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Jacopo Passavanti cavaliere drieto; e féciono tutto ciò che è scritto di

Il carbonaio di Niversa sopra. El Conte, veggendo pure con grande paura,


Da Specchio di vera penitenza. prese ardire e uscì fuori della capanna. Partendosi
il cavaliere molto spietato colla donna attraverso in
sul cavallo, gridò il Conte e scongiuròllo che gli
Al centro della novella c’è un tópos della letteratura dovesse sporre quella visione. Volse il cavaliero il
medievale religiosa: la “caccia infernale” come cavallo, e fortemente piangendo disse: «Poi che
espiazione esemplare di gravi peccati. tu, Conte, vuogli sapere i nostri martirii, i quali
Iddio t’ha voluti mostrare, sappia che io fu’ Gufredi,
Un carbonaio assiste alla visione terrificante di una tuo cavaliere, e nutrito in tua corte. Questa femina
“caccia tragica”: un cavaliere su un cavallo nero contro a cui io sono tanto crudele e fiero, è donna
insegue una donna nuda, la afferra per i capelli, la Beatrice, moglie che fu del tuo caro cavaliere
trapassa con un coltello e la getta nella fossa dei Berlinghieri. Noi prendemo amore di disonesto
carboni ardenti; quindi la carica sul suo cavallo e piacere, conducémoci a peccato, il quale condusse
se ne torna via al galoppo. La visione si presenta lei ch’ella uccise il suo marito; e così perseveramo
identica per tre notti, finché il carbonaio ne parla al infino alla infermità della morte. Ma nella infermità
conte di Niversa, il quale assiste di persona alla della morte, in prima ella e poi io ci conducemo a
visione e ne chiede ragione al feroce cavaliere. penitenzia, e confessando il nostro peccato
ricevemo misericordia da Dio. Lo quale ci mutò la
D’uno carbonaio che vidde entrare una femina pena dello inferno in pena del purgatorio. Sappia,
nella fossa de’ carboni che aveva accesa Conte, che noi non siamo dannati; anzi, ha
stanziata la divina iustizia che, come noi ci
Leggesi scritto da Eliando, che fu uno povero amavamo di disonesto amore, così ogni notte ci
uomo che temeva Iddio, nel contado di Niversa, el perseguitiamo come hai veduto. E così facciamo
quale era carbonaio, avendo amicizia col Conte; e purgatorio; e quando piacerà a Dio, aranno fine e
di quella arte si vivea. E avendo egli acceso una nostri martirii». E domandando il Conte che gli
volta la fossa de’ carboni, e stando una notte a desse ad intendere meglio e più specificatamente
guardàrela in una sua capannetta, in sulla le loro pene, rispose il cavaliere: «Perché questa
mezzanotte sentì grandi strida. Uscì fuori per donna per amore di me uccise il marito, l’è stata
vedere chi fosse; e vidde venire una femina in data questa penitenzia, che ogni notte, quanto ha
verso la fossa, correndo e stridendo, tutta stanziato la divina iustizia, patisce per le [mie]
scapigliata; e drieto le venìa uno cavaliere in sun mani pene di morte di coltello; e imperò ch’ella
uno orribile cavallo: e degli occhi e del naso e ebbe in verso di me ardente amore di carnale
degli orecchi e de la bocca del cavalieri usciva concupiscenzia, per le mie mani è gittata ogni
fuoco ardentissimo. Giugnendo la femina alla notte ad ardere nel fuoco, come nella visione vi fu
fossa ardente, passò più oltre, e non ardiva mostrato; e come già ci vedemo con grande disio e
d’entrare nella fossa; ma, correndo intorno alla con piacere di gran diletto, così ora ci veggiamo
fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che le correa con grande odio, e perseguitiamoci con grande
dietro; e presela per gli sua lattenti capegli, e sdegno; e come uno fu cagione all’altro di
crudelmente la fedì per lo mezzo del petto col accendimento di disonesto amore, così l’uno
coltello ch’egli avea in mano. E cadendo in terra all’altro è cagione di grande tormento; che ogni
con molto spargimento di sangue, sì la riprese per pena ch’io fo patire a lei, patisco io; che col coltello
gli insanguinati capelli, e gittòlla nella fossa de’ con che io la ferisco tutto è fuoco che non si
carboni ardenti, e lasciòlla stare per spazio di spegne; gittandola nel fuoco, tutto ardo di quello
un’ora; e tutta focosa e arsa la ricolse, e così, medesimo fuoco che arde ella. Questo cavallo è
ponendola in sul collo del cavallo, e con istrida, se uno demonio, al quale siamo dati a tormentare.
n’andò per la via ch’era venuto. E così vidde la Oimmè, che molte sono l’altre nostre pene:
seconda e terza notte il carbonaio la visione. pregate Iddio per noi, e fate dire delle messe, a ciò
Donde, essendo dimestico, il carbonaio, del Conte che Iddio abbrievi le nostre pene». E detto questo,
di Niversa, e sì per l’arte che facea e sì perché il si partirono come fosse una saetta. Non ci
Conte era uomo spirituale, andòssene a lui e incresca adunque sofferire qui uno poco di
narrògli quello che avea veduto. El Conte disse: penitenzia, a ciò che noi possiamo scampare di
«Io voglio venire teco, e vedere questa cosa». Et quelle orribili pene e dolorosi tormenti dell’altra
essendo la notte el Conte e ‘l carbonaio nella vita, alle quali ci conviene pur venire.
capanna, nella ora usata venne la femina, e il