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RICERCHE DI ANTICHIT

E TRADIZIONE CLASSICA
a cura di
Eugenio Lanzillotta

ESTRATTO

Virgilio Costa
I frammenti di Filocoro
trditi da Boccaccio e da Natale Conti

TORED 2004

La ricerca stata condotta con i fondi MIUR


e dellUniversit degli Studi di Roma Tor Vergata

In copertina:
progetto grafico om grafica

ISBN 88-88617-043

Copyright 2004
Edizioni TORED s.r.l.
Vicolo Prassede, 29
00019 Tivoli (Roma)

Virgilio Costa
I FRAMMENTI DI FILOCORO
TRDITI DA BOCCACCIO
E DA NATALE CONTI*
Nel 1930, allinterno di un breve saggio sul mito del Demogorgone1, Carlo Landi pubblic cinque frammenti dellattidografo Filocoro, da lui individuati nella maggiore fra le
opere dotte di Boccaccio, le Genealogiae (o Genologie) Deorum Gentilium; ma a causa forse della prosa un po involuta
del Landi e dellideale destinazione del libro, gli studiosi di
letteratura umanistica pi che i classicisti, tra questi ultimi
solo Massimo Lenchantin De Gubernatis2, prima di Felix
Jacoby3, tent un esame dei nuovi testi.
Lesistenza di excerpta filocorei ignoti allintera tradizione
letteraria antica non era, in s, una novit, essendo allepoca
gi noti i passi accreditati a Filocoro e ad altri scrittori antichi
da un erudito veneziano del XVI secolo, Natale Conti. Ma
mentre nelle contiane Mythologiae sive explicationes fabularum
le citazioni inedite dalla storiografia greca frammentaria sono
relativamente numerosi, Filocoro il solo autore di cui Boccaccio conservi documenti sconosciuti per altra via; in pi, a
differenza di Conti, il quale non spende una parola per giustiI testi presentati verranno riproposti con pi ampio commento in una
prossima edizione dei frammenti di Filocoro. In questa sede si cercato di
limitare allo stretto indispensabile la ripetizione di notizie e considerazioni
rispetto allaltro mio contributo nel volume, Natale Conti e la diffusione della
mitologia classica in Europa fra Cinquecento e Seicento; entrambi gli articoli
sono nati dal dialogo e dal confronto con il prof. Eugenio Lanzillotta e con
le dott.sse Claudia Liberatore, Donatella Erdas e Monica Berti.
1
Demogrgone, Palermo 1930, pp. 27-29.
2
Nuovi frammenti di Filocoro, in RFIC n.s. X, 1932, pp. 41-58.
3
Cfr. FGrHist 328 F17c, F18c, F104c, F174, F226 e relativi commenti.
*

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ficare la sua prodigiosa conoscenza di schegge di opere antiche


perdute, lo scrittore fiorentino, in unoccasione, dichiara la
propria fonte, Teodonzio.
Questo Teodonzio, che nelle Genealogiae viene menzionato
ripetutamente4, pur essendo per noi poco pi di un nome5
non uninvenzione di Boccaccio: se ne hanno tracce anche
in un passo del cosiddetto Servio Danielino a Virgilio (trdito
da codici non anteriori al IX-X secolo6), in cui viene ricordato
un Theodotius, qui Iliacas res perscripsit7, e forse in un commento ovidiano8 dellXI secolo, nel quale compare la forma
onomastica Theo, usata anche nelle Genealogiae come variante
breve di Theodontius. Il terminus post quem di Teodonzio pare
dunque essere il IX secolo, giacch, come osserva Landi, risalire pi addietro, tutt al pi, della seconda met dellottavo secolo non pare consigliabile, perch probabilmente verrebbero
4
Sicch Landi, estrapolando dalle Genealogiae i soli passi tratti da
questo scrittore, pot mettere insieme pi di sessanta pagine fitte di testo
(op. cit., pp. 57-118). Boccaccio lo cita anche altrove: cfr. Esposizioni sopra
la Comeda di Dante, a cura di G. Padoan, Milano 1965, pp. 258-261 [= Il
Comento di Giovanni Boccaccio sopra la Divina Commedia di Dante Alighieri,
a cura di I. Moutier, I, Firenze 1844 (I ed. 1831), p. 31].
5
Un nome, come osserva A.M. Salvini [Annotazioni sopra il Comento
del Boccaccio sopra Dante, accluso al Comento di M. Giovanni Boccaci (sic)
sopra la Commedia di Dante Alighieri, II, Firenze (in realt Napoli) MDCCXXIV], giuntoci forse in forma corrotta, essendo possibile che la N vi sia
intrusa, come in Giansone, per Giasone; e che abbia a dire Teodozio, cio
Teodozione Qeodotivwn, diminutivo di Teodoto, cio Diodoto (p. 354).
6
Cfr. J.J. Savage, The Manuscripts of the Commentary of Servius Danielis
on Virgil, in HSPh 43, 1932, pp. 77-121; G. Brugnoli, s.v. Servio, in
Enciclopedia virgiliana, IV Roma 1988, p. 807.
7
Comm. in Aen. I 28, vol. I p. 24 Thilo: (...) Ganimedes latine Catamitus dicitur, licet Theodotius, qui Iliacas res perscripsit, hunc fuisse Belin
Chaldaeum dicat (...).
8
Comm. in Met. XI 583; per questo codice, oltre a Landi (op. cit.,
p. 18 s.), cfr. K. Meiser, Ueber einen Commentar zu den Metamorphosen
Ovids, in SBAW 1885, pp. 47-89.

i frammenti di filocoro trditi...

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a mancare le condizioni di cultura presupposte dalla farragine


teodonziana9. Pur ignorando lepoca in cui lopera di Teodonzio and perduta, e se sia di seconda mano come si pu sospettare la definizione di Campanus, diligens investigato(r)
poetici figmenti che di Teodonzio d lumanista aretino Domenico Bandini (1335 circa - 1418), discepolo di Coluccio Salutati e amico dello stesso Boccaccio10, siamo per in grado di
ricostruire la provenienza degli estratti teodonziani. Boccaccio,
poco pi che ventenne, li aveva rinvenuti nelle Collectiones di
Paolo Bontempio da Perugia, lanziano bibliotecario reale conosciuto presso la corte di Roberto I dAngi a Napoli11:
Hic ingentem scripsit librum, quem Collectionum titulaverat, in quo inter cetera, que multa erant et ad varia spectantia, quicquid de diis gentilium non solum apud Latinos, sed

9
Landi, op. cit., p. 20. Molto probabilmente Teodonzio scriveva il
latino: cfr. ibid., pp. 24-26.
10
Cfr. Cod. Laur. Aedil. 172, vol. III, f. 170. Il passo tratto da unampia enciclopedia rimasta in forma manoscritta in cui ampio spazio era
anche dedicato alla mitologia classica, il Fons Memorabilium Universi in
34 libri, cui Bandini lavor quasi per tutta la vita, su cui cfr. A.T. Hankey,
Domenico di Bandino di Arezzo, in Italian Studies XII, 1957, pp. 110-128;
Id., The library of Domenico di Bandino, in Rinascimento n.s. VIII, 1957,
pp. 177-207; Id., The successive revisions and surviving codices of the Fons
Memorabilium Universi of Domenico di Bandino, in Rinascimento n.s. XI,
1960, pp. 3-49; Id., s.v. Bandini, Domenico, in Dizionario Bibliografico degli
Italiani, 5, Roma 1963, pp. 707-709; H. Meyer, Das Enzyklopdiekonzept
des Fons memorabilium universi des Domenico Bandini im Verhltnis zur
Tradition, in Frhmittelalterliche Studien 27, 1993, pp. 220-240. Alla
stesura del Fons Bandini accompagn la compilazione di altre opere, tra cui
un indice alle Genealogiae di Boccaccio: cfr. E.H. Wilkins, The University
of Chicago Manuscript of the Genealogia Deorum Gentilium di Boccaccio,
Chicago 1927, pp. 20-25, 67-70.
11
Sugli anni napoletani del Boccaccio (dal 1327 circa al 1341) si
veda, per tutti, V. Branca, Giovanni Boccaccio. Profilo biografico, Firenze
1977, pp. 34-39; sulla biblioteca istituita da re Roberto e sul clima cultu-

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etiam apud Grecos inveniri potest, adiutorio Barlae arbitror


collegisse. nec dixisse verebor, ego iuvenculus adhuc, longe
antequam tu in hoc opus animum meum traheres, ex illo
multa avidus potius quam intelligens sumpsi, et potissime ea
omnia, que sub nomine Theodontii apposita sunt.12

Al tempo in cui Boccaccio scriveva il XV libro delle Genealogiae (da cui proviene il passo qui riportato) erano ormai
scomparse anche le Collectiones del Bontempio13, ed perci
ancor pi eccezionale che in tanto naufragio si siano salvati i
cinque frammenti filocorei. Leggiamo, per cominciare, quello
in cui Teodonzio viene citato solo in quanto fonte di Filocoro
(cosa di per s singolare, perch nelle Genealogiae quasi sempre utilizzato come autorit a se stante14):
Quod autem illam (scil. Scyllam) occideret Hercules, dicit
Theodontius ob id fictum, quia unicus Cyclopis filius inter
saxa Scylle perierit, quam ob rem in ultionem suam Cyclops

rale della corte angioina cfr. C. de Frede, Da Carlo dAngi a Giovanna


I (1263-1382), in Aa.Vv., Storia di Napoli, III: Napoli angioina, Napoli
1969, spec. pp. 213-219.
12
Gen. XV 6.
13
Quem librum maximo huius operis incomodo, Bielle, impudice
coniugis, crimine, eo defuncto, cum pluribus aliis ex libris eiusdem deperditum comperi (ibid.).
14
Talora accanto a qualche altro scrittore antico: come Dictys cretese
[Gen. V 63c (p. 92 Landi)], Cicerone [e.g. Gen. II 25c (p. 72 Landi), III
35b (p. 79 Landi), III 35c (p. 80 Landi), III 36b (p. 80 Landi)], Ovidio
[Gen. IV 41c (p. 82 Landi)], Seneca [Gen. IV 41d (p. 82 Landi)], Claudiano [Gen. III 34b (p. 79 Landi), IV 48d (p. 86 Landi)] o Lattanzio
[Gen. IV 46a (p. 85 Landi)]. In qualche caso, invece, Boccaccio affianca
a Teodonzio un contemporaneo, come Leonzio Pilato [Gen. V 63c (p.
92 Landi), V 65a (p. 93 Landi), VI 79d (p. 96 Landi)], Barlaam [Gen.
VIII 88a (p. 99 Landi)] o lo stesso Paolo Bontempio [Gen. II 27c (p. 74
Landi), II 28a (p. 75 Landi), IV 39d (p. 81 Landi), IV 52c (p. 89 Landi),
V 65a (p. 93 Landi), VI 76c (p. 95 Landi)].

i frammenti di filocoro trditi...

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maximis molibus loco iniectis ora Scylle clausit, et invium


fretum fecit, et ob id mortua Scylla dicta est; tractu tamen
temporis omnia iniecta in se retrahens mare locum redegit in
formam pristinam, et sic a Phorco suscitata est filia. Scyllam
autem Phorci fuisse filiam dicit Theodontius a Phylocoro
testari, eamque cum ex Sardinia Steleno corinthio nobilissimo iuveni mitteretur in coniugem, ibidem perisse, et loco
reliquisse nomen.15

In questo passo laspetto che pi merita di essere rilevato


lambiguit della citazione filocorea. Essa giunge al termine
di una digressione su Scilla (quod autem illam ... suscitata est
filia) presa interamente da Teodonzio, la cui versione razionalistica della morte e ritorno in vita della figlia di Forco
un mito ben noto nellantichit 16 presenta forti analogie
Gen. deor. gent. X 9, p. 495 Romano (= FGrHist 328 F174): Quanto poi al fatto che Ercole abbia ucciso Scilla, Teodonzio dice che tale
leggenda sorse dal fatto che tra le rocce di Scilla era morto lunico figlio
del Ciclope, sicch questi, per vendicarlo, gett in quel luogo delle enormi rupi e ostru gli ingressi di Scilla, rendendo impraticabile lo stretto:
ed a causa di ci Scilla venne detta morta. Tuttavia dopo un certo lasso
di tempo il mare, risucchiando in s tutti i macigni che vi erano stati
scagliati, riport il luogo allaspetto originario, e cos si disse che Forco
aveva ridestato la figlia. Teodonzio afferma che secondo Filocoro Scilla
era figlia di Forco, e che la ragazza, mentre dalla Sardegna veniva mandata in sposa al corinzio Steleno, nobilissimo giovane, in quel medesimo
luogo per, lasciandogli il nome.
16
Cfr. ad esempio Schol. in Hom. Od. XII 85. Forco un dio del mare
(Serv., in Verg. Aen. V 240; X 388), figlio di Ponto e Gea ([Apollod.], Bibl.
I 2, 6 [10]) o di Oceano e Teti (Plato, Tim. 40e; Athenag., Legatio XXIII 6),
ed padre anche delle Graie e delle Gorgoni ([Apollod.], Bibl. I 2, 6 [10];
II 4, 2; Palaeph., De incredib. 31). Che Scilla fosse sua figlia detto da varie
fonti: Ap. Rhod. IV 828-829; Schol. in Ap. Rhod. IV 828; [Apollod.], Epit.
7, 20; Eust., in Hom. Od. II 13 (v. 85); Serv., in Verg. Aen. III 420. Su Scilla
mostro marino cfr. O. Waser, s.v. Skylla 1, in W.H. Roscher (hrsg.), Ausfhrliches Lexikon der griechischen und rmischen Mythologie, IV, Leipzig 1915,
coll. 1025-1035; J. Schmidt, s.v. Skylla 1, in RE III A, 1, coll. 647-655.
15

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con uno scolio dotto a Licofrone17. Ebbene, ammettendo


che lo scrittore medievale utilizzi dei materiali genuinamente filocorei, quanta porzione di testo pu essere ascritta
a Filocoro? Tutta la seconda parte del passo (Scyllam autem
Phorci ... loco reliquisse nomen) oppure se colleghiamo le
proposizioni eamque (...) perisse, et loco reliquisse nomen non
alla subordinata a Phylocoro testari, ma direttamente alla
principale, dicit Theodontius solo Scyllam autem Phorci fuisse
filiam dicit Theodontius a Phylocoro testari?
Lincertezza nasce anche dal modo un po sbrigativo in cui
Boccaccio sunteggia Teodonzio, privandoci, con un ibidem che
solo per sillepsi si pu riferire a corinthio18, della possibilit di
collocare precisamente il punto cui Scilla sarebbe perita; per
giunta, sembra poco verosimile che lattidografo conoscesse
una Scilla di Sardegna interamente umana e ne descrivesse
la morte in mare nellimminenza delle nozze con il corinzio
Stenelo: tanto pi che questultimo non pare identificabile
con alcuno dei quattro omonimi a noi noti19.

Schol. in Lycophr. 46: Hraklh`~ ou\n sofwvtato~ w]n kai; strathgikwvtato~


kai; paraplevwn tou;~ tovpou~ touvtou~ meta; tw`n Ghruovnou bow`n ajpwvlesen
aujtovqi tina;~ ejx aujtw`n kajnteu`qen ajnakaqaivrei to;n tovpon tisi; mhcanai`~,
o{qen ejmuqeuvsanto th;n Skuvllan aujto;n ajnelei`n. Fovrku~ de; h[toi hJ qavlassa,
oJ tauvth~ path;r (hJ ga;r qavlassa duscerh` tauvthn ejpoivei), lampavsin
pavlin aujth;n ajnezwvwsen h[goun hJlivou kinhvsesi kai; crovnoi~ pavlin th;n uJf
Hraklevo~ ajnakavqarsin kai; to; mhcavnhma hJ qavlassa cevasa metevstreye
tauvthn eij~ th;n ajrcaivan duscevreian.
18
Lenchantin de Gubernatis, art. cit., p. 43 s.
19
a) Stenelo figlio di Aktor, colpito a morte dalle Amazzoni: Ap. Rhod.
II 911-929; Schol. in Ap. Rhod. II 911-914 (= FGrHist 430 F4-5)], in cui
lo storico Promathidas viene ricordato come fonte di Apollonio Rodio.
Cfr. Lamer, s.v. Sthenelos 2, in Ausfhrliches Lexikon..., cit., IV, Leipzig
1909-1915, col. 1522; V. Gebhard, s.v. Sthenelos 1, in RE III A, 2, coll.
2470-2471]. b) Stenelo di Paro figlio di Androgeo, un altro partecipante alla
spedizione contro le Amazzoni: [Apollod.], Bibl. II 5, 9 [100]. Cfr. Lamer,
s.v. Sthenelos 3, in Ausfhrliches Lexikon..., cit., col. 1523; V. Gebhard, s.v.
17

i frammenti di filocoro trditi...

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Prima dunque di formulare complicate ipotesi sulla fonte


dellattidografo per il viaggio di Scilla dallisola tirrenica a
Corinto e sul luogo del naufragio, opportuno considerare
la possibilit che Teodonzio chiamasse in causa Filocoro solo
a proposito del legame di parentela tra Scilla e Forco. In tal
caso dovremmo tradurre: Teodonzio afferma che secondo
Filocoro Scilla era figlia di Forco, e [Teodonzio afferma] che
la ragazza, mentre dalla Sardegna veniva mandata in sposa
al corinzio Steleno, nobilissimo giovane, in quel medesimo
luogo per, lasciandogli il nome. Con ci non si vuole affermare, con il Lenchantin de Gubernatis, che nel frammento
filocoreo sia penetrato, per errore del copista, un passo ad
esso estraneo20, ma solo che Teodonzio, dopo aver mostrato
lorigine delle favole sul prodigio operato da Forco (ob id
fictum, etc.), possa aver voluto proporre una versione della
morte di Scilla ancor pi avanzata in senso razionalistico,
citando lo storico ateniese, nella cesura tra le due sezioni,
solo per un dettaglio marginale.
Per dirimere definitivamente la questione servirebbe capire quanto sia antica, questa collocazione di Scilla in Sardegna.
Sthenelos 3, in RE III A, 2, col. 2471. c) Stenelo di Argo figlio di Capaneo, il
famoso scudiero di Diomede pi volte ricordato nellIliade (II 559-564; IV
365-410; V 95-113, 241-250, 319-330, 835-841; VIII 113-114; IX 45-49;
XXIII 509-513). Cfr. Lamer, s.v. Sthenelos 5, in Ausfhrliches Lexikon...,
cit., coll. 1523-1527; V. Gebhard, s.v. Sthenelos 4, in RE III A, 2, coll.
2471-2474. d) Stenelo di Argo figlio di Perseo e padre di Euristeo: Il. XIX
95124. Cfr. [Apollod.], Bibl. II 4, 5 [53]. Lamer, s.v. Sthenelos 8, in Ausfhrliches Lexikon..., cit., col. 1528-1530; V. Gebhard, s.v. Sthenelos 6, in
RE III A, 2, coll. 2474-2476.
20
Cfr. Lenchantin de Gubernatis, art. cit., p. 42 s.: Nel passo in
discorso evidentemente si produsse la contaminazione di due luoghi diversi
per una di quelle distrazioni frequenti nei compilatori e negli amanuensi.
(...) Senza dubbio il passo che abbiamo supposto intruso nel fr. filocoriano,
apparteneva al racconto dun viaggio avventuroso relativo ad eroi o persone che non riusciamo ad identificare.

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virgilio costa

Jacoby, che crede alla matrice filocorea dellintera seconda


met del testo, ricorda che Varrone, secondo Servio21, conosceva un Forco re di Corsica e Sardegna ucciso in battaglia da
Atlante, e trasmutato in dio marino dai racconti dei propri
alleati, riluttanti ad accettare la sconfitta. Dunque la Sardegna potrebbe essere il luogo natale di una Scilla interamente
umana. Ma in che modo questa stessa figura poteva collegarsi
a Corinto e trovare posto allinterno della produzione filocorea? Si gi detto che di uno Stenelo corinzio non sappiamo
altro che quanto si legge in Boccaccio/Teodonzio; per a Corinto legata la storia di unaltra Scilla, la figlia di Niso re di
Nisa22. Sedotta da Minosse, avrebbe reciso la ciocca purpurea
che manteneva in vita il padre, e al rifiuto del re cretese di
portarla con s si sarebbe gettata a nuoto dietro la sua imbarcazione, scomparendo tra i flutti; secondo unaltra versione,
invece, sarebbe stata appesa per i piedi alla prua di una delle
navi minoiche sino alla morte23.
Il mito della Scilla di Niso molto antico: ne esistono
tracce gi in Eschilo24, ed verosimile che anche Filocoro
conoscesse una Scilla corinzia accanto a quella omerica. Ma
voler connettere ad ogni costo delle storie che paiono sotto

Serv., in Verg. Aen. V 824: hic autem Phorcus dicitur Thoosae nymphae
et Neptuni filius. ut autem Varro dicit, rex fuit Corsicae et Sardiniae: qui cum
ab Atlante rege navali certamine cum magna exercitus parte fuisset victus et
obrutus, finxerunt socii eius eum in deum marinum esse.
22
Cfr. O. Waser, s.v. Skylla 3, in Ausfhrliches Lexikon..., cit., IV, Leipzig 1915, coll. 1064-1071; J. Schmidt, s.v. Skylla 2, in RE III A, 1, Stuttgart
1927, coll. 655-658.
23
Cfr. Paus. I 19, 4; II 34, 7. Hyg., Fab. 198 2-4. [Verg.], Cyris 101-541.
Ovid., Met. VIII 14-151. [Apollod.], Bibl. III 15, 8 [211]. Serv., in Verg.
Aen. VI, 74. Schol. in Eur. Hipp. 1200. Schol. in Lycophr. 650. Il punto in
cui Scilla era perita lestremit orientale dellArgolide avrebbe preso il
nome, secondo Pausania (II 34, 7), di a[kra Skullai`on.
24
Coeph. 612-622.
21

i frammenti di filocoro trditi...

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tutti i rispetti alternative, per il solo fatto che in un passo


nelle Genealogiae il nome di Scilla legato sia alla Sardegna
che alle acque di Corinto, e immaginare che la fusione di
queste due leggende fosse avvenuta gi al tempo di Filocoro (o che si debba allo stesso attidografo), non sembra una
buona idea; specialmente se da questa congettura si fanno
discendere speculazioni altrettanto fragili sul contesto in cui
egli potrebbe aver parlato del viaggio di Scilla dallisola tirrenica a Corinto: uno dei trattati di argomento letterario? O
il secondo libro dellAtqiv~, come pensa Jacoby25, nel quale
la storia di Teseo si intrecciava con quella di Minosse e della
talassocrazia cretese?
Riassumendo, Boccaccio recupera, grazie a Teodonzio, un
frammento di Filocoro che per non riusciamo a delimitare
con precisione. un caso come ben sa chi si occupa di storiografia frammentaria piuttosto frequente e variamente risolto,
a seconda dellindole e della propensione al rischio dellinterprete; chi scrive pensa che dopo aver segnalato le alternative
possibili e gli argomenti a favore o contro di esse si debba prudenzialmente ascrivere allo storico antico solo ci che ha le
maggiori probabilit di appartenergli, cio il dato, ben attestato
nella letteratura classica, che Forco era il padre di Scilla.
Sfugge invece ad ogni tentativo di contestualizzazione un
altro passo trdito da Boccaccio, che narra della metamorfosi
25
FGrHist III b (Noten) 328, p. 440. Che una digressione sulla Scilla
di Niso trovasse posto nellAtthis sembra per difficile, a causa della forma
stessa dellopera, che non consentiva discussioni troppo particolareggiate
di singoli episodi (specie se relativi allet arcaica, cui Filocoro dedicava
una porzione percentualmente assai limitata della sua trattazione, e non
strettamente inerenti alla storia di Atene). Si pu poi osservare che il suo
modo di razionalizzare gli eventi dellet mitica non consiste, solitamente,
nel prendere due versioni contrapposte, enuclearne gli elementi comuni
e combinarli tra loro, ma nel sottoporre ad analisi (soprattutto in chiave
etimologica) un solo racconto, quello pi diffuso o pi accreditato.

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compiuta ai danni di alcuni contadini lici dalla ninfa Leto,


madre di Apollo e di Artemide:
Dicunt insuper deferentem Latonam parvulos adhuc filios
per Lyciam, dum ob estum siti laboraret, accessisse ad lacum
quendam, ut biberet, quam cum vidissent circumstantes rustici, confestim lacum pedibus intrasse et omnem turbasse
aquam, ex quo commotam Latonam orasse ut exterminarentur; quam ob rem rustici repente in ranas mutati locum
semper incoluere. (...) mutatos autem in ranas rustucos ideo
dictum est, quia ut scribit Phylocorus, bellum fuit Rhodiis
olim adversus Licios, Rhodiis auxiliares venere Delones,
qui cum aquatum ad lacum quendam Lyciorum ivissent, rustici loci incole aquas prohibuere, in quos Delones irruentes
omnes interemere, et in lacum occisorum corpora eiecere.
tractu tandem temporis cum montani Lycii venissent ad
lacum, nec occisorum agrestium corpora comperissent et
ranas in circumitu coassantes sensissent, rudes et ignari
arbitrati sunt eas ranas animas esse cesorum, et dum sic
referunt aliis, fabule causam adinvenere.26
Gen. deor. gent. IV 20, pp. 179-181 Romano (= FGrHist 328 F226):
Gli antichi inoltre narrano che Latona, portando per la Licia questi figli
(scil. Apollo e Diana) ancora piccoli, ed ardendo di sete per il caldo, si
accost ad un lago per bere ma fu scorta da alcuni contadini, i quali subito
entrarono con i piedi in quel lago ed intorbidarono tutta lacqua. Perci
Latona preg che fossero mandati in rovina; e subito i contadini vennero
tramutati in rane e abitarono per sempre sulle sponde di quel lago. (...) Si
vocifer che i contadini fossero stati tramutati in rane perch, come scrive
Filocoro, una volta i Rodii mossero guerra ai Lici. Ai Rodii vennero in aiuto i Deloni, i quali, recatisi a far provvista dacqua presso un lago dei Lici,
non ottennero il consenso ad attingere lacqua dai contadini che abitavano
quel luogo; allora i Deloni con un assalto a sorpresa li sterminarono tutti e
gettarono i corpi degli uccisi nel lago. Infine, dopo un po di tempo, allorch
i montanari lici giunsero presso il lago, non trovando i corpi dei contadini
assassinati ed udendo le rane che gracidavano tuttintorno, immaginarono
rozzi ed ignoranti comerano che le rane fossero le anime degli uccisi; e
nel riferire la cosa ad altri fornirono lo spunto per quella diceria.
26

i frammenti di filocoro trditi...

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La razionalizzazione del prodigio attribuita a Filocoro (mutatos autem - causam adinvenere) viene raggiunta storicizzando
gli eventi narrati. La genericit della citazione, tuttavia, rende
vano, pi che arbitrario, il tentativo del Lenchantin di situare
in un preciso momento storico il conflitto tra Rodii e Lici o
di dare un volto ai Delones. Certo, non da escludersi che i
due popoli possano essersi effettivamente combattuti in tempi
remoti, n che il breve accenno alla morte del rodio Tlepolemo per mano del licio Sarpedone nellIliade (XVI 415-418)
alluda a un conflitto reale27; ma in questo passo veramente
sembra mancare qualunque appiglio per mettere in connessione lepisodio narrato con uno dei frammenti o dei titoli noti
dellattidografo28. Quanto ai Delones, che ancora il Lenchantin29 crede di poterli identificare con una popolazione tracia
stanziata presso Cizico (i Dolivone~, noti gi ad Ecateo30),
molto probabile che qui il nome sia corrotto.
Nessun dubbio sussiste invece sulla provenienza del terzo
frammento, in cui vengono richiamati quae a Philochoro in Atthi
dis libro de Monotauro recitantur. Ci che Filocoro aveva scritto
sullargomento ci noto, a grandi linee, dagli estratti dellAtthis
nella vita di Teseo plutarchea; ma qui il riferimento allattidoCfr. Jacoby, FGrHist III b (Noten) 328, p. 485.
Lo stesso Jacoby, del resto, ha ben chiara la problematicit dellattribuzione filocorea del racconto: Neither the substance of the story nor its
manner of rationalization looks like Ph., and it is difficult to tell where he
could have reported anything of the kind. Perhaps I had better have assigned the story to the Dubia [FGrHist III b (Noten) 328, p. 592].
29
Che i Dolioni potessero andare in aiuto dei Rod in qualit di mercenari, non inverosimile (art. cit., p. 45).
30
Steph. Byz. s.v. Dolivone~ (= FGrHist 1a F219): oiJ th;n Kuvzikon
oijkou`nte~, ou}~ Dolieva~ ei\pen Ekatai`o~. levgontai kai; Doliovnioi, kai;
qhlukw`~ Dolioniva. Cfr. L. Brchner, s.v. Doliones, in RE V 1, Stuttgart
1903, col. 1283. Vedi inoltre Ap. Rhod. I 947. Herodian., De pros.
cath. III 1, p. 20. Eust., in Hom. Il. II 768, v. 484. Schol. in Ap. Rhod. I
936949a. Plin., NH V 40.
27
28

128

virgilio costa

grafo sembra ricavato piuttosto da Eusebio, che del resto conosceva e utilizzava di frequente lo scrittore di Cheronea31:
Porro omittendum non est, quam varie de tempore huius
(scil. Minois) scriptores senserint. (...) ut idem Eusebius dicit
a Paradio memoratum, regnante Egeo Athenis, Mynos mare
obtinuit, et leges Cretensibus dedit. quod fuisse percipitur
anno mundi iii dcccc liii. et esto ibidem legatur Platonem
hoc esse falsum convincere. conveniunt tamen cum his que
de Theseo leguntur, et cum his que a Phylocoro in Atthidis
libro de Minotauro recitantur (...).32

Sinora abbiamo esaminato, in ordine, un luogo che ha


qualche chance di provenire, seppur parzialmente, da Filocoro, un secondo su cui necessario sospendere il giudizio e un
terzo che trova riscontro nei frammenti certi dellattidografo.
Il quarto, dedicato al mito di Trittolemo33, presenta un caso
ancora diverso, perch da una parte conosciamo a grandi linee, grazie ad alcune fonti antiche, ci ci che Filocoro scriveva sulleroe eleusino, dallaltra leggiamo in Boccaccio una
versione pi ampia e circostanziata.
De Triptolemo autem scribit Phylocorus vetustissimum fuisse regem apud Atticam regionem. qui cum tempore ingentis
penurie occiso e concursu populi patre Eleusio, quia, pereunte fame plebe, filium aluisset habunde, aufugit, et longa
navi, cuius serpens erat insigne, abiit ad exteras regiones, et
quesita frumenti copia in patriam rediit, ex qua pulso Celeo,
qui terram occupaverat, seu secundum alios, Lynceo Trace,
Plut., Th. 16, 1; 19, 4 e 6-7 (= FGrHist 328 F17a).
Gen. deor. gent. XI 26, p. 565 Romano (= FGrHist 328 F17c).
33
Fonti principali: [Apollod.], Bibl. I 5, 2 [32]; Ovid., Fasti IV 550;
Hyg., Fab. 147, 4; Cornutus 28. Cfr. E. Fehrle, s.v. Triptolemos, in Ausfhrliches Lexikon..., cit., V, Leipzig 1924, coll. 1128-1140; Fr. Schwenn,
s.v. Triptolemos, in RE VII A, 1, Stuttgart 1939, coll. 213-230.
31
32

i frammenti di filocoro trditi...

129

in regnum paternum restitutus est, et non solum restitutus


alimenta tribuit subditis, sed illos docuit, facto aratro, terram
colere, ex quo Cereris alumnus est habitus. sunt tamen qui
velint non Triptholemum, sed Buzigem quendam Atheniensem Atticis bovem et aratrum comperisse. dicit tamen Philocorus Triptholemum multis seculis ante fuisse quam fuerit
Ceres regina Syculorum.34

Filocoro nominato allinizio e alla fine del passo, e ci


potrebbe far credere che da lui provenga tutto ci che lo
scrittore fiorentino sa di Trittolemo (salvo naturalmente
losservazione relativa a Buzige): lattidografo, a quanto sembra, avrebbe cercato di storicizzare la figura di Trittolemo
svelando la vera origine dellappellativo di Cereris alumnus.
Se si accoglie questa interpretazione, tuttavia, occorre
concludere che Filocoro contestava lintera storia sacra di
Eleusi, e questo veramente inverosimile. Esaminando per
i due frammenti filocorei su Trittolemo sicuramente genuini,
quelli trasmessi da Eusebio35 e dallo scoliaste ad Elio Ari-

34
Gen. deor. gent. VIII 4, p. 399 Romano (= FGrHist 328 F104c): Di
Trittolemo scrive Filocoro che fu un antichissimo re della terra attica, il
quale, quando suo padre Eleusio, in occasione di una grave carestia, fu
ucciso da una ribellione popolare, avendo nutrito abbondantemente suo
figlio mentre il popolo moriva di fame, dovette fuggire, e con una lunga
nave che aveva per insegna un serpente se ne and in terre straniere: ma
una volta che ebbe raccolto una gran quantit di grano torn in patria, ne
scacci Celeo (o, secondo altri, il trace Linceo), il quale si era impadronito
del territorio, e riebbe il regno paterno; e non solo, ripreso il potere, don il
cibo ai sudditi, ma dopo aver costruito un aratro insegn loro a coltivare la
terra, fatto per cui fu chiamato discepolo di Cerere. Vi sono tuttavia alcuni
i quali sostengono che non fu Trittolemo a far conoscere agli Attici il bue e
laratro, ma un certo Buzige di Atene. Filocoro tuttavia dice che Trittolemo
visse molti secoli prima che Cerere fosse regina dei Siculi.
35
Euseb., Chron. a. Abr. 610/15 (= FGrHist 328 F104a): Eleusi`no~
povlew~ Keleo;~ ejbasivleuse, kaq o}n Triptovlemo~ h\n, o{n fhsin oJ Filovcoro~

130

virgilio costa

stide36, ci si accorge che in entrambi Filocoro ricordato


solo per la sua interpretazione razionalistica delle leggende
sulla nave alata, o trainata da serpenti alati, di Trittolemo. Quale credito dare, allora, al minuzioso resoconto delle
Genealogiae? Come giustamente osserva Jacoby, probabile
che questo sia uno dei non infrequenti casi, nellerudizione
tardoantica, in cui a un solo autore quello pi autorevole
o conosciuto viene ricondotto quanto in realt deriva da
una pluralit di fonti37; bisogner quindi considerare sicuramente filocoreo ci che trova conferma nelle altre fonti
alternative appena ricordate, vale a dire laccenno alla nave
cuius serpens erat insigne, e porre tra i dubia il resto.
Una prova del fatto che si debba procedere con cautela
anche quando Boccaccio esplicitamente attribuisce qualcosa
alle sue fonti sta nella chiusa del frammento: dicit tamen Philocorus Triptholemum multis seculis ante fuisse quam fuerit Ceres
regina Syculorum. utile a questo proposito introdurre la quinta citazione filocorea:
Proserpina Iovis et Cereris fuit filia. que quoniam Veneris
despiceret ignes, a Plutone amata est, atque rapta et ad Inferos delata, et ibidem eius coniunx facta. quam cum diu que-

makrw`/ ploivw/ prosbalovnta tai`~ povlesi to;n si`ton didovnai, uJponoei`sqai de;
pterwto;n o[fin ei\nai th;n nau`n: e[cein dev ti kai; tou` schvmato~.
36
Schol. in Aristid. I 105, 12, p. 54 Dindorf (= FGrHist 328 F104b):
levgetai (...) o{ti Dhmhvthr tw`/ uiJw`/ tou` Keleou`, tw`/ Triptolevmw/, parevscen
a{rma ejx o[fewn pterwtw`n, i{na ejpi; touvtou ojcouvmeno~ didw`/ toi`~ a[lloi~
ajnqrwvpoi~ to`n si`ton, kai; tacevw~ plhrwvsai tou` sivtou th;n gh`n. (...)
Filovcoro~ de; iJstorei` o{ti hJ nau`~ e[nqa h\n oJ Triptovlemo~ dia; tou`to
ejnomivsqh uJpovptero~, ejpeidh; ejx oujriva~ ejfevreto.
37
Cfr. FGrHist III b (Noten) 328, p. 423 s.: It appears demonstrable
that Ph.s rationalism in this case, too, merely concerned itself with some
individual features (...) which were contrary to nature but of secondary
importance for the story itself. (...) F104c in the manner long since observed in regard to the iJstorivai of the Homeric Scholia and to the excerpts

i frammenti di filocoro trditi...

131

sisset Ceres, et indicio Arethuse apud Inferos comperisset, eo


quod tria grana mali punici comedisset, eam rehabere non
potuit. sententia tamen Iovis factum est, ut sex mensibus
cum viro, sex autem cum matre apud Superos moraretur.
de hac Proserpina in precedentibus ubi de Cerere, quicquid
sub figmento tegitur, explicasse memini (...). arbitror igitur
hanc Sycani regis Sycilie et Cereris fuisse filiam, eamque ab
Orco Molossorum rege seu Aydoneo, vel Agesilao, secundum
Philocorum, anno XXVIII Erythei regis Athenarum raptam,
eique coniugio copulatam.38

Dopo aver esposto per sommi capi la versione pi diffusa


del mito di Proserpina/Persefone, Boccaccio aggiunge di supporre (arbitror igitur) che questo personaggio fosse la figlia di
Cerere: che fra Trittolemo e la Cerere sicula intercorressero
molti secoli non era dunque affermato da Filocoro, ma dedotto da Boccaccio stesso, combinando come ci si accorge
scavando un po nelle Genealogiae un passo di Teodonzio
sulla scoperta dellagricoltura da parte della Cerere sicula39
of Parthenios and Antoninus Liberalis assign a whole story to one (or
several) author(s), only a single feature of which (or variant) belongs to
that (these) author(s).
38
Gen. deor. gent. XI 6, p. 545 Romano (= FGrHist 328 F18c): Proserpina fu figlia di Giove e di Cerere. Poich disprezzava i fuochi di Venere, da
Plutone venne amata, rapita, condotta negli Inferi e l divenne sua moglie.
Cerere la cerc a lungo, ed avendola ritrovata negli inferi su segnalazione
di Aretusa, non riusc a riaverla indietro, avendo la fanciulla gi mangiato
tre grani di farro. Tuttavia per decreto di Giove fu stabilito che dimorasse
per sei mesi col marito e per gli altri sei mesi con la madre presso gli di
celesti. Circa dunque questa Proserpina rammento di aver spiegato nei libri
precedenti, parlando di Cerere, tutto ci che si nasconde dietro tale invenzione (...). Credo dunque che questa Proserpina fosse figlia del re di Sicilia,
Sicano, e di Cerere, e che nel ventottesimo anno del regno di Eretteo ad
Atene sia stata rapita e tratta in sposa da Orco, re dei Molossi, o da Edoneo,
oppure, secondo Filocoro, da Agesilao.
39
Che Teodonzio, da cui Boccaccio trae la storia di Cerere di Sicilia
e della sua scoperta dellagricoltura; cfr. Gen. VIII 4: Theodontius ex Ce-

132

virgilio costa

con altre notizie di derivazione forse eusebiana sul rapimento


di Proserpina da parte di Edoneo re dei Molossi. Da Eusebio40,
infatti, ci viene una versione razionalizzata del soggiorno di
Teseo e Piritoo presso Ade (trasformato in un Edoneo41 re
dei Molossi), che a parole tratta da Filocoro, ma in realt
proviene da Plutarco42; si spiegano cos, nelle Genealogiae i
rere ista vetustissimam refert hystoriam, ex qua videtur multum cause fictionis superioris assumptum, et dicit: Cererem Saturni filiam Sycani regis
fuisse coniugem, et Sycilie reginam, ingenio clarissimo preditam. Que cum
per insulam cerneret homines vagos glandes et mala silvestria comedentes,
nec ullis obnoxios legibus, prima in Sycilia terre culturam excogitavit, et
adinventis instrumentis ruralibus boves iunxit, et terris semina dedit, ex
quo homines cepere inter se campos dividere, et in unum convenire, et
humano ritu vivere.
40
Chron. a. Abr. 620 (= FGrHist 328 F18b): kovrh~ aJrpagh; Persefovnh~
uJpo; Aidwnevw~ tou` Molossw`n basilevw~, o}~ ei\ce kuvna pammegevqh to;n
legovmenon Kevrberon, w|/ to;n Peirivqoun u{steron diecrhvsato, paragenovm
enon
ejf aJrpagh`/ th`~ gunaiko;~ a{ma Qhsei`. Qhseva de; pa
ratucw;n Hraklh`~
ejrruvsato mevllonta sundiafqeivresqai tw`/ Peirivqw/. dia; de; to; tou` kinduvnou
prou`pton ejx Aidou nomiv
zetai Qhseu;~ ajnelhluqevnai, wJ~ Filovcoro~
iJstorei` ejn Atqivdo~ deutevrw/.
41
Ade [ chiamato Ai>doneuv~ gi nellInno pseudomerico a Demetra (vv.
2, 84, 357, 376).
42
Lo scrittore di Cheronea, dopo aver narrato lintercessione di Eracle
presso Edoneo perch Teseo potesse aver salva la vita, menziona lattidografo, ma, a quanto si pu sospettare, non in relazione allintera vicenda,
bens solo per la notizia che il re ateniese, dopo la liberazione e il rientro
in citt, avrebbe riconsacrato ad Eracle tutti i Theseia allinfuori di quattro: Aidwnevw~ de; tou` Molossou` xenivzonto~ Hrakleva, kai; tw`n peri; to;n
Qhseva kai; Peirivqoun kata; tuvchn mnhsqevnto~, a{ te pravxonte~ h\lqon kai;
a} fwraqevnte~ e[paqon, barevw~ h[negken oJ Hraklh`~ tou` me;n ajpolwlovto~
ajdovxw~, tou` d ajpollumevnou: kai; peri; Peirivqou me;n oujde;n w[/eto poihvsein
plevon ejgkalw`n, to;n de; Qhseva parh/tei`to, kai; cavrin hjxivou tauvthn aujtw`/
doqh`nai. sugcwrhvsanto~ de; tou` Aidwnevw~, luqei;~ oJ Qhseu;~ ejpanh`lqe
me;n eij~ ta;~ Aqhvna~, oujdevpw pantavpasi tw`n fivlwn aujtou` kekrathmevnwn,
kai; o{s uJph`rce temevnh provteron aujtw`/ th`~ povlew~ ejxelouvsh~, a{panta
kaqievrwsen Hraklei`, kai; proshgovreusen ajnti; Qhseivwn Hravkleia plh;n
tessavrwn, wJ~ Filovcoro~ iJstovrhken [Th. 35, 3 (= FGrHist 328 F18a)].

i frammenti di filocoro trditi...

133

nomi Orcus, traduzione latina di Aidh~, Aydoneus ed Agesilaus (ajghsivlao~, la guida al regno dei morti).
Veniamo ora a Natale Conti (1520-1582 circa), che nella sua opera maggiore, le Mythologiae (I ed. Venezia 1568; II
Francoforte 1981) inserisce diverse citazioni inedite da Filocoro43 e da numerosi altri storici antichi, fra i quali gli attidografi Androzione44, Fanodemo45 e Melanzio46.
Veneziano di adozione, anche se non di nascita, fin da
giovane Conti altern una ricca produzione poetica personale alla traduzione in latino di numerosi classici greci: sue,
ad esempio, sono le prime versioni latine dei Deipnosofisti di
Ateneo [Venezia 1556, con ristampe anche a Basilea (1556)
e Lione (1556 e 1583)], del Peri; tw`n th`~ dianoiva~ kai; th`~
levxew~ schmavtwn di Alessandro Sofista (Venezia 1556), del
Peri; eJrmhneiva~ dello pseudo Demetrio Falereo (Venezia
1557), del Peri; ejpideiktikw`n di Menandro di Laodicea (Venezia 1558). Scrisse anche di storia: oltre agli Historiarum libri
XXXIII, comparsi tra il 1572 e il 1581 e dedicati alle vicende
italiane tra il 1545 e il 1580, si ricordano i Commentarii de
acerrimo Turcarum bello in insulam Melitam gesto (Venezia
1566), dal quale si soliti far cominciare la storiografia
moderna sullisola di Malta. Lopera per cui Conti divenne
famoso tra i contemporanei, i dieci libri delle Mythologiae,
un vastissimo repertorio di mitologia classica, basato su fonti
Myth. I 10 (= FGrHist 328 F81); III 16 (= FGrHist 328 F103); IV 13,
che in realt la semplice traduzione latina di uno scolio allEdipo a Colono
di Sofocle (ad v. 100 = FGrHist 328 F12); VII 6 (= FGrHist 328 F228); V
5 (= FGrHist 328 F84b); IX 18 (= FGrHist 328 F82).
44
Myth. I 10 (= FGrHist 324 F70); V 8 (= FGrHist 324 F71).
45
Myth. IX 2 (= FGrHist 325 F30); IX 10 (= FGrHist 325 F5); IX 18
(= FGrHist 325 F5bis).
46
Myth. I 10 e VII 12 (due occorrenze per ciascun capitolo), su cui
cfr., nel presente volume, il saggio di Claudia Liberatore Nuovi frammenti
dellattidografo Melanzio in Natale Conti?
43

134

virgilio costa

sia greche che latine e continuamente ristampato per pi di


un secolo; il suo grande successo editoriale soprattutto dopo
la seconda edizione, pubblicata a Francoforte da Andreas Wechel e rivista per la parte greca da Friedrich Sylburg si deve
essenzialmente alla razionale distribuzione della materia, che
ne favor ladozione da parte di letterati e artisti a scapito di
altre trattazioni sul medesimo soggetto, come il De Deis Gentium di Lilio Gregorio Giraldi47.
Dubbi sullonest scientifica di Natale Conti erano stati
espressi gi nellOttocento48, ma la questione non ha ancora
trovato una soluzione definitiva, che potrebbe giungere, forse,
da uno studio dinsieme dei materiali antichi riversati nelle
Mythologiae; in particolare, pur mantenendo un atteggiamento di giusta cautela verso i brani privi di corrispettivo nella
tradizione letteraria classica, non si pu condividere in toto
lopinione di chi giudica questopera, semplicemente, frutto di
una consapevole attivit di falsificazione, perch i casi sospetti sono percentualmente molto limitati.
I frammenti sospetti attribuiti a Filocoro possono contribuire a far un po di luce sulla natura dei passi controversi trasmessi
da Natale Conti. Cominciamo da un passo in cui egli ricorda
lattidografo per un dettaglio della saga di Demetra e Core:
Cum rapta fuisset igitur Proserpina, ac Ceres eius mater
ieiuna illam quaereret, ab Hippothoonte Neptuni et Alopes
Cercyonis filiae et a Metanira in hospitium fuit accepta.
Per maggiori dettagli su Conti, sulle Mythologiae (anche dal punto di
vista editoriale) e su Giraldi cfr., nel presente volume, il mio Natale Conti e
la divulgazione della mitologia greca in Europa tra Cinquecento e Seicento, con
ulteriore bibliografia.
48
Karl Mller, ad esempio, pur includendo nella sezione dei FHG
dedicata a Filocoro i frammenti 174-175 (F81-82 Jacoby), avvertiva di
non poterli attribuire con sicurezza allattidografo quum Natalis Comes
mendaciis fallere soleat (p. 413).
47

i frammenti di filocoro trditi...

135

tunc Metanira illi et mensam paravit et vinum miscuit: at


Dea moerens recusavit, cum diceret, sibi non fas esse bibere
vinum in filiae calamitate: at cinnum e farina sibi parari iussit, quem bibit. erat Iambe muliercula quaedam Metanirae
ancilla, ut tradidit Philochorus, Panos et Echus filia, quae
cum deam maestam videret, ridiculas narratiunculas, et sales
iambico metro ad commovendam deam ad risum, et ad sedandum dolorem, interponebat (...).49

Questo brano una traduzione fedele, con lievissime


modifiche nella sequenza dei paragrafi (e naturalmente con
laggiunta del nome di Filocoro), di uno scolio a Nicandro e
di uno ad Euripide, identici fra loro:
Istevon ou\n o{ti th`~ Kovrh~, h[goun th`~ Persefovnh~,
aJrpageivsh~ uJpo; tou` Plouvtwno~, hJ mhvthr aujth`~ hJ Dhw;
nh`sti~ perihvrceto zhtou`sa aujthvn, kai; dh; periercomevnh
kai; zhtou`sa aujthvn, fqavsasa th;n Eleusi`na th`~ Attikh`~,
uJpedevcqh de; ejn toi`~ oi[koi~ tou` Ippoqovwnto~: o}~ h\n uiJo;~ tou`
Poseidw`no~ ejx Alovph~ th`~ Kerkuovno~: oiJ de; Keleou`, uJpo;
th`~ gunaiko;~ aujtou` Metaneivra~: h{ti~ Metavneira parevqhken
aujth` travpezan kai; ejkevrasen aujth` oi\non. hJ de; qeo;~ oujk
ejdevxato, levgousa mh; qemito;n ei\nai piei`n auJth` oi\non ejpi; th`
qlivyei th`~ qugatrov~. ajlfivtwn de; aujth;n kukew`na ejkevleusen
auJth` kataskeuavsai, o}n dhxamevnh e[pien. Iavmbh dev ti~ douvlh
th`~ Metaneivra~ ajqumou`san th;n qeo;n oJrw`sa geloiwvdei~
49
Myth. III 16 (= FGrHist 328 F103): Quando dunque Proserpina
venne rapita, sua madre Cerere, che la cercava senza requie, fu ospitata
da Ippotoonte, figlio di Nettuno e di Alope figlia di Cercione, e da Metanira. Allora Metanira le imband la tavola e le mescol il vino, ma la
dea, affranta, lo rifiut, dicendo che non le era permesso bere vino mentre
sua figlia era in pericolo; chiese invece che le venisse preparato un cinnus
di farina, che bevve. Giambe era una donnetta serva di Metanira, come
scrisse Filocoro, figlia di Pan e di Eco, la quale, quando vedeva triste la dea,
inframmezzava racconti comici e motti di spirito in metro giambico, al fine
di indurre la dea al riso e di placarne il dolore (...).

136

virgilio costa

lovgou~ kai; skwvmmatav tina e[lege pro;~ to; gelavsai th;n qeovn.
h\san de; ta; rJhqevnta uJp aujth`~ ijambikw` mevtrw rJuqmisqevnta,
o{per aujth; prw`ton ei\pen: ejx h|~ kai; th;n proshgorivan e[labon
i[amboi levgesqai. Iavmbh de; qugavthr h\n Hcou`~ kai; tou`
Panov~, Qra`ssa to; gevno~.50

Che Natale Conti non abbia affatto trovato nello storico


ateniese le notizie su Giambe pare innegabile, tanto pi che
la discendenza di questo personaggio da Eco e Pan figura in
forma adespota anche nellEtymologicum Magnum51. Lenchantin de Gubernatis, cercando di difendere la genuinit
del frammento filocoreo, scrive che se Conti si fosse servito
dello scolio a Nicandro o dellEtymologicum Magnum, non
si vedrebbe il motivo della sostituzione del nome. Per sfoggio
derudizione, i nomi di Euripide o di Nicandro gli sarebbero
tornati opportuni tanto quanto il nome di Filocoro52: ma
si tratta di unargomentazione debole, la quale da una parte
nega, contro ogni evidenza, che esista una differenza tra citare
la noticina duno scoliaste dotta e recuperare un frammento
del principale scrittore attico del terzo secolo a.C., dallaltra trascura il fatto che anche gli altri passi filocorei delle
Mythologiae, come vedremo, offrono pi di un motivo per
essere cauti nellattribuzione.
Resta da comprendere il motivo che ha indotto Conti
a fare il nome di Filocoro: vanit? Desiderio di una gloria
caduca? E anche in questo caso, siamo in presenza di una
reale e consapevole falsificazione, o di una congettura non
dichiarata? Si pu fare lipotesi che il mitografo veneziano,
trovando nel manuale di Boccaccio (che per affinit dargomento doveva certamente conoscere bene) i passi di Filocoro
su Demetra, ed essendo altres a conoscenza dello scolio a
Schol. in Nicandri Alex. 130a.; Schol. in Eur. Or. 964.
S.v. Iavmbh: tine;~ o[ti Iavmbh Hcou`~ kai; Pano;~ qugavthr.
52
Art. cit., p. 52 s.
50
51

i frammenti di filocoro trditi...

137

Nicandro/Euripide, abbia automaticamente supplito il nome


dellattidografo: una leggerezza che da sola giustificherebbe il
marchio di homo futilissimus assegnatogli dallo Scaligero, ma
che almeno spiegherebbe in modo un po pi convincente
come mai Conti abbia inserito nel suo manuale, insieme a diverse centinaia di citazioni greche e latine autentiche, poche
decine di occorrenze sospette.
In due casi Natale Conti ricorda il Peri; qusiw`n di Filocoro, un titolo confermato sia dalla Suda53 sia da uno scolio ad
Apollonio Rodio54. Uno dei passi sembra realmente tratto da
uno scritto di procedura sacrificale:
In sacrificiis illorum deorum, qui aerii putabantur, praeter
ignem cantilenas etiam addiderunt, cum illos harmonia delectari arbitrarentur: atque Dei huiusmodi credebantur omnes illi daemones, qui a terra et ab aqua omnem regionem
usque ad locum stellarum supremum gubernarent. (...) erant
autem cantilenae in sacris nihil aliud quam commemorationes eorum beneficiorum, quae Dii ipsi in homines benigne
contulerant, cum virium ipsorum Deorum, et clementiae et
liberalitatis amplificatione, et cum precibus ut benigni ac
faciles precantibus accederent, ut ait Philochorus in libro
de sacrificiis (...).55

S.v. Filovcoro~ (FGrHist 328 T1).


Schol. in Ap. Rhod. I 516-518c.
55
Myth. I 10 (= FGrHist 328 F81): Nei sacrifici per quelle divinit che
venivano associate alla sfera celeste gli antichi aggiunsero, oltre al fuoco,
anche delle nenie, pensando che la melodia risultasse loro gradita; ed erano
considerati di di questa specie tutti quei demoni che governassero lintera
distanza che va dalla terra e dallacqua sino alla regione pi alta degli astri
(...) Le nenie durante i sacrifici non erano altro che la menzione di quei
doni che gli dei in persona avevano benignamente riversato sugli uomini,
unita allesaltazione della forza, della clemenza e della liberalit degli dei
stessi, e a preghiere perch ascoltassero benevoli e ben disposti chi li invocava, come dice Filocoro nel libro Sui Sacrifici.
53
54

138

virgilio costa

Le cantilenae in sacris di cui parla Conti sono, con ogni


evidenza, gli inni cantati durante il sacrificio. Non sappiamo
esattamente se e quando le due funzioni descritte nel testo il
ricordo delle benemerenze degli di e la supplica di mostrarsi
ben disposti verso i fedeli siano state separate; ma anche se
fossimo certi che nellet di Filocoro questa distinzione era gi
avvenuta, come parrebbe da un passo platonico 56, ci non basterebbe, di per s, a inficiare lassegnazione del frammento al
Peri; qusiw`n, perch rimarrebbe la possibilit che lattidografo
si riferisca a unepoca pi antica. Detto questo, per, non si
pu trasformare la mancanza di elementi contro lautenticit del passo in una prova a favore, n ipotizzare, come fa
Landi57, che anche lerudito veneziano abbia potuto leggere
Teodonzio, i cui scritti erano perduti gi per Boccaccio.
Quanto sia esile il filo che lega le attribuzioni contiane a
Filocoro mostrato dal brano che segue, una presentazione
razionalistica delluccisione della Sfinge58:
Quod ad veritatem attinet, fertur Sphinx praedatrix fuisse,
quae iuxta Moaben locum, Phyceumque montem rapinas
exercuerit, atque ex insidiis erumpens ad hominum praetereuntium pernitiem convolaverit. in eo autem monte in
insidiis consedit, donec Oedipus superata loci difficultate cum
Corinthiorum exercitu illam superaverit, ut scripsit Strabo libro nono, et Phanodemus libro quinto rerum Atticarum. (...)
Philochorus in libro de sacrificiis, Minervae consilio edoctum
Oedipum inquit societate rapinae simulata se ad Sphingem
56
Symp. 177a, in cui uno dei commensali, Erissimaco, afferma che Fedro
pi volte gli aveva chiesto se non trovasse grave che per alcuni di u{mnou~
kai; paivwna~ ei\nai uJpo; tw`n poihtw`n pepoihmevnou~, mentre per Eros mhde; e[na
pwvpote tosouvtwn gegonovtwn poihtw`n pepoihkevnai mhde;n ejgkwvmion.
57
Op. cit., p. 30.
58
Sulla razionalizzazione dei racconti relativi alla Sfinge cfr. J. Ilberg, s.v. Sphinx, in Ausfhrliches Lexikon..., cit., IV, Leipzig 1915, coll.
13741375; A. Lesky, s.v. Sphinx, in RE III A, 2, coll. 1723-1726.

i frammenti di filocoro trditi...

139

contulisse; atque, novis semper sociis Oedipo se addentibus,


denique illam cum magna suorum manu oppressisse.59

Questo passo, a differenza del precedente, appare sospetto


gi alla prima lettura, perch non si comprende come la guerra
di Edipo contro la Sfinge potesse trovare posto nel Peri; qusiw`n
di Filocoro60, per non parlare del richiamo a Strabone e Fanodemo, che del tutto privo di riscontri61. Ma le pi gravi
Myth. IX 18 (= FGrHist 328 F82): Per quanto riguarda la verit storica, si narra che la Sfinge fosse una ladra che faceva rapine nei dintorni del
territorio di Moabe e del monte Ficeo, e sbucando dai nascondigli assaliva
di sorpresa i passanti. Su quel monte se ne stette dunque appostata finch
Edipo, superate le asperit del luogo, con un esercito corinzio la tolse di
mezzo, come hanno scritto Strabone nel nono libro e Fanodemo nel quinto
libro delle Storie attiche. (...) Filocoro nel libro sui sacrifici dice che Edipo,
ispirato dal consiglio di Artemide, si rec dalla Sfinge fingendo di voler
collaborare con lei negli agguati; e aggiungendosi ad Edipo sempre nuovi
complici, infine egli la uccise con un folto gruppo di seguaci.
60
Semmai ci aspetteremmo un richiamo allAtthiso a uno degli scritti
di argomento letterario, come il Peri; tw`n Sofoklevou~ muvqwn o il Peri;
Eujripivdou, titoli noti attraverso la Suda [s.v. Filovxoro~ (= FGrHist 328 T1)].
61
Lunico accenno di Strabone ad Edipo concerne la citt in cui Polibo lavrebbe allevato (VIII 6, 22); quanto a Fanodemo, si pu tutt al pi
affermare che siccome il quinto libro dellAtthis comprendeva le vicende
del regno di Eretteo, possibile che la narrazione giungesse sino allarrivo
di Edipo presso il bosco sacro di Colono: cfr. Phot. (Suda) s.v. Parqevnoi (=
FGrHist 325 F4). Al quinto libro dellAtthis di Fanodemo, oltre al frammento
di Fozio e quello contiano sulla Sfinge, appartiene un altro passo trdito da
Natale Conti [Myth. IX 10 (= FGrHist 325 F5]; in questo caso, per, le fonti
delle Mythologiae lo pseudo-Apollodoro (Bibl. III 15, 6 [207]) e gli scoli a
Licofrone (ad v. 494) sono facilmente riconoscibili, e nessuna delle due fa
parola di Fanodemo. La partecipazione alla guerra contro la Sfinge di truppe
corinzie riferita anche Pausania [IX 26, 2: oiJ de; kata; lhsteivan su;n dunavmei
nautikh` planwmevnhn fasi;n aujth;n (scil. th;n Sfivgga) ej~ th;n pro;~ Anqhdovni
scei`n qavlassan, katalabou`san de; to; o[ro~ tou`to aJrpagai`~ crh`sqai, pri;n
ejxei`len Oijdivpou~ aujth;n uJperbalovmeno~ plhvqei stratia`~ h}n ajfivketo e[cwn ejk
Korivnqou], circostanza, questa, la quale ci fa sospettare che proprio il Periegeta, e non Fanodemo, sia la fonte di Natale Conti.
59

140

virgilio costa

ragioni di scetticismo vengono dalla somiglianza dellestratto


contiano con un luogo della Suda in cui la Sfinge descritta
come una donna duseidh;~ kai; qhriwvdh~ th;n fuvsin, cui Edipo
simula di allearsi per riuscire a coglierla a tradimento:
Gegonw;~ de; ajndrei`o~ (scil. Oijdivpou~) ejlhvsteue: kaq o}n crovnon
kai; hJ legomevnh Sfi;gx ajnefavnh, gunh; duseidh;~ kai; qhriwvdh~
th;n fuvsin, ajpobalou`sa ga;r to;n a[ndra kai; sunagagou`sa
cei`ra kai; tovpon katalabou`sa duvsbaton tou;~ pariovnta~
ejfovneuen. oJ ou\n Oijdivpou~ deinovn ti bouleusavmeno~ divdwsin
eJauto;n met aujth`~ lhsteuvein: kai; ejpithrhvsa~ kairo;n o}n
hjbouvleto, lovgch ajnairei` aujth;n kai; tou;~ met aujth`~.62

Le analogie tra i due testi sono evidenti. Lunico punto che


non ha riscontro nella Suda laccenno ai compagni che si sarebbero progressivamente uniti ad Edipo; ma questa aggiunta
pu essere forse un mezzo per conciliare la versione filocorea
con il ricordo, nella prima met del passo, delle truppe corinzie intervenute a favore delleroe tebano. Ancora una volta,
come si vede, la possibilit che Conti abbia conservato un
frammento autentico dellopera di Filocoro pare smentita da
pi indizi convergenti, anche se la prova definitiva della manipolazione non c. Un discorso opposto pu invece essere
fatto per la quarta occorrenza filocorea nelle Mythologiae:
62
Suda s.v. Oijdivpou~. Identico racconto in Giovanni Malalas (Chron.
51): oJ de; Oijdivpou~ tevleio~ genovmeno~ e[maqen o{ti ajpo; th`~ povlew~
katavgetai tw`n Qhbw`n: kai; ajkouvsa~ o{ti gunhv ti~ ojnovmati Sfivgx, lhstriv~,
ejlumaivneto pavnta~ tou;~ ejpi; ta;~ Qhvba~ ejrcomevnou~, kai; steno;n th;n povlin:
sofo;n ou\n ti bouleusavmeno~ eij~ to; ajnairei`n th;n Sfivgga e[laben ejk tou`
kthvmato~ o{pou ajnetravfh ajgroivkou~ gennaivou~, wJ~, fhsiv, qevlwn a{ma th`
Sfiggi; lhsteuvein. kai; ajph`lqe pro;~ aujth;n aijtw`n aujth;n sullhsteuvein
aujth`: h{ti~ qeasamevnh tou` newtevrou th;n qevan kai; tw`n met aujtou`, ejdevxato
aujto;n kai; tou;~ su;n aujtw`: kai; ejphvrceto kai; aujto;~ toi`~ pariou`sin. euJrhkw;~
de; kairo;n o{te oujk e[scen o[clon lhstw`n met aujth`~, labw;n lovgchn ajnei`len
aujthvn, kai; ajfeivleto pavnta ta; aujth`~, foneuvsa~ a{ma toi`~ aujth`~ pollouv~.
Cfr. inoltre Schol. in Hes. Th. 326; Eust., in Hom. Od. XI 270.

i frammenti di filocoro trditi...

141

Scripsit Philochorus diem festum agi solitum apud Athenienses die decimotertio lunae novembris, quo tempore
Choes vocata solennia celebrabantur Terrestri Mercurio
consecrata: atque morem fuisse, ut ex omnibus generibus
semina, ut nomen significat, in olla miscerentur, atque
coquerentur ab iis, qui per diluvium fuissent servati, qui
Hydrophoria etiam alias agebant. at nemini tamen ex ea
olla gustare licitum erat.63

Le Antesterie la pi antica festa ateniese in onore di


Dioniso avevano luogo nei giorni 11-13 del mese di Antesterione. La festa dei boccali (Cove~), che occupava lintera
seconda giornata, era una ricorrenza gioiosa, e culminava in
una competizione tra bevitori nella sala dei tesmoteti: lultima di una serie di sfide analoghe disputate per tutta la citt,
nelle quali si assaggiava il vino novello delle giare aperte,
la sera prima, durante il rito dei Piqoivgia. La terza e ultima
giornata, detta delle pentole (Cuvtroi), prevedeva lofferta
ad Hermes Ctonio della panspermiva, un piatto composto di
granaglie varie, e lo svolgimento, in unatmosfera luttuosa,
di vari riti purificatori64.
Myth. V 5 (= FGrHist 328 F84b): Scrisse Filocoro che gli Ateniesi
solevano celebrare come festivo il tredicesimo giorno della luna di novembre, data in cui si svolgevano le celebrazioni solenni chiamate Choes [boccali] per Mercurio Terrestre; e che cera la consuetudine di mescolare in
un boccale, come il nome stesso indica, semi di tutti i generi, che venivano
cotti insieme da coloro i quali fossero sopravvissuti ad uninondazione, gli
stessi che in unaltra circostanza celebravano anche le Idroforie. E tuttavia
a nessuno era consentito assaggiare da quel boccale.
64
Sulle Antesterie, sia dal punto letterario che figurativo, vedi ora R.
Hamilton, Choes and Anthesteria. Athenian Iconography and Ritual, Ann
Arbor (Mi.) 1992; cfr. inoltre L.R. Farnell, The Cults of the Greek States,
V, Oxford 1909, pp. 214-224; L. Deubner, Attische Feste, Berlin 1932,
pp. 93-123; A. Pickard-Cambridge, The Dramatic Festivals at Athens,
Oxford 19682, pp. 10-25; H.W. Parke, Festivals of the Athenians, London
1977, pp. 107-120.
63

142

virgilio costa

A prima vista, nel descrivere i Cuvtroi Natale Conti d


limpressione di seguire fedelmente un testo filocoreo, e infatti
Lenchantin de Gubernatis parla di fondo prettamente filocoriano del passo e di particolari sulla cui genuinit non
ammissibile dubbio65; in realt, questo presunto frammento
di Filocoro un centone di vari testi, come mostrano anche i
due gravi errori in esso riscontrabili: la datazione delle Antesterie a Novembre, cio nel mese di Pianepsione, invece che a
fine Febbraio (mese di Antesterione); la collocazione del rito
della panspermiva nel giorno dei Cove~, e non, come sarebbe
corretto, in quello dei Cuvtroi.
Tali sviste non sono affatto assimilabili a congettura
di persona poco pratica del calendario ateniese66, cio a
Natale Conti, ma risalgono alle fonti cui egli ha tacitamente
attinto. La prima compare infatti in uno scolio agli Acarnesi di Aristofane67, la seconda in uno scolio alla medesima
commedia68, da cui lautore delle Mythologiae trae anche
il collegamento tra rito della panspermiva e diluvio (che lo
scoliaste a sua volta ricava da Teopompo); quanto al fatto
che i sopravvissuti al diluvio celebrassero anche il rito anche
gli Udrofovria, la notizia deriva certamente da Fozio, che
utilizzava Apollonio di Acarne69. In conclusione, siamo qui
in presenza non di un vero frammento di Filocoro, ma di
una sintesi di elementi filocorei, ma gi noti da altre fonti,
Lenchantin de Gubernatis, art. cit., p. 56.
Ibid., p. 55.
67
Schol. in Ar. Ach. 960a, p. 122 Wilson: eij~ tou;~ Coa`~: (...) ejpetelei`to
de; Puaneyiw`no~ ojgdovh/, oij de; Anqesthriw`no~ dwdekavth/.
68
Cfr. Schol. in Ar. Ach. 1076a, p. 134 Wilson: Qeovpompo~ tou;~
diaswqevnta~ ejk tou` kataklusmou` eJyh`saiv fhsi cuvtran panspermiva~,
o{qen ou{tw klhqh`nai th;n eJorthvn, kai; quvein toi`~ Cousiv [aujtoi`~ e[qo~
e[cousin Rutherford e Sch. in Ar. Ran. 218] Ermh` cqonivw, th`~ de; cuvtra~
oujdevna geuvsasqai.
69
Phot. s.v. Udrofovria (= FGrHist 365 F4): eJorth; pevnqimo~ Aqhvnhsin,
ejpi; toi`~ ejn tw` kataklusmw/` ajpolomevnoi~, wJ~ Apollwvnio~.
65
66

i frammenti di filocoro trditi...

143

mescolati ad altri quelli sulla panspermiva e sugli Udrofov


ria che filocorei non lo sono affatto.
Lultimo citazione di Filocoro nelle Mythologiae concerne il
nome dei figli dello sventurato Fineo:
Has igitur (scil. Harpyias) Iovis canes fuisse memorant
poetae, ac rapaces daemones; quae additum Phinei supplicium fuerint immissae. nam scripserunt antiqui Phineum
in Bithinia iuxta fluvium Salmydessum Thraciae abitare
solitum, Agenoris et Cassiopeae filium, vel, ut quibusdam
magis placuit, Agenoris et Phenicis; ut Apollodoro Neptuni, quem tamen in Paphlagonia regnasse omnes narrant.
hunc aiunt nonnulli cum optio sibi data data esset, ut vel
caecus diutissime viveret, vel post certum tempus moreretur: caecum consulto a Sole factum fuisse, et ab Agenoris
temporibus usque ad Argonautarum navigationem vixisse.
alii, quorum sen
tentiae accedit Sophocles, Cleopatram
uxorem fuisse narrant Boreae et Orithyiae filiam, e qua Phineus duos filios Crambim ac Orythum susceperit. postea repudiata Cleopatra Idaeam Dardani Scytharum Regis filiam
duxit: tum adolescentes illi accusati sunt, quod stuprum
novercae obtulissent, et a patre comprehensi ob id facinus
capitis damnati tandem ab Argonautis cognita illorum innocentia, et, quae inter ipsos intercedebat, affinitate, multis
barbarorum caesis, et ipso etiam Rege obtruncato in eo certamine, liberantur. non defuerunt qui ob eam accusationem
oculis captos fuisse adolescentes inquiant. quare indignatus
Neptunus ob eam crudelitatem illum etiam caecum fecit, et
Harpyias immisit. alii, inter quos Philochorus, hos Thynum
et Mariandynum vocarunt.70
70
Myth. VII 6 (= FGrHist 328 F228): I poeti, dunque, ricordano che le
Arpie furono cani di Giove e demoni rapaci, e che sarebbero state scagliate
come punizione aggiuntiva contro Fineo. Infatti scrissero gli antichi che in
Bitinia, presso il fiume Salmidesso della Tracia, risiedeva abitualmente Fineo,
figlio di Agenore e Cassiopea oppure, come alcuni preferirono, di Agenore
e Fenice (o ancora, come riteneva lo pseudo-Apollodoro, di Nettuno, di cui

144

virgilio costa

Anche in questo caso lo scrittore veneziano attribuisce


allattidografo informazioni quasi certamente ricavate da
altre fonti. Le analogie pi strette sono con uno scolio ad
Apollonio Rodio in cui figurano, in sequenza, i nomi della
prima moglie di Fineo (Cleopatra), dei loro figli (Crambi e
Orito), della seconda moglie di Fineo (Idea) e del padre di
questa (Dardano), e infine dei figli di Idea e Fineo, Tino e
Mariandino71; questi ultimi sono ricordati anche in un altro
scolio alle Argonautiche72. In linea teorica, la possibilit che
per questo passo Natale Conti abbia avuto accesso a scoli pi
estesi, come scrive Jacoby73, non pu essere negata, ma quanper tutti affermano che regn in Paflagonia). Di questo Fineo alcuni narrano che essendogli stata data la possibilit di scegliere se vivere cieco per moltissimo tempo oppure morire dopo un tempo stabilito, sarebbe stato di sua
volont accecato dal Sole, e sarebbe vissuto dai tempi di Agenore sino alla
navigazione degli Argonauti. Altri, alla cui versione dei fatti avrebbe attinto
Sofocle, raccontano che sua moglie sarebbe stata Cleopatra, figlia di Borea
ed Orizia, e che costei avrebbe dato a Fineo due figli, Crambi ed Orito. In
seguito, ripudiata Cleopatra, Fineo avrebbe sposato Idea, figlia di Dardano,
re degli Sciti; allora i due ragazzi sarebbero stati accusati di aver perpetrato
lo stupro della matrigna: arrestati, il padre li avrebbe condannati a morte per
quel delitto. Alla fine, dopo luccisione di molti barbari e lassassinio in quel
conflitto dello stesso re, sarebbero stati liberati dagli Argonauti, sia perch
questi avrebbero accertato la loro innocenza, sia per laffinit di stirpe che tra
loro esisteva. Non mancarono quanti sostennero che ai due ragazzi furono
cavati gli occhi a causa di quellimputazione; per la qual cosa Nettuno, disgustato da quella crudelt, rese cieco anche Fineo, e gli scagli contro le Arpie.
Altri, tra cui Filocoro, chiamarono i giovani Tino e Mariandino.
71
Schol. in Ap. Rhod. II 140a: Finevw~ pai`de~ ejk me;n Kleopavtra~
Parqevnio~ kai; Kavrambi~, ejk de; Idaiva~ th`~ Dardavnou h] Skuqikh`~ tino~
pallakivdo~ Quno;~ kai; Mariandunov~, ejx w|n ta; e[qnh kevklhntai. oiJ dev fasi
keklh`sqai tou;~ Mariandunou;~ ajpo; Mariandunou` uiJou` Kimmerivou.
72
Schol. in Ap. Rhod. II 178-182c: pai`da~ de; aujtou` fasi genevsqai
Marianduno;n kai; Qunovn, kai; ajpo; me;n Qunou` Qunhivda, ajpo; de; Mariandunou`
Mariandunivan prosagoreuqh`nai levgousin. Sulla genealogia di Fineo, K.
Ziegler, s.v. Phineus 1, coll. 216-222.
73
FGrHist III b (Text) 328, p. 593.

i frammenti di filocoro trditi...

145

to abbiamo visto che altre citazioni filocoree nascono in realt


da congetture non dichiarate come tali ci porta a guardare a
tale ipotesi con scetticismo.
***
Al termine di questa rassegna, necessariamente sommaria,
dei frammenti filocorei nelle Genealogiae e nel manuale
contiano tentiamo qualche considerazione conclusiva. Nella
sezione dei Fragmente der griechischen Historiker dedicata a
Filocoro sono raccolti 230 frammenti, trasmessi prevalentemente da eruditi det imperiale o bizantina, come Arpocrazione, Eusebio, Stefano di Bisanzio o Fozio, nessuno dei quali,
tuttavia, aveva pi davanti un testo di Filocoro completo. Il
processo di selezione ed epitomazione cominci prestissimo:
se si presta credito alla una notizia della Suda risalente forse
a Callimaco, lo stesso Filocoro avrebbe curato un sunto della
propria Atthis74. Lultimo studioso dellantichit ad utilizzare
direttamente lattidografo fu probabilmente Didimo75, che
nel suo commento a Demostene riporta ampi estratti dellAtthis: siamo nel primo secolo a.C., la stessa epoca in cui, ancora
secondo la Suda, Asinio Pollione avrebbe redatto un compendio della medesima opera76. Per tale motivo, a meno che
le sabbie egiziane ci restituiscano qualche nuovo frammento
come del resto gi avvenuto, anche dopo la pubblicazione
del corpus jacobiano77 improbabile il lascito filocoreo dellantichit classica possa essere incrementato.
S.v. Filovcoro~ (FGrHist 328 T1): e[grayen (...) Epitomh;n th`~ ijdiva~
Atqivdo~.
75
Cos anche Jacoby [FGrHist III b (Text) 328, p. 240].
76
S.v. Pwlivwn (= FGrHist 328 T8): oJ Asivnio~ crhmativsa~, Trallianov~,
sofisth;~ kai; filovsofo~: (...). e[grayen ejpitomh;n th`~ Filocovrou Atqivdo~.
77
Un nuovo frammento papiraceo di Filocoro, proveniente da un commento alle Troiane di Euripide (ad v. 9) stato pubblicato nel 1957 da S.
74

146

virgilio costa

Quale valore hanno, allora, i passi di Filocoro trditi da


Boccaccio? In linea di massima, si pu concordare con Jacoby, secondo cui Landi has immensely overestimated their
value78; a un attento esame, infatti, appare chiaro che dietro
Teodonzio posto che a lui appartengano anche i quattro brani di cui Boccaccio non dichiara la provenienza c Eusebio
(forse con ulteriori mediazioni), come suggeriscono i frammenti sul Minotauro, su Trittolemo e su Proserpina. In tale
situazione, la scelta di rivendicare a Filocoro solo quanto trovi
preciso riscontro nelle fonti classiche pu sulle prime apparire
troppo drastica: ma al bivio tra laccettare tutto, come fanno
Landi e Lenchantin de Gubernatis, o viceversa tutto rifiutare,
si deve invece rinunciare al sogno di recuperare una porzione
per quanto minima dellopera del grande storico ateniese,
senza per questo negare la generale buona fede di Boccaccio o
la presenza nelle Mythologiae, tramite Eusebio, di autentiche
reliquie di Filocoro.
Diverso il caso di Natale Conti. Le citazioni dellattidografo nella sua summa mythologica nascono, come si cercato
di dimostrare, da una profonda conoscenza delle fonti unita
a uninnegabile attitudine combinatoria, doti che troppo
spesso gli fanno ravvisare limpronta di un qualche autore
classico in aneddoti, informazioni o passaggi originariamente
anonimi. Al giorno doggi, tacere lorigine congetturale di
unattribuzione appare giustamente inammissibile, ma
tutto da dimostrare che lo scrittore veneziano fosse conscio
della scorrettezza di tale pratica, anche perch le Mythologiae,
giova rammentarlo, sono un compendio di religione antica
con intenti filosofico-morali e di alta divulgazione, e dunque
Eitrem e L. Amundsen (From a Commentary on the Troades of Euripides. P.
Osl. inv. no. 1662, in Studi in onore di Aristide Calderini e Roberto Paribeni,
II, Milano 1957, p. 147, ll. 4-7).
78
FGrHist III b (Text) 328, p. 241.

i frammenti di filocoro trditi...

147

non ricadono a pieno titolo nel dominio della filologia. Cos,


i giudizi contrastanti sul Veneziano, dalla condanna senza
riserve del Roos79 al prudente scetticismo di Jacoby, sino
alla sostanziale accettazione di qualche studioso recente80,
scaturiscono, in ultima analisi, dal fatto che egli non fu n un
falsario consapevole n un testimone sempre fededegno, ma
uno scrittore coltissimo che scelse di mettere la sua erudizione
al servizio pi dellarte che della scienza.

De fide Natalis Comitis, in Mnemosyne 45, 1917, pp. 69-77.


Cfr. M.C. lvarez Moran - R.M. Iglesias Montiel, Natale Conti,
estudioso y transmisor de textos clsicos, in Los humanistas espaoles y el humanismo europeo, Murcia 1990, pp. 35-49.
79
80