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I paesaggi d’Europa tra storia, arte e natura Atti della Conferenza Trilaterale di Ricerca 2005-2007
I paesaggi d’Europa tra storia, arte e natura Atti della Conferenza Trilaterale di Ricerca 2005-2007
I paesaggi d’Europa tra storia, arte e natura Atti della Conferenza Trilaterale di Ricerca 2005-2007
I paesaggi d’Europa tra storia, arte e natura
Atti della Conferenza Trilaterale di Ricerca 2005-2007
Die Kultur der Landschaft in Europa
Akten der Trilateralen Forschungskonferenz 2005-2007
Les paysages d’Europe entre histoire, art, nature
Actes de l’Atelier de Recherche Trilatéral 2005-2007

A cura di – édité par – herausgegeben von:

RITA COLANTONIO VENTURELLI

VILLA VIGONI Deutsch-Italienisches Zentrum Centro Italo-Tedesco

2008

I paesaggi d’Europa tra storia, arte e natura

Atti della Conferenza Trilaterale di Ricerca 2005-2007

Die Kultur der Landschaft in Europa

Akten der Trilateralen Forschungskonferenz 2005-2007

Les paysages d’Europe entre histoire, art, nature

Actes de l’Atelier de Recherche Trilatéral 2005-2007

A cura di – édité par – herausgegeben von:

RITA COLANTONIO VENTURELLI

Cura redazionale e impaginazione – révision et mise en page – Redaktion und Satz:

ANKE ELISABETH FISCHER

VILLA VIGONI Deutsch-Italienisches Zentrum Centro Italo-Tedesco Via Giulio Vigoni 1 I-22017 Loveno di Menaggio (CO) www.villavigoni.eu

2008

INDICE – INDÈXE – INHALT

Introduzione – introduction – Einleitung

RITA COLANTONIO VENTURELLI

Alcune riflessioni sulla possibilità di definire un nuovo modello culturale di paesaggio europeo

7

Prima parte – première partie – erster Teil

I paesaggi d’Europa nelle scienze della vita, del territorio, dell’uomo e della società

Les paysages d’Europe comme objets des sciences de la Vie, de la Terre, de l’Homme et de la Société

Die Landschaften Europas in den Natur-, Kultur- und Gesellschaftswissenschaften

RITA COLANTONIO VENTURELLI ANDREA GALLI GIOVANNA PACI

Multidisciplinarietà e ricomposizione del sapere. Un contributo per la gestione del paesaggio culturale

17

GIORGIO MANGANI

Topica del paesaggio

34

HANSJÖRG KÜSTER

Natur und Landschaft in naturwissenschaftlicher Sicht:

44

Zwei Begriffe, die unterschieden werden müssen

ALFONS DWORSKI

Architektur- und Landschaftsverständnis im Wandel von Ort und Zeit. Einige Episoden der europäischen Ideengeschichte am Leitfaden von Architektur- und Landschaftsbetrachtungen

49

YVES LUGINBÜHL

Gouverner un paysage

62

FRANÇOISE DUBOST

Un point de vue ethnologique sur l’esthétique du paysage

72

3

Seconda parte – deuxième partie – zweiter Teil

I paesaggi d’Europa nella letteratura e nell’arte

Les paysages d’Europe comme objets des démarches de connaissances des paysages en tant qu’œuvres de l’art et de la littérature

Die Landschaften Europas in Literatur und Kunst

RAFFAELE MILANI

Determinazione di un’estetica del paesaggio

77

MICHEL COLLOT

Paysage et identité(s) européenne(s)

82

YVES LUGINBÜHL

Paysage et politique

90

GIORGIO MANGANI

I

casi della necessità

102

GABRIELLA ROVAGNATI

Venezia: una leggenda. Declinazioni di un paesaggio nella letteratura tedesca

124

MICHEL COLLOT

Le visible et l’invisible: les Paysages avec figures absentes de Philippe Jaccottet

157

RAFFAELE MILANI

Il

paesaggio letterario come paesaggio reale. Spunti da Gabriele D’Annunzio

166

4

Terza parte – troisième partie – dritter Teil

I paesaggi d’Europa come progetti di paesaggio e di ‘governance’

Les paysages d’Europe comme projets de paysage et gouvernances de projets de paysage

Die Landschaften Europas – Landschaftsplanung und ‚Governance’

RITA COLANTONIO VENTURELLI ET AL.

Riflessioni metodologiche e applicative sulla gestione integrata del paesaggio

173

Il tempo libero sull’acqua: il “paesaggio delle ville storiche” del Lago di Como

189

Per un paesaggio della “produzione Marche-Italian Style”:

209

il caso di studio dell’area metropolitana di Ancona

PIERRE DONADIEU

Le paysage, identités paysagères et le développement durable urbain

236

GIOVANNI BUZZI

La dimensione economica e sociale del paesaggio culturale extraurbano

250

PIERRE DONADIEU

Le Landscape urbanism est-il un nouveau modèle de pratiques paysagistes ?

259

PAOLA BRANDUINI

La gestione delle trasformazioni nel paesaggio agricolo periurbano. Permanenze storiche e paesaggi futuri

272

PIERRE DONADIEU

Les professionnels du paysage et la construction des biens communs paysagers. Le cas de l’agriculture urbaine

291

Abstracts

306

Gli autori – les auteurs – die Autoren

327

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Introduzione – introduction – Einleitung

6

RITA COLANTONIO VENTURELLI

ALCUNE RIFLESSIONI SULLA POSSIBILITÀ DI DEFINIRE UN NUOVO MODELLO CULTURALE DI PAESAGGIO EUROPEO

1. I presupposti storici

Was mir den Hauptantrieb gewährte, war das Bestreben die Erscheinungen der körperlichen Dinge in ihrem allgemeinen Zusammenhange, die Natur als ein durch innere Kräfte bewegtes und belebtes Ganze aufzufassen. (Ciò che mi ha dato la spinta principale è stata l’ispirazione a concepire i fenomeni degli oggetti fisici nella loro connessione generale, la natura come una totalità mantenuta in movimento e in vita da forze interiori.) Alexander von Humboldt

In un momento in cui continua a interessare ancora molto il dibattito sulle radici religiose della cultura europea, sembra opportuno chiedersi se anche la cultura del territorio e del paesaggio possa essere ricondotta a una matrice comune. Si può dire che fino all’età medievale è riconoscibile un’impronta unitaria che, sotto certi aspetti, collegava alcune forme insediative dell’Europa occidentale. Infatti, l’impero romano aveva imposto alcuni principi organizzativi spaziali che, ad esclusione di Roma, si ripetevano costantemente, indipendentemente dalla tipicità dei singoli luoghi in cui venivano applicati: la colonizzazione aveva comunque un’ispirazione militare, e quindi delle regole inderogabili. Sugli impianti urbani e agrari romani, simili ovunque, trasformati più tardi dalle esigenze di adattamento alle conseguenze – del declino prima e della decadenza poi – dell’impero romano, si innestarono i modelli urbani e rurali medievali, dettati dagli sviluppi culturali che nel frattempo stavano gradatamente sostituendo il pragmatismo romano ed i nuovi principi ispiratori. Così, mentre il sistema politico ormai lasciava il posto alle forme più nuove, il territorio continuava a trasformarsi spontaneamente secondo un paradigma che manteneva ancora, anche nelle nuove espressioni spaziali, delle regole insediative simili in ogni luogo. Infatti, anche se le tradizioni locali della lavorazione agricola del suolo imponevano il risultato di un’immagine molto diversa da luogo a luogo, tuttavia la cartografia delle città medievali testimonia dei modelli che, pur nelle loro diverse declinazioni che formalmente denotano una nuova libertà di adattamento alle specifiche esigenze climatiche, orografiche e difensive, concettualmente ruotano tutti intorno a dei punti fissi. Essi

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sono rappresentati dai luoghi collettivi religiosi e civili, a cui viene dedicata tutta l’attenzione progettuale. Infatti, nella città medievale esisteva una sorta di doppio regime, poiché, mentre una volta tracciato un quadro di riferimento articolato in areae, e cioè in unità di isolato, le abitazioni – di qualunque classe sociale – vi venivano edificate secondo i criteri dettati liberamente dal proprietario, l’obbiettivo prioritario dell’organizzazione urbana era quello dello spazio collettivo. Dunque, ciò che accomuna il paesaggio medievale non è un unico modello, ma la riconducibilità di numerose forme insediative ad alcuni modelli organizzativi e formali basati tutti su principi analoghi, peraltro non programmati né imposti, ma adattati ai luoghi in cui venivano applicati. Ed è questa una delle forme di equilibrio più interessanti tra l’assenza di precisi strumenti di piano, intesi nell’accezione attuale, come sembrano ribadire gli studi più recenti sulle rappresentazioni ideali disponibili, e la realizzazione delle esperienze costruttive degli edifici – quasi esclusivamente di quelli collettivi – affidate ai “mastri” senza una precisa organizzazione edilizia. Anche il paesaggio agrario ha un suo rapporto simile ovunque con la città: gli orti privati e i pascoli collettivi, le selve e i campi aperti sono lo sfondo costante dei castelli feudali come dei borghi inerpicati in posizione difensiva 1 . Anch’essi riflettono un’opera di cura costante delle zone 2 produttive periurbane, fortemente collegata con i principi ispiratori del modello culturale che ha generato la rinascita medievale degli insediamenti urbani 3 . Allora, dai documenti e dalle immagini disponibili, e alla luce delle interpretazioni che ne forniscono oggi le scuole più accreditate, sembra che si possano trarre alcune lezioni dal modello medievale che si sintetizzano in alcuni punti essenziali:

La libertà di adattamento dei principi ispiratori comuni del processo di trasformazione genera una specie di “piano strategico” che si sviluppa continuamente;

La mancanza di un controllo minuzioso dell’autorità politica sulle scelte di maggior dettaglio può contribuire all’organizzazione e all’espressione di una società più articolata;

L’enfasi data alle funzioni collettive è la base dello sviluppo dell’identità locale;

Il rapporto con il territorio extraurbano contribuisce in maniera sostanziale alla corretta organizzazione spaziale urbana.

1 Il testo di riferimento più importante su questo tema rimane sempre E. SERENI, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Bari, 1961.

2 Per una riflessione molto approfondita e multidisciplinare sulla città medievale, si rimanda a: B. FRITSCHE H.-J. GILOMEN – M. STERCKEN (a cura di), Städteplanung – Planungsstädte, Chronos, Zurigo, 2006.

3 A questo proposito, si rimanda al saggio: R. COLANTONIO VENTURELLI, Il paesaggio: concetto ed espressione fisica, “Nuova informazione bibliografica”, n°4, ottobre – dicembre 2006.

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Forse, queste riflessioni sul paesaggio medievale possono essere considerate come alcune delle linee comuni da porre alle origini del paesaggio europeo, che poi si perderanno a causa della formazione di diverse identità culturali, della formazione e della separazione sempre più accentuata delle diverse culture nazionali, come ad esempio avviene per l’Umanesimo e per il Rinascimento, e quindi dello sviluppo dei differenti modelli di gestione del paesaggio. Pertanto, mentre in Italia si affermava un nuovo paradigma, quello medievale si sviluppava coerentemente nel resto dell’Europa, prolungandosi fino quasi al XVII secolo. Dai risultati emersi nei primi due incontri, il gruppo di lavoro della Conferenza di ricerca ha mostrato come in fondo anche oggi si può parlare di alcuni aspetti che accomunano le diverse forme di paesaggio, ma sembra che tra questi aspetti comuni prevalgano quelli negativi. Ciò che assimila tutti sembra essere l’appiattimento imputabile al diffondersi del modello culturale globale, con tutte le sue conseguenze di insostenibilità e di intollerabilità. Ebbene, è proprio su questi due punti che bisogna fondare l’azione futura: da un lato sulla diffusione dei problemi simili, e dall’altro sulle diverse esperienze culturali che possono essere messe a disposizione per risolverli.

2. I presupposti scientifici emersi dalla Conferenza di ricerca

Sempre dalla Conferenza di ricerca, è emerso anche che l’orientamento scientifico multidisciplinare sembra rispondere in modo più appropriato all’esigenza di scegliere delle tracce per guidare il confronto interno del gruppo, ma anche per dare un contributo chiaro al dibattito internazionale che si sta svolgendo sul tema dei nuovi paesaggi. Come è noto, la matrice scientifica multidisciplinare non è una novità recente: il primo interprete del tentativo di organizzare le conoscenze scientifiche in questo senso è stato Alexander von Humboldt che dice:

Es sind aber die Einzelheiten im Naturwissen ihrem inneren Wesen nach fähig wie durch eine aneignende Kraft sich gegenseitig zu befruchten. Die beschreibende Botanik, nicht mehr in den engen Kreis der Bestimmung von Geschlechtern und Arten festgebannt, führt den Beobachter, welcher ferne Ländern und hohe Gebirge durchwandert, zu der Lehre von der Geographischen Verteilung der Pflanzen über den Erdboden nach Maaßgabe der Entfernung von Aequator und der senkrechten Erhöhung des Standortes. Um nun wiederum die verwickelten Ursachen dieser Vertheilung aufzuklären, müssen die Gesetze der Temperatur-Verschiedenheit der Klimate wie der metereologischen Processe im Luftkreise erspähet werden. (Trad. it: I dettagli della conoscenza della natura sono per loro intima essenza capaci di integrarsi reciprocamente attraverso una forza di attrazione. La botanica descrittiva, non più delimitata nella ristretta cerchia della determinazione di generi e specie, conduce l’osservatore che attraversa paesi lontani e alte montagne alla teoria della distribuzione geografica delle piante sulla terra, secondo la misura della distanza dall’equatore e dell’altitudine del luogo. Per spiegare di nuovo le complesse ragioni di questa distribuzione si devono tenere presenti le diverse temperature dei climi e dei

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processi meteorologici dell’atmosfera. Così, ogni classe di fenomeni conduce l’osservatore avido di conoscenza ad un’altra classe di fenomeni attraverso la quale essa viene sostenuta o dalla quale dipende) 4 .

Accanto alle potenzialità multidisciplinari, uno dei fattori che hanno permesso al gruppo di lavoro di avvalersi dei propri robusti presupposti operativi è stato quello dell’appartenenza dei suoi membri ai diversi riferimenti culturali legati inevitabilmente alle diverse origini geografiche. Questi due fattori, quello della multidisciplinarità e quello dell’internazionalizzazione, i quali si rivelano spesso degli ostacoli per un dibattito proficuo, hanno permesso al contrario di far collaborare le diverse scuole di pensiero, i diversi campi disciplinari e le diverse concezioni nazionali. Dunque, un tentativo di ricomporre i vari aspetti del sapere ha prodotto una base di lavoro comune per ricomporre una concezione scientifica unitaria, dal quale dedurre i presupposti per un possibile modello fisico: la (ri)composizione del sapere si è adoperata per la ricomposizione del paesaggio. Questa ricomposizione è avvenuta attraverso la ricerca, l’enfatizzazione e l’approfondimento delle interfacce, e non dei singoli campi; o meglio, dall’ottica comune di studiare i rapporti è scaturita quella prima idea del modello culturale integrato che ha poi aiutato a trasferire questi presupposti in un modello ispiratore formale del paesaggio.

3. Il nuovo modello culturale delineato

Si possono rintracciare chiaramente alcune proposizioni del pensiero sviluppato durante i due incontri dedicati al confronto tra le diverse posizioni di partenza. Questo confronto si è svolto seguendo le tre declinazioni del concetto di paesaggio che hanno guidato il lavoro di tutto il gruppo:

quella del paesaggio come racconto e invenzione, quella del paesaggio come scienza e rappresentazione, e quella del paesaggio come progetto e come governance. Si può dire che le posizioni dei singoli apporti si possono esprimere molto sinteticamente nell’espressione di queste tre diverse articolazioni, come segue.

a) - Il paesaggio come racconto e invenzione Il paesaggio è un’immagine, quindi il paesaggio è la natura, ordinata secondo concetti estetici. Mentre la natura è un’entità oggettiva, che può essere influenzata solo con difficoltà, il paesaggio è un’ entità soggettiva, quindi una costruzione determinata dalla percezione dell’uomo 5 . Dunque, l’estetica del paesaggio non deve limitarsi solo allo studio e all’analisi delle immagini del paesaggio stesso, per quanto ciò costituisca il suo ambito specifico, ma deve dirigere la sua attenzione verso un disegno organico

4 A. VON HUMBOLDT, Kosmos, Eichborn, Francoforte, 2004, p. 3.

5 U. KÜSTER, Kunst und Landschaft: Raum und Bild. Überlegungen zur Landschaft in der Kunstgeschichte und zu Bünhnenbildentwürfen von Pierre-Adrien Pâris, in: R. COLANTONIO VENTURELLI – K. TOBIAS (a cura di) La cultura del paesaggio, Olschki, Firenze, 2005.

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dell’intervento dell’uomo nell’ambiente, inteso come specifico contesto fisico. Pertanto, attraverso l’interpretazione, subentra un’ulteriore categoria, che è centrale nella concezione estetica del paesaggio:

quella dell’intenzionalità, della coerenza dell’intervento progettuale come ponte tra passato e futuro, tra memoria e nuove funzioni di spirito e materia. In questo senso, secondo Milani, “progettare significa ridefinire un disegno di relazioni, comporre un tessuto di forme” 6 .

b)

Secondo Donadieu, la costruzione di un futuro auspicabile è un progetto di società 7 . Infatti, l’antitesi città – campagna è decisamente superata in vista del concetto di “campagna urbana”: così, l’ostilità si trasforma in collaborazione con la città. Dunque, i luoghi periurbani o “parchi di campagna” sono eco-simbolici, perché da un lato rinnovano e accrescono il valore ecologico dell’intero territorio urbano, mentre dall’altro rispondono alle esigenze di esprimere non solo l’identità locale, ma anche la

concezione culturale corrente di spazio a servizio della collettività. Pertanto, il settore produttivo agricolo assume un nuovo ruolo economico e sociale complesso, e cioè quello di produttore di reddito integrato con varie altre attività, e insieme di sostegno allo sviluppo urbano fornendo, oltre agli spazi di riequilibrio ambientale, anche una parte dell’approvvigionamento alimentare della città. Allora, il contributo progettuale, che deriva dalla riconnessione tra la nuova ruralità e la nuova città, consiste nel proporre un significato diverso all’assetto del territorio urbano ed a quello periurbano, al territorio differenziato nelle strutture, ma organizzato in modo unitario sia dal punto di vista funzionale, sia da quello degli strumenti di pianificazione del territorio stesso.

- Il paesaggio come scienza e rappresentazione

c)

Seguendo le affermazioni di Hansjörg Küster 8 , si può dire che, poiché il paesaggio è un prodotto della cultura dell’uomo, diventa tautologico parlare di paesaggio culturale. Invece, la natura è un’entità compiuta in sé, con le sue leggi intrinseche e con la sua tendenza alla stabilità che la porta a trasformarsi continuamente attraverso l’autoregolazione. Pertanto, per poter studiare il paesaggio è necessario rifarsi al concetto proposto da Alexander von Humboldt come sintesi di numerosi aspetti. Quest’ottica mette in crisi, ancora una volta, la frammentazione del sapere e le sue conseguenze negative che si sono ripercosse in molti campi. Tra le più pericolose, vi sono senz’altro quelle politiche,

che condizionano a loro volta le modalità gestionali del paesaggio, ignorando il fatto che la vera scienza

- Il paesaggio come progetto e come governance

6 R. MILANI, Il paesaggio è un’avventura, Feltrinelli, Milano, 2005, p. 165.

7 P. DONADIEU, Campagne urbane, Donzelli, Roma, 2006.

8 H. KÜSTER, Geschichte der Landschaft in Mitteleuropea, C. H. Beck, München, 1995.

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del paesaggio non fa capo ad una singola disciplina, ma è una sintesi delle conoscenze razionali e delle istanze emotive dell’uomo. Infatti, secondo il suggerimento di chi scrive e del gruppo di cui fa parte, esistono essenzialmente tre fattori delle politiche pianificative e gestionali del paesaggio: il patrimonio delle risorse, la conoscenza scientifica e tecnologica, e l’opinione pubblica. Quando questi tre fattori sono in equilibrio, e il punto focale di questo equilibrio viene definito ogni volta in modo diverso in funzione delle singole situazioni, la trasformazione del paesaggio proposta da un’azione di piano ha buone possibilità di riuscita. Dunque, si tratta di coinvolgere nel processo decisionale tutti gli attori interessati che costituiscono la cosiddetta governance. In uno dei due contributi portati alla Conferenza dagli studiosi che hanno seguito questo indirizzo viene dimostrato come, in due diversi casi di studio, sia stata proposta una precisa correlazione tra una strategia articolata di ricomposizione del paesaggio e la trasformazione della governance locale in una good governance, come espressione della collettività degli attori pubblici e privati che sono interessati a qualsiasi titolo alla gestione del paesaggio.

Dunque, tornando alla posizione culturale espressa dalla Conferenza, essa si può riassumere per grandi linee nei seguenti punti chiave, i quali costituiscono una specie di “manifesto” del gruppo:

Il fatto che i problemi riguardanti il paesaggio sono comuni deve essere considerato un vantaggio;

La costruzione di un futuro auspicabile è un progetto di società;

Lavorare individualmente ed insieme per la ricomposizione del sapere può contribuire a formare un modello culturale complesso che si possa riflettere sulla formazione di alcuni principi ispiratori validi per la declinazione flessibile dei diversi paradigmi del paesaggio europeo;

Il concetto di paesaggio definito dal gruppo comprende due accezioni che si integrano, superando i rigidi confini tradizionali:

- la prima accezione, secondo Raffaele Milani, suggerisce che “l’arte del paesaggio è un complesso di forme e dati percettivi, un prodotto del fare e della fantasia. Il

paesaggio, nel suo statuto morfologico, non ha canoni e tecniche, non è un’attività, ma un rivelarsi di forme in consonanza con l’intervento materiale e immateriale dell’uomo” 9 ;

- la seconda, tratta da Hansjörg Küster, afferma che il paesaggio è un prodotto della

cultura dell’uomo, dunque dal punto di vista della scienza, la natura e il paesaggio sono due concetti che devono rimanere distinti;

9 R. MILANI, op. cit., p. 102.

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Quindi, poiché la matrice culturale da proporre deve essere in grado di integrare le due accezioni, essa non può che rifarsi alla matrice complessa che deriva dal pensiero di Alexander von Humboldt, attualizzandone il significato;

Dunque, l’ottica scientifica più adatta da seguire è quella multidisciplinare;

Per quanto riguarda le origini del paesaggio europeo, bisogna considerare alcuni spunti ricavati dai modelli culturali ed insediativi medievali come dei possibili paradigmi ispiratori da rendere attuali ed applicativi;

Per evitare che la riflessione scientifica svolta rimanga un prodotto esterno al mondo reale, è necessario rafforzare il rapporto del gruppo di lavoro con la governance del territorio e del paesaggio. In questo senso, i risultati prodotti si possono considerare un buon supporto che può contribuire allo sviluppo di quella good governance che è formata da tutti gli attori coinvolti nello sviluppo del nuovo paesaggio e europeo, ricomposto e disegnato per l’uomo.

4. Lo scenario del nuovo modello insediativo possibile e i primi riflessi del modello culturale proposto

Le linee propositive del modello insediativo, che si può ipotizzare come conseguenza della costruzione del modello culturale esposto nei punti precedenti, sono il risultato di un autentico lavoro collettivo. Infatti, il gruppo degli studiosi che hanno partecipato alla Conferenza non ha seguito le modalità tradizionali della ricerca, secondo le quali ogni componente disciplinare fornisce un prodotto specifico, ma al contrario queste linee esprimono il dibattito che si è sviluppato durante gli incontri, in cui ciascuno ha messo a disposizione di tutti gli altri le proprie conoscenze. Pertanto, il modello insediativo possibile che viene proposto non consiste in una rappresentazione spaziale, ma in uno scenario in cui si traducono le riflessioni sulle tendenze culturali in atto, delle quali si escludono quelle che potrebbero esasperare l’incoerenza e la frammentazione culturale, e di conseguenza quella fisica. Dunque, non vengono proposte tanto delle ricette valide sempre e comunque, quanto la definizione di ciò che non deve essere in nessun modo presente. Pertanto vengono escluse le seguenti situazioni:

Mancanza di scenari di riferimento complessivi da scegliere ed adottare nei casi specifici;

Frattura tra i soggetti decisionali e gli attori interessati alla redazione degli strumenti gestionali del paesaggio;

Redazione di strumenti pianificativi che si occupano di un solo settore di intervento per volta, senza collocarsi in un quadro definito di organizzazione complessiva ed integrata del paesaggio nel suo complesso;

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Mancata considerazione della coscienza collettiva ed individuale della popolazione locale;

Mancata considerazione del “sentimento del paesaggio” che la cultura locale nutre nei confronti dei luoghi di appartenenza 10 ;

Scenari abitativi tutti uguali tra loro, accomunati dalla mancanza di uno stile organizzativo, come dimostrano la realtà, ma anche una certa concezione della globalizzazione pericolosamente malintesa;

Ruralità separata e/o confusa con la città;

Soluzioni prive di flessibilità.

Le istanze fondamentali che ne derivano impongono, tra le caratteristiche irriununciabili, che l’uomo ritorni ad essere al centro delle azioni di trasformazione del paesaggio e dell’impiego delle sue risorse. Si tratta di porsi degli obbiettivi di sostegno delle trasformazioni compatibili con le scelte culturali, di crescita dell’identità e di tutela di tutte le dimensioni di cui l’uomo dispone. Pertanto, la dimensione estetica, ad esempio, deve avere almeno la stessa importanza di quella economica, e ciò in tutte le scelte che riguardano l’espressione fisica del modello culturale. E’ in questo senso che si può richiamare correttamente il fatto che il paesaggio è un rivelarsi di forme in consonanza con l’intervento materiale e immateriale dell’uomo, e quindi che il diritto alla bellezza, presente ad esempio nella costituzione finlandese, comincia ad esprimere anche sul piano giuridico un’esigenza ormai irrinunciabile dell’uomo. Quest’esigenza deve essere soddisfatta sia nel paesaggio urbano, sia in quello extraurbano, anzi forse qui la richiesta potrebbe essere ancora più forte, proprio in virtù di un senso di riequilibrio rispetto ad alcune situazioni urbane consolidate ed ormai difficili da contrastare. Ma che senso può avere parlare di paesaggio agrario e di ruralità in un momento in cui la popolazione urbana raggiunge il 70%, al termine del primo secolo “interamente urbano” – cioè in cui per cento anni di seguito essa ha superato costantemente il 50% della popolazione totale? Il valore della risposta sembra essere contenuto proprio nel fatto che tanto più la città acquista la sua importanza demografica e fisica, tanto più si cerca un rapporto con il territorio non urbano. Infatti, le nuove politiche agricole tengono conto sicuramente delle necessità ambientali, ma anche della produzione agricola che, pur subendo delle trasformazioni, rimane comunque un aspetto fondamentale, soprattutto se si riesce a rimettere in contatto e in rapporto con le esigenze alimentari della città. Dunque, si profila la possibilità di recuperare il significato antico del territorio extraurbano, che è sorto nel Medio Evo, sotto due aspetti: quello dell’integrazione del mercato locale con i prodotti del luogo, e quello della ricomposizione delle zone periferiche con le zone centrali attraverso la riorganizzazione funzionale ambientale dell’intera regione urbana. Ecco che il sostegno allo sviluppo dell’identità locale

10 Sul concetto di rigenerazione urbana si rimanda a: T. HALL, Urban Geography, Routledge, New York, 2005.

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viene promosso partendo proprio da quelle situazioni marginali che sono state più a lungo le più degradate, e che al contrario possono offrire delle importanti possibilità di riequilibrio. Così, gli strappi, le ferite e le profonde lacerazioni di cui parla Milani, possono essere ricomposte progettando, e cioè ridefinendo un disegno di relazioni, componendo un tessuto di forme. Ma le forme rivelano un’organizzazione spaziale indifferenziata delle città, che sempre più spesso diventano delle metropoli generate dal modello della cultura della trascuratezza, dell’economia del commercio massificato, della ricerca più spietata della rendita urbana. Invece, la città ha bisogno di essere rigenerata, poiché il suo declino sembra essere denunciato da molte parti 10 . L’interpretazione dei problemi e delle loro cause deve produrre dei programmi che siano collocati nei diversi contesti storici, geografici e politici, ma prefigurati anche in base alla dimensione temporale, gradualmente, e a quella spaziale, per parti di città. Dunque, la rigenerazione fisica del paesaggio passa attraverso la rigenerazione del modello culturale che ne deve sostenere la trasformazione futura, proprio perché il paesaggio è l’espressione tangibile della cultura dell’uomo. Se è vero che i problemi sono generali e che le regole sono sempre meno locali, bensì sono nazionali o perfino internazionali, è tanto più vero che le soluzioni da trovare devono essere locali; ma attenzione: non è più la frammentazione che deve dominare, ma il rispetto di alcune valenze plurime che partono da una strategia comune, in modo tale che la governance locale vi si possa rapportare, declinando i paradigmi generali nei casi specifici. Altrettanto, si richiede che le singole realtà locali si confrontino con la strategia più vasta espressa dalla capacità di colloquiare con le istanze delle governance dei livelli superiori. Allora, rispondendo all’interrogativo iniziale riguardo alla possibilità di rintracciare delle radici comuni del paesaggio europeo, sicuramente la nostra risposta è positiva e tenta di essere unitaria; avvalendosi della ricchezza delle istanze scientifiche e culturali derivanti dalla pluralità dei soggetti partecipanti all’ “avventura” della Conferenza di ricerca, le radici culturali future forse possono scaturire da quell’idea di libertà che propongono Peter Hall e Ulrich Pfeiffer nel loro documento introduttivo all’Expo di Hannover del 2000, e cioè l’idea della libertà di circolazione degli abitanti sorretta dall’idea della libertà intellettuale e culturale: una visione futura ispirata al modello della civiltà ateniese 11 . A nome di tutti i partecipanti alla Conferenza di ricerca e a nome mio personale desidero ringraziare la Deutsche Forschungsgemeinschaft, la Maison des Sciences de l’Homme di Parigi e l’Università di Trento per il generoso contributo che hanno dato per la realizzazione dell’intero progetto, nonché il personale di Villa Vigoni. In particolare, ringrazio Anke Fischer per la grande dedizione a questo complesso lavoro e Aurore Leconte, Tommaso Limonta, Julia Müller, Mirsini Nikodimou e Caterina Sala per la loro e attenta e puntuale collaborazione.

11 P. HALL – U. PFEIFFER, Urban 21, DVA, Stoccarda/Monaco, 2000.

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Prima parte – première partie – erster Teil:

I paesaggi d’Europa nelle scienze della vita, del territorio, dell’uomo e della società Les paysages d’Europe comme objets des sciences de la Vie, de la Terre, de l’Homme et de la Société Die Landschaften Europas in den Natur-, Kultur- und Gesellschaftswissenschaften

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RITA COLANTONIO VENTURELLI – ANDREA GALLI – GIOVANNA PACI

MULTIDISCIPLINARIETÀ E RICOMPOSIZIONE DEL SAPERE. UN CONTRIBUTO PER LA GESTIONE DEL PAESAGGIO CULTURALE

Questo contributo è dedicato al professor Wolfgang Haber, che ha inaugurato con noi la stagione delle riflessioni sul paesaggio a Villa Vigoni.

Nel documento scientifico preparatorio dell’EXPO 2000 di Hannover, pubblicato nel volume dal titolo Urban 21, con un’espressione molto felice, Peter Hall e Ulrich Pfeiffer dicono che con il XX secolo si è chiuso “il primo secolo interamente urbano”, volendo indicare che, per la prima volta nella sua storia, oltre il 50% della popolazione umana ha vissuto per cento anni di seguito concentrata nelle aree urbane 12 . Questo dato statistico compendia in sé l’intreccio dei risultati di moltissimi processi fortemente interrelati tra loro che hanno trasformato lo stato dell’ambiente umano, con un ritmo sempre più accelerato, e hanno determinato nuovi ruoli e nuovi aspetti delle sue componenti – e cioè degli ecosistemi naturali, che comunque conservano delle leggi proprie, e degli ecosistemi trasformati dalla cultura dell’uomo, e quindi dalle sue capacità tecnologiche sviluppate attraverso i secoli, applicate sia alle funzioni insediative, sia al sistema rurale in tutti i suoi aspetti. Ma è proprio verso il suo compimento che questo secolo comincia a vedere il tramonto del suo stesso prodotto, e cioè di quella rivoluzione urbana che ha generato la città e che ora va declinando per lasciare il posto al risultato di una rivoluzione più recente, quella informatica. L’espressione fisica di questo nuovo prodotto culturale si comincia ad intravedere in un modello spaziale poco differenziato, in cui la città e la campagna sfumano una nell’altra, confondendosi e diffondendosi senza soluzione di continuità 13 .

Questi sono gli stadi più recenti del processo di trasformazione del paesaggio culturale, ma sicuramente non sono gli ultimi, dal momento che, per sua definizione, il paesaggio culturale è l’espressione fisica immediata del modello culturale che l’uomo sviluppa in quel momento specifico della sua storia. Ma l’uomo non è sempre esistito, quindi la sua opera di trasformazione del paesaggio naturale è cominciata ad un certo punto della storia della biosfera, e continuerà finché egli esisterà; però, se un giorno per ipotesi smettesse di esercitarvi la sua influenza, il paesaggio continuerebbe a trasformarsi ugualmente, seguendo quelle leggi intrinseche e spontanee che hanno regolato, regolano e

12 P. HALL – U. PFEIFFER, (a cura di), Urban 21, DVA, Stoccarda/Monaco, 2000.

13 Per una esposizione molto lucida di questo tema, si rimanda a: P. ROSSI (a cura di), Modelli di città, Edizioni di Comunità, Torino, 2001.

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regoleranno gli ecosistemi naturali. Allora, citando il titolo del primo capitolo dell’opera di Hansjörg Küster sulla storia del paesaggio della Mitteleuropa, si può dire che la storia del paesaggio nel suo complesso è “una storia senza inizio, senza data, senza fine” 14 . E’ proprio seguendo questa impostazione che scaturisce il primo quesito a cui dare una risposta, indispensabile per proseguire nel ragionamento: che cosa si intende per paesaggio? Nell’ambito scientifico transdisciplinare, sembra fornire alcuni principi utili in questo senso l’ecologia nel suo campo di lavoro specifico dell’ecologia del paesaggio, secondo la quale il paesaggio si differenzia essenzialmente dal concetto di ambiente, definito sempre in senso soggettivo, e cioè riferito a un soggetto. Infatti esso è l’insieme eterogeneo degli elementi, dei processi e delle relazioni che costituiscono l’ecosfera, considerato nella sua natura di entità:

- unitaria e differenziata, che ne fa un complesso unico, compiuto e articolato;

- ecologico-sistemica, che lo definisce come un aggregato superiore di ecosistemi, o sistema di ecosistemi, naturali e antropici;

- dinamica, che lo identifica con un processo evolutivo, nel quale si integrano le attività spontanee e quelle derivanti dall’azione della collettività umana, nella loro dimensione storica, materiale e culturale. Dunque, posto un paesaggio P e un soggetto S (vegetale, animale, umano, singolo o collettivo) in esso contenuto, si definisce ambiente relativo a S l’insieme degli elementi di P con i quali S intrattiene una qualsiasi relazione (le relazioni possono essere fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche, sociali, percettive, culturali, ecc.). Ne deriva che la scienza ambientale studia le relazioni intercorrenti fra un soggetto prefissato e gli elementi del paesaggio che, nel loro complesso, ne definiscono l’ambiente stesso, in quanto legati al soggetto da determinate relazioni”. Seguendo quest’ottica scientifica, si può dire che la storia del rapporto tra l’uomo e l’ambiente si inserisce nella storia del paesaggio. Nella sua continua azione di inserimento, l’uomo ha trasformato delle porzioni di territorio che inizialmente erano molto ridotte, impiegando dei tempi piuttosto lunghi, ma che poi, utilizzando i suoi mezzi tecnologici sempre più avanzati, è riuscito ad ampliare sempre più, impiegando dei tempi sempre più ridotti. Dunque, la scala temporale e la scala spaziale si pongono in una relazione reciproca inversa. Infatti, mentre l’uomo segue le sue logiche ed attua le trasformazioni conseguenti, le evoluzioni del paesaggio naturale continuano secondo le leggi intrinseche, con tempi molto più lunghi di quelli, seppur lunghi, dell’azione antropica, e che, nella loro lentezza, continuerebbero a svilupparsi anche in un’ ipotetica assenza dell’uomo. La fig. 1 mostra il confronto tra i due tipi di azioni.

14 H. KÜSTER, Geschichte der Landschaft in Mitteleuropa, C.H.Beck, Monaco, 1995.

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Schema (a)

Schema (a) Schema (b) Fig. 1 – Confronto fra il processo della pi anificazione tradizionale (metodo

Schema (b)

Schema (a) Schema (b) Fig. 1 – Confronto fra il processo della pi anificazione tradizionale (metodo

Fig. 1 – Confronto fra il processo della pianificazione tradizionale (metodo interdisciplinare) [schema (a) tratto da: R. Colantonio Venturelli – G. Gibelli, Ecologie, in: A. Clementi (a cura di), Interpretazioni di paesaggio, Moltemi, Roma, 2002] e il processo della pianificazione integrata [schema (b) tratto da: R. Colantonio Venturelli – G. Gibelli, Ecologie, op. cit.].

Pertanto, è molto diverso studiare un fenomeno collocandolo su una scala spaziale ampia o su una più ridotta, così come è molto diverso se viene inquadrato in una prospettiva temporale breve o in una più distesa: si ottengono risultati differenti, ma soprattutto più appropriati o meno appropriati allo scopo che si è prefissato. Poiché tutto deve essere commisurato agli obbiettivi della ricerca che si intende svolgere, si può proporre di passare in rassegna molto rapidamente alcuni dei modelli più noti del paesaggio culturale che si sono affermati nel tempo per capire come si possono prefigurare le potenzialità future in funzione dell’interpretazione dei modelli passati e di quello attuale. Tralasciando per il momento le trasformazioni del paesaggio avvenute secondo le sue leggi intrinseche, che determinano lo stato attuale degli apparati dell’habitat naturale, si può dire che quelle del paesaggio culturale si siano realizzate attraverso un intreccio continuo d’interrelazioni tra le strutture fisiche e le funzioni da esse ospitate che condiziona il paesaggio culturale. Dunque, questo rapporto di adattamento reciproco e continuo ha caratterizzato l’habitat umano e i suoi apparati, fin dall’inizio della sua storia, che coincide con la scoperta da parte dell’uomo delle sue capacità di piegare i processi naturali alle proprie esigenze produttive.

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La rivoluzione agricola, poi quella urbana, poi quella energetica e infine la rivoluzione informatica, come viene indicata sempre più spesso, hanno sottolineato i passaggi più importanti di questa storia. Si possono confrontare in modo sintetico le tappe più note del processo d’interazione tra le strutture, le funzioni e i flussi di energia nell’habitat umano per avviare una riflessione sulle sue possibilità future. In particolare, il significato di questa operazione risulta più chiaro se si scelgono come zona di osservazione due territori che hanno subito delle evoluzioni in parte simili, ma in parte diverse negli stessi periodi considerati. A questo fine, sono stati prescelti due casi, entrambi italiani; il primo è situato nell’area geografica dell’Italia settentrionale, che è la sede di quella particolare forma di conurbazione denominata come la “megalopoli mediterranea”, e in particolare nella parte lombarda della pianura padana; il secondo caso è al centro della penisola, ai margini esterni di questa conurbazione, e praticamente coincide con la regione Marche. Nella storia dell’urbanizzazione del mondo occidentale si possono rinvenire alcuni modelli che hanno strutturato con forza e notevole persistenza la cultura urbana successiva e che spesso si sono contrapposti in una sorta di antagonismo ideologico e culturale. Pertanto, l’obbiettivo di questo contributo è quello di presentare alcuni di questi modelli, pur con la consapevolezza dell’inevitabile difficoltà di inscrivere in schemi unitari e conclusi tutte le realtà oggetto di analisi e del rischio di perdere in rigore e coerenza nella fase comparativa delle diverse situazioni, che sono schematizzate nella fig. 2.

diverse situazioni, che sono schematizzate nella fig. 2. Fig. 2 – Schema dell’evoluzione st orica del

Fig. 2 – Schema dell’evoluzione storica del modello spaziale urbano, rurale ed ecologico del paesaggio

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Fig. 2 – continua Il primo modello, certamente non in ordine di tempo, bensì di

Fig. 2 – continua

Il primo modello, certamente non in ordine di tempo, bensì di interesse per la nostra ricerca, è quello generato dalla cultura greca, una cultura fortemente identitaria, in cui la città è l’elemento attorno al quale si condensa l’appartenenza civica. E l’alterità è determinata in rapporto 15 all’esclusione dalla polis, che si manifesta con la netta chiusura verso i barbari e gli stranieri, ma anche con la chiusura di ogni città nei confronti dell’altra. Le contrapposizioni fra le diverse poleis sono determinate dall’ideologia del proprio ghenos su cui si fondano, il quale costituisce il contrassegno della loro reciproca differenza: i conflitti insorgono solo quando una polis tenta l’invasione dell’altra, altrimenti vi è pace nella riconosciuta differenza. Ogni città costituisce uno stato, con proprio statuto giuridico e politico. Il modello dell’antica Grecia è fortemente gerarchico, eppure non esclude il momento della reale partecipazione alla vicenda collettiva, che avviene nell’agorà, luogo deputato al confronto democratico.

15 L’intero brano è di Valerio Romani, il quale, nel primo capitolo del suo libro intitolato Il paesaggio. Teoria e pianificazione (Franco Angeli, Milano, 1994) parla ancora più diffusamente delle differenze tra il concetto di ambiente e quello di paesaggio.

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Il rapporto che lega la polis al suo territorio, dalla cui coltivazione la classe dominante trae la

propria forza economica e sociale, è particolarmente importante; infatti, la città e la campagna non sono spazi rigorosamente distinti: i campi si trovano a ridosso delle case, gli orti stanno, non di rado, all'interno del centro abitato. Sorta ai piedi di un’altura per lo più scoscesa e fortificabile, l’acropolis che per tutta l’età arcaica è rimasta all’interno della polis, sprovvista di mura, mostra un reticolo viario disordinato e tortuoso, tra edifici piccoli e addossati l’uno all’altro. Molte città greche sorgono in prossimità della costa dove si trova il porto, vero e proprio centro urbano minore. L’insediamento avviene sempre in forma rispettosa della natura ed in rapporto di integrazione con essa.

Al contrario, il modello romano rispecchia l’attitudine alla conquista della società che lo propone: l’insediamento, in questo caso, si manifesta in modo aggressivo nei confronti del territorio. Infatti, i Romani determinano un nuovo assetto urbano sulle terre verso le quali si espandono con la localizzazione di insediamenti posti in ragione della loro funzione strategica di coordinamento rispetto alla produzione agricola proveniente dai vasti ambiti rurali circostanti.

I centri di nuova formazione privilegiano le zone pianeggianti di fondovalle, più accessibili per

la logistica; la scelta dello spazio geografico per l’edificazione ex novo della città riflette un criterio

selettivo che tiene conto di condizionamenti ambientali di carattere funzionale (la electio loci di Vitruvio)

e di altri fattori quali la centralità territoriale, la posizione di rilievo nell’ambito dei percorsi e la vocazione insediativa dell’area, già interessata a importanti stanziamenti indigeni.

Dovunque Roma abbia fatto pervenire le sue legioni, immediatamente dopo sorgeva una strada. La strada, si potrebbe dire oggi secondo una fortunata formula di un grande studioso dei mass-media, Mc Luhan, era il messaggio. La strada, cioè, era una protesi e un’arteria, era un prolungamento e un potenziamento dell’organismo imperiale, serviva a trasportare eserciti e merci, prodotti e idee 16 .

A connettere questa maglia insediativa e ad assicurarne i collegamenti con l’ Urbs è il sistema

infrastrutturale delle Vie consolari e una serie di imponenti opere di ingegneria, quali ponti, viadotti, trafori, atte a superare agevolmente le difficoltà, anche orografiche, di collegamento. L’organizzazione dello spazio rurale è sottoposta alla ripartizione centuriale, che viene orientata rispettando le direzioni di decumani e cardines. Anche dal punto di vista sociale Roma rappresenta un modello completamente diverso rispetto a quello greco: infatti, esso è un modello di mescidanza. Dunque, il mondo romano fonda la propria identità sul diritto e non sul ghenos; ovvero, l’identità del civis romanus è predicabile all’infinito, mentre l’essere polites di Atene non lo è. Roma è una città-mondo, che accoglie chi vuole essere integrato al suo interno. Un altro modello estremamente importante per una ricostruzione delle tipologie urbane in ambito europeo è quello barocco, che, pur manifestandosi in forme e modi diversi, viene considerato come l’ultimo stile universale dell’arte europea. I suoi tratti principali sono il dinamismo, la predilezione

16 I. RICHMOND (a cura di ), Architettura e ingegneria, in J.P.V.D. BALDSON, I Romani, Il Saggiatore, Milano, p. 198, 1975.

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per la forma aperta, che consente di cancellare idealmente i limiti spaziali per dare un’impressione di sconfinatezza. La concezione barocca, anticlassica per definizione, ha un intento dinamico e cinematografico e concepisce lo spazio come un processo, un divenire. La città viene progettata ricalcando la forma di figure geometriche quali il quadrato, l’ennagono, la stella (Karlsruhe), ma con

disinvolta indifferenza per la topografia. La nuova unità urbanistica fondamentale diviene la strada, che

si configura come asse prospettico grandioso capace di garantire un continuum architettonico e illusori

effetti di prolungamento delle distanze. Essa assume sempre maggiore importanza anche come Via Triumphalis per la parata dell’esercito, espressione visibile della forza del potere. La città barocca ha

un’impostazione con strade radiali che si aprono improvvisamente su grandi spazi, enormi piazze con edifici monumentali su cui essa converge, mentre lo sviluppo edilizio avviene prevalentemente in forma verticale, in quanto la città è ancora confinata entro le fortificazioni che la proteggono da minacce esterne.

In concomitanza con l’emergere dello stile barocco in città, la campagna vive un periodo di grande trasformazione: verso la fine del ‘500, infatti, in Italia il paesaggio agrario consolida un processo che ha inizio nel Medioevo e per il quale esso si distingue a seconda delle aree geografiche. Ad esempio,

in Lombardia esso viene caratterizzato dal sistema irriguo della marcita, che con i suoi canali ed i prati

delimitati dalle piantate di gelso e vite alberata permette una diffusione crescente delle colture pratensi e, di conseguenza, di integrare le tecniche dell’allevamento con quelle dell’agricoltura. Così, la

produzione si organizza attorno a grandi unità di trasformazione, quali le cascine che divengono il tipo edilizio della Pianura Padana irrigua; in questa regione sono a corte chiusa e si trovano al centro di più fondi accorpati. Nelle Marche, invece, il nuovo ordinamento agrario è fondato sul patto mezzadrile e, tra XV e

XVI secolo, dà vita alla civiltà propriamente urbana, offrendo la traccia per un’urbanizzazione diffusa.

Il

sistema di conduzione mezzadrile prevede l’assegnazione al socio-colono di un podere da coltivare e

di

una casa per sé e la sua famiglia, con l’impegno di devolvere la metà del raccolto al proprietario. I

suoi esiti sociali si esplicano in una sostanziale stabilità demografica, nel costante presidio del territorio,

nella ripresa di un buon rapporto città - campagna, ovvero metropoli - colonia. Ad essere escluse dai

benefici effetti dello sviluppo mezzadrile sono le aree montane più interne, anche se presentano comunque degli aspetti meno drammatici che nel resto d’Italia. Già a partire dal ‘700 divengono evidenti i germi di ciò che nel secolo successivo darà inizio alla rivoluzione paleo-industriale: nasce, infatti, un nuovo ordine capitalistico e con esso la “città borghese” libero-scambista. L’orologio scandisce implacabilmente le attività della giornata, che vengono così inquadrate in un ordine rigoroso. La logica del maggior profitto conduce a sfruttare più intensamente i suoli, a scopi sia residenziali, per la costruzione di slums destinati ad accogliere i nuovi servitori di una gleba meccanizzata, sia produttivi, per la costruzione di fabbriche. La città emblema di questo periodo è

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la smoky town dove coesistono persistenze antiche, come la cattedrale, e opere del progresso, rappresentate dalle ciminiere. Invece, la campagna continua a mantenere i suoi caratteri peculiari che, in Italia, la eleggono a “bel paesaggio”, già decantato dai viaggiatori che ammirano il suo aspetto ameno e ordinato. In Lombardia, come in tutta la Pianura Padana, il paesaggio è caratterizzato da sistemazioni di tipo permanente ed intensivo, mentre in ambito umbro-marchigiano esse sono variegate, originando un’estetica del disegno del territorio che prevede “un grande e antico affresco fatto di alberate, fossi, querce camporili, siepi, filari e folignate di viti, case coloniche, canneti e salceti, strade campestri, laghetti o pozzi, alternanze di colture, alberi da frutta e olivi, tipico delle economie volte all’autosufficienza della famiglia mezzadrile” 17 . Purtroppo, non viene dedicata la stessa attenzione al patrimonio forestale, in via di sempre più rapida degradazione a causa di disboscamenti e dissodamenti inconsulti. L’assalto alle selve cresce con ritmo più intenso nel Settecento, in concomitanza con un cospicuo aumento demografico e la messa a coltura dei boschi da parte della popolazione più povera, che cerca così di ottenere la quantità di cereali volta a soddisfare i suoi bisogni primari. Tutto questo ha un’altra ricaduta nella perdita del legame produttivo e soprattutto di relazione culturale con le zone montane che iniziano quindi ad essere marginalizzate; il rapporto con la “risorsa bosco” comincia infatti ad allentarsi proprio a causa dell’eliminazione di molte essenze arboree tradizionali: legno di quercia destinato ad essere impiegato come materiale da costruzione e nella cantieristica navale, legno di faggio per la produzione di carbone

o di attrezzi, carpino e ghiande per l’alimentazione di ovini e suini, pietra da impiegare nell’edilizia. Così, viene a cadere il rapporto fra fitocenosi e zoocenosi, e cioè l’allevamento del bestiame, le attività artigianali legate alla montagna, la raccolta dei piccoli frutti del bosco e così via.

L’identità del paesaggio, a cui si accennava in precedenza e che deriva da un lungo processo di costruzione collettiva dello stesso, in Italia viene messa in crisi dagli sconvolgimenti edilizi, e prima ancora sociali e territoriali, che a partire dal secondo dopoguerra hanno indotto delle modifiche sostanziali all’immagine tradizionale del nostro Paese. Infatti, il cambiamento radicale del quadro, che

ha subito un’accelerazione a partire dagli anni ‘60, è stato determinato soprattutto dal progressivo abbandono del settore primario a favore di altre attività – l’industria manifatturiera, quella turistica ecc.

– che hanno avuto un impatto pesante sul territorio. Ma oltre alle ripercussioni ambientali e paesistiche

tutto ciò ha comportato anche un disorientamento della popolazione, che si è trovata nella difficoltà di

non riuscire a governare dei processi di cambiamento radicali e celeri, così come fa notare Turri:

Le modificazioni del paesaggio in passato erano lente, erano rapportate al ritmo dell’intervento manuale, paziente, prolungato nel tempo e quindi facilmente assorbibili sia dalla natura che dagli uomini: l’elemento nuovo gradualmente si inseriva nel quadro psicologico della gente. Ma quando l’inserimento, come è accaduto

17 S. ANSELMI, Marche, Laterza, Bari, 1975, p. 45.

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negli ultimi decenni, è rapido, violento, l’assorbimento avviene con difficoltà o è rimandato alla successiva generazione 18 .

Tali trasformazioni sono determinate dall’evoluzione dei tempi storico-culturali: quelli che, infatti, erano i tempi lunghi dell’organizzazione della geografia, subiscono un’improvvisa accelerazione ad opera, innanzitutto, del mutato ambiente immateriale, e cioè socio-economico e politico.

Quest’accelerazione produce una nuova vision, che non ha più rispondenza nell’agricoltura, ma nello sviluppo produttivo, il quale ha due caratterizzazioni:

- il modello accentrato della grande industria, che esprime un’indifferenza localizzativa rispetto alle

specificità territoriali e si insedia, quindi, per grandi poli, seguendo logiche proprie della produzione

fordista (l’esempio italiano è quello del triangolo industriale Milano-Torino-Genova);

- il modello del distretto produttivo della Terza Italia (Bagnasco 1977), che invece è forte di un

radicamento complesso nel territorio, il quale costituisce allo stesso tempo sia il luogo dell’economia, sia quello della costruzione della società civile. Tale modello consiste in una forma di industrializzazione, diffusa prevalentemente nel Centro Italia, fondata su piccole e medie imprese e diluita sul territorio, di cui riutilizza preesistenze e strutture. Fu denominato Terza Italia per indicarne il

presunto carattere di “economia periferica”, in quanto il centro del sistema produttivo veniva ancora considerato al Nord.

Entrambi i modelli non sono più integrati rispetto alla sostenibilità che in precedenza veniva garantita dal presidio sul territorio e dalla difesa del suolo, ma ora comincia a dissolversi proprio con l’esodo verso quelle aree dove si vanno formando gli insediamenti produttivi. In ambito lombardo i grossi centri industriali e commerciali si espandono sempre di più, con uno sbilanciamento baricentrico verso Milano, che assume i caratteri di una città metropolitana, mentre, per quanto riguarda le Marche, si assiste a uno spopolamento dall’interno verso la costa e le aree di fondovalle. A tal proposito, si noti come le premesse del modello dei sistemi produttivi che si aggregano lungo le strutture lineari del pettine costiero-vallivo siano state gettate dalla ferrovia, il cui tracciato, dovendo correre in pianura e privilegiando quindi la costa, è già discriminante rispetto ad altre aree più interne o collinari. Negli ultimi venti anni circa si è verificato il passaggio dalla produzione fordista (di capitalismo sistemico, in cui la complessità della produzione viene suddivisa in moduli organizzativi elementari e standardizzati) a quella post-fordista (di capitalismo reticolare, che si avvale di tecnologie relazionali e, dunque, deterritorializzate), in cui la fabbrica non si lega più ad un luogo. Infatti, in un’economia post- fordista, il sistema territoriale di piccole città e piccole imprese non costituisce più valore in sé, ma solo se inserito in un’ottica che è stata definita glocale, e cioè che attui una riterritorializzazione delle reti

18 E.TURRI, Il paesaggio come teatro, Marsilio, Padova, 1998, p. 48.

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lunghe che competono globalmente ma hanno un ancoraggio locale. La rete funziona in questo caso come bene relazionale della comunità locale e del sistema territoriale che, grazie ad essa, può promuovere strategicamente le proprie risorse, mentre lo spazio cessa di essere euclideo per trasformarsi in uno spazio a geometria variabile a seconda delle connessioni attivate e la singola città vive solo se riesce a tramutarsi in nodo 19 . Il territorio diventa un meta-territorio che funge da incubatore per le potenzialità locali e nel quale si realizza una vera e propria poliarchia, ovvero una distribuzione di poteri e funzioni articolati nel grande arcipelago dell’economia.

La città cambia seguendo i mutamenti socio-economici: diventa sede delle economie immateriali (ICT), delle funzioni direzionali e dei servizi in risposta alle nuove domande sociali. Essa, in seguito alla crisi delle economie tradizionali, diventa teatro di enormi cambiamenti urbani: la dismissione, infatti, delle grandi aree industriali fordiste determina la riconversione degli spazi e costringe a un ripensamento delle strutture verso attività terziarie e quaternarie. In questo contesto, le infrastrutture non sono più importanti per movimentare le merci, bensì in chiave di accessibilità alle reti.

Una delle tematiche maggiormente analizzate dagli studi urbani di area vasta riguarda la dispersione degli insediamenti, la città diffusa 20 , caratterizzata da una forte dispersione a bassa intensità. Questo fenomeno riguarda ormai molte regioni europee, di cui ridisegna lo spazio urbano e trasforma l’habitat, modificando pratiche e usi del territorio 21 . Si creano nuove figure, alternative a quelle della concentrazione. Figure che, ad un primo sguardo superficiale, potrebbero sembrare casuali e generatrici

di

caos, ma che invece seguono nuove e inedite regole proprie. Lo stesso concetto di prossimità cambia,

e

nascono relazioni sempre più estese tra spazio dei luoghi e spazio dei flussi. A tali modificazioni non

sono estranei i processi socio-economici intervenuti nel tempo: la conquista di una enorme flessibilità tecnologica consente di decentrare gli impianti fuori dalla città consolidata. Di conseguenza anche le

scelte residenziali si orientano all’esterno della città compatta, in zone dove il costo delle aree è minore,

e minori sono anche i vincoli urbanistici ed istituzionali. Inizialmente l’abitazione “rururbana” incarna il desiderio di qualità ambientale di chi è costretto a subire la congestione, l’inquinamento e l’insicurezza della città. L’automobile svincola dalla fissità della residenza e permette maggiore accessibilità. L’elevata mobilità significa abitare un territorio allargato. Ma nel tempo questa tendenza alla dispersione

insediativa si configura sempre meno come processo di tracimazione verso anelli via via più ampi, diventando, invece, processo di tarmatura 22 del territorio, con gravi ricadute anche su quegli aspetti che

si proponeva di evitare (congestione, inquinamento, ecc.). La città contemporanea o post-urbana è il

19 Cfr. G. DEMATTEIS in http://www.fub.it/telema/TELEMA15/Dematteis.html (marzo 2002).

20 Si veda F. INDOVINA ET AL., La città diffusa, DAEST, Venezia, 1990.

21 Cfr. F. PAONE (a cura di), Le trasformazioni dell’habitat urbano in Europa, in “Urbanistica” n° 103/95 e S. MUNARIN – M.C. TOSI, Tracce di città, Franco Angeli, Milano, 2001.

22 Si fa qui riferimento alla definizione francese di mitage urbain.

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luogo del decentramento e della diffusione, si incarna in sistemi urbani complessi dove divengono pervasivi residenza, lavoro, servizi, e si contrappone a quella tradizionale che mostra, invece, “un principio di continuità, di narrazione, di interrelazione tra le scale, di lunga durata delle regole e dei dispositivi dell’organizzazione spaziale” 23 . La preferenza accordata al modello insediativo disperso si fonda su scelte eminentemente individuali e il sistema urbano che ne deriva si configura come “città senza memoria, disinteressata all’identità storica stratificata nei luoghi collettivi quanto invece protesa alla qualità di quelli privati” 24 . La villetta è, infatti, il nuovo iconema della megalopoli padana (Turri 2000), insieme al capannone, sia esso fabbrica, ipermercato o luogo di stoccaggio. Le nuove figure insediative sono, quindi, quelle della dispersione, ma anche dell’espansione lineare lungo le strade di fondovalle e le infrastrutture della viabilità le quali, con logiche di razionalità minimale, vengono sfruttate come capitale fisso sociale che consente di realizzare economie di produzione per l’attività edificatoria. Si è visto come l’evoluzione dei modelli insediativi sia stata condizionata da mutamenti epocali in ambito socio-economico e culturale, che sono riconducibili a tre momenti fondamentali:

- prima rivoluzione industriale, nata in Inghilterra tra il 1760 e il 1830, resa possibile dal carbon coke e dall’energia a vapore, che hanno soppiantato le forme energetiche fino ad allora in uso (energia solare, del fuoco, cinetica ottenuta dal lavoro animale); - seconda rivoluzione industriale, affermatasi tra gli anni Settanta dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, azionata dalle nuove energie del petrolio e dell’elettricità;

- terza rivoluzione industriale, sviluppatasi dopo il secondo dopoguerra, fondata sull’energia atomica e sull’informatica.

Questa “terza ondata” 25 , in cui le nuove tecnologie consentono scambi di informazioni in tempo reale con ogni angolo del globo, realizzando l’utopia dell’ubiquità, provoca lo scollamento fra urbs e civitas: il territorio, infatti, acquisisce una nuova aggettivazione, tramutandosi in territorio della rete”. Il paradigma della rete è quello che meglio sembra rispondere alla necessità di lavorare sulle relazioni tra i nodi del sistema urbano contemporaneo, sulla natura estensiva e policentrica del recente sviluppo territoriale. Innanzitutto è opportuno ricordare che la metafora reticolare si presta a una molteplicità di interpretazioni, di cui le più praticate sono quelle relative alle reti infrastrutturali e urbane. Esse, infatti, riescono, forse meglio delle altre, a cogliere i caratteri delle spinte alla diffusione. Ma esistono anche le reti economiche di cooperazione/competizione (rintracciabili nei distretti

23 F. CHOAY, L’orizzonte del post-urbano, Officina, Roma, 1992, p. 22.

24 E. MICELLI, La casa della città diffusa, in “Economia e società regionale”, n.55, 1996, p. 91.

25 A. TOFFLER, La terza ondata, Sperling e Kupfer, Milano, 1987.

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produttivi interni al modello NEC), le reti del loisir (caratterizzate dalle relazioni fra “iperluoghi dell’esperienza”), e quelle ecologiche. Per fare ordine all’interno delle definizioni si potrebbe procedere a una prima distinzione tra reti ambientali (che, in un sorta di categorizzazione sulla scorta di “punto, linea, superficie”, accolgono i corridoi ecologici, il sistema dei parchi fluviali, di aree protette e parchi) e reti della mobilità. Queste ultime si distinguono ulteriormente in reti materiali (su cui viaggiano persone e cose) e reti immateriali (che veicolano informazioni e conoscenze).

L’aspetto innovativo derivante dall’approccio in termini di rete consiste nel fornire una visione del sistema urbano come sistema di relazioni, crocevia di flussi – principalmente immateriali – che lo attraversano e lo collegano ad altri centri. Lo spazio di riferimento non è più, dunque, solo reale, bensì virtuale, all’interno del quale perdono consistenza le stesse nozioni di centro e periferia. Lo spazio non è più euclideo e isotropo, ma è uno spazio a geometria variabile, dove il vantaggio competitivo non è più garantito dalla prossimità fisica, bensì dalle sinergie reciproche che si instaurano tra i nodi del sistema e dall’accessibilità agli stessi.

Se ci si sofferma sul concetto di “rete di città”, intendendo con ciò “un insieme di relazioni selettive ed orizzontali – non gerarchiche – tra centri, che consentono di ottenere una serie di vantaggi territoriali” 26 , appare subito evidente che ogni singolo centro, indipendentemente dalla propria dimensione, può rafforzare il suo ruolo territoriale grazie alle esternalità di rete. Tale ruolo, infatti, viene determinato dalla scoperta e valorizzazione delle vocazioni proprie del centro 27 . Il sistema reticolare si configura come aperto e costituisce una sorta di “internazionale delle città”, in cui si scambiano beni, informazioni, cultura e tutto quanto concorre a stimolare l’innovazione 28 .

Ma la pervasività della rete introduce a un equivoco di fondo, un concetto dicotomico e schizofrenico: da un lato si esalta la possibilità di globalizzazione, il senso di totalità e unitarietà, dall’altro emerge la minaccia della lacunarietà e della dimensione frattale del medesimo modello.

In questo processo la città si trova disorientata, o meglio “disfatta” (Sernini 1988): da metropoli si trasforma in conurbazione urbana e poi in megalopoli, per infine tentare di recuperare un radicamento al territorio attraverso la carta dello sviluppo locale.

La questione risiede nella presa di coscienza che la città, che oggi accoglie più della metà della popolazione mondiale, sta fallendo nel fornire risposte adeguate alla sfida di sostenibilità ecologica, sociale, economica.

26 R. CAMAGNI – G. DE BLASIO (a cura di), Le reti di città: teoria, politiche e analisi nell’area padana, Franco Angeli, Milano, 1993.

27 A tal proposito si veda A. BONOMI, Il distretto del piacere. Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

28 Sul tema si vedano i contributi di: R. CAMAGNI (a cura di), Le reti di città, Franco Angeli, Milano, 2001; B. CURTI – L. DRAPPI, Gerarchie e reti di città, Franco Angeli, Milano, 1990; E. RULLANI, Città e cultura nell’economia delle reti, Il Mulino, Bologna, 2000; S. SASSEN, Città globali, Utet, Milano, 1997.

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Le politiche urbane e gli strumenti cercano di adeguarsi, come testimoniano alcuni degli esempi migliori (Urban21, Forum mondiali, Convenzione europea del paesaggio, SDEC, Towards an Urban Renaissance), ma le strategie e le politiche istituzionali per una good governance non devono dimenticare che un’efficace azione locale si consegue solo con la partecipazione e il coinvolgimento proattivo della popolazione, perché la domanda di piano espressa dalla società sia tradotta in termini pianificativi sostenibili in modo multiforme.

Questa schematizzazione non ha l’intenzione di presentare degli approfondimenti, ma piuttosto quella di mostrare uno sforzo metodologico per rendere sistematico un confronto tra i diversi modelli culturali e i loro influssi sulla formazione di quelli del paesaggio culturale; dunque, questa traccia potrebbe essere utilizzata per sviluppare ulteriormente una metodologia di ricerca che integri sia le riflessioni sulle tipologie strutturali e funzionali, sia quelle sulle tipologie culturali che le hanno generate, e che stanno generando il modello attuale e quello futuro, nella misura in cui ciò è prevedibile. Di qui scaturisce il secondo quesito:

Ha senso continuare ad usare il concetto di scale spaziali e temporali per descrivere il paesaggio contemporaneo? E’ evidente come non sia possibile dare una risposta univoca a questo quesito, e soprattutto unitaria, che derivi da uno studio improntato ad un’unica ottica disciplinare. Infatti, si possono fare degli ottimi studi sulle strutture e sulle funzioni rivolti alla misurazione dei fenomeni, come fa prevalentemente la scuola tedesca dell’ecologia del paesaggio, oppure improntati alla progettazione, come avviene nel caso dell’ecologia del paesaggio praticata negli Stati Uniti 29 . In questo modo, si può ottenere un numero molto elevato di informazioni sullo stato del paesaggio attuale, e si può dedurre con buona approssimazione e in modo spesso accettabile quale fosse lo stato fisico del paesaggio in una determinata epoca passata, ricostruendone la matrice che ha generato il modello predominante attraverso lo studio delle testimonianze con mezzi tecnologici sempre più avanzati. Ci si può spingere fino a ricostruire le esigenze estetiche che hanno generato il giardino all’italiana; quelle etiche che hanno tutelato le selve greche, i boschetti romani, i giardini giapponesi, ecc.; le esigenze produttive agricole, belliche e amministrative dei romani che hanno devastato i boschi e spartito il suolo attraverso la centuriatio; quelle culturali dei greci, che hanno inserito i teatri greci nella natura e quelle politiche che hanno ispirato la riforma territoriale di Clistene, ma anche, a latitudini diverse e a distanza di numerosi secoli, la muraglia cinese o il muro di Berlino; ed infine le esigenze più o meno corrette di risanamento ambientale alla base delle bonifiche e della cementificazione dei fiumi. Si può ricostruire tutto ciò, ma l’uomo, che ha operato queste trasformazioni secondo le sue esigenze di volta in volta diverse, come si è formato il modello culturale che ha determinato e generato

29 La bibliografia relativa ai due filoni è molto ricca; in questa sede, valgano per tutti rispettivamente: H. LESER, Landschaftökologie, UTB, Stoccarda, 1991, e R.T.T. FORMAN – M. GODRON, Landscape Ecology, John Wiley & Sons, New York, 1986.

29

queste azioni? Quali dimensioni della sua cultura hanno inciso realmente sulla concezione del paesaggio che lo ha condotto alla formazione del modello culturale di quel momento? E poi, il passaggio da questo modello culturale alle trasformazioni fisiche del paesaggio è stato sempre così immediato? La divisione del sapere che ha caratterizzato il nostro modello culturale incide fortemente sulle difficoltà di dare una risposta univoca. Tra le lezioni che vengono dal passato, ce n’è una che può far riflettere sulle capacità espressive dell’antica unità del sapere: si può immaginare che Ambrogio Lorenzetti non volesse distinguere tra la teoria politica e l’organizzazione territoriale del paesaggio agrario suburbano attraverso le tecniche più raffinate, quando ideò il dipinto del Buon governo, in cui l’ordine politico e l’assetto equilibrato del territorio coincidono (fig. 3).

l’assetto equilibrato del territorio coincidono (fig. 3). Fig. 3 – Ambrogio Lorenzetti, Il Buon Governo ,

Fig. 3 – Ambrogio Lorenzetti, Il Buon Governo, Museo Civico, Siena.

In questo caso, come forse sempre avviene, il modello culturale influenza chi organizza il paesaggio, appunto il governo comunale, ma anche chi lo percepisce, lo valuta positivamente e lo descrive attraverso la trasmissione del suo significato ideale, che probabilmente ha anche un significato didascalico, come sembra che voglia esprimere Lorenzetti 30 . Dunque, anche la percezione individuale e la coscienza collettiva hanno un ruolo fondamentale non solo nello studio della funzione d’informazione svolta dal paesaggio, ma anche nella sua formazione, come sostengono alcune ricerche molto recenti 31 . Non mancano dei tentativi di ricostruire una storia unitaria attraverso la storia dell’ambiente 32 o attraverso la cosiddetta “Global history” 33 che possono essere senz’altro di aiuto in questa operazione. Però, quello che interessa più da vicino in questa sede è l’uso della lezione del passato per capire la nostra contemporaneità come la base per l’azione futura. In questo tentativo, la scienze umane hanno un compito essenziale. Dunque, si pone l’esigenza di ricomporre il sapere necessario per lo studio del paesaggio globale attraverso alcuni punti, quali ad esempio:

30 Si veda, a questo proposito, E. SERENI, Storia del paesaggio agrario, Laterza, Bari, 1996.

31 Per una trattazione molto lucida del tema, si rimanda a: B. JESSEL, Elements, characteristics and character – Information functions of landscapes in terms of indicators, di prossima pubblicazione in un volume collettivo di prossima pubblicazione.

32 J. R. MC NEILL, Qualcosa di nuovo sotto il sole, Einaudi, Torino, 2002.

33 Su questo tema si è tenuto un convegno molto significativo presso il Centro Italo-Tedesco Villa Vigoni nel maggio 2004.

30

- l’avvio del dialogo multidisciplinare indispensabile per creare gli strumenti culturali adatti

all’interpretazione, allo studio e quindi alla gestione integrata del paesaggio;

- il superamento delle collaborazioni tradizionali paratattiche per creare gli strumenti scientifici adatti,

quali ad esempio degli indicatori sintetici spaziali e temporali, oppure strutturali e funzionali;

- la collaborazione sintattica per riflettere sulle “interfacce” dei settori d’interesse disciplinare utili per

individuare le possibili linee concrete di studio multidisciplinare. Ma allora a questo punto si pone il terzo quesito:

Si possono stabilire dei parametri di lettura multidisciplinare del paesaggio? Verrebbe spontaneo rispondere che questi strumenti di lettura possono essere degli indicatori, i quali aiutano a descrivere e a misurare i fenomeni. Ma esistono dei rischi dovuti proprio alla divisione del sapere, che ha provocato una marcata dicotomia tra la ricerca scientifica e le sue applicazioni ai diversi livelli, e che ha generato in risposta la necessità sempre crescente dell’integrazione e dell’interdipendenza tra la teoria e le sue applicazioni 34 . Quindi, è necessario tentare di innescare un processo continuo che, oltre a rispondere a questa esigenza, serva anche come una verifica sperimentale degli assunti teorici e come una possibilità

di affinamento e di stimolo per alcuni nuovi temi di ricerca. E questo è tra gli scopi di questa serie di

incontri di lavoro comune. Dunque, si possono provare ad individuare delle “famiglie“ di concetti comuni di carattere generale da cui far scaturire le misurazioni analitiche da applicare per una gestione corretta del paesaggio culturale. A questo scopo, si propone uno schema del tutto generale che mostra come le grandi categorie del paesaggio, quella naturale e quella culturale, suddivisa negli agroecosistemi e nei tecnoecosistemi, possano essere studiate incrociando le conoscenze relative alle varie scale spaziali e alle diverse scale temporali (fig. 4).

34 Su questo tema, si rimanda a: M. G. GIBELLI, Riflessioni conclusive, in M. G. GIBELLI (a cura di), Gli indicatori ecologici alla scala del paesaggio, Siep-Iale, Milano, 2003.

31

on a time scale (*) past present future (which have ceased to exert a direct
on a
time
scale (*)
past
present
future
(which have
ceased to exert a
direct action)
(which will
presumably
arise)
on a spatial
scale (**)
(now exerting
their action)
Spontaneous
Biological, soil-
Spontaneous
biological, soil-
related, geo-
biological and
related, geo-
morphological,
soil-related
morphological,
and climatic
processes
and climatic
processes
requiring strong
processes in
influenced by
human
Natural and semi–
natural systems
scarce relation
the close
management
to anthropic
relationship with
and support
activities
anthropic
activities which
Indicators:
often affects
detectable
their reactions
evidence
and
scientific
Indicators: of
reconstructions
landscape ecology
(relict
flora,
and normative
paleosoil,
Indicators: of
trends (e.g.
heterogeneity of
landscape
evolution,
ecological
networks,
reduction of soil
erosion)
paleobotanics)
Production
processes as a
function of
man’s action
and of
economic
requirements
Production
processes (^)
requiring
balancing
among the
different sectors
involved
Agricultural and
Indicators:
forest systems
historical of the
agricultural
landscape and of
landscape
ecology
Production
processes (^) of
different but
interrelated
sectors (e.g.
agriculture +
parks +
tourism), which
determine flows
of energy,
people,
animals,
materials and
information
Indicators: of
trends (e.g.
agro-ecological,
ecological
networks,
transformations
of the
Indicators:
agricultural
normative,
socio-economic
(e.g.
equitability),
statistical, of
landscape
ecology
(gradients
according to
Müller and his
model), agro-
ecological
landscape)
Global landscape
Cultural landscape
Semi –natural landscape

32

Urban-

Productive,

Productive, social, economic, land- related, and urban processes related to the flows of individuals, information and energy

Indicators:

social, economic, land- related, and urban processes related to the flows of individuals, information and energy increasingly interrelated to the other types of systems and bound to them with a mutual dependence

industrial systems

historical, social,

economic, war-

related, land-

related, and

urban processes

Indicators:

historical of the urban landscape, of urban ecology (structural and functional, according to Müller)

normative,

statistical, of

urban ecology,

of landscape

 

ecology

 

(structural and

Indicators: of

functional:

trends

gradients)

(*) years, decades, centuries (hundreds, thousands) (**) macro-regional, regional, local, sub-local (^) in a broad sense; they include the production of both material (farm produce) and immaterial (services) goods

Fig. 4 – Internal processes of the landscape as a whole and types of the respective indicators

Partendo da questo schema, ogni conoscenza disciplinare può rintracciare il suo campo di azione, e soprattutto riflettere sulle possibilità di collegarsi con le altre competenze presenti nel gruppo per riflettere sulle quelle interfacce comuni a due o più campi che permettono di fondere le analisi e i giudizi in modo più sintetico possibile, e quindi più significativo. Viene in mente che si potrebbe proporre un motto che interpreti lo spirito di questa operazione scientifica, quale ad esempio:

“Ricomposizione del sapere per ricomporre il paesaggio”.

33

GIORGIO MANGANI

TOPICA DEL PAESAGGIO 35

Prendere un interesse immediato alla bellezza della natura […] è sempre segno di un animo buono; e, quando questo interesse è abituale e si accoppia volentieri alla contemplazione della natura, esso mostra almeno una disposizione dell’animo favorevole al sentimento morale. Emmanuel Kant, Critica del Giudizio

Urbino stava lassù, ignorata, isolata come un castello di ammalati. Chiunque saliva in piazza, cittadino o contadino, guardava il paesaggio e capiva ogni cosa. Paolo Volponi, La strada per Roma

1. Tra contenuto e forma

Un’analisi molto sintetica delle idee e degli studi contemporanei sul paesaggio rivela una chiara e profonda dicotomia tra interpretazioni che si fondano sul contenuto oppure sulla percezione, della quale resta una eco nella definizione “ancipite” data del paesaggio dalla Convenzione europea (una determinata parte di territorio, come è percepita dalle popolazioni e il cui aspetto è dovuto a fattori naturali ed umani e alle loro interazioni).

Le componenti geografica, ambientalista ed ecologica della famiglia di discipline che si sono dedicate allo studio del paesaggio hanno sottolineato, nell’ultimo secolo, il carattere “oggettivo” di questo concetto rispetto ai suoi aspetti percettivi ed estetici. Anche se non insensibili alla bellezza del paesaggio, geografia ed ecologia hanno manifestato sempre maggiore diffidenza per quel che, in esso, non fosse riconducibile ai dati fisici. Lo studio del paesaggio geografico per esempio, soprattutto in Italia, si è affermato proprio in opposizione al concetto estetico privilegiando l’analisi dei suoi fattori, costitutivi di una unità organica composta da elementi fisici, storici e sociali, naturali e antropici. Un percorso che, come ha sottolineato Eugenio Turri in un ormai classico manuale (Antropologia del paesaggio), ha cercato di sostituire la fisiologia alla fisionomia del paesaggio. E proprio i geografi più sensibili al paesaggio culturale e alle componenti sociali e soggettive costitutive del paesaggio come Eugenio Turri – lo ha notato Paolo D’Angelo – hanno preso le distanze

35 Pubblicato sul “Bollettino della Società Geografica Italiana”, n. 3 (2005), pp. 557-566.

34

dagli atteggiamenti contemplativi e pittorici del paesaggio, che appaiono un residuo dell’approccio estetico considerato aristocratico e legato alla cultura romantica e borghese. L’ecologia e le scienze ambientali, per parte loro, hanno strutturato il loro pensiero sulle nozioni di ecosistema, ecotopo, ecocomplesso, geosistema, che costituiscono una risposta, secondo la logica della complessità, agli atteggiamenti deterministici delle scienze di impianto positivistico. L’ecosistema e i suoi sinonimi si possono, dunque, considerare uno sforzo di mediazione messo in campo dall’ecologia per dialogare con le scienze umane, ma restano fondati sulle componenti oggettive del paesaggio. Essi possono includere alcuni fattori percettivi e culturali, ma la nozione fondativa della scienza ecologica, per l’attenzione che porta agli equilibri naturali, è strutturalmente antagonistica rispetto al possibile stravolgimento, per azione umana, di un equilibrio naturale rivolto alla creazione di un altro equilibrio. Anche la progettazione di un parco o di un giardino fondati su prevalenti modelli culturali, pure attenti all’equilibrio ambientale, sono alterazioni dell’ecosistema originario. Un parco o un giardino implicano una gestione artificiale, anche se complessa, della natura. La filosofia opposta a quella ecologica si fonda invece sul carattere prevalentemente percettivo e soggettivo del paesaggio, come quella codificata da Georg Simmel (1858-1918) nel primo ventennio del Novecento nella sua Filosofia del paesaggio: una Stimmung individuale, fondata sulla percezione di una organicità di elementi costitutivi. Questa idea, tradizionalmente caratteristica del romanticismo ottocentesco e della percezione pan-pittorica del paesaggio, ha ripreso nuovo vigore nei nostri anni in forme meno individualiste e più sociologiche, soprattutto in Francia. Secondo queste analisi (per es. nei lavori di Berque) il paesaggio è sempre un ecosistema e un simbolo assieme. Franco Farinelli, un geografo, ha parlato di “arguzia” del paesaggio per sottolineare questa sua duplice capacità di essere e di rappresentare, al tempo stesso, la cosa percepita.

2. Tentativi di convergenza

Rispetto a questa contrapposizione profonda non è mancato chi ha cercato di recuperare un punto di mediazione e di convergenza tra le due sensibilità, apparentemente impegnate entrambe, in modo solidale, a combattere per la difesa del paesaggio, ma con idee profondamente diverse in proposito.

Un primo tentativo di questo genere nasce dalla profonda consapevolezza sociale della minaccia che incombe nella nostra epoca sugli equilibri naturali. Essa tende a produrre una deriva psicologica ed epistemologica che porta alla fusione (per es. nei lavori di Tiezzi e Seel) delle idee della bellezza e della natura. Il carattere etico della natura, la sua capacità di fare attenzione agli equilibri diventa il fondamento della sua bellezza. Bello e buono coincidono. Vi è, anzi, chi arriva a sostenere, come Jay Appelton (The Experience of Landscape, 1996), che la percezione estetica del paesaggio è un residuo della

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nostra tendenza, filogeneticamente trasmessa, a ricercare ambienti favorevoli alla sopravvivenza. Ci piacciono i paesaggi fluviali perché vi troviamo abbondanza di acqua, le vedute dall’alto (come sosteneva anche Yves Lacoste negli anni Settanta per censurare una cultura vedutistica fondata sull’estetica militare) perché più sicure, e così via. Un tentativo più complesso è quello del filosofo dello spazio Edward S. Casey (Representing Place, 2002), che contrappone il place (cioè il paesaggio) allo space. Egli sostituisce una contrapposizione forte alla relazione dialettica sostenuta dai geografi “umanisti” americani della scuola di Yi-Fu Tuan e di Robert D. Sack, che pensavano invece possibile una composizione tra i due momenti (per loro vi è, nello sviluppo dell’environment, una tendenza naturale verso l’equilibrio; certezza che oggi, probabilmente, ci appare meno fondata rispetto agli anni Sessanta). Per Casey lo space è uno spazio matematizzabile, astratto, isotropo e continuo, mentre il place è il luogo dei confini, delle singolarità, della percezione individuale. Il place ha un orizzonte, lo space no. Esso contiene l’insieme dei valori che hanno senso per l’uomo. Esso incorpora l’habitus di una comunità, cioè il repertorio dei suoi valori e dei suoi modelli comunitari. Tra le componenti del place è il paesaggio (cioè l’insieme dei suoi caratteri culturali) a svolgere la funzione di mediazione, necessaria (tra le generazioni e, orizzontalmente, tra le persone) per far interagire il self, l’individuo, con il luogo (“i luoghi, scrive Casey, non sono supporti esterni della nostra vita, essi sono in noi”). In questa funzione il paesaggio è un fattore dinamico. Se si concepisse infatti solo l’identità del place, cioè la sua specificità locale, saremmo costretti a contrapporre all’omologazione tendenziale dello space l’ “idiolocalismo” del place, con risultati paralizzanti (che è esattamente ciò che sta avvenendo oggi). Il paesaggio è, in altre parole, lo strumento dinamico che, grazie al peso su di esso esercitato dai valori culturali fluidi, la percezione, la storia, l’individuo e la società, consente un dialogo; non tanto tra place e space (come pensavano i geografi umanisti americani), che sarebbe una conversazione tra sordi, ma tra places differenti. Si tratta di una sintesi non lontana da quella proposta in Italia da Paolo D’Angelo (Estetica della natura, 2001), che parla di paesaggi come identità estetiche dei luoghi, dove l’identità non è considerata un loro requisito intrinseco, ma connesso alla loro percezione e, pertanto, fattore dinamico come quello suggerito da Casey.

3. Una prospettiva (geografica) retorico-linguistica

Anche accettando le elaborazioni più recenti rivolte a valorizzare in forme nuove la dimensione culturale del landscape, le analisi che ho raccolto tendono a strutturare la relazione uomo/paesaggio nei

termini di una relazione diretta. Se analizziamo il rapporto che sta all’origine della invenzione del paesaggio e del funzionamento retorico che agisce nella sua rappresentazione mentale, vediamo però che questa percezione non è

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immediata, che essa segue un percorso filtrato da alcune strutture linguistiche e formali. Ciò avviene, inoltre, secondo un percorso per certi versi contrario a quello “naturale” e fondato su di una procedura molto precisa, persino codificata nei manuali retorici e mnemonici, strettamente connessa alla descrizione dei luoghi, che si fonda non tanto sulla meraviglia della natura, ma su una meraviglia artificiale (cioè prodotta dall’immaginario culturale), cui è demandata la percezione stessa e la comprensione della natura. Alla base delle mie osservazioni è la constatazione, dedotta soprattutto dalla storia della geografia, della cartografia e delle relazioni interculturali, che transfert di questo genere, anche quelli instaurati tra una comunità culturale e la natura, non sono fondati sulla trasparenza ma sull’Immaginario, nel senso proposto da Stephen Greenblatt (il quale ha chiarito che gli incontri, e gli scontri, tra le culture non si fondano su di un impatto tra “mondi” diversi, ma tra immaginari diversi, cioè tra le forme di rappresentazione immaginaria dei propri mondi e di quelli degli altri). Non c’è trasparenza nella relazione tra le culture, come non c’è tra cultura e natura. Il rapporto è filtrato dall’Immaginario, dal sistema “figurale” (cioè delle immagini) utilizzato in ciascuna cultura per memorizzare le informazioni di base, costitutive della comunità. E’ l’Immaginario a fungere da luogo di incontro tra le culture e tra natura e cultura. Poiché la percezione e la rappresentazione del paesaggio sono fondate, sin dall’origine, sui meccanismi che presiedono anche al funzionamento retorico della cartografia e della veduta paesaggistica, cercherò di trarre spunto, in questa trattazione, dai miei studi sulla teoria cartografica per spiegare cosa intendo per “topica del paesaggio”.

4. La contemplazione e la meditazione geografica

Un’analisi della pragmatica (in senso linguistico) del comportamento geografico, cioè delle modalità in cui avviene la percezione, la significazione, la memorizzazione e la manipolazione delle informazioni geografiche, rivela come questi atti (cioè la contemplazione e la meditazione del paesaggio) si configurino, sin dall’inizio, come atti linguistici.

Una questione analoga è sorta nella storia della cartografia, una disciplina che ha molti punti in comune con la teoria del paesaggio. Un’antichissima tradizione tendeva infatti a considerare le mappe di oggi come una evoluzione di originari segni pittorici, ovvero, in alternativa, di diagrammi primitivi. Edward Casey (sempre lui) ha chiarito che invece la mappa è, sin dalle sue origini, un prodotto di entrambe le tipologie di segno. Vi convivono simboli, pittogrammi e parole. Le parole possono anche non esserci, possono essere, cioè, sostituite da segni, ma questi designano (senza essere imitativi) le cose, o meglio i loro nomi (per esempio, il Mar Rosso, sulle carte geografiche, è rosso perché, secondo la logica dei rebus, indica il nome del mare, non la cosa significata). La struttura compositiva di una

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mappa dimostra che, comunque, la relazione tra i pittogrammi, è una relazione linguistica. Non ci sono, come pensava William Warburton nel 1744 a proposito dei geroglifici, mappe extralinguistiche, pure icone, perché, come ha scritto David Freedberg, anche il processo che consente il riconoscimento del realismo che fonda la comprensione del codice imitativo dei pittogrammi è un processo costruito socialmente e linguisticamente. Dunque, le cose sono complicate sin dall’inizio. Quando compare una mappa è già entrata in funzione una mnemotecnica linguistica. Anche le pure immagini hanno bisogno,

per essere comprese, di un linguaggio che si attiva all’atto dell’interpretazione. Il rapporto tra l’uomo e

la natura non è un rapporto diretto, ma è mediato dal linguaggio e dalle sue strutture.

Come nasce un paesaggio, in termini percettivi? Attraverso la delimitazione del suo spazio rispetto al continuum del territorio. E’ una scelta che nasce dalla percezione, mediata dall’immaginario culturale della comunità di cui il percettore fa parte. L’atto della contemplazione è una actio cum templo, cioè consiste nell’identificare, nel cielo, una

porzione di spazio entro la quale avranno significato determinati fenomeni naturali (per es. il passaggio

di uno stormo di uccelli, un fulmine, ecc.) da utilizzare per la divinazione. Identificato prima nel cielo, il

templum proietta la sua ombra, la sua figura in terra e delimita lo spazio del sacro, ma anche lo spazio della città (che viene fondata secondo lo stesso procedimento). E’ lo spazio della cultura che si sovrappone alla natura. L’atto stesso della contemplazione quindi, si struttura, linguisticamente, come una mnemotecnica, come una scrittura. Ciò avviene attraverso una operazione molto precisa, cioè sovrapponendo allo spazio naturale uno spazio virtuale, immaginario, costituito di segni narrativi, una griglia di segni mentali (come era la centuriatio romana, che, prima di essere una lottizzazione territoriale, era un sistema per rendere comprensibile lo spazio attraverso la sovrapposizione di un sistema logico e narrativo, cioè strutturato di punti di riferimento). Questi segni culturali convivono con le emergenze della natura, contrassegnandole di narrazioni. La pianta e le altre componenti del paesaggio hanno un significato morale, religioso, sociale, sessuale, terapeutico secondo una logica di reciprocità. Ne ha dato, per la Grecia classica, un esempio illuminante Marcel Detienne ne I giardini di Adone. Lo spazio reale convive con quello culturale in modo materialmente efficiente: non c’è, non ci può essere, percezione di una parte del paesaggio naturale senza l’utilizzo di questa griglia di significati, perché il sistema delle narrazioni connesse ai luoghi non serve tanto a renderli simbolici, ma a individuarli, a percepirli. (Non è, in sintesi, la rappresentazione dello spazio ad essere simbolica, ma la simbolizzazione, la significazione ad essere cartografica). La cosa funziona nello stesso modo nella lettura della volta celeste, nell’astronomia e nell’astrologia. L’identificazione delle stelle è possibile rintracciando le costellazioni, che sono figure mnemoniche, narrative e simboliche (il carro, l’orsa, il toro) antropo e zoomorfe (o simili alle figure

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naturali più comuni) utilizzate per orientarsi entro il continuum dello spazio celeste. Senza queste figure simboliche e culturali, la natura non si riesce neppure a “vederla”. Un comportamento di questo genere non è affatto esclusivo del mondo antico. Ricorderò in proposito il labirinto di Versailles, progettato da Le Brun e Le Nôtre alla fine del XVII secolo e concepito quale itinerario pedagogico per il delfino di Francia: esso era strutturato sulla sovrapposizione al luogo naturale di un sistema topografico di rappresentazioni morali, l’interpretazione delle quali consentiva, secondo un percorso logico (e moralmente edificante), di trovarne l’uscita. E ancora in piena stagione rivoluzionaria, a Parigi, la Convenzione discuteva di utilizzare i giardini del Luxembourg come sistema informativo del nuovo ordinamento dello stato basato sui dipartimenti provinciali fluviali, costruendo, attraverso immagini fatte di bosso e di sculture, una specie di mappa virtuale del paese sovrapposta ai giardini, in modo da consentire, passeggiando, un facile apprendimento popolare del nuovo sistema amministrativo. L’uso delle figure per memorizzare era così legato allo spazio che tutta la tradizione classica (arrivando fino ai nostri giorni attraverso la devozione religiosa cristiana) lo utilizzava non tanto per memorizzare le informazioni connesse ai luoghi, ma anzi impiegava i luoghi per memorizzare le informazioni generali. Le informazioni da memorizzare, cioè, venivano agganciate a figure collocate lungo un percorso noto (le aiuole di un giardino, le stanze, i loggiati, i palazzi e le città della memoria) per favorire la loro ordinata archiviazione, il loro recupero e l’eventuale riassemblaggio nella composizione retorica. Aristotele consigliava di usare mentalmente le lettere dell’alfabeto o le stanze di casa propria. Così, nel percorso a,b,c,d,e, se ci si fosse dimenticati di c, gli altri segmenti dell’itinerario mentale avrebbero potuto aiutare a recuperare l’informazione (la stanza o la figura) momentaneamente perduta. Geografia e cartografia (cioè la descrizione dei luoghi attraverso la scrittura, ovvero attraverso scrittura e figure assieme) diventavano così le scienze fondamentali dell’arte della memoria perché usavano figure (reali o mentali) collocate nello spazio. Strabone scrive chiaramente che questa è la funzione specifica della geografia: dare informazioni elementari, di base, attraverso i luoghi geografici (non sui luoghi geografici), cioè utilizzandoli come sistema retorico per ricordare le narrazioni connesse alle regioni e alle città: storie, miti, personaggi famosi, curiosità. Nel II secolo dC un maestro di scuola alessandrino, Dionigi Periegete, utilizza la mappa del mondo come un’enciclopedia per spiegare ai suoi studenti i rudimenti della cultura di base, non certo la geografia come la intendiamo noi oggi. A metà del Settecento e in pieno illuminismo i manuali di “geografia per fanciulli” fanno la stessa cosa. La descrizione e la rappresentazione dei luoghi (non c’è differenza) sono dunque una topica, cioè un repertorio di informazioni da utilizzare per la composizione retorica o anche per la scelta morale. Non c’è infatti differenza tra cercare l’exemplum giusto (cioè la citazione) per scrivere un’orazione, o da imitare in un comportamento. La memoria usa la topica per memorizzare, e, attraverso la giusta topica

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(cioè implementando di esempi giusti il repertorio utilizzato), sarà facile accedere al giusto comportamento. La memoria è infatti la “porta della morale” e con essa la geografia (cioè la descrizione/rappresentazione della natura/topica secondo i meccanismi della contemplazione/meditazione). Se la contemplazione consiste quindi nell’identificare lo spazio significante sovrapponendolo a quello reale, la meditazione consiste nel recuperare mentalmente in quello spazio, attraverso l’osservazione delle figure (e quindi anche delle componenti del paesaggio/giardino: i topia), le informazioni loro connesse (dei concetti, oppure interi passi della tradizione. Memoria ad res, memoria ad verba).

La topica/morale è così intima della topografia che quest’ultima viene considerata da Quintiliano (Inst. or. IX,2) la più efficace forma di persuasione. E anche l’arte dei topiarii (la topiographìa) cioè dei giardinieri, confusa con la topografia, è considerata, piuttosto che una manipolazione della natura, una composizione retorica dei significati connessi alle piante in funzione persuasiva. Costruire un giardino significa infatti, già nel mondo antico, costruire periodi e discorsi attraverso i significati dei fiori e delle piante, avvalendosi della loro bellezza per colpire l’emozione e radicarsi nella memoria del percettore. Giardini come biblioteche, come luoghi della meditazione e della scelta etica, nei quali, tuttavia, la meraviglia, non è prodotta dalla osservazione della natura, ma dalle narrazioni emotivamente rilevanti associate alle componenti naturali del paesaggio. Il paesaggio culturale è questo. La lettura della sua fisiologia non può distinguersi dalla fisionomia perché è quest’ultima, in quanto sistema linguistico,

a consentire di leggere le sue componenti naturali. In questo comportamento paesaggi e mappe

seguono le stesse modalità di funzionamento. Le mappe, come i paesaggi, non parlano di natura, ma di cultura. Non rappresentano luoghi, ma loci retorici. Non indicano cose, ma parole. La percezione è certamente un atto soggettivo, ma segue logiche linguistiche e retoriche codificate. Il paesaggio deve dunque essere bello perché fonda il suo funzionamento sulla capacità delle figure utilizzate di colpire l’emozione e favorire così il radicamento mnemonico (che è proporzionale all’emozione provata). Ma la sua prima percezione (ammesso che possa esistere) è già una percezione strutturata dai significati che evoca. La quale, a cascata, riprodurrà, nella manipolazione del paesaggio vero, una sua progressiva qualificazione territoriale come luogo “estetico”. In questo, credo abbia ragione Gombrich quando sostiene che la nostra percezione della natura

è filtrata dall’arte. Ma l’arte è probabilmente solo uno dei suoi filtri, perché vi sono anche altre griglie sovrapponibili al paesaggio. In ogni caso, come ha ricordato David Freedberg, la percezione della realtà è mediata dalle costruzioni simboliche della società. Certi paesaggi vengono scelti perché più capaci di altri di rappresentare emotivamente le topiche di una comunità. Questa scelta favorisce poi l’ulteriore sviluppo

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della funzione loro affidata, perché consolida socialmente la convinzione che quel paesaggio è bello e rappresenta qualche cosa di più di una qualità congiunturale. In questo modo la percezione della forma- paesaggio agisce come le figure dei codici miniati. Esse venivano collocate prima del testo, per condizionarne la lettura secondo un registro programmato, oppure alla fine del testo per riassumerne i tratti pertinenti (quindi con la stessa funzione). In entranbi i casi le figure agivano con la logica delle costellazioni astrali: influivano, cioè, sullo skopòs della lettura, condizionandola emotivamente. Come le stelle agivano sullo skopòs della vita “guardando” l’ora della nascita (appunto, l’“oroscopo”).

5. Il paesaggio persuasivo

Considerare il paesaggio secondo la pragmatica del suo funzionamento linguistico e retorico mi sembra consenta il ritrovamento, entro una sorta di analisi tecnologica delle strutture mentali, di una confluenza tra le analisi “contenutistiche” e quelle “formali” del paesaggio in campo. Essa gli restituisce la sua funzione simbolica, ma entro un processo socialmente mediato di costruzione di senso che evita probabilmente di tornare ai modelli romantici, senza perdere di vista le componenti “oggettive”. Il paesaggio infatti, in questa interpretazione, nasce da una percezione socialmente mediata, ma, in quanto repertorio morale, produce comportamenti e, quindi, perfeziona la realtà rispetto al modello. Nello stesso modo gli atlanti producono le identità nazionali (invece di documentarle) e le guide turistiche producono gli itinerari (agiscono, cioè, prima del successo sociale del percorso). La percezione individuale del paesaggio convive dunque, materialmente, con la sua funzione, codificata, di repertorio di informazioni, ma anche di teatro delle norme cui attenersi. I contadini marchigiani produttori di uno dei paesaggi più apprezzati d’Italia, segmento della piantata mediterranea, consideravano per esempio il loro paesaggio come un repertorio normativo di regole di comportamento e di significati morali dettati, ovviamente, dalle classi dirigenti. Come succede agli ecologisti che celebrano la bellezza dell’ecosistema, anche per i contadini la bellezza del paesaggio coincideva con il sistema dei valori inculcato dalle convenzioni. Il contadino sta in campagna, mentre il padrone sta in città e guarda dall’alto il paesaggio coltivato. La citazione di Volponi di apertura sottolinea come chi saliva a Urbino e vedeva il paesaggio agrario del Montefeltro coglieva ancora, nel secondo dopoguerra, il sistema delle relazioni sociali; capiva quel che c’era da capire. Reciprocamente, i signori (come nei due ritratti del duca Federico da Montefeltro e di Battista Sforza di Piero della Francesca) rappresentavano il buon governo del principe coincidente con il paesaggio coltivato e bonificato e, ancora due secoli dopo, si autorappresentavano come pastori arcadi nelle favole pastorali recitate nei loro teatri di corte. Non era solo il paesaggio rappresentato a funzionare da repertorio normativo, da topica, ma anche quello vero; che veniva infatti celebrato da aristocratici e viaggiatori come un giardino.

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Il problema di oggi è che probabilmente il sistema dei significati connessi al territorio si è perso. Non abbiamo più il codice linguistico dei significati secondi connessi al territorio, quelli che lo trasformavano appunto in paesaggio (la stessa cosa è successa per la toponomastica, nata per dare “figure emotive” ai luoghi, derive meditative come quelle descritte da Proust nel capitolo Nomi di paesi della Recherche, oggi diventati puri segnali stradali). L’invadenza dei “non luoghi” di oggi non è solo di natura progettuale, è anche legata a questa carenza di significati meditativi connessi ai luoghi, sostituiti da pure funzioni; una vittoria dello space sul place. I paesaggi consentivano infatti derive interpretative, i “non luoghi” hanno solo sensi unici. Quanto esposto sin qui consente di comprendere le ragioni della tendenziale confluenza storica tra pensiero etico e cultura del paesaggio, anche prescindendo dalla componente conservativa e militante degli ambientalisti. La scelta etica è stata infatti epistemologicamente intrinseca alla scienza del paesaggio, perché fondata sui suoi stessi, intimi meccanismi di funzionamento. Ciò spiega perché Kant sostenesse che amare la natura equivaleva ad avere un animo buono; perché la geografia umanistica (per es. nel pensiero del geografo americano R. S. Sack), come l’ecologia del paesaggio, abbiano teso a identificarsi con la scelta etica e politica (“Il male, scrive Sack nel 1997 nel suo Homo Geographicus, è l’assenza di intrinseci valori geografici. Il luogo può diventare cattivo perché è carente di questi valori”). Spiega per quale motivo la Land Art americana e l’arte ambientale europea abbiano finito per trasformare l’opera in puro gesto simbolico, in azioni o installazioni, traducendola in puro atto concettuale, in “esempio” morale.

D’altra parte, in tutta la tradizione classica (ma si trattava di un’immagine frequentemente presente anche sui frontespizi degli atlanti del Sette e Ottocento), la scelta etica era stata rappresentata dall’emblema di “Ercole al bivio” tra la strada stretta e in salita del bene e quella larga e in discesa del male. Un emblema che rappresentava concretamente la morale come un percorso nello spazio.

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HANSJÖRG KÜSTER

NATUR UND LANDSCHAFT IN NATURWISSENSCHAFTLICHER SICHT:

ZWEI BEGRIFFE, DIE UNTERSCHIEDEN WERDEN MÜSSEN

Im täglichen Sprachgebrauch des Deutschen, aber wohl auch anderer Sprachen, werden die Begriffe „Natur“ und „Landschaft“ häufig synonym gebraucht. Beide werden für gegensätzliche Bezeichnungen zu „Stadt“ oder auch „Kultur“ gehalten, etwa dann, wenn man sagt: „Ich gehe hinaus in die Natur.“ Man spricht im Deutschen von einem Gegensatz zwischen „Naturlandschaft“ und „Kulturlandschaft“. „Naturlandschaft“ ist vom Menschen bzw. seiner Kultur unbeeinflusst, „Kulturlandschaft“ durch Mensch und Kultur geprägt. Aus naturwissenschaftlicher Sicht sind diese Formen der Verwendung der Begriffe Natur und Landschaft einerseits, Naturlandschaft und Kulturlandschaft andererseits nicht akzeptabel.

Die Entwicklung der modernen Biologie im 18. Jahrhundert setzte unter anderem mit der Klassifizierung von Erscheinungen der Natur ein: Arten von Tieren und Pflanzen wurden beschrieben, und zwar in einer Art und Weise, die jedem, der mit den Artbeschreibungen umgeht, klar macht, dass eine Art eine Konstante sei. Dabei ist in Wirklichkeit nur die Beschreibung der Art konstant, nicht aber die Gruppe der Individuen, die zu der Art gerechnet werden. Eine Klassifizierung der biologischen Vielfalt wäre auf andere Weise nicht möglich gewesen, doch muss klar betont werden, dass keine Gruppe von Lebewesen, die zu einer Art gerechnet werden, als Konstante aufgefasst werden darf:

Diese Gruppe besteht aus Individuen, die entstehen und vergehen und niemals mit gleichen Eigenschaften wieder geboren werden. Die Entstehung immer wieder anderer Individuen ist eine wichtige Voraussetzung dafür, dass sich Populationen von Tieren oder Pflanzen im Lauf der Evolution weiter entwickeln.

Auch die moderne Geographie begann ihre eigenständige Entwicklung unter anderem mit einer Einteilung der Welt in Landschaftsräume. Diese wurden ebenfalls als Konstanten beschrieben, und auch diese dürfen nicht als Konstanten aufgefasst werden. Denn in ihnen laufen ökologische Entwicklungen ab: Lebewesen entstehen und vergehen. Es kommt ferner zur Ausbildung eines irreversiblen Energieflusses: Bei der Photosynthese wird Lichtenergie in chemische Energie umgewandelt, und diese wird im Verlauf der Zellatmung in andere Energieformen transformiert, die letztlich als Wärmeenergie von der Zelle bzw. vom Ökosystem abgegeben werden. Dieser elementare Vorgang des Lebens, der in allen Ökosystemen und in allen geographisch definierten Landschaften abläuft, ist entscheidend dafür verantwortlich, dass sich deren Konstitutionen beständig verändern.

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Organische Substanz wird zum Teil abgebaut, zum Teil sedimentiert, unter dem Einfluss von Lebewesen werden Gesteinsschichten zersetzt und ihre Bestandteile ins Meer gespült.

Aus naturwissenschaftlicher Sicht sollte klar sein: Natur verändert sich unaufhörlich, und ein Ökosystem ist keine Konstante, sondern ein Prozess. Wir selbst und unsere Umwelt sind in diesen beständigen Wandel mit eingeschlossen.

Die Menschen wollen sich aus einem elementaren kulturellen Antrieb auf einen solchen natürlichen Wandel nicht einlassen: Sie streben stabile Lebensbedingungen für sich als Individuen oder als Gruppe an. Ausdruck des Willens, stabile Lebensbedingungen zu schaffen, kann es aber dann gerade nicht sein, die Natur zu schützen. Denn ein Schutz der Natur bedeutet Schutz des Wandels – und den will man gerade dann nach Möglichkeit verhindern, wenn man stabile Bedingungen schaffen möchte.

Im Gegensatz zur Natur kann Landschaft als stabile Größe gedacht werden. Sie ist ohnehin immer dann stabil, wenn ein Maler sie erkannt hat und auf einer Leinwand fixiert. Das Bild auf der Leinwand ist ebenso stabil wie die Beschreibung einer Pflanzen- oder Tierart und wie die auf einer Landkarte eingezeichnete Landschaft. Auf der Leinwand und auf der Landkarte besteht eine konstante Landschaft als eine Momentaufnahme von Natur, die sich in beständiger Wandlung befindet. Das fixierte Abbild der Natur kann als Leitbild fungieren: Aus vielen Gründen kann es die Überzeugung von Menschen sein, dieses Bild nicht nur auf der Leinwand, sondern auch in der „Realität ihrer Umwelt“ festzuhalten. Weil dabei aber akzeptiert werden muss, dass Natur sich stetig verändert, muss dann gegen die Veränderung vorgegangen werden: Bäume müssen geschnitten, Heideflächen beweidet werden, und Wiesen brauchen den regelmäßigen Schnitt.

Aus diesen Ausführungen wird klar, dass Natur mit und ohne Menschen bestehen, das heißt:

sich beständig verändern kann. Aber eine Landschaft existiert nur dann, wenn der Mensch sie bewusst (oder auch unbewusst) erkennt. Landschaft wird immer aus kultureller Sicht konstruiert oder definiert. Daher kann es prinzipiell keine Naturlandschaft geben. Auch dann, wenn Menschen auf eine „jungfräuliche“ Landschaft blicken, die noch nie zuvor berührt wurde, ist ihr Bild, das sie sich davon machen, eine Leistung der Kultur. Daraus folgt dann, dass der Begriff „Kulturlandschaft“ nicht verwendet werden muss. Er ist eine Tautologie, weil Landschaft immer kulturell bestimmt ist. Alles, was der Mensch betrachtet und im Geist oder in der Realität, „kulturell“ festhalten möchte, ist Landschaft.

Während Natur niemals nachhaltig ist (weil sie sich verändert), kann das Bemühen der Menschen um die Bewahrung von Landschaft als Ziel von Nachhaltigkeit gedeutet werden. Weil sich Natur immer verändert, ist in ihr eine Nachhaltigkeit im Sinne von Stabilität nicht zu verwirklichen. Aber die stetige Pflege einer Landschaft, das stetige Bäumeschneiden, Pflügen, Ernten, Unkrautjäten

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usw., hat etwas mit dem Anstreben von Nachhaltigkeit zu tun: Wenn alle diese Aktionen alljährlich erfolgen, erhält die Landschaft ein in jedem Jahr wieder gleiches oder nahezu gleiches Aussehen. Das Ziel, das dahinter steht, kann als Anstreben von Nachhaltigkeit umschrieben werden.

Wenn man den Begriff Naturschutz ernst nimmt, so ist darunter ein Schutz der Dynamik zu verstehen. Diese Schutzstrategie besteht in der Praxis des Naturschutzes dann, wenn man sich für einen Prozessschutz entscheidet. Doch oft wird unter Naturschutz eher eine Bewahrung des Status quo verstanden, eines Zustandes, der mit Natur nichts zu tun hat, da ja Natur sich ständig wandelt. Das eigentliche Ziel, das dabei – mit dem Etikett „Naturschutz“ – verfolgt wird, ist der Schutz einer Landschaft, die Bewahrung eines Leitbildes mit allen darin enthaltenen Strukturen, auch einer Biodiversität, also bestimmter Pflanzen- und Tierarten.

Dieses Ziel ist wichtig, aber man kann es nicht Naturschutz nennen. Es handelt sich dabei vielmehr um das zentrale Ziel des Landschaftsschutzes. Eine solche begriffliche Klarstellung ist keine philologische Spitzfindigkeit, sondern eine sachliche Notwendigkeit. Das Ziel, einen Zustand in unserer Umwelt zu bewahren, muss nämlich den Zustand nicht nur gegenüber den verändernden Eingriffen des Menschen bewahren, sondern auch – und das ist entscheidend – gegen die Dynamik der Natur. Stets ist ein kultureller Einfluss notwendig, um natürliche Veränderung zu verhindern und um nach Möglichkeit einen Zustand zu bewahren. Dies zeigt sich im Garten und in der Agrarlandschaft, in den Wäldern wie auf Heideflächen, die nur dann waldoffen bleiben, wenn dort regelmäßig Tiere auf die Weide geschickt werden.

Die Gegebenheiten in einem solchen Ökosystem können mit naturwissenschaftlichen Analysemethoden untersucht werden. Den Naturwissenschaftlern sollte bei ihrer Arbeit aber immer klar sein, dass ihr Untersuchungsgegenstand von Natur aus keine Stabilität aufweist, sondern dass Stabilität angestrebt wird, wenn menschlicher bzw. kultureller Einfluss dafür sorgt.

Man kann sich einer Landschaft nicht nur mit naturwissenschaftlichen Analysen nähern. Stets wird auch die Synthese gebraucht, die nach der Vorstellung Alexander von Humboldts vom Landschaftsmaler zu leisten ist. Das braucht nicht wörtlich genommen zu werden. Nicht jeder „Landschaftsmaler“ im Sinne Humboldts produziert etwas auf einer Leinwand. Ein Landschaftsmaler als Synthetiker kann auch etwas Schriftliches verfassen, eine Landkarte zeichnen oder ein Musikstück komponieren. Das Werk des Landschaftsmalers kann ebenso eine mit naturwissenschaftlichen Methoden geleistete Synthese sein. Wichtig ist, dass diese Synthese auf zahlreiche Aspekte eingeht und Zusammenhänge knüpft. Die Synthese ist genauso wenig wie die Analyse jemals abgeschlossen. Immer wieder können neue Details erforscht werden, aber auch immer wieder neue Zusammenhänge. Leider ist unsere heutige Wissenschaft, vor allem in den naturwissenschaftlichen Fächern, heute vorrangig auf Analyse bedacht; viele naturwissenschaftliche Publikationsorgane akzeptieren nur eine

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Argumentationskette, die von einer Frage ausgeht, dann die Methode darstellt, Ergebnisse und eine Diskussion, aber damit die Synthese gerade nicht leistet. Es gibt zwar die literarische Form des wissenschaftlichen Essays, doch keine wirklichen Synthesen im Sinne Alexander von Humboldts. Die Landschaft müsste aber in Synthesen dargestellt werden, denn Planer (auch Politiker) brauchen diese. Mit Ergebnissen von Analysen können sie kaum etwas anfangen, und selbst können sie die Synthesen nicht leisten. Daher findet heute fahrlässigerweise sehr häufig eine Landschaftsplanung statt, ohne dass die Ausgangssituation der Landschaft in einer Synthese beschrieben ist. Wir verzichten auf die Synthesen einer Landschaftswissenschaft – und sind uns noch nicht einmal darüber bewusst! Landschaftswissenschaft ist nicht Geographie oder Landschaftsökologie, sie ist eine darüber oft weit hinaus reichende Synthese, die rational begründbares Wissen und emotionale Vorstellungen der Menschen ausdrücklich einbezieht.

Wir brauchen die Landschaftswissenschaft vor allem als Basis für die Information von Planern, aber auch der allgemeinen Öffentlichkeit. Es ist wichtig, dass Fachleute und Laien sich um richtiges Hinsehen bemühen, bevor sie Entscheidungen treffen. Sie müssten vom Landschaftswissenschaftler, dem Landschaftsmaler im Sinne Alexander von Humboldts, im Betrachten der Landschaft unterrichtet werden. Dabei ist zunächst das zu beschreiben, was als scheinbarer Zustand erkennbar wird. Dieser kann dann in den Lauf einer Entwicklung eingeordnet werden. Dabei ist der kulturelle Einfluss, der gegen die natürliche Dynamik einwirkt, zu beschreiben.

Jeder Mensch, der sich mit Landschaft befasst, kann auf sie Einfluss nehmen, in welcher Form sie bewahrt werden sollte. Die Bewahrung von Landschaft wird durch kein Naturgesetz festgeschrieben, sie ist auch nicht durch einen Staat oder durch die Jurisdiktion festgelegt. Kein Wissenschaftler allein, auch kein Künstler allein bestimmt den „richtigen“ Zustand einer Landschaft. Sondern alle Menschen sind aufgerufen, sich gemeinsam über das Erscheinungsbild „ihrer“ Landschaft in Gegenwart und Zukunft Gedanken zu machen. Diese Gedanken sind individuell und durchaus verschieden. Aber es ist unabdingbar, dass ein intersubjektiver Kompromiss darüber herbeigeführt wird, welche Landschaft geschützt werden soll – als Raum der Arbeit, als Raum der Erholung, als Raum der Empfindungen, als Heimat.

Ein intersubjektiver Kompromiss über die Zukunft von Landschaft kann nur unter Menschen herbeigeführt werden, die etwas über die Landschaft wissen und die sich auch darüber bewusst sind, dass keine absolute Notwendigkeit besteht, diese oder jene Richtung für die Entwicklung der Landschaft zu wählen. Der intersubjektive Kompromiss ist keine Konstante, sondern er kann und muss immer wieder neu herbeigeführt werden. Ein Bewusstsein für Landschaft und ein Bewusstsein für den Charakter des intersubjektiven Kompromisses zu entwickeln sind eminent wichtige pädagogische Aufgaben, die sich aus der Beschäftigung mit der Wissenschaft von der Landschaft ergeben. Der

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Schutz der Landschaft hängt daher sowohl von der Qualität der Synthesen als auch der Qualität der pädagogischen Arbeit ab. Nachhaltigkeit des Schutzes von Landschaft beruht also nicht in erster Linie auf Gesetzen der Natur oder der Jurisdiktion, sondern auf dem Verständnis der Menschen und der Kunst der Pädagogen, die sie unterrichten.

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ALFONS DWORSKI

ARCHITEKTUR- UND LANDSCHAFTSVERSTÄNDNIS IM WANDEL VON ORT UND ZEIT. EINIGE EPISODEN DER EUROPÄISCHEN IDEENGESCHICHTE AM LEITFADEN VON ARCHITEKTUR- UND LANDSCHAFTSBETRACHTUNGEN

Vorbemerkungen zu den Begriffen „Architektur“ und „Landschaft“

Architektur in kulturwissenschaftlicher Perspektive Architektur wird in den folgenden Untersuchungen aus einer kulturwissenschaftlichen Perspektive betrachtet, damit treten sowohl technische als auch künstlerische Aspekte in den Hintergrund. Es ist nur von Bauwerken und materiellen, raumbildenden Artefakten die Rede. Also von Substanz. Dies im Gegensatz zum Begriff „Landschaft“, der eine vage Kategorie beinhaltet.

Da Architektur Raum einnimmt… Da Architektur Raum einnimmt ist sie in jedem Fall an einen Ort gebunden. Meist ist der Ort mit einer geographisch eindeutigen Stelle identisch. Die Stelle kann auch qualitativ bestimmt sein, so z.B. ist ein Hausboot Architektur und an einen geographisch unbestimmten, aber nicht beliebigen Ort gebunden, an fahrbares Wasser. Ein solcher Ort konstituiert sich aus einer bestimmten Infrastruktur. Architektursimulationen im Cyberspace und übertragene Bedeutungen wie „Friedensarchitektur“ oder „Rechnerarchitektur“ sind ortlos, substanzlos und bleiben hier außer Betracht.

Architektur für einen gegebenen Zweck Da Architektur von Menschen für einen gegebenen Zweck auf der Basis existenter Sinnkonzepte entworfen und hergestellt wird, sind zeitliche und räumliche Referenzmarken in eine zunächst menschenleere, maßstablose und geschichtslose Welt gesetzt. Architekturgeprägte menschliche Lebensentfaltungsräume werden auch baukulturelle Regionen genannt, womit die sinnstiftende Beziehung zwischen Mensch, Ort und Artefakt zum Ausdruck kommt.

„Regionale Architektur“ Unter „Regionaler Architektur“ soll nicht mehr, aber auch nicht weniger als die Summe des baulichen Geschehens in einer bestimmten Region verstanden werden, es handelt sich also weder um eine historische noch um eine baukünstlerisch wertbestimmende Kategorie. Regionalismus hingegen ist eine soziokulturelle Einstellung, wonach das räumliche Sein – die Raumbindung – bestimmender für

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das Bewusstsein sei, als soziales Sein bzw. Herrschaftsbindung. An diese Frage knüpfen sich auch die politischen Gegenentwürfe „Regionalismus“ versus „Internationalismus“ an.

„Regionalistische Architektur“ Unter „Regionalistischer Architektur“ sollen architektonische Gestaltungen verstanden werden, denen bestimmte, in unterschiedlicher Weise von regionalen Strukturen inspirierte Stilprogramme zugrunde liegen. Man sollte deshalb nur von „Architektonischen Regionalismen“ sprechen, um die Vielfalt regionalistischer Phänomene im Auge zu behalten. Architektonischer Regionalismus ist also kein expliziter „Stil“ sondern eine Tendenz, eine implizite Art etwa auf problematische Seinslagen zu reagieren wie urbane Verelendung, kulturelle Identitätskrisen, Umweltdegradation oder Globalisierung.

Was ist Landschaft? Ein nicht oder noch nicht gesehener bzw. erträumter Raum kann nicht Landschaft sein. Sehen oder träumen sind Modi menschlicher Wahrnehmungen. Wir wissen zum Beispiel nicht, ob Milben Landschaftsempfindungen haben, und wenn es so etwas gäbe, welche Wahrnehmungen sich daran knüpften. Landschaft ist demnach eine kulturell definierte Wahrnehmungskategorie, ein möglicher Sachverhalt, der durch menschliche Betrachtung eines Ausschnittes der Erdoberfläche entstehen kann. „Der Mensch ist das Maß aller Dinge.“ Genauer gesagt: Der menschliche Empfindungs- und Wahrnehmungsapparat ist das einzige Referenzsystem jeder dem Menschen zugänglichen Weltbeschreibung und jeder Welterkenntnis. Selbst die Götter mussten und müssen sich diesem Gesetz beugen, wenn sie in irgendeiner Weise wahrgenommen werden wollen. Begriffe wie „Natur“ und „Landschaft“ bezeichnen keine Existenzen per se wie etwa „Stein“ oder „Wurm“ sondern Aggregate menschlich interpretierter Sachverhalte und Raumwahrnehmungen.

Substanz oder Sachverhalt? Einen substanziellen Begriff wie „Stein“ bzw. auch „Architektur“ kann man durch objektivierende Beschreibung zweifelsfrei definieren: Es wird festgelegt, dass ein Stein durch Stoff (Gestein, Mineral) und Gestalt (größer als Sandkorn und kleiner als Felsen) mit notwendiger und hinreichender Genauigkeit beschrieben werden kann. Damit ist auch festgelegt, was „Nicht-Stein“ ist. Der vage Sachverhalt „Landschaft“ lässt sich so weder fassen noch abgrenzen. Im alltäglichen deutschen Sprachgebrauch gibt es wenig Zweifel, was gemeint ist, wenn das Wort „Landschaft“ fällt. Praktisch immer ist durch einen Sinnzusammenhang klar, ob ein Bild (Wandschmuck), eine Traditionsgesellschaft oder eine attraktive Gegend gemeint ist. Weil hier ein flexibler Sprachgebrauch vorliegt, der in anderen Sprachen aus ähnlichen aber keineswegs gleichen inhaltlichen Schnittmengen

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zusammengesetzt ist, kann es wohl eine alltagstaugliche, aber keine prinzipielle Gewissheit darüber geben, was Landschaft ist.

Was ist nicht Landschaft? Ebenso aussichtslos sind die Versuche, prinzipiell zu fassen, was nicht Landschaft heißen soll. Dass zum Beispiel verwüstete Tagbaugruben zu den Strukturwandel-Folgelandschaften gezählt werden, ist zwar nicht populär, aber Stand der Forschung. Ob es aber zulässig wäre, etwa alle Blumentöpfe von Sevilla als Moleküle, als homöopathische Dosen von Landschaft zu interpretieren und damit in Fachkreisen innovativ zu werden, kann ein Streitfall sein. Manieristische Kunstgriffe dieser Art werden im Folgenden außer Betracht bleiben, so auch abgeleitete Anwendungen des Vokabels, die im Bereich der Politik, des Kunsthandels und der Poesie gebräuchlich sind. Bestimmte Sprachen erleichtern bzw. begünstigen bestimmte Denkstile, verweisen aber auch auf kulturspezifische, in der Praxis fast unüberwindliche Schranken der Verständigung über Welt- und Raumbeschreibungen. So müssen wir es für möglich halten und akzeptieren, dass es Kulturen gibt oder geben könnte, die Sachverhalte wie „Landschaft“ in Sprache und Weltbeschreibung nicht konzeptualisiert haben, die europäische Raumkategorien nicht brauchen und kennen, die sich aber mit einer den Europäern möglicherweise unzugänglichen Raumbeschreibung zweifelsfrei koordinieren und orientieren. So wird es erklärlich, dass etwa Australien dem heutigen europäisch-touristischen Blick sehenswerte und erhabene Landschaften bietet, und dieser Sachverhalt in den üblichen Medien dargestellt und kommuniziert werden kann. Die Ureinwohner, die sich selbst in untrennbarer, ständiger magischer Einheit mit dem heiligen Territorium begreifen, finden sich mit ihren, für uns jedoch im doppelten Wortsinn „unbeschreiblichen“ Orientierungssystemen – mit raumbildenden Gesängen, Traumpfaden und Churingas – erfolgreich und völlig andersartig zurecht.

Landschaft ist eine Raumbeschreibung Der Rahmen des hier behandelten Landschaftsbegriffes ist demnach eine Kategorie menschlicher, genauer gesagt, europäischer Raumbeschreibung. Alle Fragen bezüglich der Landschaft basieren auf vorgelagerten oder historischen Fragen nach den jeweiligen Natur- und Raumbeziehungen. Ausgangspunkt ist immer die Frage, was das betrachtende Subjekt im Blick auf die überschaubare Geographie wahrnimmt, schätzt, sucht, beachtet, welche Interessen an Natur und Raum den Sachverhalt Landschaft konstituieren und wie sich das Subjekt in Beziehung zum Objekt bringt. Diese Beziehungen zu entschlüsseln ist in aufgeklärter Tradition Selbstbefragung und Empirie, in religiösen und mystischen Traditionen Offenbarung oder Gotteserfahrung. Das Bedürfnis nach umfassenden Raum- und Welterklärungen dürfte eine unverzichtbare anthropologische Konstante sein.

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Ihre praktischen Ausformungen bilden einen breiten Fächer etwa zwischen den Gegensätzen von der Weltabgewandtheit hinduistischer Traditionen bis zum positiven Daseinsbezug manichäischer Mystik, wonach sich der schöpferische Lichtgott in der Lektüre des liber naturae offenbare. Die Regel ist, dass es eine Regel geben muss; die Beständigkeit liegt in der Vielfalt und im Wandel der Raummodelle.

Raummodelle im Wandel Das vorherrschende Raummodell urbanisierter Gesellschaften am Beginn des 21. Jahrhunderts ist zwar noch vom bipolaren Stadt-Land Modell der europäischen Zivilisationsgeschichte bis etwa 1950 geprägt, wird aber seither zunehmend von Urbanisierungs- und Globalisierungsphänomenen aufgebrochen. In den allgemeinen Kulturwissenschaften gilt derzeit das Thema Spatial Shift als aktuell. Gemeint ist damit die progressive Auflösung eines physisch-zentrierten Raumes, wie er etwa in der historischen Begrifflichkeit von „Heimat“ verdichtet war, zugunsten ortloser Präsenzen. Konnte man das historische Raummodell mit einer handfest sichtbaren Zwiebel (Ringe um ein Zentrum) vergleichen, so kann man sich die ortlosen Präsenzen als großteils unsichtbares Rhizom oder Myzel (Netzwerk) verbildlichen. Zukünftige Raummodelle werden sich vielleicht im Wesentlichen aus Netzwerken von Orten und Nichtorten entwickeln. 36

Vorwiegend sesshafte Lebensentfaltungen Vorwiegend sesshafte Lebensentfaltungen in zeitlicher und räumlicher Kontinuität werden weniger, ausgedehntes Schweifen wird wieder zur Regel. In den kommenden Raummodellen wird die traditionelle Stadt-Land-Dialektik verblassen, und eine bis jetzt noch namenlose Raumkategorie wird mit komplexen, urbanistischen Begleiterscheinungen das durchdringen, was heute noch „offene, bäuerliche Kulturlandschaft“ genannt wird. Dies wird auch von der ehemals umfassenden Funktionalität zur einseitig touristisch-modischen Ästhetisierung von historischen Stadtkernen führen, die noch das System von baugeschichtlich aufeinander folgend gewachsenen Ringen zeigen. 37 Die neuen urbanisierten Kulturlandschaften müssen vollständige Lebensentfaltungsräume, bzw. Schweifgebiete sein. Ein kritischer Rückblick auf die dynamische Geschichte von Sesshaftigkeit versus Schweifen wird zeigen, dass menschliche Raummodelle evolutionär zu sehen sind:

36 Vgl. dazu: M. KÜHN, Vom Ring zum Netz? Siedlungsstrukturelle Modelle zum Verhältnis von Großstadt und Landschaft in der Stadtregion. http://www.nsl.ethz.ch/index.php/en/content/view/full/343/.

37 Vgl.: http://landluft.server2.scalar.at/04/media/pdf/Doku_Wohnen_und_Arbeiten_in_Neupoella_Email.pdf.

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Das Depot Von Anfang an steht das Wohnen an erster Stelle, es muss auch ohne jede „Hardware Architektur“ funktionieren; die Verhaltensweise steht vor dem Gebauten. Wie sich Menschen ohne Gebautes sozial in Raum und Zeit orientieren können, mag folgender Hinweis beleuchten:

Die Aborigines in Australien haben keine Siedlungen oder Behausungen. Sie leben fast nackt, fast ohne technische Infrastruktur schweifend in der Wüste. Aber sie benötigen beispielsweise unbedingt einen eingegrabenen Stein, der mit einer symbolischen Ritzung Gemeinschaftsordnung und Recht für ein bestimmtes Territorium stiftet, der regelmäßig ausgegraben, betrachtet und wieder zurückgelegt wird. Er kann, aus unserem Blickwinkel gesehen, als magische Landkarte, Grundbuch und kosmisches Manifest eigener, unwidersprochener Existenz gelten und verstanden werden. Gewiss braucht der Mensch solche Depots. Dort müssen identitätsstiftende Objekte respektiert und unangefochten aufgehoben sein. Modernere, komplexere Erscheinungsformen von Depot sind z.B. Nekropolen, Kultplätze, Thesauri, Museen, Urkundensammlungen, Bibliotheken im öffentlichen Sektor und die wichtigen persönlichen Dinge im Privaten. Grabbeigaben sind das letzte individuelle Depot.

Ob Datensätze im Cyberspace virtuelle Dokumente über Identität, Besitz und Vermögen das manifeste Depot ersetzen können, oder ob die elektronische Entmaterialisierung der persönlichen Habe zu merkwürdigem Übersprungverhalten, zu disfunktionalen Ersatzhandlungen führt, ist noch nicht klar. Vermutlich ist das zähe Beharren am freistehenden Einfamilienhaus, an einem Eigengrund den man besitzbekräftigend umschreiten kann, auch als Nachhall archaischen Territorialverhaltens zu verstehen.

Der Initiationsplatz Aus der Mehrzahl einigermaßen kohärenter Gesellschaftsstrukturen könnte eine Tabelle temporärer nachfunktionaler Positionen abgeleitet werden: Die Spalten wären Lebensabschnitten zugeordnet: Kleinkinder, Schulkinder, Adoleszente bis hin zu Greisen, und in den Zeilen wären Funktionen bzw. Qualifikationen nach Status gereiht einzutragen wie: Töpfern, Kochen, Pflanzen, Jagen, Heilen, und Positionen wie Hirt, Weberin oder Schamane. Offensichtlich sind kulturspezifische Lebenssituationen, z.B. die Heiratsfähigkeit oder Ehrwürdigkeit des Greisenalters, wichtiger als abgezählte Lebensjahre. Übertritte einer Person aus einer Lebenssituation in eine andere werden in aller Regel öffentlich, an bestimmten, konsekrierten Initiationsplätzen nach zumeist dreiteiligen Übergangsritualen vollzogen:

Ausgliederung, Neutralisierung und Angliederung. Dafür geeignete Plätze, an denen die Regeln des Alltagslebens außer Kraft gesetzt sind, müssen existieren, die Gesellschaftsstruktur wird raumrelevant.

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Die tribale Raumkonstruktion z.B. der schon erwähnten Aborigenes kann als komplettes Basismodell von funktionsfähiger sozialer Raumkonstruktion gelten: An einer besonderen Stelle hat der Clan seinen Churingastein eingegraben, womit das Schweifgebiet gesichert ist. Das Depot ist in Ordnung. Ein Ort, wo die Toten, die Nicht-mehr-Lebenden, möglicherweise auch die Noch-nicht- Lebenden ständig anwesend sind. Saisonal sucht man einen neutralen Treffplatz der gesamten Stämme auf, jenseits der Alltagswelt. Dort liegen bevorzugt auch die Initiationsplätze, die „besonderen Orte des Austausches“:

Rechtsfreie, bedenkliche und sogar verbotene Orte, bedrohlich und attraktiv zugleich. Dort finden die Auseinandersetzungen rivalisierender Lokalgruppen statt, dorthin werden Unreine und Unangepasste verbannt, dort wird aber auch unter Beachtung strikter Übergangsrituale Exogamie praktiziert. Um legal dorthin gelangen zu können sind gewisse Überschreitungsrituale, also „rites de passage“, notwendig. Wenn Riten und Raum einander unterstützen, sind die Initiationsplätze in Ordnung. Ein strukturell gleiches, ritualisiertes soziales Ereignis fand z.B. im 19. Jahrhundert statt, wenn etwa ein Augsburger Goldschmied auf die Walz ging: Zuerst wurde ein Verabschiedungsritual durchgeführt (=Verlassen der Heimat), dann eine Neutralisierung (=die Wanderschaft in Durchzugsräumen, Zunftkleidung) und zuletzt ein Angliederungsritual, z.B. eine zünftige Aufnahme bei einem Goldschmied in Hamburg (=rituelle Aufnahme in einer korrelierten Lokalgruppe). An diskreten Orten finden die Raufereien mit Rivalen statt, oft verbunden mit Sondierungen in der Damenwelt (=explorative Aggressionen in Initiationsräumen). Wir finden darin ein elementares räumliches Verhalten im Lebenszyklus junger Männer, die Phase manchmal aggressiver Exploration, die oft der Familiengründung vorangeht. 38

Antikes Raummodell Europäische Antike, Frühmittelalter: Die altgriechische Polis und ihre europäischen Folgeformen sind der Natur abgerungene Kulturbereiche, Verarbeitungsplätze, die komplementär zu den ländlich-dörflichen Gewinnungsplätzen zu verstehen sind. Vermutlich ist die bäuerliche Kulturlandschaft erst seit dem Hochmittelalter von fest verorteten Dörfern im heutigen Sinn gekennzeichnet. In Jütland und Schwaben wurden Gemarkungen erforscht, in denen die dörflichen Gebäude mehrmals verlegt wurden. Brandrodungsbauern in Südostasien verlegen heute noch ihre Dörfer, wenn die Wege zu den Anbaufeldern zu weit werden, oder wenn animistische Omina dies verlangen. Dies lässt ein geradezu fremd anmutendes Raummodell hervortreten: Das „Dorf“ ist im Wesentlichen nur die Gemarkung, das bewirtschaftbare Land. Die baulichen Anlagen sind eher als

38 Vgl.: http://de.wikipedia.org/wiki/Initiation.

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mittelfristige Provisorien vorzustellen, die immer wieder, etwa im Generationentakt, verlegt wurden. Individualeigentum war unbekannt bzw. auf persönliche Habe eingeschränkt. Lediglich Kult- und Bestattungsplätze blieben über längere Zeit am gleichen Ort. Damit tritt uns sogar in der mitteleuropäischen Geschichte der Kulturlandschaft so etwas wie ein Halbnomadismus, eine innerhalb eines Schweifgebietes oszillierende und nur auf ein ortsfestes, kultisches Depot bezogene Raumkonzeption entgegen. Plakativ gesagt: Die eingezäunte Gemarkung, die bäuerlich genutzte Kulturlandschaft, ist der eigentliche Wohnraum; Haus und Dorf kommen später.

Mittelalterliche Natur- und Raumbeziehung Beschwörung und Bekämpfung charakterisieren die mittelalterliche Naturbeziehung: Sowohl vorchristliche numinose Welterklärungen als auch der biblische Fluch: „Im Schweiße deines

erzeugen eine defensiv aggressive Haltung gegenüber der Natur. Der Mythos von der

Vertreibung aus dem Paradies kleidet ein Entfremdungstrauma in Bilder. Kultur wird als Zurückdrängen von Natur, als produktiver Ordnungseingriff in ein Chaos verstanden. Die Grundmuster der bäuerlichen Kulturlandschaft entstehen: Die bewirtschaftete Lichtung und Gemarkung als Keimzelle dörflicher Siedlung und, im Gegensatz dazu, der eher urbane Hortus conclusus, das Paradiesgärtlein, sind die Raumelemente, aus denen sich Modelle künftiger Siedlungen herleiten lassen. Die frühen Gesellschaften haben durchaus klassenspezifische Raumbindungen:

Der Bauer, Dörfler, ist verpflichtet das Land zu bewirtschaften, ist damit an die Scholle gebunden. Der – schweifende – Jäger, Ritter, Adelige hat unter anderem die Pflicht, später das Vorrecht, dem Bauern Schutz zu geben, das heißt gefährliche Tiere und Menschen zu vertreiben bzw. zu vernichten. Was dem Bauern das Feld ist dem Jäger das Revier. Was dem Bauern das „Nutztier“ ist dem Herren das Wild. Die Ambivalenz von Reiz und Gefahr findet in der Wahl von Wappentieren bildlichen Ausdruck: Ein Bär zum Beispiel verweist darauf, dass der Träger sowohl Bären bannen kann, als auch selbst über Bärenkräfte verfügt; vielleicht ist dies eine Resonanz früherer totemistischer Vorstellungen vom Tier als Gott, Dämon und Ahne. Die mittelalterlich-frühneuzeitliche Architektur lässt deutlich das entsprechende Raummodell erkennen: Urlandschaft als Feindesland, Gemarkung als Verteidigungsgenossenschaft, Stadt als ein von der Natur gesäuberter bzw. die Natur dominierender Ort der Freiheit: Stadtmauern, Zäune, wehrhafte Sockelgeschosse, verschließbare Häuse, bevorzugte Verwendung von ewigem Stein vor vergänglichem Holz. Die Kommunikationsstruktur ist durch die Kriterien des Fußgehens, Reitens und des Karrenverkehrs geprägt.

Angesichts

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Das Raummodell des europäischen Humanismus und der Aufklärung Die Begriffe „Humanismus“ und „Aufklärung“ sind hier in erster Linie als Sinnkonzepte und erst in zweiter Linie als Epochenbezeichnung gemeint. Kerngedanke dieser Sinnkonzepte ist das aristotelische Objektivierungsprojekt oder die Überzeugung, dass man in einer Kaskade logisch einwandfreier Schlüsse bis zu den „letzten Erkenntnissen und Wahrheiten“ vordringen könne. Hinsichtlich des Naturverständnisses bewirkt die cartesianische Wende eine folgenschwere Umkehrung der Dominanzverhältnisse: Die bislang beherrschenden und numinosen Kräfte der Natur wurden zu hantierbaren Forschungsgegenständen degradiert. Der rational erkenntnisfähige Mensch setzte sich selbst an einen beherrschenden Spitzenplatz über die Natur. Adel und hohe Geistlichkeit verlassen die engen, oft noch ummauerten Stadtpaläste und geometrisieren in noch nie dagewesener Weise die Landschaft. Die barocken Schlösser und Stifte sind solitäre Gesamtkunstwerke, in denen alle Aspekte von Landschaftsarchitektur einem integralen, oft allegorischen Bild von triumphaler Herrschaft dienen. Die undiszipliniert belassene Natur dient oft nur noch als Rohmaterial für groteske Dekorationen oder manieristische Kontrastkulissen.

Am Vorabend der Französischen Revolution Am Vorabend der Französischen Revolution durchziehen Vorahnungen vom Bevorstehenden, vom unaufhaltsamen Fall der absolutistischen Hybris, die vorausdenkenden Köpfe. Wie oft in prekären Seinslagen einer urbanen Zivilisation, wendet sich nun ein mitunter irrational übersteigertes Interesse den vermeintlich elementaren Strukturen des Lebens zu. Adeliges Landleben, Borkenhütten und Schäferspiele im englischen Garten als Gegenkonzept und Neuanfang. Die Architekturtraktatisten versuchen ihre Erneuerungsthesen auf Urhüttentheorien, auf die Fragen nach der elementaren Conditio Humana abzustützen. Im Romantischen Klassizismus verbindet sich eine gesteigerte Sensibilität für das Naturhafte, die man den antiken Griechen unterstellt; „Edle Einfalt, stille Größe“, vermischt mit dem Topos vom ebenfalls edlen Wilden.

Europäische Romantik Die nachnapoleonische Neuordnung Europas, der schrittweise Übergang von traditionslegitimierten (König-)Reichen zu territorial legitimierten und national verfassten Staaten, hat einen wesentlichen politischen Paradigmenwechsel zur Folge: Adel und Geistlichkeit des Ancien Régime leiteten ihren originären Herrschaftsanspruch aus einer Legitimationskette ab, die mit legendären Hierokratien begann und, über die griechisch-römische Antike vermittelt, den Anspruch alter europäischer Herrscherhäuser auf Gottes Gnadentum begründete.

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Diese Legitimationskette zerriss um 1848 endgültig, die im Sinne der Aufklärung egalitär verstandene Frage nach der Conditio Humana richtete erstmalig den Blick auf das Volk als eigentliches Konstituens des politischen Staates und auf die Landschaft als Konstituens des Territorialstaates. 39 Vorformen der wissenschaftlichen Volkskunde gelangten zu akademischem Rang, patriotische Sammlungen von Lied- und Sagengut glichen vorweggenommenen Unabhängigkeitserklärungen. Volkskultur trat als eigenwertiger Kern nationaler Identität ins breite Bewusstsein, ländliche Haus- und Siedlungsformenkunde wurde in die akademische Architektenausbildung aufgenommen, nobilitierte Folklorismen mischten sich in die bildungsbürgerliche Wohnkultur. Diese regionalistische Grundströmung manifestierte sich in bemerkenswerten Auffächerungen von nationalen Natur- und Landschaftsbeziehungen:

Nationalromantik und Regionalismus im Ostseeraum Die Architekturgeschichte der Länder um die baltische See ist über Jahrhunderte hinweg von einer prägnanten Schichtung von lokaler Volkskultur und überregionaler Elitekultur geprägt: der Deutsche Ritterorden, und die Hansespannen, ein relativ einheitliches Netzwerk von Herrschafts- und Handelsniederlassungen, über die ausgedehnten und vielfältigen Kulturräume der Pommern, Esten, Litauer, Polen, Russen, Karelier, Finnen, Schweden, Dänen und anderen. Ein Austausch zwischen der lokalsprachlichen Basiskultur und etwa dem französisch sprechenden Milieu der Herrschenden findet kaum statt. Dementsprechend wurde der großräumig verbreitete baltische Klassizismus der Herrschenden neben den lokalen, vernacularen Architekturen der Beherrschten zur architektonischen Parallelkultur. 40 Erst um 1850 wird etwa die bis dahin nur fragmentarisch niedergeschriebene Kalevala im Ganzen komplettiert als Nationalepos editiert, die erste Verschriftlichung der finnischen Sprache durch einen schwedischen Nationalromantiker (Lönnrot). Gesellius, Lindgren und Saarinen nehmen die Bildwelten der Kalevala in das Gestaltungsprogramm des Bahnhofs von Helsinki oder der Künstlerkolonie Hvitträsk auf. 41 Weil der Klassizismus als Stilprogramm deutscher, schwedischer bzw. russischer Fremdherrschaften empfunden und abgelehnt wurde, insbesondere von einer nationalromantisch inspirierten bildungsbürgerlichen Elite, den fortschrittlich orientierten „Jungfinnen“, war ein gerader