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FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE – ISTITUTO TEOLOGICO “REGINA APULIAE”

INTRODUZIONE AL
DIRITTO CANONICO
PROF. CHIARELLI DON BALDASSARRE | A.A. 2018-2019
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INTRODUZIONE

Nel linguaggio comune il termine diritto indica un complesso di norme dotate di un’autorità provenienti da un atto
normativo che la legittima. In latino il termine che definisce il diritto è IUS.

Il diritto ha a centro del suo interesse la persona umana intesa come fonte stessa della norma, infatti il vivere secondo
diritto appartiene al mondo degli uomini perché ogni uomo, ogni gruppo sociale e ogni popolo vivono il diritto nel diritto
in maniere consapevole o no. In virtù di ciò l’uomo è soggetto giuridico perché è tutelato dalla legge, ma soprattutto
perché è il centro, il vertice, la fonte e il fine del diritto, è dall’ uomo che scaturiscono diritti e doveri. (centralità del diritto
naturale)

GS 12 rileva che credenti e non credenti concordano nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito
all’uomo, come a suo centro e suo vortice, perciò il diritto stesso è strumentale, non deve essere mai il fine, mai il mezzo
per mirare al bene della persona e della comunità. Ciò fa scaturire quattro conseguenze riguardanti il diritto:

• Il diritto ha nella persona il suo fondamento primo: l’uomo è l’essere che si pone e va accolto come centro di
tutto ciò che esiste, egli è il valore assoluto, a realtà penultima (l’ultima è Dio), perciò è dall’uomo, dalla sua
inviolabile dignità che scaturisce la norma, pertanto l’uomo ha il primato ontologico e finalistico. Tutto ciò si
pone ad affermare che l’uomo non è soltanto un dato, una realtà già realizzata, ma è una vocazione, un essere
chiamato alla piena realizzazione, un progetto da portare a compimento. Nella Populorum Progressio 15 è detto
che nel progetto di Dio ogni uomo ogni uomo è chiamato allo sviluppo, a potersi pienamente realizzare come
uomo, questa vocazione a realizzarsi tiene l’uomo proteso verso il futuro e luogo di questa vocazione è il
contesto storico, il vissuto quotidiano.

• Il diritto ha nella persona la fonte originaria dei suoi contenuti primordiali: se la persona è il fondamento del
diritto ne è anche la fonte originaria dei suoi contenuti primordiali, infatti nell’essere umano sono iscritti dei
diritti-doveri fondamentali. La Pacem in terris 5 dice che ogni essere umano è persona e quindi contiene diritto
e doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura, quindi sono diritti-
doveri universali, inalienabili e inviolabili. Pertanto questi diritti-doveri sono intrinsecamente obbligatori e
richiedono perciò una pronta accoglienza e un effettivo rispetto e un fedele adempimento. Ciò significa che la
norma non è un consiglio ma richiede osservanza e obbligo: è imperativante. Noi crediamo che questa norma
fondamentale sia stata iscritta nella coscienza dell’uomo da Dio.

• Il diritto ha nella persona la giustificazione ultima della sua obbligatorietà: la persona umana, ponendosi come
fondamento primo e fonte originaria del diritto ne diventa anche la giustificazione della sua obbligatorietà.
Infatti essendo imperativante tutto ciò che descrive il diritto diventa obbligatorio, impossibile da trasgredire in
quanto esso è realizzativo della persona. Si può dire che tramite il diritto la vocazione umana viene portata a
compimento.

• Il diritto ha nella persona il fine ultimo della sua esistenza: il fine del diritto è l’attuazione del bene comune,
dove si compie la crescita integrale dell’uomo in tutte le sue facoltà. Il finalismo giuridico si inscrive nel finalismo
della persona umana, essendo questa il termine ultimo di tutto ciò che esiste. Il diritto quindi deve mettersi al
servizio dell’uomo, al servizio del suo sviluppo integrale, deve mirare, come dice la Populorum Progressio allo
sviluppo e alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Il diritto non può dimenticare che non è un fine ma
un mezzo per la realizzazione dell’uomo, pertanto la Salus Animarum è il suo obbiettivo come è obbiettivo di
tutta la chiesa.

Per tutto ciò che è stato detto finora il diritto non è pensabile disancorato dalla struttura costitutivo-esistenziale
dell’uomo, pertanto il diritto si fonda sulla persona. Proprio per questo è importante la scelta di un’antropologia di
riferimento, ora per il credente la persona umana è creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, di conseguenza la
persona non può trovare giustificazione in se stessa, ma in Dio, principio e fine della stessa persona. Questo dato di fede
si pone in antitesi con tutti gli umanesimi assoluti, poiché non accetta l’autonomia assoluta dell’uomo, in quanto l’uomo
deve cercare il suo centro fuori da se stesso, ossia in Dio che si è rivelato pienamente in Cristo, che è l’unico che possa
rivelare all’uomo chi è l’uomo perché in Gesù trova vera luce il mistero dell’uomo, la piena realizzazione dell’uomo (GS,
12 e 22).

Si è ampiamente detto che l’uomo è il centro del diritto, in virtù di ciò la persona ha la priorità sulla società e sullo Stato,
pertanto, come è espresso in GS 29, società e Stato devono mutare i loro diritti e doveri e le loro finalità in base alla
persona e alle sue esigenze. Infine il diritto, fondato su verità e giustizia, è luogo di promozione umana poiché in esso
trova la sua realizzazione, ma esso intercetta il suo superamento nella carità in Cristo Gesù, quindi il modo di vivere

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secondo diritto è trasceso dal modo di vivere secondo carità, essa oltrepassa e trasfigura la legge anche se non ci può
essere carità se non c’è rispetto per la norma.

FONDAZIONE FILOSOFICA

• Diritto naturale: interessa tutti gli uomini in quanto proviene dalla natura stessa dell’uomo (diritto messo in
discussione dalla fine del 1800 da alcuni correnti di pensiero). Esso è il diritto di ogni uomo di essere uomo e di
essere questo specifico uomo e diritto al proprio esse, alla propria essenza.
• Diritto divino rivelato: le istituzioni fondamentali della Chiesa non sono determinate dall’arbitrio dell’uomo,
ma dalla volontà del suo Fondatore, espressa nella Scrittura (sia nell’AT che nel NT) e nella tradizione viva della
Chiesa, che si fonda sulla tradizione apostolica. Si cerca di dimostrare come tra il d. naturale e il d. rivelato non
c’è alcuna contraddizione ma integrazione. Questi due diritti sono diritti immutabili (non cambiano nel tempo).
• Diritto Positivo: insieme delle norme positive che storicamente regolano i rapporti intersoggettivi dei fedeli,
che sorgono sia dal diritto divino naturale, soggettivo e istituzionale. La mutabilità di tali norme positive varia a
seconda del loro rapporto più o meno immediato al diritto divino naturale, che di per sé è immutabile (anche
se viene conosciuto storicamente dall’uomo) e al diritto divino rivelato, anche di per sé immutabile e
progressivamente più profondamente conosciuto e più chiaramente espresso nella Chiesa. È mutabile in base
alle esigenze e alle situazioni alle quali il Legislatore è chiamato a rispondere.

FONDAZIONE TEOLOGICA

Come mai esiste il diritto all’interno della comunità ecclesiale? Prima del Concilio c’era stato un atteggiamento quasi
ostile nei confronti del diritto, un atteggiamento che si è accresciuto durante i lavori conciliari in quanto si cercava di
comprendere come fosse possibile conciliare la chiesa carismatica (come la voleva il concilio) con la chiesa istituzionale
provocata dal diritto. I padri conciliari sono riusciti a far conciliare il carisma e l’istituzione: la chiesa è di per se una realtà
carismatica e per essere più fruttuosa possibile necessita di norme che regolarizzino l’istituzione, senza di esse l’istituzione
chiesa sarebbe come un fiume in piena che se non ha i margini straripa e fa danni.

Il concilio presenterà la chiesa come Popolo di Dio e come Sacramento. In essi troviamo dei forti riferimenti all’istituzione.
Un popolo senza regole sarebbe un popolo anarchico e la Chiesa non è una comunità anarchica ma atipica (storica e
metastorica - il suo obiettivo è fuori dal tempo). Le regole sono strumenti a servizio dell’uomo e per il suo bene e proprio
per questo la legge non può essere rigida adattandola e non imponendola in base ai casi (per questo per noi non vale la
regola: la Legge è uguale per tutti). L'applicazione della norma, infatti, deve portare all’applicazione della giustizia e quindi
deve tendere al bene della persona. Qualora le leggi fosse rigidi in alcuni casi l’applicazione della norma così come è
diventa un peso e non tende alla giustizia (cf Can. 1752 - circa la rimozione dei parroci - in ogni causa è necessario tener
presente la salvezza delle anime, che deve sempre essere nella Chiesa la legge suprema). La salus animarum è legge
suprema della Chiesa! Nell’ordinamento secolare è ripetuto tradizionalmente un principio assonante: salus publica
suprema lex esto.

I testi legislativi:

• Codex iuris canonici: codice promulgato nel 1983;

• Codice delle chiese orientali: 1990;

• Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi: a questo Consiglio può aderire chiunque inviando
un quesito sulla questione concreta da dirimere.

Dizionari ed enciclopedie:

• Nuovo dizionario di diritto canonico: edito 1993 e analizza oltre 500 voci;

• Enciclopedia del diritto;

• Commentario esegetico di diritto canonico: (in spagnolo);

• Commentario — Chiappetta;

• Opera omnia di Pio Vito Pinto: I Comm. Al codice latino - II Comm. Al codice orientale - III Comm. Alla
costituzione che regola la vita della commissione vaticana;

• Il diritto nel mistero della Chiesa.

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Riviste:

• Gli Acta Apostolicae Sedis: atti ufficiali della Santa Sede con uscita trimestrale;

• Osservatore Romano;

• Apollinaris;

• Periodica de re canonica: rivista del diritto canonico della Pontificia facoltà Gregoriana;

• Ius eccelesiae: rivista internazionale di diritto canonico dell’università della Santa Croce - Opus Dei;

• Quaderni di diritto ecclesiale.

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LO SVILUPPO DEL DIRITTO NELLA STORIA DELLA CHIESA

Per comprendere lo sviluppo della Chiesa nelle sue istituzioni e nelle sue leggi non si può prescindere dalla Bibbia e da
una rapida descrizione sull’ambiente giudaico, nel quale si colloca l’incarnazione, la vita, l’opera e i discorsi di Gesù. Gli
ordinamenti del popolo di Israele si ricavano dell’AT e più precisamente dal Pentateuco: la concezione che prevaleva era
quella di un popolo separato dagli altri che doveva sforzarsi a essere santi come il Dio dei suoi padri. Nel popolo d’Israele
il diritto si concatenava strettamente con il culto e la morale, l’obbiettivo di tutto ciò era quello per preservare l’unità
della nazione e della legge.

Il Logos divino diventa tempo di questo contesto, ma Egli non riforma lo stato ebraico né abroga la legge, Egli realizza
tutta la legge, pertanto dovrà formare una nuova istituzione, che superi i confini ristretti della nazione ebraica, avendo
fini nuovi e mezzi nuovi, Gesù perfeziona la legge e la libera dal peso delle umane tradizioni. Nei primi secoli gli apostoli
e i loro successori scoprono e attuano questo progetto divino: gli elementi dell’AT vengono ripensati e vengono divisi
diritto, culto e morale, compresi ora alla luce della pienezza della Rivelazione, la Chiesa, nuova e definitiva alleanza dove
si realizzano le antiche promesse, assume una organizzazione concreta.

La legge della Chiesa nell’arco della storia è andata progressivamente evolvendosi nelle varie fasi storiche, nel diritto
attuale pertanto convergono varie fonti elaborate nell’arco della storia, cosi si sono formate norme che hanno composto
il patrimonio giuridico positivo della Chiesa.

HISTORIA FONTIUM

Quando parliamo di fonti storiche possiamo far riferimento alle fonti esterne, alle fonti formali e o alle fonti positive, le
quali sono costituite dalle norme che fin dai primi tempi hanno regolato/tutelato la struttura giuridica delle prime
comunità che potessero garantire una continuità lungo i secoli, collezionando così delle norme. Il periodo che segue all’età
apostolica occupa un posto fondamentale nella storia della costituzione ecclesiastica. Agli organi di governo della Chiesa,
succedono altri organi: a Pietro succede il vescovo di Roma, agli apostoli i vescovi. Le funzioni che oggi usiamo dire
legislativa, esecutiva e giudiziaria furono esercitate prima dagli apostoli, poi dai vescovi. Si può suddividere la storia della
Chiesa, per quanto riguarda il diritto, in:

I PRIMI MILLE ANNI D I COLLEZIONI PARZIAL I

Compiendo un percorso di tipo storico sulla formazione del diritto canonico possiamo dire senza dubbio che le fonti su
cui si basano le prime leggi della Chiesa nascente furono le Scritture, soprattutto l’insegnamento di Gesù contenuti nel
NT e l’insegnamento degli apostoli, in seguito nel periodo post-apostolico, la Chiesa si è dovuta riorganizzare, pertanto
agli apostoli sono succeduti i vescovi, che rappresentano gli apostoli e hanno in mano le funzioni legislative, esecutive e
giudiziali, pertanto la Chiesa prende una forma istituzionale. In questo periodo post-apostolico si sviluppano vari scritti,
non di natura giuridica che tendono a regolare la vita delle prime comunità cristiane, documenti importanti quindi sono:

• la Didaché, che ci trasmette notizie sulla presenza di diaconi e vescovi nella comunità,

• il Pastore di Erma e la teoria della Penitenza,

• le lettere di Ignazio, che parla della gerarchia della Chiesa,

• la lettera di Clemente Romano ai Corinzi, che presenta la descrizione dei poteri del vescovo di Roma,

• gli scritti apologetici, soprattutto Giustino che indica il modo per amministrare i sacramenti del Battesimo e
dell’Eucarestia.

Nel periodo immediatamente successivo emergono i primi documenti per regolamentare alcune questioni: la data della
Pasqua, le norme liturgiche, la questione dei lapsi (eretici) soprattutto quelle inerenti alla pratica sacramentale (per
esempio la ripetizione del Battesimo per gli eretici o la disputa sull’amministrazione del sacramento della Riconciliazione).
Tutto ciò è possibile in virtù della fitta rete di relazioni che si attuano tra i vescovi, che, incontrandosi in sinodi e concili,
si impegnano nella lotta alle eresie e nella condanna degli scismi. In questo quadro storico importante è la crescente
autocoscienza della Chiesa di Roma della sua autorità sulle altre chiese. Queste norme, formulate dai vescovi in loco e a
noi giunte in raccolte successive chiamate collezioni pseudo-apostoliche, non erano ancora formulate in canoni, ma si
imponevano per tradizione e consuetudine. Importanti sono gli scritti di Ippolito, ossia la traditio apostolica, che presenta

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una serie di norme per i vari ordini e ministeri e alcune prescrizioni degli uffici dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi e
dà norme per la penitenza e i matrimoni.
Con l’editto di Costantino del 313 nasce una nuova era del diritto canonico, perché messo per iscritto, infatti gli archivi
ecclesiastici e le cancellerie, soprattutto quella del patriarcato di Roma, iniziano a raccogliere norme emanate dai concili
particolari estesi poi anche altre chiese, norme dei concili ecumenici e le decretali, lettere dei papi che producono nuove
e restrizioni con l’obbiettivo di ribadire e difendere la tradizione romana. Nascono così delle collezioni, raccolte di
collezioni pseudo apostolica che contiene norme liturgiche e sacramentali oltre a orientamenti morali; queste collezioni
sono divise in orientali (la Colletio Trullana e la Synagogè) e occidentali (Concilia Galliae, Collectio hispana).
Ma tra queste nel VI secolo emerge la Collectio Dioyisiana (VI sec.) opera di Dionigi Esiguo, il quale lavorando negli archivi
papali ci diede tre collezioni di canoni conciliari orientali e una collezione di 38 decretali papali (documenti che vanno a
dirimere una questione - risposta ad una richiesta di chiarificazione che viene fatta direttamente al Papa). Nel 774 Carlo
Magno, mentre era Papa Adriano, volendo ricostruire il Sacro Romano Impero, chiede a Papa Adriano di fornirgli delle
norme/leggi che potessero essere emanate per l’intero impero e il Papa consegna la Collectio Dionisiana con delle
decretali aggiornate; e prende il nome di Collectio Dionsyo-Hadriana, dal nome del papa.
Nel IX secolo le collezioni antiche vengono aggiornate con le nuove diposizioni date dai papi e dai concili, pertanto
l’incidenza delle decretali divenne davvero importante l’occidente, si sviluppa in virtù di ciò il fenomeno delle false
decretali, ossia alcuni documenti venivano retrodatati e attribuiti a papi di antichità. Ciò avvenne soprattutto in ambito
franco per frenare l’eccessiva ingerenza dei principi laici che avanzavano sempre più pretese su alcuni beni ecclesiastici,
pertanto negli scriptorium giustificavano, attraverso questi falsi, il diritto della Chiesa di possedere questi beni. La
declaratio falsa più famosa è la Donatio Costantinii, dove era descritta la cessione di alcuni territori alla Chiesa che poi
andarono a formare lo Stato Pontificio. Questi falsi, composti tra l’847 e l’852 non furono mai messe in dubbio dai
contemporanei, ma si nutrì qualche sospetto su di esse a partire dal XII secolo, tanto che Tommaso e Graziano le ritengono
autentiche. In questo periodo, precedente a Graziano, si hanno anche delle collezioni di leggi che i vescovi stilano per le
proprie diocesi, come le collezioni di Anselmo da Lucca e di Ivo di Charme.
Nell’XI secolo la scienza canonista progredisce, ciò avviene soprattutto grazie alla rinascita del diritto romano come ius
comune a tutto l’Impero che si intendeva ricomporre, inoltre è affermata con forza la figura del papa, da lui provengono
le leggi, le dispense e i privilegi e gli stessi concili si fanno con la presenza del pontefice.

LA SINTESI MEDIEVALE : IL CORPUS IURIS CANONICI

Il Decretum Graziani (1140) non ufficiale: è una pietra miliare delle fonti del diritto, scritta dal Magister Graziano. L’opera
si presenta come uno spartiacque tra ciò che era stata il diritto fino ad allora (1000 anni di leggi e di studio della disciplina
della Chiesa) e punto di partenza per il rinnovamento della dottrina e della prassi giuridica. Giovanni Graziano, monaco
Camaldolese, compose la sua opera tra il 1120-1140, utilizzando le collezioni a lui vicine e anche i canoni più recenti e la
chiamò Concordia discordantium canonum (i commentatori del testo decisero di chiamarlo Decretum o Liber canonum
per i quasi 4000 canoni citati). L’opera di Graziano è un frutto di un lungo cammino: raccoglie testi della S. Scrittura,
canoni dei concili, decretali dei Papi, passi dei SS. Padri, ecc. Il suo intento era quello di scrivere un testo per gli alunni,
dunque sono delle lezioni organizzate secondo il modello dialettico (tesi, antitesi e sintesi). Il Magister prendeva in
considerazione una tematica e si compivano delle ricerche su di esse. In questo materiale c’era quello a favore e quello
in contrasto con quella tesi e il Magister, a partire da questi, ne tirava le conclusioni, formulando i cosiddetti dictae.
Questo testo, dunque, non nasce come testo canonico, fatto sta che il testo trovò accoglienza in tutte le università
d’Europa tanto da diventare il testo base sul quale studiare nelle università e nessuno osò mettere in discussione le
conclusioni di Graziano. Il testo ebbe così successo che i maestri universitari iniziarono a commentare il testo di Graziano
e furono definiti Decretisti.

Le Decretali: ordinanze e costituzioni dei Papi, aventi una portata generale, sia per la Chiesa intera, sia, per lo meno, per
una parte notevole di essa. Cioè per una o parecchie provincie ecclesiastiche. Con l’opera di Gregorio IX (1234) il nome
passò ad indicare una raccolta ufficiale e ben definita. Nel caso di Gregorio IX, fu un evento importante in quanto per la
prima volta, il papa assume la funzione di Supremo legislatore, ovvero di legiferare non solo per un patriarcato ma per la
Chiesa universale.

• Decretali anteriori a Gregorio IX

• Decretales Gregorii IX 1234 (Decretali di Gregorio IX) ufficiale: appena salito sul torno pontificio, al
quale era stato eletto nella tarda età di ottanta anni, Gregorio IX pensò di compilare una nuova
collezione. Ne dette incarico al suo cappellano e penitenziere, il domenicano Raimondo di Pefiafort,
in quanto il materiale giuridico precedente disperso in vari volumi, sembrava indurre confusione, così
per provvedere all’utilità di tutti e specialmente degli studiosi, volle che fosse radunato in un unico
volume. Raimondo raccoglie il materiale già esistente: le nuove decretali dei papi, i canoni conciliari e
anche cinque collezioni già esistenti, chiamate quinque compilationes antiquae, aggiunse le nuove
decisioni date dal papa e alterò i testi precedenti. Da Spoleto il Papa inviò questa raccolta di Decretali

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alle Università di tutta Europa. Con la bolla Rex pacificus (5 settembre 1234) promulgava la nuova
raccolta di decretali come collezione ufficiale, autentica ed esclusiva, nel senso che i testi che essa
conteneva, avevano per volontà del Papa, forza di legge, e che tutti i testi ivi non contenuti perdevano
ogni valore legale.

Il Liber sextus di Bonifacio VIII (1380) ufficiale. Bonifacio, avendo constatata l'incertezza che regnava intorno all’opera
legislativa dei Papi posteriore al 1234 (Gregorio IX), pensò di pubblicare una nuova raccolta che dispensasse dalle
collezioni pubblicate dopo le Decretali di Gregorio IX. L’opera nuova ricevette il nome di Liber sextus perché veniva ad
aggiungersi ai cinque libri di Gregorio IX.

Le Clementinae di Clemente V (1317) ufficiale. Clemente V ritenne utile continuare l’opera del suo predecessore. Fece
riunire in 5 libri le sue decretali e le decisioni del Concilio di Vienna (1311). La collezione non apparve, tuttavia, se non
dopo la sua morte, per cura di Giovanni XXII, il suo successore. Questa collezione è autentica ma non esclusiva (non
esclude quelle non incluse)!

Extravagantes di Giovanni XXII (1325), non ufficiale;

Raccolta di Extravagantes communes (XV sec.) non ufficiale, compost da decretali pontifici.

Tutti questi libri saranno messi insieme da Gregorio XIII, con la costituzione Cum pro munere, nel 1580 all’interno del
Corpus Iuris Canonici (valido fino al 1917). All’interno di questo Corpus abbiamo raccolte ufficiali e raccolte non ufficiali,
ma una volta che vengono pubblicate nel Corpus da Gregorio XIII assumono tutte la caratteristica di raccolta autentica. Il
Corpus era format dalle raccolte che vanno dal 1140 (Decretali di Graziano) all’extravagantes comune del XV sec. e dunque
c’erano tra di loro norme superate o contradditorie. Esso era molto esteso e non aveva il istema dei canoni.

DA TRENTO AL CODICE DEL 1917

Nel concilio di Trento (1544-63), precedente alla pubblicazione del corpus (1580), furono tenute 25 sessioni generali con
l’obbiettivo di definire la dottrina cattolica, promuovere la riforma generale della Chiesa e ottenere pace e sicurezza tra i
principi cristiani. La preoccupazione principale del concilio fu la salus animarum ma il concilio si occupò anche di temi
dogmatici e di problemi di ordine disciplinare soprattutto riguardanti la riforma del clero. Per i vescovi si imposero la
residenza in diocesi e l’obbligo di visitarla periodicamente, per i religiosi si volle tornare con forza alla vita comunitaria,
mentre per il clero si provvide ad una idonea formazione, con l’istituzione dei seminari, e fu riaffermata la soggezione del
vescovo. Il papa poté esercitare controllo diretto sui vescovi tramite le congregazioni romane e anche attraverso i
visitatori apostolici, inoltre furono frequenti le visite ad limina.

Il periodo che va da Trento al 1917 dal punto di vista canonico non fu molto fruttuoso. Con il diritto creato dal concilio di
Trento si chiude il periodo delle raccolte ufficiali del diritto canonico. Ora le norme vengono emanate direttamente dal
sommo pontefice oppure attraverso i dicasteri romani. L’attività della Santa Sede non si svolge quindi soltanto attraverso
atti del papa ma anche attraverso ordini amministrativi della curia romana: la congregazione del concilio, quella di
propaganda fidei, la congregazione dei riti e la curia romana. Pertanto le norme emanate dal papa e da questi organi
romani vennero conservati nei registri o nei bollari. Non esiste cosi alcuna collezione ufficiale fino a papa Pio X, le
collezioni erano solo in forma privata. Il Vaticano I, convocato da Pio IX, approvò solo due costituzioni dogmatiche ma
nulla di carattere disciplinare, da evidenziare è l’accento messo sulla pienezza e sulla universalità del primato del papa e
sulla infallibilità del suo magistero.

Si sentiva però la necessità di un codice ufficiale, sull’esempio del Codice Napoleonico (detto anche Codice Civile è uno
dei più celebri codici civili del mondo, così chiamato perché voluto da Napoleone Bonaparte nel 1804. Esso servì da
modello e influenzò tutti i codici successivi ed esercitò una notevole influenza in numerosi paesi al mondo. È stato il primo
codice civile moderno, introducendo chiarezza e semplicità delle norme e soprattutto riducendo a unità il soggetto
giuridico), pertanto già nel Vaticano I si espresse da parte dei vescovi il desiderio di aggiornare il corpus compilando un
codice simile ai codici moderni civili. Il cardinal Gasparri affermava che con il passare dei secoli le norme della chiesa si
erano complicate e aggrovigliate tanto che i giuristi stessi spesso non sapevano se c’erano norme che regolavano alcuni
casi particolari. Era necessario un rinnovamento anche perché era in vigore ancora il decreto di Graziano del 1140 e inoltre
gli stati moderni, sulla base del codice napoleonico, si erano dati un ordinamento più snello. Ciò fu appoggiato da papa
Pio X che, appena eletto, incaricò Gasparri di rinnovare il codice della chiesa, pertanto con il documento arduum sane
munus istituì una commissione di cardinali e una di consultori per elaborare il nuovo codice; inoltre fu invitato a
collaborare tutto l’episcopato con una lettera del Segretario di Stato nel 1904, che invitava tutti i Metropoliti ad esprimere
entro quattro mesi il loro parere sul rinnovamento del Codice e alle correzioni da apportare.

Alla morte di Pio X (20 agosto 1914), i lavori, nonostante la prima guerra mondiale, non furono interrotti. Il suo successore
Benedetto XV, porta avanti il lavoro iniziato dal suo predecessore. Il 27 maggio 1917, il Codice fu promulgato con la

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costituzione Provvidentissima Mater Ecclesia e il mese dopo pubblicato negli Acta Apostolicae Sedis, il bollettino ufficiale
a cui la Santa Sede pubblica i suoi atti Esso entrò in vigore il 19 maggio 1918, salvo alcune disposizioni che venivano
applicate subito (questa vacatio legis fu voluta al fine di dare a tutti la possibilità di conoscere il testo e le sue leggi). Queso
codice viene chiamato Piano-Benedettino o Codice Pio-benedettino. Il neonato Codex Iuris Canonici era diviso in 5 libri
contenenti 2414 canoni con poche appendici e un indice analitico, esso era un corpo di leggi per la chiesa latina, un tutto
organico, universale ed esclusivo. Conteneva tutta la materia legislativa in modo nuovo, organico e sistematico, le norme
erano concise e chiare, sistemate con logica concatenazione. Pertanto risultò un lavoro lodevole e di indubbio valore
scientifico e giuridico, anche se un po’ troppo tecnico, poco pastorale di impostazione clericale, poco attento ai laici e con
nessun riferimento alla Scrittura e alla Tradizione. Il codice favorì una nuova fioritura della scienza canonistica, basti
pensare alla nascita dell’istituto Utroque nell’Apollinare.

DAL CONCILIO VATICANO II AI GIORNI NOSTRI

Il codice del 1917 in pochi anni si mostrò carente e si sentì la necessità di modificarlo e aggiornarlo, così il 25 gennaio
1959 Giovanni XXIII festa della conversione di San Paolo, nella Basilica di San Paolo fuori le mura espresse un triplice
desiderio: un sinodo per la diocesi di Roma; la revisione del codice; celebrare un concilio ecumenico.

Il lavoro della revision del codice, durato 17 anni, iniziò nel 1965 e terminò nel 1983 e servì a fornire un nuovo codice che
tenesse conto dell’ecclesiologia del Vaticano II.

Una volta iniziati i lavori conciliari, Giovanni XXIII, il 25 marzo 1963, costituì la Pontificia Commissio Cosici Juris Canonici
recognoscendo. Fu Paolo VI a dare vigore alla Commissione, dotandola di circa 70 consultori, presi per la maggior parte
dai segretari delle Commissioni conciliari, questo proprio per aver un lavoro affine ai lavori del Concilio. Egli diresse il
lavoro non solo verso un riordino e un aggiornamento delle leggi, ma anche volle adattare questo nuovo codice alla nuova
mentalità dei tempi e alle nuove esigenze che la Chiesa si trovava ad affrontare, perciò il sinodo dei vescovi del 1967
chiese di conservare l’ordine giuridico, coordinare meglio foro interno con foro esterno (il raggio d’azione della chiesa
con l’intimo delle comunità e del singolo), limitarsi alle norme strettamente necessarie (da 2414 canoni si passò a 1753),
usare la categoria dell’esortazione (diversamente dal codice del 1917 non era automatica la sanzione alla trasgressione
commessa), applicare il principio di sussidiarietà, dare al vescovo e alle single diocese più spazio per una legislazione
particolare, chiarire i diritti e i doveri fondamentali per i fedeli, riordinare il codice alla luce del Vaticano II e della sua
ecclesiologia.

Il lavoro ebbe questo procedimento:

• si organizzavano gruppi di studio per diversi argomenti,

• il lavoro prodotto veniva discusso dalla commissione incaricata,

• poi i nuovi canoni erano presentati al papa e inviati a tutti i vescovi,

• questi inviavano i propri commenti e da questi si procedeva a una rielaborazione dei codici.

Nella revisione del codice non mancarono inconvenienti: uno schema preliminare per una Lex Ecclesiae Fundamentalis
voluto (LEF) voluto da Papa Paolo VI e da molti consigliata, per delineare le istituzioni e le norme della Chiesa considerare
comuni sia al codice per il rito latino sia a quello per i riti orientali. Questo progetto creò da una parte tanto interesse,
dall’altra parte grandi contrasti, soprattutto dalla “scuola di Bologna” la quale si chiedeva il senso di questa legge
fondamentale, in quanto la legge fondamentale della chiesa era il Vangelo. Paolo VI nonostante questi contrasti ha
portato avanti questo progetto.

Giovanni Paolo II, portò avanti il progetto del suo predecessore ma questo ritardava la stesura del codice, il quale doveva
essere conforme alla “costituzione” che si voleva fare. Il papa, pensò bene di “abortire” il progetto, altrimenti si sarebbe
ritardata ulteriormente la promulgazione del codice. Però egli fece inglobare tutto il lavoro del progetto fondamentale
all’interno del codice, soprattutto nel I e II libro del codice.

Ed è così che i 14 gruppi di studio costituiti all’interno della Commissione, elaborano gli Schemata (completati nel 1977)
secondo i dieci principi guida elaborati dalla pontificia commissione. Si giunse alla Sessione plenaria dell’ottobre del 1991
ove fu approvato l’ultimo schema, che sottoposto ad una necessaria revisione, fu poi presentato al Romano Pontefice, il
22 aprile 1982.

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Lo Schema Novissumum fu poi riesaminato dal Papa, insieme ad alcuni esperti, e fu promulgato il 25 gennaio 1983, ben
ventiquattro anni dopo dall’annuncio della sua revisione. 1 Lo promulgò anticipato dalla costituzione apostolica Sacrae
Disciplinae Leges. Il nuovo codice del Concilio incarnava lo spirit del concilio infatti le idee fondamentali erano:

• la Chiesa è il popolo di Dio,

• l'autorità gerarchica è a servizio del popolo,

• le chiese particolari vengono rivalutate come chiese a tutti gli effetti,

• il vescovo nella sua diocesi è successore degli Apostoli e vicario di Cristo,

• i laici, mediante il Battesimo, partecipano dei tria munera (sacerdote, re e profeta) di Cristo.

Il nuovo Codice si presentava come il documento legislativo che ha immesso nella vita della Chiesa la volontà innovatrice
e l’insegnamento del Concilio Vaticano II, tanto da essere indicato, da molti, come il suo “penultimo documento” (l’ultimo
è stato il codice per le Chiese Orientali).

Contemporaneamente alla stesura del codice per la Chiesa latina, un’alttra commissione pontificia preparava una stesura
completa e aderente al concilio del Codice delle chiese orientali, questo viene promulgato attraverso la costituzione
apostolica Sacri Canones da Giovanni Paolo II nel 1990 dopo un'ampia consultazione di tutte le gerarchie cattoliche
orientali. Il codice per le chiese orientali intendeva di ribadire la dignità di queste chiese e ristabilire la loro antica
disciplina, infatti in questo codice si è voluto di ristabilire attualizzando ciò che era stato approvato nei concilio di Nicea e
quello in Trullo (volle dichiarare la superiorità dal Patriarca di Costantinopoli anche sul Pontefice romano, eliminò le
norme a favore del celibato dei preti, da sempre però contrarie alla prassi vigente in Oriente sin dai tempi apostolici; in
particolare il divieto per i chierici sposati di avere figli, sotto pena di sospensione e condannò alcune piccole differenze
liturgiche affermatesi recentemente nella chiesa latina come contrarie agli usi apostolici).

Per dissipare i dubbi, lacune e le incertezze nell'interpretazione dei canoni Giovanni Paolo II e istituì con il motu proprio
Recognitio Iuris Canonici una speciale commissione per l'interpretazione autentica del codice, pertanto, interpretando in
modo autentico le leggi universali della Chiesa, aiuta gli ordini esecutivi romani e diocesani nell’applicazione ai singoli casi
delle norme generali.

1
Cf. Communicationes, (1969), in EV/8P 36-44

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STRUTTURA DEL CODICE

Il codice si apre con la Sacrae disciplinae leges, quale costituzione con la quale è stato promulgato il codice. GPII nella
costituzione, dopo aver ricordato il processo di evoluzione della “revisione/riformulazione” del codice, si pone la
questione circa la natura stessa del Codice di Diritto Canonico: carattere pastorale o mantenere il carattere prettamente
giuridico (pene latae sententiae)? In linea con il Concilio, si optò per il carattere pastorale.

Il codice si compone di 1752 canoni (rispetto ai 2414 del codice del 1917) ed è composto di 7 libri.

Il primo libro, composto da 203 canoni, è quello delle norme generali. Con questo libro si entra in contatto con il
linguaggio giuridico e con i principi generali della legge della Chiesa.

Il secondo libro (cann. 204 - 746) riguarda il popolo di Dio. In questo libro troviamo tradotta in pillole il Concilio Vaticano
II e in particolar modo la Lumen Gentium. Inoltre, in questo libro è stato inserito tutto quel lavoro che si era compiuto per
la LEF. Questo secondo libro è diviso in tre parti:

− I parte: I fedeli cristiani. Si pone una particolare attenzione ai laici, accomunati dal battesimo, all’interno dei
quali, ci sono dei laici che sono chiamati a mettersi a servizio del popolo di Dio (il laico far fruttificare il suo
battesimo da laico, il presbitero da presbitero, il Papa da Papa...);

− II parte: La costituzione gerarchica della Chiesa;

− III parte: Gli istituti di vita consacrata e la società apostolica.

Il terzo libro (cann. 747 - 833) parla della funzione di insegnare della Chiesa: il munus docendi. Anche all’interno del
munus docendi vengono introdotti i laici: non solo i chierici ma anche i laici insegnano. Anche la concezione di chierico,
cambia: nel codice del 1917 si diventava chierici con la tonsura, nel codice del 1983 si diventa chierici con il diaconato.

Il quarto libro (cann. 834-1253): la funzione di santificare della Chiesa. Anche questo libro si divide in tre parti:

− I parte: I sacramenti;
− II parte: Gli altri atti del culto divino;
− III parte: I luoghi e i tempi sacri.

Il quinto libro: I beni temporali della Chiesa (cann. 1254-1310).

Il sesto libro: Le sanzioni nella Chiesa (1311-1399): parte dedicata al diritto penale. Si divide in due parti (questa parte,
dopo gli ultimi scandali della Chiesa, è stata revisionata in maniera restrittiva). Bisogna comunque tener presente che le
pene canoniche hanno valore ‘“medicinale- curativo” (ad es. la privazione di un ufficio) e non di tipo vendicativo. Tuttavia
si è optato per far accostare il diritto canonico al diritto civile (per reati gravi l’ordinario del luogo, ritenuta la validità della
denuncia, ha il dovere di informare le autorità civili).

− I parte: Delitti e pene in genere;

− II parte: Le pene per i singoli delitti.

Il settimo libro: I processi (cann. 1400-1752).

− I parte: I giudizi in generale;

− II parte: Il giudizio contenzioso (riguardano in gran parte la materia matrimoniale). La parte attrice presenta il
libello, la parte accusata viene informata del libello e gli viene concesso il diritto di difesa. Si apre il processo
che si conclude con una sentenza.

− III parte: Alcuni processi speciali;

− IV parte: II processo penale;

− V parte: Il modo di procedere nei ricorsi amministrativi e nella rimozione o nel trasferimento dei parroci.

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IL LIBRO I DEL CODICE: NORME GENERALI (CANN. 1 - 203)

PRESENTAZIONE

Il libro I del Codice di diritto canonico ha come titolo Norme Generali e contiene 203 canoni.

Dopo i 6 canoni introduttori, la materia viene distribuita in 11 titoli che trattano successivamente dei seguenti argomenti:

1. LE LEGGI ECCLESIASTICHE;

2. LA CONSUETUDINE (legge voluta dal popolo e promulgata dal Legislatore);

3. DECRETI GENERALI E ISTRUZIONI (i decreti coprono le lacune delle Leggi);

4. GLI ATTI AMMINISTRATIVI SINGOLARI (La legge ecclesiastica non è uguale per tutti, in quanto è pensata sulla
base del principio della Salus Animarum ed è per questo che quando una legge diventa gravosa per una
persona (o un gruppo di persone) il legislatore promulga un atto amministrativo ad personam);

5. GLI STATUTI E I REGOLAMENTI;

6. PONE

7. Questi primi S titoli formano le fonti del diritto positivo (formulato dal Legislatore) e come tale è mutabile
(cosa che non accade con gli altri due diritti).

8. LE PERSONE FISICHE E GIURIDICHE (differenza tra persona fisica e persona giuridica);


9. GLI ATTI GIURIDICI (differenza tra l’atto giuridico e un fatto giuridico (evento che si realizza
indipendentemente dalla volontà del soggetto che ha valenza e conseguenze di carattere giuridico - es.
nascita, morte, terremoto, ecc.);
10. LA POTESTÀ DI GOVERNO (il “Potere” episcopale dipende dall’ordine o da un mandato divino? II problema
non è stato del tutto risolto c’è chi afferma che il potere è legato all’ordine sacro, secondo altri solo alcuni
munus sono legati all’ordine sacro — SARIO CHIARELLI, Il ministero del vescovo, in Rivista di scienze religiose,
anno 24, II, 2010);
11. GLI UFFICI ECCLESIASTICI;
12. LA PRESCRIZIONE;
13. IL COMPUTO DEL TEMPO.

Questa successione non è casuale ma è pensata secondo una sua particolare importanza! Si passa dal generale al
particolare.

Il libro è una sorta di introduzione generale a tutto il Codice e a tutto il diritto della Chiesa latina. Vengono dettate le
norme che pongono la base per una sicura lettura, una retta interpretazione, e di conseguenza, una giusta applicazione
delle norme ivi contenute.

Si tratta di norme: cioè di disposizioni che hanno un valore giuridico vincolante; sono generali, perché si applicano e
ordinano tutto il diritto della Chiesa latina.

Il diritto canonico è una scienza antica quanto la Chiesa. Pur nella mutevolezza delle situazioni, ha acquisito certi principi
fondamentali e una propria tecnica che costituiscono la così detta tradizione canonica. Nella formazione di questa
tradizione hanno influito sensibilmente anche le diverse culture giuridiche con le quali il diritto canonico è venuto a
contatto.

Il libro I risente anche dell’influsso del Concilio Vaticano II. Non poteva essere diversamente, se si tiene conto che compito
della Commissione incaricata della revisione del Codice era quello di riformare le norme tenendo presenti, oltre la nuova
mentalità e le nuove necessità, tutti i Decreti e gli Atti del Concilio Vaticano II.

I CANONI PRELIMINARI (CANN. 1-6)

Il libro I del codice è introdotto da sei canoni detti preliminari. Non hanno una titolazione rubricale e definiscono,
sostanzialmente, l'estensione e il valore della legislazione del Codice.

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I DESTINATARI DEL CODICE: CAN. 1

I canoni di questo Codice riguardano la sola Chiesa latina. La Chiesa Cattolica Orientale ha un altro codice (in quanto sono
due realtà-tradizioni diverse). In precedenza il Corpus Juris Canonici era unico per tutti i cristiani.

IL CODICE E IL DIRITTO LITURGICO: CAN. 2

Il Codice il più delle volte non definisce i riti, che sono da osservarsi nel celebrare le azioni liturgiche; di conseguenza le
leggi liturgiche finora vigenti mantengono il loro vigore, a meno che qualcuna di esse non sia contraria ai canoni del Codice.
Il Codice di diritto canonico non è l’unica fonte che regola la vita della Chiesa, anche se è la più importante. Tra le norme
che non trovano la loro collocazione nel Codice vi sono quelle di carattere liturgico contenute per lo più nei libri liturgici
ma anche in altri documenti emanati dalle autorità competenti della Chiesa. Questo insieme di norme costituisce il diritto
liturgico. Il Codice, pur affermando di non voler inglobare il diritto liturgico, recepisce numerose leggi liturgiche,
definendole norme liturgiche. Le norme liturgiche vigenti prima della promulgazione del Codice, restano in vigore anche
dopo. Decadono solo se qualcuna di esse risulta contraria ai canoni del Codice.

CODICE E CONVENZIONI STIPULATE DALLA S. SEDE CON LE NAZIONI O CON ALTRE SOCIETÀ POLITICHE: CAN.
3

I canoni del Codice non abrogano le convenzioni stipulate dalla Sede Apostolica con le nazioni o con le altre società
politiche né ad esse derogano; le medesime perciò continuano ad essere in vigore come al presente, non opponendosi in
alcun modo le disposizioni contrarie di questo Codice. Anche le norme di carattere pattizio stipulate dalla S. Sede con le
nazioni o con altre società politiche non vengono toccate dal Codice. Esso prende in considerazione solo le convenzioni
stipulate della S. Sede o da uffici della Curia Romana. Restano escluse le convenzioni stipulate con le nazioni o con altre
società politiche, dalle Conferenze Episcopali o da singoli Vescovi.

Codice e situazioni giuridiche maturate anteriormente alla sua promulgazione: diritti acquisiti e privilegi: Can. 4 – I
diritti acquisiti, e parimenti i privilegi che, concessi dalla Sede Apostolica fino al presente alle persone sia fisiche sia
giuridiche, sono in uso e non revocati, permangono integri, a meno che non siano espressamente revocati dai canoni di
questo Codice. Con la promulgazione del nuovo Codice si è posto il problema di stabilire quali norme vadano applicate ai
rapporti creatisi sotto il vecchio Codice. Il Codice non annulla nessun effetto provocato dalla legislazione precedente, in
quanto, come recita il can. 9 “Le leggi riguardano le cose future, non le cose passate, a meno che non si disponga
nominatamente in esse delle cose passate”. Che cosa sono i diritti acquisiti? Si tratta di diritti soggettivi acquisiti in base
ad un preciso fatto giuridico.

Che cosa sono i privilegi? I privilegi sono particolari facoltà concesse dalla competente autorità a persone fisiche o
giuridiche, in modo che queste siano autorizzate a porre determinati atti che altrimenti non potrebbero porre. Lo scopo
di tali privilegi è il bene delle anime. Nel caso il privilegio è concesso alla persona giuridica, esso può usarlo ogni persona
che sia membro di tale persona giuridica.

CODICE E DIRITTO CONSUETUDINARIO: CAN. 5

− §1 Le consuetudini sia universali sia particolari vigenti al presente contro le disposizioni di questi canoni, che
sono riprovate dagli stessi canoni di questo Codice, sono soppresse del tutto, né siano lasciate rivivere in futuro;
anche le rimanenti si ritengano soppresse, a meno che non sia disposto espressamente altro dal Codice oppure
siano centenarie o immemorabili; queste appunto, se a giudizio dell'Ordinario non possono essere rimosse a
causa di circostanze di luoghi e di persone, possono essere tollerate.

− §2. Le consuetudini fuori del diritto finora vigenti, sia universali sia particolari, sono conservate.

Della consuetudine si parla in modo esplicito nei cann. 23-28. La consuetudine è un diritto oggettivo non scritto che trae
le sue origini dal modo di agire costante e protratto nel tempo di una comunità, da questa introdotto con la volontà di
vincolarsi ad esso in modo normativo, Per valere come norma giuridica la consuetudine deve avere, almeno in modo
generico, l'approvazione del legislatore.

In rapporto alla legge vigente la consuetudine può essere:

• Secundum legem: in quanto costituisce un modo particolare di applicare e di interpretare la legge;

• Patrem legem: in quanto si colloca al di là della portata della legge, imponendo qualcosa di non prescritto dalla
legge stessa;

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• Contra legem: cioè è contro il dettato della legge stessa.

Rispetto alle due forme di consuetudine contra legem e patrem legem, il canone parla di riprovazione, di sospensione e
di tolleranza. Il principio generale è che le consuetudini riprovate sono soppresse, cioè viene loro tolta ogni forza
giuridica; quelle poi che pur essendo contrarie alla legge non sono riprovate, sono da ritenere soppresse; però nei loro
confronti è possibile la tolleranza, un atteggiamento che di fatto consente che tali consuetudini permangono finché la
prudenza lo richieda.

Le consuetudini patrem legem sono conservate. Non si tratta di un comando e neppure di una disposizione; il canone
afferma semplicemente che vadano conservate.

CODICE E LEGISLAZIONE ANTERIORE: CAN. 6

− §1 Entrando in vigore questo Codice, sono abrogati:

• il Codice di Diritto Canonico promulgato nell'anno 1917;

• anche le altre leggi, sia universali sia particolari, contrarie alle disposizioni di questo Codice, a meno
che non sia disposto espressamente altro circa quelle particolari;

• qualsiasi legge penale, sia universale sia particolare emanata dalla Sede Apostolica, a meno che non
sia ripresa in questo stesso Codice;

• così pure tutte le altre leggi disciplinari universali riguardanti materia, che viene ordinata
integralmente da questo Codice.

− §2. I canoni di questo Codice, nella misura in cui riportano il diritto antico, sono da valutarsi tenuto conto anche
della tradizione canonica.

Il canone affronta la problematica che si pone tra questo codice e tutta la legislazione anteriore al momento della sua
entrata in vigore (27 novembre 1983).

Il canone stabilisce innanzitutto che il Codice del 1917 è abrogato. Per le leggi non contenute nel Codice del 1917:

• Sono abrogate tutte le leggi contrarie alle disposizioni contenute nei canoni del nuovo Codice (a meno che non
sia disposto diversamente);
• Sono abrogate anche tutte le leggi penali (che comminano una sanzione penale per un ad delitto ecclesiastico),
emanate dalla Sede Apostolica, a meno che tali leggi non siano state recepite nel nuovo Codice;

• Viene abrogata una terza serie di leggi e cioè tutte le leggi disciplinari che riguardano la materia che viene
ordinata integralmente nei canoni del nuovo Codice.

LE FONTI DEL DIRITTO: I PRIMI 5 TITOLI

Sotto la dicitura le fonti del diritto collochiamo i primi cinque titoli del libro I del Codice (cann. 7-95). Trattano
Successivamente delle:

• Le Leggi Fcclesiastiche (cann. 7-22);

• La Consuetudine (cann. 23-28);

• Decreti Generali e Istruzioni (cann. 29-34);

• Gli Atti Amministrativi Singolari (cann. 35-93); Gli Statuti e i Regolamenti (cann. 94-95).

Parliamo di fonti del diritto giacché siamo di fronte ad un insieme di norme che regolano il sorgere del diritto in senso
oggettivo nella Chiesa, il suo modificarsi, il suo attuarsi e il suo estinguersi. Più precisamente si tratta delle fonti di
produzione del diritto (leggi, consuetudini, decreti generali e istruzioni, atti amministrativi singolari, statuti e
regolamenti), di quelle fonti cioè che concorrono alla formazione dell’ordinamento canonico. In particolare sono prese in
considerazione soprattutto le fonti formali di produzione del diritto, vale a dire i procedimenti che un determinato
contenuto normativo deve percorrere e il modo di essere che deve assumere per ottenere la caratteristica della

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giuridicità. Non vengono invece studiate le fonti materiali di produzione del diritto, vale a dire tutti quei fattori che
determinano il sorgere dei precetti giuridici.

All’interno di questi 5 titoli ci sono canoni che regolano l’attività legislativa (il Papa ha potere legislativo universale e i
Vescovi hanno potere legislativo per la chiesa diocesana ma il potere è il medesimo), altri che regolano l’attività
amministrativa. L'attività legislativa si esercita con la promulgazione di leggi e decreti ed è solo nelle mani del Vescovo
(neanche nelle mani dei vescovi ausiliari, dei vicari generali, degli amministratori). L'attività amministrativa può essere
esercitata anche dai delegati episcopali (vicari).

Questa molteplice attività è detta potestà di governo della Chiesa.

La potestà di governo si distingue in:

• potestà legislativa (è all’origine delle leggi e non può essere mai delegata),

• esecutiva (applica le leggi e può essere delegata ai vicari generali o episcopali),

• giudiziaria (accerta, attraverso il processo, le eventuali trasgressioni della legge e le punisce e viene delegata al
vicario giudiziale).

L’attività legislativa viene esercitata da:

• Il Romano Pontefice ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può
sempre esercitare liberamente (cf. can. 331);

• Il Collegio dei Vescovi in un Concilio (cum Petro e sub Petro - recognitio del Santo Padre);

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TITOLO I: LE LEGGI E CCLESIASTICHE

La chiesa ha proprie leggi, emanate dalla competente autorità per raggiungere i propri fini in modo efficace.

Se si considerano tali leggi dal punto di vista del contenuto è possibile distinguere, per quanto riguarda l’origine, due
grandi gruppi. Il primo gruppo riguarda le leggi che comprendono tutti quegli elementi giuridici che hanno Dio come
autore e costituiscono il diritto divino naturale (deducibile dalla stessa dignità dell’uomo) e il diritto divino positivo (che
deriva dalla rivelazione).

Il secondo gruppo di leggi scaturisce dal volere, espresso o tacito, delle autorità costituite nella Chiesa per il suo governo
e formano il ius humanum.

Nonostante questi due gruppi, bisogna sempre tener conto che la parola di Dio, scritta e trasmessa, è la norma suprema
e ultima della vita della Chiesa (DV10). Ogni norma, ogni legge, per essere legittima, deve far riferimento a quella parola
e ad essa deve uniformarsi.

Sia il Codice del 1917. Che quello del 1983 non offrono una definizione di legge. Si è sempre fatto riferimento alla
definizione di legge enunciata da S. Tommaso: la legge è un comando della ragione ordinato al bene comune, promulgata
da chi ha la cura della comunità. La legge è un comando col quale si impone alla comunità di fare o non fare alcunché ma
deve essere di per se razionale. Oltre alla caratteristica della razionalità, la legge deve avere quella della imperatività, in
quanto deve essere promulgata dall’ autorità competente, la quale, per il bene della comunità, intima ad essa una norma
come obbligante. Dal momento che la legge è promulgata ed istituita, significa che esiste e dunque il fedele è tenuto a
conoscerla e poi ad osservarla.

Gli elementi essenziali della legge sono:

• La generalità. La legge ha la funzione di regolare la vita di una comunità nei suoi rapport interpersonali.
Destinataria della legge è la comunità e i suoi membri sono tenuti ad attenersi. La comunità di cui si parla non
è una qualsiasi comunità, bensì quella capace di ricevere le leggi;

• L’astrattezza. La legge astrae dalle situazioni particolari e da un destinatario particolare, per cogliere esigenze
universali della comunità. Viene redatta per una fattispecie, ovvero una situazione tipica, prevista dalla legge;

• La certezza: tutti la devono conoscere ed è per questo che dalla promulgazione della legge, si stabilisce un
tempo, detto vacatio legis (di solito 3 mesi, 1 mese per le leggi particolari, per il codice è stato un anno);

• L’esteriorità: la legge regola i rapporti che nascono dal cuore ma che si svolgono nel mondo esterno. Inoltre la
legge dev'essere pubblicata.

Le leggi possono essere:

In ragione dei destinatari:

• universali (leggi emanate per tutta la Chiesa o categorie — es. tutte le suore o tutti i preti, 600...)

• particolari (che riguardano una parte territoriale della Chiesa oppure un gruppo di persone — es. il tale istituto).

In ragione dell’origine:

• Pontificie;

• Conciliari;

• Sinodali;

• Episcopali;

• Capitolari (capitoli generali di un istituto generale).

In ragione dell’effetto:

• Imperative: quando impongono di compiere un atto;

• Proibitive: quando proibiscono di compiere un atto;

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• Permissive: quando permettono atti indifferenti o anche eticamente non onesti al fine di evitare mali maggiori;

• Derogabili: quando determinano un atto, ma l’applicazione può essere evitata mediante accordo degli
interessati;

• Inderogabili: quando la loro applicazione è imposta dall'ordinamento prescindendo dalla volontà dei singoli;

• Irritanti: quando rendono irrito un atto, privandolo della sua validità;

• Inabilitanti: quando rendono la persona inabile a compiere un atto giuridico, privandolo della capacità di agire.

ISTITUZIONE DELLA LEGGE: CAN. 7

La Legge è istituita quando viene promulgata.

La promulgazione è l’atto mediante il quale il legislatore intima la legge a una comunità capace di riceverla, manifestando
così la sua volontà di imporre una norma come obbligante: è il momento in cui la legge come tale viene all’esistenza.

PROMULGAZIONE DELLA LEGGE: CAN. 8

La comunità per poter mettere in pratica la legge, ha bisogno di conoscerla e di prepararsi per poterla osservare. Per
questo motivo intercorre normalmente un lasso di tempo, chiamato vacatio legis, tra la promulgazione e l’entrata in
vigore. Con l’entrata in vigore, la legge inizia a produrre i suoi effetti per i fedeli che vi sono tenuti.

Le leggi ecclesiastiche universali (leggi per tutti i fedeli) vengono promulgate con la pubblicazione in “Acta Apostolicae
Sedis” o in caso speciale in altri modi, come per esempio, “l’Osservatore Romano”. Per esse è prevista una vacanza di
tre mesi a meno che il legislatore non stabilisca una vacatio legis minore o maggiore (cf. can. §1). Le leggi particolari (solo
per i membri di una determinata comunità capace di ricevere la legge) vengono promulgate nel modo stabilito dal
Legislatore: in Italia la CEI promulga ordinariamente con la pubblicazione nel “Notiziario della Conferenza Episcopale
Italiana”; nelle diocesi invece si utilizzano ad es. i bolletini diocesani ed hanno una vacanza di un mese dalla pubblicazione
(cf. can. 882).

CAN. 9

Le leggi riguardano le cose future, non le cose passate, a meno che non si disponga nominatamente in esse delle cose
passate.

Il canone 9 stabilisce il principio fondamentale della irretroattività delle leggi ecclesiastiche, poiché esse servono ad
ordinare la vita futura. Questo principio è garanzia di fondamentale tranquillità e sicurezza della convivenza e della
stabilità nei rapporti giuridici. Non si esclude, tuttavia che il Legislatore, in qualche caso, possa ravvisare l’opportunità di
estendere gli effetti della legge nuova al passato, ma lo deve fare nominatamente!

CAN. 10

Sono da ritenersi irritanti e inabilitanti solo quelle leggi, con le quali si stabilisce espressamente che l’atto è nullo o la
persona inabile.

Sono irritanti le leggi attraverso le quali si stabilisce che un determinato atto è nullo, qualora non venga posto in essere
secondo certe modalità e dunque privano l’atto giuridico del suo effetto (ad es. il can. 1108 §1 che afferma che il
matrimonio è valido soltanto se si contrae alla presenza dell’Ordinario del luogo o del parroco oppure del sacerdote o del
diacono delegato da uno di essi, tutti in qualità di assistenti, nonché alla presenza due testimoni). Inoltre l’atto può essere
nullo poiché manca di elementi costitutivi o per mancanza di forma. Le leggi inabilitanti sono quelle attraverso cui la
persona viene stabilita inabile per porre determinati atti giuridici (es. can. 656 per emettere la professione religiosa, si
deve avere almeno diciotto anni, bisogna aver fatto il noviziato, ecc...).

I destinatari delle leggi ecclesiastiche: Can. 11 - Alle leggi puramente ecclesiastiche sono tenuti i battezzati nella Chiesa
cattolica o in essa accolti, e che godono di sufficiente uso di ragione e, a meno che non sia disposto espressamente altro
dal diritto, hanno compiuto il settimo anno di età. Questo canone stabilisce i criteri in base ai quali vanno determinati i
destinatari delle leggi ecclesiastiche. Tali sono le leggi emanate dal Legislatore. Non sono in questione le leggi divine, sia
naturali che positive, le quali obbligano per sé stesse. In base a questo canone, la sudditanza alle leggi è determinata da
tre criteri che devono sussistere contemporaneamente (escluso uno soltanto, non si è sudditi delle leggi della Chiesa):

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• Ecclesiologico: sono tenuti all'osservanza delle leggi puramente ecclesiastiche “i battezzati nella Chiesa
Cattolica o in essa accolti”. Durante la revisione del Codice ci si chiese se dovessero essere soggetti a questo
tipo di leggi i battezzati che hanno abbandonato con atto formale la Chiesa Cattolica. La risposta fu affermativa
in ragione degli effetti che il battesimo nella Chiesa Cattolica produce nella vita dei fedeli in termini di oggettiva
appartenenza ecclesiale;
• Psicologico: l’uso della ragione. Tale criterio è richiesto pet poter conoscere e interiorizzare le leggi puramente
ecclesiastiche.
• Cronologico: sette anni compiuti. Questo è un principio generale che può avere le sue eccezioni. Vi sono leggi
che per la loro finalità esigono una maturità superiore a quella dei sette anni (ad es. Can. 1083 §1: per il
matrimonio 16 anni per l’uomo e 14 per la donna - Can. 1031 §1 23 per l’ordine sacro).

Un'ultima riflessione riguarda i catecumeni: non sono ancora incorporati alla chiesa, dunque non sono sudditi delle leggi
ecclesiastiche, tuttavia la Chiesa senti di avere nei loro confronti particolari doveri ed elargisce loro diverse prerogative
proprie dei cristiani.

TERRITORIALITÀ E PERSONALITÀ DELLE LEGGI: CANN. 12 - 13 (DIRITTO ROMANO).

− §1 Alle leggi universali sono tenuti dovunque tutti coloro per i quali sono state date.

− §2. Dalle leggi universali invece, che non sono in vigore in un determinato territorio, sono esenti tutti quelli
che si trovano attualmente in tale territorio.
− §3. Alle leggi fatte per un territorio peculiare sono sottoposti coloro per i quali sono state date e che in esso
hanno il domicilio o il quasi-domicilio e insieme attualmente vi dimorano, fermo restando il disposto del
can. 13.

Le leggi universali obbligano in tutta la chiesa tutti coloro per 1 quali sono state date. Appunto perché universali sono per
tutta la Chiesa. Ma non tutte le leggi universali sono per tutti i fedeli. Di fatto alcuni possono riguardare tutti i fedeli, altre
solo i laici, altre solo i sacerdoti o i religiosi. Per il fatto che riguardano un solo settore del “popolo di Dio” le leggi non
cessano di essere universali, né diventano per questo personali. Le leggi universali possono non essere in vigore in un
determinato territorio e dunque chi è in quel territorio ne è esente (ad es. se un sacerdote è tenuto alla liturgia delle ore
in forza del diritto universale, qualora si trovi in un territorio dove vige la dispensa dell’obbligo, anch’egli è dispensato da
tale legge.

Le leggi particolari territoriali sono quelle date per un determinato territorio. Ad esse si è assoggettati in forza del
domicilio (Can. 102 §1 - dimora) o del quasi-domicilio (Can. 102 §2 - almeno tre mesi).

CAN. 13

Nella Chiesa ci sono leggi che hanno valore personale (il celibato o l’obbligo del breviario, per un prete, vale ovunque! Cf.
Diritto Germanico)

− §1 Le leggi particolari non si presumono personali, ma territoriali, se non consta altrimenti.


− §2 I forestieri non sono obbligati:
1. alle leggi particolari del loro territorio fino a quando ne sono assenti, a meno che o la loro trasgressione
rechi danno nel proprio territorio, 0 le leggi siano personali;
2. e neppure alle leggi del territorio in cui si trovano, eccetto quelle che provvedono all'ordine pubblico (a
queste sono tenute tutti, anche gli stranieri, es. evitare lo scandalo), 0 determinano le formalità degli
atti, o riguardano gli immobili situati nel territorio.

− §3 I girovaghi sono obbligati alle leggi, sia universali sia particolari, che sono in vigore nel luogo in cui si trovano
(poiché non avendo né domicilio, né quasi domicilio, diventerebbero persone senza legge).

Questo canone offre ulteriori criteri per una retta applicazione dei suddetti principi. Si distingue il forestiero (Can. 100 -
colui che si trova fuori dal domicilio o del quasi domicilio) dal girovago (Can. 100 - colui che non ha in alcun luogo il
domicilio o quasi domicilio).

Leggi dubbie Can. 14 - Le leggi, anche irritanti o inabilitanti, nel dubbio di diritto non urgono; nel dubbio di fatto invece gli
Ordinari possono dispensare da esse, purché, se si tratta di dispensa riservata, venga solitamente concessa dall'autorità
cui è riservata.

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Caratteristica della legge è la certezza ma a volte la stessa formulazione della legge può essere meno accurata e
presentare degli aspetti oscuri, per cui la sua comprensione non risulta essere chiara e certa. La legge di fatto nei casi
concreti può essere dubbia. La fonte del dubbio può essere duplice: il fatto o la stessa norma.

• Il dubbio di fatto si ha quando, per essendo la legge chiarissima e certa, non si riconosce bene e in modo sicuro
la situazione concreta, per cui non si sa se rientra o meno nella norma.
• Il dubbio di diritto si ha invece quando esso verte sulla esistenza stessa della norma (per es. se è entrata o meno
in vigore, se sia stata emanata, se sia cessata o meno) o sulla sua estensione o portata o significato. Il dubbio
può riguardare la norma nella sua totalità oppure soltanto un aspetto di essa.

Il dubbio può essere positivo (quando si hanno motivi reali e oggettivi per dubitare) e probabile e dunque si distingue
dall’ignoranza o da un sospetto e titubanza.

Ignoranza ad errore: Can. 15

− §1 L'ignoranza o l'errore circa le leggi irritanti e inabilitanti non impediscono l'effetto delle medesime, a meno
che non sia stabilito espressamente altro.

− §2. L'ignoranza o l'errore circa la legge o la pena oppure su un fatto personale o intorno a un fatto notorio di
altri non si presumono; circa un fatto non notorio di altri si presumono, finché non si provi il contrario.
L’ignoranza e l’errore si differenziano dal dubbio. L'ignoranza infatti è semplice assenza di conoscenza della legge. L'errore
è invece un giudizio falso sulla legge.

Ogni cristiano ha il dovere di conoscere le leggi che regolano la sua vita cristiana e dunque a tale scopo dovrebbe porre il
necessario impegno. Un’ignoranza colpevole sarebbe una colpa morale.

Interpretazione della legge: Cann. 16 - 18.

Una delle prime esigenze che si manifestano nel sistema canonico è quello dell’interpretazione. Le regole fondamentali
dell’interpretazione delle leggi ecclesiastiche sono contenute nei cann. 16-18. Nella maggioranza dei casi non si pongono
particolari problemi interpretativi: le leggi sono chiare e certe e la loro applicazione non pone difficoltà. In altri invece tali
difficoltà possono sorgere. L’interpretazione può consistere in un solo atto o in un processo più complesso.

L’interpretazione può essere autentica (con forza di legge) o dottrinale (ad-es. fatta per motivi di studio). Se
l’interpretazione riguarda una legge in sé chiara ma che ha fatto sorgere dei dubbi, l’interpretazione è detta dichiarativa,
se invece riguarda una legge in sé dubbia, allora si dice costitutiva.

Can. 16:

− §1. Interpreta autenticamente le leggi il legislatore e colui al quale egli abbia concesso la potestà d'interpretarle
autenticamente.
− §2. L'interpretazione autentica presentata a modo di legge ha la medesima forza della legge stessa e deve essere
promulgata; e se soltanto dichiara le parole di per sé certe della legge, ha valore retroattivo; se restringe o
estende la legge oppure chiarisce quella dubbia, non è retroattiva. i
− §3. L'interpretazione invece a modo di sentenza giudiziale o di atto amministrativo in cosa peculiare, non ha
forza di legge e obbliga soltanto le persone e dispone delle cose per cui è stata data.

L’interpretazione autentica a modo di legge si impone con lo stesso valore di legge, perciò è soggetto all’/fer legislativo,
quindi alla promulgazione. Se questa è dichiarativa, non è sottoposta a vacatio legis ed è retroattiva.

L’interpretazione a modo di sentenza giudiziale o di atto amministrativo non ha forza di legge perché non è emanata.

Regole generali per la interpretazione delle leggi: Can. 17 - Le leggi ecclesiastiche sono da intendersi secondo il significato
proprio delle parole (vengono escluse metafore e sensi traslati) considerato nel testo (della legge) e nel contesto (leggi
della stessa materia); che se rimanessero dubbie e oscure, si deve ricorrere ai luoghi paralleli, se ce ne sono, al fine e alle
circostanze della legge e all'intendimento del legislatore (criteri sussidiari che entrano in funzione solo se nel primo caso
il senso non sia chiaro e sicuro).

Interpretazione stretta della legge: Can. 18 - Le leggi che stabiliscono una pena (in quanto si vuole limitare la sua portata
e di conseguenza minori sono le possibilità di incorrervi), o che restringono il libero esercizio dei diritti (ad es. impedimenti
del matrimonio), o che contengono un'eccezione alla legge, sono sottoposte a interpretazione stretta (es. la binazione o
trinazione della messa in caso di scarsità di sacerdoti, cf. Can 905).

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Le lacune della legge: Can. 19 - Se su una determinata materia manca una espressa disposizione di legge sia universale
sia particolare o una consuetudine, la causa, se non è.penale, è da dirimersi tenute presenti le leggi date per casi simili, i
principi generali del diritto applicati con equità canonica, la giurisprudenza e la prassi della Curia Romana, il modo di
sentire comune e costante dei giuristi.

Viene affrontata la questione della lacuna della legge. Il Legislatore, difficilmente riesce a disciplinare l’intera vita
ecclesiastica, per tanto può accadere che le leggi non riescono a risolvere determinate situazioni. Quando c’è una lacuna
di legge si può far riferimento o al Codice del 1917 oppure ai principi generali del diritto. Le leggi penali sono escluse da
questo canone, come le leggi irritanti e inabilitanti.

Abrogazione e deroga alla legge: Cann. 20 - 21

Can. 20 - La legge posteriore abroga la precedente o deroga alla medesima, se lo indica espressamente, o è direttamente
contraria a quella (se l'osservanza dell’una esclude al possibilità di osservanza dell’altra. Si tratta di incompatibilità e può
vertere o su tutta la legge — abrogazione — o su alcune parti - deroga), oppure riordina integralmente tutta quanta la
materia della legge precedente; la legge universale però non deroga affatto al diritto particolare o speciale, a meno che
non sia disposto espressamente altro dal diritto.

L’abrogazione si ha quando la legge viene semplicemente cancellata nel suo valore legale; la deroga invece si ha quando
la legge viene annullata soltanto parzialmente. Un tempo si parla anche di obrogazione, per intendere che alla legge
abrogata o derogata se ne sostituiva un’altra. L’abrogazione e la deroga può avvenire secondo i tre modi detti nel canone.

Can. 21 - Nel dubbio la revoca della legge preesistente non si presume, ma le leggi posteriori devono essere ricondotte alle
precedenti e con queste conciliate, per quanto è possibile.

Canonizzazione delle leggi civili: Can. 22 - Le leggi civili alle quali il diritto della Chiesa rimanda, vengano osservate nel
diritto canonico con i medesimi effetti, in quanto non siano contrarie al diritto divino e se il diritto canonico non dispone
altrimenti.

La Chiesa è autonoma nel proprio campo ed è libera di darsi una legislazione in tutti i settori della propria vita. Nella sua
autonomia i fedeli sono sia sotto la giurisprudenza della Chiesa che quella dello Stato. Non poche volte la Chiesa ha accolto
leggi civili che potevano essere utili per l'ordinamento giuridico della Chiesa. Questo processo viene chiamato
Canonizzazione delle leggi civili. Questa canonizzazione avviene soprattutto per la normativa riguardante i beni temporali
e le prescrizioni. In questi casi, la Chiesa non ha leggi proprie ma si rifà alle leggi dello Stato su tale materia. È chiaro come
il canone è anche un limite, in quanto tali leggi civili possono essere attuate qualora non siano contrarie al diritto divino
e se il diritto canonico non dispone altrimenti.

TITOLO II

LA CONSUETUDINE (CANN. 23 - 28)

In quasi tutte le legislazioni statutarie l’istituto della Consuetudine è andato in disuso. Con il Codice del 1983, questo
istituto ha ripreso vigore. Il motivo è di tipo ecclesiologico. Il Concilio, 0 si legge nel n. 12 della Lumen Gentium,
riconoscendo la presenza dello Spirito nei fedeli, ammettendo che la Chiesa è popolo di Dio, ha ridato valore a questo
istituto che nasce “dal basso” ovvero dal popolo.

La Consuetudine viene presentata come la seconda fonte del diritto. Il codice distingue due tipi di consuetudine: quelle
Contra Legem (Contraria alla legge positiva della chiesa) e quelle Praeter Legem (consuetudine su materia non
contemplata dalle leggi). Non fa menzione delle consuetudini Secundum legem. Queste infatti possono essere ricondotte
facilmente a quelle Praeter legem, se vogliono essere fonte'di diritto diverse dalla legge.

Il sorgere della consuetudine, mette in risalto alcune caratteristiche:

1. La comunità deve essere capace di riceve una legge;

2. La comunità deve avere la volontà di introdurre la consuetudine come norma obbligatoria, comportandosi in
un certo modo in modo continuo e costante (non è necessario che tutti vogliano assumere la norma come
obbligante, è sufficiente la maggior parte della comunità);
3. La comunità non è concepibile se non in riferimento ad una istituzione all’interno della Chiesa. Di qui la necessità
che il Legislatore dia la sua approvazione. Tale approvazione può essere data in forma specifica o in forma
generica (l’autorità detta delle condizioni perché la consuetudine possa avere forza di legge);
4. Perché un comportamento della comunità possa assurgere a norma, non deve essere contraria al canone;

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5. Come prestabilito dal can. 26, la consuetudine deve essere osservata per un tempo prestabilito (30 anni per le
norme secundum legem - 100/1000 anni per le norme contra legem);

6. Il Can. 27 - (La consuetudine è ottima interprete delle leggi). Una consuetudine fatta legge per intervento del
superiore va interpretata in base alla stessa consuetudine;
7. Il can. 28 - (Fermo restando il disposto del can. 5, la consuetudine, sia contro sia al di fuori della legge, è revocata
per mezzo di una consuetudine o di una legge contraria; ma, se non se ne fa espressa menzione, la legge non
revoca le consuetudini centenarie o immemorabili, né la legge universale revoca le consuetudini particolari)
affronta il problema della cessazione della consuetudine. .

TITOLO III

DECRETI GENERALI E I STRUZIONI (CANN. 29 - 34)

Il Can. 29 ci dice che cosa siano i decreti generali. Si tratta di “disposizioni comuni per una comunità capace di ricevere
una legge”. Tenendo presente, come si dirà nel can. 30 che può emanarli solo chi ha la potestà legislativa, ci si rende
facilmente conto che essi di fatto hanno tutte le caratteristiche delle leggi.

TITOLO IV

GLI ATTI AMMINISTRATIVI SINGOLARI (CANN. 35 - 93)

Siccome per la legge ecclesiastica, la legge non è uguale per tutti. Attraverso questi atti amministrativi singolari, il
Legislatore può sollevare alcuni da questa norma, quando essa diventa gravosa, e lo si fa attraverso questi atti.

Gli atti amministrativi comprendono i decreti e i precetti, i rescritti (risposta ad una richiesta), i privilegi e le dispense: un
vasto settore, dove si manifesta particolarmente l’aspetto pastorale dell’autorità ecclesiastica. È in tali interventi singolari
che la rigidità inevitabile della norma e la sua generalità ed astrattezza, vengono piegate, adattate e emesse al servizio
delle esigenze concrete dei gruppi o degli individui per il fine soprannaturale. Infatti la Chiesa non si cura soltanto del
bene comune in astratto, ma anche dei singoli e delle situazioni concrete.

CAPITOLO I

NORME COMUNI: CANN. 35-47

Questo capitolo tratta di atti emanati da colui che esercita potestà amministrativa, entro i limiti di sua competenza, per
procedere per fatti singoli e non più a livello universale. Questi atti devono rispettare la legge universale e per essi è
necessario la forma scritta per essere esternati e perché ne possa esistere una prova.

CAPITOLO II

I DECRETI E I PRECETTI SINGOLARI: CANN. 48-58

Due sono i tipi, a norma del can. 35, di atti amministrativi singolari: precetti e decreti da una parte; rescritti dall’altra. La
distinzione è fatta in base all’iniziativa. Se l’atto amministrativo non è stato richiesto, allora abbiamo i precetti e i decreti;
se invece c’è stata una richiesta, allora abbiamo un atto amministrativo che è risposta (in genere per iscritto), e quindi
rescritto.

Can. 48 - Per decreto singolare s'intende un atto amministrativo emesso dalla competente autorità esecutiva, mediante il
quale secondo le norme del diritto è data per un caso particolare una decisione o viene fatta una provvisione, le quali per
loro natura non suppongono una petizione fatta da qualcuno.

Il decreto è un atto amministrativo che intende provvedere ad un caso particolare. L’oggetto è piuttosto ampio: può
trattarsi di una decisione o di una provvisione. Si ha una decisione quando si pone fine ad una controversia. La provvisione
non è da intendersi soltanto in riferimento ad un ufficio ecclesiastico, ma anche per qualsiasi provvedimento che non sia
una decisione.

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Can. 49 - Il precetto singolare è un decreto mediante il quale s'impone direttamente e legittimamente a una persona o a
persone determinate qualcosa da fare o da omettere, specialmente per urgere l'osservanza di una legge.

Si tratta sempre di un atto amministrativo singolare. Ciò che cambia è l’oggetto: viene posto ad una persona o ad un
gruppo di persone determinate, perché si faccia o si ometta qualche cosa. Si tratta dunque di una imposizione, di un
ordine che viene dato.

CAPITOLO III

I RESCRITTI: CANN. 59-75

E nella categoria dell’atto amministrativo. Di specifico ha che suppone per sua natura una richiesta non necessariamente
di chi è destinatario. Quanto all’oggetto c’è da dire che il rescritto si limita al privilegio, alla dispensa e alla grazia.

Il rescritto è un atto amministrativo complesso, che comprende cioè più atti: la richiesta, la valutazione e la risposta,

CAPITOLO IV

I PRIVILEGI: CANN. 76-84

Il privilegio è un atto amministrativo particolare. Si tratta di una grazia concessa in favore di persone sia fisiche (cf. can.
96) che giuridiche (cf. can. 113 2), sia pubbliche che private (cf. can. 116). Tale grazia è concessa con un atto particolare.
Può essere concessa solo dal Legislatore, in quanto deroga la Legge. Il privilegio è un atto amministrativo ma si discosta
da essa in quanto è un atto della funzione legislativa. Esso nasce da esigenze oggettive di bene a cui il Legislatore deve
provvedere, nella linea della Ratio legis. Durante gli anni, ci sono stati abusi sul privilegio. Viene dato per motivi
soprannaturali e non per creare distinzioni. Vengono dati in particolar modo agli istituti religiosi per metterli in grado di
assolvere alla loro missione nella vita della Chiesa, in specie nel ministero della parola e del sacramento della
riconciliazione.

CAPITOLO V

LE DISPENSE: CANN. 85-93

La dispensa è uno strumento giuridico attraverso il quale l’ordinamento canonico mitiga il rigore della norma emanata
per la generalità, adattandola alle situazioni concrete, alle esigenze dei singoli casi, togliendole il valore obbligante. Come
atto amministrativo singolare, l’oggetto della dispensa è la stessa legge.

La dispensa, nel can. 85, viene descritta come “l’esonero dall’osservanza di una legge puramente ecclesiastica in un caso
particolare”. Non vengono dunque in discussione le leggi divine dalle quali non è possibile la dispensa.

TITOLO V

GLI STATUTI E I REGOLAMENTI (CANN. 94 - 95)

Can. 94 Nella Chiesa oltre alle persone fisiche, esistono anche le persone giuridiche (cf. can. 113 §2). Quest’ultime possono
essere un insieme di persone o un insieme di beni (cf. can. 115 §1). Le une e le altre, possono essere pubbliche (quando
agisce in nome della Chiesa - istituite dall’autorità della Chiesa) e private (agisce in nome privato - possono essere istituite
da un gruppo di privati - Cf. Can. 116 §1). Ogni persona giuridica deve avere un proprio statuto, approvato dall’autorità
ecclesiastica competente (cf. can. 117). Negli statuti vi sono alcuni elementi che necessariamente devono essere
contenuti: il fine, la costituzione, il governo e i modi di agire. Trattandosi infatti di persone giuridiche esse agiscono in
modo collegiale o attraverso i legittimi rappresentanti, organismi o persone fisiche. Questi statuti devono avere come
obiettivo le finalità: Catechetiche, di culto e caritativa. Se qualche associazione non persegue almeno uno di questi fine
non rientra nelle istituzioni ecclesiastiche. Nello statuto dev’essere indicata la destinazione d’uso dei beni in caso di
estinzione o chiusura dell’associazione privata (ai soci in maniera equa, parrocchia, istituti, vescovi, ecc.). Se lo statuto
non prevede nulla, i beni vanno distribuiti in maniera equa ai soci.

Il Can. 95 ci parla dei regolamenti. Essi sono regole o norme che riguardano al procedura nei convegni di persone, sia che
siano indetti dall’autorità ecclesiastica, sia che siano liberamente convocati dai fedeli, come pure in altre celebrazioni. La

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differenza dagli statuti è l’oggetto: negli statuti si parla di persone giuridiche, qui si parla dei convegni o delle celebrazioni
che le persone, giuridiche o meno, celebrano: come si articolano, il loro svolgimento, da chi sono condotte, ecc.

TITOLO VI: LE PERSONE FISICHE E LE PERSONE GIURIDIC HE

CAPITOLO I: LA CONDIZIONE CANONI CA DELLE PERSONE FIS ICHE (CANN. 96-112)

Non si tratta tanto di parlare delle persone fisiche nella Chiesa, ma della loro condizione canonica. Parliamo della Persona
soggetta alla norma canonica, ovvero di tutti quelli che vengono incorporati alla Chiesa di Cristo mediante il Battesimo.
Notiamo però che si parla di incorporazione alla Chiesa di Cristo. Essa subsistit in. “sussiste nella Chiesa Cattolica,
governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con Lui” (LG 8) ma riconosce che “al di fuori del suo
organismo si trovano parecchi elementi di santificazione” (ivi). Il battesimo dunque, anche se non ricevuto nella Chiesa
cattolica, incorpora alla Chiesa di Cristo (dobbiamo ricordare, infatti, che la chiesa di Cristo è molto più ampia della chiesa
cattolica). Il battesimo, infatti, è la porta attraverso cui si entra nella Chiesa. I diritti e i doveri dei Battezzati non sono
uguali per tutti: l’insteme dei diritti e dei doveri va visto tenendo presente la condizione di ciascuno all’interno della
Chiesa (ci sono responsabilità diverse all’interno della Chiesa: presbitero, laico, religioso - divergenza funzionale), anche
se il battesimo ci rende tutti uguali (uguaglianza sostanziale). Il battesimo di un presbitero, non è diverso o maggiore di
quello di un laico o di un religioso, dunque in virtù di questo battesimo, tutti devono assumersi i diritti e i doveri (funzione
sacerdotale, regale e profetica - Can. 204 §1) che derivano dal battesimo ma questi si diversificano in base alla condizione
che il popolo di Dio assume all’interno della Chiesa. Questa condizione non muta la condizione sociale, in quanto le diverse
condizioni vengono assunte per rendere un servizio.

Il canone pone un’altra precisazione di grande importanza: si è soggetti di diritti e di doveri solo se si è nella comunione
ecclesiastica e non si deve frapporre nessuna sanzione legittimamente inflitta.

Per la comunione ecclesiastica (cf. can 205). Sono nella piena comunione coloro che accettano la professione di fede, che
accettano la settenarietà dei sacramenti e accettare il governo ecclesiastico (primato di onore e di giurisdizione del
Romano Pontefice). Che cosa accade a chi non accetta questi tre elementi? Viene detta eresia, l’ostinata negazione, dopo
aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità di fede o il dubbio ostinato su di essa; apostasia, il ripudio totale della
fede cristiana; scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa (cf.
Can. 751).

Il concetto di piena comunione non va confusa con il concetto di scomunicato. La mancata comunione avviene nei tre
casi precedenti. La scomunica è una pena canonica che può essere inflitta solo ai battezzati, solo a quelli che
appartengono alla Chiesa Cattolica o in essa accolti (per questo Giovanni XXIII cancellò la scomunica ad Atenagora, in
quanto agli ortodossi non può essere inflitta la scomunica — quando venne inflitta, c’era una visione dell’ecumenismo
che voleva un unico ovile con un unico pastore e dunque gli ortodossi venivano ritenuti dei cattolici fuoriusciti dall’ovile
- le altre comunità sono scismatici ma non sono scomunicati).

Oltre alla clausola della piena comunione, il canone ne pone un’altra, ovvero che non ci siano delle legittime sanzioni
inflitte. In questo caso parliamo di coloro che sono in piena comunione con la Chiesa. Questi possono vedere limitato
l’esercizio dei loro diritti e doveri per una legittima sanzione!

Quali sono gli elementi che determinano la condizione canonica? Abbiamo già detto che la condizione canonica la
possiamo ricevere grazie al Battesimo, oltre a questo ci sono 4 elementi:

1. l’età (cann. 97-99),

2. il luogo (cann. 100-1107),

3. la parentela (cann. 108-110),

4. il rito (cann. 11-112).

L’ETÀ: CANN. 97-99

Il can. 11 ha già preso in considerazione l’età, stabilendo che l’età minima per essere soggetti alle leggi ecclesiastiche è di
sette anni compiuti. Nella vita dell’uomo per certe responsabilità si richiede anche una particolare maturità, dove non è
sufficiente il così detto uso di ragione, presupposto all’età di sette anni. Per la legislazione ecclesiastica (come quella

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civile), si diventa maggiorenne con i diciotto anni, sotto tale età è minorenne. Il minorenne prima dei sette anni compiuti
viene detto bambino e lo si ritiene non responsabile dei suoi atti (can. 97 §2).

Il can. 98 precisa che il maggiorenne ha il pieno esercizio dei suoi diritti (capacità giuridica e capacità di agire). Il minorenne
invece, pur essendo soggetto di doveri e diritti, nell’esercizio dei diritti è sottoposto alla potestà dei genitori o dei tutori.

Il can. 99 afferma che chiunque manca abitualmente dell’uso della ragione, lo si ritiene non responsabile dei suoi atti ed
è assimilato ai bambini. Questo concetto viene ripreso nel can. 1322 dove si afferma che coloro che non hanno
abitualmente l’uso della ragione (lucidi intervalli), anche se hanno violato la legge o il precetto mentre apparivano sani di
mente, sono ritenuti incapaci di delitto (tutti gli atti giuridici avvenuti durante i lucidi intervalli sono da ritenere nulli).

IL LUOGO: CANN. 100-107

Non è necessario evidenziare l’importanza del luogo nella vita dell’uomo, e dunque cristiano. Dobbiamo comunque
precisare che esiste un luogo di origine, il domicilio, il quasi domicilio legale e il quasi-domicilio volontario.

LA PARENTELA: CANN. 108-109

La parentela ha un grande rilievo per i rapporti sociali all’interno della comunità ecclesiale e in particolar modo in
riferimento all’ordine del matrimonio (esiste il divieto di matrimonio fino al quarto grado di parentela - tale divieto può
essere rimosso con la dispensa del vescovo).

Can. 108: la consanguineità si computa per linee e per gradi. Si parla di linea retta il rapporto tra il capostipite e la sua
discendenza (nonno/a, padre/madre, figlio/a). In qriesto caso non è mai possibile contrarre matrimonio. Nella linea
obliqua si parla di soggetti che discendono da un capostipite comune e quindi sono consanguinei tra di loro (fratelli tra
di loro o i cugini tra di loro, ecc.). In questo caso, la dispensa può avvenire solo in quarto grado (solo Paolo VI ha dispensato
una volta sola in secondo grado).

IL RITO: CANN. 111-112

I cann. 111-112 sono delle disposizioni circa l’ascrizione ad una Chiesa mediante il battesimo o, dopo il battesimo, il
passaggio dalla chiesa latina ad una rituale. Dopo i 14 anni, infatti, si può chiedere di essere accolti in una Chiesa Orientale
senza essere nuovamente battezzati.

CAPITOLO II: LE PERSONE GIURIDICHE: CANN, 113-123

L’ordinamento canonico, come del resto tutti gli ordinamenti giuridici, oltre alle persone fisiche conosce anche le persone
giuridiche (insieme di persone).

L'uomo non è un essere isolato; ne realizza se stesso e la sua vocazione da solo. Il motivo principale per cui esistono le
persone giuridiche è quello di dare autonomia all’unità e dare la possibilità di poter possedere dei beni a questa unione.

PERSONA MORALE E PERSONA GIURIDICA: CAN. 113

Il can. 113 distingue le persone morali dalle persone giuridiche. La Chiesa Cattolica e la Sede Apostolica (ufficio governato
dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui) sono persone morali in forza della stessa disposizione divina
(§1). Si parla di persona morale e non di persona giuridica in quanto le persone giuridiche necessitano di una autorità che
la erige e siccome la Chiesa Cattolica mon è stata eretta da nessun’autorità, ne da qualche Ente ma è stata voluta da Gesù
Cristo, ed è detta persona morale.

Il can. 115 distingue una duplice specie di persone giuridiche: universitas personarum (cf. 115 §1 insieme di persone) e
universitas rerum (Cf. 115 §2 insieme di cose).

Nella universitas personarum la personalità giuridica è data da un insieme di persone. Per poterla costituirla è necessario
un minimo tre persone (tres facium collegium), questo non significa che una persona cessi quando il numero dei membri
scende sotto tale esigenza minima. È solo un requisito necessario per la sua costituzione. Le persone giuridiche come
universitas personarum si dividono a lor volta in collegiali (la loro azione è determinata dai membri tutti i quali concordano

nel prendere le decisioni) e non collegiali (dove le decisioni non vengo prese in modo collegiale).

Nella universitas rerum è costituita da un insieme di cose ed è detta fondazione autonoma (can. 1303).

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È chiaro che queste persone giuridiche possono essere pubbliche (agiscono sempre in nomine ecclesiae) o private
(agiscono a titolo personale).

Le noti caratteristiche essenziali della persona giuridica pubblica:

• È costituita dalla competente autorità ecclesiastica (e non da un iniziativa privata);

• Deve perseguire i fini propri della chiesa (catechesi, carità, liturgici);


• Nel compiere il proprio compito, agisce in nome della chiesa (elemento specifico).
Al contrario, la persona giuridica privata, pur essendo costituita dall’autorità ecclesiastica competente non ottiene nessun
mandato particolare. Ognuna di queste realtà ha degli statuti propri che organizzano la vita interna della realtà.

DURATA DELLA PERSONA GIURIDICA: CAN. 120

La sua durata deriva dallo statuto che in linea di principio ne stabilisce la perpetuità. L’estinzione cioè la cessazione della
validità giuridica è prevista per due motivi:

• Soppressione fatta legittimamente dall’autorità competente conformemente al diritto;


• Se perlo spazio di cento anni, la persona giuridica, non ha agito.

UNIONE E DIVISIONE: CANN. 121-122

Can. 121: da più persone giuridiche se ne fa una sola. L’aspetto preso in considerazione è quello patrimoniale;

Can. 122: una parte di una viene aggiunta ad un’altra persona giuridica già preesistente, oppure la parte divisa viene
eretta essa stessa in persona giuridica.

Destinazione dei beni in caso di soppressione o estinzione della persona giuridica: can. 123

Per la persona giuridica privata, la destinazione dei beni e degli oneri della medesima è retta dagli statuti propri (es.
suddivisione equa tra i diversi membri).

Per la persona giuridica pubblica, la destinazione dei beni viene fatta secondo il diritto e gli statuti. Se essi tacciono i beni
e gli oneri vengono alla persona giuridica immediatamente superiore (se si estingue una parrocchia alla diocesi, se si
estingue la diocesi alla metropolia, ecc.. fino alla Santa Sede), salvi sempre le volontà dei fondatori e degli offerenti.

TITOLO VII: GLI ATTI GIURIDICI (CANN. 124 -128)

Il fatto giuridico è posto dall’uomo involontariamente, mentre l’atto giuridico richiede la responsabilità del soggetto. Gli
atti giuridici sono detti anche negozi giuridici.

L'ordinamento canonico distingue gli atti giuridici validi ed invalidi o nulli, efficaci e inefficaci.

È valido cd efficace l’atto giuridico che produce gli effetti per cui è stato posto. Il consenso matrimoniale produce il vincolo
matrimoniale; il contratto di compravendita trasferisce la proprietà in oggetto.

Tra gli atti invalidi, o inefficaci o nulli, si fa un’ulteriore distinzione: atti esistenti ed inesistenti.

Un atto invalido o inefficace può essere esistente se ci sono gli elementi necessari ma non produce effetti per mancanza
di formalità (ad es. la volontà di porre quell’atto c’è, esso viene compiuto per bene ma manca una condizione formale
come la firma di un contratto o la data nel testamento). Un consenso matrimoniale dato senza la forma canonica è un
consenso esistente ma non produce il vincolo matrimoniale perché manca la forma canonica necessaria per la validità.

ELEMENTI PER LA VALIDITÀ DELL’ATTO GIURIDICO: IL CAN. 124 §1

• L'abilità della persona. Già il can. 10 definisce chi è il soggetto abile. Notiamo che una persona è inabile, se è
incapace o perché c’è una legge che lo inabilità. Un minus habes è inabile per qualsiasi atto giuridico. Per alcuni
particolari atti, è la legge che stabilisce i criteri dell’abilità. Es. per il matrimonio, la legge stabilisce un minimo

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d’età (vecchio codice 12 donna e 14 uomo - nuovo codice 14 donna e 16 uomo - ma il codice si è adeguato alla
legislazione nazionale che prevede il minimo i diciotto anni con le eccezioni (16 anni con il permesso del
Tribunale dei minori). È richiesta un’abilità fisica, psichica e una validità giuridica (ad es. per il matrimonio, chi
non è abile fisicamente non è ritenuto abile per il sacramento).
• Nell’atto giuridico ci sia ciò che costituisce essenzialmente l’atto stesso (es. per il matrimonio, l'elemento
essenzialmente è il libero consenso — per la compravendita, l’elemento essenziale è il bene oggetto del
contratto di compravendita che dev'essere nella mia disponibilità e non di un altro soggetto).

• Formalità e i requisiti imposti dal diritto per la validità dell’atto (ogni atto giuridico ne ha delle proprie). Le
formalità non sono elementi accidentali ma sono degli elementi essenziali per la validità dell’atto che il soggetto
va a porre.

PRESUNZIONE SULLA VALIDITÀ DELL’ATTO GIURIDICO: CAN. 124 §2

Tale canone afferma che l’atto giuridico posto nel debito modo riguardo ai suoi elementi esterni si presume valido.

VIZI DELL’ATTO GIURIDICO: CANN. 125 - 126

Il can. 125 §1 parla dell’atto posto sotto violenza. Per violenza, si intende una coazione fisica, alla SI | Dp quale sia
impossibile resistere. Essa influisce sull’individuo dall’esterno o mediante farmaci e droghe, così che la persona non agisce
più liberamente. Tale atto è inesistente.

Il can. 125 §2, parla dell’atto posto sotto timore. Il timore è una violenza non fisica, ma morale. Il timore non è una
violenza fisica ma violenza morale, psichica. Il timore può essere grave o leggero. È difficile stabilire quando il timore è
grave e quando è leggero, dipende dall’emotività intersoggettività. Il timore può risultare da una minaccia fatta
legittimamente (timore giustamente incusso) o illegittimamente (timore ingiustamente incusso) Esiste anche il timore
reverenziale che si ha nei confronti di una persona o di una istituzione nei confronti dei quali si prova grande ammirazione
e per non deluderla si accetta tutto quanto esso chieda (L'atto giuridico dev'essere posto nella piena libertà!). L’atto posto
per timore grave, incusso ingiustamente o per dolo, vale, a meno che non sia disposto altro dal diritto; ma può essere
rescisso per sentenza del giudice, sia su istanza della parte lesa o dei suoi successori nel diritto, sia d’ufficio.

Insieme al timore, il canone tratta anche del dolo (raggiro, inganno), attribuendo ad esso gli stessi effetti giuridici del
timore grave. Nonostante l’inganno, l’atto giuridico vale, in quanto c’è stata la volontà di porre in essere quell’atto. Per
poter richiedere l’annullamento del atto è necessario dimostrare il dolo! L’annullamento dell’atto può essere richiesto o
dalla parte lesa o addirittura da un terzo soggetto.

ATTO POSTO PER IGNORANZA O ERRORE: CAN. 126

L’atto posto per ignoranza o per errore, che verta intorno a ciò che costituisce la sostanza o che ricada nella condizione
sine qua non, è nullo; altrimenti vale, se dal diritto non è disposto altro, ma l’atto compiuto per ignoranza o per errore
può dar luogo all’azione rescissoria a norma del diritto.

L’ignoranza e l’errore sono stati già affrontati nel can. 15. Si ha un errore circa la sostanza quando essa riguarda un
elemento costitutivo (circa l’oggetto dell’atto oppure la tipologia di atto). Si ha l’errore sulla condizione sine qua non
quando ci sono delle condizioni e qualora queste condizioni non si verificassero è possibile richiedere la rescissione
dell’atto (ti sposo se sei vergine, se trovi lavoro, ecc...). Le condizioni sine qua non si possono porre per il passato o per il
presente e non per il futuro (non si può tenere sospeso un atto giuridico in attesa che questo si realizzi). Nel caso del
matrimonio, la condizione per essere posta validamente, dev'essere posta in sede di processetto e dev'essere accettata
dall’autorità competente. La condizione posta sine qua non posta dopo il processetto matrimoniale non è valida come
capo di nullità dell’atto.

Responsabilità per l'atto giuridico: Can. 128 Chiunque illegittimamente con un atto giuridico, anzi con qualsiasi altro atto
posto con dolo o con colpa, arreca danno ad un altro, è tenuto all’obbligo di riparare il danno arrecato.

TITOLO VIII

LA POTESTÀ DI GOVERNO (CANN. 129 - 144)

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È di origine sacramentale o no? Su questo argomento non c’è molta chiarezza. La non chiarezza canonica rispecchia la
non chiarezza teologica che esiste su questo argomento.

Fs. Elezione del Romano Pontefice: una volta che i Cardinali eleggono il successore di Pietro, se questo è già vescovo, una
volta accettata la nomina, è nel pieno possesso della potestà di governo. Se l’eletto non è vescovo, ma è un semplice
presbitero o addirittura laico, dev'essere prima consacrato vescovo e poi entra nel pieno della potestà di governo (questo
lo si evince dalla Lumen Gentium che afferma che qualora venga eletto Romano Pontefice un presbitero o un laico, prima
di dare l’annuncio, questo deve essere consacrato vescovo). Dopo la Lumen Gentium (che lega il potere di governo al
ministero ordinato), diverse scuole di pensiero, hanno affermato una diversità di pensiero: suore con potestà di governo,
giudici laici nel tribunale collegiale, ecc.

Come mai, la potestà di governo, che avrebbe potuto trovare collocazione nel II libro (il Popolo di Dio) è stato inserito nel
I libro? Il Legislatore, ha inserito questo argomento nel Libro I per un’utilità pratica, affinché il nuovo Codice si possa
facilmente comprendere e utilizzare non solo da periti, ma anche da pastori, anzi da tutti i fedeli.

Il Codice dopo averci detto chi siano le persone abili al governo nella Chiesa (can. 129), distingue la potestà di governo di
foro interno e di foro esterno (can. 130), ordinaria e delegata (can. 131), ci offre la regola di interpretazione delle facoltà
abituali (can. 132) e della delega (can. 133); precisa il concetto di Ordinario, di Ordinario del luogo e di vescovo diocesano
(can. 134), distingue la potestà di governo in legislativa (l’unica che non si può delegare - funzione che dev'essere
esercitata nel rispetto della territorialità e della Legge Universale), giudiziale (può essere delegata al vicario giudiziale) ed
esecutiva (si può delegare al vicario generale) (can. 135), di cui si precisano le persone verso cui viene esercitata (can.
136), si afferma la possibilità di delega (can. 137) e se ne dà l’interpretazione (can. 138); si precisano i rapporti con i
superiori delegati (can.139) e si considera il caso particolare della delega fatta a più persone (cann. 140-142), della
estinzione (can. 143) ed, infine, della supplenza (can. 144). .

LE PERSONE ABILI ALLA POTESTÀ DI GOVERNO NELLA CHIESA: CAN. 129

Sono abili alla potestà di governo, coloro che sono insigniti dell’ordine sacro, ma i fedeli laici possono cooperare a norma
del diritto.

Nella Chiesa, oltre alla potestà di governo (munus regendi), vi è anche la potestà di insegnare (munus docendi) e
santificare (munus santificandi). Si tratta di tre funzioni di un’unica potestà, che è la stessa potestà del Padre data a Cristo
Gesù e da questi, risorto, comunicata agli apostoli.

Il munus santificandi affonda le radici nell’ordine sacro ma anche i fedeli laici partecipano in qualche modo. E gli altri
unus, a chi spettano? Ai soli presbiteri o anche ai laici?

I testi conciliari da tenere presenti sono la Lumen Gentium (21, 22, 24 e 27) e della sua “Nota praevia” (nota voluta da
Paolo VI per distinguere il collegio con la figura del Sommo Pontefice).

Al n. 21 troviamo la seguente affermazione: “Con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento
dell’ordine (Santo Sacerdozio). La consacrazione episcopale conferisce pure, con l’ufficio di santificare, gli uffici di
insegnare e governare: questi però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col
capo e con le membra del collegio”. Il sacramento dell’ordine è all’origine della potestà episcopale nella sua totalità e
nella triplice funzione di santificare, insegnare e governare.

Di qui, lo sviluppo di una duplice tesi: quella che afferma la natura sacramentale della potestà di governo e quella della
non sacramentalità.

Tesi della natura sacramentale della potestà di governo.

Ai nn. 21-22 della LG si comprende come la potestà di governo è sacramentale. La funzione di insegnare e di governare,
per essere esercitate devono essere in comunione gerarchica (comunione con il Sommo Pontefice e gli altri Vescovi) e
con una missione canonica (entrambi non conferiscono i due poteri ma sono delle condizioni per esercitare tali funzioni,
in quanto questi due poteri sono conferiti solo dall’ordine sacro).

Nota 22 del prof.

La potestà di governo di identifica con il sacramento dell’ordine oppure è trasmessa con la missio canonica? A tal
proposito ci sono tre tesi:

1. Alcuni autori ritengono che si debba parlare di una duplice potestà di ordine: potestà di ordine (ricevuta con il
sacramento) c potestà di giurisdizione (ricevuta con la missio canonica);

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2. Per altri la potestà vera e propria viene conferita con l’ordinazione mentre la missio canonica è una sorta di
determinazione/autorizzazione per poter metter in atto la potestà;
3. Una terza posizione afferma che l’ordine sacro è il fondamento ontologico della potestà, mentre la potestà di
giurisdizione si ottiene con un atto giuridico di conferimento di una carica o di un ufficio ecclesiastico.

Le discussioni sulla questione iniziarono alla fine del terzo ed ultimo periodo del Concilio di Trento e ripresero al Concilio
Vaticano I. In tale contesto nasce il Codice di Diritto Canonico del 1917. Il Codice porta avanti la tesi delle due radici per
1 due poteri: per la potestà di ordine la fonte immediata è l'ordinazione, per la potestà di giurisdizione la fonte è la missio
canonica.

Nella linea della tesi sacramentale fu vista la Costituzione Apostolica Romano Pontifice Eligendo di Paolo VI alla quale è
stata aggiunta la Universi Domincis Gregis di Giovanni Paolo II. Tale costituzione è stata confermata dal Santo Padre
Benedetto XVI. L’attuale pontefice non si è ancora espresso su tale costituzione.

POTESTÀ ORDINARIA E DELEGATA: CAN. 131

È potestà ordinaria quella annessa ad un ufficio, mentre è delegata quella che è concessa alla persona stessa, non
mediante l’ufficio. È potestà delegata anche quella concessa ad una persona in quanto riveste un determinato ufficio,
non però in forza dell’ufficio, in quanto non rientra nella configurazione dell’ufficio stesso.

TITOLO IX: GLI UFFICI ECCLESIAS TICI

Sono gli strumenti attraverso i quali la Chiesa offre i suoi servizi per la salvezza ai fedeli, questi infatti sono incarichi
costituiti per diritto divino o ecclesiastico in modo stabile per un fine spirituale. Questi incarichi comprendono un insieme
di diritti e doveri. In questi canoni, per parlare degli uffici, non si fa cenno alla potestà di governo, legata agli ordini,
pertanto anche i laici possono essere titolari di uffici nella Chiesa.

CAPITOLO I: PROVVISIONE DEL L’UFFICIO ECCLESIAST ICO: CANN. 146 - 183

NECESSITÀ DELLA PROVVISIONE CANONICA: CAN. 146

La provvisione è l’atto amministrativo, chiamato decreto, con il quale l'autorità competente conferisce l’ufficio
ecclesiastico, secondo le norme canoniche ad una persona canonicamente idonea.

Le qualità richieste nel soggetto sono, la comunione ecclesiastica (professione di fede, settenarietà dei sacramenti e
obbedienza al Papa - cf. can. 205), l’idoneità cioè essere dotato delle qualità richieste dall’ufficio stesso. La provvisione
simoniaca o per simpatia è ritenuta un difetto che rende automaticamente nullo il decreto.

IL LIBERO CONFERIMENTO: CAN. 157

Si ha il libero conferimento quando alla stessa autorità compete sia la designazione della persona che l’istituzione.

LA PRESENTAZIONE E L’ISTITUZIONE: CANN. 158-163

L'istituzione è il conferimento e spetta sempre all’Ordinario del luogo, per gli uffici nella sua diocesi. La presentazione è
la designazione della persona.

L'ELEZIONE: CANN. 164-179

Un altro modo di designare la persona per un ufficio è la elezione. L'istituzione avviene o attraverso la conferma, oppure
ispo iure, se non c’è bisogno di conferma.

LA POSTULAZIONE: CANN. 180-183

La postulazione è un modo di designare la persona ad un ufficio. La sua caratteristica specifica sta nel fatto che tale
persona ha un impedimento che le impedisce il conseguimento di tale ufficio.

CAPITOLO II: LA PERDITA DELL’UFFI CIO ECCLESIASTICO: C ANN. 184-196

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Positivamente, l’ufficio ecclesiastico si perde: a) con lo scadere del tempo prestabilito; b) raggiunti i limiti d’età definiti
dal diritto; c) per rinuncia; d) per trasferimento; e) per rimozione; f) per privazione. L’ufficio non si perde con la cessazione
dell’autorità che l’ha conferito, a meno che il diritto non disponga diversamente.

TITOLO DI EMERITO: CAN. 185

Il titolo di emerito è un titolo onorifico. Significa che il titolare ha adempiuto il suo ufficio con merito, onore e dignità.
Tale titolo può essere dato (non c’è un vero obbligo) in due casi: ove si sia trattato di perdita dell’ufficio per rinuncia
accettata o per raggiunti limiti d’età. L'autorità competente a concedere tale titolo è quella competente alla provvisione
dell’ufficio.

NECESSITÀ DELLA INTIMAZIONE NEL CASO DI PERDITA DELL’UFFICIO PER RAGGIUNTI LIMITI D’ETÀ O PER LO
SCADERE DEL TEMPO: CAN. 186

Quando si abbia la perdita dell’ufficio per raggiunti limiti d'età o per lo scadere del tempo, il legislatore dispone che tale
perdita abbia effetto solianto quando vi sia stata l’intimazione scritta da parte dell’autorità competente.

LA RINUNCIA: CANN. 187-189

Può succedere che il titolare dell’ufficio possa avere ragioni per cui non creda conveniente che debba continuare; di qui
la possibilità della rinuncia. La rinuncia, però, anche se possibile, dovrà essere accolta dall’autorità competente.

IL TRASFERIMENTO: CANN. 190-191

Si ha il trasferimento quando uno venga tolto da un ufficio e gliene venga assegnato un altro. Il trasferimento può essere
sia penale che puramente amministrativo. Per il penale occorre che esista un delitto: in tal caso il trasferimento è sempre
ad un ufficio inferiore. Ma il trasferimento può essere ad un ufficio di uguale ed anche di superiore dignità.

RIMOZIONE: CANN, 192-195

Due sono i modi di rimozione dall’ufficio: per decreto dell’autorità amministrativa competente e in forza dello stesso
diritto. A tal proposito, la rimozione ipso iure, avviene una volta che si siano verificate le seguenti ipotesi:

• La perdita dello stato clericale;

• Abbandono pubblico della fede cattolica;

• Abbandono pubblico della comunione della Chiesa;

• Attentato matrimonio anche solo civile da parte di un chierico.

LA PRIVAZIONE: CAN. 196

La privazione dell’ufficio ha soltanto carattere penale. Essa perciò può aver luogo soltanto a punizione di un delitto. In
particolare, la privazione dell’ufficio è prevista come pena espiatoria.

TITOLO X: LA PRESCRIZIONE (CAN N. 197-199)

La prescrizione è un modo di acquistare un diritto reale, o di estinguere un’obbligazione o un’azione. Può essere di
diritto civile o di diritto canonico, a seconda che sia retta dal diritto civile o canonico. Può essere sia acquisitiva che
liberativa, a seconda che con essa si acquisti un diritto o ci si liberi da un’obbligazione.

TITOLO XI: IL COMPUTO DEL TEMPO (CANN. 200-203)

I canoni compresi in questo titolo stabiliscono una serie di regole giuridiche per il computo del tempo. L'importanza di
queste norme deriva dal fatto che, quando per la validità di un atto giuridico si esige il decorso di un tempo determinato,
la mancanza di un solo istante potrebbe determinare la nullità dell’atto.

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Il tempo può essere inteso in senso continuo oppure utile. Il tempo è continuo quando viene computato senza alcuna
interruzione; comprende quindi anche i giorni festivi. Il tempo utile invece è il tempo di cui uno può disporre di fatto, per
esercitare o perseguire il proprio diritto. Così il tempo utile non comprende i giorni, in cui uno non sapeva la notizia della
vacanza dall’ufficio, oppure i giorni festivi, oppure i giorni in cui uno è stato impedito e impossibilitato di agire, se per es.
fosse stato messo in prigione. Nel tempo utile, il tempo comincia a decorrere dalla mezzanotte del giorno seguente; non
vengono computate le ore del giorno iniziato.

Nel diritto ricorrono spesso le parole anno, mese, settimana, giorno: esse sono intese rispettivamente di 365 giorni, 30
giorni, 7 giorni, 24 ore.

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