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Gramsci, la Chiesa, i Gesuiti e i nipotini di padre Bresciani.

(Dott. Domenico Massano, 01/05/2017)

In occasione delle celebrazioni per la ricorrenza degli ottant'anni dalla morte di


Antonio Gramsci lOsservatore Romano ha pubblicato un articolo che offre una
versione particolarmente originale se non "revisionista" del suo pensiero. Secondo
l'autore religione, Chiesa e Gesuiti rappresenterebbero riferimenti costanti e stimati
del pensiero gramsciano e dello spirito liberal-democratico che ne anima i Quaderni.
Tesi suffragate da stralci di paragrafi incompleti. Chiss cosa ne penserebbe Gramsci.
Forse liquiderebbe semplicemente larticolo come Documento stupefacente davvero di
gesuitismo e di bassezza morale.

Sono trascorsi ottantanni dalla morte di Antonio Gramsci il 27 aprile del 1937. Tra i
diversi articoli pubblicati dai quotidiani per celebrare la ricorrenza, quello di Franco Lo
Piparo, intitolato Per Gramsci la religione necessaria e pubblicato dallOsservatore
Romano, offre una versione del pensiero gramsciano particolarmente originale, se
non revisionista, della quale sembra opportuno tentare di bilanciare affermazioni e
tesi, che appaiono forzature improprie e, a tratti, irrispettose.
Lo Piparo avvia il suo discorso evidenziando come per Gramsci la religione sia un
bisogno dello spirito, specificando, quindi, come non sia n loppio dei popoli e
nemmeno una sovrastruttura destinata a collassare una volta cambiato lassetto
socio-economico su cui si regge. Tale bisogno dello spirito, secondo lautore,
confermato dal fatto che non esistono societ dove non venga praticata una
religione. Questa premessa necessaria (Questo solo un punto di partenza) , in
seguito, ulteriormente sviluppata: Se le religioni si fondano sulla fede (e cos stanno
le cose), le religioni-fede non sono un fattore aggiuntivo, anche se ineliminabile, delle
societ umane ma il cemento strutturale necessario che fa di una molteplicit
dindividui un gruppo sociale coeso. A questo punto sinserisce una dotta digressione
sul significato della parola fede che: indica lo stato danimo di chi ha fiducia in
qualcuno o qualcosa perch persuaso, per un qualche motivo, della sua verit e/o
giustezza. La pstis-fede ha quindi a che fare con la persuasione e la credenza.
Essere persuaso che... ha lo stesso significato di credere che.... Non a caso i
fedeli sono anche credenti. Con questo senso Gramsci usa la parola fede nei
Quaderni.
Lautore, quindi, dopo aver chiarito, dal proprio punto di vista, questaspetto del
pensiero gramsciano, sviluppa la tesi che intende dimostrare nel suo articolo: Sulla
fede-fiducia in determinati valori culturali e nelle istituzioni che li incarnano poggia il
potere invisibile che ciascuno di noi si porta dentro e che ci fa agire in un modo e non
in un altro perch fortemente persuasi che sia giusto comportarsi in quel modo.
Questo potere invisibile il Gramsci giovane lo chiamava prestigio e, nei Quaderni, lo
chiamer egemonia.
Approfondendo ulteriormente il punto e costruendo uninterpretazione originale e
trascendente del concetto di egemonia che Gramsci avrebbe ammirato nel modello
ecclesiastico, consolidatosi, in particolare, grazie alle capacit dei gesuiti, lautore
presenta il cuore della sua tesi: La Chiesa cattolica assunta nei Quaderni come
esempio paradigmatico di fede-egemonia ben riuscita. Sono molte le pagine in cui
largomento viene trattato. I punti forti del successo sono fondamentalmente due, tra
loro complementari. Lalto livello della elaborazione teorica non disgiunto dalla
capacit politica di tradurre in apparati culturali popolari la teoria. Le figure fondanti
della Chiesa sono due: Cristo generatore di una nuova e rivoluzionaria
Weltanschauung, san Paolo organizzatore della Weltanschauung. Essi sono ambedue
necessari nella stessa misura e per sono della stessa statura storica. Il Cristianesimo
potrebbe chiamarsi, storicamente, cristianesimo-paolinismo e sarebbe lespressione
pi esatta (Quaderno 7).
La Chiesa cattolica, secondo Lo Piparo, ha le capacit e le competenze necessarie a far
convivere i suoi intellettuali e il popolo dei credenti, come, a suo dire, confermato
dalle parole di Gramsci stesso: La forza delle religioni e specialmente della chiesa
cattolica consistita e consiste in ci che esse sentono energicamente la necessit
dellunione intellettuale di tutta la massa religiosa e lottano perch gli strati
intellettualmente superiori non si stacchino da quelli inferiori. La chiesa romana
stata sempre la pi tenace nella lotta per impedire che ufficialmente si formino due
religioni, quella degli intellettuali e quella delle anime semplici. () risalta la
capacit organizzatrice nella sfera della cultura del clero e il rapporto astrattamente
razionale e giusto che nella sua cerchia la chiesa ha saputo stabilire tra intellettuali e
semplici. I gesuiti sono stati indubbiamente i maggiori artefici di questo equilibrio
(Quaderno 11). A questo successo ecclesiastico si contrapporrebbe lincapacit delle
filosofie immanentiste che, secondo lautore hanno provato a seguire lesempio della
Chiesa ma hanno fallito, affermazione anche in questo caso supportata dalle parole di
Gramsci: Una delle maggiori debolezze delle filosofie immanentistiche in generale
consiste nel non aver saputo creare una unit ideologica tra il basso e lalto, tra i
semplici e gli intellettuali.
La conclusione, in linea con gli argomenti sviluppati nellarticolo, sembra coronare
questo esercizio di rivisitazione del pensiero gramsciano, lasciando al lettore alcuni
interrogativi di cui si pu intravedere la possibile soluzione: Sorgono delle domande
che Gramsci non pone. [] E se il fallimento egemonico delle filosofie immanentiste
nascesse dalla presunzione di occupare un terreno che non appartiene a loro? Gramsci
questo non lo dice ma non incompatibile con lo spirito liberal-democratico che anima
i Quaderni.
Provando, per, a ricollocare le citazioni gramsciane nel loro contesto di
appartenenza, le cose sembrano apparire sotto una prospettiva leggermente
diversa, anche solo limitandosi alla presentazione dei due paragrafi pi diffusamente
riportati nellarticolo (con esclusione delle note e/o rimandi ed evidenziando in
grassetto le parti citate).
Il primo brano tratto dal Quaderno 7 paragrafo 33:
Marx un creatore di Weltanschauung, ma quale la posizione di Ilici [Lenin ndc]?
puramente subordinata e subalterna? [] Fare un parallelo tra Marx e Ilici per
giungere a una gerarchia stolto e ozioso: esprimono due fasi: scienza-azione, che
sono omogenee ed eterogenee nello stesso tempo. Cos, storicamente, sarebbe
assurdo un parallelo tra Cristo e S. Paolo: CristoWeltanschauung, S. Paolo
organizzazione, azione, espansione della Weltanschauung: essi sono ambedue
necessarii nella stessa misura e per sono della stessa statura storica. Il
Cristianesimo potrebbe chiamarsi, storicamente, cristianesimopaolinismo e
sarebbe lespressione pi esatta (solo la credenza nella divinit di Cristo ha
impedito un caso di questo genere, ma questa credenza anchessa solo un elemento
storico, e non teorico).
Evidenziando il solo pezzo citato si stravolge un po il senso intero del discorso, che
concerne la stoltezza e allinutilit dei tentativi di fare paralleli e gerarchie tra Marx e
Lenin, come lo sarebbe farlo tra due figure come Ges e San Paolo, rappresentando i
primi (Ges e Marx) la Weltanschauung, i secondi (San Paolo e Lenin) lazione, tanto
che sarebbe pi corretto parlare di cristianesimo-paolinismo (riecheggiando il
marxismo-leninismo) se non fosse per la credenza che, secondo Gramsci, solo di
carattere storico e non teorico, nella divinit di Ges. Per quanto riguarda il
riferimento alla credenza, inoltre, opportuno riportare come Gramsci ritenesse
che: probabilmente dal punto di vista della credenza religiosa, poi vero che il
cattolicismo si ridotto in gran parte a una superstizione di contadini, di ammalati, di
vecchi e di donne (Q.14 55).
Il secondo brano tratto dal Quaderno 11 nota IV:
La filosofia un ordine intellettuale, ci che non possono essere n la religione n il
senso comune. [] La filosofia la critica e il superamento della religione e del senso
comune e in tal senso coincide col buon senso che si contrappone al senso comune.
[] Ma a questo punto si pone il problema fondamentale di ogni concezione del
mondo, di ogni filosofia, che sia diventata un movimento culturale, una religione,
una fede, cio che abbia prodotto unattivit pratica e una volont e in esse sia
contenuta come premessa teorica implicita [], cio il problema di conservare
lunit ideologica in tutto il blocco sociale che appunto da quella determinata ideologia
cementato e unificato. La forza delle religioni e specialmente della chiesa
cattolica consistita e consiste in ci che esse sentono energicamente la
necessit dellunione dottrinale di tutta la massa religiosa e lottano
perch gli strati intellettualmente superiori non si stacchino da quelli
inferiori. La chiesa romana stata sempre la pi tenace nella lotta per
impedire che ufficialmente si formino due religioni, quella degli
intellettuali e quella delle anime semplici. Questa lotta non stata senza
gravi inconvenienti per la chiesa stessa, ma questi inconvenienti sono connessi al
processo storico che trasforma tutta la societ civile e che in blocco contiene una
critica corrosiva delle religioni; tanto pi risalta la capacit organizzatrice nella
sfera della cultura del clero e il rapporto astrattamente razionale e giusto che
nella sua cerchia la chiesa ha saputo stabilire tra intellettuali e semplici. I
gesuiti sono stati indubbiamente i maggiori artefici di questo equilibrio e per
conservarlo essi hanno impresso alla chiesa un movimento progressivo che tende a
dare certe soddisfazioni alle esigenze della scienza e della filosofia, ma con ritmo cos
lento e metodico che le mutazioni non sono percepite dalla massa dei semplici,
sebbene esse appaiano rivoluzionarie e demagogiche agli integralisti.
Una delle maggiori debolezze delle filosofie immanentistiche in generale
consiste appunto nel non aver saputo creare una unit ideologica tra il basso
e lalto, tra i semplici e gli intellettuali. Nella storia della civilt occidentale il
fatto si verificato su scala europea, col fallimento immediato del Rinascimento e in
parte anche della Riforma nei confronti della chiesa romana. [] Si ripresentava la
stessa quistione gi accennata: un movimento filosofico tale solo in quanto si
applica a svolgere una cultura specializzata per ristretti gruppi di intellettuali o
invece tale solo in quanto, nel lavoro di elaborazione di un pensiero superiore al senso
comune e scientificamente coerente non dimentica mai di rimanere a contatto coi
semplici e anzi in questo contatto trova la sorgente dei problemi da studiare e
risolvere? Solo per questo contatto una filosofia diventa storica, si depura dagli
elementi intellettualistici di natura individuale e si fa vita.
Il tentativo di Gramsci di capire come permettere la critica e il superamento filosofico
del senso comune e della religione, si traduce nella proposta di una filosofia capace di
rimanere a contatto con i semplici, e di trovare in questo contatto la radice delle
proprie riflessioni facendosi, cos, vita. Questa proposta passa attraverso lanalisi
critica dellorganizzazione ecclesiastica e lo smascheramento di alcune strategie che
hanno permesso la conservazione del potere religioso soprattutto per opera dei
gesuiti. Nellinterpretazione di Lo Piparo questultimo aspetto serenamente
cancellato e, addirittura, quasi trasformato in un elogio della Compagnia di Ges. Tesi
difficilmente sostenibile anche solo ripercorrendo alcuni passaggi dei Quaderni.
Parlando di letteratura popolare, ad esempio, Gramsci afferma come ci sia ormai una
rottura profonda tra la religione e il popolo, che si trova in uno stato miserrimo di
indifferentismo e di assenza di vita spirituale: la religione solo una superstizione, ma
non stata sostituita da una nuova moralit laica e umanistica per limpotenza degli
intellettuali laici [] La religione si combinata col folklore pagano ed rimasta a
questo stadio (Q3 63).
Inoltre, affrontando un tema per molti aspetti attuale, ossia i rapporti tra
cristianesimo, Islam e civilt moderna, Gramsci, problematizzando i rapporti tra
Chiesa e capitalismo, evidenzia come Il Vaticano stesso si accorge come sia
contradditorio voler introdurre il cristianesimo nei paesi orientali in cui viene introdotto
il capitalismo: gli orientali ne vedono lantagonismo che nei nostri paesi non si vede
perch il cristianesimo si adattato molecolarmente ed diventato gesuitismo, cio
una grande ipocrisia sociale: da ci le difficolt dellopera delle missioni e lo scarso
valore delle conversioni, daltra parte molto limitate (Q2 90).
Pare evidente che, nel pensiero di Gramsci, il binomio chiesa/gesuiti costantemente
accompagnato non da ammirazione, bens da riprovazione per la grande ipocrisia
sociale in cui si trasformato il cristianesimo. Alla luce di questa prospettiva, inoltre,
bisognerebbe valutare anche lattenzione per la rivista dei gesuiti La Civilt
Cattolica. Diversamente, rischiano di apparire non solo parziali, ma anche
strumentali, alcune citazioni dellinteresse di Gramsci per il periodico, seppur
probabilmente fatte in buona fede, come quella dellattuale direttore dello stesso,
Antonio Spadaro, che, nel presentare un articolo commemorativo del Corriere della
Sera (in cui si afferma Gli uomini di cultura hanno sempre fatto un gran conto
di Civilt Cattolica, lodandone la tenuta e il rigore di scrittura anche quando ne
combattevano le idee. Antonio Gramsci nei Quaderni del Carcere ne fa un continuo
uso), scrive quanto segue: Antonio Gramsci - di cui oggi ricorrono gli 80 anni dalla
scomparsa - stato un critico ma attento lettore de "La Civilt Cattolica". Nei
Quaderni del Carcere, Gramsci cita 157 volte la nostra rivista, che stata sempre un
punto di riferimento per tutto il mondo della cultura. Come ha spiegato Luigi Accattoli,
in occasione dell'uscita del quaderno numero 4000.
Se, infatti, per Gramsci si trattava di riferimento culturale, bisognerebbe ricordare
che lo era relativamente a una forma di cultura da stigmatizzare e in cui: la libert
creatrice sparita, rimane lastio, lo spirito di vendetta, laccecamento balordo. Tutto
diventa pratico, inconsciamente, tutto propaganda, polemica, negazione, ma
in forma meschina, ristretta, gesuitica appunto (Q3 41). Tali convinzioni si
traducevano anche nellappellativo nipotini di padre Bresciani (uno dei principali
padri fondatori e scrittori de La Civilt Cattolica), che Gramsci usava per riferirsi a
giornalisti e/o scrittori, quando il loro operato e il loro stile era conforme a tale
cultura.
Chiss se Gramsci avrebbe riconosciuto in Lo Piparo un nipotino di Padre Bresciani e
se avrebbe definito il suo articolo come: Documento stupefacente davvero di
gesuitismo e di bassezza morale (Q5 66). Non lo sappiamo ma, forse, questa
possibilit non incompatibile con lo spirito che anima i Quaderni.
Concludendo, sarebbe interessante sapere come, da linguista qual , Lo Piparo (e
perch no, magari anche Spadaro), interpreta e integra nelle sue riflessioni un
interessante e rilevante quesito di Gramsci: Il motto della Civilt Cattolica:
Beatus populus cuius Dominus Deus eius. (Ps. 143, 15). Gli scrittori della rivista
traducono cos: Beato il popolo che ha Dio per suo Signore. Ma esatto? La
traduzione questa: Beato il popolo che ha per signore il proprio Dio. Cio il motto
riproduce lesaltazione della nazione ebrea e del Dio nazionale ebraico che ne era il
Signore. Ora la Civilt Cattolica vuole chiese nazionali, come implicito nel motto?