Sei sulla pagina 1di 29

Giovanni Salmeri

Piccola
storia della logica
I. Dallantichit a Leibniz

Roma 1999

Presentazione ................................................................................................ 3
1. Lanalitica di Aristotele .............................................................................. 5
1.1. Il tema dellanalitica ............................................................................... 5
1.2. I termini e la proposizione...................................................................... 7
1.3. Le categorie ............................................................................................ 8
1.4. La quantificazione .................................................................................. 9
1.5. Figure e modi del sillogismo................................................................. 10
1.6. La dimostrazione dei sillogismi ............................................................ 12
1.7. Il procedimento scientifico................................................................... 13
1.8. Il procedimento dialettico .................................................................... 16

2. La logica megarico-stoica......................................................................... 19
2.1. Il concetto di logica .............................................................................. 19
2.2. La logica proposizionale ....................................................................... 20
2.3. I discorsi conclusivi ............................................................................... 22
2.4. Gli indimostrabili .................................................................................. 23
2.5. Lantinomia del mentitore.................................................................... 23

3. Larte combinatoria di Leibniz ................................................................. 25


3.1. La rifondazione della logica.................................................................. 25
3.2. La concezione della verit .................................................................... 26

4. La logica nel Novecento........................................................................... 30


4.1. Georg Cantor (1845-1918) ................................................................... 30
4.1.1. La teoria degli insiemi ............................................................ 30
4.1.2. La gerarchia dei transfiniti...................................................... 32
4.2. Gottlob Frege (1848-1925)................................................................... 34
4.2.1. La fondazione della matematica ............................................ 34
4.2.2. Funzione, senso, significato ................................................... 36
4.2.3. La logica proposizionale ......................................................... 38
4.2.4. La logica dei predicati............................................................. 41
4.3. David Hilbert (1862-1943).................................................................... 44
4.3.1. Lassiomatica.......................................................................... 44
4.3.2. Gli assiomi di Peano ............................................................... 46
4.4. Kurt Gdel (1906-1978)........................................................................ 48
4.4.1. Gdelizzazione e diagonalizzazione ....................................... 48
4.4.2. I due teoremi di limitazione ................................................... 49
4.5. Alan M. Turing (1912-1954) ................................................................. 52
4.5.1. Computabilit e tesi di Church............................................... 52
4.5.2. Il modello di Turing e Post...................................................... 53
4.5.3. Informatica e pensiero artificiale ........................................... 55

Presentazione

Le pagine seguenti, che ho riscoperto in un angolo del mio disco rigido,


sono un tentativo di presentare in maniera molto breve gli elementi fondamentali della storia della logica (e quindi dei suoi contenuti e problemi) con un linguaggio accessibile a studenti di scuola media superiore. Per spiegare il carattere di questo testo, credo che la cosa pi semplice sia raccontarne la storia.
Comincio da lontano: il mio itinerario scolastico credo che sia stato simile
a quello dei miei coetanei. Nella scuola elementare lo studio dellaritmetica era
accompagnato da note di insiemistica che ruotavano attorno alle collezioni di
giocattoli di Teo e Tea. Da quel che ricordo, tanto per il maestro quanto per noi
scolari rimaneva misterioso quale fosse per comprendere meglio la matematica
lutilit di quei giochini, e presto li abbandonammo (non ricordo se prima o dopo di aver imparato che i giocattoli che Teo e Tea avevano in comune era unintersezione). Nella scuola media studiai solo buona tradizionale algebra e geometria (forse perch programmi e libri erano differenti, forse perch il professore ne saltava saggiamente qualche capitolo). Ma negli scaffali di casa, complice
la passione di mio padre, trovavo molti libri che presentavano questa materia in
modo originale (per esempio la miniera dei cinque volumi di Enigmi e giochi matematici di Martin Gardner) e cos mi convincevo che la matematica poteva essere divertente (e anche la logica, della quale avevo unidea solo molto vaga).
Nel ginnasio-liceo invece un poco di logica e di teoria degli insiemi le studiai seriamente, ricavandone unimpressione molto positiva: il modo di descrivere fatti
matematici mi appariva pi chiaro e preciso.
In quel periodo (gli anni 80) iniziava a diffondersi linformatica personale:
il primo computer che ebbi tra le mani fu il minuscolo Radio Shack TSR-80 PC-1
(http://oldcomputers.net/trs80pc1.html), con il quale iniziai i primi esperimenti
di programmazione. E negli stessi anni mio fratello maneggiava lelettronica digitale, e a casa entravano, come libri preziosi, i databook dei circuiti integrati: fu
cos che scoprii che ci che io chiamavo congiunzione, disgiunzione e disgiunzione esclusiva (o magari latineggiando et, vel e aut) lui lo chiavama AND, OR e XOR. Si cominciava a parlare anche dellintroduzione dellinformatica a scuola, e rimanevo scandalizzato quando sentivo discorsi che ruotavano sempre attorno a macchine da comprare: come se per studiare informatica ci
fosse bisogno di un computer! (Su ci non ho cambiato idea, peraltro.)
Quando mi iscrissi al corso di laurea in filosofia, fuorviato da un foglio che
lo indicava come fondamentale, cominciai a frequentare il corso di Propedeutica filosofica. In realt il professore spieg subito che lesame non era obbligatorio, e che lui avrebbe trattato solo di logica formale. Alla terza lezione rimanemmo in due. uno dei corsi che ricordo con pi piacere, faticoso ma estrema3

mente formativo: la soddisfazione di fare cose difficili! Per lesame, oltre a tutto
ci che avevamo studiato di teoria (per verificare la quale noi due sopravvissuti
dovemmo sostenere un esame scritto dimostrando una ventina di teoremi), il
programma prevedeva i due volumi de La logica formale di Jzef Maria Bocheski, in cui imparai a collegare ci che avevo studiato con una storia della filosofia che conoscevo s, ma della quale non avevo mai seriamente esaminato il versante logico.
Subito dopo la laurea tornai al mio liceo per insegnare filosofia e mi portai dietro tutto questo: per esempio lidea che anche per le scienze esatte la
storia (con nomi e volti) fosse importante e potesse anche servire a collegare
meglio le materie tra di loro; o la consapevolezza che filosofia, matematica, logica, informatica fossero cose diverse, ma con molti intrecci; o la convinzione che
la chiarezza nel linguaggio e nel ragionamento sempre una buona qualit.
Non sempre soddisfatto del libro di testo iniziai a riscrivere alcuni capitoli di storia della filosofia: mi preoccupavo soprattutto di essere preciso, evitando il pi
possibile le affermazioni generiche e cercando invece di esporre le argomentazioni, senza le quali la filosofia non esiste. Fu cos che mi venne lidea di scrivere
anche un capitolo di storia della filosofia sulla logica del Novecento. Il mio scopo
era scegliere alcuni temi pi importanti, semplificare il discorso in maniera che
fosse accessibile ad uno studente liceale, contemporaneamente dando unidea
chiara dei concetti centrali e del procedimento effettivo del ragionamento logico.
Ci che segue la bozza di quel progetto (composta negli anni 90), preceduto dalle parti dedicate alla logica di Aristotele, degli stoici e di Leibiniz, estratte dai relativi capitoli pi o meno completi che scrissi (e che poi pubblicai nel sito
http://mondodomani.org/mneme/). Dico bozza, perch il testo sicuramente
avrebbe bisogno di essere riveduto e corretto. Inoltre, considerando linsieme,
sicuramente sottostimata la logica medievale, qui ridotta solo a qualche complemento dellanalitica di Aristotele. Ma dopo poco lasciai linsegnamento al liceo e cominciai a lavorare ad altre cose: una revisione non dunque mai avvenuta, n sarei in grado di farla ora. Salvo piccole modifiche, ho preferito dunque
lasciare il testo comera. Daltra parte non so neppure se gli attuali programmi
liceali prevedano quegli agganci che ai miei occhi rendevano sensato il progetto: per esempio ora linformatica nominata solo sotto forma di strumento, e
nelle indicazioni sulla filosofia contemporanea non si cita mai espressamente la
logica. Chiss per se, anche cos come sono, queste pagine possano servire a
qualcosa o a qualcuno.

1. Lanalitica di Aristotele

1.1. Il tema dellanalitica


Secondo lordine tradizionale, si occupa di logica il primo gruppo di opere
di Aristotele (384-323 a.C.): Sulle categorie, Sullinterpretazione, Analitici primi,
Analitici secondi, Topici, Confutazioni sofistiche. Il nome logica per assente
in Aristotele, che usa invece il nome di analitica. Queste opere furono raccolte da Andronco di Rodi sotto il titolo di , cio strumento. Cos facendo egli suggeriva che lanalitica fosse una tecnica al servizio della filosofia, piuttosto che una sua parte.
Che cosa ritenesse Aristotele stesso va desunto, pi che da affermazioni
esplicite, dallorigine di tali indagini, che probabilmente datano dai primi anni di
presenza nellAccademia di Platone. Qui lambiente molto aperto e libero favor
senza dubbio lelaborazione di sue posizioni originali, che diedero occasione alla
pubblicazione delle prime opere. Tra essi va classificato anche il Protrettico,
opera (perduta) di esortazione alla filosofia scritta in polemica con Isocrate, che
nella contemporanea Antidosi (353) si faceva sostenitore di una formazione culturale fondamentalmente letteraria. Aristotele vuole invece legare la retorica alla dialettica (larte platonica della discussione argomentata), e sul tema comincia anche a tenere corsi allinterno dellAccademia. verosimile che lattivit didattica sia accompagnata dalla stesura di trattati ad uso interno, che possono
coincidere in buona parte con le opere giunteci.
Lanalitica di Aristotele nasce dunque dal desiderio di rendere pi rigorosa la dialettica platonica fino a trasformarla in un metodo descrivibile e chiaramente differenziato dai procedimenti retorici (che vengono s studiati da Aristotele, ma come rientranti nel campo della tecnica). Limpostazione che permette
questo progresso viene manifestata con esemplare chiarezza gi nei Topici,
quello che probabilmente il suo primo scritto sullargomento:
5

Il fine che questo trattato si propone di trovare un metodo con cui poter costruire,
per ogni problema proposto, dei sillogismi. [...] Sillogismo propriamente un discorso
() in cui, posti alcuni elementi, risulta per necessit, a causa degli elementi stabiliti,
qualcosa di differente da essi. Si ha cos anzitutto dimostrazione, quando il sillogismo costituito e deriva da elementi veri e primi. [...] Dialettico poi il sillogismo che conclude da elementi plausibili (). [...] Eristico infine il sillogismo costituito da elementi che sembrano plausibili, pur non essendolo, e anche quello che allapparenza deriva da elementi plausibili o presentatisi come tali (Top. I 100 a18-b25).

Insomma, scopo ultimo della logica individuare le leggi del ragionamento (). Una legge logica quella che mi assicura che una certa connessione di proposizioni sempre corretta, in virt della sua semplice forma, a
prescindere dalla verit delle proposizioni che la compongono (per questo oggi
si usa parlare di logica formale). Per esempio, il ragionamento se luomo
un anfibio, allora pu vivere nellacqua corretto, anche se la conclusione in
s falsa, essendo falsa la premessa. Viceversa, il ragionamento che dalla stessa premessa concludesse che luomo non pu vivere nellacqua, sarebbe
scorretto, bench la conclusione sia vera. Il sillogismo corretto non assicura
quindi che ci siano conclusioni vere, ma assicura che, quando siano poste premesse vere, anche la conclusione sia vera.
Tale nuova impostazione puramente formale, sganciata dai contenuti di
qualsivoglia scienza, spalanca in effetti ad Aristotele un campo di problemi molto grande, studiati con completezza e raffinatezza incomparabilmente superiori
a quelle usate da Platone. Questo il motivo per cui leffettiva esecuzione del
compito va molto oltre le originarie intenzioni, mentre viene in parte perso di
vista lintento di chiarire il procedimento effettivo delle scienze. Ci tanto vero
che Aristotele stesso dovr annotare che non si pu imporre in ogni campo del
sapere (per esempio nelletica) quellesattezza dimostrativa messa in opera nella teoria del sillogismo.
da notare che, anche se la definizione dellanalitica sembra richiamare alcuni aspetti della matematica (in particolare della geometria, della quale gi allepoca di Platone era
chiara quella struttura deduttiva che pi tardi Euclide formalizzer), Aristotele non stabilisce
nessun legame tra le due. Ci si inquadra bene nella sua diffidenza nei confronti della matematica, che nellAccademia platonica a lui contemporanea aveva preso un posto preponderante, a suo avviso abusivo e ingiustificato: la matematica per Aristotele al massimo una
delle scienze teoretiche, che esamina la realt astraendo dalla sua materia e mantenendone
solo gli aspetti quantitativi. Lanalitica invece lo studio preliminare di tutte le leggi del ragionamento, che si applicano a qualsiasi scienza.

1.2. I termini e la proposizione


Anzitutto Aristotele si rende conto che la teoria del sillogismo non pu essere costruita se non cominciando ad analizzarne le componenti. Bisogna allora
dire che il sillogismo composto di proposizioni, e che queste sono costituite
da termini. questa una distinzione che avr una grande fortuna nella storia
della logica e che si pu dire mantenuta in buona parte fino ad oggi.
Riguardo ai termini, Aristotele conduce analisi dettagliate sulla struttura
del linguaggio e sulle parti del discorso, fermando la sua attenzione in particolare sul nome () e sul verbo (), inaugurando in questo modo anche
lanalisi logica del linguaggio. Il carattere principale che egli riconosce ai termini
il loro carattere significativo ovvero simbolico: I suoni della voce sono simboli
delle affezioni che hanno luogo nellanima, e le lettere scritte sono simboli dei
suoni della voce (De int. 16 a2). Tuttavia tale rapporto solo convenzionale:
non c nessun rapporto necessario tra il suono ['hipps] e il concetto del cavallo, tant vero che altre lingue adoperano suoni differenti. Importante per
notare che, malgrado il rapporto solo convenzionale, il linguaggio esprime tuttavia realmente il pensiero delluomo, e in quanto tale pu essere il punto di partenza di unanalisi della forma e della struttura del ragionamento.
Entra pi decisamente nel campo della logica lanalisi della proposizione.
Essa viene anzitutto definita cos:
La proposizione () un discorso che afferma o che nega qualcosa rispetto a
qualcosa. [...] Chiamo daltra parte termine () lelemento cui si riduce la proposizione,
ossia ci che predicato e ci di cui predicato [cio il soggetto], con laggiunta di essere o
di non essere [cio della copula] (Anal. pr. I 24 a16-b16).

Come nei termini ci che conta il loro significato, cos nelle proposizioni
la loro verit o falsit. Anzitutto per Aristotele evidente che il vero e il falso
non si trovano nelle cose, ma soltanto nel pensiero delluomo: non questa
mela vera o falsa, ma solo ci che io penso di essa. Inoltre:
Come nellanima talvolta sussiste una nozione che prescinde dal vero e dal falso, e talvolta sussiste invece qualcosa cui spetta necessariamente o di essere vero o di essere falso,
cos avviene pure per quanto si trova nel suono della voce. In effetti, il falso e il vero consistono nella congiunzione e nella separazione. In s, i nomi e verbi assomigliano dunque alle nozioni, quando queste non siano congiunte a nulla n separate da nulla. [...] Dichiarativi sono,
per, non tutti i discorsi, ma quelli in cui sussiste unenunciazione vera oppure falsa. Tale
enunciazione non sussiste certo in tutti: la preghiera, ad esempio, un discorso, ma non risulta n vera n falsa (De int. 16 a9 - 17 a7).

Ma che cosa significa che una proposizione vera?

Se vero dire che una cosa bianca (oppure che non bianca), essa sar necessariamente bianca (oppure non sar bianca), e daltra parte, se una cosa bianca (oppure
non bianca), era vero affermare oppure negare la cosa (De int. 18 a40-b1).

Malgrado lapparente banalit, questa definizione della verit come corrispondenza tra la proposizione e la realt eserciter condivisa o contestata
uninfluenza decisiva sulla storia della filosofia.
1.3. Le categorie
Unattenzione particolare dedicata da Aristotele al verbo essere che
realizza la connessione grazie alla quale la proposizione pu essere vera o falsa.
Come si visto, per Aristotele ogni proposizione pu infatti assumere fondamentalmente solo le due forme x y oppure x non y. Ci in effetti vero
almeno per la lingua greca, in cui anche i predicati verbali possono essere sempre riespressi sotto forma di copula e participio (osserva Aristotele: Infatti non
c nessuna differenza tra luomo vivente e luomo vive, n tra luomo
camminante o tagliante e luomo cammina o taglia, e ugualmente anche
per gli altri casi, Metaph., V.7 1017 a 27-30). Questa era la scoperta che gi
aveva fatto Parmenide.
Ci che per viene continuamente contestato a Parmenide la pretesa
che ente abbia un unico significato. Bisogna invece dire che lente si dice in
molti significati diversi ( , Metaph. IV 1003 a33 e altrove). Quando si considera, come stiamo appunto facendo, il verbo essere usato nelle proposizioni, bisogna dire che esso non ha un significato autonomo e
unico, ma assume tutti i possibili significati dei termini che connette. Tali significati vengono classificati in alcuni gruppi principali (otto o dieci secondo i testi),
chiamati generi delle predicazioni o in breve predicazioni (). Ecco il testo pi schematico al riguardo:
Delle cose dette secondo nessun collegamento [= termini] ciascuna significa o esistenza o di una quantit o di una qualit o in relazione a qualcosa o in un luogo o in un tempo o
giacere o avere o fare o subire. Ed esistenza (per fare un caso) ad esempio uomo, cavallo; di una quantit per esempio di due cbiti, di tre cbiti; di una qualit per esempio
bianco, grammatico; in relazione a qualcosa per esempio doppio, maggiore; in un
luogo ad esempio nel liceo, in piazza; in un tempo ad esempio ieri, un anno fa; giacere per esempio disteso, siede; avere per esempio calzato, armato; fare per
esempio tagliare, bruciare; subire per esempio venir tagliato, venir bruciato (Categorie, 1.4 1 b 25 2 a 4).

La distinzione pi netta tra la prima categoria e tutte le altre. La prima


(in greco ousa, in italiano tradizionalmente reso con sostanza) indica infatti il
soggetto primo, ci che esistendo permette lattribuzione di altri predicati:
una considerazione questa che svolger un ruolo centrale nella Metafisica.
8

Allinterno dellanalitica, la teoria delle predicazioni adempie invece ad una funzione solo preliminare: mostrare come la riduzione di tutte le proposizioni alla
forma soggetto-predicato nominale non pregiudica le possibilit espressive ed
perci perfettamente accettabile.
Se le categorie abbiano un valore anche ontologico, se indichino cio non solo i
generi dei predicati ma anche i generi della realt stessa, un problema che stato
molto dibattuto. In linea generale si pu notare che lanalisi linguistica per Aristotele
un punto di partenza costante, ma in numerose occasioni egli mette in guardia da una
meccanica trasposizione dal piano del linguaggio a quello della realt. Ecco uno dei
passi pi significativi:
Dato che non possibile discutere presentando gli oggetti come tali, e che ci serviamo invece
dei nomi come di simboli che sostituiscono gli oggetti, noi riteniamo allora che i risultati osservabili a
proposito dei nomi si verifichino anche nel campo degli oggetti, come avviene a coloro che fanno calcoli usando dei ciottoli. Eppure le cose non stanno allo stesso modo nei due casi: in effetti, il numero
dei nomi limitato, mentre gli oggetti sono numericamente infiniti (Confutazioni sofistiche I, 1652 a510).

1.4. La quantificazione
La classificazione delle proposizioni pi importante per lanalitica riguarda invece quella che modernamente chiamata quantificazione dei predicati:
La proposizione dunque un discorso che afferma o nega qualcosa rispetto a qualcosa. Tale discorso, poi, universale o particolare. [...] Con discorso universale intendo quello
che esprime lappartenenza ad ogni cosa o a nessuna cosa; con discorso particolare, intendo
quello che esprime lappartenenza a qualche cosa o la non appartenenza a qualche cosa
(Anal. pr. I 24 a16-20).

Qualche va inteso nel senso del moderno quantificatore esistenziale,


cio almeno uno, assumendo che la classe individuata dal termine non sia
vuota. Si osservi che Aristotele non cita qui le proposizioni singolari, in cui cio il
soggetto indica un solo oggetto, n le considera mai esplicitamente nella trattazione dellanalitica. Tale esclusione non conduce per a nessuna grave deficienza teorica, giacch, come facile mostrare, nella teoria del sillogismo esse risulterebbero formalmente equivalenti a proposizioni universali. In conclusione, si
hanno solo i seguenti quattro modelli di proposizioni (rappresentate dai logici
medioevali con le lettere indicate a sinistra, che sono le prime vocali di affirmo
e nego):
a: ogni x y
i: qualche x y
e: nessun x y
9

o: qualche x non y

Tra i quattro modelli di proposizioni Aristotele individua dei rapporti che nel
Medioevo vennero rappresentati nel quadrato logico:

Le proposizioni contrarie non possono essere contemporaneamente vere; quelle subcontrarie non possono essere contemporaneamente false; delle contraddittorie
la verit dell'una equivale alla falsit dellaltra; le subalterne (i, o) sono sempre vere
quando la subalternante (a, e) vera.

1.5. Figure e modi del sillogismo


Dopo averne esaminato gli elementi costitutivi, si pu infine considerare
il sillogismo in s. Quale ne sar la forma generale? Bisogna anzitutto dire che il
sillogismo deve avere due premesse e una conclusione: da una sola premessa
non si potrebbero trarre infatti conclusioni corrette. In generale, dunque, esso
assumer la forma: se p e q, allora r, dove le tre lettere p, q, r stanno per tre
diverse proposizioni. Che cosa si pu dire dei termini delle proposizioni? Condizione necessaria perch sia possibile trarre una conclusione corretta che le
due premesse abbiano in comune un termine (detto medio), che serva per
cos dire da ponte per poter connettere gli altri due (detti estremi). In sostanza, sono possibili quattro figure del sillogismo, differenti solo per lordine
dei termini (quello medio indicato con y, gli estremi con x e z):
1. se ... y ... z e ... x ... y, allora ... x ... z
2. se ... z ... y e ... x ... y, allora ... x ... z
3. se ... y ... z e ... y ... x, allora ... x ... z
4. se ... z ... y e ... y ... x, allora ... x ... z

Ora, secondo ciascuna di queste quattro figure possono essere costruiti


sillogismi connettendo i termini secondo uno dei quattro tipi di proposizione
prima considerati: affermativa universale, affermativa particolare, negativa universale, negativa particolare. Un elementare calcolo combinatorio mostra che in
questo modo possibile costruire 256 differenti sillogismi (4 figure 4 prime
premesse 4 seconde premesse 4 conclusioni). Ma quali di questi sillogismi
sono validi? quali cio rappresentano ragionamenti corretti? Questo il proble10

ma fondamentale dellanalitica. Per riassumere la risposta di Aristotele, useremo la simbologia elaborata nel Medioevo soprattutto da Pietro Ispano (1219
ca.-1277) e ancor oggi celebre. In essa ogni sillogismo indicato da una parola
mnemonica, in cui le tre vocali indicano nellordine la quantit delle premesse e
della conclusione. Ecco dunque la tavola completa dei sillogismi (o modi) validi:
1 figura
barbara
darii
celarent
ferio
[barbari]
[celaront]

2 figura
cesare
camestres
baroco
festino
[cesaro]
[camestrop]

3 figura
darapti
datisi
disamis
felapton
ferison
bocardo

4 figura
[bamalip]
[camenes]
[fesapo]
[fresison]
[dimaris]
[camelop]

Tra parentesi quadre sono indicati i sillogismi che Aristotele analizza con
minore dettaglio degli altri. I sillogismi validi sono comunque, dei 256 possibili,
solo ventiquattro. Un esempio per ciascuna delle quattro figure:
1. barbara
2. camestres
3. felapton
4. fresison

se ogni y z e ogni x y, allora ogni x z


se ogni z y e nessun x y, allora nessun x z
se nessun y z e ogni y x, allora qualche x non z
se nessuno z y e qualche y x, allora qualche x non z

A questo punto, ovviamente, possibile sostituire alle lettere qualsiasi


nome universale: il ragionamento sar sempre corretto, e, se le premesse saranno vere, si otterr una conclusione vera (ovvero un sillogismo dimostrativo).
Ecco il celeberrimo esempio di un sillogismo barbara: se ogni uomo mortale
e ogni ateniese uomo, allora ogni ateniese mortale (spesso questesempio
viene citato usando come termine Socrate anzich ateniese: si tratta di un
anacronismo di quasi due millenni, giacch i termini singolari saranno introdotti
nella sillogistica solo da Guglielmo di Occam [1280-1349]). opportuno notare
che, a parte lenunciazione un po differente da quella qui usata, anche Aristotele discute i sillogismi in una forma estremamente concisa ed esatta, che diventer tipica per tutti gli scritti di logica della storia. Ecco per esempio come enuncia il sillogismo barbara: Se A si predica di ogni B, e se B si predica di ogni ,
necessario che A venga predicato di ogni (Anal. pr. I 25 b32-35). Ci che va
soprattutto notato luso delle variabili per indicare i termini. superfluo dire
che si tratta di una delle scoperte pi feconde di tutti i tempi, che ha reso possibile lo sviluppo tanto della logica quanto della matematica: solo tramite esse si
possono infatti formulare in maniera semplice leggi universali, proprio quelle di
cui Aristotele andava alla ricerca nella sua analitica.

11

In una parte successiva della sua opera Aristotele compie unimportante estensione della sillogistica, cui accenniamo soltanto. Si tratta della sillogistica modale, in
cui, oltre alle semplici affermazioni considerate finora (assertorie) vengono considerate anche quelle che contengono le espressioni devessere e pu essere. Ai sillogismi prima considerati, in cui entrambe le premesse sono assertorie, se ne aggiungono quindi altre otto classi, secondo le varie combinazioni dei tre tipi di proposizioni.
Dei possibili sillogismi risultanti, Aristotele ne studia esplicitamente non meno di 137,
in pagine che sono tra le pi complesse della sua opera e che saranno molto spesso incomprese o fraintese.

1.6. La dimostrazione dei sillogismi


Aristotele non si limita ad individuare quali siano le forme corrette di sillogismo: egli si preoccupa anche di darne una dimostrazione. Riguardo ad essa,
egli cosciente che essa deve necessariamente fermarsi a premesse indimostrabili, che possano essere accettate per la loro evidenza:
ignoranza non sapere di quali cose si debba ricercare una dimostrazione e di quali,
invece, non si debba cercare. Infatti, in generale, impossibile che ci sia dimostrazione di tutto: in tal caso si procederebbe allinfinito, e in questo modo, di conseguenza, non ci sarebbe
affatto dimostrazione (Metaph. IV 1006 a5-9).

Nel caso dei sillogismi, gli sembra che quelli della prima figura possano
svolgere tale compito. Essi costituiscono quindi, nella terminologia odierna, gli
assiomi del sistema sillogistico. Agli assiomi bisogna tuttavia aggiungere delle
regole di derivazione. Aristotele individua come sufficienti le seguenti leggi di
sostituzione:
s: nessun x y = nessun y x
s: qualche x y = qualche y x
p: ogni x y = qualche y x
m: se p e q allora r = se q e p allora r
c: se p e q allora r = se non-r e q allora non-p

In tutti e cinque i casi, lespressione a sinistra deve essere sostituita con


quella a destra. Le prime tre leggi sono regole di conversione delle premesse,
la quarta (non esplicitamente enunciata da Aristotele) stabilisce la possibilit
dinvertire le premesse del sillogismo, lultima rappresenta la riduzione allassurdo. Le lettere indicate a fianco sono anche qui i simboli medioevali, che si ritrovano nei nomi dei sillogismi della seconda, terza e quarta figura: quando s o
p seguono una vocale, significa dunque che la proposizione corrispondente va
convertita, quando compare una m le premesse vanno invertite, quando compare allinterno una c che bisogna effettuare la riduzione allassurdo, eventualmente invertendo prima le premesse. (Tutte le altre consonanti sono sem12

plicemente riempitive.) In questo modo si giunger alla forma della prima figura
che inizia con la stessa consonante. Per esempio, per dimostrare disamis bisogna: convertire la prima premessa (disamis); convertire la conclusione (disamis); invertire le premesse (disamis); cos si ottiene un sillogismo darii (disamis).
Basteranno i successivi sviluppi della logica megarico-stoica per mettere in luce
come nellanalitica di Aristotele sia contenuto solo un piccolo sottoinsieme di leggi logiche (in termini moderni, lintera sillogistica solo una porzione del calcolo dei predicati monadici del primo ordine). Ci nonostante, i meriti di Aristotele sono enormi:
con lui non soltanto viene fondata partendo quasi dal nulla la logica formale,
della quale vengono riconosciuti e delimitati chiaramente i compiti, ma viene anche
costruito in maniera pressoch impeccabile un sistema in s completo, che costituir
per secoli la base di innumerevoli speculazioni (talvolta acute, talaltra di nessun valore). Questo risultato tanto pi degno di ammirazione quanto pi si veda il naufragio
che la logica dovr subire lungo diversi secoli, soprattutto a partire dal Rinascimento:
affinch in epoca moderna gli scritti di Aristotele possano essere di nuovo correttamente interpretati e discussi, bisogner aspettare lopera del polacco Jan ukasiewicz
(1878-1956).

1.7. Il procedimento scientifico


Negli Analitici secondi Aristotele considera il problema dellapplicazione
dei procedimenti logici alla ricerca scientifica (). Qui non interessa pi
solo la validit formale del sillogismo, ma anche la verit delle conclusioni che
esso raggiunge. Ci spiega la grande attenzione che viene dedicata al problema
dei princpi della dimostrazione. Come gi si visto su un altro piano, anche nelle scienze impossibile un regresso allinfinito, e vanno quindi individuati dei
fondamenti indimostrabili:
necessario che la scienza dimostrativa si costituisca sulla base di premesse vere, prime, immediate, pi note della conclusione, anteriori ad essa, e che siano cause di essa: a
questo modo, infatti, pure i princpi risulteranno propri delloggetto provato. In realt, un sillogismo potr sussistere anche senza tali premesse, ma una dimostrazione non potrebbe sussistere, poich allora non produrrebbe scienza (An. post. I.2 71 b20-25).

Le premesse prime di cui si serve la scienza hanno un legame molto stretto con la teoria metafisica della definizione. Detto in breve, i princpi devono
esprimere ci che in ciascun mbito della realt pi generale e causa di ci
che particolare: ma questi sono proprio i caratteri che a diverso livello vengono espressi nella definizione di ciascuna cosa. Ci coerente con la ripetuta affermazione (di palese origine platonica) che la scienza si occupa solo delluniversale e necessario e non del singolare e accidentale:

13

Dellaccidente non c scienza. Ogni scienza, infatti, riguarda ci che sempre o [almeno] per lo pi: come sarebbe possibile, altrimenti, imparare o insegnare ad altri? Infatti
ci che oggetto di scienza deve potersi determinare come esistente sempre o per lo pi: come, per esempio, che lacqua e miele ai febbricitanti per lo pi giova. Altrimenti nemmeno
sar possibile enumerare i casi in cui ci non avviene: per esempio nel novilunio, perch anche questo accade o sempre o per lo pi, mentre laccidente non fa cos (Metaph. VI 1027
a19-26).

Lo spirito di questaffermazione giunto in una buona misura fino alla scienza


moderna, che si preoccupa appunto di formulare leggi universalmente valide. In Aristotele per questo punto di vista sostenuto in una forma esclusiva: come conseguenza per esempio la storia, trattando di episodi singolari, non pu essere una scienza, e viene in ci paradossalmente superata dalla poesia che tende a considerare situazioni ideali e dunque potenzialmente universali.

La pratica della scienza quindi non coincide con la semplice deduzione da


premesse gi date, ma piuttosto consiste in gran parte in altre due operazioni:
la connessione dei princpi per giungere ad una spiegazione soddisfacente dei
fenomeni, e la scoperta dei princpi stessi. Riguardo alla prima, nella terminologia dellanalitica ci significa scoprire del termine medio, cio quello che giustifica la connessione dei due estremi che gi data nellesperienza:
La prontezza deduttiva una certa abilit di cogliere istantaneamente il medio. Tale
abilit si presenta, ad esempio, nel caso in cui, vedendo che la parte illuminata della luna sta
sempre rivolta verso il sole, qualcuno coglie dun tratto il perch della cosa, ossia comprende
che ci si verifica poich la luna riceve la sua luce dal sole; o nel caso in cui, quando si vede
una persona che parla con un ricco, si comprende che ci avviene poich questa persona si
fa prestare del denaro; o anche, nel caso in cui si coglie il perch due persone siano amiche,
comprendendo che ci deriva dalla loro inimicizia per un medesimo individuo. In tutto questi
casi, infatti, nel vedere gli estremi qualcuno cogli tutti i medi, cio le cause (An. post. I.34 89
b10-16).

In termini pi espliciti, il primo esempio porta al seguente sillogismo: Se


la luna un corpo che riceve la luce dal sole e tutti i corpi che ricevono la luce
dal sole hanno la parte illuminata verso il sole, allora la luna ha la parte illuminata verso il sole (si noti che in questo sillogismo un termine, la luna, singolare, contrariamente a quanto viene teorizzato nellanalitica da Aristotele
stesso). Da questa formulazione chiaro che in assenza del termine medio non
verrebbe detto il perch di un dato fenomeno, ci che invece costituisce un elemento essenziale della scienza. La correttezza del termine medio mostrata
dunque da nientaltro che la maggiore o minore capacit di spiegare i fenomeni
in maniera semplice e completa.
Riguardo alla scoperta dei princpi stessi, Aristotele assegna un ruolo fondamentale allesperienza. Questa la celebre discussione in proposito che termina gli Analitici secondi:
14

Ci si pu domandare se [...] le facolt dei princpi si sviluppino senza sussistere in noi


sin dallinizio, oppure se esse siano innate, senza che ce ne avvediamo. In verit, se le possedessimo sin dallinizio, si andrebbe incontro a conseguenze assurde, poich si dovrebbe concludere che, pur possedendo conoscenze superiori alla dimostrazione, noi non ci accorgiamo
di ci. Daltra parte, se noi acquistiamo queste facolt, senza averle possedute in precedenza, come potremmo render noto un qualcosa e come potremmo imparare, quando non si
parta da una conoscenza preesistente? Tutto ci infatti impossibile, come dicevamo gi a
proposito della dimostrazione. dunque evidente che non possibile possedere tali facolt
sin dallinizio, e che non neppur possibile che esse si sviluppino in coloro che sono del tutto
ignoranti e non posseggono alcuna facolt. Di conseguenza, necessario che noi siamo in
possesso di una qualche capacit, non per di una capacit tale da essere pi pregevole delle
suddette facolt, quanto ad acutezza.
Pare daltronde che questa capacit appartenga effettivamente a tutti gli animali. In
effetti, tutti gli animali hanno uninnata capacit discriminante, che viene chiamata sensazione. [...] Dalla sensazione si sviluppa dunque ci che chiamiamo ricordo, e dal ricordo
spesso rinnovato di un medesimo oggetto si sviluppa poi lesperienza. [...] In seguito, sulla
base dellesperienza, ossia dellintero oggetto universale che si acquietato nellanima,
dellunit al di l della molteplicit, il quale contenuto come uno e identico in tutti gli oggetti molteplici, si presenta il principio della tecnica e della scienza. [...] Le suddette facolt
non ci sono dunque immanenti nella loro determinatezza, n provengono in noi da altre facolt pi produttive di conoscenza, ma vengono suscitate piuttosto dalla sensazione. [...]
dunque evidentemente necessario che noi giungiamo a conoscere gli elementi primi con linduzione. In effetti, gi la sensazione produce a questo modo luniversale. Ora, tra i
possessi che riguardano il pensiero e con i quali cogliamo la verit, alcuni risultano sempre
veraci, altri invece possono accogliere lerrore; tra questi ultimi sono, ad esempio, lopinione
e il ragionamento, mentre i possessi sempre veri sono la scienza e lintelligenza, e non sussiste alcun altro genere di conoscenza superiore alla scienza, allinfuori dellintelligenza. Ci
posto, e dato che i princpi risultano pi evidenti delle dimostrazioni, e che, daltro canto,
ogni scienza si presenta congiunta alla ragione discorsiva, in tal caso i princpi non saranno
oggetto di scienza; e poich non pu sussistere nulla di pi verace della scienza, se non lintelligenza, sar invece lintelligenza ad avere come oggetto i princpi (An. post. II.19 99 b22
100 b12).

I due termini induzione () e intelligenza () non vanno


quindi contrapposti: il primo indica il procedimento tramite cui grazie allesperienza viene individuato il carattere essenziale di qualcosa, che costituisce principio della scienza; il secondo la capacit individuale di compiere effettivamente
tale procedimento, che quando corretto (cosa peraltro sulla quale facile ingannarsi) assicura una conoscenza pi fondamentale di quella scientifica, la
quale derivata per dimostrazione.
Lappello allesperienza mette in luce quellirriducibile pluralismo che per
Aristotele sussiste nella costruzione della scienza. Sia per quanto riguarda i princpi, sia per quanto riguarda le dimostrazioni, le diverse scienze si distinguono le
une dalle altre:

15

Risulta evidente che, se viene a mancare qualche senso, necessariamente viene pure
a mancare qualche scienza, che sar impossibile acquisire, dal momento che noi impariamo
o per induzione o mediante dimostrazione. Orbene, la dimostrazione parte da proposizioni
universali, mentre linduzione si fonda su proposizioni particolari; non tuttavia possibile cogliere le proposizioni universali se non attraverso linduzione, poich anche le nozioni ottenute per astrazione saranno rese note mediante linduzione, quando cio si provi che alcune
determinazioni appartengono ad un singolo genere in quanto tale, sebbene non risultino separabili dagli oggetti della sensazione (An. post. I.18 81 a38-b5).
Non possibile condurre la dimostrazione passando da un genere allaltro: per esempio, non si pu dimostrare una proposizione geometrica mediante laritmetica. Tre sono infatti gli elementi costitutivi delle dimostrazioni: in primo luogo ci che si dimostra, ossia la
conclusione (la quale esprime lappartenenza di una determinazione per s ad un qualche genere); in secondo luogo gli assiomi (gli assiomi sono le proposizioni da dove prende le mosse
la dimostrazione); in terzo luogo, il genere sottoposto, le cui affezioni e determinazioni per s
sono rivelate dalla dimostrazione (An. post. I.7 75 a38-b2).

Qualsiasi giudizio sulla teoria aristotelica della scienza deve necessariamente


prescindere dalle vicende storiche dellaristotelismo, e in particolare dal fatto che la
scienza moderna si affermata proprio in polemica verso di esso. infatti evidente
che molte delle polemiche sollevate lungo la storia nei confronti di Aristotele riguardano in realt una ripetizione dei risultati da lui raggiunti e non le esigenze di metodo
che egli avanzava. In linea generale va poi osservato che le riflessioni di Aristotele tutto suggeriscono fuorch la presunzione di raggiungere facilmente unassoluta certezza, priva di possibilit di correzione: Determinare se la conoscenza sussista o no difficile. infatti arduo precisare se la nostra conoscenza parta o no dai princpi propri di
qualsiasi oggetto, il che costituisce appunto il sapere (An. post. I.9 76 a26-28).

1.8. Il procedimento dialettico


Accanto al procedimento scientifico, Aristotele conserva anche uno spazio per la dialettica, che continua ad avere in lui il senso platonico di tecnica
della discussione. Per questo come abbiamo visto il ragionamento dialettico presentato come quello che conclude da elementi plausibili (), i
quali a loro volta sono definiti come quelli che paiono a tutti o alla maggior
parte o ai sapienti (Top. I 100 b21). Non si intende con ci dire che la dialettica
confinata nel campo della probabilit, ma piuttosto che essa prende le mosse
dalle opinioni sostenuti dallinterlocutore (reale o immaginario), per vagliarle e
giudicare se esse siano vere o false. Proprio perch non ha bisogno di punti di
partenza veri e necessari, la dialettica risulta utile sia per affrontare i problemi
che superano lambito di una singola scienza, sia per accertare (in concorrenza
con il metodo induttivo) i princpi di una determinata scienza discutendo le opinioni fino a quel momento espresse. Ci non toglie che lo spazio della dialettica
pare in Aristotele restringersi man mano che viene sviluppata la tecnica del sillogismo, e la sua opera dedicata al tema (i Topici) senza dubbio giovanile.
16

Come gi in Zenone, il metodo dialettico essenzialmente quello della


confutazione (in termini moderni dimostrazione per assurdo): quando da
unopinione si deduce una contraddizione, risulta dimostrata la tesi contraria.
Perch tale metodo possa essere applicato, sono necessari due princpi: i cosiddetti princpi di non contraddizione e del terzo escluso. Essi vengono discussi
non nellrganon, ma in una sezione presumibilmente giovanile della Metafisica, con la giustificazione che essi riguardano ci che in quanto , oggetto
proprio della metafisica. Eccone la formulazione:
Lo stesso [attributo] non pu contemporaneamente dirsi e non dirsi dello stesso [soggetto] e nello stesso tempo (Metaph. IV 1005 b19-20).
Non possibile che tra due proposizioni contraddittorie ci sia una via di mezzo, ma
necessario o affermarne o negarne una sola, qualunque essa sia (Metaph. IV 1011 b23-24).

Il primo di essi viene qualificato da Aristotele il pi forte di tutti i princpi e il punto di partenza per qualsiasi dimostrazione (cio pi esattamente:
confutazione). Proprio per questo, ne impossibile come sappiamo una
dimostrazione vera e propria. possibile per una sorta di dimostrazione indiretta, realizzata confutando lavversario che lo neghi:
Il punto di partenza consiste nellesigere che lavversario [...] dica qualcosa che abbia
un significato per s e per gli altri; e questo pur necessario, se egli intende dire qualcosa. Se
non facesse questo, costui non potrebbe in alcun modo discorrere, n con s stesso n con
altri; se lavversario concede questo, allora sar possibile una dimostrazione. [...] Se relativamente ad un medesimo soggetto fossero vere, ad un tempo, tutte le affermazioni contraddittorie, evidente che tutte quante le cose si ridurrebbero ad una sola. Infatti, saranno la medesima cosa e una nave e una parete e un uomo, se di tutte le cose un determinato predicato si pu tanto affermare tanto negare. [...] Infatti, se a qualcuno sembra che un uomo non
sia una nave, evidente che non una nave; tuttavia sar anche una nave, dal momento che
il contraddittorio vero. Allora tutte le cose saranno confuse insieme (Metaph. IV 1006 a18 1007 b26).

In sostanza: soltanto per il fatto di discutere, usando quindi parole cui attribuisce un significato determinato, lavversario fa uso del principio di non-contraddizione e quindi ne ammette implicitamente la validit. Questa discussione
molto importante soprattutto dal punto di vista della semantica (cio della
teoria del significato).
Tuttavia Aristotele pu affermare che il principio necessario e che ad esso si
riducono tutte le altre leggi logiche solo perch sta pensando alle dimostrazioni per
assurdo; nella sillogistica invece egli ne fa un uso molto limitato, e mostra che possibile costruire sillogismi validi che tuttavia lo volano. Bench Aristotele pi tardi not
la cosa e precis le sue affermazioni (nessuna dimostrazione assume espressamente
lassioma secondo cui non possibile affermare e al tempo stesso negare qualcosa di
un oggetto, Anal. post. I 77 a10-12), il passo della Metafisica trarr spesso in ingan17

no: ancora Kant (1724-1804) chiamer il principio di non contraddizione il sommo


principio di tutti i giudizi analitici (KrV A 150/B 189).

In modo simile stanno le cose con il principio del terzo escluso, che afferma che non c una terza possibilit tra il vero e il falso (tertium non datur), e
che dunque la negazione della negazione eguale allaffermazione. Anchesso
non necessario in senso assoluto: lo stesso Aristotele si rese conto di ci, e limit la portata di questo principio nel caso delle proposizioni future contingenti (per esempio domani ci sar una battaglia navale), che non sono n
vere n false:
Dal momento che i discorsi sono veri analogamente a come lo sono gli oggetti, chiaro che a proposito di tutti gli oggetti, costituiti cos da accadere indifferentemente in due modi secondo delle possibilit contrarie, anche la contraddizione si comporter necessariamente in maniera simile. appunto ci che avviene riguardo agli oggetti che non sono sempre,
oppure a quelli che non sempre non sono. In tali casi infatti necessario che una delle due
parti della contraddizione sia vera e laltra falsa, ma non tuttavia necessario che una determinata parte sia vera oppure falsa; sussiste piuttosto unindifferenza tra le due possibilit, e
quandanche uno dei due casi risulti pi vero, la verit e la falsit non saranno tuttavia gi decise sin da principio (De int. 9 19a33-39).

Applicare il principio del terzo escluso in questi casi equivarrebbe insomma ad ammettere che tutte le cose avvengono per necessit: In tal modo, non
occorrerebbe pi che noi prendessimo delle decisioni, n che ci sforzassimo laboriosamente (De int. 9 18b30-31).
Il fatto che tali due princpi sono indispensabili solo nellambito dialettico non
toglie nulla alla loro enorme importanza storica e teorica. Ancora oggi sono utilizzati
come criterio per distinguere i possibili generi di logica proposizionale. Cos, le logiche
che assumono tanto il principio di non contraddizione quanto quello del terzo escluso
vengono chiamate classiche, quelle che assumono solo il primo intuizionistiche,
quelle che non assumono n il primo n il secondo minimalistiche.

18

2. La logica megarico-stoica

2.1. Il concetto di logica


Dopo lanalitica di Aristotele, la filosofia greca pu vantare un secondo
grande contributo alla costituzione della logica. Si tratta delle teorie che, sviluppate originariamente dai Megarici e dai Dialettici (particolarmente Eubulide
di Mileto, Diodoro Crono e Filone di Megara) furono poi riprese e ordinate dagli
Stoici, in particolare da Crisippo (277-204 a.C). La conoscenza di questo contributo purtroppo molto frammentario: nessuna opera originale ci rimasta. Ci
un segno chiaro del minore interesse con cui questa forma di logica venne studiata lungo i secoli, fino a venire quasi del tutto dimenticata (salvo poi essere
reinventata nellOttocento).
I contributi della scuola megarico-stoica sono di due tipi: il primo comprende approfondimenti o chiarimenti di idee gi presenti in Aristotele ma in
forma ancora implicita o imprecisa; il secondo vere e proprie novit che compiono una netta estensione rispetto allanalitica aristotelica. Sicuramente pi
preciso rispetto ad Aristotele il concetto stesso di logica (questa denominazione venne messa in uso proprio dagli Stoici). Essa viene considerata senza alcun dubbio una parte della filosofia piuttosto che un suo strumento:
[Gli Stoici] rappresentano la filosofia come un animale, paragonando la parte logica
alle ossa e ai nervi, letica ai muscoli, la fisica allanima. O anche come un uovo: la logica il
guscio, dopo viene letica, la parte pi interna la fisica. O anche come un campo fertile, del
quale la siepe di recinzione la logica, il frutto letica, il terreno o gli alberi la fisica. O infine
ad una citt ben costruita e amministrata secondo ragione (SVF II, 38).

Con molta chiarezza viene anche introdotta una distinzione che ad Aristotele era in parte ignota:
19

Gli Stoici dicono che questi tre elementi sono connessi fra di loro: il significato
(), il significante () e levento (). Il significante il suono stesso, ad esempio Dione; il significato lentit manifestata e che apprendiamo in quanto
coesiste con il nostro pensiero, e che gli stranieri non capiscono, sebbene odano il suono;
levento ci che esiste allesterno, ad esempio Dione stesso. Di questi, due sono corporei, e
cio il suono e levento, e una incorporea, e cio lentit significata, il senso (), che
[solo] vero o falso (SVF II, 166 = FL 19.04).

Loggetto proprio della logica costituito per gli Stoici solo dai sensi
(). La distinzione stabilita tra eventi e sensi corrisponde sostanzialmente a quella moderna tra estensione e intensione (chiarita soprattutto
da Gottlob Frege [1848-1925]). Per mostrarne la differenza, prendiamo come
esempio la proposizione Gli uomini sono mortali. Da un punto di vista estensionale, essa viene interpretata cos: Linsieme degli uomini incluso nellinsieme dei mortali. Da un punto di vista intensionale viene invece spiegata cos: Il
concetto di uomo comprende il concetto di mortale. Gli Stoici, ritenendo che
la proposizione in s non abbia alcun corrispondente reale (al contrario dei
suoi termini), ma sia solo un , scelsero senza incertezze per la loro logica
uninterpretazione intensionale. (Oggi si ritiene che entrambe le alternative siano lecite, e che in particolare quella che intensionalmente una logica dei predicati diventi estensionalmente una logica delle classi.)
2.2. La logica proposizionale
Dove la logica stoica supera nettamente lanalitica aristotelica, creando
praticamente un campo nuovo, nello studio della proposizione (chiamata
). Una prima distinzione fondamentale tra proposizioni semplici e complesse. Semplice la proposizione che contiene solo un predicato (per esempio
giorno), complessa quella costituita dal collegamento di pi proposizioni
tramite connettivi logici (per esempio giorno e piove). Ovviamente, i connettivi possono unire proposizioni a loro volta complesse. Si osservi che la negazione di una proposizione semplice (per esempio non giorno), che oggi viene classificata tra le proposizioni complesse, era invece considerata semplice
dagli Stoici.
Ora, la loro intuizione fondamentale che i connettivi logici (non, e, o, se
... allora, ecc.) vanno considerati operatori, simili, per esempio, ai comuni operatori aritmetici (+, , , /). Mentre per questi ultimi operano su valori numerici, i
connettivi logici operano sui valori di verit che le proposizioni possiedono in
quanto . Il caso pi semplice quello della negazione logica: quando essa
applicata ad una proposizione vera genera una proposizione falsa, e viceversa.
Riguardo ai connettivi che collegano due proposizioni bisogner considerare
quattro casi: due proposizioni entrambe vere, due entrambe false, la prima vera
e la seconda falsa, e viceversa. Definire una connessione logica equivale cos a
20

scrivere la sua tavola di verit, cio precisare quale sia il valore di verit della
proposizione complessa in corrispondenza dei quattro casi ora detti. Per esempio, una proposizione congiuntiva ( giorno e piove) sar complessivamente
vera solo quando entrambe le proposizioni congiunte sono vere. In questo modo gli Stoici vennero definite diverse connessioni. Eccone le pi importanti, delle quali diamo a sinistra il nome e a destra, sulla stessa riga, la tavola di verit:
proposizione 1
proposizione 2
congiuntiva (... e ...)
disgiuntiva inclusiva (... o ...)
alternativa (o solo ... o solo ...)
condizionale (se ... allora ...)
condizionale doppia (solo se ... allora ...)

vera
vera
vera
vera
falsa
vera
vera

vera
falsa
falsa
vera
vera
falsa
falsa

falsa
vera
falsa
vera
vera
vera
falsa

falsa
falsa
falsa
falsa
falsa
vera
vera

Un paio di osservazioni importanti. La prima riguarda le due differenti disgiunzioni, che n in greco n in italiano sono chiaramente distinte nel linguaggio naturale.
Quella esclusiva (o alternativa) esclude, appunto, la verit di entrambe le proposizioni disgiunte (per esempio: partir luned o marted, ma non i due giorni contemporaneamente); quella inclusiva invece no (per esempio: se c pioggia o neve bisogna guidare con prudenza, e anche se ci sono le due cose contemporaneamente). La
distinzione tra le due facile in latino, dove lesclusiva sindica con aut e linclusiva
con vel. Come si vedr, gli Stoici, contrariamente alluso moderno, usavano per lo pi
la disgiunzione esclusiva.
Una seconda osservazione riguarda la proposizione condizionale (o implicazione). La tavola definisce la cosiddetta implicazione materiale o filoniana, dal nome
del logico megarico Filone. Essa risulta falsa solo nel caso che ad un antecedente vero
segua un conseguente falso, e ci indipendentemente dal senso delle proposizioni
connesse. Per esempio, tutte e tre queste proposizioni risultano vere: se 2 pari, allora un numero primo, se la luna verde, allora il cielo azzurro, se Aristotele
cinese, allora Platone turco. Tale uso molto pi ampio di quello del linguaggio
naturale, in cui invece una proposizione condizionale viene considerata vera solo
quando in pi c un nesso reale tra le due proposizioni (come per esempio nei sillogismi aristotelici). Questa detta implicazione formale, e di essa due varianti furono
definite da Diodoro Crono e da Crisippo. Il problema era molto dibattuto, al punto che
un bibliotecario di Alessandria del II sec. riferisce: Anche i corvi gracchiano sui tetti
su quali implicazioni siano corrette (FL 20.06). La discussione continuer nel Medioevo, quando Paolo Veneto (1368-1429) elencher ben dieci significati differenti
dellimplicazione, e arriver fino ai giorni nostri.

Con la definizione dei connettivi logici viene cos iniziata quella che oggi
chiamata logica proposizionale e che in et moderna venne rifondata da diversi
logici, tra i quali spicca Gottlob Frege. In essa, al contrario della logica dei predicati (di cui la sillogistica aristotelica costituisce una parte), non viene considerata la struttura interna delle proposizioni, ma solo il loro valore di verit. Tramite
21

le tavole possibile calcolare una proposizione comunque complessa, ovviamente una volta che sia noto il valore di verit delle proposizioni semplici.
2.3. I discorsi conclusivi
Questa chiara nozione permise di formulare una distinzione che ad Aristotele era sfuggita: quella tra discorsi conclusivi e proposizioni vere (in linguaggio moderno: tra deduzioni corrette e leggi logiche):
Un discorso () un sistema costituito da premesse e da una conclusione. Le premesse sono le proposizioni accettate per la dimostrazione della conclusione, la conclusione
la proposizione dimostrata a partire dalle premesse. Prendiamo ad esempio il seguente discorso:
Se giorno allora c luce;
ma giorno;
dunque c luce.
In esso c luce la conclusione, le altre proposizioni sono le premesse (FL 21.01 =
Pyrrh. Hyp. B 135).
Alcuni discorsi sono conclusivi, altri non conclusivi. Sono conclusivi quando la proposizione condizionale che inizia con la congiunzione delle premesse del discorso e finisce con la
conclusione vera. Ad esempio, il discorso citato conclusivo, perch vera la connessione
della congiunzione delle sue premesse con c luce, in questa proposizione condizionale: se
giorno e se giorno allora c luce, allora c luce. Non conclusivi sono i discorsi non costruiti
in questo modo (FL 21.02 = Pyrrh. Hyp. B 137).

Pi esplicitamente, un discorso conclusivo corrisponde ad una proposizione condizionale sempre vera, qualunque sia il valore di verit delle proposizioni
semplici che la compongono. In generale, oggi viene chiamata legge logica una
proposizione complessa (anche non condizionale) che vera indipendentemente dai valori di verit delle proposizioni semplici. Per esempio, p o non p
una legge logica. Pi chiara che in Aristotele anche la distinzione tra discorsi
conclusivi e conclusioni vere:
Fra i discorsi conclusivi alcuni sono veri [nella conclusione], altri falsi. Sono veri quando, oltre alla proposizione condizionale costituita dalla congiunzione delle premesse e dalla
conclusione, anche la congiunzione delle premesse, cio lantecedente della proposizione
condizionale, vera (FL 21.07 = Pyrrh. Hyp. B 138).

22

2.4. Gli indimostrabili


Come Aristotele aveva costruito la sua sillogistica a partire dai modi della
prima figura, ritenuti evidenti, cos anche gli Stoici stabilirono cinque discorsi
indimostrabili. Li enumeriamo, indicando con p e q due generiche proposizioni, mentre tra parentesi riportiamo i nomi che saranno assegnati nel Medioevo
e che sono ancor oggi talvolta usati:
1. Se p allora q; ma p; dunque q (modus ponendo ponens).
2. Se p allora q; ma non q; dunque non p (modus tollendo tollens).
3. Non (p e q); ma p; dunque non q (modus ponendo tollens).
4. O solo p o solo q; ma p; dunque non q (modus ponendo tollens).
5. O solo p o solo q; ma non p; dunque q (modus tollendo ponens). (cfr. SVF II, 241)

Le idee sul ruolo di questi princpi erano molto chiare:


Gli indimostrabili sono quelli di cui gli Stoici dicono che non hanno bisogno di dimostrazione per essere sostenuti. [...] Essi ne immaginano molti, ma ne pongono particolarmente cinque, da cui pare che si possano dedurre tutti gli altri (FL 22.03 = Pyrrh. Hyp. B 156).

Non sapendo quali regole venissero ammesse per dedurre nuovi discorsi (a causa della frammentariet delle fonti), non possiamo giudicare se venne
effettivamente costruita una logica proposizionale completa, in cui cio tutte le
proposizioni vere siano dimostrabili. Pare certo per che venne almeno chiaramente intuto il concetto di completezza di un sistema logico. Esso svolger un
ruolo fondamentale nella logica contemporanea, quando Kurt Gdel (19061978) riuscir sorprendentemente a dimostrare che nessun sistema logico che
raggiunga una certa potenza espressiva pu essere completo.
Ci si potrebbe domandare quale sia lutilit di stabilire indimostrabili e regole di
deduzione se come gi detto luso delle tavole sufficiente per accertare la verit o falsit di qualsiasi proposizione. In realt, le tavole di verit diventano inutilizzabili appena si esce dal dominio della logica proposizionale e si entra in quello della logica dei termini. Per esempio, i sillogismi di Aristotele non potrebbero essere dimostrati cos. Ci significa che a partire da un certo livello di complessit non esiste pi
nessun modo puramente meccanico per dimostrare teoremi.

2.5. Lantinomia del mentitore


Un ulteriore campo dove la logica megarico-stoica diede importanti contributi nello studio delle cosiddette antinomie logiche. La pi importante
quella nota come antinomia del mentitore, formulata per la prima volta dal
megarico Eubulide:
23

Il cretese che afferma che i cretesi mentono sempre, mente o dice la verit?

Lo spunto per questo paradosso sembra essere stato offerto da un esametro del sapiente cretese Epimenide (VI sec. a.C.), testimoniato nel Nuovo Testamento: I Cretesi sono sempre mentitori, cattive bestie, pigri ghiottoni
( , , [Tit. 1,12]). evidente che si
giunge in ogni caso ad una contraddizione: se il Cretese dicesse la verit, ci significherebbe che sta mentendo; se stesse mentendo, ci significherebbe che
dice la verit. Crisippo scrisse sullargomento ventotto libri, ma qualcuno fece di
peggio; ecco la lapide di Filita di Cos (340 ca.-285 a.C.): Viandante, io sono Filita; largomento chiamato il mentitore e le profonde meditazioni notturne mi
condussero alla morte (FL 23.08). Sfortunatamente non conosciamo bene le
soluzioni elaborate. Pare che Crisippo sostenesse che lantinomia del mentitore
non neanche una proposizione, essendo impossibile stabilire se vera o falsa.
Questo problema accompagner comunque lintera storia della logica. Paolo Veneto nel Medioevo discuter ben quindici soluzioni differenti dellantinomia,
che rimasta al centro dellattenzione fino ai tempi moderni.

24

3. Larte combinatoria di Leibniz

3.1. La rifondazione della logica


Bench le ricerche di Leibniz (1646-1716) nel campo della logica siano in
s molto importanti, la loro importanza storica purtroppo molto limitata: egli
infatti non pubblic praticamente nulla di ci che scopr, e si dovette attendere
la fine dellOttocento perch ci che per lui era gi cosa nota venisse gradualmente riscoperto. Lo studio della logica visto da Leibniz in gran parte come alternativa al Discorso sul metodo di Descartes, giudicato troppo vago nei
suoi criteri della chiarezza e distinzione:
Vedo che gli uomini del nostro tempo abusano molto di quel famoso principio continuamente ripetuto: qualsiasi cosa percepisco chiaramente e distintamente di qualcosa, vero, ovvero pu essere enunciato di essa. Spesso infatti agli uomini che giudicano frettolosamente sembrano chiare e distinte cosa oscure e confuse. Dunque lassioma inutile se non
vengono usati dei criteri del chiaro e del distinto [...] e se non consta la verit delle idee. Del
resto non sono da disprezzare quei criteri di verit degli enunciati che sono le regole della logica comune, che anche i geometri usano, che cio nulla va ammesso come certo se non
provato da unaccurata esperienza o da una solida dimostrazione; e solida dimostrazione
quella che rispetta la forma prescritta dalla logica, non come se fossero necessari i sillogismi
ordinati al modo scolastico [...] , ma almeno in modo che largomentazione sia conclusiva in
virt della forma (come esempio di unargomentazione nella forma debita potresti dire anche un qualsiasi calcolo legittimo); cos n bisogna omettere qualche premessa necessaria, e
tutte le premesse o devono essere gi da prima dimostrate, o almeno vanno assunte a mo
dipotesi, nel qual caso anche la conclusione ipotetica. Coloro che osserveranno attentamente queste norme facilmente si proteggeranno da idee ingannevoli (Meditationes de cognitione, veritate et ideis).

Leibniz non intende per semplicemente riprendere la logica antica e medioevale, ma concepisce lidea di una sua radicale rifondazione, che viene da lui
25

posta sotto il nome di arte combinatoria e che eserciter una certa influenza
anche sui posteri. In tale denominazione implicito un netto progresso rispetto
alle idee precedenti in materia:
Chiamo arte combinatoria quella scienza (che si pu dire anche in generale caratteristica, o speciosa), in cui si tratta di tutte le forme o formule delle cose, cio della qualit in
genere, o del simile e dissimile, a, b, c, ecc. (che possono rappresentare quantit o altro), in
quanto dalla loro combinazione nascono via via altre formule; essa si distingue dallalgebra
che concerne le formule applicate alla quantit, ovvero leguale e lineguale. Lalgebra, pertanto, si subordina alla combinatoria, e si serve continuamente delle sue regole, che peraltro
sono di gran lunga pi generali, e valgono non solo per lalgebra soltanto, ma anche per larte
decifratoria, per vari generi di giochi, per la stessa geometria trattata linearmente al modo
degli antichi, insomma, dovunque entri in gioco la similitudine (SAU, fine).

Leibniz concepisce insomma larte combinatoria come una scienza


puramente formale, che offre una base universale per tutte le altre. Il modello
di tale scienza offerto dalla matematica: in essa infatti il linguaggio naturale,
di sua natura soggetto ad ambiguit e fraintendimenti, abbandonato in favore
di un linguaggio artificiale, che permette di effettuare la deduzione come un
semplice calcolo di natura meccanica, cio tramite la combinazione degli elementi del linguaggio; la stessa cosa deve avvenire nella logica, che dunque assume laspetto di una sorta di matematica generalizzata (e che perci viene chiamata da Leibniz anche mathesis universalis). Anche il nome caratteristica
allude allo stesso fatto: la logica deve operare su simboli (caratteri) indipendentemente dal loro significato. Questidea, bench in parte ispirata dalla lettura di Hobbes e di Lullo, in realt di gran lunga pi profonda; tra laltro, essa rispecchia esattamente la concezione di logica che si affermer nel Novecento, e
che per questi motivi viene spesso chiamata logica matematica.
3.2. La concezione della verit
Esiste una nozione logica che assume unimportanza fondamentale per
lintera filosofia di Leibniz. Si tratta del concetto di verit, evidentemente legato
alla comprensione della logica come arte combinatoria e dunque puramente
formale. Ecco uno dei numerosi testi in cui Leibniz si pronuncia con chiarezza al
riguardo:
palese che ogni predicazione vera ha qualche fondamento nella natura delle cose, e
quando una proposizione non identica, vale a dire quando il predicato non compreso
espressamente nel soggetto, bisogna che vi sia compreso virtualmente, e questo ci che i
filosofi chiamano in-esse, dicendo che il predicato nel soggetto. Cos bisogna che il termine
del soggetto racchiuda sempre quello del predicato, di modo che colui che intendesse perfettamente la nozione del soggetto, giudicherebbe anche che il predicato gli appartiene. [...]
Dio, vedendo la nozione individuale o ecceit di Alessandro [Magno], vi vede in pari tempo il
26

fondamento e la ragione di tutti i predicati che si possono dire di lui con verit, come per
esempio che egli vincer Dario e Poro, fino a conoscere a priori (e non per esperienza) se
morto di una morte naturale o avvelenato, il che noi possiamo sapere solo grazie alla storia
(DM 8).

In sintesi: la ragione della verit di una proposizione va trovata sempre e


solo allinterno della proposizione stessa, e cio nellinclusione del predicato nel
soggetto; questa inclusione pu essere o evidente (il triangolo equilatero un
triangolo) o soltanto virtuale, nel qual caso necessaria unanalisi completa
del soggetto per mostrarvi la presenza del predicato, bench questanalisi alla
mente limitata delluomo possa risultare di fatto impossibile. Tutte le proposizioni vere hanno dunque di per s la loro dimostrazione a priori, cio
indipendentemente dallesperienza, anche se la maggior parte vengono conosciute dalluomo solo a posteriori, e cio dallesperienza: che il 1 gennaio del
2000 a Roma faccia un certo tempo di per s ha la sua dimostrazione a priori, in
sguito cio ad unanalisi del concetto di atmosfera terrestre; ma di fatto noi lo
verremo a sapere solo quando giunger quel giorno, dunque per esperienza. Tale concezione di verit non identifica per la realt con la necessit, come avviene in Spinoza? Leibniz rifiuta esplicitamente questa conseguenza:
Sembra che in questo modo sar distrutta la differenza tra le verit contingenti e necessarie, che la libert umana non avr pi alcun luogo, e che una fatalit assoluta regner su
tutte le nostre azioni cos come su tutti gli altri avvenimenti del mondo. [...] Io dico che la
connessione o conseguenza di due tipi: una assolutamente necessaria, e il suo contrario
implica contraddizione, e questa deduzione ha luogo nelle verit eterne, come sono quelle
della geometria; laltra necessaria solo ex hypothesi, e per cos dire per accidente, ma essa
contingente in s, quando il contrario non implica affatto contraddizione. E questa connessione fondata non sulle idee del tutto pure e sul semplice intelletto di Dio, ma ancora sui
suoi liberi decreti e sulla connessione delluniverso (DM 13).

Si tratta di un punto di estrema importanza nella filosofia di Leibniz, che


dunque va ben chiarito. Le due proposizioni il triangolo ha gli angoli interni
eguali a due retti e Alessandro Magno vince Dario hanno entrambe il motivo della loro verit in s stesse, cio i predicati sono presenti nei rispettivi soggetti. La loro differenza chiara per quando si esaminano le proposizioni contrarie: il triangolo non ha gli angoli interni eguali a due retti e Alessandro
Magno non vince Dario. La prima una proposizione certamente falsa, perch
il concetto di triangolo con gli angoli interni non eguali a due retti contraddittorio, come pu essere facilmente dimostrato nella geometria euclidea.
Ma il concetto di Alessandro Magno che non vince Dario non in s contraddittorio: bench nel nostro mondo esso non abbia esistenza, immaginabile un
mondo diverso in cui Alessandro Magno perda. Le verit necessarie (o di ragione) sono quindi quelle valide in tutti i mondi possibili (e cio non contraddittori),
le verit contingenti (o di fatto) sono quelle valide nel mondo reale ma non in
27

tutti i mondi possibili. Esse sono dunque necessarie solo sulla base di una premessa (ex hypothesi): dato che questo il mondo esistente, allora necessariamente Alessandro vince Dario. Ci si pu esprimere anche dicendo che le verit
necessarie sono fondate sullintelletto di Dio, che pensa tutti i mondi possibili,
mentre quelle contingenti sono fondate sulla volont di Dio, che ha deciso quale di questi mondi possibili creare, cio rendere reale.
Da ci si ricava anche che ci sono in realt proposizioni contingenti che, contro
la regola generale, non hanno una prova a priori, o perlomeno non nel senso in cui la
posseggono le altre: le proposizioni esistenziali, che affermano se qualcosa esiste o
no. Nel concetto di Alessandro Magno non compresa la sua esistenza. Ci avviene
eccezione delleccezione solo nel caso di Dio, come si vedr.

Da questa concezione della verit discende la supremazia di due princpi


logici:
I nostri ragionamenti sono fondati su due grandi princpi:
il principio di contraddizione, in virt del quale giudichiamo falso ci che la includa, e
vero ci che opposto al contraddittorio o falso;
e il principio di ragion sufficiente, in virt del quale consideriamo che nessun fatto potrebbe essere vero, o esistente, nessuna enunciazione vera, senza che vi sia una ragione sufficiente perch sia cos e non altrimenti, bench queste ragioni il pi delle volte possano non
esserci affatto note.
[...] La ragione sufficiente si deve trovare anche nelle verit contingenti o di fatto, cio
nella sequenza delle cose distribuite nelluniverso delle creature, dove la risoluzione in ragioni particolari potrebbe andare fino ad un dettaglio senza limiti, a causa della variet immensa delle cose della natura e della divisione dei corpi allinfinito (M 31-32, 36).

I due princpi sono in gran parte complementari: se infatti il principio di


contraddizione (detto anche di non contraddizione) afferma che le proposizioni in cui il predicato incluso nel soggetto sono vere, il principio di ragion sufficiente afferma che nelle proposizioni vere devesserci una ragione della loro
verit, e cio anzitutto linclusione del predicato nel soggetto. Leibniz si preoccupa di far notare che questo principio si applica anche alle verit contingenti,
in cui lanalisi del soggetto potrebbe dover andare allinfinito e dunque essere
di fatto impossibile alluomo (unidea questa evidentemente ispirata dal calcolo
infinitesimale).
Ci non significa come spesso stato affermato che il principio di non
contraddizione riguardi solo le verit necessarie e quello di ragion sufficiente solo le
verit contingenti: entrambi riguardano ogni verit. per vero che il principio di ragion sufficiente ha unestensione maggiore di quello di non contraddizione, perch si
estende anche alle proposizioni contingenti esistenziali, sebbene mutando leggermente di significato: l la ragion sufficiente della verit non pu consistere certo
nella presenza del predicato nel soggetto. Proprio questuso del principio di ragion suf28

ficiente in grado secondo Leibniz di condurre alla metafisica, che sinterroga sullesistenza delle cose e sulla sua causa.

29