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Capitolo 1

INTRODUZIONE

1. METODI DI TRATTAMENTO

La scelta del livello e del tipo di trattamento a cui sottoporre le acque reflue dipende
dai limiti imposti allo scarico nel corso d'acqua recettore e dalla effettiva fattibilità del pro-
cesso scelto. Di conseguenza l'operatore deve individuare la scelta ottimale in un ventaglio
di alternative, per valutare la combinazione di trattamento e smaltimento più indicata per il
caso specifico.
In quest'ottica è necessario conoscere la classificazione dei vari metodi alternativi per il
trattamento dei liquami e considerare l'applicazione di queste tecniche per il raggiungimento
dell'obiettivo di smaltimento del refluo.

In generale, come prima classificazione, i contaminanti presenti in un refluo possono


essere rimossi attraverso meccanismi fisici, chimici o biologici. Si tratta di una distinzione di
massima, poiché, nella maggior parte dei casi, i sistemi di trattamento prevedono una com-
binazione di questi meccanismi; tuttavia lo studio delle varie unità prese singolarmente per-
mette di affrontare il vasto tema della depurazione delle acque conoscendo i principi che ne
stanno alla base e che comunque si trasferiscono invariati anche affrontando casi reali più
complessi.

Trattamenti fisici

Sono metodi di trattamento in cui predominano forze di tipo fisico (forza di gravità,
forze di galleggiamento, forze di tipo elettrostatico...); costituiscono i primi meccanismi uti-
lizzati storicamente nel campo della depurazione. Grigliatura, miscelazione, flocculazione,
sedimentazione, flottazione, filtrazione sono tipiche unità operative di tipo fisico. Queste
tecniche e le loro applicazioni sono sviluppate in maggior dettaglio nel Capitolo 3 (pretrat-
tamenti) e nel Capitolo 4 (sedimentazione).
1-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Trattamenti chimici

Il trattamento dei reflui può essere ottenuto con la rimozione o la conversione dei
contaminanti attraverso il dosaggio di reattivi chimici e le conseguenti reazioni chimiche.
Precipitazione, adsorbimento e disinfezione sono gli esempi più comuni utilizzati nel
trattamento per via chimica dei liquami; la produzione di precipitati chimici può costituire,
all'interno di questi processi, una ulteriore complicazione dal momento che questi devono
essere sedimentati e quindi allontanati.

Trattamenti biologici

I metodi di trattamento nei quali la rimozione dei contaminanti, per lo più sostanza or-
ganica biodegradabile (colloidale o disciolta), è ottenuta dall'attività biologica di idonei mi-
crorganismi sono noti come processi biologici. Per via biologica è possibile ottenere anche
la rimozione dei nutrienti, quali azoto e fosforo, con l'obiettivo di prevenire fenomeni eu-
trofici nei corsi d'acqua recettori.
In linea di principio, attraverso il processo biologico i composti vengono sottoposti ad
idrolisi enzimatica e quindi trasferiti attraverso la parete cellulare per essere poi metabolizzati
o convertiti in forme gassose successivamente rilasciate nell'atmosfera.
Con un adeguato controllo del processo è possibile in molti casi adottare il trattamento
biologico; tuttavia, deve essere garantito l'ambiente idoneo tale da permettere al processo di
operare in modo efficiente.
I principi fondamentali dei processi biologici sono esposti nel Capitolo 5, mentre le
applicazioni sono descritte nel Capitolo 6 (biomassa sospesa) e nel Capitolo 7 (biomassa
adesa).

2. APPLICAZIONE DEI METODI DI TRATTAMENTO

È già stato puntualizzato il fatto che per provvedere ad un adeguato livello di tratta-
mento è necessario integrare varie unità operative e tipi di processo. Storicamente, i termini
preliminare e/o primario si riferiscono ad unità operative di tipo fisico; secondario si riferisce ad
unità di processo chimico o biologico; avanzato o terziario si riferiscono alla combinazione di
processi sia fisici, che chimici, che biologici. Questi termini forniscono comunque solo
un'indicazione sommaria.
Un razionale approccio alla scelta del trattamento da effettuarsi, consiste dapprima
nello stabilire il livello di rimozione dei contaminanti richiesto per lo scarico, e quindi
nell’identificare le unità operative, i processi e i metodi applicabili alla rimozione di questi
contaminanti, secondo le indicazioni di massima fornite in Tabella 1.1 e nei paragrafi se-
guenti.

Trattamenti preliminari

Con il trattamento preliminare (pretrattamento) si opera la rimozione di quei costi-


tuenti, in particolare solidi, che potrebbero essere causa di problemi operativi e di manuten-
zione nelle successive fasi dell'impianto. Esempi di operazioni preliminari sono: la grigliatura
e/o triturazione dei corpi grossolani trasportati dalla rete fognaria; dissabbiatura per la rimo-
zione di sabbie che possono essere causa di intasamento delle apparecchiature; flottazione
per la rimozione di oli e grassi, specialmente se presenti in rilevanti quantità.
Cap. 1 Ÿ Introduzione Ÿ 1-3

Contaminante Unità operativa, di processo o sistema di trattamento capitolo


Solidi sospesi Grigliatura e triturazione 3
Stacciatura 3
Sedimentazione 4
Filtrazione 8
Flottazione 3
Dosaggio polimeri
Coagulazione/sedimentazione 4
Sistemi naturali 8
Sostanza organica biodegradabile Fanghi attivi (vari) 6
Letti percolatori 7
Biodischi 7
Lagunaggi (vari) 8
Filtri a sabbia
Sistemi fisico-chimici
Sistemi naturali 8
Composti organici volatili Strippaggio con aria
Captazione e trattamento aria
Adsorbimento su carbone
Patogeni Clorazione 8
Ozonizzazione 8
Irraggiamento UV 8
Sistemi naturali 8
Nutrienti
Azoto Nitrificazione e denitrificazione a biomassa sospesa 6
Nitrificazione e denitrificazione a biomassa adesa 6
Strippaggio ammoniaca
Scambio ionico
Clorazione al punto di rottura
Sistemi naturali 8

Fosforo Dosaggio sali metallici 6


Coagulazione/sedimentazione con calce 6
Rimozione biologica 6
Rimozione biologico/chimica 6
Sistemi naturali 8

Azoto e fosforo Rimozione biologica 6


Composti organici refrattari Adsorbimento su carbone
Ozonizzazione terziaria
Sistemi naturali
Metalli pesanti Precipitazione chimica
Scambio ionico
Sistemi naturali
Solidi organici disciolti Scambio ionico
Osmosi inversa
Elettrodialisi
Tabella 1.1. Unità operative, processi e sistemi di trattamento usati nella rimozione dei principali contami-
nanti presenti nei liquami.

Il termine pretrattamento, utilizzato in questo contesto, si distingue dal termine pretratta-


mento industriale che indica invece un primo stadio di trattamento tale da rendere il refluo
idoneo allo scarico per esempio in fognatura.

Trattamento primario

Durante il trattamento primario viene rimossa dai liquami una porzione dei solidi so-
spesi e della sostanza organica; questa operazione è di solito realizzata con meccanismi fisici
quali la stacciatura o la sedimentazione. Costituisce il primo livello di trattamento, essendo,
1-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

in un certo senso, la fase antecedente al trattamento secondario; solo in rare situazioni (per
piccole realtà o nel caso di fognature miste in periodi di pioggia quando si supera la portata
massima inviabile alla linea biologica) il trattamento primario risulta essere l'unico stadio di
trattamento.

Trattamento secondario convenzionale

È diretto principalmente alla rimozione dei composti organici biodegradabili e dei soli-
di sospesi; include il trattamento biologico a biomassa sospesa, a biomassa adesa, i vari tipi
di lagunaggi e la sedimentazione finale.

Rimozione dei nutrienti

La rimozione o il controllo dei nutrienti nel trattamento dei reflui è un aspetto fonda-
mentale in diverse situazioni:
1) scarico in acquiferi confinati con problemi di eutrofizzazione (scarico in laghi);
2) scarico in sistemi fluviali dove la nitrificazione può indurre un intenso consumo di ossi-
geno;
3) rischio di contaminazione di acque sotterranee utilizzabili per scopi potabili;
I nutrienti di principale importanza sono azoto e fosforo; la loro rimozione può essere
realizzata attraverso processi biologici, chimici o una combinazione di entrambi. In molti
casi la rimozione si attua in concomitanza con il trattamento secondario: è il caso della nitri-
ficazione o della precipitazione chimica del fosforo (per esempio i sali metallici possono es-
sere dosati nella vasca di ossidazione e quindi il precipitato raccolto nel sedimentatore fina-
le).

Trattamenti terziari

Il termine trattamento terziario è usato spesso in molteplici accezioni. Nel modo più ge-
nerale, sta ad indicare tutti quei trattamenti successivi che subisce l’effluente di un impianto
dopo il trattamento secondario ossidativo e di sedimentazione, aventi lo scopo di migliorar-
ne le caratteristiche, con l’obiettivo ad esempio di:
1) salvaguardare l’equilibrio biologico del corpo d’acqua ricettore e limitare i fenomeni di
eutrofizzazione;
2) riutilizzare l’acqua di scarico per scopi industriali;
3) preservare le falde idriche sotterranee destinate ad uso potabile.
L’abbattimento dei solidi sospesi che si attua nella sedimentazione secondaria, può non
risultare completo per tutti gli impianti biologici operanti a basso carico (soprattutto quelli a
fanghi attivi), è proprio la fuga di solidi sospesi nell’effluente la causa di un rendimento ef-
fettivo nella rimozione del BOD assai più basso dei rendimenti teorici prevedibili. Alcuni dei
processi coinvolti (ad es. la filtrazione e il lagunaggio), oltre a produrre un effluente più lim-
pido, migliorano notevolmente l’affidabilità complessiva di tutta la catena di trattamenti, in
quanto hanno un potere “tampone”, che consente loro di fare fronte a malfunzionamenti
temporanei ed irregolarità delle fasi di trattamento che stanno a monte, garantendo la pro-
duzione di un effluente di qualità elevata e costante nel tempo.
Anche per i trattamenti di abbattimento di fosforo e di azoto viene utilizzata la deno-
minazione di terziario, anche se può risultare spesso impropria, poiché questi non sempre
sono effettuati sull’effluente finale dopo la sedimentazione (secondaria).
Processi frequentemente adottati nei trattamenti terziari sono la coagulazione chimica,
la flocculazione e sedimentazione, filtrazione e adsorbimento su carbone attivo. Processi
Cap. 1 Ÿ Introduzione Ÿ 1-5

meno diffusi comprendono scambio ionico e osmosi inversa per la rimozione di ioni speci-
fici o per la riduzione dei solidi disciolti.

Rimozione di composti tossici e contaminanti specifici

È questo un tema piuttosto complesso, trattato solo marginalmente durante il corso.


Per quanto concerne lo scarico di reflui industriali sia in fognatura, che presso un impianto
di depurazione civile, la concentrazione di inquinanti tossici nel refluo dovrebbe essere
controllata prevedendo un pretrattamento rispettivamente presso lo stabilimento industriale
o presso l'impianto di depurazione ove avviene il co-smaltimento in piccola percentuale con
i reflui urbani.
Molte sostanze tossiche come i metalli pesanti sono rimosse attraverso processi chimi-
co-fisici quali coagulazione chimica, flocculazione, sedimentazione, filtrazione. Un certo
grado di rimozione viene comunque ottenuto anche con trattamento convenzionale secon-
dario. Per liquami contenenti composti organici volatili si possono prevedere trattamenti
con strippaggio o adsorbimento su carbone attivo. Modeste concentrazioni di specifici
composti possono essere rimosse adottando sistemi a scambio ionico.

Trattamento fanghi

I contaminanti e i solidi sospesi che vengono eliminati dal liquame influente tramite il
processo depurativo, si ritrovano allo stato più o meno concentrato sotto forma di fanghi,
che richiedono un trattamento e smaltimento finale. Accanto ad una linea “trattamento li-
quami”, in ogni impianto di depurazione è pertanto individuabile una linea “trattamento
fanghi”, più o meno complessa, cui viene avviato il fango di supero o fango in eccesso: esso deve
essere prelevato ed allontanato periodicamente o con continuità dalla “linea liquami”, per
evitare che le concentrazioni di solidi sospesi presenti nelle fasi di trattamento dei liquami,
superino i valori accettabili per un corretto funzionamento dell’impianto.
Il trattamento e smaltimento del fango assume importanza fondamentale per una serie
di motivi:
1) nonostante i volumi di fanghi da smaltire siano proporzionalmente limitati rispetto al
volume dei liquami trattati (dell’ordine di qualche punto percentuale, in funzione del ti-
po di impianto), sono comunque sempre ragguardevoli, tendendo tanto più ad aumen-
tare quanto più i processi tendono a spingersi a limiti sempre più elevati di efficienza
depurativa;
2) nel fango prelevato dalla linea liquami si trovano concentrati i batteri patogeni, o virus, i
parassiti rimossi dai liquami, che possono presentare aspetti di pericolosità, ed esigono
particolari specifiche cautele;
3) le caratteristiche fisico-chimiche del fango di supero e le relative quantità sono molto
variabili di caso in caso, e sono difficilmente prevedibili a priori, per cui è opportuno
porre una certa attenzione nel dimensionamento delle fasi di trattamento.
I trattamenti che possono essere ipotizzati per i fanghi dipendono da numerosi fattori:
caratteristiche ambientali, locali, caratteristiche intrinseche dei fanghi da trattare, potenzialità
dell’impianto, tipo di smaltimento finale, ecc.
I principali metodi in uso e le varie alternative di processo per i fanghi sono appro-
fondite nella Parte II relativa alle Caratteristiche, trattamento e smaltimento dei fanghi.
1-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3. SCHEMI DI PROCESSO

Di seguito vengono illustrati i diagrammi a blocchi di due comuni metodi di tratta-


mento delle acque reflue: a fanghi attivi (1), e a biomassa adesa (2). In entrambi sono evi-
denziate la linea acque e la linea fanghi; la figura (1) si riferisce ad impianti per utenze medio
grandi, in quanto la presenza di un digestore anaerobico richiede una costante assistenza
tecnica ed una configurazione impiantistica senz’altro più complessa.

LEGENDA: liquami; fanghi

(eventuale)
emulsioni oleose O2 Cl2

liquame
grezzo dissabbiatura sedimenta- aerazione sedimenta-
grigliatura e disoleatura zione prima- (ossidazione) zione secon- clorazione
ria o stadio bio- daria
logico a fan-
ghi attivi
grigliato inerte pesante
ricircolo fanghi
liquame
depurato

fanghi disidrata- digestione


disidratati zione anaerobica ispessimento

Figura 1.1. Schema di un impianto di depurazione tradizionale a fanghi attivi.

(eventuale)
emulsioni oleose Cl2

liquame
grezzo dissabbiatura sedimenta- sedimenta-
grigliatura e disoleatura zione prima- biofiltri zione secon- clorazione
ria daria

grigliato inerte pesante (eventuale)


liquame
depurato

fanghi disidrata- digestione ispessimento


disidratati zione aerobica a gravità

Figura 1.2. Schema di un impianto di depurazione con processo a biomassa adesa.


Cap. 1 Ÿ Introduzione Ÿ 1-7

4. GLOSSARIO

Processi biologici

Fanghi attivi. Sono il processo più applicato ed efficiente: nelle sue molteplici derivazioni
consente la rimozione di COD, BOD, solidi sospesi, azoto e fosforo mediante fermenta-
zione batterica aerobica attuata in apposite vasche aerate ove vengono in contatto il li-
quame ed i fanghi batterici: un sedimentatore posto a valle ricicla le cellule batteriche e
sfiora il liquame depurato.
Letti percolatori. (o altri filtri biologici) consentono pressoché le stesse prestazioni dei fan-
ghi attivi, ma il processo avviene in torri di riempimento (pietrisco o materiale plastico)
sulle quali viene spruzzato il liquame, che, percolando verso la base, viene degradato
dalla popolazione batterica aerobica adesa sul supporto solido.
Biodischi. Hanno prestazioni e funzionamento analogo ai filtri biologici, ma la popolazione
batterica è adesa su grandi supporti a disco (diametro fino a 4 m) che girano lentamente
semiimmersi nel liquame.
Stagni biologici. Ne esistono di vario tipo (anaerobico, aerobico, facoltativo, aerato); sono
veri e propri stagni artificiali ove si sfruttano sia i fenomeni di sedimentazione che di
depurazione biologica.
Processi anaerobici. Ne esistono di vario tipo, riscaldati o freddi, hanno il vantaggio di
una minore produzione di fanghi e di una produzione di biogas (metano al 70%), ma
sono sfavoriti dalla bassa efficienza di depurazione e dalle dimensioni elevate.

Processi fisici

Grigliatura. Consiste nella rimozione di sostanze grossolane (> 2 cm) tramite barre, maglie
di varia forma (inclinate, convesse, ecc.) a pulizia manuale (rastrelli) o automatica (ra-
strelli temporizzati).
Dissabbiatura. Consiste nella rimozione delle sabbie (provenienti dal dilavamento stradale
e dei piazzali) mediante separazione a gravità in appositi canali, o per forza centrifuga in
apposite vasche a pianta circolare.
Disoleatura. Consiste nella rimozione di oli e grassi, o per decantazione e raccolta sul fon-
do vasche, o per schiumatura delle fasi galleggianti.
Sedimentazione. Consente la separazione per gravità di particelle sospese troppo piccole e
leggere per essere rimosse per grigliatura e dissabbiatura: si ottiene in grandi vasche di
quiete idraulica.
Flottazione. Consente la separazione di particelle sospese in seguito a galleggiamento: le
particelle devono avere un peso specifico apparente più basso di quello dell'acqua, o per
loro stessa natura, o provocato dall'adesione di microbolle di aria opportunamente in-
sufflata: il processo è favorito anche dall'aggiunta di agenti flocculanti.
Equalizzazione. È un'operazione di regolarizzazione delle portate variabili ottenuta in
grandi vasche con rilancio di pompe a portata costante.
Omogeneizzazione. È un'operazione di regolarizzazione della variabilità delle concentra-
zioni degli inquinanti, che si ottiene per diluizione e miscelazione in grandi vasche.
Filtrazione. Consente la separazione di sostanze sospese per il trattamento da parte di un
materiale filtrante (sabbia, antracite, tela, ecc.); la filtrazione può avvenire a pressione
atmosferica, a pressione positiva o sotto vuoto.
Centrifugazione. Consente la separazione di sostanze sospese per effetto della forza centri-
fuga.
Essiccamento. Con l'essiccamento termico, sia naturale (su letti a sabbia all'aperto) sia con
1-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

riscaldamento di supporto, si vuole ridurre l'umidità e quindi il volume dei liquami, ma


soprattutto di fanghi.

Processi chimico-fisici

Disinfezione. Con tale processo si vuole uccidere (non fino alla sterilizzazione) una elevata
quota di batteri, virus e microrganismi indesiderati: si attua con reagenti chimici, sia gas-
sosi (O3, Cl2, ClO2) o liquidi (NaClO).
Elettrodialisi. Permette la separazione selettiva di anioni e cationi ottenuta con membrane
ed un campo elettrico: è molto usata per la desalinizzazione.
Incenerimento. Si applica soprattutto a fanghi organici di depurazione ma anche a soluzio-
ni organiche molto concentrate: avviene a temperature elevate (>900°C) per evitare fe-
nomeni di inquinamento atmosferico da incombusti.
Scambio ionico. Si attua tramite l'azione di resine che anno la proprietà di cedere i propri
ioni fissando quelli da rimuovere; esistono resine cationiche e anioniche; periodica-
mente la resina deve essere rigenerata.
Precipitazione. Consente il cambiamento di stato (da liquido a solido insolubile) di una so-
stanza in soluzione mediante variazioni di temperatura, pH, o evaporazione: vengono
spesso usati catalizzatori.
Neutralizzazione. Consente di correggere il pH di soluzioni acide o alcaline con i reagenti
complementari (CaO, Ca(OH)2, Ca(HCO3)2, NaHCO3, HCI, H2SO4, CO2).
Osmosi inversa e ultrafiltrazione. Sono processi di filtrazione ad alta pressione su mem-
brane di micropori che, con un processo inverso all'osmosi naturale lasciano defluire
acqua ad elevata purezza trattenendo i soluti.
Ossidoriduzione. Consiste nella modificazione dello stato di valenza ionica e di conse-
guenza spesso dello stato fisico e delle caratteristiche di nocività. I reattivi redox utiliz-
zati sono: H2SO4, Cl2, HCIO, ferro (bi e trivalente), NO3-, SO2, O2 gas, O3 gas, KMnO4,
FeSO4.
Adsorbimento. Consiste nella proprietà di alcune sostanze solide (carbone attivo, torba, fa-
rine fossili) di trattenere sulla loro superficie sostanze in soluzione acquosa o gassosa:
l'adsorbente deve essere rinnovato quando esaurito.
Coagulazione. Consiste nella aggregazione delle particelle colloidali in grossi fiocchi sedi-
mentabili, ottenuta con reattivi chimici (Al2(SO4)3, Ca(CO3), FeCl3, FeSO4, ecc.) e polie-
lettroliti organici.
Chiariflocculazione. È la combinazione dei due processi di coagulazione e di sedimenta-
zione.
Capitolo 2

CARATTERISTICHE DELLE ACQUE REFLUE

1. INTRODUZIONE

In ogni impianto di depurazione, la fase progettuale deve essere preceduta da un'ade-


guata definizione delle caratteristiche qualitative dello scarico.
Il carico idraulico, cioè la portata liquida di acque di rifiuto, e il carico organico, cioè
la quantità di sostanze organiche che debbono essere trattate (normalmente misurata come
BOD5), costituiscono le due grandezze fondamentali per l'impostazione delle indagini relati-
ve ad un qualsiasi sistema di trattamento e smaltimento dei reflui civili.

Se si prevede di costruire un impianto di depurazione, è sempre conveniente effettuare


sperimentazioni dirette, sia valutando le portate idrauliche, sia, contemporaneamente, ef-
fettuando analisi sulla concentrazione di carico organico, in modo da potere risalire al carico
organico complessivo. Le analisi sono di norma estese anche alle altre caratteristiche fisiche
(solidi sospesi, torbidità, temperatura, conduttività ... ), chimiche (COD, azoto e fosforo, oli e
grassi, detersivi, pH, ossigeno disciolto, metalli pesanti ... ) e biologiche (carica batterica, pre-
senza di particolari microrganismi ... ). Sono indagini che debbono essere eseguite scrupolo-
samente, in quanto i dati che ne derivano condizionano l'attendibilità di tutti i calcoli e di-
mensionamenti conseguenti.
Una grossa incognita è sempre rappresentata dall'entità delle portate reflue scaricate
dalle industrie che, oltre ad essere approvvigionate dagli acquedotti civili, possono prelevare
autonomamente acque superficiali o profonde. In zone in cui la falda idrica sotterranea sia
molto alta, si possono verificare infiltrazioni entro la rete fognaria, se costruita in modo ina-
deguato (cioè con giunti non a perfetta tenuta, camerette non impermeabilizzate ... ), con
apporti di entità difficilmente prevedibili. C'è poi da evidenziare che scarichi di utenze parti-
colari quali industrie, scuole, supermercati, località turistiche, possono avere particolarissimi
andamenti dei deflussi, anche questi difficilmente prevedibili.

Nei casi reali non è sempre possibile effettuare queste indagini dirette, in quanto, quan-
2-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

do si decide per la costruzione di un impianto di depurazione, frequentemente non è stato


ancora predisposto l'allacciamento delle fognature ad un unico recapito (ove si possano ese-
guire le rilevazioni).
In assenza di sperimentazioni dirette, si può conoscere l'entità del carico idraulico
attraverso lo studio dell'andamento dei consumi d'acqua prelevata dall'acquedotto, che può
fornire dati importanti sulle quantità di acqua che è prevedibile perverranno all'impianto (si
assume di solito un coefficiente di afflusso alla fognatura pari a 0,80), sull'andamento delle
portate nelle varie ore del giorno e sulle punte massime stagionali.
In ogni caso è opportuno porre attenzione alle seguenti considerazioni:
1. il dimensionamento del sistema di smaltimento va effettuato sugli apporti idrici massimi
che si verificano nel corso dell'anno;
2. se la popolazione servita è in progressivo aumento, il dimensionamento del sistema di
smaltimento va effettuato sulla popolazione che sarà prevedibilmente allacciata in futuro;
il problema consiste nel fare delle previsioni sulla popolazione futura, in base alla popola-
zione attuale e passata. Ci si può riferire a modelli di regressione che stimando i dati di
accrescimento della popolazione negli anni passati, permettono di estrapolare previsioni
future.

Il refluo di origine civile, nonostante i diversi usi ed abitudini delle varie popolazioni,
presenta una composizione abbastanza costante; la contenuta variabilità di caratterizzazione
del liquame domestico fa sì che i dati di progettazione siano facilmente estrapolabili da una
situazione all'altra.
Sulla base delle sostanze inquinanti presenti nei liquami sia domestici che industriali,
questi possono essere suddivisi e classificati in base alle loro caratteristiche fisiche, chimiche
e biologiche, come descritto nei paragrafi seguenti.

2. CARATTERISTICHE FISICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

La più importante caratteristica fisica del refluo è il suo contenuto di solidi totali, ovve-
ro materiale in sospensione, materiale sedimentabile, materiale colloidale e materiale in solu-
zione. Altre caratteristiche fisiche importanti sono odore, temperatura, densità, colore e tor-
bidità.

2.1. SOLIDI TOTALI

Analiticamente il contenuto di solidi totali del refluo è definito come tutto il materiale
che rimane come residuo dopo evaporazione ad una temperatura compresa tra 103° e
105°C. Il materiale che ha una tensione di vapore elevata viene perso durante l’evaporazione
e non è definito come un solido.
I solidi sedimentabili sono quelli che sedimentano sul fondo di un contenitore a
forma di cono (cono Imhoff, della capacità di 1 litro ed altezza di 40 cm) in un periodo di 2
ore. I solidi sedimentabili, espressi su base volumetrica come ml/l, sono una misura appros-
simata della quantità di fango che verrà rimossa dalla sedimentazione primaria.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-3

SS solidi sospesi
TS solidi totali
VSS solidi sospesi volatili
FSS solidi sospesi fissi
TVS solidi volatili totali
FS solidi filtrabili
VFS solidi filtrabili volatili
FFS solidi filtrabili fissi
TFS solidi fissi totali

Nella maggior parte della


letteratura sulla qualità
dell’acqua i solidi passanti
attraverso il filtro sono
chiamati solidi disciolti.
Figura 2.1. Interrelazioni tra i solidi nei reflui.

I solidi totali possono poi essere classificati come non filtrabili (sospesi) o filtrabili,
facendo passare un volume noto di liquido attraverso un filtro. Il filtro più usato per questa
separazione è quello a fibre di vetro (Whatman GF/C) con un diametro nominale dei pori
di circa 1,2 µm [Metcalf & Eddy, 1991] possono essere usate anche membrane di policarbo-
nato. È necessario notare che i risultati ottenuti con i due tipi di filtri, pur con lo stesso
diametro nominale dei pori, possono essere differenti a causa della loro diversa struttura.
Secondo le norme italiane invece si considerano per definizione solidi sospesi quelli tratte-
nuti da una membrana filtrante di porosità pari a 0,45 µm (Figura 2.2).
La frazione di solidi filtrabili è costituita da solidi colloidali e solidi disciolti. La fra-
zione colloidale è composta da particelle con dimensione approssimativa tra 0,001 e 1 µm,
mentre i solidi disciolti consistono di molecole e di ioni, sia organici che inorganici, real-
mente presenti in soluzione. La frazione colloidale non può essere rimossa per sedimenta-
zione; generalmente per rimuovere queste particelle dalla sospensione è richiesta una ossida-
zione biologica seguita da sedimentazione.
La classificazione dei solidi filtrabili e non filtrabili è riportata in Figura 2.2 con la loro
dimensione approssimativa.
Ciascuna delle categorie di solidi può essere inoltre classificata sulla base della volatilità a
550±50°C. A questa
temperatura la frazione
organica viene ossidata e
allontanata come gas, altri processi coagulazione decantazione
rimozione
mentre la frazione inor-
ganica rimane come ce- definizione
solidi filtrabili solidi sospesi

nere. Così i termini


disciolti colloidali sospesi
solidi sospesi volatili e stato fisico
non colloidali
solidi sospesi fissi (o
residuo fisso o solidi non dimensione

volatili) si riferiscono, ri-


spettivamente, al conte-
nuto organico ed inor- Figura 2.2. Classificazione fisica dei solidi, con indicazione orientativa delle
ganico (minerale) dei loro dimensioni.
2-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Solidi

Totali
720 mg/l

Sospesi Filtrabili
220 mg/l 500 mg/l

Sedimentabili Non sedimentabili Colloidali Disciolti


160 mg/l 60 mg/l 50 mg/l 450 mg/l

Organici Minerali Organici Minerali Organici Minerali Organici Minerali


120 mg/l 40 mg/l 45 mg/l 15 mg/l 40 mg/l 10 mg/l 160 mg/l 290 mg/l

Figura 2.3. Classificazione approssimativa dei solidi in un refluo a carico medio.

solidi sospesi. Infatti in un forno a muffola alla temperatura di 550°C la decomposizione dei
sali inorganici è ristretta al carbonato di magnesio (MgCO3), che si decompone in ossido di
magnesio (MgO) e anidride carbonica (CO2) a 350°C; il carbonato di calcio (CaCO3), il mag-
gior componente dei sali inorganici, è stabile invece fino alla temperatura di 825°C.
L’analisi dei solidi volatili è applicata comunemente ai fanghi per misurare la loro stabi-
lità biologica.

Per quanto riguarda i solidi filtrabili, è interessante notare che una notevole quantità di
materiale è raggruppata nell’intervallo tra 0,1 e 1 µm. Recenti studi suggeriscono che il dia-
metro di 0,1 µm rappresenterebbe un limite migliore dei solidi filtrabili. In futuro la cono-
scenza della distribuzione delle dimensioni dei solidi giocherà un ruolo cruciale nel progetto
sia del sistema di conferimento sia del trattamento dei reflui.

2.2. ODORI

Il refluo fresco ha un odore inconfondibile ma non particolarmente sgradevole, assai


meno nauseabondo dell’odore di un liquame sottoposto a decomposizione anaerobica.
L’odore degli scarichi urbani è in generale dovuto a miscele di gas di putrefazione della
componente biodegradabile (acido solfidrico, mercaptani, ammoniaca, scatolo, ammine,
ecc.) o da sostanze aggiunte al refluo. Il più caratteristico è quello dell’acido solfidrico (H2S),
prodotto dai microrganismi anaerobici che riducono il solfato ( SO 2− 4 ) in solfuro (S ). Gli
2-

scarichi industriali possono contenere composti maleodoranti o composti che producono


odori durante il processo di trattamento del refluo.
Il problema degli odori ha assunto rilevanza primaria nella accettazione pubblica, e
quindi nella diffusione degli impianti di depurazione. Negli ultimi anni il controllo degli odo-
ri ha occupato una considerazione maggiore nella progettazione delle operazioni di raccolta,
trattamento e stoccaggio, soprattutto nelle sezioni dell’impianto ove si determinano più fa-
cilmente condizioni anaerobiche (vasche iniziali, linea fanghi, luoghi di accumulo di prodotti
fermentescibili non adeguatamente aerati). Si avverte quindi sempre più l’esigenza di realiz-
zare coperture di tali zone con captazione e trattamento dell’aria maleodorante.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-5

2.2.1. Effetti degli odori

L’importanza degli odori a basse concentrazioni in relazione all’uomo è dovuta princi-


palmente allo stress psicologico piuttosto che alla loro nocività. Odori molesti possono
provocare mancanza d’appetito, ridotto consumo d’acqua, difficoltà di respirazione, nausea,
vomito e scompensi mentali. In situazione estreme, odori offensivi possono condurre al
deterioramento del valore personale, interferire nelle relazioni umane, abbassare lo status
socio-economico e inibire la crescita. Questi problemi possono concretizzarsi in una dimi-
nuzione del valore delle proprietà e delle attività economiche presenti nella zona.

2.2.2. Caratteristiche degli odori e loro misura

Quattro sono i fattori indipendenti richiesti per caratterizzare completamente un odo-


re: intensità (la forza con cui viene percepito l’odore), carattere (riferito alle associazioni men-
tali fatte dal singolo soggetto nel definire l’odore), piacere (la sensazione piacevole o meno),
percettibilità (minima concentrazione necessaria alla sua percezione). Attualmente l’unico pa-
rametro utilizzato è quello della percettibilità.
Gli odori possono essere misurati attraverso metodi sensoriali (organolettici, rilevando
le opportune diluizioni per raggiungere la soglia percepibile) o per mezzo di strumenti. La
metodologia più diffusa, che fa riferimento al primo tipo di misura, prevede l’esposizione di
un campione di soggetti umani agli odori, procedendo a successive diluizioni con aria pura
fino ad individuarne la soglia di percettibilità dell'odore (MDTOC, Minimum Detectable
Threshold Odor Concentration, concentrazione minima di percettibilità dell'odore). La misura dell'odore
è quindi espressa come numero di diluizioni necessarie a raggiungere la MDTOC.

2.3. TEMPERATURA

La temperatura del refluo è di solito maggiore di quella del corpo idrico ricettore, a
causa dello scarico di acqua più calda dalle case e dalle industrie. Poiché il calore specifico
dell’acqua è molto maggiore di quello dell’aria, la temperatura del refluo risulta più alta di
quella dell’ambiente durante la maggior parte dell’anno, tranne che nei mesi estivi. In dipen-
denza dalla localizzazione geografica, la temperatura media annuale del refluo varia da circa
10 a 21°C (essendo 16°C un valore rappresentativo).
La temperatura dell’acqua è un parametro molto importante per i suoi effetti sulle re-
azioni chimiche e le loro velocità di reazione, sulla vita acquatica e sulla idoneità di utilizzo.
Ad esempio, l’aumento di temperatura può determinare un cambiamento nelle specie di pe-
sci esistenti nel corpo idrico ricettore. Gli stabilimenti industriali che utilizzano acque di su-
perficie come acque di raffreddamento devono essere particolarmente attenti alla tempera-
tura degli scarichi.
Inoltre la solubilità dell’ossigeno diminuisce con l’aumentare della temperatura
dell’acqua. Quindi l’intensificarsi delle reazioni biochimiche dovute all’innalzamento della
temperatura, combinato con la ridotta quantità di ossigeno solubile nell’acqua, può spesso
determinare una grave carenza di ossigeno durante i mesi estivi. La situazione diventa anco-
ra più problematica quando la portata dello scarico sia significativa rispetto a quella del cor-
po idrico oppure l’incremento di temperatura sia improvviso; temperature superiori alla
normalità possono inoltre produrre la proliferazione di piante o funghi indesiderati.
La temperatura ottimale per l’attività batterica è compresa tra i 25 e i 35°C; la digestione
aerobica e la nitrificazione si interrompono sopra i 50°C. Quando la temperatura scende
sotto i 15°C i batteri produttori di metano cessano la loro attività e così fanno anche i batte-
2-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ri autotrofi nitrificanti sotto i 5°C. A 2°C perfino i batteri chemioeterotrofi che agiscono sul
carbonio diventano dormienti.

2.4. DENSITÀ

La densità del refluo ρw è definita come la sua massa per unità di volume espressa in
kg/m3. La densità è un’importante caratteristica fisica perché può determinare la formazione
di correnti di densità nelle vasche di sedimentazione e in altre unità di trattamento.
La densità del refluo civile che non contiene quantità significative di scarichi industriali
è essenzialmente la stessa dell’acqua alla stessa temperatura. In alcuni casi viene utilizzata la
densità relativa sw=ρw/ρo, essendo ρo la densità dell’acqua. Sia la densità, che la densità relati-
va sono funzioni della temperatura e variano con la concentrazione di solidi totali nel refluo.

2.5. COLORE

L’età del refluo può essere determinata qualitativamente per mezzo dell’odore e del
colore. Il refluo fresco è di solito di colore marrone-grigio; poi, durante la permanenza nel
sistema di raccolta e lo svilupparsi di condizioni anaerobiche, il colore varia da grigio a grigio
scuro ed infine a nero. Quando il refluo diventa nero viene spesso indicato come settico.
Gli scarichi industriali possono modificare il colore e in molti casi il colore scuro è do-
vuto alla formazione di solfuri metallici, poiché il solfuro prodotto in condizioni anaerobi-
che reagisce con i metalli presenti.
La colorazione è dovuta a sostanze sospese (colorazione apparente) o a sostanze disciolte.
Nel caso dei reflui, essendo elevata la presenza di sostanze sospese, il colore viene espresso
mediante il numero di diluizioni necessario a non renderlo più percettibile su uno spessore
d’acqua prefissato (10 cm secondo la normativa italiana).

2.6. TORBIDITÀ

La torbidità è la misura della capacità di trasmettere la luce ed è usata per indicare la


qualità degli scarichi e delle acque naturali, in riferimento ai colloidi e alla sostanza residua
sospesa. La misura della torbidità è basata sul confronto tra l’intensità della luce trasmessa
dal campione in esame e da un provino di riferimento nelle stesse condizioni. La sostanza
colloidale diffonde o assorbe la luce e ne ostacola quindi la trasmissione.
In generale non c’è una relazione tra la torbidità e la concentrazione di solidi sospesi in
reflui non trattati; c’è, comunque, una relazione ragionevole tra questi due aspetti per quanto
riguarda gli effluenti provenienti dalla sedimentazione secondaria dopo il processo a fanghi
attivi.

3. CARATTERISTICHE CHIMICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

3.1. COMPOSTI ORGANICI

In un refluo medio circa il 75% dei solidi sospesi ed il 40% dei solidi filtrabili sono co-
stituiti da sostanza organica. La frazione organica dei solidi può avere origine vegetale o
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-7

animale, o essere prodotta dalle attività dell’uomo collegate alla sintesi di composti organici.
I composti organici sono normalmente costituiti da elementi quali carbonio, idrogeno,
ossigeno e, in alcuni casi, azoto; possono anche essere presenti altri importanti elementi
come zolfo, fosforo e ferro.
I principali tipi di composti organici presenti nei reflui sono proteine (40÷60%), car-
boidrati (25÷50%), oli e grassi (10%). Un altro composto organico importante è l’urea, co-
stituente principale dell’urina, riscontrabile solo nei reflui molto freschi a causa della sua ra-
pida decomposizione.
Assieme a questi composti, i reflui contengono anche piccole quantità di un gran nu-
mero di molecole organiche di sintesi, dalle più semplici alle più complesse. Esempi tipici
sono i tensioattivi dei detergenti, i principali inquinanti organici, i composti organici
volatili e i pesticidi. Inoltre la varietà dei composti sta crescendo di anno in anno, a causa
della sempre più vasta quantità di molecole organiche sintetizzate.
La presenza di queste sostanze può rendere più complesso il trattamento dei reflui,
poiché molti composti non possono, o possono solo molto lentamente, essere decomposti
biologicamente.

3.1.1. Proteine

Le proteine sono fra i principali costituenti dei tessuti animali, mentre sono meno pre-
senti nei vegetali. Tutti gli alimenti grezzi contengono proteine, in piccola quantità nei frutti
acquosi come i pomodori e nei tessuti grassi della carne, in concentrazione maggiore nei fa-
gioli e nella carne magra.
Le proteine sono molecole a struttura complessa e instabile, essendo soggette a molte
forme di decomposizione; alcune sono solubili in acqua, altre insolubili. I pesi molecolari
sono molto alti, da circa 20.000 a 20 milioni (espressi in u.m.a.).
Tutte le proteine contengono carbonio, comune a tutte le sostanze organiche con
idrogeno e ossigeno. In più contengono un’alta percentuale di azoto, circa il 16%(1) , e in
molti casi zolfo, fosforo, ferro. Le proteine, assieme all’urea, costituiscono la fonte primaria
di azoto nel refluo. Quando sono presenti in grande quantità, la loro decomposizione pro-
duce odori molto sgradevoli.

3.1.2. Carboidrati

I carboidrati, molto diffusi in natura, comprendono zuccheri, amidi, cellulosa e fibre le-
gnose; si trovano nei reflui in tutte queste forme. Alcuni sono solubili in acqua, come gli
zuccheri; altri sono insolubili, come gli amidi.
Gli zuccheri tendono a decomporsi in seguito all'attività enzimatica batterica, produ-
cendo, con la fermentazione, alcol e anidride carbonica. Gli amidi, d’altra parte, sono più
stabili, e possono essere convertiti in zuccheri dall'attività microbica.

3.1.3. Oli e grassi

Gli oli e i grassi sono il terzo maggior componente degli alimenti. Il loro contenuto nei
reflui si determina attraverso l’estrazione per mezzo del tricloro-trifluoro-etano, nel quale
sono solubili. Altre sostanze estraibili includono oli minerali, come kerosene e oli lubrifican-

(1)
Una formula chimica rappresentativa della proteina può essere indicata come C4H6ON; poiché il peso
atomico dell'N è pari a 14, messo in relazione al peso molecolare della proteina pari a 84, indica proprio
che la quantità di N presente è circa il 16%.
2-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ti.
I grassi e gli oli sono miscele di esteri della glicerina con acidi grassi. I gliceridi degli
acidi grassi che sono liquidi a temperatura ordinaria sono detti oli, quelli che sono solidi so-
no chiamati grassi, anche se chimicamente sono simili, essendo composti da carbonio,
idrogeno e ossigeno in varie proporzioni. I grassi sono tra i più stabili composti organici e
sono molto lentamente biodegradabili.
Possono derivare dalla normale attività domestica (sono presenti nel burro, grassi ve-
getali, oli, nella carne, nei semi), dal traffico motorizzato (superfici stradali, autorimesse, sta-
zioni di servizio) e da molte attività industriali.
Per la maggior parte galleggiano sul refluo, sebbene una frazione venga trasportata nel
fango dei solidi sedimentabili. In misura perfino maggiore di grassi, oli e saponi, gli oli mine-
rali tendono a ricoprire le superfici dei manufatti, interferiscono con l’azione biologica e
determinano problemi operativi.

3.1.4. Tensioattivi

I tensioattivi sono grandi molecole organiche, poco solubili in acqua, che producono
schiuma negli impianti di trattamento e nei corpi idrici nei quali vengono scaricati. Tendono
ad accumularsi in corrispondenza dell’interfaccia tra le diverse fasi non miscibili, determina-
no modifiche delle proprietà chimico-fisiche della superficie (diminuzione della tensione su-
perficiale, potere schiumogeno e imbibimento) e dimostrano capacità di stabilizzare le emul-
sioni oleose.
Le molecole di tensioattivi sono composte da una catena con caratteristiche idrofobe,
ma solubile in olio, e da un gruppo idrofilo. A seconda della natura di questo gruppo i ten-
sioattivi si dividono in anionici, cationici e non ionici.
I primi rappresentano la grande maggioranza dei prodotti usati nei detergenti; sono co-
stituiti da sali di sodio che ionizzano con formazione di ioni Na+, assumendo carica negativa
sulla parte organica della molecola.
Quelli cationici, costituiti da sali di ammonio quaternario, possiedono uno o più gruppi
funzionali che in acqua si caricano positivamente; poco usati come detergenti, hanno pro-
prietà disinfettanti e germicide (industria tessile).
I tensioattivi non ionici non si ionizzano in soluzione acquosa, ma la loro solubilità è
dovuta alla presenza di gruppi funzionali polari aventi una forte affinità con l'acqua. Sono
utilizzati soprattutto nei processi produttivi (industria tessile, metallurgica, farmaceutica) e
nelle polveri di bucato a basso potere schiumogeno.
Durante l’aerazione del refluo questi composti si dispongono sulla superficie delle bolle
d’aria e creano una schiuma molto persistente, con problemi estetici e rischio di dissemina-
zione di batteri e virus; per formare schiuma stabile sono sufficienti concentrazioni di 0,3
mg/l. Inoltre, anche in assenza di schiuma, viene rallentato il trasferimento dell’ossigeno, per
effetto della concentrazione che si determina sull'interfaccia acqua-aria.
La determinazione analitica dei tensioattivi anionici è compiuta per via colorimetrica
attraverso la reazione con il blu di metilene. Per tale proprietà i detergenti anionici sono
anche talvolta indicati con la sigla MBAS (Methylene Blue Active Substance).
Va tenuto presente che comunque questa procedura non consente di stimare i tensio-
attivi cationici e non-ionici.

Prima del 1965 il tipo di tensioattivo presente nei detergenti di sintesi, chiamato alchil-
benzene-solfonato (ABS), causava particolari problemi a causa della sua resistenza ai metodi
biologici di depurazione. Dopo un intervento legislativo, l’ABS è stato sostituito nei deter-
genti da composti a catena lineare, linear-alchil-solfonato (LAS) che risulta rapidamente bio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-9

degradabile in condizioni aerobiche (ma più resistente alla degradazione in ambiente anae-
robico). Poiché i tensioattivi vengono principalmente dai detergenti di sintesi (che hanno
sostituito i saponi, poiché hanno il vantaggio di non formare precipitati insolubili in presen-
za di durezza dell’acqua), il problema della schiuma è stato assai ridimensionato.
Nei liquami urbani non trattati la concentrazione di tensioattivi risulta generalmente
dell’ordine di alcuni mg/l.

3.1.5. Inquinanti principali

La Environmental Protection Agency statunitense (U.S.EPA) ha individuato approssimati-


vamente 129 inquinanti principali, suddivisi in 65 classi regolate da standard di scarico. Sono
stati selezionati, sia quelli organici sia quelli inorganici, sulla base delle loro conosciute o pre-
sunte cancerogenicità, mutagenicità, teratogenicità o tossicità acuta. Molti degli inquinanti
principali sono classificati anche come composti organici volatili (VOCs).
All’interno di un sistema di raccolta e trattamento di un refluo, i principali inquinanti
organici possono essere rimossi, trasformati, generati o semplicemente trasportati senza
mutamenti lungo il sistema. Cinque meccanismi primari sono coinvolti:
1. strippaggio;
2. degradazione;
3. adsorbimento su particelle e fango;
4. trasferimento;
5. generazione come risultato della clorazione o come sottoprodotto della degradazione di
composti precursori.
È importante notare come questi meccanismi non si escludano a vicenda, e la competi-
zione e l’azione simultanea possa essere significativa.

3.1.6. Composti organici volatili (VOCs)

I composti organici che hanno un punto di ebollizione ≤ 100°C e/o una tensione di
vapore > 1 mm Hg a 25°C sono generalmente indicati come composti organici volatili
(VOCs). Rivestono un grande interesse per vari motivi:
1. una volta che questi composti sono in fase di vapore sono molto più mobili e quindi è
più probabile che vengano rilasciati nell’ambiente;
2. la presenza di alcuni di questi composti in atmosfera può determinare un significativo ri-
schio per la salute pubblica;
3. contribuiscono ad un generale aumento degli idrocarburi reattivi in atmosfera, che può
condurre alla formazione di ossidanti fotochimici.
Il rilascio di questi composti nelle fognature e negli impianti di trattamento è di parti-
colare rilevanza soprattutto per la salute dei lavoratori negli impianti stessi.

3.1.7. Pesticidi e prodotti chimici agricoli

Tracce di sostanze organiche come pesticidi, erbicidi e altri prodotti chimici utilizzati in
agricoltura sono tossiche per la maggior parte delle forme viventi e quindi possono essere
importanti inquinanti delle acque di superficie. Questi composti non sono costituenti co-
muni dei reflui civili, ma derivano dal runoff superficiale di terreni agricoli e di parchi.
La presenza di questi prodotti chimici può determinare la morte dei pesci, la contami-
nazione della carne della fauna ittica e il progressivo deterioramento del corpo idrico. Molte
di queste sostanze sono classificate come inquinanti principali.
2-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3.2. MISURA DEL CONTENUTO ORGANICO

A causa della variabilità dei componenti presenti in un refluo, non risulta in generale
possibile ottenere un'analisi chimica completa, salvo che per taluni casi di scarichi industriali
ben caratterizzati in funzione delle lavorazioni che li hanno prodotti. Si utilizzano invece
metodi di valutazione globale che prescindono dalla determinazione analitica dei diversi co-
stituenti.
Negli anni, differenti test sono stati proposti per determinare il contenuto organico
nelle acque reflue. In generale i test possono essere divisi tra quelli che misurano concentra-
zioni di sostanza organica superiori a 1 mg/l e quelli che ne analizzano le tracce tra 10-12 e 10-
3
mg/l. I metodi del primo tipo comunemente usati in laboratorio sono: domanda biochi-
mica di ossigeno (BOD, Biochemical Oxygen Demand), domanda chimica di ossigeno
(COD, Chemical Oxygen Demand), carbonio organico totale (TOC, Total Organic Carbon).
Complementare a questi test di laboratorio è la domanda teorica di ossigeno (ThOD, Theo-
retical Oxygen Demand), determinata attraverso le formule chimiche della sostanza organica.
Metodi usati nel passato per la quantificazione della sostanza organica includevano la
determinazione dell'azoto totale, azoto albuminoide, azoto organico e ammoniacale e ossi-
geno consumato. Queste determinazioni, con l’eccezione dell’azoto albuminoide e
dell’ossigeno consumato, sono ancora incluse nelle analisi complete del refluo, ma il loro si-
gnificato è cambiato: mentre prima venivano usate quasi esclusivamente per determinare la
sostanza organica, ora sono usate per indicare la disponibilità di azoto per sostenere l’attività
biologica nei processi di trattamento o per il controllo dei processi di eutrofizzazione nel
corpo idrico ricettore.
La presenza di sostanza organica nel range tra 10-12 e 10-3 mg/l viene determinata usan-
do metodi strumentali come la gascromatografia e la spettrometria di massa. Negli ultimi
anni la sensibilità dei metodi è migliorata ed ora la determinazione di concentrazioni fino a
10-9 mg/l è compresa tra le analisi di routine.

3.2.1. Domanda biochimica di ossigeno (BOD)

Il parametro più usato come indicatore di inquinamento organico sia nei reflui sia nelle
acque di superficie è il BOD della durata di 5 giorni (BOD5).
Questa determinazione coinvolge la misura dell’ossigeno disciolto usato dai microrgani-
smi nell’ossidazione biochimica della sostanza organica. Dire cioè che un determinato li-
quame presenta, ad esempio, un BOD di 500 mg/l significa che per ottenere la stabilizzazio-
ne per via aerobica delle sostanze organiche biodegradabili contenute in 1 litro di tale liqua-
me, è necessario che vengano messi a disposizione della popolazione batterica 500 mg di os-
sigeno. Essendo i fenomeni biologici fortemente influenzati dalla temperatura, le relative
determinazioni sono convenzionalmente condotte a 20°C.

Malgrado la sua ampia diffusione, questo test ha alcuni limiti, discussi nei paragrafi suc-
cessivi. Nonostante si stia cercando di sostituirlo, viene ancora usato per molti scopi:
1. determinare la quantità approssimata di ossigeno che sarà richiesta per stabilizzare biolo-
gicamente la materia organica presente;
2. effettuare un pre-dimensionamento delle alternative di trattamento;
3. valutare l’efficienza di alcuni processi di trattamento;
4. determinare la compatibilità con i limiti previsti per lo scarico.

Per assicurare l’ottenimento di risultati significativi, il campione di liquame deve essere


diluito con una soluzione acquosa appositamente preparata affinché durante il periodo di
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-11

incubazione siano disponibili adeguati nutrienti ed ossigeno. Normalmente vengono prepa-


rate parecchie diluizioni per coprire tutti i possibili valori.
Quando il campione contiene una grande popolazione di microrganismi (ad esempio
liquame non trattato), non è necessario provvedere all'inoculo. Se richiesto, l’acqua di dilui-
zione viene inoculata con una coltura batterica che è stata acclimatata con la materia organica
o altra sostanza presente nel liquame. Tali colture contengono un gran numero di batteri sa-
profiti e altri organismi che ossidano la sostanza organica; inoltre contengono alcuni batteri
autotrofi che ossidano i composti non carboniosi.
Il periodo di incubazione è usualmente di 5 giorni a 20°C, ma possono essere usate al-
tre durate e altre temperature. Un periodo più lungo (tipicamente 7 giorni), tale da ricadere
in un giorno lavorativo, viene spesso usato specialmente in piccoli impianti dove il personale
di laboratorio non è disponibile durante i fine settimana. La temperatura deve essere co-
munque mantenuta costante durante l’intero test.
L’ossigeno disciolto viene misurato prima e dopo l’incubazione; il calcolo del BOD si
effettua in due modi: se l’acqua di diluizione non è inseminata
D1 − D 2
BOD = [mg/l]
P
mentre se è inseminata
(D1 − D 2 )−(B1 − B 2 )⋅f
BOD = [mg/l]
P
dove
D1 = ossigeno disciolto nel campione diluito subito dopo la preparazione [mg/l];
D2 = ossigeno disciolto nel campione diluito dopo 5 giorni di incubazione a 20°C [mg/l];
P = frazione volumetrica di campione usato;
B1 = ossigeno disciolto nel control inseminato prima dell’incubazione [mg/l];
B2 = ossigeno disciolto nel control inseminato dopo l’incubazione [mg/l];
f = rapporto tra l'inseminazione nel campione e nel control: (% di inseminazione in D1)/(%
di inseminazione in B1);

L’ossidazione biochimica è un processo lento e teoricamente prevede un tempo infi-


nito per concludersi. In un periodo di 20 giorni l'ossidazione della materia organica carbo-
niosa è completa tra il 95 e il 99%, mentre in 5 giorni è tra il 60 e il 70%.
La temperatura di 20°C rappresenta un valore medio per corsi d'acqua in lento movi-
mento in climi temperati ed è facilmente riproducibile da un incubatore. A temperature dif-
ferenti si otterrebbero risultati diversi poiché la velocità di reazione biochimica dipende dalla
temperatura.
La cinetica della reazione del BOD viene formulata, per usi pratici, secondo una cineti-
ca di reazione del primo ordine, intendendo con ciò che la velocità risulta proporzionale
alla prima potenza della concentrazione stessa(2) , e può essere espressa come:
dL t
= −kL t
dt

dove Lt è la porzione di BOD residuo al tempo t e k (con dimensioni t-1) è la costante di re-
azione. Questa reazione può essere integrata:
t
lnL t 0
= −k t

e quindi

(2)
Questa può essere talvolta un'approssimazione grossolana ed una più corretta rappresentazione del
processo può ottenersi attraverso la cinetica di Monod.
2-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Lt
L = exp(−k t ) = 10−Kt
L-y
BOD rimosso tra 0 e t
L
dove L è il BOD presente all’inizio
per t=0.
La relazione tra k (in base e)
y e K (in base 10) è K=k/2,303.
Quindi il valore Lt di BOD al tem-
Lt po t e la quantità rimossa yt sono
BOD rimanente al tempo t
dati da
0
tempo L t = L exp( −k t )

Figura 2.4. Andamento della curva del BOD. y t = L − L t = L [ 1− exp( −k t )]


Il BOD5 è fornito perciò da
y 5 = L − L 5 = L [ 1− exp( −5 k )]

Per acque inquinate e liquami, un valore tipico di k (in base e, a 20°C) è 0,23 giorni-1 (K
in base 10 è pari a 0,10 giorni-1), anche se è soggetto a forti variazioni a seconda del tipo di
scarico, passando da 0,05 a 0,3 giorni-1 (in base e).
Come menzionato, la temperatura alla quale viene usualmente misurato il BOD è pari a
20°C; è però possibile deter-
minare il valore della costante BOD [mg/l]
k di reazione ad una tempera- 300

tura diversa utilizzando l'equa- 250 k=0,30


zione approssimata di van't
Hoff-Arrhenius: 200 k=0,15 k=0,10 k=0,08

k T = k 20 θ ( T − 20 ) 150

Il valore di θ varia da 100

1,056 per temperature tra i 20 50


e i 30°C a 1,135 tra i 4 e i
20°C. Un valore spesso usato 0
0 5 10 15 20
in letteratura è 1,047, ma è tempo [giorni]

stato osservato come non sia Figura 2.5. Effetto della costante k sul BOD (per un dato valore di
adatto alle basse temperature L).
(sotto i 20°C).

3.2.2. Nitrificazione nel test del BOD

Tra le sostanze non carboniose, l’ammoniaca viene prodotta durante l’idrolisi delle
proteine. Due gruppi di batteri autotrofi sono in grado di ossidare l’ammoniaca a nitrito e
successivamente a nitrato. Le reazioni informa sintetica sono:
(a) NH3 + 1,5 O 2 batteri
 → HNO 2 + H2 O
produttori di nitriti

HNO 2 + 0,5 O 2  → HNO 3


batteri produttori di nitrati
(b)
in totale NH3 + 2 O 2 → HNO 3 + H2 O

La domanda di ossigeno associata all'ossidazione dell'ammoniaca a nitrato è chiamata


domanda biochimica di ossigeno per l'azoto (NBOD, Nitrogenous Biochemical Oxygen De-
mand). L’andamento normale della domanda di ossigeno in un test del BOD per un liquame
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-13

civile è mostrato in Figura


2.6.
Poiché il tasso di ripro-
duzione dei batteri nitrificanti
è lento, sono necessari da 6 a
10 giorni affinché raggiunga-
no una concentrazione rile-
vante e producano una consi-
stente domanda di ossigeno.
Comunque, se allo stato ini-
ziale è già presente un nume-
ro sufficiente di questi batteri,
l’interferenza causata dalla
5 8
nitrificazione può essere si-
gnificativa.
Figura 2.6. Andamento qualitativo del BOD e dell'NBOD. Il verificarsi della nitrifi-
cazione durante un test del
BOD può indurre interpretazioni errate sul grado di funzionamento del sistema. Se per
esempio si eseguono le analisi di BOD di un campione effluente da un trattamento biologi-
co, si può ottenere un risultato di 20 mg/l (senza nitrificazione durante la prova) e 40 mg/l
(se avviene la nitrificazione durante il test). Considerando noto il BOD in ingresso, pari a 200
mg/l si calcola un rendimento rispettivamente del 90% e dell'80%. Quindi se si sviluppa la
nitrificazione durante il test di BOD, si concluderà erroneamente che il processo di tratta-
mento ha un rendimento inferiore a quello che in realtà si instaura.

3.2.3. Domanda biochimica di ossigeno carbonioso (CBOD)

L’interferenza causata dalla presenza di batteri nitrificanti può essere eliminata effet-
tuando un pretrattamento del campione o dosando opportuni agenti inibitori.
Le procedure per il pretrattamento includono la pastorizzazione, la clorazione e il trat-
tamento con acidi (acid treatment).
Gli agenti inibitori sono normalmente di natura chimica e comprendono composti
come blu di metilene, tiourea e alliltiourea, 2-clor-6 (triclorometile) piridina.
I risultati di un test del BOD realizzato con la soppressione della nitrificazione dovreb-
bero essere riportati come CBOD; questo test sta progressivamente sostituendo il BOD per
quanto riguarda la verifica dei limiti allo scarico, specialmente per i casi in cui è probabile
avvenga la nitrificazione.

3.2.4. Analisi dei dati del BOD

Il valore di k è necessario se tramite il BOD5 si vuole ottenere L, ovvero il valore asinto-


tico o BOD20. Le procedure normalmente adottate per determinare questi valori (k e L) a
partire da una serie di misure di BOD sono il metodo dei minimi quadrati, il metodo dei
momenti, il metodo delle differenze giornaliere, il metodo di Thomas e quello di Fujimoto.
Il metodo dei minimi quadrati permette la determinazione della curva che interpola
una serie di dati in modo che la somma dei quadrati degli scarti (le differenze tra i valori mi-
surati e quelli interpolati) sia minima. Con questo metodo è possibile utilizzare differenti tipi
di curve: per una serie temporale di misure di BOD sullo stesso campione si possono scrive-
re per ogni n-esima misura
2-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

dy
= k (L − y n )
dt t =n

In questa equazione sono incognite sia k sia L. Se si assume che dy/dt rappresenti il
valore della derivata della curva che si vuole adattare a tutti i punti per dei valori dati di k e di
L, i due membri dell’equazione differiranno di un termine R a causa degli errori sperimentali.
dy dy
R = k (L − y)− = kL − ky −
dt dt
Sostituendo kL con a e k con -b (e indicando dy/dt con y’) si ottiene
R = a + by − y l

Per trovare il minimo della somma dei quadrati degli scarti si deve scrivere il sistema
∂ ∂R ∂ ∂R
∂a ∑ R = ∑ 2R ∂a = 0
2
∂b ∑ R = ∑ 2R ∂b = 0
2

Esplicitando le due equazioni per le incognite a e b si ottengono


na + b∑y − ∑y l
=0 a ∑ y + b∑ y − ∑ y y2 l
=0

y n+1 − y n−1
dove n è il numero di dati, a=-bL, b=-k (base e), L=-a/b, y=yt [mg/l], y l = .
2∆t
Nel metodo di Fujimoto si disegna un grafico dei punti di BODt+1 in funzione dei va-
lori di BODt . Il valore individuato dall'intersezione con la bisettrice del 1° quadrante corri-
sponde al valore totale L del BOD, dal quale si ricava la costante k.

3.2.5. Determinazione respirometrica del BOD

La determinazione del valore del BOD e della corrispondente costante k può essere
realizzata in modo alternativo in laboratorio utilizzando una cella elettrolitica di volume pari
ad 1 litro o un respirometro da laboratorio. All’interno della cella la pressione dell’ossigeno
nella porzione d'aria sovrastante il campione è mantenuta costante attraverso la continua
fornitura di ossigeno progressivamente utilizzato dai microrganismi. L’ossigeno necessario è
prodotto nell'apparecchiatura per mezzo di una reazione di elettrolisi che varia in risposta ai
cambiamenti di pressione.
Il valore di BOD viene determinato valutando l'intervallo temporale di produzione di
ossigeno e correlandolo con la quantità di ossigeno prodotta dalla reazione elettrolitica. I
vantaggi della cella elettrolitica rispetto ad un respirometro convenzionale da laboratorio ri-
siedono nel fatto che si dispone di un grande volume di campione (con riduzione di errori
dovuti al campionamento e alla diluizione per mezzo di pipette) e che il valore del BOD
viene fornito in modo diretto.

3.2.6. Limiti del test del BOD

I limiti del test del BOD sono i seguenti:


1. è richiesto un consistente numero di batteri acclimatati ed attivi;
2. è necessario un pretrattamento per l’analisi di liquami tossici e si devono ridurre gli effetti
degli organismi nitrificanti;
3. viene misurata solo la sostanza organica biodegradabile;
4. il test non ha un validità stechiometrica dopo che la sostanza organica solubile presente in
soluzione è stata utilizzata;
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-15

5. per ottenere il risultato del test è necessario attendere un periodo di tempo piuttosto lun-
go.
Tra questi, la limitazione forse più importante risiede nel fatto che il periodo di 5 giorni
può non corrispondere al momento in cui tutta la sostanza organica biodegradabile presente
è stata consumata. La mancanza di validità stechiometrica riduce l’utilità dei suoi risultati.

3.2.7. Domanda chimica di ossigeno (COD)

La scarsa significatività del BOD, la sua difficile riproducibilità e la lunghezza delle de-
terminazioni rendono sempre più frequente l'uso di misure chimiche della domanda di ossi-
geno, basate cioè non più su reazioni biologiche, ma sull'ossidazione chimica diretta per
mezzo di un energico ossidante.
Il test del COD viene usato per misurare il contenuto di sostanza organica sia negli sca-
richi sia nelle acque naturali. L’ossigeno equivalente alla sostanza organica che può essere os-
sidata è misurato per mezzo di un forte agente ossidante chimico in un mezzo acido. La
determinazione è oggi standardizzata secondo il metodo al bicromato di potassio (K2Cr2O7):
questo reattivo in ambiente acido, ad elevata temperatura ed in presenza di catalizzatori (sol-
fato d'argento, Ag2SO4) ossida la sostanza organica del campione, con riduzione del bicro-
mato a cromo trivalente, seconda la reazione non bilanciata:
catalizzatore + calore
7 + H   → Cr3+ + CO2 + H2O
+
materia organica (CaHbOc) + Cr2 O 2−

Si opera in eccesso di ossidante; dopo 2 ore di reazione, il consumo di K2Cr2O7 viene


calcolato mediante titolazione della quantità residua e viene quindi espresso in termini di
equivalente di ossigeno. Si tiene in tal modo conto di tutti i composti suscettibili di ossida-
zione: sali minerali ossidabili e quasi tutti i composti organici, indipendentemente dalla loro
biodegradabilità; le principali eccezioni al riguardo sono costituite dagli idrocarburi aromatici
e dalla piridina. Problemi di interferenza si hanno per la presenza di cloruri; essi sono con-
trollati con aggiunta di HgSO4.

Il test del COD viene usato anche per misurare la sostanza organica negli scarichi indu-
striali e civili che contengono composti tossici per la vita biologica.
Il COD di un liquame è, in generale, più alto del BOD poiché per via chimica si riescono
ad ossidare un numero maggiore di composti rispetto alla via biologica; del resto per molti
tipi di reflui, soprattutto se di origine civile, è possibile correlare il COD con il BOD. Questa
possibilità può risultare operativamente molto utile poiché il test del COD ha una durata di 3
ore, a fronte dei 5 giorni necessari per il test del BOD.

3.2.8. Carbonio organico totale (TOC)

Un altro modo per misurare la sostanza organica presente nell’acqua, in particolar


modo per piccole concentrazioni, è il test del TOC, che viene condotto iniettando una
quantità nota di campione in un forno ad alta temperatura o in un ambiente chimicamente
ossidante. In presenza di un catalizzatore al platino, il carbonio organico viene ossidato ad
anidride carbonica, la cui produzione viene misurata quantitativamente per mezzo di un
analizzatore a raggi infrarossi.
Prima dell’analisi le interferenze dovute alla presenza di carbonati inorganici sono eli-
minate operando una preliminare decomposizione in ambiente acido ed eliminando la CO2
prodotta mediante una corrente di gas prima di operare la combustione. Se si è in presenza
di VOCs si omette la fase di aerazione per evitarne lo strippaggio.
Il test può essere compiuto molto rapidamente e sta diventando sempre più diffuso.
2-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Alcuni composti organici resistenti possono comunque non essere ossidati e il TOC misu-
rato può quindi risultare leggermente inferiore a quello realmente presente nel campione.

3.2.9. Domanda teorica di ossigeno (ThOD)

La sostanza organica di origine animale e vegetale nei reflui è generalmente formata da


carbonio, ossigeno, idrogeno e azoto. I principali composti costituiti da questi elementi so-
no carboidrati, proteine, grassi e prodotti della loro decomposizione. Se la loro formula
chimica è nota, è possibile determinare il ThOD. La domanda teorica di ossigeno (ThOD) è
infatti determinata dalla quantità di ossigeno stechiometricamente necessaria per la completa
ossidazione dei composti organici, con formazione di prodotti finali quali CO2 , H2O, SO2 ,
NO3 , ecc.

3.2.10. Correlazione tra misure del contenuto organico

La possibilità di stabilire relazioni costanti tra le varie misure del contenuto organico
dipende essenzialmente dalla natura del refluo e dalla sua origine.
Nessuno dei metodi porta alla completa ossidazione di tutti i composti organici; per
tale motivo il ThOD, valutato attraverso la stechiometria delle reazioni, non è mai uguagliato.
Il COD, basato su una reazione di ossidazione particolarmente energica, porta in genere a
valori pari all'80-85% del ThOD. Assai più basso il valore del TOC (attorno al 50% del ThOD)
per la resistenza all'ossidazione di numerosi composti organici.
Tra tutte le misure la più difficile da correlare è il BOD5, a causa dei problemi già discus-
si. Comunque, valori tipici del rapporto BOD5/COD per scarichi civili non trattati oscillano
tra 0,4 e 0,6, mentre il rapporto BOD5/TOC è solitamente compreso tra 1,0 e 1,6.
È opportuno notare che questi rapporti dipendono molto dal grado di trattamento su-
bito dallo scarico. In futuro è prevedibile una crescente diffusione di test quali COD e TOC
grazie alla rapidità con cui vengono realizzati.

3.3. SUDDIVISIONE DELLA SOSTANZA ORGANICA

Quando la popolazione batterica entra in contatto in condizioni aerobiche con un


certo quantitativo di sostanza organica biodegradabile, misurata come frazione di COD, la
sua risposta si sviluppa qualitativamente, come descritto di seguito:

1. il COD solubile velocemente biodegradabile passa direttamente attraverso la parete cellu-


lare ed è metabolizzato ad alta velocità.
2. il COD particellato lentamente biodegradabile viene sequestrato per bioflocculazione dagli
organismi e costituisce una riserva. Questa reazione è molto rapida e rimuove dal liquame
gran parte del COD, che era presente sotto forma di particellato o di colloidi. Il COD in-
trappolato nei fiocchi è poi sottoposto ad idrolisi ad opera degli enzimi extracellulari e tra-
sferito attraverso la parete cellulare, quindi metabolizzato alla stregua della frazione di cui
al punto 1. La velocità di idrolisi è però abbastanza lenta e costituisce la velocità limite
nelle reazioni metaboliche.
3. Una frazione del COD metabolizzato è convertita in materiale costituente le nuove cellu-
le, il resto è consumato per fornire l’energia necessaria allo sviluppo delle reazioni, e
quindi perso in calore.
4. Simultaneamente a ciò che avviene al punto 3, si sviluppa un altro fenomeno: una perdita
netta di massa attiva, detta perdita di massa endogena.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-17

COD
in ingresso
Sti

COD COD
biodegradabile non biodegradabile
Sbi Sui

COD solubile COD particellato COD solubile COD particellato


velocemente biodegradabile lentamente biodegradabile non biodegradabile non biodegradabile
Sbsi Sbpi Susi Supi

Figura 2.7. Suddivisione del COD.

Dopo aver stimato la quantità di COD totale in ingresso (Sti) si identificano le entità
delle sottofrazioni (Figura 2.7):
q Sui = porzione non biodegradabile; non è attaccata dall’azione biologica. Essa si
suddivide in due porzioni:
Susi = si ritrova nell’effluente allo scarico (il pedice s significa solubile);
Supi = viene inglobato nel fango, e lascia il sistema attraverso la massa di fango
scaricata giornalmente (il pedice p indica particolato).
L’entità di queste porzioni si valuta attraverso l'introduzione dei parametri fus e fup
che rappresentano rispettivamente la frazione di COD solubile non biodegradabile
e la frazione di COD particellato non biodegradabile, entrambi rispetto al COD to-
tale.
Susi = f us · Sti
Supi = f up · Sti
La componente Supi è generalmente espressa anziché in termini di COD, in termini
di SSV: in tal caso si introduce la grandezza Xii = Supi /fcv , dove fcv indica il rapporto
COD/SSV, assunto pari a 1,48 mg COD/mg SSV.

q Sbi = porzione biodegradabile; essa si suddivide nelle seguenti porzioni:


Sbsi =frazione rapidamente rimossa dal fango che ne opera la metabolizzazione;
Sbpi =per essere assorbita e immagazzinata richiede una preventiva riduzione in
unità chimiche più semplici ad opera di enzimi extracellulari.
Le espressioni utilizzate per il calcolo delle grandezze sono:
Sbi = Sti · (1 - f up - f us)
Sbsi = f bs · Sbi
Sbpi = (1 - f bs) · Sbi
Tabella 2.1. Valori tipici dei coeffi-
dove fbs rappresenta la frazione di COD veloce- cienti.
mente biodegradabile rispetto al COD totale Coefficiente valore
biodegradabile Sbi .
f us 0,05
I valori assunti per i parametri indicati sono stati ri- f up 0,13
cavati dalla letteratura e riportati in Tabella 2.1; essi sono f bs 0,24
validi per reflui civili, con o senza limitati apporti di tipo Yh 0,45
industriale.
Nelle equazioni che descrivono le cinetiche biologi- bh20 0,24
che, si fa riferimento a parametri rappresentativi e carat- f 0,20
terizzanti la biomassa totale. Si introducono i seguenti f cv 1,48
simboli, i cui valori indicativi sono riportati nella Tabella
2-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2.1:
Yh = coefficiente di crescita specifica [mg SSV/mg COD];
f = frazione non biodegradabile della massa attiva;
f cv = rapporto COD/SSV;
bh = velocità specifica di perdita di massa endogena; dipende dalla temperatura secondo
un'espressione del tipo: bhT = bh20 α(T− 20) in cui si è assunto α=1,029.

3.4. COMPOSTI DELL'AZOTO E DEL FOSFORO

Poiché l’azoto e il fosforo sono elementi essenziali alla crescita degli organismi, essi so-
no conosciuti come nutrienti o biostimolanti. Anche altri elementi in tracce sono indispensabili,
come ad esempio il ferro, ma azoto e fosforo sono nella maggior parte dei casi i nutrienti
più importanti.
I dati sulla concentrazione dell'azoto sono necessari al fine di valutare la trattabilità di
un refluo con un processo biologico: se l’azoto è insufficiente si rende necessaria l’aggiunta
esterna al fine di rendere possibile il processo di biodegradazione del liquame. Ove sia ne-
cessario controllare la crescita algale e l'eutrofizzazione del corpo idrico ricettore si dovrà
prevedere una rimozione o una riduzione dell’azoto contenuto nel refluo ivi scaricato.

3.4.1. Forme di azoto

L’azoto totale comprende azoto organico, ammoniaca ( NH +4 ), nitriti ( NO −2 ) e nitrati


( NO3− ).
L’azoto organico viene determinato con il metodo di Kjeldahl: l'ammoniaca viene
preventivamente eliminata per distillazione del campione che viene poi sottoposto a dige-
stione acida (mediante acido solforico e solfato di potassio) per convertire l'azoto organico
ad ammoniaca.
L’azoto totale di Kjeldahl (TKN, Total Kjeldahl Nitrogen) viene determinato nella stessa
maniera, con l’eccezione che l’ammoniaca non viene estratta prima della digestione; l’azoto
totale di Kjeldahl è quindi la somma dell’azoto organico ed ammoniacale.
L’azoto ammoniacale può essere presente in soluzione acquosa sia in forma di ione
ammonio ( NH +4 ), sia come ammoniaca libera ( NH3 ), in funzione del pH della soluzione se-
condo la reazione:
NH3 + H2O ↔ NH +4 + OH
-

Per valori di pH superiori a 7 l’equilibrio tende a spostarsi verso sinistra, mentre per
valori inferiori è predominante lo ione ammonio. L’ammoniaca viene determinata in labo-
ratorio, innalzando il pH, distillando l’ammoniaca con il vapore prodotto quando il campio-
ne viene portato ad ebollizione, e condensando il vapore che assorbe l’ammoniaca gassosa.
La misura può essere effettuata o per via colorimetrica o per titolazione o con elettrodi a
ione specifico.
I nitriti (azoto nitroso) sono relativamente instabili e facilmente ossidati a nitrati: rara-
mente superano 1 mg N/l nei reflui o 0,1 mg N/l nelle acque di superficie e di falda. Sebbene
presenti in basse concentrazioni, lo studio dell’inquinamento da nitriti è molto importante a
causa della loro estrema tossicità per i pesci e le altre specie acquatiche. La loro determina-
zione analitica si effettua per via colorimetrica.
I nitrati (azoto nitrico) sono la forma di azoto con il più alto numero di ossidazione. I
nitrati sono in genere quasi assenti nei liquami urbani freschi, anche in seguito all'ambiente
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-19

Figura 2.8. Il ciclo dell’azoto.

anossico che si instaura nelle reti di fognatura; la loro concentrazione aumenta man mano
che procedono i fenomeni di nitrificazione. La rimozione dei nitrati dagli scarichi trattati
prima dello sversamento nei corsi d'acqua, costituisce un obiettivo fondamentale per evitare
fenomeni di eutrofizzazione e per preservare l'uso idropotabile dell'acqua; a questo propo-
sito si accenna al fatto che i nitrati, riducendosi a nitriti nell'apparato digerente e combinan-
dosi con l'emoglobina del sangue vi bloccano il meccanismo di trasporto dell'ossigeno (ciano-
si infantile o metaemoglobinemia). La determinazione della concentrazione di nitrati viene di so-
lito condotta con metodi colorimetrici.

3.4.2. Il ciclo dell’azoto in natura

Le varie forme di azoto presenti in natura e le trasformazioni che le correlano sono raf-
figurate in Figura 2.8.
L'azoto molecolare (N2) può essere direttamente utilizzato solo da alcuni tipi di batteri e
di alghe (oltre che dalle leguminose); più spesso è suscettibile di un'utilizzazione indiretta,
dopo essere stato ossidato ad anidride nitrica (N2O5) per effetto delle scariche elettriche
prodotte durante i temporali.
Combinandosi con l'acqua, l'anidride nitrica forma acido nitrico (HNO3) e sotto tale
forma perviene sulla superficie terrestre. Una seconda fonte di nitrati è data da alcuni pro-
cessi industriali (ad esempio produzione di fertilizzanti).
I nitrati sono utilizzati dai vegetali per produrre composti organici azotati (proteine ve-
getali); per tale funzione i vegetali possono anche utilizzare direttamente l'azoto ammonia-
cale. Gli animali non sono in grado di utilizzare direttamente l'azoto; per essi la fonte di
azoto è costituita dalle proteine vegetali. Attraverso questi processi, il metabolismo animale
e vegetale sottrae l'azoto dall'ambiente, restituendolo poi per i fenomeni di morte e decom-
posizione batterica. Questi fenomeni portano alla produzione di ammoniaca (NH3), a partire
dall'azoto organico delle proteine.
2-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

L'azoto ammoniacale può essere direttamente utilizzato dai vegetali o può subire
un'azione ossidativa in ambiente aerobico, da parte dei batteri nitrificanti autotrofi, con
formazione di nitriti e quindi di nitrati. Con questo processo il ciclo si chiude, mettendo a
disposizione dei vegetali l'azoto nitrico per la produzione di nuovo materiale proteico. Poi-
ché l’azoto in forma di nitrato può essere usato da alghe e altre piante per produrre protei-
ne, si evidenzia come sia necessario rimuovere o ridurre la presenza dell’azoto per prevenire
i fenomeni di eutrofizzazione.
In condizioni di anossia, molti batteri eterotrofi sono in grado di utilizzare l'ossigeno
contenuto nelle molecole dei nitrati e dei nitriti. Tali processi determinano la riduzione fi-
nale ad azoto gassoso che, liberandosi nell'atmosfera, viene sottratto all'ambiente acquatico.

L’azoto nei liquami urbani è presente principalmente sotto forma organica nelle pro-
teine e nell’urea; la decomposizione operata dai batteri produce rapidamente ammoniaca, la
cui quantità relativa è un indice dell’età del refluo.

3.4.3. Suddivisione dell’azoto

TKN in ingresso
Nti

ammoniaca libera e salina azoto organico


Nai Nti-Nai

solubile non biodegradabile particellato non biodegradabile biodegradabile


Nui Npi Noi

Figura 2.9. Suddivisione dell'azoto.

L’azoto presente nel liquame viene misurato in termini di TKN (azoto in forma ammo-
niacale e azoto organico).
Nell’ambito di questa trattazione si considera da un punto di vista fisico-chimico la
suddivisione del TKN riportata in Figura 2.9.

Le varie componenti sono:


q Nai = frazione di azoto ammoniacale immediatamente disponibile per i microrgani-
smi;
q Nti - Nai = frazione di azoto organico; essa si suddivide in tre ulteriori componenti:
Nui = frazione di azoto in forma organico-solubile e non biodegradabile. Tale
componente si ritrova invariata nell’effluente in quanto non intaccata
dall’attività biologica;
Npi = frazione di azoto in forma di particellato non biodegradabile che abban-
dona il processo attraverso i fanghi di supero;
Noi = frazione organica biodegradabile che viene attaccata dai batteri eterotrofi
e convertita in forma ammoniacale.

Le relazioni tra le varie porzioni sono le seguenti:


Nti = Nai+Nui+Npi+Noi
Nai = f na · Nti
Nui = f nu · Nti
in cui: fna = frazione di ammoniaca dell’influente rispetto al TKN totale;
f nu = frazione di azoto organico solubile non biodegradabile rispetto al TKN
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-21

totale.

La componente Npi viene espressa come frazione dei solidi particolati non biodegrada-
bili in ingresso (Xii):
Npi=fn · Xii
con fn = frazione di azoto nel materiale particellato non biodegradabile dell'influente.
A seguito di quanto finora scritto si ha che la componente biodegradabile è:
fn ⋅ fup ⋅ S ti
Noi = N ti ⋅(1 − fna − fnu )−
f cv

3.4.4. Fosforo

Anche il fosforo costituisce un elemento essenziale per la crescita delle alghe e degli al-
tri organismi biologici. Un apporto eccessivo può condurre ad una proliferazione indeside-
rata della fioritura algale e quindi assume grande rilevanza il controllo nelle acque superficiali
dei composti del fosforo, provenienti dagli scarichi civili, industriali e dallo scorrimento su-
perficiale.
Generalmente i reflui civili possono contenere dai 4 ai 15 mg/l di fosforo come P; a
questo riguardo, l'attuale concentrazione di fosforo nei reflui civili è inferiore a quella che si
riscontrava negli anni passati in seguito alla nuova legislazione che limita la presenza di poli-
fosfati nei detersivi.
Le forme usuali di fosforo rintracciabili nei liquami urbani comprendono ortofosfati,
polifosfati e fosforo organico.

Gli ortofosfati ( PO 3−4 , HPO 4 , H 2 PO 4 , H3 PO 4 ) sono disponibili per il metabolismo
2−

biologico senza bisogno di processi demolitivi o di trasformazione. Per le condizioni abituali


dei liquami, risulta predominante la forma HPO 2− 4 con variazioni che dipendono dai valori
di pH.
I polifosfati includono le molecole con due o più atomi di fosforo, ossigeno e, in al-
cuni casi, idrogeno, combinati in una molecola complessa. I polifosfati subiscono un pro-
cesso di idrolisi, seppur piuttosto lenta per formare ortofosfati.
Il fosforo organico per decomposizione batterica produce pure ortofosfati.
Gli ortofosfati possono essere determinati direttamente aggiungendo un composto
quale il molibdato di ammonio, in grado di formare un complesso colorato con il fosfato. I
polifosfati e il fosforo organico devono essere preventivamente convertiti in ortofosfati per
mezzo di una digestione acida, in presenza di forte ossidante, prima di poter essere determi-
nati in maniera analoga per via colorimetrica.

3.5. COMPOSTI INORGANICI

Molti componenti inorganici dei reflui e delle acque naturali sono importanti nel con-
trollo della qualità dell’acqua. La loro concentrazione nell’acqua è incrementata sia dal con-
tatto con le formazioni geologiche nelle quali scorre, sia dallo scarico nei corpi idrici dei re-
flui, trattati o non trattati.
I liquami, con l’eccezione di alcuni scarichi industriali, vengono raramente trattati per
rimuovere i costituenti inorganici aggiunti durante il ciclo di utilizzo; tuttavia la presenza di
tali composti può esercitare una notevole influenza sui possibili usi dell’acqua.
Per valutare il livello di sostanze inorganiche presenti si può utilizzare la misura della
conducibilità, definita come la conduttanza di una colonna d'acqua compresa tra due elet-
2-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trodi metallici da 1 cm2 di superficie e distanziati di 1 cm. Essa permette di valutare rapida-
mente la mineralizzazione globale di una soluzione mediante la sua capacità di trasportare
una corrente elettrica che varia con la concentrazione e con la natura degli ioni in soluzione.
Largamente applicata nel campo delle acque potabili, risulta poco significativa nel caso degli
effluenti anche per la possibile interferenza di composti organici e di colloidi caricati elettri-
camente.
La determinazione dei composti inorganici viene pertanto condotta attraverso la misu-
ra degli anioni e cationi più significativi, che variano a seconda della provenienza dello scari-
co. Si considerano di seguito i principali parametri, maggiormente caratterizzanti i reflui ci-
vili.

3.5.1. pH e pOH

La concentrazione degli ioni idrogeno è un importante parametro per la determinazio-


ne della qualità delle acque naturali e di scarico, poiché l’intervallo di compatibilità per
l’esistenza di molte forme di vita è piuttosto ristretto. I liquami con un pH sfavorevole sono
difficili da trattare per via biologica, e se il pH non viene ristabilito a valori accettabili prima
dello scarico, il corpo idrico ricettore può esserne negativamente influenzato.
La concentrazione degli ioni idrogeno è strettamente collegata con la dissociazione
della molecola dell’acqua nello ione idrogeno e ione ossidrile (H2O → H+ + OH-), governata
dalla relazione [H+][OH-] = Kw, in cui Kw è nota come costante di dissociazione dell’acqua e
vale approssimativamente 10-14 alla temperatura di 25°C.
Il pH è definito come il logaritmo negativo della concentrazione degli ioni idrogeno:
pH = -log10 [H+]
Nell'acqua pura si ha pH=7,0; il campo di variazione è compreso tra 0 e 14 ed in parti-
colare le condizioni acide sono contraddistinte da valori inferiori a 7,0 e quelle alcaline tra 7
e 14.

Definendo il pOH in modo analogo per lo ione ossidrile, per l’acqua a 25°C vale la rela-
zione pH + pOH =14.

Il pH di un sistema acquatico può essere misurato con vari tipi di cartine e soluzioni in-
dicatrici, che cambiano colore a valori noti di pH.
Il pH di un liquame urbano si mantiene in genere in campo debolmente alcalino
(7,2÷7,3).

3.5.2. Alcalinità

L’alcalinità nei reflui deriva dalla presenza di idrossidi, carbonati e bicarbonati di ele-
menti come calcio, magnesio, potassio e ammoniaca. Tra questi i più comuni sono i bicar-
bonati di calcio e magnesio. Anche borati, silicati, fosfati e composti simili possono contri-
buire all’alcalinità. I reflui presentano quasi sempre un certo grado di alcalinità, e questo fatto
limita le variazioni di pH causati dall’aggiunta di acidi.
L’alcalinità viene determinata per titolazione con un acido standard (abitualmente
H2SO4) ai punti finali di pH 8,3 e 4,5. La titolazione viene condotta in presenza di indicatori
che hanno la proprietà di mutare colore al variare del pH: la fenolftaleina che vira dal rosso
all'incolore appunto a pH=8,3 ed il metilarancio che vira dal giallo all'arancio a pH=4,5. I ri-
sultati sono espressi in termini di carbonato di calcio CaCO3.
La misura dell’alcalinità è importante per i reflui sottoposti a trattamenti chimici, nella
rimozione biologica dei nutrienti e dove l’ammoniaca viene rimossa per strippaggio.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-23

3.5.3. Cloruri

Un altro parametro di qualità significativo è la concentrazione di cloruri, i quali deriva-


no dalla lisciviazione delle rocce contenenti cloruri e dei suoli con cui l’acqua viene in con-
tatto e, nelle zone costiere, dall’intrusione di acque salmastre; una fonte potenziale di cloruri
e di solfati è infatti l’infiltrazione di acque di falda nelle fognature in zone prossime al mare.
Altre possibili fonti di cloruri sono gli scarichi industriali, agricoli e civili. Gli escrementi
umani, per esempio, contengono circa 6 grammi di cloruri per abitante al giorno; nelle zone
dove la durezza dell’acqua è elevata gli addolcitori domestici possono inoltre produrre una
grande quantità di cloruri.
Poiché i metodi convenzionali di trattamento dei liquami non rimuovono i cloruri in
maniera significativa, la loro presenza in concentrazioni più elevate rispetto alle acque natu-
rali della zona, può costituire un indice di un avvenuto scarico di effluenti anche ben trattati.

3.5.4. Solfati e solfuri

Lo ione solfato è presente come elemento naturale nella maggior parte delle risorse
idriche ed è pure un componente dei reflui. Esso è uno dei costituenti delle proteine e viene
rilasciato al momento della loro degradazione. Il solfato viene ridotto a solfuro in condizioni
anaerobiche per via biologica, ed il solfuro combinato con l’idrogeno forma acido solfidrico
(H2S):
Sostanza organica + SO 2− batteri
 → S 2− + H2 O + CO 2
solfatoriduttori
4

S 2− + 2 H+ → H2 S

Quest'ultima reazione di equilibrio è regolata dal pH. In campo alcalino, per valori di pH
superiori a 8, quasi tutto lo zolfo si trova sotto forma di ioni HS- e S2- ; conseguentemente la
presenza di H2S è molto piccola, la sua pressione parziale è molto bassa, e quindi non inter-
vengono problemi di cattivi odori connessi al rilascio nell'atmosfera. Per pH inferiori ad 8,
l'equilibrio si sposta decisamente a destra; già a pH=7 l'80% dello zolfo è presente in forma
non ionizzata.

L’acido solfidrico, rilasciato nelle fognature dai reflui che vi scorrono, tende ad accu-
mularsi nella parte superiore delle condotte, dove può essere ossidato biologicamente in aria
ad acido solforico
H 2 S + 2 O 2  
→ H2 SO 4
batteri

che risulta corrosivo per i tubi stessi.


Infatti, mentre l'acido solfidrico è un
acido assai debole, l'acido solforico è
al contrario in grado di attaccare il
calcestruzzo.
Il processo può svilupparsi so-
lamente in condizioni assai particola-
ri, ove coesistano ambienti anaero-
bici necessari alle reazioni riduttive
che producono solfuri, ed ambienti
aerobici, ove possa svilupparsi la
successiva ossidazione ad acido sol-
forico. È quanto avviene nei collet- Figura 2.10. Corrosione del calcestruzzo nelle fognature,
tori di fognatura quando lo scarico si dovuto alla presenza di solfati nel liquame.
2-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trovi in condizioni settiche. Per i valori abituali di pH in un liquame, si ha sviluppo di idro-


geno solforato nell'atmosfera e una sua parziale solubilizzazione nelle condense che si ac-
cumulano sulla volta delle condotte di fognatura in mancanza di una sufficiente ventilazione.
Le condizioni prevalenti in tali condense sono di tipo aerobico e quindi consentono la suc-
cessiva ossidazione batterica dell'idrogeno solforato ad acido solforico.

Problemi analoghi possono verificarsi nella digestione anaerobica dei fanghi: i solfati
vengono ridotti a solfuri e possono bloccare l’attività biologica se la concentrazione di solfu-
ro supera i 200 mg/l; fortunatamente queste concentrazioni si verificano raramente. Il gas
H2S prodotto durante la digestione, insieme ad altri gas quali CH4 e CO2 , risulta corrosivo
per le tubazioni di trasporto del gas e, se bruciato in un motore, i prodotti della combustio-
ne possono danneggiare il motore stesso e corrodere lo scambiatore di calore dei gas esau-
sti, specialmente se viene consentito il raffreddamento sotto il punto di rugiada.

3.5.5. Composti tossici inorganici

Presenti in forma di anioni o cationi rivestono una notevole importanza nel tratta-
mento dei reflui a causa della loro tossicità. Molti di questi composti sono classificati come
inquinanti principali. Tra i cationi, il rame, il piombo, l'argento, il cromo, l'arsenico ed il bo-
ro sono tossici in vari gradi per i microrganismi e devono quindi essere presi in considera-
zione nel progetto del trattamento biologico. Per esempio, nel digestore dei fanghi il rame è
tossico a concentrazioni di 100 mg/l, cromo e nichel a 500 mg/l, il potassio e lo ione ammo-
nio a 4000 mg/l. L’alcalinità presente nel digestore fa invece precipitare gli ioni calcio prima
che raggiungano la soglia di tossicità.
Negli scarichi industriali sono pure presenti anioni tossici, tra i quali cianuro e cromati;
essi dovrebbero essere rimossi con un pretrattamento prima di essere mescolati con i reflui
civili. I fluoruri, altri anioni tossici, sono di solito presenti negli scarichi di industrie di com-
ponenti elettronici.
Anche certi composti organici presenti in alcuni scarichi industriali possono risultare
tossici.

3.5.6. Metalli pesanti

In molte acque sono rintracciabili tracce di metalli, come nickel (Ni), manganese (Mn),
piombo (Pb), cromo (Cr), cadmio (Cd), zinco (Zn), rame (Cu), ferro (Fe) e mercurio (Hg).
Molti di questi metalli sono stati già ricordati nel paragrafo precedente e classificati come in-
quinanti, mentre altri sono necessari per la crescita biologica e la loro scarsità può agire co-
me fattore limitante. La presenza in eccesso di alcuni, d’altra parte, interferisce con l’utilizzo
dell’acqua a causa della loro tossicità.
Se presenti in forma di ioni metallici, essi mostrano la proprietà di precipitare sotto
forma di idrossidi o di carbonati in campi di pH ben definiti e specifici per ciascuno di essi.
In un liquame urbano con pH neutro o debolmente alcalino, la precipitazione è solo parzia-
le.
I metodi per determinare la concentrazione dei metalli in un refluo variano in comples-
sità a seconda delle sostanze presenti che possono agire come interferenti. Concentrazioni
anche molto basse di molti di questi metalli possono essere misurate con metodi come la
polarografia e la spettroscopia ad assorbimento atomico.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-25

3.5.7. Composti bioaccumulabili

Fra i parametri che caratterizzano la qualità delle acque rivestono particolare importan-
za quelli che uniscono ad un marcato effetto tossico la possibilità di accumularsi negli orga-
nismi e di trasferirsi da un livello trofico al successivo. Per tale comportamento essi sono
assoggettati a limitazioni rigorose; la legislazione nazionale considera come particolarmente
pericolosi per la loro tossicità, persistenza e bioaccumulabilità elementi quali arsenico, cad-
mio cromo in forma esavalente, mercurio, nichel, piombo, rame, selenio, zinco, nonché i
seguenti composti organici: fenoli, solventi organici aromatici, solventi organici azotati, oli
minerali, solventi clorurati, pesticidi clorurati, pesticidi fosforati.

3.6. GAS

I gas comunemente presenti nei reflui sono azoto (N2), ossigeno (O2), anidride carboni-
ca (CO2), acido solfidrico (H2S), ammoniaca (NH3) e metano (CH4). I primi tre sono gas co-
muni dell’atmosfera e si possono trovare in tutte le acque a contatto con l’aria. Gli altri tre
derivano dalla decomposizione della materia organica.
Sebbene non rintracciabili in reflui non trattati, altri gas rilevabili sono il cloro (Cl2) e
l’ozono (O3), provenienti da processi di disinfezione o da stadi di deodorizzazione, e gli os-
sidi di zolfo e azoto derivanti dai processi di combustione.

3.6.1. Ossigeno disciolto

L’ossigeno disciolto è indispensabile per la respirazione dei microrganismi aerobici così


come per tutte le altre forme di vita aerobiche. Comunque, l’ossigeno è poco solubile in ac-
qua. La quantità di ossigeno (e degli altri gas) presente realmente in soluzione dipende dai
seguenti fattori:
1. solubilità del gas
2. pressione parziale del gas nell’atmosfera
3. temperatura
4. purezza (salinità, solidi sospesi, ...)
Poiché la velocità delle reazioni biochimiche che utilizzano ossigeno aumenta con la
temperatura, i livelli di ossigeno disciolto tendono ad essere più critici nei mesi estivi. La
presenza di ossigeno nei liquami previene anche la formazione di cattivi odori.

3.6.2. Acido solfidrico

L’acido solfidrico deriva dalla decomposizione anaerobica della materia organica con-
tenente zolfo o dalla riduzione di solfiti e solfati minerali; non si forma quando è disponibile
un’abbondante quantità di ossigeno. Questo gas è incolore, infiammabile, dal caratteristico
odore di uova marce. L’annerimento dei liquami e dei fanghi è dovuto normalmente alla
formazione di solfuro di ferro (FeS), sebbene possano formarsi anche altri solfuri di vari
metalli. Nonostante l’acido solfidrico sia il gas più importante dal punto di vista degli odori,
possono formarsi durante la decomposizione anaerobica anche altri composti volatili, come
scatolo, mercaptani, che possono peggiorare sensibilmente le condizioni olfattive.

3.6.3. Metano

Il principale sottoprodotto della decomposizione anaerobica della materia organica è il


2-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

metano, gas incolore, inodore, idrocarburo combustibile con elevato potere calorifico.
Normalmente nei reflui non trattati è riscontrabile in quantità modeste poiché la presenza
anche minima di ossigeno impedisce l'attività degli organismi responsabili della sua produ-
zione. Occasionalmente può essere osservata una certa produzione di metano in depositi
accumulati sul fondo.
Dal momento che il metano è altamente combustibile e il rischio di esplosione è ele-
vato, i pozzetti e le camere di giunzione delle fognature, dove esiste la possibilità di accu-
mulo di questo gas, dovrebbero essere ventilati prima e durante gli interventi operativi.
Negli impianti di depurazione, il metano è prodotto dalla digestione anaerobica utiliz-
zata per stabilizzare i fanghi. Ove ci sia produzione di gas infiammabili è necessario prestare
attenzione ai rischi di esplosione e prevedere misure di sicurezza sul lavoro.

4. CARATTERISTICHE BIOLOGICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

Per la completa caratterizzazione qualitativa di un acqua è necessario conoscere, ac-


canto alle misure fisico-chimiche, anche le caratteristiche biologiche. In particolare è indi-
cata la conoscenza dei seguenti aspetti:
1. i principali gruppi di microrganismi che si trovano nelle acque di superficie e nei reflui,
così come quelli coinvolti nei processi di trattamento;
2. gli organismi patogeni nei liquami;
3. gli organismi usati come indicatori dell’inquinamento e il loro significato;
4. i metodi utilizzati per quantificare gli organismi indicatori;
5. i metodi utilizzati per valutare la tossicità delle acque trattate.

4.1. PRINCIPALI GRUPPI DI MICRORGANISMI

I principali tipi di microrganismi rintracciabili nelle acque superficiali e nei reflui sono
classificati come eucarioti, eubatteri (eubacteria), archeobatteri (archaebacteria).

La maggior parte dei batteri rientra nel gruppo degli eubatteri; la categoria dei protisti,
contenuta nella classificazione degli eucarioti, comprende alghe, funghi e protozoi. Le pian-
te, includendo piante da seme, felci e muschi, sono classificate come organismi eucarioti
pluricellulari.

4.1.1. Batteri

I batteri sono per lo più eubatteri procarioti unicellulari dell'ordine di grandezza dei micron,
peso 10-6 µg, in numero di 1010 per ml di colonia. In linea generale possono essere raggrup-
pati in quattro grandi categorie: sferici, cilindrici, ad elica e filamentosi.
I batteri sferici, noti come cocchi, hanno diametro variabile tra 1 e 3 µm; i batteri a
forma cilindrica, conosciuti come bacilli, sono di dimensione piuttosto variabile (tra 0,3 e
1,5 µm di larghezza e tra 1 e 10 µm di lunghezza). L’Escherichia coli, un organismo comune
nelle feci umane, tipicamente misura 0,5 µm di larghezza e 2 µm di lunghezza. I batteri a
forma cilindrica ricurva, noti come vibrioni, variano in larghezza (o diametro) da 0,6 a 1
µm e da 2 a 6 µm in lunghezza. I batteri ad elica, noti come spirilli, possono raggiungere
lunghezze di 50 µm. I batteri filamentosi, conosciuti con vari nomi, possono superare i 100
µm.
I batteri possiedono un ruolo fondamentale nella decomposizione e nella stabilizzazio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-27

Tabella 2.2. Classificazione dei microrganismi.


Gruppo Struttura cellulare Caratterizzazione Membri rappresenta-
tivi
Eucarioti Eucariotica Pluricellulari con vasta diffe- Piante (piante da se-
(contenente veri nuclei) renziazione di cellule e struttu- me, felci, muschi)
re Animali (vertebrati, in-
vertebrati)

Unicellulari con modesta o Protisti (alghe, funghi,


assente differenziazione di protozoi)
tessuti
Eubatteri Procariotica Chimica cellulare simile agli La maggior parte dei
(senza membrana nucleare) eucarioti batteri
Archeobatteri Procariotica Chimica cellulare particolare Metanogeni, termoaci-
(senza membrana nucleare) dofili

ne della materia organica, sia in natura sia negli impianti di depurazione, e quindi è opportu-
no conoscere le loro caratteristiche, funzioni, metabolismo e sintesi. I coliformi vengono
utilizzati anche come indicatori di inquinamento di origine umana.

4.1.2. Funghi

I funghi sono protisti eucarioti aerobici, pluricellulari, non fotosintetici, chemioetero-


trofi.
La maggior parte dei funghi sono saprofiti, in grado di operare la degradazione della so-
stanza organica morta. Assieme ai batteri, i funghi sono tra i maggiori responsabili della de-
composizione del carbonio nella biosfera; a livello ecologico godono di due vantaggi ri-
spetto ai batteri: possono crescere in zone a bassa umidità e in ambienti a pH bassi. Senza la
presenza dei funghi nella degradazione della sostanza organica, il ciclo del carbonio si inter-
romperebbe presto e la sostanza organica inizierebbe ad accumularsi.

4.1.3. Alghe

Le alghe possono rappresentare un gravoso problema per le acque superficiali in


quanto, quando le condizioni sono favorevoli, si riproducono rapidamente e tendono a ri-
coprire corsi d’acqua, laghi e bacini artificiali con estese colonie galleggianti. Le fioriture di
alghe sono di solito caratteristiche dei laghi eutotrofi, ovvero di quei laghi con un alto con-
centrazione di composti necessari alla crescita. Poiché gli effluenti degli impianti di depura-
zione sono spesso ricchi di nutrienti, lo scarico in un lago determina un incremento del
grado di eutrofizzazione. Lo stesso effetto può prodursi nei corsi d’acqua.
La presenza di alghe influisce sul valore dell’acqua per uso potabile perché spesso que-
ste sono all'origine di scadenti qualità organolettiche (problemi di cattivo sapore e odori
sgradevoli). Le alghe possono anche alterare il valore delle acque superficiali per quanto ri-
guarda la crescita di alcuni pesci e altre forme di vita acquatica, per l’uso ricreativo e altri
possibili utilizzi.
La determinazione della concentrazione delle alghe implica la raccolta di un campione,
nel quale vengono contate con osservazione al microscopio.
Uno dei maggiori problemi nel controllo della qualità delle acque è costituito dal risul-
tato dei trattamenti depurativi applicati a scarichi di varia natura in modo che gli effluenti
non inducano un'abnorme crescita di alghe ed altre specie acquatiche. La soluzione coinvol-
ge la rimozione del carbonio, delle varie forme di azoto e fosforo, e possibilmente la rimo-
zione di alcuni elementi in tracce, come ferro e cobalto.
2-28 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.1.4. Protozoi

I protozoi sono microrganismi eucarioti unicellulari; la maggior parte è di tipo aerobico


o anaerobici facoltativi, anche se si conoscono alcuni tipi anaerobici. Protozoi importanti
negli impianti di depurazione sono amebe, flagellati e ciliati natanti o sessili. I protozoi sono
essenziali nei trattamenti biologici e nella depurazione delle acque poiché regolano l'equili-
brio tra i differenti gruppi di microrganismi. Alcuni protozoi possono anche risultare pato-
geni (Giardia lamblia) e quindi sono da tenere in grande considerazione per un uso potabile
dell’acqua.

4.1.5. Piante e animali

Le piante e gli animali variano in dimensione dai microscopici rotiferi e vermi ai macro-
scopici crostacei. Una conoscenza di questi organismi è utile nella valutazione della qualità
delle acque, nella determinazione della tossicità degli scarichi e nell’osservazione degli effetti
della vita biologica sul processo di depurazione naturale delle acque.

4.1.6. Virus

I virus sono parassiti endocellulari obbligati, costituiti da una striscia di materiale gene-
tico, acido desossiribonucleico (DNA) o acido ribonucleico (RNA) con un rivestimento pro-
teico. Non sono in grado di sintetizzare nuovi composti, ma invadono la cellula vivente
ospite, dove il materiale genetico virale modifica l’attività cellulare per la produzione di nuovi
organismi virali a spese della cellula ospite. Quando questa muore, viene rilasciato un gran
numero di virus che infettano altre cellule.
I virus eliminati dagli esseri umani possono essere una fonte di rischio per la salute
pubblica. Per esempio, da ogni grammo di feci di un paziente affetto da epatite vengono ri-
lasciate da 10.000 a 100.000 dosi infettive del virus. Alcuni virus riescono a vivere più di 40
giorni nei reflui a 20°C e 6 giorni in un fiume normale. Molti casi di diffusione dell’epatite
sono riconducibili alla trasmissione attraverso il ciclo dell’acqua.

4.2. ORGANISMI PATOGENI

Gli organismi patogeni nei reflui possono provenire da esseri umani infettati dalla ma-
lattia o portatori sani. Le principali categorie di organismi patogeni sono batteri, virus, pro-
tozoi. I batteri patogeni usualmente espulsi dall’uomo possono determinare disturbi del
tratto gastrointestinale come febbre tifoide e paratifoide, dissenteria, diarrea e colera.

4.3. USO DEGLI ORGANISMI INDICATORI

Poiché gli organismi patogeni presenti negli scarichi e nelle acque inquinate sono in
numero ridotto e poiché sono difficili da isolare ed identificare, vengono usati come organi-
smi indicatori i coliformi, che sono molto più numerosi, diffusi e semplici da misurare.
Ogni persona scarica dai 100 ai 400 miliardi di coliformi al giorno, in aggiunta agli altri tipi di
batteri. Quindi la presenza di coliformi viene presa come indicatore della presenza di organi-
smi patogeni, mentre l’assenza di coliformi viene assunta come indice che l'acqua è esente
da organismi portatori di possibili malattie.
I batteri coliformi comprendono i generi Escherichia a Aerobacter. L’utilizzo dei coliformi
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-29

come indicatore è reso più complesso dal fatto che l’Aerobacter e certi tipi di Escherichia pos-
sono crescere nel terreno; così la presenza di coliformi non significa necessariamente con-
taminazione da scarichi umani. L’Escherichia coli è esclusivamente di origine fecale, ma la sua
determinazione analitica è piuttosto laboriosa; per questo motivo viene utilizzato come indi-
catore di inquinamento fecale l’intero gruppo dei coliformi.
Recentemente sono state sviluppate delle tecniche che distinguono tra coliformi totali,
coliformi fecali e streptococchi fecali. L’uso di tali metodiche, basate sul rapporto tra co-
liformi fecali e streptococchi fecali viene discusso in seguito.

4.3.1. Enumerazione dei coliformi

Il test standard per il gruppo dei coliformi può essere condotto utilizzando o la tecnica
della fermentazione in tubi multipli o quella del filtro a membrana. Il primo tipo di procedu-
ra prevede tre fasi, indicate come test presuntivo, di conferma e completo. Una procedura
analoga è disponibile per il gruppo dei coliformi fecali e per gli altri gruppi di batteri.
Il test presuntivo è basato sulla capacità dei coliformi di utilizzare un supporto nutritivo
specifico producendo gas; il test di conferma consiste nel far crescere colonie di batteri coli-
formi su un mezzo che sopprime la crescita degli altri organismi. Il test completo è basato
sulla capacità delle colture del test di conferma di degradare nuovamente il terreno di coltu-
ra. Per molte analisi di routine è sufficiente il solo test presuntivo.
La tecnica della fermentazione in tubi multipli è basata sul principio della diluizione fi-
no ad estinzione. Viene condotto diluendo più volte il campione, e per ogni passo si predi-
spongono cinque provette, contenenti un opportuno terreno di coltura; dopo aver atteso
un tempo adeguato si registra il numero delle provette che sono risultate positive, ovvero
che hanno prodotto un accumulo di gas.
La stima della concentrazione di coliformi viene spesso riportata come il numero me-
dio più probabile per 100 ml (MPN/100 ml, Most Probable Number); pertanto questo metodo
non garantisce una precisione assoluta, ma fornisce una stima statistica.
La tecnica del filtro a membrana implica una filtrazione di un volume noto di campione
d’acqua attraverso una membrana filtrante con una porosità molto ridotta, che non con-
senta il passaggio dei batteri. Questi vengono incubati ad adatta temperatura su un terreno
ricco di nutrienti e quindi vengono contate le colonie batteriche sviluppate. Questa tecnica
ha il vantaggio di essere più rapida della procedura MPN e di fornire una stima diretta del
numero di coliformi.

4.3.2. Rapporto tra coliformi fecali e streptococchi fecali

Le quantità relative di coliformi fecali (FC) e di streptococchi fecali (FS) rilasciati da-
gli esseri umani sono molto differenti da quelle degli animali. Si deduce quindi, come il rap-
porto tra FC e FS possa essere d’aiuto nel determinare se una contaminazione sospetta de-
rivi da scarichi umani o animali: infatti il rapporto FC/FS per gli esseri umani supera 4,
mentre per gli animali domestici è inferiore a 1: esso può variare da 0,04 per i suini a 0,2 per
i bovini. Benché tali rapporti possano venire alterati dalle diverse velocità di scomparsa nel-
l'ambiente, valori inferiori ad 1 stanno ad indicare un inquinamento animale e valori superio-
ri a 4 un inquinamento umano. L’analisi deve essere compiuta seguendo le opportune indi-
cazioni e si rivela utile soprattutto nelle aree rurali dove si utilizzano fosse settiche. In molti
casi di contaminazione da coliformi è possibile infatti stabilire se un ampliamento della rete
fognaria convenzionale potrebbe migliorare la situazione ovvero se l’inquinamento deriva
dagli animali.
2-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.4. TEST DI TOSSICITÀ

Il saggio di tossicità fornisce una misura diretta degli effetti sulla vita acquatica
globalmente dovuti agli inquinanti presenti in uno scarico. Esso viene condotto osservando
la mortalità, su periodi prestabiliti, di adatte specie animali, poste in una serie di acquari di
laboratorio in cui lo scarico da esaminare sia presente in diversi rapporti di diluizione con
acqua pulita. Negli acquari deve essere assicurata sufficiente concentrazione di ossigeno
disciolto, che non deve comunque influenzare la mortalità degli animali.
Come indice della tossicità acuta dello scarico viene abitualmente assunto il limite me-
dio di tolleranza (TLm), inteso come il rapporto di diluizione tra lo scarico e l’acqua pulita
cui corrisponde una mortalità pari al 50% durante il periodo preso in considerazione (abi-
tualmente 24 o 48 ore).

5. CARATTERIZZAZIONE QUANTITATIVA DEI REFLUI

La composizione si riferisce alle quantità reali dei costituenti fisici, chimici e biologici
presenti nel refluo, nonché al calcolo delle portate, delle concentrazioni dei composti inqui-
nanti.

5.1. APPORTI INQUINANTI UNITARI

Quando sperimentazioni od informazioni dirette siano difficili od impossibili, possono


essere orientativi i dati riportati di seguito, in base alla produzione di contaminanti procapi-
te.

Apporti di origine civile:

sostanze organiche 60 g BOD5 · ab-1 · die-1


110 g COD · ab-1 · die-1
solidi sospesi 90 g SS · ab-1 · die-1
di cui 60 g SS · ab-1 · die-1 sedimentabili
azoto totale(3) -1
12 g TKN · ab · die
-1

fosforo totale 2 g P · ab-1 · die-1

Apporti di origine industriale:

sostanze organiche da 110 a 180 g COD · A.E.-1 · die-1


solidi sospesi da 20 a 50 g SS · A.E.-1 · die-1
di cui il 20% sedimentabili
azoto totale da 4 a 10 g · A.E.-1 · die-1
di cui in forma nitrica da 0 a 1,5 g NO3-N · A.E.-1 · die-1
fosforo totale da 0,5 a 1 g P · A.E.-1 · die-1

(3)
L'azoto totale presente nei liquami si trova, in modo del tutto indicativo, sotto forma di ammoniaca
(70%), azoto organico (25%) e solo il 5% in forma di nitriti e nitrati. La concentrazione di nitriti e nitrati può
generalmente essere trascurata, visto l'esiguo valore e considerando che probabilmente può verificarsi la
riduzione dei nitrati in seguito alle condizioni settiche che si sviluppano nella rete di fognatura.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-31

5.2. CALCOLO DELLE PORTATE E DELLE CONCENTRAZIONI DEGLI


APPORTI INQUINANTI

Gli scarichi possono ri-


sultare concentrati in parti-
colari periodi della giornata
o della settimana. Solita-
mente i massimi della con-
centrazione di BOD5 e dei
solidi sospesi si verificano
per lo più in concomitanza
con i massimi delle portate
idrauliche: ciò significa che
le punte di carico idraulico
determinano sull'impianto
finale di depurazione anche
punte di carico organico e
di solidi sospesi; andamenti Figura 2.11. Variazioni orarie di portata, concentrazione di BOD5 e di
analoghi presentano le altre solidi sospesi registrate nell'effluente di una rete di fognatura.
caratteristiche, quali ad
esempio la concentrazione di ammoniaca e di composti del fosforo.
La concentrazione degli inquinanti nel liquame è inferiore durante le ore notturne, sia
perché le acque entranti in fognatura sono meno cariche, sia perché (e ciò vale particolar-
mente per i solidi sospesi), le ridotte velocità dei liquami che si realizzano nella rete di fo-
gnatura (in presenza di modeste portate), possono determinare la sedimentazione di una
porzione dei solidi.
Un andamento tipico (Figura 2.11) presenta le seguenti caratteristiche:
1. portata molto ridotta dalle ore 0 alle ore 7;
2. crescita rapida della portata dalle ore 7 alle ore 9;
3. periodo di portata elevata dalle ore 9 alle ore 14, con la punta massima a metà o alla fine
della mattinata;
4. diminuzione dopo mezzogiorno e ripresa alla fine della giornata, con un massimo fra e le
20 e le 22, quasi sempre inferiore e quello della mattina, e diminuzione progressiva fino
alle ore 0 o alle ore 1 della notte;
5. la diminuzione dopo mezzogiorno è spesso inesistente, e la curva presenta allora un solo
massimo, generalmente alla fine della mattina.

Nella valutazione delle variazioni di carico idraulico, è fondamentale distinguere tra il


caso in cui il sistema di depurazione sia collegato ad una rete di fognatura separata, cioè
con rete di acque nere distinta dalla rete delle acque bianche di pioggia o ad una fognatura
mista, cioè nel caso in cui anche le acque di pioggia siano condotte all'impianto.

Portate di origine civile:

q portata media giornaliera = (q 24 )c = α c ⋅ d ⋅ P/ 24 espressa in m3·h-1, dove:


αc= coefficiente di afflusso in fognatura = 0,8;
d = dotazione idrica giornaliera, valutata come media annua (m3 ·ab-1 · die-1);
P = popolazione civile.
2-32 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

q portata massima nera = (qmax ) c = K 1 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 1 = 4,00− 0,54 ln(Pciv /1000)
Questa formula è applicabile per P<100.000 A.E. Al di sopra di tale limite, K1 va assunto
pari a 1,5 fino a 300.000 A.E. e successivamente a 1,3. Se ci sono portate industriali que-
ste vanno sommate.

La massima portata nera è quella rilevabile all'ingresso dell'impianto di depurazione per


durate limitate (in genere inferiori all'ora). Il suo interesse al fine del dimensionamento
dell'impianto è limitato al calcolo dei collegamenti idraulici in impianti alimentati da fo-
gnature nere a gravità. Nel caso sia previsto un sollevamento iniziale, per il calcolo dei
collegamenti idraulici andrà considerata la portata massima sollevata dalle pompe. Per
impianti alimentati da fognature miste si dovrà considerare invece la portata di pioggia (o
quella sollevata dalle pompe in tempo di pioggia).

q portata minima notturna = (qmin )c = K 2 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 2 = 0,12 ln(Pciv /1000)

q portata di calcolo = (q calc )c = K 3 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 3 =2,00−0,14 ln(Pciv /1000) per 10.000 ≤ Pciv ≤ 300.000 abitanti (oltre: K3=1,2);
K 3 =2,00 per 1.000 < Pciv < 10.000 abitanti;
K 3 =3,00 per Pciv ≤ 1.000 abitanti.

Portate di origine industriale:

n
α ind (Q a ) j
q ∑
j =1
g j ⋅ hj
=(q 24 )ind espressa in m3·h-1, dove:

Qa = portata industriale annua (m3 ·anno);


αind= coefficiente di afflusso industriale in fognatura = 0,95;
g = giorni lavorativi annui (200÷300 die ·anno-1, valore tipico 240);
h = ore lavorative giornaliere (8÷24 h · die-1, valore tipico 10).

Portate di pioggia:

q Portate di pioggia da sottoporre a trattamento primario (qpm): va assunto il più ele-


vato tra i seguenti valori:
1) q pm = P ⋅ d p /24 espressa in m3·h-1, dove:
dp = 0,75 m3 ·A.E.-1 · die-1 per recapito in acque correnti;
dp = 1,00 m ·A.E. · die per recapito in laghi;
3 -1 -1

2) q pm = k p [(q 24 )c + 2(q 24 )ind ] espressa in m3·h-1, dove:


kp = 2,00 se gli A.E. di origine industriale non superano il 50% del totale;
kp = 2,50 negli altri casi.
In ogni caso il valore di q pm va assunto non inferiore a quello della portata massima nera
in precedenza espresso. La portata così calcolata va sottoposta ad un trattamento mini-
mo di microgrigliatura (spaziatura non superiore a 2 mm) o di sedimentazione (tempo di
ritenzione idraulico almeno di 40') prima dello scarico nel recettore.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-33

q Portate di pioggia da sottoporre al trattamento biologico:


La portata da inviare al trattamento biologico in tempo di pioggia (qpb) va assunta almeno
pari a 1,3 volte la portata di calcolo in tempo asciutto e comunque non inferiore alla
punta nera.

Portata di calcolo per il dimensionamento delle unità di trattamento in tempo


asciutto:

q Si assume la portata complessiva seguente:


Qc= (q calc )c + (q 24 )ind

5.3. COSTITUENTI NEI REFLUI E NEGLI SPURGHI

Dati tipici sui costituenti individuali trovati negli scarichi domestici sono riportati in
Tabella 2.3. In dipendenza dalle concentrazioni dei costituenti il refluo viene classificato
come a forte, medio o debole carico.
Sia i costituenti, sia le concentrazioni variano con l’ora, il giorno, il mese e altre condi-
zioni locali; i dati in tabella servono quindi solo come guida e non come base per la proget-
Tabella 2.3. Composizione tipica di reflui civili non trattati.

Contaminanti Carico
procapite
Unità Concentrazioni
[g/(ab·die)] debole c medio d forte e

Solidi, totali (TS) 190 mg/l 350 720 1200


disciolti, totali (TDS) 110 mg/l 250 500 850
fissi 66 mg/l 145 300 525
volatili 44 mg/l 105 200 325
solidi sospesi (SS) 90 mg/l 100 220 350
fissi 22 mg/l 20 55 75
volatili 78 mg/l 80 165 275
Solidi sedimentabili ml/l 5 10 20
BOD5, 20°C 60 mg/l 110 220 400
Carbonio organico totale (TOC) 43 mg/l 80 160 290
COD 110 mg/l 250 500 1000
Azoto (totale come N) 11 mg/l 20 40 85
organico 4 mg/l 8 15 35
ammoniaca libera 7 mg/l 12 25 50
nitriti 0 mg/l 0 0 0
nitrati 0 mg/l 0 0 0
Fosforo (totale come P) 2 mg/l 4 8 15
organico 0,8 mg/l 1 3 5
inorganico 1,2 mg/l 3 5 10
Cloruria 13 mg/l 30 50 100
a
Solfati 8 mg/l 20 30 50
Alcalinità (come CaCO3) 27 mg/l 50 100 200
Grassi e oli 27 mg/l 50 100 150
Coliformi totalib N°/100 ml 10 ÷10
6 7
10 ÷10
7 8
10 ÷10
7 9

Composti organici volatili (VOCs) µg/l <100 100-400 >400

a
I valori devono essere incrementati per aggiunte negli scarichi di acque domestiche.
b
Vedi tabella 2.5 per valori tipici degli altri microrganismi.
c
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 550 l/(ab·die) al netto delle perdite.
d
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 270 l/(ab·die) al netto delle perdite.
e
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 150 l/(ab·die) al netto delle perdite.
2-34 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Tabella 2.4 Caratteristiche tipiche degli spurghi. tazione.


Costituenti Concentrazioni, mg/l
Lo spurgo è costituito
Range Tipico
dal fango prodotto in si-
Solidi totali (TS) 5000-100000 40000 stemi di trattamento dei li-
Solidi sospesi (SS) 4000-100000 15000 quami realizzati in loco,
Solidi sospesi volatili (VSS) 1200-14000 7000 come il caso delle fosse set-
BOD5 20°C 2000-30000 6000
Domanda chimica di ossigeno (COD) 5000-80000 30000
tiche; le quantità dei conta-
TKN (come N) 100-1600 700 minanti realmente presenti
Ammoniaca (NH3 come N) 100-800 400 negli spurghi possono va-
Fosforo totale (come P) 50-800 250 riare notevolmente, spe-
Metalli pesantia 100-1000 300
cialmente in quelle comu-
a
Principali: ferro (Fe), zinco (Zn), alluminio (Al). nità che non ne regolano la
raccolta e l'eliminazione.

5.4. MICRORGANISMI NEI REFLUI

Dati rappresentativi sul tipo e numero di microrganismi comunemente presenti nei re-
flui sono riportati in Tabella 2.5.
La variazione relativamente Tabella 2.5. Tipi e numeri di microrganismi presenti in
grande nei range di valori è legata alla reflui civili non trattati.
variabilità nelle caratteristiche dei li- Organismi Concentrazione, N°/ml
quami. È stato stimato che il patoge- Coliformi totali 105-106
Coliformi fecali 104-105
no E. coli costituisce fino al 3 o 4% dei Streptococchi fecali 103-104
coliformi totali. Alcuni organismi Enterococchi 102-103
(Shigella, uova di elminti, cisti di pro- Shigella presentea
tozoi) non vengono individuati nelle Salmonella 100-102
Pseudomonas aeroginosa 101-102
analisi di routine. Clostridium perfringens 101-103
Grande attenzione va posta nei Mycobacterium tuberculosis presentea
valori riportati per i virus: negli ultimi Cisti di protozoi 101-103
anni i miglioramenti nei metodi di in- Cisti di Giardia 10-1-102
Cisti di cryptosporidium 10-1-101
dividuazione ed enumerazione hanno Uova di elminti 10-2-101
comportato alcuni dubbi sui risultati Virus enterici 101-102
precedenti. Per questo motivo la data a
I risultati di questi test vengono di solito riportati come
dello studio è importante tanto positivo o negativo, piuttosto che essere quantificati.
quanto i valori di concentrazione ri-
portati.

5.5. NECESSITÀ DI ANALISI SPECIALISTICHE

In generale, i costituenti riportati nella Tabella 2.3 sono quelli che vengono analizzati
abitualmente. In generale essi forniscono informazioni fondamentali per caratterizzare un
refluo per un trattamento biologico, ma non esaurienti: i continui progressi hanno suggerito
la realizzazione di ulteriori analisi specifiche.
Gli ulteriori costituenti che vengono attualmente analizzati includono molti dei metalli
necessari per la crescita dei microrganismi, come calcio, cobalto, rame, ferro, magnesio,
manganese e zinco. La presenza di acido solfidrico deve essere attestata per valutare se pos-
sono prodursi ambienti corrosivi o se alcuni dei metalli utili possono precipitare. La con-
centrazione di solfati può essere utile per valutare la possibilità di un trattamento anaerobi-
co. Anche la presenza di organismi filamentosi deve essere considerata, specialmente se si
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-35

prevede un trattamento biologico.

5.6. INCREMENTO DI MINERALI RISULTANTE DALL’USO DELL’ACQUA

I dati sull’incremento del contenuto minerale nel refluo in seguito all’uso dell’acqua so-
no importanti in particolar modo se si prevede un potenziale riutilizzo dell’acqua.
L’aumento del contenuto minerale deriva dall’uso domestico, dal conferimento di acque al-
tamente mineralizzate provenienti da pozzi privati di falda, e dall’uso industriale; anche gli
addolcitori domestici ed industriali possono contribuire, ed in alcuni casi possono costituire
la fonte principale.

6. ACCORGIMENTI PER LA CARATTERIZZAZIONE DEI REFLUI

Gli studi per la caratterizzazione del refluo vengono condotti per determinare: le ca-
ratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, e la concentrazione dei costituenti; i mezzi mi-
gliori per ridurre la concentrazione degli inquinanti.

6.1. CAMPIONAMENTO

Le tecniche di campionamento adottate per il prelievo di un liquame devono assicurar-


ne la rappresentatività, poiché i dati dell’analisi del campione costituiranno la base per tutta
la progettazione. Non esiste una procedura universale di campionamento e programmi indi-
viduali vengono sviluppati per adattarsi alle varie situazioni. Nei casi in cui la composizione
del refluo sia molto variabile, è necessario procedere con un piano speciale di campiona-
mento.
In generale va posta l'attenzione sui seguenti fattori:
1. localizzazione del campionamento: l’esame dello sviluppo della rete fognaria e dei poz-
zetti aiuta a determinare la localizzazione ottimale del campionamento, per far sì che le
condizioni di flusso garantiscano una miscelazione omogenea, senza deposizione di solidi
o sviluppo di gas dovuto alla turbolenza.
2. frequenza nel tempo: gli intervalli di tempo devono essere abbastanza ridotti per ga-
rantire un campione significativo: infatti, anche a fronte di variazioni modeste di portate
possono verificarsi oscillazioni significative nelle concentrazioni.
3. apparecchiature di prelievo del campione: in caso di campionamento automatico in
continuo va operata un’attenta scelta delle apparecchiature.

6.2. CONSERVAZIONE DEL CAMPIONE

Un programma di campionamento ben funzionante può fornire campioni non rappre-


sentativi, se l’integrità fisica, chimica o biologica del campione non viene mantenuta nel pe-
riodo tra la raccolta e l’esecuzione delle analisi.
Un’analisi eseguita immediatamente dopo il prelievo, è certamente la migliore assicura-
zione contro il deterioramento del campione; quando ciò non sia possibile, si dovranno
adottare i metodi adeguati di conservazione e sarà opportuno annotare probabili errori nel
riportare i dati analitici.
Capitolo 3

PRETRATTAMENTO DEI LIQUAMI

I trattamenti meccanici, oltre a rimuovere una frazione dell’inquinamento dei liquami


(solidi grossolani e sedimentabili), costituiscono una garanzia per salvaguardare il corretto
funzionamento delle sezioni di trattamento poste a valle (sedimentazione, trattamento bio-
logico dei liquami, trattamento fanghi, ecc.).

1. GRIGLIATURA

La grigliatura è in genere il primo trattamento applicato negli impianti per acque urba-
ne. Esso consiste nel far transitare il liquame attraverso una maglia (di varie forme e dimen-
sioni) in grado di trattenere i corpi solidi di una certa dimensione dallo stesso convogliati,
che potrebbero essere causa di intasamenti delle tubazioni e delle apparecchiature costi-
tuenti l’impianto (pompe, valvole, ecc.) compromettendone in tal modo la funzionalità.
La quantità e la qualità di materiale trattenuto dipende dalle dimensioni delle luci di pas-
saggio della griglia, oltre che dalle caratteristiche del liquame stesso.
Il materiale trattenuto deve essere tempestivamente rimosso dalla superficie grigliante
per evitarne l’intasamento che causerebbe l’innalzamento del pelo libero a monte della gri-
glia e un aumento di velocità di passaggio del liquame attraverso la stessa (causando maggiori
perdite di carico e pericolo di trascinamento del grigliato). A tale scopo vengono al giorno
d’oggi utilizzati dispositivi meccanici a funzionamento automatico (generalmente temporiz-
zato o comandato dalla differenza tra il livello a monte e valle della superficie grigliante), che
rimuovono il materiale e provvedono al suo allontanamento direttamente o con l’ausilio di
nastri trasportatori. La pulizia manuale si effettua ormai solo in alcuni impianti vecchi per-
ché essa comporta notevoli costi di manodopera e spesso tende a svilupparsi un ambiente
maleodorante.
Tradizionalmente una sezione di grigliatura si divide in due fasi successive:
• Grigliatura grossolana, realizzata con griglie aventi normalmente luci di passaggio di 40
3-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

÷ 60 mm.
• Grigliatura fine, con luci di 2 ÷ 20 mm.
Un tipo di grigliatura che ha riscontrato una certa diffusione negli ultimi anni è la co-
siddetta microgrigliatura, con luci di passaggio inferiori ai 2 mm.

1.1. GRIGLIATURA GROSSOLANA

Essa ha la funzione di separare i corpi di una certa dimensione che potrebbero pregiu-
dicare il corretto funzionamento e l’efficienza delle unità a valle della grigliatura stessa. Essa
rappresenta una protezione per
l’impianto piuttosto che un vero
e proprio trattamento. È indi-
spensabile per liquami prove-
nienti da fognature di tipo misto
o da canali a cielo aperto, sicuri
vettori di corpi grossolani.
La spaziatura delle barre
della griglia varia come già detto
tra i 40 ÷ 60 mm. Si possono
suddividere le griglie in:
• griglie piane: verticali o incli-
nate (Figura 3.1);
• griglie ad arco (Figura 3.2);
Figura 3.1. Griglia meccanizzata piana, adatta anche per canali • griglie a barre orizzontali o a
profondi: 1) griglia; 2) pettine pulitore; 3) gruppo motoriduttore; 4) barre verticali;
dispositivo di pulizia del pettine; 5) contenitore di raccolta del La sezione delle barre può
materiale grigliato.
essere a:
• spigoli vivi;
• spigoli arrotondati (minori perdite di carico).

La scelta della spaziatura delle barre, oltre a determinare una diversa quantità di mate-
riale grigliato, può essere dettata dalle perdite di carico che sono maggiori per spaziature mi-
nori.
La velocità della corrente
nel canale per liquami di fogna-
tura mista non dovrebbe essere
inferiore a 0,5 m/s per evitare la
sedimentazione delle sabbie,
mentre per fognature unitarie
non dovrebbe scendere al di
sotto di 0,3 m/s, per evitare il
deposito del materiale organico.
È comunque opportuno assicu-
rare che in caso di portata di
massima nera vengano raggiunte
velocità attorno ai 0,7 m/s per
garantire il lavaggio del fondo
Figura 3.2. Griglia meccanizzata ad arco per canali poco profon-
del canale di grigliatura. di.
Le perdite di carico, fun-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-3

zione della velocità e della spaziatu-


ra delle griglie sono dell’ordine di
qualche centimetro, come illustrato
in Figura 3.3.

Il grigliato estratto è funzione


della spaziatura ed ha un peso spe-
cifico di 0,6 ÷ 0,9 kg/dm3 (Tabella
3.2). Esso può essere inviato ad
una pressa che lo comprima e suc-
cessivamente scaricato in appositi
cassonetti. Si riesce ad ottenere un
grigliato pressato con un contenuto
di umidità pari al 20÷40% (contro
l’80% iniziale) e ridotto in volume
di circa il 25%. L’intera unità, gri-
glia, pressa e cassonetto può essere
posta in ambiente chiuso e mante- Figura 3.3. Perdite di carico attraverso griglie aventi luce diffe-
rente a seconda della velocità del canale.

Tabella 3.1. Principali caratteristiche costruttive e di funzionamento delle griglie grossolane.

Caratteristica Griglie a pulizia Griglie a pulizia


manuale meccanica

Dimensioni delle barre


Spessore [mm] 5 ÷ 15 5 ÷ 15
Profondità [mm] 25 ÷ 75 25 ÷ 75
Luce tra le barre [mm] 20 ÷ 60 10 ÷ 30
Inclinazione rispetto all’orizzontale [°] 45 ÷ 60 70 ÷ 90
Velocità dell’acqua a monte della griglia [m/s] 0,3 ÷ 0,5 0,5 ÷ 1,0
Perdita di carico [m] 0,1 ÷ 0,2 0,1 ÷ 0,2

Tabella 3.2. Quantità di materiale trattenuto dalle griglie in


caso di fognature urbane miste, in funzione della spaziatura
nuto in leggera depressione: in tal tra le barre, espresso in l/(ab·anno).
modo l’aria aspirata può essere inviata
Spaziatura tra Pulizia manuale Pulizia meccanica
ad un trattamento di deodorizzazione le barre [mm] [l/(ab·anno)] [l/(ab·anno)]
ed impedire così le emissioni di odori
sgradevoli. 16 5 6
20 4 5
Altri metodi di smaltimento del 25 3 3,5
grigliato utilizzati da soli o combinati 30 2,5 3
sono: la triturazione, la polverizzazio- 40 2 2,5
ne, la digestione, l’incenerimento e lo 50 1,5 2
smaltimento in discarica.

1.2. GRIGLIATURA FINE

Le griglie fini trovano applicazione a valle delle griglie grossolane e sono rivolte a rea-
lizzare una rimozione più spinta dei solidi presenti nello scarico. La luce tra le barre varia tra
i 2÷20 mm, costruttivamente sono in tutto simili a quelle grossolane ed è sempre opportuno
che siano dotate di dispositivo per la pulizia automatica.
3-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Tabella 3.3. Principali caratteristiche di funzionamento delle gri- Molto importante è la


glie fini a pulizia meccanica, con riferimento a scarico urbano. velocità di passaggio attraver-
so le barre: essa non deve es-
Volume solidi rimossi [m3/(ab·anno)] 2·10-3 ÷ 6·10-3 sere troppo elevata al fine di
evitare trascinamenti del ma-
Rimozione solidi sospesi (%) 1÷5
teriale grigliato, né troppo
Rimozione BOD5 (%) <3 bassa per evitare il deposito
di sabbie nel canale della gri-
glia. I valori consigliati per la
velocità si aggirano intorno a
1,0÷1,2 m/s.
Le perdite di carico dell’ordine di qualche centimetro a griglia pulita, sono direttamente
proporzionali alla dimensione delle barre, alla velocità di passaggio ed all’inclinazione della
griglia; viceversa sono inversamente proporzionali alla spaziatura. Le perdite di carico au-
mentano con l’accumulo del materiale sulla superficie grigliante; anche per questo motivo è
preferibile effettuare una pulizia automatizzata. I principi di regolazione dei dispositivi au-
tomatici sono due: uno prevede l’attivazione del meccanismo pulitore quando si raggiunge
un prefissato dislivello massimo tra il pelo libero del liquame a monte e a valle della griglia;
l’altro si basa invece sulla ciclica pulizia della superficie grigliante, ad intervalli di tempo pre-
determinati. In alcuni casi, vengono previsti entrambi i sistemi.

1.3. MICROGRIGLIATURA

Negli ultimi anni hanno trovato


applicazioni favorevoli alcune griglie
aventi luci di passaggio molto inferiori
alle griglie fini e una struttura non più a
barre parallele, bensì modulare e a rete.
Tali unità (Figura 3.4) sono costituite da
un nastro di elementi “filtranti” conti-
nui, ruotante attorno a due rulli, ubicati
alle due estremità del nastro stesso.
Il materiale viene afferrato dai
componenti a punta sporgente di cui
sono dotati i moduli filtranti e che ven-
gono a costituire una gronda in grado
di captare ed estrarre i corpi solidi pre-
senti nel liquame. Tali materiali estratti Figura 3.4. Schematizzazione del funzionamento e della
vengono poi scaricati, sia per gravità sia struttura di una microgriglia a nastro continuo.
grazie all’intervento di una spazzola ro- Legenda: 1) catena trazione; 2) guide scorrimento; 3)
tante e di un sistema di lavaggio, in una rotelle; 4) alberi; 5) elementi filtranti; 6) inizio espulsione
solidi; 7) motoriduttore; 8) ruota trazione e comando
tramoggia o gocciolatoio, da cui succes- espulsione; 9) spazzola rotante; 10) spazzola fissa; 11)
sivamente vengono inviati allo smalti- sigillatura laterale.
mento. Questo tipo di apparecchiatura
può essere posizionata secondo varie inclinazioni, variabili tra 45° e 85°.
La spaziatura della rete filtrante varia tra 1÷15 mm e consente la cattura di quei corpi
(ad esempio i “cotton fioc”) che tendono ad allinearsi secondo la corrente e pertanto rie-
scono a passare anche attraverso le griglie più fini a barre verticali. Uno dei vantaggi di que-
sto tipo di apparecchiature risiede nella potenziale alta velocità di flusso, in quanto non sus-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-5

sistono pericoli di trascinamento dei ma-


teriali. Le portate massime consentite so-
no dell’ordine dei 3,5÷4 m3/s su m2 di gri-
glia sommersa.
Le unità oggi in commercio hanno
una larghezza efficace (al netto delle
strutture laterali di supporto) variabile da
30 a 55 cm (posizionabili in canali larghi
rispettivamente 50 e 75 cm) ed un’altezza
complessiva variabile da 1,5 a 6 m.
Le perdite di carico sono di un ordi-
ne di grandezza superiori a quelle delle
griglie fini, ma in genere non superano i
50 cm. In Figura 3.5 sono riportate le
perdite di carico al variare della portata
per alcuni tipi di griglie (inclinate a 60° e
80° e con spaziature di 1, 3 e 6 mm.
L’utilizzo di tali griglie è in molti casi
scoraggiato dall'elevato costo rispetto a
quello delle griglie tradizionali.

Un’altra tipologia di microgrigliatura,


che per le dimensioni esistenti potrebbe
ritenersi compresa tra la fine e la staccia-
tura è costituita da un cilindro costituito Figura 3.5. Perdite di carico al variare della portata di
alcune microgriglie con inclinazione di 60° e dimensio-
lungo il verso della corrente, inclinato a ne delle luci di passaggio rispettivamente di 1, 3 e 6
35° sull'orizzontale, che intercetta il flusso mm, valutate per liquami urbani e acqua pulita.

del liquame e trattiene il materiale sulle barre


filtranti piatte, le quali possono essere a pro-
fondità modulata. Un pettine rotante, o altre
apparecchiature tipo spazzole elicoidali, per-
mette poi il sollevamento del grigliato, che ri-
cade in un’apposita tramoggia, posta sull’asse
del cilindro. Da qui il materiale viene estratto
grazie ad una coclea che lo invia direttamente
in un cassonetto (Figura 3.6).
Figura 3.6. Un esempio di tipologia di microgri- Le spaziature tra le barre variano da 5 a
glia a pettine con pressa incorporata. 15 mm e possono essere posizionate in col-
lettori di diametro compreso tra 400 e 1200 mm. Esistono in commercio anche unità che
agiscono su solidi di dimensioni anche inferiori la cui gabbia, anziché essere a barre parallele
è a rete con maglie di 1 mm.

1.4. CRITERI DI SCELTA

La scelta delle griglie da adottare in un impianto coinvolge prevalentemente i seguenti


aspetti, già sottolineati in precedenza:
• portata massima e media;
• livelli massimi e minimi dell’acqua;
3-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

• spaziatura prescelta della griglia;


• numero di griglie necessarie;
• quantità di grigliato;
• possibili trattamenti a valle e a
monte;
• metodi di smaltimento del griglia-
to.
Per quanto concerne il numero
di griglie si suggerisce l’installazione
di almeno due manufatti, in modo che
uno possa essere utilizzato in caso di
emergenza (Figura 3.7). In ogni caso è
opportuno posizionare una griglia nel
canale di by-pass per il tempo di
pioggia.
La scelta della dimensione della
spaziatura tra le barre dipende es-
senzialmente dalla necessità di proteg-
gere le apparecchiature a valle e ga-
rantire l’efficienza dei processi di
trattamento. La maggior parte delle
pompe utilizzate in impianti di trat-
Figura 3.7. Schema del canale di griglia ed del canale di
tamento riesce a tollerare i solidi che by-pass.

passano attraverso griglie con spaziatura di circa 25


s b s mm. Comunque la dimensione standard che viene più
frequentemente adottata è pari a 20 mm.
La dimensione del canale è dettata da una serie
di considerazioni relative alle portate previste. In gene-
i
re il canale dovrebbe essere progettato in modo da ga-
rantire una velocità minima di 0,3÷0,5 m/s per evitare
sedimentazione dei solidi; comunque le acque di piog-
gia che dovrebbero raggiungere velocità fino a circa 1
m/s, prevengono la sedimentazione delle sabbie ed ef-
Figura 3.8. Schema di due barre di
griglia: spaziatura (b), interasse tra le
fettuano il lavaggio del canale di grigliatura.
barre (i), spessore delle barre (s). A monte della griglia il canale deve avere forma
rettilinea in modo da rendere il flusso del liquame in
ingresso uniformemente distribuito sulla superficie
della griglia stessa.
L'ampiezza complessiva della griglia risulta funzione della portata, dell'efficienza della
griglia, della velocità massima attraverso le barre. L'efficienza (e) è definita come rapporto
tra la spaziatura (b) e l'interasse tra le barre (i), secondo l'espressione (Figura 3.8):
b
e= (3.1)
b+ s
Nella maggior parte degli impianti di depurazione è desiderabile mantenere una velocità
di passaggio per griglie pulite di circa 0,5 m/s per portate medie giornaliere. La griglia do-
vrebbe essere progettata in modo che la velocità di passaggio non superi 1 m/s durante i pe-
riodi di pioggia o per la portata di picco. Le perdite di carico dipendono in larga misura dal
grigliato che viene trattenuto dalle barre e non sono prevedibili se non mediamente. Da un
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-7

punto di vista teorico la perdita di carico può essere valutata secondo la seguente formula,
valida per griglia pulita:
1  V2 − v2 
H= ⋅   (3.2)
0,7  2g 
con
V = velocità di passaggio attraverso la griglia;
v = velocità nel canale di adduzione;
1/0,7 = 1,428 = coefficiente empirico che tiene conto della turbolenza e delle perdite dovute
al formarsi di vortici.
Alternativamente si può far ricorso ad un'altra formula che tiene conto dei parametri
specifici della griglia con la seguente espressione di Kirshner:

 b
4 /3  V2 
H = K  ⋅  1  ⋅ sen α (3.3)
 s  2g 
 
in cui
K = coefficiente adimensionale di forma della sezione delle barre, che assume i seguenti
valori: 2,42 per sezione rettangolare a spigoli netti;
1,83 per sezione rettangolare a spigoli arrotondati a monte;
1,79 per sezione circolare;
1,67 per sezione rettangolare a spigoli arrotondati a monte e a valle;
α = inclinazione della griglia sull'orizzontale;
V1= velocità nella sezione totale prima del passaggio attraverso la griglia;

Dovranno essere previste paratoie per isolare ciascuna griglia e per facilitare lo svuota-
mento in caso di manutenzione od ispezione.
Il volume del grigliato rimosso varia molto a seconda della spaziatura delle barre e
delle caratteristiche del liquame. Normalmente per acque urbane le quantità di grigliato va-
riano da 3,5·10-5 a 7,5·10-5 litri di grigliato per litro di liquame pari a circa 2÷6·10-3 m3·ab-1
·anno-1 (supponendo una dotazione idrica di 250 l·ab-1·d-1).
In generale il grigliato ha un contenuto di umidità dell'80%, ed un peso di circa 600
kg/m3.

1.5. STACCIATURA

È un processo che può talvolta sostituire la fase di sedimentazione primaria; permette


la rimozione di solidi di diametro inferiore a quelli trattenuti con la grigliatura.
Con il termine staccio si intende un’apparecchiatura costituita da un telaio al quale è
fissato un reticolo di fili (metallici o di materiale sintetico) atto a trattenere i solidi contenuti
nel liquame. La luce libera tra le maglie del reticolo consente il passaggio dei solidi con gra-
nulometria inferiore, mentre trattiene quelli a granulometria superiore.
Il telaio portante può essere costituito sia da un piano inclinato che da un tamburo ro-
tante ad asse orizzontale.
Nel primo caso il liquame, alimentato sulla faccia superiore del piano filtrante, percola
attraverso lo stesso depositandovi i materiali solidi che, raccolti in basso per gravità, posso-
no quindi essere evacuati.
Nel secondo caso (Figura 3.9) è in genere prevista una vasca di alimentazione dello
staccio, atta a rallentare e distribuire uniformemente il flusso sulla superficie esterna del ci-
lindro che ruota lentamente (5÷10 giri/minuto). Le particelle solide si depositano quindi sul
3-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Tabella 3.4. Portate trattabili attraverso gli stacci e relative dimensioni del cilindro e delle luci di filtrazione. Le
portate sono riferite a liquami urbani, con contenuto medio di solidi sospesi pari a 200 ppm (i diametri riportati
sono DN - diametri nominali).
Luci di filtrazione 0,25 0,50 0,75 1,00 1,25 1,50 2,00 2,50
Diametro Lunghezza Portate trattabili
cilindro cilindro [m3/h]
[mm] [mm]
309 300 - 10 15 15 15 15 - -
628 600 58 103 137 171 193 216 232 232
628 900 87 151 210 256 291 330 355 355
628 1200 115 205 274 342 385 432 465 465
628 1800 180 302 421 511 583 659 709 709
914 3000 420 720 1000 1200 1400 1600 1900 2100

cilindro dal quale debbono essere rimosse mediante una lama raschiatrice. L'acqua vagliata
attraversando il cilindro effettua un lavaggio delle luci sul versante opposto dello stesso. È
comunque periodicamente necessario effettuare un lavaggio forzato (con acqua in pressione
o getti di vapore) in modo da evitare incrostazioni o occlusioni.

Nella Tabella 3.4 sono riportati i flussi medi applicabili a queste apparecchiature,
espressi in funzione del diametro e della lunghezza del cilindro. Nelle applicazioni correnti,
le luci di maglia più utilizzate variano da 0,3 a 3 mm. La velocità effettiva del liquame attra-
verso la maglia viene mantenuta circa pari a 0,35÷0,40 m/s, con perdite di carico di 20÷30
cm, ma che possono
anche raggiungere o
superare il metro.
La capacità di ri-
mozione dei solidi so-
spesi è circa del
25÷30%; 15÷20% nei
confronti del BOD5. Ne
consegue che questo
trattamento, pur con
rendimenti decisamente
inferiori, può risultare
interessante in determi-
nati casi quale alternati-
va alla sedimentazione
Figura 3.9. Schema di funzionamento di uno staccio a tamburo rotante.
primaria, dalla quale si
differenzia in modo
netto specialmente per quanto riguarda l'occupazione d’area.

2. EQUALIZZAZIONE DELLE PORTATE INQUINANTI ED


OMOGENEIZZAZIONE DEGLI INQUINANTI

2.1. INTRODUZIONE DELLE PROBLEMATICHE

Gli scarichi, sia provenienti da processi industriali, sia da insediamenti civili (in special
modo da quelli più piccoli) presentano fluttuazioni nel tempo sia di portata che di carichi
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-9

inquinanti.
Proprio questa variabilità può essere la causa di notevoli problemi di gestione negli im-
pianti non protetti adeguatamente dagli shock di carico idraulico e/o inquinante.
Le problematiche che interessano gli impianti di tipo biologico sono essenzialmente le
seguenti:
1. la presenza di una concentrazione elevata di componenti tossici (anche per breve durata)
possono "avvelenare" la biomassa;
2. la presenza di alcune sostanze in concentrazioni elevate altrimenti biodegradabili possono
inibire il processo;
3. i bruschi cambiamenti di carico rendono necessarie complesse operazioni di regolazione
per mantenere sotto controllo i parametri del processo (es. ossigeno disciolto, concen-
trazione di biomassa, ecc.);
4. le fluttuazioni nel carico possono provocare fluttuazioni nella qualità dell'effluente;
5. la presenza di sovraccarichi idraulici nei confronti dei sedimentatori primari e secondari
(soprattutto quest’ultimi) possono provocare lo sfioro della biomassa attiva ed in genere
indurre una cattiva sedimentabilità dei fanghi.
Nel caso in cui si operino trattamenti di tipo chimico si presenta il problema del dosag-
gio dei reagenti e/o flocculanti, dato che esso varia con la concentrazione del liquame da
trattare. In assenza di equalizzazione è necessario prevedere dei complessi sistemi di dosag-
gio e regolazione degli stessi o un sovradosaggio di reagenti. L'equalizzazione e/o l'omoge-
neizzazione oltre a moderare gli svantaggi citati precedentemente permettono:
1. l'alimentazione con continuità i sistemi biologici di depurazione anche in caso di scarichi
discontinui;
2. il raggiungimento in alcuni casi con la sola equalizzazione degli standard di legge (ad
esempio per scarichi in fognature) o la sostituzione di un trattamento (ad esempio neu-
tralizzando il pH);
3. a parità di rendimento, la riduzione delle dimensioni dei volumi costituenti l'impianto;
4. a parità di dimensione delle opere, miglioramento delle prestazioni degli impianti sotto-
dimensionati;
5. diminuzione dei consumi energetici dovuti alle punte di carico idraulico.
Negli impianti di tipo civile l'utilizzazione di queste vasche è abbastanza recente (metà
degli anni '70 ) e prevalentemente finalizzato alla equalizzazione della portata.
Attualmente la tendenza è quella di sovradimensionare i trattamenti biologici, in modo
tale da garantire effluenti accettabili anche in presenza delle fluttuazioni di carico inquinante;
la pratica progettuale corrente è quindi quella di dimensionare su portate e concentrazioni
all'ingresso prossime a quelle massime, garantendo un adeguato tempo di ritenzione idrauli-
ca (in pratica utilizzare le vasche di ossidazione come vasche di equalizzazione). Il sovradi-
mensionamento dell'impianto permette di tener conto dei futuri aumenti di popolazione e
dell'eventuale estensione della rete, garantendo l'attenuazione delle punte di carico. Il suc-
cessivo potenziamento dell'impianto può essere realizzato mediante l'adozione di vasche di
equalizzazione che permettono di lavorare con carichi medi più elevati (la maggiore produ-
zione di fanghi obbliga comunque a riprogettare la linea fanghi).
L'equalizzazione negli impianti civili può diventare importante perché può permettere:
a. la realizzazione di impianti consortili (civili-industriali) in cui la presenza di quest'ultimi
può diventare maggioritaria;
b. la possibilità di adottare trattamenti avanzati operanti con volumi minori (es. letti fluidiz-
zati) rispetto ai tradizionali impianti a fanghi attivi in vasche a miscelazione completa.
Per quanto riguarda invece l'adozione di tali vasche negli impianti di trattamento di sca-
richi industriali, essa è pratica diffusa data l'elevata variabilità degli stessi scarichi, la significa-
tiva presenza di trattamenti chimico-fisici e la possibile presenza in essi di sostanze tossiche
o inibenti il processo.
3-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2.2. EQUALIZZAZIONE DELLE PORTATE

L'equalizzazione delle portate viene realizzata tramite vasche di accumulo volte allo
stoccaggio della porzione di portata eccedente quella media di progetto e al successivo rila-
scio nell'impianto quando essa è inferiore a tale valore. Il volume di compenso può essere
giornaliero o se necessario settimanale (a seconda del tipo di fluttuazione dei carichi idrauli-
ci).
Le vasche devono essere miscelate per evitare la sedimentazione dei solidi sospesi ed
eventualmente aerate per impedire l'istaurarsi di condizioni settiche. Costituiscono di norma
l'ultimo dei pretrattamenti, anche se a volte per facilitare la gestione sono poste a valle dei
trattamenti primari.
L'equalizzazione delle portate determina come effetto indiretto la parziale omogeneiz-
zazione delle concentrazioni degli inquinanti. La quantità di quest'ultimi è data infatti dal
prodotto della concentrazione per la portata, ed equalizzando uno dei due termini si ottiene
una parziale equalizzazione del prodotto. Minore è l'effetto sulla concentrazione poiché, in
particolare negli impianti civili, le punte di concentrazione rappresentano molto spesso
punte di portata ed entrano nella vasca di equalizzazione in una fase in cui il volume inva-
sato è minimo (stesso discorso vale per i carichi tossici).
La vasca viene perciò generalmente sovradimensionata per garantire un volume inva-
sato minimo tale da agevolare la diluizione dei contaminanti, oppure viene prevista una suc-
cessiva vasca di omogeneizzazione.

2.2.1. Criteri progettuali

Nella progettazione delle vasche di equalizzazione (che devono essere fatte cercando di
minimizzare i costi di realizzazione e l'entità delle opere elettromeccaniche richieste per il
mantenimento della funzionalità) si deve tener conto dei seguenti fattori:
a) materiale e forma della vasca;
b) dimensioni;
c) tipo di disposizione delle vasche,
d) sistema di miscelazione ed areazione;
e) modalità di controllo della portata effluente equalizzata;
f) dotazioni ausiliarie.
Per quanto riguarda il punto a), le vasche sono generalmente in cemento armato. Ven-
gono realizzate in terra nel caso in cui il compenso delle portate venga fatto in stagni biolo-
gici.
La forma è generalmente circolare o quadrata e solo nel caso si possa rinunciare all'ef-
fetto omogeneizzante possono essere allungate. La completa miscelazione del liquame in-
fluente è perseguibile attraverso installazione di deflettori di deflusso, setti sulle pareti o im-
missione dell’influente nelle vicinanze dell'organo di miscelazione.
Per quanto riguarda il dimensionamento, il volume della vasca è costituito dalla somma
di 3 volumi:
V = Vc + Vmin + Vcd (3.4)
ove
Vc = volume di compenso (settimanale, giornaliero);
Vmin = volume minimo richiesto per il funzionamento in continuo delle installazioni elet-
tromeccaniche di aerazione-miscelazione e/o simultaneo svolgimento di processi
depurativi (vasche settiche, vasche di areazione a fanghi attivi, stagni biologici).
Vcd = volume riservato ai carichi discontinui cioè eventuale volume necessario all'equaliz-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-11

zazione e all'omogeneizzazione dei carichi organici discontinui o accidentali (es. ac-


que di drenaggio o surnatanti dai vari punti dell'impianto) tenendo conto di un ade-
guato franco di sicurezza). Il Vc è generalmente pari al 20-40% del volume medio da
trattare.
Qualora si conosca l'idro-
gramma delle portate in ingresso, il
volume della vasca è facilmente
calcolabile (Figura 3.10), indivi-
duando l’andamento dei volumi
cumulati nel tempo (in genere 24
ore ma si può considerare un ciclo
settimanale se la differenza dovuta
alle attività produttive è notevole).
Se si vuole che l’impianto funzioni
a portata costante, essa deve essere
uguale alla pendenza della retta
congiungente i 2 estremi (retta a
tratto continuo). Questa retta rap- Figura 3.10. Idrogramma per il calcolo grafico di un bacino di
presenta il volume d’acqua uscito equalizzazione di portata.
dal bacino in funzione del tempo e
deve essere costantemente sotto
l’idrogramma se si vuole che il bacino non sia mai vuoto. Si traslerà pertanto tale retta pa-
rallelamente a sé stessa in modo da renderla tangente alla parte inferiore dell'idrogramma
(retta tratteggiata).
Il massimo scarto tra le due rappresenta il volume di compenso necessario per la vasca
di equalizzazione. Questo a rigore è corretto solo nel caso in cui il volume estratto dalla va-
sca sia rigorosamente costante. Nel caso in cui la portata estratta vari nel tempo (per esem-
pio nel caso sia estratta per gravità) si utilizza l’equazione di continuità dei serbatoi:
dV
= Qi - Qe (3.5)
dt
dove
V = volume invasato [m /h]
3

Qi = portata influente [m /h]


3

Qe = portata effluente [m /h]


3

In generale l’equazione differenziale può essere discretizzata rispetto al tempo, adot-


tando intervalli di tempo orari e quindi risolta rispetto al volume Vj , ottenendo le relazioni:
∆Vj = Vj - Vj-1 = (Qi,j - Qe,j) ∆t (3.6)

( )
V j = V j − 1 + Q i, j − Q e , j ⋅ ∆ t (3.7)
∆Vj = volume accumulato o rilasciato nel j-esimo intervallo di tempo [m3].
Vj = volume invasato in vasca alla fine del j-esimo intervallo di tempo [m3].
Vj-1 = volume invasato in vasca alla fine del (j-1)-intervallo di tempo [m3/h].
Qi,j = portata media influente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/h].
Qe,j = portata media effluente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/h].
∆t = intervallo temporale utilizzato per la discretizzazione della relazione [h].
Se si vanno progressivamente a sommare i volumi ∆Vj nell’arco temporale prestabilito
(24 ore, 7 giorni, ecc ...) si ottiene una curva dotata di massimo e minimo e il volume della
vasca di compenso è dato dalla differenza algebrica tra valore massimo (positivo) e minimo
(negativo).
3-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Nel caso in cui non si conosca l'idrogramma si può utilizzare un metodo di tipo empi-
rico valido soprattutto per acque di scarico urbane. Si approssima l’idrogramma con una
onda quadra e si definisce un coefficiente di punta P supponendo che P = Qmassima/Qmedia =
Qmedia/Qminima .
Se P non è conosciuto si può ottenere una stima con formule empiriche come ad
esempio:
P = 1,5 + 2,5 Q 0,5 (3.8)
oppure
P = 2,2 (1/p)0,08 (3.9)
ove Q = portata espressa in l/s;
p = popolazione in migliaia;
La durata del periodo in cui la portata è pari a Qmassima è pari a
t = 1/P+1
e quindi il volume richiesto per l'equalizzazione della portata risulta essere
P −1
V = Qmedia ⋅ (3.10)
P +1
In pratica ciò corrisponde a scegliere tempi di detenzione compresi tra le 4-8 ore a se-
conda delle dimensioni dell'impianto.

2.2.2. Disposizione vasche, tipo di miscelazione ed areazione

La vasca di equalizzazione può essere disposta in linea o lateralmente con diverse di-
sposizioni per l’ingresso e l’uscita (Figure 3.11 e 3.12). La disposizione adottata influenza i
costi di pompaggio.
I principali pro-
blemi da considerare
nella realizzazione della
vasca sono:
1) garantire la completa
miscelazione;
2) evitare fenomeni di
sedimentazione;
3) evitare l’insorgere di
processi anaerobici.
La soluzione può
essere ottenuta attraver-
so sistemi idraulici,
meccanici o insufflando
aria. I primi, pur essen-
do i più economici, ri-
sultano essere i meno
efficienti in termine di Figura 3.11. Schemi di equalizzazione in linea.
utilizzo dell'energia e
difficilmente applicabili quando si utilizzano vasche a livello variabile.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-13

Figura 3.12. Schemi di equalizzazione laterale.

La miscelazione con sistemi idraulici può essere ottenuta tramite:


a) utilizzo di un'appropriata distribuzione del liquame in ingresso cioè suddividendolo in tu-
bazioni equispaziate sulla lunghezza della vasca;
b) opportuna suddivisione della vasca in setti, alternando soglie sotto battente a setti a stra-
mazzo;
c) prelevando l’effluente in modo frazionato da punti diversi della vasca in modo che
l’effluente sia un mix delle diverse condizioni presenti in vasca.
Per garantire una adeguata miscelazione le vasche devono essere poco profonde e di
conseguenza di ampie superfici. Nel caso in cui vi sia un'elevata presenza di solidi sospesi le
condizioni idrauliche, tali da evitare la sedimentazione delle particelle, rendono elevate le
perdite di carico; questo fa sì che questa tipologia di vasche sia utilizzabile unicamente nel
caso di trattamento applicato a liquami industriali.
I sistemi meccanici sono costituiti da agitatori lenti, miscelatori sommersi (per otte-
nere la sola miscelazione del liquame) oppure turbine superficiali/insufflatori d’aria o da loro
combinazioni. Le turbine superficiali devono essere installate su un supporto galleggiante
per assecondare le variazioni di livello, e richiedono profondità minime pari a 1,5 m; inoltre
possono essere utilizzate in zone in cui non si verifichi congelamento delle superfici. In al-
ternativa, l’insufflazione d'aria da diffusori sommersi permette di superare questo problema,
comportando però un maggior consumo di energia.
Poiché il fattore maggiormente critico è costituito dai fenomeni di sedimentazione, in
genere sono richiesti valori tra 4-8 W/m3 e quantitativi d’aria di 0,56-0,90 m3/(m3·h) per otte-
nere sia miscelazione, sia areazione mentre per la sola ossigenazione è sufficiente fornire
quantitativi d’aria di 0,13-0,21 m3/(m3·h).

2.2.3. Modalità di controllo della portata effluente

Ogni vasca di equalizzazione deve essere dotata di un sistema di controllo delle portata
effluente in modo che questa sia costante al variare del livello idrico della vasca. Questo può
3-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

essere ottenuto:
a) tramite pompe volumetriche (es. pompa monovite); in questo caso la portata effluente
è indipendente dal carico idraulico (sempre che le oscillazioni del livello siano < 4-5 m) ed
è funzione della sola velocità di rotazione della girante elicoidale all'interno dell'alloggio
statore;
b) tramite pompa centrifuga sommergibile; trattandosi in questo caso di piccole portate
(dell'ordine di qualche l/s), il valore sarebbe estremamente variabile a seconda del livello
nella vasca di equalizzazione. Per questo motivo vi è una vaschetta di carico a livello co-
stante alimentata dalla pompa stessa e dotata di 2 soglie sfioranti delle quali la prima ali-
menta il successivo trattamento depurativo con la portata media giornaliera, la seconda
posta ad un livello leggermente superiore alla vaschetta di carico, ricircola la portata ec-
cedente.
c) tramite sfioratore galleggiante; in questo caso la portata effluente è sicuramente co-
stante e i corpi galleggianti dello sfioratore hanno anche la funzione di trattenere le so-
stanze flottanti.
Nel caso in cui l'equalizzazione delle portate debba avvenire congiuntamente alla omo-
geneizzazione degli inquinanti o altri trattamenti si può pensare ad una vasca di omogeneiz-
zazione a livello costante dotata di scarico a gravità (a portata costante ed uguale alla portata
media equalizzata) ed una vasca di equalizzazione a livello variabile. La costanza del livello
nella vasca di omogeneizzazione viene ottenuto tramite due galleggianti che regolano, uno
l’avvio di una pompa che alimenta la vasca di equalizzazione quando il livello tende a cresce-
re, l’altro l’apertura della valvola che permette lo svuotamento della vasca di equalizzazione,
quando il livello idrico tende a calare. Tale soluzione richiede il ricorso ad una unità addizio-
nale di sollevamento per un volume pari a quello della vasca di equalizzazione.

2.2.4. Dotazioni ausiliarie

Sono essenzialmente di 2 tipi:


1) dispositivi di pulizia delle pareti della vasca e di asportazione dei materiali galleggianti;
2) scaricatori d’emergenza di troppo pieno se il livello in vasca dovesse crescere oltre il pre-
visto.

2.3. VASCHE DI OMOGENEIZZAZIONE DEGLI INQUINANTI

L’omogeneizzazione degli inquinanti, ossia la riduzione dell'ampiezza delle fluttuazioni


delle concentrazioni degli stessi può realizzarsi in vasche a livello costante oppure variabile, a
seconda che si voglia ottenere o meno la parziale o completa equalizzazione delle portate.
Costituiscono l’ultimo dei pretrattamenti o sono poste a valle dei trattamenti primari
per facilitarne la gestione. Tali vasche devono essere miscelate per garantire l’effettiva omo-
geneizzazione degli inquinanti e impedire la sedimentazione dei solidi sospesi ed eventual-
mente aerate per evitare l’istaurarsi di condizioni settiche.
Mentre in una vasca di equalizzazione è possibile annullare le fluttuazioni di portata in-
fluente, nel caso delle vasche di omogeneizzazione è solo possibile ridurre l'ampiezza delle
fluttuazioni delle concentrazioni e dei carichi dei diversi inquinanti.
Sebbene non sia sempre economicamente accettabile, è comunque evidente che
quanto maggiore è il volume della vasca di omogeneizzazione tanto maggiore è l'efficienza
ottenibile.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-15

2.3.1. Criteri di progettazione

Sono analoghi a quelli della vasca di equalizzazione salvo per quanto riguarda il dimen-
sionamento e le modalità di controllo della portata effluente che in assenza di equalizzazione
(cioè nel caso di bacini a livello costante) viene generalmente scaricata a gravità.
Un dimensionamento rigoroso, tale cioè da collegare le caratteristiche di una vasca (ge-
neralmente il volume) a precise caratteristiche dell’effluente, è un procedimento complesso.
Se tradizionalmente si è fatto riferimento a formule per lo più empiriche, un migliore ap-
proccio prevede lo sviluppo di metodi di dimensionamento e verifica che utilizzano modelli
matematici analoghi a quelli della reattoristica chimica.
Le vasche di equalizzazione vengono schematizzate con diversi tipi di reattori ideali
(vasca perfettamente miscelata, vasca con flusso a pistone, vasca a dispersione assiale); la
maggior parte dei modelli utilizza semplicemente una vasca perfettamente miscelata.
Una volta schematizzata la vasca è possibile descriverne l’andamento nel tempo me-
diante una o più equazioni differenziali. Si possono usare:
• modelli deterministici: integrando numericamente le equazioni differenziali su intervalli fi-
niti di tempo, imponendo le condizioni al contorno reali (portata e concentrazione in in-
gresso);
• modelli a soluzione esatta: semplificando le condizioni al contorno si ricercano le soluzioni
esatte; tra questi modelli sono compresi i modelli stocastici che fanno riferimento alle va-
riabili statistiche in ingresso ed in uscita.

Si considererà nel seguito un reattore completamente miscelato (la concentrazione è


uguale in ogni punto della vasca e la concentrazione in uscita è uguale a quella della vasca) in
cui non avviene alcuna degradazione o trasformazione degli inquinanti.
Il volume della vasca di omogeneizzazione, a prescindere da ulteriori capacità di sicu-
rezza, è esclusivamente funzione del grado di omogeneizzazione richiesto per le concentra-
zioni e i carichi inquinanti.
Allo scopo si definiscono 3 parametri adimensionali: il primo è il volume di ritenzio-
ne relativo Vr
Vr = Vom/Vc (3.11)
Vom = volume della vasca di omogeneizzazione;
Vc = volume totale del liquame influente nell'ambito del ciclo per il quale è richiesta
l'omogeneizzazione degli inquinanti. Tale parametro è estremamente importante per
valutare le prestazioni di vasche di omogeneizzazione di differenti dimensioni e per
avere un'idea concreta della consistenza delle opere.
Gli altri due parametri, PFx e PFc , costituiscono rispettivamente il fattore di fluttua-
zione delle concentrazioni e il fattore di fluttuazione dei carichi inquinanti (influenti o
effluenti) all'interno di un ciclo, e sono nell’ordine il rapporto tra il massimo e il minimo
delle concentrazioni e dei carichi inquinanti.
Il confronto tra i fattori di fluttuazione a monte e a valle della vasca dà informazioni
relative all'efficienza di omogeneizzazione.
Il comportamento di una vasca di omogeneizzazione a livello costante alimentata con
un liquame di caratteristiche quantitative e qualitative variabili nel tempo in modo indipen-
dente, e schematizzabile come un reattore completamente miscelato in cui non si verificano
trasformazioni degli inquinanti, può essere espresso mediante il seguente bilancio di massa:
V ⋅ dx = Q ⋅ (x j − x ) ⋅ dt (3.12)
dove:
V = volume invasato nella vasca di omogeneizzazione [m ];
3

Q = portata influente ed effluente [m /ora];


3
3-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

x = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione [mg/l];


xi = concentrazione degli inquinanti nell'influente [mg/l].
Tale equazione differenziale può essere discretizzata rispetto al tempo, adottando in-
tervalli temporali generalmente orari, e quindi risolta rispetto alla concentrazione xj ottenen-
do le relazioni:
V·∆xj = V·(xj - xj-1) = Qj·(xi,j - xj)·∆t (3.13)

Q j ⋅ x i, j ⋅ ∆t + V ⋅ x j−1
xj = (3.14)
Q j ⋅ ∆t + V

dove:
∆xj = variazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione nel j-esimo intervallo di
tempo [m3];
xj = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione alla fine del j-esimo
intervallo di tempo [mg/l];
xj-1 = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione alla fine del (j-1)-
esimo intervallo di tempo [mg/l];
xi,j = concentrazione media degli inquinanti nell'influente nel j-esimo intervallo di tempo
[mg/l];
Qj = portata media influente ed effluente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/ora];
∆t = intervallo temporale utilizzato per la discretizzazione.

In funzione della disponibilità di dati di portata e di concentrazione dei diversi inqui-


nanti nell'influente si sceglie un opportuno intervallo temporale per la discretizzazione e si
calcolano le xj , ovvero le concentrazioni nella vasca di omogeneizzazione alla fine di ciascun
intervallo che costituisce un ciclo. Poiché ogni concentrazione xj è funzione della concentra-
zione xj-1 (ed in particolare la concentrazione del primo intervallo di un ciclo è funzione
della concentrazione finale del ciclo precedente), si ricorre ad un metodo iterativo.
Come valore di partenza si può considerare un valore di concentrazione iniziale nella
vasca pari alla concentrazione dell'influente media pesata sull'intero ciclo, definita come:
n

∑x
j=1
i, j ⋅Qj
xj = n
(3.15)
∑Q
j=1
j

dove: x j = concentrazione dell'influente media pesata sull'intero ciclo [mg/l];


n = numero d'intervalli di durata ∆t in cui è suddiviso un ciclo.

Se la concentrazione finale del ciclo non approssima sufficientemente quella iniziale as-
sunta, si assume come nuova stima della concentrazione iniziale quella finale calcolata e così
di seguito. La convergenza del metodo di calcolo è comunque molto rapida, e possono esse-
re sufficienti da 1 a 3 iterazioni.
Tipicamente la procedura di dimensionamento delle vasche di omogeneizzazione è in
realtà un calcolo di verifica la cui sequenza di passi è la seguente:
1. calcolo dei fattori di fluttuazione delle concentrazioni e dei carichi inquinanti effluenti
PFxi , PFci ;
2. si sceglie una serie ampia di volumi di ritenzione relativi Vr e quindi di volumi della vasca
di omogeneizzazione Vom e per ogni valore di Vr (cioè Vom), si applica il metodo iterativo
di soluzione del sistema costituito dalle n relazioni (3.14), una per ogni intervallo tempo-
rale in cui è stato suddiviso il ciclo;
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-17

3. si calcolano i fattori di fluttuazione delle concentrazioni e dei carichi inquinanti effluenti


PFxe, PFce per ognuno dei Vr (cioè Vom) scelti al punto 2.
4. da un'analisi costi benefici si individua il valore di Vr (cioè Vom) più opportuno.
Il modello descritto con le relazioni di calcolo sovraesposte può essere applicato, con
alcune variazioni, anche nel caso in cui la vasca di omogeneizzazione sia a livello variabile
(abbia cioè anche funzione di equalizzazione delle portate). In tal caso il bilancio di massa
diventa:
d( V x)
= Q i ⋅ xi − Q e ⋅ x (3.16)
dt
da cui:
V ⋅ dx + x ⋅ dV = ( Qi ⋅ xi − Qe ⋅ x) ⋅ dt (3.17)
Tale equazione differenziale può essere discretizzata rispetto al tempo, adottando in-
tervalli temporali generalmente orari, e quindi risolta rispetto alla concentrazione xj ottenen-
do le relazioni:
Vj −1 ⋅ ∆x j + x j ⋅ ∆Vj = (Qi, j ⋅ xi, j − Qe, j ⋅ x j ) ⋅ ∆t (3.18)

( ) ( ) ( )
Vj −1 ⋅ x j − x j −1 + x j ⋅ Qi, j − Qe, j ⋅ ∆t = Qi, j ⋅ xi, j − Qe, j ⋅ x j ⋅ ∆t (3.19)

Q i, j ⋅ x i, j ⋅ ∆t + Vj −1 ⋅ x j −1
xj = (3.20)
Q i, j ⋅ ∆t + Vj −1

La relazione (3.20) può essere utilizzata in un sistema costituito da n equazioni (una per
ogni intervallo temporale), per verificare il grado di omogeneizzazione di una vasca di equa-
lizzazione precedentemente dimensionata.
Il metodo iterativo di soluzione del sistema può essere di soluzione rapida imponendo
che la concentrazione xj che si ha nella vasca di equalizzazione quando Vj-1 = 0 è uguale a xi,j.

3. IL SOLLEVAMENTO DELLE ACQUE DI RIFIUTO

3.1. GENERALITÀ

Numerosi sono i motivi che possono imporre o consigliare il sollevamento delle acque
di rifiuto nell’ambito di un processo depurativo:
• il recapito per lo scarico è localizzato ad una quota più elevata rispetto alla quota di arrivo
della condotta di fognatura;
• la realizzazione di vasche interrate comporta un costo maggiore per le opere di scavo;
questo soprattutto se la falda idrica è poco sotto il piano campagna periodicamente o per la
maggior parte dell'anno.

A seconda della configurazione dell'impianto di depurazione, diverse possono essere le


alternative di localizzazione dell'impianto di sollevamento:
1. è consigliabile posizionare il sollevamento dopo la grigliatura;
2. se esiste un impianto di sedimentazione primaria si può prevedere il sollevamento dopo
la sedimentazione: questo permette di scaricare nel corpo d'acqua recettore (se la quota
del recapito lo consente) un liquame già sedimentato, nel caso si verificassero guasti di
funzionamento. Inoltre, in tal caso, si possono usare pompe con rendimenti maggiori es-
sendo i reflui esenti da solidi grossolani;
3. se è previsto un dissabbiatore (consente di togliere i solidi, specialmente le sabbie, che
comportano un effetto abrasivo) si può optare per il sollevamento del refluo subito do-
3-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

po, al fine di limitare l'usura delle eliche delle pompe(1);


4. nel caso in cui il funzionamento dell’impianto avvenga a gravità per la maggior parte
dell'anno, tranne che per brevi periodi coincidenti con la piena del corpo idrico ricettore,
è più conveniente realizzare il sollevamento a valle del ciclo depurativo, mantenendo
l’impianto funzionante a gravità;

Dovendo sollevare il liquame a monte di un impianto piccolo si può optare per le


seguenti soluzioni:
• una grigliatura e triturazione molto fine del liquame adottando pompe di piccola po-
tenzialità;
• il sollevamento discontinuo con pompe di alta potenzialità, adottando poi impianti di
tipo particolare dotati di una elevata capacità di compenso idraulico;
• il sollevamento discontinuo adottando una apposita vasca indipendente di compenso.
È importante notare che un pompaggio discontinuo negli impianti a fanghi attivi, può
essere la causa di alcuni malfunzionamenti: sovraccarichi organici nella fase di aerazione,
sovraccarichi idraulici nella fase di sedimentazione, ...
Negli impianti medio-grandi, conviene sollevare il liquame grezzo, e provvedere suc-
cessivamente alla grigliatura grossolana (con la grigliatura posta ad adeguata distanza), spe-
cialmente quando l’eccessiva profondità del collettore in arrivo rende la grigliatura difficile e
costosa.

Il pompaggio deve essere effettuato con graduali variazioni di portata evitando brusche
discontinuità; di norma si prevedono più pompe oltre a quelle strettamente necessarie,
adottando diverse configurazioni:
• pompe di potenza diversa, fatte funzionare singolarmente (a seconda della portata in ar-
rivo entra in funzione la pompa di capacità più adeguata);
• due o più pompe atte a funzionare in parallelo, che entrano in funzione l’una successi-
vamente all’altra, al variare di livello nella vasca di carico.

La regolazione delle pompe può avvenire adottando una valvola di regolazione auto-
matica sulla mandata della pompa (con acque grezze si possono verificare intasamenti e no-
tevoli dissipazioni di energia) oppure adottando una o più pompe a numero di giri variabile
asservite allo stesso livello nella vasca di carico (soluzione indicata per un impianto di grandi
dimensioni).

3.2. VARI TIPI DI POMPE

Le pompe più diffuse per il sollevamento di liquami sono quelle centrifughe, adatte
anche per il sollevamento di acque grezze contenenti solidi grossolani e fibre lunghe; esse si
contraddistinguono per il regolare funzionamento, la lunga durata ed i costi contenuti.

(1)
Negli impianti piccoli (qualche migliaio di abitanti) è conveniente sollevare il refluo dopo la grigliatura
e la dissabbiatura per le seguenti ragioni:
• una pompa di sollevamento del liquame grigliato ha rendimenti che possono raggiungere il 70-72%,
mentre una pompa speciale per il sollevamento di liquame grezzo può arrivare al massimo ad un ren-
dimento del 50%;
• utilizzando pompe adatte al sollevamento di liquame grezzo in modalità continua, a causa delle mode-
ste portate, si possono verificare problemi di intasamento, essendo dotate di passaggi di sezione ri-
stretta. Spesso nella condotta di ingresso all'impianto possono essere presenti corpi solidi di dimen-
sioni superiori a 2-3 cm che possono intasare le luci di passaggio delle pompe.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-19

Le pompe centrifughe a vortice


(torque flow), con girante arretrata in
modo da evitare ogni ostacolo al flusso
liquido, sono ancor più adatte ad essere
utilizzate nel campo dei reflui. Questo
tipo di pompe ha rendimenti molto bas-
si, dell'ordine del 20-40%; tuttavia questo
svantaggio passa in secondo ordine ri-
spetto al vantaggio di operare in conti-
nuo senza inconvenienti.
In casi particolari, in cui necessiti
realizzare il sollevamento di acque spor-
che con presenza di sostanze abrasive
come le sabbie si deve ricorrere a giranti
specificatamente resistenti all’azione
abrasiva, rivestite cioè di gomma natura-
le, oppure costituite con ghisa martensi-
tica al Cr-Mo, con ghisa al Ni-Cr, con car-
buro di silicio ed altri simili materiali
sinterizzati.
Tra le pompe centrifughe si distin-
guono quelle aventi motore all'asciutto, e
quelle di tipo sommergibile; queste ulti-
me presentano una struttura compatta
pompa-motore elettrico e possono esse- Figura 3.13. Impianto di sollevamento con pompe
re direttamente immerse nel liquido da sommergibili: 1) arrivo liquame da sollevare; 2) pompe
sommergibili con funzionamento in parallelo; 3) uscita
sollevare, che assolve la funzione di raf- liquame; 4) guide di scorrimento per il sollevamento
freddamento del motore. delle pompe; 5) clapet di ritegno; 6) saracinesca di
Per far fronte al problema degli in- esclusione; 7) sensori per il comando di avviamento e
tasamenti, si è soliti associare in un unico arresto pompe; 8) cabinotto di contenimento teleruttori
e protezioni motori; 9) cameretta di alloggiamento
blocco la pompa con un dispositivo di pompe in elementi prefabbricati; 10) gradini alla mari-
triturazione; se si dispone l'apparecchia- nara di accesso.
tura con un tubo verticale di aspirazione
si può evitare l'ingresso nella pompa di
corpi solidi pesanti che potrebbe-
ro danneggiare seriamente il di-
spositivo di triturazione (Figura
3.14). È un tipo particolare di
pompa volumetrica (pompa Monho
o a cavità progressiva). Talvolta que-
sto tipo di pompa è dotato di
coltelli che permettono di smi-
nuzzare i corpi grossolani, in par-
ticolare i materiali fibrosi (stracci,
garze, ...).

Esistono anche pompe de-


nominate a coclea o a vite di Ar-
chimede (Figura 3.15). Questo
Figura 3.14. Apparecchiatura per la triturazione e il pompaggio sistema può trovare un utile im-
dei liquami, con eliminazione dei corpi pesanti. piego in impianti abbastanza
3-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

grandi per il ricircolo di fanghi


attivi e per sollevare acque grez-
ze, essendo garantito un deflus-
so privo di brusche disconti-
nuità, per le basse velocità peri-
feriche e per l'adattamento ad
un largo campo di valori di
portata.
I principali vantaggi di que-
ste macchine sono:
• lunga durata con bassa inci-
denza delle riparazioni;
• buon rendimento in un am-
pio campo di funzionamen-
to;
• possibilità di sollevare liqua-
me non grigliato senza peri- Figura 3.15. Stazione di sollevamento a coclee ad uno stadio.
coli di intasamento;
• bassa rumorosità (rispetto alle pompe centrifughe);
• possibilità di funzionamento senza danni anche con vasche di raccolta sottodimensiona-
te; trovandosi in questa situazione (ovviamente da evitarsi per quanto possibile) sarà da
imporre l'arresto della coclea una volta che il liquame abbia raggiunto il previsto livello
nella vasca di raccolta, ma comunque, non prima che sia trascorso un tempo prefissato
dal precedente arresto della coclea.
Le limitazioni al loro impiego sono:
• campo d'applicazione limitato a portate superiori a 25 l/s;
• prevalenza massima dell'ordine di 5 m, salvo disposizione in serie (in genere non più di
due salti);
• necessità di opere civili più ampie di quelle richieste per le pompe centrifughe (le coclee,
si ricorda, sono inclinate di 30°-40°). La velocità di rotazione di queste macchine è com-
presa tra 20 e 100 giri/minuto.
In Figura 3.15 è riportato un esempio di stazione di sollevamento a coclea.

Per terminare ricordiamo gli eiettori idropneumatici (pompe air lift); si tratta di mac-
chine statiche di sollevamento utilizzanti direttamente un flusso di aria compressa per solle-
vare liquami, fango di ricircolo negli impianti a fanghi attivi e per il sollevamento delle sab-
bie.

3.3. CONSIDERAZIONI SUL NUMERO DI POMPE DA INSTALLARE

Nelle stazioni di sollevamento con pompe, durante l'avviamento, il motore elettrico,


con cui è equipaggiata ogni pompa, può essere caratterizzato da una coppia non molto
grande e dall'assorbimento di una corrente notevolmente elevata. È quindi conveniente
adottare, per assicurare una buona durata ai motori elettrici, una successione di avviamenti
che sia di frequenza tale da lasciare agli avvolgimenti il tempo necessario per dissipare il ca-
lore prodotto dalla corrente di spunto. Il risultato si ottiene, oltre che con determinati ac-
corgimenti costruttivi per le pompe, dimensionando opportunamente le vasche di raccolta;
tenuto anche conto, in qualche caso, del volume invasabile nei tratti di collettore prossimi
alla stazione di sollevamento.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-21

Il numero di avviamen-
ti/ora varia normalmente tra 4
e 12 in dipendenza dal tipo di
pompa e dalla sua potenza,
diminuendo il numero di at-
tacchi con l'aumentare della
potenza.
Nelle stazioni equipag-
giate con più pompe sono
possibili due sequenza attacco-
stacco delle pompe:
1. una sequenza che prevede
l'attacco di ogni pompa
quando il livello dell'acqua
raggiunge nella vasca una Figura 3.16. Modalità di avviamento e di arresto progressivo di più
prefissata quota ed il suo pompe funzionanti in parallelo.
stacco quando l'acqua scen-
de fino al livello per il quale
è previsto l'avviamento della pompa inferiore (o si raggiunge il livello minimo previsto
nella vasca) (Figura 3.16);
2. l'altra sequenza prevede l'attacco di ogni pompa ad un prefissato livello, ma lo stacco av-
viene per tutte le pompe una volta che il liquido è disceso fino al minimo previsto nella
vasca di raccolta.
È da osservare che la sequenza del punto 1 è quella che consente la mandata più uni-
forme, mentre l'altra permette di assegnare il minor volume per la vasca.

Occorre sempre prevedere un numero di pompe superiore rispetto a quelle stretta-


mente necessarie, per garanzie di sicurezza. Normalmente se si predispongono nella vasca di
sollevamento pompe in parallelo tutte uguali si può usare una sola pompa di riserva; questa,
affinché non rimanga inattiva, entra in funzione in rotazione con tutte le altre pompe tra-
mite un apposito dispositivo di comando.
Se invece si installano pompe con differenti portate, conviene scegliere una configura-
zione del tipo:
1. una unità con piccola portata, leggermente superiore alla portata minima di arrivo;
2. una unità con portata intermedia, leggermente superiore alla portata media in arrivo;
3. una unità con portata elevata, leggermente superiore alla portata massima in arrivo;

Per quanto riguarda le perdite di carico e le potenze necessarie per il pompaggio, i li-
quami di fognatura possono essere assimilati all’acqua pulita e rimane valida la seguente
formula per il calcolo della potenza:
γ ⋅ Q ⋅ (H + h)
P=
η ⋅ 3600
dove:
P = potenza del motore [kW];
Q = portata da erogare [m3/h];
H = altezza geodetica di sollevamento in m di colonna d’acqua [m];
h = perdite di carico, in m di colonna di acqua [m];
γ = peso specifico [kN/m ];
3

η = rendimento complessivo del gruppo pompa-motore (variabile fra 0,5 e 0,7 a seconda
delle caratteristiche della pompa).
3-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4. DISSABBIATURA E DISOLEATURA

4.1. GENERALITÀ

L’estrazione delle sabbie dai li-


quami è dettata dalla necessità di evita-
re l'abrasione delle parti a valle del dis-
sabbiatore, ed evitare il convoglia-
mento ed il conseguente rischio di ac-
cumulo nelle unità di trattamento fan-
ghi.
Ciò si ottiene imponendo una
velocità della corrente di circa 0,3 m/s,
tale da evitare la sedimentazione di so-
stanze organiche sospese e più leggere
che sono inviate al trattamento suc- Figura 3.17. Diagramma schematico della separazione
cessivo. I bacini che prevedono la se- della sabbia in un dissabbiatore aerato.
dimentazione per sola forza di gravità,
richiederebbero lunghezze considerevoli, pari a 15-20 volte la profondità della corrente, mai
inferiori a 10 m oltre ai raccordi terminali. Per questo si ricorre alla realizzazione di dissab-
biatori aerati, nei quali il moto rettilineo del liquame in ingresso si compone con il moto
circolare indotto dalle bolle d’aria insufflate, dando origine ad un moto a spirale (Figura
3.17). L’immissione di aria ovviamente favorisce anche la sospensione delle sostanze più
leggere (grassi, sostanze galleggianti in genere e difficilmente biodegradabili). Il moto a spi-
rale sospinge verso i bordi della vasca tali sostanze che sono raccolte in una zona di calma.
Il materiale leggero affiorato in superficie è pertanto spinto verso un lato della vasca da
una lama superficiale collegata al ponte raschiatore delle sabbie e da lì sfiorato in apposite
canalette da cui viene estratto e smaltito.

4.2. CRITERI PROGETTUALI E GESTIONALI

Le unità aerate di dissabbiatura


possono essere realizzate secondo due
tipologie principali: a gravità o centrifu-
ghe.
Il dissabbiatore a gravità è co-
stituito da un canale, opportunamente
sagomato (esistono anche manufatti di
dimensioni quadrate), sul fondo del
quale sedimentano le sabbie. Queste
sono spinte da una lama raschiatrice
verso l’estremità opposta della vasca ri-
spetto all’entrata del liquame stesso. So-
no poi estratte tramite aspirazione (in
genere pompa air lift) e scaricate in ap- Figura 3.18. Dissabbiatore a gravità con rimozione mec-
posito cassonetto. In impianti di una canica della sabbia e delle sostanze galleggianti.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-23

certa dimensione le unità di trattamento sono più di una, in modo da poter ripartire meglio
il flusso del liquame ed attenuare le punte di portata (Figura 3.18).
Il dissabbiatore a flusso tangenziale (centrifugo) è di forma tronco conica con il
fondo inclinato verso il centro. Il liquame entra nella vasca tangenzialmente dando origine
ad un moto circolare, che per effetto della forza centrifuga permette il depositarsi delle sab-
bie verso le pareti esterne della vasca. Da lì, la sabbia, è richiamata verso il centro ed estratta
con l’utilizzo di una pompa od altro sistema (Figura 3.19). A differenza del tipo a canale,
questa tipologia di vasca è sensibile alle fluttuazioni della portata e ciò va a scapito del flusso
circolare interno ad essa.
È opportuno dotare tale
unità con un dispositivo
agitatore che mantenga il
moto circolare con velo-
cità uniforme, o almeno
all’interno dei limiti pre-
fissati.
Le sabbie estratte
sono fatte gocciolare e
l’acqua estratta deve esse-
re ricircolata in testa
Figura 3.19. Dissabbiatore a flusso tangenziale.
all’impianto poiché è ricca
di composti inquinanti.
Esse contengono infatti più del 50% di materiale organico, e ciò può comportare alcuni
problemi di odori se lo stoccaggio e lo smaltimento non sono eseguiti correttamente.
L’efficienza della rimozione dipende fondamentalmente dalla geometria della vasca e
dal controllo idraulico: infatti devono assolutamente essere evitati fenomeni di cortocircui-
tazione. Ciò può essere realizzato con l’ausilio di opportuni diaframmi separatori longitudi-
nali o trasversali e posizionando opportunamente l’ingresso e l'uscita del liquame. Si ritiene
che operino meglio i dissabbiatori aerati di forma allungata rispetto a quelli quadrati, sebbe-
ne non vi siano indicazioni precise in merito. Inoltre sull’efficienza della dissabbiatura influi-
scono anche le apparecchiature ausiliarie di estrazione impiegate per le sabbie: pompa air
lift, pompa a getto d’aria, tubo di aspirazione sotto battente, coclea per il trasporto, pompe
per la sabbia, ecc.
Infine parametri di particolare importanza ai fini dell’efficienza di rimozione sono
l’ubicazione dei diffusori, dei setti per la circolazione idraulica e una uniforme sorgente di
aria. Viceversa la velocità di sfioro non risulta essere un parametro critico.
Nel dissabbiatore di forma allungata e stretta il tempo di ritenzione garantisce una mi-
gliore efficienza, buona qualità della sabbia, una semplice funzionalità e adeguati valori idrau-
lici rispetto al tipo quadrato. Inoltre questo tipo di dissabbiatore è meno sensibile alle mo-
dalità di immissione ed emissione della portata da trattare rispetto a quelli quadrati. Questi
ultimi offrono buone prestazioni solo se i diffusori dell’aria sono posti in modo da creare un
flusso a spirale dell’acqua perpendicolare al flusso di direzione interno alla vasca e la portata
dell’aria è adeguata per mantenere uniformi le velocità all’interno della vasca.
Infine il contenuto di acqua e di materiale volatile all’interno delle sabbie estratte è
strettamente correlato al tipo di estrattore ed al sistema di lavaggio delle sabbie stesse. I si-
stemi a coclea o con tubi sottobattente permettono di scaricare le sabbie in condizioni me-
no umide rispetto agli altri tipi. Ovviamente il lavaggio delle sabbie aumenta significativa-
mente il contenuto d'acqua.
Dal momento che le condizioni più sfavorevoli per un dissabbiatore si verificano in
tempo di pioggia, con il maggiore contenuto di sabbia, la vasca deve essere dimensionata in
conformità a questi dati in ingresso. La lunghezza della vasca è valutata sulla base del tempo
3-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

di permanenza che non deve essere inferiore a 10 minuti in tempo di pioggia in dipendenza
anche della sezione trasversale. Generalmente la lunghezza non deve essere inferiore a 15 m
e superiore a 60 m.
Il rapporto tra la larghezza e la profondità dovrebbe essere circa 0,8 e in ogni caso non
superiore a 0,9 in tempo secco; la sezione trasversale di un dissabbiatore aerato dovrebbe
essere compresa tra 1 e 7 m2.
La profondità dell’aria di insufflazione è molto importante e potrebbe causare alte tur-
bolenze; il valore ottimo è pari a circa il 70% della profondità del dissabbiatore. La quantità
d'aria necessaria è compresa tra 10-20 N m3/m lineare di lunghezza della vasca.
Per una buona raccolta delle sabbie sedimentate il fondo della vasca deve essere incli-
nato di 40-45°. Inoltre con velocità di rotazione comprese tra 20 e 22 cm/s sul fondo e una
piccola turbolenza si possono ottenere buoni risultati anche su sabbia di dimensioni inferiori
a 0,25 mm.
In definitiva con le velocità dette sopra e tempo di ritenzione di 20 minuti, si possono
ottenere i seguenti risultati: per dimensioni maggiori di 0,4 mm un'efficienza di rimozione
del 100%, per sabbie comprese tra 0,25 e 0,4 mm un'efficienza variabile tra 80 e 90%, e per
dimensioni fino a 0,125 mm un'efficienza del 65%.
Nella Tabella 3.5 sono riportati i valori ottimali per il dimensionamento dei dissabbia-
tori.

Tabella 3.5. Dati di dimensionamento per dissabbiatori aerati senza separazione dei grassi.

tempo secco tempo pioggia

tempo di ritenzione (tr) 20 minuti 10 minuti


rapporto larghezza/profondità (l/p) 0,8-0,9 0,8
area della sezione trasversale (AQ) 1-7 m2
lunghezza del dissabbiatore aerato (L) 50-60 m
profondità di insufflazione (pi) 0,7 p
pendenza del fondo (α) 40-45°
velocità media vicino al fondo (v) 20 cm/s
velocità orizzontale (v or) max 10 cm/s
richiesta di aria specifica in Nm3/m3·h (Qv) Qv=(0,63+0,521 ln pi)-0,62 bolle fini
-1,33
Qv=(0,07+0,76 ln pi) bolle grosse

5. FLOTTAZIONE

La flottazione è un trattamento usato per separare particelle solide o liquide presenti in


fase liquida. La separazione avviene attraverso l’introduzione nella fase liquida di bolle di gas
di ridotte dimensioni. Le particelle di materiale sospeso aderiscono alle bolle e sono trasci-
nate in superficie dall’azione della forza di galleggiamento. In questo modo sono portate in
superficie anche particelle con densità maggiore di quella dell’acqua.
Nel trattamento delle acque di scarico la flottazione è usata principalmente per rimuo-
vere i solidi sospesi e per concentrare i fanghi biologici. Il principale vantaggio della flotta-
zione rispetto alla sedimentazione, è che le particelle più piccole o leggere, che si deposite-
rebbero molto lentamente, possono essere allontanate completamente e in minor tempo.
Una volta che le particelle sono state portate in superficie, possono essere raccolte da appo-
site lame ed allontanate con opportuni sfioratori superficiali.
Nel trattamento dei reflui civili il gas utilizzato è l’aria compressa. Le bolle possono es-
sere prodotte attraverso uno dei seguenti metodi:
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-25

• iniezione di aria fino a saturazione sotto pressione con successivo rilascio a pressione at-
mosferica (dissolved-air flotation);
• areazione a pressione atmosferica (air flotation);
• saturazione a pressione atmosferica seguita dall’applicazione di una forte depressione (va-
cuum flotation).
In tutti questi metodi l’efficienza di rimozione può essere incrementata attraverso l’uso
di vari additivi chimici.

5.1. FLOTTAZIONE CON ARIA DISCIOLTA (Dissolved-air flotation)

Questo metodo prevede che l’aria sia prima disciolta nel liquame da trattare ad una
pressione di diverse atmosfere; successivamente questa miscela è immessa in una vasca a
pressione atmosferica.
Nei sistemi a bassa pressione, l’intera portata può essere pressurizzata per mezzo di
pompe a 275-350 kPa (2.75-3.5 atm) con insufflazione di aria compressa nei condotti di
aspirazione delle pompe. Il liquame è quindi mantenuto in un serbatoio di ritenzione sotto
pressione per diversi minuti al fine di consentire all’aria di entrare in soluzione fino a satura-
zione. Il flusso pressurizzato è poi immesso nella vasca di flottazione, attraverso una valvola
di riduzione della pressione, e quindi l’aria esce dalla soluzione sotto forma di minuscole
bolle in tutto il volume del liquido.
Nelle unità di maggiori dimensioni una porzione dell’effluente è riciclata, pressurizzata e
semisaturata con aria. La portata riciclata è miscelata con la portata non pressurizzata prima
dell’immissione nella vasca di flottazione, con il risultato che l’aria risale attraverso il liquame
trascinando il materiale particolato in entrata alla vasca.

5.2. FLOTTAZIONE CON ARIA INSUFFLATA (Air flotation)

In questi sistemi le bolle d’aria sono formate introducendo la fase gassosa direttamente
nella fase liquida attraverso speciali diffusori. La sola areazione, mantenuta per un breve pe-
riodo di tempo non è particolarmente efficace nel rimuovere i solidi sospesi con il fenome-
no di flottazione. Prevedere una vasca di areazione per la flottazione di grassi o altri solidi
dalle acque di scarico non garantisce perciò una rimozione particolarmente efficace: comun-
que si sono ottenuti risultati vantaggiosi su reflui caratterizzati dalla presenza di schiume.

5.3. FLOTTAZIONE SOTTO VUOTO (Vacuum flotation)

Consiste nel saturare il refluo con aria sia direttamente nella vasca di areazione, sia in-
ducendo l'entrata dell'aria nel condotto di aspirazione delle pompe. Quindi viene applicata
una parziale depressione che provoca l’allontanamento dell’aria dalla soluzione sotto forma
di minuscole bolle. Le bolle ed i solidi sospesi ad esse attaccati raggiungono la superficie
formando uno strato di schiuma, che viene poi rimosso da un meccanismo di schiumatura.
Gli inerti e gli altri solidi che sedimentano sul fondo sono raccolti da una pompa cen-
trale adatta alla rimozione dei fanghi. Se questa unità provoca la rimozione degli inerti e se il
fango deve essere sottoposto a digestione biologica, gli inerti devono essere separati dal fan-
go da un apposito classificatore prima che il fango sia pompato al digestore.
L’unità principale di processo è costituita da una vasca cilindrica coperta nella quale è
creato il vuoto parziale. La vasca è equipaggiata con meccanismi di rimozione della schiuma
3-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

e del fango: il materiale flottato è continuamente spinto da apposite lame verso il perimetro
della vasca, sfiorato in un raccoglitore di schiuma e rimosso da una pompa che lavora
anch’essa in depressione. I sistemi ausiliari includono una vasca di aerazione per saturare il
refluo con aria, una vasca di detenzione per breve periodo per la rimozione delle bolle più
grosse, pompe da vuoto, pompe per i fanghi e per la schiuma.

5.4. ADDITIVI CHIMICI

Sono generalmente usati per sviluppare nel liquido condizioni tali da facilitare l'assor-
bimento o l'intrappolamento delle bolle d’aria.
Gli additivi inorganici, come i sali di alluminio e di ferro o la silice attivata, possono
essere usati per agevolare l'agglomerazione del materiale in grandi fiocchi in grado di intrap-
polare facilmente, durante la loro formazione, le bolle d’aria.
Molti polimeri organici vengono usati con l'obiettivo di modificare la natura
dell’interfaccia aria-liquido o dell’interfaccia solido-liquido, o entrambe.

6. PREAERAZIONE

6.1. PRINCIPI GENERALI

La preaerazione consiste nell’immissione, all’interno di appositi bacini, di aria compres-


sa nel liquame. In tal modo si conseguono in genere due risultati: il controllo delle emissioni
di cattivi odori ed un miglioramento della trattabilità del liquame stesso.

6.2. CRITERI PROGETTUALI E GESTIONALI

Il processo è fondamentalmente governato da due parametri: la quantità d’aria insuf-


flata ed il tempo di aerazione. Onde mantenere un’adeguata agitazione del refluo contenuto
nel bacino (normalmente con profondità da 3 a 6 m), è necessario fornire 0.753 Nm3 d’aria
per m3 di liquame. Già con tempi di aerazione superiori ai 15 minuti, sono stati riscontrati
benefici, ma in fase di progetto è in ogni caso preferibile l'adozione di valori compresi tra i
30 ed i 40 minuti, in dipendenza dai risultati desiderati. Con tempi di aerazione superiori so-
no state rilevate in alcuni casi anche apprezzabili riduzioni del valore del BOD; ma soprat-
tutto ci si può attendere un aumento dell'efficienza di un eventuale successivo processo di
sedimentazione, sia in termini di BOD che di solidi sospesi.
Per quanto riguarda l’efficienza della preaerazione per il controllo delle emissioni di
cattivi odori si possono ottenere buoni risultati; le misure effettuate su impianti coperti han-
no dimostrato che solo una piccola parte (circa il 25%) dell’idrogeno solforato rimosso dai
liquami durante il trattamento è rilasciato nell'aria convogliata nella copertura. Inoltre, la
concentrazione di acido solfidrico nell’effluente è limitata, grazie alla presenza di ossigeno
disciolto che ossida l’idrogeno solforato. In questa maniera si può ossidare, attraverso la fase
di preaerazione, circa l’80% dell’acido solfidrico presente nel refluo da trattare.
L’efficienza del comparto è funzione sia del tenore di ossigeno disciolto (circa 7 mg/l),
sia del tempo di ritenzione (30 minuti sulla portata di punta). Infine l’aria estratta può essere
in seguito trattata con lavaggio chimico, ad esempio con soluzione acquosa d'idrossido di
sodio.
Per finire si può ancora affermare che la preaerazione è spesso praticata in bacini multi-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-27

funzione, in genere deputati anche alla dissabbiatura ed alla disoleatura del liquame. Si presta
inoltre molto bene nei casi in cui sia necessario dosare prodotti chimici (quali calce, sali di
alluminio e di ferro, polielettroliti) per migliorare l’abbattimento di BOD, solidi sospesi e fo-
sforo nel trattamento primario.
Capitolo 4

SEDIMENTAZIONE

La sedimentazione consente di ottenere, per gravità, la separazione delle particelle so-


spese di peso specifico superiore a quello dell’acqua. È una delle operazioni più diffusa-
mente usate nel trattamento delle acque reflue per ottenere un effluente chiarificato. La se-
dimentazione è usata per la separazione delle sabbie, per la rimozione di materiale partico-
lato nella vasca di sedimentazione primaria, per la rimozione dei fiocchi biologici nella vasca
di sedimentazione secondaria, e per la rimozione di fiocchi prodotti in seguito a processi di
coagulazione chimica. È altresì applicata per l'ispessimento dei fanghi negli ispessitori a gra-
vità al fine di produrre un fango con una concentrazione di solidi tale da poter essere facil-
mente maneggiato e trattato.

1. PROCESSO DI SEDIMENTAZIONE STATICA

Si consideri un liquido in quiete, ad esempio in un cilindro da laboratorio, in cui sia


presente in sospensione una particella solida isolata. La gravità esercita su di essa una forza
verticale che è la risultante del peso della particella e della spinta del fluido. Tale forza vale:
Fa =(ρs − ρ)⋅g ⋅ V (4.1)
in cui:
ρs = densità del solido;
ρ = densità del fluido;
g = accelerazione di gravità;
V = volume della particella.
Quando ρs è maggiore di ρ, tale spinta è diretta verso il basso, ha lo stesso verso di g e
la particella, immaginata originariamente in quiete, tende a spostarsi verso il fondo; nel caso
contrario (quando ρs è minore di ρ) il moto è ascensionale e si ha il fenomeno della flotta-
zione.
In entrambi i casi il movimento è contrastato dalla resistenza opposta dal mezzo liqui-
4-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

do Fr , la quale aumenta con il quadrato della velocità, secondo la formula di Newton:


ρ v2
Fr = Cd A (4.2)
2
dove:
A = sezione retta della particella;
v = velocità di sedimentazione;
Cd = coefficiente di forma di Newton.
In condizioni di equilibrio, la velocità di caduta si ottiene eguagliando Fa a Fr. Essa vale:
2g(ρS − ρ)V
v= (4.3)
CdρA

ed ammettendo per semplicità che la particella abbia forma sferica, per cui V/A=2/3·d (essen-
do d il diametro della particella), la (4.3) può essere scritta come:

4g(ρS − ρ)d
v= (4.4)
3Cdρ
Il valore del coefficiente di Newton, Cd , è legato al numero di Reynolds (Re) e varia
con la forma della particella. Per corpi sferici, esso può essere espresso come:
24 3
Cd = + +0,34 (4.5)
Re Re

ρvd
essendo Re = (4.6)
µ
Il campo che più interessa la sedimentazione è quello dei bassi numeri di Reynolds; in
tal caso il secondo ed il terzo addendo della precedente espressione possono essere trascu-
rati e può scriversi(1):
24 24µ
Cd = = (4.7)
Re ρvd

fornendo la seguente espressione di velocità:


g(ρs − ρ)d2
v= (4.8)
18µ
nota come legge di Stokes. Al di fuori del moto laminare, le variazioni del valore di Cd
possono essere direttamente ricavate dal diagramma di Figura 4.1. Si noti come nella regione
del moto completamente turbolento il valore di Cd diviene praticamente costante e quindi
indipendente da Re.
Le considerazioni svolte sono basate sul presupposto che i solidi sospesi nell'acqua sia-
no di tipo granuloso, intendendo con ciò che sedimentano indipendentemente gli uni dagli
altri. Non sono invece più valide quando la natura delle sostanze sospese è di tipo fioccoso,
per cui si verificano facilmente fenomeni di agglomerazione in seguito ai contatti tra parti-
cella e particella, resi possibili dalle differenti velocità di caduta. Per quanto le forze che en-
trano in gioco siano le stesse, l'andamento della sedimentazione risulta allora profonda-
mente modificato dalle variazioni di dimensioni; di conseguenza l'effettiva velocità di sedi-
mentazione risulta superiore a quella che può essere calcolata sulla base delle caratteristiche

(1)
Il moto è in tal caso laminare e la viscositൠdel liquido rappresenta un fattore determinante su Fr.
All'aumentare di Re, passando a moti di tipo turbolento con formazione di vortici alle spalle della particella
in movimento, l'influenza del terzo addendo nell'espressione (4.5) diviene predominante; Cd non risente
allora di Re né, di conseguenza, di µ e l'espressione di Cd si semplifica fornendo Cd = 0,34.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-3

e delle dimensioni ori-


ginarie delle singole
particelle.
A parità di carat-
teristiche del materiale
sospeso, la tendenza
all'agglomerazione ri-
sulta tanto più alta
quanto maggiore è la
concentrazione dei so-
lidi, quanto più varie
sono le loro dimensio-
Figura 4.1. Valori del coefficiente di Newton (Cd) in funzione del numero di ni e quanto maggiore è
Reynolds (Re). la profondità della va-
sca, tutti fattori questi
che aumentano le pos-
sibilità di collisione.
La variazione di velocità durante la discesa impedisce di studiare teoricamente il feno-
meno per cui è necessario procedere per via sperimentale. Occorre però usare un recipiente
di adeguata profondità dato che, quanto più lungo è il percorso che la particella compie,
tanto maggiori sono le possibilità di collisione. I risultati non possono quindi a rigore essere
estesi a situazioni diverse da quelle sperimentate.

2. SEDIMENTAZIONE DI MASSA

Per elevate con-


centrazioni di solidi so-
spesi (come, ad esem-
pio, nel caso di sedi-
mentatori finali di im-
pianti a fanghi attivi), le
modalità secondo cui si
svolge il processo di
sedimentazione sono
diverse da quelle in
precedenza descritte.
Le particelle sono in-
fatti abbastanza vicine Figura 4.2. Andamento teorico del processo di sedimentazione di massa in
per influenzare scam- condizioni statiche.
bievolmente le loro
velocità di sedimentazione. Anziché decantare con la velocità teorica corrispondente alla
legge di Stokes (in caso di fango fioccoso peraltro non definibile per i motivi sopra esposti),
tutte le particelle sedimentano alla medesima velocità indipendentemente dalle loro dimen-
sioni, e più lentamente di quanto spetterebbe ad ogni singola particella isolata.
Il processo può essere sperimentalmente seguito, per la sedimentazione statica, in un
cilindro graduato. Inizialmente la concentrazione dei solidi è uniforme in tutto il cilindro; le
particelle cominciano quindi a decantare in massa, mantenendo cioè le loro posizioni relati-
ve; di conseguenza nella parte superiore si separano dall'acqua limpida (zona A) e si viene a
creare una distinta interfaccia tra questa zona e la sottostante zona B a concentrazione co-
4-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

stante. Contemporaneamente sul fondo del ci-


lindro comincia a formarsi una zona di ispessi-
mento ove si accumulano le particelle che man
mano raggiungono il fondo. In tale zona la con-
centrazione di solidi presenta un gradiente tra il
valore che corrisponde alla zona B ed il valore
massimo che si ha in corrispondenza del fondo
del cilindro.
In Figura 4.2 il fenomeno è riportato in
funzione del tempo; il livello dell'interfaccia tra la
zona A e la zona B si abbassa con velocità co-
stante. In Figura 4.3 sono riportati i risultati di
prove di sedimentazione condotte per diverse
concentrazioni di carbonato di calcio in acqua; in
essa è indicata la posizione dell'interfaccia in
funzione del tempo. Il tratto iniziale, sempre
Figura 4.3. Curve di sedimentazione di mas-
rettilineo, indica una velocità di caduta costante,
sa condotte, in condizioni statiche, per diverse ma tanto più ridotta quanto maggiore è la con-
concentrazioni di CaCO3 in acqua. centrazione (ed in ogni caso inferiore a quella
che sarebbe la velocità di sedimentazione per le
particelle in esame, calcolata secondo la legge di
Stokes).
All’aumentare del tempo, le curve abbandonano l'andamento rettilineo, con una ten-
denza al rallentamento della velocità con cui l’interfaccia si abbassa. In questa fase il feno-
meno di sedimentazione di massa è concluso, con la scomparsa della zona B. In corrispon-
denza dell’interfaccia si hanno ora concentrazioni di solidi crescenti nel tempo con conse-
guente diminuzione della velocità di sedimentazione. La concentrazione di solidi nel cilin-
dro, per tempi diversi, è rappresentata in Figura 4.4. In essa la curva 1 (concentrazione co-
stante con H) rappresenta la condizione iniziale. La cur-
va 2 corrisponde ad una situazione in cui permane una
zona B a concentrazione costante e pari a quella iniziale
mentre la curva 3 si verifica dopo la scomparsa della zo-
na B, quando tutto il fango si trova in fase di ispessi-
mento.
Per studiare il fenomeno dell'ispessimento si
prenda in esame una delle curve di Figura 4.3 che, per
chiarezza, è stata riportata in Figura 4.5. Sia H0 la pro-
fondità del liquido; inizialmente la concentrazione è la
stessa in tutti i punti ed i solidi sedimentano con la
velocità di massa corrispondente alla concentrazione
della sospensione. Ciò determina un accumulo di fan-
ghi sul fondo del cilindro andando a costituire uno Figura 4.4. Andamento della concen-
strato in cui la concentrazione di solidi presenta (ad un trazione in funzione di H, per tempi
certo tempo t) un gradiente, passando dai valori corri- diversi. La curva 1 corrisponde alla
spondenti alla zona B (a concentrazione costante in cui situazione iniziale; la curva 2 corri-
si svolge la sedimentazione di massa), ai valori massimi sponde al permanere di una zona B a
concentrazione costante, al di sotto
di concentrazione che si hanno sul fondo. Tale distri- della quale si ha la zona di ispessi-
buzione di concentrazioni varia nel tempo per il pro- mento a concentrazione crescente
gressivo accumulo di fanghi nella zona C, ove, per una verso il basso. Nella curva 3 la zona B
è scomparsa e tutto il fango è in fase
generica altezza H, la concentrazione va progressiva- di ispessimento.
mente crescendo.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-5

Infatti la quantità di solidi che nel


tempo t passa attraverso una generica se-
zione del cilindro (di superficie A) vale:
S = x·v·A·t
dove:
S = quantità di solidi che attraversa la se-
zione;
x = concentrazione dei solidi in corri-
spondenza della sezione;
v = velocità di sedimentazione di massa
corrispondente alla concentrazione x.
In un cilindro (in cui A si mantiene
costante al variare di H), S/t dipende solo
dal prodotto x·v. Se, per una determinata
sezione, tale valore è inferiore alla quantità
di solidi che arrivano nell'unità di tempo,
sedimentando dagli strati superiori a con-
centrazione più ridotta (e quindi a velocità
Figura 4.5. Curva di sedimentazione di massa; me- di massa più elevata), viene a crearsi una
todo di determinazione di tf. barriera che determina un accumulo di
solidi della zona a monte ove pertanto la
concentrazione aumenta. Di conse-
guenza, all'aumentare di t si sposta
verso l'alto (con velocità u da deter-
minarsi) il livello che corrisponde alla
concentrazione x. Con riferimento
alla Figura 4.6, si consideri uno strato
di altezza infinitesima, cui corrisponda
una concentrazione x e velocità verso
l'alto u. Si può osservare che la velo- Figura 4.6. Strato del cilindro di altezza infinitesima, du-
cità di sedimentazione dei solidi in rante le prove di sedimentazione di massa in condizioni
statiche.
corrispondenza della sezione a con-
centrazione x è pari a v con riferi-
mento alla colonna e pari a v+u con riferimento allo strato di concentrazione x. Dato che
nello strato la concentrazione si mantiene costante, in esso non si ha accumulo di solidi e
quindi può scriversi:
(x − dx)( v + dv + u)A ⋅ t = x(v + u)A ⋅ t (4.9)
e quindi trascurando gli infinitesimi di secondo ordine:
dv
u=x −v (4.10)
dx
Ricordando che la velocità di sedimentazione di massa, per una determinata sospensio-
ne, è funzione della sola concentrazione, si può scrivere:
u = xf'(x) − f(x) (4.11)
Dato che la concentrazione dello strato considerato rimane costante e che f’(x) ed f(x)
hanno valori determinati, anche u è costante nel tempo. Il risultato ora ottenuto consente di
ricavare il valore della concentrazione che viene a determinarsi in corrispondenza
dell’interfaccia tra il liquido limpido e la sospensione, purché sia nota la curva di sedimenta-
4-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

zione e si conosca quindi il livello dell’interfaccia in funzione del tempo (Figura 4.5).
Si supponga ad esempio di voler conoscere il valore della concentrazione x2 che si ha in
corrispondenza dell’interfaccia al tempo t2. La quantità di solidi contenuta nel cilindro è
x0·H0·A ove x0 è la concentrazione uniforme iniziale. Lo strato di concentrazione x2 si de-
termina inizialmente sul fondo del cilindro e sale quindi verso l’alto con velocità costante u2.
Quando esso raggiunge l’interfaccia, tutti i solidi presenti nel cilindro devono averlo attra-
versato, per cui può scriversi:
x0·H0·A = x2·(u2+v2)·A·t2 (4.12)
dove:
v 2 = velocità di sedimentazione di massa che corrisponde a x2 ;
u2 = è costante e vale:
H2
u2 = (4.13)
t2

e quindi dalla continuità imposta sopra:


x0H0
x2 = (4.14)
H2 + v 2 t 2

Nota la curva di Figura 4.5, nel secondo membro dell'espressione (4.14), l’unica inco-
gnita è v 2 che può però essere determinata dalla curva di sedimentazione come tangente in
corrispondenza di x2. Si ha pertanto:
H1 − H 2
v2 = (4.15)
t2

e quindi, sostituendo sopra:


x 0H0
x2 = (4.16)
H1

Fisicamente H1 rappresenta l'altezza dell’interfaccia qualora nel sedimento si avesse una


concentrazione costante ai diversi livelli e pari a x2.

3. CALCOLO DEI SEDIMENTATORI

3.1. FANGO GRANULOSO

Nella tecnica del trattamento delle acque, il processo di sedimentazione viene sempre
condotto in continuo, con modalità che quindi differiscono da quelle considerate nei para-
grafi precedenti. Infatti, se il liquido non è in quiete, alla particella compete una velocità che
è determinata, istante per istante, dalla composizione vettoriale della velocità di sedimenta-
zione v , calcolata secondo i criteri prima visti, e dalla velocità di trasporto V dovuta al mo-
vimento del liquido. Si consideri inizialmente il caso in cui il materiale sospeso sia di natura
granulosa ed in cui la concentrazione di particelle non sia tanto elevata da determinare il fe-
nomeno di sedimentazione di massa.
Ragionando su di una vasca ideale a flusso orizzontale (e cioè con una velocità di tra-
sporto V data da un vettore orizzontale) ed a pianta rettangolare, in una sezione longitudi-
nale si possono distinguere 4 zone:
• la zona di ingresso, in cui la sedimentazione è disturbata dalla vicinanza dei dispositivi di
immissione;
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-7

• la zona di uscita, in cui la sedi-


mentazione è disturbata dalla vici-
nanza dei dispositivi di scarico;
• la zona del fango, in cui si raccol-
gono le parti sedimentate;
• la zona di sedimentazione vera e
propria, in cui la velocità di tra-
sporto del liquido V si mantiene co-
stante e nella cui sezione iniziale si
ammette che la concentrazione e la
distribuzione delle particelle delle
diverse dimensioni sia uniforme
(Figura 4.7). Figura 4.7. Andamento della sedimentazione in una va-
Detta allora v 0 la velocità di ca- sca ideale a flusso orizzontale (fango granuloso).
duta che, in base alla legge di Stokes,
compete alle più piccole delle particelle di cui si vuole ottenere la separazione, la retta a-f
rappresenta il cammino percorso, nella zona di sedimentazione, da una di tali particelle che
inizialmente si trovi nel punto a. Le parti sospese caratterizzate da dimensioni, e quindi da
velocità di sedimentazione(2) uguali o maggiori potranno raggiungere allora la zona del fango
qualunque sia la distanza dal fondo con cui attraversano la sezione di ingresso della vasca,
visto che l'inclinazione della loro traiettoria rispetto all'orizzontale sarà uguale o superiore a
quella della particella prima presa in considerazione.
Se Q è la portata che entra nella vasca e B è la larghezza di quest'ultima, sarà: Q=V·B·H
e, per la similitudine dei triangoli in Figura 4.7, Q = v0·B·L = v0·A, essendo A la superficie
della vasca. Pertanto si ha:
v 0 = Q/A = Ci (4.17)
Ciò sta ad indicare che, per una determinata portata, il valore v 0 , e quindi la percen-
tuale di rimozione delle sostanze sospese, dipende esclusivamente dalla superficie e
non dalla profondità della vasca; il processo non è cioè influenzato dal tempo di perma-
nenza. Il rapporto Q/A, che ha le dimensioni di una velocità, è indicato come carico idrau-
lico applicato alla vasca (Ci).
Si può avere una conferma di quanto esposto osservando lo schema della Figura 4.8, in
cui l'altezza della vasca è stata dimezzata, mentre si è mantenuta inalterata la superficie A e la
portata da trattare. Queste nuove condizioni comportano un valore doppio per la velocità di
trasporto V. Di conseguenza, a parità di
velocità di caduta v , e quindi a parità di
dimensioni della particella, l'inclinazio-
ne sull'orizzontale della traiettoria se-
condo cui essa si sposta nel liquido si
riduce alla metà e cioè con la medesima
proporzione con cui si è ridotta l'altez-
za della vasca. Rimane quindi inalterato
il valore limite v 0 che consente la rimo-
zione.
Figura 4.8. Al diminuire della profondità della vasca, il
valore v0 resta inalterato.
Dei solidi sospesi dotati di una
velocità di sedimentazione v < v0 , pos-
sono invece essere eliminati solo quelli che entrano nella zona di sedimentazione al di sotto

(2)
Si suppone costante la densità delle particelle.
4-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

del punto b(3) (Figura 4.7); gli altri, invece, raggiungono la zona di uscita. La percentuale di ri-
mozione (z) dei solidi sospesi con una velocità di caduta v è allora pari a z = bc/ac = v/v0 e,
ricordando che v 0 = Q/A:
A
z= ·v (4.18)
Q
formula che esprime la legge di Hazon.

Le considerazioni precedenti consentono di calcolare teoricamente il rendimento di


sedimentazione(4), per un preassegnato carico idraulico Ci , quando sia conosciuta la distribu-
zione delle velocità che competono ai solidi sospesi:
1. tutte le particelle per cui v ≥ Ci sono eliminate; sia (1-Z) la percentuale in peso di tali par-
ticelle sul totale dei solidi in ingresso.
2. per le particelle cui compete una velocità v < Ci , la frazione rimossa è pari a v/Ci (legge di
Hazon).
Il rendimento totale di eliminazione vale quindi:
Z
v
η= (1 − Z) + ∫ Cidz
0
(4.19)

contributo contributo
delle particelle delle particelle
con v ≥ Ci con v < Ci

3.2. FANGO FIOCCOSO

Nel caso di materiale fioccoso, il calcolo del sedimentatore deve venire condotto in ba-
se a dati sperimentali o, eventualmente, per analogia con altre situazioni dello stesso tipo già
studiate. Si è già visto infatti che diviene impossibile calcolare la velocità di sedimentazione
delle particelle in ba-
se alle loro dimen-
sioni originarie dato
che per effetto dei
fenomeni di floccula-
zione, tali dimensioni
continuano a variare
e la sedimentazione
procede sempre più
velocemente.
È quindi neces-
sario - se già non si
dispone di una pre-
cedente esperienza -
rilevare in laboratorio
le caratteristiche di Figura 4.9. Esempio di calcolo del rendimento di sedimentazione (fango fioc-
sedimentabilità utiliz- coso).

(3)
Determinato il vettore risultante per le particelle considerate, il punto b viene individuato tracciando per f
una retta avente inclinazione uguale a quella del vettore stesso.
(4)
Come rendimento di sedimentazione si intende il rapporto tra il materiale sedimentabile (o talvolta so-
speso) eliminato col trattamento e quello originario presente nel campione non sedimentato.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-9

zando una colonna di altezza non inferiore a quella della vasca che si intende costruire. Si
possono allo scopo usare colonne di 15-20 cm di diametro, dotate di prese di campioni che
consentano di studiare l'andamento del fenomeno col tempo e con la profondità. Intro-
dotto nella colonna il liquido da studiare (con una uniforme distribuzione iniziale delle parti-
celle), ad intervalli di tempo determinati si procede prelevando dei campioni alle varie altez-
ze e determinando il rendimento di sedimentazione ottenuto per i diversi campioni. Ad un
tempo t generico, tale rendimento diminuisce procedendo dalla superficie verso il fondo.
Gli strati superiori si chiarificano infatti più rapidamente, dato che in essi non pervengono i
sedimenti dall'alto. Graficando in un diagramma (in ordinata l'altezza della colonna e in
ascissa il tempo) i rendimenti di sedimentazione così ottenuti, e congiungendo tra di loro i
punti ad uguale rendimento, si ottengono delle curve come quelle rappresentate in Figura
4.9. È allora possibile ricavare il rendimento globale di sedimentazione al tempo t (in
condizioni statiche), come media ponderata tra i rendimenti ottenuti alle diverse profondità:
∆hi ηi + ηi+1
η=Σ ⋅ (4.20)
h 2
dove:
h = altezza della colonna;
hi ed ηi hanno il significato indicato alla Figura 4.9.

3.3. SEDIMENTAZIONE DI MASSA

Con riferimento alla Figura 4.10, si


immagini un decantatore alimentato da
una portata Q + Qf ; attraverso i disposi-
tivi di scarico sia allontanata una portata
chiarificata Q mentre dalla tramoggia di
fondo sia estratta una portata di fango Qf
, continua nel tempo. Si indichi con x0 la
concentrazione di solidi in alimentazione
e con xf quella nel fango; in condizioni di
regime, nel decantatore in corretto fun-
zionamento, viene a determinarsi uno Figura 4.10. Schema di un sedimentatore.
strato superiore di liquame chiarificato,
compreso tra il pelo libero e l'interfaccia
con il fango. Al di sotto di tale interfaccia, la sospensione presenta concentrazioni crescenti
verso il basso, fino al valore massimo xf raggiunto sul fondo. All'interno del decantatore il
movimento dei solidi sedimentabili è legato a due distinti fenomeni:
1. alla sedimentazione di massa, analogamente a quanto avviene nel caso discontinuo (cilin-
dro da laboratorio). Il flusso solido ad essa corrispondente può essere calcolato ad una ge-
nerica quota i del fondo, come:
(FS)1 = xi · vi (4.21)
dove:
(FS)1 = quantità di solidi che nell’unità di tempo attraversa un elemento di superficie unita-
rio; viene generalmente misurato in kg/(m2 ·h).
xi = la concentrazione alla quota i [kg/m3]
vi = la velocità di sedimentazione di massa corrispondente a xi [m/h].
b) all'estrazione del fango dal fondo che produce in tutta la vasca un movimento verso il
basso del liquame e quindi dei solidi in esso sospesi. La velocità di tale movimento (costante,
4-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

essendo la vasca cilindrica), è uguale a:


Qf
u= (4.22)
A
ove A è la superficie della vasca di sedimentazione. Ne consegue un flusso solido aggiuntivo,
attraverso la superficie a generica quota i pari a:
Qf
(Fs) 2 = ux i = xi (4.23)
A
Complessivamente, pertanto, attraverso la superficie a quota i passa nell’unità di tempo
e per unità di area un flusso solido dato dalla somma dei due contributi:
FS = (FS)1 + (FS)2 = x i v i + x iu (4.24)
La determinazione
di FS1 può essere con-
dotta come segue. In
una serie di cilindri da
laboratorio vengono
introdotti campioni
della sospensione aventi
diversa concentrazione.
Per ciascuno di essi si
riporta in funzione del
tempo la posizione del-
Figura 4.11. Determinazione della velocità di sedimentazione in funzione di l'interfaccia acqua - fan-
x. go che inizialmente si
sposta con velocità co-
stante (Figura 4.11, A).
Per tutte le concentrazioni si è pertanto in grado di determinare la velocità di sedimentazio-
ne di massa (Figura 4.11, B); in alternativa, procedendo su di un solo campione, i valori di v j
in funzione di xi si sarebbero potuti determinare come indicato nel precedente paragrafo
(questo secondo metodo, tuttavia, può comportare considerevoli errori di determinazione
per cui nella pratica è - se possibile - evitato).
Si riportano quindi , in funzione di xj , i valori del prodotto xi·vi = (FS)1 (Figura 4.12).
L'andamento di tale grafico è inizialmente cre-
scente con xi ; per basse concentrazioni di soli-
di infatti le variazioni di velocità con xi sono
relativamente limitate e prevale pertanto l'in-
cremento delle concentrazioni che fa aumenta-
re (FS)1 . Per concentrazioni assai elevate, per
contro, la velocità di sedimentazione di massa
si avvicina a zero, per cui anche (FS)1 tende ad
annullarsi. Per quanto riguarda invece (FS)2 es-
so risulta proporzionale a xi secondo u. Nel
piano di Figura 4.12 esso è rappresentato con
un andamento rettilineo. Si osserva che, men-
tre l'andamento di (FS)1 dipende dalle caratteri-
stiche di sedimentabilità dei fanghi (e non può
quindi essere modificato con interventi di natu-
ra impiantistica) il valore di u dipende dalla Figura 4.12. Determinazione di (FS)1 e (FS)2 in
portata Qf e da A. Sull’inclinazione della retta funzione di x.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-11

che rappresenta (FS)2 è pertanto possibile intervenire sia all’atto della costruzione della vasca
(scegliendo opportunamente A), sia in una certa misura anche in esercizio variando Qf. Il
flusso solido complessivo FS può essere ricavato graficamente come somma di (FS)1 , ed
(FS)2 . La curva che si ottiene in funzione di xi ha un andamento del tipo indicato in Figura
4.13, crescente nel tratto iniziale (di scarso interesse pratico perché riguarda valori di con-
centrazione al di fuori del campo di usuale impiego) e caratterizzato da un minimo in corri-
spondenza della concentrazione xL . Tale concentrazione risulta cioè limitante il trasporto
solido con un valore (FS)L . Ciò significa che nella vasca non deve venir alimentata una
quantità di solidi (nell'unità di tempo) superiore a (FS)L . In caso contrario l'eccedenza di so-
lidi non potendo essere convogliata attraverso la sezione orizzontale ove si determina la
concentrazione xL , si accumula negli strati superiori della vasca diminuendo il volume occu-
pato delle acque chiarificate e determinando con il tempo la fuoriuscita del fango dai dispo-
sitivi di sfioro.
La superficie della vasca necessaria a trattare la portata (Q + Qf) risulta quindi definita
come rapporto tra la quantità di solidi alimentata nell'unità di tempo ed il flusso solido limi-
te.
(Q + Q f ) x0
A= (4.25)
(FS) L
Dalla costruzione di Figura 4.13 è possibile anche ricavare il valore della concentrazione
xF del fango in uscita. A tal fine si ammette che negli strati inferiori il trasporto solido sia
tutto prodotto dal movimento discendente del liquido, dovuto al richiamo dello scarico, e
che pertanto sia trascurabile il contributo della sedimentazione di massa; è questa
un’assunzione ragionevole se si considera che la velocità di sedimentazione di massa decre-
sce all’aumentare della concentrazione che qui è massima. In tale ipotesi l’intero flusso am-
missibile (FS)L viene allontanato per effetto del movimento del liquido e può quindi scriversi
(FS)L = u · xF (4.26)
Dalla Figura 4.13 si osserva allora che xF è
data dall'intercetta sull'asse delle ascisse della ver-
ticale condotta dal punto di intersezione tra
l'orizzontale per (FS)L e la retta di inclinazione u.
Va osservato che il metodo ora descritto co-
stituisce un mezzo di verifica del funzionamento
di una vasca, nel senso che consente di prevedere
il livello di ispessimento conseguibile nei fanghi,
purché sia prestabilito il valore di u.
Nel dimensionamento del sistema, si utilizza
in modo più immediato un approccio diretto che
prestabilisca il risultato che si vuole ottenere (xF),
per risalire da esso a (FS)L ed u che a loro volta Figura 4.13. Flusso solido complessivo (FS)
in funzione di x con individuazione dei valori
consentono immediatamente il calcolo di A e di limite di FS e di x.
Qf .
È possibile infatti dimostrare che la tangente
condotta alla curva (FS)1 in corrispondenza della concentrazione limite xL ha inclinazione
pari ad u ed intercette sull’asse verticale ed orizzontale rispettivamente pari a (FS)L e xF (Fi-
gura 4.14). Ne consegue che, stabilito il valore di xF che si vuole ottenere, e tracciata la curva
(FS)1 in funzione di x, la tangente condotta a tale curva a partire da xF individua nel punto di
tangenza la concentrazione xL e come intercetta sull’asse verticale il valore (FS)L compatibile
alla concentrazione del fango che si vuole ottenere (Figura 4.14). È così possibile determi-
4-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

nare rapidamente la superficie di sedimentazione ne-


FS
cessaria in funzione del grado di ispessimento del
fango. Nel caso di sedimentatori finali posti a valle
di impianti a fanghi attivi ciò consente dei calcoli di (FS) 1

ottimizzazione del complesso aerazione + sedimen-


tazione. Valori più elevati di xF cui corrispondono
maggiori superfici di decantazione consentono in-
fatti, come si vedrà in seguito, una diminuzione dei (FS) L

volumi di aerazione. (FS)*

Sempre in conseguenza delle considerazioni ora


svolte, se una vasca dimensionata per (FS)L viene ca-
ricata con un valore diverso (FS)* la concentrazione
di fango in uscita risulterà diversa da xF , assumendo *

un valore xF* ricavabile come intercetta sull’asse


X X F F

orizzontale della tangente condotta per (FS)* alla Figura 4.14. Determinazione del flusso
curva (FS)1 . Nelle nuove condizioni varia il valore solido applicabile in una vasca, in fun-
zione dell’entità dell’ispessimento che si
della concentrazione limite ed ovviamente il valore vuole ottenere (xF).
della portata Qf da estrarre che dipende dalla con-
centrazione del fango Q essendo (Q + Qf) · x0 = Qf · xf . Il metodo descritto consente di cal-
colare la superficie di decantazione necessaria ad assicurare il voluto ispessimento del fango
estratto del fondo. Il sedimentatore ha ovviamente una seconda funzione di evitare il trasci-
namento di fiocchi di fango nell’effluente chiarificato. I1 rischio non sussiste per i solidi che
sedimentano in massa, il cui trascinamento è evitato dal rispetto delle condizioni imposte
per ottenere l'ispessimento; è invece possibile per particelle isolate sfuggite al fenomeno di
sedimentazione di massa. Esse sono soggette alle leggi della sedimentazione discreta per
fango fioccoso; sarebbe pertanto in teoria necessario dimensionare la zona occupata dal li-
quame chiarificato (al di sopra cioè dell’interfaccia con i fanghi) secondo i criteri a suo tem-
po discussi per questo tipo di fango.
Un simile approccio teorico non viene mai applicato anche per le difficoltà di determi-
nazione sperimentale. Ci si limita in genere ad assegnare dei valori di carico idraulico(5), indi-
cati dall’esperienza come capaci di evitare il trascinamento dei fiocchi isolati; si determina di
conseguenza la superficie compatibile con i valori di carico idraulico prescelti. La vasca di
sedimentazione viene quindi realizzata con la superficie corrispondente al valore più elevato
tra quelli risultanti dai due metodi indicati. Nel caso di impianti a fanghi attivi le condizioni
più restrittive (e quindi le vasche più grandi) sono in genere richieste per ottenere un ade-
guato ispessimento.

4. CRITERI DI DIMENSIONAMENTO

4.1. SEDIMENTATORI PRIMARI

La concentrazione del materiale sospeso sedimentabile in uno scarico grezzo (even-


tualmente sottoposto ai soli pretrattamenti) è in genere relativamente bassa: il processo di
sedimentazione si svolge pertanto al di fuori del campo della sedimentazione di massa con
modalità che possono essere seguite in laboratorio come indicato ai paragrafi 3.1 e 3.2, ri-
spettivamente per materiale di tipo granuloso e per materiale di tipo fioccoso.

(5)
Parametro individuato dal rapporto tra la portata alimentata (escluso quella estratta con i fanghi) e la
superficie.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-13

I dati di dimensionamento ottenuti sperimentalmente vanno sempre applicati pruden-


zialmente in impianti reali, ove il processo di sedimentazione è condotto in condizioni di-
verse da quelle teoriche. Così l'immissione del liquame attraverso i dispositivi di ingresso
non è mai in grado di assicurare una perfetta ripartizione del flusso lungo tutta la sezione
iniziale, di modo che facilmente si creano delle differenze di velocità da punto a punto.
Inoltre non è mai possibile eliminare completamente la turbolenza dovuta al liquame in arri-
vo dotato di energia cinetica notevolmente superiore a quella del liquido in sedimentazione,
né si può completamente eliminare il richiamo esercitato dai dispositivi di scarico. Nelle va-
sche poi facilmente possono determinarsi stratificazioni dovute sia a differenza di tempera-
tura che a diverso contenuto di solidi sospesi.
Anche i fattori atmosferici influiscono in maniera notevole sull’andamento del proces-
so. Il vento può creare in superficie correnti orizzontali di velocità compresa tra l’1 ed il 3%
di quella del vento stesso. Se esso ad esempio spira a 10 km/ora, si producono delle correnti
che si muovono a 30-85 mm/s, e cioè con velocità molto più alte della velocità teorica del li-
quame nella vasca. Anche la temperatura atmosferica può essere causa di correnti convettive
verticali.
È quindi necessario modificare in senso prudenziale i dati ottenuti in laboratorio adot-
tando coefficienti di sicurezza (indicativamente le superfici ed i volumi teorici vanno au-
mentati del 25-50%).
La sedimentazione primaria nel caso di liquami domestici è un processo ben cono-
sciuto; non è quindi necessario, se non in casi eccezionali, procedere a determinazioni di-
rette dei dati di dimensionamento, che sono invece forniti dall’esperienza.
Il materiale sedimentabile contenuto in un liquame domestico grezzo ha natura etero-
genea; per quanto non manchi una consistente frazione di materiale di tipo granuloso, pre-
valgono i solidi di tipo fioccoso. Il dimensionamento viene pertanto condotto sulla ba-
se del tempo di permanenza. Riferendosi alla portata di calcolo si assume di norma un
tempo di 2 ore che può senz’altro essere ridotto ad 1,50 ore quando il trattamento primario
sia seguito da una fase biologica a fanghi attivi. In questo caso infatti una leggera diminuzio-
ne di rendimento non comporta grossi inconvenienti dato che i solidi sfuggiti alla sedimen-
tazione sono comunque rimossi nella fase successiva. Nel caso di fognatura di tipo unitario
occorre però verificare che la portata di pioggia non faccia scendere il tempo di perma-
nenza al di sotto di 30-40 minuti.
Il volume della vasca viene quindi stabilito semplicemente moltiplicando la portata di
calcolo per il tempo di permanenza. Tale volume si riferisce alla zona destinata alla sedi-
mentazione, con esclusione quindi della capacità corrispondente alle tramogge di raccolta dei
fanghi, la cui funzione è solo quella di far confluire in pochi punti di captazione (spesso uno
solo) i solidi sedimentati.
La superficie
della vasca viene Tabella 4.1. Criteri di dimensionamento adottabili per la sedimentazione
quindi calcolata stabi- primaria di liquami domestici.
lendo il valore del cari-
Tempo di permanenza (portata di calcolo) [h]
co idraulico. Esso vie- • impianti solo primari 2
ne di norma fissato tra • a monte di letti percolatori e di dischi biologici 2.1
1,4 e 1,8 m/h, sempre • a monte di vasche a fango attivo 1.5
sulla base della portata
di calcolo. In tempo di Tempo di permanenza minima (portata di pioggia) [h]
pioggia si ammette un • impianti solo primari o a monte di vasca a fango attivo 0.50
• a monte di letti percolatori e di dischi biologici 0.67
aumento fino a 4-4,5
m/h. Carico idraulico massimo [m/h]
Con i criteri di • sulla portata di calcolo (Qc) 1.8
dimensionamento • sulla portata di pioggia (Qp) 4.5
4-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

esposti è possibile ottenere rimozioni del BOD dell'ordine del 25-30%; l’eliminazione di soli-
di sospesi è compresa tra il 55 ed il 70%.
In Tabella 4.1 sono riassunti i criteri di dimensionamento che si suggerisce di adottare
nel caso della sedimentazione primaria.

4.2. SEDIMENTATORI SECONDARI

La natura dei solidi sospesi presenti in un sedimentatore secondario dipende dal tipo di
trattamento realizzato a monte ed in particolare, nel campo dei processi biologici, dal fatto
che la fase ossidativa sia realizzata mediante letti percolatori o con il sistema a fanghi attivi.
Nei letti percolatori a debole carico le pellicole di spoglio vengono in gran parte trat-
tenute e decomposte nel letto stesso in modo che i fanghi contenuti nell’effluente risultano
poco putrescibili, di aspetto terroso e di natura parzialmente granulosa; la loro quantità è li-
mitata. Anche nel caso di letti percolatori intensivi la concentrazione dei solidi sospesi non è
tale da provocare fenomeni di sedimentazione di massa, malgrado la più marcata azione di
trascinamento determinata dal liquame. Il materiale che esce dal letto si presenta in questo
caso più mucillaginoso e putrescibile e comunque con caratteristiche nettamente fioccose.
I criteri di dimensionamento sono analoghi a quelli utilizzati per i sedimentatori prima-
ri. Si adottano infatti tempi di permanenza di 1,5-2 ore nel caso di percolatori a debole cari-
co ed intorno alle 2 ore nel caso di percolatori intensivi nei quali però occorre anche tener
conto delle portate di ricircolo. Vanno inoltre verificati i carichi idraulici, secondo le indica-
zioni di Tabella 4.2.
Diverso è il caso dei sedimentatori finali utilizzati a valle di un processo a fanghi atti-
vi. Il sedimentatore allora non ha la sola funzione di fornire un effluente ben chiarificato, da
cui cioè siano stati rimossi i fiocchi di fango che altrimenti determinerebbero un peggiora-
mento della qualità dello scarico, ma anche quella di garantire il necessario ispessimento dei
sedimenti in modo che le caratteristiche del fango ricircolato nella vasca di aerazione con-
sentano di mantenere le condizioni previste per la fase biologica. L’elevata concentrazione
di fanghi fa sì che il proces-
so si sviluppi come una se- Tabella 4.2. Criteri di dimensionamento adottabili per la sedimenta-
dimentazione di massa; il zione secondaria di liquami domestici.
calcolo della superficie si a) Impianti a fanghi attivi a medio carico
effettua con i criteri già • tempo di permanenza (su Qc) [h] 2.5-3
esposti al paragrafo 3.3. In • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 0.8
pratica all’atto del dimensio- • carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 1.5
namento degli impianti non • flusso solido (su Q c +Q r ) 5-6
è quasi mai possibile dispor-
b) Impianti ad aerazione prolungata
re di curve sperimentali di • tempo di permanenza (su Q ) [h] 3
c
sedimentazione e procedere • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 0.6
quindi ad un calcolo rigoro- • carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 1.2
so. Del resto le caratteristi- • flusso solido (su Qc+Qr) [kg SS/(m2·h)] 5
che di sedimentabilità di un
fango biologico possono va- c) Impianti con percolatori intensivi
riare considerevolmente a • tempo di permanenza (su Qc+Qr) [h]
2
• carico idraulico (su Qc+Qr) [m/h] 0.8
causa di mutate caratteristi-
che ambientali (temperatura, d) Impianti con percolatori a basso carico
substrato alimentato, con- • tempo di permanenza (su Qc) [h] 1.5-2
centrazione di ossigeno di- • tempo di permanenza (su Qp) [h] 0.67
sciolto, ecc.). I valori di flus- • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 2
• carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 5
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-15

so solido (spesso anche indicato come carico di sostanza secca) applicabili sono riportati in
Tabella 4.2. Essi si intendono riferiti alla quantità di solidi effettivamente alimentati nella va-
sca nell’unità di tempo, ottenuta come prodotto tra la concentrazione in ingresso e la som-
ma della portata di calcolo e di quella di ricircolo. La verifica sul carico idraulico è invece
limitata alla portata di calcolo, la sola che risalendo in superficie potrebbe determinare il tra-
scinamento dei fiocchi isolati.
Il volume viene calcolato fissando un tempo di permanenza di 1,5-2 ore sulla portata
effettiva (comprensiva del ricircolo). Per i rapporti di ricircolo di comune impiego ciò corri-
sponde ad una permanenza di 2,5-3 ore riferita alla sola portata di calcolo.

5. TIPI DI SEDIMENTATORI

A prescindere dai sedimentatori statici (od in discontinuo), la cui utilizzazione non è


molto frequente, i sedimentatori possono essere classificati a seconda delle modalità con cui
l'acqua si muove nella vasca. Si hanno così sedimentatori a flusso longitudinale, con mo-
vimento del fluido dall'estremità di entrata a quella di uscita, e sedimentatori a flusso ra-
diale con movimento dal centro alla periferia. Entrambi questi sedimentatori sono anche
detti a flusso orizzontale, dato che la velocità di trasporto è appunto orizzontale.
Esistono poi sedimentatori a flusso verticale, ove le modalità di separazione delle par-
ticelle sono un poco diverse da quelle finora esaminate. Essi verranno presi in considerazio-
ne a parte.

5.1. SEDIMENTATORI A FLUSSO LONGITUDINALE

I sedimentatori di questo tipo hanno pianta rettangolare, con rapporto larghezza-


lunghezza generalmente compreso tra 1/3 e 1/5, con ingresso lungo uno dei due lati più corti
ed uscita sul lato opposto. La larghezza è limitata dalle dimensioni del carroponte, che di so-
lito non supera i 10 metri.
La lunghezza delle vasche di sedimentazione rettangolari può arrivare anche ai 90 m;
normalmente non supera tuttavia i 40 m.
L'altezza liquida viene normalmente mantenuta tra i 2,50 ed i 3,50 m, con valori a volte
anche superiori (fino a 4,50 m) quando deve essere separato anche il fango biologico di su-
pero prodotto nel processo a fanghi attivi. Al fondo viene in genere assegnata una pendenza
dell'ordine dell'1%.
A seconda delle modalità con cui il fango viene raccolto si dividono in meccanizzati e
non meccanizzati.
Nei sedimentatori non meccanizzati (Figura 4.15) le parti che si separano si raccolgono
direttamente entro tramogge a forma di piramide rovesciata che devono interessare l'intera
superficie della vasca. Le pareti delle tramogge vanno previste in modo da consentire alle
particelle sedimentate di scivolare verso il fondo; è quindi necessario dare alla linea di minor
pendenza, che è costituita dallo spigolo, una inclinazione non inferiore ai 45°.
La semplicità di costruzione e di funzionamento e l'assenza di organi meccanici in mo-
vimento rendono questo tipo di vasche adatto per piccole installazioni. Il loro impiego non
è invece conveniente nel caso di maggiori portate in quanto, all'aumentare della superficie
della vasca, o si aumenta il numero delle tramogge rendendo quindi laboriose le operazioni
di estrazione del fango, o si incrementa la profondità e quindi il volume che rimane pratica-
mente inutilizzato.
4-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Figura 4.15. Vasca di sedimentazione a flusso longitudinale non meccanizzata.

In impianti di medie e grandi dimensioni si fa quindi sempre uso di vasche a fondo


piano, dotate di dispositivi meccanici per la raccolta dei fanghi. Essi sono costituiti da ra-
schiatori che, avanzando in controcorrente, strisciano sul fondo sospingendo i solidi sedi-
mentati in una tramoggia che interessa l'intera larghezza della vasca. Per favorire questa ope-
razione, il fondo presenta di solito una leggera pendenza (attorno all'1%). Siccome la mag-
gior parte delle sostanze sedimentabili si separa nei primi minuti, la tramoggia viene sempre

Figura 4.16. Vasca di sedimentazione a flusso longitudinale meccanizzata (raschiatori a catena).


Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-17

disposta nella parte iniziale della vasca onde consentire alla maggior parte del fango di cade-
re direttamente in essa senza dovervi essere spinta dai dispositivi di raccolta. Le pareti della
tramoggia vengono di solito previste con maggior inclinazione che nel caso di vasche non
meccanizzate dato che non si hanno qui limitazioni connesse alla necessità di ridurre al mi-
nimo gli scavi.
Uno dei tipi di raccoglitori meccanici in uso, rappresentato in Figura 4.16, consiste in
una coppia di catene, parallele ai due lati maggiori della vasca, mantenute in movimento con
velocità costante. Esse sostengono un certo numero di raschiatori trasversali, posti ad una
distanza di circa 3 metri l'uno dall'altro, i quali coprono l'intera larghezza della vasca.
Un'altra soluzione (Figura 4.17) prevede un ponte mobile che trasla su una coppia di
rotaie poste sui bordi della vasca, al di fuori del contatto con l'acqua. I raschiatori in questo
caso sono fissati a bracci imperniati al ponte e vengono sollevati durante la corsa di ritorno.
Il motore è montato sul ponte stesso.
Il metodo a catena offre la possibilità di una rimozione pressoché continua delle parti
sedimentate e questo è un notevole vantaggio nel caso di sedimentatori finali negli impianti
a fanghi attivi dove è necessaria un'estrazione rapida del fango biologico; ciò è invece im-
possibile da ottenere con i raschiatori a ponte. Il metodo a catena inoltre prevede un movi-
mento rotatorio delle parti meccaniche le quali vanno però disposte, almeno in parte, sotto
il pelo libero; sono quindi soggette ad un più rapido deterioramento. Con i dispositivi a
ponte mobile invece gli organi meccanici sono mantenuti al di fuori del contatto con l'ac-
qua; si richiede però necessariamente un moto alternativo, sempre meno semplice da realiz-
zare di quello rotativo.
I dispositivi di raccolta del fango devono muoversi a velocità molto ridotta per non ri-
portare in sospensione le parti accumulatesi sul fondo e per non disturbare eccessivamente
la sedimentazione. Generalmente si adottano valori compresi tra i 5 mm/s ed i 10 mm/s, tal-
volta anche fino a 15 mm/s; per la sedimentazione finale dei fanghi attivi conviene non su-
perare i 5 mm/s.
L'estrazione del fango è di norma effettuata sfruttando il carico idrostatico; allo sco-
po la tubazione di scarico presenta, ad un livello di circa 1 m al di sotto del pelo libero, una
derivazione munita di saracinesca. Lo scarico del fango avviene quindi in un pozzetto late-
rale, ove, se la conformazione del terreno lo richiede, viene installata la pompa di ripresa.

Figura 4.17. Vasca di sedimentazione a flusso longitudinale meccanizzata (raschiatori a ponte).


4-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Il fango accumulatosi nelle tramogge viene estratto mediante tubazioni il cui diametro
non dovrebbe scendere al di sotto dei 15-20 cm, indipendentemente dalle portate da smalti-
re.
Le modalità secondo cui viene effettuata l'immissione del liquame deve poter assicu-
rare condizioni di movimento il più possibile vicine alle condizioni ideali in cui la velocità di
trasporto risulta costante in ogni punto e la distribuzione dei solidi sedimentabili uniforme
in tutta la sezione iniziale. I dispositivi di ingresso quindi devono poter ripartire nel modo
migliore il flusso in arrivo e diminuire il più possibile i fenomeni di turbolenza. Ciò si può
ottenere con una canaletta di distribuzione che interessi l'intera larghezza della vasca e da cui
lo scarico fuoriesca in modo continuo o attraverso aperture disposte a brevi intervalli; è pe-
rò opportuno che l'immissione nel sedimentatore non avvenga per sfioro delle canalette in
cui potrebbero verificarsi fenomeni di sedimentazione durante le ore in cui la portata è mi-
nore. La canaletta di distribuzione deve essere sempre accessibile con facilità per consentire
le operazioni di pulizia. Altre volte il liquame viene immesso attraverso una o più tubazioni.
Nel caso in cui la vasca venga alimentata attraverso una pompa è conveniente prevedere una
cameretta di dissipazione per ridurre l'energia cinetica del liquame in arrivo.
Ad una distanza di 60-90 cm dall'ingresso è normalmente inserito un deflettore allo
scopo di migliorare la distribuzione e di impedire che si creino correnti superficiali e feno-
meni di cortocircuito. Esso arriva ad una profondità di 45-60 cm al di sotto del pelo libero.
Nei sedimentatori primari, altri deflettori, profondi da 30 a 50 cm, devono essere previ-
sti a monte dei dispositivi di uscita, allo scopo di trattenere le parti galleggianti. In queste
vasche infatti, contemporaneamente alla sedimentazione dei solidi sospesi pesanti, si ha la
flottazione dei grassi e delle particelle leggere che si raccolgono in superficie e che devono
essere periodicamente raccolte ed asportate(6). Nelle vasche non meccanizzate l'operazione
viene condotta manualmente. Nelle vasche meccanizzate sono gli stessi raschiatori del fango
che, nella corsa di ritorno, mantenendosi immersi di qualche centimetro, ripuliscono la su-
perficie e sospingono le parti galleggianti contro il deflettore di uscita. Da qui esse vengono
eliminate attraverso una apposita apertura. Il deflettore paraschiuma di uscita è bene sia pre-
visto anche nelle vasche di sedimentazione finale, quanto meno come misura precauzionale
nel caso si verifichino affioramenti di fango in seguito allo sviluppo della denitrificazione. La
sua presenza è poi indispensabile quando l'impianto non prevede la sedimentazione prima-
ria(7).
Lo scarico viene effettuato attraverso una canaletta di sfioro. In tal modo, oltre ad
aversi una uniforme estrazione lungo tutta la parete di fondo della vasca, è possibile racco-
gliere la portata in uscita in prossimità della superficie ove risulta minima la concentrazione
di solidi sospesi. Per ridurre l'inevitabile richiamo esercitato dai dispositivi di uscita sulla
massa di sedimentazione, va limitata la portata scaricata per ogni metro lineare di sfioro.
Tale limitazione non ha importanza nel caso di sedimentatori primari, per i quali si sono ap-
plicati, senza inconvenienti, anche carichi superiori ai 1500 m3 di effluente per m di sfioro al
giorno. Valori più bassi vanno invece tenuti sui sedimentatori finali (in sistemi a fanghi atti-
vi), ove più facilmente si hanno fenomeni di richiamo. Di norma si assumono carichi non
eccedenti i 350 m3/m per giorno nel caso di vasche di grandi dimensioni ed i 250 m3/m per
giorno in vasche medio piccole (valori da calcolarsi sulla Qc e validi anche per sedimentatori
a flusso radiale).

(6)
A meno che la vasca non sia preceduta da un disoleatore. È bene però che il deflettore in uscita venga
installato anche in questo caso.
(7)
In America i deflettori in uscita vengono talvolta installati nelle vasche di sedimentazione poste a valle
dei letti percolatori; essi hanno allora lo scopo di trattenere le larve di mosche.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-19

5.2. SEDIMENTATORI A FLUSSO RADIALE

I bacini a flusso radiale (Figura 4.18) hanno quasi sempre pianta circolare, con immis-
sione del liquame al centro ed uscita per sfioro lungo tutta la circonferenza. Il fondo pre-
senta una leggera pendenza (dal 4 al 10%) verso il centro, con altezza d'acqua della parte ci-
lindrica equivalente a quella indicata per i bacini a flusso longitudinale. Il diametro non supe-
ra in genere i 45 m, anche se non mancano esempi con diametri fino a 60 m.
Il processo di sedimentazione si svolge qui con modalità diverse rispetto al caso delle
vasche a flusso longitudinale. Infatti in un sedimentatore rettangolare la sezione di passaggio
si mantiene costante lungo tutto lo sviluppo longitudinale della vasca e quindi anche la velo-
cità di trascinamento non varia al procedere verso l'estremità di uscita. Viceversa nelle va-
sche a pianta circolare la sezione di passaggio, ad una distanza r dal centro, è rappresentata
da una superficie cilindrica di raggio pari ad r. Tale superficie quindi aumenta man mano che
ci si sposta dal centro alla periferia e ciò si ripercuote su una progressiva diminuzione della
velocità dell'acqua; la sedimentazione risulta quindi più uniforme rispetto al caso di vasche a
flusso longitudinale. Per facilitare la raccolta del fango con i raschiatori, il fondo della vasca
viene costruito con pendenza più marcata che nelle vasche rettangolari; pendenze elevate
sono però da evitarsi in quanto deve sempre esistere la possibilità di camminare sul fondo
del sedimentatore, quando esso venga svuotato, per procedere alle operazioni di pulizia e di
manutenzione. Data la natura scivolosa delle superfici sommerse, ciò diventa impossibile
quando la pendenza supera il 12,5%. Di norma si adottano valori non superiori all'8%.
La raccolta del fango viene effettuata mediante dei raschiatori che, muovendosi in
moto rotatorio, strisciano sul fondo. Per non agitare il sedimentato e non disturbare la se-
dimentazione, la velocità di rotazione va tenuta piuttosto bassa; in genere si consiglia di non
superare, in periferia, i 10 mm/s; questi valori sono però largamente inferiori a quelli adottati
in America, compresi tra i 25 ed i 40 mm/s. Nella vasca rappresentata in Figura 4.18 si ha un
esempio di raschiatore a spirale; altre volte, come nel caso della Figura 4.19, si ha una serie
di raschiatori ad asse rettilineo inclinati rispetto al supporto rotante disposto radialmente. La
passerella può essere imperniata al centro e ruotare appoggiando alla periferia su di un car-

Figura 4.18. Vasca di sedimentazione a flusso radiale meccanizzata (raschiatore a spirale).


4-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

rello o può essere fissa.


Con i dispositivi fin
qui considerati i solidi sono
avviati in una tramoggia
centrale da cui si procede
all'estrazione del fango
con modalità che non dif-
feriscono da quelle de-
scritte per i sedimentatori a
flusso longitudinale; è però
in generale necessaria una
prevalenza maggiore dato
che è più lungo il percorso
della tubazione la quale
viene disposta sotto il fon-
do della vasca stessa.
Esiste anche un si-
stema di raccolta basato su
un diverso principio se-
condo cui il fango viene
direttamente estratto dal
Figura 4.19. Vasca di sedimentazione a flusso radiale meccanizzata
(raschiatori multipli).
fondo, senza essere preli-
minarmente accumulato
nella tramoggia centrale. Allo scopo si usano dei tubi rotanti ad asse orizzontale disposti ra-
dialmente in prossimità del fondo della vasca. Questi tubi sono dotati di una serie di apertu-
re che durante la rotazione coprono l'intera superficie del fondo. Attraverso di essi il fango
viene aspirato per effetto del carico idrostatico. Il metodo è particolarmente indicato per le
vasche di sedimentazione finale degli impianti a fanghi attivi, in quanto consente una più ra-
pida rimozione del fango stesso. In questo caso sarebbero invece da evitare sedimentatori
del tipo rappresentato in Figura 4.19 che possono indurre tempi di qualche ora prima che il
fango sedimentato in periferia arrivi alla tramoggia di raccolta.
Le vasche circolari presentano il vantaggio, rispetto a quelle rettangolari, di consentire il
movimento rotatorio ai dispositivi di raccolta dei fanghi senza che d'altro canto le parti
meccaniche siano immerse.
L'immissione del liquame avviene, come già accennato, al centro della vasca. Il tubo
di adduzione è disposto sotto il fondo; ad evitare sedimenti è opportuno che, per la portata
di calcolo, la velocità non scenda sotto i 0,40-0,50 m/s. Velocità minori possono essere am-
messe nei periodi di bassa portata; i sedimenti che allora si formano sono infatti rimossi con
la portata di punta. Spesso nel tratto finale verticale della tubazione si adotta una sezione via
via crescente, allo scopo di ridurre l’energia cinetica. Per ottenere una buona ripartizione del
flusso in ogni direzione si ricorre generalmente ad un deflettore cilindrico, concentrico con
la tubazione di adduzione; tale deflettore ha un diametro che oscilla tra il 10 ed il 20% di
quello complessivo della vasca.
Un secondo deflettore, affondato di 20-30 cm, va inserito alla periferia allo scopo di
trattenere le sostanze galleggianti; alla raccolta di tali sostanze, provvede una apposita lama
schiumatrice, solidale al ponte rotante. Essa spinge le parti galleggianti verso la periferia do-
ve è presente un pozzetto di allontanamento la cui imboccatura, che emerge di qualche cen-
timetro al di sopra del pelo libero, si trova al termine di un piano inclinato. La parte perife-
rica della lama, in corrispondenza al piano inclinato, è in materiale flessibile e può sospinge-
re le parti galleggianti sul piano inclinato e quindi nel pozzetto.
Lo scarico avviene lungo la periferia della vasca; la soglia di sfioro deve però trovarsi
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-21

tutta allo stesso livello per non creare vie preferenziali di uscita del liquame. Ciò è comunque
difficile da realizzare, soprattutto nelle vasche di grande diametro. Vengono quindi adottate
delle soglie metalliche a posizione aggiustabile e spesso ad intagli triangolari che risentono in
maniera meno marcata di un non perfetto livellamento.
Vasche di sedimentazione a pianta circolare sono state costruite fino a diametri pros-
simi a 100 m. Tali dimensioni sono comunque assolutamente eccezionali e di rado il diame-
tro supera i 40-50 m.

5.3. SEDIMENTATORI LAMELLARI

Nell’analisi della sedimentazione statica, si è mostrato che l’efficienza della rimozione è


collegata direttamente alla velocità di sedimentazione e non alla profondità della vasca.
Quindi si può concludere che i bacini di sedimentazione dovrebbero essere costruiti il meno
profondi possibile, così da ottimizzare l’efficienza di rimozione. Sebbene questo approccio
sia corretto teoricamente, ci sono numerose considerazioni pratiche che limitano l’uso di
vasche troppo poco profonde. I sedimentatori lamellari sono stati sviluppati in alternativa
alle vasche poco profonde. Tali sedimentatori sono dispositivi di sedimentazione poco pro-
fondi formati da elementi, generalmente in materiale plastico, configurati in modo da suddi-
videre il volume disponibile in unità elementari di diversa geometria disposte in parallelo
(tubi a sezione rettangolare o esagonale; canali limitati da superfici variamente configurate e
simili).
Sono utilizzati per migliorare i rendimenti di sedimentabilità nelle vasche di sedimenta-
zione. Sebbene questi tipi di sedimentatori siano stati usati per la sedimentazione primaria,
secondaria e terziaria sono nati molti problemi nel loro utilizzo. I principali problemi sono
l’intasamento e gli odori dovuti alla crescita biologica e all’accumulo di oli e grassi.
La forma, le dimensioni, l’inclinazione e la lunghezza dei sedimentatori lamellari varia-
no a seconda della particolare installazione; la pratica comune consiste nell’inserire i sedi-
mentatori lamellari in vasche di
sedimentazione (sia rettangolari
che circolari) di sufficiente pro-
fondità. Il flusso nella vasca scor-
re verso l’alto attraverso i moduli
ed esce dalla vasca sopra i moduli
stessi. I solidi che sedimentano
all’interno dei sedimentatori la-
mellari si muovono per effetto
della forza di gravità in contro-
corrente verso il basso ed usciti
dai moduli vanno verso il fondo
della vasca, raccogliendosi in una
tramoggia (Figura 4.21). Per rea-
lizzare l'autopulizia, i pacchi la-
mellari sono disposti solitamente
con un angolo che varia tra i 45
ed i 60° sull’orizzontale; quando
l’angolo è superiore ai 60°,
l’efficienza diminuisce. Se invece Figura 4.21. Esempi di applicazione di sedimentatori lamellari in
l’angolo è inferiore ai 45°, il fango un processo chimico-fisico di coagulazione e filtrazione. Caso di
tende ad accumularsi sulle super- un sedimentatore a debole inclinazione (in alto) ed a forte incli-
nazione (in basso).
4-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

fici.
Per controllare la crescita biologica e la
formazione di odori sgradevoli, i solidi accu-
mulati devono essere periodicamente rimossi
U
(solitamente mediante flussi ad alta pressione).
Un’altra soluzione impiantistica, peraltro
poco adatta alle acque di rifiuto, prevede che i
pacchi siano installati con disposizione presso-
ché orizzontale (Figura 4.21 in alto): i solidi se-
dimentati non possono in questo caso essere
allontanati per gravità ma richiedono periodi-
che operazioni di pulizia con svuotamento
delle vasche ed operazioni di controlavaggio.
L’utilizzo di sedimentatori lamellari diventa
problematico laddove le caratteristiche dei so-
Figura 4.20. Composizione della velocità in un lidi da rimuovere variano di giorno in giorno.
sedimentatore lamellare a forte inclinazione. Si Riferendosi a quanto riportato in Figura
assume una terna di riferimento con l'asse x 4.20, il calcolo dei sedimentatori lamellari può
orientato come il canale (con inclinazione θ sul-
l'orizzontale) e si indica con V la velocità di sedi- essere effettuato adottando un sistema di co-
mentazione (secondo la legge di Stockes) e con ordinate inclinate e scrivendo le componenti
U la velocità di trascinamento del fluido in dire- della velocità per una particella:
zione X. VX = U - V·senθ
VY = - V·cosθ
dove
VX = componente della velocità di sedimentazione in direzione X;
U = velocità del fluido in direzione X;
V = modulo della velocità di sedimentazione della particella;
θ = angolo di inclinazione rispetto all’asse orizzontale;
VY = componente della velocità di sedimentazione in direzione Y.

Per questo sistema di coordinate, si può vedere che VY è la componente della velocità
critica, e la valutazione del rendimento di sedimentazione è la stessa di quella presentata pre-
cedentemente per il caso di sedimentazione statica.

5.4. SEDIMENTATORI A FLUSSO VERTICALE

Questo tipo di bacini trova applicazione prevalentemente nei piccoli impianti. Nelle va-
sche di questo tipo il liquame si muove prevalentemente in direzione verticale dal fondo
verso la superficie. L'azione di trascinamento che esso esercita sulle particelle sospese non
determina quindi, come nei sedimentatori visti finora, una componente orizzontale della
traiettoria secondo cui avviene la sedimentazione, ma si esplica in una forma che si oppone,
lungo la medesima direzione, al peso.
Affinché una particella isolata possa sedimentare, e cioè muoversi in verso contrario a
quello del liquame, è necessario che la sua velocità di caduta v , calcolata come visto nella
sedimentazione statica, risulti superiore alla velocità che compete al liquame in base alle ca-
ratteristiche del sedimentatore. Se quindi Q è la portata da trattare ed A è la sezione di pas-
saggio deve essere:
v > Q/A
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-23

Invece un corpo sospeso che presenti una velocità di caduta inferiore a v viene allon-
tanato con l'effluente visto che per esso l'azione di trascinamento prevale sulla forza di gra-
vità. Quando infine queste due forze si equivalgono la particella non può né sedimentare sul
fondo, né raggiungere la superficie e si mantiene in condizioni di equilibrio all'interno della
vasca.
L'andamento del processo tuttavia si modifica se non ci si limita a considerare una par-
ticella isolata e se la natura del fango risulta, almeno in parte, fioccosa. Infatti mentre i solidi
cui compete una velocità di caduta superiore a v sedimentano direttamente e si raccolgono
sul fondo, le particelle che vengono a trovarsi in condizioni di equilibrio, accumulandosi
nella vasca, formano una zona in cui la concentrazione di solidi sospesi risulta molto elevata.
Tale zona esercita una vera e propria azione filtrante nei confronti delle particelle più pic-
cole che, essendo più leggere, sarebbero altrimenti trascinate verso l'alto. Se, come si è am-
messo, il fango ha natura fioccosa, si verificano dei fenomeni di agglomerazione che condu-
cono alla formazione di fiocchi che ingrossandosi arrivano a dimensioni sufficienti perché
l'azione della gravità possa provocarne la sedimentazione sul fondo.
Questo tipo di vasca si rivela particolarmente indicato per la sedimentazione finale in
impianti a fanghi attivi o di flocculazione chimica; poco si presta quando le parti sospese
hanno caratteristiche parzialmente granulose.
I sedimentatori a flusso verticale hanno pianta quadrata o circolare ed in quest'ultimo
caso vengono costruiti sia cilindrici che troncoconici. Sotto la zona di sedimentazione pre-
sentano una tramoggia per il fango, di solito dimensionata in modo da consentire la raccolta
e l’estrazione del sedimentato senza dover ricorrere a mezzi meccanici (Figura 4.22).
L’assenza di dispositivi meccanici costringe ad adottare considerevoli pendenze per le pareti
della tramoggia di fondo (non meno di 45°, meglio 60°). Adottando la pianta circolare si ha
però il vantaggio di avere la tramoggia conica e di conseguenza con pendenza costante lun-
go tutte le generatrici.
L'immissione avviene al centro, attraverso una tubazione in pressione ripiegata verso
l'alto che sfocia in vicinanza del pelo libero. Un deflettore cilindrico, disposto attorno al
punto di sbocco, volge inizialmente il flusso verso il basso. Il liquame raggiunge l'estremità
inferiore del deflettore ed entrato nella zona di sedimentazione vera e propria si muove ver-
so l'alto; lo sfioro del chiarificato avviene lungo la periferia.
Il dimensionamento delle vasche viene fatto fissando la velocità ascensionale del liqua-

Figura 4.22. Vasca di sedimentazione a flusso verticale.


4-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

me; i valori generalmente adottati sono compresi tra 1,00 e 2,50 m/h. Il deflettore è immerso
per una profondità pari al 70-80% dell'altezza della zona di sedimentazione; profondità mag-
giori sono da evitarsi per il rischio che il flusso del liquame in arrivo determini un'agitazione
nel fango che già si trova nella sottostante tramoggia. Il diametro del deflettore viene tenuto,
nel caso di sedimentatori cilindrici, tra 1/3 ed 1/4 del diametro della vasca e, nel caso di se-
dimentatori conici, tra 1/2 ed 1/3 del diametro minore. La profondità della zona di sedi-
mentazione deve essere sufficiente a conferire al liquame un movimento diretto, almeno
prevalentemente, in senso verticale. In vasche cilindriche esso si tiene quindi non inferiore
al raggio, mentre in vasche tronco-coniche è all'incirca pari al diametro minore.

6. RENDIMENTI DEPURATIVI E PRODUZIONE DI FANGHI

Con un corretto dimensionamento, si attende nella sedimentazione primaria una rimo-


zione di solidi sospesi compresa tra il 50 ed il 60%, con una conseguente riduzione del BOD5
variabile tra il 25 ed il 30%. Decisamente inferiori i risultati conseguibili in termini di nu-
trienti: difficile andare oltre una riduzione del 10% di azoto e del 15% di fosforo.

Avendo già indicato in 90 grammi il quantitativo di solidi sospesi giornalmente prodotti


da una persona e nel 50-60% l'abbattimento conseguibile con il trattamento di sedimenta-
zione primaria, si calcola facilmente in 45-54 g/(ab·giorno) il quantitativo normalmente pro-
dotto con questo trattamento sotto forma di fango (comunemente detto primario). Si
tratta di solidi fortemente putrescibili, per i 2/3 circa di natura volatile.
Il fango viene estratto dal fondo dei bacini con elevati contenuti d'acqua, dell'ordine del
95-97,5%; ne conseguono volumi compresi tra 0,9 e 2,16 l/(ab·giorno).
Si intuisce pertanto immediatamente l'importanza di due aspetti fondamentali, tra di lo-
ro connessi:
un prudente dimensionamento della fase di ispessimento dei fanghi, evitando di assu-
mere a base del calcolo valori troppo ottimistici (bassi) di umidità del fango estratto dai se-
dimentatori, difficilmente ottenibili poi in esercizio ordinario;
un'attenta conduzione dei bacini di sedimentazione primaria, con estrazioni del fango
mirate al conseguimento delle caratteristiche assunte per lo stesso in fase di progetto.

Molto spesso a monte dei bacini dì sedimentazione primaria viene immesso anche il
fango di supero prodotto con il successivo trattamento biologico.
Capitolo 5

PRINCIPI DEI PROCESSI BIOLOGICI

1. BIOCHIMICA

1.1. CATABOLISMO E ANABOLISMO

Tutti gli organismi viventi


nel corso della loro esistenza
devono crescere e riprodursi. piante
Ciò comporta che ogni singolo fotosintetiche
irraggiamento
organismo debba procurarsi solare
l'energia e le materie prime per H2O
CO2
sintetizzare le molecole di cui glucidi
NO3-
necessita. lipidi
protidi
ADP
Alla base della vita di ogni
cellula vi sono dunque due pro- attività cellulari
cessi fondamentali: il CATABO- metabolismo
respiratorio
LISMO e l'ANABOLISMO. Il
ATP
primo è l'insieme dei processi HO
2
CO
distruttivi che consiste nella NO
2
3
-

scissione chimica di molecole


complesse in molecole più Figura 5.1. Ciclo dei processi biologici.
semplici con liberazione di
energia. L'anabolismo invece
rappresenta la sintesi delle sostanze complesse che vanno a costruire l'organismo che le ela-
bora.
L'energia utilizzata dai viventi per la sintesi cellulare può derivare da due diverse fonti:
dall'energia radiante fornita dal sole o dall'ossidazione di diverse sostanze organiche nel cor-
5-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

so di processi biologici.
Le alghe sfruttano la prima fonte e sono dette fototrofe mentre la maggior parte dei
batteri usa la seconda e viene detta chemiotrofa.
I processi che maggiormente verranno approfonditi in questo studio sono quelli che ri-
guardano la parziale o totale mineralizzazione della sostanza organica.

1.2. ENERGIA

Come abbiamo visto i batteri chemiotrofi ottengono l'energia libera di cui necessitano
dall'ossidazione delle molecole biologiche. Le reazioni chimiche che governano questi pro-
cessi sono dette di ossidoriduzione. Si tratta di reazioni in cui si realizza un trasferimento di
elettroni da molecole donatrici a molecole accettrici grazie a dei trasportatori di elettroni.
L'ossidazione e la riduzione avvengono sempre contemporaneamente ossia, affinché
una sostanza si ossidi è necessario che un'altra sostanza si riduca e viceversa.
Ossidazione e riduzione rappresentano rispettivamente una perdita e un acquisto di
elettroni: gli agenti ossidanti ricevono elettroni e si riducono mentre gli agenti riducenti li
donano e quindi si ossidano.
+2 e−
AH2  → A 2− + 2H ossidazione

−2 e
B2−  → BH2 riduzione
Il movimento di e- ed H+ messi in gioco nelle reazioni redox è facilitato grazie ad una
catena di trasporto di elettroni costituita da una serie organizzata di molecole enzimatiche
presenti in tutte le cellule viventi, generalmente localizzate nei mitocondri. Essa è destinata a
trasferire elettroni e quindi i corrispondenti protoni dai metaboliti ossidati all’ossigeno.
Durante il trasferimento si ha una liberazione di energia che viene immagazzinata dalla
cellula sintetizzando adenosintrifosfato (ATP) partendo da adenosindifosfato (ADP) e orto-
fosfato (Pi).
Questa stessa energia
GRASSI POLISACCARIDI PROTEINE
viene liberata quando
l’ATP viene idrolizzato ad FASE 1
ADP ed ortofosfato oppu- Acidi grassi Glucosio e Aminoacidi
re quando l’ATP viene e glicerolo altri zuccheri

idrolizzato ad adenosina
monofosfato (AMP) e pi- FASE 2
rofosfato (PPi). Acetil CoA
L’ATP è dunque il
trasportatore universale di CoA
energia libera nei sistemi ATP ADP

biologici, la sua funzione è FASE 3 Ciclo dell’acido


citrico o ciclo
O2 Fosforilazione ossidativa e-
tuttavia di donatore im- di Krebs
mediato di energia e non
di accumulatore a lungo
periodo, infatti una mole- 2CO2

cola di ATP viene gene-


ralmente idrolizzata un Figura 5.2. Meccanismo dei processi ossidativi.
minuto dopo la sua formazione.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-3

1.3. OSSIDAZIONE BIOLOGICA DEI CHEMIOTROFI AEROBI ED ANAEROBI

Come abbiamo già detto i chemiotrofi ottengono l’energia libera di cui necessitano
dall’ossidazione di molecole biologiche.
Si trova un’ulteriore suddivisione in due sottospecie di organismi chemiotrofi: organi-
smi aerobi e anaerobi.
Negli organismi aerobi l’accettore finale di elettroni è l’ossigeno, invece negli organismi
anaerobi esso è costituito da una parte del materiale organico che era stato prima ossidato o
una diversa molecola.
I batteri anaerobi utilizzano come accettore finale di idrogeno varie molecole e atomi,
tra cui: l’ossigeno legato, il carbonio, l’azoto e lo zolfo, che si trovano nelle molecole del
substrato circostante.
Si possono in questo modo distinguere varie classi di organismi ad esempio i riduttori
di composti organici, i produttori di metano, i riduttori di solfati, i riduttori di nitrati e nitriti.

Ritornando ad analizzare i vari processi di demolizione, in special modo per gli organi-
smi aerobi, si possono distinguere tre fasi principali:
• Nella prima tappa le grandi molecole presenti nel substrato vengono scisse in elementi
più piccoli.
• Nella fase successiva queste piccole molecole vengono convertite in poche unità semplici,
come l’acetil coenzima A (acetil CoA)
• Questa unità viene poi convertita totalmente in CO2 e H2O nel ciclo dell’acido citrico e
nella fosforilazione ossidativa, che rappresentano l’ultima tappa del processo.

Durante il flusso di elettroni l’ATP si forma partendo da ADP e Pi. In questa fase gli
elettroni vengono trasportati dalle sostanze organiche all’ossigeno mediante dei trasportatori
che passano dalla forma ossidata a quella ridotta. Ad ogni passaggio l’energia del legame
chimico diminuisce e viene quindi resa disponibile per il microrganismo.

Vi è un altro modo di produrre ATP: tale processo chiamato fosforilazione ossidativa a


livello del substrato rappresenta la principale fonte di ATP per gli organismi aerobi.
L’acetil CoA rifornisce di unità acetile il ciclo di Krebbs, dove esse vengono completa-
mente ossidate a CO2 trasferendo al nicotinamide adenin dinucleotide (NAD+) e flavin adenin
dinucleotide (FAD) quattro coppie di elettroni per volta.
Il flusso da questi coenzimi ridotti all’ossigeno porta alla formazione di ATP (fosforila-
zione ossidativa).
Il NAD+ ed il FAD sono i principali accettori di elettroni nelle ossidazioni di molecole
organiche.
NAD + → NADH
FAD → FADH2

Trasportatori analoghi si trovano anche nei processi di sintesi cellulare.


Nelle biosintesi i precursori sono più ossidati dei prodotti, quindi oltre
all’adenosintrifosfato è necessario disporre di un potere riducente.
Il donatore di elettroni in molti casi è il NADPH la forma ridotta del nicotinamide ade-
nin dinucleotide fosfato (NADP+).
È importante notare che NADH, NADPH, FADH2 reagiscono molto lentamente con
l’ossigeno in assenza di un catalizzatore, ciò significa che sono molecole relativamente stabili
anche se contengono molta energia.
Nei processi biologici, per accelerare la velocità di reazione, intervengono dei cataliz-
5-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

zatori che controllano anche lo svolgersi del proces-


so stesso. Si tratta degli enzimi, molecole di origine
proteica che l’organismo stesso sintetizza. Essi sono
dei catalizzatori molto specifici e generalmente pos-
sono intervenire solo in una reazione.

Via metabolica del glucosio

Durante la glicolisi il glucosio viene fosforilato,


così attivato esso subisce una serie di reazioni che
lo portano a un prodotto più ossidato, l’acido piru-
vico.
Dall’acido piruvico si passa all’acetil coenzima A
mediante la perdita di una molecola di CO2 e la
formazione di una molecola di NADH2.
Durante il ciclo di Krebbs l’acetil CoA produce
CO2 e H2O e chiude in tal modo il ciclo iniziato con
la fotosintesi.

Come abbiamo già visto esistono numerose


categorie di batteri anaerobi che si differenziano fra
loro a seconda dell’accettore finale di elettroni.
1. I batteri riduttori di composti organici rigenerano
i loro coenzimi per mezzo dell’ossigeno legato,
principalmente mediante l’uso degli zuccheri. I
prodotti finali sono essenzialmente acidi, aldeidi e
alcooli.
2. I produttori di metano rigenerano i loro coenzimi
utilizzando solamente il carbonio come accettore
finale, i meccanismi sono ancora sconosciuti ma
si suppone che metabolizzino solamente gli acidi
organici.
3. Si può riconoscere l’utilità dell’interazione reci-
proca di più categorie di batteri, in questo caso
quelli di primo tipo producono il substrato uti-
lizzato dai secondi.
Figura 5.3.
Schema fondamentale di reazione:
CH3 COOH → CH4 + CO 2

4. Molto importanti per la depurazione sono anche i batteri denitrificanti che riducono ni-
trati e nitriti ad azoto gassoso.
5. I batteri riduttori di solfati, il più noto dei quali è il Desulfovibrio, riducono i solfati con
produzione di acido solfidrico .
I processi energetici che si svolgono mediante reazioni di fermentazione sono meno
redditizie dal punto di vista della resa in ATP dei processi respiratori, rispetto ai quali rappre-
sentano, con ogni probabilità, una situazione metabolica più primitiva.

1.4. SINTESI
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-5

La sintesi è il processo mediante il quale i microrganismi producono le sostanze di cui


necessitano per vivere, cresce-
re e riprodursi. PROTEINE
Il materiale cellulare è co- ATP PROTEINE
stituito di molecole formate
principalmente da catene di prodotti
LIPIDI di idrolisi
carbonio, è quindi necessario enzimatica
LIPIDI

che i batteri siano in grado di


sintetizzarlo: gli autotrofi lo ADP
POLISACCARIDI
POLISACCARIDI
possono fare utilizzando mo-
lecole inorganiche, in special
modo la CO2 ; gli altri batteri Figura 5.4. I processi di sintesi.
detti organotrofi , possono
utilizzare solo molecole orga-
niche.
I composti organici macromolecolari non hanno delle formule ben definite ma sono
costituiti in maggior parte da C, H, O, N, P con tracce di altri atomi detti oligoelementi. Sono
prodotti all’interno delle cellule durante delle reazioni biochimiche che consumano le mole-
cole di ATP prodotte durante il catabolismo.
Nei processi di sintesi la carenza di elementi nutritivi come P e N possono essere dei
fattori limitanti in quanto tali elementi devono essere presenti in maniera notevole ragguar-
devole.
Mentre le forme assimilabili di azoto possono essere molte, il fosforo è sempre richie-
sto come fosfato inorganico. In condizioni di massima velocità di crescita i rapporti tra i vari
fattori sono:
BOD5 : N : P = 100 : 5 : 1
questo fatto pone dei problemi per reflui di origine industriale dove spesso il fosforo si tro-
va in forma di polifosfato a differenza dei liquami civili dove questo rapporto è largamente
soddisfatto.
Un importantissimo effetto delle carenze nutrizionali è l’azione di selezione che agisce
sulle tipologie di microrganismi presenti, favorendo determinate popolazioni a discapito di
altre.
I processi di sintesi e di respirazione avvengono necessariamente allo stesso tempo,
poiché nessuna attività biologica è possibile se manca l’energia necessaria a compierla.
Anche a livello biochimico le reazioni nei due processi sono molto spesso identiche, ed
i materiali possono essere utilizzati indifferentemente nell’una o nell’altra funzione, questo fa
sì che tutto il sistema biologico sia molto efficiente ed in grado di affrontare, nella maggior
parte dei casi, condizioni fisiologiche o ambientali molto restrittive.

2. MICROBIOLOGIA Tabella 5.1. Microrganismi che interessano i sistemi biolo-


gici di depurazione.

2.1. GENERALITÀ Regno Specie


Alghe
I sistemi biologici di un im- Protisti: Protozoi
pianto di depurazione sono caratte- Organismi unicellulari o mul- Funghi
ticellulari senza Lieviti
rizzati da popolazioni di microrgani- Alghe azzurre
differenziazione in tessuti
smi indicati in Tabella 5.1, per la Batteri
maggior parte invisibili ad occhio Virus
5-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

nudo. Tabella 5.2. Elementi di definizione di un sistema microbico.


Come ordine di im- • principali variabili chimico-fisiche
portanza nella depurazione • identificazioni quali-quantitative degli organismi viventi
biologica si hanno i batteri, • principali reazioni chimiche associate agli organismi viventi
seguono le alghe, i virus, i • cinetica e stechiometria delle reazioni principali
protozoi, i rotiferi, i funghi • dinamica delle popolazioni e interazioni biochimiche
e le muffe. • influenze ambientali su tutte le variabili del sistema
La presenza qualitativa
e quantitativa delle specie viventi nei sistemi biologici di depurazione è intimamente legata a
due fattori:
1. relazioni alimentari esistenti nel particolare sistema microbico che coinvolgono tutte le
caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche del sistema (definite in Tabella 5.2);
2. interazioni inter e intraspecifiche dovute ai fenomeni biologici indicati in Tabella 5.3.

2.2. BATTERI

Sono protisti unicellulari dell’ordine di grandezza dei micron e peso 10-6 µg. Sono pre-
senti in numero di 1010 unità per ml di colonia e possono presentarsi in tre forme (Figura
5.5): cilindrica (bacilli), sferica (cocchi), ad elica (spirilli e vibrioni).
Si riproducono generalmente per scissione e si alimentano di sostanze solubili, le uni-
che che passano attraverso la membrana cellulare semipermeabile che li contiene.

Composizione chimica media di un batterio:


80% di acqua
20% di sostanza secca di cui
90% di materia organica (C118H170N17O51P)
10% di materia inorganica quale
P2O5 50%
SO3 15%
Na2O 11%
CaO 9%
MgO 8%
K2O 6%
Fe2O3 1%

Dal punto di vista strutturale un batterio può essere rappresentato come nella Figura
5.6.
Una eventuale capsula polisaccari-
dica ricopre membrana e parete cellulari
attraverso le quali passano i substrati
nutritivi. All’interno si differenziano al-
cune inclusioni quali i ribosomi, sede
della sintesi proteica e il materiale nu-
cleare sede delle attività genetiche e di
riproduzione. Un eventuale organo mo-
tile, il flagello, si diparte dalla membrana
cellulare e, mediante movimenti a frusta,
consente al batterio di muoversi (Figura
5.6). Figura 5.5. Rappresentazione schematica delle varie
forme sotto cui si può presentare una cellula batterica.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-7

Tabella 5.3. Fenomeni di interazione tra microrganismi.

• competizione: organismi simili si contendono lo spazio e il cibo


• predazione: una specie si nutre di un’altra
• parassitismo: un organismo vive alle spalle di un altro
• sinergismo: due organismi che possiedono un metabolismo cooperativo
• commensalismo: due organismi vivono assieme pur essendo tra loro indipendenti
• mutualismo: ciascun organismo trae beneficio dalla crescita dell’altro
• antibiosi: un organismo produce escrezioni dannose ad un altro

In condizioni estreme, alcune specie possono


sopravvivere formando spore con pareti robuste
che resistono al calore e alla carenza di alimenti.
Una interessante differenziazione dei batteri è
quella basata sul campo di temperature in cui essi
possono vivere, indicata in Tabella 5.4.
La maggior parte dei batteri in natura e negli
impianti di depurazione appartiene agli eterotrofi
aerobi e anaerobi che si nutrono di sostanza organi-
ca morta. Per questo motivo vengono detti anche
saprofiti, a differenza di quelli parassiti che otten-
gono gli elementi nutritivi da altri organismi.
Gli aerobi consumano ossigeno gassoso e so-
stanza organica per crescere e moltiplicarsi mentre
gli anaerobi, in ambiente anossico, ricavano chimi-
camente l'ossigeno legato nei nitrati e solfati.
Tra gli autotrofi chemiosintetici aerobi sono
importanti i nitrosanti che ossidano l’ammoniaca a Figura 5.6. Struttura schematica di una
cellula batterica in divisione. F = flagello,
nitriti e i nitrificanti che ossidano i nitriti in nitrati; tra N = materiale nucleare, R = reticolo (o
gli eterotrofi chemiosintetici anaerobi ci sono i deni- mesosoma), S = mucillagine extracellula-
trificanti che riducono i nitrati in azoto gassoso. re, C.M. = membrana cellulare, M.C. =
La determinazione analitica della biomassa atti- microcapsula,
capsula.
P.C. = parete cellulare, C =

va, cioè del peso dei batteri, è un problema com-


plesso a causa della difficoltà di separare i solidi
biologici attivi da quelli inerti prima della pesata, per quanto spesso non si cerchi tanto il
numero di unità di massa quanto il numero di unità di attività, intesa come velocità del meta-
bolismo.
Questo perché può verificarsi che una biomassa attiva, benché sia maggiore in peso sia
poi meno attiva dal punto di vista del metabolismo. Per avere una stima di tale attività si ri-
corre a misure più realistiche di velocità di rimozione del substrato o di velocità di consumo
di ossigeno o anche di misure di velocità deidrogenasica tramite titolazioni enzimatiche, di
DNA, di ATP ecc. Tali determinazioni, di tipo indiretto sono efficaci solo per colture batteri-
che omogenee e non per quelle miste di batteri, protozoi, rotiferi ecc. in cui non si riescono
facilmente a separare gli effetti dovuti alle singole componenti.
Per quanto riguarda il
campo dell’ingegneria sanita-
Tabella 5.4. Caratteristiche termofile dei batteri. ria, la misura più frequente,
Tipi Temperatura °C anche se poco rappresentativa
Campo di variazione Optimum dal punto di vista strettamente
Psicrofili 2-20 12-18 microbiologico, è l’analisi del
Mesofili 20-45 25-40 contenuto di solidi volatili
Termofili 45-75 55-65 (SV) indicativa della frazione
5-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

organica della sostanza secca.

2.3. VIRUS

Sono organismi unicellulari (0,01-0,1 micron) parassiti intracellulari di altri animali, in-
setti, funghi, alghe e batteri. Date le loro dimensioni sono visibili solo al microscopio elet-
tronico. Crescono e si riproducono a spese di altre cellule viventi, sono presenti nelle feci
umane e vengono smaltiti con il liquame: sono patogeni ed inducono perciò malattie.
Chimicamente sono privi di acqua, costituiti da lunghe molecole di DNA o RNA ad alto
peso molecolare (106-108) associate a strutture proteiche.
La crescita e la riproduzione dei vari virus è un processo intracellulare mediante il quale
il DNA virale modifica l’attività metabolica della cellula ospite inducendola a sintetizzare nuo-
vi virus. Questo determina un rallentamento o addirittura un blocco nelle normali attività
cellulari tanto che spesso l'ospite muore.
I virus parassiti dei batteri sono detti batteriofagi, hanno spesso struttura a sezione esa-
gonale ed una coda con cui attaccano il batterio introducendo, attraverso la membrana cel-
lulare il loro materiale genetico (DNA e RNA) che trasmette alla cellula infettata le informa-
zioni per la sintesi dei nuovi virus, che vengono liberati e dispersi nell’ambiente dopo morte
e frammentazione del batterio.
Il DNA virale può, talvolta, rimanere incluso nel DNA batterico in uno stato latente
(stato lisogenico) senza indurre modificazioni nella normale attività batterica se non succes-
sivamente nel tempo.

2.4. ALGHE

Sono protisti unicellulari o pluricellulari autotrofi fotosintetici. Si presentano in diversi


colori (verdi, rosse, brune ecc.) a causa dei pigmenti che accompagnano la clorofilla (carote-
noidi, xantofilline, fitocianine). La fotosintesi clorofilliana consente loro di produrre sostan-
za organica a partire da CO2 e H2O, e ossigeno gassoso come prodotto di rifiuto del metabo-
lismo.
Qualora in un lagunaggio si utilizzino delle alghe risulta particolarmente importante la
produzione di ossigeno perché consente un’aerazione naturale del liquame. Ovviamente,
poiché la fonte di energia è quella solare, è importante che l’ambiente acquoso sia sufficien-
temente trasparente da permetterne la penetrazione.
Per la depurazione biologica si considerano solitamente microalghe unicellulari per le
quali è stata proposta una formula empirica pari a C5H8O2N.

2.5. FUNGHI

Sono microrganismi molto diffusi in natura specie in ambienti non molto umidi dove
possono competere ecologicamente coi batteri. Il loro metabolismo è in genere eterotrofo,
aerobico, saprofito; possono crescere liberi, alcuni invece sono parassiti di animali e altri
patogeni di piante.
Le cellule dei funghi formano lunghe strutture filamentose nucleate dette ife, larghe 4-
20 mm.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-9

2.6. LIEVITI E MUFFE

Tipi particolari di funghi sono i lieviti e le muffe.


I lieviti sono sia aerobi che anaerobi, crescono su un mezzo solido in colonie simili a
quelle batteriche; molti sono in grado di effettuare la fermentazione alcolica degli zuccheri.
Per questo sono solitamente usati per la fermentazione industriale nei processi di cottura del
pane, di distillazione e preparazione della birra.
In condizioni anaerobiche trasformano appunto lo zucchero in alcool e si riproducono
a velocità minore, mentre in condizioni aerobiche la loro crescita è più veloce ma senza
produzione di alcool.
Le muffe hanno struttura filamentosa e ramificata, sono organismi multicellulari non
fotosintetizzanti, eterotrofi e aerobi; crescono meglio in soluzioni acide ad elevato tasso
zuccherino (si sviluppano di frequente sulla superficie della frutta marcia).
Per via della loro natura filamentosa abbassano, nei fanghi attivi, la sedimentazione dei
flocculati. Una crescita indesiderata avviene negli scarichi acidi, quali quelli industriali ad alto
tenore zuccherino. Una soluzione è quella di aggiungere sostanze alcaline per aumentare il
pH. In acque di scarico con alte concentrazioni di carboidrati talvolta si addiziona ammonia-
ca per sopprimere le muffe e incrementare lo sviluppo di batteri.

2.7. COMPOSIZIONE CHIMICA DEI MICRORGANISMI

È molto variabile in funzione del substrato di crescita, dello stadio di vita, della velocità
di crescita e dell’ambiente chimico-fisico. Ciò detto in Tabella 5.5 si riportano a titolo pura-
mente indicativo la composizione chimica, la densità, il peso secco e la formula stechiome-
trica dei singoli microrganismi. Tranne i virus che sono costituiti interamente o quasi di nu-
cleoproteine, gli altri organismi contengono circa l’80% di acqua; il 50% del peso secco rap-
presenta il contenuto proteico dei batteri, lieviti e alghe unicellulari mentre per i funghi,
strutturalmente più complessi, questo diminuisce a favore dei componenti polisaccaridici
inerti. L’azoto costituisce il 10% del peso secco dei batteri, lieviti e alghe unicellulari, mentre
per i funghi è solo del 5%.

Tabella 5.5. Composizione chimica, densità e peso secco dei microrganismi ottenuti in colture.

Composizione (% di peso secco)


Microrga- Formula Proteine Lipidi Acidi Popolazione in Peso secco in
nismo empirica nucleici coltura (n°/ml) coltura (g/100 ml)
Virus - 50-90 <1 5-50 108-109 0.0005*
Batteri C5H7O2N 40-50 10-15 13-25 108-104 0.02-2.9
Funghi C10H17O6N 10-25 2-7 1-3 - 3-5
filamentosi
Lieviti - 40-50 1-6 4-10 108 1-5
7
Microalghe C5H8O2N 10-60 4-80 1-5 10 0.4-0.9
unicellulari
* Per un virus di 200 µm di diametro.

2.8. LA MICROFAUNA DEI FANGHI ATTIVI

Gli ambienti biologici per il trattamento dei liquami sono a tutti gli effetti degli ecosi-
5-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

stemi artificiali sottoposti a


condizioni estreme, in cui la
struttura tecnologica dell'impianto
biocenosi che si sviluppa nella S Componenti abiotiche

vasca di aerazione di un im- T


decompositori (batteri, funghi,
pianto a fanghi attivi con pe- R Componenti biotiche diversi flagellati), consumatori
culiari componenti e fattori, U (ciliati, flagellati, piccoli metazoi)

segue precise dinamiche nel T fisici (clima, temperatura, luce,


turbolenza), chimici (natura del
tempo e nello spazio (Figura T Fattori abiotici
liquame, ossigeno disciolto), alimentari

5.7). U (qualità e quantità di cibo)

La componente biotica è R relazioni intra- e interspecifiche


Fattori biotici
A (competizione, predazione)
rappresentata dai decomposi-
tori (batteri, funghi) che pren-
F
dono energia per il loro svi- U
luppo dalla sostanza organica N
Z
Nello spazio catene e reti alimentari
disciolta, e dai consumatori I
O
(protozoi, rizopodi, ciliati, fla- N
A Nel tempo successione ecologica
gellati e piccoli metazoi) che M
E
predano i batteri dispersi e altri N
microrganismi. T
O
La microfauna è costituita
dai protozoi: organismi aerobi Figura 5.7. Struttura dell’ecosistema artificiale "fango attivo".
acquatici unicellulari che si
moltiplicano per scissione bi-
naria. Hanno un apparato digerente complesso e si nutrono di materiale organico solido (al-
cuni di loro anche di quello in soluzione). All'interno di un impianto di depurazione li si tro-
va nei fanghi attivi, nei biofiltri e negli stagni di ossidazione nonché nelle acque naturali. Essi
rappresentano un anello fondamentale nella catena alimentare acquatica poiché ingeriscono
batteri e alghe.
I protozoi ciliati sono molto numerosi in tutti i processi di trattamento aerobico. La lo-
ro densità nel liquame è dell’ordine di 104 cellule per ml di miscela aerata di fango attivo,
rappresentando circa il 9% del peso secco. La maggior parte dei ciliati, i batteriofagi si nu-
trono di batteri dispersi mentre alcuni di essi, i carnivori, predano altri ciliati.
Sulla base del loro comportamento si individuano tre gruppi funzionali:
1. natanti (free-swimmers) che nuotano nella frazione liquida e rimangono in sospensione
anche nella vasca di sedimentazione;
2. mobili di fondo (crawlers)
che abitano la superficie del
fiocco di fango e si sposta- ciliati
no con l'aiuto di particolari carnivori
cilia (cirri);
3. sessili (attached) stabil- ciliati
mente fissati mediante un filtratori
peduncolo al fiocco di fan-
go, sicché precipitano con batteri batteri
flagellati
esso durante la sedimenta- dispersi flocculanti
zione;
sostanza organica
È stato dimostrato che i
protozoi ciliati migliorano la
qualità dell’effluente attraverso Figura 5.8. Rete trofica nei fanghi attivi. Le frecce indicano il per-
la predazione dei batteri di- corso della materia e dell’energia.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-11

spersi nel mixed-liquor; al contrario, in loro assenza, l’effluente può essere caratterizzato da
un BOD e una torbidità elevati.
Nella vasca di aerazione si stabilisce una vera e propria rete trofica, semplificata in Figu-
ra 5.8.
La continua competizione delle popolazioni di microrganismi, i decompositori da una
parte e i consumatori-predatori dall’altra, crea oscillazioni e successioni di popolazioni (cre-
scita di una a sfavore di un’altra) tra le varie specie, sino al raggiungimento di una stabilità
dinamica. Questa è strettamente dipendente dalle caratteristiche progettuali, dal tipo di re-
fluo e dalle manovre gestionali attuate nell'impianto al fine di garantire la maggior efficienza
depurativa.

2.9. I PROTOZOI COME INDICATORI

Ricerche effettuate sulla successione delle popolazioni nei fanghi attivi, hanno eviden-
ziato il ruolo dei protozoi come indicatori del rendimento di depurazione e dimostrato
l’effetto determinante delle condizioni ambientali nella vasca di aerazione (sue dimensioni,
carico organico, tipo di liquame aerazione ed età del fango) sulla comunità dei ciliati. Im-
portanti ricerche sulla dinamica di colonizzazione della microfauna, hanno portato
all’identificazione di tre distinte fasi, dall’innesco del sistema biologico fino al funziona-
mento a regime.
1. La fase iniziale presenta le specie tipiche del liquame da trattare, principalmente ciliati
natanti e flagellati (Colpidium, Cyclidium, Paramecium) che sono indipendenti dalla presenza
di fango.
2. Nella seconda fase si ha lo sviluppo dei ciliati tipici dello stadio di aerazione, con un au-
mento in varietà del loro numero in relazione all’aumento della quantità di fango: le for-
me natanti sono gradualmente sostituite da quelle sessili e mobili di fondo.
3. L’ultima fase riflette, nella composizione della comunità, la stabilità raggiunta nella vasca
di aerazione con un bilanciamento tra carico organico e fango prodotto, rimosso e rici-

Tabella 5.6. Alcune situazioni particolari nel funzionamento dell’impianto che possono essere rilevate
all’analisi microscopica.

Gruppo dominante Efficienza Possibili cause

impianto in fase di attivazione


Piccoli flagellati scarsa fango poco ossigenato; carico troppo forte;
apporto di sostanze in fermentazione
Piccoli ciliati natanti (<50 micron) mediocre Tempo di contatto del liquame troppo breve;
fango poco ossigenato
Grandi ciliati natanti (>50 micron) mediocre Carico troppo forte
Ciliati mobili di fondo buona
Ciliati sessili e mobili di fondo buona
Fenomeni transitori (carico discontinuo;
Ciliati sessili in ribasso estrazione recente di fanghi;
lento tempo di ricircolo)
Piccole amebe nude e flagellati scarsa Carico elevato non facilmente biodegradabile
Amebe con teca buona Basso carico del fango; liquame diluito;
buona nitrificazione
5-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

clato. In essa si trovano specie tipiche sessili come Epistylis, Vorticella e ciliati mobili di
fondo come Aspidisca.
Un impianto a regime non dovrebbe, quindi, ospitare specie proprie della fase di colo-
nizzazione a meno di malfunzionamenti come perdite di fango, carenze di ossigenazione,
variazioni del tempo di ritenzione, dell’età del fango e variazioni importanti del carico orga-
nico in ingresso. È evidente che conoscere la struttura della microfauna costituisce un valido
strumento diagnostico che integra bene gli usuali parametri di valutazione di un impianto.
In sintesi un fango attivo efficiente presenta le seguenti caratteristiche:
• alta densità della microfauna (>10 microrganismi per litro);
6

• microfauna composta principalmente da forme mobili di fondo e sessili, con flagellati


praticamente assenti;
• comunità altamente diversificata, dove nessun gruppo o specie domina numericamente
sugli altri oltre un fattore 10;
Quando si presenta un quadro diverso da questo, l’identificazione di un gruppo domi-
nante permette di ipotizzare il particolare stato di mal-funzionamento. Alcuni esempi sono
riportati in Tabella 5.6.

2.10. LA STRUTTURA DEL FIOCCO DI FANGO ATTIVO

Tra le innumerevoli varietà di microrganismi che caratterizzano un fango biologico, ce


ne sono alcune che maggiormente influenzano la formazione del fiocco di fango. Nella fase
di avviamento si formano taluni microrganismi detti fiocco-formatori, capaci di aggregarsi
in piccoli fiocchi di 50-70 micron (microstruttura); sono eterotrofi appartengono ai generi
Achobacter, Pseudomonas, Flavobacterium, Alcaligenes, Arthrobacter, Citromonas, Zoogleas. Il fiocco
contiene anche sostanze organiche e inorganiche provenienti dal liquame da depurare e al-
cune sostanze polimeriche prodotte dai batteri, che possono esercitare un ruolo importante

Tabella 5.7. Cause ed effetti dei problemi di separazione del fango attivo dovuti ad alterazioni nella mi-
crostruttura.

PROBLEMA CAUSA EFFETTO


I batteri non aderiscono più gli uni agli
altri; sono dispersi in unità singole o
piccole colonie; la bioflocculazione è
Crescita dispersa impedita. I meccanismi che sono alla Effluente torbido; incapa-
base del fenomeno non sono ancora cità del fango a sedimen-
chiariti: probabilmente una troppo ri- tare.
dotta produzione di materiale extracel-
lulare aggregante.
Produzione in eccesso di materiale ex-
tracellulare da parte dei “floc-forming”. I
batteri si trovano dispersi in una massa Velocità di compattazione
gelatinosa che trattiene grandi quantità e sedimentazione molto
Bulking vischioso, di acqua. Formazione di un fiocco vi- ridotte. È ostacolata la se-
gelatinoso o zoo- schioso, poco compatto e difficilmente parazione dei solidi dalla
gleale sedimentabile. Talvolta formazione di fase liquida con fuoriuscita
schiume vischiose alla superficie del di fango dall’effluente.
sedimentatore. Il test effettuato con in-
chiostro di china evidenzia molto bene
tale situazione.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-13

nella bioflocculazione del fango attivo.


La capacità dei piccoli fiocchi di formarne di più grandi (macrostruttura) è dovuta alla
colonizzazione e crescita dei microrganismi filamentosi che, sviluppandosi in lunghe catene
e in varie direzioni, aggregano i piccoli fiocchi in formazioni irregolari, costituendo una sorta
di scheletro portante.

2.10.1. Alterazioni della microstruttura

Esistono inconvenienti che portano all’alterazione della microstruttura agendo su mec-


canismi di aggregazione e bioflocculazione (Tabella 5.7).
Nella crescita dispersa i batteri, per motivi non ancora chiari, non sono capaci di aggre-
garsi in fiocchi e di sedimentare.
Nel caso di iperproduzione di materiale extracellulare, i batteri si trovano immersi in
una massa gelatinosa con formazione di fiocchi viscosi, poco compatti e difficilmente sedi-
mentabili. Questo fenomeno è il cosiddetto bulking non filamentoso o bulking vischio-
so o anche bulking zoogleale. Le cause non sono chiare anche se sembrano da imputarsi
ad una carenza di nutrienti o a un’eccessiva presenza di sostanze facilmente biodegradabili.

2.10.2. Alterazioni della macrostruttura

In un fiocco ideale i microrganismi filamentosi e fiocco-formatori crescono in equili-

Tabella 5.8. Cause ed effetti dei problemi di separazione del fango attivo dovuti ad alterazioni nella ma-
crostruttura.

PROBLEMA CAUSA EFFETTI


Fiocchi piccoli, compatti, deboli, Basso indice di volume del fango (SVI),
Pin point grossolanamente sferici, i più grandi effluente torbido.
dei quali sedimentano rapidamente,
i più piccoli molto lentamente.
Alto SVI. Problemi di compattazione del
materiale sedimentato. Surnatante molto
limpido. Il fango diviene sempre meno
Grande abbondanza di organismi compatto provocando un progressivo ab-
Bulking filamentosi che si estendono fuori bassamento di concentrazione di solidi so-
del fiocco. spesi nel fango di riciclo e quindi in vasca
di ossidazione. Col tempo il fango risale
completamente per tutto lo spessore della
fase liquida del sedimentatore e fuoriesce
con l’effluente.
Rilascio di azoto gassoso a causa
Risalita dei dell’insorgenza di fenomeni di deni- Presenza di fango alla superficie del se-
fiocchi trificazione nel sedimentatore se- dimentatore secondario.
condario e intrappolamento delle
bolle nei fiocchi di fango. Risalita
dei fiocchi in superficie.
Grandi quantità di schiuma sulla superficie
Formazione Tensioattivi scarsamente biodegra- delle unità di trattamento. Le schiume de-
di schiume dabili. rivanti dalla presenza di Nocardia e Mi-
crothrix, sono molto persistenti e tenaci,
difficili da rompere meccanicamente. Ac-
cumulo di schiuma, fenomeni di putrefa-
zione.
5-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

brio.
Se i primi prendo-
no sopravvento e colo-
nizzano completa-
mente i fiocchi lan-
ciando dei ponti tra di
essi, si creano delle
grandi formazioni in-
capaci di sedimentare.
Tale fenomeno è detto
Figura 5.9. Influenza degli organismi filamentosi sul fango attivo. bulking filamentoso.
A) normale fango attivo con filamenti interni, grosso fiocco, basso SVI,
surnatante limpido. Quando questo si veri-
B) bulking filamentoso: i filamenti sono presenti anche all'esterno del fioc- fica compattazione e
co causando interferenze con altri fiocchi e ostacolando la sedimentazione: sedimentabilità del fan-
alto SVI e pochi solidi sospesi dispersi.
C) pin point: fiocchi piccoli, basso SVI, effluente torbido e ricco di piccoli
go dipendono dal tipo
solidi sospesi. e dalla quantità di batte-
ri filamentosi presenti.
Se al contrario i filamentosi sono assenti, si verifica una particolare condizione detta
pin point, per la quale i fiocchi più grandi e compatti sedimentano molto rapidamente
mentre quelli troppo piccoli e leggeri per sedimentare, fuoriescono con l’effluente. Nel
complesso la struttura del fiocco risulta debole e gli aggregati più grandi tendono facilmente
a sfaldarsi.
La Tabella 5.8 riassume queste situazioni.

Riassumiamo l’effetto della presenza di organismi filamentosi sulla macrostruttura del


fiocco (Figura 5.9):

• fiocco di fango attivo ideale senza bulking:


∗ organismi filamentosi e floc-forming in equilibrio
∗ fiocco grande e forte
∗ nessuna interferenza da parte dei filamentosi
∗ surnatante limpido
∗ basso SVI
• Pin point:
∗ organismi filamentosi assenti
∗ fiocchi piccoli e deboli
∗ surnatante torbido
∗ basso SVI
• Bulking filamentoso:
∗ organismi filamentosi abbondanti
∗ fiocchi grandi e forti
∗ problemi di compattazione e sedimentabilità del fiocco
∗ surnatante limpido
∗ alto SVI
∗ fuoriuscita di fango con effluente dopo qualche tempo
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-15

3. CENNI DI REATTORISTICA BIOLOGICA

3.1. INTRODUZIONE

Nei processi di depurazione biologica assumono fondamentale importanza le strutture


che permettono al loro interno lo svolgersi delle reazioni di abbattimento del substrato su
cui cresce la coltura di microrganismi.
Lo studio di tali strutture dette reattori biologici si basa sull’analisi delle modalità di
alimentazione del substrato. A questo proposito si distinguono:

1. Alimentazione a carica singola: tale metodologia prevede una alimentazione iniziale


del substrato e quindi una successiva variazione nel tempo dello stesso. I reattori nei
quali si realizza tale processo sono denominati reattori batch. Successivamente
all’alimentazione si verifica una variazione nel tempo della concentrazione di substrato; si
assume che tale variazione sia solo temporale in quanto si ipotizza una completa miscela-
zione del reattore in modo da ritenere trascurabili i gradienti spaziali di concentrazione.
2. Alimentazione continua: il substrato viene alimentato con continuità nel reattore; in
questo caso le particelle che entrano nella vasca sono omogeneamente disperse in tutto il
suo volume in cui manca qualsiasi gradiente di concentrazione. Il contenuto del reattore
è cioè omogeneo e presenta la stessa composizione della corrente uscente. Questa meto-
dologia induce sempre più ad attivare studi approfonditi sul comportamento fluidodina-
mico del reattore che risulta invece del tutto ininfluente nei reattori a carica singola. È
proprio in funzione del comportamento idraulico indotto dalla geometria e dalle modalità
di gestione che è possibile effettuare la seguente classificazione:
• reattori a miscelazione completa: per effetto della miscelazione si suppone nulla la
variazione di concentrazione nello spazio e conseguentemente nel tempo. Ad essi si
possono assimilare le vasche a fanghi attivi, i digestori, le vasche di nitrificazione e de-
nitrificazione a biomassa sospesa.
• reattori a pistone o plug-flow: essendo privi di mescolamento si sviluppa un profilo
di concentrazione di substrato nello spazio e nel tempo lungo il reattore. Ad essi
possono essere assimilati i letti percolatori, i sistemi di lagune multistadio ed in
prima approssimazione anche i corsi d'acqua.

Si ricorda come la gestione di queste reazioni si basa essenzialmente sull’analisi della ci-
netica di reazione e non tanto dalle condizioni di equilibrio chimico, l’eventuale dosaggio di
sostanze va fatto tenendo conto dei tempi a disposizione dati dal reattore e in relazione alla
cinetica del processo. Ecco come immissioni coerenti a rapporti stechiometrici risultano
essere completamente inadeguate.
Nei processi microbiologici si deve tenere conto che la velocità di reazione è correlata
all’incremento della biomassa batterica al contrario di quanto avviene per reagenti chimici
nei quali la velocità è unicamente funzione della concentrazione della specie.

3.2. FUNZIONAMENTO IDEALE

Per poter affrontare lo studio delle reazioni coinvolte dai processi biologici e legate alle
condizioni idrodinamiche indotte dal reattore, si rende necessaria la schematizzazione dei
processi attraverso modelli semplificati. Di seguito si riporta una analisi dei vari processi fa-
cendo riferimento a reattori ideali.
5-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3.3. CONSIDERAZIONI PRELIMINARI

La trattazione matematica prevede la scrittura dell’equazione di conservazione della


massa; l’equazione del bilancio di massa applicata al volume di controllo può essere espressa
nei seguenti termini:

variazione di concentrazione = flusso in entrata - flusso in uscita + generazione di massa

Espresso in formule riferendosi alla Figura 5.10 il tutto può essere espresso come:
dC
V⋅ = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
dove:
V = volume del reattore;
Q = portata in entrata e in uscita
dal reattore; Q, C0 Q, C
Volume di
C0 = concentrazione nell’influente; controllo (V)
C = concentrazione nell’effluente;
rc = velocità di reazione espres-
sa da una cinetica del primo ordine
secondo la formula rc = -K·C. Figura 5.10. Conservazione della massa in un reattore
ideale.

3.4. REATTORI BATCH (IDEALI)

In questo reattore il liquame viene in-


trodotto all’inizio delle operazioni e vi viene
mantenuto per tutta la durata della reazione,
senza nessuna nuova alimentazione.
Il tempo di ritenzione idraulica è uguale
per tutte le particelle e coincide col tempo di V, C
reazione pari cioè al tempo intercorrente tra
l’alimentazione e lo scarico del reattore stes-
so.
La velocità di reazione e quindi di rimo- Figura 5.11. Reattore batch.
zione del substrato sono perciò solo funzio-
ne del tempo e non dello spazio.
Dall’equazione di continuità:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
e considerando di non avere immissioni continue (Q=0), si ottiene:
dC
⋅ V = rc ⋅ V
dt
Inoltre se si suppone un processo con cinetica del primo ordine del tipo rc = -K·C, di-
venta:
dC
= −K ⋅ C
dt
Integrando questa equazione tra il valore di concentrazione iniziale C0 e la concentra-
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-17

zione al tempo C al tempo t, si ottiene:


C t
dC

C0
C
= −K ⋅ dt ∫
0
− K⋅t
C = C0 ⋅ e

Si ricava che l’andamento nel tempo della concentrazione di substrato è di tipo espo-
nenziale e la velocità di reazione è governata dalla
costante cinetica di reazione K.
I processi discontinui sono raramente appli-
cati nella depurazione delle acque. Trovano impie-
Concentrazione

go in circostanze particolari nel caso di volumi di


scarico piccoli o fortemente discontinui. Un esem-
pio caratteristico si ha negli stagni biologici ad ac-
cumulo per lavorazioni a carattere stagionale (zuc-
cherifici, industrie conserviere e simili), ove tuttavia
Tempo
manca una miscelazione completa. Un reattore di-
scontinuo completamente miscelato è invece rap-
Figura 5.12. Concentrazione nel tempo. presentato dalle celle per la determinazione del
BOD con il metodo respirometrico.

3.5. REATTORI CONTINUI A MISCELAZIONE COMPLETA

In questo tipo di reattore le particelle soli-


de e liquide che entrano in continuazione ven-
gono disperse in tutto il volume dall’intensa mi-
Q, C0
scelazione. In questo modo si intuisce che vi Q, C

saranno particelle il cui tempo di ritenzione sarà


maggiore o minore del tempo di ritenzione V, C

idraulica.
La risposta ad un segnale a gradino (con-
centrazione di alimentazione C0 , a partire dal
tempo t0) può essere calcolata scrivendo Figura 5.13. Reattore continuo.
l’equazione di continuità:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
Nella maggior parte dei processi, la rimozione del substrato segue una cinetica del pri-
mo ordine; l’equazione si modifica come:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C − K ⋅ C ⋅ V
dt
dC  Q  Q
+  +K  ⋅ C = ⋅ C 0
dt  V  V
β

dC Q
+ β ⋅ C = ⋅ C0
dt V
Ci si riduce alla integrazione di una equazione differenziale del primo ordine nella va-
5-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

riabile temporale t. Infatti nell’ipotesi di reattore ideale non si ha dipendenza delle grandezze
dalle variabili spaziali.

 dy(t)
+ P(t) ⋅ y = R(t )
 dt
 y(a) = b
t


y(t ) = b ⋅ e − A( t ) + e − A( t) R(z) ⋅ eA ( z) ⋅ dz
a
dove
t


A(t) = P(z) ⋅ dz
a
Nel nostro caso:
P(t ) = β
Q
R(t) = C0 ⋅
V
a=0
Y(0) = b = C(0) = C 0

Quindi:
t


A(t) = β ⋅ dz = β ⋅ t
0
t
Q
∫ V ⋅C
− β ⋅t −β⋅ t
C = C0 ⋅ e +e ⋅ 0 ⋅ eβ⋅z ⋅ dz
0
t
Q C0
C = C 0 ⋅ e − β ⋅t + e − β ⋅ t ⋅ ⋅
V β ∫
⋅ β ⋅ eβ⋅z dz
0

Q C0
C = C0 ⋅ e − β ⋅ t + ⋅ ⋅ (eβ ⋅ t − 1) ⋅ e −β ⋅ t
V β
Q C0
C = C0 ⋅ e − β ⋅ t + ⋅ ⋅ (1 − e −β⋅ t )
V β

t→∞

Q C0 Q ⋅ C0 C0
C= ⋅ = =
V β Q V
V ⋅ ( + K) 1 + K ⋅
V Q

Dall’analisi del risultato risulta evidente come la risposta al gradino di concentrazione


iniziale sia un andamento esponenziale nel tempo che tende asintoticamente ad un valore
costante di concentrazione.
Questo tipo di reattori sono generalmente di pianta circolare o quadrata.

3.6. REATTORI CONTINUI A PISTONE (PLUG FLOW)

Si tratta di un reattore in cui la dimensione longitudinale è più sviluppata rispetto alle


Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-19

altre. La dispersione longitudinale è nulla,


∆x
mentre si ammette una perfetta miscelazione
in ogni sezione normale a tale direzione. Q, C0 Q, C
L’effluente, alimentato con continuità, viene
∆V
pertanto scaricato nella medesima succes-
sione con cui è entrato nel reattore; durante x x+∆x
il percorso, l’elemento di fluido mantiene la
sua identità, con un tempo di permanenza
uniforme ed uguale a quello teorico di per- Figura 5.14. Reattore con flusso a pistone.
manenza nella vasca, dato dal rapporto tra il
volume (V) e la portata introdotta (Q). Tale comportamento può essere messo in luce intro-
ducendo un tracciante conservativo nella corrente entrante (segnale) ed osservando la con-
centrazione del traccianta all’uscita (risposta). Per un segnale a gradino (con introduzione del
tracciante con una concentrazione costante C ) con inizio al tempo t0 , si osserva in uscita la
medesima concentrazione a partire dal tempo t0+V/Q. Analogamente un segnale ad impulso,
alimentato per un tempo t , appare in uscita con la medesima concentrazione di alimenta-
zione per un tempo t e con un ritardo pari a V/Q. il comportamento di questo tipo di
reattore, può quindi essere assimilato a quello di infiniti reattori batch che si spostino
dall’ingresso all’uscita senza interferire tra loro.
Applicando l’equazione di continuità ad una sezione del reattore si ottiene:
∂C
⋅ ∆V = Q ⋅ C x − Q ⋅ C x + ∆x + rc ⋅ ∆V
∂t
∂C ∆C
⋅ ∆V = Q ⋅ C − Q ⋅ (C + ⋅ ∆x) + rc ⋅ ∆V
∂t ∆x
∆V = A ⋅ ∆x
∂C ∆C
⋅ A ⋅ ∆x = −Q ⋅ ⋅ ∆x + rc ⋅ A ⋅ ∆x
∂t ∆x
∂C Q ∂C
=− ⋅ + rc
∂t A ∂x

e considerando una reazione del primo ordine si ottiene:


∂C Q ∂C
=− ⋅ −K⋅C
∂t A ∂x
Supponendo la concentrazione costante nel tempo e facendo tendere a 0 lo spessore
∆x :
Q ∂C
⋅ = −K ⋅ C
A ∂x
∂C A
= −K ⋅ ⋅ dx
C Q
C x
dC A

C0
K⋅C ∫
= − ⋅ dx
Q
0

1 C A
⋅ ln = − ⋅x
K C0 Q
1 C V x x
⋅ ln = − ⋅ = −ϑ ⋅
K C0 Q L L

dove ϑ è il tempo di residenza idraulica del reattore.


5-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

x
− K ⋅ϑ⋅
C = C0 ⋅ e L

Tale relazione fornisce il profilo di concentrazione lungo il reattore e quindi nello spa-
zio. Un dato importante è la concentrazione che si raggiunge nella sezione terminale del
reattore (per x=L):
C = C0 ⋅ e −K⋅ϑ

In questo modello ideale si è supposto nullo l’effetto della miscelazione longitudinale;


chiaramente tale limitazione impedisce l’applicazione di questo modello ad un contesto
quale quello di un corso d’acqua naturale.

3.7. DEVIAZIONI DEI REATTORI DALLE CONDIZIONI IDEALI

In genere nella realtà il comportamento idraulico delle particelle che si muovono nel
reattore devia dall’idealità e dai modelli matematici finora visti.
In relazione al tipo di reattore si verificano comportamenti reali diversi:

1) Reattori batch: le deviazioni dalle condizioni di idealità consistono nella non perfetta
miscelazione che determina disuniformità in punti diversi del reattore.

2) Reattori continui completamente miscelati: nei casi pratici le cause che inducono una
situazione non ideale si possono ricondurre a:
• formazione di zone morte, cioè porzioni non interessate al rimescolamento, dovute
sia alla forma del reattore, sia al sistema di agitazione o al sottodimensionamento di
questo;
• formazione di corto circuiti preferenziali, dovuti a una carenza di mescolamento o ad
una cattiva disposizione delle bocche di ingresso e uscita del liquido.

3) Reattori continui a pistone (plug-flow): molto interessante risulta l’analisi di questi


processi reali in analogia con fenomeni di depurazione naturali in un corso d’acqua. Le
deviazioni dalle condizioni ideali si riconducono essenzialmente a:
• miscelazione longitudinale dovuta a turbolenza (corsi d’acqua turbolenti e vasche a
fanghi attivi;
• flussi laminari preferenziali, frequenti nei corsi d’acqua naturali legati alla forma
dell’alveo;
• percorsi preferenziali nei reattori a letto fisso come i letti percolatori o i biofiltri, do-
vuti alla non omogeneità del materiale di riempimento, alla sfavorevole distribuzione
del flusso all’ingresso e all’uscita o alla formazione di sacche gassose.

In termini di resa depurativa la convenienza è quindi per il reattore con flusso a pistone
ma nella realtà la maggioranza dei reattori è concepita secondo il modello a miscelazione
completa grazie alla sua maggiore stabilità di funzionamento con conseguente capacità di as-
sorbire (diluendoli in tutto il volume della vasca) eventuali effetti tossici.
Un tipico schema intermedio è costituito dai processi pluristadio (serie di reattori a mi-
scelazione completa) utilizzati nel caso di elevate concentrazioni di substrato (solitamente
industriali). Si ottiene in tal modo un sensibile aumento della velocità di rimozione negli sta-
di iniziali.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-21

3.8. VERIFICA DI FUNZIONAMENTO

La verifica del comportamento idrodinamico dei bacini ossidativi costituisce una in-
formazione essenziale per diagnosticarne il livello di funzionalità.
Attraverso tale verifica (sperimentale) si perviene infatti all'identificazione del modello
di funzionamento idraulico e ciò consente in generale di spiegare la maggior parte delle
anomalie funzionali o comunque di rendere conto del grado di efficienza dei bacini esami-
nati.
Le indagini sperimentali da noi effettuate (vedi esempi successivi) hanno messo in luce
come sovente non si realizzano in pratica le condizioni idrauliche teoricamente previste.
L'identificazione del comportamento idraulico del sistema viene condotta secondo le 2 fasi
sotto descritte:
1) Fase sperimentale - Si ricostruisce il comportamento "reale" della vasca attraverso la
registrazione della sua R.T.D. (Retention Time Distribution) in uscita. Ciò significa, in prati-
ca, rilevare le risposte del sistema a perturbazioni artificialmente indotte mediante traccianti.
Il tracciante (una soluzione quasi satura di NaCl) può essere immesso nella corrente in en-
trata con diverse modalità, tra le quali di uso più comune sono quelle che simulano dei se-
gnali di tipo "ad impulso" o "a scalino": nel primo caso, il tracciante viene iniettato istanta-
neamente all’ingresso del bacino in esame e di tale iniezione si registrano poi nel tempo gli
effetti in uscita attraverso la misura in continuo della concentrazione del tracciante stesso;
nel secondo caso il tracciante viene iniettato, da un certo istante in poi, con portata e con-
centrazione costante nella corrente d'ingresso e, analogamente a prima, l'R.T.D. che si ricava
è il risultato della registrazione in continuo della concentrazione di tracciante in uscita.
2) Elaborazione dei modelli di simulazione - Consiste, in pratica, una volta disponibile
l'R.T.D. "sperimentale", nel confronto tra la medesima e le curve R.T.D. corrispondenti ai
modelli teorici che meglio si adattano al caso reale. In concreto, si utilizzano i modelli teori-
ci disponibili presso la letteratura specializzata (reattoristica chimica)o convenientemente
elaborati allo scopo. I principali modelli teorici utilizzati in sede di confronto, che permet-
tono di identificare in maniera soddisfacente il comportamento idrodinamico di un bacino
ossidativo sono evidenziati nelle Figure 5.15 e 5.16, che descrivono il caso di iniezione "ad
impulso" e "a scalino".
Tra le caratteristiche operative da tener presenti per la significatività della prova in esa-
me vanno ricordate:
a) la necessita che la verifica sperimentale avvenga nelle condizioni di "reale" funzio-
namento dei bacini ossidativi (cioè con portata di liquame e di fango di ricircolo e sistema di
aerazione operanti a regime);
b) la necessità che la durata della prova superi abbondantemente il tempo medio di ri-
tenzione idraulico.

Figura 5.16. Risposta di un reattore con flusso a pisto-


ne ad un segnale a gradino e ad impulso.

Figura 5.15. Concentrazione nel tempo


come conseguenza di un segnale a gradi-
no.
5-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Capitolo 6

PROCESSI A BIOMASSA SOSPESA

1. PRINCIPI GENERALI

I processi a biomassa sospesa, come del resto ogni processo di autodepurazione natu-
rale, sono essenzialmente di tipo biologico: alla base di tali processi vi è l’azione di batteri,
sia aerobi che anaerobi, che utilizzano il materiale organico biodegradabile come substrato
nutritizio. Per poter comprendere e quantificare l’effetto depurativo che esercita un fango
attivo è dunque necessario conoscere le leggi fondamentali che descrivono la riproduzione e
la crescita delle specie batteriche che si sviluppano nel reattore biologico e la velocità con cui
tali batteri sono in grado di rimuovere la sostanza organica presente nel refluo.

1.1. CRESCITA BATTERICA

Il meccanismo fondamentale per la riproduzione dei batteri è la scissione binaria, ov-


vero ogni singola cellula si divide con la formazione di due nuovi organismi. La velocità di
crescita batterica o il tempo di generazione (tg=intervallo tra due successive scissioni) varia
non solo a seconda delle specie considerate, ma anche in funzione della natura del substrato,
della sua disponibilità, della carenza di ossigeno o di altro accettore di elettroni e della tem-
peratura in cui i batteri sono costretti ad operare; esso può variare da pochi minuti a qualche
ora. Nella valutazione della biomassa batterica è inoltre necessario tenere in considerazione i
fenomeni di morte e di scomparsa batterica. Assunti dunque tutti questi parametri di in-
fluenza è possibile scrivere la seguente espressione:
dX  dX   dX 
=  −  = µ ⋅ X − bh ⋅ X = ( µ − bh ) ⋅ X (6.1)
dt  dt  crescita  dt  sc om parsa
dove:
X = massa batterica presente al tempo t;
µ = velocità di crescita batterica [d-1];
6-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

bh = velocità di scomparsa batterica [d-1];


e dividendo per il volume, la relazione si scrive nel modo seguente:
dx
= ( µ − bh ) ⋅ x (6.2)
dt
con x = concentrazione batterica [kg/m3].
Se alla presente equazione si aggiunge l’ipotesi che l’unico fattore limitante per la cre-
scita batterica sia rappresentato dalla concentrazione di substrato organico e non dalla pre-
senza o meno di elementi nutritivi, la velocità di crescita batterica può essere espressa come
S
µ = µ⋅ (6.3)
ks + S
dove
µ = velocità di massima crescita batterica, che si ha se la concentrazione di substrato è suffi-
cientemente alta da non diventare un fattore limitante [d-1];
S = concentrazione del substrato;
ks = costante di semisaturazione: rappresenta la concentrazione di substrato per la quale la
velocità di crescita batterica (µ) risulta dimezzata rispetto al massimo valore possibile µ .
L'andamento di µ in funzione di S è riportato in Figura 6.1. È dunque possibile riscri-
vere l’equazione (6.2) tenendo conto della (6.3).
dx  S 
= µ ⋅ − bh  ⋅ x (6.4)
dt  k s + S 

nota come equazione di Monod.


Tale equazione, a seconda della con-
centrazione di substrato, permette di in-
dividuare diverse fasi a cui è sottoposta
una coltura mista di batteri (costituita cioè
da specie diverse) in un reattore batch in
cui sia contenuta una rilevante concentra-
zione di sostanza organica biodegradabile
(substrato) e non esistano altri fattori li-
mitanti, oltre alla concentrazione di sub-
strato.
Nella Figura 6.2 si possono indivi-
duare cinque diverse zone, ciascuna ca-
ratterizzata da un proprio andamento Figura 6.1. Andamento della velocità di crescita bat-
della concentrazione di biomassa (x) in terica (µ) in funzione della concentrazione di sub-
funzione del tempo. strato (S).

1. Inizialmente i batteri, inseriti in un recipiente (prova batch), si acclimatano al nuovo am-


biente (fase di acclimatazione).

2. Successivamente si ha un rapido sviluppo dettato dal fatto che la concentrazione di sub-


strato è sufficientemente elevata (S>>ks) e dunque la velocità di crescita batterica può essere
assunta pari a µ . In questa fase valgono le seguenti relazioni:
dx
≅ µ⋅x (6.5)
dt
Integrando l’equazione si ottiene:
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-3

 x
ln  = µ ⋅ t (6.6)
 x0 

e tenendo conto che per t = tg → x = 2 x0 si ottiene(1) :


ln2
µ= (6.7)
tg

Tale fase è nota come fase esponenziale di crescita illimitata.


Il valore di µ può essere ricavato sperimentalmente come pendenza della retta otte-
nuta riportando i punti dell'equazione (6.6) in scala semilogaritmica (in ascissa t ed in ordi-
nata ln (x/x0)).
In una prova batch la crescita illimitata non può continuare indefinitamente. Il sub-
strato organico consumato senza essere reintegrato, presenta infatti una concentrazione
gradualmente decrescente.

3. Inizia quindi una terza fase caratterizzata dal


progressivo consumo del substrato disponibile
con conseguente riduzione della velocità di cre-
scita; la crescita batterica non segue più l'equa-
zione (6.5) ma la legge generale espressa dalla
(6.4). In questa fase il rallentamento della cre-
scita è sempre più marcato nel tempo e corri-
sponde alla cosiddetta fase di crescita limita-
ta, in cui la x cresce con incrementi decrescenti
(Figura 6.2).
Figura 6.2. Sviluppo della concentrazione
4. Si entra nella fase stazionaria in cui la batterica, in un sistema biologico chiuso, in cui
biomassa comincia a risentire dei fenomeni di la concentrazione di substrato è l’unico fattore
scomparsa: il valore di µ diminuisce fino a rag- limitante.
giungere il valore di bh e la concentrazione
batterica rimane pressoché costante; l'equazio-
ne (6.4) si riduce alla forma dx/dt=0.

5. Infine, a causa della mancanza di substrato, i batteri utilizzano le riserve accumulate nelle
loro stesse cellule e il protoplasma cellulare dei batteri morti (fase endogena).

1.2. RIMOZIONE DEL SUBSTRATO

Come già messo in evidenza, l'elemento discriminante per un rapido o meno sviluppo
della massa batterica è la concentrazione di substrato disponibile: la sostanza organica viene
utilizzata infatti dai batteri come fonte di energia e materiale di sintesi per le nuove cellule.
Tramite il processo di assimilazione da parte dei batteri, che trasformano il substrato in
materia organica vivente e in prodotti finali stabili, si ha la produzione di un “fango organi-
co” costituito da sostanze inorganiche, sostanze organiche e dalle cellule batteriche che si
sono sviluppate. Per valutare la capacità batterica di depurare un'acqua inquinata dalla so-
stanza organica biodegradabile, risulta dunque fondamentale la conoscenza della velocità con

(1)
Il tempo di generazione per popolazioni eterogenee è costituito dalla media ponderata tra i tempi di ge-
nerazione delle diverse specie che costituiscono la popolazione batterica presente.
6-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

cui il substrato stesso viene rimosso.


Si definisca dunque coefficiente di crescita cellulare (Yh) il rapporto adimensionale
tra la nuova massa cellulare prodotta ed il substrato utilizzato dai batteri per tale produzione:
 dx 
 
 dt  crescita
Yh = (6.8)
dS
dt
dove il pedice “h” è stato introdotto per indicare che i ceppi batterici a cui si fa riferimento
sono di tipo eterotrofo.
Ricordando quanto riportato nella (6.2) e trascurando il termine di scomparsa batterica
bh, si può scrivere:

dS 1  dx  µ
= ⋅  = ⋅x = v⋅x (6.9)
dt Yh  dt  crescita Yh

dove con v si intende il rapporto µ/Yh definito come velocità di rimozione del substrato.
Se infine si introduce la (6.3) si ottiene:
dS µ S S
= ⋅x = v⋅ x (6.10)
dt Yh k s + S ks + S

in cui si è posto v = µ/ Yh e nota come equazione di Michaelis - Menten.


In modo del tutto analogo a quanto visto per la velocità di crescita dei batteri è possi-
bile scrivere la seguente relazione nel caso della rimozione del substrato:
S
v = v⋅ (6.11)
ks + S

Data una prestabilita concentrazione batterica costante (situazione che ci aspettiamo


nel caso in cui si abbia a che fare con un impianto ad alimentazione continua già a regime),
nel caso di alte concentrazioni di substrato (S>>ks) la (6.10) può essere riscritta come segue:
dS
= v ⋅ x = k0 (6.12)
dt
in cui k0 è una costante.
Dall’equazione appena scritta si deduce che la velocità di rimozione del substrato è in-
dipendente dalla concentrazione del substrato stesso. Si parla in questo caso di cinetica di
ordine zero rispetto ad S(2).
Se invece la concentrazione di substrato S è piccola rispetto a ks allora la relazione
(6.10) va riscritta come:
dS S
= v⋅ ⋅ x = k1 ⋅ S (6.13)
dt ks

La velocità di rimozione del substrato dunque risulta proporzionale alla concentrazione


del substrato stesso; si parla in tal caso di cinetica del primo ordine rispetto ad S. Gran
parte dei processi biologici applicati nella depurazione delle acque segue una cinetica di que-
sto tipo, come per esempio la determinazione del BOD.

(2)
Questo caso si verifica frequentemente nei trattamenti biologici; per esempio nel processo di denitrifica-
zione si ha ks=0,05÷0,1 mg NO3-N/l.
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-5

1.3. FATTORI CHE CONDIZIONANO I PROCESSI BIOLOGICI

Nei paragrafi precedenti si è analizzata l’influenza della concentrazione di substrato


sulla crescita della biomassa attiva e sulla rimozione del substrato stesso. In realtà facendo
riferimento alla velocità massima di rimozione, v , si sono introdotti altri fattori di influenza.
In particolare v dipende non solo dalle caratteristiche dello scarico da trattare (in particola-
re aumenta con la sua biodegradabilità), ma anche dalla temperatura, dalla presenza di ele-
menti nutritivi e, nel caso di processi aerobi, dalla disponibilità di ossigeno disciolto.

1.3.1. Temperatura

I processi biologici risentono della temperatura di esercizio, secondo una legge espri-
mibile tramite l’espressione:
v T = v 20 ⋅ α ( T − 20 ) (6.14)
dove
v 20 , v T = rappresentano rispettivamente la velocità Tabella 6.1. Valori della costante α per i
massima di rimozione a 20°C e alla generica tempe- principali processi biologici.
ratura T; Processo α
T = temperatura di esercizio, espressa in °C; Fanghi attivi 1.02
α = costante dipendente dal processo biologico, Letti percolatori 1.08
come si vede nella Tabella 6.1. Lagunaggio aerato 1.08
L'influenza della temperatura è relativamente Nitrificazione 1.12
limitata nel caso dei processi a fanghi attivi, ma di- Denitrificazione 1.15
venta sensibile nel caso dei letti percolatori e dei lagunaggi aerati (con un raddoppio di v T
per un incremento di temperatura di 9°C) e soprattutto nei processi di nitrificazione-
denitrificazione, ove il raddoppio si ha per incrementi di 5-6°C.
Le variazioni di temperatura, oltre che sul metabolismo batterico, hanno anche altri ef-
fetti indiretti sui processi biologici, influenzando ad esempio il trasferimento dell'ossigeno
nell'acqua.

1.3.2. Elementi nutritivi

Rifacendosi direttamente alla struttura della cellula batterica è possibile risalire alla per-
centuale di nutrienti necessaria per un corretto sviluppo della biomassa batterica. Assumen-
do infatti valida la formulazione empirica della cellula batterica data da C5H7NO2 si ricava una
percentuale in peso di azoto pari al 12,4%. La presenza del fosforo è pari al 2% in peso. Per
una prima valutazione sommaria del fabbisogno nei fenomeni di sintesi sarà dunque suffi-
ciente fare riferimento ai suddetti valori tenendo conto della biomassa di supero allontanata
dal sistema. Tuttavia, nella pratica, ciò non è possibile poiché il fango di supero non è co-
stituito solo da cellule batteriche; è sempre presente una componente inorganica e una fra-
zione organica inerte per la quale i rapporti ponderali tra i vari elementi non possono venir
definiti con precisione. È più opportuno fare riferimento agli abituali rapporti tra i consumi
di BOD5, azoto e fosforo. Tale relazione si traduce in una proporzione tra i tre elementi:
C : N : P ≅ 100 : 5 : 1
Si tratta di valori solamente indicativi; all'aumentare del tempo di residenza cellulare (o
età del fango) i fabbisogni di elementi nutritivi diminuiscono leggermente data la maggior
presenza di azoto e fosforo rilasciati dalla degradazione cellulare in seguito ai fenomeni di
scomparsa batterica.
6-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

1.3.3. Disponibilità di ossigeno

Indicativamente il fabbisogno di ossigeno disciolto nel caso di trattamenti volti alla sola
rimozione del carbonio tramite processi aerobici può essere assunto pari a circa 1,5-2 mg/l.
Si rimanda ai successivi paragrafi per una valutazione più approfondita sui fattori che effetti-
vamente influenzano il processo biologico e quindi il consumo di ossigeno.

1.4. PRINCIPALI TIPI DI REATTORI IN USO NEI TRATTAMENTI BIOLOGICI

I tre principali tipi di reattori che vengono più comunemente utilizzati nel caso di trat-
tamenti biologici, come già esposto più diffusamente nel Capitolo 5, sono:
1. reattori batch: il reattore viene caricato del fango nella fase iniziale e quindi non viene
più alimentato per tutta la reazione: il tempo di permanenza è dunque uguale per tutte le
particelle ed è pari al tempo che intercorre tra il carico e lo scarico.
2. reattori continui a pistone (plug-flow): si tratta di un reattore caratterizzato dalla di-
mensione longitudinale predominante così da avere idealmente una perfetta miscelazio-
ne in ogni sezione ortogonale a tale direzione. L’influente viene pompato con continuità
e permane in vasca per un tempo calcolabile tramite il rapporto tra volume e portata in-
trodotta.
3. reattori continui a miscelazione completa: le particelle che entrano in vasca sono di-
sperse omogeneamente in tutto il volume così da garantire la completa assenza di gra-
dienti di concentrazione.
Nei successivi paragrafi si andrà ad esporre in modo più articolato il funzionamento dei
reattori a miscelazione completa.

2. SISTEMI A MISCELAZIONE COMPLETA

Alla base di questa configurazione impiantistica per la rimozione del carbonio vi è


l’ipotesi che le particelle che entrano nella vasca siano omogeneamente disperse in tutto il
suo volume. La concentrazione di substrato è quindi omogenea nello spazio e pari a quella
allo scarico, con conseguente velocità di rimozione ridotta rispetto a quella che si potrebbe
ottenere con concentrazioni più elevate.
Tra i sistemi a miscelazione completa è possibile fare un’ulteriore distinzione dettata
dalla presenza o meno di un sistema di ricircolo. Benché i sistemi privi di ricircolo abbiano
un impiego limitato si fornisce di seguito una breve descrizione di tali impianti così da me-
glio comprendere i sistemi con ricircolo che muovono dagli stessi principi.

2.1. SISTEMI A MISCELAZIONE COMPLETA SENZA RICIRCOLO CELLULARE

Per valutare la concentrazione dell’effluente all’uscita dal reattore, secondo lo schema


rappresentato nella Figura 6.3, è necessario fare riferimento alle equazioni fondamentali che
governano lo sviluppo della biomassa.
Se si considera il processo a regime, nell’unità di tempo, la massa batterica uscente dal
sistema è data dalla somma della massa batterica entrante e di quella prodottasi nel reattore a
seguito delle trasformazioni biologiche (cfr Capitolo 5):
Q ⋅ x e = Q ⋅ x 0 + V (µ − b h ) ⋅ x e (6.15)
dove
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-7

Q = portata alimentata
V = volume del reattore
( µ − bh ) · xe = crescita batterica netta Q, x 0 , S0 Q, xe, Se
x0, xe = concentrazioni di batteri in Xe, Se
entrata e in uscita (quest'ultima è pari
a quella nel reattore).
Dal momento che la biomassa
entrante è trascurabile in concentra- Figura 6.3. Sistema a miscelazione completa senza ricir-
zione rispetto a quella presente nel colo cellulare.
reattore e ricordando che il rapporto
V/Q rappresenta il tempo di residenza
idraulico t, è possibile riscrivere l’equazione nel seguente modo:
t ⋅ ( µ − bh ) =1 (6.16)
Se ci si avvale dell’equazione di Michaelis-Menten:
dS µ S S
= ⋅ ⋅x = v⋅ ⋅x (6.17)
dt Yh k s + S ks + S

e dunque
1 dS S
⋅ = v⋅ =v (6.18)
x dt ks + S

indicando quindi con v la velocità di rimozione effettiva e si introduce il coefficiente di resa


cellulare Yh=µ/v, ovvero l’unità di biomassa generata per unità di substrato rimosso, è possi-
bile ricavare la concentrazione di substrato Se in uscita dal sistema in funzione delle gran-
dezze bh, ks, v , t, Yh (3):
k s ⋅ (1+bh ⋅ t )
Se = (6.19)
(
t ⋅ Yh ⋅ v − bh −1)
In modo analogo può essere ricavato il valore di xe, scrivendo, per il processo a regime,
il bilancio del substrato (substrato entrante nel reattore = substrato uscente + substrato ri-
mosso):
dS
Q ⋅ S0 = Q ⋅ Se + V ⋅ (6.20)
dt
dalla (6.9) si era visto che dS/dt=µ·xe/Yh. Esplicitando rispetto ad xe:

xe =
(S0 − Se ) ⋅ Yh (6.21)
µ⋅t

Introducendo in questa equazione la condizione (6.16), si può scrivere:

(3)
Considerando l'equazione (6.16) t ⋅ ( µ − bh ) =1
t ⋅ ( Yh ⋅ v − bh ) =1
 Se 
sostituendo la (6.18) t ⋅  Yh ⋅ v ⋅ − bh  =1
 k s + Se 
ed esplicitando la Se si ottiene l'equazione (6.19).
6-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

xe =
(S0 − Se ) ⋅ Yh (6.22)
1+bh ⋅ t

Il comportamento del processo risulta determinato solo dal tempo di permanenza


idraulico t. Si definisce tempo di permanenza cellulare o età del fango ( ϑ ) il tempo che una
colonia batterica permane mediamente nella vasca. Esso può venir calcolato come rapporto
tra la massa cellulare presente nel reattore (V·xe) e quella che si allontana con l'effluente in
uscita (Q·xe). Vale cioè:
V ⋅ xe
ϑ= (6.23)
Q ⋅ xe

È bene sottolineare che il tempo di residenza idraulico t coincide, in questo caso senza
ricircolo, con il tempo di residenza cellulare ( ϑ ), cosa che non si verificherà nel caso di un
sistema con ricircolo cellulare. Limite principale di questi sistemi è il fatto che si è costretti
ad operare ad una concentrazione pari a quella dell’effluente (generalmente sottoposta a li-
miti di legge) e quindi in condizioni che non permettono elevate rese nell’abbattimento del
carbonio.

2.2. SISTEMI A MISCELAZIONE COMPLETA CON RICIRCOLO CELLULARE

Come evidenziato dalla Figura 6.4 il processo di depurazione di un liquame sottoposto


ad un sistema di miscelazione completa con ricircolo cellulare è costituito da due fasi essen-
ziali: una prima fase nella vasca di aerazione, in cui avviene la rimozione del substrato e la
crescita batterica; una seconda fase di decantazione in cui la biomassa attiva viene separata
dall’effluente trattato, e quindi ricircolata in testa al reattore aerobico.
Nella Figura 6.4 si sono utilizzate le seguenti notazioni:
SII = sedimentatore secondario;
xr = concentrazione della biomassa ricircolata (2-3 volte quella del reattore);
Qr = portata di biomassa ricircolata.
Con un procedimento del tutto analogo a quanto visto nel sistema senza ricircolo, si
scrive il bilancio di massa:
Q ⋅ x0 + V ⋅ ( µ − bh ) ⋅ x = ( Q − Qs ) ⋅ xe + Qs ⋅ xr (6.24)
in questo caso non parleremo più di tempo di residenza idraulico bensì di tempo di resi-
denza cellulare ϑ definito come:
V⋅x
ϑ= ; (6.25)
Q s ⋅ xr +(Q − Q s )⋅xe
le perdite del fango ancora presente nell'effluente dopo sedimentazione vengono solita-
mente trascurate nel bilancio di massa e quindi si può scrivere:
V⋅x
ϑ= (6.26)
Q s ⋅ xr
Si arriva ad una espressione del tutto analoga a quella vista nel caso precedente, in cui al po-
sto del tempo di residenza idraulico si è sostituito ϑ :
k s (1 + b h ⋅ ϑ )
Se = (6.27)
(
ϑ ⋅ Yh ⋅ v − b h − 1 )
Questi sistemi permettono di ottenere due importanti risultati:
1. la concentrazione di solidi sospesi in uscita dal sistema è inferiore a quella in uscita dal
reattore biologico grazie alla separazione ottenuta nel sedimentatore;
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-9

2. la concentrazione nel reat-


tore può dunque essere au-
mentata dal momento che la Q, x , S 0 0 (Q-Q ), x , S s e e

biomassa separata nel sedi- Reattore biologico S II


mentatore può essere rein-
trodotta nel reattore stesso
attraverso il ricircolo. L'au-
mento di tale concentrazio-
Q ,x ,S Q,x ,S
ne ha comunque dei limiti r r e s r e

legati alla capacità di sedi-


mentazione;
3. con sistemi a ricircolo, il Figura re.
6.4. Sistemi a miscelazione completa con ricircolo cellula-

tempo di detenzione cellula-


re non coincide più con il tempo di permanenza idraulico; esso al contrario può essere
regolato agendo sull'entità della sottrazione del fango di supero.
Raggiunte le condizioni di regime è necessario spillare una portata di fango di supero,
per evitare una continua ed eccessiva crescita batterica: normalmente l'estrazione dei fanghi
di supero è effettuata direttamente dal reattore (con concentrazione x di biomassa), o più
frequentemente agendo sul circuito di ricircolo (con concentrazione di fango xr).
Nella trattazione che segue si ammetteranno delle semplificazioni: che le trasformazioni
biologiche intervengano solo nel reattore e non continuino nel sedimentatore (come in
realtà avviene, sia in misura limitata) e che la quantità di batteri presente nel sistema coincida
con quella presente nel reattore (trascurando con ciò i batteri accumulati nella tramoggia del
sedimentatore e nel circuito di ricircolo).
Si riportano in breve le metodiche utilizzate nel progetto del trattamento biologico e si
descrivono le equazioni che si utilizzano nella progettazione di un impianto a ricircolo cel-
lulare, evidenziando i parametri fondamentali che influenzano i risultati richiesti.

2.3. PROCEDURA DI PROGETTO TRADIZIONALE

Secondo questa procedura si prevede di fissare a priori la concentrazione di substrato


nell'effluente Se che si desidera ottenere, a seconda dei limiti di legge per il corpo d'acqua
recettore, e si determinano i parametri cinetici, quali µ , bh e Yh , per via sperimentale con
prove di laboratorio.

1. Determinazione dell'età del fango:

Quindi si va a determinare l'età del fango ϑ , con la seguente espressione, tenendo


conto delle condizioni più critiche di pH, T, ossigeno disciolto, inibenti:
1 Se
= µ eff = µ − bh = µ ⋅ − bh (6.28)
ϑc k s + Se

2. Introduzione del fattore di sicurezza:

Si assume un fattore di punta fp da applicare al valore dell'età del fango precedente-


mente calcolato, e quindi si assume ϑ di progetto pari a:
ϑ = fp ⋅ ϑc ≅1,7 ÷ 2⋅ϑc (6.29)
6-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3. Determinazione di v:

Si procede determinando la velocità v di rimozione del substrato, sempre in funzione


dell'età del fango:
µ 1  1  1+bh ⋅ ϑ
v= = ⋅ + bh  = (6.30)
Yh Yh  ϑ c  Yh ⋅ ϑ

4. Calcolo del volume del reattore:

Si determina il volume V, assunta una concentrazione in vasca pari a x=3-4 kg SST/m3:


Q ⋅(S 0 − Se )
V= (6.31)
x⋅ v
da cui
Q ⋅(S0 − Se ) Q ⋅(S0 − Se )⋅Yh ⋅ ϑ
V= = (6.32)
x⋅ v x ⋅(1+bh ⋅ ϑ )
o in alternativa
ϑ ⋅(S0 − Se )⋅Yh
x= (6.33)
t ⋅(1+bh ⋅ ϑ )

5. Produzione di fanghi di supero:

Dalla definizione di età del fango:


x⋅ V
ϑ= (6.34)
Ws

si ricava la produzione giornaliera di fanghi di supero:


x ⋅ V Yh ⋅ Q ⋅(S0 − Se )
Ws = = (6.35)
ϑ (1+bh ⋅ ϑ )

Proprio da questa relazione si ottiene un'interessante conclusione che permette di va-


lutare il coefficiente specifico di crescita effettivamente osservato in un impianto reale:
Ws Yh
Yoss = = (6.36)
Q ⋅(S0 − Se ) (1+bh ⋅ ϑ )

6. Fabbisogno di ossigeno:

La richiesta di ossigeno per soddisfare solo la popolazione eterotrofa, non tenendo in


conto perciò la frazione nitrificante, è data da:
M(O) = (1 − fcv ⋅ Yh ) ⋅ Q ⋅ (S 0 − Se ) + fcv ⋅ (1 − f ) ⋅ bh ⋅ x ⋅ V (6.37)

7. Determinazione del rapporto di ricircolo:

Scrivendo l'equazione di continuità per un sistema con ricircolo, in cui si indica con R il
rapporto tra la portata ricircolata e la portata influente Q:
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-11

x⋅ V
R ⋅ Q ⋅ xr + µ eff ⋅ x ⋅ V = Q ⋅(1+R)⋅x ⇒ R ⋅ Q ⋅ xr + = Q ⋅(1+R)⋅x (6.38)
ϑ
Yh ⋅ Q ⋅(S0 − Se )
R ⋅ Q ⋅ xr + = Q ⋅(1+R)⋅x (6.39)
(1+bh ⋅ ϑ )

si ricava la concentrazione del fango di ricircolo, pari a:


1+R Y ⋅(S − Se )
xr = x− h 0 (6.40)
R (1+bh ⋅ ϑ )

2.3.1. Procedura di progetto per reattori plug-flow

Nel caso in cui il reattore sia del tipo con flusso a pistone (cioè a mescolamento assiale
nullo), la procedura di dimensionamento è la stessa di quella applicabile a un reattore a mi-
scelamento completo, con l'eccezione che la concentrazione di substrato all'uscita dal reat-
tore viene valutata tramite un'espressione diversa dalla (6.27). In questo caso l'equazione di
partenza è data dal bilancio di substrato riferito ad un volume infinitesimo di reattore dV:
− (1+R )⋅Q ⋅ dS = v ⋅ x ⋅ dV (6.41)
dove v è la velocità di rimozione del substrato e dS è la variazione infinitesima di concentra-
zione di substrato nell'elemento di volume dV.
Integrando questa equazione fra la sezione di entrata e quella di uscita dal reattore e as-
sumendo l'ipotesi semplificativa che la concentrazione di biomassa x resti costante lungo il
reattore plug-flow, si ha:
1 µ ⋅ (S0 − Se )
= − bh (6.42)
ϑ (S 0 − Se ) + k s ⋅ ln(S0 / S e )

Questa espressione consente il calcolo di Se.

2.4. PROCEDURA DI PROGETTO AVANZATA

Nella rimozione del


carbonio migliori valuta- COD
in ingresso
zioni si possono ottenere S ti

conoscendo le principali COD COD

componenti in cui può


biodegradabile non biodegradabile
S bi S
ui

essere scomposto il COD COD solubile COD particellato COD solubile COD particellato
presente nel refluo, come velocemente biodegradabile
S bsi
lentamente biodegradabile
S bpi
non biodegradabile
Susi
non biodegradabile
S
upi

si riporta nello schema di


Figura 6.5, la cui simbolo- Figura 6.5. Suddivisione del COD.
gia è già stata descritta nel
Capitolo 2.
Il comportamento di una popolazione di organismi eterotrofi in condizioni aerobiche,
messa in contatto con un substrato organico, può dunque essere sinteticamente riassunto
nei seguenti punti.
1. La frazione di COD solubile rapidamente biodegradabile passa immediatamente attraver-
so le pareti cellulari e viene metabolizzata ad alta velocità.
2. La frazione di COD particolato, lentamente biodegradabile, viene assorbita dagli organi-
smi e successivamente idrolizzata dagli enzimi extracellulari che la trasformano in COD
6-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

assimilabile dalle cellule. La velocità di idrolisi enzimatica è relativamente bassa (10 volte
inferiore a quella per la rimozione del COD rapidamente biodegradabile) e dunque questa
fase risulta essere il fattore limitante delle reazioni metaboliche.
3. Parte del COD metabolizzato è trasformato in materiale costituente le nuove cellule. Tale
conversione è individuata tramite il coefficiente di crescita cellulare Yh, già introdotto nel
paragrafo 1.2.
4. Contemporaneamente a quanto descritto nel punto 3 si ha una perdita di massa attiva,
detta perdita di massa endogena, espressa tramite bh. Parte della biomassa morta co-
stituisce anch'essa substrato organico biodegradabile, mentre la restante frazione costitui-
rà un residuo organico non biodegradabile detto residuo endogeno, espresso come f.

2.4.1. Equazioni di progetto

Si riportano le equazioni che legano la quantità di substrato da rimuovere con la massa


di fango prodotta e la richiesta giornaliera di ossigeno. Si evidenziano inoltre i principali
fattori che influenzano il rendimento del processo come ad esempio le caratteristiche del
refluo, le frazioni di COD non biodegradabile sia solubile che particolato, l’età del fango e la
temperatura alla quale avviene il processo.
I simboli usati indicano le grandezze già descritte nel Capitolo 2. Nelle equazioni di se-
guito il prefisso M indica la massa corrispondente al parametro indicato tra parentesi.

1. Composizione dell'influente:

M(Sti )= Q ⋅ Sti [mg COD/giorno] (6.43)


M(Sbi ) = Q ⋅ Sbi
(
= Q ⋅ S ti ⋅ 1− fus − fup) [mg COD/giorno] (6.44)
= M(S ti )⋅(1−fus − fup )
M(X ii ) = Q ⋅ X ii
S ti
= Q ⋅ fup ⋅ [mg VSS/giorno] (6.45)
fcv
fup
= M(S ti )⋅
fcv

2. Composizione della biomassa sospesa:

M(X a )= Vp ⋅ X a [mg VSS] (6.46)


M(X e )= Vp ⋅ X e [mg VSS] (6.47)
M(X i )= Vp ⋅ X i [mg VSS] (6.48)
M(X v )= Vp ⋅ X v [mg VSS] (6.49)
M(Oc )= Vp ⋅ Oc [mg O/giorno] (6.50)

3. Determinazione della massa attiva:

Yh ⋅ ϑ
M(X a ) = M(Sbi )⋅
1+bh ⋅ ϑ
[mg VSS] (6.51)
Y ⋅ϑ
(
= 1−fus − fup ) ⋅ M( S ti ) ⋅ h
1+bh ⋅ ϑ
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-13

4. Determinazione della massa endogena residua:

M( X e ) = f ⋅ bh ⋅ ϑ ⋅ M( X a ) [mg VSS] (6.52)

5. Determinazione della massa inerte:

M( X i ) = M( X ii ) ⋅ ϑ
fup [mg VSS] (6.53)
= M( S ti ) ⋅ ⋅ϑ
fcv

6. Calcolo della massa complessiva di solidi sospesi volatili:

M( X v ) = M( X a ) + M( X e ) + M( X i )
Yh ⋅ ϑ ⋅ M(Sbi )
= ⋅ (1+ f ⋅ bh ⋅ ϑ ) + M( X ii ) ⋅ ϑ [mg VSS] (6.54)
1+bh ⋅ ϑ

= M(S ti ) ⋅ ϑ ⋅ 
( )
 1−fus − fup ⋅ Yh
⋅ (1+f ⋅ bh ⋅ ϑ ) +
fup 

1+bh ⋅ ϑ fcv 
 

7. Calcolo della massa totale di solidi sospesi:

M( X v )
M( X t ) = [mg TSS] (6.55)
fi
MLVSS
dove fi = del fango considerato
MLSS
Il valore della frazione volatile fi cambia a seconda che il liquame sia stato preventiva-
mente sedimentato o meno, assumendo rispettivamente valori attorno a 0.75 e 0.83.

8. Domanda di ossigeno per rimozione del carbonio:

(
M(Oc ) = M( Os int esi ) + M Operdita massa endogena )
= (1− fcv ⋅ Yh ) ⋅ M(Sbi ) + fcv ⋅ (1−f ) ⋅ bh ⋅ M( X a ) [mg O/giorno] (6.56)
 Y ⋅ϑ 
( )
= M(S ti ) ⋅ 1−fus − fup ⋅ (1−fcv ⋅ Yh ) + fcv ⋅ (1− f ) ⋅ bh ⋅ h 
1+bh ⋅ ϑ 

In tale espressione si vede la diretta dipendenza dell’ossigeno richiesto dal tempo di re-
sidenza biologico e la sua dipendenza indiretta dalla temperatura tramite bh. È bene inoltre
sottolineare che in fase di progetto, per considerare la condizione più gravosa si considererà
la temperatura più elevata a cui l'impianto dovrà operare, che implica un maggior consumo
di ossigeno.
La domanda specifica di ossigeno per la rimozione del carbonio (per unità di COD ap-
plicato al processo) è mostrata nella Figura 6.6 per una temperatura di 20°C, riportando il
comportamento di un refluo precedentemente sedimentato e di un refluo grezzo.
Per il trattamento di un refluo grezzo Sti è il COD presente direttamente nel refluo stes-
so; per reflui sedimentati Sti è il COD del liquame grezzo corretto dal fattore (1-frps), dove per
f rps si intende l’efficienza del sedimentatore primario nella rimozione del carbonio. Tale dia-
gramma mostra che per un fango di età superiore a 15 giorni, l’incremento della domanda di
ossigeno per unità di COD applicato (M(Oc)/M(Sti)) è marginale rispetto all’incremento dell’età
6-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

consumo
del fango; questo comportamento si
Consumo di ossigeno
di ossigeno
(kgO/kgCOD)
rileva sia nel caso di reflui grezzi che
0.800 sedimentati.
0.700 La domanda di ossigeno per
0.600
unità di COD applicato per liquami
grezzi e sedimentati si differenzia di
COD /(ab·giorno) = 100 mg
circa un 10% con il valore maggiore
0.500
rendimento sedim. = 40%
0.400
T = 20°C
b = 0,24 h
Y = 0,45
f = 1,48
h
cv per un refluo sedimentato. Questo è
0.300
f = 0,2
legato al fatto che, nel caso di acque
0.200
Grezzo
f =0,05 us
Sedimentato
f = 0,08
us
sedimentate, la percentuale di COD
f = 0,13
f = 0,75
up
i
f = 0,04
f =0,83
up biodegradabile è maggiore che non
i X grezzo
nel caso di acque reflue grezze. In
0.100 0
X sedim. 0

0.000
0 5 10 15 20 25 Figura 6.6 si può vedere che per
30

età del fango (giorni) un’età del fango di 20 giorni la do-


manda di ossigeno per unità di COD
Figura 6.6. Domanda di ossigeno per la rimozione del car-
bonio per kg di COD applicato al processo biologico, nel applicato è circa uguale a 0.635
caso di acqua reflua grezza e acqua reflua sedimentata. kgO/kg COD per liquami grezzi e di
0.682 kg O/kg COD per acque sedi-
mentate. Si deve comunque osserva-
re che, se sono piccole le differenze tra grezzo e sedimentato nella domanda di O2 per unità
di COD, non altrettanto piccole sono le differenze di consumo di O2 per unità di COD en-
trante nel sistema.
Per liquami sedimentati infatti si ha un consumo di O2 per unità di COD pari a 0.682·(1-
f rps) e assumendo f rps=0.40 fornisce 0.682·(1-0.40)=0,41 kgO/kgCOD in ingresso all'impianto.
Chiaramente la sedimentazione primaria comporterà un significativo risparmio di ener-
gia per l'aerazione, rimuo-
vendo una percentuale pari al Volume di processo
3
(m /kgCOD applicato) Volume di processo richiesto Concentrazione di
MLSS nel reattore
30-40% del COD influente; 3.50

COD /(ab·giorno) = 100 mg Grezzo


(kg/m )
3

Sedimentato
quindi la domanda di O2 in rendimento sedim. = 40%
3.00
T = 20°C Y = 0,45 h
f =0,05
f = 0,13
f = 0,08
us
f = 0,04
up
X = 3 grezzo
us

vasca di ossidazione per li-


up
b = 0,24 h f = 1,48
cv f = 0,75 f =0,83
i i
X = 4 grezzo
2.50
f = 0,2
quami sedimentati sarà circa il 3
5 X = 5 grezzo
30% più bassa rispetto alle
2.00
4

acque grezze.
X = 3 sedim.
1.50

X = 4 sedim.
1.00

9. Calcolo del volume del 0.50


3 4
5
X = 5 sedim.

reattore:
0.00
0 5 10 15 20 25 30
Età del fango
Conoscendo la biomassa
complessiva nel reattore, il
volume di processo dipende Figura 6.7. Andamento del volume di processo confrontando reflui
grezzi e sedimentati.
dal valore della concentrazio-
ne in termini di MLSS o MLVSS, ovvero rispettivamente Xt o Xv:
M(X t ) M( X v )
Vp = = [m ]
3
(6.57)
Xt Xv
Analizzando la formula appena riportata si potrebbe pensare di ridurre il volume del
reattore semplicemente aumentando la concentrazione di solidi nel processo; questo però
comporterebbe un aumento di solidi al sedimentatore che quindi richiederebbe volumi
maggiori. Sperimentalmente si considera un valore ottimale di solidi sospesi totali (Xt) varia-
bile tra 3 e 5 kg SST/m3 (Figura 6.7).
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-15

10. Calcolo del tempo di residenza idraulico:

Conoscendo il volume Vp , il tempo di residenza idraulico t si ricava dalla portata media


giornaliera attraverso l'espressione:
Vp
t= (6.58)
Q

11. Valutazione della frazione di biomassa attiva:

La frazione attiva della biomassa rispetto ai solidi volatili totali (fav) è data da:
M(X a )
fav = (6.59)
M( X v )

oppure sostituendo le equazioni precedentemente viste


1 fup ⋅(1+bh ⋅ ϑ )
=1+f ⋅ bh ⋅ ϑ + (6.60)
fav fcv ⋅ Yh ⋅(1−fus − fup )

Riferendosi alla biomassa dei solidi sospesi totali la frazione attiva fat è espressa come
fat = fi ⋅ fav (6.61)

La Figura 6.8 permette di valutare graficamente la suddivisione della biomassa e le fra-


zioni attive.
Le equazioni fin qui viste permettono di descrivere e prevedere il comportamento di
tutti i processi a fanghi attivi: dai processi più semplici a quelli più complessi a multireattori.

12. Determinazione della produzione giornaliera di fanghi di supero:

Ulteriore fattore importante da calcolare in fase di progetto è la produzione giorna-


liera di fango di supero. Tale valore è facilmente calcolabile dalla definizione di età del
fango. La massa di fanghi prodotta al giorno M(Xs) è data dalla massa di fango totale pre-
sente nel reattore diviso per l'età del fango:

frazione attiva frazione attiva


di fango (x10) di fango (x10)

biomassa Refluo grezzo Refluo sedimentato


biomassa
[kg/kgCOD appl.] [kg/kgCOD appl.]
9
10
COD /(ab·giorno) = 100 mg Grezzo
8 rendimento sedim. = 40% fus =0,05 COD /(ab·giorno) = 100 mg Grezzo
9
T = 20°C Yh = 0,45 fup = 0,13 rendimento sedim. = 40% fus =0,08
bh = 0,24 fcv = 1,48 fi = 0,75 T = 20°C Yh = 0,45 fup = 0,04
7 8 fav
Xt bh = 0,24 fcv = 1,48 fi = 0,83
f = 0,2 Xa Xa
7 f = 0,2
6 Xe Xe
Xv
fav Xi 6 Xi
5 fat Xv
Xs Xs
fat 5 Xt
4 Xt Xt
fav 4 fav
3 Xi
fat fat
3
2 Xe
2 Xi
Xa Xa
1
1
Xe
0
0
0 5 10 15 20 25 30
0 5 10 15 20 25 30

età del fango (giorni) età del fango (giorni)

Figura 6.8. Produzione di biomassa nelle diverse frazioni nel caso di refluo grezzo a confronto col caso di
refluo sedimentato.
6-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

M(X t )
M(X s )= [mgTSS/giorno] (6.62)
ϑ
sostituendo le equazioni (6.55) e (6.54) si ottiene:

M(X s )= ⋅
( )
M(S ti )  1−fus − fup ⋅ Yh
⋅ (1+ f ⋅ bh ⋅ ϑ ) +
fup 
 [mgTSS/giorno] (6.63)
fi  1+bh ⋅ ϑ fcv 

Se dunque si vuole conoscere il volume del fango di supero sarà sufficiente dividere la
massa per la concentrazione nel ricircolo:
M(X s )
V= (6.64)
Xr

dove il valore di Xr = 2-3·Xt e dunque Xr = 8-12 kg/m3.


Come si può leggere dalla Figura 6.9, la produzione di fanghi nel processo diminuisce
all’aumentare dell'età del fango, sia nel caso di acque reflue grezze, che nel caso di acque re-
flue sedimentate e tende ad un valore quasi costante per un età del fango superiore a 20
giorni. Risulta invece diverso il
comportamento in termini quanti- Produzione di biomassa
tativi: la produzione di fango in un produzione di biomassa
[mgTSS/mgCOD applicato]
impianto che tratta reflui prece- 0.5

dentemente sedimentati risulta mi- Grezzo


f =0,05
Sedimentato
f = 0,08
us us

nore di quella di un impianto che 0.4 f = 0,13


f = 0,75
f = 0,04
up
f =0,83
i
up
i

tratta acque grezze: in definitiva se 0.3


non si fa precedere il trattamento
fango
biologico con una fase di sedimen- 0.2 grezzo
tazione primaria si ottiene un vo- COD /(ab·giorno) = 100 mg
fango
lume di fanghi maggiore variabile 0.1 rendimento sedim. = 40%
T = 20°C Y = 0,45 h
sedim.

tra il 10 e il 20%. 0
b = 0,24 h f = 1,48 cv

0 5 10 15 20 25 30

13. Richiesta di nutrienti per la età del fango (giorni)

produzione di fanghi: Figura 6.9. Produzione giornaliera di fanghi in termini di soli-


di sospesi totali per unità di COD applicato al processo, sia
Nel caso di solidi sospesi vola- nel caso di acque reflue grezze che sedimentate.
tili in un processo a fanghi attivi, la
frazione di azoto fn (ovvero azoto
totale su solidi sospesi totali) varia tra 9% e 12% con un valore medio di circa 10%, mentre
la frazione di fosforo fp varia tra 1% e 3% con un valore medio di circa 2.5%(4) . Per quanto
riguarda l’azoto, questo è uniformemente distribuito nelle tre frazioni di biomassa
(Xa=attiva, Xe=endogena e Xi=inerte) e si può quindi far riferimento direttamente all’intera
massa di solidi volatili (Xv).
M(X v )
M(Ns )= fn ⋅ (6.65)
ϑ
che rappresenta la massa di azoto che viene inglobata quotidianamente nei fanghi di supero.
Il coefficiente fn è pari a circa 0,09÷0,12 mgN/mgMLVSS.
Nel caso del fosforo, al contrario, vi è una notevole dipendenza dalle diverse frazioni:

(4)
Questi valori differiscono leggermente da quelli indicati nel paragrafo 1.3. poiché questi valori sono re-
lativi ad indagini sperimentali, mentre quelli visti precedentementesono desunti dalla formula chimica sim-
bolica indicante la biomassa batterica.
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-17

M(Ps )=
[f pa ]
⋅ M(X a )+fpe ⋅ M(X e )+fpi ⋅ M(X i )
(6.66)
ϑ
con
f pa = circa 0.03÷0.35 a seconda delle diverse condizioni di progetto;
f pe = 0.015;
f pi = 0.015.

Nella Figura 6.10 è messo in evi-


denza che le quantità di azoto e fosfo-
ro richieste nel processo risultano
maggiori nel caso di reflui grezzi ri-
spetto ai reflui sedimentati, dal mo-
mento che nel primo caso si ha una
maggiore produzione di fanghi. Dato
che fosforo e azoto dipendono diret-
tamente dalla produzione di fango si
comprende come la richiesta dei nu-
trienti diminuisca con l’aumentare
dell’età del fango stesso. Per ottenere
quindi una maggiore rimozione di
azoto è dunque necessario far leva su
altre strategie quali la nitrificazione e
denitrificazione.
Figura 6.10. Richiesta di azoto e fosforo come nutrienti
per kg di COD caricato nel processo a fanghi attivi, in fun-
13. Fattore di carico: zione dell’età del fango.

Si tratta di un parametro spesso utilizzato in fase di progetto, che ha come obiettivo la


stima del rapporto Food/Microorganism (F/M) ovvero il rapporto tra substrato e microor-
ganismi. Tale fattore è definito come:
massa di BOD caricato / giorno M(SBOD )
Fc = =
bi om assa nel processo M(X v ) o M(X t )

dove M(SBOD) è la massa di BOD influente ogni giorno. Spesso in letteratura viene indicato
con il simbolo Cf o LC.
Il fattore di carico così definito
risente tuttavia dell’imprecisione in- Andamento del fattore di carico
con l'età del fango
sita nello stesso calcolo del BOD: in- Fattore di carico
fatti nella valutazione del BOD si (kgCOD /kgSS) b

2.500
conteggiano due diversi contributi, F
COD /(ab·giorno) = 100 mg
quello di tutto il carbonio rapida-
c,t

2.000rendimento sedim. = 40% F c,v


T = 20°C Y = 0,45
mente biodegradabile e quello di una h
b = 0,24 f = 1,48
h
F cv c,a

parte del carbonio lentamente bio- 1.500


Grezzo Sedimentato
degradabile, che non è quantificabile. f =0,05
f = 0,13
f = 0,08
f = 0,04
us
up
us
up

Si è perciò ridefinito un nuovo fatto- 1.000 f = 0,75 f =0,83 i i

re di carico a cui al BOD è stato so- 0.500

stituito il COD rapidamente biode-


gradabile e lo si è rapportato alla 0.000
0 5 10 15 20 25 30
biomassa in termini di solidi sospesi Età del fango (giorni)
totali, solidi sospesi volatili e bio-
massa attiva: Figura 6.11.
6-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

kg CODb kg CODb kg CODb


Fc,T = Fc,V = Fc,A =
kg SST kg SSV kg SSA

Per completezza si riportano nelle Tabelle 6.2 e 6.3 i valori caratteristici dei parametri
esaminati, distinti nel caso di reflui grezzi e sedimentati.

Tabella 6.2.

COSTANTI CINETICHE E DIPENDENZA DALLA TEMPERATURA


NEL CASO DI RIMOZIONE DEL CARBONIO CON SISTEMI A FANGHI ATTIVI
costanti simbolo dipendenza α valore standard
dalla temperatura (20°C)
Coefficiente di crescita Yh rimane costante 1 0.45
[mg SSV/mgCOD]
Tasso di respirazione endo- bh bhT=bh20·α(T-20) 1.029 0.24
gena [d-1]
Residuo endogeno f rimane costante 0.2
[mg VSS/mgVSS]
Rapporto COD/VSS f cv rimane costante 1.48

Tabella 6.3.

FRAZIONI DEL COD NEL CASO DI LIQUAME GREZZO E SEDIMENTATO


Frazioni di COD simbolo tipo di fango
grezzo sedimentato
frazione solubile non biodegradabile f us 0.05 0.08
frazione particolata non biodegradabile f up 0.13 0.04
rapporto MLVSS/MLTSS fi 0.75 0.83

3. SISTEMI DI OSSIGENAZIONE

3.1. FABBISOGNO DI OSSIGENO

La quantità di ossigeno consumata dalla popolazione batterica può essere espressa dal-
l'espressione seguente, alternativa a quelle già evidenziate nei paragrafi precedenti:
∆O2 = a ⋅(S0 − Se )⋅Q + b ⋅ V ⋅ x (6.67)
dove:
∆O2 = rappresenta la quantità di ossigeno utilizzata nell'unità di tempo;
a = coefficiente adimensionale, detto di respirazione attiva;
b = coefficiente con dimensioni t, detto di respirazione endogena.

Il primo addendo a secondo membro, proporzionale alla quantità di substrato rimosso,


costituisce il consumo dei batteri nelle reazioni di sintesi, a seguito delle quali viene prodotto
nuovo materiale cellulare (respirazione attiva). Il secondo addendo, proporzionale alla bio-
massa presente nel sistema, tiene invece conto della respirazione endogena. Un ulteriore
consumo di ossigeno è legato ai processi di nitrificazione, ove questi avvengano. Di esso si
terrà conto quando si parlerà della rimozione biologica dell'azoto. La determinazione del-
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-19

Tabella 6.4. Consumo di ossigeno in processi a fanghi l'ossigeno utilizzato può essere condotta
attivi per liquami domestici alla temperatura di 20°C sperimentalmente in una vasca a fanghi
(a=0,5 e b=0,1 giorni-1).
attivi, arrestando i dispositivi di aerazio-
Cf [giorni-1] ηb ∆O2 ne e misurando, mediante una sonda, la
ηb ⋅ B b diminuzione della concentrazione di os-
0.1 0.92 1.60 sigeno disciolto che si verifica subito
0.2 0.90 1.05 dopo l'arresto. Noto ∆O2 , a e b posso-
0.3 0.90 0.87
0.4 0.88 0.78
no essere calcolati riscrivendo l'equazio-
0.5 0.88 0.73 ne precedente come:
∆O2 (S − Se )
= a⋅ 0 +b
x⋅ V x⋅ t
che nel piano ∆O2 /x·V , (S0-Se)/x·t rappresenta una retta di coefficiente angolare a e di inter-
cetta b.
In mancanza di determinazioni sperimentali, per liquami domestici alla temperatura di
20°C, a può essere assunto pari a 0,5 e b pari a 0,10 giorni-1; b risulta fortemente influenzato
dalla temperatura; può infatti assumersi
( T − 20 )
b = b20 ⋅1084
, (6.69)
dove b indica il valore della costante alla temperatura generica T e b20 alla temperatura di
20°C. Le variazioni di a con T sono invece trascurabili.
Dividendo l'espressione precedente per (S0-Se)·Q = ηb·Bb (in cui Bb = S0·Q e dove ηb
rappresenta il rendimento di rimozione del substrato ottenuto nell'impianto) e ricordando
che (S0-Se)/x·t=ηb·Cf , si ottiene:
∆O2 b
=a+ (6.70)
ηb ⋅ Bb ηb ⋅ Cf

che mette in luce direttamente il legame tra il consumo di ossigeno per unità di BOD rimos-
so ed il carico del fango applicato al sistema. Si osserva che tale consumo specifico diminui-
sce all'aumentare di Cf ; ciò si spiega con il fatto che, per alti valori di Cf , una elevata per-
centuale di materiale, comunque adsorbito nel fiocco, non viene ossidato nella fase di aera-
zione, ma è rimosso con i fanghi di supero (che infatti risultano più ricchi di materiale vola-
tile) per essere eliminato in altre fasi del ciclo di trattamento (digestione aerobica o anaero-
bica, processi termici e simili). In Tabella 6.4 sono indicati i valori ricavabili dall'equazione
sopra descritta, per a=0,5 e b=0,1 giorni-1.

Dei due addendi che contribuiscono al consumo di ossigeno, il secondo, relativo alla
respirazione endogena, non subisce variazioni di breve periodo dato che la biomassa pre-
sente nel sistema può essere considerata, con buona approssimazione, costante. Il termine
relativo alla respirazione attiva è invece proporzionale al substrato biodegradabile rimosso e
può subire, nell'arco della giornata, variazioni anche sensibili rispetto ai valori medi. Nessuna
generalizzazione è possibile al riguardo sugli scarichi industriali. Per liquami domestici, le
punte orarie di carico addotto all'impianto, rispetto alla media giornaliera, sono tanto mag-
giori, quanto più piccolo è il centro servito. Per funzionamento a medio carico del fango, si
assume un coefficiente di punta applicato al consumo di ossigeno pari a 2 nel caso di piccoli
e medi centri (fino a circa 50.000 abitanti) e di 1,8-1,6 per grandi centri, al di sopra cioè di
50.000 abitanti serviti. Per impianti ad aerazione estensiva (basso carico del fango) al mag-
gior tempo di permanenza idraulico corrisponde una maggior disponibilità di ossigeno di-
sciolto (e generalmente di nitrati) nella vasca di aerazione con conseguente più elevata elasti-
cità del sistema a fronte delle variazioni delle condizioni di alimentazione. Per tale motivo il
dimensionamento dei sistemi di aerazione può essere condotto conteggiando punte di respi-
6-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

razione attiva meno elevate delle reali punte di carico (dell'ordine cioè di 1,5-1,6).
Si sottolinea come le quantità di ossigeno indicate in questo paragrafo rappresentino gli
effettivi consumi della popolazione batterica che, in condizioni aerobiche, può solo utilizza-
re l'ossigeno libero disciolto nel liquame. L'ossigeno introdotto nelle vasche dai dispositivi
di aerazione deve essere calcolato, sulla base dei consumi, tenendo anche conto dei rendi-
menti di solubilizzazione e delle quantità che escono dal sistema in soluzione nell'effluente
depurato.

3.2. TRASFERIMENTO DELL'OSSIGENO

Secondo la legge di Fick, la velocità di trasferimento di un gas in un liquido può essere


espressa da:
dm
= k g ⋅ A ⋅(Cs − C) (6.71)
dt
ove dm/dt è la massa di gas trasferita nell'unità di tempo, kg è il coefficiente di diffusione del
gas, A è la superficie di scambio, Cs e C sono le concentrazioni del gas nel liquido rispetti-
vamente a saturazione e nelle condizioni reali. Dividendo per il volume del liquido V, e no-
tando che dm/(V·dt) esprime la variazione di concentrazione nel tempo, dC/dt, l'equazione
vista può essere scritta come:
dC
= (k La )T ⋅(Cs − C) (6.72)
dt
avendo indicato con (kLa)T il coefficiente globale di trasferimento alla temperatura T pari a
kg·A/V. Esso ha dimensioni t-1 e dipende dalle modalità secondo cui il gas è introdotto nel
liquido (turbolenza, miscelazione e soprattutto superficie specifica di scambio, essendo stata
A inglobata in tale coefficiente) oltre che dalle caratteristiche del liquido stesso. Si osserva in
base a quest'ultima equazione come, a parità di ogni altra condizione, la velocità di trasferi-
mento risulti proporzionale al deficit rispetto alla saturazione nel liquido; la solubilizzazione
è cioè tanto più facile quanto più bassa è la concentrazione del gas disciolto.
Il valore della solubilità a saturazione è calcolabile in base alla legge di Dalton e alla
legge di Henry, brevemente richiamate di seguito.

3.2.1. Legge di Dalton

La pressione totale di una miscela di gas è uguale alla somma delle pressioni parziali dei
suoi componenti, essendo queste ultime definite come la pressione che ciascun componente
eserciterebbe se da solo occupasse l'intero volume della miscela. La legge di Dalton, rigoro-
samente valida solo per i gas ideali, può essere applicata Tabella 6.5. Valori della tensione
alle miscele di gas reali, sufficientemente lontane da di vapore acqueo in funzione della
condizioni di condensazione, in pratica per pressioni di temperatura.
poche atmosfere alle temperature di interesse nel trat- T [°C] p [atm]
tamento delle acque. Per gas in presenza di acqua, o di 10 1,21·10
-2

altri liquidi volatili, occorre anche tener conto della 20 2,31·10-2


pressione parziale esercitata dal vapore. In condizioni 30 4,19·10-2
-2
di saturazione essa corrisponde alla tensione di vapore 40 7,28·10
ed è funzione della temperatura, essendo indipendente 50 1,22·10-1
dalla natura e dalla pressione del gas. I valori corri- 60 1,97·10-1
spondenti per il vapor d'acqua sono riassunti in Tabella
6.5. Nell'atmosfera, la pressione parziale esercitata dal vapor d'acqua è calcolabile dalla corri-
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-21

spondente tensione di vapore e dall'umidità relativa, intesa come rapporto tra la presenza
reale di vapore e quella a saturazione.

3.2.2. Legge di Henry

Per gas debolmente solubili la concentrazione a saturazione in un liquido è proporzio-


nale alla pressione parziale del gas nella miscela gassosa sovrastante la soluzione. Detta xg la
frazione molare del gas a saturazione (rapporto tra le moli di gas disciolto e la somma delle
moli di gas e di acqua), risulta
Pg = xg (6.73)
dove:
g =
H = ssione;
g =
La costante H o-

Tabella 6.6. Valori della costante di Henry (in atm x 104) relativi ad alcuni gas poco solubili in acqua di-
stillata.

T [°C] aria CO2 H2 H2S CH4 N2 O2


0 4,32 0,0728 5,79 0,0268 2,24 5,29 2,55
10 5,49 0,104 6,36 0,0367 2,97 6,68 3,27
20 6,64 0,142 6,83 0,0483 3,76 8,04 4,01
30 7,71 0,186 7,29 0,0609 4,49 9,24 4,75
40 8,70 0,233 7,51 0,0745 5,20 10,4 5,35
50 9,46 0,283 7,65 0,0884 5,77 11,3 5,88
60 10,1 0,341 7,65 0,103 6,26 12,0 6,29

La frazione molare x è esprimibile come


ng
xg = (6.74)
H 2O ng

dove ng e nH 2O rappresentano le grammomoli per litro di soluzione, rispettivamente del gas


e dell'acqua. Essendo il peso molecolare dell'acqua uguale a 18, nH 2O vale 1000:18 = 55,6 g
moli/litro. Nel denominatore del termine frazionario a secondo membro, ng è trascurabile
rispetto a nH 2O ; di conseguenza risulta
ng
xg = (6.75)
55,6
Per il calcolo della solubilità di un gas a saturazione è Tabella 6.7. Valori del coefficiente
pertanto necessario valutare dapprima la sua pressione β in funzione della salinità espres-
parziale nella miscela gassosa e successivamente applicare sa in g NaCl/l.
l'equazione (6.73). Per bassi valori di temperatura, l'effetto Salinità β
della presenza del vapor d'acqua è senz'altro trascurabile. 0 1.00
I valori della costante H, di cui alla Tabella 6.6, valgo- 5 0.95
no per acqua distillata; la solubilità dell'ossigeno diminuisce 10 0.90
leggermente in presenza di sali disciolti. Di tale diminu- 15 0.85
20 0.80
zione si tiene conto con l'introduzione di un coefficiente β
minore di 1, come rapporto tra la solubilità in presenza di
sali (Cs) e quella in acqua distillata (C*). Nei casi di pratico interesse β può essere senz'altro
6-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

assunto pari ad 1, salvo che in presenza di acqua salmastra o salata (Tabella 6.7).
Nel caso di diretta esposizione all'ambiente esterno, nell'applicazione della legge di
Henry per il calcolo della solubilità a saturazione dell'ossigeno occorre tener conto delle va-
riazioni che la pressione atmosferica subisce con la quota sul livello del mare; con buona
approssimazione si può assumere che
p = p* ⋅(1− 0,13 ⋅ h ⋅ 10−3 ) (6.76)
essendo h la quota (in m) sul livello del mare, p e p la pressione rispettivamente al livello del
*

mare e alla quota h. L'influenza della quota è senz'altro trascurabile in situazioni di pianura;
può divenire sensibile in località collinari o montane. A 1000 m slm ad esempio, p = 0,87 p*.

Riprendendo l'equazione (6.72)


dC
= (k La )T ⋅(Cs − C) (6.72)
dt
il coefficiente globale di trasferimento (kLa)T è soprattutto funzione della superficie di scam-
bio specifica liquido-gas (riferita cioè all'unità di volume liquido); nel caso di insufflazione,
essa dipende pertanto dalle dimensioni delle bolle di gas introdotte. L'influenza della tem-
peratura (che agisce sia sulla diffusività che sulla viscosità del mezzo) può essere espressa da
( T − 20 )
(k La )T =(k La )20 ⋅1024
, (6.77)
dove (kLa)20 è il coefficiente di trasferimento
alla temperatura di riferimento di 20°C e (kLa)T
a quella generica T. Effetti meno importanti
hanno l'intensità di miscelazione e la geometria
delle vasche. La natura dei solidi sospesi e di-
sciolti presenti nell'acqua (in particolare il
contenuto di detergenti e di biomassa sospesa)
altera, talvolta in modo sensibile, il trasferi-
mento. (kLa)T viene pertanto abitualmente rife-
rito ad acqua pulita, con l'introduzione di un
coefficiente correttivo α per tener conto della
Figura 6.12. Valori del coefficiente α in funzione
reale natura del liquido da aerare. Risulta cioè della concentrazione di biomassa sospesa nella
miscela aerata.
(k La )T = α ⋅(k La ) T
*
(6.78)

essendo (k La )*T il valore relativo ad acqua pu-


lita. Nel caso di aerazione di sospensioni di fanghi attivi, α dipende soprattutto dalla con-
centrazione di biomassa nella miscela aerata, come rappresentato dalla curva di Figura 6.12,
ottenuta sulla base di dati sperimentali.
La determinazione sperimentale del coefficiente (kLa)T. Può essere effettuata operando
in un piccolo bacino in cui l'acqua o lo scarico venga preliminarmente deossigenata me-
diante l'introduzione di sostanze riducenti. Allo scopo può essere usato del solfito di sodio
che, in presenza di un catalizzatore (cloruro di cobalto), reagisce con l'ossigeno:
CoCl
Na2SO3 +0,5⋅O2  
2
→ Na2 SO4

Il consumo teorico di solfito di sodio, in base alla stechiometria della reazione, è di 7,9
g per g di ossigeno (il riducente viene comunque introdotto con un eccesso del 10-20%). Il
cloruro di cobalto deve essere presente nella vasca in concentrazioni di circa 1,5 mg/l.
A deossigenazione avvenuta si mettono in funzione i dispositivi di aerazione, misuran-
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-23

do nel tempo il progressivo aumento della concentrazione di ossigeno disciolto (l'eccesso di


riducenti introdotti può far sì che la concentrazione si mantenga inizialmente nulla, comin-
ciando ad aumentare solo dopo che se ne sia completata l'ossidazione. Integrando l'equa-
zione (6.72) tra il tempo t1 (in cui si sia già osservata presenza di ossigeno disciolto con una
concentrazione C1) ed il tempo generico t (con una concentrazione C), si ottiene
(Cs − C)
ln = − (k La )T ⋅(t − t 1) (6.79)
(Cs − C1)

In un piano semilogaritmico, questa equazione rappresenta una retta di coefficiente an-


golare -(kLa)T. Per la sua determinazione è pertanto necessario riportare i valori sperimentali,
ottenendone la retta di interpolazione.
Viene definita capacità di ossigenazione O.C., di un sistema di aerazione, la massa di os-
sigeno che esso è in grado di trasferire (solubilizzare) nel liquido, in un tempo unitario e
nelle reali condizioni operative. Dalla (6.72), indicando con V il volume di liquido interes-
sato all'azione dell'aeratore, risulta
O.C.=(kLa)T·(Cs-C)·V (6.80)
che può essere riscritta, con riferimento alle grandezze valide per acqua pulita ed alla tempe-
ratura di 20°C, come
O.C.=α·(kLa)20·1,024(T-20)·(β· C*s -C)·V (6.81)
Per uno stesso sistema di aerazione, O.C. assume valori diversi in funzione delle condi-
zioni operative, risultando influenzato dalle caratteristiche dello scarico (che determinano α
e β), dalla temperatura (da cui dipende anche C*s ), dalla pressione (da cui dipende anche
C*s ), dalla concentrazione di ossigeno nel liquame. È pertanto opportuno che la capacità di
ossigenazione venga riferita a condizioni normalizzate (condizioni standards), in modo da
disporre di indicazioni ripetibili e tra di loro confrontabili. Le condizioni standards preve-
dono:
• Acqua pulita (di acquedotto), per la quale α e β risultano unitari;
• Temperatura di 20°C (alcuni costruttori si riferiscono a prove condotte a 10°C);
• Pressione di 1 atm (760 mm Hg);
• Concentrazione di ossigeno disciolto nulla (C=0)
In tali condizioni, risulta quindi
(O.C.)st= (kLa)20·C*·V (6.82)
avendo indicato con C* la solubilità a saturazione dell'ossigeno a 20°C, alla pressione di 1 atm
e per acqua pulita. Confrontando la (6.81) e (6.82), può scriversi
 ( T − 20 ) β ⋅ Cs − C
* 
O.C.= (O.C.)st· α ⋅1024
, ⋅ *  (6.83)
 C 

dove si ricorda che:


C = concentrazione di ossigeno nella vasca nelle condizioni operative;
C*s = concentrazione di ossigeno a saturazione relativa ad acqua pulita ed alla temperatura e
pressione di reale esercizio;
C = concentrazione di ossigeno a saturazione relativa ad acqua pulita, alla temperatura di
*

20°C ed alla pressione di 1 atm. Essa vale 9,17 mg/l.

La (6.83) è rigorosamente applicabile nel caso di aeratori di superficie per i quali la dif-
fusione di ossigeno nel liquido avviene per le condizioni di pressione atmosferica corrispon-
6-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

denti alla localizzazione dell'impianto. Una situazione differente si ha a rigore nei sistemi ad
insufflazione, in cui le bolle d'aria sono introdotte sotto il pelo libero ad una pressione più
elevata per vincere il carico idrostatico, che va man mano diminuendo lungo il percorso di
risalita delle bolle verso la superficie. In tal caso, C*s assume i valori corrispondenti alla
pressione atmosferica solo sul pelo libero, risultando altrimenti tanto più elevata, quanto
maggiore è l'affondamento. Sono stati proposti metodi di correzione di C*s tra cui anche
semplicemente quello di fare riferimento alla pressione media nella bolla durante il suo per-
corso. Si osserva comunque che assumendo per C*s il valore corrispondente alla pressione
atmosferica si opera in modo cautelativo, risultando allora, in base alla (6.83), diminuita ri-
spetto al reale, la capacita di ossidazione. Per le abituali profondità di insufflazione la diffe-
renza può essere trascurata.

3.3. DISPOSITIVI DI AERAZIONE

Il dimensionamento dei dispositivi di aerazione deve basarsi sul calcolo del fabbisogno
di ossigeno di punta (paragrafo 3.1); da questo va dedotta la capacità di ossigenazione com-
plessivamente necessaria nelle reali condizioni operative e quindi, attraverso la (6.83), il cor-
rispondente valore in condizioni standard che, per i diversi macchinari, è riportato nei cata-
loghi dei costruttori.
Per una valutazione approssimata della capacità di ossigenazione necessaria al processo
si procede talvolta assegnando direttamente, in base a valori desunti dell'esperienza, la quan-
tità di ossigeno standard che deve essere resa disponibile in condizioni di punta in rapporto
al BOD medio introdotto (e non
quindi rimosso) nella fase biologi- Tabella 6.8. Valori dell'O.C./load per per diversi carichi del
ca. Tale rapporto viene indicato fango.
con il termine di O.C./load (capa- Cf O.C./load
cità di ossigenazione per carico [kgBOD/(kgSS·giorno)] [kgO2/kgBODapplicato]
unitario); per i motivi già esposti in 0.1 2-2.3
precedenza, esso aumenta al dimi- 0.2 1.60
0.3 1.40
nuire del carico del fango, secondo 0.4 1.30
le indicazioni di cui alla Tabella
6.8.
Moltiplicando i valori dell'O.C./load per l'apporto medio orario di BOD nelle 24 ore, si
ottiene la capacità di aerazione giornaliera, direttamente riferita a condizioni standard. Si os-
serva tuttavia che tale metodo approssimato può portare ad errori, anche gravi, soprattutto
quando le condizioni operative degli impianti si scostino da quelle di comune impiego per
cui sono stati ottenuti i valori empirici di Tabella 6.8.
Esso infatti non tiene conto esplicitamente di aspetti assai importanti del processo
(temperatura di esercizio, entità delle punte di carico, effettivi valori delle costanti a e b, reali
condizioni di trasferimento dell'ossigeno). Si sconsiglia quindi l'adozione di tale procedura
nel dimensionamento dei dispositivi di aerazione; essa è stata qui ricordata per il suo diffuso
impiego nella letteratura tecnica e soprattutto nella progettazione degli impianti.

3.3.1. Aerazione superficiale

Nel caso degli aeratori superficiali il trasferimento di ossigeno avviene principalmente


alla superficie della massa liquida per effetto del movimento prodotto da un rotore dotato di
idonee pale di agitazione le quali, creando una rilevante superficie di contatto tra l'aria e l'ac-
qua, favoriscono la diffusione dell'ossigeno. A ciò si aggiunge un fenomeno di aspirazione
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-25

dell'aria nel liquido a valle delle pale di agitazione. Ne deriva un forte arricchimento di ossi-
geno negli strati superiori della vasca e la sua successiva dispersione nell'intera massa liquida
per effetto della circolazione prodotta dall'aeratore stesso. Gli aeratori di superficie si sud-
dividono in tre principali tipologie:

Aeratori ad asse verticale (turbine), con bassa velocità di rotazione. Sono costituiti
da un rotore (ruota a palette, cono rovescio alettato e simili), realizzato in acciaio, leghe leg-
gere o in materiale sintetico (ad esempio poliestere rinforzato da fibre di vetro) accoppiato
al motore attraverso un riduttore che con-
sente di mantenere basse velocità di rotazio-
ne, dell'ordine cioè di alcune decine di giri al
minuto, corrispondente a velocità periferiche
del rotore di 4-6 m/s. Sono abitualmente
montati su supporti fissi, costituiti da passe-
relle di sostegno; trovano applicazione so-
prattutto nelle vasche di aerazione degli im-
pianti a fanghi attivi in cui la bassa velocità di
rotazione assicura un miglior mantenimento
delle dimensioni del fiocco (Figura 6.13).
Soprattutto nel caso di vasche profonde
(al di sopra cioè dei 4 m) tali turbine possono
venir equipaggiate con un cilindro coassiale
fisso, installato poco al di sotto del pelo libero Figura 6.13. Turbina di aerazione installata in
una vasca a fanghi attivi.
e mantenuto inferiormente in comunicazione
con il resto della vasca. In tale cilindro, per azione
della girante, viene a crearsi una colonna liquida in
movimento ascendente. Conseguentemente alla base
del cilindro si ha un richiamo dalle zone esterne della
vasca con positivi effetti sul livello di miscelazione
(Figura 6.14).

Aeratori ad asse verticale veloci. Si ha in que-


sto caso un diretto accoppiamento tra la girante ed il
motore, con una velocità di rotazione assai più elevata
(750-1500 giri al minuto a seconda della polarità del
motore). L'eliminazione del riduttore consente una
notevole semplificazione costruttiva; tali turbine sono
Figura 6.14. Turbina di aerazione do- pertanto preferite per installazioni galleggianti, so-
tata di cilindro coassiale di richiamo per prattutto nel caso di lagunaggio aerato. Per questo ti-
favorire la miscelazione nella vasca. po di impianti infatti, come per i digestori aerobici,
non esistono preoccupazioni connesse alla salvaguardia del fiocco(5) .

(5)
I fiocchi di fango attivo presentano una naturale tendenza alla flocculazione. Anche nel caso di rottura
del fiocco nella vasca di aerazione, di norma intervengono rapidamente fenomeni di agglomerazione du-
rante la fase di sedimentazione di massa, senza quindi che il processo risulti nel suo complesso danneg-
giato. Per tale motivo si sostiene talvolta l'inutilità di usare turbine lente anche nelle vasche a fanghi attivi.
La rottura del fiocco può tuttavia risultare pericolosa quando la bíomassa presenti una spontanea tenden-
za alla deflocculazione, come spesso si riscontra in presenza di tossici.
6-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Aeratori ad asse orizzontale (spazzole) costituiti da un albero tubolare montato in


posizione orizzontale, poco
al di sopra del pelo libero. Su
di esso sono fissate delle co-
rone di lamelle parzialmente
immerse nel liquido durante
la rotazione, così da provo-
care una violenta agitazione
(Figura 6.15). Si tratta di un
rotore a basso numero di giri
con gruppo motoriduttore di
azionamento. Possono essere Figura 6.15. Aeratore ad asse orizzontale (spazzole) installato tra-
installati sia longitudinal- sversalmente ad una vasca.
mente che trasversalmente
alle vasche.

I cataloghi dei costruttori riportano, per i vari tipi di aeratori, la capacità di ossigenazio-
ne in condizioni standards (Figura 6.16). Per una stessa macchina essa può essere fatta varia-
re, entro limiti piuttosto ampi, giocando sull'affon-
damento delle alette nel liquame. Per una maggiore
immersione, cui corrisponde un più elevato assor-
bimento di potenza, l'agitazione si fa più intensa ed
aumenta quindi il trasferimento di ossigeno nel li-
quido. Tale risultato viene in genere ottenuto
mantenendo fissa la posizione del rotore e varian-
do il pelo libero della vasca mediante uno stramaz-
zo motorizzato di scarico, il cui posizionamento
può essere regolato automaticamente sulla base
delle indicazioni di una sonda di misura dell'ossige-
no disciolto. Tale sistema di regolazione, in teoria
molto preciso, incontra spesso delle difficoltà prati-
che per i frequenti fenomeni di staratura delle son-
de che possono verificarsi per effetto della loro
Figura 6.16. Capacità di ossigenazione in
funzione della profondità di immersione
delle palette per una serie di spazzole di
diversa lunghezza L.

esposizione nella miscela aerata. Soprattutto


in piccoli impianti, ove più carente è la ge-
stione, è spesso preferibile programmare la
posizione della soglia, e quindi la quantità si
ossigeno fornita, in base alla misura della
portata o mediante dispositivo a tempo che Figura 6.17. Potenza specifica necessaria ad assi-
tengano conto delle prevedibili variazioni curare una corretta miscelazione nella vasca a
giornaliere della richiesta. Assai meno di fre- fanghi attivi. La potenza varia con il volume della
vasca e con il rapporto tra profondità e larghezza
quente la capacità di ossigenazione viene del bacino.
fatta variare agendo sulla velocità di rotazio-
ne della macchina.
Nella scelta dell'aeratore si deve anche tener conto della necessità di assicurare ovunque
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-27

una sufficiente circolazione, con velocità che non scendano sotto i 20 cm/s. Viene definita
come potenza specifica la potenza per unità di volume necessaria allo scopo. Indicativa-
mente può venire assunta in 20 W/m3. Essa dipende dalla concentrazione di biomassa sospe-
sa e diminuisce all'aumentare del volume della vasca di aerazione ed al diminuire del rap-
porto tra profondità e larghezza del bacino. In Figura (6.17) è dato un esempio di tale di-
pendenza per uno dei principali tipi di turbina disponibili sul mercato italiano.

3.3.2. Aerazione per insufflazione

L'ossigenazione del liquame può anche essere ottenuta per insufflazione d'aria nella
massa liquida. Il rendimento di ossigenazione, inteso come rapporto tra l'ossigeno solubiliz-
zato (in condizioni standards) e quello insufflato, dipende allora anche dalle dimensioni delle
bolle con cui l'aria è introdotta nella vasca e dalla profondità di insufflazione (cui sono ri-
spettivamente collegati la superficie di scambio ed il tempo di contatto aria-liquido). Si pos-
sono distinguere:
Sistemi a bolle fini, con dimensioni medie inferiori ai 3 mm, ottenute per diffusione
d'aria attraverso corpi porosi, in materiale plastico (poliestere espanso ad alta densità, polite-
ne poroso e simili) o in ossidi di alluminio o di silicio sinterizzati in una matrice ceramica.
Essi vengono realizzati in forma di candele o di dischi; in quest'ultimo caso sono alloggiati in
sedi di metallo o di plastica disposte sul fondo della vasca. Ne sono forniti degli esempi in
Figura 6.18.
Per un corretto funzionamento è necessario
che l'aria, alimentata attraverso un sistema di tuba-
zioni, sia esente da polvere o da altre impurità che
potrebbero produrre intasamenti. Tale rischio va
comunque sempre tenuto presente, anche per la
possibilità che, in caso di arresto dei sistemi di ae-
razione, si verifichino accumuli di fango sul fondo.
È in genere pertanto opportuno che questo tipo di
diffusore venga installato con modalità che ne con-
sentano una semplice estrazione per le operazioni
di ordinaria manutenzione. Un esempio è dato in
Figura 6.19, in cui un gruppo di diffusori tubolari è Figura 6.18. Diffusori a bolle fini: in alto
alimentato attraverso due tubazioni a snodo che ne una coppia di diffusori tubolari; inferior-
mente una serie di diffusori a disco, in-
stallati su tubazioni in PVC.

consentono il sollevamento senza che sia necessa-


rio svuotare la vasca.
Soluzioni analoghe sono possibili, anche se
più raramente applicate, anche con diffusori a di-
schi.
Sistemi a bolle medie, con dimensioni com-
prese tra 3 e 5 mm. Spesso si basano su elementi
messi in vibrazione dalla portata in uscita che con-
sentono una ripartizione relativamente buona del-
l'aria diffusa, pur alimentata attraverso passaggi di
considerevoli dimensioni. La minor superficie spe-
cifica delle bolle comporta rendimenti di ossigena-
Figura 6.19. Esempio di installazione di zione più bassi rispetto ai sistemi con corpi porosi.
diffusori tubolari a snodo. Hanno tuttavia il vantaggio di non richiedere la fil-
6-28 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trazione dell'aria e di consentire un fun-


zionamento discontinuo del sistema di ae-
razione, fatti questi che li rendono adatti
soprattutto nel caso di piccoli e medi im-
pianti.
Sistemi a bolle grosse, di dimen-
sioni superiori a 5 mm, generalmente ot-
tenute mediante insufflazione attraverso
tubi forati.
In linea indicativa, e relativamente
alle condizioni standards, i rendimenti di
ossigenazione, per una profondità di in-
Figura
Figura 6.23. 6.20. Variazioni
Aerazione del rendimento
per diffusione d'aria a di ossigena- sufflazione di 3 m, possono assumere i se-
zione di
bassa pressione. un diffusore tubolare in funzione della portata guenti valori:
d'aria erogata, per diverse profondità di insufflazione,
in condizioni standards. • sistemi a bolle fini 0,14 - 0,20
• sistemi a bolle medie 0,08 - 0,14
• sistemi a bolle grosse 0,04 - 0,08

È comunque sempre opportuno fare


riferimento alle curve di rendimento, di-
rettamente ottenute per ciascun tipo di dif-
fusore. In Figura 6.20 ne è fornito un
esempio per un diffusore tubolare a bolle
fini. All'aumentare della portata d'aria insuf-
flata la superficie specifica delle bolle tende
a diminuire per effetto dei fenomeni di ag-
glomerazione che più facilmente si deter-
minano e ciò si traduce in una diminuzione
del rendimento di ossigenazione. Un
comportamento opposto può verificarsi
nel caso di sistemi a bolle grosse ove la Figura 6.21. Andamento delle perdite di carico per
maggior agitazione può favorire una suc- un diffusore a disco in funzione della portata d'aria
cessiva suddivisione delle bolle nella vasca erogata e della profondità di insufflazione.
stessa. All'aumentare della
portata d'aria crescono ov-
viamente le perdite di carico
attraverso il diffusore, come
può rilevarsi dall'esempio di
Figura 6.21.
In mancanza di deter-
minazioni dirette, l'influenza
della profondità di insuffla-
zione (h) sulla capacità di os-
Figura 6.22. Collocazione dei diffusori atta a prolungare il tempo di sigenazione di un aeratore
contatto tra le bolle d'aria ad il liquido. può calcolarsi attraverso la
formula
0.7
 h1 
(O.C.)1= (O.C.)2·   (6.84)
 h2 
Le modalità di installazione hanno tuttavia una considerevole influenza sul rendimento.
Con un'idonea collocazione dei diffusori in rapporto alla sezione della vasca, è ad esempio
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-29

possibile ottenere condizioni di miscelazione, atte a trattenere più a lungo le bolle d'aria a
contatto con il liquido, favorendo quindi la diffusione dell'ossigeno (Figura 6.22). Su un
principio analogo si basa l'utilizzazione di diffusori a bolle grosse, ubicati a bassa profondità
in vasche dotate di un deflettore sommerso. Si favorisce così un moto rotatorio del liquido
nella sezione per effetto del movimento ascendente che viene a determinarsi nella zona di
insufflazione a causa della minor densità della miscela aria-acqua (Figura 6.23).
Nei sistemi ad insufflazione, l'esigenza di assicurare la miscelazione nella vasca risulta
soddisfatta per una portata d'aria di 1,2-1,8 m3/m3 di vasca all'ora.

3.3.3. Altri sistemi di aerazione

I sistemi, precedentemente descritti, di aerazione superficiale e per insufflazione sono


quelli normalmente in uso per l'ossigenazione delle acque o della miscela aerata negli im-
pianti a fanghi attivi. Si ricordano di seguito brevemente altre tecniche che trovano soprat-
tutto applicazione per esigenze particolari (trasferimento di elevate quantità di ossigeno,
grande profondità di installazione e simili).
§ Turbine sommerse (Figura 6.24): l'aria viene insufflata in profondità a grosse bolle che
vengono successivamente suddivise e disperse mediante una turbina sommersa con bassa
velocità di rotazione. Il sistema si presta particolarmente a trasferire grosse quantità di ossi-
geno (anche diverse centinaia di mg/(l·h)) e risulta quindi adatto per scarichi a BOD assai ele-
vato. Presenta inoltre ottime possibilità di regolazione della fornitura di ossigeno in funzio-
ne delle richieste.
§ Aeratori statici: costituiti da
tubazioni verticali, ancorate sul
fondo della vasca in cui sono in-
ternamente incorporati dei de-
flettori. Alla base del tubo viene
immessa aria compressa che, ri-
salendo all'interno attraverso i
passaggi determinati dei defletto-
ri, si miscela all'acqua con un ele-
vato contatto interfacciale ed in
condizioni di alta turbolenza (Fi-
gura 6.25). All'interno del tubo
l'acqua, aspirata dal fondo, risale Figura 6.24. Turbina som-
assieme all'aria ed è continua- mersa con insufflazione d'aria Figura tubolare.
6.25. Aeratore statico
in profondità.
mente ricambiata. L'effetto della
miscelazione resta comunque meno intenso rispetto ad altri ti-
pi di aerazione; il sistema risulta pertanto adatto soprattutto nel caso di lagunaggio aerato
(bassa concentrazione di biomassa); nel caso dei fanghi attivi richiede un'attenta disposizio-
ne degli aeratori. Si ha per contro il vantaggio di assenza di rischi di intasamento nel sistema
di insufflazione (che è operata a bolle relativamente grosse) e della possibile realizzazione di
vasche di considerevole profondità.

3.3.4. Considerazioni comparative

Si può ormai ritenere che non sussistano grosse differenze tra le prestazioni degli ae-
ratori superficiali ed i sistemi ad insufflazione d'aria a bolle fini. La quantità di ossigeno tra-
sferibile in condizioni standards, è in entrambi i casi dell'ordine di 2.0-2.2 kgO2/kWh, mentre
6-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

scende decisamente per l'aerazione a bolle medie (1,5 kgO2/kWh) e per quello a bolle grosse
(1,2 kgO2/kWh). A favore degli aeratori superficiali gioca un'indubbia semplicità di installa-
zione. Il sistema si basa infatti su di un numero limitato di macchine che non richiedono la
rete di adduzione e di distribuzione d'aria ed il rilevantissimo numero di diffusori necessari
con l'insufflazione. Anche l'esercizio è notevolmente semplificato, a fronte delle periodiche
operazioni di pulizia dei diffusori, che devono essere programmate per evitarne l'intasa-
mento ed il conseguente calo di prestazioni nel tempo. Per questi motivi l'aerazione super-
ficiale si è andata largamente affermando, soprattutto in impianti di piccole o medie dimen-
sioni. Vanno però tenute presenti alcune considerazioni che ne dovrebbero restringere il
campo d'impiego:

• Considerevole abbassamento della temperatura del liquido, in condizioni invernali, so-


prattutto quando siano previsti prolungati tempi di permanenza idraulici (fanghi attivi a bas-
so carico, digestione aerobica). Con i sistemi ad insufflazione, per contro, la temperatura
può essere mantenuta notevolmente più elevata per effetto della compressione e del conse-
guente riscaldamento dell'aria. È questo un aspetto importante soprattutto quando il pro-
cesso biologico risulta essere molto influenzato dalla temperatura, come ad esempio nel ca-
so della nitrificazione. In località a clima rigido l'aerazione superficiale può anche incontrare
difficoltà di tipo meccanico, con formazione di ghiaccio.
• Problemi ambientali connessi alla rumorosità ed alla formazione di aerosol. I compres-
sori e le soffianti utilizzati per alimentare i diffusori nei sistemi ad insufflazione presentano
livelli di rumorosità anche maggiori, su cui tuttavia si può facilmente intervenire con ade-
guata insonorizzazione della sala macchine. Con l'aerazione superficiale il rumore è invece
essenzialmente dovuto allo sciacquio dell'acqua, violentemente agitata; gli interventi di inso-
norizzazione sono in questo caso praticamente impossibili. La formazione di aerosol, con
rischio connesso alla presenza di agenti patogeni, è inoltre sicuramente assai maggiore con
aerazione superficiale. Tale sistema è pertanto da sconsigliare in impianti ubicati in prossi-
mità di abitazioni o in caso di realizzazioni al chiuso, come talvolta richiesto per ragioni di
inserimento paesaggistico.
• Minor facilità di regolazione della quantità di ossigeno trasferita e pratica impossibilità di
disporre di unità di riserva. Nei sistemi ad insufflazione, l'aria viene sempre fornita attraver-
so una serie di macchine disposte in parallelo, così da assicurare una buona possibilità di re-
golazione e da disporre comunque di unità di emergenza.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-31

4. LA NITRIFICAZIONE BIOLOGICA

Accanto alla rimozione del carbonio un altro problema da affrontare all’interno di un


depuratore biologico è quello del trattamento dell’azoto che, nei suoi diversi stadi di ossida-
zione, può implicare problemi di varia natura nei corsi d'acqua ricettori; tra di essi il più noto
è l’eutrofizzazione dei corpi idrici a debole ricambio, in cui peraltro è in genere il fosforo ad
esercitare il ruolo di reale fattore limitante la crescita algale. Altri problemi connessi alla pre-
senza di azoto possono così essere riassunti:
• abbassamento del tenore di ossigeno disciolto nei ricettori, da collegarsi al consumo do-
vuto all’ossidazione batterica dell’azoto ammoniacale ad azoto nitroso e nitrico;
• diretta tossicità dell’azoto ammoniacale per la fauna ittica, quando esso sia presente in
forma di ammoniaca gas (NH3). Poiché l’equilibrio con gli ioni ammonio ( NH 4+ ) è regolato
dal pH in base alla relazione
NH 4+ + OH − ←
→ NH3 + H 2 O

un aumento di pH determina un incremento della presenza di NH3 e quindi della tossicità


per molte specie ittiche, già considerevole per concentrazioni di 0,01 mg/l di NH3-N;
• limitazioni agli usi idropotabili per i rischi connessi alla presenza di nitrati che riducendosi
a nitriti nell’apparato digerente e combinandosi all'emoglobina del sangue vi bloccano il
meccanismo di trasporto dell’ossigeno (cianosi infantile). Per tale motivo le norme
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stabiliscono una concentrazione mas-
sima di 11 mg/l di NO3-N nelle acque potabili;
• la presenza di azoto ammoniacale diminuisce l’efficienza della clorazione, con la necessità
di maggiori dosaggi di cloro (clorazione al punto di rottura).

Nei liquami urbani, negli scarichi zootecnici, ed in molti effluenti industriali, l’azoto è
prevalentemente presente sotto forma organica (proteine) e come urea, contenuta nelle uri-
ne; in entrambi i casi e in ambiente idrico esso subisce un rapido processo di ammonifica-
zione ad azoto ammoniacale, secondo le seguenti reazioni qualitative:
→ NH3 + NH 4+
microrganismi
Norg  

→2 NH 4+ + CO 32 −
enzima ureasi
H 2NCONH 2 + 2 H 2 O  

Per tale motivo in seguito non si farà distinzione tra l’azoto organico ed ammoniacale,
entrambi compresi nella determinazione del TKN.
Negli abituali processi di depurazione, il rendimento di rimozione dell’azoto è significa-
tivo, ma non elevato. Per i liquami domestici la sedimentazione primaria consente un abbat-
timento di circa il 10%; nelle fasi biologiche le quantità trattenute per assimilazione batterica
(processi di sintesi) sono direttamente correlate al carbonio rimosso e valutabili attorno al
5% del COD biodegradabile eliminato.
Una depurazione più spinta richiede trattamenti specifici; accanto a processi di natura
chimica e chimico-fisica (clorazione al punto di rottura, strippaggio dell'ammoniaca), di limi-
tata applicabilità, la via oggi più matura su scala reale, soprattutto in campo urbano, è quella
biologica, attraverso una fase ossidativa di nitrificazione, con formazione di nitriti e quindi di
nitrati, seguita da una fase riduttiva di denitrificazione, con produzione di azoto molecolare
(N2), non più utilizzabile nei cicli biologici e come tale ceduto all'atmosfera.
6-32 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.1. STECHIOMETRIA

Per nitrificazione si intende l’ossidazione dei composti inorganici dell’azoto allo stato
ridotto, svolta da batteri autotrofi, in grado cioè di utilizzare per la sintesi cellulare carbonio
inorganico (CO2) e di trarre l’energia necessaria alla crescita e al metabolismo dall’ossidazione
dell'ammoniaca e poi dei nitriti usando l’ossigeno libero come accettore di elettroni. Nel trat-
tamento delle acque risultano di particolare interesse i batteri del genere Nitrosomonas, per
l’ossidazione dell’ammoniaca a nitriti, e del genere Nitrobacter per l’ossidazione dei nitriti a ni-
trati.
Le reazioni di ossidazione, da cui i batteri traggono l’energia loro necessaria, possono
esprimersi per i Nitrosomonas come:
NH 4+ +15
, O 2 →2 H + + H 2 O + NO 2− 3.43 mgO/mg NH 4+ -N
(58÷84 kcal)
e per i Nitrobacter:
NO 2− +0,5 O 2 → NO 3− 1.14 mgO/mg NO2--N
(15.4÷20.9 kcal)
Complessivamente pertanto le reazioni di ossidazione dell’ammoniaca a nitrati risultano:
NH4+ + 2 O 2 →2 H + + H2O + NO 3− 4.57 mgO/mg NH 4+ -N
(73.4÷104.9 kcal)
Parte dell'azoto è anche richiesto per la sintesi batterica sia dei Nitrosomonas che dei Ni-
trobacter per cui in totale si può scrivere la seguente espressione stechiometrica che tiene con-
to sia dell'ossidazione dell'ammoniaca, sia della sintesi batterica (su basi teoriche e sperimen-
tali):
NH4+ + 183 , HCO3− → 0,021 C 5H7O 2N + 1041
, O 2 +198 , H2O +0,98 NO 3− +188
, H 2CO3

Dall'osservazione di questa espressione si possono ricavare le seguenti considerazioni:


1. La sintesi di organismi nitrificanti è piuttosto limitata, in rapporto ai quantitativi di am-
moniaca ossidati. I rapporti stechiometrici indicano una produzione calcolata come di se-
guito:
NH4+ + 183 , HCO 3− → 0,021 C 5H7O 2N + 1041
, O 2 +198 , H 2O +0,98 NO3− +188
, H2CO 3
14 c om e N 0,021 ⋅ 113

si ricava 0,021·113/14=0,1695 g di biomassa per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato.


2. È necessaria una considerevole disponibilità di ossigeno libero. Sempre sulla base dell'e-
quazione stechiometrica:
NH 4+ , HCO 3− + 183
+ 198 , O 2 → 0,021 C 5H7 O 2N + 1041
, H 2 O +0,98 NO 3− +188
, H 2 CO 3
14 c om e N , ⋅ 2 ⋅16
183

si calcola 1,83·16·2/14=4,183 g di O2 per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato.


3. Nel corso del processo si ha distruzione di alcalinità con produzione di acido carbonico.
Per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato si distruggono 8,62 g di HCO3− (che equivale a 7,07 g
di CaCO3).
Dalla espressione stechiometrica:
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-33

NH4+ + 183 , HCO 3− → 0,021 C 5H7O 2N + 1041


, O 2 +198 , H 2O +0,98 NO3− +188
, H2CO 3
14 c om e N , ⋅ 61
198

si calcola 1,98·61/14=8,627 g di HCO3− per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato, oppure in al-


tri termini 7,07 grammi di CaCO3 per ogni grammo di NH 4+ -N ossidato.
Conseguentemente si ha una tendenza all'abbassamento del pH, quando l'alcalinità iniziale
dell'acqua da trattare non sia sufficientemente elevata per tamponare l'acidità prodotta du-
rante la nitrificazione.

4.2. CINETICA

La velocità di ossidazione dell’ammoniaca, dovuta ai Nitrosomonas, in assenza di fattori


limitanti, è assai minore rispetto a quella dei Nitrobacter nell’ossidazione dei nitriti a nitrati.
Nelle condizioni di reale funzionamento, pertanto, l’ossidazione a nitriti limita di fatto la ve-
locità dell'intero processo; proprio per questo motivo difficilmente si verificano accumuli di
nitriti.
Osservazioni sperimentali hanno mostrato che la velocità di nitrificazione può essere
espressa secondo la formula di Monod sfruttando le seguenti considerazioni:
1. la massa di batteri generata è proporzionale alla massa di substrato (nel nostro caso am-
moniaca) utilizzata per la sintesi.
2. la velocità specifica di crescita dei batteri (ossia gli organismi generati per unità di massa
di organismi e di tempo) è correlata con la concentrazione di substrato che circonda i bat-
teri.
Dal punto 1. segue
M(Xn) = Yn·M(Na) (6.85)
dove:
M(Xn) = massa di batteri nitrificanti generati [mg VSS];
M(Na) = massa di azoto ammoniacale utilizzato [mg(NH4-N)];
Yn = massa di batteri nitrificanti generata per unità di azoto ammoniacale consumata [mg
SSV/mg(NH4-N)].

Conseguentemente si può scrivere:


dX n dNa
= Yn ⋅ (6.86)
dt dt
Dal punto 2. Monod ha sviluppato la seguente espressione:
Na
µ nT = µ nT ⋅ (6.87)
K nT + Na

dove:
µ nT = velocità di crescita specifica osservata alla concentrazione Na [mg SSV/(mg SSV·d)];
µ nT = velocità di crescita specifica massima [mg SSV/(mg SSV·d)];
KnT = costante di semisaturazione, cioè tale per cui µ nT =0,5 ⋅ µ nT [mg (N-NH4-N)/l];
Na = concentrazione di ammoniaca nel reattore [mg (NH4-N)/l].

È da notare come nelle grandezze definite compare il pedice T, a significare la loro forte
dipendenza dalla temperatura.
6-34 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

La velocità di crescita è data dalla velocità di crescita specifica moltiplicata per la massa
di batteri presenti (Xn):
 dX n  Na
  = µ nT ⋅ X n = µ nT ⋅ ⋅ Xn (6.88)
 dt  crescita K nT + Na

La velocità di crescita può essere correlata alla velocità di rimozione dell'ammoniaca:


dNa µ nT Na Na
= ⋅ ⋅ X n = ν nT ⋅ ⋅ Xn (6.89)
dt Yn K nT + Na K nT + Na

Oltre alla crescita, la massa di batteri subisce naturalmente delle perdite, che, come già
visto sono indicate come perdita di massa endogena; si è osservato che tale perdita è indi-
pendente dalla crescita, consentendo così di esprimerla nella semplice forma
 dX n 
  = − b nT ⋅ X n (6.90)
 dt  sc om parsa

dove:
bnT = velocità specifica di perdita di massa endogena per i nitrificanti [mg SSV/(mg SSV·d)].
La crescita netta della massa di batteri si scrive
 dX n 
  = −( µ nT − b nT ) ⋅ X n (6.91)
 dt  netto

Considerando il processo di nitrificazione in un impianto a fanghi attivi completamente


miscelato, con condizioni di carico e portata costanti, il bilancio di massa è dato da:
Na
M( X n )= Vp ⋅ X n = µ nT ⋅ ⋅ X n ⋅ Vp ⋅ dt − b nT ⋅ X n ⋅ Vp ⋅ dt − X n ⋅ Q ⋅ dt (6.92)
K nT + Na

dove:
Vp = volume della vasca [m3];
Q = portata di supero estratta dal reattore [m3/d]

Dividendo per Vp·dt ottengo


dX n Na X ⋅Q
= µ nT ⋅ ⋅ X n − b nT ⋅ X n − n (6.93)
dt K nT + Na Vp

Vp
Posto = ϑ = età del fango [d]; in condizioni di carico e portata costanti e a regime
Q
dX n
vale = 0 e risolvendo per Na ottengo
dt
 1
K nT ⋅  bnT + 
 ϑ
Na = (6.94)
 1
µ nT −  bnT + 
 ϑ
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-35

È da notare che Na nel re-


attore e nell’effluente è indi- ϑ<ϑ ϑ = ϑmin ϑ > ϑmin
min

pendente dalla costante speci- 120


CONCENTRAZIONE
fica di produzione Yn e dalla DI AZOTO
AMMONIACALE
concentrazione di ammoniaca ENTRANTE
[mgN/l]
100

entrante (Nai). 80
Ponendo in un grafico la
relazione appena scritta con età 60

del fango in ascissa e Nai in or- Nai


dinata si individua una curva vari valori
40

come indicato in Figura 6.26 si di N ai

può osservare che per elevate 20

Nai
età del fango Na è molto bassa 0
e rimane tale fino ad un'età del 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9
ETA' DEL FANGO [giorni]
fango di 3,5 giorni; per età mi-
nori cresce rapidamente fino a Figura 6.26. Relazione tra l'età del fango per la nitrificazione e la
raggiungere l’ovvio valore limi- concentrazione di ammoniaca influente Nai.
te di Nai.
Ponendo Na = Nai e risol-
vendo la relazione in ϑ si trova l’età minima del fango ϑ min sotto la quale non avviene nitri-
ficazione.
K nT
1+
K nT + Nai Nai
ϑ min = = (6.95)
( )
Nai ⋅ µ nT − b nT − K nT ⋅ b nT
(µ nT ) K ⋅b
− b nT − nT nT
Nai

ϑ min dipende molto debolmente da Nai. Inoltre la quantità KnT/Nai è generalmente picco-
la: si può quindi semplificare l’espressione di ϑmin come segue
1
ϑ min = (6.96)
(µ nT − b nT )
Questa espressione è molto utile nelle applicazioni pratiche con acque reflue urbane
K nT
quando Nai sia maggiore di 5 mgN/l (in tal caso vale l'approssimazione << 1, poiché Kn20
Nai
≈1 mgN/l).
Da quanto detto si evince chiaramente che µ nT e bnT influenzano significativamente
l’età minima del fango; è quindi di fondamentale importanza valutare, nelle applicazioni pra-
tiche, come possono variare queste grandezze per effetto di fattori quali la temperatura, il pH
e altri.

4.3. FATTORI LIMITANTI

Numerosi fattori influenzano l’efficienza di nitrificazione e l’età minima del fango.


In particolare assumono grande importanza la natura delle acque reflue, la temperatura,
il pH, la presenza di zone non aerate, la concentrazione di ossigeno disciolto e la variabilità
della portata e del carico inquinante.
6-36 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.3.1. Natura del liquame influente

La massima velocità specifica di crescita µ nT è fortemente legata alla natura delle acque
reflue. Questo effetto è dovuto alla possibile azione inibente da parte di sostanze contenute
nel refluo, specie se di origine industriale, sebbene non sia ancora noto in modo preciso co-
me le specifiche specie inibenti possono interferire. Per valori differenti di µ nT possono cor-
rispondere variazioni anche dell’ordine del 100% nell’età minima del fango. Se non sono di-
sponibili misure sperimentali è necessario scegliere, a favore di sicurezza, un valore cautelati-
vo per µ nT (come valori di riferimento di µ nT a 20°C si assume l'intervallo 0,33÷0,65 d-1).
Il parametro bnT ha una rilevanza minore e non è quindi necessario indagare con preci-
sione sui vari fattori che lo influenzano; si adotta normalmente un valore di 0,04 d-1, valido
per gran parte dei liquami.

4.3.2. Temperatura

Le grandezze µ nT e KnT sono molto sensibili alle variazioni di temperatura; la dipenden-


za può essere quantificata con le seguenti relazioni:
( T− 20)
µ nT = µ n20 ⋅ (1123
, ) (6.97)
K nT = K n20 ⋅ (1123
, ) ( T− 20) (6.98)
b nT = b n20 ⋅ (1029
, ) ( T− 20) (6.99)

L’effetto della temperatura su µ nT è molto rilevante ai fini progettuali: infatti, un calo di


6°C della temperatura porta ad un dimezzamento di µ nT con conseguente raddoppio dell’età
minima del fango. È da notare infine che la sensibilità di Kn alle variazioni di temperatura
non incide sull’età minima del fango, ma solo sull’efficienza di nitrificazione.

4.3.3. pH ed alcalinità

La velocità di crescita specifica dei batteri dipende molto dal pH medio nel reattore. Si
osserva infatti che appena ci si discosta da un range ottimale di pH compreso tra 7 e 8,5 si
evidenzia un marcato rallentamento del processo di nitrificazione.
Come si è visto in precedenza ϑ min ha una forte dipendenza da µ nT ed è invece meno
influenzato da KnT. Tuttavia KnT ha una fondamentale influenza sull’efficienza di nitrificazio-
ne e quindi è indispensabile studiarne le possibili variazioni.
L’analisi degli effetti delle variazioni di pH ha rivelato che è assai difficile separare gli ef-
fetti su µ nT da quelli su KnT. Sperimentalmente si è osservato che per pH compresi tra 5 e 7,2
si verifica un calo di µ nT ed una crescita di KnT che possono essere quantificate con sufficien-
te precisione dalle seguenti relazioni:
per 7,2<pH<8,5
µ n pH = µ n 7,2 (6.100)
K n pH = K n 7,2 (6.101)
per 5<pH<7,2
( pH− 7,2 )
µ n pH = µ n 7,2 ⋅ α ns (6.102)
(7,2 − pH)
K n pH = K n 7,2 ⋅ α ns (6.103)
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-37

dove
α ns = coefficiente di sensibilità al pH (pari a circa 2,35).

L’effetto complessivo di temperatura e pH viene espresso con la seguente relazione:

( pH−7,2) ( T− 20) Na
µ nTpH = µ n20 ⋅ ( 2,35) ⋅ (1123
, ) ⋅ (6.104)
( 7,2−pH)
K n 20 ⋅ ( 2,35) ⋅ (1123
, ) ( T− 20) + Na
dove:
µ n T pH = velocità di crescita specifica per assegnati valori di T e pH;
µ n20 = massima velocità di crescita specifica a T=20°C e pH=7,2;
Kn20 = costante di semisaturazione a T=20°C e pH=7,2.

In termini progettuali bisogna tenere conto dell’alcalinità del refluo entrante; infatti, una
bassa alcalinità entrante induce un rapido calo del pH nel reattore durante il processo di ni-
trificazione. Stechiometricamente si calcola che per 1 mg di ammoniaca nitrificato si consu-
mano 7,07 mg di alcalinità in termini di CaCO3.
Il problema può essere limitato o completamente risolto prevedendo nella configura-
zione di impianto sia il processo di nitrificazione che di denitrificazione. La denitrificazione
provvede, infatti, a rimuovere acidità e quindi permette di recuperare in parte l'alcalinità con-
sumata in nitrificazione. La denitrificazione è, però, un processo anossico; bisognerà quindi
tenere conto della presenza di zone non aerate nel reattore nella valutazione del processo di
nitrificazione.

4.3.4. Zone non aerate

L’effetto di zone non aerate sulla nitrificazione può essere facilmente trattato se si as-
sumono le seguenti ipotesi:
1. I batteri nitrificanti possono crescere solo nelle zone aerobiche del reattore, poiché sono
organismi strettamente aerobi.
2. La perdita di massa endogena avviene sia in condizioni aerobiche che anossiche.
3. La concentrazione di batteri nitrificanti è sostanzialmente uguale nelle due zone del pro-
cesso.

Con queste ipotesi, se fxT è la frazione non aerata della massa totale di fango, l’azoto
ammoniacale uscente è dato da:
 1
K nT ⋅  b nT + 
 ϑ
Na = (6.105)
 1
µ nT (1− f xT )− b nT + 
 ϑ

Con ragionamenti analoghi a quelli visti in precedenza si può ricavare l’espressione di


ϑ min :

1
ϑ min = (6.106)
µ nT (1− f xT )−b nT

Alternativamente, se ϑ è noto, si può calcolare la frazione minima di fango in condi-


zioni aerobiche (1-fxm) che deve essere presente nel reattore perché avvenga la nitrificazione:
6-38 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

 1
 b nT + 
 ϑ
(1− f xm )= (6.107)
µ nT

o allo stesso modo la massima frazione non aerata (fxm) si ricava immediatamente:
 1
 b nT + 
 ϑ
f xm =1 − (6.108)
µ nT

I valori così calcolati devono essere corretti con un opportuno coefficiente di sicurezza
Sf per garantire un'efficienza di nitrificazione superiore al 90%; infatti la nitrificazione diventa
instabile quando la frazione di biomassa aerata si avvicina al minimo consentito. Le relazioni
diventano quindi:
 1
 b nT + 
 ϑ
(1− f xm )= S f ⋅ (6.109)
µ nT
 1
 bnT + 
 ϑ
f xm =1 − S f ⋅ (6.110)
µ nT

Si devono rispettare dei limiti superiori per il valore di fxT ; infatti elevati valori della fra-
zione non aerata (> 0,5÷0,6) favoriscono:
1. l'instaurarsi del "bulking" specialmente per basse temperature;
2. un elevato incremento della produzione di fango (prevalgono i fenomeni di biofloccula-
zione su quelli di rimozione biologica)
Si converge quindi su valori ottimali di fxT inferiori generalmente al 50-60%.

4.3.5. Concentrazione di ossigeno disciolto

Basse concentrazioni di ossigeno riducono fortemente l’efficienza di nitrificazione; per


tener conto di questo effetto si utilizza la seguente espressione:
O
µnO = µnO ⋅ (6.111)
K nO + O

dove:
KO = costante di semisaturazione [mg O/l];
µ nO = velocità di crescita specifica ad una data concentrazione di ossigeno [d-1];
µ nO = massima velocità di crescita specifica [d-1].
O = concentrazione di ossigeno nel volume liquido [mg O/l]

Si può notare come µ nO possa addirittura dimezzarsi se la concentrazione di ossigeno


non è adeguata e si avvicina al valore di KO.
KO presenta un’ampia variabilità di valori; questo è dovuto al fatto che la concentrazione
di ossigeno nel fiocco biologico non è la stessa di quella nella massa liquida; inoltre la con-
centrazione di ossigeno disciolto nel reattore è variabile da punto a punto, in quanto
l’immissione di ossigeno è puntuale e non è possibile realizzare una completa e istantanea
diffusione (il valore attribuito a KO varia da 0,3 a 2 mg/l). Per questi motivi non è possibile
parlare di concentrazione minima ammissibile nel reattore: ogni reattore avrà un proprio va-
lore di ossigeno accettabile. Normalmente il valore adottato negli impianti, tale da non inibi-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-39

re la nitrificazione è pari a 2 mg/l.

4.3.6. Influenza della non stazionarietà

È stato sperimentalmente verificato che in condizioni di portata e carico organico non


stazionari l’efficienza di nitrificazione risulta minore.
È possibile instaurare una relazione tra l’ammoniaca effluente in condizioni stazionarie
e non; tuttavia scegliendo un coefficiente di sicurezza applicabile all’età del fango, sufficien-
temente elevato (1,25 o più), l’effetto della non stazionarietà diventa piccolo, e può essere
trascurato ai fini progettuali.
Bisogna ancora sottolineare che il parametro più critico, che necessita della maggior at-
tenzione in fase progettuale è dato da µ n ; se esso viene sovrastimato, anche con un valore di
età del fango di 1,25 volte il minimo teorico, l’impianto sarà caratterizzato da fluttuazioni di
concentrazione nell'effluente e quindi da una bassa efficienza di nitrificazione. È perciò es-
senziale una stima prudente di µ n in fase di progetto.

4.4. PROCEDURA DI PROGETTO TRADIZIONALE

Secondo questa procedura di progetto si prevede di fissare a priori la concentrazione di


TKN nell'effluente, che si desidera raggiungere, conoscendo il valore di TKN nel refluo in in-
gresso; inoltre si assume di conoscere i parametri cinetici, quali µ n , bn e Yn , determinati per
via sperimentale.

1. Determinazione dell'età minima del fango:

Si è già evidenziato come l'età del fango risulti essere un parametro fondamentale nella
valutazione del processo di nitrificazione. La stima di ϑ min si effettua con l'espressione pre-
cedentemente vista:
1 Na
= µ n, eff = µ nT − bnT = µ nT ⋅ − bnT (6.112)
ϑ min K nT + Na

2. Introduzione del fattore di sicurezza:

Allo scopo di assicurare il verificarsi della nitrificazione ed evitare fenomeni di instabili-


tà, che si potrebbero instaurare quando ϑ = ϑ min , si raccomanda di introdurre un coefficiente
di sicurezza fp sul valore dell'età del fango calcolata al punto 1.
ϑ = fp ⋅ ϑ min (6.113)

3. Determinazione di vn:

Si procede determinando la velocità vn di rimozione del substrato (in questo caso am-
moniaca); questa grandezza si valuta con le espressioni tipiche già presentate e si esprime
quindi in funzione dell'età del fango:
µn 1  1  1+bn ⋅ ϑ
vn = = ⋅  + bn  = (6.114)
Yn Yn ϑ  Yn ⋅ ϑ
6-40 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4. Definizione di f (frazione di biomassa nitrificante):

Si definisce la frazione di biomassa nitrificante, f , come f = xn/x e si calcola attraverso la


seguente espressione di massima:

Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ] (6.115)
x ⋅ vn

Il termine 0.05⋅(S0-Se) rappresenta la poerzione di azoto utilizzata da parte dei batteri


eterotrofi per la loro sintesi batterica; la richiesta di azoto da parte di essi è pari, in prima ap-
prossimazione, al 5% della sostanza organica abbattuta, come indicato al Capitolo 5.

5. Calcolo del volume del reattore:

Si determina il volume Vn , assunta una concentrazione in vasca pari a x=3-4 kg SST/m3:

Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ]
x ⋅ vn

che riscritta diventa:

Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ⋅ Yn ⋅ ϑ ] (6.116)
x ⋅(1+bn ⋅ ϑ )

o in alternativa

x=
[
ϑ ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ⋅ Yn ] (6.117)
t ⋅(1+bn ⋅ ϑ )

6. Fabbisogno di ossigeno per la rimozione dell'azoto:

La richiesta di ossigeno per soddisfare il fabbisogno unicamente della popolazione auto-


trofa nitrificante, non tenendo in conto perciò la frazione eterotrofa, è data da:

M(O)n = 4,57⋅Q ⋅[TKN0 − TKNe −0,05⋅(S0 − Se )] (6.118)

4.5. PROCEDURA DI PROGETTO AVANZATA

Le frazioni di TKN presenti in un refluo ed importanti ai fini del processo sono l'ammo-
niaca libera e in forma ionica (Nai), l’azoto organico biodegradabile (Noi), solubile non biode-
gradabile (Nui) e particellato non biodegradabile (Npi). La suddivisione dell'azoto è indicata
nella Figura 6.27 e più det-
TKN in ingresso
tagliatamente nel Capitolo 2 N ti

con la descrizione delle va-


riabili e dei simboli utilizza- ammoniaca libera e salina azoto organico
N N -N
ti. ai ti ai

L’azoto organico bio- solubile non biodegradabile particellato non biodegradabile biodegradabile
degradabile è decomposto N ui N pi N oi

da batteri eterotrofi ad
ammoniaca; alla loro morte Figura 6.27. Suddivisione dell'azoto.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-41

la parte organica diviene a sua volta ammoniaca e queste due fonti, sommate all'ammoniaca
già presente nel refluo in entrata, sono utilizzate per la crescita di nuovi organismi e converti-
te dai batteri autotrofi in nitrati. La dinamica di questo processo è complessa, ma in condi-
zioni di carico stazionarie, può essere affrontata analogamente a quanto fatto nel caso del
carbonio. In fase progettuale è possibile un’ulteriore semplificazione: se si ammette un valore
del pH circa neutro, e si fissa un’età minima del fango pari a 1,25-1,35 volte il minimo teori-
co, si può assumere una concentrazione effluente pressoché costante. In fase di progetto i
due parametri fondamentali da verificare risultano essere il TKN effluente e la concentrazione
di nitrati effluente (Nn).
Il TKN effluente (TKNe) si compone di 4 contributi: ammoniaca libera e ionica (Na), azo-
to solubile organico biodegradabile (No), solubile non biodegradabile (Nu) e infine il TKN dei
solidi volatili effluenti, (TKNe)sol.

In questa procedura di progetto, si deve determinare preliminarmente l'età del fango ϑ


necessaria affinché si realizzi la nitrificazione con una elevata efficienza e stabilità; il calcolo
di ϑ può essere eseguito come indicato ai punti 1. e 2. del paragrafo precedente, eventual-
mente modificando la forma delle equazioni per tener conto della frazione di fango non ae-
rata. Inoltre, prevedendo la completa rimozione dell'azoto, è opportuno fissare il valore della
frazione di biomassa non aerata fxT , secondo le indicazioni fornite nel paragrafo relativo ai
fattori limitanti.

1. Determinazione della concentrazione di ammoniaca nell'effluente:

Il valore di Na si deduce dall'equazione già anticipata:


 1
K nT ⋅  b nT + 
 ϑ
Na = (6.119)
 1
µ nT (1− f xT )− b nT + 
 ϑ

L’equazione è valida solo per ϑ > ϑ min ; questa condizione dovrebbe essere sempre sod-
disfatta nel progetto. Come si vede, Na è indipendente dalla concentrazione di ammoniaca
entrante Nai .

2. Determinazione della concentrazione di azoto solubile organico biodegradabile


nell'effluente:

L’azoto organico biodegradabile viene trasformato in ammoniaca dai batteri eterotrofi;


nonostante la reazione sia piuttosto complessa si può dedurre il valore di No nell'effluente
dalla seguente scrittura:
Noi
No = (6.120)
1 + K amm,T ⋅ X a ⋅ HRT

dove
Noi = azoto organico biodegradabile entrante [mgTKN/l];
Kamm= costante cinetica per la degradazione di No. Questa costante dipende dalla temperatu-
ra secondo un'espressione del tipo K amm, T = K amm, 20 ⋅ α (T− 20) , dove α=1,029 e
K amm, 20 =0,015;
Xa = concentrazione di massa attiva nel reattore aerobico.
HRT = tempo di permanenza idraulica nominale del processo.
6-42 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3. Determinazione della concentrazione di azoto solubile non biodegradabile:

Per l’azoto solubile non biodegradabile vale semplicemente:


Nu = Nui
dove Nui è la corrispondente quantità entrante in mgTKN/l.

4. Determinazione della concentrazione di TKN nell'effluente:

Dopo aver individuato le concentrazioni Na, No, Nu nell'effluente, il TKN solubile totale è
pari alla somma di queste tre frazioni solubili:
(TKNe)sol = Na+ No+ Nu (6.121)
A questo va eventualmente aggiunto il contributo del TKN nei solidi volatili per un valo-
re di TKN complessivo che sarà dato da:
TKNe = Na+ No+ Nu+fn· Xve (6.122)
dove:
Xve = concentrazione di solidi volatili effluenti [mg SSV/l];
fn = frazione di TKN nei solidi sospesi volatili pari a circa 0,1 mg TKN/mg SSV.

5. Determinazione della capacità di nitrificazione:

La concentrazione di nitrati generati nel reattore (Nc), che definisce la capacità di nitrifi-
cazione del processo, è data dalla seguente espressione:
Nc=Nti - (TKNe)sol - Ns (6.123)
dove:
Nc = concentrazione di nitrati prodotti [mg NO3-N/l];
Nti = TKN entrante, come già definito al Capitolo 2;
Ns = concentrazione di TKN in ingresso incorporata giornalmente nel fango di supero.

Evidentemente l’equazione è valida solo nel caso che si supponga trascurabile la con-
centrazione di nitrati nel liquame entrante.
Il valore di Ns è dato dalla seguente espressione:
fn ⋅ M( X v )
Ns = (6.124)
ϑ ⋅Q
in cui M(Xv) rappresenta la biomassa volatile, come già definita nei primi paragrafi del Capito-
lo 6.

Nc definisce così l’efficienza di nitrificazione dell’impianto; normalmente, scelto un co-


efficiente di sicurezza per l’età minima del fango pari a 1,25-1,35 e lavorando alla temperatu-
ra minima attesa in esercizio, l’efficienza di nitrificazione sarà sempre elevata, maggiore del
90% e (TKNe)sol risulterà generalmente minore di 3-4 mgN/l ed inoltre con buona approssima-
zione indipendente dalla configurazione del processo e dalla suddivisione in zone aerate e
non aerate. Di conseguenza il valore di progetto (TKNe)sol di solito non viene calcolato espli-
citamente dalle equazioni viste, ma viene assunto pari a 3-4 mgN/l, verificando che il valore di
µ n 20 non sia minore del valore assunto di progetto e che sia disponibile una sufficiente fra-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-43

zione di biomassa aerata; chiaramente lavorando con coefficienti ( ϑ e µ nT ) stimati a bassa


temperatura in estate avremo valori di (TKNe)sol più bassi, tipicamente 2 mgN/l. Dividendo
l’espressione di Nc per la concentrazione di COD totale entrante (Sti) si ottiene:
Nc N ti Ns (TKNe ) sol
= − − (6.125)
S ti S ti S ti S ti

in cui:
Nc
= capacità di nitrificazione per unità di COD applicato al processo [mg N/mg COD]
S ti
N ti
= rapporto TKN/COD dell’acqua reflua entrante (varia tipicamente da 0,07 a 0,12).
S ti
Ns
= azoto di sintesi richiesto per unità di COD applicato.
S ti
(TKNe ) sol
= varia da 0,005 a 0,01 per basse temperature (calcolato con (TKNe)sol=4 mgN/l) e
S ti
Sti compreso tra 400 e 800 mgCOD/l.

Il risultato analitico di Nc può essere ottenuto in alternativa per via grafica utilizzando il
diagramma di Figura 6.28.
La concentrazione Nc rappresenta la quantità di nitrati che interesserà il processo di de-
nitrificazione.

Figura 6.28. Capacità di nitrificazione per mg di COD applicato, in funzione dell'età del fango per differenti
rapporti TKN/COD nell'influente a 14°C (a sinistra) e a 20°C (a destra). Viene anche indicata la minima
età del fango richiesta per ottenere la completa nitrificazione per differenti valori della frazione di biomassa
non aerata.

6. Calcolo del volume del reattore:

Dopo aver calcolato il volume dell'intero processo (Vp) attraverso l'equazione (6.57), si
risale al volume del reattore aerobico sulla base del coefficiente fxT fissato inizialmente:
Vn = (1− f xT )⋅Vp (6.126)
6-44 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

7. Fabbisogno di ossigeno per la rimozione dell'azoto:

Si può calcolare la massa degli organismi nitrificanti M(Xn) e quindi la domanda di ossi-
geno per la nitrificazione M(On). Quest'ultima si calcola facilmente sapendo che è pari a 4,57
volte la massa di nitrati prodotti al giorno.
Risulta dunque che:
Nc ⋅ Q ⋅ Yn ⋅ ϑ
M( X n )= (6.127)
1+bnT ⋅ ϑ

M(On) = 4,57·Nc·Q (6.128)


Sperimentalmente si nota che quando si supera ϑ min di un 25% non ci sono differenze
apprezzabili tra acque grezze e sedimentate in termini di domanda di ossigeno, concentra-
zione di ammoniaca uscente, nitrati e TKN nell’effluente. Questo fatto si spiega in due modi:
(1) la sedimentazione primaria rimuove solo una piccola frazione di azoto entrante; (2) i re-
flui sedimentati danno luogo ad una minore produzione di fanghi, cosicché l'azoto disponi-
bile per la nitrificazione in liquami grezzi e sedimentati è pressoché uguale.
La temperatura ha un effetto limitato sulla concentrazione di azoto scaricato, ma molto
accentuato sull’età minima del fango.
Si osserva un aumento della concentrazione di nitrati (Nn) con la crescita dell’età del
fango, attribuibile alla riduzione di azoto richiesto per la sintesi (Ns). Questo è molto impor-
tante poiché indica che, al crescere dell’età del fango, si verifica una crescita della capacità di
nitrificazione, sebbene la concentrazione di TKN in uscita rimanga più o meno costante.
La domanda di ossigeno per la nitrificazione cresce rapidamente non appena ϑ > ϑ min ,
ma se ϑ >125, ⋅ϑ min la crescita è solo marginale anche al variare della temperatura e del tipo di
refluo. La domanda di ossigeno per la nitrificazione dà luogo ad un incremento del 40-60%
della richiesta di ossigeno rispetto alla sola rimozione del carbonio, rispettivamente per reflui
grezzi e sedimentati. La domanda totale di ossigeno per reflui sedimentati è comunque del
75% in meno che per reflui grezzi.
Per avere la certezza che la nitrificazione avvenga senza limitazioni dovute all’ossigeno
disciolto è molto importante utilizzare dispositivi di ossigenazione in grado di soddisfare la
richiesta complessiva di ossigeno; questo perché in carenza di ossigeno i batteri nitrificanti
sono i primi ad essere inibiti nella crescita.
La massa di nitrificanti cresce rapidamente per ϑ > ϑ min ed è approssimativamente la
stessa per reflui grezzi e sedimentati, ma è leggermente più alta a 14°C che a 20°C. Compa-
rando la massa di fanghi nitrificanti con quelli eterotrofi, anche per alti valori di TKN/COD, la
massa dei nitrificanti risulta essere circa il 2% della massa volatile totale e può essere
trascurata nel calcolo della concentrazione di solidi volatili in un processo a fanghi attivi
trattanti reflui domestici.
Vale la pena ripetere che la sedimentazione primaria rimuove solo una piccola frazione
del TKN, ma una porzione rilevante di COD. Quindi, anche se il refluo sedimentato ha un
TKN minore di quello grezzo, la concentrazione di nitrati in uscita non riflette questa diffe-
renza perché l’azoto rimosso per la produzione del fango è minore per i reflui sedimentati
che per quelli grezzi. Di conseguenza i nitrati generati sono circa gli stessi per entrambi i
reflui. Importante è il fatto che la capacità di denitrificazione del processo dipende essen-
zialmente dalla concentrazione di COD entrante, concentrazione che può venire significati-
vamente diminuita dalla sedimentazione primaria. Questo può essere la causa di situazioni
in cui è possibile rimuovere completamente i nitrati utilizzando direttamente il refluo grez-
zo, ma non trattando reflui sedimentati.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-45

5. LA DENITRIFICAZIONE BIOLOGICA

Il processo di denitrificazione permette la rimozione dei composti dell'azoto presen-


ti in soluzione sotto forma di NO3− (e in parte di NO2− ) ad opera di batteri eterotrofi fa-
coltativi denitrificanti che sono in grado di convertire queste sostanze ad azoto gassoso
che si libera quindi nell'atmosfera.
La rimozione di NO3− e di NO2− dai liquami di scarico è un obiettivo fondamentale; gli
scopi prioritari sono:
1. evitare fenomeni di eutrofizzazione delle acque;
2. preservare l'uso idropotabile dell'acqua dai rischi connessi alla presenza di ossidi di azoto
(nitriti e nitrati); i nitrati riducendosi a nitriti nell'apparato digerente e combinandosi con
l'emoglobina del sangue vi bloccano il meccanismo di trasporto dell'ossigeno (cianosi infan-
tile o metaemoglobinemia).
Nel caso di liquami in cui l'azoto sia presente principalmente in forma ammoniacale e in
forma organica, il sistema di denitrificazione deve essere accoppiato ad un sistema di nitrifi-
cazione che sia in grado di trasformare la maggior parte dell'azoto totale presente in azoto
nitrico che sarà in seguito sottoposto a denitrificazione.

5.1. STECHIOMETRIA

La denitrificazione è operata da batteri eterotrofi facoltativi che, se posti in condizioni


di anossia (cioè in assenza di ossigeno disciolto), sono in grado di ossidare il substrato car-
bonioso organico utilizzando i nitrati invece dell'O2, producendo azoto gassoso come
catabolita.
Si parla di anossia e non di anaerobiosi poiché le vie biochimiche del trasporto di elettroni
nei batteri denitrificanti sembrano essere le stesse che per l'O2 tranne per un solo enzima;
proprio per questo tali batteri possono utilizzare indifferentemente O2 e NO3− come accettori
finali di elettroni a seconda dell'ambiente in cui si trovano, senza rilevanti difficoltà di accli-
matazione. Tra i due, la preferenza è comunque a favore dell'ossigeno, poiché esso garanti-
sce una maggiore resa energetica: la denitrificazione dissimilatoria di 1 mole di glucosio pro-
duce 570 kcal mentre la respirazione aerobica produce 686 kcal. Il processo di denitrificazio-
ne si deve pertanto svolgere in condizioni rigorosamente anossiche, almeno nel microam-
biente circostante i batteri.
Quando i nitrati vengono utilizzati come accettori di elettroni, essi equivalgono a 2.86
mg di ossigeno. Per la nitrificazione vengono richiesti 4.57 mgO/mgN mentre con la denitrifi-
cazione vengono recuperati 2.86 mgO/mgN.

Rispetto ai batteri nitrificanti che sono rappresentati principalmente da due soli ceppi
batterici, i denitrificanti sono di diversi tipi: Pseudomonas, Micrococcus, Archromobacter, Bacillus,
Alcaligens; questi tipi di batteri sono in grado di attuare una conversione completa di NO3− a
N2. Altri tipi di batteri invece, quali Aerobacter, Proteus, Flavobacterium, compiono solo il primo
stadio della denitrificazione convertendo NO3− a NO 2− .

Lo schema stechiometrico delle trasformazioni energetiche, coinvolge un substrato car-


bonioso organico che funge da donatore di elettroni. L’azoto dell' NO3− è in grado di accetta-
re due elettroni da questa fonte organica che li cede, con il risultato di produrre NO 2− secon-
do il seguente schema stechiometrico:
6-46 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

NO3− + 2e − + 2H + → NO 2− + H2O

A loro volta i NO 2− prodotti vengono convertiti in azoto biatomico, sempre attingendo


alla medesima fonte di carbonio, attraverso la trasformazione:
NO2− +3 e − + 4 H+ →1/ 2 N2 + 2 H2O

Per la sintesi batterica, invece, la relazione stechiometrica è di questo tipo:


NO3− → NO 2− → Norg

Bisogna sottolineare che la maggior parte dell'azoto, oltre il 90% del totale, viene rimos-
so dalla denitrificazione dissimilatoria (cioè conseguente alla respirazione batterica), mentre il
contributo assimilatorio (cioè legato alla sintesi di nuova biomassa) è molto modesto (circa il
4-10%).

In seguito alla reazione di denitrificazione, si ha una produzione stechiometrica di 3,57


mg di alcalinità espressa come CaCO3 per mg di NO3− -N ridotto (o NO 2− -N ridotto). Per que-
sto motivo, durante il processo di denitrificazione, si assiste in genere ad un aumento del pH;
questo comportamento è opposto rispetto al calo di pH che si rileva durante la nitrificazione,
ma i due contributi non si pareggiano, in quanto la perdita di alcalinità per la rimozione
dell’ammoniaca (7,14 mg CaCO3) è maggiore della frazione che viene recuperata con la deni-
trificazione (3,57 mg CaCO3).

Per permettere il realizzarsi del processo di denitrificazione occorre mantenere una


leggera miscelazione della miscela senza però favorire l’ossigenazione della biomassa
(tramite l’adozione di miscelatori lenti). L’eventuale presenza di ossigeno disciolto, infat-
ti, determina il consumo del substrato carbonioso senza riduzione dei nitrati, in quanto
l’ossigeno costituisce una alternativa preferenziale come accettore di elettroni.

5.2. CINETICA

La reazione di denitrificazione, se condotta in condizioni chimico fisiche ottimali


(cioè pH compreso tra 8-8,5, ossigeno disciolto inferiore a 0,5 mg/l, assenza di composti
tossici o inibenti i batteri eterotrofi), è limitata solo dalla concentrazione di nitrati presen-
ti e dalla disponibilità di substrato carbonioso biodegradabile.
In tali condizioni la velocità di denitrificazione può essere descritta attraverso la ci-
netica di Monod, considerando la disponibilità di entrambi i substrati limitanti:
Sn Sc
µdT = µ dT ⋅ ⋅ (6.129)
K dT + S n K cT + S c

µ dT µ dT
= ν dT e = v dT (6.130)
Yd Yd

Sn Sc
vdT = v dT ⋅ ⋅ (6.131)
K dT + S n K cT + S c
µdT = velocità specifica di crescita batterica della reazione di denitrificazione eterotrofa
alla temperatura T [g SSV/(g SSV·die)];
µ dT = velocità massima specifica di crescita batterica della reazione di denitrificazione
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-47

eterotrofa alla temperatura T [g SSV/(g SSV·die)];


vdT = velocità specifica di denitrificazione alla temperatura T [mg NO3− -N/(g SSV·die)];
v dT = velocità massima specifica di denitrificazione alla temperatura T [mg NO3− -N/(g
SSV·die)];
Yd = costante di crescita cellulare: massa di eterotrofi generati per unità di massa di
nitrati ridotti [mg SSV/mg NO3− -N];
Sn = concentrazione di NO3 + NO2 presente [mg NO3− -N/l];
KdT = costante di semisaturazione relativa alla concentrazione di nitrati [mg NO3− -N/l];
Sc = concentrazione di substrato carbonioso biodegradabile [mg COD/l];
KcT = costante di semisaturazione relativa alla concentrazione di substrato carbonioso
[mg COD/l];

Poiché la KdT è molto bassa (pari a circa 0,06÷1 mg NO3-N/l) il sistema riesce a realiz-
zare una velocità prossima a quella massima con concentrazioni di nitrati veramente esi-
gue, dell’ordine di alcuni mg/l. Nella pratica, quindi, è lecito considerare la cinetica di de-
nitrificazione come una reazione di ordine zero rispetto alla concentrazione di nitrati.
La costante KcT è molto variabile, di diversi ordini di grandezza, dipendendo stretta-
mente dal substrato utilizzato; si sono rilevati valori differenti anche per un medesimo
substrato. Nei casi in cui la costante di semisaturazione del carbonio (KcT) è bassa rispetto
alla concentrazione di nitrati presenti (KcT<[NO3-N]) e il carbonio è disponibile in quantità
maggiori della concentrazione limite, si assume che la velocità di denitrificazione sia quel-
la massima possibile alla temperatura assegnata.
Proprio grazie ai bassi valori delle costanti di semisaturazione è possibile ottenere
concentrazioni limitate di questi componenti nell’effluente.

5.3. FATTORI CHE INFLUENZANO LA DENITRIFICAZIONE

I principali fattori che influenzano il processo di denitrificazione sono legati sia al


substrato utilizzato nella reazione biologica, sia alle condizioni fisico-ambientali in cui la
trasformazione si sviluppa. Essi sono:
1. la natura del substrato carbonioso alimentato;
2. la temperatura;
3. il pH;
4. la concentrazione di ossigeno disciolto.

5.3.1. La natura del substrato carbonioso alimentato

L’attività dei batteri denitrificanti è fortemente influenzata dalla natura della sostan-
za organica che funge da donatore di elettroni per la riduzione dei nitrati; essa, generica-
mente indicata come CxHyOz, può essere costituita:
a) dal liquame stesso, sia grezzo che sedimentato (fonte di carbonio interna) oppure dal sub-
strato carbonioso costituente le stesse cellule batteriche (fonte di carbonio endogeno);
b) da uno scarico industriale povero di azoto (industrie di distillazione o agroalimentari
quali zuccherifici, caseifici, ...) (fonte di carbonio esterna);
c) da un composto organico puro come il saccarosio, metanolo, acetato, glucosio, ...
(fonte di carbonio esterna).
6-48 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Nel caso di liquami ricchi di sostan-


za organica, si sfrutta la reazione di deni-
trificazione per abbattere contestual-
mente ai nitrati anche un’aliquota del ca-
rico organico del liquame; il vantaggio è
ancora maggiore se si pensa che il pro-
cesso avviene senza consumo di ossige-
no. In condizioni più sfavorevoli, per
esempio nel trattamento di liquami in-
dustriali, il contenuto di sostanza orga-
nica può essere insufficiente per permet-
tere la completa denitrificazione: in tal
caso si fa ricorso a fonti esterne di car-
bonio.
Molteplici sono le sostanze che
possono essere scelte come fonte di
carbonio esterno per la reazione di deni- Figura 6.29. Diagramma delle due fasi che interven-
gono durante il processo di denitrificazione; K1 e K2
trificazione; la scelta va effettuata in ba- indicano le rispettive velocità, mentre Xa rappresenta
se alle esigenze prioritarie: la frazione attiva della popolazione batterica.
a) facilità di reperimento;
b) disponibilità della risorsa nel tempo;
c) convenienza economica;
d) volumi confrontabili con quelli del liquame da trattare;
e) solubilità e miscibilità con il liquame;
f) rendimenti adeguati in termini di velocità di denitrificazione ottenuta;
g) ...

Varie esperienze di denitrificazione condotte con liquami organici di origine urbana


ed industriale sono state condotte e riportate in letteratura: alcune di queste sono riporta-
te nella Tabella 6.9 a titolo di indicazione e mostrano i valori riscontrati della velocità di
denitrificazione al variare del substrato adottato.

Diversi autori hanno osservato, in prove sperimentali, che la cinetica di rimozione


del substrato carbonioso attraverso il processo di denitrificazione varia notevolmente tra
i primi minuti di aerazione a dopo alcune ore.
L'andamento tipico della concentrazione di nitrati in funzione del tempo durante la
fase anossica è rappresentato in Figura 6.29. Sono individuabili due fasi di denitrificazio-
ne, legate ai due tratti lineari a diversa pendenza:
1. una prima fase di denitrificazione veloce e di breve durata (alcune decine di minuti nel
caso di un refluo urbano); può essere più lunga nel caso di un refluo industriale con
Tabella 6.9. Valori della velocità di denitrificazione e della costante di temperatura φ con alcuni tipi di sub-
strati carboniosi.
Fonte di carbonio Velocità di denitrificazione a 20°C, vd φ
[g NO3-N/(gSSV·h)]
metanolo 7 1,12
liquame urbano grezzo 3 1,15
carbonio endogeno 0,3 1,20
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-49

una rilevante concentrazione di substrato velocemente biodegradabile;


2. una seconda fase di denitrificazione più lenta con velocità inferiore (anche di un ordi-
ne di grandezza) di quella del punto 1.
La prima fase rapida di denitrificazione è associata all'utilizzazione del COD imme-
diatamente biodegradabile presente nell'influente, e relativamente ad essa si assume una
velocità pari a K1 ·Xa. La velocità della seconda fase di denitrificazione, più lenta e pari a
K2 ·Xa., è invece associata all'utilizzo di COD particellato lentamente biodegradabile. Si
possono fare le seguenti osservazioni:
1. nella prima fase l'assorbimento del COD immediatamente biodegradabile si sovrappo-
ne a quello del COD lentamente biodegradabile, e quindi questi due contributi pren-
dono parte simultaneamente;
2. la differenza di pendenza tra i due tratti si vede distintamente se il substrato carbonio-
so alimentato è un refluo civile o industriale, costituito da entrambi le frazioni di COD
lentamente e rapidamente biodegradabile, ed inoltre se esso viene aggiunto in coinci-
denza con l'inizio della fase anossica.

5.3.2. La temperatura

La cinetica di denitrificazione risulta essere molto sensibile alla temperatura di pro-


cesso; la dipendenza dalla temperatura, accentuata come del resto anche per la reazione
di nitrificazione, è in funzione della fonte di carbonio utilizzata.
La velocità massima di denitrificazione ( v dT ) si lega alla temperatura attraverso la re-
lazione di Arrhenius del tipo:
v dT = v d20 ⋅ φ ( T − 20) (6.132)
in cui φ assume valori diversi per i diversi substrati carboniosi adottati, come indicato in
Tabella 6.9.

5.3.3. Il pH

L'influenza del pH sull'attività dei batteri denitrificanti si fa sentire marcatamente per


valori inferiori a 7,0, mentre per valori alti, anche fino a 9,0, non sembra influenzare mol-
to il processo biologico: il campo ottimale è comunque compreso tra pH 7,8 e 9,1 e per
valori oltre gli estremi si verifica un calo repentino nell'efficienza del processo biologico.
Il valore del pH sembra influire sui prodotti finali della reazione di denitrificazione: per
pH<7,3 si può riscontrare un incremento della concentrazione di nitriti nell'effluente fina-
le.
Negli impianti tradizionali a fanghi attivi trattanti liquami urbani, la produzione di
alcalinità (come ioni OH-) che si ha con la reazione di denitrificazione non comporta si-
gnificative alterazioni del pH del sistema, ma per altri tipi di configurazioni, soprattutto se
adottate con reflui particolari, le variazioni del pH possono essere notevoli. È il caso del
trattamento di reflui ad alta concentrazione di ammoniaca, che può comportare una alta
concentrazione di nitrati (dopo nitrificazione) e quindi una sostanziale crescita del pH du-
rante la fase di denitrificazione.

5.3.4. La concentrazione di ossigeno disciolto

La presenza di ossigeno disciolto è in grado di inibire il processo di denitrificazione


6-50 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

a causa della maggior resa energetica che i microrganismi eterotrofi riescono a trarre dal-
l'utilizzo dell'ossigeno anziché dei nitrati.
Al fine di garantire la rimozione dei nitrati è quindi necessario mantenere nella mi-
scela di fango attivo una concentrazione di ossigeno disciolto prossima allo zero, almeno
per quanto riguarda la zona più prossima al fiocco biologico.
È quindi opportuno evitare la presenza di possibili sorgenti di ossigeno disciolto se
si desidera realizzare un'efficiente fase di denitrificazione.
Le possibili cause di ossigenazione possono essere legate ai seguenti inconvenienti:
1. alta concentrazione di ossigeno disciolto nel ricircolo tra zona aerobica e anossica;
2. intenso mixing nel reattore anossico con conseguente aumento dell'interfaccia liquido-
aria;

5.4. PROCEDURA DI PROGETTO TRADIZIONALE

Avendo già dimensionato la fase di nitrificazione, si è già scelto il valore più opportuno
dell'età del fango ϑ tale da garantire il rendimento atteso ed una certa stabilità di processo:

1. Determinazione di vdT :

Si procede determinando la velocità vdT di rimozione del substrato; questa grandezza si


valuta con le espressioni tipiche già presentate e si esprime quindi in funzione dell'età del
fango:
µ dT 1 1  1+ bh ⋅ ϑ
v dT = = ⋅  + bh  = (6.133)
Yh Yh  ϑ  Yh ⋅ ϑ

2. Calcolo del volume del reattore:

Si determina il volume Vd , assunta una concentrazione in vasca pari a x=3-4 kg SST/m3:

Vd =
[
Q ⋅ (NO 3 − N) 0 − (NO 3 − N) e − 0,05 ⋅ (S 0 − S e ) ] (6.134)
x ⋅ v dT

da cui

Vd =
[
Q ⋅ (NO3 − N)0 − (NO3 − N)e − 0,05 ⋅ (S0 − Se ) ⋅ Yh ⋅ ϑ ] (6.135)
x ⋅ (1+ bh ⋅ ϑ )

o in alternativa

x=
[
ϑ ⋅ (NO 3 − N)0 −(NO 3 − N)e −0,05⋅( S 0 − S e ) ⋅ Yh ] (6.136)
t ⋅(1+bh ⋅ ϑ )

5.5. PROCEDURA DI PROGETTO AVANZATA

In questa procedura di progetto, si devono determinare preliminarmente l'età del fango


ϑ necessaria affinché si realizzi la nitrificazione con una elevata efficienza e stabilità, e il va-
lore della frazione di biomassa non aerata fxT.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-51

1. Concentrazione di nitrati prodotti in seguito al processo di nitrificazione:

La concentrazione di nitrati generati nel reattore (Nc), che definisce la capacità di nitrifi-
cazione del processo, è data dalla seguente espressione, come visto nei paragrafi precedenti:
Nc=Nti - (TKNe)sol - Ns (6.137)
dove:
Nc = concentrazione di nitrati prodotti [mg NO3-N/l];
Nti = TKN entrante, come già definito al Capitolo 2;
Ns = concentrazione di TKN in ingresso incorporata giornalmente nel fango di supero;
(TKNe)sol = TKN solubile totale nell'effluente.

2. Calcolo della capacità potenziale di denitrificazione:

Costituisce la massima quantità di nitrato, per unità di portata influente, che il processo
è in grado di denitrificare. Essa è direttamente proporzionale alla concentrazione di COD
biodegradabile nell'influente:
In caso si preveda una configurazione con un solo reattore anossico, la capacità di deni-
trificazione (Dp1) è data da
Dp1 = K1T ⋅ X a ⋅ t1 + K 2T ⋅ X a ⋅ t1 (6.138)

X a ⋅ t 1 è pari a X a ⋅ Vd /Q ; il termine X a ⋅ Vd rappresenta la biomassa attiva nel reattore a-


nossico, che può essere espresso come una frazione della massa totale dei fanghi:
Yh ⋅ϑ⋅ Q ⋅S bi
X a ⋅Vd = f xT ⋅M(X a )= f xT ⋅ (6.139)
1+ b h ⋅ϑ

e quindi:
fxt ⋅ Yh ⋅ ϑ
D p1 = S bi ⋅ ⋅ (K 1T + K 2 T ) (6.140)
1 + b hT ⋅ ϑ

, ( T − 20)
K1T = 0,720 ⋅ 120 (6.141)
, ( T− 20)
K 2T =0,1008 ⋅108 per T≥13°C (6.142a)
K 2T = K 3T per T<13°C (6.142b)
I simboli Sbi, fbs, fcv,Yh, ϑ , bhT hanno il significato già evidenziato nel capitolo 2 e nella
prima parte del capitolo 6, fxT indica la frazione di biomassa non aerata.
K1T e K2T rappresentano la velocità di denitrificazione rispettivamente in presenza di substra-
to rapidamente biodegradabile, e subito dopo che si è completata la rimozione di questa fra-
zione di substrato. Sono espressi in mg NO3-N/(mgSSVA·d).
Il significato del coefficiente K3T , relativo alla fase di postdenitrificazione, verrà descrit-
to più avanti.
La temperatura T è quella attesa nelle condizioni più gravose per l'impianto.

Nel caso in cui il dimensionamento sia relativo ad un impianto di trattamento di reflui


civili, con una limitata concentrazione di substrato carbonioso rapidamente biodegradabile,
l'espressione precedente può essere semplificata nella seguente forma:
6-52 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

 K ⋅ f ⋅ Y ⋅ ϑ
D p1 = α ⋅ S bi + K 2T ⋅ X a ⋅ t 1 = S bi ⋅ α + 2 T xt h  (6.143)
 1 + b hT ⋅ ϑ 

fbs ⋅ (1− fcv ⋅ Yh )


α= (6.144)
2,86

Il coefficiente α può essere espresso facendo le seguenti osservazioni: per ogni mg di


COD utilizzato in condizioni aerobiche viene consumata una quantità di ossigeno pari a (1-
fcv)·Yh ; nel reattore anossico, poiché per la degradazione del substrato vengono ridotti i nitra-
ti anziché l’ossigeno, si introduce il coefficiente di equivalenza pari a 2.86 mgO/mgN. Quindi
il consumo di nitrati per mg COD utilizzato è pari a (1-fcv)·Yh/2.86.

In generale, per una configurazione con pre- e post-denitrificazione, ovvero in presenza


di due reattori anossici, l'equazione precedente si completa secondo la seguente espressione:
D p = D p1 + D p3 (6.145)

D p = K 1T ⋅ X a ⋅ t 1 + K 2T ⋅ X a ⋅ t 1 + K 3T ⋅ X a ⋅·t3 (6.146)
in cui la capacità di denitrificazione dipende dal COD biodegradabile, dalla concentrazione di
massa attiva e dal tempo di detenzione (t1) per il primo reattore anossico e dalla concentra-
zione di organismi attivi e dal tempo di detenzione per il secondo reattore (t3).
La capacità di denitrificazione del secondo reattore anossico si calcola in modo analogo
a quanto fatto per il reattore anossico primario:
S bi ⋅ f x3 ⋅ K 3T ⋅ Yh ⋅ ϑ
D p3 =K 3T ⋅X a ⋅t 3 = (6.147)
1+b hT ⋅ ϑ

dove
Dp3 = capacità di denitrificazione del reattore anossico secondario;
fx3 = frazione anossica nel secondo reattore;
, ( T − 20) ed è espresso in mg NO3-N/(mgSSVA·d).
K3T = 0,072 ⋅ 103

È possibile ottenere la completa denitrificazione solo se lo schema impiantistico include


un reattore anossico secondario e se la somma della capacità di denitrificazione è maggiore
della capacità di nitrificazione cioè se Dp = Dp1 + Dp3 > Nc.

3. Scelta del rapporto di ricircolo del fango e della concentrazione di ossigeno nel ri-
circolo della miscela aerata e nel ricircolo del fango:

Si assume un rapporto di ricircolo della miscela aerata s in base alle modalità di condu-
zione dell'impianto e in base ai limiti più o meno restrittivi nell'effluente. Chiaramente, mag-
giore sarà il rendimento desiderato in denitrificazione, maggiore sarà il rapporto di ricircolo
della miscela aerata. Inoltre si deve tener conto della concentrazione di ossigeno che presu-
mibilmente sarà presente nel fango di ricircolo (Os) e nella miscela aerata (Oa), che possono
essere assunti rispettivamente pari a 1 mgO2/l e 2 mgO2/l.

4. Calcolo del ricircolo ottimale:

Il massimo rendimento di denitrificazione si ottiene quando il reattore anossico è cari-


cato esattamente con una concentrazione di nitrati pari alla capacità di denitrificazione del
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-53

sistema.
Per un prefissato rapporto di ricircolo del fango (s), si va a definire l'ottimale rapporto
di ricircolo della miscela aerata (a) tale da permettere l'ottenimento della massima capacità di
denitrificazione nel reattore anossico, attraverso la seguente espressione:
−B + B 2 + 4⋅A ⋅ C 
 
a0 =   (6.148)
2⋅A
in cui A, B, C sono definiti come di seguito:
Oa
A= (6.149)
2,86

Nc − D p + [ (s +1)⋅O a + s ⋅ O s ]
B=
2,86 (6.150)

s ⋅ Os 
C =(s +1)⋅ D p − − s ⋅ Nc
 2,86  (6.151)
Il termine Nc rappresenta la capacità di nitrificazione del processo, ovvero la concentra-
zione di nitrati generati nel reattore, come descritto al punto 1.
Il valore del rapporto di ricircolo ottimale, così determinato permette di raggiungere la
massima capacità di denitrificazione nel reattore e comporterà nell'effluente la concentrazio-
ne attesa di nitrati.

5. Concentrazione di nitrati nell'effluente:

Per un rapporto di ricircolo a ≤ a0 , la concentrazione di nitrati nell'effluente (Nn) è e-


spressa attraverso la seguente formula, in cui compaiono implicitamente i parametri ϑ e fxT ,
in quanto contenuti nella formulazione di Nc ed in particolare di (TKNe)sol :
 Nc O   K  s ⋅ Os
 + a  ⋅ a + 2T ⋅ (s + 1) + − Dp
 a + s + 1 2.86   K 3T  2.86
Nn = (6.152)
 K 2T K 
 + s ⋅  2T − 1 
 K 3T  K 3T  

che costituisce invece la formulazione completa, prevedendo pre- e postdenitrificazione.

6. Calcolo del volume del reattore:

Dopo aver calcolato il volume dell'intero processo (Vp) attraverso l'equazione (6.57), si
risale al volume del reattore anossico sulla base del coefficiente fxT fissato inizialmente:
Vd = f xT ⋅ Vp (6.153)
che rappresenta il volume complementare di Vn rispetto al volume totale Vp per l'intero pro-
cesso biologico.

6. NITRIFICAZIONE E DENITRIFICAZIONE BIOLOGICA: CONFIGURA-


ZIONI IMPIANTISTICHE
6-54 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Vengono presentate le configurazioni impiantistiche più frequentemente utilizzate nella


pratica per ottenere la rimozione biologica dell'azoto: processi separati ed integrati, con fonte
interna ed esterna di carbonio organico. Maggiore attenzione viene dedicata ai processi inte-
grati con fonte interna di carbonio, in quanto si sono rivelati i più economici ed affidabili.
Verranno inoltre dati alcuni cenni sui processi in alternanza, ad alimentazione discontinua e
con nitrificazione e denitrificazione simultanea.

6.1. INTRODUZIONE

Gli studi sui processi di rimozione dei nutrienti per via biologica hanno avuto un note-
vole sviluppo negli ultimi decenni.
Per la rimozione dell'azoto, in particolare, sono state realizzate numerose applicazioni a
piena scala non solo per il trattamento dei liquami domestici, ma anche per il trattamento di
liquami industriali caratterizzati da presenza di sostanze tossiche e inibenti in notevoli
concentrazioni.
La grande affidabilità dei processi biologici di rimozione dell'azoto dalle acque di scari-
co civili ed industriali, la versatilità delle soluzioni impiantistiche (a fanghi attivi o con reatto-
ri a biomassa adesa) e l'economicità di esercizio hanno di fatto limitato l'applicazione del
processi di rimozione chimico-fisica dell'azoto a poche situazioni particolari, dove le condi-
zioni operative (temperatura, pH, presenza di specifiche sostanze tossiche o inibenti) siano
tali da rendere inaffidabile o impossibile il trattamento biologico.
Le realizzazioni impiantistiche dei processi di nitrificazione o di nitrificazione-
denitrificazione con processi a biomassa sospesa possono essere classificate in:
a) sistemi separati;
b) sistemi combinati (o integrati).

Nei sistemi separati l'ossidazione della sostanza organica, la nitrificazione e la denitri-


ficazione, vengono condotte in stadi distinti (eventualmente i processi aerobici di ossidazio-
ne della sostanza organica e di nitrificazione possono avvenire in un unico reattore), ciascu-
no dotato di una unità biologica e di un sedimentatore con relativo sistema di ricircolo del
fango. La biomassa che opera la denitrificazione si trova quindi sempre nelle stesse condi-
zioni ambientali.
Nei sistemi combinati, invece, la biomassa si trova esposta alternativamente a condi-
zioni aerobiche e anossiche, durante le quali si svolgono sequenzialmente le varie fasi di os-
sidazione della sostanza organica, di nitrificazione e di denitrificazione. Il dimensionamento
è pertanto relativamente semplice in quanto ogni stadio opera in modo sostanzialmente in-
dipendente.
A livello impiantistico, i sistemi combinati costituiscono un'unità biologica, variamente
conformata e parzializzata a seconda delle diverse modalità realizzative che verranno illustra-
te più avanti, seguita da un'unità di sedimentazione finale.

Fra i due sistemi, separato e combinato, il secondo è sicuramente il più economico sia
per i costi di costruzione che per i costi di gestione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-55

6.2. CONFIGURAZIONI DI SOLA NITRIFICAZIONE

Qualora non sia richiesta la rimozione totale dell'azoto, ma solo la rimozione delle for-
me ridotte (azoto organico e ammoniacale), è sufficiente prevedere la sola nitrificazione.
Nell'ambito dei processi a fanghi attivi si possono distinguere i due seguenti, fondamen-
tali, schemi operativi:

a) processo di ni-
trificazione
combinato, con
l'ossidazione del-
la sostanza orga-
nica (entrambi i
processi avven-
gono in un'unica
vasca);
b) processo di ni-
trificazione se-
parato dall'ossi-
Figura 6.30. Schemi di processo di nitrificazione combinata (a) e separata
dazione della so-
(b). Legenda: OX=ossidazione della sostanza organica; NIT=nitrificazione; stanza organica
S=sedimentazione. (ciascun processo
richiede uno sta-
dio separato composto da una vasca di aerazione e da un sedimentatore).
Gli schemi realizzativi dei due processi sono riportati nella Figura 6.30. Nel primo pro-
cesso si ha generalmente una massa batterica con una bassa percentuale di batteri nitrificanti,
per il fatto che il rapporto tra BOD e azoto in ingresso è alto.
Nel processo separato, invece, gran parte del substrato organico viene abbattuto nel
primo stadio, per cui nello stadio di nitrificazione il rapporto BOD/TKN diminuisce cosicchè
aumenta la frazione di solidi volatili nitrificanti e quindi la velocità di nitrificazione. Ovvia-
mente il grado di separazione del processo di nitrificazione è correlato al grado di rimozione
del BOD nel primo stadio. Secondo alcuni Autori, valori del rapporto BOD/TKN>5, nello sta-
dio di nitrificazione sono indicativi di un processo combinato (al di là dello schema impianti-
stico) mentre valori di BOD/TKN>3, sono rappresentativi di un processo separato.

Le differenze sostanziali tra i due schemi di processo possono essere così riassunte:
a) la nitrificazione separata:
• risente maggiormente delle variazioni di carico, in quanto offre una minore diluizione;
• è meno sensibile all'influenza delle sostanze tossiche, in quanto parzialmente neutraliz-
zate dalla biomassa eterotrofa presente nel primo stadio.
b) la nitrificazione combinata:
• porta ad una minore produzione di fango di supero;
• presenta migliori caratteristiche di sedimentabilità del fango;
• comporta minori costi d'impianto e di esercizio.

Applicazioni della nitrificazione separata sono tipiche per liquami industriali ad elevata
concentrazione di azoto ammoniacale (liquami di raffineria con COD di 1200÷1700 mg/l e
NH4-N di 700÷900 mg/l. Nel primo stadio si ottiene la rimozione della sostanza organica bio-
degradabile e, dato il basso rapporto COD/NH4-N, rimozioni di azoto ammoniacale fino al-
6-56 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

l'85%. Nel secondo stadio si riescono ad ottenere effluenti di circa 10÷25 mgNH4-N/l.

Con entrambi i processi possono essere raggiunti elevati rendimenti di nitrificazione


purché vengano rispettate le seguenti condizioni:
1. l'età del fango deve essere sufficientemente elevata così da garantire la crescita, piuttosto
lenta, dei batteri nitrificanti;
2. il tempo di contatto fra la massa batterica in aerazione e l'azoto ammoniacale deve essere
tale da permettere l'ossidazione di quest'ultimo. Tale tempo rappresenta progettualmente
il tempo di ritenzione idraulico (HRT).

6.3. CONFIGURAZIONI DI SISTEMI SEPARATI

6.3.1. Denitrificazione con sistema separato e fonte interna di carbonio

Tale processo, di cui si riporta lo schema in Figura 6.31, prevede u n by-pass di liquame
grezzo da avviare direttamente allo stadio di denitrificazione al fine di garantire un rapporto
carbonio-azoto di 4÷5 mg BOD/mgNtot , che rappresenta l'apporto stechiometrico necessario
per la reazione di denitrificazione. Dopo la vasca di denitrificazione, al fine di garantire lo
scarico di un effluente in buone condizioni di ossigenazione, nonché di favorire lo strippag-
gio dell'azoto gassoso prodottosi, può essere più opportuno prevedere l'aerazione della mi-
scela prima di giungere alla sedimentazione.
L'accorgimento è utile nei casi in cui si temano fenomeni di rising; il rischio di introdur-
re ossigeno nello stadio di denitrificazione con il ricircolo del fango è in parte minimizzato
dalla permanenza della miscela nel sedimentatore e risulta comunque legato ai tempi di riten-
zione che si hanno in questa unità. Al fine di aumentare il rendimento di rimozione può an-
che rendersi necessario un ricircolo dell'effluente depurato (Qp) in testa all'impianto.
Uno schema alternativo di post-denitrificazione con fonte interna di carbonio è riporta-
to in Figura 6.32. In pratica la nitrificazione viene effettuata separatamente dall'ossidazione
della sostanza organica, su un letto percolatore. Come fonte di carbonio per la denitrifica-
zione funge la sostanza organica contenuta nei fanghi della sedimentazione primaria.
I vantaggi del processo di denitrificazione con sistema separato e con utilizzo di fonti
interne potrebbero essere individuati in una maggiore stabilità e controllabilità dei due pro-
cessi di nitrificazione e denitrificazione. Attualmente uno schema di processo di tale tipo
appare superato e non di pratica attuazione, soprattutto per i bassi rendimenti che si realiz-
zano in denitrificazione (oltretutto il TKN associato al liquame grezzo inviato alla denitrifica-
zione, si ritrova pressoché inalterato allo scarico) e per la maggiore complessità impiantistica.

6.3.2. Denitrificazione con sistema separato e fonte esterna di carbonio

Lo schema del processo è analogo a quello della denitrificazione separata con fonte in-
terna, salvo il fatto che in questo caso, anziché un by-pass del liquame da ossidare, è prevista
a monte dello stadio di denitrificazione l'aggiunta di metanolo o di altra fonte di carbonio.
Nel caso venga impiegato metanolo la velocità complessiva (nitrificazione + denitrifica-
zione) di rimozione dell'azoto è più elevata rispetto al sistema separato con fonti di carbonio
interne e si ha in questo caso un migliore e più controllato rendimento di rimozione dell'azo-
to nello stadio di denitrificazione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-57

Figura 6.32. Schema del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema separato, con la nitrificazio-
ne effettuata su un letto percolatore.

Il dimensionamento viene ovviamente condotto separatamente per le due fasi, utiliz-


zando i valori delle velocità di rimozione viste nei paragrafi precedenti.
Per la denitrificazione, la configurazione che meglio si adatta al particolare tipo di cine-
tica (a "tre velocità") è il plug-flow o la sequenza di più reattori in serie, di cui il primo ad alto
carico organico, in modo da sfruttare al meglio la velocità massima di rimozione connessa al
substrato rapidamente biodegradabile.

6.4. CONFIGURAZIONI DI SISTEMI COMBINATI CON FONTE INTERNA


DI CARBONIO

Sulla base degli studi e degli impianti finora realizzati si possono distinguere i seguenti
schemi del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema combinato:
a) post-denitrificazione;
b) pre-denitrificazione;
c) denitrificazione completa;
d) nitrificazione-denitrificazione in alternanza;
e) nitrificazione-denitrificazione in simultanea.

Un'ulteriore classificazione dei sistemi di denitrificazione può essere fatta sulla base del-
la sostanza organica che funge da elettrodonatore nella reazione di riduzione dissimilativa dei
nitrati. Tali fonti di carbonio possono essere divise in tre gruppi:
1) fonti interne (carbonio endogeno e liquame grezzo);

Figura 6.31. Schema del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema separato e con sfruttamen-
to di fonti interne di carbonio. Legenda: OX=ossidazione della sostanza organica; NIT=nitrificazione;
S=sedimentazione, DEN=denitrificazione, A=aerazione.
6-58 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2) metanolo;
3) altre fonti e-
sterne (metano,
acido acetico,
glucosio, scari-
chi organici in-
dustriali, ecc.).

Nei sistemi
combinati si tende
generalmente a Figura 6.34. Schema del processo di pre-denitrificazione.
sfruttare le fonti
interne, mancando esperienze in cui si ricorre, per particolari motivi, a fonti esterne. Usual-
mente in testa a questi processi non viene prevista la sedimentazione primaria che sottrar-
rebbe alla denitrificazione una parte della sostanza organica contenuta nel liquame grezzo,
alzando il rapporto TKN/COD.

6.4.1. Post-denitrificazione

Le prime esperienze di denitrificazione su culture sospese sono state condotte da Wu-


hrmann sfruttando lo schema della post-denitrificazione, senza l'impiego dell'unità di aera-
zione prima della sedimentazione. Lo schema della post-denitrificazione prevede un primo
stadio ossidato in cui avviene la nitrificazione e l'ossidazione della sostanza organica ed un
secondo stadio anossico in cui si svolge la denitrificazione (Figura 6.33). Al fine di evitare
che tutta la sostanza organica venga ossidata in questa fase, per non risentirne poi la man-
canza nel successivo stadio anossico di denitrificazione, si possono applicare a questo stadio
carichi di fango tali da permettere, garantendo comunque una adeguata età del fango per la
crescita dei batteri nitrificanti, l'arrivo al secondo stadio di una frazione residua di sostanza
organica non ossidata utile per la riduzione del nitrati.
A seconda della quantità di sostanza organica che arriva allo stadio anossico la velocità
di denitrificazione può variare tra un limite massimo, pari a 3 mg NO3-N/(gSSV·h) a 20°C in
presenza di substrato biodegradabile, ed un limite minimo pari a 0,3÷0,4 mg NO3-N/(gSSV·h)
corrispondente all'utilizzo del solo carbonio endogeno.
In pratica, tuttavia, si è sempre suggerito di tener conto di quest'ultimo valore, in quan-
to, alle basse temperature, la velocità di crescita dei batteri nitrificanti è molto lenta e richiede
età del fango dell'ordine di 20 giorni, cui corrispondono carichi del fango molto bassi (dello
stesso ordine di quelli riscontrabili in trattamenti ossidativi ad aerazione estesa). In tali con-
dizioni solo il carbonio endogeno della biomassa giunge allo stadio di postdenitrificazione. I
bassi rendimenti di rimozione che pertanto si conseguono con questo processo giustificano
lo scarso interesse che gli viene attualmente attribuito per applicazioni alla scala reale.

6.4.2. Pre-denitrificazione

Nel processo di pre-denitrificazione i nitrati vengono ridotti in un primo stadio anossi-


co utilizzando la sostanza organica del liquame grezzo come fonte di carbonio. Nel secondo
stadio aerato si svolge l'ossidazione della sostanza organica e l'ossidazione dell'ammoniaca a
nitrati (Figura 6.34). I nitrati necessari alla denitrificazione dello stadio anossico, essendo l'a-
zoto presenta nel liquame grezzo sotto forma ammoniacale e di azoto organico, sono conte-
nuti nella portata di ricircolo (biomassa + liquame ossidato).
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-59

Se si esclude la possibilità di fenomeni di nitrificazione e denitrificazione simultanea, per


realizzare elevati rendimenti di rimozione dell'azoto si rendono necessari alti valori del rap-
porto di ricircolo, dell'ordine del 300-600% al fine di ottenere rendimenti di rimozione dell'a-
zoto superiori all'85%.
La portata di ricircolo qr condiziona il rendimento del processo: l'importanza del rap-
porto di ricircolo emerge da un bilancio di massa sull'azoto totale utilizzando lo schema di
Figura 6.35. Per semplificare tale bilancio, si trascura la presenza di nitrati nella sezione 2 il
che equivale ad ammettere che l'azoto nitrico ricircolato sia completamente rimosso. Con un
corretto dimensionamento della fase di denitrificazione, si tratta di una semplificazione leci-
ta, tenuto conto della cinetica del processo e del fatto che le concentrazioni di nitrati even-
tualmente presenti a valle della denitrificazione sono trascurabili rispetto a quelle che si pro-
ducono nella successiva fase di ossidazione dell'ammoniaca.
Detto r il rapporto di ricircolo qr/q , esso può essere determinato risolvendo l'equazione
del bilancio di massa dell'azoto, ottenendo la seguente espressione:
r = [TKN1 - TKN3 - (NO3-N)3 - 0,05·(S0-S3)] / (NO3-N)3 (6.154)
Cioè il rapporto di ricircolo può essere espresso con questa formulazione, conoscendo
le caratteristiche del liquame in ingresso (TKN)0 ,S0 e stabiliti i livelli di concentrazione di azo-
to ammessi allo scarico (TKN)3 , (NO3-N)3 .
Per incrementare il rapporto di ricircolo, al fine di ottenere un maggiore rendimento, si
agisce di preferenza sulle portate di ricircolo del liquame ossidato per evitare i sovraccarichi
di solidi nella sedimentazione che si avrebbero con ricircoli di fango sedimentato troppo ele-
vati.
Nel dimensionamento di questo processo possono essere assunti indicativamente valori
della velocità di denitrificazione pari a 2÷3 mg NO3-N/(gSSV·h).
Gli esempi di impianti realizzati secondo lo schema classico di pre-denitrificazione sono
numerosi e applicati anche per scarichi industriali.

Un altro esempi a scala reale di una variante poco applicata, ma che presenta aspetti in-
teressanti è quello del processo a step-feed, in cui il reattore è configurato a più comparti in
serie, alternativamente anossico ed aerobico. Il liquame in ingresso viene ripartito nei reatto-

Figura 6.33. Schema del processo di post-denitrificazione.

ri anossici, mentre il ricircolo dei fanghi e della miscela aerata nitrificata viene addotto invece
in testa all'impianto.
Esempi di applicazione del processo a step-feed sono riportati per il trattamento di li-
quami di spurgo da fosse settiche e pozzi neri e anche per liquami domestici.
Nel primo caso, l'elevato rapporto TKN/BOD (circa 3,5) impone l'aggiunta di metanolo,
limitata tuttavia al fabbisogno stechiometrico necessario per la rimozione dei nitrati ancora
presenti negli ultimi stadi, consentendo l'ottimizzazione dei costi di gestione e la rimozione
dell'azoto totale. Nel caso di liquami civili si riportano ottimi risultati in termini di rimozione
dell'azoto e della sostanza organica, della sedimentabilità del fango e dei risparmi energetici
in aerazione.
6-60 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.3. Denitrificazione completa

La denitrificazione completa (Figura 6.36) rappresenta una combinazione tra la post-


denitrificazione e la pre-denitrificazione. In tale processo viene quindi sfruttata come fonte
di carbonio sia la sostanza organica contenuta nel liquame grezzo (pre-), sia il carbonio en-
dogeno (post-).
La denitrificazione completa è nota anche come processo Bardenpho. Come già rile-
vato precedentemente, anche in questo caso la funzione del bacino di aerazione finale è solo
quella di volatilizzare l'azoto. I rendimenti di rimozione dell'azoto raggiunti, dell'ordine del-
l'80%, non si discostano significativamente da quelli conseguibili con la pre-denitrificazione,
a riprova della scarsa efficienza dello stadio di pre-denitrificazione con carbonio endogeno.

6.4.4. Nitrificazione-denitrificazione in alternanza

Il processo di nitrificazione-denitrificazione in alternanza è assimilabile al processo di


pre-denitrificazione. Gli elevati rapporti di ricircolo dei fanghi e del liquame ossidato neces-
sari per raggiungere soddisfacenti rendimenti di rimozione dell'azoto, e che portano negative
implicazioni impiantistiche ed economiche, sono in questo caso raggiunti scambiando alter-
nativamente le funzioni di due bacini a fanghi attivi, addetti ora alla nitrificazione, ora alla
denitrificazione, secondo lo schema operativo in quattro fasi riportato nella Figura 6.37.

Figura 6.36. Schema del processo di denitrificazione completa.

Figura 6.35. Schema di un sistema biologico di pre-denitrificazione, con indicati i carichi di azoto totale in
ingresso ed in uscita.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-61

Il liquame grezzo viene sem-


pre alimentato nel bacino che al
momento funge da vasca di deni-
trificazione (fase 1), secondo lo
schema generale della pre-
denitrificazione, per poi passare al
bacino di ossidazione. Qui si
formano i nitrati che verranno
successivamente ridotti (fase 3)
quando il bacino sarà posto in
condizioni anossiche per la deni-
trificazione.
Le fasi intermedie di aera-
zione (fasi 2 e 4) si rendono so-
prattutto opportune per assicura- Figura 6.37. Schema operativo in quattro fasi del processo di
te alla sedimentazione l'adduzione nitrificazione-denitrificazione in alternanza. Legenda: A=bacino
aerato; AN=bacino anossico; S=sedimentatore.
di fango in condizioni aerobiche,
e quindi un effluente sufficiente-
mente aerato. Uno schema che illustra la sequenza dei tempi di differente funzione che si re-
alizzano in uno dei due bacini del sistema, è riportato nella Figura 6.38. Con TSEQ è indicata
la durata totale del ciclo. TA è la durata della fase di aerazione e TIN e TID sono i tempi di iner-
zia per le due fasi di nitrifica-
zione e denitrificazione, in
quanto ovviamente le condizio-
ni di regime non si instaurano
immediatamente con il cam-
biamento di funzione (da con-
dizioni anossiche ad aerate e vi-
ceversa) del bacino.
La differenza tra la durata
del ciclo ed i tempi di aerazione
e di inerzia, divisa per due rap-
presenta il tempo di funziona-
mento del bacino in nitrifica-
zione (o denitrificazione).
Nelle esperienze condotte
in scala reale presso l'impianto
di Bramdrupdam (Danimarca) è
stata mantenuta una durata del
ciclo di 180 minuti, con 30 mi-
nuti di aerazione e tempi di i-
nerzia di 5 minuti. I rendimenti Figura 6.38. Schema delle sequenze e dei tempi di esercizio delle singo-
le fasi nel processo di nitrificazione-denitrificazione in alternanza.
di rimozione in queste condi-
zioni sono risultati compresi tra
il 55,5% ed il 91,6%.

6.4.5. Nitrificazione-denitrificazione in simultanea

Tale processo, che può essere considerato come un compromesso fra i due processi di
post- e di pre-denitrificazione, si basa sulla formazione alternata di zone anossiche e di zone
6-62 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

aerate all'interno di bacini a fanghi attivi


a circuito chiuso, nei quali la miscela li-
quame fango è aerata e contemporane-
amente messa in circolazione da aeratori
meccanici del tipo a spazzola rotante o a
turbina fissa (Figura 6.39).
Nella zona aerata a valle dell'aera-
tore (Figura 6.40), si realizza oltre all'os-
sidazione della sostanza organica conte-
nuta nel liquame grezzo, la nitrificazio-
ne. Il consumo di O2 che si verifica in
questa zona determina la formazione di
una successiva zona anossica, in cui si
svolge la denitrificazione, che si estende
fino al successivo aeratore. Da qui si
sviluppa una nuova zona aerata e così
via. In pratica si ripete il processo di
denitrificazione completa già esaminato,
con la differenza che l'alternanza delle
zone aerate e di anaerobiosi è ripetuta
tante volte quanto è il numero degli ae- Figura 6.39. Stadio biologico di impianti di denitrificazione
in simultanea: a) aeratori meccanici a turbina; b) aeratori
ratori. meccanici a spazzola. In entrambi i casi la miscela liqua-
L'estensione delle zone aerate e me-fango è sottoposta ad un moto circolatorio attraverso
delle zone anossiche può essere control- zone ricche di ossigeno e zone anossiche nelle quali si rea-
lizzano rispettivamente i processi di nitrificazione e denitri-
lata regolando la capacità di aerazione ficazione.
degli aeratori meccanici, in funzione dei
livelli di ossigeno disciolto e del consu-
mo di O2 dovuto alla respirazione batterica. Il processo di nitrificazione-denitrificazione in
simultanea conosce un certo numero di applicazioni alla scala industriale legate per lo più a
modifiche operative effettuate su impianti già esistenti non appositamente dimensionati per
la rimozione dell'azoto.
Altre esperienze mo-
strano che l'utilizzo di un
controllo sui nitrati per
stabilizzare il processo di
nitrificazione e denitrifica-
zione in simultanea è stato
determinante.
Secondo altri invece
tali sonde non sono pie-
namente affidabili. Si è
proposta in alternativa un
sistema di controllo che Figura 6.40. Distribuzione indicativa delle zone aerate (a valle degli ae-
associ alla misura in conti- ratori) e delle zone anossiche (a monte degli aeratori) in uno stadio bio-
logico con denitrificazione simultanea ed aerazione con spazzole rotanti.
nuo dell'ossigeno (assai
semplice) e a quella dei ni-
trati un semplice programma che governi l'accensione e lo spegnimento dei dispositivo di ae-
razione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-63

6.4.6. Processi ad alimentazione discontinua (SBR)

Da quando Irvine e Davis ne descrissero il funzionamento nel 1971, l'uso del processo
ad alimentazione discontinua (SBR, acronimo dall'inglese "Sequencing batch reactor") ha ri-
cevuto considerevole attenzione, in particolare negli Stati Uniti, in Germania ed in Giappo-
ne. Questo schema di processo rappresenta una nuova applicazione del vecchio reattore
"fill-and-draw" già in uso all'inizio del secolo.
Il sistema SBR consiste di uno (o più reattori in parallelo), che provvede all'aerazione,
alla sedimentazione, all'estrazione dell'effluente ed al ricircolo dei fanghi.
Lo sviluppo del processo è legato sia all'evoluzione della strumentazione di controllo e
della sua affidabilità, caratteristica essenziale per un impianto in scala reale, sia per le ricono-
sciute capacità di selezione dei microrganismi, in funzione delle modalità di conduzione del-
l'impianto.
La flessibilità con cui si può adattare alle più varie esigenze di conduzione è uno dei
vantaggi innegabili dei sistemi di questo tipo. La possibilità di ripartizione tra i tempi di ae-
razione o di anossia, la possibilità di protrarre i tempi di riempimento (realizzando minori ca-
richi iniziali del fango) o di abbreviarli (aumentando il carico iniziale del fango) consentono
di operare come se, in un impianto convenzionale, si potesse variare la configurazione del-
l'impianto e la proporzione tra i singoli comparti. Il reattore, inoltre, consente di riunire in
una sola vasca tutti i bacini di un impianto a fanghi attivi, compreso il sedimentatore, e non
necessita di alcun riciclo (né fanghi, né miscela aerata).
In particolare il processo è adattabile alla rimozione biologica dell'azoto operando una
sequenza di fasi come la seguente:
1) riempimento (con miscelazione, ma senza aerazione);
2) prosegue il riempimento, ma con aerazione attivata;
3) prosegue il riempimento con miscelazione, senza aerazione;
4) aerazione;
5) sedimentazione;
6) scarico del supernatante.

Durante il riempimento (della durata compresa tra 6 e 12 ore) si opera la denitrificazio-


ne durante le fasi senza aerazione, mentre è attiva la nitrificazione nella fase con aerazione. I
periodi 1) e 2) sono ripartiti in più intervalli alternati della durata di non oltre 1 ora (per le
fasi anossiche) o di 3 ore (per le fasi aerate). La sequenza delle fasi e la durata deve essere at-
tentamente valutata in modo da ottimizzare le caratteristiche di sedimentabilità dei fanghi.
L'impossibilità di prevedere a priori il comportamento dei fanghi è uno dei motivi che non
ha favorito la diffusione di questo tipo di reattori.
Mancano peraltro a tutt'oggi sufficienti esperienze a scala reale per valutare l'affidabilità
del processo. Eventuali applicazioni devono ancora essere preliminarmente valutate con
prove a scala pilota.

7. PROCESSI DI RIMOZIONE BIOLOGICA DEL FOSFORO

7.1. INTRODUZIONE

Con il termine processi biologici di rimozione del fosforo si intendono i trattamenti


biologici in cui, sottoponendo la biomassa ad una ciclicità anaerobica/aerobica si induce la
selezione di batteri fosforo-accumulanti, in grado cioè di accumulare all’interno della cellula
6-64 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

quantità di fosforo in eccesso rispetto alle normali esigenze metaboliche.

In un impianto convenzionale a fanghi attivi trattante liquami domestici e rivolto alla


sola rimozione del carbonio in condizioni aerobiche, si ha comunque un parziale smaltimen-
to del fosforo; il contenuto di quest’ultimo nei fanghi di supero è pari al 2-3% (su base sec-
ca).
Con tale impianto il rendimento di rimozione del fosforo è pari al 20-30%, variabile in
funzione dell'età del fango (in particolare il rendimento aumenta al diminuire di questo pa-
rametro).
Utilizzando invece un impianto che preveda anche una fase specifica di trattamento del
fosforo si possono ottenere, in linea teorica, rendimenti molto elevati, anche superiori al
90%. Infatti il contenuto di fosforo nei fanghi di supero estratti da un impianto di questo ti-
po è normalmente pari al 5-9% su base secca.
I sistemi di rimozione biologica del fosforo attualmente operativi a scala reale utilizzano
tutti reattori a biomassa sospesa. Sono tuttavia in corso di sperimentazione processi basati su
biomasse adese, che, essendo caratterizzati da una maggiore quantità di biomassa per unità di
volume, potrebbero dar luogo a rendimenti di rimozione del fosforo superiori a quelli delle
biomasse sospese (per maggiori dettagli sulle biomasse adese si rimanda al Capitolo 7.

7.2. ASPETTI MICROBIOLOGICI

Le condizioni alterne aerobiche-anaerobiche cui viene sottoposta la biomassa determi-


nano uno stato di stress nei batteri strettamente aerobi, indotto dalla carenza di ossigeno. In
tali condizioni alcune specie batteriche sono in grado di attivare meccanismi metabolici al-
ternativi. Un particolare meccanismo è costituito, in presenza di accettori di elettroni adegua-
ti (ossigeno o nitrati), dall'accumulo all’interno della cellula di fosforo in surplus, rispetto a
quello normalmente accumulato per sintesi, nella forma di granuli di polifosfati (volutina) e,
in fase anaerobica nell’utilizzo di tale forma di “energia interna” per l’accumulo di carbonio
intracellulare (PHB).
La peculiare capacità di accumulare polifosfati all'interno della cellula è attribuibile a po-
che specie batteriche, in particolar modo all'Acinetobacter calcoaceticus. Tale microrganismo uti-
lizza come substrato nutritizio prodotti intermedi metabolici a basso peso molecolare, come
acetato, etanolo, succinato; esso pertanto è scarsamente presente nei sistemi esclusivamente
aerobici, in quanto risente fortemente della competizione con le altre specie batteriche che si
nutrono dello stesso substrato, ma anche di altri composti più complessi. Nei sistemi, invece,
in cui si hanno ciclicamente condizioni aerobiche ed anaerobiche, l'Acinetobacter, sopravvive
ed accresce notevolmente la sua presenza nel fango biologico, in virtù dei meccanismi sopra
descritti.
Vi sono tuttavia riscontri sperimentali che mostrano come la varietà dei batteri fosforo-
accumulanti sia piuttosto ampia e non confinata, come inizialmente ritenuto, al solo genere
Acinetobacter. Secondo alcuni ricercatori il solo Acinetobacter non sarebbe in grado di rimuove-
re l'intera quantità di fosforo contenuta nei fanghi, ma solo una frazione, non superiore al
35%. La restante parte sarebbe attribuibile ad altri organismi e/o a meccanismi di precipita-
zione chimica.
Altri batteri che si sono rivelati efficienti nella rimozione in eccesso del fosforo sono la
Klebsiella pneumoniae e la Klebsiella aerogenes.
La presenza di altri batteri, oltre l'Acinetobacter, può risultare determinante nello stimola-
re la rimozione in eccesso del fosforo. Un esempio tipico è costituito dai batteri che produ-
cono acidi grassi come cataboliti della demolizione della sostanza organica (specie Aeromonas,
Escherichia, Klebsiella); tali cataboliti costituiscono infatti il substrato privilegiato dal genere A-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-65

cinetobacter. In un impianto a scala reale per la rimozione biologica del fosforo, nonostante l'e-
levata percentuale di Acinetobacter calcoaceticus nel fango biologico (oltre il 50% dei batteri fa-
coltativi e aerobi presenti nella biomassa) i rendimenti di rimozione sono risultati ridottissimi
in seguito all'assenza di batteri produttori di acidi grassi volatili, in particolare Aeromonas Pun-
ctata.

7.3. ASPETTI STECHIOMETRICI E CINETICI

Il primo modello biochimico attraverso il quale si è tentato di spiegare i meccanismi per


la rimozione in eccesso di fosforo, risale attorno agli anni '70. Già dagli anni '80 si sono fatti
notevoli progressi nella conoscenza dei meccanismi di base in presenza di acetato come fon-
te di carbonio. Diversi aspetti del fenomeno non risultano ancora oggi del tutto chiariti. Di
seguito si fornirà una sintesi dello stato attuale della conoscenza sui processi biochimici di
rimozione biologica del fosforo.

7.3.1. Fase anaerobica

Durante la fase anaero-


bica (assenza di ossigeno libe- mg/l FASE ANAEROBICA FASE AEROBICA

ro e di nitrati), la massima
parte del COD solubile, prin- PO -P [mg/l]
4

cipalmente costituito da acidi BOD [mg/l]

grassi a basso peso molecola-


re (in particolar modo l'aceta-
to), viene adsorbito dai mi-
crorganismi fosforo-
accumulanti e convertito in
riserve carboniose di PHB. In
altre parole, una volta tra- tempo

sportato dentro la cellula il Figura 6.41. Andamento delle concentrazioni di BOD e di ortofosfati
substrato viene accumulato, nella fase aerobica ed in quella anaerobica.
sotto forma di PHB, come ri-
serva interna; la sintesi di PHB avviene utilizzando l’energia derivante dalla degradazione dei
polifosfati (sintetizzati nella fase aerobica). La degradazione dei polifosfati determina il rila-
scio in soluzione di ortofosfati, che ne determina un significativo incremento di concentra-
zione nella fase anaerobica (Figura 6.41).
Secondo alcuni Autori, poiché la maggior parte degli acidi grassi volatili (VFA) è in for-
ma anionica per i valori di pH abituali (per esempio l'acetato come Ac-), la loro assunzione
dovrebbe avvenire mediante diffusione facilitata attraverso la membrana cellulare.
L’energia (ovvero il fosforo intracellulare) necessaria all’assunzione dell’acetato e quindi
all’accumulo dell’acido acetico HAc, è risultata dipendere strettamente dal pH come è eviden-
ziato dal seguente grafico.
La composizione del liquame alimentato nella fase anaerobica ha una grossa influenza
nel sostenere il processo biologico di rimozione del fosforo. I batteri fosforo-accumulanti
mostrano infatti un comportamento diverso al variare del substrato immesso. Ciò può essere
ricondotto alle seguenti cause, spesso concomitanti:
1. i substrati complessi richiedono una fase preliminare di idrolisi, operata da microrganismi
differenti dai batteri fosforo-accumulanti; in un refluo civile la parte di COD rapidamente
biodegradabile è limitata (attorno al 20%) e di conseguenza è presente una notevole quan-
6-66 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

tità di sostanza organica che deve essere idrolizzata;


2. substrati differenti possono richiedere meccanismi più o meno dispendiosi, dal punto di
vista energetico, per l’adsorbimento e il successivo utilizzo nella cellula, in quanto le vie
metaboliche per la loro sintesi possono essere diverse;
3. se si opera in condizioni anossiche, come avviene nel caso di impianti in cui sia prevista
anche la rimozione dell’azoto, il processo di denitrificazione costituisce un meccanismo
competitivo perché utilizza i composti carboniosi presenti nel liquame. Di conseguenza si
avrà una riduzione più o meno sensibile delle riserve carboniose negli organismi fosforo
accumulanti, in funzione della disponibilità di acidi grassi a basso peso molecolare nel li-
quame, con la conseguente riduzione della rimozione in eccesso di fosforo.
Una frazione dei batteri fosforo-accumulanti è però in grado di utilizzare le forme ossi-
date dell'azoto come accettori di elettroni per la produzione di energia nel metabolismo dei
substrati carboniosi. In tal caso i batteri fosforo accumulanti operano in condizioni anossi-
che in modo equivalente a quelle aerobiche, anche se con velocità di reazione diverse. Si ha
pertanto assunzione di fosforo e consumo delle riserve interne di PHB. Di conseguenza il
miglior sfruttamento di tale capacità si può ottenere inserendo un reattore anossico a sé stan-
te a valle del reattore anaerobico. In tal modo si seleziona una popolazione di microrganismi
fosforo-accumulanti in grado di rimuovere in modo ottimale per via biologica sia azoto che
fosforo.

Per promuovere l'arricchimento nel fan-


go delle specie fosforo-accumulanti è neces-
-
sario pertanto realizzare nel processo di trat- ACETATO Ac
tamento una fase di anaerobiosi spinta, con
assenza cioè di accettori inorganici di elettro- POLIFOSFATO
ni (essenzialmente O2 ed NO3) che potrebbero HAc

consentire a molti microrganismi di avviare ENERGIA ENERGIA


processi aerobici od anossici, entrando così in H+
competizione con i batteri fosforo-
accumulanti nell'assunzione del substrato. Se RISERVE DI
CARBONIO H+
si prevede la rimozione combinata di fosforo
e azoto è necessario quindi evitare il ricircolo
di nitrati nel reattore anaerobico; per un im-
pianto in cui è prevista la sola rimozione del
fosforo (come il processo A/O, che verrà suc- Figura 6.42. Schema semplificato dei processi che si
cessivamente analizzato) è necessario sop- realizzano nella fase anaerobica.
primere la nitrificazione che avviene nel
comparto aerobico soprattutto nei mesi più
caldi. Le soluzioni impiantistiche che si possono adottare per risolvere tali problematiche sa-
ranno analizzate in dettaglio successivamente.
È inoltre essenziale la presenza di un'adeguata quantità di substrato carbonioso solubile
a basso peso molecolare (acidi grassi volatili). A tal fine svolge un ruolo utile la biomassa ete-
rotrofa nella fase anaerobica, che, demolendo parzialmente le molecole organiche, aumenta
la concentrazione del substrato carbonioso utilizzabile dai batteri fosforo accumulanti.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-67

È altrettanto importante che


la disponibilità di un tale substra- P rilasciato
to sia continua per evitare una HAc accumulato
0,8
possibile fluttuazione di fosforo
nell'effluente dall’impianto; nel
0,6
caso in cui si verifichino tali flut-
tuazioni è comunque possibile 0,4
integrare il processo con una ri-
mozione di tipo chimico che de- 0,2
ve essere dimensionata in modo
0 pH
tale da garantire livelli stabili di
5 6 7 8
fosforo nell’effluente (per esem-
pio 0,5 mg/l).
Figura 6.43. Andamento del rapporto tra fosforo rilasciato (energia) e aci-
In generale comunque la so- do acetico accumulato in funzione del pH.
la presenza di una fase anaerobica
nello schema di trattamento non è condizione sufficiente per garantire il successo della ri-
mozione biologica del fosforo.

7.3.2. Fase aerobica


SUBSTRATO
Nella fase aerobica i batteri fosforo- CARBONIOSO DISPONIBILE

accumulanti utilizzano il substrato carbonio- RISERVE DI

so (PHB) accumulato nella fase anaerobica CARBONIO

per la sintesi cellulare, senza dover entrare in


competizione con le altre specie batteriche METABOLISMO

per l'utilizzo del substrato esterno. POLIFOSFATO


O2
La conversione del PHB a biomassa e glico-
geno determina una produzione di sostanze
necessarie alla sintesi cellulare largamente su- ENERGIA

P
periore a quella strettamente necessaria ; tale
eccesso viene accumulato sotto forma di po-
lifosfati (catene di ortofosfati).
Nella fase aerobica si assiste pertanto ad Figura 6.44. Schema semplificato del processo di accu-
una significativa diminuzione della concen- mulo del fosforo P nella fase aerobica (o anossica).
trazione di ortofosfati dalla fase liquida (Fi-
gura 6.44).

7.4. SCHEMI DI PROCESSO PER LA RIMOZIONE BIOLOGICA DEL FOSFORO

7.4.1. Premessa

La rimozione biologica del fosforo richiede, da un punto di vista impiantistico la realiz-


zazione di due distinte fasi di trattamento:

• una fase anaerobica, che consente la selezione dei batteri fosforo accumulanti, in grado
6-68 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

di utilizzare come substrato i composti a basso peso molecolare. Tale selezione avviene
soltanto nei sistemi in cui la biomassa sia sottoposta ciclicamente (in termini spaziali o
temporali) a condizioni anaerobiche ed aerobiche. Nella fase anaerobica (senza quindi
presenza di alcun accettore di elettroni, quali ossigeno e nitrati) i batteri fosforo accumu-
lanti rilasciano il fosforo accumulato come polifosfati intracellulari ed allo stesso tempo,
utilizzando l’energia prodotta da tale processo, accumulano il substrato a basso peso mo-
lecolare sotto forma di riserve intracellulari (PHB). Un adeguato dimensionamento di tale
fase consente di ottenere anche una selezione di batteri floc-forming, con il conseguente
miglioramento della sedimentabilità dei fanghi.
• una fase aerobica dedicata ai processi di ossidazione del substrato carbonioso e
all’accumulo da parte dei batteri di riserve di polifosfati intracellulari, utilizzando preva-
lentemente le fonti di carbonio intracellulare sottoforma di PHB.

Nel caso che si preveda un impianto che realizzi la rimozione combinata di azoto e fo-
sforo, viene introdotta anche una fase anossica destinata principalmente alla denitrificazione.
È tuttavia possibile utilizzare tale fase del processo per l’assunzione del fosforo da parte dei
batteri fosforo accumulanti. La cinetica di assunzione del fosforo è tuttavia inferiore in con-
dizioni anossiche rispetto a quella riscontrabile in condizioni aerobiche.
Se lo stadio anossico precede la fase aerobica (stadio anossico primario), il substrato
carbonioso utilizzato è costituito dai composti organici presenti nel liquame trattato (carbo-
nio interno). Lo stadio anossico primario ha la funzione di rimuovere con elevata efficienza
il carico di nitrati derivante dal ricircolo di una portata ricca di nitrati proveniente dallo sta-
dio di nitrificazione.
Se, invece, lo stadio anossico è a valle della fase aerobica (stadio anossico seconda-
rio), il substrato carbonioso utilizzato deriva o dalla respirazione endogena della biomassa
(carbonio endogeno), con cinetiche di processo decisamente più lente rispetto a quelle deri-
vanti dall’utilizzo del carbonio interno, o dall’aggiunta di carbonio esterno, con cinetiche in
questo caso superiori a quelle misurate nello stadio primario. Lo stadio anossico secondario
ha funzione di finissaggio, cioè di riduzione del carico residuo di nitrati.

Le realizzazioni impiantistiche dei processi di rimozione biologica del fosforo, e , nel


caso si preveda l’introduzione di una fase anossica, di azoto e fosforo, possono essere classi-
ficate, sulla base della forma fisica della biomassa, in:
• sistemi a biomassa sospesa
• sistemi a biomassa adesa
• sistemi ibridi (cioè con contemporanea presenza di biomassa in forma adesa e sospesa)

e sulla base della reattoristica in:


• sistemi separati
• sistemi combinati (o integrati).

Nei sistemi separati i processi biologici della biomassa autotrofa e di quella eterotrofa
vengono condotti in stadi distinti, ciascuno dotato di una unità biologica e, nel caso di bio-
masse sospese, di un sedimentatore con relativo sistema di ricircolo del fango.
Nei sistemi combinati, invece, tutta la biomassa (autotrofa ed eterotrofa assieme) è
esposta alternativamente alle diverse condizioni ambientali richieste dal processo (anaerobi-
che, anossiche ed aerobiche, nella configurazione più completa), durante le quali si svolgono
le varie fasi di ossidazione della sostanza organica, di nitrificazione, di denitrificazione e di
rimozione biologica del fosforo. A livello impiantistico, i sistemi combinati presentano un'u-
nica unità biologica, variamente conformata e parzializzata a seconda delle diverse modalità
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-69

realizzative che verranno illustrate più avanti, seguita da un'unità di sedimentazione finale.
Fra i due sistemi, separato e combinato, il secondo è sicuramente il più economico sia
per i costi di costruzione che per i costi di gestione.

A differenza dei processi di rimozione biologica del solo azoto, per i quali la tecnologia
impiantistica è ormai collaudata, i trattamenti biologici di rimozione del fosforo, pur se nu-
merose sono le applicazioni a scala industriale, sono a tutt'oggi ancora oggetto di numerosi
studi e ricerche, finalizzate ad una migliore comprensione dei meccanismi di processo ed al
raggiungimento di una maggiore stabilità di processo.
Tutti i processi a biomassa sospesa oggi applicati per la rimozione biologica del fosforo
(o di azoto e fosforo) sono estensioni e integrazioni del processo a fanghi attivi e possono
essere classificati in due categorie principali:
• full stream, che sottopongono ad aerobiosi ed anaerobiosi l'intera portata del liquame;
• side stream, che operano l’anaerobiosi su una aliquota della portata dei fanghi di ricirco-
lo.

Alla prima categoria appartengono alcuni processi per la rimozione del fosforo e tutti i
processi che operano sia la rimozione biologica del fosforo che dell'azoto e che costituisco-
no una estensione degli schemi di processo usualmente adottati per la sola rimozione dell'a-
zoto.

7.4.2. Processi full stream

I principali processi che operano la sola rimozione del fosforo secondo lo schema full
stream sono i seguenti:
• processo A/O
• processo ad alimentazione discontinua (SBR)

Le quantità di fanghi prodotte in tutti i processi sopra elencati, non sono maggiori di
quelle prodotte negli impianti convenzionali a biomassa sospesa, ma il contenuto di fosforo
nei fanghi di supero è mediamente superiore di 2 a 3 volte.
Il trattamento dei fanghi biologici arricchiti di fosforo, tuttavia, richiede particolare at-
tenzione, a causa dei processi di risolubilizzazione del fosforo (in particolar modo nella dige-
stione anaerobica dei fanghi) che, se ricircolato nella linea liquami, può condurre ad una ri-
duzione considerevole dell'efficienza complessiva dell'impianto.

La direttiva europea 91/271 prevede che la concentrazione di fosforo presente allo sca-
rico in aree sensibili sia inferiore ad 1 mg/l per impianti superiori a 100.000 abitanti equiva-
lenti e a 2 mg\l tra i 10.000 e i 100.000 abitanti equivalenti; oppure è previsto che mediante
nell’impianto di depurazione si raggiunga un rendimento minimo dell’80% nella rimozione
del fosforo.
Gli impianti a scala reale attualmente operativi difficilmente riescono a garantire una
concentrazione di fosforo totale nell'effluente inferiore a 2 mg/l, principalmente per le flut-
tuazioni di substrato rapidamente biodegradabile nell’influente e per le conoscenze ancora
incomplete sull’effettiva cinetica e stechiometria del processo. Per ottenere concentrazioni di
fosforo totale nell'effluente inferiori a 1 mg/l è in genere necessario uno stadio di finissaggio
chimico-fisico ed una filtrazione finale.

7.4.3. Processo A/O


6-70 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ossigenatore
Il processo
AN AE
"A/O" (acronimo di
"Anaerobic/Oxic") S II

consiste semplice- influente Effluente


mente in un reatto-
re anaerobico se-
guito da un reattore
aerobico (Figura agitatore
6.45). Tale configu- Fango di ricircolo

razione impiantisti-
ca è particolarmen- Fango di supero
te indicata qualora
sia sufficiente la so- Figura 6.45. Diagramma di flusso del processo A/O per la rimozione biologica del
la rimozione del fosforo. Legenda: AN = zona anaerobica; AE = zona aerobica; SII = sedimentatore
fosforo. In questo secondario.
caso l'età del fango
è contenuta tra 2 e
6 giorni e i carichi applicati sono generalmente analoghi a quelli degli impianti convenzionali
a fanghi attivi a medio carico (Cf = 0.2-0.3 kgBOD/(kgSST·d)) e ad alto carico (Cf = 0.4-0.7
kgBOD/(kgSST·d)). I tempi di ritenzione idraulica sono mediamente di 0,5-1 h per la fase a-
naerobica e 2-2,5 h per la fase aerobica.
La concentrazione di fosforo nell'effluente da tale impianto dipende principalmente dal
rapporto BOD/P nell'influente. È stato notato che, quando tale rapporto è superiore a 10, è
possibile raggiungere il valore di 1 mg/l di fosforo nell'effluente. Nel caso che questo rappor-
to sia minore di 10, è necessario prevedere un trattamento chimico per raggiungere il limite
di 1 mg/l.
Tale processo può essere modificato per rimuovere anche l'azoto ; il processo così mo-
dificato è stato denominato A2/O (Figura 6.46).
Le esperienze in scala reale evidenziano che la principale causa delle fluttuazioni di ren-
dimento nel corso
dell'anno è la pre-
senza, nei mesi più ossigenatore
AN AX AE
caldi, del processo di
nitrificazione nello S II

stadio aerato che


comporta il ricircolo Influente
Effluente

dei nitrati nel reatto-


re anaerobico. L'at- a
tività di denitrifica- agitator

zione che vi si svi-


luppa sottrae parte Fango di ricircolo

del substrato organi-


co rapidamente bio- Fango di supero
degradabile a sfavore
dei batteri fosforo- Figura 6.46. Diagramma di flusso del processo A2/O per la rimozione combinata
accumulanti, ridu- di azoto e fosforo. Legenda: AN = zona anaerobica; AE = zona aerobica; AX =
zona anossica; SII = sedimentatore secondario; a = ricircolo della miscela aerata.
cendo perciò l'effi-
cienza di rimozione
del fosforo.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-71

Per ottenere dei buoni rendimenti con il processo A/O, pertanto, è necessario sopprime-
re la nitrificazione adottando carichi del fango elevati. Laddove sia invece richiesta la rimo-
zione combinata di azoto e fosforo, il carico del fango dovrà avere il più elevato valore pos-
sibile (per stimolare il metabolismo dei batteri fosforo accumulanti), compatibilmente con le
esigenze del processo di nitrificazione.

7.4.4. Processo SBR

Il sistema SBR consiste di uno (o più reattori in parallelo), in cui si alternano le varie fasi
di processo secondo una sequenza temporale (Figura 6.47).
La flessibilità con cui si può adattare questo sistema alle più varie esigenze di conduzio-
ne è uno dei vantaggi innegabili dei sistemi SBR. La possibilità di ripartizione tra i tempi di
aerazione, la possibilità di protrarre i tempi di riempimento (realizzando minori carichi inizia-
li del fango) o di abbreviarli (aumentando il carico iniziale del fango) consentono di operare
come se, in un impianto convenzionale, si potesse variare la configurazione dell'impianto e la
proporzione tra i singoli comparti. Il reattore, inoltre, consente di riunire in una sola vasca
tutti i bacini di un impianto a fanghi attivi, compreso il sedimentatore, e non necessita di al-
cun ricircolo (né fanghi, né miscela aerata).
Le applicazioni di questo sistema alla rimozione del fosforo hanno mostrato prestazioni
soddisfacenti, ma la disponibilità di pochi dati sperimentali non ha ancora consentito di veri-
ficare la stabilità del processo.

Tempo

Influente Effluente

IN AN AE S OUT

Figura 6.47. Schema di una sequenza operativa di un reattore SBR. Legenda: IN = fase di alimentazione ;
AN = fase anaerobica; AE = fase aerobica; S = fase di sedimentazione ed eventuale estrazione fanghi; OUT
= fase di scarico.

7.4.5. Processi side stream

In questo tipo di processi, anziché l'intero flusso della miscela liquami/fanghi (mixed li-
quor), soltanto una parte del fango di ricircolo è sottoposta a condizioni anaerobiche. Tale
portata viene inviata ad un reattore denominato stripper dove staziona per periodi dell'ordine
delle ore, prima di ritornare nel bacino di aerazione. Nello stripper ha luogo il rilascio del fo-
sforo, mentre la riassunzione in eccesso avviene poi comunque nel reattore aerobico.
Poiché la riassunzione in eccesso è proporzionale al rilascio, è evidente che questo tipo
di processo offre il duplice vantaggio di operare con volumi più contenuti e con maggior ef-
ficacia, potendosi contare su un maggior tempo di anaerobiosi. Il rilascio (e di conseguenza
la riassunzione) può essere ancora più spinto se nel bacino anaerobico si dosano liquami
contenenti substrati rapidamente biodegradabili, che intensificano l'attività dei batteri accu-
mulatori di fosforo.
A tal fine si possono utilizzare fonti di carbonio interne (liquame grezzo, liquame pri-
mario, surnatante di stadi di fermentazione di fanghi primari) oppure fonti esterne (acido a-
cetico, reflui industriali ad elevato contenuto di COD rapidamente biodegradabile e rapporto
6-72 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

TKN/COD favorevole).

7.4.6. Processo Phostrip

Gli studi riguardanti i processi side stream puramente biologici sono ancora agli inizi.
L'unico processo side stream oggi applicato in scala reale è il Phostrip (Figure 6.48 e 6.49). Ta-
le processo non è puramente biologico in quanto "forza" per via chimica l'abbattimento del
fosforo, aggiungendo calce a valle del reattore anaerobico di rilascio (stripper). La calce funge
da coagulante e permette la precipitazione chimica del fosforo. Ciò naturalmente garantisce
una maggiore affidabilità al processo, a prezzo dell'addizione di reattivi, peraltro di basso co-
sto, e dello smaltimento dei fanghi derivati dalla precipitazione chimica.
Il processo Phostrip non è vincolato al carico organico della linea liquami e al rapporto
BOD/P dell'influente, come invece accade per i processi full stream (vedi processo A/O). Le
prestazioni del processo sono principalmente funzione delle modalità di conduzione dello
stripper e del trattamento chimico. Il flusso di fanghi in uscita dal reattore anaerobico viene
alimentato alla vasca di aerazione della linea liquami, dove ha luogo l'assunzione in eccesso

Figura 6.48. Schema del processo Phostrip per la rimozione chimico-biologica del fosforo. Legenda: 1= se-
dimentatore primario; 2= vasca di aerazione; 3 = sedimentatore secondario; 4= reattore di strippaggio; 5= re-
attore di precipitazione chimica; 6= stoccaggio della calce.

Influente 1 2 3 Effluente

6 5 4
Surnatante Fango di supero

Fango chimico Fanghi


Liquame

Figura 6.49. Schema del processo Phostrip II per la rimozione chimico-biologica del fosforo. Legenda: 1= sedi-
mentatore primario; 2= vasca di aerazione; 3= sedimentatore secondario; 4= reattore di pre-strippaggio; 5= reatto-
re di strippaggio; 6= reattore di precipitazione chimica; 7= stoccaggio della calce.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-73

del fosforo. Variando la frazione di fanghi di ricircolo alimentati allo stripper si modifica il
rapporto tra la quantità di fosforo rimossa per precipitazione chimica e quella invece allonta-
nata nei fanghi di supero, ricchi di fosfati.
Il principale vantaggio rispetto ai trattamenti convenzionali di precipitazione chimica full
stream del fosforo, è la minore quantità di calce consumata (e quindi di fanghi prodotti). Il
dosaggio di calce è molto inferiore, poiché solo il 20-30% della portata dell'impianto passa
nello stripper.
Nella prima versione del processo (Figura 6.48), in cui non era prevista l'adduzione di
una parte del liquame grezzo al reattore anaerobico, erano necessari tempi di ritenzione dei
fanghi dell'ordine di 15-20 ore per ottenere rilasci di fosforo sufficienti per conseguire il suc-
cessivo abbattimento a concentrazioni di 1 mg P/l.
Nella versione Phostrip II (Figura 6.49), il processo è stato modificato per consentire il
contatto dei fanghi di ricircolo con parte del liquame derivato a valle del sedimentatore pri-
mario, in modo da avere a disposizione COD rapidamente biodegradabile nello stripper ed
intensificare quindi il rilascio del fosforo.
In via indicativa si può rilevare che la linea liquami è progettata con i normali parametri
di un impianto convenzionale a fanghi attivi , mentre il reattore anaerobico è alimentato con
una frazione della portata dei fanghi di ricircolo generalmente pari al 20-50% ed è caratteriz-
zato da un tempo di ritenzione dei fanghi generalmente compreso tra 6 e 10 ore. Proprio
quest’ultimo parametro costituisce il vantaggio di tale processo rispetto alla sua versione pre-
cedente in cui era necessario un tempo di ritenzione dei fanghi compreso tra le 15 e le 20
ore. Attualmente tale tipologia di impianto è l’unica che garantisce concentrazioni di fosforo
in uscita inferiori ad 1 mg/l.

7.5. PROCESSI DI RIMOZIONE BIOLOGICA COMBINATA DI AZOTO E FOSFORO

I principali processi che operano la rimozione biologica combinata di azoto e fosforo


sono i seguenti:
2
• processo A /O (già precedentemente esposto nell’ambito del processo A/O);
• processo PhoStrip II (già precedentemente esposto a seguito del processo PhoStrip);
• processo Phoredox;
• processo UCT;
• processo ad alternanza;
• processo ad alimentazione discontinua (SBR).

7.5.1. Processo Phoredox

Lo schema del processo Phoredox (schema generale di Figura 6.50) consiste sostan-
zialmente di un processo di predenitrificazione preceduto da un reattore anaerobico avente
la duplice funzione di provocare lo stress batterico necessario per il rilascio del fosforo e, nel
contempo, di favorire i processi idrolitici che producono i substrati semplici (ad es. l'acido
acetico) utilizzati dai batteri accumulatori di fosfati.
Come già osservato per il processo A2/O, per conseguire elevate rimozioni di fosforo è
essenziale ottenere alti rendimenti di rimozione dei nitrati. Infatti, se a valle del bacino aerato
permangono concentrazioni di nitrati non trascurabili (> 5 mg NO3-N/l), questi vengono tra-
sportati nel reattore anaerobico con il fango di ricircolo, innalzando il potenziale redox ed
inibendo i fenomeni di rilascio del fosforo che qui devono aver luogo.
Per questo motivo, il trattamento di liquami con rapporti TKN/COD inferiori a 0,07 mg
6-74 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Influente Effluente
AN AX AE S

aQ

rQ
Fango di supero

Figura 6.50. Schema di processo Phoredox per la rimozione di azoto e fosforo. Legenda: AN = reattore anae-
robico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di ricircolo miscela aera-
ta; r = rapporto di ricircolo fanghi.

N/mg COD si realizza con successo, mentre l'influenza dei nitrati può essere sensibile per
rapporti superiori.
È stato tuttavia dimostrato che per avere una soddisfacente rimozione del fosforo non
basta soltanto impedire che i nitrati giungano al comparto anaerobico ma è necessario ga-
rantire la disponibilità di substrati facilmente biodegradabili per attivare il processo di rilascio
del fosforo e della conseguente successiva riassunzione in eccesso. Viceversa, se sono dispo-
nibili adeguate concentrazioni di substrato rapidamente biodegradabile, è possibile assistere a
elevati rendimenti di rimozione di azoto e fosforo.
Recentemente sono state applicate soluzioni innovative, quali la produzione di acidi
grassi volatili (substrato rapidamente biodegradabile) dagli stessi fanghi primari, mantenuti
nel sedimentatore o in un apposito fermentatore per un tempo di ritenzione sufficiente ad
innescare i processi di fermentazione.
I parametri di progetto generalmente applicati nei processi Phoredox sono i seguenti:
• età del fango: 25-40 giorni;
• rapporti tra le frazioni di biomassa anaerobica/anossica/aerobica (considerando 100 la
biomassa totale): 10:30:60;
• rapporto di ricircolo fanghi: 1;
• rapporto di ricircolo miscela aerata: 2-4.

La configurazione impiantistica ideale è quella a plug-flow.

7.5.2. Processo UCT

Con il sistema UCT (Figura 6.51) è in teoria possibile trattare scarichi con rapporto
TKN/COD più elevato (fino a 0,11 - 0,12 mgN/mgCOD) rispetto al Phoredox, in quanto il fan-
go di ricircolo viene inviato nel reattore anossico, dove vengono rimossi i nitrati, e da qui ri-
preso e rinviato al reattore anaerobico. In tal modo quindi si evita la presenza di nitrati nel

bQ

Influente Effluente
AN AX AE S

aQ

rQ Fango di supero

Figura 6.51. Schema di processo UCT per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda: AN = reat-
tore anaerobico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di ricircolo
miscela aerata; r = rapporto di ricircolo fanghi; b = rapporto di ricircolo miscela anossica.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-75

comparto anaerobico.
Tuttavia, rapporti TKN/COD elevati comportano minori valori del rapporto di ricircolo
della miscela aerata, in quanto i nitrati trasportati nel fango di ricircolo saturano la capacità di
denitrificazione del reattore anossico. D'altra parte un dimensionamento eccessivo di questo
reattore penalizza la nitrificazione, in quanto la frazione di biomassa aerata sarebbe troppo
esigua per far fronte al carico ammonico da ossidare (non si ha un tempo di contatto suffi-
cientemente elevato).
Per ovviare a questo problema è stato introdotto il processo UCT modificato (Figura
6.52), indicato per liquami aventi un rapporto TKN/COD = 0,10 - 0,11 e concentrazioni di
COD superiori a 500 mg/l. Secondo questo schema il reattore anossico viene sdoppiato in un
primo reattore (circa 1/4 del totale) deputato esclusivamente alla denitrificazione dei fanghi
di ricircolo (r·Q) e in un secondo reattore (i rimanenti 3/4 del volume) per la denitrificazione
dei liquami ricircolati dalla vasca di aerazione.
Con ciò, per alti rapporti TKN/COD si rinuncia ad una buona efficienza di rimozione del
fosforo, in quanto parte del substrato rapidamente biodegradabile viene consumato per la
denitrificazione del fango di ricircolo, ma si salvaguarda la sedimentabilità dei fanghi, ele-
mento essenziale per il buon funzionamento di tutto il processo.
I parametri di dimensionamento sono analoghi a quelli del processo Phoredox.

Figura 6.52. Schema di processo UCT modificato per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda:
AN = reattore anaerobico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di
ricircolo miscela aerata; r = rapporto di ricircolo fanghi; b = rapporto di ricircolo miscela anossica.

7.5.3. Processo in alternanza

Tale processo (Figura 6.53) ricalca quello utilizzato per la rimozione biologica
dell’azoto. L’unica modifica rispetto a tale schema consiste nel prolungamento della fase a-
nossica fino all’esaurimento dei nitrati, con la conseguente instaurazione di condizioni anae-
robiche, favorevoli allo sviluppo dei batteri fosforo-accumulanti.
Sono attualmente in studio i criteri di progettazione e conduzione di tali sistemi alterni
per ottimizzare la rimozione combinata di azoto e fosforo.
6-76 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

7.5.4. Processo SBR

La sequenza operativa viene modificata al fine di ottenere la rimozione sia dell'azoto (in
fase aerobica e anossica) e del fosforo.
Infine si riporta lo schema di un sistema ibrido di rimozione combinata di azoto e fo-
sforo di recente realizzazione :

Figura 6.54. Schema di processo SBR per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda: AX = fase
anossica; AN = fase anaerobica; AE = fase aerobica; S = fase di sedimentazione.

7.5.5. Processo Dephanox

Il processo DEPHANOX è basato sullo schema impiantistico descritto in Figura 6.55.


Il primo sedimentatore ha lo scopo di chiarificare il liquame in uscita dal reattore anaerobico
iniziale in cui si vuole ottenere un fenomeno di bioflocculazione. Nel biofiltro aerato, che
opera a biomassa adesa, si ha lo sviluppo di batteri nitrificanti.
La successiva fase anossica è sede di denitrificazione e di assunzione di fosforo da parte dei
batteri fosforo accumulanti.
Il comparto aerobico in coda ha la funzione di riaerare, favorendo lo stripping dell'azo-
to molecolare prodotto durante lo stadio anossico e al fine di ossigenare i fanghi per rag-
giungere una miglior sedimentabilità.

FASE 1 FASE 2

LIQUAME
GREZZO AX AX

S LIQUAME S
GREZZO
AE AE

FANGO DI RICIRCOLO FANGO DI RICIRCOLO

Figura 6.53. Schema di processo ad alternanza. Legenda: AX = fase anossica; AE = fase aerobica; S = se-
dimentatore.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-77

S S
OUT
AN BIOFILTRO AX AE
AERATO

Figura 6.55. Schema impiantistico del processo Dephanox.

8. REAZIONI CHIMICHE DI PRECIPITAZIONE DEL FOSFORO

Nei liquami grezzi il fosforo è presente principalmente allo stato pentavalente come
ione ortofosfato, come fosfati condensati (polifosfati) e come fosforo organico.
Va osservato che sia il fosforo organico che i polifosfati sono rapidamente idrolizzabili
a fosfati inorganici nei reattori di ossidazione biologica. Di conseguenza, le uniche forme di
fosforo organico o condensato che si trovano, a valle di un trattamento biologico, sono lega-
te alla presenza di solidi sospesi, mentre gli ortofosfati sono praticamente l’unica forma in
soluzione.
La possibilità di rimuovere il fosforo dalle acque di scarico sta nel fatto che questo ele-
mento è presente in gran parte sotto forma di anioni in grado di combinarsi con cationi bi- e
trivalenti per dare fosfati insolubili.
In pratica si utilizzano sali di ferro (ione ferroso, Fe2+, e ferrico Fe3+), di alluminio (Al3+)
e di calcio (Ca2+), che, esercitando anche una azione flocculante, permettono di rimuovere
anche una notevole quota di solidi sospesi a cui sono associate le altre forme di fosforo.
Poiché non si dispone di relazioni univoche che leghino il dosaggio di reagente ad una
prefissata rimozione di fosforo (a causa dell’estrema variabilità della composizione e delle ca-
ratteristiche fisico-chimiche delle acque di scarico), tutti gli autori raccomandano
l’esecuzione di jar test seguiti da prove pilota e a scala reale per scegliere il reagente migliore
nonché il dosaggio e i punti dove immetterlo, in funzione dell’efficacia di rimozione e dei
costi.

8.1. SALI DI ALLUMINIO

Il precipitato che si forma dai fosfati, in una soluzione contenente Al(OH)3, ha una com-
posizione intermedia tra l’idrossido e il fosfato di alluminio e si presenta in forma amorfa. La
precipitazione e la flocculazione del complesso avviene rapidamente. All’inizio il precipitato
tende a contenere un eccesso di idrossido rispetto al precipitato formatosi da più lungo tem-
po.
L’idrossido presente nel complesso tende quindi a reagire ulteriormente con i fosfati so-
lubili ed ad arricchire il precipitato di fosfato d’alluminio. Può essere quindi conveniente rici-
clare i solidi precipitati in quanto ancora parzialmente reattivi e, inoltre, dotati di notevoli ca-
pacità flocculanti.
La più comune forma di sale d’alluminio utilizzata è l’allume (solfato di alluminio idra-
to) con formula approssimata Al2(SO4)3 14 H2O.
Le reazioni dell'allume in un liquame contenente fosfati possono essere riassunte nelle
seguenti due equazioni approssimate:
6-78 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Al 2 ( SO 4 ) 3 ⋅ 14H 2 O + 2PO 43− → 2AlPO 4 ↓ +3SO 24− + 14H 2 O


Al 2 ( SO 4 ) 3 ⋅ 14H 2 O + 6HCO 3− → 2Al(OH) 3 ↓ +6CO 2 + 3SO 42− + 14H 2 O

L’azione dei sali d’alluminio è più efficace in acque aggressive e con bassa alcalinità, in
quanto tali condizioni favoriscono la formazione di AlPO4 piuttosto che di Al(OH)3. Acque
alcaline, invece, richiedono maggiori dosaggi, proprio perché, parte dell’alluminio rimane
allo stato di idrossido trivalente e non si combina con i fosfati.
Tuttavia, l’allume in acque particolarmente alcaline può causare un eccessivo abbassa-
mento del pH, inaccettabile ad esempio con un processo di precipitazione in simultanea. In
tali casi si può utilizzare l’alluminato di sodio, la cui reazione semplificata con i fosfati è la
seguente:
Na 2 O ⋅ Al 2 O 3 + 2PO 34− + H 2 O → 2AlPO 4 ↓ +2NaOH + 6OH −
8.2. SALI DI FERRO

L’uso di sali di ferro è molto comune. In questo caso la precipitazione è complicata dal-
la presenza di due stati di ossidazione (bi e trivalente) entrambi termodinamicamente stabili.
L’ossidazione di Fe2+ a Fe3+ avviene secondo cinetiche che dipendono sia dal contenuto di
fosfati che dal pH. Inoltre le trasformazioni tra le due forme sono influenzate dalla catalisi
enzimatica dovuta alla presenza di microrganismi diversi secondo le diverse condizioni che
si riscontrano in un impianto di depurazione (trattamenti aerobici e anaerobici). In particola-
re le interazioni tra Fe2+ e fosfati acquistano interesse qualora si usino processi anaerobici di
digestione dei fanghi. Esperienze sperimentali dimostrano l’insolubilità dei fosfati ferrici e
ferrosi in condizioni anaerobiche.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-79

Anche con i sali di ferro, come per l’alluminio, si ha formazione di precipitati misti di
idrossidi e fosfati. Gli ioni ferrici, inoltre, presentano buone proprietà complessanti verso le
forme di fosforo condensato, che verrebbero rimosse in seguito per adsorbimento sui fioc-
chi di idrossifosfato ferrico. Le ottime proprietà flocculanti degli ioni ferrici permettono una
considerevole rimozione di colloidi, di cui bisogna tenere conto nella stima dei fanghi di ri-
sulta.
I sali di ferro bivalente (es. FeSO4) sembrano molto efficaci se utilizzati in ambienti for-
temente ossidanti. Infatti gli ioni di ferro trivalente generati in vasca per ossidazione degli
ioni bivalenti sembrano molto più selettivi nella formazione di fosfati ferrici insolubili.
Cloruro e solfato ferroso, oltre che come reagenti commerciali, sono utilizzati anche
come soluzioni di risulta da trattamenti di decapaggio di superfici metalliche con acido solfo-
rico e cloridrico, anche se spesso occorre fare attenzione alla presenza di notevoli concentra-
zioni residue di acido che potrebbero abbassare eccessivamente il pH in vasca.
Le reazioni del cloruro ferrico in un liquame contenente fosfati può essere descritta dal-
le seguenti equazioni approssimate:

Tabella 6.10. Caratteristiche chimico-fisiche principali dei prodotti usati come reagenti nella rimozione del
fosforo dalle acque di scarico.

CARATTERISTICHE CHIMICHE E FISICHE NOTE

Reagente e formula Aspetto e proprietà Densità Concentraz. Forma Confez.


3
[kg/m ] in peso fisica

Allume Colore bianco crema 600-1200 17% Al2O3 zolle sacchi


Al2(SO4)3 14H2O pH:3-3.5 (sol. 1-10%) grani barili
-secco polvere irritante granuli fusti
tenere in luogo secco polvere sfusa

Allume Inizia a cristallizzare 1330 8.3% Al2O3 soluzione


sfusa
Al2(SO4)3 14H2O a -1°C; cristallizza a a 16°C commerc.
-liquido - 8°C; corrosivo.

Alluminato di sodio pH 11.9 (soluz. 1%) 640-800 41-46% Al2O3 sacchi


Na2Al2O4 non corrosivo
-secco polvere irritante
conservaz. max 6 mesi

Alluminato di sodio fortemente alcalino 4.9-26.7% Al2O3 soluzione fusti


Na2Al2O4 da maneggiare con cura comm. autobotti
-liquido caustico, conserv. max 3 mesi

Cloruro ferrico Marrone oleoso 1340-1490 35-45% soluz. damig.


FeCl3 pH 2 (soluz. 1%) comm autobotti
-liquido corrosivo macchia
metalli e calcestruzzo

Cloruro ferroso Marrone oleoso 1190-1250 20-25% soluz. fusti


FeCl2 (liquido) comm.
Soluzione esausta Acido libero da residuo liq. autobotti
da decapaggio da 1-1.5% fino 10% di risulta
leggermente meno
corrosivo di FeCl3

Solfato ferroso Acido in soluzione 990-1060 55-58% prodotto


FeSO4 7H2O secco composiz. variabile commerc.
Soluzione esausta Si ossida in aria umida liquido di
da decapaggio si rapprende a T >20°C risulta
6-80 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

FeCl 3 + PO 43− → FePO 4 ↓ +3Cl −


FeCl 3 + 3HCO 3− → Fe(OH) 3 ↓ +3CO 2 + 3Cl −

Nel caso dei sali ferrosi si fa invece riferimento a queste reazioni:


3FeCl 2 + 2PO 43− → Fe 3 (PO 4 ) 2 ↓ +6Cl −
3FeSO 4 + 2PO 34− → Fe 3 (PO 4 ) 2 ↓ +3SO 24−

8.3. CALCE

La precipitazione
del fosforo con calce
presenta caratteri del tut-
to peculiari rispetto ai re-
agenti analizzati prece-
dentemente.
Benché lo studio
dell'equilibrio termodi-
namico permetta di af-
fermare che è possibile
raggiungere concentra-
zioni residue in soluzione
estremamente basse (Fi-
gura 6.56), la precipita- Figura 6.56. Diagrammi di equilibrio di solubilità dei fosfati di fer-
ro (FePO4, 1), di alluminio (AlPO4, 2), e di calcio (apatite, 3; 4
zione del fosfato di cal- rappresenta la precipitazione di calcite).
cio è molto influenzata
sia dalla cinetica di nucleazione e di crescita dei cristalli di apatite, sia soprattutto, dalla pre-
senza di altre specie ioniche in soluzione. Infatti l’acidità della soluzione, la concentrazione di
bicarbonati, la presenza di magnesio e di fluoro influenzano notevolmente sia la composi-
zione del precipitato che la concentrazione residua di fosfato in soluzione.
Dall’esame della Figura 6.56 si vede come la lentissima cinetica di formazione
dell’apatite a bassi pH e la presenza di magnesio, che impedisce la precipitazione di parte del
fosforo presente a pH inferiori a 8,5, renda necessario l’innalzamento del pH ad almeno 10,5
per ottenere sensibili rimozioni di fosforo con calce.
La necessità di portare il pH a tali valori comporta la precipitazione dei carbonati e i do-
saggi necessari sono pertanto determinati dalla concentrazione di bicarbonati nel liquame
(alcalinità).
Il precipitato è fosfato di calcio amorfo. L’assenza di una struttura cristallina rende tale
composto instabile a valori di pH inferiori a 9, e ciò è fonte, ad esempio, di consistenti rilasci
di fosforo in unità di trattamento dei fanghi quali l’ispessimento e la digestione anaerobica.
In questi casi occorre molta cautela prima di ricircolare il surnatante direttamente in testa
all’impianto per il carico aggiuntivo di fosforo che ne deriverebbe.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-81

Tabella 6.11. Dosaggi indicativi per la precipitazione chimica del fosforo in impianti di trattamento di acque
di rifiuto domestiche; Fe(II) - sali di ferro bivalente - Al(III) - sali di alluminio trivalente - Ca(II) -sali di calcio;
rm - rapporto molare ione / fosforo.

Concentrazione nell’effluente : 2-3 mg P/l

-Prec. simultanea Fe (II) o Al (III), rm = 0.8


-Pre prec. Al (III) , rm = 1

Concentrazione nell’effluente : 1-2 mg P/l

-Prec. simultanea Fe (II) o Al (III) , rm = 1


-Pre prec. Ca (II) + Fe (II) pH 8-9 (Fe), rm = 1
-Prec. diretta Al(III) , rm = 1.5
-Post prec. Al(III) pH = 6.5-7.2, rm = 1

Concentrazione nell’effluente : 0.5-1 mg P/l

-Prec. simultanea + Pre prec.o lagunaggio, Fe (II) o Al (III), rm = 1.5


-Pre prec. Ca (II) + Fe (II) pH 9-10 (Fe), rm (Fe)= 1.5
-Post prec. Al(III) pH = 5.5-6.52, rm = 2

Concentrazione nell’effluente : 0.3-0.5 mg P/l

-Prec. simultanea Fe (II) o Al (III) , rm = 2 +filtro-flocc. Fe(II) o Al (III), rm = 2


-Prec. diretta Ca (II) + Fe (II) pH 9-10, rm (Fe)= 1.5 + filtro-flocc.
-Post prec. Al(III) pH = 5.5-6, rm = 2 + filtro-flocc. Fe(III), rm = 2

La solubilità del precipitato, inoltre, viene aumentata rispetto ai valori teorici a causa di
fenomeni di scambio ionico e a causa dei brevi tempi di ritenzione nelle vasche di precipita-
zione-flocculazione. Il precipitato, infatti, si coagula e si aggrega in tempi molto più lenti dei
fosfati di ferro ed alluminio. La presenza di coaguli di apatite già formata facilita la coagula-
zione di nuovo fosfato di calcio, e pertanto il riciclo dei fanghi è essenziale per migliorare
l’efficacia del processo. Si è anche riscontrato che l’aggiunta di cristalli di apatite abbrevia il
tempo di precipitazione da 50-80 ore a 2-5 ore.
Le ragioni dell’uso infrequente della calce risiedono nella produzione di fanghi molto
elevata che tale additivo comporta e ai problemi gestionali e di manutenzione dovuti alle
modalità di trasporto, stoccaggio e dosaggio della calce (incrostazioni, depositi, ecc.).
Si ricorda inoltre che mentre i processi che fanno uso di sali di ferro e alluminio non
comportano in genere inconvenienti se utilizzati contestualmente ad un processo biologico
(anzi, spesso consentono di migliorare le caratteristiche di sedimentabilità dei fanghi),
l’impiego della calce comporta valori di pH incompatibili con il metabolismo batterico. Gli
effluenti di trattamenti con calce devono generalmente subire una neutralizzazione o una ri-
carbonatazione per potere rientrare in un intervallo di valori di pH accettabile.

8.4. SCHEMI DI PROCESSO

Nella Figura 6.57 sono illustrati e qui di seguito descritti i più comuni schemi di proces-
so adottati per la rimozione chimica del fosforo.
8.4.1. Precipitazione diretta

Il trattamento di precipitazione diretta può trovare giustificazione per scarichi in zone


costiere soggette ad eutrofizzazione , per i quali la rimozione della sostanza organica (BOD)
non è essenziale e può essere ammesso un limite superiore ai 40 mg/l. Si tratta in pratica di
6-82 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Figura 6.57. Schema di processo per la rimozione chimica del


fosforo. 1- Precipitazione diretta; 2- Pre-precipitazione; 3- Precipi-
tazione in simultanea; 4- Post-precipitazione; 5- Post-
precipitazione con filtro flocculatore (FF); G- grigliatura; D- dis-
sabbiatura; F- flocculazione; S- sedimentazione; A- aerazione; R-
dosaggio reagenti.
un semplice processo chimico-fisico tradizionale al quale si può eventualmente aggiungere
una fase di filtrazione quale trattamento di finitura per la rimozione dei solidi sospesi residui.
I migliori risultati si hanno addizionando coadiuvanti della flocculazione (es. polielettroliti).

8.4.2. Pre-precipitazione

Nel processo di pre-precipitazione il reagente è aggiunto prima della sedimentazione


primaria. Tale schema di processo richiede un’attenta progettazione e gestione delle fasi di
miscelazione e flocculazione, se si vogliono raggiungere i massimi rendimenti di rimozione
del fosforo (in media 80%). In Tabella 6.12 sono riportati i campi di efficienza di rimozione
del P nei trattamenti primari in presenza ed in assenza dell’addizione di reagenti chimici. U-
nitamente al fosforo precipitato e a quello parzialmente rimosso per adsorbimento e coagu-
lazione (polifosfati e P organico) con la pre-precipitazione viene separata nella vasca di se-
dimentazione primaria anche una consistente frazione di BOD e di solidi sospesi (Tabella
6.12).

Tabella 6.12. Efficacia potenziale del trattamento primario e secondario con e senza l’aggiunta di reagenti
per la rimozione del fosforo.

TRATTAMENTO RIMOZIONE P (%) RIMOZIONE SS (%) RIMOZIONE BOD (%)


Senza Con Senza Con Senza Con
• Primario 5-10 70-90 40-70 60-75 25-40 40-65
Secondario:
• filtro percolatore 10-20 80-95 80-90 85-95 75-90 80-95
• fanghi attivi 10-20 80-95 80-90 85-95 85-95 80-95
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-83

Questo si traduce in sede progettuale in una riduzione dei volumi impiegati dallo stadio
di ossidazione biologica ed, in fase gestionale, nella possibilità di poter far fronte a sovracca-
richi organici sulle unità biologiche o di garantire età del fango adeguate allo svolgersi dei
processi di nitrificazione, in corrispondenza per esempio di fluttuazioni stagionali.
La pre-precipitazione attenua inoltre l’eventuale carico tossico diretto al trattamento
biologico, costituito per esempio da metalli pesanti e oli dispersi.
Talvolta, in liquami a bassa alcalinità può rendersi necessario l’aggiunta di un basificante
per evitare l’eccessiva diminuzione del pH, soprattutto se si utilizzano sali di ferro. La calce,
oltre a coadiuvare la precipitazione, favorisce l’idrolisi dei polifosfati e del fosforo organico
ad ortofosfati, creando le condizioni per una rimozione più spinta. Il trattamento con sola
calce è tuttavia sconsigliabile in quanto può richiedere una ricarbonatazione prima dell’avvio
del liquame alla fase biologica. A causa di queste prospettate complicazioni impiantistiche,
cui si aggiungono i problemi gestionali legati al dosaggio ed allo stoccaggio, la calce rappre-
senta il reattivo meno impiegato, pur essendo il più economico.
Uno svantaggio della pre-precipitazione è individuabile nel fatto che la rimozione del
fosforo non può essere troppo spinta al fine di poter assicurare nel trattamento biologico la
necessaria disponibilità di fosforo per il metabolismo batterico. A questo riguardo la pre-
precipitazione deve essere adeguatamente controllata, ricorrendo inoltre all’impiego di polie-
lettroliti che facilitano la sedimentazione del P precipitato.
Un ulteriore svantaggio di tale processo consiste nel fatto che nel liquame grezzo una
consistente frazione del fosforo totale è in forma di dispersione colloidale e pertanto la ri-
mozione di tale frazione richiede un maggiore consumo di reagenti. A questo primo fattore
va aggiunta la presenza di reazioni degli ioni metallici con sostanze colloidali idrofile, come i
detergenti e le proteine, presenti entrambi in abbondanza nelle acque di scarico grezze. Tali
reazioni risultano competitive con quelle di precipitazione del fosforo e conducono pertanto
ad un sovradosaggio dei reagenti chimici.
A favore della pre-precipitazione si può considerare il fatto che, non essendo richieste
particolari unità operative addizionali, essa può essere adottata in impianti già esistenti so-
prattutto quando si desiderano ridurre i carichi organici in arrivo agli stadi biologici.
In genere sono difficilmente raggiungibili i limiti di P (< 0,5 mg/l) fissati dalla vigente
normativa nazionale per lo sversamento in laghi o comunque entro una fascia di 10 km dalla
linea di costa.

8.4.3. Precipitazione simultanea

Il reagente è aggiunto nella vasca di aerazione durante il trattamento biologico. I dosag-


gi vanno regolati in modo tale da permettere condizioni di pH adatte alla vita batterica e allo
stesso tempo tali da garantire una bassa solubilità dei sali. Un campo di pH che soddisfa a tali
esigenze è compreso tra 5,5 e 7.
L’immissione diretta dei reagenti nella vasca di ossidazione a fanghi attivi favorisce il
controllo del pH, in quanto si può contare sia sull’effetto tampone del fango che
sull’innalzamento del pH conseguente al strippaggio della CO2. In aggiunta a ciò, in combina-
zione con la precipitazione, la presenza nelle vasche a fanghi attivi di solidi fioccosi facilita lo
svolgimento di quei meccanismi fisico chimici (adsorbimento, coagulazione e flocculazione)
che contribuiscono ad una più efficiente rimozione del fosforo e separazione dei precipitati,
consentendo un risparmio nel dosaggio dei reagenti (Tabella 6.10).
Non sempre favorevoli per una adeguata miscelazione e flocculazione risultano essere i
gradienti di velocità o i livelli di turbolenza nella vasca di ossidazione. Per questa ragione è
opportuno procedere in tutti i casi ad un indagine sull’impianto per determinare il punto o i
punti ottimali per l’immissione dei reagenti. Il punto di immissione dipenderà dalla natura
6-84 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

dei reagenti chimici, dai gradienti di velocità nella vasca e dalle caratteristiche del liquame. Se
sono richiesti elevati rendimenti di rimozione del fosforo si può prevedere un punto di im-
missione di reagenti in corrispondenza ad ogni flusso in ingresso alle vasche, ricircoli com-
presi.
Particolarmente critico è il ricircolo del surnatante degli ispessitori e dei digestori anae-
robici, che è generalmente arricchito di fosforo.
La maggiore concentrazione di solidi in arrivo alla sedimentazione secondaria può crea-
re dei problemi di sovraccarico a questa unità, con possibile trascinamento di solidi sospesi
nell’effluente finale.
L’utilizzo di sali di ferro od alluminio causa spesso la formazione di microfiocchi di fo-
sforo “metal bound”, cioè legato ai metalli, che soprattutto nella precipitazione in simultanea
tendono a sfuggire alla sedimentazione finale aumentando così il carico di fosforo totale e di
solidi sospesi nell’effluente. Un rimedio è rappresentato dall’aggiunta prima della sedimenta-
zione finale di piccole quantità di coagulante, generalmente un polielettrolita anionico.
Impiantisticamente la precipitazione simultanea offre i vantaggi già indicati per la pre-
precipitazione in quanto si rendono necessari solo i sistemi di dosaggio e stoccaggio dei reat-
tivi, senza dover adottare unità operative suppletive.

8.4.4. Post-precipitazione

Con questa alternativa di trattamento chimico si raggiungono i più elevati rendimenti di


rimozione del fosforo, superiori al 90% e con concentrazioni all’effluente inferiori a 0,5 mg
P/l.
L’applicazione della post-precipitazione necessita della realizzazione di un sedimentato-
re posto a valle del sedimentatore secondario dell’impianto biologico. Il fango che qui si se-
para è solo di tipo chimico e può essere smaltito, quindi, separatamente dal fango biologico.
Non si potranno avere pertanto gli svantaggi prospettati nel caso di un trattamento comune
dei due tipi di fanghi. Con la post-precipitazione si avranno nell’effluente finale anche più
basse concentrazioni di BOD e di solidi sospesi.
Nel caso di grandi impianti ha dato buoni risultati in termini di riduzione del dosaggio
di reagenti, di una minore produzione di fango, di una migliore sedimentabilità e di più ele-
vati rendimenti di rimozione del fosforo, l’uso combinato di sali di ferro e calce, con dosaggi
sequenziali calce-sali di ferro. Per ridurre il dosaggio complessivo di reagenti può essere utile
far precedere la post-precipitazione dalla precipitazione simultanea. L’abbattimento del fo-
sforo avviene così in due stadi successivi e alla post-precipitazione è demandato il compito
di rimuovere solo la frazione residua di fosforo, normalmente concentrata sui solidi sospesi
piuttosto che in soluzione. Una combinazione efficace dei due stadi è quella che prevede il
ricircolo nella fase biologica del precipitato chimico della post-precipitazione. Il risultato po-
sitivo è un ulteriore risparmio dei reagenti, cui tuttavia si affianca lo svantaggio di dover av-
viare al trattamento dei fanghi una massa notevolmente superiore a quella prodotta dai soli
processi biologici.

8.5. APPARECCHIATURE

Vengono ora sinteticamente descritte le apparecchiature generalmente più utilizzate per


la manipolazione dei diversi reagenti.

8.5.1. Stoccaggio
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-85

Sali di alluminio

L’allume sfuso deve essere stoccato in contenitori di acciaio o di cemento, dotati di di-
spositivi per la raccolta delle polveri. La movimentazione del materiale stoccato può essere
facilmente effettuata mediante coclee, elevatori a tazze o trasportatori pneumatici.
Nel caso si utilizzi allume in sacchi o in fusti, si deve provvedere al loro stoccaggio in
ambiente secco. La tramoggia di carico dovreb