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COLLANA DEL TRIDENTE

STORIA CONTEMPORANEA
1
Giuseppe Perri

STATO D’ECCEZIONE
L’INTERNAMENTO DEI CIVILI NEL SECONDO
CONFLITTO MONDIALE IN GRAN BRETAGNA,
FRANCIA, USA E ITALIA.

UNO STUDIO COMPARATO


© 2013
Giuseppe Perri
tutti i diritti riservati

Prima edizione italiana


dicembre 2013

Stampato in Italia
dal Gruppo
Editoriale L’Espresso S.p.A.
ilmiolibro.it

Tutti i diritti sono riservati, come da legge sul Diritto d'Autore


n.518 del 1992 e successive modifiche.
Nessuna parte di questo libro potrà essere riprodotta e utilizzata
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo senza il consenso
dall'autore.

In quarta di copertina: la “Via Crucis” di un internato italo-


americano fissata sulla sua agendina
INDICE

11 Premessa

17 Principali abbreviazioni

I
19 L’INTERNAMENTO IN GRAN BRETAGNA, FRANCIA E
USA

1
21 IL CASO INGLESE: LO SWINTON COMMITTEE

21 Amnesie e lacune storiografiche


23 L’antialienismo britannico
26 Le due fasi dell’internamento
35 “Per il buon nome di questo Paese”

2
39 I “CAMPI DELLA VERGOGNA” FRANCESI

5
39 Le tenaci amnesie e le peculiarità dell’internamento francese
42 Le origini repubblicane di Vichy
52 L’internamento repubblicano
56 L’internamento di Vichy
62 L’internamento della Liberazione

3
65 L’EXECUTIVE ORDER 9066: L’INTERNAMENTO DI
GUERRA NEGLI USA

65 Il riemergere del passato


67 Razzismo, “tribalismo” ed eugenetica: il laboratorio
americano 77 “Wartime relocation”
85 L’internamento degli italiani negli Usa

II
95 L’INTERNAMENTO DI GUERRA NELL’ITALIA
FASCISTA

1
97 REPRESSIONE E POLIZIA POLITICA

97 Il “nuovo Stato” fascista


101 La normativa repressiva fascista
106 La Direzione Generale di Pubblica Sicurezza
115 Burocrazia e regime

2
121 RAZZISMO E FASCISMO

122 “Francamente razzisti”


123 Il razzismo italiano
127 Scienziati e razzismo
138 L’antisemitismo
145 Antisemitismo, antigiudaismo e ruolo dei cattolici
150 Prima delle leggi razziali: il R. Decreto 30.10.1930 n. 1371
156 Regime e protestantesimo

6
158 Mussolini e l’ebraismo
161 Le leggi antiebraiche
165 Razzismo, imperialismo, totalitarismo
168 Fascismo totalitario

3
177 LA NORMATIVA ITALIANA SULLE PERSONE
DA INTERNARE

178 La legge di guerra e i preparativi dell’internamento


190 L’internamento e gli ebrei stranieri
196 Gli arresti e la detenzione
205 L’internamento “parallelo” e gli “allogeni”
208 La fase finale dell’internamento “regolamentare”

4
213 MEMORIA IMPERFETTA

214 La continuità dello Stato


219 Il servizio allo Stato e il razzismo
222 Le amnesie
228 Il fattore cattolico

Conclusione
231 COSA FURONO QUESTI CAMPI?

239 APPENDICE
Il campo di concentramento di Città S. Angelo nella
documentazione dell’Archivio centrale dello Stato (1940-1944)

277 Bibliografia delle opere citate


292 Indice dei nomi

7
8
«Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione»
Karl Schmitt
PREMESSA

1. Un’eterna domanda della filosofia politica è quella intorno al


sovrano; ci si domanda, cioè: “Chi detiene lo scettro?”, di chi è
la sovranità? Ora, se è vero l’assioma di Karl Schmitt, per il
quale «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione» 1, lo studio
dell’internamento dei civili in guerra - trattandosi di una tipica
fattispecie dello “stato d’eccezione” - è uno strumento molto
importante di comprensione storica, di svelamento delle basi
strutturali dei regimi politici, di chiarificazione delle relazioni
profonde che caratterizzano le società nazionali. Stiamo
parlando e parleremo, si badi bene, non dell’internamento nei
gulag sovietici o nei lager nazisti, che sono fenomeni prodotti da
regimi del tutto peculiari, per la cui tipizzazione si è dovuto fare
ricorso ad una categoria speciale, quella di “totalitarismo”.
I regimi totalitari conclamati esulano dal nostro interesse per due
motivi fondamentali. L’internamento di cui ci occuperemo è
quello che si è manifestato all’interno di ordinamenti giuridici in
cui il principio di legalità non era stato soppiantato e dunque
l’internamento fu condotto in ossequio alla legalità formale e
regolamentato; o meglio, ci si convinse che così fosse, si tentò di
dimostrare che così fosse, si tentò di convincere internati, critici,
osservatori internazionale e posteri che così fosse. E se alcuni

1
C. Schmitt, Le categorie del “politico”. Saggi di teoria politica, Bologna, Il
Mulino 1972, p. 33.

12
aspetti rimasero comunque al di fuori di ogni copertura legale o
suo camuffamento, si tentò di minimizzarli, sopirli, tacerli. Per i
regimi totalitari tutto questo non vale, poiché la loro legalità era
stata “geneticamente” modificata dal prevalere di principi (o
presunti tali) esterni alla forza della legge formale, universale e
necessaria; vale a dire la razza o la classe, il Führerprinzip o la
“difesa dello Stato”. Per cui la stessa “legalità” totalitaria è stata
tutt’altra cosa della legalità formale, visto che si esprimeva
anche in forme parallele, per esempio con le giurisdizioni
sovrapposte e contraddittorie dello Stato e del partito; oppure
segrete, vista la notevole quantità di decreti e decisioni non
pubblicizzati; retroattive, come avvenne nei territori occupati
dalla Germania o dall’Unione Sovietica, dove si poteva essere
incolpati di comportamenti del passato che non erano punibili
nel proprio Paese; addirittura ubique, vista la pretesa degli stessi
regime ad applicare la propria “legislazione” ovunque.
Il secondo motivo per cui non tratteremo dei regimi pienamente
totalitari sta nel fatto che per essi il potere d’internamento era
illimitato e, per così dire, “naturale”; era cioè una sorta di
prerogativa spontanea del potere e quindi non bisognosa di
essere ristretta in limiti legali. Di più, per il totalitarismo
l’internamento era forse il principale strumento di realizzazione
delle proprie finalità politiche, come ha mostrato Hannah
Arendt2.
Noi parleremo invece, nella I parte del volume,
dell’internamento praticato da regimi democratici o legalitari,
che proprio all’interno di queste procedure si sono specchiati
con i loro avversari e con gli abissi del totalitarismo, vedremo
con quale esito. Il lavoro di ricerca sarà molto utile anche nel
caso, intermedio, dell’Italia fascista (su cui ci soffermeremo
ampiamente nella II parte del libro) poiché si potrà meglio
qualificarne la natura politica (di totalitarismo “legalitario” e sui
generis) e la responsabilità storica.

2
Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Ed. Comunità, Milano 1989
(prima ed. or. 1951), pp. 599-629.

13
2. Alla Conferenza dell’Aia del 1907 si era ritenuto che
l’internamento fosse una pratica desueta e ci si rifiutò di
regolamentarla per non legalizzarla implicitamente. Ciò
nonostante, nel corso del primo conflitto mondiale i Paesi
belligeranti procedettero ad internamenti di civili (stranieri e
nazionali); sembrava infatti implicito il diritto degli Stati di
internare i maschi mobilitabili, i quali furono però internati
senza che il loro status fosse definito, il che condusse ad abusi,
che furono resi ancora più evidenti dal fatto che tutti gli Stati in
guerra internarono anche donne e bambini. Francia e Gran
Bretagna operarono internamenti massicci nei confronti dei
cittadini di Paesi nemici; per ritorsione, anche la Germania
procedette agli internamenti, mentre nell’Impero Asburgico
furono internate almeno 200.000 persone appartenenti a
minoranze nazionali sospettate di slealtà. Negli Usa si
procedette all’internamento di circa duemila residenti nati in
Germania e molti altri furono arrestati. In Canada furono
internati circa 8.000 immigrati ucraini. In Australia si ebbe
l’internamento di alcune migliaia di tedeschi, verso i quali si
procedette anche ad una politica di confisca e di persecuzione
culturale3. All’internamento si affiancarono altre gravi misure
nei confronti della popolazione civile: atrocità, esecuzioni di
massa, deportazioni, lavori forzati. In Italia si procedette allo
spostamento in Sardegna dei cittadini austriaci, senza istituire
campi, sulla base dell’articolo 16 del rdl 2 maggio 1915 n. 634,
sulla condizione dello straniero4. Nel 1934, nel corso di una
conferenza internazionale della Croce Rossa tenutasi a Tokio, fu
elaborato un progetto di Convenzione sugli internamenti di civili
in caso di guerra, che non ebbe però il tempo di essere
formalizzata prima del nuovo conflitto. Allo scoppio della II
Guerra mondiale il ripetersi della prassi dell’internamento e
3
Cfr. B. Bianchi, I civili: vittime innocenti o bersagli legittimi?, in B. Bianchi
(a cura di), La violenza contro la popolazione civile nella Grande Guerra.
Deportati, profughi, internati, Unicopli, Milano 2006, pp. 56-66.
4
Cfr. G. Tosatti, Gli internati civili in Italia nella documentazione
dell’Archivio centrale dello Stato, in AA.VV., Una storia di tutti.
Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, F.
Angeli, Milano 1989, pp. 35-36.

14
l’assenza di una Convenzione mossero la Croce Rossa
internazionale a richiedere, e ottenere, un assenso di massima da
parte degli Stati entrati in guerra al fine di assimilare prigionieri
di guerra e internati civili di nazionalità nemica 5. Ciò le consentì
di operare in favore degli internati con visite ai campi, inchieste,
rimpatri, formazione di elenchi ufficiali di internati. Ma le altre
categorie di civili (i politici e quelli non cittadini di Paesi
belligeranti) rimasero al di fuori delle sue possibilità d’azione.
Malgrado questi sforzi della Croce Rossa si verificarono
illegittimità nel diritto interno, abusi e decisioni che
contrastavano con norme inderogabili di diritto internazionale.

3. Per un “vuoto” di memoria significativo, sono davvero poco


numerosi gli studi che affrontino le vicende dell’internamento
nel secondo conflitto mondiale nei singoli Paesi e non sono
ancora apparsi seri studi comparativi che affrontino le analogie e
le differenze dell’internamento di guerra.
Sul piano sociale, a partire dagli anni ’70, dopo decenni di oblio,
negli Stati Uniti si pose all’attenzione del dibattito pubblico la
questione dell’internamento dei civili durante la seconda guerra
mondiale, delle violazioni della legalità e dei diritti umani
commesse in quelle circostanze e dei legami fra queste
violazioni e la storia delle relazioni fra gruppi e culture che
costituiscono il mosaico della società americana. Nei decenni
successivi anche la ricerca storica europea s’interessò a questo
tema, con analisi critiche, per quanto isolate, del fenomeno
dell’internamento di guerra in Francia e Gran Bretagna. Nello
stesso periodo fu avviato in Italia un difficile lavoro di
5
Cfr., ad esempio, la Lettera del 5 ottobre 1939 del Presidente del Comitato
Internazionale della Croce Rossa al Ministero degli Esteri francese, in cui,
nel comunicare la già espressa disponibilità tedesca su questo punto, propone
di sottoporre i civili internati ad un trattamento equivalente a quello dei
prigionieri di guerra; la lettera richiamava esplicitamente il progetto di
Convenzione, detto di Tokio, che veniva trasmesso in allegato; lettera
pubblicata in S. Klarsfeld, Recueil de documents des archives du Comité
International de la Croix-Rouge sur le sort des Juifs de France internés et
déportés, 1939-1945, The Beate Klarsfeld Foundation, Parigi 1999, vol. I, pp.
12-13. Cfr. anche la risposta affermativa francese del 23 novembre 1939,
pubblicata ivi, pp. 18-19.

15
ricostruzione di un fenomeno che era stato quasi cancellato dalla
memoria storica, tanto che, ad esempio, solo da qualche anno
può ritenersi conclusa la mappatura dei siti utilizzati nel corso
del secondo conflitto mondiale dal Ministero dell’Interno
italiano per l’internamento dei civili. Nel caso italiano il lavoro
sulla memoria dei campi di internamento si associava al
recupero (iniziato alla fine degli anni ’80) di un altro importante
pezzo di storia del fascismo, per troppo tempo rimasto oscurato,
vale a dire la politica razzista e antiebraica del regime.

4. L’internamento non va considerato un fenomeno minore o di


scarsa importanza né relativizzato a causa della sua apparente
legalità, poiché esso è a sua volta al centro di molteplici
interrogativi del nostro tempo. Alcuni sono quelli che già
agitavano il dibattito americano e che condussero nel 1981 alla
solenne dichiarazione della Commission on the Wartime
Relocation and Internment of Civilians del Congresso degli
USA, che statuiva il carattere razzista dell’internamento dei
cittadini americani d’origine giapponese. Si tratta quindi del
rapporto fra diritti umani, razzismo e internamento; un rapporto
che è di stretta attualità, in un’epoca come la nostra di guerra
globale al terrorismo, di massicci flussi migratori, di difficile
costruzione di una società multietnica. Quanto l’argomento sia
d’attualità e quanto la riflessione storica può aiutarci anche a
risolvere i dilemmi del presente è dimostrato, a contrario, dal
fatto che voci espressamente favorevoli al diritto d’internamento
si alzino nella pubblicistica di lingua inglese, in particolar modo
negli Stati Uniti, che si sono confrontati con gli effetti della
Guerra al terrorismo e sullo status dei prigionieri di questo
conflitto atipico e asimmetrico6. D’altra parte, ancora nel 2013,
l’amministrazione americana non è in grado di porre fine
all’esistenza del campo d’internamento di Guantanamo.

5. Per concludere, una nota metodologica: quando s’indagano


fenomeni poco noti o cancellati dalla memoria bisogna guardarsi

6
Cfr. M. Malkin, In Defense of Internment. The case of “Racial Profiling” in
World War II and the War on Terror, Regnery Publishing, Washington 2004.

16
dal soggiacere al diffuso paradigma storico della “scoperta”,
vale a dire la febbrile ricerca ed esibizione di documenti segreti
o dimenticati, che costringerebbero a modificare il giudizio
storico consolidato, provocando vere e proprie svolte nelle
visioni del mondo e nelle rappresentazioni della società. Un
paradigma che è comunque un effetto obbligato per la
storiografia del XX secolo, per la vicinanza temporale dei fatti
indagati e per la natura della documentazione, spesso sottoposta
a numerosi vincoli e coperta da varie forme di segreto e
riservatezza, oppure oggetto di occultamenti, dimenticanze
volute, incuria, mancato rispetto delle norme che governano il
destino delle carte e dei documenti prodotti dagli uffici pubblici.
La verità è, però, per sua natura espansiva. Come ha scritto
Carlo Ginzburg: «se la realtà è opaca, esistono zone privilegiate
– spie, indizi – che consentono di decifrarla» 7. Oltre che
indiziaria, la ricerca storica è anche un lavoro di tipo
ermeneutico, poiché si fonda sulla consapevolezza che ogni
testo o documento è inserito in una “storia degli effetti”, in una
rete di interpretazioni e rimandi che lo consegna a noi e ce lo
rende intelligibile. La comunicazione e la memoria degli uomini
sono infatti intrise di presupposti, chiavi di lettura e tessuti
connettivi, di quel circolo ermeneutico che è la condizione
fondante dell’interpretazione del passato. Perciò, «il domandare
è più difficile del rispondere»8. Da buone domande derivano
buone risposte, che non ondeggino fastidiosamente fra il registro
della retorica o quello, all’opposto, della mera elencazione di
fatti.

Bruxelles, dicembre 2013

7
C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in C. Ginzburg, Miti
emblemi spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino 1986, p. 191.
8
H. G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 1983, p. 419.

17
PRINCIPALI ABBREVIAZIONI

ACS (Archivio Centrale dello Stato)


ADSS (Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde
Guerre Mondiale)
AES (American Eugenics Society)
Agr (Divisione Affari Generali e Riservati)
APS (American Philosophical Society)
AS (Archivio di Stato)
CAB (Cabinet papers)
CFR (Code of Federal Regulations)

18
CWRIC (Committee on Wartime Relocation and Internment of
Civilians)
Dgps o PS (Direzione Generale della Pubblica Sicurezza)
ERO (Eugenics Record Office)
FDRL (Franklin Delano Roosevelt Library)
FO (Foreign Office)
FP (Fondo prefettura)
GU (Gazzetta Ufficiale)
HO (Home Office)
INS (Immigration and Naturalization Service)
JO (Journal Officiel)
MA (Ministero dell’Aeronautica)
MAE (Ministero degli Affari Esteri)
MI (Ministero dell’Interno)
MG (Ministero della Guerra)
MM (Ministero della Marina)
NAUK (National Archives of the United Kingdom)
PML (Pickler Memorial Library)
PRO (Public Record Office)
PUL (Princeton University Library)
Rd (Regio decreto)
Rdl (Regio decreto legge)
SIM (Servizio Informazioni Militare)
USDJ (United States Department of Justice)
WVIACLA (Wartime Violation of Italian American Civil
Liberties Act)
YUL (Yale University Library)

19
20
I
L’INTERNAMENTO IN GRAN BRETAGNA,
FRANCIA E USA
22
«Una tragedia della democrazia»
Greg Robinson
1
IL CASO INGLESE: LO SWINTON COMMITTE

La Prima guerra del Golfo, oltre a tenere per mesi col fiato
sospeso le opinioni pubbliche e i governi di tutto il mondo,
provocò anche un sussulto nell’ovattato mondo degli storici
inglesi. Emerse per la prima volta l’attenzione per
l’internamento dei civili in Gran Bretagna durante lo stato di
guerra, un fenomeno storico che era rimasto nei decenni
precedenti privo di studio e di chiarificazione scientifica e che,
per questo motivo, era quasi del tutto sconosciuto al grande
pubblico.

Amnesie e lacune storiografiche

Già nel maggio del ’90, la Wiener Library di Londra (il più
antico istituto di ricerca sulla persecuzione nazista degli ebrei,
fondato nel 1933) e la Parkes Library dell’Università di
Southampton (anch’essa parte di un centro di ricerca
sull’ebraismo) avevano organizzato un convegno per
commemorare il cinquantesimo anniversario dell’ondata di
internamenti degli enemy aliens del secondo conflitto mondiale
in Gran Bretagna. Venivano innalzati per la prima volta i

24
“riflettori” della ricerca su questo problema; i due studiosi
britannici organizzatori del convegno - esperti di storia
dell’antisemitismo - si lamentavano nella nota editoriale degli
atti del convegno (poi pubblicati e ampliati con nuovi interventi
e

25
testimonianze) dei vuoti documentali sull’internamento inglese
nella seconda guerra mondiale e auspicavano che «il governo
britannico, facendo seguito alle sue promesse di una più ampia
accessibilità dei documenti pubblici, aiuti il processo di scrittura
della storia del fenomeno dell’internamento (e dunque la
crescita della consapevolezza pubblica) rendendo consultabile la
documentazione riservata»1. Al convegno aveva partecipato
anche François Lafitte (1913-2002), il ricercatore del Political
and Economic Planning (PEP), l’influente centro non
governativo di studi economici nato negli anni Trenta. Lafitte,
che era stato iscritto al partito comunista inglese (ma che se
n’era allontanato dopo i processi di Mosca del ’37), che dopo la
guerra era diventato un brillante commentatore del “Times” e un
advisor molto ascoltato dei governi laburisti, aveva pubblicato
nell’estate del ‘40 un Penguin Special, di grande successo, dal
titolo The Internment Of Aliens. In esso si denunciavano gli
errori del governo inglese nella sua politica d’internamento. Il
libro aveva contribuito ad ammorbidire l’atteggiamento del
governo, ma era anche rimasta per decenni l’unica
pubblicazione degna di questo nome sull’argomento. Solo nel
1980 uscì, anche grazie ad una parziale liberalizzazione
nell’accesso ai documenti d’archivio, un’inchiesta di Peter e
Leni Gillman, due giornalisti del “Sunday Times”: “Collar the
Lot!” How Britain Interned and Expelled Its Wartime Refugees.
Seguirono alcune trasmissioni televisive, libri di memorie,
alcuni lavori non scientifici, ma a livello storiografico quasi
nulla di apprezzabile, se non un contributo di Michael Seyfert
sugli ebrei tedeschi internati2. Mancavano anche, cosa altrettanto
grave e significativa, testi giuridici che elaborassero il quadro
dottrinale delle norme sull’internamento.
Sui motivi di tali lacune, Tony Kushner, uno degli organizzatori
del convegno del ’90, chiariva che «la Gran Bretagna, più di
ogni altro Paese, possiede una felice rappresentazione di sé nella
1
Editors’ Note, in D. Cesarani e T. Kushner (a cura di), The Internment of
Aliens in Twentieth Century Britain, Frank Cass, Londra 1993.
2
M. Seyfert, His Majesty’s Most Loyal Internees, in G. Hirschfeld (a cura di),
Exile in Great Britain: refugees from Hitler's Germany, Humanities Press,
Atlantic Highlands, N.J., 1984, pp. 163-193.

26
Seconda guerra mondiale. Non ci furono infatti [in Gran
Bretagna] fenomeni di collaborazionismo (…). Rispetto a questo
background è difficile sorprendersi se l’internamento degli
aliens (…) non abbia ricevuto alcuna seria attenzione» 1.
Kushner sottolineava anche che l’assenza di una piena e diffusa
conoscenza del fenomeno continuava a produrre degli effetti
perniciosi, censurando perciò l’internamento di cittadini irakeni
avvenuto durante la Prima guerra del Golfo e mettendolo in
relazione col fatto che «non si è ancora preso coscienza degli
errori dell’internamento»2. Nel 2005 le cose non erano granché
cambiate e Richard Dove, curatore di un volume del Centre for
German and Austrian Exile Studies dell’University of London
dedicato all’internamento in Gran Bretagna nei due conflitti
mondiali, continuava a ritenere l’internamento degli enemy
aliens un argomento fortemente trascurato dalla storiografia
inglese; egli denunciava anche quella che chiamava la «cultura
del segreto» del governo britannico che, se ha poi messo a
disposizione dei ricercatori molti documenti relativi
all’internamento, continua a negarne degli altri, mentre sembra
ormai certa l’avvenuta distruzione di una parte di essi3.

L’antialienismo britannico

In generale, sebbene la società e le istituzioni inglesi abbiano


saputo generare delle controspinte liberali che limitarono la
portata degli abusi legati all’internamento dei civili, non vi è
dubbio, come afferma David Cesarani, che il fenomeno sia
strettamente legato a tendenze non superficiali della vita politica
e sociale inglese del periodo fra il 1880 e il 1940: tendenze che
avevano assunto le forme della sociobiologia, dell’eugenetica,
1
D. Cesarani e T. Kushner, Alien Internment in Britain During the Twentieth
Century: An Introduction, in D. Cesarani e T. Kushner (a cura di), The
Internment of Aliens, cit., p. 10.
2
Ivi, p. 1.
3
R. Dowe, “A Matter wich touches the good name of this country”, in R.
Dove (a cura di), “Totally Un-English”? Britain’s Internment of “Enemy
Aliens” in Two World Wars, Rodopi, Amsterdam-New York 2005, p. 11.

27
della xenofobia1. Il legame della politica d’internamento con la
xenofobia e l’antisemitismo preesistenti è confermato da Colin
Holmes, uno dei principali storici dell’immigrazione nel Regno
Unito, secondo cui «l’internamento può essere visto come il
culmine dell’ostilità che si era manifestata, prima della guerra,
nei confronti degli aliens rifugiati»2. Sentimenti che sono in
diretta connessione con l’antialienismo dei decenni precedenti.
Quando, infatti, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, un grande
flusso di immigrati giunse in Gran Bretagna, il riflesso
xenofobico e restrittivo ebbe la meglio sul precedente favore
goduto dalla politica di asilo offerta agli stranieri. A parte mezzo
milione di irlandesi, nel 1881 risultavano presenti in Gran
Bretagna soltanto centomila stranieri. Buona parte del nuovo
flusso di immigrati che si ebbe a partire dai primi anni Ottanta
era composto di ebrei dell’est Europa. Questa presenza
numerosa, in concomitanza con la retorica antidegenerativa
tardo positivista (si temeva che il “materiale” umano meno
“sviluppato” avrebbe avuto il sopravvento su quello più
“evoluto”) e con l’imporsi di un’ideologia della coesione
nazionale alimentata dalla competizione imperialistica fra gli
Stati europei, portò alla creazione delle prime organizzazioni
antialieniste, a dibattiti parlamentari sul tema, alla conseguente
istituzione di Commissioni d’indagine parlamentari, infine
all’Aliens Act del 1905 che introduceva uno stretto controllo sui
migranti, a cui poteva essere negato l’ingresso e che potevano
essere espulsi dal Ministero dell’Interno, se divenuti
indesiderabili. Furono così poste le basi per un’abitudine dei
funzionari pubblici al controllo degli stranieri e per la
costruzione di un’immagine negativa e stereotipata dello
straniero, messo spesso dalla stampa e dalla letteratura popolare
1
Cfr. D. Cesarani e T. Kushner, Alien Internment in Britain, cit., p. 11.
L’eugenetica era stata inventata dal cugino di Darwin, Francis Galton, ma il
movimento eugenetico inglese fu influenzato soprattutto dagli eugenisti
americani. Lo sviluppo del movimento inglese fu importante, ma non ottenne
gli stessi risultati politici e legislativi che si ebbero negli Usa. Cfr. E. Black,
War Against the Weak. Eugenics and America’s Campaign to Create a
Master Race, Thounder’s Mouth Press, New York 2003, pp. 207 e ss.
2
C. Holmes, John Bull’s Island: Immigration and British Society. 1871-1971,
Macmillan, Londra 1988, p. 192.

28
in relazione con le tendenze asociali e criminali presenti nella
società3. Bisogna poi tenere conto del delicato capitolo coloniale
della guerra anglo-boera, il primo conflitto nel quale fu
utilizzato l’internamento di massa di civili, tra il 1900 e il 1902.
Nei campi inglesi furono concentrati più di centomila civili
boeri, con un’alta mortalità soprattutto infantile; per le
condizioni igieniche assai carenti morirono infatti più di
ventimila internati. I campi furono smantellati subito dopo la
fine della guerra, anche sulla spinta della parte liberale
dell’establishment inglese. Pur trattandosi di un evento
coloniale, quindi sottoposto ad un metro di giudizio diverso,
secondo le abitudini dell’epoca, rispetto alle attitudini dei
governi europei nel territorio metropolitano, resta il fatto che i
campi boeri si inseriscono in questo quadro xenofobico di
controllo degli stranieri, specialmente durante lo stato di guerra.
Non sorprende quindi la scelta del governo inglese di procedere,
allo scoppio del Primo conflitto mondiale, all’internamento di
migliaia di residenti tedeschi e poi, dopo l’ondata di isteria
antitedesca causata dall’affondamento del Lusitania, di internare
in massa tutti i maschi tedeschi ed austriaci residenti in Gran
Bretagna. Dei circa 60.000 tedeschi residenti, circa la metà
rimase internata fino all’armistizio e oltre, mentre altri 10.000
furono rimpatriati. La stragrande maggioranza degli internati fu
poi costretta a rientrare in Germania alla fine della guerra,
causando la fine dell’esistenza di una comunità tedesca in Gran
Bretagna4.
Nel primo dopoguerra la retorica xenofoba non cessò; si ebbero
anzi in diverse città dei disordini che avevano come obiettivo
neri e cinesi, mentre gli ebrei erano accusati di fomentare il
bolscevismo. Un nuovo Aliens Act fu emanato nel 1919, con
nuove restrizioni a carico degli stranieri, come il divieto di
cambiare il cognome, di partecipare ad agitazioni sindacali, di
essere membri di giurie o ufficiali di navi mercantili. Fu poi
3
Cfr. D. Cesarani, An Alien Concept?, in D. Cesarani e T. Kushner (a cura
di), The Internment of Aliens, cit., pp. 25-34.
4
Cfr. P. Panayi, An Intolerant Act by an Intolerant Society: The internment
of Germans in Britain During the First World War, in D. Cesarani e T.
Kushner (a cura di), The Internment of Aliens, cit., pp. 53-75.

29
introdotto un permesso di lavoro speciale per stranieri, rilasciato
dal Ministero del Lavoro. Fu istituito il fermo di polizia per
stranieri e l’obbligo per gli aliens di essere registrati e di
circolare con una carta d’identità corredata di fotografia. Agli
ebrei est europei (la comunità più ampia di aliens) fu impedito
di accedere agli impieghi pubblici, anche se naturalizzati o figli
di ebrei naturalizzati, mentre le procedure di naturalizzazione di
slavi ed ebrei erano intralciate e ritardate dai funzionari del
Ministero dell’Interno. Le ostilità che gravarono alla fine degli
anni ’30 sui rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista (più
dell’ottanta per cento degli inglesi riteneva, ad esempio, giuste
le restrizioni alla loro possibilità di impiegarsi), facevano
evidentemente parte di tendenze di lungo periodo5.
L’accoglienza degli ebrei che scappavano dalle discriminazioni
hitleriane fu quindi limitata dal divieto di svolgere attività
lavorative; per cui gran parte dei rifugiati furono presi in carico
dalle organizzazioni di soccorso ebraiche che, temendo
l’inasprirsi del latente antisemitismo britannico6, contribuirono a
spingere gli emigrati a non parlare il tedesco, ad esprimersi
sempre in inglese, ad assumere gli atteggiamenti e le abitudini di
vita degli inglesi.
Sulla base di quello che è stato fin qui riportato, appare fondata
la netta affermazione di David Cesarani, secondo cui le
procedure d’internamento nella Seconda guerra mondiale erano
«la continuazione delle misure precedentemente assunte, in
tempo di pace o di guerra, a partire dal 1904»7.

Le due fasi dell’internamento

5
Cfr. D. Cesarani, An Alien Concept?, cit., pp. 37-44.
6
Ancora nel 1954, l’English Golf Union reclamò, contro le proteste addotte
dal Council of Christian and Jews, il proprio diritto di escludere gli ebrei dai
membri dei propri clubs. Cfr. T. Kushner, Clubland, Cricket Tests and Alien
Internment 1929-1940, in D. Cesarani e T. Kushner, The Internment of
Aliens, cit., p. 80.
7
D. Cesarani, An Alien Concept?, cit., p. 45.

30
Il 24 agosto del ‘39 fu votato l’Emergency Powers (Defence)
Act, che concedeva al governo «il potere di arrestare persone
nell’interesse della sicurezza pubblica o della difesa del regno».
Il 23 Novembre 1939, fu approvato il regolamento attuativo, il
Defence Regulation 18B, che, sospendendo l’habeas corpus,
fece da base legale agli internamenti di cittadini britannici. Il
regolamento dichiarava:

Se il Segretario di Stato ha ragionevoli motivi di ritenere che un


qualsiasi individuo appartiene ad organizzazioni o è di origini ostili
oppure è stato recentemente coinvolto in atti pregiudizievoli per
l’ordine pubblico o per la difesa del regno o nella preparazione o
istigazione di tali atti e che, a causa di ciò, è necessario esercitare
un controllo su di lui, egli può formulare un provvedimento contro
tale persona e ordinarne la detenzione. (…) Per gli scopi di questo
regolamento è prevista la creazione di uno o più comitati consultivi
composti da membri nominati dal Segretario di Stato. 8

In una certa misura, però, le autorità britanniche erano


consapevoli dell’errore commesso nel precedente conflitto
mondiale e si era deciso fin dagli anni ’20 di non procedere
nuovamente, in caso di conflitto, a internamenti di massa,
optando per una meno costosa politica di espulsioni9. Per cui, in
un primo momento, si cercò di evitare gli errori del passato,
suddividendo gli stranieri nemici in tre categorie (A pericolosi e
da internare, B da sottoporre a restrizioni, C gli altri) dopo averli
ascoltati in speciali corti di giustizia. Soltanto 486 stranieri
furono internati, mentre su circa 62.000 persone indagate, ben
53.000 furono classificate nella posizione C10. La procedura
serviva anche a impressionare favorevolmente l’opinione
pubblica americana, come scriveva in una nota interna del 3
gennaio ’40 il sottosegretario permanente dell’Home Office al
Segretario di Stato John Anderson, circa l’opportunità che la
8
I testi di legge sono riportati in Appendice a A. W. B. Simpson, In the
Highest Degree Odious. Detention Without Trial in Wartime Britain, Oxford
University Press, Oxford-New York 1994, pp. 424-426.
9
Cfr. D. Cesarani e T. Kushner, Alien Internment in Britain, cit., p. 3.
10
Si veda il riepilogo statistico del 1 gennaio 1940 in NAUK (PRO), HO
213/455.

31
BBC rendesse noto «al pubblico, e particolarmente al pubblico
americano, informazioni sui metodi che stiamo seguendo nel
trattamento degli stranieri nemici in questo Paese» 11. E si può
ragionevolmente ipotizzare che questa moderazione abbia anche
influito sull’atteggiamento che venne poi assunto, nell’estate del
’40, dal governo italiano nei confronti degli inglesi (ma anche
dei francesi) residenti, di cui solo una minoranza fu sottoposta a
restrizioni e all’internamento. Anche se, proprio nel maggio del
’40, l’atteggiamento inglese si inasprì fortemente, sotto la
minaccia di un’invasione tedesca. Un sondaggio Gallup di quei
giorni indicava che il 64 per cento degli inglesi giudicava troppo
debole la politica del governo nei confronti degli stranieri, per
quanto la percentuale di coloro che chiedevano un internamento
di massa fosse inferiore ovvero il 43 per cento 12; è interessante
notare che un mese prima, quando l’offensiva tedesca in Francia
non era ancora cominciata, solo l’uno per cento degli intervistati
era favorevole all’internamento di massa13. Adesso, una psicosi
circa l’esistenza di “quinte colonne” si era diffusa fra il
pubblico, ma anche i vertici del servizio di controspionaggio
(MI5) erano convinti dell’esistenza di una rete di sabotatori
fascisti. Ne era sostenitore il nuovo capo (dal 10 giugno) del
MI5, Oswald A. “Jasper” Harker (estromesso nell’aprile del
’41)14. Molti giornali, anche progressisti, chiesero l’adozione di
misure immediate contro gli stranieri nemici.
Più che dalla pressione di un’incostante opinione pubblica, il
governo inglese fu spinto a procedere nuovamente
all’internamento di massa sia dalla fibrillazione legata alla
situazione militare di quei mesi difficili sia dal riemergere negli
ambienti governativi dell’ideologia xenofoba che abbiamo già
descritto e che era declinata nell’establishment sotto le forme
elitarie della cosiddetta idea di Englishness. Le corti che ebbero
il compito di classificare i rifugiati nella lista degli stranieri
nemici si erano spesso fatte influenzare da questi elementi 15. Nel
maggio del ’40 gli equilibri interni al governo divennero più
11
NAUK (PRO), HO 213/460
12
Cfr. D. Cesarani, An Alien Concept?, cit., p. 45.
13
Cfr. T. Kushner, Clubland, Cricket Tests and Alien Internment, cit., p. 87.
14
NAUK (PRO), FO 371/25193 e 25210.

32
favorevoli ai militari e alle forze di sicurezza, che quindi presero
in mano le redini della politica verso gli stranieri, fino a quel
momento gestita dai più liberali esponenti dell’Home Office. Si
formò all’interno del gabinetto un comitato segreto, lo Swinton
Committee (dal nome del suo presidente, Lord Swinton, un
conservatore assai vicino a Churchill), di cui non si conosce
ancora la lista completa dei componenti, ma si sa che sir Joseph
Ball ne era il vice presidente. Secondo Kushner, Ball e altri
membri del Comitato erano di tendenze antisemite e xenofobe e
questa circostanza getta una luce inquietante sui reali obiettivi
dell’internamento; egli scrive: «coloro che giustificano
l’internamento degli stranieri come una necessità militare
ignorano l’indirizzo che gli fu dato e le motivazioni di coloro
che lo decisero. L’intera questione può essere compresa solo
considerando i pregiudizi di classe e razziali di personaggi come
Ball»16. Il Comitato Swinton dipendeva dal Servizio segreto, era
composto da personale dei Servizi e del War Office ed ebbe in
quel momento un potere totale sull’internamento, di cui non
rispose neanche al governo17. Quindi, senza che fossero
coinvolte le istituzioni rappresentative e senza pubblico
dibattito, l’internamento fu deciso anche per coloro che si
trovavano nella lista B e C; il Comitato, infine, sottraendo al
Ministero dell’Interno le competenze sull’internamento, andò
anche oltre quanto stabilito nel già “liberticida” Defence
Regulation 18B. In pochi giorni risultarono così arrestate, senza
processo, circa 27.000 persone (fra cui 4.000 donne), 7.000 delle
quali furono deportate in Canada e Australia, mentre tutti gli
altri furono internati nell’Isola di Man. Per l’intera durata del
conflitto, e oltre, furono tenuti segreti l’esistenza dello Swinton
Commettee ed il suo ruolo nella politica d’internamento; il
governo si assunse direttamente la responsabilità dei
provvedimenti d’internamento, temendo forse di perdere la
15
Cfr. T. Kushner, Clubland, Cricket Tests and Alien Internment, cit., pp. 84-
85.
16
Ivi, p. 92.
17
Cfr. L. Burletson, The State, Internment and Public Criticism in the Second
World War, in D. Cesarani e T. Kushner (a cura di), The Internment of
Aliens, cit., p. 112.

33
fiducia dei cittadini se essi fossero venuti a conoscenza di simili
pratiche arbitrarie. Non sorprende dunque l’eclissi storiografica
che si è abbattuta su un fenomeno coperto da segreto di Stato.
Le donne nella categoria C, i maggiori di 70 anni e i minori di
16 anni furono esentati, ma ci furono anche centinaia
provvedimenti di clemenza verso singole persone perché
protette da amici importanti, per ragioni organizzative oppure
per mera fortuna. Un procedimento quindi di massa, ma
confuso, con caratteristiche casuali, che portò all’internamento
di un terzo di tutti gli enemy aliens e di un sesto dell’intera
comunità italiana in Gran Bretagna18. Il periodo di gestione degli
internati da parte del War Office e del Comitato Swinton
(maggio-agosto ’40) fu il più duro: i campi furono diretti da
militari, ogni comunicazione verso l’esterno fu praticamente
negata agli internati, che non potevano neanche leggere i
giornali o ascoltare la radio e quindi nulla sapevano degli
sviluppi del conflitto. E quando l’Home Office riprese, come
vedremo, il controllo dei campi, furono trovate nel centro di
censura istituito a Liverpool circa 100.000 lettere scritte dagli
internati o a loro dirette 19. Va inoltre considerato che la quasi
totalità degli internati era composta da ebrei rifugiati (tedeschi,
austriaci e italiani), oppositori politici del regime nazista e
italiani residenti da lungo tempo in Gran Bretagna; quindi si
trattava di persone inoffensive e che in molti casi avevano anzi
buoni motivi per augurarsi una sconfitta nazista, mentre alcuni
di loro avevano già sofferto l’arresto e l’internamento prima di
lasciare la Germania. E dunque l’internamento di massa non fu
il momentaneo prodotto del panico di guerra, ma «rappresentò il
raggiungimento degli obiettivi della campagna condotta,
all’interno e all’esterno del governo, da chi non aveva mai
accettato la presenza degli immigrati»20.
Per quanto riguarda l’internamento degli italiani, la decisione
n.11 del Gabinetto di guerra della mattina del 29 maggio ’40, la

18
Cfr. T. Kushner, Clubland, Cricket Tests and Alien Internment, cit., pp. 92-
93.
19
Cfr. L. Burletson, The State, Internment and Public Criticism, cit., p. 103.
20
T. Kushner, Clubland, Cricket Tests and Alien Internment, cit., p. 94.

34
prima riguardante le «azioni contro gli italiani nel Regno
Unito», stabiliva:

(i) un certo numero di italiani occupa posizioni in stabilimenti


“chiave”, soprattutto centrali elettriche nelle Contee orientali,
alcune delle quali sono gestite da italiani. Si è d’accordo nel
rimuovere immediatamente gli italiani che hanno a che fare con
stabilimenti sensibili.
(ii) Ci sono circa 18.000 italiani in questo Paese, molti dei quali
sono residenti da molti anni. Se l’Italia entrerà in guerra contro di
noi, molti italiani dovrebbero essere internati; ma al momento non
si pone la questione di un internamento di massa degli italiani.
(iii) Tra gli italiani di questo Paese vi è un certo numero di
estremisti (desperate characters) che non esiterebbero a
commettere atti di sabotaggio. Questi uomini sono stati schedati, ed
è possibile assumere provvedimenti a loro carico in tempi brevi. Il
loro numero ammonta a circa 1.000 (…).
(vii) Sir Percy Loraine deve essere autorizzato a far sapere al Conte
Ciano (…) che non abbiamo l’intenzione di internare un largo
numero di italiani e che siamo dunque pronti a rimandare in Italia
gli italiani attualmente presenti in Inghilterra, a patto che l’Italia
vorrà fare altrettanto.21

Nella serata del giorno dopo il Gabinetto torna sull’argomento,


con una comunicazione di Anderson che aumenta a 1.500 il
numero di italiani da internare e vi aggiunge circa 300 cittadini
britannici di origine italiana. Il Gabinetto decide anche che

Il Primo Lord dell’Ammiragliato deve allestire e tenere pronta una


nave idonea, con la quale questi 1.500 italiani potranno al più presto
essere deportati, non appena saranno stati arrestati. (…) Il ministro
degli Esteri e quello dell’Interno dovranno poi, insieme, rivedere
giornalmente la questione relativa all’arresto dei 1.500 italiani, più
300 cittadini britannici (British subjects) legati ad istituzioni
italiane presenti in questo Paese22.

La mattina dopo viene ribadito che «il ministro degli Esteri


suggerisce che per il momento non dovremmo agire, sempre a
21
NAUK (PRO), CAB/65/7/41.
22
NAUK (PRO), CAB/65/7/43.

35
condizione che il ministro dell’Interno assicuri di potere mettere
le mani sui “desperate characters” non appena l’Italia avrà
mosso un qualsiasi atto ostile», arresti che Anderson conferma
di poter assolvere in tempi assai brevi23. Nel Gabinetto di guerra
del primo pomeriggio dell’11 giugno ’40 vengono resi noti i
provvedimenti già messi in pratica, fra cui l’arresto di tutti i
maschi italiani tra i 16 ed i 60 anni (residenti da meno di 20
anni), mentre in molte città della Gran Bretagna avevano luogo
manifestazioni anti-italiane:

Il Primo ministro comunica che ieri ha chiesto al ministro


dell’Interno di organizzare un internamento generalizzato degli
uomini italiani. Il ministro dell’Interno fa sapere che sono stati
compiuti i passi, in prima istanza, per mettere sotto custodia gli
estremisti (desperate characters) della lista speciale; non appena
terminata questa azione, verranno fatti arrestare tutti i maschi
italiani tra i 16 ed i 70 anni che sono residenti in questo Paese da
meno di 20 anni. (…)
È stato proposto che sia permesso alle persone indicate
dall’ambasciata italiana di rientrare in Italia con un trasporto navale
speciale. Sarà permesso a un eguale trasporto di lasciare l’Italia. La
lista dell’ambasciata italiana è stata controllata dall’MI5 e
comprende, oltre al personale d’ambasciata, persone come dirigenti
di banca e simili.
Si è ricordato che in una riunione precedente era stato previsto che i
1.500 desperate characters avrebbero dovuto essere al più presto
deportati. (…) Il Canada ha accettato di ricevere 4.000 internati e
3.000 prigionieri di guerra. I 4.000 internati assorbiranno i più
pericolosi dangerous characters tra i tedeschi (2.500) e gli italiani
(1,500).
Il Gabinetto di guerra prende nota delle precedenti determinazioni e
approva le azioni intraprese a proposito dell’internamento degli
italiani.24

Ma l’MI5 riuscì a fornire un elenco di soli 750 nomi di


“estremisti” italiani, scelti con criteri discutibili, che fu
completato dal Ministero della Guerra aggiungendovi a caso

23
NAUK (PRO), CAB/65/7/44.
24
NAUK (PRO), CAB/65/7/56, punto 6 del verbale.

36
persone di giovane età (un metodo che assomiglia molto al
sistema delle quote); alcuni memorandum del Foreign Office lo
affermano:

I criteri dell’MI5 per giudicare se una persona fosse o no un


desperate characters, spesso si sono risolti nella mera appartenenza
al Fascio. (…) C’è il forte sospetto che in realtà l’MI5 abbia scarse
o nessuna informazione, e tantomeno prove, su più di un gruppo di
quelle persone che essi [l’MI5] hanno fatto descrivere dal ministro
dell’Interno, nel Gabinetto, come desperate characters.25
Cercando di completare la quota che l’MI5 non è riuscito a
predisporre, (…) il War Office ha compiuto una selezione arbitraria
di altre 400 persone che sono state prese dalla lista di coloro che
hanno tra i 20 ed i 30 anni.26

Inoltre, le procedure di arresto furono caotiche e incoerenti;


furono infatti arrestati anche cittadini britannici di origine
italiana, antifascisti, anziani con più di sessant’anni. In due
settimane furono arrestati circa 4.200 italiani, fra cui alcune
centinaia di cittadini britannici27. Al contrario, a circa 600
persone segnalate dall’ambasciata d’Italia (dipendenti degli
uffici consolari ed esponenti di rilievo della comunità italiana)
fu permesso di lasciare in nave il Paese, in cambio di altrettanti
inglesi provenienti dall’Italia28. La subitanea procedura
d’internamento aveva provocato un forte choc nella comunità
italiana, che non aveva entrature nell’establishment, era
composta per la maggior parte da piccoli bottegai e si trovava
quindi a subire anche le difficoltà di una sfavorevole condizione
di classe. I contrasti internazionali degli anni ’30 avevano poi
amplificato i pregiudizi sugli italiani, visti come orgogliosi
nazionalisti e filofascisti; uno stereotipo che si sommava a

25
NAUK (PRO), FO 371/25192/, nota del 22 giugno 1940.
26
NAUK (PRO), FO 371/25192/, nota del 28 giugno 1940.
27
Cfr. T. Colpi, The Impact of the Second World War on the British Italian
Community, in D. Cesarani e T. Kushner (a cura di), The Internment of
Aliens, cit., pp. 173-176.
28
Cfr. E. Ortona, L'esodo da Londra dell'ambasciata italiana nel 1940,
“Storia contemporanea”, 1, 1990, pp. 173-182.

37
quello dell’italiano eterno bambinone e indolente29. L’adesione
al fascismo di molti rimaneva comunque un fatto superficiale ed
espressione più di un senso di appartenenza identitaria che una
convinta partecipazione ai dettami ideologici del regime
mussoliniano30.
I pregiudizi spiegano anche gli abusi e i maltrattamenti che
caratterizzarono l’episodio più duro dell’internamento, vale a
dire la deportazione oltremare, in Canada e Australia, di più di
7.000 internati. La misura fu decisa dal Comitato Swinton, in
accordo con Churchill, mentre gli altri membri del governo ne
furono informati solo a cose fatte. Sebbene si trattasse
apparentemente di una misura di sicurezza militare, la maggior
parte dei deportati erano rifugiati di categoria B o C, di cui
liberarsi favorendone la successiva immigrazione nei Dominions
o negli Usa31; e anche fra coloro che furono classificati di
categoria A gli errori furono numerosi e macroscopici. Fra i
deportati figuravano inoltre alcuni noti democratici e
antifascisti; anzi, gli antifascisti italiani sospettarono che il
controspionaggio inglese li avesse inseriti nella lista proprio
perché già noti come “sovversivi” in quanto segnalati come tali
dalla polizia italiana32.
Fra il 21 giugno e il 10 luglio del ‘40 furono effettuati 5 viaggi,
nei quali furono imbarcate anche alcune centinaia di prigionieri
di guerra. Spesso i deportati furono maltrattati e derubati sia alla
partenza che all’arrivo; gravi furono gli abusi commessi a bordo
della nave Dunera, l’ultima a partire, che viaggiò per 55 giorni
verso l’Australia: i deportati furono derubati, picchiati più volte
e sottoposti ad angherie, tanto che alcuni membri
dell’equipaggio subirono poi un processo in corte marziale; ma
non furono ammesse al processo le testimonianze di tutte le

29
Cfr. T. Kushner, Clubland, Cricket Tests and Alien Internment, cit., p. 88.
30
Cfr. T. Colpi, The Impact of the Second World War on the British Italian
Community, cit., p. 170.
31
Cfr. L. Burletson, The State, Internment and Public Criticism, cit., pp. 112-
113.
32
Cfr. L. Sponza, The British Government and the Internment of Italians, in
D. Cesarani e T. Kushner (a cura di), The Internment of Aliens, cit., p. 127.

38
vittime e le sentenze finali furono lievi 33. Sulla Dunera furono
anche imbarcati i sopravvissuti al tragico affondamento della
Arandora Star, una nave che era partita per il Canada priva di
scorta e che fu affondata il 2 luglio da un sottomarino tedesco.
Non era stata preparata una lista d’imbarco, ma si stima che
perirono nell’affondamento 175 tedeschi (internati di categoria
A) e circa 450 dei 734 italiani imbarcati. L’età media dei morti
italiani era di circa 50 anni e molti avevano più di 60 anni. Perì
anche Decio Anzani, residente in Gran Bretagna da 31 anni e
segretario della Lega italiana per i Diritti dell’Uomo 34. Sulla
nave erano imbarcati anche Uberto Limentani e Paolo Treves,
rifugiati ebrei, che si salvarono. Fra i tedeschi perirono, tra gli
altri, il deputato comunista Karl Olbrisch, che in Germania
aveva patito il carcere e l’internamento, e due importanti
dirigenti sindacali, tutti classificati di categoria A. Con
l’affondamento dell’Arandora Star la comunità italiana, che
contava circa 18.000 adulti nel giugno del ’40, pagò un alto
tributo di vittime umane alla tragedia della guerra e
dell’internamento, ma anche alla xenofobia, agli abusi, alla
superficialità e all’incuria con cui le autorità inglesi procedettero
alla deportazione di cittadini spesso innocenti e comunque non
pericolosi35.

“Per il buon nome di questo Paese”

La fine dell’emergenza militare, la conoscenza da parte


dell’opinione pubblica dell’affondamento della Arandora Star e
33
L. Burletson, The State, Internment and Public Criticism, cit., p. 120.
34
Cfr. NAUK (PRO), HO 215/429, ”Sinking of SS Arandora Star: lists of
missing persons”, 1942. Fra le vittime anche il sacerdote Gaetano Fracassi, di
64 anni, che aveva per molti anni servito a Manchester; il sessantacinquenne
Gaetano Pacitto, naturalizzato inglese; il sessantottenne Francesco
D’Ambrosio, residente in Gran Bretagna da 42 anni e con due figli arruolati
nell’esercito inglese. Cfr. N. M. T. Brunnhuber, After the Prison Ships:
Internment Narratives in Canada, in R. Dove (a cura di), “Totally Un-
English”?, cit., p. 176.
35
Nel 1990 i 21 italiani sopravvissuti all’affondamento dell’Arandora Star
ancora in vita sono stati nominati Cavalieri della Repubblica.

39
della vasta presenza tra gli internati di vittime e oppositori del
nazismo fecero cambiare atteggiamento al governo e diedero la
possibilità alle forze più liberali presenti nella società, in
Parlamento e all’interno del governo, di esercitare una forte
pressione al fine di modificare la politica dell’internamento. Già
il 10 luglio la questione dell’internamento fu dibattuta alla
Camera dei Comuni, mentre in agosto il controllo degli internati
tornò nella mani del Ministero dell’Interno. In autunno iniziò il
rilascio graduale delle donne, poi degli altri internati non
pericolosi, che proseguì per tutto l’anno seguente; per gli italiani
fu costituito un comitato speciale presieduto dall’ex
ambasciatore a Roma, sir Percy Loraine. A novembre iniziò il
rilascio dei primi 400 italiani internati. La liberazione era anche
legata alla dichiarazione da parte dell’internato di voler aiutare
lo sforzo bellico inglese. Nel settembre 1943 rimanevano
internati circa 1.500 italiani, 573 dei quali furono liberati solo
alla fine della guerra; coloro che rimasero ristretti erano
soprattutto marinai di navi mercantili arrestati al momento
dell’entrata in guerra dell’Italia36. Ma ci furono anche diversi
casi di internati (spesso veterani della Prima guerra mondiale)
che, anche dopo l’armistizio, non vollero venir meno al legame
di fedeltà con l’Italia ed accettarono di subire fino a 60 mesi
d’internamento37. Risentimenti sociali e comunitari non
dovettero mancare tra le motivazioni psicologiche degli
“irriducibili”, dal momento che, come abbiamo visto, gli italo-
britannici occupavano un posto marginale nella vita economica
e politica del Regno Unito tra le due guerre.
Più difficile fu la liberazione dei deportati; in Canada furono
liberati ad ottobre solo coloro che accettarono di arruolarsi nei
Pioneer Corps inglesi, mentre gli altri furono riportati in
Inghilterra con viaggi scaglionati nel corso dei due anni
successivi38. Coloro che furono inviati in Australia non poterono
rientrare in Gran Bretagna durante il conflitto per la difficoltà e
36
Cfr. L. Sponza, The Internment of Italians 1940-1945, in R. Dove (a cura
di), “Totally Un-English”?, cit., p. 155.
37
Testimonianza all’autore del prof. Adriano Jaconelli, cittadino britannico e
figlio di un internato residente in Scozia e ristretto nell’isola di Man per
cinque anni.

40
la pericolosità dei collegamenti navali; essi furono trattenuti a
lungo nei campi d’internamento dalle autorità australiane, che
non erano favorevoli alla libera circolazione dei deportati 39.
Quasi tutti gli italiani rimasero nei campi australiani fino alla
fine della guerra40. L’Australia aveva, dal canto suo, internato
circa 4.000 italiani, fra cui 700 naturalizzati; anche nel caso
australiano l’internamento avvenne sullo sfondo di una
“diffidenza etnica” che portò in alcuni stati (Queensland e
Western Australia) ad internamenti indiscriminati; gli ebrei
italiani che avevano lasciato l’Italia dopo il ’38 ebbero però la
qualifica di refugee aliens e non quella di enemy e poterono così
evitare l’internamento. Agli internati vanno aggiunti i circa
17.000 militari italiani prigionieri di guerra destinati ai campi di
prigionia in Australia41.
L’inversione di politica evitò danni peggiori ai civili internati e
allo stesso “buon nome” della Gran Bretagna, come ebbe a dire
Anderson nel corso del dibattito parlamentare dell’estate del
’40; questa affermazione, però, e il comportamento reticente che
il governo manifestò anche in questa fase, rivelavano, come
fosse per il governo inglese, scrive Louise Burletson, «più
importante l’apparire democratico (…), riconoscendo sì la
38
Cfr. N. M. T. Brunnhuber, After the Prison Ships, cit., p. 171. Circa mille
rifugiati ebrei deportati in Canada preferirono restare e poi stabilirsi in quel
Paese.
39
Cfr. B. Lang, The Dunera Boys: Dramatizing History from a Jewish
Perspective, in R. Dove (a cura di), “Totally Un-English”?, cit., p. 179. Un
gruppo di rifugiati deportati rimase a vivere in Australia.
40
Cfr. T. Colpi, The Impact of the Second World War on the British Italian
Community, cit., p. 181. Un piccolo numero di italiani si stabilì
definitivamente in Australia dopo la guerra.
41
Le condizioni materiali dell’internamento furono sostanzialmente positive.
Cfr. D. Faber, Prigionieri di guerra e internati civili in Australia fra guerra e
dopoguerra: le fonti australiane, italiane, britanniche e svizzere, in AA.VV.,
Una storia di tutti, cit., pp. 313 e ss.; M. Montagnana, Prigionieri di guerra e
internati civili italiani in Australia attraverso “Il Risveglio”, organo del
movimento antifascista italo-australiano “Italia Libera”, ivi, pp. 331 e ss.
Un buon ricordo del periodo dell’internamento serba anche la comunità
italiana in Sudafrica, che subì un migliaio circa di internamenti. Cfr. C.
Ottaviano, Il caso sudafricano: internati civili, prigionieri di guerra e
politiche migratorie, ivi, p. 346.

41
necessità di rettificare i propri errori, ma senza ammetterli
completamente»42. Il destino degli italo-britannici fu comunque
segnato permanentemente dallo choc dell’internamento, delle
tragedie ad esso legate, dai sentimenti anti-italiani che si
manifestarono durante la guerra e nei decenni successivi.
Soprattutto la generazione di coloro che erano bambini al tempo
dell’internamento fece poi di tutto per cancellare la propria
identità italiana. Scrive Terri Colpi: «questa generazione spesso
anglicizzò i propri nomi, si rifiutò di parlare in italiano o di
studiarlo, preferì sposarsi con i locali e cercò in ogni modo (…)
di assimilarsi all’interno della società britannica: in breve volle
diventare invisibile»43. Un fatto che va preso in considerazione
in sede di giudizio complessivo sul fenomeno dell’internamento
degli stranieri nella Gran Bretagna della Prima e della Seconda
guerra mondiale. Giudizio che, come scrivono Tony Kushner e
David Cesarani, non deve essere oscurato o ridimensionato
dall’assenza di vasti crimini contro l’umanità nella storia inglese
del XX secolo, poiché «lo stato britannico e la società britannica
si sono dimostrati capaci, in periodi di crisi, di distruggere la
presenza di comunità minoritarie, attraverso un processo fatto di
deportazioni, confische e arresti»44. Né (diversamente da quello
che è accaduto negli Usa) nel Regno Unito si è sviluppato nei
decenni del secondo dopoguerra un dibattito pubblico su questi
temi o un’assunzione di responsabilità diretta da parte delle
autorità britanniche, che anzi sono state le sole ad assumere la
misura dell’internamento degli enemy aliens nel corso della
Prima guerra del Golfo.

42
L. Burletson, The State, Internment and Public Criticism, cit., p. 121.
43
T. Colpi, The Impact of the Second World War on the British Italian
Community, cit., p. 185.
44
D. Cesarani e T. Kushner , Conclusion and Epilogue, in D. Cesarani e T.
Kushner (a cura di), The Internment of Aliens, cit., p. 211.

42
2
I “CAMPI DELLA VERGOGNA” FRANCESI

Anche sui campi di Vichy e su quelli che li hanno preceduti e


seguiti è stato a lungo passato un manto di censura. Joseph
Weill, un medico ebreo che aveva partecipato alle attività delle
organizzazioni di soccorso presso i campi e che aveva dato un
contributo fondamentale alla salvezza di molti bambini internati
indirizzando l’Oeuvre de Secours aux Enfants
(un’organizzazione ebraica non governativa) verso la scelta di
far uscire i bambini ebrei dai campi di Vichy, aveva pubblicato
nel ’46 un resoconto del suo lavoro. Da testimone e osservatore
privilegiato del fenomeno, egli aveva già denunciato in
quest’opera le condizioni di vita «indegne e inumane» dei campi
e le relative responsabilità repubblicane, non solo vichyste45.

Le tenaci amnesie e le peculiarità dell’internamento francese

La ricostruzione ideologica e storiografica del passato in auge


nel primo dopoguerra francese, non solo non scorgeva pecche
nella storia repubblicana, ma passava un manto di assoluzione
nei confronti dello stesso regime di Pétain, visto come una fase,
45
Cfr. J. Weill, Contribution à l’histoire des camps d’internement dans
l’anti-France, Éditions du CDJC, Parigi 1946.

44
per così dire, “obbligata” dalle circostanze storiche. Ad esempio,
Alain Resnais, per non dover cozzare clamorosamente contro
questa vulgata, dovette eliminare un fotogramma del suo Notte e
nebbia del ’56 nel quale era ben identificabile un gendarme
francese che partecipava agli arresti di ebrei parigini.
La prima, e a lungo isolata, ricerca universitaria sul fenomeno
dell’internamento risale soltanto al 1978 e fu condotta da due
docenti universitari di Paris VIII-Vincennes, Gilbert Badia e
Joseph Rovan, che raccolsero una serie di contributi e
testimonianze sull’emigrazione politica ed ebraica dal Reich
tedesco46. Saranno i primi anni Novanta a sollevare il “velo” di
ignoranza su questi eventi; non a caso, sarà una ricercatrice free
lance ad iniziare faticosamente l’impresa: esce infatti nel 1991,
come ampliamento di una tesi di dottorato, Les camps de la
honte di Anne Grynberg, all’epoca collaboratrice del Museo di
Auschwitz. La Grynberg, che poi è diventata direttrice di ricerca
associata all’università Paris I-Sorbonne, non riuscì a squarciare
completamente la coltre di silenzio che era stata gettata sui
“campi della vergogna” e nel 1999, in occasione della seconda
edizione del suo lavoro, denunciava che, fino alla metà degli
anni ’90, «una cappa di silenzio aveva ricoperto questa storia,
assente dai manuali scolastici, poco apprezzata dall’editoria,
dimenticata dalla memoria nazionale»47. Occorse infatti
aspettare il 1994 affinché uscisse una pubblicazione che fosse
espressione di una nuova sensibilità dell’establishment culturale
francese verso l’internamento dei civili. Il volume raccoglieva i
contributi di docenti universitari e ricercatori, come Pierre
Laborie, Jean Estèbe, Claude Laharie, della stessa Anne
Grynberg, e di personalità già impegnate nella conservazione
della memoria dei crimini contro l’umanità, come Serge
Klarsfeld, Gérard Gobitz, Michel Slitinsky48. Uscirono in quel
46
G. Badia e altri, Les barbelés de l’exil. Etudes sur l’émigration allemande
et autrichienne (1938-1940), Presses universitaires de Grenoble, Grenoble
1979.
47
A. Grynberg, Les camps de la honte. Les internés juifs des camps français
(1939-1944), La Découverte, Parigi 1999, nuova ed., p. 387.
48
M.-L. Cohen, E. Malo (a cura di), Les camps du Sud-Ouest de la France.
Exclusion, internement et déportation. !939-1944, Privat, Tolosa 1994.

45
periodo altri lavori, spesso opera di ricercatori indipendenti o di
giovani accademici, che iniziavano a operare una mappatura dei
campi e delle loro singole storie; oppure studi sull’internamento
dei miliziani spagnoli nel ’38. Il Centre de Documentation Juive
Contemporaine di Parigi pubblicò nel 1996 l’opuscolo
divulgativo L’internement des Juifs sous Vichy. Venne anche
pubblicato il primo lavoro scientifico sui campi francesi della
Prima guerra mondiale49. Si è trattato comunque di un numero
limitato di pubblicazioni e, secondo Anne Grynberg, alla fine
degli anni Novanta il lavoro sulla memoria dei campi procedeva
con lentezza e scarsa sistematicità50.
Del 1999 è il fondamentale lavoro di Gérard Noiriel, direttore di
studi all'École des hautes études en sciences sociales, sulle
origini repubblicane del regime di Vichy che giunse a colmare la
frattura tra due periodi che opinione pubblica e storiografia
avevano tenuto accuratamente separati. Quella di Noiriel è
infatti una ricostruzione di lungo periodo che mostra come le
radici di Vichy affondino nel passato francese, fino a diversi
decenni addietro. Si procedeva così al di là del pur significativo
choc che avevano provocato negli anni ’70 e ’80 i lavori dello
studioso americano Robert O. Paxton sulla vera natura del
regime pétainista, cioè di solerte e non coartato collaboratore del
Reich nazista51. Con il lavoro di Noiriel si andava oltre e si
metteva in questione la stessa ricostruzione irenica del passato
repubblicano, con un forte accento posto sulla xenofobia, il
rigetto dell’immigrazione, lo statuto civile degli immigrati52.
Finalmente, nel 2002, Denis Peschanski pubblica la sua tesi di
dottorato completata due anni prima; questo volume
rappresenta, ancora oggi, l’unica monografia completa sulla
storia dell’internamento francese53. Peschanski è direttore di
49
J.-C. Farcy, Les camps de concentration français de la Première Guerre
mondiale (1914-1920), Anthropos, Parigi 1995.
50
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., pp. 390 e ss.
51
R . O. Paxton, La France de Vichy 1940-1944, Éditions du Seuil, Parigi
1973; R . O. Paxton, M. R. Marrus, Vichy et les Juifs, Calmann-Lévy, Parigi
1981.
52
G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, Hachette, Parigi 1999.
53
D. Peschanski, La France des camps. L’internement, 1938-1946,
Gallimard, Parigi 2002.

46
ricerca al CNRS (Centre national de la recherche scientifique), è
un dirigente del Partito socialista ed è figlio di ebrei immigrati
dalla Moldova che si distinsero nelle file della Resistenza
comunista francese; egli si dichiara contrario agli eccessi della
«paxtonizzazione» della memoria sociale, vale a dire quello che
egli giudica una sorta di eccesso di memoria a proposito del
passato pétainista; e quindi non ha impostato il suo lavoro lungo
una linea che valorizzasse i contributi di Noiriel. Nono stante
ciò, anche Peschanski afferma assai chiaramente che «è occorso
molto tempo per integrare la Francia dei campi nella memoria
sociale»; soprattutto «l’internamento della fine della Terza
Repubblica resta poco conosciuto»54.
Ora, il caso francese fu del tutto particolare nel panorama
dell’internamento dei civili nel secondo conflitto mondiale, per
una serie di fattori; si è trattato infatti di un fenomeno molto
ampio, che comportò l’internamento di circa seicentomila
persone e l’utilizzo di circa duecento luoghi d’internamento;
abbracciò inoltre un arco temporale che va dal febbraio del ’39
(dunque alcuni mesi prima dello scoppio della guerra) fino al
maggio del ’46, in concomitanza con la dichiarazione di
cessazione dello stato di guerra. La morbilità e la mortalità nei
campi francesi furono più alte rispetto a quella degli altri casi
che esamineremo (salvo forse i campi italiani “paralleli”, per i
civili jugoslavi); infatti, mentre nei campi inglesi, in quelli
statunitensi e in quelli “regolamentari” italiani, il numero dei
morti tra gli internati non fu sostanzialmente diverso rispetto al
tasso medio della popolazione civile, nei campi francesi si
ebbero invece molti decessi dovuti alle scarse condizioni
igieniche dei campi e alla sottoalimentazione. La particolarità
dell’esperienza francese sta anche nel diverso significato
politico e storico che l’internamento assunse nelle diverse fasi
che lo caratterizzarono. Anche se, sotto tali differenze, un fondo
xenofobo e nazionalistico è comune a tutte le forme di
internamento che furono praticate in quegli anni in Francia.

54
Ivi, pp. 490-491.

47
Le origini repubblicane di Vichy

Gli stessi inizi del fenomeno sono legati alla percezione e alla
condizione dello straniero. Stretta tra le esigenze del padronato
(che a causa della denatalità premeva per l’ingresso crescente di
immigrati da impiegare nelle fabbriche) e le tendenze
protezionistiche di larga parte della società (tra il 1880 e il 1914,
diverse decine di progetti di legge contrari all’utilizzo di
manodopera straniera erano state depositate alla Camera) 55, la
classe politica repubblicana aveva, fin dall’ultimo scorcio del
XIX secolo, elaborato una politica dirigistica dell’immigrazione,
regolando i flussi in base alle congiunture economiche e ai
settori economici interessati. Negli anni successivi alla Grande
guerra era stato favorito un ampio afflusso di manodopera
straniera al fine di aiutare la ricostruzione, tanto che la nuova
legge sulla naturalizzazione del 1927 aveva ridotto a soli tre
anni il periodo di residenza necessario per richiedere la
cittadinanza francese. Alla fine degli anni ’20 la Francia era così
il Paese al mondo con la più alta percentuale di stranieri
residenti rispetto alla popolazione totale. Negli anni Trenta le
cose cambiarono e diverse norme limitarono l’utilizzo di
manodopera straniera, con un blocco dell’immigrazione per
lavoro a partire dal ’34, numerose revoche della carta di lavoro e
conseguenti espulsioni; il saldo netto di immigrati divenne così
negativo (meno 200.000 persone) tra il 1931 e il 1935.
Nella Terza Repubblica, d’altronde, i diritti dei lavoratori
stranieri erano assai scarsi e, in generale, la condizione dello
straniero non era allineata ai criteri giuridici repubblicani. La
maggior parte delle leggi sociali sul lavoro erano riservate ai
cittadini francesi e molti erano gli impedimenti lavorativi a
carico degli stranieri, che erano esclusi dalla funzione pubblica,
dai settori economici vitali per la sicurezza nazionale (come
l’industria degli armamenti e i trasporti), mentre l’esercizio della
professione medica era riservato dalla fine dell’Ottocento ai
laureati in Francia56. Il sentimento xenofobo popolare, che

55
Cfr. G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., pp. 69-71.
56
Cfr. ivi, pp. 116-117.

48
mescolava nazionalismo, protezionismo e anticapitalismo, si
rivolgeva spesso contro i numerosi immigrati italiani (ma
coinvolse anche gli spagnoli, i belgi e gli zingari) con gravi e
ripetuti episodi di violenza, durante quelli che sono stati definiti
«i dodici anni terribili della xenofobia proletaria» 57, fra il 1881 e
il 1893. Il culmine di questa scia di violenza fu raggiunto in
quella «sorta di pogrom à la francese»58 che si verificò nel 1893
ad Aigues-Mortes, dove, in un attacco della popolazione a
lavoratori stagionali italiani, ci furono 8 morti secondo la
versione ufficiale, mentre i giornali inglesi parlarono, più
realisticamente, di 50 vittime e di 150 feriti59.
La riforma del 1893 della legge sulla cittadinanza aveva
introdotto, de facto, una categoria speciale di cittadini: i
naturalizzati. Per ora, la sola discriminante era che la condizione
di cittadino non si otteneva sulla base soltanto di criteri oggettivi
e generali, ma il governo si riservava di rifiutare la domanda di
naturalizzazione per causa di “indegnità”60. La riforma
successiva del 1927, mentre diminuiva, come detto, il periodo di
residenza necessario per chiedere la naturalizzazione,
introduceva il diritto del governo a decretare la revoca della
cittadinanza ai naturalizzati; un provvedimento che rompeva
l’unità del corpo nazionale61. La discriminazione a danno dei
naturalizzati non si limitava alla precarietà del loro titolo di
cittadinanza, ma venne allargandosi negli anni successivi: nel

57
R. Paris, Les italiens et le mouvement ouvrier français de 1870 à 1915, in
A. Bechelloni, M. Dreyfus, P. Milza (a cura di), L’intégration italienne en
France, Éditions Complexe, Bruxelles 1995, p. 61.
58
P. Birnbaum, Destins. Juifs. De la Révolution française à Carprentras,
Calmann-Lévy, Parigi 1995, p. 185
59
Sull’episodio cfr. E. Barnabà, Morte agli italiani. Il massacro di Aigues-
Mortes, Bucolo, Giardini Naxos 2001. Nota Pierre Birnbaum che «la
xenofobia anti-italiana, marginale sulla scena politica, conduce
frequentemente all’omicidio, mentre l’antisemitismo, che occupava un posto
privilegiato al centro delle guerre franco-francesi, non provoca morti, anche
se l’obiettivo è apertamente voluto e proclamato dalla leghe nazionaliste». P.
Birnbaum, Destins. Juifs, cit., p. 186.
60
Cfr. G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., pp. 123-125.
61
Cfr. ivi, p. 135. Una norma simile, limitata ai naturalizzati originari di Stati
in guerra con la Francia, era stata già introdotta nel 1915; cfr. ivi, p. 134.

49
1933 viene votata la legge che riserva l’attività di medico ai
cittadini francesi, mentre nel 1934 viene imposto per legge un
impedimento decennale alla partecipazione dei naturalizzati ai
concorsi pubblici, escludendoli di fatto dalla funzione pubblica e
da molte professioni giuridiche. Altre restrizioni sono introdotte
per via legale o amministrativa62. L’invenzione della carta
d’identità (riservata agli stranieri, ma diverrà obbligatoria anche
per i francesi sotto Vichy) mise a disposizione delle autorità uno
strumento efficace di controllo degli stranieri, che permetteva
inoltre di diversificarne la condizione ed i diritti, sulla base della
loro condizione e della durata della loro permanenza in Francia;
ad esempio, dal 1931 è vietato agli stranieri il trasferimento di
dipartimento, a meno che essi siano residenti da 15 anni (o da 5
anni, se sposati con una francese). Come afferma Noiriel, «nel
corso degli anni Trenta, la crisi economica e la xenofobia
condussero i poteri pubblici a “classificare” la popolazione
straniera in una moltitudine di categorie alle quali vennero
attribuiti dei diritti e dei doveri differenti»63.
Dopo il 1935, le crescenti tensioni internazionali e i venti di
guerra che andavano addensandosi sull’Europa irrigidirono
ulteriormente l’atteggiamento dell’opinione pubblica e del ceto
politico verso gli stranieri; una certa sindrome da
accerchiamento e i timori legati ad un possibile confronto
militare provocarono il crescere di un complesso reattivo di
frustrazione che trovò negli stranieri residenti il proprio sfogo
naturale. Un sottosegretariato di stato per l’immigrazione e gli
stranieri fu per la prima volta istituito nel gennaio 1938; con
l’arrivo di Daladier alla presidenza del consiglio, dall’aprile
dello stesso anno il ministro dell’Interno Sarraut iniziò a invitare
i prefetti ad un’azione energica per liberarsi di quelli che egli
denominava «elementi indesiderabili», riferendosi soprattutto
agli immigrati clandestini (la maggior parte dei quali erano in
fuga dal nazismo e dal franchismo). Il decreto legge del 2
maggio ’38, da un lato codificava per la prima volta i diritti dei
rifugiati, ma dall’altro era espressione di una politica repressiva

62
Cfr. ivi, pp. 141-148.
63
Cfr. ivi, p. 195.

50
nei confronti dei clandestini, che erano passibili di arresto fino
ad un anno, mentre l’articolo 8 del decreto conferiva al
Ministero dell’Interno il potere d’espulsione di qualsiasi
straniero residente in Francia o di passaggio64. Ed effettivamente
furono sottoposti ad arresto e detenzione centinaia di rifugiati
clandestini; tra essi c’erano molti profughi ebrei, presso i quali
l’inquietudine portò anche ad un aumento dei casi di suicidio65.
Il decreto dichiarava che le nuove misure erano state introdotte
in nome della «sicurezza nazionale, dell’economia generale del
paese e della protezione dell’ordine pubblico». Le stesse
motivazioni si ritrovano in tutti i documenti giustificativi delle
misure repressive nei confronti degli stranieri assunte dalla
Terza Repubblica, che non a caso procedette subito, alla sua
nascita, all’internamento dei cittadini prussiani residenti in
Francia, che Napoleone III (nella sua concezione regale della
politica e della guerra) non aveva considerato dei nemici 66.
Anche il tema della “difesa nazionale” è uno dei valori fondanti
della Terza Repubblica, fin dalla sua proclamazione; un
argomento che era già stato amplificato nella sua portata e nel
suo significato poiché era stato utilizzato nei decenni precedenti
per giustificare, non solo il protezionismo economico, le
restrizioni all’ingresso di lavoratori stranieri, la condizione
lavorativa dello straniero, ma anche la discriminazione nei
confronti delle popolazioni colonizzate (nel 1938 solo 2 milioni
e mezzo di abitanti dell’Impero francese, su 69 milioni in totale,
erano cittadini francesi)67.
Lo strappo giuridico, prodotto finale di questa lunga storia
repubblicana, si produsse con il decreto legge del 12 novembre
1938, che introdusse l’internamento, deciso per via
amministrativa, dei clandestini sospettati di essere pericolosi per
l’ordine pubblico. Il decreto sottopose inoltre, nel suo Titolo II,
a controllo amministrativo il matrimonio dello straniero, che era
considerato valido solo se lo straniero fosse stato in possesso da
64
Décret-loi sur la police des étrangers del 2 maggio 1938, pubblicato in JO,
3 maggio 1938, p. 4967.
65
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 34.
66
Cfr. G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., p. 298.
67
.Cfr. ivi, pp. 58 e ss.

51
almeno un anno di un permesso di soggiorno in Francia 68. Uno
strappo concretizzato da almeno due componenti antigiuridiche
contenute nel decreto del 12 novembre e del tutto nuove per
l’ordinamento repubblicano: la scelta dell’internamento
amministrativo in tempo di pace e la natura di “legge dei
sospetti” con la quale questo provvedimento si presentava69. Il
primo campo d’internamento per stranieri “indesiderabili” fu
creato a Rieucros, nel dipartimento di Lozère (la zona più
interna della Linguadoca), il 21 gennaio 193970. Chiosa
Peschanski: «non è più l’ora del legame nazionale unificante e
mobilitante, ma della frammentazione identitaria associata al
rifiuto dell’altro»71. Ora, le cifre reali dei rifugiati erano
comunque ridotte e non commisurate alla percezione e ai timori
che l’opinione pubblica aveva del fenomeno: il censimento del
1936 aveva indicato la presenza di circa due milioni e
duecentomila stranieri in Francia, i cui due terzi erano costituiti
da spagnoli, polacchi e italiani, questi ultimi i più integrati. Ma i
rifugiati dal Reich tedesco che passarono il confine francese
assommarono, fra il 1933 e il 1939, a circa 200.000 persone, di
cui solo 35.000 si installarono in Francia 72. Gli ebrei residenti
nel 1936 erano in totale 320.000, di cui la metà cittadini
francesi73 e molti degli ebrei stranieri erano giunti in Francia già
negli anni Venti, provenienti dalla Polonia, dalla Russia, dalla
Romania, dalla Grecia e dalla Turchia74.
Nel febbraio del ’39 la sconfitta dei repubblicani spagnoli e il
massiccio esodo di civili e militari dalla Spagna sembrarono
rendere la situazione più critica: quasi trecentomila persone
passarono i Pirenei in cerca di rifugio75. Il governo francese
aveva previsto da tempo questa possibilità, ma non aveva
68
Décret-loi relatif à la situation et à la police des étrangers del 12 novembre
1938, pubblicato in JO, 13 novembre 1938, p. 12920.
69
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 31.
70
Una versione integrale del decreto si trova in M. R. Marrus, R. O. Paxton,
Vichy et les Juifs, Calmann-Levy, Parigi 2004 (edizione riveduta), pp. 588 e
ss.
71
D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 34.
72
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 25.
73
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 34.
74
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 22.
impostato alcun concreto piano d’emergenza; per cui la
situazione dei rifugiati apparve subito caotica e precaria: furono
improvvisati dei “campi” sulle spiagge del Rossiglione, con
delle tende come unico rifugio per le decine di migliaia di
profughi. A giugno del ’39 la cifra degli internati era scesa a
circa 160.000 persone, poiché molti dei profughi civili avevano
preferito tornare in Spagna. Nelle prime settimane la mortalità
dei rifugiati spagnoli fu alta; le fatiche legate alla fuga, le
condizioni di debolezza pregresse (malattie, ferite di guerra,
ecc.), l’assoluta impreparazione sanitaria delle autorità francesi,
le dure condizioni dei campi d’internamento, ne furono le cause.
La stima delle vite perdute in quei mesi non è ancora possibile,
ma si trattò certamente del periodo peggiore, da questo punto di
vista, dell’intero fenomeno dell’internamento francese76. Nel
mese di marzo era stato costruito a Gurs, nel dipartimento dei
Pirenei atlantici, un grande campo “provvisorio”, fatto di
baracche di legno male attrezzate e in condizioni igienico-
sanitarie molto precarie. In venti giorni, tra il 20 aprile e il 10
maggio ’39, 18.985 persone furono trasferite a Gurs; fra essi,
circa 5.000 volontari delle Brigate internazionali77. Insomma,
l’accoglienza ai profughi spagnoli non aveva avuto quel
carattere umanitario e solidale che sembrava appartenere alla
natura stessa della Repubblica francese; anzi, nel clima
xenofobo della seconda metà degli anni ’30, per i profughi
spagnoli la fuga in Francia si trasformò in una dura esperienza di
esclusione e internamento. In generale, scrive Anne Grynberg,
«era grande la diffidenza verso gli internati, considerati come
“pigri e irascibili” (…); da mesi i combattenti della Repubblica
spagnola erano presentati su gran parte della stampa come “ladri
e violentatori” e le storie più truci erano circolate sulla “canaglia

75
Cfr. G. Dreyfus-Armand, É. Temime, Les camps sur la plage, un exil
espagnol, Autrement, Parigi 1995, p. 19. Gli autori giudicano esagerata la
cifra di 500.000 rifugiati, spesso evocata da chi si è occupato della questione.
76
Peschanski segue Javier Rubio nel ritenere eccessiva la cifra di circa
15.000 morti fra i rifugiati spagnoli, che è stata avanzata da Antonio
Vilanova; cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 145 e p. 503.
77
Cfr. B. Vormeier, Le camp de Gurs. Les internés allemands et autrichienns
en 1939-1940, in G. Badia e altri, Les barbelés de l’exil, cit., p. 225.
marxista”»78. La memoria dei rifugiati è tinta d’amaro: «se,
diversi decenni dopo, il ricordo di questo periodo e delle
sofferenze che l’hanno accompagnato resta comunque così vivo
e così amaro, non è solo a causa della miseria e delle tristi
condizioni materiali. L’atteggiamento di una parte dei francesi
nei confronti degli esiliati, le violenze verbali di una parte della
stampa (…), la percepibile diffidenza (che si trasformava in
molti casi in ostilità) sono altrettante cause di persistente
risentimento»79.
Secondo Pierre Laborie si tratta di uno snodo non secondario
della storia francese, poiché il presunto problema degli stranieri
è un indice fondamentale della crisi d’identità che la nazione
visse negli anni Trenta, crisi connessa al timore di un declino
sostanziale della Francia80. Noiriel indizia le cause profonde di
questa crisi d’identità: l’impossibilità economica di tenere in
piedi il sistema sociale coltivato dai repubblicani, a causa della
crisi economica mondiale; il ceto delle “capacità”, delle
professioni liberali, uno dei pilastri del regime repubblicano,
«denuncia la “pletora” dei diplomati, il numero eccessivo di
donne e soprattutto di stranieri che frequentano le università.
(…) Questi discorsi si diffondono poi tra i giornalisti, gli
accademici, i militari, i funzionari»81. Poi, il frantumarsi di
alcuni compromessi sociali, per esempio quello tra ideali
repubblicani e privilegio alto borghese, ormai non più
giustificato dalla media borghesia; infine la nuova forza sociale
che il proletariato operaio, prima relegato in posizione
subalterna, assunse nel corso degli anni Trenta. Piccola e media
proprietà contadina, professioni liberali, piccola borghesia, che
prima avevano beneficiato dell’avvento del regime
repubblicano, andarono ad ingrossare le fila dei “delusi dalla
Repubblica”. Ne deriva un paradosso sociale, per cui
«l’originalità del regime di Vichy consiste nel fatto che esso si è
78
A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 44-45.
79
G. Dreyfus-Armand, É. Temime, Les camps sur la plage, cit., pp. 23-24.
80
Cfr. P. Laborie, Les Espagnols et les italiens dans l’imaginaire sociale, in
P. Milza, D. Peschanski, Exils et migration. Espagnols et italiens en France
1938-1946, L’Harmattan, Parigi 1994, p. 275.
81
G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., p. 83.
appoggiato su una coalizione eteroclita di gruppi sociali i cui
interessi erano stati fortemente difesi dalla Terza Repubblica,
quando la congiuntura era favorevole»82. Ma le origini di
quest’ondata di xenofobia sono ancora più lontane; esse vanno
ricercate non solo nella frattura sociale degli anni Trenta, ma in
abitudini mentali e discriminazioni sociali consolidate da
decenni, cioè nella politica di esclusione del proletariato
straniero, visto che gli immigrati erano esclusi, come abbiamo
visto, da molti settori della vita lavorativa e convogliati nei
settori più repulsivi: l’industria pesante e le miniere, mentre lo
sfruttamento della manodopera straniera era uno dei fattori
principali di competitività dell’industria pesante francese; e la
protesta poteva risultare cara ai lavoratori stranieri: fra la fine
dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, «decine di
migliaia furono espulsi dalla polizia per aver semplicemente
protestato contro l’eccessivo sfruttamento»83. Così facendo, «la
Terza Repubblica ha contribuito a legittimare una visione del
mondo sociale dominata dall’idea della “preferenza nazionale”,
idea che Vichy porterà al parossismo»84.
La parabola xenofoba raggiunse il suo vertice con lo scoppio
della guerra: già il primo settembre ’39 fu emanato un decreto
che prevedeva l’arresto di tutti i cittadini maschi di potenze
nemiche, dai diciassette ai cinquant’anni; nei giorni successivi il
provvedimento fu esteso a coloro che avevano fino a 65 anni
d’età, mentre furono esplicitamente ricompresi nei
provvedimenti d’internamento anche i rifugiati dalla Germania e
dall’Austria (unica eccezione, essere marito di una cittadina
francese o avere un figlio francese). La legge 18 novembre
1939, ampliando quella del ’38, dotò i prefetti del potere di
decretare l’internamento di chiunque (francese o straniero) fosse
giudicato pericoloso per la sicurezza nazionale. Sarraut la
presentò come una legge eccezionale, legata allo stato di guerra;
e Peschanski mostra di condividere, in sede di giudizio storico,
questa prospettazione; egli parla di una: «logica d’eccezione»
che prevarrà in Francia, prima della sconfitta come dopo la
82
Ivi, p. 97.
83
Ivi, p. 72.
84
Ivi, p. 78.
Liberazione; e assimila questo tipo d’internamento a quello
praticato dalla Francia nella prima guerra mondiale e dai paesi
anglosassoni nel secondo conflitto mondiale, distinguendolo
nettamente dalle altre fasi dell’internamento gestite dal governo
di Vichy o dalle autorità francesi in territorio occupato dai
tedeschi85. Secondo Peschanski «non si può dunque parlare di
una Vichy prima di Vichy. (…) Una differenza di natura separa
nettamente una politica d’eccezione proclamata come tale e una
logica d’esclusione che pone i campi al centro del suo progetto
politico e ideologico. Tuttavia, sebbene ci sia una rottura
evidente tra la Terza Repubblica al declino e l’Etat français
vichista, molta parte del quadro legislativo era già stata adottata
e, soprattutto, sia l’opinione pubblica sia le amministrazioni
coinvolte vi si erano assuefatte» 86. Un giudizio che è lo stesso di
Pierre Laborie, che si dichiara contrario all’idea di una
«filiazione diretta» tra i campi della Terza Repubblica e quelli di
Vichy; egli ricorda inoltre come «i responsabili e i difensori di
Vichy non hanno d’altra parte mancato, dopo la guerra, di
utilizzare l‘argomento dell’esistenza anteriore dei campi per
parlare di un’eredità da accettare e per tentare così di alleggerire
le responsabilità del regime»87.
Occorre però dire, da un lato, che la comparazione con i campi
inglesi e americani diventa, sotto questo riguardo, poco felice,
poiché anche la loro installazione non nasceva da premesse
limpide e non era priva di componenti razzistiche e xenofobe.
Anche l’esempio della prima guerra mondiale, nel corso della
quale i francesi internarono circa sessantamila stranieri, non è
esente da critiche88. Ma è soprattutto quanto avvenuto nei mesi
precedenti allo scoppio del conflitto che indica invece le misure
dell’internamento di guerra come strumenti di un aggravamento
della politica xenofoba degli anni precedenti. Particolarmente
grave e significativa fu, in questo senso, la decisione di internare
85
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 487.
86
Ivi, p. 94.
87
P. Laborie, Vichy et l’exclusion : un miroir impitoyable, in M.-L. Cohen, E.
Malo (a cura di), Les camps du Sud-Ouest de la France, cit., p. 22.
88
Cfr. J.-C. Farcy, Les camps de concentration français de la Première
Guerre mondiale (1914-1920), cit.
in massa i profughi dalla Germania, rispetto ai quali fu fatto
prevalere il criterio nazionale (e dunque il riflesso xenofobo)
rispetto alla loro condizione di perseguitati politici e ontici da
parte dei nazisti. Un errore imperdonabile, frutto di
un’inadeguatezza a cogliere lo scenario storico e ideologico
entro cui si inseriva la persecuzione nazista nei confronti degli
ebrei. Per Anne Grynberg, anche se non si può assimilare
l’internamento praticato dalla Terza Repubblica a quello voluto
dai dirigenti di Vichy, però «la classe dirigente francese degli
anni Trenta (…) ha preparato il condizionamento dell’opinione
pubblica. Abituata a confondere gli stranieri e i rifugiati, i
rifugiati e gli ebrei immigrati, gli ebrei fra loro, ha spinto a
considerarli tutti, globalmente, come degli intrusi
89
intrinsecamente diversi» . Si aggiunga che i rifugiati tedeschi e
austriaci erano tenuti, negli anni Trenta, a dichiarare la loro
«origine ebraica»90. Anche Machtild Gilzmer, che ha studiato le
vicende del campo di Rieucros, ritiene che posizioni come
quella di Peschanski abbiano «la tendenza a minimizzare questa
prima fase dell’internamento (…), trascurandone il carattere
ideologico ed irrazionale, che diverrà ancora più netto sotto
Vichy»91. Si è già detto, infine, di come anche un testimone
come Joseph Weill abbia espresso critiche nei confronti dei
campi repubblicani.
Insomma, Vichy divide ancora la Francia. Vichy serve anche da
pretesto, da poubelle della storia in cui gettare tutto ciò che di
negativo appartiene alla comunità nazionale, che ne esce così
emendata e salva. Una poubelle da tenere quindi accuratamente
chiusa e non indagata, per evitare che i suoi miasmi contaminino
il presente. Si tratta di un meccanismo psicosociale assai tipico
delle società che non hanno generato un regime fascista
completamente endogeno, pur avendone sperimentate le pulsioni
generatrici. E l’effetto poubelle si moltiplica, si applica alla lotta
politica presente, si espande in Europa grazie alla nascita di uno

89
A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 341.
90
Cfr. G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., p 205.
91
M. Gilzmer, Camps de femmes. Chronique d’internées, Rieucros et Brens,
1939-1944, Autrement, Parigi 2000, p. 25.
spazio pubblico europeo, prodotto della crescita delle istituzioni
comunitarie.

L’internamento repubblicano

Per l’internamento francese, al pregiudizio nazionale bisogna


aggiungere il pregiudizio politico, legato alla ventata di
anticomunismo che percorse la Francia a partire dal ’38 e che
portava a percepire come pericolosi gli esuli antifascisti tedeschi
ed austriaci92. I primi profughi a essere arrestati furono infatti i
comunisti, in ragione del patto di non aggressione sovietico-
tedesco; anche i comunisti francesi furono nel mirino della
repressione: il 25 agosto fu vietata la diffusione de L’Humanité
e il 26 settembre fu sciolto il PCF. Seguirono numerose
perquisizioni, arresti, licenziamenti e circa 500 internamenti di
militanti comunisti francesi93.
Per quanto riguarda razzismo, eugenetica e darwinismo sociale,
la specificità francese consiste nel fatto che queste ideologie non
erano state inglobate nella visione del mondo degli accademici
ed il loro influsso era del tutto marginale nella comunità
scientifica. Ma esisteva un consistente darwinismo sociale dei
tecnici, misto a razzismo e antisemitismo, tanto che il regime di
Vichy è stato anche definito nei termini di una «“rivincita” dei
tecnocrati»94 o come il «trionfo dei funzionari e dei tecnici»,
quanto meno all’inizio95. Tipico esempio di questa cultura dei
tecnici è quello di Georges Mauco, “esperto” dei problemi
dell’immigrazione e funzionario del sottosegretariato
all’immigrazione, il quale affermava alla fine degli anni ’30 che
asiatici, africani e “levantini” erano estranei alla cultura francese
e per essi preconizzava una «assimilazione impossibile e, per di

92
Cfr. F. Joly, J.-B. Joly, J.-F. Mathieu, Les camps d’internement en France
de septembre 1939 à mai 1940, in G. Badia e altri, Les barbelés de l’exil, cit.,
pp. 172-173.
93
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., pp. 92-93.
94
G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., p. 284.
95
M. R. Marrus, R. O. Paxton, Vichy et les Juifs, nuova ed., cit., p. 86.
più, spesso fisicamente e moralmente indesiderabile»96; durante
il regime di Vichy, Mauco scrisse anche in favore della
segregazione degli ebrei.
Il tema dell’antisemitismo, dopo la fiammata di fine Ottocento
attizzata da pubblicisti come Droumont ed esplosa nelle vicende
dell’affare Dreyfus, era divenuto qualcosa di «nascosto e
passivo»97 e, per questo, assai diffuso; attraversava diverse
“famiglie” politiche, per cui «i temi antiebraici penetravano
surrettiziamente nella mentalità, cambiando periodicamente la
propria composizione»98. Leghe, movimenti di estrema destra99 e
alcuni intellettuali di talento (Céline, Brasillach, Drieu La
Rochelle) rappresentavano l’espressione rumorosa ed evidente
di queste tendenze di fondo, tra l’altro presenti anche nel mondo
anglosassone e nel resto d’Europa. Le loro dottrine, grazie anche
al clima xenofobo ed ai timori collettivi degli anni ’30,
«s’insinuarono discretamente negli ambienti moderati»100,
preparando l’antisemitismo di Vichy.
Due giorni dopo la dichiarazione di guerra, gli stranieri da
internare furono convocati, tramite comunicati radio o pubblicati
sulla stampa, nei luoghi di concentramento (a Parigi: stadi,
velodromi, prigioni, ecc.). La maggior parte degli arrestati era
all’oscuro del fatto che si trattasse di un provvedimento
d’internamento. Molti furono raggiunti a casa dai gendarmi e
arrestati bruscamente101. Si calcola che nel novembre del ’39 gli
internati di guerra fossero circa 20.000; a parte il campo di
Rieucros, per gli stranieri “indesiderabili” e gestito dal Ministero
dell’Interno, gli altri internati erano ristretti nelle decine di
96
Cit. in P. Weil, La France et ses étrangers, Gallimard, Parigi 2004 (nuova
edizione), p. 38.
97
Cfr. R. Schor, L’antisémitisme en France dans l’entre-deux-guerres,
Éditions Complexe, Bruxelles 2005 (nuova ed.), p. 24.
98
M. R. Marrus, R. O. Paxton, Vichy et les Juifs, nuova ed., cit., p. 46.
99
«Tranne i Faisceau (…) tutte le altre forme del fascismo francese hanno
riattivato in un modo o nell’altro le formule di Drumont. Per una sessantina
d’anni (…) l’antisemitismo non ha disarmato in Francia». M. Winock,
Edouard Drumont et Cie. Antisémitisme et fascisme en France, Seuil, Parigi
1982, p. 140.
100
M. R. Marrus, R. O. Paxton, Vichy et les Juifs, nuova ed. cit., p. 82.
101
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 68.
campi creati in tutto il territorio francese e gestiti da personale
militare102. Significativo del clima xenofobo, un comunicato dei
primi d’ottobre del ’39 del Ministero dell’Informazione,
ampiamente riprodotto sulla stampa, rendeva noto che il numero
di furti nella regione parigina era notevolmente diminuito dopo
gli internamenti dei mesi precedenti 103. Fra gli internati vi erano
anche ex internati a Dachau e negli altri campi tedeschi, oltre a
notissimi intellettuali come Alfred Kantorowicz, Arthur
Koestler, Max Ernst, Walter Benjamin e molti altri 104.
L’alternativa all’internamento era l’adesione alle Compagnies de
Travailleurs Etrangers (CTE), dei battaglioni di lavoro a cui
aderirono in massa gli ex miliziani spagnoli, ma che solo molto
lentamente furono aperti anche ai profughi tedeschi,
praticamente non prima del maggio ’40105. Il 12 ottobre, un
primo gruppo di rifugiati tedeschi fu inviato nel campo di Le
Vernet d’Ariège (nel dipartimento Ariège-Pirenei), campo
“punitivo” e per stranieri molto “pericolosi”, da isolare
«totalmente» (fra loro anche Arthur Koestler). Qui il regime
d’internamento era assai duro: assenza di riscaldamento e di
elettricità, niente coperte o vestiti pesanti, 4 appelli quotidiani,
percosse, obbligo di avere la testa completamente rasata106. Dal
mese di novembre, anche alcune centinaia di donne “pericolose”
102
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 77.
103
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 68.
104
Un elenco di esuli celebri, molti dei quali finirono per essere internati, è
presente in G. Badia, Avant-propos, in G. Badia e altri, Les barbelés de l’exil,
cit., p. 8.
105
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 80. Cfr. anche
L’internement des Juifs sous Vichy, Centre de Documentation Juive
Contemporaine, Parigi 1996, p. 15; F. Joly, J.-B. Joly, J.-F. Mathieu, Les
camps d’internement en France de septembre 1939 à mai 1940, cit., pp. 193-
197.
106
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 69-70. Sui molti
intellettuali internati al Vernet, sul conseguente ruolo del campo come «una
delle capitali della resistenza intellettuale europea» e sul fatto che il gran
numero di internati comunisti, anarchici, esuli russi, ex appartenenti alle
brigate internazionali della guerra civile spagnola, lo resero anche «uno dei
principali centri direttivi della resistenza europea», cfr. C. Delpla, Le camp
du Vernet d’Ariège, 1939-1944, in M.-L. Cohen, E. Malo (a cura di), Les
camps du Sud-Ouest de la France, cit., pp.43-59.
furono arrestate ed internate nel campo di Rieucros, che divenne
quindi un campo femminile.
Come per l’esodo dei miliziani spagnoli, anche per
l’internamento di guerra le autorità francesi mostrarono
impreparazione e superficialità: la costruzione dei campi e la
scelta dei siti furono fatte in fretta, sotto la pressione degli eventi
e senza prevedere tempi lunghi d’internamento. Le dotazioni dei
campi furono dunque in generale insufficienti. Ad esempio, le
baracche costruite a Gurs, il campo più grande, che ospitava
circa 20.000 internati, mancavano praticamente di finestre,
illuminazione e riscaldamento107. L’acqua costituiva il problema
principale, soprattutto nei campi situati a sud; spesso risultava
inquinata e il suo uso finirà per provocare, negli anni successivi,
epidemie di dissenteria e di tifo. E poi, sia prima che dopo la
sconfitta, il sistema dei campi non fu sufficientemente finanziato
dallo Stato, per cui la sua gestione si trovò sempre ad avere
penuria di risorse e di mezzi108. Dalla fine del mese di dicembre
del ’39 furono istituite delle commissioni speciali che ebbero il
compito di esaminare la posizione individuale degli internati; un
certo numero ottenne la liberazione, mentre alcune migliaia di
profughi internati accettarono di arruolarsi nella Legione
straniera. Nel febbraio del ’40 il Ministero dell’Interno decise di
avocare a sé, togliendolo ai prefetti, i decreti riguardanti i
provvedimenti personali d’internamento, per evitare abusi ed
errori visto l’uso improprio che a volte le autorità locali avevano
fatto della misura, comminata in più casi a marginali, autori di
reati minori, prostitute, ecc.109
Con l’invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche ci fu
un’ulteriore stretta nella politica d’internamento francese: il 15
maggio fu decretato l’arresto in massa di tutti i cittadini
tedeschi, misura allargata il 17 maggio a tutte le donne. Furono
arrestate in totale altre 8.000 persone, tra cui 5.000 ebrei 110. La
maggior parte degli uomini fu inviata a Rivesaltes, nel
107
Cfr. C. Laharie, Le camp de Gurs. Histoire du camp après juin 1940, in G.
Badia e altri, Les barbelés de l’exil, cit., pp. 261-262.
108
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., pp. 98 e ss.
109
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., pp. 76 e ss.
110
Cfr. ivi, p. 83.
Rossiglione, mentre le donne affluirono nel campo di Gurs. A
partire del 10 giugno furono internati anche circa 8.500 italiani,
appartenenti alla folta comunità di emigrati, forte di circa
700.000 persone111. Con l’armistizio la situazione divenne, se
possibile, ancor più caotica. Per un certo periodo i direttori dei
campi si trovarono a gestire in prima persona gli eventi. Vi fu
chi obbedì all’ordine segreto di distruggere gli archivi dei
campi, come il direttore del campo di Gurs, ma vi fu anche chi
non lo fece, come il direttore del campo del Vernet, per quanto
gli ordini impartiti menzionassero esplicitamente questo campo.
Sempre a Gurs, la direzione del campo favorì l’allontanamento
di migliaia di internate e la stessa cosa avvenne in altri campi112.

L’internamento di Vichy

Il governo di Vichy riprese la politica d’internamento, dandole


un significato nuovo e forte; adesso l’internamento andava ad
inscriversi nella politica di isolamento e di risanamento portata
avanti dal nuovo Stato francese, che intendeva ricostruire su
nuove basi la vita nazionale, escludendo da essa tutti coloro che
venivano additati come “l’anti-Francia”. Il 3 settembre 1940 fu
perciò reiterata la legge del 18 novembre 1939 sull’internamento
di chiunque fosse pericoloso per la “difesa nazionale” o la
“sicurezza pubblica”, mentre la legge 4 ottobre 1940 autorizzava
i prefetti ad internare gli “ebrei stranieri”113. Un'altra frontiera
era così superata nella storia dell’internamento francese, vale a
dire quella dell’esplicita discriminazione razziale. Il 17
novembre, coerentemente con questo nuovo ruolo politico
dell’internamento, la gestione del sistema dei campi passò sotto
il controllo del ministero dell’Interno e dei prefetti. Peschanski
stima che alla fine del 1940 vi fossero circa 45.000 internati nei
campi della zona non occupata114, mentre il numero degli ebrei
111
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 153.
112
Cfr. ivi, pp. 155-157.
113
"Loi sur les ressortissants étrangers de race juive" del 4 ottobre 1940,
pubblicata sul JO del 18 ottobre 1940, p. 5324.
114
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 229.
presenti negli stessi campi nel febbraio del ’41 è stimato in circa
40.000 persone115. La condizione degli internati nei campi di
Vichy subì un peggioramento rispetto alle già precarie
condizioni precedenti. Oltre all’aggravarsi degli effetti negativi
sulla salute causati dalle cattive condizioni igienico-sanitarie e
logistiche, si aggiunse la sottoalimentazione dovuta alle scarse
risorse disponibili per la gestione dei campi. Un internato ha
definito questi campi «alla francese», non volti allo sterminio,
ma caratterizzati dalla «profonda miseria» e dall’«abbandono
affettivo»116. In un’altra lettera censurata, un internato, che era
stato prigioniero a Dachau prima di lasciare la Germania, scrive
che nel campo tedesco i prigionieri erano spesso picchiati, ma
erano meglio nutriti che in Francia117. Erano, in media, 830 le
calorie consumate giornalmente dagli internati negli ultimi mesi
del 1941118. I campi francesi furono pertanto, nel loro genere, dei
campi ad alta mortalità. Peschanski ha stimato che tra l’estate
del ’40 e quella del ’44 morirono circa 3.000 persone nei campi
di Vichy; sebbene egli poi sottovaluti l’ampiezza del fenomeno,
giudicandola «una mortalità limitata»119. Bisogna invece
sottolineare che queste cifre sono del tutto anomale e nulla del
genere avvenne in nessuno degli altri campi d’internamento
degli altri Paesi, neanche in quelli italiani “regolamentari”.
L’incuria e la davvero cattiva gestione dei campi francesi
durante il secondo conflitto mondiale costituiscono dunque una
grave violazione dei diritti umani, di cui non sembra si sia
ancora preso pienamente coscienza nel dibattito storiografico
francese. E se la cifra dei decessi non raggiunse una quantità
molto più elevata, ciò non si può neanche attribuire a misure
risolutive assunte dalle autorità francesi.
Infatti, così com’era, il sistema non poteva reggere e le centinaia
di morti avvenute durante l’inverno fra il ’40 e il ’41, soprattutto
bambini ed anziani, misero in crisi l’intero sistema
concentrazionario. Particolarmente grave fu la situazione degli
115
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 95.
116
Cfr. ivi, p. 147.
117
Cfr. ivi, p. 248.
118
Cfr. ivi, p. 153.
119
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 144 e ss.
ebrei tedeschi del Baden, del Palatinato e della Saar (circa 8.000
persone), che furono espulsi alla fine di ottobre del 1940 dalla
Germania e di cui le autorità d’occupazione tedesche imposero
l’internamento nei campi della zona libera francese. La mortalità
tra questi profughi fu alta, trattandosi per la maggior parte di
vecchi e bambini, traumatizzati dall’espulsione, dalle condizioni
in cui dovettero sostenere il viaggio di trasferimento, dai disagi
della vita nei campi francesi120. La crisi fu lentamente risolta
devolvendo l’opera di assistenza agli internati alle diverse
associazioni di soccorso e umanitarie che da anni si erano
costitute per prestare aiuto ai profughi e agli internati. Fu
attraverso il volontariato dei membri di queste associazioni e,
soprattutto, grazie alle risorse economiche che esse impiegarono
per risollevare le condizioni degli internati, che si poté porre un
argine al disastro sanitario che andava profilandosi121. L’inverno
’41-’42 comportò comunque la perdita di un altro migliaio di
vite umane122. Un’altra questione affrontata dalle associazioni di
soccorso fu quella della condizione dei circa 4.000 ragazzi e
bambini internati in zona sud; la questione fu risolta con una
soluzione che si rivelerà decisiva per evitare la loro deportazione
nei campi di sterminio; prevalse infatti, dopo una lunga
discussione fra le diverse organizzazioni, la proposta di
favorirne l’uscita dai campi, anche a costo di separarli dai
genitori. Furono ottenute progressivamente quasi tutte le
liberazioni e i bambini furono inseriti in case d’accoglienza
gestite dalle organizzazioni d’assistenza ebraiche123. La
soluzione dell’uscita dai campi fu in parte utilizzata dalle stesse
autorità francesi anche per gli adulti, al fine di risolvere la crisi
del sistema concentrazionario. Molti uomini atti al lavoro furono
trasferiti nei GTE, i gruppi di lavoro coatto 124; nell’autunno del
’41 gli internati della zona sud erano così diminuiti a circa

120
Cfr. ivi, p. 146.
121
Cfr. ivi, pp. 229 e ss.; A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., pp. 201 e
ss.
122
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 256.
123
Cfr. ivi, pp. 250-251.
124
Sui GTE cfr. L’internement des Juifs sous Vichy, cit., p.65.
20.000, mentre erano non più di 12.000 nella primavera del
’42125. Ad essi vanno aggiunti i circa 10.000 internati in Africa
del Nord: ex miliziani spagnoli, internati politici di Vichy inviati
in campi “punitivi” algerini, altri appartenenti alle diverse
categorie di internati della legislazione di Vichy. Gli ebrei che
ottenevano la liberazione erano considerati ancora dipendenti
dall’autorità dei direttori dei campi, erano assegnati a un
domicilio coatto in località isolate ed erano sottoposti al
controllo della polizia126.
Nella zona occupata, i tedeschi non utilizzarono l’internamento
come strumento repressivo privilegiato e, fino alla svolta
costituita dalla decisione della “soluzione finale”, l’internamento
fu nella zona nord un fenomeno marginale. La prima ondata di
arresti fu qui il frutto dell’iniziativa delle autorità locali francesi,
che nell’ottobre del ’40 procedettero ad arresti di militanti
comunisti, internandone 210 ad Aincourt (vicino Versailles)127. I
tedeschi vollero invece l’internamento dei nomadi, su cui già
pesavano forme di pregiudizio da parte delle autorità francesi: il
“problema”dei nomadi era già emerso nel contesto xenofobo di
fine Ottocento e aveva portato alla legge del 1912, che istituiva
un’anagrafe dei nomadi e l’obbligo della scheda antropometrica;
e una legge repubblicana del 6 aprile 1940 aveva proibito la
circolazione dei nomadi in territorio francese per tutta la durata
della guerra. Grazie allo zelo dei prefetti francesi della zona
occupata furono creati circa una ventina di campi
d’internamento per nomadi, mentre l’internamento di un certo
numero di zingari fu autonomamente disposto anche dalle
autorità di Vichy. Si discute molto sul numero complessivo
degli internati zingari; rispetto alla cifra di 30.000 internati che è
stata a volte avanzata, Peschanski propone di ridimensionarla
drasticamente alla cifra più realistica di circa 3.000 internati 128.
L’internamento degli ebrei in zona occupata cominciò solo nel
maggio del ’41, su iniziativa dei tedeschi, che chiesero alle
autorità francesi di applicare la legge del 4 ottobre 1940 che
125
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 256
126
Cfr. A. Grynberg, Les camps de la honte, cit., p. 290.
127
Cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit., p. 185.
128
Cfr. ivi, pp. 192-196.
permetteva l’internamento degli ebrei stranieri; il 13 maggio,
circa 3.700 ebrei stranieri, convocati per “verifiche” dalla polizia
francese, furono arrestati e trasferiti nei campi di Pithiviers e
Beaume-le-Roland (nel dipartimento del Loiret). Ad agosto ci fu
un'altra ondata di arresti, voluta dai tedeschi, ma gestita dal
prefetto di polizia parigino ed eseguita da poliziotti francesi
comandati da militari tedeschi; furono arrestati più di 4.000
ebrei, tra cui 1.500 francesi. In quell’occasione fu utilizzato il
campo di Drancy, alla periferia nord-est di Parigi, un complesso
di edilizia popolare adibito nel ’40 dai tedeschi per
l’internamento dei civili inglesi129. Il 12 dicembre 1941 militi
della Feldgendarmerie e della Sipo-SD procedettero all’arresto
di circa 700 notabili della comunità ebraica parigina che furono
internati a Compiégne, assieme ad altri 300 internati di
Drancy130.
Nel corso del 1942, mentre le autorità di Vichy continuavano a
svuotare i campi131, i tedeschi mutarono la loro impostazione e
pervennero gradualmente ad attribuire all’internamento un
significato non solo persecutorio ma genocidiario, all’interno del
progetto della “soluzione finale”. Il primo convoglio di ebrei
deportati partì da Compiègne il 27 marzo 1942, ma si trattava di
una deportazione decisa mesi prima (e rimandata per motivi
logistici) come misura di ritorsione nei confronti degli attentati
della Resistenza a danno di ufficiali tedeschi; una misura che i
nazisti ritennero più efficace di quella della esecuzione di
internati politici (soprattutto comunisti), adottata in precedenza e
che aveva avuto l’effetto di aumentare l’ostilità della
popolazione francese nei confronti degli occupanti132. La
129
I cittadini britannici e del Commonwealth tra i sedici e i sessantacinque
anni furono internati dai tedeschi a partire dal 9 settembre ’40; inizialmente
furono circa 1.600, ma alcune centinaia ottennero di essere liberati. Il loro
trattamento fu rispettoso della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di
guerra. Donne e bambini furono inviati al confino, prima a Besançon, poi
nella stazione termale di Vittel. Cfr. D. Peschanski, La France des camps,
cit., pp. 204-207.
130
Cfr. ivi, pp. 198-203.
131
Nel febbraio 1943 c’erano circa 13.000 internati nella zona libera; a
dicembre il loro numero non raggiungeva le 7.000 persone. Cfr. ivi, p. 336.
132
Cfr. ivi, p. 317.
deportazione generale degli ebrei avvenne con la complicità
delle autorità francesi. René Bousquet, segretario generale della
polizia di Vichy, aveva, nel maggio 1942, raggiunto un accordo
di massima con Heydrich che contemplava una reale autonomia
della polizia francese in cambio di una piena collaborazione con
quella tedesca nella deportazione degli ebrei. Il 17 luglio ci fu la
prima razzia di ebrei a Parigi (detta del Vel’ d’Hiv’, dal nome
del velodromo in cui furono inizialmente concentrati gli
arrestati), condotta interamente dalla polizia locale e che portò
all’arresto di 13.500 persone. La polizia francese insistette
affinché anche gli internati minori di 16 anni fossero deportati
con le loro madri: lo prova un telex del 6 luglio 1942 in cui
Theodor Dannecker, capo della sezione affari ebraici della Sipo-
Sd di Parigi, fa il punto degli accordi intercorsi con il governo
Laval e chiede ad Eichmann l’autorizzazione alla deportazione
anche dei minori di 16 anni (come proposto da Laval). Tardando
la risposta della Gestapo, ad opera dei gendarmi francesi circa
3.300 bambini internati nella zona occupata furono separati dai
loro genitori che furono deportati il 31 luglio ’42. Due settimane
dopo i bambini furono trasportati a Drancy, poi deportati e
uccisi ad Auschwitz133. Il governo Laval decise inoltre di
consegnare ai tedeschi gli ebrei stranieri presenti nella zona
libera e circa 6.000 persone furono inviate a Drancy nell’estate
del ’42. Laval, nel consiglio dei ministri che autorizzò la
consegna ai tedeschi degli ebrei stranieri in zona libera, definì
queste persone dei «rifiuti che i tedeschi ci avevano
scaricato»134. Scrive, al proposito, Noiriel: «i dirigenti della
Rivoluzione nazionale erano gli eredi di uno Stato repubblicano
che, con le sue leggi, le sue istituzioni, le sue pratiche
burocratiche e le sue categorie mentali, era entrato in guerra, fin

133
Il telex è pubblicato in L’internement des Juifs sous Vichy, cit., p.87.
Sull’arrivo a Drancy di questo convoglio, si veda la straziante testimonianza
di un’assistente sociale, riportata in D. Peschanski, La France des camps, cit.,
pp. 360-362.
134
Cit. in S. Klarsfeld, La livraison par Vichy des juifs de zone libre dans les
plans SS de déportation des juifs de France, in M.-L. Cohen, E. Malo, (a cura
di), Les camps du Sud-Ouest de la France, cit., p. 148.
dagli anni ‘30, contro gli stranieri installati sul suo territorio» 135.
Si tratta, fra l’altro, di un caso unico poiché la zona libera della
Francia fu l’unico Paese europeo in cui degli ebrei siano stati
deportati da un territorio non sottoposto al regime
d’occupazione136. Dall’agosto 1943 si decise di consegnare
anche gli ebrei francesi.
Gli ebrei deportati dalla Francia furono circa 42.000 nel 1942,
17.000 nel ’43 e 15.000 nel ’44, per un totale di circa 74.000
persone, vale a dire un quarto degli ebrei residenti in Francia,
una percentuale non elevata, se si considerano gli sforzi fatti dai
tedeschi, la collaborazione offerta dai francesi e le quote
registrate in altri Paesi di deportati rispetto alla popolazione
ebraica residente. Sul fatto che molti ebrei riuscirono a sfuggire
alla deportazione, Peschanski ritiene che si sia trattato di una
pluralità di fattori: «la reazione delle Chiese, l’atteggiamento
dell’opinione pubblica, l’organizzazione clandestina di
salvataggio, la reazione degli ebrei stessi, la diversità delle
comunità ebraiche (composte per metà di francesi),
l’atteggiamento dei responsabili ebrei delle istituzioni
tradizionali o nuove, essenzialmente religiose o di assistenza, le
dimensioni del Paese che implicava una notevole mobilitazione
poliziesca affinché la caccia fosse efficace, la presenza italiana
ad est del Rodano fra il novembre 1942 e il settembre 1943, la
strategia seguita dai tedeschi e dallo Stato francese»137.
All’interno di coloro che furono deportati è però
percentualmente prevalente la quota degli ebrei stranieri. Una
questione assai delicata. Gérard Noiriel e Serge Klarsfeld
lasciano chiaramente intendere, nei lavori citati, che la
xenofobia repubblicana e vichysta è la causa principale dell’alto
numero di ebrei stranieri periti nella Shoa. Nel senso che gli
ebrei francesi poterono maggiormente godere, in quanto
francesi, di aiuti organizzati o occasionali.

L’internamento della Liberazione


135
G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., p 210.
136
Cfr. L’internement des Juifs sous Vichy, cit., p. 11.
137
D. Peschanski, La France des camps, cit., pp. 375-376.
I campi francesi vissero un’ultima fase nel corso della
Liberazione, fino al 1946, poiché, dopo essere stati liberati dalle
truppe alleate o dai resistenti (nel maggio 1944 risultavano
internate ancora 8.800 persone, di cui quasi il 60% nella zona
nord), furono utilizzati per internarvi i collaborazionisti, i
trafficanti di borsa nera e i marginali (anche gli zingari). Già nel
novembre ’43 fu emanata un’ordinanza del nuovo Stato che
ricalcava i termini della legge sull’internamento dell’autunno del
’39. Secondo Peschanski quest’ultima fase dell’internamento
rappresenta un ritorno alla logica dell’eccezione, ma egli stesso
fa anche presente che i civili tedeschi internati nel corso
dell’avanzata nel territorio del Reich subirono un trattamento
non conforme ai principi giuridici generali, mentre il ministro
dell’Interno, il socialista Adrien Tixier, dovette esercitare un
controllo continuo sul fenomeno dell’internamento dei presunti
collaborazionisti, per mantenerlo all’interno della legalità. In
quello che Peschanski chiama «internamento di prossimità»,
vale a dire quello gestito a livello locale dalle improvvisate
autorità popolari, forme selvagge di epurazione, con
maltrattamenti e torture, furono infatti non rare. Non solo, il
fenomeno dell’internamento assunse una dimensione senza
precedenti, con cifre superiori a tutte le altre fasi; si stima nel
dicembre ’44 la presenza di 50.000 internati. Ad aprile del ‘45
21.000 erano gli internati ancora ristretti; a questa cifra vanno
aggiunti i circa 14.000 civili tedeschi che risultavano internati
nell’estate del ’45, i quali erano stati prelevati in Alsazia e
internati in condizioni pessime, tanto che si verificarono diverse
centinaia di decessi. Incredibilmente, fra i civili tedeschi
internati c’erano anche degli ebrei; ad esempio, nel campo di La
Chauvinerie, una caserma utilizzata per l’internamento, nei
pressi di Poitiers, furono internati 40 ebrei, la maggior parte dei
quali si era salvata dalla Shoa dissimulando la propria
condizione e che adesso avevano, paradossalmente, grande
difficoltà a dimostrare di essere ebrei davanti alle autorità
francesi. Scrive Paul Levy: «è come se l’incubo ritorni. Invio di
pacchi, interventi per liberare i bambini, denunce di
maltrattamenti, mancanza di cibo. E una burocrazia sempre
riluttante»138. Sottoposti a controlli sulle loro conoscenze della
religione ebraica, non tutti questi internati riuscirono ad ottenere
subito la liberazione139. A fine luglio ’45 la cifra totale degli
internati rimaneva identica, con un gran numero di alsaziani. Ai
primi del ’46 vi erano ancora 4.200 internati. L’ultimo internato,
un nomade, lasciò i campi nel maggio del ’46, dopo la
proclamazione, il 10 maggio, della fine dello stato di guerra 140.
Lo stesso Peschanski, in sede di bilancio complessivo, deve
riconoscere che l’internamento epurativo «non fu sempre
condotto nel rispetto dei principi dello Stato di diritto al quale si
richiamava il nuovo regime»141.
Per quanto attiene alla condizione dei rifugiati e, più in generale,
degli stranieri in Francia, le cose procedettero ancor più
lentamente. Sulla persistente diffidenza nei confronti dei
rifugiati, si può citare il caso di Werner Koenig, figlio di un
dirigente socialdemocratico fuggito in Francia nel 1933, che,
sebbene sposato con una cittadina francese e padre di due
cittadini francesi, non riuscì mai ad ottenere la naturalizzazione
a causa di rapporti di polizia (richiesti dalla legge del ’45) non
positivi sulle sue idee politiche142. La riforma del codice della
nazionalità del 1945 fu anche più restrittiva della legge del ’27,
con l’aggiunta di accenni eugenetici sulla salute dei
naturalizzati, prima assenti. Solo nel 1983 vi sarà finalmente
l’abolizione di ogni discriminazione legale nei confronti dei
naturalizzati143.

138
P. Levy, Un camp de concentration français: Poitiers 1939-1945, Sedes,
Parigi 1995, p. 296.
139
Cfr. ivi, p. 297.
140
Sui campi dell’epurazione, cfr. D. Peschanski, La France des camps, cit.,
pp. 440-472.
141
Ivi, p. 477.
142
Cfr. G. Badia, Trois destins d’émigrés allemands, in G. Badia e altri, Les
barbelés de l’exil, cit., p. 356.
143
Cfr. G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, cit., pp. 276-279.
3
L’EXECUTIVE ORDER 9066: L’INTERNAMENTO
DI GUERRA NEGLI USA.

Negli Stati Uniti, prima che altrove, già alla metà degli anni
Settanta si era sviluppato un ampio dibattito sul fenomeno
dell’internamento, incentrato soprattutto su quanto era avvenuto
a danno dei cittadini di origine giapponese. Nella primavera del
1942 ben centoventimila nippo-americani erano stati infatti
internati dal governo statunitense; più di due terzi fra loro erano
cittadini degli Stati Uniti, che furono quindi privati - su mera
decisione del governo - dei propri diritti civili.

Il riemergere del passato


Nel secondo dopoguerra la comunità nippo-americana era
riuscita a modificare la propria condizione all’interno del
mosaico etnico americano, passando lentamente da comunità tra
le più stigmatizzate assieme agli afro-americani (sia per motivi
culturali che per il “colore” della pelle), condizione che portò ad
una temporanea alleanza nel corso degli anni Cinquanta tra gli
attivisti per i diritti civili delle due comunità, a gruppo etnico
assai rispettato e ben allocato nella scala sociale, grazie
soprattutto ai successi dei propri membri nella vita economica e
nel mondo del
lavoro144. Nel 1966 questa ascesa fu segnalata dall’articolo
Success Story: Japanese American Style del “New York Times”,
in cui venivano lodate la laboriosità e la diligenza dei nippo-
americani, giudicati la migliore minoranza etnica del paese,
superiore anche ai bianchi nelle virtù sociali. Nel 1969 divenne
un best seller la prima “autobiografia” dei nippo-americani,
scritta dal giornalista del “Denver Post” Bill Hosokawa, che era
stato uno degli internati di guerra. Il titolo scelto alla fine per il
suo libro, Nisei: The Quiet Americans, intendeva esprimeva il
salto sociale compiuto dalla sua comunità e fu preferito alla più
chiara connotazione razziale dell’iniziale Americans with
Japanese Faces. Hosokawa e la principale organizzazione dei
nippo-americani, la Japanese American Citizens League (JACL)
con cui egli collaborava, non volevano evidentemente rompere il
nuovo idillio con i wasp dell’establishment americano. Per
questo, la JACL evitò nel decennio successivo di impegnarsi in
una battaglia politico-legale di risarcimento a favore degli
internati, che diverse mozioni avevano richiesto nel corso dei
congressi dell’organizzazione svoltisi nei primi anni Settanta 145.
Le pressioni dei movimenti per i diritti civili produssero
comunque nel febbraio del 1976 la Proclamation n. 4417 del
presidente Ford, nel 34o anniversario dell’ordine presidenziale di
internamento (l’Executive Order 9066) degli enemy aliens. Il
presidente dichiarava formalmente decaduto l’Ordine, cosa che
non era ancora stata fatta dai tempi della fine della guerra e, pur
senza proclamare scuse ufficiali, giudicava «indignities» le
decisioni prese a carico della comunità nippo-americana;
aggiungeva che «non solo la loro evacuazione fu sbagliata, ma i
nippo-americani erano e sono dei leali cittadini americani». Ford
concludeva con la promessa che «noi americani abbiamo

144
Cfr. G. Robinson, After Camp: Portraits in Midcentury Japanese
American Life and Politics, University of California Press, Los Angeles
2012.
145
Sui congressi della JACL e sui movimenti e protagonisti della comunità
nippo-americana del Novecento, cfr. B. Niiya (a cura di), Japanese American
History. A A-to-Z reference from 1868 to the Present, Facts on File, New
York 1993.

73
compreso la tragedia di questa lontana esperienza (...) e
promettiamo che questo genere di azioni non si ripeteranno mai
più»146. Nell’aprile del 1978 la JACL decise finalmente di
formare un National Commettee for Redress. Nel settembre del
’79 il senatore Daniel Inouye introdusse una proposta di legge
per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta
sull’internamento di guerra. Nel maggio e giugno del 1980
Camera e Senato approvarono la legge e il 31 luglio dello stesso
anno il presidente Carter istituì la commissione parlamentare
denominata Commission on Wartime Relocation and Internment
of Civilians. Nel 1982 la Commissione ha concluso i suoi lavori
statuendo che l’internamento dei nippo-americani «non era
giustificata da necessità militari (…), [ma] fu provocata da
pregiudizi razziali, isteria collettiva e da un vuoto di leadership
politica»147.

Razzismo, “tribalismo” ed eugenetica: il laboratorio americano

La decisione era venuta da lontano e s’inseriva in un quadro di


discriminazione nei confronti dei nippo-americani, all’interno di
più ampie e significative tendenze razzistiche ed eugenetiche.
Già gli inizi dell’immigrazione giapponese negli Usa possiedono
questo segno, poiché data a partire dal Chinese Exclusion Act
del 1882 con il quale il Congresso bloccò per dieci anni
l’immigrazione di lavoratori cinesi, i quali avevano contribuito
al decollo economico della costa occidentale con il loro lavoro
nelle miniere e nelle costruzioni ferroviarie. Si calcola che circa
230.000 cinesi affluirono negli Usa fra il 1850 e il 1880, ma
meno della metà vi fissò la propria residenza stabile (i tre quarti
di essi in California) 148. La legge fu prorogata alla sua scadenza
146
Copia del Proclamation n. 4417 del Presidente Ford si può consultare sul
sito web del Gerald Ford Library & Museum.
147
CWRIC, Personal Justice Denied, Civil Liberties Public Education Fund,
Washington (D.C.)-University of Washington Press, Seattle 1997 (ed. or.
1982), p. 459.
148
Cfr. R. Daniels, Prisoners without Trial. Japanese Americans in World
War II, Hill and Wang, New York 2004 (nuova edizione), p. 5.

74
e resa permanente nel 1902. Il Chinese Exclusion Act era la
prima decisione federale che discriminava un gruppo
d’immigrati, per quanto non particolarmente numeroso; ma essa
si connetteva direttamente alla decisione anti-asiatica già assunta
dal Congresso nel 1870, quando la modifica delle norme sulla
naturalizzazione, che si rendeva necessaria per consentire agli
schiavi liberati di acquisire la cittadinanza, fu formulata in modo
tale da impedire agli asiatici immigrati di potervi accedere. Solo
ai nati sul territorio americano era consentito, in base al
principio dello ius soli, di divenire cittadini. La naturalizzazione
d’immigrati “non bianchi” rimaneva esclusa.
Come conseguenza del blocco dell’emigrazione dalla Cina vi fu
una crescita dell’ingresso d’immigrati giapponesi, che non tardò
a sollevare la medesima insofferenza di gruppi politici, di settori
delle classi medie e delle organizzazioni dei lavoratori, nei
confronti di forze produttive che, come era accaduto per i cinesi,
erano assai competitive per costi e produttività. Anche i numeri
dell’immigrazione giapponese sono complessivamente modesti:
fra il 1890 e il 1910 ne erano entrati circa 160.000 negli Usa, di
cui 80.000 stabilmente residenti; ed essi non rappresentarono
mai, prima del ’40, più del 2 per cento della popolazione
californiana, per cui «l’invasione giapponese» o il «pericolo
giallo», di cui parlava all’epoca una certa pubblicistica
americana, appaiono del tutto privi di riscontri numerici e
paiono essere piuttosto l’effetto di un diffuso sentimento
xenofobo e razziale dell’opinione pubblica149. Nell’ottobre del
1906 il comune di San Francisco allargò ai nippo-americani il
segregazionismo scolastico che già colpiva i cinesi e obbligò gli
studenti di «razza» giapponese a frequentare la scuola cinese
della città. Il presidente Theodore Roosevelt, che temeva di
irrigidire i rapporti con l’emergente potenza nipponica, dichiarò
la sua ostilità a questo tipo di decisione e grazie al suo
intervento fu evitato che la legislazione antigiapponese si
allargasse. Ma non è senza significato, per la comprensione
dell’atteggiamento della classe dirigente statunitense su questo

149
Cfr. W. L. Neumann, America encounters Japan. From Perry to
MacArthur, Johns Hopkins Press, Baltimora 1963, pp. 161 e ss.

75
tema, che lo stesso Theodore Roosevelt manifestasse in privato
una visione dei rapporti sociali e internazionali fondata anche su
basi razziali150 e in parte ispirata a quei principi
socialdarwinistici che si associavano al dominante positivismo
evoluzionistico americano dell’epoca. E quando il parlamento
californiano, nel 1913, vietò l’acquisto della proprietà terriera
agli immigrati non naturalizzabili, avendo di mira soprattutto i
giapponesi di prima generazione (i cosiddetti Issei), il presidente
democratico Wilson non si oppose; anche perché, come scrive
Roger Daniels, uno dei principali storici dell’immigrazione negli
Usa e dei rapporti interetnici americani: «Wilson e i suoi alleati
nutrivano ancor più pregiudizi razziali rispetto alla maggior
parte dei repubblicani e avevano infatti attaccato Roosevelt nella
campagna presidenziale del 1912 accusandolo di essere troppo
morbido con i Japs»151.
Lo stesso Wilson aveva controfirmato nell’aprile del 1911, quale
governatore del New Jersey, la legge che introduceva in quello
stato la sterilizzazione eugenetica di malati di mente, epilettici e
“altri minorati”152. Secondo Edwin Black, il brillante giornalista
d’inchiesta americano figlio di sopravvissuti all’Olocausto, non
si tratta di un dettaglio di cronaca politica: a suo parere la società
americana dei primi del Novecento era affetta da molteplici e
trasversali conflitti razziali e sociali, a cui la classe dirigente e
l’élite scientifica avevano reagito coltivando forme di
antropologia razziale e arroganti progetti eugenetici. Scrive
infatti Black: «la nozione di un romantico melting pot americano
era un mito. Esso non esisteva quando, al volgere del secolo, lo
scrittore inglese Israel Zangwill coniò ottimisticamente il
termine. In quei giorni (…) l’America era invece un calderone di
indissolubili minoranze, etnie, popolazioni locali ed altri
granitici gruppi, tutti in costante ribollimento» 153. In questo
contesto, i confini tra sociologia e biologia cadevano e la
150
Cfr. G. Robinson, By Order of the President. FDR and the Internment of
Japanese Americans, Harvard University Press, Cambridge, Mass.-London
2001, pp. 15-18.
151
R. Daniels, Prisoners without Trial, cit., p. 14.
152
Cfr. E. Black, War Against the Weak, cit., p. 68.
153
Ivi, p. 22.

76
supremazia delle classi dirigenti si nutriva anche di un
immaginario evoluzionistico, a sfondo razzistico ed eugenetico,
il quale non si manifestò in forme totalitarie e virulente per il
carattere comunque aperto e pluralistico della società civile
statunitense; esemplari sono, sotto questo riguardo, le parole con
le quali il governatore Samuel Pennypacker della Pennsylvania
motivò il suo veto alla legge sulla sterilizzazione obbligatoria
votata nel 1905 dal parlamento di quello stato:

Gli scienziati, come tutti gli altri uomini le cui esperienze sono state
limitate dal perseguimento di un unico obiettivo, (…) a volte vanno
contenuti. Gli uomini di alta cultura scientifica sono inclini (…) a
perdere di vista quei principi generali che non si trovano all’interno
del loro campo di studio. (…) Permettere queste pratiche
significherebbe infliggere sofferenza ad una classe indifesa (…) che
invece lo stato ha il compito di proteggere.154

Resta il fatto che negli Usa fu elaborata la prima forma


dell’eugenetica selezionista (anche contro le idee di Galton, che
era più favorevole a misure di prevenzione): lo Stato
dell’Indiana fu, nel 1907, il primo ordinamento al mondo a
introdurre la sterilizzazione forzata, poi seguito da altri 27 Stati
federati. Numerosi furono anche gli Stati che vararono leggi di
proibizione per i matrimoni ”interrazziali”. Complessivamente,
nel periodo compreso fra il 1907 e il 1940, furono praticate negli
Usa decine di migliaia di sterilizzazioni forzate (a volte
all’insaputa delle vittime); le misure erano dirette contro diverse
forme di “degenerazione”, incluso il pauperismo e la scarsa
intelligenza; la stessa nozione di IQ (quoziente intellettivo) fu
introdotta nel 1916 da psicologi eugenisti americani, che
avevano ripreso gli iniziali lavori di Binet con lo scopo precipuo
di misurare la debolezza intellettiva e di dimostrarne
l’ereditarietà155.
L’eugenismo americano, che assunse la leadership
dell’eugenismo mondiale e che costituì un modello per gli
analoghi movimenti degli altri Paesi, non fu un fenomeno di
154
Citato ivi, p. 66.
155
Cfr. ivi, p. 82.

77
massa né scelse il dibattito pubblico come proprio strumento di
diffusione; si trattò di un movimento guidato principalmente da
scienziati, supportato da parti importanti dell’élite economico-
culturale (come le fondazioni Carnegie e Rockfeller), accreditato
dalle principali università del Paese (che introdussero
stabilmente cattedre di eugenetica) e che entrò a far parte della
mentalità di pezzi importanti della classe dirigente americana.
Ma rimase un movimento minoritario che si mosse soprattutto
con un’azione di lobbying e misurando i propri obiettivi sulle
possibilità reali di superare l’implicita ostilità della maggioranza
della popolazione. La sterilizzazione, che era già un risultato
importante, non era che una delle misure coercitive immaginate
dagli eugenisti: poligamia, segregazione, deportazione, aborto e
castrazione erano obiettivi a lungo termine del movimento;
inoltre, gli individui “normali” ma di “cattiva” ascendenza erano
ritenuti un pericolo grave per l’igiene razziale e anche per loro si
riteneva necessario impedirne la riproduzione. Si preferì,
comunque, differire pazientemente queste proposte e
approfittare a tempo debito delle opportunità che il dibattito
politico avrebbe offerto. Intanto, la pratica delle sterilizzazioni
forzate ricevette l’importante avallo della Corte Suprema nel
1927, con una sentenza che negò l’incostituzionalità della legge
sulle sterilizzazioni della Virginia e statuì il carattere scientifico
delle inferenze sulla ereditarietà di «insanity, imbecility, &
c.»156. L’effetto della sentenza fu un aumento delle
sterilizzazioni in tutti quegli stati che già la consentivano.
Uno degli strumenti principali dello sviluppo dell’eugenetica
americana furono la Station for Experimental Evolution (un
istituto della Carnegie Foundation), creata nel 1904 e guidata
dallo zoologo Charles Davenport, che diede vita nel 1910 anche
all’Eugenics Record Office con il compito di procedere alla
mappatura genetica dei “degenerati” e progressivamente di tutti
gli americani. Per dare solo un’idea delle convinzioni
“scientifiche” di Davenport, si può ad esempio fare riferimento
alla sua asserzione che le caratteristiche comportamentali
dell’operosità e della pigrizia fossero sottoposte alle ferree leggi

156
Sentenza della Corte Suprema del 2 maggio 1927, Buck contro Bell.

78
statistiche di Mendel, non diversamente dalla rugosità dei piselli
indagati dal monaco boemo:

Studi empirici dimostrano che (…), quando entrambi i genitori sono


molto incapaci, praticamente tutti i figli risultano essere “molto
incapaci” oppure “abbastanza incapaci”. Su una prole di 62
individui, solo 3 risultano industriosi o circa il 5 per cento. Quando
entrambi i genitori sono inefficienti in un certo grado, circa il 15 per
cento della prole conosciuta è stata registrata come industriosa.
Quando un genitore è in un certo grado incapace solo il 10 per
cento circa della prole è “molto incapace”. 157

L’Eugenics Record Office collaborò strettamente con i


promotori in Virginia di quella che sarà la legge più restrittiva
sui matrimoni “interrazziali”, vale a dire il Racial Integrity Act,
promulgato nel 1924, il quale prevedeva una meticolosa
registrazione dell’origine razziale dei cittadini e una serie di
restrizioni nei confronti dei non bianchi158. Nel 1922 era stata
inoltre fondata l’American Eugenics Society, che raggruppava
tutti i rappresentanti del movimento eugenetico nella comunità
scientifica statunitense. La più attiva sul piano politico delle
associazioni eugenetiche americane fu però la Eugenics
Research Association, fondata nel 1913 e nella quale militarono
sia eminenti scienziati che ideologi del razzismo, fra cui
Madison Grant, che ne assunse la presidenza per un certo
periodo. Grant era l’autore di The Passing of the Great Race
(1916), vale a dire del testo in cui si dichiarava la superiorità
della razza bianca nordica e si preconizzavano misure estreme
per salvaguardare l’identità razziale nordica degli Usa. Grant fu
stimatissimo da Hitler, che nel 1934 gli scrisse una lettera di
ammirazione in cui affermava che il testo di Grant era la sua
«Bibbia», secondo la testimonianza di Leon F. Whitney,
segretario dell’American Eugenics Society159. Grant e la sua

157
Cfr. C. Davenport, Heredity in Relation to Eugenics, Henry Holt and
Company, New York 1911, p. 81.
158
Cfr. E. Black, War Against the Weak, cit., pp. 159 e ss.
159
L. F. Whitney, Autobiografia, manoscritto del 1971, in APS, Whitney
Papers, B W613b.

79
cerchia difesero negli anni ’30 le politiche eugenetiche del
regime nazista e lo stesso Grant fece inviare ad Alfred
Rosenberg e a Mussolini un’altra sua pubblicazione del ’33, che
poi uscì in traduzione tedesca integrale nel 1937160. Grant
ricevette d’altra parte le critiche dei nazisti per il ruolo non
primario da lui attribuito ai tedeschi all’interno della razza
nordica e al “sangue germanico” nella formazione del popolo
americano161. E bisogna considerare che uomini come Grant e
Davenport, assieme ai molti altri che s’impegnarono nella
diffusione delle idee eugenetiche e razziste, appartenevano agli
strati superiori della classe dirigente, su cui esercitavano un
influsso ideologico non trascurabile. Come scrive Edwin Black,
«le dottrine della purezza e supremazia razziale abbracciate dai
fondatori dell’eugenetica americana non erano elucubrazioni di
uomini rozzi e ignoranti. Esse rappresentavano gli ideali più
importanti di alcuni dei più stimati e colti personaggi della
nazione, perché fra i massimi esperti nel loro campo culturale o
scientifico o perché riveriti per la loro erudizione»162.
Le tendenze razziste americane non si limitavano alla
discriminazione dei non bianchi, ma si estendevano anche ai
“bianchi non nordici”: italiani, ebrei europei, scozzesi e irlandesi
erano considerati, da autori come Grant o Lothrop Stoddard, nei
termini di una minaccia nei confronti delle origini nordiche della
razza americana163. Stoddard, membro autorevole della Eugenics
Research Associaton, pubblicò poi, nel 1940, un libro elogiativo
nei confronti dell’eugenetica nazista, dopo aver visitato la
Germania ed essere stato ricevuto da Hitler 164. La guerra in
Europa era già scoppiata e gli eugenisti americani si ostinavano

160
Cfr. Memorandum di R. V. Coleman del 6 ottobre 1933, in PUL,
Charles Scribner’s Sons papers, Box 67, fondo Grant.
161
Cfr. S. Kühl, The Nazi Connection. Eugenics, American Racism and
Germany National Socialism, Oxford University Press, Oxford-New York
1994, p. 131.
162
E. Black, War Against the Weak, cit., p. 31.
163
Cfr. L. Stoddard, The Rising Tide Of Color Against White World-
supremacy, Scribner’s Sons, New York 1920.
164
Cfr. E. Black, War Against the Weak, cit., pp. 317-318

80
dunque a mantenere aperta la linea di credito nei confronti del
regime nazista, come avevano d’altra parte sempre fatto, fin
dall’avvento al potere di Hitler. Molteplici legami furono infatti
intrattenuti dagli eugenisti americani con gli eugenisti tedeschi e
con le autorità naziste. Questi legami assunsero le forme di
viaggi di studio, dichiarazioni pubbliche di sostegno,
sovvenzioni ai centri di ricerca, scambio di riconoscimenti
accademici, pubblicazione di descrizioni entusiastiche dei
programmi eugenetici nazisti; perfino i famigerati film di
propaganda nazista sul programma di eliminazione degli
handicappati furono acquistati e diffusi dalle organizzazioni
eugenetiche americane. Solo l’entrata in guerra degli Usa, nel
dicembre del ’41, pose fine a queste relazioni. Comunque, le
associazioni eugenetiche avevano risentito del clima bellico e fin
dal 1938-39 avevano ridotto di molto le loro attività, fin quasi a
sparire, durante la guerra, dal panorama scientifico e politico
americano. Dopo la guerra la ricomposizione di quelle idee e di
quelle organizzazioni fu lentissima e percorse le nuove, attuali e
molto controverse strade dell’ingegneria genetica 165, che rischia
di riproporre, consapevolmente o meno, le stesse aberrazioni.
Le leggi sulla sterilizzazione non furono però abrogate negli Usa
e si stima in quindicimila il numero degli sterilizzati negli anni
’40, diecimila negli anni ’50 e altre migliaia negli anni ’60 e ’70.
La sterilizzazione femminile era più frequente e, in generale, la
California risulta lo stato più attivo in questa pratica166. A partire
dal 1980, l'American Civil Liberties Union ha condotto diverse
azioni legali di risarcimento delle vittime di sterilizzazioni;
quest’attività, da parte di una delle più importanti organizzazioni
indipendenti americane in difesa dei diritti civili, ha contribuito
a produrre una coscienza storica del fenomeno e spinto i
governatori di diversi Stati (Virginia, Oregon, California, Nord e
Sud Carolina) a proclamare pubblicamente le proprie scuse a chi
era stato sottoposto a tali pratiche. Ma la legge sulla
sterilizzazione della North Carolina è stata aggiornata nel 1981
165
Cfr. .S. Kühl, The Nazi Connection, cit., pp. 85 e ss.; cfr. anche E. Black,
War Against the Weak, cit., pp. 385 e ss.
166
Cfr. J. B. Robitscher (a cura di), Eugenic sterilization, Thomas,
Springfield (Illinois) 1973, p. 123.

81
ed è ancora formalmente in vigore, mentre l’ultimo Stato ad
abolire i divieti sui matrimoni interrazziali è stato l’Alabama nel
2000167.
Secondo Black, non solo l’eugenetica americana era espressione
di atteggiamenti mentali non secondari della classe dirigente
americana, ma bisogna dedurre da quanto finora abbiamo
riportato che il mito della supremazia di una pura razza nordica,
con le annesse politiche eugenetiche e selezioniste, era stato
originariamente elaborato in terra americana, mentre i nazisti
vanno considerati gli ossessivi e compulsivi esecutori delle
politiche razziali legate a quel mito: «il bizzarro culto della
scienza razziale nazista era organicamente legato all’America
(…) ed il principio nazista di una superiorità nordica non fu
concepito nel Terzo Reich, ma a Long Island [sede
dell’Eugenics Record Office] decenni prima, e poi attivamente
trapiantato in Germania»168. Bisogna aggiungere che, nel caso
dei nazisti, queste idee non rappresentavano soltanto tendenze
élitiste o la diretta manifestazione dell’arroganza delle classi
dirigenti, ma costituivano il tessuto di una vera e propria
ideologia biocratica169, sovversiva dell’ordine interno e di quello
internazionale.
L’eugenetica era stata anche una componente delle discutibili
politiche dell’immigrazione introdotte negli Usa tra le due
guerre. Dopo la Prima guerra mondiale un’ondata xenofoba
percorse il Paese; fra il 1880 e il 1920 erano arrivati circa 20
milioni di immigrati, per lo più europei; più di otto milioni
giunsero fra il 1900 e il 1909170. Negli anni del primo
167
Cfr. E. Black, War Against the Weak, cit., pp. 400-401.
168
Ivi, p. XVIII.
169
Robert J. Lifton ha per primo definito il nazismo una biocrazia, cioè una
nuova forma di organizzazione umana in cui il potere viene definito ed
esercitato su base biologica e corporea. Cfr. R. J. Lifton, I medici nazisti,
Milano, Bur, 20063, pp.33-35. Roberto Esposito, riprendendo alune riflessioni
di Levinas, ha indicato nella chiusura del corpo, vale a dire nella assoluta
identità tra io e corpo, una delle caratteristiche fondamentali della biocrazia
genocida nazista. Cfr. R. Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia, Torino,
Einaudi, 2004, pp. 151-154.
170
US Department of Commerce, Historical Statistics of the United States:
Colonial Times to 1970 (2 vv.), US Government Printing Office, Washington

82
dopoguerra, che sono stati anche definiti i tribal twenties171,
problemi sociali e problemi etnici si mescolarono e diedero vita
a forti tensioni, con scontri fra bianchi e neri e persecuzioni
giudiziarie a danno degli anarchici italiani. Fu in questo contesto
che politiche dell’immigrazione, eugenetica e razzismo finirono
per convergere attorno ad un programma di restrizioni
all’immigrazione172. Albert Johnson, un ambizioso giornalista di
provincia eletto al Congresso nel 1912, dal 1919 al 1931 fu
Presidente della Commissione del Congresso per
l’Immigrazione e la Naturalizzazione173. Madison Grant era
intimo di Johnson e nella sua veste sia di presidente della
Eugenics Research Association sia di vice presidente della Lega
per la restrizione delle immigrazioni, svolse un ruolo importante
nella confluenza di eugenetica e politica di controllo
dell’immigrazione. Questi contatti portarono ad ottenere nel
1920 la nomina a consulente eugenetico della Commissione per
l’Immigrazione del Congresso del segretario dell’Eugenics
Record Office, Harry Laughlin, un insegnante originario
dell’Iowa, le cui doti di organizzatore gli permisero di diventare
una delle figure più importanti dell’eugenetica americana e
mondiale174. Laughlin lavorò affinché venisse approvata una
legislazione restrittiva soprattutto nei confronti degli immigrati
provenienti dall‘Europa mediterranea e dall’Est Europa (fra cui
c’erano molti ebrei), “certificandone” la tendenza genetica al
crimine e alla immoralità175. Merriam, il Presidente della
Fondazione Carnegie, che finanziava l’Eugenics Record Office e

(D.C.) 1975.
171
Cfr. J. Higham, Strangers in the Land. Patterns of American Nativism
1860-1925, Rutgers University Press, New Brunswick, N. J., 1955, pp. 264 e
ss.
172
Su quanto segue, cfr. E. Black, War Against the Weak, cit., pp. 185 e ss.
173
Una breve biografia di Johnson è rintracciabile sul sito del Congresso
http://bioguide.congress.gov.
174
Le carte di Laughlin sono conservate alla PML della Truman State
University di Kirksville nel Missouri, dove Laughlin aveva studiato (e che
era all’epoca una Normal school per insegnanti). Documenti relativi alle
prime audizioni ed ai primi lavori per la Commissione per l’Immigrazione
sono in PML, Laughlin Papers, Box C, 4-5: 6; 4-5: 10. Molta corrispondenza
con Johnson sta ivi, in C-4-2:5.

83
al quale Laughlin riferiva regolarmente sulla sua attività di
consulente del Congresso, benché temesse gli eccessi di
Laughlin autorizzò gli statistici della Fondazione a collaborare
con lui alla redazione di un rapporto sullo stato delle relazioni
etniche negli Usa176. Il rapporto, consegnato nel 1922, fece da
base “scientifica” per l’elaborazione della nuova legge
sull’immigrazione.
Intanto, nel giugno del ’23 Johnson venne eletto Presidente della
Eugenics Research Association. In collaborazione con il
Dipartimento del Lavoro (che fu competente sulle politiche
dell’immigrazione fino a quando Roosevelt, nel ’40, non le
trasferì al Dipartimento della Giustizia), Laughlin fece un lungo
viaggio in Europa, dove prese contatto con le ambasciate, studiò
le pratiche di immigrazione e iniziò a diffondere questionari
eugenetici, nuove pratiche d’indagine sugli aspiranti migranti e
una cultura razziale dell’immigrazione. Il suo rapporto al
Congresso fece da base di discussione per l’Immigration Act
(The Johnson-Reed Act) della primavera del 1924, che stabiliva
un sistema restrittivo di quote per l’immigrazione, ottenendo il
risultato di ridurre il numero degli immigrati provenienti dal sud
e dall’est europeo e di bloccare, praticamente, l’immigrazione
giapponese. Il sistema delle inchieste eugenetiche sui migranti
fu per qualche tempo introdotto in molti consolati europei, ma
venne poi abbandonato per motivi burocratici e per le resistenze
degli altri Paesi. Ciò nonostante, sottolinea Edwin Black, «per
molto tempo ancora, dopo la cessazione degli esami eugenetici, i
consoli americani rimasero molto attenti, diversamente da
quanto era accaduto in passato, alle condizioni eugenetiche degli
aspiranti migranti o rifugiati. Le loro preferenze biologiche e i
loro pregiudizi diverranno delle barriere insormontabili per
molti di coloro che, nel mondo, tentavano di sfuggire

175
Cfr. “Scientific Investigations by the Committee on Immigration and
naturalization of the House of Representatives. Abstract of Studies Made for
the Committee”, del 1922, in PML, ivi, C-4-2:5; “Report of the Committee
on Selective Immigration of the Eugenics Committee of the United States”,
datato 1924, in PML, ivi, C-4-4:3.
176
Resoconti e corrispondenza con Merriam si trovano in PML, ivi, C-2-3:3.

84
all’oppressione nel corso degli anni ‘30»177. Il sistema delle
quote intralciò infatti la ricerca delle vie di fuga dal nazismo
verso gli Usa tentate dagli ebrei europei dopo il 1933. I consolati
americani di Vienna e Berlino furono assediati da persone che
chiedevano disperatamente un visto d’entrata negli USA, ma il
rigido sistema di quote introdotto dall’Immigration Act impedì a
molti questa via di fuga dalla persecuzione nazista178. Fra i
nippo-americani, molti Issei preferirono, a questo punto,
rientrare in patria, ma rimasero quelli che avevano figli nati in
America, i quali avevano per questo la cittadinanza (i Nisei),
andando a costituire il grosso di una permanente minoranza
nippo-americana che contava nel 1940 circa 126.000 persone (di
cui più di 80.000 erano cittadini); la maggior parte dei nippo-
americana era residente in California, con un tasso di impiego in
agricoltura e pesca pari al 50 per cento degli occupati179.

“Wartime relocation”

Sulla scia dei decennali conflitti fin qui descritti e sulla base di
diffusi convincimenti circa l’uso sistematico da parte delle
potenze dell’Asse di quinte colonne, nel giugno del ’40 il
Congresso approvò lo Smith Act, che obbligava per la prima
volta nella storia statunitense tutti gli stranieri maggiori di 14
anni residenti negli Usa a registrarsi e comunicare le variazioni
di residenza o d’impiego. Il membro del Congresso Vito
Marcantonio, che era stato dapprima eletto alla Camera dei
Rappresentanti come repubblicano, ma poi era stato rieletto
come laburista (e che sarà nel ’49 candidato del Partito
Laburista a sindaco di New York)180, tuonò contro quella che
egli definì «una penosa imitazione dei metodi hitleriani, in nome
177
E. Black, War Against the Weak, cit., p. 205.
178
Sul serio intralcio del sistema statunitense delle quote alla fuga degli ebrei
dalla Germania nazista cfr. K. Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia
dal 1933 al 1945, vol. II, La Nuova Italia, Firenze 1996.
179
Cfr. R. Daniels, Prisoners without Trial, cit., p. 16.
180
Su Marcantonio si veda G. Meyer, Vito Marcantonio. Radical Politician,
1902-1954, State University of New York Press, Albany 1989.

85
di un sedicente programma di difesa nazionale», fatta passare a
tamburo battente al Congresso «con tempi da blitzkreig»181.
L’American Committee for Protection of the Foreign Born
pubblicò un libello di Marcantonio che aveva una presentazione
del giornalista progressista Carey McWilliams, mentre sulla
copertina campeggiava il disegno di un anziano lavoratore
messo alla gogna. Intanto, su ordine di Roosevelt, l’Fbi e il
servizio segreto della Marina (Oni) avevano stilato una
Custodial Detention List, segreta e contenente l’elenco delle
persone pericolose da arrestare in caso di guerra. Va sottolineato
che i timori circa l’esistenza di una quinta colonna si sono
rivelati storicamente infondati, in quanto non sono mai state
accertate cospirazioni antiamericane da parte degli enemy aliens
né prima né durante la guerra e mai nessun giapponese, italiano
o tedesco fu arrestato per aver compiuto atti di sabotaggio 182.
Anzi, nei mesi precedenti l’entrata in guerra degli Usa, una
cellula investigativa segreta alle dirette dipendenze di Roosevelt,
guidata dallo scrittore e giornalista John F. Carter, lo aveva
informato della scarsa pericolosità e quasi totale lealtà dei
nippo-americani. Carter riferì a Roosevelt dell’assenza di prove
sulla slealtà dei nippo-americani, mentre i soli pericoli per
l’ordine pubblico provenivano, al contrario, dal clima di
sospetto su di loro183. Carter era stato ghost writer e consigliere
di Roosevelt durante la campagna elettorale del ’40; incaricò a
sua volta l’uomo d’affari (di orientamento conservatore) Curtis
B. Manson di condurre le indagini sul posto 184. Carter segnalò
anche la vulnerabilità delle infrastrutture californiane,
riassumendo in cinque punti la relazione “I giapponesi della

181
V. Marcantonio, The Registration of Aliens, American Committee for
Protection of the Foreign Born, New York 1940, p. 7.
182
Cfr. G. Robinson, By Order of the President, cit., p. 3; L. DiStasi, Morto il
Camerata, in L. DiStasi (a cura di), Una storia segreta. The Secret History of
Italian American Evacuation and Internment during World War II, Heyday
Books, Berkeley CA 2001, p. 4.
183
Cfr. i Memorandum di John F. Carter a Roosevelt del 22 e del 27 ottobre
1941, in FDRL, Secretary file, Confidential, Carter file, giugno-ottobre 1941.
184
Cfr. G. Robinson, By Order of the President, cit., pp. 65 e ss.

86
Costa occidentale” sulle indagini svolte dalla speciale cellula
investigativa:

1. Ci sono ancora, negli Usa, dei giapponesi che potrebbero


decidere di legarsi alla cintura della dinamite e trasformarsi in una
bomba umana (…), ma ormai sono ben pochi. 2. Non esiste un
“problema” giapponese sulla Costa occidentale. Non ci saranno
rivolte armate di giapponesi. Ci sarà sicuramente qualche
sabotaggio finanziato dal Giappone ed eseguito soprattutto da
agenti esterni. Potrebbero esserci sporadici casi di sabotaggi fanatici
operati da qualche giapponese squilibrato. 3. La reale pericolosità
del loro spionaggio sta nel fatto che potrebbe essere molto efficace
per quanto riguarda i trasporti di rifornimenti e i movimenti di
truppe e di navi. 4. La maggior parte dei giapponesi locali è leale
verso gli Stati Uniti o, al peggio, spera che rimanendo inattivi
potranno così evitare i campi di concentramento o violenze
incontrollate. 5. (…) Gli investigatori sono inorriditi dall’osservare
che dighe, ponti, porti, centrali elettriche, ecc., sono ovunque
completamente privi di sorveglianza.185

Preoccupato soprattutto dai pericoli di spionaggio o di attentati,


secondo Greg Robinson, professore al Dipartimento di Storia
dell’Université du Québec a Montréal ed uno dei migliori
conoscitori della storia dell’internamento americano, quando si
trattò di decidere tra i diritti dei cittadini nippo-americani e le
presunte esigenze di sicurezza, Roosevelt non ebbe dubbi e
scelse di violare la costituzione pur di garantirsi di non correre
alcun pericolo, reale o potenziale, di sabotaggio186.
Molti stranieri indicati dalla lista dell’Fbi furono arrestati subito
dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour; tutti furono
interrogati dal Dipartimento di Giustizia e tremila (all’incirca
1.500 giapponesi, 1.250 tedeschi e 250 italiani) furono internati.
Secondo Roger Daniels questa procedura appare
sostanzialmente legittima, perché conforme alle abitudini di
guerra, frutto di imputazioni alla persona e non a gruppi, non
185
Presentazione di J. F. Carter del rapporto finale di C. B. Manson,
“Japanese on the West Coast” del 7 novembre 1941, in CWRIC Papers, p.
3663.
186
Cfr. G. Robinson, By Order of the President, cit., p. 72.

87
priva di alcune garanzie in favore degli accusati (soprattutto
l’interrogatorio). Bisogna inoltre considerare che la Prima
Guerra Mondiale aveva portato nel 1918 alla codificazione
dell’Alien Enemy Act (risalente al 1798), che permetteva,
effettivamente, l’arresto e l’internamento di stranieri
appartenenti a nazioni nemiche. Occorre però precisare che vi
sono stati dei casi accertati di cittadini americani internati, come
il vice console italiano di New Haven187; e non va dimenticato
che gli Issei si trovavano nella condizione forzata di aliens,
poiché nei decenni precedenti gli era stata impedita la
naturalizzazione. Per cui, anche se si accetta l’Alien Enemy Act
come base legale dei primi internamenti, per quanto questa
legge sia di assai dubbia costituzionalità, dei gravi abusi furono
comunque compiuti. E le indagini che avevano portato alla
formazione della lista dei pericolosi erano state approssimative,
permeabili a forme di errore e di abuso; come scrive Gloria
Ricci Lothrop, professore alla California State University, le
imputazioni a danno di coloro che erano stati inseriti nella lista,
«spesso consistevano soltanto in pettegolezzi o insinuazioni,
affermazioni basate sul sentito dire e, circostanza non
infrequente, accuse frutto di vendette» 188. Comunque, già l’8
dicembre 1941 fu varato un provvedimento lesivo dei diritti dei
cittadini americani e basato, fra l’altro, su motivi razziali:
vennero dichiarati chiusi i confini statunitensi, non solo a tutti
gli enemy aliens, fatto del tutto naturale, ma anche ai cittadini
americani di origine giapponese. Il 30 dicembre, il segretario
alla Giustizia Biddle (un difensore dei diritti civili e una
“colomba” del gabinetto di guerra) autorizzò la perquisizione di
polizia di abitazioni in cui vivesse un enemy alien; era un modo
per aggirare i diritti costituzionali dei cittadini, poiché spesso i
cosiddetti enemy aliens erano anziani Issei conviventi con i
propri famigliari Nisei (ovvero i giapponesi di seconda

187
Cfr. L. DiStasi, A Tale of Two Citizens, in L. DiStasi (a cura di), Una
storia segreta, cit., pp. 137 e ss.
188
G. Ricci Lothrop, Unwelcome in Freedom’s Land. The impact of World
War II on Italian Aliens in Southern California, in L. DiStasi (a cura di), Una
storia segreta, cit., p. 169.

88
generazione, nati sul suolo americano e dunque cittadini degli
USA). Per gli italiani, come vedremo, era la stessa cosa.
Molte pressioni, interne ed esterne all’amministrazione,
spingevano nella direzione dell’assunzione di provvedimenti più
gravi. L’andamento negativo del conflitto nei primi mesi di
guerra e l’avanzata giapponese in Asia contribuirono fortemente
ad esacerbare gli orientamenti sia dell’opinione pubblica sia
dell’establishment. Oltre alla pressione popolare in favore di
provvedimenti severi nei confronti dei nippo-americani, in
continuità con i vecchi pregiudizi antiasiatici degli Stati
occidentali, il coordinamento dei deputati della Costa
occidentale richiese l’evacuazione immediata dei nippo-
americani, mentre l’autorevole Walter Lippmann pubblicò il 12
febbraio sul “Washington Post” un importante articolo a
proposito della Quinta colonna della Costa del Pacifico. Il 19
febbraio 1942 Roosevelt firmò, dopo aver superato le deboli
resistenze di Biddle, il famoso Ordine dell’Esecutivo n.9066,
che delegava i Comandanti Militari territoriali ad allontanare
dalle zone dichiarate di interesse militare chiunque essi
reputassero necessario. L’Ordine non conteneva alcun accenno
di carattere razziale, ma era una chiara sospensione delle
garanzie costituzionali, strumentalizzabile in senso razziale,
come effettivamente avvenne. Un mese dopo il Congresso
tradusse l’Ordine presidenziale nella Public Law 503, avente il
medesimo contenuto189.
Il 30 marzo 1942 il generale John De Witt, comandante della
Regione difensiva occidentale, decretò l’allontanamento dalla
costa californiana di tutti i giapponesi, cittadini americani
compresi. In poche settimane essi persero quasi tutti i loro averi,
furono concentrati in campi provvisori in California e poi
internati definitivamente, per tutta la guerra, in campi di
concentramento siti negli Stati interni. Anche la Corte Suprema
diede il proprio avallo ai provvedimenti di internamento,
respingendo i pochissimi ricorsi individuali che ebbero la
ventura di giungere al suo esame e rifiutando, nel dispositivo

189
Copia dell’ “Executive Order no. 9066” si trova in R. Daniels, Prisoners
without Trial, cit., pp. 145-146.

89
delle sentenze, di ammettere che le misure prese dal governo e
dalle autorità militari avessero il carattere di discriminazione
razziale. Ma il giudizio storico attualmente prevalente è
diametralmente opposto. Dal punto di vista legale, secondo Greg
Robinson, l’Ordine presidenziale esorbitò dai poteri
dell’esecutivo ed ebbe altri caratteri incostituzionali: «con
questo provvedimento, il Presidente impose una norma militare
a dei civili senza che vi fosse stata la dichiarazione della legge
marziale, impose ad una parte della popolazione l’internamento
(…) senza che il Congresso, a cui spettava questo potere, avesse
sospeso le garanzie dell’habeas corpus. Infine, l’Executive
Order 9066 fu un provvedimento che costituì una violazione
condotta su basi razziali, con un’ampiezza che era senza
precedenti, dei diritti fondamentali dei cittadini americani» 190.
Sulle motivazioni prevalentemente razziali del provvedimento,
Roger Daniels è assai netto: «le ragioni per la creazione di questi
campi di concentramento sono chiare. Una situazione militare
deteriorata diede l’opportunità ai razzisti di ottenere che anche la
leadership nazionale condividesse i loro orientamenti»191.
Roosevelt, come abbiamo visto, era stato informato della lealtà
dei nippo-americani e della oggettiva situazione di pericolo in
cui potevano, per contro, trovarsi le infrastrutture civili
californiane. Egli finì per valorizzare la seconda parte
dell’informativa, perché gravato dalla responsabilità di evitare
ogni pericolo alla sicurezza degli Usa; timori, questi, alimentati
dalla pressione dei militari: Stimson e Knox, i due conservatori e
interventisti repubblicani da lui chiamati nel ’40 a dirigere
rispettivamente il Dipartimento della Guerra e quello della
Marina, erano favorevoli a forme d’internamento in caso di
guerra. E fu Stimson, a sua volta influenzato dai suoi
collaboratori, a convincere Roosevelt ad emanare l’Ordine di
internamento192. Pregiudizi razziali e consapevolezza delle

190
G. Robinson, By Order of the President, cit., p. 109. Cfr. Anche W. H.
Rehnquist, All the Laws but One. Civil Liberties in Wartime, Vintage, New
York 2000 (1° ed. 1998), pp. 184 e ss.
191
R. Daniels, Prisoners without Trial, cit., p. 47.
192
Cfr. G. Robinson, By Order of the President, cit., pp. 73 e ss.

90
lesioni costituzionali si mescolano nelle parole del diario di
Stimson:

La seconda generazione di giapponesi [i Nisei] potrà essere


evacuata soltanto come parte di un’evacuazione totale, concedendo
poi l’accesso alle aree di sicurezza solo tramite permesso, oppure
facendoli oggetto, apertamente, di un’espulsione sulla base del fatto
che le loro caratteristiche razziali ci impediscono di distinguere o
riporre fiducia nei giapponesi che hanno la cittadinanza.
Quest’ultima è la soluzione, ma temo che, per applicarla, saremo
costretti a praticare un tremendo strappo al nostro sistema
costituzionale.193

La decisione di Roosevelt fu anche dovuta alle pressioni


politiche di diversa natura di cui abbiamo parlato e al fatto che
egli non aveva mai davvero considerato i nippo-americani come
cittadini a pieno titolo, avendo condiviso nei decenni precedenti
i timori di molti sulla loro slealtà. Inoltre, nonostante fosse
sicuramente una delle personalità politiche più progressiste dei
suoi tempi, anche Franklin Delano Roosevelt era partecipe della
Weltanschauung razziale ed eugenetica che abbiamo già
indicato essere una delle componenti principali della cultura
delle élites americane dell’epoca. Ad esempio, nel ’42 incaricò
un gruppo di naturalisti di stilare una relazione sul profilo
genetico preferibile dei futuri emigrati e profughi da accogliere
negli Usa, chiedendo fra l’altro anche la percentuale ottimale di
italiani del nord da accogliere rispetto a quelli del sud. Lui e
Knox esaminarono anche, verso la fine della guerra, la
possibilità di sterilizzare 50.000 Junkers e ufficiali tedeschi. In
colloqui privati Roosevelt non fece poi mistero di considerare i
giapponesi razzialmente aggressivi e primitivi194. Essendo un
uomo pragmatico, Roosevelt non si faceva però condizionare del
tutto da questi pregiudizi razziali, che in lui andavano a
mescolarsi, in vista delle decisioni da assumere, a motivazioni
prettamente politiche. E i nippo-americani, oltre ad apparire
razzialmente “diversi”, possedevano anche uno scarso peso

193
YUL, Manuscripts and Archives, Stimson Diaries, 10 febbraio 1942.
194
Cfr. G. Robinson, By Order of the President, cit, pp. 119-120.

91
politico; essi erano anzi politicamente isolati: complessivamente
non numerosi, con gli Issei che non potevano votare e molti
Nisei ancora minorenni (l’età media dei Nisei nel ’42 era di 18
anni), per scelta delle autorità locali erano rimasti esclusi dal
programma di lavori pubblici del New Deal e nessun nippo-
americano o asiatico in genere faceva parte dello staff della Casa
Bianca oppure del giro dei consiglieri presidenziali195.
Per quanto riguarda gli italiani ed i tedeschi, a lungo si è ritenuto
che non fossero stati toccati dai provvedimenti di guerra
presidenziali. I rapporti emessi negli anni ’80 dalla CWRIC
parlavano soltanto di nippo-americani e dei nativi delle isole
Aleutine (anch’essi internati). Lo storico Stephen Fox, il primo a
produrre un lavoro scientifico sull’internamento degli italiani nel
1988, confessa di aver avuto la prima notizia sull’argomento da
un suo studente di origini italiane della Northern California
University196. Nel corso degli anni ’90 si è invece diffusa la
consapevolezza storiografica e sociale che anche per le comunità
italiana e tedesca ci sia stata un’applicazione delle restrizioni.
L’evento che aprì la strada ad una riflessione su quegli eventi fu
la mostra “Una storia segreta. When Italian Americans Were
«Enemy Aliens»”, organizzata dal Garibaldi-Meucci Museum di
Staten Island (New York), che nel 1993 fu presentata in circa 40
città ed ebbe una vasta eco nei mass-media americani. La
direzione della mostra era stata affidata allo scrittore e
giornalista Lawrence DiStasi, mentre una parte notevole della
documentazione era stata fornita da Rose D. Scherini, una
ricercatrice indipendente che aveva iniziato ad accumulare
documenti e testimonianze fin dalla fine degli anni Settanta per
la sua tesi di dottorato a Berkeley e che nel ’91 aveva pubblicato
un articolo sugli effetti dell’Ordine 9066 sulla comunità italiana
195
Cfr. ivi, pp. 51-52.
196
Cfr. Cfr. S. Fox, UnCivil Liberties. Italian Americans Under Siege during
World War II, Universal Publishers, Usa 2000, p. XIII. (Si tratta della
seconda edizione del volume uscito nel 1990 con un diverso titolo: The
Unknown Internment: An Oral History of the Relocation of Italian
Americans During World War II, Twayne Publishers, Boston). L’articolo del
1988 è: S. Fox, General DeWitt and the Proposed Internment of German and
Italian Aliens during World War II, in “Pacific Historical Review”, 57,
Novembre 1988, pp. 407-438.

92
di San Francisco197. Su proposta dei deputati al Congresso Eliot
Engel, un democratico eletto nel distretto del Bronx e
Westchester di New York, e del repubblicano Rick Lazio, eletto
a Long Island, nel novembre del 2000 il Congresso ha approvato
il “Wartime Violation of Italian American Civil Liberties Act”,
con cui si dava mandato al Ministro della Giustizia di redigere
un rapporto su quei fatti. La relazione, A Review of the
Restrictions on Persons of Italian Ancestry During World War
II, è stata rimessa al Congresso nel novembre del 2001 ed ha
ampiamente confermato l’effettività dei provvedimenti assunti
in tempo di guerra e delle relative violazione dei diritti delle
Persons of italian ancestry.198

L’internamento degli italiani negli Usa

Nel Wartime Violations of Italian American Civil Liberties Act


si dichiarava che:

(1) La libertà di più di 600.000 italiani immigrati negli Stati Uniti e


delle loro famiglie è stata limitata durante la II Guerra Mondiale da
parte del Governo che li qualificò come enemy aliens, li costrinse
ad
avere speciali carte d’identità, a restrizioni negli spostamenti e
procedette al sequestro di beni personali.
(2) Durante la Seconda Guerra Mondiale più di 10.000 italo-
americani che vivevano nella Costa occidentale sono stati costretti a
lasciare le loro case ed allontanati dalle zone costiere, per loro
proibite. Più di 50.000 sono stati sottoposti a coprifuoco.
(3) Durante la Seconda Guerra Mondiale migliaia di italo-americani
immigrati sono stati arrestati e centinaia furono internati in campi
militari .

197
R. D. Scherini, Executive Order 9066 and Italian Americans: The San
Francisco Story, in “California History”, LXX, 4, 1991-92, pp. 367-377.
198
Una copia della Review of the Restrictions on Persons of Italian Ancestry
During World War II si trova all’indirizzo:
http://judiciary.house.gov/legacy/Italian.pdf.

93
(4) Centinaia di migliaia di italo-americani prestarono servizio
esemplare alla collettività e migliaia sacrificarono la loro vita in
difesa degli Stati Uniti.
(5) Oggi, gli italiani sono il più grande gruppo di residenti negli
Stati Uniti nati all’estero e il quinto più grande gruppo di immigrati
negli Stati Uniti, stimato in circa 15 milioni di persone.
(6) L'impatto delle misure di guerra fu una devastante esperienza
per la comunità degli italo-americani negli Stati Uniti, e i suoi
effetti sono ancora risentiti.
(7) Una politica deliberata ha mantenuto queste misure ignote al
pubblico, durante la guerra. Anche a 50 anni di distanza molte
informazioni rimangono classificate, queste vicende rimangono
sconosciute al pubblico e non sono mai state accertate in nessun
atto ufficiale da parte del Governo degli Stati Uniti. 199

Come ricorda il rapporto del Congresso, gli italiani non cittadini


e dunque classificati come enemy aliens erano 600.000 mila. Già
nella notte successiva all’attacco giapponese a Pearl Harbour, il
7 dicembre 1941, si procedette all’arresto – senza vera base
legale - di alcuni italiani il cui nome era inserito nella lista dei
pericolosi stilata dall’Fbi. I primi arresti avvennero quindi prima
che, alcuni giorni dopo, fra l’Italia, la Germania e gli Usa si
stabilisse lo stato di guerra, alcuni addirittura prima ancora che
l’8 dicembre Roosevelt firmasse il Proclama 2527:

Considerando che è previsto dalla sezione 21 del titolo 50 del


Codice degli Stati Uniti quanto segue: "Ogni volta che c'è una
guerra dichiarata tra gli Stati Uniti e qualsiasi nazione o governo
stranieri, o qualsiasi invasione o incursione di predatori è
perpetrata, tentata o minacciata contro il territorio degli Stati Uniti
da qualsiasi nazione o governo stranieri, e il Presidente rende
pubblico l'evento, tutti i nativi, cittadini, abitanti, o soggetti della
nazione o del governo ostili, che abbiano l'età di quattordici anni o
più e si trovino all'interno degli Stati Uniti e non siano naturalizzati,
possono essere fermati, trattenuti, custoditi e allontanati, come
stranieri nemici. Il presidente è autorizzato in qualsiasi caso, con la
sua stessa proclamazione o con altri atti pubblici, a definire: le
misure da adottare, da parte degli Stati Uniti, nei confronti degli
stranieri che ne siano passibili; di fissare le modalità e il grado della
199
USDJ, WVIACLA, pp. IV-V.

94
restrizione a cui devono essere sottoposti, e in quali casi, e in base a
quali misure di sicurezza deve essere loro consentito il soggiorno;
di assicurare l’allontanamento di coloro che, non essendo
autorizzati a risiedere negli Stati Uniti, si rifiutino o non
ottemperino all’ordine di allontanamento; di stabilire eventuali altri
regolamenti che si rendano necessari per quanto premesso e per la
sicurezza pubblica".
E che, le sezioni 22, 23 e 24 del titolo 50 del Codice degli Stati
Uniti prevedono ulteriori misure nei confronti dello straniero
nemico.
Ora, quindi, Io, Franklin D. Roosevelt, in qualità di Presidente degli
Stati Uniti e come Comandante in Capo dell'Esercito e della Marina
Militare degli Stati Uniti, rendo pubblico pertanto l'annuncio, a tutti
coloro che esso può riguardare, che un'invasione di incursioni
predatorie è minacciata al territorio degli Stati Uniti dall’Italia. 200

Analoghi proclami 2525 e 2526 furono emanati lo stesso giorno


nei confronti, rispettivamente, dei cittadini giapponesi e di quelli
germanici. Un Memorandum dell’8 dicembre 1941 dell’INS
(Dipartimento dell’immigrazione), quantificava in 74 il numero
degli italiani arrestati nelle 24 ore seguite all’attacco giapponese
a Pearl Harbour201. Si ritiene che, complessivamente, circa 1.500
italiani furono arrestati nelle settimane successive all’attacco
giapponese (molti di loro non perché inseriti nelle liste dell’Fbi,
ma per violazione degli obblighi che poi furono emessi a carico
degli enemy aliens, come il rispetto del coprifuoco) e almeno
257 italo-americani furono internati; va notato che il numero
degli effettivi internamenti rimane ancora imprecisato: alcune
stime giungono fino ad un numero di 280 internati202; la citata
relazione del 2001 del Dipartimento della Giustizia enumera un
totale di 418 italiani internati, comprensiva probabilmente degli

200
Pubblicato in CFR, Title 3, The President, 1938-1943 compilation, pp.
278-279.
201
Cfr. USDJ, WVIACLA, Appendix C.1, pp. 1-3. Si veda anche la
testimonianza scritta di Filippo Molinari, sul suo arresto la notte del 7
dicembre ’41, riportata in R. D. Scherini, When Italian Americans Were
“Enemy Aliens”, in L. DiStasi (a cura di), Una storia segreta, cit, p. 13.
202
Cfr. L. DiStasi, Morto il camerata, cit., p. 3; cfr. R. D. Scherini, When
Italian Americans Were “Enemy Aliens”, cit., p. 13.

95
italiani non residenti203. Agli arrestati non furono contestate le
ragioni del provvedimento a loro carico, ma quasi tutti erano
appartenenti all’associazione degli ex combattenti oppure erano
giornalisti attivi nei giornali e nelle radio italiane o insegnanti di
lingua nelle scuole italiane dipendenti dai consolati. A causa
della genericità delle motivazioni degli arresti, fra gli internati si
segnalano anche degli antifascisti; «al contrario, le autorità non
toccarono mai Generoso Pope, direttore ed editore del giornale
newyorchese “Il Progresso Italo-Americano”, pubblicazione
filofascista con un’ampia circolazione, probabilmente perché
Pope era un uomo potente con contatti ai più alti livelli
governativi»204. In generale, le indagini condotte dall’Fbi e dai
servizi americani furono per forza di cosa affrettate, mentre gli
agenti erano privi delle conoscenze necessarie per muoversi
negli ambienti italo-americani e per discernervi le reali posizioni
individuali205. Nel luglio del ’43, nel dichiarare cessato il sistema
di classificazione dei residenti in base alla presunta pericolosità,
ordinandone la cancellazione dai dossier degli interessati e
abolendo la relativa Custodial detention list, il ministro della
Giustizia Biddle scrisse:

è ormai chiaro che questo sistema di classificazione è di per sé


inaffidabile. Gli elementi di prova utilizzati allo scopo di produrre
la classificazione sono stati inadeguati; le procedure di prova
seguite allo scopo di effettuare le classificazioni erano difettose e,
infine, l'idea che è possibile operare una valida determinazione di
quanto una persona sia pericolosa in modo astratto e senza
riferimento al tempo, all'ambiente e alle altre circostanze pertinenti,
è inefficace, imprudente e pericolosa.206

Nessuno degli internati italiani era ancora in vita quando gli


storici, alla fine degli anni ’80, iniziarono ad interessarsi a
queste vicende, ma la loro esperienza era ancora viva nella
memoria privata di famigliari e amici, sebbene l’opinione
203
Cfr. USDJ, WVIACLA, pp. 38-41.
204
R. D. Scherini, When Italian Americans Were “Enemy Aliens”, cit., p. 13.
205
Cfr. G. Ricci Lothrop, Unwelcome in Freedom’s Land, cit., p. 167.
206
Memorandum del 16 luglio 1943 di F. Biddle a H. B. Cox e J. E. Hoover,
USDJ, WVIACLA, p. 8.

96
pubblica (e anche la maggior parte degli italo-americani) ne
fosse all’oscuro; e questo fin dal momento in cui gli arresti
vennero decisi, poiché la politica del governo degli Usa fu
quella di dare all’operazione una natura riservata. La maggior
parte dei residenti italiani internati fu inviata a Fort Missoula,
nel Montana, dove erano già internati dal maggio 1941 circa
mille marinai italiani che si trovavano a bordo di navi presenti
nei porti americani al momento dell’entrata in guerra dell’Italia
e che avevano preferito rimanere illegalmente negli Usa. Come
fecero anche circa cento italiani che lavoravano alla Esposizione
Mondiale di New York del 1939-40, anch’essi internati a Fort
Missoula207. Il governo americano procedette anche
all’internamento di alcune migliaia di stranieri arrestati da
diversi governi centro e sudamericani, su istigazione degli Usa;
la maggior parte dei giapponesi arrestati in Sud America erano
residenti in Perù e vi furono anche italiani (quasi trecento) e
molti tedeschi (più di 4.000) arrestati e deportati negli Usa, per
essere scambiati con americani detenuti in Cina e in Europa.
Nell’estate del ’42 circa 750 di questi arrestati furono scambiati
con altrettanti americani detenuti dai giapponesi. Gli altri
rimasero internati negli Usa fino alla fine della guerra. Molti
furono poi rimpatriati nei Paesi d’origine, anche perché la
motivazione ufficiale della loro detenzione era quella di
“immigrazione clandestina”, francamente sbalorditiva208.
A tedeschi e italiani, oltre che ai giapponesi, si applicarono nelle
settimane successive all’attacco di Pearl Harbour i
provvedimenti di restrizione nei confronti degli stranieri nemici;
quelli che abbiamo già citato e tutti gli altri: il 16 dicembre 1941
la US Navy sequestrò decine di navi da pesca di proprietà di
immigrati italiani; il 27 dicembre il Ministero della Giustizia
impose agli stranieri nemici la consegna di macchine
fotografiche, radio, torce elettriche, binocoli e penne ad
inchiostro simpatico, mentre il 1° gennaio ’42 venne loro vietato
207
Cfr. L. DiStasi (a cura di), Una storia segreta, cit., p. 313.
208
Cfr. R. D. Scherini, When Italian Americans Were “Enemy Aliens”, cit.,
pp. 15-16. Sull’intera vicenda cfr. M. P. Friedman, Nazis and Good
Neighbors. The United States Campaign against the Germans of Latin
America in World War II, Cambridge University Press, Cambridge 2003.

97
lo svolgimento di attività lavorative fuori dal luogo di residenza
e ingiunta la consegna di tutte le armi in loro possesso. A partire
dal 2 febbraio venne resa obbligatoria una nuova registrazione
degli enemy aliens, che dovevano rispondere ad una serie di
domande personali sui propri parenti, anche nel Paese d’origine;
seguiva l’emissione di una carta d’identità munita di fotografia,
firma e impronte digitali. Negli stessi giorni furono proclamate
alcune decine di zone di interesse militare, nelle quali gli enemy
aliens erano soggetti al coprifuoco dalle 9 di sera alle 6 del
mattino. Il 24 febbraio iniziò l’evacuazione degli enemy aliens
(fra cui circa 10.000 italiani) dalle zone proibite in conseguenza
della firma da parte di Roosevelt dell’Executive Order 9066. Le
evacuazioni ebbero luogo soltanto nella costa occidentale, a
riprova della maggiore attenzione prestata dalle autorità ai
timori di un’invasione giapponese e del particolare pericolo
rappresentato ai loro occhi dai nippo-americani, quasi tutti
residenti in California. Il 24 marzo il coprifuoco fu anticipato
alle 8 di sera e fu stabilito che il luogo di lavoro degli enemy
aliens non potesse trovarsi oltre le 5 miglia dal luogo di
residenza. Molte altre misure a danno degli italiani dipesero
dalle autorità locali; per dare solo qualche esempio: la Contea di
Alameda in California si rifiutò di pagare un fornitore di origini
italiane invocando la legge federale che vietava il commercio
con il nemico; una miriade di oggetti, non proibiti, come mappe,
fotografie, libri, ecc., fu sequestrata agli aliens, mentre a
Monterey fu loro proibito di esercitare la vendita al pubblico di
alcolici209. Le cronache dei giornali californiani della fine di
febbraio 1942 riportarono almeno 5 casi di anziani italiani che si
suicidarono, dopo che i provvedimenti a loro danno furono resi
noti210.
La percentuale di italiani non naturalizzati era molto alta: circa il
45 per cento dei residenti nati in Italia aveva la sola cittadinanza
italiana, mentre tra gli altri non era inusuale il mantenimento
della doppia cittadinanza211. In ogni caso, i residenti stranieri
godevano anch’essi delle garanzie costituzionali di cui i
209
Cfr. S. Fox, UnCivil Liberties, cit., pp. 76-77.
210
Cfr. ivi, pp. 1 e ss.
211
Cfr. ivi, pp. 7-8.

98
provvedimenti di internamento e di evacuazione selettiva
costituirono una palese violazione. Molti fra i diecimila evacuati
erano immigrati di lunga data e con figli che erano cittadini
americani. Come fa notare Rose D. Scherini, «molte erano
donne anziane con una scarsa conoscenza dell’inglese, che
convivevano con i loro famigliari e che non si erano mai decise
a chiedere la cittadinanza per vari motivi: timore per l’esame
d’inglese obbligatorio, la distanza dagli uffici del Dipartimento
dell’Immigrazione (INS) o semplicemente il non comprendere la
necessità della naturalizzazione»212. A parte i due casi già visti di
italiani con cittadinanza americana internati, circa 250 cittadini
americani d’origine italiana e tedesca (più qualche americano
con simpatie fasciste), il cui nominativo era contenuto
nell’elenco delle persone pericolose in caso di guerra stilato
dall’Fbi nel ’39, furono anch’essi sottoposti al divieto di
permanenza nelle zone proibite (non potendosi procedere nei
loro confronti all’internamento, per l’opposizione del Ministero
della Giustizia alla richiesta avanzata dalle autorità militari).
Circa trenta furono gli allontanati di origine italiana, quasi tutti
dei naturalizzati tranne un americano di nascita. Nel 1943 il
Segretario di Stato alla Giustizia Biddle riconobbe
l’incostituzionalità del provvedimento di allontanamento dei
cittadini americani e, sebbene non si procedesse alla revoca a
causa delle pressioni dei militari, non furono perseguite le
temporanee violazioni da parte di naturalizzati italiani e tedeschi
che si recavano nelle loro città d’origine per esigenze
personali213.
Quanto fin qui riportato suffraga la tesi di Stephen Fox, secondo
cui, inizialmente, il governo e l’opinione pubblica volevano in
effetti che l’internamento fosse generalizzato e non riguardasse
solo i nippo-americani; sempre secondo Fox, fu solo quando ci
si rese conto della impossibilità di deportare tutti gli italiani e i
tedeschi, perché troppo numerosi, che vennero abbandonati i
progetti su di loro214; ed i giapponesi divennero l’unica
minoranza di cui era realmente possibile, quantitativamente,
212
R. D. Scherini, When Italian Americans Were “Enemy Aliens, cit., pp. 15-
16.
213
Cfr. ivi, pp. 21-27.

99
l’applicazione del provvedimento di relocation. Pregiudizi
razziali pesarono comunque in tutte queste vicende; e si può
stabilire una connessione diretta tra la forma di quei pregiudizi e
il trattamento di ogni singolo gruppo di enemy aliens. Il
sostanziale divieto di naturalizzazione che pesava sui nippo-
americani li rendeva il gruppo più discriminato e l’obiettivo più
facile delle ansie e delle smanie di vendetta prodotte dallo stato
di guerra, mentre i pregiudizi sugli italiani pesarono sia sui
provvedimenti a loro carico che, paradossalmente, sulla loro
revoca; a riprova di questo, molti commentatori citano la famosa
conversazione tra Roosevelt e Biddle, riportata nel diario di
quest’ultimo, in cui gli italiani vengono definiti dal presidente
«una massa di cantanti d’opera» e per questo poco pericolosi, in
rapporto ai tedeschi215. Già alla fine di giugno del ’42 il governo
fece marcia indietro e agli aliens di origine italiana e tedesca fu
permesso di rientrare nelle loro case. Ad ottobre gli italiani
cessarono di essere classificati tra gli stranieri nemici. Una
molteplicità di fattori giocò in favore degli italiani, al di là dei
diffusi stereotipi su di loro: l’essere la principale minoranza del
melting pot americano, tanto che il tipico eroe americano, Joe Di
Maggio, era figlio di un pescatore californiano non naturalizzato
che fu pertanto sottoposto all’evacuazione dalla costa. Si
aggiunga il ruolo importante degli italo-americani nel sistema
economico e produttivo e la loro massiccia presenza nelle forze
armate, che si calcola in diverse centinaia di migliaia di uomini,
il che faceva sì che molti internati avessero i propri figli
impegnati in combattimento nei diversi teatri di guerra. Le
motivazioni politiche furono però le più importanti: gli italo-
americani costituivano un serbatoio di voti tradizionale dei
Democratici e, in vista delle elezioni presidenziali, occorreva
impedire che questa tendenza si ribaltasse216. L’influenza
politica degli italo-americani era poi ben evidenziata dalla
nazionalità di Fiorello La Guardia e Angelo Rossi, sindaci di
214
La tesi è ripetuta più volte nel libro di Fox; ad esempio: S. Fox, UnCivil
Liberties, cit., pp. 171-172.
215
F. Biddle, In Brief Authority, Doubleday, Garden City (N.Y.) 1962, p.
207.
216
Cfr. S. Fox, UnCivil Liberties, cit., pp. 129 e ss.

100
New York e Los Angeles. Il ruolo di alcuni italo-americani che
lavoravano per importanti agenzie governative è stato
recentemente messo in luce da Guido Tintori, il quale ha
mostrato che l’azione di uomini come Joseph Facci e Renzo
Sereno dell’Office of War Information (l’agenzia che curava la
propaganda di guerra), fu decisiva per piegare le resistenze di
quella parte dell’establishment che era più rigida (i militari e
Hoover) nei confronti degli italo-americani. Un importante
rapporto di Max Ascoli, esule ebreo, presidente della Mazzini
Society e collaboratore dell’Office of the Coordinator of Inter-
American Affairs (l’agenzia per lo sviluppo delle relazioni
interamericane), fu sollecitato ed utilizzato dalla first lady
Eleanor Roosevelt (paladina dei diritti civili, che aveva anche
tentato di evitare l’internamento degli enemy aliens)217 per
indirizzare gli ambienti del Dipartimento della Giustizia verso
un atteggiamento più favorevole agli italo-americani. Uno dei
punti importanti di questi rapporti stava nella chiarificazione del
carattere superficiale e soprattutto patriottico dell’adesione degli
italo-americani al regime di Mussolini, che d’altra parte aveva
ricevuto in passato apprezzamenti positivi da parte dello stesso
establishment americano218. A partire dall’estate del 1943, la
metà degli internati italiani fu liberata; rimasero ristretti fino alla
fine della guerra un centinaio di internati considerati fascisti,
quasi tutti poi espulsi dagli Usa219. Ma gli effetti di lungo
periodo di queste vicende sull’identità degli italo-americani non
furono lievi. Secondo Lawrence DiStasi, la Seconda guerra
mondiale ha rappresentato una sorta di «gelata» sulla cultura
degli italo-americani, che si sforzarono in seguito di diventare
sempre più americani e sempre meno italiani. L’italianness
scomparve sempre più dalla lingua, dai comportamenti, dalla
cultura. Gli scrittori italo-americani, come John Fante, che
avevano espresso la loro identità italo-americana in forme che
217
Cfr. G. Robinson, By Order of the President, cit., pp. 93-94.
218
Cfr. G. Tintori, New Discoveries, Old Prejudices. The Internment of
Italian Americans during World War II, in L. DiStasi (a cura di), Una storia
segreta, cit., pp. 236 e ss.
219
Cfr. J. Mangione, Concentration Camps- American Style, in L. DiStasi (a
cura di), Una storia segreta, cit., p. 131.

101
sfidavano e attiravano l’ascolto della comunità nazionale,
persero questo slancio vitale. E non ebbero prosecutori, nel
senso che la letteratura italo-americana si ridusse anche dal
punto di vista quantitativo, se non per quanto riguarda quello
che gli americani volevano ascoltare, cioè le storie di mafia e
criminalità. Nell’immaginario nazionale, l’identità italiana fu
danneggiata forse per sempre220.

L’attuale conoscenza più ampia del fenomeno ci permette di


giudicare l’intera questione dell’internamento americano durante
la Seconda guerra mondiale come una «tragedia della
democrazia»221 avvenuta sulla base di motivazioni in parte
razziali e in parte politiche. La componente razziale dei
provvedimenti a danno dei nippo-americani emerge chiaramente
dal loro trattamento non individualizzato, in quanto “blocco”
umano unico, da trattare nella medesima maniera. Ma anche nel
caso degli italiani, afferma Guido Tintori, «i vecchi pregiudizi
contro i dagos e i wops giocarono una parte importante nel
formare il destino degli italiani residenti negli Usa»222.
Per quanto riguarda l’internamento dei tedeschi, non si è finora
giunti a una deliberazione ufficiale né alla formazione di una
commissione di studio, anche se nel 2001 e nel 2007 sono state
introdotte due proposte di legge (Wartime Treatment Study

220
Cfr. L. DiStasi, How World War II Iced Italian American Culture, in L.
DiStasi (a cura di), Una storia segreta, cit., pp. 303 e ss.
221
G. Robinson, By Order of the President, cit., p. 5.
222
G. Tintori, New Discoveries, Old Prejudices, cit., p. 242. Tintori è tornato
su questo tema qualche anno dopo, attenuando molto la sua posizione,
prendendo le distanze da un uso “comunitario” della memoria, difendendo
l’operato delle autorità americane, denunciando le infiltrazio ni fasciste nelle
comunità italiane degli anni Trenta e Quaranta e accusando gli italo-
americani di non aver sollevato obiezioni all’internamento dei
fondamentalisti islamici dopo il 2001 (cfr. G. Tintori, Italiani enemy aliens. I
civili residenti negli Stati Uniti d’America durante la Seconda guerra
mondiale, in “Altreitalie”, gennaio-giugno 2004, pp. 83-109). Ma le sue
nuove obiezioni, benché vere, non intaccano l’illegittimità di molte delle
azioni del governo americano nei confronti degli italo-americani né
confutano il giudizio negativo sull’impatto che i pregiudizi, passati e prodotti
dalla guerra, hanno avuto sull’identità degli americani di origine italiana.

102
Act), tuttora all’esame del Congresso223. Risulta, comunque, che
anche gli americani abbiano internato ebrei tedeschi224.

223
Si veda il sito della German American Internee Coalition (GAIC, costituita
nel 2005): http://www.gaic info/index. html. Stephen Fox si è dedicato anche
allo studio dell’internamento dei tedeschi; cfr. S. Fox, Fear Itself. Inside the
FBI Roundup of German Americans during World War II, iUniverse, 2005.
224
Cfr. H. Strum, Jewish Internees in the American South. 1942-1945, in
“American Jewish Archives”, 1990, n. 1, pp. 27-48.

103
II
L’INTERNAMENTO DI GUERRA
NELL’ITALIA FASCISTA
105
«Il passato della Repubblica, il nostro passato, non è in effetti
tutto il passato, indifferentemente (…): la nostra Gründerzeit,
ossia l’epoca di fondazione dell’Italia contemporanea, è scaturita
dalla morte del fascismo e dalla successiva nascita della
Repubblica».
P. G. Zunino
107
1
REPRESSIONE E POLIZIA POLITICA

L’istituzione, al momento dell’entrata in guerra, di campi di


internamento per civili si inscrive, nel caso dell’Italia, in una
lunga e complessa strategia politica del regime fascista, fatta di
repressione e persecuzione degli oppositori. Una strategia che si
fondava, nel caso dell’internamento, anche su una politica
razziale. Tenendo conto delle amnesie storiche che hanno
portato Costantino Di Sante a parlare, con paradosso ma
efficacemente, di «non luoghi della memoria»225 a proposito dei
siti in cui la politica italiana dell’internamento di civili e militari
si concretizzò, occorrerà in prima istanza rimettere ordine,
seppure sommariamente, nella sequenza delle scelte repressive
del regime.

Il “nuovo Stato” fascista

Durante la costruzione del regime fascista, come ha notato


efficacemente Pier Giorgio Zunino, «si mise in atto un poderoso
sforzo per dimostrare che quella fascista non era un’illegalità
bensì una “nuova” legalità»226. Se non si tiene conto di questo

225
C. Di Sante, I campi di concentramento in Abruzzo, in C. Di Sante (a cura
di), I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione
(1940-1945), F. Angeli, Milano 2001, p. 206.
226
P. G. Zunino, L’ideologia del fascismo, Il Mulino, Bologna 1995, p. 160.

108
elemento non si comprende il fenomeno fascista nel suo
complesso. Né conservatrice né solamente rivoluzionaria,
l’ideologia fascista «quasi mai (…) giunse perciò ad una
rimozione totale dei concetti politici più diffusi e radicati»227.
Questo modus operandi del fascismo è strettamente legato alla
natura più profonda dell’ideologia fascista, la quale è una forma
tutta particolare di totalitarismo, vale a dire un totalitarismo
statalista: «il fascismo fu, soprattutto, ideologia dello Stato, di
cui si affermava la realtà insopprimibile e totalitaria» 228. Uno
Stato nuovo che era al contempo mezzo e fine per la
realizzazione di una nuova civiltà mondiale. Uno Stato che
doveva anche assolvere al compito di forgiare la nazione
attraverso un processo educativo229, per creare l’italiano “nuovo”
che fosse all’altezza del compito mondiale che il fascismo gli
assegnava.
Ciò che più conta, per quel che riguarda la comprensione di
quale fosse il carattere della repressione fascista e della presa del
regime sulla società, è che, questo Stato nuovo, il fascismo
«cercò di realizzarlo con uno sperimentalismo istituzionale, che
utilizzò le strutture del regime precedente, adattandole ai suoi
fini totalitari, e affiancando ad esse continuamente nuove
istituzioni e modificando radicalmente alcune di quelle già
esistenti. Il processo di costruzione della Stato fascista non si
svolse con una lineare e organica sistematicità, ma mostrò una
coerenza sostanziale»230.
In ciò il fascismo volle, fra l’altro, sembrare più nazionalista di
nazismo e stalinismo, poiché presentò sempre le proprie
“purghe” interne come azioni assai limitate, che non
intendevano intaccare in alcun modo né l’intera struttura dello
Stato né il corpo della nazione, ma che volevano soltanto dare

227
Ibidem.
228
E. Gentile, Alcune considerazioni sull’ideologia fascista, ora in E. Gentile,
Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 84 (ed. or.
1974).
229
Cfr. E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., p. 252.
230
E. Gentile, Partito, Stato e “Duce” nella mitologia e nella organizzazione
del fascismo, ora in E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., p. 153
(ed. or. 1986).

109
nuova forma alla vita dello Stato e liberare la nazione dai pochi
“rami secchi” costituiti, di volta in volta, da sparute minoranze
di antifascisti, ebrei, rom e sinti (zingari), omosessuali,
protestanti. Questa maggiore “dose” di nazionalismo presente
nel fascismo è dovuta al suo diverso mito originario, rispetto
all’utopia biocratica nazista e alla mitologia sociocratica
staliniana; il progetto nazista fu infatti quello di una biocrazia
all’interno della quale il popolo tedesco avrebbe svolto un ruolo
centrale, ma non esclusivo, poiché sarebbe stato sottoposto
anch’esso alle procedure selezionistiche ed eliminazionistiche
degli elementi “più deboli”; la sociocrazia stalinista fu, invece,
in parte derivata dal marxismo, in parte realizzazione compiuta
di una concezione della sovranità zarista e euro-asiatica. Fa però
notare Emilio Gentile che neanche nel caso del fascismo si tratta
di pieno nazionalismo, poiché la nazione fu vista in parte come
un obiettivo ed in parte come uno strumento per la costruzione
di un’Italia e di un’Europa compiutamente fasciste.
Il nazionalismo fascista è stato efficacemente definito dallo
stesso Gentile nei termini di nazionalismo modernista, vale a
dire come tentativo di coniugare il mito della nazione con quello
della modernità, come occasione per aumentare la potenza della
nazione, plasmare il popolo, far parte dell’aristocrazia chiamata
a guidare i destini mondiali; un modernismo nazionalistico che
si diffuse in Europa alla fine dell’Ottocento, che era distante dal
nazionalismo conservatore ottocentesco e che si affermò in Italia
sotto forma d’italianismo, diffuso negli ambienti del radicalismo
antigiolittiano di diversa e opposta origine. Il nazionalismo
modernista fascista si fuse a partire dal ’21 con lo statalismo
autoritario proclamato dei nazionalisti, che intendevano dare alla
nazione lo Stato che si meritava. Il nazionalismo fascista fu però
diverso da quello dei corradiniani, perché si fondava sul
presupposto dell’identità tra fascismo e nazione, da
concretizzare attraverso la fascistizzazione del popolo italiano;
un’ideologia che fu premessa sufficiente e necessaria per la
genesi e lo sviluppo dello specifico esperimento totalitario

110
tentato dal fascismo dopo la conquista del potere231. Il primato
idealistico dello Stato, creatore della nuova nazione, proclamato
da Giovanni Gentile, fu la formula attraverso la quale fu
praticata la fusione tra fascismo e nazione; sulla base di questa
concezione, il fascismo presentò «lo Stato-nazione totalitario
come massima espressione moderna della comunità
nazionale»232. Qui, però, si innestò quel processo di slargamento
degli orizzonti che ridimensionò il discorso nazionale all’interno
di un mito più vasto, imperiale, che assegnava all’Italia il ruolo
di diffondere i principi e tenere le redini di una nuova civiltà
mondiale; sempre secondo Emilio Gentile, tanto la
fascistizzazione della nazione quanto il mito imperiale furono
caratterizzati da un male mortale, vale a dire un «obnubilante
senso della sproporzione»233, che portò Stato, fascismo e nazione
alla catastrofe.
Prima che la sproporzione prevalesse, strettamente legata
all’ideologia statalista fu l’azione poliziesca del regime, affidata
ai corpi professionali già inseriti nella macchina burocratica
dello Stato, sottratta pertanto agli organi di partito, che anzi
furono a loro volta monitorati dalla polizia politica, soprattutto a
partire dalla svolta totalitaria della metà degli anni Trenta234. Il
capo della polizia Bocchini, un funzionario di carriera e non un
gerarca fascista, fu il reggitore di questa macchina repressiva. Il
sistema da lui messo in piedi evidenziò la capacità della classe
burocratica di perfezionare il progetto totalitario, anche
superando limiti e tendenze disgregatrici insite nel movimento
fascista e nelle attitudini di Mussolini. Frenandone inoltre, per
alcuni anni, la mortale tendenza alla sproporzione. Una delle
specificità del totalitarismo italiano è stata dunque la
cooperazione del personale burocratico alla edificazione di una
legalità totalitaria che eliminasse dal sistema le irrazionalità
231
Cfr. E. Gentile, La nazione del fascismo. Alle origini della crisi dello Stato
nazionale in Italia, in “Storia contemporanea”, 1993, pp. 833 e ss.
232
Ivi, p. 857.
233
Ivi, p. 885.
234
Cfr. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime
della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp. 364 e
sgg.

111
ideologiche, le scorciatoie antistoriche, gli eccessi di violenza.
Totalitarismo statuale, totalitarismo burocratico, quello fascista.
Quindi totalitarismo sui generis, la cui radice “legalitaria” e
statalista lo ha portato ad usare repressione, incarceramento,
internamento in modi e con misure incomparabili rispetto agli
altri due totalitarismi novecenteschi.

La normativa repressiva fascista

La lunga storia della adozione di nuove norme repressive da


parte del regime mussoliniano aveva avuto inizio con il nuovo
Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza del novembre del
1926 (che sostituì quello del 1889) in cui venne introdotto il
confino, una misura di polizia connotata da precise finalità di
repressione politica degli oppositori e delle persone ritenute
“pericolose” per la sicurezza dello Stato, vale a dire per
l’ideologia e il potere fascista.
Già prima della legislazione fascista esisteva la misura
preventiva di polizia del domicilio coatto, decretata da
commissioni provinciali composte dal Prefetto, dal capo
dell’ufficio di pubblica sicurezza della provincia e dal pari grado
dei carabinieri; la misura si rivolgeva ai marginali
(vagabondaggio, oziosità, ecc.) e ai delinquenti comuni. Crispi
la utilizzò per reprimere tumulti e rivolte politiche, istituendo
anche il Casellario politico centrale. Durante il primo conflitto
mondiale ci fu nuovamente un suo utilizzo per reprimere le
attività dei pacifisti. Esisteva anche, dal 1889, la pena del
confino che poteva essere comminata dal giudice penale; non si
trattava quindi di un provvedimento discrezionale e preventivo,
ma del risultato di un processo penale; la pena del confino fu
abolita nel 1930235.
Il confino di polizia introdotto dal fascismo era una misura
inflitta da speciali commissioni provinciali alle dipendenze del
ministero dell’Interno e composte da: prefetto, questore,
235
Cfr. P. Carucci, Confino, soggiorno obbligato, internamento: sviluppo
della normativa, in C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in
Italia, cit., pp. 19-20.

112
procuratore del re, comandante dei carabinieri, un ufficiale
superiore della Milizia fascista; dal 1942 fece parte della
commissione anche il segretario del Partito nazionale fascista.
Esisteva una commissione nazionale d’appello, ma le garanzie
per la difesa erano praticamente inesistenti e spesso i confinati
non sapevano del procedimento a proprio carico se non al
momento dell’arresto.
Appare evidente che il confino fascista non si configurava come
una novità assoluta nella storia d’Italia e che una certa continuità
esista fra la politica repressiva del fascismo e quella dei governi
precedenti; anche altre misure repressive largamente utilizzate
dal fascismo erano già state introdotte, nell’Italia liberale, in età
crispina o ancor prima. Oltre alle misure già citate (domicilio
coatto, casellario politico), era stato creato nel 1880 un ufficio
politico della polizia, affiancato dalla istituzione degli agenti
“ausiliari” (agenti investigativi in borghese operanti nel settore
dell’ordine pubblico), mentre gli anni successivi videro il
potenziamento della polizia scientifica e delle competenze
professionali del personale di polizia. Per cui, secondo
Giovanna Tosatti: «l’organizzazione degli uffici e l’adozione di
determinati strumenti di repressione e prevenzione quasi in
nessun caso furono creazione originale della polizia fascista»236.
Ma occorre qui far valere la logica già vista nella premessa, vale
a dire quella dello snaturamento dall’interno che la nuova
legalità fascista ha inteso, in ogni campo, determinare in
rapporto alle articolazioni dello Stato ereditate.
Il confino, infatti, era associato, diversamente dal domicilio
coatto, a molteplici divieti e restrizioni della libertà personale e a
forme di sorveglianza armata, tali da renderlo spesso assai simili
ad una vera e propria carcerazione. Esso costituiva
un’innovazione di non poco conto poiché rendeva l’adozione di
restrizioni discrezionali della liberta personale una misura
ordinaria e permanente. Si applicavano così gravi provvedimenti
di polizia comminati esclusivamente per via amministrativa da
poteri estranei all’ordinamento giudiziario; misure la cui
236
G. Tosatti La repressione del dissenso politico tra l’età liberale e il
fascismo. L’organizzazione della Polizia, in “Studi Storici”, Anno 38, 1,
1997, p. 250.

113
adozione concreta era legata a comportamenti politici e che non
erano ristrette a gruppi marginali della società, bensì allargate
all’intero corpo sociale al fine di purgarne le tendenze di
opposizione237.
Della durata variabile da uno a cinque anni, rinnovabile, il
confino è stato giustamente definito da Carlo Spartaco
Capogreco una forma di «deportazione» degli avversari politici,
soprattutto per quelli per i quali non si disponeva di sufficienti
prove per una condanna penale238. Mimmo Franzinelli ha
dedicato un capitolo di un suo lavoro alla illustrazione di come,
solo sulla base di denunce anonime e delazioni, spesso false o
riferite a eventi di poco conto, Mussolini in persona dedicasse
molto del suo tempo a spedire personalmente al confino, oltre
che oppositori e dissidenti, anche malcapitati, poveracci e gente
comune, se solo sfiorati dal sospetto di aver proferito frasi
irriguardose nei suoi confronti. Ogni mattina, almeno fino al
1935, il capo della polizia Bocchini sottoponeva a Mussolini
tutti i casi, avvenuti anche nel borgo più sperduto, di “offese al
Duce” (barzellette, frasi dette in pubblico anche sotto gli effetti
dell’alcool, lamentele, ecc.); dopo veloce esame, era il Capo del
governo in persona a decidere del destino del malcapitato239.
Si comincia ad intravedere qui l’idea di una carcerazione degli
innocenti che è una delle caratteristiche principali dell’universo
concentrazionario novecentesco. Vale a dire che i regimi
totalitari hanno la tendenza ad allargare progressivamente l’area
dei perseguitati, fino a non distinguere più fra oppositori e non,
anzi facendo di tutta la società una sorta di popolazione
colonizzata e sottoposta all’autorità arbitraria di un governo
nazionale che assomiglia ad una forza di occupazione 240. Anche
nelle norme emanate dal regime fascista, così attente al rispetto
237
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia dopo
l'approvazione del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza nel 1926, in
“Rassegna degli Archivi di Stato”, 1978, n. 1-2-3, p. 91.
238
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia
fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004, pp. 15-17.
239
Cfr. M. Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta
del regime fascista, Mondadori, Milano 2002, pp. 91 e sgg.
240
Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., pp. 599-629.

114
della tradizione giuridica italiana e volte all’affermazione di una
nuova e superiore legalità, vi era un germe totalitario che ne fece
degli strumenti, anche inconsapevole per chi li utilizzava, di
persecuzione indiscriminata, lungo un piano inclinato che
conduce invariabilmente alla carcerazione o all’annichilimento
di innocenti.
La “deportazione” di oppositori, dissidenti, disoccupati, sfruttati,
ribelli, mugugnatori e malcapitati, fu organizzata in modo da
non suscitare soverchie attenzioni e allarme da parte
dell’opinione pubblica interna e internazionale, secondo una
prassi spesso adottata dal regime e dai suoi apparati repressivi.
La quantità di confinati politici non fu eccezionale, ma il loro
numero totale raggiunse comunque, nel corso del ventennio,
quello di 12.330 persone. Ad essi vanno però aggiunte le decine
di migliaia di esuli antifascisti e gli effetti di repressione
violenta del dissenso operata dallo squadrismo nella prima metà
degli anni Venti; la violenza squadristica aveva infatti prodotto
non solo la eliminazione fisica di un certo numero di oppositori
ma anche la riduzione sensibile della possibilità stessa di
esprimere il dissenso, a causa del terrore seminato e della
distruzione e soppressione di luoghi e mezzi di espressione.
Il controllo sui confinati nelle isole era affidato principalmente
alla Milizia. Il corpo volontario forniva anche i giudici al
Tribunale speciale e svolgeva attività di polizia politica e di
servizio d’informazioni; alla fine del 1927 era composto da
20.000 ufficiali e 257.000 militi. Nella sorveglianza dei
confinati, la Milizia diede luogo a ripetuti episodi di
«vessazioni, spesso crudeli»241. A carabinieri e polizia era
affidato il controllo dei confinati inviati nelle piccole e sperdute
località, spesso dell’Italia Meridionale, dove l’isolamento poteva
essere totale, se si tiene conto dello stato della viabilità
dell’epoca e della differenza quasi antropologica fra la vita della
borghesia colta metropolitana (da cui proveniva la maggior parte
dei dissidenti) e quella dell’Italia rurale e meridionale del
ventennio.

241
A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Einuadi, Torino
20032, p. 251.

115
Fra i provvedimenti di polizia, oltre al confino, vi era anche
l’ammonizione, comminata da commissioni provinciali; essa
faceva divieto, per due anni, ai sospetti di lasciare il proprio
luogo di residenza, di frequentare persone politicamente
sospette, di detenere armi, di frequentare riunioni pubbliche e di
circolare di notte; c’era infine la diffida, misura che precedeva
l’ammonizione ed era comminata dalla questura all’interessato;
con essa si impediva ogni forma di attività politica 242. A carico
degli espatriati era possibile avviare la procedura per la confisca
dei beni e per la revoca della cittadinanza.
Altra importante innovazione, con un’apposita legge del 25
novembre 1926, fu l’introduzione di un Tribunale speciale per la
difesa dello Stato con competenze esclusive nell’ambito dei reati
politici, allo scopo «di creare una magistratura parallela a quella
ordinaria, più rapida e meno vincolata al rispetto [delle]
garanzie»243. Il Tribunale speciale aveva inoltre natura di
magistratura militare con giurisdizione su civili in tempo di
pace. I giudici appartenevano alla Milizia e il relatore era un
giudice militare; il tribunale applicava il codice penale militare
di guerra: l’aberrazione giuridica che condusse alla sua
creazione non può essere meglio descritta. Per di più, nella
relazione del Ministro Rocco che accompagnava il disegno di
legge si parlava apertamente di possibile retroattività della
pena244. Il Tribunale Speciale giudicò, nei 17 anni della sua
attività, 5.619 imputati (4.331 fra il 1926 e il 1940) 245. La legge
istitutiva del Tribunale Speciale introdusse inoltre la pena di
morte, che fu però utilizzata in modo selettivo e molto limitato.
Ma occorre non dimenticare che «Matteotti, Amendola, Rosselli
non furono uccisi legalmente»246. È significativo che fra le nove
condanne a morte ben cinque siano state comminate a
irredentisti slavi accusati di terrorismo. La questione dei confini
242
TU delle leggi di PS, formulazione definitiva nel RD 18 giugno 1931, n.
773, pubblicato nel supplemento ordinario alla G U n. 146 del 26 giugno
1931, artt. 164-176.
243
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 91.
244
Cfr. R. Canosa, I servizi segreti del duce, Mondadori, Milano 2001, p. 24.
245
Cfr. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., p. 627.
246
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 84.

116
orientali e della presenza italiana nei Balcani diverrà, per
l’apparato repressivo del regime, centrale negli anni della
guerra.
Alcuni casi di persecuzione religiosa nei confronti di protestanti
danno anche la prova della pratica di arresti immotivati ed
illegali; Giorgio Rochat cita, ad esempio, la vicenda del pastore
battista Guglielmo Peruggia, arrestato a Milazzo nell’ottobre del
’36 per aver distribuito dei vangeli a giovani del posto; il pastore
fu recluso in totale isolamento e scarcerato due mesi dopo,
avendo il Tribunale speciale e il Ministero dell’Interno
dichiarato il non luogo a procedere247. A Pescara, uno degli
epicentri del proselitismo evangelico e quindi della
“opposizione” religiosa al regime, su proposta del prefetto
quattro testimoni di Geova erano stati sottoposti nel maggio del
‘35 da Bocchini alla misura illegale di due mesi di carcerazione
preventiva248. Commenta Rochat: «la carcerazione preventiva
per un tempo preordinato (…) senza intervento della
magistratura, era illegittima anche per la legislazione fascista.
(…) Fu tuttavia praticata in questi anni a più riprese contro gli
avversari più deboli, che non potevano protestare»249. Quattro
fedeli pentecostali risultano incarcerati a Pescara per più di un
mese, nella primavera del ’40, su semplice ordine del prefetto250.

La Direzione Generale di Pubblica Sicurezza

Il 23 settembre 1926 Arturo Bocchini fu nominato capo della


Polizia ovvero direttore della Direzione Generale della Pubblica
Sicurezza del Ministero degli Interni (Bocchini mantenne la
carica fino alla morte, avvenuta nel novembre del 1940). Venne
avviata al contempo una ristrutturazione dell’apparato
ministeriale e delle forze di polizia; venne inoltre creato un
247
Cfr. G. Rochat, Regime fascista e chiese evangeliche, Claudiana, Torino
1990, p. 210.
248
Cfr. Lettera della Compagnia di Penne dei Carabinieri Reali alla Prefettura
di Pescara del 21 maggio 1935, in AS di Pescara, FP, b. 10.
249
G. Rochat, Regime fascista e chiese evangeliche, cit., pp. 281-282.
250
Cfr. ivi, p. 267.

117
complesso e articolato sistema di raccolta d’informazioni, di
schedatura personale e di controllo della vita dei cittadini.
La riorganizzazione dell’apparato di polizia del Ministero
dell’Interno fu realizzata con un decreto legge del 9 gennaio
1927 (convertito in legge alla fine dell’anno); la Direzione
Generale della Pubblica Sicurezza venne articolata in sette
Divisioni, affiancate da una Segreteria personale del Capo della
polizia. Le Divisioni erano: Affari generali e riservati, Polizia
politica, Polizia, Personale di pubblica sicurezza, Polizia di
frontiera e dei trasporti, Forze armate di polizia, Gestione
contratti e forniture. La riforma andava a modificare e rafforzare
il riordino dell’amministrazione già attuato all’indomani della
guerra con un decreto dell’agosto 1919; adesso furono aggiunte
la Segreteria del capo della polizia e le Divisioni di Polizia
politica, Polizia di frontiera e dei trasporti, Forze armate di
polizia, Gestione contratti e forniture, che non esistevano in
precedenza. Anche il numero delle Sezioni, in cui a loro volta
erano suddivise le Divisioni, aumentò fino a raggiungere il
numero di 17, 8 in più di quanto esse fossero nel 1920251. A lato
della riforma, si procedette ad un’epurazione strisciante dei
ranghi della polizia, che permise di escludere dal servizio tutti
quei funzionari che erano ostili alla svolta autoritaria e alle
nuove funzioni di controllo e repressione politica che il regime
intendeva attribuire alla polizia252.
L’intreccio fra attività di polizia e controllo politico divenne
sostanziale nel funzionamento degli organi di polizia e l’intera
società fu avvolta in un sistema di controlli e di autorizzazioni
che avevano il compito di sopprimere sul nascere il dissenso e di
controllare in modo capillare i cittadini. L’apparato poliziesco
doveva cessare di essere un organo ausiliario di altre strutture
statali, ma diventare attraverso queste riforme un elemento
centrale del regime, dotato di autonomia e capacità d’azione,
incaricato di sorvegliare e gestire la vita sociale e politica del
Paese. Sono affermazioni chiaramente contenute nel Testo
Unico del 1926 e nelle istruzioni attuative subito dopo inviate
251
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., pp. 97-98; M.
Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., p. 30.
252
Cfr. M. Canali, Le spie del regime, Il Mulino, Bologna 2004, p. 60.

118
dal ministro ai prefetti; esse furono rafforzate e inserite in un
quadro ideologico coerente dal discorso che Mussolini tenne alla
Camera nel maggio del 1927, in cui si attribuiva alla polizia il
ruolo di promozione della civiltà e ci si inorgogliva
dell’imponenza delle forze di polizia italiane, stimate in circa
100.000 uomini (60.000 carabinieri, 15.000 agenti di polizia,
5.000 agenti metropolitani e circa 20.000 agenti delle milizie
ferroviarie, portuali, stradali, di confine, forestali e postali).
Ormai ogni struttura poliziesca, ogni attività d’indagine e di
mantenimento dell’ordine pubblico, assumevano anche un
carattere politico e di controllo sociale, mentre «divenne
pertanto requisito di buona condotta il non aver svolto opera
contraria all’ordine nazionale dello stato»253.
In questo contesto, la neonata Divisione di Polizia politica era
un servizio fiduciario della Direzione generale della PS, cioè un
reparto spionistico e di raccolta di informazioni, ma non era
strutturata per organizzare e svolgere l’azione repressiva,
demandata agli altri organi di polizia. A capo della Divisione fu
chiamato Ernesto Gulì, un impiegato della prefettura di Brescia
che si ritrovò così a compiere un salto di carriera grazie a
Bocchini (che era stato prefetto a Brescia nel 1923) e al
segretario del PNF, il bresciano Augusto Turati. Gli fu
affiancato Michelangelo Di Stefano, un funzionario esperto e
uomo di fiducia di Bocchini. Di Stefano assumerà la direzione
della Divisione di Polizia politica nel 1929. Nel 1938 diverrà
capo divisione Guido Leto254. La divisione di Polizia politica
aveva la possibilità di comunicare direttamente con qualsiasi
organo di polizia, centrale o periferico, mentre era l’unica ad
essere in collegamento diretto con i reparti operativi segreti
(l’Ovra); secondo Mauro Canali, «i funzionari della PolPol
erano quindi il cervello dell’intero sistema investigativo e
repressivo poliziesco»255. In ogni prefettura venne istituito un
ufficio provinciale della polizia politica diretto da un
funzionario di pubblica sicurezza; collaborava con quest’ufficio
253
P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 99.
254
Cfr. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., pp. 29-31; R. Canosa, I
servizi segreti del duce, cit., p. 27.
255
M. Canali, Le spie del regime, cit., p. 70.

119
un analogo gruppo investigativo istituito presso i comandi di
legione della Milizia. Venne creata anche una rete di
informatori, con l’ingaggio di circa trecento privati cittadini che
avevano l’incarico di riferire sulle attività di singoli o gruppi,
sull’orientamento dell’opinione pubblica e su eventuali forme di
dissenso. Ad ogni fiduciario fu assegnato dal capo della polizia
un numero e uno pseudonimo; esiste presso l’Archivio Centrale
dello Stato un elenco di 530 confidenti della Divisione di polizia
politica e un altro elenco di circa 1.200 informatori di questure e
prefetture256.
La riforma produsse anche un potenziamento della Divisione
affari generali e riservati, che venne suddivisa in tre Sezioni: la I
per gli affari politici e le attività sovversive (di nuova
istituzione), la II per l’ordine pubblico, la III per gli stranieri.
Dalla I sezione dipendevano anche il casellario politico centrale
e l’ufficio del confino politico 257. Il lavoro del casellario politico
fu intenso e alla fine del 1927 esistevano già le schede di
100.000 oppositori; nei fascicoli personali venivano indicate le
caratteristiche fisiche e le tendenze psicologiche (intelligenza,
cultura, emozionabilità, irritabilità, tendenze morali, debolezze,
ecc.) degli oppositori, le cui vicende personali venivano seguite
e annotate regolarmente258. Gli ispettorati speciali di polizia
furono un’invenzione di Bocchini al fine di dotare l’apparato di
una struttura di polizia politica operativa, autonoma e segreta 259;
istituiti a partire dal 1927, essi assunsero la denominazione di
Ovra nel dicembre 1930. Dato il loro carattere di polizia politica
segreta e operativa, le attività di questi nuclei investigativi non
sembrano inquadrabili in precise regole burocratiche, per cui la
documentazione dell’Ovra si può rintracciare anche nella
Divisione di polizia politica e nella segreteria personale del capo
della polizia, strutture con le quali le zone Ovra si rapportavano
direttamente, mentre la Dagr doveva passare per la Polizia
politica al fine di comunicare con l’Ovra260.

256
L’elenco completo è stato pubblicato ivi, pp. 559 e ss.
257
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 103.
258
Cfr. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., pp. 64-65
259
Cfr. R. Canosa, I servizi segreti del duce, cit., p. 49.

120
La II sezione della Divisione affari generali e riservati, quella
che si occupava dell’ordine pubblico, ebbe competenze anche
sui movimenti dei valori, sulle agitazioni operaie, sulla
disoccupazione ed ebbe l’affidamento di uno schedario dei
parroci del regno introdotto nel 1929. La III sezione doveva
compilare elenchi di stranieri sospetti, di sudditi balcanici e il
censimento dei sudditi jugoslavi; dal 1929 fu istituita l’anagrafe
centrale degli stranieri e furono attivate rilevazioni statistiche dei
movimenti di stranieri e del numero dei residenti261.
I Commissariati di polizia che facevano capo alla Divisione di
polizia di frontiera e dei trasporti effettuavano i controlli ai
confini, sulle strade e sui treni; questa divisione fu molto attiva
nella ricerca e cattura degli oppositori che attraversavano i
confini e un elenco di persone da arrestare o sorvegliare (la
“Rubrica di Frontiera”) veniva regolarmente aggiornato e
inviato ai commissariati. Fu inoltre migliorato il “Bollettino
delle ricerche”, pubblicato dalla Divisione di polizia e
contenente l’elenco dei ricercati sia per reati comuni sia per
motivi politici, con notizie segnaletiche a volte corredate dalle
foto dei ricercati262. Nel 1930 fu creata la polizia aerea per il
controllo dei cieli, soprattutto per impedire il sorvolo da parte di
antifascisti emigrati all’estero, di solito effettuato con lo scopo
di lanciare dei manifestini sulle città italiane263.
La Divisione di Polizia curava le funzioni di polizia giudiziaria,
amministrativa e sociale; la Divisione personale di Pubblica
Sicurezza amministrava i dipendenti civili. Il Capo della Polizia
esercitava il controllo e la vigilanza sugli uffici periferici del
Ministero attraverso gli ispettori generali di polizia264.

260
Cfr. M. Canali, Le spie del regime, cit., p. 405. e p. 71. Gli ispettorati
speciali e le zone Ovra non vanno confusi con gli Ispettorati generali di
polizia, i quali avevano il compito di svolgere funzioni ispettive per conto del
Capo della polizia e della Dgps, ciascuno in determinate aree del Paese (di
ampiezza regionale o poco più) e che furono istituiti fin dal 1919. Cfr. P.
Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 99.
261
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 104.
262
Cfr. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., p. 31.
263
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 105.
264
Cfr. ivi, p. 99.

121
Oltre ai fiduciari pagati e gestiti dalla Polizia politica e a quelli
di questure e prefetture, l’Ovra sembra aver organizzato una rete
autonoma d’informatori, in una prima fase soprattutto di
infiltrati presso le formazioni antifasciste esistenti in Italia e
all’estero. Nata, come si è detto, con la denominazione di
Ispettorato speciale di polizia, il cui primo nucleo iniziò ad agire
nel 1927 a Milano sotto la direzione dell’ispettore generale
Francesco Nudi, l’Ovra assunse questa denominazione per
volere di Mussolini alla fine del 1930; le testimonianze sul
significato dell’acronimo sono imprecise e sembra che il nome
sia stato scelto perché sembrava poter creare un alone di mistero
e di paura attorno alle attività della polizia politica. E l’effetto fu
raggiunto, perché nella società italiana di quegli anni la parola
Ovra giunse ad essere associata a «qualcosa di proteiforme e di
terribile, interpretata come l’emblema di una struttura in grado
di scoprire i segreti più reconditi e di punire spietatamente i
dissidenti»265. Dapprima rivolta contro le attività degli
oppositori, soprattutto del Partito comunista e di Giustizia e
Libertà, che erano le due organizzazioni ancora attive in Italia, le
competenze dell’Ovra furono progressivamente allargate; a
partire dalla metà degli anni ’30 l’Ovra si dedicò anche al
monitoraggio dell’opinione pubblica, al contrasto del
contrabbando di valuta, al controllo dei pubblici funzionari e
della condotta dei gerarchi, alla sorveglianza delle minoranze
religiose266.
Questo ampliamento, oltre ad essere una naturale conseguenza
del processo di strutturazione totalitaria della società italiana
conseguente alla svolta imperialistica del regime, fornisce
ulteriori dettagli sulla connotazione specifica del totalitarismo
italiano. Già la scelta come capo della polizia di un uomo come
Bocchini, che era espressione della burocrazia di carriera e non
del Partito e del movimento fascista, rappresentò un segnale
preciso, che fu rafforzato dalle riforme successive alla sua
nomina; vale a dire che si garantiva alla polizia un’autonomia
dal partito che doveva servire a fare di essa uno strumento di

265
M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., p. 104.
266
Cfr. ivi, pp. 364 e ss.

122
governo efficace e professionale, il pilastro attorno al quale
costruire lo stato totalitario. L’aumento progressivo delle
competenze e dell’autonomia dell’Ovra rafforzò questa
tendenza. L’iscrizione obbligatoria, dal 1932, di agenti e
funzionari di polizia al Partito nazionale fascista non va vista
come una corrosione della struttura amministrativa da parte del
partito, ma al contrario un segno della conclamata unità e
identificazione fra Stato e regime, come dimostra fra l’altro
l’incompatibilità fra il servizio in polizia e l’appartenenza alla
Milizia, sancito esplicitamente nel 1936267.
Lo spionaggio interno, esteso via via a tutta la società e alla vita
privata dei cittadini, faceva parte integrante del sistema fascista
di governo attraverso la polizia. Il sistema d’informazioni messo
in piedi dal regime si avvalse anche del controllo delle
conversazioni telefoniche, che esisteva già in epoca liberale,
soprattutto per esigenze belliche, ma che fu potenziato dal
fascismo; era direttamente gestito dal Capo del governo tramite
un servizio stenografico introdotto nel 1925, con ufficio centrale
a Roma e uffici periferici istituiti nelle località scelte da
Mussolini268. Il controllo era così pervasivo che Mussolini fece
intercettare sistematicamente le sue conversazioni telefoniche,
anche quelle con le sue amanti 269. La censura postale fu
utilizzata diffusamente, mettendo sotto controllo gli indirizzi di
dissidenti e i plichi provenienti dall’estero270.
I portieri dei condomini, iscritti a speciali registri, avevano
l’obbligo di controllare gli inquilini, mentre gli albergatori
dovevano segnalare l’identità e il luogo di destinazione dei loro
clienti271. Uno strumento di controllo e repressione del dissenso
fu anche l’uso spregiudicato di doppiogiochisti e agenti
provocatori. La rete di spionaggio che il fascismo gettò sulla
società italiana aveva anche delle componenti più spontanee e
non organizzate, di cui il regime si avvalse ugualmente e che
267
Cfr. ivi, p. 233.
268
Cfr. P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit., p. 94.
269
Cfr. A. Petacco, L’archivio segreto di Mussolini, Mondadori, Milano
1998, pp. 149-162.
270
Cfr. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., pp. 238-239.
271
Cfr. G. Tosatti, La repressione del dissenso politico, cit., p. 243.

123
anzi fomentò. La delazione fu un fenomeno diffuso, anche se
non fu un fatto solamente italiano, in quanto essa ha
rappresentato un tratto comune a tutti i regimi totalitari; recenti
ricerche hanno, ad esempio, messo in luce come il lavoro della
Gestapo sia stato fortemente agevolato dalla diffusa tendenza
alla delazione manifestata dai tedeschi sotto il nazismo272. La
delazione si manifestò in maniera massiccia anche nei Paesi
occupati dalle armate di stati totalitari: emblematico il caso della
Francia, dove si calcola che siano state spedite durante
l’occupazione tedesca dai 3 ai 5 milioni di lettere di delazione273.

TAV.1
MINISTERO DELL’INTERNO

DIREZIONE GENERALE DI PUBBLICA SICUREZZA

272
Cfr. E. A. Johnson, Il terrore nazista, Mondadori, Milano 2001.
273
Cfr. A. Halimi, La délation sous l’occupation, L’Harmattan, Paris 2003.

124
DIVISIONI SEGRETERIA PERSONALE
del CAPO DELLA POLIZIA

AFFARI POLIZIA POLIZIA PERS. FORZE POLIZIA di GESTIONE


GENERALI POLITICA di P.S. ARMATE FRONTIERA CONTRATTI e
e RISERVATI di POLIZIA e TRASPORTI FORNITURE

SEZIONI della Divisone AGR: vedi tav.2

CAPO DELLA POLIZIA: Arturo Bocchini (13.9.26 - 20.11.1940)


(Direttore Generale) Carmine Senise (1.12.1940 – 14.4.1943)
Renzo Chierici (14.4.1943-25.7.1943)
Carmine Senise (25.7.1943 – 23.9.1943)
Giuseppe Solimana (15.4.1944 - 1.8.1944)
Luigi Ferrari (dal 1.8.1944 – 12.9.1948)
CAPO DELLA POLIZIA della RSI: Tullio Tamburini (1.10.1943
-25.4.1945)

Compiti delle Divisioni:


Affari Generali e Riservati: vedi tav. 2
Polizia Politica: raccolta di informazioni per la DGPS
Polizia: gestione delle attività di polizia giudiziaria amministrativa e sociale
Personale di Pubblica Sicurezza: gestione del personale civile della DGPS
Polizia di frontiera e dei trasporti: controlli ai confini, sulle strade e sui treni
Forze armate di polizia: servizi tecnici speciali e non istituzionali (non più del
10% dell’organico)
Gestione contratti e forniture: gestione apparecchiature elettriche e
macchinari

Fonti: - P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit.


-Studi per la Storia dell’amministrazione pubblica italiana. Il
Ministero dell’Interno
e i Prefetti, Pubblicazioni della Scuola Superiore
dell’Amministrazione
dell’Interno, Roma 1998.

TAV. 2

125
SEZIONI della
DIVISIONE AGR
(Affari Generali e Riservati)

I – AFFARI POLITICI II –ORDINE III – STRANIERI


e ATTIVITA’ PUBBLICO
SOVVERSIVE

Compiti delle Sezioni:

I Sezione: Movimento sovversivo


Stampa e associazioni sovversive
Movimento allogeno
- da essa dipendevano: Casellario politico centrale
(con archivio proprio) Ufficio confino politico
Polizia segreta - Ovra
II Sezione: Ordine pubblico
Competizioni politiche
Movimento dei valori
Disoccupazione
Cerimonie
Agitazioni popolari
Agitazioni operaie
Scioperi e serrate
Schedario dei parroci

III Sezione: Anagrafe centrale degli stranieri


Statistiche di stato e di movimento degli stranieri
Lista degli stranieri sospetti
Censimento dei sudditi balcanici e jugoslavi

Altre competenze della Divisione AGR:

Censura cinematografica, relazioni settimanali sugli spostamenti degli


oppositori, informazioni sugli ufficiali in congedo, schedario della stampa
estera, statistiche relative al movimento sovversivo, controllo sulle
associazioni e sulle chiese.

Fonti: - P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit.


- Studi per la Storia dell’amministrazione pubblica italiana. Il
Ministero
dell’Interno e i Prefetti, cit.

126
Burocrazia e regime

Repressione del dissenso e discriminazione razziale vanno posti


in continuità storica; entrambe, nelle forme in cui sono state
realizzate, hanno provocato una lacerazione nella struttura
statale. Questo appare solo parzialmente nella celebre
classificazione di De Felice, per il quale quello fascista fu uno
«Stato autoritario in cui convissero alcune garanzie dello Stato
di diritto, alcuni aspetti dello Stato di polizia e (…) l’iniziativa
paternalistico-demagogica del “duce”»274. È indubbio che nel
problematico e lungo esperimento totalitario condotto dal
fascismo siano sopravvissuti ampi aspetti di garanzia e di
legalità; ma ciò non basterebbe a definire la Stato fascista un
“semplice” Stato autoritario. Fu lo stesso Mussolini a volere, nel
1925, una legge di epurazione della burocrazia e a sostenere, nel
corso del relativo dibattito parlamentare:

È urgente procedere a questa epurazione (…) perché non siamo un


ministero e non siamo nemmeno un Governo. (…) E (…) voglio
aggiungere che nella concezione fascista la burocrazia è un esercito.
Non dico che tutti i burocrati abbiano la mia febbre, perché forse
non la sopporterebbero; ma esigo ed è necessario che tutti, dal
primo all’ultimo, non facciano del sabotaggio ai ruotismi della
burocrazia.275

Che poi, pragmaticamente, Mussolini abbia dato tutto il tempo


alla burocrazia per fascistizzarsi, questo è tipico della sua
intelligenza politica, almeno prima che il velocizzarsi frenetico
del corso politico mondiale, voluto da Hitler, non le procurasse
un affanno fatale. Può darsi che questo pragmatismo abbia
indotto molti funzionari a trincerarsi, sinceramente o meno,
dietro il paravento di un autoritarismo legittimato dalle
condizioni storiche. Ma si tratta evidentemente di
un’autoassoluzione che, se può aver parzialmente funzionato per
274
R. De Felice, Mussolini il duce, vol. II, Lo Stato totalitario 1936-1940,
Einaudi, Torino 1996, p. 48.
275
Discorso alla Camera del 19 giugno 1925, in B. Mussolini, Opera Omnia,
vol. XXI, La Fenice, Firenze 1956, p. 349.

127
la repressione del dissenso politico, non ha alcun valore nel caso
del razzismo di Stato. In effetti, soprattutto il razzismo appare a
noi oggi uno spartiacque, poiché gli uomini che agivano per
conto dello Stato non potevano non accorgersi del grande
tradimento che lo Stato stava compiendo con le leggi razziali.
Qui non era possibile nascondersi dietro la giustificazione di uno
Stato autoritario di diritto e tutte le finzioni cadevano. Era
evidente che dopo le leggi antiebraiche non si sarebbe più potuto
invocare la fedeltà allo Stato per giustificare la propria
collaborazione alla discriminazione razziale.
In ogni caso, lo studio della documentazione sembra a tratti
accreditare l’impressione che l’apparato del Ministero
dell’Interno fosse, più del partito e di ogni altra struttura del
regime, il vero strumento di azione politica del fascismo. Se si
guarda ai prefetti, trentasette di essi, che erano stati nominati nel
periodo fascista su base politica e al di fuori dei ruoli
dell’amministrazione, erano in sede il 25 luglio ‘43 276. Il numero
non è piccolo, anche se Aquarone non lo giudica sufficiente per
produrre uno stravolgimento completo di questa nevralgica
figura amministrativa; e, assieme a dati analoghi rintracciabili in
altri rami della pubblica amministrazione, ne deduce una
sostanziale impermeabilità della burocrazia statale rispetto al
regime e all’ideologia fascista277; un giudizio riduttivo, che
Pavone corregge, facendo notare la presenza, tra il corpo dei
prefetti, di altri prefetti di carriera che erano stati anche membri
del Partito e ponendo la questione della «particolare
benevolenza accordata dal fascismo ai prefetti»278. Un rapporto
speciale che dovrebbe orientare la ricerca storica e far rivedere il
giudizio che, in accordo con Aquarone, anche De Felice ha dato
sulla fascistizzazione della burocrazia, da lui giudicata
superficiale e solo esteriore, «in gran parte di parata»279. Pur con
le dovute distinzioni e limitazioni, la documentazione attesta
276
Cfr. C. Pavone, La continuità dello Stato. Istituzioni e uomini (ed. or.
1974), ora in C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo,
antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, 1995, p. 147.
277
Cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, cit., p.74.
278
C. Pavone, La continuità dello Stato, cit., p. 148.
279
R. De Felice, Mussolini il duce, vol. II, Lo Stato totalitario, cit., p. 57.

128
invece che pezzi interi del Ministero dell’Interno apparvero
essere in linea con gli obiettivi totalitari del regime: Demorazza
in primo luogo, diversi prefetti e questori, una parte del
personale tecnico e amministrativo, la Direzione Generale di
P.S., quest’ultima parzialmente ed entro i limiti del moderatismo
tecnico di cui abbiamo delineato i caratteri.
Da questi “pezzi” dell’amministrazione fu svolto un ruolo
ideologico importante dentro al Ministero dell’Interno; non solo
per la natura, da sempre, eminentemente “politica” di questo
ministero né soltanto per la sua naturale funzione primaria di
strumento repressivo e di controllo della società; ci fu qualcosa
di più: nella documentazione, dietro la cortina di un linguaggio
burocratico e standardizzato, freddo e apparentemente
inconsapevole, fa spesso capolino un’intima adesione della
struttura ministeriale e dei suoi uomini a progetti politici e
strategie di governo che non si limitassero al mantenimento
dell’ordine costituito, ma che imponevano nuove forme di
convivenza fra gli uomini e di relazione fra i “sudditi” e lo Stato.
Non solo prevenzione e repressione, quindi, ma discriminazione,
razzismo, totalitarismo.
Un discorso che vale, seppure in forme meno accentuate, anche
per la polizia, che in effetti il regime affidò esclusivamente al
personale tecnico, non per questo non coinvolto nelle strategie
politiche più vaste del regime. È infatti innegabile che, dentro il
Ministero dell’Interno, la polizia rimase un corpo non toccato da
infiltrazioni partitiche; anzi, la reale conduzione delle attività di
polizia fu tutta interna al personale specializzato, con poche
capacità di influenza anche da parte del personale prefettizio e
amministrativo. In merito alla direzione effettiva delle forze di
polizia in epoca fascista, Giovanna Tosatti ha perciò scritto che,
«sul ruolo predominante attribuito ai direttori generali e ai
prefetti è lecito esprimere molti dubbi. Infatti, se soltanto si
pensa a quanto fosse breve in genere la permanenza dei prefetti
nelle province e quella dei direttori generali nella carica, era
abbastanza ovvio che ne derivasse un rilievo obiettivo del ruolo
del personale tecnico»280.

280
Cfr. G. Tosatti, La repressione del dissenso politico, cit., pp. 254-255.

129
La polizia gestì direttamente, in particolare, le attività dell’Ovra
e la Divisione di polizia politica, tanto che si può affermare che
«il momento d’oro di ispettori e questori coincise (…) con il
periodo fascista. (…) E (…) proprio il periodo del fascismo al
potere sembra essere stato l’unico in cui la polizia abbia goduto
di una vera autonomia e di un reale potere decisionale» 281. Resta
il fatto che, seppur autonoma e professionale, la polizia dell’età
del fascismo assicurò al regime una salda presa sulla società e le
condizioni per la progettazione e l’esercizio di un programma
totalitario.
Un esule, Guido Ludovico Luzzatto, espresse nel 1939
un’insuperata analisi del sistema messo in piedi dal capo della
polizia:

Bocchini (…), un ministro di polizia che non si cura di sapere


perché e per chi egli dirige con tecnica perfetta lo strumento
formidabile di asservimento. (…) La crudeltà inutile è stata abolita.
Sistemi – nel loro genere – corretti, freddamente meditati, hanno
sostituito gli scatenamenti della brutalità selvaggia impunita. I
poliziotti, anche quelli dell’Ovra, sono ridivenuti strumenti
disciplinati e precisi dei superiori, senza passione e senza velleità di
sfoghi personali. (…) Contro la malvagità vendicativa del despota,
il capo della polizia è riuscito a creare così il sistema oppressivo e
stritolatore magistrale, capace di durare, capace di stritolare
l’opposizione senza accrescerla attraverso il prestigio del martirio.
Per la causa dell’antifascismo nulla è più terribile e nefasto 282.

Per avere un quadro completo, occorre anche tenere conto che in


diverse occasioni Bocchini diede prova di moderazione non solo
tecnica, ma anche politica, contribuendo così a ridurre gli effetti
degli abusi prodotti dal regime. Ad esempio, quando nell’estate
del ’40 lasciò cadere nel nulla l’invio da parte di Heydrich, capo
della Gestapo, del regolamento tedesco per i campi di
concentramento. La richiesta d’invio del regolamento era
comunque partita dal Ministero dell’Interno, forse all’insaputa

281
Ivi, p. 255.
282
Gyges (G. L. Luzzatto), Bocchini: il Fouché di Mussolini, in “Il Nuovo
Avanti”, 20 maggio 1939.

130
di Bocchini283. Oppure quando contrastò l’ala più ideologica del
partito, opponendosi fortemente a Starace e causandone la
caduta. Secondo De Felice, anzi, Bocchini «era e rimase sempre
un uomo del vecchio regime che, se non faceva il doppio gioco,
si muoveva però in una logica che non era certo quella
totalitaria»284. Dunque, in quanto derivazione della tradizione
autoritaria crispina285, la polizia finì per collocarsi
complessivamente a metà strada fra il conservatorismo
legalitario borghese e i miti dell’ideologia fascista.

283
Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche
per lo studio dell’internamento in Italia (giugno 1940-luglio 1943), in
«Rassegna degli Archivi di Stato», XXXVIII [1978], n. 1-3, p. 85; R. De
Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, nuova ed., Einaudi, Torino
1993, p. 359. Nel corso della missione per l’accordo di polizia italo-tedesco
del 1936, alcuni funzionari che accompagnarono Bocchini in Germania
avevano visitato il campo di Dachau.
284
R. De Felice, Mussolini il duce, vol. II, Lo Stato totalitario, cit., p. 487.
Sul ruolo di Bocchini nella caduta di Starace, cfr. ivi, pp. 704-705.
285
Cfr. G. Tosatti, La repressione del dissenso politico, cit.

131
2
RAZZISMO E FASCISMO

A lungo si è equivocato sul razzismo mussoliniano, relegandolo


al ruolo di maldestra imitazione del nazismo, priva di
fondamenti ideologici, di consenso sociale e soprattutto della
ferocia assoluta manifestatasi in Germania. Anche il principale
contributo storiografico sulla politica del fascismo verso gli
ebrei è sostanzialmente favorevole a questa interpretazione; si
tratta della celebre opera di Renzo De Felice, la cui prima
edizione fu del 1961 e segnò l’inizio della storiografia
scientifica in questo campo286, avendo potuto De Felice
consultare una vasta gamma di documenti, molti dei quali non
disponibili in precedenza. Nell’introduzione all’ultima edizione
del suo lavoro, De Felice apre con un’affermazione chiara e
distinta: «Tra i paesi europei l’Italia è uno di quelli che meno ha
conosciuto il razzismo»287; egli aggiunge poco più avanti:
«quanto al fascismo, esso come non fu razzista non fu nemmeno
antisemita, né quando sorse né per numerosi anni (…) e, anche
quando Mussolini lo volle tale, l’adesione, anche se spesso
rumorosa, della maggioranza dei fascisti alla sua svolta fu
soprattutto dettata da conformismo e opportunismo»288. Della
stessa opinione era stato anche Antonio Spinosa, il primo a
286
Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit.
287
Ivi, p. VII.
288
Ivi, p. IX.

133
pubblicare una ricerca sulle leggi razziali, all’inizio degli anni
’50289. C’è chi, invece, preferisce mettere l’accento
sull’improvvisazione del razzismo fascista e sul suo sostanziale
dilettantismo tracotante290. La conversione tardiva di Mussolini
al razzismo sarebbe stata provocata, secondo De Felice, da una
serie di concause fra cui prevalgono le motivazioni di politica
estera: «la decisione di Mussolini di introdurre anche in Italia
l’antisemitismo di Stato fu determinata essenzialmente dalla
convinzione che per rendere credibile l’Asse fosse necessario
eliminare il più stridente contrasto nella politica dei due
regimi»291. Mussolini, continua De Felice, ammantò questa
scelta con una sensibilità “razzista”, ma di tipo “spirituale”, sulla
scorta delle dottrine del filosofo Julius Evola e dunque non
aderendo alla versione biologista del razzismo tipica di Hitler e
dei nazisti. Dopo aver avanzato queste note critiche, De Felice è
però impietoso sul giudizio morale che deve imputarsi
all’antisemitismo fascista: «imboccata la via dell’alleanza con la
Germania nazista e della guerra il fascismo la percorse così
tutta, di degradazione in degradazione, di crimine in crimine»292.

“Francamente razzisti”

In realtà, Mussolini e il regime fascista furono «francamente


razzisti»293, come si legge nel Manifesto degli scienziati,
pubblicato nel luglio 1938 per volontà di Mussolini al fine di
dare una giustificazione preventiva e pseudoscientifica della
legislazione razziale che sarebbe stata varata di lì a qualche
mese. Per cui, al di qua del giudizio morale e delle evidenti
degenerazioni progressive della politica razziale fascista, la

289
A. Spinosa, Mussolini razzista riluttante, Mondadori, Milano 2000.
290
Cfr., ad esempio, A. Cavaglion, G. P. Romagnani, Le interdizioni del
duce. Le leggi razziali in Italia, Claudiana, Torino 20022, pp. 24-25.
291
R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p. 247.
292
Ivi, p. 461.
293
Manifesto degli scienziati, in “Il Giornale d’Italia”, 14 luglio 1938; una
copia è in A. Cavaglion, G. P. Romagnani, Le interdizioni del duce, cit., pp.
73 e ss.

134
questione di fondo è quella del legame ideologico fra fascismo e
razzismo. Ora, come ha notato Giuseppe Gaudenzi, la
distinzione o contrapposizione fra razzismo spirituale e
biologico è assai debole: i nazisti ritenevano la razza un fatto
anche spirituale, mentre il loro giudizio su Evola era certamente
positivo; d’altra parte non mancò un versante biologico del
razzismo italiano, se si tiene conto del manifesto degli scienziati
fascisti e delle posizioni espresse dalla rivista ufficiale Difesa
della Razza294. Razzismo spirituale e razzismo biologico
rischiano dunque di essere delle nozioni artificiose se non sono
considerate per ciò che effettivamente rappresentano: due
varianti di un unico tronco ideologico. D’altra parte, i sostenitori
del razzismo “spirituale” non furono, sul piano teorico e su
quello dei comportamenti politici, meno antisemiti degli altri:
Evola era sostenitore di un acceso antisemitismo fondato su una
visione mitica ed esoterica del mondo, all’interno della quale
l’arianesimo era costituzionalmente estraneo e opposto al
“semitismo”; ad Evola fu molto vicino Giuseppe Preziosi, vale a
dire il peggior antisemita fra i fascisti italiani, stretto
collaboratore della Gestapo negli anni dell’occupazione tedesca.
Ed Evola, al pari di Preziosi, era favorevole ad un’impostazione
“tedesca” del problema ebraico, non limitata alla
discriminazione ma votata alla persecuzione degli ebrei e dei
“meticci”295.

Il razzismo italiano

L’ideologia razzista si saldava alla politica espansionistica del


fascismo e, anche se i primordi del razzismo italiano non furono
marcatamente antiebraici, non si può certo affermare che le leggi
razziali e antiebraiche del 1938 fossero completamente avulse
dal contesto storico e culturale italiano. La politica razziale del
fascismo non fu un’assoluta novità per il regime o per l’Italia;
294
Cfr. G. Gaudenzi, Fascismo e antisemitismo, in “La rivista dei libri”,
gennaio 1995, p. 20.
295
Cfr. R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, La Nuova Italia,
Firenze 1999, pp. 198-202, pp. 277 e ss.

135
fin dalla seconda metà dell’Ottocento erano presenti, anche da
noi, teorie antropologiche di stampo razzista che si
consolidarono in epoca fascista. Esisteva un razzismo italiano,
accademico e non; come scrive Enzo Collotti, «questi sedimenti
culturali circolarono con tenace continuità e con le motivazioni e
le provenienze più diverse (…) in settori qualificati della cultura
italiana»296. Il razzismo del fascismo s’inserisce pertanto in un
movimento di lunga durata, che affonda le sue radici in dottrine
di fine Ottocento, quando il primo contatto colonialistico fece
sorgere anche in Italia l’idea di differenze e superiorità razziali
fra bianchi e neri; un contatto che provocò lo sviluppo dei germi
del razzismo soprattutto grazie a tendenze endogene ben radicate
nella cultura e nella società italiana, implicitamente disponibili a
queste conseguenze: «lo scientismo positivistico, la soggezione
al potere politico e il servilismo nei suoi confronti, (…) le
avventure coloniali erano stati tutti elementi che avevano
contribuito, in modo più o meno diretto e in maniera più o meno
profonda, a far nascere e crescere una cultura razzista anche in
Italia»297.
Occorre aggiungere che un altro importante contributo al
formarsi di un senso comune razziale va fatto risalire agli effetti
dell’unificazione nazionale che, mettendo a confronto
popolazioni vissute per secoli in contesti assai diversi e
favorendo così una latente ostilità fra Nord e Sud della penisola,
stimolò forme di interpretazione dei comportamenti umani nei
termini di degenerazioni ereditarie, criminosità costituzionale,
animalità di classi e gruppi di popolazione. Fu soprattutto la
repressione del cosiddetto brigantaggio (vale a dire l’insorgenza
antipiemontese che divampò nel Sud tra il 1861 e il 1866) a
determinare la nascita e la diffusione del pregiudizio razziale
antimeridionale298; un pregiudizio che non rimase puro fatto
psicologico o invettiva triviale, ma a cui molti scienziati
296
Cfr. E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza,
Roma-Bari 2003, pp. 22-23.
297
R. Finzi, Da perseguitati a “usurpatori”: per una storia della
reintegrazione dei docenti ebrei nelle università italiane, in M. Sarfatti (a
cura di), Il ritorno all vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la
seconda guerra mondiale, Giuntina, Firenze 1998, p. 104.

136
dell’epoca tentarono di fornire veste scientifica e base empirica.
Non a caso Lombroso, il principale rappresentante del
positivismo razzista italiano, partecipò come ufficiale medico
alla repressione dell’insorgenza in Calabria, esperienza da cui
trasse la convinzione di una tara razziale dei meridionali,
evidenziata dal “cranio dolicocefalo”, che li avrebbe resi
disponibili a delinquere. Alfredo Niceforo, seguace di
Lombroso, riprese e approfondì i metodi e le conclusioni del suo
maestro, giungendo alla conclusione dell’esistenza in Italia di
due razze nettamente distinte, l’una meridionale, latina, inferiore
e criminogena («la razza maledetta»), l’altra settentrionale,
germanica e superiore. E già negli anni ’70 Costantino Nigra,
piemontese, collaboratore di Cavour e filologo, aveva parlato di
sostrati etnici diversi in Italia e dell’esistenza di due razze,
evidentemente in connessione con i problemi iniziali della
unificazione nazionale299. Quando questi problemi si
incancrenirono e una frattura fra le “due” Italie sembrava non
ricomponibile, le antropologie positivistiche di Lombroso,
Niceforo e altri, negli anni Novanta, «imboccavano la
“scorciatoia” dell’interpretazione razziale (…) e dell’inferiorità
del Mezzogiorno»300. Nacque quello che, efficacemente,
Colajanni ebbe a definire il «romanzo antropologico» delle
scienze sociali positivistiche, che trasformavano in differenza
razziale, rendendoli caricaturali e irrigidendoli, quelli che erano,
in realtà, stereotipi antichi sulle diverse regioni e province
meridionali301. A dispetto del loro carattere “romanzesco” e -
aggiunge sempre Colajanni, -“metafisico” più che positivo, le
bizzarre teorie del razzismo antimeridionale si diffusero,
attecchirono in molti ambienti, si rafforzarono a contatto con gli
altri razzismi dell’epoca; tanto che Ettore Ciccotti, storico e
meridionalista, deputato socialista e poi senatore del Regno dal
298
P. P. Poggio, Unificazione nazionale e differenza razziale, in A. Burgio (a
cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, Il
Mulino, Bologna 20002, pp. 87-94.
299
Cfr. V. Teti, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale,
Manifestolibri, Roma 1993, p. 15.
300
Ivi, p. 13.
301
Cfr. ivi, p. 21.
1924, ebbe modo di definire nel 1898 il razzismo
antimeridionale come «una specie di antisemitismo italiano»302.
L’antimeridionalismo si espande in “degenerazionismo” con
Giuseppe Sergi, docente di antropologia a Roma e fra i “padri”
fondatori dell’antropologia italiana. Sergi era anch’egli un
cultore della craniometria, credeva nell’inferiorità razziale dei
meridionali e si fece diffusore in Italia del mito ariano 303. Con il
testo Le degenerazioni umane del 1889, la sua analisi delle
“degenerazioni” non rimaneva legata soltanto all’analisi delle
popolazioni meridionali, ma veniva generalizzata a tutti gli
individui che si allontanassero dalla “normalità”. I degenerati di
Sergi erano i pazzi, i suicidi, i criminali, i devianti in genere,
compresi mendicanti, prostitute e vagabondi. A suo giudizio
alcune di queste degenerazioni erano legate all’ereditarietà e
occorreva quindi impedire che i degenerati si riproducessero304.
L’adesione di molti esponenti della comunità scientifica
all’ideologia antimeridionale e la loro inclinazione a descriverla
in termini di condizionamento biologico sono l’indizio
dell’esistenza di una struttura epistemica basilare. Ad un primo
sguardo essa appare sotto le forme di quello che potrebbe essere
definito un elitismo tardopositivista, cioè un positivismo ormai
sfrondato dai miti progressivi e pedagogici delle sue origini,
derivanti a loro volta da quei condizionamenti illuministici che
operarono sul positivismo europeo ottocentesco; dunque un
positivismo che abbraccia le masse umane in sistemi unitari, da
osservare e sezionare come sul tavolo anatomico e da un punto
di vista superiore, senza alcun condizionamento etico, vale a
dire senza le «alcinesche seduzioni della dea Giustizia e della
dea Umanità», come ebbe a definire persino Croce gli ideali
umanitari e progressisti delle generazioni precedenti. E le basi
etiche dell’immaginario scientifico non vanno sottovalutate,
poiché, se la tendenza a sistemazioni e generalizzazioni indebite
era già tipica del primo positivismo, quasi tutti i classici del
302
E. Ciccotti, Mezzogiorno e Settentrione d’Italia, conferenza tenuta a
Milano nel marzo 1898, ora in V. Teti, La razza maledetta, cit., p. 131.
303
Cfr. V. Teti, La razza maledetta, cit., pp. 175-183.
304
Cfr. C. Pogliano, Eugenisti, ma con giudizio, in A. Burgio (a cura di), Nel
nome della razza, cit., pp. 424-428.
positivismo declinarono le loro “leggi storiche” in senso
progressivo e liberatorio, proprio perché condizionati da
paradigmi etici e da un umanesimo etico-politico. Pur trattandosi
di un discorso che abbraccia (come abbiamo già visto) l’intera
cultura occidentale, ogni paese lo declinò poi a suo modo, a
partire dalle specifiche vicende storiche e dai connessi
condizionamenti politico-sociali. Nel caso italiano, i conflitti
legati alla costruzione dello stato unitario e l’antimeridionalismo
che tali conflitti produsse furono la base per la costruzione del
paradigma élitista e razziale, che poi si manifesterà, in un
crescendo, durante l’epoca fascista, nelle forme specifiche
dapprima di ricerca della “potenza del numero”, poi di
“bonifica” generale, infine di “difesa della razza”. L’esistenza e
la diffusione di questo paradigma spiegano anche perché la
scienza italiana di epoca fascista non si sia limitata, per
opportunismo o forzatamente, ad appoggiare i programmi
politici del fascismo, ma condividesse molti degli assunti
dell’ideologia fascista, contribuendo anzi a spingerla verso
concezioni del nazionalismo più riduzionistiche, cioè biologiche
e razziali.

Scienziati e razzismo

Come hanno scritto Giorgio Israel e Pietro Nastasi, il più alto


consenso al razzismo fascista ci fu, «oltre che, com’è ovvio,
negli ambienti più oltranzisti del partito fascista e negli apparati
dello stato più fedeli al regime, fra gli intellettuali e i docenti
universitari»305. In particolar modo, a loro giudizio, l’eugenetica
e la demografia fecero da battistrada nei confronti delle
teorizzazioni razziste del fascismo e prepararono il terreno a
questa vasta adesione universitaria al regime razziale imposto
nel ’38. Ma i prodromi del razzismo fascista sono anche più
ampi e coinvolgono, in effetti, molte discipline. Sul versante dei
rapporti di lunga durata fra scienza italiana e fascismo, Roberto

305
G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Il Mulino,
Bologna 1998, p. 8.
Maiocchi ha condotto uno studio approfondito nel quale si
dimostra con ampiezza di documentazione che pezzi importanti
della comunità scientifica italiana produssero, autonomamente e
in epoca prefascista, forme di ideologia razzista su base
“scientifica”, che poi furono via via coordinate, modificate se
necessario, con le decisioni politiche e strategiche del regime.
L’eugenetica, trovando adesione in molti ambiti disciplinari306,
mosse i primi passi in Italia agli inizi del Novecento ed ebbe
vasta diffusione soprattutto negli anni del primo dopoguerra. È
vero che da noi si diffuse il paradigma della “eugenica negativa”
o “eugenica latina” (in contrapposizione all’estremismo dei
“nordici”), vale a dire una strategia che faceva affidamento al
miglioramento igienico e ambientale più che a interventi di
sterilizzazione e di selezione degli individui “tarati”; è quanto
sostennero ad esempio Sergi, l’economista e sociologo Achille
Loria, il neurologo Ettore Levi e, in un’opera sull’eutanasia del
1923, lo psichiatra Enrico Morselli, ordinario di psichiatra a
Genova. Non mancarono posizioni selezioniste, come quella del
lombrosiano Angelo Zuccarelli, docente di antropologia
criminale a Napoli e sostenitore della sterilizzazione dei
“degenerati”307. Lo stesso Morselli, fra gli esponenti principali
della comunità scientifica italiana fin de siècle, che aveva
coniato l’espressione “eugenica latina”, sosteneva quale scontato
corollario dell’eugenetica l’esistenza di differenze razziali fra gli
esseri umani, la superiorità delle razze bianche o
«leucodermiche» e la necessità di una politica di separazione
razziale per impedire incroci degenerativi. Il concetto di
superiorità razziale era condiviso anche da Ettore Levi308.
Regime fascista ed eugenetica flirtarono fin dall’inizio, con
articoli dedicati al «miglioramento della razza» comparsi sulla
rivista mussoliniana “Gerarchia” e con inviti al nuovo governo
306
Maiocchi parla di un «frastagliato panorama offerto dai primi studiosi che
si dichiararono eugenisti e che affrontarono l’eugenica partendo dai punti di
vista più disparati: Gini dalla statistica, Sergi dall’antropologia lombrosiana,
Morselli dalla psichiatria, Loria dalla sociologia, Patellani dall’etica». R.
Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., p. 11.
307
Cfr. ivi, pp. 12 e ss.
308
Cfr. ivi, p. 22.
da parte degli scienziati a dare corpo ad una politica di difesa
della sanità pubblica. Esempio importante di questa
cooperazione fu la creazione nell’ONMI (Opera nazionale per la
maternità e l’infanzia) che fu diretta derivazione e
trasformazione dell’Istituto di eugenetica fondato da Ettore Levi
nel 1922309. Il fascismo non si limitò a far suo il patrimonio di
riflessioni dell’eugenetica italiana, ma impose a sua volta un
indirizzo popolazionistico che le era estraneo, poiché la cultura
eugenetica internazionale e italiana era maggiormente propensa
allo strumento del controllo delle nascite e quindi al
miglioramento “qualitativo”, più che quantitativo, della
popolazione. Con il famoso discorso dell’Ascensione del
maggio 1927 Mussolini impose definitivamente il dogma del
numero inteso come forza e quindi il divieto di politiche di
controllo delle nascite. Nicola Pende fu colui che seppe operare,
attraverso la nozione di “costituzione” fisica, la sintesi fra
eugenetica “negativa” e popolazionismo310.
Pende, noto endocrinologo accademico, teorico della
“biotipologia” cioè di una dottrina classificatoria degli
organismi umani e del loro corretto sviluppo, sarà nominato nel
1934 senatore del Regno e risulterà il più autorevole dei
firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti. Egli aveva
fondato nel 1925 un Istituto biotipologico e ortogenetico, i cui
studi erano fondati su una cartella che avrebbe dovuto
accompagnare la vita degli individui registrandone le
caratteristiche originarie ed i loro sviluppi (negli anni ’30 essa fu
adottata dall’Opera nazionale Balilla)311. Negli anni successivi
Pende diede una versione biopolitica e bioetnica della sua teoria,
volta a dimostrare l’esistenza di una stirpe “latina” (italiana).
Contro il razzismo nazista egli contesta che esistano razze pure
ed afferma che ogni popolo è il risultato di fusioni fra diverse
razze; in particolare, la stirpe italiana è il frutto della fusione di
diverse stirpi regionali e di diverse razze, anche se prevale
l’antichissimo fondo razziale mediterraneo italico. Questa
fusione e varietà è la ragione delle qualità biologiche, speciali e
309
Cfr. ivi, p. 29.
310
Cfr. C. Pogliano, Eugenisti, ma con giudizio, cit., pp. 439-440.
311
Cfr. R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., pp. 41-46.
privilegiate, dell’italianità; esse vanno preservate e potenziate
con un’opera di «bonifica» della razza312. Pur preferendo Pende
il termine stirpe a quello più compromettente di razza, la chiara
base naturalistica della sua disquisizione, assieme ad altri
elementi caratteristici del discorso razziale (come la
demarcazione, l’esistenza di gruppi privilegiati, ecc.) ne
conferma il carattere razzistico sui generis. Si trattava di una
posizione condivisa e diffusa negli ambienti medici degli anni
Venti e Trenta. Il bilancio che secondo Maiocchi si può trarre
dai resoconti di questi dibattiti è che «nella cultura medica era
ben presente una variante del razzismo tutta italiana» 313. E quasi
tutti i “razzisti” nostrani, sia quelli di formazione biologica o
medica sia quelli provenienti da discipline sociali, furono
costretti ad operare i contorsionismi concettuali che abbiamo
visto all’opera nei discorsi di Pende; acrobazie verbali il cui
unico scopo era quello di difendere l’italianità, fenotipicamente
così variegata e così poco nordica, senza rinunciare all’idea
razziale. Un razzismo che fosse anche capace di sostenere un
primato italico e, a differenza della brutalità nazista e nordica,
una certa moderazione non del tutto esclusivista che desse a tale
primato una forza espansiva di fronte ad altri popoli, rispetto ai
quali esercitare l’attrattiva che, si riteneva, i popoli forti e
civilizzati hanno “sempre” esercitato sui popoli circostanti.
Qualcosa di simile al compelle entrare di epoca romana, ma
elaborato e proposto in un contesto razziale, dunque sullo
sfondo di un chiaro, incontrovertibile e naturale sistema di
relazioni tra etnie.
Il popolazionismo che fu “imposto” al razzismo medico
derivava dal fatto che il fascismo era innervato da una linea
ideologica che risaliva al nazionalismo politico di primo
Novecento, il quale a più riprese si era dichiarato contrario
all’emigrazione degli italiani e si era battuto per fare dell’Italia
una potenza «demografica»314 in cui l’eccesso di popolazione
fosse la premessa di una spinta espansionistica. Le scienze
312
Cfr. N. Pende, Bonifica umana razionale e biologia politica, Cappelli,
Bologna 1933.
313
R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., p. 78.
314
Cfr. E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei, cit., pp. 23 e ss.
sociali, la demografia e la statistica in particolar modo, diedero a
queste dottrine un contributo non di poco conto. Corrado Gini, il
primo presidente dell’ISTAT e fondatore della statistica
universitaria italiana, nazionalista, tra i firmatari del Manifesto
degli intellettuali del fascismo del ’25 ed influente collaboratore
del duce, aveva elaborato già nell’anteguerra teorie
popolazioniste basate sul primato del numero e dei popoli
“giovani” su quelli in via d’invecchiamento. La capacità
riproduttiva era appunto uno dei segnali principali della
dominanza di un popolo e della giovinezza del suo «plasma
germinale»: è la giniana “teoria ciclica delle nazioni”. Su queste
basi, Gini parlava apertamente di gerarchie fra popoli e razze,
ritenendo inevitabile l’imperialismo di popoli giovani e in
evoluzione, come il popolo italiano. Ed è la guerra ad essere il
regolatore supremo del contrasto demografico ed economico tra
le nazioni. Mentre «la colonizzazione deve in realtà concepirsi
come una parte del meccanismo naturale di regolazione, con cui
la natura provvede a trasmettere la civiltà» 315. Lungi dall’essere
solo elucubrazioni ideologiche frutto di bassi istinti di conquista
di un’oligarchia senza scrupoli, come in effetti fu quella fascista,
l’imperialismo e il razzismo furono, come si vede, anche il
prodotto di concettualizzazioni elaborate da raffinati scienziati,
di fama internazionale, come indubbiamente fu Gini. E ciò
diversamente da quanto lascia intendere la diffusa vulgata che
afferma l’estraneità italiana al razzismo, la quale libera così da
responsabilità pesanti pezzi importanti dell’intellettualità e della
società italiane. Un razzismo che non aveva le rozzezze degli
ideologi più crudi, che si presentava in termini di rilevazione
empirica di tendenze oggettive di natura biologica e sociologica,
ma proprio per questo, afferma un biografo di Gini, «per molti
aspetti più sottile e subdolo»316. Scrive perciò Maiocchi: «la
scienza demologica italiana forgiò i pilastri culturali del
principio “il numero è potenza”, con tutti i suoi corollari di
ordine legislativo, politico, sanitario, culturale e militare. (…)
315
C. Gini, Colonie e materie prime, in “La vita economica italiana”, 2-3,
1936, p. 31.
316
F. Cassata, Il fascismo razionale. Corrado Gini fra scienza e politica,
Carocci, Roma 2006, p. 14.
Tutta la retorica fascista sui “destini imperiali” della “stirpe
italica” (…) trovò nell’opera di Gini un punto di appoggio
apparentemente saldo»317. E Gini non fu l’unico demografo a
sostenere tali dottrine né si deve pensare a dottrine che si
limitassero ad avere una mera valenza ideologica, buona per
dichiarazioni d’intenti o per mire carrieristiche: si trattava di un
vero e proprio programma scientifico; come scrive Maiocchi, «il
progetto nativista fu molto più di un tema propagandistico, esso
fu il perno dei maggiori programmi di ricerca dei nostri
scienziati sociali»318. I quali intendevano esercitare, su base
scientifica, un influsso sull’azione dei governi, riprendendo e
ampliando il sogno positivistico di un ordine scientifico del
mondo; lo statuto epistemologico di tali teorie appare oggi del
tutto destituito di fondamento, avendo esse più la natura di
dottrine o di ideologie «organicistico-decadentiste»319, condite
da un vitalismo demografico.
Anche il successore di Gini, Franco Savorgnan, ordinario di
statistica e presidente dell’ISTAT dal 1932 al 1943, già sul finire
del primo conflitto mondiale si dichiarava preoccupato per la
salute della più evoluta delle razze umane, cioè la razza bianca;
nei suoi studi statistici e sociologici utilizzò liberamente la
nozione di razza e nel primo dopoguerra aderì anche lui alle
teorie popolazioniste320; nel 1938 lo troviamo fra i firmatari del
Manifesto degli scienziati razzisti.
Nell’ambito degli scienziati cattolici, una figura di rilievo fu
quella di Marcello Boldrini, autorevole docente all’Università
Cattolica. Statistico, demografo e cultore di fisiognomica, egli si
occupò a lungo di indagini statistiche applicate alla biologia e
317
R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., pp. 96-97. Anche
nel caso di Gini, le scelte politiche del regime lo costrinsero a rivedere alcune
sue convinzioni; ad esempio, egli si era espresso in senso non sfavorevole nei
confronti dell’ “incrocio razziale”, per poi dover distinguere fra incroci
positivi e incroci negativi e plaudire al divieto di matrimoni misti emanato
dopo la conquista dell’Etiopia; cfr. ivi, pp. 88 e ss..
318
Ivi, p. 103.
319
F. Cassata, Il fascismo razionale, cit., pp. 17 e ss.
320
Cfr. F. Savorgnan, La guerra e la popolazione. Studi di demografia,
Zanichelli, Bologna 1918. F. Savorgnan, Corso di demografia, Nistri-Lischi,
Pisa 1929.
alla genetica. Bisogna considerare che il cattolicesimo e il
magistero della Chiesa erano state componenti importanti fra
quelle che avevano spinto molti scienziati a dichiararsi contrari
alle dottrine “nordiche” e “protestanti” e ad operare la scelta per
un’eugenetica diversa, “latina”, oppure a sostenere
convintamente il popolazionismo fascista e l’espansione
demografica. Anche al di là delle pressioni politiche esercitate
dal regime e dell’intima adesione dei ricercatori ad una
tradizione “latina” e cattolica, un’ulteriore spinta in tal senso
venne dal Concordato e dall’enciclica di Pio XI Casti Connubii
del 1930, nella quale il pontefice espresse il chiaro divieto della
Chiesa nei confronti di ogni forma di controllo delle nascite e di
eugenetica “positiva”.
Se sui ricercatori “laici” la Chiesa esercitò un’azione
paragonabile a quella della tradizione e della pressione
spontanea che essa finisce per esercitare su ogni individuo,
Boldrini, nella sua condizione di cattolico e di scienziato, venne
a trovarsi all’incrocio fra tendenze convergenti e finì per non
riuscire a controllarne adeguatamente gli esiti. Egli s’interessò
alle classificazioni biotipiche di Pende, che intese rafforzare e
perfezionare grazie all’utilizzo della documentazione statistica.
Fu estimatore del popolazionismo fascista e dell’opera di
“bonifica” biologica della stirpe italica da esso intrapresa, anche
perché si trattava di impostazioni che egli giudicava non lontane
dai suoi convincimenti di cattolico. Per cui, in molte delle sue
ricerche echeggia la nozione di razza e di distinzione razziale,
anche se non si parla di criteri di superiorità. Boldrini intese
infatti applicare la statistica alla genetica, soprattutto al fine di
determinare il grado di «purezza» delle singole razze, con
finalità del tutto oggettive e descrittive, cioè senza perciò
sostenere che la purezza fosse un elemento di superiorità 321.
Tutto ciò dimostra quanto il linguaggio e le concettualizzazioni
razziste fossero un patrimonio condiviso dagli scienziati europei
e italiani, una sorta di descrizione implicita e neutra del mondo,
un apparato pre-categoriale che condizionava le scelte ed i
321
Cfr. M. Boldrini, Sulle maggiori razze umane europee, in Contributi del
laboratorio di statistica dell’Università cattolica di Milano, Vita e Pensiero,
Milano 1934, p. 10.
progetti scientifici dei ricercatori, anche di quelli, come
Boldrini, che, seppure si dichiararono favorevoli al fascismo,
non furono “francamente” razzisti. L’appartenenza a questo
paradigma sottopose Boldrini al pericolo dell’ambiguità e
dell’interpretazione equivoca; tenuto conto del clima politico
degli anni Trenta in Europa, soprattutto in riferimento alla
genetica statistico-razziale, «la scelta di un tale progetto di
ricerca appare al giudizio dello storico decisamente intempestiva
e infelice»322. Si produsse l’effetto, forse involontario, di
sviluppare ulteriormente la vulgata razziale e naturalistica,
anche in virtù della valorizzazione che Boldrini fece della
fisiognomica; egli associò infatti i biotipi alle classi sociali,
sostenendo ad esempio che i ricchi sono longilinei e i poveri
brevilinei; applicò la fisiognomica anche alla storia e allo studio
delle personalità del passato, mentre vide in Mussolini la vittoria
dell’attivismo brevilineo nei confronti del languore e dell’inerzia
che ormai dominavano le longilinee élites liberali323. Tutte le
disquisizioni di Boldrini sulla fisiognomica e sui rapporti fra
aspetto esteriore e inclinazioni della persona hanno preparato il
terreno ad un clima culturale che rese plausibile molte delle
assurdità, tipiche del razzismo, di cui abbondarono organi di
stampa e propaganda del regime dopo l’emanazione delle leggi
razziali: «i costanti riferimenti al “naso ebreo” o al “labbro
giudaico” di vergognose pubblicazioni quali Difesa della razza
di Interlandi potevano apparire ai lettori di Boldrini non del tutto
frutto di una ideologia aberrante, al di là delle buone intenzioni
dello studioso»324. In ambito cattolico, diversamente da Boldrini,
l’antropologo viennese Wilhelm Schmidt, che fu direttore del
322
R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, p. 127.
323
Cfr. ivi, pp. 132-133. «Non si trattava, qui, di una ingenua ripresa della
fisiognomica rinascimentale, ma di una dottrina che si presentava supportata
da imponenti ricerche statistiche che le conferivano aspetto accademico
severo e forza suggestiva. Ad esempio, l’idea dell’esistenza di differenti
inclinazioni intellettive nei tipi costituzionali fu da Boldrini verificata
mediante lo studio statistico dei docenti universitari italiani, che gli
consentiva di ritenere dimostrata la maggior longilinearità degli universitari
rispetto al restante della popolazione». Ivi, pp. 133-134.
324
Ivi, p. 125. Dopo la guerra Boldrini fu stretto collaboratore di Enrico
Mattei e divenne presidente dell’Agip alla sua morte.
museo etnologico lateranense e che esercitò un vasto influsso
sugli studiosi cattolici fra le due guerre, si oppose decisamente
ad ogni forma di riduzionismo biologico e all’uso stesso del
termine “razza”, opponendogli il concetto storico-spirituale di
nazione325.
Un singolare studio statistico sulla comunità ebraica italiana si
deve a Livio Livi, un altro importante esponente della
demografia italiana che fu collaboratore di Gini, partecipe della
fondazione dell’ISTAT, ma poi strenuo avversario scientifico di
Gini. Pubblicato nell’immediato primo dopoguerra, lo studio fu
coevo a un’ondata d’interesse - di matrice antisemita - per il
mondo ebraico, che si ebbe in quegli anni anche in Italia, ma che
da noi durò poco e su cui torneremo. Livi afferma di essere stato
mosso in questo suo studio dalla constatazione del successo
sociale degli europei di origine ebraica. Pur dichiarando di
apprezzarne le qualità, secondo Livi gli ebrei costituiscono
comunque una razza autonoma e non assimilata al resto della
popolazione italiana326. Lombroso, che era ebreo, aveva
affermato al contrario che gli studi anatomici e craniologici
suffragavano la completa assimilazione degli ebrei, che
nell’Europa moderna potevano ormai essere considerati
appartenenti alla razza ariana327. Anche nel caso di Livi si può
parlare di errori epistemologici più che di razzismo ideologico e
quindi non gli si può imputare un antisemitismo marcato o
volgare, «ma rimane pur sempre vero che oggettivamente egli fu
colui che predispose importanti pezzi dell’arsenale ideologico e
propagandistico dell’antisemitismo più virulento (...) Dall’opera
di Livi emergevano in definitiva due affermazioni, suffragate
con riflessione teorica impegnata e vastità di documentazione
statistica (…): gli ebrei costituiscono una razza a sé stante (…),
inoltre gli ebrei hanno effettivamente occupato nella società
moderna posizioni di prestigio e di potere. (…) Dopo Livi non
325
Cfr. ivi, pp. 149-157.
326
L. Livi, Gli Ebrei alla luce della statistica, 2 voll., Vallecchi, Firenze
1918-1920. Livi riprese questi temi in Spunti di demografia ebraica, Istituo
poligrafico dello Stato, Roma 1931.
327
Cfr. D. Frigessi, Cattaneo, Lombroso e la questione ebraica, in A. Burgio
(a cura di), Nel nome della razza, cit., p. 260.
era più un pettegolezzo sostenere che in Italia il peso politico,
economico, culturale degli ebrei era del tutto sproporzionato alla
loro consistenza numerica, ciò era divenuto una verità
scientificamente provata»328.
In sostanza, per la quantità e l’autorevolezza degli esempi fin
qui considerati, è fuor di dubbio che la statistica e la demografia
italiane fecero da apripista alla politica imperialista del regime e
alle leggi razziali del ’38; e ciò non solo da un punto di vista
culturale, ma già quasi operativo: «non fu un caso né una
distorsione della storia se dopo l’avvio della legislazione
razzista l’Ufficio demografico centrale del Ministero degli
interni fu trasformato nella Direzione generale per la demografia
e la razza»329.
Gli antropologi italiani, nonostante l’esordio positivista,
soprattutto con la craniologia di Lombroso e il
“degenerazionismo” di Sergi, che sembrava farli propendere
verso il biologismo, furono invece più prudenti di medici e
demografi. Forse per una migliore percezione della difficoltà di
applicare all’Italia il determinismo naturalistico; ma anche in
base a corrette esigenze metodologiche che portarono
precocemente la comunità degli antropologi a distinguere
opportunamente fra antropologia fisica ed etnologia, non
ritenendo ammissibile la mescolanza fra fatti e fra metodi
esplicativi delle due scienze330. Nonostante questo apprezzabile
abbandono delle rozzezze metodologiche dei fondatori
positivisti, l’antropologia e le scienze sociali italiane si
mostrarono disponibili ad analisi razziste allorquando si
occuparono dei popoli sottoposti all’espansione coloniale
europea. L’inferiorità della “razza” nera fu apertamente
328
R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., pp. 123-124.
329
Ivi, p. 139.
330
«Questa (…) fu una tendenza affermatasi a livello internazionale (…) che
in Italia venne sancita nel primo congresso di etnografia italiana tenutosi
nell’ottobre 1911 a Roma». Ivi, p. 148. Già Mantegazza aveva aspramente
criticato il degenerazionismo di Sergi; cfr. C. Pogliano, Eugenisti, ma con
giudizio, cit., p. 427. Ma non mancarono in Mantegazza ambiguità e usi
linguistici che avallavano i preconcetti razziali; cfr., ad esempio, M. Raspanti,
Il mito ariano nella cultura italiana fra Otto e Novecento, in A. Burgio (a
cura di), Nel nome della razza, cit., p. 79.
sostenuta negli anni ’20 e ’30 da Bruno Francolini, docente a
Napoli di geografia ed etnologia, dall’importante africanista
Nello Puccioni, soprattutto da Lidio Cipriani, direttore del
museo antropologico di Firenze e fra i firmatari del Manifesto
degli scienziati razzisti331. Il razzismo di Cipriani è senza
equivoci: le popolazioni africane sono inferiori e in preda ad un
processo di regresso civile e culturale. Il resoconto dei suoi
viaggi africani, che venne pubblicato nel 1932 con prefazione di
Corrado Gini, intendeva dimostrare questa dottrina con l’offerta
al lettore di dati craniometrici e paleontologici, test
d’intelligenza, osservazioni psicologiche, antropologiche e
linguistiche332. Il destino dei neri, data la loro incapacità ad
autogovernarsi, è quello della sottomissione coloniale, mentre
gli incroci con la razza bianca sono assolutamente da evitare. In
particolare, essendo la donna, secondo Cipriani, depositaria
delle virtù biologiche della razza, vanno impediti risolutamente
gli incroci di donne bianche con maschi razzialmente inferiori;
l’incrocio inverso, pur non comportando danni biologici
consistenti, è pernicioso per il prestigio della razza dominante,
direttamente dipendente dal suo grado di isolamento “genetico”.
Ciò che più conta è che queste idee erano ampiamente condivise
da quasi tutti coloro che si occupavano di questioni africane:
missionari, militari, coloni, viaggiatori, scrittori, soprattutto
dopo che il fascismo riprese e sviluppò l’immaginario coloniale,
fatto di idee di inferiorità, sottomissione e dominio, che già
erano germogliate nel periodo liberale333. Per cui, «l’immagine
del negro universalmente diffusa tra gli italiani sarà il cavallo di
Troia con cui il razzismo antisemita verrà fatto penetrare in
Italia»334.
331
Cfr. R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., pp. 157-169.
332
L. Cipriani, In Africa dal Capo al Cairo, Bemporad, Firenze 1932. Su
Cipriani si veda G. Gabrielli, Prime ricognizioni sui fondamenti teorici della
politica fascista contro i meticci, in A. Burgio, L. Casali (a cura di), Studi sul
razzismo italiano, Clueb, Bologna 1996, pp. 72 e ss.
333
Cfr. A. Triulzi, La costruzione dell’immagine dell’Africa e degli africani
nell’Italia coloniale, in A. Burgio (a cura di), Nel nome della razza, cit., pp.
165 e ss.
334
R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., p. 168. Di Cipriani
si vedano anche, Considerazioni sopra il passato e l’avvenire delle
Gli studi di antichistica e di preistoria contribuirono anch’essi
alla formazione di una mentalità nazionalistica e razzista. Si
trattava fra l’altro di contrastare e confutare la teoria prevalente
ai primi del Novecento che ipotizzava forme di colonizzazione
della penisola da parte di popolazioni nordiche, i
“terramaricoli”. Ugo Alberto Rellini, dal 1925 docente a Roma
di paleoetnologia, fu forse lo studioso più energicamente
impegnato nell’attribuire invece alle antiche popolazioni italiche
e mediterranee un ruolo primario nella antropizzazione del
continente europeo e nella costruzione delle prime forme di
civiltà. L’esistenza e il primato di una “razza italica”, il suo
destino imperiale, il ruolo civilizzatore di Roma furono elementi
comuni a quasi tutti gli esponenti dell’antichistica italiana 335; i
quali poi, non di rado, si espressero a favore della legislazione
razziale fascista, collaborarono alla pubblicistica razzista,
cooperarono con il regime per definire i contorni storici e
culturali della politica razziale. Anzi, secondo Maiocchi «i
paleontologi e gli antichisti furono forse gli intellettuali che
meno difficoltà ebbero a dare il proprio contributo alla politica
razzista senza dover alterare o forzare le proprie posizioni
precedenti»336. Qualche esempio: Rellini collaborò a Difesa
della razza, pubblicò opuscoli sulla razza italica, elogiò il
contenuto delle leggi razziali, fu membro del Consiglio
superiore per la demografia e la razza; l’Istituto di studi romani
fu anch’esso attivo nel propagandare il razzismo italico e
l’antisemitismo, con un ciclo di pubblicazioni la cui prima opera
fu affidata all’antichista Pericle Ducati; anche il prestigioso
paleontologo Alberto Blanc, scopritore del cranio del monte
Circeo, avvalorò l’importanza delle distinzioni razziali, elogiò il
razzismo fascista, collaborò a Razza e civiltà337.
popolazioni africane, Bemporad, Firenze 1932; Fascismo razzista,
Tumminelli, Roma 1940.
335
«Il colonialismo fascista venne presentato come legittimo erede del
modello di colonizzazione romano (…) con formule dal forte sapore
propagandistico, come accadde per Ettore Pais o per Roberto Paribeni, per
Mario Attilio Levi o per Luigi Pareti». R. Maiocchi, Scienza italiana e
razzismo fascista, cit., p. 181.
336
Ivi, p. 312.
337
Cfr. ivi, pp. 313-315.
L’antisemitismo

Il movimento nazionalista d’inizio secolo portò il suo contributo


nei termini, oltre che di un’aggressiva e intollerante italianità, di
un’auspicata politica di potenza che facesse della forza
demografica un fattore di espansione coloniale. Al nazionalismo
e ai giornali di quell’area si deve anche, durante la guerra di
Libia e negli anni successivi, il primo sorgere di rigurgiti
antisemiti, fino a quel momento sostanzialmente assenti dal
dibattito politico italiano338. Vi erano stati soltanto degli episodi
isolati, come il “caso Pasqualigo”, dovuto ai dubbi espressi
dall’omonimo deputato veneto sulla nomina a ministro delle
Finanze di Isacco Maurogonato Pesaro, a causa dell’origine
ebraica del ministro339. Oppure ambigui interventi giornalistici
dell’antropologo Paolo Mantegazza nel 1885 o di Enrico Ferri
nel 1893. Ma, nel complesso, non si andava al di là di umori e di
stereotipi antiebraici, diffusi e sotterranei, ma mai coltivati né
sul piano politico né su quello della polemica culturale 340. Alcuni
segni di questo fondo antisemita presenti nella letteratura minore
italiana sono stati raccolti da Riccardo Bonavita, che ha
mostrato la presenza di questi temi già nella prima metà
dell’Ottocento in romanzi storici come Sibilla Odaleta di Carlo
Varese del 1827 e nelle Note autobiografiche, del 1833, del
patriota anticlericale Francesco Domenico Guerrazzi, scritte nel
carcere di Portoferraio. Un filone che si sviluppa in opere di
autori cattolici, come L’ebreo di Verona di padre Antonio
Bresciani (comparso a puntate su “Civiltà Cattolica” fra il 1850
e il 1851), L’orfana del ghetto di Carolina Invernizio del 1887,
Kaddish di Guido Milanesi del 1922341.
338
Cfr. Collotti, Il fascismo e gli ebrei, cit., pp. 18-19.
339
Cfr. M. Toscano, Ebraismo e antisemitismo in Italia. Dal 1848 alla guerra
dei sei giorni, Angeli, Milano 2003, p. 28.
340
Cfr. ivi, pp. 30-40.
341
Cfr. R. Bonavita, Grammatica e storia di un'alterità: stereotipi antiebraici
cristiani nella narrativa italiana 1827-1938, in C. Brice, G. Miccoli (a cura
di), Les racines chrétiennes de l'antisémitisme politique (fin XIX e-XXe siécle),
L’antiebraismo cattolico si manifestò ciclicamente in quegli
anni. Fu sotto il pontificato di Leone XIII, all’inizio degli anni
’80 dell’Ottocento, che la stampa cattolica, con “Civiltà
Cattolica” in primo piano, aveva rinfocolato l’antigiudaismo
cattolico che nei decenni precedenti era passato in secondo
piano. Una ripresa della polemica antiebraica sull’omicidio
rituale si ebbe con gli articoli apparsi tra il 1895 e il 1898 su
“L’Unità Cattolica”, giornale intransigente, direttamente
controllato dal Papa. Anche dopo la prima guerra mondiale ci fu
una ripresa della polemica cattolica, soprattutto ad opera di
cattolici integralisti, come mons. Benigni. Per quanto Benigni
rifiutasse, a parole, l’antisemitismo razzista, secondo il suo
biografo Émile Poulat nessuna storia dell’antisemitismo italiano
può ignorare la sua figura342. L’antisemitismo fu una costante di
tutta la sua attività pubblicistica: già nei primi scritti egli parla
della «razza rabbinica che sgozza i piccoli cristiani» 343. E
l’accusa di omicidio rituale sarà da lui ripetuta più volte: ad
esempio, nel 1926 Benigni pubblicherà (con uno pseudonimo),
in serbo-croato a Belgrado due volumi su questo argomento, che
circolarono anche in traduzione russa e tedesca344. In Benigni
l’ebraismo è sinonimo di liberalismo, massoneria, usura e
bolscevismo. Fra il marzo e il giugno del 1921 Benigni aveva
pubblicato sulla rivista “Fede e Ragione” la prima edizione
italiana dei Protocolli dei Savi di Sion, che uscì l’anno dopo,
sempre a sua cura, in volume a Firenze. Già l’anno prima, con
uno dei suoi tanti pseudonimi, aveva pubblicato sulla stessa
rivista (espressione del gruppo di integristi che si erano raccolti
attorno a lui ai tempi del pontificato di Pio X) un articolo sulla
“congiura ebraico-massonica internazionale”. Il fatto che
Benigni fosse un alto prelato, che aveva anche avuto per alcuni
anni un importante incarico in Vaticano, non deve trarre in
inganno. La storia della Chiesa compresa tra la fine del XIX

Publications de l’Ecole française de Rome, Roma 2003, pp. 89-119.


342
Cfr. É. Poulat, Catholicisme, démocratie et socialisme, Casterman,
Tournai 1977, p. 445.
343
Cit. ivi. p. 68.
344
Cfr. ivi, p. 364. Nello stesso periodo Benigni fece circolare un “Bollettino”
ciclostilato antisemita, a diffusione limitata e riservata. Cfr. ivi, p. 500.
secolo e lo scoppio della Seconda guerra mondiale è ricca di
tendenze diverse e contrapposte, di svolte culturali e
organizzative. Benigni volle interpretare una di queste tendenze,
l’integrismo, che ebbe un ruolo rilevante per un breve periodo,
al tempo di Pio X, ma che non coincise completamente con
l’orientamento generale di quel pontificato, tanto che Benigni fu
allontanato da Pio X dalla Segreteria di Stato nel 1911. Fu infatti
costretto a dimettersi da sottosegretario della Congregazione
degli Affari ecclesiastici straordinari (e quindi da stretto
collaboratore del segretario di Stato, Merry del Val) e fu
sostituito con Eugenio Pacelli, che era stato per cinque anni suo
collaboratore345.
L’integrismo antimodernista era espressione di un cattolicesimo
che coniugava l’intransigentismo con la cultura sociale e che
quindi trovava nella “congiura capitalistico-massonica” la
spiegazione della difficile congiuntura storica per il
cattolicesimo. Pio X assecondava il rigore antimodernista degli
integristi e si servì di Benigni per combattere la nuova “eresia”
modernista; ma non condivideva la sua visione integrista del
mondo, poiché dal punto di vista politico il pontificato di Pio X
fu piuttosto di segno clerico-moderato e quindi di conciliazione
con le forze del liberalismo proprietario. Benigni rimase invece
sempre fedele al suo integrismo, che divenne ancor più
minoritario quando l’elezione di Pio XI fece voltare pagina
rispetto alla contrapposizione modernismo/integrismo degli anni
precedenti, aprendo la Chiesa a nuove sfide. Sulla “questione
ebraica”, infatti, di fronte all’ascesa dell’antisemitismo razziale
e all’atteggiamento persecutorio dei fascismi europei, la Chiesa
avviò un processo di revisione, rispetto alle precedenti tendenze
antigiudaiche, che avrebbe dovuto culminare con la nota
“enciclica mancata” di Pio XI346. Rimane il fatto che le idee
345
Cfr. É. Poulat, Intégrisme et catholicisme intégral. Un réseau secret
international antimoderniste: la “Sapinière” (1909-1921), Casterman,
Tournai 1969, pp. 240 e ss.; É. Poulat, Catholicisme, démocratie et
socialisme, cit., pp. 418 e ss.
346
Cfr. G. Miccoli, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo, in Storia
d’Italia, Annali XI, Gli ebrei in Italia, vol. II, Einaudi, Torino 1997, pp. 1550
e segg.
integriste di Benigni andarono a costituire un pezzo della
composita ideologia fascista e che le sue elucubrazioni
antisemite furono riprese, spesso con l’identica terminologia, dal
razzismo ufficiale mussoliniano. Lo stesso Benigni approdò al
fascismo, di cui è provato che fu un agente informatore 347,
esaltando la funzione d’ordine del regime e un panromanismo
che ne faceva il nuovo faro del futuro assetto europeo, in grado
di contrastare tra l’altro il democraticismo cristiano (quella che
egli chiamava “l’internazionale bianca”, assistita dalla “mano
nera occulta” e filosemita dei gesuiti)348.
Il tentativo di revisione portato avanti dal pontificato di Pio XI
va però associato ad altri due fenomeni, vale a dire la
strumentalizzazione da parte di Hitler e di Mussolini dei
sentimenti antigiudaici già presenti nel clero e nelle masse
cattoliche, assieme ad una certa incapacità di reagire, a queste
strumentalizzazioni, di una parte del mondo cattolico ed
ecclesiastico; secondo Giovanni Miccoli, «gli schemi di giudizio
sugli ebrei e sul loro ruolo nella storia, consolidati da un
insegnamento secolare, operano come una sorte di blocco
mentale, ostacolano e impediscono nei più una dissociazione
netta dalle misure di discriminazione e dalle forme di
persecuzione»349. In realtà, il quadro è ancor più complesso: c’è
da tenere anche conto che molti cattolici, anche tra i filofascisti,
non saranno antisemiti. Il capofila dei fascisti cattolici contrari
all’antisemitismo fu Egilberto Martire, editore della “Rassegna
Romana”, che si presentava come la rivista della Conciliazione.
La rivista ebbe una discreta fortuna e collaboratori importanti: lo
stesso cardinale Pacelli vi pubblicò un articolo nel ’36.
Sappiamo che era letta da diverse personalità politiche di
orientamento cattolico e che a 21 vescovi italiani veniva inviata
in omaggio350. Nonostante gli intenti di condizionamento sul
fascismo, la rivista fu costretta spesso a fare il contrario e cioè a

347
Cfr. M. Canali, Le spie del regime, cit., pp. 257-259
348
Cfr. É. Poulat, Catholicisme, démocratie et socialisme, cit., p. 465.
349
G. Miccoli, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo, cit., p. 1553.
350
Cfr. D. Sorrentino, La conciliazione e il fascismo cattolico. I tempi e la
figura di Egilberto Martire, Morcelliana, Brescia 1980, pp. 180-181.
limitare le pretese totalitarie del regime e a sforzarsi di renderle
ideologicamente compatibili col cattolicesimo. Il rifiuto di
Martire e della rivista per l’ideologia razzista fu sempre forte e
coerente: fin dall’estate del ’33 compaiono articoli di critica al
razzismo nazista, mentre l’anno dopo vengono esplicitamente
criticate le leggi naziste sulla sterilizzazione e le sanguinose
vicende della cosiddetta “notte dei lunghi coltelli” 351. Malgrado
l’appoggio alla guerra d’Etiopia, la questione del razzismo
diventa per Martire e la sua rivista un elemento di grave disagio
e di distacco dal regime; nel ’37 Martire fu messo sotto
osservazione dalla polizia politica, mentre nel ’38 si dimise dalla
commissione parlamentare per la riforma del Codice civile a
causa dei progetti di discriminazione razziale. La coraggiosa
pubblicazione nel luglio del ’38 di 4 articoli contro il razzismo
causò la chiusura della “Rivista Romana” 352. Nel febbraio del
’39 Martire fu arrestato e inviato al confino, da cui uscirà solo
tre anni dopo. Egli stesso dichiarerà poi che il suo arresto fosse
da mettere in relazione ai contrasti tra Pio XI e Mussolini sul
razzismo353. Martire dichiarò anche, dopo la guerra, di essere
stato direttamente invitato dal cardinale Gasparri, nel gennaio
del ’23, ad adoperarsi per fiancheggiare il fascismo al fine di
«portarlo su posizioni concilianti»354. Figure appartenenti al
cattolicesimo conservatore, come Martire e i molti che egli
rappresentava, attenuano di molto le responsabilità che da più
parti si tendono ad addossare ai cattolici. Su questo tema faremo
un bilancio più avanti.
Comunque sia, nel fascismo tutti i detriti e tutte le tendenze
razzistiche s’incrociarono naturalmente. Ciò portò alla
progressiva maturazione di un’ideologia razzista che il regime
declinò dapprima in senso popolazionistico, favorendo
l’espansione demografica, impedendo l’emigrazione ed
esaltando la società rurale, i suoi valori e la sua fecondità in
contrapposizione all’artificiosa vita metropolitana fonte di
decadenza morale e demografica. La politica demografica,
351
Cfr. ivi, pp. 145-146.
352
Cfr. ivi, p. 176.
353
Cfr. ivi, p. 109.
354
Ivi, p. 101.
concretizzata in provvedimenti come la tassa sul celibato, la
creazione dell’Onmi, l’incentivazione dell’educazione fisica, la
repressione delle pratiche abortive, ecc., sfociò naturalmente in
politica di conquista e in ideologia razzista. Un’ideologia che
ebbe come elemento fondante, durante e dopo la guerra
d’Etiopia, la paura della “contaminazione” da parte dei popoli
africani sottomessi e che condusse ad una politica di apartheid
di cui è testimonianza il decreto dell’aprile 1937 che vietava la
convivenza more uxorio fra italiani e “sudditi” dell’Africa
Orientale.
Essendo la sincresi fra tendenze di diversa origine, il fascismo
manifestò atteggiamenti razzisti differenti, come ha mostrato
Mauro Raspanti. Egli individua almeno tre forme di razzismo
fascista, che si distinsero fra loro, si fronteggiarono, si
combatterono, tentarono di egemonizzare la politica razziale del
regime, si mescolarono anche. Raspanti sottolinea come una
base biologica sia presente in tutte queste forme. I tre razzismi
del fascismo sono dunque quello strettamente biologico, che
ebbe in Interlandi il capofila e ne La Difesa della razza l’organo
di diffusione; vi fu poi il nazional-razzismo, cioè quel razzismo
che si autodefinì spirituale, ma che tale non era, essendo basato
su un fondo biologico e popolazionista (Pende e Acerbo ne
furono i difensori); infine una formulazione nebulosa e mistica
che Raspanti definisce razzismo esoterico-tradizionalista, quello
di Evola e di Preziosi355. Occorre aggiungere che ci fu un quarto
razzismo, provinciale e conservatore, estraneo alle diatribe di
regime o alle elucubrazioni degli intellettuali razzisti e il cui il
procedimento costruttivo era inverso: a partire
dall’armamentario nazionalistico dell’immaginario e della
formazione culturale tipica della provincia italiana di quegli
anni, si sostenevano forme di esclusività “razzistica” che però
rimanevano impregnate di nazionalismo culturale. Questa forma
di razzismo finiva poi per coincidere praticamente col nazional-

355
M. Raspanti, I razzismi del fascismo, in La Menzogna della razza.
Documenti e immagini del razzismo e dell'antisemitismo fascista (a cura del
Centro Furio Jesi), Grafis Edizioni, Bologna 1994, pp. 73-89.
razzismo356 ufficiale, ma risulta profondamente diverso da quello
per genesi e non del tutto omologabile se si prendono in
considerazione i suoi esiti politici e culturali, poiché esso non
era che una variante degradata e corrotta (dall’ideologia del
regime) del conservatorismo nazionalistico.
Mussolini fu, nel suo pragmatismo ondivago e nella sua
debolezza teorica, attratto da tutti e tre i razzismi teorici, mentre
gli fu estranea la variante provinciale poiché un fondo
genuinamente razzistico esisteva nel suo animo e nella sua
cultura; il razzismo conservatore e provinciale era estraneo ai
vertici del regime anche perché esso non era che un effetto della
loro evocazione e propaganda. Il regime alimentò i tre razzismi
ufficiali, dando maggior spazio ora all’una ora all’altra forma.
Gli ebrei ne furono lentamente ma inesorabilmente coinvolti.
Ora, pur tenendo conto di questo intreccio di elementi, nel
complesso appare convincente l’opinione di Michele Sarfatti,
secondo il quale Mussolini e il regime fascista praticarono
soprattutto il “nazional-razzismo”357; cioè una patologica
pulsione “purificatrice” motivata e guidata soprattutto da scelte
politiche legate ad un’aggressiva ideologia nazionalistica, ma
non esente da ossessioni o fobie di tipo biologico. In questa
ideologia i fattori biologici e i fattori nazionalistici si
mescolavano e integravano; vale a dire che l’identità razziale
veniva concepita su base nazionale e capace – in senso contrario
ad ogni visione puramente biologica - di autopreservarsi e
purificarsi da sé. La nazionalità, a sua volta, veniva individuata,
come appare chiaro nel Manifesto degli scienziati razzisti, su
base demografica e popolazionale, quindi sostanzialmente
biologica. Al punto 3 del documento, che apparve sul “Giornale
d’Italia” nel numero del 14 luglio 1938 e che rappresentò il
momento iniziale della politica razzista del regime, si dice
chiaramente: «Il concetto di razza è concetto puramente
biologico»; i punti 5 e 6 aggiungevano:
356
Per un esempio di pseudo razzismo provinciale rimandiamo a G. Perri, Il
caso Lichtner. Gli ebrei stranieri, il fascismo e la guerra, Jaca Book, Milano
2010, pp. 93-95.
357
M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle
leggi del 1938, Zamorani, Torino 1994, p. 111.
5. (…) Per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale
di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro
milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta
maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.
6. Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è
basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il
concetto storico-linguistico di popolo e di nazione, ma sulla
purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle
generazioni che da millenni popolano l’Italia. 358

Antisemitismo, antigiudaismo e ruolo dei cattolici

Sul “quarto”razzismo” provinciale agiva anche, alimentandolo


in parte ma mitigandone gli eccessi, il fondo cattolico che
caratterizzava la cultura nazionale, soprattutto in provincia. In
Italia, infatti, a differenza di altre realtà europee, neanche gli
esponenti della destra cattolica più reazionaria accettarono di
collaborare col regime nella propaganda dell’antisemitismo;
emblematico è il caso di Paolo De Töth, direttore di “Fede e
Ragione”, su cui apparve, come si è detto, nel 1921 una delle
prime traduzioni dei Protocolli dei Savi di Sion. Ebbene, De
Töth rifiutò l’invito di Preziosi a collaborare nel ’38 alla
campagna antisemita359. Alcuni propagandisti di terza fila si
prestarono invece a darle fiato, ma si tratta di personaggi e
tendenze poco espressive dell’episcopato e del clero italiano,
maggioritariamente schierato sulle posizioni antirazziste di Pio
XI. Renato Moro ha passato in rassegna questa pubblicistica360 e,
seppure sia innegabile ciò che egli sostiene, vale a dire che
questi interventi trovarono una qualche eco ed accoglienza in
parte del clero e dell’episcopato italiano, al fondo si tratta di
358
Manifesto degli scienziati, in A. Cavaglion, G. P. Romagnani, Le
interdizioni del duce, cit., pp. 73-74.
359
Cfr. É. Poulat, Catholicisme, démocratie et socialisme, cit., p. 442.
360
Cfr. R. Moro, Propagandisti cattolici del razzismo antisemita in Italia
(1937-1941), in C. Brice, G. Miccoli (a cura di), Les racines chrétiennes de
l'antisémitisme politique, cit., pp. 275-345.
posizioni esposte male, minoritarie, di scarso rilievo pubblico.
La poco qualificata campagna di stampa antisemita di matrice
“cattolica” ha ricevuto il contributo di due amici di Benigni,
come il giornalista Guido Aureli e lo studioso olandese Herman
de Vries de Heekelingen; ad essi si aggiungono il deputato
Alfredo Romanini, cattolico ed ex esponente del Partito dei
contadini (che già nel ’36 aveva pubblicato un libretto
antiebraico) e il giornalista Gino Sottochiesa, che nel ’37
pubblica un libro nel quale nega l’italianità degli ebrei. Carlo
Cecchelli, cattolico e docente di storia dell’arte alla Sapienza,
con alcuni articoli sul “Corriere della Sera” e un testo del ’39,
ribadiva, anche se in forme meno rozze, i peggiori pregiudizi
antisemiti. Si aggiungono a questi autori alcuni esponenti del
cattolicesimo giovanile, come Pasquale Pennisi; anche un
giovanissimo Gabriele De Rosa è incappato nell’errore di
redigere un articoletto antiebraico. Tra tutti questi pubblicisti, un
personaggio meno secondario è il cattolico nazionalista ed
esponente del mondo agrario italiano De’ Rossi dell’Arno, che
aveva aderito al Centro Nazionale (che riuniva i deputati
cattolici filofascisti) e che dal 1936 dirigeva la “Rassegna
Nazionale”; De’ Rossi dell’Arno era stato vicino alle posizioni
di Martire, ma poi se ne distaccò dando un pesante contributo
giornalistico all’antisemitismo fascista.
In realtà, questa pubblicistica è in fondo più fascista che
cattolica: dalla cultura cattolica e papale fra Ottocento e primo
Novecento essa prende, in forme che diremmo
“spontaneistiche”, quello che, con un duro giudizio, Miccoli ha
definito un «ampio retroterra fatto di disprezzo e latente
ostilità», con in più un «apporto effettivo di temi, giudizi, accuse
(…) che acquistano una dimensione politica» 361. Ma il giudizio
forte di Miccoli, se è adatto alle difficili congiunture di fine
Ottocento, deve essere attenuato quanto più ci s’inoltra nel
pontificato di Pio XI, che ha significato un indubbio
ripensamento di questi temi, al quale molti hanno tenuto dietro,
ma non tutti. Proprio la distanza tra le posizioni prese da De’
361
G. Miccoli, Antiebraismo, antisemitismo: un nesso fluttuante, in C. Brice,
G. Miccoli (a cura di), Les racines chrétiennes de l'antisémitisme politique,
cit., p. 21.
Rossi e quelle di Martire che, come abbiamo visto fu mandato al
confino per la sua ostilità al razzismo di Stato, misura la diversa
rilevanza di questo “spontaneismo” antiebraico che caratterizza
gli autori citati da Moro, rispetto alla posizione più meditata,
consapevole e “ufficiale” di Martire.
Per Miccoli l’intreccio tra antisemitismo e antigiudaismo fu
ancor più negativo: egli aggiunge che fra antisemiti e cattolici vi
fu, nei decenni che precedettero le leggi razziali in Europa,
«anche una comunanza di proposte operative di discriminazione
civile (…) capace di creare, nonostante tutto, consenso come di
impedire opposizioni più decise, quando la persecuzione
divenne di Stato»362. Alcuni episodi noti possono suffragare
questo giudizio; si cita, ad esempio, la posizione di un
personaggio come padre Tacchi Venturi, il gesuita che per
lunghi anni fece da mediatore segreto tra il Vaticano e
Mussolini, il quale ebbe anche l’incarico di mediare sulla
questione dei matrimoni misti e delle violazioni al Concordato
prodotte dalla leggi razziali; in occasione della richiesta di
abrogazione della legislazione razziale avanzata dall’Unione
delle comunità ebraiche a Badoglio, egli ebbe a commentare in
una lettera al segretario di Stato Maglione del 28 agosto 1943,
che quella legislazione «ha bensì disposizioni che vanno
abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma»363.
Ma Tacchi Venturi, non era che un semplice fiduciario del
Vaticano presso Mussolini; egli non era in alcun modo un
decisore e veniva accreditato del ruolo di mediatore-portavoce
da entrambi i fronti proprio per il suo fascismo, che lo portava
ad chiamare Mussolini “il Capo”. Da questo punto di vista la
segreteria di Stato se ne serviva come emissario senza dargli
alcun credito ideologico o decisionale. Le sue proposte, peraltro
del tutto prive di senso storico se avanzate nell’agosto del ’43,
valevano meno che zero presso la segreteria di Stato vaticana, la
quale era invece ormai protesa verso il nuovo mondo che stava
362
Ibidem. Il giudizio complessivo di Miccoli era stato meno severo in G.
Miccoli, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo, cit.., pp. 1550 e ss.
363
ADSS, vol. IX, Le Saint Siège et les victimes de la guerre, janvier 1943–
décembre 1943, a cura di P. Blet, R. A. Graham, A. Martini, B. Schneider,
Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1972, p. 459.
nascendo nella fase finale della guerra e i suoi sofisticati
reggitori (a differenza dell’improvvido emissario) sapevano
bene che ogni forma di razzismo sarebbe stata bandita nel
consesso internazionale futuro.
A quello che scrisse Tacchi Venturi si possono aggiungere gli
articoli non contrari a forme di segregazione e di numero chiuso
a danno degli ebrei pubblicati, fra il ’38 e il ’40 su “La Civiltà
Cattolica”, dai padri Barbera e Messineo. Quest’ultimo, anzi,
pubblicò un articolo di plauso al libretto di Acerbo sul razzismo
nazionale e non biologico364. In questi casi siamo effettivamente
in presenza di uno scivolamento colpevole dall’antigiudaismo
soltanto religioso all’antisemitismo giuridico. Infine, ci sarebbe
l’episodio, poco credibile, del presunto “antisemitismo” che
Borgongini Duca avrebbe manifestato a Ciano nel corso di un
incontro del 30 luglio del ’38, chiesto da Ciano per protestare
contro le prese di posizione antirazziste di Pio XI; Ciano annotò
nel suo diario che il cardinale si sarebbe «rivelato personalmente
molto antisemita»365; in realtà, è più probabile che si sia trattato
di un momento di vanità da parte di un principe della Chiesa,
che cercava tra l’altro di entrare in sintonia col suo interlocutore
al fine di strappargli delle concessioni di tutt’altro segno. Le
molte azioni a favore di ebrei, convertiti e non, che Borgongini
condusse in quegli anni ne sono una testimonianza 366, anche se
la presenza in lui di una qualche forma di pregiudizio religioso
non può essere esclusa.
Al contrario di quanto sostenuto recentemente da Miccoli e da
altri, il bilancio complessivo che si può avanzare è di tutt’altro
segno e lascia pensare ad un ruolo attivo del Vaticano nella
formazione, all’interno delle articolazioni statuali del regime
fascista, di un “partito” favorevole ad un’azione dell’Italia,
verso gli esuli ebrei sottoposti al suo controllo, che non si
conformasse alle sempre più evidenti tendenze criminali del
regime nazista e che quindi riteneva fosse essenziale, come
misura indispensabile per non rendersi complici dei gravi
364
Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p. 324.
365
Cfr. G. Ciano Diario 1937-1943, Milano, Rizzoli, 20007, p. 162.
366
Una di queste perorazioni in favore di ebrei è documentata in G. Perri, Il
caso Lichtner, cit.
crimini che l’alleato era in procinto di commettere, non
consegnare queste persone al Reich nazista, neanche sotto la
forma dell’espulsione individuale dal territorio nazionale 367. Il
versante dei rapporti tra il Vaticano, Ciano e il Ministero degli
Esteri esula dai contenuti di questo lavoro, ma sicuramente un
approfondimento in questo senso dovrebbe riservare non poche
sorprese a favore della ricostruzione di un vasto e importante
schieramento sociale e politico di forze che tentavano di
costituire, per quanto in forme sotterranee, un’alternativa alla
deriva filonazista, razzista, neopagana e “biocratica” dell’Italia
fascista. Il Vaticano, come risulta da molti indizi, era, per quanto
nei limiti abbastanza stretti del proprio raggio d’azione sul
potere fascista, un vero e proprio reggitore di questi fili e,
comunque, una delle forze principali che si mosse per evitare
questo tipo di deriva e tutte le nefaste conseguenze che ne
potevano derivare.
Un altro elemento concreto nell’atteggiamento del Vaticano
circa la sorte degli ebrei stranieri sta nella cura che fu loro
prestata dopo gli internamenti disposti nel giugno del ’40; si
tratta di un punto non trascurabile, visto che, per gli ebrei di
nazionalità tedesca, ex austriaca o di Paesi occupati dalla
Germania, il fatto che non fossero cittadini di nazioni nemiche li
sottraeva al controllo e all’assistenza della Croce Rossa
Internazionale e li lasciava quindi privi di ogni garanzia e
supporto interno o internazionale, tranne gli aiuti forniti ai non
convertiti dall’organizzazione di soccorso gestita dall’Unione
delle comunità ebraiche, Delasem (Delegazione per l’assistenza
agli emigranti).
La Delasem aveva svolto un’opera preziosa di assistenza a loro
favore, con la presenza di propri fiduciari in molti campi di
concentramento e addirittura la pubblicazione (a partire dal
gennaio 1941) di un bollettino di informazione per gli internati.
Settimio Sorani riferisce di un totale di 6.700 assistiti dalla
Delasem nel 1941. Le somme spese erano interamente
367
Cfr., su questo tema, G. Perri, Un nuovo documento sul ruolo della
Nunziatura apostolica nella formazione della politica italiana nei confronti
degli ebrei stranieri durante il secondo conflitto mondiale, in “Ricerche di
storia sociale e religiosa”, XXXIX, 77, nuova serie, gennaio-giugno 2010.
provenienti da benefattori esteri (2.500.000 lire) e italiani
(1.900.000 lire)368. La Delasem era però priva di qualsiasi
possibilità di esercitare un influsso, un controllo, una moral
suasion nei confronti delle autorità fasciste, tantomeno poteva
ergersi a depositaria e garante del trattamento umanitario nei
confronti degli internati. Si assunsero invece questo ruolo il
Vaticano, a livello centrale, ed i vescovi, sul territorio, nei loro
rapporti con i poteri dello Stato italiano. Il primo intervento
documentato in favore degli ebrei stranieri internati è del 4
ottobre 1940 da parte della Segreteria di Stato, su segnalazione
del vescovo di Campagna, Giuseppe Palatucci369; un’attenzione
che è confermata da una politica attiva nei confronti degli
internati, con visite ai campi, interventi e raccomandazioni. Fu
proprio Borgongini a recarsi più volte in visita itinerante nei
campi d’internamento italiani colmi di ebrei370.
Infine, un altro capitolo da approfondire, a proposito del
“partito” antibiocratico e anti-razzista che si venne a creare nelle
articolazioni statali fasciste, sarebbe quello dell’influsso che il
cattolico Nello Quilici ebbe sugli indirizzi e le scelte fatte da
Italo Balbo e dai suoi fedeli, anche dopo la morte di Balbo. La
progressiva moderazione politica che Balbo andò maturando lo
aveva infatti avvicinato alla monarchia e alla Chiesa e, secondo
la testimonianza di Folco Quilici, a parere di De Felice l’azione
politico-culturale di Nello Quilici, del «Corriere Padano» e dei
suoi illuminati collaboratori, ebbero un’incidenza
sull’evoluzione politica di Balbo371. Ed è un fatto che i
“balbiani” Albini e Chierici, già attivi come prefetti nella difesa

368
Cfr. S. Sorani, L’assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1947).
Contributo alla storia della “Delasem”, Carucci, Roma 1983, p. 108
369
Cfr. Lettera dal 4 ottobre 1940 del cardinale Maglione a padre Tacchi
Venturi. Pubblicato in ADSS, vol. VI, Le Saint Siège et les victimes de la
guerre, mars 1939– décembre 1940, a cura di P. Blet, R. A. Graham, A.
Martini, B. Schneider, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1972, p.
427.
370
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 366 e ss.
371
Cfr. F. Quilici, Tobruk 1940. Dubbi e verità sulla fine di Balbo, Milano,
Mondadori, 2006, p. 109.
segreta di ebrei372, ebbero un ruolo chiave, per quanto non privo
di alcuni elementi di ambiguità, nella gestione del Ministero
dell’Interno e della polizia negli ultimi mesi del regime,
impedendo attivamente che le pulsioni antisemite dell’ala
oltranzista del Partito fascista e di alcuni settori della Dgps
conducessero alla consegna ai tedeschi degli ebrei stranieri
ristretti nei campi d’internamento in Italia373.

Prima delle leggi razziali: il Regio Decreto 30 ottobre 1930 n.


1371

Una svolta nei rapporti tra fascismo ed ebraismo fu


rappresentato dal Regio Decreto 30 ottobre 1930 n. 1371, i cui
articoli 35 e seguenti avevano istituito l’Unione obbligatoria
delle Comunità israelitiche, corpo morale (persona giuridica)
con sede in Roma che riuniva le Comunità del Regno, delle
Colonie e dei Possedimenti. Questo riconoscimento giuridico,
sollecitato dallo stesso mondo ebraico374, si era prodotto nel
quadro di una relazione complessa tra fascismo ed ebraismo
italiano. Da parte del fascismo, la creazione dell’Unione era
stata indubbiamente funzionale alla politica nazionalistica e
totalitaria di allineamento di tutti i corpi sociali dentro la
struttura statale; una politica che comportava anche un clima di
sospetto e di sorveglianza costante nei confronti dei culti
religiosi minoritari. Prova ne sia il trasferimento, nel 1932, delle
competenze sui culti religiosi dal Ministero della Giustizia al
Ministero degli Interni, retto personalmente da Mussolini e
primaria articolazione dell’apparato repressivo del regime.
Fra le motivazioni del regime c’era stata anche una componente
espansionistica e imperialistica, che intendeva fare di Roma la
capitale del futuro ebraismo in un Mediterraneo italianizzato 375.
372
Cfr. G. Perri, Il caso Lichtner, cit., pp. 76 e ss.
373
Cfr. ivi, pp. 227 e ss.
374
Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo, in Storia d’Italia,
Annali XI, cit., vol. II, pp. 1645-1646.
375
Cfr. R. De Felice, Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella
politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 125 e sgg.
Si trattava di una linea politica già accarezzata da ambienti del
Ministero degli Esteri negli anni 1918-1920376. La Relazione
allo schema di decreto legislativo sulle Comunità israelitiche,
redatta nel 1930 da una commissione mista (composta da
rappresentanti dello Stato e delle Comunità ebraiche) e che fece
da base alla emanazione del citato Regio decreto, affermava
esplicitamente che l’Unione delle Comunità veniva proposta
«anche ai fini della penetrazione nel bacino orientale del
Mediterraneo, che accoglie notevoli gruppi ebraici»377. Negli
anni precedenti erano stati proprio rappresentanti importanti
dell’ebraismo italiano ad esporre a più riprese delle tesi di
questo genere, offrendo la collaborazione del mondo ebraico alle
mire espansionistiche del regime e tentando di mostrare, in
questo modo, il carattere controproducente di un’eventuale
campagna antisemita di cui si percepivano alcuni segni. Ad
esempio, scrivendo a Mussolini, così si era espresso Angelo
Sacerdoti, rabbino capo di Roma, nel timore che un attacco
squadrista alla sinagoga di Padova, verificatosi nell’ambito delle
violenze scatenate dall’attentato a Mussolini dell’ottobre 1926,
preludesse ad una più ampia offensiva antiebraica378.
Il riconoscimento giuridico voleva avere, da parte del regime,
anche un significato antisionistico e di limitazione della capacità
d’azione dell’ebraismo italiano, che in questo modo sarebbe
stato sottoposto a controllo permanente e preventivo, quindi
privato di un’autonoma politica nei confronti del progetto di
costituzione di una patria ebraica in Palestina 379; i suoi lavori
preparatori furono infatti significativamente accompagnati da un
breve ma intenso dibattito scatenato dallo stesso Mussolini con
un articolo provocatorio, comparso senza firma su “Il Popolo di
Roma” del 29 novembre 1928, che si concludeva così:
«Domandiamo allora agli ebrei italiani: siete una religione o
siete una nazione?». In sostanza, si chiedeva all’ebraismo
italiano di dimostrare l’assoluta estraneità a una sorta di doppia
376
Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo, cit., pp. 1629-1630.
377
Cit. in. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p.
490.
378
Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo, cit., pp. 1643-44.
379
Cfr. ivi, 1649-1650.
fedeltà (all’Italia e all’ideale sionistico) e quindi di sottomettersi
completamente ai destini nazionali in cambio del
riconoscimento giuridico delle proprie organizzazioni.
Le parole usate da Mussolini in quella polemica erano peraltro
rivelatrici di un fondo minaccioso, implicitamente antisemita,
che fu ripetutamente presente nelle esternazioni del dittatore e
nella vita del regime fascista e che ebbe, di tanto in tanto,
manifestazioni più evidenti. Un rumore di fondo380 ben percepito
dall’ebraismo italiano e che spiega anche quale fu la spinta che
mosse le comunità ebraiche italiane a chiedere il proprio
riconoscimento giuridico e quindi l’allineamento al regime.
Quando non si trattava di minacce, la sensibilità dell’ebraismo
italiano era colpita e preoccupata a causa della scarsa tutela
giuridica che il nascente regime mostrava nei confronti dei diritti
delle minoranze religiose; fin dagli esordi del regime fascista ci
fu una lenta, indiretta, ma progressiva erosione della libertà
religiosa e si mise in discussione la parità fra le confessioni
religiose e fra le loro organizzazioni. Le Chiese evangeliche, con
una circolare emanata dal capo della polizia Bocchini nell’aprile
del ‘27, furono sottoposte a controllo e vigilanza da parte dei
prefetti poiché considerate focolai di tendenze antifasciste. La
legge sui culti ammessi, emanata nel ’29, poco dopo la
sottoscrizione del Concordato e quale sua logica conseguenza,
dietro le apparenze di un riconoscimento della libertà di culto
aveva di fatto declassato i culti non cattolici, posto fine
all’eguaglianza religiosa sancita dal codice penale Zanardelli del
1889, sottomesso tali culti al controllo e all’ingerenza dello
Stato.
Il rapporto dell’ebraismo italiano con il fascismo è da inquadrare
in questo contesto di disparità di trattamenti, di timore e di
minacce larvate, ma ripetute. Secondo Michele Sarfatti, risulta
pertanto del tutto priva di fondamenti la vulgata che vorrebbe
“gli ebrei” sostenitori dell’avvento del fascismo. Essi, come tutti
gli italiani, si divisero fra favorevoli ed oppositori del regime
nascente; Renzo De Felice ha, da un lato, sottolineato «come
380
Per alcuni di questi episodi riferiti ai primi anni successivi all’avvento al
potere di Mussolini, cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il
fascismo, cit., pp. 78 e ss.
Mussolini avesse sin dal 1919 vari ebrei nel suo entourage
immediato. (…) Alcuni ebrei ebbero (…) parte notevole nel
finanziamento dei primi gruppi fascisti. (…) Basti pensare che
alla “marcia su Roma” parteciparono (…) duecentotrenta ebrei e
che a questa stessa data ne erano iscritti al PNF o al partito
nazionalista (…) circa settecentocinquanta. (…) Sono cifre
significative che dimostrano ad usura come il fascismo trovasse
tra gli ebrei un vasto seguito». D’altra parte, egli fa notare che lo
«spiccato carattere borghese dell’ebraismo italiano spiega come
se esso affluì numeroso nel fascismo, altrettanto numerosamente
affluì nei partiti e movimenti decisamente antifascisti»381.
Sed contra, Alberto Cavaglion ha parlato di un «alternarsi di
effusioni e ripulse» nel rapporto fra regime fascista ed ebraismo,
fino al tragico epilogo delle leggi razziali del ’38. Il passivo
giurisdizionalismo ebraico sarebbe l’antefatto che spiega «come
mai il fascismo poté agevolmente prevalere, seducendo gli ebrei
e coinvolgendoli nel proprio disegno politico di
nazionalizzazione delle fedi religiose»382. Riferendosi poi alle
molte lettere inviate dopo l’autunno del ’38 da singoli ebrei al
duce e alle altre autorità per dichiarare il loro patriottismo, per
Cavaglion neanche le leggi razziali avrebbero intaccato quello
che egli chiama l’ «alto (…) grado di compenetrazione fra ebrei
e fascismo»383. In effetti, il decreto del 1930 accentuò le
tendenze giurisdizionaliste già presenti nell’ebraismo italiano;
infatti, la legge Rattazzi del 1857, che regolamentava la materia
per il Regno di Sardegna, già prevedeva l’obbligatorietà
dell’adesione individuale alla comunità ed un controllo statale
su alcuni aspetti della vita associativa. La legge fu estesa molto
parzialmente al resto del Paese dopo l’Unità, per cui le singole
Comunità ebbero statuto e natura giuridica assai differenziata.

381
R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., pp. 73-74.
Cfr. anche Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo, cit., pp. 1634-
1635.
382
A. Cavaglion, G. P. Romagnani, Le interdizioni del duce, cit., pp.42-43.
383
A. Cavaglion, Il senso dell’arca, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2006,
p. 51. Le lettere del periodo ’38-’39 sono state adesso raccolte in volume da
P. Frandini, Ebreo, tu non esisti! Le vittime delle Leggi razziali scrivono a
Mussolini, Manni, San Cesario di Lecce 2007.
Solo nel 1909 si costituì un Comitato delle Università
Israelitiche italiane, che ricevette personalità giuridica nel 1920,
ma che ebbe natura puramente federativa e mantenne la
specificità giuridica delle singole comunità; ad esempio, quella
milanese non chiese mai il riconoscimento pubblico, mentre
quella romana fu riconosciuta nel 1881, ma mantenne la
partecipazione individuale su base volontaria384. La legge del
1930, esplicitando l’obbligo per i singoli ebrei (salvo rinuncia
formale) e per le singole comunità di aderire all’Unione,
favoriva così un rinsaldarsi dei legami comunitari non su base
spirituale, ma grazie al concorso di norme legali. Si pensi che
anche la sepoltura nei cimiteri ebraici, quindi accanto ai propri
cari, era subordinata all’effettiva appartenenza alla comunità,
mentre la rinuncia fu considerata, come Angelo Sacerdoti
propose, una vera e propria abiura385.
Una sorta di via italiana, sia tradizionalista che statalista,
all’assimilazione ebraica che, combattendo laicismo, socialismo
e sionismo, preservasse l’ebraismo italiano dai rischi di una
dissoluzione, mantenendo in vita il senso tradizionale di
appartenenza e di vita ebraica. Angelo Sacerdoti riteneva infatti
che l’esplicita scelta di restare o uscire definitivamente
dall’ebraismo avrebbe dato maggiore vigore morale e religioso
alla comunità, liberandole da chi non credeva più nell’ebraismo.
Lo stesso Sacerdoti, in un’intervista del ’33 ad un giornale
francese aveva parlato dei pericoli provenienti dalla «subdola
democrazia assimilatrice»386. Ma si trattò, oltre questo, di
un’alleanza organica? Michele Sarfatti ha dimostrato la
debolezza di questa tesi: non ci furono mai ebrei fra gli alti
dirigenti del Pnf, Guido Jung fu l’unico ministro ebreo nel corso
384
Cfr. E. Capuzzo, Sull’ordinamento delle comunità ebraiche dal
Risorgimento al Fascismo, in AA.VV., Italia Judaica IV. Gli ebrei nell’Italia
unita. 1870-1945, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Roma 1993,
pp. 186-205; S. Mazzamuto, Ebraismo e diritto dalla prima emancipazione
all’età repubblicana, in Storia d’Italia, Annali XI, cit., vol. II, pp. 1773-
1780.
385
Cfr. F. Del Regno, Gli ebrei a Roma tra le due guerre mondiali: fonti e
problemi di ricerca, in “Storia contemporanea”, XXIII, 1, febbraio 1992, pp.
21-22.
386
Cfr. ivi, p. 31.
del ventennio, il numero di ebrei iscritti al partito fascista fu
sempre proporzionale alla consistenza numerica dell’ebraismo
all’interno della comunità nazionale e tale numero, anzi, crebbe
nel ventennio in percentuale inferiore rispetto alla crescita degli
iscritti presso gli altri italiani. Al contrario, come i fascisti stessi
spesso rimarcarono, la presenza ebraica era numerosa e
qualificata all’interno dell’antifascismo politico e culturale,
mentre nessun ebreo fece mai parte dell’Accademia d’Italia387.
Anche tenendo nel debito conto le debolezze e le incongruenze
organizzative dell’ebraismo italiano, la legge del 1930 istitutiva
dell’Unione delle Comunità ebraiche fu verosimilmente priva di
un effettivo significato di adesione ideologica al regime. Lo
spirito generale del decreto del ‘30 ebbe, da parte ebraica, un
ruolo essenzialmente difensivo; come scrive Michele Sarfatti,
«l’opera di regolamentazione governativa significava di per sé
una tranquillizzante dichiarazione ufficiale di “diritto
all’esistenza” per gli ebrei nel regime fascista. (…) In cambio di
ciò, le comunità (…) vennero sottoposte a numerosi controlli
politici, persero in sostanza la propria autonomia, divennero in
un certo senso organi dello Stato»388. Una sorta di segregazione
dorata che, nell’attribuire rispettabilità, diritti e valenza pubblica
alle Comunità ebraiche e alla loro Unione, le separava in parte
dal resto della comunità nazionale, sottoponendole a
sorveglianza e controllo.
Non è pertanto del tutto priva di senso l’affermazione di
Cavaglion, secondo cui «la legge del 1930 è dunque da
considerarsi parte integrante delle leggi razziali: un preludio, un
inascoltato campanello d’allarme»389. Se ci si fermasse solo a
questo, però, si produrrebbe un giudizio troppo severo nei
confronti dei dirigenti ebraici, in questo modo considerati
incapaci di avvertire gli errori e i pericoli insiti nelle loro scelte;
ed è proprio quello che Cavaglion intende, quando afferma che
con la creazione dell’Unione, «si delegava definitivamente allo
387
M. Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo, cit., pp. 1632 e ss.. Guido
Jung fu ministro delle Finanze fra il 1932 e il 1935. Sulle percentuali di
iscritti al Pnf di religione ebraica, cfr. ibidem.
388
Ivi, p. 1648.
389
A. Cavaglion, G. P. Romagnani, Le interdizioni del duce, cit., p. 54.
Stato il compito di controllare chi fosse ebreo e chi dovesse
cessare di esserlo. Si avvalorò l’ipotesi che l’autorità giudiziaria
fosse un giorno chiamata a stabilire quale dovesse essere o non
essere una “regolare condotta religiosa”. Di fatto si aprirono le
porte a un’embrionale discriminazione»390. Un giudizio forse
influenzato dal diverso comportamento e dall’orientamento non
giurisdizionalista assunto negli anni del regime fascista dalle
chiese evangeliche, dai valdesi in particolare.

Regime e protestantesimo

Anche se, in campo valdese, non mancarono prudenze eccessive


e volontà di non essere coinvolti nelle vicende degli altri culti;
nel ’36 ci fu, ad esempio, il rifiuto esplicito del moderatore
Comba a fare fronte comune con i metodisti e i battisti, anche al
fine di salvaguardare il «carattere di completa e indiscussa
italianità» della chiesa valdese391. Benché i valdesi non siano
stati oggetto di specifiche politiche persecutorie, in generale
nessun protestante ottenne posti di responsabilità nazionale nel
corso del ventennio; il caso più importante è quello di Niccolò
Introna a cui Mussolini vietò la nomina a direttore generale della
Banca d’Italia perché valdese. Dal ’40 i valdesi furono esclusi
dalla carica di podestà o segretario del fascio, anche nelle loro
Valli392.
Una meno nota persecuzione su base razziale fu ingaggiata dal
fascismo nei confronti dei pentecostali (o tremolanti, nelle
circolari di regime). Già più volte censurati direttamente da
Bocchini, che era convinto della loro pericolosità e del carattere
truffaldino, volto al lucro, degli organizzatori del culto, i
pentecostali erano riusciti ad evitare i provvedimenti di
scioglimento a loro carico proposti dal capo della polizia. Ma
all’inizio del ’35 rapporti negativi su di loro furono redatti dalla
questura di Roma e dal vicecapo della polizia Senise; Buffarini
Guidi emise perciò nell’aprile del ’35 una circolare ai prefetti
390
A. Cavaglion, Il senso dell’arca, cit., p. 182.
391
Cfr. G. Rochat, Regime fascista e chiese evangeliche, cit. p. 149.
392
Cfr. ivi, p. 131.
nella quale chiedeva loro di sciogliere i circoli pentecostali, a
causa della contrarietà all’ordine sociale di quel culto e perché
esso si concretizzava in pratiche «nocive all’integrità fisica e
psichica della razza»:

Ministero dell’Interno – Direzione Generale dei Culti


Ai Prefetti del Regno – All’Alto Commissario di Napoli
Roma 9 aprile 1935 A. XIII
Oggetto: Associazioni pentecostali
Esistono in alcune Province del Regno semplici associazioni di
fatto, che, sotto la denominazione di Pentecostali o Pentecostieri o
Neumatici o Tremolanti, attendono a pratiche di culto in riunioni
generalmente presiedute da “anziani”.
Il culto professato dalle anzidette associazioni – non riconosciuto a
norma dell’art.2 della legge 24 giugno 1929, n. 1159 – non può
ulteriormente essere ammesso nel Regno, agli effetti dell’art. 1
della citata legge, essendo risultato che esso si estrinseca e si
concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive
all’integrità fisica e psichica della razza.
Pertanto le LL.EE. provvederanno subito per lo scioglimento,
dovunque esistano, delle associazioni in parola, e per la chiusura
dei relativi oratori e sale di riunione, disponendo conseguentemente
anche per un’opportuna vigilanza, allo scopo di evitare che ulteriori
riunioni e manifestazioni di attività religiosa da parte degli adepti
possano aver luogo in qualsiasi altro modo o forma.
Si gradirà sollecita assicurazione dell’adempimento.
Pel Ministro
(f.to Buffarini)393

Si tratta probabilmente del primo provvedimento vessatorio di


rilievo, in territorio metropolitano, basato su esplicite
motivazioni razziali. La persecuzione si limitò a vietare il culto e
al controllo delle attività dei fedeli, ma non si tradusse in
provvedimenti generalizzati a danno della libertà delle
persone394. Le inchieste a danno dei pentecostali furono riprese
nel clima di mobilitazione bellica del ’39: il 22 agosto e il 24
settembre Bocchini ordinava ai prefetti (ma fu coinvolta anche

393
Copia della Circolare riservata è conservata in AS di Pescara, FP, b. 10.
394
Cfr. G. Rochat, Regime fascista e chiese evangeliche, cit., pp. 245 e ss.
l’Ovra) indagini attente e sorveglianza sugli aderenti al culto
pentecostale e sulle loro pubblicazioni, facendo erroneamente
riferimento anche ai testimoni di Geova, che il capo della polizia
mostrava di non distinguere ancora dai pentecostali; questa volta
l’accento era però spostato sull’origine straniera del culto e sulla
sua pericolosità ideologica, più che sulle precedenti motivazioni
di carattere razziale; fra il ’40 e il ’43 si ebbero, di conseguenza,
decine di arresti e di invio al confine, nell’intero territorio
nazionale, a danno dei pentecostali395. A ciò si deve aggiungere
la persecuzione a carico dei testimoni di Geova, di cui abbiamo
fatto cenno, che non ebbe dichiarate motivazioni razziali, bensì
politiche. Come scrisse in una richiesta di invio al confino il
prefetto di Pescara, Renzo Chierici, stretto collaboratore di Italo
Balbo che nel ’43 diventerà Capo della polizia: «questi
evangelici pacifisti ed internazionalisti vanno stangati» 396. I
testimoni di Geova violavano, evidentemente, due dei miti
fondanti dell’identità fascista di Chierici: la religione della
nazione ed il rito sacrificale della guerra.

Mussolini e l’ebraismo

Recenti ricerche sugli orientamenti e sui comportamenti politici


(pubblici e segreti) di Mussolini negli anni 1929-1938
cancellano la falsa idea, accreditata dallo stesso Mussolini, di
una simpatia e di un favore (temporaneo) accordato dal fascismo
all’ebraismo. Ad esempio, Mussolini ebbe a dire, in un
colloquio del 1934 con Nahum Goldmann, presidente del
Comitato internazionale delle delegazioni ebraiche, «Io sono
sionista, io»397; un’affermazione che faceva parte di una strategia
politica che, nella congiuntura della prima metà degli anni
Trenta, al fine di contenere in quel momento le velleità
395
Cfr. ivi, pp. 257 e ss. Rochat fa notare come la circolare Buffarini e il
divieto di esercitare il culto pentecostale sia rimasta in vigore in Italia fino
all’aprile del 1955.
396
ACS G1 Pescara, Lettera del prefetto di Pescara del 19 dicembre 1936.
397
Cit. in R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p.
138.
espansionistiche tedesche, intendeva far sorgere la leggenda di
un Mussolini amico e protettore degli ebrei. Giorgio Fabre ha il
merito di aver recentemente portato alla luce una prima serie di
fatti e atti, verificatisi in quegli anni e riguardanti singoli ebrei o
gruppi, i quali dimostrano che Mussolini non interpretava il
decreto del 1930 come un “patto” con l’ebraismo ma come
l’elemento fondamentale di una strategia di separazione degli
ebrei dalla vita nazionale e dalla dirigenza dell’Italia fascista.
Ecco alcuni dei fatti esposti da Fabre: una vasta inchiesta
(coordinata dal capo della polizia) condotta fra il 1928 e il 1929
sul grado di diffusione del sionismo negli ambienti ebraici
italiani; la richiesta del febbraio 1929 al governatore della Banca
d’Italia della rimozione del Direttore della filiale di Genova
perché ebreo; l’inaspettata mancata nomina nel marzo 1929 di
Federigo Enriques all’Accademia d’Italia; l’inchiesta disposta
nel settembre 1929 sul conto del provveditore agli studi della
Campania per sospetto sionismo (egli fu poi rimosso nel 1933);
un’inchiesta del maggio 1930 sul fisiologo Carlo Foà
(collaboratore della rivista mussoliniana “Gerarchia”) accusato
di disfattismo sionista (Foà fu poi costretto da Mussolini a
dimettersi nel febbraio 1933 da preside dell’Università di
Milano); la preclusione nel marzo 1932 all’archeologo Della
Seta della candidatura per l’Accademia d’Italia;
l’allontanamento nel dicembre 1932 di Margherita Sarfatti dalla
redazione del “Popolo d’Italia” (nel 1934 fu allontanata anche
da “Gerarchia”); le dimissioni forzate nel marzo 1933 di
Giuseppe Toeplitz dalla carica di amministratore delegato della
Banca Commerciale Italiana; l’allontanamento nel dicembre
1933 di Guido Beer dalla direzione del gabinetto della
presidenza del Consiglio; l’allontanamento nel settembre 1933
di Guido Artom dall’ufficio stampa del Duce; le dimissioni nel
gennaio del 1934 di Gino Jacopo Olivetti da segretario della
Confederazione generale fascista dell’industria. Dal 1934
decisioni di questo genere si moltiplicarono e si inserirono
viepiù in un quadro di esclusione e di antiebraismo sempre più
evidente398. Per cui nel 1937 «l’equazione ebrei = razza aveva
iniziato a diffondersi nella dirigenza del partito e del paese» 399;
due casi di utilizzo di questa equazione risalgono proprio al ’37,
l’uno in un elenco di ebrei con posizioni di rilievo a Trieste,
inviato dal preside della provincia a Mussolini, tramite la
prefettura, nel quale si parla di identificazione in «base alla
razza» delle persone elencate, l’altro in un Appunto per il Duce
del Ministero della Cultura Popolare che parlava di
internazionalismo ebraico «connaturato alla loro razza»400.
Se, assieme al dissimulato antiebraismo, pure ci fu un “patto” e
dunque ci fu successivamente, con le leggi razziali, tradimento
da parte di Mussolini e del regime, esso fu un tradimento dal
duplice aspetto. L’uno certamente nei confronti dell’ebraismo
organizzato italiano, avendo Mussolini finto con esso un
accordo e una benevolenza non veri, come è provato dalla
certezza storiografica che le leggi razziali italiane non furono
sollecitate direttamente dai nazisti né suggerite in alcuna forma;
esse furono infatti il risultato di un’autonoma decisione del
regime fascista, all’interno della quale Mussolini svolse un ruolo
fondamentale. Come scrive De Felice, in sede di giudizio
storico, «il volere (…) addebitate ai nazisti la responsabilità
diretta della campagna razziale italiana non solo non è
suffragato da prove concrete, ma è, a nostro avviso, un voler
negare a se stessi, in quanto italiani, una parte di
responsabilità»401. Michele Sarfatti, nel confermare l’assenza di
documentazione che dimostri suggerimenti o imposizioni
naziste in merito alla politica razziale in Italia, sottolinea anche
il ruolo promotore e centrale della persona di Mussolini, «che
redasse personalmente o comunque revisionò tutti i testi
principali della politica antiebraica», anche se la cooperazione di
molti esponenti del regime non fu per nulla trascurabile402.
398
Cfr. G. Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la
formazione di un antisemita, Garzanti, Milano 2005, pp. 12-38.
399
M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista.Vicende, identità, persecuzione,
Einaudi, Torino 2000, p. 129.
400
Cfr. ibidem.
401
R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p. 192.
402
M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 6.
Ora, questo tradimento ebbe un aspetto più generale che non va
dimenticato: un tradimento che fu perpetrato ai danni degli
ebrei, del diritto e dello Stato. Come ha spiegato, a proposito
delle leggi di Norimberga e delle persecuzioni successive,
l’autorevole giurista e filosofo del diritto Ernst-Wolfgang
Böckenförde: «nel caso degli ebrei tedeschi la loro privazione
dei diritti e la loro persecuzione andò a costituire un tradimento
senza eguali: da parte dello Stato e dei suoi aguzzini, ma anche
da parte dei cittadini che voltarono lo sguardo e si
disinteressarono, da parte cioè di coloro che furono testimoni e
non intervennero. Infatti, ciò che è accaduto agli ebrei tedeschi
non riguardava soltanto persone di cui era doveroso rispettare i
diritti fondamentali, ma toccava dei cittadini, dei componenti
dello Stato tedesco, con i quali tutti avevano un rapporto
specifico per l'esistenza stessa del legame di cittadinanza» 403.
Considerazioni che sono perfettamente valide anche per le leggi
razziali italiane, che anzi per alcuni versi andarono oltre la
legislazione tedesca: furono infatti imposte delle limitazioni più
ampie al diritto di proprietà, l’esclusione degli studenti dalle
scuole pubbliche e l’espulsione di tutti gli “ebrei stranieri”404.

Le leggi antiebraiche

In una prima fase, pezzi dell’apparato statale furono interessati


da questi sviluppi: nell’aprile del ’34 si invitavano i prefetti ad
esercitare controlli sulle nomine di ebrei nelle amministrazioni
locali; nel ’36 il prefetto di Ferrara assicurava il Ministero
dell’Interno della sua opera di “sfaldamento” nei confronti della
presenza ebraica nelle cariche pubbliche della provincia; nello
stesso anno il Ministero degli Esteri invitò diversi dicasteri a
non inviare dipendenti ebrei in missione all’estero, mentre nel
novembre del ’37 fu ordinato alle scuole e alle accademie
militari di non accogliere “israeliti”405. Articoli di giornale e
403
E.-W. Böckenförde, Les juifs et la trahison allemande, in “Le Monde ” 8
novembre 1997, p. 15.
404
Cfr. M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 5. e p. 84.
405
Cfr. ivi, pp. 30-33.
alcuni libri antiebraici fecero da contorno “culturale” a questa
tendenza. Il quadro normativo del ‘38 è stato correttamente
giudicato da Michele Sarfatti come «il frutto di un approccio
alla questione antiebraica gelido, coerente, risoluto, non
maniacale»406. Il primo decreto porta la data del 7 settembre
(regio decreto legge 7 settembre 1938 n. 1381) e fu pubblicato
sulla Gazzetta Ufficiale il 12 settembre 1938, con il titolo
“Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri”. Il giorno
dopo apparve sulla GU il regio decreto legge 5 settembre 1938
n. 1390 recante “Provvedimenti per la difesa della razza nella
scuola fascista”407 che escludeva dalla scuola italiana tutti gli
ebrei. La “Dichiarazione sulla razza” approvata dal Gran
Consiglio nella seduta del 6 ottobre fu pubblicata il 26 dello
stesso mese sul Foglio d’ordini del Pnf. Fece seguito il regio
decreto legge 17 novembre 1938 n. 1728 recante
“Provvedimenti per la difesa della razza italiana”, pubblicato
sulla GU del 19 novembre 1938408.
In particolare, l’articolo 26 del decreto demandava al Ministero
dell’Interno la risoluzione «caso per caso» delle questioni
relative al decreto stesso, una norma che rivelava la deriva
antigiuridica che ormai caratterizzava il regime. Queste norme
lasciavano aperta la porta ad una persecuzione completa e
vessatoria, molto al di là della “sola” «separazione» (di per sé
gravissima) che Mussolini invocò, ad esempio nel discorso di
Trieste del 18 settembre, a designare il carattere limitato dei
provvedimenti antiebraici. Dopo verranno, con coerenza, gli
altri divieti imposti per via amministrativa, le pressioni per
l’allontanamento degli ebrei italiani, l’espulsione degli “ebrei
stranieri” e il loro internamento all’inizio della guerra; infine, la
caccia all’ebreo e la partecipazione allo sterminio da parte della
Repubblica sociale.
Il nazional-razzismo del fascismo è confermato dal fatto che
nelle leggi antiebraiche italiane, diversamente che in Germania,
non fu introdotta la categoria dei “meticci” e fu possibile ad

406
M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 8.
407
Convertito in legge senza modifiche (GU del 7 febbraio 1939, n. 31).
408
Convertito in legge pubblicata su GU del 27 febbraio 1939, n. 48.
alcuni cittadini che non avessero tutti gli ascendenti “ariani”
ottenere la qualifica di “ariano”, in virtù del principio della
«superiorità del sangue italiano»409. Il razzismo nazista era
invece maggiormente connotato da paranoie storicistiche,
tecnologiche e medicali, oltre ad essere anch’esso espressione,
ma in misura meno forte di quanto normalmente si pensi, di
spinte politiche e nazionalistiche. I nazisti in verità non
intendevano preservare la nazione tedesca ma la “razza ariana” e
progettavano, come si è detto, di lanciare su larga scala, in caso
di vittoria nella guerra, il piano di selezione della popolazione
tedesca per eliminare intere categorie di tedeschi razzialmente
“inadatti”410.
Il fascismo fu più nazionalista del nazismo e dello stalinismo;
ecco perché non praticò il terrore di massa. Condizionato da
un’autorappresentazione dell’italianità di origine
controriformistica, cioè come un’unità omogenea impermeabile
ai vizi d’oltralpe, il fascismo cercò di modificare il “corpo”
antropologico e biologico della nazione, senza impoverirla, cioè
senza apparenti ossessioni eliminazioniste, ma con l’uso
martellante della propaganda e dell’educazione411. O meglio, le
pulsioni eliminazioniste rimasero occultate sotto una falsa
coscienza che le rifiutava. Ma ogni razzismo deve per forza di
cose approdare a forme di segregazione o di eliminazionismo.
Il razzismo fascista ha quindi rappresentato una variante del
razzismo europeo; il problema è che, nel negare l’esistenza di un
genuino razzismo italiano, con la sua indiscussa autorità
scientifica De Felice ha influenzato il giudizio storico
internazionale, condizionando ad esempio Mosse e con lui vasta
parte della storiografia412. Pure nel caso italiano si trattò,
effettivamente, di atti violenti e persecutori; come scrive
Michele Sarfatti, era una «violenza che nel 1938 fu indirizzata
contro la vita sociale degli ebrei e non contro la loro vita fisica,
ma che fu tale da imporre immediate conseguenze anche su
409
Cfr. ivi, p. 8 e p. 112.
410
Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. 581.
411
Cfr. E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., pp. 254 e ss.
412
Cfr. M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi,
Einaudi, Torino 2002, pp. 51-52.
quest’ultima: suicidi, crollo della natalità, ecc.»413. Anzi, nel
caso dell’Italia si può affermare che ci siano state delle scelte
che hanno anticipato gli sviluppi successivi delle
discriminazioni operate dalla Germania nazista nei confronti
degli ebrei. Le leggi prevedevano infatti l’esclusione di tutti gli
ebrei, studenti, professori e autori di manuali, dalle scuole statali
e l’esclusione degli ebrei da Accademie, Istituti e Associazioni
culturali e scientifiche; venne poi revocata la cittadinanza
italiana concessa ad “ebrei stranieri” dopo il primo gennaio 1919
e decretata l’espulsione entro sei mesi di tutti gli “ebrei
stranieri” dal territorio italiano, dalla Libia e dai possedimenti
nell’Egeo; bisogna tenere conto del fatto che l’espressione
“ebrei stranieri” è una designazione di carattere burocratico e
discende direttamente dalle rilevazioni di carattere razzista fatte
nel censimento razzista del 22 agosto 1938, volto alla
individuazione delle persone da sottoporre alle restrizioni
previste dalla legislazione antiebraica414; esse attribuivano (come
fu poi confermato dai decreti razzisti e da tutte le decisioni
amministrative in merito) alle persone la qualifica di ebreo sulla
base della “razza” a cui appartenevano i genitori, anche se tali
persone professassero altre religioni. Come scrive Klaus Voigt,
si tratta chiaramente di «una definizione di politica razziale, e
come tale può essere riportata solo tra virgolette»415.
Con un ultimo decreto-quadro (“Provvedimenti per la difesa
della razza italiana”) furono confermate le norme precedenti e
venne sancito il divieto di matrimonio fra individui di razze
diverse, furono stabilite le norme per definire l’appartenenza alla
“razza ebraica” (valida cioè per tutti i figli di genitori ebrei
tranne quei figli di matrimoni “misti” che non professassero la
religione ebraica) ed elencate le interdizioni specifiche per gli
ebrei: divieto di prestare servizio militare, di essere tutori di
“ariani”, di essere proprietari e gestori di aziende che interessino
la difesa nazionale, di essere proprietari e gestori di aziende con
413
M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 5.
414
Sul censimento speciale dell’agosto del ’38, cfr. M. Sarfatti, Le leggi
antiebraiche, cit.
415
K. Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, vol. I, La
Nuova Italia, Firenze 1993, p. 299.
più di cento dipendenti, di essere proprietari di terreni con un
estimo superiore alle cinquemila lire, di essere proprietari di
fabbricati con imponibile superiore alle ventimila lire, di avere
domestici “ariani”, di essere dipendenti dello Stato, del partito
fascista, delle amministrazioni locali, delle aziende
municipalizzate, degli enti parastatali o di diritto pubblico, delle
banche di interesse nazionale, delle imprese private di
assicurazione.
Secondo Gabriele Turi, l’intransigenza razzista del regime
fascista nei confronti della scuola, la prima ad essere investita
dalla legislazione razziale e con provvedimenti di esclusione
totale, aveva anche lo scopo di sottomettere definitivamente il
mondo della cultura416. Era un messaggio diretto a tutta la
società, anche ai non ebrei417, per l’evidente ruolo strategico
della formazione, per rafforzare la presa sulla società e stroncare
sul nascere forme di dissenso o sussulti legalitari che la svolta
razzistica e imperialistica poteva provocare. Ma è anche vero,
come abbiamo visto, che il mondo accademico era stato il più
permeabile all’ideologia razzista, fin dai suoi esordi nel contesto
coloniale ottocentesco. Tanto che, come ricorda Roberto Finzi,
«fu proprio nel mondo della cultura – e, in particolare, di quella
istituzionalmente “alta” – che i provvedimenti razzisti del 1938
ebbero aperta accoglienza favorevole (…) ed effetti pratici non
secondari»418. La cacciata dei docenti ebrei dalle università non
produsse dissensi degni di nota e fu accettata passivamente dal
mondo accademico, a volte per consonanza ideologica, più
spesso per opportunismo, in ogni caso perché l’intimidazione
culturale insita nella stessa legislazione razzista produsse il suo
effetto.

Razzismo, imperialismo, totalitarismo


416
G. Turi, Ruolo e destino degli intellettuali nella politica razziale del
fascismo, in AA.VV., La legislazione antiebraica in Italia e in Europa,
Camera dei deputati, Roma 1988, p. 99.
417
Cfr. G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, cit., pp. 26-
27.
418
R. Finzi, Da perseguitati a “usurpatori”, cit., p. 104.
Assodato dunque che ciò che accadde prima dell’8 settembre
1943 fu violento e ideologicamente aberrante, che non si trattò
affatto di quella che De Felice ha definito «una persecuzione
all’acqua di rose»419 né del risultato di inesistenti pressioni
tedesche al riguardo né dell’effetto di un’improvvisa e
immotivata conversione al verbo razzista, occorre vedere da
dove nascesse l’accelerazione data dal fascismo alla politica
razziale italiana e quindi dare ragioni storiche dell’evoluzione
che condusse a scelte di tale natura. Sul tema della ricerca delle
cause, in effetti De Felice ha colto un elemento centrale, che
però ha giudicato di minore rilevanza rispetto alla necessità di
uniformarsi alla Germania nazista. Si tratta della spinta
imperialistica e degli effetti della guerra d’Etiopia, fra l’altro
proprio i fattori che maggiormente spinsero Mussolini a
stringere rapporti di alleanza con Hitler.
In generale, la stretta correlazione storica fra imperialismo,
razzismo e totalitarismo è stata messa in luce da Hannah Arendt.
In effetti, fu l’imperialismo europeo di fine Ottocento a
decretare il successo delle dottrine razziste: «la politica
imperialista avrebbe richiesto l’invenzione del razzismo come
unica “giustificazione” possibile, come scusa per le sue imprese,
anche se nessuna teoria razziale fosse mai venuta alla luce nel
mondo civile»420. Ed è da questo intreccio perverso e
determinante che bisogna partire per comprendere molte cose
della storia del Novecento, ivi compresa l’avventura razzista
dell’Italia fascista. La politica razziale italiana era dunque
dovuta a cause profonde connesse con movimenti storici di
lunga durata, legati principalmente alla spinta imperialistica e
agli effetti della guerra d’Etiopia.
In particolare, secondo la Arendt, nei Paesi che non poterono
partecipare alla corsa imperialistica vi fu, rispetto a paesi come
la Francia e l’Inghilterra, un diversa e maggiore simbiosi fra
spinte imperialistiche e pseudoteorie razziste, anche perché lo
spazio d’oltremare era già stato saturato dalle tradizionali

419
R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p. 462.
420
H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. 257.
potenze coloniali e non rimaneva che vagheggiare
un’espansione direttamente fuori dai confini nazionali, presso i
popoli e gli stati confinanti421. Fu proprio questa contiguità
spaziale fra dominatori e “colonie” a determinare l’uso di visioni
del mondo e di mezzi che le vecchie potenze coloniali
applicarono solo lontano da casa: «c’era nell’imperialismo
continentale qualcosa di sostanziale che lo distingueva da quello
d’oltremare. L’espansione senza soluzione di continuità non
consentiva un distacco geografico fra i metodi e le istituzioni
della colonia e quelli della nazione» 422. Non solo, questi metodi
furono dapprima esercitati nella patria nazionale, per cui
«l’imperialismo continentale fu e rimase inequivocabilmente
ostile a tutti gli organismi statali esistenti. Ebbe quindi
un’impronta più sediziosa»423. Ad un imperialismo segnato
dall’eversione occorreva far corrispondere un’ideologia di
dominio altrettanto eversiva nei confronti dei diritti umani e
delle regole di convivenza civile tra gli uomini, vale a dire il
razzismo. Si potrebbe dire che in ciò sta la differenza fra il
colonialismo anglo-francese, anch’esso feroce nella prassi ma
senza contraccolpi pesanti sull’ordinamento giuridico interno in
termini di diritti civili, rispetto a quanto avvenne in Italia e negli
altri paesi non democratici. L’Italia è da inserire a pieno titolo in
questa tipologia, anche se la conquista etiopica avvenne nei
confronti di un paese non contiguo. D’altra parte il fascismo
italiano coltivò entrambe le vocazioni espansionistiche, sia
quella africana sia quella per contiguità (negli spazi mediterranei
e balcanico-centroeuropei). L’ideologia imperialistica fascista fu
dunque basata sia su un presunto “diritto naturale”
all’espansione dei popoli conquistatori sia su un “dovere”
morale di civilizzazione che non aveva lo scopo di annientare,
bensì di asservire i popoli assoggettati a un progetto di civiltà
superiore424.
421
Cfr. ivi, pp. 310 e sgg.
422
Ivi, p. 311.
423
Ivi, p. 314.
424
Sul progetto imperiale fascista, cfr. D. Rodogno, Il nuovo ordine
mediterraneo, Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa
(1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 69 e ss.
La “conquista dell’Impero” imponeva comunque l’elaborazione
di un’ideologia razzista che supportasse le pretese di dominio
dell’Italia e degli italiani; e questo Mussolini volle 425. E in
questo quadro «egli si impegnò nella definizione di un modello
originale di persecuzione degli ebrei»426. La svolta razzistica
s’imponeva ad un regime che era già “coloniale” nei confronti
della propria popolazione, privata delle libertà politiche,
irreggimentata in strutture totalitarie e di massa, perseguita nella
parte che si opponeva al regime; un “colonialismo” interno non
immune dalla violenza, eversivo e non privo di avventurismo
poiché dapprima esercitato per sovvertire lo Stato.
La mistura generatrice del totalitarismo sta proprio
nell’eversione a base razzista con obiettivi imperialistici, che si
manifestò in quei paesi in cui non esisteva una forte tradizione
democratica e dove erano disponibili modelli riconosciuti di
governo dispotico (zarismo in Russia, autoritarismo e
paternalismo imperiale in Germania). Lo stesso vale per l’Italia
poiché lo stato liberale aveva al suo interno delle linee di
tendenza autoritarie che il fascismo, all’inizio, non fece che
assecondare e rafforzare427. Il momento della svolta
imperialistica avvenne con la guerra d’Etiopia, circa un
decennio dopo il varo delle leggi “fascistissime” e dell’avvento
della dittatura mussoliniana, decennio nel corso del quale
l’autoritarismo prefascista ebbe modo di porre salde radici nella
vita dello Stato, producendo le spinte imperialistiche e
razzistiche che fecero da motore per la costruzione del sistema
totalitario.
Mussolini, pertanto, elaborò, con l’attiva collaborazione di
ministri e burocrati, uno schema di legislazione discriminatoria
modellato sulle esigenze ideologiche e amministrative del
regime fascista. Per cui, la legislazione razziale italiana si
inserisce in un movimento storico coerente, che parte dal
sovversivismo nazionalistico e squadristico, passa per la
425
Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., pp. 237-
239.
426
M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 9.
427
Cfr. G. Lombardi, Premessa alla seconda edizione di A. Aquarone,
L’organizzazione dello Stato totalitario, cit, pp. XIV-XVI.
conquista eversiva dello Stato, prosegue con la legislazione
speciale contro gli oppositori e con l’inquadramento totalitario
degli italiani, culmina con le imprese coloniali, la condotta di
guerra e il razzismo di Stato.

Fascismo totalitario

Nel sistema giuridico coloniale italiano prefascista, le


popolazioni indigene non possedevano la cittadinanza: eritrei e
somali erano sudditi, mentre dal 1919 esisteva una cittadinanza
libica speciale che, in certi casi, permetteva di adire alla
cittadinanza piena; la legge organica sui possedimenti libici del
1927 aveva tolto questa possibilità, riconducendo i libici a
sudditi coloniali. La prima norma effettivamente razzista del
nostro ordinamento fu la legge organica per l’Eritrea e la
Somalia del 6 luglio 1933, n. 999, in quegli articoli che si
occupavano dei “meticci”, i quali stabilivano dei limiti
all’acquisizione della cittadinanza per persone nate da genitori
«di razza bianca» ignoti. Il regio decreto del 1° giugno 1936, che
riordinava la materia dopo la conquista dell’Etiopia, non
conteneva queste norme ed escludeva quindi del tutto la
possibilità dei “meticci” di divenire italiani. Il crescendo razzista
in Africa Orientale Italiana ebbe una svolta definitiva con il r.d.l.
n. 880 del 19 aprile 1937 che vietava la convivenza fra cittadini
e sudditi e prevedeva una pena per il cittadino da uno a cinque
anni di reclusione. Un decreto del governatore dell’Eritrea del
12 giugno 1937 aggiungeva il divieto per gli europei di abitare
nei villaggi e nei quartieri abitati dagli indigeni, mentre il
governatore della Somalia vietava dal luglio dello stesso anno ai
cittadini di frequentare gli esercizi pubblici indigeni. Nello
stesso mese veniva imposto in Eritrea anche il divieto di
trasporto comune di cittadini e indigeni 428. Sempre sul versante
del razzismo coloniale, la legge 29 giugno 1939 n. 1004
introduceva il concetto di “prestigio della razza” e contemplava

428
Cfr. L. Goglia, Note sul razzismo coloniale fascista, in “Storia
Contemporanea”, XIX, 6, 1988, pp. 1249-1250.
le pene per chi la offendesse, se indigeno, o ne sminuisse la
dignità con comportamenti incongrui, se cittadino. Una legge
del maggio 1940 ribadiva e ampliava a tutti i sudditi coloniali la
nozione di meticcio, escludendo universalmente l’accesso alla
cittadinanza, l’adozione da parte di cittadini, l’accoglimento in
istituti o scuole frequentate da cittadini.
È sbagliato perciò pensare ad un Italia fascista radicalmente
diversa dalle altre esperienze totalitarie e razzistiche; qui anche
la Arendt compie quest’errore di prospettiva, ritenendo che
Mussolini si sia accontentato di edificare una dittatura e non
abbia compiuto quel numero di crimini necessari per realizzare
il terrore totalitario429. Come scrive Emilio Gentile, «questo
giudizio è stato poi fatto proprio da altri politologi e storici del
fascismo, come Alberto Aquarone e Renzo De Felice, ed è
tuttora considerato alla stregua di una verità indiscutibile» 430. Ma
si tratta di una deformazione prospettica causata appunto dalla
semplice comparazione di quello che avvenne in Italia rispetto
alla Germania nazista e all’Unione Sovietica di Stalin. Secondo
Emilio Gentile si tratta anche, nel caso della Arendt, di una
conoscenza non approfondita del fascismo italiano e della sua
storia431.
In realtà i processi storici che hanno caratterizzato questi regimi
sono in buona parte paralleli e le tipologie politiche appaiono
assimilabili; se solo si vuole restare sul piano lessicale, fu il
fascismo stesso ad utilizzare il termine “totalitario” per
autodefinirsi432. E poi la sua diversità dagli altri totalitarismi non
ne compromette la portata e il significato: anche se
«l’esperimento totalitario fascista si svolse con ritmi, tempi e
metodi diversi dagli altri esperimenti totalitari (…), ciò non
sminuisce il suo significato storico per la comprensione del
fenomeno totalitario del XX secolo»433.
La differenza fu soprattutto d’intensità, per gli ostacoli maggiori
che si frapponevano a Mussolini sulla strada della completa
429
Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. 427.
430
E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., p. 64.
431
Cfr. ibidem.
432
Cfr. ivi, pp. 64-67.
433
Ivi, p. 70.
presa totalitaria sul corpo sociale. Il fascismo era andato al
potere molto presto cioè agli inizi del “secolo breve” e il sistema
di potere che fu edificato risentì di questa precocità, vale a dire
che mantenne un che di conservatorismo ottocentesco, non
avendo la società italiana ancora percorso per intero il passaggio
alla società di massa; nell’Italia fascista resse perciò a lungo un
compromesso fra i poteri forti (fascismo, Corona, Chiesa,
esercito, capitalismo) che Hitler aveva in parte potuto evitare
nella costruzione della Germania nazista. L’Italia era una società
che non aveva subito i violenti processi di destrutturazione che
sconvolsero la Germania degli anni Venti: la massificazione
spersonalizzante della società, accompagnata alla perdita di
legami di appartenenza e di sicurezze economiche, sono infatti
la base necessaria per la conquista del potere da parte dei
movimenti totalitari e per l’edificazione di un totalitarismo
compiuto434.
Inoltre, come già Gramsci indicava, più che frutto di un
compromesso, il regime fascista risultò essere la costruzione di
un fronte sovversivo frutto del sommarsi di spinte dal basso, di
carattere popolare e piccolo-borghese, e di tendenze autoritarie
tipiche delle classi dirigenti italiane. Ecco perché fin dall’inizio
il consenso attorno al regime fu così ampio da rendere non
necessaria un’azione di repressione violenta su vasta scala.
L’alleanza sovversiva fascista divenne pertanto quella sorta di
rivelazione della società italiana di cui parlava Salvatorelli; il
risultato fu un totalitarismo semi-consensuale, un regime che
non doveva fare grandi sforzi per ottenere l’allineamento di
gruppi e singoli, com’è testimoniato da tutte le grandi e piccole
scelte, dai giuramenti di diversa natura e dalle molteplici
manifestazioni di consenso che il regime impose e che gli
italiani accettarono quasi sempre di buon grado e con
pochissime eccezioni.
Bisogna poi aggiungere che il compromesso italiano era stato
costruito nel contesto storico dell’immediato primo dopoguerra,
quindi all’interno di una legalità e di una moralità internazionali
ancora connesse ai valori incarnati dalle potenze vincitrici della

434
Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, pp. 423 e sgg.
prima guerra mondiale; il fascismo non voleva e non poteva
permettersi, pena l’isolamento, l’estraniazione da tale contesto;
tutta la sua azione repressiva fu sempre compiuta con
l’accortezza di non suscitare la riprovazione dell’opinione
pubblica internazionale435. Anche per la repressione degli
oppositori all’estero si preferì, di norma, l’uso di agenti
provocatori che inducesse ad azioni inconsulte e violente i
fuoriusciti proprio allo scopo di discreditarli agli occhi dei paesi
ospitanti436. La stessa preparazione ed emanazione delle leggi
antiebraiche fu accompagnata da dichiarazioni volte a ridurre le
inevitabili reazioni negative dell’opinione pubblica
internazionale e dei governi dei paesi democratici437. Anche
durante la guerra mondiale, spesso queste abitudini
continueranno ad improntare l’atteggiamento delle autorità
italiane, sia civili che militari, ma in compresenza di scelte
dettate da maggiore spregiudicatezza e crudeltà. Nel periodo
della Repubblica sociale si può infine affermare che il fascismo
compì il definitivo salto nell’illegalità, essendo venute meno
quasi del tutto le remore “legalitarie” dei decenni precedenti.
Questo atteggiamento “legalitario”, connotato da ambiguità e
cinismo, non fu soltanto il frutto di un calcolo politico, ma in
effetti era al centro dell’ideologia repressiva del regime, che non
raggiunse i livelli quantitativi degli altri regimi totalitari
soprattutto in virtù – come abbiamo più volte indiziato – di una
autorappresentazione di sé più statalista rispetto alle altre
esperienze totalitarie, e di una visione più fredda e più
burocratica del sistema di controllo del regime sul corpo sociale.
Stalinismo e nazismo non persero mai il loro movimentismo di
fondo ed evitarono accuratamente di cristallizzarsi in forme
statuali sentite come nemiche del movimento storico che essi

435
Cfr., ad esempio, P. Carucci, L'organizzazione dei servizi di polizia, cit.,
pp. 96-97.
436
Cfr. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, cit., pp. 125 e sgg.
437
Cfr. M. Sarfatti, La preparazione delle leggi antiebraiche del 1938.
Aggiornamento critico e documentario, in I. Pavan e G. Schwarz (a cura di),
Gli ebrei in Italia tra persecuzione fascista e reintegrazione postbellica,
Giuntina, Firenze 2001, pp. 25-54.
intendevano incarnare438; un vero e proprio stato nazista non è
perciò esistito e i cittadini si trovavano «sotto l’autorità
simultanea e spesso contrastante di poteri concorrenti, come
l’amministrazione statale, il partito, le SA e le SS»439. Come fu
appurato nel processo di Norimberga, gli ordini venivano
impartiti in modo vago, con noncuranza e senza dettagli 440,
secondo una concezione ideologica e non giuridica dell’azione
di governo.
Faceva invece parte dell’ideologia del fascismo la ricerca di un
equilibrio fra movimentismo e rispettabilità giuridica, fra forza e
diritto. Questo almeno sul breve periodo, perché si riteneva
impossibile modificare velocemente e radicalmente la visione
del mondo collettiva, frutto di processi storici secolari e il cui
stravolgimento avrebbe avuto l’effetto di rendere ingovernabile
la società, anche per il potere dittatoriale fascista. Eppure una
totale sostituzione delle categorie mentali dominanti rimaneva
l’obiettivo epocale del fascismo441; ed è ciò che cominciò ad
essere più ampiamente perseguito a partire dalla metà degli anni
’30. «Ma anche in questa fase di accelerazione totalitaria, il
partito restava formalmente subordinato allo “Stato fascista”, in
ciò distinguendo nettamente il totalitarismo fascista da quello
nazista e da quello comunista»442. Né le spinte antistataliste che
pure si manifestarono nell’attività del PNF, soprattutto sotto la
direzione di Starace, ebbero mai il fine di distruggere il mito
dello Stato nuovo totalitario, ma quello invece di renderlo
sempre più tale e diverso dallo stato tradizionale443.
La Arendt dimostra ampiamente come tutti i movimenti
totalitari hanno il compito di realizzare le intuizioni generali che
i capi dei movimenti pongono al fondo della loro costruzione
immaginaria e intransigente della realtà, vale a dire della loro
ideologia444. Per questo, mentre lo Stato era considerato da
438
Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., pp. 535 e ss.
439
Ivi, p. 548.
440
Cfr. ivi, pp. 548-549.
441
Cfr. P. G. Zunino, L’ideologia del fascismo, cit., pp. 159-160
442
E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., p. 157.
443
Cfr. ivi, p. 158.
444
Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., pp. 478 e ss.
comunismo e nazismo come un mezzo per realizzare il mito
fondante, sociale o razziale, della propria ideologia, nel fascismo
lo Stato rappresentava il fine ultimo. Uno Stato nuovo, partorito
dal popolo italiano, miticamente considerato generatore naturale
di forme superiori di civiltà445. La cooperazione del personale
burocratico alla edificazione di una “legalità” totalitaria, oltre a
fare del fascismo un regime indecifrabile agli occhi di chi lo
confronta al nazismo, ha immunizzato, temporaneamente, il
fascismo da quel cupio dissolvi che, non bisogna dimenticarlo, è
la pulsione più profonda che agita l’inconscio totalitario. Quella
stessa pulsione che porta alla lunga i totalitarismi a perire
trascinando con sé tutto ciò che li attornia.
Infine, ad attenuare ulteriormente la classificazione separata di
fascismo, nazismo e comunismo reale, ci sono le più recenti
valutazioni intorno all’effettiva consistenza dei regimi a
totalitarismo conclamato e sulla loro reale azione di controllo
totale sul sistema sociale. È quanto, ad esempio, sottolinea
Daniel Goldhagen in una nota del suo saggio sui tedeschi
comuni e la Shoah, quando stigmatizza l’applicazione acritica
alla Germania nazista del modello di totalitarismo compiuto,
giudicandolo «radicalmente errato, giacché continua a
nascondere agli occhi di molti l’ampio margine di libertà e
pluralismo di fatto esistente nella società tedesca» 446. Il libro di
Goldhagen è ricco di esempi fattuali a sostegno della sua tesi,
che appare d’altra parte confermata da ricerche empiriche
recenti, ad esempio quella, già citata, condotta da Eric Johnson
sul funzionamento della polizia politica nazista. Pur dichiarando
che sarebbe un errore il ribaltare completamente il modello
totalitario classico, Johnson giudica ormai incontestabile «che la
Gestapo aveva una disponibilità di uomini e risorse limitata:
tanto che il terrore nazista non divenne mai assoluto, e i tedeschi
comuni godettero abbastanza ampiamente della possibilità di dar
voce alle loro lagnanze»447. Non solo, anche la Gestapo come la
445
Cfr. E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., p. 109.
446
D. J. Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Mondadori, Milano
1997, p. 496. Cfr. anche E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit.,
pp. 70-71.
447
E. A. Johnson, Il terrore nazista, cit., p. 28.
polizia fascista alternò brutalità e pretese di legalità e,
soprattutto, colpì le sue vittime con selettività, evitando di
travolgere la società tutta intera con un’offensiva globale che
sarebbe stata inefficace e pericolosa per il regime448.
Al fondo dei regimi totalitari c’è sempre, dunque, l’incontro fra
spinte complementari, fra progetti ideologici di radicale
trasformazione del mondo e tendenze reali di parti importanti
del corpo sociale. Nel caso del fascismo ciò è ancora più vero; e
se si dimentica che alla sua origine c’è la gramsciana alleanza
fra il sovversivismo delle classi dirigenti e quello popolare, si
perde di vista il suo carattere di regime organico e strutturato,
scambiandolo per una dittatura mero frutto di compromessi fra
gruppi di potere. Si deve infine ricordare che non mancò
comunque a Mussolini la volontà di superare i limiti del
compromesso storico su cui si basava il suo regime, nella
direzione della costruzione di una società compiutamente
totalitaria. Le vicende storiche della seconda metà degli anni
Trenta lo spinsero viepiù in questa direzione e la storia del
secondo decennio dell’Italia fascista è la storia della rivelazione
dell’intima natura totalitaria del regime.
L’ampia documentazione a nostra disposizione fa ormai
emergere inoltre la certezza che non fu solo Mussolini a volere
le leggi razziali, come molti commentatori tendono a ritenere 449,
ma che siano stati anche “pezzi” dei vertici e della base
ideologizzata del regime a maturare la svolta razzista,
ingrediente fondamentale della politica totalitaria già implicita
in molte altre scelte del regime e della destra nazionalistica
italiana. Risulta particolarmente interessante la spiegazione che
Sarfatti dà dello specifico antiebraismo italiano che portò alla
emanazione dei decreti del ’38: a suo parere si è trattato di una
cosciente e non ineluttabile volontà di perseguitare (per
convenienza politica, ostilità religiosa e culturale, pulsione
razzista, ossessione uniformante) una minoranza, disprezzabile
in quanto tale e già “segregata” con la riduzione a culto
“ammesso”. Il contesto del crescente antisemitismo europeo e
448
Cfr. ivi, p. 29 e sgg.
449
Cfr, ad esempio, R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo,
cit., p. 258.
italiano prestò a questa decisione l’ambiente “naturale” di cui
aveva bisogno, tanto da renderla perfino, in un certo senso,
banale450.

450
Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 109.
3
LA NORMATIVA ITALIANA SULLE PERSONE
DA INTERNARE

A parte il poco noto e terribile episodio dell’internamento in


fortezze alpine dei militari borbonici refrattari all’arruolamento
nell’esercito sabaudo e degli insorgenti meridionali (i “briganti”)
catturati e non giustiziati sul posto451, l’unico precedente italiano
nell’internamento di civili fu quello di massa, con esiti tragici,
ordinato da Graziani in Libia per piegare la resistenza alla
colonizzazione italiana452. Nel corso della Prima guerra
mondiale in Italia si procedette - senza istituire campi - allo
spostamento in Sardegna dei cittadini austriaci 453.
Successivamente, l’internamento dei civili stranieri era stato
regolato, in assenza di una Convenzione internazionale
specifica, dalla legge di guerra italiana (mai abrogata e dunque
451
Sui campi sabaudi cfr. F. Izzo, I lager dei Savoia, Controcorrente, Napoli
1999; R. Martucci, L'invenzione dell'Italia unita. 1855-1864, Sansoni,
Firenze 1999.
452
Sui campi libici: A. Del Boca, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a
Gheddafi, Laterza, Bari 1991, pp. 174-232; E. Salerno, Genocidio in Libia.
Le atrocità nascoste dell'avventura coloniale italiana (1911-1931),
Manifestolibri, Roma 2005; C. Di Sante, S. Hasan Sury (a cura di),
L’occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo. 1911-1943,
Centro per l’Archivio Nazionale e gli Studi Storici, Tripoli (Libia), 2009.
453
Cfr. G. Tosatti, Gli internati civili in Italia, cit., pp. 35-36.

192
in vigore ancora oggi) emanata nel 1938 con r.d. 8 luglio n.
1415. La legge ricalcava i contenuti delle diverse Convenzioni
internazionali formulate nei decenni precedenti, compresa quella
di Ginevra del 1929 sul trattamento di prigionieri e feriti in
guerra. L’articolo 286 della legge dispone il potere del Ministero
dell’Interno di ordinare con decreto l’internamento degli
stranieri nemici che siano pericolosi per lo Stato. Il trattamento
degli internati veniva demandato, dall’articolo 289, ad un
apposito «decreto del Duce», fatte salve le garanzie che la legge
stessa stabiliva per i prigionieri di guerra, ai quali gli internati
erano praticamente equiparati. L’equiparazione era prevista nel
progetto di Convenzione frutto della conferenza di Tokio del
’34, che non ebbe però il tempo di essere formalizzata. Tali
garanzie erano: il diritto di essere trattati con umanità, mantenuti
dallo Stato, di non essere internati in luoghi insalubri, di non
essere impegnati in lavori eccessivi, di avere la libertà di culto e
di conservare gli effetti personali454. Fatto assai importante, nei
confronti del decreto di internamento e di espulsione vi era
inammissibilità di ricorso, secondo il dettato dell’art. 290:
«Contro i provvedimenti definitivi, emanati in applicazione
degli articoli precedenti, non è ammesso ricorso giurisdizionale,
né ricorso straordinario al Re».
Il decreto del Duce sul trattamento degli internati stranieri fu
emanato il 4 settembre 1940 (pubblicato nel n. 239 della G. U.
dell’11 ottobre ‘40), quando già erano stati effettuati numerosi
arresti e diverse circolari avevano dato istruzioni ai prefetti sui
provvedimenti da prendere nei confronti delle categorie di civili
individuate come pericolose; questo decreto rappresentò l’unica
base giuridica dell’internamento civile fascista. Si tratta però,
come vedremo, di una base assai fragile e peraltro retroattiva,
quindi formalmente di dubbia validità.

I preparativi dell’internamento

454
Cfr. Supplemento alla GU del 15 settembre 1938, n. 211.

193
Nell’imminenza di un conflitto mondiale, a titolo forse
sperimentale, il Ministero dell’Interno organizzò a partire dal
1938 la costruzione del primo campo di concentramento e di
lavoro per confinati politici a Pisticci, in Lucania 455; i primi
confinati vi giunsero nell’aprile del 1939. Già da alcuni anni
erano state stilate (e rinnovate periodicamente) dalle prefetture,
su richiesta del Ministero dell’Interno, liste di persone
pericolose da arrestare in circostanze di pericolo per la sicurezza
interna o da sottomettere all’eventuale internamento in caso di
guerra. Il 16 agosto 1939 la Dgps invia la prima circolare ai
prefetti (classificata segreto) sui “Provvedimenti da adottare
durante il periodo di sicurezza o all’atto della mobilitazione”,
volta soprattutto a schedare le persone sospettate di spionaggio;
tali persone venivano suddivise in 5 categorie: residenti
all’estero o irreperibili, stranieri residenti in Italia e italiani (o
stranieri) al confino o in carcere, italiani, militari, italiani o
stranieri non rintracciati al momento della mobilitazione. Si
stabilivano, per ora genericamente, le misure da prendere nei
loro riguardi456. Con una circolare ministeriale del 31 agosto
1939 (reiterata il 5 settembre), a cura della II Sezione della
Divisione Agr (che si occupava di ordine pubblico e agitazioni
popolari) si richiedevano alle prefetture elenchi precisi degli
«stranieri appartenenti agli stati presunti nemici», distinti per
nazionalità e con proposta dei provvedimenti di espulsione,
internamento o confino da comminare (in base all’articolo 284
della legge di guerra); la circolare chiedeva ai prefetti anche
l’eventuale indicazione di stranieri di altre nazionalità da
allontanare dal Regno; infine sollecitava l’elenco dei sovversivi
italiani pericolosi in caso di guerra e «da inviare al confino di
Polizia». In calce alla circolare, firmata da Bocchini, c’è un
appunto a mano del capo sezione che annota l’invio di una copia
della stessa al Casellario politico centrale, per ciò che
concerneva i “sovversivi” italiani457. I risultati di questa indagine
455
Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche,
cit., p. 81.
456
Cfr. Massima n. 4 della Dgps, Agr, in ACS, MI, Dgps, Massime, b. 59,
fasc. 60.
457
Cfr. Telegramma della Dgps, Agr, Sez. II, ivi.

194
portarono la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza a stimare,
nella minuta di un appunto per il Duce dell’11 settembre del ’39,
l’internamento di 1.540 stranieri, l’invio di altri 2.326 al
domicilio coatto, più altri 296 italiani da inviare al confino; un
migliaio di stranieri erano da espellere458.
Anche il Ministero della Guerra, quello della Marina e quello
dell’Aeronautica inviarono le loro segnalazioni, che portarono
all’aggiunta di 458 italiani da destinare in campo di
concentramento e di qualche centinaio di stranieri da aggiungere
all’elenco degli allontanati459. Alcune di queste misure divennero
operative: lo Stato Maggiore della Marina comunicò alla
Divisione di polizia politica della Dgps, con una lettera datata 2
settembre ’39, di essere «venuto nella determinazione di dare
attuazione ai provvedimenti di mobilitazione previsti a carico
dei cittadini (italiani e stranieri) iscritti negli schedari (…) come
agenti accertati o sospetti di spionaggio», limitatamente alle
località di La Spezia, Portoferraio, Piombino, La Maddalena,
Taranto, Brindisi, Venezia, Pola. Si chiedeva quindi alla Dgps di
dare corso, poiché di sua competenza, ai provvedimenti
previsti460. Il 9 settembre, con un messaggio segreto
urgentissimo, la Dgps dava disposizione alle prefetture
competenti di procedere agli allontanamenti. Il provvedimento
venne revocato in novembre, ma soltanto per le persone di
nazionalità italiana, su richiesta dello stesso Stato Maggiore
della Marina461.

458
Cfr. Minuta dell’Appunto n. 443/79351 della Dgps, Agr, dell’11 settembre
1939, ivi.
459
In altri appunti senza data, ma dello stesso periodo, vi sono degli
aggiornamenti delle cifre, ma le minute e le tabelle disponibili non sembrano
indicare che si sia giunti ad una quantificazione univoca e definitiva dei
provvedimenti da adottare. Cfr. ivi, b. 59, fasc. 60.
460
Lettera dell’Ufficio di Stato Maggiore della Regia Marina (Servizio I.S.)
del 2 settembre 1939, ivi.
461
Cfr. Lettera della Dgps, Agr, sez. III ai prefetti interessati; Lettera
dell’Ufficio di Stato Maggiore della Regia Marina (Servizio I.S.) del 3
novembre 1939, ivi. Si vedano anche i messaggi di conferma della revoca da
parte di alcune prefetture e l’accettazione da parte dello Stato Maggiore della
Marina, su proposta della locale prefettura al Ministero dell’Interno, del
rientro a Brindisi di un cittadino albanese coniugato con un’italiana.

195
Tramontata l’ipotesi di un’entrata in guerra dell’Italia, per tutto
il periodo della non belligeranza la documentazione si dirada,
ma risultano le reiterate istruzioni agli ispettori Ovra affinché
fosse assicurata un’attenta vigilanza della situazione interna nel
territorio italiano e un attento controllo sulle attività di
schedatura affidata alle prefetture462. Fin dal gennaio ’40, poi,
venne demandata ai prefetti, in collaborazione con gli ispettori
generali, l’individuazione di edifici da adibire a campo di
concentramento463. Un appunto interno del 10 marzo 1940 (la
redazione della minuta sembra essere del vice capo della polizia
Senise) rassicura sull’attenzione costante della Dgps alla
questione delle persone pericolose in caso di guerra:

La Direzione Generale della Polizia ha pronti gli elenchi delle


persone pericolose che, in relazione al loro grado di pericolosità,
sono suddivisi in cinque categorie.
In caso di mobilitazione, a un cenno della Direzione Generale, sarà
provveduto subito all’arresto delle persone comprese nelle prime
due categorie: e, cioè, quelle dei sovversivi ritenuti capaci di
commettere azioni criminose e quella delle persone capaci di
turbare l’ordine.
Per quanto riguarda le persone, italiane e straniere, agenti accertati
di spionaggio, come da accordi già presi con le Autorità Militari, si
procederà perché siano internate in campi di concentramento,
mentre le persone soltanto sospette di esercitare attività spionistica,
se italiane, saranno sottoposte a strettissima sorveglianza, e, se
straniere, verranno espulse dal Regno.464

Le attività organizzative riprendono fervore nel maggio 1940. Il


20 maggio fu ordinato ai prefetti di riordinare le liste dei sudditi
nemici con le relative misure da adottare nei loro riguardi;
nell’occasione la sezione III (movimento stranieri) della
Divisione Agr precisava ai prefetti che l’internamento in campi
di concentramento «dovrebbe essere limitato ai casi di reale
pericolosità potendo nei casi meno gravi essere sufficiente
462
Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche,
cit., p. 83.
463
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, pp. 7-8.
464
Appunto del 10 marzo 1940, in ACS, MI, Dgps, Massime, b. 59, fasc. 60.

196
l’internamento in comuni interni»; si aggiungeva che negli
elenchi «dovranno essere naturalmente compresi “ebrei
stranieri” che sono riusciti a venire nel Regno» 465. Nella bozza
della circolare, che porta la data del 16 maggio, era contenuto il
seguente paragrafo che poi fu escluso dalla redazione finale: «Si
dispone inoltre che a tutti gli “ebrei stranieri” ed a tutti i sudditi
appartenenti a Stati nemici, in caso di guerra, dovrà essere
vietato in modo assoluto di allontanarsi dalla località di abituale
residenza»466; nella circolare effettivamente inviata ai prefetti
non si faceva cenno alle misure di sicurezza da adottare, poiché
per ora si volevano conoscere i dati relativi agli stranieri,
riservando a comunicazioni successive le disposizioni da
assumere nei loro confronti. Il successivo telegramma del 25
maggio precisava che la qualifica di “stranieri attualmente
appartenenti a Stati nemici” era da riservare soltanto ad inglesi,
francesi e polacchi, ma confermava che andava esaminata la
posizione di «tutti stranieri, qualsiasi nazionalità, residenti at
qualsiasi titolo»467. Una circolare del 25 maggio ’40 indirizzata
ai prefetti dell’Italia centrale e meridionale (Sicilia esclusa) li
invitava ad approntare un elenco di località da utilizzare per
l’internamento “libero” (cioè in domicilio obbligato)468.
La comunicazione più rilevante di tutta questa vicenda è da
ritenersi la lettera che il 26 maggio la Terza Sezione della
Divisione Agr inviò alle altre autorità ministeriali competenti:

Roma, 26 maggio 1940 - Prot.443/64545


Al Ministero Affari Esteri – A.G. IV
Al Ministero della Guerra – C.S.M.S.S.
All’Ufficio Stato Maggiore R. Marina (Servizio I.S.)
Al Ministero dell’Aeronautica – Gabinetto (S.I.A.) - Roma
465
Minuta della lettera del 20 maggio 1940 della Dgps, Agr, sez. III ai prefetti
del Regno, questore di Roma e p.c. al MAE, AGIV, al MG, SIM, al
Ministero della Marina, Uff. SM, Ministero Aeronautica, Gabinetto SIA. Ai
prefetti fu inviato il telegramma n. 443/35615. Ivi.
466
Bozza di lettera della Dgps, Agr, Sez. III ai prefetti del Regno, del 16
maggio 1940. Ivi.
467
Telegramma 443/36837 ai prefetti del Regno. Ivi.
468
Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche,
cit., p. 83.

197
Oggetto: Provvedimenti da adottare a carico di stranieri in caso di
guerra
Com’è noto l’art. 284 della Legge di Guerra prescrive che il
Ministero dell’Interno con suo decreto può disporre l’internamento
dei sudditi nemici atti a portare le armi o che comunque possano
svolgere attività dannosa allo Stato. Poiché atti di spionaggio o
comunque dannosi all’interesse della Patria in armi possono essere
commessi anche e soprattutto da stranieri di nazionalità non nemica
è necessario estendere detta facoltà a tutti gli stranieri di qualsiasi
nazionalità ritenuti pericolosi. Tali internamenti per i quali si stanno
aggiornando d’accordo con i centri C.S. gli elenchi già compilati in
settembre u.s. dovrebbero essere effettuati, a seconda della
pericolosità degli stranieri, in campi di concentramento oppure in
determinati comuni. A parere di questo Ministero, gli ebrei stranieri
residenti in Italia e specialmente quelli che vi sono venuti con
pretesti, inganno, o mezzi illeciti, dovrebbero essere considerati
appartenenti a Stati nemici, criterio che, a quanto risulta, viene
seguito in Germania. Inoltre il termine per la dichiarazione di
soggiorno di cui all’art. 142 del Testo Unico delle Leggi di P.S.
dovrebbe essere abbreviato da tre ad un giorno.
Ciò premesso si prega di far conoscere il proprio avviso su quanto
innanzi facendo le proposte del caso anche in ordine al trattamento
da usare:
1°) agli stranieri da restringere in campi di concentramento,
indicando se questi in seguito dovranno continuare ad essere
organizzati dalla Polizia che li sta approntando oppure dall’Autorità
Militare;
2°) agli stranieri internati in comuni diversi dalle loro residenze
abituali. Per questi ultimi potrebbero essere sufficienti le
prescrizioni di non allontanarsi dalla sede loro assegnata e di
presentarsi una volta al giorno alle Autorità locali di P.S.
Si pregano inoltre i Ministeri militari di compiacersi precisare entro
quali limiti d’età debbano considerarsi validi a portare le armi i
sudditi appartenenti a Stati nemici nonché di fare conoscere da
quali località del Regno si ritenga opportuno allontanare gli
appartenenti a Stati nemici e gli ebrei stranieri, avvertendo che,
come risulta dall’unito prospetto, il numero più rilevante di ebrei
stranieri, venuti in Italia recentemente a scopo di transito e
fermatisi, abusivamente, risiede a Milano, Genova, Trieste, Roma,
Fiume e Torino. Si unisce un appunto da cui risulta il trattamento

198
che viene fatto ai sudditi appartenenti a Stati nemici in Germania e
si prega di dare alla presente richiesta carattere di massima urgenze.
Pel Ministro
(f.to Bocchini).469

Viene da chiedersi cosa c’entrino con la guerra certe espressioni


di Bocchini relative agli ebrei che si sono stabiliti in Italia con
«pretesti, inganno, o mezzi illeciti»: sembra solo rabbia di
poliziotto per l’elusione delle misure di prevenzione approntate
e non una riflessione su una misura urgente e necessaria in vista
della partecipazione italiana alla guerra. Inoltre è davvero strano
che la preoccupazione ed i dettagli della missiva siano
soprattutto per gli “ebrei stranieri”, quasi che l’idea di una
guerra brevissima seguita da imminenti trattative diplomatiche
di pace rendesse non necessario focalizzare l’attenzione sui
nemici veri; confermando con ciò l’impreparazione mentale al
conflitto di pezzi importanti dell’apparato statale, oltre a rivelare
l’intenzione del regime di profittare del conflitto per portare
avanti la propria “politica razziale”. La risposta più sollecita fu
quella dell’Aeronautica, che suggerisce prudenza
nell’internamento degli stranieri neutrali, per i quali si consiglia
il rimpatrio, poiché «l’atteggiamento delle Nazioni neutrali o
non belligeranti durante i conflitti armati è suscettibile di
mutamenti repentini», tenendo anche conto del cospicuo numero
di italiani residenti all’estero; «nessuna obiezione circa i criteri
riguardanti il trattamento degli ebrei stranieri», mentre si
suggerisce l’arco di età fra i 15 e i 65 anni per l’attitudine a
portare le armi, usando quindi «criteri di assoluta severità (…),
tenendo poi conto in sede propria delle condizioni fisiche di
ciascun individuo per determinare eccezioni». Tutti gli
appartenenti a Stati nemici e tutti gli ebrei stranieri andrebbero
allontanati dall’Italia centro-settentrionale e dalle isole,
concentrandoli «in località non litoranee dell’Abruzzo e Molise,

469
ACS, MI, Dgps, Massime, b. 59. La nota allegata riguardante il
“Trattamento agli stranieri in Germania”, riferiva che i nemici uomini, da 16
a 60 anni, sono arrestati e tradotti in campi di concentramento militari,
mentre donne anziani e bambini sono rimpatriati in cambio di tedeschi; i
neutrali devono tenersi lontani da zone militari e di frontiera.

199
della Lucania e della Calabria» 470. Messaggi dello stesso tenore
furono inviati il 3 giugno dallo Stato Maggiore della Marina e il
giorno dopo dal Controspionaggio militare del Ministero della
Guerra471.
Ulteriori istruzioni per l’individuazione, l’arresto e
l’internamento venivano impartite ai prefetti con una circolare
telegrafica del 1° giugno 1940. Lo scopo era di evitare
«verificarsi inconvenienti di sorta e siavi unicità direttive»; in
effetti, si trattava del definitivo ordine di arresto, non appena
dichiarato lo stato di guerra, delle «persone pericolosissime sia
italiane che straniere di qualsiasi razza». Delle persone arrestate
doveva essere data comunicazione al Ministero con le
destinazioni proposte, tenendo anche conto che per il confino
insulare i posti disponibili erano «limitatissimi». Infine,
Bocchini riteneva necessario sottolineare gli accorgimenti
professionali da assumere in queste delicate circostanze; si tratta
di un documento paradigmatico della visione e
dell’orientamento che la polizia dell’era fascista ebbe nei
confronti della propria azione repressiva:

Raccomandasi vivamente che il servizio di cui trattasi proceda con


il massimo ordine et senza destare allarmismi in modo da dare la
sensazione che ogni provvedimento è diretto a colpire casi isolati di
effettiva pericolosità e non è la conseguenza di preoccupazioni
d’ordine generale che non possono sussistere dato il clima fascista
della Nazione.
Pel Ministro
(Bocchini) 472

Ancora l’8 giugno Bocchini tornava sull’argomento per fornire


chiarimenti, precisando che gli stranieri proposti per
l’internamento potevano lasciare il Regno prima dell’inizio dello
stato di guerra, che gli arrestati dovevano essere tradotti in
carcere in attesa che il Ministero avesse comunicato la località di

470
Lettera (segreto) del Ministero dell’Aeronautica, Gabinetto, S.I.A., del 29
maggio 1940. Ivi.
471
Cfr. ivi.
472
Telegramma n. 442/38954 del MI, di cui una copia è presente ivi.
internamento, che «persone (ebrei compresi) invece da internare
in comuni diversi dalle residenze (…) non dovranno essere
fermate», che andava limitato al massimo l’arresto di “stranieri
neutrali”, che gli arresti avrebbero dovuto essere graduali e non
di massa (in base alla pericolosità degli “internandi” e ai posti
disponibili nelle carceri) e si ribadiva infine di agire con
«oculato e vigile rigore, colpendo giusto senza fare inutili
vittime»473. Un’altra circolare del 10 giugno, nel ribadire l’invito
affinché «si proceda senza destare allarmismi e gradualmente
(…) con tatto e diligenza (…) al fine di evitare in modo assoluto
ripercussioni internazionali et ritorsioni contro i nostri
connazionali residenti all’estero», confermava altresì che il
fermo degli stranieri nemici doveva limitarsi a quelli pericolosi
(nella minuta è però cancellato il superlativo assoluto, per cui
questa circolare risulta essere un po’ più severa della
precedente), ma attenuava alcune delle disposizioni già
impartite: per i neutrali occorreva soprassedere ed attendere le
ulteriori istruzioni ministeriali, mentre i religiosi stranieri, anche
se appartenenti a Stati nemici, sarebbero stati arrestati solo in
seguito ad un’autorizzazione del Ministero474. A commento di
questo testo occorre dire che il timore delle “ripercussioni
internazionali” confermava la sostanziale impreparazione e
debolezza del regime di fronte all’avventura bellica: se da un
lato polizia e fascismo si erano sempre mossi nell’ottica di una
rispettabilità diplomatica a cui il regime teneva, questi timori e
preoccupazioni erano adesso più il sintomo di una percezione
inadeguata dell’asprezza senza precedenti della guerra che si
stava dispiegando e quasi di un’adesione in tono minore al
conflitto. Alle 22,30 del 10 giugno veniva inoltrato ai prefetti
l’ordine operativo di precedere agli arresti:

Ministero dell’Interno – Gabinetto - Ufficio del Telegrafo e della


Cifra
10/6/1940 ore 22,30 Ri – Urgente
473
Telegramma del MI ai prefetti del Regno, al questore di Roma e p.c. alla
sezione I e sezione III della Agr. Ivi.
474
Telegramma del MI, Agr, sez. III ai prefetti del Regno, al questore di
Roma e p.c. alla Sezione I e sezione II della Agr. Ivi.
Ai Prefetti e Questori Regno et p.c. Sez I e III Agr
Riferimento precorsa corrispondenza e per ultimo circolare 10
corrente n. 43778/443 raccomandasi disporre perché entro prime
ore pomeriggio domani undici corrente e così pei giorni successivi
fino ad espletato servizio siano comunicati Ministero telegrafo in
chiaro dati numerici italiani et stranieri arrestati specificando quanti
di detti arrestati sia ebrei. Se negativo Questure et Prefetture
dovranno astenersi dal fare dette segnalazioni. Ripetesi che
segnalazioni dovranno pervenire Ministero entro prime ore
pomeriggio a datare da domani undici corrente e così pei giorni
seguenti fino ad espletato servizio.
Pel Ministro Bocchini475

Con dispaccio telegrafico del 12 giugno Bocchini avocava a sé


la decisione finale sull’allontanamento di stranieri, anche se a
proporlo fossero stati i centri di controspionaggio militare 476. Il
13 giugno Bocchini si preoccupa di raccomandare di «affrettare
operazioni relative fermi elementi italiani e stranieri pericolosi
proposti per internamento campi concentramento in modo che
servizio possa essere ultimato brevissimo tempo»;
evidentemente alcune prefetture avevano preso alla lettera gli
inviti alla gradualità contenuti nei precedenti dispacci. Inoltre
egli dà disposizione affinché negli elenchi dei fermati si
distinguano gli ebrei dagli italiani e dagli stranieri 477. Si tenga
conto che l’ordine di arresto generalizzato degli “ebrei stranieri”
verrà dato due giorni dopo e quelli fermati fino a quel momento
lo erano in ragione esclusiva della loro “pericolosità” per motivi
militari; ma il capo della polizia vuole comunque tenerli distinti
in vista di prevedibili decisioni sul loro conto, vista la nota del
26 maggio 1940 che il sottosegretario agli Interni, Buffarini
Guidi, inviò a Bocchini manifestandogli la volontà di Mussolini
di istituire campi di concentramento per ebrei in caso di
guerra478.

475
Telegramma n. 442/44128. Ivi.
476
Cfr. Telegramma del MI, Dgps, Agr, sez. III ai prefetti del Regno,
questore di Roma e, per con., alle sezioni I e II Agr. Ivi.
477
Telegramma del MI a prefetti e questori del Regno e p.c. alla I e III sez.
Agr, ivi.
Il motivo principale dell’attesa sulla sorte degli “ebrei stranieri”
va individuato nella mancata risposta del Ministero degli Affari
Esteri alla lettera del Ministero dell’Interno del 26 maggio in
merito all’atteggiamento da tenere verso gli stranieri e gli ebrei,
a cui avevano, molto più sollecitamente, già dato risposta i
Ministeri militari. Il 10 giugno il ministero degli Affari esteri
aveva preannunciato il suo parere in una missiva a Bocchini che
però riguardava la richiesta di non allontanare verso la Germania
una famiglia di ebrei austriaci, dando quindi un chiaro
orientamento “garantista” a quello che sarà il proprio
assecondamento della politica d’internamento degli ebrei
stranieri perseguita da Mussolini e Bocchini479. Soprattutto, il
Ministero degli Esteri si dichiarava, così, contrario a una politica
di rimpatrio degli ebrei tedeschi, preferendo applicare ad essi la
misura dell’internamento generalizzato, come proposto dal
telespresso del Ministero dell’Interno del 26 maggio.
Finalmente, il 15 giugno, il Ministero degli Esteri inviava il suo
telespresso riservato di risposta. Il documento risulta
protocollato il 17 giugno, ma è da ritenersi che Bocchini ne
abbia preso visione il 15 stesso, tanto che nella stessa giornata fu
emanato l’ordine d’internamento degli “ebrei stranieri”.

Ministero degli Affari Esteri – Dir. Gen. “A.G.” Uff. IV


Telespresso n. 34/R 08383/2309 – Riservato
Indirizzato a R. Ministero dell’Interno – Dgps – Agr
Roma addì 15 giugno 1940 XVIII
Oggetto: Trattamento degli stranieri in caso di guerra
In riferimento al telespresso del 26 maggio n. 1/64545-443 sez. III
si ha il pregio di comunicare quanto segue: l’Art. 284 delle leggi di
guerra che dà la facoltà al Ministero dell’Interno di disporre
l’internamento dei sudditi nemici, è da interpretarsi in connessione
con l’art. 3 della stessa legge che allarga notevolmente il concetto
di suddito nemico. Infatti si comprendono nella categoria (…)
anche le persone con doppia cittadinanza (escluse però quelle che
hanno la cittadinanza italiana) (…) e gli apolidi che abbiano o
478
Riportata in G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti
archivistiche, cit., p. 89.
479
Cfr. G. Perri, Un nuovo documento sul ruolo della Nunziatura apostolica,
cit.
abbiano avuto in qualsiasi momento la nazionalità nemica. Per
quanto riguarda gli stranieri appartenenti a Stati neutrali, non
sembra possibile adottare, con disposizione di carattere generale,
provvedimenti che, non essendo conformi ai principi del diritto
internazionale, si ripercuoterebbero a danno dei nostri connazionali
residenti in detti Paesi (…). Le predette considerazioni non tendono
peraltro a sottrarre gli stranieri neutrali da qualsiasi misura
precauzionale, quando di volta in volta se ne presentasse la
necessità. (…) L’espulsione è una facoltà dello Stato di residenza.
Riconosciuta dal diritto comune e quindi non può dar luogo a
discussioni con gli Stati neutrali. (…) Qualora, peraltro, la misura
dell’espulsione per speciali circostanze, non fosse applicabile nei
riguardi di singole persone, codesto Ministero di concerto con
quello degli Affari Esteri, potrebbero adottare caso per caso
opportune misure di sicurezza, [cioè] (…) fare obbligo a detti
stranieri di soggiornare in determinate località. Stranieri
appartenenti a Stati occupati (…) [da] un belligerante: (…) speciali
misure di vigilanza qualora essi risultassero pericolosi (…). Tale
misura dovrebbe essere a preferenza quella del domicilio
obbligatorio in località determinate. (…)
Ebrei: Per gli ebrei che hanno o abbiano avuto la cittadinanza di
uno Stato belligerante compresi gli ebrei tedeschi o quelli di uno
Stato caduto di fatto in potere della Germania si riterrebbe utile
disporre in via di massima o il loro internamento o il loro
concentramento in appositi campi a seconda che trattasi di individui
sospetti o pericolosi, senza pregiudizio per gli altri dell’obbligo
della residenza obbligatoria in località determinate, salvo
naturalmente le dovute eccezioni. Per quanto si riferisce invece agli
ebrei che abbiano la cittadinanza di Stati neutrali sarebbe utile
procedere di preferenza al loro allontanamento dal regno qualora
ciò sia possibile o al loro internamento o concentramento ove
ricorrano gli estremi e salvo anche in questo caso le dovute
eccezioni.
Questo Ministero ritiene di attirare l’attenzione di codesto Dicastero
sull’ opportunità che le misure di sicurezza siano adottate di
concerto con questo Ministero, trattandosi di provvedimenti che
incidono sulle relazioni con Stati esteri (…).
Pel Ministro
(f.to) Anfuso480

480
ACS, MI, Dgps, Massime, b. 59.
Il Ministero degli Esteri, faceva ampliava l’assoggettamento alle
misure precauzionali di coloro che avessero la doppia
nazionalità e di alcuni apolidi, mentre si mostrava molto
preoccupato del rispetto della legalità internazionale, invitando
il Ministero dell’Interno a cooperare a questo fine anche in
futuro: un orientamento che si rivelerà storicamente assai
positivo, mettendo al riparo l’Italia da alcuni gravi errori. Blande
erano le misure proposte per neutrali o cittadini di Stati occupati.
Per quanto riguarda gli ebrei “stranieri”, il Ministero degli Esteri
non si sottrae alla politica razziale del regime, ma cerca di
conciliarla con le esigenze della rispettabilità internazionale e
quindi fa una proposta che è parzialmente razzista, poiché
propone l’internamento indiscriminato degli ebrei tedeschi od
originari di Paesi nemici, mentre per gli altri propone
l’allontanamento oppure, solo se pericolosi, l’internamento.
Nel contesto dei decreti razziali emanati nell’autunno del ‘38, il
rdl n. 1381 del 7 settembre 1938 faceva divieto, come si è detto,
agli “ebrei stranieri” (che avessero iniziato il loro soggiorno
posteriormente al 1° gennaio 1919) di avere stabile dimora in
Italia e nelle colonie. Va notato che si trattava di un
provvedimento inedito sul piano europeo: neanche la Germania
aveva, fino a quel momento, adottato una misura così generale,
anche perché di difficile attuazione pratica, come si accorsero
ben presto le autorità italiane 481. Il censimento speciale
dell’agosto del ’38, condotto in vista dell’emanazione delle leggi
razziali, aveva determinato in circa 9.800 il numero degli “ebrei
stranieri” residenti in Italia. Molti ebrei italiani, circa 1.400, si
ritrovarono nella condizione di stranieri o apolidi poiché i
decreti razziali del ’38 avevano anche revocato la cittadinanza
italiana agli ebrei che l’avessero ottenuta dopo il 1919. Il totale
di coloro che, all’epoca del censimento, venivano considerati
“ebrei stranieri” presenti sul territorio italiano ammontava
dunque a più di 11.000 persone. Di questi, circa 8.000 non erano
481
Comunque, già ad ottobre del ’38 in Germania fu emanato un decreto di
espulsione degli ebrei polacchi o delle persone considerate tali dai nazisti.
L’espulsione dal Reich tedesco degli ebrei polacchi ebbe peraltro
applicazione immediata, coinvolse circa 17.000 persone (in maggioranza
uomini) e fu esercitata in condizioni di vera e propria deportazione.
più ammessi a risiedere nel Regno per effetto del rdl n. 1381 482.
Ci furono molte partenze, ma per alcune migliaia di persone fu
impossibile lasciare l’Italia. Non volendo creare un grave caso
internazionale, non furono messe in atto le procedure per il loro
immediato allontanamento forzato. Le conseguenze negative di
una brutale espulsione di massa convinsero il Ministero
dell’Interno a concedere una proroga di sei mesi a chi ne avesse
fatto domanda e la cui posizione non fosse stata ritenuta
pericolosa. Passati questi ulteriori sei mesi, Mussolini decise
infine di dare il suo benestare a una sospensiva degli
allontanamenti, avanzata l’8 dicembre del ’39 dall’ambasciatore
americano a Roma al Ministero degli Esteri483.

L’internamento e gli ebrei stranieri

Di «provvedimenti da adottare nei confronti di elementi ebraici»


in relazione alla proclamazione dello stato di guerra si era
parlato per la prima volta in una circolare telegrafica di Bocchini
ai prefetti del 25 settembre 1939, che attribuiva a loro la
«diffusione di notizie false e tendenziose (…) scopo creare
disorientamento tra il popolo»484. È evidente che il clima di
guerra stesse esacerbando l’atteggiamento del regime verso gli
ebrei; cosa confermata da un colloquio del febbraio ’40 tra
Bocchini e Almansi (l’ex vice-capo della polizia, dal novembre
del ’39 presidente delle Comunità ebraiche), in cui il capo della
polizia comunicava la volontà di Mussolini di allontanare tutti
gli ebrei italiani. Non a caso, nel riordino degli elenchi dei
sudditi nemici nei confronti dei quali applicare provvedimenti
restrittivi, ordinato dal Ministero degli Interni il 20 maggio ‘40,
482
Dall’obbligo di abbandonare il territorio italiano e coloniale furono poi
esentati, con l’art. 25 del rdl n. 1728 del 17 novembre 1938, le persone con
coniuge italiano o di età superiore ai 65 anni, cioè poco meno di 3.000
persone.
483
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. I, p. 332.
484
Cfr. M. Toscano, L’internamento degli ebrei italiani 1940-1943: tra
contingenze belliche e politica razziale, in C. Di Sante (a cura di), I campi di
concentramento in Italia, cit., p. 99.
come abbiamo visto si dava mandato per la prima volta ai
prefetti di inserirvi «naturalmente» anche gli “ebrei stranieri”.
Nella comunicazione del 26 maggio ’40 del Ministero
dell’Interno al Ministero degli Esteri e ai Ministeri militari, si
sottolineava la necessità di equiparare gli “ebrei stranieri” di
qualunque nazionalità (specialmente gli immigrati illegali) agli
«appartenenti a Stati nemici», come si stava facendo in
Germania.
Bisogna ritenere che il Ministero dell’Interno dovette attendere
la risposta del Ministero degli Esteri prima di tradurre la propria
volontà di procedere all’internamento degli “ebrei stranieri” in
provvedimento esecutivo, che ebbe inizio non a caso a partire
dal 15 giugno ’40. Michele Sarfatti suggerisce di retrodatare al
16 maggio la decisione di internare gli “ebrei stranieri”, sulla
base della bozza della circolare che fu poi effettivamente
diramata il 20 maggio, poiché tale bozza conteneva il divieto di
allontanamento dal luogo di residenza degli “ebrei stranieri” 485.
Ora, il divieto di allontanamento non è ancora un ordine di
arresto e di successivo internamento e, sebbene tutto ciò sia
rivelatore delle intenzioni del Ministero dell’Interno, occorre
confermare la data del 15 giugno come quella in cui fu
effettivamente ordinato l’internamento degli “ebrei stranieri”,
cioè dopo l’acquisizione del parere del Ministero degli Esteri.
D’altra parte, neanche la proposta che il Ministero dell’Interno
aveva avanzato di equiparare gli “ebrei stranieri” ad appartenenti
a Stati nemici rappresentava, di per sé, una volontà
d’internamento generalizzato, poiché ciò non era previsto per gli
stessi stranieri nemici. Occorre poi considerare che il citato
appunto sulle previsioni numeriche d’internamento timbrato 7
giugno non conteneva riferimenti al numero degli “ebrei
stranieri” da internare486; infine è decisivo il fatto che alla fine
485
Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 172. La giunta
dell’Unione delle Comunità Israelitiche era stata informata già il 30 maggio
di queste intenzioni del governo e della prossima costruzione del campo di
Ferramonti; cfr. ibidem.
486
L’appunto recante il timbro 7 giugno 1940, che la Divisione Agr aveva
approntato sulla questione degli internamenti di stranieri, contiene un testo
che ricalcava i precedenti appunti di marzo e settembre, indicando delle cifre
non fu ordinato l’arresto di tutti gli “ebrei stranieri”, seguendo le
indicazioni del Ministero degli Esteri.
L’arresto degli “ebrei stranieri” iniziò quindi il 15 giugno ’40,
alcuni giorni dopo la prima retata di oppositori italiani e di
stranieri pericolosi, lo stesso giorno in cui la Dgps acquisì il
citato parere del Ministero degli Esteri. La circolare ministeriale
inviata quel giorno ai prefetti era chiara e dura:

Ministero dell’Interno – Direzione Generale della P.S. – Divisione


A.G.R. Sez. 3^
Ufficio Telegrafo e Cifra – 15 giugno 1940-XVIII ore 21,19
Prefetti Regno - Questore di Roma – p.c. Ministero Affari Esteri
A.G. IV - n. 443/45626
Appena vi sarà posto nelle carceri ciò che dovrà ottenersi
sollecitando traduzione straordinaria individui già arrestati ai campi
di concentramento loro assegnati dovrà procedersi rastrellamento
ebrei stranieri appartenenti a Stati che fanno politica razziale. Detti
elementi indesiderabili imbevuti di odio contro i regimi totalitari,
capaci di qualsiasi azione deleteria, per difesa Stato et ordine
pubblico vanno tolti dalla circolazione. Dovranno pertanto essere
arrestati ebrei stranieri tedeschi, ex cecoslovacchi, polacchi, apolidi
della età di diciotto a sessanta anni. Di essi dovrà essere inviato
Ministero elenco con generalità per assegnazione campi di
concentramento. Loro famiglie in attesa approntamento appositi
campi concentramento già in allestimento dovranno essere
provvisoriamente avviate con foglio di via obbligatorio at
Capoluogo di Provincia che mi riservo indicare non appena mi
saranno pervenuti elenchi relativi. Ebrei ungheresi e rumeni
dovranno essere allontanati dal Regno; nei casi in cui ciò non fosse
possibile prego informarne questo Ministero per determinazioni
Pel Ministro
(f.to) Bocchini487

assai vicine a quelle dell’anno prima (1.482 stranieri e 458 italiani da


internare e 3.032 stranieri e 296 italiani da confinare); non si fa cenno agli
ebrei. Si tratta di una prova dell’incertezza sulle decisioni da assumere nei
loro riguardi, anche nell’attesa di una risposta del Ministero degli Esteri al
quesito posto con il messaggio del 26 maggio. In ACS, MI, Dgps, Massime,
b. 59.
487
ACS, MI, Dgps, A16 Ebrei stranieri, b. 8.
Dunque furono applicate le indicazioni del Ministero degli
Esteri: gli ebrei ungheresi, romeni e slovacchi dovevano essere
rimpatriati, mentre gli ebrei tedeschi o assoggettati furono
internati. Solo per gli ebrei apolidi si andò oltre, non facendo
cenno la circolare alla precedente nazionalità degli stessi e
proponendone l’arresto generalizzato. Per donne e bambini si
sarebbe atteso che i campi di concentramento entrassero in
funzione. Qualche settimana più tardi furono esclusi dai
provvedimenti d’internamento gli immigrati in Italia prima del
’19 e i coniugati con italiani488.
Che però Mussolini e Buffarini Guidi nutrissero l’intenzione di
procedere ad arresti generalizzati di ebrei, italiani e stranieri, è
provato dalla citata nota del 26 maggio 1940. La nota non
specifica la nazionalità di coloro che andavano sottoposti al
provvedimento e va interpretata, a nostro parere, come riferita
sia ad italiani che a stranieri. Fu poi Bocchini che si preoccupò
di dare una forma legale e in qualche modo limitata a questa
volontà politica, per quanto riguarda gli “ebrei stranieri”,
coordinandosi con il Ministero degli Esteri per ottenere un
provvedimento di internamento che li riguardasse e che fosse il
più ampio possibile, nel rispetto della legalità internazionale. Il
Ministero degli Esteri, dal canto suo, accettò l’internamento
generalizzato degli ebrei appartenenti a Stati belligeranti, anche
a prescindere dalla loro effettiva pericolosità, accedendo così in
parte alla volontà politica razzista che chiaramente promanava
dalle richieste del Ministero dell’Interno; d’altro canto,
riteniamo che l’allargamento di tale provvedimento agli ebrei
tedeschi fosse anche un modo per impedirne il rimpatrio forzato,
misura contro cui il dicastero degli esteri si era già espresso nel
citato telegramma del 10 giugno. Infine, s’impedì in tal modo
che gli “ebrei stranieri” cittadini di Stati neutrali fossero
arrestati.
Per quanto riguarda gli ebrei italiani, sembra che Bocchini si sia
comportato in modo ancor più restrittivo rispetto alla volontà
politica che gli veniva comunicata; egli emanò due circolari
telegrafiche (27 e 31 maggio ’40) in cui invitava le prefetture a

488
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, p. 9.
inviare «elenchi di ebrei italiani pericolosi da internare»489. È
un’emendazione che ha un suo significato poiché, ancora una
volta, con una certa moderazione e con atteggiamento “tecnico”
Bocchini faceva leva sia sulla ebraicità delle persone da
internare sia sulla loro effettiva pericolosità490, frenando,
implicitamente e in una certa misura, gli impulsi antisemiti
ministeriali e prevenendo gli eventuali eccessi dei propri
sottoposti.
Gli stranieri con passaporto di Stati nemici residenti in Italia
erano più di diecimila, ancora agli inizi del 1941 491; ma gli
arresti si rivolsero principalmente verso gli ebrei (soprattutto
stranieri o apolidi, ma anche italiani) e verso gli oppositori
politici italiani. Infatti, nell’ottobre 1940 gli internati erano
5.624, di cui 2.412 “ebrei stranieri”, 331 ebrei italiani, 1.042
italiani non ebrei e solo 1.839 stranieri non ebrei492 (fra questi,
pochi inglesi e francesi493). Più della metà degli arrestati fu
confinato nelle località d’internamento “libero” e costrette a
risiedervi senza potersi allontanare e dovendo recarsi
giornalmente presso la locale stazione dei carabinieri. Si può
stimare a mio parere, sulla base del numero dei fascicoli che
oggi sono posseduti dall’Archivio centrale dello Stato (circa
20.000 incartamenti personali), tenendo conto delle perdite
documentali dovute alle vicende belliche, delle statistiche
annuali sugli internati condotte dal Ministero dell’Interno, dei
proscioglimenti e delle liberazioni, che nell’intero periodo
giugno 1940-settembre 1943 il numero complessivo degli
internati (liberi e nei campi) sia stato, all’incirca, di 40 mila
persone.
L’internamento degli italiani rivestiva, d’altra parte, un carattere
particolare; come si è detto, fra le persone schedate in vista dei
489
Cfr. ivi, p. 84.
490
Cfr. P. Carucci, Confino, soggiorno obbligato, internamento, cit., p. 21; G.
Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche, cit., pp.
84-85.
491
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 66.
492
Cfr. G. Tosatti, Gli internati civili in Italia, cit., p. 46.
493
«Nel maggio 1941 solo 161 inglesi su 4.490 e 99 francesi su 4.732 si
trovavano rinchiusi in un campo». K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, p.
10.
provvedimenti d’internamento c’erano anche degli italiani, il
che non risultava rientrare nella normativa in vigore: né nella
legge di guerra del ’38 né nel relativo decreto del Duce, che
parlavano entrambi soltanto di «sudditi nemici». Invece, come
sappiamo, le prescrizioni per l’internamento contenute nella
circolare del 1° giugno additavano ai prefetti tutte le «persone
pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza».
L’abuso fu “sanato” retroattivamente, almeno nel caso degli
italiani non ebrei, con il r.d.l. 17 settembre 1940, n. 2374, che
equiparava l’internamento al confino di polizia, rendendolo
quindi una misura preventiva di pubblica sicurezza decretabile
anche nei riguardi di sudditi italiani 494. Formalmente, il decreto
legge citato si applicava anche agli ebrei italiani, ma senza
particolari distinzioni nei riguardi degli altri internati. Però la
sproporzione nel numero degli internati ebrei italiani, pari a
circa il 20 per cento di tutti gli internati italiani alla data del
settembre ’40, mostra chiaramente che vi era di mezzo, nel loro
caso, un’evidente finalità di politica razziale, non solo
illegittima e contraria al diritto come i decreti razzisti del ’38,
ma anche illegale (fino al decreto del 17 settembre e oltre).
Circa 270 ebrei italiani furono internati fra il giugno e il
settembre 1940495, in assenza di una base legale e solo per via di
provvedimenti amministrativi, arbitrari e non appellabili;
l’arbitrio è testimoniato dalla variabilità degli atteggiamenti dei
prefetti, che seguirono nei confronti degli ebrei italiani metodi e
decisioni assai diverse, alcuni più severi (Livorno, Genova,
Roma) altri più tolleranti496. A ciò si aggiungevano le
componenti antisemite ampiamente presenti nelle motivazioni
addotte dai prefetti per la proposta d’internamento, mentre
appaiono quasi sempre generiche e carenti le motivazioni

494
R.d.l. 17 settembre 1940 n. 2374 pubblicato nella GU n. 240 del 12
ottobre 1940, recante “Modificazioni ed aggiunte al testo unico delle leggi di
pubblica sicurezza per il periodo dell’attuale stato di guerra”. Cfr. anche G.
Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche, cit., p. 85.
495
Cfr. M. Toscano, L’internamento degli ebrei italiani 1940-1943, cit., p.
109.
496
Cfr. ivi, pp. 102-103 e 107-108.
politiche o relative alla effettiva pericolosità delle persone497. Il
che conferisce, secondo Mario Toscano «un esteso carattere di
profilassi sociale con forti venature antisemite alla politica di
internamento degli ebrei italiani»498. L’internamento va dunque
inquadrato, in questo senso, non solo e non tanto come una
misura contingente legata agli eventi bellici, per quanto
egualmente discutibile sotto questo profilo. Esso rappresentò
anche un pezzo della politica antiebraica, razziale e di
repressione degli oppositori. Questa valutazione è pienamente
confermata dal trattamento riservato agli “ebrei stranieri”, che
rappresenta anzi l’elemento maggiormente rivelatore
dell’illegittimità dell’internamento italiano e della sua natura
politica e razziale. Per loro è in funzione, implicitamente ma
chiaramente, l’attributo di nemici “oggettivi”, ostili per natura ai
regimi totalitari.
Gli “ebrei stranieri” furono la categoria d’internati
maggiormente colpita, sul piano numerico e percentuale, dai
provvedimenti ministeriali. Già nell’ottobre del ’40, su 3877
“ebrei stranieri” presenti in Italia e censiti dal Ministero
dell’Interno, ben 2419 erano stati internati (1789 nei campi e
623 nei comuni). Le circa 1.400 persone rimaste nel proprio
domicilio erano mogli e figli di internati499, anche se sono stati
accertati casi di uomini che riuscirono ad evitare
l’internamento500. Anche per Klaus Voigt il linguaggio della
circolare del 15 giugno ’40 in cui si disponeva l’arresto degli
“ebrei stranieri” «riconosceva in modo esplicito che
l’internamento degli “ebrei stranieri” era parte integrante della
politica razziale»501. Tanto più che il Ministero dell’Interno
comunicò alla Croce Rossa Italiana, in data 18 agosto 1940, che
l’internamento degli “ebrei stranieri” non dipendeva

497
Cfr. ivi, p. 108.
498
Ibidem.
499
Cfr. una nota dell’agenzia ebraica di soccorso (Delasem) avente per
oggetto “Numero degli ebrei stranieri non internati al 30 novembre 1940”. In
ACS, PS, A4 bis, b. 8.
500
Cfr. G. Perri, Il caso Lichtner, cit.
501
K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, p. 9.
direttamente dallo stato di guerra e sarebbe comunque
avvenuto502.

Gli arresti e la detenzione

Due circolari, dell’8 e del 25 giugno, dettarono le regole di vita


nei campi; esse confluirono poi nel decreto del Duce del 4
settembre 1940. Il testo della circolare del 25 giugno, inviata ai
5 Ispettori generali di polizia (incaricati del controllo sui campi
di concentramento), ai prefetti e al questore di Roma è il
seguente:

Oggetto: Prescrizioni per i campi di concentramento e per le


località d’internamento.
1) non è consentito agli internati di tenere presso di loro passaporti
o documenti equipollenti e documenti militari; 2) gli internati non
debbono possedere denaro a meno che non si tratti di piccole
somme non eccedenti in nessun caso le cento lire; le eccedenze
dovranno essere depositate presso banche o uffici postali su libretti
nominativi che saranno conservati dal direttore del campo di
concentramento o in mancanza dal Podestà. Qualora gli internati
abbiano necessità di effettuare prelevamenti, dovranno chiedere di
volta in volta l’autorizzazione al direttore del campo di
concentramento o in mancanza al Podestà, il quale, se ritiene
giustificata la richiesta, provvederà a far eseguire l’operazione
tenendo presente che la somma da prelevare non deve mai superare
quella consentita. Prelevamenti di somme superiori dovranno essere
autorizzati dal Ministero; 3) gli internati non possono tenere gioielli
di valore rilevante ne titoli; tanto i gioielli che i titoli dovranno
essere depositati, a spese dell’interessato, in cassette di sicurezza
presso la banca più vicina dove l’internato sarà fatto accompagnare
per tale operazione. La chiave della cassetta sarà tenuta
dall’interessato, mentre il libretto di riconoscimento sarà conservato
dal direttore del campo di concentramento ed in mancanza dal
podestà; 4) gli internati non possono detenere armi o strumenti atti
ad offendere; 5) gli internati non debbono occuparsi di politica; 6)
agli internati può essere consentita in linea di massima soltanto la

502
Cfr. ivi, p. 10.
lettura di giornali italiani; per la lettura di giornali o libri in lingua
straniera deve essere chiesta l’autorizzazione al Ministero; 7) in un
primo tempo dovrà essere corrisposto a tutti gli internati, senza
distinzione di sorta, il sussidio giornaliero di £. 6,50, aumentato per
gli internati nei comuni della somma di £. 50 mensili;
successivamente le Questure interessate dovranno chiedere alle
Questure nelle cui giurisdizioni dimorava l’internato se questi sia in
grado di mantenersi con mezzi propri provvedendo, in caso
affermativo, a sospendere la corresponsione del sussidio; 8) ai fini
di una maggiore vigilanza le Questure nelle cui giurisdizioni
dimorava l’internato provvederanno a fornire alle Questure
interessate i precedenti delle persone internate sospette di
spionaggio o ritenute comunque pericolose; 9) la corrispondenza ed
i pacchi di qualsiasi genere, sia in arrivo che in partenza, debbono
essere sempre revisionati o controllati, prima della consegna o della
spedizione, dal Direttore del campo di concentramento o in
mancanza dal Podestà o da un loro incaricato; 10) gli internati non
possono tenere apparecchi radio; 11) le visite dei familiari agli
internati sia nei campi di concentramento che nei comuni di
internamento debbono essere autorizzate dal Ministero; 12) la
convivenza dei familiari con gli internati nei campi di
concentramento non è consentita; 13) la convivenza dei familiari
con gli internati nei comuni d’internamento deve essere autorizzata
dal Ministero; le relative pratiche debbono essere trasmesse al
Ministero dalle Questure interessate debitamente istruite. 503

Gli arresti furono eseguiti dalle questure secondo i criteri di


discrezione prescritti da Bocchini. Sappiamo che la circolare
ministeriale del 1° giugno 1940, con la quale si davano ai
prefetti opportune istruzioni per l’arresto delle persone da
sottoporre a internamento, chiedeva di procedere «con il
massimo ordine e senza destare allarmismi». Per cui,
solitamente con modi gentili e nascondendo l’arresto sotto le
forme di un colloquio di routine in questura, i fermi degli esuli
ebrei avvennero alla spicciolata e senza destare allarme, non
solo nella popolazione, ma neanche nei diretti interessati504; si ha
però notizia di un caso di suicidio a Fiume, nel corso

503
ACS, Dgps, Massime, b. 102
504
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 12-13.
dell’arresto505. Sulle vicende relative agli arresti e al primo anno
dell’internamento possediamo un documento eccezionale, vale a
dire il diario di Maria Eisenstein, attendibile sul piano
documentale e dall’indubbio valore letterario. Maria Eisenstein,
nata Moldauer, proveniva da una famiglia austriaco-polacca;
avvalendosi delle esenzioni per gli studenti, non aveva lasciato
l’Italia entro il marzo del ’39 poiché stava concludendo la
stesura della sua tesi di laurea. Era infatti iscritta all’Università
di Firenze, dove conseguirà la laurea in Lettere nel novembre
del ’39506. Scrive la Eisenstein, sui momenti del suo arresto:

Avevo sempre pensato – cinema, libri, gialli – che ogni arresto che
si rispetti debba essere accompagnato dalle pesanti parole: “In
nome della legge” e da un mandato di cattura.
La mattina del 17 giugno 1940 (…) alle sette e minuti, un ometto in
borghese, mal vestito, si presentò a casa mia e ottenne con bel
garbo dalla mia riluttante padrona che mi svegliasse a un’ora per
me così insolita. La padrona, saputo che era della questura, gli offrì
una tazzina di caffè e lo trattenne in amabile conversazione finché
non fui in vestaglia. “Il questore vuol parlarvi…” mi disse l’ometto.
(…)
L’ometto mi accompagnò – non volle che prendessi una carrozza:
“È vicino” disse, “prendiamo un po’ d’aria”. Giungemmo ad un
edificio basso e tetro nei pressi della questura. 507

Gli arrestati vennero condotti nei penitenziari e lì incarcerati,


spesso con i detenuti comuni. Quasi tutti gli internati hanno un
ricordo umiliante e disperato di questi momenti, anche perché
nessuno conosceva le reali intenzioni della polizia. Fra i ricordi
di Maria Eisenstein, alcuni deprimenti, altri umoristici (come
quando il direttore del carcere s’indignò con lei perché aveva
osato parlare scherzosamente in una lettera di un “certo”
Manzoni), vale la pena di riferirne uno che può dare l’idea
dell’atmosfera dai tratti angoscianti in cui si trovarono
precipitati gli arrestati:
505
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 65.
506
Cfr. C. S. Capogreco, Postfazione a M. Eisenstein, L’internata numero 6,
Tranchida, Milano 1994 (ed. or. 1944), pp. 138-139.
507
M. Eisenstein, L’internata numero 6, cit., p. 72.
Uscendo, incontrai tutte le mie compagne che credevo alla
passeggiata nel cortile. Io non ci andavo mai, perché questa era
l’unica ora in cui stavo sola in cella. Chiesi alla guardiana che mi
scortava, perché tutte fossero andate all’ambulatorio, se stavano
tutte male. “Vanno per la puntura” rispose indifferente. “Che
puntura?” “Beh… per la malattia, no. Per la sifilide”.
Gran Dio, avevano la sifilide! Come mai non ci avevo pensato
prima? Certo che col loro mestiere dovevano averla. E gli
asciugamani, il vestito, la cipria che m’avevano prestato, le scodelle
e posate in comune? (…) Mi venne una gran disperazione: piansi
fino a che le ragazze non tornarono in cella. Poi, però, dimenticai la
faccenda e la mia paura, in quei giorni non ero capace di
concentrarmi. Era una fortuna.508

La detenzione durò, in media, un paio di settimane o poco più 509.


Ma vi furono casi in cui la permanenza in carcere fu molto più
lunga, per abuso o pigrizia da parte delle autorità di pubblica
sicurezza; ad esempio, Toni Jetter, una giovane dietologa
viennese, arrestata in Piemonte il 25 luglio del ‘40, dovette
patire ben 35 giorni nel carcere di Cuneo prima di essere inviata
in internamento al campo di Lanciano510. Gli arrestati, in
maggioranza uomini, dopo il periodo di detenzione venivano poi
tradotti nelle località d’internamento con le modalità in uso per i
criminali e i confinati, vale a dire ammanettati e legati fra loro
con le catene; vi furono però eccezioni e spesso le scorte
acconsentivano a liberare i prigionieri dalle manette511. Molte
testimonianze parlano di compatimento e sconcerto nei poliziotti
e secondini che si trovarono di fronte delle persone che erano
ristrette senza aver commesso reati e dal comportamento
estraneo a quello dell’ambiente carcerario solito 512. Ma non
508
Ivi, pp. 85-86.
509
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., p. 17.
510
Cfr. G. Orecchioni, I sassi e le ombre. Storie di internamento e di confino
nell’Italia fascista. Lanciano 1940-1943, Edizioni di Storia e Letteratuira,
Roma 2006, pp. 58-59.
511
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 19-20.
512
Emblematica è, ancora una volta, la testimonianza di Maria Eisenstein, che
non manca di una nota umoristica e surreale, quando è lei stessa a suggerire
agli imbarazzati carcerieri, che l’accolgono nella prigione di Catania, quale
mancarono casi in cui gli internati furono costretti a pagarsi le
spese di viaggio verso il campo di destinazione, pur essendo
queste a carico dello Stato. Per esempio, nove internati del
campo di Casoli sottoscrissero una denuncia nella quale
dichiararono di essere stati sottoposti alla richiesta di un
pagamento di 84 lire da parte di poliziotti di Trieste, dove erano
stati arrestati, per evitare di viaggiare ammanettati513.
Fra gli arrestati, pochissimi riuscirono ad ottenere la liberazione;
occorreva per questo l’intercessione di importanti personalità:
senatori, nobili, alte cariche statali o ecclesiastiche514.
L’internamento, per quanto fondato su criteri soprattutto
razzistici, vista la preponderanza di ebrei fra gli internati, e
attuato su basi legali fragili e retroattive, come il decreto del
Duce del settembre ’40, ebbe una sua regolarità e fu modellato
sul trattamento riservato ai prigionieri di guerra. La gestione
dell’intera materia era centralizzata e affidata alla divisione Agr,
diretta dall’ottobre 1938 da Epifanio Pennetta (sostituito da
Guido Leto nel ’43), alle cui dirette dipendenze lavorava un
ufficio di coordinamento gestito dal commissario Alfredo
Tagliavia; Settimio Sorani, uno dei principali attivisti della
Delasem di Roma, riferisce che Senise si mostrava più sensibile
di Pennetta nel disbrigo delle pratiche di emigrazione 515. A capo
dell’ufficio internati stranieri, annesso alla Terza sezione della
Agr, vi era Arturo Lioni, mentre a capo dell’intera sezione vi era
Giovanni Padellaro516. L’ufficio internati italiani era diretto da
Ugo Magistrelli, poi sostituito da Ulderico Ercoli517. Ogni campo
doveva istituire uno schedario degli internati, i quali non

sia la procedura da seguire. Cfr. M. Eisenstein, L’internata numero 6, cit., pp.


72-73. Si veda anche la testimonianza del viennese Hermann Strauss,
arrestato a Roma, citata in Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., p.
13..
513
Cfr. G. Orecchioni, I sassi e le ombre, cit. pp. 241-242.
514
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., p. 134.
515
Cfr. S. Sorani, L’assistenza ai profughi ebrei in Italia, cit., p. 68.
516
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., p. 101. Col trasferimento
della Dgps a Valdagno, in provincia di Vicenza, nel novembre del ’43, sotto
la RSI, Padellaro e Tagliavia si trasferirono anch’essi, mentre Lioni rimase a
Roma e fu sostituito. Cfr. ivi, p. 413.
517
Cfr. G. Tosatti, Gli internati civili in Italia, cit., p. 38.
potevano allontanarsi dal perimetro del campo, se non sulla base
di un’autorizzazione del direttore, nominato dal Ministero e alle
sue dirette dipendenze. Ci si poteva allontanare dalle località
d’internamento solo su autorizzazione del Ministero. Occorreva
procedere a tre appelli giornalieri e per gli indisciplinati era
previsto il trasferimento nelle colonie poste nelle isole. Come
riportato nel citato decreto del duce, agli internati bisognosi
veniva corrisposta una diaria di 6,50 lire giornaliere, quasi
interamente assorbita dalle spese per il vitto (si tenga conto che
il minimo vitale, comprensivo delle spese di alloggio, si
aggirava sulle 300 lire mensili). Medicinali e cure sanitarie
erano a carico del Ministero518. Il provvedimento
dell’internamento era di esclusiva competenza del Ministero
dell’Interno su proposta delle prefetture; era assicurato uno
stretto collegamento col Sim (Servizio informazioni militari,
diretto dal colonnello Cesare Amè), mentre decisioni relative
all’internamento furono prese anche su sollecitazioni
provenienti dalle prefetture, dall’Ovra territoriale, dagli
Ispettorati di P.S., dalla Divisione polizia politica, dalle
ambasciate e dai consolati italiani in Germania, dalla
Commissione Emigrazione e Lavoro, dai Ministeri e dalla
Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza) 519.
L’archivio della sezione Internati italiani è oggi conservato
nell’Archivio Centrale dello Stato, in parte nella Categoria II
Guerra mondiale (A5G, fascicolo 32), in parte nella serie
Massime (cioè disposizioni della Dgps), fascicoli 16 e 18 della
categoria mobilitazione civile (M4)520. L’archivio della sezione
Internati stranieri si trova nella categoria A4-bis della Dgps,
Agr; in esso sono contenuti circa 12.000 fascicoli personali,
soprattutto di stranieri, ma anche di alcuni italiani accusati di
spionaggio521. I fascicoli delle persone internate dopo

518
Cfr. Decreto del Duce del fascismo, capo del governo del 4 settembre
1940, pubblicato nel n. 239 della GU dell’11 ottobre 1940.
519
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 62.
520
Cfr. ibidem.
521
Cfr. ivi, p. 67.
l’armistizio (quasi tutti ebrei) sono conservati nella categoria
A5G-32522.
Anche in relazione al parere espresso dal Ministero degli Esteri,
favorevole all’allontanamento degli ebrei cittadini di paesi
neutrali, furono decretati, nei mesi successivi all’entrata di
guerra, poco più di mille allontanamenti, che coinvolgevano
soprattutto ebrei ungheresi e romeni, ma anche ebrei provenienti
dal Reich tedesco. Le solite difficoltà di messa in pratica del
provvedimento portò all’internamento di molte delle persone
che ne erano destinatari523. Ad esempio, alla già citata Toni
Jetter, viennese, venne notificato il 2 settembre ’40 un foglio di
via obbligatorio per l’uscita dal Regno, poi revocato e tramutato
in internamento a Lanciano524.
Gli esuli ebrei internati finirono in quasi tutti i luoghi (circa
sessanta) che svolsero le funzioni di campo di concentramento.
Il più grande campo per ebrei fu quello di Ferramonti di Tarsia,
in provincia di Cosenza; gli altri principali campi per “ebrei
stranieri” furono quelli di Campagna, in provincia di Salerno,
Civitella del Tronto e Isola del Gran Sasso, in provincia di
Teramo525. Gli esuli inviati all’internamento “libero”, vale a dire
al confino, finirono in quei comuni inseriti negli elenchi che
ogni prefettura aveva stilato su invito delle circolari ministeriali,
costretti a risiedervi senza potersi allontanare e dovendo recarsi
giornalmente presso la locale stazione dei carabinieri. La
maggior parte di coloro che furono ristretti nei campi erano
“ebrei stranieri”, italiani “allogeni” e, a partire dalla primavera
del ’41, civili jugoslavi. Non si tratta di un dato casuale; come
afferma uno studioso dell’occupazione italiana durante il
secondo conflitto mondiale come Davide Rodogno, «la
soluzione della “questione slava”, della “questione dell’Alto
Adige” e la legislazione antisemita furono aspetti di una
522
Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche,
cit., p. 87.
523
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 18-19.
524
Cfr. G. Orecchioni, I sassi e le ombre, cit. pp. 61-62.
525
Cfr. C. S. Capogreco, L’entrata in guerra dell’Italia e l’internamento
degli ebrei stranieri: il campo di Ferramonti, in C. Di Sante (a cura di), I
campi di concentramento in Italia, cit., p. 87.
medesima politica razzista che non tardò a manifestarsi nei
territori annessi tra il 1940 e il 1943»526.
Gli sviluppi della guerra portarono l’Italia ad occupare zone del
territorio jugoslavo e francese, con un conseguente aumento
delle persone classificate come “ebrei stranieri”, fino a
raggiungere un massimo di circa 10.000 persone nei giorni
dell’armistizio (in cui ci fu un ultimo afflusso di circa 1.500
profughi ebrei in fuga dalla Francia). Per questo, la cifra degli
“ebrei stranieri” internati aumentò costantemente; divennero
5.463 nel novembre del ’42 e 6.386 nella primavera del ’43; ma
si preferì fare ricorso più diffusamente al provvedimento
dell’internamento “libero”, per cui la cifra degli internati nei
campi rimase costantemente intorno alle 2.000 persone527.
Molti internati ottennero col tempo di poter passare dai campi
all’internamento “libero”, come accadde ad esempio a Maria
Eisenstein, già nel dicembre del ’40, quando fu assegnata in
internamento libero a Guardiagrele528. Per quanto riguarda gli
“ebrei stranieri”, il “proscioglimento” era possibile soltanto per
un diverso accertamento della “posizione razziale” o in virtù
della reale possibilità di emigrare, ma le cifre attestano che solo
alcune centinaia di esuli (liberi o internati) hanno potuto lasciare
l’Italia dopo la sua entrata in guerra. Secondo Maria Eisenstein e
le altre internate nel campo di Lanciano, anche la corruzione
avrebbe potuto ottenere il medesimo risultato, seppure in rari
casi:

Con ventimila lire si può ottenere la liberazione. Ce l’hanno detto


oggi e ci credo. (…) A Roma lo sanno tutti. C’è al ministero degli
Interni un certo dottor L., incaricato degli internati e persona molto
influente. Il dottor L. ha molta pietà cristiana verso gli internati
ebrei. Con ventimila lire questa pietà diventa straordinariamente
attiva. In una settimana si è fuori. Cora è uscita così. 529

526
D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 334.
527
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 89-94.
528
Cfr. C. S. Capogreco, Postfazione, a M. Eisenstein, L’internata numero 6,
cit., p. 158.
529
M. Eisenstein, L’internata numero 6, cit., p. 37
Non ci sono prove di questi casi di corruzione, ma non
sorprenderebbe se fossero veri, se si tiene conto di quello che
avveniva nelle pratiche di “arianizzazione” intentate dagli ebrei
italiani, dove arbitrio e corruzione erano diffusi530.
Le condizioni di vita nei campi erano prima di tutto dipendenti
dal relativo garantismo insito nell’equiparazione degli internati
ai prigionieri di guerra, anche se questo non deve far
dimenticare che la maggior parte dei provvedimenti
d’internamento erano illegittimi e illegali. Il decreto del Duce
vietava inoltre l’uso della violenza e i casi di violenza sugli
internati pare siano stati effettivamente pochi e limitati, tranne
un’attitudine meno morbida manifestata dalla milizia che
sorvegliava il campo di Ferramonti531. In generale,
l’alimentazione nei campi era povera, ma ciò non provocò
inedia o morte per fame532. Non erano infrequenti i permessi per
recarsi, scortati dalla polizia, nei luoghi di residenza al fine di
sbrigare pratiche per l’emigrazione, sottoporsi ad operazioni
chirurgiche o sostenere esami universitari533. Solitamente, ciò
che lasciava più a desiderare, per la natura e la vetustà degli
edifici, erano i servizi igienici e le condizioni sanitarie dei
campi. Anche l’assistenza medica diretta era insufficiente, ma le
autorità non respingevano mai le richieste di ricovero
ospedaliero avanzate dai medici provinciali incaricati, con una
circolare del 30 giugno ’40, di visitare gli internati
mensilmente534. Secondo Klaus Voigt, fu grazie al senso di
responsabilità e all’umanità dei medici che la mortalità degli
internati non fu superiore a quella delle popolazioni locali.
Anche se le cattive condizioni sanitarie causarono uno stato di
salute precario, che portò circa la metà degli internati ad
ammalarsi seriamente almeno una volta durante il periodo del
530
Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., pp. 347-
348.
531
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 128-129.
532
Cfr. ivi, p. 142.
533
Cfr. ivi, pp. 131-132.
534
Lettera del 30 giugno 1940 n. 442/15043 del MI, Dgps, Agr, Sezione II ai
Prefetti delle province di ubicazione dei campi, in ACS, Dgps, Massime, b.
133. La stessa circolare dispose l’ispezione settimanale di un funzionario di
P.S. nei campi non gestiti dalla polizia, ma dai sindaci.
loro internamento, con un quinto di loro costretti al ricovero
ospedaliero535. Soprattutto lo stato psichico degli internati era
precario: irritabilità, senso di frustrazione, timori per il futuro,
consapevolezza dell’ingiustizia subita, tremori per il destino dei
parenti rimasti nell’Europa occupata dai nazisti. Ancora una
volta è Maria Eisenstein a restituircene alcuni aspetti:

Poi viene la sera, fa scuro e il numero 6 svanisce con le altre ombre.


E io esco coraggiosa dal mio nascondiglio, coraggiosa perché fa
buio e quando fa buio la maschera mi abbandona. Allora ho il
coraggio d’avere paura. Quanta paura, mio Dio, quanta paura! Mi
stringe la gola, mi paralizza le membra. Mi rannicchio nella mia
branda, mi copro la testa con la coperta e lascio che la paura salga,
e m’avvolga, e cresca e geli in me, mi faccia stupita, ebete. È
l’angoscia di quello che accadrà. Che accadrà di noi ebrei? Di me,
se vince Hitler?
Ci ammazzerà tutti. L’ha promesso. Sterminerà la razza. (…) Lo
spasimo mi irrigidisce: vedo i cadaveri degli ebrei e me tra loro. Io,
cadavere, riconosco tra i cadaveri volti noti, illividiti: i miei nonni
che ho adorato, la mia bella madre, amici e nemici uno a fianco
dell’altro, una fila lunga e interminabile… una fila lunga 17 milioni
di corpi.536

L’internamento “parallelo” e gli “allogeni”

Oltre gli “ebrei stranieri”, un’altra categoria di persone era nel


mirino dei provvedimenti di internamento: i cosiddetti
“allogeni”, vale a dire sudditi italiani di origine straniera, in
particolar modo gli appartenenti alle minoranze slave delle
regioni nord-orientali del Regno. Il termine “allogeno”, già in
uso in epoca liberale, sotto il fascismo era divenuto di uso
amplissimo e stava ad indicare la volontà di negare l’esistenza di
minoranze nazionali, evitando l’uso di termini (dalmati, croati,
tedeschi, ecc.) che indicassero una identità nazionale distinta.
Anche su questa vicenda dell’internamento parallelo pesa
l’ombra del razzismo. La cosiddetta “questione adriatica”,
535
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, pp. 147 e ss.
536
M. Eisenstein, L’internata numero 6, cit., pp. 34-35.
riguardante le aspirazioni del nazionalismo italiano a riassorbire
all’interno del nuovo stato i territori già appartenuti alla
Repubblica veneziana, aveva fatto da innesco ad un sentimento
di ostilità nei confronti degli slavi del sud, tale da trascendere
velocemente in atteggiamento razzista. “Balcanico”, “slavo”,
ecc. fin dall’età liberale divennero sinonimo, in ogni forma di
pubblicistica, da quella giornalistica ai documenti
amministrativi, di arretrato, primitivo, pericoloso, violento,
anarchico, ingovernabile. Il giovane nazionalista triestino
Ruggero Timeus (pseudonimo: Fauro), morto sul Carso e poi
glorificato dal fascismo, espresse già prima della Grande guerra
questo nazionalismo intollerante e razziale, che convinse la
maggioranza degli “irredentisti”: «l’uomo deve curarsi dei diritti
e degli interessi della propria nazione soltanto. L’irredentismo
antico che partiva dal principio dell’indipendenza nazionale per
tutti, poteva essere imbarazzato. Noi no»537. Negli stessi scritti
egli parlava di «bifolchi slavi», «popolo di contadini tardigradi,
politicamente miopi, profondamente clericali», valorizzava
«l’odio che sussulta, che aggredisce, che affama», esaltava una
lotta senza quartiere tra «due razze». Durante il fascismo queste
tendenze furono difese ed alimentate dagli eredi di Timeus, gli
irredentisti giuliani Suvich (che fu sottosegretario agli Esteri),
Tamaro, Salata. Tamaro già nel ’15, in Italiani e slavi,
dichiarava che «il predominio adriatico è un diritto» 538.
Svalutazione e disprezzo degli slavi venivano ripresi da Tamaro
ne La lotta delle razze nell’Europa danubiana, del ’23.
Nell’edizione ridotta della ponderosa Storia di Trieste del 1924,
Tamaro si sbizzarrisce nelle definizioni ingiuriose degli slavi:
«piccola gente della Carsia e della Carniola appena uscita da
un’infanzia sociale», «immigrati mistilingue, meticci accozzati»,
«sloveni, popolo di boscaioli e contadini, senza storia e senza
propria cultura», «invasione, infezione slovena», ecc.539 Su
“Gerarchia”, la rivista ideologica del regime, Giuseppe Cobol
537
R. Timeus, Scritti politici (1911-1915), Lloyd Triestino, Trieste 1929, p.
63.
538
Citato in E. Collotti, Sul razzismo antislavo, in A. Burgio (a cura di), Nel
nome della razza, cit., p. 46.
539
Citato ivi, pp. 53-54.
nel ’27 propugnava di impedire l’esercizio della professione agli
avvocati slavi, di allontanare i maestri dalle scuole ed i preti
dalle parrocchie, pretendendo che ciò fosse «nell’interesse dello
Stato e anche in quelli della popolazione slava stessa; perché
agli slavi non giova essere guidati da questi agitatori di mestiere
che danno ad essi la fisionomia di ribelli e antistatali» 540. E così
avvenne, in quell’aggressivo “fascismo di confine” che si
realizzò nella Venezia Giulia italiana, con attacchi al clero,
cacciata dei contadini slavi dalle loro terre, politiche di
snazionalizzazione, modifiche ai cognomi, tanto da far parlare
gli studiosi odierni di vero e proprio «genocidio culturale» 541.
L’invasione della Jugoslavia nel ’41 portò queste tendenze al
parossismo. Su “Il Regime Fascista” di Farinacci del giugno ’42
si poteva leggere che «il sangue di un nostro fante vale di più
che le carogne immonde di cento banditi»542. Nel dicembre del
’41 il pubblico ministero del Tribunale Speciale così definiva gli
imputati “allogeni” nel processo tenutosi a Trieste: «omuncoli
impastati di odio, di rancore, di livore settario»543.
Fra i circa 20.000 fascicoli personali degli internati posseduti
dall’Archivio centrale dello Stato (a cui vanno aggiunti quelli, in
numero imprecisato, andati perduti) un migliaio riguardano gli
“allogeni”544. Il numero complessivo degli “allogeni” internati
dal Ministero dell’Interno dovrebbe superare le 2.000 persone545.
Una serie di arresti fu operata già nel giugno del ’40 negli
ambienti delle associazioni clandestine slave: molti furono
inviati all’internamento, mentre 60 persone furono sottoposte al
citato processo del Tribunale Speciale, con pesanti condanne
detentive e nove condanne a morte. Nel giugno del ’42
l’Ispettorato di polizia per la Venezia Giulia fu incaricato di
provvedere direttamente all’internamento degli “allogeni”,
540
G. Cobol, Il fascismo e gli allogeni, in "Gerarchia", VII, n. 9, 1927, p. 805.
541
Cfr. A. Andri, G. Mellinato, Scuola e confine. Le istituzioni educative
della Venezia Giulia 1915-1945, Istituto regionale per la storia del
movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1994, p. 133.
542
Citato in E. Collotti, Sul razzismo antislavo, cit., p. 59.
543
Cfr. "Il Piccolo" del 10 dicembre 1941.
544
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 67.
545
Una statistica del Ministero dell’Interno indicava lo stato d’internamento,
nel novembre 1942, di 2165 «ribelli della Venezia Giulia»; cfr. ivi, p. 101.
allargandolo alle famiglie dei disertori. Furono creati dei campi
di raccolta nella zona e fu poi ceduto all’Ispettorato il campo di
prigionia di Cairo Montenotte (in Liguria) che poteva ospitare
più di mille persone; alcuni degli internati furono inviati nei
campi d’internamento (“regolamentari”) del Ministero
dell’Interno, come alcune centinaia di donne e bambini
concentrate nel campo di Fraschette di Alatri (nel Lazio) 546. Più
numerosi (forse 4-5 mila persone) dovrebbero essere invece i
cittadini jugoslavi internati in Italia, nei campi “regolamentari”
del Ministero dell’Interno, dopo l’occupazione del regno
jugoslavo da parte delle potenze dell’Asse. Ad essi vanno
aggiunti i civili jugoslavi internati direttamente dalle Autorità
militari italiane (il cosiddetto internamento “parallelo”) il cui
numero è ancora molto difficile da stimare, ma che dovrebbe
superare le 50-60 mila persone547.
Le condizioni di vita nei campi di concentramento “paralleli”
per civili jugoslavi furono assai peggiori rispetto a quelli
“regolamentari”, con un’alta mortalità; ad esempio, nel campo
di Renicci, in Toscana, fra la fine del ’42 e l’armistizio morirono
159 persone su circa 4.000 internati, alloggiati in tende e
baracche fatiscenti, sottoalimentati e senza un’assistenza
sanitaria decente548.

La fase finale dell’internamento “regolamentare”

Le pulsioni antisemite dell’ala oltranzista del Partito fascista e di


alcuni settori della Dgps condussero, negli ultimi mesi del
regime, alla formulazione di un disegno di legge per
sottomettere gli internati al lavoro coatto, cambiandone in tal
modo lo status giuridico, non più riconducibile a quello dei
prigionieri di guerra. La proposta legislativa, preparata del
ministro delle Corporazioni Cianetti, fu ripresa dal partito
fascista, che in giugno, scagliandosi ancora contro l’ebraismo,
546
Cfr. ivi, pp. 106 e ss.
547
Cfr. ivi. p. 78.
548
Cfr. C. S. Capogreco, Renicci. Un campo di concentramento in riva al
Tevere, Mursia, Milano 2003.
chiese la sollecita adozione del lavoro coatto e l’allontanamento
degli stranieri. Per quanto riguarda il lavoro obbligatorio, al
quale Mussolini era favorevole, si procedette selezionando le
persone da assoggettare e i luoghi per concentrarli, ma i fatti del
25 luglio posero fine al progetto549. La richiesta di rimpatrio
significava la consegna degli ebrei stranieri ai tedeschi per la
deportazione ad est; la grave richiesta era sottoscritta, oltre che
da Scorza (segretario del partito) e Galbiati (capo della Milizia),
da tre ministri550. In parallelo, la divisione Agr della Dgps aveva
redatto un «Appunto per il duce» datato 10 maggio 1943 che
proponeva la consegna ai tedeschi praticamente di tutti coloro di
cui essi avrebbero fatto richiesta per ragioni di «sicurezza
militare»; la formulazione dell’appunto vide la collaborazione
attiva del responsabile dei rapporti con la polizia tedesca,
Alianello; si dovrebbe escludere la responsabilità di Padellaro,
direttore della Sezione III (movimento stranieri), che scrisse il
28 maggio un rapporto per il capo divisione contrario
all’estradizione generalizzata. Secondo Klaus Voigt, anche
Chierici, da alcune settimane capo della polizia, era contrario al
contenuto dell’Appunto sull’estradizione, tanto che vietò di
sottoporlo a al duce551. Mussolini non assecondò la richiesta di
allontanamento degli ebrei stranieri dall’Italia, anche se nel
novembre del ’42 aveva dato il suo assenso ai tedeschi per la
consegna degli ebrei presenti nelle regioni della Croazia
occupate dagli italiani, che non furono poi consegnati grazie alle
manovre dilatorie dei vertici dell’Esercito e del ministero degli
Esteri552. Il 15 luglio del ’43 la Dgps diede parere favorevole ad
un’analoga richiesta tedesca riguardante gli ebrei presenti nella
zona d’occupazione italiana in Francia553. Il 25 luglio interruppe
anche questo tragico progetto.
Proprio il 25 luglio, un enigmatico telegramma del Gabinetto del
ministero dell’Interno alla Dgps «per le determinazioni che
549
Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo, cit., pp. 1707-1708.
550
Cfr. G. Perri, Un nuovo documento sul ruolo della Nunziatura apostolica,
cit.
551
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol II, cit., pp. 382 e ss.
552
Cfr. ivi, pp. 242 e ss.
553
Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo, cit., pp. 1719-1720.
riterrà opportune e delle quali si gradirà avere comunicazione, a
titolo di notizia»554 avanzava la proposta di trasferire a Bolzano i
quasi duemila ebrei presenti nel campo d’internamento di
Ferramonti. Qualcuno, dentro all’apparato poliziesco italiano,
voleva avere degli ostaggi per trattare meglio la resa imminente,
forse le stesse persone che avevano preparato l’Appunto per il
duce del maggio precedente. La polizia era in quel momento
suddivisa in due partiti, da un lato i moderati rappresentati dagli
ex collaboratori di Balbo che Mussolini aveva chiamato da
qualche mese e guidare il ministero, con Albini sottosegretario e
Chierici capo della polizia, dall’altro i filo-tedeschi (che dopo
l’otto settembre si recarono al Nord e aderirono alla Repubblica
sociale) guidati dal capo della Polizia politica Guido Leto. Non
sappiamo chi ci fosse realmente dietro il telegramma del 25
luglio; forse membri di entrambi i gruppi. Anche questa
iniziativa, naturalmente, non ebbe esito.
Il nuovo governo guidato da Badoglio, già il 29 luglio, diede
ordine di liberare gli internati politici italiani, tranne “allogeni”,
comunisti, anarchici, spie e trafficanti555. Comunisti e anarchici
vennero liberati a metà agosto, mentre gli “allogeni” e gli “ebrei
stranieri” rimasero ristretti, a riprova che il pregiudizio
razzistico era ormai penetrato nei gangli dello Stato e nei suoi
vertici; le leggi razziali rimasero infatti pienamente in vigore
fino al gennaio del ’44, quando un primo decreto legge diede
inizio al loro smantellamento556.
Il 10 settembre 1943, il capo della polizia badogliana Senise,
prima che i tedeschi prendessero il controllo di Roma, emise
un’ultima circolare in cui ordinava la liberazione degli internati

554
ACS, Dgps, Massime, b. 124.
555
Dispaccio telegrafico del Capo della Polizia ai questori del Regno e ai
dirigenti delle zone Ovra, pubblicato in G. Antoniani Persichilli, Disposizioni
normative e fonti archivistiche, cit., p. 92.
556
Sulle vicende relative all’abrogazione delle leggi razziali cfr. M. Toscano,
L’abrogazione delle leggi razziali, in M. Sarfatti (a cura di), Il ritorno alla
vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale,
Giuntina, Firenze 1998, pp. 59-76; S. Mazzamuto, Ebraismo e diritto dalla
prima emancipazione all’età repubblicana, cit., pp. 1816ss.
stranieri (come previsto dall’armistizio)557. Non si sa quante
prefetture ricevettero effettivamente la circolare. Klaus Voigt
stima in circa 10.000 gli ebrei stranieri presenti sul territorio
italiano nei giorni dell’armistizio 558; di questi, circa 2.200 si
ritrovarono salvi al di qua della linea del fronte che, assai
rapidamente per il veloce ripiegamento tedesco, si attestò già a
fine settembre ‘43 lungo la linea Gustav. Ma il 1° novembre il
Ministero dell’Interno della Rsi revocava i provvedimenti di
liberazione. Inoltre, a fine novembre, fu emanato dalla Rsi
l’ordine di arresto generalizzato degli ebrei e si provvide ad
allestire gli appositi campi di concentramento. Gli esuli ebrei,
ristretti da ormai tre anni, ebbero le maggiori difficoltà a
scampare ai rastrellamenti e risultano perciò essere il gruppo
percentualmente più colpito dagli arresti e dalle spedizioni verso
i campi di sterminio nazisti. Vale a dire che ci furono circa
3.000 “ebrei stranieri” arrestati su 10.000, rispetto a un totale di
8.500 arrestati fra i circa 45.000 perseguitati presenti in Italia
nella seconda metà del 1943559.

557
Circolare del Capo della polizia ai prefetti del Regno, ACS, Dgps,
Massime, b. 100.
558
Cfr. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, p. 400.
559
Gli “ebrei stranieri” deportati la cui identità sia certa sono 2.444. A loro
devono essere aggiunti quasi tutti i circa 950 dispersi non identificati Cfr. L.
Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945),
nuova ed., Milano, Mursia, 2002, p. 28.
4
MEMORIA IMPERFETTA

Alla fine della guerra, un velo di oblio generale è stato steso per
almeno un quindicennio, in tutto il mondo, sugli orrori del
conflitto e pure sulla specificità della persecuzione a danno degli
ebrei; e questo perfino nella coscienza del popolo ebraico. Per
quanto riguarda il caso specifico dell’Italia, a questa iniziale
messa tra parentesi del ricordo si è andata ad aggiungere una
deformata percezione dei profughi ebrei che vissero in Italia gli
anni terribili della persecuzione e che poi sono sopravvissuti.
Anche se molti di loro lasciarono il paese dopo la guerra, essi
mantennero un ricordo tutto sommato non negativo degli anni
vissuti in Italia560. Anche gli ebrei italiani elaborarono, negli
anni del dopoguerra, una memoria incompleta della
persecuzione fascista e dell’antiebraismo della società italiana,
minimizzando le responsabilità e rimarcando con sincera
generosità soprattutto i fatti positivi e le diffuse prove di
solidarietà che singoli e gruppi avevano posto in essere in quegli
anni561.
Si tratta di un tema che va articolato, nel caso dell’Italia, su
diversi fronti. È, in senso più ampio, la grande ambiguità del
dopoguerra italiano e dell’irrisolta questione della mescolanza
fra regime fascista e Stato. In quegli anni molti invocarono la
560
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, p. 598.
561
Cfr. G. Schwarz, Gli ebrei italiani e la memoria della persecuzione
fascista (1945-1955), in “Passato e Presente”, 1999, n. 47, pp. 109-130.

230
propria innocenza in nome della fedeltà allo Stato e non
percepirono, neanche a posteriori, la natura criminale di
numerosi provvedimenti emanati dal fascismo, nemmeno per ciò
che riguarda le misure discriminatorie e repressive legate alla
politica razziale del regime.

La continuità dello Stato

Occorre dire che il tema della continuità dello Stato, fra


fascismo e Repubblica, è fra i più spinosi ed è gravido di
importanti conseguenze, non solo storiografiche. Si tratta di un
tema opaco, come fa notare Pier Giorgio Zunino, secondo il
quale ogni sforzo conoscitivo rivolto a vicende tanto complesse
e drammatiche deve tener conto della parziale insondabilità di
quegli eventi: «per quante ragioni si ritenga di poter individuare
per spiegare il prevalere, dopo tanto disastro, delle permanenze
sulle discontinuità, il bandolo della matassa, si dovrà poco
gloriosamente riconoscere, sembra alla fine sempre sfuggire di
mano. Nonostante tutto rimangono avvolte nella penombra le
determinanti ultime della complessa fenomenologia sociale che
impresse il suo segno su quelle vicende»562.
Per alcuni versi, si tratta anche di una vicenda contraddittoria, se
si tiene conto della tesi secondo la quale l’8 settembre
rappresentò un evento traumatico nella storia d’Italia, una sorta
di morte della Patria563. Da un lato, quindi, una continuità nella
struttura statale, del tutto evidente in molta parte della
documentazione relativa alla macchina amministrativa; dall’altra
la cesura causata dall’armistizio e dagli eventi successivi.
Probabilmente è necessario articolare i due temi in una
connessione dialettica che riconosca sia il versante
discontinuista sia l’evidente sopravvivenza di importanti pezzi
di legalità fascista. Una duplicità che permetterebbe di fare
562
P. G. Zunino, La Repubblica e il suo passato, Il Mulino, Bologna 2003, p.
738.
563
Cfr. E. Galli Della Loggia, La morte della patria. La crisi dell'idea di
nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari 1996.

231
chiarezza su molti temi, cioè anche sulla questione del mancato
perseguimento dei criminali di guerra italiani e stranieri, sui
rapporti fra l’Italia e le potenze vincitrici,
sull’autorappresentazione di sé e della Resistenza che il nascente
Stato repubblicano produsse.
La questione della continuità dello Stato è complicata
dall’esistenza di forme di continuità fra Stato fascista e Stato
liberale unitario. Da un lato, nel senso di un potenziale
autoritarismo insito nelle strutture dello Stato liberale che il
fascismo avrebbe poi solamente amplificato; l’aver affidato
infatti, nello Stato unitario sabaudo, la costituzione materiale
all’attività legislativa e quindi al solo Parlamento, con un
primato reale della legge ordinaria sullo Statuto, ha
indirettamente prodotto un parallelo primato
dell’amministrazione pubblica sui cittadini, i cui diritti non
erano imprescrittibili ma di fatto sottoposti permanentemente
all’assenso dei pubblici poteri564. Di ciò Mussolini si avvalse per
violare, attraverso la legiferazione ordinaria, la costituzione
materiale, che già era una “prassi costituzionale”, cioè differente
rispetto alla lettera dello Statuto. E lo fece, secondo questa tesi,
in modo non del tutto eversivo, per la natura non contrattuale ma
in qualche modo concessiva dei diritti di libertà. Lombardi ne
conclude, in accordo con l’autorevole opinione di Aquarone, che
fu proprio questa continuità che, mentre permise lo sviluppo
della dittatura fascista, la preservò altresì dal divenire assoluta e
totalitaria, poiché le strutture amministrative furono sempre in
grado di fronteggiare l’assalto del partito fascista e la
sottomissione della legge all’arbitrio dell’ideologia: «sembra
paradossale – e forse lo è – ma è proprio così: la struttura
autoritaria del nostro diritto amministrativo lo preserva dagli
elementi totalitari da cui lo si voleva far assorbire. (…) In realtà,
l’amministrazione tradizionale dello Stato rappresenta quasi una
sorta di frontiera rispetto alle strutture del partito e alle pretese
di egemonia da parte di esso»565.

564
Cfr. G. Lombardi, Premessa alla seconda edizione di A. Aquarone,
L’organizzazione dello Stato totalitario, cit., pp. XV-XVI.
565
Ivi, p. XIX.

232
Tesi suggestive, che colgono dei nuclei importanti di verità, ma
che, più che escludere che il fascismo sia stato un totalitarismo,
illuminano sul carattere specifico del totalitarismo (per quanto
“incompiuto” o “imperfetto”) fascista, che fu di stampo
statalista, nazionalista e burocratico. La comprovata
penetrazione della mentalità razzista nell’amministrazione è la
prova della commistione fra Stato e regime, fra amministrazione
e ideologia totalitaria e confuta la pretesa capacità
dell’amministrazione pubblica di arginare le pretese del partito
fascista; una commistione così profonda che Mussolini
progettava, vinta la guerra, di governare la società e lo Stato
attraverso i direttori generali dei ministeri, concepiti come
strumenti efficaci e affidabili di una politica ideologica e
totalitaria566; una prefigurazione del “governo tecnico” dei nostri
giorni. Di un totalitarismo tutto affatto particolare, di cui la
componente tecnico-burocratica rappresentava la struttura
portante più consistente. Dal canto suo, Claudio Pavone, che ha
elaborato la sintesi migliore del problema della continuità dello
Stato (seppur ormai qualche decennio or sono) esprime un
giudizio netto sulla tesi della doppia continuità stato liberale-
fascismo e fascismo-repubblica; essa rischia, afferma Pavone, di
far perdere la reale natura delle strutture sottoposte ad analisi:
«le istituzioni statali potrebbero infatti, su questa strada, essere
gratificate come di una loro innocenza rispetto al fascismo, che
nasce e crolla mentre esse istituzioni – comprese alcune di
quelle create dal fascismo stesso – restano»567. Senza
sopravvalutare l’autonomia della burocrazia rispetto al regime
fascista, bisognerebbe quindi sondare, al contrario, la capacità
566
Cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, vol. II Lo Stato totalitario 1936-1940,
cit., pp. 50 e ss.; come si sa, De Felice interpreta l’idea del governo attraverso
i burocrati ministeriali come un tentativo di Mussolini di «depoliticizzazione
e tecnicizzazione della macchina dello Stato». Ivi, p. 60. Egli è anche
dell’opinione che il rafforzamento del ruolo della burocrazia, che in effetti
Mussolini nel corso degli anni ’30 favorì, nel mettere in contatto diretto i
tecnici con la società civile, abbia di fatto indebolito il regime e il potere
dello stesso Mussolini; cfr. ivi, pp. 62-63. Si potrebbe obiettare che questi
esiti non erano certamente voluti da Mussolini e che l’intento fosse invece
quello (in parte riuscito) di trasformare la burocrazia in una milizia totalitaria.
567
C. Pavone, La continuità dello Stato, cit., p. 77.

233
del fascismo di violare dall’interno le istituzioni ereditate dallo
stato liberale, per poi lasciarle in tali condizioni - cioè svuotate e
tralignate - come scomoda ma ineludibile eredità per il nuovo
disegno istituzionale repubblicano che andava producendosi nei
mesi finali del conflitto e in quelli successivi.
La storiografia degli ultimi anni ha messo in luce un altro fattore
decisivo per la comprensione di questo delicato snodo storico,
vale a dire come i processi di rielaborazione dell’identità
nazionale messi in campo negli anni del secondo dopoguerra
abbiano contribuito a modificare la percezione dell’immediato
passato e ad occultare alcuni elementi non secondari di quello
stesso passato, rafforzando l’idea di una continuità tutto
sommato indolore fra passato fascista e presente repubblicano.
Se continuità e autoassoluzione furono al centro dell’inconscio
collettivo che ha prodotto i miti fondativi dello Stato
repubblicano, ciò avvenne perché, come ha scritto Luigi
Ganapini, «nel momento della sconfitta, dell’occupazione
tedesca, nessuno avrebbe potuto alzare la voce a rimproverare
agli italiani il loro passato, pena un rifiuto e un ripudio che
sarebbe stato letale per le formazioni politiche dell’antifascismo,
indubbiamente deboli e sconosciute ai più in quella
congiuntura»568. Venne perciò affermata una continuità morale e
giuridica, sulla quale il regime fascista aveva potuto incidere
solo superficialmente, senza intaccare le qualità fondamentali
del popolo italiano, che non fu – secondo questo autoritratto
collettivo postbellico - partecipe delle deviazioni ideologiche,
pratiche e giuridiche del regime. David Bidussa ha individuato
nel mito del “bravo” italiano il nucleo centrale di questa
autorappresentazione nazionale569 e Filippo Focardi ha indicato
nel breve periodo che va dall’8 settembre al trattato di pace il
periodo mitopoietico, che aveva lo scopo congiunturale di
fronteggiare la propaganda del fascismo repubblicano,
mobilitare le forze contro l’occupante tedesco e superare
l’armistizio preparando un nuovo status dell’Italia nei confronti
degli alleati. Al centro del mito c’era «un’immagine tipizzata del
568
L. Ganapini, L’identità nazionale italiana nel secondo dopoguerra, in
“Italia Contemporanea”, n.220-221, settembre-dicembre 2000, p. 391.
569
Cfr. D. Bidussa Il mito del bravo italiano, Il Saggiatore, Milano 1994.

234
soldato italiano come intimamente avverso alla guerra,
recalcitrante al compimento di atti di violenza e di
sopraffazione»570. Corollari di questo nucleo centrale della
mitologia fondativa repubblicana furono: la responsabilità unica
di Mussolini e del fascismo nella scelta di partecipare alla
guerra, il carattere laborioso e umano del colonialismo italiano,
il carattere blando e formale della politica antisemita. La forza
persuasiva e la lunga intangibilità di questo mito sono anche
dovuti al suo associarsi necessario con la natura fondativa e
liberatoria della Resistenza; se alcuni corollari del mito, nota
Focardi, quali la natura pacifica del colonialismo italiano e il
nostro scarso antisemitismo sono stati parzialmente rimessi in
discussione, il nucleo centrale e la complessiva forza attrattiva
del mito restano assai forti571. Con ovvi effetti di occultamento
storico e sociale sulla reale natura dell’esperimento totalitario
fascista.
Sul piano costituzionale, Aldo Pezzana, per quanto anch’egli
incline alla tesi della continuità dello Stato, ha fornito un elenco
importante delle violazioni flagranti dello Statuto compiute dal
fascismo: la libertà di stampa (garantita dall’art. 28); la libertà di
riunione (art. 32); le norme sulla rappresentanza politica (art. 39)
con la creazione nel ’29 di un collegio unico nazionale con lista
bloccata e poi con la sostituzione della Camera dei Deputati con
la Camera dei Fasci e delle Corporazioni; lo scrutinio segreto
nei lavori parlamentari (art. 63), che fu abolito nel ’39; il divieto
di Tribunali straordinari (art. 70), violato dalla istituzione del
Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Infine, la violazione
più grave e più significativa, l’eguaglianza dei cittadini di fronte
alla legge, garantita dall’articolo 24 dello Statuto e violata dalla
introduzione nel ’38 dei decreti antiebraici572. Pezzana fa anche
notare l’estrema gravità data dal fatto che, in questo caso, la
violazione fu perpetrata per decreto e non attraverso il normale
570
F. Focardi, La memoria della guerra e il mito del “bravo italiano”.
Origine e affermazione di un autoritratto collettivo, in “Italia
Contemporanea”, 220-221, settembre-dicembre 2000, p. 393.
571
Cfr. ivi, p. 398.
572
Cfr. A. Pezzana, Il Senato del Regno dal 1922 al 1946. La Camera Alta, il
fascismo ed il postfascismo, Bastogi, Foggia 2006, pp. 23-24.

235
strumento legislativo, come era avvenuto in precedenza per le
altre modificazioni costituzionali573. Enzo Fimiani ha inoltre
sottolineato gli altri strappi costituzionali, quelli perpetrati fra il
’22 e il ’24: la creazione del Gran Consiglio e della milizia, il
decreto del ’23 sui limiti alla libertà di stampa, soprattutto la
legge Acerbo che attribuiva di fatto una delega costituente alla
maggioranza parlamentare574.
La violazione della riserva di legge sulla libertà personale (art.
26 dello Statuto Albertino), che è in qualche misura al centro di
questo libro, rappresenta infine l’aspetto più concreto e grave
delle politiche incostituzionali del fascismo. Una riserva che
appare violata in almeno tre modi: il primo, che colpì moltissimi
italiani, riguarda le misure limitative della libertà personale
(confino, ammonizione e diffida) previste dal TU di PS, quindi
apparentemente legali, ma prive di riserva di giurisdizione e di
fatto demandate all’arbitrio delle autorità di polizia, anzi spesso
personalmente e discrezionalmente decise da Mussolini. Una
seconda violazione riguarda gli arresti comminati in violazione
dello stesso TU di PS, provate ad esempio nel caso delle
indagini sui Testimoni di Geova della provincia di Pescara.
Infine gli internamenti di guerra, disposti nella maggioranza dei
casi su base razziale e in via amministrativa, prima che un
“Decreto del Duce” giungesse, alcuni mesi dopo l’inizio degli
internamenti, a tentare di darne veste legale.
La somma di queste importanti violazioni dimostra che il
fascismo non si limitò a modificare la “costituzione materiale”,
ma creò un nuovo tipo di Stato con le seguenti, tendenziali,
caratteristiche: assenza di istituzioni rappresentative, assenza
della separazione dei poteri, assorbimento di ogni altra fonte di
legittimità sociale e politica (soprattutto quelle di Corona e
Chiesa)575, introduzione (con le leggi razziali) della personalità
del diritto e quindi lesioni profonde al principio di legalità.
Accanto a queste chiare discontinuità, non mancano, come
573
Cfr. ivi, pp. 58-59.
574
Cfr. E. Fimiani, Fascismo e regime tra meccanismi statutari e
“costituzione materiale” (1922-1943), in M. Palla (a cura di), Lo Stato
fascista, La Nuova Italia, Firenze 2001, p. 92.
575
Cfr. ivi, p. 95.

236
abbiamo visto, forme di continuità (tra Stato liberale e Stato
fascista) nella ideologia nazionale, nella pratica amministrativa
pubblica, nella legislazione, nella stessa statualità.

Il servizio allo Stato e il razzismo

La gravità assoluta della discriminazione razziale, da un punto


di vista giuridico e in riferimento alla natura stessa dello Stato, è
stata ben evidenziata da Ernst-Wolfgang Böckenförde, che
scrive, rifacendosi al caso tedesco: «la cittadinanza non è una
relazione contrattuale che può essere rotta in modo arbitrario. Si
tratta di un legame di appartenenza formale, di una relazione
fondata sul diritto che tocca l'individuo in quanto tale. Essa è
caratterizzata principalmente da un rapporto di protezione e di
obbedienza. Si comprendono in questo modo, da una parte, i
doveri del cittadino verso lo Stato (lealtà, rispetto delle leggi e,
nei momenti difficili, fedeltà), d'altra parte, la responsabilità e il
dovere dello Stato di proteggere ogni cittadino "contro minacce
e violenze condotte da terzi", come prevedeva il diritto generale
prussiano dal 1794. In un tale rapporto di protezione e di fedeltà
è inconcepibile che una delle parti possa rigettare l'altra, salvo,
forse, in caso di crimine grave contro la collettività»576.
Nel periodo postbellico questo dato non fu prioritario e non fu
affermata l’impossibilità di invocare la fedeltà allo Stato italiano
che, con la repressione degli oppositori e la discriminazione
razziale, dissolveva il fondamento della sua essenza. In virtù di
questa continuità, il fascismo lascerà, come frutto avvelenato di
cui la nascente Repubblica sarà costretta a cibarsi, oltre ai relitti
delle antiche istituzioni liberali ormai fascistizzate, oltre alle
nuove istituzioni fasciste, addirittura atti, decisioni e pezzi di
Stato prodotti dal fascismo repubblicano. Secondo Pavone,
infatti, una piena comprensione della continuità amministrativa
deve tenere anche conto del ruolo della Repubblica sociale, che
mantenne in piedi nelle regioni del centro-nord tutte le strutture
preesistenti, chiedendo e ottenendo obbedienza dai cittadini,

576
E.-W. Böckenförde, Les juifs et la trahison allemande, cit., p. 15.

237
esercitando così l’amministrazione in forme apparentemente
legali, tanto che la giurisprudenza successiva considererà
generalmente legittimi i suoi organi e le loro attività577.
Solo in un contesto di questo genere, nell’ambito cioè di una
continuità amministrativa che coinvolga anche le articolazioni
della Repubblica sociale, diventa comprensibile il
comportamento di molti funzionari prefettizi, che rimasero al
loro posto e offrirono collaborazione agli Alleati e al governo
monarchico quando le loro province furono liberate, sia per una
certa attitudine all’opportunismo se non all’avventurismo, sia
perché non percepivano il loro comportamento e la loro
posizione come ostacoli invalicabili al raggiungimento di un
compromesso con i nuovi poteri.
Va perciò considerato che la Repubblica sociale andò a coprire il
vuoto istituzionale causato dall’armistizio e può rappresentare
quell’elemento di connessione che spieghi la coesistenza della
“morte dello Stato” e della sua sostanziale continuità. Scrive
infatti Pavone: «la RSI impedì che gli italiani, dopo lo
sconquasso seguito all’armistizio, vivessero fino in fondo
l’esperienza rinnovatrice dell’assenza di poteri costituiti. (…)
Essa favorì (…) un recupero del senso di sfasciamento dello
Stato seguito (…) alle giornate del settembre 1943» 578. Al centro
del processo di continuità ci fu dunque «la mancanza di fratture
nell’ordinamento giuridico»579 che, con il mantenimento di quasi
tutte le leggi ordinarie del Regno e con il recepimento di molte
misure adottate dalla Repubblica sociale, fece poi da fortissimo
contrappeso all’introduzione della nuova Costituzione e
all’adozione della forma repubblicana.
Se si allarga l’orizzonte ai fattori sociali e strutturali, si avrà
conferma del primato della continuità e, allo stesso tempo, una
sua spiegazione. Le ricerche di Pier Giorgio Zunino mostrano
come le élites economico-sociali non subirono sostanziali
mutazioni nel passaggio al postfascismo580, mantenendo una
577
Cfr. C. Pavone, La continuità dello Stato, cit., pp. 105-110.
578
Ivi, p. 109.
579
Ivi, p. 126.
580
«Ci è infatti toccato di constatare come pochissimo tempo dopo l’avvenuta
disfatta militare e civile attraverso i grandi organi d’informazione le élites,

238
presa conservatrice sulla società anche dopo il crollo del regime:
«l’egemonia ideologica esercitata dal blocco di potere costituito
intorno al fascismo si rivelò infatti, sia nell’ultima fase della
dittatura sia nel passaggio di regime, consistente e oltremodo
viscosa, nonostante tutto. (…) Il modellamento del pensiero
collettivo il cui lavorio di fondo si era esercitato in profondità
nel corpo del paese lungo due decenni (…), aveva suscitato (…)
non superficiali adattamenti allo stato delle cose, dando quasi
luogo (…) ad una stabilizzazione ideologica destinata a durare
ben oltre la fine dello stato totalitario»581.
Da questa generale continuità, derivò una dottrina della
neutralità della pubblica amministrazione che valse, sulla base
della distinzione fra Stato e regime e della differente condizione
di chi dichiarò essersi sentito servitore dello Stato e non del
fascismo582, a mondarla di colpe rispetto al passato e la
mantenne sostanzialmente integra all’interno del nuovo Stato
repubblicano583. Sui riflessi che tale giudizio riveste nell’analisi
della situazione italiana dopo il fascismo, nella valutazione della
continuità dello Stato e sulla percezione della sopravvivenza
ideologica del regime, basti fare riferimento ad alcuni dati: nel
1960 tutti i viceprefetti, questori e vicequestori in attività erano
entrati a far parte dell’amministrazione pubblica in epoca
fascista; lo stesso si dica, alla medesima data, di 62 prefetti su
64. E pochissimi di loro risultavano aver collaborato con la
Resistenza.

quelle stesse che avevano dato un contributo fondamentale alla politica che
aveva condotto all’8 settembre, riuscissero a riprendere in mano il controllo
sociale». Cfr. P. G. Zunino, La Repubblica e il suo passato, cit., p. 735. Sui
rapporti delle élites economiche con, rispettivamente, il fascismo e il
postfascismo cfr. M. Legnani, L’Italia dal fascismo alla repubblica. Sistema
di potere e alleanze sociali, Carocci, Roma 2000.
581
P. G. Zunino, La Repubblica e il suo passato, cit., p. 736.
582
Cfr., ad esempio, C. Pavone, La continuità dello Stato, cit., p. 254, sulle
sentenze della Cassazione (nel 1948) e della Corte d’Appello di Roma (nel
1946) che assolsero, rispettivamente, l’ex sottosegretario agli Esteri Suvich e
il capo dell’Ovra, Leto.
583
Cfr. ivi, p. 267.

239
Le amnesie

I motivi della rimozione o errata percezione del razzismo di


stato in Italia sono assai complessi e solo oggi cominciano ad
affiorare. Possiamo solo provare ad elencarne alcuni, quelli che
per ora sono riemersi dalla parentesi della dimenticanza e della
sottovalutazione. In primo luogo ha giocato un’amnesia
generale, che ha coinvolto tutti coloro che, usciti dalla tragedia
della guerra, hanno dovuto condensare le energie nello sforzo di
ridare un senso alla vita, di ricostruire dalle macerie e riparare le
ferite materiali e morali. Annette Wieviorka, recensendo su Le
Monde la traduzione francese del libro di Novick sulla storia
della coscienza della Shoah nella vita americana584, rilevava che
ovunque nel mondo si è assistito a diverse oscillazioni della
capacità di ricordare: «l'evoluzione descritta da Novick non è
per nulla propria degli Stati Uniti, ma dovunque, in Israele come
in Francia, o ancora in Germania, nonostante le specifiche
condizioni politiche, sociali, culturali e il differente ruolo degli
ebrei, si ritrova lo stesso ritmo evolutivo, dalla mancata
percezione di un destino proprio degli ebrei durante la guerra, al
silenzio del dopoguerra, rotto dal processo Eichmann, allo
sviluppo della coscienza in occasione della guerra dei sei giorni
e del Kippur fino all'onnipresenza di questi ultimi anni»585. Nel
caso dell’Italia, anche quando nei sopravvissuti o negli studiosi
tornava ad affiorare la memoria delle effettive circostanze e la
condanna morale e storica dei crimini che erano stati commessi,
l’ombra comparativa della “soluzione finale” faceva ripiombare
il caso italiano nell’anonimato di una discriminazione non
sistematica e quasi trascurabile. È quello che Michele Sarfatti
con grande acume ha definito il «peso di Auschwitz» nella
trama della memoria comune e delle ricostruzioni scientifiche
del passato: «l’assunzione di Auschwitz a metro di paragone
assoluto ha comportato l’inserimento dell’antiebraismo fascista
in un sistema di confronti (…) finalizzati (…) a “svalutare” la
persecuzione antiebraica praticata dal regno fascista tra il 1938
584
P. Novick, L’Holocauste dans la vie américaine, Gallimard, Paris 2001.
585
A. Wieviorka, Shoah: du silence à la prise de conscience, in “Le Monde
des Livres’’, 9 novembre 2001, p. IX.

240
ed il 1943 a fronte delle ben più gravi responsabilità della
Repubblica sociale italiana, ed a “svalutare” il ruolo avuto da
quest’ultima nell’arresto e nella deportazione di migliaia di ebrei
a fronte delle ben più gravi responsabilità della Germania
nazista»586.
Per gli ebrei sopravvissuti che trovarono rifugio in Italia non si
trattò solo di una deformazione della memoria, ma anche degli
effetti di una comparazione vissuta sulla propria persona e
condizionata dall’esito finale, che fu, per molti di loro, di
salvezza. Come ha scritto Karl Voigt, nel loro caso «la
persecuzione fascista era stata accettata per sfuggire a una più
minacciosa. Nel ricordo le condizioni nell’esilio italiano
apparvero a molti, come ebbe a esprimersi un profugo, “una
piacevole delusione”. Alla fine, a dispetto di tutti i pericoli, delle
rinunce e delle sofferenze, prevalse la gratitudine per aver
trovato in Italia la salvezza»587.
Nel caso degli ebrei italiani, «il canone interpretativo della
persecuzione elaborato dalla maggioranza dell’ebraismo italiano
si fondava sulla convinzione che il popolo e la cultura nazionale
erano assolutamente estranei all’antisemitismo»588. Secondo
Guri Schwarz forse giocò, almeno nei rappresentanti ufficiali,
anche un fattore di opportunità politica, in un periodo in cui
molti profughi diretti in Palestina transitavano per l’Italia ed era
dunque auspicabile che non vi fossero ombre o preconcetti che
incidessero negativamente nelle scelte della nuova classe
dirigente repubblicana589. Ma le motivazioni più profonde furono
di carattere storico-culturale, addensate attorno alla volontà di
non esasperare la memoria della persecuzione per non
sottolineare, a se stessi e agli altri, la propria identità-diversità
rispetto all’intero corpo sociale. La ripresa del processo
d’integrazione, che era stato in Italia assai forte fin dal
586
M. Sarfatti, Il volume “1938. Le leggi contro gli ebrei” e alcune
considerazioni sulla normativa persecutoria, in La legislazione antiebraica
in Italia e in Europa, cit., p. 54.
587
K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, p. 598.
588
G. Schwarz, Gli ebrei italiani e la memoria della persecuzione fascista,
cit., p. 113.
589
Cfr. ivi, p. 122.

241
Risorgimento e connotato da fiducia nei confronti dello Stato e
del popolo italiano, portava inconsciamente a mettere tra
parentesi l’epoca della discriminazione590. E questa tendenza si
coniugava perfettamente con la volontà della comunità
nazionale di offrire un’immagine altrettanto edulcorata del
recente passato razzista. L’ebraismo italiano finì pertanto per
collaborare alla formulazione di un’insoddisfacente e lacunosa
autocoscienza storica degli italiani su quanto era effettivamente
avvenuto sotto il regime fascista e negli anni del conflitto
mondiale591. Più problematica appare l’idea, sostenuta da
Schwarz, che sia stata la valorizzazione della Resistenza intesa
come secondo Risorgimento e il sorgere di un «paradigma
antifascista»592 a determinare la convergenza fra oblio della
coscienza nazionale e ricordo edulcorato della comunità ebraica,
nel senso che «l’interpretazione del fascismo come “anti-
Risorgimento” e la qualifica dell’antisemitismo quale corpo
estraneo (…) si integravano perfettamente poiché
l’emancipazione era stata uno dei frutti caratteristici del
liberalismo risorgimentale»593.
Ma non furono tanto le forze antifasciste, che pure cercarono
accuratamente di evitare che su di esse e sull’Italia repubblicana
ricadessero le colpe e le punizioni da addebitare al regime
fascista, ad essere i maggiori responsabili della rimozione
postbellica di quelle colpe; furono soprattutto i poteri “tecnici”,
monarchici, burocratici, militari e polizieschi, che, nel cercare di
allontanare da sé ogni colpa e di salvaguardare la posizione
dell’Italia nell’agone internazionale, accreditarono l’immagine
di un’Italia esente da condotte criminali, rispettosa dei diritti
umani e del diritto internazionale. Focardi ricorda che
monarchia ed esercito «giocarono la carta antitedesca non solo a
fini patriottici ma anche con calcolo opportunistico per una

590
Cfr. ivi, pp. 128-129.
591
Cfr. ivi, pp. 130 e sgg.
592
Cfr. G. Schwarz, Introduzione a I. Pavan e G. Schwarz (a cura di), Gli
ebrei in Italia, cit., p. 21.
593
G. Schwarz, Gli ebrei italiani e la memoria della persecuzione fascista,
cit., p. 112.

242
comoda riabilitazione delle colpe»594. Questi poteri, anche
quando non si trattava di responsabilità personali o di gruppo,
spesso per mera pulsione corporativa e spinti soprattutto da un
fortissimo desiderio di continuità, lavorarono con discrezione
ma efficacemente per mettere insieme i tasselli della memoria
assolutoria che poi prevalse. Un esempio è la relazione riservata
scritta dal Ministero degli Affari Esteri nel 1946 per i lavori
della conferenza di pace di Parigi, che aveva per titolo
“Relazione sull’opera svolte dal ministero degli Affari esteri per
la tutela delle comunità ebraiche (1938-1943)”595, che
accreditava un comportamento protettivo nei confronti degli
ebrei nei territori balcanici e francesi occupati dall’Italia; si
tratta effettivamente di una vicenda assai complessa sulla quale
però oggi siamo in grado di far luce e che rivela comportamenti
contraddittori e comunque dettati da calcolo politico oltre che da
spirito umanitario. Ed è interessante sottolineare che, come nota
Davide Rodogno, l’argomento della protezione degli ebrei e del
rifiuto di consegnarli ai nazisti non fu utilizzato nel corso delle
trattative che portarono all’armistizio596. Anche se elementi di
genuina preoccupazione umanitaria fecero parte delle scelte
compiute dai vertici politico-militari italiani, che ad esempio in
Croazia non consegnarono ai tedeschi i profughi ebrei rifugiati
nel territorio posto sotto il controllo italiano, contravvenendo ad
un ordine esplicito emanato da Mussolini.
A partire da queste premesse, il sommarsi di altre circostanze,
che hanno a che fare con la politica interna e internazionale del
dopoguerra, ad esempio la formazione di nuovi schieramenti
internazionali che videro l’Italia e la Germania Federale divenire
solide ed importanti alleate degli angloamericani 597, produsse la
particolare conformazione della memoria italiana sul secondo
conflitto mondiale, sul ruolo svolto in esso dall’Italia e sulle
responsabilità italiane nei crimini commessi nel corso del
conflitto; La questione andrebbe allargata, poiché non si trattò
594
F. Focardi, La memoria della guerra e il mito del “bravo italiano”, cit., p.
398.
595
Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p. 402.
596
D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 434.
597
Cfr. C. S. Capogreco, Renicci, cit., p. 6.

243
soltanto di calcolo opportunistico, ma di un vero e proprio
processo impersonale che coinvolgeva l’essenza e la ragion
d’essere di strutture permanenti dello Stato.
Vale a dire che una valutazione d’ordine generale dovrebbe
mostrare come la rimozione e il mancato riconoscimento delle
gravi responsabilità che ricadevano sugli organi dello Stato e
sulla società civile italiana in ordine alla politica razziale e alla
condotta di guerra, pur avendo trovato un terreno favorevole
nelle varie teorie parentetiche del fascismo e nella nuova
retorica della guerra di Liberazione, vanno addebitati soprattutto
alla continuità e alla forza di quei poteri che avevano giocato in
apparenza un ruolo soltanto “tecnico” negli anni del regime:
burocrazia, esercito e polizia politica. Essi avevano incarnato la
componente monarchica e statuale della “diarchia” italiana in
epoca fascista; ma quanto questa diarchia fosse fittizia e, di
fatto, anche l’ala monarchica del regime fosse ampiamente
compromessa con l’ideologia fascista e nazionalista e con la
prassi di governo totalitaria è mostrato, ad esempio, da Emilio
Gentile che, oltre a sottolineare «l’acquiescenza passiva» della
monarchia e dei poteri tradizionali nei riguardi del fascismo,
ricorda che «l’esperimento totalitario fascista fu distrutto dalla
disfatta militare e non dalla resistenza della monarchia e delle
altre istituzioni tradizionali, le quali entrarono in azione solo
quando il Gran Consiglio (…) provocò il crollo del regime»598.
Anche qui, però, il giudizio storico va temperato e bisogna
ricordare che molti fatti fanno propendere verso la constatazione
dell’esistenza di spazi di reale autonomia della monarchia e dei
monarchici nei confronti del fascismo; il Senato del Regno, ad
esempio, conservò un margine d’autonomia e fu una tribuna
nella quale alcune istanze dei fiancheggiatori del fascismo e dei
monarchici poterono trovare espressione599.
In questo quadro ha giocato un ruolo importante anche il
mancato perseguimento, negli anni del dopoguerra, dei criminali
di guerra tedeschi che avevano operato in Italia. Mimmo
Franzinelli ha recentemente scritto esplicitamente, a questo

598
E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., p. 70.
599
Cfr. A. Pezzana, Il Senato del Regno, cit., p. 22.

244
proposito, di una «rimozione di Stato» voluta da politici e
magistrati militari italiani per motivi di opportunità nel contesto
delle tese relazioni internazionali degli anni Cinquanta600; nel
senso che occorreva, in funzione antisovietica, evitare di
indebolire politicamente e militarmente la Repubblica Federale
Tedesca con richieste di estradizione e di condanna di militari
tedeschi a causa, come ebbe a scrivere riservatamente nel 1956
l’allora ministro degli Esteri Martino, della «sfavorevole
impressione che produrrebbe sull’opinione pubblica tedesca e
internazionale» e «allo scopo di vincere la resistenza che
incontra oggi in Germania la ricostruzione di quelle Forze
Armate, di cui la Nato reclama con impazienza
l’allestimento»601. Franzinelli accenna anche alle
«preoccupazioni di carattere politico sull’opportunità di evitare
che (…) militari italiani si trovassero sotto inchiesta per
violazioni analoghe commesse nei Balcani»602. Una ricerca di
Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer mostra come si sia trattato,
effettivamente, anche di una sorta di scambio che ha garantito
l’impunità degli imputati italiani per crimini di guerra, che fu
orchestrato da Ministero degli Esteri, Ministero della Difesa,
Presidenza del Consiglio e Procura generale militare603.
Questi poteri, soprattutto quelli ministeriali, rappresentarono nel
secondo dopoguerra gli unici spezzoni di autorità pubblica
sopravvissuti all’implosione seguita all’8 settembre, alla
cosiddetta “morte dello Stato”. Ancora oggi, essi costituiscono
l’articolazione più intima, anzi la sola, dello Stato italiano e la
sede, in simbiosi con il potere politico, del vero potere di
“ultima parola” - che costituisce il nocciolo della sovranità. Solo
la magistratura è recentemente riuscita a modificare tale assetto,
che ha retto e continua a reggere gli equilibri statali italiani del

600
Cfr. M. Franzinelli, Le stragi nascoste, Mondadori, Milano 2002, pp. 121-
133.
601
Riportato ivi, p. 127.
602
Ivi, p. 122.
603
Cfr. F. Focardi, L. Klinkhammer, La questione dei “criminali di guerra”
italiani e una Commissione di inchiesta dimenticata, in “Contemporanea”, n.
3, 2001, pp. 497-528.

245
secondo dopoguerra, rendendo il proprio ruolo strutturale e non
più soltanto epifenomenico.

Il fattore cattolico

Tutto ciò non deve, però, cancellare o attenuare l’effettiva,


grande differenza nella condotta di guerra tra italiani e tedeschi e
dunque il fatto che le colpe dei tedeschi furono molto più gravi.
E quasi nessuno degli studiosi citati ricorda che, nel bilancio
complessivo di tali diverse responsabilità, un ruolo determinante
è stato certamente svolto dal fondo di cultura cattolica che
caratterizzava la società civile italiana. Se ci si focalizza
sull’azione concreta condotta dalla Chiesa italiana, abbiamo già
visto come la Nunziatura apostolica presso la Real Casa italiana,
fin dal ’40, abbia espresso un orientamento nettamente
favorevole ad un’azione umanitaria nei confronti degli ebrei
stranieri presenti in Italia e il fatto che tale orientamento non
rimase un’enunciazione di principio, ma si tradusse in concrete
azioni di difesa di questi perseguitati, contribuendo al contempo
alla creazione di quello che abbiamo definito un “partito”
trasversale favorevole al prevalere dei principi del diritto
naturale ed umanitario, facendo da premessa significativa
all’azione che si sviluppò negli anni della occupazione tedesca e
che permise a molti ebrei, esuli o italiani, di salvarsi.
Per avere una percezione più diretta dell’Italia cattolica più
profonda, si può citare la posizione assunta da un arcivescovo di
provincia, peraltro visto come conservatore e non ostile al
regime, anzi inviato nella sede arcivescovile di Chieti nel ’31
per sostituire Nicola Monterisi, vescovo di Chieti dal 1920 al
1929, che aveva delle posizioni non lontane da quelle sturziane e
aveva avuto rapporti freddissimi, se non ostili, con i poteri
fascisti locali.

246
Ebbene, nella lettera pastorale della quaresima del 1942, non a
caso stigmatizzata dal prefetto di Pescara604, l’Arcivescovo
Venturi scriveva:

Tutti siamo fratelli; e quel sacro vincolo, che unisce e cementa gli
uomini tutti, rinsaldato dalla stessa natura, non può essere rotto o
allentato giammai da niuna diversità di origine, di sangue, di razza,
di coltura, di fede, ma solo dalla malizia umana e
dall’abbrutimento, a cui l’uomo spesso si abbandona.

Aggiunge Venturi a chiare lettere a pag. 17, parafrasando san


Paolo:

E come Dio nella distribuzione delle sue grazie non fa distinzione


alcuna tra giusto e ingiusto, tra giudeo o greco, tra sapiente e
ignorante, ma le versa su tutti, come fa su tutti risplendere il sole,
così deve fare anche il cristiano. Oggetto cioè del suo amore
devono essere gli uomini tutti, siano amici, siano nemici; del
proprio o di diverso sangue; appartenenti alla stessa o ad altra
lingua.605

Se anche un arcivescovo conservatore aveva il coraggio, in


piena ascesa delle armate naziste, di non dimenticare di citare
san Paolo e di rimarcare l’indissolubile legame tra cristianesimo
e umanesimo, ben sapendo di essere sotto l’attento vaglio della
censura di guerra, possiamo comprendere quale sia stato il
terreno culturale e spirituale su cui doveva cadere, in Italia, il
messaggio del razzismo di Stato.

604
Il prefetto Varano, con una nota al Ministero dell’Interno (in esecuzione
dell’ordine di controllo sulle pastorali vescovili) suggeriva che, «per il titolo
e per alcuni espliciti accenni di intonazione pacifista e pietosa, non riterrei –
salvo diverso superiore avviso – diffondibile o riproducibile». Cfr.
Telegramma a firma Buffarini del 14 febbraio 1942 ai prefetti del Regno;
Lettera del prefetto di Pescara al MI, Dg dei Culti del 14 marzo 1942, in AS
di Pescara, FP, b. 10.
605
Amore del prossimo, Lettera pastorale per la Quaresima dell’Anno 1942 di
mons. Giuseppe Venturi, p. 18, in AS di Pescara, FP, b. 10.

247
Conclusione
COSA FURONO QUESTI CAMPI?

«Le ragioni per la creazione di questi campi di


concentramento sono chiare. Una situazione
militare deteriorata diede l’opportunità ai razzisti
di ottenere che anche la leadership nazionale
condividesse i loro orientamenti»

Roger Daniels

Il vuoto giuridico in cui agirono i governi nel corso del secondo


conflitto mondiale, per l’assenza di Convenzioni internazionali
in materia, va tenuto in debito conto in sede di giudizio storico
dell’internamento di civili e di una valutazione sul piano del
diritto delle norme di applicazione; esso gioca certamente in
favore dei governi e della legittimità delle loro decisioni. Non
bisogna però tralasciare eventuali illegittimità nel diritto interno
oppure abusi e decisioni che contrastino con norme cogenti di
diritto internazionale, quelle stesse che hanno poi portato alla
creazione del tribunale di Norimberga.
In un lavoro che ha impostato una tassonomia scientifica dei
campi di concentramento novecenteschi, Joël Kotek e Pierre
Rigoulot hanno introdotto un indice del fenomeno assai utile. In
primo luogo occorre ben distinguere i campi dalle prigioni,
poiché queste ultime sono riservate a persone condannate o in
attesa di giudizio con l’accusa di aver commesso dei reati. I
campi sono invece luoghi di reclusione paradossali, un istituto
tipicamente novecentesco dedicato agli innocenti, cioè a persone
che non hanno commesso crimini o che addirittura non possono
commetterne. Una reclusione che definirei ontica, comminata
per il solo fatto d’esistere.

249
All’interno della nozione di campo, i due autori citati pongono
opportunamente la differenza fra campi d’internamento, campi
di concentramento e campi di sterminio. I campi d’internamento
«hanno la funzione di isolare temporaneamente individui
sospetti o pericolosi. Rientrano in questa categoria i campi creati
durante i conflitti bellici (…). Nella maggior parte di questi
campi non si pratica il lavoro forzato: la loro funzione è
meramente preventiva, non produttiva. Le condizioni di vita
possono essere dure, talvolta atroci»606. I campi di
concentramento sono invece consustanziali ai regimi totalitari e
rappresentano una struttura fondamentale di quei regimi al fine
di terrorizzare e plasmare la società; essi non sono dunque
temporanei o «contingenti»607. I campi di sterminio sono
impiantati per assassinare immediatamente tutti coloro che vi
giungono; Treblinka ne è un esempio, non esistendovi né
alloggiamenti né viveri, ma solo macchinari di morte, mentre
Auschwitz rappresenta una struttura mista di concentramento e
sterminio608.
Possiamo lasciare sullo sfondo Treblinka e le terribili questioni
che pone il campo di sterminio, poiché non si tratta di questo
quando si analizzano i “campi del Duce” (almeno prima della
nascita della RSI, i cui campi divennero un anello del sistema
concentrazionario nazista) o gli altri campi creati da Francia,
Usa e Gran Bretagna nel corso del Secondo conflitto mondiale.
Nel loro caso il giudizio storico si trova invece a dover
rispondere a due quesiti fondamentali: l’internamento di guerra
era legittimo oppure ha dato vita ad abusi giuridici, distorsioni
sociali, strumentalizzazioni politiche? E poi, tutti questi campi
ebbero un che di concentrazionario o vanno tutti considerati
campi d’internamento temporaneo e limitato? Alla prima
domanda ha già risposto, come sappiamo, il governo degli Usa,
che ha riconosciuto gli abusi e ha addossato al «vuoto di
leadership politica» la responsabilità di quegli abusi; ma il
lavoro di Robinson ci ha anche mostrato come le violazioni
606
J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, Mondadori, Milano 2002, p. 10.
607
Cfr. ivi, p. 11. Cfr anche H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., pp.
599-629.
608
Cfr. J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 11.

250
furono ampie e come le loro cause storiche siano state profonde.
Violazioni simili a danno dei propri cittadini e del diritto
interno, anche se su scala più ridotta, furono commesse pure dal
governo britannico e da quello francese. Restano da valutare le
eventuali violazioni al diritto internazionale, su cui ci
soffermeremo meglio nel corso dell’analisi del caso italiano.
Anche alla seconda domanda si può dare una risposta sulla base
di quello che abbiamo esaminato finora: aspetti concentrazionari
non mancano in tutti i casi che abbiamo visto, sia dal punto di
vista dell’asprezza delle detenzioni sia dal punto di vista delle
finalità politiche dell’internamento. Risulta infatti evidente che
molti registi dell’internamento si ponevano obiettivi politico-
sociali di tipo xenofobo, razzista e di restringimento delle libertà
pubbliche.
Per quanto attiene all’internamento italiano nel corso del
secondo conflitto mondiale, esso fu inquietante poiché il criterio
principale che lo guidò non fu l’appartenenza nazionale, ma
quella razziale. Era il regime che decideva chi fosse un “ebreo
straniero” o un “allogeno”; e come abbiamo visto, gli internati
appartenevano in maggioranza a queste categorie coniate dal
regime. Se scandaloso e paradossale fu il fatto che inglesi e
francesi internassero ebrei e dissidenti soltanto perché tedeschi,
ancor più scandaloso risulta l’internamento di cittadini tedeschi
o ex austriaci (quindi appartenenti a Stati alleati) operato dal
regime fascista italiano sulla base del fatto che costoro erano
“ebrei stranieri”. Sulla necessità di non sminuire il fenomeno
dell’internamento italiano, si potrebbe aggiungere che non deve
trarre in inganno la definizione di campi ‘regolamentari’, poiché
non bisogna dimenticare che si trattava di un decreto
d’internamento che, ancor prima di essere un regolamento (per
quanto non completamente inumano) per gli internati, non
rispettava l’habeas corpus poiché non prevedeva processi,
garanzie o ricorsi. Bisogna poi considerare che il decreto del
Duce del 4 settembre 1940 fu emanato quando la maggior parte
degli internamenti era già stata effettuata ed ebbe quindi un
carattere retroattivo, dunque antigiuridico. Infine il carattere
razzista di buona parte dell’esecuzione del provvedimento lo

251
rende ancor più debolmente “regolamentare”, per quanto il
rispetto sostanziale delle norme contenute nel decreto del Duce e
l’equiparazione degli internati ai prigionieri di guerra li mise al
riparo di gravi abusi ai loro danni.
In linea di fatto, poi, fu lo stesso regime ad usare la
nomenclatura “campo di concentramento”; fu il regime, ancora,
a vedere una continuità fra confino e internamento, nel
concepire il progetto del campo di lavoro di Pisticci per
confinati e nell’affidare alla stessa ditta che aveva progettato
quello di Pisticci la costruzione del campo di Ferramonti. Infine,
fu il regime a dichiarare, come abbiamo già riportato, che gli
“ebrei stranieri” sarebbe comunque finiti tutti in campi di
concentramento, anche se l’Italia non fosse entrata in guerra.
Il punto decisivo è che Mussolini approfittò della guerra per fare
i suoi campi e per perfezionare la sua politica razziale, che non
era uguale nei modi e nei tempi a quella di Hitler, ma che era
razziale anch’essa. Oltre agli “ebrei stranieri”, furono internati
anche i rom e sinti italiani, in quanto “zingari”. Furono internati
anche gli “zingari” stranieri, che erano sottoposti al
provvedimento automatico dell’espulsione fin dal 1926.
L’ordine di arresto e internamento degli zingari fu emanato con
circolare sottoscritta da Bocchini nel settembre 1940, poi
reiterata nell’aprile del 1941609. Infine, vecchi e nuovi oppositori
politici del regime, solo per il fatto di essere tali, furono
sottoposti anch’essi all’internamento, nei campi o nei comuni.
Come abbiamo già ricordato, alcune centinaia di ebrei italiani
furono internati, cioè all’incirca il dieci per cento degli internati
italiani, il che la dice lunga sulla natura razzista dei
provvedimenti a loro carico610. Ebrei, rom e sinti (stranieri e
italiani), oppositori politici furono tutti, in varia misura, internati
ontici.
Sulla distinzione fra “internamento” e “concentramento”, è
tornato recentemente Carlo S. Capogreco, il quale, nel
confermarla, l’ha arricchita di un elemento fondamentale, quello
609
Cfr. G. Boursier, L’internamento degli zingari in Italia, in C. Di Sante (a
cura di), I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 166-168.
610
Cfr. M. Toscano, L’internamento degli ebrei italiani 1940-1943, cit., pp.
102 e ss..

252
della base legale dei provvedimenti di segregazione, che a lui
sembra sia tipica delle prassi di internamento (e dunque dei
“campi del Duce”), rispetto all’arbitrarietà e all’assenza di
regole tipiche della “concentrazione”. A ben vedere, le
considerazioni di ordine legale indebiliscono invece di
rafforzare la classificazione che Capogreco propone;
correttamente egli infatti attribuisce ai campi di concentramento
la natura di luoghi di reclusione per civili ivi costretti sulla base
di decisioni di natura puramente amministrativa e dunque «con
l’abuso e in spregio alla legalità»611. Mentre i campi
d’internamento raggruppano e recludono, secondo la sua
definizione, gli individui «sulla base di motivazioni che, in
genere, costituiscono la giustificazione temporanea di
quell’abuso»612. Stranamente, egli ne conclude attribuendo una
natura “concentrazionaria” alle colonie di confino per oppositori
istituite dal fascismo dal 1926 e ai campi coloniali italiani in
Libia, mentre i campi istituiti dal regime al momento
dell’entrata in guerra nel 1940 sarebbero dei “legali” campi
d’internamento. Veri campi di concentramento, per la loro
illegalità, arbitrarietà e durezza, furono – secondo Capogreco -
anche i campi dell’internamento “parallelo” per civili jugoslavi,
gestiti dal Ministero della Difesa nel corso della partecipazione
italiana al secondo conflitto mondiale.
Ritengo che questa classificazione proposta da Capogreco nel
lavoro di sintesi sui campi italiani non regga e sia fortemente
influenzata da una dottrina giuridica e politica sbagliata, quella
cioè che vede l’internamento compatibile con l’assetto
democratico di uno Stato e addirittura giustifica l’idea che
questo valga particolarmente, come scrive Capogreco, nello
«stato di guerra, allorché le nazioni hanno il potere (o il dovere
giuridico) di procedere all’internamento di determinate categorie
di civili»613. Bisogna dire che si tratta di una tesi del tutto
611
C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 51.
612
Ibidem.
613
C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 52. Non a caso viene citata, a
supporto di questa affermazione, la voce “Internamento” del Lessico
universale italiano edito dall’Istituto dell’Enciclopedia Treccani nel 1972.
Citare fonti così istituzionali e così datate non giova alla definizione del

253
superata dal dibattito odierno e che, fatto ancora più importante,
non corrisponde né in fatto né in diritto alla situazione creatasi
nel corso del Primo e del Secondo conflitto mondiale, quando
gli Stati, anche democratici, internarono i civili illegalmente e
senza basi giuridiche. Cosa, fra l’altro, che alcuni Stati hanno
poi riconosciuto, manifestando contrizione e risarcendo le
vittime. Non è in poi chiara la distinzione fra abuso e
«motivazioni che, in genere, costituiscono la giustificazione
temporanea di quell’abuso». La realtà è che si tratta in entrambi
i casi di un provvedimento amministrativo, preventivo e
ingiustificato.
In secondo luogo, il “decreto del Duce” è appunto ciò che il
nome definisce, vale a dire un provvedimento puramente
discrezionale, neanche paragonabile ad una garanzia octroyée,
alla maniera delle Costituzioni ottocentesche, poiché queste
erano appunto delle Costituzioni, vale a dire un sistema di limiti
al potere assoluto, per quanto concesso dal sovrano; il “decreto
del Duce” è, al contrario, la diretta manifestazione di una
volontà sovrana ed arbitraria, che incidentalmente fornisce
anche delle garanzie a individui che vengono discriminati e
internati sulla sua stessa scorta. Quindi, il “decreto del Duce”
del settembre 1940 non può svolgere il ruolo di base legale, allo
stesso titolo delle leggi di Norimberga o dei decreti italiani del
’38 in riferimento alle materie “razziali” che essi intendevano
regolare; infine, particolare non minore, si tratta di un decreto
retroattivo, che giungeva mesi dopo i primi arresti e la cui forza
giuridica è dunque quasi nulla614. Aggiungerei che, se il

problema: basti pensare alle difficoltà di imporre la legalità costituzionale nei


primi decenni della vita repubblicana a una serie di componenti delle classi
dirigenti italiane (anche il “ceto giuridico”: magistratura e dottrina) che erano
mentalmente ancora eredi della cultura giuridica e politica precedente.
614
Cose simili sono dette con chiarezza da Simonetta Carolini: «Se il confino
di polizia e il Tribunale speciale hanno una legislazione codificata, illegale e
repressiva, ma pur sempre codificata, l’internamento è affidato
sostanzialmente ad appunti, dispacci telegrafici, circolari». S. Carolini, Gli
antifascisti italiani dal confino all’internamento 1940-1943, in C. Di Sante (a
cura di), I campi di concentramento in Italia, cit., p. 115. La Carolini fa
anche notare che la tipologia degli internati contraddice la tesi dell’ovvietà
del provvedimento d’internamento nelle condizioni di uno stato di guerra.

254
paragone viene fatto con il confino per oppositori politici, le
misure d’internamento appaiono essere ancor più discrezionali e
amministrative, dunque maggiormente concentrazionarie. Basti
pensare che, per quanto riguarda il confino, esistevano altre
misure preliminari (ammonizione e diffida) e almeno la
possibilità di frapporre appello. Infine, il confino era quasi
sempre misurato sulle qualità soggettive dell’individuo che,
nella maggior parte dei casi, era un oppositore. Gli internati
sono invece, in genere, dei nemici ontici ed “oggettivi”.
Con questo non si vuole sminuire la gravità del confino, che
abbiamo già visto essere in linea di continuità con
l’internamento. Appare però paradossale fare l’inverso e non
percepire la differenza fra la lotta politica e la lotta ontica, per
quanto fascismo, comunismo e nazismo abbiano spesso
mescolato i due fronti. E nel percorso dell’aberrazione
ideologica la frontiera del nemico ontico è l’ultima da
infrangere: oltre c’è l’abisso del Male assoluto, come affermava
Hannah Arendt.
Dal punto di vista del trattamento degli internati, gli scrupoli
legalistici del regime, i timori di trattamenti di reciprocità da
parte delle potenze belligeranti, un’assenza di crudeltà
sistematica nella polizia, ma soprattutto la sconfitta militare che
ne sancì la fine prematura, portò il regime fascista a restare
fermo sul primo gradino del terrore, quello che Hannah Arendt
ha definito l’Ade, vale a dire il clima che si registra in quei
campi in cui si recludono in condizioni precarie gli internati ma
non si applicano ad essi strategie rieducative, selezionistiche o
di schiavizzazione. L’universo concentrazionario ha
effettivamente manifestato almeno altri tre gradi di pressione
terroristica sugli internati: il Purgatorio rieducativo sovietico e
cinese (e nazista d’anteguerra), l’Inferno concentrazionario
nazista durante la guerra, la Geenna dei sei centri di sterminio
nazisti615. Anche il primo gradino ha però prodotto i suoi
soprusi, le sue vittime, i suoi morti.

Cfr. ivi, p. 114.


615
Cfr. J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 27-28.

255
256
APPENDICE
Il campo di concentramento di Città S. Angelo nella
documentazione dell’Archivio centrale dello Stato (1940-1944)

1. La scelta dei siti per l’internamento dei civili nella provincia


di Pescara

Con una lettera del 1° giugno 1940 alla Dgps, il prefetto di


Pescara, Alberto Varano616, rispondeva alla circolare del
Ministero dell’Interno emanata il 25 maggio, nell’imminenza
dell’entrata in guerra dell’Italia:

In risposta al telegramma suindicato, informo codesto Ministero che


non riterrei opportuno che alcun comune della provincia sia
prescelto per internarvi, in caso di emergenze, stranieri o
connazionali pericolosi o sospetti. Dello stesso parere si è
dimostrato il Centro C.S. di Bari, opportunamente interpellato, e ciò
per l’evidente motivo che i centri importantissimi di produzione

Comparso, in forma leggermente modificata, in “Abruzzo
Contemporaneo”, Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e
dell’Italia Contemporanea, n. 32-33, 2008, pp. 93-134.
616
Nato in Calabria, Varano era stato vice federale di Siena, poi segretario
federale di Benevento per tre anni e mezzo, fra il 1929 e il 1932. Ottenuta la
prima nomina a prefetto a Teramo, qui vi era rimasto più di cinque anni,
passando nel luglio del ’37 alla prefettura di Terni e infine arrivando a
Pescara. Varano era dunque giunto alla prefettura per nomina politica e a
Pescara si rivelò un severo e attento esecutore delle direttive di regime; nel
giugno del ’43 fu trasferito a Palermo. Aderì poi alla Rsi, durante la quale fu
presidente della Croce Rossa; morì a Milano nel dicembre del ’44. Cfr. ACS,
PS, Dp, versamento 1952 riservato, b. 44; ACS, Gab. RSI, b. 26; R.
Colapietra, Pescara 1860-1960, Pescara, Costantini Editore 1980.

258
bellica della Valle del Pescara e le importanti opere idrauliche o di
pubblico interesse che ivi insistono ed altrove, dovrebbero essere
tenuti lontani da ogni possibilità di pericolo.
In conformità con quanto sopra, anche altra volta, e precisamente
nel 1936, questo ufficio espresse a codesto Ministero parere
contrario alla costituzione in provincia di colonie di confinati.
Il Prefetto
(f.to) Varano617

Fra le fabbriche di guerra, a cui Varano faceva riferimento, la


più importante e delicata era la Montecatini di Bussi, vale a dire
la sola fabbrica italiana di armi chimiche. Per avere un’idea
dell’importanza dello stabilimento, una relazione dell’aprile del
’38 a cura della Direzione del Servizio Chimico Militare
quantificava una produzione media, a Bussi, di 100 tonnellate
mensili di yprite nel semestre ottobre 1937-marzo 1938, con
quaranta casi complessivi di infortuni (dichiarati non gravi) fra
gli operai618.
La circolare a cui Varano dava risposta era indirizzata ai prefetti
dell’Italia centrale e meridionale (Sicilia esclusa), invitandoli ad
approntare (entro il 5 giugno) un elenco di località da utilizzare
per il confino di persone che occorreva allontanare dalle loro
residenza in caso di emergenza bellica. Seguendo solo in parte le
valutazioni del prefetto, il Ministero escluse le località della val
Pescara, ma la provincia di Pescara fu indicata ugualmente come
sede per campi di concentramento e per il confino di guerra o
internamento “libero”. Nell’Italia centro-meridionale le località
prescelte per l’internamento ‘libero’ furono complessivamente
diverse centinaia; quelle della provincia di Pescara furono:
Collecorvino, Montesilvano Spiaggia, Penne, Pianella e
Caramanico619. Montesilvano Spiaggia era classificata, nel
sistema delle località di internamento ‘libero’, fra i «comuni a
617
ACS, PS, Massime, b. 144.
618
Lettera del 20 aprile 1938 della Direzione del Centro Chimico Militare del
MG al Gab. del MG e p.c. al Prefetto di Pescara, in AS di Pescara, FP, b.
182.
619
Cfr. la nota della questura di Pescara «Stranieri internati nei comuni della
Provincia di razza ebraica» del 22 novembre 1944, in AS di Pescara, FP, b.
79.

259
clima mite»620, dove il Ministero inviava internati con problemi
di salute.
In modo del tutto autonomo e centralizzato, salvo la
collaborazione delle locali questure, il Ministero dell’Interno
aveva in precedenza esperito delle ricerche per l’individuazione
di siti da adibire a campi di concentramento. Alcune indagini di
questo genere erano già state condotte nel ‘33, alla ricerca di
edifici dismessi che consentissero la reclusione di gruppi di
internati in caso di guerra. Nel ’36 il Ministero dell’Interno
tornò sulla questione raccomandando inoltre alle prefetture di
tenere aggiornate le liste delle persone pericolose621; ed è alla
risposta a questa circolare che si riferisce Varano nel ribadire
l’opinione contraria della prefettura di Pescara agli internamenti
sul suo territorio.
Le ricerche recenti avviate dal Ministero nel gennaio del ’40
erano state condotte nell’Italia centro-meridionale da ispettori
generali di polizia, fra cui Guido Lospinoso, che aveva
relazionato su molte province, compresa quella di Pescara 622. In
generale, i siti prescelti erano vecchi edifici (ville, conventi,
ecc.) da ottenere in affitto dai proprietari e da adattare a luoghi
di reclusione623. Decisa ormai l’entrata in guerra dell’Italia,

620
Cfr. lettera del 22 ottobre 1941 del Prefetto di Pescara al MI, Dgps, Agr,
Sez. II, in ACS, PS, A4 bis, b. 5.
621
In quella congiuntura, il Ministero della Guerra si espresse nel dettaglio
sulla organizzazione di eventuali campi di concentramento, indicando anche
le province in cui sarebbe stato preferibile ubicarli: Perugia, Macerata, Ascoli
Piceno, L’Aquila, Avellino. Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni
normative e fonti archivistiche, cit., pp. 80-81.
622
Cfr. ACS, PS, Massime, b. 42. Lospinoso era stato a capo di una rete di
informatori a Nizza; cfr. M. Canali, Le spie del regime, cit., pp. 136 e ss. Qui
egli tornerà durante la guerra con il difficile incarico di gestire l’internamento
degli ebrei nella zona di occupazione italiana; cfr. K. Voigt, Il rifugio
precario, vol. II, cit., pp. 311 e ss.
623
Solo il campo di Ferramonti, in Calabria, sarà costruito appositamente,
dalla stessa ditta che aveva edificato il campo di Pisticci; costituito di
baraccamenti, era circondato da filo spinato con garitte di sorveglianza. Sul
campo di Ferramonti cfr. C. S. Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini
del più grande campo d'internamento fascista, 1940-1945, Giuntina, Firenze
1987.

260
prefetture ed ispettori di zona624 furono incaricati di ispezionare i
siti prescelti e di riferire al Ministero.
La relazione su «Locale da potersi adibire per concentramento
nuclei internati e confinati nel comune di Città S. Angelo»,
inviata dall’ispettore generale Falcone, responsabile di zona per
gli internamenti, venne protocollata al Ministero dell’Interno in
data 1 giugno 1940. La relazione fornisce la seguente
descrizione:

Trattasi di un vasto fabbricato in discreto stato di conservazione e di


abitabilità posto in via Umberto I°, nel comune di Città S.Angelo.
Detto fabbricato si compone del piano terreno con otto vasti
ambienti, ove si possono collocare cento persone; del primo piano
con altri dieci vasti ambienti capaci di contenere 150 persone, e del
secondo piano con un solo grande salone ove si possono collocare
cinquanta persone. - In totale lo stabile in parola può ospitare
agevolmente trecento persone. – È dotato di acqua potabile, luce
elettrica e cessi. Annesso al fabbricato vi è un orto dell'estensione di
mille e cinquecento metri quadrati. Il Comune di Città S. Angelo
dista dal Capoluogo (Pescara) Km. 18, dalla Via Statale Km. 9 e vi
si accede a mezzo della Via Provinciale.
Il fabbricato, di proprietà del Comune, disposto a cederlo in affitto
per il noto uso, in passato era adibito per manifattura di tabacchi. Il
posto fisso dei RR. Carabinieri si potrebbe collocare in un altro
fabbricato poco distante di proprietà del Sig. B. A., che darebbe
volentieri tre camere in affitto.
Nel Comune di Città S. Angelo trovasi la stazione dei Reali
Carabinieri comandata da un Maresciallo, e quattro militari. 625

La relazione era indirizzata direttamente al Capo della polizia e


faceva parte di un resoconto più ampio che aveva per oggetto
«Fabbricati che possono adibirsi per alloggio di nuclei di

624
Erano state istituite, nell’Italia centrale e meridionale, 5 zone territoriali
per l’internamento, rette da ispettori generali di Pubblica Sicurezza. La terza
zona, retta dall’ispettore generale Roberto Falcone, comprendeva le province
abruzzesi più quella di Rieti. Cfr. la nota del MI, «Giurisdizione Ispettori
Generali di P.S. per soprintendenza ai servizi nei campi di concentramento e
nelle località di internamento», s.d., in ACS, PS, Massime b. 101.
625
ACS, PS, Massime, b. 133.

261
internati e confinati nella Provincia di Pescara». Nel foglio di
sintesi numerica del suo lavoro, Falcone scriveva:

Pregiomi informare V.E. che recatomi nella Provincia di Pescara ed


assunte le debite informazioni, con l'ausilio della locale Questura, in
seguito a sopraluoghi eseguiti, ritengo adatti per concentramento di
nuclei di internati e confinati politici, i seguenti stabili:
I° Grande fabbricato nel Comune di Pescara di proprietà del Sig. G.
F. di Chieti Posti n. 300.
2° Vasto fabbricato nel Comune di Città S. Angelo di proprietà del
Comune stesso Posti n. 300.
3° Villa isolata nella Frazione Villanuova nel Comune di Cepagatti
di proprietà della Sig.ra P. M. Posti n.
120.

Totale posti 720


L’Ispettore Generale di P.S.
(f.to) Falcone626

La cifre indicate nella relazione appaiono corrette a mano,


abbassando (più realisticamente) le quote a 200 posti ciascuno
per i primi due edifici e 80 per la villa di Villanova. In un altro
appunto senza data e senza intestazione, nel medesimo fascicolo,
erano elencati, oltre ai siti citati, anche la proprietà Obletter della
frazione di Castellana, nel comune di Pianella, di cui Falcone
non parla, probabilmente perché l’edificio necessitava di lavori
di adattamento627. Per questi due ultimi edifici, le carte ci
restituiscono una vicenda che vede protagonista quel secondo
626
Ivi.
627
Ivi. In questo documento la capacità in posti dei siti era stata valutata
(probabilmente da un sopralluogo precedentemente effettuato da un
funzionario della locale questura) in 250 per il fabbricato di S. Donato, 250
per quello di Città S. Angelo, 100 per la villa di Villanova, 150 per la
proprietà Obletter. Sul tavolo di Bocchini giunse, in data 29 giugno 1940, una
relazione specifica su villa Obletter, con annesso preventivo per i lavori di
adattamento per 15.000 lire. Bocchini vi appose la nota: “Tenere in evidenza
come riserva”. Ma la villa non fu mai utilizzata per questo scopo. Cfr. la nota
«Locale da potersi adibire per concentramento nuclei internati e confinati nel
comune di Pianella – Frazione Castellana», ivi.

262
potere notabilare e nobiliare che il fascismo covò al suo interno,
specialmente in Abruzzo. Come scrive Enzo Fimiani, «i notabili
traslocati nel fascismo (…) spesso, esplicavano le loro funzioni
di potere quasi nell’ombra, non occupando in prima persona
uffici o funzioni istituzionali, non guidando le sorti della potestà
locale in forme aperte e dirette, bensì servendosi della longa
manus di propri uomini fidati, ponendosi in tal modo al di là, o
meglio al di sopra, delle formali gerarchie del Pnf» 628. Un
“secondo” potere che a Pescara appare intessuto di componenti
molteplici: oltre al notabilato tradizionale, vanno annoverati
anche il “rassismo” moderato come quello esercitato da Acerbo,
la solidarietà di ceto e la moral suasion praticate dalla nobiltà
locale, alcuni influssi ecclesiastici. Su carta intestata della Corte
dei Conti del Regno d’Italia, il Consigliere G. V. di T., nobile
pescarese, si indirizzava a Bocchini, chiedendo di soprassedere
alla decisione di utilizzare la villa di Villanova dei principi P.
come sede di internamento:

Eccellenza Cav. Gr. Cr. Arturo Bocchini


Senatore del Regno
Capo della Polizia – Roma
Nel ringraziarVi della benevola accoglienza che ieri Vi siete
compiaciuto di farmi e della considerazione nella quale Voi avete
mostrato di prendere la mia segnalazione e la mia preghiera, nei
riguardi non solo dei miei congiunti Principi P. di C., ma anche del
piccolo villaggio di Villanova (Pescara), che sarebbe stato prescelto
per assecondare un provvedimento di polizia nei riguardi di ebrei,
mi permetto di farVi avere l’unito telegramma e la lettera che
ricevo dagli stessi miei zii, che sollecitano una Vostra parola alla
Questura di Pescara, perché sia posto fine all’increscioso progetto.
A parte, come Vi ho detto, le altissime benemerenze patriottiche e
guerriere, passate ed attuali, della famiglia P. di C., non sembra
opportuno mortificare un villaggio agricolo già tanto ingiustamente

628
E. Fimiani, Per una storia del regime fascista in Abruzzo. Cinque chiavi
interpretative, in R. Giannantonio (a cura di), La costruzione del regime.
Urbanistica, Architettura e Politica nell’Abruzzo del Fascismo, Lanciano,
Carabba, 2006, p. 17.

263
colpito dalla presenza di una setta (che nessuno è riuscito ancora a
snidare) con l’invio di un grosso nucleo di ebrei, che – secondo
l’opinione del mio vecchio amico e conterraneo Gr. Uff. Falcone
dovrebbero rappresentare la fortuna del luogo, perché ricchi!
Vi prego, Eccellenza, di dare fede alla mia onesta opinione che il
progetto anzidetto è quanto mai errato.
Con la devozione che conoscete, mi permetto di attendere
fiduciosamente l’invocato Vostro atto di saggezza.
(G. V. di T.)
Roma, 22 giugno 1940-XVIII629

I toni della richiesta non sono poi tanto supplicanti; anzi, il


chiedere che «sia posto fine all’increscioso progetto» e
l’invocare un «atto di saggezza» di Bocchini fa invece trasparire
il sentimento indispettito dello scrivente e dei suoi nobili
parenti. Antigiudaismo e “integralismo” cattolico mostrano di
essere pregiudizi presenti nella classe dirigente, per quanto
blandamente espressi e senza i toni del razzismo estremista.
Anche le idee dell’ispettore Falcone, per come vengono riferite,
illustrano il contesto mentale entro il quale egli svolgeva i suoi
compiti, mentre il riferimento soltanto agli ebrei come persone
da internare conferma che negli ambienti del Ministero
dell’Interno l’internamento di guerra fosse visto principalmente
come una prosecuzione della politica razziale più che una
misura necessaria nella congiuntura bellica. Il riferimento alla
setta, infine, è realistico poiché i paesi della provincia di Pescara
si erano effettivamente mostrati permeabili alla catechesi
evangelica, come dimostrano le inchieste dell’Ovra e i
confinamenti comminati negli anni precedenti630. La villa in
questione era stata in precedenza ispezionata con le seguenti
risultanze:

Villa isolata nella Frazione Villanova del Comune di Cepagatti di


proprietà della Signora M. P. dimorante in Chieti. Si compone del
piano terreno con due cameroni e cucina, ed altro ampio locale. Al
primo piano vi sono dieci camere. In totale vi si possono collocare
629
ACS, PS, Massime, b. 133.
630
Cfr. G. Rochat, Regime fascista e chiese evangeliche, cit., pp. 280 e ss; AS
di Pescara, FP, b. 10.

264
120 persone. È fornito di tutti i servizi igienici, acqua cessi e luce.
La Frazione Villanova dista dal Comune di Cepagatti Km. 6; dal
Capoluogo (Pescara) Km. 12 e dalla Via Provinciale Pescara-Chieti
Km. 2. Dalla Stazione di Chieti è distante km. 4. La villa è
contornata da giardino e terreno coltivabile per circa 5 mila metri
quadrati. Nel recinto stesso vi è un altro piccolo fabbricato, che ha
bisogno di qualche piccola riparazione, adatto per posto fisso dei
RR. Carabinieri. La Stazione dei Reali Carabinieri, composta di un
Maresciallo e quattro militari trovasi a Pianella che dista da
Villanova Km. 10. Lo stabile è mobiliato, ma la Signora P. ch’è
disposta a cederlo in fitto pel noto uso, porterebbe via tutti i
mobili.631

La lettera del Consigliere V. di T. era stata preceduta da una


missiva manoscritta, datata 21 giugno-ore 19, che suo zio, il
principe M. P. di C. e proprietario della villa gli aveva fatto
recapitare e che è conservata nelle carte del Ministero, perché
acclusa alla richiesta di V. di T. a Bocchini. Scriveva al nipote
l’anziano don M. P.:

Carissimo (…),
Come sempre – e così sarà sempre finché Dio mi dà la vita – ti sono
riconoscente per le molteplici prove di vero affetto che dai a me e a
tutti di mia famiglia. Ieri sera giunse il tuo telegramma, questa
mattina è giunta la tua lettera.
Ho ammirato come hai saputo dimostrare le giuste ragioni della
richiesta – e quell’accenno ai “Tremolanti” (io non ci avevo
pensato) rappresenta un reale timore – cosa avverrebbe?
Qui venne il Comm. Falcone e fissò le sue mire a Villanova sulla
casa nostra – dichiarando adatta per gli ebrei da collocarvi “gente
ricca” (come egli diceva) che farebbe un gran bene alle popolazioni
di questi due paesetti”.
Ora a Castellana i “Tremolanti” non solo ci sono ancora e
notoriamente conosciuti, fanno propaganda con insistenza – sia fra
le famiglie sparse per le campagna ed a Villanova sono in continui
segreti e notturni rapporti. Scusa del modo come scrivo, la posta è
per partire e sento l’obbligo di fare che la presente ti giunga subito.
631
Relazione «Locale che potrebbe adibirsi per concentramento nuclei
internati e confinati nel comune di Cepagatti – Frazione di Villanova», senza
data e senza firma. ACS, PS, Massime, b. 133.

265
Ho la mente confusa e non so affermare le mie idee, o pensieri, su
questo pezzo di carta.
Fino a questo momento alla Questura di Pescara non ancora arriva,
da Roma, alcun contrordine per la nostra casa. Fa’, con la tua
grande autorità e conoscenza di località e popolazione, che simile
contrordine venga anche per Castellana. Avrai compiuto un’opera
Santa.
Zio M.632

Nel fascicolo è conservata anche una lunga nota manoscritta,


non firmata né intestata, datata 20 giugno, che è stata con tutta
probabilità redatta da V. di T. per Bocchini, il quale deve aver
poi richiesto un esplicito diniego dei Principi ad affittare la villa,
visto che la relazione di Falcone affermava il contrario. La
lettera del 22 giugno, che abbiamo visto, di V. di T. ribadiva
alcuni punti della nota manoscritta ed aveva lo scopo essenziale
di rendere manifesta la volontà dei P., contraria all’affitto della
villa al Ministero, allegandovi la lettera del Principe ed un
telegramma indirizzato al Barone V., spedito da Chieti il 20
giugno 1940 alle ore 16,20 col seguente testo «Scongiuroti
provvedere nostra casa Villanova abbracciovi. Zia E.» 633. Il
contenuto dell’interessante nota del 20 giugno (di cui i Principi
P. ebbero copia, come si desume dalla lettera di M. P. al nipote)
è il seguente:

La casa di campagna dei Principi P. di C. in Villanova, fraz. del


Comune di Cepagatti (Pescara) è un vecchio e modesto fabbricato
adibito oltre che ad abitazione della famiglia anche e più
specialmente ai bisogni dell’azienda agricola, che è molto
sviluppata e industrializzata.
Questa casa sarebbe precettata per requisizione al fine di essere
adibita ad alloggio di ebrei confinati. L’ambiente è per molte
ragioni inadatto. La famiglia P. (che è stata persino invitata dalla
Questura di Pescara a sgombrare la casa dai mobili!) rimarrebbe
priva di abitazione e non potrebbe provvedere alla raccolta dei
generi d’imminente maturazione.

632
Ivi.
633
Ivi.

266
Il Principe P. è un vecchio gentiluomo di oltre 75 anni; ha avuto un
figlio morto in guerra; altro, decorato di guerra, morto in seguito
alla vita di strapazzo di guerra e il terzo è il Principe V. –noto
superdecorato e supermutilato di guerra, maggiore degli arditi, già
Segr. Gen. dell’Assoc. degli Arditi d’Italia; una figlia è maritata al
Gen. Medico B. e si trova ora ad Addis Abeba (questa sarebbe la
vera proprietaria della casa); una nipote, ex figlia, è Dama della
Croce Rossa a Tobruk, dove il marito Cap. B. B. comanda un
gruppo di squadriglia di aeroplani.
Con tale situazione famigliare si va a requisire una casa di
campagna, per mettere in grave imbarazzo i proprietari e non
assicurare una sistemazione conveniente ai confinati! A Pescara
esistono alberghi vuoti, tra cui il Grand Hotel che ogni anno fallisce
per insufficienza di clientela. Si Prega di dare disposizioni alla R.
Questura di Pescara di non insistere nella requisizione della casa P.
in Villanova.
Villanova è un villaggio di meno di 500 anime. Negli anni scorsi vi
fu una invasione di piccoli nuclei di “Tremolanti” che portarono lo
scompiglio e un grave danno al sentimento cattolico del paese.
Radunarvi 200 ebrei ora sarebbe un errore… evidente! 634

La risposta di Bocchini non si fa attendere e il 24 giugno egli


comunica al V. che «in seguito alle vostre premure (…), la villa
dei principi P. (…) non sarà adibita a campo di
concentramento»635. V. di T. ringrazierà con una lettera scritta a
Villanova il 30 giugno:

Villanova di Cepagatti (Pescara) 30.6.XVIII


All’Ecc. Cav. Gr. Croce Dott. Arturo Bocchini
Senatore del Regno – Capo della Polizia - Roma
Eccellenza,
desidero ringraziarvi vivamente a nome dei miei congiunti P. e mio
del provvedimento di giustizia e di opportunità saggissima che
avete adottato, scongiurando una molestia non solo ai detti miei
parenti, ma anche alla popolazione rurale di questo villaggio, dal
quale mi piace di mandarvi un saluto.
Gradite la conferma della mia deferente devozione

634
Ivi.
635
Lettera del Capo della polizia del 24 giugno 1940 al Barone Gr. Uff. G. V.
di T., ivi.

267
G. V. di T.636

Ma Bocchini, già il 20 giugno, senza quindi aspettare di ricevere


la lettera ed il telegramma dei proprietari della villa, aveva
deciso di rinunciare all’utilizzo di quel fabbricato, «per
sopravvenute difficoltà», comunicandolo alla Divisione Forze
armate di polizia e a quella Gestione contratti e forniture della
Dgps637. La procedura per la creazione dei campi locali era stata
infatti avviata il 6 giugno, con l’invio di diverse comunicazioni
per ognuno dei tre siti proposti da Falcone, rispettivamente alla
Divisione Gcf (per la fornitura del casermaggio), alla prefettura
di Pescara (per provvedere alla stipula del contratto d’affitto),
alla Divisione Fap (per provvedere all’istituzione del posto fisso
di vigilanza dei carabinieri), infine il 9 giugno ancora al prefetto
per sollecitare la trasmissione dello schema del contratto
d’affitto638.
Il 23 giugno, con le stessa motivazione di «sopravvenute
difficoltà» (della cui natura non resta traccia nelle carte
d’archivio) fu scartato anche l’edificio sito in Pescara 639; per cui
l’unico “campo” che fu allestito in provincia di Pescara fu
quello dell’ex manifattura tabacchi di Città S. Angelo (che era in
origine un convento dedicato a S. Chiara). Agli atti esiste anche
il tentativo esperito nel maggio del ’43 dalla Dgps di aprire un
altro campo di concentramento nel convento di S. Antonio di
Civitaquana. Ma dopo una relazione di Falcone sull’edificio e
una richiesta di stipula del contratto d’affitto da parte della Dgps
alla prefettura, il campo non fu mai attivato, forse a causa del
mancato accordo con il comune sulle spese di adattamento, che

636
Ivi.
637
Lettera urgente del 20 giugno 1940 della Dgps, Agr, Sez. II alla Dgps,
Divisione Fap e Divisione Gcf, ivi.
638
Lettere del 6 giugno 1940 del MI, Dgps, Agr, Sez, II alle Divisioni Gcf,
sez. I e III, e Fap e alla Prefettura di Pescara. Lettera del 9 giugno 1940 del
MI, Dgps, Gcf, Sez. I alla Prefettura di Pescara. Ivi.
639
Cfr. lettera urgente del 23 giugno 1940 del MI, Dgps, Agr, Sez. II alla
Dgps, Divisioni Fap e Gcf, ivi. Il fabbricato di San Donato era una fabbrica
di corde armoniche, dismessa da anni. Cfr. la nota «Locale da potersi adibire
per concentramento nuclei internati e confinati nel comune di Pescara». Ivi.

268
Falcone aveva quantificato in 40.000 lire e che il Ministero
chiedeva fossero a carico del comune di Civitaquana640.

2. L’istituzione del campo di concentramento di Città S. Angelo.

Presso l’Archivio di Stato di Pescara non esiste pressoché alcun


documento sul campo di concentramento di Città S. Angelo né
documentazione sulle attività di politica razziale operate dagli
organi dello Stato per conto del regime fascista. A
giustificazione delle lacune e dei vuoti della documentazione si
invocano da alcuni le distruzioni causate dalla guerra; in effetti,
Pescara fu oggetto di due disastrosi bombardamenti sul finire
dell’estate del ’43 e fu vicinissima al fronte per tutto il periodo
‘43-‘44, tanto che la stessa Prefettura fu provvisoriamente
trasferita in alcune località della provincia meno interessate
dagli attacchi degli alleati. Ma non può essere la guerra con le
sue distruzioni la motivazione dei vuoti d’archivio, come
abbiamo già dimostrato in un altro lavoro641.
La penuria di documenti si è accompagnata ad una progressiva
perdita della memoria, fin quasi all’oblio, sull’intero fenomeno
della istituzione di campi di concentramento italiani nel corso
del secondo conflitto mondiale. Un fenomeno non minore, con
un’ampia diffusione su vasta parte del territorio nazionale, con
implicazioni politiche, morali e storiche di primissimo piano.
Eppure sostanzialmente rimosso dalla memoria collettiva: un
oblio significativo sotto molti riguardi. Solo negli ultimi anni,
grazie al lavoro pionieristico di alcuni ricercatori si è tornato a
riflettere su quel fenomeno e a ricostruire, faticosamente, un
abbozzo di memoria condivisa. Ancora oggi uno di loro è però
costretto a scrivere: «l’esistenza dei campi di concentramento
italiani non è ancora un dato comunemente acquisito: i nomi di
essi (…) sono ancora praticamente sconosciuti ai più, e le loro

640
Relazione s. d. (protocollata il 20 aprile 1943) dell’isp. Falcone al MI;
lettera della Dgps, Gcf alla prefettura di Pescara e p.c. alla Agr, in ACS, PS,
Massime, b. 134.
641
Cfr. G. Perri, Il caso Lichtner, cit., p. 34.

269
strutture fisiche e i “siti” geografici sono stati abbandonati a se
stessi o deliberatamente distrutti»642.
Il campo di Città S. Angelo non fu utilizzato subito per
internarvi le persone arrestate nell’estate del ’40. Lungaggini
burocratiche relative al contratto d’affitto e alle discrepanze
nelle diverse relazioni sulla capienza del campo, assieme alla
effettuazione di alcuni lavori di adattamento, ne ritardarono
l’attivazione. A metà luglio Falcone comunicava che l’edificio
che doveva ospitare il campo non era ancora «in ordine» 643. Il 30
luglio la Divisione contratti della Dgps autorizzò la prefettura di
Pescara a sottoscrivere il contratto di locazione con il Comune
per la somma di 1.000 lire mensili; il contratto, comprensivo
della locazione per i locali per i carabinieri di sorveglianza,
decorse dal 2 settembre 1940 per la cifra di 13.800 lire annue.
Per i lavori di adattamento furono pagate 41.200 lire dalla
Divisione contratti della Dgps644. Il 5 settembre giunsero gli
effetti di casermaggio per duecento persone, mentre dal 21
settembre furono inviati in missione, per la gestione del campo,
un funzionario e due agenti di P.S.645 Il 10 dicembre Falcone
chiede al Ministero che la ditta Piscitelli, fornitrice del
casermaggio, invii, anche se gli internati non sono ancora
arrivati al campo, altre 200 coperte di lana, «perché per il clima
rigido, non è possibile dare in dotazione ad ogni internato una
sola coperta»646.
642
C. S. Capogreco, Renicci, cit., p. 8.
643
Nota del 17 luglio 1940 del MI, Dgps, Agr, Sez. II alla Dp di PS, in ACS,
PS, Massime, b. 133.
644
Lettera del 30 luglio 1940 del MI, Dgps, Divisione Gcf al Prefetto di
Pescara e lettera del 7 gennaio 1941 del MI, Dgps, Divisione Gcf alla Agr,
ivi.
645
Lettera del 5 settembre 1940 dell’Ispettore Generale di PS Roberto
Falcone al MI, Dgps, Div. Gcf, Sez. III e p.c. alla Agr, Sezione I; lettera del 5
febbraio 1941 del MI, Dgps, Dp, Sez. I ad Agr, ivi.
646
Lettera del 10 dicembre 1940 dell’Ispettore Generale di PS Roberto
Falcone al MI, Dgps, Divisione Gcf, Sez. III e p.c. alla Agr, Sezione I, in
ACS, PS, Massime, b. 133. «I fratelli Piscitelli (…), affaristi nel settore delle
forniture di casermaggio, facendo leva su potenti amicizie che avevano negli
ambienti del Viminale, erano riusciti ad accumulare una cospicua fortuna».
M. Canali, Le spie del regime, cit., p. 700. I fratelli Piscitelli vengono anche
indicati da Mauro Canali, non solo come appartenenti alla rete personale di

270
Il campo di Città S. Angelo rimase vuoto fino al febbraio 1941,
quando vi giunse il primo gruppo di 13 internati, che trovarono
pareti non intonacate, pavimenti sconnessi, pochi servizi igienici
senza acqua calda. A metà maggio dello stesso anno vi erano già
ristretti 102 internati, come risulta da una comunicazione di
Falcone al Ministero647. Si trattava, presumibilmente, soprattutto
di “allogeni” di origine slovena. Una serie di arresti era stata
infatti operata nel giugno del ’40 negli ambienti delle
associazioni clandestine slave: molti furono inviati
all’internamento, mentre 60 persone furono sottoposte nel 1941
a processo da parte del Tribunale speciale. A maggio il
Ministero dell’Interno inviò a Città S. Angelo anche 57
marittimi jugoslavi, i quali erano stati fermati il 6 aprile (il
giorno stesso dell’attacco italo-tedesco alla Jugoslavia) nel porto
di Genova mentre si trovavano imbarcati nei piroscafi Una e
Dubac648. A luglio essi furono rimpatriati, ma il Ministero
continuò ad inviare a Città S. Angelo internati provenienti dalla
Jugoslavia, anche perché l’occupazione di quel territorio
provocava un crescente internamento di civili. Il che fece di
Città S. Angelo uno dei “campi per jugoslavi” all’interno del
sistema dell’internamento gestito dal ministero dell’Interno.
Anche se non si è trattato di una destinazione ufficializzata o
esclusiva, il Ministero inviò solitamente gli jugoslavi destinati
all’internamento regolamentare, in Abruzzo, oltre che Città S.
Angelo, a Casoli (a partire dal ’42), Corropoli (nel ’42-’43),
Lanciano (dal febbraio ’42), Notaresco (dal giugno ’42); fuori
d’Abruzzo, a Scipione (in provincia di Parma, a partire
dall’estate del ‘42) e Sassoferrato (in provincia di Ancona, a
partire dal febbraio ’43). Furono anche utilizzate per questo
scopo le ex colonie insulari per confinati di Ponza (dal marzo
del ’42 all’agosto del ’43) e Lipari (dal novembre ’41 al luglio

informatori di Bocchini, ma come «amici e soci in affari di Bocchini». Ivi, p.


144.
647
Telegramma del 10 maggio 1941 dell’Ispettore Generale Falcone al MI, in
ACS, PS, Massime, b. 133.
648
Sulla data del fermo, lettera dei comandanti dei due piroscafi, ristretti nel
campo di Villa Oliveto, del 10 aprile al Ministero dell’Interno, in ACS, PS,
A4 bis, b. 5.

271
’43)649. Un discorso a parte va, naturalmente, fatto per i citati
campi speciali per civili jugoslavi, in cui non si applicavano le
garanzie contenute nel decreto del Duce del settembre 1940.
Al momento dell’invio dei marittimi jugoslavi arrestati a
Genova, il Ministero intendeva aggiungere complessivamente
97 internati, in ragione della capienza stimata non inferiore a
200 posti da Falcone, ma lo stesso Ispettore generale si vide
costretto a scongiurare per telegramma il Ministero dall’inviare
un numero di persone che facesse superare al campo la cifra
complessiva di 160 presenze, poiché, ridimensionando le
ottimistiche stime fatte l’anno precedente, tale si era
praticamente rivelato il massimo di internati che la struttura
potesse ospitare650. In una comunicazione del 1° giugno del ’41
Falcone segnalava la presenza totale di 160 internati, vale a dire
la capienza massima del campo651. Come detto, i marittimi
jugoslavi furono poi rimpatriati, anche in base ad accordi con
Pavelic. Furono dapprima liberati quelli di nazionalità croata,
tredici in tutto, che furono accompagnati a Fiume e di lì
passarono il confine il 21 giugno; il 5 luglio anche i restanti 44
marinai, dalmati, furono liberati652. A fine luglio erano presenti
nel campo 139 internati, come risulta da un elenco nominativo
redatto per dare risposta ad una richiesta avanzata dall’Ufficio
prigionieri di guerra della Croce Rossa Italiana. Tutti sono
indicati come jugoslavi, tranne un internato segnalato come
ebreo apolide ed un altro come ebreo tedesco653.

649
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 75, pp. 180 e ss.
650
Telegramma del 10 maggio 1941 dell’Ispettore generale Falcone al MI, in
ACS, PS, Massime, b. 133.
651
Lettera della Prefettura di Pescara del 3 giugno 1941 al MI, Dgps, Agr, ivi.
652
Lettera del 20 maggio 1941 del MI, Dgps, Agr, Sez. III al MG, Sim e al
MAE, AG IV. Lettera del 26 giugno 1941 della Prefettura di Fiume al MI,
Dgps, Agr, Sez. III. Lettera del 5 luglio 1941 della Prefettura di Pescara al
MI, Dgps, Agr, in ACS, PS, A4 bis, b. 5.
653
Lettera della Croce Rossa Italiana del 12 luglio 1941 al MI, Dgps, Agr;
«Elenco dei civili internati nel campo di concentramento di Città S. Angelo»
e lettera del 6 agosto 1941 del MI, Dgps, Agr, Sez. III alla Croce Rossa
Italiana, ivi.

272
3. La gestione del campo

Ancor prima che il campo fosse agibile, fu inviato a dirigerlo il


commissario G. D. M., sollevato dal precedente incarico nel
campo di Civitella della Chiana, in Toscana, «perché affetto da
nevrastenia e di esaurimento nervoso» e trasferito a Pescara 654.
Pochi giorni dopo Falcone, viste le condizioni di salute del D.
M., ne chiedeva la sostituzione655. Alla fine di ottobre del ’40
anche il nuovo direttore, il commissario aggiunto Francesco
Mariniello, aveva ottenuto di essere esonerato dal servizio di
direttore del campo che si andava allestendo656. Quando il campo
fu effettivamente aperto, nel febbraio del ’41, dapprima fu la
questura di Pescara a curarne la conduzione e poi alla direzione
fu chiamato il commissario N. F. Il suo incarico fu di breve
durata poiché Falcone ne chiese per due volte, a giugno e a
luglio del ’41, la sostituzione, giudicandolo «zelante, permaloso
ed irascibile». In un primo rapporto, del 12 giugno, Falcone
affermava che il F.

Si è messo in dissidio col Procuratore del Re, col Pretore e con


l’Arma dei RR. CC. In maniera che il Campo stesso non funziona
regolarmente. Tale stato anormale, si deve all’eccessivo zelo del
suddetto Funzionario, il quale pretenderebbe che la Stazione dei
RR. CC. fosse messa a completa sua disposizione, non potendo, a
suo dire, sopperire ai servizi svariati disposti con una ordinanza da
lui emanata; mi ha richiesto inoltre, con insistenza, aumento di
Carabinieri e di agenti di P.S. dei quali ne vorrebbe anche in
divisa.657.
654
Lettera del 5 luglio 1940 del MI, Dgps, Agr, Sez, II all’Ispettore Generale
di PS Roberto Falcone presso Questura di Pescara, in ACS, PS, Massime, b.
133.
655
Nota del 17 luglio 1940 del MI, Dgps, Agr, Sez. II alla Dp di PS, ivi.
656
Lettera del 29 ottobre 1940 del MI, Dgps, Dp, Sez. I alla Agr; risposta
della Agr, sez. II del 3 novembre 1940, in ACS, PS, Massime, b. 134.
657
Relazione riservata dell’Ispettore Generale di PS Falcone al MI, Dgps, Dp
e p.c. alla Agr, ivi. Nella medesima relazione, Falcone riferiva anche un
episodio che sembra tratto da un film del neorealismo romantico del
dopoguerra, vale a dire lo schiaffeggiamento da parte del F. di un tranquillo
giovanotto del posto, maestro elementare, accusato di aver sfiorato la
consorte del direttore durante la passeggiata serale sul corso cittadino. Questa

273
Il 3 luglio Falcone chiese ancora la sostituzione di F., in seguito
ad un episodio di una certa gravità, che permette di ricostruire
uno spaccato della vita interna al campo. La relazione di Falcone
si apriva col riportare una comunicazione del F. al questore di
Pescara, con la quale il direttore del campo giustificava l’arresto
e l’invio nel carcere di Pescara di alcuni internati; scriveva F.:

la sera del 1° corrente, un gruppo numeroso di internati, all’invito


del giudice Rossic Giorgio, internato anche questo e da me
incaricato di fare l’appello, di fare silenzio e di stare in ordine,
esplodeva in invettive ed ingiurie, in lingua croata, contro lo stesso
giudice e si avanzava minaccioso verso quella balconata ove si
postano carabinieri e giudice al momento delle adunate. Il vice
brigadiere che era presente assieme all’agente di P.S. Moretti ed
alcuni carabinieri intervenne prontamente e sedò il chiasso (…).
Giunto sul posto feci trarre in arresto coloro che si erano mostrati i
più scalmanati (…) e dopo di aver fatto un discorso, a mezzo di
interprete, ottenni il ripristino completo della calma e della
disciplina. Subito dopo però, andato nelle varie camerate (…) per
fare le indagini del caso (…), seppi così che da un certo tempo,
alcuni mestatori, che si ritiene siano comunisti, tra i quali i suddetti
arrestati, facevano propaganda contro i borghesi o i signori del
campo perché costoro avrebbero un trattamento diverso dagli altri.
Infatti, usando un sistema già trovato in uso, ho avuto cura di tenere
divisi, in camerate omogenee gli ufficiali, i laureati, i commercianti,
ecc. dalla ciurma e dalla massa di gentaglia di tutte le risme che
affollano questo campo. (…) Il Kristic Alessandro, mentre
ammanettato, stava per essere condotto in caserma dei RR. CC.
Voltosi alla massa gridò in croato “alzatevi”, intendendo incitare la
massa alla ribellione.

In effetti, contrasti politici e sociali fra gli internati jugoslavi di


Città S. Angelo non sono da escludere, tanto che il problema si
ripropose anche dopo l’allontanamento di F.; Falcone fu in quel
momento di diverso avviso. Scrisse infatti al Ministero che le
indagini da lui condotte portavano a ritenere che la causa degli
gelosia immotivata e la reazione del commissario, assieme ai contrasti
professionali di cui si è detto, portavano Falcone a chiederne
l’allontanamento, dichiarando l’accordo del questore su tale provvedimento.

274
incidenti fosse l’incarico dato al giudice Rossic e l’influenza di
questi sul F. Dopo aver dato ordine di «esonerare
immediatamente il Rossic dagli incarichi (…) e ad abolire le
divisioni di casta», egli dava notizia del fatto che F. aveva
schiaffeggiato uno degli arrestati e di uno sciopero della fame
iniziato dagli incarcerati; confermava infine la necessità di
sollevare F. dall’incarico, parere condiviso dal prefetto di
Pescara658. La divisione Agr dette corso alla richiesta di Falcone
chiedendo alla Divisione del personale di provvedere al
trasferimento di F. ad altro campo di concentramento659.
Ora, una valutazione dei fatti permette alcune riflessioni; in
primo luogo, le “dimissioni” di D. M. e Mariniello, così come i
problemi di F., dimostrano che i funzionari di polizia non
avevano alcuna voglia di assumere i compiti di direttore e
quando dovevano per forza di cose accettare l’incarico vi
riversavano il malcontento e le preoccupazioni che generava
questo compito ingrato, svolto lontano dalla propria sede di
servizio e dalla propria residenza. A ciò si somma il fatto che,
solitamente, coloro che furono prescelti per questo incarico
erano funzionari anziani e poco motivati; né l’assolvimento di
un mandato difficile ed oscuro, come quello di direttore di un
luogo d’isolamento, poteva dare luogo a meriti particolari o
aiutare avanzamenti di carriera. Amedeo Osti Guerrazzi ha
studiato i fascicoli personali esistenti degli ex direttori dei campi
“regolamentari”; si tratta di 36 fascicoli su un totale di un
centinaio di persone che ruotarono intorno a questo incarico. Ne
ha ricavato questa immagine complessiva: «La direzione di un
campo diventava quindi una forma di esilio o di punizione per
poliziotti ritenuti scadenti e inaffidabili. (…) Questi funzionari
possono essere suddivisi, grosso modo, in due gruppi: il primo,
il più esiguo, composto da poliziotti anche capaci ma privi di
qualsiasi appoggio politico e di raccomandazioni, il secondo
formato invece da funzionari men che mediocri, inviati nei
campi allo scopo di tenerli lontani da posizioni di maggiore

658
Relazione dell’Ispettore Generale di PS Falcone del 3 luglio 1941 al MI,
Dgps, Dp e p.c. Agr, Sez. II, ivi.
659
Lettera del 5 luglio 1941 del MI, Dgps, Agr, Sez. II alla Dp, ivi.

275
responsabilità»660. Molti di loro si ritrovarono per la prima volta
nella loro vita ad esercitare un vero potere su altri individui ed
alcuni ne approfittarono o non riuscirono ad esercitarlo in modo
equilibrato; ma il tutto sempre nei limiti (tranne qualche
eccezione) di un piccolo cinismo e di una smaniosa (con tratti
umoristici) ansia di comando. Il Ministero, attraverso gli
ispettori generali ed i questori, esercitò peraltro un controllo
efficace sui direttori, limitando gli abusi e trasferendo quelli
scorretti. Si ebbero anche diversi casi di direttori sostituiti
perché non sufficientemente severi con gli internati, a riprova
della poca attitudine al comando di questi funzionari 661. Maria
Eisenstein ci ha lasciato un ritratto di uno di questi direttori che
vale la pena riportare, per dare maggiore vita al quadro che
abbiamo fin qui ricostruito. Si tenga conto che nei campi
femminili erano inviati i funzionari più anziani e costui era
infatti vicino ai settant’anni, ma intrecciò egualmente una
relazione con un’internata trentenne, fatto che poi gli costerà la
censura del Ministero e il sollevamento dall’incarico:

Il commissario Edvino Pistone, messinese, saliva sbuffando, il viale


che portava al nostro campo. Era di media statura, grosso, aveva il
volto vuoto dei vecchi commedianti e dei vecchi poliziotti. Vestiva
una divisa attillata. Le borse sotto gli occhi lo rendevano assai
brutto; i pochi capelli grigio-scuri erano disposti con gran cura sul
cranio liscio. Aveva sessant’otto anni, ma non li dimostrava; la
passione senile per la trentenne Natascia, rendeva baldanzoso ed
elastico il suo passo. In complesso era pietoso, ma ci faceva paura.
Era falso, lo si vedeva, vanitoso e triviale. Ma quello che ci faceva
più rabbia era la sua pretesa di farci ridere con le sue spiritosaggini.
Dovevamo ridere tutte, anche quelle che non capivano l’italiano.
Anch’io ridevo. Me ne vergognavo, ma ridevo: avevo troppa paura
di lui per non ridere.662

Se questa è lo sfondo umano che caratterizzava i direttori dei


campi, è comprensibile la sfiducia di fondo che è evidente nelle
660
A. Osti Guerrazzi, Poliziotti. I direttori dei campi di concentramento
italiani 1940-1943, Roma, Cooper, 2004, pp. 28-29.
661
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 106-107.
662
M. Eisenstein, L’internata numero 6, cit., p. 72.

276
parole di Falcone verso F., il quale, anche se la sua gestione del
campo appare irregolare e le sue reazioni eccessive, aveva però
visto giusto sui problemi disciplinari nel campo, che infatti si
riproporranno in futuro. Anche per quanto riguarda i rapporti
con la popolazione locale, quelli affrontati da F. erano problemi
reali, che né il Ministero né funzionari come Falcone
sembravano aver previsto o percepito; vale a dire l’effetto che
sul piccolo mondo paesano poteva avere la presenza di decine di
internati provenienti dal resto d’Europa. Sicuramente, come a
giusta ragione il barone V. di T. temeva per Villanova, la
presenza del campo aveva modificato e influenzato parte del
clima sociale di Città S. Angelo, generando un moto che pare
per lo più di simpatia per gli internati. Si tenga conto che, nel
’42, lo stesso Mussolini ebbe a lamentarsi, in uno sfogo col
federale dell’Aquila, della generale benevolenza abruzzese verso
gli internati663. Ma non furono solo ingenuità, “buon cuore” o
“naturale socievolezza” ad avvicinare internati e paesani: quello
che si intravvede è un interesse verso il mondo esterno, verso
quel resto del mondo che il provincialismo autarchico e
strapaesano fascista aveva oscurato e allontanato. Interesse che
era preludio ad una critica del fascismo e della sua guerra, che si
farà strada nella popolazione.
Tornando ai fatti del primo luglio ’41, quasi nessuna delle
persone fatte incarcerare da F. risulta inclusa nell’elenco degli
internati presenti a Città S. Angelo il primo agosto successivo.
Salvo errori nella trascrizione dei nomi, solo l’internato con il
cognome italiano risulta ancora presente, per cui si deve pensare
ad un trasferimento degli altri accusati in un altro campo.
Per quanto Varano paia aver avallato la sostituzione di F., una
sua relazione al Ministero, datata 13 agosto 1941, segnala i
problemi che la vita del campo presentava, primi fra tutti
l’insufficienza del personale e l’insofferenza degli internati
“balcanici”:

Al Ministero dell’Interno
Dgps Agr Roma

663
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 130.

277
Come è noto a codesto Ministero, al campo di concentramento di
Città S. Angelo è preposto un funzionario di P.S. che ha, a sua
disposizione, due agenti di P.S., adibiti esclusivamente al servizio
di istituto. Poiché il campo è stato, finora, riservato ai soli sudditi ex
jugoslavi, che ammontano ad oltre centoventi e che conservano, nei
rapporti reciproci e nei confronti dell’autorità, la loro mentalità
prettamente balcanica, l’opera del funzionario e degli agenti è
assorbita completamente dal mantenimento della disciplina.
Moltissimi internati, poi, danno luogo, con istanze di ogni genere, a
molto lavoro burocratico, ciò che talvolta fa ritardare l’esplicazione
delle incombenze ordinarie della direzione ed amministrazione,
abbastanza gravose e complicate. Si è determinata, così, la necessità
per quella direzione di aver, per lo meno nei giorni di pagamento
del sussidio e della chiusura della contabilità (…) un impiegato
d’ordine. (…)
Il Prefetto
(f.to Varano)664

Il contenuto della relazione è anche illuminante sui sentimenti


che uomini come Varano (fascisti e funzionari del Ministero
dell’Interno) manifestavano soprattutto nei confronti di slavi e
“allogeni”. Il linguaggio che la prefettura di Pescara utilizza
nelle sue comunicazioni col Ministero riferendosi agli internati
di nazionalità jugoslava non è un dato secondario: il parlare di
una loro «mentalità prettamente balcanica» è espressione di un
atteggiamento diffuso in quei funzionari, a sua volta preludio
allo sviluppo degli eventi che renderanno tragica l’occupazione
italiana in Jugoslavia e daranno vita al duro fenomeno
dell’internamento militare (o “parallelo”) dei civili jugoslavi.
Ma si trattava anche di un linguaggio e di pregiudizi che si erano
col tempo consolidati nella burocrazia ministeriale italiana, nella
quale il riferimento ad “impulsi atavici” dei popoli balcanici era
ricorrente anche nei decenni precedenti allo scoppio del secondo
conflitto mondiale, come abbiamo visto.
Le norme dell’internamento civile escludevano che gli internati
potessero essere sottoposti a lavori forzati. Un altro episodio del
campo di Città S. Angelo, dell’estate del ’41, ne dà la misura: la
664
Lettera della Prefettura di Pescara del 13 agosto 1941 al MI, Dgps, Agr, in
ACS, PS, Massime, b. 133.

278
prefettura richiese il 18 giugno che fosse disposta una piccola
retribuzione per gli internati che s’incaricavano di effettuare le
pulizie nel campo; il Ministero venne incontro alla proposta e
dispose a fine luglio un compenso di cento lire mensili da
dividersi tra gli internati interessati665.
Un altro problema della vita interna dei campi fu il controllo
della corrispondenza, che a Città S. Angelo si pose a causa delle
lingue utilizzate dagli internati. Le regole per la gestione della
posta erano le stesse che vigevano per i prigionieri di guerra:
lettere di una pagina, pacchi di non più di cinque chili, censura e
controllo. Per le lingue straniere si ricorreva alle commissioni
provinciali di censura, istituite in tutti i capoluoghi in periodo di
guerra per il controllo della corrispondenza ordinaria. Di norma
erano accettati solo l’italiano, il tedesco, l’inglese ed il
francese666. A Città S. Angelo la lingua più utilizzata era però il
croato e, come avveniva in molti altri campi, la traduzione ai fini
del controllo era demandata ad un internato. Ma nel novembre
del ’41 Varano sollevò il problema presso il Ministero, facendo
anche riferimento al fatto che alcuni internati erano ristretti
perché accusati di attività spionistica:

R. Prefettura di Pescara – 7 novembre 1941


Al Ministero dell’Interno – Direzione Generale della P.S. –
Divisione A.G.R.
Prot. N. 06171 – Oggetto: Controllo corrispondenza internati
Nel Campo di Concentramento di Città S. Angelo si trovano
normalmente oltre un centinaio di internati stranieri, tra i quali
diversi agenti sospetti od accertati di spionaggio, che ricevono una
massa non indifferente di corrispondenza redatta, nella maggior
parte, in croato e sloveno. Per il controllo di detta corrispondenza la
Direzione si servì, per un certo periodo di tempo, dell’opera di un
internato, che ne faceva la traduzione. Tale sistema, però, fu ben
presto abbandonato per alcuni inconvenienti ai quali diede luogo.
Non essendo stato possibile trovare un traduttore né a Città S.
Angelo, né in questo capoluogo ed essendone la locale
665
Lettera del 18 giugno 1941 della Prefettura di Pescara al MI, Dgps, Agr;
lettera del MI del 29 giugno alla Prefettura di Pescara; lettera del 24 luglio
della Prefettura di Pescara al MI, in ACS, PS, Massime, b. 134.
666
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 122-123.

279
Commissione di Censura sprovvisto, la corrispondenza è stata
finora inviata ad altra Commissione fornita di traduttore per le
lingue anzidette. Ugualmente si è provveduto per la corrispondenza
di tutti gli altri internati nella provincia. Tale sistema, però, si è
dimostrato poco soddisfacente sia per il lamentato eccessivo ritardo
nel recapito della corrispondenza, sia per l’accresciuto carteggio
che ha provocato.
Ad eliminare ogni inconveniente, si prega di far conoscere se sia
ritenuto prescrivere a tutti gli internati (…) che la corrispondenza
(…) sia redatta in italiano e per una estensione non superiore ad una
pagina. (…)
Il Prefetto
(f.to) Varano667

Il ministero decise di inviare in missione a Città S. Angelo un


agente della questura di Pavia che conosceva lo sloveno, mentre
per il croato non c’erano agenti disponibili, neanche per il
campo di Lipari668. La guardia scelta Severino Roti rimase a
Città S. Angelo fino al 7 febbraio 1942 669; non sappiamo come
fu gestita la corrispondenza nel periodo successivo.
A sostituire il commissario F. nella direzione del campo era
giunto il commissario F. D. D.; anche la sua gestione fu criticata
da Falcone, che già nel dicembre del ’41 inviò un rapporto assai
duro al Ministero:

R. Prefettura di Pescara – 10 dicembre 1941 – XX - Riservata


Al Ministero dell’Interno – Direz. Gen. P.S. Div. Personale e p.c.
Div A.G.R. – Roma
Oggetto: D. D. Dr. F. – Direttore Campo Concentramento Città S.
Angelo
Mi si riferisce che il Commissario di P. S. D. D. Dr. F., Direttore
del Campo di concentramento di Città S. Angelo, in provincia di
Pescara, col suo comportamento, specie dal lato morale, abbia dato
luogo a sfavorevoli commenti nella cittadinanza. Dicesi che egli

667
ACS, PS, Massime, b. 134.
668
Lettere del 19 e del 21 novembre 1941 del MI, Dgps, Div. Fap alla Agr,
Sez. II, ivi.
669
Lettera dell’agente del 27 maggio 1942 al MI, Dgps, Div. Fap, in ACS,
PS, Massime, b. 133.

280
userebbe speciali riguardi ad internati facoltosi, da qualcuno dei
quali avrebbe accettato anche del denaro.
Per i motivi di cui sopra, la sua permanenza a Città S. Angelo
sarebbe incompatibile, per cui prego codesto Ministero voler dare
disposizioni affinché siano accertati i fatti, e provvedere
sollecitamente qualora gli addebiti risultino fondati.
L’Ispettore Generale di P.S.
(f.to) Falcone670

Con tutta probabilità, Falcone si fidava di un informatore


angolano. Oppure la fonte fiduciaria era un agente di polizia o
un carabiniere. Non è d’altra parte da escludere che le dicerie
avessero un qualche fondamento reale, poiché il D. D. andò
incontro ad accuse simili quando diresse il campo di Bagno a
Ripoli671. Suonava comunque un po’ strana la richiesta di
accertamenti che l’ispettore avanzava al Ministero, visto che
proprio lui aveva il compito istituzionale e le maggiori
possibilità per farlo.
L’attento controllo sui direttori dei campi e il credito concesso,
da parte degli ispettori generali, alle critiche che li riguardavano,
facevano parte di una consegna di sorveglianza attenta della
condotta dei direttori672. Conoscendo la qualità del personale che
veniva inviato nei campi, il Ministero non voleva creare
occasioni di sopruso e di illegittimità, tenendo conto anche di
condizioni, come quelle dell’internamento, che erano
oggettivamente favorevoli al sorgere di tendenze all’abuso nelle
persone che erano chiamate a gestire dei civili, privati di diritti
fondamentali per causa di guerra. Per cui i trasferimenti e i
richiami in sede furono assai frequenti e le segnalazioni di
Falcone a proposito dei direttori di Città S. Angelo appaiono
restare nella norma. D. venne sostituito, poiché il direttore del
campo risulta essere, nel maggio 1942, il vice commissario
aggiunto Augusto Menè. Ma la sua carriera non fu stroncata da
questo episodio, poiché nel dicembre 1942 gli venne assegnato
un incarico più importante, nel settore dei campi, vale a dire la

670
ACS, PS, Massime, b. 134.
671
Cfr. A. Osti Guerrazzi, Poliziotti, cit., p. 40.
672
Cfr. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., p. 106.

281
direzione del campo di concentramento più grande fra quelli
creati dopo l’entrata in guerra dell’Italia e cioè quello di
Ferramonti, in Calabria673, che ospitava migliaia di “ebrei
stranieri”. A Città S. Angelo risulta inviato, con lo stesso
movimento, il vice commissario Carmine Sanzò.

4. Le condizioni igienico-sanitarie

Pur senza gli eccessi dell’internamento “parallelo” gestito dai


militari, non bisogna però pensare ai campi “regolamentari”
come a strutture adeguate. A Città S. Angelo, ad esempio,
mancava l’acqua calda e i servizi igienici erano insufficienti. È
la stessa prefettura a segnalarlo al Ministero: il 16 novembre
1941, su sollecitazione del medico provinciale, il prefetto
notifica l’urgenza dell’attivazione del riscaldamento dell’acqua.
Un episodio che conferma il giudizio molto positivo che è stato
dato sul personale medico che ebbe a curare l’assistenza
sanitaria ai campi674. Comunque, nei campi dell’internamento
civile l’assistenza medica diretta era, in generale, insufficiente,
ma le autorità non respingevano mai le richieste di ricovero
ospedaliero avanzate degli ufficiali sanitari; inoltre, come
sappiamo, con una circolare del 30 giugno ’40 il Ministero
dispose che i medici provinciali ispezionassero, almeno una
volta al mese, i campi. Fu una di queste ispezioni ad occasionare
la citata richiesta di Varano al Ministero:

R. Prefettura di Pescara – 16 novembre 1941 XX


n. di prot. 04047
Al Ministero dell’Interno - Dgps Agr - Roma
Oggetto: Campo di concentramento di Città S. Angelo. Condizioni
igieniche.

673
Lettera del 30 dicembre 1942 della Dp della Dgps alla II sez della Dgps,
Agr, in ACS, PS, Massime, b. 134. Ma D. D. non risulta aver raggiunto mai
Ferramonti e dovette quindi, per qualche motivo, rinunciare all’incarico. Cfr.
K. Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, p. 199.
674
Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 147 e ss.

282
Informo codesto Ministero che le condizioni igieniche del campo,
per alcuni servizi non sono soddisfacenti.
Infatti, su conforme parere di questo medico provinciale, all’uopo
interessato, per la stagione invernale è indispensabile che i bagni e
la doccia siano provvisti di dispositivi per il riscaldamento, onde
evitare che possa svilupparsi il tifo petecchiale, poiché tra gli
internati vi sono soggetti appartenenti a razze, nelle quali il predetto
tifo è endemico.
Trasmetto, pertanto, gli uniti preventivi (…) per la fornitura di un
riscaldatore d’acqua per il bagno ed uno per la doccia, nonché
quello (…) per gli impianti delle linee elettriche ed idrauliche che
debbono alimentare gli apparecchi da riscaldamento per la camera
da bagno a vasca e quella a doccia.
Resto in attesa delle determinazioni in merito.
Il Prefetto
(f.to) Varano675

Il Ministero accettò sollecitamente la proposta di Varano e il 29


novembre diede l’assenso, previo giudizio di congruità sui
preventivi da parte dell’Ufficio Tecnico Erariale, ai «lavori per
mettere in efficienza il bagno» del campo di Città S. Angelo676.
Non va però sottovalutato, nella missiva di Varano, il
riferimento a «razze nelle quali il tifo è endemico», poiché si
tratta di un pregiudizio razzistico non di poco conto. Non
sappiamo se sia Varano stesso a coltivarlo o se egli l’abbia tratto
da fonti mediche, la qual cosa potrebbe non sorprendere, vista la
diffusione di idee razziste negli ambienti medico-scientifici
italiani dell’epoca. E l’idea che ci fossero “razze” predisposte al
tifo era un’ossessione che pervadeva le autorità sanitarie
tedesche, specialmente quelle al seguito delle truppe
d’occupazione in Polonia. Cristopher Browning ed altri
ricercatori hanno anzi dimostrato come questi pregiudizi
pseudoscientifici del personale sanitario abbiano contribuito sia
alla creazione dei ghetti in Polonia sia alla progressiva
emersione della “soluzione finale”677. La ghettizzazione era
infatti un naturale complemento di queste convinzioni, anzi
675
Ivi.
676
Lettera del 29 novembre 1941 del MI, PS, Agr, Sez. II a Prefettura di
Pescara, ivi.

283
finiva per confermarle, poiché le terribili condizioni igieniche e
alimentari dei ghetti nazisti in Polonia non potevano non
generare epidemie. Questa nefanda spirale di autoamplificazione
dei pregiudizi sanitari aiutò a rendere meno inconcepibile la
“soluzione finale”: «avendo deciso di trattare gli ebrei non come
vittime da curare, ma come portatori di malattie e quindi da
evitare, questi medici, psicologicamente, erano solo a un breve
passo dalla convinzione di Hitler, secondo cui gli ebrei non
erano meglio di bacilli e parassiti»678.
Il livello di intossicazione ideologica dei medici nazisti era
sicuramente molto più alto, forse incomparabilmente più alto, di
quanto emerga dalle parole, pur pesanti, di Varano; ed è per
questo che le autorità pescaresi chiesero la cosa più logica in
quel caso, cioè il miglioramento delle condizioni igienico-
sanitarie del campo di Città S. Angelo. Si può, anche in base al
diverso contesto storico-politico, avanzare l’ipotesi generale che
il razzismo “medico” nazista fosse “apocalittico”679, esasperato,
eversivo dei limiti della razionalità scientifica e giuridica, e
portava perciò in sé un esito genocidiario. Il razzismo, invece,
del funzionario del regime fascista Varano sembrava mantenersi
all’interno di una logica “tradizionale” del controllo umano; e se
comportava forme di dominio anche nuove, dotate di
caratterizzazioni razziali, non alludeva ancora ad un nuovo
ordine biocratico del mondo ed era quindi prive di un’implicita
pulsione di annientamento.
Varano non si sottrae perciò, nel dicembre del ’41, dal
domandare per telegramma l’invio urgente di altre cento
coperte, «per imminente arrivo altri assegnati et clima rigido» 680.
677
Il dottor Walbaum, responsabile del servizio sanitario del Governatorato
generale, dedicava uno scritto del ’41 al tema Tifo e identità nazionale,
accusando gli ebrei di essere i peggiori propagatori dell’infezione. Cfr. C. R.
Browning, Verso il genocidio. Come è stata possibile la “soluzione finale”, Il
Saggiatore, Milano 1999, p. 143.
678
Ivi, p. 154.
679
Sullo schema apocalittico che caratterizzava l’ideologia antisemita
hitleriana, cfr. P. Burrin, Ressentiment et apocalypse. Essai sur
l’antisemitisme nazi, Seuil, Paris 2004, pp. 74 e ss.
680
Telegramma del 15 dicembre 1941 dal prefetto Varano al MI, in ACS, PS,
Massime, b. 133.

284
Segue una piccola disputa fra comune e Ministero sulle spese di
manutenzione del campo: si tratta di poche centinaia di lire, ma
riguardano la sostituzione di vetrate nelle camerate e nei bagni,
di riparazione ai lavandini e ai rubinetti, di lampadine elettriche,
tutte cose che in pieno inverno (la prima richiesta di
autorizzazione di spesa è del 29 gennaio 1942) erano vitali per
lo stato di salute degli internati. Alla fine, tardivamente, a
primavera ormai inoltrata, il Ministero accetta di farsi carico
delle spese di manutenzione ed autorizza gli acquisti681.
Nel maggio del ‘42, a causa della temporanea chiusura del
campo di Corropoli, in provincia di Teramo, 50 internati di quel
campo erano stati trasferiti a Città S. Angelo682. La cosa che va
notata è che gli internati di Corropoli erano fra quelli più
politicizzati; erano in genere irredentisti jugoslavi e comunisti
italiani provenienti dal confino politico e la loro sorveglianza a
Corropoli era stata problematica, con l’invio di alcuni di loro
nelle colonie insulari683. In conseguenza dei numerosi arrivi,
Varano comunicava al Ministero la saturazione dei posti
disponibili nel campo:

Al Ministero dell’Interno
Dgps Agr – Roma
Oggetto: internati trasferiti da Corropoli.
In relazione al telegramma n. 29144/442 del 30 aprile, si comunica
che il 4 maggio, sono giunti a Città S. Angelo i cinquanta 50
internati trasferiti dal Campo di Concentramento di Corropoli.
Con l’occasione si ritiene opportuno e doveroso far presente che,
essendosi raggiunte il numero di 134 internati, tutti i locali sono
stati occupati, ad eccezione di una sola camerata destinata in parte
alle creazione di una infermeria di isolamento e in parte a
disinfestazione della biancheria.
Nel campo, pertanto, non vi sono più posti disponibili.
681
Lettera del 29 gennaio 1942 della Prefettura di Pescara al MI, Dgps; lettera
del 2 febbraio 1942 del MI, Dgps, Agr, Sez. II alla Prefettura di Pescara;
lettera dell’8 aprile 1942 della Prefettura di Pescara al MI, Dgps, Agr; lettera
del 24 aprile 1942 del MI alla Prefettura di Pescara, ivi.
682
«Elenco nominativo degli internati (…) trasferiti» del 5 maggio 1942,
stilato dal Comandante del campo, Augusto Mené, in ACS, PS, A4 bis, b. 5.
683
Cfr. Di Sante, I campi di concentramento in Abruzzo, cit., p. 189.

285
Il Prefetto
(f.to)
Varano684

Non sembra però che i provvedimenti di adeguamento sanitario


del campo siano stati poi concretizzati. Infatti, nel giugno 1942,
l’Ispettore Generale Medico, nella relazione per la Dgps che
verrà inviata dalla Direzione Generale di Sanità del Ministero
dell’Interno con una lettera del 4 luglio, segnalava la perdurante
assenza dell’infermeria di isolamento e descriveva in questo
modo il campo di Città S. Angelo:

Il campo di concentramento di Città S. Angelo trovasi entro


l’abitato in via Umberto n. 31, in un fabbricato di proprietà
comunale che era in origine convento, poi opificio, e infine rimasto
abbandonato. Ha la capacità massima di 150 posti-letto, per soli
uomini. Presenti 132 individui provenienti in maggioranza dagli ex
Stati Jugoslavi. Il campo fu aperto nel febbraio 1941; gli ultimi
arrivi sono del 4 marzo u.s. e proveniente da altro campo. Nulla da
rilevare attualmente sotto l’aspetto sanitario circa i ricoverati.
L’atrio dell’edificio è di ammattonato sconnesso. Appena entrati
appare una porta che dà in una camera buia senza finestre destinata
per le punizioni. In un piano terreno sopraelevato sono i dormitori,
ampi, con il pavimento a tavolato di legno. Uno dei dormitori
trovasi al piano superiore. Finora nessun locale è stato destinato per
l’eventuale isolamento o infermeria o ambulatorio. Vi è il bagno ma
senza scaldabagno che necessita. Tutti i locali avrebbero bisogno di
un’ imbiancatura a calce delle pareti e inoltre sarebbe da
raccomandare che le eventuali disinfezioni siano eseguite a cura del
Centro provinciale di profilassi per la maggiore competenza del
personale. Gli internati prendono i loro pasti fuori dal campo. Le
vaccinazioni non sono state ancora eseguite. L’assistenza medica è
affidata all’unico medico condotto del luogo Dr. G., il quale è
molto daffarato per cui spesso non è disponibile. Se ne proporrebbe
la sostituzione con l’ufficiale sanitario Dr. Nasuti. Aggiungo che
essendo per il passato entrati tre malati di scabbia, il Dr. G. non si
curò nemmeno di denunciarli come di obbligo. Non sono state
ancora praticate le vaccinazioni.
684
ACS, PS, Massime, b. 133. Una lettera identica fu inviata dal direttore del
campo; ACS, PS, A4 bis, b. 5.

286
Roma 2 giugno 1942 XX
L’Ispettore Generale Medico685

La relazione fornisce l’idea delle precarie condizioni igieniche


in cui gli internati continuavano a vivere e, soprattutto,
testimonia della mancata realizzazione dello scaldabagno, che
pure era stata autorizzata fin dal novembre precedente dal
Ministero. La sensazione è quella di un abbandono degli
internati a se stessi.
Il dottor G. era stato inizialmente coinvolto nella gestione del
campo in quanto medico condotto del paese; la cosa costituiva
naturalmente un aggravio del suo carico di lavoro, tanto che
Varano si sentì in obbligo, un anno prima dell’ispezione medica,
cioè nel giugno del ’41, di chiedere al Ministero l’attribuzione
per lui di un compenso; aveva scritto Varano:

R. Prefettura di Pescara – 18 giugno 1941 XIX


Al Ministero dell’Interno – Direzione Generale della P.S. –
Divisione A.G.R – Roma
Oggetto: Dr. G. G. medico condotto
Comunico a codesto ministero che il medico in oggetto, da quando
è stato impiantato il campo di concentramento di Città S. Angelo,
ha sempre aderito alle richieste del Direttore del campo per visite
mediche agli internati. È un lavoro non indifferente perché, ogni
giorno, escluse le chiamate urgenti, sono, in media, dieci visite
mediche che egli compie agli internati.
Finora non ha avuto alcun compenso, mentre ne avrebbe diritto in
quanto il Dr. G., come condotto, deve curare, gratuitamente,
soltanto i poveri del Comune. Si prega, pertanto, di compiacersi
disporre per un compenso a forfait dell’opera già prestata, e fissare
il compenso stesso per l’avvenire.
Il Prefetto
(f.to) Varano686

Il Ministero aveva dato il proprio assenso e aveva accettato la


proposta di Varano di fissare un compenso di 300 lire mensili
per il dottor G., «con l’obbligo di due ore giornaliere di
685
ACS, PS, Massime, b. 133.
686
ACS, PS, Massime, b. 134.

287
ambulatorio al campo, nonché di aderire a tutte le richieste di
visite»687.
Pare che l’ispezione abbia avuto un suo effetto poiché,
sollecitamente, il 17 giugno ’42, la prefettura di Pescara (senza
attendere la trasmissione della relazione ispettiva al Ministero)
invia un preventivo (firmato dal funzionario Pace), vistato dal
Medico provinciale e dal Genio civile, per «le spese per impianti
igienici nel campo di concentramento di Città S. Angelo»; il
preventivo è restituito con la ratifica di spesa da parte del
Ministero688.
Ai primi di luglio giungono a Pescara 5 nuclei famigliari
allontanati da Fiume per essere internati; vista l’impossibilità di
sistemarli a Città S. Angelo, la prefettura provvede ad alloggiarli
nei locali vuoti di una vecchia conceria della poco distante
Penne, prelevando il casermaggio da quello ancora disponibile
nel campo di Città S. Angelo. Aggiunge il prefetto «che è stato
disposto che i predetti, da considerarsi ammoniti, siano
sottoposti alle relative prescrizioni e vigilati»689.
Dal punto di vista logistico e delle condizioni igieniche, non
sembra che molto sia cambiato, a più di due anni dall’apertura
del campo: con una lettera del 27 novembre ’42 il prefetto aveva
chiesto l’autorizzazione ad effettuare ulteriori lavori per
l’infermeria (proposti dal medico provinciale). L’esordio della
stessa missiva lascia però assai perplessi, poiché Varano inizia
col dire che «sono stati da tempo iniziati presso il campo di
concentramento di Città S. Angelo i lavori per impianti igienici,
di cui al preventivo approvato da codesto Ministero con nota
(…) del 27 giugno c.a.»690. Sembra chiaro che l’acqua calda non
sia ancora disponibile nel campo di Città S. Angelo,
all’approssimarsi del secondo inverno d’internamento. Anche

687
Lettera del 24 luglio 1941 della Prefettura di Pescara al MI, Dgps, Agr, ivi.
Usata come minuta per la risposta del MI alla Prefettura.
688
Lettera del 17 giugno 1942 della Prefettura di Pescara al MI, Dgps, Agr, in
ivi. Usata come minuta per la risposta del MI alla Prefettura del 22 giugno
1942, in ACS, PS, Massime, b. 133.
689
Lettera della Prefettura di Pescara del 3 luglio 1942, al MI, Dgps, ivi.
690
Lettera della Prefettura di Pescara del 27 novembre 1942 al MI, Dgps,
Agr, Sez. II, ivi.

288
questa spesa fu comunque approvata dal Ministero ai primi di
gennaio.

5. Il giro di vite

I problemi principali del campo, oltre a quelli igienico-sanitari,


furono di natura disciplinare. Nel settembre 1942, la Croce
Rossa internazionale visitò il campo di Città S. Angelo e non
ebbe rilievi da muovere; il delegato trovò anzi che gli internati
godevano di una libertà di movimento maggiore che in altri
campi691. Ma questa condizione cominciava ad essere mal
tollerata dalla prefettura. Il 19 novembre del ’42 Varano scrisse
al Ministero facendo dei rilievi politici sulla situazione del
campo di Città S. Angelo:

R. Prefettura di Pescara – 19 novembre 1942 XXI°


Al Ministero dell’Interno – Direzione Generale della P.S. –
Divisione A.G.R. – Roma
N. di prot. 05483
Si trovano internati nel Campo di concentramento di Città S.
Angelo ventisei individui, appartenenti al partito comunista, i quali,
malgrado l’attiva vigilanza degli agenti di P.S., riescono tuttavia a
mantenere rapporti con gli abitanti di quel comune, molto ospitali
per loro natura, avendo così facile occasione di propagandare le
proprie idee sovvertitrici.
Si prospetta, in via di massima, la questione a codesto Superiore
Ministero, perché voglia esaminare l’opportunità di trasferire i
predetti internati in un campo chiuso.
Il Prefetto
(f.to) Varano692

La lettera fu girata a Falcone, che venne incaricato di condurre


gli opportuni accertamenti e di esprimere il proprio avviso al
riguardo. Fu così che, nel dicembre del ’42, su proposta di
Falcone, viene limitata l’uscita degli internati, i quali in
precedenza frequentavano abbastanza liberamente il paese, in
691
Cfr. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 210.
692
ACS, PS, Massime, b. 133.

289
quanto l’edificio del campo era in pieno centro urbano e molti di
loro pranzavano presso le osterie o gli abitanti del luogo. Scrive
Falcone alla Dgps, Divisione Agr, in data 12 dicembre 1942:

Gl’internati nel campo di Concentramento di Città S. Angelo in


provincia di Pescara, godono effettivamente di eccessiva libertà,
motivo per cui, spesso si verificano incidenti, che ad onta dei
continui richiami e delle punizioni inflitte ai colpevoli, continuano
sempre.
Dal sopraluogo e dalle indagini da me eseguite mi è risultato che
gl’internati, specie quelli di sentimenti comunisti, che sommano a
poco più di una ventina, si vedono spesso a confabulare con gli
abitanti del Comune.
È necessario pertanto provvedere affinché i lamentati inconvenienti
vengano a cessare, per cui d’accordo col Sig. Questore di Pescara,
abbiamo stabilito di limitare la libertà agli internati, come già si
pratica in altri campi di concentramento, accordando loro, due ore
al giorno di uscita, indrappellati e scortati da agenti e da
Carabinieri, in maniera che non abbiano contatto con estranei
È da notare inoltre, che nel Campo di Concentramento di Città S.
Angelo, vi è un piazzale dove gl’internati possono prendere aria a
volontà.
L’Ispettore Generale di P.S.
(f.to) Falcone693

È interessante notare come nel vecchio poliziotto sia soprattutto


il “pericolo” comunista a sollecitare la sua penna; si può così
misurare la diversità di atteggiamento fra il poliziotto di
mestiere, legato alla repressione del sovversivismo già al centro
dell’investigazione prefascista, e il prefetto di nomina politica
Varano, attentissimo alle evoluzioni razzistiche del regime, che
invece infiora le sue lettere con considerazioni sul «carattere
balcanico» e sulle «razze nelle quali il tifo è endemico». Viene
qui confermata l’idea di una minore permeabilità dell’apparato
poliziesco alle mire totalitarie e alle innovazioni ideologiche del
regime, rispetto al personale prefettizio, molto più ideologizzato
e maggiormente responsabile della attuazione dei programmi
politici del fascismo. Dopo aver ricevuto la relazione di Falcone,
693
Ivi.

290
il Ministero chiese alla Prefettura di «segnalare con singoli,
circostanziati rapporti gli elementi comunisti più pericolosi
ristretti nel campo in oggetto, che verranno trasferiti nelle
isole»694. Ma la sera dell’8 gennaio ’43 gli internati inscenarono
una protesta contro i nuovi provvedimenti voluti da Falcone,
rifiutandosi di uscire per cenare nelle trattorie del paese, come
solitamente facevano vista la mancanza di una mensa nel campo.
Varano ne approfittò per arrestare nove «sobillatori» e additarli
come tali al Ministero, chiedendone il trasferimento nelle isole,
con l’accordo di Falcone695. Sette di loro furono inviati a Lipari e
a Ponza (come abbiamo visto, utilizzate per l’internamento
“regolamentare” dei civili jugoslavi) su provvedimento del
Ministero696; dai cognomi sembrano essere tutti jugoslavi,
mentre dal provvedimento furono esclusi, fra coloro che erano
stati arrestati, un internato italiano ed un altro probabilmente
greco, quest’ultimo perché frattanto era stato prosciolto e
liberato.
Per impedire che gli internati mantenessero contatti con la
popolazione, il prefetto propose a fine marzo del ‘43 di allestire
una cucina nel campo. Dopo aver chiesto il parere di Falcone,
ma senza attenderne la risposta, il Ministero autorizzò la spesa il
31 marzo697. Agli atti vi è la relazione di Falcone, datata 24
aprile 1943, in cui egli, riferendosi ad una missiva ministeriale
del 5 aprile a lui indirizzata, scriveva:

Per i pasti, gli internati, ai quali viene concesso un’ora di permesso,


si recano nelle diverse trattorie del paese, ma la vigilanza non riesce
efficace, essendo limitato il numero degli agenti e carabinieri.
Ragion per cui gli incidenti si ripetono ogni tanto, anche perché in
Città S. Angelo vi è una Scuola Magistrale Femminile. Si rende
694
Lettera del 20 dicembre 1942 del MI, Dgps, Agr, Sez. II alla Prefettura di
Pescara, in ACS, PS, Massime, b. 133.
695
Lettera dell’11 gennaio 1943 del Prefetto di Pescara al MI, in ACS, PS, A4
bis, b. 5.
696
Lettera del 6 febbraio 1943 della Prefettura di Pescara al MI, Dgps, Agr,
Sez. III e p.c. alla Prefettura di Palermo, alla Prefettura di Littoria, alla
Direzione dei campi di Lipari e di Ponza, ivi.
697
Lettera della Prefettura di Pescara del 23 marzo 1943 al MI, Dgps, Agr;
lettera del 31 marzo del MI, Dgps alla Prefettura di Pescara, ivi.

291
pertanto necessario ed urgente, per eliminare i lamentati
inconvenienti, istituire una mensa all’interno del Campo, come si
pratica, con ottimo risultato, in altri simili Campi. Si eviterebbe così
l’inconveniente di vederli sparpagliati per le diverse trattorie del
paese, e gl’internati stessi rimarrebbero più soddisfatti, avendo
modo di preparare le vivande a loro gusto.698

Interessante il tocco di “colore” finale, che si ritrova altre volte


sotto la penna di Falcone, che deve aver sempre svolto la sua
attività professionale cercando di indorare la pillola di
provvedimenti coercitivi facendoli ritenere, in fondo, anche
nell’interesse di chi li subiva. Ma forse è anche un modo, un po’
furbesco ma reale, per segnare l’assenza di crudeltà e di assillo
ideologico nel vecchio funzionario, consapevole di ciò che va
preparandosi nell’immediato futuro.

6. Epilogo

Il campo funzionò per tutto il 1943, con circa un’ottantina di


internati. A fine marzo del ’43 risulta essere direttore del campo
il commissario Angelo Rossi della questura di Pescara699.
Nell’aprile del ’43, in uno dei suoi otto viaggi pastorali nei
campi di concentramento italiani, il Nunzio Borgongini Duca
visitò, per la prima volta, anche il campo di Città S. Angelo 700.
Nel giugno del ’43 Falcone fu ricollocato a riposo e le sue
competenze furono assunte dall’Ispettore generale Nicola
Lorito, già responsabile dell’Ispettorato generale Abruzzo-
Marche701.

698
Lettera dell’Ispettore Generale Falcone al MI, Dgps, Agr del 24 aprile
1943, ivi.
699
Lettera della Dp della Dgps alla Agr del 31 marzo 1943, in ACS, PS,
Massime, b. 134.
700
Cfr. Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit, p. 183.
701
Cfr. MI, Dgps, Agr, Appunto del 22 giugno 1943, in ACS, MI, PS,
Massime, b. 101. A Lorito l’incarico fu effettivamente conferito un mese
dopo; lettera del MI, Dgps, Dp, Sez. I, del 23 luglio 1943, alla Agr, in ACS,
PS, Massime, b. 133.

292
Un’ultima relazione di Lorito, del 3 settembre, segnala ancora
gravi problemi disciplinari e sanitari:

Provincia di Pescara – Città S. Angelo


Il campo è in stabile all’interno del paese in località di angusto ed
incomodo accesso, neppure igienicamente adatto. Vi si trovano
molto addensati 79 internati. Epperò dovrebbero essere ridotti,
eliminandosi una diecina di elementi irrequieti, insofferenti e
talvolta sobillatori, da destinarsi altrove separatamente. Dovrebbero
pure essere allontanati subito, per motivi di igiene, i due internati
tubercolotici da inviare, se non possibile la immediata liberazione,
in qualche tubercolosario. La direzione è affidata al commissario
agg/to di p.s. Rossi dott. Angelo, ma in effetti viene esercitata
alternativamente, per ogni quindicina, tra gli altri Funzionari di p.s.
della Questura di Pescara. Sarebbe opportuna la permanente
presenza del direttore in luogo.702

Dopo l’armistizio molti internati fuggirono; alcuni trovarono


ospitalità presso famiglie del luogo. Ma il campo fu mantenuto
in vita dall’amministrazione della RSI, che nominò il 23
settembre anche degli ispettori di zona per i campi di
concentramento: a Lorito venne affidata le province di Pescara e
di Campobasso, mentre Falcone fu ancora una volta richiamato
in servizio con il compito di ispettore per le province di Chieti e
Teramo703; infatti, molti campi di concentramento abruzzesi
rimasero in attività per tutto il periodo della RSI e
dell’occupazione tedesca. Il 20 marzo 1944 una lettera della
prefettura firmata dal funzionario Pace704, relazionava alla Dgps
702
Relazione del 3 settembre 1943 dell’Ispettore generale di PS Nicola Lorito
al MI, Dgps, Agr, in ACS, PS, Massime, b. 101.
703
Lettera del 23 settembre del MI, Dgps, Agr, Sez. II al Gr. Uff. Nicola
Lorito e al Gr. Uff. Roberto Falcone, p. c. alla Dp, ivi.
704
Già viceprefetto di Pescara da diversi anni, fu confermato al suo posto
durante la Repubblica sociale. Non essendo fuggito, come fecero altri
funzionari della prefettura, all’arrivo degli inglesi, Pace non fu epurato ed
ebbe anzi la nomina a prefetto reggente (giugno 1944). Su denuncia però del
delegato provinciale dell’Alto commissariato per l’epurazione, Natale
Camarra, e del C.L.N. provinciale, Pace fu trasferito da Pescara nel marzo
1945. Cfr. N. Palombaro, Le sanzioni contro il fascismo nella Provinca di
Pescara, Pescara, Ires Abruzzo, 2003. Cfr. anche M. Missori, Governi alte

293
che nel campo «sono rimasti solo 5 internati, perché gli altri in
parte si sono allontanati arbitrariamente e parte sono stati muniti
del foglio di via dal Comando Germanico del posto» 705. Agli atti
vi è la minuta manoscritta della risposta del Ministero
dell’Interno della RSI alla lettera di Pace:

Ministero dell’Interno – Direzione Generale della Pubblica


Sicurezza
Roma 18 aprile 1944 XXII
Prot. N. 451/1847
Oggetto: Campo di concentramento di Città S. Angelo
Al Capo della Provincia di Pescara in Pianella – risposta al foglio
del 20.3.u. n. 06
Con riferimento alla lettera su indicata, si prega di trasmettere
l’elenco nominativo dei cinque internati nel campo in oggetto,
comunicando altresì la nazionalità e la razza dei medesimi
P.C.P.706

Sarebbe da escludere che fra coloro che furono evacuati dai


tedeschi ci fossero degli ebrei, poiché la presenza di internati
ebrei fu sempre sparuta nel campo di Città S. Angelo 707. Non
risulta poi che ci siano stati ebrei deportati nei campi di
sterminio che siano stati arrestati in provincia di Pescara 708. Per
gli internati di origine croata si deve ritenere che i tedeschi
abbiano provveduto al loro rimpatrio (in quanto appartenenti a

cariche dello Stato alti magistrati e prefetti del Regno d'Italia, Roma,
Pubblicazioni degli Archivi di Stato, 1989, p. 552.
705
Lettera della Prefettura di Pescara in Pianella del 20 marzo 1994 al MI,
Dgps, Agr, in ACS, PS, Massime, b. 133.
706
Ivi.
707
Cfr la tabella pubblicata in Voigt, Il rifugio precario, cit., vol. II, p. 599.
708
L’unico vittima della Shoa che ha subito l’arresto in provincia di Pescara è
Hilde Rosy Tuchmann, nata a Berlino nel 1911 e arrestata il 26 febbraio 1944
a Civitaquana assieme al marito Heinz Erich. I due coniugi furono incarcerati
a Roma; Heinz Tuchmann fu ucciso il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine.
Hilde Tuchmann fu deportata ad Auschwitz, dove morì in data ignota. Cfr. L.
Picciotto, Il libro della memoria, cit., p. 847. La Picciotto non è riuscita ad
appurare chi avesse arrestato Tuchmann; a mio parere si deve tenere conto
che a pochi chilometri da Civitaquana, a Catignano, c’era il Comando del LI
Gebirgsarmeekorps che aveva il controllo dell’area abruzzese.

294
una nazione amica) come risulta sia avvenuto a Teramo 709. Ed i
tedeschi scelsero quasi sempre di rimpatriare gli internati croati
dei campi italiani “speciali” (o “paralleli”), come fecero a
Gonars (in provincia di Udine) e Chiesanuova (in provincia di
Padova); solo a Renicci, in Toscana, i 700 jugoslavi catturati dai
tedeschi dopo l'8 settembre furono deportati in Germania. Stessa
sorte toccò al migliaio di “allogeni” italiani ristretti a Cairo
Montenotte, in Liguria710. Nell’atteggiamento complessivamente
favorevole ai croati pesò la stretta alleanza nazista con il regime
genocida di Pavelic, che aveva causato tutta una serie di screzi e
divergenze nei rapporti italo-tedeschi nel corso dei due anni e
mezzo di occupazione italiana di parte della Jugoslavia711.
Nei primi giorni dell’aprile 1944, il campo di Città S. Angelo
venne definitivamente chiuso. Per quanto riguarda invece gli
ebrei residenti nella provincia e noti alla prefettura, una nota del
Capo della provincia Mortillaro del 31 marzo ‘44 ne indicava il
numero totale di 11712, che il Capo della polizia della Rsi
ordinava fossero deportati al nord, al campo di smistamento di
Fossoli713 dove i nazisti concentravano gli ebrei arrestati in Italia
prima di inviarli ad Auschwitz. Non ci sono agli atti prove
dell’arresto da parte di funzionari della questura di Pescara di
queste undici persone; è però accertato l’arresto di alcuni di loro
da parte dei tedeschi, che li trasferirono prima a Teramo, nella
caserma Mezzacapo, e poi a Servigliano, in provincia di Ascoli
Piceno, dove un campo per prigionieri di guerra venne utilizzato

709
Cfr. lettera del del 25 aprile ’44 del Comandante tedesco della Piazza di
Teramo al Prefetto di Teramo, pubblicata in I. Iacoponi, Il fascismo, la
Resistenza, i campi di concentramento in provincia di Teramo. Cenni storici,
Martintype, Colonnella (Te) 2000, pp. 157-158.
710
Cfr. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 251 e ss.
711
Sulle divergenze e la lotta sotterranea tra italiani e tedeschi nel periodo
dell’occupazione della Jugoslavia da parte delle potenze dell’Asse cfr. H. J.
Burgwyn, L’impero sull’Adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia
1941-1943, Gorizia, Leg, 2006; D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo,
cit.
712
Lettera della Prefettura di Pescara in Pianella del 31 marzo 1944 al MI,
Dgps, Agr, Sez. II, in ACS, PS, Massime, b. 134.
713
Telegramma del 26 aprile 1944 del Capo della polizia al Capo della
Provincia di Pescara in Pianella e p.c. al Capo della Provincia di Modena, ivi.

295
dai tedeschi come campo di smistamento degli ebrei rastrellati
nelle regioni adriatiche714. L’ultimo trasferimento di ebrei da
Servigliano verso il nord Italia, destinazione finale Auschwitz,
avvenne il 4 maggio 1944. Successivamente i tedeschi non
furono in grado di organizzare altri trasferimenti al nord ed i
prigionieri arrivati dopo quella data, fra cui tutti quelli
provenienti da Pescara, poterono sfuggire alle camere a gas solo
grazie alla circostanza fortunata di essere giunti a Servigliano
nelle settimane finali dell’occupazione tedesca. Molti di loro
furono liberati dai partigiani che fecero due incursioni nel
campo, la cui custodia era affidata a personale italiano715.
La notifica ai tedeschi dell’esistenza di queste persone in
provincia di Pescara ed il loro arresto avvenne proprio nei giorni
successivi al citato ordine telegrafico che la prefettura di Pescara
aveva ricevuto dal Capo della polizia della RSI. Sembra quindi
che la prefettura abbia dato corso a quest’ordine, anche se
preferì delegare ai tedeschi la sua esecuzione, facendo in modo
che fossero direttamente loro ad arrestare gli ebrei e poi ad
incaricarsi di deportarli. Non sembra però che i funzionari della
prefettura di Pescara si siano dati ad una caccia indiscriminata
all’ebreo (come avvenne in altre prefetture dell’Italia centro-
settentrionale), poiché i pochi ebrei italiani residenti in provincia
non risulta siano stati arrestati o additati ai tedeschi: nella
documentazione esaminata, quando si parla di ebrei, la
prefettura si riferisce sempre e soltanto agli “ebrei stranieri”.

714
Cfr. la testimonianza di Robert Lichtner in G. Perri, Il caso Lichtner, cit.,
pp. 259-260.
715
Sul campo di Servigliano cfr. C. Di Sante, L’internamento civile
nell’ascolano e il campo di concentramento di Servigliano (1940-1944),
Istituto provinciale per la storia del Movimento di Liberazione nelle Marche,
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INDICE DEI NOMI

Acerbo, G. 143, 147, 244 Borgongini Duca, F. 148,


Albini, U. 150, 210 150,
Alianello, R. 209 272
Almansi, D. 191 Birnbaum, P. 44n
Amè, C. 201 Bousquet, R. 61
Amendola, G. 105 Brasillach, R. 53
Anderson, J. 27, 31, 36 Browning, C. 263
Anfuso, F. 189 Bresciani, A. 139
Anzani, D. 34 Buffarini Guidi, G. 157,
Aquarone, A. 115, 169, 215 158n,
Arendt, H. 16, 166, 169, 173, 187, 193
237 Burletson, L. 36
Artom, G. 159
Ascoli, M. 92 Camarra, N. 273n
Aureli, G. 145 Canali, M. 108, 251n
Capogreco, C. S. 102, 234,
Badia, G. 40 235
Badoglio, P. 147, 210 Carolini, S. 236n
Balbo, I. 150, 158, 209 Carter, B. 67
Ball, J. 28, 29 Carter, J. F. 78, 79
Barbera, M. 147 Cavaglion, A. 153, 155, 156
Beer, G. 159 Cavour, conte di 125
Benigni, U. 139 e n., 140, 141 Cecchelli, C. 146
Benjamin, W. 54 Céline, L.-F. 53
Biddle, F. 80, 81, 88, 91 Cesarani, D. 23, 26, 37
Bidussa, D. 217 Chierici, R. 113, 150, 158,
Binet, A. 70 209,
Black, E. 69, 72, 74, 77 210
Blanc, A. 138 Churchill, W. 28, 33
Bocchini, A. 100, 103,106, Ciccotti, E. 125
108, Cianetti, T. 208
109, 111, 113, 118 e n., 119 Ciano, G. 30, 148
e n., 153, 156, 158, 179, Cipriani, L. 136, 137n
183- Cobol, G. 206
187, 190-194, 198, 234, 244- Colajanni, N. 125
248, 251n Collotti, E. 123
Böckenförde, E.-W. 161, 219 Colpi, T. 37
Boldrini, M. 132, 133 e n., 134 Comba, E. 156
e n. Crispi, F. 101
Bonavita, R. 138 Croce, B. 126

D’Ambrosio, F. 34n
Daladier, É. 45 Facci, J. 92
Daniels, R. 69, 80, 82 Falcone, R. 241n, 242,
Dannecker, T. 61 243,
Davenport, C. 71, 72 245, 247-255, 257, 260,
De Felice, R. 115, 116, 261,
119, 269-273
121, 122, 150, 153, 160, Farinacci, R. 207
162, Fauro (vedi: Timeus, R.)
165, 169, 216n Fante, J. 93
Della Seta, A. 159 Ferrari, L. 113
De Rosa, G. 146 Ferri, E. 138
De’ Rossi dell’Arno, G. 146 Fimiani, E. 218, 243
De Töth, P. 145 Finzi, R. 165
de Vries de Heekelingen, H., Foà, C. 159
145 Focardi, F. 217, 218, 225,
De Witt, J. 81 227
Di Maggio, J. 92 Ford, G. 66 e n.
Di Sante, C. 97 Fox, S. 84, 91 e n., 94n

322
DiStasi, L. 84, 93 Fracassi, G. 34n
Di Stefano, M. 108 Francolini, B. 136
Dove, R. 23 Franzinelli, M. 103, 227
Dreyfus, A. 53
Drieu La Rochelle, P. 53 Galbiati, E. 209
Droumont, É. 53 e n. Galton, F. 23n, 70
Ducati, P. 138 Ganapini, L. 217
Gasparri, P. 142
Eichmann, A. 61, 223 Gaudenzi, G. 122
Eisenstein Moldauer, M. 198, Gentile, E. 99, 100, 169, 226
199, 200n, 203, 205, 256 Gentile, G. 99
Engel, E. 84 Gillman, L. 22
Enriques, F. 159 Gillman, P. 22
Ercoli, U. 201 Gilzmer, M. 51
Ernst, M. 54 Gini, C. 127n, 130, 1 31 e
Esposito, R. 75n n.,
Estèbe, J. 40 132, 134, 136
Evola, J. 122, 123, 143 Ginzburg, C. 13
Gobitz, G. 40
Fabre, G. 159 Goldhagen, D. 173
Graziani, R. 177 Goldmann, N. 158
Gulì, E. 108 Gramsci, A. 170
Grynberg, A. 40, 41, 48, 51 Grant, M. 72, 73, 75
Guerrazzi, F. D. 138 La Guardia, F. 92
Gyges (vedi: Luzzatto, G. L.) Laharie, C. 40
Laughlin, H. 76 e n.
Harker, O. A. (“Jasper”) 28 Laval, P. 61
Heydrich, R. 61, 118 Lazio, R. 85
Hitler, A. 72, 73, 115, 122, Leone XIII, papa 139
141, Leto, G. 108, 200, 210
166, 170, 205, 234, 264 Levi, E. 128
Holmes, C. 24 Levi, M. A. 137n
Hoover, J. E. 92 Levinas, E. 75n
Hosokawa, B. 66 Levy, P. 63
Lichtner, R. 275n
Inouye, D. 67 Lifton, R. J., 75n
Interlandi T., 134, 143 Limentani, U. 34

323
Introna, N. 156 Lioni, A. 201 e n.
Invernizio, C. 139 Lippmann, W. 81
Israel, G. 127 Livi, L. 134 e n., 135
Lombardi, G. 215
Jaconelli, A., 35n Lombroso, C. 124, 125,
Jetter, T. 199, 202 134,
Johnson, A. 75 e n., 76 135
Johnson, E. 173 Loraine, P. 30, 35
Jung, B. 155 e n. Loria, A. 128 e n.
Lorito, N. 272, 273
Kantorowicz, A. 54 Lospinoso, G. 241 e n.
Klarsfeld, S. 40, 62 Luzzatto, G. L. (“Gyges”)
Klinkhammer, L. 227 118
Knox, H. 82, 83
Koenig, W. 64 Magistrelli, U. 201
Koestler. A. 54, 55 Maglione, L. 147
Kotek, J. 231 Maiocchi, R. 127 e n., 131,
Kristic, A. 255 137
Kushner, T. 22, 23, 28, 37 Manson, C. B. 79
Mantegazza P., 136n, 138
Laborie, P. 40, 48, 50 Manzoni, A. 199
Lafitte, F. 22 Marcantonio, V. 78 e n
Mariniello, F. 253, 255
Mauco, G. 52 Martino, G. 227
Maurogonato Pesaro, I. 139 Martire, E. 141, 142, 146
McWilliams, C. 78 Mattei, E. 134
Mendel, G. 71 Matteotti, G. 105
Menè, A. 261
Merriam, J. C. 76 e n. Pace, C. 267, 273 e n.
Merry del Val, R. 140 Pacelli, E. 140, 141
Messineo, A. 147 Pacitto, G. 34n
Miccoli, G. 141, 146, 148 Padellaro, G. 201 e n., 209
Milanesi, G. 139 Pais, E. 137n
Molinari, F. 87n Palatucci, G. 149
Monterisi, N. 228 Pareti, L. 137n
Moro, R. 145, 146 Paribeni, R. 137n
Morselli, E. 127n, 128 Pasqualigo, F. 138

324
Mortillaro, G. 275 Patellani 128n
Mosse, G. 163 Pavelic, A. 274
Mussolini, B. 72, 93, 100, Pavone, C. 216, 220, 221
103, Paxton, R. O. 41
107, 110, 111, 115, 121, Pende, N. 129, 130, 132, 143
122, Pennetta, E. 200, 201
133, 141, 142, 144, 147, Pennisi, N. 146
151, Pennypacker, S. 69
152 e n., 153, 156, 158- Peruggia, G. 105
160, Peschanski, D. 41, 42, 47,
162, 166-170, 174, 187, 48n,
190, 50, 51, 57, 62, 63, 64
191, 193, 208-210, 215, Pétain, H. 39
216 Pezzana, A. 218
e n., 217, 219, 226, 234, Picciotto, L. 274n
257 Pio X, papa 139, 140
Pio XI, papa 132, 140,
Napoleone III 46 141,
Nastasi, P. 127 142, 145, 146, 148
Nasuti, dr. 266 Piscitelli, fratelli 251 e n.
Niceforo, A. 125 Pistone, E. 256
Nigra, C. 125 Pope, G. 87, 88
Noiriel, G. 41, 42, 45, 49, Poulat, É. 139
61, Preziosi, G. 123, 143, 145
62 Puccioni, N. 136
Novick, p. 222, 223
Nudi, F. 110 Quilici, F. 150
Quilici, N. 150
Olbrisch, K. 34
Olivetti, G. J. 159 210
Osti Guerrazzi, A. 255 Sereno, R. 92
Raspanti, M. 143 Sergi, G. 125, 126, 127n,
Rellini, A. 137 135,
Resnais, A. 40 136n
Ricci Lothrop, G. 80 Seyfert, M. 22
Rigoulot, P. 231 Solimana, G. 113
Robinson, G. 79, 82, 232 Sorani, S. 149, 201

325
Rocco, A. 105 Sottochiesa, G. 145
Rochat, G. 105, 106, 158n Starace, A. 119 e n.
Rodogno, D. 203, 225 Slitinsky, M. 40
Romanini, A. 145 Spinosa, A. 121
Roosevelt, E. 92 Stimson, H. L. 82, 83
Roosevelt, F. D. 76, 78, 79, Stoddard, L. 73
81, Strauss, H. 200n
82, 83, 86, 87, 91 Suvich, F. 206
Roosevelt, T. 68, 69 Swinton, Lord 28
Rosenberg, A. 72
Rosselli, C. 105 Tacchi Venturi, P. 147
Rossi, A. 92 Tagliavia, A. 201 e n.
Rossi, A. 272 Tamaro, A. 206
Rossic, G. 254, 255 Tamburini, T. 113
Roti, S. Timeus, R. (“Fauro”), 206
Rovan, J. 40 Tintori, G. 92, 93, 94n
Rubio, J. 48n Tixier, A. 63
Toeplitz, G. 159
Sacerdoti, A. 151, 154, 155 Tosatti, G. 102, 117
Salata, F. 206 Toscano, M. 195
Salvatorelli, L. 171 Treves, P. 34
Sanzò, C. 262 Tuchmann, H. E. 274n
Sarfatti, Margherita 159 Tuchmann; H. R. 274n
Sarfatti, Michele 144, 153, Turati, A. 108
155, Turi, G. 164
160-162, 174, 191, 223
Sarraut, A. 45 Varano, A. 229n, 239 e
Savorgnan, F. 132 n.,
Scherini, R. D. 84, 90 240, 241, 258-260, 262-
Schmidt, W. 134 265,
Schmitt, K. 15 267-270
Schwarz, G. 224 Varese, C. 138
Scorza, C. 209 Venturi, G. 229
Senise, C. 113, 157, 181, 201,
Vilanova, A. 48n
Voigt, K. 164, 196, 204,
209,

326
210, 223

Walbaum, dr. 263


Weill, J. 39, 52
Whitney, L. F. 72
Wieviorka, A. 222
Wilson, W. 69

Zanardelli, 153
Zangwill, I. 69
Zuccarelli, A. 128
Zunino, P. G., 97, 214, 221

327
329

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