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Processi Biologici per la Rimozione Simultanea di Sostanza Organica e Azoto nelle Acque

Il processo di depurazione ha come la scopo la rimozione dei contaminanti da un'acqua reflua di origine urbana
o industriale, ovvero prevede il trattamento di un effluente che è stato contaminato da inquinanti organici e/o
inorganici. Le acque reflue non possono essere reimmesse nell'ambiente tal quali poiché i recapiti finali come
il terreno, il mare, i fiumi ed i laghi non sono in grado di ricevere una quantità di sostanze inquinanti superiore
alla propria capacità auto-depurativa.
La depurazione artificiale, in particolar modo l‘ossidazione, riproduce i processi che possono avvenire
naturalmente all‘interno di un corpo idrico in seguito allo sversamento di acque cariche di sostanze
organiche. Grazie alla tecnologia e all'energia impiegata, la depurazione risulta molto più veloce ed
efficace negli impianti che nei corsi d'acqua. Inoltre, la concentrazione della popolazione microbica è
sensibilmente maggiore negli impianti che negli ecosistemi naturali, dato il volume forzatamente limitato
delle vasche; ne consegue la necessità di ricorrere a sistemi di aerazione artificiali, al fine di garantire
un‘adeguata ossigenazione dei microrganismi, necessaria alla loro crescita, e quindi ai processi depurativi.
Il trattamento di depurazione, pertanto, consiste in una successione di più fasi di natura chimica, fisica e
biologica, durante le quali dall'acqua reflua vengono rimosse le sostanze indesiderate, che vengono concentrate
sotto forma di fanghi, dando luogo ad un effluente finale di qualità tale da risultare compatibile con la capacità
auto-depurativa del corpo ricettore, senza che questo ne possa subire danni.
I fanghi provenienti dal ciclo di depurazione sono spesso contaminati con sostanze tossiche e pertanto devono
subire anch'essi una serie di trattamenti necessari a renderli idonei allo smaltimento ad esempio in discariche
speciali o al riutilizzo in agricoltura tal quale o previo compostaggio.
Per ciò che concerne l’ambito legislativo, il trattamento delle acque reflue è regolamentato dalla prima
importante legge nazionale in materia di scarichi idrici che è la cosiddetta legge Merli (319/76), corredata da
successive integrazioni e modifiche (690/76, 650/79, 172/95, 152/99 e 258/2000).
Gli impianti di depurazione sono costituiti da una serie di apparecchiature, ognuno con specifiche funzioni,
nelle quali viene attuata la depurazione degli scarichi di origine civile e industriale. Solitamente in un impianto
di trattamento delle acque reflue si distinguono due linee specifiche: la linea acque e la linea fanghi.
Nella linea acque vengono trattati i liquami grezzi provenienti dalle fognature e di regola comprende tre stadi,
chiamati:
• pretrattamento: un processo di tipo fisico utilizzato per la rimozione di parte delle sostanze organiche
sedimentabili contenute nel liquame comprende la grigliatura, la sabbiatura, la sgrassatura, la sedimentazione
primaria;
• trattamento ossidativo biologico: un processo di tipo biologico utilizzato per la rimozione delle sostanze
organiche sedimentabili e non sedimentabili contenute nel liquame. Comprende l'aerazione e la
sedimentazione secondaria:
• trattamenti ulteriori: sono tutti quei trattamenti realizzati a monte o a valle dell'ossidazione biologica,
permettono di ottenere un ulteriore affinamento del grado di depurazione. Comprende trattamenti speciali per
abbattere il contenuto di quelle sostanze che non vengono eliminate durante i primi due trattamenti.
Il trattamento ossidativo biologico consiste nella biodegradazione da parte di microrganismi di tutte le sostanze
organiche presenti nell'acqua da depurare, fino a trasformarle in sostanze più semplici ed innocue dal punto di
vista ambientale. Per l'ossidazione biologica si possono utilizzare più tecniche, tra cui quelle più tradizionali
sono:
• gli impianti a letti percolatori (o a filtri percolatori);
• gli impianti a fanghi attivati (o fanghi biologici): attualmente è il sistema più utilizzato a causa della sua
elevata efficienza (>90% di abbattimento del BOD)
Le tre maggiori trasformazioni biochimiche possono essere sviluppate con operazioni quali:
-rimozione della materia organica solubile (SOM);
-Stabilizzazione di materia organica insolubile (IOM);
-Conversione di materia inorganica insolubile (SIM).
Queste trasformazioni possono avvenire sia in ambiente aerobico che in ambiente anaerobico; nel primo
caso gli organismi eterotrofi trattengono dal carbonio contenuto nella sostanza organica la loro
energia, formando anidride carbonica con l’ossigeno presente, e lo usano come materia prima per
la sintesi cellulare; nel secondo caso, invece, in assenza di ossigeno, i microrganismi autotrofi
trattengono energia direttamente dalla demolizione dei composti inorganici come nitrati e solfati, o
direttamente dal sole.
La popolazione batterica responsabile della depurazione è costituita da diverse specie microbiche la cui
combinazione e convivenza, molto importante per il corretto funzionamento dell‘impianto, è determinata per
selezione naturale dalle condizioni ambientali presenti nel reattore biologico. Quelli maggiormente preposti
alla depurazione delle acque sono i batteri, organismi unicellulari di dimensioni variabili tra 0,5 e 15 μm che
si riproducono per scissione binaria e vengono solitamente indicati con la formula C5H7O2N. Dopo i batteri, i
microrganismi più rilevanti per la depurazione delle acque sono i protozoi, principalmente eterotrofi ed
aerobici, i quali risultano di dimensioni maggiori rispetto ai batteri (ma in numero notevolmente inferiore).
Si possono riconoscere due tipologie di sistemi:
 Sistemi a colture sospese, dove i microorganismi specifici vengono mantenuti in sospensione nel
liquido
 Sistemi a colture adese. in cui i microrganismi sono attaccati a qualche mezzo inerte quali rocce,
sabbie o materiali speciali in plastica o ceramica. Tali processi spesso vengono chiamati a film fisso.

Il concetto di inquinamento delle acque risulta piuttosto difficile da definire, in quanto diversi sono gli aspetti
in cui il fenomeno si manifesta: è possibile avere sia l‘alterazione chimico-fisica (dovuta ad una temperatura
superiore al normale o alla presenza di materiale organico, di metalli pesanti, di sostanze intossicanti la fauna
acquatica, ecc.), sia l‘alterazione biologica delle condizioni naturali pre-esistenti. Lo scarico di liquami relativi
all‘attività umana nelle acque naturali provoca danni imponenti dovuti, principalmente, alla presenza di
eccessive quantità di sostanze organiche.
Nelle acque di rifiuto settiche in arrivo ad ogni depuratore, l‘azione biologica dei batteri ha portato
all‘esaurimento dell‘ossigeno disciolto a causa del lungo tempo di permanenza in fognatura.
Le acque reflue contengono migliaia di composti organici differenti, i principali sono:
 Proteine: sono i principali costituenti degli organismi animali. Tutte le proteine contengono carbonio,
che è l‘elemento comune a tutte le sostanze organiche, così come l‘ossigeno e l‘idrogeno. Possono
contenere azoto fino al 16% e in molti casi solfuri, ferro e fosforo.
 Carboidrati: molto comuni in natura, includono zuccheri, cellulosa e fibre vegetali. Contengono
carbonio idrogeno e ossigeno; alcuni sono solubili in acqua, altri no.
 Grassi ed oli: costituiscono il terzo componente principale del cibo. Sono composti di acidi grassi con
alcoli e glicerina. Si ritrovano nelle acque domestiche come burro, lardo, margarina e oli vegetali. Il
di lavaggio di strade, piazzali, etc., porta alla rete fognaria anche kerosene, lubrificanti, oli e derivati
del petrolio.
 Tensioattivi: grandi molecole organiche poco solubili in acqua a causa di schiume negli impianti di
trattamento e nei corsi d‘acqua in cui sono scaricati; derivano principalmente dai detersivi sintetici.
 Composti a basso peso molecolare (VOC): composti organici che hanno un basso punto di ebollizione
e vengono per questo considerati volatili. Una volta nello stadio solidi sono molto mobili e possono
quindi essere rilasciati facilmente nell‘ambiente.
 Pesticidi: sono molto tossici per qualunque forma di vita. Non sono costituenti comuni delle acque
domestiche ma derivano dal dilavamento delle superfici agricole, parchi, etc.
La determinazione specifica di questi composti non riguarda normalmente la gestione di un impianto di
depurazione. Analisi specifiche vengono condotte nel caso di controllo e classificazione dell‘effluente
(soprattutto industriale) ai fini dell‘accettazione all‘impianto e talvolta prima dello scarico nel corpo idrico
recettore.
Una misura individuale per ciascuno dei componenti sarebbe impossibile. Le determinazioni più utilizzate
sono il BOD e il COD.
Poiché in molti casi l’inquinamento è dato appunto dalla mancanza di ossigeno disciolto, è importante quanto
ossigeno sia richiesto dalle sostanze riducenti organiche contenute nell’acqua per essere ossidate e per
riportarla ad un primitivo stato di purezza.
Il contenuto di sostanza organica di un liquame viene caratterizzato mediante il BOD (Biochemical Oxygen
Demand) ed il COD (Chemical Oxygen Demand):
 BOD esprime la quantità di ossigeno (mg) consumata da una flora batterica per metabolizzare la
sostanza organica (carbonio organico) biodegradabile contenuta in un litro di liquame.
 COD esprime la quantità di ossigeno (espressa in mg) necessaria per ossidare chimicamente (con
K2Cr2O7 e H2SO4 a caldo per 2 ore) la sostanza organica presente nel liquame.
Questi parametri sono degli indicatori grossolani della composizione del liquame, ma forniscono un
dato facile da ottenere e direttamente correlabile con il grado di inquinamento di un’acqua di scarico
La sostanza organica in ingresso ad un impianto di depurazione può seguire diversi percorsi, subendo
trasformazioni differenti:
 ossidazione ad anidride carbonica ed acqua;
 assimilazione e formazione di nuova biomassa;
 passaggio attraverso il sistema senza subire alcuna modifica (sostanza organica non biodegradabile);
 trasformazione in altri composti organici.
Assumendo per la sostanza organica la composizione approssimata C18H19O9N le espressioni delle reazioni
di demolizione della sostanza organica in ambiente aerobico e anossico sono, rispettivamente:
C18H19O9N + 17.5 O2 + H+ → 18CO2 + 8H2O + NH4+
C18H19O9N +14 NO3¯ + 15H+ → 18CO2 + 15H2O + NH4+ + 7N2
Considerando tale equazione chimica, si deduce che occorrono 1.42 g di O2 per ossidare 1 g di sostanza
organica, inoltre si osserva che una frazione (yield) della sostanza organica presente nel refluo genera nuova
biomassa. La yield varia a seconda del tipo di refluo e del carico.
Gli impianti ad ossidazione biologica sono costruiti in molte tipologie; le differenze tra l’una e l’altra derivano
dalla scelta operata per realizzare il contatto microrganismi/sostanze da degradare/aria.
Tra le innumerevoli varianti che sono state proposte nel tempo, due sono quelle che si sono maggiormente
affermate:
 I PERCOLATORI: con massa adesa su supporto fisso (filtri percolatori) o su supporto mobile
(biodischi);
 LE VASCHE A FANGHI ATTIVATI: (massa sospesa, es. R.S.A).
Il sistema ossidativo denominato R.S.A. (return sludge aeration) rappresenta il cuore del trattamento dell’intero
impianto. Il principio di tale processo differisce dai sistemi di trattamento a fanghi attivi convenzionali solo
per l’esistenza di una seconda vasca di aerazione, nella quale il fango, raccolto sul fondo del sedimentatore, è
miscelato ed energicamente riareato, prima di essere ricircolato nella vasca di ossidazione. All’interno della
vasca i processi biologici distruggono la sostanza organica secondo meccanismi analoghi a quelli
d’autodepurazione esistenti in natura, ma solamente con velocità di reazione nettamente superiori. Le
condizioni nei quali i processi si svolgono sono aerobiche, ovvero i microrganismi eterotrofi (trasformano la
sostanza organica in sostanze utilizzabili per la nutrizione di varie forme di batteri) utilizzano il carbonio e
l’ossigeno, prima per la sintesi cellulare poi come fonte di energia, formando anidride carbonica e materiale
biologico flocculante. Questi fiocchi di materiale biologico aggregano le particelle colloidali fini ed adsorbono
altre sostanze disciolte. Perché questa massa biologica si mantenga attiva occorre che la concentrazione di
ossigeno in soluzione non sia mai inferiore ad un certo livello. Per questo motivo per garantire un’ottimale
concentrazione di ossigeno disciolto viene insufflata una notevole quantità di aria compressa dal fondo della
vasca. Questa, risalendo alla superficie, attraversa la massa liquida creando un intimo contatto che permette a
parte dell’ossigeno atmosferico in essa contenuto di sciogliersi nell’acqua. Contemporaneamente il movimento
creato dalle bolle di aria garantisce anche il mescolamento completo ed uniforme di tutta la miscela acqua-
fanghi contenuta nella vasca, in modo che tutta la massa dei fanghi sia areata e il liquido ben omogeneizzato.
I filtri percolatori consistono in uno strato poroso grossolano disposto alla rinfusa come sassi o carbon fossile
o costruiti con materiale di forma prestabilita disposti ad alveare. Le strutture con cui sono formati questi filtri
percolatori danno l’opportunità di avere una vasta superficie di contatto per unità di volume. L’evoluzione
degli impianti di questo tipo è quella a dischi biologici che si ricollegano concettualmente a quello dei letti
percolatori tradizionale; mentre nei letti percolatori il liquame scorre attraverso un supporto fisso, nei biodischi
sia il liquame che il supporto sono in movimento.
Caratteristiche principali:
 semplice controllo del processo;
 eccellente resistenza ai sovraccarichi;
 buona resistenza contro gli shock da sostanze tossiche e/o inibenti;
 bassi costi energetici;
 bassi costi esercizio e manutenzione;
 volumi ed ingombri limitati;
 trasferimento diretto dell'ossigeno;
 elevati rendimenti di rimozione del BOD;
 indipendenza dalla temperatura ambiente;
 assenza di rumori;
 assenza di aerosol;
 facilità di trasporto e montaggio.
I vantaggi del rotore biologico dipendono dal fatto che il rotore è costituito da numerosi dischetti che affiancati
gli uni agli altri formano tanti piccoli rotori che oltre a ruotare attorno all'asse principale, durante l'immersione,
ruotano anche su se stessi, aumentando in tal modo l'agitazione e l'assorbimento dell'ossigeno da parte della
pellicola biologica soprattutto perché questi dischi sono esposti alternativamente all’acqua inquinata e all’aria.
L’eccesso di carica batterica si distacca dai dischi e perciò si rende necessaria la sua separazione dall’acqua
trattata mediante uno stadio di sedimentazione secondario.
Nella fase di aerazione, oltre alla rimozione della parte organica BOD carboniosa, da parte dei batteri eterotrofi
aerobici, avviene la nitrificazione, operata dai batteri autotrofi aerobici, che traendo l’energia dal composto
inorganico come l’ammoniaca (NH4) e utilizzando come fonte di carbonio inorganico l’anidride carbonica,
effettuano l’ossidazione biologica delle forme ammoniacali dell’azoto presente nel liquame trasformandole in
nitriti (NO2) e nitrati (NO3).
L‘azoto in natura è presente sotto forma sia di molecole organiche complesse (proteine), che in forma
inorganica quale ammoniaca (NH4+/NH3), azoto biatomico gassoso presente nell‘atmosfera (N2), nitrati
(NO3¯) prevalenti nel suolo. Un‘altra fonte di ammoniaca in natura sono gli organismi morti e gli scarti del
metabolismo animale. Nei corpi idrici, in particolare, si ha che i batteri ammonizzanti idrolizzano le proteine
e gli amminoacidi presenti nella biomassa in via di decomposizione e nelle deiezioni animali. Questo processo
porta all‘eliminazione di ammoniaca, acido urico ed urea e vengono prodotte anche anidride CO2 ed acqua.
I batteri ammonizzanti sono deputati solo all‘idrolisi delle proteine mentre sono i batteri nitrificanti che si
occupano di trasformare l‘ammoniaca.
L‘ammoniaca è tossica per tutti gli organismi viventi, specialmente se presente totalmente nella forma neutra
NH3 (questo succede a valori di pH alcalini tra 10 e 12). A valori di pH= 7,5 quasi tutto l‘azoto ammoniacale
è presente sotto la forma ionica NH4+ assai meno pericolosa, mentre al pH caratteristico dell‘ambiente marino
(8,1’8,4) è presente circa il 12 % dell‘azoto ammoniacale sotto la forma più tossica di NH3.
La rimozione biologica dell‘azoto avviene mediante una serie di reazioni che conducono dapprima
all‘ossidazione dell‘ammoniaca fino a nitrato (nitrificazione) e in un secondo tempo alla riduzione di questo
ad azoto elementare (denitrificazione). La nitrificazione avviene prevalentemente ad opera di alcuni batteri
chemolitotrofi: per essi il carbonio inorganico è la sola fonte di carbonio e l‘energia necessaria per la loro
crescita e per il loro mantenimento deriva dall‘ossidazione dell‘ammoniaca a nitrito e del nitrito a nitrato.
La denitrificazione è, invece, la riduzione biologica dell‘azoto nitrico ad azoto gassoso ad opera di batteri
chemorganotrofi che utilizzano il nitrato anziché l‘ossigeno come accettore finale di elettroni. (in figura
Pseudomonas, batterio Gram negativo aerobio obbligato tranne nei casi in cui usa nitrati come accettori di
elettroni, contrapposto a Clostridium, Gram positivi, anaerobi obbligati, organismi ubiquitari e se coltivati in
ambienti a basso potere redox, cioè con scarsa concentrazione di ossigeno, sono estremamente attivi dal punto
di vista fermentativo, attaccando sostanze organiche (carboidrati ed aminoacidi) con produzione
di alcooli, acido acetico, e gas come l'anidride carbonica, idrogeno e acido solfidrico con conseguente
formazione di odori e sapori sgradevoli, fino ad arrivare al fenomeno della putrefazione. )

NB.: La colorazione di Gram si basa sull’uso del colorante Cristalvioletto, un mordenzante (Lugol) per lavare
e alcol etilico per decolorare. Se i batteri hanno una colorazione rosa come pseudomonas vuol dire che sono
Gram negativi ed hanno una parete cellulare sottile costituita dal 5% di peptidoglicano (acido N-
acetilmuramico+N-acetilglucosammina) che permette al sia colorante che successivamente alla sostanza
decolorante di penetrare la cellula, non trattenendo, quindi, il colore. Viceversa, i batteri Gram positivi hanno
una parete cellulare costituita al 50-90% di peptidoglicano che permette al colorante di penetrare, ma non al
decolorante, e quindi hanno una colorazione sul blu-violetto.

In seguito della nitrificazione ha luogo la denitrificazione che consiste nella riduzione di nitrato (NO3¯) ad
azoto molecolare gassoso N2 , attraverso gli intermedi nitrito (NO2¯) e protossido di azoto (N2O).
I batteri denitrificanti eseguono il processo solo in assenza di O2 ed usano il nitrato come accettore di elettroni,
ossidando molecole organiche (CHO)n ad anidride carbonica (CO2) e acqua.
I prodotti gassosi che si formano (N2 e CO2) vengono dispersi nell‘atmosfera e così la denitrificazione permette
all‘azoto di tornare nel ciclo.
Nel processo di denitrificazione biologica si ha l‘ossidazione di molti dei composti organici presenti nelle
acque reflue, con impiego dei nitrati come accettori di elettroni in luogo dell‘ossigeno disciolto: in assenza di
ossigeno o in presenza di concentrazioni limitanti di questo, viene indotta la produzione dell‘enzima
nitratoriduttasi nella catena respiratoria di trasporto degli elettroni, la quale contribuisce al trasferimento
dell‘idrogeno e degli elettroni verso l‘accettore finale rappresentato dai nitrati.
Al contrario di quanto accade per la nitrificazione biologica, numerosi sono i generi di batteri che possono dar
luogo a denitrificazione; questi microrganismi, in grado di utilizzare nitrati e/o nitriti per la respirazione
cellulare, sono in gran parte eterotrofi e facoltativi. Sono eterotrofi in quanto necessitano, per il loro
metabolismo, di una fonte organica di carbonio e facoltativi perché possono utilizzare, come accettore di
elettroni, indifferentemente l‘ossigeno disciolto nel liquame o l‘azoto nitrico/nitroso, in essi presente quando
l‘ossigeno viene a mancare.
Infatti, la respirazione batterica che determina il trasporto di elettroni è identica sia in presenza di ossigeno che
in presenza di nitrati (condizioni anossiche), a meno di un enzima finale: la nitroriduttasi, prodotta solo in
assenza di ossigeno e capace di completare il trasporto di elettroni dalla sostanza riducente a quella ossidante.
In ogni caso, la presenza contemporanea di ossigeno e nitrati vede il consumo preferenziale dell‘ossigeno
perché energicamente più favorevole al metabolismo batterico. La similitudine fra i due processi spiega la
relativa facilità con cui i batteri eterotrofi facoltativi nei processi a schemi integrati possono ridurre
alternativamente ossigeno molecolare e nitrato.
I due processi in esame possono aver luogo in reattori diversi con consequenzialità spaziale delle due zone
(impianti a flusso continuo), oppure nel medesimo reattore nel quale le reazioni avvengono con
consequenzialità temporale variando ciclicamente le condizioni di funzionamento dell‘impianto (reattori
―batch‖ di tipo SBR).
Per quanto concerne il progetto del reattore per la nitrificazione si osserva che secondo la procedura tradizione
si prevede di fissare a priori la concentrazione di TKN nell'effluente, ovvero quello che si desidera raggiungere,
conoscendo il valore di TKN nel refluo in ingresso; inoltre si assume di conoscere i parametri cinetici, quali
µ𝑛 , 𝑏𝑛 𝑒 𝑌𝑛 , determinati per via sperimentale e che rispettivamente rappresentano la velocità di crescita
specifica massima, la velocità specifica di perdita di massa endogena per i nitrificanti e massa di batteri
nitrificanti generata per unità di azoto ammoniacale consumata.
L'età del fango è un parametro fondamentale nella valutazione del processo di nitrificazione e la stima di 𝜃𝑚𝑖𝑛
si effettua mediante la seguente espressione:

Allo scopo di assicurare il verificarsi della nitrificazione ed evitare fenomeni di instabilità, che si potrebbero
instaurare quando 𝜃 = 𝜃𝑚𝑖𝑛 , si raccomanda di introdurre un coefficiente di sicurezza 𝑓𝑝 sul valore dell'età del
fango calcolata precedentemente

Si procede determinando la velocità 𝑣𝑛 di rimozione del substrato (in questo caso ammoniaca); questa
grandezza si valuta con le espressioni tipiche già presentate e si esprime quindi in funzione dell'età del fango:

Si definisce in seguito la frazione di biomassa nitrificante, f , come 𝑓 = 𝑥𝑛 /𝑥 e si calcola attraverso la


seguente espressione di massima:

Il termine 0.05⋅(S0-Se) rappresenta la porzione di azoto utilizzata da parte dei batteri eterotrofi per la loro
sintesi batterica; la richiesta di azoto da parte di essi è pari, in prima approssimazione, al 5% della sostanza
organica abbattuta.
Infine, si determina il volume 𝑉𝑛 , assunta una concentrazione in vasca pari a 𝑥 = 3 − 4 𝑘𝑔 𝑆𝑆𝑇/𝑚3 :

Che può essere scritta anche come


La richiesta di ossigeno per soddisfare il fabbisogno unicamente della popolazione autotrofa nitrificante, non
tenendo in conto perciò la frazione eterotrofa, è data da:

Per quanto concerna la denitrificazione, avendo già dimensionato la fase di nitrificazione, si è già scelto il
valore più opportuno dell'età del fango ϑ tale da garantire il rendimento atteso ed una certa stabilità di processo.
Pertanto, si procede determinando la velocità 𝑣𝑑𝑇 di rimozione del substrato:

Per il calcolo del volume 𝑉𝑑 , assunta una concentrazione in vasca pari a 𝑥 = 3 − 4 𝑘𝑔 𝑆𝑆𝑇/𝑚3 :

Configurazioni impiantistiche

Per quanto riguarda le configurazioni impiantistiche facciamo distinzione tra sistemi separati, in cui la
sostanza organica, la nitrificazione e la denitrificazione vengono condotte in stadi distinti, ciascuno dotato di
una propria unità biologica e di un sedimentatore con relativo sistema di ricircolo del fango, e sistemi
combinati, nei quali la biomassa si trova alternativamente in condizioni aerobiche e anossiche durante le quali
si svolgono sequenzialmente le fasi di ossidazione, nitrificazione e denitrificazione.
Ovviamente fra i due sistemi il secondo risulta più economico sia per costi di gestione che di costruzione (ci
sono fondamentalmente meno reattori e meno utilities).

Quando non è richiesta la rimozione totale di azoto, ma solo la rimozione delle sue forme ridotte(NH4+, NO2-
), queste vengono ossidate tramite una configurazione che prevede le sole ossidazione e nitrificazione in un
processo che può essere sia combinato e, quindi, che può avvenire in un’unica vasca con un solo sedimentatore
da cui si ottiene un fango di ricircolo, oppure separato in cui ossidazione e nitrificazione avvengono in vasche
separate ed hanno ognuna il proprio sedimentatore e il proprio fango di ricircolo.
L’efficienza di questi processi è elevata purchè l’età del fango sia sufficientemente elevata da garantire la
crescita (piuttosto lenta) dei batteri nitrificanti.
Le differenze tra le due configurazioni sono che mentre nella nitrificazione separata si risente maggiormente
delle variazioni di carico (perché c’è minore diluizione), ma è meno sensibile all’affluenza delle sostanze
tossiche che vengono neutralizzate dalla biomassa eterotrofa presente nel primo stadio, la nitrificazione
combinata ha dalla sua una minore produzione di fango di supero, ma presenta migliori caratteristiche di
sedimentabilità e comporta minori costi di impianto ed esercizio.

Per quanto riguarda i sistemi con denitrificazione, anche qui facciamo la distinzione tra sistemi separati e
combinati. In particolare per i sistemi separati differenziamo tra quelli a fonte interna di carbonio e a fonte
esterna.
Per quanto riguarda quelli a fonte interna di carbonio abbiamo un By-pass di liquame grezzo da avviare
direttamente allo stadio di denitrificazione al fine di garantire un rapporto carbonio-azoto di 4÷5 mg
BOD/mgNtot , che rappresenta l'apporto stechiometrico necessario per la reazione di denitrificazione. Dopo la
vasca di denitrificazione, al fine di garantire lo scarico di un effluente in buone condizioni di ossigenazione,
nonché di favorire lo strippaggio dell'azoto gassoso prodottosi, può essere più opportuno prevedere l'aerazione
della miscela prima di giungere alla sedimentazione.
Nei sistemi a fonte esterna di carbonio lo schema del processo è analogo a quello della denitrificazione
separata con fonte interna, salvo il fatto che in questo caso, anziché un by-pass del liquame da ossidare, è
prevista a monte dello stadio di denitrificazione l'aggiunta di metanolo o di altra fonte di carbonio. Nel caso
venga impiegato metanolo la velocità complessiva (nitrificazione + denitrificazione) di rimozione dell'azoto è
più elevata rispetto al sistema separato con fonti di carbonio interne e si ha in questo caso un migliore e più
controllato rendimento di rimozione dell'azoto nello stadio di denitrificazione.

Sulla base degli studi e degli impianti finora realizzati si possono distinguere i seguenti schemi del processo
di nitrificazione-denitrificazione con sistema combinato:
a) post-denitrificazione;
b) pre-denitrificazione;
c) denitrificazione completa;
d) nitrificazione-denitrificazione in alternanza;
e) nitrificazione-denitrificazione in simultanea.

Lo schema della post-denitrificazione prevede un primo stadio ossidato in cui avviene la nitrificazione e
l'ossidazione della sostanza organica ed un secondo stadio anossico in cui si svolge la denitrificazione.
Al fine di evitare che tutta la sostanza organica venga ossidata in questa fase, per non risentirne poi la
mancanza nel successivo stadio anossico di denitrificazione, si possono applicare a questo stadio carichi di
fango tali da permettere, garantendo comunque una adeguata età del fango per la crescita dei batteri
nitrificanti, l'arrivo al secondo stadio di una frazione residua di sostanza organica non ossidata utile per la
riduzione del nitrati.
A seconda della quantità di sostanza organica che arriva allo stadio anossico la velocità di denitrificazione
può variare tra un limite massimo, pari a 3 mg NO3-N/(gSSV·h) a 20°C in presenza di substrato
biodegradabile, ed un limite minimo pari a 0,3÷0,4 mg NO3-N/(gSSV·h) corrispondente all'utilizzo del solo
carbonio endogeno.

Nel processo di pre-denitrificazione i nitrati vengono ridotti in un primo stadio anossico utilizzando la
sostanza organica del liquame grezzo come fonte di carbonio. Nel secondo stadio aerato si svolge
l'ossidazione della sostanza organica e l'ossidazione dell'ammoniaca a nitrati. I nitrati necessari alla
denitrificazione dello stadio anossico, essendo l'azoto presenta nel liquame grezzo sotto forma ammoniacale
e di azoto organico, sono contenuti nella portata di ricircolo (biomassa + liquame ossidato). per realizzare
elevati rendimenti di rimozione dell'azoto si rendono necessari alti valori del rapporto di ricircolo,
dell'ordine del 300-600% al fine di ottenere rendimenti di rimozione dell'azoto superiori all'85%.

Una variante poco applicata, ma con aspetti interessanti, è il processo a Step-feed, in cui il reattore è
configurato a più comparti in serie, alternativamente anossico ed aerobico. Il liquame in ingresso viene ripartito
nei reattori anossici, mentre il ricircolo dei fanghi e della miscela aerata nitrificata viene addotto invece in testa
all'impianto. Esempi di applicazione del processo a step-feed sono riportati per il trattamento di liquami di
spurgo da fosse settiche e pozzi neri e anche per liquami domestici. Nel primo caso, l'elevato rapporto
TKN/BOD (circa 3,5) impone l'aggiunta di metanolo, limitata tuttavia al fabbisogno stechiometrico necessario
per la rimozione dei nitrati ancora presenti negli ultimi stadi, consentendo l'ottimizzazione dei costi di gestione
e la rimozione dell'azoto totale. Nel caso di liquami civili si riportano ottimi risultati in termini di rimozione
dell'azoto e della sostanza organica, della sedimentabilità del fango e dei risparmi energetici in aerazione.

La denitrificazione completa rappresenta una combinazione tra la post denitrificazione e la pre-


denitrificazione. In tale processo viene quindi sfruttata come fonte di carbonio sia la sostanza organica
contenuta nel liquame grezzo (pre-), sia il carbonio endogeno (post-). La denitrificazione completa è nota
anche come processo Bardenpho. Come già rilevato precedentemente, anche in questo caso la funzione del
bacino di aerazione finale è solo quella di volatilizzare l'azoto.

Il processo di nitrificazione-denitrificazione in alternanza è assimilabile al processo di pre-denitrificazione.


Gli elevati rapporti di ricircolo dei fanghi e del liquame ossidato necessari per raggiungere soddisfacenti
rendimenti di rimozione dell'azoto, e che portano negative implicazioni impiantistiche ed economiche, sono in
questo caso raggiunti scambiando alternativamente le funzioni di due bacini a fanghi attivi, addetti ora alla
nitrificazione, ora alla denitrificazione, secondo lo schema operativo in quattro fasi riportato .
Il liquame grezzo viene sempre alimentato nel bacino che al momento funge da vasca di denitrificazione (fase
1), secondo lo schema generale della predenitrificazione, per poi passare al bacino di ossidazione. Qui si
formano i nitrati che verranno successivamente ridotti (fase 3) quando il bacino sarà posto in condizioni
anossiche per la denitrificazione. Le fasi intermedie di aerazione (fasi 2 e 4) si rendono soprattutto opportune
per assicurate alla sedimentazione l'adduzione di fango in condizioni aerobiche, e quindi un effluente
sufficientemente aerato.
Tale processo, che può essere considerato come un compromesso fra i due processi di post- e di pre-
denitrificazione, si basa sulla formazione alternata di zone anossiche e di zone aerate all'interno di bacini a
fanghi attivi a circuito chiuso, nei quali la miscela liquame fango è aerata e contemporaneamente messa in
circolazione da aeratori meccanici del tipo a spazzola rotante o a turbina fissa.
Nella zona aerata a valle dell'aeratore, si realizza oltre all'ossidazione della sostanza organica contenuta nel
liquame grezzo, la nitrificazione. Il consumo di O2 che si verifica in questa zona determina la formazione di
una successiva zona anossica, in cui si svolge la denitrificazione, che si estende fino al successivo aeratore. Da
qui si sviluppa una nuova zona aerata e così via. In pratica si ripete il processo di denitrificazione completa già
esaminato, con la differenza che l'alternanza delle zone aerate e di anaerobiosi è ripetuta tante volte quanto è
il numero degli aeratori. L'estensione delle zone aerate e delle zone anossiche può essere controllata regolando
la capacità di aerazione degli aeratori meccanici, in funzione dei livelli di ossigeno disciolto e del consumo di
O2 dovuto alla respirazione batterica. Il processo di nitrificazione-denitrificazione in simultanea conosce un
certo numero di applicazioni alla scala industriale legate per lo più a modifiche operative effettuate su impianti
già esistenti non appositamente dimensionati per la rimozione dell'azoto. Altre esperienze mostrano che
l'utilizzo di un controllo sui nitrati per stabilizzare il processo di nitrificazione e denitrificazione in simultanea
è stato determinante. Secondo altri invece tali sonde non sono pienamente affidabili. Si è proposta in alternativa
un sistema di controllo che associ alla misura in continuo dell'ossigeno (assai semplice) e a quella dei nitrati
un semplice programma che governi l'accensione e lo spegnimento dei dispositivo di aerazione.

Per quanto riguarda il processo ad alimentazione discontinua:


• Il sistema SBR consiste di uno (o più reattori in parallelo), che provvede all'aerazione, alla
sedimentazione, all'estrazione dell'effluente ed al ricircolo dei fanghi.
• il processo è adattabile alla rimozione biologica dell'azoto operando una sequenza di fasi come la
seguente:
1) riempimento (con miscelazione, ma senza aerazione);
2) prosegue il riempimento, ma con aerazione attivata;
3) prosegue il riempimento con miscelazione, senza aerazione;
4) aerazione;
5) sedimentazione;
6) scarico del supernatante.

Durante il riempimento (della durata compresa tra 6 e 12 ore) si opera la denitrificazione durante le fasi senza
aerazione, mentre è attiva la nitrificazione nella fase con aerazione. I periodi 1) e 2) sono ripartiti in più
intervalli alternati della durata di non oltre 1 ora (per le fasi anossiche) o di 3 ore (per le fasi aerate). La
sequenza delle fasi e la durata deve essere attentamente valutata in modo da ottimizzare le caratteristiche di
sedimentabilità dei fanghi. L'impossibilità di prevedere a priori il comportamento dei fanghi è uno dei motivi
che non ha favorito la diffusione di questo tipo di reattori. Mancano peraltro a tutt'oggi sufficienti esperienze
a scala reale per valutare l'affidabilità del processo.
Il controllo del funzionamento di un impianto di depurazione si rende necessario sia per garantire la qualità
dell‘effluente e il rispetto dei limiti di legge, sia per contenere le spese di gestione; in particolare, quest‘ultimo
aspetto sta assumendo un‘importanza sempre maggiore a causa dei crescenti costi dell‘energia.
Un parametro che incide fortemente su tali processi è la presenza di ossigeno, motivo per il quale è di
fondamentale importanza ottimizzare il sistema di aerazione. L‘impatto della concentrazione di ossigeno
disciolto (DO) è rilevante sia sui processi biologici e sulla loro efficienza, che sui consumi energetici, infatti,
è noto che l‘aerazione sia il processo maggiormente energivoro tra tutti quelli che compongono i trattamenti
di depurazione delle acque, con un consumo che si attesta tipicamente tra il 45÷60% del consumo totale
dell‘impianto. Ad esempio, per quanto concerne la nitrificazione si ha che una concentrazione di DO maggiore
generalmente aumenta il tasso di nitrificazione fino ad un limite massimo che è quindi la capacità di
nitrificazione del sistema di trattamento. Generalmente, per un sistema a fanghi attivi, una concentrazione di
DO di 2-3mg/l è sufficiente a garantire un alto tasso di nitrificazione.
La denitrificazione che avviene anche all‘interno delle vasche di ossidazione è un fenomeno di cui tenere
conto, sia nel dimensionamento del reattore di denitro che delle portate di ricircolo. La denitrificazione avviene
ugualmente poiché il fiocco di fango non è completamente penetrato dall‘ossigeno in tutta la sua interezza,
specie nei casi in cui l‘ossigeno disciolto nel mezzo non sia presente in concentrazioni elevate. Allora, nella
zona più interna del fiocco si manifesta la denitrificazione. Un‘elevata concentrazione di DO generalmente,
quindi, riduce la denitrificazione “simultanea”.
Inoltre, la concentrazione di DO influenza la struttura della comunità microbica, incrementando la
competizione tra i batteri filamentosi e quelli flocculanti, ed influenzando così la sedimentabilità del fango.
Infine, per i costi si osserva che l‘aerazione generalmente rappresenta il secondo maggior contributo nella
gestione di un impianto a fanghi attivi, preceduto solo dai costi di smaltimento e dismissione.
In passato, la capacità di aerazione era determinata dal carico carbonioso, mentre attualmente essa è
dimensionata principalmente sul fabbisogno per la nitrificazione. Attualmente si considera che solo una
parte del carbonio organico biodegradabile (CBOD) venga rimossa per via aerobica, mentre la rimanente
(spesso oltre il 50%) venga utilizzata come fonte di carbonio nella fase anossica di denitrificazione.
Questo porta ad un collegamento fra la fase aerobica (abbattimento del CBOD e nitrificazione) e fase
anossica; si realizza un sistema di controllo gerarchico a due livelli, in cui la regolazione dell‘ossigeno
disciolto (controllo di basso livello) è asservita al controllo dell‘ammonio (controllo di alto livello).
Poiché il carico carbonioso in ingresso all‘impianto viene quasi completamente consumato dal processo
di denitrificazione, l‘aerazione nella vasca aerobica può essere dimensionata esclusivamente sulla base
del fabbisogno di ossigeno richiesto dall‘ossidazione dell‘ammonio. Il principio da seguire è quello di
erogare solo l‘aria strettamente necessaria: basandosi su misure di NH 4+, un controllore fuzzy sceglie il
valore di set-point per l‘ossigeno disciolto (DOsp) in vasca aerobica. In cascata, un controllore PID valuta
la differenza fra il DOsp, così determinato, e la concentrazione di DO misurata nel reattore; in funzione
di tale errore viene inviato un comando per l‘erogazione della portata d‘aria Ua (variabile manipolata) da
insufflare.
In ultima analisi abbiamo analizzato una nuova tipologia di processo che vede l’utilizzi di particolari
denominati Anammox che rappresentano una potenziale alternativa alla tradizionale combinazione nitro-
denitro per la rimozione dell’azoto dai reflui.
Quest’ultima infatti risulta essere energeticamente ed economicamente dispendiosa da un lato per il fabbisogno
di ossigeno dei batteri nitrificanti e, dall’altra per il fabbisogno di carbonio esogeno per i denitrificanti. Al
contrario i batteri Anammox, essendo autotrofi, utilizzando come fonte di carbonio l’anidride carbonica,
mentre il fabbisogno di ossigeno risulta essere estremamente più contenuto rispetto a quello dei nitrificanti, in
quanto necessario per la parziale ossidazione dell’ammonio a nitrito dato che il restante ammonio viene
combinata con l’NO2- a dare azoto gassoso.
Il processo Anammox, inoltre, comporta una bassa resa in biomassa e di conseguenza una minore produzione
di fanghi rispetto ai convenzionali sistemi di denitrificazione [9]. Questo costituisce il terzo fattore di riduzione
dei costi ed, insieme agli altri due, rende il processo Anammox estremamente vantaggioso dal punto di vista
economico. A questi si aggiungono anche benefici per l’ambiente. Infatti, i batteri Anammox consentono una
riduzione delle emissioni di anidride carbonica rispetto ai convenzionali processi di nitrificazione-
denitrificazione. Grazie al metabolismo autotrofo, la riduzione di questo importante gas serra si stima intorno
al 90% [10]. Il processo Anammox non è però privo di svantaggi. I lunghi tempi di duplicazione dei batteri
intorno agli 11 giorni, e la bassa resa in biomassa determinano un allungamento dei tempi di start-up degli
impianti. A questo si aggiunge l’instabilità dei bioreattori Anammox causati dagli effetti inibenti di alcuni
substrati, ad esempio, la stessa ammoniaca se presente in elevate concentrazioni può influenzare negativamente
i batteri Anammox. Tali batteri sono attivi ad una temperatura compresa tra i 10 e i 40°C anche se le migliori
performance sono state osservate tra i 35-40°C. Il pH ottimale, invece, per l’ossidazione anaerobica
dell’ammonio è circa 8. In realtà i valori ottimali di pH possono variare tra le diverse specie Anammox.
Esistono diverse tipologie di impianti che vedono l’utilizzo di tale processo in particolare si possono
distinguere sistemi a singolo stadio e a doppio stadio.
• Sistemi a singolo stadio:
1. DEMON: combina la parziale nitrificazione e la deammonificazione in un unico reattore. E’ in grado
di operare a regime intensivo, con elevati carichi in ingresso di COD e BOD o a regime minimo
presentando una notevole resistenza agli shock dovuti agli improvvisi innalzamenti del carico
organico durante la fase di alimentazione.
2. SNAD: adozione simultanea di nitrificazione, ANAMMOX e denitrificazione in un singolo reattore
e risponde alla necessità di abbattere l’elevata quantità di materiale organico. La nitrosazione
permette l’ossidazione dell’ammonio a nitrito, il quale viene impiegato nella reazione ANAMMOX,
mentre la denitrificazione impiega il carbonio organico come elettron-donatore per ridurre il nitrato
ad azoto molecolare trasformandolo in anidride carbonica.
• Sistemi a doppio stadio:
1. SHARON-ANAMMOX: nel primo stadio si ha una parziale nitrificazione che consente di ossidare
circa metà dell’ammonio in ingresso seguito dall’ossidazione anammox dove l’ammonio viene
completamente ossidato ad azoto molecolare e una piccola frazione di nitrato, in condizioni
anaerobiche e sfruttando il nitrito come elettron-accettore.
2. DEAMOX: L’inizio avviene in un reattore anaerobico e permette di mineralizzare l’azoto organico,
il quale viene successivamente inviato a un altro reattore dove avviene il mescolamento con nitrato e
zolfo, in modo tale da produrre nitrito e far avvenire la reazione ANAMMOX.
Il processo anammox è attualmente applicato in circa 90 impianti a scala reale per il trattamento di acque di
rifiuto caratterizzate da alta concentrazione di azoto ammoniacale come i digestati e nel trattamento di altri
reflui quali quelle di industrie conciarie, alimentari, semiconduttori, produzione di lieviti, distillerie,
produzioni vinicole. Nelle applicazioni in scala reale i carichi giornalieri sono compresi tra 0,1 e 11 tonnellate
di azoto. Altri risultati incoraggianti sono stati documentati in installazioni a scala pilota/laboratorio per il
trattamento del digestato da acque nere, digestato di origine zootecnica, urina, acque reflue di impianti
petrolchimici e acque di rifiuto farmaceutiche
L’applicazione industriale del processo anammox richiede una progettazione specifica, che tenga conto della
composizione delle acque di rifiuto specifiche e degli effetti che molte caratteristiche chimico-fisiche delle
acque reflue (pH, salinità, temperatura, COD, nitriti e ammonio, presenza di metalli pesanti e antibiotici)
possono avere sul processo.