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V La villetta: costruzione e decostruzione di un mito

di Guido Borelli1 e Olga Tzatzadaki2

La villetta è una tipologia architettonica residenziale mono o bi-familiare, generalmente localizzata


in ambito extra-urbano. Considerata oggi uno degli stili abitativi propri del (e più desiderati dal)
ceto medio, la villetta presenta una certa evoluzione stilistica e culturale con la villa tradizionale
storica (romana, rinascimentale, veneta, etc.). Tale evoluzione si propone sia in termini materiali (la
forma architettonica), sia immateriali (il prestigio e il “buon vivere” proprio delle classi sociali più
elevate). Il saggio, dopo una breve introduzione storica, si concentra sull’evoluzione tipologica
attuale della villetta, mantenendo come chiave interpretativa (e critica, attraverso il ricorso alla
teoria della narrazione) l’ideologia che accompagna questo tipo di residenza.

The small villa is a single or two-family residential architectural typology, generally located in a
suburban area. Considered today one of the residential styles of the (and most desired by) middle
class, the villa presents a certain stylistic and cultural evolution with the traditional historical villa
(Roman, Renaissance, Venetian, etc.). This evolution is proposed both in material terms (the
architectural form), and immaterial (the prestige and the "good living" of the higher social
classes). The essay, after a brief historical introduction, focuses on the current typological
evolution of the villetta, keeping as an interpretative (and critical, through the use of narrative
theory) key the ideology that accompanies this type of residence.

1. Introduzione: villette e joie de vivre


Nella sezione Italian Panorama, l’edizione del 2017 del Milano Design Film Festival presentava al
pubblico Geometra Style, un cortometraggio dedicato alle villette, ideato e sceneggiato da Vittorio
Sportoletti Baudel con la regia di Giacomo Gili. Secondo l’ideatore, se ci scopriamo interessati alla
proliferazione delle villette sul nostro territorio nazionale, allora è d’obbligo fare riferimento al
geometra style:

perché il 90 % delle villette è stato progettato da geometri, nel Nord (Italia, n.d.s.) in
particolare, perché il Nord aveva più soldi prima degli altri (…) il risultato è stato un pot-
pourri, dal mio punto di vista assolutamente magnifico, di casette singole, costruite nelle
fogge più strane, che hanno riempito, per la prima volta l’Italia, di qualcosa di
assolutamente nuovo: la casa dell’ex contadino, operaio (che faceva i soldi in città e
tornava a farsi la casetta nel paesino di campagna. Cosa hanno voluto fare? Volevano
farsi delle case estremamente comode, leggermente rialzate da terra, che non avessero più
la maledetta umidità delle case di campagna dei loro padri o dei loro nonni, appoggiate
per terra. A partire dagli anni Cinquanta [queste case] furono fatte e progettate in gran
parte da geometri […] Rispetto alle villette francesi o inglesi, mancano di alberi e perciò
non si legano al paesaggio. Ma il resto non poteva essere evitato. È stato il risultato di un
benessere raggiunto e di una grande joie de vivre.

1
Guido Borelli è professore associato di Sociologia del Territorio e dell’Ambiente all’Università Iuav di Venezia. I suoi
interessi di ricerca si focalizzano sul contributo delle teorie marxiste all’analisi dei processi urbani e allo studio della
vita quotidiana. Si occupa di politica economica urbana e di studi di comunità.
2
Olga Tzatzadaki è dottoranda di ricerca in Pianificazione Territoriale e Politiche Pubbliche del Territorio all’
Università Iuav di Venezia. I suoi interessi di ricerca riguardano il contributo delle narrazioni non-convenzionali di
analisi urbana e le analisi socio-spaziali di contesti territoriali caratterizzati da overtourism e undertourism.
1
Fig. 1 Percentuale di villette sul territorio nazionale (Fonte: Sportoletti Baudel, Gili, Geometra Style, 2017)

Nei titoli di chiusura, il cortometraggio ci informa (senza però citare le fonti) che:
- il 61,5% degli edifici a uso abitativo è stato costruito tra il 1946 e il 1991;
- il 53% degli edifici a uso abitativo sono case mono o bifamiliari;
- il 57,3% della popolazione abita in questi edifici, tra cui il 41,8% in edifici costruiti dal 1962 in
poi.
Per il lemma di cui qui ci occupiamo, Geometra Style presenta numerosi spunti di interesse. In
primo luogo i dati statistici che, se riflettiamo sullo stato del nostro territorio nazionale, appaiono
plausibili e – perciò – impressionanti. Un altro aspetto di un certo rilievo è il collegamento diretto
tra il benessere generato negli anni del boom economico italiano, l’ascesa della classe media e
l’inevitabile (usiamo qui le parole degli autori) proliferazione diffusa di una moltitudine di villette
uni-bifamiliari progettate per soddisfare i nuovi bisogni del ceto emergente e capaci di rimuovere un
passato fatto di disagi abitativi. Infine, colpisce l’esplicita dichiarazione d’affetto degli autori nei
confronti «di casette singole, costruite nelle fogge più strane» che (ancora opinioni degli autori),
sono: «il risultato di un benessere raggiunto e di una grande joie de vivre». Questa ultima
affermazione contraddice palesemente il giudizio generalmente negativo con il quale i
“benpensanti” stigmatizzano le villette geometra style come capro espiatorio di tutti i mali che
affliggono il nostro paesaggio. A questo punto, la questione si fa interessante.
Le villette beneficiano di uno statuto contraddittorio. Per un verso continuano a essere la
soluzione abitativa desiderata e preferita da un consistente strato del ceto medio. Per un altro verso
sia le villette, sia i geometri che le progettano, sia i committenti che le richiedono, sia le pratiche
che conducono alla realizzazione delle villette, godono di cattiva reputazione. In un bel passaggio
del romanzo Chiara d’Assisi, Dacia Maraini (2014) tratteggia questo ben poco idilliaco quadretto:

mio padre fa il geometra e ha costruito alcune orribili villette abusive su un pendio dove, quando
piove, la terra tende a smottare verso valle e per questo si è anche preso una denuncia. Ma lui non
è responsabile. Ha solo costruito per conto di un signore (…) un tizio che voleva risparmiare le
spese di un vero architetto in quanto lo avrebbe costretto, oltre a pagare di più, anche a portare il
progetto all’approvazione dell’ufficio tecnico del Comune. Cosa che non ha mai fatto. E alla fine
la colpa è ricaduta su mio padre.

Si pone qui una questione che merita un approfondimento: la proliferazione della villetta, che
non piace agli architetti e agli urbanisti perché brutta e banale (per i primi) e perché inefficiente e
consumatrice di suolo (per i secondi), ma che piace non solo a Sportoletti Baudel e Gili, ma anche a
circa un terzo della popolazione nazionale (secondo i dati presentati nel cortometraggio), ci riporta
alle tesi esposte quasi cinquanta anni fa da Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour
(1972) in Learning from Las Vegas. I tre ricercatori americani considerarono con molta attenzione
quella che definirono ugly & ordinary architecture: la sostanza urbana disordinata, pacchiana e
diffusa che caratterizzava buona parte del suburbio americano. Ci suggerirono di sospendere il
nostro giudizio nei confronti di questo disordine architettonico e urbanistico, lasciare da parte i
2
nostri cliché di spazio ideale e ordinato e domandarci se ciò che appare davanti ai nostri occhi non
rappresenti, invece, una forma di ordine che non abbiamo ancora compreso. Un avamposto
totalmente nuovo della vita quotidiana. Perché – nonostante tutte le critiche formali, le ricerche
accademiche, le analisi costi-benefici e nonostante ciò che pensano urbanisti, architetti ed
economisti3 – questa strana accozzaglia di forme e di stili, a modo proprio, funziona.

2. Dalla villa alla villetta, in time-lapse


Nella tradizione letteraria, con il termine “villa” si riferisce a tipologie edilizie tra loro differenti ma
che condividono la caratteristica di essere localizzate in ambito extra urbano. Con “villa” di solito
indichiamo sia installazioni di tipo rustico, sia dimore dai lussuosi caratteri residenziali. Inoltre, il
significato del termine varia nel corso del tempo: non è perciò possibile offrire una definizione di
“villa” senza tenere conto del contesto specifico in cui il termine stesso viene utilizzato (Sfameni
2006: 9).
In termini generali, possiamo assumere che le caratteristiche che legano le diverse tipologie di
villa presenti nella storia – da quella romana e post-romana, sino ad arrivare a quelle rese celebri dal
Movimento moderno4, passando attraverso le ville rinascimentali e quelle venete – coincidono con
l’essere fondamentalmente case di campagna e con l’essere state realizzate come luoghi di piacere e
di ozio (da qui il termine “villeggiature”), per le classi sociali più elevate residenti nelle città. È
tuttavia importante osservare che alcune di queste ville si distinguono per non essere state pensate
esclusivamente come luoghi di villeggiatura, ma anche come luoghi di produzione. È il caso, per
esempio della villa romana di età imperiale (Ward Perkins 1974), posta al centro di un complesso di
edifici e di terreni destinati alla sia alla produzione di beni (generalmente agricoli) rivenduti in città
(negotium), sia come luogo di riposo e di riflessione filosofica per il nobile (otium), in cui, una
funzione fondamentale era svolta dal contatto con la natura e con il paesaggio naturale o coltivato
circostante (Cosgrove 2004). Oppure, come nel caso delle ville venete, che iniziano la loro
diffusione nei primi anni del Quattrocento, periodo in cui la Serenissima decide di estendere i propri
domini all’entroterra, con una relativa espansione anche in Friuli e in parte della Lombardia (Lane
1991). Si tratta di un momento in cui la nobiltà veneziana decise di investire notevoli capitali
nell’agricoltura e nel quale la villa mantenne sempre uno stretto legame con l’agricoltura e fu
spesso il centro di un’azienda agricola (Ackerman 2000; Casti Moreschi 1984; Moriani 2008). Si
tratta di «case domenicali dove el paròn dirige e controlla le attività economiche» (Marzo Magno,
Fabris 2018: 11).
Palladio (1581, p. 45, cit. in Bellato 2015) descrisse la villa come residenza di campagna utile e
dilettevole: funzionale a curare i possedimenti e gli affari dell’agricoltura, e al contempo luogo di
svago e di consolazione agli affanni cittadini. Ideata come residenza privata, progettata per la
famiglia in villeggiatura, per favorire il governo dei possedimenti, per condurre «beata vita» in
compagnia di «vertuosi amici, e parenti» (ibid.), la villa costituisce un microcosmo signorile
autocentrato, per lo più chiuso al contesto esterno e ai suoi abitanti (Bellato 2015).
Nella maggior parte dei casi, i proprietari delle ville non erano studiosi o filosofi – come l’amico
e committente di Palladio, Daniele Barbaro – ma semplicemente persone desiderose di incrementare
le proprie entrate facendo scavare canali e piantumare vitigni, amanti della caccia della pesca e del
mangiar bene, a cui piaceva intrattenere amici e mecenati e primeggiare nel loro piccolo mondo,
senza essere troppo strettamente osservati dai vicini e dai nemici, come avveniva in città. Tuttavia,
tutto ciò non avrebbe portato alla creazione della villa se non ci fosse stato da parte dei committenti
un profondo apprezzamento dell’architettura o, in altre parole, la consapevolezza di un prestigio
3
Nella sterminata letteratura critica disponbile, cfr.: Ingersoll (2004), Fregolent, Tonin (2015).
4
Si pensi alle “ville iconiche” proprie del modernismo in architettura. Per citarne solo alcune a titolo di esempio: la ville
Savoye di Le Corbusier, la Fallingwater House di Frank Lloyd Wright; la Farnsworth House di Mies Van der Rohe; la
villa Bianca di Giuseppe Terragni e la Casa Malaparte di Adalberto Libera. Un discorso a parte meriterebbero le ville
delle celebrità dello spettacolo. Per mancanza di spazio rimandiamo la trattazione ad altra sede.
3
aggiunto, cioè il piacere e l’interesse che una casa progettata in maniera razionale e artistica avrebbe
offerto al suo proprietario (AA. VV 2018: 11). Per questo motivo, è a Palladio che dobbiamo
riconoscere l’invenzione della villa moderna così come la interpretiamo oggi, e con essa un nuovo
modo di vivere in campagna. Palladio riuscì di dare forma concreta alla visione antica del vivere a
contatto con la natura, un programma culturale già presente nella mente di Petrarca. È con Palladio
che la visione antica della vita ideale in campagna fu pienamente coniugata con le forme antiche di
pronao, di colonnati, di sale a volta e lunghe scalinate che collegano il piano nobile con il giardino
antistante, o la vera da pozzo. Per Palladio, non era necessario costruire un grande palazzo in
campagna modellato direttamente su quelli di città: un edificio più piccolo, spesso con un unico
piano principale abitabile, si rivelò particolarmente adatto sia come spazio per controllare l’attività
produttiva – da cui derivava parte del reddito del proprietario –, sia per impressionare gli affittuari e
i vicini oltre che per intrattenere gli ospiti importanti (ibid.: 13). La villa divenne il palazzo che
veicolava l’immagine sociale dei committenti, il palcoscenico per feste e incontri mondani fino a
diventare vera e propria residenza estiva, dove godere degli svaghi e dei piaceri della bella stagione
(ibid.: 41).
Con il passare dei secoli e con le trasformazioni che li caratterizzarono, la villa divenne il sogno
di molte classi sociali, soprattutto per la nuova borghesia che sceglierà di conformare la propria
identità attraverso la costruzione di una villa, mantenendone la funzione di trasmettere alla
comunità locale la posizione sociale dei proprietari. Secondo Ackerman (1992), la villa è un
paradigma non solo architettonico ma anche ideologico. È un mito attraverso il quale, nel corso dei
millenni, i componenti di un ceto privilegiato fondato sui commerci e sull’industria urbana, sono
stati in grado di espropriare latifondi agricoli, ricorrendo spesso allo sfruttamento di lavoratori liberi
o di schiavi. Questa natura mitica dell’ideologia della villa, prosegue Ackerman, libera quest’ultima
dai vincoli materiali dell’utilità e della produttività e la rende idealmente adatta alle aspirazioni
creative di committenti e artisti. La villa attira la nostra attenzione perché attraverso i secoli essa ha
articolato concetti e opinioni culturalmente differenti rispetto al rapporto dialogico tra città e
campagna, artificio e natura, formalismo e informalità (ibid.).
Negli decenni più recenti, la crescita del ceto medio ha rafforzato (e trasfigurato) l’ideologia
della villa. Come ci hanno fatto notare studiosi di differenti periodi – (Wright Mills 1971[1951],
Sylos Labini 1974, Bagnasco 2013, 2016) – nonostante il termine “ceto medio” conservi una
latitudine concettuale piuttosto ampia e sia soggetto a cambiamenti nel tempo (Wright Mills parlava
di «insalata mista di occupazioni», includendo agricoltori, commercianti, impiegati in grandi
organizzazioni, piccoli uomini di affari e altro ancora), possiamo comunque comprendere in questo
gruppo sociale «chiunque abbia raggiunto una sicurezza di reddito in una fascia intermedia, che
permette di coprire adeguatamente le necessità normali per la vita della famiglia, possiede una casa,
ha la copertura assicurativa per le malattie e altri inconvenienti, e risparmi per la vecchiaia»
(Bagnasco 2013: 251). Per quanto riguarda il «possedere una casa», indicato da Bagnasco come
indicatore di appartenenza al ceto medio, a partire dal secondo dopoguerra, questo è stato
ampiamente declinato nelle tipologie di “casa unifamiliare”, di “casa indipendente”, di “casa
“padronale”. Come conseguenza, la villa si è “democratizzata” trasformandosi in “villetta”
(“villino” nel lessico degli indicatori catastali, cfr. infra): un sottoprodotto della villa storica, per la
prima volta accessibile a un largo strato della popolazione. Trasformatasi in una merce liberamente
acquistabile sul mercato immobiliare o commissionabile a progettisti e a imprese edili, la villetta si
è affrancata dall’elitismo proprio della villa e ha dato origine alla proliferazione di stili e di
tipologie che sono oggi sotto gli occhi di tutti.

3. Tipologie, tipi, categorie e polisemia stilistica delle villette


Poiché abbiamo aperto questo lemma sulle villette tirando in causa l’operato dei geometri, entriamo
direttamente in una competenza che è storicamente appannaggio della loro categoria professionale:
il catasto immobiliare.
4
Ville e villette possono essere distinte a seconda della categoria catastale di appartenenza. La
categoria catastale indica la destinazione d’uso dei beni immobili, contraddistinguendo, attraverso
una lettera dell’alfabeto (dalla A alla F) sei differenti categorie di immobili. Ciascuna categoria è, a
sua volta differeziata da un numero che ne indica la sottocategoria 5. Le categorie e le sottocategorie
catastali sono importanti perché ognuna determina una rendita differente e, di conseguenza, una
tassazione diversa.
Ville e villette appartengono al Gruppo A e, nello specifico alle categorie A/7: villini e A/8:
ville6. Forzando un po’ il concetto potremmo anche includere la categoria A/9: «Castelli, palazzi di
eminenti pregi artistici o storici». Per lo specifico del nostro lavoro, la categoria maggiormente
significativa è la A/7 e la A/8 è importante, come vedremo di seguito, per la non trascurabile
questione di essere contemporaneamente desiderata ed evitata. Per «abitazione in villino» o per
«villino» (A/7) il catasto fabbricati intende un fabbricato (anche se suddiviso in più unità
immobiliari), con caratteristiche tipologiche e costruttive tipiche del «villino» nonché aspetti
tecnologici e di rifinitura proprie di un fabbricato di tipo civile o economico e dotato, per tutte o
parte delle unità immobiliari che lo compongono, di aree a cortile coltivate o no a giardino. Per
«abitazioni in ville» (A/8), il catasto intende quegli immobili caratterizzati essenzialmente dalla
presenza di parco e/o giardino, edificate in zone urbanistiche destinate a tali costruzioni o in zone di
pregio con caratteristiche costruttive e di rifiniture, di livello superiore all’ordinario.
La distinzione tra A/7 e A/8 coincide con la distinzione tra «abitazione» e «abitazione di lusso»,
determina, come abbiamo già detto, una differente posizione contributiva (a favore della prima), è
di non semplice definizione e lascia spazio a parecchia confusione e incertezza, soprattutto quando
si tratta di agevolazioni per l’acquisto della prima casa. La differenza tra le abitazioni accatastate
come A/8, abitazioni in villa con parco e/o giardino, edificate in zone di pregio e con caratteristiche
costruttive e finiture di livello superiore, e le abitazioni accatastate A/7, abitazioni in villini, che
hanno aree esterne o giardini a uso esclusivo, possono avere metrature da abitazione di lusso ma
non ricadono nelle zone di pregio, è sottile da interpretare, ma sostanziale dal punto di vista fiscale.
I villini A/7 infatti, se prima casa, sono infatti esenti dal pagamento dell’IMU e della TASI. In molti
casi, la presenza di una grande piscina privata o di un campo da tennis possono fare la differenza.
Se sul piano delle tipologie catastali le categorie risultano relativamente definite, sul piano delle
tipologie costruttive il panorama è assai più variegato. Le abitazioni in villini possono essere

5
Le categorie catastali sono così contraddistinte:
 Gruppo A: alloggi, uffici privati
 Gruppo B: scuole, uffici pubblici, ospedali
 Gruppo C: attività commerciali o artigianali che appartengono a privati
 Gruppo D: stabilimenti industriali, alberghi, cinema, teatri
 Gruppo E: aeroporti, porti, stazioni autobus, stazioni ferroviarie, edicole, chiese
 Gruppo F: lastrici solari, fabbricati non abitabili o agibili
 Per quanto riguarda le sottocategorie, la più numerosa è il Gruppo A, che individua undici categorie catastali.
Segue il Gruppo D con dieci, nove il Gruppo E, otto il Gruppo B, sette i Gruppi C e F. Per una rassegna esaustiva
di tutte categorie e sottocategorie catastali, cfr. Polizzi (2011)
6
Il Gruppo A è suddiviso nelle seguenti categorie catastali:
 A/1: abitazioni di tipo signorile (quelle ubicate in zone di pregio e presentano un elevato grado di finiture);
 A/2: abitazioni di tipo civile (quelle dove abita la stragrande maggioranza della popolazione);
 A/3: abitazioni di tipo economico (più economiche della categoria A/2);
 A/4: abitazioni di tipo popolare (ultra economiche ma dotate degli standard minimi: non vengono più realizzate);
 A/5: abitazioni di tipo ultrapopolare (fuori degli standard minimi indispensabili”: non vengono più realizzate);
 A/6: abitazioni di tipo rurale. Immobili a servizio di attività agricole;
 A/7: abitazioni in villini (abitazioni di tipo civile con l’aggiunta di aree esterne ad uso esclusivo);
 A/8: abitazioni in ville (abitazioni con costruttive superiori e presenza di parco e/o giardino);
 A/9: castelli, palazzi di eminenti pregi storici o artistici;
 A/10: studi e uffici privati (destinate ad attività professionali);
 A/11: alloggi e abitazioni tipiche dei luoghi (baite e rifugi di montagna, trulli, sassi, ecc.).
5
realizzate secondo tipologie residenziali differenti (Fig.2). Restando nell’ambito delle abitazioni
unifamiliari7 abbiamo:
 villino isolato: costituito da un alloggio isolato all’interno di un lotto di dimensioni e dotazione
di verde variabili. L’alloggio può svilupparsi su uno o più livelli: la configurazione più frequente
è a due livelli, con un eventuale livello interrato o seminterrato destinato a garage e/o spazi di
servizio;
 villino binato: costituito da due alloggi nettamente indipendenti situati in due lotti distinti ma
contigui su un lato; gli alloggi hanno un muro in comune. Le caratteristiche dimensionali di tali
alloggi sono in genere ridotte rispetto alla media della casa unifamiliare isolata. L’alloggio può
svilupparsi su uno o più livelli, la configurazione più frequente è a due livelli;
 villino a schiera: costituita da un alloggio generalmente a due livelli e dai sui spazi aperti di
pertinenza, che viene affiancato ad altri alloggi identici a formare un organismo abitativo
plurifamiliare. L’alloggio può svilupparsi su due o più livelli; la configurazione più frequente è a
due livelli, con un eventuale livello interrato o seminterrato destinato a garage e/o spazi di
servizio;
 villino raggruppato; costituito dall’unione di quattro appartamenti con accessi autonomi
dall’esterno accostati in un unico corpo di fabbrica all’interno di un lotto di terreno. Gli alloggi
presentano due muri perimetrali in comune con la possibilità di affaccio su due lati.
 villino a patio: costituito da un alloggio sviluppato in gran parte attorno a un patio, che viene
affiancato ad altri alloggi, non necessariamente identici, a formare un organismo abitativo
plurifamiliare. La soluzione più frequente è a un unico livello. Si differenzia in maniera
sostanziale dalla casa a schiera per il diverso rapporto che gli spazi interni dell’alloggio
presentano con quelli esterni a seconda che essi siano pubblici o privati. L’alloggio è tanto aperto
verso il patio (privato) quanto chiuso verso gli spazi esterni (pubblici), su cui presenta le aperture
strettamente necessarie (ad es. la porta d’ingresso);
 villino a piastra: si tratta di una forma più densa di aggregazione della casa a schiera, da cui
deriva nella sua configurazione doppia contrapposta. È costituito da un alloggio su due livelli
che, assieme a un altro alloggio a questo contrapposto e collegato, copre parzialmente un
percorso pedonale da cui entrambi gli alloggi hanno accesso. Il modulo tipologico elementare è
costituito da due alloggi collegati tra loro. L’alloggio si sviluppa generalmente su due livelli, con
un eventuale livello interrato o seminterrato destinato a garage e/o spazi di servizio.

Fig. 2 Tipologie edilizie unifamiliari, (fonte:


http://www.sttan.it/appunti/Edilizia/Tipi_Edilizi_lez01_r2018_unifamiliari.pdf)

7
Escludiamo quindi le residenze plurifamiliari e le residenze collettive.
6
Chiudiamo queste notazioni con un accenno alle tipologie più comuni di “zone residenziali”,
ovvero quelle zone che si caratterizzano per una prevalenza insediativa di villette. Oltre alle
tipologie “anarchiche” di lottizzazione, caratteristiche delle villette isolate sparse senza nessun
ordine apparente sul territorio, o alla loro collocazione in lotti uniformi allineati, secondo le
previsioni dei piani regolatori comunali, ha iniziato a prendere piede nel nostro Paese la tipologia
dell’insediamento a cul de sac, tipica del suburbio americano a partire dal secondo dopoguerra e
resa celebre dalla serie televisiva Desperate Housewives8. Gli episodi della serie si svolgevano
nell’immaginario quartiere residenziale di Wisteria Lane, un elegante cul de sac su cui si
affacciavano le abitazioni delle annoiate protagoniste (Fig. 3).

Fig. 3 Veduta aerea di Wisteria Lane. In primo piano la grande aiuola che funge da anello intorno al quale si
avvolge la strada di accesso alle ville delle protagoniste della serie Tv Desperate Housewives e genera la tipologia di
residenza a cul de sac. Sullo sfondo la strada principale e l’accesso all’insediamento residenziale (Fonte: Universal
Studios Hollywood)

Se le tipologie costruttive sono numerose9. – la sola tipologia a schiera prevede diverse varianti –
sul piano degli stili “architettonici” (ci permettiamo qui mettere il termine tra virgolette),
l’assortimento è pressoché infinito Lo scrittore Giulio Mozzi (2004 enfasi originale), coglie
efficacemente e meglio di molti altri commentatori la natura di questa situazione:

In sostanza la villetta, o villino, è qualcosa che potremmo grosso modo definire come


“un’illusione di villa”: un oggetto che “sembra” una villa, solo più piccola, ma che
conserva illusoriamente, o tenta di conservare, i caratteri propri della villa: il fatto di
essere padronale, di manifestare una accentuata e intenzionale correlazione tra elemento
architettonico e contesto naturale, di rappresentare una sede emblematica del prestigio e
del benessere, di consentire un tipo di vita alternativo rispetto a quello della città.

Secondo Mozzi nessuno sarebbe disposto ad acquistare (o anche solo a prendere in affitto), una
villetta che sia uguale a un’altra villetta. La villetta coltiva, infatti, una profonda illusione nei
confronti della villa: quella di essere padronale, ovvero di riflettere nella propria forma
architettonica la forma mentis e il gusto del padrone. È per questo motivo che – prosegue Mozzi –:
«le villette non possono che essere tutte differenti l’una dall’altra. Cos’è il prestigio, se non l’essere
differenti? E cos’è il benessere, se non il potersi permettere una cosa differente da quella che tutti

8
Sulle trasformazioni del modello suburbano americano e le sue rappresentazioni televisive, si veda l’interessante
lavoro di Maria Luisa Fagiani (2010).
9
L’architetto americano Steven Holl (1984: 48) ci informa dell’esistenza della tipologia di villetta a “fucile da caccia”,
il cui nome «deriva dalle strette strisce dei lotti disponibili che condizionarono la forma della casa, che nacque con le
stanze allineate una dietro l’altra (…e) dall’idea che attraverso la linea retta tracciata attraverso la pianta del piano si
potesse sparare un colpo e fare sbucare il proiettile dal retro senza incontrare ostacoli».
7
hanno?». Mozzi cita a questo proposito le tesi sul consumo ostentativo formulate da Veblen
(2007[1899]) nel suo testo fondamentale: La teoria della classe agiata. Tuttavia, il riferimento più
appropriato e aggiornato sarebbe la ricerca sviluppata da Pierre Bourdieu (2001[1979]) ne La
distinzione - Critica sociale del gusto. Seguendo Bourdieu (ibid.: 54) potremmo arrivare alla
conclusione che lo stile architettonico di una villetta si presta egregiamente a produrre delle sotto-
segmentazioni sociali a partire proprio dalle sue infinite opzioni estetiche possibili. Una “residenza
in villa” risponde alla necessità di provare e di affermare la posizione che il suo padrone occupa
nello spazio sociale, sia come rango da conservare, sia come distanza da mantenere nei confronti
degli “altri”. Sotto questo riguardo, la polisemia stilistica delle villette può essere letta come la
necessità di produrre una differenza sociale. In questo processo, il concetto di habitus tratto da
Bourdieu ci aiuta nella comprensione dei processi attraverso i quali gli individui interiorizzano le
strutture del mondo sociale e le trasformano in schemi di classificazione, che guidano i loro
comportamenti e le loro scelte.
Giulio Mozzi ha compreso e raccontato molto bene questi processi: «(se) il primo imperativo
della villetta è di essere differente, il secondo imperativo sarà di essere più differente; perché una
villetta differente ce l’hanno tutti; ed emergere, con una villetta differente, rispetto a un panorama di
villette tutte uguali, è cosa semplice; ma emergere rispetto a un panorama di villette tutte differenti,
è cosa da signori». L’effetto paradossale di questa spasmodica ricerca di distinzione consiste in
un’omologazione.
A ben guardarle – prosegue Mozzi – le villette sono in fondo tutte uguali perché uguali sono le
dotazioni tipologiche accessorie: caratteristiche indispensabili, che una villetta non può non
possedere. Se non le possedesse, non sarebbe una villetta». Questo l’elenco dettagliato suggerito da
Mozzi:
 un nome, leggibile sulla facciata esposta alla strada. Generalmente (ma non sempre) femminile;
una recinzione provvista di due cancelli: uno per le persone, l’altro per l’automobile;
 un giardino provvisto di almeno un albero (sono accettati, purché piantati con discrezione, gli
alberelli esotici.);
 un posto-macchina, meglio se nascosto sul retro, meglio ancora se sotterraneo;
 una grande porta-finestra che dia sul giardino o, piuttosto, su una sorta di ballatoio rasoterra, o
pedana;
 una terrazza con una scala esterna per accedervi; entrambe dotate di ringhiera;
 un barbecue, o almeno una postazione adatta ad accogliere un barbecue.
A questo elenco possiamo a nostra volta aggiungere:
 un portico sufficientemente ampio per pranzare all’aperto nella bella stagione;
 un sistema antintrusione tecnologicamente avanzato con videosorveglianza collegata a Internet
e/o alla rete di telefonia cellulare;
 un giardino con tappeto erboso «all’Inglese» e sistema computerizzato di irrigazione. In
alternativa, si vanno diffondendo i manti erbosi sintetici;
 una piscina rettangolare o a fagiolo, possibilmente interrata e rigorosamente sotto gli 80 metri
quadrati di superficie (per evitare l’iscrizione della villetta nella classe catastale A/8);
 un gazebo ligneo o metallico per pranzi e colazioni all’aperto in alternativa al portico o per
ospitare feste o cerimonie (battesimi, cresime, prime comunioni, matrimoni, ecc.).
Questi indicatori producono un immaginario sociale plasmato sulla forma delle villette. Si tratta
di un immaginario internazionale che, a partire dai processi di suburbanizzazione inizialmente
comparsi in America, si è progressivamente diffuso su scala pressoché planetaria. Si parlerà quindi
di «susseguirsi caotico di neocasoni alla veneta, ville in stile hollywoodiano, case a conchiglia,
castelli turriti neomedievali, domus romanæ, villette alla Le Corbusier, barchesse neopalladiane e
via elencando altri prototipi di «architettura da karaoke» che segnano la compresenza di stili e di
richiami tipica dell’architettura postmoderna che «annullano la distanza storica e si risolvono nel
gusto per la citazione, con effetti di pastiche» (Jencks, 1991; Varotto 2005: 75). Prendendo spunto
8
dalla periferia losangelina, Giandomenico Amendola (2004: 206) ritiene che gli stili di vita nelle
villette rappresenti «un paradiso terrestre di massa per milioni di Adamo ed Eva con la loro casa
unifamiliare». Cosgrove (2004a) parlerà di privatized leisure e McKenzie (1994) di privatopia.
A questo punto, sembra lecito domandarsi se sia davvero tutto oro ciò che luccica. Ci chiediamo
se la vita quotidiana all’interno delle mura delle villette nelle quali si è autosegregato il nuovo ceto
medio, sia davvero permeata dalla joie de vivre, o se, invece, in quegli spazi alberghi un’atmosfera
di straniamento e di ansietà che testimonia un’insicurezza fondamentale: quella di un gruppo sociale
di recente formazione e benessere che – tuttavia – non si sente “a casa” in casa propria. Ci
chiediamo questo perché, nonostante la cronica assenza di studi al riguardo, ci stimola a riflessioni
non banali il caso rappresentato da una corrente eterogenea di scrittori 10 che negli ultimi venti anni
hanno raccontato in modo estremamente preciso (e impietoso) la vita quotidiana in quello che è da
molti considerato uno dei “paradisi terrestri” delle villette: il Nordest italiano11.
4. Una forma di ordine che non abbiamo ancora compreso?
Il geografo marxista David Harvey (2006: 123[1989]) ci fa notare che, all’interno delle società
capitalistiche, i lavoratori (gli operai, gli impiegati, gli imprenditori, gli industriali) sono
incessantemente all’opera per produrre la propria geografia storica. Tuttavia, essi non lo fanno
all’interno di circostanze da loro completamente determinate, anche nel caso in cui essi abbiano
svolto un ruolo decisivo nel produrre queste stesse circostanze. Ciò significa che qualunque
formazione sociale stabilisce una relazione di reciprocità e di dominazione a due vie con i propri
prodotti – siano essi materiali, spaziali o simbolici – e si scopre inevitabilmente dominante e
dominata delle/dalle sue stesse creazioni.
Rispetto questo processo storico, la relazione società-villette non ha fatto eccezione. 
In questa relazione, la letteratura ha aperto numerosi spazi di analisi sociale ancora
completamente inesplorati. Francesco Maino (2014), in Cartongesso, trasferisce e attualizza il
concetto mutazione antropologica sviluppata da Pier Paolo Pasolini (1975) nei suoi Scritti Corsari.
Maino ipotizza che il passaggio epocale della classe media del Nordest sia leggibile in modo
peculiare nelle trasformazioni dei corpi e degli spazi in cui questi stessi corpi si autoconfinano e,
allo stesso tempo, riferisce in modo grottesco gli esiti di questa reciprocità attraverso la descrizione
dolorosa del paesaggio stravolto dalle villette fasulle e dagli adiacenti capannoni industriali:

il capannoide è maschio, a-ideologico, confortante: la sue necessaria coniugazione al


femminile è la casetta nella nuova zona residenziale appunto. Casetta o gruppi di casette:
è lo stesso. L’importante è la sua funzione altrettanto performante e terrificante: la
costruzione della femminina, la necessaria moglie del capannoide, una creatura bio-
meccanica di trent’anni (30), bianca anch’essa, indoeuropea, fieramente incolta, dalle
nuove forme femminili, i-gambi-affusolati-i-piccoliseni-il-culetto-loffio-il-ventrepiatto-
ficapuerile-depilata, come sono puerili d’altronde tutti gli elementi, colonnine, timpani
simbolici, che caratterizzano la facciata della casetta in cui vive la femminina con il suo
capannoide (Maino 2014: 35).

10
Il riferimento è alla generazione di autori successiva ai “classici” Giovanni Comisso; Luigi Meneghello; Andrea
Zanzotto. Tra questi: Romolo Bugaro, Massimo Carlotto, Francesco Maino, Francesco Premunian; Vitaliano Trevisan.
11
È opinione crescente presso gli studiosi che la letteratura costituisca un fertile strumento di conoscenza sociale. Al
proposito affermava Bourdieu (1992: 173-174) nel corso dell’intervista con Loïc Wacquant: «penso che la letteratura,
contro la quale molti sociologi, fin dall’inizio e ancora oggi, hanno creduto e credono di dover affermare la scientificità
della loro disciplina (...) sia più avanti delle scienze sociali e contenga tutto un tesoro di problemi fondamentali –
riguardanti la teoria della narrazione, per esempio – che i sociologi dovrebbero sforzarsi di fare propri e sottoporre a
esame, invece di prendere ostentatamente le distanze da forme di espressione e di pensiero che considerano
compromettenti». Sul punto cfr. Borelli (2016; 2017; 2018), Coser (1972), Longo (2006; 2012), Turnaturi (2003),
Tzatzadaki (2019; 2019a; 2021).
9
Ancora Maino sottolinea che sia gli stili delle villette, sia gli stili di vita che queste producono,
tendano a precise forme di omologazione formale e di autosegregazione dei nuclei familiari che le
abitano. Per quanto riguarda le villette:

quello che viene eretto è al novanta (90) per cento una merda scenografica che per
convenzione sociale chiamiamo casa, o residence, o complesso, o villaggio residenziale,
o soluzione abitativa, unità immobiliare, appartamento in villa, villa di testa, o bivilla o
villula o villetta a schiera, porzione di bivilla, o villone ripieno, villetta isolata, villa
doppia, casa villereccia, villa rustica, rustico in villa. […] Sin da subito, alla prima
umidità importante comincia a rialzarsi il parquet, si spaccano i tubi al primo freddo, gli
scarichi delle fogne sono mal progettati […]; tra stanza e stanza si sente il suono della
piscia del vicino che gocciola dentro il water; durante l’inverno il riscaldamento deve
andare sempre, se no si giassa come si fosse in Bielorussia (Maino 2014: 30-32)

Per quanto riguarda, invece, lo stile di vita:

mi sono fatto l’idea che il modello americano qui è attecchito perfettamente. Quando
vedo su google street view posti come Los Angeles, o il Kentucky, o il Tennessee, mi
sembra tutto uguale a quello che vedo qui. La gente ha una casa con il garage, la
macchina parcheggiata, allarme, telecamera, la tv grande come una parete, il divanone di
pelle, telecomandi ovunque, mille smartphone, tablet per navigare su facebook, twitter,
instagram, farsi selfie. Sta blindata nella sua casa, isolata, non conosce il vicino – il
vicino è il nemico – cane che abbaia, robottini tagliaerba automatici, eccetera. A un certo
punto apre il frigorifero enorme e vede che manca mezzo litro di latte. Bestemmia, stacca
tutti gli allarmi, prende il SUV, va al centro commerciale, parcheggia, mette l’euro dentro
il carello gigantesco, entra e compra mezzo litro di latte, paga con la carta di credito,
torna a casa, riattacca gli allarmi, si risiede sul divanone e guarda Juventus-Real Madrid
su sky. La moglie si fa la doccia, il figlio è su in camera che guarda un porno, la figlia
quindicenne si fa le foto con la lingerie tipo Chiara Ferragni e le posta su Instagram.
Questa è la famiglia: quattro smartphone, quattro macchine, quattro scooter, quattro
allarmi (Maino 2018, conversazione personale).

Un supplemento non secondario della villetta e dello stile di vita dei residenti è costituito
dal(l’immancabile) giardino. Lo scrittore Vitaliano Trevisan (2010) ha dedicato ai giardini delle
villette nella città diffusa del Nordest un libro, intitolato Tristissimi giardini. I manicurati giardini
delle villette, che Trevisan descrive (e disprezza), sono in realtà una vera e propria “cintura di
sicurezza” che assorbe il tempo libero in pratiche private al limite del claustrofobico e testimoniano
lo status sociale dei parvenu attraverso l’ostentazione di piante esotiche o di alberi secolari (Varotto
2005: 76). Così Trevisan (2010: 46):

questa smania di far fuori il giardino, per poi riordinarlo secondo quello che sembra un
modello ormai stabilizzato, almeno da queste parti, e che comprende l’insopportabile
prato cosiddetto inglese, con relativo e indispensabile sistema d’irrigazione automatico,
l’irritante pietra/blocco da giardino, la claustrofobica o, a seconda dei punti di vista
agorafobica, siepe di alloro, gli alberi nani e, ultimamente sempre più spesso, uno o più
ulivi centenari. Questo sì che mi intristisce. Specie gli ulivi. Triste che qualcuno compri
un albero centenario da mettere in giardino. […] Inquieta anche il fatto che i nuovi
giardini tendano ad assomigliare in modo impressionante a quei rendering, anch’essi uno
standard, che si trovano esposti nelle vetrine delle sempre più numerose agenzie
immobiliari che impestano la periferia diffusa.

Se la descrizione dell’idealtipo contemporaneo di giardino proposta da Trevisan può sembrarci


non particolarmente originale, così non è per la somiglianza che lo scrittore coglie tra i giardini
“reali” e quelli presentati nei rendering delle agenzie immobiliari, realizzati con la precisione
10
impersonale di un software apposito. Trevisan coglie un punto essenziale nella furia produttiva di
villette: è la finzione a governare la realtà. In questo caso non è la finzione-rendering che anticipa lo
stile di vita della villetta, ma è – al contrario – lo stile di vita degli abitanti delle villette omozigote
(Maino 2014), che cerca di uniformarsi il più possibile alla rappresentazione asettica e levigata del
rendering. In questo modo, la scrittura di Trevisan si rivela molto efficace nel suggerirci che la
forma delle villette, lo stile degli elementi architettonici (finestre, cornicione, tetto, scalinate), la
disposizione del giardino, sono profondamente influenzati dall’immagine che viene proposta ai
futuri abitanti dalle agenzie immobiliari, dalle riviste, dai programmi televisivi, dall’eclettismo dei
progettisti che seguono la tendenza del momento, oltre che dall’evoluzione delle tecniche
costruttive (Girotto 2000: 146 ).
Negli anni Sessanta la società ha iniziato a cambiare e (in particolare quella del Nordest che qui
abbiamo approfondito), non desiderava più essere associata al mondo contadino del passato. Le
abitazioni del passato testimoniavano povertà, miseria e tempi grami, non i luminosi trascorsi della
villa veneta. Non ci dobbiamo dimenticare che, in quel caso, si poteva parlare di “buon vivere” solo
per chi abitava in villa e questa era una condizione per davvero pochi privilegiati. L’abitazione –
come tante altre cose– oggi si è profondamente evoluta: serve sempre per proteggere e tenere al
caldo (o al fresco) i propri occupanti, ma a ciò si sono aggiunte le funzioni rappresentative che una
volta erano esclusive delle élite agiate. L’abitare in villetta è oggi ostentato per comunicare agli
“altri” la personalità di chi la abita e di come vorrebbe essere riconosciuto. Al pari di un abito
(Girotto, 2000), la villetta è indossata dalla classe media, che ha realizzato – a modo proprio – la
possibilità di proporsi come una classe generativa, capace di attivare sviluppo e di integrare la
società locale, diffondendo un buon livello di civic welfare (Bagnasco, 2008). Si tratta di una classe
che desidera guardare avanti e non indietro nel tempo, attraverso un nuovo presente, che si presenta
promettente. Per realizzare la propria missione essa indossa e si riveste di tutto quello che questa
nuova condizione economico-sociale offre e promette loro. Who’s to blame?

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