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MATEMATICA Il cammino "progressivo" verso il Limite

L'origine matematica del concetto di limite nacque nella Magna Grecia, intorno al VI secolo a.C., e pi precisamente nella leggenda secondo la quale il giovane e sconsiderato Ippaso, allievo della scuola pitagorica, fu precipitato in mare dall'ira divina per aver violato il sacro vincolo della segretezza su quella che viene attualmente considerata la scoperta pi importante dei Pitagorici: non il famoso teorema, definito appunto "di Pitagora" e gi noto agli antichi Egizi, bens i pi subdoli e incomprensibili , i numeri irrazionali. L'irrazionalit, e, di conseguenza, l'incalcolabilit, della radice quadrata del numero 2, generava infatti il problema di segmenti costituiti da un numero infinito di punti; come si doveva pertanto interpretare questa infinita divisibilit? La risposta della scuola eleatica risultava in proposito categorica e veniva espressa per bocca di Zenone, attraverso i suoi celebri Argomenti contro il moto, secondo i quali: data una distanza infinitamente divisibile tra due punti, risulta impossibile spostarsi dal primo al secondo in quanto ci comporterebbe in tempo infinito, e pertanto il pi veloce Achille non potr mai colmare lo spazio che lo separa dalla ben pi lenta tartaruga. A tali ragionamenti, che si presentavano come sintesi e specchio della cultura filosofica ellenica del periodo, si deve la sua connotazione fondamentalmente positiva che sta alle origini della formulazione del concetto di limite; all'incirca mezzo secolo pi tardi, veniva elaborato un metodo di calcolo di quel (limite) in cui si riteneva risiedesse la perfezione. Il metodo di esaustione, che noi moderni vediamo applicato nel XII libro degli Elementi di Euclide oltre che in varie esposizioni scritte da filosofi che erano al corrente della matematica del loro tempo, tra i quali in particolare Platone e Aristotele, pu essere attribuito solamente in via ipotetica a Eudosso di Cnido, matematico vissuto nel periodo compreso tra la morte di Socrate (399 a.C.) e quella di Aristotele (322 a.C.); la sua opera fu talmente significativa da essere definita come vera e propria riforma della matematica, in quanto affrontava con successo il problema aperto dalla scoperta di grandezze incommensurabili, che si collegava a quello del confronto fra configurazioni curvilinee e rettilinee. Lo stesso Archimede, altra autorevole fonte, sottolineava la novit apportata da Eudosso al concetto cardine di calcolo di superfici curve, ossia quello di "inscrivere e circoscrivere figure rettilinee attorno ad una figura curva e di continuare a moltiplicare indefinitamente il numero dei lati del poligono fino ad approssimare il pi possibile la linea curva" (come mostra l'immagine sottostante), Solidamente fondato sulla teoria eudossiana delle proporzioni, il metodo constava di alcuni postulati: innanzitutto, il cosiddetto assioma di continuit, una proposizione che si basava sul concetto stesso di limite (positivamente inteso in quanto non inteso a determinare una discontinuit sulla linea dei numeri naturali) e che affermava: "date due grandezze aventi un certo rapporto (cio, nessuna

delle quali sia zero) SEMPRE possibile trovare un multiplo dell'una che superi l'altra grandezza". In secondo luogo, la proposizione fondamentale: "se da una qualsiasi grandezza si sottrae una parte non inferiore alla sua met, e se dal resto si sottrae ancora non meno della sua met, e se questo processo di sottrazione viene continuato, alla fine rimarr una grandezza inferiore a qualsiasi grandezza dello stesso genere precedentemente assegnata", volta a identificare, attraverso un procedimento infinitesimale, una grandezza piccola a piacere che avrebbe permesso di stabilire con sempre maggiore approssimazione la misura dell'area di figure curvilinee, in quanto esse potevano essere analizzate suddividendole in intervalli sempre pi piccoli, tali da poter raggiungere una migliore approssimazione; generalmente, questi procedimenti si basavano sull'applicazione di un ragionamento per assurdo, previsto dall'esaustione stesso sulla base del moderno concetto di successioni convergenti. Notevole importanza nell'ambito degli studi sul limite matematico effettuati nell'antica Grecia riveste Archimede; questi, intorno al 225 a.C., vi forn un importante contributo attraverso lo studio delle successioni aritmetiche continue. Dimostr infatti che l'area delimitata da un segmento di parabola corrisponde ai 4/3 dell'area di un triangolo costruito sullo stesso segmento e sul vertice della parabola, e ai 2/3 dell'area del parallelogramma ad esso circoscritto. La dimostrazione era piuttosto semplice e si basava direttamente sul procedimento di esaustione: consisteva infatti nel costruire triangoli sempre pi piccoli (rispetto a quello dato, definito da un'area A) tali da approssimare in maniera via via pi precisa la superficie della parabola: il risultato che si otteneva era

formula che ci deve interessare e colpire in quanto dimostra come una successione, di per s infinita in quanto caratterizzata da un numero indefinito di termini, possa essere matematicamente calcolata e risultare, pertanto, "a misura d'uomo". A partire da queste solide fondamenta, si susseguirono acuti ma isolati tentativi di effettuare calcoli e misurazioni sempre pi precise su quella che veniva intesa, dal punto di vista matematico, come una limitazione atta a difendere l'uomo dall'incontrollabile realt che dietro di essa si celava: l' (l'infinito). Tuttavia risulta inevitabile e, anzi, necessario compiere un salto di diversi secoli prima di giungere a risultati realmente soddisfacenti e anticipatori della teorizzazione pi coerente e completa, quella alla quale giunsero, separatamente ma nella stessa epoca storica, Leibniz e Newton. La svolta che pose le basi perch lo studio del calcolo infinitesimale diventasse una nuova e fondamentale sezione della matematica (quella dell'Analisi) si colloc intorno alla prima met del Seicento; ma, come osserva Paul Tannery, "l'invenzione del calcolo differenziale e integrale non si presenta dapprima che come una scoperta atta a semplificare la soluzione di certi problemi di tangenti e di quadrature, gi trattati in precedenza con altri metodi"; questo fu infatti il senso dei contributi forniti da tre illustri matematici, nati a un anno di distanza l'uno dall'altro: Fermat, Roberval e Cavalieri. Nel 1601 nasceva il primo dei tre, Pierre de Fermat, la cui opera grande peso avrebbe

avuto nella successiva formulazione leibniziana del calcolo infinitesimale. Egli prese le mosse, seppur in via del tutto indipendente, da un procedimento analogo a quello attraverso il quale Descartes andava identificando equazioni e luoghi geometrici (per mezzo delle celebri coordinate che da quest'ultimo assunsero il nome); in generale, si potrebbe dire che la differenza fra i metodi rispettivamente ideati da questi due grandi personaggi l'opposizione fra l'opera di un metodico che procede da una concezione universale della scienza (Descartes) e l'opera di un tecnico, opposizione che si ripeter, nel suo dualismo di base, nella contrapposizione tra la mentalit metafisica di Leibniz e quella scientifico-tecnica di Newton. Nel 1676 Fermat si decise finalmente a consegnare alle stampe il proprio Methodus ad disquirendam maximam et minima, nel quale aveva esposto anni e anni di ricerche sulla determinazione, per via aritmetica e non pi solamente geometrica, dei punti di massimo e di minimo di una curva attraverso, determinazione che veniva saldamente connessa al calcolo delle tangenti alla curva stessa. L'importanza capitale dell'opera di Fermat consiste nell'aver individuato la seguente formula,

attraverso la quale risultava possibile determinare i massimi e i minimi interni ad una curva mediante l'espressione di quest'ultima come funzione nell'incognita A, e quindi F(A), e l'aggiunta di una quantit E = 0; ci era possibile grazie alla scoperta del fondamentale concetto che "una funzione nell'intorno di un valore x che la rende massima o minima, risulta stazionaria" (che come dire che i punti A e B rappresentati nella figura a lato si trovano alla stessa altezza sul tracciato cartesiano). Sorprendente appare l'affinit con l'equazione oggi applicata ad analoghi studi di massimi e di minimi, F'(A) = 0, che comunque risulta pi evoluta rispetto a quella del matematico francese seicentesco in quanto ottenuta ponendo il limite per E 0 (E tendente a zero). Quest'ultimo passaggio ha infatti lo scopo di risolvere l'errore concettuale che si aveva nel porre (come postulava Fermat) E = 0, uguaglianza che rendeva di fatto priva di significato l'intera formula se applicata prima di aver ridotto E in entrambi i membri e che limitava notevolmente, di conseguenza, i casi di applicazione del metodo stesso, nonostante il suo autore scrivesse con convinzione:

"Il metodo non fallisce mai e pu essere esteso a un gran numero di questioni molto belle; per mezzo di esso abbiamo infatti trovato il centro di gravit di figure limitate da linee curve e rette, di solidi e molte altre cose delle quali tratter un'altra volta, se avremo il tempo". L'opera del secondo di essi, Gilles Personne de Roberval, nato nel 1602, pu essere considerata come una sorta di ripresa, seppur maggiormente rigorosa, di quella del promettente allievo di Galileo Galilei, nato nel 1603, Bonaventura Cavalieri. Egli introdusse nel proprio capolavoro GEOMETRIA indivisibilibus quadam ratione promota il cosiddetto metodo degli indivisibili. Questo costituiva, rispetto ai metodi classici, un nuovo e potente strumento per la determinazione di aree e volumi, che venivano rispettivamente concepiti come insiemi di rette e di piani, gli indivisibili appunto; affermava pertanto il matematico di ritenere perci "metodo ottimo per investigare la misura delle figure quello di indagare i rapporti delle linee al posto di quello dei piani e i rapporti dei piani al posto di quello dei solidi per procurarmi subito la misura delle figure stesse". Occorre tuttavia sottolineare che, anche nell'invenzione di questo procedimento, il primato deve essere attribuito alla matematica greca, e in particolare ad Archimede: questi lo espresse nella sua opera Metodo sui teoremi meccanici, che per fu ritrovato a Costantinopoli dallo studioso Heiberg solamente nel 1906; possiamo pertanto escludere che esso abbia influenzato direttamente il Nostro. Il metodo degli indivisibili venne applicato da un compagno di Cavalieri, in quanto anch'egli allievo di Galilei, che per condusse i propri studi nell'ambito della fisica e in particolare della meccanica e delle leggi del moto riguardanti la velocit: si trattava di Evangelista Torricelli, maggiormente noto (forse) per i suoi studi sulla pressione atmosferica. Egli applic, nella propria opera Sulla misura della parabola e del solido iperbolico , il suddetto metodo degli indivisibili per calcolare il volume del cosiddetto solido iperbolico, figura tridimensionale che potrebbe essere descritta efficacemente come "un solido di grandezza infinita ma dotato di una sottigliezza tale che per quanto prolungato all'infinito non supera la mole di un piccolo cilindro. Esso il solido generato dall'iperbola [...]". Notiamo in esso l'applicazione del limite (consistente appunto negli indivisibili) come vero e proprio strumento utilizzabile per lo studio e il calcolo di quantit, o meglio superfici, indefinitamente grandi: infinite. Purtroppo per, mor prima di aver portato a termine il grande lavoro in cui si proponeva di esporre con ordine sistematico le proprie ricerche infinitesimali, e l'amico, cui affid i propri appunti confidando in un'edizione postuma, non fu in grado di orientarsi nella moltitudine di pagine sparse ed enigmatiche, dissipando quella che si sarebbe potuta rivelare una fonte preziosa per i contemporanei, in particolare per i matematici inglesi. Torricelli calcol inoltre, in parallelo al professore dell'universit di Cambridge Isaac Barrow, numerosi casi di derivazione e integrazione di velocit rappresentate graficamente mediante tangenti a curve di funzioni date; tuttavia nessuno dei due giunse mai ad elaborare un metodo matematicamente valido e riconosciuto, come avrebbe fatto invece, di l a pochi anni, Newton. Nella sua introduzione alla Storia del pensiero matematico, Morris Kline afferma che

"i grandi progressi della matematica e della scienza hanno quasi sempre origine nell'opera di molti studiosi che portano ciascuno il proprio contributo, pezzo dopo pezzo, per centinaia d'anni; alla fine, un uomo d'ingegno abbastanza acuto per saper distinguere le idee valide nella gran massa dei suggerimenti e delle dichiarazioni dei suoi predecessori, dotato dell'immaginazione occorrente per incastonare le varie tessere in un nuovo mosaico e audace quanto basta per costruire un progetto generale, compie il passo culminante e definitivo". Nel caso del calcolo infinitesimale, due furono questi "eroi del sapere" che giunsero, separatamente eppure nello stesso periodo, ad elaborare in modo compiuto tutti i problemi, le risoluzioni, le formule e le discussioni che nel corso dei secoli erano state fornite alla scienza matematica nel campo del calcolo dei limiti. Sulla priorit temporale con la quale i due conseguirono rispettivamente i propri risultati si molto dibattuto e non si ancora giunti, a tutt'oggi, ad una soluzione definitiva; la critica moderna riconosce, tuttavia, una formale precedenza a Leibniz, in quanto egli espresse i risultati delle proprie ricerche nell'articolo NOVA METHODUS PRO MAXIMIS ET MINIMIS, itemque tangentibus, quae nec fractas nec irrationales quantitates moratur, et singulare pro illis calculi genus , pubblicato sugli Acta eruditorum nel 1684, ossia ben tre anni prima dei Philosophiae naturalis PRINCIPIA mathematica newtoniani. Per tale ragione, a carattere strettamente cronologico, ho inteso trattare per prima l'opera di Leibniz. Gottfried Wilhelm Leibniz fu un personaggio singolare, in quanto decisamente anacronistico: egli si caratterizz, nella seconda met del Seicento, come un "genio universale" che di ogni campo del sapere era curioso ed esperto allo stesso tempo, sullo stampo di ci che era stato, all'incirca un secolo prima, il (poliedrico) Leonardo Da Vinci; gi filosofo e scienziato, infatti, Leibniz non disdegn incarichi politici come ambasciatore, e non volle esimersi dallo studiare questioni storiche, giuridiche e religiose, tra cui la progettata riconciliazione tra chiesa cattolica e chiese riformate. Prima di lui la matematica tedesca era caratterizzata da decenni lacunosi, durante i quali scarsi erano stati i contributi dati dai continuatori del grande Kepler. Sin dagli appunti che tale studioso compose prima dell'articolo suddetto, si rileva all'interno della sua speculazione la centralit del problema di trovare le tangenti alle curve, inteso direttamente oppure inversamente, ossia come ricerca delle aree e dei volumi per sommazione. Questo concetto era espresso dalla conclusione, analoga a quella cui erano giunti gi Barrow e Newton (seppur in maniera empirica e senza fornire alcuna teorizzazione di tale principio), che "l'integrazione come procedimento di sommazione l'inverso della differenziazione". Ci significava che, senza possedere ancora un chiaro concetto di limite o di area (delimitata da una curva su un piano cartesiano), Leibniz intendeva quest'ultima come somma di rettangoli talmente piccoli e numerosi che la differenza fra tale somma e la superficie reale potesse essere trascurata; oltre alla sostanziale ripresa del metodo greco di esaustione, notiamo qui anche un importante elemento innovativo: la definizione di dx e dy come quantit

arbitrariamente piccole e tali che il loro rapporto costituisse la derivata alla curva nel punto P(x,y), vale a dire la tangente alla curva stessa in quel punto (come mostra l'immagine a lato). Appunto con la descrizione delle regole di derivazione incominciava il gi citato articolo contenuto negli Acta eruditorum; il problema si presentava nella forma: data una relazione P(x,y) = 0 (occorre infatti precisare che all'epoca non era ancora del tutto chiaro il concetto di funzione) trovare una relazione tra i differenziali delle due variabili x e y. Sebbene nell'elaborazione dell'articolo in questione Leibniz si limiti alla presentazione del solo calcolo differenziale, la corrispondenza intrattenuta con Newton durante gli anni precedenti, ci dimostra che egli era in possesso anche delle idee fondamentali dell'aspetto inverso, ossia del calcolo integrale. L'importanza dell'opera leibniziana nel campo dell'analisi matematica e, quindi, della nascita del calcolo infinitesimale, viene generalmente individuata dai critici nella sua attenzione al problema della notazione: ancora attualmente, infatti, si usa indicare le derivate (soprattutto nell'ambito di problemi legati alla fisica) con dx, dy e dx/dy, e questo grazie anche alla ripresa che di Leibniz fecero i fratelli Bernoulli, i quali, pur classificando la sua opera come "un enigma piuttosto che una spiegazione", ne furono enormemente colpiti e influenzati. Era l'indirizzo della stessa filosofia leibniziana a suggerirgli, infatti, l'attenzione ai simboli, intesi come piccole differenze attraverso le quali raggiungere quella caratteristica universale tanto agognata dal filosofo tedesco. Meno "universale" rispetto a Leibniz ma, forse, pi "geniale" si rivel l'opera di Sir Isaac Newton, che i posteri diffusamente definirono "colui che nel genio ha superato il genere umano". Sin dall'adolescenza egli orient i propri studi in ambito scientifico, a partire dalla filosofia naturale e dagli studi sui grandi matematici e scienziati dell'epoca, che comp in proprio (a causa degli scarsissimi stimoli ricevuti dai propri insegnanti), fino alle fondamentali ricerche nel campo della meccanica, della matematica e dell'ottica. Si rivel sempre molto restio nel pubblicare le proprie scoperte, nonostante la palese importanza e, in alcuni casi, genialit di esse, a causa di quella che De Morgan defin come "una paura morbosa dell'opposizione degli altri, che domin tutta la sua vita"; guadagn tuttavia ben presto una notevole fama che lo port a conseguire il titolo di master, grazie al quale venne nominato fellow presso il Trinit College di Cambridge (al quale peraltro, ironia della sorte, era stato ammesso dopo aver superato gli esami con un'insufficienza proprio in geometria euclidea!). La sua opera si inser nel quadro generale dello studio (trascurato invece sul continente) dei procedimenti numerici, effettuato dagli analisti inglesi, tra i quali spicca in particolare John Wallis. Il capolavoro newtoniano Philosophiae naturalis PRINCIPIA mathematica , come precedentemente ricordato, usc nel 1687: esso constava di tre libri, rispettivamente dedicati al moto soggetto a forze centrali (ossia a forze che attraggono sempre l'oggetto mobile verso un punto fisso, compendiate nelle leggi di gravitazione universale ), al moto dei corpi nei mezzi resistenti quali l'acqua e i liquidi (analisi che pose le basi per lo

sviluppo dell'idrodinamica) e all'applicazione della teoria generale, sviluppata nei primi due libri, al sistema solare (il III libro, On the System of the World, risulta pertanto particolarmente importante in quanto vede una prima teorizzazione globale del fenomeno delle maree, collegato all'attrazione lunare e solare delle acque terrestri). L'introduzione al primo libro conteneva inoltre alcuni teoremi sul calcolo infinitesimale, che gi erano stati affidati a tre redazioni precedenti: quella del De analysi per aequationes numero terminorum infinitas, composta nel 1669 ma pubblicata solo nel 1711, quella della Methodus fluxionum et serierum infinitarum (in cui compare la terminologia e la notazione tipica delle flussioni), redatta nel 1671 e pubblicata nel 1742, e quella del De quadratura curvarum (in cui si trova il metodo delle prime ed ultime ragioni). Newton generalizz le idee sul calcolo infinitesimale gi in nuce nei matematici a lui precedenti, e le caratterizz mediante metodi pienamente maturi, cui per non forn una notazione rigorosa, in quanto maggiormente interessato alle loro applicazioni pratiche, in particolare nell'ambito della fisica. La sua teoria risultava a grandi linee analoga a quella leibniziana, in quanto entrambi si condividono ancor oggi il merito per: 1) aver individuato nel calcolo infinitesimale un nuovo metodo generale, applicabile a molti tipi di funzioni, tale da dare origine non pi a una semplice appendice della geometria greca, bens a una scienza indipendente e capace di affrontare una gamma molto estesa di problemi; 2) aver arimetizzato il calcolo, edificandolo su concetti algebrici (rivoluzione paragonabile a quella portata da Descartes e Fermat in geometria); 3) aver ridotto i quattro problemi fondamentali (e irrisolti) della matematica seicentesca - il tasso di variazione, le tangenti, i massimi e minimi e la sommazione - alle sole differenziazione e antidifferenziazione. Numerose tuttavia le distinzioni che separano nettamente l'opera dei nostri: innanzitutto, a differenza di Leibniz, che considerava le grandezze come composte da parti infinitesime, Newton, pi attento alle questioni di dinamica e in genere del moto, le considerava variabili in funzione del tempo e utilizzava pertanto gli incrementi infinitamente piccoli di x e di y come mezzo per determinarne ad ogni istante la flussione (intesa come velocit, e quindi derivata): essa non era altro che il limite del rapporto degli incrementi quando questi diventavano sempre pi piccoli; tale procedimento era poi applicato al calcolo di aree delimitate da linee curve in un diagramma cartesiano (come mostra la figura soprastante). Occorre tuttavia precisare ulteriormente due concetti: innanzitutto, quello di flussione; esso non venne mai definito organicamente da Newton in alcuna delle sue opere, eppure possibile ricavarlo dal complesso della sua produzione: esso consiste nella velocit di accrescimento attraverso il quale un moto continuo di punti genera una linea, quello di una linea una superficie, e quello di una superficie un volume. Pertanto, moltiplicando la flussione (e quindi la velocit) per l'intervallo di tempo durante il quale si manifestata), si potr ottenere l'entit dell'incremento (lo spazio) cui essa ha dato origine). Alla base di quello che veniva ad essere il nuovo importantissimo strumento della scienza, l'analisi infinitesimale, risiedeva una sorta di contraddizione: occorreva accettare la metodologia

di dividere per zero e di addizionare zeri in quantit infinita, operazioni che sin dal gi citato Zenone erano state considerate vere e proprie sfide alla stessa logica della matematica; data un'equazione y=x^2+x+1 Newton definiva come fluenti gli stessi y e x dal momento che entrambi variavano linearmente ("fluivano") nel tempo con una velocit di variazione y' e x' rispettivamente. Definito poi O l'intervallo di tempo trascorso, egli lo moltiplicava per la velocit di variazione al fine di ottenere l'entit della variazione medesima, basando per l'intero procedimento sullo studio di quantit infinitesime, ossia facendo tendere a o gli incrementi; in tal modo quindi il rapporto incrementale y/x corrispondeva al coefficiente angolare nel generico punto di ascissa y. In secondo luogo, bisogna sottolineare come questa differenziazione rifletta l'orientamento da fisico di Newton, per il quale risultava d'importanza fondamentale un concetto come la velocit, e l'atteggiamento da filosofo di Leibniz, che assumeva come particelle elementari di materia le monadi. Da ci ancora, i ragionamenti del primo, concepiti in termini di tasso di variazione, contrapposti a quelli del secondo, pensati in termini di sommazione. Fu Leibniz a dare inizio alla manipolazione dei dx e dei dy al pari di normali quantit algebriche, mentre Newton cerc sempre di evitare le quantit infinitesime che si comportavano ora come zeri ora come numeri diversi da zero. In ultima analisi, si pu affermare che di fronte a un Newton empirico, concreto e circospetto, si poneva un Leibniz speculativo, audace e portato alle speculazioni; pertanto fu quest'ultimo a stabilire i canoni del calcolo infinitesimale, cio il sistema delle regole e delle formule, anche in virt della suggestiva e complessa notazione che egli elabor accuratamente come base per le proprie speculazioni. Infine Newton si trov a dover fronteggiare un problema non da poco: le critiche mossegli dal vescovo (di Cloyne) e filosofo George Berkeley (ritratto nell'immagine a lato), che nel Trinity College di Dublino, e poi nella capitale del regno Unito, era permeato dell'atmosfera di reazione alla scolastica tradizionale in ambito fisico e metafisico. Questi compose, nel 1734, il The Analyst, opera nella quale muoveva critiche ai nuovi matematici colpevoli, nella sua concezione, di essere intrappolati in una visione materialistica del mondo; in particolare, egli definiva il metodo newtoniano "illegittimo e falso" e forniva, nei capitoli dal IX all'XI, una dimostrazione basata sul concetto che i punti di limite non potessero assolutamente essere calcolati come quantit finite, per il fatto che la nozione di momento che li caratterizzava implicava la loro classificazione come quantit infinitesime, ossia come quelle quantit che si pongono a mezza via tra delle grandezze finite (ma estremamente piccole) e il nulla. In particolare, nei confronti del metodo delle flussioni, egli affermava: "Se alziamo il velo e vi guardiamo sotto [] scopriamo vuotaggine, oscurit e confusione alquante, per non dire, se non mi sbaglio, dirette impossibilit e contraddizioni addirittura. [] Non sono [gli incrementi

tendenti a zero] n quantit finite, n quantit infinitamente piccole e neppure nulle. Non potremmo forse chiamarle fantasmi di quantit svanite?" A partire da queste radici insopprimibili e fondamentali il calcolo infinitesimale si ulteriormente sviluppato e perfezionato, grazie all'intervento di numerosi matematici vissuti dal Settecento ad oggi; l'analisi occupa attualmente un'intera branca della matematica, dedicata allo studio dei limiti intesi come positiva e proficua ricerca di ci che pu risultare conoscibile all'essere umano, e come volont di umanizzare (rendendolo pertanto accessibile all'uomo stesso) l'infinito numerico. Un altro esponente importante nell'ambito della nascita dell'analisi moderna fu Guillaume-Franois-Antoine de l'Hpital, proveniente da una ricca famiglia di conti e marchesi; grazie ai propri mezzi facoltosi, infatti, egli pot procurarsi un insegnante d'eccezione, Johann Bernoulli, il quale gli rivel tutto quanto aveva scoperto grazie ai propri studi sul metodo Leibniz e gli forn il materiale per l'opera Analyse de infiniment petits, pubblicata dal dotto aristocratico nel 1696, e che ancora oggi considerata il primo libro di testo di analisi. In essa era inoltre inclusa la regola dell'Hpital, attraverso la quale si otteneva un metodo per determinare il valore di un limite che si presentasse nella formula indeterminata 0/0. Il rapporto tra due funzioni derivabili nulle, infatti, in un dato punto, uguale al rapporto delle rispettive derivate in quel punto, vale a dire che la funzione f(x) = x/sinx nel punto x = 0, ha come limite 1/1 (ossia 1, che rappresenta la derivata di 0 e 1, che rappresenta il valore di cos0, che a sua volta la derivata di sin0). Poco tempo dopo la morte del marchese, avvenuta nel 1704, la comunit scientifica dell'epoca si trov a dover respingere le rivendicazioni dello svizzero Bernoulli sull'opera dell'Hpital; Johann, infatti, gi anni prima aveva tentato di attribuirsi il merito di un'altra riuscita dimostrazione, questa volta opera del fratello Jaob. Nonostante l'importantissimo contributo dell'Hpital, l'analisi si sbarazz dei propri tratti fideistici, caratterizzati dalla sua dipendenza dalla divisione per zero e da quantit che miracolosamente parevano scomparire quando elevate a potenza (questa la base delle gi citate critiche berkeleiane), solamente all'alba della Rivoluzione Francese; non bisogna dimenticare che proprio in questo periodo si svilupp il movimento illuministico dal quale un grosso spunto trasse Immanuel Kant, filosofo della ragione e della legge morale, che vide nei limiti della ragione umana la base stessa dell'intera conoscenza possibile Oltre agli studi dello svizzero Leonhard Euler fu proprio in questo periodo che Jean le Rond (il cui nome traeva origine dalla circostanza del suo ritrovamento, ancora neonato, esposto sugli scalini della chiesa di Saint-Jean-le-Rond a Parigi) d'Alembert, collaboratore con Denis Diderot nella famose Encyclopdie di arti, scienze e mestieri, origin il concetto di limite e venne a capo delle difficolt teoretiche dell'analisi a riguardo dello zero. Si pu affermare che d'Alembert risolse il problema della somma infinita di passi sempre pi prossimi alla lunghezza nulla del paradosso zenoniano di Achille e la tartaruga, semplicemente considerando il limite della gara; ci che fece informalmente d'Alembert fu di scrivere la serie 1 + + + 1/8 + ^n come limite di tale serie per n tendente a infinito, metodo attualmente usato perla risoluzione delle successioni convergenti. Era pertanto sufficiente premettere alla serie il

segno di limite al fine di distinguere logicamente finalit e procedimento ed evitare che le operazioni matematiche perdessero di significato di fronte al comparire di quantit infinite o di divisioni per zero.