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Corso Depurazione Acque

Il documento descrive i diversi metodi di trattamento delle acque reflue, inclusi trattamenti fisici, chimici e biologici. Vengono discusse le unità operative coinvolte in ciascun metodo di trattamento e i relativi capitoli che forniscono maggiori dettagli. Il documento include anche una tabella che elenca i principali contaminanti e i metodi di trattamento associati.

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Corso Depurazione Acque

Il documento descrive i diversi metodi di trattamento delle acque reflue, inclusi trattamenti fisici, chimici e biologici. Vengono discusse le unità operative coinvolte in ciascun metodo di trattamento e i relativi capitoli che forniscono maggiori dettagli. Il documento include anche una tabella che elenca i principali contaminanti e i metodi di trattamento associati.

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Capitolo 1

INTRODUZIONE

1. METODI DI TRATTAMENTO

La scelta del livello e del tipo di trattamento a cui sottoporre le acque reflue dipende
dai limiti imposti allo scarico nel corso d'acqua recettore e dalla effettiva fattibilità del pro-
cesso scelto. Di conseguenza l'operatore deve individuare la scelta ottimale in un ventaglio
di alternative, per valutare la combinazione di trattamento e smaltimento più indicata per il
caso specifico.
In quest'ottica è necessario conoscere la classificazione dei vari metodi alternativi per il
trattamento dei liquami e considerare l'applicazione di queste tecniche per il raggiungimento
dell'obiettivo di smaltimento del refluo.

In generale, come prima classificazione, i contaminanti presenti in un refluo possono


essere rimossi attraverso meccanismi fisici, chimici o biologici. Si tratta di una distinzione di
massima, poiché, nella maggior parte dei casi, i sistemi di trattamento prevedono una com-
binazione di questi meccanismi; tuttavia lo studio delle varie unità prese singolarmente per-
mette di affrontare il vasto tema della depurazione delle acque conoscendo i principi che ne
stanno alla base e che comunque si trasferiscono invariati anche affrontando casi reali più
complessi.

Trattamenti fisici

Sono metodi di trattamento in cui predominano forze di tipo fisico (forza di gravità,
forze di galleggiamento, forze di tipo elettrostatico...); costituiscono i primi meccanismi uti-
lizzati storicamente nel campo della depurazione. Grigliatura, miscelazione, flocculazione,
sedimentazione, flottazione, filtrazione sono tipiche unità operative di tipo fisico. Queste
tecniche e le loro applicazioni sono sviluppate in maggior dettaglio nel Capitolo 3 (pretrat-
tamenti) e nel Capitolo 4 (sedimentazione).
1-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Trattamenti chimici

Il trattamento dei reflui può essere ottenuto con la rimozione o la conversione dei
contaminanti attraverso il dosaggio di reattivi chimici e le conseguenti reazioni chimiche.
Precipitazione, adsorbimento e disinfezione sono gli esempi più comuni utilizzati nel
trattamento per via chimica dei liquami; la produzione di precipitati chimici può costituire,
all'interno di questi processi, una ulteriore complicazione dal momento che questi devono
essere sedimentati e quindi allontanati.

Trattamenti biologici

I metodi di trattamento nei quali la rimozione dei contaminanti, per lo più sostanza or-
ganica biodegradabile (colloidale o disciolta), è ottenuta dall'attività biologica di idonei mi-
crorganismi sono noti come processi biologici. Per via biologica è possibile ottenere anche
la rimozione dei nutrienti, quali azoto e fosforo, con l'obiettivo di prevenire fenomeni eu-
trofici nei corsi d'acqua recettori.
In linea di principio, attraverso il processo biologico i composti vengono sottoposti ad
idrolisi enzimatica e quindi trasferiti attraverso la parete cellulare per essere poi metabolizzati
o convertiti in forme gassose successivamente rilasciate nell'atmosfera.
Con un adeguato controllo del processo è possibile in molti casi adottare il trattamento
biologico; tuttavia, deve essere garantito l'ambiente idoneo tale da permettere al processo di
operare in modo efficiente.
I principi fondamentali dei processi biologici sono esposti nel Capitolo 5, mentre le
applicazioni sono descritte nel Capitolo 6 (biomassa sospesa) e nel Capitolo 7 (biomassa
adesa).

2. APPLICAZIONE DEI METODI DI TRATTAMENTO

È già stato puntualizzato il fatto che per provvedere ad un adeguato livello di tratta-
mento è necessario integrare varie unità operative e tipi di processo. Storicamente, i termini
preliminare e/o primario si riferiscono ad unità operative di tipo fisico; secondario si riferisce ad
unità di processo chimico o biologico; avanzato o terziario si riferiscono alla combinazione di
processi sia fisici, che chimici, che biologici. Questi termini forniscono comunque solo
un'indicazione sommaria.
Un razionale approccio alla scelta del trattamento da effettuarsi, consiste dapprima
nello stabilire il livello di rimozione dei contaminanti richiesto per lo scarico, e quindi
nell’identificare le unità operative, i processi e i metodi applicabili alla rimozione di questi
contaminanti, secondo le indicazioni di massima fornite in Tabella 1.1 e nei paragrafi se-
guenti.

Trattamenti preliminari

Con il trattamento preliminare (pretrattamento) si opera la rimozione di quei costi-


tuenti, in particolare solidi, che potrebbero essere causa di problemi operativi e di manuten-
zione nelle successive fasi dell'impianto. Esempi di operazioni preliminari sono: la grigliatura
e/o triturazione dei corpi grossolani trasportati dalla rete fognaria; dissabbiatura per la rimo-
zione di sabbie che possono essere causa di intasamento delle apparecchiature; flottazione
per la rimozione di oli e grassi, specialmente se presenti in rilevanti quantità.
Cap. 1 Ÿ Introduzione Ÿ 1-3

Contaminante Unità operativa, di processo o sistema di trattamento capitolo


Solidi sospesi Grigliatura e triturazione 3
Stacciatura 3
Sedimentazione 4
Filtrazione 8
Flottazione 3
Dosaggio polimeri
Coagulazione/sedimentazione 4
Sistemi naturali 8
Sostanza organica biodegradabile Fanghi attivi (vari) 6
Letti percolatori 7
Biodischi 7
Lagunaggi (vari) 8
Filtri a sabbia
Sistemi fisico-chimici
Sistemi naturali 8
Composti organici volatili Strippaggio con aria
Captazione e trattamento aria
Adsorbimento su carbone
Patogeni Clorazione 8
Ozonizzazione 8
Irraggiamento UV 8
Sistemi naturali 8
Nutrienti
Azoto Nitrificazione e denitrificazione a biomassa sospesa 6
Nitrificazione e denitrificazione a biomassa adesa 6
Strippaggio ammoniaca
Scambio ionico
Clorazione al punto di rottura
Sistemi naturali 8

Fosforo Dosaggio sali metallici 6


Coagulazione/sedimentazione con calce 6
Rimozione biologica 6
Rimozione biologico/chimica 6
Sistemi naturali 8

Azoto e fosforo Rimozione biologica 6


Composti organici refrattari Adsorbimento su carbone
Ozonizzazione terziaria
Sistemi naturali
Metalli pesanti Precipitazione chimica
Scambio ionico
Sistemi naturali
Solidi organici disciolti Scambio ionico
Osmosi inversa
Elettrodialisi
Tabella 1.1. Unità operative, processi e sistemi di trattamento usati nella rimozione dei principali contami-
nanti presenti nei liquami.

Il termine pretrattamento, utilizzato in questo contesto, si distingue dal termine pretratta-


mento industriale che indica invece un primo stadio di trattamento tale da rendere il refluo
idoneo allo scarico per esempio in fognatura.

Trattamento primario

Durante il trattamento primario viene rimossa dai liquami una porzione dei solidi so-
spesi e della sostanza organica; questa operazione è di solito realizzata con meccanismi fisici
quali la stacciatura o la sedimentazione. Costituisce il primo livello di trattamento, essendo,
1-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

in un certo senso, la fase antecedente al trattamento secondario; solo in rare situazioni (per
piccole realtà o nel caso di fognature miste in periodi di pioggia quando si supera la portata
massima inviabile alla linea biologica) il trattamento primario risulta essere l'unico stadio di
trattamento.

Trattamento secondario convenzionale

È diretto principalmente alla rimozione dei composti organici biodegradabili e dei soli-
di sospesi; include il trattamento biologico a biomassa sospesa, a biomassa adesa, i vari tipi
di lagunaggi e la sedimentazione finale.

Rimozione dei nutrienti

La rimozione o il controllo dei nutrienti nel trattamento dei reflui è un aspetto fonda-
mentale in diverse situazioni:
1) scarico in acquiferi confinati con problemi di eutrofizzazione (scarico in laghi);
2) scarico in sistemi fluviali dove la nitrificazione può indurre un intenso consumo di ossi-
geno;
3) rischio di contaminazione di acque sotterranee utilizzabili per scopi potabili;
I nutrienti di principale importanza sono azoto e fosforo; la loro rimozione può essere
realizzata attraverso processi biologici, chimici o una combinazione di entrambi. In molti
casi la rimozione si attua in concomitanza con il trattamento secondario: è il caso della nitri-
ficazione o della precipitazione chimica del fosforo (per esempio i sali metallici possono es-
sere dosati nella vasca di ossidazione e quindi il precipitato raccolto nel sedimentatore fina-
le).

Trattamenti terziari

Il termine trattamento terziario è usato spesso in molteplici accezioni. Nel modo più ge-
nerale, sta ad indicare tutti quei trattamenti successivi che subisce l’effluente di un impianto
dopo il trattamento secondario ossidativo e di sedimentazione, aventi lo scopo di migliorar-
ne le caratteristiche, con l’obiettivo ad esempio di:
1) salvaguardare l’equilibrio biologico del corpo d’acqua ricettore e limitare i fenomeni di
eutrofizzazione;
2) riutilizzare l’acqua di scarico per scopi industriali;
3) preservare le falde idriche sotterranee destinate ad uso potabile.
L’abbattimento dei solidi sospesi che si attua nella sedimentazione secondaria, può non
risultare completo per tutti gli impianti biologici operanti a basso carico (soprattutto quelli a
fanghi attivi), è proprio la fuga di solidi sospesi nell’effluente la causa di un rendimento ef-
fettivo nella rimozione del BOD assai più basso dei rendimenti teorici prevedibili. Alcuni dei
processi coinvolti (ad es. la filtrazione e il lagunaggio), oltre a produrre un effluente più lim-
pido, migliorano notevolmente l’affidabilità complessiva di tutta la catena di trattamenti, in
quanto hanno un potere “tampone”, che consente loro di fare fronte a malfunzionamenti
temporanei ed irregolarità delle fasi di trattamento che stanno a monte, garantendo la pro-
duzione di un effluente di qualità elevata e costante nel tempo.
Anche per i trattamenti di abbattimento di fosforo e di azoto viene utilizzata la deno-
minazione di terziario, anche se può risultare spesso impropria, poiché questi non sempre
sono effettuati sull’effluente finale dopo la sedimentazione (secondaria).
Processi frequentemente adottati nei trattamenti terziari sono la coagulazione chimica,
la flocculazione e sedimentazione, filtrazione e adsorbimento su carbone attivo. Processi
Cap. 1 Ÿ Introduzione Ÿ 1-5

meno diffusi comprendono scambio ionico e osmosi inversa per la rimozione di ioni speci-
fici o per la riduzione dei solidi disciolti.

Rimozione di composti tossici e contaminanti specifici

È questo un tema piuttosto complesso, trattato solo marginalmente durante il corso.


Per quanto concerne lo scarico di reflui industriali sia in fognatura, che presso un impianto
di depurazione civile, la concentrazione di inquinanti tossici nel refluo dovrebbe essere
controllata prevedendo un pretrattamento rispettivamente presso lo stabilimento industriale
o presso l'impianto di depurazione ove avviene il co-smaltimento in piccola percentuale con
i reflui urbani.
Molte sostanze tossiche come i metalli pesanti sono rimosse attraverso processi chimi-
co-fisici quali coagulazione chimica, flocculazione, sedimentazione, filtrazione. Un certo
grado di rimozione viene comunque ottenuto anche con trattamento convenzionale secon-
dario. Per liquami contenenti composti organici volatili si possono prevedere trattamenti
con strippaggio o adsorbimento su carbone attivo. Modeste concentrazioni di specifici
composti possono essere rimosse adottando sistemi a scambio ionico.

Trattamento fanghi

I contaminanti e i solidi sospesi che vengono eliminati dal liquame influente tramite il
processo depurativo, si ritrovano allo stato più o meno concentrato sotto forma di fanghi,
che richiedono un trattamento e smaltimento finale. Accanto ad una linea “trattamento li-
quami”, in ogni impianto di depurazione è pertanto individuabile una linea “trattamento
fanghi”, più o meno complessa, cui viene avviato il fango di supero o fango in eccesso: esso deve
essere prelevato ed allontanato periodicamente o con continuità dalla “linea liquami”, per
evitare che le concentrazioni di solidi sospesi presenti nelle fasi di trattamento dei liquami,
superino i valori accettabili per un corretto funzionamento dell’impianto.
Il trattamento e smaltimento del fango assume importanza fondamentale per una serie
di motivi:
1) nonostante i volumi di fanghi da smaltire siano proporzionalmente limitati rispetto al
volume dei liquami trattati (dell’ordine di qualche punto percentuale, in funzione del ti-
po di impianto), sono comunque sempre ragguardevoli, tendendo tanto più ad aumen-
tare quanto più i processi tendono a spingersi a limiti sempre più elevati di efficienza
depurativa;
2) nel fango prelevato dalla linea liquami si trovano concentrati i batteri patogeni, o virus, i
parassiti rimossi dai liquami, che possono presentare aspetti di pericolosità, ed esigono
particolari specifiche cautele;
3) le caratteristiche fisico-chimiche del fango di supero e le relative quantità sono molto
variabili di caso in caso, e sono difficilmente prevedibili a priori, per cui è opportuno
porre una certa attenzione nel dimensionamento delle fasi di trattamento.
I trattamenti che possono essere ipotizzati per i fanghi dipendono da numerosi fattori:
caratteristiche ambientali, locali, caratteristiche intrinseche dei fanghi da trattare, potenzialità
dell’impianto, tipo di smaltimento finale, ecc.
I principali metodi in uso e le varie alternative di processo per i fanghi sono appro-
fondite nella Parte II relativa alle Caratteristiche, trattamento e smaltimento dei fanghi.
1-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3. SCHEMI DI PROCESSO

Di seguito vengono illustrati i diagrammi a blocchi di due comuni metodi di tratta-


mento delle acque reflue: a fanghi attivi (1), e a biomassa adesa (2). In entrambi sono evi-
denziate la linea acque e la linea fanghi; la figura (1) si riferisce ad impianti per utenze medio
grandi, in quanto la presenza di un digestore anaerobico richiede una costante assistenza
tecnica ed una configurazione impiantistica senz’altro più complessa.

LEGENDA: liquami; fanghi

(eventuale)
emulsioni oleose O2 Cl2

liquame
grezzo dissabbiatura sedimenta- aerazione sedimenta-
grigliatura e disoleatura zione prima- (ossidazione) zione secon- clorazione
ria o stadio bio- daria
logico a fan-
ghi attivi
grigliato inerte pesante
ricircolo fanghi
liquame
depurato

fanghi disidrata- digestione


disidratati zione anaerobica ispessimento

Figura 1.1. Schema di un impianto di depurazione tradizionale a fanghi attivi.

(eventuale)
emulsioni oleose Cl2

liquame
grezzo dissabbiatura sedimenta- sedimenta-
grigliatura e disoleatura zione prima- biofiltri zione secon- clorazione
ria daria

grigliato inerte pesante (eventuale)


liquame
depurato

fanghi disidrata- digestione ispessimento


disidratati zione aerobica a gravità

Figura 1.2. Schema di un impianto di depurazione con processo a biomassa adesa.


Cap. 1 Ÿ Introduzione Ÿ 1-7

4. GLOSSARIO

Processi biologici

Fanghi attivi. Sono il processo più applicato ed efficiente: nelle sue molteplici derivazioni
consente la rimozione di COD, BOD, solidi sospesi, azoto e fosforo mediante fermenta-
zione batterica aerobica attuata in apposite vasche aerate ove vengono in contatto il li-
quame ed i fanghi batterici: un sedimentatore posto a valle ricicla le cellule batteriche e
sfiora il liquame depurato.
Letti percolatori. (o altri filtri biologici) consentono pressoché le stesse prestazioni dei fan-
ghi attivi, ma il processo avviene in torri di riempimento (pietrisco o materiale plastico)
sulle quali viene spruzzato il liquame, che, percolando verso la base, viene degradato
dalla popolazione batterica aerobica adesa sul supporto solido.
Biodischi. Hanno prestazioni e funzionamento analogo ai filtri biologici, ma la popolazione
batterica è adesa su grandi supporti a disco (diametro fino a 4 m) che girano lentamente
semiimmersi nel liquame.
Stagni biologici. Ne esistono di vario tipo (anaerobico, aerobico, facoltativo, aerato); sono
veri e propri stagni artificiali ove si sfruttano sia i fenomeni di sedimentazione che di
depurazione biologica.
Processi anaerobici. Ne esistono di vario tipo, riscaldati o freddi, hanno il vantaggio di
una minore produzione di fanghi e di una produzione di biogas (metano al 70%), ma
sono sfavoriti dalla bassa efficienza di depurazione e dalle dimensioni elevate.

Processi fisici

Grigliatura. Consiste nella rimozione di sostanze grossolane (> 2 cm) tramite barre, maglie
di varia forma (inclinate, convesse, ecc.) a pulizia manuale (rastrelli) o automatica (ra-
strelli temporizzati).
Dissabbiatura. Consiste nella rimozione delle sabbie (provenienti dal dilavamento stradale
e dei piazzali) mediante separazione a gravità in appositi canali, o per forza centrifuga in
apposite vasche a pianta circolare.
Disoleatura. Consiste nella rimozione di oli e grassi, o per decantazione e raccolta sul fon-
do vasche, o per schiumatura delle fasi galleggianti.
Sedimentazione. Consente la separazione per gravità di particelle sospese troppo piccole e
leggere per essere rimosse per grigliatura e dissabbiatura: si ottiene in grandi vasche di
quiete idraulica.
Flottazione. Consente la separazione di particelle sospese in seguito a galleggiamento: le
particelle devono avere un peso specifico apparente più basso di quello dell'acqua, o per
loro stessa natura, o provocato dall'adesione di microbolle di aria opportunamente in-
sufflata: il processo è favorito anche dall'aggiunta di agenti flocculanti.
Equalizzazione. È un'operazione di regolarizzazione delle portate variabili ottenuta in
grandi vasche con rilancio di pompe a portata costante.
Omogeneizzazione. È un'operazione di regolarizzazione della variabilità delle concentra-
zioni degli inquinanti, che si ottiene per diluizione e miscelazione in grandi vasche.
Filtrazione. Consente la separazione di sostanze sospese per il trattamento da parte di un
materiale filtrante (sabbia, antracite, tela, ecc.); la filtrazione può avvenire a pressione
atmosferica, a pressione positiva o sotto vuoto.
Centrifugazione. Consente la separazione di sostanze sospese per effetto della forza centri-
fuga.
Essiccamento. Con l'essiccamento termico, sia naturale (su letti a sabbia all'aperto) sia con
1-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

riscaldamento di supporto, si vuole ridurre l'umidità e quindi il volume dei liquami, ma


soprattutto di fanghi.

Processi chimico-fisici

Disinfezione. Con tale processo si vuole uccidere (non fino alla sterilizzazione) una elevata
quota di batteri, virus e microrganismi indesiderati: si attua con reagenti chimici, sia gas-
sosi (O3, Cl2, ClO2) o liquidi (NaClO).
Elettrodialisi. Permette la separazione selettiva di anioni e cationi ottenuta con membrane
ed un campo elettrico: è molto usata per la desalinizzazione.
Incenerimento. Si applica soprattutto a fanghi organici di depurazione ma anche a soluzio-
ni organiche molto concentrate: avviene a temperature elevate (>900°C) per evitare fe-
nomeni di inquinamento atmosferico da incombusti.
Scambio ionico. Si attua tramite l'azione di resine che anno la proprietà di cedere i propri
ioni fissando quelli da rimuovere; esistono resine cationiche e anioniche; periodica-
mente la resina deve essere rigenerata.
Precipitazione. Consente il cambiamento di stato (da liquido a solido insolubile) di una so-
stanza in soluzione mediante variazioni di temperatura, pH, o evaporazione: vengono
spesso usati catalizzatori.
Neutralizzazione. Consente di correggere il pH di soluzioni acide o alcaline con i reagenti
complementari (CaO, Ca(OH)2, Ca(HCO3)2, NaHCO3, HCI, H2SO4, CO2).
Osmosi inversa e ultrafiltrazione. Sono processi di filtrazione ad alta pressione su mem-
brane di micropori che, con un processo inverso all'osmosi naturale lasciano defluire
acqua ad elevata purezza trattenendo i soluti.
Ossidoriduzione. Consiste nella modificazione dello stato di valenza ionica e di conse-
guenza spesso dello stato fisico e delle caratteristiche di nocività. I reattivi redox utiliz-
zati sono: H2SO4, Cl2, HCIO, ferro (bi e trivalente), NO3-, SO2, O2 gas, O3 gas, KMnO4,
FeSO4.
Adsorbimento. Consiste nella proprietà di alcune sostanze solide (carbone attivo, torba, fa-
rine fossili) di trattenere sulla loro superficie sostanze in soluzione acquosa o gassosa:
l'adsorbente deve essere rinnovato quando esaurito.
Coagulazione. Consiste nella aggregazione delle particelle colloidali in grossi fiocchi sedi-
mentabili, ottenuta con reattivi chimici (Al2(SO4)3, Ca(CO3), FeCl3, FeSO4, ecc.) e polie-
lettroliti organici.
Chiariflocculazione. È la combinazione dei due processi di coagulazione e di sedimenta-
zione.
Capitolo 2

CARATTERISTICHE DELLE ACQUE REFLUE

1. INTRODUZIONE

In ogni impianto di depurazione, la fase progettuale deve essere preceduta da un'ade-


guata definizione delle caratteristiche qualitative dello scarico.
Il carico idraulico, cioè la portata liquida di acque di rifiuto, e il carico organico, cioè
la quantità di sostanze organiche che debbono essere trattate (normalmente misurata come
BOD5), costituiscono le due grandezze fondamentali per l'impostazione delle indagini relati-
ve ad un qualsiasi sistema di trattamento e smaltimento dei reflui civili.

Se si prevede di costruire un impianto di depurazione, è sempre conveniente effettuare


sperimentazioni dirette, sia valutando le portate idrauliche, sia, contemporaneamente, ef-
fettuando analisi sulla concentrazione di carico organico, in modo da potere risalire al carico
organico complessivo. Le analisi sono di norma estese anche alle altre caratteristiche fisiche
(solidi sospesi, torbidità, temperatura, conduttività ... ), chimiche (COD, azoto e fosforo, oli e
grassi, detersivi, pH, ossigeno disciolto, metalli pesanti ... ) e biologiche (carica batterica, pre-
senza di particolari microrganismi ... ). Sono indagini che debbono essere eseguite scrupolo-
samente, in quanto i dati che ne derivano condizionano l'attendibilità di tutti i calcoli e di-
mensionamenti conseguenti.
Una grossa incognita è sempre rappresentata dall'entità delle portate reflue scaricate
dalle industrie che, oltre ad essere approvvigionate dagli acquedotti civili, possono prelevare
autonomamente acque superficiali o profonde. In zone in cui la falda idrica sotterranea sia
molto alta, si possono verificare infiltrazioni entro la rete fognaria, se costruita in modo ina-
deguato (cioè con giunti non a perfetta tenuta, camerette non impermeabilizzate ... ), con
apporti di entità difficilmente prevedibili. C'è poi da evidenziare che scarichi di utenze parti-
colari quali industrie, scuole, supermercati, località turistiche, possono avere particolarissimi
andamenti dei deflussi, anche questi difficilmente prevedibili.

Nei casi reali non è sempre possibile effettuare queste indagini dirette, in quanto, quan-
2-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

do si decide per la costruzione di un impianto di depurazione, frequentemente non è stato


ancora predisposto l'allacciamento delle fognature ad un unico recapito (ove si possano ese-
guire le rilevazioni).
In assenza di sperimentazioni dirette, si può conoscere l'entità del carico idraulico
attraverso lo studio dell'andamento dei consumi d'acqua prelevata dall'acquedotto, che può
fornire dati importanti sulle quantità di acqua che è prevedibile perverranno all'impianto (si
assume di solito un coefficiente di afflusso alla fognatura pari a 0,80), sull'andamento delle
portate nelle varie ore del giorno e sulle punte massime stagionali.
In ogni caso è opportuno porre attenzione alle seguenti considerazioni:
1. il dimensionamento del sistema di smaltimento va effettuato sugli apporti idrici massimi
che si verificano nel corso dell'anno;
2. se la popolazione servita è in progressivo aumento, il dimensionamento del sistema di
smaltimento va effettuato sulla popolazione che sarà prevedibilmente allacciata in futuro;
il problema consiste nel fare delle previsioni sulla popolazione futura, in base alla popola-
zione attuale e passata. Ci si può riferire a modelli di regressione che stimando i dati di
accrescimento della popolazione negli anni passati, permettono di estrapolare previsioni
future.

Il refluo di origine civile, nonostante i diversi usi ed abitudini delle varie popolazioni,
presenta una composizione abbastanza costante; la contenuta variabilità di caratterizzazione
del liquame domestico fa sì che i dati di progettazione siano facilmente estrapolabili da una
situazione all'altra.
Sulla base delle sostanze inquinanti presenti nei liquami sia domestici che industriali,
questi possono essere suddivisi e classificati in base alle loro caratteristiche fisiche, chimiche
e biologiche, come descritto nei paragrafi seguenti.

2. CARATTERISTICHE FISICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

La più importante caratteristica fisica del refluo è il suo contenuto di solidi totali, ovve-
ro materiale in sospensione, materiale sedimentabile, materiale colloidale e materiale in solu-
zione. Altre caratteristiche fisiche importanti sono odore, temperatura, densità, colore e tor-
bidità.

2.1. SOLIDI TOTALI

Analiticamente il contenuto di solidi totali del refluo è definito come tutto il materiale
che rimane come residuo dopo evaporazione ad una temperatura compresa tra 103° e
105°C. Il materiale che ha una tensione di vapore elevata viene perso durante l’evaporazione
e non è definito come un solido.
I solidi sedimentabili sono quelli che sedimentano sul fondo di un contenitore a
forma di cono (cono Imhoff, della capacità di 1 litro ed altezza di 40 cm) in un periodo di 2
ore. I solidi sedimentabili, espressi su base volumetrica come ml/l, sono una misura appros-
simata della quantità di fango che verrà rimossa dalla sedimentazione primaria.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-3

SS solidi sospesi
TS solidi totali
VSS solidi sospesi volatili
FSS solidi sospesi fissi
TVS solidi volatili totali
FS solidi filtrabili
VFS solidi filtrabili volatili
FFS solidi filtrabili fissi
TFS solidi fissi totali

Nella maggior parte della


letteratura sulla qualità
dell’acqua i solidi passanti
attraverso il filtro sono
chiamati solidi disciolti.
Figura 2.1. Interrelazioni tra i solidi nei reflui.

I solidi totali possono poi essere classificati come non filtrabili (sospesi) o filtrabili,
facendo passare un volume noto di liquido attraverso un filtro. Il filtro più usato per questa
separazione è quello a fibre di vetro (Whatman GF/C) con un diametro nominale dei pori
di circa 1,2 µm [Metcalf & Eddy, 1991] possono essere usate anche membrane di policarbo-
nato. È necessario notare che i risultati ottenuti con i due tipi di filtri, pur con lo stesso
diametro nominale dei pori, possono essere differenti a causa della loro diversa struttura.
Secondo le norme italiane invece si considerano per definizione solidi sospesi quelli tratte-
nuti da una membrana filtrante di porosità pari a 0,45 µm (Figura 2.2).
La frazione di solidi filtrabili è costituita da solidi colloidali e solidi disciolti. La fra-
zione colloidale è composta da particelle con dimensione approssimativa tra 0,001 e 1 µm,
mentre i solidi disciolti consistono di molecole e di ioni, sia organici che inorganici, real-
mente presenti in soluzione. La frazione colloidale non può essere rimossa per sedimenta-
zione; generalmente per rimuovere queste particelle dalla sospensione è richiesta una ossida-
zione biologica seguita da sedimentazione.
La classificazione dei solidi filtrabili e non filtrabili è riportata in Figura 2.2 con la loro
dimensione approssimativa.
Ciascuna delle categorie di solidi può essere inoltre classificata sulla base della volatilità a
550±50°C. A questa
temperatura la frazione
organica viene ossidata e
allontanata come gas, altri processi coagulazione decantazione
rimozione
mentre la frazione inor-
ganica rimane come ce- definizione
solidi filtrabili solidi sospesi

nere. Così i termini


disciolti colloidali sospesi
solidi sospesi volatili e stato fisico
non colloidali
solidi sospesi fissi (o
residuo fisso o solidi non dimensione

volatili) si riferiscono, ri-


spettivamente, al conte-
nuto organico ed inor- Figura 2.2. Classificazione fisica dei solidi, con indicazione orientativa delle
ganico (minerale) dei loro dimensioni.
2-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Solidi

Totali
720 mg/l

Sospesi Filtrabili
220 mg/l 500 mg/l

Sedimentabili Non sedimentabili Colloidali Disciolti


160 mg/l 60 mg/l 50 mg/l 450 mg/l

Organici Minerali Organici Minerali Organici Minerali Organici Minerali


120 mg/l 40 mg/l 45 mg/l 15 mg/l 40 mg/l 10 mg/l 160 mg/l 290 mg/l

Figura 2.3. Classificazione approssimativa dei solidi in un refluo a carico medio.

solidi sospesi. Infatti in un forno a muffola alla temperatura di 550°C la decomposizione dei
sali inorganici è ristretta al carbonato di magnesio (MgCO3), che si decompone in ossido di
magnesio (MgO) e anidride carbonica (CO2) a 350°C; il carbonato di calcio (CaCO3), il mag-
gior componente dei sali inorganici, è stabile invece fino alla temperatura di 825°C.
L’analisi dei solidi volatili è applicata comunemente ai fanghi per misurare la loro stabi-
lità biologica.

Per quanto riguarda i solidi filtrabili, è interessante notare che una notevole quantità di
materiale è raggruppata nell’intervallo tra 0,1 e 1 µm. Recenti studi suggeriscono che il dia-
metro di 0,1 µm rappresenterebbe un limite migliore dei solidi filtrabili. In futuro la cono-
scenza della distribuzione delle dimensioni dei solidi giocherà un ruolo cruciale nel progetto
sia del sistema di conferimento sia del trattamento dei reflui.

2.2. ODORI

Il refluo fresco ha un odore inconfondibile ma non particolarmente sgradevole, assai


meno nauseabondo dell’odore di un liquame sottoposto a decomposizione anaerobica.
L’odore degli scarichi urbani è in generale dovuto a miscele di gas di putrefazione della
componente biodegradabile (acido solfidrico, mercaptani, ammoniaca, scatolo, ammine,
ecc.) o da sostanze aggiunte al refluo. Il più caratteristico è quello dell’acido solfidrico (H2S),
prodotto dai microrganismi anaerobici che riducono il solfato ( SO 2− 4 ) in solfuro (S ). Gli
2-

scarichi industriali possono contenere composti maleodoranti o composti che producono


odori durante il processo di trattamento del refluo.
Il problema degli odori ha assunto rilevanza primaria nella accettazione pubblica, e
quindi nella diffusione degli impianti di depurazione. Negli ultimi anni il controllo degli odo-
ri ha occupato una considerazione maggiore nella progettazione delle operazioni di raccolta,
trattamento e stoccaggio, soprattutto nelle sezioni dell’impianto ove si determinano più fa-
cilmente condizioni anaerobiche (vasche iniziali, linea fanghi, luoghi di accumulo di prodotti
fermentescibili non adeguatamente aerati). Si avverte quindi sempre più l’esigenza di realiz-
zare coperture di tali zone con captazione e trattamento dell’aria maleodorante.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-5

2.2.1. Effetti degli odori

L’importanza degli odori a basse concentrazioni in relazione all’uomo è dovuta princi-


palmente allo stress psicologico piuttosto che alla loro nocività. Odori molesti possono
provocare mancanza d’appetito, ridotto consumo d’acqua, difficoltà di respirazione, nausea,
vomito e scompensi mentali. In situazione estreme, odori offensivi possono condurre al
deterioramento del valore personale, interferire nelle relazioni umane, abbassare lo status
socio-economico e inibire la crescita. Questi problemi possono concretizzarsi in una dimi-
nuzione del valore delle proprietà e delle attività economiche presenti nella zona.

2.2.2. Caratteristiche degli odori e loro misura

Quattro sono i fattori indipendenti richiesti per caratterizzare completamente un odo-


re: intensità (la forza con cui viene percepito l’odore), carattere (riferito alle associazioni men-
tali fatte dal singolo soggetto nel definire l’odore), piacere (la sensazione piacevole o meno),
percettibilità (minima concentrazione necessaria alla sua percezione). Attualmente l’unico pa-
rametro utilizzato è quello della percettibilità.
Gli odori possono essere misurati attraverso metodi sensoriali (organolettici, rilevando
le opportune diluizioni per raggiungere la soglia percepibile) o per mezzo di strumenti. La
metodologia più diffusa, che fa riferimento al primo tipo di misura, prevede l’esposizione di
un campione di soggetti umani agli odori, procedendo a successive diluizioni con aria pura
fino ad individuarne la soglia di percettibilità dell'odore (MDTOC, Minimum Detectable
Threshold Odor Concentration, concentrazione minima di percettibilità dell'odore). La misura dell'odore
è quindi espressa come numero di diluizioni necessarie a raggiungere la MDTOC.

2.3. TEMPERATURA

La temperatura del refluo è di solito maggiore di quella del corpo idrico ricettore, a
causa dello scarico di acqua più calda dalle case e dalle industrie. Poiché il calore specifico
dell’acqua è molto maggiore di quello dell’aria, la temperatura del refluo risulta più alta di
quella dell’ambiente durante la maggior parte dell’anno, tranne che nei mesi estivi. In dipen-
denza dalla localizzazione geografica, la temperatura media annuale del refluo varia da circa
10 a 21°C (essendo 16°C un valore rappresentativo).
La temperatura dell’acqua è un parametro molto importante per i suoi effetti sulle re-
azioni chimiche e le loro velocità di reazione, sulla vita acquatica e sulla idoneità di utilizzo.
Ad esempio, l’aumento di temperatura può determinare un cambiamento nelle specie di pe-
sci esistenti nel corpo idrico ricettore. Gli stabilimenti industriali che utilizzano acque di su-
perficie come acque di raffreddamento devono essere particolarmente attenti alla tempera-
tura degli scarichi.
Inoltre la solubilità dell’ossigeno diminuisce con l’aumentare della temperatura
dell’acqua. Quindi l’intensificarsi delle reazioni biochimiche dovute all’innalzamento della
temperatura, combinato con la ridotta quantità di ossigeno solubile nell’acqua, può spesso
determinare una grave carenza di ossigeno durante i mesi estivi. La situazione diventa anco-
ra più problematica quando la portata dello scarico sia significativa rispetto a quella del cor-
po idrico oppure l’incremento di temperatura sia improvviso; temperature superiori alla
normalità possono inoltre produrre la proliferazione di piante o funghi indesiderati.
La temperatura ottimale per l’attività batterica è compresa tra i 25 e i 35°C; la digestione
aerobica e la nitrificazione si interrompono sopra i 50°C. Quando la temperatura scende
sotto i 15°C i batteri produttori di metano cessano la loro attività e così fanno anche i batte-
2-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ri autotrofi nitrificanti sotto i 5°C. A 2°C perfino i batteri chemioeterotrofi che agiscono sul
carbonio diventano dormienti.

2.4. DENSITÀ

La densità del refluo ρw è definita come la sua massa per unità di volume espressa in
kg/m3. La densità è un’importante caratteristica fisica perché può determinare la formazione
di correnti di densità nelle vasche di sedimentazione e in altre unità di trattamento.
La densità del refluo civile che non contiene quantità significative di scarichi industriali
è essenzialmente la stessa dell’acqua alla stessa temperatura. In alcuni casi viene utilizzata la
densità relativa sw=ρw/ρo, essendo ρo la densità dell’acqua. Sia la densità, che la densità relati-
va sono funzioni della temperatura e variano con la concentrazione di solidi totali nel refluo.

2.5. COLORE

L’età del refluo può essere determinata qualitativamente per mezzo dell’odore e del
colore. Il refluo fresco è di solito di colore marrone-grigio; poi, durante la permanenza nel
sistema di raccolta e lo svilupparsi di condizioni anaerobiche, il colore varia da grigio a grigio
scuro ed infine a nero. Quando il refluo diventa nero viene spesso indicato come settico.
Gli scarichi industriali possono modificare il colore e in molti casi il colore scuro è do-
vuto alla formazione di solfuri metallici, poiché il solfuro prodotto in condizioni anaerobi-
che reagisce con i metalli presenti.
La colorazione è dovuta a sostanze sospese (colorazione apparente) o a sostanze disciolte.
Nel caso dei reflui, essendo elevata la presenza di sostanze sospese, il colore viene espresso
mediante il numero di diluizioni necessario a non renderlo più percettibile su uno spessore
d’acqua prefissato (10 cm secondo la normativa italiana).

2.6. TORBIDITÀ

La torbidità è la misura della capacità di trasmettere la luce ed è usata per indicare la


qualità degli scarichi e delle acque naturali, in riferimento ai colloidi e alla sostanza residua
sospesa. La misura della torbidità è basata sul confronto tra l’intensità della luce trasmessa
dal campione in esame e da un provino di riferimento nelle stesse condizioni. La sostanza
colloidale diffonde o assorbe la luce e ne ostacola quindi la trasmissione.
In generale non c’è una relazione tra la torbidità e la concentrazione di solidi sospesi in
reflui non trattati; c’è, comunque, una relazione ragionevole tra questi due aspetti per quanto
riguarda gli effluenti provenienti dalla sedimentazione secondaria dopo il processo a fanghi
attivi.

3. CARATTERISTICHE CHIMICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

3.1. COMPOSTI ORGANICI

In un refluo medio circa il 75% dei solidi sospesi ed il 40% dei solidi filtrabili sono co-
stituiti da sostanza organica. La frazione organica dei solidi può avere origine vegetale o
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-7

animale, o essere prodotta dalle attività dell’uomo collegate alla sintesi di composti organici.
I composti organici sono normalmente costituiti da elementi quali carbonio, idrogeno,
ossigeno e, in alcuni casi, azoto; possono anche essere presenti altri importanti elementi
come zolfo, fosforo e ferro.
I principali tipi di composti organici presenti nei reflui sono proteine (40÷60%), car-
boidrati (25÷50%), oli e grassi (10%). Un altro composto organico importante è l’urea, co-
stituente principale dell’urina, riscontrabile solo nei reflui molto freschi a causa della sua ra-
pida decomposizione.
Assieme a questi composti, i reflui contengono anche piccole quantità di un gran nu-
mero di molecole organiche di sintesi, dalle più semplici alle più complesse. Esempi tipici
sono i tensioattivi dei detergenti, i principali inquinanti organici, i composti organici
volatili e i pesticidi. Inoltre la varietà dei composti sta crescendo di anno in anno, a causa
della sempre più vasta quantità di molecole organiche sintetizzate.
La presenza di queste sostanze può rendere più complesso il trattamento dei reflui,
poiché molti composti non possono, o possono solo molto lentamente, essere decomposti
biologicamente.

3.1.1. Proteine

Le proteine sono fra i principali costituenti dei tessuti animali, mentre sono meno pre-
senti nei vegetali. Tutti gli alimenti grezzi contengono proteine, in piccola quantità nei frutti
acquosi come i pomodori e nei tessuti grassi della carne, in concentrazione maggiore nei fa-
gioli e nella carne magra.
Le proteine sono molecole a struttura complessa e instabile, essendo soggette a molte
forme di decomposizione; alcune sono solubili in acqua, altre insolubili. I pesi molecolari
sono molto alti, da circa 20.000 a 20 milioni (espressi in u.m.a.).
Tutte le proteine contengono carbonio, comune a tutte le sostanze organiche con
idrogeno e ossigeno. In più contengono un’alta percentuale di azoto, circa il 16%(1) , e in
molti casi zolfo, fosforo, ferro. Le proteine, assieme all’urea, costituiscono la fonte primaria
di azoto nel refluo. Quando sono presenti in grande quantità, la loro decomposizione pro-
duce odori molto sgradevoli.

3.1.2. Carboidrati

I carboidrati, molto diffusi in natura, comprendono zuccheri, amidi, cellulosa e fibre le-
gnose; si trovano nei reflui in tutte queste forme. Alcuni sono solubili in acqua, come gli
zuccheri; altri sono insolubili, come gli amidi.
Gli zuccheri tendono a decomporsi in seguito all'attività enzimatica batterica, produ-
cendo, con la fermentazione, alcol e anidride carbonica. Gli amidi, d’altra parte, sono più
stabili, e possono essere convertiti in zuccheri dall'attività microbica.

3.1.3. Oli e grassi

Gli oli e i grassi sono il terzo maggior componente degli alimenti. Il loro contenuto nei
reflui si determina attraverso l’estrazione per mezzo del tricloro-trifluoro-etano, nel quale
sono solubili. Altre sostanze estraibili includono oli minerali, come kerosene e oli lubrifican-

(1)
Una formula chimica rappresentativa della proteina può essere indicata come C4H6ON; poiché il peso
atomico dell'N è pari a 14, messo in relazione al peso molecolare della proteina pari a 84, indica proprio
che la quantità di N presente è circa il 16%.
2-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ti.
I grassi e gli oli sono miscele di esteri della glicerina con acidi grassi. I gliceridi degli
acidi grassi che sono liquidi a temperatura ordinaria sono detti oli, quelli che sono solidi so-
no chiamati grassi, anche se chimicamente sono simili, essendo composti da carbonio,
idrogeno e ossigeno in varie proporzioni. I grassi sono tra i più stabili composti organici e
sono molto lentamente biodegradabili.
Possono derivare dalla normale attività domestica (sono presenti nel burro, grassi ve-
getali, oli, nella carne, nei semi), dal traffico motorizzato (superfici stradali, autorimesse, sta-
zioni di servizio) e da molte attività industriali.
Per la maggior parte galleggiano sul refluo, sebbene una frazione venga trasportata nel
fango dei solidi sedimentabili. In misura perfino maggiore di grassi, oli e saponi, gli oli mine-
rali tendono a ricoprire le superfici dei manufatti, interferiscono con l’azione biologica e
determinano problemi operativi.

3.1.4. Tensioattivi

I tensioattivi sono grandi molecole organiche, poco solubili in acqua, che producono
schiuma negli impianti di trattamento e nei corpi idrici nei quali vengono scaricati. Tendono
ad accumularsi in corrispondenza dell’interfaccia tra le diverse fasi non miscibili, determina-
no modifiche delle proprietà chimico-fisiche della superficie (diminuzione della tensione su-
perficiale, potere schiumogeno e imbibimento) e dimostrano capacità di stabilizzare le emul-
sioni oleose.
Le molecole di tensioattivi sono composte da una catena con caratteristiche idrofobe,
ma solubile in olio, e da un gruppo idrofilo. A seconda della natura di questo gruppo i ten-
sioattivi si dividono in anionici, cationici e non ionici.
I primi rappresentano la grande maggioranza dei prodotti usati nei detergenti; sono co-
stituiti da sali di sodio che ionizzano con formazione di ioni Na+, assumendo carica negativa
sulla parte organica della molecola.
Quelli cationici, costituiti da sali di ammonio quaternario, possiedono uno o più gruppi
funzionali che in acqua si caricano positivamente; poco usati come detergenti, hanno pro-
prietà disinfettanti e germicide (industria tessile).
I tensioattivi non ionici non si ionizzano in soluzione acquosa, ma la loro solubilità è
dovuta alla presenza di gruppi funzionali polari aventi una forte affinità con l'acqua. Sono
utilizzati soprattutto nei processi produttivi (industria tessile, metallurgica, farmaceutica) e
nelle polveri di bucato a basso potere schiumogeno.
Durante l’aerazione del refluo questi composti si dispongono sulla superficie delle bolle
d’aria e creano una schiuma molto persistente, con problemi estetici e rischio di dissemina-
zione di batteri e virus; per formare schiuma stabile sono sufficienti concentrazioni di 0,3
mg/l. Inoltre, anche in assenza di schiuma, viene rallentato il trasferimento dell’ossigeno, per
effetto della concentrazione che si determina sull'interfaccia acqua-aria.
La determinazione analitica dei tensioattivi anionici è compiuta per via colorimetrica
attraverso la reazione con il blu di metilene. Per tale proprietà i detergenti anionici sono
anche talvolta indicati con la sigla MBAS (Methylene Blue Active Substance).
Va tenuto presente che comunque questa procedura non consente di stimare i tensio-
attivi cationici e non-ionici.

Prima del 1965 il tipo di tensioattivo presente nei detergenti di sintesi, chiamato alchil-
benzene-solfonato (ABS), causava particolari problemi a causa della sua resistenza ai metodi
biologici di depurazione. Dopo un intervento legislativo, l’ABS è stato sostituito nei deter-
genti da composti a catena lineare, linear-alchil-solfonato (LAS) che risulta rapidamente bio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-9

degradabile in condizioni aerobiche (ma più resistente alla degradazione in ambiente anae-
robico). Poiché i tensioattivi vengono principalmente dai detergenti di sintesi (che hanno
sostituito i saponi, poiché hanno il vantaggio di non formare precipitati insolubili in presen-
za di durezza dell’acqua), il problema della schiuma è stato assai ridimensionato.
Nei liquami urbani non trattati la concentrazione di tensioattivi risulta generalmente
dell’ordine di alcuni mg/l.

3.1.5. Inquinanti principali

La Environmental Protection Agency statunitense ([Link]) ha individuato approssimati-


vamente 129 inquinanti principali, suddivisi in 65 classi regolate da standard di scarico. Sono
stati selezionati, sia quelli organici sia quelli inorganici, sulla base delle loro conosciute o pre-
sunte cancerogenicità, mutagenicità, teratogenicità o tossicità acuta. Molti degli inquinanti
principali sono classificati anche come composti organici volatili (VOCs).
All’interno di un sistema di raccolta e trattamento di un refluo, i principali inquinanti
organici possono essere rimossi, trasformati, generati o semplicemente trasportati senza
mutamenti lungo il sistema. Cinque meccanismi primari sono coinvolti:
1. strippaggio;
2. degradazione;
3. adsorbimento su particelle e fango;
4. trasferimento;
5. generazione come risultato della clorazione o come sottoprodotto della degradazione di
composti precursori.
È importante notare come questi meccanismi non si escludano a vicenda, e la competi-
zione e l’azione simultanea possa essere significativa.

3.1.6. Composti organici volatili (VOCs)

I composti organici che hanno un punto di ebollizione ≤ 100°C e/o una tensione di
vapore > 1 mm Hg a 25°C sono generalmente indicati come composti organici volatili
(VOCs). Rivestono un grande interesse per vari motivi:
1. una volta che questi composti sono in fase di vapore sono molto più mobili e quindi è
più probabile che vengano rilasciati nell’ambiente;
2. la presenza di alcuni di questi composti in atmosfera può determinare un significativo ri-
schio per la salute pubblica;
3. contribuiscono ad un generale aumento degli idrocarburi reattivi in atmosfera, che può
condurre alla formazione di ossidanti fotochimici.
Il rilascio di questi composti nelle fognature e negli impianti di trattamento è di parti-
colare rilevanza soprattutto per la salute dei lavoratori negli impianti stessi.

3.1.7. Pesticidi e prodotti chimici agricoli

Tracce di sostanze organiche come pesticidi, erbicidi e altri prodotti chimici utilizzati in
agricoltura sono tossiche per la maggior parte delle forme viventi e quindi possono essere
importanti inquinanti delle acque di superficie. Questi composti non sono costituenti co-
muni dei reflui civili, ma derivano dal runoff superficiale di terreni agricoli e di parchi.
La presenza di questi prodotti chimici può determinare la morte dei pesci, la contami-
nazione della carne della fauna ittica e il progressivo deterioramento del corpo idrico. Molte
di queste sostanze sono classificate come inquinanti principali.
2-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3.2. MISURA DEL CONTENUTO ORGANICO

A causa della variabilità dei componenti presenti in un refluo, non risulta in generale
possibile ottenere un'analisi chimica completa, salvo che per taluni casi di scarichi industriali
ben caratterizzati in funzione delle lavorazioni che li hanno prodotti. Si utilizzano invece
metodi di valutazione globale che prescindono dalla determinazione analitica dei diversi co-
stituenti.
Negli anni, differenti test sono stati proposti per determinare il contenuto organico
nelle acque reflue. In generale i test possono essere divisi tra quelli che misurano concentra-
zioni di sostanza organica superiori a 1 mg/l e quelli che ne analizzano le tracce tra 10-12 e 10-
3
mg/l. I metodi del primo tipo comunemente usati in laboratorio sono: domanda biochi-
mica di ossigeno (BOD, Biochemical Oxygen Demand), domanda chimica di ossigeno
(COD, Chemical Oxygen Demand), carbonio organico totale (TOC, Total Organic Carbon).
Complementare a questi test di laboratorio è la domanda teorica di ossigeno (ThOD, Theo-
retical Oxygen Demand), determinata attraverso le formule chimiche della sostanza organica.
Metodi usati nel passato per la quantificazione della sostanza organica includevano la
determinazione dell'azoto totale, azoto albuminoide, azoto organico e ammoniacale e ossi-
geno consumato. Queste determinazioni, con l’eccezione dell’azoto albuminoide e
dell’ossigeno consumato, sono ancora incluse nelle analisi complete del refluo, ma il loro si-
gnificato è cambiato: mentre prima venivano usate quasi esclusivamente per determinare la
sostanza organica, ora sono usate per indicare la disponibilità di azoto per sostenere l’attività
biologica nei processi di trattamento o per il controllo dei processi di eutrofizzazione nel
corpo idrico ricettore.
La presenza di sostanza organica nel range tra 10-12 e 10-3 mg/l viene determinata usan-
do metodi strumentali come la gascromatografia e la spettrometria di massa. Negli ultimi
anni la sensibilità dei metodi è migliorata ed ora la determinazione di concentrazioni fino a
10-9 mg/l è compresa tra le analisi di routine.

3.2.1. Domanda biochimica di ossigeno (BOD)

Il parametro più usato come indicatore di inquinamento organico sia nei reflui sia nelle
acque di superficie è il BOD della durata di 5 giorni (BOD5).
Questa determinazione coinvolge la misura dell’ossigeno disciolto usato dai microrgani-
smi nell’ossidazione biochimica della sostanza organica. Dire cioè che un determinato li-
quame presenta, ad esempio, un BOD di 500 mg/l significa che per ottenere la stabilizzazio-
ne per via aerobica delle sostanze organiche biodegradabili contenute in 1 litro di tale liqua-
me, è necessario che vengano messi a disposizione della popolazione batterica 500 mg di os-
sigeno. Essendo i fenomeni biologici fortemente influenzati dalla temperatura, le relative
determinazioni sono convenzionalmente condotte a 20°C.

Malgrado la sua ampia diffusione, questo test ha alcuni limiti, discussi nei paragrafi suc-
cessivi. Nonostante si stia cercando di sostituirlo, viene ancora usato per molti scopi:
1. determinare la quantità approssimata di ossigeno che sarà richiesta per stabilizzare biolo-
gicamente la materia organica presente;
2. effettuare un pre-dimensionamento delle alternative di trattamento;
3. valutare l’efficienza di alcuni processi di trattamento;
4. determinare la compatibilità con i limiti previsti per lo scarico.

Per assicurare l’ottenimento di risultati significativi, il campione di liquame deve essere


diluito con una soluzione acquosa appositamente preparata affinché durante il periodo di
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-11

incubazione siano disponibili adeguati nutrienti ed ossigeno. Normalmente vengono prepa-


rate parecchie diluizioni per coprire tutti i possibili valori.
Quando il campione contiene una grande popolazione di microrganismi (ad esempio
liquame non trattato), non è necessario provvedere all'inoculo. Se richiesto, l’acqua di dilui-
zione viene inoculata con una coltura batterica che è stata acclimatata con la materia organica
o altra sostanza presente nel liquame. Tali colture contengono un gran numero di batteri sa-
profiti e altri organismi che ossidano la sostanza organica; inoltre contengono alcuni batteri
autotrofi che ossidano i composti non carboniosi.
Il periodo di incubazione è usualmente di 5 giorni a 20°C, ma possono essere usate al-
tre durate e altre temperature. Un periodo più lungo (tipicamente 7 giorni), tale da ricadere
in un giorno lavorativo, viene spesso usato specialmente in piccoli impianti dove il personale
di laboratorio non è disponibile durante i fine settimana. La temperatura deve essere co-
munque mantenuta costante durante l’intero test.
L’ossigeno disciolto viene misurato prima e dopo l’incubazione; il calcolo del BOD si
effettua in due modi: se l’acqua di diluizione non è inseminata
D1 − D 2
BOD = [mg/l]
P
mentre se è inseminata
(D1 − D 2 )−(B1 − B 2 )⋅f
BOD = [mg/l]
P
dove
D1 = ossigeno disciolto nel campione diluito subito dopo la preparazione [mg/l];
D2 = ossigeno disciolto nel campione diluito dopo 5 giorni di incubazione a 20°C [mg/l];
P = frazione volumetrica di campione usato;
B1 = ossigeno disciolto nel control inseminato prima dell’incubazione [mg/l];
B2 = ossigeno disciolto nel control inseminato dopo l’incubazione [mg/l];
f = rapporto tra l'inseminazione nel campione e nel control: (% di inseminazione in D1)/(%
di inseminazione in B1);

L’ossidazione biochimica è un processo lento e teoricamente prevede un tempo infi-


nito per concludersi. In un periodo di 20 giorni l'ossidazione della materia organica carbo-
niosa è completa tra il 95 e il 99%, mentre in 5 giorni è tra il 60 e il 70%.
La temperatura di 20°C rappresenta un valore medio per corsi d'acqua in lento movi-
mento in climi temperati ed è facilmente riproducibile da un incubatore. A temperature dif-
ferenti si otterrebbero risultati diversi poiché la velocità di reazione biochimica dipende dalla
temperatura.
La cinetica della reazione del BOD viene formulata, per usi pratici, secondo una cineti-
ca di reazione del primo ordine, intendendo con ciò che la velocità risulta proporzionale
alla prima potenza della concentrazione stessa(2) , e può essere espressa come:
dL t
= −kL t
dt

dove Lt è la porzione di BOD residuo al tempo t e k (con dimensioni t-1) è la costante di re-
azione. Questa reazione può essere integrata:
t
lnL t 0
= −k t

e quindi

(2)
Questa può essere talvolta un'approssimazione grossolana ed una più corretta rappresentazione del
processo può ottenersi attraverso la cinetica di Monod.
2-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Lt
L = exp(−k t ) = 10−Kt
L-y
BOD rimosso tra 0 e t
L
dove L è il BOD presente all’inizio
per t=0.
La relazione tra k (in base e)
y e K (in base 10) è K=k/2,303.
Quindi il valore Lt di BOD al tem-
Lt po t e la quantità rimossa yt sono
BOD rimanente al tempo t
dati da
0
tempo L t = L exp( −k t )

Figura 2.4. Andamento della curva del BOD. y t = L − L t = L [ 1− exp( −k t )]


Il BOD5 è fornito perciò da
y 5 = L − L 5 = L [ 1− exp( −5 k )]

Per acque inquinate e liquami, un valore tipico di k (in base e, a 20°C) è 0,23 giorni-1 (K
in base 10 è pari a 0,10 giorni-1), anche se è soggetto a forti variazioni a seconda del tipo di
scarico, passando da 0,05 a 0,3 giorni-1 (in base e).
Come menzionato, la temperatura alla quale viene usualmente misurato il BOD è pari a
20°C; è però possibile deter-
minare il valore della costante BOD [mg/l]
k di reazione ad una tempera- 300

tura diversa utilizzando l'equa- 250 k=0,30


zione approssimata di van't
Hoff-Arrhenius: 200 k=0,15 k=0,10 k=0,08

k T = k 20 θ ( T − 20 ) 150

Il valore di θ varia da 100

1,056 per temperature tra i 20 50


e i 30°C a 1,135 tra i 4 e i
20°C. Un valore spesso usato 0
0 5 10 15 20
in letteratura è 1,047, ma è tempo [giorni]

stato osservato come non sia Figura 2.5. Effetto della costante k sul BOD (per un dato valore di
adatto alle basse temperature L).
(sotto i 20°C).

3.2.2. Nitrificazione nel test del BOD

Tra le sostanze non carboniose, l’ammoniaca viene prodotta durante l’idrolisi delle
proteine. Due gruppi di batteri autotrofi sono in grado di ossidare l’ammoniaca a nitrito e
successivamente a nitrato. Le reazioni informa sintetica sono:
(a) NH3 + 1,5 O 2 batteri
 → HNO 2 + H2 O
produttori di nitriti

HNO 2 + 0,5 O 2  → HNO 3


batteri produttori di nitrati
(b)
in totale NH3 + 2 O 2 → HNO 3 + H2 O

La domanda di ossigeno associata all'ossidazione dell'ammoniaca a nitrato è chiamata


domanda biochimica di ossigeno per l'azoto (NBOD, Nitrogenous Biochemical Oxygen De-
mand). L’andamento normale della domanda di ossigeno in un test del BOD per un liquame
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-13

civile è mostrato in Figura


2.6.
Poiché il tasso di ripro-
duzione dei batteri nitrificanti
è lento, sono necessari da 6 a
10 giorni affinché raggiunga-
no una concentrazione rile-
vante e producano una consi-
stente domanda di ossigeno.
Comunque, se allo stato ini-
ziale è già presente un nume-
ro sufficiente di questi batteri,
l’interferenza causata dalla
5 8
nitrificazione può essere si-
gnificativa.
Figura 2.6. Andamento qualitativo del BOD e dell'NBOD. Il verificarsi della nitrifi-
cazione durante un test del
BOD può indurre interpretazioni errate sul grado di funzionamento del sistema. Se per
esempio si eseguono le analisi di BOD di un campione effluente da un trattamento biologi-
co, si può ottenere un risultato di 20 mg/l (senza nitrificazione durante la prova) e 40 mg/l
(se avviene la nitrificazione durante il test). Considerando noto il BOD in ingresso, pari a 200
mg/l si calcola un rendimento rispettivamente del 90% e dell'80%. Quindi se si sviluppa la
nitrificazione durante il test di BOD, si concluderà erroneamente che il processo di tratta-
mento ha un rendimento inferiore a quello che in realtà si instaura.

3.2.3. Domanda biochimica di ossigeno carbonioso (CBOD)

L’interferenza causata dalla presenza di batteri nitrificanti può essere eliminata effet-
tuando un pretrattamento del campione o dosando opportuni agenti inibitori.
Le procedure per il pretrattamento includono la pastorizzazione, la clorazione e il trat-
tamento con acidi (acid treatment).
Gli agenti inibitori sono normalmente di natura chimica e comprendono composti
come blu di metilene, tiourea e alliltiourea, 2-clor-6 (triclorometile) piridina.
I risultati di un test del BOD realizzato con la soppressione della nitrificazione dovreb-
bero essere riportati come CBOD; questo test sta progressivamente sostituendo il BOD per
quanto riguarda la verifica dei limiti allo scarico, specialmente per i casi in cui è probabile
avvenga la nitrificazione.

3.2.4. Analisi dei dati del BOD

Il valore di k è necessario se tramite il BOD5 si vuole ottenere L, ovvero il valore asinto-


tico o BOD20. Le procedure normalmente adottate per determinare questi valori (k e L) a
partire da una serie di misure di BOD sono il metodo dei minimi quadrati, il metodo dei
momenti, il metodo delle differenze giornaliere, il metodo di Thomas e quello di Fujimoto.
Il metodo dei minimi quadrati permette la determinazione della curva che interpola
una serie di dati in modo che la somma dei quadrati degli scarti (le differenze tra i valori mi-
surati e quelli interpolati) sia minima. Con questo metodo è possibile utilizzare differenti tipi
di curve: per una serie temporale di misure di BOD sullo stesso campione si possono scrive-
re per ogni n-esima misura
2-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

dy
= k (L − y n )
dt t =n

In questa equazione sono incognite sia k sia L. Se si assume che dy/dt rappresenti il
valore della derivata della curva che si vuole adattare a tutti i punti per dei valori dati di k e di
L, i due membri dell’equazione differiranno di un termine R a causa degli errori sperimentali.
dy dy
R = k (L − y)− = kL − ky −
dt dt
Sostituendo kL con a e k con -b (e indicando dy/dt con y’) si ottiene
R = a + by − y l

Per trovare il minimo della somma dei quadrati degli scarti si deve scrivere il sistema
∂ ∂R ∂ ∂R
∂a ∑ R = ∑ 2R ∂a = 0
2
∂b ∑ R = ∑ 2R ∂b = 0
2

Esplicitando le due equazioni per le incognite a e b si ottengono


na + b∑y − ∑y l
=0 a ∑ y + b∑ y − ∑ y y2 l
=0

y n+1 − y n−1
dove n è il numero di dati, a=-bL, b=-k (base e), L=-a/b, y=yt [mg/l], y l = .
2∆t
Nel metodo di Fujimoto si disegna un grafico dei punti di BODt+1 in funzione dei va-
lori di BODt . Il valore individuato dall'intersezione con la bisettrice del 1° quadrante corri-
sponde al valore totale L del BOD, dal quale si ricava la costante k.

3.2.5. Determinazione respirometrica del BOD

La determinazione del valore del BOD e della corrispondente costante k può essere
realizzata in modo alternativo in laboratorio utilizzando una cella elettrolitica di volume pari
ad 1 litro o un respirometro da laboratorio. All’interno della cella la pressione dell’ossigeno
nella porzione d'aria sovrastante il campione è mantenuta costante attraverso la continua
fornitura di ossigeno progressivamente utilizzato dai microrganismi. L’ossigeno necessario è
prodotto nell'apparecchiatura per mezzo di una reazione di elettrolisi che varia in risposta ai
cambiamenti di pressione.
Il valore di BOD viene determinato valutando l'intervallo temporale di produzione di
ossigeno e correlandolo con la quantità di ossigeno prodotta dalla reazione elettrolitica. I
vantaggi della cella elettrolitica rispetto ad un respirometro convenzionale da laboratorio ri-
siedono nel fatto che si dispone di un grande volume di campione (con riduzione di errori
dovuti al campionamento e alla diluizione per mezzo di pipette) e che il valore del BOD
viene fornito in modo diretto.

3.2.6. Limiti del test del BOD

I limiti del test del BOD sono i seguenti:


1. è richiesto un consistente numero di batteri acclimatati ed attivi;
2. è necessario un pretrattamento per l’analisi di liquami tossici e si devono ridurre gli effetti
degli organismi nitrificanti;
3. viene misurata solo la sostanza organica biodegradabile;
4. il test non ha un validità stechiometrica dopo che la sostanza organica solubile presente in
soluzione è stata utilizzata;
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-15

5. per ottenere il risultato del test è necessario attendere un periodo di tempo piuttosto lun-
go.
Tra questi, la limitazione forse più importante risiede nel fatto che il periodo di 5 giorni
può non corrispondere al momento in cui tutta la sostanza organica biodegradabile presente
è stata consumata. La mancanza di validità stechiometrica riduce l’utilità dei suoi risultati.

3.2.7. Domanda chimica di ossigeno (COD)

La scarsa significatività del BOD, la sua difficile riproducibilità e la lunghezza delle de-
terminazioni rendono sempre più frequente l'uso di misure chimiche della domanda di ossi-
geno, basate cioè non più su reazioni biologiche, ma sull'ossidazione chimica diretta per
mezzo di un energico ossidante.
Il test del COD viene usato per misurare il contenuto di sostanza organica sia negli sca-
richi sia nelle acque naturali. L’ossigeno equivalente alla sostanza organica che può essere os-
sidata è misurato per mezzo di un forte agente ossidante chimico in un mezzo acido. La
determinazione è oggi standardizzata secondo il metodo al bicromato di potassio (K2Cr2O7):
questo reattivo in ambiente acido, ad elevata temperatura ed in presenza di catalizzatori (sol-
fato d'argento, Ag2SO4) ossida la sostanza organica del campione, con riduzione del bicro-
mato a cromo trivalente, seconda la reazione non bilanciata:
catalizzatore + calore
7 + H   → Cr3+ + CO2 + H2O
+
materia organica (CaHbOc) + Cr2 O 2−

Si opera in eccesso di ossidante; dopo 2 ore di reazione, il consumo di K2Cr2O7 viene


calcolato mediante titolazione della quantità residua e viene quindi espresso in termini di
equivalente di ossigeno. Si tiene in tal modo conto di tutti i composti suscettibili di ossida-
zione: sali minerali ossidabili e quasi tutti i composti organici, indipendentemente dalla loro
biodegradabilità; le principali eccezioni al riguardo sono costituite dagli idrocarburi aromatici
e dalla piridina. Problemi di interferenza si hanno per la presenza di cloruri; essi sono con-
trollati con aggiunta di HgSO4.

Il test del COD viene usato anche per misurare la sostanza organica negli scarichi indu-
striali e civili che contengono composti tossici per la vita biologica.
Il COD di un liquame è, in generale, più alto del BOD poiché per via chimica si riescono
ad ossidare un numero maggiore di composti rispetto alla via biologica; del resto per molti
tipi di reflui, soprattutto se di origine civile, è possibile correlare il COD con il BOD. Questa
possibilità può risultare operativamente molto utile poiché il test del COD ha una durata di 3
ore, a fronte dei 5 giorni necessari per il test del BOD.

3.2.8. Carbonio organico totale (TOC)

Un altro modo per misurare la sostanza organica presente nell’acqua, in particolar


modo per piccole concentrazioni, è il test del TOC, che viene condotto iniettando una
quantità nota di campione in un forno ad alta temperatura o in un ambiente chimicamente
ossidante. In presenza di un catalizzatore al platino, il carbonio organico viene ossidato ad
anidride carbonica, la cui produzione viene misurata quantitativamente per mezzo di un
analizzatore a raggi infrarossi.
Prima dell’analisi le interferenze dovute alla presenza di carbonati inorganici sono eli-
minate operando una preliminare decomposizione in ambiente acido ed eliminando la CO2
prodotta mediante una corrente di gas prima di operare la combustione. Se si è in presenza
di VOCs si omette la fase di aerazione per evitarne lo strippaggio.
Il test può essere compiuto molto rapidamente e sta diventando sempre più diffuso.
2-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Alcuni composti organici resistenti possono comunque non essere ossidati e il TOC misu-
rato può quindi risultare leggermente inferiore a quello realmente presente nel campione.

3.2.9. Domanda teorica di ossigeno (ThOD)

La sostanza organica di origine animale e vegetale nei reflui è generalmente formata da


carbonio, ossigeno, idrogeno e azoto. I principali composti costituiti da questi elementi so-
no carboidrati, proteine, grassi e prodotti della loro decomposizione. Se la loro formula
chimica è nota, è possibile determinare il ThOD. La domanda teorica di ossigeno (ThOD) è
infatti determinata dalla quantità di ossigeno stechiometricamente necessaria per la completa
ossidazione dei composti organici, con formazione di prodotti finali quali CO2 , H2O, SO2 ,
NO3 , ecc.

3.2.10. Correlazione tra misure del contenuto organico

La possibilità di stabilire relazioni costanti tra le varie misure del contenuto organico
dipende essenzialmente dalla natura del refluo e dalla sua origine.
Nessuno dei metodi porta alla completa ossidazione di tutti i composti organici; per
tale motivo il ThOD, valutato attraverso la stechiometria delle reazioni, non è mai uguagliato.
Il COD, basato su una reazione di ossidazione particolarmente energica, porta in genere a
valori pari all'80-85% del ThOD. Assai più basso il valore del TOC (attorno al 50% del ThOD)
per la resistenza all'ossidazione di numerosi composti organici.
Tra tutte le misure la più difficile da correlare è il BOD5, a causa dei problemi già discus-
si. Comunque, valori tipici del rapporto BOD5/COD per scarichi civili non trattati oscillano
tra 0,4 e 0,6, mentre il rapporto BOD5/TOC è solitamente compreso tra 1,0 e 1,6.
È opportuno notare che questi rapporti dipendono molto dal grado di trattamento su-
bito dallo scarico. In futuro è prevedibile una crescente diffusione di test quali COD e TOC
grazie alla rapidità con cui vengono realizzati.

3.3. SUDDIVISIONE DELLA SOSTANZA ORGANICA

Quando la popolazione batterica entra in contatto in condizioni aerobiche con un


certo quantitativo di sostanza organica biodegradabile, misurata come frazione di COD, la
sua risposta si sviluppa qualitativamente, come descritto di seguito:

1. il COD solubile velocemente biodegradabile passa direttamente attraverso la parete cellu-


lare ed è metabolizzato ad alta velocità.
2. il COD particellato lentamente biodegradabile viene sequestrato per bioflocculazione dagli
organismi e costituisce una riserva. Questa reazione è molto rapida e rimuove dal liquame
gran parte del COD, che era presente sotto forma di particellato o di colloidi. Il COD in-
trappolato nei fiocchi è poi sottoposto ad idrolisi ad opera degli enzimi extracellulari e tra-
sferito attraverso la parete cellulare, quindi metabolizzato alla stregua della frazione di cui
al punto 1. La velocità di idrolisi è però abbastanza lenta e costituisce la velocità limite
nelle reazioni metaboliche.
3. Una frazione del COD metabolizzato è convertita in materiale costituente le nuove cellu-
le, il resto è consumato per fornire l’energia necessaria allo sviluppo delle reazioni, e
quindi perso in calore.
4. Simultaneamente a ciò che avviene al punto 3, si sviluppa un altro fenomeno: una perdita
netta di massa attiva, detta perdita di massa endogena.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-17

COD
in ingresso
Sti

COD COD
biodegradabile non biodegradabile
Sbi Sui

COD solubile COD particellato COD solubile COD particellato


velocemente biodegradabile lentamente biodegradabile non biodegradabile non biodegradabile
Sbsi Sbpi Susi Supi

Figura 2.7. Suddivisione del COD.

Dopo aver stimato la quantità di COD totale in ingresso (Sti) si identificano le entità
delle sottofrazioni (Figura 2.7):
q Sui = porzione non biodegradabile; non è attaccata dall’azione biologica. Essa si
suddivide in due porzioni:
Susi = si ritrova nell’effluente allo scarico (il pedice s significa solubile);
Supi = viene inglobato nel fango, e lascia il sistema attraverso la massa di fango
scaricata giornalmente (il pedice p indica particolato).
L’entità di queste porzioni si valuta attraverso l'introduzione dei parametri fus e fup
che rappresentano rispettivamente la frazione di COD solubile non biodegradabile
e la frazione di COD particellato non biodegradabile, entrambi rispetto al COD to-
tale.
Susi = f us · Sti
Supi = f up · Sti
La componente Supi è generalmente espressa anziché in termini di COD, in termini
di SSV: in tal caso si introduce la grandezza Xii = Supi /fcv , dove fcv indica il rapporto
COD/SSV, assunto pari a 1,48 mg COD/mg SSV.

q Sbi = porzione biodegradabile; essa si suddivide nelle seguenti porzioni:


Sbsi =frazione rapidamente rimossa dal fango che ne opera la metabolizzazione;
Sbpi =per essere assorbita e immagazzinata richiede una preventiva riduzione in
unità chimiche più semplici ad opera di enzimi extracellulari.
Le espressioni utilizzate per il calcolo delle grandezze sono:
Sbi = Sti · (1 - f up - f us)
Sbsi = f bs · Sbi
Sbpi = (1 - f bs) · Sbi
Tabella 2.1. Valori tipici dei coeffi-
dove fbs rappresenta la frazione di COD veloce- cienti.
mente biodegradabile rispetto al COD totale Coefficiente valore
biodegradabile Sbi .
f us 0,05
I valori assunti per i parametri indicati sono stati ri- f up 0,13
cavati dalla letteratura e riportati in Tabella 2.1; essi sono f bs 0,24
validi per reflui civili, con o senza limitati apporti di tipo Yh 0,45
industriale.
Nelle equazioni che descrivono le cinetiche biologi- bh20 0,24
che, si fa riferimento a parametri rappresentativi e carat- f 0,20
terizzanti la biomassa totale. Si introducono i seguenti f cv 1,48
simboli, i cui valori indicativi sono riportati nella Tabella
2-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2.1:
Yh = coefficiente di crescita specifica [mg SSV/mg COD];
f = frazione non biodegradabile della massa attiva;
f cv = rapporto COD/SSV;
bh = velocità specifica di perdita di massa endogena; dipende dalla temperatura secondo
un'espressione del tipo: bhT = bh20 α(T− 20) in cui si è assunto α=1,029.

3.4. COMPOSTI DELL'AZOTO E DEL FOSFORO

Poiché l’azoto e il fosforo sono elementi essenziali alla crescita degli organismi, essi so-
no conosciuti come nutrienti o biostimolanti. Anche altri elementi in tracce sono indispensabili,
come ad esempio il ferro, ma azoto e fosforo sono nella maggior parte dei casi i nutrienti
più importanti.
I dati sulla concentrazione dell'azoto sono necessari al fine di valutare la trattabilità di
un refluo con un processo biologico: se l’azoto è insufficiente si rende necessaria l’aggiunta
esterna al fine di rendere possibile il processo di biodegradazione del liquame. Ove sia ne-
cessario controllare la crescita algale e l'eutrofizzazione del corpo idrico ricettore si dovrà
prevedere una rimozione o una riduzione dell’azoto contenuto nel refluo ivi scaricato.

3.4.1. Forme di azoto

L’azoto totale comprende azoto organico, ammoniaca ( NH +4 ), nitriti ( NO −2 ) e nitrati


( NO3− ).
L’azoto organico viene determinato con il metodo di Kjeldahl: l'ammoniaca viene
preventivamente eliminata per distillazione del campione che viene poi sottoposto a dige-
stione acida (mediante acido solforico e solfato di potassio) per convertire l'azoto organico
ad ammoniaca.
L’azoto totale di Kjeldahl (TKN, Total Kjeldahl Nitrogen) viene determinato nella stessa
maniera, con l’eccezione che l’ammoniaca non viene estratta prima della digestione; l’azoto
totale di Kjeldahl è quindi la somma dell’azoto organico ed ammoniacale.
L’azoto ammoniacale può essere presente in soluzione acquosa sia in forma di ione
ammonio ( NH +4 ), sia come ammoniaca libera ( NH3 ), in funzione del pH della soluzione se-
condo la reazione:
NH3 + H2O ↔ NH +4 + OH
-

Per valori di pH superiori a 7 l’equilibrio tende a spostarsi verso sinistra, mentre per
valori inferiori è predominante lo ione ammonio. L’ammoniaca viene determinata in labo-
ratorio, innalzando il pH, distillando l’ammoniaca con il vapore prodotto quando il campio-
ne viene portato ad ebollizione, e condensando il vapore che assorbe l’ammoniaca gassosa.
La misura può essere effettuata o per via colorimetrica o per titolazione o con elettrodi a
ione specifico.
I nitriti (azoto nitroso) sono relativamente instabili e facilmente ossidati a nitrati: rara-
mente superano 1 mg N/l nei reflui o 0,1 mg N/l nelle acque di superficie e di falda. Sebbene
presenti in basse concentrazioni, lo studio dell’inquinamento da nitriti è molto importante a
causa della loro estrema tossicità per i pesci e le altre specie acquatiche. La loro determina-
zione analitica si effettua per via colorimetrica.
I nitrati (azoto nitrico) sono la forma di azoto con il più alto numero di ossidazione. I
nitrati sono in genere quasi assenti nei liquami urbani freschi, anche in seguito all'ambiente
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-19

Figura 2.8. Il ciclo dell’azoto.

anossico che si instaura nelle reti di fognatura; la loro concentrazione aumenta man mano
che procedono i fenomeni di nitrificazione. La rimozione dei nitrati dagli scarichi trattati
prima dello sversamento nei corsi d'acqua, costituisce un obiettivo fondamentale per evitare
fenomeni di eutrofizzazione e per preservare l'uso idropotabile dell'acqua; a questo propo-
sito si accenna al fatto che i nitrati, riducendosi a nitriti nell'apparato digerente e combinan-
dosi con l'emoglobina del sangue vi bloccano il meccanismo di trasporto dell'ossigeno (ciano-
si infantile o metaemoglobinemia). La determinazione della concentrazione di nitrati viene di so-
lito condotta con metodi colorimetrici.

3.4.2. Il ciclo dell’azoto in natura

Le varie forme di azoto presenti in natura e le trasformazioni che le correlano sono raf-
figurate in Figura 2.8.
L'azoto molecolare (N2) può essere direttamente utilizzato solo da alcuni tipi di batteri e
di alghe (oltre che dalle leguminose); più spesso è suscettibile di un'utilizzazione indiretta,
dopo essere stato ossidato ad anidride nitrica (N2O5) per effetto delle scariche elettriche
prodotte durante i temporali.
Combinandosi con l'acqua, l'anidride nitrica forma acido nitrico (HNO3) e sotto tale
forma perviene sulla superficie terrestre. Una seconda fonte di nitrati è data da alcuni pro-
cessi industriali (ad esempio produzione di fertilizzanti).
I nitrati sono utilizzati dai vegetali per produrre composti organici azotati (proteine ve-
getali); per tale funzione i vegetali possono anche utilizzare direttamente l'azoto ammonia-
cale. Gli animali non sono in grado di utilizzare direttamente l'azoto; per essi la fonte di
azoto è costituita dalle proteine vegetali. Attraverso questi processi, il metabolismo animale
e vegetale sottrae l'azoto dall'ambiente, restituendolo poi per i fenomeni di morte e decom-
posizione batterica. Questi fenomeni portano alla produzione di ammoniaca (NH3), a partire
dall'azoto organico delle proteine.
2-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

L'azoto ammoniacale può essere direttamente utilizzato dai vegetali o può subire
un'azione ossidativa in ambiente aerobico, da parte dei batteri nitrificanti autotrofi, con
formazione di nitriti e quindi di nitrati. Con questo processo il ciclo si chiude, mettendo a
disposizione dei vegetali l'azoto nitrico per la produzione di nuovo materiale proteico. Poi-
ché l’azoto in forma di nitrato può essere usato da alghe e altre piante per produrre protei-
ne, si evidenzia come sia necessario rimuovere o ridurre la presenza dell’azoto per prevenire
i fenomeni di eutrofizzazione.
In condizioni di anossia, molti batteri eterotrofi sono in grado di utilizzare l'ossigeno
contenuto nelle molecole dei nitrati e dei nitriti. Tali processi determinano la riduzione fi-
nale ad azoto gassoso che, liberandosi nell'atmosfera, viene sottratto all'ambiente acquatico.

L’azoto nei liquami urbani è presente principalmente sotto forma organica nelle pro-
teine e nell’urea; la decomposizione operata dai batteri produce rapidamente ammoniaca, la
cui quantità relativa è un indice dell’età del refluo.

3.4.3. Suddivisione dell’azoto

TKN in ingresso
Nti

ammoniaca libera e salina azoto organico


Nai Nti-Nai

solubile non biodegradabile particellato non biodegradabile biodegradabile


Nui Npi Noi

Figura 2.9. Suddivisione dell'azoto.

L’azoto presente nel liquame viene misurato in termini di TKN (azoto in forma ammo-
niacale e azoto organico).
Nell’ambito di questa trattazione si considera da un punto di vista fisico-chimico la
suddivisione del TKN riportata in Figura 2.9.

Le varie componenti sono:


q Nai = frazione di azoto ammoniacale immediatamente disponibile per i microrgani-
smi;
q Nti - Nai = frazione di azoto organico; essa si suddivide in tre ulteriori componenti:
Nui = frazione di azoto in forma organico-solubile e non biodegradabile. Tale
componente si ritrova invariata nell’effluente in quanto non intaccata
dall’attività biologica;
Npi = frazione di azoto in forma di particellato non biodegradabile che abban-
dona il processo attraverso i fanghi di supero;
Noi = frazione organica biodegradabile che viene attaccata dai batteri eterotrofi
e convertita in forma ammoniacale.

Le relazioni tra le varie porzioni sono le seguenti:


Nti = Nai+Nui+Npi+Noi
Nai = f na · Nti
Nui = f nu · Nti
in cui: fna = frazione di ammoniaca dell’influente rispetto al TKN totale;
f nu = frazione di azoto organico solubile non biodegradabile rispetto al TKN
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-21

totale.

La componente Npi viene espressa come frazione dei solidi particolati non biodegrada-
bili in ingresso (Xii):
Npi=fn · Xii
con fn = frazione di azoto nel materiale particellato non biodegradabile dell'influente.
A seguito di quanto finora scritto si ha che la componente biodegradabile è:
fn ⋅ fup ⋅ S ti
Noi = N ti ⋅(1 − fna − fnu )−
f cv

3.4.4. Fosforo

Anche il fosforo costituisce un elemento essenziale per la crescita delle alghe e degli al-
tri organismi biologici. Un apporto eccessivo può condurre ad una proliferazione indeside-
rata della fioritura algale e quindi assume grande rilevanza il controllo nelle acque superficiali
dei composti del fosforo, provenienti dagli scarichi civili, industriali e dallo scorrimento su-
perficiale.
Generalmente i reflui civili possono contenere dai 4 ai 15 mg/l di fosforo come P; a
questo riguardo, l'attuale concentrazione di fosforo nei reflui civili è inferiore a quella che si
riscontrava negli anni passati in seguito alla nuova legislazione che limita la presenza di poli-
fosfati nei detersivi.
Le forme usuali di fosforo rintracciabili nei liquami urbani comprendono ortofosfati,
polifosfati e fosforo organico.

Gli ortofosfati ( PO 3−4 , HPO 4 , H 2 PO 4 , H3 PO 4 ) sono disponibili per il metabolismo
2−

biologico senza bisogno di processi demolitivi o di trasformazione. Per le condizioni abituali


dei liquami, risulta predominante la forma HPO 2− 4 con variazioni che dipendono dai valori
di pH.
I polifosfati includono le molecole con due o più atomi di fosforo, ossigeno e, in al-
cuni casi, idrogeno, combinati in una molecola complessa. I polifosfati subiscono un pro-
cesso di idrolisi, seppur piuttosto lenta per formare ortofosfati.
Il fosforo organico per decomposizione batterica produce pure ortofosfati.
Gli ortofosfati possono essere determinati direttamente aggiungendo un composto
quale il molibdato di ammonio, in grado di formare un complesso colorato con il fosfato. I
polifosfati e il fosforo organico devono essere preventivamente convertiti in ortofosfati per
mezzo di una digestione acida, in presenza di forte ossidante, prima di poter essere determi-
nati in maniera analoga per via colorimetrica.

3.5. COMPOSTI INORGANICI

Molti componenti inorganici dei reflui e delle acque naturali sono importanti nel con-
trollo della qualità dell’acqua. La loro concentrazione nell’acqua è incrementata sia dal con-
tatto con le formazioni geologiche nelle quali scorre, sia dallo scarico nei corpi idrici dei re-
flui, trattati o non trattati.
I liquami, con l’eccezione di alcuni scarichi industriali, vengono raramente trattati per
rimuovere i costituenti inorganici aggiunti durante il ciclo di utilizzo; tuttavia la presenza di
tali composti può esercitare una notevole influenza sui possibili usi dell’acqua.
Per valutare il livello di sostanze inorganiche presenti si può utilizzare la misura della
conducibilità, definita come la conduttanza di una colonna d'acqua compresa tra due elet-
2-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trodi metallici da 1 cm2 di superficie e distanziati di 1 cm. Essa permette di valutare rapida-
mente la mineralizzazione globale di una soluzione mediante la sua capacità di trasportare
una corrente elettrica che varia con la concentrazione e con la natura degli ioni in soluzione.
Largamente applicata nel campo delle acque potabili, risulta poco significativa nel caso degli
effluenti anche per la possibile interferenza di composti organici e di colloidi caricati elettri-
camente.
La determinazione dei composti inorganici viene pertanto condotta attraverso la misu-
ra degli anioni e cationi più significativi, che variano a seconda della provenienza dello scari-
co. Si considerano di seguito i principali parametri, maggiormente caratterizzanti i reflui ci-
vili.

3.5.1. pH e pOH

La concentrazione degli ioni idrogeno è un importante parametro per la determinazio-


ne della qualità delle acque naturali e di scarico, poiché l’intervallo di compatibilità per
l’esistenza di molte forme di vita è piuttosto ristretto. I liquami con un pH sfavorevole sono
difficili da trattare per via biologica, e se il pH non viene ristabilito a valori accettabili prima
dello scarico, il corpo idrico ricettore può esserne negativamente influenzato.
La concentrazione degli ioni idrogeno è strettamente collegata con la dissociazione
della molecola dell’acqua nello ione idrogeno e ione ossidrile (H2O → H+ + OH-), governata
dalla relazione [H+][OH-] = Kw, in cui Kw è nota come costante di dissociazione dell’acqua e
vale approssimativamente 10-14 alla temperatura di 25°C.
Il pH è definito come il logaritmo negativo della concentrazione degli ioni idrogeno:
pH = -log10 [H+]
Nell'acqua pura si ha pH=7,0; il campo di variazione è compreso tra 0 e 14 ed in parti-
colare le condizioni acide sono contraddistinte da valori inferiori a 7,0 e quelle alcaline tra 7
e 14.

Definendo il pOH in modo analogo per lo ione ossidrile, per l’acqua a 25°C vale la rela-
zione pH + pOH =14.

Il pH di un sistema acquatico può essere misurato con vari tipi di cartine e soluzioni in-
dicatrici, che cambiano colore a valori noti di pH.
Il pH di un liquame urbano si mantiene in genere in campo debolmente alcalino
(7,2÷7,3).

3.5.2. Alcalinità

L’alcalinità nei reflui deriva dalla presenza di idrossidi, carbonati e bicarbonati di ele-
menti come calcio, magnesio, potassio e ammoniaca. Tra questi i più comuni sono i bicar-
bonati di calcio e magnesio. Anche borati, silicati, fosfati e composti simili possono contri-
buire all’alcalinità. I reflui presentano quasi sempre un certo grado di alcalinità, e questo fatto
limita le variazioni di pH causati dall’aggiunta di acidi.
L’alcalinità viene determinata per titolazione con un acido standard (abitualmente
H2SO4) ai punti finali di pH 8,3 e 4,5. La titolazione viene condotta in presenza di indicatori
che hanno la proprietà di mutare colore al variare del pH: la fenolftaleina che vira dal rosso
all'incolore appunto a pH=8,3 ed il metilarancio che vira dal giallo all'arancio a pH=4,5. I ri-
sultati sono espressi in termini di carbonato di calcio CaCO3.
La misura dell’alcalinità è importante per i reflui sottoposti a trattamenti chimici, nella
rimozione biologica dei nutrienti e dove l’ammoniaca viene rimossa per strippaggio.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-23

3.5.3. Cloruri

Un altro parametro di qualità significativo è la concentrazione di cloruri, i quali deriva-


no dalla lisciviazione delle rocce contenenti cloruri e dei suoli con cui l’acqua viene in con-
tatto e, nelle zone costiere, dall’intrusione di acque salmastre; una fonte potenziale di cloruri
e di solfati è infatti l’infiltrazione di acque di falda nelle fognature in zone prossime al mare.
Altre possibili fonti di cloruri sono gli scarichi industriali, agricoli e civili. Gli escrementi
umani, per esempio, contengono circa 6 grammi di cloruri per abitante al giorno; nelle zone
dove la durezza dell’acqua è elevata gli addolcitori domestici possono inoltre produrre una
grande quantità di cloruri.
Poiché i metodi convenzionali di trattamento dei liquami non rimuovono i cloruri in
maniera significativa, la loro presenza in concentrazioni più elevate rispetto alle acque natu-
rali della zona, può costituire un indice di un avvenuto scarico di effluenti anche ben trattati.

3.5.4. Solfati e solfuri

Lo ione solfato è presente come elemento naturale nella maggior parte delle risorse
idriche ed è pure un componente dei reflui. Esso è uno dei costituenti delle proteine e viene
rilasciato al momento della loro degradazione. Il solfato viene ridotto a solfuro in condizioni
anaerobiche per via biologica, ed il solfuro combinato con l’idrogeno forma acido solfidrico
(H2S):
Sostanza organica + SO 2− batteri
 → S 2− + H2 O + CO 2
solfatoriduttori
4

S 2− + 2 H+ → H2 S

Quest'ultima reazione di equilibrio è regolata dal pH. In campo alcalino, per valori di pH
superiori a 8, quasi tutto lo zolfo si trova sotto forma di ioni HS- e S2- ; conseguentemente la
presenza di H2S è molto piccola, la sua pressione parziale è molto bassa, e quindi non inter-
vengono problemi di cattivi odori connessi al rilascio nell'atmosfera. Per pH inferiori ad 8,
l'equilibrio si sposta decisamente a destra; già a pH=7 l'80% dello zolfo è presente in forma
non ionizzata.

L’acido solfidrico, rilasciato nelle fognature dai reflui che vi scorrono, tende ad accu-
mularsi nella parte superiore delle condotte, dove può essere ossidato biologicamente in aria
ad acido solforico
H 2 S + 2 O 2  
→ H2 SO 4
batteri

che risulta corrosivo per i tubi stessi.


Infatti, mentre l'acido solfidrico è un
acido assai debole, l'acido solforico è
al contrario in grado di attaccare il
calcestruzzo.
Il processo può svilupparsi so-
lamente in condizioni assai particola-
ri, ove coesistano ambienti anaero-
bici necessari alle reazioni riduttive
che producono solfuri, ed ambienti
aerobici, ove possa svilupparsi la
successiva ossidazione ad acido sol-
forico. È quanto avviene nei collet- Figura 2.10. Corrosione del calcestruzzo nelle fognature,
tori di fognatura quando lo scarico si dovuto alla presenza di solfati nel liquame.
2-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trovi in condizioni settiche. Per i valori abituali di pH in un liquame, si ha sviluppo di idro-


geno solforato nell'atmosfera e una sua parziale solubilizzazione nelle condense che si ac-
cumulano sulla volta delle condotte di fognatura in mancanza di una sufficiente ventilazione.
Le condizioni prevalenti in tali condense sono di tipo aerobico e quindi consentono la suc-
cessiva ossidazione batterica dell'idrogeno solforato ad acido solforico.

Problemi analoghi possono verificarsi nella digestione anaerobica dei fanghi: i solfati
vengono ridotti a solfuri e possono bloccare l’attività biologica se la concentrazione di solfu-
ro supera i 200 mg/l; fortunatamente queste concentrazioni si verificano raramente. Il gas
H2S prodotto durante la digestione, insieme ad altri gas quali CH4 e CO2 , risulta corrosivo
per le tubazioni di trasporto del gas e, se bruciato in un motore, i prodotti della combustio-
ne possono danneggiare il motore stesso e corrodere lo scambiatore di calore dei gas esau-
sti, specialmente se viene consentito il raffreddamento sotto il punto di rugiada.

3.5.5. Composti tossici inorganici

Presenti in forma di anioni o cationi rivestono una notevole importanza nel tratta-
mento dei reflui a causa della loro tossicità. Molti di questi composti sono classificati come
inquinanti principali. Tra i cationi, il rame, il piombo, l'argento, il cromo, l'arsenico ed il bo-
ro sono tossici in vari gradi per i microrganismi e devono quindi essere presi in considera-
zione nel progetto del trattamento biologico. Per esempio, nel digestore dei fanghi il rame è
tossico a concentrazioni di 100 mg/l, cromo e nichel a 500 mg/l, il potassio e lo ione ammo-
nio a 4000 mg/l. L’alcalinità presente nel digestore fa invece precipitare gli ioni calcio prima
che raggiungano la soglia di tossicità.
Negli scarichi industriali sono pure presenti anioni tossici, tra i quali cianuro e cromati;
essi dovrebbero essere rimossi con un pretrattamento prima di essere mescolati con i reflui
civili. I fluoruri, altri anioni tossici, sono di solito presenti negli scarichi di industrie di com-
ponenti elettronici.
Anche certi composti organici presenti in alcuni scarichi industriali possono risultare
tossici.

3.5.6. Metalli pesanti

In molte acque sono rintracciabili tracce di metalli, come nickel (Ni), manganese (Mn),
piombo (Pb), cromo (Cr), cadmio (Cd), zinco (Zn), rame (Cu), ferro (Fe) e mercurio (Hg).
Molti di questi metalli sono stati già ricordati nel paragrafo precedente e classificati come in-
quinanti, mentre altri sono necessari per la crescita biologica e la loro scarsità può agire co-
me fattore limitante. La presenza in eccesso di alcuni, d’altra parte, interferisce con l’utilizzo
dell’acqua a causa della loro tossicità.
Se presenti in forma di ioni metallici, essi mostrano la proprietà di precipitare sotto
forma di idrossidi o di carbonati in campi di pH ben definiti e specifici per ciascuno di essi.
In un liquame urbano con pH neutro o debolmente alcalino, la precipitazione è solo parzia-
le.
I metodi per determinare la concentrazione dei metalli in un refluo variano in comples-
sità a seconda delle sostanze presenti che possono agire come interferenti. Concentrazioni
anche molto basse di molti di questi metalli possono essere misurate con metodi come la
polarografia e la spettroscopia ad assorbimento atomico.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-25

3.5.7. Composti bioaccumulabili

Fra i parametri che caratterizzano la qualità delle acque rivestono particolare importan-
za quelli che uniscono ad un marcato effetto tossico la possibilità di accumularsi negli orga-
nismi e di trasferirsi da un livello trofico al successivo. Per tale comportamento essi sono
assoggettati a limitazioni rigorose; la legislazione nazionale considera come particolarmente
pericolosi per la loro tossicità, persistenza e bioaccumulabilità elementi quali arsenico, cad-
mio cromo in forma esavalente, mercurio, nichel, piombo, rame, selenio, zinco, nonché i
seguenti composti organici: fenoli, solventi organici aromatici, solventi organici azotati, oli
minerali, solventi clorurati, pesticidi clorurati, pesticidi fosforati.

3.6. GAS

I gas comunemente presenti nei reflui sono azoto (N2), ossigeno (O2), anidride carboni-
ca (CO2), acido solfidrico (H2S), ammoniaca (NH3) e metano (CH4). I primi tre sono gas co-
muni dell’atmosfera e si possono trovare in tutte le acque a contatto con l’aria. Gli altri tre
derivano dalla decomposizione della materia organica.
Sebbene non rintracciabili in reflui non trattati, altri gas rilevabili sono il cloro (Cl2) e
l’ozono (O3), provenienti da processi di disinfezione o da stadi di deodorizzazione, e gli os-
sidi di zolfo e azoto derivanti dai processi di combustione.

3.6.1. Ossigeno disciolto

L’ossigeno disciolto è indispensabile per la respirazione dei microrganismi aerobici così


come per tutte le altre forme di vita aerobiche. Comunque, l’ossigeno è poco solubile in ac-
qua. La quantità di ossigeno (e degli altri gas) presente realmente in soluzione dipende dai
seguenti fattori:
1. solubilità del gas
2. pressione parziale del gas nell’atmosfera
3. temperatura
4. purezza (salinità, solidi sospesi, ...)
Poiché la velocità delle reazioni biochimiche che utilizzano ossigeno aumenta con la
temperatura, i livelli di ossigeno disciolto tendono ad essere più critici nei mesi estivi. La
presenza di ossigeno nei liquami previene anche la formazione di cattivi odori.

3.6.2. Acido solfidrico

L’acido solfidrico deriva dalla decomposizione anaerobica della materia organica con-
tenente zolfo o dalla riduzione di solfiti e solfati minerali; non si forma quando è disponibile
un’abbondante quantità di ossigeno. Questo gas è incolore, infiammabile, dal caratteristico
odore di uova marce. L’annerimento dei liquami e dei fanghi è dovuto normalmente alla
formazione di solfuro di ferro (FeS), sebbene possano formarsi anche altri solfuri di vari
metalli. Nonostante l’acido solfidrico sia il gas più importante dal punto di vista degli odori,
possono formarsi durante la decomposizione anaerobica anche altri composti volatili, come
scatolo, mercaptani, che possono peggiorare sensibilmente le condizioni olfattive.

3.6.3. Metano

Il principale sottoprodotto della decomposizione anaerobica della materia organica è il


2-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

metano, gas incolore, inodore, idrocarburo combustibile con elevato potere calorifico.
Normalmente nei reflui non trattati è riscontrabile in quantità modeste poiché la presenza
anche minima di ossigeno impedisce l'attività degli organismi responsabili della sua produ-
zione. Occasionalmente può essere osservata una certa produzione di metano in depositi
accumulati sul fondo.
Dal momento che il metano è altamente combustibile e il rischio di esplosione è ele-
vato, i pozzetti e le camere di giunzione delle fognature, dove esiste la possibilità di accu-
mulo di questo gas, dovrebbero essere ventilati prima e durante gli interventi operativi.
Negli impianti di depurazione, il metano è prodotto dalla digestione anaerobica utiliz-
zata per stabilizzare i fanghi. Ove ci sia produzione di gas infiammabili è necessario prestare
attenzione ai rischi di esplosione e prevedere misure di sicurezza sul lavoro.

4. CARATTERISTICHE BIOLOGICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

Per la completa caratterizzazione qualitativa di un acqua è necessario conoscere, ac-


canto alle misure fisico-chimiche, anche le caratteristiche biologiche. In particolare è indi-
cata la conoscenza dei seguenti aspetti:
1. i principali gruppi di microrganismi che si trovano nelle acque di superficie e nei reflui,
così come quelli coinvolti nei processi di trattamento;
2. gli organismi patogeni nei liquami;
3. gli organismi usati come indicatori dell’inquinamento e il loro significato;
4. i metodi utilizzati per quantificare gli organismi indicatori;
5. i metodi utilizzati per valutare la tossicità delle acque trattate.

4.1. PRINCIPALI GRUPPI DI MICRORGANISMI

I principali tipi di microrganismi rintracciabili nelle acque superficiali e nei reflui sono
classificati come eucarioti, eubatteri (eubacteria), archeobatteri (archaebacteria).

La maggior parte dei batteri rientra nel gruppo degli eubatteri; la categoria dei protisti,
contenuta nella classificazione degli eucarioti, comprende alghe, funghi e protozoi. Le pian-
te, includendo piante da seme, felci e muschi, sono classificate come organismi eucarioti
pluricellulari.

4.1.1. Batteri

I batteri sono per lo più eubatteri procarioti unicellulari dell'ordine di grandezza dei micron,
peso 10-6 µg, in numero di 1010 per ml di colonia. In linea generale possono essere raggrup-
pati in quattro grandi categorie: sferici, cilindrici, ad elica e filamentosi.
I batteri sferici, noti come cocchi, hanno diametro variabile tra 1 e 3 µm; i batteri a
forma cilindrica, conosciuti come bacilli, sono di dimensione piuttosto variabile (tra 0,3 e
1,5 µm di larghezza e tra 1 e 10 µm di lunghezza). L’Escherichia coli, un organismo comune
nelle feci umane, tipicamente misura 0,5 µm di larghezza e 2 µm di lunghezza. I batteri a
forma cilindrica ricurva, noti come vibrioni, variano in larghezza (o diametro) da 0,6 a 1
µm e da 2 a 6 µm in lunghezza. I batteri ad elica, noti come spirilli, possono raggiungere
lunghezze di 50 µm. I batteri filamentosi, conosciuti con vari nomi, possono superare i 100
µm.
I batteri possiedono un ruolo fondamentale nella decomposizione e nella stabilizzazio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-27

Tabella 2.2. Classificazione dei microrganismi.


Gruppo Struttura cellulare Caratterizzazione Membri rappresenta-
tivi
Eucarioti Eucariotica Pluricellulari con vasta diffe- Piante (piante da se-
(contenente veri nuclei) renziazione di cellule e struttu- me, felci, muschi)
re Animali (vertebrati, in-
vertebrati)

Unicellulari con modesta o Protisti (alghe, funghi,


assente differenziazione di protozoi)
tessuti
Eubatteri Procariotica Chimica cellulare simile agli La maggior parte dei
(senza membrana nucleare) eucarioti batteri
Archeobatteri Procariotica Chimica cellulare particolare Metanogeni, termoaci-
(senza membrana nucleare) dofili

ne della materia organica, sia in natura sia negli impianti di depurazione, e quindi è opportu-
no conoscere le loro caratteristiche, funzioni, metabolismo e sintesi. I coliformi vengono
utilizzati anche come indicatori di inquinamento di origine umana.

4.1.2. Funghi

I funghi sono protisti eucarioti aerobici, pluricellulari, non fotosintetici, chemioetero-


trofi.
La maggior parte dei funghi sono saprofiti, in grado di operare la degradazione della so-
stanza organica morta. Assieme ai batteri, i funghi sono tra i maggiori responsabili della de-
composizione del carbonio nella biosfera; a livello ecologico godono di due vantaggi ri-
spetto ai batteri: possono crescere in zone a bassa umidità e in ambienti a pH bassi. Senza la
presenza dei funghi nella degradazione della sostanza organica, il ciclo del carbonio si inter-
romperebbe presto e la sostanza organica inizierebbe ad accumularsi.

4.1.3. Alghe

Le alghe possono rappresentare un gravoso problema per le acque superficiali in


quanto, quando le condizioni sono favorevoli, si riproducono rapidamente e tendono a ri-
coprire corsi d’acqua, laghi e bacini artificiali con estese colonie galleggianti. Le fioriture di
alghe sono di solito caratteristiche dei laghi eutotrofi, ovvero di quei laghi con un alto con-
centrazione di composti necessari alla crescita. Poiché gli effluenti degli impianti di depura-
zione sono spesso ricchi di nutrienti, lo scarico in un lago determina un incremento del
grado di eutrofizzazione. Lo stesso effetto può prodursi nei corsi d’acqua.
La presenza di alghe influisce sul valore dell’acqua per uso potabile perché spesso que-
ste sono all'origine di scadenti qualità organolettiche (problemi di cattivo sapore e odori
sgradevoli). Le alghe possono anche alterare il valore delle acque superficiali per quanto ri-
guarda la crescita di alcuni pesci e altre forme di vita acquatica, per l’uso ricreativo e altri
possibili utilizzi.
La determinazione della concentrazione delle alghe implica la raccolta di un campione,
nel quale vengono contate con osservazione al microscopio.
Uno dei maggiori problemi nel controllo della qualità delle acque è costituito dal risul-
tato dei trattamenti depurativi applicati a scarichi di varia natura in modo che gli effluenti
non inducano un'abnorme crescita di alghe ed altre specie acquatiche. La soluzione coinvol-
ge la rimozione del carbonio, delle varie forme di azoto e fosforo, e possibilmente la rimo-
zione di alcuni elementi in tracce, come ferro e cobalto.
2-28 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.1.4. Protozoi

I protozoi sono microrganismi eucarioti unicellulari; la maggior parte è di tipo aerobico


o anaerobici facoltativi, anche se si conoscono alcuni tipi anaerobici. Protozoi importanti
negli impianti di depurazione sono amebe, flagellati e ciliati natanti o sessili. I protozoi sono
essenziali nei trattamenti biologici e nella depurazione delle acque poiché regolano l'equili-
brio tra i differenti gruppi di microrganismi. Alcuni protozoi possono anche risultare pato-
geni (Giardia lamblia) e quindi sono da tenere in grande considerazione per un uso potabile
dell’acqua.

4.1.5. Piante e animali

Le piante e gli animali variano in dimensione dai microscopici rotiferi e vermi ai macro-
scopici crostacei. Una conoscenza di questi organismi è utile nella valutazione della qualità
delle acque, nella determinazione della tossicità degli scarichi e nell’osservazione degli effetti
della vita biologica sul processo di depurazione naturale delle acque.

4.1.6. Virus

I virus sono parassiti endocellulari obbligati, costituiti da una striscia di materiale gene-
tico, acido desossiribonucleico (DNA) o acido ribonucleico (RNA) con un rivestimento pro-
teico. Non sono in grado di sintetizzare nuovi composti, ma invadono la cellula vivente
ospite, dove il materiale genetico virale modifica l’attività cellulare per la produzione di nuovi
organismi virali a spese della cellula ospite. Quando questa muore, viene rilasciato un gran
numero di virus che infettano altre cellule.
I virus eliminati dagli esseri umani possono essere una fonte di rischio per la salute
pubblica. Per esempio, da ogni grammo di feci di un paziente affetto da epatite vengono ri-
lasciate da 10.000 a 100.000 dosi infettive del virus. Alcuni virus riescono a vivere più di 40
giorni nei reflui a 20°C e 6 giorni in un fiume normale. Molti casi di diffusione dell’epatite
sono riconducibili alla trasmissione attraverso il ciclo dell’acqua.

4.2. ORGANISMI PATOGENI

Gli organismi patogeni nei reflui possono provenire da esseri umani infettati dalla ma-
lattia o portatori sani. Le principali categorie di organismi patogeni sono batteri, virus, pro-
tozoi. I batteri patogeni usualmente espulsi dall’uomo possono determinare disturbi del
tratto gastrointestinale come febbre tifoide e paratifoide, dissenteria, diarrea e colera.

4.3. USO DEGLI ORGANISMI INDICATORI

Poiché gli organismi patogeni presenti negli scarichi e nelle acque inquinate sono in
numero ridotto e poiché sono difficili da isolare ed identificare, vengono usati come organi-
smi indicatori i coliformi, che sono molto più numerosi, diffusi e semplici da misurare.
Ogni persona scarica dai 100 ai 400 miliardi di coliformi al giorno, in aggiunta agli altri tipi di
batteri. Quindi la presenza di coliformi viene presa come indicatore della presenza di organi-
smi patogeni, mentre l’assenza di coliformi viene assunta come indice che l'acqua è esente
da organismi portatori di possibili malattie.
I batteri coliformi comprendono i generi Escherichia a Aerobacter. L’utilizzo dei coliformi
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-29

come indicatore è reso più complesso dal fatto che l’Aerobacter e certi tipi di Escherichia pos-
sono crescere nel terreno; così la presenza di coliformi non significa necessariamente con-
taminazione da scarichi umani. L’Escherichia coli è esclusivamente di origine fecale, ma la sua
determinazione analitica è piuttosto laboriosa; per questo motivo viene utilizzato come indi-
catore di inquinamento fecale l’intero gruppo dei coliformi.
Recentemente sono state sviluppate delle tecniche che distinguono tra coliformi totali,
coliformi fecali e streptococchi fecali. L’uso di tali metodiche, basate sul rapporto tra co-
liformi fecali e streptococchi fecali viene discusso in seguito.

4.3.1. Enumerazione dei coliformi

Il test standard per il gruppo dei coliformi può essere condotto utilizzando o la tecnica
della fermentazione in tubi multipli o quella del filtro a membrana. Il primo tipo di procedu-
ra prevede tre fasi, indicate come test presuntivo, di conferma e completo. Una procedura
analoga è disponibile per il gruppo dei coliformi fecali e per gli altri gruppi di batteri.
Il test presuntivo è basato sulla capacità dei coliformi di utilizzare un supporto nutritivo
specifico producendo gas; il test di conferma consiste nel far crescere colonie di batteri coli-
formi su un mezzo che sopprime la crescita degli altri organismi. Il test completo è basato
sulla capacità delle colture del test di conferma di degradare nuovamente il terreno di coltu-
ra. Per molte analisi di routine è sufficiente il solo test presuntivo.
La tecnica della fermentazione in tubi multipli è basata sul principio della diluizione fi-
no ad estinzione. Viene condotto diluendo più volte il campione, e per ogni passo si predi-
spongono cinque provette, contenenti un opportuno terreno di coltura; dopo aver atteso
un tempo adeguato si registra il numero delle provette che sono risultate positive, ovvero
che hanno prodotto un accumulo di gas.
La stima della concentrazione di coliformi viene spesso riportata come il numero me-
dio più probabile per 100 ml (MPN/100 ml, Most Probable Number); pertanto questo metodo
non garantisce una precisione assoluta, ma fornisce una stima statistica.
La tecnica del filtro a membrana implica una filtrazione di un volume noto di campione
d’acqua attraverso una membrana filtrante con una porosità molto ridotta, che non con-
senta il passaggio dei batteri. Questi vengono incubati ad adatta temperatura su un terreno
ricco di nutrienti e quindi vengono contate le colonie batteriche sviluppate. Questa tecnica
ha il vantaggio di essere più rapida della procedura MPN e di fornire una stima diretta del
numero di coliformi.

4.3.2. Rapporto tra coliformi fecali e streptococchi fecali

Le quantità relative di coliformi fecali (FC) e di streptococchi fecali (FS) rilasciati da-
gli esseri umani sono molto differenti da quelle degli animali. Si deduce quindi, come il rap-
porto tra FC e FS possa essere d’aiuto nel determinare se una contaminazione sospetta de-
rivi da scarichi umani o animali: infatti il rapporto FC/FS per gli esseri umani supera 4,
mentre per gli animali domestici è inferiore a 1: esso può variare da 0,04 per i suini a 0,2 per
i bovini. Benché tali rapporti possano venire alterati dalle diverse velocità di scomparsa nel-
l'ambiente, valori inferiori ad 1 stanno ad indicare un inquinamento animale e valori superio-
ri a 4 un inquinamento umano. L’analisi deve essere compiuta seguendo le opportune indi-
cazioni e si rivela utile soprattutto nelle aree rurali dove si utilizzano fosse settiche. In molti
casi di contaminazione da coliformi è possibile infatti stabilire se un ampliamento della rete
fognaria convenzionale potrebbe migliorare la situazione ovvero se l’inquinamento deriva
dagli animali.
2-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.4. TEST DI TOSSICITÀ

Il saggio di tossicità fornisce una misura diretta degli effetti sulla vita acquatica
globalmente dovuti agli inquinanti presenti in uno scarico. Esso viene condotto osservando
la mortalità, su periodi prestabiliti, di adatte specie animali, poste in una serie di acquari di
laboratorio in cui lo scarico da esaminare sia presente in diversi rapporti di diluizione con
acqua pulita. Negli acquari deve essere assicurata sufficiente concentrazione di ossigeno
disciolto, che non deve comunque influenzare la mortalità degli animali.
Come indice della tossicità acuta dello scarico viene abitualmente assunto il limite me-
dio di tolleranza (TLm), inteso come il rapporto di diluizione tra lo scarico e l’acqua pulita
cui corrisponde una mortalità pari al 50% durante il periodo preso in considerazione (abi-
tualmente 24 o 48 ore).

5. CARATTERIZZAZIONE QUANTITATIVA DEI REFLUI

La composizione si riferisce alle quantità reali dei costituenti fisici, chimici e biologici
presenti nel refluo, nonché al calcolo delle portate, delle concentrazioni dei composti inqui-
nanti.

5.1. APPORTI INQUINANTI UNITARI

Quando sperimentazioni od informazioni dirette siano difficili od impossibili, possono


essere orientativi i dati riportati di seguito, in base alla produzione di contaminanti procapi-
te.

Apporti di origine civile:

sostanze organiche 60 g BOD5 · ab-1 · die-1


110 g COD · ab-1 · die-1
solidi sospesi 90 g SS · ab-1 · die-1
di cui 60 g SS · ab-1 · die-1 sedimentabili
azoto totale(3) -1
12 g TKN · ab · die
-1

fosforo totale 2 g P · ab-1 · die-1

Apporti di origine industriale:

sostanze organiche da 110 a 180 g COD · A.E.-1 · die-1


solidi sospesi da 20 a 50 g SS · A.E.-1 · die-1
di cui il 20% sedimentabili
azoto totale da 4 a 10 g · A.E.-1 · die-1
di cui in forma nitrica da 0 a 1,5 g NO3-N · A.E.-1 · die-1
fosforo totale da 0,5 a 1 g P · A.E.-1 · die-1

(3)
L'azoto totale presente nei liquami si trova, in modo del tutto indicativo, sotto forma di ammoniaca
(70%), azoto organico (25%) e solo il 5% in forma di nitriti e nitrati. La concentrazione di nitriti e nitrati può
generalmente essere trascurata, visto l'esiguo valore e considerando che probabilmente può verificarsi la
riduzione dei nitrati in seguito alle condizioni settiche che si sviluppano nella rete di fognatura.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-31

5.2. CALCOLO DELLE PORTATE E DELLE CONCENTRAZIONI DEGLI


APPORTI INQUINANTI

Gli scarichi possono ri-


sultare concentrati in parti-
colari periodi della giornata
o della settimana. Solita-
mente i massimi della con-
centrazione di BOD5 e dei
solidi sospesi si verificano
per lo più in concomitanza
con i massimi delle portate
idrauliche: ciò significa che
le punte di carico idraulico
determinano sull'impianto
finale di depurazione anche
punte di carico organico e
di solidi sospesi; andamenti Figura 2.11. Variazioni orarie di portata, concentrazione di BOD5 e di
analoghi presentano le altre solidi sospesi registrate nell'effluente di una rete di fognatura.
caratteristiche, quali ad
esempio la concentrazione di ammoniaca e di composti del fosforo.
La concentrazione degli inquinanti nel liquame è inferiore durante le ore notturne, sia
perché le acque entranti in fognatura sono meno cariche, sia perché (e ciò vale particolar-
mente per i solidi sospesi), le ridotte velocità dei liquami che si realizzano nella rete di fo-
gnatura (in presenza di modeste portate), possono determinare la sedimentazione di una
porzione dei solidi.
Un andamento tipico (Figura 2.11) presenta le seguenti caratteristiche:
1. portata molto ridotta dalle ore 0 alle ore 7;
2. crescita rapida della portata dalle ore 7 alle ore 9;
3. periodo di portata elevata dalle ore 9 alle ore 14, con la punta massima a metà o alla fine
della mattinata;
4. diminuzione dopo mezzogiorno e ripresa alla fine della giornata, con un massimo fra e le
20 e le 22, quasi sempre inferiore e quello della mattina, e diminuzione progressiva fino
alle ore 0 o alle ore 1 della notte;
5. la diminuzione dopo mezzogiorno è spesso inesistente, e la curva presenta allora un solo
massimo, generalmente alla fine della mattina.

Nella valutazione delle variazioni di carico idraulico, è fondamentale distinguere tra il


caso in cui il sistema di depurazione sia collegato ad una rete di fognatura separata, cioè
con rete di acque nere distinta dalla rete delle acque bianche di pioggia o ad una fognatura
mista, cioè nel caso in cui anche le acque di pioggia siano condotte all'impianto.

Portate di origine civile:

q portata media giornaliera = (q 24 )c = α c ⋅ d ⋅ P/ 24 espressa in m3·h-1, dove:


αc= coefficiente di afflusso in fognatura = 0,8;
d = dotazione idrica giornaliera, valutata come media annua (m3 ·ab-1 · die-1);
P = popolazione civile.
2-32 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

q portata massima nera = (qmax ) c = K 1 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 1 = 4,00− 0,54 ln(Pciv /1000)
Questa formula è applicabile per P<100.000 A.E. Al di sopra di tale limite, K1 va assunto
pari a 1,5 fino a 300.000 A.E. e successivamente a 1,3. Se ci sono portate industriali que-
ste vanno sommate.

La massima portata nera è quella rilevabile all'ingresso dell'impianto di depurazione per


durate limitate (in genere inferiori all'ora). Il suo interesse al fine del dimensionamento
dell'impianto è limitato al calcolo dei collegamenti idraulici in impianti alimentati da fo-
gnature nere a gravità. Nel caso sia previsto un sollevamento iniziale, per il calcolo dei
collegamenti idraulici andrà considerata la portata massima sollevata dalle pompe. Per
impianti alimentati da fognature miste si dovrà considerare invece la portata di pioggia (o
quella sollevata dalle pompe in tempo di pioggia).

q portata minima notturna = (qmin )c = K 2 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 2 = 0,12 ln(Pciv /1000)

q portata di calcolo = (q calc )c = K 3 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 3 =2,00−0,14 ln(Pciv /1000) per 10.000 ≤ Pciv ≤ 300.000 abitanti (oltre: K3=1,2);
K 3 =2,00 per 1.000 < Pciv < 10.000 abitanti;
K 3 =3,00 per Pciv ≤ 1.000 abitanti.

Portate di origine industriale:

n
α ind (Q a ) j
q ∑
j =1
g j ⋅ hj
=(q 24 )ind espressa in m3·h-1, dove:

Qa = portata industriale annua (m3 ·anno);


αind= coefficiente di afflusso industriale in fognatura = 0,95;
g = giorni lavorativi annui (200÷300 die ·anno-1, valore tipico 240);
h = ore lavorative giornaliere (8÷24 h · die-1, valore tipico 10).

Portate di pioggia:

q Portate di pioggia da sottoporre a trattamento primario (qpm): va assunto il più ele-


vato tra i seguenti valori:
1) q pm = P ⋅ d p /24 espressa in m3·h-1, dove:
dp = 0,75 m3 ·A.E.-1 · die-1 per recapito in acque correnti;
dp = 1,00 m ·A.E. · die per recapito in laghi;
3 -1 -1

2) q pm = k p [(q 24 )c + 2(q 24 )ind ] espressa in m3·h-1, dove:


kp = 2,00 se gli A.E. di origine industriale non superano il 50% del totale;
kp = 2,50 negli altri casi.
In ogni caso il valore di q pm va assunto non inferiore a quello della portata massima nera
in precedenza espresso. La portata così calcolata va sottoposta ad un trattamento mini-
mo di microgrigliatura (spaziatura non superiore a 2 mm) o di sedimentazione (tempo di
ritenzione idraulico almeno di 40') prima dello scarico nel recettore.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-33

q Portate di pioggia da sottoporre al trattamento biologico:


La portata da inviare al trattamento biologico in tempo di pioggia (qpb) va assunta almeno
pari a 1,3 volte la portata di calcolo in tempo asciutto e comunque non inferiore alla
punta nera.

Portata di calcolo per il dimensionamento delle unità di trattamento in tempo


asciutto:

q Si assume la portata complessiva seguente:


Qc= (q calc )c + (q 24 )ind

5.3. COSTITUENTI NEI REFLUI E NEGLI SPURGHI

Dati tipici sui costituenti individuali trovati negli scarichi domestici sono riportati in
Tabella 2.3. In dipendenza dalle concentrazioni dei costituenti il refluo viene classificato
come a forte, medio o debole carico.
Sia i costituenti, sia le concentrazioni variano con l’ora, il giorno, il mese e altre condi-
zioni locali; i dati in tabella servono quindi solo come guida e non come base per la proget-
Tabella 2.3. Composizione tipica di reflui civili non trattati.

Contaminanti Carico
procapite
Unità Concentrazioni
[g/(ab·die)] debole c medio d forte e

Solidi, totali (TS) 190 mg/l 350 720 1200


disciolti, totali (TDS) 110 mg/l 250 500 850
fissi 66 mg/l 145 300 525
volatili 44 mg/l 105 200 325
solidi sospesi (SS) 90 mg/l 100 220 350
fissi 22 mg/l 20 55 75
volatili 78 mg/l 80 165 275
Solidi sedimentabili ml/l 5 10 20
BOD5, 20°C 60 mg/l 110 220 400
Carbonio organico totale (TOC) 43 mg/l 80 160 290
COD 110 mg/l 250 500 1000
Azoto (totale come N) 11 mg/l 20 40 85
organico 4 mg/l 8 15 35
ammoniaca libera 7 mg/l 12 25 50
nitriti 0 mg/l 0 0 0
nitrati 0 mg/l 0 0 0
Fosforo (totale come P) 2 mg/l 4 8 15
organico 0,8 mg/l 1 3 5
inorganico 1,2 mg/l 3 5 10
Cloruria 13 mg/l 30 50 100
a
Solfati 8 mg/l 20 30 50
Alcalinità (come CaCO3) 27 mg/l 50 100 200
Grassi e oli 27 mg/l 50 100 150
Coliformi totalib N°/100 ml 10 ÷10
6 7
10 ÷10
7 8
10 ÷10
7 9

Composti organici volatili (VOCs) µg/l <100 100-400 >400

a
I valori devono essere incrementati per aggiunte negli scarichi di acque domestiche.
b
Vedi tabella 2.5 per valori tipici degli altri microrganismi.
c
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 550 l/(ab·die) al netto delle perdite.
d
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 270 l/(ab·die) al netto delle perdite.
e
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 150 l/(ab·die) al netto delle perdite.
2-34 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Tabella 2.4 Caratteristiche tipiche degli spurghi. tazione.


Costituenti Concentrazioni, mg/l
Lo spurgo è costituito
Range Tipico
dal fango prodotto in si-
Solidi totali (TS) 5000-100000 40000 stemi di trattamento dei li-
Solidi sospesi (SS) 4000-100000 15000 quami realizzati in loco,
Solidi sospesi volatili (VSS) 1200-14000 7000 come il caso delle fosse set-
BOD5 20°C 2000-30000 6000
Domanda chimica di ossigeno (COD) 5000-80000 30000
tiche; le quantità dei conta-
TKN (come N) 100-1600 700 minanti realmente presenti
Ammoniaca (NH3 come N) 100-800 400 negli spurghi possono va-
Fosforo totale (come P) 50-800 250 riare notevolmente, spe-
Metalli pesantia 100-1000 300
cialmente in quelle comu-
a
Principali: ferro (Fe), zinco (Zn), alluminio (Al). nità che non ne regolano la
raccolta e l'eliminazione.

5.4. MICRORGANISMI NEI REFLUI

Dati rappresentativi sul tipo e numero di microrganismi comunemente presenti nei re-
flui sono riportati in Tabella 2.5.
La variazione relativamente Tabella 2.5. Tipi e numeri di microrganismi presenti in
grande nei range di valori è legata alla reflui civili non trattati.
variabilità nelle caratteristiche dei li- Organismi Concentrazione, N°/ml
quami. È stato stimato che il patoge- Coliformi totali 105-106
Coliformi fecali 104-105
no E. coli costituisce fino al 3 o 4% dei Streptococchi fecali 103-104
coliformi totali. Alcuni organismi Enterococchi 102-103
(Shigella, uova di elminti, cisti di pro- Shigella presentea
tozoi) non vengono individuati nelle Salmonella 100-102
Pseudomonas aeroginosa 101-102
analisi di routine. Clostridium perfringens 101-103
Grande attenzione va posta nei Mycobacterium tuberculosis presentea
valori riportati per i virus: negli ultimi Cisti di protozoi 101-103
anni i miglioramenti nei metodi di in- Cisti di Giardia 10-1-102
Cisti di cryptosporidium 10-1-101
dividuazione ed enumerazione hanno Uova di elminti 10-2-101
comportato alcuni dubbi sui risultati Virus enterici 101-102
precedenti. Per questo motivo la data a
I risultati di questi test vengono di solito riportati come
dello studio è importante tanto positivo o negativo, piuttosto che essere quantificati.
quanto i valori di concentrazione ri-
portati.

5.5. NECESSITÀ DI ANALISI SPECIALISTICHE

In generale, i costituenti riportati nella Tabella 2.3 sono quelli che vengono analizzati
abitualmente. In generale essi forniscono informazioni fondamentali per caratterizzare un
refluo per un trattamento biologico, ma non esaurienti: i continui progressi hanno suggerito
la realizzazione di ulteriori analisi specifiche.
Gli ulteriori costituenti che vengono attualmente analizzati includono molti dei metalli
necessari per la crescita dei microrganismi, come calcio, cobalto, rame, ferro, magnesio,
manganese e zinco. La presenza di acido solfidrico deve essere attestata per valutare se pos-
sono prodursi ambienti corrosivi o se alcuni dei metalli utili possono precipitare. La con-
centrazione di solfati può essere utile per valutare la possibilità di un trattamento anaerobi-
co. Anche la presenza di organismi filamentosi deve essere considerata, specialmente se si
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-35

prevede un trattamento biologico.

5.6. INCREMENTO DI MINERALI RISULTANTE DALL’USO DELL’ACQUA

I dati sull’incremento del contenuto minerale nel refluo in seguito all’uso dell’acqua so-
no importanti in particolar modo se si prevede un potenziale riutilizzo dell’acqua.
L’aumento del contenuto minerale deriva dall’uso domestico, dal conferimento di acque al-
tamente mineralizzate provenienti da pozzi privati di falda, e dall’uso industriale; anche gli
addolcitori domestici ed industriali possono contribuire, ed in alcuni casi possono costituire
la fonte principale.

6. ACCORGIMENTI PER LA CARATTERIZZAZIONE DEI REFLUI

Gli studi per la caratterizzazione del refluo vengono condotti per determinare: le ca-
ratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, e la concentrazione dei costituenti; i mezzi mi-
gliori per ridurre la concentrazione degli inquinanti.

6.1. CAMPIONAMENTO

Le tecniche di campionamento adottate per il prelievo di un liquame devono assicurar-


ne la rappresentatività, poiché i dati dell’analisi del campione costituiranno la base per tutta
la progettazione. Non esiste una procedura universale di campionamento e programmi indi-
viduali vengono sviluppati per adattarsi alle varie situazioni. Nei casi in cui la composizione
del refluo sia molto variabile, è necessario procedere con un piano speciale di campiona-
mento.
In generale va posta l'attenzione sui seguenti fattori:
1. localizzazione del campionamento: l’esame dello sviluppo della rete fognaria e dei poz-
zetti aiuta a determinare la localizzazione ottimale del campionamento, per far sì che le
condizioni di flusso garantiscano una miscelazione omogenea, senza deposizione di solidi
o sviluppo di gas dovuto alla turbolenza.
2. frequenza nel tempo: gli intervalli di tempo devono essere abbastanza ridotti per ga-
rantire un campione significativo: infatti, anche a fronte di variazioni modeste di portate
possono verificarsi oscillazioni significative nelle concentrazioni.
3. apparecchiature di prelievo del campione: in caso di campionamento automatico in
continuo va operata un’attenta scelta delle apparecchiature.

6.2. CONSERVAZIONE DEL CAMPIONE

Un programma di campionamento ben funzionante può fornire campioni non rappre-


sentativi, se l’integrità fisica, chimica o biologica del campione non viene mantenuta nel pe-
riodo tra la raccolta e l’esecuzione delle analisi.
Un’analisi eseguita immediatamente dopo il prelievo, è certamente la migliore assicura-
zione contro il deterioramento del campione; quando ciò non sia possibile, si dovranno
adottare i metodi adeguati di conservazione e sarà opportuno annotare probabili errori nel
riportare i dati analitici.
Capitolo 3

PRETRATTAMENTO DEI LIQUAMI

I trattamenti meccanici, oltre a rimuovere una frazione dell’inquinamento dei liquami


(solidi grossolani e sedimentabili), costituiscono una garanzia per salvaguardare il corretto
funzionamento delle sezioni di trattamento poste a valle (sedimentazione, trattamento bio-
logico dei liquami, trattamento fanghi, ecc.).

1. GRIGLIATURA

La grigliatura è in genere il primo trattamento applicato negli impianti per acque urba-
ne. Esso consiste nel far transitare il liquame attraverso una maglia (di varie forme e dimen-
sioni) in grado di trattenere i corpi solidi di una certa dimensione dallo stesso convogliati,
che potrebbero essere causa di intasamenti delle tubazioni e delle apparecchiature costi-
tuenti l’impianto (pompe, valvole, ecc.) compromettendone in tal modo la funzionalità.
La quantità e la qualità di materiale trattenuto dipende dalle dimensioni delle luci di pas-
saggio della griglia, oltre che dalle caratteristiche del liquame stesso.
Il materiale trattenuto deve essere tempestivamente rimosso dalla superficie grigliante
per evitarne l’intasamento che causerebbe l’innalzamento del pelo libero a monte della gri-
glia e un aumento di velocità di passaggio del liquame attraverso la stessa (causando maggiori
perdite di carico e pericolo di trascinamento del grigliato). A tale scopo vengono al giorno
d’oggi utilizzati dispositivi meccanici a funzionamento automatico (generalmente temporiz-
zato o comandato dalla differenza tra il livello a monte e valle della superficie grigliante), che
rimuovono il materiale e provvedono al suo allontanamento direttamente o con l’ausilio di
nastri trasportatori. La pulizia manuale si effettua ormai solo in alcuni impianti vecchi per-
ché essa comporta notevoli costi di manodopera e spesso tende a svilupparsi un ambiente
maleodorante.
Tradizionalmente una sezione di grigliatura si divide in due fasi successive:
• Grigliatura grossolana, realizzata con griglie aventi normalmente luci di passaggio di 40
3-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

÷ 60 mm.
• Grigliatura fine, con luci di 2 ÷ 20 mm.
Un tipo di grigliatura che ha riscontrato una certa diffusione negli ultimi anni è la co-
siddetta microgrigliatura, con luci di passaggio inferiori ai 2 mm.

1.1. GRIGLIATURA GROSSOLANA

Essa ha la funzione di separare i corpi di una certa dimensione che potrebbero pregiu-
dicare il corretto funzionamento e l’efficienza delle unità a valle della grigliatura stessa. Essa
rappresenta una protezione per
l’impianto piuttosto che un vero
e proprio trattamento. È indi-
spensabile per liquami prove-
nienti da fognature di tipo misto
o da canali a cielo aperto, sicuri
vettori di corpi grossolani.
La spaziatura delle barre
della griglia varia come già detto
tra i 40 ÷ 60 mm. Si possono
suddividere le griglie in:
• griglie piane: verticali o incli-
nate (Figura 3.1);
• griglie ad arco (Figura 3.2);
Figura 3.1. Griglia meccanizzata piana, adatta anche per canali • griglie a barre orizzontali o a
profondi: 1) griglia; 2) pettine pulitore; 3) gruppo motoriduttore; 4) barre verticali;
dispositivo di pulizia del pettine; 5) contenitore di raccolta del La sezione delle barre può
materiale grigliato.
essere a:
• spigoli vivi;
• spigoli arrotondati (minori perdite di carico).

La scelta della spaziatura delle barre, oltre a determinare una diversa quantità di mate-
riale grigliato, può essere dettata dalle perdite di carico che sono maggiori per spaziature mi-
nori.
La velocità della corrente
nel canale per liquami di fogna-
tura mista non dovrebbe essere
inferiore a 0,5 m/s per evitare la
sedimentazione delle sabbie,
mentre per fognature unitarie
non dovrebbe scendere al di
sotto di 0,3 m/s, per evitare il
deposito del materiale organico.
È comunque opportuno assicu-
rare che in caso di portata di
massima nera vengano raggiunte
velocità attorno ai 0,7 m/s per
garantire il lavaggio del fondo
Figura 3.2. Griglia meccanizzata ad arco per canali poco profon-
del canale di grigliatura. di.
Le perdite di carico, fun-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-3

zione della velocità e della spaziatu-


ra delle griglie sono dell’ordine di
qualche centimetro, come illustrato
in Figura 3.3.

Il grigliato estratto è funzione


della spaziatura ed ha un peso spe-
cifico di 0,6 ÷ 0,9 kg/dm3 (Tabella
3.2). Esso può essere inviato ad
una pressa che lo comprima e suc-
cessivamente scaricato in appositi
cassonetti. Si riesce ad ottenere un
grigliato pressato con un contenuto
di umidità pari al 20÷40% (contro
l’80% iniziale) e ridotto in volume
di circa il 25%. L’intera unità, gri-
glia, pressa e cassonetto può essere
posta in ambiente chiuso e mante- Figura 3.3. Perdite di carico attraverso griglie aventi luce diffe-
rente a seconda della velocità del canale.

Tabella 3.1. Principali caratteristiche costruttive e di funzionamento delle griglie grossolane.

Caratteristica Griglie a pulizia Griglie a pulizia


manuale meccanica

Dimensioni delle barre


Spessore [mm] 5 ÷ 15 5 ÷ 15
Profondità [mm] 25 ÷ 75 25 ÷ 75
Luce tra le barre [mm] 20 ÷ 60 10 ÷ 30
Inclinazione rispetto all’orizzontale [°] 45 ÷ 60 70 ÷ 90
Velocità dell’acqua a monte della griglia [m/s] 0,3 ÷ 0,5 0,5 ÷ 1,0
Perdita di carico [m] 0,1 ÷ 0,2 0,1 ÷ 0,2

Tabella 3.2. Quantità di materiale trattenuto dalle griglie in


caso di fognature urbane miste, in funzione della spaziatura
nuto in leggera depressione: in tal tra le barre, espresso in l/(ab·anno).
modo l’aria aspirata può essere inviata
Spaziatura tra Pulizia manuale Pulizia meccanica
ad un trattamento di deodorizzazione le barre [mm] [l/(ab·anno)] [l/(ab·anno)]
ed impedire così le emissioni di odori
sgradevoli. 16 5 6
20 4 5
Altri metodi di smaltimento del 25 3 3,5
grigliato utilizzati da soli o combinati 30 2,5 3
sono: la triturazione, la polverizzazio- 40 2 2,5
ne, la digestione, l’incenerimento e lo 50 1,5 2
smaltimento in discarica.

1.2. GRIGLIATURA FINE

Le griglie fini trovano applicazione a valle delle griglie grossolane e sono rivolte a rea-
lizzare una rimozione più spinta dei solidi presenti nello scarico. La luce tra le barre varia tra
i 2÷20 mm, costruttivamente sono in tutto simili a quelle grossolane ed è sempre opportuno
che siano dotate di dispositivo per la pulizia automatica.
3-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Tabella 3.3. Principali caratteristiche di funzionamento delle gri- Molto importante è la


glie fini a pulizia meccanica, con riferimento a scarico urbano. velocità di passaggio attraver-
so le barre: essa non deve es-
Volume solidi rimossi [m3/(ab·anno)] 2·10-3 ÷ 6·10-3 sere troppo elevata al fine di
evitare trascinamenti del ma-
Rimozione solidi sospesi (%) 1÷5
teriale grigliato, né troppo
Rimozione BOD5 (%) <3 bassa per evitare il deposito
di sabbie nel canale della gri-
glia. I valori consigliati per la
velocità si aggirano intorno a
1,0÷1,2 m/s.
Le perdite di carico dell’ordine di qualche centimetro a griglia pulita, sono direttamente
proporzionali alla dimensione delle barre, alla velocità di passaggio ed all’inclinazione della
griglia; viceversa sono inversamente proporzionali alla spaziatura. Le perdite di carico au-
mentano con l’accumulo del materiale sulla superficie grigliante; anche per questo motivo è
preferibile effettuare una pulizia automatizzata. I principi di regolazione dei dispositivi au-
tomatici sono due: uno prevede l’attivazione del meccanismo pulitore quando si raggiunge
un prefissato dislivello massimo tra il pelo libero del liquame a monte e a valle della griglia;
l’altro si basa invece sulla ciclica pulizia della superficie grigliante, ad intervalli di tempo pre-
determinati. In alcuni casi, vengono previsti entrambi i sistemi.

1.3. MICROGRIGLIATURA

Negli ultimi anni hanno trovato


applicazioni favorevoli alcune griglie
aventi luci di passaggio molto inferiori
alle griglie fini e una struttura non più a
barre parallele, bensì modulare e a rete.
Tali unità (Figura 3.4) sono costituite da
un nastro di elementi “filtranti” conti-
nui, ruotante attorno a due rulli, ubicati
alle due estremità del nastro stesso.
Il materiale viene afferrato dai
componenti a punta sporgente di cui
sono dotati i moduli filtranti e che ven-
gono a costituire una gronda in grado
di captare ed estrarre i corpi solidi pre-
senti nel liquame. Tali materiali estratti Figura 3.4. Schematizzazione del funzionamento e della
vengono poi scaricati, sia per gravità sia struttura di una microgriglia a nastro continuo.
grazie all’intervento di una spazzola ro- Legenda: 1) catena trazione; 2) guide scorrimento; 3)
tante e di un sistema di lavaggio, in una rotelle; 4) alberi; 5) elementi filtranti; 6) inizio espulsione
solidi; 7) motoriduttore; 8) ruota trazione e comando
tramoggia o gocciolatoio, da cui succes- espulsione; 9) spazzola rotante; 10) spazzola fissa; 11)
sivamente vengono inviati allo smalti- sigillatura laterale.
mento. Questo tipo di apparecchiatura
può essere posizionata secondo varie inclinazioni, variabili tra 45° e 85°.
La spaziatura della rete filtrante varia tra 1÷15 mm e consente la cattura di quei corpi
(ad esempio i “cotton fioc”) che tendono ad allinearsi secondo la corrente e pertanto rie-
scono a passare anche attraverso le griglie più fini a barre verticali. Uno dei vantaggi di que-
sto tipo di apparecchiature risiede nella potenziale alta velocità di flusso, in quanto non sus-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-5

sistono pericoli di trascinamento dei ma-


teriali. Le portate massime consentite so-
no dell’ordine dei 3,5÷4 m3/s su m2 di gri-
glia sommersa.
Le unità oggi in commercio hanno
una larghezza efficace (al netto delle
strutture laterali di supporto) variabile da
30 a 55 cm (posizionabili in canali larghi
rispettivamente 50 e 75 cm) ed un’altezza
complessiva variabile da 1,5 a 6 m.
Le perdite di carico sono di un ordi-
ne di grandezza superiori a quelle delle
griglie fini, ma in genere non superano i
50 cm. In Figura 3.5 sono riportate le
perdite di carico al variare della portata
per alcuni tipi di griglie (inclinate a 60° e
80° e con spaziature di 1, 3 e 6 mm.
L’utilizzo di tali griglie è in molti casi
scoraggiato dall'elevato costo rispetto a
quello delle griglie tradizionali.

Un’altra tipologia di microgrigliatura,


che per le dimensioni esistenti potrebbe
ritenersi compresa tra la fine e la staccia-
tura è costituita da un cilindro costituito Figura 3.5. Perdite di carico al variare della portata di
alcune microgriglie con inclinazione di 60° e dimensio-
lungo il verso della corrente, inclinato a ne delle luci di passaggio rispettivamente di 1, 3 e 6
35° sull'orizzontale, che intercetta il flusso mm, valutate per liquami urbani e acqua pulita.

del liquame e trattiene il materiale sulle barre


filtranti piatte, le quali possono essere a pro-
fondità modulata. Un pettine rotante, o altre
apparecchiature tipo spazzole elicoidali, per-
mette poi il sollevamento del grigliato, che ri-
cade in un’apposita tramoggia, posta sull’asse
del cilindro. Da qui il materiale viene estratto
grazie ad una coclea che lo invia direttamente
in un cassonetto (Figura 3.6).
Figura 3.6. Un esempio di tipologia di microgri- Le spaziature tra le barre variano da 5 a
glia a pettine con pressa incorporata. 15 mm e possono essere posizionate in col-
lettori di diametro compreso tra 400 e 1200 mm. Esistono in commercio anche unità che
agiscono su solidi di dimensioni anche inferiori la cui gabbia, anziché essere a barre parallele
è a rete con maglie di 1 mm.

1.4. CRITERI DI SCELTA

La scelta delle griglie da adottare in un impianto coinvolge prevalentemente i seguenti


aspetti, già sottolineati in precedenza:
• portata massima e media;
• livelli massimi e minimi dell’acqua;
3-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

• spaziatura prescelta della griglia;


• numero di griglie necessarie;
• quantità di grigliato;
• possibili trattamenti a valle e a
monte;
• metodi di smaltimento del griglia-
to.
Per quanto concerne il numero
di griglie si suggerisce l’installazione
di almeno due manufatti, in modo che
uno possa essere utilizzato in caso di
emergenza (Figura 3.7). In ogni caso è
opportuno posizionare una griglia nel
canale di by-pass per il tempo di
pioggia.
La scelta della dimensione della
spaziatura tra le barre dipende es-
senzialmente dalla necessità di proteg-
gere le apparecchiature a valle e ga-
rantire l’efficienza dei processi di
trattamento. La maggior parte delle
pompe utilizzate in impianti di trat-
Figura 3.7. Schema del canale di griglia ed del canale di
tamento riesce a tollerare i solidi che by-pass.

passano attraverso griglie con spaziatura di circa 25


s b s mm. Comunque la dimensione standard che viene più
frequentemente adottata è pari a 20 mm.
La dimensione del canale è dettata da una serie
di considerazioni relative alle portate previste. In gene-
i
re il canale dovrebbe essere progettato in modo da ga-
rantire una velocità minima di 0,3÷0,5 m/s per evitare
sedimentazione dei solidi; comunque le acque di piog-
gia che dovrebbero raggiungere velocità fino a circa 1
m/s, prevengono la sedimentazione delle sabbie ed ef-
Figura 3.8. Schema di due barre di
griglia: spaziatura (b), interasse tra le
fettuano il lavaggio del canale di grigliatura.
barre (i), spessore delle barre (s). A monte della griglia il canale deve avere forma
rettilinea in modo da rendere il flusso del liquame in
ingresso uniformemente distribuito sulla superficie
della griglia stessa.
L'ampiezza complessiva della griglia risulta funzione della portata, dell'efficienza della
griglia, della velocità massima attraverso le barre. L'efficienza (e) è definita come rapporto
tra la spaziatura (b) e l'interasse tra le barre (i), secondo l'espressione (Figura 3.8):
b
e= (3.1)
b+ s
Nella maggior parte degli impianti di depurazione è desiderabile mantenere una velocità
di passaggio per griglie pulite di circa 0,5 m/s per portate medie giornaliere. La griglia do-
vrebbe essere progettata in modo che la velocità di passaggio non superi 1 m/s durante i pe-
riodi di pioggia o per la portata di picco. Le perdite di carico dipendono in larga misura dal
grigliato che viene trattenuto dalle barre e non sono prevedibili se non mediamente. Da un
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-7

punto di vista teorico la perdita di carico può essere valutata secondo la seguente formula,
valida per griglia pulita:
1  V2 − v2 
H= ⋅   (3.2)
0,7  2g 
con
V = velocità di passaggio attraverso la griglia;
v = velocità nel canale di adduzione;
1/0,7 = 1,428 = coefficiente empirico che tiene conto della turbolenza e delle perdite dovute
al formarsi di vortici.
Alternativamente si può far ricorso ad un'altra formula che tiene conto dei parametri
specifici della griglia con la seguente espressione di Kirshner:

 b
4 /3  V2 
H = K  ⋅  1  ⋅ sen α (3.3)
 s  2g 
 
in cui
K = coefficiente adimensionale di forma della sezione delle barre, che assume i seguenti
valori: 2,42 per sezione rettangolare a spigoli netti;
1,83 per sezione rettangolare a spigoli arrotondati a monte;
1,79 per sezione circolare;
1,67 per sezione rettangolare a spigoli arrotondati a monte e a valle;
α = inclinazione della griglia sull'orizzontale;
V1= velocità nella sezione totale prima del passaggio attraverso la griglia;

Dovranno essere previste paratoie per isolare ciascuna griglia e per facilitare lo svuota-
mento in caso di manutenzione od ispezione.
Il volume del grigliato rimosso varia molto a seconda della spaziatura delle barre e
delle caratteristiche del liquame. Normalmente per acque urbane le quantità di grigliato va-
riano da 3,5·10-5 a 7,5·10-5 litri di grigliato per litro di liquame pari a circa 2÷6·10-3 m3·ab-1
·anno-1 (supponendo una dotazione idrica di 250 l·ab-1·d-1).
In generale il grigliato ha un contenuto di umidità dell'80%, ed un peso di circa 600
kg/m3.

1.5. STACCIATURA

È un processo che può talvolta sostituire la fase di sedimentazione primaria; permette


la rimozione di solidi di diametro inferiore a quelli trattenuti con la grigliatura.
Con il termine staccio si intende un’apparecchiatura costituita da un telaio al quale è
fissato un reticolo di fili (metallici o di materiale sintetico) atto a trattenere i solidi contenuti
nel liquame. La luce libera tra le maglie del reticolo consente il passaggio dei solidi con gra-
nulometria inferiore, mentre trattiene quelli a granulometria superiore.
Il telaio portante può essere costituito sia da un piano inclinato che da un tamburo ro-
tante ad asse orizzontale.
Nel primo caso il liquame, alimentato sulla faccia superiore del piano filtrante, percola
attraverso lo stesso depositandovi i materiali solidi che, raccolti in basso per gravità, posso-
no quindi essere evacuati.
Nel secondo caso (Figura 3.9) è in genere prevista una vasca di alimentazione dello
staccio, atta a rallentare e distribuire uniformemente il flusso sulla superficie esterna del ci-
lindro che ruota lentamente (5÷10 giri/minuto). Le particelle solide si depositano quindi sul
3-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Tabella 3.4. Portate trattabili attraverso gli stacci e relative dimensioni del cilindro e delle luci di filtrazione. Le
portate sono riferite a liquami urbani, con contenuto medio di solidi sospesi pari a 200 ppm (i diametri riportati
sono DN - diametri nominali).
Luci di filtrazione 0,25 0,50 0,75 1,00 1,25 1,50 2,00 2,50
Diametro Lunghezza Portate trattabili
cilindro cilindro [m3/h]
[mm] [mm]
309 300 - 10 15 15 15 15 - -
628 600 58 103 137 171 193 216 232 232
628 900 87 151 210 256 291 330 355 355
628 1200 115 205 274 342 385 432 465 465
628 1800 180 302 421 511 583 659 709 709
914 3000 420 720 1000 1200 1400 1600 1900 2100

cilindro dal quale debbono essere rimosse mediante una lama raschiatrice. L'acqua vagliata
attraversando il cilindro effettua un lavaggio delle luci sul versante opposto dello stesso. È
comunque periodicamente necessario effettuare un lavaggio forzato (con acqua in pressione
o getti di vapore) in modo da evitare incrostazioni o occlusioni.

Nella Tabella 3.4 sono riportati i flussi medi applicabili a queste apparecchiature,
espressi in funzione del diametro e della lunghezza del cilindro. Nelle applicazioni correnti,
le luci di maglia più utilizzate variano da 0,3 a 3 mm. La velocità effettiva del liquame attra-
verso la maglia viene mantenuta circa pari a 0,35÷0,40 m/s, con perdite di carico di 20÷30
cm, ma che possono
anche raggiungere o
superare il metro.
La capacità di ri-
mozione dei solidi so-
spesi è circa del
25÷30%; 15÷20% nei
confronti del BOD5. Ne
consegue che questo
trattamento, pur con
rendimenti decisamente
inferiori, può risultare
interessante in determi-
nati casi quale alternati-
va alla sedimentazione
Figura 3.9. Schema di funzionamento di uno staccio a tamburo rotante.
primaria, dalla quale si
differenzia in modo
netto specialmente per quanto riguarda l'occupazione d’area.

2. EQUALIZZAZIONE DELLE PORTATE INQUINANTI ED


OMOGENEIZZAZIONE DEGLI INQUINANTI

2.1. INTRODUZIONE DELLE PROBLEMATICHE

Gli scarichi, sia provenienti da processi industriali, sia da insediamenti civili (in special
modo da quelli più piccoli) presentano fluttuazioni nel tempo sia di portata che di carichi
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-9

inquinanti.
Proprio questa variabilità può essere la causa di notevoli problemi di gestione negli im-
pianti non protetti adeguatamente dagli shock di carico idraulico e/o inquinante.
Le problematiche che interessano gli impianti di tipo biologico sono essenzialmente le
seguenti:
1. la presenza di una concentrazione elevata di componenti tossici (anche per breve durata)
possono "avvelenare" la biomassa;
2. la presenza di alcune sostanze in concentrazioni elevate altrimenti biodegradabili possono
inibire il processo;
3. i bruschi cambiamenti di carico rendono necessarie complesse operazioni di regolazione
per mantenere sotto controllo i parametri del processo (es. ossigeno disciolto, concen-
trazione di biomassa, ecc.);
4. le fluttuazioni nel carico possono provocare fluttuazioni nella qualità dell'effluente;
5. la presenza di sovraccarichi idraulici nei confronti dei sedimentatori primari e secondari
(soprattutto quest’ultimi) possono provocare lo sfioro della biomassa attiva ed in genere
indurre una cattiva sedimentabilità dei fanghi.
Nel caso in cui si operino trattamenti di tipo chimico si presenta il problema del dosag-
gio dei reagenti e/o flocculanti, dato che esso varia con la concentrazione del liquame da
trattare. In assenza di equalizzazione è necessario prevedere dei complessi sistemi di dosag-
gio e regolazione degli stessi o un sovradosaggio di reagenti. L'equalizzazione e/o l'omoge-
neizzazione oltre a moderare gli svantaggi citati precedentemente permettono:
1. l'alimentazione con continuità i sistemi biologici di depurazione anche in caso di scarichi
discontinui;
2. il raggiungimento in alcuni casi con la sola equalizzazione degli standard di legge (ad
esempio per scarichi in fognature) o la sostituzione di un trattamento (ad esempio neu-
tralizzando il pH);
3. a parità di rendimento, la riduzione delle dimensioni dei volumi costituenti l'impianto;
4. a parità di dimensione delle opere, miglioramento delle prestazioni degli impianti sotto-
dimensionati;
5. diminuzione dei consumi energetici dovuti alle punte di carico idraulico.
Negli impianti di tipo civile l'utilizzazione di queste vasche è abbastanza recente (metà
degli anni '70 ) e prevalentemente finalizzato alla equalizzazione della portata.
Attualmente la tendenza è quella di sovradimensionare i trattamenti biologici, in modo
tale da garantire effluenti accettabili anche in presenza delle fluttuazioni di carico inquinante;
la pratica progettuale corrente è quindi quella di dimensionare su portate e concentrazioni
all'ingresso prossime a quelle massime, garantendo un adeguato tempo di ritenzione idrauli-
ca (in pratica utilizzare le vasche di ossidazione come vasche di equalizzazione). Il sovradi-
mensionamento dell'impianto permette di tener conto dei futuri aumenti di popolazione e
dell'eventuale estensione della rete, garantendo l'attenuazione delle punte di carico. Il suc-
cessivo potenziamento dell'impianto può essere realizzato mediante l'adozione di vasche di
equalizzazione che permettono di lavorare con carichi medi più elevati (la maggiore produ-
zione di fanghi obbliga comunque a riprogettare la linea fanghi).
L'equalizzazione negli impianti civili può diventare importante perché può permettere:
a. la realizzazione di impianti consortili (civili-industriali) in cui la presenza di quest'ultimi
può diventare maggioritaria;
b. la possibilità di adottare trattamenti avanzati operanti con volumi minori (es. letti fluidiz-
zati) rispetto ai tradizionali impianti a fanghi attivi in vasche a miscelazione completa.
Per quanto riguarda invece l'adozione di tali vasche negli impianti di trattamento di sca-
richi industriali, essa è pratica diffusa data l'elevata variabilità degli stessi scarichi, la significa-
tiva presenza di trattamenti chimico-fisici e la possibile presenza in essi di sostanze tossiche
o inibenti il processo.
3-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2.2. EQUALIZZAZIONE DELLE PORTATE

L'equalizzazione delle portate viene realizzata tramite vasche di accumulo volte allo
stoccaggio della porzione di portata eccedente quella media di progetto e al successivo rila-
scio nell'impianto quando essa è inferiore a tale valore. Il volume di compenso può essere
giornaliero o se necessario settimanale (a seconda del tipo di fluttuazione dei carichi idrauli-
ci).
Le vasche devono essere miscelate per evitare la sedimentazione dei solidi sospesi ed
eventualmente aerate per impedire l'istaurarsi di condizioni settiche. Costituiscono di norma
l'ultimo dei pretrattamenti, anche se a volte per facilitare la gestione sono poste a valle dei
trattamenti primari.
L'equalizzazione delle portate determina come effetto indiretto la parziale omogeneiz-
zazione delle concentrazioni degli inquinanti. La quantità di quest'ultimi è data infatti dal
prodotto della concentrazione per la portata, ed equalizzando uno dei due termini si ottiene
una parziale equalizzazione del prodotto. Minore è l'effetto sulla concentrazione poiché, in
particolare negli impianti civili, le punte di concentrazione rappresentano molto spesso
punte di portata ed entrano nella vasca di equalizzazione in una fase in cui il volume inva-
sato è minimo (stesso discorso vale per i carichi tossici).
La vasca viene perciò generalmente sovradimensionata per garantire un volume inva-
sato minimo tale da agevolare la diluizione dei contaminanti, oppure viene prevista una suc-
cessiva vasca di omogeneizzazione.

2.2.1. Criteri progettuali

Nella progettazione delle vasche di equalizzazione (che devono essere fatte cercando di
minimizzare i costi di realizzazione e l'entità delle opere elettromeccaniche richieste per il
mantenimento della funzionalità) si deve tener conto dei seguenti fattori:
a) materiale e forma della vasca;
b) dimensioni;
c) tipo di disposizione delle vasche,
d) sistema di miscelazione ed areazione;
e) modalità di controllo della portata effluente equalizzata;
f) dotazioni ausiliarie.
Per quanto riguarda il punto a), le vasche sono generalmente in cemento armato. Ven-
gono realizzate in terra nel caso in cui il compenso delle portate venga fatto in stagni biolo-
gici.
La forma è generalmente circolare o quadrata e solo nel caso si possa rinunciare all'ef-
fetto omogeneizzante possono essere allungate. La completa miscelazione del liquame in-
fluente è perseguibile attraverso installazione di deflettori di deflusso, setti sulle pareti o im-
missione dell’influente nelle vicinanze dell'organo di miscelazione.
Per quanto riguarda il dimensionamento, il volume della vasca è costituito dalla somma
di 3 volumi:
V = Vc + Vmin + Vcd (3.4)
ove
Vc = volume di compenso (settimanale, giornaliero);
Vmin = volume minimo richiesto per il funzionamento in continuo delle installazioni elet-
tromeccaniche di aerazione-miscelazione e/o simultaneo svolgimento di processi
depurativi (vasche settiche, vasche di areazione a fanghi attivi, stagni biologici).
Vcd = volume riservato ai carichi discontinui cioè eventuale volume necessario all'equaliz-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-11

zazione e all'omogeneizzazione dei carichi organici discontinui o accidentali (es. ac-


que di drenaggio o surnatanti dai vari punti dell'impianto) tenendo conto di un ade-
guato franco di sicurezza). Il Vc è generalmente pari al 20-40% del volume medio da
trattare.
Qualora si conosca l'idro-
gramma delle portate in ingresso, il
volume della vasca è facilmente
calcolabile (Figura 3.10), indivi-
duando l’andamento dei volumi
cumulati nel tempo (in genere 24
ore ma si può considerare un ciclo
settimanale se la differenza dovuta
alle attività produttive è notevole).
Se si vuole che l’impianto funzioni
a portata costante, essa deve essere
uguale alla pendenza della retta
congiungente i 2 estremi (retta a
tratto continuo). Questa retta rap- Figura 3.10. Idrogramma per il calcolo grafico di un bacino di
presenta il volume d’acqua uscito equalizzazione di portata.
dal bacino in funzione del tempo e
deve essere costantemente sotto
l’idrogramma se si vuole che il bacino non sia mai vuoto. Si traslerà pertanto tale retta pa-
rallelamente a sé stessa in modo da renderla tangente alla parte inferiore dell'idrogramma
(retta tratteggiata).
Il massimo scarto tra le due rappresenta il volume di compenso necessario per la vasca
di equalizzazione. Questo a rigore è corretto solo nel caso in cui il volume estratto dalla va-
sca sia rigorosamente costante. Nel caso in cui la portata estratta vari nel tempo (per esem-
pio nel caso sia estratta per gravità) si utilizza l’equazione di continuità dei serbatoi:
dV
= Qi - Qe (3.5)
dt
dove
V = volume invasato [m /h]
3

Qi = portata influente [m /h]


3

Qe = portata effluente [m /h]


3

In generale l’equazione differenziale può essere discretizzata rispetto al tempo, adot-


tando intervalli di tempo orari e quindi risolta rispetto al volume Vj , ottenendo le relazioni:
∆Vj = Vj - Vj-1 = (Qi,j - Qe,j) ∆t (3.6)

( )
V j = V j − 1 + Q i, j − Q e , j ⋅ ∆ t (3.7)
∆Vj = volume accumulato o rilasciato nel j-esimo intervallo di tempo [m3].
Vj = volume invasato in vasca alla fine del j-esimo intervallo di tempo [m3].
Vj-1 = volume invasato in vasca alla fine del (j-1)-intervallo di tempo [m3/h].
Qi,j = portata media influente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/h].
Qe,j = portata media effluente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/h].
∆t = intervallo temporale utilizzato per la discretizzazione della relazione [h].
Se si vanno progressivamente a sommare i volumi ∆Vj nell’arco temporale prestabilito
(24 ore, 7 giorni, ecc ...) si ottiene una curva dotata di massimo e minimo e il volume della
vasca di compenso è dato dalla differenza algebrica tra valore massimo (positivo) e minimo
(negativo).
3-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Nel caso in cui non si conosca l'idrogramma si può utilizzare un metodo di tipo empi-
rico valido soprattutto per acque di scarico urbane. Si approssima l’idrogramma con una
onda quadra e si definisce un coefficiente di punta P supponendo che P = Qmassima/Qmedia =
Qmedia/Qminima .
Se P non è conosciuto si può ottenere una stima con formule empiriche come ad
esempio:
P = 1,5 + 2,5 Q 0,5 (3.8)
oppure
P = 2,2 (1/p)0,08 (3.9)
ove Q = portata espressa in l/s;
p = popolazione in migliaia;
La durata del periodo in cui la portata è pari a Qmassima è pari a
t = 1/P+1
e quindi il volume richiesto per l'equalizzazione della portata risulta essere
P −1
V = Qmedia ⋅ (3.10)
P +1
In pratica ciò corrisponde a scegliere tempi di detenzione compresi tra le 4-8 ore a se-
conda delle dimensioni dell'impianto.

2.2.2. Disposizione vasche, tipo di miscelazione ed areazione

La vasca di equalizzazione può essere disposta in linea o lateralmente con diverse di-
sposizioni per l’ingresso e l’uscita (Figure 3.11 e 3.12). La disposizione adottata influenza i
costi di pompaggio.
I principali pro-
blemi da considerare
nella realizzazione della
vasca sono:
1) garantire la completa
miscelazione;
2) evitare fenomeni di
sedimentazione;
3) evitare l’insorgere di
processi anaerobici.
La soluzione può
essere ottenuta attraver-
so sistemi idraulici,
meccanici o insufflando
aria. I primi, pur essen-
do i più economici, ri-
sultano essere i meno
efficienti in termine di Figura 3.11. Schemi di equalizzazione in linea.
utilizzo dell'energia e
difficilmente applicabili quando si utilizzano vasche a livello variabile.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-13

Figura 3.12. Schemi di equalizzazione laterale.

La miscelazione con sistemi idraulici può essere ottenuta tramite:


a) utilizzo di un'appropriata distribuzione del liquame in ingresso cioè suddividendolo in tu-
bazioni equispaziate sulla lunghezza della vasca;
b) opportuna suddivisione della vasca in setti, alternando soglie sotto battente a setti a stra-
mazzo;
c) prelevando l’effluente in modo frazionato da punti diversi della vasca in modo che
l’effluente sia un mix delle diverse condizioni presenti in vasca.
Per garantire una adeguata miscelazione le vasche devono essere poco profonde e di
conseguenza di ampie superfici. Nel caso in cui vi sia un'elevata presenza di solidi sospesi le
condizioni idrauliche, tali da evitare la sedimentazione delle particelle, rendono elevate le
perdite di carico; questo fa sì che questa tipologia di vasche sia utilizzabile unicamente nel
caso di trattamento applicato a liquami industriali.
I sistemi meccanici sono costituiti da agitatori lenti, miscelatori sommersi (per otte-
nere la sola miscelazione del liquame) oppure turbine superficiali/insufflatori d’aria o da loro
combinazioni. Le turbine superficiali devono essere installate su un supporto galleggiante
per assecondare le variazioni di livello, e richiedono profondità minime pari a 1,5 m; inoltre
possono essere utilizzate in zone in cui non si verifichi congelamento delle superfici. In al-
ternativa, l’insufflazione d'aria da diffusori sommersi permette di superare questo problema,
comportando però un maggior consumo di energia.
Poiché il fattore maggiormente critico è costituito dai fenomeni di sedimentazione, in
genere sono richiesti valori tra 4-8 W/m3 e quantitativi d’aria di 0,56-0,90 m3/(m3·h) per otte-
nere sia miscelazione, sia areazione mentre per la sola ossigenazione è sufficiente fornire
quantitativi d’aria di 0,13-0,21 m3/(m3·h).

2.2.3. Modalità di controllo della portata effluente

Ogni vasca di equalizzazione deve essere dotata di un sistema di controllo delle portata
effluente in modo che questa sia costante al variare del livello idrico della vasca. Questo può
3-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

essere ottenuto:
a) tramite pompe volumetriche (es. pompa monovite); in questo caso la portata effluente
è indipendente dal carico idraulico (sempre che le oscillazioni del livello siano < 4-5 m) ed
è funzione della sola velocità di rotazione della girante elicoidale all'interno dell'alloggio
statore;
b) tramite pompa centrifuga sommergibile; trattandosi in questo caso di piccole portate
(dell'ordine di qualche l/s), il valore sarebbe estremamente variabile a seconda del livello
nella vasca di equalizzazione. Per questo motivo vi è una vaschetta di carico a livello co-
stante alimentata dalla pompa stessa e dotata di 2 soglie sfioranti delle quali la prima ali-
menta il successivo trattamento depurativo con la portata media giornaliera, la seconda
posta ad un livello leggermente superiore alla vaschetta di carico, ricircola la portata ec-
cedente.
c) tramite sfioratore galleggiante; in questo caso la portata effluente è sicuramente co-
stante e i corpi galleggianti dello sfioratore hanno anche la funzione di trattenere le so-
stanze flottanti.
Nel caso in cui l'equalizzazione delle portate debba avvenire congiuntamente alla omo-
geneizzazione degli inquinanti o altri trattamenti si può pensare ad una vasca di omogeneiz-
zazione a livello costante dotata di scarico a gravità (a portata costante ed uguale alla portata
media equalizzata) ed una vasca di equalizzazione a livello variabile. La costanza del livello
nella vasca di omogeneizzazione viene ottenuto tramite due galleggianti che regolano, uno
l’avvio di una pompa che alimenta la vasca di equalizzazione quando il livello tende a cresce-
re, l’altro l’apertura della valvola che permette lo svuotamento della vasca di equalizzazione,
quando il livello idrico tende a calare. Tale soluzione richiede il ricorso ad una unità addizio-
nale di sollevamento per un volume pari a quello della vasca di equalizzazione.

2.2.4. Dotazioni ausiliarie

Sono essenzialmente di 2 tipi:


1) dispositivi di pulizia delle pareti della vasca e di asportazione dei materiali galleggianti;
2) scaricatori d’emergenza di troppo pieno se il livello in vasca dovesse crescere oltre il pre-
visto.

2.3. VASCHE DI OMOGENEIZZAZIONE DEGLI INQUINANTI

L’omogeneizzazione degli inquinanti, ossia la riduzione dell'ampiezza delle fluttuazioni


delle concentrazioni degli stessi può realizzarsi in vasche a livello costante oppure variabile, a
seconda che si voglia ottenere o meno la parziale o completa equalizzazione delle portate.
Costituiscono l’ultimo dei pretrattamenti o sono poste a valle dei trattamenti primari
per facilitarne la gestione. Tali vasche devono essere miscelate per garantire l’effettiva omo-
geneizzazione degli inquinanti e impedire la sedimentazione dei solidi sospesi ed eventual-
mente aerate per evitare l’istaurarsi di condizioni settiche.
Mentre in una vasca di equalizzazione è possibile annullare le fluttuazioni di portata in-
fluente, nel caso delle vasche di omogeneizzazione è solo possibile ridurre l'ampiezza delle
fluttuazioni delle concentrazioni e dei carichi dei diversi inquinanti.
Sebbene non sia sempre economicamente accettabile, è comunque evidente che
quanto maggiore è il volume della vasca di omogeneizzazione tanto maggiore è l'efficienza
ottenibile.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-15

2.3.1. Criteri di progettazione

Sono analoghi a quelli della vasca di equalizzazione salvo per quanto riguarda il dimen-
sionamento e le modalità di controllo della portata effluente che in assenza di equalizzazione
(cioè nel caso di bacini a livello costante) viene generalmente scaricata a gravità.
Un dimensionamento rigoroso, tale cioè da collegare le caratteristiche di una vasca (ge-
neralmente il volume) a precise caratteristiche dell’effluente, è un procedimento complesso.
Se tradizionalmente si è fatto riferimento a formule per lo più empiriche, un migliore ap-
proccio prevede lo sviluppo di metodi di dimensionamento e verifica che utilizzano modelli
matematici analoghi a quelli della reattoristica chimica.
Le vasche di equalizzazione vengono schematizzate con diversi tipi di reattori ideali
(vasca perfettamente miscelata, vasca con flusso a pistone, vasca a dispersione assiale); la
maggior parte dei modelli utilizza semplicemente una vasca perfettamente miscelata.
Una volta schematizzata la vasca è possibile descriverne l’andamento nel tempo me-
diante una o più equazioni differenziali. Si possono usare:
• modelli deterministici: integrando numericamente le equazioni differenziali su intervalli fi-
niti di tempo, imponendo le condizioni al contorno reali (portata e concentrazione in in-
gresso);
• modelli a soluzione esatta: semplificando le condizioni al contorno si ricercano le soluzioni
esatte; tra questi modelli sono compresi i modelli stocastici che fanno riferimento alle va-
riabili statistiche in ingresso ed in uscita.

Si considererà nel seguito un reattore completamente miscelato (la concentrazione è


uguale in ogni punto della vasca e la concentrazione in uscita è uguale a quella della vasca) in
cui non avviene alcuna degradazione o trasformazione degli inquinanti.
Il volume della vasca di omogeneizzazione, a prescindere da ulteriori capacità di sicu-
rezza, è esclusivamente funzione del grado di omogeneizzazione richiesto per le concentra-
zioni e i carichi inquinanti.
Allo scopo si definiscono 3 parametri adimensionali: il primo è il volume di ritenzio-
ne relativo Vr
Vr = Vom/Vc (3.11)
Vom = volume della vasca di omogeneizzazione;
Vc = volume totale del liquame influente nell'ambito del ciclo per il quale è richiesta
l'omogeneizzazione degli inquinanti. Tale parametro è estremamente importante per
valutare le prestazioni di vasche di omogeneizzazione di differenti dimensioni e per
avere un'idea concreta della consistenza delle opere.
Gli altri due parametri, PFx e PFc , costituiscono rispettivamente il fattore di fluttua-
zione delle concentrazioni e il fattore di fluttuazione dei carichi inquinanti (influenti o
effluenti) all'interno di un ciclo, e sono nell’ordine il rapporto tra il massimo e il minimo
delle concentrazioni e dei carichi inquinanti.
Il confronto tra i fattori di fluttuazione a monte e a valle della vasca dà informazioni
relative all'efficienza di omogeneizzazione.
Il comportamento di una vasca di omogeneizzazione a livello costante alimentata con
un liquame di caratteristiche quantitative e qualitative variabili nel tempo in modo indipen-
dente, e schematizzabile come un reattore completamente miscelato in cui non si verificano
trasformazioni degli inquinanti, può essere espresso mediante il seguente bilancio di massa:
V ⋅ dx = Q ⋅ (x j − x ) ⋅ dt (3.12)
dove:
V = volume invasato nella vasca di omogeneizzazione [m ];
3

Q = portata influente ed effluente [m /ora];


3
3-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

x = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione [mg/l];


xi = concentrazione degli inquinanti nell'influente [mg/l].
Tale equazione differenziale può essere discretizzata rispetto al tempo, adottando in-
tervalli temporali generalmente orari, e quindi risolta rispetto alla concentrazione xj ottenen-
do le relazioni:
V·∆xj = V·(xj - xj-1) = Qj·(xi,j - xj)·∆t (3.13)

Q j ⋅ x i, j ⋅ ∆t + V ⋅ x j−1
xj = (3.14)
Q j ⋅ ∆t + V

dove:
∆xj = variazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione nel j-esimo intervallo di
tempo [m3];
xj = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione alla fine del j-esimo
intervallo di tempo [mg/l];
xj-1 = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione alla fine del (j-1)-
esimo intervallo di tempo [mg/l];
xi,j = concentrazione media degli inquinanti nell'influente nel j-esimo intervallo di tempo
[mg/l];
Qj = portata media influente ed effluente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/ora];
∆t = intervallo temporale utilizzato per la discretizzazione.

In funzione della disponibilità di dati di portata e di concentrazione dei diversi inqui-


nanti nell'influente si sceglie un opportuno intervallo temporale per la discretizzazione e si
calcolano le xj , ovvero le concentrazioni nella vasca di omogeneizzazione alla fine di ciascun
intervallo che costituisce un ciclo. Poiché ogni concentrazione xj è funzione della concentra-
zione xj-1 (ed in particolare la concentrazione del primo intervallo di un ciclo è funzione
della concentrazione finale del ciclo precedente), si ricorre ad un metodo iterativo.
Come valore di partenza si può considerare un valore di concentrazione iniziale nella
vasca pari alla concentrazione dell'influente media pesata sull'intero ciclo, definita come:
n

∑x
j=1
i, j ⋅Qj
xj = n
(3.15)
∑Q
j=1
j

dove: x j = concentrazione dell'influente media pesata sull'intero ciclo [mg/l];


n = numero d'intervalli di durata ∆t in cui è suddiviso un ciclo.

Se la concentrazione finale del ciclo non approssima sufficientemente quella iniziale as-
sunta, si assume come nuova stima della concentrazione iniziale quella finale calcolata e così
di seguito. La convergenza del metodo di calcolo è comunque molto rapida, e possono esse-
re sufficienti da 1 a 3 iterazioni.
Tipicamente la procedura di dimensionamento delle vasche di omogeneizzazione è in
realtà un calcolo di verifica la cui sequenza di passi è la seguente:
1. calcolo dei fattori di fluttuazione delle concentrazioni e dei carichi inquinanti effluenti
PFxi , PFci ;
2. si sceglie una serie ampia di volumi di ritenzione relativi Vr e quindi di volumi della vasca
di omogeneizzazione Vom e per ogni valore di Vr (cioè Vom), si applica il metodo iterativo
di soluzione del sistema costituito dalle n relazioni (3.14), una per ogni intervallo tempo-
rale in cui è stato suddiviso il ciclo;
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-17

3. si calcolano i fattori di fluttuazione delle concentrazioni e dei carichi inquinanti effluenti


PFxe, PFce per ognuno dei Vr (cioè Vom) scelti al punto 2.
4. da un'analisi costi benefici si individua il valore di Vr (cioè Vom) più opportuno.
Il modello descritto con le relazioni di calcolo sovraesposte può essere applicato, con
alcune variazioni, anche nel caso in cui la vasca di omogeneizzazione sia a livello variabile
(abbia cioè anche funzione di equalizzazione delle portate). In tal caso il bilancio di massa
diventa:
d( V x)
= Q i ⋅ xi − Q e ⋅ x (3.16)
dt
da cui:
V ⋅ dx + x ⋅ dV = ( Qi ⋅ xi − Qe ⋅ x) ⋅ dt (3.17)
Tale equazione differenziale può essere discretizzata rispetto al tempo, adottando in-
tervalli temporali generalmente orari, e quindi risolta rispetto alla concentrazione xj ottenen-
do le relazioni:
Vj −1 ⋅ ∆x j + x j ⋅ ∆Vj = (Qi, j ⋅ xi, j − Qe, j ⋅ x j ) ⋅ ∆t (3.18)

( ) ( ) ( )
Vj −1 ⋅ x j − x j −1 + x j ⋅ Qi, j − Qe, j ⋅ ∆t = Qi, j ⋅ xi, j − Qe, j ⋅ x j ⋅ ∆t (3.19)

Q i, j ⋅ x i, j ⋅ ∆t + Vj −1 ⋅ x j −1
xj = (3.20)
Q i, j ⋅ ∆t + Vj −1

La relazione (3.20) può essere utilizzata in un sistema costituito da n equazioni (una per
ogni intervallo temporale), per verificare il grado di omogeneizzazione di una vasca di equa-
lizzazione precedentemente dimensionata.
Il metodo iterativo di soluzione del sistema può essere di soluzione rapida imponendo
che la concentrazione xj che si ha nella vasca di equalizzazione quando Vj-1 = 0 è uguale a xi,j.

3. IL SOLLEVAMENTO DELLE ACQUE DI RIFIUTO

3.1. GENERALITÀ

Numerosi sono i motivi che possono imporre o consigliare il sollevamento delle acque
di rifiuto nell’ambito di un processo depurativo:
• il recapito per lo scarico è localizzato ad una quota più elevata rispetto alla quota di arrivo
della condotta di fognatura;
• la realizzazione di vasche interrate comporta un costo maggiore per le opere di scavo;
questo soprattutto se la falda idrica è poco sotto il piano campagna periodicamente o per la
maggior parte dell'anno.

A seconda della configurazione dell'impianto di depurazione, diverse possono essere le


alternative di localizzazione dell'impianto di sollevamento:
1. è consigliabile posizionare il sollevamento dopo la grigliatura;
2. se esiste un impianto di sedimentazione primaria si può prevedere il sollevamento dopo
la sedimentazione: questo permette di scaricare nel corpo d'acqua recettore (se la quota
del recapito lo consente) un liquame già sedimentato, nel caso si verificassero guasti di
funzionamento. Inoltre, in tal caso, si possono usare pompe con rendimenti maggiori es-
sendo i reflui esenti da solidi grossolani;
3. se è previsto un dissabbiatore (consente di togliere i solidi, specialmente le sabbie, che
comportano un effetto abrasivo) si può optare per il sollevamento del refluo subito do-
3-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

po, al fine di limitare l'usura delle eliche delle pompe(1);


4. nel caso in cui il funzionamento dell’impianto avvenga a gravità per la maggior parte
dell'anno, tranne che per brevi periodi coincidenti con la piena del corpo idrico ricettore,
è più conveniente realizzare il sollevamento a valle del ciclo depurativo, mantenendo
l’impianto funzionante a gravità;

Dovendo sollevare il liquame a monte di un impianto piccolo si può optare per le


seguenti soluzioni:
• una grigliatura e triturazione molto fine del liquame adottando pompe di piccola po-
tenzialità;
• il sollevamento discontinuo con pompe di alta potenzialità, adottando poi impianti di
tipo particolare dotati di una elevata capacità di compenso idraulico;
• il sollevamento discontinuo adottando una apposita vasca indipendente di compenso.
È importante notare che un pompaggio discontinuo negli impianti a fanghi attivi, può
essere la causa di alcuni malfunzionamenti: sovraccarichi organici nella fase di aerazione,
sovraccarichi idraulici nella fase di sedimentazione, ...
Negli impianti medio-grandi, conviene sollevare il liquame grezzo, e provvedere suc-
cessivamente alla grigliatura grossolana (con la grigliatura posta ad adeguata distanza), spe-
cialmente quando l’eccessiva profondità del collettore in arrivo rende la grigliatura difficile e
costosa.

Il pompaggio deve essere effettuato con graduali variazioni di portata evitando brusche
discontinuità; di norma si prevedono più pompe oltre a quelle strettamente necessarie,
adottando diverse configurazioni:
• pompe di potenza diversa, fatte funzionare singolarmente (a seconda della portata in ar-
rivo entra in funzione la pompa di capacità più adeguata);
• due o più pompe atte a funzionare in parallelo, che entrano in funzione l’una successi-
vamente all’altra, al variare di livello nella vasca di carico.

La regolazione delle pompe può avvenire adottando una valvola di regolazione auto-
matica sulla mandata della pompa (con acque grezze si possono verificare intasamenti e no-
tevoli dissipazioni di energia) oppure adottando una o più pompe a numero di giri variabile
asservite allo stesso livello nella vasca di carico (soluzione indicata per un impianto di grandi
dimensioni).

3.2. VARI TIPI DI POMPE

Le pompe più diffuse per il sollevamento di liquami sono quelle centrifughe, adatte
anche per il sollevamento di acque grezze contenenti solidi grossolani e fibre lunghe; esse si
contraddistinguono per il regolare funzionamento, la lunga durata ed i costi contenuti.

(1)
Negli impianti piccoli (qualche migliaio di abitanti) è conveniente sollevare il refluo dopo la grigliatura
e la dissabbiatura per le seguenti ragioni:
• una pompa di sollevamento del liquame grigliato ha rendimenti che possono raggiungere il 70-72%,
mentre una pompa speciale per il sollevamento di liquame grezzo può arrivare al massimo ad un ren-
dimento del 50%;
• utilizzando pompe adatte al sollevamento di liquame grezzo in modalità continua, a causa delle mode-
ste portate, si possono verificare problemi di intasamento, essendo dotate di passaggi di sezione ri-
stretta. Spesso nella condotta di ingresso all'impianto possono essere presenti corpi solidi di dimen-
sioni superiori a 2-3 cm che possono intasare le luci di passaggio delle pompe.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-19

Le pompe centrifughe a vortice


(torque flow), con girante arretrata in
modo da evitare ogni ostacolo al flusso
liquido, sono ancor più adatte ad essere
utilizzate nel campo dei reflui. Questo
tipo di pompe ha rendimenti molto bas-
si, dell'ordine del 20-40%; tuttavia questo
svantaggio passa in secondo ordine ri-
spetto al vantaggio di operare in conti-
nuo senza inconvenienti.
In casi particolari, in cui necessiti
realizzare il sollevamento di acque spor-
che con presenza di sostanze abrasive
come le sabbie si deve ricorrere a giranti
specificatamente resistenti all’azione
abrasiva, rivestite cioè di gomma natura-
le, oppure costituite con ghisa martensi-
tica al Cr-Mo, con ghisa al Ni-Cr, con car-
buro di silicio ed altri simili materiali
sinterizzati.
Tra le pompe centrifughe si distin-
guono quelle aventi motore all'asciutto, e
quelle di tipo sommergibile; queste ulti-
me presentano una struttura compatta
pompa-motore elettrico e possono esse- Figura 3.13. Impianto di sollevamento con pompe
re direttamente immerse nel liquido da sommergibili: 1) arrivo liquame da sollevare; 2) pompe
sommergibili con funzionamento in parallelo; 3) uscita
sollevare, che assolve la funzione di raf- liquame; 4) guide di scorrimento per il sollevamento
freddamento del motore. delle pompe; 5) clapet di ritegno; 6) saracinesca di
Per far fronte al problema degli in- esclusione; 7) sensori per il comando di avviamento e
tasamenti, si è soliti associare in un unico arresto pompe; 8) cabinotto di contenimento teleruttori
e protezioni motori; 9) cameretta di alloggiamento
blocco la pompa con un dispositivo di pompe in elementi prefabbricati; 10) gradini alla mari-
triturazione; se si dispone l'apparecchia- nara di accesso.
tura con un tubo verticale di aspirazione
si può evitare l'ingresso nella pompa di
corpi solidi pesanti che potrebbe-
ro danneggiare seriamente il di-
spositivo di triturazione (Figura
3.14). È un tipo particolare di
pompa volumetrica (pompa Monho
o a cavità progressiva). Talvolta que-
sto tipo di pompa è dotato di
coltelli che permettono di smi-
nuzzare i corpi grossolani, in par-
ticolare i materiali fibrosi (stracci,
garze, ...).

Esistono anche pompe de-


nominate a coclea o a vite di Ar-
chimede (Figura 3.15). Questo
Figura 3.14. Apparecchiatura per la triturazione e il pompaggio sistema può trovare un utile im-
dei liquami, con eliminazione dei corpi pesanti. piego in impianti abbastanza
3-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

grandi per il ricircolo di fanghi


attivi e per sollevare acque grez-
ze, essendo garantito un deflus-
so privo di brusche disconti-
nuità, per le basse velocità peri-
feriche e per l'adattamento ad
un largo campo di valori di
portata.
I principali vantaggi di que-
ste macchine sono:
• lunga durata con bassa inci-
denza delle riparazioni;
• buon rendimento in un am-
pio campo di funzionamen-
to;
• possibilità di sollevare liqua-
me non grigliato senza peri- Figura 3.15. Stazione di sollevamento a coclee ad uno stadio.
coli di intasamento;
• bassa rumorosità (rispetto alle pompe centrifughe);
• possibilità di funzionamento senza danni anche con vasche di raccolta sottodimensiona-
te; trovandosi in questa situazione (ovviamente da evitarsi per quanto possibile) sarà da
imporre l'arresto della coclea una volta che il liquame abbia raggiunto il previsto livello
nella vasca di raccolta, ma comunque, non prima che sia trascorso un tempo prefissato
dal precedente arresto della coclea.
Le limitazioni al loro impiego sono:
• campo d'applicazione limitato a portate superiori a 25 l/s;
• prevalenza massima dell'ordine di 5 m, salvo disposizione in serie (in genere non più di
due salti);
• necessità di opere civili più ampie di quelle richieste per le pompe centrifughe (le coclee,
si ricorda, sono inclinate di 30°-40°). La velocità di rotazione di queste macchine è com-
presa tra 20 e 100 giri/minuto.
In Figura 3.15 è riportato un esempio di stazione di sollevamento a coclea.

Per terminare ricordiamo gli eiettori idropneumatici (pompe air lift); si tratta di mac-
chine statiche di sollevamento utilizzanti direttamente un flusso di aria compressa per solle-
vare liquami, fango di ricircolo negli impianti a fanghi attivi e per il sollevamento delle sab-
bie.

3.3. CONSIDERAZIONI SUL NUMERO DI POMPE DA INSTALLARE

Nelle stazioni di sollevamento con pompe, durante l'avviamento, il motore elettrico,


con cui è equipaggiata ogni pompa, può essere caratterizzato da una coppia non molto
grande e dall'assorbimento di una corrente notevolmente elevata. È quindi conveniente
adottare, per assicurare una buona durata ai motori elettrici, una successione di avviamenti
che sia di frequenza tale da lasciare agli avvolgimenti il tempo necessario per dissipare il ca-
lore prodotto dalla corrente di spunto. Il risultato si ottiene, oltre che con determinati ac-
corgimenti costruttivi per le pompe, dimensionando opportunamente le vasche di raccolta;
tenuto anche conto, in qualche caso, del volume invasabile nei tratti di collettore prossimi
alla stazione di sollevamento.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-21

Il numero di avviamen-
ti/ora varia normalmente tra 4
e 12 in dipendenza dal tipo di
pompa e dalla sua potenza,
diminuendo il numero di at-
tacchi con l'aumentare della
potenza.
Nelle stazioni equipag-
giate con più pompe sono
possibili due sequenza attacco-
stacco delle pompe:
1. una sequenza che prevede
l'attacco di ogni pompa
quando il livello dell'acqua
raggiunge nella vasca una Figura 3.16. Modalità di avviamento e di arresto progressivo di più
prefissata quota ed il suo pompe funzionanti in parallelo.
stacco quando l'acqua scen-
de fino al livello per il quale
è previsto l'avviamento della pompa inferiore (o si raggiunge il livello minimo previsto
nella vasca) (Figura 3.16);
2. l'altra sequenza prevede l'attacco di ogni pompa ad un prefissato livello, ma lo stacco av-
viene per tutte le pompe una volta che il liquido è disceso fino al minimo previsto nella
vasca di raccolta.
È da osservare che la sequenza del punto 1 è quella che consente la mandata più uni-
forme, mentre l'altra permette di assegnare il minor volume per la vasca.

Occorre sempre prevedere un numero di pompe superiore rispetto a quelle stretta-


mente necessarie, per garanzie di sicurezza. Normalmente se si predispongono nella vasca di
sollevamento pompe in parallelo tutte uguali si può usare una sola pompa di riserva; questa,
affinché non rimanga inattiva, entra in funzione in rotazione con tutte le altre pompe tra-
mite un apposito dispositivo di comando.
Se invece si installano pompe con differenti portate, conviene scegliere una configura-
zione del tipo:
1. una unità con piccola portata, leggermente superiore alla portata minima di arrivo;
2. una unità con portata intermedia, leggermente superiore alla portata media in arrivo;
3. una unità con portata elevata, leggermente superiore alla portata massima in arrivo;

Per quanto riguarda le perdite di carico e le potenze necessarie per il pompaggio, i li-
quami di fognatura possono essere assimilati all’acqua pulita e rimane valida la seguente
formula per il calcolo della potenza:
γ ⋅ Q ⋅ (H + h)
P=
η ⋅ 3600
dove:
P = potenza del motore [kW];
Q = portata da erogare [m3/h];
H = altezza geodetica di sollevamento in m di colonna d’acqua [m];
h = perdite di carico, in m di colonna di acqua [m];
γ = peso specifico [kN/m ];
3

η = rendimento complessivo del gruppo pompa-motore (variabile fra 0,5 e 0,7 a seconda
delle caratteristiche della pompa).
3-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4. DISSABBIATURA E DISOLEATURA

4.1. GENERALITÀ

L’estrazione delle sabbie dai li-


quami è dettata dalla necessità di evita-
re l'abrasione delle parti a valle del dis-
sabbiatore, ed evitare il convoglia-
mento ed il conseguente rischio di ac-
cumulo nelle unità di trattamento fan-
ghi.
Ciò si ottiene imponendo una
velocità della corrente di circa 0,3 m/s,
tale da evitare la sedimentazione di so-
stanze organiche sospese e più leggere
che sono inviate al trattamento suc- Figura 3.17. Diagramma schematico della separazione
cessivo. I bacini che prevedono la se- della sabbia in un dissabbiatore aerato.
dimentazione per sola forza di gravità,
richiederebbero lunghezze considerevoli, pari a 15-20 volte la profondità della corrente, mai
inferiori a 10 m oltre ai raccordi terminali. Per questo si ricorre alla realizzazione di dissab-
biatori aerati, nei quali il moto rettilineo del liquame in ingresso si compone con il moto
circolare indotto dalle bolle d’aria insufflate, dando origine ad un moto a spirale (Figura
3.17). L’immissione di aria ovviamente favorisce anche la sospensione delle sostanze più
leggere (grassi, sostanze galleggianti in genere e difficilmente biodegradabili). Il moto a spi-
rale sospinge verso i bordi della vasca tali sostanze che sono raccolte in una zona di calma.
Il materiale leggero affiorato in superficie è pertanto spinto verso un lato della vasca da
una lama superficiale collegata al ponte raschiatore delle sabbie e da lì sfiorato in apposite
canalette da cui viene estratto e smaltito.

4.2. CRITERI PROGETTUALI E GESTIONALI

Le unità aerate di dissabbiatura


possono essere realizzate secondo due
tipologie principali: a gravità o centrifu-
ghe.
Il dissabbiatore a gravità è co-
stituito da un canale, opportunamente
sagomato (esistono anche manufatti di
dimensioni quadrate), sul fondo del
quale sedimentano le sabbie. Queste
sono spinte da una lama raschiatrice
verso l’estremità opposta della vasca ri-
spetto all’entrata del liquame stesso. So-
no poi estratte tramite aspirazione (in
genere pompa air lift) e scaricate in ap- Figura 3.18. Dissabbiatore a gravità con rimozione mec-
posito cassonetto. In impianti di una canica della sabbia e delle sostanze galleggianti.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-23

certa dimensione le unità di trattamento sono più di una, in modo da poter ripartire meglio
il flusso del liquame ed attenuare le punte di portata (Figura 3.18).
Il dissabbiatore a flusso tangenziale (centrifugo) è di forma tronco conica con il
fondo inclinato verso il centro. Il liquame entra nella vasca tangenzialmente dando origine
ad un moto circolare, che per effetto della forza centrifuga permette il depositarsi delle sab-
bie verso le pareti esterne della vasca. Da lì, la sabbia, è richiamata verso il centro ed estratta
con l’utilizzo di una pompa od altro sistema (Figura 3.19). A differenza del tipo a canale,
questa tipologia di vasca è sensibile alle fluttuazioni della portata e ciò va a scapito del flusso
circolare interno ad essa.
È opportuno dotare tale
unità con un dispositivo
agitatore che mantenga il
moto circolare con velo-
cità uniforme, o almeno
all’interno dei limiti pre-
fissati.
Le sabbie estratte
sono fatte gocciolare e
l’acqua estratta deve esse-
re ricircolata in testa
Figura 3.19. Dissabbiatore a flusso tangenziale.
all’impianto poiché è ricca
di composti inquinanti.
Esse contengono infatti più del 50% di materiale organico, e ciò può comportare alcuni
problemi di odori se lo stoccaggio e lo smaltimento non sono eseguiti correttamente.
L’efficienza della rimozione dipende fondamentalmente dalla geometria della vasca e
dal controllo idraulico: infatti devono assolutamente essere evitati fenomeni di cortocircui-
tazione. Ciò può essere realizzato con l’ausilio di opportuni diaframmi separatori longitudi-
nali o trasversali e posizionando opportunamente l’ingresso e l'uscita del liquame. Si ritiene
che operino meglio i dissabbiatori aerati di forma allungata rispetto a quelli quadrati, sebbe-
ne non vi siano indicazioni precise in merito. Inoltre sull’efficienza della dissabbiatura influi-
scono anche le apparecchiature ausiliarie di estrazione impiegate per le sabbie: pompa air
lift, pompa a getto d’aria, tubo di aspirazione sotto battente, coclea per il trasporto, pompe
per la sabbia, ecc.
Infine parametri di particolare importanza ai fini dell’efficienza di rimozione sono
l’ubicazione dei diffusori, dei setti per la circolazione idraulica e una uniforme sorgente di
aria. Viceversa la velocità di sfioro non risulta essere un parametro critico.
Nel dissabbiatore di forma allungata e stretta il tempo di ritenzione garantisce una mi-
gliore efficienza, buona qualità della sabbia, una semplice funzionalità e adeguati valori idrau-
lici rispetto al tipo quadrato. Inoltre questo tipo di dissabbiatore è meno sensibile alle mo-
dalità di immissione ed emissione della portata da trattare rispetto a quelli quadrati. Questi
ultimi offrono buone prestazioni solo se i diffusori dell’aria sono posti in modo da creare un
flusso a spirale dell’acqua perpendicolare al flusso di direzione interno alla vasca e la portata
dell’aria è adeguata per mantenere uniformi le velocità all’interno della vasca.
Infine il contenuto di acqua e di materiale volatile all’interno delle sabbie estratte è
strettamente correlato al tipo di estrattore ed al sistema di lavaggio delle sabbie stesse. I si-
stemi a coclea o con tubi sottobattente permettono di scaricare le sabbie in condizioni me-
no umide rispetto agli altri tipi. Ovviamente il lavaggio delle sabbie aumenta significativa-
mente il contenuto d'acqua.
Dal momento che le condizioni più sfavorevoli per un dissabbiatore si verificano in
tempo di pioggia, con il maggiore contenuto di sabbia, la vasca deve essere dimensionata in
conformità a questi dati in ingresso. La lunghezza della vasca è valutata sulla base del tempo
3-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

di permanenza che non deve essere inferiore a 10 minuti in tempo di pioggia in dipendenza
anche della sezione trasversale. Generalmente la lunghezza non deve essere inferiore a 15 m
e superiore a 60 m.
Il rapporto tra la larghezza e la profondità dovrebbe essere circa 0,8 e in ogni caso non
superiore a 0,9 in tempo secco; la sezione trasversale di un dissabbiatore aerato dovrebbe
essere compresa tra 1 e 7 m2.
La profondità dell’aria di insufflazione è molto importante e potrebbe causare alte tur-
bolenze; il valore ottimo è pari a circa il 70% della profondità del dissabbiatore. La quantità
d'aria necessaria è compresa tra 10-20 N m3/m lineare di lunghezza della vasca.
Per una buona raccolta delle sabbie sedimentate il fondo della vasca deve essere incli-
nato di 40-45°. Inoltre con velocità di rotazione comprese tra 20 e 22 cm/s sul fondo e una
piccola turbolenza si possono ottenere buoni risultati anche su sabbia di dimensioni inferiori
a 0,25 mm.
In definitiva con le velocità dette sopra e tempo di ritenzione di 20 minuti, si possono
ottenere i seguenti risultati: per dimensioni maggiori di 0,4 mm un'efficienza di rimozione
del 100%, per sabbie comprese tra 0,25 e 0,4 mm un'efficienza variabile tra 80 e 90%, e per
dimensioni fino a 0,125 mm un'efficienza del 65%.
Nella Tabella 3.5 sono riportati i valori ottimali per il dimensionamento dei dissabbia-
tori.

Tabella 3.5. Dati di dimensionamento per dissabbiatori aerati senza separazione dei grassi.

tempo secco tempo pioggia

tempo di ritenzione (tr) 20 minuti 10 minuti


rapporto larghezza/profondità (l/p) 0,8-0,9 0,8
area della sezione trasversale (AQ) 1-7 m2
lunghezza del dissabbiatore aerato (L) 50-60 m
profondità di insufflazione (pi) 0,7 p
pendenza del fondo (α) 40-45°
velocità media vicino al fondo (v) 20 cm/s
velocità orizzontale (v or) max 10 cm/s
richiesta di aria specifica in Nm3/m3·h (Qv) Qv=(0,63+0,521 ln pi)-0,62 bolle fini
-1,33
Qv=(0,07+0,76 ln pi) bolle grosse

5. FLOTTAZIONE

La flottazione è un trattamento usato per separare particelle solide o liquide presenti in


fase liquida. La separazione avviene attraverso l’introduzione nella fase liquida di bolle di gas
di ridotte dimensioni. Le particelle di materiale sospeso aderiscono alle bolle e sono trasci-
nate in superficie dall’azione della forza di galleggiamento. In questo modo sono portate in
superficie anche particelle con densità maggiore di quella dell’acqua.
Nel trattamento delle acque di scarico la flottazione è usata principalmente per rimuo-
vere i solidi sospesi e per concentrare i fanghi biologici. Il principale vantaggio della flotta-
zione rispetto alla sedimentazione, è che le particelle più piccole o leggere, che si deposite-
rebbero molto lentamente, possono essere allontanate completamente e in minor tempo.
Una volta che le particelle sono state portate in superficie, possono essere raccolte da appo-
site lame ed allontanate con opportuni sfioratori superficiali.
Nel trattamento dei reflui civili il gas utilizzato è l’aria compressa. Le bolle possono es-
sere prodotte attraverso uno dei seguenti metodi:
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-25

• iniezione di aria fino a saturazione sotto pressione con successivo rilascio a pressione at-
mosferica (dissolved-air flotation);
• areazione a pressione atmosferica (air flotation);
• saturazione a pressione atmosferica seguita dall’applicazione di una forte depressione (va-
cuum flotation).
In tutti questi metodi l’efficienza di rimozione può essere incrementata attraverso l’uso
di vari additivi chimici.

5.1. FLOTTAZIONE CON ARIA DISCIOLTA (Dissolved-air flotation)

Questo metodo prevede che l’aria sia prima disciolta nel liquame da trattare ad una
pressione di diverse atmosfere; successivamente questa miscela è immessa in una vasca a
pressione atmosferica.
Nei sistemi a bassa pressione, l’intera portata può essere pressurizzata per mezzo di
pompe a 275-350 kPa (2.75-3.5 atm) con insufflazione di aria compressa nei condotti di
aspirazione delle pompe. Il liquame è quindi mantenuto in un serbatoio di ritenzione sotto
pressione per diversi minuti al fine di consentire all’aria di entrare in soluzione fino a satura-
zione. Il flusso pressurizzato è poi immesso nella vasca di flottazione, attraverso una valvola
di riduzione della pressione, e quindi l’aria esce dalla soluzione sotto forma di minuscole
bolle in tutto il volume del liquido.
Nelle unità di maggiori dimensioni una porzione dell’effluente è riciclata, pressurizzata e
semisaturata con aria. La portata riciclata è miscelata con la portata non pressurizzata prima
dell’immissione nella vasca di flottazione, con il risultato che l’aria risale attraverso il liquame
trascinando il materiale particolato in entrata alla vasca.

5.2. FLOTTAZIONE CON ARIA INSUFFLATA (Air flotation)

In questi sistemi le bolle d’aria sono formate introducendo la fase gassosa direttamente
nella fase liquida attraverso speciali diffusori. La sola areazione, mantenuta per un breve pe-
riodo di tempo non è particolarmente efficace nel rimuovere i solidi sospesi con il fenome-
no di flottazione. Prevedere una vasca di areazione per la flottazione di grassi o altri solidi
dalle acque di scarico non garantisce perciò una rimozione particolarmente efficace: comun-
que si sono ottenuti risultati vantaggiosi su reflui caratterizzati dalla presenza di schiume.

5.3. FLOTTAZIONE SOTTO VUOTO (Vacuum flotation)

Consiste nel saturare il refluo con aria sia direttamente nella vasca di areazione, sia in-
ducendo l'entrata dell'aria nel condotto di aspirazione delle pompe. Quindi viene applicata
una parziale depressione che provoca l’allontanamento dell’aria dalla soluzione sotto forma
di minuscole bolle. Le bolle ed i solidi sospesi ad esse attaccati raggiungono la superficie
formando uno strato di schiuma, che viene poi rimosso da un meccanismo di schiumatura.
Gli inerti e gli altri solidi che sedimentano sul fondo sono raccolti da una pompa cen-
trale adatta alla rimozione dei fanghi. Se questa unità provoca la rimozione degli inerti e se il
fango deve essere sottoposto a digestione biologica, gli inerti devono essere separati dal fan-
go da un apposito classificatore prima che il fango sia pompato al digestore.
L’unità principale di processo è costituita da una vasca cilindrica coperta nella quale è
creato il vuoto parziale. La vasca è equipaggiata con meccanismi di rimozione della schiuma
3-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

e del fango: il materiale flottato è continuamente spinto da apposite lame verso il perimetro
della vasca, sfiorato in un raccoglitore di schiuma e rimosso da una pompa che lavora
anch’essa in depressione. I sistemi ausiliari includono una vasca di aerazione per saturare il
refluo con aria, una vasca di detenzione per breve periodo per la rimozione delle bolle più
grosse, pompe da vuoto, pompe per i fanghi e per la schiuma.

5.4. ADDITIVI CHIMICI

Sono generalmente usati per sviluppare nel liquido condizioni tali da facilitare l'assor-
bimento o l'intrappolamento delle bolle d’aria.
Gli additivi inorganici, come i sali di alluminio e di ferro o la silice attivata, possono
essere usati per agevolare l'agglomerazione del materiale in grandi fiocchi in grado di intrap-
polare facilmente, durante la loro formazione, le bolle d’aria.
Molti polimeri organici vengono usati con l'obiettivo di modificare la natura
dell’interfaccia aria-liquido o dell’interfaccia solido-liquido, o entrambe.

6. PREAERAZIONE

6.1. PRINCIPI GENERALI

La preaerazione consiste nell’immissione, all’interno di appositi bacini, di aria compres-


sa nel liquame. In tal modo si conseguono in genere due risultati: il controllo delle emissioni
di cattivi odori ed un miglioramento della trattabilità del liquame stesso.

6.2. CRITERI PROGETTUALI E GESTIONALI

Il processo è fondamentalmente governato da due parametri: la quantità d’aria insuf-


flata ed il tempo di aerazione. Onde mantenere un’adeguata agitazione del refluo contenuto
nel bacino (normalmente con profondità da 3 a 6 m), è necessario fornire 0.753 Nm3 d’aria
per m3 di liquame. Già con tempi di aerazione superiori ai 15 minuti, sono stati riscontrati
benefici, ma in fase di progetto è in ogni caso preferibile l'adozione di valori compresi tra i
30 ed i 40 minuti, in dipendenza dai risultati desiderati. Con tempi di aerazione superiori so-
no state rilevate in alcuni casi anche apprezzabili riduzioni del valore del BOD; ma soprat-
tutto ci si può attendere un aumento dell'efficienza di un eventuale successivo processo di
sedimentazione, sia in termini di BOD che di solidi sospesi.
Per quanto riguarda l’efficienza della preaerazione per il controllo delle emissioni di
cattivi odori si possono ottenere buoni risultati; le misure effettuate su impianti coperti han-
no dimostrato che solo una piccola parte (circa il 25%) dell’idrogeno solforato rimosso dai
liquami durante il trattamento è rilasciato nell'aria convogliata nella copertura. Inoltre, la
concentrazione di acido solfidrico nell’effluente è limitata, grazie alla presenza di ossigeno
disciolto che ossida l’idrogeno solforato. In questa maniera si può ossidare, attraverso la fase
di preaerazione, circa l’80% dell’acido solfidrico presente nel refluo da trattare.
L’efficienza del comparto è funzione sia del tenore di ossigeno disciolto (circa 7 mg/l),
sia del tempo di ritenzione (30 minuti sulla portata di punta). Infine l’aria estratta può essere
in seguito trattata con lavaggio chimico, ad esempio con soluzione acquosa d'idrossido di
sodio.
Per finire si può ancora affermare che la preaerazione è spesso praticata in bacini multi-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-27

funzione, in genere deputati anche alla dissabbiatura ed alla disoleatura del liquame. Si presta
inoltre molto bene nei casi in cui sia necessario dosare prodotti chimici (quali calce, sali di
alluminio e di ferro, polielettroliti) per migliorare l’abbattimento di BOD, solidi sospesi e fo-
sforo nel trattamento primario.
Capitolo 4

SEDIMENTAZIONE

La sedimentazione consente di ottenere, per gravità, la separazione delle particelle so-


spese di peso specifico superiore a quello dell’acqua. È una delle operazioni più diffusa-
mente usate nel trattamento delle acque reflue per ottenere un effluente chiarificato. La se-
dimentazione è usata per la separazione delle sabbie, per la rimozione di materiale partico-
lato nella vasca di sedimentazione primaria, per la rimozione dei fiocchi biologici nella vasca
di sedimentazione secondaria, e per la rimozione di fiocchi prodotti in seguito a processi di
coagulazione chimica. È altresì applicata per l'ispessimento dei fanghi negli ispessitori a gra-
vità al fine di produrre un fango con una concentrazione di solidi tale da poter essere facil-
mente maneggiato e trattato.

1. PROCESSO DI SEDIMENTAZIONE STATICA

Si consideri un liquido in quiete, ad esempio in un cilindro da laboratorio, in cui sia


presente in sospensione una particella solida isolata. La gravità esercita su di essa una forza
verticale che è la risultante del peso della particella e della spinta del fluido. Tale forza vale:
Fa =(ρs − ρ)⋅g ⋅ V (4.1)
in cui:
ρs = densità del solido;
ρ = densità del fluido;
g = accelerazione di gravità;
V = volume della particella.
Quando ρs è maggiore di ρ, tale spinta è diretta verso il basso, ha lo stesso verso di g e
la particella, immaginata originariamente in quiete, tende a spostarsi verso il fondo; nel caso
contrario (quando ρs è minore di ρ) il moto è ascensionale e si ha il fenomeno della flotta-
zione.
In entrambi i casi il movimento è contrastato dalla resistenza opposta dal mezzo liqui-
4-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

do Fr , la quale aumenta con il quadrato della velocità, secondo la formula di Newton:


ρ v2
Fr = Cd A (4.2)
2
dove:
A = sezione retta della particella;
v = velocità di sedimentazione;
Cd = coefficiente di forma di Newton.
In condizioni di equilibrio, la velocità di caduta si ottiene eguagliando Fa a Fr. Essa vale:
2g(ρS − ρ)V
v= (4.3)
CdρA

ed ammettendo per semplicità che la particella abbia forma sferica, per cui V/A=2/3·d (essen-
do d il diametro della particella), la (4.3) può essere scritta come:

4g(ρS − ρ)d
v= (4.4)
3Cdρ
Il valore del coefficiente di Newton, Cd , è legato al numero di Reynolds (Re) e varia
con la forma della particella. Per corpi sferici, esso può essere espresso come:
24 3
Cd = + +0,34 (4.5)
Re Re

ρvd
essendo Re = (4.6)
µ
Il campo che più interessa la sedimentazione è quello dei bassi numeri di Reynolds; in
tal caso il secondo ed il terzo addendo della precedente espressione possono essere trascu-
rati e può scriversi(1):
24 24µ
Cd = = (4.7)
Re ρvd

fornendo la seguente espressione di velocità:


g(ρs − ρ)d2
v= (4.8)
18µ
nota come legge di Stokes. Al di fuori del moto laminare, le variazioni del valore di Cd
possono essere direttamente ricavate dal diagramma di Figura 4.1. Si noti come nella regione
del moto completamente turbolento il valore di Cd diviene praticamente costante e quindi
indipendente da Re.
Le considerazioni svolte sono basate sul presupposto che i solidi sospesi nell'acqua sia-
no di tipo granuloso, intendendo con ciò che sedimentano indipendentemente gli uni dagli
altri. Non sono invece più valide quando la natura delle sostanze sospese è di tipo fioccoso,
per cui si verificano facilmente fenomeni di agglomerazione in seguito ai contatti tra parti-
cella e particella, resi possibili dalle differenti velocità di caduta. Per quanto le forze che en-
trano in gioco siano le stesse, l'andamento della sedimentazione risulta allora profonda-
mente modificato dalle variazioni di dimensioni; di conseguenza l'effettiva velocità di sedi-
mentazione risulta superiore a quella che può essere calcolata sulla base delle caratteristiche

(1)
Il moto è in tal caso laminare e la viscositൠdel liquido rappresenta un fattore determinante su Fr.
All'aumentare di Re, passando a moti di tipo turbolento con formazione di vortici alle spalle della particella
in movimento, l'influenza del terzo addendo nell'espressione (4.5) diviene predominante; Cd non risente
allora di Re né, di conseguenza, di µ e l'espressione di Cd si semplifica fornendo Cd = 0,34.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-3

e delle dimensioni ori-


ginarie delle singole
particelle.
A parità di carat-
teristiche del materiale
sospeso, la tendenza
all'agglomerazione ri-
sulta tanto più alta
quanto maggiore è la
concentrazione dei so-
lidi, quanto più varie
sono le loro dimensio-
Figura 4.1. Valori del coefficiente di Newton (Cd) in funzione del numero di ni e quanto maggiore è
Reynolds (Re). la profondità della va-
sca, tutti fattori questi
che aumentano le pos-
sibilità di collisione.
La variazione di velocità durante la discesa impedisce di studiare teoricamente il feno-
meno per cui è necessario procedere per via sperimentale. Occorre però usare un recipiente
di adeguata profondità dato che, quanto più lungo è il percorso che la particella compie,
tanto maggiori sono le possibilità di collisione. I risultati non possono quindi a rigore essere
estesi a situazioni diverse da quelle sperimentate.

2. SEDIMENTAZIONE DI MASSA

Per elevate con-


centrazioni di solidi so-
spesi (come, ad esem-
pio, nel caso di sedi-
mentatori finali di im-
pianti a fanghi attivi), le
modalità secondo cui si
svolge il processo di
sedimentazione sono
diverse da quelle in
precedenza descritte.
Le particelle sono in-
fatti abbastanza vicine Figura 4.2. Andamento teorico del processo di sedimentazione di massa in
per influenzare scam- condizioni statiche.
bievolmente le loro
velocità di sedimentazione. Anziché decantare con la velocità teorica corrispondente alla
legge di Stokes (in caso di fango fioccoso peraltro non definibile per i motivi sopra esposti),
tutte le particelle sedimentano alla medesima velocità indipendentemente dalle loro dimen-
sioni, e più lentamente di quanto spetterebbe ad ogni singola particella isolata.
Il processo può essere sperimentalmente seguito, per la sedimentazione statica, in un
cilindro graduato. Inizialmente la concentrazione dei solidi è uniforme in tutto il cilindro; le
particelle cominciano quindi a decantare in massa, mantenendo cioè le loro posizioni relati-
ve; di conseguenza nella parte superiore si separano dall'acqua limpida (zona A) e si viene a
creare una distinta interfaccia tra questa zona e la sottostante zona B a concentrazione co-
4-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

stante. Contemporaneamente sul fondo del ci-


lindro comincia a formarsi una zona di ispessi-
mento ove si accumulano le particelle che man
mano raggiungono il fondo. In tale zona la con-
centrazione di solidi presenta un gradiente tra il
valore che corrisponde alla zona B ed il valore
massimo che si ha in corrispondenza del fondo
del cilindro.
In Figura 4.2 il fenomeno è riportato in
funzione del tempo; il livello dell'interfaccia tra la
zona A e la zona B si abbassa con velocità co-
stante. In Figura 4.3 sono riportati i risultati di
prove di sedimentazione condotte per diverse
concentrazioni di carbonato di calcio in acqua; in
essa è indicata la posizione dell'interfaccia in
funzione del tempo. Il tratto iniziale, sempre
Figura 4.3. Curve di sedimentazione di mas-
rettilineo, indica una velocità di caduta costante,
sa condotte, in condizioni statiche, per diverse ma tanto più ridotta quanto maggiore è la con-
concentrazioni di CaCO3 in acqua. centrazione (ed in ogni caso inferiore a quella
che sarebbe la velocità di sedimentazione per le
particelle in esame, calcolata secondo la legge di
Stokes).
All’aumentare del tempo, le curve abbandonano l'andamento rettilineo, con una ten-
denza al rallentamento della velocità con cui l’interfaccia si abbassa. In questa fase il feno-
meno di sedimentazione di massa è concluso, con la scomparsa della zona B. In corrispon-
denza dell’interfaccia si hanno ora concentrazioni di solidi crescenti nel tempo con conse-
guente diminuzione della velocità di sedimentazione. La concentrazione di solidi nel cilin-
dro, per tempi diversi, è rappresentata in Figura 4.4. In essa la curva 1 (concentrazione co-
stante con H) rappresenta la condizione iniziale. La cur-
va 2 corrisponde ad una situazione in cui permane una
zona B a concentrazione costante e pari a quella iniziale
mentre la curva 3 si verifica dopo la scomparsa della zo-
na B, quando tutto il fango si trova in fase di ispessi-
mento.
Per studiare il fenomeno dell'ispessimento si
prenda in esame una delle curve di Figura 4.3 che, per
chiarezza, è stata riportata in Figura 4.5. Sia H0 la pro-
fondità del liquido; inizialmente la concentrazione è la
stessa in tutti i punti ed i solidi sedimentano con la
velocità di massa corrispondente alla concentrazione
della sospensione. Ciò determina un accumulo di fan-
ghi sul fondo del cilindro andando a costituire uno Figura 4.4. Andamento della concen-
strato in cui la concentrazione di solidi presenta (ad un trazione in funzione di H, per tempi
certo tempo t) un gradiente, passando dai valori corri- diversi. La curva 1 corrisponde alla
spondenti alla zona B (a concentrazione costante in cui situazione iniziale; la curva 2 corri-
si svolge la sedimentazione di massa), ai valori massimi sponde al permanere di una zona B a
concentrazione costante, al di sotto
di concentrazione che si hanno sul fondo. Tale distri- della quale si ha la zona di ispessi-
buzione di concentrazioni varia nel tempo per il pro- mento a concentrazione crescente
gressivo accumulo di fanghi nella zona C, ove, per una verso il basso. Nella curva 3 la zona B
è scomparsa e tutto il fango è in fase
generica altezza H, la concentrazione va progressiva- di ispessimento.
mente crescendo.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-5

Infatti la quantità di solidi che nel


tempo t passa attraverso una generica se-
zione del cilindro (di superficie A) vale:
S = x·v·A·t
dove:
S = quantità di solidi che attraversa la se-
zione;
x = concentrazione dei solidi in corri-
spondenza della sezione;
v = velocità di sedimentazione di massa
corrispondente alla concentrazione x.
In un cilindro (in cui A si mantiene
costante al variare di H), S/t dipende solo
dal prodotto x·v. Se, per una determinata
sezione, tale valore è inferiore alla quantità
di solidi che arrivano nell'unità di tempo,
sedimentando dagli strati superiori a con-
centrazione più ridotta (e quindi a velocità
Figura 4.5. Curva di sedimentazione di massa; me- di massa più elevata), viene a crearsi una
todo di determinazione di tf. barriera che determina un accumulo di
solidi della zona a monte ove pertanto la
concentrazione aumenta. Di conse-
guenza, all'aumentare di t si sposta
verso l'alto (con velocità u da deter-
minarsi) il livello che corrisponde alla
concentrazione x. Con riferimento
alla Figura 4.6, si consideri uno strato
di altezza infinitesima, cui corrisponda
una concentrazione x e velocità verso
l'alto u. Si può osservare che la velo- Figura 4.6. Strato del cilindro di altezza infinitesima, du-
cità di sedimentazione dei solidi in rante le prove di sedimentazione di massa in condizioni
statiche.
corrispondenza della sezione a con-
centrazione x è pari a v con riferi-
mento alla colonna e pari a v+u con riferimento allo strato di concentrazione x. Dato che
nello strato la concentrazione si mantiene costante, in esso non si ha accumulo di solidi e
quindi può scriversi:
(x − dx)( v + dv + u)A ⋅ t = x(v + u)A ⋅ t (4.9)
e quindi trascurando gli infinitesimi di secondo ordine:
dv
u=x −v (4.10)
dx
Ricordando che la velocità di sedimentazione di massa, per una determinata sospensio-
ne, è funzione della sola concentrazione, si può scrivere:
u = xf'(x) − f(x) (4.11)
Dato che la concentrazione dello strato considerato rimane costante e che f’(x) ed f(x)
hanno valori determinati, anche u è costante nel tempo. Il risultato ora ottenuto consente di
ricavare il valore della concentrazione che viene a determinarsi in corrispondenza
dell’interfaccia tra il liquido limpido e la sospensione, purché sia nota la curva di sedimenta-
4-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

zione e si conosca quindi il livello dell’interfaccia in funzione del tempo (Figura 4.5).
Si supponga ad esempio di voler conoscere il valore della concentrazione x2 che si ha in
corrispondenza dell’interfaccia al tempo t2. La quantità di solidi contenuta nel cilindro è
x0·H0·A ove x0 è la concentrazione uniforme iniziale. Lo strato di concentrazione x2 si de-
termina inizialmente sul fondo del cilindro e sale quindi verso l’alto con velocità costante u2.
Quando esso raggiunge l’interfaccia, tutti i solidi presenti nel cilindro devono averlo attra-
versato, per cui può scriversi:
x0·H0·A = x2·(u2+v2)·A·t2 (4.12)
dove:
v 2 = velocità di sedimentazione di massa che corrisponde a x2 ;
u2 = è costante e vale:
H2
u2 = (4.13)
t2

e quindi dalla continuità imposta sopra:


x0H0
x2 = (4.14)
H2 + v 2 t 2

Nota la curva di Figura 4.5, nel secondo membro dell'espressione (4.14), l’unica inco-
gnita è v 2 che può però essere determinata dalla curva di sedimentazione come tangente in
corrispondenza di x2. Si ha pertanto:
H1 − H 2
v2 = (4.15)
t2

e quindi, sostituendo sopra:


x 0H0
x2 = (4.16)
H1

Fisicamente H1 rappresenta l'altezza dell’interfaccia qualora nel sedimento si avesse una


concentrazione costante ai diversi livelli e pari a x2.

3. CALCOLO DEI SEDIMENTATORI

3.1. FANGO GRANULOSO

Nella tecnica del trattamento delle acque, il processo di sedimentazione viene sempre
condotto in continuo, con modalità che quindi differiscono da quelle considerate nei para-
grafi precedenti. Infatti, se il liquido non è in quiete, alla particella compete una velocità che
è determinata, istante per istante, dalla composizione vettoriale della velocità di sedimenta-
zione v , calcolata secondo i criteri prima visti, e dalla velocità di trasporto V dovuta al mo-
vimento del liquido. Si consideri inizialmente il caso in cui il materiale sospeso sia di natura
granulosa ed in cui la concentrazione di particelle non sia tanto elevata da determinare il fe-
nomeno di sedimentazione di massa.
Ragionando su di una vasca ideale a flusso orizzontale (e cioè con una velocità di tra-
sporto V data da un vettore orizzontale) ed a pianta rettangolare, in una sezione longitudi-
nale si possono distinguere 4 zone:
• la zona di ingresso, in cui la sedimentazione è disturbata dalla vicinanza dei dispositivi di
immissione;
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-7

• la zona di uscita, in cui la sedi-


mentazione è disturbata dalla vici-
nanza dei dispositivi di scarico;
• la zona del fango, in cui si raccol-
gono le parti sedimentate;
• la zona di sedimentazione vera e
propria, in cui la velocità di tra-
sporto del liquido V si mantiene co-
stante e nella cui sezione iniziale si
ammette che la concentrazione e la
distribuzione delle particelle delle
diverse dimensioni sia uniforme
(Figura 4.7). Figura 4.7. Andamento della sedimentazione in una va-
Detta allora v 0 la velocità di ca- sca ideale a flusso orizzontale (fango granuloso).
duta che, in base alla legge di Stokes,
compete alle più piccole delle particelle di cui si vuole ottenere la separazione, la retta a-f
rappresenta il cammino percorso, nella zona di sedimentazione, da una di tali particelle che
inizialmente si trovi nel punto a. Le parti sospese caratterizzate da dimensioni, e quindi da
velocità di sedimentazione(2) uguali o maggiori potranno raggiungere allora la zona del fango
qualunque sia la distanza dal fondo con cui attraversano la sezione di ingresso della vasca,
visto che l'inclinazione della loro traiettoria rispetto all'orizzontale sarà uguale o superiore a
quella della particella prima presa in considerazione.
Se Q è la portata che entra nella vasca e B è la larghezza di quest'ultima, sarà: Q=V·B·H
e, per la similitudine dei triangoli in Figura 4.7, Q = v0·B·L = v0·A, essendo A la superficie
della vasca. Pertanto si ha:
v 0 = Q/A = Ci (4.17)
Ciò sta ad indicare che, per una determinata portata, il valore v 0 , e quindi la percen-
tuale di rimozione delle sostanze sospese, dipende esclusivamente dalla superficie e
non dalla profondità della vasca; il processo non è cioè influenzato dal tempo di perma-
nenza. Il rapporto Q/A, che ha le dimensioni di una velocità, è indicato come carico idrau-
lico applicato alla vasca (Ci).
Si può avere una conferma di quanto esposto osservando lo schema della Figura 4.8, in
cui l'altezza della vasca è stata dimezzata, mentre si è mantenuta inalterata la superficie A e la
portata da trattare. Queste nuove condizioni comportano un valore doppio per la velocità di
trasporto V. Di conseguenza, a parità di
velocità di caduta v , e quindi a parità di
dimensioni della particella, l'inclinazio-
ne sull'orizzontale della traiettoria se-
condo cui essa si sposta nel liquido si
riduce alla metà e cioè con la medesima
proporzione con cui si è ridotta l'altez-
za della vasca. Rimane quindi inalterato
il valore limite v 0 che consente la rimo-
zione.
Figura 4.8. Al diminuire della profondità della vasca, il
valore v0 resta inalterato.
Dei solidi sospesi dotati di una
velocità di sedimentazione v < v0 , pos-
sono invece essere eliminati solo quelli che entrano nella zona di sedimentazione al di sotto

(2)
Si suppone costante la densità delle particelle.
4-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

del punto b(3) (Figura 4.7); gli altri, invece, raggiungono la zona di uscita. La percentuale di ri-
mozione (z) dei solidi sospesi con una velocità di caduta v è allora pari a z = bc/ac = v/v0 e,
ricordando che v 0 = Q/A:
A
z= ·v (4.18)
Q
formula che esprime la legge di Hazon.

Le considerazioni precedenti consentono di calcolare teoricamente il rendimento di


sedimentazione(4), per un preassegnato carico idraulico Ci , quando sia conosciuta la distribu-
zione delle velocità che competono ai solidi sospesi:
1. tutte le particelle per cui v ≥ Ci sono eliminate; sia (1-Z) la percentuale in peso di tali par-
ticelle sul totale dei solidi in ingresso.
2. per le particelle cui compete una velocità v < Ci , la frazione rimossa è pari a v/Ci (legge di
Hazon).
Il rendimento totale di eliminazione vale quindi:
Z
v
η= (1 − Z) + ∫ Cidz
0
(4.19)

contributo contributo
delle particelle delle particelle
con v ≥ Ci con v < Ci

3.2. FANGO FIOCCOSO

Nel caso di materiale fioccoso, il calcolo del sedimentatore deve venire condotto in ba-
se a dati sperimentali o, eventualmente, per analogia con altre situazioni dello stesso tipo già
studiate. Si è già visto infatti che diviene impossibile calcolare la velocità di sedimentazione
delle particelle in ba-
se alle loro dimen-
sioni originarie dato
che per effetto dei
fenomeni di floccula-
zione, tali dimensioni
continuano a variare
e la sedimentazione
procede sempre più
velocemente.
È quindi neces-
sario - se già non si
dispone di una pre-
cedente esperienza -
rilevare in laboratorio
le caratteristiche di Figura 4.9. Esempio di calcolo del rendimento di sedimentazione (fango fioc-
sedimentabilità utiliz- coso).

(3)
Determinato il vettore risultante per le particelle considerate, il punto b viene individuato tracciando per f
una retta avente inclinazione uguale a quella del vettore stesso.
(4)
Come rendimento di sedimentazione si intende il rapporto tra il materiale sedimentabile (o talvolta so-
speso) eliminato col trattamento e quello originario presente nel campione non sedimentato.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-9

zando una colonna di altezza non inferiore a quella della vasca che si intende costruire. Si
possono allo scopo usare colonne di 15-20 cm di diametro, dotate di prese di campioni che
consentano di studiare l'andamento del fenomeno col tempo e con la profondità. Intro-
dotto nella colonna il liquido da studiare (con una uniforme distribuzione iniziale delle parti-
celle), ad intervalli di tempo determinati si procede prelevando dei campioni alle varie altez-
ze e determinando il rendimento di sedimentazione ottenuto per i diversi campioni. Ad un
tempo t generico, tale rendimento diminuisce procedendo dalla superficie verso il fondo.
Gli strati superiori si chiarificano infatti più rapidamente, dato che in essi non pervengono i
sedimenti dall'alto. Graficando in un diagramma (in ordinata l'altezza della colonna e in
ascissa il tempo) i rendimenti di sedimentazione così ottenuti, e congiungendo tra di loro i
punti ad uguale rendimento, si ottengono delle curve come quelle rappresentate in Figura
4.9. È allora possibile ricavare il rendimento globale di sedimentazione al tempo t (in
condizioni statiche), come media ponderata tra i rendimenti ottenuti alle diverse profondità:
∆hi ηi + ηi+1
η=Σ ⋅ (4.20)
h 2
dove:
h = altezza della colonna;
hi ed ηi hanno il significato indicato alla Figura 4.9.

3.3. SEDIMENTAZIONE DI MASSA

Con riferimento alla Figura 4.10, si


immagini un decantatore alimentato da
una portata Q + Qf ; attraverso i disposi-
tivi di scarico sia allontanata una portata
chiarificata Q mentre dalla tramoggia di
fondo sia estratta una portata di fango Qf
, continua nel tempo. Si indichi con x0 la
concentrazione di solidi in alimentazione
e con xf quella nel fango; in condizioni di
regime, nel decantatore in corretto fun-
zionamento, viene a determinarsi uno Figura 4.10. Schema di un sedimentatore.
strato superiore di liquame chiarificato,
compreso tra il pelo libero e l'interfaccia
con il fango. Al di sotto di tale interfaccia, la sospensione presenta concentrazioni crescenti
verso il basso, fino al valore massimo xf raggiunto sul fondo. All'interno del decantatore il
movimento dei solidi sedimentabili è legato a due distinti fenomeni:
1. alla sedimentazione di massa, analogamente a quanto avviene nel caso discontinuo (cilin-
dro da laboratorio). Il flusso solido ad essa corrispondente può essere calcolato ad una ge-
nerica quota i del fondo, come:
(FS)1 = xi · vi (4.21)
dove:
(FS)1 = quantità di solidi che nell’unità di tempo attraversa un elemento di superficie unita-
rio; viene generalmente misurato in kg/(m2 ·h).
xi = la concentrazione alla quota i [kg/m3]
vi = la velocità di sedimentazione di massa corrispondente a xi [m/h].
b) all'estrazione del fango dal fondo che produce in tutta la vasca un movimento verso il
basso del liquame e quindi dei solidi in esso sospesi. La velocità di tale movimento (costante,
4-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

essendo la vasca cilindrica), è uguale a:


Qf
u= (4.22)
A
ove A è la superficie della vasca di sedimentazione. Ne consegue un flusso solido aggiuntivo,
attraverso la superficie a generica quota i pari a:
Qf
(Fs) 2 = ux i = xi (4.23)
A
Complessivamente, pertanto, attraverso la superficie a quota i passa nell’unità di tempo
e per unità di area un flusso solido dato dalla somma dei due contributi:
FS = (FS)1 + (FS)2 = x i v i + x iu (4.24)
La determinazione
di FS1 può essere con-
dotta come segue. In
una serie di cilindri da
laboratorio vengono
introdotti campioni
della sospensione aventi
diversa concentrazione.
Per ciascuno di essi si
riporta in funzione del
tempo la posizione del-
Figura 4.11. Determinazione della velocità di sedimentazione in funzione di l'interfaccia acqua - fan-
x. go che inizialmente si
sposta con velocità co-
stante (Figura 4.11, A).
Per tutte le concentrazioni si è pertanto in grado di determinare la velocità di sedimentazio-
ne di massa (Figura 4.11, B); in alternativa, procedendo su di un solo campione, i valori di v j
in funzione di xi si sarebbero potuti determinare come indicato nel precedente paragrafo
(questo secondo metodo, tuttavia, può comportare considerevoli errori di determinazione
per cui nella pratica è - se possibile - evitato).
Si riportano quindi , in funzione di xj , i valori del prodotto xi·vi = (FS)1 (Figura 4.12).
L'andamento di tale grafico è inizialmente cre-
scente con xi ; per basse concentrazioni di soli-
di infatti le variazioni di velocità con xi sono
relativamente limitate e prevale pertanto l'in-
cremento delle concentrazioni che fa aumenta-
re (FS)1 . Per concentrazioni assai elevate, per
contro, la velocità di sedimentazione di massa
si avvicina a zero, per cui anche (FS)1 tende ad
annullarsi. Per quanto riguarda invece (FS)2 es-
so risulta proporzionale a xi secondo u. Nel
piano di Figura 4.12 esso è rappresentato con
un andamento rettilineo. Si osserva che, men-
tre l'andamento di (FS)1 dipende dalle caratteri-
stiche di sedimentabilità dei fanghi (e non può
quindi essere modificato con interventi di natu-
ra impiantistica) il valore di u dipende dalla Figura 4.12. Determinazione di (FS)1 e (FS)2 in
portata Qf e da A. Sull’inclinazione della retta funzione di x.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-11

che rappresenta (FS)2 è pertanto possibile intervenire sia all’atto della costruzione della vasca
(scegliendo opportunamente A), sia in una certa misura anche in esercizio variando Qf. Il
flusso solido complessivo FS può essere ricavato graficamente come somma di (FS)1 , ed
(FS)2 . La curva che si ottiene in funzione di xi ha un andamento del tipo indicato in Figura
4.13, crescente nel tratto iniziale (di scarso interesse pratico perché riguarda valori di con-
centrazione al di fuori del campo di usuale impiego) e caratterizzato da un minimo in corri-
spondenza della concentrazione xL . Tale concentrazione risulta cioè limitante il trasporto
solido con un valore (FS)L . Ciò significa che nella vasca non deve venir alimentata una
quantità di solidi (nell'unità di tempo) superiore a (FS)L . In caso contrario l'eccedenza di so-
lidi non potendo essere convogliata attraverso la sezione orizzontale ove si determina la
concentrazione xL , si accumula negli strati superiori della vasca diminuendo il volume occu-
pato delle acque chiarificate e determinando con il tempo la fuoriuscita del fango dai dispo-
sitivi di sfioro.
La superficie della vasca necessaria a trattare la portata (Q + Qf) risulta quindi definita
come rapporto tra la quantità di solidi alimentata nell'unità di tempo ed il flusso solido limi-
te.
(Q + Q f ) x0
A= (4.25)
(FS) L
Dalla costruzione di Figura 4.13 è possibile anche ricavare il valore della concentrazione
xF del fango in uscita. A tal fine si ammette che negli strati inferiori il trasporto solido sia
tutto prodotto dal movimento discendente del liquido, dovuto al richiamo dello scarico, e
che pertanto sia trascurabile il contributo della sedimentazione di massa; è questa
un’assunzione ragionevole se si considera che la velocità di sedimentazione di massa decre-
sce all’aumentare della concentrazione che qui è massima. In tale ipotesi l’intero flusso am-
missibile (FS)L viene allontanato per effetto del movimento del liquido e può quindi scriversi
(FS)L = u · xF (4.26)
Dalla Figura 4.13 si osserva allora che xF è
data dall'intercetta sull'asse delle ascisse della ver-
ticale condotta dal punto di intersezione tra
l'orizzontale per (FS)L e la retta di inclinazione u.
Va osservato che il metodo ora descritto co-
stituisce un mezzo di verifica del funzionamento
di una vasca, nel senso che consente di prevedere
il livello di ispessimento conseguibile nei fanghi,
purché sia prestabilito il valore di u.
Nel dimensionamento del sistema, si utilizza
in modo più immediato un approccio diretto che
prestabilisca il risultato che si vuole ottenere (xF),
per risalire da esso a (FS)L ed u che a loro volta Figura 4.13. Flusso solido complessivo (FS)
in funzione di x con individuazione dei valori
consentono immediatamente il calcolo di A e di limite di FS e di x.
Qf .
È possibile infatti dimostrare che la tangente
condotta alla curva (FS)1 in corrispondenza della concentrazione limite xL ha inclinazione
pari ad u ed intercette sull’asse verticale ed orizzontale rispettivamente pari a (FS)L e xF (Fi-
gura 4.14). Ne consegue che, stabilito il valore di xF che si vuole ottenere, e tracciata la curva
(FS)1 in funzione di x, la tangente condotta a tale curva a partire da xF individua nel punto di
tangenza la concentrazione xL e come intercetta sull’asse verticale il valore (FS)L compatibile
alla concentrazione del fango che si vuole ottenere (Figura 4.14). È così possibile determi-
4-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

nare rapidamente la superficie di sedimentazione ne-


FS
cessaria in funzione del grado di ispessimento del
fango. Nel caso di sedimentatori finali posti a valle
di impianti a fanghi attivi ciò consente dei calcoli di (FS) 1

ottimizzazione del complesso aerazione + sedimen-


tazione. Valori più elevati di xF cui corrispondono
maggiori superfici di decantazione consentono in-
fatti, come si vedrà in seguito, una diminuzione dei (FS) L

volumi di aerazione. (FS)*

Sempre in conseguenza delle considerazioni ora


svolte, se una vasca dimensionata per (FS)L viene ca-
ricata con un valore diverso (FS)* la concentrazione
di fango in uscita risulterà diversa da xF , assumendo *

un valore xF* ricavabile come intercetta sull’asse


X X F F

orizzontale della tangente condotta per (FS)* alla Figura 4.14. Determinazione del flusso
curva (FS)1 . Nelle nuove condizioni varia il valore solido applicabile in una vasca, in fun-
zione dell’entità dell’ispessimento che si
della concentrazione limite ed ovviamente il valore vuole ottenere (xF).
della portata Qf da estrarre che dipende dalla con-
centrazione del fango Q essendo (Q + Qf) · x0 = Qf · xf . Il metodo descritto consente di cal-
colare la superficie di decantazione necessaria ad assicurare il voluto ispessimento del fango
estratto del fondo. Il sedimentatore ha ovviamente una seconda funzione di evitare il trasci-
namento di fiocchi di fango nell’effluente chiarificato. I1 rischio non sussiste per i solidi che
sedimentano in massa, il cui trascinamento è evitato dal rispetto delle condizioni imposte
per ottenere l'ispessimento; è invece possibile per particelle isolate sfuggite al fenomeno di
sedimentazione di massa. Esse sono soggette alle leggi della sedimentazione discreta per
fango fioccoso; sarebbe pertanto in teoria necessario dimensionare la zona occupata dal li-
quame chiarificato (al di sopra cioè dell’interfaccia con i fanghi) secondo i criteri a suo tem-
po discussi per questo tipo di fango.
Un simile approccio teorico non viene mai applicato anche per le difficoltà di determi-
nazione sperimentale. Ci si limita in genere ad assegnare dei valori di carico idraulico(5), indi-
cati dall’esperienza come capaci di evitare il trascinamento dei fiocchi isolati; si determina di
conseguenza la superficie compatibile con i valori di carico idraulico prescelti. La vasca di
sedimentazione viene quindi realizzata con la superficie corrispondente al valore più elevato
tra quelli risultanti dai due metodi indicati. Nel caso di impianti a fanghi attivi le condizioni
più restrittive (e quindi le vasche più grandi) sono in genere richieste per ottenere un ade-
guato ispessimento.

4. CRITERI DI DIMENSIONAMENTO

4.1. SEDIMENTATORI PRIMARI

La concentrazione del materiale sospeso sedimentabile in uno scarico grezzo (even-


tualmente sottoposto ai soli pretrattamenti) è in genere relativamente bassa: il processo di
sedimentazione si svolge pertanto al di fuori del campo della sedimentazione di massa con
modalità che possono essere seguite in laboratorio come indicato ai paragrafi 3.1 e 3.2, ri-
spettivamente per materiale di tipo granuloso e per materiale di tipo fioccoso.

(5)
Parametro individuato dal rapporto tra la portata alimentata (escluso quella estratta con i fanghi) e la
superficie.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-13

I dati di dimensionamento ottenuti sperimentalmente vanno sempre applicati pruden-


zialmente in impianti reali, ove il processo di sedimentazione è condotto in condizioni di-
verse da quelle teoriche. Così l'immissione del liquame attraverso i dispositivi di ingresso
non è mai in grado di assicurare una perfetta ripartizione del flusso lungo tutta la sezione
iniziale, di modo che facilmente si creano delle differenze di velocità da punto a punto.
Inoltre non è mai possibile eliminare completamente la turbolenza dovuta al liquame in arri-
vo dotato di energia cinetica notevolmente superiore a quella del liquido in sedimentazione,
né si può completamente eliminare il richiamo esercitato dai dispositivi di scarico. Nelle va-
sche poi facilmente possono determinarsi stratificazioni dovute sia a differenza di tempera-
tura che a diverso contenuto di solidi sospesi.
Anche i fattori atmosferici influiscono in maniera notevole sull’andamento del proces-
so. Il vento può creare in superficie correnti orizzontali di velocità compresa tra l’1 ed il 3%
di quella del vento stesso. Se esso ad esempio spira a 10 km/ora, si producono delle correnti
che si muovono a 30-85 mm/s, e cioè con velocità molto più alte della velocità teorica del li-
quame nella vasca. Anche la temperatura atmosferica può essere causa di correnti convettive
verticali.
È quindi necessario modificare in senso prudenziale i dati ottenuti in laboratorio adot-
tando coefficienti di sicurezza (indicativamente le superfici ed i volumi teorici vanno au-
mentati del 25-50%).
La sedimentazione primaria nel caso di liquami domestici è un processo ben cono-
sciuto; non è quindi necessario, se non in casi eccezionali, procedere a determinazioni di-
rette dei dati di dimensionamento, che sono invece forniti dall’esperienza.
Il materiale sedimentabile contenuto in un liquame domestico grezzo ha natura etero-
genea; per quanto non manchi una consistente frazione di materiale di tipo granuloso, pre-
valgono i solidi di tipo fioccoso. Il dimensionamento viene pertanto condotto sulla ba-
se del tempo di permanenza. Riferendosi alla portata di calcolo si assume di norma un
tempo di 2 ore che può senz’altro essere ridotto ad 1,50 ore quando il trattamento primario
sia seguito da una fase biologica a fanghi attivi. In questo caso infatti una leggera diminuzio-
ne di rendimento non comporta grossi inconvenienti dato che i solidi sfuggiti alla sedimen-
tazione sono comunque rimossi nella fase successiva. Nel caso di fognatura di tipo unitario
occorre però verificare che la portata di pioggia non faccia scendere il tempo di perma-
nenza al di sotto di 30-40 minuti.
Il volume della vasca viene quindi stabilito semplicemente moltiplicando la portata di
calcolo per il tempo di permanenza. Tale volume si riferisce alla zona destinata alla sedi-
mentazione, con esclusione quindi della capacità corrispondente alle tramogge di raccolta dei
fanghi, la cui funzione è solo quella di far confluire in pochi punti di captazione (spesso uno
solo) i solidi sedimentati.
La superficie
della vasca viene Tabella 4.1. Criteri di dimensionamento adottabili per la sedimentazione
quindi calcolata stabi- primaria di liquami domestici.
lendo il valore del cari-
Tempo di permanenza (portata di calcolo) [h]
co idraulico. Esso vie- • impianti solo primari 2
ne di norma fissato tra • a monte di letti percolatori e di dischi biologici 2.1
1,4 e 1,8 m/h, sempre • a monte di vasche a fango attivo 1.5
sulla base della portata
di calcolo. In tempo di Tempo di permanenza minima (portata di pioggia) [h]
pioggia si ammette un • impianti solo primari o a monte di vasca a fango attivo 0.50
• a monte di letti percolatori e di dischi biologici 0.67
aumento fino a 4-4,5
m/h. Carico idraulico massimo [m/h]
Con i criteri di • sulla portata di calcolo (Qc) 1.8
dimensionamento • sulla portata di pioggia (Qp) 4.5
4-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

esposti è possibile ottenere rimozioni del BOD dell'ordine del 25-30%; l’eliminazione di soli-
di sospesi è compresa tra il 55 ed il 70%.
In Tabella 4.1 sono riassunti i criteri di dimensionamento che si suggerisce di adottare
nel caso della sedimentazione primaria.

4.2. SEDIMENTATORI SECONDARI

La natura dei solidi sospesi presenti in un sedimentatore secondario dipende dal tipo di
trattamento realizzato a monte ed in particolare, nel campo dei processi biologici, dal fatto
che la fase ossidativa sia realizzata mediante letti percolatori o con il sistema a fanghi attivi.
Nei letti percolatori a debole carico le pellicole di spoglio vengono in gran parte trat-
tenute e decomposte nel letto stesso in modo che i fanghi contenuti nell’effluente risultano
poco putrescibili, di aspetto terroso e di natura parzialmente granulosa; la loro quantità è li-
mitata. Anche nel caso di letti percolatori intensivi la concentrazione dei solidi sospesi non è
tale da provocare fenomeni di sedimentazione di massa, malgrado la più marcata azione di
trascinamento determinata dal liquame. Il materiale che esce dal letto si presenta in questo
caso più mucillaginoso e putrescibile e comunque con caratteristiche nettamente fioccose.
I criteri di dimensionamento sono analoghi a quelli utilizzati per i sedimentatori prima-
ri. Si adottano infatti tempi di permanenza di 1,5-2 ore nel caso di percolatori a debole cari-
co ed intorno alle 2 ore nel caso di percolatori intensivi nei quali però occorre anche tener
conto delle portate di ricircolo. Vanno inoltre verificati i carichi idraulici, secondo le indica-
zioni di Tabella 4.2.
Diverso è il caso dei sedimentatori finali utilizzati a valle di un processo a fanghi atti-
vi. Il sedimentatore allora non ha la sola funzione di fornire un effluente ben chiarificato, da
cui cioè siano stati rimossi i fiocchi di fango che altrimenti determinerebbero un peggiora-
mento della qualità dello scarico, ma anche quella di garantire il necessario ispessimento dei
sedimenti in modo che le caratteristiche del fango ricircolato nella vasca di aerazione con-
sentano di mantenere le condizioni previste per la fase biologica. L’elevata concentrazione
di fanghi fa sì che il proces-
so si sviluppi come una se- Tabella 4.2. Criteri di dimensionamento adottabili per la sedimenta-
dimentazione di massa; il zione secondaria di liquami domestici.
calcolo della superficie si a) Impianti a fanghi attivi a medio carico
effettua con i criteri già • tempo di permanenza (su Qc) [h] 2.5-3
esposti al paragrafo 3.3. In • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 0.8
pratica all’atto del dimensio- • carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 1.5
namento degli impianti non • flusso solido (su Q c +Q r ) 5-6
è quasi mai possibile dispor-
b) Impianti ad aerazione prolungata
re di curve sperimentali di • tempo di permanenza (su Q ) [h] 3
c
sedimentazione e procedere • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 0.6
quindi ad un calcolo rigoro- • carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 1.2
so. Del resto le caratteristi- • flusso solido (su Qc+Qr) [kg SS/(m2·h)] 5
che di sedimentabilità di un
fango biologico possono va- c) Impianti con percolatori intensivi
riare considerevolmente a • tempo di permanenza (su Qc+Qr) [h]
2
• carico idraulico (su Qc+Qr) [m/h] 0.8
causa di mutate caratteristi-
che ambientali (temperatura, d) Impianti con percolatori a basso carico
substrato alimentato, con- • tempo di permanenza (su Qc) [h] 1.5-2
centrazione di ossigeno di- • tempo di permanenza (su Qp) [h] 0.67
sciolto, ecc.). I valori di flus- • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 2
• carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 5
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-15

so solido (spesso anche indicato come carico di sostanza secca) applicabili sono riportati in
Tabella 4.2. Essi si intendono riferiti alla quantità di solidi effettivamente alimentati nella va-
sca nell’unità di tempo, ottenuta come prodotto tra la concentrazione in ingresso e la som-
ma della portata di calcolo e di quella di ricircolo. La verifica sul carico idraulico è invece
limitata alla portata di calcolo, la sola che risalendo in superficie potrebbe determinare il tra-
scinamento dei fiocchi isolati.
Il volume viene calcolato fissando un tempo di permanenza di 1,5-2 ore sulla portata
effettiva (comprensiva del ricircolo). Per i rapporti di ricircolo di comune impiego ciò corri-
sponde ad una permanenza di 2,5-3 ore riferita alla sola portata di calcolo.

5. TIPI DI SEDIMENTATORI

A prescindere dai sedimentatori statici (od in discontinuo), la cui utilizzazione non è


molto frequente, i sedimentatori possono essere classificati a seconda delle modalità con cui
l'acqua si muove nella vasca. Si hanno così sedimentatori a flusso longitudinale, con mo-
vimento del fluido dall'estremità di entrata a quella di uscita, e sedimentatori a flusso ra-
diale con movimento dal centro alla periferia. Entrambi questi sedimentatori sono anche
detti a flusso orizzontale, dato che la velocità di trasporto è appunto orizzontale.
Esistono poi sedimentatori a flusso verticale, ove le modalità di separazione delle par-
ticelle sono un poco diverse da quelle finora esaminate. Essi verranno presi in considerazio-
ne a parte.

5.1. SEDIMENTATORI A FLUSSO LONGITUDINALE

I sedimentatori di questo tipo hanno pianta rettangolare, con rapporto larghezza-


lunghezza generalmente compreso tra 1/3 e 1/5, con ingresso lungo uno dei due lati più corti
ed uscita sul lato opposto. La larghezza è limitata dalle dimensioni del carroponte, che di so-
lito non supera i 10 metri.
La lunghezza delle vasche di sedimentazione rettangolari può arrivare anche ai 90 m;
normalmente non supera tuttavia i 40 m.
L'altezza liquida viene normalmente mantenuta tra i 2,50 ed i 3,50 m, con valori a volte
anche superiori (fino a 4,50 m) quando deve essere separato anche il fango biologico di su-
pero prodotto nel processo a fanghi attivi. Al fondo viene in genere assegnata una pendenza
dell'ordine dell'1%.
A seconda delle modalità con cui il fango viene raccolto si dividono in meccanizzati e
non meccanizzati.
Nei sedimentatori non meccanizzati (Figura 4.15) le parti che si separano si raccolgono
direttamente entro tramogge a forma di piramide rovesciata che devono interessare l'intera
superficie della vasca. Le pareti delle tramogge vanno previste in modo da consentire alle
particelle sedimentate di scivolare verso il fondo; è quindi necessario dare alla linea di minor
pendenza, che è costituita dallo spigolo, una inclinazione non inferiore ai 45°.
La semplicità di costruzione e di funzionamento e l'assenza di organi meccanici in mo-
vimento rendono questo tipo di vasche adatto per piccole installazioni. Il loro impiego non
è invece conveniente nel caso di maggiori portate in quanto, all'aumentare della superficie
della vasca, o si aumenta il numero delle tramogge rendendo quindi laboriose le operazioni
di estrazione del fango, o si incrementa la profondità e quindi il volume che rimane pratica-
mente inutilizzato.
4-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Figura 4.15. Vasca di sedimentazione a flusso longitudinale non meccanizzata.

In impianti di medie e grandi dimensioni si fa quindi sempre uso di vasche a fondo


piano, dotate di dispositivi meccanici per la raccolta dei fanghi. Essi sono costituiti da ra-
schiatori che, avanzando in controcorrente, strisciano sul fondo sospingendo i solidi sedi-
mentati in una tramoggia che interessa l'intera larghezza della vasca. Per favorire questa ope-
razione, il fondo presenta di solito una leggera pendenza (attorno all'1%). Siccome la mag-
gior parte delle sostanze sedimentabili si separa nei primi minuti, la tramoggia viene sempre

Figura 4.16. Vasca di sedimentazione a flusso longitudinale meccanizzata (raschiatori a catena).


Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-17

disposta nella parte iniziale della vasca onde consentire alla maggior parte del fango di cade-
re direttamente in essa senza dovervi essere spinta dai dispositivi di raccolta. Le pareti della
tramoggia vengono di solito previste con maggior inclinazione che nel caso di vasche non
meccanizzate dato che non si hanno qui limitazioni connesse alla necessità di ridurre al mi-
nimo gli scavi.
Uno dei tipi di raccoglitori meccanici in uso, rappresentato in Figura 4.16, consiste in
una coppia di catene, parallele ai due lati maggiori della vasca, mantenute in movimento con
velocità costante. Esse sostengono un certo numero di raschiatori trasversali, posti ad una
distanza di circa 3 metri l'uno dall'altro, i quali coprono l'intera larghezza della vasca.
Un'altra soluzione (Figura 4.17) prevede un ponte mobile che trasla su una coppia di
rotaie poste sui bordi della vasca, al di fuori del contatto con l'acqua. I raschiatori in questo
caso sono fissati a bracci imperniati al ponte e vengono sollevati durante la corsa di ritorno.
Il motore è montato sul ponte stesso.
Il metodo a catena offre la possibilità di una rimozione pressoché continua delle parti
sedimentate e questo è un notevole vantaggio nel caso di sedimentatori finali negli impianti
a fanghi attivi dove è necessaria un'estrazione rapida del fango biologico; ciò è invece im-
possibile da ottenere con i raschiatori a ponte. Il metodo a catena inoltre prevede un movi-
mento rotatorio delle parti meccaniche le quali vanno però disposte, almeno in parte, sotto
il pelo libero; sono quindi soggette ad un più rapido deterioramento. Con i dispositivi a
ponte mobile invece gli organi meccanici sono mantenuti al di fuori del contatto con l'ac-
qua; si richiede però necessariamente un moto alternativo, sempre meno semplice da realiz-
zare di quello rotativo.
I dispositivi di raccolta del fango devono muoversi a velocità molto ridotta per non ri-
portare in sospensione le parti accumulatesi sul fondo e per non disturbare eccessivamente
la sedimentazione. Generalmente si adottano valori compresi tra i 5 mm/s ed i 10 mm/s, tal-
volta anche fino a 15 mm/s; per la sedimentazione finale dei fanghi attivi conviene non su-
perare i 5 mm/s.
L'estrazione del fango è di norma effettuata sfruttando il carico idrostatico; allo sco-
po la tubazione di scarico presenta, ad un livello di circa 1 m al di sotto del pelo libero, una
derivazione munita di saracinesca. Lo scarico del fango avviene quindi in un pozzetto late-
rale, ove, se la conformazione del terreno lo richiede, viene installata la pompa di ripresa.

Figura 4.17. Vasca di sedimentazione a flusso longitudinale meccanizzata (raschiatori a ponte).


4-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Il fango accumulatosi nelle tramogge viene estratto mediante tubazioni il cui diametro
non dovrebbe scendere al di sotto dei 15-20 cm, indipendentemente dalle portate da smalti-
re.
Le modalità secondo cui viene effettuata l'immissione del liquame deve poter assicu-
rare condizioni di movimento il più possibile vicine alle condizioni ideali in cui la velocità di
trasporto risulta costante in ogni punto e la distribuzione dei solidi sedimentabili uniforme
in tutta la sezione iniziale. I dispositivi di ingresso quindi devono poter ripartire nel modo
migliore il flusso in arrivo e diminuire il più possibile i fenomeni di turbolenza. Ciò si può
ottenere con una canaletta di distribuzione che interessi l'intera larghezza della vasca e da cui
lo scarico fuoriesca in modo continuo o attraverso aperture disposte a brevi intervalli; è pe-
rò opportuno che l'immissione nel sedimentatore non avvenga per sfioro delle canalette in
cui potrebbero verificarsi fenomeni di sedimentazione durante le ore in cui la portata è mi-
nore. La canaletta di distribuzione deve essere sempre accessibile con facilità per consentire
le operazioni di pulizia. Altre volte il liquame viene immesso attraverso una o più tubazioni.
Nel caso in cui la vasca venga alimentata attraverso una pompa è conveniente prevedere una
cameretta di dissipazione per ridurre l'energia cinetica del liquame in arrivo.
Ad una distanza di 60-90 cm dall'ingresso è normalmente inserito un deflettore allo
scopo di migliorare la distribuzione e di impedire che si creino correnti superficiali e feno-
meni di cortocircuito. Esso arriva ad una profondità di 45-60 cm al di sotto del pelo libero.
Nei sedimentatori primari, altri deflettori, profondi da 30 a 50 cm, devono essere previ-
sti a monte dei dispositivi di uscita, allo scopo di trattenere le parti galleggianti. In queste
vasche infatti, contemporaneamente alla sedimentazione dei solidi sospesi pesanti, si ha la
flottazione dei grassi e delle particelle leggere che si raccolgono in superficie e che devono
essere periodicamente raccolte ed asportate(6). Nelle vasche non meccanizzate l'operazione
viene condotta manualmente. Nelle vasche meccanizzate sono gli stessi raschiatori del fango
che, nella corsa di ritorno, mantenendosi immersi di qualche centimetro, ripuliscono la su-
perficie e sospingono le parti galleggianti contro il deflettore di uscita. Da qui esse vengono
eliminate attraverso una apposita apertura. Il deflettore paraschiuma di uscita è bene sia pre-
visto anche nelle vasche di sedimentazione finale, quanto meno come misura precauzionale
nel caso si verifichino affioramenti di fango in seguito allo sviluppo della denitrificazione. La
sua presenza è poi indispensabile quando l'impianto non prevede la sedimentazione prima-
ria(7).
Lo scarico viene effettuato attraverso una canaletta di sfioro. In tal modo, oltre ad
aversi una uniforme estrazione lungo tutta la parete di fondo della vasca, è possibile racco-
gliere la portata in uscita in prossimità della superficie ove risulta minima la concentrazione
di solidi sospesi. Per ridurre l'inevitabile richiamo esercitato dai dispositivi di uscita sulla
massa di sedimentazione, va limitata la portata scaricata per ogni metro lineare di sfioro.
Tale limitazione non ha importanza nel caso di sedimentatori primari, per i quali si sono ap-
plicati, senza inconvenienti, anche carichi superiori ai 1500 m3 di effluente per m di sfioro al
giorno. Valori più bassi vanno invece tenuti sui sedimentatori finali (in sistemi a fanghi atti-
vi), ove più facilmente si hanno fenomeni di richiamo. Di norma si assumono carichi non
eccedenti i 350 m3/m per giorno nel caso di vasche di grandi dimensioni ed i 250 m3/m per
giorno in vasche medio piccole (valori da calcolarsi sulla Qc e validi anche per sedimentatori
a flusso radiale).

(6)
A meno che la vasca non sia preceduta da un disoleatore. È bene però che il deflettore in uscita venga
installato anche in questo caso.
(7)
In America i deflettori in uscita vengono talvolta installati nelle vasche di sedimentazione poste a valle
dei letti percolatori; essi hanno allora lo scopo di trattenere le larve di mosche.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-19

5.2. SEDIMENTATORI A FLUSSO RADIALE

I bacini a flusso radiale (Figura 4.18) hanno quasi sempre pianta circolare, con immis-
sione del liquame al centro ed uscita per sfioro lungo tutta la circonferenza. Il fondo pre-
senta una leggera pendenza (dal 4 al 10%) verso il centro, con altezza d'acqua della parte ci-
lindrica equivalente a quella indicata per i bacini a flusso longitudinale. Il diametro non supe-
ra in genere i 45 m, anche se non mancano esempi con diametri fino a 60 m.
Il processo di sedimentazione si svolge qui con modalità diverse rispetto al caso delle
vasche a flusso longitudinale. Infatti in un sedimentatore rettangolare la sezione di passaggio
si mantiene costante lungo tutto lo sviluppo longitudinale della vasca e quindi anche la velo-
cità di trascinamento non varia al procedere verso l'estremità di uscita. Viceversa nelle va-
sche a pianta circolare la sezione di passaggio, ad una distanza r dal centro, è rappresentata
da una superficie cilindrica di raggio pari ad r. Tale superficie quindi aumenta man mano che
ci si sposta dal centro alla periferia e ciò si ripercuote su una progressiva diminuzione della
velocità dell'acqua; la sedimentazione risulta quindi più uniforme rispetto al caso di vasche a
flusso longitudinale. Per facilitare la raccolta del fango con i raschiatori, il fondo della vasca
viene costruito con pendenza più marcata che nelle vasche rettangolari; pendenze elevate
sono però da evitarsi in quanto deve sempre esistere la possibilità di camminare sul fondo
del sedimentatore, quando esso venga svuotato, per procedere alle operazioni di pulizia e di
manutenzione. Data la natura scivolosa delle superfici sommerse, ciò diventa impossibile
quando la pendenza supera il 12,5%. Di norma si adottano valori non superiori all'8%.
La raccolta del fango viene effettuata mediante dei raschiatori che, muovendosi in
moto rotatorio, strisciano sul fondo. Per non agitare il sedimentato e non disturbare la se-
dimentazione, la velocità di rotazione va tenuta piuttosto bassa; in genere si consiglia di non
superare, in periferia, i 10 mm/s; questi valori sono però largamente inferiori a quelli adottati
in America, compresi tra i 25 ed i 40 mm/s. Nella vasca rappresentata in Figura 4.18 si ha un
esempio di raschiatore a spirale; altre volte, come nel caso della Figura 4.19, si ha una serie
di raschiatori ad asse rettilineo inclinati rispetto al supporto rotante disposto radialmente. La
passerella può essere imperniata al centro e ruotare appoggiando alla periferia su di un car-

Figura 4.18. Vasca di sedimentazione a flusso radiale meccanizzata (raschiatore a spirale).


4-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

rello o può essere fissa.


Con i dispositivi fin
qui considerati i solidi sono
avviati in una tramoggia
centrale da cui si procede
all'estrazione del fango
con modalità che non dif-
feriscono da quelle de-
scritte per i sedimentatori a
flusso longitudinale; è però
in generale necessaria una
prevalenza maggiore dato
che è più lungo il percorso
della tubazione la quale
viene disposta sotto il fon-
do della vasca stessa.
Esiste anche un si-
stema di raccolta basato su
un diverso principio se-
condo cui il fango viene
direttamente estratto dal
Figura 4.19. Vasca di sedimentazione a flusso radiale meccanizzata
(raschiatori multipli).
fondo, senza essere preli-
minarmente accumulato
nella tramoggia centrale. Allo scopo si usano dei tubi rotanti ad asse orizzontale disposti ra-
dialmente in prossimità del fondo della vasca. Questi tubi sono dotati di una serie di apertu-
re che durante la rotazione coprono l'intera superficie del fondo. Attraverso di essi il fango
viene aspirato per effetto del carico idrostatico. Il metodo è particolarmente indicato per le
vasche di sedimentazione finale degli impianti a fanghi attivi, in quanto consente una più ra-
pida rimozione del fango stesso. In questo caso sarebbero invece da evitare sedimentatori
del tipo rappresentato in Figura 4.19 che possono indurre tempi di qualche ora prima che il
fango sedimentato in periferia arrivi alla tramoggia di raccolta.
Le vasche circolari presentano il vantaggio, rispetto a quelle rettangolari, di consentire il
movimento rotatorio ai dispositivi di raccolta dei fanghi senza che d'altro canto le parti
meccaniche siano immerse.
L'immissione del liquame avviene, come già accennato, al centro della vasca. Il tubo
di adduzione è disposto sotto il fondo; ad evitare sedimenti è opportuno che, per la portata
di calcolo, la velocità non scenda sotto i 0,40-0,50 m/s. Velocità minori possono essere am-
messe nei periodi di bassa portata; i sedimenti che allora si formano sono infatti rimossi con
la portata di punta. Spesso nel tratto finale verticale della tubazione si adotta una sezione via
via crescente, allo scopo di ridurre l’energia cinetica. Per ottenere una buona ripartizione del
flusso in ogni direzione si ricorre generalmente ad un deflettore cilindrico, concentrico con
la tubazione di adduzione; tale deflettore ha un diametro che oscilla tra il 10 ed il 20% di
quello complessivo della vasca.
Un secondo deflettore, affondato di 20-30 cm, va inserito alla periferia allo scopo di
trattenere le sostanze galleggianti; alla raccolta di tali sostanze, provvede una apposita lama
schiumatrice, solidale al ponte rotante. Essa spinge le parti galleggianti verso la periferia do-
ve è presente un pozzetto di allontanamento la cui imboccatura, che emerge di qualche cen-
timetro al di sopra del pelo libero, si trova al termine di un piano inclinato. La parte perife-
rica della lama, in corrispondenza al piano inclinato, è in materiale flessibile e può sospinge-
re le parti galleggianti sul piano inclinato e quindi nel pozzetto.
Lo scarico avviene lungo la periferia della vasca; la soglia di sfioro deve però trovarsi
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-21

tutta allo stesso livello per non creare vie preferenziali di uscita del liquame. Ciò è comunque
difficile da realizzare, soprattutto nelle vasche di grande diametro. Vengono quindi adottate
delle soglie metalliche a posizione aggiustabile e spesso ad intagli triangolari che risentono in
maniera meno marcata di un non perfetto livellamento.
Vasche di sedimentazione a pianta circolare sono state costruite fino a diametri pros-
simi a 100 m. Tali dimensioni sono comunque assolutamente eccezionali e di rado il diame-
tro supera i 40-50 m.

5.3. SEDIMENTATORI LAMELLARI

Nell’analisi della sedimentazione statica, si è mostrato che l’efficienza della rimozione è


collegata direttamente alla velocità di sedimentazione e non alla profondità della vasca.
Quindi si può concludere che i bacini di sedimentazione dovrebbero essere costruiti il meno
profondi possibile, così da ottimizzare l’efficienza di rimozione. Sebbene questo approccio
sia corretto teoricamente, ci sono numerose considerazioni pratiche che limitano l’uso di
vasche troppo poco profonde. I sedimentatori lamellari sono stati sviluppati in alternativa
alle vasche poco profonde. Tali sedimentatori sono dispositivi di sedimentazione poco pro-
fondi formati da elementi, generalmente in materiale plastico, configurati in modo da suddi-
videre il volume disponibile in unità elementari di diversa geometria disposte in parallelo
(tubi a sezione rettangolare o esagonale; canali limitati da superfici variamente configurate e
simili).
Sono utilizzati per migliorare i rendimenti di sedimentabilità nelle vasche di sedimenta-
zione. Sebbene questi tipi di sedimentatori siano stati usati per la sedimentazione primaria,
secondaria e terziaria sono nati molti problemi nel loro utilizzo. I principali problemi sono
l’intasamento e gli odori dovuti alla crescita biologica e all’accumulo di oli e grassi.
La forma, le dimensioni, l’inclinazione e la lunghezza dei sedimentatori lamellari varia-
no a seconda della particolare installazione; la pratica comune consiste nell’inserire i sedi-
mentatori lamellari in vasche di
sedimentazione (sia rettangolari
che circolari) di sufficiente pro-
fondità. Il flusso nella vasca scor-
re verso l’alto attraverso i moduli
ed esce dalla vasca sopra i moduli
stessi. I solidi che sedimentano
all’interno dei sedimentatori la-
mellari si muovono per effetto
della forza di gravità in contro-
corrente verso il basso ed usciti
dai moduli vanno verso il fondo
della vasca, raccogliendosi in una
tramoggia (Figura 4.21). Per rea-
lizzare l'autopulizia, i pacchi la-
mellari sono disposti solitamente
con un angolo che varia tra i 45
ed i 60° sull’orizzontale; quando
l’angolo è superiore ai 60°,
l’efficienza diminuisce. Se invece Figura 4.21. Esempi di applicazione di sedimentatori lamellari in
l’angolo è inferiore ai 45°, il fango un processo chimico-fisico di coagulazione e filtrazione. Caso di
tende ad accumularsi sulle super- un sedimentatore a debole inclinazione (in alto) ed a forte incli-
nazione (in basso).
4-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

fici.
Per controllare la crescita biologica e la
formazione di odori sgradevoli, i solidi accu-
mulati devono essere periodicamente rimossi
U
(solitamente mediante flussi ad alta pressione).
Un’altra soluzione impiantistica, peraltro
poco adatta alle acque di rifiuto, prevede che i
pacchi siano installati con disposizione presso-
ché orizzontale (Figura 4.21 in alto): i solidi se-
dimentati non possono in questo caso essere
allontanati per gravità ma richiedono periodi-
che operazioni di pulizia con svuotamento
delle vasche ed operazioni di controlavaggio.
L’utilizzo di sedimentatori lamellari diventa
problematico laddove le caratteristiche dei so-
Figura 4.20. Composizione della velocità in un lidi da rimuovere variano di giorno in giorno.
sedimentatore lamellare a forte inclinazione. Si Riferendosi a quanto riportato in Figura
assume una terna di riferimento con l'asse x 4.20, il calcolo dei sedimentatori lamellari può
orientato come il canale (con inclinazione θ sul-
l'orizzontale) e si indica con V la velocità di sedi- essere effettuato adottando un sistema di co-
mentazione (secondo la legge di Stockes) e con ordinate inclinate e scrivendo le componenti
U la velocità di trascinamento del fluido in dire- della velocità per una particella:
zione X. VX = U - V·senθ
VY = - V·cosθ
dove
VX = componente della velocità di sedimentazione in direzione X;
U = velocità del fluido in direzione X;
V = modulo della velocità di sedimentazione della particella;
θ = angolo di inclinazione rispetto all’asse orizzontale;
VY = componente della velocità di sedimentazione in direzione Y.

Per questo sistema di coordinate, si può vedere che VY è la componente della velocità
critica, e la valutazione del rendimento di sedimentazione è la stessa di quella presentata pre-
cedentemente per il caso di sedimentazione statica.

5.4. SEDIMENTATORI A FLUSSO VERTICALE

Questo tipo di bacini trova applicazione prevalentemente nei piccoli impianti. Nelle va-
sche di questo tipo il liquame si muove prevalentemente in direzione verticale dal fondo
verso la superficie. L'azione di trascinamento che esso esercita sulle particelle sospese non
determina quindi, come nei sedimentatori visti finora, una componente orizzontale della
traiettoria secondo cui avviene la sedimentazione, ma si esplica in una forma che si oppone,
lungo la medesima direzione, al peso.
Affinché una particella isolata possa sedimentare, e cioè muoversi in verso contrario a
quello del liquame, è necessario che la sua velocità di caduta v , calcolata come visto nella
sedimentazione statica, risulti superiore alla velocità che compete al liquame in base alle ca-
ratteristiche del sedimentatore. Se quindi Q è la portata da trattare ed A è la sezione di pas-
saggio deve essere:
v > Q/A
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-23

Invece un corpo sospeso che presenti una velocità di caduta inferiore a v viene allon-
tanato con l'effluente visto che per esso l'azione di trascinamento prevale sulla forza di gra-
vità. Quando infine queste due forze si equivalgono la particella non può né sedimentare sul
fondo, né raggiungere la superficie e si mantiene in condizioni di equilibrio all'interno della
vasca.
L'andamento del processo tuttavia si modifica se non ci si limita a considerare una par-
ticella isolata e se la natura del fango risulta, almeno in parte, fioccosa. Infatti mentre i solidi
cui compete una velocità di caduta superiore a v sedimentano direttamente e si raccolgono
sul fondo, le particelle che vengono a trovarsi in condizioni di equilibrio, accumulandosi
nella vasca, formano una zona in cui la concentrazione di solidi sospesi risulta molto elevata.
Tale zona esercita una vera e propria azione filtrante nei confronti delle particelle più pic-
cole che, essendo più leggere, sarebbero altrimenti trascinate verso l'alto. Se, come si è am-
messo, il fango ha natura fioccosa, si verificano dei fenomeni di agglomerazione che condu-
cono alla formazione di fiocchi che ingrossandosi arrivano a dimensioni sufficienti perché
l'azione della gravità possa provocarne la sedimentazione sul fondo.
Questo tipo di vasca si rivela particolarmente indicato per la sedimentazione finale in
impianti a fanghi attivi o di flocculazione chimica; poco si presta quando le parti sospese
hanno caratteristiche parzialmente granulose.
I sedimentatori a flusso verticale hanno pianta quadrata o circolare ed in quest'ultimo
caso vengono costruiti sia cilindrici che troncoconici. Sotto la zona di sedimentazione pre-
sentano una tramoggia per il fango, di solito dimensionata in modo da consentire la raccolta
e l’estrazione del sedimentato senza dover ricorrere a mezzi meccanici (Figura 4.22).
L’assenza di dispositivi meccanici costringe ad adottare considerevoli pendenze per le pareti
della tramoggia di fondo (non meno di 45°, meglio 60°). Adottando la pianta circolare si ha
però il vantaggio di avere la tramoggia conica e di conseguenza con pendenza costante lun-
go tutte le generatrici.
L'immissione avviene al centro, attraverso una tubazione in pressione ripiegata verso
l'alto che sfocia in vicinanza del pelo libero. Un deflettore cilindrico, disposto attorno al
punto di sbocco, volge inizialmente il flusso verso il basso. Il liquame raggiunge l'estremità
inferiore del deflettore ed entrato nella zona di sedimentazione vera e propria si muove ver-
so l'alto; lo sfioro del chiarificato avviene lungo la periferia.
Il dimensionamento delle vasche viene fatto fissando la velocità ascensionale del liqua-

Figura 4.22. Vasca di sedimentazione a flusso verticale.


4-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

me; i valori generalmente adottati sono compresi tra 1,00 e 2,50 m/h. Il deflettore è immerso
per una profondità pari al 70-80% dell'altezza della zona di sedimentazione; profondità mag-
giori sono da evitarsi per il rischio che il flusso del liquame in arrivo determini un'agitazione
nel fango che già si trova nella sottostante tramoggia. Il diametro del deflettore viene tenuto,
nel caso di sedimentatori cilindrici, tra 1/3 ed 1/4 del diametro della vasca e, nel caso di se-
dimentatori conici, tra 1/2 ed 1/3 del diametro minore. La profondità della zona di sedi-
mentazione deve essere sufficiente a conferire al liquame un movimento diretto, almeno
prevalentemente, in senso verticale. In vasche cilindriche esso si tiene quindi non inferiore
al raggio, mentre in vasche tronco-coniche è all'incirca pari al diametro minore.

6. RENDIMENTI DEPURATIVI E PRODUZIONE DI FANGHI

Con un corretto dimensionamento, si attende nella sedimentazione primaria una rimo-


zione di solidi sospesi compresa tra il 50 ed il 60%, con una conseguente riduzione del BOD5
variabile tra il 25 ed il 30%. Decisamente inferiori i risultati conseguibili in termini di nu-
trienti: difficile andare oltre una riduzione del 10% di azoto e del 15% di fosforo.

Avendo già indicato in 90 grammi il quantitativo di solidi sospesi giornalmente prodotti


da una persona e nel 50-60% l'abbattimento conseguibile con il trattamento di sedimenta-
zione primaria, si calcola facilmente in 45-54 g/(ab·giorno) il quantitativo normalmente pro-
dotto con questo trattamento sotto forma di fango (comunemente detto primario). Si
tratta di solidi fortemente putrescibili, per i 2/3 circa di natura volatile.
Il fango viene estratto dal fondo dei bacini con elevati contenuti d'acqua, dell'ordine del
95-97,5%; ne conseguono volumi compresi tra 0,9 e 2,16 l/(ab·giorno).
Si intuisce pertanto immediatamente l'importanza di due aspetti fondamentali, tra di lo-
ro connessi:
un prudente dimensionamento della fase di ispessimento dei fanghi, evitando di assu-
mere a base del calcolo valori troppo ottimistici (bassi) di umidità del fango estratto dai se-
dimentatori, difficilmente ottenibili poi in esercizio ordinario;
un'attenta conduzione dei bacini di sedimentazione primaria, con estrazioni del fango
mirate al conseguimento delle caratteristiche assunte per lo stesso in fase di progetto.

Molto spesso a monte dei bacini dì sedimentazione primaria viene immesso anche il
fango di supero prodotto con il successivo trattamento biologico.
Capitolo 5

PRINCIPI DEI PROCESSI BIOLOGICI

1. BIOCHIMICA

1.1. CATABOLISMO E ANABOLISMO

Tutti gli organismi viventi


nel corso della loro esistenza
devono crescere e riprodursi. piante
Ciò comporta che ogni singolo fotosintetiche
irraggiamento
organismo debba procurarsi solare
l'energia e le materie prime per H2O
CO2
sintetizzare le molecole di cui glucidi
NO3-
necessita. lipidi
protidi
ADP
Alla base della vita di ogni
cellula vi sono dunque due pro- attività cellulari
cessi fondamentali: il CATABO- metabolismo
respiratorio
LISMO e l'ANABOLISMO. Il
ATP
primo è l'insieme dei processi HO
2
CO
distruttivi che consiste nella NO
2
3
-

scissione chimica di molecole


complesse in molecole più Figura 5.1. Ciclo dei processi biologici.
semplici con liberazione di
energia. L'anabolismo invece
rappresenta la sintesi delle sostanze complesse che vanno a costruire l'organismo che le ela-
bora.
L'energia utilizzata dai viventi per la sintesi cellulare può derivare da due diverse fonti:
dall'energia radiante fornita dal sole o dall'ossidazione di diverse sostanze organiche nel cor-
5-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

so di processi biologici.
Le alghe sfruttano la prima fonte e sono dette fototrofe mentre la maggior parte dei
batteri usa la seconda e viene detta chemiotrofa.
I processi che maggiormente verranno approfonditi in questo studio sono quelli che ri-
guardano la parziale o totale mineralizzazione della sostanza organica.

1.2. ENERGIA

Come abbiamo visto i batteri chemiotrofi ottengono l'energia libera di cui necessitano
dall'ossidazione delle molecole biologiche. Le reazioni chimiche che governano questi pro-
cessi sono dette di ossidoriduzione. Si tratta di reazioni in cui si realizza un trasferimento di
elettroni da molecole donatrici a molecole accettrici grazie a dei trasportatori di elettroni.
L'ossidazione e la riduzione avvengono sempre contemporaneamente ossia, affinché
una sostanza si ossidi è necessario che un'altra sostanza si riduca e viceversa.
Ossidazione e riduzione rappresentano rispettivamente una perdita e un acquisto di
elettroni: gli agenti ossidanti ricevono elettroni e si riducono mentre gli agenti riducenti li
donano e quindi si ossidano.
+2 e−
AH2  → A 2− + 2H ossidazione

−2 e
B2−  → BH2 riduzione
Il movimento di e- ed H+ messi in gioco nelle reazioni redox è facilitato grazie ad una
catena di trasporto di elettroni costituita da una serie organizzata di molecole enzimatiche
presenti in tutte le cellule viventi, generalmente localizzate nei mitocondri. Essa è destinata a
trasferire elettroni e quindi i corrispondenti protoni dai metaboliti ossidati all’ossigeno.
Durante il trasferimento si ha una liberazione di energia che viene immagazzinata dalla
cellula sintetizzando adenosintrifosfato (ATP) partendo da adenosindifosfato (ADP) e orto-
fosfato (Pi).
Questa stessa energia
GRASSI POLISACCARIDI PROTEINE
viene liberata quando
l’ATP viene idrolizzato ad FASE 1
ADP ed ortofosfato oppu- Acidi grassi Glucosio e Aminoacidi
re quando l’ATP viene e glicerolo altri zuccheri

idrolizzato ad adenosina
monofosfato (AMP) e pi- FASE 2
rofosfato (PPi). Acetil CoA
L’ATP è dunque il
trasportatore universale di CoA
energia libera nei sistemi ATP ADP

biologici, la sua funzione è FASE 3 Ciclo dell’acido


citrico o ciclo
O2 Fosforilazione ossidativa e-
tuttavia di donatore im- di Krebs
mediato di energia e non
di accumulatore a lungo
periodo, infatti una mole- 2CO2

cola di ATP viene gene-


ralmente idrolizzata un Figura 5.2. Meccanismo dei processi ossidativi.
minuto dopo la sua formazione.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-3

1.3. OSSIDAZIONE BIOLOGICA DEI CHEMIOTROFI AEROBI ED ANAEROBI

Come abbiamo già detto i chemiotrofi ottengono l’energia libera di cui necessitano
dall’ossidazione di molecole biologiche.
Si trova un’ulteriore suddivisione in due sottospecie di organismi chemiotrofi: organi-
smi aerobi e anaerobi.
Negli organismi aerobi l’accettore finale di elettroni è l’ossigeno, invece negli organismi
anaerobi esso è costituito da una parte del materiale organico che era stato prima ossidato o
una diversa molecola.
I batteri anaerobi utilizzano come accettore finale di idrogeno varie molecole e atomi,
tra cui: l’ossigeno legato, il carbonio, l’azoto e lo zolfo, che si trovano nelle molecole del
substrato circostante.
Si possono in questo modo distinguere varie classi di organismi ad esempio i riduttori
di composti organici, i produttori di metano, i riduttori di solfati, i riduttori di nitrati e nitriti.

Ritornando ad analizzare i vari processi di demolizione, in special modo per gli organi-
smi aerobi, si possono distinguere tre fasi principali:
• Nella prima tappa le grandi molecole presenti nel substrato vengono scisse in elementi
più piccoli.
• Nella fase successiva queste piccole molecole vengono convertite in poche unità semplici,
come l’acetil coenzima A (acetil CoA)
• Questa unità viene poi convertita totalmente in CO2 e H2O nel ciclo dell’acido citrico e
nella fosforilazione ossidativa, che rappresentano l’ultima tappa del processo.

Durante il flusso di elettroni l’ATP si forma partendo da ADP e Pi. In questa fase gli
elettroni vengono trasportati dalle sostanze organiche all’ossigeno mediante dei trasportatori
che passano dalla forma ossidata a quella ridotta. Ad ogni passaggio l’energia del legame
chimico diminuisce e viene quindi resa disponibile per il microrganismo.

Vi è un altro modo di produrre ATP: tale processo chiamato fosforilazione ossidativa a


livello del substrato rappresenta la principale fonte di ATP per gli organismi aerobi.
L’acetil CoA rifornisce di unità acetile il ciclo di Krebbs, dove esse vengono completa-
mente ossidate a CO2 trasferendo al nicotinamide adenin dinucleotide (NAD+) e flavin adenin
dinucleotide (FAD) quattro coppie di elettroni per volta.
Il flusso da questi coenzimi ridotti all’ossigeno porta alla formazione di ATP (fosforila-
zione ossidativa).
Il NAD+ ed il FAD sono i principali accettori di elettroni nelle ossidazioni di molecole
organiche.
NAD + → NADH
FAD → FADH2

Trasportatori analoghi si trovano anche nei processi di sintesi cellulare.


Nelle biosintesi i precursori sono più ossidati dei prodotti, quindi oltre
all’adenosintrifosfato è necessario disporre di un potere riducente.
Il donatore di elettroni in molti casi è il NADPH la forma ridotta del nicotinamide ade-
nin dinucleotide fosfato (NADP+).
È importante notare che NADH, NADPH, FADH2 reagiscono molto lentamente con
l’ossigeno in assenza di un catalizzatore, ciò significa che sono molecole relativamente stabili
anche se contengono molta energia.
Nei processi biologici, per accelerare la velocità di reazione, intervengono dei cataliz-
5-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

zatori che controllano anche lo svolgersi del proces-


so stesso. Si tratta degli enzimi, molecole di origine
proteica che l’organismo stesso sintetizza. Essi sono
dei catalizzatori molto specifici e generalmente pos-
sono intervenire solo in una reazione.

Via metabolica del glucosio

Durante la glicolisi il glucosio viene fosforilato,


così attivato esso subisce una serie di reazioni che
lo portano a un prodotto più ossidato, l’acido piru-
vico.
Dall’acido piruvico si passa all’acetil coenzima A
mediante la perdita di una molecola di CO2 e la
formazione di una molecola di NADH2.
Durante il ciclo di Krebbs l’acetil CoA produce
CO2 e H2O e chiude in tal modo il ciclo iniziato con
la fotosintesi.

Come abbiamo già visto esistono numerose


categorie di batteri anaerobi che si differenziano fra
loro a seconda dell’accettore finale di elettroni.
1. I batteri riduttori di composti organici rigenerano
i loro coenzimi per mezzo dell’ossigeno legato,
principalmente mediante l’uso degli zuccheri. I
prodotti finali sono essenzialmente acidi, aldeidi e
alcooli.
2. I produttori di metano rigenerano i loro coenzimi
utilizzando solamente il carbonio come accettore
finale, i meccanismi sono ancora sconosciuti ma
si suppone che metabolizzino solamente gli acidi
organici.
3. Si può riconoscere l’utilità dell’interazione reci-
proca di più categorie di batteri, in questo caso
quelli di primo tipo producono il substrato uti-
lizzato dai secondi.
Figura 5.3.
Schema fondamentale di reazione:
CH3 COOH → CH4 + CO 2

4. Molto importanti per la depurazione sono anche i batteri denitrificanti che riducono ni-
trati e nitriti ad azoto gassoso.
5. I batteri riduttori di solfati, il più noto dei quali è il Desulfovibrio, riducono i solfati con
produzione di acido solfidrico .
I processi energetici che si svolgono mediante reazioni di fermentazione sono meno
redditizie dal punto di vista della resa in ATP dei processi respiratori, rispetto ai quali rappre-
sentano, con ogni probabilità, una situazione metabolica più primitiva.

1.4. SINTESI
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-5

La sintesi è il processo mediante il quale i microrganismi producono le sostanze di cui


necessitano per vivere, cresce-
re e riprodursi. PROTEINE
Il materiale cellulare è co- ATP PROTEINE
stituito di molecole formate
principalmente da catene di prodotti
LIPIDI di idrolisi
carbonio, è quindi necessario enzimatica
LIPIDI

che i batteri siano in grado di


sintetizzarlo: gli autotrofi lo ADP
POLISACCARIDI
POLISACCARIDI
possono fare utilizzando mo-
lecole inorganiche, in special
modo la CO2 ; gli altri batteri Figura 5.4. I processi di sintesi.
detti organotrofi , possono
utilizzare solo molecole orga-
niche.
I composti organici macromolecolari non hanno delle formule ben definite ma sono
costituiti in maggior parte da C, H, O, N, P con tracce di altri atomi detti oligoelementi. Sono
prodotti all’interno delle cellule durante delle reazioni biochimiche che consumano le mole-
cole di ATP prodotte durante il catabolismo.
Nei processi di sintesi la carenza di elementi nutritivi come P e N possono essere dei
fattori limitanti in quanto tali elementi devono essere presenti in maniera notevole ragguar-
devole.
Mentre le forme assimilabili di azoto possono essere molte, il fosforo è sempre richie-
sto come fosfato inorganico. In condizioni di massima velocità di crescita i rapporti tra i vari
fattori sono:
BOD5 : N : P = 100 : 5 : 1
questo fatto pone dei problemi per reflui di origine industriale dove spesso il fosforo si tro-
va in forma di polifosfato a differenza dei liquami civili dove questo rapporto è largamente
soddisfatto.
Un importantissimo effetto delle carenze nutrizionali è l’azione di selezione che agisce
sulle tipologie di microrganismi presenti, favorendo determinate popolazioni a discapito di
altre.
I processi di sintesi e di respirazione avvengono necessariamente allo stesso tempo,
poiché nessuna attività biologica è possibile se manca l’energia necessaria a compierla.
Anche a livello biochimico le reazioni nei due processi sono molto spesso identiche, ed
i materiali possono essere utilizzati indifferentemente nell’una o nell’altra funzione, questo fa
sì che tutto il sistema biologico sia molto efficiente ed in grado di affrontare, nella maggior
parte dei casi, condizioni fisiologiche o ambientali molto restrittive.

2. MICROBIOLOGIA Tabella 5.1. Microrganismi che interessano i sistemi biolo-


gici di depurazione.

2.1. GENERALITÀ Regno Specie


Alghe
I sistemi biologici di un im- Protisti: Protozoi
pianto di depurazione sono caratte- Organismi unicellulari o mul- Funghi
ticellulari senza Lieviti
rizzati da popolazioni di microrgani- Alghe azzurre
differenziazione in tessuti
smi indicati in Tabella 5.1, per la Batteri
maggior parte invisibili ad occhio Virus
5-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

nudo. Tabella 5.2. Elementi di definizione di un sistema microbico.


Come ordine di im- • principali variabili chimico-fisiche
portanza nella depurazione • identificazioni quali-quantitative degli organismi viventi
biologica si hanno i batteri, • principali reazioni chimiche associate agli organismi viventi
seguono le alghe, i virus, i • cinetica e stechiometria delle reazioni principali
protozoi, i rotiferi, i funghi • dinamica delle popolazioni e interazioni biochimiche
e le muffe. • influenze ambientali su tutte le variabili del sistema
La presenza qualitativa
e quantitativa delle specie viventi nei sistemi biologici di depurazione è intimamente legata a
due fattori:
1. relazioni alimentari esistenti nel particolare sistema microbico che coinvolgono tutte le
caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche del sistema (definite in Tabella 5.2);
2. interazioni inter e intraspecifiche dovute ai fenomeni biologici indicati in Tabella 5.3.

2.2. BATTERI

Sono protisti unicellulari dell’ordine di grandezza dei micron e peso 10-6 µg. Sono pre-
senti in numero di 1010 unità per ml di colonia e possono presentarsi in tre forme (Figura
5.5): cilindrica (bacilli), sferica (cocchi), ad elica (spirilli e vibrioni).
Si riproducono generalmente per scissione e si alimentano di sostanze solubili, le uni-
che che passano attraverso la membrana cellulare semipermeabile che li contiene.

Composizione chimica media di un batterio:


80% di acqua
20% di sostanza secca di cui
90% di materia organica (C118H170N17O51P)
10% di materia inorganica quale
P2O5 50%
SO3 15%
Na2O 11%
CaO 9%
MgO 8%
K2O 6%
Fe2O3 1%

Dal punto di vista strutturale un batterio può essere rappresentato come nella Figura
5.6.
Una eventuale capsula polisaccari-
dica ricopre membrana e parete cellulari
attraverso le quali passano i substrati
nutritivi. All’interno si differenziano al-
cune inclusioni quali i ribosomi, sede
della sintesi proteica e il materiale nu-
cleare sede delle attività genetiche e di
riproduzione. Un eventuale organo mo-
tile, il flagello, si diparte dalla membrana
cellulare e, mediante movimenti a frusta,
consente al batterio di muoversi (Figura
5.6). Figura 5.5. Rappresentazione schematica delle varie
forme sotto cui si può presentare una cellula batterica.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-7

Tabella 5.3. Fenomeni di interazione tra microrganismi.

• competizione: organismi simili si contendono lo spazio e il cibo


• predazione: una specie si nutre di un’altra
• parassitismo: un organismo vive alle spalle di un altro
• sinergismo: due organismi che possiedono un metabolismo cooperativo
• commensalismo: due organismi vivono assieme pur essendo tra loro indipendenti
• mutualismo: ciascun organismo trae beneficio dalla crescita dell’altro
• antibiosi: un organismo produce escrezioni dannose ad un altro

In condizioni estreme, alcune specie possono


sopravvivere formando spore con pareti robuste
che resistono al calore e alla carenza di alimenti.
Una interessante differenziazione dei batteri è
quella basata sul campo di temperature in cui essi
possono vivere, indicata in Tabella 5.4.
La maggior parte dei batteri in natura e negli
impianti di depurazione appartiene agli eterotrofi
aerobi e anaerobi che si nutrono di sostanza organi-
ca morta. Per questo motivo vengono detti anche
saprofiti, a differenza di quelli parassiti che otten-
gono gli elementi nutritivi da altri organismi.
Gli aerobi consumano ossigeno gassoso e so-
stanza organica per crescere e moltiplicarsi mentre
gli anaerobi, in ambiente anossico, ricavano chimi-
camente l'ossigeno legato nei nitrati e solfati.
Tra gli autotrofi chemiosintetici aerobi sono
importanti i nitrosanti che ossidano l’ammoniaca a Figura 5.6. Struttura schematica di una
cellula batterica in divisione. F = flagello,
nitriti e i nitrificanti che ossidano i nitriti in nitrati; tra N = materiale nucleare, R = reticolo (o
gli eterotrofi chemiosintetici anaerobi ci sono i deni- mesosoma), S = mucillagine extracellula-
trificanti che riducono i nitrati in azoto gassoso. re, C.M. = membrana cellulare, M.C. =
La determinazione analitica della biomassa atti- microcapsula,
capsula.
P.C. = parete cellulare, C =

va, cioè del peso dei batteri, è un problema com-


plesso a causa della difficoltà di separare i solidi
biologici attivi da quelli inerti prima della pesata, per quanto spesso non si cerchi tanto il
numero di unità di massa quanto il numero di unità di attività, intesa come velocità del meta-
bolismo.
Questo perché può verificarsi che una biomassa attiva, benché sia maggiore in peso sia
poi meno attiva dal punto di vista del metabolismo. Per avere una stima di tale attività si ri-
corre a misure più realistiche di velocità di rimozione del substrato o di velocità di consumo
di ossigeno o anche di misure di velocità deidrogenasica tramite titolazioni enzimatiche, di
DNA, di ATP ecc. Tali determinazioni, di tipo indiretto sono efficaci solo per colture batteri-
che omogenee e non per quelle miste di batteri, protozoi, rotiferi ecc. in cui non si riescono
facilmente a separare gli effetti dovuti alle singole componenti.
Per quanto riguarda il
campo dell’ingegneria sanita-
Tabella 5.4. Caratteristiche termofile dei batteri. ria, la misura più frequente,
Tipi Temperatura °C anche se poco rappresentativa
Campo di variazione Optimum dal punto di vista strettamente
Psicrofili 2-20 12-18 microbiologico, è l’analisi del
Mesofili 20-45 25-40 contenuto di solidi volatili
Termofili 45-75 55-65 (SV) indicativa della frazione
5-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

organica della sostanza secca.

2.3. VIRUS

Sono organismi unicellulari (0,01-0,1 micron) parassiti intracellulari di altri animali, in-
setti, funghi, alghe e batteri. Date le loro dimensioni sono visibili solo al microscopio elet-
tronico. Crescono e si riproducono a spese di altre cellule viventi, sono presenti nelle feci
umane e vengono smaltiti con il liquame: sono patogeni ed inducono perciò malattie.
Chimicamente sono privi di acqua, costituiti da lunghe molecole di DNA o RNA ad alto
peso molecolare (106-108) associate a strutture proteiche.
La crescita e la riproduzione dei vari virus è un processo intracellulare mediante il quale
il DNA virale modifica l’attività metabolica della cellula ospite inducendola a sintetizzare nuo-
vi virus. Questo determina un rallentamento o addirittura un blocco nelle normali attività
cellulari tanto che spesso l'ospite muore.
I virus parassiti dei batteri sono detti batteriofagi, hanno spesso struttura a sezione esa-
gonale ed una coda con cui attaccano il batterio introducendo, attraverso la membrana cel-
lulare il loro materiale genetico (DNA e RNA) che trasmette alla cellula infettata le informa-
zioni per la sintesi dei nuovi virus, che vengono liberati e dispersi nell’ambiente dopo morte
e frammentazione del batterio.
Il DNA virale può, talvolta, rimanere incluso nel DNA batterico in uno stato latente
(stato lisogenico) senza indurre modificazioni nella normale attività batterica se non succes-
sivamente nel tempo.

2.4. ALGHE

Sono protisti unicellulari o pluricellulari autotrofi fotosintetici. Si presentano in diversi


colori (verdi, rosse, brune ecc.) a causa dei pigmenti che accompagnano la clorofilla (carote-
noidi, xantofilline, fitocianine). La fotosintesi clorofilliana consente loro di produrre sostan-
za organica a partire da CO2 e H2O, e ossigeno gassoso come prodotto di rifiuto del metabo-
lismo.
Qualora in un lagunaggio si utilizzino delle alghe risulta particolarmente importante la
produzione di ossigeno perché consente un’aerazione naturale del liquame. Ovviamente,
poiché la fonte di energia è quella solare, è importante che l’ambiente acquoso sia sufficien-
temente trasparente da permetterne la penetrazione.
Per la depurazione biologica si considerano solitamente microalghe unicellulari per le
quali è stata proposta una formula empirica pari a C5H8O2N.

2.5. FUNGHI

Sono microrganismi molto diffusi in natura specie in ambienti non molto umidi dove
possono competere ecologicamente coi batteri. Il loro metabolismo è in genere eterotrofo,
aerobico, saprofito; possono crescere liberi, alcuni invece sono parassiti di animali e altri
patogeni di piante.
Le cellule dei funghi formano lunghe strutture filamentose nucleate dette ife, larghe 4-
20 mm.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-9

2.6. LIEVITI E MUFFE

Tipi particolari di funghi sono i lieviti e le muffe.


I lieviti sono sia aerobi che anaerobi, crescono su un mezzo solido in colonie simili a
quelle batteriche; molti sono in grado di effettuare la fermentazione alcolica degli zuccheri.
Per questo sono solitamente usati per la fermentazione industriale nei processi di cottura del
pane, di distillazione e preparazione della birra.
In condizioni anaerobiche trasformano appunto lo zucchero in alcool e si riproducono
a velocità minore, mentre in condizioni aerobiche la loro crescita è più veloce ma senza
produzione di alcool.
Le muffe hanno struttura filamentosa e ramificata, sono organismi multicellulari non
fotosintetizzanti, eterotrofi e aerobi; crescono meglio in soluzioni acide ad elevato tasso
zuccherino (si sviluppano di frequente sulla superficie della frutta marcia).
Per via della loro natura filamentosa abbassano, nei fanghi attivi, la sedimentazione dei
flocculati. Una crescita indesiderata avviene negli scarichi acidi, quali quelli industriali ad alto
tenore zuccherino. Una soluzione è quella di aggiungere sostanze alcaline per aumentare il
pH. In acque di scarico con alte concentrazioni di carboidrati talvolta si addiziona ammonia-
ca per sopprimere le muffe e incrementare lo sviluppo di batteri.

2.7. COMPOSIZIONE CHIMICA DEI MICRORGANISMI

È molto variabile in funzione del substrato di crescita, dello stadio di vita, della velocità
di crescita e dell’ambiente chimico-fisico. Ciò detto in Tabella 5.5 si riportano a titolo pura-
mente indicativo la composizione chimica, la densità, il peso secco e la formula stechiome-
trica dei singoli microrganismi. Tranne i virus che sono costituiti interamente o quasi di nu-
cleoproteine, gli altri organismi contengono circa l’80% di acqua; il 50% del peso secco rap-
presenta il contenuto proteico dei batteri, lieviti e alghe unicellulari mentre per i funghi,
strutturalmente più complessi, questo diminuisce a favore dei componenti polisaccaridici
inerti. L’azoto costituisce il 10% del peso secco dei batteri, lieviti e alghe unicellulari, mentre
per i funghi è solo del 5%.

Tabella 5.5. Composizione chimica, densità e peso secco dei microrganismi ottenuti in colture.

Composizione (% di peso secco)


Microrga- Formula Proteine Lipidi Acidi Popolazione in Peso secco in
nismo empirica nucleici coltura (n°/ml) coltura (g/100 ml)
Virus - 50-90 <1 5-50 108-109 0.0005*
Batteri C5H7O2N 40-50 10-15 13-25 108-104 0.02-2.9
Funghi C10H17O6N 10-25 2-7 1-3 - 3-5
filamentosi
Lieviti - 40-50 1-6 4-10 108 1-5
7
Microalghe C5H8O2N 10-60 4-80 1-5 10 0.4-0.9
unicellulari
* Per un virus di 200 µm di diametro.

2.8. LA MICROFAUNA DEI FANGHI ATTIVI

Gli ambienti biologici per il trattamento dei liquami sono a tutti gli effetti degli ecosi-
5-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

stemi artificiali sottoposti a


condizioni estreme, in cui la
struttura tecnologica dell'impianto
biocenosi che si sviluppa nella S Componenti abiotiche

vasca di aerazione di un im- T


decompositori (batteri, funghi,
pianto a fanghi attivi con pe- R Componenti biotiche diversi flagellati), consumatori
culiari componenti e fattori, U (ciliati, flagellati, piccoli metazoi)

segue precise dinamiche nel T fisici (clima, temperatura, luce,


turbolenza), chimici (natura del
tempo e nello spazio (Figura T Fattori abiotici
liquame, ossigeno disciolto), alimentari

5.7). U (qualità e quantità di cibo)

La componente biotica è R relazioni intra- e interspecifiche


Fattori biotici
A (competizione, predazione)
rappresentata dai decomposi-
tori (batteri, funghi) che pren-
F
dono energia per il loro svi- U
luppo dalla sostanza organica N
Z
Nello spazio catene e reti alimentari
disciolta, e dai consumatori I
O
(protozoi, rizopodi, ciliati, fla- N
A Nel tempo successione ecologica
gellati e piccoli metazoi) che M
E
predano i batteri dispersi e altri N
microrganismi. T
O
La microfauna è costituita
dai protozoi: organismi aerobi Figura 5.7. Struttura dell’ecosistema artificiale "fango attivo".
acquatici unicellulari che si
moltiplicano per scissione bi-
naria. Hanno un apparato digerente complesso e si nutrono di materiale organico solido (al-
cuni di loro anche di quello in soluzione). All'interno di un impianto di depurazione li si tro-
va nei fanghi attivi, nei biofiltri e negli stagni di ossidazione nonché nelle acque naturali. Essi
rappresentano un anello fondamentale nella catena alimentare acquatica poiché ingeriscono
batteri e alghe.
I protozoi ciliati sono molto numerosi in tutti i processi di trattamento aerobico. La lo-
ro densità nel liquame è dell’ordine di 104 cellule per ml di miscela aerata di fango attivo,
rappresentando circa il 9% del peso secco. La maggior parte dei ciliati, i batteriofagi si nu-
trono di batteri dispersi mentre alcuni di essi, i carnivori, predano altri ciliati.
Sulla base del loro comportamento si individuano tre gruppi funzionali:
1. natanti (free-swimmers) che nuotano nella frazione liquida e rimangono in sospensione
anche nella vasca di sedimentazione;
2. mobili di fondo (crawlers)
che abitano la superficie del
fiocco di fango e si sposta- ciliati
no con l'aiuto di particolari carnivori
cilia (cirri);
3. sessili (attached) stabil- ciliati
mente fissati mediante un filtratori
peduncolo al fiocco di fan-
go, sicché precipitano con batteri batteri
flagellati
esso durante la sedimenta- dispersi flocculanti
zione;
sostanza organica
È stato dimostrato che i
protozoi ciliati migliorano la
qualità dell’effluente attraverso Figura 5.8. Rete trofica nei fanghi attivi. Le frecce indicano il per-
la predazione dei batteri di- corso della materia e dell’energia.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-11

spersi nel mixed-liquor; al contrario, in loro assenza, l’effluente può essere caratterizzato da
un BOD e una torbidità elevati.
Nella vasca di aerazione si stabilisce una vera e propria rete trofica, semplificata in Figu-
ra 5.8.
La continua competizione delle popolazioni di microrganismi, i decompositori da una
parte e i consumatori-predatori dall’altra, crea oscillazioni e successioni di popolazioni (cre-
scita di una a sfavore di un’altra) tra le varie specie, sino al raggiungimento di una stabilità
dinamica. Questa è strettamente dipendente dalle caratteristiche progettuali, dal tipo di re-
fluo e dalle manovre gestionali attuate nell'impianto al fine di garantire la maggior efficienza
depurativa.

2.9. I PROTOZOI COME INDICATORI

Ricerche effettuate sulla successione delle popolazioni nei fanghi attivi, hanno eviden-
ziato il ruolo dei protozoi come indicatori del rendimento di depurazione e dimostrato
l’effetto determinante delle condizioni ambientali nella vasca di aerazione (sue dimensioni,
carico organico, tipo di liquame aerazione ed età del fango) sulla comunità dei ciliati. Im-
portanti ricerche sulla dinamica di colonizzazione della microfauna, hanno portato
all’identificazione di tre distinte fasi, dall’innesco del sistema biologico fino al funziona-
mento a regime.
1. La fase iniziale presenta le specie tipiche del liquame da trattare, principalmente ciliati
natanti e flagellati (Colpidium, Cyclidium, Paramecium) che sono indipendenti dalla presenza
di fango.
2. Nella seconda fase si ha lo sviluppo dei ciliati tipici dello stadio di aerazione, con un au-
mento in varietà del loro numero in relazione all’aumento della quantità di fango: le for-
me natanti sono gradualmente sostituite da quelle sessili e mobili di fondo.
3. L’ultima fase riflette, nella composizione della comunità, la stabilità raggiunta nella vasca
di aerazione con un bilanciamento tra carico organico e fango prodotto, rimosso e rici-

Tabella 5.6. Alcune situazioni particolari nel funzionamento dell’impianto che possono essere rilevate
all’analisi microscopica.

Gruppo dominante Efficienza Possibili cause

impianto in fase di attivazione


Piccoli flagellati scarsa fango poco ossigenato; carico troppo forte;
apporto di sostanze in fermentazione
Piccoli ciliati natanti (<50 micron) mediocre Tempo di contatto del liquame troppo breve;
fango poco ossigenato
Grandi ciliati natanti (>50 micron) mediocre Carico troppo forte
Ciliati mobili di fondo buona
Ciliati sessili e mobili di fondo buona
Fenomeni transitori (carico discontinuo;
Ciliati sessili in ribasso estrazione recente di fanghi;
lento tempo di ricircolo)
Piccole amebe nude e flagellati scarsa Carico elevato non facilmente biodegradabile
Amebe con teca buona Basso carico del fango; liquame diluito;
buona nitrificazione
5-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

clato. In essa si trovano specie tipiche sessili come Epistylis, Vorticella e ciliati mobili di
fondo come Aspidisca.
Un impianto a regime non dovrebbe, quindi, ospitare specie proprie della fase di colo-
nizzazione a meno di malfunzionamenti come perdite di fango, carenze di ossigenazione,
variazioni del tempo di ritenzione, dell’età del fango e variazioni importanti del carico orga-
nico in ingresso. È evidente che conoscere la struttura della microfauna costituisce un valido
strumento diagnostico che integra bene gli usuali parametri di valutazione di un impianto.
In sintesi un fango attivo efficiente presenta le seguenti caratteristiche:
• alta densità della microfauna (>10 microrganismi per litro);
6

• microfauna composta principalmente da forme mobili di fondo e sessili, con flagellati


praticamente assenti;
• comunità altamente diversificata, dove nessun gruppo o specie domina numericamente
sugli altri oltre un fattore 10;
Quando si presenta un quadro diverso da questo, l’identificazione di un gruppo domi-
nante permette di ipotizzare il particolare stato di mal-funzionamento. Alcuni esempi sono
riportati in Tabella 5.6.

2.10. LA STRUTTURA DEL FIOCCO DI FANGO ATTIVO

Tra le innumerevoli varietà di microrganismi che caratterizzano un fango biologico, ce


ne sono alcune che maggiormente influenzano la formazione del fiocco di fango. Nella fase
di avviamento si formano taluni microrganismi detti fiocco-formatori, capaci di aggregarsi
in piccoli fiocchi di 50-70 micron (microstruttura); sono eterotrofi appartengono ai generi
Achobacter, Pseudomonas, Flavobacterium, Alcaligenes, Arthrobacter, Citromonas, Zoogleas. Il fiocco
contiene anche sostanze organiche e inorganiche provenienti dal liquame da depurare e al-
cune sostanze polimeriche prodotte dai batteri, che possono esercitare un ruolo importante

Tabella 5.7. Cause ed effetti dei problemi di separazione del fango attivo dovuti ad alterazioni nella mi-
crostruttura.

PROBLEMA CAUSA EFFETTO


I batteri non aderiscono più gli uni agli
altri; sono dispersi in unità singole o
piccole colonie; la bioflocculazione è
Crescita dispersa impedita. I meccanismi che sono alla Effluente torbido; incapa-
base del fenomeno non sono ancora cità del fango a sedimen-
chiariti: probabilmente una troppo ri- tare.
dotta produzione di materiale extracel-
lulare aggregante.
Produzione in eccesso di materiale ex-
tracellulare da parte dei “floc-forming”. I
batteri si trovano dispersi in una massa Velocità di compattazione
gelatinosa che trattiene grandi quantità e sedimentazione molto
Bulking vischioso, di acqua. Formazione di un fiocco vi- ridotte. È ostacolata la se-
gelatinoso o zoo- schioso, poco compatto e difficilmente parazione dei solidi dalla
gleale sedimentabile. Talvolta formazione di fase liquida con fuoriuscita
schiume vischiose alla superficie del di fango dall’effluente.
sedimentatore. Il test effettuato con in-
chiostro di china evidenzia molto bene
tale situazione.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-13

nella bioflocculazione del fango attivo.


La capacità dei piccoli fiocchi di formarne di più grandi (macrostruttura) è dovuta alla
colonizzazione e crescita dei microrganismi filamentosi che, sviluppandosi in lunghe catene
e in varie direzioni, aggregano i piccoli fiocchi in formazioni irregolari, costituendo una sorta
di scheletro portante.

2.10.1. Alterazioni della microstruttura

Esistono inconvenienti che portano all’alterazione della microstruttura agendo su mec-


canismi di aggregazione e bioflocculazione (Tabella 5.7).
Nella crescita dispersa i batteri, per motivi non ancora chiari, non sono capaci di aggre-
garsi in fiocchi e di sedimentare.
Nel caso di iperproduzione di materiale extracellulare, i batteri si trovano immersi in
una massa gelatinosa con formazione di fiocchi viscosi, poco compatti e difficilmente sedi-
mentabili. Questo fenomeno è il cosiddetto bulking non filamentoso o bulking vischio-
so o anche bulking zoogleale. Le cause non sono chiare anche se sembrano da imputarsi
ad una carenza di nutrienti o a un’eccessiva presenza di sostanze facilmente biodegradabili.

2.10.2. Alterazioni della macrostruttura

In un fiocco ideale i microrganismi filamentosi e fiocco-formatori crescono in equili-

Tabella 5.8. Cause ed effetti dei problemi di separazione del fango attivo dovuti ad alterazioni nella ma-
crostruttura.

PROBLEMA CAUSA EFFETTI


Fiocchi piccoli, compatti, deboli, Basso indice di volume del fango (SVI),
Pin point grossolanamente sferici, i più grandi effluente torbido.
dei quali sedimentano rapidamente,
i più piccoli molto lentamente.
Alto SVI. Problemi di compattazione del
materiale sedimentato. Surnatante molto
limpido. Il fango diviene sempre meno
Grande abbondanza di organismi compatto provocando un progressivo ab-
Bulking filamentosi che si estendono fuori bassamento di concentrazione di solidi so-
del fiocco. spesi nel fango di riciclo e quindi in vasca
di ossidazione. Col tempo il fango risale
completamente per tutto lo spessore della
fase liquida del sedimentatore e fuoriesce
con l’effluente.
Rilascio di azoto gassoso a causa
Risalita dei dell’insorgenza di fenomeni di deni- Presenza di fango alla superficie del se-
fiocchi trificazione nel sedimentatore se- dimentatore secondario.
condario e intrappolamento delle
bolle nei fiocchi di fango. Risalita
dei fiocchi in superficie.
Grandi quantità di schiuma sulla superficie
Formazione Tensioattivi scarsamente biodegra- delle unità di trattamento. Le schiume de-
di schiume dabili. rivanti dalla presenza di Nocardia e Mi-
crothrix, sono molto persistenti e tenaci,
difficili da rompere meccanicamente. Ac-
cumulo di schiuma, fenomeni di putrefa-
zione.
5-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

brio.
Se i primi prendo-
no sopravvento e colo-
nizzano completa-
mente i fiocchi lan-
ciando dei ponti tra di
essi, si creano delle
grandi formazioni in-
capaci di sedimentare.
Tale fenomeno è detto
Figura 5.9. Influenza degli organismi filamentosi sul fango attivo. bulking filamentoso.
A) normale fango attivo con filamenti interni, grosso fiocco, basso SVI,
surnatante limpido. Quando questo si veri-
B) bulking filamentoso: i filamenti sono presenti anche all'esterno del fioc- fica compattazione e
co causando interferenze con altri fiocchi e ostacolando la sedimentazione: sedimentabilità del fan-
alto SVI e pochi solidi sospesi dispersi.
C) pin point: fiocchi piccoli, basso SVI, effluente torbido e ricco di piccoli
go dipendono dal tipo
solidi sospesi. e dalla quantità di batte-
ri filamentosi presenti.
Se al contrario i filamentosi sono assenti, si verifica una particolare condizione detta
pin point, per la quale i fiocchi più grandi e compatti sedimentano molto rapidamente
mentre quelli troppo piccoli e leggeri per sedimentare, fuoriescono con l’effluente. Nel
complesso la struttura del fiocco risulta debole e gli aggregati più grandi tendono facilmente
a sfaldarsi.
La Tabella 5.8 riassume queste situazioni.

Riassumiamo l’effetto della presenza di organismi filamentosi sulla macrostruttura del


fiocco (Figura 5.9):

• fiocco di fango attivo ideale senza bulking:


∗ organismi filamentosi e floc-forming in equilibrio
∗ fiocco grande e forte
∗ nessuna interferenza da parte dei filamentosi
∗ surnatante limpido
∗ basso SVI
• Pin point:
∗ organismi filamentosi assenti
∗ fiocchi piccoli e deboli
∗ surnatante torbido
∗ basso SVI
• Bulking filamentoso:
∗ organismi filamentosi abbondanti
∗ fiocchi grandi e forti
∗ problemi di compattazione e sedimentabilità del fiocco
∗ surnatante limpido
∗ alto SVI
∗ fuoriuscita di fango con effluente dopo qualche tempo
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-15

3. CENNI DI REATTORISTICA BIOLOGICA

3.1. INTRODUZIONE

Nei processi di depurazione biologica assumono fondamentale importanza le strutture


che permettono al loro interno lo svolgersi delle reazioni di abbattimento del substrato su
cui cresce la coltura di microrganismi.
Lo studio di tali strutture dette reattori biologici si basa sull’analisi delle modalità di
alimentazione del substrato. A questo proposito si distinguono:

1. Alimentazione a carica singola: tale metodologia prevede una alimentazione iniziale


del substrato e quindi una successiva variazione nel tempo dello stesso. I reattori nei
quali si realizza tale processo sono denominati reattori batch. Successivamente
all’alimentazione si verifica una variazione nel tempo della concentrazione di substrato; si
assume che tale variazione sia solo temporale in quanto si ipotizza una completa miscela-
zione del reattore in modo da ritenere trascurabili i gradienti spaziali di concentrazione.
2. Alimentazione continua: il substrato viene alimentato con continuità nel reattore; in
questo caso le particelle che entrano nella vasca sono omogeneamente disperse in tutto il
suo volume in cui manca qualsiasi gradiente di concentrazione. Il contenuto del reattore
è cioè omogeneo e presenta la stessa composizione della corrente uscente. Questa meto-
dologia induce sempre più ad attivare studi approfonditi sul comportamento fluidodina-
mico del reattore che risulta invece del tutto ininfluente nei reattori a carica singola. È
proprio in funzione del comportamento idraulico indotto dalla geometria e dalle modalità
di gestione che è possibile effettuare la seguente classificazione:
• reattori a miscelazione completa: per effetto della miscelazione si suppone nulla la
variazione di concentrazione nello spazio e conseguentemente nel tempo. Ad essi si
possono assimilare le vasche a fanghi attivi, i digestori, le vasche di nitrificazione e de-
nitrificazione a biomassa sospesa.
• reattori a pistone o plug-flow: essendo privi di mescolamento si sviluppa un profilo
di concentrazione di substrato nello spazio e nel tempo lungo il reattore. Ad essi
possono essere assimilati i letti percolatori, i sistemi di lagune multistadio ed in
prima approssimazione anche i corsi d'acqua.

Si ricorda come la gestione di queste reazioni si basa essenzialmente sull’analisi della ci-
netica di reazione e non tanto dalle condizioni di equilibrio chimico, l’eventuale dosaggio di
sostanze va fatto tenendo conto dei tempi a disposizione dati dal reattore e in relazione alla
cinetica del processo. Ecco come immissioni coerenti a rapporti stechiometrici risultano
essere completamente inadeguate.
Nei processi microbiologici si deve tenere conto che la velocità di reazione è correlata
all’incremento della biomassa batterica al contrario di quanto avviene per reagenti chimici
nei quali la velocità è unicamente funzione della concentrazione della specie.

3.2. FUNZIONAMENTO IDEALE

Per poter affrontare lo studio delle reazioni coinvolte dai processi biologici e legate alle
condizioni idrodinamiche indotte dal reattore, si rende necessaria la schematizzazione dei
processi attraverso modelli semplificati. Di seguito si riporta una analisi dei vari processi fa-
cendo riferimento a reattori ideali.
5-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3.3. CONSIDERAZIONI PRELIMINARI

La trattazione matematica prevede la scrittura dell’equazione di conservazione della


massa; l’equazione del bilancio di massa applicata al volume di controllo può essere espressa
nei seguenti termini:

variazione di concentrazione = flusso in entrata - flusso in uscita + generazione di massa

Espresso in formule riferendosi alla Figura 5.10 il tutto può essere espresso come:
dC
V⋅ = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
dove:
V = volume del reattore;
Q = portata in entrata e in uscita
dal reattore; Q, C0 Q, C
Volume di
C0 = concentrazione nell’influente; controllo (V)
C = concentrazione nell’effluente;
rc = velocità di reazione espres-
sa da una cinetica del primo ordine
secondo la formula rc = -K·C. Figura 5.10. Conservazione della massa in un reattore
ideale.

3.4. REATTORI BATCH (IDEALI)

In questo reattore il liquame viene in-


trodotto all’inizio delle operazioni e vi viene
mantenuto per tutta la durata della reazione,
senza nessuna nuova alimentazione.
Il tempo di ritenzione idraulica è uguale
per tutte le particelle e coincide col tempo di V, C
reazione pari cioè al tempo intercorrente tra
l’alimentazione e lo scarico del reattore stes-
so.
La velocità di reazione e quindi di rimo- Figura 5.11. Reattore batch.
zione del substrato sono perciò solo funzio-
ne del tempo e non dello spazio.
Dall’equazione di continuità:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
e considerando di non avere immissioni continue (Q=0), si ottiene:
dC
⋅ V = rc ⋅ V
dt
Inoltre se si suppone un processo con cinetica del primo ordine del tipo rc = -K·C, di-
venta:
dC
= −K ⋅ C
dt
Integrando questa equazione tra il valore di concentrazione iniziale C0 e la concentra-
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-17

zione al tempo C al tempo t, si ottiene:


C t
dC

C0
C
= −K ⋅ dt ∫
0
− K⋅t
C = C0 ⋅ e

Si ricava che l’andamento nel tempo della concentrazione di substrato è di tipo espo-
nenziale e la velocità di reazione è governata dalla
costante cinetica di reazione K.
I processi discontinui sono raramente appli-
cati nella depurazione delle acque. Trovano impie-
Concentrazione

go in circostanze particolari nel caso di volumi di


scarico piccoli o fortemente discontinui. Un esem-
pio caratteristico si ha negli stagni biologici ad ac-
cumulo per lavorazioni a carattere stagionale (zuc-
cherifici, industrie conserviere e simili), ove tuttavia
Tempo
manca una miscelazione completa. Un reattore di-
scontinuo completamente miscelato è invece rap-
Figura 5.12. Concentrazione nel tempo. presentato dalle celle per la determinazione del
BOD con il metodo respirometrico.

3.5. REATTORI CONTINUI A MISCELAZIONE COMPLETA

In questo tipo di reattore le particelle soli-


de e liquide che entrano in continuazione ven-
gono disperse in tutto il volume dall’intensa mi-
Q, C0
scelazione. In questo modo si intuisce che vi Q, C

saranno particelle il cui tempo di ritenzione sarà


maggiore o minore del tempo di ritenzione V, C

idraulica.
La risposta ad un segnale a gradino (con-
centrazione di alimentazione C0 , a partire dal
tempo t0) può essere calcolata scrivendo Figura 5.13. Reattore continuo.
l’equazione di continuità:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
Nella maggior parte dei processi, la rimozione del substrato segue una cinetica del pri-
mo ordine; l’equazione si modifica come:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C − K ⋅ C ⋅ V
dt
dC  Q  Q
+  +K  ⋅ C = ⋅ C 0
dt  V  V
β

dC Q
+ β ⋅ C = ⋅ C0
dt V
Ci si riduce alla integrazione di una equazione differenziale del primo ordine nella va-
5-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

riabile temporale t. Infatti nell’ipotesi di reattore ideale non si ha dipendenza delle grandezze
dalle variabili spaziali.

 dy(t)
+ P(t) ⋅ y = R(t )
 dt
 y(a) = b
t


y(t ) = b ⋅ e − A( t ) + e − A( t) R(z) ⋅ eA ( z) ⋅ dz
a
dove
t


A(t) = P(z) ⋅ dz
a
Nel nostro caso:
P(t ) = β
Q
R(t) = C0 ⋅
V
a=0
Y(0) = b = C(0) = C 0

Quindi:
t


A(t) = β ⋅ dz = β ⋅ t
0
t
Q
∫ V ⋅C
− β ⋅t −β⋅ t
C = C0 ⋅ e +e ⋅ 0 ⋅ eβ⋅z ⋅ dz
0
t
Q C0
C = C 0 ⋅ e − β ⋅t + e − β ⋅ t ⋅ ⋅
V β ∫
⋅ β ⋅ eβ⋅z dz
0

Q C0
C = C0 ⋅ e − β ⋅ t + ⋅ ⋅ (eβ ⋅ t − 1) ⋅ e −β ⋅ t
V β
Q C0
C = C0 ⋅ e − β ⋅ t + ⋅ ⋅ (1 − e −β⋅ t )
V β

t→∞

Q C0 Q ⋅ C0 C0
C= ⋅ = =
V β Q V
V ⋅ ( + K) 1 + K ⋅
V Q

Dall’analisi del risultato risulta evidente come la risposta al gradino di concentrazione


iniziale sia un andamento esponenziale nel tempo che tende asintoticamente ad un valore
costante di concentrazione.
Questo tipo di reattori sono generalmente di pianta circolare o quadrata.

3.6. REATTORI CONTINUI A PISTONE (PLUG FLOW)

Si tratta di un reattore in cui la dimensione longitudinale è più sviluppata rispetto alle


Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-19

altre. La dispersione longitudinale è nulla,


∆x
mentre si ammette una perfetta miscelazione
in ogni sezione normale a tale direzione. Q, C0 Q, C
L’effluente, alimentato con continuità, viene
∆V
pertanto scaricato nella medesima succes-
sione con cui è entrato nel reattore; durante x x+∆x
il percorso, l’elemento di fluido mantiene la
sua identità, con un tempo di permanenza
uniforme ed uguale a quello teorico di per- Figura 5.14. Reattore con flusso a pistone.
manenza nella vasca, dato dal rapporto tra il
volume (V) e la portata introdotta (Q). Tale comportamento può essere messo in luce intro-
ducendo un tracciante conservativo nella corrente entrante (segnale) ed osservando la con-
centrazione del traccianta all’uscita (risposta). Per un segnale a gradino (con introduzione del
tracciante con una concentrazione costante C ) con inizio al tempo t0 , si osserva in uscita la
medesima concentrazione a partire dal tempo t0+V/Q. Analogamente un segnale ad impulso,
alimentato per un tempo t , appare in uscita con la medesima concentrazione di alimenta-
zione per un tempo t e con un ritardo pari a V/Q. il comportamento di questo tipo di
reattore, può quindi essere assimilato a quello di infiniti reattori batch che si spostino
dall’ingresso all’uscita senza interferire tra loro.
Applicando l’equazione di continuità ad una sezione del reattore si ottiene:
∂C
⋅ ∆V = Q ⋅ C x − Q ⋅ C x + ∆x + rc ⋅ ∆V
∂t
∂C ∆C
⋅ ∆V = Q ⋅ C − Q ⋅ (C + ⋅ ∆x) + rc ⋅ ∆V
∂t ∆x
∆V = A ⋅ ∆x
∂C ∆C
⋅ A ⋅ ∆x = −Q ⋅ ⋅ ∆x + rc ⋅ A ⋅ ∆x
∂t ∆x
∂C Q ∂C
=− ⋅ + rc
∂t A ∂x

e considerando una reazione del primo ordine si ottiene:


∂C Q ∂C
=− ⋅ −K⋅C
∂t A ∂x
Supponendo la concentrazione costante nel tempo e facendo tendere a 0 lo spessore
∆x :
Q ∂C
⋅ = −K ⋅ C
A ∂x
∂C A
= −K ⋅ ⋅ dx
C Q
C x
dC A

C0
K⋅C ∫
= − ⋅ dx
Q
0

1 C A
⋅ ln = − ⋅x
K C0 Q
1 C V x x
⋅ ln = − ⋅ = −ϑ ⋅
K C0 Q L L

dove ϑ è il tempo di residenza idraulica del reattore.


5-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

x
− K ⋅ϑ⋅
C = C0 ⋅ e L

Tale relazione fornisce il profilo di concentrazione lungo il reattore e quindi nello spa-
zio. Un dato importante è la concentrazione che si raggiunge nella sezione terminale del
reattore (per x=L):
C = C0 ⋅ e −K⋅ϑ

In questo modello ideale si è supposto nullo l’effetto della miscelazione longitudinale;


chiaramente tale limitazione impedisce l’applicazione di questo modello ad un contesto
quale quello di un corso d’acqua naturale.

3.7. DEVIAZIONI DEI REATTORI DALLE CONDIZIONI IDEALI

In genere nella realtà il comportamento idraulico delle particelle che si muovono nel
reattore devia dall’idealità e dai modelli matematici finora visti.
In relazione al tipo di reattore si verificano comportamenti reali diversi:

1) Reattori batch: le deviazioni dalle condizioni di idealità consistono nella non perfetta
miscelazione che determina disuniformità in punti diversi del reattore.

2) Reattori continui completamente miscelati: nei casi pratici le cause che inducono una
situazione non ideale si possono ricondurre a:
• formazione di zone morte, cioè porzioni non interessate al rimescolamento, dovute
sia alla forma del reattore, sia al sistema di agitazione o al sottodimensionamento di
questo;
• formazione di corto circuiti preferenziali, dovuti a una carenza di mescolamento o ad
una cattiva disposizione delle bocche di ingresso e uscita del liquido.

3) Reattori continui a pistone (plug-flow): molto interessante risulta l’analisi di questi


processi reali in analogia con fenomeni di depurazione naturali in un corso d’acqua. Le
deviazioni dalle condizioni ideali si riconducono essenzialmente a:
• miscelazione longitudinale dovuta a turbolenza (corsi d’acqua turbolenti e vasche a
fanghi attivi;
• flussi laminari preferenziali, frequenti nei corsi d’acqua naturali legati alla forma
dell’alveo;
• percorsi preferenziali nei reattori a letto fisso come i letti percolatori o i biofiltri, do-
vuti alla non omogeneità del materiale di riempimento, alla sfavorevole distribuzione
del flusso all’ingresso e all’uscita o alla formazione di sacche gassose.

In termini di resa depurativa la convenienza è quindi per il reattore con flusso a pistone
ma nella realtà la maggioranza dei reattori è concepita secondo il modello a miscelazione
completa grazie alla sua maggiore stabilità di funzionamento con conseguente capacità di as-
sorbire (diluendoli in tutto il volume della vasca) eventuali effetti tossici.
Un tipico schema intermedio è costituito dai processi pluristadio (serie di reattori a mi-
scelazione completa) utilizzati nel caso di elevate concentrazioni di substrato (solitamente
industriali). Si ottiene in tal modo un sensibile aumento della velocità di rimozione negli sta-
di iniziali.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-21

3.8. VERIFICA DI FUNZIONAMENTO

La verifica del comportamento idrodinamico dei bacini ossidativi costituisce una in-
formazione essenziale per diagnosticarne il livello di funzionalità.
Attraverso tale verifica (sperimentale) si perviene infatti all'identificazione del modello
di funzionamento idraulico e ciò consente in generale di spiegare la maggior parte delle
anomalie funzionali o comunque di rendere conto del grado di efficienza dei bacini esami-
nati.
Le indagini sperimentali da noi effettuate (vedi esempi successivi) hanno messo in luce
come sovente non si realizzano in pratica le condizioni idrauliche teoricamente previste.
L'identificazione del comportamento idraulico del sistema viene condotta secondo le 2 fasi
sotto descritte:
1) Fase sperimentale - Si ricostruisce il comportamento "reale" della vasca attraverso la
registrazione della sua R.T.D. (Retention Time Distribution) in uscita. Ciò significa, in prati-
ca, rilevare le risposte del sistema a perturbazioni artificialmente indotte mediante traccianti.
Il tracciante (una soluzione quasi satura di NaCl) può essere immesso nella corrente in en-
trata con diverse modalità, tra le quali di uso più comune sono quelle che simulano dei se-
gnali di tipo "ad impulso" o "a scalino": nel primo caso, il tracciante viene iniettato istanta-
neamente all’ingresso del bacino in esame e di tale iniezione si registrano poi nel tempo gli
effetti in uscita attraverso la misura in continuo della concentrazione del tracciante stesso;
nel secondo caso il tracciante viene iniettato, da un certo istante in poi, con portata e con-
centrazione costante nella corrente d'ingresso e, analogamente a prima, l'R.T.D. che si ricava
è il risultato della registrazione in continuo della concentrazione di tracciante in uscita.
2) Elaborazione dei modelli di simulazione - Consiste, in pratica, una volta disponibile
l'R.T.D. "sperimentale", nel confronto tra la medesima e le curve R.T.D. corrispondenti ai
modelli teorici che meglio si adattano al caso reale. In concreto, si utilizzano i modelli teori-
ci disponibili presso la letteratura specializzata (reattoristica chimica)o convenientemente
elaborati allo scopo. I principali modelli teorici utilizzati in sede di confronto, che permet-
tono di identificare in maniera soddisfacente il comportamento idrodinamico di un bacino
ossidativo sono evidenziati nelle Figure 5.15 e 5.16, che descrivono il caso di iniezione "ad
impulso" e "a scalino".
Tra le caratteristiche operative da tener presenti per la significatività della prova in esa-
me vanno ricordate:
a) la necessita che la verifica sperimentale avvenga nelle condizioni di "reale" funzio-
namento dei bacini ossidativi (cioè con portata di liquame e di fango di ricircolo e sistema di
aerazione operanti a regime);
b) la necessità che la durata della prova superi abbondantemente il tempo medio di ri-
tenzione idraulico.

Figura 5.16. Risposta di un reattore con flusso a pisto-


ne ad un segnale a gradino e ad impulso.

Figura 5.15. Concentrazione nel tempo


come conseguenza di un segnale a gradi-
no.
5-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Capitolo 6

PROCESSI A BIOMASSA SOSPESA

1. PRINCIPI GENERALI

I processi a biomassa sospesa, come del resto ogni processo di autodepurazione natu-
rale, sono essenzialmente di tipo biologico: alla base di tali processi vi è l’azione di batteri,
sia aerobi che anaerobi, che utilizzano il materiale organico biodegradabile come substrato
nutritizio. Per poter comprendere e quantificare l’effetto depurativo che esercita un fango
attivo è dunque necessario conoscere le leggi fondamentali che descrivono la riproduzione e
la crescita delle specie batteriche che si sviluppano nel reattore biologico e la velocità con cui
tali batteri sono in grado di rimuovere la sostanza organica presente nel refluo.

1.1. CRESCITA BATTERICA

Il meccanismo fondamentale per la riproduzione dei batteri è la scissione binaria, ov-


vero ogni singola cellula si divide con la formazione di due nuovi organismi. La velocità di
crescita batterica o il tempo di generazione (tg=intervallo tra due successive scissioni) varia
non solo a seconda delle specie considerate, ma anche in funzione della natura del substrato,
della sua disponibilità, della carenza di ossigeno o di altro accettore di elettroni e della tem-
peratura in cui i batteri sono costretti ad operare; esso può variare da pochi minuti a qualche
ora. Nella valutazione della biomassa batterica è inoltre necessario tenere in considerazione i
fenomeni di morte e di scomparsa batterica. Assunti dunque tutti questi parametri di in-
fluenza è possibile scrivere la seguente espressione:
dX  dX   dX 
=  −  = µ ⋅ X − bh ⋅ X = ( µ − bh ) ⋅ X (6.1)
dt  dt  crescita  dt  sc om parsa
dove:
X = massa batterica presente al tempo t;
µ = velocità di crescita batterica [d-1];
6-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

bh = velocità di scomparsa batterica [d-1];


e dividendo per il volume, la relazione si scrive nel modo seguente:
dx
= ( µ − bh ) ⋅ x (6.2)
dt
con x = concentrazione batterica [kg/m3].
Se alla presente equazione si aggiunge l’ipotesi che l’unico fattore limitante per la cre-
scita batterica sia rappresentato dalla concentrazione di substrato organico e non dalla pre-
senza o meno di elementi nutritivi, la velocità di crescita batterica può essere espressa come
S
µ = µ⋅ (6.3)
ks + S
dove
µ = velocità di massima crescita batterica, che si ha se la concentrazione di substrato è suffi-
cientemente alta da non diventare un fattore limitante [d-1];
S = concentrazione del substrato;
ks = costante di semisaturazione: rappresenta la concentrazione di substrato per la quale la
velocità di crescita batterica (µ) risulta dimezzata rispetto al massimo valore possibile µ .
L'andamento di µ in funzione di S è riportato in Figura 6.1. È dunque possibile riscri-
vere l’equazione (6.2) tenendo conto della (6.3).
dx  S 
= µ ⋅ − bh  ⋅ x (6.4)
dt  k s + S 

nota come equazione di Monod.


Tale equazione, a seconda della con-
centrazione di substrato, permette di in-
dividuare diverse fasi a cui è sottoposta
una coltura mista di batteri (costituita cioè
da specie diverse) in un reattore batch in
cui sia contenuta una rilevante concentra-
zione di sostanza organica biodegradabile
(substrato) e non esistano altri fattori li-
mitanti, oltre alla concentrazione di sub-
strato.
Nella Figura 6.2 si possono indivi-
duare cinque diverse zone, ciascuna ca-
ratterizzata da un proprio andamento Figura 6.1. Andamento della velocità di crescita bat-
della concentrazione di biomassa (x) in terica (µ) in funzione della concentrazione di sub-
funzione del tempo. strato (S).

1. Inizialmente i batteri, inseriti in un recipiente (prova batch), si acclimatano al nuovo am-


biente (fase di acclimatazione).

2. Successivamente si ha un rapido sviluppo dettato dal fatto che la concentrazione di sub-


strato è sufficientemente elevata (S>>ks) e dunque la velocità di crescita batterica può essere
assunta pari a µ . In questa fase valgono le seguenti relazioni:
dx
≅ µ⋅x (6.5)
dt
Integrando l’equazione si ottiene:
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-3

 x
ln  = µ ⋅ t (6.6)
 x0 

e tenendo conto che per t = tg → x = 2 x0 si ottiene(1) :


ln2
µ= (6.7)
tg

Tale fase è nota come fase esponenziale di crescita illimitata.


Il valore di µ può essere ricavato sperimentalmente come pendenza della retta otte-
nuta riportando i punti dell'equazione (6.6) in scala semilogaritmica (in ascissa t ed in ordi-
nata ln (x/x0)).
In una prova batch la crescita illimitata non può continuare indefinitamente. Il sub-
strato organico consumato senza essere reintegrato, presenta infatti una concentrazione
gradualmente decrescente.

3. Inizia quindi una terza fase caratterizzata dal


progressivo consumo del substrato disponibile
con conseguente riduzione della velocità di cre-
scita; la crescita batterica non segue più l'equa-
zione (6.5) ma la legge generale espressa dalla
(6.4). In questa fase il rallentamento della cre-
scita è sempre più marcato nel tempo e corri-
sponde alla cosiddetta fase di crescita limita-
ta, in cui la x cresce con incrementi decrescenti
(Figura 6.2).
Figura 6.2. Sviluppo della concentrazione
4. Si entra nella fase stazionaria in cui la batterica, in un sistema biologico chiuso, in cui
biomassa comincia a risentire dei fenomeni di la concentrazione di substrato è l’unico fattore
scomparsa: il valore di µ diminuisce fino a rag- limitante.
giungere il valore di bh e la concentrazione
batterica rimane pressoché costante; l'equazio-
ne (6.4) si riduce alla forma dx/dt=0.

5. Infine, a causa della mancanza di substrato, i batteri utilizzano le riserve accumulate nelle
loro stesse cellule e il protoplasma cellulare dei batteri morti (fase endogena).

1.2. RIMOZIONE DEL SUBSTRATO

Come già messo in evidenza, l'elemento discriminante per un rapido o meno sviluppo
della massa batterica è la concentrazione di substrato disponibile: la sostanza organica viene
utilizzata infatti dai batteri come fonte di energia e materiale di sintesi per le nuove cellule.
Tramite il processo di assimilazione da parte dei batteri, che trasformano il substrato in
materia organica vivente e in prodotti finali stabili, si ha la produzione di un “fango organi-
co” costituito da sostanze inorganiche, sostanze organiche e dalle cellule batteriche che si
sono sviluppate. Per valutare la capacità batterica di depurare un'acqua inquinata dalla so-
stanza organica biodegradabile, risulta dunque fondamentale la conoscenza della velocità con

(1)
Il tempo di generazione per popolazioni eterogenee è costituito dalla media ponderata tra i tempi di ge-
nerazione delle diverse specie che costituiscono la popolazione batterica presente.
6-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

cui il substrato stesso viene rimosso.


Si definisca dunque coefficiente di crescita cellulare (Yh) il rapporto adimensionale
tra la nuova massa cellulare prodotta ed il substrato utilizzato dai batteri per tale produzione:
 dx 
 
 dt  crescita
Yh = (6.8)
dS
dt
dove il pedice “h” è stato introdotto per indicare che i ceppi batterici a cui si fa riferimento
sono di tipo eterotrofo.
Ricordando quanto riportato nella (6.2) e trascurando il termine di scomparsa batterica
bh, si può scrivere:

dS 1  dx  µ
= ⋅  = ⋅x = v⋅x (6.9)
dt Yh  dt  crescita Yh

dove con v si intende il rapporto µ/Yh definito come velocità di rimozione del substrato.
Se infine si introduce la (6.3) si ottiene:
dS µ S S
= ⋅x = v⋅ x (6.10)
dt Yh k s + S ks + S

in cui si è posto v = µ/ Yh e nota come equazione di Michaelis - Menten.


In modo del tutto analogo a quanto visto per la velocità di crescita dei batteri è possi-
bile scrivere la seguente relazione nel caso della rimozione del substrato:
S
v = v⋅ (6.11)
ks + S

Data una prestabilita concentrazione batterica costante (situazione che ci aspettiamo


nel caso in cui si abbia a che fare con un impianto ad alimentazione continua già a regime),
nel caso di alte concentrazioni di substrato (S>>ks) la (6.10) può essere riscritta come segue:
dS
= v ⋅ x = k0 (6.12)
dt
in cui k0 è una costante.
Dall’equazione appena scritta si deduce che la velocità di rimozione del substrato è in-
dipendente dalla concentrazione del substrato stesso. Si parla in questo caso di cinetica di
ordine zero rispetto ad S(2).
Se invece la concentrazione di substrato S è piccola rispetto a ks allora la relazione
(6.10) va riscritta come:
dS S
= v⋅ ⋅ x = k1 ⋅ S (6.13)
dt ks

La velocità di rimozione del substrato dunque risulta proporzionale alla concentrazione


del substrato stesso; si parla in tal caso di cinetica del primo ordine rispetto ad S. Gran
parte dei processi biologici applicati nella depurazione delle acque segue una cinetica di que-
sto tipo, come per esempio la determinazione del BOD.

(2)
Questo caso si verifica frequentemente nei trattamenti biologici; per esempio nel processo di denitrifica-
zione si ha ks=0,05÷0,1 mg NO3-N/l.
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-5

1.3. FATTORI CHE CONDIZIONANO I PROCESSI BIOLOGICI

Nei paragrafi precedenti si è analizzata l’influenza della concentrazione di substrato


sulla crescita della biomassa attiva e sulla rimozione del substrato stesso. In realtà facendo
riferimento alla velocità massima di rimozione, v , si sono introdotti altri fattori di influenza.
In particolare v dipende non solo dalle caratteristiche dello scarico da trattare (in particola-
re aumenta con la sua biodegradabilità), ma anche dalla temperatura, dalla presenza di ele-
menti nutritivi e, nel caso di processi aerobi, dalla disponibilità di ossigeno disciolto.

1.3.1. Temperatura

I processi biologici risentono della temperatura di esercizio, secondo una legge espri-
mibile tramite l’espressione:
v T = v 20 ⋅ α ( T − 20 ) (6.14)
dove
v 20 , v T = rappresentano rispettivamente la velocità Tabella 6.1. Valori della costante α per i
massima di rimozione a 20°C e alla generica tempe- principali processi biologici.
ratura T; Processo α
T = temperatura di esercizio, espressa in °C; Fanghi attivi 1.02
α = costante dipendente dal processo biologico, Letti percolatori 1.08
come si vede nella Tabella 6.1. Lagunaggio aerato 1.08
L'influenza della temperatura è relativamente Nitrificazione 1.12
limitata nel caso dei processi a fanghi attivi, ma di- Denitrificazione 1.15
venta sensibile nel caso dei letti percolatori e dei lagunaggi aerati (con un raddoppio di v T
per un incremento di temperatura di 9°C) e soprattutto nei processi di nitrificazione-
denitrificazione, ove il raddoppio si ha per incrementi di 5-6°C.
Le variazioni di temperatura, oltre che sul metabolismo batterico, hanno anche altri ef-
fetti indiretti sui processi biologici, influenzando ad esempio il trasferimento dell'ossigeno
nell'acqua.

1.3.2. Elementi nutritivi

Rifacendosi direttamente alla struttura della cellula batterica è possibile risalire alla per-
centuale di nutrienti necessaria per un corretto sviluppo della biomassa batterica. Assumen-
do infatti valida la formulazione empirica della cellula batterica data da C5H7NO2 si ricava una
percentuale in peso di azoto pari al 12,4%. La presenza del fosforo è pari al 2% in peso. Per
una prima valutazione sommaria del fabbisogno nei fenomeni di sintesi sarà dunque suffi-
ciente fare riferimento ai suddetti valori tenendo conto della biomassa di supero allontanata
dal sistema. Tuttavia, nella pratica, ciò non è possibile poiché il fango di supero non è co-
stituito solo da cellule batteriche; è sempre presente una componente inorganica e una fra-
zione organica inerte per la quale i rapporti ponderali tra i vari elementi non possono venir
definiti con precisione. È più opportuno fare riferimento agli abituali rapporti tra i consumi
di BOD5, azoto e fosforo. Tale relazione si traduce in una proporzione tra i tre elementi:
C : N : P ≅ 100 : 5 : 1
Si tratta di valori solamente indicativi; all'aumentare del tempo di residenza cellulare (o
età del fango) i fabbisogni di elementi nutritivi diminuiscono leggermente data la maggior
presenza di azoto e fosforo rilasciati dalla degradazione cellulare in seguito ai fenomeni di
scomparsa batterica.
6-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

1.3.3. Disponibilità di ossigeno

Indicativamente il fabbisogno di ossigeno disciolto nel caso di trattamenti volti alla sola
rimozione del carbonio tramite processi aerobici può essere assunto pari a circa 1,5-2 mg/l.
Si rimanda ai successivi paragrafi per una valutazione più approfondita sui fattori che effetti-
vamente influenzano il processo biologico e quindi il consumo di ossigeno.

1.4. PRINCIPALI TIPI DI REATTORI IN USO NEI TRATTAMENTI BIOLOGICI

I tre principali tipi di reattori che vengono più comunemente utilizzati nel caso di trat-
tamenti biologici, come già esposto più diffusamente nel Capitolo 5, sono:
1. reattori batch: il reattore viene caricato del fango nella fase iniziale e quindi non viene
più alimentato per tutta la reazione: il tempo di permanenza è dunque uguale per tutte le
particelle ed è pari al tempo che intercorre tra il carico e lo scarico.
2. reattori continui a pistone (plug-flow): si tratta di un reattore caratterizzato dalla di-
mensione longitudinale predominante così da avere idealmente una perfetta miscelazio-
ne in ogni sezione ortogonale a tale direzione. L’influente viene pompato con continuità
e permane in vasca per un tempo calcolabile tramite il rapporto tra volume e portata in-
trodotta.
3. reattori continui a miscelazione completa: le particelle che entrano in vasca sono di-
sperse omogeneamente in tutto il volume così da garantire la completa assenza di gra-
dienti di concentrazione.
Nei successivi paragrafi si andrà ad esporre in modo più articolato il funzionamento dei
reattori a miscelazione completa.

2. SISTEMI A MISCELAZIONE COMPLETA

Alla base di questa configurazione impiantistica per la rimozione del carbonio vi è


l’ipotesi che le particelle che entrano nella vasca siano omogeneamente disperse in tutto il
suo volume. La concentrazione di substrato è quindi omogenea nello spazio e pari a quella
allo scarico, con conseguente velocità di rimozione ridotta rispetto a quella che si potrebbe
ottenere con concentrazioni più elevate.
Tra i sistemi a miscelazione completa è possibile fare un’ulteriore distinzione dettata
dalla presenza o meno di un sistema di ricircolo. Benché i sistemi privi di ricircolo abbiano
un impiego limitato si fornisce di seguito una breve descrizione di tali impianti così da me-
glio comprendere i sistemi con ricircolo che muovono dagli stessi principi.

2.1. SISTEMI A MISCELAZIONE COMPLETA SENZA RICIRCOLO CELLULARE

Per valutare la concentrazione dell’effluente all’uscita dal reattore, secondo lo schema


rappresentato nella Figura 6.3, è necessario fare riferimento alle equazioni fondamentali che
governano lo sviluppo della biomassa.
Se si considera il processo a regime, nell’unità di tempo, la massa batterica uscente dal
sistema è data dalla somma della massa batterica entrante e di quella prodottasi nel reattore a
seguito delle trasformazioni biologiche (cfr Capitolo 5):
Q ⋅ x e = Q ⋅ x 0 + V (µ − b h ) ⋅ x e (6.15)
dove
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-7

Q = portata alimentata
V = volume del reattore
( µ − bh ) · xe = crescita batterica netta Q, x 0 , S0 Q, xe, Se
x0, xe = concentrazioni di batteri in Xe, Se
entrata e in uscita (quest'ultima è pari
a quella nel reattore).
Dal momento che la biomassa
entrante è trascurabile in concentra- Figura 6.3. Sistema a miscelazione completa senza ricir-
zione rispetto a quella presente nel colo cellulare.
reattore e ricordando che il rapporto
V/Q rappresenta il tempo di residenza
idraulico t, è possibile riscrivere l’equazione nel seguente modo:
t ⋅ ( µ − bh ) =1 (6.16)
Se ci si avvale dell’equazione di Michaelis-Menten:
dS µ S S
= ⋅ ⋅x = v⋅ ⋅x (6.17)
dt Yh k s + S ks + S

e dunque
1 dS S
⋅ = v⋅ =v (6.18)
x dt ks + S

indicando quindi con v la velocità di rimozione effettiva e si introduce il coefficiente di resa


cellulare Yh=µ/v, ovvero l’unità di biomassa generata per unità di substrato rimosso, è possi-
bile ricavare la concentrazione di substrato Se in uscita dal sistema in funzione delle gran-
dezze bh, ks, v , t, Yh (3):
k s ⋅ (1+bh ⋅ t )
Se = (6.19)
(
t ⋅ Yh ⋅ v − bh −1)
In modo analogo può essere ricavato il valore di xe, scrivendo, per il processo a regime,
il bilancio del substrato (substrato entrante nel reattore = substrato uscente + substrato ri-
mosso):
dS
Q ⋅ S0 = Q ⋅ Se + V ⋅ (6.20)
dt
dalla (6.9) si era visto che dS/dt=µ·xe/Yh. Esplicitando rispetto ad xe:

xe =
(S0 − Se ) ⋅ Yh (6.21)
µ⋅t

Introducendo in questa equazione la condizione (6.16), si può scrivere:

(3)
Considerando l'equazione (6.16) t ⋅ ( µ − bh ) =1
t ⋅ ( Yh ⋅ v − bh ) =1
 Se 
sostituendo la (6.18) t ⋅  Yh ⋅ v ⋅ − bh  =1
 k s + Se 
ed esplicitando la Se si ottiene l'equazione (6.19).
6-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

xe =
(S0 − Se ) ⋅ Yh (6.22)
1+bh ⋅ t

Il comportamento del processo risulta determinato solo dal tempo di permanenza


idraulico t. Si definisce tempo di permanenza cellulare o età del fango ( ϑ ) il tempo che una
colonia batterica permane mediamente nella vasca. Esso può venir calcolato come rapporto
tra la massa cellulare presente nel reattore (V·xe) e quella che si allontana con l'effluente in
uscita (Q·xe). Vale cioè:
V ⋅ xe
ϑ= (6.23)
Q ⋅ xe

È bene sottolineare che il tempo di residenza idraulico t coincide, in questo caso senza
ricircolo, con il tempo di residenza cellulare ( ϑ ), cosa che non si verificherà nel caso di un
sistema con ricircolo cellulare. Limite principale di questi sistemi è il fatto che si è costretti
ad operare ad una concentrazione pari a quella dell’effluente (generalmente sottoposta a li-
miti di legge) e quindi in condizioni che non permettono elevate rese nell’abbattimento del
carbonio.

2.2. SISTEMI A MISCELAZIONE COMPLETA CON RICIRCOLO CELLULARE

Come evidenziato dalla Figura 6.4 il processo di depurazione di un liquame sottoposto


ad un sistema di miscelazione completa con ricircolo cellulare è costituito da due fasi essen-
ziali: una prima fase nella vasca di aerazione, in cui avviene la rimozione del substrato e la
crescita batterica; una seconda fase di decantazione in cui la biomassa attiva viene separata
dall’effluente trattato, e quindi ricircolata in testa al reattore aerobico.
Nella Figura 6.4 si sono utilizzate le seguenti notazioni:
SII = sedimentatore secondario;
xr = concentrazione della biomassa ricircolata (2-3 volte quella del reattore);
Qr = portata di biomassa ricircolata.
Con un procedimento del tutto analogo a quanto visto nel sistema senza ricircolo, si
scrive il bilancio di massa:
Q ⋅ x0 + V ⋅ ( µ − bh ) ⋅ x = ( Q − Qs ) ⋅ xe + Qs ⋅ xr (6.24)
in questo caso non parleremo più di tempo di residenza idraulico bensì di tempo di resi-
denza cellulare ϑ definito come:
V⋅x
ϑ= ; (6.25)
Q s ⋅ xr +(Q − Q s )⋅xe
le perdite del fango ancora presente nell'effluente dopo sedimentazione vengono solita-
mente trascurate nel bilancio di massa e quindi si può scrivere:
V⋅x
ϑ= (6.26)
Q s ⋅ xr
Si arriva ad una espressione del tutto analoga a quella vista nel caso precedente, in cui al po-
sto del tempo di residenza idraulico si è sostituito ϑ :
k s (1 + b h ⋅ ϑ )
Se = (6.27)
(
ϑ ⋅ Yh ⋅ v − b h − 1 )
Questi sistemi permettono di ottenere due importanti risultati:
1. la concentrazione di solidi sospesi in uscita dal sistema è inferiore a quella in uscita dal
reattore biologico grazie alla separazione ottenuta nel sedimentatore;
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-9

2. la concentrazione nel reat-


tore può dunque essere au-
mentata dal momento che la Q, x , S 0 0 (Q-Q ), x , S s e e

biomassa separata nel sedi- Reattore biologico S II


mentatore può essere rein-
trodotta nel reattore stesso
attraverso il ricircolo. L'au-
mento di tale concentrazio-
Q ,x ,S Q,x ,S
ne ha comunque dei limiti r r e s r e

legati alla capacità di sedi-


mentazione;
3. con sistemi a ricircolo, il Figura re.
6.4. Sistemi a miscelazione completa con ricircolo cellula-

tempo di detenzione cellula-


re non coincide più con il tempo di permanenza idraulico; esso al contrario può essere
regolato agendo sull'entità della sottrazione del fango di supero.
Raggiunte le condizioni di regime è necessario spillare una portata di fango di supero,
per evitare una continua ed eccessiva crescita batterica: normalmente l'estrazione dei fanghi
di supero è effettuata direttamente dal reattore (con concentrazione x di biomassa), o più
frequentemente agendo sul circuito di ricircolo (con concentrazione di fango xr).
Nella trattazione che segue si ammetteranno delle semplificazioni: che le trasformazioni
biologiche intervengano solo nel reattore e non continuino nel sedimentatore (come in
realtà avviene, sia in misura limitata) e che la quantità di batteri presente nel sistema coincida
con quella presente nel reattore (trascurando con ciò i batteri accumulati nella tramoggia del
sedimentatore e nel circuito di ricircolo).
Si riportano in breve le metodiche utilizzate nel progetto del trattamento biologico e si
descrivono le equazioni che si utilizzano nella progettazione di un impianto a ricircolo cel-
lulare, evidenziando i parametri fondamentali che influenzano i risultati richiesti.

2.3. PROCEDURA DI PROGETTO TRADIZIONALE

Secondo questa procedura si prevede di fissare a priori la concentrazione di substrato


nell'effluente Se che si desidera ottenere, a seconda dei limiti di legge per il corpo d'acqua
recettore, e si determinano i parametri cinetici, quali µ , bh e Yh , per via sperimentale con
prove di laboratorio.

1. Determinazione dell'età del fango:

Quindi si va a determinare l'età del fango ϑ , con la seguente espressione, tenendo


conto delle condizioni più critiche di pH, T, ossigeno disciolto, inibenti:
1 Se
= µ eff = µ − bh = µ ⋅ − bh (6.28)
ϑc k s + Se

2. Introduzione del fattore di sicurezza:

Si assume un fattore di punta fp da applicare al valore dell'età del fango precedente-


mente calcolato, e quindi si assume ϑ di progetto pari a:
ϑ = fp ⋅ ϑc ≅1,7 ÷ 2⋅ϑc (6.29)
6-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3. Determinazione di v:

Si procede determinando la velocità v di rimozione del substrato, sempre in funzione


dell'età del fango:
µ 1  1  1+bh ⋅ ϑ
v= = ⋅ + bh  = (6.30)
Yh Yh  ϑ c  Yh ⋅ ϑ

4. Calcolo del volume del reattore:

Si determina il volume V, assunta una concentrazione in vasca pari a x=3-4 kg SST/m3:


Q ⋅(S 0 − Se )
V= (6.31)
x⋅ v
da cui
Q ⋅(S0 − Se ) Q ⋅(S0 − Se )⋅Yh ⋅ ϑ
V= = (6.32)
x⋅ v x ⋅(1+bh ⋅ ϑ )
o in alternativa
ϑ ⋅(S0 − Se )⋅Yh
x= (6.33)
t ⋅(1+bh ⋅ ϑ )

5. Produzione di fanghi di supero:

Dalla definizione di età del fango:


x⋅ V
ϑ= (6.34)
Ws

si ricava la produzione giornaliera di fanghi di supero:


x ⋅ V Yh ⋅ Q ⋅(S0 − Se )
Ws = = (6.35)
ϑ (1+bh ⋅ ϑ )

Proprio da questa relazione si ottiene un'interessante conclusione che permette di va-


lutare il coefficiente specifico di crescita effettivamente osservato in un impianto reale:
Ws Yh
Yoss = = (6.36)
Q ⋅(S0 − Se ) (1+bh ⋅ ϑ )

6. Fabbisogno di ossigeno:

La richiesta di ossigeno per soddisfare solo la popolazione eterotrofa, non tenendo in


conto perciò la frazione nitrificante, è data da:
M(O) = (1 − fcv ⋅ Yh ) ⋅ Q ⋅ (S 0 − Se ) + fcv ⋅ (1 − f ) ⋅ bh ⋅ x ⋅ V (6.37)

7. Determinazione del rapporto di ricircolo:

Scrivendo l'equazione di continuità per un sistema con ricircolo, in cui si indica con R il
rapporto tra la portata ricircolata e la portata influente Q:
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-11

x⋅ V
R ⋅ Q ⋅ xr + µ eff ⋅ x ⋅ V = Q ⋅(1+R)⋅x ⇒ R ⋅ Q ⋅ xr + = Q ⋅(1+R)⋅x (6.38)
ϑ
Yh ⋅ Q ⋅(S0 − Se )
R ⋅ Q ⋅ xr + = Q ⋅(1+R)⋅x (6.39)
(1+bh ⋅ ϑ )

si ricava la concentrazione del fango di ricircolo, pari a:


1+R Y ⋅(S − Se )
xr = x− h 0 (6.40)
R (1+bh ⋅ ϑ )

2.3.1. Procedura di progetto per reattori plug-flow

Nel caso in cui il reattore sia del tipo con flusso a pistone (cioè a mescolamento assiale
nullo), la procedura di dimensionamento è la stessa di quella applicabile a un reattore a mi-
scelamento completo, con l'eccezione che la concentrazione di substrato all'uscita dal reat-
tore viene valutata tramite un'espressione diversa dalla (6.27). In questo caso l'equazione di
partenza è data dal bilancio di substrato riferito ad un volume infinitesimo di reattore dV:
− (1+R )⋅Q ⋅ dS = v ⋅ x ⋅ dV (6.41)
dove v è la velocità di rimozione del substrato e dS è la variazione infinitesima di concentra-
zione di substrato nell'elemento di volume dV.
Integrando questa equazione fra la sezione di entrata e quella di uscita dal reattore e as-
sumendo l'ipotesi semplificativa che la concentrazione di biomassa x resti costante lungo il
reattore plug-flow, si ha:
1 µ ⋅ (S0 − Se )
= − bh (6.42)
ϑ (S 0 − Se ) + k s ⋅ ln(S0 / S e )

Questa espressione consente il calcolo di Se.

2.4. PROCEDURA DI PROGETTO AVANZATA

Nella rimozione del


carbonio migliori valuta- COD
in ingresso
zioni si possono ottenere S ti

conoscendo le principali COD COD

componenti in cui può


biodegradabile non biodegradabile
S bi S
ui

essere scomposto il COD COD solubile COD particellato COD solubile COD particellato
presente nel refluo, come velocemente biodegradabile
S bsi
lentamente biodegradabile
S bpi
non biodegradabile
Susi
non biodegradabile
S
upi

si riporta nello schema di


Figura 6.5, la cui simbolo- Figura 6.5. Suddivisione del COD.
gia è già stata descritta nel
Capitolo 2.
Il comportamento di una popolazione di organismi eterotrofi in condizioni aerobiche,
messa in contatto con un substrato organico, può dunque essere sinteticamente riassunto
nei seguenti punti.
1. La frazione di COD solubile rapidamente biodegradabile passa immediatamente attraver-
so le pareti cellulari e viene metabolizzata ad alta velocità.
2. La frazione di COD particolato, lentamente biodegradabile, viene assorbita dagli organi-
smi e successivamente idrolizzata dagli enzimi extracellulari che la trasformano in COD
6-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

assimilabile dalle cellule. La velocità di idrolisi enzimatica è relativamente bassa (10 volte
inferiore a quella per la rimozione del COD rapidamente biodegradabile) e dunque questa
fase risulta essere il fattore limitante delle reazioni metaboliche.
3. Parte del COD metabolizzato è trasformato in materiale costituente le nuove cellule. Tale
conversione è individuata tramite il coefficiente di crescita cellulare Yh, già introdotto nel
paragrafo 1.2.
4. Contemporaneamente a quanto descritto nel punto 3 si ha una perdita di massa attiva,
detta perdita di massa endogena, espressa tramite bh. Parte della biomassa morta co-
stituisce anch'essa substrato organico biodegradabile, mentre la restante frazione costitui-
rà un residuo organico non biodegradabile detto residuo endogeno, espresso come f.

2.4.1. Equazioni di progetto

Si riportano le equazioni che legano la quantità di substrato da rimuovere con la massa


di fango prodotta e la richiesta giornaliera di ossigeno. Si evidenziano inoltre i principali
fattori che influenzano il rendimento del processo come ad esempio le caratteristiche del
refluo, le frazioni di COD non biodegradabile sia solubile che particolato, l’età del fango e la
temperatura alla quale avviene il processo.
I simboli usati indicano le grandezze già descritte nel Capitolo 2. Nelle equazioni di se-
guito il prefisso M indica la massa corrispondente al parametro indicato tra parentesi.

1. Composizione dell'influente:

M(Sti )= Q ⋅ Sti [mg COD/giorno] (6.43)


M(Sbi ) = Q ⋅ Sbi
(
= Q ⋅ S ti ⋅ 1− fus − fup) [mg COD/giorno] (6.44)
= M(S ti )⋅(1−fus − fup )
M(X ii ) = Q ⋅ X ii
S ti
= Q ⋅ fup ⋅ [mg VSS/giorno] (6.45)
fcv
fup
= M(S ti )⋅
fcv

2. Composizione della biomassa sospesa:

M(X a )= Vp ⋅ X a [mg VSS] (6.46)


M(X e )= Vp ⋅ X e [mg VSS] (6.47)
M(X i )= Vp ⋅ X i [mg VSS] (6.48)
M(X v )= Vp ⋅ X v [mg VSS] (6.49)
M(Oc )= Vp ⋅ Oc [mg O/giorno] (6.50)

3. Determinazione della massa attiva:

Yh ⋅ ϑ
M(X a ) = M(Sbi )⋅
1+bh ⋅ ϑ
[mg VSS] (6.51)
Y ⋅ϑ
(
= 1−fus − fup ) ⋅ M( S ti ) ⋅ h
1+bh ⋅ ϑ
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-13

4. Determinazione della massa endogena residua:

M( X e ) = f ⋅ bh ⋅ ϑ ⋅ M( X a ) [mg VSS] (6.52)

5. Determinazione della massa inerte:

M( X i ) = M( X ii ) ⋅ ϑ
fup [mg VSS] (6.53)
= M( S ti ) ⋅ ⋅ϑ
fcv

6. Calcolo della massa complessiva di solidi sospesi volatili:

M( X v ) = M( X a ) + M( X e ) + M( X i )
Yh ⋅ ϑ ⋅ M(Sbi )
= ⋅ (1+ f ⋅ bh ⋅ ϑ ) + M( X ii ) ⋅ ϑ [mg VSS] (6.54)
1+bh ⋅ ϑ

= M(S ti ) ⋅ ϑ ⋅ 
( )
 1−fus − fup ⋅ Yh
⋅ (1+f ⋅ bh ⋅ ϑ ) +
fup 

1+bh ⋅ ϑ fcv 
 

7. Calcolo della massa totale di solidi sospesi:

M( X v )
M( X t ) = [mg TSS] (6.55)
fi
MLVSS
dove fi = del fango considerato
MLSS
Il valore della frazione volatile fi cambia a seconda che il liquame sia stato preventiva-
mente sedimentato o meno, assumendo rispettivamente valori attorno a 0.75 e 0.83.

8. Domanda di ossigeno per rimozione del carbonio:

(
M(Oc ) = M( Os int esi ) + M Operdita massa endogena )
= (1− fcv ⋅ Yh ) ⋅ M(Sbi ) + fcv ⋅ (1−f ) ⋅ bh ⋅ M( X a ) [mg O/giorno] (6.56)
 Y ⋅ϑ 
( )
= M(S ti ) ⋅ 1−fus − fup ⋅ (1−fcv ⋅ Yh ) + fcv ⋅ (1− f ) ⋅ bh ⋅ h 
1+bh ⋅ ϑ 

In tale espressione si vede la diretta dipendenza dell’ossigeno richiesto dal tempo di re-
sidenza biologico e la sua dipendenza indiretta dalla temperatura tramite bh. È bene inoltre
sottolineare che in fase di progetto, per considerare la condizione più gravosa si considererà
la temperatura più elevata a cui l'impianto dovrà operare, che implica un maggior consumo
di ossigeno.
La domanda specifica di ossigeno per la rimozione del carbonio (per unità di COD ap-
plicato al processo) è mostrata nella Figura 6.6 per una temperatura di 20°C, riportando il
comportamento di un refluo precedentemente sedimentato e di un refluo grezzo.
Per il trattamento di un refluo grezzo Sti è il COD presente direttamente nel refluo stes-
so; per reflui sedimentati Sti è il COD del liquame grezzo corretto dal fattore (1-frps), dove per
f rps si intende l’efficienza del sedimentatore primario nella rimozione del carbonio. Tale dia-
gramma mostra che per un fango di età superiore a 15 giorni, l’incremento della domanda di
ossigeno per unità di COD applicato (M(Oc)/M(Sti)) è marginale rispetto all’incremento dell’età
6-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

consumo
del fango; questo comportamento si
Consumo di ossigeno
di ossigeno
(kgO/kgCOD)
rileva sia nel caso di reflui grezzi che
0.800 sedimentati.
0.700 La domanda di ossigeno per
0.600
unità di COD applicato per liquami
grezzi e sedimentati si differenzia di
COD /(ab·giorno) = 100 mg
circa un 10% con il valore maggiore
0.500
rendimento sedim. = 40%
0.400
T = 20°C
b = 0,24 h
Y = 0,45
f = 1,48
h
cv per un refluo sedimentato. Questo è
0.300
f = 0,2
legato al fatto che, nel caso di acque
0.200
Grezzo
f =0,05 us
Sedimentato
f = 0,08
us
sedimentate, la percentuale di COD
f = 0,13
f = 0,75
up
i
f = 0,04
f =0,83
up biodegradabile è maggiore che non
i X grezzo
nel caso di acque reflue grezze. In
0.100 0
X sedim. 0

0.000
0 5 10 15 20 25 Figura 6.6 si può vedere che per
30

età del fango (giorni) un’età del fango di 20 giorni la do-


manda di ossigeno per unità di COD
Figura 6.6. Domanda di ossigeno per la rimozione del car-
bonio per kg di COD applicato al processo biologico, nel applicato è circa uguale a 0.635
caso di acqua reflua grezza e acqua reflua sedimentata. kgO/kg COD per liquami grezzi e di
0.682 kg O/kg COD per acque sedi-
mentate. Si deve comunque osserva-
re che, se sono piccole le differenze tra grezzo e sedimentato nella domanda di O2 per unità
di COD, non altrettanto piccole sono le differenze di consumo di O2 per unità di COD en-
trante nel sistema.
Per liquami sedimentati infatti si ha un consumo di O2 per unità di COD pari a 0.682·(1-
f rps) e assumendo f rps=0.40 fornisce 0.682·(1-0.40)=0,41 kgO/kgCOD in ingresso all'impianto.
Chiaramente la sedimentazione primaria comporterà un significativo risparmio di ener-
gia per l'aerazione, rimuo-
vendo una percentuale pari al Volume di processo
3
(m /kgCOD applicato) Volume di processo richiesto Concentrazione di
MLSS nel reattore
30-40% del COD influente; 3.50

COD /(ab·giorno) = 100 mg Grezzo


(kg/m )
3

Sedimentato
quindi la domanda di O2 in rendimento sedim. = 40%
3.00
T = 20°C Y = 0,45 h
f =0,05
f = 0,13
f = 0,08
us
f = 0,04
up
X = 3 grezzo
us

vasca di ossidazione per li-


up
b = 0,24 h f = 1,48
cv f = 0,75 f =0,83
i i
X = 4 grezzo
2.50
f = 0,2
quami sedimentati sarà circa il 3
5 X = 5 grezzo
30% più bassa rispetto alle
2.00
4

acque grezze.
X = 3 sedim.
1.50

X = 4 sedim.
1.00

9. Calcolo del volume del 0.50


3 4
5
X = 5 sedim.

reattore:
0.00
0 5 10 15 20 25 30
Età del fango
Conoscendo la biomassa
complessiva nel reattore, il
volume di processo dipende Figura 6.7. Andamento del volume di processo confrontando reflui
grezzi e sedimentati.
dal valore della concentrazio-
ne in termini di MLSS o MLVSS, ovvero rispettivamente Xt o Xv:
M(X t ) M( X v )
Vp = = [m ]
3
(6.57)
Xt Xv
Analizzando la formula appena riportata si potrebbe pensare di ridurre il volume del
reattore semplicemente aumentando la concentrazione di solidi nel processo; questo però
comporterebbe un aumento di solidi al sedimentatore che quindi richiederebbe volumi
maggiori. Sperimentalmente si considera un valore ottimale di solidi sospesi totali (Xt) varia-
bile tra 3 e 5 kg SST/m3 (Figura 6.7).
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-15

10. Calcolo del tempo di residenza idraulico:

Conoscendo il volume Vp , il tempo di residenza idraulico t si ricava dalla portata media


giornaliera attraverso l'espressione:
Vp
t= (6.58)
Q

11. Valutazione della frazione di biomassa attiva:

La frazione attiva della biomassa rispetto ai solidi volatili totali (fav) è data da:
M(X a )
fav = (6.59)
M( X v )

oppure sostituendo le equazioni precedentemente viste


1 fup ⋅(1+bh ⋅ ϑ )
=1+f ⋅ bh ⋅ ϑ + (6.60)
fav fcv ⋅ Yh ⋅(1−fus − fup )

Riferendosi alla biomassa dei solidi sospesi totali la frazione attiva fat è espressa come
fat = fi ⋅ fav (6.61)

La Figura 6.8 permette di valutare graficamente la suddivisione della biomassa e le fra-


zioni attive.
Le equazioni fin qui viste permettono di descrivere e prevedere il comportamento di
tutti i processi a fanghi attivi: dai processi più semplici a quelli più complessi a multireattori.

12. Determinazione della produzione giornaliera di fanghi di supero:

Ulteriore fattore importante da calcolare in fase di progetto è la produzione giorna-


liera di fango di supero. Tale valore è facilmente calcolabile dalla definizione di età del
fango. La massa di fanghi prodotta al giorno M(Xs) è data dalla massa di fango totale pre-
sente nel reattore diviso per l'età del fango:

frazione attiva frazione attiva


di fango (x10) di fango (x10)

biomassa Refluo grezzo Refluo sedimentato


biomassa
[kg/kgCOD appl.] [kg/kgCOD appl.]
9
10
COD /(ab·giorno) = 100 mg Grezzo
8 rendimento sedim. = 40% fus =0,05 COD /(ab·giorno) = 100 mg Grezzo
9
T = 20°C Yh = 0,45 fup = 0,13 rendimento sedim. = 40% fus =0,08
bh = 0,24 fcv = 1,48 fi = 0,75 T = 20°C Yh = 0,45 fup = 0,04
7 8 fav
Xt bh = 0,24 fcv = 1,48 fi = 0,83
f = 0,2 Xa Xa
7 f = 0,2
6 Xe Xe
Xv
fav Xi 6 Xi
5 fat Xv
Xs Xs
fat 5 Xt
4 Xt Xt
fav 4 fav
3 Xi
fat fat
3
2 Xe
2 Xi
Xa Xa
1
1
Xe
0
0
0 5 10 15 20 25 30
0 5 10 15 20 25 30

età del fango (giorni) età del fango (giorni)

Figura 6.8. Produzione di biomassa nelle diverse frazioni nel caso di refluo grezzo a confronto col caso di
refluo sedimentato.
6-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

M(X t )
M(X s )= [mgTSS/giorno] (6.62)
ϑ
sostituendo le equazioni (6.55) e (6.54) si ottiene:

M(X s )= ⋅
( )
M(S ti )  1−fus − fup ⋅ Yh
⋅ (1+ f ⋅ bh ⋅ ϑ ) +
fup 
 [mgTSS/giorno] (6.63)
fi  1+bh ⋅ ϑ fcv 

Se dunque si vuole conoscere il volume del fango di supero sarà sufficiente dividere la
massa per la concentrazione nel ricircolo:
M(X s )
V= (6.64)
Xr

dove il valore di Xr = 2-3·Xt e dunque Xr = 8-12 kg/m3.


Come si può leggere dalla Figura 6.9, la produzione di fanghi nel processo diminuisce
all’aumentare dell'età del fango, sia nel caso di acque reflue grezze, che nel caso di acque re-
flue sedimentate e tende ad un valore quasi costante per un età del fango superiore a 20
giorni. Risulta invece diverso il
comportamento in termini quanti- Produzione di biomassa
tativi: la produzione di fango in un produzione di biomassa
[mgTSS/mgCOD applicato]
impianto che tratta reflui prece- 0.5

dentemente sedimentati risulta mi- Grezzo


f =0,05
Sedimentato
f = 0,08
us us

nore di quella di un impianto che 0.4 f = 0,13


f = 0,75
f = 0,04
up
f =0,83
i
up
i

tratta acque grezze: in definitiva se 0.3


non si fa precedere il trattamento
fango
biologico con una fase di sedimen- 0.2 grezzo
tazione primaria si ottiene un vo- COD /(ab·giorno) = 100 mg
fango
lume di fanghi maggiore variabile 0.1 rendimento sedim. = 40%
T = 20°C Y = 0,45 h
sedim.

tra il 10 e il 20%. 0
b = 0,24 h f = 1,48 cv

0 5 10 15 20 25 30

13. Richiesta di nutrienti per la età del fango (giorni)

produzione di fanghi: Figura 6.9. Produzione giornaliera di fanghi in termini di soli-


di sospesi totali per unità di COD applicato al processo, sia
Nel caso di solidi sospesi vola- nel caso di acque reflue grezze che sedimentate.
tili in un processo a fanghi attivi, la
frazione di azoto fn (ovvero azoto
totale su solidi sospesi totali) varia tra 9% e 12% con un valore medio di circa 10%, mentre
la frazione di fosforo fp varia tra 1% e 3% con un valore medio di circa 2.5%(4) . Per quanto
riguarda l’azoto, questo è uniformemente distribuito nelle tre frazioni di biomassa
(Xa=attiva, Xe=endogena e Xi=inerte) e si può quindi far riferimento direttamente all’intera
massa di solidi volatili (Xv).
M(X v )
M(Ns )= fn ⋅ (6.65)
ϑ
che rappresenta la massa di azoto che viene inglobata quotidianamente nei fanghi di supero.
Il coefficiente fn è pari a circa 0,09÷0,12 mgN/mgMLVSS.
Nel caso del fosforo, al contrario, vi è una notevole dipendenza dalle diverse frazioni:

(4)
Questi valori differiscono leggermente da quelli indicati nel paragrafo 1.3. poiché questi valori sono re-
lativi ad indagini sperimentali, mentre quelli visti precedentementesono desunti dalla formula chimica sim-
bolica indicante la biomassa batterica.
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-17

M(Ps )=
[f pa ]
⋅ M(X a )+fpe ⋅ M(X e )+fpi ⋅ M(X i )
(6.66)
ϑ
con
f pa = circa 0.03÷0.35 a seconda delle diverse condizioni di progetto;
f pe = 0.015;
f pi = 0.015.

Nella Figura 6.10 è messo in evi-


denza che le quantità di azoto e fosfo-
ro richieste nel processo risultano
maggiori nel caso di reflui grezzi ri-
spetto ai reflui sedimentati, dal mo-
mento che nel primo caso si ha una
maggiore produzione di fanghi. Dato
che fosforo e azoto dipendono diret-
tamente dalla produzione di fango si
comprende come la richiesta dei nu-
trienti diminuisca con l’aumentare
dell’età del fango stesso. Per ottenere
quindi una maggiore rimozione di
azoto è dunque necessario far leva su
altre strategie quali la nitrificazione e
denitrificazione.
Figura 6.10. Richiesta di azoto e fosforo come nutrienti
per kg di COD caricato nel processo a fanghi attivi, in fun-
13. Fattore di carico: zione dell’età del fango.

Si tratta di un parametro spesso utilizzato in fase di progetto, che ha come obiettivo la


stima del rapporto Food/Microorganism (F/M) ovvero il rapporto tra substrato e microor-
ganismi. Tale fattore è definito come:
massa di BOD caricato / giorno M(SBOD )
Fc = =
bi om assa nel processo M(X v ) o M(X t )

dove M(SBOD) è la massa di BOD influente ogni giorno. Spesso in letteratura viene indicato
con il simbolo Cf o LC.
Il fattore di carico così definito
risente tuttavia dell’imprecisione in- Andamento del fattore di carico
con l'età del fango
sita nello stesso calcolo del BOD: in- Fattore di carico
fatti nella valutazione del BOD si (kgCOD /kgSS) b

2.500
conteggiano due diversi contributi, F
COD /(ab·giorno) = 100 mg
quello di tutto il carbonio rapida-
c,t

2.000rendimento sedim. = 40% F c,v


T = 20°C Y = 0,45
mente biodegradabile e quello di una h
b = 0,24 f = 1,48
h
F cv c,a

parte del carbonio lentamente bio- 1.500


Grezzo Sedimentato
degradabile, che non è quantificabile. f =0,05
f = 0,13
f = 0,08
f = 0,04
us
up
us
up

Si è perciò ridefinito un nuovo fatto- 1.000 f = 0,75 f =0,83 i i

re di carico a cui al BOD è stato so- 0.500

stituito il COD rapidamente biode-


gradabile e lo si è rapportato alla 0.000
0 5 10 15 20 25 30
biomassa in termini di solidi sospesi Età del fango (giorni)
totali, solidi sospesi volatili e bio-
massa attiva: Figura 6.11.
6-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

kg CODb kg CODb kg CODb


Fc,T = Fc,V = Fc,A =
kg SST kg SSV kg SSA

Per completezza si riportano nelle Tabelle 6.2 e 6.3 i valori caratteristici dei parametri
esaminati, distinti nel caso di reflui grezzi e sedimentati.

Tabella 6.2.

COSTANTI CINETICHE E DIPENDENZA DALLA TEMPERATURA


NEL CASO DI RIMOZIONE DEL CARBONIO CON SISTEMI A FANGHI ATTIVI
costanti simbolo dipendenza α valore standard
dalla temperatura (20°C)
Coefficiente di crescita Yh rimane costante 1 0.45
[mg SSV/mgCOD]
Tasso di respirazione endo- bh bhT=bh20·α(T-20) 1.029 0.24
gena [d-1]
Residuo endogeno f rimane costante 0.2
[mg VSS/mgVSS]
Rapporto COD/VSS f cv rimane costante 1.48

Tabella 6.3.

FRAZIONI DEL COD NEL CASO DI LIQUAME GREZZO E SEDIMENTATO


Frazioni di COD simbolo tipo di fango
grezzo sedimentato
frazione solubile non biodegradabile f us 0.05 0.08
frazione particolata non biodegradabile f up 0.13 0.04
rapporto MLVSS/MLTSS fi 0.75 0.83

3. SISTEMI DI OSSIGENAZIONE

3.1. FABBISOGNO DI OSSIGENO

La quantità di ossigeno consumata dalla popolazione batterica può essere espressa dal-
l'espressione seguente, alternativa a quelle già evidenziate nei paragrafi precedenti:
∆O2 = a ⋅(S0 − Se )⋅Q + b ⋅ V ⋅ x (6.67)
dove:
∆O2 = rappresenta la quantità di ossigeno utilizzata nell'unità di tempo;
a = coefficiente adimensionale, detto di respirazione attiva;
b = coefficiente con dimensioni t, detto di respirazione endogena.

Il primo addendo a secondo membro, proporzionale alla quantità di substrato rimosso,


costituisce il consumo dei batteri nelle reazioni di sintesi, a seguito delle quali viene prodotto
nuovo materiale cellulare (respirazione attiva). Il secondo addendo, proporzionale alla bio-
massa presente nel sistema, tiene invece conto della respirazione endogena. Un ulteriore
consumo di ossigeno è legato ai processi di nitrificazione, ove questi avvengano. Di esso si
terrà conto quando si parlerà della rimozione biologica dell'azoto. La determinazione del-
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-19

Tabella 6.4. Consumo di ossigeno in processi a fanghi l'ossigeno utilizzato può essere condotta
attivi per liquami domestici alla temperatura di 20°C sperimentalmente in una vasca a fanghi
(a=0,5 e b=0,1 giorni-1).
attivi, arrestando i dispositivi di aerazio-
Cf [giorni-1] ηb ∆O2 ne e misurando, mediante una sonda, la
ηb ⋅ B b diminuzione della concentrazione di os-
0.1 0.92 1.60 sigeno disciolto che si verifica subito
0.2 0.90 1.05 dopo l'arresto. Noto ∆O2 , a e b posso-
0.3 0.90 0.87
0.4 0.88 0.78
no essere calcolati riscrivendo l'equazio-
0.5 0.88 0.73 ne precedente come:
∆O2 (S − Se )
= a⋅ 0 +b
x⋅ V x⋅ t
che nel piano ∆O2 /x·V , (S0-Se)/x·t rappresenta una retta di coefficiente angolare a e di inter-
cetta b.
In mancanza di determinazioni sperimentali, per liquami domestici alla temperatura di
20°C, a può essere assunto pari a 0,5 e b pari a 0,10 giorni-1; b risulta fortemente influenzato
dalla temperatura; può infatti assumersi
( T − 20 )
b = b20 ⋅1084
, (6.69)
dove b indica il valore della costante alla temperatura generica T e b20 alla temperatura di
20°C. Le variazioni di a con T sono invece trascurabili.
Dividendo l'espressione precedente per (S0-Se)·Q = ηb·Bb (in cui Bb = S0·Q e dove ηb
rappresenta il rendimento di rimozione del substrato ottenuto nell'impianto) e ricordando
che (S0-Se)/x·t=ηb·Cf , si ottiene:
∆O2 b
=a+ (6.70)
ηb ⋅ Bb ηb ⋅ Cf

che mette in luce direttamente il legame tra il consumo di ossigeno per unità di BOD rimos-
so ed il carico del fango applicato al sistema. Si osserva che tale consumo specifico diminui-
sce all'aumentare di Cf ; ciò si spiega con il fatto che, per alti valori di Cf , una elevata per-
centuale di materiale, comunque adsorbito nel fiocco, non viene ossidato nella fase di aera-
zione, ma è rimosso con i fanghi di supero (che infatti risultano più ricchi di materiale vola-
tile) per essere eliminato in altre fasi del ciclo di trattamento (digestione aerobica o anaero-
bica, processi termici e simili). In Tabella 6.4 sono indicati i valori ricavabili dall'equazione
sopra descritta, per a=0,5 e b=0,1 giorni-1.

Dei due addendi che contribuiscono al consumo di ossigeno, il secondo, relativo alla
respirazione endogena, non subisce variazioni di breve periodo dato che la biomassa pre-
sente nel sistema può essere considerata, con buona approssimazione, costante. Il termine
relativo alla respirazione attiva è invece proporzionale al substrato biodegradabile rimosso e
può subire, nell'arco della giornata, variazioni anche sensibili rispetto ai valori medi. Nessuna
generalizzazione è possibile al riguardo sugli scarichi industriali. Per liquami domestici, le
punte orarie di carico addotto all'impianto, rispetto alla media giornaliera, sono tanto mag-
giori, quanto più piccolo è il centro servito. Per funzionamento a medio carico del fango, si
assume un coefficiente di punta applicato al consumo di ossigeno pari a 2 nel caso di piccoli
e medi centri (fino a circa 50.000 abitanti) e di 1,8-1,6 per grandi centri, al di sopra cioè di
50.000 abitanti serviti. Per impianti ad aerazione estensiva (basso carico del fango) al mag-
gior tempo di permanenza idraulico corrisponde una maggior disponibilità di ossigeno di-
sciolto (e generalmente di nitrati) nella vasca di aerazione con conseguente più elevata elasti-
cità del sistema a fronte delle variazioni delle condizioni di alimentazione. Per tale motivo il
dimensionamento dei sistemi di aerazione può essere condotto conteggiando punte di respi-
6-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

razione attiva meno elevate delle reali punte di carico (dell'ordine cioè di 1,5-1,6).
Si sottolinea come le quantità di ossigeno indicate in questo paragrafo rappresentino gli
effettivi consumi della popolazione batterica che, in condizioni aerobiche, può solo utilizza-
re l'ossigeno libero disciolto nel liquame. L'ossigeno introdotto nelle vasche dai dispositivi
di aerazione deve essere calcolato, sulla base dei consumi, tenendo anche conto dei rendi-
menti di solubilizzazione e delle quantità che escono dal sistema in soluzione nell'effluente
depurato.

3.2. TRASFERIMENTO DELL'OSSIGENO

Secondo la legge di Fick, la velocità di trasferimento di un gas in un liquido può essere


espressa da:
dm
= k g ⋅ A ⋅(Cs − C) (6.71)
dt
ove dm/dt è la massa di gas trasferita nell'unità di tempo, kg è il coefficiente di diffusione del
gas, A è la superficie di scambio, Cs e C sono le concentrazioni del gas nel liquido rispetti-
vamente a saturazione e nelle condizioni reali. Dividendo per il volume del liquido V, e no-
tando che dm/(V·dt) esprime la variazione di concentrazione nel tempo, dC/dt, l'equazione
vista può essere scritta come:
dC
= (k La )T ⋅(Cs − C) (6.72)
dt
avendo indicato con (kLa)T il coefficiente globale di trasferimento alla temperatura T pari a
kg·A/V. Esso ha dimensioni t-1 e dipende dalle modalità secondo cui il gas è introdotto nel
liquido (turbolenza, miscelazione e soprattutto superficie specifica di scambio, essendo stata
A inglobata in tale coefficiente) oltre che dalle caratteristiche del liquido stesso. Si osserva in
base a quest'ultima equazione come, a parità di ogni altra condizione, la velocità di trasferi-
mento risulti proporzionale al deficit rispetto alla saturazione nel liquido; la solubilizzazione
è cioè tanto più facile quanto più bassa è la concentrazione del gas disciolto.
Il valore della solubilità a saturazione è calcolabile in base alla legge di Dalton e alla
legge di Henry, brevemente richiamate di seguito.

3.2.1. Legge di Dalton

La pressione totale di una miscela di gas è uguale alla somma delle pressioni parziali dei
suoi componenti, essendo queste ultime definite come la pressione che ciascun componente
eserciterebbe se da solo occupasse l'intero volume della miscela. La legge di Dalton, rigoro-
samente valida solo per i gas ideali, può essere applicata Tabella 6.5. Valori della tensione
alle miscele di gas reali, sufficientemente lontane da di vapore acqueo in funzione della
condizioni di condensazione, in pratica per pressioni di temperatura.
poche atmosfere alle temperature di interesse nel trat- T [°C] p [atm]
tamento delle acque. Per gas in presenza di acqua, o di 10 1,21·10
-2

altri liquidi volatili, occorre anche tener conto della 20 2,31·10-2


pressione parziale esercitata dal vapore. In condizioni 30 4,19·10-2
-2
di saturazione essa corrisponde alla tensione di vapore 40 7,28·10
ed è funzione della temperatura, essendo indipendente 50 1,22·10-1
dalla natura e dalla pressione del gas. I valori corri- 60 1,97·10-1
spondenti per il vapor d'acqua sono riassunti in Tabella
6.5. Nell'atmosfera, la pressione parziale esercitata dal vapor d'acqua è calcolabile dalla corri-
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-21

spondente tensione di vapore e dall'umidità relativa, intesa come rapporto tra la presenza
reale di vapore e quella a saturazione.

3.2.2. Legge di Henry

Per gas debolmente solubili la concentrazione a saturazione in un liquido è proporzio-


nale alla pressione parziale del gas nella miscela gassosa sovrastante la soluzione. Detta xg la
frazione molare del gas a saturazione (rapporto tra le moli di gas disciolto e la somma delle
moli di gas e di acqua), risulta
Pg = xg (6.73)
dove:
g =
H = ssione;
g =
La costante H o-

Tabella 6.6. Valori della costante di Henry (in atm x 104) relativi ad alcuni gas poco solubili in acqua di-
stillata.

T [°C] aria CO2 H2 H2S CH4 N2 O2


0 4,32 0,0728 5,79 0,0268 2,24 5,29 2,55
10 5,49 0,104 6,36 0,0367 2,97 6,68 3,27
20 6,64 0,142 6,83 0,0483 3,76 8,04 4,01
30 7,71 0,186 7,29 0,0609 4,49 9,24 4,75
40 8,70 0,233 7,51 0,0745 5,20 10,4 5,35
50 9,46 0,283 7,65 0,0884 5,77 11,3 5,88
60 10,1 0,341 7,65 0,103 6,26 12,0 6,29

La frazione molare x è esprimibile come


ng
xg = (6.74)
H 2O ng

dove ng e nH 2O rappresentano le grammomoli per litro di soluzione, rispettivamente del gas


e dell'acqua. Essendo il peso molecolare dell'acqua uguale a 18, nH 2O vale 1000:18 = 55,6 g
moli/litro. Nel denominatore del termine frazionario a secondo membro, ng è trascurabile
rispetto a nH 2O ; di conseguenza risulta
ng
xg = (6.75)
55,6
Per il calcolo della solubilità di un gas a saturazione è Tabella 6.7. Valori del coefficiente
pertanto necessario valutare dapprima la sua pressione β in funzione della salinità espres-
parziale nella miscela gassosa e successivamente applicare sa in g NaCl/l.
l'equazione (6.73). Per bassi valori di temperatura, l'effetto Salinità β
della presenza del vapor d'acqua è senz'altro trascurabile. 0 1.00
I valori della costante H, di cui alla Tabella 6.6, valgo- 5 0.95
no per acqua distillata; la solubilità dell'ossigeno diminuisce 10 0.90
leggermente in presenza di sali disciolti. Di tale diminu- 15 0.85
20 0.80
zione si tiene conto con l'introduzione di un coefficiente β
minore di 1, come rapporto tra la solubilità in presenza di
sali (Cs) e quella in acqua distillata (C*). Nei casi di pratico interesse β può essere senz'altro
6-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

assunto pari ad 1, salvo che in presenza di acqua salmastra o salata (Tabella 6.7).
Nel caso di diretta esposizione all'ambiente esterno, nell'applicazione della legge di
Henry per il calcolo della solubilità a saturazione dell'ossigeno occorre tener conto delle va-
riazioni che la pressione atmosferica subisce con la quota sul livello del mare; con buona
approssimazione si può assumere che
p = p* ⋅(1− 0,13 ⋅ h ⋅ 10−3 ) (6.76)
essendo h la quota (in m) sul livello del mare, p e p la pressione rispettivamente al livello del
*

mare e alla quota h. L'influenza della quota è senz'altro trascurabile in situazioni di pianura;
può divenire sensibile in località collinari o montane. A 1000 m slm ad esempio, p = 0,87 p*.

Riprendendo l'equazione (6.72)


dC
= (k La )T ⋅(Cs − C) (6.72)
dt
il coefficiente globale di trasferimento (kLa)T è soprattutto funzione della superficie di scam-
bio specifica liquido-gas (riferita cioè all'unità di volume liquido); nel caso di insufflazione,
essa dipende pertanto dalle dimensioni delle bolle di gas introdotte. L'influenza della tem-
peratura (che agisce sia sulla diffusività che sulla viscosità del mezzo) può essere espressa da
( T − 20 )
(k La )T =(k La )20 ⋅1024
, (6.77)
dove (kLa)20 è il coefficiente di trasferimento
alla temperatura di riferimento di 20°C e (kLa)T
a quella generica T. Effetti meno importanti
hanno l'intensità di miscelazione e la geometria
delle vasche. La natura dei solidi sospesi e di-
sciolti presenti nell'acqua (in particolare il
contenuto di detergenti e di biomassa sospesa)
altera, talvolta in modo sensibile, il trasferi-
mento. (kLa)T viene pertanto abitualmente rife-
rito ad acqua pulita, con l'introduzione di un
coefficiente correttivo α per tener conto della
Figura 6.12. Valori del coefficiente α in funzione
reale natura del liquido da aerare. Risulta cioè della concentrazione di biomassa sospesa nella
miscela aerata.
(k La )T = α ⋅(k La ) T
*
(6.78)

essendo (k La )*T il valore relativo ad acqua pu-


lita. Nel caso di aerazione di sospensioni di fanghi attivi, α dipende soprattutto dalla con-
centrazione di biomassa nella miscela aerata, come rappresentato dalla curva di Figura 6.12,
ottenuta sulla base di dati sperimentali.
La determinazione sperimentale del coefficiente (kLa)T. Può essere effettuata operando
in un piccolo bacino in cui l'acqua o lo scarico venga preliminarmente deossigenata me-
diante l'introduzione di sostanze riducenti. Allo scopo può essere usato del solfito di sodio
che, in presenza di un catalizzatore (cloruro di cobalto), reagisce con l'ossigeno:
CoCl
Na2SO3 +0,5⋅O2  
2
→ Na2 SO4

Il consumo teorico di solfito di sodio, in base alla stechiometria della reazione, è di 7,9
g per g di ossigeno (il riducente viene comunque introdotto con un eccesso del 10-20%). Il
cloruro di cobalto deve essere presente nella vasca in concentrazioni di circa 1,5 mg/l.
A deossigenazione avvenuta si mettono in funzione i dispositivi di aerazione, misuran-
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-23

do nel tempo il progressivo aumento della concentrazione di ossigeno disciolto (l'eccesso di


riducenti introdotti può far sì che la concentrazione si mantenga inizialmente nulla, comin-
ciando ad aumentare solo dopo che se ne sia completata l'ossidazione. Integrando l'equa-
zione (6.72) tra il tempo t1 (in cui si sia già osservata presenza di ossigeno disciolto con una
concentrazione C1) ed il tempo generico t (con una concentrazione C), si ottiene
(Cs − C)
ln = − (k La )T ⋅(t − t 1) (6.79)
(Cs − C1)

In un piano semilogaritmico, questa equazione rappresenta una retta di coefficiente an-


golare -(kLa)T. Per la sua determinazione è pertanto necessario riportare i valori sperimentali,
ottenendone la retta di interpolazione.
Viene definita capacità di ossigenazione O.C., di un sistema di aerazione, la massa di os-
sigeno che esso è in grado di trasferire (solubilizzare) nel liquido, in un tempo unitario e
nelle reali condizioni operative. Dalla (6.72), indicando con V il volume di liquido interes-
sato all'azione dell'aeratore, risulta
O.C.=(kLa)T·(Cs-C)·V (6.80)
che può essere riscritta, con riferimento alle grandezze valide per acqua pulita ed alla tempe-
ratura di 20°C, come
O.C.=α·(kLa)20·1,024(T-20)·(β· C*s -C)·V (6.81)
Per uno stesso sistema di aerazione, O.C. assume valori diversi in funzione delle condi-
zioni operative, risultando influenzato dalle caratteristiche dello scarico (che determinano α
e β), dalla temperatura (da cui dipende anche C*s ), dalla pressione (da cui dipende anche
C*s ), dalla concentrazione di ossigeno nel liquame. È pertanto opportuno che la capacità di
ossigenazione venga riferita a condizioni normalizzate (condizioni standards), in modo da
disporre di indicazioni ripetibili e tra di loro confrontabili. Le condizioni standards preve-
dono:
• Acqua pulita (di acquedotto), per la quale α e β risultano unitari;
• Temperatura di 20°C (alcuni costruttori si riferiscono a prove condotte a 10°C);
• Pressione di 1 atm (760 mm Hg);
• Concentrazione di ossigeno disciolto nulla (C=0)
In tali condizioni, risulta quindi
(O.C.)st= (kLa)20·C*·V (6.82)
avendo indicato con C* la solubilità a saturazione dell'ossigeno a 20°C, alla pressione di 1 atm
e per acqua pulita. Confrontando la (6.81) e (6.82), può scriversi
 ( T − 20 ) β ⋅ Cs − C
* 
O.C.= (O.C.)st· α ⋅1024
, ⋅ *  (6.83)
 C 

dove si ricorda che:


C = concentrazione di ossigeno nella vasca nelle condizioni operative;
C*s = concentrazione di ossigeno a saturazione relativa ad acqua pulita ed alla temperatura e
pressione di reale esercizio;
C = concentrazione di ossigeno a saturazione relativa ad acqua pulita, alla temperatura di
*

20°C ed alla pressione di 1 atm. Essa vale 9,17 mg/l.

La (6.83) è rigorosamente applicabile nel caso di aeratori di superficie per i quali la dif-
fusione di ossigeno nel liquido avviene per le condizioni di pressione atmosferica corrispon-
6-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

denti alla localizzazione dell'impianto. Una situazione differente si ha a rigore nei sistemi ad
insufflazione, in cui le bolle d'aria sono introdotte sotto il pelo libero ad una pressione più
elevata per vincere il carico idrostatico, che va man mano diminuendo lungo il percorso di
risalita delle bolle verso la superficie. In tal caso, C*s assume i valori corrispondenti alla
pressione atmosferica solo sul pelo libero, risultando altrimenti tanto più elevata, quanto
maggiore è l'affondamento. Sono stati proposti metodi di correzione di C*s tra cui anche
semplicemente quello di fare riferimento alla pressione media nella bolla durante il suo per-
corso. Si osserva comunque che assumendo per C*s il valore corrispondente alla pressione
atmosferica si opera in modo cautelativo, risultando allora, in base alla (6.83), diminuita ri-
spetto al reale, la capacita di ossidazione. Per le abituali profondità di insufflazione la diffe-
renza può essere trascurata.

3.3. DISPOSITIVI DI AERAZIONE

Il dimensionamento dei dispositivi di aerazione deve basarsi sul calcolo del fabbisogno
di ossigeno di punta (paragrafo 3.1); da questo va dedotta la capacità di ossigenazione com-
plessivamente necessaria nelle reali condizioni operative e quindi, attraverso la (6.83), il cor-
rispondente valore in condizioni standard che, per i diversi macchinari, è riportato nei cata-
loghi dei costruttori.
Per una valutazione approssimata della capacità di ossigenazione necessaria al processo
si procede talvolta assegnando direttamente, in base a valori desunti dell'esperienza, la quan-
tità di ossigeno standard che deve essere resa disponibile in condizioni di punta in rapporto
al BOD medio introdotto (e non
quindi rimosso) nella fase biologi- Tabella 6.8. Valori dell'O.C./load per per diversi carichi del
ca. Tale rapporto viene indicato fango.
con il termine di O.C./load (capa- Cf O.C./load
cità di ossigenazione per carico [kgBOD/(kgSS·giorno)] [kgO2/kgBODapplicato]
unitario); per i motivi già esposti in 0.1 2-2.3
precedenza, esso aumenta al dimi- 0.2 1.60
0.3 1.40
nuire del carico del fango, secondo 0.4 1.30
le indicazioni di cui alla Tabella
6.8.
Moltiplicando i valori dell'O.C./load per l'apporto medio orario di BOD nelle 24 ore, si
ottiene la capacità di aerazione giornaliera, direttamente riferita a condizioni standard. Si os-
serva tuttavia che tale metodo approssimato può portare ad errori, anche gravi, soprattutto
quando le condizioni operative degli impianti si scostino da quelle di comune impiego per
cui sono stati ottenuti i valori empirici di Tabella 6.8.
Esso infatti non tiene conto esplicitamente di aspetti assai importanti del processo
(temperatura di esercizio, entità delle punte di carico, effettivi valori delle costanti a e b, reali
condizioni di trasferimento dell'ossigeno). Si sconsiglia quindi l'adozione di tale procedura
nel dimensionamento dei dispositivi di aerazione; essa è stata qui ricordata per il suo diffuso
impiego nella letteratura tecnica e soprattutto nella progettazione degli impianti.

3.3.1. Aerazione superficiale

Nel caso degli aeratori superficiali il trasferimento di ossigeno avviene principalmente


alla superficie della massa liquida per effetto del movimento prodotto da un rotore dotato di
idonee pale di agitazione le quali, creando una rilevante superficie di contatto tra l'aria e l'ac-
qua, favoriscono la diffusione dell'ossigeno. A ciò si aggiunge un fenomeno di aspirazione
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-25

dell'aria nel liquido a valle delle pale di agitazione. Ne deriva un forte arricchimento di ossi-
geno negli strati superiori della vasca e la sua successiva dispersione nell'intera massa liquida
per effetto della circolazione prodotta dall'aeratore stesso. Gli aeratori di superficie si sud-
dividono in tre principali tipologie:

Aeratori ad asse verticale (turbine), con bassa velocità di rotazione. Sono costituiti
da un rotore (ruota a palette, cono rovescio alettato e simili), realizzato in acciaio, leghe leg-
gere o in materiale sintetico (ad esempio poliestere rinforzato da fibre di vetro) accoppiato
al motore attraverso un riduttore che con-
sente di mantenere basse velocità di rotazio-
ne, dell'ordine cioè di alcune decine di giri al
minuto, corrispondente a velocità periferiche
del rotore di 4-6 m/s. Sono abitualmente
montati su supporti fissi, costituiti da passe-
relle di sostegno; trovano applicazione so-
prattutto nelle vasche di aerazione degli im-
pianti a fanghi attivi in cui la bassa velocità di
rotazione assicura un miglior mantenimento
delle dimensioni del fiocco (Figura 6.13).
Soprattutto nel caso di vasche profonde
(al di sopra cioè dei 4 m) tali turbine possono
venir equipaggiate con un cilindro coassiale
fisso, installato poco al di sotto del pelo libero Figura 6.13. Turbina di aerazione installata in
una vasca a fanghi attivi.
e mantenuto inferiormente in comunicazione
con il resto della vasca. In tale cilindro, per azione
della girante, viene a crearsi una colonna liquida in
movimento ascendente. Conseguentemente alla base
del cilindro si ha un richiamo dalle zone esterne della
vasca con positivi effetti sul livello di miscelazione
(Figura 6.14).

Aeratori ad asse verticale veloci. Si ha in que-


sto caso un diretto accoppiamento tra la girante ed il
motore, con una velocità di rotazione assai più elevata
(750-1500 giri al minuto a seconda della polarità del
motore). L'eliminazione del riduttore consente una
notevole semplificazione costruttiva; tali turbine sono
Figura 6.14. Turbina di aerazione do- pertanto preferite per installazioni galleggianti, so-
tata di cilindro coassiale di richiamo per prattutto nel caso di lagunaggio aerato. Per questo ti-
favorire la miscelazione nella vasca. po di impianti infatti, come per i digestori aerobici,
non esistono preoccupazioni connesse alla salvaguardia del fiocco(5) .

(5)
I fiocchi di fango attivo presentano una naturale tendenza alla flocculazione. Anche nel caso di rottura
del fiocco nella vasca di aerazione, di norma intervengono rapidamente fenomeni di agglomerazione du-
rante la fase di sedimentazione di massa, senza quindi che il processo risulti nel suo complesso danneg-
giato. Per tale motivo si sostiene talvolta l'inutilità di usare turbine lente anche nelle vasche a fanghi attivi.
La rottura del fiocco può tuttavia risultare pericolosa quando la bíomassa presenti una spontanea tenden-
za alla deflocculazione, come spesso si riscontra in presenza di tossici.
6-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Aeratori ad asse orizzontale (spazzole) costituiti da un albero tubolare montato in


posizione orizzontale, poco
al di sopra del pelo libero. Su
di esso sono fissate delle co-
rone di lamelle parzialmente
immerse nel liquido durante
la rotazione, così da provo-
care una violenta agitazione
(Figura 6.15). Si tratta di un
rotore a basso numero di giri
con gruppo motoriduttore di
azionamento. Possono essere Figura 6.15. Aeratore ad asse orizzontale (spazzole) installato tra-
installati sia longitudinal- sversalmente ad una vasca.
mente che trasversalmente
alle vasche.

I cataloghi dei costruttori riportano, per i vari tipi di aeratori, la capacità di ossigenazio-
ne in condizioni standards (Figura 6.16). Per una stessa macchina essa può essere fatta varia-
re, entro limiti piuttosto ampi, giocando sull'affon-
damento delle alette nel liquame. Per una maggiore
immersione, cui corrisponde un più elevato assor-
bimento di potenza, l'agitazione si fa più intensa ed
aumenta quindi il trasferimento di ossigeno nel li-
quido. Tale risultato viene in genere ottenuto
mantenendo fissa la posizione del rotore e varian-
do il pelo libero della vasca mediante uno stramaz-
zo motorizzato di scarico, il cui posizionamento
può essere regolato automaticamente sulla base
delle indicazioni di una sonda di misura dell'ossige-
no disciolto. Tale sistema di regolazione, in teoria
molto preciso, incontra spesso delle difficoltà prati-
che per i frequenti fenomeni di staratura delle son-
de che possono verificarsi per effetto della loro
Figura 6.16. Capacità di ossigenazione in
funzione della profondità di immersione
delle palette per una serie di spazzole di
diversa lunghezza L.

esposizione nella miscela aerata. Soprattutto


in piccoli impianti, ove più carente è la ge-
stione, è spesso preferibile programmare la
posizione della soglia, e quindi la quantità si
ossigeno fornita, in base alla misura della
portata o mediante dispositivo a tempo che Figura 6.17. Potenza specifica necessaria ad assi-
tengano conto delle prevedibili variazioni curare una corretta miscelazione nella vasca a
giornaliere della richiesta. Assai meno di fre- fanghi attivi. La potenza varia con il volume della
vasca e con il rapporto tra profondità e larghezza
quente la capacità di ossigenazione viene del bacino.
fatta variare agendo sulla velocità di rotazio-
ne della macchina.
Nella scelta dell'aeratore si deve anche tener conto della necessità di assicurare ovunque
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-27

una sufficiente circolazione, con velocità che non scendano sotto i 20 cm/s. Viene definita
come potenza specifica la potenza per unità di volume necessaria allo scopo. Indicativa-
mente può venire assunta in 20 W/m3. Essa dipende dalla concentrazione di biomassa sospe-
sa e diminuisce all'aumentare del volume della vasca di aerazione ed al diminuire del rap-
porto tra profondità e larghezza del bacino. In Figura (6.17) è dato un esempio di tale di-
pendenza per uno dei principali tipi di turbina disponibili sul mercato italiano.

3.3.2. Aerazione per insufflazione

L'ossigenazione del liquame può anche essere ottenuta per insufflazione d'aria nella
massa liquida. Il rendimento di ossigenazione, inteso come rapporto tra l'ossigeno solubiliz-
zato (in condizioni standards) e quello insufflato, dipende allora anche dalle dimensioni delle
bolle con cui l'aria è introdotta nella vasca e dalla profondità di insufflazione (cui sono ri-
spettivamente collegati la superficie di scambio ed il tempo di contatto aria-liquido). Si pos-
sono distinguere:
Sistemi a bolle fini, con dimensioni medie inferiori ai 3 mm, ottenute per diffusione
d'aria attraverso corpi porosi, in materiale plastico (poliestere espanso ad alta densità, polite-
ne poroso e simili) o in ossidi di alluminio o di silicio sinterizzati in una matrice ceramica.
Essi vengono realizzati in forma di candele o di dischi; in quest'ultimo caso sono alloggiati in
sedi di metallo o di plastica disposte sul fondo della vasca. Ne sono forniti degli esempi in
Figura 6.18.
Per un corretto funzionamento è necessario
che l'aria, alimentata attraverso un sistema di tuba-
zioni, sia esente da polvere o da altre impurità che
potrebbero produrre intasamenti. Tale rischio va
comunque sempre tenuto presente, anche per la
possibilità che, in caso di arresto dei sistemi di ae-
razione, si verifichino accumuli di fango sul fondo.
È in genere pertanto opportuno che questo tipo di
diffusore venga installato con modalità che ne con-
sentano una semplice estrazione per le operazioni
di ordinaria manutenzione. Un esempio è dato in
Figura 6.19, in cui un gruppo di diffusori tubolari è Figura 6.18. Diffusori a bolle fini: in alto
alimentato attraverso due tubazioni a snodo che ne una coppia di diffusori tubolari; inferior-
mente una serie di diffusori a disco, in-
stallati su tubazioni in PVC.

consentono il sollevamento senza che sia necessa-


rio svuotare la vasca.
Soluzioni analoghe sono possibili, anche se
più raramente applicate, anche con diffusori a di-
schi.
Sistemi a bolle medie, con dimensioni com-
prese tra 3 e 5 mm. Spesso si basano su elementi
messi in vibrazione dalla portata in uscita che con-
sentono una ripartizione relativamente buona del-
l'aria diffusa, pur alimentata attraverso passaggi di
considerevoli dimensioni. La minor superficie spe-
cifica delle bolle comporta rendimenti di ossigena-
Figura 6.19. Esempio di installazione di zione più bassi rispetto ai sistemi con corpi porosi.
diffusori tubolari a snodo. Hanno tuttavia il vantaggio di non richiedere la fil-
6-28 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trazione dell'aria e di consentire un fun-


zionamento discontinuo del sistema di ae-
razione, fatti questi che li rendono adatti
soprattutto nel caso di piccoli e medi im-
pianti.
Sistemi a bolle grosse, di dimen-
sioni superiori a 5 mm, generalmente ot-
tenute mediante insufflazione attraverso
tubi forati.
In linea indicativa, e relativamente
alle condizioni standards, i rendimenti di
ossigenazione, per una profondità di in-
Figura
Figura 6.23. 6.20. Variazioni
Aerazione del rendimento
per diffusione d'aria a di ossigena- sufflazione di 3 m, possono assumere i se-
zione di
bassa pressione. un diffusore tubolare in funzione della portata guenti valori:
d'aria erogata, per diverse profondità di insufflazione,
in condizioni standards. • sistemi a bolle fini 0,14 - 0,20
• sistemi a bolle medie 0,08 - 0,14
• sistemi a bolle grosse 0,04 - 0,08

È comunque sempre opportuno fare


riferimento alle curve di rendimento, di-
rettamente ottenute per ciascun tipo di dif-
fusore. In Figura 6.20 ne è fornito un
esempio per un diffusore tubolare a bolle
fini. All'aumentare della portata d'aria insuf-
flata la superficie specifica delle bolle tende
a diminuire per effetto dei fenomeni di ag-
glomerazione che più facilmente si deter-
minano e ciò si traduce in una diminuzione
del rendimento di ossigenazione. Un
comportamento opposto può verificarsi
nel caso di sistemi a bolle grosse ove la Figura 6.21. Andamento delle perdite di carico per
maggior agitazione può favorire una suc- un diffusore a disco in funzione della portata d'aria
cessiva suddivisione delle bolle nella vasca erogata e della profondità di insufflazione.
stessa. All'aumentare della
portata d'aria crescono ov-
viamente le perdite di carico
attraverso il diffusore, come
può rilevarsi dall'esempio di
Figura 6.21.
In mancanza di deter-
minazioni dirette, l'influenza
della profondità di insuffla-
zione (h) sulla capacità di os-
Figura 6.22. Collocazione dei diffusori atta a prolungare il tempo di sigenazione di un aeratore
contatto tra le bolle d'aria ad il liquido. può calcolarsi attraverso la
formula
0.7
 h1 
(O.C.)1= (O.C.)2·   (6.84)
 h2 
Le modalità di installazione hanno tuttavia una considerevole influenza sul rendimento.
Con un'idonea collocazione dei diffusori in rapporto alla sezione della vasca, è ad esempio
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-29

possibile ottenere condizioni di miscelazione, atte a trattenere più a lungo le bolle d'aria a
contatto con il liquido, favorendo quindi la diffusione dell'ossigeno (Figura 6.22). Su un
principio analogo si basa l'utilizzazione di diffusori a bolle grosse, ubicati a bassa profondità
in vasche dotate di un deflettore sommerso. Si favorisce così un moto rotatorio del liquido
nella sezione per effetto del movimento ascendente che viene a determinarsi nella zona di
insufflazione a causa della minor densità della miscela aria-acqua (Figura 6.23).
Nei sistemi ad insufflazione, l'esigenza di assicurare la miscelazione nella vasca risulta
soddisfatta per una portata d'aria di 1,2-1,8 m3/m3 di vasca all'ora.

3.3.3. Altri sistemi di aerazione

I sistemi, precedentemente descritti, di aerazione superficiale e per insufflazione sono


quelli normalmente in uso per l'ossigenazione delle acque o della miscela aerata negli im-
pianti a fanghi attivi. Si ricordano di seguito brevemente altre tecniche che trovano soprat-
tutto applicazione per esigenze particolari (trasferimento di elevate quantità di ossigeno,
grande profondità di installazione e simili).
§ Turbine sommerse (Figura 6.24): l'aria viene insufflata in profondità a grosse bolle che
vengono successivamente suddivise e disperse mediante una turbina sommersa con bassa
velocità di rotazione. Il sistema si presta particolarmente a trasferire grosse quantità di ossi-
geno (anche diverse centinaia di mg/(l·h)) e risulta quindi adatto per scarichi a BOD assai ele-
vato. Presenta inoltre ottime possibilità di regolazione della fornitura di ossigeno in funzio-
ne delle richieste.
§ Aeratori statici: costituiti da
tubazioni verticali, ancorate sul
fondo della vasca in cui sono in-
ternamente incorporati dei de-
flettori. Alla base del tubo viene
immessa aria compressa che, ri-
salendo all'interno attraverso i
passaggi determinati dei defletto-
ri, si miscela all'acqua con un ele-
vato contatto interfacciale ed in
condizioni di alta turbolenza (Fi-
gura 6.25). All'interno del tubo
l'acqua, aspirata dal fondo, risale Figura 6.24. Turbina som-
assieme all'aria ed è continua- mersa con insufflazione d'aria Figura tubolare.
6.25. Aeratore statico
in profondità.
mente ricambiata. L'effetto della
miscelazione resta comunque meno intenso rispetto ad altri ti-
pi di aerazione; il sistema risulta pertanto adatto soprattutto nel caso di lagunaggio aerato
(bassa concentrazione di biomassa); nel caso dei fanghi attivi richiede un'attenta disposizio-
ne degli aeratori. Si ha per contro il vantaggio di assenza di rischi di intasamento nel sistema
di insufflazione (che è operata a bolle relativamente grosse) e della possibile realizzazione di
vasche di considerevole profondità.

3.3.4. Considerazioni comparative

Si può ormai ritenere che non sussistano grosse differenze tra le prestazioni degli ae-
ratori superficiali ed i sistemi ad insufflazione d'aria a bolle fini. La quantità di ossigeno tra-
sferibile in condizioni standards, è in entrambi i casi dell'ordine di 2.0-2.2 kgO2/kWh, mentre
6-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

scende decisamente per l'aerazione a bolle medie (1,5 kgO2/kWh) e per quello a bolle grosse
(1,2 kgO2/kWh). A favore degli aeratori superficiali gioca un'indubbia semplicità di installa-
zione. Il sistema si basa infatti su di un numero limitato di macchine che non richiedono la
rete di adduzione e di distribuzione d'aria ed il rilevantissimo numero di diffusori necessari
con l'insufflazione. Anche l'esercizio è notevolmente semplificato, a fronte delle periodiche
operazioni di pulizia dei diffusori, che devono essere programmate per evitarne l'intasa-
mento ed il conseguente calo di prestazioni nel tempo. Per questi motivi l'aerazione super-
ficiale si è andata largamente affermando, soprattutto in impianti di piccole o medie dimen-
sioni. Vanno però tenute presenti alcune considerazioni che ne dovrebbero restringere il
campo d'impiego:

• Considerevole abbassamento della temperatura del liquido, in condizioni invernali, so-


prattutto quando siano previsti prolungati tempi di permanenza idraulici (fanghi attivi a bas-
so carico, digestione aerobica). Con i sistemi ad insufflazione, per contro, la temperatura
può essere mantenuta notevolmente più elevata per effetto della compressione e del conse-
guente riscaldamento dell'aria. È questo un aspetto importante soprattutto quando il pro-
cesso biologico risulta essere molto influenzato dalla temperatura, come ad esempio nel ca-
so della nitrificazione. In località a clima rigido l'aerazione superficiale può anche incontrare
difficoltà di tipo meccanico, con formazione di ghiaccio.
• Problemi ambientali connessi alla rumorosità ed alla formazione di aerosol. I compres-
sori e le soffianti utilizzati per alimentare i diffusori nei sistemi ad insufflazione presentano
livelli di rumorosità anche maggiori, su cui tuttavia si può facilmente intervenire con ade-
guata insonorizzazione della sala macchine. Con l'aerazione superficiale il rumore è invece
essenzialmente dovuto allo sciacquio dell'acqua, violentemente agitata; gli interventi di inso-
norizzazione sono in questo caso praticamente impossibili. La formazione di aerosol, con
rischio connesso alla presenza di agenti patogeni, è inoltre sicuramente assai maggiore con
aerazione superficiale. Tale sistema è pertanto da sconsigliare in impianti ubicati in prossi-
mità di abitazioni o in caso di realizzazioni al chiuso, come talvolta richiesto per ragioni di
inserimento paesaggistico.
• Minor facilità di regolazione della quantità di ossigeno trasferita e pratica impossibilità di
disporre di unità di riserva. Nei sistemi ad insufflazione, l'aria viene sempre fornita attraver-
so una serie di macchine disposte in parallelo, così da assicurare una buona possibilità di re-
golazione e da disporre comunque di unità di emergenza.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-31

4. LA NITRIFICAZIONE BIOLOGICA

Accanto alla rimozione del carbonio un altro problema da affrontare all’interno di un


depuratore biologico è quello del trattamento dell’azoto che, nei suoi diversi stadi di ossida-
zione, può implicare problemi di varia natura nei corsi d'acqua ricettori; tra di essi il più noto
è l’eutrofizzazione dei corpi idrici a debole ricambio, in cui peraltro è in genere il fosforo ad
esercitare il ruolo di reale fattore limitante la crescita algale. Altri problemi connessi alla pre-
senza di azoto possono così essere riassunti:
• abbassamento del tenore di ossigeno disciolto nei ricettori, da collegarsi al consumo do-
vuto all’ossidazione batterica dell’azoto ammoniacale ad azoto nitroso e nitrico;
• diretta tossicità dell’azoto ammoniacale per la fauna ittica, quando esso sia presente in
forma di ammoniaca gas (NH3). Poiché l’equilibrio con gli ioni ammonio ( NH 4+ ) è regolato
dal pH in base alla relazione
NH 4+ + OH − ←
→ NH3 + H 2 O

un aumento di pH determina un incremento della presenza di NH3 e quindi della tossicità


per molte specie ittiche, già considerevole per concentrazioni di 0,01 mg/l di NH3-N;
• limitazioni agli usi idropotabili per i rischi connessi alla presenza di nitrati che riducendosi
a nitriti nell’apparato digerente e combinandosi all'emoglobina del sangue vi bloccano il
meccanismo di trasporto dell’ossigeno (cianosi infantile). Per tale motivo le norme
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stabiliscono una concentrazione mas-
sima di 11 mg/l di NO3-N nelle acque potabili;
• la presenza di azoto ammoniacale diminuisce l’efficienza della clorazione, con la necessità
di maggiori dosaggi di cloro (clorazione al punto di rottura).

Nei liquami urbani, negli scarichi zootecnici, ed in molti effluenti industriali, l’azoto è
prevalentemente presente sotto forma organica (proteine) e come urea, contenuta nelle uri-
ne; in entrambi i casi e in ambiente idrico esso subisce un rapido processo di ammonifica-
zione ad azoto ammoniacale, secondo le seguenti reazioni qualitative:
→ NH3 + NH 4+
microrganismi
Norg  

→2 NH 4+ + CO 32 −
enzima ureasi
H 2NCONH 2 + 2 H 2 O  

Per tale motivo in seguito non si farà distinzione tra l’azoto organico ed ammoniacale,
entrambi compresi nella determinazione del TKN.
Negli abituali processi di depurazione, il rendimento di rimozione dell’azoto è significa-
tivo, ma non elevato. Per i liquami domestici la sedimentazione primaria consente un abbat-
timento di circa il 10%; nelle fasi biologiche le quantità trattenute per assimilazione batterica
(processi di sintesi) sono direttamente correlate al carbonio rimosso e valutabili attorno al
5% del COD biodegradabile eliminato.
Una depurazione più spinta richiede trattamenti specifici; accanto a processi di natura
chimica e chimico-fisica (clorazione al punto di rottura, strippaggio dell'ammoniaca), di limi-
tata applicabilità, la via oggi più matura su scala reale, soprattutto in campo urbano, è quella
biologica, attraverso una fase ossidativa di nitrificazione, con formazione di nitriti e quindi di
nitrati, seguita da una fase riduttiva di denitrificazione, con produzione di azoto molecolare
(N2), non più utilizzabile nei cicli biologici e come tale ceduto all'atmosfera.
6-32 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.1. STECHIOMETRIA

Per nitrificazione si intende l’ossidazione dei composti inorganici dell’azoto allo stato
ridotto, svolta da batteri autotrofi, in grado cioè di utilizzare per la sintesi cellulare carbonio
inorganico (CO2) e di trarre l’energia necessaria alla crescita e al metabolismo dall’ossidazione
dell'ammoniaca e poi dei nitriti usando l’ossigeno libero come accettore di elettroni. Nel trat-
tamento delle acque risultano di particolare interesse i batteri del genere Nitrosomonas, per
l’ossidazione dell’ammoniaca a nitriti, e del genere Nitrobacter per l’ossidazione dei nitriti a ni-
trati.
Le reazioni di ossidazione, da cui i batteri traggono l’energia loro necessaria, possono
esprimersi per i Nitrosomonas come:
NH 4+ +15
, O 2 →2 H + + H 2 O + NO 2− 3.43 mgO/mg NH 4+ -N
(58÷84 kcal)
e per i Nitrobacter:
NO 2− +0,5 O 2 → NO 3− 1.14 mgO/mg NO2--N
(15.4÷20.9 kcal)
Complessivamente pertanto le reazioni di ossidazione dell’ammoniaca a nitrati risultano:
NH4+ + 2 O 2 →2 H + + H2O + NO 3− 4.57 mgO/mg NH 4+ -N
(73.4÷104.9 kcal)
Parte dell'azoto è anche richiesto per la sintesi batterica sia dei Nitrosomonas che dei Ni-
trobacter per cui in totale si può scrivere la seguente espressione stechiometrica che tiene con-
to sia dell'ossidazione dell'ammoniaca, sia della sintesi batterica (su basi teoriche e sperimen-
tali):
NH4+ + 183 , HCO3− → 0,021 C 5H7O 2N + 1041
, O 2 +198 , H2O +0,98 NO 3− +188
, H 2CO3

Dall'osservazione di questa espressione si possono ricavare le seguenti considerazioni:


1. La sintesi di organismi nitrificanti è piuttosto limitata, in rapporto ai quantitativi di am-
moniaca ossidati. I rapporti stechiometrici indicano una produzione calcolata come di se-
guito:
NH4+ + 183 , HCO 3− → 0,021 C 5H7O 2N + 1041
, O 2 +198 , H 2O +0,98 NO3− +188
, H2CO 3
14 c om e N 0,021 ⋅ 113

si ricava 0,021·113/14=0,1695 g di biomassa per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato.


2. È necessaria una considerevole disponibilità di ossigeno libero. Sempre sulla base dell'e-
quazione stechiometrica:
NH 4+ , HCO 3− + 183
+ 198 , O 2 → 0,021 C 5H7 O 2N + 1041
, H 2 O +0,98 NO 3− +188
, H 2 CO 3
14 c om e N , ⋅ 2 ⋅16
183

si calcola 1,83·16·2/14=4,183 g di O2 per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato.


3. Nel corso del processo si ha distruzione di alcalinità con produzione di acido carbonico.
Per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato si distruggono 8,62 g di HCO3− (che equivale a 7,07 g
di CaCO3).
Dalla espressione stechiometrica:
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-33

NH4+ + 183 , HCO 3− → 0,021 C 5H7O 2N + 1041


, O 2 +198 , H 2O +0,98 NO3− +188
, H2CO 3
14 c om e N , ⋅ 61
198

si calcola 1,98·61/14=8,627 g di HCO3− per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato, oppure in al-


tri termini 7,07 grammi di CaCO3 per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato.
Conseguentemente si ha una tendenza all'abbassamento del pH, quando l'alcalinità iniziale
dell'acqua da trattare non sia sufficientemente elevata per tamponare l'acidità prodotta du-
rante la nitrificazione.

4.2. CINETICA

La velocità di ossidazione dell’ammoniaca, dovuta ai Nitrosomonas, in assenza di fattori


limitanti, è assai minore rispetto a quella dei Nitrobacter nell’ossidazione dei nitriti a nitrati.
Nelle condizioni di reale funzionamento, pertanto, l’ossidazione a nitriti limita di fatto la ve-
locità dell'intero processo; proprio per questo motivo difficilmente si verificano accumuli di
nitriti.
Osservazioni sperimentali hanno mostrato che la velocità di nitrificazione può essere
espressa secondo la formula di Monod sfruttando le seguenti considerazioni:
1. la massa di batteri generata è proporzionale alla massa di substrato (nel nostro caso am-
moniaca) utilizzata per la sintesi.
2. la velocità specifica di crescita dei batteri (ossia gli organismi generati per unità di massa
di organismi e di tempo) è correlata con la concentrazione di substrato che circonda i bat-
teri.
Dal punto 1. segue
M(Xn) = Yn·M(Na) (6.85)
dove:
M(Xn) = massa di batteri nitrificanti generati [mg VSS];
M(Na) = massa di azoto ammoniacale utilizzato [mg(NH4-N)];
Yn = massa di batteri nitrificanti generata per unità di azoto ammoniacale consumata [mg
SSV/mg(NH4-N)].

Conseguentemente si può scrivere:


dX n dNa
= Yn ⋅ (6.86)
dt dt
Dal punto 2. Monod ha sviluppato la seguente espressione:
Na
µ nT = µ nT ⋅ (6.87)
K nT + Na

dove:
µ nT = velocità di crescita specifica osservata alla concentrazione Na [mg SSV/(mg SSV·d)];
µ nT = velocità di crescita specifica massima [mg SSV/(mg SSV·d)];
KnT = costante di semisaturazione, cioè tale per cui µ nT =0,5 ⋅ µ nT [mg (N-NH4-N)/l];
Na = concentrazione di ammoniaca nel reattore [mg (NH4-N)/l].

È da notare come nelle grandezze definite compare il pedice T, a significare la loro forte
dipendenza dalla temperatura.
6-34 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

La velocità di crescita è data dalla velocità di crescita specifica moltiplicata per la massa
di batteri presenti (Xn):
 dX n  Na
  = µ nT ⋅ X n = µ nT ⋅ ⋅ Xn (6.88)
 dt  crescita K nT + Na

La velocità di crescita può essere correlata alla velocità di rimozione dell'ammoniaca:


dNa µ nT Na Na
= ⋅ ⋅ X n = ν nT ⋅ ⋅ Xn (6.89)
dt Yn K nT + Na K nT + Na

Oltre alla crescita, la massa di batteri subisce naturalmente delle perdite, che, come già
visto sono indicate come perdita di massa endogena; si è osservato che tale perdita è indi-
pendente dalla crescita, consentendo così di esprimerla nella semplice forma
 dX n 
  = − b nT ⋅ X n (6.90)
 dt  sc om parsa

dove:
bnT = velocità specifica di perdita di massa endogena per i nitrificanti [mg SSV/(mg SSV·d)].
La crescita netta della massa di batteri si scrive
 dX n 
  = −( µ nT − b nT ) ⋅ X n (6.91)
 dt  netto

Considerando il processo di nitrificazione in un impianto a fanghi attivi completamente


miscelato, con condizioni di carico e portata costanti, il bilancio di massa è dato da:
Na
M( X n )= Vp ⋅ X n = µ nT ⋅ ⋅ X n ⋅ Vp ⋅ dt − b nT ⋅ X n ⋅ Vp ⋅ dt − X n ⋅ Q ⋅ dt (6.92)
K nT + Na

dove:
Vp = volume della vasca [m3];
Q = portata di supero estratta dal reattore [m3/d]

Dividendo per Vp·dt ottengo


dX n Na X ⋅Q
= µ nT ⋅ ⋅ X n − b nT ⋅ X n − n (6.93)
dt K nT + Na Vp

Vp
Posto = ϑ = età del fango [d]; in condizioni di carico e portata costanti e a regime
Q
dX n
vale = 0 e risolvendo per Na ottengo
dt
 1
K nT ⋅  bnT + 
 ϑ
Na = (6.94)
 1
µ nT −  bnT + 
 ϑ
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-35

È da notare che Na nel re-


attore e nell’effluente è indi- ϑ<ϑ ϑ = ϑmin ϑ > ϑmin
min

pendente dalla costante speci- 120


CONCENTRAZIONE
fica di produzione Yn e dalla DI AZOTO
AMMONIACALE
concentrazione di ammoniaca ENTRANTE
[mgN/l]
100

entrante (Nai). 80
Ponendo in un grafico la
relazione appena scritta con età 60

del fango in ascissa e Nai in or- Nai


dinata si individua una curva vari valori
40

come indicato in Figura 6.26 si di N ai

può osservare che per elevate 20

Nai
età del fango Na è molto bassa 0
e rimane tale fino ad un'età del 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9
ETA' DEL FANGO [giorni]
fango di 3,5 giorni; per età mi-
nori cresce rapidamente fino a Figura 6.26. Relazione tra l'età del fango per la nitrificazione e la
raggiungere l’ovvio valore limi- concentrazione di ammoniaca influente Nai.
te di Nai.
Ponendo Na = Nai e risol-
vendo la relazione in ϑ si trova l’età minima del fango ϑ min sotto la quale non avviene nitri-
ficazione.
K nT
1+
K nT + Nai Nai
ϑ min = = (6.95)
( )
Nai ⋅ µ nT − b nT − K nT ⋅ b nT
(µ nT ) K ⋅b
− b nT − nT nT
Nai

ϑ min dipende molto debolmente da Nai. Inoltre la quantità KnT/Nai è generalmente picco-
la: si può quindi semplificare l’espressione di ϑmin come segue
1
ϑ min = (6.96)
(µ nT − b nT )
Questa espressione è molto utile nelle applicazioni pratiche con acque reflue urbane
K nT
quando Nai sia maggiore di 5 mgN/l (in tal caso vale l'approssimazione << 1, poiché Kn20
Nai
≈1 mgN/l).
Da quanto detto si evince chiaramente che µ nT e bnT influenzano significativamente
l’età minima del fango; è quindi di fondamentale importanza valutare, nelle applicazioni pra-
tiche, come possono variare queste grandezze per effetto di fattori quali la temperatura, il pH
e altri.

4.3. FATTORI LIMITANTI

Numerosi fattori influenzano l’efficienza di nitrificazione e l’età minima del fango.


In particolare assumono grande importanza la natura delle acque reflue, la temperatura,
il pH, la presenza di zone non aerate, la concentrazione di ossigeno disciolto e la variabilità
della portata e del carico inquinante.
6-36 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.3.1. Natura del liquame influente

La massima velocità specifica di crescita µ nT è fortemente legata alla natura delle acque
reflue. Questo effetto è dovuto alla possibile azione inibente da parte di sostanze contenute
nel refluo, specie se di origine industriale, sebbene non sia ancora noto in modo preciso co-
me le specifiche specie inibenti possono interferire. Per valori differenti di µ nT possono cor-
rispondere variazioni anche dell’ordine del 100% nell’età minima del fango. Se non sono di-
sponibili misure sperimentali è necessario scegliere, a favore di sicurezza, un valore cautelati-
vo per µ nT (come valori di riferimento di µ nT a 20°C si assume l'intervallo 0,33÷0,65 d-1).
Il parametro bnT ha una rilevanza minore e non è quindi necessario indagare con preci-
sione sui vari fattori che lo influenzano; si adotta normalmente un valore di 0,04 d-1, valido
per gran parte dei liquami.

4.3.2. Temperatura

Le grandezze µ nT e KnT sono molto sensibili alle variazioni di temperatura; la dipenden-


za può essere quantificata con le seguenti relazioni:
( T− 20)
µ nT = µ n20 ⋅ (1123
, ) (6.97)
K nT = K n20 ⋅ (1123
, ) ( T− 20) (6.98)
b nT = b n20 ⋅ (1029
, ) ( T− 20) (6.99)

L’effetto della temperatura su µ nT è molto rilevante ai fini progettuali: infatti, un calo di


6°C della temperatura porta ad un dimezzamento di µ nT con conseguente raddoppio dell’età
minima del fango. È da notare infine che la sensibilità di Kn alle variazioni di temperatura
non incide sull’età minima del fango, ma solo sull’efficienza di nitrificazione.

4.3.3. pH ed alcalinità

La velocità di crescita specifica dei batteri dipende molto dal pH medio nel reattore. Si
osserva infatti che appena ci si discosta da un range ottimale di pH compreso tra 7 e 8,5 si
evidenzia un marcato rallentamento del processo di nitrificazione.
Come si è visto in precedenza ϑ min ha una forte dipendenza da µ nT ed è invece meno
influenzato da KnT. Tuttavia KnT ha una fondamentale influenza sull’efficienza di nitrificazio-
ne e quindi è indispensabile studiarne le possibili variazioni.
L’analisi degli effetti delle variazioni di pH ha rivelato che è assai difficile separare gli ef-
fetti su µ nT da quelli su KnT. Sperimentalmente si è osservato che per pH compresi tra 5 e 7,2
si verifica un calo di µ nT ed una crescita di KnT che possono essere quantificate con sufficien-
te precisione dalle seguenti relazioni:
per 7,2<pH<8,5
µ n pH = µ n 7,2 (6.100)
K n pH = K n 7,2 (6.101)
per 5<pH<7,2
( pH− 7,2 )
µ n pH = µ n 7,2 ⋅ α ns (6.102)
(7,2 − pH)
K n pH = K n 7,2 ⋅ α ns (6.103)
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-37

dove
α ns = coefficiente di sensibilità al pH (pari a circa 2,35).

L’effetto complessivo di temperatura e pH viene espresso con la seguente relazione:

( pH−7,2) ( T− 20) Na
µ nTpH = µ n20 ⋅ ( 2,35) ⋅ (1123
, ) ⋅ (6.104)
( 7,2−pH)
K n 20 ⋅ ( 2,35) ⋅ (1123
, ) ( T− 20) + Na
dove:
µ n T pH = velocità di crescita specifica per assegnati valori di T e pH;
µ n20 = massima velocità di crescita specifica a T=20°C e pH=7,2;
Kn20 = costante di semisaturazione a T=20°C e pH=7,2.

In termini progettuali bisogna tenere conto dell’alcalinità del refluo entrante; infatti, una
bassa alcalinità entrante induce un rapido calo del pH nel reattore durante il processo di ni-
trificazione. Stechiometricamente si calcola che per 1 mg di ammoniaca nitrificato si consu-
mano 7,07 mg di alcalinità in termini di CaCO3.
Il problema può essere limitato o completamente risolto prevedendo nella configura-
zione di impianto sia il processo di nitrificazione che di denitrificazione. La denitrificazione
provvede, infatti, a rimuovere acidità e quindi permette di recuperare in parte l'alcalinità con-
sumata in nitrificazione. La denitrificazione è, però, un processo anossico; bisognerà quindi
tenere conto della presenza di zone non aerate nel reattore nella valutazione del processo di
nitrificazione.

4.3.4. Zone non aerate

L’effetto di zone non aerate sulla nitrificazione può essere facilmente trattato se si as-
sumono le seguenti ipotesi:
1. I batteri nitrificanti possono crescere solo nelle zone aerobiche del reattore, poiché sono
organismi strettamente aerobi.
2. La perdita di massa endogena avviene sia in condizioni aerobiche che anossiche.
3. La concentrazione di batteri nitrificanti è sostanzialmente uguale nelle due zone del pro-
cesso.

Con queste ipotesi, se fxT è la frazione non aerata della massa totale di fango, l’azoto
ammoniacale uscente è dato da:
 1
K nT ⋅  b nT + 
 ϑ
Na = (6.105)
 1
µ nT (1− f xT )− b nT + 
 ϑ

Con ragionamenti analoghi a quelli visti in precedenza si può ricavare l’espressione di


ϑ min :

1
ϑ min = (6.106)
µ nT (1− f xT )−b nT

Alternativamente, se ϑ è noto, si può calcolare la frazione minima di fango in condi-


zioni aerobiche (1-fxm) che deve essere presente nel reattore perché avvenga la nitrificazione:
6-38 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

 1
 b nT + 
 ϑ
(1− f xm )= (6.107)
µ nT

o allo stesso modo la massima frazione non aerata (fxm) si ricava immediatamente:
 1
 b nT + 
 ϑ
f xm =1 − (6.108)
µ nT

I valori così calcolati devono essere corretti con un opportuno coefficiente di sicurezza
Sf per garantire un'efficienza di nitrificazione superiore al 90%; infatti la nitrificazione diventa
instabile quando la frazione di biomassa aerata si avvicina al minimo consentito. Le relazioni
diventano quindi:
 1
 b nT + 
 ϑ
(1− f xm )= S f ⋅ (6.109)
µ nT
 1
 bnT + 
 ϑ
f xm =1 − S f ⋅ (6.110)
µ nT

Si devono rispettare dei limiti superiori per il valore di fxT ; infatti elevati valori della fra-
zione non aerata (> 0,5÷0,6) favoriscono:
1. l'instaurarsi del "bulking" specialmente per basse temperature;
2. un elevato incremento della produzione di fango (prevalgono i fenomeni di biofloccula-
zione su quelli di rimozione biologica)
Si converge quindi su valori ottimali di fxT inferiori generalmente al 50-60%.

4.3.5. Concentrazione di ossigeno disciolto

Basse concentrazioni di ossigeno riducono fortemente l’efficienza di nitrificazione; per


tener conto di questo effetto si utilizza la seguente espressione:
O
µnO = µnO ⋅ (6.111)
K nO + O

dove:
KO = costante di semisaturazione [mg O/l];
µ nO = velocità di crescita specifica ad una data concentrazione di ossigeno [d-1];
µ nO = massima velocità di crescita specifica [d-1].
O = concentrazione di ossigeno nel volume liquido [mg O/l]

Si può notare come µ nO possa addirittura dimezzarsi se la concentrazione di ossigeno


non è adeguata e si avvicina al valore di KO.
KO presenta un’ampia variabilità di valori; questo è dovuto al fatto che la concentrazione
di ossigeno nel fiocco biologico non è la stessa di quella nella massa liquida; inoltre la con-
centrazione di ossigeno disciolto nel reattore è variabile da punto a punto, in quanto
l’immissione di ossigeno è puntuale e non è possibile realizzare una completa e istantanea
diffusione (il valore attribuito a KO varia da 0,3 a 2 mg/l). Per questi motivi non è possibile
parlare di concentrazione minima ammissibile nel reattore: ogni reattore avrà un proprio va-
lore di ossigeno accettabile. Normalmente il valore adottato negli impianti, tale da non inibi-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-39

re la nitrificazione è pari a 2 mg/l.

4.3.6. Influenza della non stazionarietà

È stato sperimentalmente verificato che in condizioni di portata e carico organico non


stazionari l’efficienza di nitrificazione risulta minore.
È possibile instaurare una relazione tra l’ammoniaca effluente in condizioni stazionarie
e non; tuttavia scegliendo un coefficiente di sicurezza applicabile all’età del fango, sufficien-
temente elevato (1,25 o più), l’effetto della non stazionarietà diventa piccolo, e può essere
trascurato ai fini progettuali.
Bisogna ancora sottolineare che il parametro più critico, che necessita della maggior at-
tenzione in fase progettuale è dato da µ n ; se esso viene sovrastimato, anche con un valore di
età del fango di 1,25 volte il minimo teorico, l’impianto sarà caratterizzato da fluttuazioni di
concentrazione nell'effluente e quindi da una bassa efficienza di nitrificazione. È perciò es-
senziale una stima prudente di µ n in fase di progetto.

4.4. PROCEDURA DI PROGETTO TRADIZIONALE

Secondo questa procedura di progetto si prevede di fissare a priori la concentrazione di


TKN nell'effluente, che si desidera raggiungere, conoscendo il valore di TKN nel refluo in in-
gresso; inoltre si assume di conoscere i parametri cinetici, quali µ n , bn e Yn , determinati per
via sperimentale.

1. Determinazione dell'età minima del fango:

Si è già evidenziato come l'età del fango risulti essere un parametro fondamentale nella
valutazione del processo di nitrificazione. La stima di ϑ min si effettua con l'espressione pre-
cedentemente vista:
1 Na
= µ n, eff = µ nT − bnT = µ nT ⋅ − bnT (6.112)
ϑ min K nT + Na

2. Introduzione del fattore di sicurezza:

Allo scopo di assicurare il verificarsi della nitrificazione ed evitare fenomeni di instabili-


tà, che si potrebbero instaurare quando ϑ = ϑ min , si raccomanda di introdurre un coefficiente
di sicurezza fp sul valore dell'età del fango calcolata al punto 1.
ϑ = fp ⋅ ϑ min (6.113)

3. Determinazione di vn:

Si procede determinando la velocità vn di rimozione del substrato (in questo caso am-
moniaca); questa grandezza si valuta con le espressioni tipiche già presentate e si esprime
quindi in funzione dell'età del fango:
µn 1  1  1+bn ⋅ ϑ
vn = = ⋅  + bn  = (6.114)
Yn Yn ϑ  Yn ⋅ ϑ
6-40 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4. Definizione di f (frazione di biomassa nitrificante):

Si definisce la frazione di biomassa nitrificante, f , come f = xn/x e si calcola attraverso la


seguente espressione di massima:

Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ] (6.115)
x ⋅ vn

Il termine 0.05⋅(S0-Se) rappresenta la poerzione di azoto utilizzata da parte dei batteri


eterotrofi per la loro sintesi batterica; la richiesta di azoto da parte di essi è pari, in prima ap-
prossimazione, al 5% della sostanza organica abbattuta, come indicato al Capitolo 5.

5. Calcolo del volume del reattore:

Si determina il volume Vn , assunta una concentrazione in vasca pari a x=3-4 kg SST/m3:

Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ]
x ⋅ vn

che riscritta diventa:

Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ⋅ Yn ⋅ ϑ ] (6.116)
x ⋅(1+bn ⋅ ϑ )

o in alternativa

x=
[
ϑ ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ⋅ Yn ] (6.117)
t ⋅(1+bn ⋅ ϑ )

6. Fabbisogno di ossigeno per la rimozione dell'azoto:

La richiesta di ossigeno per soddisfare il fabbisogno unicamente della popolazione auto-


trofa nitrificante, non tenendo in conto perciò la frazione eterotrofa, è data da:

M(O)n = 4,57⋅Q ⋅[TKN0 − TKNe −0,05⋅(S0 − Se )] (6.118)

4.5. PROCEDURA DI PROGETTO AVANZATA

Le frazioni di TKN presenti in un refluo ed importanti ai fini del processo sono l'ammo-
niaca libera e in forma ionica (Nai), l’azoto organico biodegradabile (Noi), solubile non biode-
gradabile (Nui) e particellato non biodegradabile (Npi). La suddivisione dell'azoto è indicata
nella Figura 6.27 e più det-
TKN in ingresso
tagliatamente nel Capitolo 2 N ti

con la descrizione delle va-


riabili e dei simboli utilizza- ammoniaca libera e salina azoto organico
N N -N
ti. ai ti ai

L’azoto organico bio- solubile non biodegradabile particellato non biodegradabile biodegradabile
degradabile è decomposto N ui N pi N oi

da batteri eterotrofi ad
ammoniaca; alla loro morte Figura 6.27. Suddivisione dell'azoto.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-41

la parte organica diviene a sua volta ammoniaca e queste due fonti, sommate all'ammoniaca
già presente nel refluo in entrata, sono utilizzate per la crescita di nuovi organismi e converti-
te dai batteri autotrofi in nitrati. La dinamica di questo processo è complessa, ma in condi-
zioni di carico stazionarie, può essere affrontata analogamente a quanto fatto nel caso del
carbonio. In fase progettuale è possibile un’ulteriore semplificazione: se si ammette un valore
del pH circa neutro, e si fissa un’età minima del fango pari a 1,25-1,35 volte il minimo teori-
co, si può assumere una concentrazione effluente pressoché costante. In fase di progetto i
due parametri fondamentali da verificare risultano essere il TKN effluente e la concentrazione
di nitrati effluente (Nn).
Il TKN effluente (TKNe) si compone di 4 contributi: ammoniaca libera e ionica (Na), azo-
to solubile organico biodegradabile (No), solubile non biodegradabile (Nu) e infine il TKN dei
solidi volatili effluenti, (TKNe)sol.

In questa procedura di progetto, si deve determinare preliminarmente l'età del fango ϑ


necessaria affinché si realizzi la nitrificazione con una elevata efficienza e stabilità; il calcolo
di ϑ può essere eseguito come indicato ai punti 1. e 2. del paragrafo precedente, eventual-
mente modificando la forma delle equazioni per tener conto della frazione di fango non ae-
rata. Inoltre, prevedendo la completa rimozione dell'azoto, è opportuno fissare il valore della
frazione di biomassa non aerata fxT , secondo le indicazioni fornite nel paragrafo relativo ai
fattori limitanti.

1. Determinazione della concentrazione di ammoniaca nell'effluente:

Il valore di Na si deduce dall'equazione già anticipata:


 1
K nT ⋅  b nT + 
 ϑ
Na = (6.119)
 1
µ nT (1− f xT )− b nT + 
 ϑ

L’equazione è valida solo per ϑ > ϑ min ; questa condizione dovrebbe essere sempre sod-
disfatta nel progetto. Come si vede, Na è indipendente dalla concentrazione di ammoniaca
entrante Nai .

2. Determinazione della concentrazione di azoto solubile organico biodegradabile


nell'effluente:

L’azoto organico biodegradabile viene trasformato in ammoniaca dai batteri eterotrofi;


nonostante la reazione sia piuttosto complessa si può dedurre il valore di No nell'effluente
dalla seguente scrittura:
Noi
No = (6.120)
1 + K amm,T ⋅ X a ⋅ HRT

dove
Noi = azoto organico biodegradabile entrante [mgTKN/l];
Kamm= costante cinetica per la degradazione di No. Questa costante dipende dalla temperatu-
ra secondo un'espressione del tipo K amm, T = K amm, 20 ⋅ α (T− 20) , dove α=1,029 e
K amm, 20 =0,015;
Xa = concentrazione di massa attiva nel reattore aerobico.
HRT = tempo di permanenza idraulica nominale del processo.
6-42 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3. Determinazione della concentrazione di azoto solubile non biodegradabile:

Per l’azoto solubile non biodegradabile vale semplicemente:


Nu = Nui
dove Nui è la corrispondente quantità entrante in mgTKN/l.

4. Determinazione della concentrazione di TKN nell'effluente:

Dopo aver individuato le concentrazioni Na, No, Nu nell'effluente, il TKN solubile totale è
pari alla somma di queste tre frazioni solubili:
(TKNe)sol = Na+ No+ Nu (6.121)
A questo va eventualmente aggiunto il contributo del TKN nei solidi volatili per un valo-
re di TKN complessivo che sarà dato da:
TKNe = Na+ No+ Nu+fn· Xve (6.122)
dove:
Xve = concentrazione di solidi volatili effluenti [mg SSV/l];
fn = frazione di TKN nei solidi sospesi volatili pari a circa 0,1 mg TKN/mg SSV.

5. Determinazione della capacità di nitrificazione:

La concentrazione di nitrati generati nel reattore (Nc), che definisce la capacità di nitrifi-
cazione del processo, è data dalla seguente espressione:
Nc=Nti - (TKNe)sol - Ns (6.123)
dove:
Nc = concentrazione di nitrati prodotti [mg NO3-N/l];
Nti = TKN entrante, come già definito al Capitolo 2;
Ns = concentrazione di TKN in ingresso incorporata giornalmente nel fango di supero.

Evidentemente l’equazione è valida solo nel caso che si supponga trascurabile la con-
centrazione di nitrati nel liquame entrante.
Il valore di Ns è dato dalla seguente espressione:
fn ⋅ M( X v )
Ns = (6.124)
ϑ ⋅Q
in cui M(Xv) rappresenta la biomassa volatile, come già definita nei primi paragrafi del Capito-
lo 6.

Nc definisce così l’efficienza di nitrificazione dell’impianto; normalmente, scelto un co-


efficiente di sicurezza per l’età minima del fango pari a 1,25-1,35 e lavorando alla temperatu-
ra minima attesa in esercizio, l’efficienza di nitrificazione sarà sempre elevata, maggiore del
90% e (TKNe)sol risulterà generalmente minore di 3-4 mgN/l ed inoltre con buona approssima-
zione indipendente dalla configurazione del processo e dalla suddivisione in zone aerate e
non aerate. Di conseguenza il valore di progetto (TKNe)sol di solito non viene calcolato espli-
citamente dalle equazioni viste, ma viene assunto pari a 3-4 mgN/l, verificando che il valore di
µ n 20 non sia minore del valore assunto di progetto e che sia disponibile una sufficiente fra-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-43

zione di biomassa aerata; chiaramente lavorando con coefficienti ( ϑ e µ nT ) stimati a bassa


temperatura in estate avremo valori di (TKNe)sol più bassi, tipicamente 2 mgN/l. Dividendo
l’espressione di Nc per la concentrazione di COD totale entrante (Sti) si ottiene:
Nc N ti Ns (TKNe ) sol
= − − (6.125)
S ti S ti S ti S ti

in cui:
Nc
= capacità di nitrificazione per unità di COD applicato al processo [mg N/mg COD]
S ti
N ti
= rapporto TKN/COD dell’acqua reflua entrante (varia tipicamente da 0,07 a 0,12).
S ti
Ns
= azoto di sintesi richiesto per unità di COD applicato.
S ti
(TKNe ) sol
= varia da 0,005 a 0,01 per basse temperature (calcolato con (TKNe)sol=4 mgN/l) e
S ti
Sti compreso tra 400 e 800 mgCOD/l.

Il risultato analitico di Nc può essere ottenuto in alternativa per via grafica utilizzando il
diagramma di Figura 6.28.
La concentrazione Nc rappresenta la quantità di nitrati che interesserà il processo di de-
nitrificazione.

Figura 6.28. Capacità di nitrificazione per mg di COD applicato, in funzione dell'età del fango per differenti
rapporti TKN/COD nell'influente a 14°C (a sinistra) e a 20°C (a destra). Viene anche indicata la minima
età del fango richiesta per ottenere la completa nitrificazione per differenti valori della frazione di biomassa
non aerata.

6. Calcolo del volume del reattore:

Dopo aver calcolato il volume dell'intero processo (Vp) attraverso l'equazione (6.57), si
risale al volume del reattore aerobico sulla base del coefficiente fxT fissato inizialmente:
Vn = (1− f xT )⋅Vp (6.126)
6-44 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

7. Fabbisogno di ossigeno per la rimozione dell'azoto:

Si può calcolare la massa degli organismi nitrificanti M(Xn) e quindi la domanda di ossi-
geno per la nitrificazione M(On). Quest'ultima si calcola facilmente sapendo che è pari a 4,57
volte la massa di nitrati prodotti al giorno.
Risulta dunque che:
Nc ⋅ Q ⋅ Yn ⋅ ϑ
M( X n )= (6.127)
1+bnT ⋅ ϑ

M(On) = 4,57·Nc·Q (6.128)


Sperimentalmente si nota che quando si supera ϑ min di un 25% non ci sono differenze
apprezzabili tra acque grezze e sedimentate in termini di domanda di ossigeno, concentra-
zione di ammoniaca uscente, nitrati e TKN nell’effluente. Questo fatto si spiega in due modi:
(1) la sedimentazione primaria rimuove solo una piccola frazione di azoto entrante; (2) i re-
flui sedimentati danno luogo ad una minore produzione di fanghi, cosicché l'azoto disponi-
bile per la nitrificazione in liquami grezzi e sedimentati è pressoché uguale.
La temperatura ha un effetto limitato sulla concentrazione di azoto scaricato, ma molto
accentuato sull’età minima del fango.
Si osserva un aumento della concentrazione di nitrati (Nn) con la crescita dell’età del
fango, attribuibile alla riduzione di azoto richiesto per la sintesi (Ns). Questo è molto impor-
tante poiché indica che, al crescere dell’età del fango, si verifica una crescita della capacità di
nitrificazione, sebbene la concentrazione di TKN in uscita rimanga più o meno costante.
La domanda di ossigeno per la nitrificazione cresce rapidamente non appena ϑ > ϑ min ,
ma se ϑ >125, ⋅ϑ min la crescita è solo marginale anche al variare della temperatura e del tipo di
refluo. La domanda di ossigeno per la nitrificazione dà luogo ad un incremento del 40-60%
della richiesta di ossigeno rispetto alla sola rimozione del carbonio, rispettivamente per reflui
grezzi e sedimentati. La domanda totale di ossigeno per reflui sedimentati è comunque del
75% in meno che per reflui grezzi.
Per avere la certezza che la nitrificazione avvenga senza limitazioni dovute all’ossigeno
disciolto è molto importante utilizzare dispositivi di ossigenazione in grado di soddisfare la
richiesta complessiva di ossigeno; questo perché in carenza di ossigeno i batteri nitrificanti
sono i primi ad essere inibiti nella crescita.
La massa di nitrificanti cresce rapidamente per ϑ > ϑ min ed è approssimativamente la
stessa per reflui grezzi e sedimentati, ma è leggermente più alta a 14°C che a 20°C. Compa-
rando la massa di fanghi nitrificanti con quelli eterotrofi, anche per alti valori di TKN/COD, la
massa dei nitrificanti risulta essere circa il 2% della massa volatile totale e può essere
trascurata nel calcolo della concentrazione di solidi volatili in un processo a fanghi attivi
trattanti reflui domestici.
Vale la pena ripetere che la sedimentazione primaria rimuove solo una piccola frazione
del TKN, ma una porzione rilevante di COD. Quindi, anche se il refluo sedimentato ha un
TKN minore di quello grezzo, la concentrazione di nitrati in uscita non riflette questa diffe-
renza perché l’azoto rimosso per la produzione del fango è minore per i reflui sedimentati
che per quelli grezzi. Di conseguenza i nitrati generati sono circa gli stessi per entrambi i
reflui. Importante è il fatto che la capacità di denitrificazione del processo dipende essen-
zialmente dalla concentrazione di COD entrante, concentrazione che può venire significati-
vamente diminuita dalla sedimentazione primaria. Questo può essere la causa di situazioni
in cui è possibile rimuovere completamente i nitrati utilizzando direttamente il refluo grez-
zo, ma non trattando reflui sedimentati.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-45

5. LA DENITRIFICAZIONE BIOLOGICA

Il processo di denitrificazione permette la rimozione dei composti dell'azoto presen-


ti in soluzione sotto forma di NO3− (e in parte di NO2− ) ad opera di batteri eterotrofi fa-
coltativi denitrificanti che sono in grado di convertire queste sostanze ad azoto gassoso
che si libera quindi nell'atmosfera.
La rimozione di NO3− e di NO2− dai liquami di scarico è un obiettivo fondamentale; gli
scopi prioritari sono:
1. evitare fenomeni di eutrofizzazione delle acque;
2. preservare l'uso idropotabile dell'acqua dai rischi connessi alla presenza di ossidi di azoto
(nitriti e nitrati); i nitrati riducendosi a nitriti nell'apparato digerente e combinandosi con
l'emoglobina del sangue vi bloccano il meccanismo di trasporto dell'ossigeno (cianosi infan-
tile o metaemoglobinemia).
Nel caso di liquami in cui l'azoto sia presente principalmente in forma ammoniacale e in
forma organica, il sistema di denitrificazione deve essere accoppiato ad un sistema di nitrifi-
cazione che sia in grado di trasformare la maggior parte dell'azoto totale presente in azoto
nitrico che sarà in seguito sottoposto a denitrificazione.

5.1. STECHIOMETRIA

La denitrificazione è operata da batteri eterotrofi facoltativi che, se posti in condizioni


di anossia (cioè in assenza di ossigeno disciolto), sono in grado di ossidare il substrato car-
bonioso organico utilizzando i nitrati invece dell'O2, producendo azoto gassoso come
catabolita.
Si parla di anossia e non di anaerobiosi poiché le vie biochimiche del trasporto di elettroni
nei batteri denitrificanti sembrano essere le stesse che per l'O2 tranne per un solo enzima;
proprio per questo tali batteri possono utilizzare indifferentemente O2 e NO3− come accettori
finali di elettroni a seconda dell'ambiente in cui si trovano, senza rilevanti difficoltà di accli-
matazione. Tra i due, la preferenza è comunque a favore dell'ossigeno, poiché esso garanti-
sce una maggiore resa energetica: la denitrificazione dissimilatoria di 1 mole di glucosio pro-
duce 570 kcal mentre la respirazione aerobica produce 686 kcal. Il processo di denitrificazio-
ne si deve pertanto svolgere in condizioni rigorosamente anossiche, almeno nel microam-
biente circostante i batteri.
Quando i nitrati vengono utilizzati come accettori di elettroni, essi equivalgono a 2.86
mg di ossigeno. Per la nitrificazione vengono richiesti 4.57 mgO/mgN mentre con la denitrifi-
cazione vengono recuperati 2.86 mgO/mgN.

Rispetto ai batteri nitrificanti che sono rappresentati principalmente da due soli ceppi
batterici, i denitrificanti sono di diversi tipi: Pseudomonas, Micrococcus, Archromobacter, Bacillus,
Alcaligens; questi tipi di batteri sono in grado di attuare una conversione completa di NO3− a
N2. Altri tipi di batteri invece, quali Aerobacter, Proteus, Flavobacterium, compiono solo il primo
stadio della denitrificazione convertendo NO3− a NO 2− .

Lo schema stechiometrico delle trasformazioni energetiche, coinvolge un substrato car-


bonioso organico che funge da donatore di elettroni. L’azoto dell' NO3− è in grado di accetta-
re due elettroni da questa fonte organica che li cede, con il risultato di produrre NO 2− secon-
do il seguente schema stechiometrico:
6-46 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

NO3− + 2e − + 2H + → NO 2− + H2O

A loro volta i NO 2− prodotti vengono convertiti in azoto biatomico, sempre attingendo


alla medesima fonte di carbonio, attraverso la trasformazione:
NO2− +3 e − + 4 H+ →1/ 2 N2 + 2 H2O

Per la sintesi batterica, invece, la relazione stechiometrica è di questo tipo:


NO3− → NO 2− → Norg

Bisogna sottolineare che la maggior parte dell'azoto, oltre il 90% del totale, viene rimos-
so dalla denitrificazione dissimilatoria (cioè conseguente alla respirazione batterica), mentre il
contributo assimilatorio (cioè legato alla sintesi di nuova biomassa) è molto modesto (circa il
4-10%).

In seguito alla reazione di denitrificazione, si ha una produzione stechiometrica di 3,57


mg di alcalinità espressa come CaCO3 per mg di NO3− -N ridotto (o NO 2− -N ridotto). Per que-
sto motivo, durante il processo di denitrificazione, si assiste in genere ad un aumento del pH;
questo comportamento è opposto rispetto al calo di pH che si rileva durante la nitrificazione,
ma i due contributi non si pareggiano, in quanto la perdita di alcalinità per la rimozione
dell’ammoniaca (7,14 mg CaCO3) è maggiore della frazione che viene recuperata con la deni-
trificazione (3,57 mg CaCO3).

Per permettere il realizzarsi del processo di denitrificazione occorre mantenere una


leggera miscelazione della miscela senza però favorire l’ossigenazione della biomassa
(tramite l’adozione di miscelatori lenti). L’eventuale presenza di ossigeno disciolto, infat-
ti, determina il consumo del substrato carbonioso senza riduzione dei nitrati, in quanto
l’ossigeno costituisce una alternativa preferenziale come accettore di elettroni.

5.2. CINETICA

La reazione di denitrificazione, se condotta in condizioni chimico fisiche ottimali


(cioè pH compreso tra 8-8,5, ossigeno disciolto inferiore a 0,5 mg/l, assenza di composti
tossici o inibenti i batteri eterotrofi), è limitata solo dalla concentrazione di nitrati presen-
ti e dalla disponibilità di substrato carbonioso biodegradabile.
In tali condizioni la velocità di denitrificazione può essere descritta attraverso la ci-
netica di Monod, considerando la disponibilità di entrambi i substrati limitanti:
Sn Sc
µdT = µ dT ⋅ ⋅ (6.129)
K dT + S n K cT + S c

µ dT µ dT
= ν dT e = v dT (6.130)
Yd Yd

Sn Sc
vdT = v dT ⋅ ⋅ (6.131)
K dT + S n K cT + S c
µdT = velocità specifica di crescita batterica della reazione di denitrificazione eterotrofa
alla temperatura T [g SSV/(g SSV·die)];
µ dT = velocità massima specifica di crescita batterica della reazione di denitrificazione
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-47

eterotrofa alla temperatura T [g SSV/(g SSV·die)];


vdT = velocità specifica di denitrificazione alla temperatura T [mg NO3− -N/(g SSV·die)];
v dT = velocità massima specifica di denitrificazione alla temperatura T [mg NO3− -N/(g
SSV·die)];
Yd = costante di crescita cellulare: massa di eterotrofi generati per unità di massa di
nitrati ridotti [mg SSV/mg NO3− -N];
Sn = concentrazione di NO3 + NO2 presente [mg NO3− -N/l];
KdT = costante di semisaturazione relativa alla concentrazione di nitrati [mg NO3− -N/l];
Sc = concentrazione di substrato carbonioso biodegradabile [mg COD/l];
KcT = costante di semisaturazione relativa alla concentrazione di substrato carbonioso
[mg COD/l];

Poiché la KdT è molto bassa (pari a circa 0,06÷1 mg NO3-N/l) il sistema riesce a realiz-
zare una velocità prossima a quella massima con concentrazioni di nitrati veramente esi-
gue, dell’ordine di alcuni mg/l. Nella pratica, quindi, è lecito considerare la cinetica di de-
nitrificazione come una reazione di ordine zero rispetto alla concentrazione di nitrati.
La costante KcT è molto variabile, di diversi ordini di grandezza, dipendendo stretta-
mente dal substrato utilizzato; si sono rilevati valori differenti anche per un medesimo
substrato. Nei casi in cui la costante di semisaturazione del carbonio (KcT) è bassa rispetto
alla concentrazione di nitrati presenti (KcT<[NO3-N]) e il carbonio è disponibile in quantità
maggiori della concentrazione limite, si assume che la velocità di denitrificazione sia quel-
la massima possibile alla temperatura assegnata.
Proprio grazie ai bassi valori delle costanti di semisaturazione è possibile ottenere
concentrazioni limitate di questi componenti nell’effluente.

5.3. FATTORI CHE INFLUENZANO LA DENITRIFICAZIONE

I principali fattori che influenzano il processo di denitrificazione sono legati sia al


substrato utilizzato nella reazione biologica, sia alle condizioni fisico-ambientali in cui la
trasformazione si sviluppa. Essi sono:
1. la natura del substrato carbonioso alimentato;
2. la temperatura;
3. il pH;
4. la concentrazione di ossigeno disciolto.

5.3.1. La natura del substrato carbonioso alimentato

L’attività dei batteri denitrificanti è fortemente influenzata dalla natura della sostan-
za organica che funge da donatore di elettroni per la riduzione dei nitrati; essa, generica-
mente indicata come CxHyOz, può essere costituita:
a) dal liquame stesso, sia grezzo che sedimentato (fonte di carbonio interna) oppure dal sub-
strato carbonioso costituente le stesse cellule batteriche (fonte di carbonio endogeno);
b) da uno scarico industriale povero di azoto (industrie di distillazione o agroalimentari
quali zuccherifici, caseifici, ...) (fonte di carbonio esterna);
c) da un composto organico puro come il saccarosio, metanolo, acetato, glucosio, ...
(fonte di carbonio esterna).
6-48 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Nel caso di liquami ricchi di sostan-


za organica, si sfrutta la reazione di deni-
trificazione per abbattere contestual-
mente ai nitrati anche un’aliquota del ca-
rico organico del liquame; il vantaggio è
ancora maggiore se si pensa che il pro-
cesso avviene senza consumo di ossige-
no. In condizioni più sfavorevoli, per
esempio nel trattamento di liquami in-
dustriali, il contenuto di sostanza orga-
nica può essere insufficiente per permet-
tere la completa denitrificazione: in tal
caso si fa ricorso a fonti esterne di car-
bonio.
Molteplici sono le sostanze che
possono essere scelte come fonte di
carbonio esterno per la reazione di deni- Figura 6.29. Diagramma delle due fasi che interven-
gono durante il processo di denitrificazione; K1 e K2
trificazione; la scelta va effettuata in ba- indicano le rispettive velocità, mentre Xa rappresenta
se alle esigenze prioritarie: la frazione attiva della popolazione batterica.
a) facilità di reperimento;
b) disponibilità della risorsa nel tempo;
c) convenienza economica;
d) volumi confrontabili con quelli del liquame da trattare;
e) solubilità e miscibilità con il liquame;
f) rendimenti adeguati in termini di velocità di denitrificazione ottenuta;
g) ...

Varie esperienze di denitrificazione condotte con liquami organici di origine urbana


ed industriale sono state condotte e riportate in letteratura: alcune di queste sono riporta-
te nella Tabella 6.9 a titolo di indicazione e mostrano i valori riscontrati della velocità di
denitrificazione al variare del substrato adottato.

Diversi autori hanno osservato, in prove sperimentali, che la cinetica di rimozione


del substrato carbonioso attraverso il processo di denitrificazione varia notevolmente tra
i primi minuti di aerazione a dopo alcune ore.
L'andamento tipico della concentrazione di nitrati in funzione del tempo durante la
fase anossica è rappresentato in Figura 6.29. Sono individuabili due fasi di denitrificazio-
ne, legate ai due tratti lineari a diversa pendenza:
1. una prima fase di denitrificazione veloce e di breve durata (alcune decine di minuti nel
caso di un refluo urbano); può essere più lunga nel caso di un refluo industriale con
Tabella 6.9. Valori della velocità di denitrificazione e della costante di temperatura φ con alcuni tipi di sub-
strati carboniosi.
Fonte di carbonio Velocità di denitrificazione a 20°C, vd φ
[g NO3-N/(gSSV·h)]
metanolo 7 1,12
liquame urbano grezzo 3 1,15
carbonio endogeno 0,3 1,20
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-49

una rilevante concentrazione di substrato velocemente biodegradabile;


2. una seconda fase di denitrificazione più lenta con velocità inferiore (anche di un ordi-
ne di grandezza) di quella del punto 1.
La prima fase rapida di denitrificazione è associata all'utilizzazione del COD imme-
diatamente biodegradabile presente nell'influente, e relativamente ad essa si assume una
velocità pari a K1 ·Xa. La velocità della seconda fase di denitrificazione, più lenta e pari a
K2 ·Xa., è invece associata all'utilizzo di COD particellato lentamente biodegradabile. Si
possono fare le seguenti osservazioni:
1. nella prima fase l'assorbimento del COD immediatamente biodegradabile si sovrappo-
ne a quello del COD lentamente biodegradabile, e quindi questi due contributi pren-
dono parte simultaneamente;
2. la differenza di pendenza tra i due tratti si vede distintamente se il substrato carbonio-
so alimentato è un refluo civile o industriale, costituito da entrambi le frazioni di COD
lentamente e rapidamente biodegradabile, ed inoltre se esso viene aggiunto in coinci-
denza con l'inizio della fase anossica.

5.3.2. La temperatura

La cinetica di denitrificazione risulta essere molto sensibile alla temperatura di pro-


cesso; la dipendenza dalla temperatura, accentuata come del resto anche per la reazione
di nitrificazione, è in funzione della fonte di carbonio utilizzata.
La velocità massima di denitrificazione ( v dT ) si lega alla temperatura attraverso la re-
lazione di Arrhenius del tipo:
v dT = v d20 ⋅ φ ( T − 20) (6.132)
in cui φ assume valori diversi per i diversi substrati carboniosi adottati, come indicato in
Tabella 6.9.

5.3.3. Il pH

L'influenza del pH sull'attività dei batteri denitrificanti si fa sentire marcatamente per


valori inferiori a 7,0, mentre per valori alti, anche fino a 9,0, non sembra influenzare mol-
to il processo biologico: il campo ottimale è comunque compreso tra pH 7,8 e 9,1 e per
valori oltre gli estremi si verifica un calo repentino nell'efficienza del processo biologico.
Il valore del pH sembra influire sui prodotti finali della reazione di denitrificazione: per
pH<7,3 si può riscontrare un incremento della concentrazione di nitriti nell'effluente fina-
le.
Negli impianti tradizionali a fanghi attivi trattanti liquami urbani, la produzione di
alcalinità (come ioni OH-) che si ha con la reazione di denitrificazione non comporta si-
gnificative alterazioni del pH del sistema, ma per altri tipi di configurazioni, soprattutto se
adottate con reflui particolari, le variazioni del pH possono essere notevoli. È il caso del
trattamento di reflui ad alta concentrazione di ammoniaca, che può comportare una alta
concentrazione di nitrati (dopo nitrificazione) e quindi una sostanziale crescita del pH du-
rante la fase di denitrificazione.

5.3.4. La concentrazione di ossigeno disciolto

La presenza di ossigeno disciolto è in grado di inibire il processo di denitrificazione


6-50 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

a causa della maggior resa energetica che i microrganismi eterotrofi riescono a trarre dal-
l'utilizzo dell'ossigeno anziché dei nitrati.
Al fine di garantire la rimozione dei nitrati è quindi necessario mantenere nella mi-
scela di fango attivo una concentrazione di ossigeno disciolto prossima allo zero, almeno
per quanto riguarda la zona più prossima al fiocco biologico.
È quindi opportuno evitare la presenza di possibili sorgenti di ossigeno disciolto se
si desidera realizzare un'efficiente fase di denitrificazione.
Le possibili cause di ossigenazione possono essere legate ai seguenti inconvenienti:
1. alta concentrazione di ossigeno disciolto nel ricircolo tra zona aerobica e anossica;
2. intenso mixing nel reattore anossico con conseguente aumento dell'interfaccia liquido-
aria;

5.4. PROCEDURA DI PROGETTO TRADIZIONALE

Avendo già dimensionato la fase di nitrificazione, si è già scelto il valore più opportuno
dell'età del fango ϑ tale da garantire il rendimento atteso ed una certa stabilità di processo:

1. Determinazione di vdT :

Si procede determinando la velocità vdT di rimozione del substrato; questa grandezza si


valuta con le espressioni tipiche già presentate e si esprime quindi in funzione dell'età del
fango:
µ dT 1 1  1+ bh ⋅ ϑ
v dT = = ⋅  + bh  = (6.133)
Yh Yh  ϑ  Yh ⋅ ϑ

2. Calcolo del volume del reattore:

Si determina il volume Vd , assunta una concentrazione in vasca pari a x=3-4 kg SST/m3:

Vd =
[
Q ⋅ (NO 3 − N) 0 − (NO 3 − N) e − 0,05 ⋅ (S 0 − S e ) ] (6.134)
x ⋅ v dT

da cui

Vd =
[
Q ⋅ (NO3 − N)0 − (NO3 − N)e − 0,05 ⋅ (S0 − Se ) ⋅ Yh ⋅ ϑ ] (6.135)
x ⋅ (1+ bh ⋅ ϑ )

o in alternativa

x=
[
ϑ ⋅ (NO 3 − N)0 −(NO 3 − N)e −0,05⋅( S 0 − S e ) ⋅ Yh ] (6.136)
t ⋅(1+bh ⋅ ϑ )

5.5. PROCEDURA DI PROGETTO AVANZATA

In questa procedura di progetto, si devono determinare preliminarmente l'età del fango


ϑ necessaria affinché si realizzi la nitrificazione con una elevata efficienza e stabilità, e il va-
lore della frazione di biomassa non aerata fxT.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-51

1. Concentrazione di nitrati prodotti in seguito al processo di nitrificazione:

La concentrazione di nitrati generati nel reattore (Nc), che definisce la capacità di nitrifi-
cazione del processo, è data dalla seguente espressione, come visto nei paragrafi precedenti:
Nc=Nti - (TKNe)sol - Ns (6.137)
dove:
Nc = concentrazione di nitrati prodotti [mg NO3-N/l];
Nti = TKN entrante, come già definito al Capitolo 2;
Ns = concentrazione di TKN in ingresso incorporata giornalmente nel fango di supero;
(TKNe)sol = TKN solubile totale nell'effluente.

2. Calcolo della capacità potenziale di denitrificazione:

Costituisce la massima quantità di nitrato, per unità di portata influente, che il processo
è in grado di denitrificare. Essa è direttamente proporzionale alla concentrazione di COD
biodegradabile nell'influente:
In caso si preveda una configurazione con un solo reattore anossico, la capacità di deni-
trificazione (Dp1) è data da
Dp1 = K1T ⋅ X a ⋅ t1 + K 2T ⋅ X a ⋅ t1 (6.138)

X a ⋅ t 1 è pari a X a ⋅ Vd /Q ; il termine X a ⋅ Vd rappresenta la biomassa attiva nel reattore a-


nossico, che può essere espresso come una frazione della massa totale dei fanghi:
Yh ⋅ϑ⋅ Q ⋅S bi
X a ⋅Vd = f xT ⋅M(X a )= f xT ⋅ (6.139)
1+ b h ⋅ϑ

e quindi:
fxt ⋅ Yh ⋅ ϑ
D p1 = S bi ⋅ ⋅ (K 1T + K 2 T ) (6.140)
1 + b hT ⋅ ϑ

, ( T − 20)
K1T = 0,720 ⋅ 120 (6.141)
, ( T− 20)
K 2T =0,1008 ⋅108 per T≥13°C (6.142a)
K 2T = K 3T per T<13°C (6.142b)
I simboli Sbi, fbs, fcv,Yh, ϑ , bhT hanno il significato già evidenziato nel capitolo 2 e nella
prima parte del capitolo 6, fxT indica la frazione di biomassa non aerata.
K1T e K2T rappresentano la velocità di denitrificazione rispettivamente in presenza di substra-
to rapidamente biodegradabile, e subito dopo che si è completata la rimozione di questa fra-
zione di substrato. Sono espressi in mg NO3-N/(mgSSVA·d).
Il significato del coefficiente K3T , relativo alla fase di postdenitrificazione, verrà descrit-
to più avanti.
La temperatura T è quella attesa nelle condizioni più gravose per l'impianto.

Nel caso in cui il dimensionamento sia relativo ad un impianto di trattamento di reflui


civili, con una limitata concentrazione di substrato carbonioso rapidamente biodegradabile,
l'espressione precedente può essere semplificata nella seguente forma:
6-52 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

 K ⋅ f ⋅ Y ⋅ ϑ
D p1 = α ⋅ S bi + K 2T ⋅ X a ⋅ t 1 = S bi ⋅ α + 2 T xt h  (6.143)
 1 + b hT ⋅ ϑ 

fbs ⋅ (1− fcv ⋅ Yh )


α= (6.144)
2,86

Il coefficiente α può essere espresso facendo le seguenti osservazioni: per ogni mg di


COD utilizzato in condizioni aerobiche viene consumata una quantità di ossigeno pari a (1-
fcv)·Yh ; nel reattore anossico, poiché per la degradazione del substrato vengono ridotti i nitra-
ti anziché l’ossigeno, si introduce il coefficiente di equivalenza pari a 2.86 mgO/mgN. Quindi
il consumo di nitrati per mg COD utilizzato è pari a (1-fcv)·Yh/2.86.

In generale, per una configurazione con pre- e post-denitrificazione, ovvero in presenza


di due reattori anossici, l'equazione precedente si completa secondo la seguente espressione:
D p = D p1 + D p3 (6.145)

D p = K 1T ⋅ X a ⋅ t 1 + K 2T ⋅ X a ⋅ t 1 + K 3T ⋅ X a ⋅·t3 (6.146)
in cui la capacità di denitrificazione dipende dal COD biodegradabile, dalla concentrazione di
massa attiva e dal tempo di detenzione (t1) per il primo reattore anossico e dalla concentra-
zione di organismi attivi e dal tempo di detenzione per il secondo reattore (t3).
La capacità di denitrificazione del secondo reattore anossico si calcola in modo analogo
a quanto fatto per il reattore anossico primario:
S bi ⋅ f x3 ⋅ K 3T ⋅ Yh ⋅ ϑ
D p3 =K 3T ⋅X a ⋅t 3 = (6.147)
1+b hT ⋅ ϑ

dove
Dp3 = capacità di denitrificazione del reattore anossico secondario;
fx3 = frazione anossica nel secondo reattore;
, ( T − 20) ed è espresso in mg NO3-N/(mgSSVA·d).
K3T = 0,072 ⋅ 103

È possibile ottenere la completa denitrificazione solo se lo schema impiantistico include


un reattore anossico secondario e se la somma della capacità di denitrificazione è maggiore
della capacità di nitrificazione cioè se Dp = Dp1 + Dp3 > Nc.

3. Scelta del rapporto di ricircolo del fango e della concentrazione di ossigeno nel ri-
circolo della miscela aerata e nel ricircolo del fango:

Si assume un rapporto di ricircolo della miscela aerata s in base alle modalità di condu-
zione dell'impianto e in base ai limiti più o meno restrittivi nell'effluente. Chiaramente, mag-
giore sarà il rendimento desiderato in denitrificazione, maggiore sarà il rapporto di ricircolo
della miscela aerata. Inoltre si deve tener conto della concentrazione di ossigeno che presu-
mibilmente sarà presente nel fango di ricircolo (Os) e nella miscela aerata (Oa), che possono
essere assunti rispettivamente pari a 1 mgO2/l e 2 mgO2/l.

4. Calcolo del ricircolo ottimale:

Il massimo rendimento di denitrificazione si ottiene quando il reattore anossico è cari-


cato esattamente con una concentrazione di nitrati pari alla capacità di denitrificazione del
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-53

sistema.
Per un prefissato rapporto di ricircolo del fango (s), si va a definire l'ottimale rapporto
di ricircolo della miscela aerata (a) tale da permettere l'ottenimento della massima capacità di
denitrificazione nel reattore anossico, attraverso la seguente espressione:
−B + B 2 + 4⋅A ⋅ C 
 
a0 =   (6.148)
2⋅A
in cui A, B, C sono definiti come di seguito:
Oa
A= (6.149)
2,86

Nc − D p + [ (s +1)⋅O a + s ⋅ O s ]
B=
2,86 (6.150)

s ⋅ Os 
C =(s +1)⋅ D p − − s ⋅ Nc
 2,86  (6.151)
Il termine Nc rappresenta la capacità di nitrificazione del processo, ovvero la concentra-
zione di nitrati generati nel reattore, come descritto al punto 1.
Il valore del rapporto di ricircolo ottimale, così determinato permette di raggiungere la
massima capacità di denitrificazione nel reattore e comporterà nell'effluente la concentrazio-
ne attesa di nitrati.

5. Concentrazione di nitrati nell'effluente:

Per un rapporto di ricircolo a ≤ a0 , la concentrazione di nitrati nell'effluente (Nn) è e-


spressa attraverso la seguente formula, in cui compaiono implicitamente i parametri ϑ e fxT ,
in quanto contenuti nella formulazione di Nc ed in particolare di (TKNe)sol :
 Nc O   K  s ⋅ Os
 + a  ⋅ a + 2T ⋅ (s + 1) + − Dp
 a + s + 1 2.86   K 3T  2.86
Nn = (6.152)
 K 2T K 
 + s ⋅  2T − 1 
 K 3T  K 3T  

che costituisce invece la formulazione completa, prevedendo pre- e postdenitrificazione.

6. Calcolo del volume del reattore:

Dopo aver calcolato il volume dell'intero processo (Vp) attraverso l'equazione (6.57), si
risale al volume del reattore anossico sulla base del coefficiente fxT fissato inizialmente:
Vd = f xT ⋅ Vp (6.153)
che rappresenta il volume complementare di Vn rispetto al volume totale Vp per l'intero pro-
cesso biologico.

6. NITRIFICAZIONE E DENITRIFICAZIONE BIOLOGICA: CONFIGURA-


ZIONI IMPIANTISTICHE
6-54 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Vengono presentate le configurazioni impiantistiche più frequentemente utilizzate nella


pratica per ottenere la rimozione biologica dell'azoto: processi separati ed integrati, con fonte
interna ed esterna di carbonio organico. Maggiore attenzione viene dedicata ai processi inte-
grati con fonte interna di carbonio, in quanto si sono rivelati i più economici ed affidabili.
Verranno inoltre dati alcuni cenni sui processi in alternanza, ad alimentazione discontinua e
con nitrificazione e denitrificazione simultanea.

6.1. INTRODUZIONE

Gli studi sui processi di rimozione dei nutrienti per via biologica hanno avuto un note-
vole sviluppo negli ultimi decenni.
Per la rimozione dell'azoto, in particolare, sono state realizzate numerose applicazioni a
piena scala non solo per il trattamento dei liquami domestici, ma anche per il trattamento di
liquami industriali caratterizzati da presenza di sostanze tossiche e inibenti in notevoli
concentrazioni.
La grande affidabilità dei processi biologici di rimozione dell'azoto dalle acque di scari-
co civili ed industriali, la versatilità delle soluzioni impiantistiche (a fanghi attivi o con reatto-
ri a biomassa adesa) e l'economicità di esercizio hanno di fatto limitato l'applicazione del
processi di rimozione chimico-fisica dell'azoto a poche situazioni particolari, dove le condi-
zioni operative (temperatura, pH, presenza di specifiche sostanze tossiche o inibenti) siano
tali da rendere inaffidabile o impossibile il trattamento biologico.
Le realizzazioni impiantistiche dei processi di nitrificazione o di nitrificazione-
denitrificazione con processi a biomassa sospesa possono essere classificate in:
a) sistemi separati;
b) sistemi combinati (o integrati).

Nei sistemi separati l'ossidazione della sostanza organica, la nitrificazione e la denitri-


ficazione, vengono condotte in stadi distinti (eventualmente i processi aerobici di ossidazio-
ne della sostanza organica e di nitrificazione possono avvenire in un unico reattore), ciascu-
no dotato di una unità biologica e di un sedimentatore con relativo sistema di ricircolo del
fango. La biomassa che opera la denitrificazione si trova quindi sempre nelle stesse condi-
zioni ambientali.
Nei sistemi combinati, invece, la biomassa si trova esposta alternativamente a condi-
zioni aerobiche e anossiche, durante le quali si svolgono sequenzialmente le varie fasi di os-
sidazione della sostanza organica, di nitrificazione e di denitrificazione. Il dimensionamento
è pertanto relativamente semplice in quanto ogni stadio opera in modo sostanzialmente in-
dipendente.
A livello impiantistico, i sistemi combinati costituiscono un'unità biologica, variamente
conformata e parzializzata a seconda delle diverse modalità realizzative che verranno illustra-
te più avanti, seguita da un'unità di sedimentazione finale.

Fra i due sistemi, separato e combinato, il secondo è sicuramente il più economico sia
per i costi di costruzione che per i costi di gestione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-55

6.2. CONFIGURAZIONI DI SOLA NITRIFICAZIONE

Qualora non sia richiesta la rimozione totale dell'azoto, ma solo la rimozione delle for-
me ridotte (azoto organico e ammoniacale), è sufficiente prevedere la sola nitrificazione.
Nell'ambito dei processi a fanghi attivi si possono distinguere i due seguenti, fondamen-
tali, schemi operativi:

a) processo di ni-
trificazione
combinato, con
l'ossidazione del-
la sostanza orga-
nica (entrambi i
processi avven-
gono in un'unica
vasca);
b) processo di ni-
trificazione se-
parato dall'ossi-
Figura 6.30. Schemi di processo di nitrificazione combinata (a) e separata
dazione della so-
(b). Legenda: OX=ossidazione della sostanza organica; NIT=nitrificazione; stanza organica
S=sedimentazione. (ciascun processo
richiede uno sta-
dio separato composto da una vasca di aerazione e da un sedimentatore).
Gli schemi realizzativi dei due processi sono riportati nella Figura 6.30. Nel primo pro-
cesso si ha generalmente una massa batterica con una bassa percentuale di batteri nitrificanti,
per il fatto che il rapporto tra BOD e azoto in ingresso è alto.
Nel processo separato, invece, gran parte del substrato organico viene abbattuto nel
primo stadio, per cui nello stadio di nitrificazione il rapporto BOD/TKN diminuisce cosicchè
aumenta la frazione di solidi volatili nitrificanti e quindi la velocità di nitrificazione. Ovvia-
mente il grado di separazione del processo di nitrificazione è correlato al grado di rimozione
del BOD nel primo stadio. Secondo alcuni Autori, valori del rapporto BOD/TKN>5, nello sta-
dio di nitrificazione sono indicativi di un processo combinato (al di là dello schema impianti-
stico) mentre valori di BOD/TKN>3, sono rappresentativi di un processo separato.

Le differenze sostanziali tra i due schemi di processo possono essere così riassunte:
a) la nitrificazione separata:
• risente maggiormente delle variazioni di carico, in quanto offre una minore diluizione;
• è meno sensibile all'influenza delle sostanze tossiche, in quanto parzialmente neutraliz-
zate dalla biomassa eterotrofa presente nel primo stadio.
b) la nitrificazione combinata:
• porta ad una minore produzione di fango di supero;
• presenta migliori caratteristiche di sedimentabilità del fango;
• comporta minori costi d'impianto e di esercizio.

Applicazioni della nitrificazione separata sono tipiche per liquami industriali ad elevata
concentrazione di azoto ammoniacale (liquami di raffineria con COD di 1200÷1700 mg/l e
NH4-N di 700÷900 mg/l. Nel primo stadio si ottiene la rimozione della sostanza organica bio-
degradabile e, dato il basso rapporto COD/NH4-N, rimozioni di azoto ammoniacale fino al-
6-56 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

l'85%. Nel secondo stadio si riescono ad ottenere effluenti di circa 10÷25 mgNH4-N/l.

Con entrambi i processi possono essere raggiunti elevati rendimenti di nitrificazione


purché vengano rispettate le seguenti condizioni:
1. l'età del fango deve essere sufficientemente elevata così da garantire la crescita, piuttosto
lenta, dei batteri nitrificanti;
2. il tempo di contatto fra la massa batterica in aerazione e l'azoto ammoniacale deve essere
tale da permettere l'ossidazione di quest'ultimo. Tale tempo rappresenta progettualmente
il tempo di ritenzione idraulico (HRT).

6.3. CONFIGURAZIONI DI SISTEMI SEPARATI

6.3.1. Denitrificazione con sistema separato e fonte interna di carbonio

Tale processo, di cui si riporta lo schema in Figura 6.31, prevede u n by-pass di liquame
grezzo da avviare direttamente allo stadio di denitrificazione al fine di garantire un rapporto
carbonio-azoto di 4÷5 mg BOD/mgNtot , che rappresenta l'apporto stechiometrico necessario
per la reazione di denitrificazione. Dopo la vasca di denitrificazione, al fine di garantire lo
scarico di un effluente in buone condizioni di ossigenazione, nonché di favorire lo strippag-
gio dell'azoto gassoso prodottosi, può essere più opportuno prevedere l'aerazione della mi-
scela prima di giungere alla sedimentazione.
L'accorgimento è utile nei casi in cui si temano fenomeni di rising; il rischio di introdur-
re ossigeno nello stadio di denitrificazione con il ricircolo del fango è in parte minimizzato
dalla permanenza della miscela nel sedimentatore e risulta comunque legato ai tempi di riten-
zione che si hanno in questa unità. Al fine di aumentare il rendimento di rimozione può an-
che rendersi necessario un ricircolo dell'effluente depurato (Qp) in testa all'impianto.
Uno schema alternativo di post-denitrificazione con fonte interna di carbonio è riporta-
to in Figura 6.32. In pratica la nitrificazione viene effettuata separatamente dall'ossidazione
della sostanza organica, su un letto percolatore. Come fonte di carbonio per la denitrifica-
zione funge la sostanza organica contenuta nei fanghi della sedimentazione primaria.
I vantaggi del processo di denitrificazione con sistema separato e con utilizzo di fonti
interne potrebbero essere individuati in una maggiore stabilità e controllabilità dei due pro-
cessi di nitrificazione e denitrificazione. Attualmente uno schema di processo di tale tipo
appare superato e non di pratica attuazione, soprattutto per i bassi rendimenti che si realiz-
zano in denitrificazione (oltretutto il TKN associato al liquame grezzo inviato alla denitrifica-
zione, si ritrova pressoché inalterato allo scarico) e per la maggiore complessità impiantistica.

6.3.2. Denitrificazione con sistema separato e fonte esterna di carbonio

Lo schema del processo è analogo a quello della denitrificazione separata con fonte in-
terna, salvo il fatto che in questo caso, anziché un by-pass del liquame da ossidare, è prevista
a monte dello stadio di denitrificazione l'aggiunta di metanolo o di altra fonte di carbonio.
Nel caso venga impiegato metanolo la velocità complessiva (nitrificazione + denitrifica-
zione) di rimozione dell'azoto è più elevata rispetto al sistema separato con fonti di carbonio
interne e si ha in questo caso un migliore e più controllato rendimento di rimozione dell'azo-
to nello stadio di denitrificazione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-57

Figura 6.32. Schema del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema separato, con la nitrificazio-
ne effettuata su un letto percolatore.

Il dimensionamento viene ovviamente condotto separatamente per le due fasi, utiliz-


zando i valori delle velocità di rimozione viste nei paragrafi precedenti.
Per la denitrificazione, la configurazione che meglio si adatta al particolare tipo di cine-
tica (a "tre velocità") è il plug-flow o la sequenza di più reattori in serie, di cui il primo ad alto
carico organico, in modo da sfruttare al meglio la velocità massima di rimozione connessa al
substrato rapidamente biodegradabile.

6.4. CONFIGURAZIONI DI SISTEMI COMBINATI CON FONTE INTERNA


DI CARBONIO

Sulla base degli studi e degli impianti finora realizzati si possono distinguere i seguenti
schemi del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema combinato:
a) post-denitrificazione;
b) pre-denitrificazione;
c) denitrificazione completa;
d) nitrificazione-denitrificazione in alternanza;
e) nitrificazione-denitrificazione in simultanea.

Un'ulteriore classificazione dei sistemi di denitrificazione può essere fatta sulla base del-
la sostanza organica che funge da elettrodonatore nella reazione di riduzione dissimilativa dei
nitrati. Tali fonti di carbonio possono essere divise in tre gruppi:
1) fonti interne (carbonio endogeno e liquame grezzo);

Figura 6.31. Schema del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema separato e con sfruttamen-
to di fonti interne di carbonio. Legenda: OX=ossidazione della sostanza organica; NIT=nitrificazione;
S=sedimentazione, DEN=denitrificazione, A=aerazione.
6-58 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2) metanolo;
3) altre fonti e-
sterne (metano,
acido acetico,
glucosio, scari-
chi organici in-
dustriali, ecc.).

Nei sistemi
combinati si tende
generalmente a Figura 6.34. Schema del processo di pre-denitrificazione.
sfruttare le fonti
interne, mancando esperienze in cui si ricorre, per particolari motivi, a fonti esterne. Usual-
mente in testa a questi processi non viene prevista la sedimentazione primaria che sottrar-
rebbe alla denitrificazione una parte della sostanza organica contenuta nel liquame grezzo,
alzando il rapporto TKN/COD.

6.4.1. Post-denitrificazione

Le prime esperienze di denitrificazione su culture sospese sono state condotte da Wu-


hrmann sfruttando lo schema della post-denitrificazione, senza l'impiego dell'unità di aera-
zione prima della sedimentazione. Lo schema della post-denitrificazione prevede un primo
stadio ossidato in cui avviene la nitrificazione e l'ossidazione della sostanza organica ed un
secondo stadio anossico in cui si svolge la denitrificazione (Figura 6.33). Al fine di evitare
che tutta la sostanza organica venga ossidata in questa fase, per non risentirne poi la man-
canza nel successivo stadio anossico di denitrificazione, si possono applicare a questo stadio
carichi di fango tali da permettere, garantendo comunque una adeguata età del fango per la
crescita dei batteri nitrificanti, l'arrivo al secondo stadio di una frazione residua di sostanza
organica non ossidata utile per la riduzione del nitrati.
A seconda della quantità di sostanza organica che arriva allo stadio anossico la velocità
di denitrificazione può variare tra un limite massimo, pari a 3 mg NO3-N/(gSSV·h) a 20°C in
presenza di substrato biodegradabile, ed un limite minimo pari a 0,3÷0,4 mg NO3-N/(gSSV·h)
corrispondente all'utilizzo del solo carbonio endogeno.
In pratica, tuttavia, si è sempre suggerito di tener conto di quest'ultimo valore, in quan-
to, alle basse temperature, la velocità di crescita dei batteri nitrificanti è molto lenta e richiede
età del fango dell'ordine di 20 giorni, cui corrispondono carichi del fango molto bassi (dello
stesso ordine di quelli riscontrabili in trattamenti ossidativi ad aerazione estesa). In tali con-
dizioni solo il carbonio endogeno della biomassa giunge allo stadio di postdenitrificazione. I
bassi rendimenti di rimozione che pertanto si conseguono con questo processo giustificano
lo scarso interesse che gli viene attualmente attribuito per applicazioni alla scala reale.

6.4.2. Pre-denitrificazione

Nel processo di pre-denitrificazione i nitrati vengono ridotti in un primo stadio anossi-


co utilizzando la sostanza organica del liquame grezzo come fonte di carbonio. Nel secondo
stadio aerato si svolge l'ossidazione della sostanza organica e l'ossidazione dell'ammoniaca a
nitrati (Figura 6.34). I nitrati necessari alla denitrificazione dello stadio anossico, essendo l'a-
zoto presenta nel liquame grezzo sotto forma ammoniacale e di azoto organico, sono conte-
nuti nella portata di ricircolo (biomassa + liquame ossidato).
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-59

Se si esclude la possibilità di fenomeni di nitrificazione e denitrificazione simultanea, per


realizzare elevati rendimenti di rimozione dell'azoto si rendono necessari alti valori del rap-
porto di ricircolo, dell'ordine del 300-600% al fine di ottenere rendimenti di rimozione dell'a-
zoto superiori all'85%.
La portata di ricircolo qr condiziona il rendimento del processo: l'importanza del rap-
porto di ricircolo emerge da un bilancio di massa sull'azoto totale utilizzando lo schema di
Figura 6.35. Per semplificare tale bilancio, si trascura la presenza di nitrati nella sezione 2 il
che equivale ad ammettere che l'azoto nitrico ricircolato sia completamente rimosso. Con un
corretto dimensionamento della fase di denitrificazione, si tratta di una semplificazione leci-
ta, tenuto conto della cinetica del processo e del fatto che le concentrazioni di nitrati even-
tualmente presenti a valle della denitrificazione sono trascurabili rispetto a quelle che si pro-
ducono nella successiva fase di ossidazione dell'ammoniaca.
Detto r il rapporto di ricircolo qr/q , esso può essere determinato risolvendo l'equazione
del bilancio di massa dell'azoto, ottenendo la seguente espressione:
r = [TKN1 - TKN3 - (NO3-N)3 - 0,05·(S0-S3)] / (NO3-N)3 (6.154)
Cioè il rapporto di ricircolo può essere espresso con questa formulazione, conoscendo
le caratteristiche del liquame in ingresso (TKN)0 ,S0 e stabiliti i livelli di concentrazione di azo-
to ammessi allo scarico (TKN)3 , (NO3-N)3 .
Per incrementare il rapporto di ricircolo, al fine di ottenere un maggiore rendimento, si
agisce di preferenza sulle portate di ricircolo del liquame ossidato per evitare i sovraccarichi
di solidi nella sedimentazione che si avrebbero con ricircoli di fango sedimentato troppo ele-
vati.
Nel dimensionamento di questo processo possono essere assunti indicativamente valori
della velocità di denitrificazione pari a 2÷3 mg NO3-N/(gSSV·h).
Gli esempi di impianti realizzati secondo lo schema classico di pre-denitrificazione sono
numerosi e applicati anche per scarichi industriali.

Un altro esempi a scala reale di una variante poco applicata, ma che presenta aspetti in-
teressanti è quello del processo a step-feed, in cui il reattore è configurato a più comparti in
serie, alternativamente anossico ed aerobico. Il liquame in ingresso viene ripartito nei reatto-

Figura 6.33. Schema del processo di post-denitrificazione.

ri anossici, mentre il ricircolo dei fanghi e della miscela aerata nitrificata viene addotto invece
in testa all'impianto.
Esempi di applicazione del processo a step-feed sono riportati per il trattamento di li-
quami di spurgo da fosse settiche e pozzi neri e anche per liquami domestici.
Nel primo caso, l'elevato rapporto TKN/BOD (circa 3,5) impone l'aggiunta di metanolo,
limitata tuttavia al fabbisogno stechiometrico necessario per la rimozione dei nitrati ancora
presenti negli ultimi stadi, consentendo l'ottimizzazione dei costi di gestione e la rimozione
dell'azoto totale. Nel caso di liquami civili si riportano ottimi risultati in termini di rimozione
dell'azoto e della sostanza organica, della sedimentabilità del fango e dei risparmi energetici
in aerazione.
6-60 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.3. Denitrificazione completa

La denitrificazione completa (Figura 6.36) rappresenta una combinazione tra la post-


denitrificazione e la pre-denitrificazione. In tale processo viene quindi sfruttata come fonte
di carbonio sia la sostanza organica contenuta nel liquame grezzo (pre-), sia il carbonio en-
dogeno (post-).
La denitrificazione completa è nota anche come processo Bardenpho. Come già rile-
vato precedentemente, anche in questo caso la funzione del bacino di aerazione finale è solo
quella di volatilizzare l'azoto. I rendimenti di rimozione dell'azoto raggiunti, dell'ordine del-
l'80%, non si discostano significativamente da quelli conseguibili con la pre-denitrificazione,
a riprova della scarsa efficienza dello stadio di pre-denitrificazione con carbonio endogeno.

6.4.4. Nitrificazione-denitrificazione in alternanza

Il processo di nitrificazione-denitrificazione in alternanza è assimilabile al processo di


pre-denitrificazione. Gli elevati rapporti di ricircolo dei fanghi e del liquame ossidato neces-
sari per raggiungere soddisfacenti rendimenti di rimozione dell'azoto, e che portano negative
implicazioni impiantistiche ed economiche, sono in questo caso raggiunti scambiando alter-
nativamente le funzioni di due bacini a fanghi attivi, addetti ora alla nitrificazione, ora alla
denitrificazione, secondo lo schema operativo in quattro fasi riportato nella Figura 6.37.

Figura 6.36. Schema del processo di denitrificazione completa.

Figura 6.35. Schema di un sistema biologico di pre-denitrificazione, con indicati i carichi di azoto totale in
ingresso ed in uscita.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-61

Il liquame grezzo viene sem-


pre alimentato nel bacino che al
momento funge da vasca di deni-
trificazione (fase 1), secondo lo
schema generale della pre-
denitrificazione, per poi passare al
bacino di ossidazione. Qui si
formano i nitrati che verranno
successivamente ridotti (fase 3)
quando il bacino sarà posto in
condizioni anossiche per la deni-
trificazione.
Le fasi intermedie di aera-
zione (fasi 2 e 4) si rendono so-
prattutto opportune per assicura- Figura 6.37. Schema operativo in quattro fasi del processo di
te alla sedimentazione l'adduzione nitrificazione-denitrificazione in alternanza. Legenda: A=bacino
aerato; AN=bacino anossico; S=sedimentatore.
di fango in condizioni aerobiche,
e quindi un effluente sufficiente-
mente aerato. Uno schema che illustra la sequenza dei tempi di differente funzione che si re-
alizzano in uno dei due bacini del sistema, è riportato nella Figura 6.38. Con TSEQ è indicata
la durata totale del ciclo. TA è la durata della fase di aerazione e TIN e TID sono i tempi di iner-
zia per le due fasi di nitrifica-
zione e denitrificazione, in
quanto ovviamente le condizio-
ni di regime non si instaurano
immediatamente con il cam-
biamento di funzione (da con-
dizioni anossiche ad aerate e vi-
ceversa) del bacino.
La differenza tra la durata
del ciclo ed i tempi di aerazione
e di inerzia, divisa per due rap-
presenta il tempo di funziona-
mento del bacino in nitrifica-
zione (o denitrificazione).
Nelle esperienze condotte
in scala reale presso l'impianto
di Bramdrupdam (Danimarca) è
stata mantenuta una durata del
ciclo di 180 minuti, con 30 mi-
nuti di aerazione e tempi di i-
nerzia di 5 minuti. I rendimenti Figura 6.38. Schema delle sequenze e dei tempi di esercizio delle singo-
le fasi nel processo di nitrificazione-denitrificazione in alternanza.
di rimozione in queste condi-
zioni sono risultati compresi tra
il 55,5% ed il 91,6%.

6.4.5. Nitrificazione-denitrificazione in simultanea

Tale processo, che può essere considerato come un compromesso fra i due processi di
post- e di pre-denitrificazione, si basa sulla formazione alternata di zone anossiche e di zone
6-62 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

aerate all'interno di bacini a fanghi attivi


a circuito chiuso, nei quali la miscela li-
quame fango è aerata e contemporane-
amente messa in circolazione da aeratori
meccanici del tipo a spazzola rotante o a
turbina fissa (Figura 6.39).
Nella zona aerata a valle dell'aera-
tore (Figura 6.40), si realizza oltre all'os-
sidazione della sostanza organica conte-
nuta nel liquame grezzo, la nitrificazio-
ne. Il consumo di O2 che si verifica in
questa zona determina la formazione di
una successiva zona anossica, in cui si
svolge la denitrificazione, che si estende
fino al successivo aeratore. Da qui si
sviluppa una nuova zona aerata e così
via. In pratica si ripete il processo di
denitrificazione completa già esaminato,
con la differenza che l'alternanza delle
zone aerate e di anaerobiosi è ripetuta
tante volte quanto è il numero degli ae- Figura 6.39. Stadio biologico di impianti di denitrificazione
in simultanea: a) aeratori meccanici a turbina; b) aeratori
ratori. meccanici a spazzola. In entrambi i casi la miscela liqua-
L'estensione delle zone aerate e me-fango è sottoposta ad un moto circolatorio attraverso
delle zone anossiche può essere control- zone ricche di ossigeno e zone anossiche nelle quali si rea-
lizzano rispettivamente i processi di nitrificazione e denitri-
lata regolando la capacità di aerazione ficazione.
degli aeratori meccanici, in funzione dei
livelli di ossigeno disciolto e del consu-
mo di O2 dovuto alla respirazione batterica. Il processo di nitrificazione-denitrificazione in
simultanea conosce un certo numero di applicazioni alla scala industriale legate per lo più a
modifiche operative effettuate su impianti già esistenti non appositamente dimensionati per
la rimozione dell'azoto.
Altre esperienze mo-
strano che l'utilizzo di un
controllo sui nitrati per
stabilizzare il processo di
nitrificazione e denitrifica-
zione in simultanea è stato
determinante.
Secondo altri invece
tali sonde non sono pie-
namente affidabili. Si è
proposta in alternativa un
sistema di controllo che Figura 6.40. Distribuzione indicativa delle zone aerate (a valle degli ae-
associ alla misura in conti- ratori) e delle zone anossiche (a monte degli aeratori) in uno stadio bio-
logico con denitrificazione simultanea ed aerazione con spazzole rotanti.
nuo dell'ossigeno (assai
semplice) e a quella dei ni-
trati un semplice programma che governi l'accensione e lo spegnimento dei dispositivo di ae-
razione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-63

6.4.6. Processi ad alimentazione discontinua (SBR)

Da quando Irvine e Davis ne descrissero il funzionamento nel 1971, l'uso del processo
ad alimentazione discontinua (SBR, acronimo dall'inglese "Sequencing batch reactor") ha ri-
cevuto considerevole attenzione, in particolare negli Stati Uniti, in Germania ed in Giappo-
ne. Questo schema di processo rappresenta una nuova applicazione del vecchio reattore
"fill-and-draw" già in uso all'inizio del secolo.
Il sistema SBR consiste di uno (o più reattori in parallelo), che provvede all'aerazione,
alla sedimentazione, all'estrazione dell'effluente ed al ricircolo dei fanghi.
Lo sviluppo del processo è legato sia all'evoluzione della strumentazione di controllo e
della sua affidabilità, caratteristica essenziale per un impianto in scala reale, sia per le ricono-
sciute capacità di selezione dei microrganismi, in funzione delle modalità di conduzione del-
l'impianto.
La flessibilità con cui si può adattare alle più varie esigenze di conduzione è uno dei
vantaggi innegabili dei sistemi di questo tipo. La possibilità di ripartizione tra i tempi di ae-
razione o di anossia, la possibilità di protrarre i tempi di riempimento (realizzando minori ca-
richi iniziali del fango) o di abbreviarli (aumentando il carico iniziale del fango) consentono
di operare come se, in un impianto convenzionale, si potesse variare la configurazione del-
l'impianto e la proporzione tra i singoli comparti. Il reattore, inoltre, consente di riunire in
una sola vasca tutti i bacini di un impianto a fanghi attivi, compreso il sedimentatore, e non
necessita di alcun riciclo (né fanghi, né miscela aerata).
In particolare il processo è adattabile alla rimozione biologica dell'azoto operando una
sequenza di fasi come la seguente:
1) riempimento (con miscelazione, ma senza aerazione);
2) prosegue il riempimento, ma con aerazione attivata;
3) prosegue il riempimento con miscelazione, senza aerazione;
4) aerazione;
5) sedimentazione;
6) scarico del supernatante.

Durante il riempimento (della durata compresa tra 6 e 12 ore) si opera la denitrificazio-


ne durante le fasi senza aerazione, mentre è attiva la nitrificazione nella fase con aerazione. I
periodi 1) e 2) sono ripartiti in più intervalli alternati della durata di non oltre 1 ora (per le
fasi anossiche) o di 3 ore (per le fasi aerate). La sequenza delle fasi e la durata deve essere at-
tentamente valutata in modo da ottimizzare le caratteristiche di sedimentabilità dei fanghi.
L'impossibilità di prevedere a priori il comportamento dei fanghi è uno dei motivi che non
ha favorito la diffusione di questo tipo di reattori.
Mancano peraltro a tutt'oggi sufficienti esperienze a scala reale per valutare l'affidabilità
del processo. Eventuali applicazioni devono ancora essere preliminarmente valutate con
prove a scala pilota.

7. PROCESSI DI RIMOZIONE BIOLOGICA DEL FOSFORO

7.1. INTRODUZIONE

Con il termine processi biologici di rimozione del fosforo si intendono i trattamenti


biologici in cui, sottoponendo la biomassa ad una ciclicità anaerobica/aerobica si induce la
selezione di batteri fosforo-accumulanti, in grado cioè di accumulare all’interno della cellula
6-64 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

quantità di fosforo in eccesso rispetto alle normali esigenze metaboliche.

In un impianto convenzionale a fanghi attivi trattante liquami domestici e rivolto alla


sola rimozione del carbonio in condizioni aerobiche, si ha comunque un parziale smaltimen-
to del fosforo; il contenuto di quest’ultimo nei fanghi di supero è pari al 2-3% (su base sec-
ca).
Con tale impianto il rendimento di rimozione del fosforo è pari al 20-30%, variabile in
funzione dell'età del fango (in particolare il rendimento aumenta al diminuire di questo pa-
rametro).
Utilizzando invece un impianto che preveda anche una fase specifica di trattamento del
fosforo si possono ottenere, in linea teorica, rendimenti molto elevati, anche superiori al
90%. Infatti il contenuto di fosforo nei fanghi di supero estratti da un impianto di questo ti-
po è normalmente pari al 5-9% su base secca.
I sistemi di rimozione biologica del fosforo attualmente operativi a scala reale utilizzano
tutti reattori a biomassa sospesa. Sono tuttavia in corso di sperimentazione processi basati su
biomasse adese, che, essendo caratterizzati da una maggiore quantità di biomassa per unità di
volume, potrebbero dar luogo a rendimenti di rimozione del fosforo superiori a quelli delle
biomasse sospese (per maggiori dettagli sulle biomasse adese si rimanda al Capitolo 7.

7.2. ASPETTI MICROBIOLOGICI

Le condizioni alterne aerobiche-anaerobiche cui viene sottoposta la biomassa determi-


nano uno stato di stress nei batteri strettamente aerobi, indotto dalla carenza di ossigeno. In
tali condizioni alcune specie batteriche sono in grado di attivare meccanismi metabolici al-
ternativi. Un particolare meccanismo è costituito, in presenza di accettori di elettroni adegua-
ti (ossigeno o nitrati), dall'accumulo all’interno della cellula di fosforo in surplus, rispetto a
quello normalmente accumulato per sintesi, nella forma di granuli di polifosfati (volutina) e,
in fase anaerobica nell’utilizzo di tale forma di “energia interna” per l’accumulo di carbonio
intracellulare (PHB).
La peculiare capacità di accumulare polifosfati all'interno della cellula è attribuibile a po-
che specie batteriche, in particolar modo all'Acinetobacter calcoaceticus. Tale microrganismo uti-
lizza come substrato nutritizio prodotti intermedi metabolici a basso peso molecolare, come
acetato, etanolo, succinato; esso pertanto è scarsamente presente nei sistemi esclusivamente
aerobici, in quanto risente fortemente della competizione con le altre specie batteriche che si
nutrono dello stesso substrato, ma anche di altri composti più complessi. Nei sistemi, invece,
in cui si hanno ciclicamente condizioni aerobiche ed anaerobiche, l'Acinetobacter, sopravvive
ed accresce notevolmente la sua presenza nel fango biologico, in virtù dei meccanismi sopra
descritti.
Vi sono tuttavia riscontri sperimentali che mostrano come la varietà dei batteri fosforo-
accumulanti sia piuttosto ampia e non confinata, come inizialmente ritenuto, al solo genere
Acinetobacter. Secondo alcuni ricercatori il solo Acinetobacter non sarebbe in grado di rimuove-
re l'intera quantità di fosforo contenuta nei fanghi, ma solo una frazione, non superiore al
35%. La restante parte sarebbe attribuibile ad altri organismi e/o a meccanismi di precipita-
zione chimica.
Altri batteri che si sono rivelati efficienti nella rimozione in eccesso del fosforo sono la
Klebsiella pneumoniae e la Klebsiella aerogenes.
La presenza di altri batteri, oltre l'Acinetobacter, può risultare determinante nello stimola-
re la rimozione in eccesso del fosforo. Un esempio tipico è costituito dai batteri che produ-
cono acidi grassi come cataboliti della demolizione della sostanza organica (specie Aeromonas,
Escherichia, Klebsiella); tali cataboliti costituiscono infatti il substrato privilegiato dal genere A-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-65

cinetobacter. In un impianto a scala reale per la rimozione biologica del fosforo, nonostante l'e-
levata percentuale di Acinetobacter calcoaceticus nel fango biologico (oltre il 50% dei batteri fa-
coltativi e aerobi presenti nella biomassa) i rendimenti di rimozione sono risultati ridottissimi
in seguito all'assenza di batteri produttori di acidi grassi volatili, in particolare Aeromonas Pun-
ctata.

7.3. ASPETTI STECHIOMETRICI E CINETICI

Il primo modello biochimico attraverso il quale si è tentato di spiegare i meccanismi per


la rimozione in eccesso di fosforo, risale attorno agli anni '70. Già dagli anni '80 si sono fatti
notevoli progressi nella conoscenza dei meccanismi di base in presenza di acetato come fon-
te di carbonio. Diversi aspetti del fenomeno non risultano ancora oggi del tutto chiariti. Di
seguito si fornirà una sintesi dello stato attuale della conoscenza sui processi biochimici di
rimozione biologica del fosforo.

7.3.1. Fase anaerobica

Durante la fase anaero-


bica (assenza di ossigeno libe- mg/l FASE ANAEROBICA FASE AEROBICA

ro e di nitrati), la massima
parte del COD solubile, prin- PO -P [mg/l]
4

cipalmente costituito da acidi BOD [mg/l]

grassi a basso peso molecola-


re (in particolar modo l'aceta-
to), viene adsorbito dai mi-
crorganismi fosforo-
accumulanti e convertito in
riserve carboniose di PHB. In
altre parole, una volta tra- tempo

sportato dentro la cellula il Figura 6.41. Andamento delle concentrazioni di BOD e di ortofosfati
substrato viene accumulato, nella fase aerobica ed in quella anaerobica.
sotto forma di PHB, come ri-
serva interna; la sintesi di PHB avviene utilizzando l’energia derivante dalla degradazione dei
polifosfati (sintetizzati nella fase aerobica). La degradazione dei polifosfati determina il rila-
scio in soluzione di ortofosfati, che ne determina un significativo incremento di concentra-
zione nella fase anaerobica (Figura 6.41).
Secondo alcuni Autori, poiché la maggior parte degli acidi grassi volatili (VFA) è in for-
ma anionica per i valori di pH abituali (per esempio l'acetato come Ac-), la loro assunzione
dovrebbe avvenire mediante diffusione facilitata attraverso la membrana cellulare.
L’energia (ovvero il fosforo intracellulare) necessaria all’assunzione dell’acetato e quindi
all’accumulo dell’acido acetico HAc, è risultata dipendere strettamente dal pH come è eviden-
ziato dal seguente grafico.
La composizione del liquame alimentato nella fase anaerobica ha una grossa influenza
nel sostenere il processo biologico di rimozione del fosforo. I batteri fosforo-accumulanti
mostrano infatti un comportamento diverso al variare del substrato immesso. Ciò può essere
ricondotto alle seguenti cause, spesso concomitanti:
1. i substrati complessi richiedono una fase preliminare di idrolisi, operata da microrganismi
differenti dai batteri fosforo-accumulanti; in un refluo civile la parte di COD rapidamente
biodegradabile è limitata (attorno al 20%) e di conseguenza è presente una notevole quan-
6-66 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

tità di sostanza organica che deve essere idrolizzata;


2. substrati differenti possono richiedere meccanismi più o meno dispendiosi, dal punto di
vista energetico, per l’adsorbimento e il successivo utilizzo nella cellula, in quanto le vie
metaboliche per la loro sintesi possono essere diverse;
3. se si opera in condizioni anossiche, come avviene nel caso di impianti in cui sia prevista
anche la rimozione dell’azoto, il processo di denitrificazione costituisce un meccanismo
competitivo perché utilizza i composti carboniosi presenti nel liquame. Di conseguenza si
avrà una riduzione più o meno sensibile delle riserve carboniose negli organismi fosforo
accumulanti, in funzione della disponibilità di acidi grassi a basso peso molecolare nel li-
quame, con la conseguente riduzione della rimozione in eccesso di fosforo.
Una frazione dei batteri fosforo-accumulanti è però in grado di utilizzare le forme ossi-
date dell'azoto come accettori di elettroni per la produzione di energia nel metabolismo dei
substrati carboniosi. In tal caso i batteri fosforo accumulanti operano in condizioni anossi-
che in modo equivalente a quelle aerobiche, anche se con velocità di reazione diverse. Si ha
pertanto assunzione di fosforo e consumo delle riserve interne di PHB. Di conseguenza il
miglior sfruttamento di tale capacità si può ottenere inserendo un reattore anossico a sé stan-
te a valle del reattore anaerobico. In tal modo si seleziona una popolazione di microrganismi
fosforo-accumulanti in grado di rimuovere in modo ottimale per via biologica sia azoto che
fosforo.

Per promuovere l'arricchimento nel fan-


go delle specie fosforo-accumulanti è neces-
-
sario pertanto realizzare nel processo di trat- ACETATO Ac
tamento una fase di anaerobiosi spinta, con
assenza cioè di accettori inorganici di elettro- POLIFOSFATO
ni (essenzialmente O2 ed NO3) che potrebbero HAc

consentire a molti microrganismi di avviare ENERGIA ENERGIA


processi aerobici od anossici, entrando così in H+
competizione con i batteri fosforo-
accumulanti nell'assunzione del substrato. Se RISERVE DI
CARBONIO H+
si prevede la rimozione combinata di fosforo
e azoto è necessario quindi evitare il ricircolo
di nitrati nel reattore anaerobico; per un im-
pianto in cui è prevista la sola rimozione del
fosforo (come il processo A/O, che verrà suc- Figura 6.42. Schema semplificato dei processi che si
cessivamente analizzato) è necessario sop- realizzano nella fase anaerobica.
primere la nitrificazione che avviene nel
comparto aerobico soprattutto nei mesi più
caldi. Le soluzioni impiantistiche che si possono adottare per risolvere tali problematiche sa-
ranno analizzate in dettaglio successivamente.
È inoltre essenziale la presenza di un'adeguata quantità di substrato carbonioso solubile
a basso peso molecolare (acidi grassi volatili). A tal fine svolge un ruolo utile la biomassa ete-
rotrofa nella fase anaerobica, che, demolendo parzialmente le molecole organiche, aumenta
la concentrazione del substrato carbonioso utilizzabile dai batteri fosforo accumulanti.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-67

È altrettanto importante che


la disponibilità di un tale substra- P rilasciato
to sia continua per evitare una HAc accumulato
0,8
possibile fluttuazione di fosforo
nell'effluente dall’impianto; nel
0,6
caso in cui si verifichino tali flut-
tuazioni è comunque possibile 0,4
integrare il processo con una ri-
mozione di tipo chimico che de- 0,2
ve essere dimensionata in modo
0 pH
tale da garantire livelli stabili di
5 6 7 8
fosforo nell’effluente (per esem-
pio 0,5 mg/l).
Figura 6.43. Andamento del rapporto tra fosforo rilasciato (energia) e aci-
In generale comunque la so- do acetico accumulato in funzione del pH.
la presenza di una fase anaerobica
nello schema di trattamento non è condizione sufficiente per garantire il successo della ri-
mozione biologica del fosforo.

7.3.2. Fase aerobica


SUBSTRATO
Nella fase aerobica i batteri fosforo- CARBONIOSO DISPONIBILE

accumulanti utilizzano il substrato carbonio- RISERVE DI

so (PHB) accumulato nella fase anaerobica CARBONIO

per la sintesi cellulare, senza dover entrare in


competizione con le altre specie batteriche METABOLISMO

per l'utilizzo del substrato esterno. POLIFOSFATO


O2
La conversione del PHB a biomassa e glico-
geno determina una produzione di sostanze
necessarie alla sintesi cellulare largamente su- ENERGIA

P
periore a quella strettamente necessaria ; tale
eccesso viene accumulato sotto forma di po-
lifosfati (catene di ortofosfati).
Nella fase aerobica si assiste pertanto ad Figura 6.44. Schema semplificato del processo di accu-
una significativa diminuzione della concen- mulo del fosforo P nella fase aerobica (o anossica).
trazione di ortofosfati dalla fase liquida (Fi-
gura 6.44).

7.4. SCHEMI DI PROCESSO PER LA RIMOZIONE BIOLOGICA DEL FOSFORO

7.4.1. Premessa

La rimozione biologica del fosforo richiede, da un punto di vista impiantistico la realiz-


zazione di due distinte fasi di trattamento:

• una fase anaerobica, che consente la selezione dei batteri fosforo accumulanti, in grado
6-68 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

di utilizzare come substrato i composti a basso peso molecolare. Tale selezione avviene
soltanto nei sistemi in cui la biomassa sia sottoposta ciclicamente (in termini spaziali o
temporali) a condizioni anaerobiche ed aerobiche. Nella fase anaerobica (senza quindi
presenza di alcun accettore di elettroni, quali ossigeno e nitrati) i batteri fosforo accumu-
lanti rilasciano il fosforo accumulato come polifosfati intracellulari ed allo stesso tempo,
utilizzando l’energia prodotta da tale processo, accumulano il substrato a basso peso mo-
lecolare sotto forma di riserve intracellulari (PHB). Un adeguato dimensionamento di tale
fase consente di ottenere anche una selezione di batteri floc-forming, con il conseguente
miglioramento della sedimentabilità dei fanghi.
• una fase aerobica dedicata ai processi di ossidazione del substrato carbonioso e
all’accumulo da parte dei batteri di riserve di polifosfati intracellulari, utilizzando preva-
lentemente le fonti di carbonio intracellulare sottoforma di PHB.

Nel caso che si preveda un impianto che realizzi la rimozione combinata di azoto e fo-
sforo, viene introdotta anche una fase anossica destinata principalmente alla denitrificazione.
È tuttavia possibile utilizzare tale fase del processo per l’assunzione del fosforo da parte dei
batteri fosforo accumulanti. La cinetica di assunzione del fosforo è tuttavia inferiore in con-
dizioni anossiche rispetto a quella riscontrabile in condizioni aerobiche.
Se lo stadio anossico precede la fase aerobica (stadio anossico primario), il substrato
carbonioso utilizzato è costituito dai composti organici presenti nel liquame trattato (carbo-
nio interno). Lo stadio anossico primario ha la funzione di rimuovere con elevata efficienza
il carico di nitrati derivante dal ricircolo di una portata ricca di nitrati proveniente dallo sta-
dio di nitrificazione.
Se, invece, lo stadio anossico è a valle della fase aerobica (stadio anossico seconda-
rio), il substrato carbonioso utilizzato deriva o dalla respirazione endogena della biomassa
(carbonio endogeno), con cinetiche di processo decisamente più lente rispetto a quelle deri-
vanti dall’utilizzo del carbonio interno, o dall’aggiunta di carbonio esterno, con cinetiche in
questo caso superiori a quelle misurate nello stadio primario. Lo stadio anossico secondario
ha funzione di finissaggio, cioè di riduzione del carico residuo di nitrati.

Le realizzazioni impiantistiche dei processi di rimozione biologica del fosforo, e , nel


caso si preveda l’introduzione di una fase anossica, di azoto e fosforo, possono essere classi-
ficate, sulla base della forma fisica della biomassa, in:
• sistemi a biomassa sospesa
• sistemi a biomassa adesa
• sistemi ibridi (cioè con contemporanea presenza di biomassa in forma adesa e sospesa)

e sulla base della reattoristica in:


• sistemi separati
• sistemi combinati (o integrati).

Nei sistemi separati i processi biologici della biomassa autotrofa e di quella eterotrofa
vengono condotti in stadi distinti, ciascuno dotato di una unità biologica e, nel caso di bio-
masse sospese, di un sedimentatore con relativo sistema di ricircolo del fango.
Nei sistemi combinati, invece, tutta la biomassa (autotrofa ed eterotrofa assieme) è
esposta alternativamente alle diverse condizioni ambientali richieste dal processo (anaerobi-
che, anossiche ed aerobiche, nella configurazione più completa), durante le quali si svolgono
le varie fasi di ossidazione della sostanza organica, di nitrificazione, di denitrificazione e di
rimozione biologica del fosforo. A livello impiantistico, i sistemi combinati presentano un'u-
nica unità biologica, variamente conformata e parzializzata a seconda delle diverse modalità
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-69

realizzative che verranno illustrate più avanti, seguita da un'unità di sedimentazione finale.
Fra i due sistemi, separato e combinato, il secondo è sicuramente il più economico sia
per i costi di costruzione che per i costi di gestione.

A differenza dei processi di rimozione biologica del solo azoto, per i quali la tecnologia
impiantistica è ormai collaudata, i trattamenti biologici di rimozione del fosforo, pur se nu-
merose sono le applicazioni a scala industriale, sono a tutt'oggi ancora oggetto di numerosi
studi e ricerche, finalizzate ad una migliore comprensione dei meccanismi di processo ed al
raggiungimento di una maggiore stabilità di processo.
Tutti i processi a biomassa sospesa oggi applicati per la rimozione biologica del fosforo
(o di azoto e fosforo) sono estensioni e integrazioni del processo a fanghi attivi e possono
essere classificati in due categorie principali:
• full stream, che sottopongono ad aerobiosi ed anaerobiosi l'intera portata del liquame;
• side stream, che operano l’anaerobiosi su una aliquota della portata dei fanghi di ricirco-
lo.

Alla prima categoria appartengono alcuni processi per la rimozione del fosforo e tutti i
processi che operano sia la rimozione biologica del fosforo che dell'azoto e che costituisco-
no una estensione degli schemi di processo usualmente adottati per la sola rimozione dell'a-
zoto.

7.4.2. Processi full stream

I principali processi che operano la sola rimozione del fosforo secondo lo schema full
stream sono i seguenti:
• processo A/O
• processo ad alimentazione discontinua (SBR)

Le quantità di fanghi prodotte in tutti i processi sopra elencati, non sono maggiori di
quelle prodotte negli impianti convenzionali a biomassa sospesa, ma il contenuto di fosforo
nei fanghi di supero è mediamente superiore di 2 a 3 volte.
Il trattamento dei fanghi biologici arricchiti di fosforo, tuttavia, richiede particolare at-
tenzione, a causa dei processi di risolubilizzazione del fosforo (in particolar modo nella dige-
stione anaerobica dei fanghi) che, se ricircolato nella linea liquami, può condurre ad una ri-
duzione considerevole dell'efficienza complessiva dell'impianto.

La direttiva europea 91/271 prevede che la concentrazione di fosforo presente allo sca-
rico in aree sensibili sia inferiore ad 1 mg/l per impianti superiori a 100.000 abitanti equiva-
lenti e a 2 mg\l tra i 10.000 e i 100.000 abitanti equivalenti; oppure è previsto che mediante
nell’impianto di depurazione si raggiunga un rendimento minimo dell’80% nella rimozione
del fosforo.
Gli impianti a scala reale attualmente operativi difficilmente riescono a garantire una
concentrazione di fosforo totale nell'effluente inferiore a 2 mg/l, principalmente per le flut-
tuazioni di substrato rapidamente biodegradabile nell’influente e per le conoscenze ancora
incomplete sull’effettiva cinetica e stechiometria del processo. Per ottenere concentrazioni di
fosforo totale nell'effluente inferiori a 1 mg/l è in genere necessario uno stadio di finissaggio
chimico-fisico ed una filtrazione finale.

7.4.3. Processo A/O


6-70 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ossigenatore
Il processo
AN AE
"A/O" (acronimo di
"Anaerobic/Oxic") S II

consiste semplice- influente Effluente


mente in un reatto-
re anaerobico se-
guito da un reattore
aerobico (Figura agitatore
6.45). Tale configu- Fango di ricircolo

razione impiantisti-
ca è particolarmen- Fango di supero
te indicata qualora
sia sufficiente la so- Figura 6.45. Diagramma di flusso del processo A/O per la rimozione biologica del
la rimozione del fosforo. Legenda: AN = zona anaerobica; AE = zona aerobica; SII = sedimentatore
fosforo. In questo secondario.
caso l'età del fango
è contenuta tra 2 e
6 giorni e i carichi applicati sono generalmente analoghi a quelli degli impianti convenzionali
a fanghi attivi a medio carico (Cf = 0.2-0.3 kgBOD/(kgSST·d)) e ad alto carico (Cf = 0.4-0.7
kgBOD/(kgSST·d)). I tempi di ritenzione idraulica sono mediamente di 0,5-1 h per la fase a-
naerobica e 2-2,5 h per la fase aerobica.
La concentrazione di fosforo nell'effluente da tale impianto dipende principalmente dal
rapporto BOD/P nell'influente. È stato notato che, quando tale rapporto è superiore a 10, è
possibile raggiungere il valore di 1 mg/l di fosforo nell'effluente. Nel caso che questo rappor-
to sia minore di 10, è necessario prevedere un trattamento chimico per raggiungere il limite
di 1 mg/l.
Tale processo può essere modificato per rimuovere anche l'azoto ; il processo così mo-
dificato è stato denominato A2/O (Figura 6.46).
Le esperienze in scala reale evidenziano che la principale causa delle fluttuazioni di ren-
dimento nel corso
dell'anno è la pre-
senza, nei mesi più ossigenatore
AN AX AE
caldi, del processo di
nitrificazione nello S II

stadio aerato che


comporta il ricircolo Influente
Effluente

dei nitrati nel reatto-


re anaerobico. L'at- a
tività di denitrifica- agitator

zione che vi si svi-


luppa sottrae parte Fango di ricircolo

del substrato organi-


co rapidamente bio- Fango di supero
degradabile a sfavore
dei batteri fosforo- Figura 6.46. Diagramma di flusso del processo A2/O per la rimozione combinata
accumulanti, ridu- di azoto e fosforo. Legenda: AN = zona anaerobica; AE = zona aerobica; AX =
zona anossica; SII = sedimentatore secondario; a = ricircolo della miscela aerata.
cendo perciò l'effi-
cienza di rimozione
del fosforo.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-71

Per ottenere dei buoni rendimenti con il processo A/O, pertanto, è necessario sopprime-
re la nitrificazione adottando carichi del fango elevati. Laddove sia invece richiesta la rimo-
zione combinata di azoto e fosforo, il carico del fango dovrà avere il più elevato valore pos-
sibile (per stimolare il metabolismo dei batteri fosforo accumulanti), compatibilmente con le
esigenze del processo di nitrificazione.

7.4.4. Processo SBR

Il sistema SBR consiste di uno (o più reattori in parallelo), in cui si alternano le varie fasi
di processo secondo una sequenza temporale (Figura 6.47).
La flessibilità con cui si può adattare questo sistema alle più varie esigenze di conduzio-
ne è uno dei vantaggi innegabili dei sistemi SBR. La possibilità di ripartizione tra i tempi di
aerazione, la possibilità di protrarre i tempi di riempimento (realizzando minori carichi inizia-
li del fango) o di abbreviarli (aumentando il carico iniziale del fango) consentono di operare
come se, in un impianto convenzionale, si potesse variare la configurazione dell'impianto e la
proporzione tra i singoli comparti. Il reattore, inoltre, consente di riunire in una sola vasca
tutti i bacini di un impianto a fanghi attivi, compreso il sedimentatore, e non necessita di al-
cun ricircolo (né fanghi, né miscela aerata).
Le applicazioni di questo sistema alla rimozione del fosforo hanno mostrato prestazioni
soddisfacenti, ma la disponibilità di pochi dati sperimentali non ha ancora consentito di veri-
ficare la stabilità del processo.

Tempo

Influente Effluente

IN AN AE S OUT

Figura 6.47. Schema di una sequenza operativa di un reattore SBR. Legenda: IN = fase di alimentazione ;
AN = fase anaerobica; AE = fase aerobica; S = fase di sedimentazione ed eventuale estrazione fanghi; OUT
= fase di scarico.

7.4.5. Processi side stream

In questo tipo di processi, anziché l'intero flusso della miscela liquami/fanghi (mixed li-
quor), soltanto una parte del fango di ricircolo è sottoposta a condizioni anaerobiche. Tale
portata viene inviata ad un reattore denominato stripper dove staziona per periodi dell'ordine
delle ore, prima di ritornare nel bacino di aerazione. Nello stripper ha luogo il rilascio del fo-
sforo, mentre la riassunzione in eccesso avviene poi comunque nel reattore aerobico.
Poiché la riassunzione in eccesso è proporzionale al rilascio, è evidente che questo tipo
di processo offre il duplice vantaggio di operare con volumi più contenuti e con maggior ef-
ficacia, potendosi contare su un maggior tempo di anaerobiosi. Il rilascio (e di conseguenza
la riassunzione) può essere ancora più spinto se nel bacino anaerobico si dosano liquami
contenenti substrati rapidamente biodegradabili, che intensificano l'attività dei batteri accu-
mulatori di fosforo.
A tal fine si possono utilizzare fonti di carbonio interne (liquame grezzo, liquame pri-
mario, surnatante di stadi di fermentazione di fanghi primari) oppure fonti esterne (acido a-
cetico, reflui industriali ad elevato contenuto di COD rapidamente biodegradabile e rapporto
6-72 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

TKN/COD favorevole).

7.4.6. Processo Phostrip

Gli studi riguardanti i processi side stream puramente biologici sono ancora agli inizi.
L'unico processo side stream oggi applicato in scala reale è il Phostrip (Figure 6.48 e 6.49). Ta-
le processo non è puramente biologico in quanto "forza" per via chimica l'abbattimento del
fosforo, aggiungendo calce a valle del reattore anaerobico di rilascio (stripper). La calce funge
da coagulante e permette la precipitazione chimica del fosforo. Ciò naturalmente garantisce
una maggiore affidabilità al processo, a prezzo dell'addizione di reattivi, peraltro di basso co-
sto, e dello smaltimento dei fanghi derivati dalla precipitazione chimica.
Il processo Phostrip non è vincolato al carico organico della linea liquami e al rapporto
BOD/P dell'influente, come invece accade per i processi full stream (vedi processo A/O). Le
prestazioni del processo sono principalmente funzione delle modalità di conduzione dello
stripper e del trattamento chimico. Il flusso di fanghi in uscita dal reattore anaerobico viene
alimentato alla vasca di aerazione della linea liquami, dove ha luogo l'assunzione in eccesso

Figura 6.48. Schema del processo Phostrip per la rimozione chimico-biologica del fosforo. Legenda: 1= se-
dimentatore primario; 2= vasca di aerazione; 3 = sedimentatore secondario; 4= reattore di strippaggio; 5= re-
attore di precipitazione chimica; 6= stoccaggio della calce.

Influente 1 2 3 Effluente

6 5 4
Surnatante Fango di supero

Fango chimico Fanghi


Liquame

Figura 6.49. Schema del processo Phostrip II per la rimozione chimico-biologica del fosforo. Legenda: 1= sedi-
mentatore primario; 2= vasca di aerazione; 3= sedimentatore secondario; 4= reattore di pre-strippaggio; 5= reatto-
re di strippaggio; 6= reattore di precipitazione chimica; 7= stoccaggio della calce.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-73

del fosforo. Variando la frazione di fanghi di ricircolo alimentati allo stripper si modifica il
rapporto tra la quantità di fosforo rimossa per precipitazione chimica e quella invece allonta-
nata nei fanghi di supero, ricchi di fosfati.
Il principale vantaggio rispetto ai trattamenti convenzionali di precipitazione chimica full
stream del fosforo, è la minore quantità di calce consumata (e quindi di fanghi prodotti). Il
dosaggio di calce è molto inferiore, poiché solo il 20-30% della portata dell'impianto passa
nello stripper.
Nella prima versione del processo (Figura 6.48), in cui non era prevista l'adduzione di
una parte del liquame grezzo al reattore anaerobico, erano necessari tempi di ritenzione dei
fanghi dell'ordine di 15-20 ore per ottenere rilasci di fosforo sufficienti per conseguire il suc-
cessivo abbattimento a concentrazioni di 1 mg P/l.
Nella versione Phostrip II (Figura 6.49), il processo è stato modificato per consentire il
contatto dei fanghi di ricircolo con parte del liquame derivato a valle del sedimentatore pri-
mario, in modo da avere a disposizione COD rapidamente biodegradabile nello stripper ed
intensificare quindi il rilascio del fosforo.
In via indicativa si può rilevare che la linea liquami è progettata con i normali parametri
di un impianto convenzionale a fanghi attivi , mentre il reattore anaerobico è alimentato con
una frazione della portata dei fanghi di ricircolo generalmente pari al 20-50% ed è caratteriz-
zato da un tempo di ritenzione dei fanghi generalmente compreso tra 6 e 10 ore. Proprio
quest’ultimo parametro costituisce il vantaggio di tale processo rispetto alla sua versione pre-
cedente in cui era necessario un tempo di ritenzione dei fanghi compreso tra le 15 e le 20
ore. Attualmente tale tipologia di impianto è l’unica che garantisce concentrazioni di fosforo
in uscita inferiori ad 1 mg/l.

7.5. PROCESSI DI RIMOZIONE BIOLOGICA COMBINATA DI AZOTO E FOSFORO

I principali processi che operano la rimozione biologica combinata di azoto e fosforo


sono i seguenti:
2
• processo A /O (già precedentemente esposto nell’ambito del processo A/O);
• processo PhoStrip II (già precedentemente esposto a seguito del processo PhoStrip);
• processo Phoredox;
• processo UCT;
• processo ad alternanza;
• processo ad alimentazione discontinua (SBR).

7.5.1. Processo Phoredox

Lo schema del processo Phoredox (schema generale di Figura 6.50) consiste sostan-
zialmente di un processo di predenitrificazione preceduto da un reattore anaerobico avente
la duplice funzione di provocare lo stress batterico necessario per il rilascio del fosforo e, nel
contempo, di favorire i processi idrolitici che producono i substrati semplici (ad es. l'acido
acetico) utilizzati dai batteri accumulatori di fosfati.
Come già osservato per il processo A2/O, per conseguire elevate rimozioni di fosforo è
essenziale ottenere alti rendimenti di rimozione dei nitrati. Infatti, se a valle del bacino aerato
permangono concentrazioni di nitrati non trascurabili (> 5 mg NO3-N/l), questi vengono tra-
sportati nel reattore anaerobico con il fango di ricircolo, innalzando il potenziale redox ed
inibendo i fenomeni di rilascio del fosforo che qui devono aver luogo.
Per questo motivo, il trattamento di liquami con rapporti TKN/COD inferiori a 0,07 mg
6-74 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Influente Effluente
AN AX AE S

aQ

rQ
Fango di supero

Figura 6.50. Schema di processo Phoredox per la rimozione di azoto e fosforo. Legenda: AN = reattore anae-
robico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di ricircolo miscela aera-
ta; r = rapporto di ricircolo fanghi.

N/mg COD si realizza con successo, mentre l'influenza dei nitrati può essere sensibile per
rapporti superiori.
È stato tuttavia dimostrato che per avere una soddisfacente rimozione del fosforo non
basta soltanto impedire che i nitrati giungano al comparto anaerobico ma è necessario ga-
rantire la disponibilità di substrati facilmente biodegradabili per attivare il processo di rilascio
del fosforo e della conseguente successiva riassunzione in eccesso. Viceversa, se sono dispo-
nibili adeguate concentrazioni di substrato rapidamente biodegradabile, è possibile assistere a
elevati rendimenti di rimozione di azoto e fosforo.
Recentemente sono state applicate soluzioni innovative, quali la produzione di acidi
grassi volatili (substrato rapidamente biodegradabile) dagli stessi fanghi primari, mantenuti
nel sedimentatore o in un apposito fermentatore per un tempo di ritenzione sufficiente ad
innescare i processi di fermentazione.
I parametri di progetto generalmente applicati nei processi Phoredox sono i seguenti:
• età del fango: 25-40 giorni;
• rapporti tra le frazioni di biomassa anaerobica/anossica/aerobica (considerando 100 la
biomassa totale): [Link];
• rapporto di ricircolo fanghi: 1;
• rapporto di ricircolo miscela aerata: 2-4.

La configurazione impiantistica ideale è quella a plug-flow.

7.5.2. Processo UCT

Con il sistema UCT (Figura 6.51) è in teoria possibile trattare scarichi con rapporto
TKN/COD più elevato (fino a 0,11 - 0,12 mgN/mgCOD) rispetto al Phoredox, in quanto il fan-
go di ricircolo viene inviato nel reattore anossico, dove vengono rimossi i nitrati, e da qui ri-
preso e rinviato al reattore anaerobico. In tal modo quindi si evita la presenza di nitrati nel

bQ

Influente Effluente
AN AX AE S

aQ

rQ Fango di supero

Figura 6.51. Schema di processo UCT per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda: AN = reat-
tore anaerobico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di ricircolo
miscela aerata; r = rapporto di ricircolo fanghi; b = rapporto di ricircolo miscela anossica.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-75

comparto anaerobico.
Tuttavia, rapporti TKN/COD elevati comportano minori valori del rapporto di ricircolo
della miscela aerata, in quanto i nitrati trasportati nel fango di ricircolo saturano la capacità di
denitrificazione del reattore anossico. D'altra parte un dimensionamento eccessivo di questo
reattore penalizza la nitrificazione, in quanto la frazione di biomassa aerata sarebbe troppo
esigua per far fronte al carico ammonico da ossidare (non si ha un tempo di contatto suffi-
cientemente elevato).
Per ovviare a questo problema è stato introdotto il processo UCT modificato (Figura
6.52), indicato per liquami aventi un rapporto TKN/COD = 0,10 - 0,11 e concentrazioni di
COD superiori a 500 mg/l. Secondo questo schema il reattore anossico viene sdoppiato in un
primo reattore (circa 1/4 del totale) deputato esclusivamente alla denitrificazione dei fanghi
di ricircolo (r·Q) e in un secondo reattore (i rimanenti 3/4 del volume) per la denitrificazione
dei liquami ricircolati dalla vasca di aerazione.
Con ciò, per alti rapporti TKN/COD si rinuncia ad una buona efficienza di rimozione del
fosforo, in quanto parte del substrato rapidamente biodegradabile viene consumato per la
denitrificazione del fango di ricircolo, ma si salvaguarda la sedimentabilità dei fanghi, ele-
mento essenziale per il buon funzionamento di tutto il processo.
I parametri di dimensionamento sono analoghi a quelli del processo Phoredox.

Figura 6.52. Schema di processo UCT modificato per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda:
AN = reattore anaerobico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di
ricircolo miscela aerata; r = rapporto di ricircolo fanghi; b = rapporto di ricircolo miscela anossica.

7.5.3. Processo in alternanza

Tale processo (Figura 6.53) ricalca quello utilizzato per la rimozione biologica
dell’azoto. L’unica modifica rispetto a tale schema consiste nel prolungamento della fase a-
nossica fino all’esaurimento dei nitrati, con la conseguente instaurazione di condizioni anae-
robiche, favorevoli allo sviluppo dei batteri fosforo-accumulanti.
Sono attualmente in studio i criteri di progettazione e conduzione di tali sistemi alterni
per ottimizzare la rimozione combinata di azoto e fosforo.
6-76 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

7.5.4. Processo SBR

La sequenza operativa viene modificata al fine di ottenere la rimozione sia dell'azoto (in
fase aerobica e anossica) e del fosforo.
Infine si riporta lo schema di un sistema ibrido di rimozione combinata di azoto e fo-
sforo di recente realizzazione :

Figura 6.54. Schema di processo SBR per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda: AX = fase
anossica; AN = fase anaerobica; AE = fase aerobica; S = fase di sedimentazione.

7.5.5. Processo Dephanox

Il processo DEPHANOX è basato sullo schema impiantistico descritto in Figura 6.55.


Il primo sedimentatore ha lo scopo di chiarificare il liquame in uscita dal reattore anaerobico
iniziale in cui si vuole ottenere un fenomeno di bioflocculazione. Nel biofiltro aerato, che
opera a biomassa adesa, si ha lo sviluppo di batteri nitrificanti.
La successiva fase anossica è sede di denitrificazione e di assunzione di fosforo da parte dei
batteri fosforo accumulanti.
Il comparto aerobico in coda ha la funzione di riaerare, favorendo lo stripping dell'azo-
to molecolare prodotto durante lo stadio anossico e al fine di ossigenare i fanghi per rag-
giungere una miglior sedimentabilità.

FASE 1 FASE 2

LIQUAME
GREZZO AX AX

S LIQUAME S
GREZZO
AE AE

FANGO DI RICIRCOLO FANGO DI RICIRCOLO

Figura 6.53. Schema di processo ad alternanza. Legenda: AX = fase anossica; AE = fase aerobica; S = se-
dimentatore.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-77

S S
OUT
AN BIOFILTRO AX AE
AERATO

Figura 6.55. Schema impiantistico del processo Dephanox.

8. REAZIONI CHIMICHE DI PRECIPITAZIONE DEL FOSFORO

Nei liquami grezzi il fosforo è presente principalmente allo stato pentavalente come
ione ortofosfato, come fosfati condensati (polifosfati) e come fosforo organico.
Va osservato che sia il fosforo organico che i polifosfati sono rapidamente idrolizzabili
a fosfati inorganici nei reattori di ossidazione biologica. Di conseguenza, le uniche forme di
fosforo organico o condensato che si trovano, a valle di un trattamento biologico, sono lega-
te alla presenza di solidi sospesi, mentre gli ortofosfati sono praticamente l’unica forma in
soluzione.
La possibilità di rimuovere il fosforo dalle acque di scarico sta nel fatto che questo ele-
mento è presente in gran parte sotto forma di anioni in grado di combinarsi con cationi bi- e
trivalenti per dare fosfati insolubili.
In pratica si utilizzano sali di ferro (ione ferroso, Fe2+, e ferrico Fe3+), di alluminio (Al3+)
e di calcio (Ca2+), che, esercitando anche una azione flocculante, permettono di rimuovere
anche una notevole quota di solidi sospesi a cui sono associate le altre forme di fosforo.
Poiché non si dispone di relazioni univoche che leghino il dosaggio di reagente ad una
prefissata rimozione di fosforo (a causa dell’estrema variabilità della composizione e delle ca-
ratteristiche fisico-chimiche delle acque di scarico), tutti gli autori raccomandano
l’esecuzione di jar test seguiti da prove pilota e a scala reale per scegliere il reagente migliore
nonché il dosaggio e i punti dove immetterlo, in funzione dell’efficacia di rimozione e dei
costi.

8.1. SALI DI ALLUMINIO

Il precipitato che si forma dai fosfati, in una soluzione contenente Al(OH)3, ha una com-
posizione intermedia tra l’idrossido e il fosfato di alluminio e si presenta in forma amorfa. La
precipitazione e la flocculazione del complesso avviene rapidamente. All’inizio il precipitato
tende a contenere un eccesso di idrossido rispetto al precipitato formatosi da più lungo tem-
po.
L’idrossido presente nel complesso tende quindi a reagire ulteriormente con i fosfati so-
lubili ed ad arricchire il precipitato di fosfato d’alluminio. Può essere quindi conveniente rici-
clare i solidi precipitati in quanto ancora parzialmente reattivi e, inoltre, dotati di notevoli ca-
pacità flocculanti.
La più comune forma di sale d’alluminio utilizzata è l’allume (solfato di alluminio idra-
to) con formula approssimata Al2(SO4)3 14 H2O.
Le reazioni dell'allume in un liquame contenente fosfati possono essere riassunte nelle
seguenti due equazioni approssimate:
6-78 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Al 2 ( SO 4 ) 3 ⋅ 14H 2 O + 2PO 43− → 2AlPO 4 ↓ +3SO 24− + 14H 2 O


Al 2 ( SO 4 ) 3 ⋅ 14H 2 O + 6HCO 3− → 2Al(OH) 3 ↓ +6CO 2 + 3SO 42− + 14H 2 O

L’azione dei sali d’alluminio è più efficace in acque aggressive e con bassa alcalinità, in
quanto tali condizioni favoriscono la formazione di AlPO4 piuttosto che di Al(OH)3. Acque
alcaline, invece, richiedono maggiori dosaggi, proprio perché, parte dell’alluminio rimane
allo stato di idrossido trivalente e non si combina con i fosfati.
Tuttavia, l’allume in acque particolarmente alcaline può causare un eccessivo abbassa-
mento del pH, inaccettabile ad esempio con un processo di precipitazione in simultanea. In
tali casi si può utilizzare l’alluminato di sodio, la cui reazione semplificata con i fosfati è la
seguente:
Na 2 O ⋅ Al 2 O 3 + 2PO 34− + H 2 O → 2AlPO 4 ↓ +2NaOH + 6OH −
8.2. SALI DI FERRO

L’uso di sali di ferro è molto comune. In questo caso la precipitazione è complicata dal-
la presenza di due stati di ossidazione (bi e trivalente) entrambi termodinamicamente stabili.
L’ossidazione di Fe2+ a Fe3+ avviene secondo cinetiche che dipendono sia dal contenuto di
fosfati che dal pH. Inoltre le trasformazioni tra le due forme sono influenzate dalla catalisi
enzimatica dovuta alla presenza di microrganismi diversi secondo le diverse condizioni che
si riscontrano in un impianto di depurazione (trattamenti aerobici e anaerobici). In particola-
re le interazioni tra Fe2+ e fosfati acquistano interesse qualora si usino processi anaerobici di
digestione dei fanghi. Esperienze sperimentali dimostrano l’insolubilità dei fosfati ferrici e
ferrosi in condizioni anaerobiche.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-79

Anche con i sali di ferro, come per l’alluminio, si ha formazione di precipitati misti di
idrossidi e fosfati. Gli ioni ferrici, inoltre, presentano buone proprietà complessanti verso le
forme di fosforo condensato, che verrebbero rimosse in seguito per adsorbimento sui fioc-
chi di idrossifosfato ferrico. Le ottime proprietà flocculanti degli ioni ferrici permettono una
considerevole rimozione di colloidi, di cui bisogna tenere conto nella stima dei fanghi di ri-
sulta.
I sali di ferro bivalente (es. FeSO4) sembrano molto efficaci se utilizzati in ambienti for-
temente ossidanti. Infatti gli ioni di ferro trivalente generati in vasca per ossidazione degli
ioni bivalenti sembrano molto più selettivi nella formazione di fosfati ferrici insolubili.
Cloruro e solfato ferroso, oltre che come reagenti commerciali, sono utilizzati anche
come soluzioni di risulta da trattamenti di decapaggio di superfici metalliche con acido solfo-
rico e cloridrico, anche se spesso occorre fare attenzione alla presenza di notevoli concentra-
zioni residue di acido che potrebbero abbassare eccessivamente il pH in vasca.
Le reazioni del cloruro ferrico in un liquame contenente fosfati può essere descritta dal-
le seguenti equazioni approssimate:

Tabella 6.10. Caratteristiche chimico-fisiche principali dei prodotti usati come reagenti nella rimozione del
fosforo dalle acque di scarico.

CARATTERISTICHE CHIMICHE E FISICHE NOTE

Reagente e formula Aspetto e proprietà Densità Concentraz. Forma Confez.


3
[kg/m ] in peso fisica

Allume Colore bianco crema 600-1200 17% Al2O3 zolle sacchi


Al2(SO4)3 14H2O pH:3-3.5 (sol. 1-10%) grani barili
-secco polvere irritante granuli fusti
tenere in luogo secco polvere sfusa

Allume Inizia a cristallizzare 1330 8.3% Al2O3 soluzione


sfusa
Al2(SO4)3 14H2O a -1°C; cristallizza a a 16°C commerc.
-liquido - 8°C; corrosivo.

Alluminato di sodio pH 11.9 (soluz. 1%) 640-800 41-46% Al2O3 sacchi


Na2Al2O4 non corrosivo
-secco polvere irritante
conservaz. max 6 mesi

Alluminato di sodio fortemente alcalino 4.9-26.7% Al2O3 soluzione fusti


Na2Al2O4 da maneggiare con cura comm. autobotti
-liquido caustico, conserv. max 3 mesi

Cloruro ferrico Marrone oleoso 1340-1490 35-45% soluz. damig.


FeCl3 pH 2 (soluz. 1%) comm autobotti
-liquido corrosivo macchia
metalli e calcestruzzo

Cloruro ferroso Marrone oleoso 1190-1250 20-25% soluz. fusti


FeCl2 (liquido) comm.
Soluzione esausta Acido libero da residuo liq. autobotti
da decapaggio da 1-1.5% fino 10% di risulta
leggermente meno
corrosivo di FeCl3

Solfato ferroso Acido in soluzione 990-1060 55-58% prodotto


FeSO4 7H2O secco composiz. variabile commerc.
Soluzione esausta Si ossida in aria umida liquido di
da decapaggio si rapprende a T >20°C risulta
6-80 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

FeCl 3 + PO 43− → FePO 4 ↓ +3Cl −


FeCl 3 + 3HCO 3− → Fe(OH) 3 ↓ +3CO 2 + 3Cl −

Nel caso dei sali ferrosi si fa invece riferimento a queste reazioni:


3FeCl 2 + 2PO 43− → Fe 3 (PO 4 ) 2 ↓ +6Cl −
3FeSO 4 + 2PO 34− → Fe 3 (PO 4 ) 2 ↓ +3SO 24−

8.3. CALCE

La precipitazione
del fosforo con calce
presenta caratteri del tut-
to peculiari rispetto ai re-
agenti analizzati prece-
dentemente.
Benché lo studio
dell'equilibrio termodi-
namico permetta di af-
fermare che è possibile
raggiungere concentra-
zioni residue in soluzione
estremamente basse (Fi-
gura 6.56), la precipita- Figura 6.56. Diagrammi di equilibrio di solubilità dei fosfati di fer-
ro (FePO4, 1), di alluminio (AlPO4, 2), e di calcio (apatite, 3; 4
zione del fosfato di cal- rappresenta la precipitazione di calcite).
cio è molto influenzata
sia dalla cinetica di nucleazione e di crescita dei cristalli di apatite, sia soprattutto, dalla pre-
senza di altre specie ioniche in soluzione. Infatti l’acidità della soluzione, la concentrazione di
bicarbonati, la presenza di magnesio e di fluoro influenzano notevolmente sia la composi-
zione del precipitato che la concentrazione residua di fosfato in soluzione.
Dall’esame della Figura 6.56 si vede come la lentissima cinetica di formazione
dell’apatite a bassi pH e la presenza di magnesio, che impedisce la precipitazione di parte del
fosforo presente a pH inferiori a 8,5, renda necessario l’innalzamento del pH ad almeno 10,5
per ottenere sensibili rimozioni di fosforo con calce.
La necessità di portare il pH a tali valori comporta la precipitazione dei carbonati e i do-
saggi necessari sono pertanto determinati dalla concentrazione di bicarbonati nel liquame
(alcalinità).
Il precipitato è fosfato di calcio amorfo. L’assenza di una struttura cristallina rende tale
composto instabile a valori di pH inferiori a 9, e ciò è fonte, ad esempio, di consistenti rilasci
di fosforo in unità di trattamento dei fanghi quali l’ispessimento e la digestione anaerobica.
In questi casi occorre molta cautela prima di ricircolare il surnatante direttamente in testa
all’impianto per il carico aggiuntivo di fosforo che ne deriverebbe.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-81

Tabella 6.11. Dosaggi indicativi per la precipitazione chimica del fosforo in impianti di trattamento di acque
di rifiuto domestiche; Fe(II) - sali di ferro bivalente - Al(III) - sali di alluminio trivalente - Ca(II) -sali di calcio;
rm - rapporto molare ione / fosforo.

Concentrazione nell’effluente : 2-3 mg P/l

-Prec. simultanea Fe (II) o Al (III), rm = 0.8


-Pre prec. Al (III) , rm = 1

Concentrazione nell’effluente : 1-2 mg P/l

-Prec. simultanea Fe (II) o Al (III) , rm = 1


-Pre prec. Ca (II) + Fe (II) pH 8-9 (Fe), rm = 1
-Prec. diretta Al(III) , rm = 1.5
-Post prec. Al(III) pH = 6.5-7.2, rm = 1

Concentrazione nell’effluente : 0.5-1 mg P/l

-Prec. simultanea + Pre prec.o lagunaggio, Fe (II) o Al (III), rm = 1.5


-Pre prec. Ca (II) + Fe (II) pH 9-10 (Fe), rm (Fe)= 1.5
-Post prec. Al(III) pH = 5.5-6.52, rm = 2

Concentrazione nell’effluente : 0.3-0.5 mg P/l

-Prec. simultanea Fe (II) o Al (III) , rm = 2 +filtro-flocc. Fe(II) o Al (III), rm = 2


-Prec. diretta Ca (II) + Fe (II) pH 9-10, rm (Fe)= 1.5 + filtro-flocc.
-Post prec. Al(III) pH = 5.5-6, rm = 2 + filtro-flocc. Fe(III), rm = 2

La solubilità del precipitato, inoltre, viene aumentata rispetto ai valori teorici a causa di
fenomeni di scambio ionico e a causa dei brevi tempi di ritenzione nelle vasche di precipita-
zione-flocculazione. Il precipitato, infatti, si coagula e si aggrega in tempi molto più lenti dei
fosfati di ferro ed alluminio. La presenza di coaguli di apatite già formata facilita la coagula-
zione di nuovo fosfato di calcio, e pertanto il riciclo dei fanghi è essenziale per migliorare
l’efficacia del processo. Si è anche riscontrato che l’aggiunta di cristalli di apatite abbrevia il
tempo di precipitazione da 50-80 ore a 2-5 ore.
Le ragioni dell’uso infrequente della calce risiedono nella produzione di fanghi molto
elevata che tale additivo comporta e ai problemi gestionali e di manutenzione dovuti alle
modalità di trasporto, stoccaggio e dosaggio della calce (incrostazioni, depositi, ecc.).
Si ricorda inoltre che mentre i processi che fanno uso di sali di ferro e alluminio non
comportano in genere inconvenienti se utilizzati contestualmente ad un processo biologico
(anzi, spesso consentono di migliorare le caratteristiche di sedimentabilità dei fanghi),
l’impiego della calce comporta valori di pH incompatibili con il metabolismo batterico. Gli
effluenti di trattamenti con calce devono generalmente subire una neutralizzazione o una ri-
carbonatazione per potere rientrare in un intervallo di valori di pH accettabile.

8.4. SCHEMI DI PROCESSO

Nella Figura 6.57 sono illustrati e qui di seguito descritti i più comuni schemi di proces-
so adottati per la rimozione chimica del fosforo.
8.4.1. Precipitazione diretta

Il trattamento di precipitazione diretta può trovare giustificazione per scarichi in zone


costiere soggette ad eutrofizzazione , per i quali la rimozione della sostanza organica (BOD)
non è essenziale e può essere ammesso un limite superiore ai 40 mg/l. Si tratta in pratica di
6-82 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Figura 6.57. Schema di processo per la rimozione chimica del


fosforo. 1- Precipitazione diretta; 2- Pre-precipitazione; 3- Precipi-
tazione in simultanea; 4- Post-precipitazione; 5- Post-
precipitazione con filtro flocculatore (FF); G- grigliatura; D- dis-
sabbiatura; F- flocculazione; S- sedimentazione; A- aerazione; R-
dosaggio reagenti.
un semplice processo chimico-fisico tradizionale al quale si può eventualmente aggiungere
una fase di filtrazione quale trattamento di finitura per la rimozione dei solidi sospesi residui.
I migliori risultati si hanno addizionando coadiuvanti della flocculazione (es. polielettroliti).

8.4.2. Pre-precipitazione

Nel processo di pre-precipitazione il reagente è aggiunto prima della sedimentazione


primaria. Tale schema di processo richiede un’attenta progettazione e gestione delle fasi di
miscelazione e flocculazione, se si vogliono raggiungere i massimi rendimenti di rimozione
del fosforo (in media 80%). In Tabella 6.12 sono riportati i campi di efficienza di rimozione
del P nei trattamenti primari in presenza ed in assenza dell’addizione di reagenti chimici. U-
nitamente al fosforo precipitato e a quello parzialmente rimosso per adsorbimento e coagu-
lazione (polifosfati e P organico) con la pre-precipitazione viene separata nella vasca di se-
dimentazione primaria anche una consistente frazione di BOD e di solidi sospesi (Tabella
6.12).

Tabella 6.12. Efficacia potenziale del trattamento primario e secondario con e senza l’aggiunta di reagenti
per la rimozione del fosforo.

TRATTAMENTO RIMOZIONE P (%) RIMOZIONE SS (%) RIMOZIONE BOD (%)


Senza Con Senza Con Senza Con
• Primario 5-10 70-90 40-70 60-75 25-40 40-65
Secondario:
• filtro percolatore 10-20 80-95 80-90 85-95 75-90 80-95
• fanghi attivi 10-20 80-95 80-90 85-95 85-95 80-95
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-83

Questo si traduce in sede progettuale in una riduzione dei volumi impiegati dallo stadio
di ossidazione biologica ed, in fase gestionale, nella possibilità di poter far fronte a sovracca-
richi organici sulle unità biologiche o di garantire età del fango adeguate allo svolgersi dei
processi di nitrificazione, in corrispondenza per esempio di fluttuazioni stagionali.
La pre-precipitazione attenua inoltre l’eventuale carico tossico diretto al trattamento
biologico, costituito per esempio da metalli pesanti e oli dispersi.
Talvolta, in liquami a bassa alcalinità può rendersi necessario l’aggiunta di un basificante
per evitare l’eccessiva diminuzione del pH, soprattutto se si utilizzano sali di ferro. La calce,
oltre a coadiuvare la precipitazione, favorisce l’idrolisi dei polifosfati e del fosforo organico
ad ortofosfati, creando le condizioni per una rimozione più spinta. Il trattamento con sola
calce è tuttavia sconsigliabile in quanto può richiedere una ricarbonatazione prima dell’avvio
del liquame alla fase biologica. A causa di queste prospettate complicazioni impiantistiche,
cui si aggiungono i problemi gestionali legati al dosaggio ed allo stoccaggio, la calce rappre-
senta il reattivo meno impiegato, pur essendo il più economico.
Uno svantaggio della pre-precipitazione è individuabile nel fatto che la rimozione del
fosforo non può essere troppo spinta al fine di poter assicurare nel trattamento biologico la
necessaria disponibilità di fosforo per il metabolismo batterico. A questo riguardo la pre-
precipitazione deve essere adeguatamente controllata, ricorrendo inoltre all’impiego di polie-
lettroliti che facilitano la sedimentazione del P precipitato.
Un ulteriore svantaggio di tale processo consiste nel fatto che nel liquame grezzo una
consistente frazione del fosforo totale è in forma di dispersione colloidale e pertanto la ri-
mozione di tale frazione richiede un maggiore consumo di reagenti. A questo primo fattore
va aggiunta la presenza di reazioni degli ioni metallici con sostanze colloidali idrofile, come i
detergenti e le proteine, presenti entrambi in abbondanza nelle acque di scarico grezze. Tali
reazioni risultano competitive con quelle di precipitazione del fosforo e conducono pertanto
ad un sovradosaggio dei reagenti chimici.
A favore della pre-precipitazione si può considerare il fatto che, non essendo richieste
particolari unità operative addizionali, essa può essere adottata in impianti già esistenti so-
prattutto quando si desiderano ridurre i carichi organici in arrivo agli stadi biologici.
In genere sono difficilmente raggiungibili i limiti di P (< 0,5 mg/l) fissati dalla vigente
normativa nazionale per lo sversamento in laghi o comunque entro una fascia di 10 km dalla
linea di costa.

8.4.3. Precipitazione simultanea

Il reagente è aggiunto nella vasca di aerazione durante il trattamento biologico. I dosag-


gi vanno regolati in modo tale da permettere condizioni di pH adatte alla vita batterica e allo
stesso tempo tali da garantire una bassa solubilità dei sali. Un campo di pH che soddisfa a tali
esigenze è compreso tra 5,5 e 7.
L’immissione diretta dei reagenti nella vasca di ossidazione a fanghi attivi favorisce il
controllo del pH, in quanto si può contare sia sull’effetto tampone del fango che
sull’innalzamento del pH conseguente al strippaggio della CO2. In aggiunta a ciò, in combina-
zione con la precipitazione, la presenza nelle vasche a fanghi attivi di solidi fioccosi facilita lo
svolgimento di quei meccanismi fisico chimici (adsorbimento, coagulazione e flocculazione)
che contribuiscono ad una più efficiente rimozione del fosforo e separazione dei precipitati,
consentendo un risparmio nel dosaggio dei reagenti (Tabella 6.10).
Non sempre favorevoli per una adeguata miscelazione e flocculazione risultano essere i
gradienti di velocità o i livelli di turbolenza nella vasca di ossidazione. Per questa ragione è
opportuno procedere in tutti i casi ad un indagine sull’impianto per determinare il punto o i
punti ottimali per l’immissione dei reagenti. Il punto di immissione dipenderà dalla natura
6-84 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

dei reagenti chimici, dai gradienti di velocità nella vasca e dalle caratteristiche del liquame. Se
sono richiesti elevati rendimenti di rimozione del fosforo si può prevedere un punto di im-
missione di reagenti in corrispondenza ad ogni flusso in ingresso alle vasche, ricircoli com-
presi.
Particolarmente critico è il ricircolo del surnatante degli ispessitori e dei digestori anae-
robici, che è generalmente arricchito di fosforo.
La maggiore concentrazione di solidi in arrivo alla sedimentazione secondaria può crea-
re dei problemi di sovraccarico a questa unità, con possibile trascinamento di solidi sospesi
nell’effluente finale.
L’utilizzo di sali di ferro od alluminio causa spesso la formazione di microfiocchi di fo-
sforo “metal bound”, cioè legato ai metalli, che soprattutto nella precipitazione in simultanea
tendono a sfuggire alla sedimentazione finale aumentando così il carico di fosforo totale e di
solidi sospesi nell’effluente. Un rimedio è rappresentato dall’aggiunta prima della sedimenta-
zione finale di piccole quantità di coagulante, generalmente un polielettrolita anionico.
Impiantisticamente la precipitazione simultanea offre i vantaggi già indicati per la pre-
precipitazione in quanto si rendono necessari solo i sistemi di dosaggio e stoccaggio dei reat-
tivi, senza dover adottare unità operative suppletive.

8.4.4. Post-precipitazione

Con questa alternativa di trattamento chimico si raggiungono i più elevati rendimenti di


rimozione del fosforo, superiori al 90% e con concentrazioni all’effluente inferiori a 0,5 mg
P/l.
L’applicazione della post-precipitazione necessita della realizzazione di un sedimentato-
re posto a valle del sedimentatore secondario dell’impianto biologico. Il fango che qui si se-
para è solo di tipo chimico e può essere smaltito, quindi, separatamente dal fango biologico.
Non si potranno avere pertanto gli svantaggi prospettati nel caso di un trattamento comune
dei due tipi di fanghi. Con la post-precipitazione si avranno nell’effluente finale anche più
basse concentrazioni di BOD e di solidi sospesi.
Nel caso di grandi impianti ha dato buoni risultati in termini di riduzione del dosaggio
di reagenti, di una minore produzione di fango, di una migliore sedimentabilità e di più ele-
vati rendimenti di rimozione del fosforo, l’uso combinato di sali di ferro e calce, con dosaggi
sequenziali calce-sali di ferro. Per ridurre il dosaggio complessivo di reagenti può essere utile
far precedere la post-precipitazione dalla precipitazione simultanea. L’abbattimento del fo-
sforo avviene così in due stadi successivi e alla post-precipitazione è demandato il compito
di rimuovere solo la frazione residua di fosforo, normalmente concentrata sui solidi sospesi
piuttosto che in soluzione. Una combinazione efficace dei due stadi è quella che prevede il
ricircolo nella fase biologica del precipitato chimico della post-precipitazione. Il risultato po-
sitivo è un ulteriore risparmio dei reagenti, cui tuttavia si affianca lo svantaggio di dover av-
viare al trattamento dei fanghi una massa notevolmente superiore a quella prodotta dai soli
processi biologici.

8.5. APPARECCHIATURE

Vengono ora sinteticamente descritte le apparecchiature generalmente più utilizzate per


la manipolazione dei diversi reagenti.

8.5.1. Stoccaggio
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-85

Sali di alluminio

L’allume sfuso deve essere stoccato in contenitori di acciaio o di cemento, dotati di di-
spositivi per la raccolta delle polveri. La movimentazione del materiale stoccato può essere
facilmente effettuata mediante coclee, elevatori a tazze o trasportatori pneumatici.
Nel caso si utilizzi allume in sacchi o in fusti, si deve provvedere al loro stoccaggio in
ambiente secco. La tramoggia di carico dovrebbe avere una capacità di stoccaggio di almeno
8 ore, considerando le condizioni più gravose di dosaggio previste.
Il fondo della tramoggia va dimensionata con una pendenza minima di 60 gradi per evi-
tare la formazione di ponti.
L’allume secco non è corrosivo se non assorbe umidità. Può invece causare irritazione
agli occhi e alle vie respiratorie.
L’utilizzo di allume in soluzione comporta lo stoccaggio del materiale in serbatoi chiusi.
Per evitare la cristallizzazione del prodotto è necessario che la temperatura non scenda sotto
i 4°C. A seconda delle condizioni climatiche, si dovrà pertanto dotare i serbatoi di un sistema
ausiliario di riscaldamento. I materiali di costruzione dei serbatoi vanno dall’acciaio inossida-
bile, all’acciaio impermeabilizzato con PVC, gomma o piombo, alla plastica rinforzata con
fibra di vetro. I serbatoi vanno dimensionati per garantire la fornitura all’impianto per 10-15
giorni.
L’allume liquido è moderatamente corrosivo ed è necessaria la protezione di mani e del
viso quando lo si manipola.

Alluminato di sodio

Tale prodotto è disponibile sia in forma secca che liquida.


L’alluminato secco può essere stoccato fino ad un massimo di sei mesi in serbatoi
d’acciaio, di FRP, di cemento. La tramoggia di carico deve essere dotata di dispositivi di agi-
tazione per evitare la formazione di ponti o impaccamenti. Nel caso di alluminato liquido il
tempo massimo di stoccaggio si riduce a due tre mesi.
È richiesta la protezione del viso e delle mani.

Sali di ferro

I sali di ferro qui considerati sono il cloruro ferrico, il cloruro ferroso ed il solfato ferro-
so.
Il cloruro ferrico va stoccato in serbatoi con capacità di almeno 10-14 giorni. I materiali
più utilizzati per i serbatoi sono acciaio rivestito, FRP e resine sintetiche. Per evitare la
cristallizzazione (a -4°C) è spesso necessario collocare o prevedere dispositivi di
riscaldamento ausiliario. È richiesta la protezione del viso e delle mani, quando si opera
presso i dispositivi di stoccaggio e di alimentazione.
Il cloruro ferroso è disponibile sul mercato come materia seconda proveniente
dall’attività di decapaggio.
Sebbene meno corrosivo del cloruro ferrico, si adottano generalmente gli stessi disposi-
tivi di stoccaggio, per potere all’occorrenza utilizzare il cloruro ferrico come reagente alterna-
tivo. Infatti la fornitura del cloruro ferroso non ha sempre garanzie di continuità, per la sua
natura di materia seconda. Le misure di sicurezza sono analoghe a quelle adottate per il clo-
ruro ferrico.
Il solfato ferroso viene commercializzato generalmente in forma secca. Va stoccato in
ambienti freschi ed asciutti. Infatti a contatto con l’aria umida si ossida e si idrata. Inoltre a
temperature sopra i 20°C tende ad impaccarsi.
6-86 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Le tipologie dei serbatoi di stoccaggio e le misure di sicurezza sono analoghe a quelle


indicate per il cloruro ferrico.

Polimeri

Esistono una varietà di polimeri disponibili sia in forma secca che umida. I polimeri in
forma secca vengono forniti in sacchi, che devono essere stoccati in ambiente fresco ed a-
sciutto. Il polimero secco viene miscelato con acqua fino ad ottenere una soluzione molto
concentrata, che viene stoccata per il dosaggio. All’atto del dosaggio si procede ad un ulterio-
re diluizione.
I polimeri in forma liquida sono invece già pronti per la diluizione all’atto del dosaggio.
Le soluzioni di polimero vengono stoccate in serbatoi di FRP, di acciaio inossidabile o rive-
stito di materiali plastici. Per evitare deterioramenti, il tempo massimo di detenzione della so-
luzione di polimero è di 1-3 giorni.

8.5.2. Dosaggio e controllo

Reagenti secchi

Il sistema di alimentazione e dosaggio è costituito dai seguenti elementi:


• alimentatore
• vasca di miscelazione
• vasca di carico e pompa di dosaggio.

I dispositivi di alimentazione dei reagenti secchi sono di tre tipi:


• volumetrici
• gravimetrici a calo di peso
• gravimetrici a nastro.

Gli alimentatori volumetrici sono i sistemi più economici e vengono utilizzati quando
non è richiesta una grande precisione nel dosaggio. Il meccanismo di alimentazione è a vite.
I sistemi gravimetrici a calo di peso forniscono una grande precisione nel dosaggio (max
errore 1%) e sono raccomandabili in tutti i casi in cui lo stretto controllo del dosaggio può
portare a significativi risparmi sui costi dei reagenti. Gli alimentatori a nastro hanno un costo
intermedio tra i due precedenti sistemi.
Gli alimentatori gravimetrici presentano diversi vantaggi rispetto a quelli volumetrici, in
particolare la maggiore precisione, il frazionamento automatico, i bassi costi di gestione e la
facilità d’uso.
Il reagente viene alimentato nella vasca di miscelazione, dotata di miscelazione meccani-
ca. Nella stessa vasca viene l’acqua nelle giuste proporzioni mediante un contatore. In uscita
dalla vasca di miscelazione si ha un flusso continuo di soluzione reattiva, al livello di dilui-
zione richiesto dal processo.
Allorché il reagente viene conservato in sacchi o fusti, la miscelazione viene effettuata
manualmente in batch all’interno della tramoggia di alimentazione giornaliera.

Reagenti liquidi

Per l’alimentazione di reagenti chimici liquidi o di soluzioni preparate commercialmente


Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-87

sono disponibili alcune alternative tecnologiche, la cui scelta è spesso determinata dall’altezza
piezometrica disponibile.
In caso di alimentazione a gravità si utilizza generalmente un rotametro con valvola di
controllo; l’alimentazione in pressione viene effettuata mediante pompa dosatrice.
Le tubazioni, i componenti dei rotametri e delle pompe devono essere protetti
dall’attacco chimico dei reagenti. Nel caso dell’allume liquido si fa ricorso ai seguenti
materiali: acciaio inossidabile, FRP, PVC e altre plastiche. Per il cloruro ferrico sono
raccomandabili materiali di acciaio rivestito con grafite, gomma e guarnizioni in teflon.

Controllo del dosaggio

Il controllo dei dosaggi chimici è importante non solo per assicurare il continuo rispetto
dei limiti di concentrazione di fosforo nell’effluente, ma anche per minimizzare l’uso di rea-
genti chimici e quindi i costi di gestione del processo. La necessità del controllo deriva dalle
possibili significative fluttuazioni della concentrazione del fosforo nell’influente su base ora-
ria, giornaliera e anche stagionale.
La tipologia e la complessità del sistema di controllo dipendono dalle dimensioni
dell’impianto e dal consumo giornaliero di reagenti. I sistemi più diffusi rientrano nelle se-
guenti tipologie:
• controllo manuale
• controllo automatico basato sulla portata
• controllo automatico basato sui dati storici
• controllo automatico in “feedback” o “feedforward”.
Il controllo manuale consiste nella preparazione giornaliera della soluzione chimica in
batch (nel caso in cui il reagente sia secco) e nella regolazione manuale della pompa di do-
saggio per fissare la portata desiderata di soluzione chimica. Sebbene tale sistema sia affidabi-
le e richieda poca manutenzione, ha il grosso svantaggio nel fatto che il dosaggio è costante
mentre la portata di liquame in ingresso all’impianto è variabile nel tempo e così pure le con-
centrazioni di P. Si può parzialmente ovviare a tale problema variando manualmente la velo-
cità di dosaggio del reagente ad intervalli prefissati, sulla base delle portate storiche e delle
prestazioni dell’impianto. In ogni caso, però, il sistema di controllo manuale porta ad un sot-
todosaggio o ad un sovradosaggio del reagente.
Il controllo automatico basato sulla portata consiste nell’aggiustamento automatico del-
le velocità di dosaggio in funzione della portata in ingresso all’impianto. Il controllo automa-
tico è ottenuto mediante un misuratore di portata che trasmette in continuo un segnale ad
una unità di controllo che regola la pompa di dosaggio.
Il limite di tale sistema sta nel fatto che la velocità di dosaggio risulta proporzionale ad
una grandezza, la portata, che può avere una bassa correlazione alle concentrazioni di fosfo-
ro ad essa associate.
Un’alternativa è il controllo automatico sulla base dei dati storici di carico del fosforo
all’impianto. Tale sistema richiede un accurata registrazione dei dati di portata e concentra-
zione del fosforo preferibilmente su base oraria per un periodo di almeno una settimana.
Sulla base di andamento dei carichi viene programmato il sistema di dosaggio dei reagenti.
Questo sistema di controllo risulta più sofisticato di quello basato sulla portata, ma tuttavia
ha lo svantaggio di operare su dati storici, che per esempio non risultano applicabili in tempo
di pioggia.
Un approccio più sofisticato per il controllo del dosaggio chimico consiste nella regola-
zione retro-azionata (feedback) o anticipativa (feedforward). Secondo tali tecniche la velocità
di dosaggio dei reagenti è controllata sulla base della portata e di alcune caratteristiche del li-
quame come pH e conducibilità.
6-88 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

8.5.3. Miscelazione e flocculazione

È importante che i reagenti chimici usati per la precipitazione del fosforo siano intima-
mente miscelati come acqua di scarico per assicurare una dispersione uniforme ed un effi-
ciente rendimento dei reagenti.
Laddove il trattamento di precipitazione chimica viene realizzato su un impianto esi-
stente, è prassi usuale utilizzate quanto più possibile l’esistente per ottenere la miscelazione
dei reattivi con il liquame. I punti di immissione e i reattivi vengono generalmente posti in
corrispondenza ai misuratori di risalto, ai dissabbiatori aerati, allo scarico delle pompe di ali-
mentazione del liquame, ai gomiti a 90° delle tubazioni, ai salti idraulici e ai bacini di aerazio-
ne, dove i livelli di turbolenza sono tipicamente più alti rispetto ad altre parti dell’impianto.
Sebbene l’addizione dei reagenti in tali punti sia spesso risultata efficace, non si otten-
gono di certo le condizioni ottimali di miscelazione, che si possono riscontrare in una vasca
di contatto progettata ad hoc.
Una miscelazione povera o inadeguata porta ad un uso inefficiente dei reagenti e quindi
ad un aumento dei consumi degli stessi per garantire i limiti prefissati del fosforo in uscita
dall’impianto.
I più importanti parametri utilizzati nella progettazione dei processi di miscelazione e
flocculazione sono il tempo di permanenza ed il gradiente di velocità G. Sono raccomandabi-
li per il processo di miscelazione tempi di ritenzione dell’ordine di 30 secondi e valori di G di
300 m2/s.
Nel caso della flocculazione, solo raramente si procede alla realizzazione di un bacino
ad hoc per tale processo, sia nel caso di adeguamenti che in quello di nuovi impianti.
Si utilizzano piuttosto alcune componenti dell’impianto, come i dissabbiatori aerati o
più spesso i condotti di alimentazione dei sedimentatori. In tutti i casi è bene verificare pre-
ventivamente che i tempi di residenza ed i gradienti di velocità siano adeguati ad ottenere
una buona flocculazione.
Un altro approccio nel caso di nuovi impianti è quello di realizzare un sedimentatore
flocculatore, che oltre a sfruttare il condotto di alimentazione prevede anche una camera di
flocculazione a debole miscelazione (meccanica o aerata).
I gradienti di velocità generalmente raccomandati per il processo di flocculazione sono
nel campo 50-80 m2/s, a seconda del tipo di reagente e del punto di addizione dello stesso.
Gradienti di velocità inferiori a 50 m2/s possono portare alla formazione di fiocchi troppo
acquosi, mentre valori superiori a 80 m2/s possono causare eccessiva turbolenza con il con-
seguente deterioramento del fiocco.
A tale proposito, nel caso della precipitazione simultanea è importante verificare che i
gradienti di velocità nelle vasche di aerazione non siano eccessivi. L’aggiunta di un polimero
anionico prima della sedimentazione consente in parte la riagglomerazione dei fiocchi dete-
riorati dall’eccesso di turbolenza.
Alti parametri utilizzati nella progettazione dei processi di flocculazione sono G·t, il
prodotto del gradiente di velocità e il tempo di ritenzione, e G·C·t, dove C è il rapporto adi-
mensionale tra il volume dei fiocchi ed il volume totale della sospensione.

8.6. PRODUZIONE DEI FANGHI

Le produzioni di fango risultanti dalla precipitazione chimica del fosforo devono essere
considerate con cautela per l’ampia variabilità dovuta alla grande varietà delle condizioni lo-
cali. In generale le produzioni di fango “chimico” variano dal 20% del totale al 120% in fun-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-89

zione non solo del dosaggio dei reagenti ma anche dall’alcalinità dell’acqua e, in minor misu-
ra, del pH. È stato inoltre riconosciuto che l’impiego di cloruro ferrico fa aumentare la pro-
duzione del fango del 20% rispetto al solfato di alluminio. Una stima delle produzioni di fan-
go è possibile regressioni lineari dedotte da risultati sperimentali del tipo:
S = a + b·Pr + C·β·Pi (6.155)
dove:
S = produzione di fango (in mg/l);
a, b, C = coefficienti di regressione;
Pr, Pi = concentrazione di fosforo totale, rispettivamente rimosso ed influente;
b = rapporto molare metallo/fosforo.
Capitolo 7

PROCESSI A BIOMASSA ADESA

1. INTRODUZIONE

Il trattamento biologico dei liquami può anche essere condotto utilizzando l'azione di
colonie batteriche adese che si sviluppano sotto forma di pellicole su idonei supporti, se-
condo tipologie costruttive ed impiantistiche che verranno trattate in seguito. A differenza
dei processi a fanghi attivi, la biomassa non risulta più sospesa nell'effluente che verrà sotto-
posto al trattamento; essa rimane nel reattore biologico fino a quando non intervengono
fenomeni di distacco connessi al metabolismo batterico o al regime idraulico del processo.
Ciò consente di svincolare i tempi di residenza cellulare ed idraulico del sistema senza dover
ricorrere - come nel caso dei fanghi attivi - al ricircolo della biomassa; la decantazione finale
è pertanto necessaria solamente per migliorare la qualità dell'effluente trattato, rimuovendo i
solidi sedimentabili costituiti dalla pellicola staccatasi dai supporti.
Il dimensionamento di questo tipo di reattori è ancora oggi condotto sulla base di for-
mule empiriche desunte da una casistica molto ampia, risultando il processo applicato fin
dalla fine del secolo scorso. Solo recentemente è stato tentato un approccio più razionale
che tuttavia non ha ancora consentito di mettere a punto un modello generale pienamente
soddisfacente e soprattutto utilizzabile nel concreto dimensionamento di questi reattori.

2. RICHIAMI TEORICI

Scopo di questi brevi richiami di teoria è di chiarire alcune considerazioni fondamentali


necessarie ad una miglior comprensione dei fenomeni in gioco, con stretto riferimento agli
aspetti che interessano le applicazioni pratiche.

2.1. È NECESSARIO CONSIDERARE LA DIFFUSIONE DEI SUBSTRATI NEL BIO-


FILM
7-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Dato il considerevole spessore


che può essere raggiunto dalla pellicola Aria Liquame Film
liquido
Film biologico Supporto

biologica (fino a 3-4 mm), i fenomeni


di tipo diffusivo influenzano in modo
notevole la velocità del processo di Reagenti Diffusione

demolizione della sostanza organica.


Tutti i reagenti devono infatti diffon- Diffusione
dere dal liquame all'interno della pelli- Prodotti e reazione
di reazione
cola ove avviene la reazione biologica
ed analogamente i prodotti di quest'ul-
tima debbono compiere il percorso
inverso dalla pellicola al liquame. Il
modello teorico per lo studio del pro- Figura 7.1. Rappresentazione schematica dei feno-
cesso è quindi definito da una serie di meni diffusivi nei processi a colonie adese (caso di
trattamento aerobico in un letto percolatore).
fenomeni fisici e biologici, ciascuno
potenzialmente limitante la velocità di
rimozione globale (riferita cioè all'insieme della pellicola), che può risultare diversa da quella
intrinseca della reazione biologica, verificata
spessore di biofilm attivo = L' punto per punto all'interno della pellicola stessa.
S1 In Figura 7.1 sono schematicamente rappre-
S2 sentati i fenomeni diffusivi che entrano in gioco
S2
nei processi a colonie adese, con riferimento al
caso di un letto percolatore, in cui il liquame da
S1
trattare scorre per gravità ed in limitato spessore
a contatto con la pellicola adesa al supporto,
mentre l'aria che circola negli interstizi assicura la
spessore del biofilm = L
continua fornitura di ossigeno disciolto ed il
mantenimento di condizioni aerobiche. Nella
trattazione seguente, si ammetterà comunque che
Figura 7.2. Andamento delle concentrazioni
di due substrati S1 ed S (ad es. S = oss -
l'ossigeno non eserciti un'azione limitante nel
2
processo e che possa essere trascurata la resisten-
della pellicola biologica. Il consumo di S ne za diffusiva esercitata dal film liquido a diretto
o contatto con la pellicola biologica (conseguente-
film. Ne consegue che è attiva solo la po -
s L' < L. mente la concentrazione del substrato, S, all'in-
terfaccia liquame - pellicola può essere assunta a
pari a quella nel liquame).
Il trasporto del substrato all'interno della pellicola avviene per diffusione molecolare ed
è accompagnato da una progressiva rimozione, che avviene ad una velocità detta
“intrinseca”, riferita all'unità di volume del film e contraddistinta con il simbolo rvi (dimen-
sioni: massa rimossa nell'unità di tempo per unità di volume del biofilm g/(m3·d)).
Le reazioni biologiche di rimozione di un substrato seguono la cinetica di Michaelis
Menten:
rvi = rmax·S/(Ks+S) (7.1)
dove:
rvi = velocità di rimozione del substrato all'interno della pellicola biologica, espresso in
termini di massa rimossa nell'unità di tempo per unità di volume del biofilm
[g/(m3·d)];
rmax = massima velocità di rimozione del substrato a 20°C;
S = concentrazione del substrato;
Ks = costante di semisaturazione (in mg/l, eguale alla concentrazione per la quale la velo-
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-3

cità di rimozione rvi è pari a metà di rmax).


Le resistenze diffusive possono però determinare gradienti di concentrazione anche
notevoli all'interno del film; come conseguenza possono prodursi velocità di rimozione va-
riabili da punto a punto; la cinetica della reazione globale di rimozione può di conseguenza
risultare di ordine diverso da quello della reazione intrinseca.
In Figura 7.2 è illustrata la conseguenza dei fenomeni diffusivi sulle reazioni biologiche
all'interno di una pellicola biologica.

2.2. CINETICA INTRINSECA DI PRIMO ORDINE

Se la reazione intrinseca all'interno della pellicola segue una cinetica del primo ordine,
rvi può essere espresso come:

rvi = k1 · S (7.1)
ove k1 è la costante di velocità per la reazione del primo ordine (dimensioni: tempo-1).
È possibile dimostrare che una cinetica del primo ordine per la reazione biologica al-
l'interno di una pellicola soggetta a limitazioni diffusive comporta una cinetica del primo or-
dine anche per la reazione globale, con velocità tuttavia minore, secondo un coefficiente ε ≤
1, detto fattore di utilizzazione:
ra = k1 ·L·S*·ε (7.2)
dove L è lo spessore della pellicola biologica ed S* la concentrazione di substrato nel liqua-
me, avendo trascurato le resistenze diffusive nello strato limite liquido a contatto con il bio-
film.
Il significato fisico di tale fattore è evidente: poiché nella pellicola biologica la reazione
avviene a concentrazioni via via minori, l'attività della biomassa situata negli strati più pro-
fondi della pellicola opera secondo una velocità minore di quella situata negli strati esterni
caratterizzati da maggiori concentrazioni di substrato.

2.3. CINETICA INTRINSECA DI ORDINE 0

Molto più spesso, la cinetica intrinseca è di ordine zero. In altri termini:


rvi = k0 (7.3)
Ciò avviene per i substrati organici solubili rapidamente biodegradabili, per l'azoto
ammoniacale (nel processo di nitrificazione) e per l'azoto nitrico (nel processo di denitrifi-
cazione).
È allora possibile dimostrare che se la concentrazione del substrato non si annulla al-
l'interno dello spessore della pellicola biologica, la reazione globale per unità di superficie del
biofilm (ra) è ancora di ordine zero, in quanto tutto il biofilm collabora alla rimozione del
substrato alla medesima velocità:
ra = k0 ·L (7.4)
In questo caso si parla di biofilm sottile o, più precisamente, di biofilm completa-
mente penetrato dal substrato.
Quando invece il substrato è presente solo nella parte esterna della pellicola fino ad una
profondità L'<L (situazione illustrata nella precedente Figura 7.2), si parla di biofilm spesso
o, più precisamente, di biofilm parzialmente penetrato.
L'espressione della velocità di rimozione globale per unità di superficie è in questo caso
7-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

data da una cinetica di ordine 1/2 espressa dalla seguente formulazione:

ra = 2 ⋅ D ⋅ k 0 ⋅ S * = k1/ 2 ⋅ S *1/ 2 (7.5)

dove D è il coefficiente di diffusione del substrato nel biofilm e S* è la concentrazione del


substrato nel liquame, avendo indicato con k1/2 = 2 ⋅ D ⋅ k 0 la costante di velocità della re-
azione globale (dimensioni: massa1/2/(lunghezza1/2·tempo)).
In altre parole, in un biofilm parzialmente penetrato (e cioè parzialmente attivo) la re-
azione globale risulta di ordine 1/2 rispetto alla concentrazione di substrato. La velocità di
rimozione superficiale risulta inoltre indipendente dallo spessore del film.

2.4. CONSEGUENZE APPLICATIVE

I risultati ottenuti nel precedente paragrafo sono riassunti per chiarezza nella successiva
Tabella 7.1. Si possono dedurre le seguenti conseguenze:
• nel caso di cinetica intrinseca di ordine zero (come si verifica ad esempio nei processi
di nitrificazione - nei confronti dell'ammoniaca - e di denitrificazione - nei confronti dei
nitrati -), passato il transitorio di avviamento in cui lo spessore della pellicola è piccolo, in
generale il substrato penetra la pellicola solo parzialmente (fanno eccezione i letti fluidiz-
zati in cui lo spessore della pellicola è sempre assai limitato, dell'ordine di poche decine di
µm). La velocità di rimozione globale dipende allora unicamente dalla superficie
della pellicola (e quindi dei supporti) e non cambia all'aumentare dello spessore e
quindi della biomassa complessivamente presente.
• Nel caso di reazioni biologiche caratterizzate da cinetica intrinseca di primo ordine, il
film è sempre penetrato. La velocità di rimozione globale dipende dal volume della
biomassa presente ed aumenta quindi all'aumentare dello spessore della pellicola, in mi-
sura comunque non proporzionale, per effetto del coefficiente ε.

È opportuno richiamare il fatto che la diffusione dei substrati è un fenomeno che av-
viene anche nei fiocchi di un fango attivo. Significativi rallentamenti della cinetica di rimo-
zione sono stati infatti osservati nei casi in cui la biomassa è aggregata in fiocchi dello spes-
sore di alcuni decimi di millimetro. In questi casi, tuttavia, si tiene conto del rallentamento
della cinetica dovuto alla diffusione adottando nella espressione cinetica classica di Michae-
lis-Menten un valore della costante di semisaturazione (Ks) fittiziamente più elevato di quello

Tabella 7.1. Condizioni di penetrazione, ordine e velocità della reazione globale (massa rimossa per unità
di superficie di pellicola e di tempo) in funzione dell'ordine della reazione intrinseca rispetto al substrato.

Ordine della Condizioni di Velocità di Ordine della reazione globale


reazione intrinseca penetrazione rimozione globale (ra)

primo sempre con penetra- k1 ·L·S*·ε primo - la velocità di reazione


zione completa globale dipende da L

zero penetrazione completa k0 ·L zero - la velocità di reazione


(biofilm sottile) globale dipende da L

1/2
zero penetrazione parziale k1/2·S* ½ - La velocità di reazione gl
o-
(biofilm spesso) bale è indipendente da L

che competerebbe alla biomassa dispersa, in grado cioè di accedere direttamente al sub-
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-5

strato, senza resistenze diffusive attraverso gli strati esterni del fiocco.
Non è possibile, in generale, applicare tout-court la teoria semplificata così come rias-
sunta in Tabella 7.1 per dimensionare un reattore a biomassa adesa, e ciò per numerose ra-
gioni, qui elencate.
1. Le reazioni biochimiche che si svolgono nelle pellicole coinvolgono sempre più di un
substrato e occorre determinare quale sia limitante e per quali condizioni.
2. La velocità globale di rimozione può risultare influenzata anche da limitazioni diffusive
(dall'interno della pellicola verso l'esterno) dei cataboliti che si producono e che, accu-
mulandosi nel film, possono esercitare un'azione inibitrice nei confronti delle reazioni
biochimiche. Un esempio al riguardo si ha per la produzione di alcalinità nei processi di
denitrificazione che può determinare un innalzamento del pH nella pellicola assai maggio-
re di quanto rilevabile nel liquido esterno.
3. Il modello teorico illustrato nelle pagine precedenti considera solo substrati solubili, o
meglio, in grado di diffondere nel biofilm. Non è invece applicabile a substrati particellati
(anche colloidali o subcolloidali), quale è, ad esempio, la frazione non disciolta della so-
stanza organica biodegradabile presente nel liquame (sia quella filtrabile a 0,45 µm, sia
quella passante a tale filtro ma flocculabile). La biodegradazione di questa frazione avvie-
ne a partire da reazioni di idrolisi che, in genere, sono assai più lente di quelle che caratte-
rizzano la degradazione del substrato solubile e avvengono generalmente nel liquame e
solo in minor misura all'interno del biofilm.
4. La velocità globale di rimozione può essere notevolmente influenzata, infine, dallo spes-
sore dello strato liquido laminare (o strato limite) presente tra il mezzo liquido e la pelli-
cola biologica, e la cui presenza è stata trascurata nelle formule presentate nelle pagine
precedenti. In taluni tipi di reattori biologici a massa adesa, specialmente dove la velocità
relativa tra il mezzo liquido e il biofilm è bassa, l'importanza e gli effetti dello strato limite
non possono essere trascurati.
5. Non tutti i tipi di reattori a biomassa fissa funzionano in condizioni di miscelazione
completa e quindi la concentrazione dei diversi substrati in corrispondenza dell'interfac-
cia pellicola - liquame è variabile da punto a punto. Ne discende l'importanza di conosce-
re il comportamento idrodinamico del reattore. Al modello di miscelazione completa
possono essere assimilati i biofiltri sommersi aerati (grazie all'azione di rimescolamento
indotta dall'aria insufflata), mentre al modello a plug-flow possono essere assimilati i me-
desimi biofiltri se utilizzati senza insufflazione d'aria per la denitrificazione biologica. I
rotori biologici rotanti presentano condizioni di miscelazione completa nella fase liquida,
ma l'integrazione è resa complessa dai cicli di immersione e successiva esposizione del
biofilm all'aria. I letti percolatori presentano condizioni idrodinamiche intermedie tra
plug-flow e miscelazione completa, variabili con il carico idraulico applicato.
Per tener conto di tutti gli aspetti sopra ricordati sono stati proposti alcuni modelli di
notevole complessità che generalmente richiedono l'utilizzazione di elaboratori e che sono
comunque ancora lontani dalla possibilità di una concreta applicazione. Tuttavia è possibile
sviluppare alcune considerazioni e mettere in luce alcuni aspetti che possono fare da guida
nella progettazione nonché dare utili indicazioni per l'interpretazione delle prestazioni rile-
vate nei reattori biologici a biomassa adesa.
Nei paragrafi che seguono si forniranno quindi alcune semplici formulazioni, derivate
da teorie più complesse, che consentono di determinare il substrato limitante in relazione
alle condizioni operative presenti nel reattore, applicandole ai casi della nitrificazione e della
denitrificazione. Infine si illustreranno alcune semplici considerazioni che consentono di
quantificare l'influenza del film liquido e dei criteri per tener conto del substrato organico
non diffusibile nel biofilm.
7-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

β1 β2
S1 S1
S2 S2
S1 S1

S2
S2

a) S 1 è il substrato limitante b) S è il substrato limitante


2

Figura 7.3. Reazione caratterizzata da due substrati solubili.

2.5. CINETICA CON DUE SUBSTRATI

2.5.1. Determinazione del substrato cineticamente limitante

Ogni reazione biologica di ossidoriduzione coinvolge almeno due substrati: un agente


ossidante ed uno riducente: ossigeno e substrato organico diffusibile nel biofilm nel caso
dell'ossidazione della sostanza organica; ossigeno e azoto ammoniacale nel caso della nitrifi-
cazione; azoto nitrico e substrato organico solubile (ad es.: metanolo, acido acetico) nel caso
della denitrificazione. Per tutti questi substrati la cinetica intrinseca può essere considerata di
ordine zero, essendo caratterizzata da costanti di semisaturazione molto basse.
Per quanto si è detto in precedenza, qualora la pellicola biologica sia completamente
penetrata da tutti i substrati in gioco, nessuno di essi è limitante. La completa penetrazione
con cinetica intrinseca di ordine zero porta infatti ad avere velocità di rimozione globali di
ordine zero, indipendenti sia dallo spessore del biofilm, sia dalla concentrazione dei substra-
ti.
Qualora invece uno dei due substrati penetri la pellicola solo parzialmente, esso risulta
limitante, in quanto determina lo spessore della frazione attiva della pellicola. Negli strati più
profondi della pellicola, infatti, la mancanza di uno dei reagenti rende impossibile la reazione
(Figura 7.3).
Si tratta quindi di determinare quale substrato sia quello limitante. La condizione per
cui si ha la transizione tra limitazione dovuta al substrato 1 e quella dovuta al substrato 2 è
quella per cui è uguale la profondità di penetrazione dei due substrati nella pellicola. In base
a considerazioni teoriche è possibile dimostrare che la condizione di transizione tra limita-
zione da substrato 1 e substrato 2 è data dall'eguaglianza:
S1* D2
= ⋅ f12
, (7.6)
* D1
S2

dove f1,2 rappresenta il rapporto stechiometrico tra i due substrati nella reazione biologica
che li coinvolge come reagenti.
Tale transizione, come era da prevedere, dipende dal rapporto stechiometrico, come
nelle reazioni biologiche nei reattori a biomassa sospesa, ma, a differenza di queste, dipende
anche dal rapporto tra i coefficienti di diffusione, in modo inversamente proporzionale al
loro rapporto. Il rapporto S1* / S*2 è detto rapporto critico all'interfaccia. Per valori più
piccoli di tale rapporto, è il substrato 1 ad essere limitante e rispetto ad esso va calcolata la
velocità di rimozione ra,1:
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-7

ra,1 = 2 ⋅ D1 ⋅ k 01 ⋅ S1* = k1/2,1 ⋅ S1* = ra,2 ⋅ f1,2


1/2
(7.7)

Viceversa, se il rapporto tra le concentrazioni nel liquame supera quello critico, la velo-
cità globale di rimozione dipenderà dalla concentrazione del substrato 2 secondo una
espressione analoga, dove all'indice 1 va sostituito l'indice 2 (si noti che: f2,1 = 1/f1,2).

2.5.2. Il caso della nitrificazione

Si consideri il caso della nitrificazione di un liquame urbano già sottoposto ad un trat-


tamento biologico per la rimozione della sostanza organica. In questo caso gli organismi
autotrofi nitrificanti non devono competere con gli eterotrofi per l'utilizzo dell'ossigeno, in
quanto il substrato organico biodegradabile è presente in concentrazioni trascurabili.
Nella reazione di nitrificazione sono coinvolte le due reazioni di ossidazione (in serie)
da ammonio a nitrito (organismo prevalente: Nitrosomonas) e da nitrito a nitrato (Nitrobacter).
Se il processo avviene regolarmente, senza sovraccarichi e senza composti tossici o inibenti
per i Nitrobacter, non si hanno accumuli di nitrito si può considerare la reazione complessiva
da ammonio a nitrato, in cui i reagenti sono l'ammonio e l'ossigeno.
Poiché le costanti di semisaturazione sono piccole, si ipotizza che la reazione intrinseca
sia di ordine zero. Per determinare quale substrato sia limitante occorre calcolare il rapporto
critico all'interfaccia e confrontarlo con il rapporto delle effettive concentrazioni dei sub-
strati nel liquame(1). Con significato già noto dei simboli si può scrivere quindi:
*
SNH +
−N DO2
4
= ⋅ fNH+ −N/ O (7.8)
S *O 2 D NH+ −N
4
4 2

Il rapporto stechiometrico fNH+4 −N/ O2 vale 1/4,3 mg NH 4+ − N /mg O2 , mentre per i coeffi-
cienti di diffusione si possono assumere i seguenti valori:
DO 2 = 1,7÷2,2·10-4 m2/d

D NH+ −N = 1,5·10-4 m2/d


4

per cui risulta:


*
SNH +
−N DO 2 , (2,2) 1
17
*
4
= ⋅ fNH+ −N/ O = ⋅ ≅ 0,28÷0,34 (7.9)
SO 2 DNH+ −N 4 2 15
, 4,3
4

Nei reattori biologici a biomassa adesa in cui l'ossigeno è fornito mediante insufflazione
d'aria (i biofiltri sommersi aerati), la concentrazione di ossigeno disciolto per la nitrificazione
in terzo stadio è solitamente compreso nell'intervallo tra 5 e 7 mgO2/l. Per questi valori, la
concentrazione critica di azoto ammoniacale risulta di:
*
S NH +
−N
= (da 0,28 a 0,34)·(da 5 a 7) = da 1,4 a 2,4 mg NH 4+ − N /l
4

valori sopra i quali è l'ossigeno il substrato limitante.

(1)
Se il reattore non è completamente miscelato, i rapporti di concentrazione variano nel reattore e il sub-
strato che è limitante presso la zona di ingresso del liquame potrebbe non esserlo nella zona presso
l'uscita. Il dimensionamento del reattore può allora essere condotto dividendolo in più reattori completa-
mente miscelati in serie, in ciascuno dei quali le concentrazioni dei substrati possono essere considerate
costanti.
7-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

-2 -1
-2 -1 ra , gN m d ordine 1/2
ra , gN m d
-2 -1 ordine 0
20 k = 3,8 g m d
1/2a -2 -1
20 k = 16,8 g m d
oa
-2 -1
k = 12,0 g m d
10 10 oa
-2 -1
k = 8,4 g m d
ordine 1/2 oa
5 5

po O 2 S*NH+ -N
4
1 1
0,1 1 atm -1
1 10 100mg l

Figura 7.4. Velocità di nitrificazione in esperimenti condotti con reattori biologici rotanti per varie con-
centrazioni di ammoniaca e varie pressioni parziali di ossigeno nell'atmosfera a contatto con i dischi. La
reazione globale è limitata dall'ossigeno, a causa della sua penetrazione parziale (ordine di reazione pari
ad 1/2, grafico a destra). A pressione parziale = 0,21 atm, la massima velocità di nitrificazione è la metà
di quella misurabile ad una pressione parziale quadrupla e non varia per concentrazioni superiori a 5
mgN/l.

Di fatto la concentrazione sperimentalmente osservata di azoto ammoniacale sopra la


quale è l'ossigeno ad essere limitante è compresa tra 2 e 5 mgN/l. La differenza tra i valori
teorici e sperimentali riscontrati nelle pellicole biologiche reali, è spiegabile con il fatto che i
valori dei coefficienti di diffusione possono variare a seconda del tipo di biofilm (più o me-
no compatto) e, inoltre, può non essere verificata l'ipotesi che esclude l'effetto del film li-
quido limite tra liquame e superficie del biofilm.
La Figura 7.4 mostra un esempio di determinazione sperimentale della limitazione da
ossigeno nella cinetica di nitrificazione in una pellicola biologica, ottenuta con prove di labo-
ratorio e liquame sintetico.
Il risvolto pratico del calcolo è chiaro. Nei casi reali più comuni, la cinetica di nitrifi-
cazione è limitata dalla penetrazione dell'ossigeno e non tenerne conto può essere cau-
sa di insuccessi.
Il caso dei reattori biologici rotanti è emblematico. Spesso, per il loro dimensiona-
mento, si effettuano prove a scala pilota. Poiché la capacità di aerazione, a parità di velocità
periferica, diminuisce all'aumentare delle dimensioni del disco (in quanto diminuisce il nu-
mero di rotazioni nell'unità di tempo), le velocità di nitrificazione conseguibili a scala pilota
(con diametri compresi tra 20 e 50 cm) possono essere superiori a quelle osservabili negli
impianti reali (con diametri compresi tra 1 e 3 m). L'inconveniente può essere risolto incre-
mentando la capacità di aerazione prevista per l'impianto reale (ad esempio equipaggiando
l'impianto con sistemi di insufflazione d'aria sotto i dischi).

2.5.3. Il caso della denitrificazione

Si procede in modo del tutto analogo a quanto visto per la nitrificazione, tenendo pre-
sente che in questo caso il substrato ossidante è l'azoto nitrico e quello riducente è il sub-
strato organico solubile (ad es.: metanolo).
Assumendo i seguenti coefficienti di diffusione nel biofilm:
-4 2
DCH3 OH = 1,1÷1,3·10 m /d

D NO− −N = 1,4÷1,6·10-4 m2/d


3

e poiché il rapporto stechiometrico metanolo/azoto nitrico vale:


Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-9

fCH − = 3 g CH3OH/g N
3 OH/ NO 3 −N

risulta:
S*CH3 OH DNO − −N 16
, (14)
,
*
= 3
⋅ fCH −
−N
= ⋅ 3 ≅ 3,2÷4,3 g CH3OH/g N (7.10)
DCH3OH 3 OH / NO 3 13
, (11
,)
SNO − −N
3

La concentrazione di metanolo deve quindi essere circa 3,2÷4,3 volte quella del-
l'azoto nitrico per non essere cineticamente limitante. Ciò spiega perché nei reattori a
biomassa adesa la velocità massima di rimozione dell'azoto nitrico sia in generale osservabile
per rapporti metanolo/nitrato superiori a quelli riscontrabili nei reattori a biomassa sospesa.
Poiché il rapporto critico all'interfaccia dipende dal rapporto dei coefficienti di diffusione, il
suo valore può tuttavia essere diverso da quello calcolato e deve essere verificato sperimen-
talmente. Ciò può accadere per la presenza di cariche elettriche nel biofilm, attive solo nei
confronti dello ione nitrato, mentre la molecola elettricamente neutra del metanolo non su-
birebbe influenze apprezzabili.

2.6. CINETICA CON TRE SUBSTRATI

2.6.1. Il caso della nitrificazione combinata con la rimozione del substrato orga-
nico

Nel caso della nitrificazione di un liquame caratterizzato da concentrazioni non trascu-


rabili di substrato organico, la popolazione autotrofa nitrificante (che ossida l'azoto ammo-
niacale) compete con quella eterotrofa (che ossida il substrato organico) per l'utilizzazione
dell'ossigeno disponibile all'interno della pellicola biologica.
È noto dalla letteratura tecnica che, in reattori a biomassa adesa che trattano liquami
urbani, la nitrificazione è stabile a 10°C se il carico organico è inferiore a 8 g COD/(m2·d),
mentre è instabile per valori compresi tra 8 e 15 g COD/(m2·d) ed è impossibile per valori
superiori a 15 g COD/(m2·d). La ragione per cui non può essere ottenuta la nitrificazione in
impianti ad alto carico organico è che i batteri eterotrofi crescono più rapidamente dei nitri-
ficanti, che restano confinati negli strati più profondi della pellicola. La carenza di ossigeno
rallenta ulteriormente la già bassa velocità di crescita dei nitrificanti, che in breve tempo re-
stano definitivamente sommersi al di sotto del livello di penetrazione dell'ossigeno, arre-
standone del tutto la crescita.
Dalla teoria semplificata richiamata in precedenza, la condizione che garantisce la nitri-
ficazione è che l'ossigeno possa penetrare nella pellicola biologica più profondamente del
substrato organico solubile, condizione che, in simboli, è la seguente:
S*O 2 Ds
*
> ⋅ fO 2 / s (7.11)
Ss DO 2

Ipotizzando di esprimere il substrato organico solubile e biodegradabile in termini di


COD, il rapporto stechiometrico fO 2 / COD è pari a circa 1; assumendo inoltre un coefficiente
di diffusione del substrato organico biodegradabile e diffusibile nel biofilm pari ad un quarto
di quello dell'ossigeno disciolto, si ottiene:
*
SO 2
/ COD* > DCOD / DO 2 ⋅ fO 2 / COD = 0,25 (7.12)
In conclusione, solo se la concentrazione di ossigeno libero è superiore ad 1/4
7-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

della concentrazione di COD biodegradabile solubile all'interfaccia, l'ossigeno pene-


tra più in profondità rispetto al substrato organico, consentendo ai batteri nitrifi-
canti di nitrificare, sia pure ad una velocità inferiore a quella che si avrebbe in assenza di
substrato organico.
Del fenomeno ora descritto è stata anche data una dimostrazione teorica più completa,
sviluppata rimuovendo l'ipotesi di pellicola biologica omogenea su tutto lo spessore e te-
nendo conto esplicitamente delle dinamiche delle differenti popolazioni batteriche all'inter-
no della pellicola biologica stessa. Lo sviluppo di questa teoria, che consente di giustificare i
limiti di carico organico riscontrati nella pratica (citati più sopra) e di quantificare la velocità
teorica di nitrificazione, non è comunque oggetto di questo testo.

2.6.2. Il caso della denitrificazione in presenza di ossigeno disciolto

Un importante esempio di reazione con tre


substrati solubili è la denitrificazione biologica in
presenza di ossigeno disciolto. La denitrificazione A 1,ox
aerobico anossico anaerobico

può infatti avvenire in pellicole biologiche abba- ossigeno

stanza spesse anche in presenza di ossigeno libero


nella massa liquida, in quanto, mentre un sottile
strato della pellicola si mantiene aerobico, i nitrati
possono diffondere in profondità - attraverso tale D red

strato - in una zona anossica ove si sviluppa la de- substrato


organico
nitrificazione. Ciò naturalmente si verifica solo se solubile

la concentrazione di substrato organico nel liqua- S'd


me è sufficiente a permetterne la penetrazione al di
là dello strato aerobico (Figura 7.5). A 2,ox
azoto nitrico
A causa di questi fenomeni non è insolito, in retta
processi di nitrificazione, osservare perdite di azoto
per denitrificazione, non giustificabili con la sola
sintesi cellulare. curva

Si tratta di due reazioni biologiche di ossidori-


duzione, non contemporanee, limitate da tre sub- spessore penetrato dall'ossigeno

strati solubili: il substrato donatore di elettroni co- spessore penetrato dai nitrati

mune ad entrambe le reazioni (substrato organico x/L

solubile - Dred) e i substrati accettori di elettroni 0 1

(l'ossigeno disciolto - A1,ox e l'azoto nitrico - A2,ox).


Figura 7.5. Doppia reazione biologica a
Consideriamo l'andamento dei profili di con- tre substrati in cui il substrato donatore
centrazione dei tre substrati all'interno della pelli- è comune ad entrambe ed entrambe
cola biologica (Figura 7.5). Negli strati superficiali sono limitate dalla penetrazione dei ri-
della pellicola biologica avviene l'ossidazione aero- spettivi substrati accettori di elettroni.
La figura ipotizza una pellicola di ele-
bica della sostanza organica e l'azoto nitrico pene- vato spessore, tale cioè che né l'ossi-
tra all'interno della pellicola biologica senza essere geno, né il nitrato la penetrino comple-
consumato (ne deriva la non contemporaneità delle tamente.
due reazioni di ossidoriduzione dovuta alla prefe-
renza per l'utilizzo dell'ossigeno disciolto da parte dei batteri eterotrofi per motivi energeti-
ci).
Quando la concentrazione dell'ossigeno disciolto si annulla si avvia la denitrificazione
con utilizzo dell'azoto nitrico per l'ossidazione del substrato organico solubile residuo. Si
tratta dunque di una doppia reazione biologica in cui il substrato donatore è comune ad en-
trambe ed entrambe sono limitate dalla penetrazione dei rispettivi substrati accettori di elet-
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-11

troni.
Le ipotesi che stanno alla base dei profili di concentrazione riportati in Figura 7.5 sono
le seguenti:
• si ammette che le reazioni avvengano secondo cinetiche intrinseche di ordine zero per
tutti i substrati Dred (metanolo), A1,ox (ossigeno) e A2,ox (azoto nitrico);
• si ipotizza la completa disponibilità di nutrienti (diversi dai tre substrati sopra considerati)
all'interno della pellicola biologica;
• la pellicola sia di spessore sufficiente in
modo che né l'ossigeno né l'azoto ni- r a,N 1

trico la penetrino completamente. k 1/2a,N S* 1/2

L'aspetto più interessante della teoria 0,5

è la dipendenza della velocità di denitrifi-


cazione dalla concentrazione di ossigeno
0
disciolto nel liquame. 0,01 0,1 1 10

Il rapporto tra la velocità effettiva di k of,N


(k .
DO
.
S*O
)
denitrificazione (ra,N) e la velocità massima of,O D
N
S*
N

teorica che si avrebbe nelle stesse condi-


zioni in assenza di ossigeno (espressa dalla Figura 7.6. Dipendenza della velocità di denitrificazione in
1/ 2 funzione della concentrazione di ossigeno disciolto all'inter-
usuale cinetica di ordine 1/2: k1/2,aN · SN* ) faccia ( S*0 ) per pellicole parzialmente penetrate dall'ossige-
è illustrata in Figura 7.6. no e dall'azoto nitrico.

Per avere un'idea delle conseguenze


pratiche, si presenta un esempio di calcolo in cui si valuta la riduzione della velocità di deni-
trificazione dovuta alla presenza di ossigeno disciolto nella fase liquida. Si assuma:
• cinetica intrinseca di ossidazione con ossigeno k0f,O = 100 kg O2/(m ·d);
3

• cinetica intrinseca di ossidazione con nitrati k0f,N = 100/2,86 = 35 kgNO3-N/(m ·d);


3

• rapporto tra i coefficienti di diffusione DO / DNO 3 −N = 1,7÷2,2/(1,4÷1,6) → media =


2

1,95/1,5 = 1,3.
• concentrazione di ossigeno disciolto nella fase liquida S*O 2 = 3 mg/l,
• concentrazione di azoto nitrico nella fase liquida SN* = 10 mg/l.

Risulta:
k 0fN DO S*0
⋅ ⋅ = 1/2,86·1,3·3/10 = 0,35·1,3·0,3 = 0,14 (7.13)
k 0 fO DN SN*

In corrispondenza del quale dalla Figura 7.6 si ottiene un'ordinata di circa 0,7.
In pratica il risultato ottenuto mostra come sia possibile, pur in presenza di una
concentrazione di ossigeno disciolto pari a 3 mg/l, che la velocità di denitrificazione
sia pari a circa il 70% di quella osservabile in assenza di ossigeno disciolto, purché la
pellicola sia completamente penetrata dal substrato organico solubile.

2.7. EFFETTO DEL pH NELLA PELLICOLA BIOLOGICA

I fenomeni diffusivi all'interno della pellicola biologica non riguardano solo il trasporto
dei substrati dalla fase liquida alla biomassa attiva ma anche quello dei prodotti di reazione
dalla biomassa attiva alla fase liquida.
7-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2.7.1. Il caso della nitrificazione

Nel processo di nitrificazione si ha produzione di acidità che deve diffondere al di


fuori della pellicola biologica. Ciò avviene attraverso un equilibrio tra la diffusione dei com-
posti del sistema carbonati-bicarbonati (in campo acido CO2 e HCO3− ). In pellicole biologi-
che nitrificanti che trattano acque a bassa alcalinità, si può avere una diminuzione del pH con
conseguente drammatico calo dell'attività batterica.
La condizione perché non si abbia inibizione da pH è che la concentrazione degli ioni
bicarbonato non si annulli all'interno della frazione attiva del biofilm. Solo in tal modo in-
fatti l'alcalinità è in grado di tamponare l'acidità prodotta dalla nitrificazione.
Basta allora imporre la condizione che lo spessore della frazione di biofilm attiva sia in-
feriore allo spessore di biofilm penetrato dagli ioni bicarbonato.
In un biofilm in cui sia limitante l'ossigeno (paragrafo 2.5.2) si potrà scrivere:
*
SHCO − DO 2
*
3
> ⋅ fHCO − / O (7.14)
SO 2
DHCO− 3 2
3

Poiché il rapporto tra i coefficienti di diffusione è pari a circa 2,4 e ricordando che nella
reazione di nitrificazione il rapporto stechiometrico (molare) tra bicarbonato e ossigeno
fHCO − / O è pari a 1, il rapporto molare critico vale 2,4. Ciò corrisponde a dire che la cinetica
3 2

di nitrificazione subirà certamente rilevanti rallentamenti per eccesso di acidità se l'alcalinità


nel liquido all'interfaccia non è pari ad almeno:
2,4 mmoli HCO3− ·50 mg CaCO3/mmole HCO3− ·1/32 mmoli O2/mg O2 = 3,8 mg CaCO3/(mg O2).

In un biofilm in cui sia limitante l'ammoniaca, si potrà scrivere:


*
S HCO − D NH+ −N
*
3
> 4
⋅ fHCO − / NH+ −N (7.15)
SNH + D HCO − 3 4
4−N 3

Poiché il rapporto tra i coefficienti di diffusione è pari a circa 1,7 e ricordando che nella
reazione di nitrificazione il rapporto stechiometrico (molare) tra bicarbonato e azoto am-
moniacale fHCO−3 /NH+4 −N è pari a 2, il rapporto molare critico vale 3,4. Ciò corrisponde a dire
che la cinetica di nitrificazione subirà rilevanti rallentamenti per eccesso di acidità se l'alcali-
nità nel liquido all'interfaccia
non è pari ad almeno: -
moli HCO
3
3,4 mmoli HCO3− ·50 mg Ca- mole NH +-N
4 moli O
CO3/mmole HCO3− ·1/14 mmoli
substrato limitante: 2
6 1,4
azoto ammoniacale
mole NH + -N
N/mg N = 12,14 mg CaCO3/(mg 4
5
N). 4
3,4 3
Diagrammando i risultati substrato limitante:
ossigeno
ottenuti si ottiene il grafico di 2
Figura 7.7. 1
0
0 1 2 3 4 5 6 -
La Figura 7.8 illustra l'an- 2,4
moli HCO 3

damento del pH all'interno di un mole O


Limitazione da alcalinità 2
biofilm nitrificante a parità di pH
nel liquido, ma con diverso rap- Figura 7.7. Diverse zone di limitazione in funzione dei rapporti tra
porto molare tra bicarbonato e alcalinità e substrati reagenti nel processo di nitrificazione.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-13

ossigeno.
pH Può osservarsi come il pH
precipiti drasticamente nella
pH* = 7 100 parte profonda del biofilm
10 quando il rapporto molare
5 -
mole HCO 3
*
SHCO
3
*
− / SO
2
raggiunge valori
6 mole O 2 prossimi a 2,4. In realtà per
3 rapporti molari inferiori a 3, la
curva del pH non è realistica in
2,4
quanto l'attività dei batteri nitri-
5
0
ficanti rallenta notevolmente
0,5 1 L'/L
per l'inibizione da acidità già a
Figura 7.8. Profili di pH in un biofilm nitrificante (substrato limi- pH≤ 5,5. In pratica dalla teoria
tante: ossigeno) al variare dei rapporti molari alcalinità/ossigeno si desume che per evitare sen-
all'interfaccia (pH all'interfaccia = pH* = 7; L'/L = frazione di biofilm sibili diminuzioni della velocità
penetrato dall'ossigeno).
di nitrificazione in un biofilm
occorre garantire un rapporto
molare almeno pari a 4,5 tra bicarbonato e ossigeno disciolto.
Ciò significa:
4,5 mmoli HCO3− ·50 mg CaCO3/mmole HCO3− ·1/32 mmoli O2/mg O = 7 mg CaCO3/mg O.

2.7.2. Il caso della denitrificazione

La denitrificazione è un pro-
cesso che produce alcalinità. Si pH
verifica dunque un fenomeno
alcalinità
opposto a quello della nitrifica- 0,3 meq l
-1

zione: nelle pellicole biologiche 9 0,6


denitrificanti che trattano acque a
bassa alcalinità possono verificarsi 8
1

incrementi significativi di pH (fino 2


pH* = 7,5 3
a 9) anche con valori di pH non 7
superiori a 7,5 nel liquido (figura
7.9). In conseguenza di tali feno- 0 0,5 1
x/L = Frazione di film attivo
meni è stata osservata la precipi-
tazione di fosfato di calcio all'in- Figura 7.9. Profili di pH in un film denitrificante per effluenti di
terno del biofilm. diversa alcalinità. Alti valori di pH dovuti a bassa alcalinità pos-
sono causare precipitazione di sali all'interno del film.

2.8. EFFETTO DELLO STRATO LIMITE (FILM) LIQUIDO

La resistenza diffusiva esercitata dal liquido adiacente alla pellicola biologica può in-
fluenzare la velocità globale di rimozione nel reattore a biomassa adesa (Figura 7.10). La pre-
senza di resistenze diffusive attraverso il film liquido determina un gradiente di concentra-
zione del substrato S tra la fase liquida e l'interfaccia con il biofilm. Tale gradiente può esse-
re considerato lineare se ammettiamo che non vi sia attività biologica all'interno del film li-
quido (attività che tenderebbe a ridurre ulteriormente la disponibilità dei substrati all'interno
della pellicola biologica).
È stato dimostrato sperimentalmente che in molti casi la resistenza diffusiva esercitata
dal film liquido adiacente al biofilm è trascurabile. L'assunto sembra ragionevole soprattutto
7-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

nel caso dei reattori caratterizzati da elevata


Film liquido Biofilm turbolenza (ad es.: letti fluidizzati e filtri
Ll L
sommersi aerati) cui corrisponde uno spes-
S sore di film liquido sufficientemente sottile
da non influire sulla velocità globale di rimo-
Ss zione.
Sf L'influenza del film liquido è invece
determinante nei reattori a letto mobile nei
quali la pellicola biologica cresce nella zona
S=0 cava dei supporti, caratterizzata da bassa
turbolenza.
Figura 7.10. Presenza di resistenze diffusive at- La presenza di un film liquido può
traverso lo strato limite liquido.
spiegare le cinetiche globali di nitrifica-
zione con ordine prossimo al primo os-
servate nei reattori a letto mobile. In questa configurazione impiantistica, gli elementi di
supporto della biomassa sono flottanti, hanno una forma generalmente a cilindro cavo e la
crescita della pellicola biologica è localizzata sulle pareti interne, perché riparate dagli urti
con gli altri elementi e meno esposte alla turbolenza delle bolle d'aria. In questo caso la pre-
senza di un film liquido non trascurabile non deve sorprendere. Infatti, essendo mobili, i
mezzi di supporto presentano una minor velocità relativa rispetto all'acqua circostante e, in
secondo luogo, l'ubicazione del biofilm è tale da rendere molto meno intensi gli sforzi tan-
genziali che riducono lo spessore del film liquido. Trascurare l'effetto del film liquido signifi-
ca sottostimare il coefficiente di diffusione, in quanto si attribuisce al biofilm la resistenza
diffusiva del film liquido. Ciò può spiegare le variazioni dei valori dei coefficienti di diffusio-
ne desunti da prove sperimentali.

Nel caso di biofilm parzialmente penetrato, la velocità globale superficiale di rimozione


segue una cinetica di ordine superiore ad 1/2, fino a tendere al 1° ordine per λ → 0 (Figura
7.11). Infatti, se λ → ∞ , significa che h>>k1/2a e cioè che il film liquido consente un trasporto
infinitamente più grande rispetto a quello consentito dal biofilm; ne consegue che sono le
resistenze diffusive nel biofilm a dominare il processo e, quindi, ra → rbiofilm. Se invece
λ → 0 , è vero l'opposto e ne consegue che dominano le resistenze diffusive nel film liquido

ra 1 1 ra 2 1
= 1+ − = 1 + 4λ − 1
2
k 1/2 a S 1/2
4λ 2λ hS 2 λ2

1 1

0,5 0,5

0 0
0,01 0,1 1 10 0,01 0,1 1 10
h h
λ = S1/2 λ = S1/2
k 1/2 a k 1/2 a

Figura 7.11. Andamento del rapporto ra/(k1/2a·S1/2) in funzione di λ. Il grafico di sinistra evidenzia che il li-
mite per λ → ∞ è ra = k1/2a ⋅ S . Il grafico duale riportato a destra evidenzia che il limite per λ → ∞ è
1/2

ra=h⋅S.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-15

e, quindi, ra → h·S, che rappresenta una cinetica del primo ordine.

2.9. IDROLISI DEL SUBSTRATO ORGANICO NON DIFFUSIBILE

2.9.1. La rimozione della frazione organica non sedimentabile nei processi a bio-
massa adesa

Secondo il modello semplificato visto al paragrafo 2.1, la degradazione aerobica della


sostanza organica contenuta nelle acque di rifiuto da parte dei microrganismi costituenti la
pellicola biologica si basa su due fondamentali processi: il trasporto, secondo un meccani-
smo di diffusione, della sostanza organica solubile e dell'ossigeno all'interno del biofilm, e la
trasformazione dei composti organici in composti inorganici elementari per mezzo di una
serie di reazioni biochimiche.
Tuttavia, la frazione più consistente della materia organica presente nei liquami civili
non è né solubile né diffusibile (da qui in avanti con il termine "diffusibile" si intenderà "dif-
fusibile nel biofilm"): di conseguenza, per poter degradare i polimeri di dimensioni maggiori,
i microrganismi sintetizzano enzimi idrolitici e li secernono nell'ambiente extracellulare.
Questi enzimi rompono determinati legami delle catene polimeriche fino a dare composti a
basso peso molecolare che possono diffondere nel biofilm, penetrare all'interno delle cellule
batteriche e qui essere metabolizzati. Se l'idrolisi del substrato particolato non diffusibile è lo
stadio cineticamente più lento e quindi limitante, non è la diffusione nel biofilm il fenomeno
da considerare per quantificare la rimozione di questa frazione organica del liquame.
È stato dimostrato che la rimozione del substrato non diffusibile dipende sia dalla su-
perficie colonizzata dai batteri (una maggior superficie emette una maggior quantità di enzi-
mi), sia dal tempo di ritenzione idraulica (calcolato come rapporto tra il volume liquido ef-
fettivo V presente nel reattore e la portata Q): se questo è troppo basso, gli enzimi rilasciati
nel volume liquido vengono scaricati con l'effluente e, non permanendo nel reattore, svol-
gono per poco tempo la funzione di catalizzatori della reazione di idrolisi.
Il fattore che globalmente risulta governare la rimozione del substrato particolato è il
cosiddetto carico idraulico combinato Q2/(A·V), che tiene conto sia del carico idraulico per
unità di superficie di biofilm (Q/A), sia del tempo di residenza idraulico (V/Q).
Alla luce dell'ipotesi formulata si spiegherebbe la raccomandazione contenuta nelle
norme tedesche ATV che impone di adottare un volume minimo per i reattori biologici
rotanti. Allo stesso modo si spiega la differenza tra i valori del carico organico superficiale
suggeriti dalla normativa tedesca per i letti percolatori e per i reattori biologici rotanti (ri-
spettivamente 4 g BOD/(m2·d) e 8-12 g BOD/(m2·d)).
Tenendo conto di tali carichi limite è possibile ridurre il valore del carico idraulico
combinato nei letti percolatori, avvicinandolo maggiormente a quello tipico dei biodischi,
più favorevole all'idrolisi. Senza tali limitazioni, invece, il dimensionamento condotto per li-
quami urbani con gli usuali criteri empirici porta a differenze di quasi un ordine di grandezza
tra i valori del carico idraulico combinato in letti percolatori e in biodischi. Ciò può spiegare
la minore efficienza di idrolisi e, quindi, la minore affidabilità della rimozione del substrato
organico che si riscontra spesso nei letti percolatori.

2.9.2. Il grado di idrolisi e il carico idraulico combinato

Si definisce la grandezza:
7-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

XS in − XS out
DH = (7.16)
XS in
dove
Xs in, Xs out = concentrazione di substrato
organico non diffusibile nel
liquame in ingresso e nell'ef- D
H
fluente 1
DH = ha il significato di un rendimento di b = 0,1

rimozione del substrato Xs, 0,5


b = 0,5
b=1
varia tra 0 e 1. b = 10
2
Q
0
Quando DH è pari a 0 l'unico substrato 0 2 4 AV

che può essere rimosso è quello diffusibile


contenuto nell'influente all'ingresso del
reattore, mentre quando è pari a 1 tutto il Figura 7.12. Influenza del grado di idrolisi sul
rendimento di rimozione del substrato organico
substrato non diffusibile entrante viene biodegradabile non diffusibile in un reattore a
idrolizzato a substrato diffusibile. biomassa adesa caratterizzato da un volume
Se si assume che la velocità di produ- idrico V (m3), da superficie di pellicola biologica
zione di enzimi da parte dei batteri sia co- pari ad A (m2) e alimentato con portata Q
(m3/d), in funzione di del carico idraulico combi-
stante, è possibile ricavare dai bilanci di nato (Q2/(A·V), in m/d2) e per diversi valori del
massa degli enzimi e del substrato XS, parametro b (in d2/m).
l'espressione del grado di idrolisi in funzio-
ne del carico idraulico combinato, Q2/(A·V),
è pari a:
−1
 Q2 
DH = 1 + b ⋅  (7.17)
 A ⋅ V

(dove b è una costante che dipende dalla velocità di produzione degli enzimi) che mostra
esplicitamente la dipendenza di DH dal parametro Q2/(A·V). Dalla Figura 7.12 è possibile no-
tare che, indipendentemente dal valore di b, solo bassi valori del carico idraulico combinato
(Q2/(A·V) < 0,5-0,8) consentono alti rendimenti di idrolisi. Per la determinazione del valore di
b con diversi substrati sono a tutt'oggi in corso ricerche sperimentali. Da alcune esperienze
di laboratorio il valore di b per liquami urbani sembra situarsi intorno a 0,2 - 0,3 d2/m.

3. REATTORI BIOLOGICI A BIOMASSA ADESA

I letti percolatori sono stati tra i primi processi biologici ad essere adottati per il tratta-
mento delle acque di scarico (le prime installazioni risalgono alla fine del scolo scorso in In-
ghilterra). Dopo un lungo periodo di netto predominio dei processi a biomassa sospesa, ne-
gli ultimi anni sono stati compiuti molti sforzi per sviluppare processi biologici che utilizza-
no esclusivamente o parzialmente biomasse adese al fine di conseguire i seguenti obiettivi:
• rendere indipendenti le prestazioni dei reattori biologici dalle caratteristiche di sedimen-
tabilità della biomassa;
• migliorare le prestazioni di impianti esistenti per l'imposizione di standard più restrittivi
sugli effluenti finali, in particolar modo per i solidi sospesi e i nutrienti;
• adeguare le prestazioni di impianti esistenti che, sottoposti a notevoli incrementi del cari-
co applicato, sono risultati sottodimensionati;
• aumentare i carichi volumetrici utilizzabili in condizioni di funzionamento stabile, al fine
di ridurre i volumi dei reattori e la superficie richiesta da nuovi impianti di depurazione.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-17

• diminuire i consumi energetici e/o la produzione di fanghi dei trattamenti depurativi.

Tra i processi a biomassa adesa per i quali vi sono stati recenti sviluppi nel campo del
dimensionamento e/o nell'impiantistica, si possono elencare:
• letti percolatori con riempimento sintetico;
• letti percolatori con riempimento sintetico modificati con aerazione e riciclo separato dei
fanghi;
• filtri biologici aerati (sommersi);
• sistemi a fanghi attivi con elementi di supporto per la biomassa fissi o mobili;
• sistemi con supporti rotanti (biodischi);
• letti fluidizzati.

Come si vede, alcuni processi utilizzano solo biomassa adesa mentre altri sono di tipo
misto e sfruttano anche biomassa sospesa. La terminologia utilizzata per distinguere i vari
sistemi è tutt'altro che standardizzata e si utilizzeranno in questa sede le denominazioni che
risultano essere più diffuse.

4. LETTI PERCOLATORI A RIEMPIMENTO NATURALE

Il primo letto percolatore entrò in funzione in Inghilterra nel 1893.


Il letto percolatore è costituito da uno strato di pietrisco (letto) dell’altezza di alcuni
metri contenuto in una parete perimetrale generalmente cilindrica. Il liquame (preventiva-
mente chiarificato nella vasca di sedimentazione primaria) viene spruzzato sopra la superfi-
cie del filtro mediante vari sistemi di distributori fissi o mobili (più frequentemente mobili).
Il liquame percola attraverso lo strato di pietrisco scorrendo lungo la superficie degli ele-
menti che costituiscono il letto; lo spazio fra un elemento e l’altro non viene mai sommerso
per consentire la presenza di aria e di ossigeno libero.
Dopo il passaggio attraverso lo strato di pietrisco il liquame si raccoglie alla base dello
stesso, dove un sistema di canalette drenanti
lo convoglia fuori dal letto percolatore.
In tal modo il pietrisco viene a costitui-
re un supporto ove attecchiscono i micror-
ganismi che costituiscono la pellicola biolo-
gica, alimentata dalle sostanze contenute nel
liquame che scorre attraverso il letto in un
ambiente ove, per il continuo ricambio
d’aria, è assicurata la presenza di ossigeno
libero.

Nel periodo iniziale di funzionamento


di un percolatore, il liquame passa attraverso
il letto senza subire praticamente alcuna tra-
sformazione. Gradualmente la superficie di
ogni elemento di pietrisco del letto si rico-
pre di una pellicola biologica gelatinosa atti-
va, formatasi per il naturale sviluppo di mi-
crorganismi e per l’accumulo di particelle di
sostanza organica contenute nel liquame.
Il processo biologico che si sviluppa nel Figura 7.13. Pianta e sezione di un letto percolatore.
7-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

letto percolatore viene co-


munemente ritenuto di na-
tura aerobica; la membrana
biologica, in presenza di
sufficiente ossigeno
dell’aria, ossida i composti
organici biodegradabili pre-
senti nel liquame con for-
mazione di prodotti quali
anidride carbonica, acqua,
nitrati e solfati. In realtà il
fenomeno è più complesso:
inizialmente l’azione domi-
nante è di natura aerobica
ma, con lo sviluppo pro- Figura 7.14. Meccanismo del processo che si sviluppa nella pelli-
cola biologica.
gressivo di microrganismi
che vanno a formare la pel-
licola biologica, questa si ispessisce creando uno strato anaerobico a contatto con la superfi-
cie del materiale di supporto ove ha luogo un’attività anaerobica che si realizza contempora-
neamente a quella aerobica presente invece sullo strato più esterno della pellicola stessa (Fi-
gura 7.14). In un filtro con riempimento lapideo tradizionale l’acqua reflua viene immessa
dall’alto e resta in contatto con la pellicola batterica per un tempo relativamente breve. Un
ciclo operativo tipico dura circa 12 ore: per sei ore il filtro rimane in attività mentre nelle sei
ore successive si opera il drenaggio del filtro, in attesa che questo recuperi la sua piena effi-
cienza.
Il limite di questa tecnologia è quello di favorire un grado di intasamento elevato del
filtro, a cui consegue un lungo periodo di riposo ed un carico relativamente basso del refluo
da depurare.
Oltre ad un trattamento finale di sedimentazione è previsto il ricircolo di una parte
dell’acqua in uscita dal filtro, sia al fine di diluire il refluo in entrata sia per recuperare in
parte i microorganismi che periodicamente si staccano dal supporto. Tale processo di di-
stacco dipende sia dal carico idraulico che dal carico organico del refluo in arrivo.

4.1. PROCESSO MICROBIOLOGICO

La comunità biologica presente nel filtro comprende batteri aerobi, facoltativi e anae-
robi, funghi alghe e protozoi; sono presenti anche larve di insetti, vermi e lumache. I micro-
organismi maggiormente presenti nel filtro sono comunque batteri facoltativi con capacità
di vivere in condizioni aerobiche finché è presente l'ossigeno libero e anaerobicamente
quando l'ossigeno libero è assente.
Achromobacter, Flavobacterium, Pseudomonas, Alcaligenes sono tra le specie batteriche mag-
giormente riscontrabili sui filtri percolatori. Dove siano presenti condizioni avverse alla cre-
scita si trovano facilmente forme filamentose come gli Sphaerotilus natans o i Beggiatoa, mentre
nella parte inferiore del filtro si trovano i batteri nitrificanti: Nitrosomonas, Nitrobacter.
I funghi presenti hanno una funzione stabilizzante del refluo e si riscontrano soprat-
tutto in presenza di valori bassi di pH e per taluni reflui industriali; tra essi ricordiamo le se-
guenti specie: Fusazium, Mucor, Pencillium, Geotrichum e Sporatichum. Sono organismi aerobi e
possono svilupparsi solo dove è assicurata la presenza di ossigeno libero. I funghi utilizzano
la sostanza organica come fonte di carbonio e di energia.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-19

Le alghe crescono negli strati superiori del letto; Phormidium, Chlorella e Ulothrix durante
le ore di luce ossigenano l’acqua reflua che attraversa il filtro; talvolta le alghe possono tutta-
via ostruire la parte superiore del filtro generando cattivi odori.
I protozoi, prevalentemente del gruppo dei ciliati assolvono una funzione di controllo
nei confronti della popolazione batterica; essi, infatti, costituiscono i predatori della popola-
zione batterica contribuendo da un lato a mantenere tale popolazione in uno stato di rapida
crescita e dall’altro a limitarne il proliferare.
È facile trovare anche organismi pluricellulari (metazoi) quali nematodi, larve di insetti:
queste specie si alimentano di microrganismi che si sviluppano sul filtro e nella parte supe-
riore del letto.

4.2. EQUAZIONI NRC

A causa delle irregolarità che caratterizzano il materiale lapideo, il dimensionamento dei


percolatori con riempimento naturale si effettua affidandosi ad espressioni empiriche.
Si riportano di seguito le equazioni NRC, frutto di un’intensa attività di ricerca, realiz-
zata all'estero, risalente alla seconda guerra mondiale e finalizzata alla realizzazione di im-
pianti di depurazione presso accampamenti militari.
Le relazioni sono scritte per un sistema a due stadi, tali da permettere la crescita di una
biomassa adattata a specifiche condizioni di carico.

Primo stadio
E1 = 100 / [1+0.2244·(W/(V·F))0.5] (7.18)
dove
E1 = efficienza di rimozione del BOD per processi a 20°C, inclusi il ricircolo e la sedimenta-
zione [%];
W = carico di BOD sul filtro [kg BOD/d];
V = volume del mezzo filtrante [103 m3];
F = fattore di ricircolo dato da
2
F=(1+R)/(1+0,1·R)
R = rapporto di ricircolo
R = Qr/Q = portata di ricircolo/portata reflua

Secondo stadio
E2 = 100/[1+(0.2244/(1-E1))·(W2/(V·F))0.5] (7.19)
dove
E2 = efficienza di rimozione del BOD per il filtro del 2° stadio a 20°C, inclusi il ricircolo e la
sedimentazione [%];
E1 = frazione di BOD rimossa dal filtro del 1° stadio;
W 2 = carico di BOD al filtro del 2° stadio [kg BOD/d];

5. LETTI PERCOLATORI CON RIEMPIMENTO SINTETICO

5.1. CARATTERISTICHE DEI MEZZI DI SUPPORTO


7-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

All’uso del pietrisco come materiale di supporto, in anni relativamente recenti si è an-
dato affiancando quello di materiale plastico sotto forma di elementi di riempimento dispo-
sti alla rinfusa nel letto o, più frequentemente, come corpi rigidi alveolari costituiti da fogli
ondulati tra di loro saldati e sagomati in modo da impedire la caduta libera delle gocce
d’acqua che sono invece obbligate ad un percorso tortuoso a contatto con la superficie di
supporto (Figura 7.15).
Rispetto agli riempimenti lapidei tradizionali, questo tipo di supporto è assai più costo-
so, ma offre diversi vantaggi, così sintetizzabili:

• la superficie specifica di contatto risulta sensibilmente più elevata, può superare i 200
m2/m3, ed a parità di volume è quindi possibile un maggior sviluppo di pellicola batterica;
• la percentuale di vuoti è elevatissima, dell’ordine del 95% (a filtro non in funzione); ciò
rende possibile una miglior circolazione d’aria e fa diminuire i rischi di intasamento del
letto per eccessivo sviluppo della pellicola o per accumulo di materiale sospeso;
• il riempimento è assai più leggero: il peso che, a secco, è generalmente compreso tra i 50
e gli 80 kg/m3 e che sale a 300 kg/m3 durante il normale esercizio per la presenza di acqua
e per l’accumulo di pellicola biologica fa sì che i moduli di riempimento risultino auto-
portanti (non richiedono supporti intermedi) fino ad altezze di letto di 5÷7 m; ciò con-
sente la realizzazione di letti di notevole altezza con il vantaggio di poter assicurare, a pa-
rità di carico volumetrico e di portata alimentata, carichi idraulici più elevati;
• per condizioni di alto carico è possibile quindi ottenere una corretta rimozione della pel-
licola biologica di supero anche con rapporti di ricircolo più bassi di quelli in uso nei per-
colatori tradizionali;
• la leggerezza della struttura ne rende assai più agevole la realizzazione; la parete laterale ha
in genere solo funzione di tamponamento, ad evitare spruzzi ed a facilitare la ventilazio-
ne;
• il sistema di drenaggio può essere semplicemente ottenuto con griglie metalliche di sup-
porto.

I moduli a flusso
verticale sono meno
soggetti ad intasamenti,
ma, per contro, quelli a
flusso incrociato risen-
tono meno degli effetti
negativi da questi provo-
cati. Va infatti tenuto
presente che una occlu-
sione nei moduli "cross
flow" rende inoperante
soltanto il tratto com-
preso tra il nodo a
monte e quello a valle
dell'occlusione, mentre
nel caso dei moduli a
flusso verticale, la zona Figura 7.15. Esempio di moduli di supporto in PVC realizzato mediante
esclusa dal flusso corri- fogli ondulati tra di loro saldati; (a) modulo a flusso incrociato (cross-flow);
(b) modulo a flusso verticale.
sponde ad un canale
avente lunghezza pari a
quella del modulo. I moduli a flusso incrociato consentono anche una migliore distribuzione
del flusso idrico nel letto.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-21

5.2. ASPETTI REALIZZA-


TIVI

Da un punto di vista co-


struttivo, i letti con riempi-
mento plastico non differi-
scono molto da quelli tradi-
zionali se non per la loro
maggior altezza. Se realizzati a
pianta circolare, la distribuzio-
Figura 7.16. Letto percolatore a riempimento plastico alimentato ne è ancora ottenuta mediante
da un sistema di ugelli fissi. Legenda: LP: letto percolatore; S: se- arganello idraulico; negli altri
dimentatore finale; I: liquame in ingresso; E: effluente; P: pompa di casi può anche farsi ricorso ad
ricircolo.
un sistema di ugelli fissi per i
quali le inevitabili irregolarità
di alimentazione superficiale sono parzialmente
compensate dalle maggiori possibilità di unifor-
me distribuzione all'interno del supporto, rese
possibili dalle considerevoli altezze. Un esempio
di letto di questo tipo è rappresentato in Figura
7.16.

5.3. CRITERI DI DIMENSIONAMENTO

Per la maggior regolarità del supporto, i letti


percolatori in materiale sintetico si prestano me-
glio di quelli in pietrisco all'utilizzazione di for-
mule di dimensionamento derivate dalla teoria.
Considerato infatti un percolatore di sezio-
ne trasversale A e di altezza H e preso in conside-
razione uno strato di altezza infinitesima dh (Fi-
gura 7.17), può scriversi il seguente bilancio di Figura 7.17. Rappresentazione schematica
massa (substrato entrante = substrato uscente + del bilancio materiale su un letto percolatore.
substrato rimosso):
Q·S=Q·(S +dS) +ra·As (7.20)
essendo Q la portata alimentata, S la concentrazione di substrato nel liquame all'altezza ge-
nerica h, As la superficie globale del supporto all'interno dello strato di altezza dh.
Detta aw la superficie specifica di attecchimento risulta:
As=aw·A·dh (7.21)
Per una cinetica del primo ordine, ra ha l'espressione:
Thα
ra = k 1 ⋅ L ⋅ S * ⋅ (7.22)
α
ricavata dalla teoria sviluppata nella prima parte del Capitolo 7, dove:
k1 = velocità massima di rimozione del substrato [s-1];
α = L ⋅ k 1 ⋅ D , con D = coefficiente di diffusione [m2/s] ed L =spessore del biofilm [m];
7-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

S* = concentrazione di substrato all'interfaccia liquame/biofilm [g/m3].

Tale espressione può essere semplificata ponendo Thα = 1. È questa un'approssimazio-


ne senz'altro lecita nel caso dei percolatori in cui α è elevato per il considerevole spessore
della pellicola (L assume il valore di alcuni mm), e poiché la velocità di rimozione biologica è
alta rispetto a quella del fenomeno diffusivo (k1 grande rispetto a D). Dal bilancio di massa
può quindi scriversi:
Q ⋅ dS + k 1 ⋅ D ⋅ S ⋅ a w ⋅ A ⋅ dh = 0 (7.23)
Integrando per le condizioni al contorno S=Si ; S=Se rispettivamente in entrata ed in
uscita, e ricordando che Q/A=ci , si ottiene:
Se  1
= exp − k 1 ⋅ D ⋅ a w ⋅ H ⋅  (7.24)
Si  ci 

In un piano semilogaritmico (Se/Si; 1/ci), questa equazione è costituita da una retta. In-
dividuandone sperimentalmente il coefficiente angolare per valori di aw ed H noti, è possibile
determinare il valore della costante (k1·D)1/2, d'ora in poi denominata semplicemente k20 , con
riferimento al fatto che viene valutata a 20°C.
Successivamente, l'osservazione che i valori di k20 determinati sperimentalmente varia-
no al variare del carico idraulico, ha condotto alla formulazione di una espressione comu-
nemente nota come formula di Velz modificata, o di Eckenfelder, in cui il coefficiente po-
sto ad esponente del carico idraulico è di natura empirica:
Se  1
= exp −k 20 ⋅ a w ⋅ H ⋅ n  (7.25)
Si  c i 

dove:
n = costante empirica adimensionale, solitamente pari a 0,5;
k20 = coefficiente cinetico a 20°C, espresso in [m/d];
aw = superficie specifica di attecchimento della pellicola biologica [m2/m3];
H = altezza del filtro [m];
ci = carico idraulico [m/d].

Quest'ultima equazione viene poi estesa per tener conto anche della effettiva tempera-
tura di progetto e dell’eventuale ricircolo, ottenendo:
−1
S e   k ⋅ a ⋅ H ⋅ α ( T − 20)  
= (r + 1) ⋅ exp 20 w  − r (7.26)
S i   c i ⋅ (r + 1) 0,5  

dove:
r = rapporto di ricircolo adimensionale = Qr/Q;
α = coefficiente di Arrhenius = 1,035.

Tenuto conto della natura semiempirica di questa formulazione, si preferisce denomi-


nare k20 "coefficiente", piuttosto che "costante". In assenza di determinazioni dirette, i valori
di k20 che si possono assumere per un liquame urbano medio (con BOD5 dopo sedimenta-
zione primaria intorno a 100 mg/l) sono compresi tra 0,010 e 0,013 (m/d) per mezzi di riem-
pimento a flusso verticale e tra 0,015 e 0,017 (m/d) per mezzi di riempimento a flusso incro-
ciato, per altezze di riempimento di circa 6 m.
Se il coefficiente k20 deve essere valutato per letti di altezza H diversa e liquami primari
caratterizzati da diversa concentrazione del substrato S, esso deve essere corretto in funzio-
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-23

ne dell'altezza del letto e della concentrazione del liquame secondo la seguente espressione:
0,5
k 20,2  H ⋅S 
= 1 1 (7.27)
k 20,1  H2 ⋅ S 2 

La determinazione sperimentale del coefficiente k20 ha mostrato tuttavia una variabilità


statistica notevole anche per impianti aventi caratteristiche similari. Ciò è imputabile alle
ipotesi semplificative implicite nel modello cinetico proposto, in quanto esso:
a) trascura il film liquido limite tra liquame e biofilm;
b) suppone che il substrato organico sia diffusibile nel biofilm, trascurando il fatto che gran
parte di esso è composto da sostanze ad alto peso molecolare e colloidi che, per poter
diffondere, devono essere preventivamente idrolizzati;
c) approssima il regime idrodinamico del letto percolatore ad un reattore con flusso a pi-
stone.

Solo recentemente sono stati proposti modelli più sofisticati, integrabili solo per via
numerica con l'ausilio dell'elaboratore elettronico, che consentono una simulazione più fe-
dele dei fenomeni fisici e biochimici che hanno sede nel reattore biologico, ma per i quali
mancano sufficienti conferme sperimentali.
L'uso di approcci razionali come quelli sopra accennati resta quindi ancora assai limi-
tato.
Molto più frequentemente il dimensionamento dei letti percolatori a riempimento sin-
tetico è condotto su base empirica, utilizzando curve di tipo statistico che forniscono i ren-
dimenti depurativi in funzione del carico volumetrico applicato.
La scelta del rapporto di ricircolo viene effettuata in modo da garantire valori del carico
idraulico sufficienti per un corretto asporto della pellicola biologica. I valori di uso corrente
sono compresi tra 20 e 40 m3/(m2·d). Il ricircolo, inoltre, migliora la distribuzione del liquame
nel letto e aumenta il trasferimento di ossigeno dal liquame alla pellicola biologica.

6. CLASSIFICAZIONE DEGLI IMPIANTI A LETTI PERCOLATORI

I letti percolatori possono essere a basso carico o intensivi, a seconda del carico idrauli-
co e del carico organico ad essi applicato. Possono essere disposti in parallelo od in serie (si-
stema a più stadi), se l’impianto comprende più di una unità.
Si definisce carico organico il quantitativo giornaliero di sostanza organica espressa in
kg di BOD5 applicato al letto percolatore per 1 m3 di letto (kg BOD5/(m3·d)).
Il carico idraulico è invece il volume giornaliero di liquame (inclusa eventualmente la
portata di ricircolo) espresso in m3 che passa in un giorno attraverso 1 m2 di superficie di
letto (m3/(m2·d)).
Il letto percolatore riceve liquame chiarificato, esente cioè dal materiale solido separa-
bile per sedimentazione. Prima dell’invio sul letto percolatore il liquame è pertanto sottopo-
sto ad un trattamento di chiarificazione in una vasca di sedimentazione dopo la quale il li-
quame conterrà ancora quella parte di sostanza organica solida non separabile per sedimen-
tazione (soprattutto sostanze colloidali) e tutta la sostanza organica allo stato disciolto. In
queste condizioni il liquame è avviato sul percolatore ove avviene il già descritto processo
biochimico di trasformazione delle sostanze organiche.
Durante il processo nel letto percolatore la corrente liquida può trasportare con sé
porzioni di spoglio della pellicola biologica che si ritrova nell’effluente del percolatore. Di
qui la necessità di provvedere con una successiva sedimentazione finale alla eliminazione
dall’effluente di queste pellicole.
7-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Questo fenomeno è diversamente influenzato se si tratta di letti percolatori normali, (a


basso carico) o di percolatori intensivi. Infatti mentre nel primo caso le pellicole di spoglio
sono facilmente trattenute nel letto dalla membrana biologica di nuova formazione che
provvederà a distruggerle, nei percolatori intensivi la corrente liquida, piuttosto rilevante, in-
duce un trascinamento di tutte queste pellicole fuori dal letto percolatore. Di conseguenza il
quantitativo di materiale che si trova come fango nella vasca di sedimentazione finale è su-
periore a quello riscontrabile nei percolatori a carico normale.
Il letto percolatore a carico normale attua, oltre alla degradazione della sostanza organi-
ca, anche una parziale decomposizione della biomassa non più attiva presente nella pellicola
del supporto, quindi in complesso esso realizza la rimozione di sostanza organica (quella del
liquame e quella della pellicola biologica stessa) e produce un effluente con una minor con-
centrazione di solidi, destinati poi al trattamento nella linea fanghi. I percolatori intensivi in-
vece, affidano parte del compito ai digestori della linea fanghi.

6.1. LETTI PERCOLATORI NORMALI (A BASSO CARICO)

Un impianto per il trattamento ossidativo con letti percolatori normali (a basso carico)
comprende (Figura 7.18) la sedimentazione primaria e la sedimentazione finale, oltre ai pre-
trattamenti (griglia, dis-
sabbiatore, disoleatore)
ed il trattamento del
fango (digestione ed es-
siccamento).
Il percolatore viene
dimensionato in base al
valore del carico organi-
co e del carico idraulico.
I valori dei carichi speci-
fici variano entro limiti
piuttosto ampi (Tabella
7.2): il carico organico è
compreso tra un minimo Figura 7.18. Schema di funzionamento di un letto percolatore normale ad
di 0,08 ed un massimo di uno stadio.
0,4 kg BOD5/(m3·d). Il ca-
rico idraulico varia tra 1
e 5,6 m3/m2 (m3 di liquame al giorno per 1 m2 di letto). In tempo di pioggia e nel caso di fo-
gnature miste, il carico idraulico sul letto percolatore non può essere aumentato più di una
volta e mezza se si vuole conservare all’incirca lo stesso grado di depurazione.
Naturalmente più i carichi sono elevati, e minore è il rendimento del processo di trat-
tamento, ossia la rimozione del BOD. Per carichi non troppo elevati il rendimento in termini
di BOD dopo il trattamento com-
Tabella 7.2. Valori del carico organico e del carico idraulico
per il dimensionamento dei letti percolatori a basso carico.
pleto è compreso tra l’80% ed il
95%; si può raggiungere una con-
Carico organico(1) [kg BOD5/(m3·d)] 0,08÷0,4 centrazione nell'effluente finale
Carico idraulico (2) 3 2
[m /(m ·d)] 1÷5,6 pari a 30 o 20 mg BOD/l.
Carico per abitanti (3) 3
[n° abitanti/m ] 2,3÷11,5 Il calcolo in base al valore del
Altezza letto [m] 1,35÷3 carico organico consente di rica-
(1)
vare il volume totale del letto. Il
kg di BOD5 di liquame chiarificato giorno per 1 m3 di letto dimensionamento del percolatore
(2) 3 2
m di liquame al giorno per 1 m di letto
(3) 3
numero di abitanti per 1 m di letto (diametro ed altezza) può essere
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-25

Tabella 7.3. Valori medi dei quantitativi di sostanze minerali ed organiche per abitante (dati europei, per
fognature nere separate).

SOSTANZE [g/(ab·d)]
STATO FISICO minerali organiche totali BOD
[g/(ab·d)]

Solidi in sospensione separabili per sedimentazione 20 40 60 19


Solidi in sospensione non separabili per sedimentazione 10 20 30 12
Solidi disciolti 50 50 100 23
Solidi totali 80 110 190 54

successivamente effettuato assegnando un certo valore all’altezza dello strato filtrante, scelto
tenendo conto della pezzatura del materiale e dei valori del carico organico consigliati in Ta-
bella 7.3, oppure in base alla personale esperienza del progettista. L’altezza del letto può an-
che essere ricavata in base al valore del carico idraulico; questo consente di definire la super-
ficie del letto e quindi, noto il volume totale dedotto dal carico organico, l’altezza dello stes-
so.
A chiarimento di quanto sopra si veda l’esempio nell'Appendice al Capitolo 7.
Il trattamento ossidativo nel percolatore a carico normale è preceduto da una sedi-
mentazione primaria (chiarificazione) e seguito da una sedimentazione finale (per
l’eliminazione dall’effluente della pellicola di spoglio del letto).
Il fango della sedimentazione finale viene normalmente inviato a monte di tutto
l’impianto (Figura 7.18) in modo che possa sedimentare poi nella vasca primaria con il fango
fresco; unitamente a quest’ultimo viene infine inviato alla digestione e successivamente
all’essiccamento.

6.2. LETTI PERCOLATORI INTENSIVI

I percolatori intensivi funzionano con carichi notevolmente più elevati dei percolatori
normali (Tabella 7.4).
Per i percolatori intensivi il carico organico per unità di superficie riveste una primaria
importanza, in quanto per il loro funzionamento, occorre che detto carico non scenda al di
sotto di un certo limite (0,8 kg
BOD5/(m3·h)). Inoltre la corrente
Tabella 7.4. Valori del carico organico e del carico idraulico
liquida dovrà essere tale da trasci- per il dimensionamento dei letti percolatori a carico intensi-
nare via il materiale della pellicola vo.
biologica staccatasi; questa si trove- (1) 3
Carico organico [kg BOD5/(m ·d)] 0,4÷4,8
rà (sotto forma di fiocchi)
Carico idraulico(2) [m3/(m2·d)] 0,8÷37,4
nell’effluente del percolatore inten- (3) 3
sivo in quantità molto maggiore di Carico per abitanti [n° abitanti/m ] 11,5÷137
quanto non avvenga nei percolato- Altezza letto [m] 0,9÷3
ri a carico normale. Questo com- (1) 3
kg di BOD5 di liquame chiarificato giorno per 1 m di letto
portamento spiega come il perco- (2)
m 3 di liquame al giorno per 1 m2 di letto
latore intensivo sia in grado di de- (3) 3
numero di abitanti per 1 m di letto
gradare una quantità maggiore di
sostanza organica contenuta nel liquame, non dovendo provvedere anche alla degradazione
della sostanza organica della pellicola biologica, così come invece avviene con i percolatori
normali.
Il volume del fango che si ritroverà nel sedimentatore finale dei percolatori intensivi sa-
7-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

rà quindi maggiore e di conseguenza anche il digestore dovrà essere dimensionato di conse-


guenza.
Il maggiore carico applicato al percolatore intensivo (anche oltre dieci volte quello di
un percolatore normale) consente, per il fenomeno sopra descritto, di rimuovere una quan-
tità maggiore di BOD5 per unità di volume del letto. L’effluente tuttavia si presenta ancora
con un elevato contenuto di sostanza organica.
Per aumentare l’efficienza di rimozione del BOD si opera una ricircolazione
dell’effluente, portando il liquame a passare più volte attraverso il percolatore. Per effetto
del ricircolo, la sostanza organica del liquame si ritrova a contatto con la pellicola biologica
per più di una volta; ciò aumenta il tempo di contatto e consente una più spinta depurazio-
ne. Il ricircolo comporta inoltre un aumento del carico idraulico (fattore positivo nei perco-
latori intensivi) che rimane elevato anche nelle ore di afflusso ridotto e riduce la concentra-
zione dell’effluente con il risultato finale di un miglior grado di depurazione.
Quanto più è elevata la quantità di BOD iniziale del liquame influente, tanto più elevato
dovrà essere il rapporto di ricircolo.
Si definisce rapporto di ricircolo il valore:
Q' −Q Qr
R= = (7.28)
Q Q
dove:
Q = portata di liquame in arrivo all’impianto di depurazione;
Qr = portata di liquame di ricircolo;
Q' = Q + Qr = portata di liquame che effettivamente passa sul percolatore.

Il numero teorico (medio) di volte che la portata Q in arrivo all’impianto passa attra-
verso il letto sarà pari a:
Q + Qr Q
F= = 1+ r = 1+ R (7.29)
Q Q
ed F è indicato come fattore di ricircolo.
Se per esempio la portata Qr che si ricircola è uguale alla portata in arrivo Q, il rapporto
di ricircolo sarà R=1, mentre il fattore di ricircolo sarà F=2.
In realtà la capacità di rimozione del BOD diminuisce con l’aumentare del numero dei
passaggi. Per tener conto di questa condizione si ragiona come se il numero di passaggi fos-
se inferiore a quello reale, per cui nell’espressione del fattore di ricircolo F, si introduce un
coefficiente di riduzione f ≤1.
Il fattore di ricircolo corretto F' può essere allora dato dall’espressione:
1+ R
F' = (7.30)
[1+ (1− f) ⋅ R] 2
dove per f=1 si trova la formula precedente:
F ' = 1+ R = F (7.31)
Essendo F' ed R variabili dipendenti, con f costante, F' raggiunge il valore massimo
per:
(2 ⋅ f − 1)
R= (7.32)
(1 − f)

Assumendo per i letti percolatori un valore di f pari a 0,9, il numero medio di passaggi
effettivi sarà:
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-27

1+ R
F' = (7.33)
(1 + 0,1⋅ R)2

Il rapporto di ricircolo tale da raggiungere il massimo valore di passaggi effettuati sarà:


(2 ⋅ 0,9 − 1) 0,8
R= = =8 (7.34)
(1 − 0,9) 0,1

per cui:
1+ 8
F ' max = = 2,78
(1 + 0,1⋅ 8)2 (7.35)
F = 1+ 8 = 9
Occorrerà cioè far passare (1+8) volte il liquame attraverso il letto percolatore per otte-
nere una rimozione di BOD corrispondente ad un numero medio di passaggi effettivi pari a
2,78, con efficienza quindi pari a:
Fmax 2,78
= = 0,31 (7.36)
F 9
Quanto detto sopra dimostra matematicamente come il rapporto di ricircolo R=8/1
rappresenta il limite massimo di convenienza, al di sopra del quale il BOD dell’effluente sarà
praticamente lo stesso di quello dell’influente nell'ultimo passaggio.
In pratica il rapporto di ricircolo si mantiene a valori tali (0,5÷3) da far sì che il liquame
che passa attraverso il letto percolatore (compreso il ricircolo) abbia un BOD che non sia
superiore a tre volte il BOD richiesto nell’effluente.
Il ricircolo del liquame ri-
chiede necessariamente un im-
pianto di sollevamento che ri-
porti a monte del percolatore
l’effluente dello stesso; questa ne-
cessità rende alquanto più costo-
so l’esercizio dell’impianto ri-
spetto alla soluzione con perco-
latori normali, sempre che la con-
figurazione topografica del terre-
no consenta per questi ultimi un
funzionamento a gravità.
Il ricircolo del liquame può
avvenire in diversi modi (Figura
7.19):
• si può prelevare la portata di
ricircolo a valle delle vasche di
sedimentazione finale; in que-
sto caso la vasca di sedimenta-
zione finale andrà dimensio-
nata per la portata totale di li-
quame che viene fatta passare
per il percolatore (compresa
quindi la portata di ricircolo);
• oppure si può prelevarla di-
rettamente dalle vasche di se-
Figura 7.19. Schemi di funzionamento di letti percolatori in-
dimentazione stesse; tensivi.
7-28 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

• nelle configurazioni in cui la portata di ricircolo viene inviata a monte delle vasche di se-
dimentazione primaria, queste andranno dimensionate per l’intera portata di liquame
compresa quella di ricircolo;
• si può anche prelevare la portata di ricircolo a monte della sedimentazione finale con in-
vio a valle della sedimentazione primaria; in tal modo si ha l’inconveniente di riportare
nel percolatore le pellicole di spoglio del letto, ma si ha il vantaggio che le vasche di se-
dimentazione primaria e finale restano dimensionate per la sola portata di liquame af-
fluente all’impianto.

6.3. LETTI PERCOLATORI A DUE O PIÙ STRATI (IN SERIE)

In alcuni casi, quando si desidera assicurare una migliore qualità dell’effluente, si realizza
il trattamento in serie facendo passare il liquame successivamente attraverso due o più per-
colatori.
La separazione in stadi è vantaggiosa nei confronti dell’aerazione dovuta alla minore
altezza con cui vengono realizzati i percolatori.
Gli schemi di trattamento possono essere di due tipi:
• con un’unica vasca di sedimentazione finale;
• con due vasche di sedimentazione ciascuna dopo ogni singolo stadio
Per letti percolatori a carico normale è preferibile realizzare un sistema che consenta
l’inversione periodica del percorso in modo che il percolatore del secondo stadio (meno ca-
ricato) possa divenire quello del primo stadio e viceversa.
Per il dimensionamento dei letti percolatori intensivi (a ricircolo) può adottarsi il crite-
rio che il BOD del liquame sul secondo filtro, ricircolazione inclusa, non superi il doppio del
valore del BOD che si vuole ottenere nell’effluente. Tale criterio è applicabile per carichi
idraulici non superiori a 28 m3/(m2·d).

6.4. EFFICIENZA DEI TRATTAMENTI

Per il letto percolatore normale (a basso carico) si assegna un’altezza che varia tra un
minimo di 1,35 m ed un massimo di 3,00 m.
Tuttavia solo i primi 60÷90 cm dello strato superiore del letto presentano uno sviluppo
intenso di pellicola biologica, mentre sul fondo del letto lo sviluppo della biomassa è molto
ridotto. In questo senso il letto potrebbe ritenersi sovradimensionato, tuttavia si può notare
che il liquame passante attraverso il letto si arricchisce di ossigeno fin negli strati superiori
del letto e ciò consente ai batteri nitrificanti autotrofi di svilupparsi anche negli strati inferio-
ri del letto, fissando l’ammoniaca e dando luogo al processo di nitrificazione.
Il comportamento dei percolatori intensivi è, a questo riguardo, alquanto diverso in
quanto, l’effluente dal trattamento nei percolatori intensivi è caratterizzato, rispetto
all’effluente di un percolatore a basso carico, da un BOD generalmente più elevato e circa
dallo stesso contenuto di ossigeno disciolto; il modesto contenuto di nitrati, a volte addirit-
tura nullo, mostra bassi rendimenti di nitrificazione.

7. FATTORI CHE INFLUENZANO IL RENDIMENTO DI UN LETTO

Il rendimento di un impianto di depurazione si misura soprattutto in funzione della


Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-29

percentuale di riduzione del BOD, ma importante è anche la riduzione del materiale in so-
spensione e del contenuto batterico.
Il rendimento di un letto percolatore è strettamente collegato al comportamento del
processo biologico, quindi allo sviluppo ed all’azione dei microrganismi della pellicola biolo-
gica. Pertanto i fattori che condizionano il rendimento di un letto percolatore vanno ricer-
cati fra quelli che influenzano l’attività batterica.
Per molti di questi fattori è stato studiato il meccanismo con cui essi intervengono nel
processo biologico; molti altri non sono ancora stati completamente interpretati, soprat-
tutto per l’impossibilità di controllare tutte le variabili interdipendenti che possono interve-
nire nel fenomeno.
Alcuni di questi fattori vanno più attentamente considerati perché influiscono sui criteri
di progettazione dei letti percolatori:
• composizione e caratteristiche del liquame (BOD, scarichi industriali organici e inorganici,
oli, detergenti sintetici, temperatura);
• caratteristiche del letto filtrante;
• aerazione naturale e ventilazione forzata.

Tabella 7.5. Riduzione percentuale del carico inquinante dopo trattamento depurativo

RIDUZIONE [%]
TRATTAMENTO DEPURATIVO BOD Materiale in Contenuto
[mg/l] sospensione batterico
Liquame (grezzo o chiarificato) clorato 5 ÷ 10 5 ÷ 20 20 ÷ 20
Liquame chiarificato (solo trattamento di sedimentazione 25 ÷ 40 40 ÷ 70 25 ÷ 75
primaria)
Letti percolatori intensivi ( con sedimentazione primaria e 65 ÷ 85 65 ÷ 92 40 ÷ 80
finale)
Letti percolatori normali ( con sedimentazione primaria e 75 ÷ 95 85 ÷ 95 90 ÷ 98
finale)
Trattamento a fanghi attivi (con sedimentazione primaria e 75 ÷ 95 85 ÷ 95 90 ÷ 98
finale)
Clorazione di effluente depurato (dopo trattamento seconda- 90 ÷ 95 85 ÷ 95 98 ÷ 99
rio )

7.1. COMPOSIZIONE E CARATTERISTICHE DEL LIQUAME

Il grado di depurazione ottenuto in un letto percolatore è influenzato dalla quantità e


dalla qualità del liquame trattato.
Un normale liquame domestico non presenta caratteristiche particolari che lo possono
rendere inadatto al trattamento in un letto percolatore. Poiché il processo biochimico è ae-
robico, la richiesta di ossigeno (BOD) è la grandezza più adottata per la caratterizzazione del
liquame; in base al valore del BOD può essere effettuato il dimensionamento del percolatore,
poiché consente, nota la portata, di calcolare il carico organico applicabile al letto. La misura
del BOD consente inoltre di verificare l’efficienza della depurazione.

L’attività metabolica delle diverse specie di microrganismi è condizionata, fra gli altri
fattori, dalla temperatura dell’ambiente. Come temperatura ambiente deve intendersi, nel ca-
so dei letto percolatore, quella del liquame piuttosto che quella dell’atmosfera, per cui
l’attività biochimica della pellicola biologica (e quindi il rendimento del letto percolatore),
può considerarsi funzione anche della temperatura del liquame. Questa temperatura, eccetto
7-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

che durante i periodi di pioggia e nel caso di fognature miste, non varia eccessivamente nel
corso di una giornata (2-3°C) e normalmente per non più di 10-15°C nel corso dell’anno. Le
intense variazioni della temperatura atmosferica possono essere, invece considerevoli (Figu-
ra 7.20). Per tali ragioni l’influenza della temperatura sui processi biologici è meno impor-
tante di quello che si potrebbe supporre qualora si facesse riferimento alle variazioni di tem-
peratura dell’atmosfera anziché a quelle del liquame.
Molto spesso il liquame che giunge all’impianto di trattamento non è di origine esclusi-
vamente domestica; sempre più frequentemente si verifica che la rete di fognatura raccolga
anche scarichi industriali. Questi scarichi industriali possono essere di natura diversissima e
possono influenzare anche in maniera determinante il liquame da trattare facendone variare,
spesso anche considerevolmente, le caratteristiche. Per quanto riguarda eventuali carichi in-
dustriali di natura organica, la loro presenza può anche non provocare alcun inconveniente
nel funzionamento dei percolatori; questo è il caso ad esempio degli scarichi provenienti da
caseifici, industrie alimentari, alcune industrie farmaceutiche e tessili, nonché da alcuni pro-
cessi fermentativi. Bisogna tenere conto del carico organico complessivo (liquame domesti-
co e scarichi industriali), computando even-
tualmente l’apporto industriale in base al con-
cetto della popolazione equivalente e dimen-
sionando in conseguenza il letto percolatore.
Frequentemente però gli scarichi indu-
striali, anche se di natura organica, possono
contenere sostanze particolari che, superate
certe concentrazioni, hanno un effetto tossico
tale da poter influenzare sensibilmente
l’andamento del processo biologico.

7.2. CARATTERISTICHE DEL LETTO FIL-


TRANTE Figura 7.20. Esempio di variazione di tempe-
ratura dell’aria e del liquame in un letto per-
colatore.
Come anticipato gli elementi del letto
hanno la funzione di costituire il supporto per
l’attecchimento e lo sviluppo della membrana biologica. Saranno pertanto le caratteristiche
della superficie degli elementi del mezzo filtrante che potranno influenzare il processo bio-
logico. A tale riguardo la preferenza va data ai materiali che presentano una superficie rugo-
sa sulla quale l’accumulo iniziale delle particelle solide di sostanza organica contenute nel li-
quame avviene più facilmente; tuttavia in alcuni casi è stata anche usata ghiaia grossa o ciot-
toli che presentano invece una superficie levigata. Notevole importanza ha anche la pezzatu-
ra del materiale: infatti, il letto attraverso il quale percola il materiale deve consentire il libero
passaggio dell’aria. Da questo punto di vista sarebbe preferibile adottare materiale di grande
pezzatura che, per il grande volume di vuoti che racchiude, permette un intenso passaggio
dell’aria. Per contro, la degradazione della sostanza organica ha luogo ad opera della pellicola
biologica che si sviluppa lungo la superficie di ciascuno degli elementi costituenti il mezzo
filtrante. Conseguentemente quanto maggiore è la superficie della pellicola biologica (quindi
degli elementi del letto), tanto maggiore potrebbe essere il carico organico rimosso dal per-
colatore; i materiali di dimensioni più piccole dovrebbero avere pertanto una efficienza
maggiore perché, a parità di volume complessivo, presentano una maggiore superficie di
contatto. Imhoff riporta l’esempio di un letto costituito da elementi con dimensioni medie
di 5 cm (range 4÷6 cm) cui corrisponde una superficie di contatto di 95 m2 per ogni m3 di
pietrisco. Con dimensioni comprese fra 2,5 e 4 cm (media 3 cm) la superficie di contatto è di
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-31

190 m2 per cui la depurazione, se considerata in funzione della superficie, dovrebbe essere
doppia del caso precedente. Ma lo spazio libero degli elementi da 3 cm è otto volte inferiore
allo spazio corrispondente a quello degli elementi da 6 cm. Sussiste pertanto la necessità di
conciliare le due esigenze provvedendo a scegliere la minima dimensione che assicuri il libe-
ro e sufficiente passaggio dell’aria evitando altresì il pericolo di intasamenti tanto più fre-
quenti e possibili, quanto più piccola è la pezzatura del materiale. In ogni caso è sempre
molto importante che il pietrisco abbia una pezzatura il più possibile uniforme.

7.3. AERAZIONE NATURALE E VENTILAZIONE FORZATA

La circolazione dell’aria all’interno del letto percolatore è importante affinché il proces-


so biologico lungo la superficie della membrana attiva sia aerobico, avvenga cioè in un am-
biente dove sia assicurata la presenza di ossigeno libero. La circolazione dell’aria può essere
naturale o forzata.
La ventilazione naturale, che è la più comunemente adottata, ha luogo verticalmente
lungo il percolatore, in un senso o nell’altro a seconda della differente densità dell’aria
dell’atmosfera esterna rispetto a quella che si trova nel letto. La differente densità dell’aria
nelle due posizioni è provocata dal differente valore della temperatura nei due ambienti. Si
può ritenere, con buona approssimazione, che l’aria nell’interno del letto percolatore assu-
ma all’incirca la stessa temperatura del liquame che circola nel letto stesso. Normalmente in
inverno la temperatura del liquame è più elevata ed in estate più bassa di quella
dell’atmosfera esterna. In inverno la densità dell’aria interna sarà pertanto minore di quella
dell’atmosfera esterna e la circolazione attraverso il letto percolatore avverrà pertanto dal
basso verso l’alto. Al contrario in estate la circolazione avverrà in senso inverso. Tuttavia,
soprattutto in estate, le temperature esterne possono presentare escursioni diurne e nottur-
ne tali da provocare una inversione del fenomeno nel corso di una stessa giornata.
Il fenomeno della corrente d’aria ascendente o discendente determinato dalla differen-
za di temperatura fra l’interno e l’esterno del letto percolatore, può essere influenzato da al-
tri fattori quali, ad esempio, il vento. Infatti in caso di forte vento orizzontale, alla sommità
del letto percolatore può crearsi una variazione di pressione con richiamo di aria dal basso
verso l’alto o viceversa, incrementando o contrastando la circolazione naturale determinata
dalle differenze di temperature. Ai fini pratici comunque, il verso di circolazione dell’aria
non ha molta importanza, se è comunque tale da garantire sempre un'adeguata circolazione.
La quantità di ossigeno messa a disposizione dall’aria che circola nel letto percolatore è
di solito in eccesso rispetto a quella richiesta dai processi biochimici aerobici.
La ventilazione forzata è giustificata solo in casi del tutto particolari (letti molto pro-
fondi, carichi particolarmente elevati). Essa viene comunque applicata molto raramente.
Trova più frequenti applicazioni nei percolatori coperti, ove le copertura è prevista per altre
ragioni (controllo dei cattivi odori). In climi molto freddi la ventilazione forzata con aria ri-
scaldata può essere conveniente per innalzare la temperatura del letto o, addirittura, per im-
pedire la formazione di ghiaccio. La ventilazione forzata viene realizzata con ventilatori che
insufflano o aspirano l’aria nel letto percolatore. I ventilatori vanno proporzionati per assi-
curare attraverso il letto un flusso d’aria minimo di 18 m3/(m2 h). È preferibile applicare ven-
tilatori ad inversione, con effetto premente o aspirante a seconda dei casi.

8. PROCESSO TF/SC E SUE VARIANTI


7-32 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

8.1. PRINCIPIO DI FUNZIONAMENTO

A partire dai primi anni '80 sono state sviluppate negli Stati Uniti diverse modifiche del
processo a letti percolatori, al fine di migliorare in impianti già esistenti la qualità dell'ef-
fluente in seguito all'introduzione di limiti di scarico più restrittivi.
Negli impianti a filtri percolatori la minore efficienza di depurazione rispetto agli im-
pianti a fanghi attivi è in gran parte imputabile alla concentrazione relativamente elevata di
solidi sospesi presenti nell'effluente finale, costituiti da particolati piuttosto fini, difficili da
rimuovere con la sola sedimentazione. La bioflocculazione che avviene nei processi a bio-
massa sospesa consente invece un più efficace abbattimento di questa frazione. Il processo
TF/SC (dalle iniziali delle parole Trickling Filter/Solid Contact) consente di unire i vantaggi
di entrambi i tipi di processo.
Un flusso di fango ricircolato dal sedimentatore, aerato in una opportuna vasca, viene
miscelato all'effluente proveniente dal percolatore e reimmesso nel sedimentatore seconda-
rio attraverso un opportuno comparto centrale di flocculazione (Figura 7.21).
Il processo sfrutta il potenziale depurativo dei fanghi di supero prodotti dai letti per-
colatori, sia mediante la bioflocculazione e la rimozione di una parte dei solidi sospesi pre-
senti nell’effluente a seguito dell’aerazione dei fanghi, sia mediante la rimozione ossidativa di
una frazione del carico inquinante solubile come in un normale processo a fanghi attivi.

8.2. VARIANTI DEL


PROCESSO

A seconda degli
obiettivi che si vogliono
conseguire, possono esse-
re considerate le tre se-
guenti varianti del proces-
so:

a) variante I (Figura
7.21): la rimozione del Figura 7.21. Configurazione processo TF/SC con aerazione della miscela
effluente/fanghi.
BOD5 solubile residuo è
prioritaria. La vasca di ae-
razione, denominata "di contatto", viene dimensionata in funzione dell'abbattimento del
substrato ed il tempo di residenza del fango risulta quindi in eccesso rispetto alle esigenze di
aerobiosi e di floc-
culazione.
b) variante II (Fi-
gura 7.22): il fattore
critico è la rimozio-
ne dei solidi sospesi.
Il serbatoio di riae-
razione del fango di
ricircolo è dimen-
sionato per mante-
nere le condizioni di
aerazione sufficienti
per la sola floccula-
Figura 7.22. Configurazione processo TF/SR con aerazione dei soli fanghi.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-33

zione che si completa


nel comparto centrale
del sedimentatore fi-
nale. Tale comparto
occupa in pianta una
superficie maggiore
(dell'ordine del 15%
della superficie totale)
rispetto ai sedimen-
tatori convenzionali.
Rispetto al caso pre-
cedente il volume
della vasca aerata è
inferiore perché il
Figura 7.23. Configurazione processo TF/SRC con aerazione sia della mi- fango è più concen-
scela effluente/fanghi, che dei fanghi di ricircolo.
trato di quanto sareb-
be in una vasca di ae-
razione per contatto, che in questo caso non è necessaria. La variante è denominata TF/SR
(Trickling Filter/Sludge Reaeration).
c) variante III (Figura 7.23): combinazione delle varianti I e II, con necessità di ridurre sia il
BOD5 solubile che i solidi sospesi nell'effluente. In questo caso il modo più economico di
fornire una adeguata aerazione al fango di ricircolo è di effettuarla separatamente in un ser-
batoio aerato del fango ed in una vasca di contatto. La variante è denominata TF/SCR (Tric-
kling Filter/Solid Contact & Reaeration).

8.3. CRITERI REALIZZATIVI

Le condizioni richieste per il buon funzionamento del processo TF/SC sono le seguen-
ti:
• è sempre necessario prevedere la sedimentazione primaria;
• l’aerazione dei fanghi (o della miscela effluente/fanghi) deve mantenere le caratteristiche
flocculanti dei fiocchi riciclati, e a tal fine i migliori risultati si hanno con l’insufflazione a
bolle fini;
• l’agitazione meccanica dei fanghi (o della miscela effluente/fanghi) durante il trasporto
per pompaggio e nella fase di aerazione deve essere limitata al minimo indispensabile al
fine di lasciare per quanto possibile inalterata la struttura dei fiocchi;
• la concentrazione di solidi nella miscela fanghi/effluente non deve essere inferiore a 500
mg/l, altrimenti l’efficienza di rimozione dei solidi decresce perché diminuiscono le pro-
babilità di contatto tra particolati e fiocchi; in genere una concentrazione intorno a 1000
mg/l consente di contenere al minimo il volume del sedimentatore finale grazie al ridotto
flusso solido e alla maggiore velocità di sedimentazione connessa alla minore concentra-
zione dei fanghi;
• per mantenere le buone caratteristiche di sedimentabilità del fango è opportuno ridurre al
massimo il tempo di permanenza in condizioni anossiche del fango nel sedimentatore; di
conseguenza il livello di fango nel sedimentatore secondario deve essere mantenuto al di
sotto di 30 cm ed è preferibile operare l’estrazione mediante tubi aspiratori piuttosto che
con raschiatori di fondo, anche se con ciò si diminuisce il tenore di secco del fango
estratto.
7-34 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

8.4. CRITERI DI DIMENSIONAMENTO

I criteri di dimensionamento utilizzati per il processo TF/SC sono riassunti in Tabella


7.6. In generale, la vasca di contatto ha un volume dell'ordine del 10÷15% di quello necessa-
rio per la vasca di aerazione di un trattamento convenzionale a fanghi attivi.

Tabella 7.6. Criteri di progetto adottati per il dimensionamento del processo TF/SC.

Parametro (unità di misura) Intervalli di valori Valori medi


Carico organico [(kg BOD5/(m3·d)](1) 0.3÷1.2 0.6÷0.7
Carico idraulico (su Qc) [(m3/(m2·h)] (1) 0.2÷5.0 2.0÷2.5
Concentrazione di biomassa nella vasca di contatto 0.5÷3.0 1.0÷2.0
[gSS/l]
Tempo di residenza idraulico [h](2) 0.2÷2.0 0.5÷1.0
Tempo di residenza cellulare [d](3) 0.5÷1.5 1.0
Concentrazione dei fanghi di supero [gSS/l] 3.0÷12.0 5.0÷8.0
Condizioni di miscelazione nella vasca di contatto:
insufflazione d’aria [(Nm3/(m3vasca·h)] 0.9÷1.8 1.0÷1.3
aeratore superficiale [W/m3vasca] 12÷26 18÷20
(1)
Calcolato sul volume del letto percolatore.
(2)
Calcolato sulla portata di calcolo del liquame Qc , escluso il ricircolo dei fanghi.
(3)
Calcolato come rapporto tra la massa dei fanghi nel solo bacino di contatto (su base secca,
kgSS) e la portata dei fanghi di supero (su base secca, kgSS/d) estratti dal sedimentatore finale.

8.5. RISULTATI CONSEGUIBILI

Nella vasca in cui si effettua l'aerazione della miscela fanghi/effluente (in genere un ca-
nale aperto, con regime idrodinamico che approssima il flusso a pistone) si ha un apprezza-
bile abbattimento del BOD5 solubile residuo (dal 20% fino ad oltre il 50%), avendo cura di
mantenere il tempo di residenza idraulico nella vasca o canale di aerazione non inferiore a
10÷15 minuti (calcolato sulla sola portata di liquame, esclusa la portata dei fanghi di ricirco-
lo).
I vantaggi del processo TF/SC che trovano riscontro nella realtà (oltre 50 impianti rea-
lizzati negli USA) sono i seguenti:
• le concentrazioni di SS e BOD5 nell’effluente finale sono pari o inferiori a 10 mg/l, per
concentrazioni di BOD5 solubile e di SS nell’influente rispettivamente dell’ordine di 100 e
di 150 mg/l e per carichi idraulici sul sedimentatore fino 1.5 m/h;
• il fango biologico prodotto dal processo TF/SC presenta ottime caratteristiche di sedi-
mentabilità ed elevata densità con indici del fango (SVI) dell’ordine di 60÷120 ml/g e può
essere quindi scaricato direttamente nel sedimentatore primario senza problemi;
• le produzioni di fanghi biologici sono confrontabili con quelle del processo a fanghi atti-
vi, dell’ordine di 0.7÷0.8 kgSS per kg di BOD5 in ingresso, per impianti con carico fino a
0.5 kg BOD5/(m3·d), e dell’ordine di 0.9÷1.0 kgSS per kg di BOD5 in ingresso, per impianti
con carico di oltre 1 kg BOD5/(m3·d).

8.6. OSSERVAZIONI IN FASE DI ESERCIZIO

L’esercizio dei letti percolatori è estremamente semplice e questa caratteristica li rende


particolarmente adatti nei piccoli impianti, dove, per mancanza di personale specializzato,
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-35

non sarebbe possibile rendere operativi, con il dovuto controllo, sistemi più complessi.
Tuttavia, i letti percolatori sono soggetti ad inconvenienti, quali intasamento del letto,
emanazione di cattivi odori, sviluppo di insetti.
L’intasamento di un letto percolatore si verifica quando gli spazi tra i vari elementi del
letto si riempiono completamente del materiale biologico che costituisce la pellicola. Le cau-
se possono essere riportate a due origini:
• elemento del mezzo filtrante di pezzatura troppo piccola o non sufficientemente uni-
forme;
• carico organico sul filtro eccessivo in rapporto al carico idraulico.
Per eliminare tale inconveniente si può operare in diversi modi:
• rastrellare la superficie del letto, smuovendo lo strato superiore il più possibile;
• lavare la superficie del letto con getti d’acqua in pressione;
• fermare l’arganello in corrispondenza della zona intasata, facendo defluire abbondante-
mente il liquame con l’intento di asportare la pellicola biologica;
• immettere nel letto forti concentrazioni di cloro, 5 mg/l, un periodo di alcune ore;
• tenere fuori servizio il percolatore per almeno 24 ore allo scopo di farlo essiccare;
• sostituire il mezzo filtrante se i precedenti metodi non danno risultati positivi. Normal-
mente risulta essere più economico sostituire il materiale filtrante piuttosto che pulire
totalmente quello vecchio.
Il cattivo odore può essere provocato da fenomeni di decomposizione anaerobica del
liquame e della pellicola biologica. Per evitare tale inconveniente è fondamentale mantenere
il liquame in condizioni non settiche. L’inconveniente può essere corretto evitando uno
sviluppo eccessivo della pellicola biologica; si dovrà ridurre il carico organico aumentando
contemporaneamente il carico idraulico con un ricircolo.
Lo sviluppo di insetti può essere combattuto con i seguenti accorgimenti:
• alimentare il percolatore in modo continuo piuttosto che ad intermittenza;
• rimuovere l’eccessivo sviluppo della pellicola biologica superficiale;
• clorare il liquame (0,5÷1 mg/l) per alcune ore;
• usare insetticidi.
In alcuni casi eccezionali, la temperatura può condizionare pesantemente il funziona-
mento del percolatore, facendo gelare la superficie esterna del letto. Questo fenomeno può
essere evitato in diversi modi:
• ridurre il tempo di permanenza nelle vasche di sedimentazione primaria;
• se il sistema è a ricircolo, ridurre o eliminare la portata di ricircolo allo scopo di minimiz-
zare il tempo di contatto del liquame con l’atmosfera, e quindi il suo progressivo raffred-
damento;
• far funzionare i percolatori in parallelo anziché in serie;
• coprire i letti percolatori;
• adottare la circolazione forzata di aria preriscaldata;
• distribuire il liquame sul percolatore con continuità e non ad intermittenza.

9. REATTORI BIOLOGICI ROTANTI

9.1. PRINCIPIO DI FUNZIONAMENTO

I reattori biologici rotanti (o RBC, acronimo per “Rotating Biological Contactors”,


spesso noti come biodischi o biorotori) si sono recentemente affermati con particolare
successo nei piccoli impianti di depurazione (da 100 a 2000 abitanti equivalenti), anche se
esistono realizzazioni a servizio di decine di migliaia di abitanti equivalenti.
7-36 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

I bassi consumi
energetici e la gestione
assai semplificata sono i
fattori principali che gio-
cano a favore di questo
tipo di reattori per le pic-
cole installazioni. Negli
impianti più grandi,
l’economia di scala di altri
tipi di configurazioni li
rende invece meno con-
venienti.
Sono costituiti da
una o più vasche rettan-
golari in cui ruota lenta-
mente (solitamente da
uno a tre giri al minuto),
immergendosi ed emer-
gendo alternativamente
dal liquame, una serie di
dischi paralleli (in mate-
riale plastico) calettati su
un albero azionato tra-
mite un riduttore, da un
motore elettrico (Figura
7.24). Esistono anche si-
Figura 7.24. Installazione tipo di un reattore biologico rotante a quattro
stadi, ciascuno equipaggiato con due moduli-supporto. stemi che insufflano aria
compressa in alcune ca-
vità solidali con i dischi mentre sono in immersione, dando luogo ad una spinta di galleg-
giamento asimmetrica che imprime il moto rotatorio.
La pellicola biologica cresce aderendo alla superficie bagnata dei dischi, che alternati-
vamente viene messa a contatto del liquame e dell’aria atmosferica. Grazie al movimento
rotatorio, le forze di taglio tra il liquido e la pellicola ne determinano il distacco allorché que-

Figura 7.25. Esempio di biorotore sagomato in modo da incrementare il trasferimento di ossigeno. Le-
genda: 1: supporto plastico; 2: motoriduttore; 3: cuscinetti; 4: supporto del motoriduttore; 5: fissaggio del
braccio di reazione.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-37

sta raggiunge uno spessore di 1-2 mm. Analo-


gamente a quanto avviene nei letti percolatori,
la biomassa di supero staccatasi dai supporti
deve essere rimossa in una vasca di sedimen-
tazione secondaria.
La velocità di rotazione e la conforma-
zione dei supporti rotanti determina la capa-
cità di trasferimento dell’ossigeno e mantiene
la biomassa in condizioni aerobiche. La fonte
maggiore di ossigeno per il biofilm è costituita
dal contatto diretto con l’aria atmosferica, an-
che se la turbolenza indotta dal movimento
rotante e la ricaduta dell’acqua trattenuta dalla
pellicola biologica durante la fase di emersio-
ne contribuiscono a trasferire ossigeno anche Figura 7.26. Schema di funzionamento di un
nella massa di liquame che staziona nella va- biorotore con elementi concepiti per intrappolare
sca. Recentemente sono stati messi in com- l’aria e rilasciarla durante la fase di immersione.
mercio sistemi che consentono di aumentare
l’efficienza di ossigenazione aggiungendo elementi a tazza lungo la circonferenza esterna dei
pacchi di dischi (Figura 7.25) o conformando i moduli in modo che intrappolino l’aria at-
mosferica rilasciandola successivamente, durante la fase di immersione (Figura 7.26).
Rispetto ai letti percolatori, i reattori biologici rotanti consentono un migliore controllo
del processo grazie al maggior tempo di ritenzione idraulica e al più regolare contatto tra
substrato e biomassa. Come per tutti i processi a biomassa adesa, la fase biologica deve esse-
re preceduta dalla sedimentazione primaria (o da un trattamento equivalente, come la mi-
crostacciatura).

9.2. ASPETTI REALIZZATIVI E OPERATIVI

La varietà costruttiva di questo tipo di reattori si è ulteriormente arricchita in anni re-


centi e si può affermare che ogni costruttore adotti diversi tipi di albero, di supporti del ro-
tore, di mezzi di supporto per la biomassa, di saldatura delle componenti in materiale plasti-
co, ecc.
I diametri dei pacchi vanno da un minimo di 1 m ad un massimo di 3.6÷3.7 m e sono
realizzati ormai quasi sempre in polietilene ad alta densità (HDPE), che ha sostituito il più co-
stoso, anche se più leggero, polistirene espanso. Studi condotti in Germania (dove il proces-
so è applicato dal 1960), hanno dimostrato che il polietilene annerito al nerofumo, oltre a
resistere meglio all’attacco dei raggi ultravioletti, favorisce l’attecchimento della biomassa.
I semplici dischi paralleli sono stati ormai sostituiti da strutture circolari connesse da
setti rigidi, o da pacchi cilindrici ottenuti per avvolgimento a spirale di fogli di polietilene
corrugato, o con strutture alveolari, in cui sono ricavati canali diretti dal centro alla circonfe-
renza esterna, con la funzione di favorire l’allontanamento della pellicola distaccatasi. La
struttura non deve comunque ostacolare il distacco della biomassa per non creare zone di
accumulo con rischio di anaerobiosi, né essere troppo lasca, per evitare il distacco precoce
della biomassa. Ad esempio, dischi lisci, impiegati per esperimenti a scala pilota, davano luo-
go periodicamente al distacco contemporaneo di buona parte della biomassa, con brusche
riduzioni del rendimento di depurazione in corrispondenza dei distacchi.
Un elemento che è causa di buona parte delle disfunzioni riscontrate in impianti a bio-
dischi è l’albero, sul quale sono calettati gli elementi di supporto della biomassa. Va posta
7-38 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

molta cura nel dimensionamento dell’albero, tenendo presente il peso della biomassa ba-
gnata, a vasca vuota, in assenza della spinta di galleggiamento. Vanno anche tenute presenti
le notevoli sollecitazioni a flessione, a torsione e a fatica, causate da possibili asimmetrie
nella distribuzione della biomassa. È opportuno prevedere supporti di estremità autoalli-
neanti per evitare moti eccentrici dell’asse (loping) e proteggere sia le estremità dell’albero che
i supporti dalla corrosione.
È opportuno prevedere strumenti che consentano di verificare in esercizio il peso gra-
vante sull’albero, ad esempio mediante letture idrauliche o sensori elettronici. L’esperienza
del gestore dell’impianto potrà in seguito individuare il peso minimo al quale corrisponde il
rendimento di rimozione richiesto, evitando un inutile sovraccarico che abbrevierebbe la
vita utile dell’impianto.
L’eccessivo accumulo di biomassa può anche comportare maleodorazioni, lo sviluppo
di solfuri e la comparsa di organismi indesiderati come Beggiatoa, un batterio autotrofo tipico
di ambienti poveri di ossigeno e con presenza di solfuri, la cui struttura filamentosa rende
più difficile il distacco della biomassa in eccesso. La sua presenza può quindi ingenerare un
circolo vizioso che rende più difficile ripristinare le condizioni operative ottimali. I rimedi
sperimentati con successo sono diversi, ma basati sui criteri di diminuire il carico organico
applicato allo stadio sovraccaricato ed aumentare la disponibilità di ossigeno al biofilm. Si
citano ad esempio: la rimozione dei setti tra due stadi consecutivi; il ricircolo dell’effluente;
la ripartizione del liquame in ingresso sui vari stadi (tecnica step-feed); l’aumento della con-
centrazione di ossigeno nel liquame ottenuta mediante l’installazione di dispositivi di aera-
zione ausiliari per mantenere concentrazioni di ossigeno di almeno 2 mg/l nel liquame.
L’installazione di aeratori ausiliari e la possibilità di rimuovere i setti tra gli stadi do-
vrebbe essere prevista già in sede progettuale qualora si preveda la possibilità di prolungati
sovraccarichi organici. Un sistema originale applicato con successo e che realizza entrambe
queste possibilità è quello di creare una barriera di bolle d'aria (fini) tra due stadi successivi.
I biorotori dovrebbero essere coperti (solitamente si adottano involucri prefabbricati in
vetroresina) per evitare la diffusione di maleodorazioni, anche se occasionali, e garantire la
protezione della struttura in plastica dall'azione del sole e della biomassa dai rigori invernali.
In località montane può essere consigliabile la coibentazione della copertura e l'installazione
di dispositivi di aerazione ad insufflazione d'aria per evitare il congelamento notturno del li-
quame.

9.3. CRITERI DI DIMENSIONAMENTO

Una formula empirica per il dimensionamento dei biorotori è quella di Benjes:


0,5
Se/Si = exp [-K·(V/Q) ] (7.37)
ove:
Se, Si = concentrazione di BOD5 nel liquame in ingresso e nell'effluente [mg/l];
V = volume occupato dai soli elementi colonizzati dalla biomassa [m3];
Q = portata di liquame [m3/d];
K = costante cinetica, pari a 3,5 d-1/2 a 20°C; 3 d-1/2 a 12°C; 2 d-1/2 a 5°C, per liquami urbani.

La formula, noto il rendimento che si vuole conseguire, fornisce il volume occupato


dai biorotori, indipendentemente dalla superficie di attecchimento messa a disposizione per
la crescita della pellicola biologica. Poiché la velocità di rimozione del substrato nei reattori a
biomassa adesa deve essere riferita alla superficie di biofilm, si intuisce che la formula di
Benjes vale per biorotori aventi superficie specifica simile (intorno a 120÷130 m-1). Poiché
recentemente sono apparsi in commercio vari tipi di biorotori con elementi variamente
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-39

configurati, l'affidabilità di formule del tipo precedente, deve essere attentamente verificata,
in quanto le superfici specifiche effettive in gioco possono variare notevolmente da un tipo
all'altro. La superficie specifica disponibile nei rotori biologici in commercio copre un range
compreso tra 100 e 220 m-1.
Molto più spesso, di fatto, i biodischi vengono dimensionati sulla base di curve ricavate
empiricamente dai costruttori e sono specifici per ogni tipo di biorotore e per ogni tipo di
liquame.

In generale, tuttavia, è possibile fare le seguenti osservazioni:


• è necessario prevedere sempre almeno due stadi in serie (o più, specie se è prevista la ni-
trificazione);
• il carico organico al primo stadio non deve mai superate 30 g BOD5 (totale)/(m2·d), (o 12 g
BOD5 (solubile)/(m2·d)) altrimenti si osserva sviluppo di maleodorazioni;
• il rendimento di rimozione dell'85÷90% del BOD5 da liquami urbani per temperature di
progetto (nel liquame) di 10°C è ottenibile in corrispondenza di un carico organico com-
plessivo di 8 g BOD5/(m2·d) per impianti a due stadi in serie e di 10 g BOD5/(m2·d) per
impianti a tre stadi in serie (linee guida ATV , Germania);
• il carico idraulico dovrebbe essere compreso tra 0.02 e 0.1 m3/(m2·d) (riferito alla superfi-
cie di attecchimento), senza superare però il valore di 0.2 m3/(m2·d) per evitare cortocir-
cuitazioni del flusso;
• è sempre bene prevedere due linee in parallelo e la possibilità, in caso di necessità, di ri-
partire i flussi tra i vari stadi, anche se appartenenti a linee diverse; la distribuzione della
portata deve poter essere ottimizzata in fase di gestione, prevedendo la possibilità di ri-
circoli o di immissione dell’influente in punti diversi.
• quando il rapporto tra portata di punta oraria e portata media giornaliera è maggiore di
2.5, è bene prevedere una vasca di accumulo ed equalizzazione prima dei biorotori.

10. BIOFILTRI SOMMERSI

10.1. BIOFILTRI SOMMERSI A LETTO FISSO CON CONTROLAVAGGIO

Si tratta di reattori a letto fisso completamente sommersi ed aerati. Sono anche chia-
mati filtri biologici sommersi (aerobici). Il flusso può essere discendente, ascendente op-
pure trasversale. Filtri biologici con mezzi di riempimento delle dimensioni inferiori a 3 - 4
cm possono essere utilizzati in processi di rimozione biologica della sostanza organica pur-
ché, oltre ad una preventiva sedimentazione primaria, si provveda anche alla rimozione pe-
riodica dei solidi accumulati (per crescita batterica e per intrappolamento) per mezzo di op-
portuni cicli di lavaggio.
I processi oggi applicati alla scala industriale di cui sono disponibili dati almeno alla
scala dimostrativa nella letteratura tecnica e che prevedono operazioni di controlavaggio so-
no tutti soggetti a brevetto; si citano come esempi:

• processo Biocarbone (ditta OTV, F);


• processo Biofor (ditta Degremont, F);
• processo Biopur (ditta Sulzer, CH);
• processo Biostyr (ditta OTV, F).

Il mezzo di riempimento può essere di tipo sfuso (ad es.: Biostyr, Biocarbone, Biofor)
oppure a superficie orientata (ad es.: Biopur), come per i letti percolatori, di materiale
7-40 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

plastico o lapideo che offre una notevole superficie libera di supporto per la pellicola bio-
logica.
I mezzi di riempimento di materiale plastico offrono generalmente una superficie spe-
cifica ed un grado di vuoto assai maggiore dei materiali lapidei di pari pezzatura e general-
mente offrono minori rischi di cortocircuiti (o “channelling”). Grandi superfici specifiche
sono tuttavia ottenibili soltanto con mezzi di riempimento di piccola pezzatura (ad esempio,
una sabbia con diametro efficace = 0.5÷0.7 mm offre oltre 3000 m2 di superficie per m3 di
letto), ma che si occluderebbero in tempi assai brevi se utilizzati per filtri a letto fisso. Una
stima approssimativa della superficie specifica di un mezzo di supporto granulare può essere
ottenuta semplicemente ipotizzando che il granulo sia di forma sferica con raggio r (in m) e
occupi in volume cubico di lato pari al diametro d=2r. Si ottiene:
superficie specifica = aw = Superficie della sfera / Volume del cubo = 4·π·r2/(d)3 = π/d.
A titolo di esempio la superficie specifica di particelle di diametro pari a 3.5 mm (di-
mensione tipica dei mezzi di riempimento del biofiltro Biofor) risulta di circa 1000 m-1. È
chiaro che per granuli di argilla espansa o di polistirene, caratterizzati da forme abbastanza
regolari e prossime alla sfericità, le stime ottenute con questa semplice approssimazione so-
no migliori di quelle relative a sabbie o graniglie ottenute per frantumazione del minerale
originale. In questi casi, l'approssimazione fornisce una sottostima con errori fino al 100%, a
causa della rugosità della superficie e della irregolarità della forma dei granuli. Va comunque
considerato che la pellicola biologica, una volta sviluppata, attenua le rugosità e crea masche-
ramenti e sovrapposizioni che tendono a ridurre la superficie effettivamente esposta al liqui-
do esterno.

Un filtro a flusso discendente (downflow, tipo Biocarbone), schematizzato in Figura


7.27, consiste in un reattore con un riempimento granulare supportato da una piastra forata.
Lo scarico da trattare, già sottoposto a sedimentazione primaria, viene alimentato dall'alto ed
ossidato in controcorrente rispetto al flusso d'aria. L'altezza del mezzo filtrante è compresa
tra 1.8 e 3 m ed il materiale più correntemente utilizzato è argillite espansa ("expanded sla-
te") con granulometria dell'ordine dei 3÷6 mm. Al di sopra del supporto e all'interno del
mezzo di riempimento è disposto un sistema di aerazione a bolle che fornisce l'ossigeno ne-
cessario alla biomassa che colonizza il filtro. La zona sottostante al dispositivo di aerazione
esplica una azione filtrante sul-
l'effluente finale in modo da
ricondurre i solidi sospesi (sia
originariamente presenti nel
refluo, sia la biomassa di spo-
glio prodottasi nel processo di
biodepurazione) entro valori di
15÷20 mgSS/l. Ciò permette di
evitare l'uso di un sedimenta-
tore secondario a valle del
reattore, ma richiede periodi-
che operazioni di controlavag-
gio del letto del filtro. Figura 7.27. Diagramma di flusso del filtro biologico sommerso
L'acqua e l'aria di contro- aerato (a flusso discendente) denominato Biocarbone (brevetto
lavaggio sono distribuite da un della società francese OTV). Legenda: 1) Mezzo di supporto lapi-
deo (pezzatura 4÷8 mm), zona di ossidazione; 2) Zona di filtra-
sistema localizzato al di sotto zione; 3) Griglia di aerazione; 4) Accumulo effluente per i cicli di
della piastra di supporto del lavaggio; 5) Accumulo fanghi asportati durante i cicli di lavaggio;
mezzo di riempimento. L'ef- 6) Soffiante aria di esercizio normale; 7) Soffiante aria di contro-
fluente viene raccolto dal fon- lavaggio.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-41

do del reattore e scaricato tal


effluente
quale mentre l'acqua di lavag-
gio ed i fanghi di supero ven-
3
1 gono scaricati attraverso un si-
fone.
2
La sequenza di operazioni
al trattamento
di controlavaggio è completa-
fanghi mente automatizzata mediante
4 5 l'uso di un microprocessore.
liquame primario
Un filtro a flusso ascen-
Figura 7.28. Rappresentazione schematica di un filtro biologico
dente (upflow), schematizzato
sommerso aerato a flusso ascendente (tipo Biofor, Degrèmont). in Figura 7.28, può essere fon-
Legenda: 1) Mezzo di supporto (argilla espansa, Biolite, pezzatu- damentalmente di due tipi. Un
ra 3.5 mm); 2) Accumulo effluente per i cicli di lavaggio; 3) Ac- primo tipo è caratterizzato da
cumulo fanghi asportati durante i cicli di lavaggio; 4) Soffiante
aria di esercizio normale; 5) Soffiante aria di controlavaggio.
un mezzo di riempimento più
pesante dell'acqua (ad es.: Bio-
for, Dégremont) e non richie-
de solette superiori di contenimento. Un secondo tipo (Biostyr, OTV) utilizza un mezzo di
riempimento flottante (sferule di polistirene espanso di densità inferiore a 0.9 t/m3, pezzatura
di circa 3 mm, superficie specifica intorno a 1200 m2/m3) che richiede la realizzazione di una
soletta di contenimento superiore, dimensionata per contenere la spinta di galleggiamento
del supporto e le sollecitazioni trasmesse allo stesso durante le operazioni di controlavaggio.
L'altezza del mezzo filtrante è generalmente superiore a quella dei filtri a flusso discen-
dente (2.5÷3 m per il processo Biostyr e da 2 a 4 m per il processo Biofor). Per le esigenze di
controlavaggio, sia i filtri a flusso discendente che a flusso ascendente vengono realizzati
con più unità in parallelo, ciascuna con dimensioni in pianta che possono andare da almeno
30 fino a 140 m2.
Il carico idraulico applicato è generalmente compreso tra 0.8 e 5 m/h (media intorno a
3 m/h per le portate in tempo asciutto, con limite di 10 m/h per le portate di pioggia).

Nei filtri sommersi utilizzati nei processi aerobici, l'aerazione del liquame avviene di
norma per insufflazione d'aria direttamente nel reattore. Per garantire una sufficiente pene-
trazione dell’ossigeno disciolto nel film biologico, la concentrazione viene mantenuta in un
intervallo compreso tra 3 e 6 mgO2/l nel reattore (da 3 a 5 mgO2/l nel caso della rimozione
del substrato organico, da 4 a 6 mgO2/l per la nitrificazione).
Questo comporta la necessità di forniture d'aria abbastanza elevate (6÷10 Nm3 d'aria
orari per m3 di filtro nel caso di rimozione del substrato organico, che sale fino a 15÷20
Nm3/(m2·h) nel caso della nitrificazione) con rendimenti di ossigenazione variabili dal 4 fino
al 20% a seconda del tipo di liquame trattato e del mezzo di riempimento utilizzato.
L'impegno di potenza richiesto è molto variabile a seconda del tipo di installazione
(Tabella 7.7). Il maggior impegno di potenza per le pompe di controlavaggio nei filtri a flus-
so ascendente è in parte spiegabile con la maggior altezza del mezzo di riempimento, men-
tre la maggior potenza richiesta per l'aria di esercizio nei filtri a flusso discendente è in parte
spiegabile con i maggiori carichi volumetrici di COD applicati nelle installazioni oggetto del-
l'indagine.
I dati qui riportati devono essere comunque considerati con molta cautela, trattandosi
di dati medi riferiti a situazioni molto diverse per concentrazione e tipo di liquame alimen-
tato, per tipo di filtro e per modalità di esercizio.
7-42 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Il ricircolo del- Tabella 7.7. Potenza installata per pompe e compressori a servizio di reat-
l'effluente viene tal- tori biologici sommersi a biomassa adesa su letto fisso (in W/m3 di letto fil-
trante).
volta effettuato per
diluire il liquame di filtri upflow filtri downflow
alimentazione ma an- [W/m3] [W/m3]
che per creare una COMPRESSORI aria di esercizio 130 300
migliore miscelazione aria di controlavaggio 600 650
(riducendo i rischi di POMPE acqua di controlavaggio 700 300
corto circuito e di
"channelling"), e per
abbattere picchi tem-
poranei in ingresso. Il ricircolo dell'effluente contribuisce altresì ad aumentare le forze di
taglio e di trascinamento sulla pellicola biologica riducendo il rischio di occlusioni e intasa-
menti. Anche utilizzando il ricircolo dell'effluente è essenziale garantire una uniforme distri-
buzione del liquame in ingresso nel reattore per evitare la formazione di spazi morti e dra-
stiche riduzioni di efficienza.

10.1.1. Valutazione del processo

Un'indagine condotta per conto della U.S. Environmental Protection Agency nel 1988
ha valutato l'influenza delle dimensioni del mezzo di riempimento, del carico organico, del
carico ammoniacale e della temperatura dell'influente sulla qualità dell'effluente. Nello stesso
studio sono stati anche esaminati il controlavaggio, la produzione di fanghi di supero, l'ossi-
geno richiesto e la relativa efficienza di trasferimento. La sperimentazione è stata condotta
per due anni su un impianto costituito da due moduli da 88 m3 (altezza: 3.7 m) che hanno
funzionato in condizioni di basso ed alto carico (1.5, 3 e 3.5 kg BOD5/(m3·d) rispettivamen-
te). Nel suddetto lavoro non vengono date le concentrazioni relative allo scarico tal quale
ma solo quelle dell'effluente primario (BOD5 < 110 mg/l nella maggioranza dei casi).
Una indagine più recente è stata condotta in Francia nel 1993 su dodici impianti di po-
tenzialità compresa tra 7.500 e 150.000 A.E., per il trattamento di liquame prevalentemente
domestico sottoposto a sedimentazione primaria, operanti a carichi volumetrici compresi tra
3.5 e 11.9 kg COD/(m3·d), a fronte di carichi di progetto compresi tra 8 e 10 kgCOD/(m3·d).

a) Effetto della granulometria del mezzo di riempimento

Nello studio dell'U.S.E.P.A. sono riportati i risultati relativi al modulo ad alto carico,
nel quale si sono avuti gli effetti più marcati. In questo caso l'aumento della granulometria da
2.8 a 4.4 mm ha reso necessaria una diminuzione del carico applicato dell'ordine del 40% (da
5.6 a 3.3 kg BOD5/(m3·d)) per mantenere la stessa efficienza di depurazione (83%) a parità di
temperatura e di concentrazione dell'influente (BOD5=105÷108 mg/l).
È chiaro che la diminuzione delle prestazioni è direttamente correlata alla corrispon-
dente diminuzione di superficie specifica del mezzo di riempimento (e quindi della superfi-
cie di biomassa adesa). Bisogna però osservare che adottando particelle a maggiore granu-
lometria diminuisce la frequenza dei controlavaggi, soprattutto per il reattore a carico più
elevato. La frazione di acqua utilizzata per il controlavaggio rispetto a quella trattata è infatti
scesa dal 20÷35% al 5÷15% del volume giornaliero trattato.
I risultati operativi riportati dagli studi condotti in Francia indicano in circa 8÷10% del
volume trattato giornalmente, il fabbisogno di acqua di controlavaggio anche per granulo-
metrie dell'ordine di 3.5 mm.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-43

b) Effetto del carico applicato sulla qualità dell’effluente

Il valore del carico di substrato organico rimosso (a parità di carico applicato) presenta
risultati relativamente dispersi se valutato in termini di COD (o BOD5) totale (solubile + par-
ticolato) a causa dell'influenza dei solidi sospesi non sedimentabili presenti nell'influente.
In media, dando maggior peso ai risultati ottenuti negli impianti operanti a piena scala,
si può affermare che una concentrazione di COD pari a 90 mgCOD/l nell'effluente non viene
superata che nel 5% dei casi se il carico applicato non supera 5 kg COD/(m3·d) con filtri ca-
ratterizzati da materiale di riempimento di pezzatura non superiore a 6 mm.

c) Effetto delle variazioni del carico idraulico

Periodi prolungati di carico idraulico elevato (e con basse concentrazioni di liquame),


riducono l'efficienza di rimozione a causa del minore tempo di ritenzione nel reattore. An-
che durante il controlavaggio di una unità, il sovraccarico idraulico che si verifica nelle re-
stanti unità produce analoghi effetti. È quindi bene programmare tali operazioni durante le
ore di minimo afflusso, o, in alternativa, di prevedere la realizzazione di vasche di equalizza-
zione opportunamente dimensionate.

d) Effetto delle variazioni del carico organico

Variazioni improvvise e di breve durata possono essere agevolmente assorbite se la


biomassa nei filtri è ben sviluppata e se si provvede ad incrementare l'aerazione per mante-
nere l'ossigeno disciolto ai valori di esercizio (almeno 3 mg/l).
Nel caso di filtri dimensionati in base al carico organico, che trattino liquami più con-
centrati della norma, i carichi idraulici sono inferiori rispetto a quelli raccomandati. Ciò può
dar luogo ad una disuniforme distribuzione del biofilm (che risulta eccessivamente svilup-
pato nelle sezioni prossime all'ingresso del liquame rispetto alle altre sezioni) con il conse-
guente rischio di occlusioni. La frequenza dei controlavaggi richiesti può essere allora supe-
riore alla norma (a causa dell'intasamento dei primi strati) e l'efficienza di rimozione può ri-
sultare inferiore alle attese (per la insufficiente presenza di biofilm nel resto del filtro dopo i
controlavaggi). In questi casi è bene prevedere un ricircolo dell'effluente in modo da riporta-
re il valore del carico idraulico ai valori minimi consigliati (superiori a 1.5 m/h per il filtro a
flusso discendente e a 2 m/h per il filtro a flusso ascendente).

e) Effetto dei cicli di lavaggio

Non ancora del tutto accertati sono gli effetti sul biofilm dei continui cicli di lavaggio, i
quali possono avere frequenze giornaliere nei trattamenti di rimozione della sostanza orga-
nica. Operando con questa modalità di funzionamento, il biofilm non è mai stabile e i mo-
delli teorici in stato stazionario sono difficilmente applicabili.
Innanzitutto, come si è già accennato in precedenza, è importante limitare il sovraccari-
co sui filtri mentre una unità è in controlavaggio. Ciò richiede la presenza di almeno tre unità
per limitare il sovraccarico al 50% del valore di normale esercizio, o, in alternativa, la presen-
za di una vasca di equalizzazione a monte dell'impianto.
Occorre fare anche attenzione ai tempi di svuotamento delle vasche di raccolta dell'ac-
qua di controlavaggio. Un tempo eccessivamente lungo ritarda l'effettuazione del controla-
vaggio dei filtri successivi con rischio di occlusioni. Il volume delle vasche di raccolta dell'ef-
fluente da usare per il controlavaggio e di raccolta dell'acqua di controlavaggio usata è pari a
circa 2.5 volte il volume di un filtro (minore è il numero dei filtri, maggiori sono i volumi di
7-44 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

accumulo richiesti).
Il volume di acqua di controlavaggio richiesto, che, come si è già detto, è mediamente
pari all'8÷10% del volume di acqua trattata giornalmente, può giungere al 20% in presenza di
scarichi anomali o a causa di ripetuti episodi di sovraccarico organico.
Le velocità da applicare durante il controlavaggio sono in media di 50 m/h (sia per l’aria
che per l'acqua di lavaggio) nel caso di filtro a flusso discendente e di 70 m/h per l'aria e di 20
m/h per l'acqua nel caso del filtro a flusso ascendente.
Il fango evacuato ha concentrazioni comprese tra 0.4 e 1.2 gSS/l, con produzione in
ragione di circa 0.4 kgSS per kg di COD rimosso (valore stimato in corrispondenza di un
carico applicato di 6.2 kgCOD/(m3·d) con rimozione del 67%).

f) Considerazioni conclusive

Se da una parte questi tipi di processi rendono possibile l'utilizzo di mezzi di


riempimento a piccola granulometria e, comunque, con alta superficie specifica, dall'altra si
complica sia l'impianto, per la necessità di accumulare effluente di cui disporre per il
controlavaggio, sia la conduzione, che deve essere asservita a cicli automatici di
controlavaggio. In generale, questi tipi di processo non sono particolarmente adatti a
impianti di piccole dimensioni, a causa dei costi di impianto aggiuntivi dovuti alle instal-
lazioni necessarie per il controlavaggio.
Inoltre, il trattamento di scarichi urbani richiede sempre una preliminare sedimentazio-
ne primaria, la quale necessita poi di un trattamento separato di stabilizzazione dei fanghi
prodotti. Per contro i vantaggi dell'adozione di questo tipo di filtri sono i seguenti:
• sistema compatto con un volume per il reattore biologico da 4 a 5 volte inferiore rispetto
ad una vasca a fanghi attivi;
• assenza di sedimentatore secondario;
• avviamento rapido (avendo cura di mantenere il biofilm attivo su qualche unità di riserva
da inserire in caso di necessità).

Tali vantaggi sono assai interessanti per quelle località turistiche, sia costiere che mon-
tane, nelle quali si hanno:

• notevoli oscillazioni stagionali dei carichi inquinanti;


• limitata superficie disponibile per gli impianti di depurazione;
• necessità di realizzare impianti di trattamento al coperto.

10.2. FILTRI BIOLOGICI SOMMERSI A LAVAGGIO CONTINUO

I filtri dinamici a sabbia (Figura 7.29) sono così denominati per il fatto che il letto fil-
trante (in materiale granulare costituito da quarzite o da basalto frantumato, con granulo-
metria di 2÷3 mm) è continuamente ricircolato e sottoposto a lavaggio mediante un air lift
interno o, in talune configurazioni, anche esterno al corpo del filtro. Originariamente con-
cepiti per la rimozione dei solidi sospesi, hanno trovato applicazione anche per la nitrifica-
zione (per la quale è necessario provvedere ad una aerazione supplementare alla base del
letto filtrante) e per la postdenitrificazione con utilizzo di metanolo o acetato come fonte di
carbonio. Non sono invece adatti per la rimozione biologica della sostanza organica da li-
quami grezzi o primari per l'elevata produzione di solidi biologici che possono alterare la re-
golarità del funzionamento del filtro.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-45

Il carico idraulico ottimale indicato dai


costruttori si situa intorno ai 10 m/h, ma il
filtro è in grado di sopportare variazioni
comprese tra 5 e 15 m/h. Sia l'aerazione ad
aria insufflata (nel caso di utilizzo per la nitri-
ficazione) sia la produzione di biomassa di
supero (nel caso della denitrificazione) di-
sturbano l'azione filtrante, impedendo la
produzione di un effluente con tenore di so-
lidi sospesi sotto il limite di 20 mg/l. D'altra
parte si è verificato che è agevole mantenere
l'effluente sotto i 30 mg/l e che il filtro assor-
be le punte di solidi sospesi provenienti, ad
esempio, dai sedimentatori secondari che li
precedono. Va osservato, tuttavia, che, tali
fughe possono ridurre anche notevolmente
la velocità di nitrificazione, in quanto ma-
scherano il biofilm nitrificante che colonizza
Figura 7.29. Schema di un filtro dinamico a i granuli. La ripresa della nitrificazione può
sabbia. avvenire nel giro di qualche ora dopo la ces-
sazione dell'afflusso anomalo di solidi sospe-
si, in funzione della velocità di spurgo dei solidi in eccesso tramite il sistema di lavaggio con
air lift. Nessuna compromissione del processo si è invece riscontrata durante il processo di
denitrificazione.
Grazie all'elevata superficie specifica (oltre 2000 m2/m3) le velocità complessive di rimo-
zione sono elevate (a 20°C: velocità di nitrificazione di oltre 1.5 kg NH4-N/(m3·d) e di denitri-
ficazione di oltre 2 kg NO3-N/(m3·d)).
Il filtro può essere anche utilizzato per la rimozione chimica del fosforo con dosaggio
di agenti coagulanti e precipitanti, poiché il lavaggio continuo del letto rende agevole la ri-
mozione dei fiocchi trattenuti nel mezzo filtrante.
L'adozione di questi filtri è conveniente soprattutto laddove la priorità debba essere
data alle limitazioni d'ingombro. Per la semplicità di conduzione ed i ridotti consumi ener-
getici risultano competitivi con i letti fluidizzati.

10.3. FILTRI BIOLOGICI SOMMERSI SENZA CONTROLAVAGGIO

Si tratta di un
processo sviluppato
all'inizio del secolo
caduto definitiva-
mente in disuso con
l'avvento dei mezzi di
supporto sintetici ad
alto grado di vuoto
per letti percolatori.
Il filtro è costi-
tuito da un mezzo di Figura 7.30. Diagramma di flusso di un impianto a filtri sommersi aerati. Le-
supporto immerso in genda: 1) Trattamenti preliminari; 2) Sedimentazione primaria; 3) Biofiltri
sommersi aerati (1° stadio); 4) Sedimentazione intermedia; 5) Biofiltri som-
una vasca ed aerato mersi aerati (2° stadio); 6) Sedimentazione finale; 7) Pozzetti di estrazione
fanghi; 8) Compressore d’aria.
7-46 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

con diffusori installati sotto il


riempimento stesso (Figura
7.30). Le acque reflue vengo-
no prima sottoposte a sedi-
mentazione primaria. Il pro-
cesso di depurazione biologi-
ca avviene prevalentemente
ad opera del biofilm adeso,
dato che non è previsto un
riciclo dei fanghi dopo il se-
dimentatore secondario. Per
il riempimento vengono uti-
Figura 7.31. Sezione longitudinale di un filtro biologico sommerso
lizzati moduli formati da fogli aerato utilizzato nell’impianto descritto in Figura 7.30.
piani o corrugati oppure
strutture a nido d'ape (Figura
7.31).

In questi filtri gli spazi liberi nel mezzo di riempimento sono sufficientemente ampi per
evitare occlusioni ed operare con un biofilm di spessore più o meno costante nel tempo. Al
vantaggio di evitare la complicazione di lavaggi periodici si oppone lo svantaggio di dover
necessariamente installare una unità di sedimentazione, analogamente ai filtri percolatori
convenzionali, per rimuovere i solidi sospesi costituiti da particelle di pellicola biologica
staccata dai supporti.
Questo processo è stato utilizzato negli Stati Uniti ed in Europa modificando impianti
a dischi rotanti andati fuori uso a causa della rottura dell'asse di rotazione e per i quali non si
volevano ripristinare le apparecchiature esistenti.
Le velocità ascensionali del liquame attraverso i filtri sono in media mantenute a valori
dell'ordine dei 2÷4 m/h. Il carico idraulico elevato contribuisce a ridurre i rischi di cortocir-
cuiti e quindi anche l'intasamento del mezzo di riempimento, inconveniente che non è stato
generalmente riscontrato se i biofiltri sono alimentati con liquame preventivamente sotto-
posto a sedimentazione primaria.
Rispetto ai filtri biologici sommersi in vasche a fanghi attivi, considerati nel successivo
paragrafo, questi filtri non comportano, generalmente, il ricircolo dei fanghi e pertanto de-
vono operare a carichi volumetrici inferiori, dato che la depurazione avviene prevalente-
mente ad opera della sola biomassa adesa.
In generale si può affermare che laddove sia più importante la semplicità di gestione i
filtri biologici senza controlavaggio offrono sufficienti garanzie. A parità di rendimenti di
rimozione degli impianti a fanghi attivi, filtri di questo tipo sono molto più semplici da gesti-
re, in quanto non occorre ricircolare i fanghi per incrementare il tempo di residenza dei so-
lidi biologici nell'impianto ed eventuali problemi di "bulking" o di "rising" possono essere
facilmente risolti senza incidere sostanzialmente sul rendimento di depurazione (basta per
esempio rimuovere più frequentemente i fanghi accumulatisi nelle tramogge dei sedimenta-
tori) .
Viceversa, per gli impianti di maggiori dimensioni, dove è possibile l'installazione di si-
stemi automatici, i filtri biologici che prevedono cicli di lavaggio periodici possono offrire
una soluzione competitiva con i sistemi tradizionali offrendo il vantaggio di non dover ri-
correre alla sedimentazione finale e potendo operare rendimenti di rimozione del 90% a ca-
richi volumetrici anche doppi di quelli di impianti convenzionali a fanghi attivi.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-47

10.4. REATTORI A BIOMASSA ADESA SOMMERSI IN VASCHE AERATE

Sono stati sperimentati schemi di processo nei quali elementi fissi o mobili vengono
introdotti e mantenuti in sospensione in una vasca di aerazione costruttivamente simile a
quella di un processo a fanghi attivi. Il processo è definibile di tipo combinato se opera al-
l'interno di un sistema a fanghi attivi (con ricircolo del fango).
Come elementi fissi si utilizzano moduli costituiti da pannelli di spugna di poliuretano
espanso macroreticolato, oppure moduli costruiti con fogli di materiale sintetico liscio o
corrugato, assemblati in corpi rigidi alveolari (qui di seguito chiamati moduli fissi in plastica).
Gli elementi mobili sono invece costituiti da prismi di ridotte dimensioni (dell'ordine
del centimetro o meno) realizzati in spugna di poliuretano o in materiale rigido.

10.4.1. Filtri sommersi con moduli fissi

a) Moduli in schiuma di poliuretano

Nella vasca di aerazione vengono immersi pacchi di elementi sagomati in schiuma di


poliuretano reticolata, dotata di una porosità del 97%. I poliuretani espansi macroreticolati
sono materiali sintetici a celle aperte costituite da elementi filiformi variamente collegati tra
loro. Essi sono caratterizzati da:
• alta porosità;
• alta stabilità all'idrolisi;
• biodegradabilità praticamente nulla dei polimeri.

Rispetto ad altri materiali naturali o sintetici, nei poliuretani le caratteristiche superficiali


possono essere variate entro un intervallo piuttosto ampio.
Alcune prove sperimentali di nitrificazione condotte per un periodo di circa due anni
su liquame già pretrattato biologicamente hanno tuttavia dimostrato che i pori della struttura
spugnosa si occludono gradualmente, rallentando notevolmente o addirittura impedendo la
circolazione dell'aria e del liquido all'interno dei pori della spugna. Raggiunta l'occlusione
completa (dopo circa dieci dodici mesi il contenuto di solidi sulla spugna si è stabilizzato
intorno a valori dell'ordine di 40 kgSS/m3), la nitrificazione è divenuta instabile, bastando un
lieve incremento del tenore di solidi sospesi o di sostanza organica nel liquame in ingresso
per disattivarla. Ancora più rapida è l'occlusione (e la conseguente perdita di efficienza) nel
caso di processi per la rimozione della sostanza organica dal liquame primario.
Siccome è impossibile ripristinare la funzionalità originaria del mezzo di supporto si
può concludere che la schiuma di poliuretano non è applicabile quale riempimento fisso per
reattori a biomassa adesa per la depurazione delle acque reflue.

b) Moduli fissi in plastica

Sono simili ai filtri considerati nel paragrafo precedente, differendo per la natura del
mezzo di supporto, che è costituito da moduli in materiale plastico analoghi a quelli utilizzati
per i filtri percolatori. I moduli vengono sommersi in vasche a fanghi attivi, e possono esse-
re montati sia al di sotto che al di sopra dei diffusori per l'aerazione.
A differenza del processo descritto al punto precedente, caratterizzato da sola biomas-
sa adesa, questo è un processo combinato a biomassa sospesa e adesa ed è stato proposto
soprattutto per migliorare le prestazioni di impianti sovraccaricati (upgrading).
7-48 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Alcune sperimentazioni non hanno dimostrato miglioramenti significativi nelle presta-


zioni rispetto al processo convenzionale a fanghi attivi. In qualche caso è stato ottenuto un
indice di volume del fango leggermente più elevato nella vasca contenente i filtri rispetto al
sistema a fanghi attivi convenzionale mentre in altri casi la presenza di biomassa adesa ha
migliorato l'indice del fango. In generale l'efficienza di depurazione, espressa come BOD5, è
risultata più stabile per il processo “coadiuvato" dagli elementi filtranti, ma non presenta
benefici tali da giustificarne i costi aggiuntivi.
Inoltre, la presenza di biomassa con elevata età del fango e poco ossigenata (gli spessori
di biomassa sono considerevoli e la penetrazione dell'ossigeno è dell'ordine di 100÷200 mm)
può anche essere causa di sviluppo di forme filamentose (che causano il rigonfiamento o
"bulking" del fango) o nocardioformi (che causano le schiume biologiche). La possibilità che
i supporti possano aumentare il rischio di tali inconvenienti rende assai dubbia la conve-
nienza di adottare questi sistemi nei processi a fanghi attivi.

10.4.2. Reattori aerobici sommersi ad elementi sospesi (letti pseudo fluidizzati)

a) Elementi in plastica rigida

Si tratta di una evoluzione naturale dei processi descritti al paragrafo precedente in


quanto risolve in modo radicale i problemi connessi all'accumulo eccessivo di biomassa sui
supporti, rendendo inutili i dispositivi per la sua rimozione. Il processo è recente, sviluppato
in Norvegia alla fine degli anni '80 e comincia a contare alcune decine di realizzazioni per il
trattamento di liquami domestici e di industrie alimentari. Va sottolineato il fatto che questo
tipo di processo ha conosciuto le prime applicazioni per impianti a servizio di piccole co-
munità in quanto è in grado di risolvere il problema della scadente sedimentabilità dei fanghi
frequentemente riscontrato nei piccoli impianti convenzionali a fanghi attivi ad aerazione
estesa.
Il processo consiste in una vasca di aerazione in cui elementi mobili in plastica rigida di
piccole dimensioni sono mantenuti in movimento dall'aria insufflata. Tali elementi sono op-
portunamente sagomati in modo da non essere intasabili ed offrire al contempo una elevata
superficie specifica. Il massimo grado di riempimento possibile è intorno al 70%, in corri-
spondenza del quale la superficie specifica disponibile per metro cubo di vasca è di circa 350
m2. La vasca di aerazione è seguita da un sedimentatore con la sola funzione di far separare
la biomassa di spoglio, senza necessità di ricircolo del fango. Anche in questo caso, come
per tutti i processi a biomassa adesa, è meglio prevedere una sedimentazione primaria preli-
minare.
Per quanto riguarda la rimozione del carico organico in un unico stadio, il carico volu-
metrico applicabile è dell'ordine dei 4-5 kgCOD/(m3·d), mentre per ottenere la nitrificazione
combinata con la rimozione del carbonio organico in un unico stadio (a 12°C), il carico va
ridotto a meno di 3 kgCOD/(m3·d), mantenendo nel contempo una concentrazione di ossi-
geno disciolto di almeno 5 mg/l. In tali condizioni il tasso giornaliero di azoto nitrificabile è
dell'ordine di 0.3 kgNH4-N/(m3·d). Tassi di nitrificazione fino a 0.8÷0.9 kg NH4-N/(m3·d) (sem-
pre a 12°C) sono ottenibili purché, a parità di carico organico, si mantenga il tenore di ossi-
geno disciolto a valori intorno a 7÷9 mg/l.
Il processo può essere costituito da più vasche in serie, senza sedimentatori intermedi.
In questo caso, essendo la biomassa di ciascuna vasca separata dalle altre, ad ogni vasca cor-
risponde uno stadio biologico diverso. È quindi possibile realizzare una nitrificazione sepa-
rata semplicemente realizzando due vasche in serie. Inoltre, anteponendo una ulteriore va-
sca in testa all'impianto, è possibile ricircolarvi il liquame nitrificato dell'ultimo stadio e di-
sporre di un sistema di denitrificazione e nitrificazione a biomasse separate.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-49

b) Elementi in spugna di poliuretano

Si tratta di un processo a fanghi attivi ad aerazione diffusa nel quale vengono mantenuti
in sospensione dispersa piccoli elementi di poliuretano espanso. In generale questo tipo di
supporto viene utilizzato sotto forma di piccoli elementi prismatici mantenuti in sospensio-
ne nei reattori, e si ha allora un letto pseudo fluidizzato di spugne.
Il problema principale nei processi aerobici che utilizzano questo tipo di supporto è la
formazione di biofilm con spessore eccessivo per cui nella zona centrale degli elementi di
spugna (parallelepipedi o cubi delle dimensioni variabili tra 10 e 25 mm di lato) non si ha più
disponibilità di substrato e di ossigeno, con conseguente formazione di zone anossiche o
anaerobiche.
Inconvenienti di questo tipo si sono rilevati nel caso del processo LINPOR, nel quale i
mezzi di supporto si caricavano di materiale anaerobico al punto da non poter essere man-
tenuti in sospensione nella vasca di aerazione. Tali supporti sono stati rimpiazzati con mezzi
di supporto costituiti da elementi filiformi intrecciati in PVC, che dopo circa quattro anni di
esercizio si sono deteriorati e hanno dovuto essere sostituiti con altri nuovi.
Per evitare i fenomeni di intasamento dei supporti spugnosi, nelle prime sperimenta-
zioni gli elementi di spugna di poliuretano (a forma di cubetti delle dimensioni di 25 x 25 x
12 mm) venivano periodicamente estratti dalla vasca di aerazione e sottoposti ad un energico
trattamento meccanico di pressatura. A causa dei problemi legati alla pressatura questo
schema di processo è stato praticamente abbandonato.
In altre esperienze (per lo più statunitensi) la rimozione della biomassa in eccesso, con-
dizione indispensabile per il successo di questo tipo di processo, è ottenuta passando gli
elementi spugnosi attraverso una pompa a vortice. In questo modo è possibile mantenere la
concentrazione di SS intorno a 100 mg per supporto. Con una densità di circa 55 elementi
per litro, ciò corrisponde ad una concentrazione di biomassa di 5.500 gSS/m3.
Le modifiche da effettuare sull'impianto a fanghi attivi sono minime e si riducono al
montaggio di un setto per trattenere gli elementi nel reattore durante lo scarico della miscela
aerata ed eventualmente di un air lift per la ridistribuzione delle spugne nel reattore.
La stabilità degli elementi di poliuretano risulta essere molto buona, dopo una prima fa-
se di parziale erosione (meccanica) degli spigoli dei cubetti. La loro durata risulta essere del-
l'ordine di alcuni anni e quindi è richiesto un ripristino minimo del riempimento. L'aerazio-
ne a bolle della vasca può essere effettuata con diffusori posti sul fondo oppure localizzati a
bassa profondità. Oltre alla biomassa adesa su supporto spugnoso, è stata osservata la pre-
senza di biomassa sospesa in concentrazione variabile tra 0,9 (estate) e 1.7 kg SS/m3 (inver-
no). Il comparto con gli elementi spugnosi è posto a monte di uno stadio a fanghi attivi tra-
dizionale con concentrazione di biomassa variabile tra 1.8 (estate) e 3.3 kg SS/m3 (inverno).
Il tempo di ritenzione nel comparto con gli elementi spugnosi era compreso tra 0.85 e 1.67
h, mentre nel comparto a fanghi attivi era compreso tra 2.5 e 5 h. In queste condizioni l'im-
pianto, alimentato con liquame primario (BOD5 = 100÷130 mg/l, SST = 50÷70 mg/l; NH4-N =
20÷30 mg/l), si è dimostrato capace di nitrificare durante i mesi estivi (maggio - ottobre) fino
a livelli inferiori a 5 mg/l di azoto ammoniacale e di denitrificare fino a concentrazioni di cir-
ca 5 mg/l di azoto nitrico.
Il processo, nonostante sia stato introdotto nella metà degli anni '80, conta ancora po-
che applicazioni, per lo più statunitensi. Uno dei probabili motivi della scarsa diffusione ri-
siede nella difficoltà di rimuovere la biomassa in eccesso dalla matrice spugnosa e la incerta
convenienza economica che deve essere attentamente valutata in base alla necessità di so-
stituire i supporti ogni 4-5 anni (per l'usura determinata dai passaggi attraverso la pompa a
vortice).
7-50 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

11. LETTI FLUIDIZZATI

Pellicole biologiche di spessore elevato, tipiche dei filtri a letto fisso, sono sede di ele-
vate resistenze diffusive, che, per basse concentrazioni di substrato, possono rallentare con-
siderevolmente le cinetiche globali. Biofilm di piccolo spessore (da meno di 50 µm a non più
di 250 µm) possono essere ottenuti in reattori a letto fluidizzato. In questi reattori, il mezzo
di supporto, solitamente sabbia di pezzatura compresa tra 0.2 e 0.7 mm, viene mantenuta in
sospensione grazie ad una elevata velocità ascensionale (da 10 a 40 m/h) del liquido che flui-
sce lungo il reattore, ottenuta con opportuni flussi di ricircolo. Il letto di sabbia fluidizzato
occupa da 1.5 a 3.5 volte il volume che occuperebbe a riposo. L'entità della velocità ascen-
sionale minima per ottenere la fluidificazione del mezzo di supporto è funzione della dimen-
sione e del peso specifico del granulo e della viscosità del liquido. Le particelle di supporto
non sono pertanto vincolate ad una posizione fissa, ma possono liberamente spostarsi nel
reattore. Velocità ascensionali così alte richiedono reattori di sezione ristretta e con un ele-
vato sviluppo in altezza (sono usuali altezze di 8÷10 m, ma sono stati realizzati reattori alti
fino a 19 m).

11.1. LETTI FLUIDIZZATI BIFASICI

Nei reattori a
letto fluidizzato per Ingresso liquame

processi aerobici, sedimentazione


sabbia
l'ossigeno necessario Fango di
per i processi biologi- supero

ci viene fornito se-


condo due differenti Vasca di
Effluente
O2
modalità: con preos- bilanciamento
portate valvola O2
sigenazione, utiliz-
zando ossigeno puro pompa ricircolo

o aria (letti bifasici) o Reattore biologico pompa di


lavaggio sabbia
a letto fluidizzato
mediante insufflazio-
ne diretta nel letto ossigenatore

fluidizzato (letti trifa-


sici). Figura 7.32. Schema di un impianto a letto fluidizzato con pre-
Il primo metodo ossigenazione.
consiste nella preos-
sigenazione del liquame e dell'effluente di ricircolo in ossigenatori ad elevata efficienza (Fi-
gura 7.32). Il minimo rapporto di ricircolo è determinato in genere dal requisito di soddisfa-
re il fabbisogno stechiometrico di ossigeno necessario per l'ossidazione della sostanza orga-
nica.
Ad esempio, utilizzando ossigeno puro, la concentrazione di saturazione a pressione
atmosferica varia tra 42 e 55 mg/l per temperature comprese tra 10 e 20°C. Si ammetta un
rapporto stechiometrico di 1 g O2/g BOD5 e una portata Q di liquame (m3/h) a 20°C avente
una concentrazione di 120 g BOD5/m3. La portata minima di ricircolo (Qr) che soddisfa il
fabbisogno di O2 può essere calcolata in base al bilancio di ossigeno:
ossigeno fornito = ossigeno richiesto
Ammessa una concentrazione di ossigeno di 40 mg/l ottenibile nell'ossigenatore e am-
messo di ossidare tutto l'azoto ammoniacale, il rapporto di ricircolo risulta:
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-51

(Q + Qr)·40 = Q·120·1
da cui:
r = Qr / Q = (120·1·40)/40 = 2
Fissata la velocità ascensionale minima per assicurare un corretto funzionamento si
determina poi la sezione trasversale del reattore. In realtà, dovendosi tenere conto anche
della richiesta di ossigeno per la respirazione endogena della biomassa, e per necessità ope-
rative che possono imporre velocità ascensionali decisamente maggiori di quelle minime ne-
cessarie per la fluidizzazione, i rapporti di ricircolo necessari possono anche essere superiori.
I carichi organici applicati per ottenere rendimenti di rimozione del 90% sono dell'ordine di
5 kg BOD5/(m3·d), e quindi assai superiori a quelli degli impianti a fanghi attivi. Ciò perché la
concentrazione di biomassa può giungere a valori di 20 gSS/l ed essere tutta attiva, in quanto
distribuita in un biofilm dello spessore di poche decine di mm, totalmente penetrato
dall’ossigeno. L’ordine di reazione è pertanto pari a zero ed è direttamente proporzionale
alla concentrazione di ossigeno disciolto.
L'applicazione dei letti fluidizzati bifasici per il processo di nitrificazione non è conve-
niente a causa degli alti rapporti di ricircolo necessari anche utilizzando ossigeno puro.
Con un rapporto stechiometrico di 4.3 g O2/g NH4-N e una portata Q di liquame (m3/h)
a 20°C avente una concentrazione di 50 gNH4-N/m3, il rapporto di ricircolo (Qr/Q) calcolato
in base al bilancio di ossigeno risulta di 4.4. In realtà, dovendosi tenere conto anche della ri-
chiesta di ossigeno per la rimozione della sostanza organica, compresa la respirazione endo-
gena della biomassa, e necessità operative che possono imporre velocità ascensionali deci-
samente maggiori di quelle minime necessarie per la fluidizzazione, i rapporti di ricircolo ne-
cessari possono anche essere superiori (fino a 10:1).
Utilizzando ossigenatori profondi fino a 20 m è possibile sfruttare la pressione idrosta-
tica del liquido e ottenere concentrazioni fino a 60 mgO2/l. In tal caso il rapporto di ricirco-
lo, può essere ridotto ma, perché ciò sia compatibile con la velocità ascensionale minima, i
reattori risultano di forma assai allungata
(rapporto tra altezza e diametro dell'ordine
di 12÷15 volte). aria
Allo stato attuale, impianti a letto flui- abbattimento
schiume
dizzato a piena scala con preossigenazione degasaggio
sono stati impiegati soltanto per il tratta-
mento di liquami industriali, laddove esigen-
ze di spazio impongono la realizzazione di scarico L effluente
impianti poco ingombranti. Infatti, poiché i comparto di
sedimentazione L+S
tempi di ritenzione nei letti fluidizzati per
anello di L+S+G
l'ossidazione della sostanza organica sono degasaggio
air-lift secondario
per il ricircolo del
dell'ordine dei minuti, in questi casi l'impie- mezzo di supporto
go dei letti fluidizzati può essere una delle
soluzioni proponibili.
Buone possibilità di applicazione sono S S
ipotizzabili per i letti fluidizzati bifasici anos- air-lift
sici per la denitrificazione con dosaggio di principale

substrato carbonioso esterno (metanolo e liquame in


acetato). Poiché il processo è condotto ad ingresso

alto carico (dell'ordine di 8÷10 kg N/(m ·d)), 3

è necessario prevedere un degasatore a valle ARIA


con lo scopo di liberare le bolle di azoto e di
strippare l'anidride carbonica disciolta per Figura 7.33. Letto fluidizzato con air-lift interno
evitare di consumare inutilmente l'alcalinità (reattore BAS, Università di Delft, NL).
7-52 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

del liquame, necessaria per la nitrificazione.

11.2. LETTI FLUIDIZZATI TRIFASICI

Se si effettua la preaerazione insufflando aria atmosferica, la concentrazione di ossigeno


ottenibile nel liquame difficilmente supererà i 12 mg/l ed i rapporti di ricircolo saranno anche
5 o 6 volte superiori a quelli visti per l'alimentazione con ossigeno puro. A ciò si può ovviare
insufflando aria direttamente nel letto fluidizzato.
I vantaggi possibili con questo sistema d'aerazione sono ovvi:
• la possibilità di utilizzare l'aria atmosferica, il cui unico costo è l'energia elettrica per azio-
nare i compressori;
• la semplicità impiantistica;
• i consumi energetici contenuti, potendosi operare con minori rapporti di ricircolo, so-
prattutto nel caso della nitrificazione.

Le pochissime esperienze di letto fluidizzato trifasico (fase solida = biofilm, sede delle
reazioni biochimiche; fase liquida = liquame; fase gas = insufflazione d'aria direttamente nel
letto) sono state effettuate soltanto a scala di laboratorio e hanno evidenziato notevoli pro-
blemi, in primis il trascinamento dei solidi sospesi nell'effluente, che impone una sedimenta-
zione finale a valle del reattore. Inoltre, la notevole turbolenza provocata dall'aria provoca
disomogeneità di flusso nel reattore con formazione di grumi di sabbia e biofilm, in grado di
impedire il regolare funzionamento del reattore.
Per ovviare a questi inconvenienti sono stati recentemente proposti alcuni nuovi pro-
cessi a letto fluidizzato con ossigenazione ad aria, con varie denominazioni a seconda delle
ditte costruttrici: "Biofilm Airlift Suspension (BAS) Reactor", sviluppato presso l'Università
di Delft, NL (Figura
7.33), "Biolift" svilup-
pato a Nancy dalla ditta liquame in ingresso
francese OTV (Figura vasca a livello
costante
7.34).
Le sperimentazioni effluente
a piena scala hanno di- ricircolo interno
mostrato di aver risolto (liquame +
supporto)
sedimentatore
a lamelle
il problema della ecces-
siva turbolenza canaliz-
air-lift (diametro ricircolo del
zando il flusso aerato. Si variabile da supporto
0,5 a 1,2 m)
tratta tuttavia di processi insufflazione
diretta
di cui sono stati realizzati
aria per
solo alcuni prototipi a scarico air-lift
fango di supero
scala industriale per i
quali mancano ancora
significative esperienze Figura 7.34. Schema del reattore a letto fluidizzato circolante “Biolift”
di durata sufficiente per (prototipo OTV, Francia 1993). Supporto: sabbia quarzifera
valutare anche le impli- (Ø=0.2÷0.6 mm); diametro 3.8 m; altezza 10 m; velocità ascensio-
3
nale nel reattore = 80 m/h; portata trattata: 100 m /h; portata d’aria
cazioni sul funziona- nell’air-lift: 100÷400 Nm3/h; aria insufflata direttamente: da 0 a 500
mento e sulla gestione a Nm3/h; ricircolo interno: 500÷1000 m3/h.
lungo termine.
Capitolo 8

LA DISINFEZIONE DEI LIQUAMI DEPURATI:


MODELLI E PROCESSI

1. RICHIAMI DI IGIENE APPLICATA

I microrganismi possono essere classificati come saprofiti o come patogeni L'uomo


elimina, assieme alle feci, una enorme quantità di microrganismi intestinali, costituiti da sa-
profiti e patogeni: i saprofiti intestinali costituiscono la grande maggioranza dei microrgani-
smi evacuati e alcuni di essi, costantemente presenti e abbondanti nelle feci, sono stati as-
sunti come indice dell'inquinamento fecale.
La presenza dei patogeni è correlata alle condizioni epidemiologiche della popolazione,
e quindi molto variabile, ma in ogni caso il loro numero è molto inferiore a quello dei sapro-
fiti intestinali.
In particolare gli agenti patogeni di interesse specifico sono rappresentati da virus (en-
terovirus, epatite A, ecc.), batteri (tifo, paratifo, dissenteria, colera), protozoi ed elminti. Vi-
ste le caratteristiche di questi organismi emergono subito alcune osservazioni di tipo pro-
gettuale:
• la disinfezione, qual è comunemente intesa, è efficace solo nei confronti di batteri e virus;
• la protezione dei corpi idrici e degli eventuali utilizzatori delle loro acque dalla presenza di
protozoi e/o uova di elminti contenuti nelle acque di rifiuto si deve invece basare su una
buona fase di sedimentazione finale, meglio se seguita da una filtrazione su sabbia.

2. CENNI ALLA TEORIA DELLA DISINFEZIONE

In un processo di disinfezione numerose sono le caratteristiche importanti che l'agente


disinfettante dovrebbe presentare; il disinfettante ideale dovrebbe infatti essere:
• efficace a dosi molto limitate e con largo spettro d'azione sui vari microrganismi;
• dotato di azione molto rapida (piccole vasche di contatto) e persistente nel tempo;
• privo di tossicità residua (diretta e indiretta);
8-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

• facilmente dosabile e conservabile sotto forma di reattivo concentrato per lunghi periodi;
• di facile impiego (meglio se in automatico) e senza rischi per gli operatori;
• utilizzabile sia per piccole che grandi portate, senza necessità di particolari accorgimenti;
• economico sia in fase di produzione, sia durante l'esercizio d'impianto.

2.1. FATTORI CHE INFLUENZANO LA DISINFEZIONE

2.1.1. Natura del microrganismo

Il tipo e lo stato del microrganismo (ad esempio capsulato o non, allo stato vegetativo
o insporato) possono condizionare fortemente i risultati della disinfezione e alcuni micror-
ganismi sono più facilmente attaccabili di altri o più sensibili a determinati agenti. Anche il
loro numero e la loro distribuzione incide evidentemente sul risultato finale, come per
esempio il fatto che i microrganismi abbiano colonizzato o meno, i solidi sospesi presenti.

2.1.2. Natura del disinfettante

Il tipo, la concentrazione, la distribuzione del disinfettante e la formazione di sotto


prodotti attivi sono evidentemente condizioni di grande importanza da valutare caso per ca-
so; un piccolo aumento di concentrazione o una migliore miscelazione iniziale possono in-
crementare molto l'efficacia del processo.

2.1.3. Condizioni al contorno

Una volta individuati i microrganismi indicatori su cui tarare il processo e scelto l'agente
disinfettante, i parametri ambientali che condizionano il processo sono diversi:
• pH: influisce sia sui microrganismi, che sull'attività del disinfettante prescelto (processi
chimici di disinfezione), ad esempio modificando il grado di ionizzazione o promuoven-
do reazioni di trasformazione;
• temperatura: l'efficacia del processo è influenzata sensibilmente dalla temperatura;
• tempo di contatto: è, insieme alla concentrazione attiva di disinfettante, il parametro più
importante;
• presenza di altre sostanze: la presenza di solidi sospesi, di sostanza organica, ecc. può
influenzare negativamente il risultato della disinfezione;
• livello di miscelazione: una buona miscelazione iniziale, con un elevato gradiente medio
di velocità e tempi di ritenzione di poche decine di secondi, consente di distribuire uni-
formemente il disinfettante nell'acqua e di favorire il successivo processo di contatto;
• tipo di contatto: i disinfettanti persistenti richiedono bacini di contatto con flusso a pi-
stone (plug flow), quali canali a chicane con rapporto lunghezza/larghezza > 40, preferi-
bilmente dotati di pochi setti lunghi; usando invece ozono si ottiene automaticamente
una miscelazione completa.

2.2. MECCANISMI E MODELLI DI DISINFEZIONE

I disinfettanti di uso comune nel trattamento delle acque (cloro, cloro derivati, ozono,
raggi UV) attaccano i microrganismi attraverso meccanismi diversi e spesso combinati tra lo-
ro; possono essere ricondotti ad espressioni analitiche capaci di legare tra di loro i vari ter-
mini (dose attiva, tempo di contatto, numero di microrganismi).
Cap. 8 Ÿ La disinfezione dei liquami depurati: modelli e processi Ÿ 8-3

Un primo approccio è stato quello di estendere anche ai trattamenti di disinfezione la


validità della ben nota legge di Chick (dN/dt = -k·N), che fornisce la rappresentazione analitica
dei fenomeni di scomparsa; si ricorda che tale relazione vale nel caso di:
• unica specie di microrganismi;
• unico agente disinfettante, che eserciti un'azione costante nel tempo;
• dispersione uniforme di entrambi;
• assenza di sostanze che determinino consumo immediato di disinfettante.
Tutto ciò dovrebbe essere inglobato nella costante di scomparsa k, tabulata per dosi
diverse di ogni disinfettante. Purtroppo però solo pochi disinfettanti (in pratica solo i raggi
UV) hanno un comportamento lineare e si è allora cercato di compensare tale situazione con
l'introduzione di un fattore s; ciò porta a trasformare la relazione di Chick nella:
ln (N/N0) = - k·tc·s (8.1)
con s>1 se l'efficienza cresce continuamente con il tempo di contatto tc , e s<1 se, al contra-
rio, il tasso di mortalità cresce sempre meno intensamente con tc ; il fatto però che la dose
efficace di disinfettante non appaia esplicitamente rende difficile applicare la legge di Chick,
anche così modificata.
In via del tutto generale, si può cercare di sintetizzare la questione dei modelli teorici di
disinfezione facendo riferimento al tipo di meccanismo con cui agisce l'agente disinfettante:
A. Per i disinfettanti chimici la relazione più generale è la:
Cna ⋅ t mcp = cos tan te (8.2)
ove Ca rappresenta la concentrazione realmente attiva sui microrganismi, avendo già tenuto
conto dell'effetto delle sostanze che possono consumare disinfettante, e tcp è il tempo ne-
cessario ad ottenere un certo abbattimento percentuale della carica microbiologica; n ed m
sono parametri numerici che tengono conto, per un dato disinfettante e per un dato mi-
crorganismo, dell'influenza della concentrazione e del tempo di contatto.
B. Per i disinfettanti fisici (in pratica soltanto i raggi UV) è invece possibile continuare a
fare riferimento ad una semplice cinetica del primo ordine (Chick) ove l'effetto disinfettante
può essere quantificato, con certe relazioni, all'interno della costante k. Ad esempio la rela-
zione teorica può divenire in questo caso, con k = k*·I:
*
N = N0 exp (-k ·I·tc) (8.3)
ove i simboli hanno il significato noto ed I è l'intensità di radiazione.

3. I TRATTAMENTI DI DISINFEZIONE APPLICABILI

Da un punto di vista generale un buon processo di disinfezione deve essere in grado di


inattivare nel minore tempo possibile praticamente tutti gli agenti patogeni utilizzando basse
dosi e senza provocare la formazione di residui o sottoprodotti potenzialmente dannosi per
le acque del ricettore finale.
Una classificazione semplice è la seguente:
• disinfezione a mezzo di agenti chimici: cloro in varie forme (cloro gas, ipocloriti, bios-
sido di cloro), ozono, acido peracetico, ecc.
• disinfezione a mezzo di agenti fisici (in pratica solo i raggi UV, anche se sono state con-
dotte prove su altri metodi).
Gli impianti per piccole comunità sono caratterizzati da alcune ben note specificità di
cui si deve tener conto anche per quanto concerne la fase di disinfezione; tra le principali si
citano:
8-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

• forti fluttuazioni di portata o di


carico;
• conseguente variabilità dell'ef-
fluente in uscita nel tempo;
• assoluta necessità di sistemi af-
fidabili e con ridotta richiesta
di sorveglianza;
• operazioni di esercizio e ma-
nutenzione quanto più possi-
bilmente semplificate e ridotte;
• costi di impianto e di esercizio
ragionevoli.
Visti gli elevati indici di co-
sto, l’impiego di cloro e ozono è
sconsigliato per questo tipo di Figura 8.1. Andamento del cloro residuo ClR, in funzione della
impianti, dove i raggi UV sembra- cloro-dose CID; sono riportate due curve di break-point reali, rife-
no essere la prima alternativa. rite all’effluente di uno stesso impianto biologico di depurazione,
per due diverse concentrazioni di ammoniaca in ingresso.

3.1. CLORAZIONE

È opportuno precisare che solo i composti del cloro che contengono cloro-attivo han-
no proprietà disinfettanti; sono perciò applicati: il cloro gassoso, il biossido di cloro, gli ipo-
cloriti.
Quando il cloro (o un suo composto) si scioglie nell'acqua, esso viene rapidamente
idrolizzato, formando acido cloridrico ed acido ipocloroso, secondo una reazione del tipo:
Cl2 + H2O ←→ H+ + Cl− + HClO

L'acido ipocloroso, formatosi a seguito di questa reazione di idrolisi, a sua volta ionizza
nel seguente modo:
HClO ←

pH
→ H+ + ClO−
con formazione di ioni idrogeno e di ioni ipoclorito. Questa seconda reazione, come del re-
sto la prima, è reversibile, ed il suo verso dipende dal pH dell'acqua; la reazione si sposta ver-
so destra per valori di pH piuttosto alti e viceversa per pH bassi.
L'azione battericida è da imputare ad HClO a cui appunto si attribuisce l'inibizione degli
enzimi essenziali al metabolismo cellulare e la distruzione dei costituenti cellulari. Poiché i
liquami hanno di solito pH superiore a 6-7 si deduce che il cloro è di norma presente du-
rante il processo di disinfezione sia sotto forma di acido ipocloroso che di ioni ipoclorito.
Oltre che dal pH, la percentuale dell'una o dell'altra delle due forme dipende anche dalla
temperatura, seppur in minor misura.
Il cloro possiede un'elevata attività chimica per cui, oltre alle reazioni di idrolisi prima
riportate, la sua introduzione nell'acqua produce un complesso di reazioni che interessano
sia la frazione organica, che quella inorganica.
La presenza di sostanza organica, di ione ammonio e di sostanze ossidabili (anche inor-
ganiche) in grado di reagire con il cloro per formare prodotti analiticamente titolabili come
cloro residuo, provoca la situazione descritta dalla ben nota curva di break point (Figura
8.1).
Se si opera, come accade di solito, a pH debolmente basico (un tipico liquame ha un pH
attorno a 7,4), nel tratto iniziale di curva crescente sarà presente quasi esclusivamente mo-
noclorammina; in seguito, aumentando la clorodose, il cloro aggiunto reagirà con i cloro-
Cap. 8 Ÿ La disinfezione dei liquami depurati: modelli e processi Ÿ 8-5

composti instabili presenti (quali le clorammine) demolendoli progressivamente, ma non


attaccherà quelli stabili. Nel punto di minimo (break point) restano solo eventuali cloro
composti stabili, ma non attivi, e ogni ulteriore aggiunta di cloro porta ad un equivalente
aumento del cloro residuo, come cloro residuo libero.
Nelle normali condizioni di funzionamento sull'effluente di un impianto di depurazione
è presumibile che si operi ben lontani dal break point e che le clorammine formatesi venga-
no poi parzialmente idrolizzate, dando nuovamente luogo ad HClO con effetto disinfettante.
L'eventuale declorazione, richiesta quando il cloro attivo supera la CMA (concentrazio-
ne massima ammissibile) prevista dalla legge (0,2 mg/l) si effettua dosando sostanze riducenti
quali anidride solforosa, solfito di sodio, bisolfito di sodio, oppure mediante adsorbimento
su carbone attivo o passaggio su stagni di finissaggio. Altre possibilità di declorazione sono
gli stagni biologici e l'adsorbimento su carbone attivo.

3.1.1. Dosaggio e contatto

Come si è già accennato i prodotti in grado di mettere a disposizione cloro attivo mag-
giormente utilizzati, anche per i piccoli impianti di depurazione, sono: Ca(ClO)2 e NaClO. Il
primo si trova in commercio sotto forma di cloruro di calce, che è una miscela di ipoclorito
e cloruro di calcio, mentre il secondo (ottenuto per via elettrolitica dall'ordinario cloruro di
sodio) è normalmente disponibile in soluzione.
L'ipoclorito di sodio è più stabile del cloruro di calce (il cui contenuto in cloro efficace
cala piuttosto rapidamente all'aumentare della temperatura e umidità ambientali, e quindi ri-
chiede precauzioni nello stoccaggio ed una accurata titolazione prima dell'uso) e quindi,
benché contenga in partenza una minore quantità di cloro attivo è solitamente più usato.
Di norma, su liquami già depurati biologicamente, le concentrazioni di cloro attivo im-
piegate sono < 10 mg/l, ed è opportuno prevedere una specifica operazione di miscelazione
rapida.

3.2. RAGGI ULTRAVIOLETTI

Un'altra possibile soluzione per la disinfezione dei liquami fa riferimento all'impiego


della radiazione ultravioletta generata da lampade a vapori di Hg (sono presenti anche gas
rari), sia a bassa, che a media pressione. Alle lunghezze d'onda λ=240-280 nm, i raggi UV so-
no in grado di danneggiare gli acidi nucleici cellulari e la scomparsa batterica, a parità di
tempo di esposizione, dipende dall'intensità di irraggiamento (mW·cm2).
Il decadimento dell'intensità di radiazione (mW/cm2) viene descritto, in funzione del ti-
po e della trasparenza del mezzo attraversato, da una legge di tipo:
I = I0 ⋅ e− K uv ⋅H (8.4)
dove I0 è l'intensità iniziale di radiazione, I quella rilevabile a distanza H dalla sorgente ra-
diante e Kuv è il fattore di assorbimento e decadimento. Per evitare lunghi tempi di con-
tatto e ridurre i problemi connessi all'omogenea ripartizione della radiazione, è oppor-
tunità operare con distanze mutue tra le lampade non superiori a 25-30 cm.
L'efficienza della disinfezione può essere influenzata dalla presenza di solidi sospesi che
tendono a mascherare i microrganismi dalla radiazione. Va ricordato però che i valori in
uscita dal serbatoio di contatto possono talvolta peggiorare nel tempo in seguito all'esposi-
zione alla luce visibile; infatti in tali condizioni è possibile provocare un effetto di fotoriatti-
vazione, essendo alcune cellule capaci di riparare i danni subiti dal proprio DNA durante l'ir-
radiazione.
8-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

In genere, già per dosi radianti piuttosto limitate è possibile raggiungere livelli di rimo-
zione dei colifecali dell'ordine del 99,9%.

3.3. ALTRI SISTEMI DI DISINFEZIONE PROPONIBILI

3.3.1. Acido peracetico

Il PAA è un prodotto instabile (soprattutto nelle soluzioni diluite), ottenuto dalla re-
azione tra acido acetico ed acqua ossigenata e commercializzato sotto forma di soluzione
contenente concentrazioni diverse di PAA, H2O2, CH3COOH e H2O (ad esempio: 15%, 23%,
17%, 45% rispettivamente).

3.3.2. Calce

L'impiego della calce in dosi tali da portare il liquame a pH>11,5 consente anche a bassa
temperatura, oltre ad una rimozione consistente della sostanza organica residua, dei SST e
dei fosfati anche un efficace abbattimento della carica microbiologica.

4. CONCLUSIONI

La peculiare situazione della disinfezione dei liquami prodotti da piccoli impianti di de-
purazione può essere così sintetizzata:
• non tutti i sistemi più diffusi di disinfezione sono ragionevolmente applicabili, soprat-
tutto a causa di problemi di esercizio ed economici;
• tra i metodi consolidati proponibili, gli ipocloriti - con previsioni per la declorazione - ed,
in alternativa, la radiazione UV sembrano essere particolarmente idonei al settore dei pic-
coli impianti;
• nel caso di piccoli impianti, soprattutto se operanti in zone a clima freddo, l'impiego della
calce può essere preso in seria considerazione;
• tra le nuove opzioni di trattamento, un certo interesse sembrano rivestire l'acido perace-
tico (per il quale devono però essere ancora verificati alcuni aspetti, tra cui quello relativo
agli effettivi costi di esercizio) e, almeno nelle località meteorologicamente più idonee,
anche il metodo basato sulla disinfezione fotodinamica;
• dal punto di vista dei costi di esercizio la clorazione con ipoclorito appare essere tuttora il
metodo più economico, ma, almeno per potenzialità di poche migliaia di abitanti equiva-
lenti, i raggi UV sembrano essere competitivi e talora economicamente vantaggiosi.
Capitolo 9

ALTRI TRATTAMENTI

1. LAGUNAGGI

1.1. CARATTERISTICHE GENERALI

Una soluzione tecnicamente ed economicamente valida per impianti delle piccole co-
munità, fino a qualche migliaio di abitanti equivalenti, preferibilmente con climi caldi o tem-
perati è rappresentata dagli stagni biologici, detti anche lagunaggi, che sono la prima e più
diretta applicazione tecnologica del fenomeno di autodepurazione che si svolge nei corpi
idrici.
Sostanzialmente si tratta di grandi bacini dove liquami di natura essenzialmente organi-
ca vengono aggrediti da microrganismi, costituiti principalmente da microalghe e batteri sa-
profiti. In genere viene richiesta un'ampia disponibilità di superficie, ed inoltre è notevole
l'influenza esercitata dalla temperatura sulle cinetiche dei processi biologici.
Quanto detto vale per scarichi di origine civile o prevalentemente civile. Di fatto le ap-
plicazioni con stagni biologici possono essere estese anche ai reflui industriali, purché questi
siano caratterizzati da una significativa presenza di sostanza organica e non contengano so-
stanze inibenti l'attività batterica.
Gli lagunaggi, oltre ad essere un'alternativa ai tradizionali impianti di trattamento, pos-
sono altresì essere di finissaggio, cioè con lo scopo di migliorare le caratteristiche degli ef-
fluenti, anche di impianti tradizionali di depurazione.
Possono individuarsi, in base al particolare fenomeno biologico e perciò ai particolari
microrganismi che vengono deputati alla depurazione del liquame, i lagunaggi anaerobici, fa-
coltativi, aerobi, aerobi con ricircolo, aerati e aerati facoltativi.

Lagunaggi anaerobici

Sono quelli più profondi (3÷5 m) e più carichi di sostanza organica; in un tale ambiente
privo di luce e di ossigeno i processi depurativi che si instaurano sono esclusivamente anae-
robici. I rendimenti raramente superano l'80% in termini di rimozione di BOD.
9-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Lagunaggi facoltativi

Hanno una profondità intermedia (0.7÷1.5 m) ed un carico di sostanza organica più ri-
dotto rispetto ai lagunaggi anaerobici. Nelle vicinanze della superficie si instaura un am-
biente aerobico (fermentazione aerobica e fotosintesi), mentre in prossimità del fondo si
sviluppano condizioni anaerobiche. L'interfaccia fra le due condizioni varia anche nel corso
della giornata anche in relazione all'irraggiamento solare. I rendimenti arrivano anche ad ol-
tre il 90% sul BOD.

Lagunaggi aerobici

Sono poco profondi (0.3÷0.5 m) con bassi carichi organici: di conseguenza richiedono
una grande disponibilità di superficie. L'ambiente è completamente aerobico ed il rendi-
mento sul BOD può anche superare il 90%.

Lagunaggi aerobici con ricircolo

Hanno un sistema di ricircolo dell'effluente in modo da poter alimentare il lagunaggio


aerobico in questione con carichi organici superiori, riducendo così le aree impegnate.

Lagunaggi aerati

Sono lagunaggi abbastanza profondi (3 m circa) e mantenuti per tutta la loro profondità
in condizioni sempre aerobiche grazie ad un sistema di aerazione. I carichi organici sono alti
ed i rendimenti depurativi sul BOD sono dell'ordine del 90%.

Stagni aerati facoltativi

Sono lagunaggi analoghi a quelli aerati completamente, in cui però l'ambiente aerobico
è garantito solo fino ad una certa profondità per mezzo di aeratori, generalmente di superfi-
cie, e vengono alimentati con carichi organici alti; consentono di ottenere rendimenti depu-
rativi fino ad oltre il 90% in termini di BOD.

1.2. FATTORI CHE INFLUENZANO I PROCESSI BIOLOGICI NEI LAGUNAGGI DI


DEPURAZIONE

1. Fattori biologici: i processi biologici fondamentali che possono avere luogo nei lagu-
naggi sono: la fotosintesi, l'ossidazione aerobica, la decomposizione anaerobica, l'azione
fagotrofa dei predatori (invertebrati come rotiferi, protozoi ed altro che si nutrono di
batteri, alghe, solidi sospesi).
2. Fattori idraulici: il bilancio idrico in uno stagno biologico è espresso da:
Qe + pm + i = Qu + pe + e (9.1)
con Qe e Qu rispettivamente portata in entrata ed in uscita, pm precipitazione meteorica,
pe percolazione, i infiltrazione, e evaporazione.
3. Fattori chimici: la presenza di composti inorganici tossici alla vita algale e batterica deve
essere evitata o comunque limitata al massimo. Le variazioni di pH sono invece soppor-
tate in un campo di oscillazione piuttosto ampio (6÷9) dato il notevole potere tampone
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-3

delle acque presenti nel lagunaggio. La composizione del liquame in ingresso nel lagunag-
gio dovrebbe inoltre rispettare le esigenze stechiometriche nutrizionali ed energetiche
delle cellule batteriche ed algali che praticamente richiedono un rapporto C:N:P = [Link]
oltre alla presenza di altri oligoelementi.
4. Fattori climatici: l'elemento climatico che maggiormente incide sui processi di trasfor-
mazione che avvengono in un lagunaggio è la temperatura. Questa deve essere intesa pe-
rò come temperatura del liquame e non dell'atmosfera. Altri elementi climatici importanti
sono l'evaporazione, che risente molto degli sbalzi stagionali, e il vento. A proposito della
ventilazione, la sua presenza è auspicabile poiché favorisce il rimescolamento e permette
di incrementare l'ossigenazione attraverso l'interfaccia aria-acqua. Infine un fattore non
trascurabile è dato dall'intensità delle precipitazioni meteoriche.
5. Fattori fisici: l'elemento centrale è ancora la temperatura del liquame per quanto prece-
dentemente detto. Un altro fattore importante è rappresentato dall'eventuale aerazione
dello stagno.

1.3. CRITERI DI DIMENSIONAMENTO

I parametri che occorre prendere in considerazione per la realizzazione di un lagunag-


gio, sono, come verrà definito meglio in seguito, essenzialmente il tempo di ritenzione
idraulica, il carico idraulico, la profondità, il ricircolo, la forma e la dimensione dello stagno
ed i sistemi di alimentazione e di efflusso.

1.3.1. Dimensionamento dei lagunaggi anaerobici

Una volta fissata la profondità, il volume si ottiene utilizzando il carico volumetrico Cv ,


in kg BOD/(m3·d) ed il carico organico effettivo Co in kg BOD/d:
V = Co/Cv (9.2)
Valori abituali di Cv oscillano fra 0.015 e 0.025 ottenendo rendimenti dell'ordine del
60% se la temperatura è almeno di 10°C. Una scelta progettuale importante, è la localizza-
zione del sito dell'impianto, meglio se disposto sottovento e lontano dalle abitazioni, per i
cattivi odori che si possono sviluppare.

1.3.2. Dimensionamento dei lagunaggi aerobici

La profondità di tali lagunaggi deve essere limitata a poche decine di centimetri. Fissata
la profondità si procede con la determinazione della superficie dello stagno. Questa viene
determinata facendo uso di Cs , carico organico superficiale espresso come kg BOD/(ha·d):
S = Co/Cs (9.3)
Sono stimati rendimenti superiori al 90% in termini di BOD, utilizzando carichi superfi-
ciali oscillanti fra 20 e 30 kg BOD/(ha·d), a secondo delle condizioni termiche di esercizio.

1.3.3. Dimensionamento dei lagunaggi facoltativi

Sono bacini di media profondità (fra 0.7 e 1.5 m). Anche in tal caso, fissata la profon-
dità, si procede alla determinazione della superficie dello stagno, utilizzando il carico superfi-
ciale Cs , molto legato alle condizioni termiche. Alcuni autori utilizzano per il dimensiona-
mento di questi lagunaggi la cinetica dei reattori completamente miscelati, approssimata al
9-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

primo ordine di reazione (vedi Capitolo 5), determinando il volume V (m3) come segue:
V = (Q/Kt)·(S0/Se - 1) (9.4)
con:
S0 e Se = rispettivamente concentrazioni del substrato in entrata ed in uscita [mg/l];
Q = portata [m3/d];
Kt = costante cinetica di reazione dipendente dalla temperatura T e espressa dimensional-
mente come tempo-1:
Kt = 0.03·1.085·exp(T-35) (9.5)

1.3.4. Dimensionamento dei lagunaggi aerati

La profondità viene assunta attorno a 3 m, mentre il volume V (m3) può essere ricavato
tramite la cinetica di Monod:
Q
V= (9.6)
µ ⋅ S e /( K s + S e ) − b h
con:
Q = portata [m3/d];
µ = velocità massima di crescita batterica [1/giorni];
Ks = costante di semisaturazione del substrato;
Se = concentrazione di substrato in uscita [mg/l];
bh = costante di scomparsa batterica [1/giorni].

Il fabbisogno di ossigeno ∆O2 (kg/d) è calcolabile come segue:


∆O2 = a·(S0 - Se)·Q + b·V·x (9.7)
con:
a= coeffciente di respirazione attiva (0.5 per liquami domestici);
b=coefficiente di respirazione endogena (0.1 giorni-1 per liquami domestici).

1.3.5. Dimensionamento dei lagunaggi aerati facoltativi

Sostanzialmente si procede come per i lagunaggi completamente aerati. Per i lagunaggi


aerati facoltativi però, gli organi di aerazione hanno solo la funzione prevalente di fornire
ossigeno nella parte superficiale del bacino, il che vuol dire che nelle zone periferiche e sul
fondo potrà non essere presente ossigeno disciolto. Per il calcolo del volume si procede
come per i lagunaggi completamente aerati. In tal caso è leggermente maggiore l'incidenza
della temperatura, tanto che la costante Kt di biodegradazione viene calcolata con un coeffi-
ciente di trasformazione più elevato:
Kt = 0.04·1.085·exp(T-35) (9.8)
A parità di rendimento gli stagni aerati facoltativi hanno un volume superiore rispetto a
quelli completamente aerati.

1.3.6. Dimensionamento dei lagunaggi ad accumulo

Supponendo di essere nel caso in cui l'intervallo fra due scarichi sia superiore a 6 mesi e
in una zona in cui gli odori non costituiscano un problema è conveniente (soprattutto eco-
nomicamente) ricorrere ad uno stagno anaerobico, eventualmente seguito da uno stagno
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-5

piccolo aerato alimentato in continuo dallo stagno


ad accumulo. Nel caso invece di scarichi saltuari di
piccola entità ed eventualmente nel caso si richie-
da il controllo degli odori, si può scegliere di rea-
lizzare un lagunaggio aerato facoltativo ad accu-
mulo.

1.3.7. Dimensionamento dei lagunaggi in


serie

Questa soluzione è tanto più valida quanto


più concentrato è il liquame influente e/o quanto
più rilevanti sono le portate. Il ricorso a lagunaggi
in serie consente sensibili economie di spazio a Figura 9.1. Schemi di configurazioni di alimentazioni
e di efflusso.
parità di rendimento globale. La scelta dello
schema viene effettuata soprattutto in relazione al
carico organico. Il primo stadio è quasi sempre anaerobico (preferibile economicamente se
non sussistono problemi di cattivi odori) o aerato, perché questi consentono di operare con
carichi maggiori, con funzione di sgrossatura ed omogeneizzazione.

1.3.8. Intervento sugli effluenti

Serve per ridurre l’elevato tenore di solidi sospesi. Normalmente si utilizzano i seguenti
accorgimenti: l'uso di microstacci per rimuovere anche le microalghe o la filtrazione su sab-
bia o, ancora più efficacemente, l'impiego di filtri flocculatori.

1.4. PARTICOLARI COSTRUTTIVI

• Numero: il numero dei lagunaggi in serie dipende da alcuni fattori: innanzitutto dal gra-
do di efficienza depurativa che viene richiesto al sistema. Ovviamente maggiore è il ren-
dimento depurativo di ogni singolo stadio, minore sarà il numero degli stagni richiesti.
• Forma: le forme più diffusamente adottate sono quelle rettangolari per la semplicità rea-
lizzativa e per la predisposizione a sistemi a più stadi in serie (o in parallelo). La forma
rettangolare non riduce di fatto i rendimenti depurativi rispetto ad analoghi bacini di
forma circolare.
• Dimensione: la dimensione è ovviamente correlata al rendimento depurativo richiesto (e
cresce con esso). La relazione fra crescita del volume e incremento del rendimento di ri-
mozione non è lineare per la natura esponenziale delle equazioni di reazione di primo
ordine che descrivono le trasformazioni biochimiche che avvengono in un lagunaggio
biologico.
• Sistemi di alimentazione ed efflusso: vi possono essere diversi schemi di alimentazio-
ne e di efflusso. A questo proposito la Figura 9.1 illustra diverse funzionali alternative
con lagunaggio rettangolare. Affinché il rendimento depurativo non risenta di effetti di
cortocircuitazione, occorre che il punto di immissione sia quanto più lontano possibile
da quello di uscita. L'alimentazione deve essere realizzata a bassa velocità, preferibilmente
con lunghi diffusori. Una miglior diffusione del liquame influente si realizza evitando di
disporre l'alimentazione a ridosso di una sponda. Occorre in definitiva, evitare percorsi
preferenziali (a tale riguardo a volte può essere conveniente l'uso di setti separatori, baf-
9-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

fling, che forzano la corrente in una sorta di serpentina).


• Impermeabilizzazione: l'impermeabilizzazione dello stagno può essere richiesta a salva-
guardia della falda sottostante. In alcuni Paesi europei, non vi sono particolari restrizioni
all'uso delle lagune e non viene, in generale, richiesta alcuna impermeabilizzazione del
fondo. In Italia, pur non essendovi particolari prescrizioni normative al riguardo, si tende
a salvaguardare comunque la falda, imponendo l'impermeabilizzazione del fondo del ba-
cino.
• Effetto del vento: il vento può avere diversi effetti. Uno è quello di miscelare le acque in
verticale, eliminando eventuali stratificazioni. Il secondo aspetto, con conseguenze nega-
tive sul funzionamento del sistema, è quello di poter creare dei percorsi preferenziali per
l'acqua. È buona norma allora disporre l'asse di alimentazione del liquame perpendico-
larmente alla direzione prevalente del vento. Nel caso in cui non sia previsto tale accor-
gimento, si può minimizzare il disturbo inserendo opportuni setti.
• Stratificazioni: le stratificazioni sono principalmente dovute al gradiente termico che si
forma nello strato d'acqua, essenzialmente in estate ed in inverno, con modalità diverse.
In inverno generalmente lo scarico ha una temperatura superiore rispetto alle acque del
bacino, per cui tenderà a disporsi in superficie. Viceversa, in estate si realizza l'effetto
contrario, con le acque influenti che tenderanno a disporsi più in profondità. Un accor-
gimento per ovviare a questo inconveniente può essere quello di utilizzare sistemi di ali-
mentazione mobili in verticale.
• Presenza di piante: è possibile migliorare sensibilmente il rendimento depurativo del
sistema di lagunaggio, prevedendo la presenza in esso di particolari specie vegetali: per
esempio il giacinto d'acqua. I vantaggi che si realizzano consistono in un miglioramento
dell'aspetto estetico e dei rendimenti depurativi, soprattutto nei sistemi aerati. La presen-
za dei giacinti consente al sistema di disporre di altri meccanismi depurativi, seppure dif-
ficilmente quantificabili, che sono:
1. assimilazione di sostanze organiche e nutrienti da parte della pianta, per l'accresci-
mento;
2. azione filtrante delle radici;
3. potere depurativo del biofilm adeso alle radici;
4. captazione da parte delle radici di ioni di metalli pesanti.
Di quest'ultimo punto si parlerà più diffusamente nella parte di questo Capitolo relativa
alla fitodepurazione.

1.5. LA RIMOZIONE DEL FANGO DAGLI STAGNI DI DEPURAZIONE

Uno dei problemi più rilevanti che si riscontra durante la gestione dei sistemi di lagu-
naggio, è costituito dall'accumulo di fango sul fondo delle vasche, maggiore nel caso di lagu-
naggi situati in climi caldi o temperati. Ciò determina quindi, in fase di manutenzione, la ne-
cessità di provvedere all'asportazione periodica dello strato di fango depositatosi, onde evita-
re il malfunzionamento del sistema.
La presenza del fango, innanzitutto, riduce il volume utile (mediamente del 30%) dello
stagno e ne limita l'efficienza, ed inoltre può dare luogo a fenomeni di maleodorazioni per
effetto dei processi di degradazione anaerobica che in esso si producono.
Soprattutto i lagunaggi con forma compatta possono presentare depositi differenziati
nei vari punti dello stagno a seconda dell'andamento delle correnti che in esso si instaurano.
Per gli stagni con forma allungata questo problema invece solitamente non esiste.
Una particolare attenzione deve essere riposta nelle tecniche di rimozione del fango se-
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-7

dimentato dal fondo del bacino. L'operazione di rimozione del sedimento può avvenire
manualmente (ciò risulta necessario in ogni caso nei pressi degli argini), oppure meccanica-
mente con piccole pale. Una soluzione alternativa consiste nello svuotare lo stagno, e lascia-
re quindi asciugare il sedimento confidando nell'evaporazione per ridurre al massimo l'umi-
dità del fango. In tal caso è più facile operare con mezzi meccanici (anche bulldozer o esca-
vatori) ed i volumi rimossi risultano inferiori. Ovviamente è possibile adottare una soluzione
di questo tipo solo per lagunaggi molto piccoli in climi temperati o caldi.
Una ulteriore tecnica di rimozione del fango, che del resto non richiede lo svuota-
mento del bacino, prevede l'intervento con piccole draghe aspiranti o con pompe su sup-
porto galleggiante e mobili collegate ad un contenitore posto a ridosso degli argini tramite
una condotta galleggiante.
Successivamente alla raccolta del fango, si presentano diverse alternative per lo smalti-
mento: tra queste ricordiamo l'essiccamento e l'alloggiamento in discarica (da evitare per una
serie di motivi ambientali ed economici) o altre forme di smaltimento quali: incenerimento,
co-compostaggio o il riutilizzo in agricoltura.

2. PROCESSI DI FITODEPURAZIONE: RICHIAMI TEORICI E RASSEGNA


DELLE PRINCIPALI APPLICAZIONI

2.1. INTRODUZIONE

I trattamenti di fitodepurazione utilizzano piante macrofite acquatiche, dette idrofite


(organismi vegetali superiori in cui si distinguono un sistema radicale, uno fotosintetizzante
ed uno deputato al trasporto) in corpi idrici artificiali a lungo tempo di ritenzione idraulica o
in terreni saturi d'acqua per la depurazione delle acque reflue. Tali processi possono servire
per migliorare le caratteristiche degli effluenti dei sistemi di lagunaggio, per il trattamento
secondario (rimozione della sostanza organica e dei solidi sospesi) e terziario (rimozione dei
nutrienti e della carica batterica) di acque reflue urbane e di taluni reflui industriali, per il
trattamento degli scarichi delle piccole comunità (soprattutto quelle di tipo rurale) per le
quali non è tecnicamente e/o economicamente fattibile la soluzione depurativa centralizzata.
Nella fitodepurazione non è richiesto alcun input di energia elettrica dall'esterno ed è
sufficiente la ricostruzione degli habitat naturali, in quanto si sfrutta la capacità autodepurati-
va degli ecosistemi acquatici; tale capacità è dovuta ad una azione diretta delle piante e ad
una consistente attività delle popolazioni batteriche che si sviluppano sulle idrofite stesse o
nell'habitat circostante e una conseguente rilevante capacità di degradazione della sostanza
organica e di trasformazione dei nutrienti. Infatti la rimozione degli inquinanti avviene attra-
verso una successione di processi biologici, chimici e fisici tra i quali la cooperazione tra le
idrofite e le colonie batteriche adese è predominante.
Nei sistemi di fitodepurazione è possibile utilizzare sia il medium (strato solido) di cre-
scita, sia il tipo di macrofita e le condizioni di flusso predefinite a livello progettuale.
Tipici vantaggi dei trattamenti di fitodepurazione rispetto ai trattamenti convenzionali
sono:
1) semplicità ed economia di costruzione e di esercizio;
2) ridotta manutenzione richiesta;
3) non si necessita di personale altamente qualificato;
4) maggiore resistenza agli shock di carico organico ed idraulico a causa dei lunghi tempi di
ritenzione idraulica;
5) possibilità di ottenere sottoprodotti vegetali riutilizzabili o comunque non dannosi per
9-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

l'ambiente.

Esistono inevitabilmente degli svantaggi rispetto ai trattamenti biologici di tipo con-


venzionale e cioè:
1) notevole richiesta di aree;
2) sensibile calo di rendimento registrabile nei mesi più freddi e per certi tipi di piante;
3) problema degli odori molesti;
4) proliferazione di zanzare nei bacini a superficie libera in cui si venissero ad instaurare
condizioni anaerobiche.

2.2. IDROFITE E SISTEMI DEPURATIVI IN USO

2.2.1. Idrofite utilizzate nei trattamenti di fitodepurazione

Le idrofite si possono sviluppare in ambienti puramente acquatici o su terreni o sub-


strati che almeno periodicamente si saturano d'acqua o vengono sommersi dall'acqua e pos-
sono pertanto essere emergenti, galleggianti o sommerse. Gli habitat tipici di sviluppo sono
le acque dolci stagnanti.
I criteri da utilizzare per selezionare le piante più adatte al sistema depurativo proposto
sono:
1) adattabilità al clima locale,
2) elevata attività fotosintetica,
3) elevata capacità di trasporto dell'ossigeno,
4) resistenza a concentrazioni elevate di inquinanti,
5) capacità di assimilazione degli inquinanti,
6) resistenza a condizioni climatiche avverse,
7) resistenza alle malattie
8) semplicità di gestione (piantumazione, propagazione, raccolta, ecc.).

Idrofite emergenti

Le idrofite emergenti sono piante radicate ad un substrato che può essere saturo d'ac-
qua (con livelli piezometrici posti anche 50 cm al di sotto della superficie) o completamente
sommerso (con coperture d'acqua comunque non superiori ai 150 cm) con gambi, foglie ed
organi riproduttivi aerei; come le piante di habitat terrestri, sintetizzano il carbonio atmosfe-
rico ed i nutrienti assunti attraverso il proprio apparato radicale e provvedono al trasporto
dell'ossigeno atmosferico fino al livello delle radici e dei rizomi (la cosiddetta rizosfera); qui
possono avvenire reazioni aerobiche di stabilizzazione della sostanza organica e di nitrifica-
zione ad opera dei batteri in sospensione nel liquame e soprattutto adesi al substrato e sui
rizomi delle idrofite stesse (popolazioni epifitiche); al di fuori della zona ossidata operano
popolazioni batteriche facoltative e/o anaerobiche tra cui i denitrificatori.
Tipiche idrofite emergenti sono le cannucce o canne di palude (le più diffuse negli im-
pianti oggi in funzione), i giunchi di palude e le stiance.

Idrofite galleggianti

Le idrofite a foglie galleggianti possono essere libere o radicate nel terreno; vivono in
bacini idrici di altezza variabile tra 25 e 350 cm e sono caratterizzate da avere foglie galleg-
gianti ed organi riproduttivi aerei o galleggianti.
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-9

Anche le idrofite galleggianti sintetizzano il carbonio atmosferico ed i nutrienti assunti


attraverso il proprio apparato radicale. Nelle specie liberamente galleggianti i nutrienti ven-
gono rimossi direttamente dallo strato d'acqua. Le radici costituiscono anche un eccellente
medium per la filtrazione e l'adsorbimento dei solidi sospesi e per la crescita batterica.
Le idrofite galleggianti determinano una copertura superficiale del bacino idrico che
tende a ridurre la penetrazione della luce solare ed il trasferimento dei gas tra la superficie
liquida e l'atmosfera, favorendo la scomparsa delle alghe e l'instaurarsi di condizioni anaero-
biche all'interno della colonna d'acqua. Peraltro l'ossigeno viene trasferito verso le radici e
quindi si creano zone aerobiche ed anossiche in cui vengono favorite le reazioni sequenziali
di nitrificazione e denitrificazione.
I più comuni tipi di idrofite galleggianti utilizzati negli impianti di fitodepurazione sono
i giacinti d’acqua e le Lemnaceae (lenticchie d’acqua). Per motivi climatici i giacinti sono ina-
datti alle nostre latitudini.

Idrofite sommerse

Le idrofite sommerse vivono in bacini idrici di altezza variabile fino a 10-11 m e sono
caratterizzate da avere foglie interamente sommerse ed organi riproduttivi aerei, galleggianti
o sommersi. Le idrofite sommerse sintetizzano il carbonio ed i nutrienti che vengono as-
sunti direttamente dalla colonna d'acqua. Poiché i tessuti fotosintetici sono interamente
sommersi è necessario che la loro crescita avvenga in acque sufficientemente limpide. Di
notte le idrofite sommerse respirano, cioè utilizzano ossigeno; quindi, esso deve essere di-
rettamente disponibile nella colonna d'acqua.

2.2.2. Trattamenti di fitodepurazione in uso

Sebbene le definizioni siano molteplici e tutt'altro che standardizzate, i diversi tratta-


menti di fitodepurazione in uso vengono qui suddivisi come segue:
1) trattamenti di fitodepurazione mediante idrofite emergenti (a flusso subsuperficiale oriz-
zontale o verticale e a flusso superficiale);
2) trattamenti di fitodepurazione mediante idrofite galleggianti;
3) trattamenti di fitodepurazione mediante idrofite sommerse;
4) sistemi di fitodepurazione integrati.
In ogni caso tali processi vanno preceduti almeno da una fase di pretrattamento com-
prendente la rimozione dei corpi grossolani (grigliatura), delle sostanze flottanti (che altri-
menti possono ridurre la capacità di trasferimento dell'ossigeno attraverso la superficie liqui-
da e creare problemi di odori) e dei solidi sedimentabili (sedimentazione primaria o tratta-
mento equivalente). Negli impianti di piccole dimensioni, caso peraltro di frequente applica-
zione, tale trattamento primario può essere ottenuto in vasca Imhoff.

Sistemi di fitodepurazione mediante idrofite emergenti

Si suddividono, come detto, in sistemi a flusso subsuperficiale e sistemi a flusso super-


ficiale.
I trattamenti a flusso subsuperficiale si ottengono in bacini, naturalmente o artifi-
cialmente impermeabilizzati, riempiti con un idoneo substrato di crescita (terreno naturale,
sabbia, ghiaia o pietrisco), detto anche medium in cui il liquame viene applicato in modo da
mantenere il flusso idrico all'interno del medium stesso.
Esistono sistemi a flusso orizzontale e a flusso verticale. I primi caratterizzati dalla
9-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

continuità di flusso attraverso il medium costantemente saturo, sono utilizzati per ottenere
la rimozione della sostanza organica, la denitrificazione e la parziale nitrificazione e rimozio-
ne del fosforo. I secondi, caratterizzati dalla discontinuità del flusso tramite periodica per-
colazione attraverso il medium, che subisce un'alternanza di condizioni di saturazione e di
esposizione all'atmosfera che ne favoriscono l'aerazione, vengono utilizzati per incrementare
le capacità di nitrificazione dei sistemi a flusso orizzontale; la depurazione è favorita dallo
sviluppo di colonie batteriche sulle radici e sui rizomi delle piante attraverso cui avviene la
fornitura di ossigeno atmosferico.
I trattamenti a flusso superficiale si ottengono in bacini, naturalmente o artificial-
mente impermeabilizzati, sul cui fondo viene posto un idoneo substrato di crescita (terreno
naturale o lettiera), su cui il liquame viene applicato in modo da mantenere un battente idri-
co in genere limitato a poche decine di centimetri. Finalità usuali di tali sistemi sono la rimo-
zione della sostanza organica e dei nutrienti e l'affinamento degli effluenti secondari; la de-
purazione dei liquami è favorita dalla presenza di foglie, steli e lettiera utili per l'adesione
batterica; la maggiore fonte di ossigeno è la riaerazione superficiale atmosferica.
In entrambi i casi la rimozione dei nutrienti è imputabile a processi biologici di nitrifi-
cazione/denitrificazione e a processi chimico-fisici di precipitazione e adsorbimento nel ter-
reno dei fosfati; non è necessario ricorrere ad una periodica rimozione delle piante. Se si
vuole incrementare la rimozione dell'azoto per via batterica bisogna incrementare la dispo-
nibilità di ossigeno per i batteri autotrofi nitrificanti.
I sistemi a flusso subsuperficiale hanno in genere dimensioni inferiori a quelle dei si-
stemi a flusso superficiale, minori problemi di odori ed insetti ed una maggiore efficienza
alle basse temperature. I sistemi a flusso superficiale hanno, per contro, un minor costo di
realizzazione ed un più affidabile comportamento idraulico.

Sistemi di fitodepurazione mediante idrofite galleggianti

Si ottengono in bacini, naturalmente o artificialmente impermeabilizzati, privi di un


idoneo substrato di crescita, su cui il refluo viene applicato in modo da mantenere un bat-
tente idrico compreso tra poche decine di centimetri e qualche metro (a seconda delle ti-
pologie di pianta e del tipo di trattamento richiesto). Finalità usuali di tali sistemi sono la ri-
mozione della sostanza organica e dei nutrienti e l'affinamento degli effluenti secondari.
La capacità depurativa dei sistemi che fanno uso di idrofite dotate di apparato radicale è
dovuta all'apporto di ossigeno dalle foglie alle radici, all'azione adsorbente esercitata dalle ra-
dici nei confronti dei solidi sospesi colloidali, al potere depurativo della biomassa aerobica
adesa alle radici stesse e all'assimilazione diretta dei nutrienti da parte della pianta.
Per favorire la rimozione dei nutrienti e provvedere alla chiarificazione dell'effluente, in
questi sistemi è necessario provvedere alla frequente raccolta delle piante prodotte.

Sistemi di fitodepurazione mediante idrofite sommerse

L'utilizzo di idrofite sommerse è ancora in fase di studio. I principali meccanismi depu-


rativi riconosciuti sono la completa degradazione aerobica della sostanza organica, la volati-
lizzazione dell'ammoniaca e la precipitazione chimica del fosforo dovute a favorevoli condi-
zioni di pH conseguenti dell'attività fotosintetica, con produzione di ossigeno e riduzione del
tenore di carbonio organico disciolto.

Sistemi di fitodepurazione integrati

Si può ricorrere a sistemi di fitodepurazione integrati multistadio in cui si fa seguire un


bacino di fitodepurazione di affinamento (con macrofite galleggianti, emergenti o sommer-
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-11

se) ad uno di sgrossatura (con macrofite galleggianti o emergenti) alimentato con un ef-
fluente primario proveniente da un sedimentatore primario o da una vasca Imhoff. Tali si-
stemi che possono prevedere un ampio numero di bacini in serie ed in parallelo tendono ad
assomigliare maggiormente agli habitat naturali poiché sono generalmente multispecie.

2.3. MECCANISMI DEPURATIVI E RUOLO DELLE IDROFITE NEI TRATTAMENTI


DI FITODEPURAZIONE

2.3.1. Meccanismi depurativi tipici dei trattamenti di fitodepurazione

La rimozione degli inquinanti avviene attraverso una varietà di processi biologici (co-
operazione tra le macrofite acquatiche e le colonie batteriche adese o disperse), chimici e fi-
sici (adsorbimento, precipitazione, sedimentazione, filtrazione e scambio ionico).
In Tabella 9.1 si riporta uno schema riassuntivo in cui vengono elencati i vari inquinanti
e i rispettivi meccanismi depurativi:

2.3.2. Ruolo delle idrofite nei trattamenti di fitodepurazione

La sola assunzione diretta degli inquinanti da parte delle macrofite stesse non può spie-
gare l'efficienza di rimozione osservabile per i diversi inquinanti; fondamentale, come già
detto è la cooperazione tra le macrofite acquatiche e le colonie batteriche adese sulle macro-
fite o nell'habitat circostante. Le idrofite difatti, pur riuscendo ad assimilare i nutrienti in
percentuale minima rispetto ai carichi applicati, fungono da substrato solido nei confronti
delle popolazioni batteriche e filtrano direttamente il particolato organico; fondamentale è
anche il trasporto dei gas tra atmosfera e rizosfera con conseguente trasferimento e rilascio

Tabella 9.1. Inquinanti e relativi meccanismi di depurazione.

Inquinanti Meccanismi depurativi


Solidi sospesi sedimentazione
filtrazione/adsorbimento
degradazione biologica (idrolisi)
BOD e COD sedimentazione
filtrazione/adsorbimento
degradazione biologica (aerobica e anaerobica)
Azoto ammonificazione seguita da nitrificazione/denitrificazione biologica
assunzione da parte delle piante
volatilizzazione ammoniaca
Fosforo precipitazione con cationi (Fe, Al e Ca) presenti nel medium
adsorbimento su argilla o sostanza organica presenti nel medium
assunzione da parte delle piante
Metalli pesanti adsorbimento/precipitazione/scambio ionico nel medium
assunzione da parte delle piante
Batteri e virus sedimentazione
filtrazione/adsorbimento
predazione e morte naturale
radiazione UV
rilascio di sostanze antibiotiche da parte delle piante
9-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

di ossigeno, in particolar modo nei terreni saturi d’acqua. Tale trasferimento avviene per dif-
fusione e convezione all’interno delle piante stesse, che possono presentare anche il 70% di
volume vuoto; l’ossigeno è praticamente consumato tutto dai batteri che si sviluppano sulle
radici (nei sedimenti perciò si realizzano sempre processi anossici e anaerobici).
Importante è anche l’influenza delle piante sulla permeabilità idraulica del terreno, che
di norma si stabilizza intorno a 10-5 -10-6 m/s, la stabilità che conferiscono al letto, la riduzio-
ne di velocità della corrente legata ai tempi di residenza idraulica, l’attenuazione
dell’irraggiamento solare (favorendo così la riduzione di eventuali e indesiderate alghe), la
regolazione degli scambi di calore tra aria ed acqua e quindi dell’evaporazione.

2.4. TRATTAMENTI DI FITODEPURAZIONE MEDIANTE IDROFITE EMERGENTI A


FLUSSO SUBSUPERFICIALE

2.4.1. Sistemi a flusso orizzontale

Questi trattamenti sono caratterizzati dalla continuità di flusso attraverso il medium e


vengono utilizzati per la rimozione della sostanza organica, la denitrificazione e la parziale
nitrificazione e rimozione del fosforo.
I meccanismi tipici di rimozione dei contaminanti sono di tipo fisico (filtrazione ed ad-
sorbimento da parte del medium), chimico (precipitazione ed adsorbimento sul medium) e
biologico (metabolismo batterico e delle idrofite, assunzione diretta da parte delle idrofite e
scomparsa naturale).

Aspetti progettuali

q Determinazione dell'area superficiale del letto

Si adotta un modello di progettazione di tipo razionale che considera il sistema depura-


tivo come un reattore con flusso a pistone (cioè con dispersione solo trasversale alla dire-
zione del moto) in cui si realizza una reazione biologica del primo ordine. Ciò porta alla se-
guente espressione:
BODe
= e −k T t (9.9)
BODi

in cui:
BODe = concentrazione di BOD effluente [mgBOD/l];
BODi = concentrazione di BOD influente [mgBOD/l];
kT = costante della cinetica del primo ordine alla temperatura T [d-1];
t = tempo di ritenzione idraulica effettivo [d],

dove mediante la consueta legge di van't Hoff-Arrhenius abbiamo:


k T =k 20 ⋅θ(
T − 20 )
(9.10)
con:
k20 = costante della cinetica del primo ordine a 20°C [d-1];
θ = fattore di correzione della costante della cinetica del primo ordine k20 rispetto alla
temperatura T [-];
T = temperatura del liquame [°C].
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-13

Il fattore di correzione θ della costante k20 varia fra 1,05-1,08, con valore tipico 1,06.
Il valore della costante k20 varia con le caratteristiche del medium, dove avviene cioè la
rimozione della sostanza organica per degradazione batterica ad opera della biomassa adesa
ai granuli. Al variare della granulometria varia la quantità di biomassa adesa e quindi la velo-
cità di rimozione del substrato. I valori tipici di k20 variano tra 0,7 e 1,1.
Il tempo di ritenzione idraulica effettivo del liquame nel sistema depurativo dipende
dalla portata trattata, dal volume occupato dal medium e dalla porosità del medium stesso
secondo l'espressione:
Vv n⋅d⋅ w ⋅l n⋅d⋅A s n⋅l ⋅A c
t= = = = (9.11)
q q q q

dove:
Vv = volume dei vuoti (volume bagnato) [m3]
n = porosità del medium [-]
d = sommergenza media (livello idrico medio) nel medium [m]
w = larghezza del letto [m]
l = lunghezza del letto [m]
As = area superficiale del letto [m2]
Ac = area trasversale del letto [m2]
q = portata media giornaliera trattata nel sistema [m3/d]

Se ora si combinano le relazioni (9.9), (9.10) e (9.11) si ottiene l'espressione (9.12) che è
la formula di calcolo della superficie totale del sistema depurativo per trattare la portata me-
dia q e ottenere una rimozione del BOD da BODi a BODe:

A s = w ⋅l =
q⋅( lnBODi − lnBODe )
=
[
q⋅ ln 1 (1− ηBOD ) ] (9.12)
( T − 20 ) ( T − 20 )
k 20 ⋅θ ⋅n⋅d k 20 ⋅θ ⋅n⋅d

dove:
ηBOD = rendimento di rimozione del BOD [-]

Non è possibile ottenere rendimenti di rimozione della sostanza organica prossimi al


100% poiché i sistemi depurativi, in quanto sostanza organica che si rigenera, costituiscono
in sé stessi delle fonti di carbonio per l’effluente (concentrazioni di BOD effluente medie
comunque non inferiori a 1-3 mgBOD/l) e soprattutto per liquami molto carichi non è pos-
sibile ottenere un prefissato rendimento di rimozione della sostanza organica.
Il modello proposto (ed in particolare le relazioni (9.10) e (9.12)) andrebbe utilizzato
solo per lo studio del trattamento secondario di acque reflue urbane; per prestazioni parti-
colari è bene ricorrere ad apposite prove sperimentali o a dati desunti in casi analoghi.

Data la difficoltà di determinare con precisione la sommergenza media d e la porosità n


e quindi la costante della cinetica k20, alcuni Autori hanno introdotto una diversa costante
della cinetica del primo ordine di rimozione del BOD, kBOD,T definita secondo la relazione
(9.13), utilizzando la quale la relazione (9.12) può essere scritta con l'espressione (9.14):
k BOD,T =k 20 ⋅θ(
T − 20 )
⋅n⋅d (9.13)

As =
q⋅( lnBODi − lnBODe ) q⋅ ln 1 (1− ηBOD )
=
[ ] (9.14)
k BOD,T k BOD,T

dove:
9-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

kBOD,T = costante della cinetica del primo ordine alla temperatura T [m/d].

Un buon valore medio della costante kBOD,T è 0,085±0,025 m/d.

q Determinazione dell'area trasversale del letto

Si ricorrere alla legge di filtrazione in mezzo saturo di Darcy, semplificata così come
riportato nella relazione (9.13):
q
Ac = d ⋅ w = (9.15)
kf J

dove:
kf = permeabilità del medium [m3/(m2·d)];
J = gradiente idraulico o pendenza del letto [m/m].

Quando si realizza un impianto bisogna comunque tener presente che:


1) Il carico organico superficiale massimo ammissibile dovrebbe essere definito in base alla
massima capacità di trasferimento dell'ossigeno atmosferico nel medium da parte delle
piante, considerando un fabbisogno di ossigeno pari a 1,5 volte il carico di BOD applicato
ed un fattore di sicurezza pari a 2. Risulta quindi che il fabbisogno di ossigeno di pro-
getto dovrebbe essere pari a 3 volte il carico di BOD applicato.
2) I valori minimi suggeriti per il tempo di ritenzione idraulica effettivo sono 5-10 d e se si
osserva la relazione (9.9), è evidente che per avere incrementi del rendimento di rimozio-
ne della sostanza organica bisogna incrementare il tempo di ritenzione idraulica effettivo.
3) Sono necessari rapporti lunghezza/larghezza ottimali per realizzare impianti che garanti-
scano effettivamente le condizioni di flusso a pistone ipotizzate in sede di progetto; a se-
conda dei casi i rapporti lunghezza/larghezza possono essere sia inferiori sia superiori ad
1, ma è possibile, tuttavia, che letti larghi e corti possano dar luogo a corto circuiti così
come letti stretti e lunghi possano avere problemi idraulici o sviluppino delle velocità
della corrente tali da influenzare negativamente la crescita delle piante.
4) È infine opportuno realizzare sempre diverse unità in parallelo (almeno due) poiché tale
soluzione offre flessibilità operativa e talora si rende necessaria per una migliore distribu-
zione del liquame nel medium.

Aspetti realizzativi

Lo scavo deve avere una profondità tale da contenere il medium, con la giusta penden-
za di fondo, ed un franco di sicurezza al di sopra di esso; la profondità del letto dipende dal
tipo di idrofita scelta ed in particolare dalla profondità che può essere raggiunta dal suo ap-
parato radicale e rizomatoso. Il franco di sicurezza ottimale al di sopra del letto dovrebbe
essere di 50 cm per contenere gli eventuali flussi superficiali (o gli allagamenti in occasione
di piogge intense) e per garantire il buon funzionamento del sistema depurativo per almeno
20 anni nonostante il progressivo innalzamento della superficie del letto dovuta all'accumulo
di lettiera. La sommità delle sponde deve essere innalzata infatti di almeno 20-30 cm. Una
regola di uso generale è ricorrere a letti dalla superficie perfettamente orizzontale e con
pendenza di fondo del letto minima necessaria per permettere il passaggio del liquame.
Il fondo del letto deve essere impermeabilizzato con una opportuna membrana sinteti-
ca. È opportuno il ricorso a medium grossolani, ghiaia e pietrisco (granulometrie comprese
nell'intervallo 6-150 mm) di inerti di fiume (arrotondati) piuttosto che di frantoio (soggetti
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-15

ad un maggior impaccamento), ma si sconsiglia di realizzare letti con ghiaia di pezzatura uni-


forme superiore a 50 mm.
È necessario che l'influente venga distribuito in modo uniforme su tutta la larghezza
del letto e che l'alimentazione avvenga ad una quota possibilmente superiore al massimo li-
vello idrico che può essere ammesso al di sopra del letto, per evitare rigurgiti a monte. Si
possono usare canalette superficiali dotate di sfioratore, tubazioni disperdenti superficiali
dotate di raccordo a T regolabile, tubazioni disperdenti sommerse e tubazioni con rilascio
diretto; lo scarico deve essere sempre fatto in una zona di dispersione in materiale inerte
grossolano sciolto.
La raccolta dell'effluente avviene in genere attraverso una tubazione perforata disposta
lungo la larghezza del letto e immersa in una zona drenante riempita con materiale inerte
grossolano di caratteristiche analoghe a quelle del sistema di distribuzione dell'influente. La
tubazione di raccolta deve essere collegata ad un pozzetto di efflusso in cui sia presente un
dispositivo di controllo del livello idrico nel letto.
Sui bordi perimetrali dei letti e a scopo estetico, è possibile ricorrere ad essenze orna-
mentali ; la piantumazione delle idrofite emergenti può essere effettuata mediante segmenti
di rizomi, zolle di terra contenenti cespugli di pianta matura o pianticelle cresciute in serra. I
migliori risultati, in termini di velocità di propagazione e di uniformità della copertura del
letto, si ottengono con le pianticelle cresciute in serra.

Prestazioni tipiche

q Rimozione dei solidi sospesi. La rimozione dei solidi sospesi è ottima con concentra-
zioni effluenti inferiori a 25 mg SS/l, spesso addirittura inferiori a 10 mg SS/l.
q Rimozione della sostanza organica. Operando su influenti caratterizzati da concentra-
zioni di BOD inferiori a 300 mg BOD/l si ottengono concentrazioni effluenti inferiori a 25 mg
BOD/l, con un limite inferiore dovuto al BOD prodotto attraverso il ciclo di carbonio interno
al sistema.
q Rimozione dell'azoto. Il principale meccanismo di rimozione dell'azoto è il processo
biologico di nitrificazione-denitrificazione: la nitrificazione è fortemente limitata dalla caren-
za di ossigeno (soprattutto se il BOD del liquame trattato è elevato) e dal tempo di ritenzione
idraulica, che deve essere di adeguata durata, mentre la denitrificazione è sempre abbastanza
veloce. La velocità di nitrificazione su base superficiale (relativamente a TKN ed azoto am-

Figura 9.2. Sezione tipica di un impianto di fitodepurazione a flusso subsuperficiale orizzontale.


9-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

moniacale) è piuttosto ridotta, mentre quella di denitrificazione e di rimozione globale del-


l'azoto è decisamente superiore. Si può massimizzare il rendimento di rimozione dell'azoto
solo alimentando il sistema di fitodepurazione a flusso subsuperficiale orizzontale con un
effluente (totalmente o parzialmente) nitrificato. I fattori determinanti per il processo sono
il tempo di contatto del liquame con i batteri nitrificanti, la temperatura e l'evapotraspira-
zione.
q Rimozione del fosforo. La rimozione del fosforo è limitata.
q Rimozione dei batteri e dei virus. Si sono ottenute riduzioni di un ordine di grandezza
dei coliformi totali e fecali.

Aspetti gestionali

Sono soprattutto importanti gli aspetti connessi al controllo del livello idrico nel letto
(anche come mezzo di protezione dallo sviluppo di erbe infestanti) e dello stato della vege-
tazione nonché alla manutenzione generale dell'impianto.
q Controllo del livello idrico nel letto. Ha fondamentalmente le funzioni di:
1. mantenere le radici ed i rizomi delle idrofite emergenti a contatto con l'acqua;
2. impedire lo sviluppo di erbe infestanti che tendono a prevalere soprattutto nelle zo-
ne insature del letto (poiché non sono piante acquatiche); si può perciò sommergere
periodicamente il letto.
3. migliorare la risposta del sistema depurativo alle variazioni di portata influente e alle
variazioni di capacità evapotraspirativa delle piante, in particolare nei massimi perio-
di vegetativi in estate.
q Controllo dello sviluppo della vegetazione. Le uniche forme di manutenzione della
vegetazione riguardano il controllo del suo regolare sviluppo e la raccolta delle idrofite or-
namentali eventualmente presenti, processo che sembra rivitalizzare le piante e stimolare
una crescita più forte ed uniforme.

2.4.2. Sistemi a flusso verticale

Aspetti progettuali, realizzativi e gestionali

Il flusso avviene per periodica percolazione attraverso il medium, con un'alternanza di


condizioni di saturazione e di esposizione all'atmosfera che ne favoriscono l'aerazione in-
crementando così la capacità di nitrificazione. Le idrofite utilizzate ed i meccanismi di rimo-
zione dei contaminanti sono gli stessi dei sistemi a flusso orizzontale.
Il dimensionamento si basa su criteri empirici ed, in particolare, sulla definizione di ca-
richi superficiali idraulici o di inquinanti definendo una opportuna superficie di trattamento
per abitante servito. Lo schema tipico prevede una serie di letti in parallelo con alimentazio-
ne intermittente a rotazione.
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-17

Il letto naturalmente o artificialmente impermeabilizzato ha superficie orizzontale e


fondo realizzati con una pendenza dell'1% per permettere un rapido drenaggio a gravità, con
sponde sopraelevate di almeno 25 cm. Il medium è composto da una serie di strati a granu-
lometria generalmente crescente dall'alto verso il basso, con uno strato superficiale di sabbia
grossolana.
È utile miscelare alla sabbia un 5% di bentonite che aumenta la capacità di scambio ca-
tionico della sabbia pura senza diminuirne eccessivamente la conducibilità idraulica ottenen-
do una migliore potenzialità di ritenzione dell'ammoniaca. L'azoto ammoniacale ritenuto du-
rante la fase di carico viene nitrificato durante la fase di esposizione all'aria e viene rilasciato
sotto forma di nitrati.
La distribuzione sul letto può essere condotta mediante una rete di tubazioni disper-
denti poste al di sopra del letto o una serie di tubazioni che hanno sbocco sul letto e ne de-
terminano il completo allagamento. I sistemi di raccolta dell'effluente sono costituiti da tu-
bazioni drenanti (circa 100 mm di diametro) poste in uno spessore di ghiaia grossolana su
tutta la superficie del letto. Ad esse sono collegate tubazioni di ventilazione allo scopo di
consentire l'aerazione del fondo. Gli aspetti gestionali non si differenziano da quelli dei si-
stemi a flusso subsuperficiale orizzontale.

Prestazioni tipiche

I sistemi di fitodepurazione a flusso subsuperficiale verticale sono in genere utilizzati


per ottenere la nitrificazione dell'effluente e pertanto vengono comunemente accoppiati a
sistemi a flusso orizzontale denitrificanti. Alcuni impianti realizzati in Germania (a Mer-
zdorf, 300 AE, e a Ließen, 150 AE) e dimensionati su una superficie specifica di 2 m2/AE
hanno dimostrato buone potenzialità di nitrificazione con carichi di azoto totale e di carbo-
nio organico disciolto di 5 gN/(m2·d) e 6-8 g COD/(m2·d) rispettivamente.

2.5. TRATTAMENTI DI FITODEPURAZIONE MEDIANTE IDROFITE EMERGENTI O


SOMMERSE A FLUSSO SUPERFICIALE

Figura 9.3. Sezione tipica di un impianto di fitodepurazione a flusso subsuperficiale verticale.


9-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2.5.1. Utilizzo di idrofite emergenti

Rispetto ai trattamenti a flusso subsuperficiale, in questo caso, lo spessore del medium


assume minore rilevanza; per la rimozione della sostanza organica e dei nutrienti e l'affina-
mento degli effluenti secondari è invece particolarmente importante il battente idrico, che
va limitato comunque a poche decine di centimetri. I meccanismi di rimozione dei contami-
nanti sono infatti di tipo fisico (sedimentazione nella colonna d’acqua, filtrazione e adsor-
bimento sugli steli e sulle foglie), chimico (precipitazione nella colonna d’acqua, adsorbi-
mento sul medium e radiazione ultravioletta) e biologico (metabolismo batterico e delle
idrofite, assunzione diretta delle piante e scomparsa naturale).

Aspetti progettuali e realizzativi

Il dimensionamento spesso si basa su criteri empirici. Una progettazione di tipo razio-


nale considera il sistema depurativo come un reattore con flusso a pistone (cioè con disper-
sione solo trasversale alla direzione del moto) in cui si realizza una reazione biologica del
primo ordine. Ciò porta a ritenere valida l’espressione (9.16):
BOD e −0,7 k TA1,75t
= F⋅e V
BOD i (9.16)
dove:
F = frazione del BOD che non sedimenta nelle parti iniziali del sistema [-];
AV = superficie specifica per la popolazione epifitica [m2/m3];
kT = costante della cinetica del primo ordine alla temperatura T [d-1];
t = tempo di ritenzione idraulica effettivo [d].
Il coefficiente F tiene conto del fatto che parte del BOD (soprattutto quello sedimenta-
bile) viene rimosso nelle parti iniziali del sistema depurativo attraverso meccanismi che esu-
lano dalla rimozione microbiologica (valori tipici 0,52 per effluenti primari, 0,75 per ef-
fluenti di stagni biologici e 0,80 per effluenti secondari o terziari). Il parametro AV rappre-
senta invece la superficie specifica disponibile per l'adesione della pellicola biologica epifitica
ed è una grandezza di difficile determinazione (valore medio pari a 15,7 m2/m3). La variabilità
del parametro AV non determina comunque grosse variazioni del rapporto BODe/BODi .
Analogamente al caso precedente per l’area superficiale As si ha l'espressione (9.17):
q (lnBOD i − lnBOD e - lnF)
As = (9.17)
0,7k 20θ (
T− 20 )
A 1,75
V nd

Per k20 e θ si adottano in genere i valori 0,0057 d-1 e 0,06. Il coefficiente n esprime il
grado di vuoto nel sistema depurativo e assume valori attorno a 0,75. L'altezza d'acqua d
può variare nell'intervallo 0,1-0,5 m. Minori sono i livelli idrici e maggiori sono le capacità di
aerazione superficiale. I sistemi a flusso superficiale sono soggetti comunque a carichi infe-
riori a quelli a flusso subsuperficiale dal momento che garantiscono una minore superficie
specifica per la crescita batterica. Una regola del tutto generale che è bene prendere in con-
siderazione è di realizzare diverse unità in parallelo (almeno due) per aumentare la flessibilità
operativa. Gli aspetti realizzativi sono gli stessi che si adottano nella realizzazione degli sta-
gni biologici.

Prestazioni tipiche
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-19

q Rimozione dei solidi sospesi. È ottima, oltre il 75% con concentrazioni effluenti infe-
riori a 20 mg SS/l.
q Rimozione della sostanza organica. Operando su effluenti secondari o in parte trattati
in stagni biologici caratterizzati da concentrazioni di BOD anche inferiori a 60 mgBOD/l si
ottengono concentrazioni effluenti inferiori a 20 mg BOD/l.
q Rimozione dell'azoto. Il principale meccanismo di rimozione dell'azoto è il processo
biologico di nitrificazione-denitrificazione. La rimozione dell'azoto è considerevole, con
rendimenti di rimozione spesso superiori al 30-40%. La velocità di nitrificazione su base su-
perficiale (relativamente a TKN ed azoto ammoniacale) è piuttosto ridotta. Si può massimiz-
zare il rendimento di rimozione dell'azoto solo alimentando il sistema con un effluente (to-
talmente o parzialmente) nitrificato.
q Rimozione del fosforo. La rimozione del fosforo è buona dato che tali sistemi vengono
dimensionati proprio per il trattamento terziario di effluenti secondari con concentrazioni
negli effluenti finali inferiori a 1 mgP/l.

Aspetti gestionali

Il controllo del livello idrico nel letto ha la funzione di adattare il funzionamento del-
l'impianto alle condizioni climatiche (periodi troppo piovosi o secchi) mentre le uniche
forme di manutenzione della vegetazione riguardano il ripristino delle condizioni idrauliche
che possono peggiorare a causa dell'eccessivo accumulo di lettiera e sedimenti sul fondo del
bacino. È necessario un adeguato controllo della proliferazione di insetti con il manteni-
mento di condizioni aerobiche nel bacino ed il ricorso a predatori naturali che possono es-
sere allevati o attirati nell'area (è il caso di molte tipologie di volatili).

2.5.2. Utilizzo di idrofite sommerse

Sono sistemi poco diffusi. L'utilizzo di idrofite sommerse è ancora in fase di studio. Si
tratta comunque di un trattamento destinato all'affinamento degli effluenti poiché tali piante
vivono solo in acque ben ossigenate e quindi in presenza di carichi organici limitati.

2.6. TRATTAMENTI DI FITODEPURAZIONE MEDIANTE IDROFITE GALLEGGIANTI

Hanno luogo in bacini privi di un idoneo substrato di crescita delle idrofite, in cui viene
mantenuto un battente idrico compreso tra poche decine di centimetri e qualche metro (a
seconda delle tipologie di pianta e del tipo di trattamento richiesto).
Le idrofite principalmente utilizzate sono i giacinti d'acqua e le lemnacee.

Utilizzo di giacinti d'acqua

I giacinti d'acqua sono idrofite galleggianti dotate di apparato radicale utili per la ri-
mozione della sostanza organica e dei nutrienti e l'affinamento degli effluenti secondari. So-
no idrofite molto produttive ed in diverse aree tropicali sono vere e proprie piante infestanti
e intervengono direttamente nei processi depurativi. Permettono lo sviluppo di una ricca e
attiva popolazione epifitica (che può operare in condizioni aerobiche in conseguenza del ri-
lascio di ossigeno nella rizosfera delle piante); svolgono una significativa filtrazione del li-
quame attraverso la propria biomassa radicale, garantendo elevate velocità di assimilazione
dei nutrienti (conseguenza dell'elevata velocità di crescita, anche se il meccanismo prevalente
di rimozione dell'azoto è comunque la nitrificazione/denitrificazione biologica) ed effet-
9-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

tuando una schermatura della superficie che favorisce la scomparsa algale o ne limita la cre-
scita. Gli aspetti negativi sono la proliferazione di insetti, la difficoltà di raccolta e smalti-
mento delle piante e la scarsissima resistenza a temperature atmosferiche inferiori a 10°C;
l'utilizzo dei giacinti d'acqua non è consigliabile alle nostre latitudini se non in particolari si-
tuazioni e per particolari tipi di scarichi stagionali estivi.

Utilizzo di lemnacee

Le lemnacee sono idrofite galleggianti scarsamente dotate di apparato radicale e quindi


non possono costituire sede di sviluppo di una popolazione epifitica attiva. La maggior
parte dei processi depurativi vengono allora condotti dalla biomassa sospesa nella colonna
d'acqua o presente nei sedimenti come negli stagni biologici convenzionali. Le lemnacee
formano un denso tappeto superficiale che limita la penetrazione della luce e l'aerazione per
diffusione diretta, minimizza gli effetti del vento sull'acqua e riduce i fenomeni evaporativi.
Le lemnacee possono essere utilizzate per il trattamento secondario e terziario.

q Trattamento secondario. È ottenuto in stagni profondi (2-5 m), per azione di popola-
zioni batteriche anaerobiche e aerobiche. La densa copertura di lemnacee riduce i fenomeni
di trasporto dell'ossigeno atmosferico nel liquame e determina lo stabilirsi di condizioni so-
stanzialmente anaerobiche nella colonna d'acqua. Fa eccezione un piccolo strato dello spes-
sore di 10 cm che risulta aerobico per via del trasferimento di ossigeno dalle piccole radici.
Tale strato, oltre a favorire l'attività dei microrganismi aerobi, determina l'ossidazione dei
prodotti di reazione ridotti della fermentazione anaerobica della sostanza organica, elimi-
nando la diffusione di cattivi odori. La copertura superficiale impedisce inoltre la deposizio-
ne e lo sviluppo delle larve di insetti sulla superficie idrica. Le lemnacee controllano perciò
gli odori e gli insetti (oltre alla produzione algale) che si avrebbe in uno stagno biologico
convenzionale. Rimozioni tipiche del BOD sono intorno al 60-80%.
q Trattamento terziario (controllo della produzione algale). È ottenuto in stagni profondi
(1-3 m), alimentati con l'effluente di uno stagno facoltativo, dove le alghe muoiono e sedi-
mentano. Non sempre è possibile una precisa definizione dei tempi di scomparsa algale e
ciò rende problematico un accurato dimensionamento di tali sistemi.
q Trattamento terziario (rimozione dell'azoto). È ottenuto in misura significativa solo ri-
correndo a sistemi di aerazione supplementare, in modo da favorire la nitrificazione, o
agendo su effluenti già sufficientemente nitrificati in stagni profondi fino a 2 m, alimentati
con un effluente secondario, dove la nitrificazione avviene nelle zone aerate artificialmente,
mentre la denitrificazione si sviluppa nelle zone anossiche della colonna d'acqua e dei sedi-
menti. Può essere necessario provvedere alla raccolta delle lemnacee anche con frequenza
settimanale. D'altro canto la sostanza organica ottenuta per degradazione batterica delle
lemnacee morte nei sedimenti può costituire fonte di carbonio per favorire la denitrificazio-
ne.
In questi stagni servono elevati rapporti lunghezza/larghezza (superiori a 10), per mi-
nimizzare gli effetti di cortocircuitazioni. È necessario prevedere la post-aerazione dell'ef-
fluente prima dello scarico nel corpo idrico ricettore. Si osserva la diminuzione della pro-
duttività da ottobre a novembre e lungo l'impianto (dalla zona di afflusso a quella di deflus-
so) dovuta alla diminuzione della temperatura, nel primo caso, e alla diminuzione dei nu-
trienti negli strati superficiali dello stagno, nel secondo. La rimozione dei solidi sospesi e del
COD è accettabile. La rimozione dell'azoto è insufficiente se il refluo non ha subito alcun ti-
po di aerazione ed esistono quindi limitazioni alla nitrificazione.

L’utilizzo diffuso di lemnacee sembra difficile nel nostro paese a causa dell'arresto
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-21

della loro crescita nel periodo invernale (almeno nel Nord Italia).

2.7. SISTEMI DI FITODEPURAZIONE INTEGRATI

Il ricorso a sistemi di fitodepurazione integrati si rende opportuno se è richiesto un


trattamento spinto dei reflui. L'uso di sistemi multistadio consente infatti una miglior spe-
cializzazione delle diverse fasi di trattamento, con un'accelerazione dei singoli processi di ri-
mozione, perché si può realizzare una successione di habitat e di specie che meglio riflette le
condizioni naturali, come ad es. il passaggio da una zona eutrofica ad una oligotrofica.
La più semplice tipologia di sistema integrato è data dall'abbinamento di un sistema a
flusso subsuperficiale verticale e di un sistema a flusso subsuperficiale orizzontale in modo
da favorire processi di nitrificazione, nel primo, e di denitrificazione, nel secondo. Ciò può
essere ottenuto secondo uno schema di pre-denitrificazione, con ricircolo dell'effluente ni-
trificato dal sistema a flusso verticale, in questo caso posto a valle. In alternativa può utiliz-
zarsi uno schema di post-denitrificazione in cui un effluente sufficientemente pretrattato (in
termini di rimozione della sostanza organica) viene nitrificato in un sistema a flusso verticale
e successivamente denitrificato in uno a flusso orizzontale in cui la fonte di carbonio interno
può essere costituita dalla sostanza organica presente sotto forma di lettiera o di sostanza
organica lentamente biodegradabile.
Ad esempio i sistemi MPIP (Max Planck Institute Process) sono costituiti da una succes-
sione di cinque stadi di cui due con flusso verticale e tre con flusso orizzontale. I due stadi a
flusso verticale (a idrofite emergenti) utilizzano diversi letti in parallelo con rotazione del-
l'alimentazione; gli stadi successivi sono alimentati in continuo ed utilizzano bacini a flusso
orizzontale. Il bacino di affinamento finale può essere eventualmente costituito da uno sta-
gno coperto da idrofite galleggianti o popolato da idrofite sommerse.
Talune soluzioni prevedono anche la possibilità di integrare trattamenti naturali e trat-
tamenti convenzionali utilizzando un letto percolatore tradizionale o un biofiltro per ottene-
re la nitrificazione ed integrare tali sistemi con trattamenti di fitodepurazione secondari e di
affinamento.

2.8. CONSIDERAZIONI APPLICATIVE E COMMENTI FINALI

I sistemi di fitodepurazione sono una alternativa di trattamento delle acque reflue per le
piccole comunità di tipo rurale e per scarichi stagionali o fluttuanti (campeggi, alberghi, vil-
laggi turistici, ecc.) che richiedono soluzioni robuste, semplici da gestire e che determinino
un rapido avvio dei processi depurativi.
Tenuto conto delle condizioni climatiche italiane, l'utilizzo delle idrofite emergenti in
sistemi a flusso subsuperficiale appare il più adatto per impianti operanti nell'intero arco del-
l'anno, mentre nel caso di impianti il cui funzionamento è limitato al periodo primaverile ed
estivo possono essere previsti anche sistemi a flusso superficiale o stagni coperti da idrofite
galleggianti (a tal riguardo le lemnacee risultano senza dubbio preferibili ai giacinti d'acqua).
I costi di costruzione sono molto variabili ma comunque paragonabili a quelli degli im-
pianti di depurazione di tipo convenzionale. I costi di gestione sono assai contenuti in
quanto i consumi energetici possono essere addirittura nulli. Gli impegni di personale pos-
sono essere limitati ad una visita di controllo settimanale.
La qualità dell'effluente è spesso superiore a quella dei convenzionali impianti a fanghi
attivi per quanto riguarda BOD, solidi sospesi e carica batterica.
Le prospettive di applicazione appaiono interessanti, soprattutto in contesti specifici
9-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

caratterizzati da piccoli centri con popolazione dispersa ed ampia disponibilità di superfici.


La diffusione in Italia resta tuttavia limitata a sporadici casi di natura spesso sperimentale.

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