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STUDI DI LETTERATURE COMPARATE

Collana diretta da
Paolo Amalfitano, Loretta Innocenti, Sergio Zatti

(seconda serie)

25/II

I LIBRI DELL’ASSOCIAZIONE SIGISMONDO MALATESTA


Il Piacere del Male
Le rappresentazioni letterarie
di un’antinomia morale
(1500-2000)

2 volumi

Progetto, direzione e cura di Paolo Amalfitano

pacini editore
Questi volumi sono stati pubblicati con il contributo di

Università Ca’ Foscari Venezia


Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati

Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”


Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati

Università degli Studi Roma Tre


Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere

Università di Pisa
Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

Si ringrazia Chetro De Carolis per la revisione di tutti i testi e la messa a punto dell’editing
condotte con grande competenza letteraria e precisione formale.

© ____Associazione Sigismondo Malatesta


http://www.sigismondomalatesta.it
TUTTI I DIRITTI RISERVATI

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È vietata la traduzione, la memorizzazione elettronica,
la riproduzione totale o parziale, con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico.
L’illecito sarà penalmente perseguibile a norma dell’art. 171
della Legge n. 633 del 22/04/1941

ISBN 978-88-6995-415-3
Per la presente edizione
© 2017 by Pacini Editore
56121 Pisa, via A. Gherardesca, 1
http://www.pacinieditore.it
Il Piacere del Male
Le rappresentazioni letterarie
di un’antinomia morale
(1500-2000)

Secondo volume
Ottocento e Novecento

IV. Il secolo di Sade


Il piacere del male nella letteratura dell’Ottocento
coordinatore Luca Pietromarchi

V. Il piacere del male nella letteratura del Novecento


coordinatore Stefano Brugnolo
indice generale

Prefazione di Paolo Amalfitano..................................................... p. 15

Primo volume

I. Fascinazioni diaboliche tra classicità e cristianesimo

Introduzione di Sergio Zatti........................................................... » 23

Olimpia Imperio
La donna diavolo nella Grecia antica:
Lamia, Circe, Empusa e le stagioni della vita umana.................... » 33

Gianpiero Rosati
Crudelitas versa in voluptatem:
piacere del male e potere nella letteratura latina........................... » 53

Antonio Del Castello


Letteratura cristiana e antinomie morali:
il libro della Genesi e le Confessioni di Agostino............................ » 71

Raffaele Pinto
La femmina balba e la fantasia proterva
(Dante, Purg. XIX 1-33)................................................................. » 91

Francesco de Cristofaro
Confessioni di menti pericolose.
Dall’inizio del Decameron alla fine dell’Heptaméron.................... » 109

Selena Simonatti
«Saber bien e mal, e usar lo mejor»:
una «dottrina del male» nel Libro de buen amor?........................... » 129

7
Anne Schoysman
Villon, «ne du tout fol, ne du tout saige»......................................... p. 149

Roberta Mullini
La seduzione del Vizio nel dramma morale inglese....................... » 167

Antonio Gargano
«Conjúrote triste Plutón»: Celestina e il male come piacere............. » 193

Matteo Residori
Tra efficacia del male e inerzia della virtù:
la Gabrina di Ariosto..................................................................... » 211

Francesco Ferretti
Petrarca e il Tasso o il piacere di errare......................................... » 233

Sergio Zatti
Le seduzioni di un demagogo: sul Satana tassiano........................ » 255

II. Seduzione e malvagità nella letteratura europea del ’600

Introduzione di Loretta Innocenti.................................................. » 277

Milena Romero Allué


«Now go not backward». Doctor Faustus
e la tragedia della negazione......................................................... » 291

Stephen Orgel
Grazia lasciva: il male che seduce in Shakespeare e Jonson........... » 317

Silvia Bigliazzi
Coscienza e piacere del male sulla scena inglese
del primo Seicento.......................................................................... » 331

8
Emilie Passignat
Il diavolo è nudo. Il labile confine tra virtù e vizio
nell’arte dopo la Controriforma..................................................... p. 355

Flavia Gherardi
«Esta obra de mi gusto». Cervantes e il male necessario.................. » 379

Magda Campanini
Rappresentazione del male e piacere perverso della lettura
nelle histoires tragiques del primo Seicento.................................... » 399

Benedetta Papasogli
«La force d’être méchant»: Corneille e La Rochefoucauld................ » 417

Encarnación Sánchez García


Soledades e desiertos: note su alcuni esiti del barocco ispanico.... » 435

Paola Martinuzzi
Il piacere della tragedia e la poesia del male
nel Britannicus di Racine (1669)................................................... » 455

Lisanna Calvi
Lo spettacolo dell’orrore sul palcoscenico della Restaurazione....... » 477

Silvia Carandini
Un mostro o un gigante? Il fascino oscuro del seduttore incostante,
dal Burlador de Sevilla al Dom Juan.............................................. » 497

Loretta Innocenti
«Non serviam»: Milton e la seduzione satanica............................... » 517

9
III. La libertà del Male
Pensieri perversi e piaceri proibiti nella letteratura del ’700

Introduzione di Paolo Amalfitano.................................................. p. 539

Carmen Gallo
Un’immoralità esemplare: necessità, utilità, e piacere del male
in Moll Flanders............................................................................. » 545

Francesco Fiorentino
La seduzione aristocratica e il contratto borghese.......................... » 565

Chetro De Carolis
Il sottile piacere di far male a distanza: la lettera
come strumento sadico (Montesquieu, Laclos)............................... » 579

Paolo Amalfitano
Il perverso piacere della verità in Swift e Sterne............................. » 595

Pierre Frantz
Il sublime nel male......................................................................... » 617

Stefania Sbarra
I dolori del giovane Werther di Goethe e il piacere del male
nel contesto della prima ricezione del romanzo............................ » 631

Alberto Castoldi
Vathek, viaggio al termine del desiderio......................................... » 651

Gianni Iotti
Sade e la voce del male.................................................................. » 669

Valeria Pellis
Della perversa ortodossia delle leggi e del piacere eterno
del corpo nelle anatomie poetiche di William Blake....................... » 689

10
Franca Franchi
Scene di una fantasmagoria: il male
nel Manuscrit trouvé à Saragosse................................................... p. 707

Bianca Del Villano


Il sibilo del serpente. La reticenza del sublime
in Christabel di S. T. Coleridge....................................................... » 723

Claudio Vicentini
Orrore e piacevolezza del mascalzone.
Tecniche di recitazione tra Settecento e Ottocento
e la creazione di Robert Macaire................................................... » 743

Secondo volume

IV. Il secolo di Sade


Il piacere del male nella letteratura dell’Ottocento

Introduzione di Luca Pietromarchi................................................ » 17

Franco D’Intino
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade..................................................... » 23

Marco Federici Solari


Psicologia estatica. L’esperienza del piacere trasgressivo
negli Elisir del diavolo di E. T. A. Hoffmann.................................. » 41

Diego Saglia
Male e piacere in Byron: tra assoluto cosmico e commedia
del quotidiano............................................................................... » 59

11
Marco Viscardi
Leçons de Ténèbres. Manzoni e la ragnatela del male.................. p. 81

Irene Zanot
L’umana sete di tortura.................................................................. » 103

Luciano Pellegrini
La fine incompiuta del Satana romantico
(Victor Hugo, La Fin de Satan)....................................................... » 119

Enrica Villari
«Making his imaginative world out of such strange experience
and sordid things»: Dickens e le visioni del male............................ » 143

Luca Pietromarchi
«Marchesi del Male»: Baudelaire e Sade ......................................... » 159

Daniela Rizzi
Dall’«uomo superfluo» all’«uomo del sottosuolo»:
piacere e sofferenza nell’Ottocento russo........................................ » 177

Giorgio de Marchis
Cannibali e satanisti: poco male in Portogallo............................... » 191

Paolo Pepe
In camera voluptatis. Contaminazione del male e ibridazione
delle forme in The Monk e Dracula................................................ » 207

Massimo Natale
Sul piacere del male dopo Leopardi: appunti per un percorso........ » 229

12
V. Il piacere del male nella letteratura del Novecento

Introduzione di Stefano Brugnolo................................................. p. 253

Richard Ambrosini
Al di là dell’antinomia bene/male:
il romanzo post-sadiano di Joseph Conrad.................................... » 267

Piero Toffano
Sadismo, arte e vita nella Recherche.............................................. » 283

Valentino Baldi
Il coraggio di sopravvivere al padre. Giudizio,
pena e autodistruzione nella narrativa di Kafka........................... » 301

Anna Isabella Squarzina


La délectation e il male in Sous le Soleil de Satan
di Georges Bernanos...................................................................... » 321

Sara Pezzini
La Casa di Bernarda Alba: la rappresentazione del male
fra tradizione e modernità............................................................. » 341

Marco Rispoli
Contro il piacere del male. Note su Bertolt Brecht
e Thomas Mann............................................................................. » 365

Manuel Boschiero
La seduzione del Male nel romanzo Il Maestro e Margherita
di M. Bulgakov............................................................................... » 387

Paola Di Gennaro
Inferni, martìri e altri supplizi: la bellezza del male
in Akutagawa e Mishima............................................................... » 409

13
Stefano Brugnolo
Punto di vista estetico e punto di vista morale
nella Lolita di Nabokov................................................................... p. 431

Emanuele Zinato
Angeli perduti: i piaceri dell’apocalisse in Aracoeli
di Elsa Morante.............................................................................. » 457

Laura Luche
Avanguardie e il male in tre opere di Roberto Bolaño.................... » 473

Raffaele Donnarumma
Maniere pornografiche. Rappresentazioni del sesso in Moresco,
Nove, Siti........................................................................................ » 491

Lucilla Albano
Godimento e passione amorosa in
The French Lieutenant’s Woman.................................................... » 517

Marco Cocco
La pianista di Michael Haneke. Il male tentatore
tra psicopatologia e crepuscolo dello spirito.................................... » 537

Bibliografia generale
Bibliografia primaria...................................................................... » 557

Bibliografia secondaria................................................................... » 575

Indice dei nomi.............................................................................. » 635

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Prefazione
di
Paolo Amalfitano
In tutte le letterature occidentali, com’è ben noto, ritroviamo sin dalle
più antiche origini la rappresentazione, in modi e forme diverse, della
relazione tra vizi e virtù, tra bene e male, tra giustizia e ingiustizia, etc.
Queste antitesi morali e assiologiche raramente assumono nei testi lette-
rari – sin dalla tentazione nella Genesi biblica e nei rischi di perdizione
dell’Ulisse omerico (le sirene, Nausicaa, Circe) – una configurazione così
manichea che separi radicalmente il bene dal male. Essi si presentano
piuttosto in differenti formazioni di compromesso che è valsa la pena di
indagare sia in senso diacronico, sia nella loro relazione con la gerarchia
degli stili e la divisione storica dei generi letterari.
Questa potrebbe apparire un’ipotesi di lavoro troppo ampia e gene-
rica, se la si dovesse sviluppare senza un punto cruciale da cui partire.
In questo senso ci soccorre l’evidenza di un fenomeno che segna una
sorta di turning point di questo tema nella storia letteraria europea.
Mi riferisco all’insorgere e all’affermarsi, a partire dalla seconda parte
del sedicesimo secolo e, con ancora maggiore consistenza, lungo l’arco
di tutto il diciassettesimo secolo, di un ossimoro: il piacere del male, che
a questo tema ha dato forma in quel periodo (si pensi al personaggio
di Iago nell’Otello di Shakespeare del 1604 fino al Satana di Milton del
1667) e il cui successo è stato, a partire da quel momento, tanto eclatante
quanto duraturo, e tale da costituire non solo una svolta, ma un punto di
«non ritorno» nelle rappresentazioni della dialettica bene-male nei secoli
successivi e fino ad oggi.
Questa antinomia morale, ovviamente già presente con diverse ma-
nifestazioni in tutta la tradizione cristiana, come segno della debolezza
umana o monito delle subdole manifestazioni del peccato, diventerà, nel
corso dell’Ottocento, da disvalore, o luogo di identificazione proibito e
per questo attraente, progressivamente un valore ostentato, un valore

17
Paolo Amalfitano

«quasi positivo» e «quasi necessario», fino a rendere il piacere del male


paradossalmente l’unica forma di piacere possibile.
Il piacere del male instaura così nella sua progressiva e inesorabile
affermazione e legittimazione una relazione capovolta tra vizi e virtù
rispetto alla tradizione, nella quale all’antitesi sembra sostituirsi una so-
lidarietà indissolubile tra gli opposti, una simbiosi che rivendica la du-
plicità della natura umana, presenta la perversione come norma ricono-
sciuta e propugna, nel mito decadente della bellezza scissa dalla morale,
un ideale, per lo più tragico, che copre forse il ritorno del «vecchio» ed
espulso senso di colpa.
Spesso le opere di alcuni autori, da Sade a Conrad, sono state ana-
lizzate toccando queste questioni ma quasi mai, credo, è stata adottata
(una delle poche eccezioni, negli studi italiani, è La carne, la morte e il
diavolo nella letteratura romantica di Mario Praz) una prospettiva per
uno studio comparatistico di lungo periodo che tenga dentro non solo il
Romanticismo o il Seicento ma guardi anche al Rinascimento, al Medio
Evo e fino ai modelli dell’età classica.
A partire da queste premesse ho proposto qualche anno fa questo
tema di ricerca, il piacere del male, particolarmente concentrato nell’ar-
co di tempo tra Cinque e Novecento, ma sicuramente da estendere – e,
come dicevo, mi sembrava anche l’area cronologica meno indagata –
indietro fino a Dante, con anche qualche imprescindibile incursione nei
secoli della letteratura classica, vedi l’opera di Seneca.
Si trattava, in sintesi, di provare a storicizzare questa particolare for-
mazione di compromesso rappresentata dal piacere del male nelle lette-
rature occidentali, con la libertà di muoversi tra tutte le forme letterarie e,
proprio per questo, con la necessità di fare i conti – soprattutto a partire
dalla contaminazione degli stili dell’epoca barocca – con i vincoli che
intrecciano i valori morali di un’epoca e le griglie formali dei generi e
dei codici letterari.
Questo progetto ha trovato consenso e ha suscitato l’interesse di al-
cuni studiosi di letterature europee e di comparatistica che insegnano in
diversi atenei italiani e si occupano di differenti periodi storico-letterari
– Sergio Zatti (’500 e ante), Loretta Innocenti (’600), Luca Pietromarchi
(’800), Stefano Brugnolo (’900) che con me (’700) hanno condiviso le
varie fasi di questa lunga e articolata ricerca. Una ricerca che ha avuto

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Prefazione

come primo esito cinque incontri seminariali tenutisi nelle sedi univer-
sitarie che hanno collaborato al progetto – a Venezia, a Napoli, a Pisa,
a Roma e ancora, una seconda volta, a Pisa –, seminari in cui sono stati
presentati e discussi i lavori prima di dare loro un assetto formale defini-
tivo: un work in progress che ha affrontato il tema proposto e analizzato
i testi più rappresentativi, nella successione cronologica 1500-2000 che
ci siamo dati come campo d’indagine.
A partire da questo nucleo coeso di studiosi ciascuno di noi ha poi
coordinato una delle cinque sezioni del progetto il cui ambito d’indagi-
ne si può ricondurre grosso modo alla misura di un secolo; un metodo
necessario per semplificare e rendere più visibile la continuità, l’accu-
mulo e l’intensificazione crescente dell’affacciarsi sulla scena lettera-
ria di testi riconducibili alla figura del piacere del male; ma anche un
metodo che, ne sono consapevole, fa una certa violenza alle ben più
fluide e complesse reti che caratterizzano l’emergere e il diffondersi,
così come lo scomparire e il ritornare, dei testi letterari nella sequenza
del tempo storico.
Per ogni sezione sono stati invitati a partecipare alla ricerca dodici o
più studiosi, di cui alcuni stranieri, che hanno arricchito il quadro delle
competenze e consentito di analizzare testi di molte letterature e di-
scutere delle costanti e delle varianti che si andavano configurando nel
confronto tra opere sia narrative, sia poetiche, sia drammatiche.
Ora la pubblicazione in due volumi dei sessantadue contributi scien-
tifici prodotti dal progetto conclude la ricerca e dà forma unitaria a un
materiale che, preso caso per caso, non avrebbe lo stesso significato.
Se il piacere del male sia, nella storia della letteratura europea de-
gli ultimi secoli, una figura bifronte, uno di quei fili rossi capace, non
tanto di tenere insieme due anime gemelle (o due testi simili) come
vuole la leggenda, ma di legare tra loro, illuminare e attraversare testi
diversissimi per forma e contenuto innervandoli di un potenziale tra-
gico o esplosivo, si potrà cogliere solo da una casistica ampia come
quella offerta da quest’opera e soprattutto dalle relazioni inedite che
si manifestano solo nel confronto tra testi di letterature diverse e di
generi diversi.
La potenza e la persistenza di questa figura nelle diverse letterature,
la sua fortuna, stanno forse proprio nella sua genesi: essere nata per po-

19
ter esprimere e dar voce a un’irrisolvibile dicotomia della natura umana,
il desiderio impossibile di far coincidere un’etica dei principi con un’eti-
ca dei comportamenti.

Progetto di ricerca dell’Associazione Sigismondo Malatesta


realizzato in collaborazione con: Università di Napoli “L’Orientale”,
Università Ca’ Foscari Venezia, Università di Pisa, Università di Roma Tre
IV
Il secolo di Sade
Il piacere del male nella letteratura dell’800
Introduzione
di
Luca Pietromarchi
In una celebre poesia postuma, La Médisance, Hugo tratteggia la sor-
te di ogni maldicenza: per quanto sussurrata all’orecchio di un sordo nel
fondo di una cantina chiusa a doppia mandata e suggellata da un patto
di segretezza, essa saprà sempre filtrare attraverso le mura, trovare la
via di risalita, attraversare mari e monti, ritrovare l’indirizzo perduto del
destinatario e giungere quindi al suo orecchio… Non dissimile fu il de-
stino che conobbe l’opera di Sade. Arrestato, condannato, imprigionato,
i suoi libri, in edizioni clandestine e spesso contraffatte, seppero trovare
il modo di aggirare ogni censura e ogni rogo per costituirsi come una
delle opere più diffuse nel secolo successivo alla loro pubblicazione. Il
titolo paradossale di questa sezione dedicata al Piacere del male nell’Ot-
tocento – Il secolo di Sade – ha pertanto un sicuro fondamento storico.
Basti, a testimonianza, quanto ricorda Ugo Foscolo nel 1817, per il suo
«Gazzettino del Bel mondo»:

Ho lasciato a lacuna il titolo e il nome dell’autore d’un romanzo di cui le


scintille covarono per settant’anni sotto la corruzione europea […]. Io lo vidi
l’anno 1804 in una piccola città fra la Francia e le Fiandre in casa d’un povero
stampatore che ne faceva alla macchia non so se la ventesima o trentesima edi-
zione per un libraio di Parigi; e ne correggeva le prove aiutato a raffrontarle da
una sua figliuola di forse diciotto o venti anni.

Se le radici dell’opera di Sade pescano nel materialismo sensista del


Settecento, la sua fioritura – nel senso di diffusione e lettura – fu largamen-
te propiziata dalla sensibilità romantica che nella sua violenta crudezza
erotica riconosceva tutto ciò da cui storicamente rifuggiva, e da cui non
poteva distogliere lo sguardo, ovvero la memoria sanguinosa della Rivolu-
zione. Cambiato il nome in Piazza della Concorde, adornata nel suo centro
da un obelisco, ciò non impedì all’ombra della ghigliottina che si ergeva al

19
Luca Pietromarchi

centro della Piazza della Rivoluzione di estendersi difatti su tutto il secolo.


Così come le rivoluzioni del 1830, del 1848 e la Comune impedirono che
il sangue versato su quel selciato durante il Terrore si asciugasse mai del
tutto. Sade chiama la Rivoluzione, e la memoria di quest’ultima non smette
di richiamare la sua opera, nonché il suo centro ideale: l’idea di una natura
che coincide con il male, la cui radice più profonda è costituita dal piace-
re, fisico quanto morale, di fare il male, di spezzare i vincoli della moralità.
Come sintetizza Blanchot: «Il più grande dolore degli altri vale sempre
meno del mio piacere […]. Ognuno deve fare quel che gli piace, tutti de-
vono rispondere alla sola legge del loro piacere» 1, principio generale da
cui scaturisce la regola corollaria: «Faccio ciò che mi piace, non conosco
che il mio piacere, e per ottenerlo, torturo e uccido» 2.
Al dunque è dopo la Rivoluzione che l’opera e il pensiero di Sade
conoscono la loro più ampia diffusione. Sainte-Beuve scriveva nel 1843:
«Oserei dire, senza tema di smentita, che Byron e Sade sono i maggiori
ispiratori dei nostri moderni, l’uno palese, l’altro clandestino. Per com-
prendere certi romanzi oggi alla moda, se volete aprirne il sottofondo,
abbiate cura di non trascurare mai questa chiave». Pétrus Borel lo aveva
già preceduto, scrivendo nel 1839: «Gridate tutti contro Sade, ma lo por-
tate tutti in tasca» 3. E non solo in tasca, ma sì nella mente e negli occhi
della memoria.
Basta aprire la Justine per trovare una frase come questa: «Il male è
necessario al funzionamento vizioso di questo universo. Le conseguenze
del male sono eterne; è nel male che Dio ha creato il mondo, è con il male
che lo regge, è attraverso il male che ne perpetua l’esistenza…» 4. E sappia-
mo come in Sade il male trovi espressione anzitutto attraverso un piacere
erotico trasgressivo, inteso come umiliazione e sopraffazione dell’altro,
consumato all’interno di una coppia il cui legame è modellato sul rapporto
tra il carnefice e la sua vittima. Gli spettacoli sanguinari offerti dal Terrore
presteranno a quelle che erano potute sembrare deliranti elucubrazioni

1
M. Blanchot, Lautréamont et Sade, Éditions de Minuit, Paris 1963, p. 19.
2
Ivi, p. 23.
3
Cit. in M. Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, nuova
edizione Sansoni, Milano 1976, p. 109.
4
Ivi, p. 77.

20
Introduzione

sul piacere di seviziare i corpi e suppliziare la mente il valore di una verità


antropologica, storicamente fondata, politicamente legittimata. La Rivolu-
zione francese ha in Sade il suo coreografo, scenografo e filosofo. E forse
anche uno degli ispiratori dei suoi riti sanguinari se Rétif de la Bretonne
ricorderà che Danton leggeva la Justine «pour s’exciter!»  5, prima di inon-
dare, come scriverà Joseph de Maistre, di «sang innocent […] les échafauds
qui couvraient la France»  6. Robespierre darà difatti evidenza storica alla
verità antropologica manifestata nell’opera di Sade, così come un secolo
dopo essa riceverà da Freud la sua diagnosi clinica.
L’immaginazione romantica, e il riferimento d’obbligo è al grande
libro di Mario Praz La carne, la morte e il diavolo, scruterà con morbosa
curiosità questa voragine che Sade ha aperto nell’animo umano metten-
done a nudo la naturale inclinazione al male, e facendo della sopraffa-
zione, erotica o psicologica, la forma più spontanea dell’umana ricerca
del piacere. Il romanticismo vorrà dare a questa verità una rappresen-
tazione letteraria, una raffigurazione artistica, una spiegazione filosofica
e una interpretazione morale, nell’intento di esaltarne o di attenuarne
il potere: e sono appunto le diverse strategie della rappresentazione
letteraria del male che questa sezione intende studiare, a partire dalle
molteplici valenze che il romanticismo attribuisce a quella grande figura
prismatica che incarna le seduzioni del male, ovvero la figura del Dia-
volo. Il Romanticismo ne celebrerà il regno, ne invocherà il perdono, o
ne dipingerà le seduzioni erotiche, come ha fatto John Collier nel suo
ritratto di una voluttuosa Lilith avvolta nelle spire di un enorme serpen-
te, il quale sembra l’illustrazione di un passo in cui Baudelaire descrive
Satana: «Autour de sa tunique de pourpre était roulé, en manière de
ceinture, un serpent chatoyant qui, la tête relevée, tournait langoureuse-
ment vers lui ses yeux de braise» 7. Satana è il nome che il romanticismo

5
«per eccitarsi» (ivi, p. 82).
6
«sangue innocente […] i patiboli che ricoprivano la Francia» ( J. de Maistre,
Éclaircissement sur les sacrifices (1821), cit. in Ch. Baudelaire, Fusées, mon cœur mis à nu,
a cura di A. Guyaux, Folio Gallimard, Paris 1986, p. 587).
7
«Attorno alla sua tunica di porpora si arrotolava, a mò di cintura, un serpente ver-
sicolore che, con la testa ritta, volgeva verso di lui uno sguardo languido e ardente» (Ch.
Baudelaire, Œuvres complètes, a cura di C. Pichois, Gallimard, «Bibliothèque de La Pléiade»,
Paris 1975, vol. I, p. 308).

21
Luca Pietromarchi

attribuisce a quell’istanza che Sade aveva rivelato. Istanza naturale in


Sade, che riceve, con questo nome, una valenza morale. In effetti, quel
che Sade rivela nelle Cent-vingt Journées de Sodome – ovvero il patto di
sangue che lega Eros a Thanatos – è insostenibile se considerato nella
sua nudità. Come saranno insostenibili le scene di Salò o le 120 giornate
di Sodoma di Pasolini.
Il Romanticismo vorrà invece prestare alla sua ossessiva rappresen-
tazione del piacere del male un senso – morale o teologico –, un volto
– seducente o atroce –, sia per scongiurarne il potere – e saranno i Sata-
na penitenti francesi – sia per mostrarne l’estensione inestirpabile nelle
fibre dell’immaginazione. Comunque sia: per conoscere il male e le sue
voluttuose declinazioni. «La conscience dans le mal», come scriverà Bau-
delaire nell’Irrémédiable, è difatti uno dei grandi contributi del romanti-
cismo all’immaginazione occidentale, ovvero quello di aver amministrato
la terribile eredità di Sade per farne non solo un’occasione di scandalo,
ma un motivo di conoscenza dell’animo umano. Sono alcune forme let-
terarie di questa esperienza del limite che indagano gli studi presenti in
questa sezione.

22
Franco D’Intino

Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade


Qual è − se ve n’è una − l’eredità di Sade nel romanzo italiano? Non
mi pare che a questa domanda siano state date, finora, risposte soddisfa-
centi. Può darsi che il nome stesso del Marchese abbia tenuto alla larga i
critici, imbarazzati da quelle «perversioni sessuali» che, come nota Mario
Praz, fanno corpo con un sistema di norme «morali» largamente condivi-
se in aree nient’affatto marginali e trascurabili del Settecento, per esem-
pio Diderot. Questo saggio, naturalmente, non può aspirare a tracciare
anche solo il perimetro delle zone toccate, o forse sarebbe meglio dire
contaminate, dal veleno sadiano. E però si deve cominciare, e lo faccia-
mo con un nome importante, quello che a tutti gli effetti inaugura, per
data, qualità e autorevolezza, la storia del romanzo italiano dell’Ottocen-
to: Ugo Foscolo. Il quale è uno dei pochi autori che ci abbia tramandato
testimonianza − più o meno romanzata che sia − della lettura di un’opera
di Sade (assai probabilmente La Nouvelle Justine [La nuova Justine]).
E notiamo innanzitutto che Foscolo si rifiuta persino di nominare
questo oggetto, quasi distogliendo lo sguardo da ciò che pure confessa
di aver visto: «Ho lasciato a lacuna», scrive nel 1817 negli appunti per il
suo Gazzettino del Bel Mondo,

il titolo e il nome dell’autore d’un romanzo di cui le scintille covarono per


settant’anni sotto la corruzione europea […]. Io lo vidi l’anno 1804 in una piccola
città fra la Francia e le Fiandre in casa d’un povero stampatore che ne faceva
alla macchia non so se la ventesima o trentesima edizione per un libraio di Pa-
rigi; e ne correggeva le prove aiutato a raffrontarle da una sua figliuola di forse
dieciotto o venti anni 1.

1
U. Foscolo, Frammento sui romanzi, in Id., Prose varie d’arte, a cura di M. Fubi-
ni, Le Monnier, Firenze 1951 (d’ora in poi EN V), pp. 370-371. Il testo era stato pubblicato,

25
Franco D’Intino

La data dell’incontro (1804) è significativa, perché è posteriore alla


prima edizione autorizzata dell’Ortis, quella, per intenderci, del 1802.
E colpisce anche il dettaglio della giovanissima fanciulla che «rivedeva
le bozze d’un libro venefico», commenta il Praz  2, simile alla figlia che
coltiva i fiori velenosi del padre nel racconto di Hawthorne Rappaccini’s
Daughter (La figlia di Rapaccini). Già in questo episodio voyeuristico
nella provincia tra francese e fiamminga potremmo leggere l’atteggia-
mento di Foscolo nei confronti di Sade: curiosità e ripugnanza, delectatio
morosa e condanna morale. La data, si è detto, così precisa, lo mette al
sicuro da qualunque compromissione. L’Ortis, sembra dire l’autore, non
deve nulla a Sade. Ma poi c’è la seduzione della fanciulla che, innocente-
mente e inconsapevolmente, coopera a diffondere quel veleno infernale.
Nulla di più sadiano. E poi, ancora, la seduzione del denaro: «non so
se la ventesima o trentesima edizione». Che significa senza dubbio una
bella cifra, per chi necessitava di mezzi di sostentamento. Viste le recenti,
tormentate vicende delle edizioni pirata dell’Ortis, Foscolo non doveva
essere così insensibile al successo editoriale. Lo dimostra il fatto che la
questione riemerge in un altro passo grosso modo contemporaneo (non
citato da Praz) in cui Foscolo di nuovo se la prende col Marchese, anche
se, ancora una volta, si rifiuta di nominarlo. Questo autore, scrive, è

arrivato a sì orribile apice di perfezione in Francia, che noi crederemmo di


contaminare gli altri e noi se ne citassimo il titolo. Chiunque lo ha letto, e per
quanto sia d’animo guasto, non ci taccierà d’ipocrisia, se diremo che le tante
edizioni di sì atroce libro, ci fanno fremere insieme e tremare, pensando all’ob-
brobbrio che anche per questa ragione il secolo nostro otterrà dal genere uma-
no. Desumeranno i posteri da quel libro la prova maggiore contro la perfezione
ideale; perché mentre tanti filosofi tendono a provare matematicamente la per-
fettibilità assoluta dell’uomo, il romanzo è ristampato; e le metafisiche speranze
si stanno contente della prima edizione 3.

con alcune varianti, come Saggio d’un Gazzettino del Belmondo (n. 1), in Id., Opere, Prose
letterarie, vol. IV, Le Monnier, Firenze 1939, p. 28.
2
M. Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Sansoni, Fi-
renze 1996, pp. 88-89.
3
U. Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, ed. critica a cura di G. Gambarin, Le
Monnier, Firenze 1970 (d’ora in poi EN IV), pp. 529-530 (si cita dal testo dell’ed. 1817).

26
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade

Al contrario che nel passo del Gazzettino, qui Foscolo sembra più
incline a far credere di aver letto il libro, le cui tante edizioni sono testimo-
nianza di una corruzione generalizzata che sta contaminando, come un
pestifero unguento, il secolo. Ma l’elemento davvero nuovo, e sorprenden-
te, è il prestigio che Foscolo riconosce a Sade nel rappresentare addirittura
«la prova maggiore» contro «la perfezione ideale» e contro l’idea di «perfet-
tibilità assoluta dell’uomo», ovvero quelle «metafisiche speranze» che, non
avendo successo di pubblico, rimangono ferme «alla prima edizione».
Non so quanto consapevole del suo gioco di parole, Foscolo, insom-
ma, ci dice qui che «l’orribile apice di perfezione» di Sade consiste nell’aver
smascherato, svelato (un verbo su cui torneremo), l’inconsistenza delle
idee di «perfezione» e di «perfettibilità», sulle quali si erano andati in gran
parte innalzando gli edifici intellettuali dell’illuminismo, incluso quel filone
vichiano, che larga parte aveva avuto nella sua formazione. Non è, direi,
affermazione da poco: è anzi una tra le più precoci e acute testimonianze
di un’idea forte di Sade che stenterà a farsi strada prima del Novecento:
quella di un pensatore rigoroso e radicale, che porta a un estremo limite di
dolorosa intollerabilità idee che, fermentate in ambito illuminista, si erano,
per così dire, transvalutate in un nichilismo integrale.
Nel 1816 di quelle idee (o almeno di alcune di esse) Foscolo non po-
teva non sentire il fascino, perché egli stesso ne era stato contaminato in
gioventù, prima ancora di leggere Sade (stando alla testimonianza citata):
e proprio l’Ortis ne è il frutto avvelenato.
La verità è che la figura di Sade getta un’ombra sinistra sull’Ortis.
E Foscolo ne è ben consapevole, altrimenti non avrebbe riservato al
Marchese un posto di tale rilievo nei paragrafi finali di questa Notizia
bibliografica, un corposo saggio (attribuito alla penna di un critico ano-
nimo) con il quale Foscolo volle accompagnare, nel 1816, la riedizione
del suo romanzo giovanile. Il saggio ha lo scopo di giustificare la ripub-
blicazione di un libro che egli stesso ritiene abbia avuto e continuerà ad
avere effetti dannosi sulla gioventù. Non vale dunque anche per l’Ortis

In parentesi si darà, per comodità del lettore, anche la citazione da U. Foscolo, Opere, ed.
diretta da F. Gavazzeni con la collaborazione di G. Lavezzi, E. Lombardi e M. A. Terzoli,
Einaudi-Gallimard, Torino 1995, vol. II, Prose e saggi (qui p. 203), senza segnalare even-
tuali difformità.

27
Franco D’Intino

l’avvertimento che (come per il libello sadiano letto, o almeno sfogliato,


tra la Francia e le Fiandre) «nessuno può leggere quelle poche pagine
e non raccapriccire dall’obbrobbrio»? Pare proprio di sì. Nel finale del-
la Notizia è citato infatti un passo del suo maestro Cesarotti che dice:
«Questa è un’opera scritta da un Genio in accesso di febbre maligna,
d’una sublimità micidiale e d’un’eccellenza venefica»  4. Una definizione
terribile, che allude ad atmosfere sulfuree, infernali, insomma sadiane. La
stessa metafora era stata fatta propria da Foscolo in un passo precedente,
dove considera, oltre al bene, anche «il veleno che [il libro] può instillare
appunto negli animi de’ giovinetti, e delle fanciulle» 5. L’autore, dunque,
riconosce la pericolosità del suo romanzo, e proprio a questo serve la
Notizia, a fornire, insieme al veleno, il «contravveleno»: «Or da che non è
oggimai possibile di abolire un romanzo tante volte stampato […] abbia-
mo stimato di ristamparlo correttamente, di raccogliere ed ordinare con
diligenza i pareri de’ critici; e di accompagnarlo d’un contravveleno a
pro della gioventù» 6. Così si chiude la Notizia. L’idea del contravveleno è
dunque forte, e rimanda altrettanto fortemente all’idea che l’Ortis è avve-
lenato: cioè, nella sostanza (vedremo poi di che è fatta questa sostanza)
un romanzo filosoficamente libertino.
Foscolo aveva ben chiara la genealogia del romanzo libertino euro-
peo. La traccia in parte nel passo citato del Gazzettino in cui allude (sen-
za nominarlo) a Sade, il quale non sarebbe un caso isolato, ma sempli-
cemente l’ultima estrema e violenta fiammata di un incendio che aveva
cominciato a diffondersi fin da metà secolo divorando le fibre corrotte
della Reggenza, e traendo nuovo vigore dalla Rivoluzione. Un altro am-
bito metaforico, ma la sostanza resta la stessa: la propagazione contagio-
sa del veleno equivale a quella del fuoco «imprudentemente attizzato» da
Richardson, seguito poi da Laclos 7. La genealogia è arricchita nella Noti-

4
EN IV, p. 535 (=Prose e saggi, p. 208).
5
EN IV, p. 487 (=Prose e saggi, p. 154).
6
EN IV, p. 535 (=Prose e saggi, p. 208).
7
Nel Frammento sui romanzi: «Ho lasciato a lacuna il titolo e il nome dell’autore
d’un romanzo, di cui le scintille covarono per settant’anni sotto la corruzione europea
−  poi quel foco fu imprudentemente attizzato dal Lovelace di Richardson  − poscia un
cortigiano del Duca d’Orléans-Égalité, co’ nuovi Lovelace maschio e femmina des liaisons
dangereuses, approssimò insidiosissimo mantici al fuoco» (EN V, p. 370).

28
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade

zia, dove Foscolo annette alla coterie libertina il Goethe del Werther (che
aveva esplicitamente imitato) e soprattutto il Rousseau della Nouvelle
Héloïse (La nuova Eloisa), «il romanzo più celebre del secolo addietro» 8.
La critica ha insistito forse troppo esclusivamente sul rapporto con il
modello esplicito, il Werther, influenzata dallo stesso Foscolo, il quale a
ciò consacra un intero capitolo della Notizia. E rischia però di trascurare
la consapevolezza foscoliana dell’intera costellazione libertina, che trova
come si è visto il suo «apice di perfezione» in Sade. E di oscurare, anche,
il rapporto con la Nouvelle Héloïse, che è invece, per certi versi, profon-
do, se non altro in termini di intonazione e di atteggiamento psichico 9.
Basti leggere l’incipit dei due romanzi; quello di Goethe in toni chiari e
squillanti: «Wie froh bin ich, daß ich weg bin!» 10; quello di Rousseau nelle
tinte drammatiche e seriose di un patetico larmoyant: «Il faut vous fuir,
mademoiselle, je le sens bien» 11. Nell’un caso il piacere della libertà, la

8
EN IV, p. 491 (=Prose e saggi, p. 158).
9
Una notevole eccezione nella critica è il volume di E. Neppi, Il dialogo dei tre
massimi sistemi. Le Ultime lettere di Jacopo Ortis fra il Werther e la Nuova Eloisa, Liguori,
Napoli 2014, anche se in una prospettiva assai diversa dalla mia. Basterà dire qui che il
rifiuto, da parte di Foscolo, persino di nominare Sade corrisponde in certo senso alla pru-
riginosa esibizione di innocenza e pudore del Jean-Jacques delle Confessions, altro man-
cato lettore (a suo dire) di romanzi libertini e pornografici: «Cependant si mon goût ne
me préserva pas des livres plats et fades, mon bonheur me préserva des livres obscènes
et licencieux; non que la Tribu, femme à tous égards très accomodante, se fît un scrupule
de m’en prêter. Mais pour les faire valoir elle me les nommait avec un air de mystère qui
me forçait à les refuser, tant par dégoût que par honte, et le hasard seconda si bien mon
humeur pudique que j’avais plus de trente ans avant que j’eusse jeté les yeux sur aucun
de ces dangereux livres qu’une belle dame de par le monde trouve incommodes, en ce
qu’on ne peut, dit-elle, les lire que d’une main» («Tuttavia, se il mio gusto non mi preservò
dai libri scialbi e insipidi, la fortuna mi preservò dai libri osceni e licenziosi: non che la
Tribù, donna sotto ogni aspetto accomodante, si facesse scrupolo di prestarmene. Ma, per
renderli preziosi me li nominava con una certa aria di mistero che mi induceva a rifiutarli,
sia per disgusto sia per vergogna, e il caso assecondò a tal punto il mio umore pudico che
avrei oltrepassato i trent’anni prima di buttare gli occhi su uno di quei libri pericolosi che
una bella signora della buona società trova scomodi perché, dice, non si possono leggere
che con una mano sola»); J.-J. Rousseau, Les Confessions, in Id., Œuvres complètes, vol. I,
Les Confessions. Autres textes autobiographiques, a cura di B. Gagnebin e M. Raymond,
Gallimard, «Bibliothèque de la Pléiade», Paris 1959, p. 40.
10
«Come sono felice di essere partito!» ( J. W. Goethe, Die Leiden des jungen Wer-
ther/ I dolori del giovane Werther, a cura di G. Baioni, Einaudi, Torino 1998, pp. 4-5).
11
«Devo fuggirvi, signorina, lo sento» ( J.-J. Rousseau, La Nouvelle Héloïse, a cura di
M. Launay, Flammarion, Paris 1967, p. 9).

29
Franco D’Intino

gioia dell’indipendenza riconquistata: il racconto di un’avventura eroti-


ca che non riguarda la protagonista, come se la storia con Carlotta non
fosse che una delle tante vicende del libertino, finita male per eccesso
di cuore e sensibilità. L’accento batte sì sull’autocorrezione, sul penti-
mento; ma ciò di cui il giovane si pente è di prendere la scappatella sul
serio, di viverla come colpa, mentre invece dovrebbe godersi il piacere,
vivere il presente e poi, faustianamente, passare oltre: «ich will das Ge-
genwärtige genießen, und das Vergangene soll mir vergangen sein»  12.
Tutt’altro l’atteggiamento di Saint-Preux, ambiguo, indeciso, insinuante
(l’incipit è un verbo del dovere che si oppone al desiderio: «il faut» e un
verbo della fuga dalla verità: «fuir»). Tanto da suscitare i sospetti di Julie,
che ne smaschera subito il doppio gioco, e percepisce il veleno che il
precettore le sta inoculando: «Homme artificieux! […] Dès le premier jour
que j’eus le malheur de te voir, je sentis le poison qui corrompt mes sens
et ma raison; je le sentis du premier instant, et tes yeux, tes sentiments,
tes discours, ta plume criminelle, le rendent chaque jour plus mortel» 13.
Ma Saint-Preux nega, ed esibisce, come poi sempre stucchevolmente,
semplicità e sensibilità: «Je ne suis point un vile séducteur comme tu
m’appelles dans ton désespoir, mais un homme simple et sensible, qui
montre aisément ce qu’il sent, et ne sent rien dont il doive rougir»  14.
Insomma, un eccesso sospetto di moralità. Tutto il romanzo, in effetti, è
all’insegna del sospetto ( Julie a Saint-Preux: «car le cœur nous trompe en
mille manières, et n’agit que par un principe toujours suspect») 15 e del
pericolo che la virtù nasconda il vizio, la falsità, l’ipocrisia. In ogni caso,
è proprio così (à la Voltaire) che Foscolo legge il carattere di Saint-Preux
nella Notizia: «St. Preux è carattere dispregievole; giovine altero a pa-

12
«voglio godere il presente, e sia passato il passato» (Goethe, Die Leiden des jungen
Werther, cit., pp. 4-5).
13
«Uomo insidioso! Dal primo giorno che ho avuto la sfortuna di vederti, ho sentito
il veleno che corrompe i miei sensi e la mia ragione; l’ho sentito fin dal primo istante, e i
tuoi occhi, i tuoi sentimenti, i tuoi discorsi, la tua penna criminale, lo rendono ogni giorno
più mortale» (Rousseau, La Nouvelle Héloïse, cit., p. 15).
14
«Non sono affatto un vile seduttore come tu mi chiami nella tua disperazione, ma
un uomo semplice e sensibile, che mostra semplicemente ciò che sente, e non sente nulla
di cui debba arrossire» (ivi, p. 17).
15
«Perché il cuore ci inganna in mille modi e agisce sempre sulla base di principi
sospetti» (ivi, p. 273).

30
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade

role, e servile a fatti; spirituale e platonico in fantasia, ed epicureo sino


alla crapola ed al postribolo» 16. Quali siano esattamente i tratti filosofici
del platonico, Vico lo aveva detto, proprio a contrasto con l’epicureo,
nella Scienza nuova: «i filosofi politici, e principalmente i platonici, […]
convengono con tutti i legislatori in questi tre principali punti: che si dia
provvedenza divina, che si debbano moderare l’umane passioni e farne
umane virtù, e che l’anime umane sien immortali» 17. Più generalmente,
e genericamente, Foscolo vuole dire che Saint-Preux fa mostra di subli-
me idealismo, mentre è invece, in realtà, un materialista di bassa lega,
insomma un volgare, comunissimo libertino, che non ha coscienza se
non «per inorgoglirsi della sua immaginaria virtù e adonestare per essa
le libidini e il tradimento» 18.
Tanto fastidio e tanta acredine contro il personaggio di Saint-Preux
sono però anch’essi sospetti: il lettore delle Ultime lettere ha in effetti,
talora, la sensazione che Jacopo gli assomigli un bel po’ (ben più che al
baldanzoso ma tutto sommato ingenuo Werther), e sarà dunque ammira-
to nello scoprire con quanta onestà intellettuale lo stesso Foscolo, poche
pagine dopo, lo ammette, quando nota che «Ben pare che a lui [Jacopo]
il sacrificio di rispettare la virtù di Teresa gli rincresca talvolta; ed or
pare ch’ei n’abbia certa compiacenza orgogliosa» 19. Subito dopo arriva,
puntuale, la conferma, sigillata dalla stessa identica definizione usata per
Saint-Preux: «La lettura de’ poeti, l’entusiasmo per le idee sublimi con-
feriscono alle lettere amorose dell’Ortis un non so che di platonico» 20.
Ecco dunque un Ortis platonico, che si avventura nelle sabbie mobili
di un’orgogliosa moralità e di un sublime autoinganno, preda di una im-
magine eroica di sé. Con una differenza, tuttavia, ci fa avvertiti Foscolo
nel seguito della frase: «non però asconde i desiderj veementi e i delirj
notturni che ardono l’uomo innamorato»  21. In questo, allora, Foscolo
sente il proprio personaggio (e il proprio romanzo) moralmente e artisti-

16
EN IV, p. 492 (=Prose e saggi, p. 160).
17
G. Vico, Principi di Scienza Nuova, in Id., Opere, a cura di A. Battistini, Monda-
dori, Milano 1990, p. 496 (libro I, sez. 2, 5).
18
EN IV, p. 492 (=Prose e saggi, p. 160).
19
EN IV, p. 512 (=Prose e saggi, p. 183).
20
Ibidem.
21
Ibidem.

31
Franco D’Intino

camente superiore a quello di Rousseau, nel coraggio di svelare la verità


intima, profonda e nascosta di un eroe che si avventura nel lato oscuro
(e necessariamente doloroso) delle passioni, ovvero, più precisamente, di
quel «desiderio violento» che è «il principio ed il termine di tutte le nostre
agitazioni» 22. E qui sarà opportuno volgerci alla lettera della mezzanotte
del 14 marzo, dove Jacopo, spaventato dai propri stessi pensieri, non si
tira indietro dinnanzi alle ultime conseguenze, e svela a se stesso quella
«verità» che non può più nascondersi, e che spesso affiora altrove nel
corso del romanzo: l’egoismo universale, la lotta − hobbesiana, ma anche
sadiana − di tutti contro tutti: «Torna a spaventarmi quella terribile verità
ch’io già svelava con raccapriccio − e che mi sono poscia assuefatto a me-
ditare con rassegnazione. Tutti siamo nemici. Se tu potessi fare il processo
de’ pensieri di chiunque ti si para davanti, vedresti ch’ei ruota a cerchio
una spada per allontanare tutti dal proprio bene, e per rapire l’altrui» 23.
Non è forse un caso che in questo passo quasi pre-dostoevskiano fac-
cia capolino uno dei veri punti chiave della letteratura libertina: rapire è
rubare, ma più specificamente rubare (alla virtù, all’innocenza, all’onore)
la fanciulla. Certo, la struttura è condizionale: la verità verrebbe fuori se
a condurre il «processo» fosse una istanza superiore, imparziale, attenta ai
fatti. Ma se invece è la coscienza ad autoanalizzarsi (come Foscolo rim-

22
EN IV, p. 500 (=Prose e saggi, p. 169).
23
EN IV, p. 451 (=Prose e saggi, p. 124). Sulla metafora del velo, si veda un passo
della Chioma di Berenice (U. Foscolo, Scritti letterari e politici. Dal 1796 al 1808, a cura
di G. Gambarin, Le Monnier, Firenze 1972) (=EN VI, p. 304), che restituisce bene il senso
dello «svelamento» di cui Jacopo sta parlando nel romanzo: «Questo vedo; che essendo [le
scienze] destinate a pochi, ove questi volessero rompere a noi popolo il velo dell’illusione
da cui traspare un mondo di belle e care immaginazioni, ci farebbero essi assai più soven-
te ricordare le noie e le ansietà della vita, dove niuno va lieto senza il dolore dell’altro». Se-
gnalo come nulla più che curiosa ma significativa coincidenza un passo della Philosophie
dans le boudoir dove troviamo sia il gesto dello svelamento, sia una «spada» usata non
per difendere la giustizia ma per soddisfare le proprie egoistiche passioni: «Dolmancé: Ne
me forcez pas à vous dévoiler mes fautes, leur nombre et leur espèce me contraindraient
trop à rougir. Je vous les avouerai peut-être un jour. Mme de Saint-Ange: Dirigeant le glaive
des lois, le scélérat s’en est souvent servi pour satisfaire à ses passions» («Dolmancé: Non
mi costringete a svelarvi le mie colpe, il loro numero e la loro natura mi costringerebbero
ad arrossire troppo. Un giorno forse ve le confesserò. Mme de Saint-Ange: Impugnando la
spada delle leggi, lo scellerato se ne è servito spesso per soddisfare le proprie passioni»);
Sade, Œuvres, a cura di M. Delon, vol. III, Gallimard, «Bibliothèque de la Pléiade», Paris
1998, p. 55.

32
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade

proverava a Saint-Preux)? O se invece essa delega, rousseauianamente,


questo ingrato compito a un invisibile tribunale divino? Ecco il risultato,
poche pagine dopo, nella lettera di venerdì, ore I, che non a caso echeg-
gia l’esordio apologetico delle Confessions (Le confessioni): «Che se il
Padre degli uomini mi chiamasse a rendimento di conti, io gli mostrerò
le mie mani pure di sangue, e puro di delitti il mio cuore. Io dirò: Non ho
rapito il pane agli orfani ed alle vedove; non ho perseguitato l’infelice;
non ho tradito; non ho abbandonato l’amico; non ho turbata la felicità
degli amanti, né contaminata l’innocenza, né inimicati i fratelli, né pro-
strata la mia anima alle ricchezze. […] Corrotto quasi dal mondo, dopo
avere sperimentati tutti i suoi vizj − ma no! i suoi vizj mi hanno per brevi
istanti forse contaminato, ma non mi hanno mai vinto − ho cercato virtù
nella solitudine» 24.
Dietro «il passato prossimo dell’esame di coscienza», è stato notato,
si nasconde, giusta la struttura biblica, «l’imperativo del precetto», come
se Jacopo qui volesse non tanto giustificare e assolvere ciò che è sta-
to, bensì obbligarsi a fare proponimenti per il futuro. Infatti si confes-
sa colpevole, benché, di nuovo, con riserva e molte attenuanti: è stato
bensì «corrotto» e «contaminato» dal mondo, ma «quasi», e solo «per brevi
istanti»  25. Lo svelamento è dunque condizionale, parziale, provvisorio,
è un semplice sollevare il «velo» per un istante fugace, per poi subito
distogliere lo sguardo, stendendo di nuovo il velo a coprire una scena
insostenibile. Potrebbe essere questo l’atteggiamento che detta a Foscolo
il racconto del suo incontro con Sade (assente tuttavia, censurato, nella
Notizia): quella scena à la Vermeer in cui un testimone nascosto, muto,
spia un interno di tipografia ove una giovane fanciulla innocente aiuta il

24
EN IV, pp. 467-468 (=Prose e saggi, pp. 134-135).
25
Il commento è di Maria Antonietta Terzoli, in Prose e saggi, p. 844. Diversa, non
a caso, la versione dello stesso passo nella Notizia, dove il gesto dello svelamento è più
deciso, e radicale. Manca infatti il contrappeso che la virtù concede al vizio: «ah no! i
suoi vizj mi hanno per brevi istanti forse contaminato, ma non mi hanno mai vinto», e la
frase suona invece così: «Fui corrotto quasi dal mondo dopo avere sperimentati tutti i suoi
vizi: e quanto più sente l’orror della morte, tanto più le passioni che sono immedesimate
alla vita lo tentano a feroci delitti» (EN IV, p. 530) (=Prose e saggi, p. 203). Decisamente
la citazione è oscurata, nella Notizia, dall’ombra gettata dal passo su Sade, che precede
immediatamente.

33
Franco D’Intino

padre a «correggere le prove» di un libro velenoso e corruttore mai nomi-


nato: «e ne correggeva le prove, aiutato a raffrontarle da una sua figliuola
di forse diciotto o venti anni». Una sorta di voyeurismo pruriginoso il cui
piacere consiste nel vedere senza, per così dire, vedersi vedere, protetti
dalla reticenza, la «lacuna» del nome 26.
L’Ortis, nota Foscolo nella Notizia, «fu generalmente accusato di trop-
pe reticenze»  27; e lo scrittore, aggiunge «accenna più che non esprime
a parole»  28. A pensarci bene la struttura del romanzo epistolare, rivista
e corretta da Foscolo rispetto al modello goethiano (su questo punto si
dilunga molto nella Notizia, indicandovi uno dei maggiori elementi di
novità), permette una «perturbazione continua» 29 di idee e stati d’animo,
rappresentati in momenti e fasi diversi, a seconda del mutevole umore
del protagonista, che da «platonico» diventa in men che non si dica una
«fiera»  30 e un «omicida»  31. In secondo luogo, essa crea molteplici livelli
nelle istanze narrative, dando, rispetto al Werther, grande importanza alla
figura dell’amico (Lorenzo), il quale assume il ruolo di vero e proprio
editore, capace dunque di intervenire, scegliere, manipolare. L’edizione
zurighese del 1816, infine, aggiunge un testo-cornice supplementare (la
Notizia bibliografica), in cui un sedicente critico anonimo (dietro il qua-
le si cela, senza svelarsi, lo stesso Foscolo), dà una sua interpretazione,
a sua volta instabile e altalenante, del romanzo. Una interpretazione che
include, lo si è visto, e in posizione ben strategica, la seconda versione
del giudizio su Sade, in cui all’innominabile Marchese (Manzoni se ne

26
Sul voyeurismo pornografico settecentesco si veda J.-M. Goulemot, Les Livres
qu’on ne lit que d’une main. Lecture et lecteurs de livres pornographiques au XVIIIe siècle,
Alinéa, Aix-en-Provence 1991. Il corpo, scrive, è esibito «in una sorta di messa a distanza,
e contemporaneamente come sorpreso contro la sua stessa volontà, complice e reticente
allo stesso tempo» (p. 60). Nella lettera del 3 dicembre, proprio all’inizio del romanzo,
Teresa è spiata morbosamente nella sua intimità da uno sguardo simile a quello del
«lecteur par effraction» di romanzi pornografici (ivi, pp. 137-142), rappresentato dal busto
maschile nella famosa stampa Le Midi di Emmanuel Jean Népomucène de Ghendt, tratta
dalla gouache di Pierre-Antoine Baudouin. Qui, come nell’episodio biografico ambientato
nelle Fiandre, lo spettatore vede senza essere visto.
27
EN IV, p. 482 (=Prose e saggi, p. 148).
28
EN IV, p. 484 (=Prose e saggi, p. 150).
29
EN IV, p. 500 (=Prose e saggi, p. 169).
30
EN IV, p. 298 (=Prose e saggi, p. 13).
31
EN IV, p. 396 (=Prose e saggi, p. 82).

34
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade

sarà ricordato cambiando il nome/non nome al suo personaggio più


sadiano?)  32 è attribuito l’onore di essere «la prova maggiore contro la
perfezione ideale», cioè, insomma, un perfetto antiplatonico.
L’incontro con Sade, visibile e invisibile, esibito e nascosto, è però tal-
mente contagioso, persino nel ricordo, che si riverbera su ciò che segue,
e si direbbe che contamini l’autore della Notizia (anch’egli, come il Sade
foscoliano, anonimo), il quale subito dopo dà, in succinto, il seguente,
sconcertante riassunto della trama delle Ultime lettere:

Un uomo strascinato dall’amore a violare l’ospitalità, a contaminare una


vergine e a ravvolgere una famiglia in pericoli; e che lo elude morendo, non
somministra, quanto a principio parrebbe, prova del potere del libero arbitrio:
da che quest’uomo lascia discernere che tutti gli atti d’onestà sono effetti non
tanto della ragione, quanto di passioni più forti 33.

Non ci potrebbe essere distillato filosofico-romanzesco più puramen-


te e perfidamente sadiano. C’è, stilato con competenza di lettore attento,
il vademecum essenziale del Marchese: la contaminazione della vergine
innocente, la violazione dell’ospitalità, la distruzione dei vincoli familiari.
E soprattutto, su un piano filosofico, la negazione del libero arbitrio e la
riconduzione delle azioni umane all’unico movente delle passioni (cioè,
come abbiamo visto, del desiderio)34. Se vuole rimanere innocente e
virtuoso, da tutti i possibili snodi di questo perverso intreccio il protago-
nista può salvarsi solo uccidendosi, ed è questa la vera motivazione del
suicidio che era stata offerta al lettore nel romanzo, nella già citata lettera
di mezzanotte del 14 marzo:

Tento la punta di questo pugnale: io lo stringo, e sorrido: qui, in mezzo a


questo cuor palpitante − e sarà tutto compiuto. Ma questo ferro mi sta sempre
davanti! − chi osa amarti, o Teresa? chi osò rapirti? − Fuggimi dunque; non mi ti

32
Sulle ragioni della scelta di Manzoni si interroga, tra gli altri, A. Moravia, Ales-
sandro Manzoni o l’ipotesi di un realismo cattolico, in Id., L’uomo come fine e altri saggi,
Bompiani, Milano 1964, p. 316.
33
EN IV, p. 532 (=Prose e saggi, pp. 204-205).
34
Mi pare che il solo Neppi abbia avanzato l’ipotesi di una traccia testuale sadiana
nell’Ortis, in particolare nella lettera da Ventimiglia (cfr. Il dialogo, cit., p. 267).

35
Franco D’Intino

accostare, Odoardo! − O! mi vado strofinando le mani per lavare la macchia del


suo sangue − le fiuto come se fumassero di delitto. Frattanto eccole immacolate,
e in tempo di togliermi in un tratto dal pericolo di vivere un giorno di più − un
giorno solo; un momento − sciagurato! sarei vissuto troppo 35.

Questo teatralissimo brano, debitore dello Shakespeare macabro e


gotico del Macbeth, ha al centro, ancora una volta, il gesto libertino
archetipico del rapire, ma anche la declinazione che ne aveva dato
Rousseau nella Nouvelle Héloïse, il cui incipit era: «Il faut vous fuir»: «Fug-
gimi dunque». La vittima deve sfuggire al rapitore, e il rapitore alla vitti-
ma, morendo. Solo così si potrà evitare la necessaria verità sadiana della
sopraffazione e della violenza del desiderio. La struttura del brano è
sempre quella del mostrare e del nascondere, come in un gioco di presti-
gio: «mi vado strofinando le mani per lavare la macchia del suo sangue»
è l’impulso libertino, l’immaginario assassinio di Odoardo (è uno dei
«deliri notturni» di cui parla la Notizia); «le fiuto come se fumassero di de-
litto» corregge il tiro, con il trucco del «come se», che prepara il colpo di
scena: la sparizione del crimine e l’innocenza ritrovata: «Frattanto eccole
immacolate». Di questi giochi di prestigio l’Ortis offre una vasta campio-
natura, che non occorre qui analizzzare nel dettaglio per chi l’abbia letto
con attenzione. Basti osservare che la struttura di quello che potremmo
chiamare sadismo «ipotetico» («come se») è resa spesso nella Notizia dal
condizionale: «s’ei non ne fosse dissuaso dal sentimento perpetuo ch’egli
ha della vanità della vita, le sue passioni lo costringerebbero alle azioni
prodotte dal furore amoroso, e dalla gelosia ne’ selvaggi» 36. E ancora:

La ostinata costanza dell’Ortis ci moverebbe solamente a stupore se non la


vedessimo ritentata e in frangenti d’essere smossa e da tutti i desiderj dell’uomo,
e dal dolore delle persone che egli condanna al lutto: ed ei ne sente il delitto,
e presente insieme i delitti a’ quali le speranze, continuando a vivere seco, lo
potrebbero strascinare 37.

35
EN IV, p. 452 (=Prose e saggi, p. 125).
36
EN IV, p. 513 (=Prose e saggi, p. 184).
37
EN IV, p. 524 (=Prose e saggi, p. 197).

36
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade

C’è dunque sempre qualcosa, un rimorso, uno scrupolo, un’angoscia, un


sussulto di sensibilità, e alla fine, definitivamente, il suicidio, che trattiene
Jacopo sul baratro dell’azione sadiana, che lo mantiene entro i sacri confi-
ni del platonismo, riconvertendo il «desiderio» in «amore». Questo qualcosa
stende di nuovo il velo su ciò che era stato, per un momento, svelato. Lo
dice chiaramente la Notizia, quasi commentando la lettera della mezzanotte
(«Torna a spaventarmi quella terribile verità ch’io già svelava con racca-
priccio»), e chiarendo come questo romanzo «d’una sublimità micidiale e
d’un’eccellenza venefica» (Cesarotti) potesse essere salvato, e dunque, pur
essendo immorale, ripubblicato senza scrupoli morali e senza vergogna:
«I sentimenti delicati d’amore e il velo diffuso sovra i desiderj dell’uomo e
le angosce che senza evento felice affliggono l’Ortis e la fanciulla, salvano
questo romanzo dalla censura meritata quasi da tutti e anche dalla Claris-
sa» 38. Tutti, s’intende, i romanzi della genia libertina, ai quali Foscolo annette
il proprio. Ma proprio per evitare la censura Foscolo aveva ideato la finzio-
ne della Notizia bibliografica, che commenta, giudica, corregge il tiro, allo
scopo di rendere ingeribile senza danno il veleno romanzesco: «abbiamo
stimato di ristamparlo correttamente, di raccogliere ed ordinare con diligen-
za i pareri de’ critici; e di accompagnarlo d’un contravveleno a pro della
gioventù»  39. Questa, assai categorica dopo tante oscillazioni, l’ultima frase
della Notizia. Si potrebbe maliziosamente notare che l’avverbio richiama il
gesto dello stampatore abusivo di Sade, che «ne correggeva le prove, aiutato
a raffrontarle da una sua figliuola di forse diciotto o venti anni».
L’idea del «contravveleno» invece gli veniva da Rousseau, e anzi più pre-
cisamente proprio da quel personaggio, Saint-Preux, dal quale aveva preso
le distanze come «carattere dispregievole» e insomma incorreggibilmente
ipocrita: «Ce précieux recueil − aveva scritto il giovane precettore a Julie a
proposito del fascicolo religiosamente conservato delle sue lettere − ne me
quittera de mes jours; il sera mon manuel dans le monde où je vais entrer:
il sera pour moi le contre-poison des maximes qu’on y respire» 40. Nell’Ortis

38
EN IV, p. 532 (=Prose e saggi, p. 205).
39
EN IV, p. 535 (=Prose e saggi, p. 208).
40
«Questa preziosa raccolta non mi abbandonerà mai; sarà il mio manuale nel mon-
do in cui sto per entrare: sarà per me il contravveleno alle massime che vi si respirano»
(Rousseau, La Nouvelle Héloïse, cit., p. 162).

37
Franco D’Intino

non sono le lettere di Teresa (che non abbiamo) a salvare la reputazione


di Jacopo, ma, come si è visto, ciò che egli stesso dice platonizzando, e le
molteplici strategie escogitate dall’autore per neutralizzare, immunizzare, il
potere venefico del romanzo: altrettanti veli stesi a coprire il fondo tene-
broso del libro, e di tanto in tanto opportunamente sollevati, per dare una
scossa al lettore, per attizzare (e poi subito spegnere) il fuoco acceso da
Richardson, e poi impunemente e apertamente fatto divampare prima da
Laclos e poi da Sade, il più radicale di tutti, il maestro senza nome, il cui
libello è «arrivato a sì orribile apice di perfezione in Francia, che noi crede-
remmo di contaminare gli altri e noi se ne citassimo il titolo» 41.
Tutto a posto, dunque? Le lunghe e spesso contorte argomentazioni
della Notizia riusciranno a salvare il romanzo, a tranquillizzare gli animi
di quei lettori presi dal timore che (secondo l’espressione di Goethe
riportata da Foscolo) una nuova «scintilla» facesse «scoppiare la mina»? 42
Tutto sommato, no, e forse il vero scopo di Foscolo non era affatto tran-
quillizzare il lettore, bensì, al contrario, attizzarne la curiosità, facendo
del suo «contravveleno» un veleno ancor più potente 43.
O almeno, è ciò che egli dice, se lo stiamo ad ascoltare con attenzione.
In un complicato gioco di specchi, Foscolo ancora una volta si autocita,

41
EN IV, pp. 529-530 (=Prose e saggi, p. 203). Il verbo attizzare (che rimanda alla ir-
ritazione di un altro passo della Notizia) è naturalmente foscoliano, nel passo da cui siamo
partiti: «poi quel foco fu imprudentemente attizzato dal Lovelace di Richardson − poscia un
cortigiano del Duca d’Orléans-Égalité, co’ nuovi Lovelace maschio e femmina des liaisons
dangereuses, approssimò insidiosissimo mantici al fuoco» (EN V, p. 370, il primo corsivo mio);
ma anche in un altro della Notizia: «da che Lovelace attizzerà sempre la brutalità di molti suoi
pari, e un solo de’ suoi artificj può aguzzare l’astuzia di tanti altri che quantunque con mino-
re ingegno professano più vili scostumatezze» (EN IV, p. 532) (=Prose e saggi, p. 205). Ma si
veda la traduzione di un passo cruciale del Werther (in cui Carlotta smaschera le motivazioni
di Werther), dato da Foscolo anche in originale: «Ho paura, ho paura che la impossibilità di
possedermi attizzi in voi tanto ardore di desiderio» (EN IV, p. 516) (=Prose e saggi, p. 187).
42
EN IV, p. 534 (=Prose e saggi, p. 207).
43
Si comprende, dunque, la diffidenza di De Sanctis, il quale però, se tra i nume-
rosi difetti che addebita al protagonista del romanzo di Foscolo include la morbosità,
non sembra percepirne le connotazioni libertine: «Trovi in questo Iacopo un sentimento
morboso, una esplosione giovanile e superficiale, più che l’espressione matura di un
mondo lungamente covato e meditato, una tendenza più alla riflessione astratta, che alla
formazione artistica, una immaginazione povera e monotona in tanta esagerazione de’
sentimenti» (F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, a cura di N. Gallo, introduzione
di G. Ficara, Einaudi-Gallimard, Torino 1996, p. 779).

38
Foscolo, Ortis e l’ombra di Sade

e riporta nella Notizia un passo della lettera del 29 aprile, in cui racconta
di come si fosse deciso a tradurre, togliendo, mutando, aggiungendo, «un
racconto di sciagura» inglese (dal suo Sterne) allo scopo di «mostrare a Te-
resa uno specchio della fatale infelicità dell’amore» 44. Ma, prosegue, non
ne aveva fatto più nulla, perché «quei tre o quattro fogli» le avrebbero fatto
«più male che bene», giacché gli esempi altrui non servono che ad «irritare
le nostre passioni» 45. Figuriamoci poi se questi esempi sono libertini! Que-
sto il motivo − commenta l’autore della Notizia − per cui «i padri e le madri
sviano da questo libro [l’Ortis] le loro figliuole». Ma poi, con malizia degna
di Sade, aggiunge: «ma anche l’irritazione della curiosità lo fa leggere di
soppiatto, e accresce il pericolo»  46. Insomma, il gioco del mostrare e del
nascondere attizza ancora di più il fuoco: lo dice uno, che Sade lo aveva
letto, appunto, di soppiatto, senza neanche nominarlo.

44
Sul rapporto tra lettura e pratiche libertine si veda il capitolo «Le miroir et le ro-
man», in M. Delon, Le Savoir-vivre libertin, Hachette, Paris 2000, pp. 227-253.
45
EN IV, p. 350 (=Prose e saggi, p. 50).
46
EN IV, p. 532 (=Prose e saggi, p. 205).

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