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DIOCESI DI VICENZA

VIII^ SETTIMANA BIBLICA


5 LUGLIO 2016

“ESODO: UNA PEDAGOGIA DEL DESERTO?”

PEDAGOGIA: scienza che studia i processi dell’educazione e della formazione


umana. L’arte di educare.
Educare deriva dai verbi latini edere che significa “alimentare” ed “educere” vale a
dire “tirare fuori”.
L’educazione quindi è un processo di ampio respiro mediante il quale si trasmettono
conoscenze, valori, tradizioni, modi di agire e allo stesso tempo è un processo di
sviluppo delle potenzialità e delle possibilità. E’ un processo di presa di coscienza
culturale, morale e di comportamento, che crea un legame tra chi educa e chi viene
educato.
L’educazione si sviluppa in un processo di ricerca della verità, nel quale educatore
ed educando si pongono in un atteggiamento di relazione di aiuto reciproco, di
interazione e di scambio.
Le persone si educano in comunione, comunicando rispetto e impegnandosi insieme
nell’approfondimento dei valori passati, nella scoperta di nuovi valori e
nell’apertura al futuro.
L’azione educativa deve essere liberatrice della persona umana nella sua globalità
che porta alla maturità.

Scopo del mio intervento è quello di offrire una riflessione sulla pedagogia
dell’esodo che vede l’atto educativo salvifico di Dio.

A tutti coloro che si sentono educatori, catechisti, insegnanti, genitori ecc.

DIO SALVA EDUCANDO


Paradigma per antonomasia di salvezza storica nella Bibbia l’uscita
dall’Egitto viene presentata come una lunga e stupenda attuazione educativa di dio.
Per far uscire Israele dall’Egitto, Dio si diede da fare per molto tempo e con tanto
entusiasmo quanta immaginazione.
Il processo educativo di Dio si sviluppa a partire dal momento in cui Dio esce
dall’anonimato ed elegge Mosè come mediatore.

Svelando se stesso Dio educa Mosè come mediatore e rappresentante.

Es. 3,10 “Io ti mando dal faraone. Fa uscire dall’Egitto il mio popolo”
1
Perché vuole tirare fuori Israele dalla schiavitù. Dio deve, prima scegliersi un
mediatore ed educarlo personalmente.
Una missione ardua quella a cui Dio chiama Mosè: dove potrà trovare la forza per
suscitare il desiderio della libertà in un popolo che ormai si è abituato a servire?
Con la forza e l’aiuto che gli vengono da Dio, Mosè riuscirà a portare al culmine
questa missione di liberazione, il cui culmine si ha nel Sinai con il dono della Legge
che non è solo un segno di benevolenza verso Israele, ma il pegno della libertà vera
che tutti i popoli/persone debbono conquistarsi a ogni costo per essere integralmente
liberi interiormente e tutto questo non è né facile né rapidi.
E’ fondante l’esperienza del deserto.
Non si è liberi se non lo si è interiormente cioè staccati dalle idolatrie: di sé, del
denaro, del proprio interesse ecc. che ci fa considerare gli altri strumento di piacere e
autoaffermazione prepotente.

Imparare a diventare mediatore di dio: il mediatore dovrà sperimentare in prima


persona quanto a nome di Dio proporrà al suo popolo.
Chi è chiamato ad educare il popolo di Dio, prima dovrà lasciarsi educare da Dio.

Infatti Mosè, figlio di ebrei Es. 2,6 adottato dalla figlia del faraone Es 2,9-10 non
potrà sopportare le sofferenze subite dal popolo Es 2,11 e per questo dovrà fuggire
Es 2,15 (ammazzerà l’egiziano9. Conobbe per primo l’incomprensione, il rifiuto.

La sorte del chiamato a fare l’intermediario è restare a mezza strada senza


appartenere definitivamente a nessuno dei due (Dio e popolo). Mosè fu capace di
sopportare quel faticoso addestramento perché aveva conosciuto Dio in persona;
Mosè, l’educatore, si lasciò educare da chi gli si era rivelato.
Sperimenta l’azione educativa di Dio chi ha fatto esperienza di Lui.
Dio iniziò il suo lavoro educativo con Mosè chiamandolo, facendolo uscire da
quanto l’occupava (luoghi dove abitava, professione, ecc) per caricarlo di un
compito grande da lui mai immaginato: salvare il popolo.
Strano questo itinerario educativo che inizia con un Dio a cui ascoltare e finisce con
il fratello a cui lasciar parlare!
Quanta pazienza di educatore usa con il suo inviato il Dio salvatore.

Imponendo un esodo, Dio educa il suo popolo e lo fa passare dalla servitù-


schiavitù al servizio.

“Dice il Signore, il Dio di Israele: Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri
una festa nel deserto” Es 5,1

Il Dio di Mosè è un Dio che ha bisogno di uomini liberi.


Avere esperienza del dio dell’esodo esige, previamente, uomini che amino la libertà
e che non sopportino la privazione della libertà altrui.
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Il Dio dell’esodo si lascia festeggiare solo da uomini liberi.
Una libertà avviata per servire Dio, fu la prima tappa della pedagogia dell’esodo.

Dio educa il suo popolo e lo fa passsare dalla solitudine all’alleanza attraverso


un inaspettato deserto.
Nell’esodo, il deserto è una tappa imprevista ma necessaria della pedagogia divina:
Dio che si mise a salvare facendo uscire dall’Egitto gli schiavi, promettendo loro
libertà e una terra dove vivere (Es 3,8) impose un lungo vagare per il deserto, terra di
nessuno (Es 13,17) come cammino graduale verso la liberazione totale.
Entrare nel deserto non fu un capriccio di Dio né errore umano, ma una decisione
ben pensata di Dio(Es 13,17-18), anche se imprevista e non voluta da Israele (Es
14,11-12)

Nel programma di Dio, il DESERTO era luogo e tempo di salvezza, anche se in


realtà mandava in avanti la sua completezza. Vagare con rotta sconosciuta in terra
inabitata fu tempo per la tentazione e la grazia, luogo di prova e di incontro con Dio.
Dio ricorre al deserto come opzione pedagogica infatti introdusse in esso un gruppo
di uomini che non erano ancora abituati alla libertà e, dopo lunghi percorsi e
continue contestazioni, fece uscire da esso un popolo costituito nazione e suo fermo
alleato.
In questo tempo, Dio si concede il tempo per prepararsi un popolo che si fidi di Lui,
mentre Israele imparerà che Dio, a dispetto di tutto non lo abbandona (oscuro
nuvolone Es 13, 21-22 ecc, colonna d fuoco)

Dio prova la sua vicinanza e nello stesso tempo il suo distacco:accompagna il suo
popolo senza prepotenza favorendo la fede e lasciando spazi per la libertà:
Israele di conseguenza dovrà decidere se lasciarsi guidare da Dio ma non sarà
comunque costretto a seguirlo.

La prova

Dopo le grandi speranze che hanno accompagnato la lotta per la liberazione, dopo la
stagione dei grandi prodigi, questo diventa un tempo di duro contatto con la realtà, di
disillusione, di disincanto e di disappunto.
Due parole ricorrono intensamente in questa situazione e descrivono la stessa realtà,
ma due punto di vista diversi: la prima è la parola prova-provare Es 15,25 e Es 16,4
e la seconda parola è mormorazione:
Dal punto di vista di Dio, il cammino nel deserto è una prova, un test che ha valore
pedagogico: serve ad insegnare a Israele ad assumersi tutti i rischi della libertà.
La libertà è la cosa più rischiosa, non offre sicurezza, non garantisce nulla.
Emmanuel Levinas nel suo libro Difficile libertè si chiede: Che differenza c’è tra la
libertà e la schiavitù? E risponde: L’insicurezza.

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La schiavitù sarà penosa, opprimente ma sicura, mentre la libertà è insicura. La
libertà richiede di fare delle scelte ogni giorno mentre la schiavitù non si pone
nemmeno la possibilità della scelta.
Il cammino nel deserto è un tempo di dubbio, d’incredulità, di resistenza, ma proprio
per questo è un tempo di maturazione, di ascolto, di comprensione.
La seconda parola che ricorre è mormorazione-mormorare che descrive la prova nel
deserto dal punto di vista umano-psicologico, che conosciamo bene anche noi,
quando uno non ne può più, quando uno perde la pazienza.
Nel deserto ci sono una serie di episodi che sono delle prove.
E di fatti il popolo cade nella tentazione di farsi un dio a misura fabbricando un
prezioso ed imponente animale “un dio che cammini alla nostra testa “Es 32,1
Ma un dio immaginato secondo la necessità, un dio di cui si dipone a piacimento non
è liberatore e diventa un pesante carico; come ironizzerà poi il profeta Ger 10,5
“lavoro di artista e di mano di orafo, non sa parlare, e bisogna portarlo perché non
cammina”

Come scoprirà Israele, dopo un lungo vagare nel deserto, Israele trovò un Dio che
chiedeva di legarsi a lui con un patto e si obbligò ad osservare leggi liberamente
assunte Es 34,10-27.
Israele liberato dall’Egitto diventò il popolo eletto; il lungo e penoso processo di
liberazione e lo sforzo educativo di dio era arrivato al culmine.
Nel Sinai, liberi e amici, inizieranno insieme, Israele e Dio, l’ultimo viaggio con la
volontà di Dio accettata.
Il soggiorno nel deserto, anche se imprevisto e non voluto, aveva trasformato un
branco disorganizzato in un popolo che si sentiva eletto.
Ecco il successo della pedagogia divina!

Una libertà donata che porta a vivere il libertà

La salvezza da Dio concessa è programma da realizzare: al dono della libertà segue


necessariamente la libertà come compito.
Durante il processo di liberazione Dio fece di tutto per il popolo, ma niente senza
Israele.
Stabilirsi in terra nuova causò nuovi problemi: c’era il pericolo di assimilare forme
culturali e religiose più facili. L’insediamento a Canaan portò cambi anche nei
comportamenti.

Educare come Dio è un processo lungo e contestato


Il lavoro educativo richiede tempo e comporta prove: uscire da una situazione non è
sempre ancora liberazione.
L’educando, il figlio lo studente abbisogna di tempi lunghi per farsi libero,
appropriandosi della liberazione nella consapevolezza che può diventare liberatore e
concedere libertà ad altri.

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Israele non dovette uscire dalla sua storia-fuggire dalla realtà, anche se calamitosa
per trovare Dio, ma dovette uscire continuamente da se stesso per accogliere Dio.

L’azione educativa di Dio:


parte dalla realtà concreta, Dio educa con la collaborazione libera della persona che
partecipa e diventa co-creatrice
è graduale, Dio creatore comunica sempre la sua sapienza in modo graduale, a poco
a poco, ed educa e orienta affinchè si cammini su vie rette
richiede conversione, cambio di vita, rottura con il passato alienante di peccato. Dio
educa ciascuno all’interno di una comunità in continua crescita; certo ogni persona è
valorizzata ed educata nella sua individualità, ma il fine non è solo personale ma
dell’intera comunità
Dio cammina con il popolo verso la terra promessa, insegna un nuovo modo di
vivere, in libertà e giustizia.
A fronte delle debolezze e delle infedeltà Dio si rivela esigente per quanto riguarda
l’obiettivo, ma anche misericordioso, giusto e fedele. Dio si dona nella capacità di
correggere e allo stesso tempo di avere un cuore ricco di misericordia e di perdono.
Dio educa a creare nuove relazioni, nuovi modi di agire, nuovi atteggiamenti.
E’ necessario raccogliere le sfide e accettare le incertezze che sono semi di nuove
prospettive

DOMANDE PER LA RIFLESSIONE

Partendo dal modo in cui Dio educa il suo popolo, che atteggiamenti pedagogici e
quali pratiche educative si possono mettere in atto nella nostra azione personale,
nella famiglia, nella società per l’educazione delle nuove generazioni?

Nella realtà concreta di ogni giorno, come intendono e mettono in pratica


l’educazione le persone, la società e i governi?

Anche la strada della nostra missione educativa, talvolta passa attraverso il “deserto”
nei momenti in cui ci sentiamo soli, scontenti, inutili…questi deserti mettono alla
prova la nostra persona?