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Storia della guerra fredda

Federico Romero

Capitolo 1 – Origini della guerra fredda, 1944-1949


Ciò che si andava delineando nei mesi conclusivi della Seconda guerra mondiale era un’inedita
geografia di potenza in cui gli Stati Uniti e Unione Sovietica primeggiavano. Infatti, l’URSS di
Stalin non poteva concepire la coesistenza internazionale se non chiave intrinsecamente
conflittuale. Il governo degli Stati Uniti, invece, si convinse che una ferma contrapposizione ai
sovietici fosse la via più efficace per promuovere interessi, ideali e identità di una coalizione
occidentale.
La Seconda guerra mondiale si sommava ai traumi della Prima guerra mondiale, al conflitto
ideologico che aveva imperversato nel ventennio successivo, alla crisi economica e all’ascesa del
totalitarismo: l’effetto era una profonda rottura culturale e psicologica che imponeva a ogni
paese di rifondare la nazione.
Nel 1941 i sovietici avevano già chiarito ai britannici di voler vedere riconosciute le conquiste
territoriali ottenute nel 1939 e nel 1940 grazie ai protocolli segreti del patto con la Germania.
Infatti era questo il primo tassello della concezione della sicurezza fondata sul dominio
territoriale di Stalin. Il secondo tassello era il controllo sui paesi dell’Europa orientale in modo
da formare una profonda fascia di sicurezza da cui non potessero giungere aggressioni militari.
Ed il terzo era il controllo sulla Germania, attraverso la distruzione del suo potenziale militare e
gli accordi con gli alleati sul suo futuro. Alle conferenze alleate di Teheran e Jalta, l’idea di una
zona di sicurezza sovietica in Europa orientale fu sostanzialmente accettata, e si discusse solo
delle sue modalità. Quello che Washington e Londra cercarono di limitare fu il rischio che Mosca
instaurasse un controllo unilaterale chiudendo l’area a influenze esterne e imponendo una
sovietizzazione dei nuovi regimi politici. Ci si accordò quindi sulla suddivisione della Germania in
zone di occupazione, sullo spostamento a Ovest dei confini polacchi e sulla prospettiva di
elezioni libere per formare governi rappresentativi.
Gli Stati Uniti, attraverso Bretton Woods, intendeva stemperare i conflitti sociali e nazionali,
consolidare i regimi democratici e dare un fondamento duraturo alla pace. La questione
dell’accettazione del liberalismo politico ed economico non riguardava tanto gli sconfitti, visto
che gli Stati Uniti condividevano l’idea di eliminare la potenza tedesca e giapponese e
consentire una ricostruzione di quei paesi solo sotto una vigile tutela internazionale; nei
confronti della Gran Bretagna e della Francia, il governo statunitense sapeva di avere in mano
leve politiche e finanziarie. Il grande interrogativo riguardava i sovietici. Roosevelt, infatti,
riteneva che la cooperazione con i sovietici fosse essenziale per la condotta della guerra e per
questo fu pronto ad accettare un ruolo preminente dell’URSS in Europa orientale.
Roosevelt aveva fiducia in un sistema collaborativo a guida americana, che includesse i sovietici;
Stalin credeva in un’inconciliabilità storica che rendeva la collaborazione tra capitalismo e
comunismo un’opzione temporanea e strumentale. L’ideologia americana presupponeva una
condizione naturale di pace minacciata solo dall’aggressività delle dittature; quella staliniana,
all’opposto, postulava il conflitto internazionale come normalità. Di fronte al compito di
ridisegnare l’intero sistema internazionale, le due visioni finirono per fungere da fonti di
divaricazione, diffidenza e, infine, ostilità.

- Tra il 1945 e il 1947 gli ex alleati si trovarono intorno a diversi tavoli negoziali. Fu qui che
l’incommensurabilità delle due visioni divenne palpabile, tramutandosi in diffidenza profonda e,
infine, nella convinzione che la cooperazione favorisse i disegni più pericolosi del rivale. Il nodo
centrale fu l’assetto della Germania occupata. Per i sovietici la priorità era di ottenere le
riparazioni; per gli americani e i britannici, invece, la priorità divenne la ripresa economica
tedesca e volevano che le riparazioni fossero liquidate solo dal surplus di una produzione ben
avviata. Le due logiche erano quindi contrastanti. Stalin non aveva intenzione di mostrarsi
malleabile, temendo che ciò passasse per arrendevolezza e un ruolo assai rilevante in tal senso
lo ebbe la bomba atomica. Infatti la bomba atomica americana rese probabilmente l’URSS più
cauta sull’uso della forza, per paura di scatenare una guerra, ma la rese anche meno
collaborativa e meno disposta ai compromessi, per paura di apparire debole.
Nel marzo 1946 la tensione di accese. L’URSS tardava il ritiro delle sue truppe stazionate in Iran
durante la Seconda guerra mondiale. Truman inviò una flotta nel Mediterraneo orientale, per
segnalare a Mosca l’intenzione di non accettare le sue pressioni sull’Iran. Ciò chiarì quanto Stalin
temesse di giungere sull’orlo di una guerra, ma la dittatura sovietica perseguiva un disegno
espansionistico che andava ostacolato invece che sottovalutato.
Forme di negoziazione continuarono, ma prevaleva l’inconciliabilità, che tra l’altro chiuse la
possibilità di porre sotto controllo le armi nucleari.
Intanto la sfiducia degli europei nell’efficacia del capitalismo era diffuso e ciò poteva spalancare
la porta a forme di influenza crescente ai partiti comunisti. Insieme all’incerta situazione
tedesca, ciò poteva gradualmente inclinare il continente verso una vicinanza psicologica e
politica con Mosca. Rivalità e determinazione, insomma, non parevano sufficienti se dall’Europa
emanava non quella miscela di coesione, fermezza e vigore bensì il suo inverso. All’inizio nel
1947 Washington si andava convincendo che bisognava invertire la tendenza.

- Nei mesi successivi il governo di Washington elaborò quindi la teoria del contenimento e il suo
strumento operativo, ossia il Piano Marshall. La strategia del contenimento si ipotizzava che
avrebbe potuto portare al crollo o al graduale ammorbidimento del potere sovietico. Si trattava
infatti di un regime privo di legittimità e consenso; incapace di rispondere ai bisogni della
popolazione. Ma la funzione urgente del contenimento era quella di arginare la disgregazione in
Europa occidentale e negare opportunità di espansione a Stalin. La prima applicazione operativa
della teoria del contenimento era che bisognava rilanciare l’economia della parte occidentale
della Germania, integrandola in Europa, perché senza la produzione e la domanda del paese non
si poteva neppure immaginare una ripresa continentale, che potesse opporsi alle pressioni
esterne.
Il segretario di Stato George Marshall annunciò un piano straordinario di aiuti, di durata
quadriennale, indirizzato primariamente all’Europa occidentale, ma si guardava con favore alla
possibilità che qualche governo dell’Est intendesse aderire, in modo da allentare il controllo
sovietico, mentre non c’era alcuna intenzione di offrire aiuti a Mosca. Per questo motivo, Stalin
decise che non c’era più motivo di esitare nella sovietizzazione dell’Europa orientale. Lo stato
divenne totalmente dominato da un partito comunista subordinato a Mosca e purgato degli
elementi non pienamente affidabili per Stalin. Si configurava quindi brutale forza difensiva da
un lato, capacità dinamica di costruire consenso dall’altro.

- Il fronte centrale della guerra fredda era ancora quello tedesco. Per gli americani, un
eventuale accorso per una Germania unita e neutrale costituiva un duplice rischio: se debole
essa sarebbe stata facilmente succube dell’influenza sovietica; se forte e animata dal
nazionalismo avrebbe potuto costituire una minaccia per tutti. Bisognava dunque vincolare gli
americani all’Europa per rassicurare i francesi, controllare i tedeschi e dissuadere i sovietici. Si
apriva così un duplice negoziato attraverso l’Atlantico. Da un lato USA, Gran Bretagna e Francia
si accordavano per la formazione di una repubblica tedesco-occidentale demilitarizzata e
sottoposta a controlli internazionali. E dall’altra preparavano un progetto di alleanza
transatlantica che impegnasse gli USA alla difesa dell’Europa occidentale e ne tutelasse gli
equilibri interni rispetto alla ripresa della Germania.
Stalin aveva dunque buoni motivi per essere preoccupato e, oltre a intensificare gli sforzi per
costruire l’atomica sovietica, avviava un piano d’intensa espansione militare. In
contrapposizione alla repubblica tedesco-occidentale, i sovietici e i comunisti tedeschi potevano
controbattere difensivamente erigendo un loro stato nella zona orientale. Berlino era sottoposta
all’occupazione dei quattro vincitori, ma era interamente circondata dalla zona d’occupazione
sovietica, da cui dipendeva per i rifornimenti e i servizi essenziali. Le truppe sovietiche
bloccarono tutti gli accessi terrestri alla città e cominciarono a interrompere l’erogazione di
energia elettrica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna scartarono l’ipotesi di sfondare il blocco con
unità militari, perché avrebbe scatenato una guerra. Il blocco si poteva aggirare per via aerea:
USA e Gran Bretagna avviarono un ponte aereo che cominciò a rifornire la città del minimo
essenziale ma divenne progressivamente più imponente.
In maggio nasceva sui territori delle zone occidentali d’occupazione una Repubblica federale
tedesca sostanzialmente sovrana sulle questioni interne ma disarmata e sottoposta alla tutela
dei tre alleati per la politica internazionale. In ottobre nella zona sovietica nasceva una
Repubblica democratica tedesca con un regime comunista sostenuto e vigilato da Mosca.
L’Alleanza Atlantica, un trattato di difesa collettiva in caso di aggressione contro uno dei paesi
aderenti. Per gli europei la rilevanza del patto stava nel vincolare la potenza americana a difesa
della loro sicurezza, con il duplice scopo di contenere l’URSS e controllare il risorgere della
Germania. L’adattabilità ai mutamenti, l’intrinseca flessibilità e variabilità degli assetti
avrebbero dato all’alleanza un vantaggio determinante rispetto alle rigidità dell’antagonista
sovietico.
Nell’Europa orientale il segno distintivo era la rigida subordinazione gerarchica della società allo
stato, dello stato al partito comunista e di quest’ultimo al controllo di Mosca. La mancanza di
legittimazione popolare si traduceva in un’intrinseca insicurezza del controllo sovietico, cui
poteva sopperire solo l’uso o la minaccia della forza.
All’Est la guerra fredda accentuò la subordinazione imperiale e l’irreggimentazione di tipo
sovietico, traducendola in un blocco tetramente chiuso e soggiogato dalla psicologia
dell’assedio; l’Europa occidentale fu invece il maggior beneficiario della guerra fredda per
stabilizzazione democratica, per la riabilitazione nazionale dei paesi continentali.

Capitolo 2 – Il bipolarismo militarizzato, 1950-1956


Lo scenario strategico era passibile di mutamenti incessanti: trasformazioni politiche in questo o
quel paese, innovazioni delle tecnologie militari, difficoltà di gestione della propria coalizione
introducevano variabili continue, che bisognava prevedere e gestire. E ciò in condizioni di
grande incertezza intorno alle intenzioni dell’avversario e alle effettive possibilità di
padroneggiare l’antagonismo senza farlo travalicare in guerra aperta.
Il Cremlino si trovava ora a gestire la metà decisamente più debole di un bipolarismo fortemente
asimmetrico. Mosca poteva però consolidare il suo controllo sui paesi dell’Est, trasformandone i
regimi in satelliti del blocco militare che essa stava instancabilmente apprestando per far fronte
all’antagonismo con l’Occidente.
Nel 1949 due avvenimenti alteravano il terreno di confronto bipolare. I sovietici facevano
esplodere la loro prima bomba atomica; il partito comunista cinese concludeva l’offensiva finale
della guerra civile che l’aveva contrapposto alle forze nazionaliste. Mao vedeva negli USA un
nemico della rivoluzione e una minaccia alla sicurezza del proprio regime e si offriva a Stalin
quale alleato nella lotta contro l’imperialismo occidentale. Nel 1950 la Cina e l’URSS siglavano
perciò il trattato di alleanza.
Negli USA il maccartismo diveniva presto un fenomeno più ampio. Incomparabile con il
simultaneo terrore scatenato in Europa orientale, il maccartismo fu nondimeno una
manifestazione degli effetti dell’antagonismo bipolare.
Uno degli effetti dell’alleanza sino-sovietica fu che l’Estremo Oriente diveniva un secondo teatro
dell’antagonismo bipolare. Svaniva così la distinzione tra aree centrali e periferiche. Alla difesa
selettiva dei punti strategici subentrava la nozione globale di un antagonismo universale e
simmetrico. L’ormai piena interiorizzazione della cosiddetta lezione di Monaco (secondo la quale
una dittatura aggressiva andava contrasta immediatamente, come non si era fatto con Hitler)
dettava adesso l’urgenza di arginare il Cremlino subito e ovunque. Non si trattava più di
contenere i sovietici per stabilizzare società amiche e democratiche, ma semmai di stabilizzare
per frustare il disegno di Mosca. La dimensione psicologica del conflitto diveniva centrale, non
solo per dissuadere l’avversario, ma per rassicurare gli alleati, radunare gli incerti, attrarre i
neutrali e sconfiggere le reali o ipotetiche pedine di Mosca.
Nacque quindi la convinzione che anche dei lontani conflitti locali, spesso in forma di guerra
civile, avessero una diretta rilevanza per le sorti dell’antagonismo bipolare. Ciò implicava un
immediato interesse statunitense a controllarli. Si delineava così quella spirale di permanente
riarmo e dissuasione reciproca che avrebbe caratterizzato il conflitto bipolare.

- Nel 1950 Stalin autorizzò la prima grande operazione militare della guerra fredda, quando le
truppe nordcoreane invasero la Corea del Sud: a Sud vi era un leader autoritario filoccidentale e
a Nord un leader comunista. La Corea del Nord iniziò a chiedere l’appoggio sovietico per
un’offensiva militare che gli consentisse di unificare l’intero paese sotto il suo controllo. Stalin
si convinse che se gli USA non era intervenuti a prevenire la rivoluzione in Cina, non l’avrebbero
fatto neanche in Corea. Ma Truman non la considerava una vicenda periferica ma una sfida
diretta del Cremlino all’ordine internazionale e alla credibilità degli USA quale suo garante. Le
truppe nordcoreane vennero fermate e in tre mesi americani e sudcoreani si videro spalancare le
porte della Corea del Nord: un’operazione di contenimento poteva ora trasformarsi in una
campagna offensiva per abbattere il regime comunista e riunificare il paese. Stalin allora
sollecitò Mao a inviare delle divisioni in Corea. La lunga e rovinosa ritirata delle forze americane
finiva poi per stabilizzare il fronte intorno al 38° parallelo. La soluzione negoziata di un conflitto
limitato alla Corea era a quel punto la soluzione più conveniente. Durante la guerra di Corea, il
discorso occidentale fu incentrato sul nesso tra democrazia e prosperità; il discorso comunista
s’incentrava sulle denunce dello sfruttamento o sul nesso tra capitalismo e guerra.
Nel 1953 la CIA organizzava un intervento clandestino in Iran per rovesciare il governo
indipendentista di Mossadeq. L’anno seguente Washington interveniva con modalità non molto
differenti in Guatemala, per rovesciare il governo riformatore. Le due operazioni furono ritenute
una componente essenziale nella lotta globale al comunismo. Sostanzialmente non esistevano
più aree marginali del bipolarismo.

- La principale ripercussione della guerra in Corea fu il riarmo dell’alleanza occidentale, e


dunque l’avvio della massiccia corsa agli armamenti. Il punto focale era rendere gli interessi
comuni degli europei più importanti dei singoli interessi nazionali. Per aumentare la deterrenza
fu deciso di ricorrere anche a forze convenzionali schierate sul terreno.
Al riarmo occidentale corrispose un analogo sforzo sovietico di costruzione di un’imponente
armata capace, nel caso, di occupare l’Europa occidentale. La spirale del rafforzamento militare
reciproco rendeva impossibile stabilizzare e normalizzare il bipolarismo, perché mancava ogni
minima percezione di sicurezza reciproca.

- Dopo la morte di Stalin si aprì una fase di maggiore fluidità nelle relazioni internazionali: gli
eredi di Stalin volevano liberarsi della paura con cui il dittatore aveva dominato il vertice del
partito. Con Chruščëv, il suo successore, fu avviata una stagione di cambiamenti: le persecuzioni
staliniane furono bloccate e anche le condizioni economiche furono migliorate. Abbandonata
l’intransigenza staliniana, Mosca si accordò con i cinesi per la firma dell’armistizio in Corea e
accettò di negoziare il trattato di neutralità dell’Austria: chiudere i fronti di ostilità non
necessari era una priorità condivisa dei nuovi dirigenti sovietici. Il primo ministro Malenkov
invitò gli USA a risolvere i contrasti in via negoziale, parlò di “coesistenza pacifica”. Lungi da
sembrare un’occasione di dialogo, l’“offensiva di pace” era temuta come uno scaltro tentativo
di fermare il riarmo tedesco e dividere gli occidentali. Fu scartata quindi l’ipotesi di dialogo e
Eisenhower dichiarò che se i sovietici desideravano davvero la pace dovevano consentire alla
riunificazione della Corea, a libere elezioni in Europa orientale e all’unificazione di tutta la
Germania in Occidente. Ma il gruppo dirigente sovietico non intendeva abbandonare l’ostilità
verso l’Occidente e concludere la guerra fredda, bensì regolamentarne gli aspetti più pericolosi.
Chruščëv decise quindi di privilegiare la progettazione di missili intercontinentali armati di
testate termonucleari. Ma c’era un secondo versante: quello di una nuova rivalità giocata sul
piano delle alleanze, con un inedito attivismo della diplomazia sovietica al di fuori della sua
tradizionale area d’influenza. Nel 1954 la Cina iniziò a beneficare di un colossale programma di
aiuti tecnici e finanziari sovietici; poi fu la volta dell’India per stringere collaborazioni
economiche e politiche con il paese simbolo dell’indipendenza postcoloniale e della neutralità.
La svolta della politica estera post-staliniana investiva un terzo spazio: quello del blocco
sovietico in Europa orientare. CHRUŠČËV sollecitò un’estensione ai paesi satelliti dei livelli
minimi di benessere popolare. Ma volle anche correggere la scelta della rottura con Tito.
L’URSS non subiva più il contenimento reagendo solo con azioni aggressive che aumentavano
l’isolamento sovietico. CHRUŠČËV invece stava provando a estendere il suo raggio d’azione per
mobilitare altri fronti contro l’Occidente e simultaneamente conduceva una vigorosa campagna
d’opinione quale paladino della pacificazione.

- Fu tuttavia il rapporto sui crimini di Stalin a costituire una svolta: non fu infatti più possibile
sottovalutare o nascondersi il carattere brutale e oppressivo del socialismo sovietico, la cui
influenza ideale e culturale iniziò il suo declino storico. Il regime comunista si stava infatti
sgretolando rapidamente, e la sua caduta poteva innescare sollevazioni anche negli altri paesi
dell’Est. Tali considerazioni furono rese ancora più acute dal simultaneo accendersi della crisi di
Suez.
Nasser, leader egiziano, non voleva tanto allinearsi all’Est quanto giostrare tra i due
schieramenti, in modo da massimizzare le sue opzioni. Londra e Parigi strinsero un accordo con
Israele per intervenire autonomamente. Fu così deciso che Israele avrebbe attaccato nel Sinai;
subito dopo un corpo di spedizione franco-britannico sarebbe intervenuto con il pretesto di
tenere entrambi i contendenti lontano dal canale. L’intervento franco-britannico a Suez si
trasformò in un fallimento. Oltre alle critiche dei paesi africani e asiatici, infatti, Londra e Parigi
si trovarono di fronte a una brusca reazione americana: Eisenhower condannò l’intervento.
All’Est ogni tensione ideale veniva sepolta dalla necessità di vivere la stabilizzazione come pura
sopportazione; all’Ovest quel che restava del mito sovietico andava in frantumi.
I due blocchi e i loro confini erano ormai intoccabili. E non era solo l’intransigenza sovietica a
evidenziare questa conclusione. L’Occidente aveva assistito alla parabola della crisi sovietica
senza neppure pensare di poter intervenire a condizionarne il corso. La cortina di ferro si
mostrava effettivamente invalicabile in entrambe le direzione e immodificabile. La vera novità
che Suez annunciava era la rilevanza che il nazionalismo dei paesi extraeuropei stava assumendo
nella politica mondiale.

Capitolo 3 – Un antagonismo globale, 1957-1963


L’avvento di missili intercontinentali armati di testate nucleari rese ciascun blocco
enormemente più vulnerabile, tanto da trasformare la guerra in un’opzione pressoché suicida.
Ma prima di giungere a tale consapevolezza, l’antagonismo bipolare conobbe il suo momento di
massima drammaticità. La tentazione di usare la diplomazia atomica per ottenere vittorie
simboliche, posizioni più vantaggiose e influenza nel Terzo Mondo portò infatti alle crisi più
pericolose dell’intera guerra fredda. L’idea dominante era ormai che la sfida si giocasse sulla
capacità di attrarre i paesi del Terzo Mondo verso il proprio modello politico ed economico.
Per quanto riguarda questo punto, l’amministrazione Eisenhower era in seria difficoltà per la
vulnerabilità degli stessi Stati Uniti alla critica antirazzista. Infatti la lotta per l’uguaglianza e i
diritti civili degli afroamericani portava alla ribalta il carattere contraddittorio della libertà
americana. I sovietici, invece, non erano appesantiti da un simile bagaglio. Potevano anzi
fungere da utile punto d’appoggio per i movimenti e i regimi indipendentisti. Questa opportunità
geopolitica fu il fattore principale che sospinse Chruščëv ad appoggiare il processo di
decolonizzazione. Proprio mentre il mito sovietico si sgretolava in Europa, l’antimperialismo
cercava di ricostituirlo su scala globale. L’apice di questo sforzo fu raggiunto dopo la rivoluzione
castrista del 1959 a Cuba. I dirigenti sovietici si convinsero che il Terzo Mondo fosse l’arena in
cui si sarebbe deciso il confronto storico tra imperialismo e socialismo e presero, dunque, a
stringere sistematicamente rapporti con i movimenti rivoluzionari.
Il presidente Kennedy, intanto, varò un piano di aiuti all’America Latina per mostrare che la
crescita economica e la democrazia politica potevano avanzare mano nella mano. La scelta di
concentrarsi sull’America Latina era emblematica, poiché la rivoluzione castrista aveva fatto
balenare il rischio che il populismo radicale aprisse le porte della regione al comunismo.

- La prima bomba termonucleare era esplosa il 1° novembre 1952 da parte degli americani, ma
gli esperimenti sovietici non furono da meno. Nell’opinione pubblica si diffuse rapidamente la
sensazione di essere giunti sul ciglio di un precipizio spaventoso.
Fu Eisenhower a predisporre una dottrina che mirava a rendere improbabile la guerra atomica
senza rinunciare ai vantaggi che la superiorità nucleare conferiva agli USA. Dichiarando
l’intensione statunitense di fronteggiare un qualsiasi atto di aggressione con una “rappresaglia
massiccia”, il presidente degli Stati Uniti perseguiva diversi scopi. Il primo era di massimizzare il
potere deterrente che derivava dalla propria schiacciante superiorità e inibire quindi
l’avversario sovietico. Il secondo era di contenere le spese di un ampio apparato militare
convenzionale. Il terzo obiettivo era quello di prospettare una guerra apocalittica per prevenire
l’insorgere di ogni conflitto, anche limitato. Ma la “rappresaglia massiccia” era un tipo di
deterrenza che poteva agire su potenze come Mosca o Pechino, ma era senza efficacia nel Terzo
Mondo. Soprattutto, quella della “rappresaglia massiccia” diveniva un’eventualità tanto meno
credibile quanto più aumentava la vulnerabilità del territorio e della popolazione americana. Se
la “rappresaglia massiccia” usava la preponderanza americana per dissuadere e intimidire
l’avversario, il problema dell’URSS era di attenuare la propria inferiorità strategica e costringere
gli USA ad accettare la coesistenza pacifica con il comunismo e così accrescere il prestigio e la
potenza dell’URSS su scala mondiale. Il fulcro di questa strategia sovietica fu la costruzione di
missili balistici intercontinentali capaci di portare una testata nucleare sul territorio nemico; ciò
avrebbe comportato uno stallo nucleare e dunque aumentato la libertà d’azione del blocco
socialista. Ciò ebbe un enorme impatto psicologico e politico.
La collaborazione economica e tecnica tra Cina e URSS si era enormemente intensificata. I cinesi
volevano disporre di armi atomiche per accrescere la propria sicurezza e contrastare la
preminenza americana nella regione. I sovietici iniziarono a fornire a Pechino le tecnologie per
edificare un’industria nucleare. Cominciò tuttavia a maturare una discordia politica e strategica,
spingendo Pechino a marcare propri spazi di autonomia dall’URSS. I sovietici compresero che
Mao metteva in pericolo la strategia di distensione con gli USA. Decisero quindi di bloccare il
trasferimento di tecnologie nucleari la Cina.

- Dal 1958 Chruščëv provò a forzare la mano all’avversario. Il luogo più ovvio per un braccio di
ferro con l‘Occidente era Berlino Ovest. Da Berlino continuavano a uscire migliaia di persone il
cui esodo verso Ovest dissanguava il paese di risorse. Chruščëv lanciò quindi un ultimatum
all’Occidente: se entro sei mesi non si fosse concluso un trattato di pace tedesco, con la fine del
regime di occupazione e la fuoriuscita delle potenze vincitrici da Berlino, l’URSS avrebbe firmato
un trattato separato con la RDT , lasciandole la piena sovranità sugli accessi a Berlino Ovest,
riconoscendone quindi la legittimità. Ma nessun governo occidentale era disposto ad
abbandonare Berlino piegandosi al diktat sovietico e Chruščëv non riuscì a portare gli occidentali
al tavolo negoziale.
Dopo la rottura sino-sovietica, Chruščëv incontrò Fidel Castro, che mirava a incrinare l’egemonia
americana nell’America Centrale e stava entrando in rotta di collisione con gli Stati Uniti.
Eisenhower, intanto, ordinò di pianificare azioni clandestine per abbatter il regime rivoluzionario
cubano. Chruščëv vide in Fidel Castro l’emblema delle lotte di liberazione che avrebbero fuso
nazionalismo e socialismo: fare dell’URSS il referente mondiale di quei movimenti era un
imperativo ideologico e una scelta strategica per rafforzare il blocco socialista nella guerra
fredda. Chruščëv offrì quindi sovvenzioni economiche e assistenza tecnica a Cuba. Sotto il
presidente Kennedy, 1400 esuli anticastristi armati e organizzati dalla CIA sbarcarono nella Baia
dei Porci, sulla costa meridionale di Cuba, per innescare un’insurrezione che rovesciasse il
regime rivoluzionario ma l’operazione fallì. Nella difesa di Cuba, Chruščëv colse l’opportunità di
avvicinarsi al riequilibrio strategico e forzare gli americani a una coesistenza negoziata. Gli Stati
Uniti aveva schierato in Italia e in Turchia missili a medio raggio capaci di colpire i paesi dell’Est
e l’URSS. Crusche si sentì legalmente giustificato a schierare armi analoghe, dotate di testate
nucleari, sul territorio cubano. Gli Stati Uniti, che già trovavano difficile convivere con Cuba
come emblema del socialismo rivoluzionario nel Terzo Mondo, non potevano accettare che
divenisse una piattaforma nucleare dell’URSS. Fu perciò unanime il consenso sulla necessità di
rigettare il tentativo sovietico di diminuire l’asimmetria strategica. Kennedy quindi annunciava il
blocco navale, chiedeva una risoluzione dell’ONU per lo smantellamento dei siti missilistici e
intimava a Chruščëv di rimuoverli. Il timore che si potesse scivolare verso la guerra condizionò
subito il Cremlino: ai reparti di stanza a Cuba fu ordinato di non usare le armi nucleari, neanche
di fronte a un’invasione, senza un esplicito ordine di Mosca. Chruščëv propose di ritirare i missili
in cambio dell’assicurazione che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato Cuba; Castro invece
chiedeva a Mosca di scatenare un’offensiva nucleare sugli Stati Uniti in caso di loro aggressione
all’isola. Kennedy decise di accettare la proposta di Chruschev; in via riservata Robert Kennedy
garantì ai sovietici che gli Stati Uniti avrebbero rimosso i loro missili dalla Turchia qualche mese
dopo il ritiro dei missili sovietici da Cuba. Questo doveva però rimanere un accordo segreto, a
cui gli USA non si ritenevano impegnati se Mosca l’avesse mai reso pubblico.
Intanto, l’economia della RDT rischiava il collasso e i suoi dirigenti implorarono Mosca di
autorizzarli a chiudere il confine. Chruščëv autorizzò la costruzione di una barriera che
impedisse ai cittadini della RDT di lasciare il paese: il 13 agosto 1961 le guardie di frontiera
della RDT iniziarono la costruzione del Muro di Berlino.

- Le due superpotenze erano dunque accomunate da uno stato di massima vulnerabilità. La loro
sicurezza finiva allora per risiedere nella capacità di regolamentare la condizione di “distruzione
reciproca assicurata”. Ma Mosca e Washington rimanevano immersi nei loro orizzonti di rivalità.
L’URSS voleva eliminare l’inferiorità strategica e conquistare un’effettiva parità con gli Stati
Uniti, per impedire altre umiliazioni come quella cubana e sostenere la trasformazione socialista
del Terzo Mondo; ne derivò uno sforzo decennale per moltiplicare il proprio arsenale. Gli Stati
Uniti, invece, temevano delle vittorie del comunismo nel Terzo Mondo. Ne discendeva la
necessità di mantenere la propria superiorità per rassicurare gli alleati che partecipavano al
contenimento e non perdere la capacità di poter agire con risolutezza nelle crisi locali; ne
discendeva un’intensificazione dell’arsenale nucleare, ma anche delle forze convenzionali.
Sia la Francia che la Cina, per assumere un ruolo più attivo nello scenario internazionale,
avevano avviato un proprio progetto nucleare. Da questa situazione Mosca e Washington decisero
di incontrarsi per discutere della non proliferazione nucleare, che proibisse il trasferimento di
tecnologie nucleati ai paesi che non si impegnassero a usarle solo per fini energetici. Evitare la
diffusione delle armi atomiche agli stati che ancora non le possedevano avrebbe sancito lo status
privilegiato delle superpotenze, consolidato la loro superiorità, facilitato il controllo sugli alleati
e diminuito i rischi del conflitto.

Capitolo 4 – Disordine bipolare, 1964-1971


Fu nel Vietnam che il contenimento globale di Washington andò incontro alla disfatta politica e
psicologica più che militare. Dopo la rivoluzione cinese, Washington aveva visto nel Vietnam un
fronte cruciale del contenimento in Asia (Vietnam del Nord = comunista; Vietnam del Sud =
filoccidentale). Nel 1959 il regime comunista del Nord decise di passare all’offensiva, iniziando a
infiltrare uomini e armi al Sud, e l’anno successivo i comunisti si univano con altre forze di
opposizione del Sud in un Fronte nazionale di liberazione (FNL). L’eventuale caduta del Vietnam
del Sud avrebbe incrinato la credibilità della potenza americana quale garante dei propri alleati,
in quanto sarebbe stata una vittoria comunista di valore esemplare. Dal 1961 gli Stati Uniti si
impegnarono quindi a fianco del Vietnam del Sud, inviando rifornimenti e consiglieri militari. Fu
Johnson, succeduto a Kennedy, a trasformare quella del Vietnam in una guerra americana su
vasta scala: nel 1964 sfruttò un presunto incidente navale nel Golfo di Tonchino per ottenere dal
Congresso l’autorizzazione a usare la forza contro l’aggressione comunista e furono quindi
intensificati i bombardamenti sul Nord. I Vietcong capirono che il conflitto acquisiva una grande
rilevanza internazionale, dalla quale fecero discendere una strategia che puntava a conquistare
il sostegno internazionale e indurre il popolo americano a opporsi alla guerra (proteste
studentesche). Nel 1968 giunse la svolta, quando l’FNL e l’esercito del Nord lanciarono un
attacco a sorpresa in tutto il Sud assaltando cento città e molte basi militari.
Per Washington la motivazione strategica stava nel potenziale effetto domino che una vittoria
comunista avrebbe potuto innescare (cosa che non si verificò). Per i sovietici costituiva, invece,
la volontà di uscire dalla condizione di inferiorità e raggiungere la parità strategica con gli USA.
Mosca quindi fornì armamenti anche sofisticati al Vietnam del Nord. I dirigenti nordvietnamiti
usarono abilmente la concorrenza sino-sovietica per strappare il massimo degli aiuti da
entrambe le potenze comuniste , mantenendo simultaneamente una forte autonomia
decisionale.

- Rivendicare l’unificazione della Germania aveva perso di senso politico dopo il Muro di Berlino,
che indicava la necessità di una lunga coesistenza tra i due stati tedeschi. Fu il leader
socialdemocratico tedesco Brandt a guidare il ripensamento della Repubblica federale tedesca
sulle possibilità del paese nell’Europa divisa. Dal 1962 auspicò una politica verso Est: l’idea
fondamentale era che si sarebbe potuti giungere alla riunificazione della Germania solo dopo
una progressiva pacificazione tra i due blocchi.

- Negli anni in cui le due superpotenze iniziavano il loro stentato dialogo per regolamentare la
minaccia nucleare, dal Terzo Mondo sorgeva una pressione via via più organizzata per lo sviluppo
economico. Sotto il profilo pratico, le economie chiuse dei paesi socialisti offrivano pochi
sbocchi commerciali e ancor più scarsi capitali. I loro aiuti tecnici e militari erano concentrati
sui paesi con alto valore simbolico o strategico, come Cuba o l’Egitto. I paesi occidentali, per
parte loro, volevano materie prime a basso prezzo e aprivano i loro mercati con cauta
gradualità. Essi aumentavano gli aiuti ma mantenevano un forte controllo sulla loro
destinazione, selezionando i paesi e i progetti verso i quali nutrivano particolari interessi di
carattere politico o commerciale.
Le ripercussione del disgelo furono assai forti nei paesi dell’Europa orientale, dove le esigenze di
riforma e le espressioni di dissenso incarnavano anche il desiderio nazionale di allentare il
dominio di Mosca. La Romania, la Polonia e l’Ungheria cercavano apertamente di usare i contatti
con la Germania e l’Occidente per diversificare i loro scambi e aumentare la propria autonomia
dall’URSS. Fu in Cecoslovacchia che queste tensioni si coagularono in un poderoso moto
riformista: dal 1967 il paese aveva inaugurato legami commerciali con la Germania occidentale e
persino con gli USA. I vertici dell’URSS e degli altri regimi dell’Est vedevano insomma emanare
dalla Cecoslovacchia un rischio di contagio liberale che li impauriva. I dirigenti sovietici
ritenevano ormai indispensabile intervenire per bloccare la “controrivoluzione”, assicurare la
saldezza dell’alleanza e salvaguardare i propri regimi. Mosca quindi optava per l’azione militare,
invadendo la Cecoslovacchia. Non incontrarono una resistenza armata, ma l’opposizione
generalizzata di quasi tutta la popolazione. Brežnev infatti teorizzava che la sovranità di ogni
membro della comunità socialista era limitata dagli interessi del movimento comunista
internazionale, e quindi dell’URSS. In Occidente, agli occhi delle nuove generazioni, l’URSS
assumeva ora l’immagine di una dittatura pura e semplice. La guerra ideologica usciva
definitivamente di scena per essere sostituita dalla centralità dei diritti civili e umani.

- Nel 1970 si svilupparono le prime rivolte operaie nel blocco socialista, che segnalarono il
pericolo dell’insoddisfazione popolare. Il regime comunista rispose con il ricorso ai crediti
occidentali per aumentare la disponibilità di beni di consumo essenziali: erano segni chiari delle
insufficienze strutturali del sistema, che avrebbero condotto a una dipendenza via via più
profonda dall’Occidente. Mentre in Occidente e nel resto del mondo permaneva la convinzione
che alla forza dello stato sovietico corrispondesse una sostanziale solidità del sistema. Ma il
controllo dei regimi socialisti sulla popolazione e i propri confini restava intatto. I conservatori
tedeschi e di tutta Europa temevano che la guerra fredda finisse con un disarmo occidentale e
un sostanziale rafforzamento del blocco sovietico.
Molto importante fu la svolta di Pechino. Per tre anni la Cina era stata totalmente assorbita nei
conflitti interni della “rivoluzione culturale”, secondo la quale l’URSS incarnava il cattivo
esempio da estirpare per avanzare sulla strada del comunismo. L’URSS era la grande potenza che
aveva voluto controllare la rivoluzione cinese e le ambizioni del nuovo stato rivoluzionario,
imponendo un rapporto non paritario tra i due partiti comunisti. I sovietici, allarmati,
irrobustirono la loro presenza militare sui confini, ma Pechino pensò di mostrarsi risoluta per
dissuadere Mosca. La rottura ideologica tra i due colossi comunisti era divenuta un conflitto di
potenza. La scelta di Mao fu di mettere da parte il radicalismo ideologico, porre fine alla
rivoluzione culturale e iniziare a lanciare segnali d’interesse nei confronti degli Stati Uniti per
fare uscire la Cina dall’isolamento. Gli Stati Uniti mostrarono subito il loro interesse a un
reingresso della Cina nel sistema internazionale e c’era, soprattutto, la convinzione di poter
usare la ricerca di rapporti con la Cina per turbare i sovietici, ovvero come carta aggiuntiva con
cui premere su Mosca in chiave diplomatica. Washington infatti acquisiva la possibilità di
sfruttare la rivalità tra le due potenze comuniste per dialogare con Mosca da posizioni più forti.

Capitolo 5 – Apogeo e disfatta della distensione, 1972-1980


Alla fine degli anni Settanta le due alleanze erano nuovamente avvolte in una spirale
antagonistica di riarmo e si accusavano a vicenda di coltivare pericolose strategie
espansionistiche. Infatti nel 1979 l’URSS invadeva l’Afghanistan. USA e URSS tornavano insomma
a immergersi in una “seconda guerra fredda” con modalità non troppo diverse dalla prima: aspra
polemica ideologica, intenso riarmo e conflitto indiretto in guerre locali in Asia, Africa e America
centrale.
Gli Settanta erano stati accompagnati dalla crisi, crisi dell’America e della sua egemonia
internazionale: sconfitti in Vietnam, sfidati dall’URSS su nuovi fronti, meno capaci di guidare gli
alleati e controllare i focolai di instabilità, gli Stati Uniti attraversarono gli anni Settanta
interrogandosi con crescente incertezza sulla propria solidità, identità e direzione di marcia. I
dirigenti sovietici vedevano in questa fragilità sistematica i segni di un’incipiente crisi del
capitalismo. In realtà alla fine del decennio un nuovo conservatorismo americano poteva
proclamare una rinnovata fiducia nel mercato e nella democrazia, mentre il Cremlino era più
che isolato che mai.

- Per quanto riguarda la guerra del Vietnam, visto che non si poteva più vincere, Nixon optò per
una duplice strategia di ripiego. Da un lato sdrammatizzare l’impatto domestico del conflitto e,
dall’altro, negoziare col Vietnam del Nord un ritiro delle forze americane senza che ciò
configurasse una plateale sconfitta. La prima strada fu quella della “vietnamizzazione”: le forze
armate e i loro compiti vennero passati all’esercito sudvietnamita. Per quanto riguarda la
seconda via, Nixon cercò in un primo momento di piegare il Vietnam del Nord con la pressione
militare, ma si giunse alla conclusione che il massimo che si poteva ottenere era un intervallo di
tempo tra il completo ritiro delle proprie forze e l’eventuale capitolazione del Sud. Il 30 aprile
1975 il Vietnam era riunificato sotto il regime comunista.
Nel 1972 Cina e Stati Uniti erano ora palesemente affiancanti dal comune interesse a contenere
l’influenza sovietica in Asia. I dirigenti sovietici concepivano le relazioni internazionali come
manifestazione del conflitto storico tra imperialismo e socialismo e perciò restavano scettici
sull’ipotesi di una vera distensione. Nella nuova diplomazia triangolare (USA, URSS, Cina) gli
americani giocavano ora su entrambi i tavoli. Importante e necessaria a entrambi, la distensione
tuttavia non spegneva la rivalità bipolare, né era pensata a tal fine: la rendeva meno pericolosa.
Per Mosca era necessaria per condurre la lotta comunista libera dalla guerra. Per Washington era
funzionale a condizionare i comportamenti internazionali dei sovietici.
Questo carattere della distensione fu subito evidente al di fuori dell’Europa: in Cile, nel 1970, il
successo elettorale del fronte delle sinistre guidato dal socialista Allende attivò immediatamente
la reazione dell’amministrazione Nixon. Si temeva infatti che l’esperimento cileno potesse
trovare imitatori in altre zone dell’America Latina. Furono quindi promosse operazioni di
destabilizzazione del governo cileno.
Più esemplare fu la crisi mediorientale del 1973. Sia Israele che i paesi arabi (Egitto e Siria)
tendevano a sfruttare l’interessamento strategico degli Usa e dell’URSS per i propri fini locali.
Ma proprio questo ragionamento risucchiava sempre più il conflitto mediorientale negli scenari
della rivalità bipolare globale (Israele = USA; Egitto e Siria = URSS). Fu Kissinger a imprimere una
svolta decisamente bipolare alla diplomazia del conflitto: fin tanto che Israele rimaneva
abbastanza forte militarmente da non essere sconfitta sul campo, si obbligavano i paesi arabi a
cercare una soluzione negoziata. E infatti gli egiziani chiesero un cessate il fuoco, ma le forze
israeliane erano sul punto di sconfiggere quelle egiziane e tardavano quindi a fermare le ostilità.
Quindi Brežnev propose a Nixon di intervenire congiuntamente per far rispettare il cessate il
fuoco e ventilò la possibilità di un intervanto unilaterale in caso di rifiutò. Kissinger rifiutò la
proposta di Mosca e minacciò un escalation della crisi in caso d’intervento sovietico, ma allo
stesso tempo intervenne su Israele per fermare le azioni militari. Israele aveva vinto e negli anni
successivi l’Egitto recise l’alleanza con Mosca. La crisi mediorientale aveva dimostrato il
carattere limitato e parziale della distensione.

- Tra i dirigenti sovietici si diffuse la convinzione che la distensione derivasse direttamente dalla
forza dell’URSS che aveva costretto gli Usa a scendere a patti. Tuttavia essi erano ancora
timorosi delle contaminazione culturali che potevano derivare dagli accresciuti contatti con
l’Occidente: in URSS come nei paesi satelliti partì quindi un’intensificazione dei controlli e della
repressione del dissenso. Tutto ciò provocò molto scalpore in Occidente e gli Stati Uniti
presentarono un emendamento che vincolava l’attuazione degli accordi commerciali alla
liberalizzazione dell’emigrazione dall’URSS. Quando l’emendamento fu approvato, i sovietici
recisero l’accordo commerciale: era il primo strappo nel tessuto della distensione.
Nel 1975 fu firmato l’Atto di Helsinki da 37 paesi europei, insieme agli USA e al Canada. Una
sezione importante di tale Atto riguardava obbligo per i firmatari a rispettare i diritti dell’uomo
e le libertà fondamentali. Insieme alla crescente circolazione delle persone, di mode e prodotti
occidentale, ciò avviò una lenta erosione della già scarsa legittimità pubblica dei regimi sovietici
e della loro capacità di domini. Helsinki si sarebbe rilevata una pietra miliare verso la
trasformazione e il crollo finale dell’ordine della guerra fredda.
Nella logica di Kissinger i vantaggi della distensione avrebbero dovuto indurre Mosca a moderarsi
e accettare lo status quo nel Terzo Mondo. Ma al Cremlino, per i dirigenti sovietici la parità
riconosciuta nella distensione implicava il loro diritto e dovere di esercitare un ruolo globale per
approfondire la crisi dell’imperialismo. Mosca tardò a comprendere che le manifestazioni della
propria forza non avevano l’effetto di indurre gli Stati Uniti verso una maggiore concordia
bipolare, Bensì quello di accrescere la diffidenza verso la distensione.

- Nel 978 il presidente Carter mediava lo storico accordo di pace tra Egitto e Israele, rimarcando
così il ruolo centrale degli USA, e la relativa marginalità dell’URSS, in Medio Oriente. Cruciale fu
anche la questione sugli armamenti: Carter proponeva profondi tagli agli arsenali strategici. Era
un cambio di rotta sorprendente e sgradito ai sovietici, che imperniavano la loro deterrenza sul
gran numero di armi. Tra il 1977 e il 1979 la distensione conosceva perciò una precipitosa
discesa. Il primo ostacolo sorse in Europa. Nel 1976 i sovietici iniziarono a sostituire delle loro
vecchie armi nucleari puntate sull’Europa occidentale con nuovi e più veloci missili. Per paura
che essi potessero minacciare l’Europa occidentale si decise di porre nuovi missili nucleari in
Europa. Si tornava quindi a quella dinamica di riarmo antagonistico.
Ciò che portò alla fine della distensione fu l’intervento sovietico nella crisi afghana, che
consentì l’occupazione da parte dell’Armata Rossa dei punti nevralgici dell’Afghanistan, e con
quest’azione permise il ritorno a un antagonismo bipolare incondizionato. Morte le speranze di
distensione, le esitazioni cessarono e Carter aumentò le spese per la difesa e gli aiuti militari al
Pakistan. L’errore dei dirigenti sovietici era stato la loro interpretazione trionfalistica della
distensione che aprì la strada all’erosione di un impero sempre meno sostenibile, impegnandosi
in ruoli troppo estesi per le loro forze. Per gli Stati Uniti, la combinazione di forza militare e
fragilità imperiale dell’URSS suggeriva nuovi sistemi strategici: si doveva costruire una
preminenza miliare che consentisse di usare a proprio vantaggio le situazioni di crisi; si doveva
sfruttare la dipendenza economica dell’Est dai prestiti e dalle tecnologie occidentali per
imporre condizioni politiche rigorose; si doveva agire per ridurre le sfere di influenza sovietica;
si doveva sostenere i movimenti che operavano contro i regimi filosovietici nel Terzo Mondo e
aiutare i paesi dell’Est a consolidare una maggiore autonomia da Mosca.

Capitolo 6 – Il cerchio si chiude, 1981-1990


Bersaglio principale degli statunitensi diveniva ora la psicologia della distensione che, ormai
tramontata nei suoi aspetti operativi e simbolici, andava archiviata anche nel suo aspetto
essenziale: la legittimazione dell’URSS come interlocutore paritario. Reagan mirava perciò a
cambiare sia la dinamica che la rappresentazione pubblica dell’antagonismo bipolare e voleva
così accumulare le risorse per costringere i sovietici a negoziare da posizioni di inferiorità.
Le difficoltà di Mosca crescevano del resto a vista d’occhio: l’influenza internazionale
dell’ideologia comunista era in caduta. Nel 1980 in Polonia nasceva il sindacato, il Solidarność,
che divenne un contropotere indipendente che dava vita a un dualismo di autorità senza
precedenti in un paese comunista. Mosca decise di non poter intervenire militarmente contro il
sindacato, ma il dualismo di potere divenne tuttavia sempre più difficile da gestire, in quanto
appariva perennemente minaccioso per i dirigenti comunisti. Il primo ministro polacco decise
quindi di promulgare la legge marziale e sospendere tutti i diritti acquisiti da Solidarność. Per
quanto cruciale fosse la solidità del blocco socialista, dall’altra parte vi era ora il
deterioramento economico di tutta l’area e quindi l’importanza acquisita dalle relazioni con i
paesi occidentali per l’accesso ai loro crediti: i frutti della distensione intraeuropea stavano
quindi fungendo da vincolo alla potenza sovietica.
Un fronte importante dell’offensiva reaganiana per inginocchiare i sovietici era che l’URSS
andava colpita nei suoi distaccamenti più deboli ed esposti, scegliendo i terreni giusti per
infliggere delle sconfitte emblematiche al totalitarismo sovietico. Il primo di questi fronti era
l’Afghanistan, dove l’invasore sovietico era odiato non solo dall’Occidente ma da gran parte del
Terzo Mondo. A partire dal 1983 fu sviluppata un’ampia rete internazionale che provvedeva
all’addestramento e all’armamento della resistenza afghana. Un ulteriore teatro era l’America
centrale, in particolare il Nicaragua; ciò era dovuto alla ferma convinzione che gli Stati Uniti
dovessero tornare a esercitare un’incontrastata egemonia sull’America centrale. I sandinisti
reagivano a questo atteggiamento minaccioso statunitense affidandosi sempre più al blocco
sovietico per il rifornimento di armi e all’internazionalismo rivoluzionario. Washington non
poteva tuttavia muovere guerra apertamente e l’amministrazione Reagan avviò perciò una serie
di operazioni clandestine che presto si gonfiarono fino a configurare una guerra indiretta, ma
ampia.

- Il rinnovato antagonismo bipolare riportava in primo piano il pericolo nucleare: ciascuno dei
due arsenali annoverava ormai migliaia di bombe, pronte al lancio entro pochi minuti.
L’amministrazione Reagan promosse il programma di rafforzamento militare che, oltre a
irrobustire le forze convenzionali, prevedeva grandi investimenti per rinnovare l’arsenale
strategico con nuove bombe e missili. I dirigenti sovietici tuttavia non avevano intenzione di
piegarsi e arretrare, né sotto il profilo simbolico né in termini militari, e reagirono quindi con il
linguaggio dell’intransigenza. Il 1983 vide così un crescendo di tensione per la paura nucleare.
Questa pressione allarmistica produsse la tragedia: un aereo di linea coreano penetrato per
sbaglio nello spazio aereo sovietico in Estremo Oriente fu intercettato e abbattuto dai caccia
sovietici, che temevano di avere a che fare con un aereo spia americano. Reagan pensò dunque
che fosse giunto il momento di riaprire un qualche dialogo con i sovietici, in modo da trovare
nuove vie per fuoriuscire dal ricatto atomico. La risposta per il disarmo nucleare sarebbe venuta
dal modo in cui il gruppo dirigente sovietico avrebbe deciso di affrontare i dilemmi interni che lo
assediavano: Gorbačëv riconosceva apertamente le drammatiche difficoltà del sistema sovietico
e era aperto alla ricerca di nuove soluzioni. Gorbačëv voleva infatti liberarsi di quell’immagine
di torvo militarismo oppressivo che si era creata nella percezione internazionale dell’URSS.
Cercò quindi di migliorare le relazioni con alleati importanti come l’India e l’Iraq e aumentò gli
aiuti al Nicaragua sandinista.
Nel 1985 i sovietici mostrarono interesse a una riduzione degli armamenti e la Casa Bianca
chiese loro delle aperture sui diritti umani e dei passi indietro in Afghanistan e in America
centrale. All’inizio del 1986 Gorbačëv propose pubblicamente un piano di riduzione graduale e
bilanciata delle armi nucleari. Gorbačëv stava iniziando a demolire uno dei pilastri della guerra
fredda. Voleva invertire la corsa agli armamenti, fino a smantellare gli arsenali nucleari, per
ragioni strategiche oltre che economiche. Egli proponeva di rimpiazzare la distruzione reciproca
assicurata con una logica di ragionevole sufficienza difensiva. Per la prima volta, Mosca e
Washington dialogavano non per stabilizzare la guerra fredda bensì per smontare il meccanismo
della rivalità militare che la alimentava. Nel 1987 Gorbačëv iniziava anche a smantellare i
pilastri dell’autoritarismo sovietico: la repressione del dissenso cessava, le radio straniere non
venivano più oscurate.

- Nel flusso di queste trasformazioni ciò che restava ancora largamente insondabile era il futuro
della geometria bipolare. Infatti l’indebitamento continuava ad approfondirsi e spingeva
inesorabilmente le economie socialiste verso l’Ovest. Un’influenza non minore era esercitata dal
massiccio flusso di informazioni sostenuto dalla moltiplicazione dei contatti attraverso la cortina
di ferro, dai viaggi e dalla penetrazione delle TV e dei media occidentali. In primo luogo perché
facilitava e amplificava la critica ai regimi che saliva dai gruppi del dissenso. In secondo luogo
perché l’esposizione dei giovani alla cultura di massa occidentale tendeva ad liberarli dai veicoli
d’indottrinamento e socializzazione dei regimi. E infine perché l’incessante paragone con gli
standard della vita materiale e civile all’Ovest ribadiva giorno dopo giorno l’inequivocabile
fallimento della promessa socialista. Gorbačëv stesso stava del resto spingendo le sue riforme al
di là della tradizione sovietica. Nel novembre 1989 si pensava anche a una parziale apertura dei
confini tedeschi, ma nel caos di un regime in fibrillazione una comunicazione alla stampa
indusse le televisioni ad annunciare l’apertura totale dei confini. Nel giro di poche ore migliaia
di berlinesi si riversarono ai posti di frontiera lungo il muro e le guardie, prive di ordini,
cedettero alla pressione e aprirono i passaggi. L’impero sovietico che Stalin aveva costruito non
c’era più. Era quindi svanita la divisione dell’Europa in due blocchi separati e contrapposti, di
cui il Muro di Berlino era stato il simbolo più tetro e apparentemente più solido. Il sipario calava
non solo sulla guerra fredda ma sull’intero contesto ideologico e politico che l’aveva generata.