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L'ombra negata

Dimostrazioni matematiche e immaginazione visiva


Claudio Bartocci
docente di Fisica Matematica allUniversit di Genova

Ren Magritte, The art of conversation, 1950

Se giusto che l'immaginazione venga in


soccorso alla debolezza della vista, deve
essere istantanea e diretta come lo sguardo
che l'accende.
Italo Calvino, Palomar

1. La matematica scienza del visibile o dell'invisibile? O meglio, per sgombrare subito il campo
da possibili ambiguit celate in questa domanda (non intendiamo affatto interrogarci sullo statuto
ontologico degli oggetti matematici): la matematica disciplina di immagini o di parole? Detto
ancor pi chiaramente: l'attivit di ricerca dell'homo mathematicus (sia essa invenzione o scoperta,
non importa) pu fondarsi soltanto sulle parole - siano queste nomi, segni, simboli - oppure deve
fare necessariamente ricorso alle immagini - siano queste disegni, figure, rappresentazioni mentali,
schemi o diagrammi?
Fin dalle sue origini, ma soprattutto nel corso degli ultimi centocinquant'anni, la matematica1 ha
mostrato la tendenza a presentarsi (o piuttosto a essere presentata, nei manuali e nelle aule
scolastiche e universitarie) come disciplina eminentemente astratta e formalizzata. Suo caposaldo
il cosiddetto metodo assiomatico, articolato in uno schema ternario che sembra realizzare una sorta
di perpetuum mobile teorico: assiomi, definizioni, teoremi. Un teorema altro non che l'ultimo
passo di una catena di proposizioni sintatticamente corrette derivate dagli assiomi utilizzando
regole di inferenza accettate come valide, pi o meno universalmente, dalla comunit scientifica
(queste regole di inferenza includono sempre il modus ponens - quel tipo di sillogismo ipotetico
secondo cui se A, B, ma A , allora B - ma non sempre, ad esempio, il principio del terzo
escluso). Le definizioni, nella loro ingannevole innocenza, hanno uno status abbastanza misterioso:
appaiono indispensabili a mettere ordine nell'intero edificio, e forse addirittura a tenerlo in piedi quali propriet potremmo mai dimostrare se, per ghiribizzo, decidessimo di adottare una
definizione diversa per tutti i diversi triangoli? - ma sono o del tutto arbitrarie o giustificate
soltanto a posteriori dai teoremi che si provano a partire da esse. Gli assiomi, infine, stabiliscono
un sistema di relazioni tra enti astratti, primitivi, non definiti, disincarnati, vere e proprie incognite
ontologiche, che non corrispondono n a cose n a fatti.
Al pari dell'intera teoria che su di essi si erige, gli assiomi sono dunque sprovvisti di qualsiasi
valore semantico: l'unica restrizione cui devono sottostare di essere coerenti (o consistenti), cio
di non dar luogo a nessuna contraddizione logica. Se infatti accadesse, per colmo di disgrazia, di
riuscire a dimostrare un teorema e il suo contrario, sarebbe possibile - senza infrangere le ferree
regole di inferenza - provare qualsiasi proposizione, anche la pi strampalata, e il gioco andrebbe a
carte quarantotto. Ma a parte questo vincolo di non contraddittoriet - che incombe minaccioso
come una spada di Damocle, perch non data certezza che sia soddisfatto2 - , les mathmatiques
sont le modle de l'arbitraire.3
Per essere precisi, quella che abbiamo tratteggiato la concezione formalista della matematica, la
cui formulazione si deve a David Hilbert, che la teorizz come via d'uscita alla cosiddetta crisi dei
fondamenti e ne fu autorevole paladino durante il primo ventennio del Novecento, in opposizione
spesso polemica con matematici quali Bertrand Russell e Luitzen Brouwer.4 Tale concezione
formalista, qualche decennio pi tardi, sar ripresa e sviluppata - in una prospettiva strutturalista negli lments de mathmatiques pubblicati a partire dal 1939 da Nicolas Bourbaki, nom de plume

di un agguerrito gruppo di matematici francesi, celebre anche in ambito letterario per gli alti onori
che gli hanno tributato Raymond Queneau e gli altri membri dell'Oulipo. Si pu ben dire che
l'impostazione hilbertiana e bourbakista sia stata quella dominante nella matematica dell'ultima
met del secolo scorso, abbracciata quasi incondizionatamente dalla maggior parte dei matematici
professionisti (con la notevole eccezione di quelli di scuola russa).5
Nella concezione formalista non c' posto per le immagini. Nelle sue Grundlagen der Geometrie6
del 1899, ad esempio, Hilbert sistematizza in via definitiva la geometria euclidea con
un'assiomatizzazione che elimina tutte le suggestioni intuitive - e visive - associate a termini quali
punto, retta, piano. In una lettera a Gottlob Frege, Hilbert cos difende la propria impostazione, :
Si comprende da s che ogni teoria solo un telaio, uno schema di concetti unitamente alle loro mutue
relazioni necessarie, e che gli elementi fondamentali possono venir pensati in modo arbitrario. Se con i
miei punti voglio intendere un sistema qualunque di enti, per esempio il sistema: amore, legge,
spazzacamino, allora baster che assuma tutti i miei assiomi come relazione fra questi enti perch le
mie proposizioni, per esempio il teorema di Pitagora, valgano anche per essi. In altre parole: ogni
teoria pu sempre essere applicata a infiniti sistemi di enti fondamentali.7

Se questa la matematica - una scienza di parole astratte, nude e spoglie come un fantasma al
quale si vorrebbe prestare un lenzuolo, per usare in questo contesto una memorabile espressione di
Musil -, i suoi cultori parrebbero irrimediabilmente condannati ad aggirarsi in un oscuro labirinto di
concetti puramente sintattici, una fittissima rete di strutture nascoste. Perch allora sulle lavagne si
continuano a tracciare triangoli e circonferenze? Perch tanto gli articoli di ricerca quanto le pagine
dei manuali brulicano di figure, diagrammi, schemi, disegni? Perch i matematici, nei loro
ragionamenti, non si limitano a inanellare sillogismi o ad eseguire calcoli su calcoli, ma si sforzano
di visualizzare i problemi ricorrendo a immagini di ogni tipo? Immagini magari vaghe, confuse,
indistinte, o addirittura non raffigurabili, al limite non intelligibili, ma che svolgono comunque, nel
lavoro di ricerca e nel processo di apprendimento, una funzione essenziale e non meramente
accessoria.8 Identificare in toto la matematica con il metodo assiomatico, ha osservato con acume
Gian Carlo Rota, sarebbe come confondere la musica di Bach con le tecniche contrappuntistiche
dell'era barocca.
2. Narra Plutarco che Archimede fu trucidato dalla soldataglia romana mentre era intento a tracciare
figure geometriche nella sabbia. La realt storica fu probabilmente diversa, ma l'aneddoto ha il
pregio di mettere in evidenza il carattere eminentemente geometrico della matematica greca
classica:9 la maggior parte dei risultati e dei problemi sono formulati ricorrendo a opportune
costruzioni. Basti pensare alle propriet dei numeri figurati studiate dalla scuola pitagorica,
all'enunciato del teorema di Pitagora (il quadrato costruito sull'ipotenusa uguale alla somma dei
quadrati costruiti sui cateti), o ai problemi della duplicazione del cubo e della trisezione
dell'angolo.
Negli Elementi di Euclide - mediante un procedimento deduttivo che in una qualche misura un
raffinamento di quell'arte maieutica di cui Socrate fa sfoggio nel Menone - i teoremi sono ricavati
dai postulati (aitmata) e dalle nozioni comuni (koina nnoiai) attraverso una catena di
sillogismi e di costruzioni geometriche elementari. Malgrado le apparenti similarit, il metodo
euclideo tuttavia radicalmente diverso dall'impostazione hilbertiana: i postulati, infatti,
corrispondono a fatti geometrici, che non vengono posti in discussione in quanto perfettamente
visibili. Basta una riga per vedere che si pu condurre una retta da un qualsiasi punto (segno,
semeon) ad ogni altro punto; basta un compasso per vedere che, assegnato un punto nel piano,
esiste una e una sola circonferenza di raggio dato avente quel punto come centro. Si potrebbe dire
che le dimostrazioni euclidee sono un modo per rendere visibile ci che altrimenti rimarrebbe celato
al nostro sguardo. Ad esempio, come riuscire a vedere, se non attraverso una dimostrazione, che la
somma degli angoli interni di un triangolo uguale a un angolo piatto? (e a chiunque si ricordi
almeno un po della geometria studiata sui banchi di scuola sar infatti sufficiente una singola,
semplice immagine per sintetizzare nella memoria questa dimostrazione). Se vero che la natura
ama nascondersi, il metodo euclideo un disvelamento, un procedimento per giungere alla verit
in quanto altheia.

Ci nonostante - o piuttosto proprio per questo motivo - il risultato cui si perviene al termine di una
dimostrazione, o di una catena di dimostrazioni, potr non essere visibile in maniera diretta e
immediata: sar soltanto evidente. Con un'analogia forse azzardata, si direbbe che mentre i
postulati e le nozioni comuni stanno al livello della conoscenza essoterica, i teoremi appartengono
alla sfera del sapere esoterico; con la differenza che, mentre Ippaso di Metaponto, come vuole la
leggenda, venne gettato in mare dai suoi condiscepoli per avere divulgato il segreto della
incommensurabilit tra lato e diagonale del quadrato, gli Elementi nascono per essere letti e studiati
da tutti, e forse nessun libro nella storia della nostra civilt stato studiato e letto di pi. D'altra
parte, il rigore euclideo impone che anche le pi ovvie costruzioni geometriche - ad esempio
inscrivere un quadrato in una circonferenza data - debbano essere rese evidenti, cio dedotte dai
postulati iniziali e dalle proposizioni precedentemente dimostrate. Una volta avviata, la macchina
dimostrativa tende a procedere, per cos dire, a occhi chiusi, senza fare alcuna distinzione tra verit
che una figura tracciata nella sabbia basta a rendere visibili al di l di ogni ragionevole dubbio e
verit ben pi occulte ed elusive.
Euclide scava cos un solco, instaura una tensione destinata a perdurare nei secoli tra ci che
evidente e ci che visibile. In conseguenza di questo scarto epistemologico, diviene naturale
domandarsi, non foss'altro che per ridurre il numero dei postulati, se anche questi ultimi non si
possano in qualche modo dimostrare. L'esempio fondamentale, a questo proposito, costituito dal
quinto postulato di Euclide, secondo il quale se una retta venendo a cadere su due rette forma gli
angoli interni e dalla stessa parte minore di due retti, le due rette prolungate illimitatamente
verranno ad incontrarsi da quella parte in cui sono gli angoli minori di due retti.10 Questo fatto
geometrico confermato dal disegno di un qualsiasi triangolo, ma appare forse meno elementare
degli altri postulati (ad esempio del fatto che ogni segmento si possa prolungare in linea retta o che
tutti gli angoli retti siano uguali); molti furono i matematici, fin dall'antichit, che tentarono di
renderlo evidente a posteriori, cio di dedurlo dai rimanenti postulati e dalle nozioni comuni. Gi
Proclo nel suo Commento al I libro di Euclide si dichiara convinto che il quinto postulato deve
essere assolutamente depennato dalla serie degli altri postulati, poich si tratta di un teorema pieno
di difficolt, alla cui soluzione Tolomeo ha dedicato un libro.11 Circa tredici secoli pi tardi, nel
1733, sar pubblicata l'opera di Giovanni Girolamo Saccheri Euclides ab omni naevo vindicatus:
Nel I libro l'autore, un padre gesuita professore all'universit di Pavia, sulle orme del matematico
persiano Nasr-Eddin (1201-1274) e di John Wallis (1616-1703), cerca di sviluppare una
dimostrazione per assurdo del postulato delle parallele. Nei passaggi intermedi di questo suo
tentativo, e - dovremmo aggiungere - suo malgrado, Saccheri ottiene i primi teoremi di quelle
geometrie non euclidee, che saranno scoperte, o, se si preferisce, inventate, alcuni decenni dopo da
Legendre, Gauss, Bolyai, Loba_evskij.
L'incantesimo millenario della geometria delle figure tracciate nella sabbia o sulle tavolette di cera
era cos infranto, e con esso la fiducia nella visibilit di ci che dimostrabile. Gauss si astenne dal
pubblicare i suoi risultati per timore delle strida dei Beoti;12 Bolyai scriveva al padre di aver fatto
scoperte cos meravigliose da esserne lui stesso sconvolto per lo stupore. Se le relazioni tra
matematica, esperienza sensibile e intuizione sono cos ingarbugliate, conviene allora affidarsi alla
pura logica disincarnata per sfuggire alle illusioni ottiche, ai miraggi che ingannano l'occhio della
mente? Qualche anno prima, sul finire del Settecento, il matematico torinese Joseph-Louis
Lagrange, nel presentare ai lettori la sua Mcanique analytique, si era vantato di aver scritto un libro
senza nemmeno una figura.
3. Nella Terza delle Meditazioni metafisiche Cartesio osserva: tra i miei pensieri alcuni sono come
immagini delle cose e soltanto a questi si addice propriamente il nome di idea.13 Nel pensiero dei
secoli XVII e XVIII, ancora non molto distante dalla tradizione dei loci e delle imagines dei teatri
della memoria rinascimentali (tradizione peraltro riveduta e corretta da Pietro Ramo),14 la nozione
di idea intrattiene una parentela difficile con le immagini mentali,15 oscillando tra identificazione e
pi o meno netta differenziazione: si pensi alle cautele di Port-Royal o alla definizione di Locke di
idea distinta. Per Leibniz, teso all'elaborazione di una mathesis universalis, essenziale non
confondere le idee con le raffigurazioni mentali e il pensiero umano si riduce a una manipolazione
di segni o caratteri.16 Voltaire, meno aduso a certe sottigliezze, taglia corto nel suo Dizionario
filosofico (La raison par alphabet, 1769): Qu'est-ce une ide? C'est une image qui se peint dans
mon cerveau. In quasi tutti i pensatori che dibattono la questione abbondano comunque le

esemplificazioni tratte dalla matematica: poligoni di mille lati o poliedri con mille facce, serie
infinite, operazioni aritmetiche elementari.
Ed proprio sulla falsariga del modello delle scienze matematiche, crediamo di poter dire, che si
sviluppa la teoria kantiana della conoscenza. Lo spazio una intuizione pura (reine Anschauung) una rappresentazione necessaria a priori che precede tutte le intuizioni esterne -, la geometria la
scienza a priori dello spazio e i suoi giudizi sono giudizi sintetici a priori. D'altra parte, nella
filosofia di Kant svolge un ruolo centrale, e in parte problematico, il concetto di immaginazione
(Einbildungskraft), definita come la facolt di rappresentare un oggetto, anche senza la sua
presenza, nell'intuizione:17
C' dunque in noi una facolt attiva della sintesi di questo molteplice [il molteplice costituito, cio,
dalle diverse percezioni associate nello spirito a ogni fenomeno], che noi diciamo immaginazione, la
cui operazione, in quanto si esercita immediatamente sulle percezioni, io dico apprensione. La
immaginazione deve cio ridurre il molteplice dell'intuizione a immagine (Bild); essa deve dunque
prendere le impressioni nella sua attivit, cio apprenderle.18

L'immaginazione, in particolare, responsabile di quella sintesi costruttiva, che alla base di


tutte le costruzioni geometriche e simboliche, e in questo Kant pu ben definirsi un precursore di
Brouwer. Il prodotto della facolt empirica dell'immaginazione sono appunto le immagini, le
quali, nell'elaborata articolazione del pensiero kantiano, non si ricollegano al concetto se non
mediante lo schema che esse designano19 e che costituisce l'unico fondamento dei nostri concetti
sensibili puri: ad esempio, nessuna immagine adeguata a rappresentare la generalit del concetto
di triangolo, al contrario dello schema di triangolo, che funziona come una regola che determina
la nostra intuizione. Questa distinzione, tuttavia, non modifica affatto quelle che sono le
caratteristiche della conoscenza matematica secondo Kant: costruttiva e basata su rappresentazioni
mentali.20
Portando alle estreme conseguenze l'impostazione kantiana, Schopenhauer si spinger fino a
richiedere esplicitamente di rinunziare al pregiudizio che la verit dimostrativa abbia una
qualsivoglia preminenza sulla verit conosciuta intuitivamente21 e a denigrare senza mezzi termini
il metodo euclideo:
Perch soltanto dopo aver appreso da questo grande spirito [Kant] che le intuizioni dello spazio e del
tempo sono affatto diverse dalle intuizioni empiriche, affatto indipendenti da ogni impressione dei
sensi, essi condizione dell'impressione e non viceversa; che sono in altri termini a priori, e quindi
inaccessibili all'illusione dei sensi - soltanto ora possiamo comprendere che la trattazione euclidea
della matematica fondata sulla logica una provvidenza inutile, una gruccia per gambe sane. E
rassomiglia a un pellegrino che, scambiando per acqua nella notte una bella strada chiara, si guardi dal
posarvi il piede, e la vada fiancheggiando sul terreno disuguale, contento d'imbattersi di tanto in tanto
nell'acqua supposta.22

Insomma, le dimostrazioni sarebbero inutili, se non addirittura fuorvianti, dato che le verit
matematiche sono perfettamente visibili come, di notte, una bella strada chiara per il viandante
che non si lasci ingannare da chimere e infondati timori.
4. Sebbene si dichiari spesso che la morte (prematura) dello schematismo kantiano fu conseguenza
del pieno riconoscimento dell'importanza matematica delle geometrie non euclidee da parte della
comunit scientifica, intorno al 1870-1880, in realt occorre tener presenti anche altri fattori non
meno determinanti. Innanzitutto, gli enormi sviluppi dell'analisi complessa, da Leonhard Euler
attraverso Lagrange, Abel, Weierstrass, Riemann fino a Klein e Poincar, dimostrarono come in
molti calcoli e teoremi riguardanti i numeri reali fosse indispensabile il ricorso a quantit
immaginarie (multiple, cio, di -1), le quali ben difficilmente si possono annoverare tra le
intuizioni pure di Kant; i numeri immaginari hanno in s qualcosa di incomprensibile e di
vertiginoso per i profani, come testimonia ancora all'inizio del Novecento il protagonista del
primo romanzo di Robert Musil, l'allievo Trless:
Alla fine del calcolo ci sono soltanto numeri di questo tipo [reali]. Ma questi e quelli stanno in
relazione tra loro grazie a qualcosa che non esiste affatto. Non come un ponte di cui esistono solo il

primo e l'ultimo pilastro, e che tuttavia si possa attraversare con la stessa sicurezza che se esistesse per
intero? Per un calcolo del genere ha qualcosa di vertiginoso [].23

In secondo luogo, la scoperta di strani fenomeni e bizzarre patologie nel campo dell'analisi reale ad esempio, l'esistenza di curve continue che non ammettono tangente in alcun punto determinarono il successo di quella rivoluzione del rigore, programmaticamente sviluppata da
Weierstrass, che metteva al bando tutti i ragionamenti basati sulla sola intuizione.24 Il terzo fattore,
infine, e forse quello decisivo, fu rappresentato dalla teoria degli insiemi (Mengenlehre) elaborata
da Georg Cantor. Da una parte, i teoremi di Cantor sui numeri transfiniti costituivano una vera e
proprio sfida al senso comune, tanto da avere l'apparenza pi di paradossi che di teoremi: com'
possibile che la retta e il piano abbiano il medesimo numero di punti? Lo stesso Cantor cos
commentava il proprio risultato: Lo vedo, ma non ci credo, e in queste parole dobbiamo pensare
che il verbo vedere sia riferito all'evidenza della dimostrazione che stabilisce nuovi limiti
all'immaginazione. Dall'altra, si scopr ben presto, sul finire del XIX secolo, che nella teoria degli
insiemi si annidavano insidiosi paradossi - tra i quali quello di Russell senza dubbio il pi
popolare - che rendevano necessario un radicale ripensamento dei fondamenti della matematica.25
Pi ancora che la monumentale ma sterile impresa di Russell e Whitehead - gli illeggibili tre volumi
dei Principia mathematica (1913) -, fu la nuova logica (sviluppata principalmente dai matematici
italiani Giuseppe Peano, Alessandro Padoa e Mario Pieri) a costituire l'essenziale premessa del
programma formalista di Hilbert. Con l'assiomatizzazione della teoria degli insiemi dovuta a Ernst
Zermelo (1908) e a Abraham Fraenkel (1921), infine, si completa la delimitazione di quel vasto
territorio matematico che sar sistematicamente esplorato dai bourbakisti: questo il paradiso di
Cantor, secondo la definizione dello stesso Hilbert, e la matematica che vi si pratica pura scienza
dell'invisibile.
La prima voce autorevole a levarsi contro questa concezione della matematica fu quella di Henri
Poincar:
[] la logique ne suffit pas; [] la science de la demostration n'est pas la Science tout entire et
l'intuition doit conserver son rle comme complment, j'allais dire comme contrepoids ou comme
contrepoison de la logique.26

In effetti, per Poincar - che interpreta Kant attraverso von Helmholtz27 - l'intuizione lo
strumento dell'invenzione matematica, e nel processo dell'invenzione, descritto in alcune
memorabili pagine di Science et mthode (1908),28 le immagini mentali hanno un ruolo privilegiato:
non a caso, una delle espressioni che pi ricorrono nelle migliaia e migliaia di pagine scientifiche
dell'ultimo grand savant on voit que. La geometria che Poincar visualizza tuttavia molto pi
astratta della geometria euclidea; si potrebbe quasi dire che le immagini, di rado disegnate, ma
soltanto evocate a chiarimento di una formula o di un teorema, non sono figurative, bens
puramente concettuali. Tra queste immagini e le figure di Archimede tracciate nella sabbia corre
una differenza analoga a quella che separa una tela cubista di Picasso da un quadro del Canaletto.
L'immaginazione di Poincar si destreggia con disinvoltura tra superficie di Riemann ramificate
sulla retta proiettiva, poligoni curvilieni con infiniti lati, spazi a pi dimensioni ove si intrecciano, in
patterns di estrema complessit, orbite di equazioni differenziali non lineari. Sebbene la dinamica
del caos nasca a tutti gli effetti gi nei tre volumi delle Mthodes nouvelles de la mcanique
cleste (1892,1893,1899), questa nuova disciplina, non a caso, rimarr misconosciuta per oltre
mezzo secolo proprio perch difficilissima da visualizzare, fino a quando Andrej Kolmogorov e
successivamente Vladimir Arnol'd e Jrgen Moser - tre dei maggiori matematici di questi ultimi
cinquant'anni - riusciranno a comprendere appieno i risultati di Poincar e ad approfondirli;29
appena qualche anno pi tardi la computer graphics render visibili a tutti le immagini frattali di
quegli insiemi limite la cui complessit aveva messo in difficolt il potere di visualizzazione
geometrica dello stesso Poincar:
Tentiamo di farci un'idea della figura formata da queste due curve e delle loro intersezioni, che sono in
numero infinito e corrispondono ciascuna a una soluzione doppiamente asintotica; queste intersezioni
formano una sorta di reticolo, di ordito, di rete dalle maglie infinitamente fitte; ciascuna delle due
curve non deve mai intersecare se stessa, ma deve ripiegarsi su se stessa in maniera assai complicata
per poter intersecare un'infinit di volte tutte le maglie della rete. Si rimarr impressionati dalla
complessit di questa figura, che nemmeno tento di disegnare.30

Anche la topologia - che negli lments di Bourbaki diverr disciplina di severa e algida astrazione
- viene significativamente definita da Poincar come l'arte di ragionare bene su figure disegnate
male. Ancor oggi, a oltre un secolo di distanza, gli esempi costruiti nella memoria Analysis situs
(1895), con destrezza quasi da prestigiatore, manipolando e deformando poliedri nello spazio
tridimensionale, lasciano stupefatti per la prodigiosa forza immaginativa di Poincar.
5. Ma le immagini, in matematica, si limitano soltanto a innescare il processo creativo, per cedere
subito il campo al disciplinato concatenarsi di assiomi, definizioni e dimostrazioni? Alcuni filosofi
della matematica - e anche alcuni matematici - sostengono di s, ricorrendo alla distinzione
popperiana tra contesto della scoperta e contesto della giustificazione. Osserva ad esempio
Mario Bunge:
La rappresentazione immaginativa o fantasia visiva - ci che Mach chiamava Phantasie-Vorstellung una servizievole ancella del raziocinio puro, ma non lo sostituisce; lo rafforza psicologicamente, non
logicamente.31

Questa interpretazione appare tuttavia assai riduttiva, e non soltanto perch Lakatos32 ci ha
insegnato che il contesto della scoperta e quello della giustificazione - ammesso e non concesso che
una simile dicotomia abbia senso - sono in ogni caso inestricabilmente intrecciati. In effetti, come
scrive Putnam:
Le tradizionali correnti filosofiche della matematica - formalismo, intuizionismo, logicismo - non sono
riuscite a riconoscere i processi quasi-empirici attraverso i quali nuovi assiomi e princip, espliciti o
impliciti, entrano a far parte del bagaglio degli assunti matematici.33

Per supplire a queste deficienze, alle immagini spetta un ruolo fondazionale, che pu sembrare
paradossale, ma invece coerente con una concezione della matematica in cui le definizioni non
sono meno importanti dei teoremi - e le buone le definizioni non nascono n per arbitrio, n come
Atena dalla testa di Giove, armate da capo a piedi e pronte a conquistare il mondo. I teoremi
giustificano le buone definizioni, cos come queste giustificano i teoremi che da esse si deducono;
le definizioni diventano obsolete, muoiono, devono essere rimpiazzate con altre migliori, perch la
scoperta di un nuovo teorema, di una nuova relazione tra gli innumerevoli fatti che compongono
la trama della matematica, pu rendere necessario mettere in soffitta qualche definizione ormai
inadeguata. Ma anche possibile che un teorema, magari conquistato a prezzo di un grande sforzo
dell'intelligenza, si trasformi in una ovviet nel contesto di una teoria pi ampia costruita sulla base
di definizioni migliori, pi illuminanti, ricche di implicazioni prima inaspettate. In questa
prospettiva, la matematica - il cui oggetto di studio non sono le cose, ma le relazioni tra le cose studio delle analogie tra analogie ed essa stessa diviene una rete di relazioni che si ridefiniscono
le une con le altre, suscettibile di essere esplorata, immaginata, proiettata in diversi schemi
conoscitivi: una rete visibile.

Note
1

Parlando di origini della matematica intendiamo riferirci unicamente alle origini greche della disciplina, trascurando i
fondamentali, e ben pi antichi, contributi egizi e babilonesi. Per una visione non eurocentrica della matematica si veda
George Gheverghese Joseph, C'era una volta un numero. La vera storia della matematica, trad. it. B. Mussini e P.
Budinich, Il Saggiatore, Milano 2000.
2
La consistenza di una qualsiasi teoria che contenga quella dei numeri naturali non si pu dimostrare all'interno della
teoria stessa; questo il contenuto del celebre teorema di incompletezza di Gdel (1931), delle cui implicazioni,
nonostante la loro importanza non tratteremo in questo nostro intervento. ricco di interessanti osservazioni il volume
di G. Lolli, Incompletezza. Saggio su Kurt Gdel, Il Mulino, Bologna 1992.
3
Paul Valry, Cahiers, vol. II, Gallimard, Paris 1988, p. 780.
4
Si veda, ad esempio, C. Mangione e S. Bozzi, Storia della logica da Boole ai nostri giorni, Garzanti, Milano 1995.
5
Le innovazioni concettuali della teoria delle categorie - soprattutto ad opera di S. Eilenberg, S. MacLane, A.
Grothendieck , W. Lawere - per quanto di fondamentale importanza, non spostano i termini della questione.
6
Trad. it. I fondamenti della geometria, Feltrinelli, Milano 1970.
7
G. Frege, Alle origini della nuova logica. Epistolario scientifico con Hilbert, Husserl, Peano, Russell, Vailati, a cura
di C. Mangione, Boringhieri, Torino 1983. Nella sua risposta Frege ribatte: Con le Sue definizioni non vedo come io
possa decidere la questione se il mio orologio sia o meno un punto.

Di questa propensione dei matematici alla visualizzazione esistono innumerevoli testimonianze; un'ampia casistica
raccolta e commentata in Jacques Hadamard, The psychology of invention in the mathematical field, Dover, New York
1954.
9
Ci vale anche per l'aritmetica pitagorica, nella quale avevano cruciale importanza i cosiddetti numeri figurati; si
vedano P. Zellini, Gnomon, Adelphi, Milano 1999 e W.R. Knorr, The ancient tradition of geometric problems, Dover,
New York 1993.
10
Euclide, Gli Elementi, a cura di A. Frajese e L. Maccioni, Utet, Torino 1996, p. 71; questo postulato euclideo spesso
erroneamente citato nella forma (peraltro equivalente assunti i restanti quattro): data una retta e un punto fuori di essa,
esiste una e una sola retta passante per quel punto e parallela alla retta data.
11
Citato in E. Agazzi e D. Palladino, Le geometrie non euclidee e i fondamenti della geometria, Mondadori, Milano
1978, p. 52; per la storia della teorie delle parallele rimane utile R. Bonola, La geometria non euclidea, Zanichelli,
Bologna 1976 (prima ed. 1906).
12
Lettera a Bessel del 27 gennaio 1829.
13
Entre mes penses, quelques-unes sont comme les images des choses, et c'est celles-l seules que convient
proprement le nom d'ide, Mditations mtaphysiques, a cura di J.-M. Beyssade e M. Beyssade, Garnier-Flammarion,
Paris 1979, p. 101.
14
Il riferimento d'obbligo F. Yates, L'arte della memoria, Einaudi, Torino 1972.
15
Diego Marconi, Filosofia e scienza cognitiva, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 82.
16
Si veda l'eccellente saggio di M. Mugnai, Introduzione alla filosofia di Leibniz, Einaudi, Torino 2001, in particolare il
cap. II, pp. 33-64.
17
I. Kant, Critica della ragion pura, trad. it. G. Gentile e G. Lombardo Radice, riv. da V. Mathieu, Laterza, Roma-Bari
1981, p. 145.
18
Ibid., p. 665.
19
Ibid., p. 166.
20
Su questo tema si rimanda al volume di M. Palumbo, Immaginazione e matematica in Kant, Laterza, Roma-Bari
1984.
21
A. Schopenhauer, Il mondo come volont e rappresentazione, trad. it. P. Davj-Lopez e G. De Lorenzo, Laterza,
Roma-Bari 1986, p. 121.
22
Ibid., p. 119.
23
R. Musil, I turbamenti del giovane Trless, trad. it. B. Cetti Marinoni, Garzanti, Milano p. 83.
24
Per una visione d'insieme della storia dell'analisi nel XIX secolo si pu consultare M. Kline, Storia del pensiero
matematico, vol. II, Einaudi, Torino 1991.
25
L'antologia From Frege to Gdel. A source book in mathematical logic, 1879-1931, a cura di J. van Heijenoort,
Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1977 ricostruisce esaurientemente la storia della logica a cavallo dei due
ultimi secoli; si veda anche C. Mangione e S. Bozzi, op. cit.
26
H. Poincar, La valeur de la science, Flammarion, Paris 1970 (I ed. 1905), p. 35 (trad. it. Il valore della scienza, a
cura di G. Polizzi, La Nuova Italia, Firenze 1994).
27
Poincar annoverava tra i giudizi sintetici a priori solo il principio di induzione matematica; per l'interpretazione di
Kant da parte di Poincar, sembra importante l'influenza esercitata su quest'ultimo dal filosofo mile Boutroux, suo
cognato.
28
Trad. it. Scienza e metodo, a cura di C. Bartocci, Einaudi, Torino 1997, pp. 53-76.
29
Come introduzione alla scienza del caos, che pi propriamente dovrebbe chiamarsi meccanica non lineare, si
rimanda a I. Ekeland, Il calcolo e l'imprevisto, trad. it. M. Botto, Ed. di Comunit, Milano 1985 e D. Ruelle, Caso e
caos, trad. it. L. Sosio, Bollati Boringhieri 1992.
30
H. Poincar, Les mthodes nouvelles de la mcanique cleste, Tome III, Gauthier-Villars, Paris 1899 (ristampa
Blanchard, Paris 1987), p. 389.
31
M. Bunge, Intuicon y razn, Tecnos, Madrid 1986.
32
L'opera di Imre Lakatos, Dimostrazioni e confutazioni, Feltrinelli, Milano 1979 una fondamentale premessa teorica
per le analisi svolte in questo saggio.
33
H. Putnam, Deduzione/prova, in Enciclopedia Einaudi, vol. 4, Einaudi, Torino 1978, p. 496.