenti nei segni e nei
gesti»; tutto ciò spetterebbe alle Conferenze Episcopali (cf praenotanda all’editio typica latina,
n. 37). Nel dubbio si consulti il Vescovo diocesano (can. 838 § 1) il quale, ascoltando i
suggerimenti e le difficoltà di coloro che svolgono da tempo tale ministero, sappia dare linee
guida e norme ben precise (can. 838 § 4), vigilando che non s’instaurino abusi (can. 392 § 2).

4.4 Esorcismi e preghiere di guarigione


La fattispecie è trattata nell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede dal
titolo «Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione» del 14 settembre 2000,
della quale faccio un’introduzione e una lettura oltremodo sintetica.
L’Istruzione precisa che le preghiere di guarigione si qualificano come liturgiche e non
liturgiche; le prime sono quelle che «si celebrano secondo il rito prescritto e con le vesti sacre
indicate nell'Ordo benedictionis infirmorum del Rituale Romanum» (art. 2); le seconde sono tutte
quelle che esulano da tale rito.
Per tenere tali celebrazioni si deve, sempre e in ogni caso, avere il premesso esplicito del
vescovo diocesano (art. 4 § 3); le «preghiere di guarigione non liturgiche» debbono svolgersi
«con modalità distinte dalle celebrazioni liturgiche, come incontri di preghiera o lettura della
Parola di Dio» (Art. 5 § 1); inoltre «si eviti accuratamente di confondere queste libere preghiere
non liturgiche con le celebrazioni liturgiche propriamente dette» (art. 5 § 2). Infine «nella
celebrazione della Santissima Eucaristia, dei Sacramenti e della Liturgia delle Ore non si devono
introdurre preghiere di guarigione, liturgiche e non liturgiche» (art. 7 § 1) e «le preghiere di
esorcismo, contenute nel Rituale Romanum, devono restare distinte dalle celebrazioni di
guarigione, liturgiche e non liturgiche» (art. 8 § 2). Per quanto concerne l’esorcismo ci si deve
attenere strettamente e scrupolosamente alle norme del Rituale Romanum.

4.5 L’esorcismo di Leone XIII: configurazione canonico-liturgica


L’esorcismo di Leone XIII non è nato come esorcismo privato da recitarsi da parte dei singoli
fedeli laici, ma, nelle intenzioni del Pontefice, si configurava come esorcismo pubblico-semplice
da recitarsi, anche quotidianamente, da parte del solo sacerdote.
Il testo dell’esorcismo è stato pubblicato il 18 maggio 1890 dal Prefetto della Congregazione
di Propaganda Fide, dichiarando che Papa Leone XIII concedeva a tutti i vescovi la facoltà di
recitarlo e che tale facoltà veniva estesa anche ai sacerdoti che avessero legittimamente ottenuto
tale permesso dai propri Ordinari, concedendo altresì o l’indulgenza parziale, a chi lo recitava
quotidianamente, oppure l’indulgenza plenaria a tutti coloro che l’avessero recitato per un mese.
Questo esorcismo, rimasto negli anni seguenti materialmente collocato in appendice e al di fuori
del Rituale Romanum e recensito assieme alle altre benedizioni riservate ai Vescovi, venne
definitivamente inglobato nel Rituale Romanum, come cap. III dell’allora Tit. XI, solamente
nella riforma del 1925. Questo capitolo fu distinto dai primi due (De exorcizandis obsessis a
damonio, cap. I; Ritus exorcizandi obsessos a daemonio, cap. II) e non fu interpretato come
esorcismo maggiore, anzi mantenne le proprie rubriche, conformi alle disposizioni di Leone XIII
concernenti il ministro.
Pare pregnante, pertanto, che solo le rubriche concernenti i capp. I-II siano state rese conformi
all’allora vigente can. 1151 – identificando infatti il ministro di suddette preghiere nella sola
persona del sacerdote-esorcista debitamente delegato –, a differenza del ministro dell’esorcismo
di Leone XIII.
Da quanto finora detto si può agilmente comprendere come il cosiddetto esorcismo di
Leone XIII non sia mai stato configurato né come esorcismo privato né come esorcismo
maggiore, ma al contrario come esorcismo pubblico semplice e come tale sempre riservato al
solo sacerdote. Questa impostazione è poi rimasta invariata anche nel vigente Rituale del 2004,
nel quale (Appendice I) le preghiere, che comprendono anche il testo dell’esorcismo di Leone
XIII, sono tuttora rigorosamente riservate al solo sacerdote.

4.6 Formula imperativa o deprecativa dell’esorcismo maggiore?


Nei praenotanda dell’Ordo de exorcismis troviamo questa prescrizione: «Non si usi la
formula imperativa senza farla precedere da quella invocativa. Si può invece usare la formula
invocativa senza quella imperativa» (n. 28). All’interno del Rito stesso troviamo la rubrica:
«Dopo ciò l’esorcista dice la formula invocativa dell’Esorcismo maggiore (n. 61). Se lo ritiene
opportuno, aggiunga anche la formula imperativa (n. 62)» (n. 60).
La preferenza della formula deprecativa rispetto a quella imperativa potrebbe destare una
certa meraviglia, dal momento che la teologia classica ha sempre insegnato che la natura
dell’esorcismo è quella di esprimersi nella formula imperativa ed in tal senso, nel Rituale del
1614, non troviamo l’impostazione del Rituale del 2004.
Il cambiamento di prospettiva pare mutuato dalla teologia del Concilio Vaticano II, che,
attingendo dalla teologia della Mediator Dei cambia il modo d’intendere i sacramentali e la loro
azione, sottolineando maggiormente la mediazione e l’impetrazione della Chiesa. In tal senso
paiono pregnanti le parole di Sacrosanctum Concilium n. 60:
«La santa madre Chiesa ha inoltre istituito i sacramentali. Questi sono segni sacri per mezzo dei quali,
ad imitazione dei sacramenti, sono significati, e vengono ottenuti per intercessione della Chiesa effetti
soprattutto spirituali. Per mezzo di essi gli uomini vengono disposti a ricevere l'effetto principale dei
sacramenti e vengono santificate le varie circostanze della vita».
Pare di poter dire, pertanto, che il nuovo Rituale, col sancire la preferenza della formula
deprecativa, voglia sottolineare maggiormente la dimensione della mediazione ecclesiale. In tal
senso il Rituale del 2004 sembrerebbe affermare che l’esorcista non dev’essere inteso come il
rappresentante di uno schieramento che si contrappone direttamente al candidato dello
schieramento avversario, ma, se il combattimento diretto avviene (formula imperativa),
dev’essere evidenziata sempre e in ogni caso la presenza e l’azione di tutta la Chiesa in quel
medesimo scontro. È vero che l’esorcista agisce nomine Christi, ma in quanto agisce nomine
Ecclesiae.
Se si vogliono poi considerare fino in fondo quali possano essere le conseguenze della
teologia conciliare applicata agli esorcismi, risplenderà la constatazione che l’efficacia del
sacramentale-esorcismo ha anche lo scopo di portare il fedele a essere disposto – come evidenzia
il Concilio – «a ricevere l’effetto principale dei sacramenti», che, riattivando la vita cristiana, lo
pone sempre di più in stretta comunione con Dio, allontanando, di contro, la presenza maligna.
In tal senso la vita cristiana rinnovata diviene antidoto più che mai efficace contro l’azione
nefasta e avvelenatrice del maligno. Sotto questa prospettiva la visione stessa di esorcismo riceve
una inquadratura più omogenea, essendo così sottolineato il suo stretto legame con la vita
sacramentale. Sebbene i praenotanda e il tenore delle formule esorcistiche del nuovo Rito non
sottolineino in maniera esplicita tutti questi aspetti, è innegabile che implicitamente essi siano
richiamati alla luce della teologia di Sacrosanctum Concilium n. 60.

4.7 È lecito da parte dell’esorcista fare uso di carismatici


per l’esercizio del proprio ministero?
La risposta è oltremodo chiara e lapidaria: non è possibile ammettere l’ausilio di carismatici
né per operare discernimento circa la presenza o meno di possessione demoniaca e nemmeno
come consiglieri dell’esorcista.
Salvo miglior giudizio, non risultano pubblicati documenti magisteriali e giuridici redatti
all’uopo per l’argomento che ci concerne. Si possono tuttavia rinvenire i principi generali in due
recenti documenti, emanati entrambi dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: Lettera
Iuvenescit Ecclesia ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla relazione tra doni gerarchici e
carismatici per la vita e la missione della Chiesa (15 maggio 2016); Normae de modo
procedendi in diiudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus (30 maggio 2012).
La ratio che propongo è di tipo prudenziale. Innanzitutto, l’esorcista è il responsabile del
discernimento circa la presunta possessione demoniaca, in quanto titolare dell’ufficio per
mandato del vescovo diocesano. Ciò è chiaro sia dalla titolarità del munus, come evidenziato, e
da esplicita affermazione del diritto liturgico. In questo difficile compito, infatti, l’esorcista potrà
farsi assistere da esperti nelle scienze umane e teologiche, ma non potrà demandare a loro la
decisione. I carismatici non sono menzionati. I praenotanda CEI in questo caso paiono
oltremodo chiari:
«Nel discernimento [il sacerdote esorcista] si servirà innanzitutto di criteri tradizionalmente seguiti per
individuare i casi di possessione diabolica (cfr. Premesse generali, n. 16) e potrà avvalersi del
confronto con sacerdoti esorcisti di consolidata esperienza e, in alcuni casi, della consulenza di
persone esperte di medicina e psichiatria» (n. 12).
Le stesse cautele sono presenti anche nei praenotanda dell’editio typica latina, in vigore per
tutta la Chiesa:
«Della necessità di ricorrere al Rito dell’esorcismo l’esorcista deciderà con prudenza dopo attento
esame, salvo sempre il segreto della Confessione, e dopo aver consultato, per quanto è possibile,
persone esperte in questioni di vita spirituale e, se necessario, persone esperte in medicina e
psichiatria, competenti anche nelle realtà spirituali» (n. 17).
Si dubita inoltre che la presenza di un carismatico possa risultare determinante e
decisamente utile. In effetti il suo impiego è per sua natura aperto a molteplici variabili
indipendenti, che non possono essere sottoposte per natura propria a una verifica rigorosamente
oggettiva. Se in parte l’impasse evidenziata può essere superata mediante l’approvazione del
carismatico da parte dell’autorità ecclesiastica – l’unica sola autorità competente circa
l’approvazione – rimarrebbe sempre il dubbio – come ratio pregiudizievole – di sapere se e
quando il carismatico si esprime hic et nunc in nome proprio o perché “ispirato”. Questa seconda
fase esporrebbe l’esorcista a un lungo e preciso iter di discernimento – la cui approvazione
ultima andrebbe sempre sottoposta al vaglio dell’autorità competente – che, per la rigorosità del
procedere, pare complesso e non così facilmente raggiungibile e fruibile nell’immediato. Qualora
poi fosse riconosciuta autentica l’“ispirazione” del carismatico, parrebbe sempre presente il
dilemma circa l’obbedienza: poiché non si tratta di una verità di fede, non è richiesta un’adesione
stretta, ma, secondo la dottrina comune, un’adesione prudenziale; inoltre poiché a fronte di
qualsiasi discernimento non si ha mai la certezza assoluta circa la verità di quanto proposto, ma
una certezza morale o forte probabilità, si è sempre esposti alla possibilità o probabilità del
contrario.
Adduco infine una ragione di tipo prudenziale-pastorale: non di rado potrebbe riscontrarsi
il caso che l’esorcista viva – inconsciamente – una sorta di dipendenza psicologico-spirituale dal
carismatico. In questa situazione sarebbe quasi impossibile un oggettivo e imparziale distacco
nel discernere.
D’altro canto, l’autorità competente ha il dovere di vigilare che non si instaurino abusi in tale
ambito, mentre da parte dell’esorcista e del carismatico è richiesta, per sua natura, trasparenza
totale e fiducia filiale in obbediente ossequio.
Per fugare qualsiasi dubbio, affinché il padre della menzogna e del dubbio non insinui strani
pensieri circa il retto discernimento, pare importante rifarsi ai criteri di discernimenti offerti da S.
Ignazio di Loyola, maestro indiscussamente riconosciuto del discernimento, quando dettò le
regole per sentire con la Chiesa:
«[365] La tredicesima. Per essere sicuri di non sbagliare dobbiamo sempre regolarci in questo modo:
quello che io vedo bianco, creda che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce; certi che tra
Cristo nostro Signore, sposo, e la Chiesa, sua sposa vi è lo stesso spirito che ci governa e regge per la
salvezza delle nostre anime. Infatti, dal medesimo Spirito e Signore nostro, che diede i dieci
comandamenti, è retta e governata nostra santa madre Chiesa» (Esercizi spirituali)
In estrema sintesi si potrebbe dire che, se è unica la voce dello Spirito, unica deve essere
la sua voce in colui che è ispirato e in colui che discerne. In tal senso non si può dare
contrapposizione. Ciò potrebbe essere accadere in determinati momenti, come la storia della
Chiesa insegna, ma se la voce dello Spirito è autentica, allora la Chiesa riconoscerà sempre la sua
voce e quindi il carisma. D’altro canto, anche la lentezza circa il riconoscimento – oltre che per
ragioni di prudenza – diviene criterio di discernimento per il vaglio della radicale umiltà e
autentica carità del presunto carismatico.
5 A mo’ di conclusione
Come abbiamo visto, il diritto canonico recepisce le istanze della teologia circa
l’ecclesiologia e la sacramentaria e le traduce in indicazioni disciplinari. Due sembrano al
riguardo le istanze che debbono guidare l’agire del sacerdote esorcista: la dimensione
ecclesiologica e la natura di sacramentale del rito dell’esorcismo maggiore.
Con la prima dimensione l’esorcista si ricorda di non essere solo ed il solo ad operare
nell’agone della lotta contro il maligno, ma è espressione della sollecitudine della Chiesa, sempre
presente nell’azione liturgica col sorreggere, guidare e proteggere il ministero dell’esorcista.
Dall’altra l’esorcista è inserito in una dimensione obbedienziale, intrinseca al suo ufficio
ecclesiastico, che si esprime anche nel seguire le indicazioni rituali che richiedono loro natura
scrupolosa e inderogabile osservanza.
Queste dimensioni liturgico-ecclesiologiche sono comprese nella natura relativa del
sacramentale esorcismo, dal punto di vista teologico, ai sacramenti stessi. Infatti, è già stato
sottolineato che gli esorcismi agiscono ex opere operantis:
«La loro efficacia dipende dall’intercessione che sale dalla Chiesa e dalla disposizione d’animo di
colui che li compie e dei loro destinatari (ex opere operantium). Pur non donando, come invece i
sacramenti, una qualche grazia santificante, essi rinsaldano comunque la nostra unione con Cristo.
Non sono indispensabili e pur tuttavia possono favorire grandemente la nostra salvezza».
Si può d’altro canto dire che i sacramentali svolgano, per loro natura, una triplice
funzione: preparatoria, accompagnatoria e di perfezionamento.
Con la prima dimensione
«potremmo dire che i sacramentali rappresentano una specie di “atrio dove si preparano le persone e le
cose che verranno interessate dall’avvenimento vero e proprio. Essi servono ad esprimere il rispetto
che noi dobbiamo per il sacramento e al tempo stesso stimolano una miglior consapevolezza della sua
importanza”. Hanno lo scopo di favorire quell’atteggiamento interiore che il fedele deve assumere di
fronte al sacramento che si sta per celebrare».
Accanto alla dimensione preparatoria sta la funzione accompagnatoria presente nelle
«benedizioni, riti e azioni simboliche che spiegano e rendono più intensa l’esperienza che noi
facciamo dei sacramenti. Essi si rivolgono all’uomo nei suoi diversi piani, interessandone il
corpo ma anche l’anima, e coinvolgendolo intensamente nell’azione sacramentale».
Con l’ultima dimensione, quella di perfezionamento, s’intende sottolineare la funzione di
«irraggiare il significato che i sacramenti stessi racchiudono».
Se trasliamo questi tre elementi (funzione preparatoria, accompagnatoria e di
perfezionamento) al rito degli esorcismi, sembra che esso possa ricevere luce nuova e più
approfondita.
Poiché l’efficacia dei sacramentali avviene ex opere operantis e sono questi, per loro natura,
riferiti ai sacramenti stessi, va da sé che il coinvolgimento dell’esorcizzando diviene assai
fondamentale e imprescindibile. È la Chiesa tutta che prega per la liberazione dell’ossesso,
dentro la quale lo stesso esorcizzando è compreso.
Avviene quindi un’azione orante ad extra e ad intra dell’esorcizzando, il quale è per sua
natura intrinsecamente legato e coinvolto, la cui manifestazione più piena viene espressa dentro e
mediante il rito liturgico. Tuttavia, l’azione ad intra viene ulteriormente corroborata dall’azione
della grazia sacramentale già ricevuta mediante quei sacramenti non reiterabili che viene quasi
rievocata e, per così dire, anche riattualizzata dalla lotta spirituale di cui l’esorcismo è
epifenomeno temporale.
Se, infatti, la natura dei sacramenti è di donare la salvezza, durante il rito di esorcismo
l’esorcista rievoca sull’ossesso hic et nunc quella salvezza stessa di cui l’esorcizzando già fece
esperienza sacramentale, salvezza che, d’altro canto, anche lo stesso ossesso invoca nel proprio
cuore quando, orante, prega Dio di ricordarsi dei suoi doni di liberazione dal peccato e di
santificazione.
Ecco quindi che, durante l’esorcismo, si fa esperienza di Dio e di Chiesa nella dimensione di
memoria e di lotta spirituale. Sembra quindi che tenere presenti queste direttrici eviterà due
pericoli principali: da parte che l’esorcista si consideri il protagonista principale della lotta contro
il demonio; da parte dell’esorcizzando di considerare l’esorcismo come un rito avente effetto
magico, senza che sia richiesta una qualche partecipazione attiva.
In definitiva si vuole richiamare l’attenzione sul fatto che è la vita stessa cristiana, sostenuta
dai sacramenti, ad essere per sua natura esorcistica in sé. L’esorcismo dev’essere considerato
come un aiuto straordinario – ma necessario nei casi previsti – dato al cristiano in un particolare
momento della sua vita da parte della Chiesa che è madre premurosa e sollecita.