Corso Depurazione Acque
Corso Depurazione Acque
INTRODUZIONE
1. METODI DI TRATTAMENTO
La scelta del livello e del tipo di trattamento a cui sottoporre le acque reflue dipende
dai limiti imposti allo scarico nel corso d'acqua recettore e dalla effettiva fattibilità del pro-
cesso scelto. Di conseguenza l'operatore deve individuare la scelta ottimale in un ventaglio
di alternative, per valutare la combinazione di trattamento e smaltimento più indicata per il
caso specifico.
In quest'ottica è necessario conoscere la classificazione dei vari metodi alternativi per il
trattamento dei liquami e considerare l'applicazione di queste tecniche per il raggiungimento
dell'obiettivo di smaltimento del refluo.
Trattamenti fisici
Sono metodi di trattamento in cui predominano forze di tipo fisico (forza di gravità,
forze di galleggiamento, forze di tipo elettrostatico...); costituiscono i primi meccanismi uti-
lizzati storicamente nel campo della depurazione. Grigliatura, miscelazione, flocculazione,
sedimentazione, flottazione, filtrazione sono tipiche unità operative di tipo fisico. Queste
tecniche e le loro applicazioni sono sviluppate in maggior dettaglio nel Capitolo 3 (pretrat-
tamenti) e nel Capitolo 4 (sedimentazione).
1-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Trattamenti chimici
Il trattamento dei reflui può essere ottenuto con la rimozione o la conversione dei
contaminanti attraverso il dosaggio di reattivi chimici e le conseguenti reazioni chimiche.
Precipitazione, adsorbimento e disinfezione sono gli esempi più comuni utilizzati nel
trattamento per via chimica dei liquami; la produzione di precipitati chimici può costituire,
all'interno di questi processi, una ulteriore complicazione dal momento che questi devono
essere sedimentati e quindi allontanati.
Trattamenti biologici
I metodi di trattamento nei quali la rimozione dei contaminanti, per lo più sostanza or-
ganica biodegradabile (colloidale o disciolta), è ottenuta dall'attività biologica di idonei mi-
crorganismi sono noti come processi biologici. Per via biologica è possibile ottenere anche
la rimozione dei nutrienti, quali azoto e fosforo, con l'obiettivo di prevenire fenomeni eu-
trofici nei corsi d'acqua recettori.
In linea di principio, attraverso il processo biologico i composti vengono sottoposti ad
idrolisi enzimatica e quindi trasferiti attraverso la parete cellulare per essere poi metabolizzati
o convertiti in forme gassose successivamente rilasciate nell'atmosfera.
Con un adeguato controllo del processo è possibile in molti casi adottare il trattamento
biologico; tuttavia, deve essere garantito l'ambiente idoneo tale da permettere al processo di
operare in modo efficiente.
I principi fondamentali dei processi biologici sono esposti nel Capitolo 5, mentre le
applicazioni sono descritte nel Capitolo 6 (biomassa sospesa) e nel Capitolo 7 (biomassa
adesa).
È già stato puntualizzato il fatto che per provvedere ad un adeguato livello di tratta-
mento è necessario integrare varie unità operative e tipi di processo. Storicamente, i termini
preliminare e/o primario si riferiscono ad unità operative di tipo fisico; secondario si riferisce ad
unità di processo chimico o biologico; avanzato o terziario si riferiscono alla combinazione di
processi sia fisici, che chimici, che biologici. Questi termini forniscono comunque solo
un'indicazione sommaria.
Un razionale approccio alla scelta del trattamento da effettuarsi, consiste dapprima
nello stabilire il livello di rimozione dei contaminanti richiesto per lo scarico, e quindi
nell’identificare le unità operative, i processi e i metodi applicabili alla rimozione di questi
contaminanti, secondo le indicazioni di massima fornite in Tabella 1.1 e nei paragrafi se-
guenti.
Trattamenti preliminari
Trattamento primario
Durante il trattamento primario viene rimossa dai liquami una porzione dei solidi so-
spesi e della sostanza organica; questa operazione è di solito realizzata con meccanismi fisici
quali la stacciatura o la sedimentazione. Costituisce il primo livello di trattamento, essendo,
1-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
in un certo senso, la fase antecedente al trattamento secondario; solo in rare situazioni (per
piccole realtà o nel caso di fognature miste in periodi di pioggia quando si supera la portata
massima inviabile alla linea biologica) il trattamento primario risulta essere l'unico stadio di
trattamento.
È diretto principalmente alla rimozione dei composti organici biodegradabili e dei soli-
di sospesi; include il trattamento biologico a biomassa sospesa, a biomassa adesa, i vari tipi
di lagunaggi e la sedimentazione finale.
La rimozione o il controllo dei nutrienti nel trattamento dei reflui è un aspetto fonda-
mentale in diverse situazioni:
1) scarico in acquiferi confinati con problemi di eutrofizzazione (scarico in laghi);
2) scarico in sistemi fluviali dove la nitrificazione può indurre un intenso consumo di ossi-
geno;
3) rischio di contaminazione di acque sotterranee utilizzabili per scopi potabili;
I nutrienti di principale importanza sono azoto e fosforo; la loro rimozione può essere
realizzata attraverso processi biologici, chimici o una combinazione di entrambi. In molti
casi la rimozione si attua in concomitanza con il trattamento secondario: è il caso della nitri-
ficazione o della precipitazione chimica del fosforo (per esempio i sali metallici possono es-
sere dosati nella vasca di ossidazione e quindi il precipitato raccolto nel sedimentatore fina-
le).
Trattamenti terziari
Il termine trattamento terziario è usato spesso in molteplici accezioni. Nel modo più ge-
nerale, sta ad indicare tutti quei trattamenti successivi che subisce l’effluente di un impianto
dopo il trattamento secondario ossidativo e di sedimentazione, aventi lo scopo di migliorar-
ne le caratteristiche, con l’obiettivo ad esempio di:
1) salvaguardare l’equilibrio biologico del corpo d’acqua ricettore e limitare i fenomeni di
eutrofizzazione;
2) riutilizzare l’acqua di scarico per scopi industriali;
3) preservare le falde idriche sotterranee destinate ad uso potabile.
L’abbattimento dei solidi sospesi che si attua nella sedimentazione secondaria, può non
risultare completo per tutti gli impianti biologici operanti a basso carico (soprattutto quelli a
fanghi attivi), è proprio la fuga di solidi sospesi nell’effluente la causa di un rendimento ef-
fettivo nella rimozione del BOD assai più basso dei rendimenti teorici prevedibili. Alcuni dei
processi coinvolti (ad es. la filtrazione e il lagunaggio), oltre a produrre un effluente più lim-
pido, migliorano notevolmente l’affidabilità complessiva di tutta la catena di trattamenti, in
quanto hanno un potere “tampone”, che consente loro di fare fronte a malfunzionamenti
temporanei ed irregolarità delle fasi di trattamento che stanno a monte, garantendo la pro-
duzione di un effluente di qualità elevata e costante nel tempo.
Anche per i trattamenti di abbattimento di fosforo e di azoto viene utilizzata la deno-
minazione di terziario, anche se può risultare spesso impropria, poiché questi non sempre
sono effettuati sull’effluente finale dopo la sedimentazione (secondaria).
Processi frequentemente adottati nei trattamenti terziari sono la coagulazione chimica,
la flocculazione e sedimentazione, filtrazione e adsorbimento su carbone attivo. Processi
Cap. 1 Ÿ Introduzione Ÿ 1-5
meno diffusi comprendono scambio ionico e osmosi inversa per la rimozione di ioni speci-
fici o per la riduzione dei solidi disciolti.
Trattamento fanghi
I contaminanti e i solidi sospesi che vengono eliminati dal liquame influente tramite il
processo depurativo, si ritrovano allo stato più o meno concentrato sotto forma di fanghi,
che richiedono un trattamento e smaltimento finale. Accanto ad una linea “trattamento li-
quami”, in ogni impianto di depurazione è pertanto individuabile una linea “trattamento
fanghi”, più o meno complessa, cui viene avviato il fango di supero o fango in eccesso: esso deve
essere prelevato ed allontanato periodicamente o con continuità dalla “linea liquami”, per
evitare che le concentrazioni di solidi sospesi presenti nelle fasi di trattamento dei liquami,
superino i valori accettabili per un corretto funzionamento dell’impianto.
Il trattamento e smaltimento del fango assume importanza fondamentale per una serie
di motivi:
1) nonostante i volumi di fanghi da smaltire siano proporzionalmente limitati rispetto al
volume dei liquami trattati (dell’ordine di qualche punto percentuale, in funzione del ti-
po di impianto), sono comunque sempre ragguardevoli, tendendo tanto più ad aumen-
tare quanto più i processi tendono a spingersi a limiti sempre più elevati di efficienza
depurativa;
2) nel fango prelevato dalla linea liquami si trovano concentrati i batteri patogeni, o virus, i
parassiti rimossi dai liquami, che possono presentare aspetti di pericolosità, ed esigono
particolari specifiche cautele;
3) le caratteristiche fisico-chimiche del fango di supero e le relative quantità sono molto
variabili di caso in caso, e sono difficilmente prevedibili a priori, per cui è opportuno
porre una certa attenzione nel dimensionamento delle fasi di trattamento.
I trattamenti che possono essere ipotizzati per i fanghi dipendono da numerosi fattori:
caratteristiche ambientali, locali, caratteristiche intrinseche dei fanghi da trattare, potenzialità
dell’impianto, tipo di smaltimento finale, ecc.
I principali metodi in uso e le varie alternative di processo per i fanghi sono appro-
fondite nella Parte II relativa alle Caratteristiche, trattamento e smaltimento dei fanghi.
1-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
3. SCHEMI DI PROCESSO
(eventuale)
emulsioni oleose O2 Cl2
liquame
grezzo dissabbiatura sedimenta- aerazione sedimenta-
grigliatura e disoleatura zione prima- (ossidazione) zione secon- clorazione
ria o stadio bio- daria
logico a fan-
ghi attivi
grigliato inerte pesante
ricircolo fanghi
liquame
depurato
(eventuale)
emulsioni oleose Cl2
liquame
grezzo dissabbiatura sedimenta- sedimenta-
grigliatura e disoleatura zione prima- biofiltri zione secon- clorazione
ria daria
4. GLOSSARIO
Processi biologici
Fanghi attivi. Sono il processo più applicato ed efficiente: nelle sue molteplici derivazioni
consente la rimozione di COD, BOD, solidi sospesi, azoto e fosforo mediante fermenta-
zione batterica aerobica attuata in apposite vasche aerate ove vengono in contatto il li-
quame ed i fanghi batterici: un sedimentatore posto a valle ricicla le cellule batteriche e
sfiora il liquame depurato.
Letti percolatori. (o altri filtri biologici) consentono pressoché le stesse prestazioni dei fan-
ghi attivi, ma il processo avviene in torri di riempimento (pietrisco o materiale plastico)
sulle quali viene spruzzato il liquame, che, percolando verso la base, viene degradato
dalla popolazione batterica aerobica adesa sul supporto solido.
Biodischi. Hanno prestazioni e funzionamento analogo ai filtri biologici, ma la popolazione
batterica è adesa su grandi supporti a disco (diametro fino a 4 m) che girano lentamente
semiimmersi nel liquame.
Stagni biologici. Ne esistono di vario tipo (anaerobico, aerobico, facoltativo, aerato); sono
veri e propri stagni artificiali ove si sfruttano sia i fenomeni di sedimentazione che di
depurazione biologica.
Processi anaerobici. Ne esistono di vario tipo, riscaldati o freddi, hanno il vantaggio di
una minore produzione di fanghi e di una produzione di biogas (metano al 70%), ma
sono sfavoriti dalla bassa efficienza di depurazione e dalle dimensioni elevate.
Processi fisici
Grigliatura. Consiste nella rimozione di sostanze grossolane (> 2 cm) tramite barre, maglie
di varia forma (inclinate, convesse, ecc.) a pulizia manuale (rastrelli) o automatica (ra-
strelli temporizzati).
Dissabbiatura. Consiste nella rimozione delle sabbie (provenienti dal dilavamento stradale
e dei piazzali) mediante separazione a gravità in appositi canali, o per forza centrifuga in
apposite vasche a pianta circolare.
Disoleatura. Consiste nella rimozione di oli e grassi, o per decantazione e raccolta sul fon-
do vasche, o per schiumatura delle fasi galleggianti.
Sedimentazione. Consente la separazione per gravità di particelle sospese troppo piccole e
leggere per essere rimosse per grigliatura e dissabbiatura: si ottiene in grandi vasche di
quiete idraulica.
Flottazione. Consente la separazione di particelle sospese in seguito a galleggiamento: le
particelle devono avere un peso specifico apparente più basso di quello dell'acqua, o per
loro stessa natura, o provocato dall'adesione di microbolle di aria opportunamente in-
sufflata: il processo è favorito anche dall'aggiunta di agenti flocculanti.
Equalizzazione. È un'operazione di regolarizzazione delle portate variabili ottenuta in
grandi vasche con rilancio di pompe a portata costante.
Omogeneizzazione. È un'operazione di regolarizzazione della variabilità delle concentra-
zioni degli inquinanti, che si ottiene per diluizione e miscelazione in grandi vasche.
Filtrazione. Consente la separazione di sostanze sospese per il trattamento da parte di un
materiale filtrante (sabbia, antracite, tela, ecc.); la filtrazione può avvenire a pressione
atmosferica, a pressione positiva o sotto vuoto.
Centrifugazione. Consente la separazione di sostanze sospese per effetto della forza centri-
fuga.
Essiccamento. Con l'essiccamento termico, sia naturale (su letti a sabbia all'aperto) sia con
1-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Processi chimico-fisici
Disinfezione. Con tale processo si vuole uccidere (non fino alla sterilizzazione) una elevata
quota di batteri, virus e microrganismi indesiderati: si attua con reagenti chimici, sia gas-
sosi (O3, Cl2, ClO2) o liquidi (NaClO).
Elettrodialisi. Permette la separazione selettiva di anioni e cationi ottenuta con membrane
ed un campo elettrico: è molto usata per la desalinizzazione.
Incenerimento. Si applica soprattutto a fanghi organici di depurazione ma anche a soluzio-
ni organiche molto concentrate: avviene a temperature elevate (>900°C) per evitare fe-
nomeni di inquinamento atmosferico da incombusti.
Scambio ionico. Si attua tramite l'azione di resine che anno la proprietà di cedere i propri
ioni fissando quelli da rimuovere; esistono resine cationiche e anioniche; periodica-
mente la resina deve essere rigenerata.
Precipitazione. Consente il cambiamento di stato (da liquido a solido insolubile) di una so-
stanza in soluzione mediante variazioni di temperatura, pH, o evaporazione: vengono
spesso usati catalizzatori.
Neutralizzazione. Consente di correggere il pH di soluzioni acide o alcaline con i reagenti
complementari (CaO, Ca(OH)2, Ca(HCO3)2, NaHCO3, HCI, H2SO4, CO2).
Osmosi inversa e ultrafiltrazione. Sono processi di filtrazione ad alta pressione su mem-
brane di micropori che, con un processo inverso all'osmosi naturale lasciano defluire
acqua ad elevata purezza trattenendo i soluti.
Ossidoriduzione. Consiste nella modificazione dello stato di valenza ionica e di conse-
guenza spesso dello stato fisico e delle caratteristiche di nocività. I reattivi redox utiliz-
zati sono: H2SO4, Cl2, HCIO, ferro (bi e trivalente), NO3-, SO2, O2 gas, O3 gas, KMnO4,
FeSO4.
Adsorbimento. Consiste nella proprietà di alcune sostanze solide (carbone attivo, torba, fa-
rine fossili) di trattenere sulla loro superficie sostanze in soluzione acquosa o gassosa:
l'adsorbente deve essere rinnovato quando esaurito.
Coagulazione. Consiste nella aggregazione delle particelle colloidali in grossi fiocchi sedi-
mentabili, ottenuta con reattivi chimici (Al2(SO4)3, Ca(CO3), FeCl3, FeSO4, ecc.) e polie-
lettroliti organici.
Chiariflocculazione. È la combinazione dei due processi di coagulazione e di sedimenta-
zione.
Capitolo 2
1. INTRODUZIONE
Nei casi reali non è sempre possibile effettuare queste indagini dirette, in quanto, quan-
2-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Il refluo di origine civile, nonostante i diversi usi ed abitudini delle varie popolazioni,
presenta una composizione abbastanza costante; la contenuta variabilità di caratterizzazione
del liquame domestico fa sì che i dati di progettazione siano facilmente estrapolabili da una
situazione all'altra.
Sulla base delle sostanze inquinanti presenti nei liquami sia domestici che industriali,
questi possono essere suddivisi e classificati in base alle loro caratteristiche fisiche, chimiche
e biologiche, come descritto nei paragrafi seguenti.
La più importante caratteristica fisica del refluo è il suo contenuto di solidi totali, ovve-
ro materiale in sospensione, materiale sedimentabile, materiale colloidale e materiale in solu-
zione. Altre caratteristiche fisiche importanti sono odore, temperatura, densità, colore e tor-
bidità.
Analiticamente il contenuto di solidi totali del refluo è definito come tutto il materiale
che rimane come residuo dopo evaporazione ad una temperatura compresa tra 103° e
105°C. Il materiale che ha una tensione di vapore elevata viene perso durante l’evaporazione
e non è definito come un solido.
I solidi sedimentabili sono quelli che sedimentano sul fondo di un contenitore a
forma di cono (cono Imhoff, della capacità di 1 litro ed altezza di 40 cm) in un periodo di 2
ore. I solidi sedimentabili, espressi su base volumetrica come ml/l, sono una misura appros-
simata della quantità di fango che verrà rimossa dalla sedimentazione primaria.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-3
SS solidi sospesi
TS solidi totali
VSS solidi sospesi volatili
FSS solidi sospesi fissi
TVS solidi volatili totali
FS solidi filtrabili
VFS solidi filtrabili volatili
FFS solidi filtrabili fissi
TFS solidi fissi totali
I solidi totali possono poi essere classificati come non filtrabili (sospesi) o filtrabili,
facendo passare un volume noto di liquido attraverso un filtro. Il filtro più usato per questa
separazione è quello a fibre di vetro (Whatman GF/C) con un diametro nominale dei pori
di circa 1,2 µm [Metcalf & Eddy, 1991] possono essere usate anche membrane di policarbo-
nato. È necessario notare che i risultati ottenuti con i due tipi di filtri, pur con lo stesso
diametro nominale dei pori, possono essere differenti a causa della loro diversa struttura.
Secondo le norme italiane invece si considerano per definizione solidi sospesi quelli tratte-
nuti da una membrana filtrante di porosità pari a 0,45 µm (Figura 2.2).
La frazione di solidi filtrabili è costituita da solidi colloidali e solidi disciolti. La fra-
zione colloidale è composta da particelle con dimensione approssimativa tra 0,001 e 1 µm,
mentre i solidi disciolti consistono di molecole e di ioni, sia organici che inorganici, real-
mente presenti in soluzione. La frazione colloidale non può essere rimossa per sedimenta-
zione; generalmente per rimuovere queste particelle dalla sospensione è richiesta una ossida-
zione biologica seguita da sedimentazione.
La classificazione dei solidi filtrabili e non filtrabili è riportata in Figura 2.2 con la loro
dimensione approssimativa.
Ciascuna delle categorie di solidi può essere inoltre classificata sulla base della volatilità a
550±50°C. A questa
temperatura la frazione
organica viene ossidata e
allontanata come gas, altri processi coagulazione decantazione
rimozione
mentre la frazione inor-
ganica rimane come ce- definizione
solidi filtrabili solidi sospesi
Solidi
Totali
720 mg/l
Sospesi Filtrabili
220 mg/l 500 mg/l
solidi sospesi. Infatti in un forno a muffola alla temperatura di 550°C la decomposizione dei
sali inorganici è ristretta al carbonato di magnesio (MgCO3), che si decompone in ossido di
magnesio (MgO) e anidride carbonica (CO2) a 350°C; il carbonato di calcio (CaCO3), il mag-
gior componente dei sali inorganici, è stabile invece fino alla temperatura di 825°C.
L’analisi dei solidi volatili è applicata comunemente ai fanghi per misurare la loro stabi-
lità biologica.
Per quanto riguarda i solidi filtrabili, è interessante notare che una notevole quantità di
materiale è raggruppata nell’intervallo tra 0,1 e 1 µm. Recenti studi suggeriscono che il dia-
metro di 0,1 µm rappresenterebbe un limite migliore dei solidi filtrabili. In futuro la cono-
scenza della distribuzione delle dimensioni dei solidi giocherà un ruolo cruciale nel progetto
sia del sistema di conferimento sia del trattamento dei reflui.
2.2. ODORI
2.3. TEMPERATURA
La temperatura del refluo è di solito maggiore di quella del corpo idrico ricettore, a
causa dello scarico di acqua più calda dalle case e dalle industrie. Poiché il calore specifico
dell’acqua è molto maggiore di quello dell’aria, la temperatura del refluo risulta più alta di
quella dell’ambiente durante la maggior parte dell’anno, tranne che nei mesi estivi. In dipen-
denza dalla localizzazione geografica, la temperatura media annuale del refluo varia da circa
10 a 21°C (essendo 16°C un valore rappresentativo).
La temperatura dell’acqua è un parametro molto importante per i suoi effetti sulle re-
azioni chimiche e le loro velocità di reazione, sulla vita acquatica e sulla idoneità di utilizzo.
Ad esempio, l’aumento di temperatura può determinare un cambiamento nelle specie di pe-
sci esistenti nel corpo idrico ricettore. Gli stabilimenti industriali che utilizzano acque di su-
perficie come acque di raffreddamento devono essere particolarmente attenti alla tempera-
tura degli scarichi.
Inoltre la solubilità dell’ossigeno diminuisce con l’aumentare della temperatura
dell’acqua. Quindi l’intensificarsi delle reazioni biochimiche dovute all’innalzamento della
temperatura, combinato con la ridotta quantità di ossigeno solubile nell’acqua, può spesso
determinare una grave carenza di ossigeno durante i mesi estivi. La situazione diventa anco-
ra più problematica quando la portata dello scarico sia significativa rispetto a quella del cor-
po idrico oppure l’incremento di temperatura sia improvviso; temperature superiori alla
normalità possono inoltre produrre la proliferazione di piante o funghi indesiderati.
La temperatura ottimale per l’attività batterica è compresa tra i 25 e i 35°C; la digestione
aerobica e la nitrificazione si interrompono sopra i 50°C. Quando la temperatura scende
sotto i 15°C i batteri produttori di metano cessano la loro attività e così fanno anche i batte-
2-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
ri autotrofi nitrificanti sotto i 5°C. A 2°C perfino i batteri chemioeterotrofi che agiscono sul
carbonio diventano dormienti.
2.4. DENSITÀ
La densità del refluo ρw è definita come la sua massa per unità di volume espressa in
kg/m3. La densità è un’importante caratteristica fisica perché può determinare la formazione
di correnti di densità nelle vasche di sedimentazione e in altre unità di trattamento.
La densità del refluo civile che non contiene quantità significative di scarichi industriali
è essenzialmente la stessa dell’acqua alla stessa temperatura. In alcuni casi viene utilizzata la
densità relativa sw=ρw/ρo, essendo ρo la densità dell’acqua. Sia la densità, che la densità relati-
va sono funzioni della temperatura e variano con la concentrazione di solidi totali nel refluo.
2.5. COLORE
L’età del refluo può essere determinata qualitativamente per mezzo dell’odore e del
colore. Il refluo fresco è di solito di colore marrone-grigio; poi, durante la permanenza nel
sistema di raccolta e lo svilupparsi di condizioni anaerobiche, il colore varia da grigio a grigio
scuro ed infine a nero. Quando il refluo diventa nero viene spesso indicato come settico.
Gli scarichi industriali possono modificare il colore e in molti casi il colore scuro è do-
vuto alla formazione di solfuri metallici, poiché il solfuro prodotto in condizioni anaerobi-
che reagisce con i metalli presenti.
La colorazione è dovuta a sostanze sospese (colorazione apparente) o a sostanze disciolte.
Nel caso dei reflui, essendo elevata la presenza di sostanze sospese, il colore viene espresso
mediante il numero di diluizioni necessario a non renderlo più percettibile su uno spessore
d’acqua prefissato (10 cm secondo la normativa italiana).
2.6. TORBIDITÀ
In un refluo medio circa il 75% dei solidi sospesi ed il 40% dei solidi filtrabili sono co-
stituiti da sostanza organica. La frazione organica dei solidi può avere origine vegetale o
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-7
animale, o essere prodotta dalle attività dell’uomo collegate alla sintesi di composti organici.
I composti organici sono normalmente costituiti da elementi quali carbonio, idrogeno,
ossigeno e, in alcuni casi, azoto; possono anche essere presenti altri importanti elementi
come zolfo, fosforo e ferro.
I principali tipi di composti organici presenti nei reflui sono proteine (40÷60%), car-
boidrati (25÷50%), oli e grassi (10%). Un altro composto organico importante è l’urea, co-
stituente principale dell’urina, riscontrabile solo nei reflui molto freschi a causa della sua ra-
pida decomposizione.
Assieme a questi composti, i reflui contengono anche piccole quantità di un gran nu-
mero di molecole organiche di sintesi, dalle più semplici alle più complesse. Esempi tipici
sono i tensioattivi dei detergenti, i principali inquinanti organici, i composti organici
volatili e i pesticidi. Inoltre la varietà dei composti sta crescendo di anno in anno, a causa
della sempre più vasta quantità di molecole organiche sintetizzate.
La presenza di queste sostanze può rendere più complesso il trattamento dei reflui,
poiché molti composti non possono, o possono solo molto lentamente, essere decomposti
biologicamente.
3.1.1. Proteine
Le proteine sono fra i principali costituenti dei tessuti animali, mentre sono meno pre-
senti nei vegetali. Tutti gli alimenti grezzi contengono proteine, in piccola quantità nei frutti
acquosi come i pomodori e nei tessuti grassi della carne, in concentrazione maggiore nei fa-
gioli e nella carne magra.
Le proteine sono molecole a struttura complessa e instabile, essendo soggette a molte
forme di decomposizione; alcune sono solubili in acqua, altre insolubili. I pesi molecolari
sono molto alti, da circa 20.000 a 20 milioni (espressi in u.m.a.).
Tutte le proteine contengono carbonio, comune a tutte le sostanze organiche con
idrogeno e ossigeno. In più contengono un’alta percentuale di azoto, circa il 16%(1) , e in
molti casi zolfo, fosforo, ferro. Le proteine, assieme all’urea, costituiscono la fonte primaria
di azoto nel refluo. Quando sono presenti in grande quantità, la loro decomposizione pro-
duce odori molto sgradevoli.
3.1.2. Carboidrati
I carboidrati, molto diffusi in natura, comprendono zuccheri, amidi, cellulosa e fibre le-
gnose; si trovano nei reflui in tutte queste forme. Alcuni sono solubili in acqua, come gli
zuccheri; altri sono insolubili, come gli amidi.
Gli zuccheri tendono a decomporsi in seguito all'attività enzimatica batterica, produ-
cendo, con la fermentazione, alcol e anidride carbonica. Gli amidi, d’altra parte, sono più
stabili, e possono essere convertiti in zuccheri dall'attività microbica.
Gli oli e i grassi sono il terzo maggior componente degli alimenti. Il loro contenuto nei
reflui si determina attraverso l’estrazione per mezzo del tricloro-trifluoro-etano, nel quale
sono solubili. Altre sostanze estraibili includono oli minerali, come kerosene e oli lubrifican-
(1)
Una formula chimica rappresentativa della proteina può essere indicata come C4H6ON; poiché il peso
atomico dell'N è pari a 14, messo in relazione al peso molecolare della proteina pari a 84, indica proprio
che la quantità di N presente è circa il 16%.
2-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
ti.
I grassi e gli oli sono miscele di esteri della glicerina con acidi grassi. I gliceridi degli
acidi grassi che sono liquidi a temperatura ordinaria sono detti oli, quelli che sono solidi so-
no chiamati grassi, anche se chimicamente sono simili, essendo composti da carbonio,
idrogeno e ossigeno in varie proporzioni. I grassi sono tra i più stabili composti organici e
sono molto lentamente biodegradabili.
Possono derivare dalla normale attività domestica (sono presenti nel burro, grassi ve-
getali, oli, nella carne, nei semi), dal traffico motorizzato (superfici stradali, autorimesse, sta-
zioni di servizio) e da molte attività industriali.
Per la maggior parte galleggiano sul refluo, sebbene una frazione venga trasportata nel
fango dei solidi sedimentabili. In misura perfino maggiore di grassi, oli e saponi, gli oli mine-
rali tendono a ricoprire le superfici dei manufatti, interferiscono con l’azione biologica e
determinano problemi operativi.
3.1.4. Tensioattivi
I tensioattivi sono grandi molecole organiche, poco solubili in acqua, che producono
schiuma negli impianti di trattamento e nei corpi idrici nei quali vengono scaricati. Tendono
ad accumularsi in corrispondenza dell’interfaccia tra le diverse fasi non miscibili, determina-
no modifiche delle proprietà chimico-fisiche della superficie (diminuzione della tensione su-
perficiale, potere schiumogeno e imbibimento) e dimostrano capacità di stabilizzare le emul-
sioni oleose.
Le molecole di tensioattivi sono composte da una catena con caratteristiche idrofobe,
ma solubile in olio, e da un gruppo idrofilo. A seconda della natura di questo gruppo i ten-
sioattivi si dividono in anionici, cationici e non ionici.
I primi rappresentano la grande maggioranza dei prodotti usati nei detergenti; sono co-
stituiti da sali di sodio che ionizzano con formazione di ioni Na+, assumendo carica negativa
sulla parte organica della molecola.
Quelli cationici, costituiti da sali di ammonio quaternario, possiedono uno o più gruppi
funzionali che in acqua si caricano positivamente; poco usati come detergenti, hanno pro-
prietà disinfettanti e germicide (industria tessile).
I tensioattivi non ionici non si ionizzano in soluzione acquosa, ma la loro solubilità è
dovuta alla presenza di gruppi funzionali polari aventi una forte affinità con l'acqua. Sono
utilizzati soprattutto nei processi produttivi (industria tessile, metallurgica, farmaceutica) e
nelle polveri di bucato a basso potere schiumogeno.
Durante l’aerazione del refluo questi composti si dispongono sulla superficie delle bolle
d’aria e creano una schiuma molto persistente, con problemi estetici e rischio di dissemina-
zione di batteri e virus; per formare schiuma stabile sono sufficienti concentrazioni di 0,3
mg/l. Inoltre, anche in assenza di schiuma, viene rallentato il trasferimento dell’ossigeno, per
effetto della concentrazione che si determina sull'interfaccia acqua-aria.
La determinazione analitica dei tensioattivi anionici è compiuta per via colorimetrica
attraverso la reazione con il blu di metilene. Per tale proprietà i detergenti anionici sono
anche talvolta indicati con la sigla MBAS (Methylene Blue Active Substance).
Va tenuto presente che comunque questa procedura non consente di stimare i tensio-
attivi cationici e non-ionici.
Prima del 1965 il tipo di tensioattivo presente nei detergenti di sintesi, chiamato alchil-
benzene-solfonato (ABS), causava particolari problemi a causa della sua resistenza ai metodi
biologici di depurazione. Dopo un intervento legislativo, l’ABS è stato sostituito nei deter-
genti da composti a catena lineare, linear-alchil-solfonato (LAS) che risulta rapidamente bio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-9
degradabile in condizioni aerobiche (ma più resistente alla degradazione in ambiente anae-
robico). Poiché i tensioattivi vengono principalmente dai detergenti di sintesi (che hanno
sostituito i saponi, poiché hanno il vantaggio di non formare precipitati insolubili in presen-
za di durezza dell’acqua), il problema della schiuma è stato assai ridimensionato.
Nei liquami urbani non trattati la concentrazione di tensioattivi risulta generalmente
dell’ordine di alcuni mg/l.
I composti organici che hanno un punto di ebollizione ≤ 100°C e/o una tensione di
vapore > 1 mm Hg a 25°C sono generalmente indicati come composti organici volatili
(VOCs). Rivestono un grande interesse per vari motivi:
1. una volta che questi composti sono in fase di vapore sono molto più mobili e quindi è
più probabile che vengano rilasciati nell’ambiente;
2. la presenza di alcuni di questi composti in atmosfera può determinare un significativo ri-
schio per la salute pubblica;
3. contribuiscono ad un generale aumento degli idrocarburi reattivi in atmosfera, che può
condurre alla formazione di ossidanti fotochimici.
Il rilascio di questi composti nelle fognature e negli impianti di trattamento è di parti-
colare rilevanza soprattutto per la salute dei lavoratori negli impianti stessi.
Tracce di sostanze organiche come pesticidi, erbicidi e altri prodotti chimici utilizzati in
agricoltura sono tossiche per la maggior parte delle forme viventi e quindi possono essere
importanti inquinanti delle acque di superficie. Questi composti non sono costituenti co-
muni dei reflui civili, ma derivano dal runoff superficiale di terreni agricoli e di parchi.
La presenza di questi prodotti chimici può determinare la morte dei pesci, la contami-
nazione della carne della fauna ittica e il progressivo deterioramento del corpo idrico. Molte
di queste sostanze sono classificate come inquinanti principali.
2-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
A causa della variabilità dei componenti presenti in un refluo, non risulta in generale
possibile ottenere un'analisi chimica completa, salvo che per taluni casi di scarichi industriali
ben caratterizzati in funzione delle lavorazioni che li hanno prodotti. Si utilizzano invece
metodi di valutazione globale che prescindono dalla determinazione analitica dei diversi co-
stituenti.
Negli anni, differenti test sono stati proposti per determinare il contenuto organico
nelle acque reflue. In generale i test possono essere divisi tra quelli che misurano concentra-
zioni di sostanza organica superiori a 1 mg/l e quelli che ne analizzano le tracce tra 10-12 e 10-
3
mg/l. I metodi del primo tipo comunemente usati in laboratorio sono: domanda biochi-
mica di ossigeno (BOD, Biochemical Oxygen Demand), domanda chimica di ossigeno
(COD, Chemical Oxygen Demand), carbonio organico totale (TOC, Total Organic Carbon).
Complementare a questi test di laboratorio è la domanda teorica di ossigeno (ThOD, Theo-
retical Oxygen Demand), determinata attraverso le formule chimiche della sostanza organica.
Metodi usati nel passato per la quantificazione della sostanza organica includevano la
determinazione dell'azoto totale, azoto albuminoide, azoto organico e ammoniacale e ossi-
geno consumato. Queste determinazioni, con l’eccezione dell’azoto albuminoide e
dell’ossigeno consumato, sono ancora incluse nelle analisi complete del refluo, ma il loro si-
gnificato è cambiato: mentre prima venivano usate quasi esclusivamente per determinare la
sostanza organica, ora sono usate per indicare la disponibilità di azoto per sostenere l’attività
biologica nei processi di trattamento o per il controllo dei processi di eutrofizzazione nel
corpo idrico ricettore.
La presenza di sostanza organica nel range tra 10-12 e 10-3 mg/l viene determinata usan-
do metodi strumentali come la gascromatografia e la spettrometria di massa. Negli ultimi
anni la sensibilità dei metodi è migliorata ed ora la determinazione di concentrazioni fino a
10-9 mg/l è compresa tra le analisi di routine.
Il parametro più usato come indicatore di inquinamento organico sia nei reflui sia nelle
acque di superficie è il BOD della durata di 5 giorni (BOD5).
Questa determinazione coinvolge la misura dell’ossigeno disciolto usato dai microrgani-
smi nell’ossidazione biochimica della sostanza organica. Dire cioè che un determinato li-
quame presenta, ad esempio, un BOD di 500 mg/l significa che per ottenere la stabilizzazio-
ne per via aerobica delle sostanze organiche biodegradabili contenute in 1 litro di tale liqua-
me, è necessario che vengano messi a disposizione della popolazione batterica 500 mg di os-
sigeno. Essendo i fenomeni biologici fortemente influenzati dalla temperatura, le relative
determinazioni sono convenzionalmente condotte a 20°C.
Malgrado la sua ampia diffusione, questo test ha alcuni limiti, discussi nei paragrafi suc-
cessivi. Nonostante si stia cercando di sostituirlo, viene ancora usato per molti scopi:
1. determinare la quantità approssimata di ossigeno che sarà richiesta per stabilizzare biolo-
gicamente la materia organica presente;
2. effettuare un pre-dimensionamento delle alternative di trattamento;
3. valutare l’efficienza di alcuni processi di trattamento;
4. determinare la compatibilità con i limiti previsti per lo scarico.
dove Lt è la porzione di BOD residuo al tempo t e k (con dimensioni t-1) è la costante di re-
azione. Questa reazione può essere integrata:
t
lnL t 0
= −k t
e quindi
(2)
Questa può essere talvolta un'approssimazione grossolana ed una più corretta rappresentazione del
processo può ottenersi attraverso la cinetica di Monod.
2-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Lt
L = exp(−k t ) = 10−Kt
L-y
BOD rimosso tra 0 e t
L
dove L è il BOD presente all’inizio
per t=0.
La relazione tra k (in base e)
y e K (in base 10) è K=k/2,303.
Quindi il valore Lt di BOD al tem-
Lt po t e la quantità rimossa yt sono
BOD rimanente al tempo t
dati da
0
tempo L t = L exp( −k t )
Per acque inquinate e liquami, un valore tipico di k (in base e, a 20°C) è 0,23 giorni-1 (K
in base 10 è pari a 0,10 giorni-1), anche se è soggetto a forti variazioni a seconda del tipo di
scarico, passando da 0,05 a 0,3 giorni-1 (in base e).
Come menzionato, la temperatura alla quale viene usualmente misurato il BOD è pari a
20°C; è però possibile deter-
minare il valore della costante BOD [mg/l]
k di reazione ad una tempera- 300
k T = k 20 θ ( T − 20 ) 150
stato osservato come non sia Figura 2.5. Effetto della costante k sul BOD (per un dato valore di
adatto alle basse temperature L).
(sotto i 20°C).
Tra le sostanze non carboniose, l’ammoniaca viene prodotta durante l’idrolisi delle
proteine. Due gruppi di batteri autotrofi sono in grado di ossidare l’ammoniaca a nitrito e
successivamente a nitrato. Le reazioni informa sintetica sono:
(a) NH3 + 1,5 O 2 batteri
→ HNO 2 + H2 O
produttori di nitriti
L’interferenza causata dalla presenza di batteri nitrificanti può essere eliminata effet-
tuando un pretrattamento del campione o dosando opportuni agenti inibitori.
Le procedure per il pretrattamento includono la pastorizzazione, la clorazione e il trat-
tamento con acidi (acid treatment).
Gli agenti inibitori sono normalmente di natura chimica e comprendono composti
come blu di metilene, tiourea e alliltiourea, 2-clor-6 (triclorometile) piridina.
I risultati di un test del BOD realizzato con la soppressione della nitrificazione dovreb-
bero essere riportati come CBOD; questo test sta progressivamente sostituendo il BOD per
quanto riguarda la verifica dei limiti allo scarico, specialmente per i casi in cui è probabile
avvenga la nitrificazione.
dy
= k (L − y n )
dt t =n
In questa equazione sono incognite sia k sia L. Se si assume che dy/dt rappresenti il
valore della derivata della curva che si vuole adattare a tutti i punti per dei valori dati di k e di
L, i due membri dell’equazione differiranno di un termine R a causa degli errori sperimentali.
dy dy
R = k (L − y)− = kL − ky −
dt dt
Sostituendo kL con a e k con -b (e indicando dy/dt con y’) si ottiene
R = a + by − y l
Per trovare il minimo della somma dei quadrati degli scarti si deve scrivere il sistema
∂ ∂R ∂ ∂R
∂a ∑ R = ∑ 2R ∂a = 0
2
∂b ∑ R = ∑ 2R ∂b = 0
2
y n+1 − y n−1
dove n è il numero di dati, a=-bL, b=-k (base e), L=-a/b, y=yt [mg/l], y l = .
2∆t
Nel metodo di Fujimoto si disegna un grafico dei punti di BODt+1 in funzione dei va-
lori di BODt . Il valore individuato dall'intersezione con la bisettrice del 1° quadrante corri-
sponde al valore totale L del BOD, dal quale si ricava la costante k.
La determinazione del valore del BOD e della corrispondente costante k può essere
realizzata in modo alternativo in laboratorio utilizzando una cella elettrolitica di volume pari
ad 1 litro o un respirometro da laboratorio. All’interno della cella la pressione dell’ossigeno
nella porzione d'aria sovrastante il campione è mantenuta costante attraverso la continua
fornitura di ossigeno progressivamente utilizzato dai microrganismi. L’ossigeno necessario è
prodotto nell'apparecchiatura per mezzo di una reazione di elettrolisi che varia in risposta ai
cambiamenti di pressione.
Il valore di BOD viene determinato valutando l'intervallo temporale di produzione di
ossigeno e correlandolo con la quantità di ossigeno prodotta dalla reazione elettrolitica. I
vantaggi della cella elettrolitica rispetto ad un respirometro convenzionale da laboratorio ri-
siedono nel fatto che si dispone di un grande volume di campione (con riduzione di errori
dovuti al campionamento e alla diluizione per mezzo di pipette) e che il valore del BOD
viene fornito in modo diretto.
5. per ottenere il risultato del test è necessario attendere un periodo di tempo piuttosto lun-
go.
Tra questi, la limitazione forse più importante risiede nel fatto che il periodo di 5 giorni
può non corrispondere al momento in cui tutta la sostanza organica biodegradabile presente
è stata consumata. La mancanza di validità stechiometrica riduce l’utilità dei suoi risultati.
La scarsa significatività del BOD, la sua difficile riproducibilità e la lunghezza delle de-
terminazioni rendono sempre più frequente l'uso di misure chimiche della domanda di ossi-
geno, basate cioè non più su reazioni biologiche, ma sull'ossidazione chimica diretta per
mezzo di un energico ossidante.
Il test del COD viene usato per misurare il contenuto di sostanza organica sia negli sca-
richi sia nelle acque naturali. L’ossigeno equivalente alla sostanza organica che può essere os-
sidata è misurato per mezzo di un forte agente ossidante chimico in un mezzo acido. La
determinazione è oggi standardizzata secondo il metodo al bicromato di potassio (K2Cr2O7):
questo reattivo in ambiente acido, ad elevata temperatura ed in presenza di catalizzatori (sol-
fato d'argento, Ag2SO4) ossida la sostanza organica del campione, con riduzione del bicro-
mato a cromo trivalente, seconda la reazione non bilanciata:
catalizzatore + calore
7 + H → Cr3+ + CO2 + H2O
+
materia organica (CaHbOc) + Cr2 O 2−
Il test del COD viene usato anche per misurare la sostanza organica negli scarichi indu-
striali e civili che contengono composti tossici per la vita biologica.
Il COD di un liquame è, in generale, più alto del BOD poiché per via chimica si riescono
ad ossidare un numero maggiore di composti rispetto alla via biologica; del resto per molti
tipi di reflui, soprattutto se di origine civile, è possibile correlare il COD con il BOD. Questa
possibilità può risultare operativamente molto utile poiché il test del COD ha una durata di 3
ore, a fronte dei 5 giorni necessari per il test del BOD.
Alcuni composti organici resistenti possono comunque non essere ossidati e il TOC misu-
rato può quindi risultare leggermente inferiore a quello realmente presente nel campione.
La possibilità di stabilire relazioni costanti tra le varie misure del contenuto organico
dipende essenzialmente dalla natura del refluo e dalla sua origine.
Nessuno dei metodi porta alla completa ossidazione di tutti i composti organici; per
tale motivo il ThOD, valutato attraverso la stechiometria delle reazioni, non è mai uguagliato.
Il COD, basato su una reazione di ossidazione particolarmente energica, porta in genere a
valori pari all'80-85% del ThOD. Assai più basso il valore del TOC (attorno al 50% del ThOD)
per la resistenza all'ossidazione di numerosi composti organici.
Tra tutte le misure la più difficile da correlare è il BOD5, a causa dei problemi già discus-
si. Comunque, valori tipici del rapporto BOD5/COD per scarichi civili non trattati oscillano
tra 0,4 e 0,6, mentre il rapporto BOD5/TOC è solitamente compreso tra 1,0 e 1,6.
È opportuno notare che questi rapporti dipendono molto dal grado di trattamento su-
bito dallo scarico. In futuro è prevedibile una crescente diffusione di test quali COD e TOC
grazie alla rapidità con cui vengono realizzati.
COD
in ingresso
Sti
COD COD
biodegradabile non biodegradabile
Sbi Sui
Dopo aver stimato la quantità di COD totale in ingresso (Sti) si identificano le entità
delle sottofrazioni (Figura 2.7):
q Sui = porzione non biodegradabile; non è attaccata dall’azione biologica. Essa si
suddivide in due porzioni:
Susi = si ritrova nell’effluente allo scarico (il pedice s significa solubile);
Supi = viene inglobato nel fango, e lascia il sistema attraverso la massa di fango
scaricata giornalmente (il pedice p indica particolato).
L’entità di queste porzioni si valuta attraverso l'introduzione dei parametri fus e fup
che rappresentano rispettivamente la frazione di COD solubile non biodegradabile
e la frazione di COD particellato non biodegradabile, entrambi rispetto al COD to-
tale.
Susi = f us · Sti
Supi = f up · Sti
La componente Supi è generalmente espressa anziché in termini di COD, in termini
di SSV: in tal caso si introduce la grandezza Xii = Supi /fcv , dove fcv indica il rapporto
COD/SSV, assunto pari a 1,48 mg COD/mg SSV.
2.1:
Yh = coefficiente di crescita specifica [mg SSV/mg COD];
f = frazione non biodegradabile della massa attiva;
f cv = rapporto COD/SSV;
bh = velocità specifica di perdita di massa endogena; dipende dalla temperatura secondo
un'espressione del tipo: bhT = bh20 α(T− 20) in cui si è assunto α=1,029.
Poiché l’azoto e il fosforo sono elementi essenziali alla crescita degli organismi, essi so-
no conosciuti come nutrienti o biostimolanti. Anche altri elementi in tracce sono indispensabili,
come ad esempio il ferro, ma azoto e fosforo sono nella maggior parte dei casi i nutrienti
più importanti.
I dati sulla concentrazione dell'azoto sono necessari al fine di valutare la trattabilità di
un refluo con un processo biologico: se l’azoto è insufficiente si rende necessaria l’aggiunta
esterna al fine di rendere possibile il processo di biodegradazione del liquame. Ove sia ne-
cessario controllare la crescita algale e l'eutrofizzazione del corpo idrico ricettore si dovrà
prevedere una rimozione o una riduzione dell’azoto contenuto nel refluo ivi scaricato.
Per valori di pH superiori a 7 l’equilibrio tende a spostarsi verso sinistra, mentre per
valori inferiori è predominante lo ione ammonio. L’ammoniaca viene determinata in labo-
ratorio, innalzando il pH, distillando l’ammoniaca con il vapore prodotto quando il campio-
ne viene portato ad ebollizione, e condensando il vapore che assorbe l’ammoniaca gassosa.
La misura può essere effettuata o per via colorimetrica o per titolazione o con elettrodi a
ione specifico.
I nitriti (azoto nitroso) sono relativamente instabili e facilmente ossidati a nitrati: rara-
mente superano 1 mg N/l nei reflui o 0,1 mg N/l nelle acque di superficie e di falda. Sebbene
presenti in basse concentrazioni, lo studio dell’inquinamento da nitriti è molto importante a
causa della loro estrema tossicità per i pesci e le altre specie acquatiche. La loro determina-
zione analitica si effettua per via colorimetrica.
I nitrati (azoto nitrico) sono la forma di azoto con il più alto numero di ossidazione. I
nitrati sono in genere quasi assenti nei liquami urbani freschi, anche in seguito all'ambiente
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-19
anossico che si instaura nelle reti di fognatura; la loro concentrazione aumenta man mano
che procedono i fenomeni di nitrificazione. La rimozione dei nitrati dagli scarichi trattati
prima dello sversamento nei corsi d'acqua, costituisce un obiettivo fondamentale per evitare
fenomeni di eutrofizzazione e per preservare l'uso idropotabile dell'acqua; a questo propo-
sito si accenna al fatto che i nitrati, riducendosi a nitriti nell'apparato digerente e combinan-
dosi con l'emoglobina del sangue vi bloccano il meccanismo di trasporto dell'ossigeno (ciano-
si infantile o metaemoglobinemia). La determinazione della concentrazione di nitrati viene di so-
lito condotta con metodi colorimetrici.
Le varie forme di azoto presenti in natura e le trasformazioni che le correlano sono raf-
figurate in Figura 2.8.
L'azoto molecolare (N2) può essere direttamente utilizzato solo da alcuni tipi di batteri e
di alghe (oltre che dalle leguminose); più spesso è suscettibile di un'utilizzazione indiretta,
dopo essere stato ossidato ad anidride nitrica (N2O5) per effetto delle scariche elettriche
prodotte durante i temporali.
Combinandosi con l'acqua, l'anidride nitrica forma acido nitrico (HNO3) e sotto tale
forma perviene sulla superficie terrestre. Una seconda fonte di nitrati è data da alcuni pro-
cessi industriali (ad esempio produzione di fertilizzanti).
I nitrati sono utilizzati dai vegetali per produrre composti organici azotati (proteine ve-
getali); per tale funzione i vegetali possono anche utilizzare direttamente l'azoto ammonia-
cale. Gli animali non sono in grado di utilizzare direttamente l'azoto; per essi la fonte di
azoto è costituita dalle proteine vegetali. Attraverso questi processi, il metabolismo animale
e vegetale sottrae l'azoto dall'ambiente, restituendolo poi per i fenomeni di morte e decom-
posizione batterica. Questi fenomeni portano alla produzione di ammoniaca (NH3), a partire
dall'azoto organico delle proteine.
2-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
L'azoto ammoniacale può essere direttamente utilizzato dai vegetali o può subire
un'azione ossidativa in ambiente aerobico, da parte dei batteri nitrificanti autotrofi, con
formazione di nitriti e quindi di nitrati. Con questo processo il ciclo si chiude, mettendo a
disposizione dei vegetali l'azoto nitrico per la produzione di nuovo materiale proteico. Poi-
ché l’azoto in forma di nitrato può essere usato da alghe e altre piante per produrre protei-
ne, si evidenzia come sia necessario rimuovere o ridurre la presenza dell’azoto per prevenire
i fenomeni di eutrofizzazione.
In condizioni di anossia, molti batteri eterotrofi sono in grado di utilizzare l'ossigeno
contenuto nelle molecole dei nitrati e dei nitriti. Tali processi determinano la riduzione fi-
nale ad azoto gassoso che, liberandosi nell'atmosfera, viene sottratto all'ambiente acquatico.
L’azoto nei liquami urbani è presente principalmente sotto forma organica nelle pro-
teine e nell’urea; la decomposizione operata dai batteri produce rapidamente ammoniaca, la
cui quantità relativa è un indice dell’età del refluo.
TKN in ingresso
Nti
L’azoto presente nel liquame viene misurato in termini di TKN (azoto in forma ammo-
niacale e azoto organico).
Nell’ambito di questa trattazione si considera da un punto di vista fisico-chimico la
suddivisione del TKN riportata in Figura 2.9.
totale.
La componente Npi viene espressa come frazione dei solidi particolati non biodegrada-
bili in ingresso (Xii):
Npi=fn · Xii
con fn = frazione di azoto nel materiale particellato non biodegradabile dell'influente.
A seguito di quanto finora scritto si ha che la componente biodegradabile è:
fn ⋅ fup ⋅ S ti
Noi = N ti ⋅(1 − fna − fnu )−
f cv
3.4.4. Fosforo
Anche il fosforo costituisce un elemento essenziale per la crescita delle alghe e degli al-
tri organismi biologici. Un apporto eccessivo può condurre ad una proliferazione indeside-
rata della fioritura algale e quindi assume grande rilevanza il controllo nelle acque superficiali
dei composti del fosforo, provenienti dagli scarichi civili, industriali e dallo scorrimento su-
perficiale.
Generalmente i reflui civili possono contenere dai 4 ai 15 mg/l di fosforo come P; a
questo riguardo, l'attuale concentrazione di fosforo nei reflui civili è inferiore a quella che si
riscontrava negli anni passati in seguito alla nuova legislazione che limita la presenza di poli-
fosfati nei detersivi.
Le forme usuali di fosforo rintracciabili nei liquami urbani comprendono ortofosfati,
polifosfati e fosforo organico.
−
Gli ortofosfati ( PO 3−4 , HPO 4 , H 2 PO 4 , H3 PO 4 ) sono disponibili per il metabolismo
2−
Molti componenti inorganici dei reflui e delle acque naturali sono importanti nel con-
trollo della qualità dell’acqua. La loro concentrazione nell’acqua è incrementata sia dal con-
tatto con le formazioni geologiche nelle quali scorre, sia dallo scarico nei corpi idrici dei re-
flui, trattati o non trattati.
I liquami, con l’eccezione di alcuni scarichi industriali, vengono raramente trattati per
rimuovere i costituenti inorganici aggiunti durante il ciclo di utilizzo; tuttavia la presenza di
tali composti può esercitare una notevole influenza sui possibili usi dell’acqua.
Per valutare il livello di sostanze inorganiche presenti si può utilizzare la misura della
conducibilità, definita come la conduttanza di una colonna d'acqua compresa tra due elet-
2-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
trodi metallici da 1 cm2 di superficie e distanziati di 1 cm. Essa permette di valutare rapida-
mente la mineralizzazione globale di una soluzione mediante la sua capacità di trasportare
una corrente elettrica che varia con la concentrazione e con la natura degli ioni in soluzione.
Largamente applicata nel campo delle acque potabili, risulta poco significativa nel caso degli
effluenti anche per la possibile interferenza di composti organici e di colloidi caricati elettri-
camente.
La determinazione dei composti inorganici viene pertanto condotta attraverso la misu-
ra degli anioni e cationi più significativi, che variano a seconda della provenienza dello scari-
co. Si considerano di seguito i principali parametri, maggiormente caratterizzanti i reflui ci-
vili.
3.5.1. pH e pOH
Definendo il pOH in modo analogo per lo ione ossidrile, per l’acqua a 25°C vale la rela-
zione pH + pOH =14.
Il pH di un sistema acquatico può essere misurato con vari tipi di cartine e soluzioni in-
dicatrici, che cambiano colore a valori noti di pH.
Il pH di un liquame urbano si mantiene in genere in campo debolmente alcalino
(7,2÷7,3).
3.5.2. Alcalinità
L’alcalinità nei reflui deriva dalla presenza di idrossidi, carbonati e bicarbonati di ele-
menti come calcio, magnesio, potassio e ammoniaca. Tra questi i più comuni sono i bicar-
bonati di calcio e magnesio. Anche borati, silicati, fosfati e composti simili possono contri-
buire all’alcalinità. I reflui presentano quasi sempre un certo grado di alcalinità, e questo fatto
limita le variazioni di pH causati dall’aggiunta di acidi.
L’alcalinità viene determinata per titolazione con un acido standard (abitualmente
H2SO4) ai punti finali di pH 8,3 e 4,5. La titolazione viene condotta in presenza di indicatori
che hanno la proprietà di mutare colore al variare del pH: la fenolftaleina che vira dal rosso
all'incolore appunto a pH=8,3 ed il metilarancio che vira dal giallo all'arancio a pH=4,5. I ri-
sultati sono espressi in termini di carbonato di calcio CaCO3.
La misura dell’alcalinità è importante per i reflui sottoposti a trattamenti chimici, nella
rimozione biologica dei nutrienti e dove l’ammoniaca viene rimossa per strippaggio.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-23
3.5.3. Cloruri
Lo ione solfato è presente come elemento naturale nella maggior parte delle risorse
idriche ed è pure un componente dei reflui. Esso è uno dei costituenti delle proteine e viene
rilasciato al momento della loro degradazione. Il solfato viene ridotto a solfuro in condizioni
anaerobiche per via biologica, ed il solfuro combinato con l’idrogeno forma acido solfidrico
(H2S):
Sostanza organica + SO 2− batteri
→ S 2− + H2 O + CO 2
solfatoriduttori
4
S 2− + 2 H+ → H2 S
Quest'ultima reazione di equilibrio è regolata dal pH. In campo alcalino, per valori di pH
superiori a 8, quasi tutto lo zolfo si trova sotto forma di ioni HS- e S2- ; conseguentemente la
presenza di H2S è molto piccola, la sua pressione parziale è molto bassa, e quindi non inter-
vengono problemi di cattivi odori connessi al rilascio nell'atmosfera. Per pH inferiori ad 8,
l'equilibrio si sposta decisamente a destra; già a pH=7 l'80% dello zolfo è presente in forma
non ionizzata.
L’acido solfidrico, rilasciato nelle fognature dai reflui che vi scorrono, tende ad accu-
mularsi nella parte superiore delle condotte, dove può essere ossidato biologicamente in aria
ad acido solforico
H 2 S + 2 O 2
→ H2 SO 4
batteri
Problemi analoghi possono verificarsi nella digestione anaerobica dei fanghi: i solfati
vengono ridotti a solfuri e possono bloccare l’attività biologica se la concentrazione di solfu-
ro supera i 200 mg/l; fortunatamente queste concentrazioni si verificano raramente. Il gas
H2S prodotto durante la digestione, insieme ad altri gas quali CH4 e CO2 , risulta corrosivo
per le tubazioni di trasporto del gas e, se bruciato in un motore, i prodotti della combustio-
ne possono danneggiare il motore stesso e corrodere lo scambiatore di calore dei gas esau-
sti, specialmente se viene consentito il raffreddamento sotto il punto di rugiada.
Presenti in forma di anioni o cationi rivestono una notevole importanza nel tratta-
mento dei reflui a causa della loro tossicità. Molti di questi composti sono classificati come
inquinanti principali. Tra i cationi, il rame, il piombo, l'argento, il cromo, l'arsenico ed il bo-
ro sono tossici in vari gradi per i microrganismi e devono quindi essere presi in considera-
zione nel progetto del trattamento biologico. Per esempio, nel digestore dei fanghi il rame è
tossico a concentrazioni di 100 mg/l, cromo e nichel a 500 mg/l, il potassio e lo ione ammo-
nio a 4000 mg/l. L’alcalinità presente nel digestore fa invece precipitare gli ioni calcio prima
che raggiungano la soglia di tossicità.
Negli scarichi industriali sono pure presenti anioni tossici, tra i quali cianuro e cromati;
essi dovrebbero essere rimossi con un pretrattamento prima di essere mescolati con i reflui
civili. I fluoruri, altri anioni tossici, sono di solito presenti negli scarichi di industrie di com-
ponenti elettronici.
Anche certi composti organici presenti in alcuni scarichi industriali possono risultare
tossici.
In molte acque sono rintracciabili tracce di metalli, come nickel (Ni), manganese (Mn),
piombo (Pb), cromo (Cr), cadmio (Cd), zinco (Zn), rame (Cu), ferro (Fe) e mercurio (Hg).
Molti di questi metalli sono stati già ricordati nel paragrafo precedente e classificati come in-
quinanti, mentre altri sono necessari per la crescita biologica e la loro scarsità può agire co-
me fattore limitante. La presenza in eccesso di alcuni, d’altra parte, interferisce con l’utilizzo
dell’acqua a causa della loro tossicità.
Se presenti in forma di ioni metallici, essi mostrano la proprietà di precipitare sotto
forma di idrossidi o di carbonati in campi di pH ben definiti e specifici per ciascuno di essi.
In un liquame urbano con pH neutro o debolmente alcalino, la precipitazione è solo parzia-
le.
I metodi per determinare la concentrazione dei metalli in un refluo variano in comples-
sità a seconda delle sostanze presenti che possono agire come interferenti. Concentrazioni
anche molto basse di molti di questi metalli possono essere misurate con metodi come la
polarografia e la spettroscopia ad assorbimento atomico.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-25
Fra i parametri che caratterizzano la qualità delle acque rivestono particolare importan-
za quelli che uniscono ad un marcato effetto tossico la possibilità di accumularsi negli orga-
nismi e di trasferirsi da un livello trofico al successivo. Per tale comportamento essi sono
assoggettati a limitazioni rigorose; la legislazione nazionale considera come particolarmente
pericolosi per la loro tossicità, persistenza e bioaccumulabilità elementi quali arsenico, cad-
mio cromo in forma esavalente, mercurio, nichel, piombo, rame, selenio, zinco, nonché i
seguenti composti organici: fenoli, solventi organici aromatici, solventi organici azotati, oli
minerali, solventi clorurati, pesticidi clorurati, pesticidi fosforati.
3.6. GAS
I gas comunemente presenti nei reflui sono azoto (N2), ossigeno (O2), anidride carboni-
ca (CO2), acido solfidrico (H2S), ammoniaca (NH3) e metano (CH4). I primi tre sono gas co-
muni dell’atmosfera e si possono trovare in tutte le acque a contatto con l’aria. Gli altri tre
derivano dalla decomposizione della materia organica.
Sebbene non rintracciabili in reflui non trattati, altri gas rilevabili sono il cloro (Cl2) e
l’ozono (O3), provenienti da processi di disinfezione o da stadi di deodorizzazione, e gli os-
sidi di zolfo e azoto derivanti dai processi di combustione.
L’acido solfidrico deriva dalla decomposizione anaerobica della materia organica con-
tenente zolfo o dalla riduzione di solfiti e solfati minerali; non si forma quando è disponibile
un’abbondante quantità di ossigeno. Questo gas è incolore, infiammabile, dal caratteristico
odore di uova marce. L’annerimento dei liquami e dei fanghi è dovuto normalmente alla
formazione di solfuro di ferro (FeS), sebbene possano formarsi anche altri solfuri di vari
metalli. Nonostante l’acido solfidrico sia il gas più importante dal punto di vista degli odori,
possono formarsi durante la decomposizione anaerobica anche altri composti volatili, come
scatolo, mercaptani, che possono peggiorare sensibilmente le condizioni olfattive.
3.6.3. Metano
metano, gas incolore, inodore, idrocarburo combustibile con elevato potere calorifico.
Normalmente nei reflui non trattati è riscontrabile in quantità modeste poiché la presenza
anche minima di ossigeno impedisce l'attività degli organismi responsabili della sua produ-
zione. Occasionalmente può essere osservata una certa produzione di metano in depositi
accumulati sul fondo.
Dal momento che il metano è altamente combustibile e il rischio di esplosione è ele-
vato, i pozzetti e le camere di giunzione delle fognature, dove esiste la possibilità di accu-
mulo di questo gas, dovrebbero essere ventilati prima e durante gli interventi operativi.
Negli impianti di depurazione, il metano è prodotto dalla digestione anaerobica utiliz-
zata per stabilizzare i fanghi. Ove ci sia produzione di gas infiammabili è necessario prestare
attenzione ai rischi di esplosione e prevedere misure di sicurezza sul lavoro.
I principali tipi di microrganismi rintracciabili nelle acque superficiali e nei reflui sono
classificati come eucarioti, eubatteri (eubacteria), archeobatteri (archaebacteria).
La maggior parte dei batteri rientra nel gruppo degli eubatteri; la categoria dei protisti,
contenuta nella classificazione degli eucarioti, comprende alghe, funghi e protozoi. Le pian-
te, includendo piante da seme, felci e muschi, sono classificate come organismi eucarioti
pluricellulari.
4.1.1. Batteri
I batteri sono per lo più eubatteri procarioti unicellulari dell'ordine di grandezza dei micron,
peso 10-6 µg, in numero di 1010 per ml di colonia. In linea generale possono essere raggrup-
pati in quattro grandi categorie: sferici, cilindrici, ad elica e filamentosi.
I batteri sferici, noti come cocchi, hanno diametro variabile tra 1 e 3 µm; i batteri a
forma cilindrica, conosciuti come bacilli, sono di dimensione piuttosto variabile (tra 0,3 e
1,5 µm di larghezza e tra 1 e 10 µm di lunghezza). L’Escherichia coli, un organismo comune
nelle feci umane, tipicamente misura 0,5 µm di larghezza e 2 µm di lunghezza. I batteri a
forma cilindrica ricurva, noti come vibrioni, variano in larghezza (o diametro) da 0,6 a 1
µm e da 2 a 6 µm in lunghezza. I batteri ad elica, noti come spirilli, possono raggiungere
lunghezze di 50 µm. I batteri filamentosi, conosciuti con vari nomi, possono superare i 100
µm.
I batteri possiedono un ruolo fondamentale nella decomposizione e nella stabilizzazio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-27
ne della materia organica, sia in natura sia negli impianti di depurazione, e quindi è opportu-
no conoscere le loro caratteristiche, funzioni, metabolismo e sintesi. I coliformi vengono
utilizzati anche come indicatori di inquinamento di origine umana.
4.1.2. Funghi
4.1.3. Alghe
4.1.4. Protozoi
Le piante e gli animali variano in dimensione dai microscopici rotiferi e vermi ai macro-
scopici crostacei. Una conoscenza di questi organismi è utile nella valutazione della qualità
delle acque, nella determinazione della tossicità degli scarichi e nell’osservazione degli effetti
della vita biologica sul processo di depurazione naturale delle acque.
4.1.6. Virus
I virus sono parassiti endocellulari obbligati, costituiti da una striscia di materiale gene-
tico, acido desossiribonucleico (DNA) o acido ribonucleico (RNA) con un rivestimento pro-
teico. Non sono in grado di sintetizzare nuovi composti, ma invadono la cellula vivente
ospite, dove il materiale genetico virale modifica l’attività cellulare per la produzione di nuovi
organismi virali a spese della cellula ospite. Quando questa muore, viene rilasciato un gran
numero di virus che infettano altre cellule.
I virus eliminati dagli esseri umani possono essere una fonte di rischio per la salute
pubblica. Per esempio, da ogni grammo di feci di un paziente affetto da epatite vengono ri-
lasciate da 10.000 a 100.000 dosi infettive del virus. Alcuni virus riescono a vivere più di 40
giorni nei reflui a 20°C e 6 giorni in un fiume normale. Molti casi di diffusione dell’epatite
sono riconducibili alla trasmissione attraverso il ciclo dell’acqua.
Gli organismi patogeni nei reflui possono provenire da esseri umani infettati dalla ma-
lattia o portatori sani. Le principali categorie di organismi patogeni sono batteri, virus, pro-
tozoi. I batteri patogeni usualmente espulsi dall’uomo possono determinare disturbi del
tratto gastrointestinale come febbre tifoide e paratifoide, dissenteria, diarrea e colera.
Poiché gli organismi patogeni presenti negli scarichi e nelle acque inquinate sono in
numero ridotto e poiché sono difficili da isolare ed identificare, vengono usati come organi-
smi indicatori i coliformi, che sono molto più numerosi, diffusi e semplici da misurare.
Ogni persona scarica dai 100 ai 400 miliardi di coliformi al giorno, in aggiunta agli altri tipi di
batteri. Quindi la presenza di coliformi viene presa come indicatore della presenza di organi-
smi patogeni, mentre l’assenza di coliformi viene assunta come indice che l'acqua è esente
da organismi portatori di possibili malattie.
I batteri coliformi comprendono i generi Escherichia a Aerobacter. L’utilizzo dei coliformi
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-29
come indicatore è reso più complesso dal fatto che l’Aerobacter e certi tipi di Escherichia pos-
sono crescere nel terreno; così la presenza di coliformi non significa necessariamente con-
taminazione da scarichi umani. L’Escherichia coli è esclusivamente di origine fecale, ma la sua
determinazione analitica è piuttosto laboriosa; per questo motivo viene utilizzato come indi-
catore di inquinamento fecale l’intero gruppo dei coliformi.
Recentemente sono state sviluppate delle tecniche che distinguono tra coliformi totali,
coliformi fecali e streptococchi fecali. L’uso di tali metodiche, basate sul rapporto tra co-
liformi fecali e streptococchi fecali viene discusso in seguito.
Il test standard per il gruppo dei coliformi può essere condotto utilizzando o la tecnica
della fermentazione in tubi multipli o quella del filtro a membrana. Il primo tipo di procedu-
ra prevede tre fasi, indicate come test presuntivo, di conferma e completo. Una procedura
analoga è disponibile per il gruppo dei coliformi fecali e per gli altri gruppi di batteri.
Il test presuntivo è basato sulla capacità dei coliformi di utilizzare un supporto nutritivo
specifico producendo gas; il test di conferma consiste nel far crescere colonie di batteri coli-
formi su un mezzo che sopprime la crescita degli altri organismi. Il test completo è basato
sulla capacità delle colture del test di conferma di degradare nuovamente il terreno di coltu-
ra. Per molte analisi di routine è sufficiente il solo test presuntivo.
La tecnica della fermentazione in tubi multipli è basata sul principio della diluizione fi-
no ad estinzione. Viene condotto diluendo più volte il campione, e per ogni passo si predi-
spongono cinque provette, contenenti un opportuno terreno di coltura; dopo aver atteso
un tempo adeguato si registra il numero delle provette che sono risultate positive, ovvero
che hanno prodotto un accumulo di gas.
La stima della concentrazione di coliformi viene spesso riportata come il numero me-
dio più probabile per 100 ml (MPN/100 ml, Most Probable Number); pertanto questo metodo
non garantisce una precisione assoluta, ma fornisce una stima statistica.
La tecnica del filtro a membrana implica una filtrazione di un volume noto di campione
d’acqua attraverso una membrana filtrante con una porosità molto ridotta, che non con-
senta il passaggio dei batteri. Questi vengono incubati ad adatta temperatura su un terreno
ricco di nutrienti e quindi vengono contate le colonie batteriche sviluppate. Questa tecnica
ha il vantaggio di essere più rapida della procedura MPN e di fornire una stima diretta del
numero di coliformi.
Le quantità relative di coliformi fecali (FC) e di streptococchi fecali (FS) rilasciati da-
gli esseri umani sono molto differenti da quelle degli animali. Si deduce quindi, come il rap-
porto tra FC e FS possa essere d’aiuto nel determinare se una contaminazione sospetta de-
rivi da scarichi umani o animali: infatti il rapporto FC/FS per gli esseri umani supera 4,
mentre per gli animali domestici è inferiore a 1: esso può variare da 0,04 per i suini a 0,2 per
i bovini. Benché tali rapporti possano venire alterati dalle diverse velocità di scomparsa nel-
l'ambiente, valori inferiori ad 1 stanno ad indicare un inquinamento animale e valori superio-
ri a 4 un inquinamento umano. L’analisi deve essere compiuta seguendo le opportune indi-
cazioni e si rivela utile soprattutto nelle aree rurali dove si utilizzano fosse settiche. In molti
casi di contaminazione da coliformi è possibile infatti stabilire se un ampliamento della rete
fognaria convenzionale potrebbe migliorare la situazione ovvero se l’inquinamento deriva
dagli animali.
2-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Il saggio di tossicità fornisce una misura diretta degli effetti sulla vita acquatica
globalmente dovuti agli inquinanti presenti in uno scarico. Esso viene condotto osservando
la mortalità, su periodi prestabiliti, di adatte specie animali, poste in una serie di acquari di
laboratorio in cui lo scarico da esaminare sia presente in diversi rapporti di diluizione con
acqua pulita. Negli acquari deve essere assicurata sufficiente concentrazione di ossigeno
disciolto, che non deve comunque influenzare la mortalità degli animali.
Come indice della tossicità acuta dello scarico viene abitualmente assunto il limite me-
dio di tolleranza (TLm), inteso come il rapporto di diluizione tra lo scarico e l’acqua pulita
cui corrisponde una mortalità pari al 50% durante il periodo preso in considerazione (abi-
tualmente 24 o 48 ore).
La composizione si riferisce alle quantità reali dei costituenti fisici, chimici e biologici
presenti nel refluo, nonché al calcolo delle portate, delle concentrazioni dei composti inqui-
nanti.
(3)
L'azoto totale presente nei liquami si trova, in modo del tutto indicativo, sotto forma di ammoniaca
(70%), azoto organico (25%) e solo il 5% in forma di nitriti e nitrati. La concentrazione di nitriti e nitrati può
generalmente essere trascurata, visto l'esiguo valore e considerando che probabilmente può verificarsi la
riduzione dei nitrati in seguito alle condizioni settiche che si sviluppano nella rete di fognatura.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-31
n
α ind (Q a ) j
q ∑
j =1
g j ⋅ hj
=(q 24 )ind espressa in m3·h-1, dove:
Portate di pioggia:
Dati tipici sui costituenti individuali trovati negli scarichi domestici sono riportati in
Tabella 2.3. In dipendenza dalle concentrazioni dei costituenti il refluo viene classificato
come a forte, medio o debole carico.
Sia i costituenti, sia le concentrazioni variano con l’ora, il giorno, il mese e altre condi-
zioni locali; i dati in tabella servono quindi solo come guida e non come base per la proget-
Tabella 2.3. Composizione tipica di reflui civili non trattati.
Contaminanti Carico
procapite
Unità Concentrazioni
[g/(ab·die)] debole c medio d forte e
a
I valori devono essere incrementati per aggiunte negli scarichi di acque domestiche.
b
Vedi tabella 2.5 per valori tipici degli altri microrganismi.
c
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 550 l/(ab·die) al netto delle perdite.
d
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 270 l/(ab·die) al netto delle perdite.
e
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 150 l/(ab·die) al netto delle perdite.
2-34 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Dati rappresentativi sul tipo e numero di microrganismi comunemente presenti nei re-
flui sono riportati in Tabella 2.5.
La variazione relativamente Tabella 2.5. Tipi e numeri di microrganismi presenti in
grande nei range di valori è legata alla reflui civili non trattati.
variabilità nelle caratteristiche dei li- Organismi Concentrazione, N°/ml
quami. È stato stimato che il patoge- Coliformi totali 105-106
Coliformi fecali 104-105
no E. coli costituisce fino al 3 o 4% dei Streptococchi fecali 103-104
coliformi totali. Alcuni organismi Enterococchi 102-103
(Shigella, uova di elminti, cisti di pro- Shigella presentea
tozoi) non vengono individuati nelle Salmonella 100-102
Pseudomonas aeroginosa 101-102
analisi di routine. Clostridium perfringens 101-103
Grande attenzione va posta nei Mycobacterium tuberculosis presentea
valori riportati per i virus: negli ultimi Cisti di protozoi 101-103
anni i miglioramenti nei metodi di in- Cisti di Giardia 10-1-102
Cisti di cryptosporidium 10-1-101
dividuazione ed enumerazione hanno Uova di elminti 10-2-101
comportato alcuni dubbi sui risultati Virus enterici 101-102
precedenti. Per questo motivo la data a
I risultati di questi test vengono di solito riportati come
dello studio è importante tanto positivo o negativo, piuttosto che essere quantificati.
quanto i valori di concentrazione ri-
portati.
In generale, i costituenti riportati nella Tabella 2.3 sono quelli che vengono analizzati
abitualmente. In generale essi forniscono informazioni fondamentali per caratterizzare un
refluo per un trattamento biologico, ma non esaurienti: i continui progressi hanno suggerito
la realizzazione di ulteriori analisi specifiche.
Gli ulteriori costituenti che vengono attualmente analizzati includono molti dei metalli
necessari per la crescita dei microrganismi, come calcio, cobalto, rame, ferro, magnesio,
manganese e zinco. La presenza di acido solfidrico deve essere attestata per valutare se pos-
sono prodursi ambienti corrosivi o se alcuni dei metalli utili possono precipitare. La con-
centrazione di solfati può essere utile per valutare la possibilità di un trattamento anaerobi-
co. Anche la presenza di organismi filamentosi deve essere considerata, specialmente se si
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-35
I dati sull’incremento del contenuto minerale nel refluo in seguito all’uso dell’acqua so-
no importanti in particolar modo se si prevede un potenziale riutilizzo dell’acqua.
L’aumento del contenuto minerale deriva dall’uso domestico, dal conferimento di acque al-
tamente mineralizzate provenienti da pozzi privati di falda, e dall’uso industriale; anche gli
addolcitori domestici ed industriali possono contribuire, ed in alcuni casi possono costituire
la fonte principale.
Gli studi per la caratterizzazione del refluo vengono condotti per determinare: le ca-
ratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, e la concentrazione dei costituenti; i mezzi mi-
gliori per ridurre la concentrazione degli inquinanti.
6.1. CAMPIONAMENTO
1. GRIGLIATURA
La grigliatura è in genere il primo trattamento applicato negli impianti per acque urba-
ne. Esso consiste nel far transitare il liquame attraverso una maglia (di varie forme e dimen-
sioni) in grado di trattenere i corpi solidi di una certa dimensione dallo stesso convogliati,
che potrebbero essere causa di intasamenti delle tubazioni e delle apparecchiature costi-
tuenti l’impianto (pompe, valvole, ecc.) compromettendone in tal modo la funzionalità.
La quantità e la qualità di materiale trattenuto dipende dalle dimensioni delle luci di pas-
saggio della griglia, oltre che dalle caratteristiche del liquame stesso.
Il materiale trattenuto deve essere tempestivamente rimosso dalla superficie grigliante
per evitarne l’intasamento che causerebbe l’innalzamento del pelo libero a monte della gri-
glia e un aumento di velocità di passaggio del liquame attraverso la stessa (causando maggiori
perdite di carico e pericolo di trascinamento del grigliato). A tale scopo vengono al giorno
d’oggi utilizzati dispositivi meccanici a funzionamento automatico (generalmente temporiz-
zato o comandato dalla differenza tra il livello a monte e valle della superficie grigliante), che
rimuovono il materiale e provvedono al suo allontanamento direttamente o con l’ausilio di
nastri trasportatori. La pulizia manuale si effettua ormai solo in alcuni impianti vecchi per-
ché essa comporta notevoli costi di manodopera e spesso tende a svilupparsi un ambiente
maleodorante.
Tradizionalmente una sezione di grigliatura si divide in due fasi successive:
• Grigliatura grossolana, realizzata con griglie aventi normalmente luci di passaggio di 40
3-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
÷ 60 mm.
• Grigliatura fine, con luci di 2 ÷ 20 mm.
Un tipo di grigliatura che ha riscontrato una certa diffusione negli ultimi anni è la co-
siddetta microgrigliatura, con luci di passaggio inferiori ai 2 mm.
Essa ha la funzione di separare i corpi di una certa dimensione che potrebbero pregiu-
dicare il corretto funzionamento e l’efficienza delle unità a valle della grigliatura stessa. Essa
rappresenta una protezione per
l’impianto piuttosto che un vero
e proprio trattamento. È indi-
spensabile per liquami prove-
nienti da fognature di tipo misto
o da canali a cielo aperto, sicuri
vettori di corpi grossolani.
La spaziatura delle barre
della griglia varia come già detto
tra i 40 ÷ 60 mm. Si possono
suddividere le griglie in:
• griglie piane: verticali o incli-
nate (Figura 3.1);
• griglie ad arco (Figura 3.2);
Figura 3.1. Griglia meccanizzata piana, adatta anche per canali • griglie a barre orizzontali o a
profondi: 1) griglia; 2) pettine pulitore; 3) gruppo motoriduttore; 4) barre verticali;
dispositivo di pulizia del pettine; 5) contenitore di raccolta del La sezione delle barre può
materiale grigliato.
essere a:
• spigoli vivi;
• spigoli arrotondati (minori perdite di carico).
La scelta della spaziatura delle barre, oltre a determinare una diversa quantità di mate-
riale grigliato, può essere dettata dalle perdite di carico che sono maggiori per spaziature mi-
nori.
La velocità della corrente
nel canale per liquami di fogna-
tura mista non dovrebbe essere
inferiore a 0,5 m/s per evitare la
sedimentazione delle sabbie,
mentre per fognature unitarie
non dovrebbe scendere al di
sotto di 0,3 m/s, per evitare il
deposito del materiale organico.
È comunque opportuno assicu-
rare che in caso di portata di
massima nera vengano raggiunte
velocità attorno ai 0,7 m/s per
garantire il lavaggio del fondo
Figura 3.2. Griglia meccanizzata ad arco per canali poco profon-
del canale di grigliatura. di.
Le perdite di carico, fun-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-3
Le griglie fini trovano applicazione a valle delle griglie grossolane e sono rivolte a rea-
lizzare una rimozione più spinta dei solidi presenti nello scarico. La luce tra le barre varia tra
i 2÷20 mm, costruttivamente sono in tutto simili a quelle grossolane ed è sempre opportuno
che siano dotate di dispositivo per la pulizia automatica.
3-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
1.3. MICROGRIGLIATURA
punto di vista teorico la perdita di carico può essere valutata secondo la seguente formula,
valida per griglia pulita:
1 V2 − v2
H= ⋅ (3.2)
0,7 2g
con
V = velocità di passaggio attraverso la griglia;
v = velocità nel canale di adduzione;
1/0,7 = 1,428 = coefficiente empirico che tiene conto della turbolenza e delle perdite dovute
al formarsi di vortici.
Alternativamente si può far ricorso ad un'altra formula che tiene conto dei parametri
specifici della griglia con la seguente espressione di Kirshner:
b
4 /3 V2
H = K ⋅ 1 ⋅ sen α (3.3)
s 2g
in cui
K = coefficiente adimensionale di forma della sezione delle barre, che assume i seguenti
valori: 2,42 per sezione rettangolare a spigoli netti;
1,83 per sezione rettangolare a spigoli arrotondati a monte;
1,79 per sezione circolare;
1,67 per sezione rettangolare a spigoli arrotondati a monte e a valle;
α = inclinazione della griglia sull'orizzontale;
V1= velocità nella sezione totale prima del passaggio attraverso la griglia;
Dovranno essere previste paratoie per isolare ciascuna griglia e per facilitare lo svuota-
mento in caso di manutenzione od ispezione.
Il volume del grigliato rimosso varia molto a seconda della spaziatura delle barre e
delle caratteristiche del liquame. Normalmente per acque urbane le quantità di grigliato va-
riano da 3,5·10-5 a 7,5·10-5 litri di grigliato per litro di liquame pari a circa 2÷6·10-3 m3·ab-1
·anno-1 (supponendo una dotazione idrica di 250 l·ab-1·d-1).
In generale il grigliato ha un contenuto di umidità dell'80%, ed un peso di circa 600
kg/m3.
1.5. STACCIATURA
Tabella 3.4. Portate trattabili attraverso gli stacci e relative dimensioni del cilindro e delle luci di filtrazione. Le
portate sono riferite a liquami urbani, con contenuto medio di solidi sospesi pari a 200 ppm (i diametri riportati
sono DN - diametri nominali).
Luci di filtrazione 0,25 0,50 0,75 1,00 1,25 1,50 2,00 2,50
Diametro Lunghezza Portate trattabili
cilindro cilindro [m3/h]
[mm] [mm]
309 300 - 10 15 15 15 15 - -
628 600 58 103 137 171 193 216 232 232
628 900 87 151 210 256 291 330 355 355
628 1200 115 205 274 342 385 432 465 465
628 1800 180 302 421 511 583 659 709 709
914 3000 420 720 1000 1200 1400 1600 1900 2100
cilindro dal quale debbono essere rimosse mediante una lama raschiatrice. L'acqua vagliata
attraversando il cilindro effettua un lavaggio delle luci sul versante opposto dello stesso. È
comunque periodicamente necessario effettuare un lavaggio forzato (con acqua in pressione
o getti di vapore) in modo da evitare incrostazioni o occlusioni.
Nella Tabella 3.4 sono riportati i flussi medi applicabili a queste apparecchiature,
espressi in funzione del diametro e della lunghezza del cilindro. Nelle applicazioni correnti,
le luci di maglia più utilizzate variano da 0,3 a 3 mm. La velocità effettiva del liquame attra-
verso la maglia viene mantenuta circa pari a 0,35÷0,40 m/s, con perdite di carico di 20÷30
cm, ma che possono
anche raggiungere o
superare il metro.
La capacità di ri-
mozione dei solidi so-
spesi è circa del
25÷30%; 15÷20% nei
confronti del BOD5. Ne
consegue che questo
trattamento, pur con
rendimenti decisamente
inferiori, può risultare
interessante in determi-
nati casi quale alternati-
va alla sedimentazione
Figura 3.9. Schema di funzionamento di uno staccio a tamburo rotante.
primaria, dalla quale si
differenzia in modo
netto specialmente per quanto riguarda l'occupazione d’area.
Gli scarichi, sia provenienti da processi industriali, sia da insediamenti civili (in special
modo da quelli più piccoli) presentano fluttuazioni nel tempo sia di portata che di carichi
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-9
inquinanti.
Proprio questa variabilità può essere la causa di notevoli problemi di gestione negli im-
pianti non protetti adeguatamente dagli shock di carico idraulico e/o inquinante.
Le problematiche che interessano gli impianti di tipo biologico sono essenzialmente le
seguenti:
1. la presenza di una concentrazione elevata di componenti tossici (anche per breve durata)
possono "avvelenare" la biomassa;
2. la presenza di alcune sostanze in concentrazioni elevate altrimenti biodegradabili possono
inibire il processo;
3. i bruschi cambiamenti di carico rendono necessarie complesse operazioni di regolazione
per mantenere sotto controllo i parametri del processo (es. ossigeno disciolto, concen-
trazione di biomassa, ecc.);
4. le fluttuazioni nel carico possono provocare fluttuazioni nella qualità dell'effluente;
5. la presenza di sovraccarichi idraulici nei confronti dei sedimentatori primari e secondari
(soprattutto quest’ultimi) possono provocare lo sfioro della biomassa attiva ed in genere
indurre una cattiva sedimentabilità dei fanghi.
Nel caso in cui si operino trattamenti di tipo chimico si presenta il problema del dosag-
gio dei reagenti e/o flocculanti, dato che esso varia con la concentrazione del liquame da
trattare. In assenza di equalizzazione è necessario prevedere dei complessi sistemi di dosag-
gio e regolazione degli stessi o un sovradosaggio di reagenti. L'equalizzazione e/o l'omoge-
neizzazione oltre a moderare gli svantaggi citati precedentemente permettono:
1. l'alimentazione con continuità i sistemi biologici di depurazione anche in caso di scarichi
discontinui;
2. il raggiungimento in alcuni casi con la sola equalizzazione degli standard di legge (ad
esempio per scarichi in fognature) o la sostituzione di un trattamento (ad esempio neu-
tralizzando il pH);
3. a parità di rendimento, la riduzione delle dimensioni dei volumi costituenti l'impianto;
4. a parità di dimensione delle opere, miglioramento delle prestazioni degli impianti sotto-
dimensionati;
5. diminuzione dei consumi energetici dovuti alle punte di carico idraulico.
Negli impianti di tipo civile l'utilizzazione di queste vasche è abbastanza recente (metà
degli anni '70 ) e prevalentemente finalizzato alla equalizzazione della portata.
Attualmente la tendenza è quella di sovradimensionare i trattamenti biologici, in modo
tale da garantire effluenti accettabili anche in presenza delle fluttuazioni di carico inquinante;
la pratica progettuale corrente è quindi quella di dimensionare su portate e concentrazioni
all'ingresso prossime a quelle massime, garantendo un adeguato tempo di ritenzione idrauli-
ca (in pratica utilizzare le vasche di ossidazione come vasche di equalizzazione). Il sovradi-
mensionamento dell'impianto permette di tener conto dei futuri aumenti di popolazione e
dell'eventuale estensione della rete, garantendo l'attenuazione delle punte di carico. Il suc-
cessivo potenziamento dell'impianto può essere realizzato mediante l'adozione di vasche di
equalizzazione che permettono di lavorare con carichi medi più elevati (la maggiore produ-
zione di fanghi obbliga comunque a riprogettare la linea fanghi).
L'equalizzazione negli impianti civili può diventare importante perché può permettere:
a. la realizzazione di impianti consortili (civili-industriali) in cui la presenza di quest'ultimi
può diventare maggioritaria;
b. la possibilità di adottare trattamenti avanzati operanti con volumi minori (es. letti fluidiz-
zati) rispetto ai tradizionali impianti a fanghi attivi in vasche a miscelazione completa.
Per quanto riguarda invece l'adozione di tali vasche negli impianti di trattamento di sca-
richi industriali, essa è pratica diffusa data l'elevata variabilità degli stessi scarichi, la significa-
tiva presenza di trattamenti chimico-fisici e la possibile presenza in essi di sostanze tossiche
o inibenti il processo.
3-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
L'equalizzazione delle portate viene realizzata tramite vasche di accumulo volte allo
stoccaggio della porzione di portata eccedente quella media di progetto e al successivo rila-
scio nell'impianto quando essa è inferiore a tale valore. Il volume di compenso può essere
giornaliero o se necessario settimanale (a seconda del tipo di fluttuazione dei carichi idrauli-
ci).
Le vasche devono essere miscelate per evitare la sedimentazione dei solidi sospesi ed
eventualmente aerate per impedire l'istaurarsi di condizioni settiche. Costituiscono di norma
l'ultimo dei pretrattamenti, anche se a volte per facilitare la gestione sono poste a valle dei
trattamenti primari.
L'equalizzazione delle portate determina come effetto indiretto la parziale omogeneiz-
zazione delle concentrazioni degli inquinanti. La quantità di quest'ultimi è data infatti dal
prodotto della concentrazione per la portata, ed equalizzando uno dei due termini si ottiene
una parziale equalizzazione del prodotto. Minore è l'effetto sulla concentrazione poiché, in
particolare negli impianti civili, le punte di concentrazione rappresentano molto spesso
punte di portata ed entrano nella vasca di equalizzazione in una fase in cui il volume inva-
sato è minimo (stesso discorso vale per i carichi tossici).
La vasca viene perciò generalmente sovradimensionata per garantire un volume inva-
sato minimo tale da agevolare la diluizione dei contaminanti, oppure viene prevista una suc-
cessiva vasca di omogeneizzazione.
Nella progettazione delle vasche di equalizzazione (che devono essere fatte cercando di
minimizzare i costi di realizzazione e l'entità delle opere elettromeccaniche richieste per il
mantenimento della funzionalità) si deve tener conto dei seguenti fattori:
a) materiale e forma della vasca;
b) dimensioni;
c) tipo di disposizione delle vasche,
d) sistema di miscelazione ed areazione;
e) modalità di controllo della portata effluente equalizzata;
f) dotazioni ausiliarie.
Per quanto riguarda il punto a), le vasche sono generalmente in cemento armato. Ven-
gono realizzate in terra nel caso in cui il compenso delle portate venga fatto in stagni biolo-
gici.
La forma è generalmente circolare o quadrata e solo nel caso si possa rinunciare all'ef-
fetto omogeneizzante possono essere allungate. La completa miscelazione del liquame in-
fluente è perseguibile attraverso installazione di deflettori di deflusso, setti sulle pareti o im-
missione dell’influente nelle vicinanze dell'organo di miscelazione.
Per quanto riguarda il dimensionamento, il volume della vasca è costituito dalla somma
di 3 volumi:
V = Vc + Vmin + Vcd (3.4)
ove
Vc = volume di compenso (settimanale, giornaliero);
Vmin = volume minimo richiesto per il funzionamento in continuo delle installazioni elet-
tromeccaniche di aerazione-miscelazione e/o simultaneo svolgimento di processi
depurativi (vasche settiche, vasche di areazione a fanghi attivi, stagni biologici).
Vcd = volume riservato ai carichi discontinui cioè eventuale volume necessario all'equaliz-
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-11
( )
V j = V j − 1 + Q i, j − Q e , j ⋅ ∆ t (3.7)
∆Vj = volume accumulato o rilasciato nel j-esimo intervallo di tempo [m3].
Vj = volume invasato in vasca alla fine del j-esimo intervallo di tempo [m3].
Vj-1 = volume invasato in vasca alla fine del (j-1)-intervallo di tempo [m3/h].
Qi,j = portata media influente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/h].
Qe,j = portata media effluente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/h].
∆t = intervallo temporale utilizzato per la discretizzazione della relazione [h].
Se si vanno progressivamente a sommare i volumi ∆Vj nell’arco temporale prestabilito
(24 ore, 7 giorni, ecc ...) si ottiene una curva dotata di massimo e minimo e il volume della
vasca di compenso è dato dalla differenza algebrica tra valore massimo (positivo) e minimo
(negativo).
3-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Nel caso in cui non si conosca l'idrogramma si può utilizzare un metodo di tipo empi-
rico valido soprattutto per acque di scarico urbane. Si approssima l’idrogramma con una
onda quadra e si definisce un coefficiente di punta P supponendo che P = Qmassima/Qmedia =
Qmedia/Qminima .
Se P non è conosciuto si può ottenere una stima con formule empiriche come ad
esempio:
P = 1,5 + 2,5 Q 0,5 (3.8)
oppure
P = 2,2 (1/p)0,08 (3.9)
ove Q = portata espressa in l/s;
p = popolazione in migliaia;
La durata del periodo in cui la portata è pari a Qmassima è pari a
t = 1/P+1
e quindi il volume richiesto per l'equalizzazione della portata risulta essere
P −1
V = Qmedia ⋅ (3.10)
P +1
In pratica ciò corrisponde a scegliere tempi di detenzione compresi tra le 4-8 ore a se-
conda delle dimensioni dell'impianto.
La vasca di equalizzazione può essere disposta in linea o lateralmente con diverse di-
sposizioni per l’ingresso e l’uscita (Figure 3.11 e 3.12). La disposizione adottata influenza i
costi di pompaggio.
I principali pro-
blemi da considerare
nella realizzazione della
vasca sono:
1) garantire la completa
miscelazione;
2) evitare fenomeni di
sedimentazione;
3) evitare l’insorgere di
processi anaerobici.
La soluzione può
essere ottenuta attraver-
so sistemi idraulici,
meccanici o insufflando
aria. I primi, pur essen-
do i più economici, ri-
sultano essere i meno
efficienti in termine di Figura 3.11. Schemi di equalizzazione in linea.
utilizzo dell'energia e
difficilmente applicabili quando si utilizzano vasche a livello variabile.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-13
Ogni vasca di equalizzazione deve essere dotata di un sistema di controllo delle portata
effluente in modo che questa sia costante al variare del livello idrico della vasca. Questo può
3-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
essere ottenuto:
a) tramite pompe volumetriche (es. pompa monovite); in questo caso la portata effluente
è indipendente dal carico idraulico (sempre che le oscillazioni del livello siano < 4-5 m) ed
è funzione della sola velocità di rotazione della girante elicoidale all'interno dell'alloggio
statore;
b) tramite pompa centrifuga sommergibile; trattandosi in questo caso di piccole portate
(dell'ordine di qualche l/s), il valore sarebbe estremamente variabile a seconda del livello
nella vasca di equalizzazione. Per questo motivo vi è una vaschetta di carico a livello co-
stante alimentata dalla pompa stessa e dotata di 2 soglie sfioranti delle quali la prima ali-
menta il successivo trattamento depurativo con la portata media giornaliera, la seconda
posta ad un livello leggermente superiore alla vaschetta di carico, ricircola la portata ec-
cedente.
c) tramite sfioratore galleggiante; in questo caso la portata effluente è sicuramente co-
stante e i corpi galleggianti dello sfioratore hanno anche la funzione di trattenere le so-
stanze flottanti.
Nel caso in cui l'equalizzazione delle portate debba avvenire congiuntamente alla omo-
geneizzazione degli inquinanti o altri trattamenti si può pensare ad una vasca di omogeneiz-
zazione a livello costante dotata di scarico a gravità (a portata costante ed uguale alla portata
media equalizzata) ed una vasca di equalizzazione a livello variabile. La costanza del livello
nella vasca di omogeneizzazione viene ottenuto tramite due galleggianti che regolano, uno
l’avvio di una pompa che alimenta la vasca di equalizzazione quando il livello tende a cresce-
re, l’altro l’apertura della valvola che permette lo svuotamento della vasca di equalizzazione,
quando il livello idrico tende a calare. Tale soluzione richiede il ricorso ad una unità addizio-
nale di sollevamento per un volume pari a quello della vasca di equalizzazione.
Sono analoghi a quelli della vasca di equalizzazione salvo per quanto riguarda il dimen-
sionamento e le modalità di controllo della portata effluente che in assenza di equalizzazione
(cioè nel caso di bacini a livello costante) viene generalmente scaricata a gravità.
Un dimensionamento rigoroso, tale cioè da collegare le caratteristiche di una vasca (ge-
neralmente il volume) a precise caratteristiche dell’effluente, è un procedimento complesso.
Se tradizionalmente si è fatto riferimento a formule per lo più empiriche, un migliore ap-
proccio prevede lo sviluppo di metodi di dimensionamento e verifica che utilizzano modelli
matematici analoghi a quelli della reattoristica chimica.
Le vasche di equalizzazione vengono schematizzate con diversi tipi di reattori ideali
(vasca perfettamente miscelata, vasca con flusso a pistone, vasca a dispersione assiale); la
maggior parte dei modelli utilizza semplicemente una vasca perfettamente miscelata.
Una volta schematizzata la vasca è possibile descriverne l’andamento nel tempo me-
diante una o più equazioni differenziali. Si possono usare:
• modelli deterministici: integrando numericamente le equazioni differenziali su intervalli fi-
niti di tempo, imponendo le condizioni al contorno reali (portata e concentrazione in in-
gresso);
• modelli a soluzione esatta: semplificando le condizioni al contorno si ricercano le soluzioni
esatte; tra questi modelli sono compresi i modelli stocastici che fanno riferimento alle va-
riabili statistiche in ingresso ed in uscita.
Q j ⋅ x i, j ⋅ ∆t + V ⋅ x j−1
xj = (3.14)
Q j ⋅ ∆t + V
dove:
∆xj = variazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione nel j-esimo intervallo di
tempo [m3];
xj = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione alla fine del j-esimo
intervallo di tempo [mg/l];
xj-1 = concentrazione degli inquinanti nella vasca di omogeneizzazione alla fine del (j-1)-
esimo intervallo di tempo [mg/l];
xi,j = concentrazione media degli inquinanti nell'influente nel j-esimo intervallo di tempo
[mg/l];
Qj = portata media influente ed effluente nel j-esimo intervallo di tempo [m3/ora];
∆t = intervallo temporale utilizzato per la discretizzazione.
∑x
j=1
i, j ⋅Qj
xj = n
(3.15)
∑Q
j=1
j
Se la concentrazione finale del ciclo non approssima sufficientemente quella iniziale as-
sunta, si assume come nuova stima della concentrazione iniziale quella finale calcolata e così
di seguito. La convergenza del metodo di calcolo è comunque molto rapida, e possono esse-
re sufficienti da 1 a 3 iterazioni.
Tipicamente la procedura di dimensionamento delle vasche di omogeneizzazione è in
realtà un calcolo di verifica la cui sequenza di passi è la seguente:
1. calcolo dei fattori di fluttuazione delle concentrazioni e dei carichi inquinanti effluenti
PFxi , PFci ;
2. si sceglie una serie ampia di volumi di ritenzione relativi Vr e quindi di volumi della vasca
di omogeneizzazione Vom e per ogni valore di Vr (cioè Vom), si applica il metodo iterativo
di soluzione del sistema costituito dalle n relazioni (3.14), una per ogni intervallo tempo-
rale in cui è stato suddiviso il ciclo;
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-17
( ) ( ) ( )
Vj −1 ⋅ x j − x j −1 + x j ⋅ Qi, j − Qe, j ⋅ ∆t = Qi, j ⋅ xi, j − Qe, j ⋅ x j ⋅ ∆t (3.19)
Q i, j ⋅ x i, j ⋅ ∆t + Vj −1 ⋅ x j −1
xj = (3.20)
Q i, j ⋅ ∆t + Vj −1
La relazione (3.20) può essere utilizzata in un sistema costituito da n equazioni (una per
ogni intervallo temporale), per verificare il grado di omogeneizzazione di una vasca di equa-
lizzazione precedentemente dimensionata.
Il metodo iterativo di soluzione del sistema può essere di soluzione rapida imponendo
che la concentrazione xj che si ha nella vasca di equalizzazione quando Vj-1 = 0 è uguale a xi,j.
3.1. GENERALITÀ
Numerosi sono i motivi che possono imporre o consigliare il sollevamento delle acque
di rifiuto nell’ambito di un processo depurativo:
• il recapito per lo scarico è localizzato ad una quota più elevata rispetto alla quota di arrivo
della condotta di fognatura;
• la realizzazione di vasche interrate comporta un costo maggiore per le opere di scavo;
questo soprattutto se la falda idrica è poco sotto il piano campagna periodicamente o per la
maggior parte dell'anno.
Il pompaggio deve essere effettuato con graduali variazioni di portata evitando brusche
discontinuità; di norma si prevedono più pompe oltre a quelle strettamente necessarie,
adottando diverse configurazioni:
• pompe di potenza diversa, fatte funzionare singolarmente (a seconda della portata in ar-
rivo entra in funzione la pompa di capacità più adeguata);
• due o più pompe atte a funzionare in parallelo, che entrano in funzione l’una successi-
vamente all’altra, al variare di livello nella vasca di carico.
La regolazione delle pompe può avvenire adottando una valvola di regolazione auto-
matica sulla mandata della pompa (con acque grezze si possono verificare intasamenti e no-
tevoli dissipazioni di energia) oppure adottando una o più pompe a numero di giri variabile
asservite allo stesso livello nella vasca di carico (soluzione indicata per un impianto di grandi
dimensioni).
Le pompe più diffuse per il sollevamento di liquami sono quelle centrifughe, adatte
anche per il sollevamento di acque grezze contenenti solidi grossolani e fibre lunghe; esse si
contraddistinguono per il regolare funzionamento, la lunga durata ed i costi contenuti.
(1)
Negli impianti piccoli (qualche migliaio di abitanti) è conveniente sollevare il refluo dopo la grigliatura
e la dissabbiatura per le seguenti ragioni:
• una pompa di sollevamento del liquame grigliato ha rendimenti che possono raggiungere il 70-72%,
mentre una pompa speciale per il sollevamento di liquame grezzo può arrivare al massimo ad un ren-
dimento del 50%;
• utilizzando pompe adatte al sollevamento di liquame grezzo in modalità continua, a causa delle mode-
ste portate, si possono verificare problemi di intasamento, essendo dotate di passaggi di sezione ri-
stretta. Spesso nella condotta di ingresso all'impianto possono essere presenti corpi solidi di dimen-
sioni superiori a 2-3 cm che possono intasare le luci di passaggio delle pompe.
Cap. 3 Ÿ Pretrattamento dei liquami Ÿ 3-19
Per terminare ricordiamo gli eiettori idropneumatici (pompe air lift); si tratta di mac-
chine statiche di sollevamento utilizzanti direttamente un flusso di aria compressa per solle-
vare liquami, fango di ricircolo negli impianti a fanghi attivi e per il sollevamento delle sab-
bie.
Il numero di avviamen-
ti/ora varia normalmente tra 4
e 12 in dipendenza dal tipo di
pompa e dalla sua potenza,
diminuendo il numero di at-
tacchi con l'aumentare della
potenza.
Nelle stazioni equipag-
giate con più pompe sono
possibili due sequenza attacco-
stacco delle pompe:
1. una sequenza che prevede
l'attacco di ogni pompa
quando il livello dell'acqua
raggiunge nella vasca una Figura 3.16. Modalità di avviamento e di arresto progressivo di più
prefissata quota ed il suo pompe funzionanti in parallelo.
stacco quando l'acqua scen-
de fino al livello per il quale
è previsto l'avviamento della pompa inferiore (o si raggiunge il livello minimo previsto
nella vasca) (Figura 3.16);
2. l'altra sequenza prevede l'attacco di ogni pompa ad un prefissato livello, ma lo stacco av-
viene per tutte le pompe una volta che il liquido è disceso fino al minimo previsto nella
vasca di raccolta.
È da osservare che la sequenza del punto 1 è quella che consente la mandata più uni-
forme, mentre l'altra permette di assegnare il minor volume per la vasca.
Per quanto riguarda le perdite di carico e le potenze necessarie per il pompaggio, i li-
quami di fognatura possono essere assimilati all’acqua pulita e rimane valida la seguente
formula per il calcolo della potenza:
γ ⋅ Q ⋅ (H + h)
P=
η ⋅ 3600
dove:
P = potenza del motore [kW];
Q = portata da erogare [m3/h];
H = altezza geodetica di sollevamento in m di colonna d’acqua [m];
h = perdite di carico, in m di colonna di acqua [m];
γ = peso specifico [kN/m ];
3
η = rendimento complessivo del gruppo pompa-motore (variabile fra 0,5 e 0,7 a seconda
delle caratteristiche della pompa).
3-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
4. DISSABBIATURA E DISOLEATURA
4.1. GENERALITÀ
certa dimensione le unità di trattamento sono più di una, in modo da poter ripartire meglio
il flusso del liquame ed attenuare le punte di portata (Figura 3.18).
Il dissabbiatore a flusso tangenziale (centrifugo) è di forma tronco conica con il
fondo inclinato verso il centro. Il liquame entra nella vasca tangenzialmente dando origine
ad un moto circolare, che per effetto della forza centrifuga permette il depositarsi delle sab-
bie verso le pareti esterne della vasca. Da lì, la sabbia, è richiamata verso il centro ed estratta
con l’utilizzo di una pompa od altro sistema (Figura 3.19). A differenza del tipo a canale,
questa tipologia di vasca è sensibile alle fluttuazioni della portata e ciò va a scapito del flusso
circolare interno ad essa.
È opportuno dotare tale
unità con un dispositivo
agitatore che mantenga il
moto circolare con velo-
cità uniforme, o almeno
all’interno dei limiti pre-
fissati.
Le sabbie estratte
sono fatte gocciolare e
l’acqua estratta deve esse-
re ricircolata in testa
Figura 3.19. Dissabbiatore a flusso tangenziale.
all’impianto poiché è ricca
di composti inquinanti.
Esse contengono infatti più del 50% di materiale organico, e ciò può comportare alcuni
problemi di odori se lo stoccaggio e lo smaltimento non sono eseguiti correttamente.
L’efficienza della rimozione dipende fondamentalmente dalla geometria della vasca e
dal controllo idraulico: infatti devono assolutamente essere evitati fenomeni di cortocircui-
tazione. Ciò può essere realizzato con l’ausilio di opportuni diaframmi separatori longitudi-
nali o trasversali e posizionando opportunamente l’ingresso e l'uscita del liquame. Si ritiene
che operino meglio i dissabbiatori aerati di forma allungata rispetto a quelli quadrati, sebbe-
ne non vi siano indicazioni precise in merito. Inoltre sull’efficienza della dissabbiatura influi-
scono anche le apparecchiature ausiliarie di estrazione impiegate per le sabbie: pompa air
lift, pompa a getto d’aria, tubo di aspirazione sotto battente, coclea per il trasporto, pompe
per la sabbia, ecc.
Infine parametri di particolare importanza ai fini dell’efficienza di rimozione sono
l’ubicazione dei diffusori, dei setti per la circolazione idraulica e una uniforme sorgente di
aria. Viceversa la velocità di sfioro non risulta essere un parametro critico.
Nel dissabbiatore di forma allungata e stretta il tempo di ritenzione garantisce una mi-
gliore efficienza, buona qualità della sabbia, una semplice funzionalità e adeguati valori idrau-
lici rispetto al tipo quadrato. Inoltre questo tipo di dissabbiatore è meno sensibile alle mo-
dalità di immissione ed emissione della portata da trattare rispetto a quelli quadrati. Questi
ultimi offrono buone prestazioni solo se i diffusori dell’aria sono posti in modo da creare un
flusso a spirale dell’acqua perpendicolare al flusso di direzione interno alla vasca e la portata
dell’aria è adeguata per mantenere uniformi le velocità all’interno della vasca.
Infine il contenuto di acqua e di materiale volatile all’interno delle sabbie estratte è
strettamente correlato al tipo di estrattore ed al sistema di lavaggio delle sabbie stesse. I si-
stemi a coclea o con tubi sottobattente permettono di scaricare le sabbie in condizioni me-
no umide rispetto agli altri tipi. Ovviamente il lavaggio delle sabbie aumenta significativa-
mente il contenuto d'acqua.
Dal momento che le condizioni più sfavorevoli per un dissabbiatore si verificano in
tempo di pioggia, con il maggiore contenuto di sabbia, la vasca deve essere dimensionata in
conformità a questi dati in ingresso. La lunghezza della vasca è valutata sulla base del tempo
3-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
di permanenza che non deve essere inferiore a 10 minuti in tempo di pioggia in dipendenza
anche della sezione trasversale. Generalmente la lunghezza non deve essere inferiore a 15 m
e superiore a 60 m.
Il rapporto tra la larghezza e la profondità dovrebbe essere circa 0,8 e in ogni caso non
superiore a 0,9 in tempo secco; la sezione trasversale di un dissabbiatore aerato dovrebbe
essere compresa tra 1 e 7 m2.
La profondità dell’aria di insufflazione è molto importante e potrebbe causare alte tur-
bolenze; il valore ottimo è pari a circa il 70% della profondità del dissabbiatore. La quantità
d'aria necessaria è compresa tra 10-20 N m3/m lineare di lunghezza della vasca.
Per una buona raccolta delle sabbie sedimentate il fondo della vasca deve essere incli-
nato di 40-45°. Inoltre con velocità di rotazione comprese tra 20 e 22 cm/s sul fondo e una
piccola turbolenza si possono ottenere buoni risultati anche su sabbia di dimensioni inferiori
a 0,25 mm.
In definitiva con le velocità dette sopra e tempo di ritenzione di 20 minuti, si possono
ottenere i seguenti risultati: per dimensioni maggiori di 0,4 mm un'efficienza di rimozione
del 100%, per sabbie comprese tra 0,25 e 0,4 mm un'efficienza variabile tra 80 e 90%, e per
dimensioni fino a 0,125 mm un'efficienza del 65%.
Nella Tabella 3.5 sono riportati i valori ottimali per il dimensionamento dei dissabbia-
tori.
Tabella 3.5. Dati di dimensionamento per dissabbiatori aerati senza separazione dei grassi.
5. FLOTTAZIONE
• iniezione di aria fino a saturazione sotto pressione con successivo rilascio a pressione at-
mosferica (dissolved-air flotation);
• areazione a pressione atmosferica (air flotation);
• saturazione a pressione atmosferica seguita dall’applicazione di una forte depressione (va-
cuum flotation).
In tutti questi metodi l’efficienza di rimozione può essere incrementata attraverso l’uso
di vari additivi chimici.
Questo metodo prevede che l’aria sia prima disciolta nel liquame da trattare ad una
pressione di diverse atmosfere; successivamente questa miscela è immessa in una vasca a
pressione atmosferica.
Nei sistemi a bassa pressione, l’intera portata può essere pressurizzata per mezzo di
pompe a 275-350 kPa (2.75-3.5 atm) con insufflazione di aria compressa nei condotti di
aspirazione delle pompe. Il liquame è quindi mantenuto in un serbatoio di ritenzione sotto
pressione per diversi minuti al fine di consentire all’aria di entrare in soluzione fino a satura-
zione. Il flusso pressurizzato è poi immesso nella vasca di flottazione, attraverso una valvola
di riduzione della pressione, e quindi l’aria esce dalla soluzione sotto forma di minuscole
bolle in tutto il volume del liquido.
Nelle unità di maggiori dimensioni una porzione dell’effluente è riciclata, pressurizzata e
semisaturata con aria. La portata riciclata è miscelata con la portata non pressurizzata prima
dell’immissione nella vasca di flottazione, con il risultato che l’aria risale attraverso il liquame
trascinando il materiale particolato in entrata alla vasca.
In questi sistemi le bolle d’aria sono formate introducendo la fase gassosa direttamente
nella fase liquida attraverso speciali diffusori. La sola areazione, mantenuta per un breve pe-
riodo di tempo non è particolarmente efficace nel rimuovere i solidi sospesi con il fenome-
no di flottazione. Prevedere una vasca di areazione per la flottazione di grassi o altri solidi
dalle acque di scarico non garantisce perciò una rimozione particolarmente efficace: comun-
que si sono ottenuti risultati vantaggiosi su reflui caratterizzati dalla presenza di schiume.
Consiste nel saturare il refluo con aria sia direttamente nella vasca di areazione, sia in-
ducendo l'entrata dell'aria nel condotto di aspirazione delle pompe. Quindi viene applicata
una parziale depressione che provoca l’allontanamento dell’aria dalla soluzione sotto forma
di minuscole bolle. Le bolle ed i solidi sospesi ad esse attaccati raggiungono la superficie
formando uno strato di schiuma, che viene poi rimosso da un meccanismo di schiumatura.
Gli inerti e gli altri solidi che sedimentano sul fondo sono raccolti da una pompa cen-
trale adatta alla rimozione dei fanghi. Se questa unità provoca la rimozione degli inerti e se il
fango deve essere sottoposto a digestione biologica, gli inerti devono essere separati dal fan-
go da un apposito classificatore prima che il fango sia pompato al digestore.
L’unità principale di processo è costituita da una vasca cilindrica coperta nella quale è
creato il vuoto parziale. La vasca è equipaggiata con meccanismi di rimozione della schiuma
3-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
e del fango: il materiale flottato è continuamente spinto da apposite lame verso il perimetro
della vasca, sfiorato in un raccoglitore di schiuma e rimosso da una pompa che lavora
anch’essa in depressione. I sistemi ausiliari includono una vasca di aerazione per saturare il
refluo con aria, una vasca di detenzione per breve periodo per la rimozione delle bolle più
grosse, pompe da vuoto, pompe per i fanghi e per la schiuma.
Sono generalmente usati per sviluppare nel liquido condizioni tali da facilitare l'assor-
bimento o l'intrappolamento delle bolle d’aria.
Gli additivi inorganici, come i sali di alluminio e di ferro o la silice attivata, possono
essere usati per agevolare l'agglomerazione del materiale in grandi fiocchi in grado di intrap-
polare facilmente, durante la loro formazione, le bolle d’aria.
Molti polimeri organici vengono usati con l'obiettivo di modificare la natura
dell’interfaccia aria-liquido o dell’interfaccia solido-liquido, o entrambe.
6. PREAERAZIONE
funzione, in genere deputati anche alla dissabbiatura ed alla disoleatura del liquame. Si presta
inoltre molto bene nei casi in cui sia necessario dosare prodotti chimici (quali calce, sali di
alluminio e di ferro, polielettroliti) per migliorare l’abbattimento di BOD, solidi sospesi e fo-
sforo nel trattamento primario.
Capitolo 4
SEDIMENTAZIONE
ed ammettendo per semplicità che la particella abbia forma sferica, per cui V/A=2/3·d (essen-
do d il diametro della particella), la (4.3) può essere scritta come:
4g(ρS − ρ)d
v= (4.4)
3Cdρ
Il valore del coefficiente di Newton, Cd , è legato al numero di Reynolds (Re) e varia
con la forma della particella. Per corpi sferici, esso può essere espresso come:
24 3
Cd = + +0,34 (4.5)
Re Re
ρvd
essendo Re = (4.6)
µ
Il campo che più interessa la sedimentazione è quello dei bassi numeri di Reynolds; in
tal caso il secondo ed il terzo addendo della precedente espressione possono essere trascu-
rati e può scriversi(1):
24 24µ
Cd = = (4.7)
Re ρvd
(1)
Il moto è in tal caso laminare e la viscositൠdel liquido rappresenta un fattore determinante su Fr.
All'aumentare di Re, passando a moti di tipo turbolento con formazione di vortici alle spalle della particella
in movimento, l'influenza del terzo addendo nell'espressione (4.5) diviene predominante; Cd non risente
allora di Re né, di conseguenza, di µ e l'espressione di Cd si semplifica fornendo Cd = 0,34.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-3
2. SEDIMENTAZIONE DI MASSA
zione e si conosca quindi il livello dell’interfaccia in funzione del tempo (Figura 4.5).
Si supponga ad esempio di voler conoscere il valore della concentrazione x2 che si ha in
corrispondenza dell’interfaccia al tempo t2. La quantità di solidi contenuta nel cilindro è
x0·H0·A ove x0 è la concentrazione uniforme iniziale. Lo strato di concentrazione x2 si de-
termina inizialmente sul fondo del cilindro e sale quindi verso l’alto con velocità costante u2.
Quando esso raggiunge l’interfaccia, tutti i solidi presenti nel cilindro devono averlo attra-
versato, per cui può scriversi:
x0·H0·A = x2·(u2+v2)·A·t2 (4.12)
dove:
v 2 = velocità di sedimentazione di massa che corrisponde a x2 ;
u2 = è costante e vale:
H2
u2 = (4.13)
t2
Nota la curva di Figura 4.5, nel secondo membro dell'espressione (4.14), l’unica inco-
gnita è v 2 che può però essere determinata dalla curva di sedimentazione come tangente in
corrispondenza di x2. Si ha pertanto:
H1 − H 2
v2 = (4.15)
t2
Nella tecnica del trattamento delle acque, il processo di sedimentazione viene sempre
condotto in continuo, con modalità che quindi differiscono da quelle considerate nei para-
grafi precedenti. Infatti, se il liquido non è in quiete, alla particella compete una velocità che
è determinata, istante per istante, dalla composizione vettoriale della velocità di sedimenta-
zione v , calcolata secondo i criteri prima visti, e dalla velocità di trasporto V dovuta al mo-
vimento del liquido. Si consideri inizialmente il caso in cui il materiale sospeso sia di natura
granulosa ed in cui la concentrazione di particelle non sia tanto elevata da determinare il fe-
nomeno di sedimentazione di massa.
Ragionando su di una vasca ideale a flusso orizzontale (e cioè con una velocità di tra-
sporto V data da un vettore orizzontale) ed a pianta rettangolare, in una sezione longitudi-
nale si possono distinguere 4 zone:
• la zona di ingresso, in cui la sedimentazione è disturbata dalla vicinanza dei dispositivi di
immissione;
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-7
(2)
Si suppone costante la densità delle particelle.
4-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
del punto b(3) (Figura 4.7); gli altri, invece, raggiungono la zona di uscita. La percentuale di ri-
mozione (z) dei solidi sospesi con una velocità di caduta v è allora pari a z = bc/ac = v/v0 e,
ricordando che v 0 = Q/A:
A
z= ·v (4.18)
Q
formula che esprime la legge di Hazon.
contributo contributo
delle particelle delle particelle
con v ≥ Ci con v < Ci
Nel caso di materiale fioccoso, il calcolo del sedimentatore deve venire condotto in ba-
se a dati sperimentali o, eventualmente, per analogia con altre situazioni dello stesso tipo già
studiate. Si è già visto infatti che diviene impossibile calcolare la velocità di sedimentazione
delle particelle in ba-
se alle loro dimen-
sioni originarie dato
che per effetto dei
fenomeni di floccula-
zione, tali dimensioni
continuano a variare
e la sedimentazione
procede sempre più
velocemente.
È quindi neces-
sario - se già non si
dispone di una pre-
cedente esperienza -
rilevare in laboratorio
le caratteristiche di Figura 4.9. Esempio di calcolo del rendimento di sedimentazione (fango fioc-
sedimentabilità utiliz- coso).
(3)
Determinato il vettore risultante per le particelle considerate, il punto b viene individuato tracciando per f
una retta avente inclinazione uguale a quella del vettore stesso.
(4)
Come rendimento di sedimentazione si intende il rapporto tra il materiale sedimentabile (o talvolta so-
speso) eliminato col trattamento e quello originario presente nel campione non sedimentato.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-9
zando una colonna di altezza non inferiore a quella della vasca che si intende costruire. Si
possono allo scopo usare colonne di 15-20 cm di diametro, dotate di prese di campioni che
consentano di studiare l'andamento del fenomeno col tempo e con la profondità. Intro-
dotto nella colonna il liquido da studiare (con una uniforme distribuzione iniziale delle parti-
celle), ad intervalli di tempo determinati si procede prelevando dei campioni alle varie altez-
ze e determinando il rendimento di sedimentazione ottenuto per i diversi campioni. Ad un
tempo t generico, tale rendimento diminuisce procedendo dalla superficie verso il fondo.
Gli strati superiori si chiarificano infatti più rapidamente, dato che in essi non pervengono i
sedimenti dall'alto. Graficando in un diagramma (in ordinata l'altezza della colonna e in
ascissa il tempo) i rendimenti di sedimentazione così ottenuti, e congiungendo tra di loro i
punti ad uguale rendimento, si ottengono delle curve come quelle rappresentate in Figura
4.9. È allora possibile ricavare il rendimento globale di sedimentazione al tempo t (in
condizioni statiche), come media ponderata tra i rendimenti ottenuti alle diverse profondità:
∆hi ηi + ηi+1
η=Σ ⋅ (4.20)
h 2
dove:
h = altezza della colonna;
hi ed ηi hanno il significato indicato alla Figura 4.9.
che rappresenta (FS)2 è pertanto possibile intervenire sia all’atto della costruzione della vasca
(scegliendo opportunamente A), sia in una certa misura anche in esercizio variando Qf. Il
flusso solido complessivo FS può essere ricavato graficamente come somma di (FS)1 , ed
(FS)2 . La curva che si ottiene in funzione di xi ha un andamento del tipo indicato in Figura
4.13, crescente nel tratto iniziale (di scarso interesse pratico perché riguarda valori di con-
centrazione al di fuori del campo di usuale impiego) e caratterizzato da un minimo in corri-
spondenza della concentrazione xL . Tale concentrazione risulta cioè limitante il trasporto
solido con un valore (FS)L . Ciò significa che nella vasca non deve venir alimentata una
quantità di solidi (nell'unità di tempo) superiore a (FS)L . In caso contrario l'eccedenza di so-
lidi non potendo essere convogliata attraverso la sezione orizzontale ove si determina la
concentrazione xL , si accumula negli strati superiori della vasca diminuendo il volume occu-
pato delle acque chiarificate e determinando con il tempo la fuoriuscita del fango dai dispo-
sitivi di sfioro.
La superficie della vasca necessaria a trattare la portata (Q + Qf) risulta quindi definita
come rapporto tra la quantità di solidi alimentata nell'unità di tempo ed il flusso solido limi-
te.
(Q + Q f ) x0
A= (4.25)
(FS) L
Dalla costruzione di Figura 4.13 è possibile anche ricavare il valore della concentrazione
xF del fango in uscita. A tal fine si ammette che negli strati inferiori il trasporto solido sia
tutto prodotto dal movimento discendente del liquido, dovuto al richiamo dello scarico, e
che pertanto sia trascurabile il contributo della sedimentazione di massa; è questa
un’assunzione ragionevole se si considera che la velocità di sedimentazione di massa decre-
sce all’aumentare della concentrazione che qui è massima. In tale ipotesi l’intero flusso am-
missibile (FS)L viene allontanato per effetto del movimento del liquido e può quindi scriversi
(FS)L = u · xF (4.26)
Dalla Figura 4.13 si osserva allora che xF è
data dall'intercetta sull'asse delle ascisse della ver-
ticale condotta dal punto di intersezione tra
l'orizzontale per (FS)L e la retta di inclinazione u.
Va osservato che il metodo ora descritto co-
stituisce un mezzo di verifica del funzionamento
di una vasca, nel senso che consente di prevedere
il livello di ispessimento conseguibile nei fanghi,
purché sia prestabilito il valore di u.
Nel dimensionamento del sistema, si utilizza
in modo più immediato un approccio diretto che
prestabilisca il risultato che si vuole ottenere (xF),
per risalire da esso a (FS)L ed u che a loro volta Figura 4.13. Flusso solido complessivo (FS)
in funzione di x con individuazione dei valori
consentono immediatamente il calcolo di A e di limite di FS e di x.
Qf .
È possibile infatti dimostrare che la tangente
condotta alla curva (FS)1 in corrispondenza della concentrazione limite xL ha inclinazione
pari ad u ed intercette sull’asse verticale ed orizzontale rispettivamente pari a (FS)L e xF (Fi-
gura 4.14). Ne consegue che, stabilito il valore di xF che si vuole ottenere, e tracciata la curva
(FS)1 in funzione di x, la tangente condotta a tale curva a partire da xF individua nel punto di
tangenza la concentrazione xL e come intercetta sull’asse verticale il valore (FS)L compatibile
alla concentrazione del fango che si vuole ottenere (Figura 4.14). È così possibile determi-
4-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
orizzontale della tangente condotta per (FS)* alla Figura 4.14. Determinazione del flusso
curva (FS)1 . Nelle nuove condizioni varia il valore solido applicabile in una vasca, in fun-
zione dell’entità dell’ispessimento che si
della concentrazione limite ed ovviamente il valore vuole ottenere (xF).
della portata Qf da estrarre che dipende dalla con-
centrazione del fango Q essendo (Q + Qf) · x0 = Qf · xf . Il metodo descritto consente di cal-
colare la superficie di decantazione necessaria ad assicurare il voluto ispessimento del fango
estratto del fondo. Il sedimentatore ha ovviamente una seconda funzione di evitare il trasci-
namento di fiocchi di fango nell’effluente chiarificato. I1 rischio non sussiste per i solidi che
sedimentano in massa, il cui trascinamento è evitato dal rispetto delle condizioni imposte
per ottenere l'ispessimento; è invece possibile per particelle isolate sfuggite al fenomeno di
sedimentazione di massa. Esse sono soggette alle leggi della sedimentazione discreta per
fango fioccoso; sarebbe pertanto in teoria necessario dimensionare la zona occupata dal li-
quame chiarificato (al di sopra cioè dell’interfaccia con i fanghi) secondo i criteri a suo tem-
po discussi per questo tipo di fango.
Un simile approccio teorico non viene mai applicato anche per le difficoltà di determi-
nazione sperimentale. Ci si limita in genere ad assegnare dei valori di carico idraulico(5), indi-
cati dall’esperienza come capaci di evitare il trascinamento dei fiocchi isolati; si determina di
conseguenza la superficie compatibile con i valori di carico idraulico prescelti. La vasca di
sedimentazione viene quindi realizzata con la superficie corrispondente al valore più elevato
tra quelli risultanti dai due metodi indicati. Nel caso di impianti a fanghi attivi le condizioni
più restrittive (e quindi le vasche più grandi) sono in genere richieste per ottenere un ade-
guato ispessimento.
4. CRITERI DI DIMENSIONAMENTO
(5)
Parametro individuato dal rapporto tra la portata alimentata (escluso quella estratta con i fanghi) e la
superficie.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-13
esposti è possibile ottenere rimozioni del BOD dell'ordine del 25-30%; l’eliminazione di soli-
di sospesi è compresa tra il 55 ed il 70%.
In Tabella 4.1 sono riassunti i criteri di dimensionamento che si suggerisce di adottare
nel caso della sedimentazione primaria.
La natura dei solidi sospesi presenti in un sedimentatore secondario dipende dal tipo di
trattamento realizzato a monte ed in particolare, nel campo dei processi biologici, dal fatto
che la fase ossidativa sia realizzata mediante letti percolatori o con il sistema a fanghi attivi.
Nei letti percolatori a debole carico le pellicole di spoglio vengono in gran parte trat-
tenute e decomposte nel letto stesso in modo che i fanghi contenuti nell’effluente risultano
poco putrescibili, di aspetto terroso e di natura parzialmente granulosa; la loro quantità è li-
mitata. Anche nel caso di letti percolatori intensivi la concentrazione dei solidi sospesi non è
tale da provocare fenomeni di sedimentazione di massa, malgrado la più marcata azione di
trascinamento determinata dal liquame. Il materiale che esce dal letto si presenta in questo
caso più mucillaginoso e putrescibile e comunque con caratteristiche nettamente fioccose.
I criteri di dimensionamento sono analoghi a quelli utilizzati per i sedimentatori prima-
ri. Si adottano infatti tempi di permanenza di 1,5-2 ore nel caso di percolatori a debole cari-
co ed intorno alle 2 ore nel caso di percolatori intensivi nei quali però occorre anche tener
conto delle portate di ricircolo. Vanno inoltre verificati i carichi idraulici, secondo le indica-
zioni di Tabella 4.2.
Diverso è il caso dei sedimentatori finali utilizzati a valle di un processo a fanghi atti-
vi. Il sedimentatore allora non ha la sola funzione di fornire un effluente ben chiarificato, da
cui cioè siano stati rimossi i fiocchi di fango che altrimenti determinerebbero un peggiora-
mento della qualità dello scarico, ma anche quella di garantire il necessario ispessimento dei
sedimenti in modo che le caratteristiche del fango ricircolato nella vasca di aerazione con-
sentano di mantenere le condizioni previste per la fase biologica. L’elevata concentrazione
di fanghi fa sì che il proces-
so si sviluppi come una se- Tabella 4.2. Criteri di dimensionamento adottabili per la sedimenta-
dimentazione di massa; il zione secondaria di liquami domestici.
calcolo della superficie si a) Impianti a fanghi attivi a medio carico
effettua con i criteri già • tempo di permanenza (su Qc) [h] 2.5-3
esposti al paragrafo 3.3. In • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 0.8
pratica all’atto del dimensio- • carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 1.5
namento degli impianti non • flusso solido (su Q c +Q r ) 5-6
è quasi mai possibile dispor-
b) Impianti ad aerazione prolungata
re di curve sperimentali di • tempo di permanenza (su Q ) [h] 3
c
sedimentazione e procedere • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 0.6
quindi ad un calcolo rigoro- • carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 1.2
so. Del resto le caratteristi- • flusso solido (su Qc+Qr) [kg SS/(m2·h)] 5
che di sedimentabilità di un
fango biologico possono va- c) Impianti con percolatori intensivi
riare considerevolmente a • tempo di permanenza (su Qc+Qr) [h]
2
• carico idraulico (su Qc+Qr) [m/h] 0.8
causa di mutate caratteristi-
che ambientali (temperatura, d) Impianti con percolatori a basso carico
substrato alimentato, con- • tempo di permanenza (su Qc) [h] 1.5-2
centrazione di ossigeno di- • tempo di permanenza (su Qp) [h] 0.67
sciolto, ecc.). I valori di flus- • carico idraulico in tempo secco (su Qc) [m/h] 2
• carico idraulico in tempo di pioggia (su Qp) [m/h] 5
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-15
so solido (spesso anche indicato come carico di sostanza secca) applicabili sono riportati in
Tabella 4.2. Essi si intendono riferiti alla quantità di solidi effettivamente alimentati nella va-
sca nell’unità di tempo, ottenuta come prodotto tra la concentrazione in ingresso e la som-
ma della portata di calcolo e di quella di ricircolo. La verifica sul carico idraulico è invece
limitata alla portata di calcolo, la sola che risalendo in superficie potrebbe determinare il tra-
scinamento dei fiocchi isolati.
Il volume viene calcolato fissando un tempo di permanenza di 1,5-2 ore sulla portata
effettiva (comprensiva del ricircolo). Per i rapporti di ricircolo di comune impiego ciò corri-
sponde ad una permanenza di 2,5-3 ore riferita alla sola portata di calcolo.
5. TIPI DI SEDIMENTATORI
disposta nella parte iniziale della vasca onde consentire alla maggior parte del fango di cade-
re direttamente in essa senza dovervi essere spinta dai dispositivi di raccolta. Le pareti della
tramoggia vengono di solito previste con maggior inclinazione che nel caso di vasche non
meccanizzate dato che non si hanno qui limitazioni connesse alla necessità di ridurre al mi-
nimo gli scavi.
Uno dei tipi di raccoglitori meccanici in uso, rappresentato in Figura 4.16, consiste in
una coppia di catene, parallele ai due lati maggiori della vasca, mantenute in movimento con
velocità costante. Esse sostengono un certo numero di raschiatori trasversali, posti ad una
distanza di circa 3 metri l'uno dall'altro, i quali coprono l'intera larghezza della vasca.
Un'altra soluzione (Figura 4.17) prevede un ponte mobile che trasla su una coppia di
rotaie poste sui bordi della vasca, al di fuori del contatto con l'acqua. I raschiatori in questo
caso sono fissati a bracci imperniati al ponte e vengono sollevati durante la corsa di ritorno.
Il motore è montato sul ponte stesso.
Il metodo a catena offre la possibilità di una rimozione pressoché continua delle parti
sedimentate e questo è un notevole vantaggio nel caso di sedimentatori finali negli impianti
a fanghi attivi dove è necessaria un'estrazione rapida del fango biologico; ciò è invece im-
possibile da ottenere con i raschiatori a ponte. Il metodo a catena inoltre prevede un movi-
mento rotatorio delle parti meccaniche le quali vanno però disposte, almeno in parte, sotto
il pelo libero; sono quindi soggette ad un più rapido deterioramento. Con i dispositivi a
ponte mobile invece gli organi meccanici sono mantenuti al di fuori del contatto con l'ac-
qua; si richiede però necessariamente un moto alternativo, sempre meno semplice da realiz-
zare di quello rotativo.
I dispositivi di raccolta del fango devono muoversi a velocità molto ridotta per non ri-
portare in sospensione le parti accumulatesi sul fondo e per non disturbare eccessivamente
la sedimentazione. Generalmente si adottano valori compresi tra i 5 mm/s ed i 10 mm/s, tal-
volta anche fino a 15 mm/s; per la sedimentazione finale dei fanghi attivi conviene non su-
perare i 5 mm/s.
L'estrazione del fango è di norma effettuata sfruttando il carico idrostatico; allo sco-
po la tubazione di scarico presenta, ad un livello di circa 1 m al di sotto del pelo libero, una
derivazione munita di saracinesca. Lo scarico del fango avviene quindi in un pozzetto late-
rale, ove, se la conformazione del terreno lo richiede, viene installata la pompa di ripresa.
Il fango accumulatosi nelle tramogge viene estratto mediante tubazioni il cui diametro
non dovrebbe scendere al di sotto dei 15-20 cm, indipendentemente dalle portate da smalti-
re.
Le modalità secondo cui viene effettuata l'immissione del liquame deve poter assicu-
rare condizioni di movimento il più possibile vicine alle condizioni ideali in cui la velocità di
trasporto risulta costante in ogni punto e la distribuzione dei solidi sedimentabili uniforme
in tutta la sezione iniziale. I dispositivi di ingresso quindi devono poter ripartire nel modo
migliore il flusso in arrivo e diminuire il più possibile i fenomeni di turbolenza. Ciò si può
ottenere con una canaletta di distribuzione che interessi l'intera larghezza della vasca e da cui
lo scarico fuoriesca in modo continuo o attraverso aperture disposte a brevi intervalli; è pe-
rò opportuno che l'immissione nel sedimentatore non avvenga per sfioro delle canalette in
cui potrebbero verificarsi fenomeni di sedimentazione durante le ore in cui la portata è mi-
nore. La canaletta di distribuzione deve essere sempre accessibile con facilità per consentire
le operazioni di pulizia. Altre volte il liquame viene immesso attraverso una o più tubazioni.
Nel caso in cui la vasca venga alimentata attraverso una pompa è conveniente prevedere una
cameretta di dissipazione per ridurre l'energia cinetica del liquame in arrivo.
Ad una distanza di 60-90 cm dall'ingresso è normalmente inserito un deflettore allo
scopo di migliorare la distribuzione e di impedire che si creino correnti superficiali e feno-
meni di cortocircuito. Esso arriva ad una profondità di 45-60 cm al di sotto del pelo libero.
Nei sedimentatori primari, altri deflettori, profondi da 30 a 50 cm, devono essere previ-
sti a monte dei dispositivi di uscita, allo scopo di trattenere le parti galleggianti. In queste
vasche infatti, contemporaneamente alla sedimentazione dei solidi sospesi pesanti, si ha la
flottazione dei grassi e delle particelle leggere che si raccolgono in superficie e che devono
essere periodicamente raccolte ed asportate(6). Nelle vasche non meccanizzate l'operazione
viene condotta manualmente. Nelle vasche meccanizzate sono gli stessi raschiatori del fango
che, nella corsa di ritorno, mantenendosi immersi di qualche centimetro, ripuliscono la su-
perficie e sospingono le parti galleggianti contro il deflettore di uscita. Da qui esse vengono
eliminate attraverso una apposita apertura. Il deflettore paraschiuma di uscita è bene sia pre-
visto anche nelle vasche di sedimentazione finale, quanto meno come misura precauzionale
nel caso si verifichino affioramenti di fango in seguito allo sviluppo della denitrificazione. La
sua presenza è poi indispensabile quando l'impianto non prevede la sedimentazione prima-
ria(7).
Lo scarico viene effettuato attraverso una canaletta di sfioro. In tal modo, oltre ad
aversi una uniforme estrazione lungo tutta la parete di fondo della vasca, è possibile racco-
gliere la portata in uscita in prossimità della superficie ove risulta minima la concentrazione
di solidi sospesi. Per ridurre l'inevitabile richiamo esercitato dai dispositivi di uscita sulla
massa di sedimentazione, va limitata la portata scaricata per ogni metro lineare di sfioro.
Tale limitazione non ha importanza nel caso di sedimentatori primari, per i quali si sono ap-
plicati, senza inconvenienti, anche carichi superiori ai 1500 m3 di effluente per m di sfioro al
giorno. Valori più bassi vanno invece tenuti sui sedimentatori finali (in sistemi a fanghi atti-
vi), ove più facilmente si hanno fenomeni di richiamo. Di norma si assumono carichi non
eccedenti i 350 m3/m per giorno nel caso di vasche di grandi dimensioni ed i 250 m3/m per
giorno in vasche medio piccole (valori da calcolarsi sulla Qc e validi anche per sedimentatori
a flusso radiale).
(6)
A meno che la vasca non sia preceduta da un disoleatore. È bene però che il deflettore in uscita venga
installato anche in questo caso.
(7)
In America i deflettori in uscita vengono talvolta installati nelle vasche di sedimentazione poste a valle
dei letti percolatori; essi hanno allora lo scopo di trattenere le larve di mosche.
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-19
I bacini a flusso radiale (Figura 4.18) hanno quasi sempre pianta circolare, con immis-
sione del liquame al centro ed uscita per sfioro lungo tutta la circonferenza. Il fondo pre-
senta una leggera pendenza (dal 4 al 10%) verso il centro, con altezza d'acqua della parte ci-
lindrica equivalente a quella indicata per i bacini a flusso longitudinale. Il diametro non supe-
ra in genere i 45 m, anche se non mancano esempi con diametri fino a 60 m.
Il processo di sedimentazione si svolge qui con modalità diverse rispetto al caso delle
vasche a flusso longitudinale. Infatti in un sedimentatore rettangolare la sezione di passaggio
si mantiene costante lungo tutto lo sviluppo longitudinale della vasca e quindi anche la velo-
cità di trascinamento non varia al procedere verso l'estremità di uscita. Viceversa nelle va-
sche a pianta circolare la sezione di passaggio, ad una distanza r dal centro, è rappresentata
da una superficie cilindrica di raggio pari ad r. Tale superficie quindi aumenta man mano che
ci si sposta dal centro alla periferia e ciò si ripercuote su una progressiva diminuzione della
velocità dell'acqua; la sedimentazione risulta quindi più uniforme rispetto al caso di vasche a
flusso longitudinale. Per facilitare la raccolta del fango con i raschiatori, il fondo della vasca
viene costruito con pendenza più marcata che nelle vasche rettangolari; pendenze elevate
sono però da evitarsi in quanto deve sempre esistere la possibilità di camminare sul fondo
del sedimentatore, quando esso venga svuotato, per procedere alle operazioni di pulizia e di
manutenzione. Data la natura scivolosa delle superfici sommerse, ciò diventa impossibile
quando la pendenza supera il 12,5%. Di norma si adottano valori non superiori all'8%.
La raccolta del fango viene effettuata mediante dei raschiatori che, muovendosi in
moto rotatorio, strisciano sul fondo. Per non agitare il sedimentato e non disturbare la se-
dimentazione, la velocità di rotazione va tenuta piuttosto bassa; in genere si consiglia di non
superare, in periferia, i 10 mm/s; questi valori sono però largamente inferiori a quelli adottati
in America, compresi tra i 25 ed i 40 mm/s. Nella vasca rappresentata in Figura 4.18 si ha un
esempio di raschiatore a spirale; altre volte, come nel caso della Figura 4.19, si ha una serie
di raschiatori ad asse rettilineo inclinati rispetto al supporto rotante disposto radialmente. La
passerella può essere imperniata al centro e ruotare appoggiando alla periferia su di un car-
tutta allo stesso livello per non creare vie preferenziali di uscita del liquame. Ciò è comunque
difficile da realizzare, soprattutto nelle vasche di grande diametro. Vengono quindi adottate
delle soglie metalliche a posizione aggiustabile e spesso ad intagli triangolari che risentono in
maniera meno marcata di un non perfetto livellamento.
Vasche di sedimentazione a pianta circolare sono state costruite fino a diametri pros-
simi a 100 m. Tali dimensioni sono comunque assolutamente eccezionali e di rado il diame-
tro supera i 40-50 m.
fici.
Per controllare la crescita biologica e la
formazione di odori sgradevoli, i solidi accu-
mulati devono essere periodicamente rimossi
U
(solitamente mediante flussi ad alta pressione).
Un’altra soluzione impiantistica, peraltro
poco adatta alle acque di rifiuto, prevede che i
pacchi siano installati con disposizione presso-
ché orizzontale (Figura 4.21 in alto): i solidi se-
dimentati non possono in questo caso essere
allontanati per gravità ma richiedono periodi-
che operazioni di pulizia con svuotamento
delle vasche ed operazioni di controlavaggio.
L’utilizzo di sedimentatori lamellari diventa
problematico laddove le caratteristiche dei so-
Figura 4.20. Composizione della velocità in un lidi da rimuovere variano di giorno in giorno.
sedimentatore lamellare a forte inclinazione. Si Riferendosi a quanto riportato in Figura
assume una terna di riferimento con l'asse x 4.20, il calcolo dei sedimentatori lamellari può
orientato come il canale (con inclinazione θ sul-
l'orizzontale) e si indica con V la velocità di sedi- essere effettuato adottando un sistema di co-
mentazione (secondo la legge di Stockes) e con ordinate inclinate e scrivendo le componenti
U la velocità di trascinamento del fluido in dire- della velocità per una particella:
zione X. VX = U - V·senθ
VY = - V·cosθ
dove
VX = componente della velocità di sedimentazione in direzione X;
U = velocità del fluido in direzione X;
V = modulo della velocità di sedimentazione della particella;
θ = angolo di inclinazione rispetto all’asse orizzontale;
VY = componente della velocità di sedimentazione in direzione Y.
Per questo sistema di coordinate, si può vedere che VY è la componente della velocità
critica, e la valutazione del rendimento di sedimentazione è la stessa di quella presentata pre-
cedentemente per il caso di sedimentazione statica.
Questo tipo di bacini trova applicazione prevalentemente nei piccoli impianti. Nelle va-
sche di questo tipo il liquame si muove prevalentemente in direzione verticale dal fondo
verso la superficie. L'azione di trascinamento che esso esercita sulle particelle sospese non
determina quindi, come nei sedimentatori visti finora, una componente orizzontale della
traiettoria secondo cui avviene la sedimentazione, ma si esplica in una forma che si oppone,
lungo la medesima direzione, al peso.
Affinché una particella isolata possa sedimentare, e cioè muoversi in verso contrario a
quello del liquame, è necessario che la sua velocità di caduta v , calcolata come visto nella
sedimentazione statica, risulti superiore alla velocità che compete al liquame in base alle ca-
ratteristiche del sedimentatore. Se quindi Q è la portata da trattare ed A è la sezione di pas-
saggio deve essere:
v > Q/A
Cap. 4 Ÿ Sedimentazione Ÿ 4-23
Invece un corpo sospeso che presenti una velocità di caduta inferiore a v viene allon-
tanato con l'effluente visto che per esso l'azione di trascinamento prevale sulla forza di gra-
vità. Quando infine queste due forze si equivalgono la particella non può né sedimentare sul
fondo, né raggiungere la superficie e si mantiene in condizioni di equilibrio all'interno della
vasca.
L'andamento del processo tuttavia si modifica se non ci si limita a considerare una par-
ticella isolata e se la natura del fango risulta, almeno in parte, fioccosa. Infatti mentre i solidi
cui compete una velocità di caduta superiore a v sedimentano direttamente e si raccolgono
sul fondo, le particelle che vengono a trovarsi in condizioni di equilibrio, accumulandosi
nella vasca, formano una zona in cui la concentrazione di solidi sospesi risulta molto elevata.
Tale zona esercita una vera e propria azione filtrante nei confronti delle particelle più pic-
cole che, essendo più leggere, sarebbero altrimenti trascinate verso l'alto. Se, come si è am-
messo, il fango ha natura fioccosa, si verificano dei fenomeni di agglomerazione che condu-
cono alla formazione di fiocchi che ingrossandosi arrivano a dimensioni sufficienti perché
l'azione della gravità possa provocarne la sedimentazione sul fondo.
Questo tipo di vasca si rivela particolarmente indicato per la sedimentazione finale in
impianti a fanghi attivi o di flocculazione chimica; poco si presta quando le parti sospese
hanno caratteristiche parzialmente granulose.
I sedimentatori a flusso verticale hanno pianta quadrata o circolare ed in quest'ultimo
caso vengono costruiti sia cilindrici che troncoconici. Sotto la zona di sedimentazione pre-
sentano una tramoggia per il fango, di solito dimensionata in modo da consentire la raccolta
e l’estrazione del sedimentato senza dover ricorrere a mezzi meccanici (Figura 4.22).
L’assenza di dispositivi meccanici costringe ad adottare considerevoli pendenze per le pareti
della tramoggia di fondo (non meno di 45°, meglio 60°). Adottando la pianta circolare si ha
però il vantaggio di avere la tramoggia conica e di conseguenza con pendenza costante lun-
go tutte le generatrici.
L'immissione avviene al centro, attraverso una tubazione in pressione ripiegata verso
l'alto che sfocia in vicinanza del pelo libero. Un deflettore cilindrico, disposto attorno al
punto di sbocco, volge inizialmente il flusso verso il basso. Il liquame raggiunge l'estremità
inferiore del deflettore ed entrato nella zona di sedimentazione vera e propria si muove ver-
so l'alto; lo sfioro del chiarificato avviene lungo la periferia.
Il dimensionamento delle vasche viene fatto fissando la velocità ascensionale del liqua-
me; i valori generalmente adottati sono compresi tra 1,00 e 2,50 m/h. Il deflettore è immerso
per una profondità pari al 70-80% dell'altezza della zona di sedimentazione; profondità mag-
giori sono da evitarsi per il rischio che il flusso del liquame in arrivo determini un'agitazione
nel fango che già si trova nella sottostante tramoggia. Il diametro del deflettore viene tenuto,
nel caso di sedimentatori cilindrici, tra 1/3 ed 1/4 del diametro della vasca e, nel caso di se-
dimentatori conici, tra 1/2 ed 1/3 del diametro minore. La profondità della zona di sedi-
mentazione deve essere sufficiente a conferire al liquame un movimento diretto, almeno
prevalentemente, in senso verticale. In vasche cilindriche esso si tiene quindi non inferiore
al raggio, mentre in vasche tronco-coniche è all'incirca pari al diametro minore.
Molto spesso a monte dei bacini dì sedimentazione primaria viene immesso anche il
fango di supero prodotto con il successivo trattamento biologico.
Capitolo 5
1. BIOCHIMICA
so di processi biologici.
Le alghe sfruttano la prima fonte e sono dette fototrofe mentre la maggior parte dei
batteri usa la seconda e viene detta chemiotrofa.
I processi che maggiormente verranno approfonditi in questo studio sono quelli che ri-
guardano la parziale o totale mineralizzazione della sostanza organica.
1.2. ENERGIA
Come abbiamo visto i batteri chemiotrofi ottengono l'energia libera di cui necessitano
dall'ossidazione delle molecole biologiche. Le reazioni chimiche che governano questi pro-
cessi sono dette di ossidoriduzione. Si tratta di reazioni in cui si realizza un trasferimento di
elettroni da molecole donatrici a molecole accettrici grazie a dei trasportatori di elettroni.
L'ossidazione e la riduzione avvengono sempre contemporaneamente ossia, affinché
una sostanza si ossidi è necessario che un'altra sostanza si riduca e viceversa.
Ossidazione e riduzione rappresentano rispettivamente una perdita e un acquisto di
elettroni: gli agenti ossidanti ricevono elettroni e si riducono mentre gli agenti riducenti li
donano e quindi si ossidano.
+2 e−
AH2 → A 2− + 2H ossidazione
−
−2 e
B2− → BH2 riduzione
Il movimento di e- ed H+ messi in gioco nelle reazioni redox è facilitato grazie ad una
catena di trasporto di elettroni costituita da una serie organizzata di molecole enzimatiche
presenti in tutte le cellule viventi, generalmente localizzate nei mitocondri. Essa è destinata a
trasferire elettroni e quindi i corrispondenti protoni dai metaboliti ossidati all’ossigeno.
Durante il trasferimento si ha una liberazione di energia che viene immagazzinata dalla
cellula sintetizzando adenosintrifosfato (ATP) partendo da adenosindifosfato (ADP) e orto-
fosfato (Pi).
Questa stessa energia
GRASSI POLISACCARIDI PROTEINE
viene liberata quando
l’ATP viene idrolizzato ad FASE 1
ADP ed ortofosfato oppu- Acidi grassi Glucosio e Aminoacidi
re quando l’ATP viene e glicerolo altri zuccheri
idrolizzato ad adenosina
monofosfato (AMP) e pi- FASE 2
rofosfato (PPi). Acetil CoA
L’ATP è dunque il
trasportatore universale di CoA
energia libera nei sistemi ATP ADP
Come abbiamo già detto i chemiotrofi ottengono l’energia libera di cui necessitano
dall’ossidazione di molecole biologiche.
Si trova un’ulteriore suddivisione in due sottospecie di organismi chemiotrofi: organi-
smi aerobi e anaerobi.
Negli organismi aerobi l’accettore finale di elettroni è l’ossigeno, invece negli organismi
anaerobi esso è costituito da una parte del materiale organico che era stato prima ossidato o
una diversa molecola.
I batteri anaerobi utilizzano come accettore finale di idrogeno varie molecole e atomi,
tra cui: l’ossigeno legato, il carbonio, l’azoto e lo zolfo, che si trovano nelle molecole del
substrato circostante.
Si possono in questo modo distinguere varie classi di organismi ad esempio i riduttori
di composti organici, i produttori di metano, i riduttori di solfati, i riduttori di nitrati e nitriti.
Ritornando ad analizzare i vari processi di demolizione, in special modo per gli organi-
smi aerobi, si possono distinguere tre fasi principali:
• Nella prima tappa le grandi molecole presenti nel substrato vengono scisse in elementi
più piccoli.
• Nella fase successiva queste piccole molecole vengono convertite in poche unità semplici,
come l’acetil coenzima A (acetil CoA)
• Questa unità viene poi convertita totalmente in CO2 e H2O nel ciclo dell’acido citrico e
nella fosforilazione ossidativa, che rappresentano l’ultima tappa del processo.
Durante il flusso di elettroni l’ATP si forma partendo da ADP e Pi. In questa fase gli
elettroni vengono trasportati dalle sostanze organiche all’ossigeno mediante dei trasportatori
che passano dalla forma ossidata a quella ridotta. Ad ogni passaggio l’energia del legame
chimico diminuisce e viene quindi resa disponibile per il microrganismo.
4. Molto importanti per la depurazione sono anche i batteri denitrificanti che riducono ni-
trati e nitriti ad azoto gassoso.
5. I batteri riduttori di solfati, il più noto dei quali è il Desulfovibrio, riducono i solfati con
produzione di acido solfidrico .
I processi energetici che si svolgono mediante reazioni di fermentazione sono meno
redditizie dal punto di vista della resa in ATP dei processi respiratori, rispetto ai quali rappre-
sentano, con ogni probabilità, una situazione metabolica più primitiva.
1.4. SINTESI
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-5
2.2. BATTERI
Sono protisti unicellulari dell’ordine di grandezza dei micron e peso 10-6 µg. Sono pre-
senti in numero di 1010 unità per ml di colonia e possono presentarsi in tre forme (Figura
5.5): cilindrica (bacilli), sferica (cocchi), ad elica (spirilli e vibrioni).
Si riproducono generalmente per scissione e si alimentano di sostanze solubili, le uni-
che che passano attraverso la membrana cellulare semipermeabile che li contiene.
Dal punto di vista strutturale un batterio può essere rappresentato come nella Figura
5.6.
Una eventuale capsula polisaccari-
dica ricopre membrana e parete cellulari
attraverso le quali passano i substrati
nutritivi. All’interno si differenziano al-
cune inclusioni quali i ribosomi, sede
della sintesi proteica e il materiale nu-
cleare sede delle attività genetiche e di
riproduzione. Un eventuale organo mo-
tile, il flagello, si diparte dalla membrana
cellulare e, mediante movimenti a frusta,
consente al batterio di muoversi (Figura
5.6). Figura 5.5. Rappresentazione schematica delle varie
forme sotto cui si può presentare una cellula batterica.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-7
2.3. VIRUS
Sono organismi unicellulari (0,01-0,1 micron) parassiti intracellulari di altri animali, in-
setti, funghi, alghe e batteri. Date le loro dimensioni sono visibili solo al microscopio elet-
tronico. Crescono e si riproducono a spese di altre cellule viventi, sono presenti nelle feci
umane e vengono smaltiti con il liquame: sono patogeni ed inducono perciò malattie.
Chimicamente sono privi di acqua, costituiti da lunghe molecole di DNA o RNA ad alto
peso molecolare (106-108) associate a strutture proteiche.
La crescita e la riproduzione dei vari virus è un processo intracellulare mediante il quale
il DNA virale modifica l’attività metabolica della cellula ospite inducendola a sintetizzare nuo-
vi virus. Questo determina un rallentamento o addirittura un blocco nelle normali attività
cellulari tanto che spesso l'ospite muore.
I virus parassiti dei batteri sono detti batteriofagi, hanno spesso struttura a sezione esa-
gonale ed una coda con cui attaccano il batterio introducendo, attraverso la membrana cel-
lulare il loro materiale genetico (DNA e RNA) che trasmette alla cellula infettata le informa-
zioni per la sintesi dei nuovi virus, che vengono liberati e dispersi nell’ambiente dopo morte
e frammentazione del batterio.
Il DNA virale può, talvolta, rimanere incluso nel DNA batterico in uno stato latente
(stato lisogenico) senza indurre modificazioni nella normale attività batterica se non succes-
sivamente nel tempo.
2.4. ALGHE
2.5. FUNGHI
Sono microrganismi molto diffusi in natura specie in ambienti non molto umidi dove
possono competere ecologicamente coi batteri. Il loro metabolismo è in genere eterotrofo,
aerobico, saprofito; possono crescere liberi, alcuni invece sono parassiti di animali e altri
patogeni di piante.
Le cellule dei funghi formano lunghe strutture filamentose nucleate dette ife, larghe 4-
20 mm.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-9
È molto variabile in funzione del substrato di crescita, dello stadio di vita, della velocità
di crescita e dell’ambiente chimico-fisico. Ciò detto in Tabella 5.5 si riportano a titolo pura-
mente indicativo la composizione chimica, la densità, il peso secco e la formula stechiome-
trica dei singoli microrganismi. Tranne i virus che sono costituiti interamente o quasi di nu-
cleoproteine, gli altri organismi contengono circa l’80% di acqua; il 50% del peso secco rap-
presenta il contenuto proteico dei batteri, lieviti e alghe unicellulari mentre per i funghi,
strutturalmente più complessi, questo diminuisce a favore dei componenti polisaccaridici
inerti. L’azoto costituisce il 10% del peso secco dei batteri, lieviti e alghe unicellulari, mentre
per i funghi è solo del 5%.
Tabella 5.5. Composizione chimica, densità e peso secco dei microrganismi ottenuti in colture.
Gli ambienti biologici per il trattamento dei liquami sono a tutti gli effetti degli ecosi-
5-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
spersi nel mixed-liquor; al contrario, in loro assenza, l’effluente può essere caratterizzato da
un BOD e una torbidità elevati.
Nella vasca di aerazione si stabilisce una vera e propria rete trofica, semplificata in Figu-
ra 5.8.
La continua competizione delle popolazioni di microrganismi, i decompositori da una
parte e i consumatori-predatori dall’altra, crea oscillazioni e successioni di popolazioni (cre-
scita di una a sfavore di un’altra) tra le varie specie, sino al raggiungimento di una stabilità
dinamica. Questa è strettamente dipendente dalle caratteristiche progettuali, dal tipo di re-
fluo e dalle manovre gestionali attuate nell'impianto al fine di garantire la maggior efficienza
depurativa.
Ricerche effettuate sulla successione delle popolazioni nei fanghi attivi, hanno eviden-
ziato il ruolo dei protozoi come indicatori del rendimento di depurazione e dimostrato
l’effetto determinante delle condizioni ambientali nella vasca di aerazione (sue dimensioni,
carico organico, tipo di liquame aerazione ed età del fango) sulla comunità dei ciliati. Im-
portanti ricerche sulla dinamica di colonizzazione della microfauna, hanno portato
all’identificazione di tre distinte fasi, dall’innesco del sistema biologico fino al funziona-
mento a regime.
1. La fase iniziale presenta le specie tipiche del liquame da trattare, principalmente ciliati
natanti e flagellati (Colpidium, Cyclidium, Paramecium) che sono indipendenti dalla presenza
di fango.
2. Nella seconda fase si ha lo sviluppo dei ciliati tipici dello stadio di aerazione, con un au-
mento in varietà del loro numero in relazione all’aumento della quantità di fango: le for-
me natanti sono gradualmente sostituite da quelle sessili e mobili di fondo.
3. L’ultima fase riflette, nella composizione della comunità, la stabilità raggiunta nella vasca
di aerazione con un bilanciamento tra carico organico e fango prodotto, rimosso e rici-
Tabella 5.6. Alcune situazioni particolari nel funzionamento dell’impianto che possono essere rilevate
all’analisi microscopica.
clato. In essa si trovano specie tipiche sessili come Epistylis, Vorticella e ciliati mobili di
fondo come Aspidisca.
Un impianto a regime non dovrebbe, quindi, ospitare specie proprie della fase di colo-
nizzazione a meno di malfunzionamenti come perdite di fango, carenze di ossigenazione,
variazioni del tempo di ritenzione, dell’età del fango e variazioni importanti del carico orga-
nico in ingresso. È evidente che conoscere la struttura della microfauna costituisce un valido
strumento diagnostico che integra bene gli usuali parametri di valutazione di un impianto.
In sintesi un fango attivo efficiente presenta le seguenti caratteristiche:
• alta densità della microfauna (>10 microrganismi per litro);
6
Tabella 5.7. Cause ed effetti dei problemi di separazione del fango attivo dovuti ad alterazioni nella mi-
crostruttura.
Tabella 5.8. Cause ed effetti dei problemi di separazione del fango attivo dovuti ad alterazioni nella ma-
crostruttura.
brio.
Se i primi prendo-
no sopravvento e colo-
nizzano completa-
mente i fiocchi lan-
ciando dei ponti tra di
essi, si creano delle
grandi formazioni in-
capaci di sedimentare.
Tale fenomeno è detto
Figura 5.9. Influenza degli organismi filamentosi sul fango attivo. bulking filamentoso.
A) normale fango attivo con filamenti interni, grosso fiocco, basso SVI,
surnatante limpido. Quando questo si veri-
B) bulking filamentoso: i filamenti sono presenti anche all'esterno del fioc- fica compattazione e
co causando interferenze con altri fiocchi e ostacolando la sedimentazione: sedimentabilità del fan-
alto SVI e pochi solidi sospesi dispersi.
C) pin point: fiocchi piccoli, basso SVI, effluente torbido e ricco di piccoli
go dipendono dal tipo
solidi sospesi. e dalla quantità di batte-
ri filamentosi presenti.
Se al contrario i filamentosi sono assenti, si verifica una particolare condizione detta
pin point, per la quale i fiocchi più grandi e compatti sedimentano molto rapidamente
mentre quelli troppo piccoli e leggeri per sedimentare, fuoriescono con l’effluente. Nel
complesso la struttura del fiocco risulta debole e gli aggregati più grandi tendono facilmente
a sfaldarsi.
La Tabella 5.8 riassume queste situazioni.
3.1. INTRODUZIONE
Si ricorda come la gestione di queste reazioni si basa essenzialmente sull’analisi della ci-
netica di reazione e non tanto dalle condizioni di equilibrio chimico, l’eventuale dosaggio di
sostanze va fatto tenendo conto dei tempi a disposizione dati dal reattore e in relazione alla
cinetica del processo. Ecco come immissioni coerenti a rapporti stechiometrici risultano
essere completamente inadeguate.
Nei processi microbiologici si deve tenere conto che la velocità di reazione è correlata
all’incremento della biomassa batterica al contrario di quanto avviene per reagenti chimici
nei quali la velocità è unicamente funzione della concentrazione della specie.
Per poter affrontare lo studio delle reazioni coinvolte dai processi biologici e legate alle
condizioni idrodinamiche indotte dal reattore, si rende necessaria la schematizzazione dei
processi attraverso modelli semplificati. Di seguito si riporta una analisi dei vari processi fa-
cendo riferimento a reattori ideali.
5-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Espresso in formule riferendosi alla Figura 5.10 il tutto può essere espresso come:
dC
V⋅ = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
dove:
V = volume del reattore;
Q = portata in entrata e in uscita
dal reattore; Q, C0 Q, C
Volume di
C0 = concentrazione nell’influente; controllo (V)
C = concentrazione nell’effluente;
rc = velocità di reazione espres-
sa da una cinetica del primo ordine
secondo la formula rc = -K·C. Figura 5.10. Conservazione della massa in un reattore
ideale.
Si ricava che l’andamento nel tempo della concentrazione di substrato è di tipo espo-
nenziale e la velocità di reazione è governata dalla
costante cinetica di reazione K.
I processi discontinui sono raramente appli-
cati nella depurazione delle acque. Trovano impie-
Concentrazione
idraulica.
La risposta ad un segnale a gradino (con-
centrazione di alimentazione C0 , a partire dal
tempo t0) può essere calcolata scrivendo Figura 5.13. Reattore continuo.
l’equazione di continuità:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C + rc ⋅ V
dt
Nella maggior parte dei processi, la rimozione del substrato segue una cinetica del pri-
mo ordine; l’equazione si modifica come:
dC
⋅ V = Q ⋅ C0 − Q ⋅ C − K ⋅ C ⋅ V
dt
dC Q Q
+ +K ⋅ C = ⋅ C 0
dt V V
β
dC Q
+ β ⋅ C = ⋅ C0
dt V
Ci si riduce alla integrazione di una equazione differenziale del primo ordine nella va-
5-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
riabile temporale t. Infatti nell’ipotesi di reattore ideale non si ha dipendenza delle grandezze
dalle variabili spaziali.
dy(t)
+ P(t) ⋅ y = R(t )
dt
y(a) = b
t
∫
y(t ) = b ⋅ e − A( t ) + e − A( t) R(z) ⋅ eA ( z) ⋅ dz
a
dove
t
∫
A(t) = P(z) ⋅ dz
a
Nel nostro caso:
P(t ) = β
Q
R(t) = C0 ⋅
V
a=0
Y(0) = b = C(0) = C 0
Quindi:
t
∫
A(t) = β ⋅ dz = β ⋅ t
0
t
Q
∫ V ⋅C
− β ⋅t −β⋅ t
C = C0 ⋅ e +e ⋅ 0 ⋅ eβ⋅z ⋅ dz
0
t
Q C0
C = C 0 ⋅ e − β ⋅t + e − β ⋅ t ⋅ ⋅
V β ∫
⋅ β ⋅ eβ⋅z dz
0
Q C0
C = C0 ⋅ e − β ⋅ t + ⋅ ⋅ (eβ ⋅ t − 1) ⋅ e −β ⋅ t
V β
Q C0
C = C0 ⋅ e − β ⋅ t + ⋅ ⋅ (1 − e −β⋅ t )
V β
t→∞
Q C0 Q ⋅ C0 C0
C= ⋅ = =
V β Q V
V ⋅ ( + K) 1 + K ⋅
V Q
1 C A
⋅ ln = − ⋅x
K C0 Q
1 C V x x
⋅ ln = − ⋅ = −ϑ ⋅
K C0 Q L L
x
− K ⋅ϑ⋅
C = C0 ⋅ e L
Tale relazione fornisce il profilo di concentrazione lungo il reattore e quindi nello spa-
zio. Un dato importante è la concentrazione che si raggiunge nella sezione terminale del
reattore (per x=L):
C = C0 ⋅ e −K⋅ϑ
In genere nella realtà il comportamento idraulico delle particelle che si muovono nel
reattore devia dall’idealità e dai modelli matematici finora visti.
In relazione al tipo di reattore si verificano comportamenti reali diversi:
1) Reattori batch: le deviazioni dalle condizioni di idealità consistono nella non perfetta
miscelazione che determina disuniformità in punti diversi del reattore.
2) Reattori continui completamente miscelati: nei casi pratici le cause che inducono una
situazione non ideale si possono ricondurre a:
• formazione di zone morte, cioè porzioni non interessate al rimescolamento, dovute
sia alla forma del reattore, sia al sistema di agitazione o al sottodimensionamento di
questo;
• formazione di corto circuiti preferenziali, dovuti a una carenza di mescolamento o ad
una cattiva disposizione delle bocche di ingresso e uscita del liquido.
In termini di resa depurativa la convenienza è quindi per il reattore con flusso a pistone
ma nella realtà la maggioranza dei reattori è concepita secondo il modello a miscelazione
completa grazie alla sua maggiore stabilità di funzionamento con conseguente capacità di as-
sorbire (diluendoli in tutto il volume della vasca) eventuali effetti tossici.
Un tipico schema intermedio è costituito dai processi pluristadio (serie di reattori a mi-
scelazione completa) utilizzati nel caso di elevate concentrazioni di substrato (solitamente
industriali). Si ottiene in tal modo un sensibile aumento della velocità di rimozione negli sta-
di iniziali.
Cap. 5 Ÿ Principi dei processi biologici Ÿ 5-21
La verifica del comportamento idrodinamico dei bacini ossidativi costituisce una in-
formazione essenziale per diagnosticarne il livello di funzionalità.
Attraverso tale verifica (sperimentale) si perviene infatti all'identificazione del modello
di funzionamento idraulico e ciò consente in generale di spiegare la maggior parte delle
anomalie funzionali o comunque di rendere conto del grado di efficienza dei bacini esami-
nati.
Le indagini sperimentali da noi effettuate (vedi esempi successivi) hanno messo in luce
come sovente non si realizzano in pratica le condizioni idrauliche teoricamente previste.
L'identificazione del comportamento idraulico del sistema viene condotta secondo le 2 fasi
sotto descritte:
1) Fase sperimentale - Si ricostruisce il comportamento "reale" della vasca attraverso la
registrazione della sua R.T.D. (Retention Time Distribution) in uscita. Ciò significa, in prati-
ca, rilevare le risposte del sistema a perturbazioni artificialmente indotte mediante traccianti.
Il tracciante (una soluzione quasi satura di NaCl) può essere immesso nella corrente in en-
trata con diverse modalità, tra le quali di uso più comune sono quelle che simulano dei se-
gnali di tipo "ad impulso" o "a scalino": nel primo caso, il tracciante viene iniettato istanta-
neamente all’ingresso del bacino in esame e di tale iniezione si registrano poi nel tempo gli
effetti in uscita attraverso la misura in continuo della concentrazione del tracciante stesso;
nel secondo caso il tracciante viene iniettato, da un certo istante in poi, con portata e con-
centrazione costante nella corrente d'ingresso e, analogamente a prima, l'R.T.D. che si ricava
è il risultato della registrazione in continuo della concentrazione di tracciante in uscita.
2) Elaborazione dei modelli di simulazione - Consiste, in pratica, una volta disponibile
l'R.T.D. "sperimentale", nel confronto tra la medesima e le curve R.T.D. corrispondenti ai
modelli teorici che meglio si adattano al caso reale. In concreto, si utilizzano i modelli teori-
ci disponibili presso la letteratura specializzata (reattoristica chimica)o convenientemente
elaborati allo scopo. I principali modelli teorici utilizzati in sede di confronto, che permet-
tono di identificare in maniera soddisfacente il comportamento idrodinamico di un bacino
ossidativo sono evidenziati nelle Figure 5.15 e 5.16, che descrivono il caso di iniezione "ad
impulso" e "a scalino".
Tra le caratteristiche operative da tener presenti per la significatività della prova in esa-
me vanno ricordate:
a) la necessita che la verifica sperimentale avvenga nelle condizioni di "reale" funzio-
namento dei bacini ossidativi (cioè con portata di liquame e di fango di ricircolo e sistema di
aerazione operanti a regime);
b) la necessità che la durata della prova superi abbondantemente il tempo medio di ri-
tenzione idraulico.
1. PRINCIPI GENERALI
I processi a biomassa sospesa, come del resto ogni processo di autodepurazione natu-
rale, sono essenzialmente di tipo biologico: alla base di tali processi vi è l’azione di batteri,
sia aerobi che anaerobi, che utilizzano il materiale organico biodegradabile come substrato
nutritizio. Per poter comprendere e quantificare l’effetto depurativo che esercita un fango
attivo è dunque necessario conoscere le leggi fondamentali che descrivono la riproduzione e
la crescita delle specie batteriche che si sviluppano nel reattore biologico e la velocità con cui
tali batteri sono in grado di rimuovere la sostanza organica presente nel refluo.
x
ln = µ ⋅ t (6.6)
x0
5. Infine, a causa della mancanza di substrato, i batteri utilizzano le riserve accumulate nelle
loro stesse cellule e il protoplasma cellulare dei batteri morti (fase endogena).
Come già messo in evidenza, l'elemento discriminante per un rapido o meno sviluppo
della massa batterica è la concentrazione di substrato disponibile: la sostanza organica viene
utilizzata infatti dai batteri come fonte di energia e materiale di sintesi per le nuove cellule.
Tramite il processo di assimilazione da parte dei batteri, che trasformano il substrato in
materia organica vivente e in prodotti finali stabili, si ha la produzione di un “fango organi-
co” costituito da sostanze inorganiche, sostanze organiche e dalle cellule batteriche che si
sono sviluppate. Per valutare la capacità batterica di depurare un'acqua inquinata dalla so-
stanza organica biodegradabile, risulta dunque fondamentale la conoscenza della velocità con
(1)
Il tempo di generazione per popolazioni eterogenee è costituito dalla media ponderata tra i tempi di ge-
nerazione delle diverse specie che costituiscono la popolazione batterica presente.
6-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
dS 1 dx µ
= ⋅ = ⋅x = v⋅x (6.9)
dt Yh dt crescita Yh
dove con v si intende il rapporto µ/Yh definito come velocità di rimozione del substrato.
Se infine si introduce la (6.3) si ottiene:
dS µ S S
= ⋅x = v⋅ x (6.10)
dt Yh k s + S ks + S
(2)
Questo caso si verifica frequentemente nei trattamenti biologici; per esempio nel processo di denitrifica-
zione si ha ks=0,05÷0,1 mg NO3-N/l.
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-5
1.3.1. Temperatura
I processi biologici risentono della temperatura di esercizio, secondo una legge espri-
mibile tramite l’espressione:
v T = v 20 ⋅ α ( T − 20 ) (6.14)
dove
v 20 , v T = rappresentano rispettivamente la velocità Tabella 6.1. Valori della costante α per i
massima di rimozione a 20°C e alla generica tempe- principali processi biologici.
ratura T; Processo α
T = temperatura di esercizio, espressa in °C; Fanghi attivi 1.02
α = costante dipendente dal processo biologico, Letti percolatori 1.08
come si vede nella Tabella 6.1. Lagunaggio aerato 1.08
L'influenza della temperatura è relativamente Nitrificazione 1.12
limitata nel caso dei processi a fanghi attivi, ma di- Denitrificazione 1.15
venta sensibile nel caso dei letti percolatori e dei lagunaggi aerati (con un raddoppio di v T
per un incremento di temperatura di 9°C) e soprattutto nei processi di nitrificazione-
denitrificazione, ove il raddoppio si ha per incrementi di 5-6°C.
Le variazioni di temperatura, oltre che sul metabolismo batterico, hanno anche altri ef-
fetti indiretti sui processi biologici, influenzando ad esempio il trasferimento dell'ossigeno
nell'acqua.
Rifacendosi direttamente alla struttura della cellula batterica è possibile risalire alla per-
centuale di nutrienti necessaria per un corretto sviluppo della biomassa batterica. Assumen-
do infatti valida la formulazione empirica della cellula batterica data da C5H7NO2 si ricava una
percentuale in peso di azoto pari al 12,4%. La presenza del fosforo è pari al 2% in peso. Per
una prima valutazione sommaria del fabbisogno nei fenomeni di sintesi sarà dunque suffi-
ciente fare riferimento ai suddetti valori tenendo conto della biomassa di supero allontanata
dal sistema. Tuttavia, nella pratica, ciò non è possibile poiché il fango di supero non è co-
stituito solo da cellule batteriche; è sempre presente una componente inorganica e una fra-
zione organica inerte per la quale i rapporti ponderali tra i vari elementi non possono venir
definiti con precisione. È più opportuno fare riferimento agli abituali rapporti tra i consumi
di BOD5, azoto e fosforo. Tale relazione si traduce in una proporzione tra i tre elementi:
C : N : P ≅ 100 : 5 : 1
Si tratta di valori solamente indicativi; all'aumentare del tempo di residenza cellulare (o
età del fango) i fabbisogni di elementi nutritivi diminuiscono leggermente data la maggior
presenza di azoto e fosforo rilasciati dalla degradazione cellulare in seguito ai fenomeni di
scomparsa batterica.
6-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Indicativamente il fabbisogno di ossigeno disciolto nel caso di trattamenti volti alla sola
rimozione del carbonio tramite processi aerobici può essere assunto pari a circa 1,5-2 mg/l.
Si rimanda ai successivi paragrafi per una valutazione più approfondita sui fattori che effetti-
vamente influenzano il processo biologico e quindi il consumo di ossigeno.
I tre principali tipi di reattori che vengono più comunemente utilizzati nel caso di trat-
tamenti biologici, come già esposto più diffusamente nel Capitolo 5, sono:
1. reattori batch: il reattore viene caricato del fango nella fase iniziale e quindi non viene
più alimentato per tutta la reazione: il tempo di permanenza è dunque uguale per tutte le
particelle ed è pari al tempo che intercorre tra il carico e lo scarico.
2. reattori continui a pistone (plug-flow): si tratta di un reattore caratterizzato dalla di-
mensione longitudinale predominante così da avere idealmente una perfetta miscelazio-
ne in ogni sezione ortogonale a tale direzione. L’influente viene pompato con continuità
e permane in vasca per un tempo calcolabile tramite il rapporto tra volume e portata in-
trodotta.
3. reattori continui a miscelazione completa: le particelle che entrano in vasca sono di-
sperse omogeneamente in tutto il volume così da garantire la completa assenza di gra-
dienti di concentrazione.
Nei successivi paragrafi si andrà ad esporre in modo più articolato il funzionamento dei
reattori a miscelazione completa.
Q = portata alimentata
V = volume del reattore
( µ − bh ) · xe = crescita batterica netta Q, x 0 , S0 Q, xe, Se
x0, xe = concentrazioni di batteri in Xe, Se
entrata e in uscita (quest'ultima è pari
a quella nel reattore).
Dal momento che la biomassa
entrante è trascurabile in concentra- Figura 6.3. Sistema a miscelazione completa senza ricir-
zione rispetto a quella presente nel colo cellulare.
reattore e ricordando che il rapporto
V/Q rappresenta il tempo di residenza
idraulico t, è possibile riscrivere l’equazione nel seguente modo:
t ⋅ ( µ − bh ) =1 (6.16)
Se ci si avvale dell’equazione di Michaelis-Menten:
dS µ S S
= ⋅ ⋅x = v⋅ ⋅x (6.17)
dt Yh k s + S ks + S
e dunque
1 dS S
⋅ = v⋅ =v (6.18)
x dt ks + S
xe =
(S0 − Se ) ⋅ Yh (6.21)
µ⋅t
(3)
Considerando l'equazione (6.16) t ⋅ ( µ − bh ) =1
t ⋅ ( Yh ⋅ v − bh ) =1
Se
sostituendo la (6.18) t ⋅ Yh ⋅ v ⋅ − bh =1
k s + Se
ed esplicitando la Se si ottiene l'equazione (6.19).
6-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
xe =
(S0 − Se ) ⋅ Yh (6.22)
1+bh ⋅ t
È bene sottolineare che il tempo di residenza idraulico t coincide, in questo caso senza
ricircolo, con il tempo di residenza cellulare ( ϑ ), cosa che non si verificherà nel caso di un
sistema con ricircolo cellulare. Limite principale di questi sistemi è il fatto che si è costretti
ad operare ad una concentrazione pari a quella dell’effluente (generalmente sottoposta a li-
miti di legge) e quindi in condizioni che non permettono elevate rese nell’abbattimento del
carbonio.
3. Determinazione di v:
6. Fabbisogno di ossigeno:
Scrivendo l'equazione di continuità per un sistema con ricircolo, in cui si indica con R il
rapporto tra la portata ricircolata e la portata influente Q:
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-11
x⋅ V
R ⋅ Q ⋅ xr + µ eff ⋅ x ⋅ V = Q ⋅(1+R)⋅x ⇒ R ⋅ Q ⋅ xr + = Q ⋅(1+R)⋅x (6.38)
ϑ
Yh ⋅ Q ⋅(S0 − Se )
R ⋅ Q ⋅ xr + = Q ⋅(1+R)⋅x (6.39)
(1+bh ⋅ ϑ )
Nel caso in cui il reattore sia del tipo con flusso a pistone (cioè a mescolamento assiale
nullo), la procedura di dimensionamento è la stessa di quella applicabile a un reattore a mi-
scelamento completo, con l'eccezione che la concentrazione di substrato all'uscita dal reat-
tore viene valutata tramite un'espressione diversa dalla (6.27). In questo caso l'equazione di
partenza è data dal bilancio di substrato riferito ad un volume infinitesimo di reattore dV:
− (1+R )⋅Q ⋅ dS = v ⋅ x ⋅ dV (6.41)
dove v è la velocità di rimozione del substrato e dS è la variazione infinitesima di concentra-
zione di substrato nell'elemento di volume dV.
Integrando questa equazione fra la sezione di entrata e quella di uscita dal reattore e as-
sumendo l'ipotesi semplificativa che la concentrazione di biomassa x resti costante lungo il
reattore plug-flow, si ha:
1 µ ⋅ (S0 − Se )
= − bh (6.42)
ϑ (S 0 − Se ) + k s ⋅ ln(S0 / S e )
essere scomposto il COD COD solubile COD particellato COD solubile COD particellato
presente nel refluo, come velocemente biodegradabile
S bsi
lentamente biodegradabile
S bpi
non biodegradabile
Susi
non biodegradabile
S
upi
assimilabile dalle cellule. La velocità di idrolisi enzimatica è relativamente bassa (10 volte
inferiore a quella per la rimozione del COD rapidamente biodegradabile) e dunque questa
fase risulta essere il fattore limitante delle reazioni metaboliche.
3. Parte del COD metabolizzato è trasformato in materiale costituente le nuove cellule. Tale
conversione è individuata tramite il coefficiente di crescita cellulare Yh, già introdotto nel
paragrafo 1.2.
4. Contemporaneamente a quanto descritto nel punto 3 si ha una perdita di massa attiva,
detta perdita di massa endogena, espressa tramite bh. Parte della biomassa morta co-
stituisce anch'essa substrato organico biodegradabile, mentre la restante frazione costitui-
rà un residuo organico non biodegradabile detto residuo endogeno, espresso come f.
1. Composizione dell'influente:
Yh ⋅ ϑ
M(X a ) = M(Sbi )⋅
1+bh ⋅ ϑ
[mg VSS] (6.51)
Y ⋅ϑ
(
= 1−fus − fup ) ⋅ M( S ti ) ⋅ h
1+bh ⋅ ϑ
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-13
M( X i ) = M( X ii ) ⋅ ϑ
fup [mg VSS] (6.53)
= M( S ti ) ⋅ ⋅ϑ
fcv
M( X v ) = M( X a ) + M( X e ) + M( X i )
Yh ⋅ ϑ ⋅ M(Sbi )
= ⋅ (1+ f ⋅ bh ⋅ ϑ ) + M( X ii ) ⋅ ϑ [mg VSS] (6.54)
1+bh ⋅ ϑ
= M(S ti ) ⋅ ϑ ⋅
( )
1−fus − fup ⋅ Yh
⋅ (1+f ⋅ bh ⋅ ϑ ) +
fup
1+bh ⋅ ϑ fcv
M( X v )
M( X t ) = [mg TSS] (6.55)
fi
MLVSS
dove fi = del fango considerato
MLSS
Il valore della frazione volatile fi cambia a seconda che il liquame sia stato preventiva-
mente sedimentato o meno, assumendo rispettivamente valori attorno a 0.75 e 0.83.
(
M(Oc ) = M( Os int esi ) + M Operdita massa endogena )
= (1− fcv ⋅ Yh ) ⋅ M(Sbi ) + fcv ⋅ (1−f ) ⋅ bh ⋅ M( X a ) [mg O/giorno] (6.56)
Y ⋅ϑ
( )
= M(S ti ) ⋅ 1−fus − fup ⋅ (1−fcv ⋅ Yh ) + fcv ⋅ (1− f ) ⋅ bh ⋅ h
1+bh ⋅ ϑ
In tale espressione si vede la diretta dipendenza dell’ossigeno richiesto dal tempo di re-
sidenza biologico e la sua dipendenza indiretta dalla temperatura tramite bh. È bene inoltre
sottolineare che in fase di progetto, per considerare la condizione più gravosa si considererà
la temperatura più elevata a cui l'impianto dovrà operare, che implica un maggior consumo
di ossigeno.
La domanda specifica di ossigeno per la rimozione del carbonio (per unità di COD ap-
plicato al processo) è mostrata nella Figura 6.6 per una temperatura di 20°C, riportando il
comportamento di un refluo precedentemente sedimentato e di un refluo grezzo.
Per il trattamento di un refluo grezzo Sti è il COD presente direttamente nel refluo stes-
so; per reflui sedimentati Sti è il COD del liquame grezzo corretto dal fattore (1-frps), dove per
f rps si intende l’efficienza del sedimentatore primario nella rimozione del carbonio. Tale dia-
gramma mostra che per un fango di età superiore a 15 giorni, l’incremento della domanda di
ossigeno per unità di COD applicato (M(Oc)/M(Sti)) è marginale rispetto all’incremento dell’età
6-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
consumo
del fango; questo comportamento si
Consumo di ossigeno
di ossigeno
(kgO/kgCOD)
rileva sia nel caso di reflui grezzi che
0.800 sedimentati.
0.700 La domanda di ossigeno per
0.600
unità di COD applicato per liquami
grezzi e sedimentati si differenzia di
COD /(ab·giorno) = 100 mg
circa un 10% con il valore maggiore
0.500
rendimento sedim. = 40%
0.400
T = 20°C
b = 0,24 h
Y = 0,45
f = 1,48
h
cv per un refluo sedimentato. Questo è
0.300
f = 0,2
legato al fatto che, nel caso di acque
0.200
Grezzo
f =0,05 us
Sedimentato
f = 0,08
us
sedimentate, la percentuale di COD
f = 0,13
f = 0,75
up
i
f = 0,04
f =0,83
up biodegradabile è maggiore che non
i X grezzo
nel caso di acque reflue grezze. In
0.100 0
X sedim. 0
0.000
0 5 10 15 20 25 Figura 6.6 si può vedere che per
30
Sedimentato
quindi la domanda di O2 in rendimento sedim. = 40%
3.00
T = 20°C Y = 0,45 h
f =0,05
f = 0,13
f = 0,08
us
f = 0,04
up
X = 3 grezzo
us
acque grezze.
X = 3 sedim.
1.50
X = 4 sedim.
1.00
reattore:
0.00
0 5 10 15 20 25 30
Età del fango
Conoscendo la biomassa
complessiva nel reattore, il
volume di processo dipende Figura 6.7. Andamento del volume di processo confrontando reflui
grezzi e sedimentati.
dal valore della concentrazio-
ne in termini di MLSS o MLVSS, ovvero rispettivamente Xt o Xv:
M(X t ) M( X v )
Vp = = [m ]
3
(6.57)
Xt Xv
Analizzando la formula appena riportata si potrebbe pensare di ridurre il volume del
reattore semplicemente aumentando la concentrazione di solidi nel processo; questo però
comporterebbe un aumento di solidi al sedimentatore che quindi richiederebbe volumi
maggiori. Sperimentalmente si considera un valore ottimale di solidi sospesi totali (Xt) varia-
bile tra 3 e 5 kg SST/m3 (Figura 6.7).
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-15
La frazione attiva della biomassa rispetto ai solidi volatili totali (fav) è data da:
M(X a )
fav = (6.59)
M( X v )
Riferendosi alla biomassa dei solidi sospesi totali la frazione attiva fat è espressa come
fat = fi ⋅ fav (6.61)
Figura 6.8. Produzione di biomassa nelle diverse frazioni nel caso di refluo grezzo a confronto col caso di
refluo sedimentato.
6-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
M(X t )
M(X s )= [mgTSS/giorno] (6.62)
ϑ
sostituendo le equazioni (6.55) e (6.54) si ottiene:
M(X s )= ⋅
( )
M(S ti ) 1−fus − fup ⋅ Yh
⋅ (1+ f ⋅ bh ⋅ ϑ ) +
fup
[mgTSS/giorno] (6.63)
fi 1+bh ⋅ ϑ fcv
Se dunque si vuole conoscere il volume del fango di supero sarà sufficiente dividere la
massa per la concentrazione nel ricircolo:
M(X s )
V= (6.64)
Xr
tra il 10 e il 20%. 0
b = 0,24 h f = 1,48 cv
0 5 10 15 20 25 30
(4)
Questi valori differiscono leggermente da quelli indicati nel paragrafo 1.3. poiché questi valori sono re-
lativi ad indagini sperimentali, mentre quelli visti precedentementesono desunti dalla formula chimica sim-
bolica indicante la biomassa batterica.
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-17
M(Ps )=
[f pa ]
⋅ M(X a )+fpe ⋅ M(X e )+fpi ⋅ M(X i )
(6.66)
ϑ
con
f pa = circa 0.03÷0.35 a seconda delle diverse condizioni di progetto;
f pe = 0.015;
f pi = 0.015.
dove M(SBOD) è la massa di BOD influente ogni giorno. Spesso in letteratura viene indicato
con il simbolo Cf o LC.
Il fattore di carico così definito
risente tuttavia dell’imprecisione in- Andamento del fattore di carico
con l'età del fango
sita nello stesso calcolo del BOD: in- Fattore di carico
fatti nella valutazione del BOD si (kgCOD /kgSS) b
2.500
conteggiano due diversi contributi, F
COD /(ab·giorno) = 100 mg
quello di tutto il carbonio rapida-
c,t
Per completezza si riportano nelle Tabelle 6.2 e 6.3 i valori caratteristici dei parametri
esaminati, distinti nel caso di reflui grezzi e sedimentati.
Tabella 6.2.
Tabella 6.3.
3. SISTEMI DI OSSIGENAZIONE
La quantità di ossigeno consumata dalla popolazione batterica può essere espressa dal-
l'espressione seguente, alternativa a quelle già evidenziate nei paragrafi precedenti:
∆O2 = a ⋅(S0 − Se )⋅Q + b ⋅ V ⋅ x (6.67)
dove:
∆O2 = rappresenta la quantità di ossigeno utilizzata nell'unità di tempo;
a = coefficiente adimensionale, detto di respirazione attiva;
b = coefficiente con dimensioni t, detto di respirazione endogena.
Tabella 6.4. Consumo di ossigeno in processi a fanghi l'ossigeno utilizzato può essere condotta
attivi per liquami domestici alla temperatura di 20°C sperimentalmente in una vasca a fanghi
(a=0,5 e b=0,1 giorni-1).
attivi, arrestando i dispositivi di aerazio-
Cf [giorni-1] ηb ∆O2 ne e misurando, mediante una sonda, la
ηb ⋅ B b diminuzione della concentrazione di os-
0.1 0.92 1.60 sigeno disciolto che si verifica subito
0.2 0.90 1.05 dopo l'arresto. Noto ∆O2 , a e b posso-
0.3 0.90 0.87
0.4 0.88 0.78
no essere calcolati riscrivendo l'equazio-
0.5 0.88 0.73 ne precedente come:
∆O2 (S − Se )
= a⋅ 0 +b
x⋅ V x⋅ t
che nel piano ∆O2 /x·V , (S0-Se)/x·t rappresenta una retta di coefficiente angolare a e di inter-
cetta b.
In mancanza di determinazioni sperimentali, per liquami domestici alla temperatura di
20°C, a può essere assunto pari a 0,5 e b pari a 0,10 giorni-1; b risulta fortemente influenzato
dalla temperatura; può infatti assumersi
( T − 20 )
b = b20 ⋅1084
, (6.69)
dove b indica il valore della costante alla temperatura generica T e b20 alla temperatura di
20°C. Le variazioni di a con T sono invece trascurabili.
Dividendo l'espressione precedente per (S0-Se)·Q = ηb·Bb (in cui Bb = S0·Q e dove ηb
rappresenta il rendimento di rimozione del substrato ottenuto nell'impianto) e ricordando
che (S0-Se)/x·t=ηb·Cf , si ottiene:
∆O2 b
=a+ (6.70)
ηb ⋅ Bb ηb ⋅ Cf
che mette in luce direttamente il legame tra il consumo di ossigeno per unità di BOD rimos-
so ed il carico del fango applicato al sistema. Si osserva che tale consumo specifico diminui-
sce all'aumentare di Cf ; ciò si spiega con il fatto che, per alti valori di Cf , una elevata per-
centuale di materiale, comunque adsorbito nel fiocco, non viene ossidato nella fase di aera-
zione, ma è rimosso con i fanghi di supero (che infatti risultano più ricchi di materiale vola-
tile) per essere eliminato in altre fasi del ciclo di trattamento (digestione aerobica o anaero-
bica, processi termici e simili). In Tabella 6.4 sono indicati i valori ricavabili dall'equazione
sopra descritta, per a=0,5 e b=0,1 giorni-1.
Dei due addendi che contribuiscono al consumo di ossigeno, il secondo, relativo alla
respirazione endogena, non subisce variazioni di breve periodo dato che la biomassa pre-
sente nel sistema può essere considerata, con buona approssimazione, costante. Il termine
relativo alla respirazione attiva è invece proporzionale al substrato biodegradabile rimosso e
può subire, nell'arco della giornata, variazioni anche sensibili rispetto ai valori medi. Nessuna
generalizzazione è possibile al riguardo sugli scarichi industriali. Per liquami domestici, le
punte orarie di carico addotto all'impianto, rispetto alla media giornaliera, sono tanto mag-
giori, quanto più piccolo è il centro servito. Per funzionamento a medio carico del fango, si
assume un coefficiente di punta applicato al consumo di ossigeno pari a 2 nel caso di piccoli
e medi centri (fino a circa 50.000 abitanti) e di 1,8-1,6 per grandi centri, al di sopra cioè di
50.000 abitanti serviti. Per impianti ad aerazione estensiva (basso carico del fango) al mag-
gior tempo di permanenza idraulico corrisponde una maggior disponibilità di ossigeno di-
sciolto (e generalmente di nitrati) nella vasca di aerazione con conseguente più elevata elasti-
cità del sistema a fronte delle variazioni delle condizioni di alimentazione. Per tale motivo il
dimensionamento dei sistemi di aerazione può essere condotto conteggiando punte di respi-
6-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
razione attiva meno elevate delle reali punte di carico (dell'ordine cioè di 1,5-1,6).
Si sottolinea come le quantità di ossigeno indicate in questo paragrafo rappresentino gli
effettivi consumi della popolazione batterica che, in condizioni aerobiche, può solo utilizza-
re l'ossigeno libero disciolto nel liquame. L'ossigeno introdotto nelle vasche dai dispositivi
di aerazione deve essere calcolato, sulla base dei consumi, tenendo anche conto dei rendi-
menti di solubilizzazione e delle quantità che escono dal sistema in soluzione nell'effluente
depurato.
La pressione totale di una miscela di gas è uguale alla somma delle pressioni parziali dei
suoi componenti, essendo queste ultime definite come la pressione che ciascun componente
eserciterebbe se da solo occupasse l'intero volume della miscela. La legge di Dalton, rigoro-
samente valida solo per i gas ideali, può essere applicata Tabella 6.5. Valori della tensione
alle miscele di gas reali, sufficientemente lontane da di vapore acqueo in funzione della
condizioni di condensazione, in pratica per pressioni di temperatura.
poche atmosfere alle temperature di interesse nel trat- T [°C] p [atm]
tamento delle acque. Per gas in presenza di acqua, o di 10 1,21·10
-2
spondente tensione di vapore e dall'umidità relativa, intesa come rapporto tra la presenza
reale di vapore e quella a saturazione.
Tabella 6.6. Valori della costante di Henry (in atm x 104) relativi ad alcuni gas poco solubili in acqua di-
stillata.
assunto pari ad 1, salvo che in presenza di acqua salmastra o salata (Tabella 6.7).
Nel caso di diretta esposizione all'ambiente esterno, nell'applicazione della legge di
Henry per il calcolo della solubilità a saturazione dell'ossigeno occorre tener conto delle va-
riazioni che la pressione atmosferica subisce con la quota sul livello del mare; con buona
approssimazione si può assumere che
p = p* ⋅(1− 0,13 ⋅ h ⋅ 10−3 ) (6.76)
essendo h la quota (in m) sul livello del mare, p e p la pressione rispettivamente al livello del
*
mare e alla quota h. L'influenza della quota è senz'altro trascurabile in situazioni di pianura;
può divenire sensibile in località collinari o montane. A 1000 m slm ad esempio, p = 0,87 p*.
Il consumo teorico di solfito di sodio, in base alla stechiometria della reazione, è di 7,9
g per g di ossigeno (il riducente viene comunque introdotto con un eccesso del 10-20%). Il
cloruro di cobalto deve essere presente nella vasca in concentrazioni di circa 1,5 mg/l.
A deossigenazione avvenuta si mettono in funzione i dispositivi di aerazione, misuran-
Cap. 6 Ÿ Processi a biomassa sospesa Ÿ 6-23
La (6.83) è rigorosamente applicabile nel caso di aeratori di superficie per i quali la dif-
fusione di ossigeno nel liquido avviene per le condizioni di pressione atmosferica corrispon-
6-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
denti alla localizzazione dell'impianto. Una situazione differente si ha a rigore nei sistemi ad
insufflazione, in cui le bolle d'aria sono introdotte sotto il pelo libero ad una pressione più
elevata per vincere il carico idrostatico, che va man mano diminuendo lungo il percorso di
risalita delle bolle verso la superficie. In tal caso, C*s assume i valori corrispondenti alla
pressione atmosferica solo sul pelo libero, risultando altrimenti tanto più elevata, quanto
maggiore è l'affondamento. Sono stati proposti metodi di correzione di C*s tra cui anche
semplicemente quello di fare riferimento alla pressione media nella bolla durante il suo per-
corso. Si osserva comunque che assumendo per C*s il valore corrispondente alla pressione
atmosferica si opera in modo cautelativo, risultando allora, in base alla (6.83), diminuita ri-
spetto al reale, la capacita di ossidazione. Per le abituali profondità di insufflazione la diffe-
renza può essere trascurata.
Il dimensionamento dei dispositivi di aerazione deve basarsi sul calcolo del fabbisogno
di ossigeno di punta (paragrafo 3.1); da questo va dedotta la capacità di ossigenazione com-
plessivamente necessaria nelle reali condizioni operative e quindi, attraverso la (6.83), il cor-
rispondente valore in condizioni standard che, per i diversi macchinari, è riportato nei cata-
loghi dei costruttori.
Per una valutazione approssimata della capacità di ossigenazione necessaria al processo
si procede talvolta assegnando direttamente, in base a valori desunti dell'esperienza, la quan-
tità di ossigeno standard che deve essere resa disponibile in condizioni di punta in rapporto
al BOD medio introdotto (e non
quindi rimosso) nella fase biologi- Tabella 6.8. Valori dell'O.C./load per per diversi carichi del
ca. Tale rapporto viene indicato fango.
con il termine di O.C./load (capa- Cf O.C./load
cità di ossigenazione per carico [kgBOD/(kgSS·giorno)] [kgO2/kgBODapplicato]
unitario); per i motivi già esposti in 0.1 2-2.3
precedenza, esso aumenta al dimi- 0.2 1.60
0.3 1.40
nuire del carico del fango, secondo 0.4 1.30
le indicazioni di cui alla Tabella
6.8.
Moltiplicando i valori dell'O.C./load per l'apporto medio orario di BOD nelle 24 ore, si
ottiene la capacità di aerazione giornaliera, direttamente riferita a condizioni standard. Si os-
serva tuttavia che tale metodo approssimato può portare ad errori, anche gravi, soprattutto
quando le condizioni operative degli impianti si scostino da quelle di comune impiego per
cui sono stati ottenuti i valori empirici di Tabella 6.8.
Esso infatti non tiene conto esplicitamente di aspetti assai importanti del processo
(temperatura di esercizio, entità delle punte di carico, effettivi valori delle costanti a e b, reali
condizioni di trasferimento dell'ossigeno). Si sconsiglia quindi l'adozione di tale procedura
nel dimensionamento dei dispositivi di aerazione; essa è stata qui ricordata per il suo diffuso
impiego nella letteratura tecnica e soprattutto nella progettazione degli impianti.
dell'aria nel liquido a valle delle pale di agitazione. Ne deriva un forte arricchimento di ossi-
geno negli strati superiori della vasca e la sua successiva dispersione nell'intera massa liquida
per effetto della circolazione prodotta dall'aeratore stesso. Gli aeratori di superficie si sud-
dividono in tre principali tipologie:
Aeratori ad asse verticale (turbine), con bassa velocità di rotazione. Sono costituiti
da un rotore (ruota a palette, cono rovescio alettato e simili), realizzato in acciaio, leghe leg-
gere o in materiale sintetico (ad esempio poliestere rinforzato da fibre di vetro) accoppiato
al motore attraverso un riduttore che con-
sente di mantenere basse velocità di rotazio-
ne, dell'ordine cioè di alcune decine di giri al
minuto, corrispondente a velocità periferiche
del rotore di 4-6 m/s. Sono abitualmente
montati su supporti fissi, costituiti da passe-
relle di sostegno; trovano applicazione so-
prattutto nelle vasche di aerazione degli im-
pianti a fanghi attivi in cui la bassa velocità di
rotazione assicura un miglior mantenimento
delle dimensioni del fiocco (Figura 6.13).
Soprattutto nel caso di vasche profonde
(al di sopra cioè dei 4 m) tali turbine possono
venir equipaggiate con un cilindro coassiale
fisso, installato poco al di sotto del pelo libero Figura 6.13. Turbina di aerazione installata in
una vasca a fanghi attivi.
e mantenuto inferiormente in comunicazione
con il resto della vasca. In tale cilindro, per azione
della girante, viene a crearsi una colonna liquida in
movimento ascendente. Conseguentemente alla base
del cilindro si ha un richiamo dalle zone esterne della
vasca con positivi effetti sul livello di miscelazione
(Figura 6.14).
(5)
I fiocchi di fango attivo presentano una naturale tendenza alla flocculazione. Anche nel caso di rottura
del fiocco nella vasca di aerazione, di norma intervengono rapidamente fenomeni di agglomerazione du-
rante la fase di sedimentazione di massa, senza quindi che il processo risulti nel suo complesso danneg-
giato. Per tale motivo si sostiene talvolta l'inutilità di usare turbine lente anche nelle vasche a fanghi attivi.
La rottura del fiocco può tuttavia risultare pericolosa quando la bíomassa presenti una spontanea tenden-
za alla deflocculazione, come spesso si riscontra in presenza di tossici.
6-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
I cataloghi dei costruttori riportano, per i vari tipi di aeratori, la capacità di ossigenazio-
ne in condizioni standards (Figura 6.16). Per una stessa macchina essa può essere fatta varia-
re, entro limiti piuttosto ampi, giocando sull'affon-
damento delle alette nel liquame. Per una maggiore
immersione, cui corrisponde un più elevato assor-
bimento di potenza, l'agitazione si fa più intensa ed
aumenta quindi il trasferimento di ossigeno nel li-
quido. Tale risultato viene in genere ottenuto
mantenendo fissa la posizione del rotore e varian-
do il pelo libero della vasca mediante uno stramaz-
zo motorizzato di scarico, il cui posizionamento
può essere regolato automaticamente sulla base
delle indicazioni di una sonda di misura dell'ossige-
no disciolto. Tale sistema di regolazione, in teoria
molto preciso, incontra spesso delle difficoltà prati-
che per i frequenti fenomeni di staratura delle son-
de che possono verificarsi per effetto della loro
Figura 6.16. Capacità di ossigenazione in
funzione della profondità di immersione
delle palette per una serie di spazzole di
diversa lunghezza L.
una sufficiente circolazione, con velocità che non scendano sotto i 20 cm/s. Viene definita
come potenza specifica la potenza per unità di volume necessaria allo scopo. Indicativa-
mente può venire assunta in 20 W/m3. Essa dipende dalla concentrazione di biomassa sospe-
sa e diminuisce all'aumentare del volume della vasca di aerazione ed al diminuire del rap-
porto tra profondità e larghezza del bacino. In Figura (6.17) è dato un esempio di tale di-
pendenza per uno dei principali tipi di turbina disponibili sul mercato italiano.
L'ossigenazione del liquame può anche essere ottenuta per insufflazione d'aria nella
massa liquida. Il rendimento di ossigenazione, inteso come rapporto tra l'ossigeno solubiliz-
zato (in condizioni standards) e quello insufflato, dipende allora anche dalle dimensioni delle
bolle con cui l'aria è introdotta nella vasca e dalla profondità di insufflazione (cui sono ri-
spettivamente collegati la superficie di scambio ed il tempo di contatto aria-liquido). Si pos-
sono distinguere:
Sistemi a bolle fini, con dimensioni medie inferiori ai 3 mm, ottenute per diffusione
d'aria attraverso corpi porosi, in materiale plastico (poliestere espanso ad alta densità, polite-
ne poroso e simili) o in ossidi di alluminio o di silicio sinterizzati in una matrice ceramica.
Essi vengono realizzati in forma di candele o di dischi; in quest'ultimo caso sono alloggiati in
sedi di metallo o di plastica disposte sul fondo della vasca. Ne sono forniti degli esempi in
Figura 6.18.
Per un corretto funzionamento è necessario
che l'aria, alimentata attraverso un sistema di tuba-
zioni, sia esente da polvere o da altre impurità che
potrebbero produrre intasamenti. Tale rischio va
comunque sempre tenuto presente, anche per la
possibilità che, in caso di arresto dei sistemi di ae-
razione, si verifichino accumuli di fango sul fondo.
È in genere pertanto opportuno che questo tipo di
diffusore venga installato con modalità che ne con-
sentano una semplice estrazione per le operazioni
di ordinaria manutenzione. Un esempio è dato in
Figura 6.19, in cui un gruppo di diffusori tubolari è Figura 6.18. Diffusori a bolle fini: in alto
alimentato attraverso due tubazioni a snodo che ne una coppia di diffusori tubolari; inferior-
mente una serie di diffusori a disco, in-
stallati su tubazioni in PVC.
possibile ottenere condizioni di miscelazione, atte a trattenere più a lungo le bolle d'aria a
contatto con il liquido, favorendo quindi la diffusione dell'ossigeno (Figura 6.22). Su un
principio analogo si basa l'utilizzazione di diffusori a bolle grosse, ubicati a bassa profondità
in vasche dotate di un deflettore sommerso. Si favorisce così un moto rotatorio del liquido
nella sezione per effetto del movimento ascendente che viene a determinarsi nella zona di
insufflazione a causa della minor densità della miscela aria-acqua (Figura 6.23).
Nei sistemi ad insufflazione, l'esigenza di assicurare la miscelazione nella vasca risulta
soddisfatta per una portata d'aria di 1,2-1,8 m3/m3 di vasca all'ora.
Si può ormai ritenere che non sussistano grosse differenze tra le prestazioni degli ae-
ratori superficiali ed i sistemi ad insufflazione d'aria a bolle fini. La quantità di ossigeno tra-
sferibile in condizioni standards, è in entrambi i casi dell'ordine di 2.0-2.2 kgO2/kWh, mentre
6-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
scende decisamente per l'aerazione a bolle medie (1,5 kgO2/kWh) e per quello a bolle grosse
(1,2 kgO2/kWh). A favore degli aeratori superficiali gioca un'indubbia semplicità di installa-
zione. Il sistema si basa infatti su di un numero limitato di macchine che non richiedono la
rete di adduzione e di distribuzione d'aria ed il rilevantissimo numero di diffusori necessari
con l'insufflazione. Anche l'esercizio è notevolmente semplificato, a fronte delle periodiche
operazioni di pulizia dei diffusori, che devono essere programmate per evitarne l'intasa-
mento ed il conseguente calo di prestazioni nel tempo. Per questi motivi l'aerazione super-
ficiale si è andata largamente affermando, soprattutto in impianti di piccole o medie dimen-
sioni. Vanno però tenute presenti alcune considerazioni che ne dovrebbero restringere il
campo d'impiego:
4. LA NITRIFICAZIONE BIOLOGICA
Nei liquami urbani, negli scarichi zootecnici, ed in molti effluenti industriali, l’azoto è
prevalentemente presente sotto forma organica (proteine) e come urea, contenuta nelle uri-
ne; in entrambi i casi e in ambiente idrico esso subisce un rapido processo di ammonifica-
zione ad azoto ammoniacale, secondo le seguenti reazioni qualitative:
→ NH3 + NH 4+
microrganismi
Norg
→2 NH 4+ + CO 32 −
enzima ureasi
H 2NCONH 2 + 2 H 2 O
Per tale motivo in seguito non si farà distinzione tra l’azoto organico ed ammoniacale,
entrambi compresi nella determinazione del TKN.
Negli abituali processi di depurazione, il rendimento di rimozione dell’azoto è significa-
tivo, ma non elevato. Per i liquami domestici la sedimentazione primaria consente un abbat-
timento di circa il 10%; nelle fasi biologiche le quantità trattenute per assimilazione batterica
(processi di sintesi) sono direttamente correlate al carbonio rimosso e valutabili attorno al
5% del COD biodegradabile eliminato.
Una depurazione più spinta richiede trattamenti specifici; accanto a processi di natura
chimica e chimico-fisica (clorazione al punto di rottura, strippaggio dell'ammoniaca), di limi-
tata applicabilità, la via oggi più matura su scala reale, soprattutto in campo urbano, è quella
biologica, attraverso una fase ossidativa di nitrificazione, con formazione di nitriti e quindi di
nitrati, seguita da una fase riduttiva di denitrificazione, con produzione di azoto molecolare
(N2), non più utilizzabile nei cicli biologici e come tale ceduto all'atmosfera.
6-32 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
4.1. STECHIOMETRIA
Per nitrificazione si intende l’ossidazione dei composti inorganici dell’azoto allo stato
ridotto, svolta da batteri autotrofi, in grado cioè di utilizzare per la sintesi cellulare carbonio
inorganico (CO2) e di trarre l’energia necessaria alla crescita e al metabolismo dall’ossidazione
dell'ammoniaca e poi dei nitriti usando l’ossigeno libero come accettore di elettroni. Nel trat-
tamento delle acque risultano di particolare interesse i batteri del genere Nitrosomonas, per
l’ossidazione dell’ammoniaca a nitriti, e del genere Nitrobacter per l’ossidazione dei nitriti a ni-
trati.
Le reazioni di ossidazione, da cui i batteri traggono l’energia loro necessaria, possono
esprimersi per i Nitrosomonas come:
NH 4+ +15
, O 2 →2 H + + H 2 O + NO 2− 3.43 mgO/mg NH 4+ -N
(58÷84 kcal)
e per i Nitrobacter:
NO 2− +0,5 O 2 → NO 3− 1.14 mgO/mg NO2--N
(15.4÷20.9 kcal)
Complessivamente pertanto le reazioni di ossidazione dell’ammoniaca a nitrati risultano:
NH4+ + 2 O 2 →2 H + + H2O + NO 3− 4.57 mgO/mg NH 4+ -N
(73.4÷104.9 kcal)
Parte dell'azoto è anche richiesto per la sintesi batterica sia dei Nitrosomonas che dei Ni-
trobacter per cui in totale si può scrivere la seguente espressione stechiometrica che tiene con-
to sia dell'ossidazione dell'ammoniaca, sia della sintesi batterica (su basi teoriche e sperimen-
tali):
NH4+ + 183 , HCO3− → 0,021 C 5H7O 2N + 1041
, O 2 +198 , H2O +0,98 NO 3− +188
, H 2CO3
4.2. CINETICA
dove:
µ nT = velocità di crescita specifica osservata alla concentrazione Na [mg SSV/(mg SSV·d)];
µ nT = velocità di crescita specifica massima [mg SSV/(mg SSV·d)];
KnT = costante di semisaturazione, cioè tale per cui µ nT =0,5 ⋅ µ nT [mg (N-NH4-N)/l];
Na = concentrazione di ammoniaca nel reattore [mg (NH4-N)/l].
È da notare come nelle grandezze definite compare il pedice T, a significare la loro forte
dipendenza dalla temperatura.
6-34 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
La velocità di crescita è data dalla velocità di crescita specifica moltiplicata per la massa
di batteri presenti (Xn):
dX n Na
= µ nT ⋅ X n = µ nT ⋅ ⋅ Xn (6.88)
dt crescita K nT + Na
Oltre alla crescita, la massa di batteri subisce naturalmente delle perdite, che, come già
visto sono indicate come perdita di massa endogena; si è osservato che tale perdita è indi-
pendente dalla crescita, consentendo così di esprimerla nella semplice forma
dX n
= − b nT ⋅ X n (6.90)
dt sc om parsa
dove:
bnT = velocità specifica di perdita di massa endogena per i nitrificanti [mg SSV/(mg SSV·d)].
La crescita netta della massa di batteri si scrive
dX n
= −( µ nT − b nT ) ⋅ X n (6.91)
dt netto
dove:
Vp = volume della vasca [m3];
Q = portata di supero estratta dal reattore [m3/d]
Vp
Posto = ϑ = età del fango [d]; in condizioni di carico e portata costanti e a regime
Q
dX n
vale = 0 e risolvendo per Na ottengo
dt
1
K nT ⋅ bnT +
ϑ
Na = (6.94)
1
µ nT − bnT +
ϑ
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-35
entrante (Nai). 80
Ponendo in un grafico la
relazione appena scritta con età 60
Nai
età del fango Na è molto bassa 0
e rimane tale fino ad un'età del 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9
ETA' DEL FANGO [giorni]
fango di 3,5 giorni; per età mi-
nori cresce rapidamente fino a Figura 6.26. Relazione tra l'età del fango per la nitrificazione e la
raggiungere l’ovvio valore limi- concentrazione di ammoniaca influente Nai.
te di Nai.
Ponendo Na = Nai e risol-
vendo la relazione in ϑ si trova l’età minima del fango ϑ min sotto la quale non avviene nitri-
ficazione.
K nT
1+
K nT + Nai Nai
ϑ min = = (6.95)
( )
Nai ⋅ µ nT − b nT − K nT ⋅ b nT
(µ nT ) K ⋅b
− b nT − nT nT
Nai
ϑ min dipende molto debolmente da Nai. Inoltre la quantità KnT/Nai è generalmente picco-
la: si può quindi semplificare l’espressione di ϑmin come segue
1
ϑ min = (6.96)
(µ nT − b nT )
Questa espressione è molto utile nelle applicazioni pratiche con acque reflue urbane
K nT
quando Nai sia maggiore di 5 mgN/l (in tal caso vale l'approssimazione << 1, poiché Kn20
Nai
≈1 mgN/l).
Da quanto detto si evince chiaramente che µ nT e bnT influenzano significativamente
l’età minima del fango; è quindi di fondamentale importanza valutare, nelle applicazioni pra-
tiche, come possono variare queste grandezze per effetto di fattori quali la temperatura, il pH
e altri.
La massima velocità specifica di crescita µ nT è fortemente legata alla natura delle acque
reflue. Questo effetto è dovuto alla possibile azione inibente da parte di sostanze contenute
nel refluo, specie se di origine industriale, sebbene non sia ancora noto in modo preciso co-
me le specifiche specie inibenti possono interferire. Per valori differenti di µ nT possono cor-
rispondere variazioni anche dell’ordine del 100% nell’età minima del fango. Se non sono di-
sponibili misure sperimentali è necessario scegliere, a favore di sicurezza, un valore cautelati-
vo per µ nT (come valori di riferimento di µ nT a 20°C si assume l'intervallo 0,33÷0,65 d-1).
Il parametro bnT ha una rilevanza minore e non è quindi necessario indagare con preci-
sione sui vari fattori che lo influenzano; si adotta normalmente un valore di 0,04 d-1, valido
per gran parte dei liquami.
4.3.2. Temperatura
4.3.3. pH ed alcalinità
La velocità di crescita specifica dei batteri dipende molto dal pH medio nel reattore. Si
osserva infatti che appena ci si discosta da un range ottimale di pH compreso tra 7 e 8,5 si
evidenzia un marcato rallentamento del processo di nitrificazione.
Come si è visto in precedenza ϑ min ha una forte dipendenza da µ nT ed è invece meno
influenzato da KnT. Tuttavia KnT ha una fondamentale influenza sull’efficienza di nitrificazio-
ne e quindi è indispensabile studiarne le possibili variazioni.
L’analisi degli effetti delle variazioni di pH ha rivelato che è assai difficile separare gli ef-
fetti su µ nT da quelli su KnT. Sperimentalmente si è osservato che per pH compresi tra 5 e 7,2
si verifica un calo di µ nT ed una crescita di KnT che possono essere quantificate con sufficien-
te precisione dalle seguenti relazioni:
per 7,2<pH<8,5
µ n pH = µ n 7,2 (6.100)
K n pH = K n 7,2 (6.101)
per 5<pH<7,2
( pH− 7,2 )
µ n pH = µ n 7,2 ⋅ α ns (6.102)
(7,2 − pH)
K n pH = K n 7,2 ⋅ α ns (6.103)
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-37
dove
α ns = coefficiente di sensibilità al pH (pari a circa 2,35).
( pH−7,2) ( T− 20) Na
µ nTpH = µ n20 ⋅ ( 2,35) ⋅ (1123
, ) ⋅ (6.104)
( 7,2−pH)
K n 20 ⋅ ( 2,35) ⋅ (1123
, ) ( T− 20) + Na
dove:
µ n T pH = velocità di crescita specifica per assegnati valori di T e pH;
µ n20 = massima velocità di crescita specifica a T=20°C e pH=7,2;
Kn20 = costante di semisaturazione a T=20°C e pH=7,2.
In termini progettuali bisogna tenere conto dell’alcalinità del refluo entrante; infatti, una
bassa alcalinità entrante induce un rapido calo del pH nel reattore durante il processo di ni-
trificazione. Stechiometricamente si calcola che per 1 mg di ammoniaca nitrificato si consu-
mano 7,07 mg di alcalinità in termini di CaCO3.
Il problema può essere limitato o completamente risolto prevedendo nella configura-
zione di impianto sia il processo di nitrificazione che di denitrificazione. La denitrificazione
provvede, infatti, a rimuovere acidità e quindi permette di recuperare in parte l'alcalinità con-
sumata in nitrificazione. La denitrificazione è, però, un processo anossico; bisognerà quindi
tenere conto della presenza di zone non aerate nel reattore nella valutazione del processo di
nitrificazione.
L’effetto di zone non aerate sulla nitrificazione può essere facilmente trattato se si as-
sumono le seguenti ipotesi:
1. I batteri nitrificanti possono crescere solo nelle zone aerobiche del reattore, poiché sono
organismi strettamente aerobi.
2. La perdita di massa endogena avviene sia in condizioni aerobiche che anossiche.
3. La concentrazione di batteri nitrificanti è sostanzialmente uguale nelle due zone del pro-
cesso.
Con queste ipotesi, se fxT è la frazione non aerata della massa totale di fango, l’azoto
ammoniacale uscente è dato da:
1
K nT ⋅ b nT +
ϑ
Na = (6.105)
1
µ nT (1− f xT )− b nT +
ϑ
1
ϑ min = (6.106)
µ nT (1− f xT )−b nT
1
b nT +
ϑ
(1− f xm )= (6.107)
µ nT
o allo stesso modo la massima frazione non aerata (fxm) si ricava immediatamente:
1
b nT +
ϑ
f xm =1 − (6.108)
µ nT
I valori così calcolati devono essere corretti con un opportuno coefficiente di sicurezza
Sf per garantire un'efficienza di nitrificazione superiore al 90%; infatti la nitrificazione diventa
instabile quando la frazione di biomassa aerata si avvicina al minimo consentito. Le relazioni
diventano quindi:
1
b nT +
ϑ
(1− f xm )= S f ⋅ (6.109)
µ nT
1
bnT +
ϑ
f xm =1 − S f ⋅ (6.110)
µ nT
Si devono rispettare dei limiti superiori per il valore di fxT ; infatti elevati valori della fra-
zione non aerata (> 0,5÷0,6) favoriscono:
1. l'instaurarsi del "bulking" specialmente per basse temperature;
2. un elevato incremento della produzione di fango (prevalgono i fenomeni di biofloccula-
zione su quelli di rimozione biologica)
Si converge quindi su valori ottimali di fxT inferiori generalmente al 50-60%.
dove:
KO = costante di semisaturazione [mg O/l];
µ nO = velocità di crescita specifica ad una data concentrazione di ossigeno [d-1];
µ nO = massima velocità di crescita specifica [d-1].
O = concentrazione di ossigeno nel volume liquido [mg O/l]
Si è già evidenziato come l'età del fango risulti essere un parametro fondamentale nella
valutazione del processo di nitrificazione. La stima di ϑ min si effettua con l'espressione pre-
cedentemente vista:
1 Na
= µ n, eff = µ nT − bnT = µ nT ⋅ − bnT (6.112)
ϑ min K nT + Na
3. Determinazione di vn:
Si procede determinando la velocità vn di rimozione del substrato (in questo caso am-
moniaca); questa grandezza si valuta con le espressioni tipiche già presentate e si esprime
quindi in funzione dell'età del fango:
µn 1 1 1+bn ⋅ ϑ
vn = = ⋅ + bn = (6.114)
Yn Yn ϑ Yn ⋅ ϑ
6-40 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ] (6.115)
x ⋅ vn
Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ]
x ⋅ vn
Vn =
[
Q ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ⋅ Yn ⋅ ϑ ] (6.116)
x ⋅(1+bn ⋅ ϑ )
o in alternativa
x=
[
ϑ ⋅ TKN0 − TKNe −0,05⋅( S0 − Se ) ⋅ Yn ] (6.117)
t ⋅(1+bn ⋅ ϑ )
Le frazioni di TKN presenti in un refluo ed importanti ai fini del processo sono l'ammo-
niaca libera e in forma ionica (Nai), l’azoto organico biodegradabile (Noi), solubile non biode-
gradabile (Nui) e particellato non biodegradabile (Npi). La suddivisione dell'azoto è indicata
nella Figura 6.27 e più det-
TKN in ingresso
tagliatamente nel Capitolo 2 N ti
L’azoto organico bio- solubile non biodegradabile particellato non biodegradabile biodegradabile
degradabile è decomposto N ui N pi N oi
da batteri eterotrofi ad
ammoniaca; alla loro morte Figura 6.27. Suddivisione dell'azoto.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-41
la parte organica diviene a sua volta ammoniaca e queste due fonti, sommate all'ammoniaca
già presente nel refluo in entrata, sono utilizzate per la crescita di nuovi organismi e converti-
te dai batteri autotrofi in nitrati. La dinamica di questo processo è complessa, ma in condi-
zioni di carico stazionarie, può essere affrontata analogamente a quanto fatto nel caso del
carbonio. In fase progettuale è possibile un’ulteriore semplificazione: se si ammette un valore
del pH circa neutro, e si fissa un’età minima del fango pari a 1,25-1,35 volte il minimo teori-
co, si può assumere una concentrazione effluente pressoché costante. In fase di progetto i
due parametri fondamentali da verificare risultano essere il TKN effluente e la concentrazione
di nitrati effluente (Nn).
Il TKN effluente (TKNe) si compone di 4 contributi: ammoniaca libera e ionica (Na), azo-
to solubile organico biodegradabile (No), solubile non biodegradabile (Nu) e infine il TKN dei
solidi volatili effluenti, (TKNe)sol.
L’equazione è valida solo per ϑ > ϑ min ; questa condizione dovrebbe essere sempre sod-
disfatta nel progetto. Come si vede, Na è indipendente dalla concentrazione di ammoniaca
entrante Nai .
dove
Noi = azoto organico biodegradabile entrante [mgTKN/l];
Kamm= costante cinetica per la degradazione di No. Questa costante dipende dalla temperatu-
ra secondo un'espressione del tipo K amm, T = K amm, 20 ⋅ α (T− 20) , dove α=1,029 e
K amm, 20 =0,015;
Xa = concentrazione di massa attiva nel reattore aerobico.
HRT = tempo di permanenza idraulica nominale del processo.
6-42 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Dopo aver individuato le concentrazioni Na, No, Nu nell'effluente, il TKN solubile totale è
pari alla somma di queste tre frazioni solubili:
(TKNe)sol = Na+ No+ Nu (6.121)
A questo va eventualmente aggiunto il contributo del TKN nei solidi volatili per un valo-
re di TKN complessivo che sarà dato da:
TKNe = Na+ No+ Nu+fn· Xve (6.122)
dove:
Xve = concentrazione di solidi volatili effluenti [mg SSV/l];
fn = frazione di TKN nei solidi sospesi volatili pari a circa 0,1 mg TKN/mg SSV.
La concentrazione di nitrati generati nel reattore (Nc), che definisce la capacità di nitrifi-
cazione del processo, è data dalla seguente espressione:
Nc=Nti - (TKNe)sol - Ns (6.123)
dove:
Nc = concentrazione di nitrati prodotti [mg NO3-N/l];
Nti = TKN entrante, come già definito al Capitolo 2;
Ns = concentrazione di TKN in ingresso incorporata giornalmente nel fango di supero.
Evidentemente l’equazione è valida solo nel caso che si supponga trascurabile la con-
centrazione di nitrati nel liquame entrante.
Il valore di Ns è dato dalla seguente espressione:
fn ⋅ M( X v )
Ns = (6.124)
ϑ ⋅Q
in cui M(Xv) rappresenta la biomassa volatile, come già definita nei primi paragrafi del Capito-
lo 6.
in cui:
Nc
= capacità di nitrificazione per unità di COD applicato al processo [mg N/mg COD]
S ti
N ti
= rapporto TKN/COD dell’acqua reflua entrante (varia tipicamente da 0,07 a 0,12).
S ti
Ns
= azoto di sintesi richiesto per unità di COD applicato.
S ti
(TKNe ) sol
= varia da 0,005 a 0,01 per basse temperature (calcolato con (TKNe)sol=4 mgN/l) e
S ti
Sti compreso tra 400 e 800 mgCOD/l.
Il risultato analitico di Nc può essere ottenuto in alternativa per via grafica utilizzando il
diagramma di Figura 6.28.
La concentrazione Nc rappresenta la quantità di nitrati che interesserà il processo di de-
nitrificazione.
Figura 6.28. Capacità di nitrificazione per mg di COD applicato, in funzione dell'età del fango per differenti
rapporti TKN/COD nell'influente a 14°C (a sinistra) e a 20°C (a destra). Viene anche indicata la minima
età del fango richiesta per ottenere la completa nitrificazione per differenti valori della frazione di biomassa
non aerata.
Dopo aver calcolato il volume dell'intero processo (Vp) attraverso l'equazione (6.57), si
risale al volume del reattore aerobico sulla base del coefficiente fxT fissato inizialmente:
Vn = (1− f xT )⋅Vp (6.126)
6-44 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Si può calcolare la massa degli organismi nitrificanti M(Xn) e quindi la domanda di ossi-
geno per la nitrificazione M(On). Quest'ultima si calcola facilmente sapendo che è pari a 4,57
volte la massa di nitrati prodotti al giorno.
Risulta dunque che:
Nc ⋅ Q ⋅ Yn ⋅ ϑ
M( X n )= (6.127)
1+bnT ⋅ ϑ
5. LA DENITRIFICAZIONE BIOLOGICA
5.1. STECHIOMETRIA
Rispetto ai batteri nitrificanti che sono rappresentati principalmente da due soli ceppi
batterici, i denitrificanti sono di diversi tipi: Pseudomonas, Micrococcus, Archromobacter, Bacillus,
Alcaligens; questi tipi di batteri sono in grado di attuare una conversione completa di NO3− a
N2. Altri tipi di batteri invece, quali Aerobacter, Proteus, Flavobacterium, compiono solo il primo
stadio della denitrificazione convertendo NO3− a NO 2− .
NO3− + 2e − + 2H + → NO 2− + H2O
Bisogna sottolineare che la maggior parte dell'azoto, oltre il 90% del totale, viene rimos-
so dalla denitrificazione dissimilatoria (cioè conseguente alla respirazione batterica), mentre il
contributo assimilatorio (cioè legato alla sintesi di nuova biomassa) è molto modesto (circa il
4-10%).
5.2. CINETICA
µ dT µ dT
= ν dT e = v dT (6.130)
Yd Yd
Sn Sc
vdT = v dT ⋅ ⋅ (6.131)
K dT + S n K cT + S c
µdT = velocità specifica di crescita batterica della reazione di denitrificazione eterotrofa
alla temperatura T [g SSV/(g SSV·die)];
µ dT = velocità massima specifica di crescita batterica della reazione di denitrificazione
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-47
Poiché la KdT è molto bassa (pari a circa 0,06÷1 mg NO3-N/l) il sistema riesce a realiz-
zare una velocità prossima a quella massima con concentrazioni di nitrati veramente esi-
gue, dell’ordine di alcuni mg/l. Nella pratica, quindi, è lecito considerare la cinetica di de-
nitrificazione come una reazione di ordine zero rispetto alla concentrazione di nitrati.
La costante KcT è molto variabile, di diversi ordini di grandezza, dipendendo stretta-
mente dal substrato utilizzato; si sono rilevati valori differenti anche per un medesimo
substrato. Nei casi in cui la costante di semisaturazione del carbonio (KcT) è bassa rispetto
alla concentrazione di nitrati presenti (KcT<[NO3-N]) e il carbonio è disponibile in quantità
maggiori della concentrazione limite, si assume che la velocità di denitrificazione sia quel-
la massima possibile alla temperatura assegnata.
Proprio grazie ai bassi valori delle costanti di semisaturazione è possibile ottenere
concentrazioni limitate di questi componenti nell’effluente.
L’attività dei batteri denitrificanti è fortemente influenzata dalla natura della sostan-
za organica che funge da donatore di elettroni per la riduzione dei nitrati; essa, generica-
mente indicata come CxHyOz, può essere costituita:
a) dal liquame stesso, sia grezzo che sedimentato (fonte di carbonio interna) oppure dal sub-
strato carbonioso costituente le stesse cellule batteriche (fonte di carbonio endogeno);
b) da uno scarico industriale povero di azoto (industrie di distillazione o agroalimentari
quali zuccherifici, caseifici, ...) (fonte di carbonio esterna);
c) da un composto organico puro come il saccarosio, metanolo, acetato, glucosio, ...
(fonte di carbonio esterna).
6-48 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
5.3.2. La temperatura
5.3.3. Il pH
a causa della maggior resa energetica che i microrganismi eterotrofi riescono a trarre dal-
l'utilizzo dell'ossigeno anziché dei nitrati.
Al fine di garantire la rimozione dei nitrati è quindi necessario mantenere nella mi-
scela di fango attivo una concentrazione di ossigeno disciolto prossima allo zero, almeno
per quanto riguarda la zona più prossima al fiocco biologico.
È quindi opportuno evitare la presenza di possibili sorgenti di ossigeno disciolto se
si desidera realizzare un'efficiente fase di denitrificazione.
Le possibili cause di ossigenazione possono essere legate ai seguenti inconvenienti:
1. alta concentrazione di ossigeno disciolto nel ricircolo tra zona aerobica e anossica;
2. intenso mixing nel reattore anossico con conseguente aumento dell'interfaccia liquido-
aria;
Avendo già dimensionato la fase di nitrificazione, si è già scelto il valore più opportuno
dell'età del fango ϑ tale da garantire il rendimento atteso ed una certa stabilità di processo:
1. Determinazione di vdT :
Vd =
[
Q ⋅ (NO 3 − N) 0 − (NO 3 − N) e − 0,05 ⋅ (S 0 − S e ) ] (6.134)
x ⋅ v dT
da cui
Vd =
[
Q ⋅ (NO3 − N)0 − (NO3 − N)e − 0,05 ⋅ (S0 − Se ) ⋅ Yh ⋅ ϑ ] (6.135)
x ⋅ (1+ bh ⋅ ϑ )
o in alternativa
x=
[
ϑ ⋅ (NO 3 − N)0 −(NO 3 − N)e −0,05⋅( S 0 − S e ) ⋅ Yh ] (6.136)
t ⋅(1+bh ⋅ ϑ )
La concentrazione di nitrati generati nel reattore (Nc), che definisce la capacità di nitrifi-
cazione del processo, è data dalla seguente espressione, come visto nei paragrafi precedenti:
Nc=Nti - (TKNe)sol - Ns (6.137)
dove:
Nc = concentrazione di nitrati prodotti [mg NO3-N/l];
Nti = TKN entrante, come già definito al Capitolo 2;
Ns = concentrazione di TKN in ingresso incorporata giornalmente nel fango di supero;
(TKNe)sol = TKN solubile totale nell'effluente.
Costituisce la massima quantità di nitrato, per unità di portata influente, che il processo
è in grado di denitrificare. Essa è direttamente proporzionale alla concentrazione di COD
biodegradabile nell'influente:
In caso si preveda una configurazione con un solo reattore anossico, la capacità di deni-
trificazione (Dp1) è data da
Dp1 = K1T ⋅ X a ⋅ t1 + K 2T ⋅ X a ⋅ t1 (6.138)
e quindi:
fxt ⋅ Yh ⋅ ϑ
D p1 = S bi ⋅ ⋅ (K 1T + K 2 T ) (6.140)
1 + b hT ⋅ ϑ
, ( T − 20)
K1T = 0,720 ⋅ 120 (6.141)
, ( T− 20)
K 2T =0,1008 ⋅108 per T≥13°C (6.142a)
K 2T = K 3T per T<13°C (6.142b)
I simboli Sbi, fbs, fcv,Yh, ϑ , bhT hanno il significato già evidenziato nel capitolo 2 e nella
prima parte del capitolo 6, fxT indica la frazione di biomassa non aerata.
K1T e K2T rappresentano la velocità di denitrificazione rispettivamente in presenza di substra-
to rapidamente biodegradabile, e subito dopo che si è completata la rimozione di questa fra-
zione di substrato. Sono espressi in mg NO3-N/(mgSSVA·d).
Il significato del coefficiente K3T , relativo alla fase di postdenitrificazione, verrà descrit-
to più avanti.
La temperatura T è quella attesa nelle condizioni più gravose per l'impianto.
K ⋅ f ⋅ Y ⋅ ϑ
D p1 = α ⋅ S bi + K 2T ⋅ X a ⋅ t 1 = S bi ⋅ α + 2 T xt h (6.143)
1 + b hT ⋅ ϑ
D p = K 1T ⋅ X a ⋅ t 1 + K 2T ⋅ X a ⋅ t 1 + K 3T ⋅ X a ⋅·t3 (6.146)
in cui la capacità di denitrificazione dipende dal COD biodegradabile, dalla concentrazione di
massa attiva e dal tempo di detenzione (t1) per il primo reattore anossico e dalla concentra-
zione di organismi attivi e dal tempo di detenzione per il secondo reattore (t3).
La capacità di denitrificazione del secondo reattore anossico si calcola in modo analogo
a quanto fatto per il reattore anossico primario:
S bi ⋅ f x3 ⋅ K 3T ⋅ Yh ⋅ ϑ
D p3 =K 3T ⋅X a ⋅t 3 = (6.147)
1+b hT ⋅ ϑ
dove
Dp3 = capacità di denitrificazione del reattore anossico secondario;
fx3 = frazione anossica nel secondo reattore;
, ( T − 20) ed è espresso in mg NO3-N/(mgSSVA·d).
K3T = 0,072 ⋅ 103
3. Scelta del rapporto di ricircolo del fango e della concentrazione di ossigeno nel ri-
circolo della miscela aerata e nel ricircolo del fango:
Si assume un rapporto di ricircolo della miscela aerata s in base alle modalità di condu-
zione dell'impianto e in base ai limiti più o meno restrittivi nell'effluente. Chiaramente, mag-
giore sarà il rendimento desiderato in denitrificazione, maggiore sarà il rapporto di ricircolo
della miscela aerata. Inoltre si deve tener conto della concentrazione di ossigeno che presu-
mibilmente sarà presente nel fango di ricircolo (Os) e nella miscela aerata (Oa), che possono
essere assunti rispettivamente pari a 1 mgO2/l e 2 mgO2/l.
sistema.
Per un prefissato rapporto di ricircolo del fango (s), si va a definire l'ottimale rapporto
di ricircolo della miscela aerata (a) tale da permettere l'ottenimento della massima capacità di
denitrificazione nel reattore anossico, attraverso la seguente espressione:
−B + B 2 + 4⋅A ⋅ C
a0 = (6.148)
2⋅A
in cui A, B, C sono definiti come di seguito:
Oa
A= (6.149)
2,86
Nc − D p + [ (s +1)⋅O a + s ⋅ O s ]
B=
2,86 (6.150)
s ⋅ Os
C =(s +1)⋅ D p − − s ⋅ Nc
2,86 (6.151)
Il termine Nc rappresenta la capacità di nitrificazione del processo, ovvero la concentra-
zione di nitrati generati nel reattore, come descritto al punto 1.
Il valore del rapporto di ricircolo ottimale, così determinato permette di raggiungere la
massima capacità di denitrificazione nel reattore e comporterà nell'effluente la concentrazio-
ne attesa di nitrati.
Dopo aver calcolato il volume dell'intero processo (Vp) attraverso l'equazione (6.57), si
risale al volume del reattore anossico sulla base del coefficiente fxT fissato inizialmente:
Vd = f xT ⋅ Vp (6.153)
che rappresenta il volume complementare di Vn rispetto al volume totale Vp per l'intero pro-
cesso biologico.
6.1. INTRODUZIONE
Gli studi sui processi di rimozione dei nutrienti per via biologica hanno avuto un note-
vole sviluppo negli ultimi decenni.
Per la rimozione dell'azoto, in particolare, sono state realizzate numerose applicazioni a
piena scala non solo per il trattamento dei liquami domestici, ma anche per il trattamento di
liquami industriali caratterizzati da presenza di sostanze tossiche e inibenti in notevoli
concentrazioni.
La grande affidabilità dei processi biologici di rimozione dell'azoto dalle acque di scari-
co civili ed industriali, la versatilità delle soluzioni impiantistiche (a fanghi attivi o con reatto-
ri a biomassa adesa) e l'economicità di esercizio hanno di fatto limitato l'applicazione del
processi di rimozione chimico-fisica dell'azoto a poche situazioni particolari, dove le condi-
zioni operative (temperatura, pH, presenza di specifiche sostanze tossiche o inibenti) siano
tali da rendere inaffidabile o impossibile il trattamento biologico.
Le realizzazioni impiantistiche dei processi di nitrificazione o di nitrificazione-
denitrificazione con processi a biomassa sospesa possono essere classificate in:
a) sistemi separati;
b) sistemi combinati (o integrati).
Fra i due sistemi, separato e combinato, il secondo è sicuramente il più economico sia
per i costi di costruzione che per i costi di gestione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-55
Qualora non sia richiesta la rimozione totale dell'azoto, ma solo la rimozione delle for-
me ridotte (azoto organico e ammoniacale), è sufficiente prevedere la sola nitrificazione.
Nell'ambito dei processi a fanghi attivi si possono distinguere i due seguenti, fondamen-
tali, schemi operativi:
a) processo di ni-
trificazione
combinato, con
l'ossidazione del-
la sostanza orga-
nica (entrambi i
processi avven-
gono in un'unica
vasca);
b) processo di ni-
trificazione se-
parato dall'ossi-
Figura 6.30. Schemi di processo di nitrificazione combinata (a) e separata
dazione della so-
(b). Legenda: OX=ossidazione della sostanza organica; NIT=nitrificazione; stanza organica
S=sedimentazione. (ciascun processo
richiede uno sta-
dio separato composto da una vasca di aerazione e da un sedimentatore).
Gli schemi realizzativi dei due processi sono riportati nella Figura 6.30. Nel primo pro-
cesso si ha generalmente una massa batterica con una bassa percentuale di batteri nitrificanti,
per il fatto che il rapporto tra BOD e azoto in ingresso è alto.
Nel processo separato, invece, gran parte del substrato organico viene abbattuto nel
primo stadio, per cui nello stadio di nitrificazione il rapporto BOD/TKN diminuisce cosicchè
aumenta la frazione di solidi volatili nitrificanti e quindi la velocità di nitrificazione. Ovvia-
mente il grado di separazione del processo di nitrificazione è correlato al grado di rimozione
del BOD nel primo stadio. Secondo alcuni Autori, valori del rapporto BOD/TKN>5, nello sta-
dio di nitrificazione sono indicativi di un processo combinato (al di là dello schema impianti-
stico) mentre valori di BOD/TKN>3, sono rappresentativi di un processo separato.
Le differenze sostanziali tra i due schemi di processo possono essere così riassunte:
a) la nitrificazione separata:
• risente maggiormente delle variazioni di carico, in quanto offre una minore diluizione;
• è meno sensibile all'influenza delle sostanze tossiche, in quanto parzialmente neutraliz-
zate dalla biomassa eterotrofa presente nel primo stadio.
b) la nitrificazione combinata:
• porta ad una minore produzione di fango di supero;
• presenta migliori caratteristiche di sedimentabilità del fango;
• comporta minori costi d'impianto e di esercizio.
Applicazioni della nitrificazione separata sono tipiche per liquami industriali ad elevata
concentrazione di azoto ammoniacale (liquami di raffineria con COD di 1200÷1700 mg/l e
NH4-N di 700÷900 mg/l. Nel primo stadio si ottiene la rimozione della sostanza organica bio-
degradabile e, dato il basso rapporto COD/NH4-N, rimozioni di azoto ammoniacale fino al-
6-56 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
l'85%. Nel secondo stadio si riescono ad ottenere effluenti di circa 10÷25 mgNH4-N/l.
Tale processo, di cui si riporta lo schema in Figura 6.31, prevede u n by-pass di liquame
grezzo da avviare direttamente allo stadio di denitrificazione al fine di garantire un rapporto
carbonio-azoto di 4÷5 mg BOD/mgNtot , che rappresenta l'apporto stechiometrico necessario
per la reazione di denitrificazione. Dopo la vasca di denitrificazione, al fine di garantire lo
scarico di un effluente in buone condizioni di ossigenazione, nonché di favorire lo strippag-
gio dell'azoto gassoso prodottosi, può essere più opportuno prevedere l'aerazione della mi-
scela prima di giungere alla sedimentazione.
L'accorgimento è utile nei casi in cui si temano fenomeni di rising; il rischio di introdur-
re ossigeno nello stadio di denitrificazione con il ricircolo del fango è in parte minimizzato
dalla permanenza della miscela nel sedimentatore e risulta comunque legato ai tempi di riten-
zione che si hanno in questa unità. Al fine di aumentare il rendimento di rimozione può an-
che rendersi necessario un ricircolo dell'effluente depurato (Qp) in testa all'impianto.
Uno schema alternativo di post-denitrificazione con fonte interna di carbonio è riporta-
to in Figura 6.32. In pratica la nitrificazione viene effettuata separatamente dall'ossidazione
della sostanza organica, su un letto percolatore. Come fonte di carbonio per la denitrifica-
zione funge la sostanza organica contenuta nei fanghi della sedimentazione primaria.
I vantaggi del processo di denitrificazione con sistema separato e con utilizzo di fonti
interne potrebbero essere individuati in una maggiore stabilità e controllabilità dei due pro-
cessi di nitrificazione e denitrificazione. Attualmente uno schema di processo di tale tipo
appare superato e non di pratica attuazione, soprattutto per i bassi rendimenti che si realiz-
zano in denitrificazione (oltretutto il TKN associato al liquame grezzo inviato alla denitrifica-
zione, si ritrova pressoché inalterato allo scarico) e per la maggiore complessità impiantistica.
Lo schema del processo è analogo a quello della denitrificazione separata con fonte in-
terna, salvo il fatto che in questo caso, anziché un by-pass del liquame da ossidare, è prevista
a monte dello stadio di denitrificazione l'aggiunta di metanolo o di altra fonte di carbonio.
Nel caso venga impiegato metanolo la velocità complessiva (nitrificazione + denitrifica-
zione) di rimozione dell'azoto è più elevata rispetto al sistema separato con fonti di carbonio
interne e si ha in questo caso un migliore e più controllato rendimento di rimozione dell'azo-
to nello stadio di denitrificazione.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-57
Figura 6.32. Schema del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema separato, con la nitrificazio-
ne effettuata su un letto percolatore.
Sulla base degli studi e degli impianti finora realizzati si possono distinguere i seguenti
schemi del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema combinato:
a) post-denitrificazione;
b) pre-denitrificazione;
c) denitrificazione completa;
d) nitrificazione-denitrificazione in alternanza;
e) nitrificazione-denitrificazione in simultanea.
Un'ulteriore classificazione dei sistemi di denitrificazione può essere fatta sulla base del-
la sostanza organica che funge da elettrodonatore nella reazione di riduzione dissimilativa dei
nitrati. Tali fonti di carbonio possono essere divise in tre gruppi:
1) fonti interne (carbonio endogeno e liquame grezzo);
Figura 6.31. Schema del processo di nitrificazione-denitrificazione con sistema separato e con sfruttamen-
to di fonti interne di carbonio. Legenda: OX=ossidazione della sostanza organica; NIT=nitrificazione;
S=sedimentazione, DEN=denitrificazione, A=aerazione.
6-58 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
2) metanolo;
3) altre fonti e-
sterne (metano,
acido acetico,
glucosio, scari-
chi organici in-
dustriali, ecc.).
Nei sistemi
combinati si tende
generalmente a Figura 6.34. Schema del processo di pre-denitrificazione.
sfruttare le fonti
interne, mancando esperienze in cui si ricorre, per particolari motivi, a fonti esterne. Usual-
mente in testa a questi processi non viene prevista la sedimentazione primaria che sottrar-
rebbe alla denitrificazione una parte della sostanza organica contenuta nel liquame grezzo,
alzando il rapporto TKN/COD.
6.4.1. Post-denitrificazione
6.4.2. Pre-denitrificazione
Un altro esempi a scala reale di una variante poco applicata, ma che presenta aspetti in-
teressanti è quello del processo a step-feed, in cui il reattore è configurato a più comparti in
serie, alternativamente anossico ed aerobico. Il liquame in ingresso viene ripartito nei reatto-
ri anossici, mentre il ricircolo dei fanghi e della miscela aerata nitrificata viene addotto invece
in testa all'impianto.
Esempi di applicazione del processo a step-feed sono riportati per il trattamento di li-
quami di spurgo da fosse settiche e pozzi neri e anche per liquami domestici.
Nel primo caso, l'elevato rapporto TKN/BOD (circa 3,5) impone l'aggiunta di metanolo,
limitata tuttavia al fabbisogno stechiometrico necessario per la rimozione dei nitrati ancora
presenti negli ultimi stadi, consentendo l'ottimizzazione dei costi di gestione e la rimozione
dell'azoto totale. Nel caso di liquami civili si riportano ottimi risultati in termini di rimozione
dell'azoto e della sostanza organica, della sedimentabilità del fango e dei risparmi energetici
in aerazione.
6-60 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Figura 6.35. Schema di un sistema biologico di pre-denitrificazione, con indicati i carichi di azoto totale in
ingresso ed in uscita.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-61
Tale processo, che può essere considerato come un compromesso fra i due processi di
post- e di pre-denitrificazione, si basa sulla formazione alternata di zone anossiche e di zone
6-62 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Da quando Irvine e Davis ne descrissero il funzionamento nel 1971, l'uso del processo
ad alimentazione discontinua (SBR, acronimo dall'inglese "Sequencing batch reactor") ha ri-
cevuto considerevole attenzione, in particolare negli Stati Uniti, in Germania ed in Giappo-
ne. Questo schema di processo rappresenta una nuova applicazione del vecchio reattore
"fill-and-draw" già in uso all'inizio del secolo.
Il sistema SBR consiste di uno (o più reattori in parallelo), che provvede all'aerazione,
alla sedimentazione, all'estrazione dell'effluente ed al ricircolo dei fanghi.
Lo sviluppo del processo è legato sia all'evoluzione della strumentazione di controllo e
della sua affidabilità, caratteristica essenziale per un impianto in scala reale, sia per le ricono-
sciute capacità di selezione dei microrganismi, in funzione delle modalità di conduzione del-
l'impianto.
La flessibilità con cui si può adattare alle più varie esigenze di conduzione è uno dei
vantaggi innegabili dei sistemi di questo tipo. La possibilità di ripartizione tra i tempi di ae-
razione o di anossia, la possibilità di protrarre i tempi di riempimento (realizzando minori ca-
richi iniziali del fango) o di abbreviarli (aumentando il carico iniziale del fango) consentono
di operare come se, in un impianto convenzionale, si potesse variare la configurazione del-
l'impianto e la proporzione tra i singoli comparti. Il reattore, inoltre, consente di riunire in
una sola vasca tutti i bacini di un impianto a fanghi attivi, compreso il sedimentatore, e non
necessita di alcun riciclo (né fanghi, né miscela aerata).
In particolare il processo è adattabile alla rimozione biologica dell'azoto operando una
sequenza di fasi come la seguente:
1) riempimento (con miscelazione, ma senza aerazione);
2) prosegue il riempimento, ma con aerazione attivata;
3) prosegue il riempimento con miscelazione, senza aerazione;
4) aerazione;
5) sedimentazione;
6) scarico del supernatante.
7.1. INTRODUZIONE
cinetobacter. In un impianto a scala reale per la rimozione biologica del fosforo, nonostante l'e-
levata percentuale di Acinetobacter calcoaceticus nel fango biologico (oltre il 50% dei batteri fa-
coltativi e aerobi presenti nella biomassa) i rendimenti di rimozione sono risultati ridottissimi
in seguito all'assenza di batteri produttori di acidi grassi volatili, in particolare Aeromonas Pun-
ctata.
ro e di nitrati), la massima
parte del COD solubile, prin- PO -P [mg/l]
4
sportato dentro la cellula il Figura 6.41. Andamento delle concentrazioni di BOD e di ortofosfati
substrato viene accumulato, nella fase aerobica ed in quella anaerobica.
sotto forma di PHB, come ri-
serva interna; la sintesi di PHB avviene utilizzando l’energia derivante dalla degradazione dei
polifosfati (sintetizzati nella fase aerobica). La degradazione dei polifosfati determina il rila-
scio in soluzione di ortofosfati, che ne determina un significativo incremento di concentra-
zione nella fase anaerobica (Figura 6.41).
Secondo alcuni Autori, poiché la maggior parte degli acidi grassi volatili (VFA) è in for-
ma anionica per i valori di pH abituali (per esempio l'acetato come Ac-), la loro assunzione
dovrebbe avvenire mediante diffusione facilitata attraverso la membrana cellulare.
L’energia (ovvero il fosforo intracellulare) necessaria all’assunzione dell’acetato e quindi
all’accumulo dell’acido acetico HAc, è risultata dipendere strettamente dal pH come è eviden-
ziato dal seguente grafico.
La composizione del liquame alimentato nella fase anaerobica ha una grossa influenza
nel sostenere il processo biologico di rimozione del fosforo. I batteri fosforo-accumulanti
mostrano infatti un comportamento diverso al variare del substrato immesso. Ciò può essere
ricondotto alle seguenti cause, spesso concomitanti:
1. i substrati complessi richiedono una fase preliminare di idrolisi, operata da microrganismi
differenti dai batteri fosforo-accumulanti; in un refluo civile la parte di COD rapidamente
biodegradabile è limitata (attorno al 20%) e di conseguenza è presente una notevole quan-
6-66 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
P
periore a quella strettamente necessaria ; tale
eccesso viene accumulato sotto forma di po-
lifosfati (catene di ortofosfati).
Nella fase aerobica si assiste pertanto ad Figura 6.44. Schema semplificato del processo di accu-
una significativa diminuzione della concen- mulo del fosforo P nella fase aerobica (o anossica).
trazione di ortofosfati dalla fase liquida (Fi-
gura 6.44).
7.4.1. Premessa
• una fase anaerobica, che consente la selezione dei batteri fosforo accumulanti, in grado
6-68 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
di utilizzare come substrato i composti a basso peso molecolare. Tale selezione avviene
soltanto nei sistemi in cui la biomassa sia sottoposta ciclicamente (in termini spaziali o
temporali) a condizioni anaerobiche ed aerobiche. Nella fase anaerobica (senza quindi
presenza di alcun accettore di elettroni, quali ossigeno e nitrati) i batteri fosforo accumu-
lanti rilasciano il fosforo accumulato come polifosfati intracellulari ed allo stesso tempo,
utilizzando l’energia prodotta da tale processo, accumulano il substrato a basso peso mo-
lecolare sotto forma di riserve intracellulari (PHB). Un adeguato dimensionamento di tale
fase consente di ottenere anche una selezione di batteri floc-forming, con il conseguente
miglioramento della sedimentabilità dei fanghi.
• una fase aerobica dedicata ai processi di ossidazione del substrato carbonioso e
all’accumulo da parte dei batteri di riserve di polifosfati intracellulari, utilizzando preva-
lentemente le fonti di carbonio intracellulare sottoforma di PHB.
Nel caso che si preveda un impianto che realizzi la rimozione combinata di azoto e fo-
sforo, viene introdotta anche una fase anossica destinata principalmente alla denitrificazione.
È tuttavia possibile utilizzare tale fase del processo per l’assunzione del fosforo da parte dei
batteri fosforo accumulanti. La cinetica di assunzione del fosforo è tuttavia inferiore in con-
dizioni anossiche rispetto a quella riscontrabile in condizioni aerobiche.
Se lo stadio anossico precede la fase aerobica (stadio anossico primario), il substrato
carbonioso utilizzato è costituito dai composti organici presenti nel liquame trattato (carbo-
nio interno). Lo stadio anossico primario ha la funzione di rimuovere con elevata efficienza
il carico di nitrati derivante dal ricircolo di una portata ricca di nitrati proveniente dallo sta-
dio di nitrificazione.
Se, invece, lo stadio anossico è a valle della fase aerobica (stadio anossico seconda-
rio), il substrato carbonioso utilizzato deriva o dalla respirazione endogena della biomassa
(carbonio endogeno), con cinetiche di processo decisamente più lente rispetto a quelle deri-
vanti dall’utilizzo del carbonio interno, o dall’aggiunta di carbonio esterno, con cinetiche in
questo caso superiori a quelle misurate nello stadio primario. Lo stadio anossico secondario
ha funzione di finissaggio, cioè di riduzione del carico residuo di nitrati.
Nei sistemi separati i processi biologici della biomassa autotrofa e di quella eterotrofa
vengono condotti in stadi distinti, ciascuno dotato di una unità biologica e, nel caso di bio-
masse sospese, di un sedimentatore con relativo sistema di ricircolo del fango.
Nei sistemi combinati, invece, tutta la biomassa (autotrofa ed eterotrofa assieme) è
esposta alternativamente alle diverse condizioni ambientali richieste dal processo (anaerobi-
che, anossiche ed aerobiche, nella configurazione più completa), durante le quali si svolgono
le varie fasi di ossidazione della sostanza organica, di nitrificazione, di denitrificazione e di
rimozione biologica del fosforo. A livello impiantistico, i sistemi combinati presentano un'u-
nica unità biologica, variamente conformata e parzializzata a seconda delle diverse modalità
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-69
realizzative che verranno illustrate più avanti, seguita da un'unità di sedimentazione finale.
Fra i due sistemi, separato e combinato, il secondo è sicuramente il più economico sia
per i costi di costruzione che per i costi di gestione.
A differenza dei processi di rimozione biologica del solo azoto, per i quali la tecnologia
impiantistica è ormai collaudata, i trattamenti biologici di rimozione del fosforo, pur se nu-
merose sono le applicazioni a scala industriale, sono a tutt'oggi ancora oggetto di numerosi
studi e ricerche, finalizzate ad una migliore comprensione dei meccanismi di processo ed al
raggiungimento di una maggiore stabilità di processo.
Tutti i processi a biomassa sospesa oggi applicati per la rimozione biologica del fosforo
(o di azoto e fosforo) sono estensioni e integrazioni del processo a fanghi attivi e possono
essere classificati in due categorie principali:
• full stream, che sottopongono ad aerobiosi ed anaerobiosi l'intera portata del liquame;
• side stream, che operano l’anaerobiosi su una aliquota della portata dei fanghi di ricirco-
lo.
Alla prima categoria appartengono alcuni processi per la rimozione del fosforo e tutti i
processi che operano sia la rimozione biologica del fosforo che dell'azoto e che costituisco-
no una estensione degli schemi di processo usualmente adottati per la sola rimozione dell'a-
zoto.
I principali processi che operano la sola rimozione del fosforo secondo lo schema full
stream sono i seguenti:
• processo A/O
• processo ad alimentazione discontinua (SBR)
Le quantità di fanghi prodotte in tutti i processi sopra elencati, non sono maggiori di
quelle prodotte negli impianti convenzionali a biomassa sospesa, ma il contenuto di fosforo
nei fanghi di supero è mediamente superiore di 2 a 3 volte.
Il trattamento dei fanghi biologici arricchiti di fosforo, tuttavia, richiede particolare at-
tenzione, a causa dei processi di risolubilizzazione del fosforo (in particolar modo nella dige-
stione anaerobica dei fanghi) che, se ricircolato nella linea liquami, può condurre ad una ri-
duzione considerevole dell'efficienza complessiva dell'impianto.
La direttiva europea 91/271 prevede che la concentrazione di fosforo presente allo sca-
rico in aree sensibili sia inferiore ad 1 mg/l per impianti superiori a 100.000 abitanti equiva-
lenti e a 2 mg\l tra i 10.000 e i 100.000 abitanti equivalenti; oppure è previsto che mediante
nell’impianto di depurazione si raggiunga un rendimento minimo dell’80% nella rimozione
del fosforo.
Gli impianti a scala reale attualmente operativi difficilmente riescono a garantire una
concentrazione di fosforo totale nell'effluente inferiore a 2 mg/l, principalmente per le flut-
tuazioni di substrato rapidamente biodegradabile nell’influente e per le conoscenze ancora
incomplete sull’effettiva cinetica e stechiometria del processo. Per ottenere concentrazioni di
fosforo totale nell'effluente inferiori a 1 mg/l è in genere necessario uno stadio di finissaggio
chimico-fisico ed una filtrazione finale.
ossigenatore
Il processo
AN AE
"A/O" (acronimo di
"Anaerobic/Oxic") S II
razione impiantisti-
ca è particolarmen- Fango di supero
te indicata qualora
sia sufficiente la so- Figura 6.45. Diagramma di flusso del processo A/O per la rimozione biologica del
la rimozione del fosforo. Legenda: AN = zona anaerobica; AE = zona aerobica; SII = sedimentatore
fosforo. In questo secondario.
caso l'età del fango
è contenuta tra 2 e
6 giorni e i carichi applicati sono generalmente analoghi a quelli degli impianti convenzionali
a fanghi attivi a medio carico (Cf = 0.2-0.3 kgBOD/(kgSST·d)) e ad alto carico (Cf = 0.4-0.7
kgBOD/(kgSST·d)). I tempi di ritenzione idraulica sono mediamente di 0,5-1 h per la fase a-
naerobica e 2-2,5 h per la fase aerobica.
La concentrazione di fosforo nell'effluente da tale impianto dipende principalmente dal
rapporto BOD/P nell'influente. È stato notato che, quando tale rapporto è superiore a 10, è
possibile raggiungere il valore di 1 mg/l di fosforo nell'effluente. Nel caso che questo rappor-
to sia minore di 10, è necessario prevedere un trattamento chimico per raggiungere il limite
di 1 mg/l.
Tale processo può essere modificato per rimuovere anche l'azoto ; il processo così mo-
dificato è stato denominato A2/O (Figura 6.46).
Le esperienze in scala reale evidenziano che la principale causa delle fluttuazioni di ren-
dimento nel corso
dell'anno è la pre-
senza, nei mesi più ossigenatore
AN AX AE
caldi, del processo di
nitrificazione nello S II
Per ottenere dei buoni rendimenti con il processo A/O, pertanto, è necessario sopprime-
re la nitrificazione adottando carichi del fango elevati. Laddove sia invece richiesta la rimo-
zione combinata di azoto e fosforo, il carico del fango dovrà avere il più elevato valore pos-
sibile (per stimolare il metabolismo dei batteri fosforo accumulanti), compatibilmente con le
esigenze del processo di nitrificazione.
Il sistema SBR consiste di uno (o più reattori in parallelo), in cui si alternano le varie fasi
di processo secondo una sequenza temporale (Figura 6.47).
La flessibilità con cui si può adattare questo sistema alle più varie esigenze di conduzio-
ne è uno dei vantaggi innegabili dei sistemi SBR. La possibilità di ripartizione tra i tempi di
aerazione, la possibilità di protrarre i tempi di riempimento (realizzando minori carichi inizia-
li del fango) o di abbreviarli (aumentando il carico iniziale del fango) consentono di operare
come se, in un impianto convenzionale, si potesse variare la configurazione dell'impianto e la
proporzione tra i singoli comparti. Il reattore, inoltre, consente di riunire in una sola vasca
tutti i bacini di un impianto a fanghi attivi, compreso il sedimentatore, e non necessita di al-
cun ricircolo (né fanghi, né miscela aerata).
Le applicazioni di questo sistema alla rimozione del fosforo hanno mostrato prestazioni
soddisfacenti, ma la disponibilità di pochi dati sperimentali non ha ancora consentito di veri-
ficare la stabilità del processo.
Tempo
Influente Effluente
IN AN AE S OUT
Figura 6.47. Schema di una sequenza operativa di un reattore SBR. Legenda: IN = fase di alimentazione ;
AN = fase anaerobica; AE = fase aerobica; S = fase di sedimentazione ed eventuale estrazione fanghi; OUT
= fase di scarico.
In questo tipo di processi, anziché l'intero flusso della miscela liquami/fanghi (mixed li-
quor), soltanto una parte del fango di ricircolo è sottoposta a condizioni anaerobiche. Tale
portata viene inviata ad un reattore denominato stripper dove staziona per periodi dell'ordine
delle ore, prima di ritornare nel bacino di aerazione. Nello stripper ha luogo il rilascio del fo-
sforo, mentre la riassunzione in eccesso avviene poi comunque nel reattore aerobico.
Poiché la riassunzione in eccesso è proporzionale al rilascio, è evidente che questo tipo
di processo offre il duplice vantaggio di operare con volumi più contenuti e con maggior ef-
ficacia, potendosi contare su un maggior tempo di anaerobiosi. Il rilascio (e di conseguenza
la riassunzione) può essere ancora più spinto se nel bacino anaerobico si dosano liquami
contenenti substrati rapidamente biodegradabili, che intensificano l'attività dei batteri accu-
mulatori di fosforo.
A tal fine si possono utilizzare fonti di carbonio interne (liquame grezzo, liquame pri-
mario, surnatante di stadi di fermentazione di fanghi primari) oppure fonti esterne (acido a-
cetico, reflui industriali ad elevato contenuto di COD rapidamente biodegradabile e rapporto
6-72 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
TKN/COD favorevole).
Gli studi riguardanti i processi side stream puramente biologici sono ancora agli inizi.
L'unico processo side stream oggi applicato in scala reale è il Phostrip (Figure 6.48 e 6.49). Ta-
le processo non è puramente biologico in quanto "forza" per via chimica l'abbattimento del
fosforo, aggiungendo calce a valle del reattore anaerobico di rilascio (stripper). La calce funge
da coagulante e permette la precipitazione chimica del fosforo. Ciò naturalmente garantisce
una maggiore affidabilità al processo, a prezzo dell'addizione di reattivi, peraltro di basso co-
sto, e dello smaltimento dei fanghi derivati dalla precipitazione chimica.
Il processo Phostrip non è vincolato al carico organico della linea liquami e al rapporto
BOD/P dell'influente, come invece accade per i processi full stream (vedi processo A/O). Le
prestazioni del processo sono principalmente funzione delle modalità di conduzione dello
stripper e del trattamento chimico. Il flusso di fanghi in uscita dal reattore anaerobico viene
alimentato alla vasca di aerazione della linea liquami, dove ha luogo l'assunzione in eccesso
Figura 6.48. Schema del processo Phostrip per la rimozione chimico-biologica del fosforo. Legenda: 1= se-
dimentatore primario; 2= vasca di aerazione; 3 = sedimentatore secondario; 4= reattore di strippaggio; 5= re-
attore di precipitazione chimica; 6= stoccaggio della calce.
Influente 1 2 3 Effluente
6 5 4
Surnatante Fango di supero
Figura 6.49. Schema del processo Phostrip II per la rimozione chimico-biologica del fosforo. Legenda: 1= sedi-
mentatore primario; 2= vasca di aerazione; 3= sedimentatore secondario; 4= reattore di pre-strippaggio; 5= reatto-
re di strippaggio; 6= reattore di precipitazione chimica; 7= stoccaggio della calce.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-73
del fosforo. Variando la frazione di fanghi di ricircolo alimentati allo stripper si modifica il
rapporto tra la quantità di fosforo rimossa per precipitazione chimica e quella invece allonta-
nata nei fanghi di supero, ricchi di fosfati.
Il principale vantaggio rispetto ai trattamenti convenzionali di precipitazione chimica full
stream del fosforo, è la minore quantità di calce consumata (e quindi di fanghi prodotti). Il
dosaggio di calce è molto inferiore, poiché solo il 20-30% della portata dell'impianto passa
nello stripper.
Nella prima versione del processo (Figura 6.48), in cui non era prevista l'adduzione di
una parte del liquame grezzo al reattore anaerobico, erano necessari tempi di ritenzione dei
fanghi dell'ordine di 15-20 ore per ottenere rilasci di fosforo sufficienti per conseguire il suc-
cessivo abbattimento a concentrazioni di 1 mg P/l.
Nella versione Phostrip II (Figura 6.49), il processo è stato modificato per consentire il
contatto dei fanghi di ricircolo con parte del liquame derivato a valle del sedimentatore pri-
mario, in modo da avere a disposizione COD rapidamente biodegradabile nello stripper ed
intensificare quindi il rilascio del fosforo.
In via indicativa si può rilevare che la linea liquami è progettata con i normali parametri
di un impianto convenzionale a fanghi attivi , mentre il reattore anaerobico è alimentato con
una frazione della portata dei fanghi di ricircolo generalmente pari al 20-50% ed è caratteriz-
zato da un tempo di ritenzione dei fanghi generalmente compreso tra 6 e 10 ore. Proprio
quest’ultimo parametro costituisce il vantaggio di tale processo rispetto alla sua versione pre-
cedente in cui era necessario un tempo di ritenzione dei fanghi compreso tra le 15 e le 20
ore. Attualmente tale tipologia di impianto è l’unica che garantisce concentrazioni di fosforo
in uscita inferiori ad 1 mg/l.
Lo schema del processo Phoredox (schema generale di Figura 6.50) consiste sostan-
zialmente di un processo di predenitrificazione preceduto da un reattore anaerobico avente
la duplice funzione di provocare lo stress batterico necessario per il rilascio del fosforo e, nel
contempo, di favorire i processi idrolitici che producono i substrati semplici (ad es. l'acido
acetico) utilizzati dai batteri accumulatori di fosfati.
Come già osservato per il processo A2/O, per conseguire elevate rimozioni di fosforo è
essenziale ottenere alti rendimenti di rimozione dei nitrati. Infatti, se a valle del bacino aerato
permangono concentrazioni di nitrati non trascurabili (> 5 mg NO3-N/l), questi vengono tra-
sportati nel reattore anaerobico con il fango di ricircolo, innalzando il potenziale redox ed
inibendo i fenomeni di rilascio del fosforo che qui devono aver luogo.
Per questo motivo, il trattamento di liquami con rapporti TKN/COD inferiori a 0,07 mg
6-74 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Influente Effluente
AN AX AE S
aQ
rQ
Fango di supero
Figura 6.50. Schema di processo Phoredox per la rimozione di azoto e fosforo. Legenda: AN = reattore anae-
robico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di ricircolo miscela aera-
ta; r = rapporto di ricircolo fanghi.
N/mg COD si realizza con successo, mentre l'influenza dei nitrati può essere sensibile per
rapporti superiori.
È stato tuttavia dimostrato che per avere una soddisfacente rimozione del fosforo non
basta soltanto impedire che i nitrati giungano al comparto anaerobico ma è necessario ga-
rantire la disponibilità di substrati facilmente biodegradabili per attivare il processo di rilascio
del fosforo e della conseguente successiva riassunzione in eccesso. Viceversa, se sono dispo-
nibili adeguate concentrazioni di substrato rapidamente biodegradabile, è possibile assistere a
elevati rendimenti di rimozione di azoto e fosforo.
Recentemente sono state applicate soluzioni innovative, quali la produzione di acidi
grassi volatili (substrato rapidamente biodegradabile) dagli stessi fanghi primari, mantenuti
nel sedimentatore o in un apposito fermentatore per un tempo di ritenzione sufficiente ad
innescare i processi di fermentazione.
I parametri di progetto generalmente applicati nei processi Phoredox sono i seguenti:
• età del fango: 25-40 giorni;
• rapporti tra le frazioni di biomassa anaerobica/anossica/aerobica (considerando 100 la
biomassa totale): [Link];
• rapporto di ricircolo fanghi: 1;
• rapporto di ricircolo miscela aerata: 2-4.
Con il sistema UCT (Figura 6.51) è in teoria possibile trattare scarichi con rapporto
TKN/COD più elevato (fino a 0,11 - 0,12 mgN/mgCOD) rispetto al Phoredox, in quanto il fan-
go di ricircolo viene inviato nel reattore anossico, dove vengono rimossi i nitrati, e da qui ri-
preso e rinviato al reattore anaerobico. In tal modo quindi si evita la presenza di nitrati nel
bQ
Influente Effluente
AN AX AE S
aQ
rQ Fango di supero
Figura 6.51. Schema di processo UCT per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda: AN = reat-
tore anaerobico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di ricircolo
miscela aerata; r = rapporto di ricircolo fanghi; b = rapporto di ricircolo miscela anossica.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-75
comparto anaerobico.
Tuttavia, rapporti TKN/COD elevati comportano minori valori del rapporto di ricircolo
della miscela aerata, in quanto i nitrati trasportati nel fango di ricircolo saturano la capacità di
denitrificazione del reattore anossico. D'altra parte un dimensionamento eccessivo di questo
reattore penalizza la nitrificazione, in quanto la frazione di biomassa aerata sarebbe troppo
esigua per far fronte al carico ammonico da ossidare (non si ha un tempo di contatto suffi-
cientemente elevato).
Per ovviare a questo problema è stato introdotto il processo UCT modificato (Figura
6.52), indicato per liquami aventi un rapporto TKN/COD = 0,10 - 0,11 e concentrazioni di
COD superiori a 500 mg/l. Secondo questo schema il reattore anossico viene sdoppiato in un
primo reattore (circa 1/4 del totale) deputato esclusivamente alla denitrificazione dei fanghi
di ricircolo (r·Q) e in un secondo reattore (i rimanenti 3/4 del volume) per la denitrificazione
dei liquami ricircolati dalla vasca di aerazione.
Con ciò, per alti rapporti TKN/COD si rinuncia ad una buona efficienza di rimozione del
fosforo, in quanto parte del substrato rapidamente biodegradabile viene consumato per la
denitrificazione del fango di ricircolo, ma si salvaguarda la sedimentabilità dei fanghi, ele-
mento essenziale per il buon funzionamento di tutto il processo.
I parametri di dimensionamento sono analoghi a quelli del processo Phoredox.
Figura 6.52. Schema di processo UCT modificato per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda:
AN = reattore anaerobico; AX = reattore anossico; AE = reattore aerato; S = sedimentatore; a = rapporto di
ricircolo miscela aerata; r = rapporto di ricircolo fanghi; b = rapporto di ricircolo miscela anossica.
Tale processo (Figura 6.53) ricalca quello utilizzato per la rimozione biologica
dell’azoto. L’unica modifica rispetto a tale schema consiste nel prolungamento della fase a-
nossica fino all’esaurimento dei nitrati, con la conseguente instaurazione di condizioni anae-
robiche, favorevoli allo sviluppo dei batteri fosforo-accumulanti.
Sono attualmente in studio i criteri di progettazione e conduzione di tali sistemi alterni
per ottimizzare la rimozione combinata di azoto e fosforo.
6-76 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
La sequenza operativa viene modificata al fine di ottenere la rimozione sia dell'azoto (in
fase aerobica e anossica) e del fosforo.
Infine si riporta lo schema di un sistema ibrido di rimozione combinata di azoto e fo-
sforo di recente realizzazione :
Figura 6.54. Schema di processo SBR per la rimozione combinata di azoto e fosforo. Legenda: AX = fase
anossica; AN = fase anaerobica; AE = fase aerobica; S = fase di sedimentazione.
FASE 1 FASE 2
LIQUAME
GREZZO AX AX
S LIQUAME S
GREZZO
AE AE
Figura 6.53. Schema di processo ad alternanza. Legenda: AX = fase anossica; AE = fase aerobica; S = se-
dimentatore.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-77
S S
OUT
AN BIOFILTRO AX AE
AERATO
Nei liquami grezzi il fosforo è presente principalmente allo stato pentavalente come
ione ortofosfato, come fosfati condensati (polifosfati) e come fosforo organico.
Va osservato che sia il fosforo organico che i polifosfati sono rapidamente idrolizzabili
a fosfati inorganici nei reattori di ossidazione biologica. Di conseguenza, le uniche forme di
fosforo organico o condensato che si trovano, a valle di un trattamento biologico, sono lega-
te alla presenza di solidi sospesi, mentre gli ortofosfati sono praticamente l’unica forma in
soluzione.
La possibilità di rimuovere il fosforo dalle acque di scarico sta nel fatto che questo ele-
mento è presente in gran parte sotto forma di anioni in grado di combinarsi con cationi bi- e
trivalenti per dare fosfati insolubili.
In pratica si utilizzano sali di ferro (ione ferroso, Fe2+, e ferrico Fe3+), di alluminio (Al3+)
e di calcio (Ca2+), che, esercitando anche una azione flocculante, permettono di rimuovere
anche una notevole quota di solidi sospesi a cui sono associate le altre forme di fosforo.
Poiché non si dispone di relazioni univoche che leghino il dosaggio di reagente ad una
prefissata rimozione di fosforo (a causa dell’estrema variabilità della composizione e delle ca-
ratteristiche fisico-chimiche delle acque di scarico), tutti gli autori raccomandano
l’esecuzione di jar test seguiti da prove pilota e a scala reale per scegliere il reagente migliore
nonché il dosaggio e i punti dove immetterlo, in funzione dell’efficacia di rimozione e dei
costi.
Il precipitato che si forma dai fosfati, in una soluzione contenente Al(OH)3, ha una com-
posizione intermedia tra l’idrossido e il fosfato di alluminio e si presenta in forma amorfa. La
precipitazione e la flocculazione del complesso avviene rapidamente. All’inizio il precipitato
tende a contenere un eccesso di idrossido rispetto al precipitato formatosi da più lungo tem-
po.
L’idrossido presente nel complesso tende quindi a reagire ulteriormente con i fosfati so-
lubili ed ad arricchire il precipitato di fosfato d’alluminio. Può essere quindi conveniente rici-
clare i solidi precipitati in quanto ancora parzialmente reattivi e, inoltre, dotati di notevoli ca-
pacità flocculanti.
La più comune forma di sale d’alluminio utilizzata è l’allume (solfato di alluminio idra-
to) con formula approssimata Al2(SO4)3 14 H2O.
Le reazioni dell'allume in un liquame contenente fosfati possono essere riassunte nelle
seguenti due equazioni approssimate:
6-78 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
L’azione dei sali d’alluminio è più efficace in acque aggressive e con bassa alcalinità, in
quanto tali condizioni favoriscono la formazione di AlPO4 piuttosto che di Al(OH)3. Acque
alcaline, invece, richiedono maggiori dosaggi, proprio perché, parte dell’alluminio rimane
allo stato di idrossido trivalente e non si combina con i fosfati.
Tuttavia, l’allume in acque particolarmente alcaline può causare un eccessivo abbassa-
mento del pH, inaccettabile ad esempio con un processo di precipitazione in simultanea. In
tali casi si può utilizzare l’alluminato di sodio, la cui reazione semplificata con i fosfati è la
seguente:
Na 2 O ⋅ Al 2 O 3 + 2PO 34− + H 2 O → 2AlPO 4 ↓ +2NaOH + 6OH −
8.2. SALI DI FERRO
L’uso di sali di ferro è molto comune. In questo caso la precipitazione è complicata dal-
la presenza di due stati di ossidazione (bi e trivalente) entrambi termodinamicamente stabili.
L’ossidazione di Fe2+ a Fe3+ avviene secondo cinetiche che dipendono sia dal contenuto di
fosfati che dal pH. Inoltre le trasformazioni tra le due forme sono influenzate dalla catalisi
enzimatica dovuta alla presenza di microrganismi diversi secondo le diverse condizioni che
si riscontrano in un impianto di depurazione (trattamenti aerobici e anaerobici). In particola-
re le interazioni tra Fe2+ e fosfati acquistano interesse qualora si usino processi anaerobici di
digestione dei fanghi. Esperienze sperimentali dimostrano l’insolubilità dei fosfati ferrici e
ferrosi in condizioni anaerobiche.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-79
Anche con i sali di ferro, come per l’alluminio, si ha formazione di precipitati misti di
idrossidi e fosfati. Gli ioni ferrici, inoltre, presentano buone proprietà complessanti verso le
forme di fosforo condensato, che verrebbero rimosse in seguito per adsorbimento sui fioc-
chi di idrossifosfato ferrico. Le ottime proprietà flocculanti degli ioni ferrici permettono una
considerevole rimozione di colloidi, di cui bisogna tenere conto nella stima dei fanghi di ri-
sulta.
I sali di ferro bivalente (es. FeSO4) sembrano molto efficaci se utilizzati in ambienti for-
temente ossidanti. Infatti gli ioni di ferro trivalente generati in vasca per ossidazione degli
ioni bivalenti sembrano molto più selettivi nella formazione di fosfati ferrici insolubili.
Cloruro e solfato ferroso, oltre che come reagenti commerciali, sono utilizzati anche
come soluzioni di risulta da trattamenti di decapaggio di superfici metalliche con acido solfo-
rico e cloridrico, anche se spesso occorre fare attenzione alla presenza di notevoli concentra-
zioni residue di acido che potrebbero abbassare eccessivamente il pH in vasca.
Le reazioni del cloruro ferrico in un liquame contenente fosfati può essere descritta dal-
le seguenti equazioni approssimate:
Tabella 6.10. Caratteristiche chimico-fisiche principali dei prodotti usati come reagenti nella rimozione del
fosforo dalle acque di scarico.
8.3. CALCE
La precipitazione
del fosforo con calce
presenta caratteri del tut-
to peculiari rispetto ai re-
agenti analizzati prece-
dentemente.
Benché lo studio
dell'equilibrio termodi-
namico permetta di af-
fermare che è possibile
raggiungere concentra-
zioni residue in soluzione
estremamente basse (Fi-
gura 6.56), la precipita- Figura 6.56. Diagrammi di equilibrio di solubilità dei fosfati di fer-
ro (FePO4, 1), di alluminio (AlPO4, 2), e di calcio (apatite, 3; 4
zione del fosfato di cal- rappresenta la precipitazione di calcite).
cio è molto influenzata
sia dalla cinetica di nucleazione e di crescita dei cristalli di apatite, sia soprattutto, dalla pre-
senza di altre specie ioniche in soluzione. Infatti l’acidità della soluzione, la concentrazione di
bicarbonati, la presenza di magnesio e di fluoro influenzano notevolmente sia la composi-
zione del precipitato che la concentrazione residua di fosfato in soluzione.
Dall’esame della Figura 6.56 si vede come la lentissima cinetica di formazione
dell’apatite a bassi pH e la presenza di magnesio, che impedisce la precipitazione di parte del
fosforo presente a pH inferiori a 8,5, renda necessario l’innalzamento del pH ad almeno 10,5
per ottenere sensibili rimozioni di fosforo con calce.
La necessità di portare il pH a tali valori comporta la precipitazione dei carbonati e i do-
saggi necessari sono pertanto determinati dalla concentrazione di bicarbonati nel liquame
(alcalinità).
Il precipitato è fosfato di calcio amorfo. L’assenza di una struttura cristallina rende tale
composto instabile a valori di pH inferiori a 9, e ciò è fonte, ad esempio, di consistenti rilasci
di fosforo in unità di trattamento dei fanghi quali l’ispessimento e la digestione anaerobica.
In questi casi occorre molta cautela prima di ricircolare il surnatante direttamente in testa
all’impianto per il carico aggiuntivo di fosforo che ne deriverebbe.
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-81
Tabella 6.11. Dosaggi indicativi per la precipitazione chimica del fosforo in impianti di trattamento di acque
di rifiuto domestiche; Fe(II) - sali di ferro bivalente - Al(III) - sali di alluminio trivalente - Ca(II) -sali di calcio;
rm - rapporto molare ione / fosforo.
La solubilità del precipitato, inoltre, viene aumentata rispetto ai valori teorici a causa di
fenomeni di scambio ionico e a causa dei brevi tempi di ritenzione nelle vasche di precipita-
zione-flocculazione. Il precipitato, infatti, si coagula e si aggrega in tempi molto più lenti dei
fosfati di ferro ed alluminio. La presenza di coaguli di apatite già formata facilita la coagula-
zione di nuovo fosfato di calcio, e pertanto il riciclo dei fanghi è essenziale per migliorare
l’efficacia del processo. Si è anche riscontrato che l’aggiunta di cristalli di apatite abbrevia il
tempo di precipitazione da 50-80 ore a 2-5 ore.
Le ragioni dell’uso infrequente della calce risiedono nella produzione di fanghi molto
elevata che tale additivo comporta e ai problemi gestionali e di manutenzione dovuti alle
modalità di trasporto, stoccaggio e dosaggio della calce (incrostazioni, depositi, ecc.).
Si ricorda inoltre che mentre i processi che fanno uso di sali di ferro e alluminio non
comportano in genere inconvenienti se utilizzati contestualmente ad un processo biologico
(anzi, spesso consentono di migliorare le caratteristiche di sedimentabilità dei fanghi),
l’impiego della calce comporta valori di pH incompatibili con il metabolismo batterico. Gli
effluenti di trattamenti con calce devono generalmente subire una neutralizzazione o una ri-
carbonatazione per potere rientrare in un intervallo di valori di pH accettabile.
Nella Figura 6.57 sono illustrati e qui di seguito descritti i più comuni schemi di proces-
so adottati per la rimozione chimica del fosforo.
8.4.1. Precipitazione diretta
8.4.2. Pre-precipitazione
Tabella 6.12. Efficacia potenziale del trattamento primario e secondario con e senza l’aggiunta di reagenti
per la rimozione del fosforo.
Questo si traduce in sede progettuale in una riduzione dei volumi impiegati dallo stadio
di ossidazione biologica ed, in fase gestionale, nella possibilità di poter far fronte a sovracca-
richi organici sulle unità biologiche o di garantire età del fango adeguate allo svolgersi dei
processi di nitrificazione, in corrispondenza per esempio di fluttuazioni stagionali.
La pre-precipitazione attenua inoltre l’eventuale carico tossico diretto al trattamento
biologico, costituito per esempio da metalli pesanti e oli dispersi.
Talvolta, in liquami a bassa alcalinità può rendersi necessario l’aggiunta di un basificante
per evitare l’eccessiva diminuzione del pH, soprattutto se si utilizzano sali di ferro. La calce,
oltre a coadiuvare la precipitazione, favorisce l’idrolisi dei polifosfati e del fosforo organico
ad ortofosfati, creando le condizioni per una rimozione più spinta. Il trattamento con sola
calce è tuttavia sconsigliabile in quanto può richiedere una ricarbonatazione prima dell’avvio
del liquame alla fase biologica. A causa di queste prospettate complicazioni impiantistiche,
cui si aggiungono i problemi gestionali legati al dosaggio ed allo stoccaggio, la calce rappre-
senta il reattivo meno impiegato, pur essendo il più economico.
Uno svantaggio della pre-precipitazione è individuabile nel fatto che la rimozione del
fosforo non può essere troppo spinta al fine di poter assicurare nel trattamento biologico la
necessaria disponibilità di fosforo per il metabolismo batterico. A questo riguardo la pre-
precipitazione deve essere adeguatamente controllata, ricorrendo inoltre all’impiego di polie-
lettroliti che facilitano la sedimentazione del P precipitato.
Un ulteriore svantaggio di tale processo consiste nel fatto che nel liquame grezzo una
consistente frazione del fosforo totale è in forma di dispersione colloidale e pertanto la ri-
mozione di tale frazione richiede un maggiore consumo di reagenti. A questo primo fattore
va aggiunta la presenza di reazioni degli ioni metallici con sostanze colloidali idrofile, come i
detergenti e le proteine, presenti entrambi in abbondanza nelle acque di scarico grezze. Tali
reazioni risultano competitive con quelle di precipitazione del fosforo e conducono pertanto
ad un sovradosaggio dei reagenti chimici.
A favore della pre-precipitazione si può considerare il fatto che, non essendo richieste
particolari unità operative addizionali, essa può essere adottata in impianti già esistenti so-
prattutto quando si desiderano ridurre i carichi organici in arrivo agli stadi biologici.
In genere sono difficilmente raggiungibili i limiti di P (< 0,5 mg/l) fissati dalla vigente
normativa nazionale per lo sversamento in laghi o comunque entro una fascia di 10 km dalla
linea di costa.
dei reagenti chimici, dai gradienti di velocità nella vasca e dalle caratteristiche del liquame. Se
sono richiesti elevati rendimenti di rimozione del fosforo si può prevedere un punto di im-
missione di reagenti in corrispondenza ad ogni flusso in ingresso alle vasche, ricircoli com-
presi.
Particolarmente critico è il ricircolo del surnatante degli ispessitori e dei digestori anae-
robici, che è generalmente arricchito di fosforo.
La maggiore concentrazione di solidi in arrivo alla sedimentazione secondaria può crea-
re dei problemi di sovraccarico a questa unità, con possibile trascinamento di solidi sospesi
nell’effluente finale.
L’utilizzo di sali di ferro od alluminio causa spesso la formazione di microfiocchi di fo-
sforo “metal bound”, cioè legato ai metalli, che soprattutto nella precipitazione in simultanea
tendono a sfuggire alla sedimentazione finale aumentando così il carico di fosforo totale e di
solidi sospesi nell’effluente. Un rimedio è rappresentato dall’aggiunta prima della sedimenta-
zione finale di piccole quantità di coagulante, generalmente un polielettrolita anionico.
Impiantisticamente la precipitazione simultanea offre i vantaggi già indicati per la pre-
precipitazione in quanto si rendono necessari solo i sistemi di dosaggio e stoccaggio dei reat-
tivi, senza dover adottare unità operative suppletive.
8.4.4. Post-precipitazione
8.5. APPARECCHIATURE
8.5.1. Stoccaggio
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-85
Sali di alluminio
L’allume sfuso deve essere stoccato in contenitori di acciaio o di cemento, dotati di di-
spositivi per la raccolta delle polveri. La movimentazione del materiale stoccato può essere
facilmente effettuata mediante coclee, elevatori a tazze o trasportatori pneumatici.
Nel caso si utilizzi allume in sacchi o in fusti, si deve provvedere al loro stoccaggio in
ambiente secco. La tramoggia di carico dovrebbe avere una capacità di stoccaggio di almeno
8 ore, considerando le condizioni più gravose di dosaggio previste.
Il fondo della tramoggia va dimensionata con una pendenza minima di 60 gradi per evi-
tare la formazione di ponti.
L’allume secco non è corrosivo se non assorbe umidità. Può invece causare irritazione
agli occhi e alle vie respiratorie.
L’utilizzo di allume in soluzione comporta lo stoccaggio del materiale in serbatoi chiusi.
Per evitare la cristallizzazione del prodotto è necessario che la temperatura non scenda sotto
i 4°C. A seconda delle condizioni climatiche, si dovrà pertanto dotare i serbatoi di un sistema
ausiliario di riscaldamento. I materiali di costruzione dei serbatoi vanno dall’acciaio inossida-
bile, all’acciaio impermeabilizzato con PVC, gomma o piombo, alla plastica rinforzata con
fibra di vetro. I serbatoi vanno dimensionati per garantire la fornitura all’impianto per 10-15
giorni.
L’allume liquido è moderatamente corrosivo ed è necessaria la protezione di mani e del
viso quando lo si manipola.
Alluminato di sodio
Sali di ferro
I sali di ferro qui considerati sono il cloruro ferrico, il cloruro ferroso ed il solfato ferro-
so.
Il cloruro ferrico va stoccato in serbatoi con capacità di almeno 10-14 giorni. I materiali
più utilizzati per i serbatoi sono acciaio rivestito, FRP e resine sintetiche. Per evitare la
cristallizzazione (a -4°C) è spesso necessario collocare o prevedere dispositivi di
riscaldamento ausiliario. È richiesta la protezione del viso e delle mani, quando si opera
presso i dispositivi di stoccaggio e di alimentazione.
Il cloruro ferroso è disponibile sul mercato come materia seconda proveniente
dall’attività di decapaggio.
Sebbene meno corrosivo del cloruro ferrico, si adottano generalmente gli stessi disposi-
tivi di stoccaggio, per potere all’occorrenza utilizzare il cloruro ferrico come reagente alterna-
tivo. Infatti la fornitura del cloruro ferroso non ha sempre garanzie di continuità, per la sua
natura di materia seconda. Le misure di sicurezza sono analoghe a quelle adottate per il clo-
ruro ferrico.
Il solfato ferroso viene commercializzato generalmente in forma secca. Va stoccato in
ambienti freschi ed asciutti. Infatti a contatto con l’aria umida si ossida e si idrata. Inoltre a
temperature sopra i 20°C tende ad impaccarsi.
6-86 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Polimeri
Esistono una varietà di polimeri disponibili sia in forma secca che umida. I polimeri in
forma secca vengono forniti in sacchi, che devono essere stoccati in ambiente fresco ed a-
sciutto. Il polimero secco viene miscelato con acqua fino ad ottenere una soluzione molto
concentrata, che viene stoccata per il dosaggio. All’atto del dosaggio si procede ad un ulterio-
re diluizione.
I polimeri in forma liquida sono invece già pronti per la diluizione all’atto del dosaggio.
Le soluzioni di polimero vengono stoccate in serbatoi di FRP, di acciaio inossidabile o rive-
stito di materiali plastici. Per evitare deterioramenti, il tempo massimo di detenzione della so-
luzione di polimero è di 1-3 giorni.
Reagenti secchi
Gli alimentatori volumetrici sono i sistemi più economici e vengono utilizzati quando
non è richiesta una grande precisione nel dosaggio. Il meccanismo di alimentazione è a vite.
I sistemi gravimetrici a calo di peso forniscono una grande precisione nel dosaggio (max
errore 1%) e sono raccomandabili in tutti i casi in cui lo stretto controllo del dosaggio può
portare a significativi risparmi sui costi dei reagenti. Gli alimentatori a nastro hanno un costo
intermedio tra i due precedenti sistemi.
Gli alimentatori gravimetrici presentano diversi vantaggi rispetto a quelli volumetrici, in
particolare la maggiore precisione, il frazionamento automatico, i bassi costi di gestione e la
facilità d’uso.
Il reagente viene alimentato nella vasca di miscelazione, dotata di miscelazione meccani-
ca. Nella stessa vasca viene l’acqua nelle giuste proporzioni mediante un contatore. In uscita
dalla vasca di miscelazione si ha un flusso continuo di soluzione reattiva, al livello di dilui-
zione richiesto dal processo.
Allorché il reagente viene conservato in sacchi o fusti, la miscelazione viene effettuata
manualmente in batch all’interno della tramoggia di alimentazione giornaliera.
Reagenti liquidi
sono disponibili alcune alternative tecnologiche, la cui scelta è spesso determinata dall’altezza
piezometrica disponibile.
In caso di alimentazione a gravità si utilizza generalmente un rotametro con valvola di
controllo; l’alimentazione in pressione viene effettuata mediante pompa dosatrice.
Le tubazioni, i componenti dei rotametri e delle pompe devono essere protetti
dall’attacco chimico dei reagenti. Nel caso dell’allume liquido si fa ricorso ai seguenti
materiali: acciaio inossidabile, FRP, PVC e altre plastiche. Per il cloruro ferrico sono
raccomandabili materiali di acciaio rivestito con grafite, gomma e guarnizioni in teflon.
Il controllo dei dosaggi chimici è importante non solo per assicurare il continuo rispetto
dei limiti di concentrazione di fosforo nell’effluente, ma anche per minimizzare l’uso di rea-
genti chimici e quindi i costi di gestione del processo. La necessità del controllo deriva dalle
possibili significative fluttuazioni della concentrazione del fosforo nell’influente su base ora-
ria, giornaliera e anche stagionale.
La tipologia e la complessità del sistema di controllo dipendono dalle dimensioni
dell’impianto e dal consumo giornaliero di reagenti. I sistemi più diffusi rientrano nelle se-
guenti tipologie:
• controllo manuale
• controllo automatico basato sulla portata
• controllo automatico basato sui dati storici
• controllo automatico in “feedback” o “feedforward”.
Il controllo manuale consiste nella preparazione giornaliera della soluzione chimica in
batch (nel caso in cui il reagente sia secco) e nella regolazione manuale della pompa di do-
saggio per fissare la portata desiderata di soluzione chimica. Sebbene tale sistema sia affidabi-
le e richieda poca manutenzione, ha il grosso svantaggio nel fatto che il dosaggio è costante
mentre la portata di liquame in ingresso all’impianto è variabile nel tempo e così pure le con-
centrazioni di P. Si può parzialmente ovviare a tale problema variando manualmente la velo-
cità di dosaggio del reagente ad intervalli prefissati, sulla base delle portate storiche e delle
prestazioni dell’impianto. In ogni caso, però, il sistema di controllo manuale porta ad un sot-
todosaggio o ad un sovradosaggio del reagente.
Il controllo automatico basato sulla portata consiste nell’aggiustamento automatico del-
le velocità di dosaggio in funzione della portata in ingresso all’impianto. Il controllo automa-
tico è ottenuto mediante un misuratore di portata che trasmette in continuo un segnale ad
una unità di controllo che regola la pompa di dosaggio.
Il limite di tale sistema sta nel fatto che la velocità di dosaggio risulta proporzionale ad
una grandezza, la portata, che può avere una bassa correlazione alle concentrazioni di fosfo-
ro ad essa associate.
Un’alternativa è il controllo automatico sulla base dei dati storici di carico del fosforo
all’impianto. Tale sistema richiede un accurata registrazione dei dati di portata e concentra-
zione del fosforo preferibilmente su base oraria per un periodo di almeno una settimana.
Sulla base di andamento dei carichi viene programmato il sistema di dosaggio dei reagenti.
Questo sistema di controllo risulta più sofisticato di quello basato sulla portata, ma tuttavia
ha lo svantaggio di operare su dati storici, che per esempio non risultano applicabili in tempo
di pioggia.
Un approccio più sofisticato per il controllo del dosaggio chimico consiste nella regola-
zione retro-azionata (feedback) o anticipativa (feedforward). Secondo tali tecniche la velocità
di dosaggio dei reagenti è controllata sulla base della portata e di alcune caratteristiche del li-
quame come pH e conducibilità.
6-88 Parte I Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
È importante che i reagenti chimici usati per la precipitazione del fosforo siano intima-
mente miscelati come acqua di scarico per assicurare una dispersione uniforme ed un effi-
ciente rendimento dei reagenti.
Laddove il trattamento di precipitazione chimica viene realizzato su un impianto esi-
stente, è prassi usuale utilizzate quanto più possibile l’esistente per ottenere la miscelazione
dei reattivi con il liquame. I punti di immissione e i reattivi vengono generalmente posti in
corrispondenza ai misuratori di risalto, ai dissabbiatori aerati, allo scarico delle pompe di ali-
mentazione del liquame, ai gomiti a 90° delle tubazioni, ai salti idraulici e ai bacini di aerazio-
ne, dove i livelli di turbolenza sono tipicamente più alti rispetto ad altre parti dell’impianto.
Sebbene l’addizione dei reagenti in tali punti sia spesso risultata efficace, non si otten-
gono di certo le condizioni ottimali di miscelazione, che si possono riscontrare in una vasca
di contatto progettata ad hoc.
Una miscelazione povera o inadeguata porta ad un uso inefficiente dei reagenti e quindi
ad un aumento dei consumi degli stessi per garantire i limiti prefissati del fosforo in uscita
dall’impianto.
I più importanti parametri utilizzati nella progettazione dei processi di miscelazione e
flocculazione sono il tempo di permanenza ed il gradiente di velocità G. Sono raccomandabi-
li per il processo di miscelazione tempi di ritenzione dell’ordine di 30 secondi e valori di G di
300 m2/s.
Nel caso della flocculazione, solo raramente si procede alla realizzazione di un bacino
ad hoc per tale processo, sia nel caso di adeguamenti che in quello di nuovi impianti.
Si utilizzano piuttosto alcune componenti dell’impianto, come i dissabbiatori aerati o
più spesso i condotti di alimentazione dei sedimentatori. In tutti i casi è bene verificare pre-
ventivamente che i tempi di residenza ed i gradienti di velocità siano adeguati ad ottenere
una buona flocculazione.
Un altro approccio nel caso di nuovi impianti è quello di realizzare un sedimentatore
flocculatore, che oltre a sfruttare il condotto di alimentazione prevede anche una camera di
flocculazione a debole miscelazione (meccanica o aerata).
I gradienti di velocità generalmente raccomandati per il processo di flocculazione sono
nel campo 50-80 m2/s, a seconda del tipo di reagente e del punto di addizione dello stesso.
Gradienti di velocità inferiori a 50 m2/s possono portare alla formazione di fiocchi troppo
acquosi, mentre valori superiori a 80 m2/s possono causare eccessiva turbolenza con il con-
seguente deterioramento del fiocco.
A tale proposito, nel caso della precipitazione simultanea è importante verificare che i
gradienti di velocità nelle vasche di aerazione non siano eccessivi. L’aggiunta di un polimero
anionico prima della sedimentazione consente in parte la riagglomerazione dei fiocchi dete-
riorati dall’eccesso di turbolenza.
Alti parametri utilizzati nella progettazione dei processi di flocculazione sono G·t, il
prodotto del gradiente di velocità e il tempo di ritenzione, e G·C·t, dove C è il rapporto adi-
mensionale tra il volume dei fiocchi ed il volume totale della sospensione.
Le produzioni di fango risultanti dalla precipitazione chimica del fosforo devono essere
considerate con cautela per l’ampia variabilità dovuta alla grande varietà delle condizioni lo-
cali. In generale le produzioni di fango “chimico” variano dal 20% del totale al 120% in fun-
Cap. 6 Processi a biomassa sospesa 6-89
zione non solo del dosaggio dei reagenti ma anche dall’alcalinità dell’acqua e, in minor misu-
ra, del pH. È stato inoltre riconosciuto che l’impiego di cloruro ferrico fa aumentare la pro-
duzione del fango del 20% rispetto al solfato di alluminio. Una stima delle produzioni di fan-
go è possibile regressioni lineari dedotte da risultati sperimentali del tipo:
S = a + b·Pr + C·β·Pi (6.155)
dove:
S = produzione di fango (in mg/l);
a, b, C = coefficienti di regressione;
Pr, Pi = concentrazione di fosforo totale, rispettivamente rimosso ed influente;
b = rapporto molare metallo/fosforo.
Capitolo 7
1. INTRODUZIONE
Il trattamento biologico dei liquami può anche essere condotto utilizzando l'azione di
colonie batteriche adese che si sviluppano sotto forma di pellicole su idonei supporti, se-
condo tipologie costruttive ed impiantistiche che verranno trattate in seguito. A differenza
dei processi a fanghi attivi, la biomassa non risulta più sospesa nell'effluente che verrà sotto-
posto al trattamento; essa rimane nel reattore biologico fino a quando non intervengono
fenomeni di distacco connessi al metabolismo batterico o al regime idraulico del processo.
Ciò consente di svincolare i tempi di residenza cellulare ed idraulico del sistema senza dover
ricorrere - come nel caso dei fanghi attivi - al ricircolo della biomassa; la decantazione finale
è pertanto necessaria solamente per migliorare la qualità dell'effluente trattato, rimuovendo i
solidi sedimentabili costituiti dalla pellicola staccatasi dai supporti.
Il dimensionamento di questo tipo di reattori è ancora oggi condotto sulla base di for-
mule empiriche desunte da una casistica molto ampia, risultando il processo applicato fin
dalla fine del secolo scorso. Solo recentemente è stato tentato un approccio più razionale
che tuttavia non ha ancora consentito di mettere a punto un modello generale pienamente
soddisfacente e soprattutto utilizzabile nel concreto dimensionamento di questi reattori.
2. RICHIAMI TEORICI
Se la reazione intrinseca all'interno della pellicola segue una cinetica del primo ordine,
rvi può essere espresso come:
rvi = k1 · S (7.1)
ove k1 è la costante di velocità per la reazione del primo ordine (dimensioni: tempo-1).
È possibile dimostrare che una cinetica del primo ordine per la reazione biologica al-
l'interno di una pellicola soggetta a limitazioni diffusive comporta una cinetica del primo or-
dine anche per la reazione globale, con velocità tuttavia minore, secondo un coefficiente ε ≤
1, detto fattore di utilizzazione:
ra = k1 ·L·S*·ε (7.2)
dove L è lo spessore della pellicola biologica ed S* la concentrazione di substrato nel liqua-
me, avendo trascurato le resistenze diffusive nello strato limite liquido a contatto con il bio-
film.
Il significato fisico di tale fattore è evidente: poiché nella pellicola biologica la reazione
avviene a concentrazioni via via minori, l'attività della biomassa situata negli strati più pro-
fondi della pellicola opera secondo una velocità minore di quella situata negli strati esterni
caratterizzati da maggiori concentrazioni di substrato.
I risultati ottenuti nel precedente paragrafo sono riassunti per chiarezza nella successiva
Tabella 7.1. Si possono dedurre le seguenti conseguenze:
• nel caso di cinetica intrinseca di ordine zero (come si verifica ad esempio nei processi
di nitrificazione - nei confronti dell'ammoniaca - e di denitrificazione - nei confronti dei
nitrati -), passato il transitorio di avviamento in cui lo spessore della pellicola è piccolo, in
generale il substrato penetra la pellicola solo parzialmente (fanno eccezione i letti fluidiz-
zati in cui lo spessore della pellicola è sempre assai limitato, dell'ordine di poche decine di
µm). La velocità di rimozione globale dipende allora unicamente dalla superficie
della pellicola (e quindi dei supporti) e non cambia all'aumentare dello spessore e
quindi della biomassa complessivamente presente.
• Nel caso di reazioni biologiche caratterizzate da cinetica intrinseca di primo ordine, il
film è sempre penetrato. La velocità di rimozione globale dipende dal volume della
biomassa presente ed aumenta quindi all'aumentare dello spessore della pellicola, in mi-
sura comunque non proporzionale, per effetto del coefficiente ε.
È opportuno richiamare il fatto che la diffusione dei substrati è un fenomeno che av-
viene anche nei fiocchi di un fango attivo. Significativi rallentamenti della cinetica di rimo-
zione sono stati infatti osservati nei casi in cui la biomassa è aggregata in fiocchi dello spes-
sore di alcuni decimi di millimetro. In questi casi, tuttavia, si tiene conto del rallentamento
della cinetica dovuto alla diffusione adottando nella espressione cinetica classica di Michae-
lis-Menten un valore della costante di semisaturazione (Ks) fittiziamente più elevato di quello
Tabella 7.1. Condizioni di penetrazione, ordine e velocità della reazione globale (massa rimossa per unità
di superficie di pellicola e di tempo) in funzione dell'ordine della reazione intrinseca rispetto al substrato.
1/2
zero penetrazione parziale k1/2·S* ½ - La velocità di reazione gl
o-
(biofilm spesso) bale è indipendente da L
che competerebbe alla biomassa dispersa, in grado cioè di accedere direttamente al sub-
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-5
strato, senza resistenze diffusive attraverso gli strati esterni del fiocco.
Non è possibile, in generale, applicare tout-court la teoria semplificata così come rias-
sunta in Tabella 7.1 per dimensionare un reattore a biomassa adesa, e ciò per numerose ra-
gioni, qui elencate.
1. Le reazioni biochimiche che si svolgono nelle pellicole coinvolgono sempre più di un
substrato e occorre determinare quale sia limitante e per quali condizioni.
2. La velocità globale di rimozione può risultare influenzata anche da limitazioni diffusive
(dall'interno della pellicola verso l'esterno) dei cataboliti che si producono e che, accu-
mulandosi nel film, possono esercitare un'azione inibitrice nei confronti delle reazioni
biochimiche. Un esempio al riguardo si ha per la produzione di alcalinità nei processi di
denitrificazione che può determinare un innalzamento del pH nella pellicola assai maggio-
re di quanto rilevabile nel liquido esterno.
3. Il modello teorico illustrato nelle pagine precedenti considera solo substrati solubili, o
meglio, in grado di diffondere nel biofilm. Non è invece applicabile a substrati particellati
(anche colloidali o subcolloidali), quale è, ad esempio, la frazione non disciolta della so-
stanza organica biodegradabile presente nel liquame (sia quella filtrabile a 0,45 µm, sia
quella passante a tale filtro ma flocculabile). La biodegradazione di questa frazione avvie-
ne a partire da reazioni di idrolisi che, in genere, sono assai più lente di quelle che caratte-
rizzano la degradazione del substrato solubile e avvengono generalmente nel liquame e
solo in minor misura all'interno del biofilm.
4. La velocità globale di rimozione può essere notevolmente influenzata, infine, dallo spes-
sore dello strato liquido laminare (o strato limite) presente tra il mezzo liquido e la pelli-
cola biologica, e la cui presenza è stata trascurata nelle formule presentate nelle pagine
precedenti. In taluni tipi di reattori biologici a massa adesa, specialmente dove la velocità
relativa tra il mezzo liquido e il biofilm è bassa, l'importanza e gli effetti dello strato limite
non possono essere trascurati.
5. Non tutti i tipi di reattori a biomassa fissa funzionano in condizioni di miscelazione
completa e quindi la concentrazione dei diversi substrati in corrispondenza dell'interfac-
cia pellicola - liquame è variabile da punto a punto. Ne discende l'importanza di conosce-
re il comportamento idrodinamico del reattore. Al modello di miscelazione completa
possono essere assimilati i biofiltri sommersi aerati (grazie all'azione di rimescolamento
indotta dall'aria insufflata), mentre al modello a plug-flow possono essere assimilati i me-
desimi biofiltri se utilizzati senza insufflazione d'aria per la denitrificazione biologica. I
rotori biologici rotanti presentano condizioni di miscelazione completa nella fase liquida,
ma l'integrazione è resa complessa dai cicli di immersione e successiva esposizione del
biofilm all'aria. I letti percolatori presentano condizioni idrodinamiche intermedie tra
plug-flow e miscelazione completa, variabili con il carico idraulico applicato.
Per tener conto di tutti gli aspetti sopra ricordati sono stati proposti alcuni modelli di
notevole complessità che generalmente richiedono l'utilizzazione di elaboratori e che sono
comunque ancora lontani dalla possibilità di una concreta applicazione. Tuttavia è possibile
sviluppare alcune considerazioni e mettere in luce alcuni aspetti che possono fare da guida
nella progettazione nonché dare utili indicazioni per l'interpretazione delle prestazioni rile-
vate nei reattori biologici a biomassa adesa.
Nei paragrafi che seguono si forniranno quindi alcune semplici formulazioni, derivate
da teorie più complesse, che consentono di determinare il substrato limitante in relazione
alle condizioni operative presenti nel reattore, applicandole ai casi della nitrificazione e della
denitrificazione. Infine si illustreranno alcune semplici considerazioni che consentono di
quantificare l'influenza del film liquido e dei criteri per tener conto del substrato organico
non diffusibile nel biofilm.
7-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
β1 β2
S1 S1
S2 S2
S1 S1
S2
S2
dove f1,2 rappresenta il rapporto stechiometrico tra i due substrati nella reazione biologica
che li coinvolge come reagenti.
Tale transizione, come era da prevedere, dipende dal rapporto stechiometrico, come
nelle reazioni biologiche nei reattori a biomassa sospesa, ma, a differenza di queste, dipende
anche dal rapporto tra i coefficienti di diffusione, in modo inversamente proporzionale al
loro rapporto. Il rapporto S1* / S*2 è detto rapporto critico all'interfaccia. Per valori più
piccoli di tale rapporto, è il substrato 1 ad essere limitante e rispetto ad esso va calcolata la
velocità di rimozione ra,1:
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-7
Viceversa, se il rapporto tra le concentrazioni nel liquame supera quello critico, la velo-
cità globale di rimozione dipenderà dalla concentrazione del substrato 2 secondo una
espressione analoga, dove all'indice 1 va sostituito l'indice 2 (si noti che: f2,1 = 1/f1,2).
Il rapporto stechiometrico fNH+4 −N/ O2 vale 1/4,3 mg NH 4+ − N /mg O2 , mentre per i coeffi-
cienti di diffusione si possono assumere i seguenti valori:
DO 2 = 1,7÷2,2·10-4 m2/d
Nei reattori biologici a biomassa adesa in cui l'ossigeno è fornito mediante insufflazione
d'aria (i biofiltri sommersi aerati), la concentrazione di ossigeno disciolto per la nitrificazione
in terzo stadio è solitamente compreso nell'intervallo tra 5 e 7 mgO2/l. Per questi valori, la
concentrazione critica di azoto ammoniacale risulta di:
*
S NH +
−N
= (da 0,28 a 0,34)·(da 5 a 7) = da 1,4 a 2,4 mg NH 4+ − N /l
4
(1)
Se il reattore non è completamente miscelato, i rapporti di concentrazione variano nel reattore e il sub-
strato che è limitante presso la zona di ingresso del liquame potrebbe non esserlo nella zona presso
l'uscita. Il dimensionamento del reattore può allora essere condotto dividendolo in più reattori completa-
mente miscelati in serie, in ciascuno dei quali le concentrazioni dei substrati possono essere considerate
costanti.
7-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
-2 -1
-2 -1 ra , gN m d ordine 1/2
ra , gN m d
-2 -1 ordine 0
20 k = 3,8 g m d
1/2a -2 -1
20 k = 16,8 g m d
oa
-2 -1
k = 12,0 g m d
10 10 oa
-2 -1
k = 8,4 g m d
ordine 1/2 oa
5 5
po O 2 S*NH+ -N
4
1 1
0,1 1 atm -1
1 10 100mg l
Figura 7.4. Velocità di nitrificazione in esperimenti condotti con reattori biologici rotanti per varie con-
centrazioni di ammoniaca e varie pressioni parziali di ossigeno nell'atmosfera a contatto con i dischi. La
reazione globale è limitata dall'ossigeno, a causa della sua penetrazione parziale (ordine di reazione pari
ad 1/2, grafico a destra). A pressione parziale = 0,21 atm, la massima velocità di nitrificazione è la metà
di quella misurabile ad una pressione parziale quadrupla e non varia per concentrazioni superiori a 5
mgN/l.
Si procede in modo del tutto analogo a quanto visto per la nitrificazione, tenendo pre-
sente che in questo caso il substrato ossidante è l'azoto nitrico e quello riducente è il sub-
strato organico solubile (ad es.: metanolo).
Assumendo i seguenti coefficienti di diffusione nel biofilm:
-4 2
DCH3 OH = 1,1÷1,3·10 m /d
fCH − = 3 g CH3OH/g N
3 OH/ NO 3 −N
risulta:
S*CH3 OH DNO − −N 16
, (14)
,
*
= 3
⋅ fCH −
−N
= ⋅ 3 ≅ 3,2÷4,3 g CH3OH/g N (7.10)
DCH3OH 3 OH / NO 3 13
, (11
,)
SNO − −N
3
La concentrazione di metanolo deve quindi essere circa 3,2÷4,3 volte quella del-
l'azoto nitrico per non essere cineticamente limitante. Ciò spiega perché nei reattori a
biomassa adesa la velocità massima di rimozione dell'azoto nitrico sia in generale osservabile
per rapporti metanolo/nitrato superiori a quelli riscontrabili nei reattori a biomassa sospesa.
Poiché il rapporto critico all'interfaccia dipende dal rapporto dei coefficienti di diffusione, il
suo valore può tuttavia essere diverso da quello calcolato e deve essere verificato sperimen-
talmente. Ciò può accadere per la presenza di cariche elettriche nel biofilm, attive solo nei
confronti dello ione nitrato, mentre la molecola elettricamente neutra del metanolo non su-
birebbe influenze apprezzabili.
2.6.1. Il caso della nitrificazione combinata con la rimozione del substrato orga-
nico
strati solubili: il substrato donatore di elettroni co- spessore penetrato dai nitrati
troni.
Le ipotesi che stanno alla base dei profili di concentrazione riportati in Figura 7.5 sono
le seguenti:
• si ammette che le reazioni avvengano secondo cinetiche intrinseche di ordine zero per
tutti i substrati Dred (metanolo), A1,ox (ossigeno) e A2,ox (azoto nitrico);
• si ipotizza la completa disponibilità di nutrienti (diversi dai tre substrati sopra considerati)
all'interno della pellicola biologica;
• la pellicola sia di spessore sufficiente in
modo che né l'ossigeno né l'azoto ni- r a,N 1
1,95/1,5 = 1,3.
• concentrazione di ossigeno disciolto nella fase liquida S*O 2 = 3 mg/l,
• concentrazione di azoto nitrico nella fase liquida SN* = 10 mg/l.
Risulta:
k 0fN DO S*0
⋅ ⋅ = 1/2,86·1,3·3/10 = 0,35·1,3·0,3 = 0,14 (7.13)
k 0 fO DN SN*
In corrispondenza del quale dalla Figura 7.6 si ottiene un'ordinata di circa 0,7.
In pratica il risultato ottenuto mostra come sia possibile, pur in presenza di una
concentrazione di ossigeno disciolto pari a 3 mg/l, che la velocità di denitrificazione
sia pari a circa il 70% di quella osservabile in assenza di ossigeno disciolto, purché la
pellicola sia completamente penetrata dal substrato organico solubile.
I fenomeni diffusivi all'interno della pellicola biologica non riguardano solo il trasporto
dei substrati dalla fase liquida alla biomassa attiva ma anche quello dei prodotti di reazione
dalla biomassa attiva alla fase liquida.
7-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Poiché il rapporto tra i coefficienti di diffusione è pari a circa 2,4 e ricordando che nella
reazione di nitrificazione il rapporto stechiometrico (molare) tra bicarbonato e ossigeno
fHCO − / O è pari a 1, il rapporto molare critico vale 2,4. Ciò corrisponde a dire che la cinetica
3 2
Poiché il rapporto tra i coefficienti di diffusione è pari a circa 1,7 e ricordando che nella
reazione di nitrificazione il rapporto stechiometrico (molare) tra bicarbonato e azoto am-
moniacale fHCO−3 /NH+4 −N è pari a 2, il rapporto molare critico vale 3,4. Ciò corrisponde a dire
che la cinetica di nitrificazione subirà rilevanti rallentamenti per eccesso di acidità se l'alcali-
nità nel liquido all'interfaccia
non è pari ad almeno: -
moli HCO
3
3,4 mmoli HCO3− ·50 mg Ca- mole NH +-N
4 moli O
CO3/mmole HCO3− ·1/14 mmoli
substrato limitante: 2
6 1,4
azoto ammoniacale
mole NH + -N
N/mg N = 12,14 mg CaCO3/(mg 4
5
N). 4
3,4 3
Diagrammando i risultati substrato limitante:
ossigeno
ottenuti si ottiene il grafico di 2
Figura 7.7. 1
0
0 1 2 3 4 5 6 -
La Figura 7.8 illustra l'an- 2,4
moli HCO 3
ossigeno.
pH Può osservarsi come il pH
precipiti drasticamente nella
pH* = 7 100 parte profonda del biofilm
10 quando il rapporto molare
5 -
mole HCO 3
*
SHCO
3
*
− / SO
2
raggiunge valori
6 mole O 2 prossimi a 2,4. In realtà per
3 rapporti molari inferiori a 3, la
curva del pH non è realistica in
2,4
quanto l'attività dei batteri nitri-
5
0
ficanti rallenta notevolmente
0,5 1 L'/L
per l'inibizione da acidità già a
Figura 7.8. Profili di pH in un biofilm nitrificante (substrato limi- pH≤ 5,5. In pratica dalla teoria
tante: ossigeno) al variare dei rapporti molari alcalinità/ossigeno si desume che per evitare sen-
all'interfaccia (pH all'interfaccia = pH* = 7; L'/L = frazione di biofilm sibili diminuzioni della velocità
penetrato dall'ossigeno).
di nitrificazione in un biofilm
occorre garantire un rapporto
molare almeno pari a 4,5 tra bicarbonato e ossigeno disciolto.
Ciò significa:
4,5 mmoli HCO3− ·50 mg CaCO3/mmole HCO3− ·1/32 mmoli O2/mg O = 7 mg CaCO3/mg O.
La denitrificazione è un pro-
cesso che produce alcalinità. Si pH
verifica dunque un fenomeno
alcalinità
opposto a quello della nitrifica- 0,3 meq l
-1
La resistenza diffusiva esercitata dal liquido adiacente alla pellicola biologica può in-
fluenzare la velocità globale di rimozione nel reattore a biomassa adesa (Figura 7.10). La pre-
senza di resistenze diffusive attraverso il film liquido determina un gradiente di concentra-
zione del substrato S tra la fase liquida e l'interfaccia con il biofilm. Tale gradiente può esse-
re considerato lineare se ammettiamo che non vi sia attività biologica all'interno del film li-
quido (attività che tenderebbe a ridurre ulteriormente la disponibilità dei substrati all'interno
della pellicola biologica).
È stato dimostrato sperimentalmente che in molti casi la resistenza diffusiva esercitata
dal film liquido adiacente al biofilm è trascurabile. L'assunto sembra ragionevole soprattutto
7-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
ra 1 1 ra 2 1
= 1+ − = 1 + 4λ − 1
2
k 1/2 a S 1/2
4λ 2λ hS 2 λ2
1 1
0,5 0,5
0 0
0,01 0,1 1 10 0,01 0,1 1 10
h h
λ = S1/2 λ = S1/2
k 1/2 a k 1/2 a
Figura 7.11. Andamento del rapporto ra/(k1/2a·S1/2) in funzione di λ. Il grafico di sinistra evidenzia che il li-
mite per λ → ∞ è ra = k1/2a ⋅ S . Il grafico duale riportato a destra evidenzia che il limite per λ → ∞ è
1/2
ra=h⋅S.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-15
2.9.1. La rimozione della frazione organica non sedimentabile nei processi a bio-
massa adesa
Si definisce la grandezza:
7-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
XS in − XS out
DH = (7.16)
XS in
dove
Xs in, Xs out = concentrazione di substrato
organico non diffusibile nel
liquame in ingresso e nell'ef- D
H
fluente 1
DH = ha il significato di un rendimento di b = 0,1
(dove b è una costante che dipende dalla velocità di produzione degli enzimi) che mostra
esplicitamente la dipendenza di DH dal parametro Q2/(A·V). Dalla Figura 7.12 è possibile no-
tare che, indipendentemente dal valore di b, solo bassi valori del carico idraulico combinato
(Q2/(A·V) < 0,5-0,8) consentono alti rendimenti di idrolisi. Per la determinazione del valore di
b con diversi substrati sono a tutt'oggi in corso ricerche sperimentali. Da alcune esperienze
di laboratorio il valore di b per liquami urbani sembra situarsi intorno a 0,2 - 0,3 d2/m.
I letti percolatori sono stati tra i primi processi biologici ad essere adottati per il tratta-
mento delle acque di scarico (le prime installazioni risalgono alla fine del scolo scorso in In-
ghilterra). Dopo un lungo periodo di netto predominio dei processi a biomassa sospesa, ne-
gli ultimi anni sono stati compiuti molti sforzi per sviluppare processi biologici che utilizza-
no esclusivamente o parzialmente biomasse adese al fine di conseguire i seguenti obiettivi:
• rendere indipendenti le prestazioni dei reattori biologici dalle caratteristiche di sedimen-
tabilità della biomassa;
• migliorare le prestazioni di impianti esistenti per l'imposizione di standard più restrittivi
sugli effluenti finali, in particolar modo per i solidi sospesi e i nutrienti;
• adeguare le prestazioni di impianti esistenti che, sottoposti a notevoli incrementi del cari-
co applicato, sono risultati sottodimensionati;
• aumentare i carichi volumetrici utilizzabili in condizioni di funzionamento stabile, al fine
di ridurre i volumi dei reattori e la superficie richiesta da nuovi impianti di depurazione.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-17
Tra i processi a biomassa adesa per i quali vi sono stati recenti sviluppi nel campo del
dimensionamento e/o nell'impiantistica, si possono elencare:
• letti percolatori con riempimento sintetico;
• letti percolatori con riempimento sintetico modificati con aerazione e riciclo separato dei
fanghi;
• filtri biologici aerati (sommersi);
• sistemi a fanghi attivi con elementi di supporto per la biomassa fissi o mobili;
• sistemi con supporti rotanti (biodischi);
• letti fluidizzati.
Come si vede, alcuni processi utilizzano solo biomassa adesa mentre altri sono di tipo
misto e sfruttano anche biomassa sospesa. La terminologia utilizzata per distinguere i vari
sistemi è tutt'altro che standardizzata e si utilizzeranno in questa sede le denominazioni che
risultano essere più diffuse.
La comunità biologica presente nel filtro comprende batteri aerobi, facoltativi e anae-
robi, funghi alghe e protozoi; sono presenti anche larve di insetti, vermi e lumache. I micro-
organismi maggiormente presenti nel filtro sono comunque batteri facoltativi con capacità
di vivere in condizioni aerobiche finché è presente l'ossigeno libero e anaerobicamente
quando l'ossigeno libero è assente.
Achromobacter, Flavobacterium, Pseudomonas, Alcaligenes sono tra le specie batteriche mag-
giormente riscontrabili sui filtri percolatori. Dove siano presenti condizioni avverse alla cre-
scita si trovano facilmente forme filamentose come gli Sphaerotilus natans o i Beggiatoa, mentre
nella parte inferiore del filtro si trovano i batteri nitrificanti: Nitrosomonas, Nitrobacter.
I funghi presenti hanno una funzione stabilizzante del refluo e si riscontrano soprat-
tutto in presenza di valori bassi di pH e per taluni reflui industriali; tra essi ricordiamo le se-
guenti specie: Fusazium, Mucor, Pencillium, Geotrichum e Sporatichum. Sono organismi aerobi e
possono svilupparsi solo dove è assicurata la presenza di ossigeno libero. I funghi utilizzano
la sostanza organica come fonte di carbonio e di energia.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-19
Le alghe crescono negli strati superiori del letto; Phormidium, Chlorella e Ulothrix durante
le ore di luce ossigenano l’acqua reflua che attraversa il filtro; talvolta le alghe possono tutta-
via ostruire la parte superiore del filtro generando cattivi odori.
I protozoi, prevalentemente del gruppo dei ciliati assolvono una funzione di controllo
nei confronti della popolazione batterica; essi, infatti, costituiscono i predatori della popola-
zione batterica contribuendo da un lato a mantenere tale popolazione in uno stato di rapida
crescita e dall’altro a limitarne il proliferare.
È facile trovare anche organismi pluricellulari (metazoi) quali nematodi, larve di insetti:
queste specie si alimentano di microrganismi che si sviluppano sul filtro e nella parte supe-
riore del letto.
Primo stadio
E1 = 100 / [1+0.2244·(W/(V·F))0.5] (7.18)
dove
E1 = efficienza di rimozione del BOD per processi a 20°C, inclusi il ricircolo e la sedimenta-
zione [%];
W = carico di BOD sul filtro [kg BOD/d];
V = volume del mezzo filtrante [103 m3];
F = fattore di ricircolo dato da
2
F=(1+R)/(1+0,1·R)
R = rapporto di ricircolo
R = Qr/Q = portata di ricircolo/portata reflua
Secondo stadio
E2 = 100/[1+(0.2244/(1-E1))·(W2/(V·F))0.5] (7.19)
dove
E2 = efficienza di rimozione del BOD per il filtro del 2° stadio a 20°C, inclusi il ricircolo e la
sedimentazione [%];
E1 = frazione di BOD rimossa dal filtro del 1° stadio;
W 2 = carico di BOD al filtro del 2° stadio [kg BOD/d];
All’uso del pietrisco come materiale di supporto, in anni relativamente recenti si è an-
dato affiancando quello di materiale plastico sotto forma di elementi di riempimento dispo-
sti alla rinfusa nel letto o, più frequentemente, come corpi rigidi alveolari costituiti da fogli
ondulati tra di loro saldati e sagomati in modo da impedire la caduta libera delle gocce
d’acqua che sono invece obbligate ad un percorso tortuoso a contatto con la superficie di
supporto (Figura 7.15).
Rispetto agli riempimenti lapidei tradizionali, questo tipo di supporto è assai più costo-
so, ma offre diversi vantaggi, così sintetizzabili:
• la superficie specifica di contatto risulta sensibilmente più elevata, può superare i 200
m2/m3, ed a parità di volume è quindi possibile un maggior sviluppo di pellicola batterica;
• la percentuale di vuoti è elevatissima, dell’ordine del 95% (a filtro non in funzione); ciò
rende possibile una miglior circolazione d’aria e fa diminuire i rischi di intasamento del
letto per eccessivo sviluppo della pellicola o per accumulo di materiale sospeso;
• il riempimento è assai più leggero: il peso che, a secco, è generalmente compreso tra i 50
e gli 80 kg/m3 e che sale a 300 kg/m3 durante il normale esercizio per la presenza di acqua
e per l’accumulo di pellicola biologica fa sì che i moduli di riempimento risultino auto-
portanti (non richiedono supporti intermedi) fino ad altezze di letto di 5÷7 m; ciò con-
sente la realizzazione di letti di notevole altezza con il vantaggio di poter assicurare, a pa-
rità di carico volumetrico e di portata alimentata, carichi idraulici più elevati;
• per condizioni di alto carico è possibile quindi ottenere una corretta rimozione della pel-
licola biologica di supero anche con rapporti di ricircolo più bassi di quelli in uso nei per-
colatori tradizionali;
• la leggerezza della struttura ne rende assai più agevole la realizzazione; la parete laterale ha
in genere solo funzione di tamponamento, ad evitare spruzzi ed a facilitare la ventilazio-
ne;
• il sistema di drenaggio può essere semplicemente ottenuto con griglie metalliche di sup-
porto.
I moduli a flusso
verticale sono meno
soggetti ad intasamenti,
ma, per contro, quelli a
flusso incrociato risen-
tono meno degli effetti
negativi da questi provo-
cati. Va infatti tenuto
presente che una occlu-
sione nei moduli "cross
flow" rende inoperante
soltanto il tratto com-
preso tra il nodo a
monte e quello a valle
dell'occlusione, mentre
nel caso dei moduli a
flusso verticale, la zona Figura 7.15. Esempio di moduli di supporto in PVC realizzato mediante
esclusa dal flusso corri- fogli ondulati tra di loro saldati; (a) modulo a flusso incrociato (cross-flow);
(b) modulo a flusso verticale.
sponde ad un canale
avente lunghezza pari a
quella del modulo. I moduli a flusso incrociato consentono anche una migliore distribuzione
del flusso idrico nel letto.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-21
In un piano semilogaritmico (Se/Si; 1/ci), questa equazione è costituita da una retta. In-
dividuandone sperimentalmente il coefficiente angolare per valori di aw ed H noti, è possibile
determinare il valore della costante (k1·D)1/2, d'ora in poi denominata semplicemente k20 , con
riferimento al fatto che viene valutata a 20°C.
Successivamente, l'osservazione che i valori di k20 determinati sperimentalmente varia-
no al variare del carico idraulico, ha condotto alla formulazione di una espressione comu-
nemente nota come formula di Velz modificata, o di Eckenfelder, in cui il coefficiente po-
sto ad esponente del carico idraulico è di natura empirica:
Se 1
= exp −k 20 ⋅ a w ⋅ H ⋅ n (7.25)
Si c i
dove:
n = costante empirica adimensionale, solitamente pari a 0,5;
k20 = coefficiente cinetico a 20°C, espresso in [m/d];
aw = superficie specifica di attecchimento della pellicola biologica [m2/m3];
H = altezza del filtro [m];
ci = carico idraulico [m/d].
Quest'ultima equazione viene poi estesa per tener conto anche della effettiva tempera-
tura di progetto e dell’eventuale ricircolo, ottenendo:
−1
S e k ⋅ a ⋅ H ⋅ α ( T − 20)
= (r + 1) ⋅ exp 20 w − r (7.26)
S i c i ⋅ (r + 1) 0,5
dove:
r = rapporto di ricircolo adimensionale = Qr/Q;
α = coefficiente di Arrhenius = 1,035.
ne dell'altezza del letto e della concentrazione del liquame secondo la seguente espressione:
0,5
k 20,2 H ⋅S
= 1 1 (7.27)
k 20,1 H2 ⋅ S 2
Solo recentemente sono stati proposti modelli più sofisticati, integrabili solo per via
numerica con l'ausilio dell'elaboratore elettronico, che consentono una simulazione più fe-
dele dei fenomeni fisici e biochimici che hanno sede nel reattore biologico, ma per i quali
mancano sufficienti conferme sperimentali.
L'uso di approcci razionali come quelli sopra accennati resta quindi ancora assai limi-
tato.
Molto più frequentemente il dimensionamento dei letti percolatori a riempimento sin-
tetico è condotto su base empirica, utilizzando curve di tipo statistico che forniscono i ren-
dimenti depurativi in funzione del carico volumetrico applicato.
La scelta del rapporto di ricircolo viene effettuata in modo da garantire valori del carico
idraulico sufficienti per un corretto asporto della pellicola biologica. I valori di uso corrente
sono compresi tra 20 e 40 m3/(m2·d). Il ricircolo, inoltre, migliora la distribuzione del liquame
nel letto e aumenta il trasferimento di ossigeno dal liquame alla pellicola biologica.
I letti percolatori possono essere a basso carico o intensivi, a seconda del carico idrauli-
co e del carico organico ad essi applicato. Possono essere disposti in parallelo od in serie (si-
stema a più stadi), se l’impianto comprende più di una unità.
Si definisce carico organico il quantitativo giornaliero di sostanza organica espressa in
kg di BOD5 applicato al letto percolatore per 1 m3 di letto (kg BOD5/(m3·d)).
Il carico idraulico è invece il volume giornaliero di liquame (inclusa eventualmente la
portata di ricircolo) espresso in m3 che passa in un giorno attraverso 1 m2 di superficie di
letto (m3/(m2·d)).
Il letto percolatore riceve liquame chiarificato, esente cioè dal materiale solido separa-
bile per sedimentazione. Prima dell’invio sul letto percolatore il liquame è pertanto sottopo-
sto ad un trattamento di chiarificazione in una vasca di sedimentazione dopo la quale il li-
quame conterrà ancora quella parte di sostanza organica solida non separabile per sedimen-
tazione (soprattutto sostanze colloidali) e tutta la sostanza organica allo stato disciolto. In
queste condizioni il liquame è avviato sul percolatore ove avviene il già descritto processo
biochimico di trasformazione delle sostanze organiche.
Durante il processo nel letto percolatore la corrente liquida può trasportare con sé
porzioni di spoglio della pellicola biologica che si ritrova nell’effluente del percolatore. Di
qui la necessità di provvedere con una successiva sedimentazione finale alla eliminazione
dall’effluente di queste pellicole.
7-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Un impianto per il trattamento ossidativo con letti percolatori normali (a basso carico)
comprende (Figura 7.18) la sedimentazione primaria e la sedimentazione finale, oltre ai pre-
trattamenti (griglia, dis-
sabbiatore, disoleatore)
ed il trattamento del
fango (digestione ed es-
siccamento).
Il percolatore viene
dimensionato in base al
valore del carico organi-
co e del carico idraulico.
I valori dei carichi speci-
fici variano entro limiti
piuttosto ampi (Tabella
7.2): il carico organico è
compreso tra un minimo Figura 7.18. Schema di funzionamento di un letto percolatore normale ad
di 0,08 ed un massimo di uno stadio.
0,4 kg BOD5/(m3·d). Il ca-
rico idraulico varia tra 1
e 5,6 m3/m2 (m3 di liquame al giorno per 1 m2 di letto). In tempo di pioggia e nel caso di fo-
gnature miste, il carico idraulico sul letto percolatore non può essere aumentato più di una
volta e mezza se si vuole conservare all’incirca lo stesso grado di depurazione.
Naturalmente più i carichi sono elevati, e minore è il rendimento del processo di trat-
tamento, ossia la rimozione del BOD. Per carichi non troppo elevati il rendimento in termini
di BOD dopo il trattamento com-
Tabella 7.2. Valori del carico organico e del carico idraulico
per il dimensionamento dei letti percolatori a basso carico.
pleto è compreso tra l’80% ed il
95%; si può raggiungere una con-
Carico organico(1) [kg BOD5/(m3·d)] 0,08÷0,4 centrazione nell'effluente finale
Carico idraulico (2) 3 2
[m /(m ·d)] 1÷5,6 pari a 30 o 20 mg BOD/l.
Carico per abitanti (3) 3
[n° abitanti/m ] 2,3÷11,5 Il calcolo in base al valore del
Altezza letto [m] 1,35÷3 carico organico consente di rica-
(1)
vare il volume totale del letto. Il
kg di BOD5 di liquame chiarificato giorno per 1 m3 di letto dimensionamento del percolatore
(2) 3 2
m di liquame al giorno per 1 m di letto
(3) 3
numero di abitanti per 1 m di letto (diametro ed altezza) può essere
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-25
Tabella 7.3. Valori medi dei quantitativi di sostanze minerali ed organiche per abitante (dati europei, per
fognature nere separate).
SOSTANZE [g/(ab·d)]
STATO FISICO minerali organiche totali BOD
[g/(ab·d)]
successivamente effettuato assegnando un certo valore all’altezza dello strato filtrante, scelto
tenendo conto della pezzatura del materiale e dei valori del carico organico consigliati in Ta-
bella 7.3, oppure in base alla personale esperienza del progettista. L’altezza del letto può an-
che essere ricavata in base al valore del carico idraulico; questo consente di definire la super-
ficie del letto e quindi, noto il volume totale dedotto dal carico organico, l’altezza dello stes-
so.
A chiarimento di quanto sopra si veda l’esempio nell'Appendice al Capitolo 7.
Il trattamento ossidativo nel percolatore a carico normale è preceduto da una sedi-
mentazione primaria (chiarificazione) e seguito da una sedimentazione finale (per
l’eliminazione dall’effluente della pellicola di spoglio del letto).
Il fango della sedimentazione finale viene normalmente inviato a monte di tutto
l’impianto (Figura 7.18) in modo che possa sedimentare poi nella vasca primaria con il fango
fresco; unitamente a quest’ultimo viene infine inviato alla digestione e successivamente
all’essiccamento.
I percolatori intensivi funzionano con carichi notevolmente più elevati dei percolatori
normali (Tabella 7.4).
Per i percolatori intensivi il carico organico per unità di superficie riveste una primaria
importanza, in quanto per il loro funzionamento, occorre che detto carico non scenda al di
sotto di un certo limite (0,8 kg
BOD5/(m3·h)). Inoltre la corrente
Tabella 7.4. Valori del carico organico e del carico idraulico
liquida dovrà essere tale da trasci- per il dimensionamento dei letti percolatori a carico intensi-
nare via il materiale della pellicola vo.
biologica staccatasi; questa si trove- (1) 3
Carico organico [kg BOD5/(m ·d)] 0,4÷4,8
rà (sotto forma di fiocchi)
Carico idraulico(2) [m3/(m2·d)] 0,8÷37,4
nell’effluente del percolatore inten- (3) 3
sivo in quantità molto maggiore di Carico per abitanti [n° abitanti/m ] 11,5÷137
quanto non avvenga nei percolato- Altezza letto [m] 0,9÷3
ri a carico normale. Questo com- (1) 3
kg di BOD5 di liquame chiarificato giorno per 1 m di letto
portamento spiega come il perco- (2)
m 3 di liquame al giorno per 1 m2 di letto
latore intensivo sia in grado di de- (3) 3
numero di abitanti per 1 m di letto
gradare una quantità maggiore di
sostanza organica contenuta nel liquame, non dovendo provvedere anche alla degradazione
della sostanza organica della pellicola biologica, così come invece avviene con i percolatori
normali.
Il volume del fango che si ritroverà nel sedimentatore finale dei percolatori intensivi sa-
7-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Il numero teorico (medio) di volte che la portata Q in arrivo all’impianto passa attra-
verso il letto sarà pari a:
Q + Qr Q
F= = 1+ r = 1+ R (7.29)
Q Q
ed F è indicato come fattore di ricircolo.
Se per esempio la portata Qr che si ricircola è uguale alla portata in arrivo Q, il rapporto
di ricircolo sarà R=1, mentre il fattore di ricircolo sarà F=2.
In realtà la capacità di rimozione del BOD diminuisce con l’aumentare del numero dei
passaggi. Per tener conto di questa condizione si ragiona come se il numero di passaggi fos-
se inferiore a quello reale, per cui nell’espressione del fattore di ricircolo F, si introduce un
coefficiente di riduzione f ≤1.
Il fattore di ricircolo corretto F' può essere allora dato dall’espressione:
1+ R
F' = (7.30)
[1+ (1− f) ⋅ R] 2
dove per f=1 si trova la formula precedente:
F ' = 1+ R = F (7.31)
Essendo F' ed R variabili dipendenti, con f costante, F' raggiunge il valore massimo
per:
(2 ⋅ f − 1)
R= (7.32)
(1 − f)
Assumendo per i letti percolatori un valore di f pari a 0,9, il numero medio di passaggi
effettivi sarà:
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-27
1+ R
F' = (7.33)
(1 + 0,1⋅ R)2
per cui:
1+ 8
F ' max = = 2,78
(1 + 0,1⋅ 8)2 (7.35)
F = 1+ 8 = 9
Occorrerà cioè far passare (1+8) volte il liquame attraverso il letto percolatore per otte-
nere una rimozione di BOD corrispondente ad un numero medio di passaggi effettivi pari a
2,78, con efficienza quindi pari a:
Fmax 2,78
= = 0,31 (7.36)
F 9
Quanto detto sopra dimostra matematicamente come il rapporto di ricircolo R=8/1
rappresenta il limite massimo di convenienza, al di sopra del quale il BOD dell’effluente sarà
praticamente lo stesso di quello dell’influente nell'ultimo passaggio.
In pratica il rapporto di ricircolo si mantiene a valori tali (0,5÷3) da far sì che il liquame
che passa attraverso il letto percolatore (compreso il ricircolo) abbia un BOD che non sia
superiore a tre volte il BOD richiesto nell’effluente.
Il ricircolo del liquame ri-
chiede necessariamente un im-
pianto di sollevamento che ri-
porti a monte del percolatore
l’effluente dello stesso; questa ne-
cessità rende alquanto più costo-
so l’esercizio dell’impianto ri-
spetto alla soluzione con perco-
latori normali, sempre che la con-
figurazione topografica del terre-
no consenta per questi ultimi un
funzionamento a gravità.
Il ricircolo del liquame può
avvenire in diversi modi (Figura
7.19):
• si può prelevare la portata di
ricircolo a valle delle vasche di
sedimentazione finale; in que-
sto caso la vasca di sedimenta-
zione finale andrà dimensio-
nata per la portata totale di li-
quame che viene fatta passare
per il percolatore (compresa
quindi la portata di ricircolo);
• oppure si può prelevarla di-
rettamente dalle vasche di se-
Figura 7.19. Schemi di funzionamento di letti percolatori in-
dimentazione stesse; tensivi.
7-28 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
• nelle configurazioni in cui la portata di ricircolo viene inviata a monte delle vasche di se-
dimentazione primaria, queste andranno dimensionate per l’intera portata di liquame
compresa quella di ricircolo;
• si può anche prelevare la portata di ricircolo a monte della sedimentazione finale con in-
vio a valle della sedimentazione primaria; in tal modo si ha l’inconveniente di riportare
nel percolatore le pellicole di spoglio del letto, ma si ha il vantaggio che le vasche di se-
dimentazione primaria e finale restano dimensionate per la sola portata di liquame af-
fluente all’impianto.
In alcuni casi, quando si desidera assicurare una migliore qualità dell’effluente, si realizza
il trattamento in serie facendo passare il liquame successivamente attraverso due o più per-
colatori.
La separazione in stadi è vantaggiosa nei confronti dell’aerazione dovuta alla minore
altezza con cui vengono realizzati i percolatori.
Gli schemi di trattamento possono essere di due tipi:
• con un’unica vasca di sedimentazione finale;
• con due vasche di sedimentazione ciascuna dopo ogni singolo stadio
Per letti percolatori a carico normale è preferibile realizzare un sistema che consenta
l’inversione periodica del percorso in modo che il percolatore del secondo stadio (meno ca-
ricato) possa divenire quello del primo stadio e viceversa.
Per il dimensionamento dei letti percolatori intensivi (a ricircolo) può adottarsi il crite-
rio che il BOD del liquame sul secondo filtro, ricircolazione inclusa, non superi il doppio del
valore del BOD che si vuole ottenere nell’effluente. Tale criterio è applicabile per carichi
idraulici non superiori a 28 m3/(m2·d).
Per il letto percolatore normale (a basso carico) si assegna un’altezza che varia tra un
minimo di 1,35 m ed un massimo di 3,00 m.
Tuttavia solo i primi 60÷90 cm dello strato superiore del letto presentano uno sviluppo
intenso di pellicola biologica, mentre sul fondo del letto lo sviluppo della biomassa è molto
ridotto. In questo senso il letto potrebbe ritenersi sovradimensionato, tuttavia si può notare
che il liquame passante attraverso il letto si arricchisce di ossigeno fin negli strati superiori
del letto e ciò consente ai batteri nitrificanti autotrofi di svilupparsi anche negli strati inferio-
ri del letto, fissando l’ammoniaca e dando luogo al processo di nitrificazione.
Il comportamento dei percolatori intensivi è, a questo riguardo, alquanto diverso in
quanto, l’effluente dal trattamento nei percolatori intensivi è caratterizzato, rispetto
all’effluente di un percolatore a basso carico, da un BOD generalmente più elevato e circa
dallo stesso contenuto di ossigeno disciolto; il modesto contenuto di nitrati, a volte addirit-
tura nullo, mostra bassi rendimenti di nitrificazione.
percentuale di riduzione del BOD, ma importante è anche la riduzione del materiale in so-
spensione e del contenuto batterico.
Il rendimento di un letto percolatore è strettamente collegato al comportamento del
processo biologico, quindi allo sviluppo ed all’azione dei microrganismi della pellicola biolo-
gica. Pertanto i fattori che condizionano il rendimento di un letto percolatore vanno ricer-
cati fra quelli che influenzano l’attività batterica.
Per molti di questi fattori è stato studiato il meccanismo con cui essi intervengono nel
processo biologico; molti altri non sono ancora stati completamente interpretati, soprat-
tutto per l’impossibilità di controllare tutte le variabili interdipendenti che possono interve-
nire nel fenomeno.
Alcuni di questi fattori vanno più attentamente considerati perché influiscono sui criteri
di progettazione dei letti percolatori:
• composizione e caratteristiche del liquame (BOD, scarichi industriali organici e inorganici,
oli, detergenti sintetici, temperatura);
• caratteristiche del letto filtrante;
• aerazione naturale e ventilazione forzata.
Tabella 7.5. Riduzione percentuale del carico inquinante dopo trattamento depurativo
RIDUZIONE [%]
TRATTAMENTO DEPURATIVO BOD Materiale in Contenuto
[mg/l] sospensione batterico
Liquame (grezzo o chiarificato) clorato 5 ÷ 10 5 ÷ 20 20 ÷ 20
Liquame chiarificato (solo trattamento di sedimentazione 25 ÷ 40 40 ÷ 70 25 ÷ 75
primaria)
Letti percolatori intensivi ( con sedimentazione primaria e 65 ÷ 85 65 ÷ 92 40 ÷ 80
finale)
Letti percolatori normali ( con sedimentazione primaria e 75 ÷ 95 85 ÷ 95 90 ÷ 98
finale)
Trattamento a fanghi attivi (con sedimentazione primaria e 75 ÷ 95 85 ÷ 95 90 ÷ 98
finale)
Clorazione di effluente depurato (dopo trattamento seconda- 90 ÷ 95 85 ÷ 95 98 ÷ 99
rio )
L’attività metabolica delle diverse specie di microrganismi è condizionata, fra gli altri
fattori, dalla temperatura dell’ambiente. Come temperatura ambiente deve intendersi, nel ca-
so dei letto percolatore, quella del liquame piuttosto che quella dell’atmosfera, per cui
l’attività biochimica della pellicola biologica (e quindi il rendimento del letto percolatore),
può considerarsi funzione anche della temperatura del liquame. Questa temperatura, eccetto
7-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
che durante i periodi di pioggia e nel caso di fognature miste, non varia eccessivamente nel
corso di una giornata (2-3°C) e normalmente per non più di 10-15°C nel corso dell’anno. Le
intense variazioni della temperatura atmosferica possono essere, invece considerevoli (Figu-
ra 7.20). Per tali ragioni l’influenza della temperatura sui processi biologici è meno impor-
tante di quello che si potrebbe supporre qualora si facesse riferimento alle variazioni di tem-
peratura dell’atmosfera anziché a quelle del liquame.
Molto spesso il liquame che giunge all’impianto di trattamento non è di origine esclusi-
vamente domestica; sempre più frequentemente si verifica che la rete di fognatura raccolga
anche scarichi industriali. Questi scarichi industriali possono essere di natura diversissima e
possono influenzare anche in maniera determinante il liquame da trattare facendone variare,
spesso anche considerevolmente, le caratteristiche. Per quanto riguarda eventuali carichi in-
dustriali di natura organica, la loro presenza può anche non provocare alcun inconveniente
nel funzionamento dei percolatori; questo è il caso ad esempio degli scarichi provenienti da
caseifici, industrie alimentari, alcune industrie farmaceutiche e tessili, nonché da alcuni pro-
cessi fermentativi. Bisogna tenere conto del carico organico complessivo (liquame domesti-
co e scarichi industriali), computando even-
tualmente l’apporto industriale in base al con-
cetto della popolazione equivalente e dimen-
sionando in conseguenza il letto percolatore.
Frequentemente però gli scarichi indu-
striali, anche se di natura organica, possono
contenere sostanze particolari che, superate
certe concentrazioni, hanno un effetto tossico
tale da poter influenzare sensibilmente
l’andamento del processo biologico.
190 m2 per cui la depurazione, se considerata in funzione della superficie, dovrebbe essere
doppia del caso precedente. Ma lo spazio libero degli elementi da 3 cm è otto volte inferiore
allo spazio corrispondente a quello degli elementi da 6 cm. Sussiste pertanto la necessità di
conciliare le due esigenze provvedendo a scegliere la minima dimensione che assicuri il libe-
ro e sufficiente passaggio dell’aria evitando altresì il pericolo di intasamenti tanto più fre-
quenti e possibili, quanto più piccola è la pezzatura del materiale. In ogni caso è sempre
molto importante che il pietrisco abbia una pezzatura il più possibile uniforme.
A partire dai primi anni '80 sono state sviluppate negli Stati Uniti diverse modifiche del
processo a letti percolatori, al fine di migliorare in impianti già esistenti la qualità dell'ef-
fluente in seguito all'introduzione di limiti di scarico più restrittivi.
Negli impianti a filtri percolatori la minore efficienza di depurazione rispetto agli im-
pianti a fanghi attivi è in gran parte imputabile alla concentrazione relativamente elevata di
solidi sospesi presenti nell'effluente finale, costituiti da particolati piuttosto fini, difficili da
rimuovere con la sola sedimentazione. La bioflocculazione che avviene nei processi a bio-
massa sospesa consente invece un più efficace abbattimento di questa frazione. Il processo
TF/SC (dalle iniziali delle parole Trickling Filter/Solid Contact) consente di unire i vantaggi
di entrambi i tipi di processo.
Un flusso di fango ricircolato dal sedimentatore, aerato in una opportuna vasca, viene
miscelato all'effluente proveniente dal percolatore e reimmesso nel sedimentatore seconda-
rio attraverso un opportuno comparto centrale di flocculazione (Figura 7.21).
Il processo sfrutta il potenziale depurativo dei fanghi di supero prodotti dai letti per-
colatori, sia mediante la bioflocculazione e la rimozione di una parte dei solidi sospesi pre-
senti nell’effluente a seguito dell’aerazione dei fanghi, sia mediante la rimozione ossidativa di
una frazione del carico inquinante solubile come in un normale processo a fanghi attivi.
A seconda degli
obiettivi che si vogliono
conseguire, possono esse-
re considerate le tre se-
guenti varianti del proces-
so:
a) variante I (Figura
7.21): la rimozione del Figura 7.21. Configurazione processo TF/SC con aerazione della miscela
effluente/fanghi.
BOD5 solubile residuo è
prioritaria. La vasca di ae-
razione, denominata "di contatto", viene dimensionata in funzione dell'abbattimento del
substrato ed il tempo di residenza del fango risulta quindi in eccesso rispetto alle esigenze di
aerobiosi e di floc-
culazione.
b) variante II (Fi-
gura 7.22): il fattore
critico è la rimozio-
ne dei solidi sospesi.
Il serbatoio di riae-
razione del fango di
ricircolo è dimen-
sionato per mante-
nere le condizioni di
aerazione sufficienti
per la sola floccula-
Figura 7.22. Configurazione processo TF/SR con aerazione dei soli fanghi.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-33
Le condizioni richieste per il buon funzionamento del processo TF/SC sono le seguen-
ti:
• è sempre necessario prevedere la sedimentazione primaria;
• l’aerazione dei fanghi (o della miscela effluente/fanghi) deve mantenere le caratteristiche
flocculanti dei fiocchi riciclati, e a tal fine i migliori risultati si hanno con l’insufflazione a
bolle fini;
• l’agitazione meccanica dei fanghi (o della miscela effluente/fanghi) durante il trasporto
per pompaggio e nella fase di aerazione deve essere limitata al minimo indispensabile al
fine di lasciare per quanto possibile inalterata la struttura dei fiocchi;
• la concentrazione di solidi nella miscela fanghi/effluente non deve essere inferiore a 500
mg/l, altrimenti l’efficienza di rimozione dei solidi decresce perché diminuiscono le pro-
babilità di contatto tra particolati e fiocchi; in genere una concentrazione intorno a 1000
mg/l consente di contenere al minimo il volume del sedimentatore finale grazie al ridotto
flusso solido e alla maggiore velocità di sedimentazione connessa alla minore concentra-
zione dei fanghi;
• per mantenere le buone caratteristiche di sedimentabilità del fango è opportuno ridurre al
massimo il tempo di permanenza in condizioni anossiche del fango nel sedimentatore; di
conseguenza il livello di fango nel sedimentatore secondario deve essere mantenuto al di
sotto di 30 cm ed è preferibile operare l’estrazione mediante tubi aspiratori piuttosto che
con raschiatori di fondo, anche se con ciò si diminuisce il tenore di secco del fango
estratto.
7-34 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Tabella 7.6. Criteri di progetto adottati per il dimensionamento del processo TF/SC.
Nella vasca in cui si effettua l'aerazione della miscela fanghi/effluente (in genere un ca-
nale aperto, con regime idrodinamico che approssima il flusso a pistone) si ha un apprezza-
bile abbattimento del BOD5 solubile residuo (dal 20% fino ad oltre il 50%), avendo cura di
mantenere il tempo di residenza idraulico nella vasca o canale di aerazione non inferiore a
10÷15 minuti (calcolato sulla sola portata di liquame, esclusa la portata dei fanghi di ricirco-
lo).
I vantaggi del processo TF/SC che trovano riscontro nella realtà (oltre 50 impianti rea-
lizzati negli USA) sono i seguenti:
• le concentrazioni di SS e BOD5 nell’effluente finale sono pari o inferiori a 10 mg/l, per
concentrazioni di BOD5 solubile e di SS nell’influente rispettivamente dell’ordine di 100 e
di 150 mg/l e per carichi idraulici sul sedimentatore fino 1.5 m/h;
• il fango biologico prodotto dal processo TF/SC presenta ottime caratteristiche di sedi-
mentabilità ed elevata densità con indici del fango (SVI) dell’ordine di 60÷120 ml/g e può
essere quindi scaricato direttamente nel sedimentatore primario senza problemi;
• le produzioni di fanghi biologici sono confrontabili con quelle del processo a fanghi atti-
vi, dell’ordine di 0.7÷0.8 kgSS per kg di BOD5 in ingresso, per impianti con carico fino a
0.5 kg BOD5/(m3·d), e dell’ordine di 0.9÷1.0 kgSS per kg di BOD5 in ingresso, per impianti
con carico di oltre 1 kg BOD5/(m3·d).
non sarebbe possibile rendere operativi, con il dovuto controllo, sistemi più complessi.
Tuttavia, i letti percolatori sono soggetti ad inconvenienti, quali intasamento del letto,
emanazione di cattivi odori, sviluppo di insetti.
L’intasamento di un letto percolatore si verifica quando gli spazi tra i vari elementi del
letto si riempiono completamente del materiale biologico che costituisce la pellicola. Le cau-
se possono essere riportate a due origini:
• elemento del mezzo filtrante di pezzatura troppo piccola o non sufficientemente uni-
forme;
• carico organico sul filtro eccessivo in rapporto al carico idraulico.
Per eliminare tale inconveniente si può operare in diversi modi:
• rastrellare la superficie del letto, smuovendo lo strato superiore il più possibile;
• lavare la superficie del letto con getti d’acqua in pressione;
• fermare l’arganello in corrispondenza della zona intasata, facendo defluire abbondante-
mente il liquame con l’intento di asportare la pellicola biologica;
• immettere nel letto forti concentrazioni di cloro, 5 mg/l, un periodo di alcune ore;
• tenere fuori servizio il percolatore per almeno 24 ore allo scopo di farlo essiccare;
• sostituire il mezzo filtrante se i precedenti metodi non danno risultati positivi. Normal-
mente risulta essere più economico sostituire il materiale filtrante piuttosto che pulire
totalmente quello vecchio.
Il cattivo odore può essere provocato da fenomeni di decomposizione anaerobica del
liquame e della pellicola biologica. Per evitare tale inconveniente è fondamentale mantenere
il liquame in condizioni non settiche. L’inconveniente può essere corretto evitando uno
sviluppo eccessivo della pellicola biologica; si dovrà ridurre il carico organico aumentando
contemporaneamente il carico idraulico con un ricircolo.
Lo sviluppo di insetti può essere combattuto con i seguenti accorgimenti:
• alimentare il percolatore in modo continuo piuttosto che ad intermittenza;
• rimuovere l’eccessivo sviluppo della pellicola biologica superficiale;
• clorare il liquame (0,5÷1 mg/l) per alcune ore;
• usare insetticidi.
In alcuni casi eccezionali, la temperatura può condizionare pesantemente il funziona-
mento del percolatore, facendo gelare la superficie esterna del letto. Questo fenomeno può
essere evitato in diversi modi:
• ridurre il tempo di permanenza nelle vasche di sedimentazione primaria;
• se il sistema è a ricircolo, ridurre o eliminare la portata di ricircolo allo scopo di minimiz-
zare il tempo di contatto del liquame con l’atmosfera, e quindi il suo progressivo raffred-
damento;
• far funzionare i percolatori in parallelo anziché in serie;
• coprire i letti percolatori;
• adottare la circolazione forzata di aria preriscaldata;
• distribuire il liquame sul percolatore con continuità e non ad intermittenza.
I bassi consumi
energetici e la gestione
assai semplificata sono i
fattori principali che gio-
cano a favore di questo
tipo di reattori per le pic-
cole installazioni. Negli
impianti più grandi,
l’economia di scala di altri
tipi di configurazioni li
rende invece meno con-
venienti.
Sono costituiti da
una o più vasche rettan-
golari in cui ruota lenta-
mente (solitamente da
uno a tre giri al minuto),
immergendosi ed emer-
gendo alternativamente
dal liquame, una serie di
dischi paralleli (in mate-
riale plastico) calettati su
un albero azionato tra-
mite un riduttore, da un
motore elettrico (Figura
7.24). Esistono anche si-
Figura 7.24. Installazione tipo di un reattore biologico rotante a quattro
stadi, ciascuno equipaggiato con due moduli-supporto. stemi che insufflano aria
compressa in alcune ca-
vità solidali con i dischi mentre sono in immersione, dando luogo ad una spinta di galleg-
giamento asimmetrica che imprime il moto rotatorio.
La pellicola biologica cresce aderendo alla superficie bagnata dei dischi, che alternati-
vamente viene messa a contatto del liquame e dell’aria atmosferica. Grazie al movimento
rotatorio, le forze di taglio tra il liquido e la pellicola ne determinano il distacco allorché que-
Figura 7.25. Esempio di biorotore sagomato in modo da incrementare il trasferimento di ossigeno. Le-
genda: 1: supporto plastico; 2: motoriduttore; 3: cuscinetti; 4: supporto del motoriduttore; 5: fissaggio del
braccio di reazione.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-37
molta cura nel dimensionamento dell’albero, tenendo presente il peso della biomassa ba-
gnata, a vasca vuota, in assenza della spinta di galleggiamento. Vanno anche tenute presenti
le notevoli sollecitazioni a flessione, a torsione e a fatica, causate da possibili asimmetrie
nella distribuzione della biomassa. È opportuno prevedere supporti di estremità autoalli-
neanti per evitare moti eccentrici dell’asse (loping) e proteggere sia le estremità dell’albero che
i supporti dalla corrosione.
È opportuno prevedere strumenti che consentano di verificare in esercizio il peso gra-
vante sull’albero, ad esempio mediante letture idrauliche o sensori elettronici. L’esperienza
del gestore dell’impianto potrà in seguito individuare il peso minimo al quale corrisponde il
rendimento di rimozione richiesto, evitando un inutile sovraccarico che abbrevierebbe la
vita utile dell’impianto.
L’eccessivo accumulo di biomassa può anche comportare maleodorazioni, lo sviluppo
di solfuri e la comparsa di organismi indesiderati come Beggiatoa, un batterio autotrofo tipico
di ambienti poveri di ossigeno e con presenza di solfuri, la cui struttura filamentosa rende
più difficile il distacco della biomassa in eccesso. La sua presenza può quindi ingenerare un
circolo vizioso che rende più difficile ripristinare le condizioni operative ottimali. I rimedi
sperimentati con successo sono diversi, ma basati sui criteri di diminuire il carico organico
applicato allo stadio sovraccaricato ed aumentare la disponibilità di ossigeno al biofilm. Si
citano ad esempio: la rimozione dei setti tra due stadi consecutivi; il ricircolo dell’effluente;
la ripartizione del liquame in ingresso sui vari stadi (tecnica step-feed); l’aumento della con-
centrazione di ossigeno nel liquame ottenuta mediante l’installazione di dispositivi di aera-
zione ausiliari per mantenere concentrazioni di ossigeno di almeno 2 mg/l nel liquame.
L’installazione di aeratori ausiliari e la possibilità di rimuovere i setti tra gli stadi do-
vrebbe essere prevista già in sede progettuale qualora si preveda la possibilità di prolungati
sovraccarichi organici. Un sistema originale applicato con successo e che realizza entrambe
queste possibilità è quello di creare una barriera di bolle d'aria (fini) tra due stadi successivi.
I biorotori dovrebbero essere coperti (solitamente si adottano involucri prefabbricati in
vetroresina) per evitare la diffusione di maleodorazioni, anche se occasionali, e garantire la
protezione della struttura in plastica dall'azione del sole e della biomassa dai rigori invernali.
In località montane può essere consigliabile la coibentazione della copertura e l'installazione
di dispositivi di aerazione ad insufflazione d'aria per evitare il congelamento notturno del li-
quame.
configurati, l'affidabilità di formule del tipo precedente, deve essere attentamente verificata,
in quanto le superfici specifiche effettive in gioco possono variare notevolmente da un tipo
all'altro. La superficie specifica disponibile nei rotori biologici in commercio copre un range
compreso tra 100 e 220 m-1.
Molto più spesso, di fatto, i biodischi vengono dimensionati sulla base di curve ricavate
empiricamente dai costruttori e sono specifici per ogni tipo di biorotore e per ogni tipo di
liquame.
Si tratta di reattori a letto fisso completamente sommersi ed aerati. Sono anche chia-
mati filtri biologici sommersi (aerobici). Il flusso può essere discendente, ascendente op-
pure trasversale. Filtri biologici con mezzi di riempimento delle dimensioni inferiori a 3 - 4
cm possono essere utilizzati in processi di rimozione biologica della sostanza organica pur-
ché, oltre ad una preventiva sedimentazione primaria, si provveda anche alla rimozione pe-
riodica dei solidi accumulati (per crescita batterica e per intrappolamento) per mezzo di op-
portuni cicli di lavaggio.
I processi oggi applicati alla scala industriale di cui sono disponibili dati almeno alla
scala dimostrativa nella letteratura tecnica e che prevedono operazioni di controlavaggio so-
no tutti soggetti a brevetto; si citano come esempi:
Il mezzo di riempimento può essere di tipo sfuso (ad es.: Biostyr, Biocarbone, Biofor)
oppure a superficie orientata (ad es.: Biopur), come per i letti percolatori, di materiale
7-40 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
plastico o lapideo che offre una notevole superficie libera di supporto per la pellicola bio-
logica.
I mezzi di riempimento di materiale plastico offrono generalmente una superficie spe-
cifica ed un grado di vuoto assai maggiore dei materiali lapidei di pari pezzatura e general-
mente offrono minori rischi di cortocircuiti (o “channelling”). Grandi superfici specifiche
sono tuttavia ottenibili soltanto con mezzi di riempimento di piccola pezzatura (ad esempio,
una sabbia con diametro efficace = 0.5÷0.7 mm offre oltre 3000 m2 di superficie per m3 di
letto), ma che si occluderebbero in tempi assai brevi se utilizzati per filtri a letto fisso. Una
stima approssimativa della superficie specifica di un mezzo di supporto granulare può essere
ottenuta semplicemente ipotizzando che il granulo sia di forma sferica con raggio r (in m) e
occupi in volume cubico di lato pari al diametro d=2r. Si ottiene:
superficie specifica = aw = Superficie della sfera / Volume del cubo = 4·π·r2/(d)3 = π/d.
A titolo di esempio la superficie specifica di particelle di diametro pari a 3.5 mm (di-
mensione tipica dei mezzi di riempimento del biofiltro Biofor) risulta di circa 1000 m-1. È
chiaro che per granuli di argilla espansa o di polistirene, caratterizzati da forme abbastanza
regolari e prossime alla sfericità, le stime ottenute con questa semplice approssimazione so-
no migliori di quelle relative a sabbie o graniglie ottenute per frantumazione del minerale
originale. In questi casi, l'approssimazione fornisce una sottostima con errori fino al 100%, a
causa della rugosità della superficie e della irregolarità della forma dei granuli. Va comunque
considerato che la pellicola biologica, una volta sviluppata, attenua le rugosità e crea masche-
ramenti e sovrapposizioni che tendono a ridurre la superficie effettivamente esposta al liqui-
do esterno.
Nei filtri sommersi utilizzati nei processi aerobici, l'aerazione del liquame avviene di
norma per insufflazione d'aria direttamente nel reattore. Per garantire una sufficiente pene-
trazione dell’ossigeno disciolto nel film biologico, la concentrazione viene mantenuta in un
intervallo compreso tra 3 e 6 mgO2/l nel reattore (da 3 a 5 mgO2/l nel caso della rimozione
del substrato organico, da 4 a 6 mgO2/l per la nitrificazione).
Questo comporta la necessità di forniture d'aria abbastanza elevate (6÷10 Nm3 d'aria
orari per m3 di filtro nel caso di rimozione del substrato organico, che sale fino a 15÷20
Nm3/(m2·h) nel caso della nitrificazione) con rendimenti di ossigenazione variabili dal 4 fino
al 20% a seconda del tipo di liquame trattato e del mezzo di riempimento utilizzato.
L'impegno di potenza richiesto è molto variabile a seconda del tipo di installazione
(Tabella 7.7). Il maggior impegno di potenza per le pompe di controlavaggio nei filtri a flus-
so ascendente è in parte spiegabile con la maggior altezza del mezzo di riempimento, men-
tre la maggior potenza richiesta per l'aria di esercizio nei filtri a flusso discendente è in parte
spiegabile con i maggiori carichi volumetrici di COD applicati nelle installazioni oggetto del-
l'indagine.
I dati qui riportati devono essere comunque considerati con molta cautela, trattandosi
di dati medi riferiti a situazioni molto diverse per concentrazione e tipo di liquame alimen-
tato, per tipo di filtro e per modalità di esercizio.
7-42 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Il ricircolo del- Tabella 7.7. Potenza installata per pompe e compressori a servizio di reat-
l'effluente viene tal- tori biologici sommersi a biomassa adesa su letto fisso (in W/m3 di letto fil-
trante).
volta effettuato per
diluire il liquame di filtri upflow filtri downflow
alimentazione ma an- [W/m3] [W/m3]
che per creare una COMPRESSORI aria di esercizio 130 300
migliore miscelazione aria di controlavaggio 600 650
(riducendo i rischi di POMPE acqua di controlavaggio 700 300
corto circuito e di
"channelling"), e per
abbattere picchi tem-
poranei in ingresso. Il ricircolo dell'effluente contribuisce altresì ad aumentare le forze di
taglio e di trascinamento sulla pellicola biologica riducendo il rischio di occlusioni e intasa-
menti. Anche utilizzando il ricircolo dell'effluente è essenziale garantire una uniforme distri-
buzione del liquame in ingresso nel reattore per evitare la formazione di spazi morti e dra-
stiche riduzioni di efficienza.
Un'indagine condotta per conto della U.S. Environmental Protection Agency nel 1988
ha valutato l'influenza delle dimensioni del mezzo di riempimento, del carico organico, del
carico ammoniacale e della temperatura dell'influente sulla qualità dell'effluente. Nello stesso
studio sono stati anche esaminati il controlavaggio, la produzione di fanghi di supero, l'ossi-
geno richiesto e la relativa efficienza di trasferimento. La sperimentazione è stata condotta
per due anni su un impianto costituito da due moduli da 88 m3 (altezza: 3.7 m) che hanno
funzionato in condizioni di basso ed alto carico (1.5, 3 e 3.5 kg BOD5/(m3·d) rispettivamen-
te). Nel suddetto lavoro non vengono date le concentrazioni relative allo scarico tal quale
ma solo quelle dell'effluente primario (BOD5 < 110 mg/l nella maggioranza dei casi).
Una indagine più recente è stata condotta in Francia nel 1993 su dodici impianti di po-
tenzialità compresa tra 7.500 e 150.000 A.E., per il trattamento di liquame prevalentemente
domestico sottoposto a sedimentazione primaria, operanti a carichi volumetrici compresi tra
3.5 e 11.9 kg COD/(m3·d), a fronte di carichi di progetto compresi tra 8 e 10 kgCOD/(m3·d).
Nello studio dell'U.S.E.P.A. sono riportati i risultati relativi al modulo ad alto carico,
nel quale si sono avuti gli effetti più marcati. In questo caso l'aumento della granulometria da
2.8 a 4.4 mm ha reso necessaria una diminuzione del carico applicato dell'ordine del 40% (da
5.6 a 3.3 kg BOD5/(m3·d)) per mantenere la stessa efficienza di depurazione (83%) a parità di
temperatura e di concentrazione dell'influente (BOD5=105÷108 mg/l).
È chiaro che la diminuzione delle prestazioni è direttamente correlata alla corrispon-
dente diminuzione di superficie specifica del mezzo di riempimento (e quindi della superfi-
cie di biomassa adesa). Bisogna però osservare che adottando particelle a maggiore granu-
lometria diminuisce la frequenza dei controlavaggi, soprattutto per il reattore a carico più
elevato. La frazione di acqua utilizzata per il controlavaggio rispetto a quella trattata è infatti
scesa dal 20÷35% al 5÷15% del volume giornaliero trattato.
I risultati operativi riportati dagli studi condotti in Francia indicano in circa 8÷10% del
volume trattato giornalmente, il fabbisogno di acqua di controlavaggio anche per granulo-
metrie dell'ordine di 3.5 mm.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-43
Il valore del carico di substrato organico rimosso (a parità di carico applicato) presenta
risultati relativamente dispersi se valutato in termini di COD (o BOD5) totale (solubile + par-
ticolato) a causa dell'influenza dei solidi sospesi non sedimentabili presenti nell'influente.
In media, dando maggior peso ai risultati ottenuti negli impianti operanti a piena scala,
si può affermare che una concentrazione di COD pari a 90 mgCOD/l nell'effluente non viene
superata che nel 5% dei casi se il carico applicato non supera 5 kg COD/(m3·d) con filtri ca-
ratterizzati da materiale di riempimento di pezzatura non superiore a 6 mm.
Non ancora del tutto accertati sono gli effetti sul biofilm dei continui cicli di lavaggio, i
quali possono avere frequenze giornaliere nei trattamenti di rimozione della sostanza orga-
nica. Operando con questa modalità di funzionamento, il biofilm non è mai stabile e i mo-
delli teorici in stato stazionario sono difficilmente applicabili.
Innanzitutto, come si è già accennato in precedenza, è importante limitare il sovraccari-
co sui filtri mentre una unità è in controlavaggio. Ciò richiede la presenza di almeno tre unità
per limitare il sovraccarico al 50% del valore di normale esercizio, o, in alternativa, la presen-
za di una vasca di equalizzazione a monte dell'impianto.
Occorre fare anche attenzione ai tempi di svuotamento delle vasche di raccolta dell'ac-
qua di controlavaggio. Un tempo eccessivamente lungo ritarda l'effettuazione del controla-
vaggio dei filtri successivi con rischio di occlusioni. Il volume delle vasche di raccolta dell'ef-
fluente da usare per il controlavaggio e di raccolta dell'acqua di controlavaggio usata è pari a
circa 2.5 volte il volume di un filtro (minore è il numero dei filtri, maggiori sono i volumi di
7-44 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
accumulo richiesti).
Il volume di acqua di controlavaggio richiesto, che, come si è già detto, è mediamente
pari all'8÷10% del volume di acqua trattata giornalmente, può giungere al 20% in presenza di
scarichi anomali o a causa di ripetuti episodi di sovraccarico organico.
Le velocità da applicare durante il controlavaggio sono in media di 50 m/h (sia per l’aria
che per l'acqua di lavaggio) nel caso di filtro a flusso discendente e di 70 m/h per l'aria e di 20
m/h per l'acqua nel caso del filtro a flusso ascendente.
Il fango evacuato ha concentrazioni comprese tra 0.4 e 1.2 gSS/l, con produzione in
ragione di circa 0.4 kgSS per kg di COD rimosso (valore stimato in corrispondenza di un
carico applicato di 6.2 kgCOD/(m3·d) con rimozione del 67%).
f) Considerazioni conclusive
Tali vantaggi sono assai interessanti per quelle località turistiche, sia costiere che mon-
tane, nelle quali si hanno:
I filtri dinamici a sabbia (Figura 7.29) sono così denominati per il fatto che il letto fil-
trante (in materiale granulare costituito da quarzite o da basalto frantumato, con granulo-
metria di 2÷3 mm) è continuamente ricircolato e sottoposto a lavaggio mediante un air lift
interno o, in talune configurazioni, anche esterno al corpo del filtro. Originariamente con-
cepiti per la rimozione dei solidi sospesi, hanno trovato applicazione anche per la nitrifica-
zione (per la quale è necessario provvedere ad una aerazione supplementare alla base del
letto filtrante) e per la postdenitrificazione con utilizzo di metanolo o acetato come fonte di
carbonio. Non sono invece adatti per la rimozione biologica della sostanza organica da li-
quami grezzi o primari per l'elevata produzione di solidi biologici che possono alterare la re-
golarità del funzionamento del filtro.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-45
Si tratta di un
processo sviluppato
all'inizio del secolo
caduto definitiva-
mente in disuso con
l'avvento dei mezzi di
supporto sintetici ad
alto grado di vuoto
per letti percolatori.
Il filtro è costi-
tuito da un mezzo di Figura 7.30. Diagramma di flusso di un impianto a filtri sommersi aerati. Le-
supporto immerso in genda: 1) Trattamenti preliminari; 2) Sedimentazione primaria; 3) Biofiltri
sommersi aerati (1° stadio); 4) Sedimentazione intermedia; 5) Biofiltri som-
una vasca ed aerato mersi aerati (2° stadio); 6) Sedimentazione finale; 7) Pozzetti di estrazione
fanghi; 8) Compressore d’aria.
7-46 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
In questi filtri gli spazi liberi nel mezzo di riempimento sono sufficientemente ampi per
evitare occlusioni ed operare con un biofilm di spessore più o meno costante nel tempo. Al
vantaggio di evitare la complicazione di lavaggi periodici si oppone lo svantaggio di dover
necessariamente installare una unità di sedimentazione, analogamente ai filtri percolatori
convenzionali, per rimuovere i solidi sospesi costituiti da particelle di pellicola biologica
staccata dai supporti.
Questo processo è stato utilizzato negli Stati Uniti ed in Europa modificando impianti
a dischi rotanti andati fuori uso a causa della rottura dell'asse di rotazione e per i quali non si
volevano ripristinare le apparecchiature esistenti.
Le velocità ascensionali del liquame attraverso i filtri sono in media mantenute a valori
dell'ordine dei 2÷4 m/h. Il carico idraulico elevato contribuisce a ridurre i rischi di cortocir-
cuiti e quindi anche l'intasamento del mezzo di riempimento, inconveniente che non è stato
generalmente riscontrato se i biofiltri sono alimentati con liquame preventivamente sotto-
posto a sedimentazione primaria.
Rispetto ai filtri biologici sommersi in vasche a fanghi attivi, considerati nel successivo
paragrafo, questi filtri non comportano, generalmente, il ricircolo dei fanghi e pertanto de-
vono operare a carichi volumetrici inferiori, dato che la depurazione avviene prevalente-
mente ad opera della sola biomassa adesa.
In generale si può affermare che laddove sia più importante la semplicità di gestione i
filtri biologici senza controlavaggio offrono sufficienti garanzie. A parità di rendimenti di
rimozione degli impianti a fanghi attivi, filtri di questo tipo sono molto più semplici da gesti-
re, in quanto non occorre ricircolare i fanghi per incrementare il tempo di residenza dei so-
lidi biologici nell'impianto ed eventuali problemi di "bulking" o di "rising" possono essere
facilmente risolti senza incidere sostanzialmente sul rendimento di depurazione (basta per
esempio rimuovere più frequentemente i fanghi accumulatisi nelle tramogge dei sedimenta-
tori) .
Viceversa, per gli impianti di maggiori dimensioni, dove è possibile l'installazione di si-
stemi automatici, i filtri biologici che prevedono cicli di lavaggio periodici possono offrire
una soluzione competitiva con i sistemi tradizionali offrendo il vantaggio di non dover ri-
correre alla sedimentazione finale e potendo operare rendimenti di rimozione del 90% a ca-
richi volumetrici anche doppi di quelli di impianti convenzionali a fanghi attivi.
Cap. 7 Ÿ Processi a biomassa adesa Ÿ 7-47
Sono stati sperimentati schemi di processo nei quali elementi fissi o mobili vengono
introdotti e mantenuti in sospensione in una vasca di aerazione costruttivamente simile a
quella di un processo a fanghi attivi. Il processo è definibile di tipo combinato se opera al-
l'interno di un sistema a fanghi attivi (con ricircolo del fango).
Come elementi fissi si utilizzano moduli costituiti da pannelli di spugna di poliuretano
espanso macroreticolato, oppure moduli costruiti con fogli di materiale sintetico liscio o
corrugato, assemblati in corpi rigidi alveolari (qui di seguito chiamati moduli fissi in plastica).
Gli elementi mobili sono invece costituiti da prismi di ridotte dimensioni (dell'ordine
del centimetro o meno) realizzati in spugna di poliuretano o in materiale rigido.
Sono simili ai filtri considerati nel paragrafo precedente, differendo per la natura del
mezzo di supporto, che è costituito da moduli in materiale plastico analoghi a quelli utilizzati
per i filtri percolatori. I moduli vengono sommersi in vasche a fanghi attivi, e possono esse-
re montati sia al di sotto che al di sopra dei diffusori per l'aerazione.
A differenza del processo descritto al punto precedente, caratterizzato da sola biomas-
sa adesa, questo è un processo combinato a biomassa sospesa e adesa ed è stato proposto
soprattutto per migliorare le prestazioni di impianti sovraccaricati (upgrading).
7-48 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Si tratta di un processo a fanghi attivi ad aerazione diffusa nel quale vengono mantenuti
in sospensione dispersa piccoli elementi di poliuretano espanso. In generale questo tipo di
supporto viene utilizzato sotto forma di piccoli elementi prismatici mantenuti in sospensio-
ne nei reattori, e si ha allora un letto pseudo fluidizzato di spugne.
Il problema principale nei processi aerobici che utilizzano questo tipo di supporto è la
formazione di biofilm con spessore eccessivo per cui nella zona centrale degli elementi di
spugna (parallelepipedi o cubi delle dimensioni variabili tra 10 e 25 mm di lato) non si ha più
disponibilità di substrato e di ossigeno, con conseguente formazione di zone anossiche o
anaerobiche.
Inconvenienti di questo tipo si sono rilevati nel caso del processo LINPOR, nel quale i
mezzi di supporto si caricavano di materiale anaerobico al punto da non poter essere man-
tenuti in sospensione nella vasca di aerazione. Tali supporti sono stati rimpiazzati con mezzi
di supporto costituiti da elementi filiformi intrecciati in PVC, che dopo circa quattro anni di
esercizio si sono deteriorati e hanno dovuto essere sostituiti con altri nuovi.
Per evitare i fenomeni di intasamento dei supporti spugnosi, nelle prime sperimenta-
zioni gli elementi di spugna di poliuretano (a forma di cubetti delle dimensioni di 25 x 25 x
12 mm) venivano periodicamente estratti dalla vasca di aerazione e sottoposti ad un energico
trattamento meccanico di pressatura. A causa dei problemi legati alla pressatura questo
schema di processo è stato praticamente abbandonato.
In altre esperienze (per lo più statunitensi) la rimozione della biomassa in eccesso, con-
dizione indispensabile per il successo di questo tipo di processo, è ottenuta passando gli
elementi spugnosi attraverso una pompa a vortice. In questo modo è possibile mantenere la
concentrazione di SS intorno a 100 mg per supporto. Con una densità di circa 55 elementi
per litro, ciò corrisponde ad una concentrazione di biomassa di 5.500 gSS/m3.
Le modifiche da effettuare sull'impianto a fanghi attivi sono minime e si riducono al
montaggio di un setto per trattenere gli elementi nel reattore durante lo scarico della miscela
aerata ed eventualmente di un air lift per la ridistribuzione delle spugne nel reattore.
La stabilità degli elementi di poliuretano risulta essere molto buona, dopo una prima fa-
se di parziale erosione (meccanica) degli spigoli dei cubetti. La loro durata risulta essere del-
l'ordine di alcuni anni e quindi è richiesto un ripristino minimo del riempimento. L'aerazio-
ne a bolle della vasca può essere effettuata con diffusori posti sul fondo oppure localizzati a
bassa profondità. Oltre alla biomassa adesa su supporto spugnoso, è stata osservata la pre-
senza di biomassa sospesa in concentrazione variabile tra 0,9 (estate) e 1.7 kg SS/m3 (inver-
no). Il comparto con gli elementi spugnosi è posto a monte di uno stadio a fanghi attivi tra-
dizionale con concentrazione di biomassa variabile tra 1.8 (estate) e 3.3 kg SS/m3 (inverno).
Il tempo di ritenzione nel comparto con gli elementi spugnosi era compreso tra 0.85 e 1.67
h, mentre nel comparto a fanghi attivi era compreso tra 2.5 e 5 h. In queste condizioni l'im-
pianto, alimentato con liquame primario (BOD5 = 100÷130 mg/l, SST = 50÷70 mg/l; NH4-N =
20÷30 mg/l), si è dimostrato capace di nitrificare durante i mesi estivi (maggio - ottobre) fino
a livelli inferiori a 5 mg/l di azoto ammoniacale e di denitrificare fino a concentrazioni di cir-
ca 5 mg/l di azoto nitrico.
Il processo, nonostante sia stato introdotto nella metà degli anni '80, conta ancora po-
che applicazioni, per lo più statunitensi. Uno dei probabili motivi della scarsa diffusione ri-
siede nella difficoltà di rimuovere la biomassa in eccesso dalla matrice spugnosa e la incerta
convenienza economica che deve essere attentamente valutata in base alla necessità di so-
stituire i supporti ogni 4-5 anni (per l'usura determinata dai passaggi attraverso la pompa a
vortice).
7-50 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Pellicole biologiche di spessore elevato, tipiche dei filtri a letto fisso, sono sede di ele-
vate resistenze diffusive, che, per basse concentrazioni di substrato, possono rallentare con-
siderevolmente le cinetiche globali. Biofilm di piccolo spessore (da meno di 50 µm a non più
di 250 µm) possono essere ottenuti in reattori a letto fluidizzato. In questi reattori, il mezzo
di supporto, solitamente sabbia di pezzatura compresa tra 0.2 e 0.7 mm, viene mantenuta in
sospensione grazie ad una elevata velocità ascensionale (da 10 a 40 m/h) del liquido che flui-
sce lungo il reattore, ottenuta con opportuni flussi di ricircolo. Il letto di sabbia fluidizzato
occupa da 1.5 a 3.5 volte il volume che occuperebbe a riposo. L'entità della velocità ascen-
sionale minima per ottenere la fluidificazione del mezzo di supporto è funzione della dimen-
sione e del peso specifico del granulo e della viscosità del liquido. Le particelle di supporto
non sono pertanto vincolate ad una posizione fissa, ma possono liberamente spostarsi nel
reattore. Velocità ascensionali così alte richiedono reattori di sezione ristretta e con un ele-
vato sviluppo in altezza (sono usuali altezze di 8÷10 m, ma sono stati realizzati reattori alti
fino a 19 m).
Nei reattori a
letto fluidizzato per Ingresso liquame
(Q + Qr)·40 = Q·120·1
da cui:
r = Qr / Q = (120·1·40)/40 = 2
Fissata la velocità ascensionale minima per assicurare un corretto funzionamento si
determina poi la sezione trasversale del reattore. In realtà, dovendosi tenere conto anche
della richiesta di ossigeno per la respirazione endogena della biomassa, e per necessità ope-
rative che possono imporre velocità ascensionali decisamente maggiori di quelle minime ne-
cessarie per la fluidizzazione, i rapporti di ricircolo necessari possono anche essere superiori.
I carichi organici applicati per ottenere rendimenti di rimozione del 90% sono dell'ordine di
5 kg BOD5/(m3·d), e quindi assai superiori a quelli degli impianti a fanghi attivi. Ciò perché la
concentrazione di biomassa può giungere a valori di 20 gSS/l ed essere tutta attiva, in quanto
distribuita in un biofilm dello spessore di poche decine di mm, totalmente penetrato
dall’ossigeno. L’ordine di reazione è pertanto pari a zero ed è direttamente proporzionale
alla concentrazione di ossigeno disciolto.
L'applicazione dei letti fluidizzati bifasici per il processo di nitrificazione non è conve-
niente a causa degli alti rapporti di ricircolo necessari anche utilizzando ossigeno puro.
Con un rapporto stechiometrico di 4.3 g O2/g NH4-N e una portata Q di liquame (m3/h)
a 20°C avente una concentrazione di 50 gNH4-N/m3, il rapporto di ricircolo (Qr/Q) calcolato
in base al bilancio di ossigeno risulta di 4.4. In realtà, dovendosi tenere conto anche della ri-
chiesta di ossigeno per la rimozione della sostanza organica, compresa la respirazione endo-
gena della biomassa, e necessità operative che possono imporre velocità ascensionali deci-
samente maggiori di quelle minime necessarie per la fluidizzazione, i rapporti di ricircolo ne-
cessari possono anche essere superiori (fino a 10:1).
Utilizzando ossigenatori profondi fino a 20 m è possibile sfruttare la pressione idrosta-
tica del liquido e ottenere concentrazioni fino a 60 mgO2/l. In tal caso il rapporto di ricirco-
lo, può essere ridotto ma, perché ciò sia compatibile con la velocità ascensionale minima, i
reattori risultano di forma assai allungata
(rapporto tra altezza e diametro dell'ordine
di 12÷15 volte). aria
Allo stato attuale, impianti a letto flui- abbattimento
schiume
dizzato a piena scala con preossigenazione degasaggio
sono stati impiegati soltanto per il tratta-
mento di liquami industriali, laddove esigen-
ze di spazio impongono la realizzazione di scarico L effluente
impianti poco ingombranti. Infatti, poiché i comparto di
sedimentazione L+S
tempi di ritenzione nei letti fluidizzati per
anello di L+S+G
l'ossidazione della sostanza organica sono degasaggio
air-lift secondario
per il ricircolo del
dell'ordine dei minuti, in questi casi l'impie- mezzo di supporto
go dei letti fluidizzati può essere una delle
soluzioni proponibili.
Buone possibilità di applicazione sono S S
ipotizzabili per i letti fluidizzati bifasici anos- air-lift
sici per la denitrificazione con dosaggio di principale
Le pochissime esperienze di letto fluidizzato trifasico (fase solida = biofilm, sede delle
reazioni biochimiche; fase liquida = liquame; fase gas = insufflazione d'aria direttamente nel
letto) sono state effettuate soltanto a scala di laboratorio e hanno evidenziato notevoli pro-
blemi, in primis il trascinamento dei solidi sospesi nell'effluente, che impone una sedimenta-
zione finale a valle del reattore. Inoltre, la notevole turbolenza provocata dall'aria provoca
disomogeneità di flusso nel reattore con formazione di grumi di sabbia e biofilm, in grado di
impedire il regolare funzionamento del reattore.
Per ovviare a questi inconvenienti sono stati recentemente proposti alcuni nuovi pro-
cessi a letto fluidizzato con ossigenazione ad aria, con varie denominazioni a seconda delle
ditte costruttrici: "Biofilm Airlift Suspension (BAS) Reactor", sviluppato presso l'Università
di Delft, NL (Figura
7.33), "Biolift" svilup-
pato a Nancy dalla ditta liquame in ingresso
francese OTV (Figura vasca a livello
costante
7.34).
Le sperimentazioni effluente
a piena scala hanno di- ricircolo interno
mostrato di aver risolto (liquame +
supporto)
sedimentatore
a lamelle
il problema della ecces-
siva turbolenza canaliz-
air-lift (diametro ricircolo del
zando il flusso aerato. Si variabile da supporto
0,5 a 1,2 m)
tratta tuttavia di processi insufflazione
diretta
di cui sono stati realizzati
aria per
solo alcuni prototipi a scarico air-lift
fango di supero
scala industriale per i
quali mancano ancora
significative esperienze Figura 7.34. Schema del reattore a letto fluidizzato circolante “Biolift”
di durata sufficiente per (prototipo OTV, Francia 1993). Supporto: sabbia quarzifera
valutare anche le impli- (Ø=0.2÷0.6 mm); diametro 3.8 m; altezza 10 m; velocità ascensio-
3
nale nel reattore = 80 m/h; portata trattata: 100 m /h; portata d’aria
cazioni sul funziona- nell’air-lift: 100÷400 Nm3/h; aria insufflata direttamente: da 0 a 500
mento e sulla gestione a Nm3/h; ricircolo interno: 500÷1000 m3/h.
lungo termine.
Capitolo 8
• facilmente dosabile e conservabile sotto forma di reattivo concentrato per lunghi periodi;
• di facile impiego (meglio se in automatico) e senza rischi per gli operatori;
• utilizzabile sia per piccole che grandi portate, senza necessità di particolari accorgimenti;
• economico sia in fase di produzione, sia durante l'esercizio d'impianto.
Il tipo e lo stato del microrganismo (ad esempio capsulato o non, allo stato vegetativo
o insporato) possono condizionare fortemente i risultati della disinfezione e alcuni micror-
ganismi sono più facilmente attaccabili di altri o più sensibili a determinati agenti. Anche il
loro numero e la loro distribuzione incide evidentemente sul risultato finale, come per
esempio il fatto che i microrganismi abbiano colonizzato o meno, i solidi sospesi presenti.
Una volta individuati i microrganismi indicatori su cui tarare il processo e scelto l'agente
disinfettante, i parametri ambientali che condizionano il processo sono diversi:
• pH: influisce sia sui microrganismi, che sull'attività del disinfettante prescelto (processi
chimici di disinfezione), ad esempio modificando il grado di ionizzazione o promuoven-
do reazioni di trasformazione;
• temperatura: l'efficacia del processo è influenzata sensibilmente dalla temperatura;
• tempo di contatto: è, insieme alla concentrazione attiva di disinfettante, il parametro più
importante;
• presenza di altre sostanze: la presenza di solidi sospesi, di sostanza organica, ecc. può
influenzare negativamente il risultato della disinfezione;
• livello di miscelazione: una buona miscelazione iniziale, con un elevato gradiente medio
di velocità e tempi di ritenzione di poche decine di secondi, consente di distribuire uni-
formemente il disinfettante nell'acqua e di favorire il successivo processo di contatto;
• tipo di contatto: i disinfettanti persistenti richiedono bacini di contatto con flusso a pi-
stone (plug flow), quali canali a chicane con rapporto lunghezza/larghezza > 40, preferi-
bilmente dotati di pochi setti lunghi; usando invece ozono si ottiene automaticamente
una miscelazione completa.
I disinfettanti di uso comune nel trattamento delle acque (cloro, cloro derivati, ozono,
raggi UV) attaccano i microrganismi attraverso meccanismi diversi e spesso combinati tra lo-
ro; possono essere ricondotti ad espressioni analitiche capaci di legare tra di loro i vari ter-
mini (dose attiva, tempo di contatto, numero di microrganismi).
Cap. 8 Ÿ La disinfezione dei liquami depurati: modelli e processi Ÿ 8-3
3.1. CLORAZIONE
È opportuno precisare che solo i composti del cloro che contengono cloro-attivo han-
no proprietà disinfettanti; sono perciò applicati: il cloro gassoso, il biossido di cloro, gli ipo-
cloriti.
Quando il cloro (o un suo composto) si scioglie nell'acqua, esso viene rapidamente
idrolizzato, formando acido cloridrico ed acido ipocloroso, secondo una reazione del tipo:
Cl2 + H2O ←→ H+ + Cl− + HClO
L'acido ipocloroso, formatosi a seguito di questa reazione di idrolisi, a sua volta ionizza
nel seguente modo:
HClO ←
pH
→ H+ + ClO−
con formazione di ioni idrogeno e di ioni ipoclorito. Questa seconda reazione, come del re-
sto la prima, è reversibile, ed il suo verso dipende dal pH dell'acqua; la reazione si sposta ver-
so destra per valori di pH piuttosto alti e viceversa per pH bassi.
L'azione battericida è da imputare ad HClO a cui appunto si attribuisce l'inibizione degli
enzimi essenziali al metabolismo cellulare e la distruzione dei costituenti cellulari. Poiché i
liquami hanno di solito pH superiore a 6-7 si deduce che il cloro è di norma presente du-
rante il processo di disinfezione sia sotto forma di acido ipocloroso che di ioni ipoclorito.
Oltre che dal pH, la percentuale dell'una o dell'altra delle due forme dipende anche dalla
temperatura, seppur in minor misura.
Il cloro possiede un'elevata attività chimica per cui, oltre alle reazioni di idrolisi prima
riportate, la sua introduzione nell'acqua produce un complesso di reazioni che interessano
sia la frazione organica, che quella inorganica.
La presenza di sostanza organica, di ione ammonio e di sostanze ossidabili (anche inor-
ganiche) in grado di reagire con il cloro per formare prodotti analiticamente titolabili come
cloro residuo, provoca la situazione descritta dalla ben nota curva di break point (Figura
8.1).
Se si opera, come accade di solito, a pH debolmente basico (un tipico liquame ha un pH
attorno a 7,4), nel tratto iniziale di curva crescente sarà presente quasi esclusivamente mo-
noclorammina; in seguito, aumentando la clorodose, il cloro aggiunto reagirà con i cloro-
Cap. 8 Ÿ La disinfezione dei liquami depurati: modelli e processi Ÿ 8-5
Come si è già accennato i prodotti in grado di mettere a disposizione cloro attivo mag-
giormente utilizzati, anche per i piccoli impianti di depurazione, sono: Ca(ClO)2 e NaClO. Il
primo si trova in commercio sotto forma di cloruro di calce, che è una miscela di ipoclorito
e cloruro di calcio, mentre il secondo (ottenuto per via elettrolitica dall'ordinario cloruro di
sodio) è normalmente disponibile in soluzione.
L'ipoclorito di sodio è più stabile del cloruro di calce (il cui contenuto in cloro efficace
cala piuttosto rapidamente all'aumentare della temperatura e umidità ambientali, e quindi ri-
chiede precauzioni nello stoccaggio ed una accurata titolazione prima dell'uso) e quindi,
benché contenga in partenza una minore quantità di cloro attivo è solitamente più usato.
Di norma, su liquami già depurati biologicamente, le concentrazioni di cloro attivo im-
piegate sono < 10 mg/l, ed è opportuno prevedere una specifica operazione di miscelazione
rapida.
In genere, già per dosi radianti piuttosto limitate è possibile raggiungere livelli di rimo-
zione dei colifecali dell'ordine del 99,9%.
Il PAA è un prodotto instabile (soprattutto nelle soluzioni diluite), ottenuto dalla re-
azione tra acido acetico ed acqua ossigenata e commercializzato sotto forma di soluzione
contenente concentrazioni diverse di PAA, H2O2, CH3COOH e H2O (ad esempio: 15%, 23%,
17%, 45% rispettivamente).
3.3.2. Calce
L'impiego della calce in dosi tali da portare il liquame a pH>11,5 consente anche a bassa
temperatura, oltre ad una rimozione consistente della sostanza organica residua, dei SST e
dei fosfati anche un efficace abbattimento della carica microbiologica.
4. CONCLUSIONI
La peculiare situazione della disinfezione dei liquami prodotti da piccoli impianti di de-
purazione può essere così sintetizzata:
• non tutti i sistemi più diffusi di disinfezione sono ragionevolmente applicabili, soprat-
tutto a causa di problemi di esercizio ed economici;
• tra i metodi consolidati proponibili, gli ipocloriti - con previsioni per la declorazione - ed,
in alternativa, la radiazione UV sembrano essere particolarmente idonei al settore dei pic-
coli impianti;
• nel caso di piccoli impianti, soprattutto se operanti in zone a clima freddo, l'impiego della
calce può essere preso in seria considerazione;
• tra le nuove opzioni di trattamento, un certo interesse sembrano rivestire l'acido perace-
tico (per il quale devono però essere ancora verificati alcuni aspetti, tra cui quello relativo
agli effettivi costi di esercizio) e, almeno nelle località meteorologicamente più idonee,
anche il metodo basato sulla disinfezione fotodinamica;
• dal punto di vista dei costi di esercizio la clorazione con ipoclorito appare essere tuttora il
metodo più economico, ma, almeno per potenzialità di poche migliaia di abitanti equiva-
lenti, i raggi UV sembrano essere competitivi e talora economicamente vantaggiosi.
Capitolo 9
ALTRI TRATTAMENTI
1. LAGUNAGGI
Una soluzione tecnicamente ed economicamente valida per impianti delle piccole co-
munità, fino a qualche migliaio di abitanti equivalenti, preferibilmente con climi caldi o tem-
perati è rappresentata dagli stagni biologici, detti anche lagunaggi, che sono la prima e più
diretta applicazione tecnologica del fenomeno di autodepurazione che si svolge nei corpi
idrici.
Sostanzialmente si tratta di grandi bacini dove liquami di natura essenzialmente organi-
ca vengono aggrediti da microrganismi, costituiti principalmente da microalghe e batteri sa-
profiti. In genere viene richiesta un'ampia disponibilità di superficie, ed inoltre è notevole
l'influenza esercitata dalla temperatura sulle cinetiche dei processi biologici.
Quanto detto vale per scarichi di origine civile o prevalentemente civile. Di fatto le ap-
plicazioni con stagni biologici possono essere estese anche ai reflui industriali, purché questi
siano caratterizzati da una significativa presenza di sostanza organica e non contengano so-
stanze inibenti l'attività batterica.
Gli lagunaggi, oltre ad essere un'alternativa ai tradizionali impianti di trattamento, pos-
sono altresì essere di finissaggio, cioè con lo scopo di migliorare le caratteristiche degli ef-
fluenti, anche di impianti tradizionali di depurazione.
Possono individuarsi, in base al particolare fenomeno biologico e perciò ai particolari
microrganismi che vengono deputati alla depurazione del liquame, i lagunaggi anaerobici, fa-
coltativi, aerobi, aerobi con ricircolo, aerati e aerati facoltativi.
Lagunaggi anaerobici
Sono quelli più profondi (3÷5 m) e più carichi di sostanza organica; in un tale ambiente
privo di luce e di ossigeno i processi depurativi che si instaurano sono esclusivamente anae-
robici. I rendimenti raramente superano l'80% in termini di rimozione di BOD.
9-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Lagunaggi facoltativi
Hanno una profondità intermedia (0.7÷1.5 m) ed un carico di sostanza organica più ri-
dotto rispetto ai lagunaggi anaerobici. Nelle vicinanze della superficie si instaura un am-
biente aerobico (fermentazione aerobica e fotosintesi), mentre in prossimità del fondo si
sviluppano condizioni anaerobiche. L'interfaccia fra le due condizioni varia anche nel corso
della giornata anche in relazione all'irraggiamento solare. I rendimenti arrivano anche ad ol-
tre il 90% sul BOD.
Lagunaggi aerobici
Sono poco profondi (0.3÷0.5 m) con bassi carichi organici: di conseguenza richiedono
una grande disponibilità di superficie. L'ambiente è completamente aerobico ed il rendi-
mento sul BOD può anche superare il 90%.
Lagunaggi aerati
Sono lagunaggi abbastanza profondi (3 m circa) e mantenuti per tutta la loro profondità
in condizioni sempre aerobiche grazie ad un sistema di aerazione. I carichi organici sono alti
ed i rendimenti depurativi sul BOD sono dell'ordine del 90%.
Sono lagunaggi analoghi a quelli aerati completamente, in cui però l'ambiente aerobico
è garantito solo fino ad una certa profondità per mezzo di aeratori, generalmente di superfi-
cie, e vengono alimentati con carichi organici alti; consentono di ottenere rendimenti depu-
rativi fino ad oltre il 90% in termini di BOD.
1. Fattori biologici: i processi biologici fondamentali che possono avere luogo nei lagu-
naggi sono: la fotosintesi, l'ossidazione aerobica, la decomposizione anaerobica, l'azione
fagotrofa dei predatori (invertebrati come rotiferi, protozoi ed altro che si nutrono di
batteri, alghe, solidi sospesi).
2. Fattori idraulici: il bilancio idrico in uno stagno biologico è espresso da:
Qe + pm + i = Qu + pe + e (9.1)
con Qe e Qu rispettivamente portata in entrata ed in uscita, pm precipitazione meteorica,
pe percolazione, i infiltrazione, e evaporazione.
3. Fattori chimici: la presenza di composti inorganici tossici alla vita algale e batterica deve
essere evitata o comunque limitata al massimo. Le variazioni di pH sono invece soppor-
tate in un campo di oscillazione piuttosto ampio (6÷9) dato il notevole potere tampone
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-3
delle acque presenti nel lagunaggio. La composizione del liquame in ingresso nel lagunag-
gio dovrebbe inoltre rispettare le esigenze stechiometriche nutrizionali ed energetiche
delle cellule batteriche ed algali che praticamente richiedono un rapporto C:N:P = [Link]
oltre alla presenza di altri oligoelementi.
4. Fattori climatici: l'elemento climatico che maggiormente incide sui processi di trasfor-
mazione che avvengono in un lagunaggio è la temperatura. Questa deve essere intesa pe-
rò come temperatura del liquame e non dell'atmosfera. Altri elementi climatici importanti
sono l'evaporazione, che risente molto degli sbalzi stagionali, e il vento. A proposito della
ventilazione, la sua presenza è auspicabile poiché favorisce il rimescolamento e permette
di incrementare l'ossigenazione attraverso l'interfaccia aria-acqua. Infine un fattore non
trascurabile è dato dall'intensità delle precipitazioni meteoriche.
5. Fattori fisici: l'elemento centrale è ancora la temperatura del liquame per quanto prece-
dentemente detto. Un altro fattore importante è rappresentato dall'eventuale aerazione
dello stagno.
La profondità di tali lagunaggi deve essere limitata a poche decine di centimetri. Fissata
la profondità si procede con la determinazione della superficie dello stagno. Questa viene
determinata facendo uso di Cs , carico organico superficiale espresso come kg BOD/(ha·d):
S = Co/Cs (9.3)
Sono stimati rendimenti superiori al 90% in termini di BOD, utilizzando carichi superfi-
ciali oscillanti fra 20 e 30 kg BOD/(ha·d), a secondo delle condizioni termiche di esercizio.
Sono bacini di media profondità (fra 0.7 e 1.5 m). Anche in tal caso, fissata la profon-
dità, si procede alla determinazione della superficie dello stagno, utilizzando il carico superfi-
ciale Cs , molto legato alle condizioni termiche. Alcuni autori utilizzano per il dimensiona-
mento di questi lagunaggi la cinetica dei reattori completamente miscelati, approssimata al
9-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
primo ordine di reazione (vedi Capitolo 5), determinando il volume V (m3) come segue:
V = (Q/Kt)·(S0/Se - 1) (9.4)
con:
S0 e Se = rispettivamente concentrazioni del substrato in entrata ed in uscita [mg/l];
Q = portata [m3/d];
Kt = costante cinetica di reazione dipendente dalla temperatura T e espressa dimensional-
mente come tempo-1:
Kt = 0.03·1.085·exp(T-35) (9.5)
La profondità viene assunta attorno a 3 m, mentre il volume V (m3) può essere ricavato
tramite la cinetica di Monod:
Q
V= (9.6)
µ ⋅ S e /( K s + S e ) − b h
con:
Q = portata [m3/d];
µ = velocità massima di crescita batterica [1/giorni];
Ks = costante di semisaturazione del substrato;
Se = concentrazione di substrato in uscita [mg/l];
bh = costante di scomparsa batterica [1/giorni].
Supponendo di essere nel caso in cui l'intervallo fra due scarichi sia superiore a 6 mesi e
in una zona in cui gli odori non costituiscano un problema è conveniente (soprattutto eco-
nomicamente) ricorrere ad uno stagno anaerobico, eventualmente seguito da uno stagno
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-5
Serve per ridurre l’elevato tenore di solidi sospesi. Normalmente si utilizzano i seguenti
accorgimenti: l'uso di microstacci per rimuovere anche le microalghe o la filtrazione su sab-
bia o, ancora più efficacemente, l'impiego di filtri flocculatori.
• Numero: il numero dei lagunaggi in serie dipende da alcuni fattori: innanzitutto dal gra-
do di efficienza depurativa che viene richiesto al sistema. Ovviamente maggiore è il ren-
dimento depurativo di ogni singolo stadio, minore sarà il numero degli stagni richiesti.
• Forma: le forme più diffusamente adottate sono quelle rettangolari per la semplicità rea-
lizzativa e per la predisposizione a sistemi a più stadi in serie (o in parallelo). La forma
rettangolare non riduce di fatto i rendimenti depurativi rispetto ad analoghi bacini di
forma circolare.
• Dimensione: la dimensione è ovviamente correlata al rendimento depurativo richiesto (e
cresce con esso). La relazione fra crescita del volume e incremento del rendimento di ri-
mozione non è lineare per la natura esponenziale delle equazioni di reazione di primo
ordine che descrivono le trasformazioni biochimiche che avvengono in un lagunaggio
biologico.
• Sistemi di alimentazione ed efflusso: vi possono essere diversi schemi di alimentazio-
ne e di efflusso. A questo proposito la Figura 9.1 illustra diverse funzionali alternative
con lagunaggio rettangolare. Affinché il rendimento depurativo non risenta di effetti di
cortocircuitazione, occorre che il punto di immissione sia quanto più lontano possibile
da quello di uscita. L'alimentazione deve essere realizzata a bassa velocità, preferibilmente
con lunghi diffusori. Una miglior diffusione del liquame influente si realizza evitando di
disporre l'alimentazione a ridosso di una sponda. Occorre in definitiva, evitare percorsi
preferenziali (a tale riguardo a volte può essere conveniente l'uso di setti separatori, baf-
9-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
Uno dei problemi più rilevanti che si riscontra durante la gestione dei sistemi di lagu-
naggio, è costituito dall'accumulo di fango sul fondo delle vasche, maggiore nel caso di lagu-
naggi situati in climi caldi o temperati. Ciò determina quindi, in fase di manutenzione, la ne-
cessità di provvedere all'asportazione periodica dello strato di fango depositatosi, onde evita-
re il malfunzionamento del sistema.
La presenza del fango, innanzitutto, riduce il volume utile (mediamente del 30%) dello
stagno e ne limita l'efficienza, ed inoltre può dare luogo a fenomeni di maleodorazioni per
effetto dei processi di degradazione anaerobica che in esso si producono.
Soprattutto i lagunaggi con forma compatta possono presentare depositi differenziati
nei vari punti dello stagno a seconda dell'andamento delle correnti che in esso si instaurano.
Per gli stagni con forma allungata questo problema invece solitamente non esiste.
Una particolare attenzione deve essere riposta nelle tecniche di rimozione del fango se-
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-7
dimentato dal fondo del bacino. L'operazione di rimozione del sedimento può avvenire
manualmente (ciò risulta necessario in ogni caso nei pressi degli argini), oppure meccanica-
mente con piccole pale. Una soluzione alternativa consiste nello svuotare lo stagno, e lascia-
re quindi asciugare il sedimento confidando nell'evaporazione per ridurre al massimo l'umi-
dità del fango. In tal caso è più facile operare con mezzi meccanici (anche bulldozer o esca-
vatori) ed i volumi rimossi risultano inferiori. Ovviamente è possibile adottare una soluzione
di questo tipo solo per lagunaggi molto piccoli in climi temperati o caldi.
Una ulteriore tecnica di rimozione del fango, che del resto non richiede lo svuota-
mento del bacino, prevede l'intervento con piccole draghe aspiranti o con pompe su sup-
porto galleggiante e mobili collegate ad un contenitore posto a ridosso degli argini tramite
una condotta galleggiante.
Successivamente alla raccolta del fango, si presentano diverse alternative per lo smalti-
mento: tra queste ricordiamo l'essiccamento e l'alloggiamento in discarica (da evitare per una
serie di motivi ambientali ed economici) o altre forme di smaltimento quali: incenerimento,
co-compostaggio o il riutilizzo in agricoltura.
2.1. INTRODUZIONE
l'ambiente.
Idrofite emergenti
Le idrofite emergenti sono piante radicate ad un substrato che può essere saturo d'ac-
qua (con livelli piezometrici posti anche 50 cm al di sotto della superficie) o completamente
sommerso (con coperture d'acqua comunque non superiori ai 150 cm) con gambi, foglie ed
organi riproduttivi aerei; come le piante di habitat terrestri, sintetizzano il carbonio atmosfe-
rico ed i nutrienti assunti attraverso il proprio apparato radicale e provvedono al trasporto
dell'ossigeno atmosferico fino al livello delle radici e dei rizomi (la cosiddetta rizosfera); qui
possono avvenire reazioni aerobiche di stabilizzazione della sostanza organica e di nitrifica-
zione ad opera dei batteri in sospensione nel liquame e soprattutto adesi al substrato e sui
rizomi delle idrofite stesse (popolazioni epifitiche); al di fuori della zona ossidata operano
popolazioni batteriche facoltative e/o anaerobiche tra cui i denitrificatori.
Tipiche idrofite emergenti sono le cannucce o canne di palude (le più diffuse negli im-
pianti oggi in funzione), i giunchi di palude e le stiance.
Idrofite galleggianti
Le idrofite a foglie galleggianti possono essere libere o radicate nel terreno; vivono in
bacini idrici di altezza variabile tra 25 e 350 cm e sono caratterizzate da avere foglie galleg-
gianti ed organi riproduttivi aerei o galleggianti.
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-9
Idrofite sommerse
Le idrofite sommerse vivono in bacini idrici di altezza variabile fino a 10-11 m e sono
caratterizzate da avere foglie interamente sommerse ed organi riproduttivi aerei, galleggianti
o sommersi. Le idrofite sommerse sintetizzano il carbonio ed i nutrienti che vengono as-
sunti direttamente dalla colonna d'acqua. Poiché i tessuti fotosintetici sono interamente
sommersi è necessario che la loro crescita avvenga in acque sufficientemente limpide. Di
notte le idrofite sommerse respirano, cioè utilizzano ossigeno; quindi, esso deve essere di-
rettamente disponibile nella colonna d'acqua.
continuità di flusso attraverso il medium costantemente saturo, sono utilizzati per ottenere
la rimozione della sostanza organica, la denitrificazione e la parziale nitrificazione e rimozio-
ne del fosforo. I secondi, caratterizzati dalla discontinuità del flusso tramite periodica per-
colazione attraverso il medium, che subisce un'alternanza di condizioni di saturazione e di
esposizione all'atmosfera che ne favoriscono l'aerazione, vengono utilizzati per incrementare
le capacità di nitrificazione dei sistemi a flusso orizzontale; la depurazione è favorita dallo
sviluppo di colonie batteriche sulle radici e sui rizomi delle piante attraverso cui avviene la
fornitura di ossigeno atmosferico.
I trattamenti a flusso superficiale si ottengono in bacini, naturalmente o artificial-
mente impermeabilizzati, sul cui fondo viene posto un idoneo substrato di crescita (terreno
naturale o lettiera), su cui il liquame viene applicato in modo da mantenere un battente idri-
co in genere limitato a poche decine di centimetri. Finalità usuali di tali sistemi sono la rimo-
zione della sostanza organica e dei nutrienti e l'affinamento degli effluenti secondari; la de-
purazione dei liquami è favorita dalla presenza di foglie, steli e lettiera utili per l'adesione
batterica; la maggiore fonte di ossigeno è la riaerazione superficiale atmosferica.
In entrambi i casi la rimozione dei nutrienti è imputabile a processi biologici di nitrifi-
cazione/denitrificazione e a processi chimico-fisici di precipitazione e adsorbimento nel ter-
reno dei fosfati; non è necessario ricorrere ad una periodica rimozione delle piante. Se si
vuole incrementare la rimozione dell'azoto per via batterica bisogna incrementare la dispo-
nibilità di ossigeno per i batteri autotrofi nitrificanti.
I sistemi a flusso subsuperficiale hanno in genere dimensioni inferiori a quelle dei si-
stemi a flusso superficiale, minori problemi di odori ed insetti ed una maggiore efficienza
alle basse temperature. I sistemi a flusso superficiale hanno, per contro, un minor costo di
realizzazione ed un più affidabile comportamento idraulico.
se) ad uno di sgrossatura (con macrofite galleggianti o emergenti) alimentato con un ef-
fluente primario proveniente da un sedimentatore primario o da una vasca Imhoff. Tali si-
stemi che possono prevedere un ampio numero di bacini in serie ed in parallelo tendono ad
assomigliare maggiormente agli habitat naturali poiché sono generalmente multispecie.
La rimozione degli inquinanti avviene attraverso una varietà di processi biologici (co-
operazione tra le macrofite acquatiche e le colonie batteriche adese o disperse), chimici e fi-
sici (adsorbimento, precipitazione, sedimentazione, filtrazione e scambio ionico).
In Tabella 9.1 si riporta uno schema riassuntivo in cui vengono elencati i vari inquinanti
e i rispettivi meccanismi depurativi:
La sola assunzione diretta degli inquinanti da parte delle macrofite stesse non può spie-
gare l'efficienza di rimozione osservabile per i diversi inquinanti; fondamentale, come già
detto è la cooperazione tra le macrofite acquatiche e le colonie batteriche adese sulle macro-
fite o nell'habitat circostante. Le idrofite difatti, pur riuscendo ad assimilare i nutrienti in
percentuale minima rispetto ai carichi applicati, fungono da substrato solido nei confronti
delle popolazioni batteriche e filtrano direttamente il particolato organico; fondamentale è
anche il trasporto dei gas tra atmosfera e rizosfera con conseguente trasferimento e rilascio
di ossigeno, in particolar modo nei terreni saturi d’acqua. Tale trasferimento avviene per dif-
fusione e convezione all’interno delle piante stesse, che possono presentare anche il 70% di
volume vuoto; l’ossigeno è praticamente consumato tutto dai batteri che si sviluppano sulle
radici (nei sedimenti perciò si realizzano sempre processi anossici e anaerobici).
Importante è anche l’influenza delle piante sulla permeabilità idraulica del terreno, che
di norma si stabilizza intorno a 10-5 -10-6 m/s, la stabilità che conferiscono al letto, la riduzio-
ne di velocità della corrente legata ai tempi di residenza idraulica, l’attenuazione
dell’irraggiamento solare (favorendo così la riduzione di eventuali e indesiderate alghe), la
regolazione degli scambi di calore tra aria ed acqua e quindi dell’evaporazione.
Aspetti progettuali
in cui:
BODe = concentrazione di BOD effluente [mgBOD/l];
BODi = concentrazione di BOD influente [mgBOD/l];
kT = costante della cinetica del primo ordine alla temperatura T [d-1];
t = tempo di ritenzione idraulica effettivo [d],
Il fattore di correzione θ della costante k20 varia fra 1,05-1,08, con valore tipico 1,06.
Il valore della costante k20 varia con le caratteristiche del medium, dove avviene cioè la
rimozione della sostanza organica per degradazione batterica ad opera della biomassa adesa
ai granuli. Al variare della granulometria varia la quantità di biomassa adesa e quindi la velo-
cità di rimozione del substrato. I valori tipici di k20 variano tra 0,7 e 1,1.
Il tempo di ritenzione idraulica effettivo del liquame nel sistema depurativo dipende
dalla portata trattata, dal volume occupato dal medium e dalla porosità del medium stesso
secondo l'espressione:
Vv n⋅d⋅ w ⋅l n⋅d⋅A s n⋅l ⋅A c
t= = = = (9.11)
q q q q
dove:
Vv = volume dei vuoti (volume bagnato) [m3]
n = porosità del medium [-]
d = sommergenza media (livello idrico medio) nel medium [m]
w = larghezza del letto [m]
l = lunghezza del letto [m]
As = area superficiale del letto [m2]
Ac = area trasversale del letto [m2]
q = portata media giornaliera trattata nel sistema [m3/d]
Se ora si combinano le relazioni (9.9), (9.10) e (9.11) si ottiene l'espressione (9.12) che è
la formula di calcolo della superficie totale del sistema depurativo per trattare la portata me-
dia q e ottenere una rimozione del BOD da BODi a BODe:
A s = w ⋅l =
q⋅( lnBODi − lnBODe )
=
[
q⋅ ln 1 (1− ηBOD ) ] (9.12)
( T − 20 ) ( T − 20 )
k 20 ⋅θ ⋅n⋅d k 20 ⋅θ ⋅n⋅d
dove:
ηBOD = rendimento di rimozione del BOD [-]
As =
q⋅( lnBODi − lnBODe ) q⋅ ln 1 (1− ηBOD )
=
[ ] (9.14)
k BOD,T k BOD,T
dove:
9-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
kBOD,T = costante della cinetica del primo ordine alla temperatura T [m/d].
Si ricorrere alla legge di filtrazione in mezzo saturo di Darcy, semplificata così come
riportato nella relazione (9.13):
q
Ac = d ⋅ w = (9.15)
kf J
dove:
kf = permeabilità del medium [m3/(m2·d)];
J = gradiente idraulico o pendenza del letto [m/m].
Aspetti realizzativi
Lo scavo deve avere una profondità tale da contenere il medium, con la giusta penden-
za di fondo, ed un franco di sicurezza al di sopra di esso; la profondità del letto dipende dal
tipo di idrofita scelta ed in particolare dalla profondità che può essere raggiunta dal suo ap-
parato radicale e rizomatoso. Il franco di sicurezza ottimale al di sopra del letto dovrebbe
essere di 50 cm per contenere gli eventuali flussi superficiali (o gli allagamenti in occasione
di piogge intense) e per garantire il buon funzionamento del sistema depurativo per almeno
20 anni nonostante il progressivo innalzamento della superficie del letto dovuta all'accumulo
di lettiera. La sommità delle sponde deve essere innalzata infatti di almeno 20-30 cm. Una
regola di uso generale è ricorrere a letti dalla superficie perfettamente orizzontale e con
pendenza di fondo del letto minima necessaria per permettere il passaggio del liquame.
Il fondo del letto deve essere impermeabilizzato con una opportuna membrana sinteti-
ca. È opportuno il ricorso a medium grossolani, ghiaia e pietrisco (granulometrie comprese
nell'intervallo 6-150 mm) di inerti di fiume (arrotondati) piuttosto che di frantoio (soggetti
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-15
Prestazioni tipiche
q Rimozione dei solidi sospesi. La rimozione dei solidi sospesi è ottima con concentra-
zioni effluenti inferiori a 25 mg SS/l, spesso addirittura inferiori a 10 mg SS/l.
q Rimozione della sostanza organica. Operando su influenti caratterizzati da concentra-
zioni di BOD inferiori a 300 mg BOD/l si ottengono concentrazioni effluenti inferiori a 25 mg
BOD/l, con un limite inferiore dovuto al BOD prodotto attraverso il ciclo di carbonio interno
al sistema.
q Rimozione dell'azoto. Il principale meccanismo di rimozione dell'azoto è il processo
biologico di nitrificazione-denitrificazione: la nitrificazione è fortemente limitata dalla caren-
za di ossigeno (soprattutto se il BOD del liquame trattato è elevato) e dal tempo di ritenzione
idraulica, che deve essere di adeguata durata, mentre la denitrificazione è sempre abbastanza
veloce. La velocità di nitrificazione su base superficiale (relativamente a TKN ed azoto am-
Aspetti gestionali
Sono soprattutto importanti gli aspetti connessi al controllo del livello idrico nel letto
(anche come mezzo di protezione dallo sviluppo di erbe infestanti) e dello stato della vege-
tazione nonché alla manutenzione generale dell'impianto.
q Controllo del livello idrico nel letto. Ha fondamentalmente le funzioni di:
1. mantenere le radici ed i rizomi delle idrofite emergenti a contatto con l'acqua;
2. impedire lo sviluppo di erbe infestanti che tendono a prevalere soprattutto nelle zo-
ne insature del letto (poiché non sono piante acquatiche); si può perciò sommergere
periodicamente il letto.
3. migliorare la risposta del sistema depurativo alle variazioni di portata influente e alle
variazioni di capacità evapotraspirativa delle piante, in particolare nei massimi perio-
di vegetativi in estate.
q Controllo dello sviluppo della vegetazione. Le uniche forme di manutenzione della
vegetazione riguardano il controllo del suo regolare sviluppo e la raccolta delle idrofite or-
namentali eventualmente presenti, processo che sembra rivitalizzare le piante e stimolare
una crescita più forte ed uniforme.
Prestazioni tipiche
Per k20 e θ si adottano in genere i valori 0,0057 d-1 e 0,06. Il coefficiente n esprime il
grado di vuoto nel sistema depurativo e assume valori attorno a 0,75. L'altezza d'acqua d
può variare nell'intervallo 0,1-0,5 m. Minori sono i livelli idrici e maggiori sono le capacità di
aerazione superficiale. I sistemi a flusso superficiale sono soggetti comunque a carichi infe-
riori a quelli a flusso subsuperficiale dal momento che garantiscono una minore superficie
specifica per la crescita batterica. Una regola del tutto generale che è bene prendere in con-
siderazione è di realizzare diverse unità in parallelo (almeno due) per aumentare la flessibilità
operativa. Gli aspetti realizzativi sono gli stessi che si adottano nella realizzazione degli sta-
gni biologici.
Prestazioni tipiche
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-19
q Rimozione dei solidi sospesi. È ottima, oltre il 75% con concentrazioni effluenti infe-
riori a 20 mg SS/l.
q Rimozione della sostanza organica. Operando su effluenti secondari o in parte trattati
in stagni biologici caratterizzati da concentrazioni di BOD anche inferiori a 60 mgBOD/l si
ottengono concentrazioni effluenti inferiori a 20 mg BOD/l.
q Rimozione dell'azoto. Il principale meccanismo di rimozione dell'azoto è il processo
biologico di nitrificazione-denitrificazione. La rimozione dell'azoto è considerevole, con
rendimenti di rimozione spesso superiori al 30-40%. La velocità di nitrificazione su base su-
perficiale (relativamente a TKN ed azoto ammoniacale) è piuttosto ridotta. Si può massimiz-
zare il rendimento di rimozione dell'azoto solo alimentando il sistema con un effluente (to-
talmente o parzialmente) nitrificato.
q Rimozione del fosforo. La rimozione del fosforo è buona dato che tali sistemi vengono
dimensionati proprio per il trattamento terziario di effluenti secondari con concentrazioni
negli effluenti finali inferiori a 1 mgP/l.
Aspetti gestionali
Il controllo del livello idrico nel letto ha la funzione di adattare il funzionamento del-
l'impianto alle condizioni climatiche (periodi troppo piovosi o secchi) mentre le uniche
forme di manutenzione della vegetazione riguardano il ripristino delle condizioni idrauliche
che possono peggiorare a causa dell'eccessivo accumulo di lettiera e sedimenti sul fondo del
bacino. È necessario un adeguato controllo della proliferazione di insetti con il manteni-
mento di condizioni aerobiche nel bacino ed il ricorso a predatori naturali che possono es-
sere allevati o attirati nell'area (è il caso di molte tipologie di volatili).
Sono sistemi poco diffusi. L'utilizzo di idrofite sommerse è ancora in fase di studio. Si
tratta comunque di un trattamento destinato all'affinamento degli effluenti poiché tali piante
vivono solo in acque ben ossigenate e quindi in presenza di carichi organici limitati.
Hanno luogo in bacini privi di un idoneo substrato di crescita delle idrofite, in cui viene
mantenuto un battente idrico compreso tra poche decine di centimetri e qualche metro (a
seconda delle tipologie di pianta e del tipo di trattamento richiesto).
Le idrofite principalmente utilizzate sono i giacinti d'acqua e le lemnacee.
I giacinti d'acqua sono idrofite galleggianti dotate di apparato radicale utili per la ri-
mozione della sostanza organica e dei nutrienti e l'affinamento degli effluenti secondari. So-
no idrofite molto produttive ed in diverse aree tropicali sono vere e proprie piante infestanti
e intervengono direttamente nei processi depurativi. Permettono lo sviluppo di una ricca e
attiva popolazione epifitica (che può operare in condizioni aerobiche in conseguenza del ri-
lascio di ossigeno nella rizosfera delle piante); svolgono una significativa filtrazione del li-
quame attraverso la propria biomassa radicale, garantendo elevate velocità di assimilazione
dei nutrienti (conseguenza dell'elevata velocità di crescita, anche se il meccanismo prevalente
di rimozione dell'azoto è comunque la nitrificazione/denitrificazione biologica) ed effet-
9-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili
tuando una schermatura della superficie che favorisce la scomparsa algale o ne limita la cre-
scita. Gli aspetti negativi sono la proliferazione di insetti, la difficoltà di raccolta e smalti-
mento delle piante e la scarsissima resistenza a temperature atmosferiche inferiori a 10°C;
l'utilizzo dei giacinti d'acqua non è consigliabile alle nostre latitudini se non in particolari si-
tuazioni e per particolari tipi di scarichi stagionali estivi.
Utilizzo di lemnacee
q Trattamento secondario. È ottenuto in stagni profondi (2-5 m), per azione di popola-
zioni batteriche anaerobiche e aerobiche. La densa copertura di lemnacee riduce i fenomeni
di trasporto dell'ossigeno atmosferico nel liquame e determina lo stabilirsi di condizioni so-
stanzialmente anaerobiche nella colonna d'acqua. Fa eccezione un piccolo strato dello spes-
sore di 10 cm che risulta aerobico per via del trasferimento di ossigeno dalle piccole radici.
Tale strato, oltre a favorire l'attività dei microrganismi aerobi, determina l'ossidazione dei
prodotti di reazione ridotti della fermentazione anaerobica della sostanza organica, elimi-
nando la diffusione di cattivi odori. La copertura superficiale impedisce inoltre la deposizio-
ne e lo sviluppo delle larve di insetti sulla superficie idrica. Le lemnacee controllano perciò
gli odori e gli insetti (oltre alla produzione algale) che si avrebbe in uno stagno biologico
convenzionale. Rimozioni tipiche del BOD sono intorno al 60-80%.
q Trattamento terziario (controllo della produzione algale). È ottenuto in stagni profondi
(1-3 m), alimentati con l'effluente di uno stagno facoltativo, dove le alghe muoiono e sedi-
mentano. Non sempre è possibile una precisa definizione dei tempi di scomparsa algale e
ciò rende problematico un accurato dimensionamento di tali sistemi.
q Trattamento terziario (rimozione dell'azoto). È ottenuto in misura significativa solo ri-
correndo a sistemi di aerazione supplementare, in modo da favorire la nitrificazione, o
agendo su effluenti già sufficientemente nitrificati in stagni profondi fino a 2 m, alimentati
con un effluente secondario, dove la nitrificazione avviene nelle zone aerate artificialmente,
mentre la denitrificazione si sviluppa nelle zone anossiche della colonna d'acqua e dei sedi-
menti. Può essere necessario provvedere alla raccolta delle lemnacee anche con frequenza
settimanale. D'altro canto la sostanza organica ottenuta per degradazione batterica delle
lemnacee morte nei sedimenti può costituire fonte di carbonio per favorire la denitrificazio-
ne.
In questi stagni servono elevati rapporti lunghezza/larghezza (superiori a 10), per mi-
nimizzare gli effetti di cortocircuitazioni. È necessario prevedere la post-aerazione dell'ef-
fluente prima dello scarico nel corpo idrico ricettore. Si osserva la diminuzione della pro-
duttività da ottobre a novembre e lungo l'impianto (dalla zona di afflusso a quella di deflus-
so) dovuta alla diminuzione della temperatura, nel primo caso, e alla diminuzione dei nu-
trienti negli strati superficiali dello stagno, nel secondo. La rimozione dei solidi sospesi e del
COD è accettabile. La rimozione dell'azoto è insufficiente se il refluo non ha subito alcun ti-
po di aerazione ed esistono quindi limitazioni alla nitrificazione.
L’utilizzo diffuso di lemnacee sembra difficile nel nostro paese a causa dell'arresto
Cap. 9 Ÿ Altri trattamenti Ÿ 9-21
della loro crescita nel periodo invernale (almeno nel Nord Italia).
I sistemi di fitodepurazione sono una alternativa di trattamento delle acque reflue per le
piccole comunità di tipo rurale e per scarichi stagionali o fluttuanti (campeggi, alberghi, vil-
laggi turistici, ecc.) che richiedono soluzioni robuste, semplici da gestire e che determinino
un rapido avvio dei processi depurativi.
Tenuto conto delle condizioni climatiche italiane, l'utilizzo delle idrofite emergenti in
sistemi a flusso subsuperficiale appare il più adatto per impianti operanti nell'intero arco del-
l'anno, mentre nel caso di impianti il cui funzionamento è limitato al periodo primaverile ed
estivo possono essere previsti anche sistemi a flusso superficiale o stagni coperti da idrofite
galleggianti (a tal riguardo le lemnacee risultano senza dubbio preferibili ai giacinti d'acqua).
I costi di costruzione sono molto variabili ma comunque paragonabili a quelli degli im-
pianti di depurazione di tipo convenzionale. I costi di gestione sono assai contenuti in
quanto i consumi energetici possono essere addirittura nulli. Gli impegni di personale pos-
sono essere limitati ad una visita di controllo settimanale.
La qualità dell'effluente è spesso superiore a quella dei convenzionali impianti a fanghi
attivi per quanto riguarda BOD, solidi sospesi e carica batterica.
Le prospettive di applicazione appaiono interessanti, soprattutto in contesti specifici
9-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili