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Sibari, vita

colonia greca

Fondata dagli Achei, primeggiò per potenza e ricchezza, ma fu anche la prima a scomparire dalla scena politica

COLONI TREZENI E ACHEI La fondazione di Cuma aprì la lunga serie delle colonie greche in Occidente; da quel momento (metà dell’VIII secolo a.C.), moltissime genti provenienti dall’Ellade cercarono sul suolo italico nuovi luoghi dove vivere. E il golfo di Taranto si dimostrò una tentazione irresistibile. Sibari venne fondata nel 720 o nel 708 a.C. da genti achee provenienti per lo più da Elice, una città del Peloponneso. Come venne organizzata la spedizione? Nel caso di Elice si può immaginare che avvenne proprio quello che capitava più di frequente in questi casi: con una serie di proclami i suoi abitanti vennero informati

della prossima partenza per l’Italia; chi voleva far parte della spedizione doveva lasciare il proprio nome ai magistrati.

È naturale supporre che i primi a voler partire

morte di una

e

siano stati gli “scontenti”, persone prive di sostentamento in cerca di quel benessere che non avevano in patria: per ognuno di loro la

nuova colonia rappresentava la “grande occasione”. Insieme a loro si iscrissero, a quanto

ci riportano il filosofo Aristotele (384-322 a.C.) e

lo storico Strabone (63 a.C.-24 d.C.), anche alcune persone provenienti dalle città vicine. Il numero complessivo degli aspiranti coloni dovette però risultare ancora insufficiente per giustificare una partenza ufficiale. E così si interpellò la città di Trezene perché inviasse anche i suoi coloni. Dunque, oltre ai Trezeni, si prepararono a partire soprattutto Achei provenienti dalle zone di Elice, Bura ed Ege. Completate le liste, alla partenza mancava un altro elemento fondamentale:

l’ecista, colui che avrebbe guidato i coloni e

presieduto alla fondazione materiale e morale della colonia.

Si scelse Is della città di Elice, forse per le sue

doti militari o per quelle politiche. Per essere certi

di non andare incontro a un sicuro fallimento,

l’ecista doveva consultare gli dei circa la direzione da prendere.

Is andò a Delfi per consultare l’oracolo di Apollo

Pitico; evidentemente ne ottenne un parere favorevole insieme alla direzione che indicava l’Occidente. Il progetto di fondare la colonia andò quindi avanti.

FINALMENTE APPARVE LA “TERRA PROMESSA” Dopo alcuni giorni di navigazione apparvero le sponde del golfo tarantino: la destinazione era

stata raggiunta. Si può immaginare il sentimento

di gioia e meraviglia provato dai Greci nel vedere

la loro “terra promessa”: un’ampia e fertile pianura compresa tra due fiumi e chiusa tra le colline e il mare. Come ringraziamento per il

buon esito del viaggio e auspicio favorevole per

lo sviluppo della colonia, è presumibile che Is

abbia eretto un santuario ad Apollo, garante del

nuovo ordinamento civico da lui stesso istituito. Una volta scelto il luogo esatto su cui far sorgere la colonia, Is procedette alla definizione topografica della città: divise in lotti uguali il territorio che comprendeva sia l’area urbana sia

la campagna coltivabile.

Nel fare questo Is entrò in contatto con gli indigeni della zona, i Coni, una popolazione di origine greca. Cosa strana, i rapporti con loro non crearono grossi problemi ai nuovi venuti; anzi il loro assoggettamento riuscì rapido e completo, tanto che nel VI secolo a.C. di questo popolo restava soltanto il ricordo.

SIBARI, DUE SECOLI DI RICCHEZZA E POTERE

Così dunque nacque Sibari che subito si sviluppò

in modo eccezionale, come evidenzia tutta la

storiografia successiva. Strabone così la

descrive: «La città raggiunse anticamente tanta fortuna che esercitò il suo potere su quattro popoli vicini; ebbe assoggettate 25 città; inoltre con le sue abitazioni, riempiva tutt’intorno lungo il fiume Crati un cerchio di 50 stadi (ogni stadio corrisponde a 178 m)». I Sibariti godettero effettivamente di un periodo di grande ricchezza e benessere: buona parte della ricchezza veniva dalla splendida posizione geografica in cui la città era stata edificata. Pur non possedendo un buon porto, la città era situata accanto alla foce di due fiumi, il Sibari e il Crati che all’epoca dovevano essere navigabili, e ciò le garantiva i commerci per mare. Ma era soprattutto la pianura il forziere delle fortune dei Sibariti, una pianura straordinariamente fertile, coltivata essenzialmente a grano; le pendici montane, coltivate a viti e olivi, fornivano anche il legname, mentre il sottosuolo era ricco d’argento. Lo Stato sibarita doveva estendersi su quasi tutto il doppio bacino del Crati e del Sibari, comprendendo, tra le altre, le città di Temesa, Pandosia, Pissunte e Sirino e arrivando fino al Tirreno. Sul Tirreno sorgevano infatti i suoi principali sbocchi al mare, le cittadine di Lao e Scidro, dove, secondo Erodoto, si ritireranno i Sibariti scampati alla futura distruzione della città.

ATTI NEFANDI NE CAUSARONO LA ROVINA «Tuttavia, a causa del loro modo di vivere lussuoso e tracotante, i Sibariti furono privati di tutta la loro fortuna nello spazio di 70 giorni e ciò a opera dei Crotoniani. Costoro, presa la città, vi indirizzarono il corso del fiume e la sommersero»: così scrive ancora Strabone. E gli antichi sono d’accordo nell’attribuire la disfatta di Sibari alla mancanza di rispetto verso gli dei e a una serie di atti nefandi. Per prima cosa i Trezeni furono scacciati da Sibari senza alcun motivo e costretti a fondare una nuova colonia sulle coste del Tirreno, per altro destinata a miglior destino: Posidonia. Inoltre ci furono gravi dissidi interni, in seguito ai quali il capopopolo di Sibari, Telys, con false accuse persuase i

Sibariti a mandare in esilio i cinquecento cittadini più ricchi e li convinse a confiscare i loro beni. Gli esuli si rifugiarono presso i templi dell’agorà

di Crotone, perciò Telys inviò ambasciatori ai

Crotoniani cui intimava la loro restituzione, pena

la guerra. I Crotoniani restarono a lungo indecisi sul da farsi, poiché le forze dei nemici erano assai superiori alle loro, ma poi, dietro consiglio di Pitagora, scelsero la guerra.

ED ERA SCATENÒ LA SUA IRA Ben più gravi sarebbero state le empietà verso

gli dei. Secondo la tradizione, proprio un preciso

atto di spregio verso Era, divinità principale dei Sibariti, valse a scatenare l’ira della dea contro la città, ira che si manifestò sotto forma del conflitto con Crotone. Sibari allora, la cui popolazione era ormai abituata a lussi e smodatezze continue, non fu in grado di sostenere l’attacco: dopo una lunga rivalità e una breve guerra, fra il 511 e il 510 a.C. fu vinta e distrutta dalle fondamenta. In seguito, forse Sibari continuò a vivere sotto il giogo di Crotone, oppure tentò di rinascere sotto

la guida di un certo Tessalo, finché Atene e

Sparta non inviarono altre genti provenienti da Turi per ripopolarla. Quel che è certo è che la nuova Sibari condusse una vita oscura e mai più conobbe gli antichi splendori.