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20/10/2020

[Prof. Malgeri]

Congresso di Vienna – I guerra mondiale

Testi di supporto:

Renè Albrecht-Carrié – Storia diplomatica d’Europa dal Congresso di Vienna a oggi (1964)

Pierre Renouvin – Storia della politica mondiale (1948)  particolarmente affascinante nell’analizzare le
cause profonde che influenzano e plasmano la storia (tendenze e movimenti sociali)

Giancarlo Giordano – Storia della politica internazionale (2004)  opera di sintesi, non dispersiva come
Renouvin, copre dal 1870 al 2001!

La riorganizzazione territoriale alla fine delle guerre napoleoniche nel contesto del Congresso di Vienna
(1815):

Qual era il compito che le potenze vincitrici di Waterloo si erano date? Quello di assicurare le basi politiche
di una pace duratura, liquidando definitivamente il pericolo di una rivoluzione in Europa. Gli statisti di
Vienna erano ben consapevoli che la nuova Europa, uscita da rivoluzione e guerre napoleoniche, era
minacciata dall’instabilità e che aveva subìto delle trasformazioni profonde. Quest’ultime rendevano il
quadro politico precario e quindi il quadro geo-politico andava ridisegnato per sventare eventuali crisi
attraverso il continente. Con questi obiettivi, l’incontro venne convocato dal ministro degli esteri
dell’impero austriaco Metternich. Il secondo grande artefice era il ministro degli esteri britannico Lord
Castlereagh.

La conferenza fu animata e dominata dalle nazioni vincitrici delle precedenti guerre (Austria, Prussia, Regno
Unito e Russia), quali criteri li guidarono?

- Il principio di contenimento nei confronti della Francia, in maniera tale da impedirle ulteriori
tentativi di espansione territoriale e proiezione del suo potere. Quello delle potenze vincitrici fu
comunque un atteggiamento moderato, considerato che essa non subì radicali amputazioni
territoriali e fu evitato un atteggiamento punitivo – le frontiere francesi vennero ripristinate a
quelle che erano nel 1790. Soprattutto Metternich, ma i partecipanti in generale, erano sicuri che
sarebbe stato meglio per la sicurezza d’Europa se la Francia non fosse stata animata da sentimenti
di rivalsa e rancore, ma piuttosto disponibile a costruire delle alleanze. La Prussia rinunciò alle sue
Fiandre, che andarono ai Paesi Bassi, ma acquisì la Renania orientale, mentre per consolidare la
parte continentale del Regno di Sardegna (Savoia + Piemonte), fu annesso al regno sabaudo il
territorio dell’ex Repubblica di Genova, così da avere un Regno di Sardegna più vasto e solido. In
questo modo, fu formata una catena di stati in grado di contenere il pericolo dell’espansione
francese.
- Il legittimismo. Base fondamentale per la costruzione della pace, esso non era solo uno strumento
finalizzato alla pacifica convivenza, ma anche alla costruzione di una base di valori comuni al
sistema europeo e monarchico. Il potere doveva essere esclusivo appannaggio di un’élite sociale
che condivideva un tessuto e patrimonio culturale  solidarietà tra dinastie, principii etico-religiosi
della morale cristiana, diritto, tradizione. Questi valori dovevano sovrintendere la costruzione post-
napoleonica.
- L’equilibrio delle potenze (balance of power), ovvero la costruzione di un territorio bilanciato solo
tra le potenze principali, a discapito dei paesi minori. Consisteva in un generale rafforzamento dei
vincitori evitando che uno di essi acquisisse troppa forza rispetto agli altri, il che avrebbe
rappresentato una minaccia alla stabilità. Esso non era un principio nuovo, ma quello sul quale si
erano basate le relazioni europee sin dalla Pace di Westphalia, da quando da sistema mono-
bipolare quello europeo era diventato multipolare.

I principii di equilibrio e legittimità sono strettamente legati, poiché la pace può essere assicurata solo se i
paesi sono uniti da una rete di interdipendenza e ciascuno di loro si sente parte di essa. Senza la rete di
valori condivisi e la sicurezza che nessuno degli altri tenterà di prevaricare, non poteva esserci pace. Quello
di equilibrio è, in un certo senso, conseguenza di quello di legittimità. Quest’ultimo era principalmente
avanzato dai due governi protagonisti dei negoziati, quello britannico e quello austriaco. Perché proprio
loro due?  Per Castlereagh, la necessità dell’equilibrio derivava dalla convinzione che esso rappresentasse
la migliore garanzia del predominio sui mari e degli interessi commerciali britannici (in senso extra-
europeo, visto che il non aver bisogno di preoccuparsi dell’Europa avrebbe permesso al RU di concentrarsi
sul resto del mondo). Per Metternich, invece, c’era più di una motivazione: in primo luogo, gli austriaci
erano sensibili all’esigenza di preservare l’Europa dai futuri pericoli di guerra; Metternich avvertiva
profondamente questo problema del destino d’Europa, continente che lui considerava una grande
realtà/entità unitaria (sebbene riccamente articolata), dalla cultura comune, assolutamente da preservare,
che lui vedeva come la sua patria. In secondo luogo, l’Austria era uscita dal conflitto napoleonico con un
ruolo molto rafforzato, che andava conservato e difeso da eventuali minacce – andava creato un sistema
che prevenisse contrasti. Quindi, sulle sue decisioni incisero contemporaneamente la salvaguardia
dell’Europa e la salvaguardia dell’Austria, ai suoi occhi garanzia l’una dell’altra.

Questa ragion d’essere dell’Austria sarebbe derivata dalle sue caratteristiche geo-politiche (geografiche ed
etniche): l’impero era formato da tanti popoli diversi uniti sotto la dinastia asburgica. Le diverse entità
etnico-nazionali, tra l’altro, in un eventuale quadro di disordine e precarietà sarebbero state
inevitabilmente attratte dai movimenti caotici (derive separatiste-indipendentiste) – quindi l’integrità
dell’Europa era necessaria per mantenere l’integrità dell’impero asburgico.

Per quanto riguarda i contrasti al congresso, tra le principali fonti di essi furono la Sassonia e la Polonia. Per
quanto riguarda la Polonia, essa era rivendicata dallo zar Alessandro I e rispondeva al progetto geopolitico
di proiettare il potere russo vero il centro dell’Europa (perseguito fin dai tempi di Pietro). La Sassonia
interessava invece alla Prussia: nel 1813 con il Trattato di Karlisz i prussiani si erano impegnati a sostenere i
russi sulla Polonia, ed Alessandro si era impegnato a ricambiare il favore. Queste loro pretese causavano
però delle problematiche: esse interferivano con il principio di equilibrio, rafforzando pericolosamente
Prussia e Russia – Castlereagh avrebbe voluto rafforzare la Russia, ma condivideva le preoccupazioni di
Metternich. Quest’ultimo infatti, voleva mantenere un forte equilibrio anche all’interno dello stesso mondo
tedesco, mentre il territorio russo avrebbe rischiato di incunearsi su quello austriaco.

Il principe Talleyrand, francese, fu abile nel cogliere l’opportunità offerta da questi contrasti, in modo da
togliere la Francia dalla condizione di isolamento in cui era stata posta e recuperando capacità d’azione
inserendosi nella coalizione. Si oppose quindi alla concessione richiesta dai prussiani e chiese
esplicitamente il ristabilimento del Regno di Sassonia, appoggiando quindi Metternich e Castlereagh.
S’impegnò quindi a mobilitare, in caso di necessità, il proprio esercito contro Prussia e Russia laddove essi
avessero sostenuto una linea oltranzista su Sassonia e Polonia (attraverso un trattato segreto a tre con RU e
Austria nel gennaio 1815). La Polonia non venne quindi annessa alla Russia, ma venne istituito un regno la
cui corona era assunta da Alessandro I, ma separatamente da quella russa – da cui la Polonia rimaneva
svincolata. Il paese poteva così essere riunificato dopo la tripartizione di fine Settecento, del quale un
residuo veniva però annesso alla Prussia (Poznan), e il resto alla Sassonia. Alla Russia veniva anche
assegnato una sorta di protettorato sulla Finlandia.
Per quanto riguarda l’impero asburgico, esso vide i propri territori vastamente ampliati. Acquisì il controllo
del Tirolo e della Dalmazia, della Lombardia e del Veneto (ma anche gli staterelli centro-settentrionali
d’Italia vennero affidati a membri della famiglia asburgica, Parma e Piacenza, Modena e Reggio, e il
Granducato di Toscana). Le due Sicilie vennero restituite ai Borbone (re Ferdinando II), ma il nuovo sovrano
era legato all’Austria da un trattato che consentiva agli austriaci di intervenire militarmente in Italia
meridionale in caso il sovrano fosse stato allontanato in modo coatto dal trono. Il desiderio asburgico di una
tale massiccia egemonia sulla nostra penisola derivava dall’instabilità che caratterizzava il territorio da tre
secoli – il ventre molle d’Europa dove Francia e Spagna avevano tentato di costruire il loro dominio
continentale. L’Austria voleva quindi fungere da garante dell’equilibrio del territorio, in modo che altre
potenze non potessero sfruttare l’Italia per i propri progetti di espansione.

27/10/2020

Gli statisti di Vienna istituirono anche un sistema di tutela e controllo per assicurare il nuovo assetto dato
all’Europa e la pace che doveva conseguirne, ma lo vedremo più avanti.

Le decisioni prese a Vienna avrebbero avuto delle forti conseguenze sulle seguenti vicissitudini.

I politici coinvolti erano convinti che per assicurare la pace fosse necessario intervenire sul territorio
germanico, tradizionalmente ventre molle dell’Europa (insieme a l’Italia) dati i molteplici staterelli che lo
componevano, il che aveva portato all’intromissione di altre forze, in primis la Francia, le quali cercavano di
trarre vantaggio (tentando di espandersi) da tale frammentazione. Gli stessi Richelieu e Mazzarino, con i
trattati di Vestfalia, avevano voluto impedire a tutti i costi l’unità politica dello stato tedesco, favorendone
quindi la frammentazione. Perché ne erano così interessati? Nel 1635, quando erano entrati nella Guerra
dei Trent’anni, l’obiettivo dei francesi era proprio di far sgretolare la Germania, in modo da aprirsi un’area
di espansione, infiltrazione ed influenza al centro dell’Europa. Anche Napoleone si sarebbe poi
magistralmente preso vantaggio di questa situazione.

Quali sono quindi le linee guida che vengono impostate a Vienna per la riorganizzazione di questo territorio
in particolare? Duplice direzione: 1) rafforzare il mondo germanico per essere sufficientemente forte da
resistere alle forze egemoniche ed espansionistiche delle altre potenze 2) evitando però di creare uno stato
unificato! Questo avrebbe infatti alterato gli equilibri continentali e costituito una minaccia per le altre
nazioni.

In questo modo, gli stati germanici passavano da 138 a 56, a vantaggio degli staterelli più grandi e a
discapito dei più piccoli, che venivano integrati ai primi in un processo di riduzione e razionalizzazione. Allo
stesso tempo si attuava un significativo ingrandimento della Prussia (vincitrice nelle guerre napoleoniche),
così da rispondere alle esigenze di equilibrio, criterio fondamentale del Congresso. Nasceva quindi la
Prussia Renana (Vestfalia, Renania, Saar), una sorta di “cordone sanitario” per impedire l’espansione
francese – la Prussia acquisiva così un territorio molto diverso rispetto al nucleo territoriale, etnico e
religioso dello stato prussiano vero e proprio, originario. Perché la parte renana era così eterogenea? Fu
considerato un ripiego rispetto all’originale richiesta prussiana di ottenere la Sassonia e ne costituiva una
troncatura in due parti, una occidentale e una orientale, divisa da altri stati germanici come Hannover,
Brunswick e Mecklenburg. Ciò rappresentò tuttavia una decisione importantissima che determinò il futuro
della Prussia, assicurandole dei vantaggi enormi che il gruppo dirigente e l’opinione pubblica prussiana non
riuscirono a cogliere inizialmente. In cosa consistevano questi vantaggi? Con la Renania la Prussia si
assicurava la sua futura forza industriale, metallurgica, carbonifera (Ruhr, Saar). In secondo luogo, con la
Renania la Prussia diventava il più grande stato tedesco per popolazione (esclusivamente tedesca), venendo
quindi riconosciuta come guida del mondo germanico: i suoi interessi andavano ad identificarsi con quelli di
tutta la comunità tedesca, in modo da diventarne punto di riferimento politico ed economico. Con questa
acquisizione territoriale, poi, la Prussia arrivava a circondare gli altri staterelli, destinati quindi ad essere
prima o poi inglobati da Berlino, mentre diventava anche la potenza confinante con la Francia e protettrice
dell’area germanica ad ovest. La Prussia sarebbe perciò stata protagonista dell’unificazione dell’impero
tedesco. Appare chiaro come questi vantaggi andarono a definire il suo futuro ruolo negli anni a venire,
ponendola in una posizione di vantaggio rispetto all’impero Asburgico.

La locazione dell’Austria, infatti, era più periferica dal punto di vista geo-politico rispetto alla Prussia: non,
appunto, per motivi solo geografici, ma soprattutto perché trattandosi di un impero multietnico la sua
attenzione era largamente assorbita da questioni non solo tedesche (da cui era distolta) ma anche italiane e
balcaniche. Le autorità asburgiche erano estremamente impegnate nell’assicurare la coesione dell’impero a
sud e ad est, il che rendeva molto poco credibile l’idea che l’Austria potesse occuparsi della politica unitaria
del mondo germanico, ruolo che invece la Prussia finiva per svolgere in modo praticamente naturale.
Vienna era molto preoccupata dall’incremento della forza prussiana, di cui temeva la crescita e della cui
vantaggiosa superiorità era conscia: era perciò intenzionata ad impedire che si realizzasse l’egemonia di
Berlino e a contenere le aspirazioni prussiane sul resto dell’area germanica. Come farlo? Metternich
concepì un geniale strumento di contenimento per la Prussia: la creazione della Confederazione Tedesca.
Struttura che raccoglieva al suo interno tutti e 38 gli stati tedeschi (l’impero asburgico vi partecipava solo
con la sua parte occidentale, quella tedesca). La Confederazione disponeva di una dieta, guidata dagli
Asburgo, incaricata di prendere le decisioni riguardanti tutto il mondo tedesco. Ma quali erano le sue
funzioni e i suoi obiettivi? Essa rispondeva a due esigenze in particolare 1) (come da art. 2 del suo Statuto) il
mantenimento della sicurezza esterna ed interna della Germania, dell’indipendenza e dell’inviolabilità degli
stati confederati  appare chiaro come si volesse sventare non solo un espansione francese, ma anche lo
sviluppo di un’egemonia prussiana 2) il mantenimento degli equilibri di forza tra gli stati componenti la
confederazione, al fine di evitare che uno di loro si imponesse sugli altri (ancora più palese il voler impedire
un’ipotesi unitaria).

Tuttavia era evidente che la convivenza di Austria e Prussia all’interno della Confederazione, con la Prussia
sempre più consapevole della propria grandezza, si sarebbe rivelata man a mano più difficile. La Prussia in
particolare la percepiva come uno strumento di controllo e contenimento ai suoi danni. La sua eventuale
dissoluzione sarebbe servita alla Prussia per riacquistare la propria autonomia e realizzare l’unificazione
tedesca sotto la sua leadership (la Confederazione sarebbe durata solo fino al 1866).

Tornando agli strumenti che i negoziatori di Vienna concepirono per stabilizzare e mantenere il sistema
geopolitico da loro disegnato, fu presto loro chiaro che ristabilire l’equilibro tra le potenze europee non
sarebbe bastato ad assicurare la pace senza un ulteriore meccanismo di tutela. Era sì chiaro che l’equilibrio
europeo era minacciato da molte insidie, a partire dalla composizione multietnica e dai movimenti
nazionalisti di alcuni territori. Vi erano poi aspirazioni di carattere costituzionale liberale che non
accettavano il ritorno delle monarchie assolute e che si battevano per le istanze politiche emerse dalla
rivoluzione e dall’età napoleonica. Le rivalità tra le grandi potenze, infine, erano sempre pronte a
riemergere (come tra Austria e Prussia, o i propositi revanchisti della Francia e quelli espansionisti della
Russia). Era necessario quindi uno strumento per coordinare l’azione delle quattro grandi potenze in caso di
bisogno di proteggere lo status quo. Alla luce di queste considerazioni, venne introdotto un accordo, una
sorta di dichiarazione ecumenica o affermazione ideologica, di unione tra le quattro monarchie: la Santa
Alleanza (che si ricollegava sempre a quel sistema di valori condivisi che stava alla base Congresso di
Vienna), dichiarazione di fraternità tra le tre principali religioni cristiane: cattolicesimo, protestantesimo e
cristianesimo ortodosso – poca cosa, essa era il risultato dei voli pindarici che lo zar Alessandro I era solito
compiere e che si caratterizzavano per la scarsa concretezza e al quale gli altri aderirono più che altro per
non interdirlo. La Gran Bretagna non aveva intenzione però di aderire ad una tale vaga dichiarazione, ma
essa venne comunque firmata nel 6 dicembre 1815. Metternich e Castlereagh la consideravano comunque
inadeguato e inutile mezzo per mantenere la stabilità, e desideravano organizzare qualcosa di più concreto
ed efficace per contrastare un eventuale destabilizzazione dell’Europa nata a Vienna: per loro era
necessario mettere su una struttura (un’assise europea permanente composta dalle 4 potenze europee)
che fosse in grado di gestire le crisi prima che si trasformassero in emergenze. Metternich e Castlereagh
credevano che tutti gli stati avessero un tale comune interesse e che esso andasse anche gestito insieme,
attraverso strumenti diplomatici adeguati. Da qui la proposta di Castlereagh: egli suggerì, recuperando una
proposta già avanzata da William Pete nel 1805, di recuperare e perpetuare la coalizione anti-napoleonica
anche in tempo di pace, recuperando il Trattato di Chaumont del 9 marzo 1814. La proposta fu accolta e
concretizzata con il trattato del 20 novembre 1815 che dava vita alla Quadruplice Alleanza (concertazione
permanente tra le quattro potenze). L’art. 6 del trattato definiva il metodo di lavoro dell’Alleanza: esso
prevedeva che le potenze tenessero degli incontri/conferenze periodiche per esaminare la situazione
generale e per definire le misure atte al mantenimento della pace e al rafforzamento degli interessi comuni.
Si creava quindi un direttorio tra Austria, Prussia, Russia e Gran Bretagna (a cui si sarebbe aggiunta la
Francia nel 1818) per risolvere i problemi insieme.

Questo accordo rappresentò una sorta di rivoluzione nella diplomazia (diplomacy by conference), creando
un’intesa permanente tra governi oltre il semplice ed occasionale scambio di note tra essi.

Durante i negoziati per l’accordo erano emerse due tendenze: 1) quella massimalista della Russia, che
voleva dare un carattere vincolante e di assoluta automaticità agli impegni presi, che attribuisse alla
Alleanza un compito di guardiana della sicurezza collettiva (conferendole dei poteri superiori a quelli
dell’attuale ONU) 2) quella minimalista della Gran Bretagna, che rifiutava assolutamente la proposta di
Alessandro I. Le ragioni di questa opposizione non erano di natura ideologica, i britannici respingevano tale
vincolo/automaticità in quanto inaccettabile perché il pragmatismo della loro politica estera non si sposava
con tali vincoli limitanti, sistematici. Londra preferiva valutare la possibilità di intervento caso per caso e alla
luce dei propri interessi, evitando assolutamente di impegnarsi all’intervento incondizionato.

Come si posizionava Metternich di fronte a queste due tendenze divergenti? Egli teneva all’asse austro-
britannica, chiave della vittoria contro Napoleone, ma non poteva garantire il totale allineamento alla
posizione di Castlereagh: innanzitutto egli concepiva la pace e la stabilità europea come il mantenimento
dello status quo territoriale, politico, morale e ideologico (quindi non solo di potere, ma di tutti quei criteri
ideologici e fondanti, per lui, dell’Europa), e voleva evitare di cedere su un punto come quello della
condizionalità, per evitare che ne crollassero anche altri. Egli voleva anche conservare il buon rapporto con
la Russia per evitare che ciò compromettesse la sicurezza di certe aree dove stavano emergendo importanti
movimenti nazionalisti (fatti, questi, in cui la Russia avrebbe potuto e voluto interferire sicuramente più
della Gran Bretagna!). Si trovò quindi costretto ad allearsi con lo zar, dando vita all’asse austro-russo che
sarebbe stato il pilastro dell’età della Restaurazione.

Il 5 maggio 1820, poi, la Gran Bretagna diffuse un memorandum conosciuto come State Paper dove
chiariva le sue intenzioni e il significato che attribuiva alla Quadruplice Alleanza. Per i britannici essa era una
misura contro un’eventuale spinta rivoluzionaria o progetto espansionistico della Francia, o contro
qualunque fenomeno che minacciasse l’equilibrio europeo. L’Alleanza doveva intervenire di fronte a queste
eventualità, ma non doveva essere un’unione permanente per il governo del mondo. Castlereagh non
voleva che la QA diventasse un Consiglio di Sicurezza che controllasse gli affari interni degli altri stati, e
conseguentemente non era intenzionata ad intervenire in Spagna o nel regno delle due Sicilie, dove erano
in atto delle rivolte popolari, in quanto esse non rappresentavano una minaccia per la stabilità europea: la
Spagna era lontana dal centro dell’Europa, area più delicata e pericolosa per la stabilità continentale. A ciò
si aggiungevano le valutazioni relative agli interessi diretti della GB: i britannici consideravano la vicenda
spagnola qualcosa che non la riguardava, che non toccava le sue priorità di politica estera. La Spagna era
marginale e geograficamente lontana.
Contestualmente, la GB non aveva intenzione nemmeno di intervenire nelle colonie spagnole per
redimerne le rivolte indipendentiste (Simon Bolivar ecc.), come intendevano fare i suoi alleati. I britannici,
anzi, auspicavano l’emancipazione di questi territori dalla Spagna così da aprirsi dei suoi spazi per il proprio
commercio atlantico. Nello State Paper veniva ribadito tutto questo.

Nel frattempo, in Slesia si teneva cona conferenza dove Metternich fece approvare un protocollo tra
Austria, Prussia e Russia dove veniva dichiarato che, in caso di alterazione del regime politico di uno stato
legittimo, esse sarebbero intervenute per rispristinare l’ordine dal suo stato alterato. Confermavano così di
voler seguire l’approccio zarista prendendo distanza da quello britannico. Un carattere così impegnativo e
permanente era inaccettabile per Londra, e Castlereagh decise di non partecipare nemmeno a tale
conferenza, mandandovi invece il fratello.

Anche dopo la fine della QA (1820), comunque, il concetto del Concerto europeo sopravvisse in una forma
più semplice e pratica: anche se in modo più informale, le potenze continuarono a cercare insieme una
soluzione alle controversie, processi ai quali in modo più o meno strutturato partecipò anche la GB
(limitandosi a questioni che la interessavano direttamente o che minacciavano fortemente lo status quo).
Un sistema quindi non sistematico ma empirico, che dimostrò una grande capacità di adattamento alle
evoluzioni europee nel corso degli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento e che consentì il mantenimento della pace
per quasi 30 anni (un conflitto si sarebbe avuto solo nel 1850 con la Guerra di Crimea). Fino ad allora, poi,
non mancheranno concessioni da parte delle autorità europee al principio di nazionalità e quindi a una
revisione dei confini usciti dal Congresso di Vienna (vedi Belgio e Grecia). Di fronte a questa sorta di
situazioni emergeva il carattere pragmatico e la capacità di adattamento delle potenze europee,
atteggiamento che nasceva dalla necessità di evitare rigidità che rischiavano di far scoppiare conflitti su
questioni considerate irrilevanti o periferiche.

3 regole su cui non si poteva transigere:

1 – contenimento della Francia

2 – mantenimento dell’equilibrio tra le potenze

3 – particolare controllo sulle realtà complicate come quelle italiana, tedesca e polacca (con repressioni
militari in collaborazione tra Austria, Prussia e Russia laddove necessario)

3/11/2020

Attraverso la politica di Napoleone III – che salirà al trono nel 1848 – e il contemporaneo manifestarsi di
altre condizioni (ad es. l’esplosione dei movimenti nazionalisti), si assesta un colpo decisivo al sistema
internazionale uscito dal Congresso di Vienna, ovvero quello della Restaurazione. Si avvia così il processo
che porterà alla nascita degli stati unitari italiano e tedesco e del sistema diplomatico che avrebbe poi
portato alla I guerra mondiale.

Il nuovo sovrano francese, infatti, in funzione di un programma teso al restituire alla Francia un ruolo di
primo piano nella politica europea, contribuì in modo determinante ad eliminare i pilastri del sistema di
Vienna, che avevano pesantemente condizionato fino ad allora lo spazio di manovra della Francia,
causando la sua marginalizzazione e penalizzandola profondamente. Tra questi pilastri si trovava la
centralità dell’Austria in Europa, durata per un trentennio in seguito al Congresso, come anche l’asse
austro-russo che svolgeva il ruolo di garante della conservazione del sistema viennese. Nel caso di rivolte
come quella ungherese (1849) il braccio militare, rappresentato dall’esercito austriaco crucialmente
supportato da quello russo, aveva permesso il ristabilimento dello status quo.
La nascita del secondo impero francese rappresentava anche simbolicamente il fatto che una pagina della
storia ottocentesca si era conclusa: dopo la rivoluzione in Francia, l’avvento di Napoleone e la
riorganizzazione svoltasi al Congresso di Vienna atta a scongiurare un ritorno del bonapartismo, proprio un
Bonaparte ritornava al potere. Un evento altrettanto simbolico dello stesso periodo fu la dimissione di
Metternich che, dopo la rivoluzione a Vienna del 1848, si ritirò in auto-esilio a Londra.

Chi era Luigi Napoleone Bonaparte? Figlio di un fratello di Napoleone I che fu re d’Olanda nel periodo
d’egemonia napoleonica sull’Europa, aveva avuto una vivace giovinezza nella quale coltivò simpatie
romantico-liberali e dove aveva dimostrato una grande passione per la causa dei popoli oppressi (Italia,
Grecia, Polonia) e sentimenti sia anti-assolutisti che anti-austriaci. Nutriva rapporti con la Carboneria
italiana, il che aveva portato alla sua espulsione da parte dello Stato Pontificio dopo che aveva preso parte
ai moti rivoluzionari in Italia. Aveva tentato la conquista del trono francese, nella prospettiva di abbattere il
regime orleanista e avvocando una pretesa legittimità dovuta alla sua discendenza bonapartista – iniziative
però senza esito che erano risultate nel suo arresto e nella condanna al carcere a vita. Rocambolescamente
fuggito nel 1846, si era rifugiato in Gran Bretagna, e rientrò in patria nel 1848 in tempo per partecipare alla
rivoluzione che portò alla caduta del regime di Luigi Filippo d’Orleans. Diventò quindi uno dei nuovi astri
politici della Francia repubblicana, godendo di un consenso trasversale: dal mondo militare a quello
contadino a quello borghese, era appoggiato in forza del mito e del fascino bonapartista. Si presentava
come l’uomo del riscatto della Francia, contro la politica meschina successiva alla restaurazione promossa
da Luigi Filippo d’Orleans. Quest’ultimo era giunto al potere nel 1830 con l’appoggio di gruppi politici che
auspicavano una politica più attiva per la Francia, alla quale lui si era reso disponibile per emancipare la
Francia dalla posizione di marginalizzazione imposta dai trattati del 1815 ma, di fatto, nel concreto operare
della sua azione politica d’Orleans si rivelò molto prudente nei confronti delle forze conservatrici (Vienna,
San Pietroburgo, Berlino), al fine di non compromettere la sua posizione – la sua politica diplomatica fu
debole, conservativa e deludente per i suoi sostenitori, che naturalmente gli sottrassero il loro appoggio.
D’Orleans, quindi, che inizialmente si era presentato come difensore del riscatto francese, rimase sul trono
fino a che vi rimase solo grazie al supporto delle forze europee conservatrici.

Luigi Napoleone Bonaparte, invece, oltre a presentarsi come vero paladino della rinascita francese, si
dichiarava anche antidoto e barriera all’affermarsi di una possibile rivoluzione socialista (minacciata dalle
rivolte del 1848 che avevano abbattuto il regime orleanista). Nello stesso anno nacque quindi un governo
provvisorio composto da tutte le componenti d’opposizione al vecchio governo di Luigi Filippo e un posto
d’eccellenza fu occupato dalle forze progressiste, dai repubblicani ai socialisti. Questo governo avviò una
politica molto avanzata sul piano socio-economico, con provvedimenti che prevedevano la giornata
lavorativa di 10 ore, l’abolizione del lavoro a cottimo, e l’istituzione di uffici statali (gli Atelier Nationals) per
andare incontro al problema della disoccupazione (gravissima nella Francia di quel periodo) e l’istituzione di
un Ministero del lavoro – tutte queste politiche sembravano preludere a una rivoluzione socialista, che in
realtà terrorizzava gran parte dell’opinione pubblica francese. L’effetto di questo timore si rivelò nell’aprile
1848, quando si svolsero le elezioni per l’Assemblea costituente: esse videro uno schiacciante successo
delle forze politiche moderate e conservatrici, con un ritorno dei partiti filo-orleanisti. L’Assemblea
cominciò quindi a restringere le concessioni avanzate e progressiste conquistate dal proletariato francese in
quel periodo – una deriva reazionaria. Vi fu quindi un’insurrezione operaia il 23 giugno 1848, la quale si
scontrò con una repressione violentissima che portò alla morte di 5000 operai. Fu in questo mutato
orientamento dell’opinione pubblica che entrò in scena Luigi Napoleone Bonaparte – in maniera abile e
opportunistica, egli cavalcò subito la svolta conservatrice e moderata, presentandosi come l’artefice, sul
piano interno, della tutela dell’ordine costituito, rinnegando i valori originali delle sue simpatie liberali e
mettendosi a servizio della “reazione”. Forte di questa posizione, nel volgere di quattro anni Luigi
Napoleone conobbe un’ascesa inarrestabile verso il potere quasi assoluto, venendo eletto Presidente della
Repubblica sempre nel 1848 e rendendosi artefice di due colpi di stato che l’avrebbero portato ad
autoproclamarsi imperatore Napoleone III nel 1852.
Quale era il suo piano politico? Nella prima fase egli dette vita ad un sistema oppressivo e illiberale, dove
furono addomesticate le elezioni, ridotta la libertà di stampa e combattuti i partiti avversari. La borghesia si
adattò a questi cambiamenti senza rammarico, rinunciando alle libertà democratiche nella prospettiva di
essere tutelata dalla possibilità di una rivoluzione socialista. A fianco di queste ragioni, un fatto che spiega
l’appoggio incondizionato della borghesia francese al nuovo imperatore sono i progetti di politica estera
che Napoleone III intendeva perseguire: tanto quanto la sua politica interna era illiberale e oppressiva,
tanto quella estera era revisionista, progressista e rivoluzionaria. Napoleone III aveva intenzione di
riprendere l’eredità napoleonica dello zio per restituire alla Francia il suo primato europeo. Per realizzare
ciò era necessario sottoporre l’Europa ad una vera rivoluzione che distruggesse il sistema costruito a Vienna
nel 1815. Era necessario distruggere l’Europa di Metternich e spezzare le catene che serravano la Francia
dai tempi del Congresso di Vienna.

In questo quadro, risultava evidente chi fosse il nemico da combattere: l’impero austro-ungarico, che era
primo tutore e beneficiario del sistema viennese. Per la realizzazione del grande e impegnativo programma
di politica estera ideato da Napoleone III egli delineò un progetto strategico che si articolava lungo tre linee
d’azione principali: 1) la Francia doveva riacquistare maggiore attivismo e dinamismo nella politica
internazionale, rientrando così nel vivo della politica europea con un ruolo da protagonista, anche in quelle
aree nelle quali, per motivi di prudenza, nel periodo della Restaurazione si era tenuta lontana (tipo
mediterraneo orientale e oriente in generale); 2) la promozione di una profonda destabilizzazione della
politica europea, in grado di abbattere il sistema di Vienna e consentire alla Francia di reinserirsi e
recuperare l’antico ruolo di grande potenza. Come poteva essere realizzata tale destabilizzazione? La leva
primaria era quella dei movimenti insurrezionalisti, potenzialmente capaci di distruggere il sistema. Essi
possedevano il vantaggio di perseguire gli stessi identici obiettivi di Napoleone III! Infatti, volendo
ridisegnare la mappa europea secondo principi nazionali, era fondamentale abbattere il potere dell’Austria,
che impediva l’indipendenza italiana e degli altri paesi orientali o balcanici. Napoleone III avrebbe quindi
usato questi movimenti come un “grimaldello”, diventando anche punto di riferimento di questa nuova
Europa delle nazionalità, sostituendosi all’Austria come potere egemonico.

La situazione sarebbe però sfuggita di mano a Napoleone III, non rendendosi egli conto che i movimenti
insurrezionalisti non sarebbero stati facili da gestire nemmeno all’interno del suo paese.

Ad ogni modo, non bisogna pensare che Napoleone non fosse sinceramente favorevole al riscatto dei
popoli dall’oppressione dei governi conservatori, egli era comunque influenzato dai suoi ideali di gioventù
che lo rendevano sensibile al problema e determinato a difendere le istanze di questi popoli – entro però
un certo limite: il processo doveva essere comunque tenuto sotto controllo dalla Francia e doveva essere
strumentale ai suoi interessi. Approccio, questo, non distante da quello dello zio Napoleone I: anche egli
tentava di coniugare la Realpolitik con le sue istanze idealiste.

3) Con la sua azione diplomatica tentò di spezzare l’alleanza strategica tra Vienna e San Pietroburgo, mezzo
attraverso il quale Metternich era riuscito a mantenere lo status quo fin dalla fine delle guerre
napoleoniche.

L’occasione per un intervento del nuovo impero e cominciare a concretizzare i piani di Luigi Napoleone si
presentò con il ri-acuirsi della Questione d’Oriente (1853) e lo scoppio di una crisi che avrebbe portato alla
Guerra di Crimea. Quali erano le dinamiche e origini della Questione d’Oriente? Gran parte della politica
europea dell’800 ne fu dominata. Essa consisteva nella ricerca di una soluzione alla crescente crisi sofferta
dall’Impero Ottomano (definito il ‘malato d’Europa’ dalla stampa britannica), pericoloso elemento di
instabilità per la politica continentale. Fin dal secolo prima, infatti, l’impero ottomano era in preda ad un
processo di decomposizione che si sarebbe fermato solo con la sua definitiva dissoluzione. Le cause di ciò
erano sia di origine endogena/strutturale che esogena: da un lato si aveva il costante declino economico e
amministrativo dovuto al totale disinteresse e incapacità della sua élite, come anche il diffondersi
(soprattutto nell’area europea-balcanica) di aspirazioni nazionaliste delle popolazioni cristiane-ortodosse,
dall’altro canto le cause esogene erano dovute agli appetiti di espansione delle altre potenze alimentati
dalla stessa debolezza ottomana. Tra le forze estere la più pericolosa per gli ottomani era la Russia: il suo
interesse nei confronti della Sublime Porta era dovuto all’insufficienza dei suoi sbocchi marittimi, essendo
quelli baltici praticamente irrilevanti, lontani dalle rotte strategiche del sud e che lamentavano una
posizione estremamente disagevole, impediti dalla sacca del baltico che limitava il loro funzionamento
(soprattutto considerato che per 5 mesi all’anno erano bloccati dai ghiacci).

Le strategie della Russia per far fronte a questo problema erano sostanzialmente tre: 1) trovare un accesso
al Mediterraneo bypassando gli stretti turchi 2) accedere agli sbocchi dell’estremo oriente, verso la Cina 3)
aprirsi una via in Asia Centrale, ovvero nel Golfo Persico. Per quanto riguarda la prima direttrice, quella
mediterranea, la Russia disponeva di basi marittime come quelle della Crimea e a Sebastopoli, ma la loro
utilità era ostacolata dal controllo ottomano sugli stretti dei Dardanelli e del Bosforo. Gli Ottomani,
ovviamente, avevano sempre accuratamente limitato l’accessibilità russa sul Mediterraneo – per
contravvenire a ciò, la Russia poteva 1) usare la sua forza militare o 2) fare leva sui suoi rapporti col mondo
slavo-balcanico, costruendo un sistema di influenza basato sulle loro affinità culturali e religiose 
PANSLAVISMO. Approfittare di queste affinità voleva dire coltivare le istanze indipendentiste e nazionaliste
di questi popoli, volte a liberarsi dal giogo ottomano. Mentre attaccare i Turchi e impadronirsi con la forza
degli stretti presentava dei rischi, questa seconda via appariva come più cauta e profittevole.

In questo scenario, Londra era invece intenzionata a conservare il suo ruolo di egemone che sarebbe stato
eventualmente minacciato dall’affacciarsi della flotta russa sul Mediterraneo. Inoltre, un’eventuale
disgregazione dell’Impero Ottomano avrebbe consentito ai russi di impadronirsi non solo di un accesso sul
Mediterraneo, ma anche della parte settentrionale del Golfo Persico (Persia, Afghanistan), minacciando in
modo più che mai diretto quello che rappresentava la perla dell’impero coloniale britannico, l’India. Anche
da un punto di vista di politica prettamente europea, la sussistenza dell’Impero Ottomano era vista come
fondamentale, dal Regno Unito, per il mantenimento dell’equilibrio continentale: la sua disgregazione
rischiava adi avvantaggiare una potenza o l’altra tra quelle europee, introducendo quindi elementi di
conflittualità e contrapposizione in Europa, dopo che tanti sforzi erano stati fatti per scongiurarli presso il
Congresso di Vienna. L’Impero Ottomano doveva quindi sopravvivere, per i britannici.

10/11/2020

La Questione d’Oriente: il suo acuirsi a metà Ottocento offre a Napoleone III la possibilità di riproporre il
suo paese al centro della politica europea. Come si può immaginare, la Russia si pone come attore
principale nello scoppio della Guerra di Crimea, poiché la disgregazione dell’Impero Ottomano e la
penetrazione in Medio Oriente erano obiettivi principali e pragmatici della sua politica estera.

L’Impero Ottomano aveva da poco conosciuto crisi e perdite territoriali, anche se marginali, come
l’autonomia della Serbia (divenuto principato ereditario, tributario però dell’Impero) 1 o l’indipendenza della
Grecia nel 1830, e l’Egitto che aveva acquisito l’autonomia politica con la carica di Viceré a Mehmet Ali.
L’impero russo aveva cercato di sfruttare questi indebolimenti, ma con scarso successo, soprattutto per via
del guardingo controllo britannico, con il Regno Unito che si assicurava che i russi non potessero trarre
vantaggio dalla situazione. Al trono di Atene avevano cercato di porre una dinastia tedesca, e la corona finì
infatti ad Ottone di Baviera. La Gran Bretagna era così efficiente nel gestire queste crisi da assicurarsi una
posizione preminente in questi paesi, specialmente in Grecia.

1
Grazie a due rivolte, quella del 1804 e del 1815, capitanata da Milos Obrenovic.
Agli inizi degli anni ‘50 dell’800, però, l’impero zarista si rimette in moto: riavvia la politica di disgregamento
ottomano e di penetrazione nel Mediterraneo orientale. Questa rinnovata determinazione era frutto della
percezione dello zar Nicola I riguardo alla situazione internazionale nella metà del secolo: sia del ruolo del
suo paese, che dell’atteggiamento delle altre potenze europee nei confronti degli obiettivi geopolitici della
Russia. Nicola I aveva maturato la convinzione che il ruolo da protagonista che il suo impero aveva svolto
nella seconda Restaurazione (ovvero l’opera di repressione dei movimenti nazionalisti in Ungheria e
Germania, dove il ruolo di San Pietroburgo era stato determinante con i suoi 50.000 soldati russi nelle
pianure ungheresi, e con la pressione esercitata sui prussiani per dissuaderli dall’unificazione tedesca)
aveva consentito al suo impero di acquistare il rispetto e il prestigio internazionali necessari per rilanciarsi
nella realizzazione dei suoi programmi espansionistici verso sud. La diplomazia russa era persuasa che il
contesto internazionale fosse particolarmente favorevole e che non ci sarebbero state significative reazioni
da parte delle altre potenze se i russi avessero ripreso le sopracitate politiche di sgretolamento e pressione
sui turchi – sia in riconoscimento del prestigio acquisito dai russi nel 1848, sia in considerazione dei
riorientamenti in politica estera delle varie potenze europee. Nicola I escludeva il pericolo di un intervento
asburgico a difesa degli ottomani e contro la Russia, vista la solidarietà conservatrice e l’amicizia tra i due
paesi a favore della conservazione dello status quo europeo, come escludeva anche il rischio di una
reazione prussiana e francese (quest’ultima considerata una potenza ancora debole che doveva riprendersi
dai movimenti del ’48 e ’49, e impegnata nei suoi interni processi di consolidamento politico). Secondo lo
zar, un paese come la Francia di Napoleone III, in nome della preoccupazione di legittimare il suo potere
conservatore e autoritario, non avrebbe preso posizione contro di lui. In questo c’era una forte
incomprensione dello zar riguardo alle prospettive e mire del nuovo imperatore francese: un errore di
valutazione che Nicola I fa tra politica interna ed estera di Napoleone III, pensando che le due si
muovessero nello stesso quadro e indirizzo ideologico. In realtà, anche se in politica interna Napoleone III è
illiberale e autoritario, in politica estera la pensa in tutt’altro modo: egli pensava infatti che il modello di
un’Europa incardinata sul ruolo di garanzia esercitato dalle potenze conservatrici dovesse essere
abbandonato. Nicola I sapeva però che la Gran Bretagna non avrebbe ripiegato dalla sua politica di
supporto per la conservazione del potere ottomano, come apprendeva dal suo diplomatico stabilito a
Londra. Lo zar era tuttavia convinto che la Gran Bretagna, seppur ostile alla sua iniziativa, non sarebbe
intervenuta da sola contro di essa. Nicola I credeva addirittura che i britannici sarebbero stati propensi ad
un accordo con i russi sul destino dell’Impero Ottomano: su questa convinzione pesava l’esito di
un’iniziativa diplomatica di cui lo zar era stato protagonista, proponendo all’ambasciatore britannico a San
Pietroburgo (Hamilton Seymour) uno schema di partizione dell’Impero Ottomano, il quale prevedeva:
indipendenza di Serbia e Ungheria sotto tutela russa, l’attribuzione degli Stretti – magari in condominio con
l’Austria – alla Russia, mentre la Gran Bretagna avrebbe acquisito l’isola di Creta e Egitto. Evidentemente, si
trattava di un piano di distribuzione che attestava alla Russia un ruolo dominante nel Mediterraneo
orientale e che le permetteva di occupare gli Stretti, suo obiettivo storico.

L’impero britannico non accettò queste proposte, ma non le respinse con la dovuta convinzione, il che
indusse in equivoco il governo russo e sembrò confermagli la disponibilità britannica a non opporsi ad
eventuali iniziative russe nel Mediterraneo. Per tutti questi motivi lo zar Nicola si convinse di ripristinare il
perseguimento della sua politica espansionistica. Il pretesto adotto dai russi per intervenire nell’Impero
Ottomano si rifaceva ad un problema secolare che aveva diviso le varie anime del cristianesimo europeo: la
custodia dei luoghi santi in Palestina, in particolare, le proteste per le presunte violazioni subite dagli
ortodossi a favore dei cattolici. I cattolici godevano effettivamente di un atteggiamento di favore da parte
del Sultano, ma la questione fu usata puramente come un pretesto dal potere zarista per arrecare dei danni
alla Sublime Porta.

Nell’inverno 1853 San Pietroburgo inviò a Costantinopoli una delegazione numerosissima guidata dal suo
Ministro della Marina, il principe Menshikov, per affrontare il problema della custodia dei luoghi santi. I
russi ne approfittarono quindi per allargare enormemente le richieste e le pressioni esercitate sul governo
turco. Menshikov avanzò un ultimatum al Sultano: ovvero il riconoscimento allo zar del diritto di tutela su
tutti i 12 milioni di ortodossi stabiliti nell’Impero Ottomano. I russi si presentavano così come paladini del
panslavismo e miravano in questo modo ad assicurarsi un forte potere di ingerenza nella politica interna
dell’Impero Ottomano, così da promuovere la loro opera di dissoluzione dall’interno. Quale fu la reazione
ottomana a queste proposte? Dopo aver preso tempo, il Sultano si disse disposto a riconoscere i diritti delle
popolazioni cristiani-ortodosse, come anche la concessione di parziali autonomie, ma respinse il
riconoscimento di qualunque diritto e potere di intervento al potere zarista sulle vicende interne
dell’impero. Su questa decisione pesava ovviamente la speranza che le potenze europee non sarebbero
rimaste indifferenti davanti a questa minaccia russa materializzatasi di fronte al Sultano.

Nel luglio del 1853, l’esercito russo oltrepassò il Prut (affluente del Danubio), fiume di confine tra impero
russo e ottomano, invadendo i principati di Moldavia e Valacchia, nella prospettiva di porre le basi
geopolitiche e strategiche per una più ampia egemonia balcanica. Questa penetrazione fu accompagnata
dal lancio di una vasta propaganda per l’insurrezione di tutti i cristiani ortodossi dell’impero ottomano. In
ottobre, poi, la marina russa distrusse la flotta turca del Mar Nero puntando a Costantinopoli. Il destino
degli Ottomani sembrava segnato, ma fu qui che vennero al pettine gli errori di valutazione che tanto
avevano segnato le decisioni di Nicola I, circa l’atteggiamento delle potenze europee, primo fra tutti quello
di Napoleone III!

L’imperatore francese vide subito nella crisi d’Oriente un’ottima occasione per il ritorno in grande stile della
Francia nella politica europea, e in particolare mediterranea: era quindi fermamente intenzionato ad
intervenire. Anche in questo caso il pretesto fu presto trovato, ed era lo stesso dei russi – la custodia dei
luoghi santi. Napoleone III intervenne per proteggere i diritti dei cattolici, che sembravano messi a rischio
dalle mosse russe. Per i francesi l’occasione era anche perfetta per colpire uno dei maggiori pilastri del
vecchio sistema di Metternich: la Russia, e il sistema di alleanza instauratosi con l’Austria, che aveva fino ad
allora ostacolato la Francia. L’impegno che la Francia intendeva assumere a difesa dei cattolici in Palestina,
inoltre, andava in contro agli effettivi interessi dei cattolici, ed era quindi funzionale alla necessità di avere
un consenso interno.

L’atteggiamento francese fu decisivo per determinare anche quello britannico, con il Regno Unito così
conscio di avere un potenziale, o meglio certo, alleato nella Francia nel loro obiettivo di resistenza contro i
piani russi. Tutto ciò sollevava i britannici dalla preoccupazione di dover affrontare l’impero russo da soli.
Nel 1854 Parigi e Londra dichiararono quindi guerra alla Russia ed intervennero a difesa dell’Impero
Ottomano. I piani strategici dei due prevedevano un attacco contro i russi in Crimea. Sul piano diplomatico,
invece, tutto il conflitto ruotava intorno all’atteggiamento dell’Austria: perché Napoleone III e i britannici
erano così interessati ad una partecipazione austriaca? Sicuramente per gli aspetti strategici e logistici. La
Crimea era lontana, gli approdi complicati e la flotta russa nel Mar Nero imponente. Per Londra e Parigi
un’Austria alleata sarebbe stata cruciale per la vittoria, potendo utilizzare infatti la frontiera che Austria e
Russia avevano in comune. Questa motivazione strategico-militare era secondaria, però, a quella politico-
diplomatica di più ampio respiro: l’obiettivo di Napoleone III, che spiega il suo impegno in questa iniziativa
di coinvolgimento dell’Austria, è di riuscire così a spezzare l’intesa tra Austria e Russia (come abbiamo già
detto), disgregando così il pilastro su cui si fondava tutto il sistema di Vienna.

Gli sforzi diplomatici furono quindi tutti concentrati sul convincimento dell’Austria ad intervenire: questo
risultato non fu raggiunto con facilità. Da subito l’Austria tergiversava visti gli interessi in gioco, combattuta
tra la prospettiva di espansione nell’Europa sudorientale con la dissoluzione dell’Impero Ottomano e il
rischio di un eccessivo avvicinamento dell’influenza russa nei Balcani. Vienna rischiava quindi di ritrovarsi a
dover riorientare la propria politica estera, una questione sempre più ineludibile anche considerati gli
sviluppi internazionali contingenziali, come la prossima unificazione italiana, che necessitavano un
comportamento combattivo da parte dell’Austria. Quest’ultima valutava quindi con favore l’eventualità di
estromettere la Russia dal Mediterraneo orientale e di contenerne i propositi espansionistici. Come
abbiamo visto, d’altro canto, il suo costante scopo era quello di mantenere lo status quo. Cosa la induceva
invece ad evitare l’intervento? L’Austria voleva comunque mantenere in vita la solidarietà conservatrice
che la legava alla Russia, alleanza che era stata decisiva nella prima metà dell’Ottocento per reprimere i
movimenti insurrezionalisti (che erano sempre vivi e in incremento). Un ulteriore fattore di preoccupazione
per l’Austria erano le eventuali iniziative del Regno di Sardegna: esso avrebbe potuto approfittare della
distrazione ad oriente dell’Austria per appropriarsi di Lombardia e Veneto. Il fronte meridionale dell’impero
asburgico era quindi doppiamente minacciato (indipendentisti + Regno di Sardegna). Il governo di Vienna
era quindi molto indeciso: una parte di esso voleva disgregare l’alleanza conservatrice per non averla da
ostacolo ed intervenire, mentre altri pensavano andasse conservata e che quindi gli interessi austriaci in
Italia e in Germania giustificassero e rendessero necessaria la neutralità dell’Austria nel conflitto.

Nell’estate del 1854 il governo austriaco delineò le condizioni in base alle quali sarebbe intervenuto, che la
Russia avrebbe dovuto soddisfare per avere la sua neutralità: i 4 punti di Vienna. Lo zar avrebbe dovuto
rinunciare alla sua influenza e propositi sui principati danubiani; il Danubio sarebbe dovuto rimanere libero
(la sua foce soprattutto, che era sotto il controllo russo); la Russia avrebbe dovuto rinunciare agli Stretti – in
particolare doveva rivedere la Convenzione del 1841, che limitava l’accesso delle navi militari nel Mar Nero;
e rinunciare all’esercizio di protezione sui cristiani ortodossi. Quando l’impero russo non acconsentì a
questi punti, tuttavia, non seguì alcun intervento da parte austriaca – gli Asburgo addirittura sottoscrissero
un trattato di alleanza anti-russo con Francia e Gran Bretagna, ma senza sottoscrivere poi una dichiarazione
di guerra alla Russia. Gli austriaci volevano trarre più frutti possibili da un’alleanza diplomatica con Parigi e
Londra, ma senza fare passi concreti contro San Pietroburgo. Per convincere l’Austria a superare le sue
esitazioni i francesi s’impegnarono ad offrire garanzie sull’atteggiamento del Regno di Sardegna nei
confronti dei territori italo-asburgici nel caso l’Austria si fosse impegnata nel conflitto. Napoleone III
promosse, a questo riguardo, due importanti iniziative: un trattato nel 2 dicembre del 1854, con l’Austria,
nel quale si impegnava ad usare tutta la sua influenza per prevenire qualsiasi tentativo italiano contro
l’integrità dello stato asburgico; l’imperatore francese convinse Cavour e il regno Sabaudo ad intervenire
nella Guerra di Crimea, così da confermare agli austriaci che sarebbero stati troppo impegnati per invadere
i loro territori. L’Austria tentennò però per tutto il 1954 e per parte del 1855 (nel frattempo sarebbe
sopraggiunta la morte di Nicola I – il successore Alessandro II si sarebbe dimostrato molto più propenso ad
iniziare le trattative di pace). La caduta di Sebastopoli nel 1854 – protrattasi fino al settembre 1855 – fu
decisiva nel far intervenire l’Austria: per evitare di rimanere fuori dal tavolo di pace che si approssimava
con questa sconfitta russa, nel dicembre 1855 l’Austria dette un ultimatum di intervento che convinse
Alessandro II a presentare la richiesta di resa. La prospettiva di un intervento austriaco fece piegare
definitivamente i russi. Il 2 marzo 1856 iniziarono le trattative di pace.

L’ultimatum austriaco arrivò certo all’ultimo minuto, quando l’intervento sabaudo aveva già permesso la
sconfitta russa a Sebastopoli, e quindi non venne consentito agli austriaci di detenere una posizione di forza
al tavolo delle trattative. Furono infatti guardati con sospetto sia dai russi che dai britannici e francesi
presso la Conferenza di Parigi, dove ebbe luogo il tavolo di pace. Gli esiti della conferenza sulla politica
europea andarono ben oltre l’ambito della Questione d’Oriente, andando ad impattare le logiche e gli
equilibri diplomatici interni al vecchio continente. Quello di Parigi fu un passaggio fondamentale sulla
strada del superamento del Congresso di Vienna – anche la scelta di tenerla in Francia fu significativa, con la
Francia che tornava al centro della scena (il che sarebbe stato inimmaginabile 10 anni prima). La conferenza
si tenne dal 25 febbraio al 30 marzo del 1856, e alla sua conclusione fu sottoscritto il trattato che
concludeva la Guerra di Crimea. Quali ne erano le clausole? Veniva definitivamente sconfitta la politica
russa nel Mediterraneo orientale.

- Tutela e difesa dell’integrità ottomana sul piano internazionale (impegno di Francia e Gran
Bretagna in particolare)
- La Russia doveva rinunciare alle sue ambizioni di protezione dei cristiani-ortodossi all’interno
dell’Impero Ottomano, come anche a qualunque aspirazione di influenza/protezione sui principati
danubiani di Moldavia e Valacchia, ai quali veniva riconosciuta un’autonomia politica tutelata da
Francia e GB.
- Chiusura perpetua degli Stretti alle navi da guerra
- Neutralizzazione del Mar Nero, aperto alla marina mercantile di tutte le nazioni ma chiuso alle navi
da guerra

Quale fu la reazione russa? Avendo chiusa la strada sul Mediterraneo, si concentrò sulle vie alternative al
mare (quelle asiatiche). La guerra aveva anche messo in luce le gravi carenze strutturali della macchina
zarista dal punto di vista economico, amministrativo e militare. I decenni successivi furono infatti di parziale
marginalizzazione russa dalla politica internazionale.

Il vero vincitore fu comunque la Francia (non dal punto di vista territoriale o di conquiste materiali): si
presentò finalmente come grande potenza militare, che aveva dato di sé una prova ben migliore di quella
britannica, acquisendo quindi un immenso prestigio che le consentiva di accrescere la sua influenza
sull’Impero Ottomano, in virtù del contributo determinante per la difesa della Sublime porta. Parigi ottenne
dal Sultano una sorta di protettorato sul Libano (1861) e la possibilità di inviare contingenti militari in difesa
della Siria. I francesi rafforzavano quindi la loro presenza mediterranea e in particolare nella zona sirio-
libanese. Il risultato politico-diplomatico più importante dei francesi era però quello di aver spezzato,
chiaramente, l’asse austro-russo: la Russia era alienata e isolata e ovviamente nutriva un forte risentimento
per l’Austria. Un atteggiamento non diverso era però quello britannico, verso l’Austria: il suo approccio
indeciso e irresoluto aveva irritato enormemente Londra. Anche l’Austria si trovava quindi indebolita e
parzialmente isolata (avendo perso tra l’altro la sua principale alleata, la Russia, nel contenimento dei
movimenti nazionali!). Napoleone III aveva ottenuto esattamente ciò che voleva.

Vista la situazione, Alessandro II adottò una politica di riavvicinamento con la Francia, soprattutto
attraverso l’astro diplomatico Charles De Morny, che promosse un’offensiva diplomatica che aveva
l’obiettivo di ricostruire in un quadro di amicizia i rapporti franco-russi, già durante la Conferenza di Parigi,
dove cercò di risparmiare la Russia da eccessive mutilazioni territoriali e sanzioni. Si batté poi perché il
Montenegro potesse ottenere un’autonomia politica (che non ottenne a Parigi, ma poco dopo). Provò
anche a fare in modo che la clausola sul Mar Nero venisse rimossa… Perché tutta questa solidarietà con i
russi? Le prossime mosse di Napoleone III prevedevano ostilità verso Vienna e Berlino, per cui sperava di
avere San Pietroburgo come, se non alleata, neutra in questo scenario.

17/11/2020

Conseguenze politiche e diplomatiche della Guerra di Crimea: oltre a Francia e Gran Bretagna, di cui
abbiamo sottolineato i risultati positivi conseguiti presso la Conferenza di Parigi, l’altro grande vincitore
uscente da questo conflitto è il Regno di Sardegna – la sua vittoria più che militare rappresenta un grande
successo diplomatico, soprattutto per gli effetti che essa avrà sul processo di unificazione nazionale.
Abbiamo visto quale accordo si è stabilito tra il 1854 e il 1855 tra Parigi, Londra e Torino: quest’ultima
andava coinvolta nel conflitto in Crimea per rimuovere le preoccupazioni che angustiavano Vienna (ovvero
che il suo impegno nella guerra potesse permettere al regno Sabaudo di invadere il Lombardo-Veneto). Tale
iniziativa franco-britannica giungeva in un momento particolare della politica sarda verso la questione
nazionale italiana: a partire dal 1848, è ben noto come il Regno di Sardegna avesse assunto il ruolo di guida
nel movimento unitario e lo stesso anno aveva dichiarato guerra agli austriaci (Prima guerra di
indipendenza). L’assunto su cui si basava questo progetto era che l’indipendenza nazionale dovesse
conseguirsi con le sole forze italiane (“L’Italia si farà da sé”) – per evitare future ed ulteriori interferenze
straniere. Ad un certo punto sia Pio IX, che Leopoldo II di Toscana, che Federico II Re di Napoli, sembravano
voler partecipare al progetto unificante – ma quest’ultimo si rivelò fallimentare. In primo luogo, ciò fu
causato dalla rivalità fra i vari stati italiani, che uno dopo l’altro abbandonarono l’alleanza con Torino
(anche perché Carlo Alberto si attardò a chiarire quali vantaggi avrebbe guadagnato ciascuno stato), in
secondo luogo la sconfitta fu dovuta alla debolezza militare del Regno di Sardegna contro il potente
esercito austriaco. Ciò produsse le due sconfitte militari a Custoza e Novara, ma anche la presa di coscienza
sul fatto che la questione italiana, e il regno di Sardegna stesso perseguendo questo progetto, si trovavano
in isolamento politico e internazionale. Questa consapevolezza che lo schema “L’Italia si farà da sé” fosse
inadeguato portò ad una nuova prospettiva strategica: l’internazionalizzazione del problema italiano, al fine
di trovare il sostegno di qualche potenza straniera a favore del piano torinese. L’alleanza con un grande
stato era necessaria, così all’indomani del fallimento della Prima guerra di indipendenza Carlo Alberto e
Cavour concentrarono tutte le loro forze sulla ricerca di questa alleanza, così da emancipare il Regno di
Sardegna dal suo isolamento. La Guerra di Crimea rappresentava l’opportunità perfetta per proporre a
Francia e Regno Unito il problema italiano.

Il 26 gennaio del 1855 fu firmato un Trattato di Alleanza che impegnava il Regno di Sardegna a partecipare
alla guerra contro la Russia: un trattato importante che presentava però delle zone d’ombra e costituiva
una sorta di salto nel buio per Camillo Benso di Cavour. Nonostante ciò che quest’ultimo si sarebbe
aspettato, il trattato (a fronte dell’impegno militare in Crimea) non implicava alcun vantaggio per il Regno di
Sardegna – nessun compenso territoriale, né che il problema italiano potesse essere appoggiato da Francia
e Regno Unito in seguito. Londra e Parigi furono irremovibili su questo, il che non era certo sorprendente:
dopotutto, stavano coinvolgendo il Regno di Sardegna proprio per tranquillizzare l’Austria, quindi non
potevano fare promesse che andassero contro l’interesse di quest’ultima. Cavour tentò comunque di
ottenere qualche significativa concessione a vantaggio degli interessi sabaudi in Italia, ma non solo: tra i più
macchinosi, una proposta di Cavour a Napoleone III e i britannici per l’unificazione dei due principati
danubiani in un unico stato rumeno, la cui corona sarebbe stata concessa alla Duchessa Luisa Maria di
Parma (la quale avrebbe a sua volta concesso Parma e Modena al Regno di Sardegna). Verificato
l’atteggiamento austriaco su questa proposta, con Vienna non disposta ad accettare un incremento
territoriale del Regno di Sardegna, la proposta venne bocciata.

Torino si impegnava quindi a partecipare alla guerra senza alcuna garanzia a favore dei suoi interessi: né
quelli diretti ad ottenere dei vantaggi territoriali sulla nostra penisola, né indiretti, ovvero l’assicurato
appoggio francese e britannico a favore delle istanze nazionali di cui il Regno di Sardegna era portatore e
rappresentante. Questa decisione attirò fortissime critiche sul primo ministro Cavour, a cui veniva
rinfacciato che il Regno di Sardegna fosse diventato una mera pedina nelle mani delle grandi potenze
europee, alle quali esercito e risorse italiane venivano sacrificate senza prospettiva di compensi. Alcuni
temevano addirittura la possibilità che il Regno finisse per allearsi proprio con l’arcinemico austriaco, per
contrastare la Russia. Ma il primo ministro sabaudo aveva ovviamente una prospettiva diversa,
lungimirante: deciso a rischiare, la Guerra di Crimea alla fine offrì effettivamente a Cavour l’opportunità che
egli sperava. Alla Conferenza di Parigi, Cavour ebbe l’occasione di parlare di fronte a tutti i partecipanti della
questione italiana. Come impostò questo famosissimo intervento? Fu un discorso attento e prudente, privo
di toni aggressivi che potessero allarmare la comunità internazionale, principalmente finalizzato a spiegare
le finalità e gli scopi della politica sabauda. Spiegò come, se lasciata a sé stessa, la questione italiana
rischiava di trasformarsi in una minaccia per l’intera stabilità europea, che rischiava di prendere una strada
eversiva e rivoluzionaria, e che era quindi necessario veicolare il problema italiano verso prospettive
moderate e monarchiche. Proseguì spiegando che in Italia c’era uno stato diverso degli altri, capace di
offrire garanzie (il Regno di Sardegna), guidato da una monarchia affidabile e dinamica e da un
establishment liberale. Cavour cercò quindi di presentare il problema in termini accettabili per tutta
l’Europa, presentando l’invito ad avere fiducia nel Regno di Sardegna, l’unica realtà in grado di sottrarre
l’Italia dai settari fanatici, ed intenzionata a guidare il progetto nazionale. Non mancarono certo le denunce
verso l’Austria (additata come responsabile della situazione precaria e pericolosa dell’Italia), ma sottili e
sottintese. Fin dal 1815, Vienna aveva infatti applicato spregiudicatamente le più svariate modifiche
territoriali sul territorio italiano purché confacessero i suoi interessi, imponendo la propria volontà sul
popolo.

Cavour si dedicò poi a cercare un partner europeo che fosse disponibile a condividere i suoi obiettivi di
liberazione della penisola dal dominio austriaco: escluse immediatamente la Prussia, concentrandosi su
Francia e Gran Bretagna. Nel novembre del 1855, a guerra non ancora conclusa, Cavour, Massimo d’Azeglio
e Carlo Alberto compirono un viaggio per capire verso quale dei due paesi avviare le trattative
diplomatiche: Cavour preferiva i britannici, ma lui stesso era consapevole che quest’ipotesi era la più
improbabile, poiché il governo conservatore di Londra era sì favorevole alla causa italiana, ma
tradizionalmente aderente ai paradigmi isolazionisti della politica estera, per quanto riguardava le questioni
europee che non rappresentavano degli interessi diretti per loro. Non erano poi intenzionati a farsi
coinvolgere in un conflitto contro gli austriaci, con i quali non avevano motivi di contrasto e che
consideravano, anzi, ancora un pilastro per la stabilità del continente. Non vedevano quindi di buon occhio
un indebolimento dell’Austria che potesse risultare in espansioni russe o francesi (!). Dopo la guerra infatti,
preso atto della rinata forza militare francese, l’Inghilterra aveva ricominciato a guardare con apprensione
alle mosse della Francia. In conclusione, le proposte d’intesa avanzate da Cavour vennero indirizzate a
Napoleone III: quest’ultimo si era sempre mostrato favorevole alla questione italiana, e per rafforzare la
propria posizione aveva bisogno di successi militari, soprattutto contro l’Austria, il cui indebolimento la
Francia aveva messo al centro della propria strategia estera, assieme al supporto per i movimenti nazionali.
Vi era quindi una perfetta armonia di interessi con il regno sabaudo.

Cavour inaugurava così un tratto caratteristico della tradizione diplomatica italiana: quella che Renzo de
Felice definì la politica del peso determinante. Essa parte dall’idea che per l’Italia, una potenza medio-
piccola, soltanto inserendosi nei contrasti tra le grandi potenze sia possibile acquisire vantaggi e guadagni
politico-territoriali, attraverso una politica pendolare tra i due poli coinvolti in un conflitto. Anche Sonnino e
San Giuliano avrebbero giocato tra la Triplice Alleanza e Triplice Intesa per ottenere dei vantaggi, e così
avrebbe fatto poi anche Mussolini nel ’39. Cavour voleva anche però utilizzare, per le trattative in merito,
dei canali diplomatici ‘non ufficiali’ che permettessero di condurre un dialogo meno visibile e più libero
direttamente con l’imperatore: inviò quindi il suo segretario particolare, Costantino Nigra, e una diplomazia
‘personale’ a Parigi (quest’ultima formata da persone vicine alla famiglia Bonaparte e capaci di incidere
significativamente su Napoleone a favore della causa italiana). Il negoziato fu inizialmente molto difficile e
complesso, in primo luogo proprio per la natura dell’imperatore, uomo preoccupato, indeciso e irresoluto
davanti agli ostacoli, tratti che furono alimentati dalle obiezioni sollevate dall’opinione pubblica e dal suo
stesso governo. Per quanto riguarda la prima, la parte conservatrice del paese non voleva che il governo
francese avallasse la rivoluzione nazionalista in Italia, ciò includeva anche i cattolici, il cui consenso per
l’imperatore era molto volatile e a cui egli stava sempre molto attento. Cosa sarebbe successo allo Stato
Pontificio senza un’Austria cattolica che se ne faceva tutrice? Per quanto riguarda il governo di Napoleone,
alcuni ministri non nascondevano la loro forte perplessità verso gli orientamenti politici italiani. Temevano
un’escalation del conflitto e livello europeo, e in particolare che una coalizione di forze conservatrici
(Austria, Prussia, e forse Regno Unito) potesse contrapporsi militarmente alla Francia. Un particolare timore
era nutrito verso la Prussia, che avrebbe potuto colpire la Francia a nord durante un eventuale conflitto
verso sud a fianco del Regno di Sardegna.

Un evento imprevisto si rivelò particolarmente proficuo per gli obiettivi di Cavour, permettendo di superare
l’impasse francese: nel gennaio 1858 Napoleone III rimase vittima di un attentato per mano dell’estremista
mazziniano Felice Orsini e quest’episodio sembrò confermare le allarmanti previsioni di Cavour sui pericoli
di deriva rivoluzionaria che la questione italiana rischiava di assumere se non posta sotto controllo.
Napoleone III se ne avvalse per convincere l’opinione pubblica del suo paese e i suoi collaboratori della
necessità di sostenere il Regno di Sardegna, così da prevenire il pericolo di sommosse popolari in Italia e
altrove. Napoleone III pubblicò quindi un pamphlet (anonimo, come faceva spesso) per orientare il popolo
verso le soluzioni che gli erano gradite e che intendeva assumere. Assegnò la stesura e la pubblicazione di
tale pamphlet (Napoléon III et l’Italie), dove sosteneva il progetto di unità nazionale italiano gestito dai
Savoia. Sicuro dell’appoggio in patria, l’imperatore convocò quindi Cavour a Plombières: gli accordi sanciti
prevedevano che l’eventuale guerra franco-piemontese e la cacciata austriaca avrebbero portato ad una ri-
organizzazione politico-territoriale della penisola. Questa riorganizzazione prevedeva la costituzione, a
nord, di un regno dell’Italia settentrionale che avrebbe incluso Lombardia, Veneto, i due ducati di Parma e
Modena, le delegazioni pontificie e la Romagna. Al centro si sarebbe costituito uno Stato dell’Italia centrale
dall’ampliamento del Granducato di Toscana e con l‘inclusione delle Marche e parte dell’Umbria.
Napoleone III auspicava che la guida dell’Italia centrale potesse essere affidata ad un membro della casa
Bonaparte, in particolare suo nipote Girolamo (Ministro d’Algeria al tempo). Ci sarebbe poi stato uno Stato
Pontificio ridotto sostanzialmente al Lazio e, infine, un Regno delle Due Sicilie che avrebbe preservato, in
gran parte, il suo originale territorio. Un’Italia composta quindi da quattro stati riuniti però in una
Confederazione, la cui guida sarebbe stata affidata al Papa: sia per garantire stabilità territoriale, sia come
omaggio, per risolvere i problemi di consenso interni, al mondo cattolico. In cambio dell’aiuto militare, la
Francia si aspettava in primo luogo un matrimonio dinastico tra Clotilde di Savoia e Girolamo Bonaparte,
che la famiglia di quest’ultimo desiderava per consolidare il proprio posto tra le famiglie monarchiche
d’Europa. Napoleone III chiedeva inoltre la cessione di Nizza e Savoia, così da definire il confine sulle Alpi
perseguito dai francesi dai tempi di Richelieu. Vittorio Emanuele II non era però disposto a dare sua figlia in
sposa ad un Bonaparte, e non voleva cedere Nizza (dove vivevano per lo più italiani) e la Savoia, la cui
cessione rappresentava di per sé un affronto, avendovi avuto origine la dinastia sabauda. Le pressioni
cavouriane convinsero comunque il sovrano a cedere.

Come interpretare questi accordi? Napoleone III non concepiva l’avvenire dell’Italia come un’entità
unitaria, ma appunto come una confederazione – debole sul piano politico, così che la Francia vi potesse
esercitare la propria influenza egemonica sostituendosi all’Austria e utilizzando il territorio come un
satellite, strumento dei suoi interessi mediterranei in politica estera (uno stato unito avrebbe altrimenti
rifiutato la tutela ed egemonia francese). Per lo stesso motivo era così interessato ad affidare l’Italia
centrale a Girolamo e quella del Sud ad un membro della famiglia Murat.

Quando Giuseppe Mazzini ebbe modo di leggere gli accordi di Plombières, affermò che essi contenevano la
negazione dell’unità italiana.

Chiudiamo chiedendoci le ragioni della scelta di Cavour: Sappiamo in generale cosa lo abbia indotto ad
avvicinarsi a Napoleone III, quello che potrebbe risultare meno chiaro sono le ragioni per cui accetta
l’accordo e il progetto geopolitico del francese, quel disegno che sembra concepito in funzione pro-
imperiale e molto poco pro-sabaudi. Per Cavour, Napoleone III e l’alleanza sono un mezzo al fine di
giungere al suo scopo prefissato, ovvero la liberazione dell’Italia dall’Austria, un passo che non può
compiere senza alcun aiuto. Come ogni realista, sa che per giungere a quel risultato ha bisogno di uno
strumento, il fucile francese. Vuole usare Napoleone III per la causa italiana proprio come quest’ultimo
vorrebbe fare con Cavour ai fini imperialisti francesi. Nella prospettiva di Cavour l’accordo è frutto di una
contingenza di interessi, non di obiettivi. È un gioco a due, entrambi giocano sull’equivoco nella prospettiva
di risolversela a proprio vantaggio, in seguito.
Cavour dimostra che intende così i suoi accordi e che vuole solo sfruttare l’intesa con Parigi al fine nazionale
di almeno scacciare l’Austria, ma chiaramente la sua volontà è di andare ben oltre quei limiti territoriali. Lo
dimostra con i rapporti a doppio-binario che continua a mantenere con i leader dei movimenti nazionali,
anche, per certi aspetti, ex-mazziniani e garibaldini. Tanti gli incontri con Garibaldi stesso, con la
componente rivoluzionaria. In una politica apparentemente contradditoria, ma che trova il punto di
coerenza nell’intenzione di Cavour di non lasciarsi costringere nei limiti del programma napoleonico.
Cavour aveva fondato una “Organizzazione per la società nazionale”, a guida di Pallavicino e Garibaldi,
finalizzata a creare una grande rete di consenso ramificata in tutta Italia dove far convergere tutte le anime
del movimento nazionale a favore di un programma di unificazione completa della penisola sotto i Sabaudi .
Ciò porterà alla Seconda guerra di Indipendenza. 

Se volessimo dare un giudizio su Napoleone, dovremmo considerare che ci furono molti intellettuali che si
portarono contro l’ultimo imperatore. Victor Hugo e altri ovviamente si lanciarono in accorati attacchi
contro la sua politica interna, nel campo economico e sociale. All’estero, egli ebbe luci e ombre. Intuì la
modernità, comprendendo le trasformazioni dell’Europa, delle relazioni internazionali, della politica e dei
movimenti nazionali. Queste saranno le premesse della sua politica estera. Certo è che sono però mancati
dei risultati veri alle sue azioni, dovute a problematiche contingenti. Manca in Napoleone III la capacità di
capire che quei movimenti nazionali non sono controllabili, anzi, sono inesauribili. Non può applicare le
logiche vecchie ai problemi nuovi.

01/12/2020

Il contenuto degli accordi tra Cavour e Napoleone III di Plombières (1858): le condizioni poste da Napoleone
in cambiò della liberazione della penisola dall’ingombro austriaco prevedevano una riorganizzazione
territoriale dell’Italia, che avrebbero determinato la nascita di un grande regno dell’Italia settentrionale
(Piemonte, Lombardo-Veneto, Parma e Padova, Legazioni Pontificie) – quindi la sottrazione di territori
all’Austria. In Italia centrale ci sarebbe stata invece la fusione tra Granducato di Toscana, Marche e Umbria,
che Napoleone voleva affidare ad un membro della famiglia Bonaparte, Girolamo. Quest’ultimo era già
stato proposto per unirsi in matrimonio con Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II. Lo Stato
Pontificio sarebbe stato molto ridimensionato, e infine il Regno delle Due Sicilie avrebbe all’incirca
conservato le sue dimensioni, ma l’imperatore auspicava di poterlo affidare ad una personalità a lui vicina:
uno dei due figli di Gioacchino Murat, in particolare Luciano o Luigi. Il progetto napoleonico prevedeva che i
quattro stati in cui si sarebbe articolata la penisola avrebbero dovuto riunirsi in una Confederazione la cui
presidenza sarebbe stata affidata al Papa.

In cambio, l’imperatore francese chiese la possibilità di concludere il matrimonio combinato che abbiamo
detto, il quale avrebbe soddisfatto il desiderio di legittimazione e inserimento tra le dinastie storiche
europee dei Bonaparte. Nizza e Savoia poi sarebbero dovute andare alla Francia, che avrebbe consentito a
quest’ultima il raggiungimento delle frontiere naturali sul lato alpino. Napoleone III insomma non era
intenzionato a sostenere un progetto di completa unificazione della penisola, poiché ciò confliggeva con i
suoi obiettivi: voleva un’Italia frammentata, unita in una debole confederazione, sulla quale poter
esercitare la sua influenza sostituendosi all’Austria.

Nonostante le critiche mosse contro di lui, Cavour decide di accettare questo accordo chiaramente mirato a
soddisfare gli scopi francesi, ma il primo ministro sabaudo aveva un approccio lucido e realista al problema:
il suo principale obiettivo era quello di liberare la penisola dall’Austria, e sapeva che ciò sarebbe stato
possibile soltanto attraverso il sostegno morale francese, quale che fosse il prezzo. Intendeva servirsi di
Napoleone III per liberarsi dell’Austria così come l’imperatore voleva servirsi di Cavour per ottenere
un’influenza egemonica sulla penisola. Ma Cavour non era affatto intenzionato a farsi costringere in questo
progetto, lui guardava avanti con lungimiranza oltre le condizioni stabilite a Plombières. Per ottenere ciò,
venne fondata la Società Nazionale, un’organizzazione dove far convergere le varie anime del movimento
nazionale italiano, che si ramificava in tutta la penisola e aveva come scopo l’unificazione del paese sotto la
corona sabauda.
Così venne firmato l’accordo segreto: il Trattato Franco-piemontese del luglio 1858, secondo il quale in
caso di attacco da parte dell’Austria la Francia si impegnava ad intervenire in difesa del Piemonte, così da
liberare il territorio dagli austriaci. La Francia si sarebbe fatta carico di tutte le spese del conflitto. Definito il
piano di azione, quindi, esso andava attuato con attenzione. Napoleone III temeva enormemente il pericolo
di un allargamento del conflitto – andava assolutamente evitata una guerra europea e il sorgere di una
coalizione contro la Francia e il Piemonte tra le altre potenze continentali. L’imperatore riteneva necessario
quindi che 1) la guerra non apparisse come offensiva, di aggressione o di destabilizzazione dell’equilibrio
europeo, così da non fornire alle altre potenze il pretesto per intervenire. Il Piemonte doveva apparire
come l’aggredito, in modo da rigettare sull’Austria le responsabilità del conflitto 2) il conflitto andava
isolato, bisognava che le potenze se ne tenessero lontane mantenendo la neutralità. Per far fronte a questi
punti, da un lato si mosse il governo sabaudo: cominciò a concentrare truppe sul confine orientale,
incoraggiando allo stesso tempo i gruppi nazionali e filo-sabaudi operanti in Lombardia, così da accrescere il
livello di tensione con l’Austria e offrirle un pretesto per dichiarare guerra al Piemonte. Come neutralizzare
però il conflitto rispetto alle altre potenze? Questa seconda questione appariva più problematica. Già dal
marzo 1859, però, l’imperatore incassò il sostegno e appoggio della Russia, cogliendo così i preziosi frutti
della sua abilità diplomatica, utilizzata durante la Conferenza di Parigi del febbraio-marzo 1856. Si ottenne
così il trattato del 3 marzo 1859 dove veniva garantita l’eventuale neutralità dello zar e l’accettazione
dell’eventuale espansione sabauda sul Lombardo-Veneto – nel caso però si fosse affiancata qualche altra
potenza all’Austria, la Russia avrebbe anche fornito dei gruppi di supporto. Questo atteggiamento era
anche conseguenza del deterioramento dei rapporti austro-russi risultato dalla Guerra di Crimea, dove
l’Austria aveva fallito nell’appoggiare il suo ex-alleato.

A fronte di questo successo, sempre nella primavera del 1859 la situazione diplomatica in Europa peggiorò
improvvisamente a causa dell’atteggiamento dei britannici: i conservatori erano tornati al governo, ed
erano decisamente orientati verso il mantenimento dello status quo – volendo quindi evitare a tutti i costi
lo scoppio di un conflitto tra Francia-Regno di Sardegna e Austria. Erano temute le alterazioni che potevano
scaturire da un conflitto di questo genere sull’equilibrio continentale, perciò lo si voleva scongiurare a tutti i
costi. Un altro elemento che spinse i britannici a sostenere la linea dello status quo era il voler evitare un
eccessivo indebolimento dell’Austria, la quale continuava a rappresentare un utile strumento di
contenimento della Francia ad occidente e della Russia ad oriente, agli occhi del Regno Unito. Il governo di
Londra si attivò quindi per promuovere un’iniziativa diplomatica, di mediazione tra le potenze europee, per
sventare lo scoppio di una guerra. Tale iniziativa doveva assumere la forma di una conferenza
internazionale a cui invitare le maggiori potenze europee, Austria compresa, per affrontare la difficile
contingenza politica alla base del rischio di instabilità. Quali erano i precisi obiettivi britannici? Da un lato,
gli inglesi erano consapevoli che la presenza austriaca in Italia andava conservata, ma che richiedeva una
qualche riforma. Quali erano le riforme da proporre? Esse riguardavano la gestione economico-
amministrativa del Lombardo-Veneto, qualche ritocco sul piano territoriale e all’assetto della penisola. Allo
stesso tempo, queste soluzioni dovevano evitare il pericolo di un’affermazione egemonica francese, come
anche l’eccessivo ridimensionamento dell’Austria. Il Duca di Cowley, Henry Wellesley, venne quindi
incaricato di curare tali questioni.

C’era disponibilità, da parte di Napoleone III, all’azione diplomatica, almeno allo scopo di verificare gli
orientamenti delle altre potenze. Il progetto britannico, però, gettava nella più cupa angoscia il Conte di
Cavour. Se la soluzione diplomatica e della mediazione promossa dai britannici fosse andata in porto, tutto
il suo lavoro sarebbe stato disintegrato. Se il progetto di liberazione dagli austriaci non si fosse realizzato
allora, sarebbe stato difficile ricreare le stesse favorevoli condizioni (essenzialmente, il favore di
Bonaparte). In un confronto con gli altri esponenti del governo piemontese, Cavour sottolineò come il dado
fosse ormai tratto, e come le attese ormai consistenti di tutta l’opinione pubblica italiana non potessero
essere deluse. In un colloquio con l’ambasciatore russo, egli affermò che l’ipotesi della conferenza sarebbe
potuta andar bene “due mesi fa”, ma che ormai i volontari dei movimenti nazionali erano sul piede di
guerra. Alla proposta di una conferenza, Cavour rifiutò nettamente tale possibilità e minacciò il suo auto-
esilio, oltre la pubblicazione di tutta la sua corrispondenza segreta con l’imperatore francese. La situazione
venne sbloccata dalle decisioni austriache nell’aprile 1859: perplessa davanti all’ipotesi di una conferenza,
l’Austria decise di inviare un ultimatum al Piemonte nell’aprile 1859, dove chiedeva l’immediato disarmo e
smobilitazione delle truppe sabaude al confine. Tale mossa fu fortemente criticata da Metternich (ormai
ritirato dalla politica), secondo il quale era stata portata avanti con eccessiva precipitazione, mentre la
strada della diplomazia alla conferenza sarebbe dovuta essere esplorata. Ma la scelta austriaca aveva in
realtà una profonda motivazione: il governo di Vienna aveva colto la serietà della sfida lanciata da Torino e
Parigi, che andava quindi affrontata di petto così da liberarsi completamente, in caso di vittoria, di questo
problema. Dopo questa mossa, Vienna si trovò isolata e così Napoleone aveva raggiunto uno dei suoi
obiettivi. Gli austriaci cercarono anche l’appoggio di Berlino, ma dalla Prussia arrivò una risposta negativa
(la cui spiegazione è molto significativa): sulla base della considerazione che gli interessi di Vienna non
collimavano con i suoi, Berlino decise di non intervenire. In extremis, tuttavia, il ministro degli esteri
prussiano, Schleinitz, riaprì la questione avanzando un’offerta agli austriaci: il loro intervento in guerra
doveva portare all’accettazione dell’Austria ad una condivisione della presidenza del Deutsche Bund.
Quest’offerta venne prontamente rifiutata, così il tentativo austriaco di coinvolgere la Prussia fallì
definitivamente.

Lo scontro in pianura padana procedette, quindi, e a favore dei franco-piemontesi: la Battaglia di Magenta
aprì la strada per Milano, dopodiché arrivarono le due vittorie di Solferino e San Martino. Allo stesso
tempo, alle vittorie sul terreno si accompagnavano quelle della flotta franco-sabauda nell’Adriatico.
L’andamento militare era quindi estremamente favorevole, e sull’onda di questi trionfali successi si
verificavano importanti sviluppi nel resto della penisola. A fronte di queste vittorie, soprattutto nell’Italia
centrale si rimetteva in moto il movimento nazionale, specialmente quello tosco-emiliano, che si rese
artefice di una grande rivolta popolare  cacciata dei duchi di Emilia e Toscana, sostituiti rispettivamente
da Luigi Carlo Farini e Bettino Ricasoli a capo di due governi provvisori. Napoleone III assecondò questi
avvenimenti, mandando a Firenze e Bologna dei suoi commissari, e assumendo egli stesso il protettorato
dei due governi provvisori.

Venne poi firmato un armistizio (Armistizio di Villafranca, 11 luglio 1859) tra Napoleone III e Francesco
Giuseppe: esso prevedeva l’immediata conclusione della guerra e della cessione, al regno di Sardegna, della
Lombardia, ma anche l’immediata reintegrazione dei due duchi spodestati nell’estate del ’59. Le clausole
dell’armistizio avrebbero poi trovato un ulteriore formalizzazione nel trattato di pace firmato a Zurigo da
francesi e austriaci il 10 novembre 1859. … Perché Napoleone III decise di interrompere un conflitto il cui
esito sarebbe stato, con tutta probabilità, favorevole alla sua coalizione? Una parte l’avevano sicuramente
giocata gli sviluppi in Italia centrale, che sembravano andare contro le prospettive territoriali che
Napoleone III aveva per l’Italia. C’erano poi problemi di carattere militare: sì, l’andamento della guerra era
favorevole a francesi e piemontesi, ma non era ancora finita e il suo svolgimento sarebbe stato ancora
probabilmente lungo. Peschiera, Mantova, Legnano e Verona rappresentavano delle roccaforti austriache
difficili da espugnare. A Solferino e San Martino erano stati uccisi decine di migliaia di soldati, mentre un
altro elemento che influenzò la decisione dell’imperatore furono altri fenomeni di politica interna, collegati
a quegli ambienti clericali e moderati che, come abbiamo detto, avevano sempre avuto un certo
ascendente su Napoleone III, quando si trattava dell’Italia. Lo svolgersi degli episodi in Italia centrale
sembravano segnare una perdita di territorio per il papa e lo Stato Pontificio. Poi vi erano anche
motivazioni di carattere internazionale, soprattutto per quanto riguardava l’atteggiamento della Prussia –
Berlino aveva manifestato l’intenzione di intervenire, minacciando di entrare in guerra a fianco dell’Austria.
Il comportamento prussiano chiaramente non era determinato dalla volontà di supportare Vienna, ma dalla
paura di un eccessivo rafforzamento della Francia, che poteva rappresentare una minaccia per il mondo
tedesco. Berlino voleva infatti proporsi come difensore del mondo germanico minacciato dai francesi, come
tutore della sicurezza tedesca minacciata dai progetti egemonici di una potenza straniera le cui mosse in
Italia erano solo il preludio ad altre azioni espansionistiche. La ragione che spiega più di tutto l’interruzione
della guerra da parte di Napoleone III, comunque, rimane la piega che stava prendendo la guerra e la
politica sabauda nei confronti della questione italiana – una piega ben diversa da quella concepita da
Napoleone a Plombières (specialmente viste le richieste che erano giunte dai governi provvisori di Emilia e
Toscana)  la soluzione unitaria più ampia si faceva strada in modo crescente.

Quando Cavour seppe il contenuto dell’Armistizio, si dimise immediatamente e si precipitò dal re, dove
minacciò di darsi alla cospirazione per impedire l’applicazione del documento. Una volta riacquistata la
lucidità, capì che l’armistizio poteva rappresentare un elemento di favore ai suoi progetti, più che un
ostacolo: con esso Napoleone III violava l’accordo di Plombières, svincolando così anche Cavour stesso dagli
obblighi in esso contenuti (quelli relativi alla divisione in 4 dell’Italia e la debole confederazione). Il primo
ministro si poteva quindi dedicare al progetto di una più completa unificazione del paese, procedendo
all’annessione di altri territori al Regno di Sardegna, ignorando le condizioni poste dall’imperatore francese.
La perdita dell’appoggio francese veniva compensato, poi, dal cambiamento britannico, con la GB che dal
luglio 1859 tornava ad essere guidata dai liberali: il nuovo primo ministro, Palmerstone, decise di dare il
proprio appoggio alla causa italiana – sostituendosi così a Napoleone III. Dopo essere stata contrarissima
alla guerra del 1859 e alla soluzione data dalla Francia alla questione italiana, Londra cambiava idea e
supportava l’idea di un’unificazione completa, di tutta la penisola. I britannici si rendevano conto che la
formazione di un grande stato italiano poteva essere di contrasto e bilanciamento alle aspirazioni francesi,
soprattutto sul mare nostrum, non più soggetto debole e influenzabile, ma autonomo e solido, che poteva
essere alleato della GB. L’alleanza tra Italia e Gran Bretagna, infatti, sarebbe poi stato un fattore stabile del
Mar Mediterraneo fino allo scoppio della Guerra di Etiopia nel 1935. Quella britannica, tuttavia, non era
una virata democratica e progressista, volta a sostenere le aspirazioni nazionali e liberali dei patrioti italiani,
ma una strategia mirata puramente al contenimento della Francia.

Comunque sia, Cavour si avvantaggiò immediatamente di questa evoluzione del quadro politico-
diplomatico: ritirò le dimissioni e riprese la guida del governo nel gennaio 1860, per poi invitare i due
governi provvisori dell’Italia centrale a non piegarsi alle imposizioni di Villafranca e Zurigo. Convocò poi due
plebisciti per l’unione dell’Emilia e della Toscana al Regno di Sardegna, il cui esito fu largamente favorevole
alle sue aspettative. Nel marzo del 1860 le due regioni vennero effettivamente annesse, così che nacque il
Regno dell’Italia Centrale e Settentrionale. Il ruolo della Gran Bretagna fu quindi assolutamente
determinante e fondamentale, come lo sarebbe stato di lì a poco il suo contributo politico-diplomatico, ma
anche militare in parte, nell’occupazione della parte meridionale della penisola nel 1861 (durante il quale
seguirono la risalita di Garibaldi dalla Sicilia verso il nord, quando la presenza della loro flotta sulla costa del
Regno delle due Sicilie impedì che altre potenze europee interferissero nel processo).

Per quanto riguarda Napoleone, egli non era riuscito a sfruttare a proprio vantaggio i movimenti e la
politica italiana poiché li aveva sottovalutati, rimanendo così vittima di un’operazione che aveva promosso
lui stesso. Di conseguenza, infatti, la Francia si trovò sulla frontiera sud-orientale un grande regno unificato
risentito nei confronti del suo leader, e legato da una forte alleanza al suo nemico britannico, per quanto
riguardava gli affari mediterranei. Già da tempo, a questo proposito, Londra aveva manifestato l’idea di
utilizzare la penisola come strumento di rafforzamento britannico nel Mediterraneo e di contenimento
della Francia – questa politica si era tradotta in un’opera di costante pressione sul regno di Napoli, che fin
dall’indomani del Congresso di Vienna Londra aveva esercitato sulla dinasta borbonica (Ferdinando II),
volendo fare del regno un protettorato come quello del Portogallo. La GB aveva pressato molto in questo
senso, pilotando anche la rivolta siciliana del 1849 per creare disordini nel regno di Napoli ed inserirsi in
questo quadro, ma Ferdinando II si era sempre opposto con abilità a queste pretese britanniche, legandosi
anche ai principali avversari della GB nel Mar Mediterraneo, in primis la Russia (alleanza manifestatasi
innanzi tutto nella Guerra di Crimea, dove Napoli non aveva partecipato attivamente ma solo supportando
la Russia e ostacolando gli approvvigionamenti anglo-francesi attraverso il Mar Mediterraneo). A seguito
della morte di Ferdinando II nel maggio 1859, e con l’ascesa del più debole Francesco II, la situazione si
sbloccò e si presentò per i britannici la concreta possibilità di scavalcare i Borbone e agire sul territorio
italiano.

9/12/2020

Volgiamoci adesso verso la politica di Napoleone III verso la riunificazione tedesca, infatti dopo gli insuccessi
della sua strategia in Italia, a partire dal 1860 volse la sua attenzione al processo di unificazione teutonica,
adottando peraltro dei principi strategici analoghi. Il suo interesse cominciò a manifestarsi in particolar a
partire dalla rivoluzione del 1848, la quale aveva avuto sia un carattere di rivendicazione liberal-
costituzionale (da cui, tra l’altro, l’introduzione e approvazione, in Prussia, di una carta costituzionale nel
1849), ma anche un forte connotato nazionalista, finalizzato ad un’eventuale unificazione tedesca. Nel
corso degli anni ’40, e manifestatasi in modo evidente all’interno del parlamento di Francoforte, questa
tematica dell’unificazione si era articolata attorno a due ipotesi diverse: 1) dar vita al progetto della Grande
Germania, centralizzato sull’Austria e comprendente tutte le popolazioni allogene dell’impero asburgico. Si
trattava quindi di una prospettiva che garantiva agli Asburgo un ruolo dominante all’interno dello stato
tedesco 2) una Piccola Germania che avrebbe escluso l’Austria e attribuito alla Prussia il ruolo dominante di
guida del mondo tedesco. Quest’ultimo progetto era chiaramente inaccettabile per gli Asburgo, poiché gli
avrebbe costretti a rinunciare ad alcuni suoi territori e avrebbe rappresentato un grave ridimensionamento
della loro potenza ed autorità (unica condizione con la quale avrebbero potuto partecipare al progetto). Per
un po’ di tempo quindi il progetto di unificazione ruotò intorno a queste due ipotesi… Ma il dilemma venne
presto accantonato, principalmente perché l’Austria dovette rinunciare all’idea di impegnarsi come paese
guida del processo, principalmente per la scarsa adesione che il modello stava godendo nel mondo tedesco,
il quale si dimostrò sempre più propenso a favorire la Piccola Germania. Inoltre, Vienna considerava la
Grande Germania di difficile realizzazione, poiché avrebbe creato grandi problemi con la componente non-
tedesca dell’impero, che non desiderava entrare a far parte di una Germania unita dove avrebbe finito per
subire delle situazioni di disagio e discriminazione da parte dei tedeschi. L’Austria rinunciò quindi ben
presto al compito che avrebbe potuto assumere, ma si dimostrò fermamente determinata ad impedire il
compiersi anche dell’ipotesi alternativa! In termini generali, va detto che dal momento in cui Vienna
rinunciò alla Grande Germania decise di dedicare il massimo impegno per ostacolare qualsiasi altra fattura
dell’unificazione, a maggior ragione se a guida prussiana. In sostanza, l’Austria voleva assicurarsi il
mantenimento dello status quo, così da poter ancora esercitare il suo controllo e influenza su parte del
mondo tedesco. Naturalmente, la sua principale preoccupazione era il contenimento della Prussia, che
rischiava di approfittarsi del diffuso sostegno tedesco in favore della Piccola Germania per prendere
effettivamente le redini dell’unificazione. L’ostinazione austriaca è dimostrata da ciò che avvenne alla fine
del 1850: animati da istanze piccolo-tedesche, dei principi prussiani avanzarono la proposta di un’unione
(Unione di Erfurt) la cui corona intendevano affidare al re di Prussia Federico Guglielmo IV. L’Austria
intervenne subito per impedire la realizzazione dell’Unione, ponendo un ultimatum con il quale imponeva
al re di Prussia di rinunciare all’offerta della corona. Federico non era intenzionato, comunque, ad
accogliere il compito e con gli Accordi di Olmuetz Berlino promise a Vienna di astenersi (nel prossimo
futuro) da ipotesi di quel tipo. Il re prussiano, alieno ad una politica di forza e contrapposizione all’Austria,
non nascondeva la sua convinzione che spettasse all’Austria il diritto storico di guidare il mondo tedesco –
durante il regno di questo personaggio, quindi, la Prussia portò avanti una linea politica prudente e di
allineamento all’Austria. Con il passare del tempo, tale strategia dimostrava una certa capacità di
penetrazione nell’opinione pubblica tedesca e riceveva quindi sostegno.
La situazione cambiò radicalmente quando, nel 1858, salì sul trono prussiano Guglielmo I. Il nuovo sovrano
era fermamente convinto che la Prussia dovesse approfittare della condizione favorevole all’interno del
mondo tedesco per avviare e porsi alla guida del processo di unificazione, secondo il vecchio modello della
Piccola Germania (quindi con la completa esclusione dell’Austria). L’opinione pubblica si dimostrava
propensa a seguire Berlino su tale strada e vi era un diffuso favore a sostegno dell’ipotesi anche all’interno
degli ambienti economici, industriali, commerciali. Questi manifestavano un chiaro supporto per
l’unificazione politica dell’area tedesca, che sembrava loro conseguenza naturale dell’integrazione
economica che nel corso degli ultimi decenni si era venuta a consolidare grazie alla Zollverein (dal 1834) e il
ruolo catalizzatore della Prussia nel mondo tedesco. A metà degli anni ’50, infatti, tutti gli stati tedeschi (a
eccezione dell’Austria) facevano parte dell’unione doganale e questo portava gli ambienti
imprenditoriali/industriali a sostenere l’ipotesi di unificazione anche politica. In cosa consisteva, comunque,
il modello, la strategia, il progetto, attraverso il quale il nuovo sovrano intendeva perseguire il proprio
obiettivo? Il nuovo corso della politica tedesca apparve presto chiaro: la Piccola Germania doveva avvenire
sotto la piena egemonia della Prussia e della dinastia Hohenzollern, anche a costo di imporlo con la forza
(“Unificazione con il ferro e con il sangue”). Si doveva avere un assorbimento di tutto il mondo tedesco
all’interno della Prussia. Si trattava quindi di riprendere le direttive perseguite nel Settecento da Federico II
il Grande, estendendo l’egemonia degli Hohenzollern su tutto il mondo tedesco escludendo, al contempo,
l’Austria.

Un aspetto fondamentale del programma d’azione della Prussia era la guerra all’Austria, realizzabile solo
per mezzo di un conflitto che allontanasse l’Austria dal resto del mondo tedesco, così che non potesse
ostacolare il piano di unificazione. Guglielmo I intendeva quindi muovere questa guerra, e per farlo era
necessario che la Prussia si munisse della necessaria forza bellica. A questo scopo, l’azione di politica
interna del sovrano si mosse lungo due direttrici: 1) rafforzare il potere della monarchia, ripristinando le
prerogative autocratiche che le erano state sottratte dalla Costituzione del 1849, e quindi riassestare il
ruolo condizionante del parlamento; 2) rafforzare le forze armate. Queste due linee confluirono, nel 1861,
nel progetto di riforma dell’esercito concepito da Guglielmo I che il sovrano pretendeva essere accettato
dal parlamento senza alcuna discussione, riconoscendo quindi il dovere di piegarsi al fatto che la
dimensione militare costituisse un’esclusiva del sovrano, le cui decisioni in questo campo non dovevano
essere soggette ad alcuna approvazione da parte del parlamento. Questo approccio, un consistente
aumento degli organici dei quadri permanenti dell’esercito, sarebbe dovuto sopravvivere nel futuro stato
tedesco unificato. Il parlamento, tuttavia, a maggioranza liberale, non si dimostrò predisposto ad obbedire
a Guglielmo I e ad accettare un progetto di riforma “pre-confezionato”. I crediti militari necessari per il
progetto del sovrano non sarebbero stati accettati, a meno che il parlamento non fosse messo nella
posizione di poterlo discutere. Questa opposizione non riguardava tuttavia i contenuti della riforma di per
sé, ma era piuttosto uno scontro di natura istituzionale, relativo all’equilibrio tra l’autorità monarchica e
quella parlamentare. Il ruolo centrale della monarchia che Guglielmo I voleva riaffermare non poteva
essere accettato dal costituzionalismo liberale consolidatosi dal 1849, che voleva porre anche l’esercito
sotto la legge comune, e non certo renderlo uno strumento nelle mani di un monarca assoluto . Guglielmo
sperò quindi di poter fare affidamento su un nuovo governo, istituitosi nel 1862, la cui guida (appoggiata
dal mondo militare e diplomatico) fu affidata al principe Otto von Bismarck. Egli era infatti ritenuto una
personalità in possesso della forza e determinazione necessari per piegare la resistenza parlamentare.

Chi era quest’uomo? Esponente di un’importante e antica famiglia aristocratica, nel corso degli anni ’50
aveva svolto notevoli incarichi di carattere soprattutto diplomatico. Esperienze di grande rilievo che gli
sarebbero state utili anche nel corso della sua attività di primo ministro. Tra il 1851 e il 1859 fu il
rappresentante prussiano presso la dieta della Confederazione tedesca a Francoforte, dove ne aveva
appreso il significato: capiva quale fosse il grande limite e condizionamento che questa organizzazione
esercitava sulle ambizioni della politica prussiana. Tutto ciò rappresentava una sorta di camicia di forza,
molto penalizzante per i progetti di Berlino. Nel 1859 lasciò la dieta per una seconda esperienza altrettanto
importante: spedito come ambasciatore a San Pietroburgo, ne approfittò per penetrare ulteriormente nei
circoli più influenti d’Europa. Si rese conto di come, attraverso i contatti che stabiliva con il mondo politico e
l’aristocrazia russa, esistessero degli importanti margini per costruire un utile rapporto di intesa tra Prussia
e Russia – utile soprattutto in funzione anti-austriaca, tenendo conto dei motivi di rancore che entrambi
nutrivano verso gli Asburgo. Nel 1862 venne poi spedito in Francia, dove vide come l’imperatore fosse
sensibile ai suoi stessi interessi, notando ancora una volta come gli obiettivi prussiani e quelli francesi
combaciassero: l’allontanamento dell’Austria dal mondo tedesco. Nel decennio che precede la sua ascesa
alla guida della Prussia, quindi, Bismarck vive una serie di esperienze politiche che gli consentono di definire
molto precisamente come portare avanti la realizzazione del progetto unitario. Secondo Bismarck, come si
era venuto a convincere durante gli anni ’50, l’unificazione tedesca poteva avvenire solo secondo il
progetto Piccola Germania e sotto la guida prussiana. Si era anche convinto del fatto che, a questo scopo,
non ci fossero alternative se non una guerra contro l’Austria, così da liberarsi dal costante elemento di
limitazione e condizionamento contro i propositi prussiani, come anche l’annientamento della
Confederazione tedesca. All’indomani dell’assunzione del ruolo di primo ministro, affermò che l’Austria
aveva realizzato una Germania troppo piccola perché lei e la Prussia vi convivessero nel quadro della
Confederazione tedesca. È evidente quindi che Bismarck, nel perseguire il suo programma, fosse
perfettamente allineato con le posizioni del suo sovrano, soprattutto per quanto riguardava il parlamento
(dopo tutto venne nominato alla guida del governo proprio per risolvere l’impasse relativa alla riforma
militare).

Il nuovo primo ministro dimostrò una grande capacità di iniziativa, affrontando lo scontro con il parlamento
e risolvendolo con un atto di forza, facendo leva sul pieno sostegno di cui godeva da parte di tutta la
burocrazia politico-amministrativa, l’esercito e il sovrano, così da isolare il parlamento, sospendere la
costituzione e applicare le leggi di spesa militare approvate dalla Camera di nomina regia, quella alta.
Governò con decreti, ordinando alla burocrazia di provvedere alla raccolta delle tasse così da dotare il
governo dei mezzi finanziari per attuare la riforma militare, rendendo possibile la realizzazione (sotto la
direzione del ministro della guerra Von Ruhn) del piano di affermazione egemonica prussiana nel mondo
tedesco. Sottraendo potere al parlamento, restituì alla monarchia la guida completa del paese e il pieno
controllo dell’apparato militare. Allo stesso tempo, Bismarck promosse l’avvicinamento di Berlino a San
Pietroburgo, fedele a quanto appreso durante la sua esperienza di ambasciatore in Russia. L’occasione a tal
proposito gli si presentò nel gennaio 1863, quando in Polonia scoppiò una grande insurrezione nazionale
che venne repressa nel sangue dal governo zarista: in un clima internazionale di generale deprecazione di
tale repressione, Bismarck assunse un atteggiamento favorevole e di comprensione verso l’iniziativa
repressiva dello zar, al punto di firmare con il governo russo la Convenzione di Albensleben, un’intesa in
base alla quale la Prussia prometteva alla Russia il suo aiuto militare in caso di difficoltà nel ripristinare
l’ordine in Polonia. Il primo ministro russo definì l’accordo un punto di partenza per l’intesa politica tra i
due paesi. Per Bismarck, ovviamente, questa mossa aveva lo scopo di assicurarsi l’appoggio russo nel
momento in cui la Prussia avesse mosso guerra contro l’Austria. Ma il saldo attivo di questa iniziativa
prussiana non va solo identificato nell’avvicinamento con la Russia, ma anche nel fatto che la rivolta polacca
produsse un rimescolamento complessivo nelle relazioni europee che si rivelò molto favorevole a Berlino:
innanzi tutto la rottura dell’intesa tra Francia e Russia, che Napoleone III si era tanto curato di istituire dopo
la Guerra di Crimea. Ma richiamandosi al suo ruolo di difensore e protettore dei diritti delle nazionalità
oppresse, l’imperatore francese non poté assecondare lo zar e anzi fu uno dei principali sostenitori della
rivolta polacca, chiedendo per il popolo polacco anche un’ulteriore autonomia. Ancora una volta, ribadì il
suo desiderio di rivedere il sistema geopolitico uscito dal Congresso di Vienna nel 1815 e di far rispettare i
principi di nazionalità – tutto ciò causò ovviamente il massimo risentimento zarista.

L’atteggiamento francese accentuò anche la diffidenza britannica verso la sua politica estera, inducendo la
GB a guardare in modo favorevole alle ambizioni prussiane, ritenendoli fattori di stabilità e contenimento
contro quelli destabilizzanti portati avanti da Napoleone III. L’Austria, nel frattempo, non seppe cogliere
l’opportunità della rivolta polacca per ravvicinarsi alla Russia, ma continuò ad opporsi a San Pietroburgo per
avanzare i suoi propositi di espansione balcanica. Questo non fece che rafforzare il suo isolamento, facendo
quindi il gioco di Bismarck. Quest’ultimo si mise quindi a cercare l’occasione cruciale e simbolica per avviare
il suo progetto di unificazione: le iniziative di Berlino non dovevano apparire come operazioni
espansionistiche, ma piuttosto come manifestazioni della volontà tedesca di unificarsi e di quella prussiana
di avere un ruolo di guida, ma tutto nell’interesse del popolo tedesco. L’opportunità perfetta si presentò in
relazione alla vicenda dei due ducati danesi di Schleswig e Holstein, consegnati dal 1815 al re di Danimarca
ma sotto uno statuto di autonomia che concedeva loro molte prerogative in ambito amministrativo e
politico, così che rimanevano quasi del tutto slegate da Copenaghen. Nel 1863 Cristiano IX, re di
Danimarca, deliberava l’annessione di questi due ducati al regno di Danimarca e la soppressione degli
statuti di autonomia e delle prerogative. La perfetta scusa per attivarsi venne così offerta a Bismarck.
L’iniziativa danese ebbe un clamoroso effetto sull’opinione pubblica tedesca, indignò la popolazione,
sollevò proteste e offrì al primo ministro prussiano l’occasione perfetta per offrirsi come punto di
riferimento, come forza protettrice dei diritti delle nazionalità tedesche oppresse dallo straniero, qualunque
esso fosse. In questo modo si celava l’interesse espansionistico tedesco sotto il tema della difesa della
Germania e dei tedeschi, temi che saranno ripresi anche contro Napoleone III. Si trattava di un tema
potenzialmente molto simbolico, che scaldava il cuore dei tedeschi e dell’opinione pubblica ed era utile al
futuro Cancelliere di ferro al fine di dare stimolo al suo progetto, di proiettare la forza e la stabilità della
Prussia sul mondo germanico e di creare un possibile terreno di scontro con l’Austria.
Il governo di Berlino si mise in azione. Nel luglio 1863 lanciò un ultimatum ai danesi, con il quale non
esigeva il ripristino delle prerogative di autonomia dello Schleswig-Holstein, ma bensì l’indipendenza dei
due ducati nella prospettiva di annetterli alla Prussia stessa. Inizialmente, il governo asburgico non cade
nella trappola perché a Vienna non sfugge il significato di quell’ultimatum. Per non lasciare la ribalta alla
Prussia, infatti, lasciando il ruolo di difensore esclusivo dei diritti tedeschi minacciati dallo straniero,
l’Austria entra nella contesa e decide di affiancare Berlino, proponendo la conclusione di una intesa, di un
accordo, che viene sottoscritto il 23 gennaio del 1864, un trattato di alleanza che ha come unico fine quello
di condurre ad un accordo con la Danimarca dopo la guerra, la quale si esaurisce in poche settimane grazie
alla forza austro-prussiana con un trattato che il 30 ottobre 1864 riconosce l’ indipendenza dello Schleswig-
Holstein. Ma quale destino era previsto per i due ducati?
A questo proposito vi era divergenza di vedute tra Prussia e Austria. L’intenzione di Bismarck, i suoi
propositi originali, prevedevano di dare subito corso all’annessione dei due ducati al regno di Guglielmo I,
un’iniziativa simbolicamente importante per l’avvio dell’unificazione più ampia. Ipotesi che l’Austria
considerava, naturalmente, inaccettabile. Vienna si oppone, appellandosi alle regole della Confederazione
Tedesca, e dichiarando che l’annessione dello Schleswig-Holstein avrebbe squilibrato i rapporti di forza
nella Confederazione a favore di Berlino, e che quindi essa avrebbe violato le regole che sovraintendevano
la coesistenza sotto il grande tetto comune della Bund. Il suo stesso statuto era finalizzato al mantenimento
di uno status quo di equilibrio tra le due forze, per cui Vienna si appella a tali regole perché i due ducati
siano indipendenti e protetti dalla Confederazione. Solo in cambio di compensi l’Austria si sarebbe detta
favorevole, e avanza quindi un’offerta a Berlino, ovvero avere dalla Prussia la garanzia dei residui
possedimenti austriaci in Italia e la possibilità di recuperare la Lombardia. Bismarck non può accettare
perché in quel momento non si può impegnare in una guerra contro la Francia e il neo-costituito Regno
d’Italia. Dopo il problema danese, dunque, lo scontro tra Berlino e Vienna è durissimo. Bismarck vorrebbe
approfittare di tale occasione per andare a fondo nell’azione con l’Austria, scatenare la guerra contro
Vienna, poiché ritiene che le condizioni siano tutte a suo favore. L’esercito prussiano è superiore, l’Austria è
in condizione di isolamento. Perché non avvantaggiarsene per chiudere il capitolo con gli Asburgo e
liberarsi di tale peso? In realtà, tale propensione deve essere abbandonata e Bismarck deve rinunciare*.
Firma un compromesso, la Convenzione di Gastein, 20 agosto 1865, convenzione con la quale le due
potenze congelano il futuro dei due ducati di Schleswig-Holstein. La convenzione prevede che le due
regioni, infatti, siano occupate militarmente senza che questo risulti formalmente in annessione politico-
territoriale da parte delle due potenze. L’Holstein viene occupato dall’Austria e lo Schleswig dalla Prussia.
C’è una divisione salomonica, con l’affidamento dei territori ad una occupazione militare a testa, in attesa
del compiersi del loro destino. *Ma perché Bismarck accetta, frena, torna indietro sulla sua decisione? Ciò è
dovuto all’atteggiamento allarmato di Guglielmo I. Egli teme il pericolo di una escalation militare del
conflitto con il coinvolgimento di altre potenze europee. Guglielmo I evoca dinanzi a Bismarck la
drammatica esperienza vissuta da Federico II il Grande nella Guerra dei Sette Anni, quando si ebbe un
rovesciamento delle alleanze che portò, dinanzi le ambizioni egemoniche del prussiano, la Francia alleata
con Austria e Russia pur di fermarlo, la così detta alleanza Kaunitz. Una sorta di applicazione del principio
del “Chi troppo vuole, nulla stringe”. Viene chiesto a Bismarck una conferma diplomatica.
Bismarck però sa che le sue iniziative, fin dagli esordi, avevano precostituito delle condizioni
diplomatiche/internazionali che avrebbero assicurato la tranquillità della Prussia nel raggiungere i suoi
scopi, ma accetta comunque l’ordine regio. Nessun problema sarebbe provenuto dalla Russia di Alessandro
II che è favorevole al ripiego dell’Austria, a favore dei suoi interessi balcanici.  Anche l’Inghilterra vede
favorevolmente un rafforzamento prussiano in chiave antifrancese. Londra inizia a considerare l’Austria una
potenza disturbante, non è più tutela della garanzia europea, ivi Londra punta tutto su Berlino e identifica
in Berlino un elemento di garanzia e di stabilità della politica europea. Il problema è quindi Napoleone III,
per Londra. Bismarck conosce Napoleone III, lo ha frequentato brevemente come ambasciatore, conosce i
suoi obiettivi strategici e gli ha presentato il problema tedesco, sa di poter puntare su quello e di sperare.
Napoleone III infatti non delude gli auspici dei prussiani.
In linea con la strategia di destabilizzazione europea ai fini francesi, si pone benevolo rispetto agli obiettivi
tedeschi e quindi è favorevole alla guerra contro l’Austria. Egli vorrebbe avvantaggiarsi della guerra tra
Prussia e Austria, farsi mediatore, trovare, nelle discordie germaniche, un punto di forza da volgere a
favore dell’interesse francese. Egli non è intenzionato a supportare realmente la causa di Berlino, vuole solo
approfittarsene e rafforzarsi, per tradurre la sfida tra tedeschi in dominazione francese.

15/12/2020

30 ottobre 1964: si conclude la guerra dei Ducati (Seconda Guerra dello Schleswig), la coalizione austro-
prussiana ha facilmente la meglio sul debole esercito danese – ma la guerra lascia una scia di tensioni.
Abbiamo visto perché Bismarck ha deciso di avventurarsi nel conflitto: vorrebbe cominciare a proporre il
Regno di Prussia come punto di riferimento del mondo tedesco, potenza tutrice dei diritti dei cittadini
tedeschi per ora dominate da altre forze straniere. Proprio per questo anche Vienna era intervenuta nel
conflitto, così da non lasciare il teatro della ribalta esclusivamente alla Prussia. Naturalmente, l’esito è a
favore dei due e si ha così l’emancipazione dei ducati di Schleswig e Holstein. Quali sono quindi queste
tensioni residue? Rimangono tensioni tra Vienna e Berlino in relazione al destino delle due regioni liberate.
Bismarck vorrebbe procedere immediatamente all’annessione, nella prospettiva di avviare il processo
unitario intorno a Berlino e quest’ipotesi è inaccettabile per gli austriaci. Vienna si oppone giustificandosi
con il pericolo rappresentato dall’alterazioni degli equilibri interni alla Confederazione tedesca, le cui regole
sarebbero violate dall’annessione dei due ducati. La Confederazione, dopotutto, era nata per iniziativa
austriaca proprio per evitare la prominenza di Berlino nel mondo tedesco.

Vienna si dice disposta a piegarsi all’eventualità solo se la Prussia fosse disposta ad offrire dei compensi: o
la garanzia dei residui possedimenti italiani, o una guerra di riconquista sulla Lombardia. Queste due ipotesi
si infrangono contro l’assoluta indisponibilità di Bismarck, che non vuole una guerra contro la Francia e
l’Italia. La tensione tra Austria e Prussia quindi rimane, raggiungendo anche il suo apice. Bismarck sembra
infatti pronto a procedere con il suo piano – le condizioni appaiono particolarmente favorevoli, vista la
forza goduta dall’esercito prussiano, l’Austria risulta essere isolata. Ma Bismarck è costretto a frenare:
conclude con l’Austria una convenzione che ha lo scopo di congelare la situazione geopolitica, rinviando la
decisione sui due ducati (Convenzione di Gastein, 20 agosto 1865). Perché Bismarck è costretto a questo
accordo? Ciò è dovuto all’apprensione del sovrano Guglielmo I, circa quelle che potrebbero essere le
reazioni delle altre potenze europee. Teme in particolare la coalizione di Kaunitz (Austria, Francia, Russia),
dunque sollecita Bismarck a controllare l’orientamento delle cancellerie delle grandi potenze europee circa
il potenziale conflitto con l’Austria e l’annessione dei due ducati.
Il risultato di questa operazione diplomatica è, in primis, il benevolo atteggiamento della Russia – che
favoriva un indebolimento dell’Austria; in secondo luogo anche la GB valuta positivamente un
rafforzamento prussiano (per il suo potenziale di contenimento verso Napoleone III) – mentre aveva
considerato fino ad allora l‘Austria come fondamentale elemento di equilibrio europeo, adesso cominciava
ad aggiudicare questo ruolo alla Prussia. L’interrogativo riguardava quindi l’eventuale reazione della
Francia, quali erano le intenzioni del suo imperatore? Bismarck, che aveva avuto occasione di conoscerlo,
aveva già potuto presentargli i caratteri della sua politica e delle ambizioni prussiane, potendo capire anche
l’orientamento francese nei confronti dei movimenti nazionali e dei processi di unificazione – che lo
facevano ben sperare. In conclusione, poteva fare affidamento anche sull’appoggio della Francia. Per
quanto riguarda quest’ultima, tuttavia, si tratta ovviamente di un appoggio derivato da calcoli e interessi
personali: l’imperatore avrebbe visto di buon occhio uno scontro tra Vienna e Berlino, ma non avrebbe ben
visto un mondo tedesco effettivamente unificato. Non voleva grandi Stati sulla frontiera francese che ne
impedissero l’espansione. Ciò in cui sperava era un complessivo indebolimento del mondo tedesco, che
consentisse alla Francia di acquisirne vantaggi – magari attraverso un’opera di mediazione tra le due rivali.

Napoleone III si aspetta anche dei compensi da questo suo atteggiamento di disponibilità – compensi che
ha modo di illustrare in modo preciso al primo ministro prussiano in occasione di un incontro che richiama
quello di Plombières: segretissimo, si svolse tra il 4 e l’11 ottobre 1865 a Biarritz, e l’imperatore vi ebbe la
possibilità di spiegare Bismarck in modo chiaro le sue mire territoriali, da perseguire anche nel mondo
tedesco. In questo programma francese di compensi, infatti, era presentato lo sfondamento di quel muro
della frontiera francese che era stato stabilito nel 1815, così come il recupero di almeno una parte di quei
territori ritenuti necessari per la sicurezza e la potenza francese: un allargamento in direzione della Svizzera
(che era stata potenziata al Congresso di Vienna con l’annessione di due nuovi cantoni – al fine di rafforzare
la cintura di sicurezza intorno alla Francia); le Fiandre, in particolare la Vallonia (nel quadro di uno
smembramento del Belgio con la Germania, a cui sarebbero andate il resto delle Fiandre); il Lussemburgo;
l’area renana, sempre in funzione di un’espansione verso oriente, in particolare il Palatinato. Qual è la
reazione bismarckiana di fronte a queste richieste? L’abile primo ministro non giunge a nessun accordo
concreto durante l’incontro, a pur rimanendo vago si dimostrò disponibile, non escludendo nulla delle
ambizioni francesi, ma senza prendere impegni – delle richieste francesi si sarebbe potuto parlare alla fine
della guerra, quando si sarebbe riorganizzato complessivamente il mondo tedesco.

Bismarck si assicura così la disponibilità francese, ma a Biarritz si affronta anche la questione di una
possibile partecipazione italiana alla guerra contro Vienna. Sarebbe stato infatti molto utile imporre
all’Austria una guerra su due fronti, sia a nord che a sud. Ma la partecipazione dell’Italia doveva essere
adeguatamente compensata, e un utile scambio sarebbe stato rappresentato dalla promessa, all’Italia,
della cessione del Veneto. Bismarck promosse quindi un’iniziativa diplomatica a questo scopo, chiedendo
all’Italia la sua partecipazione in cambio del Veneto e ricevendo piena adesione da Torino. Il governo
italiano aveva tentato di convincere Vienna a vendere il Veneto, ma l’operazione non aveva avuto successo,
quindi accettò volentieri la proposta prussiana. Prima di assumere l’impegno definitivo, tuttavia, l’Italia si
interroga sull’eventuale giudizio francese: quale sarebbe stata l’interpretazione di Napoleone III a questa
alleanza italo-prussiana? Bismarck la sottopose all’imperatore a Biarritz, e lui si disse assolutamente a
favore, garantendo anche la benevola neutralità del suo paese durante il conflitto. Ciò avrebbe gli
permesso, pensava Napoleone, di riacquistare la benevolenza e la simpatia del popolo italiano, perdute
durante le guerre d’indipendenza di quest’ultimo. Si concluse quindi l’alleanza tra Torino e Berlino,
sottoscritta a Berlino l’8 aprile 1866.

Tutte le preoccupazioni di Guglielmo I sembravano quindi essere state rimosse, dal momento che Berlino
aveva ottenuto la neutralità britannica, francese e russa, oltre che l’appoggio militare italiano. Il paese era
pronto ad impegnarsi nello sforzo bellico (e già da tempo) e la guerra si sarebbe potuta evitare solo in un
caso: se Vienna si fosse spontaneamente piegata alla richiesta prussiana di sciogliere la Confederazione e di
accettare la preminenza di Berlino sul mondo tedesco. Prima di dichiarare guerra, Bismarck tentò un’ultima
verifica per evitare il conflitto: propose a Vienna quanto detto, come anche la sostituzione della
Confederazione con un’unione pantedesca 2, con tanto di parlamento eletto a suffragio universale. La
proposta fu naturalmente inaccettabile agli occhi di Vienna, poiché significava rinunciare a qualsiasi
influenza sul mondo tedesco ed accettare l’egemonia prussiana.
Ma quali sono gli schieramenti, nel mondo tedesco, tra l’uno e l’altro dei due antagonisti? A fianco della
Prussia si collocava la maggior parte degli staterelli piccoli e medi della Germania del nord, mentre la quasi
totalità degli stati meridionali più grandi (Baviera, Baden Württemberg, Sassonia, Hannover) si schiera con
l’Austria – in virtù della grande preoccupazione verso l’egemonia prussiana, considerata da questi grandi
stati come più rigida e invadente di quella austriaca. Ciò rappresenta però un elemento di vantaggio per
Bismarck: se questi territori si schierassero con il fronte avverso durante il conflitto, e venissero sconfitti,
questo autorizzerebbe la loro immediata annessione.

[Bismarck, che persegue lo stesso obiettivo perseguito a suo tempo da Cavour, ha un diverso rapporto con
il sistema parlamentare liberale: il primo ministro prussiano esautora, almeno per un po’ di tempo, il
parlamento dei suoi poteri. Cavour, al contrario, promuoveva e avanzava tutte le sue iniziative sulla base
del consenso parlamentare – certo dominava il parlamento, distribuendo compensi a destra e manca, ma lo
rispettava anche, muovendosi sempre e comunque nel quadro della completa adesione alle sue regole.]

Nel 1866 si apre quindi la guerra e il grande esercito prussiano, in poche settimane, penetra in Hannover,
Sassonia e poi Boemia, infliggendo un’umiliante sconfitta agli austriaci presso Sadowa. La vittoria prussiana
presso questa località è forse la battaglia più importante del 19° secolo, per le sue conseguenze. Nel
frattempo, la guerra sul fronte meridionale procede in tutt’altro modo: gli italiani hanno scarso successo
nella loro prima guerra internazionale come Regno d’Italia, e l’esercito mostra tutte le sue debolezze,
costituite dalla mancanza di fusione tra i vari reparti, i contrasti eterogenei dell’esercito, soprattutto ai
vertici; l’incapacità di promuovere una linea d’azione unitaria. I risultati di queste difficoltà si manifestano
chiaramente – ma i trionfi prussiani bilanciano le conseguenze delle sconfitte italiane: nell’estate 1866,
dopo Sadowa, Francesco Giuseppe è intenzionato a concludere un armistizio con la Prussia. Vorrebbe
continuare la guerra, magari al fianco della Francia, ma i tentativi in tal senso non hanno alcun esito
positivo. Napoleone III si offre anzi come mediatore per la conclusione dell’armistizio, quindi deludendo le
aspettative di FG. L’imperatore francese voleva sia ottenere i sopracitati vantaggi territoriali, sia limitare
l’eccessiva potenza che la Prussia avrebbe potuto ricavare dalla sua vittoria.

Intanto, presso le alte sfere dell’esercito e del governo prussiano si apre un contrasto sull’armistizio: da una
parte i due grandi generali Von Roon e Von Moltke vorrebbero continuare la guerra per approfittare della
loro posizione di vantaggio, così da arrivare fino a Vienna ed ottenere pesanti amputazioni e cessioni
territoriali da parte dell’Austria. Bismarck, d’altro canto, ha altre idee. È ben determinato nel sottolineare
che non vuole la distruzione dell’Austria, considera un errore assecondare i vertici militari (e il sovrano!) nel
voler annientare e umiliare l’Austria. Questo non soltanto perché tale atteggiamento alimenterebbe un
forte risentimento austriaco, ma anche per una sua visione lungimirante di quelle che lui riteneva destinate
ad essere le logiche della futura politica europea: l’Austria sarebbe stata utile, successivamente, visti gli
elementi di naturale affinità tra i due paesi germanofoni. In sostanza, Bismarck ritiene che Vienna debba
sopravvivere come elemento essenziale del quadro europeo per la politica prussiana, come suo partner
chiave in altri eventuali conflitti, con altri eventuali avversari (soprattutto Francia e Russia). Si apre quindi
un braccio di ferro fortissimo tra Bismarck e Guglielmo I: esso ci conclude con la vittoria del primo ministro,
dopo la sua minaccia di dimissioni. Si arriva quindi all’accordo con gli austriaci e la Pace di Praga stabilisce
che all’Austria venga sottratto il Veneto, che viene così dato all’Italia, come promesso – eccetto questo, non
ci furono altre amputazioni territoriali. Ciò che a Bismarck interessa è la rinuncia dell’Austria alla sua
preminenza sul mondo tedesco (incluso lo scioglimento della Confederazione), così che esso possa essere
2
Carattere pantedesco che quindi intendeva escludere l’Austria.
unificato sotto la corona degli Hohenzollern. L’art.1 della Pace di Praga, infatti, recita che Francesco
Giuseppe ne riconosceva la dissoluzione, e che egli dava l’assenso alla costituzione della Confederazione
della Germania del Nord, di cui avrebbero fatto parte tutti gli stati tedeschi a settentrione del fiume Meno.

La comprensione che Bismarck dimostra verso l’Austria non è però confermata verso quegli stati medio-
grandi della Germania che si erano schierati con l’Austria (Hannover, Sassonia, Francoforte ecc): essi
entrano direttamente a far parte della Prussia, non come stati autonomi parte della confederazione.
Questo naturalmente permette alla Prussia di accrescere enormemente il proprio territorio. Si realizza
quindi anche una profonda trasformazione del mondo tedesco sul piano geo-politico, determinando
l’assoluta egemonia prussiana. Si hanno tre aree: 1) lo strabordante conglomerato prussiano (dal confine
francese a quello russo, con la sua popolazione quasi raddoppiata); 2) la Confederazione della Germania del
Nord (formata dai 15 stati che si trovano a nord del Meno), che riconosce la leadership prussiana ma le cui
parti non sono annesse a Berlino – non è infatti primus inter pares nella confederazione ma gode di molte
prerogative, come il comando delle forze armate, mentre il cancelliere della Confederazione (il primo
ministro prussiano) svolgeva funzioni esecutive, essendo di fatto il governo dell’entità confederativa, e il
Bundesrat era dominato dalla componente prussiana 3; 3) l’Austria – la sua estromissione dal mondo
tedesco produce importanti conseguenze sia sul piano della politica interna che estera. L’impero è uscito
molto indebolito dalla pesante sconfitta, è ciò causa una forte scossa interna che colpisce soprattutto le
componenti etniche. In particolare ungheresi e magiari, che avevano già esternato nel 1848-49 le loro
aspirazioni indipendentiste, approfittarono della situazione: esplose un’agitazione popolare molto
pericolosa per la tenuta dell’impero stesso, mentre incombeva il rischio di una scissione (o piuttosto,
secessione) interna all’impero. La classe dirigente asburgica si venne a convincere che per rafforzare
l’impero era necessaria una profonda riforma, che permettesse di valorizzare la componente non tedesca e
che coinvolgesse le varie etnie, soprattutto magiari, nella gestione politica dell’impero. Nella prospettiva di
future guerre, una resistenza passiva degli ungheresi avrebbe rappresentato un grande rischio. Si ebbe
quindi una divisione tra Impero austriaco e Regno di Ungheria (l’Ausgleich): due entità statuali che
godevano di perfetta ed equa comparazione, pari dignità e riconoscimento, governo e parlamento separati
– uniti solo dalla comune dinastia, dagli affari esteri, dalla difesa e dalle finanze (quest’ultime gestite in
maniera centralizzata dal governo di Vienna).

La sconfitta contro la Prussia chiuse, per la politica estera di Vienna, le porte sul mondo tedesco – così come
da poco era successo su quelle italiane, mentre la riforma permetteva di valorizzare la componente
orientale/ungherese: tutto ciò andava ad influenzare l’atteggiamento internazionale di Vienna. La sua
attenzione si spostava, dal centro dell’Europa e dalla penisola italiana, verso il sud-est, verso i Balcani.
Questo comportava, naturalmente, un accentuarsi della rivalità con la Russia (!). Ciò non era nuovo per la
politica asburgica, che dopo la guerra dei 30 anni aveva dovuto rinunciare a rendere il Sacro Romano
Impero un‘area di egemonia austriaca e si era quindi concentrata verso est.

16/12/2020

La parziale riunificazione del mondo tedesco sembrava quindi orientare in maniera positiva i progetti
bismarckiani, ponendo le basi per la realizzazione del piano unitario finale. La Prussia era enormemente
accresciuta dal punto di vista territoriale, e il suo vasto spazio circondava dal punto di vista geopolitico la
maggior parte degli stati della Confederazione. All’appello mancavano solo i quattro stati meridionali che,
durante il conflitto austro-prussiano, si erano schierati con l’Austria (Baviera, Baden, Württemberg e

3
Il modello del Bundesrat e della Confederazione in generale verrà ripreso, al momento della totale unificazione, per
l’impero tedesco.
Palatinato). Questi facevano già parte dello Zollverein, ma continuavano a difendere il loro particolarismo,
resistendo ai programmi di assorbimento promossi dalla Prussia – dei quali temevano le prospettive
egemoniche. All’unione doganale sarebbe infatti dovuta seguire la formazione dello Zollparlament, una
sorta di parlamento dove si trovavano i rappresentanti dei paesi della Zollverein che avrebbe dovuto
esprimersi in favore dell’unificazione, ma in realtà gli stati meridionali continuarono ad esprimere la loro
riluttanza ad unirsi al nord anche in una tale istituzione. Quale strategia adottò quindi Bismarck? Optò per
una guerra nazionale contro minaccia esterna, ovvero una guerra derivata da un pericolo esogeno che
potesse sollecitare e cementare l’unificazione di tutti stati tedeschi, sotto la guida del suo paese – una
guerra quindi pantedesca.

Ma da dove proveniva tale minaccia straniera? Il candidato migliore era la Francia, che aveva assistito con
crescente allarme ai recenti successi della Prussia, i quali andavano ben oltre i limiti che l’imperatore
francese aveva sperato nel supportare il progetto di Bismarck. La politica prussiana stava diventando un
serio pericolo per i piani espansionistici di Napoleone III, che temeva la nascita di uno stato tedesco unitario
sul suo fronte orientale. Considerato l’incontro di Biarritz, e che l’imperatore aveva rispettato la promessa
di non intervenire nel conflitto appena conclusosi, l’imperatore sperò di poter ottenere le sue mance
territoriali (Lussemburgo, Vallonia…) trattando con il primo ministro prussiano. Tali trattative non portarono
naturalmente a nulla, visto che oltre a non aver alcun interesse in proposito, Bismarck sperava anzi nello
scoppio di una guerra contro i francesi. Per accrescere il livello di tensione con il nemico e diffondere
sentimenti antifrancesi nel mondo tedesco, Bismarck diede persino grande pubblicità al modo in cui
Napoleone III aveva cercato di negoziare la sua disponibilità a non ostacolare i tedeschi nella loro impresa
contro l’Austria, alimentando l’ostilità verso Parigi e sottolineando il fatto che la Francia rappresentasse
sostanzialmente una minaccia per la Prussia.

Napoleone III si rese conto di aver contribuito alla crescita della potenza prussiana, senza riceverne alcun
compenso in cambio, e anzi vedendosi formare una tale minaccia sul suo confine. Con l’emergere di queste
problematiche, l’imperatore dovette confrontarsi con le contraddizioni della sua politica: aveva commesso
in Germania gli stessi errori fatti in Italia, credendo di potersi servire dei movimenti nazionali per indebolire
certe forze e approfittarsi di altre. La situazione gli era ancora una volta sfuggita di mano. Non c’era più
l’equilibrio tra Austria e Prussia sul quale avrebbe potuto giocare per ottenere dei vantaggi, svolgendo un
ruolo di mediatore. Adesso la Prussia non necessitava più del suo sostegno ed intervento diplomatico, ed
era anzi intenzionata a completare il suo disegno unificante (dove la Francia rappresentava una pedina
preziosissima).

Nel frattempo, in seguito ad un’insurrezione promossa dallo Stato Maggiore spagnolo, Isabella di Borbone
venne allontanata da Madrid, poiché la sua politica autocratica e assolutista veniva contestata
dall’apparato militare. Il nuovo regime nato in Spagna in seguito all’approvazione di una costituzione
liberale era quindi una monarchia parlamentare, il cui trono venne offerto a un esponente della famiglia
Hohenzollern, Leopoldo, stretto parente di Guglielmo I. La scelta non aveva alcun intento provocatorio, anzi
gli ufficiali spagnoli lo avevano indicato per la sua personalità non troppo legata alla monarchia prussiana.
Egli era innanzi tutto cattolico (fondamentale condizione per ascendere al trono di Spagna), ed aveva dei
legami di parentela, seppur lontani, anche con Napoleone III. Tuttavia, nel clima di preoccupazione che
pervadeva la Francia, questa scelta spagnola sollevò molta indignazione. Per Bismarck invece ciò
rappresentava l’opportunità perfetta che avrebbe potuto indurre la Francia ad aggredire la Prussia: Parigi
gridò infatti al complotto, denunciando un accerchiamento della Francia come quello ai tempi di Carlo V,
che dominò contemporaneamente Austria e Spagna. La discussione alimentò quindi una vera e propria
febbre bellica, che Bismarck intendeva naturalmente cavalcare. Egli inviò quindi a Madrid due suoi emissari,
uno dei quali era il suo più stretto collaboratore, allo scopo di confermare e dare seguito alla candidatura
dell’Hohenzollern. Questa fu una tattica condotta all’oscuro di Guglielmo I, del quale il primo ministro
temeva le eccessive prudenze. I successivi problemi sarebbero infatti sorti dall’atteggiamento del re.
Guglielmo non era entusiasta della situazione venutasi a formare, non percependo i possibili vantaggi per la
Prussia. Egli temeva in primo luogo una guerra impegnativa, e poi lo infastidivano le macchinazioni di
Bismarck dalle quali veniva lasciato al margine. Inizialmente non pose alcun veto al riguardo, adottando un
comportamento passivo e lasciando mano libera al primo ministro, ma con il passare delle settimane e
l’accrescersi della tensione decise, il 12 luglio 1870 (allorché si trovava in vacanza a Badens), di ritirare il
proprio sostegno alla candidatura di Leopoldo, smorzando così i propositi ostili dei francesi. In questa
situazione si inserì Napoleone III, il quale si rese colpevole di un grave errore: ottenuto ciò che voleva,
ovvero la rinuncia prussiana alla candidatura di Leopoldo, non si accontentò. Volendo trasformare il
successo in trionfo, affidò al suo ambasciatore a Berlino il compito di recarsi a Badens e di pretendere da
Guglielmo I non solo un’ulteriore conferma della rinuncia, ma anche l’impegno a non presentare mai più la
candidatura in futuro e in perpetuo. Di fronte a questa protervia Guglielmo si dovette rifiutare per ragioni di
dignità dinastica e, dopo questo passo falso della Francia, Bismarck ricorse ancora una volta ai mezzi di
comunicazione per aizzare l’opinione pubblica contro l’imperatore francese – attraverso un resoconto
manierato e inattendibile della vicenda di Badens, così da renderla più umiliante per il governo di francese
(ma senza alterarne la sostanza), così da far credere che il re avesse duramente maltrattato l’ambasciatore
francese. I francesi caddero nella trappola e il 19 luglio 1870 dichiararono guerra a Berlino.

A fianco di Berlino scese naturalmente tutta la Confederazione del Nord, ai quali si unirono però (come
sperato da Bismarck) anche i quattro stati meridionali – i quai percepivano la dichiarazione di guerra
francese come un grave pericolo per tutto il mondo tedesco. Visti l’abilità di Bismarck e gli errori francesi, la
guerra si svolse in un ambiente di totale isolamento internazionale – tutti gli stati europei se ne tennero
ben alla larga – e questo avvantaggiò chiaramente la forza militare più forte, la Prussia. La Russia aveva
sottoscritto con la Prussia addirittura un trattato, già nel marzo 1868, dove si impegnava in caso di guerra
franco-prussiana a stanziare dei reparti dell’esercito lungo il confine con l’Austria, così da intervenire nel
caso Vienna avesse deciso di partecipare al conflitto contro Berlino. Bismarck era stato anche abile ad
alimentare il timore britannico verso Napoleone, inviando alla GB tutte le note nelle quali l’imperatore
aveva precedentemente preteso dalla Prussia la soddisfazione di quei compensi territoriali che sappiamo
(così da convincere anche gli inglesi della necessità di questa guerra contro Parigi). La Francia era quindi
drammaticamente isolata, l’imperatore cercò di sottrarsi a questa situazione penalizzante rivolgendosi
all’Austria: giocò la carta dell’alleanza con Vienna, sperando di far leva sui propositi di rivincita austriaca
contro i prussiani – finendo così per rinnegare, praticamente, i pilastri della sua vecchia politica.

Gli austriaci negarono però il loro aiuto, non nutrendo effettivi propositi di rivincita nonostante la loro
sconfitta. La classe dirigente e l’opinione pubblica austriaca sapevano che il rapporto con la futura
Germania era da mantenere e coltivare, come sapeva anche Bismarck, in prospettiva delle grandi minacce
che aspettavano il mondo tedesco (Russia e Francia). In secondo luogo c’era il problema dell’Italia, il solito
timore che, anche dopo aver conquistato il Veneto, il Belpaese potesse avere ambizioni revanchiste per
quei territori che erano ancora sotto il dominio austriaco. Illudendosi che la chiave del problema fosse
quindi la partecipazione dell’Italia al conflitto, Napoleone promosse allora un’iniziativa diplomatica per
proporre al governo di Firenze la sua partecipazione. La condizione posta dagli italiani fu il sostegno da
parte francese all’annessione di Roma – richiesta a cui Napoleone non poteva però acconsentire
rimanendo, alla fine dei conti, priva di qualsiasi alleato. L’esito della lotta non poteva quindi essere un
mistero: i francesi si batterono valorosamente ma il divario tra i due eserciti era incolmabile. Il momento
decisivo del conflitto fu il 2 settembre 1870, con il disastro di Sedan, dove un’intera armata francese cadde
prigioniera dei prussiani. Lo stesso imperatore fu catturato dai nemici, e ciò causò la praticamente
immediata caduta del Secondo Impero. Venne poco dopo proclamata la III Repubblica francese, e venne
costituito un governo provvisorio affidato all’oriundo italiano Léon Gambetta.

Gambetta cercò di lanciare i francesi in un’estrema guerra di difesa, nella speranza di rinnovare i miracoli
che avevano salvato la Francia nel 1792 e ’93. Egli mise Parigi in particolare stato difesa, così che potesse
resistere all’assedio. Quale fu l’atteggiamento prussiano dopo Sedan? I militari avrebbero voluto proseguire
la guerra con una lunga azione di logoramento per aumentare il vantaggio conseguito con l’ultimo
successo, così da ridurre la Francia in una condizione di totale impotenza per molti anni. Ma Bismarck era di
un altro parere: l’annientamento della Francia non era il suo obiettivo, egli temeva ancora i pericoli del
risentimento dei paesi sconfitti (elemento che anche con l’Austria aveva avuto un ruolo nel determinare il
suo atteggiamento prudente e dialogico). Non voleva alimentare propositi di rivincita francese che, in
realtà, sarebbero rimasti una costante comunque, da questo momento in poi, che avrebbe caratterizzato lo
spirito dell’opinione pubblica e della politica estera francese fino alla Prima guerra mondiale. Parigi giunse
comunque alla resa, e a questo punto l’ultimo atto che restava a Bismarck era la realizzazione
dell’unificazione tedesca. Il programma da lui concepito, ben prima della sconfitta definitiva della Francia,
prevedeva l’adesione di tutti gli stati tedeschi al Norddeutscher Bund, e poi la trasformazione di
quest’ultimo in un’entità politica unitaria.

Durante il conflitto anche gli stati del sud avevano preso coscienza di quella solidarietà tedesca che andava
oltre i particolarismi locali, ma il primo ministro esigette che i sovrani stessi in persona commettessero un
formale atto di adesione alla Germania del Nord, che avrebbe dovuto rappresentare anche una sorta di
gesto di sottomissione alla Prussia. Questa esigenza venne soddisfatta dal Palatinato e dal Baden, ma
difficoltà sorsero con la Baviera e il Württemberg. Questi avrebbero voluto un’adesione meno restrittiva e
vincolante, ma ciò era una richiesta inaccettabile per il primo ministro prussiano. Egli impose al principe
Luigi II di Baviera la scelta: entrare nella Confederazione (il che sarebbe stato accompagnato da larghe
elargizioni finanziare) o restare del tutto fuori dal progetto. Costretta a piegarsi, la Baviera accettò e così
come lei anche il Württemberg – peraltro con un accordo che sanciva, per i due Stati, il riconoscimento di
alcune particolari prerogative: la possibilità di disporre di un proprio esercito e di mantenere il diffuso
cattolicesimo, così come anche di una rappresentanza diplomatica presso lo Stato Pontificio e il diritto, per i
bavaresi, di poter partecipare con i propri rappresentanti ai negoziati diplomatici che potessero prevedere
conseguenze dirette sul destino della regione (impegni che verranno rispettati solo parzialmente).

A questo punto, Bismarck aveva ottenuto il suo scopo: creò un’unità entità statuale alla quale dette la
forma di un impero, così da riagganciarsi alla tradizione imperiale pre-asburgica del Medio Evo e
riconoscere agli Hohenzollern il ruolo di egemoni, secondo quella prospettiva strategica che era stata
perseguita dal governo fin dagli anni ’60. Da lì, il 18 gennaio del 1871 presso la Sala degli Specchi a
Versailles si svolse un’impressionante cerimonia dove i principi tedeschi nominarono Guglielmo II
imperatore. La data non era scelta a caso, ma si riagganciava a quella della fondazione del Regno di Prussia,
rappresentando quindi un simbolo di continuità tra lo Stato prussiano e il nuovo impero. Anche la scelta del
luogo non era casuale, visto che voleva sottolineare la vittoria contro i francesi come origine della
cementificazione dell’impero tedesco.

21/01/2021

Abbiamo visto il Trattato di Francoforte e la nascita dell’impero tedesco. La guerra vittoriosa e il trattato
che la conclude hanno portato la Germania in una posizione di vera egemonia nell’Europa continentale, una
posizione che durerà fino alla fine della Prima guerra mondiale. L’onda d’urto provocata dall’unità dei
territori tedeschi ebbe l’effetto, com’era prevedibile, di cambiare profondamente i rapporti di forza
all’interno del continente. Il Reich ne era ora al centro dal punto di vista geopolitico ma, in realtà, questa
egemonia presentava evidenti segni di precarietà: l’impero viveva una situazione delicata dopo il 1870, che
derivava in primo luogo dal bisogno di completare il processo unificativo. Esso era avvenuto sul piano
politico, ma era ancora necessario rafforzare la coesione dell’impero, era necessario far cessare le
resistenze ancora in forza in alcune sue componenti, bisognava attuare l’uniformazione dell’apparato
amministrativo. L’impegno da portare avanti per il consolidamento dello stato tedesco era consistente.

D’altro canto, c’era il problema di dover preservare questa posizione di vantaggio e predominanza europea
acquisita dopo l’unificazione. Questo era il principale obiettivo che Bismarck voleva perseguire – ben
consapevole di quanti nemici aveva il suo Stato, e di come fosse precaria tutta la situazione internazionale.
Si era insediato al centro dell’Europa, danneggiando irreparabilmente gli interessi delle altre potenze, il
potere tedesco. Vi era quindi il pericolo che i suoi nemici volessero mettere in discussione i risultati del
processo di unificazione.

Un altro problema riguardava i rapporti interni e la politica interna della Germania. Così come Bismarck era
consapevole che la vittoria contro la Francia aveva cementato l’unità tedesca, così capiva come fosse
rischiosa una guerra (e una potenziale sconfitta) contro un altro nemico europeo, dal punto di vista della
coesione interna. Cosa avrebbe potuto produrre all’interno del paese?

Queste le minacce che incombevano sul neonato impero tedesco.

Per il cancelliere era necessario aprire un lungo periodo di pace, stabilità ed equilibrio non solo in
Germania, ma in tutta Europa. Questa era la condizione necessaria a garantire il consolidamento interno del
suo paese. Dal 1871, dunque, fino alla sua uscita di scena nel 1890, Bismarck divenne l’uomo della pace e
dell’equilibrio europeo. Da quel momento in poi si mosse in modo simile a quello operato da Metternich
dopo la fine delle guerre napoleoniche: assunse le vesti del pacificatore/conservatore nella politica
continentale.

Come andava saldata la Germania? In primo luogo, attraverso una politica tedesca lontana dagli
avventurismi, cauta, orientata al dialogo e alla cooperazione con le altre potenze. Bismarck fu subito
chiarissimo nel manifestare gli orientamenti della nuova politica imperiale: la Germania si considerava una
potenza satura, che non cercava nuovi allargamenti territoriali né aveva ambizioni di potenza. La nuova
politica sarebbe stata di raccoglimento, finalizzata a un’efficace cooperazione con gli altri paesi europei. Per
far accettare l’egemonia della Germania agli altri era infatti necessario adottare dei compromessi –
Bismarck era convinto che l’egemonia si potesse tutelare in modi che non implicavano l’utilizzo della forza,
ma proponendo soluzioni di compromesso, appunto. In secondo luogo, occorreva condurre un’azione
politico-diplomatica per conservare l’equilibrio e la stabilità, e quindi disinnescare tutte quelle dinamiche
che potevano costituire una minaccia o causa di alterazione di questo equilibrio. Qualunque modifica allo
status quo avrebbe rischiato di mettere in discussione la posizione del neo-impero. In funzione di ciò,
l‘azione diplomatica della Germania si diresse lungo tre direttrici, paradigmi di questa politica estera:

1) Il problema della Francia. Era necessario mantenerla in una posizione di assoluto isolamento.
Bismarck temeva l’inevitabile risentimento dei francesi dopo la sconfitta di Sedan e il Trattato di
Francoforte (preoccupazione alla quale aveva pensato anche prima della fine del conflitto).
L’opinione pubblica francese soffriva di un diffuso senso di umiliazione e di volontà revanchista
(Gambetta: “sul problema dell’Alsazia e della Lorena i francesi devono pensarci sempre,
attendendo il momento della riconquista”). Per la Germania però la Francia non rappresentava un
pericolo militare in sé, data la sua superiorità in questo ambito, ma lo avrebbe rappresentato nel
momento in cui si fosse alleata con un’altra potenza (specialmente la Russia), dando vita ad una
coalizione anti-tedesca. Questo era assolutamente da evitare, e Bismarck delineò i suoi paradigmi
in proposito: impedire che i francesi possano trovare un alleato, mantenerli isolati, al fine di evitare
una guerra su due fronti. Va notato che questa della Francia sarebbe stata una sorta di ossessione
per il cancelliere, che lo spinse a prendere scelte quasi paradossali, come ad esempio il sostenere i
repubblicani francesi, pensando che se il paese fosse diventato una repubblica sarebbe stata più
che mai isolata dalle altre forze monarchiche.
2) Evitare lo scoppio di alcun conflitto in Europa, soprattutto per quanto riguardava la questione
balcanica, origine di tensioni tra Russia e Austria. A tal fine, Bismarck tentò di saldare gli altri due
paesi, attraverso la propria mediazione, in un sistema di alleanze che permettesse di mantenere
San Pietroburgo e Vienna in pace l’una con l’altra.
3) Tenere la Gran Bretagna al di fuori degli affari europei, assecondandone la sua politica di
“Splendido isolamento”  un programma di azione internazionale che consisteva soprattutto nella
determinazione britannica ad astenersi dalle questioni europee per concentrarsi sui suoi obiettivi
imperialisti e coloniali. Era quindi necessario far sentire la monarchia d’oltremanica assolutamente
indisturbata e libera di perseguire i propri obiettivi extra-europei – allo stesso tempo facendo sì che
vedesse la Germania come un punto di riferimento in Europa, garanzia della sua pace.

Seguendo queste linee, la politica di Bismarck si sviluppa nel ventennio 1873-1890 in quelle che possiamo
definire tre fasi: la prima 1873-1878, la seconda 1879-1886, la terza 1887-1890. Quello del cancelliere fu un
lavoro di Sisifo, continuamente contraddetto da Austria e Russia, dove egli si trovò spesso a fare passi
avanti e poi a cancellare tutti i suoi progressi. Bismarck utilizzò la diplomazia per ricomporre costantemente
il quadro delle sue alleanze, ma le ragioni del contrasto tra Vienna e San Pietroburgo erano troppo urgenti,
radicate. Andiamo a vedere la prima fase, 1873-1878.

Bismarck avvia la sua strategia, specialmente a partire dalla primavera 1873, nel momento in cui promuove
la conclusione della prima Lega dei tre imperatori, costituita da tre accordi stipulati con Austria e Russia.
Tre convenzioni, la prima firmata nel maggio 1873, la seconda a giugno e la terza in ottobre. Esse
comportavano la reciproca consultazione, l’impegno per il mantenimento della pace e, quindi, il divieto di
farsi la guerra (specialmente per gli interessi balcanici). Bismarck, in questo periodo, nutriva un’illusione.
Pensava di essersi cautelato dal rischio di un conflitto austro-russo, e di poter tenere sotto controllo la
politica degli altri due. Ma le tre convenzioni non prevedevano alcuna clausola vincolante, si basavano solo
sulla convinzione bismarckiana che la solidarietà monarchica tra i tre paesi sarebbe stata sufficiente a
rendere gli accordi efficaci. Le idee che avevano sostenuto anche l’epoca della Restaurazione e Metternich
tornavano ad animare Bismarck. Ma il sentimento di solidarietà monarchica non era certo sufficiente a
contrastare le ambizioni di potenza di Austria e Russia. La natura della Lega era quindi effimera, e crollò
quasi subito di fronte all’ennesimo esplodere della “Questione d’Oriente” nel 1875: ciò offrì alla Russia
l’occasione da sfruttare per riprendere la sua politica mirata allo sgretolamento dell’Impero Ottomano, che
aveva avuto una dura battuta d’arresto sin dal 1856.

Lo zar, infatti, era fortemente determinato a riprendere il cammino interrotto a Parigi nel 1856. Nei quasi
20 anni che erano seguiti, i russi si erano concentrati sull’Asia, sia in estremo oriente che in quella centrale
(Afghanistan, Persia…), entrando in rotta di collisione con gli interessi britannici ( The Great Game).
Adesso, invece, la situazione era cambiata a seguito dell’unione tedesca: si ebbe il velocissimo sviluppo di
correnti politico-culturali che esaltavano la necessità di difendere il popolo slavo dall’oppressione e dagli
abusi degli ottomani. Queste correnti di pensiero (panslaviste) sostenevano la convinzione che la Russia
dovesse assumere il ruolo di guida in questa liberazione del mondo slavo e queste idee erano anche
conseguenza dei timori che animavano il mondo slavo – specialmente russo – a seguito della nascita del
grande impero tedesco: si temeva che la spinta espansionistica di questa nuova grande Germania potesse
rivolgersi verso l’Europa orientale. Il progetto panslavista necessitava quindi, per forza, dell’intervento e
dell’appoggio militare russo, il che si sposava perfettamente con le vecchie ambizioni di penetrazione
all’interno del Mediterraneo della Russia.

A questo proposito, il padre del panslavismo moderno è Nikolaj Danilevskij, che pubblicò La Russia e
l’Europa nel 1871 – testo che proponeva anche l’edificazione di una grande confederazione slava, estesa dal
Mediterraneo al Mar Nero e comprendente tutti gli stati di quest’area di radice slava.
L’occasione che fece emergere nuovamente la questione nel 1875-76, dicevamo, fu l’inizio delle violente
rivolte che scoppiarono in quegli anni nel territorio ottomano, in particolare in Bosnia-Erzegovina (a
popolazione maggiormente serba). Il sovrano della Serbia, fin dagli anni ’60 dell’Ottocento, aveva
cominciato a coltivare l’ambizione di riunire sotto la leadership di Belgrado tutti gli slavi meridionali,
richiamandosi ai progetti pan-serbi della vecchia classe dirigente serba che, negli anni ’40 del secolo,
auspicava per il paese un futuro di dominio ed egemonia su tutti i Balcani. Nel luglio 1875 scoppia quindi
questa rivolta pilotata, dall’esterno, dai Serbi e ad essa segue quella in Bulgaria nell’aprile 1876. In seguito a
quest’ultima, la Russia decise di rilanciare la sua politica di influenza e penetrazione nell’aria balcanica,
facendo leva sui sentimenti di affinità religiosa e culturale che la legavano alla popolazione bulgara. Alla
rivolta in Bulgaria seguì una violenta e sanguinosa repressione da parte degli ottomani, che lasciò sul campo
oltre 15 mila morti – il 2 luglio del ’76, di fronte a questa forte repressione che colpì anche la Bosnia
Erzegovina, la Serbia e il Montenegro decisero di dichiarare guerra all’Impero Ottomano. La situazione,
estremamente preoccupante, costrinse le grandi potenze europee ad intervenire – visto che gli eccidi in
Bulgaria avevano anche pesantemente impressionato l’opinione pubblica. La Gran Bretagna convocò una
conferenza a Costantinopoli i cui lavori si conclusero con la decisione di imporre ai turchi non solo
l’interruzione delle loro azioni repressive nei Balcani, ma soprattutto una serie di riforme che alleggerissero
il peso dell’amministrazione ottomana sui territori europei.

Le potenze europee non raggiunsero però un’unità di intenti sulle modalità con le quali imporre queste
riforme al sultanato, limitandosi quindi a sottoporre una formale richiesta, non accompagnata da effettive
pressioni di natura politica o militare. Questo permise al sultano di utilizzare i tradizionali strumenti
ottomani di procrastinazione di qualsiasi problema, così da prendere tempo: venne anche emanata una
sorta di costituzione che, tuttavia, rimase lettera morta e non venne mai applicata.

In questo quadro, la Russia riteneva di poter creare uno spazio utile ai suoi interessi ed a un suo intervento,
sfruttando la situazione e l’evidente indisponibilità del sultano a dar seguito alle indicazioni provenute dalla
Conferenza di Costantinopoli del dicembre 1876. Lo zar si propose di imporre ai turchi, con la forza, una
serie di riforme interne per la protezione della popolazione cristiano-ortodossa dell’area balcanica. La reale
fattibilità di questa iniziativa dipendeva, naturalmente, dall’atteggiamento della Gran Bretagna e
dell’impero austro-ungarico. La prima era guidata da Gladstone, che si mostrò disponibile nei confronti del
piano russo – l’opinione pubblica inglese infatti, come accennato, era rimasta profondamente
impressionata dai metodi di repressione ottomani, diventando molto ostile nei confronti del Sultano (e il
governo condivideva lo stesso sentimento lo stesso Gladstone avrebbe pubblicato il suo pamphlet
Bulgarian Horrors lo stesso anno, dove definì l’impero ottomano una società barbara che necessitava di
riforme, anche a costo di imporle dall’esterno). L’unica condizione posta dalla GB era che l’intervento russo
fosse circoscritto, ovvero che si limitasse ai territori balcanici e che lasciasse intatta la questione degli
Stretti.

Forte dell’appoggio inglese, la Russia si confrontò anche con l’Austria-Ungheria – San Pietroburgo non
voleva certo compromettere i suoi rapporti con Vienna e minacciare la sua posizione. Le trattative avviate
tra i due paesi fecero naturalmente leva sull’assenso ricevuto dalla GB, e si conclusero con una segretissima
convenzione firmata a Budapest nel gennaio 1877: essa prevedeva che, in caso di guerra russo-ottomana, e
in caso di successo dello zar, l’Austria-Ungheria sarebbe rimasta neutrale, e in cambio a ciò avrebbe
ricevuto la Bosnia Erzegovina. La Russia, dal canto suo, avrebbe potuto recuperare la Bessarabia che aveva
ceduto con il Trattato di Parigi del 1856. Inoltre, i russi aggiunsero il loro impegno a non infiltrarsi nei
Balcani promettendo di non formare nessun grande stato slavo in caso di dissoluzione dell’Impero
Ottomano o di rinuncia da parte di quest’ultimo ai territori europei.
Il panslavismo rappresentava infatti motivo di grande preoccupazione per gli austriaci, che temevano
l’influenza disgregatrice che esso poteva esercitare sulle popolazioni slave all’interno del loro territorio. Nel
perseguire l’obiettivo di formazione di un grande stato slavo-balcanico, i panslavisti si rivolgevano infatti
anche agli slavi risiedenti nell’impero asburgico. Questi stessi movimenti avevano fatto della Bosnia
Erzegovina un punto di riferimento, per questo Vienna ci teneva così tanto ad impossessarsene.

La Russia aveva quindi stabilito le condizioni diplomatiche per procedere con la dichiarazione di guerra
contro gli ottomani, i suoi propositi erano inizialmente ispirati ad una certa prudenza – il suo ministro degli
esteri, Gorchakov, propendeva ad una politica gradualista, fermo restando la volontà di portare avanti la
guerra. Ma voleva affrontare la Questione d’Oriente senza il pericolo di conflitto con altre potenze europee,
mirando ad ottenere la revisione/cancellazione delle condizioni imposte al suo paese dopo la guerra di
Crimea. Tutta l’azione diplomatica portata avanti da Gorchakov era guidata da queste aspirazioni, ma vi era
un problema: di fronte all’occasione presentatasi, lo stesso ministro degli esteri, con tutto il governo, venne
investito da un’inarrestabile pressione proveniente dalle frange più estreme del panslavismo russo (di cui si
era fatto portavoce Ignatiev, ambasciatore a Costantinopoli). Per questi panslavisti l’occasione era troppo
succulenta per non essere sfruttata e il governo, piegandosi a queste pressioni, andò ben oltre le
concessioni date da GB e impero asburgico.

La Russia dichiarò guerra all’Impero Ottomano nel 1877, le sue truppe superarono il Danubio e, dopo un
lungo assedio a novembre-dicembre, riuscirono a proseguire la loro strada verso Costantinopoli. I russi ne
approfittarono per imporre ai turchi la famosa Pace di Santo Stefano nel marzo 1878. Con essa sembrano
realizzare i propri obiettivi e sogni più ambiziosi, ed essa è considerata l’unica concreta occasione in cui il
progetto panslavista avrebbe potuto trovare una piena realizzazione. Cosa prevedeva il trattato?

- Creazione di un grande stato unitario nei Balcani, la Grande Bulgaria (tutta la Macedonia, una parte
significativa della Valacchia, alcuni distretti dell’Albania sud-orientale… la concretizzazione del
programma di Danilevskij), principato destinato a diventare protettorato della Russia.
- San Pietroburgo recupera il controllo della Bessarabia, alla quale si aggiunsero tre importanti
distretti caucasici (Kars, Batum, Bayazid).
- Ingrandimento di Serbia e Montenegro, i cui territori vennero enormemente accresciuti
(quadruplicato quello del Montenegro, che guadagna uno sbocco sul mare). A che pro? Così poteva
bloccarsi qualsiasi tentativo di espansione austriaco nei Balcani.
- Concessione di uno statuto di autonomia alla Bosnia Erzegovina, proprio ciò che gli Asburgo
volevano evitare.
- Indipendenza alla Romania.
 Completo abbandono degli accordi tra Austria e Russia (Convenzione di Budapest)! Quindi
morte della prima Lega dei tre imperatori.

L’Europa assistette a questa iniziativa unilaterale dei russi con grande preoccupazione, le cancellerie
europee essendo state praticamente messe di fronte al fatto compiuto, senza essere consultate. Nessuna
potenza, soprattutto Austria e GB, si mostrò disposta ad accettare gli esiti del trattato e, se la Russia avesse
insistito ad appoggiare questa nuova conformazione territoriale balcanica, Vienna e Londra non l’avrebbero
riconosciuta. La seconda era particolarmente preoccupata per il destino del Mare Egeo, la prima era invece
infuriata per l’indifferenza russa verso il loro accordo di Budapest e per il fatto che le era stata preclusa
qualsiasi espansione nell’area balcanica, come anche per il successo goduto dal panslavismo che
minacciava anche la sua integrità interna.

Allo stesso tempo, tutto ciò permetteva alla Francia di uscire dalla sua situazione di isolamento per porsi
come mediatrice tra la Russia e i suoi oppositori – per la preoccupazione di Bismarck. Gambetta convocò
infatti un congresso il cui obiettivo era proprio di raggiungere un modus vivendi che inducesse la Russia a
ritornare sui suoi passi e a restituire all’area balcanica l’equilibrio alterato da Santo Stefano. La Russia
accettò di buon grado l’offerta francese, al fine di scongiurare una minaccia austro-britannica e per
difendere l’esercito zarista stremato da mesi di guerra.
27/01/2021

Abbiamo visto che il trattato che la Russia impone all’Impero Ottomano rappresenta la realizzazione del
grande sogno panslavista, che si era venuto a formare e a diffondere nella coscienza russa soprattutto a
partire dagli anni ’60-’70, nella forma di un quasi totale controllo russo sull’area balcanica, grazie alla
creazione di una Grande Bulgaria che si stendesse dalla bassa Macedonia (e anche una parte dell’Albania)
fino alla Valacchia. Questa grande Bulgaria avrebbe appunto subito l’egemonia della Russia, nonostante
sulla carta fosse un principato autonomo. Di fatto, però, costituiva uno strumento di politica russa nell’area
balcanica.

Il progetto panslavista si confermava anche nelle decisioni che la Pace di Santo Stefano prevedeva a favore
della Serbia e del Montenegro, i quali vedevano estendere enormemente il proprio territorio (la Serbia a
sud, con quasi tutto il Kosovo, mentre il Montenegro quadruplicava il proprio territorio acquisendo il
controllo su un’ampia fascia del litorale adriatico e nella parte meridionale della Bosnia-Erzegovina).
L’incremento territoriale di questi due stati fortemente legati alla Russia (con la quale avevano imbastito la
resistenza contro gli ottomani) aveva proprio lo scopo di fermare qualsiasi tentativo di espansione austriaca
verso l’area balcanica. Tra l’altro, la Serbia e il Montenegro si dividevano il Sandzak di Novi Pazar, preludio
ad un’unificazione tra i due stati stessi.

Per quanto riguarda il resto del trattato, esso prevedeva l’indipendenza della Romania e il riconoscimento
di uno statuto di autonomia della Bosnia-Erzegovina – l’esito che l’Austria avrebbe proprio voluto evitare
con la Convenzione di Budapest firmata assieme alla Russia.

Tutte queste decisioni, come abbiamo visto, compromisero i rapporti tra l’impero russo e il resto delle
potenze europee, allarmate da questa minaccia di egemonia russa sui Balcani. Il Trattato di Santo Stefano,
tra l’altro, non prevedeva alcun compenso per l’Austria, anche dopo che la Russia aveva infranto la
Convenzione di Budapest con lei pattuita. L’esito della guerra russo-turca escludeva completamente
l’Austria dal vicino territorio balcanico, il che rappresentava una fortissima limitazione alle prospettive di
politica di potenza di Vienna all’indomani degli eventi del 1871 che avevano portato all’unificazione
tedesca. Cosa aveva comportato quest’ultima per la politica estera asburgica, andandosi ad aggiungere alla
situazione italiana? Le due unificazioni nazionali avevano spinto l’Austria a volgersi proprio verso l’Europa
sud-orientale, dove ora si vedeva chiudere le porte in faccia. La nascita della Grande Bulgaria e l’autonomia
della Bosnia Erzegovina rappresentavano una minaccia per l’Austria anche per l’effetto di attrazione che il
panslavismo poteva esercitare sulle popolazione slave all’interno dell’impero austro-ungarico, un
potenziale elemento disgregante per la solidità dell’impero. L’Austria era quindi pronta a mobilitare il
proprio esercito qualora la Russia avesse voluto confermare l’assetto geo-politico di Santo Stefano.

Come detto, anche la Gran Bretagna (per i noti timori di un’espansione russa verso il Mediterraneo) era
estremamente preoccupata per l’avvenuto attentato all’integrità dell’Impero ottomano. Ciò era più che mai
vero dopo il ritorno al gabinetto dei conservatori guidati da Disraeli, i quali avevano sempre avuto la difesa
dell’impero turco all’interno della propria agenda estera. Anche l’esercito britannico era pronto
all’intervento militare, soprattutto la marina nello stesso Mar Mediterraneo.

La destabilizzazione dell’equilibrio europeo preoccupava poi enormemente Bismarck: se la crisi e la


tensione fossero degenerate in un conflitto, tutto il suo programma volto al consolidamento di un edificio
politico incardinato sull’equilibrio e sulla stabilità dell’Europa rischiava di fallire ancor prima di realizzarsi.
L’eventualità di una guerra europea che vedesse la Russia opposta agli austriaci e ai britannici costituiva,
nella prospettiva del cancelliere, una minaccia per la stessa sicurezza tedesca: essa offriva alla Francia
l’occasione di inserirsi nel conflitto a fianco della Russia, evadendo dalla sua condizione di isolamento (nella
quale Berlino la costringeva). Come si muove quindi Bismarck? Tutto il suo impegno si esprime in sede
diplomatica , così da poter trovare una soluzione politica, e non bellica, alla crisi in atto. Era la Russia a
doversi piegare ad una soluzione accordata con le altre forze, ovviamente rinunciando a qualcosa di Santo
Stefano. Lo zar era disposto a farlo, in luce di due ragioni: 1) temeva un attacco congiunto da parte di
almeno due forze europee, visto che l’esercito era provato dalla guerra con la Sublime Porta e 2)
l’imperatore e il suo governo speravano di poter far leva proprio sul sostegno di Bismarck, ritenendo che la
Germania avesse dei conti in sospeso con la Russia, un debito di riconoscenza, per l’atteggiamento di
benevola disponibilità durante la guerra franco-prussiana del 1870. I russi si attendevano quindi dal
cancelliere una soluzione concordata sulla questione balcanica, ma che non sacrificasse tutti i risultati
ottenuti con Santo Stefano.

La speranza di un appoggio tedesco era malriposta e infondata: la logica che ispirava Bismarck nel
promuovere questa iniziativa di carattere politico-diplomatico era quella della pacificazione, al fine di
raggiungere una soluzione concordata che soddisfacesse tutte le parti in gioco. Ciò rappresentava
l’impossibilità per l’impero tedesco di esprimersi del tutto a favore della Russia. Bismarck non si muoveva
per soddisfare ambizioni e interessi di potenza nazionali tedeschi, la Questione d’Oriente lo interessava ben
poco, e i Balcani altrettanto – non nascondeva sentimenti di assoluto disinteresse , ciò che gli premeva era
ricreare una situazione di equilibrio che scongiurasse lo scoppio di un conflitto potenziale ostacolo per il
consolidamento dello stato tedesco.

Venne quindi organizzata la Conferenza di Berlino – scelta non casuale ma di carattere simbolico, per
riconoscere a Bismarck il credito della sua politica di moderazione con la quale egli aveva assunto il ruolo di
garante della pace europea. La Germania era divenuta il centro del sistema diplomatico europeo. I risultati
della conferenza furono il frutto combinato di, da un lato, le pressioni della potenza navale britannica in
supporto degli ottomani nel Mediterraneo e, dall’altro, dell’operazione diplomatica bismarckiana (tutela
interessi nazionali vs. tutela equilibrio europeo generale). Il trattato che concluse la conferenza, del luglio
1878, annullò quasi completamente i risultati della Pace di Santo Stefano:

- Veniva smembrata quasi completamente la Grande Bulgaria, che si ridusse ad un principato più
circoscritto.
- Nonostante ciò, la logica che ispirò la ri-organizzazione territoriale balcanica non era di tipo
punitivo verso la Russia, ma era spinta dalla ricerca di un equilibrio e di un compromesso nell’area.
- La Russia ottenne il controllo sulla Bessarabia (del quale si era già impossessata, strappandola alla
Valacchia, durante il conflitto con la Turchia), un’influenza predominante sul nuovo Principato di
Bulgaria (attraverso il conferimento della guida del principato ad Alessandro di Battenberg) e la
cessione di alcuni importanti distretti caucasici, Kars e Batum.
- L’impero austro-ungarico ottenne influenza e controllo sulla Bosnia-Erzegovina, che poteva essere
occupata militarmente e amministrata politicamente dagli Asburgo, senza che questi
l’annettessero.

Il trattato e la conferenza in generale rappresentarono un grande successo per la Gran Bretagna, che aveva
raggiunto l’intesa con Bismarck e il suo obiettivo di salvaguardare la sopravvivenza dell’impero ottomano
nella sua parte europea, pur dovendo subire alcune amputazioni territoriali: l’importante è che gli Stretti
siano ancora chiusi, e che la GB abbia rafforzato il suo ruolo di tutrice dell’indipendenza della Sublime Porta
– ruolo che assicura ai britannici alcuni importantissimi vantaggi, tipo la firma con Costantinopoli di un
trattato che concede a Londra l’occupazione di Cipro (a questo punto maggior avamposto navale inglese
nel Mediterraneo). Il trattato riconosce alla GB anche un’importante prerogativa nel rapporto coi turchi,
ovvero il diritto di penetrare negli Stretti ed entrare nel Mar Nero nel momento in cui si fosse palesata una
minaccia da parte russa nei confronti dell’Impero Ottomano. Proprio quest’aspetto e l’annuncio di questa
acquisizione ottenuta da Londra determinano un’alzata di scudi e forti proteste da parte dei francesi: essi
lamentavano che per conseguenza dell’accresciuto ruolo mediterraneo inglese, più che in precedenza, si
era avuta una drastica rottura dell’equilibrio nel Mare Nostrum. Essi pretesero, insomma, da parte di
Berlino e Londra un qualche compenso che fosse in grado di ristabilire l’equilibrio locale. Inglesi e tedeschi,
per tutti quegli interessi visti prima, erano propensi a ripagare la Francia. A Parigi viene quindi offerta la
Tunisia, anch’essa parte dell’impero ottomano, dalla particolare importanza geopolitica per la Francia
essendo vicino la colonia algerina. Tale compenso era inoltre utilissimo alle due altre potenze, non solo
come ricompensa. Entrambi sapevano che ciò avrebbe creato un forte contrasto tra Francia e Italia. Non a
caso, in Tunisia vi era una forte colonia italiana che avrebbe potuto rappresentare un legittimo pretesto,
diremmo anche diritto di preferenza in base al quale l’Italia si sarebbe potuta impadronire dell’area. Le
tensioni tra Roma e Parigi volevano dire consolidare, per Bismarck, l’isolamento francese e impedire
qualsiasi ipotesi di avvicinamento tra i due cugini d’oltralpe. Per i britannici voleva dire evitare che le due
sponde del canale di Sicilia cadessero nelle mani di una sola potenza che avrebbe potuto turbarne il
transito. Ciò avvenne, a livello di tensioni. Tale atto di possessione francese induceva il governo italiano a
prendersela con Parigi e avvicinarsi a Vienna e Berlino.

Comunque fosse, Bismarck aveva rimesso pace nell’area, evitato la predominanza russa, scongiurato la fine
della Sublime Porta, ripristinato gli equilibri. Bismarck sarà capace di ripristinare un equilibrio però
perennemente minacciato dalla precarietà. Certo, è risultato della sua abilità, ma non poggia su basi solide.
Non offre una soluzione organica. È una soluzione perennemente contingente, che non riesce a risolvere i
problemi di fondo dell’Europa, cosa comunque al di fuori della portata di Bismarck. Tuttavia, alla fine di
Berlino, firmato il trattato, lui che ne è stato il grande protagonista, avo di pace e preventore di conflitti, ha
creato una condizione balcanica apparentemente solida. Ciò nonostante, egli è consapevole che quella crisi
ha distrutto l’alleanza dei tre imperatori tra Austria, Russia e Berlino.

Ciò lo spinge a riflettere. I rapporti austro-russi e il problema di un conflitto potenziale sono un pericolo che
restano nell’aria. Questo incide sulle mosse successive di Bismarck. Che fare? Come definire le relazioni tra
Russia e Austria-Ungheria in modo tale da riuscire, secondo quello che è uno dei paradigmi della sua
politica estera, a ricondurli nella stessa muta perché siano sotto controllo? Questo ovviamente si lega al
problema di anche come la Russia percepisca il problema. Gran Bretagna e Germania non volevano punire
la Russia, ma alla fine avevano intralciato comunque i suoi piani panslavisti che sembravano realizzati a
Santo Stefano. Anche se avvantaggiata, San Pietroburgo sapeva che la Conferenza di Berlino aveva
rappresentato un passo indietro, se non un fallimento. C’era quindi risentimento verso Berlino, perché in
qualche modo la Russia si percepiva come sconfitta e riconosceva in Bismarck il responsabile. I russi
avevano sperato che in nome del sostegno offerto alla Germania nel 1870, i tedeschi avrebbero liquidato
quella cambiale coi russi attraverso un sostegno durante i lavori del congresso, che avrebbe dovuto limitare
le perdite russe rispetto alla pace di Santo Stefano. Il mondo politico tedesco dopo Berlino è agli occhi
dell’opinione pubblica russa un traditore, una pugnalata alle spalle. Alessandro II definì la Conferenza “Una
coalizione europea contro la Russia agli ordini di Bismarck”. 

Si scatena una campagna mediatica che accusa la Germania di aver favorito su tutta la linea Vienna. Questo
è un momento di rilievo per Bismarck nel valutare le relazioni con Russia e Austria. Il cancelliere diventa
timoroso, ostile e diffidente verso la Russia, percepita come minaccia all’Europa e alla Germania. Ciò non è
determinato meramente dalle contingenze, ma da una serie di eventi. Egli teme gli orientamenti panslavisti
di San Pietroburgo, arriva ad affermare che “La parola panslavismo mi procura l’orticaria”. 

Il problema, per Bismarck, è che sarà inevitabile che la Russia, con ogni mezzo, tenterà la guerra con
Vienna. La Russia viene percepita come il grande pericolo per la pace europea. In questo quadro, passaggio
importante, dinanzi tale minaccia incombente, per Bismarck diviene fondamentale ancora di più l’asse con
Vienna, per la sicurezza della sua patria e del continente. Agli occhi del cancelliere Vienna fa da baluardo
verso est. È un baluardo che andava consolidato, difeso e sostenuto, dinanzi alle minacce che gli
giungevano dalla Russia, velate ma presenti. 
La disgregazione austriaca avrebbe potuto mettere in moto un conflitto tedesco-russo, in cui San
Pietroburgo sarebbe stata sicuramente alleata con la Francia e avrebbe stretto a tenaglia la Germania su
due fronti. La politica estera di Bismarck si rilancia su un asse austro-tedesco per difendersi insieme dal
pericolo russo, utile anche dal punto di vista strategico perché avrebbe permesso di dar vita a una grande
area compatta al centro dell’Europa, organizzata su linee di difesa interne, utili a difendere ambo i paesi.
Questa è la grande convinzione di Bismarck. È un’alleanza prolifica per tutte e due le parti. Avendo l’Austria
rinunciato alle sue velleità mitteleuropee ha ovviamente meno senso farsi nemica Berlino e la sua
attenzione ad Oriente la rende piuttosto una preziosa alleata. Bismarck avrebbe preferito un’alleanza
difensiva generale, erga omnes. Ma il ministro degli esteri austriaco, Andrassy, non era d’accordo. Egli
voleva che tale alleanza scattasse solo contro la Russia. È ovviamente un vantaggio squilibrato, che non
risponde in maniera paritaria agli interessi dei due paesi. Bismarck però accetta comunque, non potendo
fare diversamente e ben conscio della necessità di dover difendere l’Austria. 

Va messo in luce anche il ruolo russo. Alessandro II non è contro l’alleanza, ma sicuramente contro il suo
carattere antirusso. Vi è anche un contrasto di vedute tra Guglielmo I e Bismarck sul tema, a causa di queste
problematiche. Il sovrano scrive a Bismarck che sarebbe utile migliorare le relazioni con Vienna senza
rovinare quelle con San Pietroburgo. Non a caso egli ricorda anche proprio l’aiuto che fu fornito dalla Russia
alla Germania. 
Bismarck risponde che ovviamente vi son più punti di contatto tra Germania e Austria che con la Russia,
mentre con Alessandro II si tratta per lo più di rapporti dinastici e amichevoli. 
In ogni caso, si arriverà alla Duplice austro-tedesca (1879), di mutua difesa contro la Russia. In caso ci fosse
stato l’attacco di un altro stato, ci sarebbe stata neutralità. È un trattato di grande importanza questo della
Duplice. Garantisce la sicurezza dell’Austria e cementifica il rapporto tra i due paesi. Nella prospettiva di
Bismarck ciò permette di porre un freno all’Austria, di poterla controllare da vicina come partner
privilegiato, in virtù del fatto che il trattato è solo difensivo, e che l’influenza della Germania sulla politica
austriaca a causa del sostegno militare che essa si è incaricata di offrire le fornisce dei vantaggi. Questa
convinzione di Bismarck sarebbe stata contraddetta dai fatti perché la situazione si sarebbe rovesciata. La
Germania infatti non sarà in nessun modo capace di controllare il vicino meridionale. Al contrario, la
necessità di difenderla, tutelarla, proteggerla come una sorella minore, spingerà spesso la Germania ad
andarle dietro, come nel caso della crisi serba prima della Grande Guerra. La vicinanza austro-tedesca era
preannunciata fin dalla pace di Praga del 1866 e, in qualche modo, la catena degli eventi porta diritti in
quella relazione finale e mortale che condurrà alla fine dei due imperi.
Alcuni storici, come Lang, pongono la vicinanza austro-tedesca come naturale, non la soluzione ideale ma
l’unica possibile in virtù degli eventi storici precedenti. Ogni altra combinazione faceva perno su questa. La
Russia, la minaccia, doveva trovare un suo posto in questo puzzle. La Russia andava reintegrata e in tal
senso l’alleanza è difensiva proprio per garantire questo.

01/02/2021

Riprendiamo l’esame della politica di Bismarck: ci siamo lasciati col trattato austro-tedesco del 7 ottobre
1879, che dà vita alla Duplice, risultato di una riflessione che Bismarck avviò a partire dalla crisi d’Oriente
esplosa tra il 1876 e il 1877. Fu specialmente il timore e l’indifferenza contro la Russia ad indurre il
cancelliere a legarsi all’Austria. Quest’ultima era considerata da Bismarck come un fondamentale baluardo
per la protezione stessa dell’impero tedesco dalla minaccia russa. La sua protezione attraverso un accordo
militare, la costituzione di un blocco difensivo, diventa la condizione-strumento attraverso il quale egli
vuole evitare, in caso di disgregazione dell’impero asburgico, che la Germania debba trovarsi costretta ad
un confronto con la minaccia russa, probabilmente alleata alla Francia.
È quindi in nome di questa difesa che Bismarck rinuncia a ricevere da Vienna l’impegno a sostenerlo in caso
di aggressione da parte della Francia. Il cancelliere aveva tentato di ottenere dagli austriaci un trattato
difensivo erga omnes, che nella prospettiva del cancelliere doveva servire ad assicurare una totale
protezione, ma la proposta era stata respinta. Bismarck si era adattato a ciò, poiché il suo obiettivo
principale era un blocco anti-russo.

Nonostante il fondamentale accordo conseguito, Bismarck riteneva che il sistema non fosse ancora
completo: era necessario riuscire a riagganciare la Russia ad una triplice alleanza. L’esigenza non nasceva
tanto dalla preoccupazione verso un eventuale accordo franco-russo – il peggiore incubo del cancelliere,
tuttavia improbabile per motivazioni ideologiche: il governo zarista, infatti, rifiutava pregiudizialmente
un’intesa con la repubblica francese, percepita come elemento di destabilizzazione dell’Europa monarchica.
I russi dovevano quindi essere reintrodotti nella muta difensiva dell’Europa (monarchica) così da porre la
Germania nella condizione di mediare nelle rivalità tra Vienna e San Pietroburgo, così da sostanzialmente
evitare una guerra. La guerra austro-russa era vista da Bismarck come un pericolo di primaria rilevanza. Il
trattato con l’Austria era fonte di garanzia di fronte ad un’eventuale guerra con la Russia, ma comunque lo
scoppio di un conflitto europeo avrebbe potuto scatenare conseguenze imprevedibili che il cancelliere
voleva comunque evitare al proprio impero.

Era necessario riassorbire l’Austria e la Russia in un accordo a tre. Bismarck riteneva ciò possibile, vedeva
tutte le condizioni necessarie come presenti, ed era addirittura convinto che lo zar non avesse reali
alternative, che potesse perfino ritenere conveniente ri-allearsi con Austria e Germania. Perché questo?
Tale convinzione era dovuta alla condizione di isolamento in cui la Russia si era trovata dopo la crisi
d’Oriente. Poi vi era il duro contrasto tra Russia e Gran Bretagna: esso era dovuto al fatto che, dopo il
fallimento del progetto panslavista promosso da San Pietroburgo, la politica estera russa si era nuovamente
volta verso il continente asiatico, in particolare verso il suo storico obiettivo rappresentato dal Golfo
Persico, dall’Iran e dall’Asia Centrale in generale – tentativi di penetrazione che si erano sempre scontrati
con la forte opposizione di Londra. I britannici si preoccupavano infatti di tenere al sicuro dalle ambizioni
russe un’area chiave per la sicurezza dell’India (the Great Game).

Questa situazione poneva la Russia in una condizione di potenziale debolezza e pericolo, ovvero di
ritrovarsi, in caso di guerra contro la Gran Bretagna, esposta ad un’aggressione sui Balcani – ovviamente da
parte dell’Austria-Ungheria, che avrebbe potuto approfittare della situazione. Dunque, su tutti questi
elementi Bismarck insisteva per convincere l’impero zarista a rientrare nella muta di un’alleanza a tre. Si
avviò una trattativa nel corso della quale il cancelliere si assicurò di mettere in rilievo questa situazione
difficoltosa per la Russia, nel tentativo di convincerla ad abbandonare il suo isolamento, assicurandola allo
stesso tempo del significato della Duplice austro-tedesca: il suo carattere esclusivamente difensivo, che non
si poneva alcun intento aggressivo verso la Russia, e che era reazione del radicalismo delle posizioni russe
durante la Conferenza di Berlino (pesantemente diffamata dalla stampa russa). Bismarck giunse fino al
punto di affermare che la Germania era pronta a riprendere i favorevoli rapporti che avevano caratterizzato
le relazioni tra i due paesi fino a pochi anni prima. Quest’azione diplomatica ebbe successo, in quanto le sue
proposte rispondevano pienamente alle esigenze e alle preoccupazioni che agitavano lo zar.
I problemi sorgevano però con l’Austria, la quale avanzava qualche obiezione: Vienna, garantito l’accordo
con la Germania, sottolineava come non traesse alcun reale vantaggio da un accordo con San Pietroburgo. Il
nuovo ministro degli esteri austriaco, Karl Von Haymerle, avrebbe anche accettato l’offerta bismarckiana,
ma ad una precisa condizione, ovvero che la Germania accettasse di inasprire i contenuti dell’accordo
dell’ottobre 1879. Berlino doveva quindi assumere degli impegni espliciti per garantire la soddisfazione i
alcuni interessi austroungarici nei Balcani: richiesta inaccettabile, che rischiava proprio di causare ciò che
Berlino temeva, ovvero una guerra tra austriaci e russi.
Vienne insistette, cercando di indurre Bismarck ad abbandonare il proprio progetto, ma egli era
determinato a portarlo avanti: rinunciò all’atteggiamento dialogico con gli austriaci, irrigidendosi fino al
punto di minacciare l’abbandono del trattato, se gli austriaci non si fossero piegati alla conclusione di un
triplice accordo comprendente la Russia. Si arrivò così alla conclusione, nel 18 giugno 1881, del (secondo)
Dreikaiserbund.

Il Dreikaiserbund garantiva la reciproca neutralità delle tre parti contraenti nel caso una di loro si fosse
trovata in guerra con un paese terzo. In caso Berlino avesse iniziato un conflitto contro Parigi, la Russia
sarebbe rimasta da parte, così come avrebbero fatto Berlino e Vienna in caso di guerra in territorio asiatico
tra Londra e San Pietroburgo. Questo accordo, inoltre, dava una risposta al problema austriaco nei
confronti dell’irredentismo italiano – di nuovo, la Russia non sarebbe dovuta intervenire.
L’accordo era un passo importante, ma non sufficiente a preservare i paesi coinvolti dal pericolo di una
guerra: l’esperienza degli anni ’70 era preziosa per Bismarck, il quale si era reso conto che la prima Lega dei
Tre Imperatori era risultata inefficace perché non aveva previsto alcun modus vivendi per regolare i rapporti
austro-russi nell’area balcanica. Ora si tentava di evitare tale lacuna: la proposta di Bismarck, accolta dai
suoi interlocutori, era quella di integrare il trattato con un protocollo annesso che affrontasse la questione
della regolamentazione dei rapporti austro-russi nell’area. Cosa prevedeva il protocollo?

- Una divisione dell’area balcanica tra due zone di influenza, quella occidentale affidata all’Austria-
Ungheria (la quale veniva autorizzata ad annettere la Bosnia-Erzegovina), quella orientale posta
sotto il controllo della Russia, inclusa la Bulgaria che venne autorizzata ad annettere,
eventualmente, anche la Rumelia orientale.
- Veniva stabilito che qualunque cambiamento dello status quo nei Balcani doveva essere il risultato
di un’intesa concordata tra tutte e tre le potenze.
- Gli Stretti dovevano rimanere chiusi per le navi da guerra europee, incluse quelle russe.

Si trattava di un protocollo di grande importanza, che integrava in modo fondamentale il Dreikaiserbund.

Qual era il ruolo dell’Italia in tutto ciò? Bismarck riteneva che il Regno dovesse essere tenuto in
considerazione per un ulteriore perfezionamento del suo sistema diplomatico, per due ragioni: 1) la
necessità di sedare un focolaio di potenziale conflitto in Europa, visti i contrasti tra Roma e Vienna in
relazione alla questione irredentista e 2) la necessità di un altro elemento per consolidare l’isolamento
della Francia, quindi utilizzare l’Italia in funzione anti-francese. Né l’accordo austro-tedesco né la
Dreikaiserbund prevedevano un sostegno in favore della Germania in caso l’impero tedesco subisse un
attacco da parte francese poiché, come abbiamo visto, il primo riguardava solo l’assistenza reciproca in
caso di attacchi russi e il secondo era un accordo di neutralità. Tutto ciò causava un pericoloso vuoto nella
diplomazia bismarckiana, che il cancelliere sperava di colmare con l’alleanza italo-tedesca.
Conseguentemente, venne promossa ed avviata un’iniziativa di avvicinamento al governo italiano, che
Roma accolse con favore. Il Belpaese, infatti versava in una difficile posizione internazionale nella quale si
era trovata nel corso del decennio che aveva seguito il completamento dell’unificazione nazionale.

Quale era stata la politica estera del regno d’Italia dopo l’unificazione? Imperniata sul raccoglimento, era
una politica estera prudente e libera di avventurismi, che aveva l’obiettivo di circondare l’Italia di una
situazione di tranquillità internazionale, allo scopo di evitare qualsiasi situazione conflittuale. L’Italia si era
così trovata in una posizione di isolamento, senza che ciò le conferisse prestigio e stabilità nazionale o che
la tutelasse sul piano della sicurezza. In realtà, Roma continuava ad essere pesantemente minacciata da
alcune potenze europee, la Francia e l’Austria in primis. Come mai vi era una tale ostilità? Per quanto
riguarda Vienna, essa era naturalmente dovuta all’irredentismo, la quale preoccupava l’opinione pubblica e
la classe dirigente austro-ungarica. Non che l’Italia sostenesse esplicitamente le ambizioni irredentiste degli
italiani in Austria-Ungheria, ma non poteva nemmeno negarle. Per quanto riguarda invece la Francia, le
tensioni erano dovute al fatto che la Francia repubblicana continuava a coltivare un profondo rancore verso
l’Italia a causa della neutralità da lei dichiarata durante la guerra franco-prussiana. Inoltre, vi era diffusa
un’ostilità verso lo Stato italiano a causa del territorio al sud delle Alpi sottratto alla Francia in seguito
all’unificazione, che veniva considerato come il più grande errore compiuto dal precedente regime politico
francese. Infine, vi era anche il problema ‘clericale’: gli ambienti moderati e clericali francesi rimpiangevano
ancora la presa di Roma del quale il Regno italiano era responsabile. Ma la questione di Roma era
soprattutto strumentale, utilizzata dal governo francese per condizionare la politica italiana ed indebolirla.

L’Italia godeva però dell’amicizia britannica, anche se naturalmente non si trattava di un legame così forte
da spingere la GB ad infrangere la sua politica di Splendido isolamento e indifferenza verso le questioni
continentali. La situazione italiana era quindi particolarmente critica dal punto di vista della sicurezza,
l’isolamento danneggiava l’Italia anche sul piano dei propri interessi geopolitici, soprattutto nell’area
mediterranea: il suo atteggiamento di disimpegno lasciava mano libera agli altri concorrenti, che
approfittavano della situazione per porre l’Italia ai margini delle faccende mediterranee.
A compromettere la situazione italiana nel Mediterraneo era stata proprio la Conferenza di Berlino: al
tempo alla guida del paese vi era la sinistra storica, con Luigi Corti come ministro degli Esteri. La strategia
con la quale l’Italia si presentò a Berlino appariva quasi incomprensibile – si dichiarò che Roma non era
assolutamente intenzionata a partecipare alla politica di compensazioni promossa da Bismarck, interessata
com’era al mantenimento del semplice status quo senza l’ottenimento di ulteriori vantaggi. Anche a
Berlino, Corti mantenne la politica di isolamento che l’Italia aveva adottato dal 1870 in poi. Mentre la Gran
Bretagna si prendeva Cipro e l’Austria-Ungheria la Bosnia-Erzegovina, e la Francia otteneva il nullaosta per
l’occupazione della Tunisia, l’Italia rimase inerme (nonostante le stesse sollecitazioni di Bismarck ad
interessarsi a qualche eventuale vantaggio, ad esempio proprio in Tunisia o in Tripolitania – ma l’Italia non
era pronta).

La perdita della Tunisia costituì un passo fondamentale per il risveglio della politica estera italiana e
dell’orgoglio nazionale, che misero in luce gli errori nelle scelte politiche sia dei governi di destra che della
sinistra storica. La politica del non-allineamento apparve in tutta la sua reale essenza di auto-isolamento. Si
decise quindi di cambiare radicalmente rotta, guardando alla Germania come potenziale partner. L’ipotesi,
però, non aveva per Bismarck alcun senso: persino alla luce della sua ratio che voleva includere l’Italia nel
sistema di relazioni diplomatiche tedesche, l’idea cozzava pesantemente con gli attriti tra Austria ed Italia
del periodo. Ciò avrebbe potuto compromettere la sua posizione, mentre non impediva che potesse
scoppiare comunque un conflitto italo-austriaco. L’alleanza bilaterale era quindi da escludersi in qualunque
senso, era necessario stringerne una trilaterale e, suo malgrado, l’Italia si trovò nella posizione di dover
accettare  da qui la firma del trattato della Triplice Alleanza (1882) tra Italia, impero tedesco e
austroungarico. Cosa prevedeva?

1) L’Italia si impegnava a scendere in guerra, in difesa della Germania, in caso questa fosse stata
aggredita dalla Francia (così da riempire quel vuoto strategico che aveva turbato Bismarck)
2) Garantiva anche la sua neutralità nel caso in cui l’Austria fosse stata coinvolta in una guerra contro
la Russia.

L’Italia ottiene da questo accordo la fine dell’isolamento. L’accordo rappresentò anche una linea di
demarcazione per quei trent’anni che poi culmineranno con la Prima guerra mondiale. Si garantiva
comunque una protezione dalla Francia, che era un problema serio per l’Italia. Nello stesso tempo si
tutelava da una guerra con l’Austria, essendo ora entrambi impegnati in un’alleanza. Ancora, e questo però
va detto fu un’illusione non realistica, Roma andava sperando che tale alleanza fosse in qualche modo
strumento per la sua geopolitica e il recupero di un ruolo di vigore nell’area mediterranea, la cosiddetta
interpretazione attiva dell’alleanza, perseguita soprattutto, almeno a tentativi, da Crispi. Su questo la
disponibilità di Austria e Germania sarà sempre ridotta, ci si tornerà però in futuro.
L’Italia perdeva le terre irredente ma si trattava una perdita relativa poiché la possibilità di una conquista
militare di Venezia-Giulia e Trentino era per il momento irrealizzabile, quindi la classe dirigente preferiva
potenziare il suo prestigio piuttosto che puntare a queste conquiste. Per perseguire un’efficace politica
internazionale, infatti, l’Italia pensa che sia necessario legarsi a un blocco di potenze come il
Dreikaiserbund.

In qualche modo il Dreikaiserbund sembrò disegnare una distensione tra Vienna e San Pietroburgo, quanto
la Triplice lo fu tra Vienna e Roma. Ma erano distensioni apparenti, precarie, e precarie saranno le basi
dell’intero sistema di Bismarck. È un limite del sistema di Bismarck, un sistema comunque geniale nel suo
componimento di tanti tasselli e aspetti che lui saldamente mette insieme. Una sinfonia di problemi, motivi
che lui cerca di risolvere insieme, che però nella realtà non riesce ad eliminare. I Balcani, non a caso, non
riesce ad affrontarli del tutto e saranno base della guerra del 1914. I problemi rimangono lì, irrisolti.
L’Austria si muoverà infatti in maniera spesso aggressiva contando sul supporto della Germania.
La prima azione viennese non casualmente sarà verso la Serbia. Abbiamo già visto come mai ci siano
contrasti tra Belgrado e la capitale degli Asburgo. I propositi di espansione panserba, lo slavismo
meridionale, sono forti motivi di contrasto. La presenza sul trono serbo di Milan, dinastia Obrenovic, è un
altro motivo di avvicinamento al contrario. Egli si vuole avvicinare a Vienna, a fronte di una politica
autocratica interna e a causa della diminuzione del consenso verso la sua persona. Milan e la dinastia
andavano perdendo qualsiasi autorità morale a causa di corruzione, lassismo, potere personalistico.
Indebolito, Milan deve trovare delle vie di uscite e la sua carta è la vicinanza con l’impero a settentrione. Al
contempo, dentro la Serbia si muovono movimenti panslavisti che lo mettono in difficoltà. Però perché non
avvicinarsi alla Russia, vecchio sponsor serbo? Perché i Romanov erano sempre stati di supporto all’altra
dinastia ostile agli Obrenovic, i Karageorgevic. Mai i russi si sarebbero quindi espressi in supporto degli
Obrenovic, non dinanzi una opinione pubblica simile. 
Milan Obrenovic decide di offrire ad un’Austria fortemente interessata la sua fedeltà. Egli deve cercare
questa quadra, dinanzi però una forte opposizione serba contro lo statuto che era stato imposto alla Bosnia
Erzegovina con Berlino nel 1879. Ci sono insomma motivi interni di scontro con Vienna. Ciò nonostante, nel
giugno 1881 Serbia e Austria muovono e firmano un trattato. Vienna si impegnava esplicitamente a
proteggere e tutelare gli Obrenovic sul trono di Belgrado, grande obiettivo di Milan. Questi doveva però
pagare un grande pegno, perché innestava la base di un grande protettorato serbo a vantaggio austriaco. I
due stati si promettevano la famosa benevola neutralità in caso di guerra. La questione serba e del
panslavismo entravano anche nella questione grazie ad una clausola per cui il governo serbo si prendeva
l’impegno di combattere tutti i movimenti panslavisti contrari all’Austria-Ungheria. Anche la politica estera
di Belgrado veniva posta sotto il controllo indiretto di Vienna. Belgrado, insomma, andava rinunciando alla
sua libertà e diventava satellite dell’Austria. Tale situazione di dipendenza si sarebbe conservata fino al
1903, quando i russi, in una rinnovata situazione geopolitica, promuoveranno il colpo di stato che porterà i
Karageorgevic al potere.
Tale politica di satellite, inoltre, isolava enormemente gli Obrenovic e il gruppo dirigente che lo supportava
dalla popolazione, essendo una politica mal digerita dalla popolazione filo-russa.

02/02/2021

Abbiamo visto come è stata riorganizzata l’area balcanica (divisione in zone di influenza), l’evoluzione dei
rapporti tra Germania, Austria, nonché Russia e Italia, le lotte di egemonia nella zona che non si interruppe
con gli accordi del Dreikaiserbund (avvicinamento austro-serbo). Abbiamo visto come il 28 giugno del 1881
l’Austria si fosse strettamente legata alla Serbia in un rapporto di controllo con la seconda. La relazione
stretta tra Obrenovic e austriaci sarà il colpo mortale inferto alla dinastia serba, nonché alla stabilità
balcanica. Anche la Romania era legata al mondo occidentale, in particolare prussiano, essendo Re Carol di
Romani legato ai prussiani e membro della famiglia Hohenzollern. Il paese era anche ostile alla Russia viste
le pressioni che ricevano dallo zar sul confine settentrionale e meridionale, in virtù del controllo russo sulla
Bulgaria, e per le perdite territoriali dovute alla riorganizzazione del trattato di Berlino dopo la guerra russo-
turca. La doppia tenaglia rappresentava un grave pericolo ed era elemento di instabilità. L’Austria si
inserisce in questa situazione approfittando dell’atteggiamento della monarchia e del governo rumeno,
raggiungendo con Bucarest un accordo, un trattato di mutua alleanza difensiva con il quale la Romania si
andava proteggendo dalle influenze russe calandosi nell’area di influenza austriaca. L’accordo sarà poco
dopo esteso anche alla Germania. 

In virtù di questa politica, di questa offensiva diplomatica viennese nei Balcani, la posizione austriaca ne
esce rafforzata e il suo obiettivo è evidente: vuole contrastare l’influenza russa nella zona, sia nei territori
occidentali che orientali. Si supera quella linea divisoria sancita da Bismarck con il Dreikaiserbund. Gli
austriaci non si accontentano di quanto già ottenuto. Puntano diritti alla Bulgaria. La Bulgaria è un punto di
riferimento cardine per i russi, che non sono disposti a perderne il controllo. È proprio la crisi bulgara,
l’ennesima della sua esistenza, che riaccende le ostilità tra Vienna e San Pietroburgo. La Russia, in virtù sia
di Berlino che del Dreikaiserbund partiva in vantaggio: la Bulgaria era oggetto dell’influenza russa. Questo
perché all’indomani delle decisioni prese alla fine della crisi d’Oriente, sul trono vi era il principe Alessandro
di Battenberg, nipote dello zar e imparentato con l’imperatore di Germania. Alla luce del ruolo di tutrice e
protettrice coperto dalla Russia, Alessandro III aveva fortemente voluto Battenberg in Bulgaria.
Inizialmente, il principe fu fedele al mandato ricevuto, e si mantenne in perfetta linea con le direttive della
potenza zarista. Aveva dato vita a un governo che contemplava, nei due ministeri chiave (Guerra e Affari
Esteri), due altissimi ufficiali, generali, russi. 
Quindi, dopo Berlino e il Dreikaiserbund, con Battenberg sul trono, la Russia mantiene il proprio controllo
saldo sulla Bulgaria. Si crea però una certa insofferenza tra Bulgaria e Russia, dovuta alla poca gentilezza
della seconda, che si appropria di posti importanti nella burocrazia e nel governo locale, nella vita
economica bulgara. Si diffonde un forte senso di insofferenza nei confronti delle ingerenze e del controllo di
San Pietroburgo. Petko Karavelov, politico bulgaro, diventa leader di un movimento di pressione sul
governo affinché il paese si liberasse dal controllo esercitato dalla Russia, minacciandolo di togliergli il
sostegno dei notabili locali. Battenberg si trova diviso a metà tra le pressioni russe e le volontà locali, che
non può non considerare se vuole rimanere sul trono. 

Su queste pressioni interne, Alessandro si converte a posizioni di maggiore autonomia rispetto a San
Pietroburgo – siamo circa nella seconda metà dell’84. Egli licenzia infatti i due famosi generali russi coinvolti
nel governo del paese, con una mossa che irrita estremamente la Russia. Contemporaneamente, avviene
anche una rivolta anti-turca nella Rumelia orientale. Se si guarda alle mappe, si può notare che il Principato
di Bulgaria è esattamente tra l’impero ottomano e la Russia zarista. La Rumelia era il territorio di confine
con il primo, tolto dopo la dissoluzione della grande Bulgaria. La grande rivolta antiturca punta alla
riannessione della Rumelia al principato bulgaro. Alessandro di Battenberg coglie questa occasione, con un
intervento che mira a consolidare il consenso popolare nazionale verso la sua persona.

L’Austria interpreta l’ampliamento bulgaro come una minaccia verso i suoi interessi balcanici. Vienna
sospetta che vi sia dietro l’iniziativa di Battenberg, ma è un sospetto infondato, o che vi sia lo zampino russo
e, inoltre, contesta che di non essere stata coinvolta ma posta dinanzi al fatto compiuto, nonostante gli
accordi del Dreikaiserbund riguardo i Balcani sancissero che ogni modifica dell’assetto territoriale andava
deciso di comune accordo dalle tre potenze russo-tedesca-austriaca. La posizione di Battenberg non è solo
messa in mala luce da Vienna, ma anche da San Pietroburgo. La Russia non ammette infatti che la Bulgaria
si muova in maniera così autonoma e l’atto in Rumelia orientale sembra l’ennesimo tentativo di
emanciparsi dalla politica russa. Questa vicenda apre quindi una crisi, breve ma intensa, che è aggravata
anche dal fatto che l’occupazione della Rumelia orientale scatena una reazione anche da parte della Serbia,
che teme a sua volta un’eccessiva predominanza bulgara nei Balcani ed esige compensi territoriali dalla sua
parte.

Scoppia un conflitto tra serbi e bulgari, con i secondi in grande vantaggio militare. La Bulgaria non solo
respinge l’attacco di Obrenovic, ma risponde con una controffensiva che porta le forze di Battenberg ad
occupare una parte significativa della zona meridionale e la città di Pirot, molto importante. È in tale
situazione che va ad inserirsi l’Austria. Vienna è disposta a proteggere il suo protettorato, determinata ad
utilizzare la difesa della Serbia come pretesto per ristabilire nell’area un ordine a suo vantaggio. Bismarck è
seriamente preoccupato, perché sa che, nonostante Alessandro di Battenberg stia provando a distaccarsi
dalla Russia, se Vienna dichiarasse guerra alla Bulgaria lo zar interverrebbe in sua difesa. Bismarck è
costretto a imporre all’Austria una drastica frenata e ad impedire il suo intervento nel conflitto. Egli elenca
a Vienna i problemi di una escalation sottolineando che, nel caso che la guerra fosse scoppiata, la Russia
sarebbe scesa a difesa della Bulgaria, Berlino non sarebbe intervenuta, essendo la guerra non difensiva, a
dispetto di quel casus foederis della duplice austro-tedesca. Bismarck usa l’alleanza per frenare l’Austria
stessa e i suoi propositi bellici. Questo era uno degli intenti che voleva seguire fin dall’inizio: riuscire a
mantenere la pace.

L’Austria si limita a un intervento diplomatico affinché si firmasse un armistizio e la pace, sottoscritte nel
febbraio 1886. Tale accordo stabilisce che sulla frontiera serbo-bulgara ci sarebbe stato il ritorno allo status
quo ante bellum. Due mesi dopo, le grandi potenze giungono ad una intesa con la quale riconoscono
l’annessione della Rumelia orientale alla Bulgaria, con la clausola che il territorio sarebbe stato
amministrato e occupato dai bulgari, ma nominalmente sarebbe rimasto turco. Si trattava di uno strumento
tipicamente usato, dalle amministrazioni temporanee e occupazionali, per camuffare il ridimensionamento
dell’impero ottomano. Questo ha un forte impatto sulla Bulgaria: la Russia si decide a riprendere il controllo
del paese liberandosi del principe che essi stessi avevano messo sul trono ma che si era dimostrato riottoso.
I russi organizzano un colpo di stato militare, spingendo per la sostituzione di Alessandro di Battenberg.
Questa operazione fallisce miseramente: alla fine Vienna riesce a portare un membro della casa di Sassonia
al controllo della Bulgaria. È un altro tassello della politica austriaca che sembra così realizzare i suoi
obiettivi. L’Austria si va inserendo e imperniando nei Balcani, togliendo spazio di manovra alla Russia, che
perde la Serbia, la Romania e poi anche la Bulgaria. 

La Russia punta però a riacquistare il controllo della zona appena possibile. La vicenda bulgara, tuttavia, ha
segnato la morte del Dreikaiserbund (per la seconda volta) – dinanzi queste lotte politiche, il sistema di
Bismarck non regge. Lo scontro, il costante e ripetuto infrangersi delle aree di influenza e della sua
costruzione complessiva, è la fine definitiva del patto. San Pietroburgo è molto risentita nei confronti di
Berlino per la sua incapacità di riuscire a trattenere Vienna. La prospettiva russa vede quindi i due imperi
occidentali come in affidabili e i russi iniziano, dal 1886, i primi contatti diplomatici con la Francia. Una
Francia dove sta ascendendo il boulangismo, sotto la guida del generale Boulanger, filomonarchico e critico
della politica estera dimessa della Terza repubblica. Egli pone alla base del suo programma politico il
recupero di quell’indirizzo cesarista tipico dei Napoleone. SI tratta di una politica revanscista, che vuole in
qualche modo una vendetta verso l’impero tedesco. Tali posizioni godono di ampio seguito nel paese.
I boulangisti, poi, ritengono che la politica di nuovo dinamismo internazionale che deve preludere ad una
guerra con il Secondo Reich si debba fondare sulla ricerca dell’alleanza con l’impero zarista. Contatti
economici vengono stabiliti tra le due nazioni e anche dei sondaggi diplomatici, molto prudenti,
specialmente da parte francese verso San Pietroburgo. È evidente che questo sviluppo della politica franco-
russa è motivo e fonte di grande preoccupazione a Berlino, anche perché essa si accompagna in Germania
al manifestarsi di prime e significative critiche nei confronti della politica bismarckiana e della politica di
equilibrio e amicizia nei confronti della Russia che, come si era visto, era un pilastro dell’opera del
cancelliere. Non tanto amicizia, ma mutua utilità che sanciva vicinanza. È una politica che in Germania
comincia ad essere oggetto di critiche. 

Una grande ondata di sentimenti antirussi attraversa tutto il quadro delle forze politiche tedesche, dai
liberal-democratici alla sinistra passando per i conservatori. Tutti chiedono un cambiamento di rotta, un
cambio dei termini delle relazioni col vicino orientale. Persone vicine a Bismarck, come Fritz Von Holstein,
decidono che è ora di rompere tale politica con la Russia e mantenere solo un fronte di natura tedesca. Il
partito di Von Holstein auspica addirittura la guerra preventiva con la Russia, motivandola con la
considerazione che prima o poi un conflitto tra le due potenze sarebbe stato inevitabile. Il partito guadagna
spazio fino alla corte imperiale, dove si muove il nipote di Guglielmo I, colui che è destinato a diventare
kaiser, vale a dire il futuro Guglielmo II.
Bismarck però non è convinto dall’idea della guerra preventiva, resiste e non è per niente persuaso che sia
quella la strada da percorrere. Si preoccupa certamente degli sviluppi della politica russa, delle sue direttrici
filofrancesi, ma ritiene che la pace possa, e debba, essere salvaguardata e con essa il rapporto con San
Pietroburgo. È necessario rielaborare il sistema del Dreikaiserbund, che è definitivamente morto. La
situazione va modificandosi: i Balcani sono cambiati e Bismarck ha percepito che la Russia può trovare una
sponda di appoggio nella Francia. Il cancelliere si rimette quindi in azione, allo scopo di ricostruire il suo
sistema diplomatico: il primo problema è circoscrivere la minaccia francese. Bismarck si fa promotore e
artefice nel marzo del 1887 di un rinnovo della Triplice con Austria e Italia, necessaria a mettere la guardia
alta contro il cugino d’Oltralpe di Roma. Il ruolo dell’Italia è infatti sempre più prezioso per Bismarck. Con
De Petris alla guida, l’Italia è sempre più scaltra nel muoversi, insieme al suo ministro degli esteri conte
Carlo Felice Di Robiliant. I due sono abili ad usare la contingenza favorevole per l’asse Roma-Berlino. Essi
condizionano la partecipazione italiana alla Triplice ad una serie di clausole nuove nel trattato, di nuove
stipulazioni più favorevoli a Roma rispetto al trattato originale e alla prima bozza. Il documento del 1887
presenta quindi due nuove clausole favorevoli: 1) una rivolta alla Germania, affinché riconoscesse
l’interesse prevalente italiano sulla Tripolitania; 2) la seconda riguarda l’impegno tedesco ad impedire a
potenze straniere, vedasi la Francia, ad espandersi nella regione nord-africana, ovvero verso la Libia.
Un’altra clausola molto importante è la clausola dei compensi. È una questione che gli italiani da tempo
avevano posto all’attenzione di Vienna. Cesare Balbo, negli anni ’40 dell’Ottocento, l’aveva in qualche
modo concepita per primo. In cosa consisteva? Era l’impegno da parte dell’Austria ad offrire all’Italia, in
caso di una sua politica di espansione verso i Balcani, compensi territoriali della medesima estensione nei
territori italiani ancora sotto dominio asburgico. Nell’eventualità che l’espansione nei Balcani assicurasse a
Vienna l’occupazione di determinati territori, in cambio l’Italia sarebbe stata ricompensata di tante terre in
egual estensione nelle Terre irredente. 

Tale rinnovo della Triplice in qualche modo permette a Bismarck di proteggersi dalla Francia. Però ora tocca
pensare alla Russia. Egli cerca un filo che possa legare San Pietroburgo al sistema diplomatico tedesco.
Berlino vuole rassicurare il vicino che non ci sono volontà ostili, che non vuole sostenere Vienna
nell’espansione balcanica e che rifiuta ogni avventurismo dei vicini. Berlino mostra il suo volto dialogico e
amichevole alla Russia, dichiarandosi fortemente propensa a offrire da parte tedesca il riconoscimento
degli interessi geopolitici russi nell’area balcanica. Troppe divisioni però si manifestano all’interno del
gruppo dirigente russo, sia diplomatico che politico, due influenze si combattono nel gruppo zarista: da un
lato l’influenza del cancelliere Nikolaj Karlovič Girs, che nutre disprezzo verso la Francia e vuole il
mantenimento dell’intesa tedesca. D’altro lato vi era anche la intellighenzia russa, guidata da Kapkov,
rigoroso e radicale slavofilo e animato da fortissimi sentimenti antitedeschi. Di per sé la tendenza
filotedesca vince, perché Alessandro III è meno fiducioso della Francia e, alla luce delle promesse di
Bismarck, si sente più al sicuro vicino alla Germania. Si sottoscrive così, nel 1887, un trattato tra Russia e
Germania, un accordo denominato Trattato di Contro-assicurazione.
La Germania si impegna con esso, insieme alla Russia, ad osservare la neutralità in caso di guerra difensiva
contro un terzo aggressore. Se la Francia avesse mosso contro la Germania, la Russia sarebbe rimasta
neutrale, il grande obiettivo di Bismarck in tal senso. Ugualmente, in caso di attacco inglese o austriaco alla
Russia, anche la Germania sarebbe rimasta neutrale. Cosa che non entrava in conflitto con l’accordo
tedesco e austriaco del 1879 perché la Germania lì giocava un ruolo difensivo. La Germania, ancora,
riconosce ad esempio il controllo russo sulla Bulgaria e sulla Rumelia, in qualche modo sancendo la sua
priorità rispetto a Vienna. Berlino prometteva inoltre il proprio aiuto diplomatico casomai la Russia si fosse
sentita in necessità, come sotto aggressione, di dover procedere ad occupare gli stretti turchi.

È una situazione molto pericolosa, che minacciava l’equilibrio internazionale. Bismarck non aveva eluso i
rischi di una guerra e sapeva che in qualche modo doveva bilanciare. Sorge così il trattato a tre tra Austria,
Italia e Gran Bretagna, sempre nel 1887. Si tratta di un antidoto che Bismarck aveva ideato per evitare i
pericoli che i protocolli addizionali sui Balcani potevano creare. L’Accordo Mediterraneo impegnava le tre
potenze a mantenere lo status quo nel Mediterraneo, anche con l’uso della forza. È un modo di mantenere
lo status quo locale, in maniera tale da riequilibrare i rapporti con il vicino russo in caso di espansione.
Bismarck voleva riequilibrare l’Accordo di Contro-assicurazione perché qualsiasi cambiamento nell’area
Balcanica e mediterranea avrebbe visto l’ingresso del fronte italo-britannico-austriaco. Bismarck mette in
campo con maestria la check and balance strategy. Pensa di salvare la pace, in un modo o nell’altro. Il
sistema è in perenne e precario equilibrio. Per quanto tempo ancora il cancelliere sarà in grado di
mantenere tale situazione? La Contro-assicurazione sarà la sua ultima mano, a dire il vero, per assicurare la
neutralità russa in caso di conflitto.
L’equilibrio bismarckiano, tuttavia, non andava incontro ad un roseo futuro, perché le lotte di egemonia,
nazionalismo, l’economia capitalista rampante e il colonialismo avrebbero scombinato tutte le carte in
tavola. La posizione di Bismarck all’indomani della Contro-assicurazione, infatti, si fa ancora più precaria,
instabile, perché viene criticato ancora di più. Tale trattato non aveva dissipato i dubbi suscitati dalla sua
politica verso la Russia nei circoli politici e militari e diplomatici. Enormi attacchi lo subissavano. Ad
aggravare tale situazione giunse, nel 1888, la morte di Guglielmo I e l’avvento del nipote, il già citato
Guglielmo II, diverso dallo zio. Egli è infatti il punto di riferimento delle correnti politiche più aggressive. In
seguito all’aumento degli attriti nella politica interna tedesca, e le difficoltà affrontate dal cancelliere,
Bismarck decise di dimettersi nel 1890.

08/02/2021

Con l’inizio dell’età guglielmina – con la quale si intende il periodo di Guglielmo II, che ha inizio nel 1888, o
meglio nel 1890 con le dimissioni di Bismarck – si apre una nuova fase dell’azione internazionale
dell’impero tedesco, e che prende le mosse dalle profonde critiche che si erano venute a formare
nell’opinione pubblica e nella classe dirigente nei confronti della politica bismarckiana. Guglielmo II si era
fatto voce e interprete di queste critiche, polarizzatesi appunto attorno al Kaiser. La strategia del cancelliere
era stata messa in discussione, fino al punto che questo venne “licenziato”: egli si dimise, in realtà, ma in
luce dei profondi attriti con l’imperatore.
Il primo bersaglio del nuovo corso guglielmino fu la strategia di dialogo con la Russia, in particolare la
politica di Contro-assicurazione (i.e. la politica russa promossa da Bismarck, che mirava a lasciare aperto un
canale di mediazione con SP e Vienna). Il nuovo orientamento tedesco voleva modificare radicalmente
questa linea, ritenuta troppo fragile e pericolosa. Si riteneva, invece, che fosse necessario puntare in
maniera esclusiva sul rapporto con l’Austria, ovvero il blocco tedesco. Alla base di questa convinzione v’era
la diffidenza nei confronti della Russia, l’assoluta mancanza di fiducia verso SP. Era opinione diffusa che
questa non avrebbe esitato ad allearsi con la Francia, al momento giusto, per difendere i suoi interessi. Era
inevitabile che, prima o poi, lo zar avrebbe agito nell’area balcanica nonostante le intese concluse con
Berlino.

Gli artefici di questa nuova tendenza anti-russa erano l’imperatore Guglielmo II e il già citato Fritz Von
Holstein, diplomatico e consigliere segreto del ministero degli esteri. Egli era il punto di riferimento del
mondo politico e diplomatico per Guglielmo II nel portare avanti la sua nuova agenda di politica estera e,
soprattutto, la strategia di distanziamento dalla Russia. Il successore di Bismarck, Leo Von Caprini, era
invece un generale e ottimo amministratore che però non aveva alcuna esperienza di politica estera. Di
conseguenza, lo spazio della politica estera venne interamente delegato a Von Holstein, destinato a
svolgere una funzione decisiva, per 15 anni, nella nuova politica estera del Reich. Egli era un dottrinario
radicale e instancabile lavoratore, che forse mancava del pragmatismo di Bismarck, ma che avrà una grande
influenza sui nuovi orientamenti della politica tedesca. Nelle sue valutazioni, rispetto a Guglielmo II, Von
Holstein riteneva che la Germania dovesse distinguersi per chiarezza e linearità nella sua strategia estera:
per quanto riguardava il Trattato di Contro-assicurazione, infatti, esso non era un pericolo solo per gli
impegni relativi ai Balcani, ma soprattutto perché quel trattato presentava gravi elementi di
contraddittorietà con quello austro-tedesco del 1879 – e rischiava quindi di compromettere i rapporti con
Vienna. Se la Russia si fosse trovata a dover occupare gli Stretti per motivi militari, come avrebbe fatto
Berlino a giustificare la propria neutralità agli occhi di Vienna? Secondo il trattato con SP, avrebbe dovuto
fornire il proprio appoggio diplomatico alla Russia. … L’abbandono della Contro-assicurazione era quindi
necessario per preservare gli accordi con il principale alleato di Berlino. La Russia zarista, poi, non aveva
molte alternative dal punto di vista diplomatico, secondo Holstein (ma forse si sbagliava): era convinto che
un’alleanza tra SP e la Francia repubblicana fosse impensabile, sia per ragioni ideologiche che per i
sentimenti di Alessandro III e Girs apparentemente favorevoli a conservare un rapporto amichevole con
Berlino.

Consolidatasi questa linea d’azione, fu deciso di non rinnovare il Trattato segreto di Contro-assicurazione.
Inoltre, due mesi dopo questo mancato rinnovamento, il Kaiser e Caprini si recarono a Vienna per
incontrare Francesco Giuseppe e Kalnocki, il ministro degli esteri. In tale occasione, i tedeschi rivelarono
l’esistenza di quel trattato, allo scopo di eliminare qualsiasi sospetto da parte austriaca. I due governi
decisero poi di arginare insieme la politica russa nei Balcani, così da impedire qualsiasi alterazione nell’area
e nel funzionamento degli Stretti. I due procedettero, poi, ad un rinnovo anticipato della Triplice Alleanza
con l’Italia (formalizzato nel maggio 1891). Cosa significava tutto questo?
Il nuovo corso politico tedesco capovolgeva la politica di Bismarck e si poneva ancor più al servizio degli
interessi austriaci, soprattutto nella Questione d’Oriente. Berlino, a partire da quel momento, si appiattiva
sugli scopi viennesi, con la conseguenza che l’impero austro-ungarico sarebbe stato spinto, da quel
momento, ad una tattica aggressiva e spesso imprudente, confidando appunto sul sostegno tedesco. La
Germania si troverà, per certi versi, costretta ad andarle dietro ed assecondare le sue mire. L’abbandono
della Contro-assicurazione aveva infatti indebolito la sua posizione internazionale e la sua capacità di
stabilire un equilibrio tra le forze, oltre a ridurre i suoi margini di manovra. Si era sottratta da sola il solo
strumento per mediare tra Austria e Russia, cosa di cui dli Asburgo si sarebbero approfittati.

Questo cambiamento venne subito colto, nei suoi effetti perniciosi, dal governo russo, al quale non sfuggiva
il significato di queste trasformazioni. Naturalmente se ne preoccupò, avendo il timore di rimanere
pericolosamente isolata e allo scoperto di un attacco austro-tedesco nei Balcani. Si tratta di un momento
fondamentale per la politica russa precedente alla Prima guerra mondiale: è chiaro che SP sente la
pressione di dover uscire da questa pericolosa condizione di esposizione e isolamento. La via d’uscita più
ovvia era chiaramente un’intesa con la Francia (la decennale preoccupazione di Bismarck): Girs continuava
ad avere una brutta opinione della repubblica, preferendo magari una politica di concertazione con Parigi,
che tenesse sull’avviso la Germania e l’Austria, ma queste esitazioni vennero superate nel 1891 per effetto
di due avvenimenti. 1) Il già citato rinnovo della Triplice Alleanza nel 1891, che alimentava il timore russo di
un salto di qualità – in senso aggressivo – da parte di questa lega ai danni della Russia; 2) a partire dal 1890,
quando si interrompe il dialogo con la Germania, il governo tedesco sospende tutti i rapporti economico-
commerciali con SP, lanciando perfino una pesante guerra doganale che ha l’obiettivo di ostacolarne i
progetti di modernizzazione e industrializzazione.
In questa rottura si inserì la Francia, offrendo un prestito finanziario così che il governo russo potesse
rispondere a certi bisogni economici, ad esempio relativi alla costruzione della Transiberiana in corso in
quegli anni. Questo sollecitò la volontà russa a concludere l’intesa con la Francia: in luglio una nave
francese arrivò a Kronstadt, dove si aprirono le trattative. Esse si articolarono in due fasi: la prima si
concluse nell’agosto 1891 con uno scambio di note che impegnavano i governi a consultarsi per concordare
azioni comuni in caso di minacce o aggressioni; la seconda si svolse a SP e si concluse nell’agosto 1892 con
la Convenzione militare franco-russa. Cosa prevedeva quest’ultima? Di fatto era un accordo di mutua
alleanza difensiva, che prevedeva, nel caso di un attacco da parte austro-tedesca contro la Francia,
l’intervento della Russia con tutte le sue forze disponibili. D’altro canto, in caso di aggressione austro-
tedesca contro la Russia, la Francia avrebbe avuto gli stessi obblighi. La Francia usciva finalmente
dall’isolamento dov’era confinata fin dal 1871! Il primo paradigma-pilastro della strategia bismarckiana
cadeva definitivamente. Da questo momento in poi, il pericolo di un’aggressione a tenaglia contro la
Germania diventava una concreta possibilità. Proprio con la Convenzione, poi, si avviava quel processo di
allineamento che porterà, alla vigilia della Prima guerra mondiale, alla formazione delle compagini che
prenderanno parte alla Grande Guerra.

Torniamo alla politica guglielmina e al progressivo abbandono degli altri elementi di base della politica
bismarckiana. La fine della Contro-assicurazione venne seguita da un'altra mossa, ovvero l’abbandono della
politica di pacifico raccoglimento che l’ex-cancelliere aveva promosso nei suoi 20 anni di mandato per
evitare di mettere la Germania in pericolo, che era stata oggetto di forte dissenso e critiche. In particolare,
ne era stato criticato l’atteggiamento remissivo ed eccessivamente rinunciatario nei confronti degli obiettivi
imperialisti ed extra-europei che la Germania avrebbe potuto perseguire. Il cancelliere aveva agito così per
non disturbare la GB e lasciarla nella sua posizione di Splendido isolamento, rinunciando tranquillamente a
lanciarsi in iniziative di conquista oltremare. Ma il nuovo corso della politica tedesca rifiutava questa
tendenza di auto-tutela ad ogni costo, non voleva astenersi da una politica più ambiziosa né porsi alcun
limite. La Germania, dopotutto, era diventata la principale forza militare del continente, ascesa al ruolo
anche di massima potenza economica e industriale: il suo apparato produttivo si era accresciuto
enormemente, soprattutto negli ambiti più innovativi come quello siderurgico. Sostanzialmente, era la
prima potenza economica europea, se non mondiale, avendo superato l’Inghilterra nella produzione
dell’acciaio e sostituendola nella posizione di leader dell’economia industriale, ed esprimendo performance
superiori a quelle britanniche. Era quindi una Germania molto diversa rispetto a quella della prima
unificazione, che aveva quindi nuove necessità ed ambizioni: di espansione all’estero, di proiezione della
propria economia oltre i limiti del proprio mercato interno. Una forte pressione era esercitata, sugli
ambienti politici, affinché si abbandonasse la suddetta linea di prudenza e remissività bismarckiana.
Queste esigenze di natura economica si accompagnavano anche a nuovi orientamenti ideologici
dell’opinione pubblica: si stavano affermando radicalmente il nazionalismo e lo sciovinismo, mentre si
fondavano associazioni per promuovere il perseguimento della politica tedesca di prestigio, un esempio è
l’Alldeutscher Verband (la “Lega Pangermanica”). Da questo momento in poi, la Germania abbandonò la
logica dell’“Europolitik” per lanciarsi nella Weltpolitik.
A quest’ultimo scopo si orientano le iniziative della nuova classe dirigente tedesca: innanzitutto il
potenziamento navale, considerato da Guglielmo II condizione imprescindibile per lanciarsi nella nuova
politica. Questo era stato un aspetto largamente trascurato da Bismarck, che non ne vedeva l’esigenza alla
luce della sua politica estera. Ma Guglielmo II esigeva una potente flotta, convinzione sulla quale pesavano
le tesi sostenute dal noto ammiraglio americano Mahan (molto diffuse ed apprezzate al tempo), che scrisse
Influence of the Sea Power on History, dove spiegava come la potenza marittima fosse fondamentale per
una grande nazione (senza la quale essa sarebbe stata un ‘mollusco senza conchiglia’). L’obiettivo non era
tanto quello di dover competere con la temibile flotta britannica, ma comunque di averne una importante e
significativa, in grado di incidere sugli equilibri navali che caratterizzavano i rapporti tra le grande potenze
europee. Così nel 1897 venne varato il grande piano di rinnovamento e potenziamento – si potrebbe dire
quasi creazione – di una flotta funzionale ai nuovi obiettivi della Weltpolitik. Una volta realizzato questo
progetto, vennero conclusi gli accordi con Costantinopoli per la costruzione della ferrovia Bosforo-Baghdad
– progetto dove la Germania riuscì a soppiantare i britannici, che a lungo avevano cercato di ottenere la
stessa concessione. Parallelamente, la Germania iniziò ad avventurarsi commercialmente in Cina e
appoggiò i Boeri nella guerra africana contro l’Inghilterra. Cosa determinò tutto ciò? Naturalmente il
fastidio della Gran Bretagna, che vedeva minacciata la sua egemonia navale e coloniale – esattamente ciò
che Bismarck aveva a lungo cercato di evitare. La GB si batté per conservare il proprio primato, avviando
un’inarrestabile corsa agli armamenti (navali), alla quale i tedeschi tennero tenacemente testa, e si
impegnò ad una profonda lotta politico-economica, aprendo una rivalità che sarebbe durata fino allo
scoppio della Prima guerra mondiale.

L’obiettivo di questa competizione era l’egemonia mondiale e, per la GB, il problema era rappresentato dal
fatto che, nei loro interessi extra-europei e di dominio planetario, erano esposti alla minaccia non solo
tedesca ma anche russa e francese. Londra si trovava in un momento molto delicato della sua politica
imperiale: non gode più della condizione di egemonia esclusiva che l’aveva caratterizzata fino agli anni ’70
nel 1800, pervasive azioni espansionistiche erano promosse non solo da Germania, ma anche dalla Francia
e, soprattutto, dalla Russia – il principale allarme della GB. Ciò che preoccupava i britannici era, come
sappiamo, l’espansione zarista sul Mediterraneo e nell’Asia Centrale, dove a partire dal 1895 la Russia
minacciava di avvicinarsi dopo essersi allargata anche in Cina e in estremo oriente. Per quanto riguarda la
Francia, l’area dove si aveva un confronto con i britannici era quella del medio corso del Nilo in Africa, dove
la GB voleva realizzare un continuum territoriale verticale per unire Alessandria e il Capo, mentre la Francia
voleva collegare in senso orizzontale Gibuti alle regioni dell’Africa occidentale. La zona nilotica era quindi il
punto di scontro tra questi contrastanti progetti di espansione geopolitica. La Francia non era certo
disposta a recedere, al punto di rifiutarsi di riconoscere il protettorato britannico sull’Egitto e di aprire una
grave crisi per il controllo del Sudan, che nel 1898 condusse i due paesi sull’orlo di un conflitto (Crisi di
Fashoda). La guerra fu evitata grazie all’approccio lungimirante del ministro degli esteri francese, che colse
la necessità di evitare un pericoloso scontro nella prospettiva di rilanciare, in seguito, i rapporti con Londra
in funzione anti-tedesca.

I britannici, dal canto loro, credevano non fosse necessario allarmarsi poiché la loro potenza navale sarebbe
stata in grado di garantire la loro supremazia globale, ma si dovettero ricredere in seguito alla sconfitta
nella Guerra anglo-boera. Inoltre, l’azione congiunta di Germania, Francia e Russia richiedevano, come
sostenne Joseph Chamberlain, l’abbandono della politica di Splendido isolamento. Ma con chi allearsi?
Inizialmente si pensò con la Germania stessa, accordo che avrebbe permesso di rispondere alle due più
pressanti preoccupazioni della GB: 1) trovare un modus vivendi con Berlino, che potesse indurre la
Germania a rinunciare al piano di potenziamento della propria flotta navale (in che modo? Offrendo ai
tedeschi qualche concessione in materia coloniale e/o assicurando a Berlino qualche soddisfazione di
carattere commerciale); 2) assicurarsi un appoggio politico-militare per contenere la minaccia russa, sia in
Asia che nel Mediterraneo.
Il governo britannico pensava quindi ad un accordo dal contenuto circoscritto, che rispondesse a quelle due
esigenze. La risposta tedesca consistette però in un netto rifiuto, l’iniziativa britannica fallì e di questo
rifiuto si rese interprete lo stesso Von Holstein, ma perché? I motivi di profondo attrito tra Londra e i suoi
concorrenti coloniali erano insuperabili, la GB era inevitabilmente destinata all’isolamento, dunque alla
Germania non conveniva affrettare un accordo, ma piuttosto attendere il momento in cui Londra, disperata,
si sarebbe trovata in una situazione di tale difficoltà da essere disposta a stringere un accordo a qualsiasi
condizione, e soprattutto alle condizioni preferite da Berlino. Questo enorme errore da parte tedesca
partiva da un’incomprensione del quadro internazionale e dalla sottovalutazione delle capacità e sensibilità
diplomatiche britanniche. I tedeschi guardavano alla politica internazionale limitandosi alle frontiere del
vecchio continente, mentre la GB era capace di una prospettiva assai più ampia e globalizzata, pragmatica
verso le questioni della sua politica estera e le nuove dinamiche della politica internazionale – approccio
che le derivava da due secoli di azioni rivolte al di fuori dell’Europa.

Allo stesso modo, la GB era capace di vedere in un paese come il Giappone un potenziale alleato – ma con
quale scopo? L’obiettivo che gli accomunava era l’ostilità verso la Russia, la volontà di contenere la sua
espansione in Asia. Da qui, si aprirono le trattative per un’intesa anglo-nipponica. Quali erano gli interessi
giapponesi, in particolare? Lo vedremo domani.

09/02/2021

Abbiamo visto il fallimento britannico di trovare un modus vivendi che permettesse, da un lato, di indurre la
Germania, dietro concessioni di tipo coloniale, ad abbandonare il progetto di potenziamento navale e,
d’altro canto, il tentativo di trovare nella Germania un partner per la politica di contenimento della Russia.
Ma la GB individua nel Giappone un utile alleato in quest’ultimo senso: gli interessi che accomunano i due
paesi risiedono innanzitutto nella comune opposizione alla politica russa, di contenerne l’espansionismo in
Asia. Sappiamo quali fossero le preoccupazioni britanniche (Asia centrale, India, Cina), ma per quanto
riguarda il Giappone? I contrasti con SP sono dovuti alla contesa per il controllo di due importanti regioni
della Cina, ovvero la Corea e la Manciuria.
Il grande sviluppo che il Sol Levante aveva conosciuto nella seconda metà dell’800 gli aveva permesso di
catalizzare la sua attenzione e la sua politica espansionista proprio verso quelle regioni, che facevano parte
dell’impero cinese. Dopo aver subito i trattati iniqui con i quali GB e USA gli avevano imposto di aprire i
mercati, Tokyo aveva accettato la sfida della modernità per non cadere vittima dell’egemonia occidentale.
La sfida fu tradotta in numerose riforme interne dell’apparato amministrativo (prendendo a modello quello
prussiano) e per lo sviluppo industriale, il quale raggiunse risultati straordinari tra la fine degli anni ’70 e
’90. Insieme alla Germania e agli USA, il Giappone fu il paese che al meglio seppe approfittarsi della
Seconda rivoluzione industriale, dando vita ad un apparato produttivo in grado di competere con le più
evoluto economie mondiali. Il problema del paese, però, rimaneva nella limitatezza delle proprie
potenzialità: la popolazione era scarsa, come anche le risorse del territorio. Il Giappone mancava di materie
prime e di mercati sufficientemente ricettivi, quindi aveva bisogno di trovare al di fuori dei propri confini le
risorse necessarie. Aveva quindi bisogno di espandere il proprio Lebensraum, cosa che fece rivolgendosi
chiaramente al resto dell’Estremo Oriente.

I giapponesi definivano la Corea come parte della propria sfera d’interesse nazionale, una naturale testa di
ponte verso l’Asia continentale, con una grande importanza sul piano della sicurezza: una Corea in mani
nemiche avrebbe rappresentato una grande minaccia per la difesa del paese. Come anche la Manciuria poi
la Corea avrebbe rappresentato una grande fonte di materie prime, specificatamente risorse minerarie
come il carbone. Nella Manciuria meridionale, inoltre, si trovavano due dei principali porti commerciali e
militari della Cina: Dalian e Port Arthur. Nel 1894 Tokyo decise quindi di lanciarsi nell’impresa di una guerra
contro la Cina per la conquista di queste regioni: i giapponesi vinsero piuttosto facilmente, e alla
conclusione del conflitto imposero ai cinesi il Trattato di Shimonoseki – con esso veniva ceduta la penisola
di Liaodong (dove si trovavano i due porti), l’isola di Taiwan (Formosa), le isole Pescadores, l’indipendenza
della Corea. Queste imprese entravano però in collisione con gli interessi russi, così che San Pietroburgo
reagì (facendosi supportare da francesi e tedeschi, dando vita alla così detta Triplice dell’Estremo Oriente)
imponendo ai giapponesi il ritiro da tutti i territori appena conquistati, minacciando altrimenti una
dichiarazione di guerra. Tokio non era ancora in grado di reagire a questo tipo di minacce, per cui si dovette
piegare pacificamente all’imposizione da parte russa.

In Manciuria, i giapponesi vennero sostituiti dai russi, i quali ottennero la concezione esclusiva di Port
Arthur per 25 anni e la completa neutralizzazione della penisola Liaodong, oltre alla concessione da parte
cinese di costruire in Manciuria una grande rete ferroviaria da collegare, in futuro, con la Transiberiana, così
da stabilire un collegamento diretto tra la regione cinese e il territorio russo – con la prospettiva di portare
la ferrovia fino a Port Arthur. L’occupazione russa in Manciuria non si fermò qui, essa continuò e proseguì in
occasione della Rivolta dei Boxer (1898-1901), dove si ebbe una reazione congiunta di tutte le forze
europee, tra le quali la Russia seppe reagire più astutamente inviando un contingente tale da consentirle
poi il controllo di tutta la Manciuria, anche della zona meridionale che non controllava precedentemente. In
seguito alla rivolta venne confermata al Giappone l’influenza sulla Corea.

Tale rivolta sembra mettere in pericolo le concessioni delle grandi potenze occidentali nel Celeste impero.
La risposta congiunta europea vede i russi con duecentomila uomini dispiegati, quindi di fatto con un
controllo della Manciuria quasi totale. Liaodong, Tung ma anche gran parte del corpo della regione.
Tokyo sembra messa all’angolo dall’espansionismo russo. In realtà il governo imperiale aveva provato a
mettere in campo delle soluzioni diplomatiche. Propone la definizione di un modus vivendi tra le due
potenze, in particolare aveva avanzato l’idea di una divisione di aree di interesse e di influenza, cercando di
dividere gli interessi locali tra russi e giapponesi. Nella classe dirigente russa si aprì un dibattito. Mentre
alcuni avevano una posizione transigente, diplomatica, alla fine vinse una posizione di rifiuto, quella
sostenuta dallo zar Nicola II e dall’ammiraglio Alekseev, comandante della base di Port Arthur: San
Pietroburgo respinse la proposta, il che avrebbe rappresentato un grande errore.
Il Giappone inizia preparandosi al conflitto militare, alla guerra revanscista contro i russi. Comprerà armi e
farà addestrare i propri ufficiali dagli europei. Il problema che si presenta al Giappone è di natura
diplomatica, avendo paura che anche una vittoria militare potrebbe essere bloccata da un’azione europea
diplomatica congiunta. Il problema che gli si pone è come riuscire, quindi, ad evitare la polarizzazione di una
coalizzazione europea intorno San Pietroburgo. Ma la Gran Bretagna si inserisce proprio qui, e a favore del
Giappone. Londra propone un’intesa, che viene firmata nel gennaio del 1902, e che verrà sempre rinnovata
tra i due paesi fino al 1923.
In cosa consisteva questo trattato? Riconosceva gli speciali interessi economici di Fair commercial
competition della Gran Bretagna in Cina, e allo stesso tempo anche quelli del Giappone sulla Corea e sulla
Manciuria (e quindi sulla ferrovia russa). Inoltre, a livello di casus foederis, il documento stabiliva che, in
caso una delle due parti fosse stata impegnata in un conflitto, l’altra sarebbe rimasta neutrale. Se invece
fosse entrata in guerra con due potenze nemiche, allora l’altra sarebbe intervenuta in sua difesa: l’accordo
era quindi congegnato in modo da evitare che il Giappone si ritrovasse in guerra con una Russia coalizzata
con un’altra potenza europea (Francia o Germania), a meno che essa non fosse pronta ad affrontare anche
Londra – il trattato, infatti, venne reso pubblico a questo scopo.
La guerra tra Russia e Giappone, conclusasi nel 1905, fu sorprendente nei suoi esiti: la vittoria di Tokio fu
inequivocabile, con la vittoria terrestre di Mukden e quella navale di Tsushima, dove la flotta nipponica
poté mostrare lo straordinario livello raggiunto dalla sua cantieristica e dove quella russa venne distrutta.
L’atto finale del conflitto fu il Trattato di Portsmouth (5 settembre 1905), firmato con la mediazione
statunitense e con il quale Tokio guadagnava anche il protettorato sulla Corea, che diventava quindi parte
integrante del Giappone.

In cambio, la GB aveva ottenuto proprio ciò che voleva: il ridimensionamento della politica russa in Asia,
che venne accompagnata da una pesantissima crisi interna – che avrebbe dato luogo alla rivoluzione russa
dello stesso anno. Il problema russo era quindi risolto, e Londra poteva spostare la propria attenzione sulla
Francia, altra concorrente in affari coloniali. Essa aveva un valore particolare poiché, se sul piano coloniale
era certamente un’avversaria, sulle questioni relative alla politica europea (i.e. rapporto con la Germania)
era invece un’importante alleata. Era quindi fondamentale ricucire i rapporti con Parigi, risolvendo i motivi
di contrasto sul piano coloniale ponendo le basi per una comune politica anti-tedesca. In questa
prospettiva, la GB si confrontava con una Francia che la pensava sostanzialmente nello stesso modo:
l’iniziativa di un avvicinamento franco-britannico si doveva infatti al governo francese e soprattutto il primo
ministro Delcassé. Un ruolo importante venne giocato anche dalla già citata crisi di Fashoda, relativa alla
contesa per il controllo del Sudan: lì Delcassé aveva lungimirantemente deciso di cedere. Non era possibile,
per Parigi, trovarsi contemporaneamente in una condizione di inimicizia sia con la GB che con la Germania.
La Francia doveva prendere coscienza del fatto che il maggior pericolo veniva da Berlino, per la quale
nutriva tra l’altro ancora un sentimento di revanche.
L’opinione pubblica transalpina, come anche la classe dirigente, era favorevole a questa linea: bisognava
superare le contese extraeuropee con i britannici per porre le basi di una favorevole collaborazione politica.
Non a caso, spedirono a Londra il più filo-britannico e abile dei diplomatici francesi, Paul Cambon.

Sul versante britannico, l’idea di un’intesa con la Francia era risultato di una profonda revisione della
situazione europea, in termini generali: la Francia non era la principale minaccia per l’equilibrio
continentale, come pensato fino ad allora, per salvaguardare il quale era necessario allearsi con uno dei due
stati tedeschi. La situazione risultava molto cambiata: dopo l’avvio della Weltpolitik e del potenziamento
navale tedesco, Londra ricombinò le sue priorità, considerando ora la Germania come massima minaccia
per gli interessi britannici – sia sul piano della tutela dell’equilibrio continentale che su quello degli interessi
di potenza extraeuropea. Ciò conferma il fatto che Londra consideri sempre l’Europa in termini di equilibrio:
se vi è una forza troppo dominante e minacciosa, è allora necessario ristabilire l’equilibrio e rafforzare
anche un altro paese.

La prospettiva pragmatica di entrambi i governi era quindi: risolviamo le nostre contese in Africa, così da
lanciare la promozione delle reciproche relazioni politiche. I motivi di contenzioso colonialista erano
diverse, ma principalmente si occuparono di due di esse: l’Egitto e il Marocco. Per quanto riguarda il primo,
la Francia doveva riconoscerne il protettorato britannico, cosa che aveva rifiutato di fare allo scopo di
ostacolare la penetrazione britannica anche verso il Sudan. A proposito del Marocco, invece, la Francia
aveva da tempo puntato gli occhi occhi sul paese posto sotto il controllo ottomano: la sua acquisizione
avrebbe completato il blocco dei paesi nord-africani sotto il controllo francese (Algeria e Tunisia). Inoltre, il
Marocco era un paese sul quale il sultano aveva promosso una significativa politica di modernizzazione del
sistema produttivo e della infrastrutture, e che quindi offriva interessanti possibilità di investimento nei
settori ferroviari, marittimi, ecc.
Allo stesso tempo, Parigi si era fatta protettrice del sultano offrendogli appoggio in seguito alle critiche da
lui subite per la politica di apertura verso gli stranieri, e per le difficoltà che aveva vissuto con le rivolte delle
tribù meridionali del Marocco: i francesi si erano offerti quindi di riorganizzare la polizia locale per
proteggere il sovrano ottomano. Volevano quindi che venisse riconosciuto loro il diritto di influenza
preferenziale, preludio di un eventuale occupazione da parte del governo francese .
Ai britannici il Marocco non interessava particolarmente, tenevano esclusivamente alla possibilità di
continuare il controllo dello Stretto di Gibilterra, ovvero la tutela del libero passaggio attraverso di esso.
Eccetto ciò erano del tutto propensi ad andare incontro agli interessi francesi così da ricucire
definitivamente i rapporti con Parigi.

Le trattative si conclusero l’8 aprile 1904, con un trattato che riguardava il modus vivendi relativo alla
condotta coloniale (riconoscimento francese del protettorato sull’Egitto e riconoscimento inglese del
protettorato sul Marocco) – limitato, quindi, privo di natura politica. Questa caratteristica è da attribuirsi al
fatto che la GB era tradizionalmente poco propensa a concludere accordi bilaterali generali con un’altra
potenza europea, quindi preferì questa opzione ma, in realtà, il valore di fondo dell’intesa (Entente
Cordiale) era la volontà di porre fine ai contrasti coloniali per andare d’accordo in Europa, riavvicinamento
di cui era la premessa. Londra non avrebbe mai potuto accettare un trattato politico di mutua alleanza
difensiva, non era nella sua tradizione diplomatica e voleva muoversi gradualmente (e anche qui va
riconosciuto il merito di Delcassé che non forzò la mano britannica). Nonostante l’intesa non avesse
carattere politico, comunque tra i due paesi si saldò un rapporto fortissimo che permetterà loro di superare
diverse sfide e dimostrerà come il proprio valore andasse ben oltre il contenuto vero e proprio dell’accordo.

Dopo la conclusione dell’Entente, la Francia voleva consolidare la propria posizione in Marocco con la firma
di una serie di accordi, il primo dei quali era in realtà precedente al 1904 e venne concluso con l’Italia nel
1902 (Prinetti-Barrère). Esso sanciva il mutuo riconoscimento degli interessi francesi sul Marocco e di quelli
italiani sulla Tripolitania. I due paesi abbandonavano quindi la sterile inimicizia che aveva caratterizzato i
loro rapporti per anni, avviando un dialogo che era passato gradualmente da alcuni accordi commerciali nel
1898 fino al sopracitato trattato Prinetti-Barrère. Nel quadro di questa politica di consolidamento della
propria posizione nel Marocco, la Francia concluse un altro accordo con la Spagna nel 1904: Madrid
riconosceva i diritti esclusivi della Francia sul paese, in cambio del riconoscimento dei suoi diritti nella parte
settentrionale del Marocco. Da questa offensiva diplomatica parigina per porre le fondamenta di un
dominio sul paese nordafricano era quindi rimasta fuori la Germania (rigorosamente esclusa da Delcassé) –
del resto, come i britannici e gli italiani, anche i francesi la volevano tagliare fuori dal Mare Nostrum.

Berlino reagì cercando di ostacolare la Francia, con un’operazione estremamente scenografica: in visita a
Tangeri il 3 marzo 1905, il kaiser invitò il principe marocchino a resistere alle imposizioni francesi,
dichiarandogli la sua intenzione di tutelare l’indipendenza marocchina a tutti i costi, e il fatto che lui
avrebbe riconosciuto solamente la sua autorità sul paese. Il suo scopo era asserire in modo inequivocabile il
suo diritto ad essere consultato, in quanto capo di una grande potenza, in una questione internazionale di
così grande rilievo – sebbene mediterranea. Un secondo obiettivo, riguardante l’Entente Cordiale, era
quello di creare frizioni insanabili nella neonata intesa anglo-francese: Guglielmo credeva che, nel caso il
confronto sul Marocco si fosse radicalizzato, la GB non avrebbe sostenuto Parigi in un eventuale conflitto,
condannandola a sconfitta sicura. L’imperatore propose anche una conferenza internazionale per discutere
il fatto, cosa che Parigi rifiutò, avendo già risolto la questione tramite accordi bilaterali e non vedendo la
ragion d’essere di un tale incontro. Ma la Germania accompagnò questa richiesta con un un’aggressiva
campagna diplomatica, politica e mediatica contro Delcassé, con la conseguenza che quest’ultimo si vide
costretto a dimettersi. Il suo successore si piegò alla richiesta e la conferenza si tenne nel gennaio 1906 ad
Algeciras.

Ma i calcoli tedeschi si svelarono errati: con l’eccezione dell’Austria-Ungheria, tutti gli altri governi
assunsero un atteggiamento in favore di una soluzione benevola nei confronti della Francia, l’Italia
mantenne una posizione di equidistanza (se non di moderato favore per la Francia); anche la Russia si
mostrò favorevole alla Francia; stesso fecero gli Stati Uniti. L’Entente Cordiale uscì dalla Crisi marocchina
perfino rafforzata, a conferma del fatto che gli accordi dell’aprile 1904 andavano ben oltre le questioni
coloniali. Le decisioni finali della Conferenza di Algeciras? Alla Francia venne riconosciuta la netta
preminenza sul Marocco, le veniva affidato l’addestramento e l’organizzazione della polizia, mentre alla
Germania veniva concessa la protezione delle sue attività economiche nel paese. La questione, poi, si
sarebbe definitivamente risolta con la Seconda crisi marocchina del 1911 quando, in seguito alla crisi
scatenata dall’inviò della cannoniera tedesca Panther nel porto di Agadir, venne concessa totale mano
libera alla Francia, e una fascia di territorio congolese alla Germania come compensazione.

La crisi mostra quindi l’opposto di quel che Guglielmo II sperava di dimostrare. L’Entente cordiale ne uscì
rafforzata e la Germania isolata (tranne che con l’Austria). I rapporti anglo-francesi cominciano ad orientarsi
su una chiave politica e, nel 1906, dopo Algeciras, ecco che vediamo infatti avviate delle trattative tra le due
nazioni, con i primi passi verso un’intesa più stretta.
Londra ha quindi in parte risolto il problema russo, avendo sistemato i suoi rapporti con la Francia. Lo
Splendido isolamento è praticamente concluso, e vi è una processo di riallineamento delle potenze che
vede l’Inghilterra e la Francia contrapposte alla Triplice Alleanza, indebolita da un’Italia in parte neutrale. In
tale quadro, per i britannici resta aperto un grosso elemento di contraddizione. Ovvero, la questione dei
rapporti con la Russia stessa. 
La Corona e a Downing Street sanno che è necessario, che è anzi assoluta necessità, che venga superata
l’anomalia della loro politica estera, cioè il fatto che la Gran Bretagna è unita da un rapporto di intesa e
amicizia con la Francia e da un rapporto di ostilità e contrapposizione con la Russia, mentre Francia e Russia
sono tra di loro strettamente legate. È un triangolo che non si chiude, perché c’è il lato anglo-russo che non
si chiude e che rimane spezzato. Questo rischia di creare problemi alla medesima Entente cordiale. Come
tenere insieme tutto questo complesso?
Gli inglesi, a partire dal 1906, all’indomani di Algeciras e alla conclusione della crisi marocchina, sono
determinati a superare e risolvere l’anomalia del loro sistema di alleanze. Va detto che su questa strada, in
realtà, si trova una Russia che presenta elementi apparentemente incoraggianti. Qual è la politica russa
dopo Tsushima? Le sue ambizioni in Asia sono crollate e, seguendo quel ciclo che va da Est a Ovest, i russi
ricominciano a guardare verso l’Europa, il Mediterraneo Orientale e i Balcani. Il ritorno a una politica di
espansione balcanica riporta la Russia in rotta di collisione con l’Austria. L’idea di San Pietroburgo è quella
quindi di ricucire i rapporti con Londra: Nicola II si convince fortemente della necessità di questa nuova
linea di politica estera, non a caso per rafforzare il suo orientamento nel 1906 promuove un drastico
cambiamento, anzi, lo impone, alla guida politica del paese. Rimuove il primo ministro Devitte e Lanondra,
e incarica invece Stolipin e il ministro Ilbovisky, che rappresentano il mondo politico russo filo-britannico.
Ovviamente gli inglesi non attendevano altro. L’amicizia, specie dal ministro degli esteri Grey, è vista come
fondamentale anche per rafforzare l’Entente cordiale. Il terreno d’intesa è la ricerca di una soluzione ai
problemi extraeuropei che dividevano Londra e la Russia: è quindi necessario risolvere il problema del
Great Game, in cui si vedeva la tendenza russa verso l’Oceano Indiano e gli inglesi desiderosi di proteggere i
propri interessi indiani.
Si conclude quindi un accordo nel 1907 tra Russia e Inghilterra, che si dividono Afghanistan, Persia e Tibet. Il
primo viene riconosciuto come sfera d’influenza esclusiva britannica, che solo nominalmente rimane
indipendente ma che di fatto diviene un semi-protettorato. La Persia, circa fino a Teheran, è affidata alla
Russia e il sud alla Gran Bretagna. Mentre per quel che riguarda il Tibet, le due potenze si impegnarono ad
astenersi da ogni penetrazione nella regione che doveva restare sotto integrale sovranità cinese.
Anche in questo caso vediamo come si firma un accordo che affronta la soluzione coloniale tra Russia e
Inghilterra come chiave di volta per poter arrivare poi alla soluzione in Europa. I secondi però non
transigono ancora sulla questione mediterranea, nonostante l’accordo del 31 agosto del 1907 e il
riavvicinamento tra i due paesi sia anche un invito alla Russia ad alzare il livello di espansione verso i
Balcani.

17/02/2021

Abbiamo visto il riallinearsi delle alleanze, Triplice Alleanza ed Entente Cordiale, che apre l’ultima fase
precedente allo scoppio della Prima guerra mondiale. La scintilla, come sappiamo, avrà origine nelle
questioni balcaniche e nella Crisi d’oriente. Nell’ultima parte dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, in
realtà, la situazione balcanica aveva conosciuto un periodo di tranquillità: Austria-Ungheria e Russia
avevano deciso di soprassedere alla loro rivalità. Da un lato, la Russia era impegnata in Estremo Oriente,
mentre l’Austria riteneva di avere la situazione sotto controllo, rassicurata dall’alleanza con gli Obrenovic e
quindi tendente a non disturbare l’equilibrio del quadro balcanico. Un quadro che le era assolutamente
favorevole, viste le iniziative diplomatiche promosse da Vienna verso Romania, Serbia e Bulgaria. Questa
propensione austriaca e russa ad evitare occasioni di attrito sui Balcani, peraltro, trova una definizione
diplomatica, attraverso la conclusione di un accordo (preceduto da intesa verbale nel 1897), quello di
Munster, in base al quale Vienna e SP si impegnavano a conservare lo status quo balcanico. In realtà, era
una stasi di breve durata: agli inizi del ‘900 le acque cominciano ad agitarsi per le vicende che vedono
coinvolta quella che è destinata a diventare la grande nemica dell’Austria nell’area, ovvero la Serbia.
Abbiamo visto che la politica estera di Belgrado, con l’accordo del 1881, aveva portato il paese ad essere
protettorato di Vienna – per la contrarietà di opinione pubblica e classe politica serba. A cavallo tra i due
secoli, la tolleranza serba verso questa politica filo-austriaca giunge alla saturazione. Proprio nei primi anni
del ‘900 si sviluppa in modo inarrestabile un nazionalismo aggressivo e xenofobo, sostenuto soprattutto
dagli ambienti militari che promuovono la costituzione della Mano Nera, associazione segreta
ultranazionalista, fondata da Dragotin Dmitrievic.
Nel 1903, la Mano Nera decide di chiudere l’esperienza dinastica degli Obrenovic: gli uomini di Dmitrievic
organizzano un complotto che conduce all’omicidio di Alessandro, figlio di Milan, imponendo una nuova
dinastia – Karageorgevic, nella persona di Pietro Karageorgevic. Quest’ultimo orientò la politica estera del
paese su tutta una nuova rotta: rottura con l’Austria e riavvicinamento alla Russia, con rilancio della politica
panserba nei Balcani meridionali (volta a fare di Belgrado il “Piemonte” dell’unificazione iugoslava).
L’Austria era vista come nemico irriconciliabile con questo progetto, visto che molti dei fratelli iugoslavi
vivevano nei confini della duplice monarchia. Il nuovo corso serbo si avvale della collaborazione di un primo
ministro, Nicola Pasic, destinato a diventare l’interprete dei nuovi orientamenti politici della Serbia: era
stato scelto non a caso in quanto principale sostenitore della linea panserba (progetto da compiere in
stretta alleanza con la Russia, in prospettiva anti-austriaca).
L’unità iugoslava era quindi strettamente connessa all’egemonia serba nei Balcani meridionali. Cosa fa
dunque Nicola Pasic? Egli comincia ad orchestrate ed alimentare tutta una serie di agitazioni e rivolte
contro l’Austria e a sostegno dell’unità iugoslava, in tutta l’area ma soprattutto in Bosnia Erzegovina, che
diviene l’epicentro e focolaio di questi movimenti. Perché proprio questo paese? In primo luogo perché i
serbi considerano la Bosnia Erzegovina terra irredenta (la maggior parte della popolazione è serba). Inoltre,
si voleva assolutamente impedire la sua annessione all’Austria, dopo che era stata occupata militarmente e
amministrata da Vienna. Le rivolte promosse da Belgrado, infatti, erano volte ad impedire un’effettiva
annessione. Infine, questa regione era considerata quella attorno la quale costruire il progetto di unione
iugoslava. Sarajevo è quindi il centro nevralgico dell’irredentismo serbo, e la Mano Nera vi organizza
attentati e tumulti, a partire appunto dal 1903.
Tutto ciò costituisce motivo di enorme allarme per il governo di Vienna, poiché i movimenti esercitano una
grande influenza anche dentro lo stesso territorio della duplice monarchia, tra le popolazioni serbe e croate
sotto gli Asburgo, che cominciano a guardare alla Serbia come un magnete che può realizzare il progetto
iugoslavo. Alla fine del 1905, addirittura, i capi delle minoranze serbe, croate e slovene cominciano a
prendere contatti con il governo serbo, così da costruire una forte solidarietà iugoslava mirata ad ottenere
l’indipendenza. L’Austria si trova costretta a reagire, e la contrapposizione con la Serbia comincia come una
guerra doganale (la Guerra dei Maiali, visto che i serbi non potevano esportare la loro carne suina sul
mercato austriaco) con alte imposte sui prodotti agricoli – si rivelò inefficace dal punto di vista politico,
aggravando solo il risentimento della popolazione serba verso gli austriaci.
Di fronte a questo quadro, Vienna decise di abbandonare la sua politica “moderata” e propensa alla quiete
nell’area balcanica, riprendendo quella di penetrazione verso sud, in particolare in Bosnia Erzegovina. Gli
ambienti militari ritenevano che il consolidamento dell’impero contro i particolarismi etnici interni potesse
esserci solo con lo stroncamento delle velleità panserbe, entrando nei Balcani e occupando le regioni
irredentiste. Questo progetto era guidato dal nuovo ministro degli affari interni, Aehrenthal, che individuò
la sua priorità nel colpire la Serbia, la maggiore minaccia all’integrità del suo impero (avrebbe anzi voluto
porre tutti gli stati balcanici nella sfera di influenza austriaca: Albania, Montenegro, una grande Bulgaria a
loro legata dalla gratitudine – in seguito allo smembramento della Serbia).
Si ebbe quindi l’annessione della Bosnia Erzegovina, violazione degli impegni assunti di Vienna in occasione
della Conferenza di Berlino (1878), che avrebbe dovuto demolire le iniziative serbe nella regione. Ciò
avrebbe dovuto impedire che la BE rappresentasse il cuore del progetto panserbo/iugoslavo, bloccando
qualsiasi ipotesi di unificazione. La mossa rappresentò un colpo micidiale per la nuova politica estera serba,
e la reazione di Belgrado fu durissima: ci fu una mobilitazione dell’opinione pubblica che chiese di fare
guerra all’Austria; il governo riuscì ad evitare soluzioni estreme ma cercò di ottenere qualche compenso da
Vienna. In particolare, chiese una fascia di territorio tra Serbia e Montenegro che potesse assicurare ai serbi
un accesso al mare: Vienna fu irremovibile nel suo rifiuto, il che esasperò più che mai la situazione.

Certo la Serbia non era nella condizione di affrontare una guerra da sola, così ripose le sue speranze
nell’alleata russa, nella disponibilità di SP ad offrire il proprio appoggio per respingere l’iniziativa austriaca.
Sul piano teorico, la Russia aveva tutto l’interesse ad intervenire: sconfitta dal Giappone, si voltava
nuovamente verso l’Europa sud-orientale, uno dei fondamentali paradigmi della sua politica estera.
Effettivamente, sul piano diplomatico SP si mostrò propensa ad opporsi all’abuso austriaco, affermando di
non poter assentire all’annessione di territori slavi da parte di uno stato tedesco. Tuttavia il passaggio
dall’azione diplomatica all’azione militare si rivelò sostanzialmente impossibile. Ciò fu determinato
dall’atteggiamento assunto dall’impero tedesco (!): di fronte allo sviluppo degli eventi, il cancelliere Von
Bulow colse la necessità di un intervento, e convinse Guglielmo II che non si poteva lasciare sola l’Austria
Ungheria, sostanzialmente per due ragioni. 1) La questione era di vitale importanza, visto il pericolo
rappresentato dallo slavismo del sud. La loro rinuncia avrebbe comportato una perdita di fiducia
dell’Austria verso la Germania, indebolendo quindi il rapporto tra i due paesi. 2) Se lasciata sola contro la
Russia, Vienna avrebbe corso un immenso rischio, che Berlino doveva assolutamente evitare (l’esistenza
dell’Austria era un requisito fondamentale per la sicurezza della Germania stessa). Si aveva quindi un
vincolo sempre più stretto che legava la Germania alla duplice monarchia.
Il 21 marzo del 1909 l’ambasciatore tedesco a SP consegna una nota al governo zarista, dove si dice che la
Germania esigeva una risposta precisa dalla Russia sul suo completo riconoscimento dell’annessione. In
caso contrario, le cose “avrebbero seguito il loro naturale corso”, ovvero Vienna avrebbe proseguito la sua
azione di penetrazione nei Balcani, colpendo anche direttamente la Serbia. Di fronte a una tale presa di
posizione, i russi furono costretti a cedere (il paese era ancora indebolito dalla sconfitta giapponese e dalla
rivoluzione del 1905). Militarmente impreparati e indeboliti, i russi si arresero, determinati però a riscattarsi
non appena le forze glielo avessero concesso.
Un ulteriore obiettivo di Von Bulow nel promuovere la sua iniziativa contro la Russia, che rispondeva
all’intenzione tedesca di spezzare il fronte dell’Intesa, era mostrare che GB e Francia non avrebbero
appoggiato la loro alleata russa – il che avrebbe incrinato l’alleanza ancora in fase di costruzione. In effetti,
Londra e Parigi evitarono di prendere posizione ufficiale a favore della Russia. La prima dette solo un
prudente appoggio diplomatico, mentre la seconda, nonostante il trattato di alleanza, negò la propria
disponibilità per una questione dove non erano minacciati interessi vitali della Russia. L’amarezza zarista,
comunque, non si volse verso i suoi alleati ma comunque verso gli imperi centrali, accentuando anzi la sua
posizione filo-occidentale – il tentativo di Von Bulow di indebolire l’Entente era quindi fallito.
Una situazione di riscatto si presentò poi tra il 1911 e il 1912, e riguardava sempre l’area balcanica, visto
l’indebolimento dell’Impero Ottomano in seguito alla guerra che lo aveva visto contrapposto all’Italia in
difesa della Libia (guerra italo-turca del 1911-12). Questa fragilità ottomana alimentò, tra i vari stati
balcanici già indipendenti, il proposito di approfittarne per infliggere un colpo decisivo alla presenza
ottomana in Europa. Si voleva sottrarre a Costantinopoli i possedimenti che ancora aveva nel territorio
balcanico, prima che l’Austria potesse approfittarne come fatto nel caso della BE. Cosa intendevano quindi
fare Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia? Dovevano anticipare le mosse austriache, così cominciano a
formulare il loro piano fin dalla fine della guerra italo-turca, il cui esito volge a favore di Roma. Anche SP si
inserisce nella situazione, per poter rilanciare in maniera più aggressiva la sua politica panslavista, che
allontani i turchi dall’area e caldeggiando le ambizioni di espansione territoriale e di irredentismo dei
quattro paesi balcanici. Il governo zarista pilota quindi la formazione di una vasta alleanza, la Lega
Balcanica, destinata ad unire i quattro stati balcanici sotto la guida di San Pietroburgo. Vengono firmati
quindi tre trattati:
1) Quello serbo-bulgaro del 13 marzo 1912, articolato in una parte pubblica e una segreta. La prima
consta del reciproco impegno alla mutua alleanza difensiva, e l’art.2 sancisce la loro volontà di
bloccare l’espansione austriaca (quindi facendo guerra a Vienna in caso di una seconda BE). La
seconda dice che la Russia, al fianco delle due potenze balcaniche, deciderà come i due paesi
dovranno gestire le loro eventuali iniziative in merito, il che avrà carattere imperativo e
irrevocabile. La parte segreta ci dice anche quali sono le ambizioni serbo-bulgare nei territori
ottomani, una volta condotta una guerra contro Costantinopoli. I due paesi si riservano alcune aree
di interesse esclusivo, che potranno essere annesse ai rispettivi territori (Slovenia meridionale e
Macedonia settentrionale per la Serbia; Tracia, Adrianopoli e Macedonia centro-meridionale per la
Bulgaria; mentre la parte ulteriormente a sud della Macedonia sarebbe potuto andare alla Grecia).
2) Quello greco-bulgaro (29 maggio 1912)
3) L’accordo a quattro (6 ottobre 1912) al quale si agganciava anche il Montenegro e che aveva
carattere militare.

Due giorni dopo la firma del terzo trattato, utilizzando un vago pretesto, la Lega dichiarò guerra all’Impero
Ottomano: l’andamento del conflitto fu subito molto favorevole gli iugoslavi, e il 24 ottobre (con la
battaglia di Kumanovo) gli eserciti balcanici si aprivano la strada ad un’occupazione quasi completa dei
territori turchi in Europa – Skopje, Tessaglia, Epiro, Tracia, Adrianopoli, quasi fino a Costantinopoli. Il 3
dicembre del 1912 il sultano si arrese, e veniva firmato l’armistizio che apriva la strada alla conferenza di
pace di Londra. Essa si concludeva il 30 marzo 1913, ma non riuscì a formulare una soluzione definitiva sul
piano politico-territoriale del futuro balcanico, si presero solo due decisioni:
a) La Sublime Porta doveva abbandonare tutti i territori europei
b) Si creava un principato di Albania autonomo, sotto la tutela internazionale (sarebbe diventato
indipendente nel 1914)

Per il resto non furono prese decisioni definitive da parte delle quattro potenze vincitrici, la questione
venne rinviata ad un accordo da raggiungere con la mediazione del governo russo. Gli incontri ebbero
luogo, ma il raggiungimento di una soluzione che mettesse tutti d’accordo si dimostrò quasi subito
impossibile: il problema centrale era il destino della Macedonia, territorio chiave tra quelli liberati dal
dominio turco. Belgrado sosteneva di avere diritto alle sue richieste, visto che la creazione di un’Albania
autonoma le aveva precluso uno sbocco sull’Adriatico, al che si opponeva la rigidità di Sofia: i bulgari
sostenevano che tutta la regione macedone spettasse loro, poiché la maggior parte della popolazione era
bulgara. Questa era, per Sofia, una priorità non negoziabile. Respinsero quindi i progetti di compromesso
avanzati dai russi e decisero di passare alle vie di fatto, impossessandosi militarmente di ciò che serbi e
greci negavano loro: si aprì così la seconda guerra balcanica.
Alla Grecia e alla Serbia si affiancarono anche Romania (che voleva recuperare la parte meridionale della
Dobrugia dalla Bulgaria) e l’Impero Ottomano (!), nella prospettiva di riprendersi tutto ciò che gli era stato
sottratto dalla Bulgaria. Questo secondo conflitto vide l’isolamento non solo militare ma anche diplomatico
della Bulgaria – la Russia non voleva intervenire, anzi era determinata ad appoggiare la Serbia, suo
principale strumento balcanico in funzione anti-austriaca; Inghilterra e Francia guardavano a favore la
coalizione anti-bulgara visto che vi rientravano gli ottomani; l’Austria, che poteva aver interesse ad
appoggiare Sofia (vista l’amicizia con lo zar Ferdinando di Sassonia Coburgo), non poteva però schierarsi
con essa essendo alleata della Romania, optando quindi per una posizione super-partes.
La guerra ebbe inizio il 25 giugno 1913 e terminò dopo solo sei settimane, quando i bulgari furono costretti
ad arrendersi. Il 10 agosto si giunse ad un secondo trattato di pace, quello di Bucarest: la spartizione della
Macedonia si ebbe a vantaggio di Serbia e Grecia, l’Impero Ottomano si riprendeva tutta la Tracia e la
Bulgaria dovette cedere anche la Dobrugia alla Romania.
Cominciano a delinearsi le precondizioni della Grande Guerra. I turchi cominciavano a percepire che la
politica russa era sempre più pericolosa e che la GB, anche se mostrava disponibilità sul piano diplomatico,
non era disposta a nulla di più. Conseguentemente, Costantinopoli decise di avviare una politica estera di
avvicinamento all’impero tedesco. Si conclusero degli accordi di natura militare tra i due imperi. D’altro
canto, la Serbia era sempre più uno strumento di politica russa, strettamente legata a SP e quindi nemico
mortale dell’Austria. La Romania, legata a Vienna, cominciava però a rivedere i suoi riferimenti
internazionali, individuando nella Russia e nella Francia l’approdo che poteva assicurarle dei vantaggi
territoriali in funzione anti-bulgara. Da questo crogiuolo di tensioni, sarebbe scoccata la scintilla della
guerra nel 1914.
L’esito della seconda guerra balcanica, come naturale, era motivo di estrema preoccupazione per Vienna,
che ha perso molte posizioni nei Balcani in virtù dei successi serbi. Il pericolo serbo e panslavo era
enormemente cresciuto, e soprattutto di un’unione panserba. La Serbia, dal canto suo, ha accresciuto la sua
potenza nell’area e quindi la sua capacità di fungere da magnete degli slavi ancora all’interno dell’impero
austro-ungarico. I dirigenti della politica austriaca si convincono che il problema serbo è vitale per il destino
dell’impero, e quindi non era più possibile condurre nei Balcani una politica attendista, ma piuttosto audace
e che rimuovesse questo pericolo.
Il 28 giugno 1914 la grande occasione si presenta (assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, nipote di
Francesco Giuseppe ed erede al trono, da parte di Gavrilo Princip). Questo non solo perché era erede al
trono, ma anche per la sua personalità interessante e le sue idee progressiste, singolari rispetto al resto
degli Asburgo, in relazione alla convivenza delle componenti etniche e la soluzione da attuare in proposito.
Egli intendeva infatti creare un sistema federale, non più limitato alla divisione dualista (ungaro-tedesca)
dell’amministrazione, ma che includesse anche gli slavi, che avrebbero potuto godere di una posizione
paritaria rispetto ad austriaci e ungheresi (l’ipotesi trialistica). Questo progetto rispondeva a molti dei
pressanti problemi che affliggevano Vienna, facendo attenuare e dissolvere anche la capacità di
coinvolgimento della Serbia. Paradossalmente, si sarebbe potuto immaginare che gli slavi del sud sarebbero
stati perfino attratti dagli spazi di condivisione del potere offerti dagli Asburgo.
La sua potenziale politica confliggeva quindi coi progetti egemonici perseguiti da Belgrado, ai quali poteva
togliere il terreno da sotto i piedi. Se fosse prevalsa la soluzione trialistica, vi era il pericolo che la Serbia
perdesse il suo ruolo di “magnete” – da qui la decisione di assassinare l’erede al trono.
Vienna presentò l’attentato all’opinione internazionale come un pericolo per l’esistenza stessa della
dinastia asburgica, ma era un pretesto per risolvere una volta per tutte il problema serbo: lanciarono quindi
una guerra preventiva contro Belgrado, assicurandosi però che vi fosse un atteggiamento di disponibilità da
parte della Germania. Il 5 luglio Francesco Giuseppe inviò una lunga lettera a Guglielmo II dove ripercorreva
la storia austriaca nei Balcani, esponendo alla controparte tedesca il bisogno di annientare il pericolo serbo
– la risposta di Berlino fu di pieno assenso (per il solito bisogno di dover consolidare l’alleanza e tenere
vicina a sé la duplice corona, evitando che si sgretolasse sotto la pressione dei nazionalismi interni ed
esterni). Era però necessario sbrigarsi, prima che qualsiasi altra potenza (soprattutto la Russia) potesse
muoversi, così da mantenere la crisi il più localizzata e circoscritta possibile. I due volevano quindi evitare
che si scatenasse una guerra europea, e a questo scopo dovevano concludere il conflitto il prima possibile.
Il 23 luglio Vienna inviò il suo ultimatum a Belgrado, chiedendo che:
- Venissero soppresse le pubblicazioni contro l’Austria
- Lo scioglimento delle associazioni ultranazionaliste come la Mano Nera
- L’allontanamento degli ufficiali che avessero fatto propaganda anti-austriaca
- La partecipazione di funzionari austriaci all’inchiesta giudiziaria sull’uccisione di Francesco
Ferdinando
- Il coinvolgimento delle autorità austriache per definire le misure per sopprimere i movimenti
nazionalisti
- La soppressione del ministero per la difesa nazionale

La reazione serba fu abile, pacata in modo studiato: diverse delle condizioni vennero accettate, anche se in
non maniera integrale. La risposta fu conciliante, propensa ad una condivisione della gestione del
problema, il che fece trarre un sospiro di sollievo all’Europa: l’Austria aveva ottenuto una vittoria morale,
non vi era motivo di scatenare una guerra. Venne promossa una mediazione sulle questioni balcaniche. Ma
per l’Austria, naturalmente, questa non era una strada percorribile, che mandava all’aria tutti i suoi piani:
quella serba era una minaccia vitale che andava risolta alla radice e non vi era possibilità di compromesso.
La classe politica di Vienna non avrebbe potuto controllare, poi, le forze di sgretolamento che logoravano
l’impero asburgico – la questione slava si sarebbe sicuramente riproposta prima o poi. Secondo il ministro
degli esteri Berchtold non vi era spazio per il dialogo: la Serbia doveva essere cancellata per la loro
sopravvivenza, quindi il 28 luglio l’Austria emanò la propria dichiarazione di guerra. Il giorno dopo, come
promesso, la Germania assicurò il suo sostegno, il che si tradusse in un gesto di forza nei confronti della
Russia: come nel marzo 1909, la diplomazia tedesca impose ai russi una richiesta ultimativa, i.e. di non
intervenire e non muovere contro Vienna. La situazione stavolta, però, era completamente diversa. I russi si
erano ripresi dalla sconfitta contro il Giappone, si ritenevano in grado di gestire il confronto contro gli
austriaci nei Balcani, ed erano consapevoli che il sistema delle alleanze avrebbe fatto scattare l’intervento
della Francia a suo sostegno. Tutto l’equilibrio europeo era cambiato, tutte le potenze videro i propri
interessi minacciati da queste gravi vicende.

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