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«Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea

bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto


mestiere, et hannol trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o
gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli.»
(Giovanni Boccaccio, Decameron, Proemio)
Andrea del Castagno
Giovanni Boccaccio
particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, affresco, 1450, Galleria degli
Uffizi, Firenze

Giovanni Boccaccio (Certaldo o forse Firenze, giugno o luglio 1313[1] – Certaldo,


21 dicembre 1375[2][3][4]) è stato uno scrittore e poeta italiano. Conosciuto anche
per antonomasia come il Certaldese[5], fu una delle figure più importanti nel
panorama letterario europeo del XIV secolo[6]. Alcuni studiosi[7] (tra i quali
Vittore Branca) lo definiscono come il maggior prosatore europeo del suo tempo, uno
scrittore versatile che amalgamò tendenze e generi letterari diversi facendoli
confluire in opere originali, grazie a un'attività creativa esercitata all'insegna
dello sperimentalismo.

La sua opera più celebre è il Decameron, raccolta di novelle che nei secoli
successivi fu elemento determinante per la tradizione letteraria italiana,
soprattutto dopo che nel XVI secolo Pietro Bembo elevò lo stile boccacciano a
modello della prosa italiana[8]. L'influenza delle opere di Boccaccio non si limitò
al panorama culturale italiano ma si estese al resto dell'Europa[9], esercitando
influsso su autori come Geoffrey Chaucer, figura chiave della letteratura inglese,
o più tardi su Miguel de Cervantes, Lope de Vega e il teatro classico spagnolo[10].

Boccaccio, insieme a Dante Alighieri e Francesco Petrarca, fa parte delle


cosiddette «Tre corone» della letteratura italiana. È inoltre ricordato per essere
uno dei precursori dell'umanesimo[11], del quale contribuì a gettare le basi presso
la città di Firenze, in concomitanza con l'attività del suo contemporaneo amico e
maestro Petrarca. Fu anche colui che diede inizio alla critica e filologia
dantesca: Boccaccio si dedicò a ricopiare codici della Divina Commedia[N 1] e fu
anche un promotore dell'opera e della figura di Dante.

Nel Novecento Boccaccio fu oggetto di studi critico-filologici da parte di Vittore


Branca e Giuseppe Billanovich, e il suo Decameron fu anche trasposto sul grande
schermo dal regista e scrittore Pier Paolo Pasolini.
Indice

1 Biografia
1.1 L'infanzia fiorentina (1313-1327)
1.2 L'adolescenza napoletana (1327-1340)
1.2.1 Un ambiente cosmopolita: la formazione da autodidatta
1.2.2 Fiammetta
1.3 L'inizio del secondo periodo fiorentino (1340-1350)
1.3.1 Il ritorno malinconico a Firenze
1.3.2 L'intermezzo ravennate (1345-1346) e forlivese (1347-1348)
1.3.3 La peste nera e la stesura del Decameron
1.4 Boccaccio e Petrarca
1.4.1 Gli anni '40 e l'ammirazione per Petrarca
1.4.2 L'incontro con Petrarca nel 1350
1.4.3 La conversione all'umanesimo (1350-1355)
1.5 Gli anni dell'impegno (1350-1365)
1.5.1 Tra incarichi pubblici e problemi privati
1.5.2 La momentanea caduta in disgrazia
1.5.3 Boccaccio umanista e Leonzio Pilato
1.6 Il periodo fiorentino-certaldese (1363-1375)
1.6.1 La riabilitazione pubblica
1.6.2 Il circolo di Santo Spirito e l'autorità di Boccaccio
1.6.3 Gli ultimi anni
1.6.4 La morte e la sepoltura
2 Opere
2.1 Opere del periodo napoletano
2.1.1 La caccia di Diana (1333–1334)
2.1.2 Il Filostrato (1335)
2.1.3 Il Filocolo (1336-1339)
2.1.4 Teseida delle nozze d'Emilia (1339-1340)
2.2 Opere del periodo fiorentino
2.2.1 Comedia delle ninfe fiorentine (1341-1342)
2.2.2 Amorosa visione (1341-1343)
2.2.3 Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344)
2.2.4 Ninfale fiesolano (1344 -1346)
2.3 Il Decameron (1348-1353)
2.3.1 Titolo e struttura
2.3.2 La Brigata
2.3.3 Tematiche
2.4 Opere della vecchiaia
3 Considerazioni culturali
3.1 Tra Dante e Petrarca
3.1.1 Tra medioevo e umanesimo
3.1.2 Una sensibilità moderna e medievale al contempo
3.2 Lo "sperimentalismo boccacciano"
3.3 La narrativa moderna
3.4 L'umanesimo di Boccaccio
3.4.1 Il valore del greco
3.4.2 L'erudizione "didattica" e l'umiltà del Boccaccio
4 Critica letteraria
4.1 Italia
4.2 Europa
5 Il rapporto con Dante e Petrarca
5.1 Discipulus e praeceptor: Boccaccio e Petrarca
5.1.1 Premesse
5.1.2 Tra Seneca e il greco: attriti intellettuali
5.1.3 Conclusioni
5.2 Il culto di Dante
6 Edizioni
7 Boccaccio nel cinema
8 Note
8.1 Esplicative
8.2 Riferimenti
9 Bibliografia
10 Voci correlate
11 Altri progetti
12 Collegamenti esterni

Biografia
L'infanzia fiorentina (1313-1327)
Casa natale di Boccaccio
Certaldo

Giovanni Boccaccio nacque tra il giugno e il luglio del 1313 da una relazione
extraconiugale[12] di Boccaccino di Chellino, mercante fiorentino, con una donna di
umilissima famiglia[13][14]. Non si conosce quale sia stato esattamente il suo
luogo natio, se Firenze o Certaldo: Vittore Branca sostiene che, quando Boccaccio
si firma "Johannes de Certaldo", ciò indichi che Certaldo sia la patria della
famiglia, ma non il luogo fisico di nascita[14][15].
Il fatto di essere un figlio illegittimo dovette pesare notevolmente sulla psiche
del Boccaccio, in quanto nelle opere in volgare costruì una sorta di biografia
mitica, idealizzata, facendo credere di essere figlio di una donna membro della
famiglia dei Capetingi, e prendendo in tal modo spunto dai viaggi mercantili che il
padre compiva a Parigi[16][17][18]. Riconosciuto in tenera età dal padre, Giovanni
fu accolto, verso il 1320[19], nella casa paterna sita nel quartiere di San Piero
Maggiore[16]. Grazie ai buoni uffici del padre, compì i primi studi presso la
scuoletta di Giovanni Mazzuoli da Strada, padre di Zanobi[16][20]. Durante la
giovinezza, Boccaccio imparò quindi i primi rudimenti del latino e delle arti
liberali, oltre ad apprendere la Divina Commedia di Dante Alighieri, in quanto il
padre si era sposato con la nobildonna Margherita de' Mardoli, imparentata con la
famiglia Portinari[21].
L'adolescenza napoletana (1327-1340)
Un ambiente cosmopolita: la formazione da autodidatta
Cristoforo Orimina
Re Roberto d'Anjou circondato dai suoi scrivani
miniatura del XIV secolo.

Boccaccino desiderava che il figlio si avviasse alla professione di mercante,


secondo la tradizione di famiglia. Dopo avergli fatto compiere un breve tirocinio a
Firenze, nel 1327 Boccaccino decise di portare con sé il giovane figlio a
Napoli[1], città dove egli svolgeva il ruolo di agente di cambio per la famiglia
dei Bardi[22].
Boccaccio arriva quindi, quattordicenne, in una realtà totalmente diversa da quella
di Firenze: se Firenze era una città comunale fortemente provinciale, Napoli era
invece sede di una corte regale e cosmopolita, quella degli Angiò. Il re Roberto
d'Angiò (1277-1343) era un re estremamente colto e pio, un appassionato della
cultura tanto da avere una notevole biblioteca[23], gestita dall'erudito Paolo da
Perugia.

Il padre Boccaccino si accorse ben presto, con suo grande disappunto, che quel suo
figliolo non si trovava a suo agio negli uffici dei cambiavalute e di come
preferisse dedicarsi agli studi letterari[1]. Pertanto, dopo aver cercato di
distoglierlo da questi interessi del tutto estranei alla mercatura, Boccaccino
iscrisse il figlio alla scuola di giurisprudenza all'Università di Napoli.
Giovanni vi seguì per due anni (1330-31) le lezioni del poeta e giurista Cino da
Pistoia, ma, anziché studiare con lui il diritto canonico, preferì accostarsi alle
lezioni poetiche che il pistoiese impartiva al di fuori dell'ambiente
accademico[1]. Grazie a Cino, infatti, Boccaccio approfondì la grande tradizione
stilnovistica in lingua volgare di cui Cino da Pistoia, che aveva intrattenuto
amichevoli rapporti con l'amato Dante[24], era uno degli ultimi esponenti.

Inoltre, Giovanni incominciò a frequentare la corte angioina (dove conobbe, oltre a


Paolo da Perugia, anche Andalò del Negro[25]) e ad occuparsi di letteratura:
scrisse sia in latino, sia in volgare, componendo opere come il Teseida, il
Filocolo, il Filostrato e la Caccia di Diana. Un elemento inusitato per
l'educazione tipica dell'epoca è l'apprendimento di alcune nozioni grammaticali e
lessicali del greco da parte del monaco e teologo bizantino Barlaam di Seminara,
giunto nell'Italia meridionale in ambasceria per conto dell'imperatore
bizantino[26].

La giovinezza napoletana non si esaurisce, però, soltanto nella frequentazione


degli ambienti accademici e di corte: le fiabe e le avventure dei mercanti che
Boccaccio sente mentre presta servizio al banco commerciale saranno fondamentali
per il grande affresco narrativo che prenderà vita col Decameron[27].
Fiammetta

A questo punto il poeta, divenuto un autodidatta colto ed entusiasta, crea il


proprio mito letterario, secondo i dettami della tradizione stilnovistica:
Fiammetta, forse tale Maria d'Aquino, figlia illegittima di Roberto D'Angiò[28][N
2].
Il periodo napoletano si conclude improvvisamente nel 1340 quando il padre lo
richiama a Firenze per un grave tracollo economico dovuto al fallimento di alcune
banche nelle quali aveva fatto importanti investimenti[29].
L'inizio del secondo periodo fiorentino (1340-1350)
Il ritorno malinconico a Firenze
Luigi Sabatelli, La peste di Firenze nel 1348, incisione dell'edizione da lui
curata del Decameron. La pestilenza servì a Boccaccio come prologo morale del suo
capolavoro letterario, descrivendo la miseria morale e la morte che regnavano nella
società umana.

L'orizzonte di Boccaccio, col ritorno a Firenze agli inizi degli anni '40, cambia
totalmente dal punto di vista economico e sociale. Insofferente verso la vita
troppo ristretta e provinciale di Firenze, cercherà per tutta la vita di ritornare
nell'amata Napoli, iniziando già nel 1341 con la stesura dell'Epistola V
indirizzata al vecchio amico Niccolò Acciaioli, ormai divenuto connestabile del
Regno di Napoli[30][31].
Nonostante quest'insofferenza emotiva per l'abbandono della ridente città
partenopea, Boccaccio seppe nel contempo percepire quell'affettività "materna" nei
confronti della sua città natale, tipica della cultura medievale, cercando di
accattivarsi l'animo dei suoi concittadini attraverso la realizzazione della
Commedia delle Ninfe fiorentine e del Ninfale fiesolano. Nonostante i successi
letterari, la situazione economica di Boccaccio non diede segni di miglioramento,
costringendo il giovane letterato ad allontanarsi da Firenze nel tentativo di
ottenere una posizione in qualche corte emiliana.
L'intermezzo ravennate (1345-1346) e forlivese (1347-1348)

Tra il 1345 e il 1346 Boccaccio risiedette a Ravenna alla corte di Ostasio da


Polenta[32], presso il quale tentò di ottenere qualche incarico remunerativo e dove
portò a compimento la volgarizzazione della terza e della quarta decade dell'Ab
Urbe Condita di Tito Livio[33], dedicando l'impresa letteraria al signore
ravennate[34].

Fallito questo proposito, nel 1347 Boccaccio si trasferì a Forlì alla corte di
Francesco II Ordelaffi, detto il Grande[32]. Qui frequentò i poeti Nereo Morandi e
Francesco Miletto de Rossi, detto Checco, col quale mantenne poi amichevole
corrispondenza sia in latino che in volgare[35]. Tra i testi di questo periodo, si
deve citare l'egloga Faunus, in cui Boccaccio rievoca il passaggio a Forlì di Luigi
I d'Ungheria (Titiro, nell'egloga), a cui si unisce Francesco Ordelaffi (Fauno,
appunto), diretto verso Napoli. Il componimento viene poi incluso dal Boccaccio
nella raccolta Buccolicum Carmen (1349-1367)[36].
La peste nera e la stesura del Decameron

Nonostante questi soggiorni, Boccaccio non riuscì ad ottenere gli incarichi


desiderati tanto che, tra la fine del 1347 e il 1348, fu costretto a ritornare a
Firenze. Il ritorno del Certaldese, però, coincise con la terribile "peste nera"
che contagiò la stragrande maggioranza della popolazione, causando la morte di
molti suoi amici e parenti, tra cui il padre e la matrigna[37]. Fu però durante la
terribile pestilenza che Boccaccio elaborò l'opera che sarà la base narrativa della
novellistica occidentale, cioè il Decameron, che completò probabilmente nel
1351[38].
Boccaccio e Petrarca
Gli anni '40 e l'ammirazione per Petrarca
Andrea del Castagno
Francesco Petrarca
particolare tratto dal Ciclo degli uomini e delle donne illustri, affresco, 1450
ca, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Petrarca fu una figura fondamentale per l'evoluzione intellettuale del Boccaccio,
conducendolo alla comprensione del suo rivoluzionario programma culturale.
Boccaccio sentì parlare di Petrarca già durante il soggiorno napoletano: grazie a
padre Dionigi da Borgo Sansepolcro (arrivato a Napoli nel 1338)[39] e, forse, a
Cino da Pistoia, Boccaccio ebbe notizia di questo giovane prodigioso residente ad
Avignone. Ritornato a Firenze, la conoscenza con Sennuccio del Bene e altri vari
ammiratori fiorentini (i protoumanisti Lapo da Castiglionchio, Francesco Nelli,
Bruno Casini, Zanobi da Strada e Mainardo Accursio)[1] contribuì nell'animo del
Certaldese a rinsaldare quella che inizialmente era una curiosa attenzione, fino a
farla diventare una passione viscerale nei confronti di quest'uomo che, pudico,
austero e grande poeta, avrebbe potuto risollevare il Boccaccio dallo stato di
decadenza morale in cui versava.

In questo decennio Boccaccio realizzò alcune composizioni celebrative di Petrarca:


la Mavortis Milex del 1339, elogio nei confronti della persona di Petrarca, capace
di salvarlo dalla sua degradazione morale[40][41]; il Notamentum, scritto dopo il
1341 col fine di celebrare Petrarca come il primo poeta laureato a Roma dopo
Stazio, come Virgilio redivivo, come filosofo morale alla pari di Cicerone e di
Seneca[42]; e infine la De vita et moribus domini Francisci Petracchi, scritta
prima del 1350 e ricalcante l'esaltazione del Notamentum[41], un vero e proprio
tentativo di «canonizzazione»[43] dell'Aretino. Grazie alla frequentazione degli
amici fiorentini del Petrarca, Boccaccio poté raccogliere nella sua “antologia
petrarchesca”[44] i carmi che quest'ultimo scambiava con i suoi discepoli, cercando
così di appropriarsi della cultura che il Certaldese tanto ammirava.
L'incontro con Petrarca nel 1350

L'incontro "fisico" con il grande poeta laureato avvenne quando egli, in occasione
del Giubileo del 1350, si accinse a lasciare Valchiusa, dove si era rifugiato a
causa della grande peste, per andare a Roma[41]. Lungo il tragitto Petrarca,
d'accordo con il circolo degli amici fiorentini, decise di fermarsi per tre giorni
a Firenze a leggere e spiegare le sue opere. Fu un momento di straordinaria
intensità: Lapo da Castiglionchio donò a Petrarca la Institutio oratoria di
Quintiliano, mentre Petrarca in seguito invierà loro la Pro Archia, scoperta anni
prima nella biblioteca capitolare di Liegi[N 3].
La conversione all'umanesimo (1350-1355)

Dal 1350 in avanti nasce un rapporto profondo tra Boccaccio e Petrarca, che si
concretizzerà negli incontri degli anni successivi, durante i quali avvenne
gradualmente, secondo un termine coniato dal filologo spagnolo Francisco Rico[45],
la "conversione" del Boccaccio al nascente umanesimo. Boccaccio, fin dalla sua
prima giovinezza a Napoli, era entrato in contatto con ricche biblioteche[46], tra
le quali spiccava sicuramente quella del monastero di Montecassino, ove erano
custoditi numerosissimi codici di autori pressoché sconosciuti nel resto
dell'Europa occidentale: tra questi, Apuleio[N 4], Ovidio, Marziale e Varrone[47].
Fino all'incontro con Petrarca, però, Boccaccio continuò a vedere i classici
nell'ottica della salvezza cristiana, deformati rispetto al loro messaggio
originario ed estraniati dal contesto in cui furono composti[48]. I vari incontri
con il poeta laureato, mantenuti costanti attraverso una fitta corrispondenza
epistolare e l'assidua frequentazione degli altri protoumanisti, permisero a
Boccaccio di sorpassare la mentalità medievale e di abbracciare il nascente
umanesimo.

Nel giro di un quinquennio Boccaccio poté avvicinarsi alla mentalità di colui che
diverrà il suo praeceptor, constatando l'indifferenza che questi nutriva per
Dante[N 5] e l'ostentato spirito cosmopolita che spinse il poeta aretino a
rifiutare l'invito del Comune di Firenze di assumere il ruolo di docente nel
neonato Studium e ad accettare invece, nel 1353, l'invito di Giovanni II Visconti,
acerrimo nemico dei fiorentini[49][N 6]. Superata la crisi dei rapporti per il
voltafaccia di Petrarca, Boccaccio riprese le fila delle relazioni culturali tra
lui e il circolo degli amici fiorentini, arrivando alla maturazione della mentalità
umanista quando il Certaldese, nel 1355, donò all'amico due preziosissimi codici:
uno delle Enarrationes in Psalmos di sant'Agostino[50], cui seguì poco dopo quello
contenente il De Lingua Latina dell'erudito romano Varrone e l'intera Pro Cluentio
di Cicerone[51].
Gli anni dell'impegno (1350-1365)
Tra incarichi pubblici e problemi privati
William Bell Scott
Boccaccio fa visita alla figlia di Dante

Mentre Boccaccio consolidava l'amicizia con Petrarca, il primo cominciò ad essere


impiegato per varie ambasciate diplomatiche dalla Signoria, ben conscia delle
qualità retoriche del Certaldese. Già tra l'agosto e il settembre del 1350[1], per
esempio, Boccaccio fu inviato a Ravenna per portare a Suor Beatrice, la figlia di
Dante, 10 fiorini d'oro a nome dei capitani della compagnia di Orsanmichele[52]
[53], durante la quale ambasceria avrà probabilmente raccolto informazioni
riguardanti l'amato poeta[54] e avrà fatto la conoscenza dell'amico del Petrarca,
il retore Donato Albanzani[55].

Nel 1351, la Signoria incaricò sempre Boccaccio di una triplice missione:


convincere Petrarca, che nel frattempo si trovava a Padova, a stabilirsi a Firenze
per insegnare nel neonato Studium (i colloqui tra i due si svolsero a marzo)[56];
stipulare con Ludovico di Baviera, marchese del Brandeburgo, un'alleanza contro le
mire espansionistiche di Giovanni Visconti (dicembre 1351-gennaio 1352)[57]; e
infine, dopo essere stato nominato uno dei Camerlenghi della Repubblica, quella di
convincere Giovanna I di Napoli a lasciare Prato sotto la giurisdizione
fiorentina[58].

Nonostante il fallimento delle trattative con Petrarca, la Signoria rinnovò al


Boccaccio la propria fiducia, inviandolo ad Avignone presso Innocenzo VI (maggio-
giugno 1354)[1] e, nel 1359, a Milano presso il nuovo signore Bernabò Visconti[1],
città in cui Boccaccio si fermò per visitare Petrarca, la cui casa si trovava
vicino a Sant'Ambrogio[59]. Questo decennio di intensa attività politica fu
contrassegnato, però, anche da alcune dolorose vicende personali: nel 1355 morì la
figlioletta naturale Violante[60] (Boccaccio, in una data imprecisata, fece i voti
per diventare chierico, come testimoniato in un beneficio del 1360[61]); sempre nel
medesimo anno, lo scrittore provò amarezza e rancore nel non essere stato aiutato
dall'influente amico Niccolò Acciaiuoli nell'ottenere un posto alla corte di
Giovanna di Napoli[N 7]. Il 1355 vide però anche un piccolo successo finanziario da
parte del Certaldese, in quanto alcuni commerci da lui intrapresi con la città di
Alghero gli fruttarono quelle risorse delle quali dimostrerà di poter disporre
negli anni successivi, caratterizzati da varie difficoltà economiche[62].
La momentanea caduta in disgrazia

L'anno 1360 segnò una svolta nella vita sociale del Boccaccio. In quell'anno,
infatti, durante le elezioni dei priori della Signoria fu scoperta una congiura
alla quale parteciparono persone vicine allo stesso Boccaccio[63]. Benché fosse
estraneo al tentato colpo di Stato, Boccaccio fu malvisto da parte delle autorità
politiche fiorentine, tanto che fino al 1365 non partecipò a missioni diplomatiche
o a incarichi politici[N 8].
Ritratto di Giovanni Boccaccio in tarda età.
particolare da un ciclo d'affreschi dell'Antica sede dell’Arte dei Giudici e Notai
(Firenze)[25]. È il più antico ritratto esistente del poeta[64].
Boccaccio umanista e Leonzio Pilato

Nel corso degli anni Cinquanta, mentre avanzava nella conoscenza della nuova
metodologia umanistica, Boccaccio si accinse a scrivere cinque opere in lingua
latina, frutto del continuo studio sui codici dei classici. Tre di queste hanno un
carattere erudito (la Genealogia deorum gentilium, il De Canaria et insulis
reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis e il De montibus), mentre le
restanti (il De Casibus e il De mulieribus claris) hanno un sapore divulgativo. Uno
dei più grandi meriti del Boccaccio per la diffusione della cultura umanistica fu
l'interesse dimostrato nei confronti del monaco calabrese Leonzio Pilato, erudito
conoscitore del greco di cui Petrarca parlò all'amico fiorentino[65]. Ottenuto da
parte della Signoria fiorentina[66] che Pilato venisse accolto nello Studium come
insegnante di greco, Boccaccio ospitò a sue spese il monaco tra l'agosto 1360 e
l'autunno 1362[67][68]. La convivenza non dovette essere molto semplice a causa del
pessimo carattere del Pilato[69], ma al contempo si rivelò proficua per
l'apprendimento del greco da parte del Certaldese. A Firenze Pilato tradusse i
primi cinque libri dell'Iliade e l'Odissea (oltre a commentare Aristotele ed
Euripide[67]) e realizzò due codici di entrambe le opere, che Boccaccio inviò al
Petrarca (1365)[70].
Il periodo fiorentino-certaldese (1363-1375)

Il periodo che va dal 1363 all'anno della morte (1375) viene denominato «periodo
fiorentino-certaldese»: infatti, l'autore del Decameron comincerà sempre più a
risiedere a Certaldo, nonostante i maggiorenti fiorentini avessero deciso di
reintegrarlo nei pubblici uffici, inviandolo come in passato in missioni
diplomatiche[71].

A partire dal 1363, infatti, Boccaccio risiedette per più di dieci mesi nella
cittadina toscana, dalla quale sempre più raramente si mosse anche a causa della
salute declinante (negli ultimi anni fu afflitto dalla gotta, dalla scabbia e
dall'idropisia[72]). Gli unici viaggi che avrebbe compiuto sarebbero stati per
rivedere il Petrarca, alcune missioni diplomatiche per conto di Firenze, oppure per
ritentare la fortuna presso l'amata Napoli. Oltre alla decadenza fisica, si
aggiunse anche uno stato di abbattimento psicologico: nel 1362 il monaco certosino
(e poi beato) Pietro Petroni[73] rimproverò lui e Petrarca di dedicarsi ai piaceri
mondani quali la letteratura[74], critica che toccò nel profondo l'animo di
Boccaccio, tanto che questi pensò addirittura di bruciare i propri libri[75] e
rinunziare agli studi, vendendo al Petrarca la propria biblioteca[76][77].
La riabilitazione pubblica

Nel 1365, infatti, Boccaccio venne messo a capo di una missione diplomatica presso
la corte papale di Avignone. In quella città lo scrittore doveva ribadire la lealtà
dei fiorentini al papa Urbano V contro le ingerenze dell'imperatore Carlo IV di
Boemia[78]. Nel 1367 Boccaccio si recò a Roma per congratularsi del ritorno del
papa nella sua sede diocesana[79].
Il circolo di Santo Spirito e l'autorità di Boccaccio
La basilica di Santo Spirito, coll'annesso convento agostiniano, negli ultimi anni
del Boccaccio fu luogo d'incontro tra i vari intellettuali vicini alla sensibilità
umanistica. Ospitò anche la cosiddetta «Parva libreria», cioè l'insieme dei libri
che Boccaccio donò a Martino da Signa, in base alle sue volontà testamentarie[80].

Gli anni successivi videro sempre più un rallentamento dei viaggi del Boccaccio:
nel 1368 incontrò per l'ultima volta l'amico Petrarca, ormai stabile ad Arquà[79];
tra il 1370 e il 1371 fu a Napoli[79], città in cui decise sorprendentemente di non
fermarsi più a risiedere per l'età avanzata e la salute sempre più malandata[81].
Lo scopo principale del Certaldese, negli ultimi anni di vita, fu quello di portare
a termine le sue opere latine e rafforzare il primato della cultura umanistica in
Firenze. Fu proprio in questi anni che Boccaccio, già ammirato dall'élite culturale
italiana, poté crearsi una cerchia di fedelissimi a Firenze presso il convento
agostiniano di Santo Spirito[82]. Tra questi si ricordano fra' Martino da Signa,
Benvenuto da Imola e, soprattutto, il notaio e futuro cancelliere della Repubblica
Coluccio Salutati[83].
Gli ultimi anni

A fianco della produzione umanistica, Boccaccio continuò a coltivare il suo amore


per la poesia volgare, specie per Dante. Preparò un'edizione manoscritta della
Divina Commedia, correggendone criticamente il testo, e scrisse il Trattatello in
laude di Dante, realizzato in più redazioni tra il 1357 e il 1362, fondamentale per
la biografia dantesca. Nel 1370, inoltre, trascrisse un codice del Decameron, il
celeberrimo Hamilton 90 scoperto da Vittore Branca[84]. Nonostante le malattie si
facessero sempre più gravi, Boccacciò accettò un ultimo incarico dal Comune di
Firenze, iniziando una lettura pubblica della Commedia dantesca nella Badia
Fiorentina, interrotta al canto XVII dell'Inferno a causa del tracollo fisico[85].
La morte e la sepoltura
Lastra tombale, realizzata tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, in onore
di Giovanni Boccaccio, al centro della navata della chiesa dei Santi Jacopo e
Filippo a Certaldo.

Gli ultimi mesi passarono tra le sofferenze fisiche e il dolore per la perdita
dell'amico Petrarca, morto tra il 18 e il 19 luglio del 1374. A testimonianza di
questo dolore abbiamo l'Epistola XXIV indirizzata al genero dello scomparso
Francescuolo da Brossano, in cui il poeta rinnova l'amicizia con il poeta laureato,
sentimento che si protrarrà oltre alla morte. Infine, il 21 dicembre 1375 Boccaccio
spirò nella sua casa di Certaldo[86]. Pianto sinceramente dai suoi contemporanei o
discepoli (Franco Sacchetti[87], Coluccio Salutati[88]) e dai suoi amici (Donato
degli Albanzani, Francescuolo da Brossano, genero di Petrarca), Boccaccio fu
sepolto con tutti gli onori nella chiesa dei Santi Iacopo e Filippo[N 9]. Sulla sua
tomba volle che venisse ricordata la sua passione dominante per la poesia[89], con
la seguente iscrizione funebre[90]:
(LA)

«Hac sub mole iacent cineres ac ossa Iohannis:


Mens sedet ante Deum meritis ornata laborum
Mortalis vite. Genitor Bocchaccius illi,
Patria Certaldum, studium fuit alma poesis.»
(IT)

«Sotto questa lastra giacciono le ceneri e le ossa di Giovanni:


La mente si pone davanti a Dio, ornata dai meriti delle fatiche della vita mortale.
Boccaccio gli fu genitore, Certaldo la patria, amore l’alma poesia.»
(Epitaffio funebre di Giovanni Boccaccio)
Opere

Nella produzione del Boccaccio si possono distinguere le opere della giovinezza,


della maturità e della vecchiaia. La sua opera più importante e conosciuta è il
Decameron.
Opere del periodo napoletano
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Opere della
giovinezza di Giovanni Boccaccio.

Tra le sue prime opere del periodo napoletano vengono ricordate: Caccia di Diana
(1334 circa)[91], Filostrato (1335), il Filocolo (1336-38)[92], Teseida (1339-41)
[93].
La caccia di Diana (1333–1334)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Caccia di
Diana.

La Caccia di Diana è un poemetto di 18 canti in terzine dantesche che celebra in


chiave mitologica alcune gentildonne napoletane. Le ninfe, seguaci della casta
Diana, si ribellano alla dea e offrono le loro prede di caccia a Venere, che
trasforma gli animali in bellissimi uomini. Tra questi vi è anche il giovane
Boccaccio che, grazie all'amore, diviene un uomo pieno di virtù: il poemetto
propone, dunque, la concezione cortese e stilnovistica dell'amore che ingentilisce
e nobilita l'essere umano [94].
Il Filostrato (1335)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Filostrato
(Boccaccio).
Codice riportante un passo del Filocolo. Codex Christianei, conservato nella
Bibliotheca Gymnasii Altonani (Amburgo)

Il Filostrato (che alla lettera dovrebbe significare nel greco approssimativo del
Boccaccio «vinto d'amore») è un poemetto scritto in ottave che narra la tragica
storia di Troilo, figlio del re di Troia Priamo, che si era innamorato della
principessa greca Criseide. La donna, in seguito ad uno scambio di prigionieri,
torna al campo greco, e dimentica Troilo. Quando Criseida in seguito si innamora di
Diomede, Troilo si dispera e va incontro alla morte per mano di Achille. Nell'opera
l'autore si confronta in maniera diretta con la precedente tradizione dei
«cantari», fissando i parametri per un nuovo tipo di ottava essenziale per tutta la
letteratura italiana fino al Seicento[95]. Il linguaggio adottato è difficile,
altolocato, spedito, a differenza di quello presente nel Filocolo, in cui è molto
sovrabbondante[96].
Il Filocolo (1336-1339)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Filocolo.

Il Filocolo (secondo un'etimologia approssimativa «fatica d'amore») è un romanzo in


prosa: rappresenta una svolta rispetto ai romanzi delle origini scritti in versi.
La storia ha come protagonisti Florio, figlio di un re saraceno, e Biancifiore (o
Biancofiore), una schiava cristiana abbandonata da bambina. I due fanciulli
crescono assieme e da grandi, in seguito alla lettura del libro di Ovidio Ars
Amandi si innamorano, come era successo per Paolo e Francesca dopo avere letto
Ginevra e Lancillotto. Tuttavia il padre di Florio decide di separarli vendendo
Biancifiore a dei mercanti. Florio decide quindi di andarla a cercare e dopo mille
peripezie (da qui il titolo Filocolo) la rincontra. Infine, il giovane si converte
al Cristianesimo e sposa la fanciulla[97].
Teseida delle nozze d'Emilia (1339-1340)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Teseida.
Emilia nel roseto, manoscritto francese del 1460 ca.

Il Teseida è un poema epico in ottave in cui si rievocano le gesta di Teseo che


combatte contro Tebe e le Amazzoni. L'opera costituisce il primo caso in assoluto
nella storia letteraria in lingua italiana di poema epico in volgare e già si
manifesta la tendenza di Boccaccio a isolare nuclei narrativi sentimentali,
cosicché il vero centro della narrazione finisce per essere l'amore dei prigionieri
tebani Arcita e Palemone, molto amici, per Emilia, regina delle Amazzoni e cognata
di Teseo; il duello fra i due innamorati si conclude con la morte di Arcita e le
nozze tra Palemone ed Emilia[98].
Opere del periodo fiorentino

Tra le opere scritte durante la sua permanenza nella borghese Firenze emergono La
Comedia delle Ninfe fiorentine (o Ninfale d'Ameto) del 1341-1342[99], L'Amorosa
visione (1342-1343)[100], la Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344)[101] e il
Ninfale fiesolano (1344-1346)[100]. Le opere della giovinezza riguardano il periodo
compreso tra il 1333 e il 1346.
Comedia delle ninfe fiorentine (1341-1342)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Comedia delle
ninfe fiorentine.

La Comedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d'Ameto) è una narrazione in prosa,


inframmezzata da componimenti in terzine cantati da vari personaggi. Narra la
storia di Ameto, un rozzo pastore che un giorno incontra delle ninfe devote a
Venere e si innamora di una di esse, Lia. Nel giorno della festa di Venere le ninfe
si raccolgono intorno al pastore e gli raccontano le loro storie d'amore. Alla fine
Ameto è immerso in un bagno purificatore e comprende così il significato allegorico
della sua esperienza: infatti le ninfe rappresentano la virtù e l'incontro con esse
lo trasformarono da essere rozzo e animalesco in uomo[102].
Amorosa visione (1341-1343)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Amorosa
visione.

L'Amorosa visione è un poema in terzine suddiviso in cinquanta canti. La narrazione


vera e propria è preceduta da un proemio costituito da tre sonetti che, nel loro
complesso, formano un immenso acrostico, nel senso che essi sono composti da parole
le cui lettere (vocali e consonanti) corrispondono ordinatamente e progressivamente
alle rispettive lettere iniziali di ciascuna terzina del poema. La vicenda descrive
l'esperienza onirica di Boccaccio che, sotto la guida di una donna gentile perviene
ad un castello, sulle cui mura sono rappresentate scene allegoriche che vedono
protagonisti illustri personaggi del passato. Più in dettaglio in una stanza sono
rappresentati i trionfi di Sapienza, Gloria, Amore e Ricchezza, nell'altra quello
della Fortuna, grazie ai cui exempla spera di portare Boccaccio alla purezza
dell'anima. Se l'influenza dantesca è notevole (sia per la tematica del viaggio che
della visione), Boccaccio però si dimostra restio nel giungere alla redenzione:
preferisce concludere la vicenda rinnegando l'esperienza formativa e rifugiandosi
con Fiammetta nel bosco da cui era iniziata la vicenda, anche se poi il desiderio
amoroso verso di lei non si compirà per l'improvvisa sparizione dell'amata[103].
Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Elegia di
Madonna Fiammetta.
A Vision of Fiammetta, olio su tela dipinto da Dante Gabriel Rossetti, 1878

L'Elegia di Madonna Fiammetta è un romanzo in prosa suddiviso in nove capitoli che


racconta di una dama napoletana abbandonata e dimenticata dal giovane fiorentino
Panfilo. La lontananza di Panfilo le crea grande tormento, accresciuto dal fatto
che Fiammetta è sposata e deve nascondere al marito il motivo della sua infelicità.
L'opera ha la forma di una lunga lettera rivolta alle donne innamorate; la lunga
confessione della protagonista consente una minuziosa introspezione psicologica[N
10]. La vicenda è narrata dal punto di vista della donna, un elemento nettamente
innovativo rispetto ad una tradizione letteraria nella quale la donna era stata
oggetto e non soggetto amoroso[104]: essa non viene più ad essere ombra e
proiezione della passione dell'uomo, ma attrice della vicenda amorosa; vi è,
quindi, il passaggio della figura femminile da un ruolo passivo ad un ruolo
attivo[105].
Ninfale fiesolano (1344 -1346)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Ninfale
fiesolano.

Il Ninfale fiesolano è un poemetto eziologico in ottave che racconta le origini di


Fiesole e Firenze: l'opera è un cordiale omaggio alla città di Firenze, di cui il
Boccaccio cercava di attirarsi i favori. Il giovane pastore Africo, che vive sulle
colline di Fiesole coi genitori, sorpresa nei boschi un'adunata di ninfe di Diana,
si innamora di Mensola, che, con le altre ninfe della dea, è obbligata alla
castità. Dopo una vicenda d'amore tormentata, dovuta all'impossibilità dell'amore
tra una dea ancella di Venere e un mortale, Africo si suicida e il suo sangue cade
nel fiume, che poi assumerà il suo nome. La ninfa però è incinta e, nonostante si
sia nascosta in una grotta, aiutata dalle ninfe più anziane, viene un giorno
scoperta da Diana, che la trasforma nell'acqua del fiume, che da quel giorno in poi
assumerà il suo nome. Il bambino viene invece affidato a un'altra ninfa, che lo
consegnerà alla madre del povero pastore[106].
Il Decameron (1348-1353)
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Decameron.
Titolo e struttura
The Decameron, olio su tela del 1837 di Franz Xaver Winterhalter

Il capolavoro di Boccaccio è il Decameron[107], il cui sottotitolo è Il principe


Galeotto (ad indicare la funzione che il libro avrà di intermediario tra amanti) e
il cui titolo fu ricalcato dal trattato Exameron di sant'Ambrogio[108]. Il libro
narra di un gruppo di giovani (sette ragazze e tre ragazzi) che, durante l'epidemia
di peste del 1348, incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella, decidono di
rifugiarsi sulle colline presso Firenze. Per due settimane l'«onesta brigata» si
intrattiene serenamente con passatempi vari, in particolare raccontando a turno le
novelle, raccolte in una cornice narrativa dove si intercavallano più piani
narrativi: ciò permette al Boccaccio di intervenire criticamente su varie tematiche
connesse ad alcune novelle che già circolavano liberamente[109].
La Brigata

I nomi dei dieci giovani protagonisti sono Fiammetta, Filomena, Emilia, Elissa,
Lauretta, Neifile, Pampinea, Dioneo, Filostrato e Panfilo. Ogni giornata ha un re o
una regina che stabilisce il tema delle novelle; due giornate però, la prima e la
nona, sono a tema libero. L'ordine col quale vengono decantate le novelle durante
l'arco della giornata da ciascun giovane è prettamente casuale, ad eccezione di
Dioneo (il cui nome deriva da Dione, madre della dea Venere), che solitamente narra
per ultimo e non necessariamente sul tema scelto dal re o dalla regina della
giornata, risultando così essere una delle eccezioni che Boccaccio inserisce nel
suo progetto così preciso e ordinato. L'opera presenta invece una grande varietà di
temi, di ambienti, di personaggi e di toni; si possono individuare come centrali i
temi della fortuna, dell'ingegno, della cortesia e dell'amore[110].
Tematiche
Il Decameron è, secondo le parole del padre della storiografia letteraria italiana
Francesco De Sanctis, «la terrestre Commedia»[111]: in essa Boccaccio dimostra di
aver saputo magistralmente affrescare l'intero codice etico dell'essere umano,
costretto ad affrontare situazioni in cui si richiede l'ingegno per superare le
difficoltà poste dalla Fortuna. In Boccaccio, ormai, è completamente svincolata da
forze sovrannaturali (come nel caso di Dante, che riflette sulla Fortuna nel VII
canto dell'Inferno[112]), lasciandola gestire e affrontarla dal protagonista[113].
La narrazione di tematiche erotiche o sacrileghe (come per esempio quelle relative
alla novella di Ferondo in Purgatorio, o di Masetto da Lamporecchio) non sono
giudicate moralmente dall'autore, che invece guarda con sguardo neutrale quanto
possa essere ricca e variegata l'umanità. Giudizio ancor più comprensibile alla
luce dei valori "laici" portati nella narrativa da un esponente della classe
mercantile e borghese del '300, perdipiù figlio naturale di uno di quei mercanti
che popolano questa commedia umana[114].