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Prima edizione 1974

INTRODUZIONE A

ROUSSEAU
DI

PAOLO CASINI

EDITORI LATERZA
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
CL 20-0714-2
JEAN-JACQUES ROUSSEAU

[ ] Tous ces vices n'appartiennent pas


...

tant à l'homme, qu'à l'homme mal gou­


verné.

Narcisse, Préface.

Sitot que quelqu'un dit des affaires de


l'Etat, que m'imporle? on doit compter
que l'Etat est perdu.

Contra! social, III, XV.


I. COSCIENZA E SOCIETÀ *

Rousseau ebbe un sentimento tormentoso e ge­


loso della propria singolarità. Aspri conflitti interiori
l'indussero, nella tarda maturità, ad analizzare senza
tregua il proprio io, a ricomporre nella memoria una
immagine il più possibile coerente di se stesso e della
propria vita: « Voglio mostrare ai miei simili un
uomo in tutta la verità della natura, e quest'uomo
sarò io. Io solo. Sento il mio cuore e conosco gli
uomini. Non sono fatto come nessuno di coloro che
ho visto; oso credere di non essere fatto come nes­
sun altro vivente [ .. ] » 1• L'egocentrismo che do­
.

mina molte pagine delle Confessioni, dei Dialoghi,


delle Reveries, ha spesso sollecitato superficiali ana­
lisi estetico-letterarie. Lettori recenti, nutriti di co­
gnizioni di psicologia del profondo, vi hanno ravvi-

* Nelle note si abbrevia con la sigla OC seguita da


numero romano e· da numero arabo il riferimento all'edi­
zione delle Oeuvres compl�tes a cura di B. Gagnebin e M.
Raymond, Paris 1959 sgg., finora voli. 4; con la sigla CG si
indica la Correspondance générale, ed. T. Dufour, Paris
1924-34, voli. 20; con la sigla SP si indicano gli Scritti
politici a cura di M. Garin, con Introduzione di E. Garin,
Bari 1971, voll. 3. I numeri arabi indicano sempre la pagina.
l Confessions, I; OC, I, 5.

7
sato invece un fenomeno morboso, vissuto con lu­
cida . consapevolezza e descritto con straordinaria In­
tensità espressiva.
La varietà dei giudizi correnti tra gli interpreti
di Rousseau non deve distrarre il suo lettore da un
dovere primario. È necessario tener sempre presenti
le pagine autobiografiche se si vuole comprendere
intus et in cute - secondo il motto di Persia che
apre le Confessioni - il pensatore politico, il mo­
ralista, il teorico dell'educazione, il romanziere, il
musicista. Le connessioni tra gli eventi e le idee,
l'« interno » e l'« esterno », vi si articolano variamente,
dalle più ovvie testimonianze fattuali alle risonanze
complicate e segrete che introducono il lettore av­
vertito nel cuore stesso del « problema Rousseau ».
Non è meno necessario evitare l'errore, troppo dif­
fuso, di smembrare l'opera del ginevrino a seconda
dei generi letterari o delle discipline cui ciascun
testo appartiene: romanzo, pedagogia, politica, e via
dicendo.
Rousseau stesso, a ben guardare, ha indicato sot­
tili relazioni, che il suo lettore deve seguire, tra
autobiografia e riflessione astratta; ha esibito il si­
gnificato profondo del proprio egocentrismo; ha sot­
tolineato più volte l'unità della propria opera. Tutti
questi aspetti convergono in taluni autoritratti ai
quali è indispensabile rifarsi per intendere - al di
là di non poche mascherature - la vera fisionomia
dell'uomo. Una tensione bipolare, una sorta di dua­
lismo tra emozione e ragione è descritta in una testi­
monianza delle Confessioni:

Due cose quasi incompatibili si uniscono in me senza


che io sappia precisare in qual modo: un temperamento
ardentissimo, passioni vive, impetuose, e idee lente a
nascere, impacciate, che si presentano sempre in ritardo.
Si direbbe che il mio cuore e la mia mente non appar­
tengano al . medesimo individuo. Il sentimento, più ra­
pido della folgore, inonda la mia anima, ma anziché

8
illuminarmi mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto e non
capisco nulla [ ] . Questa lentezza nel pensare, unita
...

alla vivacità del sentire, non l'ho soltanto in conversa­


zione, ma anche da solo, quando lavoro. Le idee si
ordinano nella mia testa con la più incredibile diffi­
coltà, circolano lentamente, fermentano fino a emozio­
narmi, eccitarmi, darmi palpitazioni, e in balla di tale
emozione non capisco nulla nettamente, non saprei scri­
vere una sola parola, debbo attendere. Poi a poco a
poco questo gran movimento si placa, il caos si dissipa,
ogni cosa si colloca al suo posto, ma lentamente, e dopo
una lunga e confusa agitazione [ ] 2•
...

Il trapasso dell'immediata reazione emotiva alla


catarsi razionale è un dato costante del temperamento
di Rousseau: un filosofo che « sente » prima di
« pensare », e pensa per immagini ; un teorico della
società assorto nell'osservazione del proprio io, la­
cerato da contraddizioni esistenziali delle quali ri­
cercherà una soluzione razionale. In certo senso,
tutta l'opera sua può esser letta come ]a trascrizione
simbolica di una rivolta emotiva, come una proie­
zione dei suoi conflitti o del suo difficile rapporto
con se stesso e con il mondo reale. Rousseau stesso
ne fu ben consapevole. Riferl, appunto, alla singo­
larità del proprio io l'autenticità dell'esempio mo­
rale e civile che propose. Fu questa una scelta deli­
berata: nei Dialoghi, riesaminando a posteriori l'in­
tero <( sistema » politico-morale-pedagogico esposto
nei suoi scritti maggiori - non tanto come <( dot­
trina », quanto « nel suo rapporto con il carattere
dell'autore » - sottolinea con precisione il conte­
nuto strettamente ' personale ' dell'idea di natura
che è alla base del <( sistema » medesimo:

Il pittore e apologista della natura, oggi cosl sfigu­


rata e calunniata, donde può aver tratto il proprio mo­
dello, se non dal proprio cuore? L'ha descritta quale

2 lvi, 1 13.

9
lui stesso sentiva di essere. I pregiudizi non lo soggio­
gavano, non era preda delle passioni artificiose: i tratti
originari della natura, generalmente dimenticati o misco­
nosciuti, non erano offuscati ai suoi occhi come a quelli
degli altri [ . . ] Era necessario che un uomo dipingesse
. .

se stesso per mostrarci l'uomo primitivo, e se l'autore


non fosse stato singolare [singulier] come i suoi libri, non
Ii avrebbe mai scritti [ . .. ] . Se non mi aveste descritto
il vostro Jean-Jacques, avrei creduto che l'uomo natu­
rale non esistesse più [ . ] 3.
..

Negli scritti autobiografici è delineato più volte


l'itinerario dall'io al mondo, dalla « natura » alla
società, dall'autentico all'inautentico: ossia l'estranea­
zione e la rivolta. È una via tortuosa, non sempre
evidente. Anche chi scelga come filo conduttore la
nozione-chiave di natura non si orienta facilmente nel
labirinto. Per Rousseau, come per tanti suoi contem­
poranei, la natura è anche il succedaneo della divinità,
l'archetipo di ogni bontà e felicità, il criterio di va­
lore supremo. Non si tratta di una nozione libresca.
Diversamente da molti contemporanei - il mito
della natura fu banalizzato fino all'incredibile nel se­
colo XVIII - Rousseau identificò il proprio io « sin­
golare » con la natura. Relegò nella sfera dell'anti­
natura i conflitti, le tensioni interiori, e quelle che
considerava le loro cause esteriori. La netta antitesi
tra natura e anti-natura gli si presentava soggettiva­
mente, all'origine, in termini di esperienze infantili,
rivissute nella memoria e ritenute responsabili delle
cadute irreparabili che avevano segnato tutto un de­
stino. Si tratta, ogni volta, di svolte fatali che sepa­
rano momenti incommensurabili della coscienza di sé.
'
Alcuni celebrati aneddoti delle Confessioni hanno
questo timbro. Cosl la punizione manuale di Mme
Lambercier, con le sue implicanze masochiste, « su­
bita all'età di otto anni d� parte di una donna tren-

3 Rousseau iuge de Jean·Jacques, Ili; OC, I, 936.

lO
tenne, orientò in modo definitivo i miei gusti, le mie
passioni, me stesso per tutto il resto della mia vita » 4•
Cosl il ricordo sconvolgente di un'altra punizione
ingiustamente subita, il « renversement d'idées » che
ne segul, l'emozione ancora rivissuta, a tanti anni
di distanza da quel « primo sentimento di violenza
e d'ingiustizia rimasto profondamente impresso nella
mia anima » ; un evento che « pose fine alla serenità
della vita infantile » ed a « ogni puro godimento »
di Jean-Jacques fanciullo 5• Non meno fatale e dolo­
roso l'episodio del distacco dalla città-madre, quando
il sedicenne, di ritorno da un'escursione, si era visto
togliere dinanzi il ponte levatoio ed aveva deciso di
non rimettere mai più piede entro le mura di Gi­
nevra: « A venti passi dall'avamposto vidi levarsi
il primo ponte. Fremetti scorgendo in alto quei
corni terribili, sinistro e fatale auspicio della sorte
inevitabile che da quel momento iniziava per me » 6•
Si potrebbero moltiplicare gli esempi: i primi approcci
galanti, i primi sintomi di mali reali o immaginari,
i tormentosi ricordi dei primi falli. Ognuno di questi
episodi è un trauma nella crescita dell'io, una trac­
cia incancellabile nell'archeologia della memoria.
Si tratta di eventi significativi anche alla luce
della moderna psicologia dell'inconscio, non perché
siano eccezionali - esiste in proposito una ricca
casistica clinica - ma perché Rousseau seppe de­
scriverli con una precisione e un'efficacia che non
lasciano gran che a desiderare a un diagnostico freu­
diano. Ma qui importa notare l'intensa carica sim­
bolica che l'adulto assegna loro, e la « figura » psico­
logica abituale che sottende di volta in volta l'in­
terpretazione. Ogni volta, l'evento è assolutamente

4 Confessions, l; OC, l, 15.


5 lvi, 19 sgg. Si rammenti il contesto: « Restammo a
Bossey qualche mese. Vi fummo cosl come ci viene dipinto
il primo uomo ancora nel paradiso terrestre, ma dopo che ha
cessato di goderlo [ ] ))
... .

6 lvi, 42.

11
eccezionale. Segna in modo definitivo il salto da una
condizione « naturale », originaria, di innocenza e di
felicità inconsapevole, a uno stato di « caduta » o di
« peccato ». Sul filo della narrazione autobiografica
delle Confessioni questo movimento di degradazione
si ripete più volte, in momenti diversi. Non ha dun­
que un senso cronologico, ma simbolico. II « pecca­
to » e la « caduta » sono precisamente l'acquisto
della consapevolezza, l'uscita dal paradiso terrestre
nel quale la coscienza era immersa in origine - e del
quale conserva la nostalgia - che Rousseau chiama
anche « natura ». II tralignamento ottenebra la co­
scienza, lascia strascichi di pentimento e di afflizione,
esige il riscatto. L'espiazione, la redenzione, il ritor­
no al paradiso perduto sono sempre possibili: anzi­
tutto attraverso la « confessione » letteraria del fat­
to vergognoso o penoso; ma anche attraverso l'idea­
lizzazione dell'io buono, integro, incorrotto, di quel
Jean-Jacques che resta, malgrado tutti i suoi errori,
« persuaso che di tutti gli uomini che ho conosciuto
nella mia vita, nessuno fu migliore di me » 7•
L'analisi di se stesso si articola secondo questa
peculiare forma mentis dualistica, che si fonda a
sua volta su una percezione esasperata del bene e
del male. Una valutazione quasi manichea dei propri
atti tormentò Rousseau per tutta la vita; nella ma­
turità, un profondo senso di colpa lo perseguitò e
lo fece oscillare senza posa tra la più estrema forma
di narcisismo e l'a}ltopunizione, fi.Oo a precipitarlo
nella nevrosi. I traumi giovanili, i sentimenti di
colpevolezza, la tendenza all'evasione vanno anche
riferiti alla contraddittoria formazione religiosa, cal­
vinistica e cattolica, di cui le Confessioni e gli altri
testi autobiografici illustrano tanti particolari. La
forma mentis dualistica e la connessa « figura » psi­
cologica - il passaggio simbolico dalla « natura »
al « peccato » - si possono interpretare come la

7 Lettera a Malesherbes del 4 gennaio 1762; OC, I, 1133.

12
razionalizzazione di un fondamentale conflitto inte­
riore. Su questo sfondo, Rousseau interpretò a suo
modo il mito cristiano della caduta di Adamo e
intravide il riscatto in una dimensione secolare, coe­
rente con una soluzione razionale del problema della
teodicea 8•
Se ci si pone da questo punto di vista, le espe­
rienze vissute di Jean-Jacques e la loro reinterpreta­
zione autobiografica appaiono egualmente condizio­
nate, fin dall'origine, dall'ossessione religiosa del pec­
cato e della salvezza. Le tensioni caratteristiche delle
anime religiose sono presenti in molte sue pagine.
Ma l'ambiguità della natura di Jean-Jacques si presta
anche ad un'interpretazione inversa. Egli non fu af­
fatto un asceta: sono ben vivi in lui il senso pri­
mordiale, quasi pagano, della felicità e della gioia, il
gusto elementare dell'esistenza. Si pensi all'immagine
dell'enfant de la nature, sensuale, voluttuoso, che
emerge da tante pagine. I compiacimenti erotici, le
autoindulgenze e le concessioni spinte ai limiti di
un franco libertinismo in non pochi episodi « sca­
brosi » delle Confessioni testimoniano curiosamente
un notevole grado di emancipazione dalle inibizioni
religiose. Alcuni interpreti hanno ricondotto questa
duplicità al conflitto tra un'educazione calvinista e
l'esempio tutt'altro che edificante del padre, « horn­
me de plaisir » . Eppure, anche da quest'altro punto
di vista, cosl profondamente terrestre, bene e male,
natura e anti-natura si contrappongono secondo una
alternativa non meno netta. Vi sono, da un lato, le
circostanze privilegiate e irripetibili che fanno di
qualche momento del passato una sorta di eccezio­
nale stato di grazia, in senso tutto pagano; e, d'altro
lato, l'urto con la società, le malattie reali o imma­
ginarie, la mania di persecuzione.
Taluni frammenti del passato sono un vero « stato
di natura », il paradiso terrestre in senso pregnante:

8 Infra, cap. IX.

13
« la breve felicità della mia vita, i tranquilli ma ra­
pidi momenti che mi danno il diritto di dire: ho
vissuto » 9• L'esordio del libro VI delle Confessioni
dipinge l'idillio agreste e amoroso delle Charmettes,
vissuto attorno al 1737 accanto a « una donna tutta
tenerezza e dolcezza », e trasfigurato nel ricordo co­
me « l'unico e breve tempo della mia vita nel quale
fui pienamente me stesso senza mescolanza né osta­
colo, e nel quale posso dire di aver veramente vis­
suto ». Il paradiso terrestre ha una fisionomia con­
creta: « Una casa isolata sul declivo d'una valle fu
il nostro asilo, e là, durante quattro o cinque anni,
ho goduto un secolo di vita e di felicità pura e
piena, che occulta con il suo splendore tutto ciò che
la mia situazione presente ha di orribile » 10• Anche
qui c'è una netta contrapposizione tra l'assoluta feli­
cità - concentrata in un singolo momento del pas­
sato - e l'infelicità di tutta la vita. L'antitesi non
sorprenderebbe, se Rousseau avesse sempre trasfigu­
rato cosl quel singolo momento. Ma nelle lettere a
Malesherbers si legge una descrizione del tutto di­
versa, che inizia con la frase sconcertante: « Ho
cominciato a vivere soltanto il 9 aprile 1756 ». Lo
stato di grazia si colloca non nel 1736, ma vent'anni
più tardi, con le medesime caratteristiche di assolu­
tezza e di esclusività: « Qual è il tempo che ricordo
più spesso e più volentieri nelle mie meditazioni?
Non i piaceri della giovinezza, troppo rari, troppo
misti d'amarezza, troppo remoti: ma i giorni del
ritiro a Montmorency, le passeggiate solitarie, i giorni
rapidi e deliziosi che ho trascorso solo con me
stesso [ ] )> 11• L'estasi naturalistica dell'Ermitage
...

si cancellò nella memoria di Jean-Jacques, « spo-

9 Reveries du promeneur solitaire, X; OC, l, 1098-99.


1° Confessions, IV; OC, l, 223; Reveries; OC, l, 1099.
11 Lettera a Malesherbes del 26 gennaio 1762; OC, l,
1138. Si noti però che questa lettera è stata scritta prima
delle testimonianze citate nella nota precedente. Cfr. Con­
fessions, IX; OC, I, 403.

14
s tandosi » più indietro nel tempo all'epoca delle
Charmettes.
Ancora una volta, non è la cronologia che conta,
ma il rapporto simbolico con il proprio passato. È
un rapporto ambivalente, di esaltazione e di condan­
na, mutevole nel tempo. Risponde, in ogni caso, alla
forma mentis dualistica del bene e del male. E que­
sto secondo corno del dilemma - il male - ha
sempre una configurazione concreta di suprema im­
portanza per Rousseau: è la società. Negli episodi
che si · sono ricordati fin qui - punizioni infantili,
esperienze dell'infelicità, stati di grazia e beatitudini
terrestri - il momento discriminante è la presenza
di altri esseri umani. La caduta, il peccato, la ma­
lattia sociale non sono imputabili al singolo indi­
viduo, « buono », incorrotto, inconsapevole, beato
nel suo intatto paradiso terrestre; ma all'umanità
presa come un tutto, alle istituzioni civili, al pro­
cesso irrazionale e casuale che ha portato alla for­
mazione della cultura e della società, ed alla defor­
mazione della natura umana.

II. L'ILLUMINAZIONE DI VINCENNES

Il buon uso delle avversità è a volte il segno


del genio. Dalle proprie avversità e dai propri con­
flitti interiori Rousseau trasse un formidabile atto
d'accusa, l'esordio di tutto il suo « sistema » politico.
La testimonianza riguardante la crisi di trapasso dal­
le emozioni alle idee, che si è citata, giova a inter­
pretare due momenti essenziali della sua storia inte­
riore, mediati da una profonda crisi di coscienza: la
« illuminazione » che lo colse sulla via di Vincennes
un giorno dell'ottobre 1749. È un altro evento cru­
ciale, al quale Rousseau ha dato un significato sim­
bolico di svolta fatale, irreversibile. Anche qui il

15
« prima » e il « dopo » appaiono due età nettamente
contrapposte. Negli anni giovanili, J acques era
vissuto con l'oscuro sentimento di devia-
tionis della convivenza umana. Lo a dalle
proprie traversie, dai ripetuti urti
organizzata, dalle sue letture di
religiosità nutrita di oscuri sentimenti di
lezza. L'illuminazione di Vincennes trasfigurò
tuizione in una perfetta evidenza razionale. Fu
tempesta emotiva che gli aprl gli occhi, obbligandolo
a « vedere un altro universo e diventare un altro
uomo ». La descrizione dell'evento solleva alla sfera
della coscienza tutti gli elementi conflittuali latenti :
l'antitesi tra natura e anti-natura, individuo e società,
emozione e ragione, libertà e oppressione, « caduta �>
e « redenzione », in un contesto autobiografico nel
quale si coglie agevolmente la relazione profonda tra
« il carattere dell'autore » e le sue « dottrine ». Ogni
f!ase ha un rilievo peculiare :

Dopo aver passato quarant'anni della mia vi ta in


questo modo, scontento di me stesso e degli altri, ten­
tavo inutilmente d'infrangere i legami che mi tenevano
avvinto alla società di cui avevo cosi poca stima, e che
mi costringevano a occupazioni sgradevoli per bisogni
che ritenevo naturali, ma che erano in realtà artificiosi.
Improvvisamente un caso fortunato m'illuminò riguardo
alla mia condotta e all'idea che dovevo farmi degli altri;
nei loro confronti, il mio cuore stava sempre in con­
traddizione con il mio intelletto, e pur avendo tante
ragioni di celiarli,· sentivo tuttavia di amarli. Vorrei,
signore, potervi descrivere il momento che ha fatto
·epoca nella mia vita in modo tanto singolare, e che mi
resterà sempre impresso, dovessi vivere in eterno. An­
davo a trovare Diderot recluso a Vincennes; avevo in
tasca un numero del Mercure de France, e lo sfogliai
per via. Mi cade sott'occhio il quesito dell'accademia
di Digione che ha dato origine al mio primo scritto.
Se . mai vi fu ispirazione improvvisa, tale fu l'emozione
che mi dette quella lettura. A un tratto la mia mente
fu percossa da mille luci: innumerevoli idee vive mi
'

16
si presentarono insieme con un'energia e una confu­
sione tali, da darmi un turbamento inesprimibile: m'in­
vase uno stordimento simile all'ubriachezza. Una vio­
lenta palpitazione mi opprime e mi fa ansimare: col
fiato mozzo, mi lascio cadere sotto un albero del viale,
e resto Il una mezz'ora in una tale agitazione, che rial­
zandomi mi accorsi di avere l'abito tutto inzuppato di
lacrime, senza che mi fossi accorto di piangere. O si­
gnore, se avessi potuto scrivere appena ·un quarto di
ciò che vidi e sentii sotto quell'albero, con quale chia­
rezza avrei posto in rilievo tutte le contraddizioni del
sistema sociale, con qual forza avrei descritto tutti gli
abusi delle istituzioni, con quale semplicità avrei dimo- ·

strato che l'uomo è naturalmente buono e che soltanto


a causa delle istituzioni gli uomini diventano malvagi.
Quanto ho potuto rammentare della moltitudine di gran­
di verità che m'illuminarono in un quarto d'ora sotto
quell'albero è stato sparsamente diluito nei miei tre
scritti principali, ossia il primo discorso, il discorso
sull'ineguaglianza e il trattato sull'educazione, tre opere
inseparabili, che formano un sol tutto 1•

La testimonianza famosa reinterpreta la genesi


del primo Discorso, ed è l'atto di nascita dell'intero
« sistema » . La lettura del quesito di Digione ( « un
heureux hazard » ) ne era stata soltanto lo stimolo
,

esterno. Com'è evidente al lettore che abbia presenti


i primi libri delle Confessioni, la vita vissuta da
Jean-Jacques fino ai quarant'anni è l'antefatto di que­
sta crisi. Vincennes è la catarsi di un dramma per­
sonale assai complesso. Le « contraddizioni sociali »,
gli « abusi delle istituzioni » erano esperienze reali,
ben vive, duramente pagate di persona: i traumi del­
la prima infanzia, il periodo di apprendistato a Gi­
nevra e l'esilio, le frustrazioni del catecumeno e del
lacché a Torino, gli espedienti del musica dilettante,
i viaggi, la singolare educazione sentimentale dovuta

1 Lettera a Malesherbes del 12 gennaio 1762; OC, l,


1135 sg. Gr. Rousseau iuge de Jean-Jacques, Il; OC, I, 829;
Confessions, VIU; OC, l, 351 ; Reveries, III; OC, l, 1014.

17
a Mme de Warens, la tarda iniziazione letteraria del­
l'autodidatta, i vari servizi di precettore e di se­
gretario 2• Si può affermare che nessun altro dei
grandi teorici della politica sotto l'ancien régime
ebbe un'esperienza cosl diretta dei bassifondi della
società contemporanea, della degradazione umana,
osservata dal punto di vista del reietto e del picaro.
Una coscienza più propriamente « politica » di
tali contraddizioni e un primo embrione di analisi
razionale risalgono al soggiorno veneziano del
1 743-44, ove insieme con le dilettazioni musicali e
galanti, Rousseau sperimentò di persona la durezza
del governo della Serenissima e il dissesto della di­
plomazia francese. Segretario dell'ambasciatore, poté
gettare uno sguardo sui retroscena della politica inter­
nazionale e nei meccanismi istituzionali della repub­
blica di Venezia. Ne riportò « un germe di indigna­
zione contro le nostre stupide istituzioni civili, ove
l'autentico bene pubblico e la vera giustizia sono sem­
pre sacrificati all'oppressione del debole e all'iniquità
del forte » 3• Di qui l'esordio di una lunga medita­
zione circa il rapporto esistente tra la « virtù » di
un popolo e le sue istituzioni - ossia tra « morale »
e « politica » - e la prima intuizione che « tutto
dipende radicalmente dalla politica » 4•
La lenta accumulazione delle esperienze e dei giu­
dizi, gli approcci letterari ancora incerti a motivi ideo­
-logici diffusi, come l'elogio del « lusso » o della vita
semplice 5 , sembrano suggerire un processo graduale
e smentire almeno in parte l'alternativa totale sve­
lata dall'illuminazione di Vincennes. In realtà la ri­
volta era rimasta allo stato latente in Rousseau fino
al 1749. Diderot, acuto conoscitore dell'amico e com-

2 Confessions, I-VI.
3 Confessions, VII; OC, l, 327.
4 Confessions, IX; OC, l, 404-5.
s Nej versi giovanili A la louange des religieux de la
Grande Chartreuse, Le Verger de Mme de Warens, Ep1tre à
M. Bordes, L'allée de Sylvie, ecc., raccolti in OC, Il, 1 117 sgg.

18
plice della stesura del primo Discorso, si espresse in
modo lapidario : « Era un barile di polvere da can­
none che sarebbe rimasto inesploso, senza la scintilla
che partl da Digione e gli dette fuoco » 6 • L'elemento
« esplosivo » della personalità di Rousseau, che molti
contemporanei attribuirono a stravaganza o eccentri­
cità, va individuato appunto nel conflitto multi­
forme, sordamente coltivato per anni, tra il Jean­
Jacques « figlio della natura » e il mondo ostile, con­
trapposti l'uno all'altro. Negli anni 1 7 44-49, il « mon­
do » nel quale Jean-Jacques si trova a vivere, spae­
sato, maldestro, a disagio, è la società parigina. Te­
nuto ai margini dei salotti letterari per la sua stessa
goffaggine di provinciale, insoddisfatto dei modesti
successi ottenuti come musicista, umiliato al rango
subalterno di precettore e di cassiere in casa Dupin,
orecchiante la polemica illuminista di Voltaire e Mon­
tesquieu, legato di stretta amicizia a Diderot e Con­
dillac, si sente escluso dal brillante mondo delle
« scienze e arti ». Non è dunque un caso che il con­
flitto tra l'io e il mondo esploda inizialmente proprio
come un rifiuto di quel mondo, come una condanna
della cultura in nome della natura. Più esattamente,
il Discorso sulle scienze e le arti resta impigliato in
un confronto fortemente moralistico tra « vizio » e
« virtù ». L'idealizzazione della natura semplice e in­
contaminata contro la cultura emerge solo a tratti
da questo schema, già con una robusta nota di ego­
centrismo.
L'accademia di Digione · aveva formulato il suo
quesito segnando ùn preciso limite cronologico: « Se
il rinascimento [ rétablissement ] delle scienze e delle
arti abbia contribuito a migliorare i costumi ». Rous­
seau, replicando in senso negativo, generalizzò la pro­
pria tesi dall'ambito circoscritto dei due secoli re­
centi a tutta la storia, e formulò una sorta di filo-

6 Diderot, Réfutation d'Helvétius ( 1773), in Oeuvres,


ed. Assézat-Tourneux, Paris 1875 sgg., voll. 20; Il, 285.

19
sofia della decadenza fondata su un'antitesi radicale,
elementare e catastrofica: « Le nostre anime si sono
corrotte via via che le scienze e le arti progredivano
verso la perfezione. Diremo che si tratta di una sven­
tura propria del nostro tempo? No, signori: i mali
causati dalla vana curiosità umana sono vecchi come
il mondo ». Cosl la sua reazione personale, sogget­
tiva, si obbiettivava per la prima volta in un conflitto
universale.
La linea argomentativa del Discorso è nitida:
l 'enunciato è illustrato nella prima parte con una
serie di esempi empirici, pro e contro, tratti dal re­
pertorio della storia antica. Nella seconda parte si
ha una sorta di controprova, intesa a confermare che,
data l'origine delle scienze e delle arti dai « vizi »,
la loro influenza morale e sociale non potrà non es­
sere in ogni caso corruttrice. Questa struttura esterna
del Discorso non si fonde troppo bene con i singoli
temi, e la trattazione ridonda di ironie, apostrofi,
invettive, prosopopee, iperboli e simili .figure reto­
riche. Rousseau stesso giudicò severamente più tardi
« l'assenza di logica e d'ordine » di questo suo primo .
lavoro, disarmonico, debole, che reca il segno delle
« pene incredibili » con cui era stato redatto 7•
L'unità del primo Discorso è data in fondo dalla
sua cadenza retorica, e non tutti i frammenti che lo
compongono sono ben collegati. Le edizioni critiche
hanno giovato a mostrarne le ascendenze letterarie
- Seneca, Plutarco, Montaigne, Fénelon, Malebran­
che, Montesquieu e· altri autori - ed a verificare
· concretamente il giudizio di Diderot, che parlò di
« una vecchia disputa ». Ciò non esclude che la dia­
triba avesse, allora, un energico mordente; che vi si
possa cogliere l'eco della commozione e delle lagrime
sparse sulla via di Vincennes. In questo senso è uno
« sfogo », articolato secondo immagini. Rousseau pen­
sa veramente per immagini, quando « vede » l'antico

7 Confessions, VIII; OC, 352.

20
Egitto, la Grecia e Roma arcaiche ancora ben salde
nelle loro virtù, poi decadute; la corruzione di Bi­
sanzio e di Atene, e la virtù di Sparta; Socrate, Ca­
tone e Fabrizio, simboli dell'austera moralità che
rifiuta « le vane scienze ». È già il suo tipico proce­
.dimento per antitesi - qui si tratta soprattutto di
un artifizio rettorico - che contrappone a queste
immagini i vizi donde sono scaturite le singole scien­
ze, e le loro immancabili conseguenze: dissipazione,
parassitismo, lusso, frivolezza, decadenza delle virtù
_guerriere e patriottiche, ozio, mediocrità.
Immagini ed esempi sono intrisi di un moralismo
predicatorio non estraneo all'oratoria sacra prote­
:stante e cattolica del tempo, anche se di segno assai
diverso. Il risultato paradossale dell'incrocio tra una
tematica umanistico-religiosa - la vanitas scientia­
.rum - e la critica illuministica della società sedusse
-o irritò profondamente i contemporanei. Rousseau
metteva in contraddizione reciproca diversi motivi di
.correnti intellettuali opposte, criticando la cultura dei
lumi in nome della virtù civile e della coscienza reli­
giosa, e imputando al sapere i guasti che i philosophes
dei lumi attribuivano alla superstizione religiosa. Non
·era, in tal modo, né « illuminista » né « cristiano ».
Il punto di confluenza tra le due correnti e i temi
·contrapposti si realizzava su un piano assai personale,
.come si può vedere nell'allusione alla << felice igno­
ranza » e al « castigo dei nostri sforzi orgogliosi »,
alla natura-madre e alla caduta, che adombra già
l'interpretazione del mito di Adamo in termini tutti
umani e secolari 8: o nella penetrante analisi della
« vile e ingannevole uniformità » dei costumi mo­

.derni,· e del contrasto tra « essere » e « sembrare »


nei rapporti sociali 9•
Questi sono gli spunti più autentici del primo
Discorso. Ambiguo e incerto appare invece il giudizio

8 Discorso sulle scienze e le arti; SP, I, 14.


9 lvi, 7.

21
sulla <( politica » dei lumi. Ad esempio, dopo aver
pronunziato la sua condanna radicale delle scienze
moderne, Rousseau ripiega su un compromesso, lo­
dando <( Verulamio, Descartes, Newton, maestri del
genere umano », e raccomandando ai principi saggi
di onorare i grandi intellettuali e di giovarsene come
consiglieri del governo 10• È un'evidente concessione
alle tesi illuministiche, che tradisce la fragilità del­
l'argomentazione contro le scienze e le arti.
Attribuire alla cultura intellettuale e al gusto tutti
i guasti della civiltà era infatti combattere contro
un falso obiettivo. Erano veramente quelle le <( cause »
della degenerazione, o si trattava di elementi conco­
mitanti di un processo assai più intricato, dovuto
a cause più complesse? Rousseau, retorica a parte,
dovette avere subito coscienza del problema. Trascri­
vendo in una terminologia appena più moderna il
senso. della sua polemica, si può dire che si rese
ben conto di attaccare nelle « scienze » e nelle <( arti »
soltanto l'ideologia della classe dominante. Le forze
reali del dominio erano d'altra natura:

Lo spirito ha i suoi bisogni, come il corpo. I bisogni


del corpo sono il fondamento della società, quelli dello
spirito il suo ornamento. Mentre il governo e le leggi
provvedono alla sicurezza e al benessere degli uomini
associati, le scienze, le lettere, le arti, meno dispotiche
e forse più potenti, stendono ghirlande di fiori sulle
ferree catene che li gravano, soffocano in loro il senti­
mento di quella libc:rtà originaria per cui sembravano.
n ati [ ] Il bisogno elevò i troni; le scienze e le arti
... .

li hanno rafforzati n.

In un breve inciso, definisce « fonte di tanti


abusi » la « diseguaglianza funesta » dovuta alla cui-.
tura di élite 12• Sono accenni importanti, ma sporadici.

IO lvi, 26.
11 lvi, 6.
12 lvi, 22.

22
Quando Rousseau si vide attaccato da una folla di
libellisti, tra cui Stanislao Leszczynski, Gautier, Bor­
.des, che sottolineavano il tono paradossale della sua
polemica, rimeditò sulle « cause » che aveva appena
adombrato. Non si ritrattò, ovviamente, per quanto
riguardava l'imputazione rivolta alle scienze e alle
arti, ma seppe approfondire la sua analisi. Stanislao
lo aveva stimolato riguardo ad un punto cruciale, e
Rousseau replicò disegnando una precisa « genealo­
gia » : << La fonte prima del male è la diseguaglianza;
.dalla diseguaglianza sono venute le ricchezze [ ; .. ] .

Dalle ricchezze sono nati il lusso e l'ozio; dal lusso


sono venute le belle arti e dall'ozio le scienze » 13•
Cosl i termini iniziali del Discorso sulle scienze
.e le arti si capovolgevano. La critica dell'ideologia si
sviluppava in un discorso politico e giuridico, che
finiva per individuare altrove le radici profonde del­
la reciproca ostilità degli uomini, cioè del male so­
dale. Scienze e arti apparivano ormai sovrastrutture
o elementi concomitanti innocui di « vizi » ben altri­
menti radicati nella natura umana. Nel 1 753, dopo
esser stato attaccato da ogni parte per la sua incoe­
renza di letterato e musica, avversario della lettera­
tura e delle arti belle, Rousseau pubblicò la comme­
dia Narcisse, scritta vari anni innanzi e rappresentata
con scarso successo a Parigi quell'anno stesso. Vi
premise una prefazione, « uno dei miei scritti mi­
_gliori, dove cominciai a rivelare [mettre à découvert]
i miei principi più di quanto non avessi fatto fino
-allora » 14• Discolparsi dell'accusa di incoerenza non
·era facile, e su questo punto la prefazione al Narcisse
non è convincente. Ma il vero interesse dello scritto
sta nella riesposizione di tutta la tematica del Di­
scorso sulle scienze e le arti, condotta sotto un angolo
visuale assai più maturo e organico.

13 Osservazioni sulla risposta data al suo Discorso, SP,


I, 44.
14. Confessions, VIII; OC, I, 388.

23
Più che le « scienze » e le « arti » m astratto.
il discorso investe qui « le gout de la philosophie ».
ossia, assai più esplicitamente, l'ideologia complessiva
dei suoi fratelli-nemici, gli enciclopedisti. I singoli
vizi, le meschinità, gl'inganni, l'odio reciproco tra
esseri umani, vigenti nella società organizzata, sono
ora ricondotti all'unica matrice dell'« interesse perso­
nale » . L'ideologia degli enciclopedisti è nefasta in
quanto accetta e legittima questo stato di universale
estraneazione, ponendo alla base della convivenza
umana « le scienze, le arti, il lusso, il commercio, le
leggi »; elevando a principi il mutuo sfruttamento.
la concorrenza sfrenata e la diseguaglianza. La virtù
è resa impraticabile dal conflitto degli interessi e
dalla « miseria » che ne consegue. Cosl l'invettiva
contro il lusso, ancora assai estrinseca nel primo
Discorso, si approfondisce in un'analisi politico-eco-
nom1ca:
.

Strana e funesta costituzione, dove le ricchezze già


accumulate agevolano sempre l'accumulazione di ricchez­
ze maggiori, e dove riesce impossibile a chi non ha niente
acquisire qualcosa: dove l'uomo onesto non ha modo di
uscire dalla miseria: dove i più fraudolenti sono i più
onorati, e dove bisogna necessariamente rinunziare alla
virtù per. diventare un buon borghese [honnéte homme]!
So che i declamatori hanno detto questo infinite volte:
ma loro lo dicevano declamando, e io lo dico motivan­
dolo; essi hanno intravisto il male, e io ne svelo le
cause, e dimostro soprattutto una cosa assai consolante
e utile, mostrando che tutti questi vizi non appartengono
tanto all'uomo, quanto all'uomo mal governato 15•

« Rivelando i propri principi », Rousseau non


aveva fatto che penetrare più a fondo le ragioni della
sua propria rivolta. Dalla declamazione retorica era
passato alla chiarezza razionale. Negli ultimi mesi del

15 Narcisse, Préface; OC, II, 969.

24
1753 l'invettiva contro le scienze e le arti gli appa­
riva ormai non più che un « corollario » del « ma­
linconico e grande sistema » 16 che andava elaborando.
La critica dell'ideologia dei lumi, la denunzia del­
l'estraneazione morale e sociale dalla « natura », il
rifiuto del sapere complice della società ingiusta, era­
no soltanto la pars destruens di un'indagine a più
.ampio raggio, che investiva ora i concetti stessi di
natura e di cultura, implicava un'analisi dettagliata
della malattia sociale, e poneva l'esigenza di costruire
un modello alternativo di società giusta.
Le grandi linee di questa maturazione ' politica '
- che va spostando la meditazione di Rousseau dal
piano del costume a quello del diritto - si possono
seguire negli scritti principali di quegli anni: oltre
la prefazione al Narcisse, il Discorso sull'origine del­
l'ineguaglianza e l'articolo Economia politica. L'auto­
biografia e l'epistolario rivelano le ragioni intime
della svolta e le scelte drammatiche che Rousseau
dové operare nei confronti di se stesso, dei suoi amici
più prossimi, della società letteraria nella quale stava
per integrarsi. II libro VIII delle Confessioni trat­
teggia con straordinaria efficacia le alternative di esal­
tazione mondana e di scontrosa ripulsa tra le quali
si dibatté il timido provinciale, improvvisamente di­
ventato celebre nel mondo artificioso che aveva con­
dannato. Scelte sconcertanti, come l'abbandono dei
figli all'ospizio dei trovatelli - che fornirà più
tardi argomenti assai caustici a Voltaire - o la
« riforma suntuaria », non si spiegano certo con i

curiosi sofìsmi etico-politici che Rousseau stesso for­


mulò nel tentativo di giustificarle, ma piuttosto co­
me l'esito di tensioni interiori irrisolte. La fuga dai
salons letterari, il disdegno del successo, il rifiuto

16 «Q uesto malinconico e grande sistema, frutto d'un


sincero esame della natura umana ... Il sistema vero ma penoso,
di cui la questione trattata nel Discorso è solo un corollario ».
Pref. di una seconda lettera a Bordes, SP, I, 95 sgg.

25
della pensione offerta da Luigi XV sono aspetti di­
versi di un atteggiamento aggressivo, oscillante tra
lo spirito di rivalsa e l'ostentazione, la volontà di
provocazione e la rinunzia, intimamente connesso
alla polemica contro la civiltà-corruzione. Rousseau
decise di guadagnarsi da vivere copiando musica « un
tanto a pagina >> e ritirandosi dalla società; ma agendo
cosl non fece che stimolare l'attenzione dei suoi am­
miratori. Del resto le polemiche nate dal primo Di-·
scorso e l'attività teatrale e musicale degli anni 1 752-
1 753 dimostrano che era tutt'altro che insensibile al
successo. La rappresentazione a corte del Devin du
village, il contributo personale alla « querelle des
bouffons », la vigorosa difesa dell'opera italiana nella
Lettre sur la musique française, la rappresentazione
a Parigi della commedia Narcisse sono episodi signi­
ficativi in tal senso. Si possono interpretare come
cedimenti temporanei alle lusinghe mondane, oppure
- e fu l'interpretazione corrente allora - come in­
coerenze volute ed espedienti premeditati per sor­
prendere la pubblica opinione. Eppure anche con · la
« commedia pastorale >> in musica, con l'esaltazione
della schiettezza artistica ed emotiva del canto ita­
liano, con la critica della musica francese, Rousseau
sviluppava la propria argomentazione polemica a fa­
vore della « natura », dell'autenticità, della sponta­
neità nel dominio dell'espressione. Da questo punto
di vista poteva ritorcere contro i suoi critici le ac­
cuse d'incoerenza:
Se notano che l'amore della fama mi fa dimenticare
l'amore della virtù, mi avvertano pubblicamente, e pro­
metto loro di gettare nel fuoco i miei scritti e i miei
libri [ . ]. Intanto scriverò libri, farò versi e musica,
..

se ne avrò il tempo, il talento, la forza e la voglia.


Continuerò a dire con estrema franchezza tutto il male
che penso delle lettere e di chi le coltiva, e non mi
riterrò meno capace per questo. È vero che un giorno
si potrà dire: questo nemico dichiarato delle scienze
e delle arti scrisse e pubblicò testi teatrali. Questo di-

26
scorso, credo, sarà una satira amarissima non di me
stesso, ma del mio secolo 17•

Certo, al di là dell'applauso volgare, Rousseau


si rendeva ben conto che v'era qualcosa di profonda­
mente equivoco nell'omaggio largitogli da quella so­
cietà che rifiutava. Il successo stesso finiva per svuo­
tare e svigorire la sua polemica, per destinare al con­
sumo le sue proposte di un diverso linguaggio mu­
sicale e letterario. Probabilmente le Confessioni tra­
sfigurano in un'autodifesa a oltranza i conflitti di
quegli anni. Ma è innegabile che le singole scelte si
compongono in una sincera ricerca di autenticità: il
suo comportamento doveva « dare un esempio », a
costo di sconcertare i suoi amici enciclopedisti 18• L'ab­
bandono dei figli, la scelta della povertà, la « riforma
suntuaria », coincidono con il rifiuto di prostituire
la penna e di negare in tal modo le proprie convin­
z ion i Si legge in una pagina di suprema dignità:
.

Avrei potuto gettarmi completamente dalla parte più


redditizia, e, anziché asservire la mia penna alla co­
piatura, destinarla a comporre scritti che, a giudicare
dal favore che sentivo attorno e che mi ritenevo in
grado di sostenere, potevano farmi vivere nell'abbon­
danza o addirittura nell'opulenza. Bastava che avessi
aggiunto qualche maneggio di autore alla preoccupazione
di pubblicare buoni libri. Ma sentivo che lo scrivere
per guadagnarmi il pane avrebbe ben presto spento il
mio genio e ucciso il talento çhe avevo nel cuore più
che nella penna, nato com'era da un modo di pensare
elevato e fiero, che solo poteva nutrirlo. Nulla di vigo­
roso o di grande può uscire da una penna tutta ve­
nale [ ] . Anziché l'autore rispettabile che avrei potuto
...

essere, sarei diventato uno scribacchino. No, no, ho


sempre sentito che la condizione di autore non può
essere illustre e rispettabile se non quando non sia un
mestiere. È troppo difficile pensare nobilmente quando

17 Ivi, 974.
18 Confessions, VIII; OC, I, 363.

27
si pensa soltanto per vivere. Per potere, per osare pro­
nunziare grandi verità non si deve dipendere dal pro­
prio successo. Gettavo i miei libri al pubblico con la
certezza di aver parlato in nome del bene comune, senza
nessun'altra preoccupazione. Se l'opera era mal accolta,
tanto peggio per chi non voleva trarne profitto. Quanto
a me, non avevo bisogno della sua approvazione per
vivere. Il mio mestiere poteva nutrirmi anche se i miei
libri non si vendevano; e ·questo appunto li faceva
vendere 19•

Cedimenti, compromessi, orgoglio, egoismo si tra­


sfigurano nella consapevolezza di una missione. Era
la ricerca di un assoluto che s'imponeva ora a Rous­
seau. Lo sforzo di ritrovare la « natura » all'interno
dell'uomo non poteva non implicare un distacco ra­
dicale dalla società e dalla cultura che rappresenta­
vano l'anti-natura, il negativo da negare. Ancora una
volta autobiografia e riflessione coincidono, e la rea­
zione caratteriologica si decanta in una salda scelta
razionale.

III. LA STATUA DI GLAUCO

Una nuova occasione esterna finl di distogliere


Rousseau dalla paradossale mondanità di quegli anni,
riconducendolo a meditare sul suo « grande e triste
sistema ». Fu « colpito » dal nuovo quesito proposto
nel 1 753 dall'accademia di Digione e sollecitato a
indagare più a fondo il gran tema delle origini delle
diseguaglianza. A Saint Germain, nel tardo autunno
del 1 753 , « immerso nel folto della foresta - scrive
- ritrovavo l'immagine dei primi tempi e ne trac­
ciavo fieramente la storia » 1.• L'impervio regresso

19 Confessions, IX; OC, I, 402·3.


1 Confessions, VIII; OC, I, 388.

28
verso la preistoria si articolò in fantasiose ipotesi,
al margine di copiose letture. Il segreto dell'uomo
di natura era sepolto in interiore homine. Svelarlo
significava ritrovare l'uomo di natura sotto le defor­
mazioni imposte dalla cultura, discernere i lineamenti
originari della statua di Glauco, rosa dalle tempeste
e deturpata dai sedimenti marini. L'immagine plato­
nica, cosl pregnante, rinvia a un archetipo : alla ri­
cerca dell'« anima » umana ancora incontaminata, im­
mersa « in quella celeste e maestosa semplicità cui
il suo creatore l'aveva improntata » 2• Rousseau non
insiste nel secondo Discorso su questo tema, né sul
primato della coscienza e della libertà, come farà
nell'Emilio. Rivive la suggestione mitica del para­
diso perduto come tensione soggettiva verso un io
idealizzato, ma inconsapevole; integro, ma supposto
privo di « doni sovrannaturali ».
Il quesito - « qual è l'origine della disegua­
glianza tra gli uomini, e se essa è autorizzata dalla
legge naturale » - non si prestava a una trattazione
retorica. L'enunciato era audace e poneva in que­
stione due assiomi correnti tra i teorici della scuola
giusnaturalistica. Imponeva un serio confronto con
gli autorevoli trattatisti che avevano ammesso l'egua­
glianza originaria di tutti gli uomini in quanto, ap­
punto, immediata espressione della legge di natura;
e che poi, surrettiziamente, avevano giustificato l'ine­
guaglianza presente come effetto della medesima leg­
ge di natura. Cosl la rivolta personale contro il lusso,
l'ingiustizia sociale, l'ipocrisia e l'alienazione si ap­
profondisce in un intenso dialogo con i « giurecon­
sulti » (Grozio, Pufendorf, Barbeyrac, Burlamaqui}
e con i « politici » (gli antichi, Machiavelli, Bodin,
Hobbes, Locke, Jurieu, Montesquieu). I loro nomi
compaiono sempre più spesso sotto la penna di Rous­
seau dal 1 753 in poi, e le sue riflessioni sul « diritto
politico » non si possono intendere senza a�er pre-

2 Discorso sull'ineguaglianza; SP, I, 130, 142.

29
senti le posizioni dottrinali contro le quali la sua
critica è rivolta. Si rammenti la testimonianza circa
la sua passività di lettore, intento in gioventù ad
accumulare « un magasin d'idées » 3• Negli anni crea­
tivi, · quest'atteggiamento s'inverte. Rousseau prende
le distanze dai suoi autori. Reagisce, critica, · elabora
una propria verità ed un diverso modello di società,
che oppone alle teorie dominanti. Più o meno espli­
citamente, trattando di eguaglianza, stato di natura,
diritto di natura, sovranità, patto sociale, prende
posizione nelle controversie aperte tra i grandi giu­
snaturalisti o i loro epigoni, esprime idee innova­
triei nella fraseologia corrente in seno alla scuola.
La sua polemica contro l'ideologia media degli enci­
clopedisti si precisa, nella misura in cui gli enciclo­
pedisti sono adepti del giusnaturalismo. Certe malac­
corte « riduzioni » della teoria politica rousseauiana
alle sue << fonti » si concludevano nell'accusa di scarsa
originalità o d'incoerenza. Ma il difetto ricade . sugli
interpreti di un tempo. Una ricostruzione più attenta
delle letture di Rousseau ha posto in luce da un lato
l 'indole conflittuale del suo rapporto con il giusna­
turalismo, d'altro lato la piena coerenza razionale del
suo sistema. La difficoltà di un'analisi corretta nasce
dall'alternanza di consensi o dissensi parziali - che
non si potranno qui indicare in dettaglio - con i
·

suoi autori.
In generale, rispondendo al quesito sull'origine
della diseguaglianza, Rousseau pone in discussione
talune premesse teoriche di Grazio, Pufendorf, Locke,
Burlamaqui, e ne rifiuta gli sviluppi dottrinali; pole­
mizza contro Hobbes, ma non rinunzia a taluni spunti
hobbesiani. Contaminando spunti e premesse, elabora
un'ipotesi largamente autonoma e alternativa. Nella
misura in cui rifiuta il patto sociale iniquo cosl come
era stato teorizzato dai suoi predecessori, non si limita
a denunziare l'ineguaglianza sociale, ma demistifica

3 Confessions, VI ; OC, l, 237.

30
la dottrina: ossia l'ideologia della « legge di natura >>
che giustificava tale ineguaglianza sul piano del di­
ritto. Al di là delle molteplici implicanze e digres­
sioni, è questo il vero nucleo teorico del second()
Discorso. È la pars destruens della teoria politica
rousseauiana, che precede cronologicamente e logica­
mente le proposte costruttive del Contratto sociale.
Fin dall'esordio del Discorso sull'ineguaglianza è
nettamente respinta la fictio corrente in differenti
versioni tra i teorici del giusnaturalismo: uno « stat()
di natura » nel quale gli . esseri umani si immagina­
vano già pienamente razionali, liberi, autonomi,
eguali, ignari di ogni potere o coercizione sociale.
Rousseau si differenzia profondamente dai suoi au­
tori, sia nel dare un contenuto opposto all'astrazione
dello « stato di natura » e nell'immaginare in con­
creto il comportamento dell'uomo preistorico, sia nel
descrivere le molteplici crisi di trapasso dalla prei­
storia alla società civile e l'evoluzione della natura
umana nel contesto sociale. Secondo Locke, Pufen­
dorf, Burlamaqui, l'uomo « naturale » - quest'astra­
zione - era un essere già razionale, dominato e
guidato in tutto il suo agire dalla recta ratio, da una
legge di natura iscritta nel suo cuore da Dio stesso.
Questa legge invariabile e sovrastorica gli insegnava
a non ledere i diritti altrui e a vivere in pace con i
· propri simili. Si fondono in questa concezione i pre­
supposti del diritto romano e i suggerimenti del neo­
stoicismo, molto diffusi nel secolo XVII, e la ver­
sione razionalizzata e secolarizzata dell'« ottimismo »
teologico d'origine sociniana, del quale Locke e Pu­
fendorf erano seguaci. Opposta a questa si presen­
tava a Rousseau la costruzione « pessimista » di
Hobbes, contro la quale teologi, politici e filosofi
non avevano cessato di polemizzare per quasi un
secolo. Nel Leviathan l'uomo è descritto come un
essere debole, pauroso, e insieme aggressivo, violento.
egoista: donde la ferocia dei rapporti sociali e la
lotta implacabile, che assimilano lo stato di natura

31
:allo stato di guerra. La legge di natura, in quest'altra
.dimensione del giusnaturalismo, non è che il princi­
pio egoistico dell'autoconservazione.
Sia nell'una che nell'altra versione la stipulazione
del patto sociale, concepita come un fatto storico o
no, significava l'uscita dallo stato di natura e l'instau­
razione di un ordine politico, ma con caratteristiche
profondamente diverse. Nella prospettiva lockiana del
Secondo trattato sul governo il patto interviene sem­
plicemente a sanzionare con una manifestazione di
.consenso le buone inclinazioni dell'umanità primi­
tiva, contrastare talune forze disgregatrici, assicurare
l'appropriazione della terra. Di qui l'arricchimento
dei singoli e l'istituzione dello Stato che li protegge,
garantendone la libertà, la vita, i possessi. Nella teo­
ria hobbesiana invece il patto pone termine al bellum
-originario, istituisce un potere « forte » , capace di far
rispettare una ferrea legge di pace ai « lupi » umani.
Anche per Hobbes il patto è un atto consensuale,
ma il consenso è sollecitato necessariamente dall'istin­
to di autoconservazione e dall'impossibilità di soprav­
vivere nell'universale ostilità di tutti contro tutti.
Su questi autori Rousseau pronunzia articolati
giudizi storico-politici. Dal punto di vista strettamente
giuridico-formale rivolge loro un'obiezione comune.
Il dibattito corrente circa la legge di natura è con­
traddittorio perché si fonda su un artificio : la proie­
zione, nel passato, di analisi morali e di modelli so­
dali che rispecchiano l'umanità contemporanea. Cosl
l'idea di legge di ·natura esposta nei « libri scienti­
fici » di Grazio, Locke, Pufendorf, Burlamaqui, è
un'astrazione « metafisica » , un « qualcosa che è im­
possibile intendere, e quindi osservare, senza spic­
-cate capacità di ragionamento e senza una profonda
metafisica » 4• Come potevano i primitivi possedere
la chiarezza intellettuale necessaria per distinguere il
giusto dall'ingiusto, il buono dal cattivo, e cosl via?

4 Discorso sull'ineguaglianza; SP, I, 133-4.

32
Non è questo il prodotto di un raffinamento intellet­
tuale che si sviluppa « solo a tica e nel­
l'ambito di pochissime persone in
stessa »? Astrazione filosofica è
natura, cui « tutti i filosofi hanno
di risalire », ma al quale « nessuno è
Rousseau individua con estremo acume il
ideologico di questi concetti, costruiti sulla
dell'umanità moderna, utilizzati dai
dai compilatori dell Encyclopédie per giustificare uno
'

stato di cose esistente. Rifiutando consapevolmente


i modelli di società concorrenziale e possessiva dise­
gnati da Hobbes e Locke, rovescia anzitutto il loro
metodo : anziché giustificare la società presente in
base alla /ictio di uno stato di natura, duplicato più
o meno identico di questa società, si propone di
porre sotto accusa la società presente a partire da
un'ipotesi circa · l'autentica umanità primordiale -
lo stato di natura quale realmente fu - e di rico­
struire per successive approssimazioni il processo
evolutivo per cui, a partire da una sostanziale egua­
glianza « morale », se non « fisica », si è giunti alle
profonde diseguaglianze che dividono gli uomini mo­
derni.
Cosl, al metodo « analitico » dei teorici del di­
ritto naturale si contrappone il metodo « genetico »
- è stato detto anche « dialettico » - capace di
fissare le singole fasi del processo di « estraneazione »,
per cui l'uomo è caduto dal paradiso perduto della
pura natura agli inferi della società di diseguali. I
filosofi, « parlando senza posa di bisogno, di avidità,
di oppressione, di desiderio, di orgoglio, hanno tra­
sferito nello stato di natura idee prese dalla società:
parlavano dello stato selvaggio, e dipingevano l'uomo
civilizzato » 6 • Il metodo rousseauiano mira a capo­
volgere questo tipo di analisi, a conoscere la « na-

5 lvi, 139.
6 lvi, 139 .

33
tura » originaria dell'uomo: il che è possibile sol­
tanto tracciando « congetture » o « ipotesi » di la­
voro analoghe a quelle che usano fisici e geologi per
interpretare i dati dell'esperienza.
Hobbes e Locke avevano tentato, ciascuno a suo
modo, di applicare allo studio della società i criteri
descrittivi, analitico-sintetici, che avevano avuto suc­
cesso nello studio della natura, soprattutto in mec­
canica, fisiologia e « filosofia corpuscolare » . Rousseau
si richiama piuttosto ai nuovi orientamenti storico­
genetici, ormai affermatisi in geologia e in zoologia
grazie agli « Aristoteli e Plinii dei nostri tempi >) . I
tentativi settecenteschi di ricostruire la storia della
Terra, i primi accenni di biologia trasformista, ebbe­
ro in lui un osservatore attento. Nel circolo degli
enciclopedisti questi temi erano all'ordine del giorno:
vari articoli del grande dizionario, i primi scritti filo­
sofici di Condillac e Diderot offrono interessanti ter­
mini di paragone in tal senso. Entrambi questi scrit­
tori rielaborarono e commentarono spunti della gran­
de opera di Buffon, l 'Histoire nature/le générale et
particulìère ( 1749 sgg.); Rous:;eau vi attinse a sua
volta una quantità di osservazioni generali circa l'uo­
mo « fisico », e, curiosamente, anche circa l'uomo
« metafisica e morale >) . Gli furono soprattutto pre­
ziosi i dati antropologici e le considerazioni metodo­
logiche che contraddicevano l'astratta concezione del­
lo « stato di natura » e dell'<( uomo di natura >) cor­
rente presso i giusnaturalisti. I passi dell Histoire
'

naturelle direttamente citati nelle note del Discorso


rivelano senza equivoco tale debito, che risulta anche
più ampio se si considerano attentamente certe no­
zioni-chiave. Buffon conduce la sua descrizione della
specie umana e delle specie animali sulla base di
copiose informazioni anatomiche, fisiologiche, etnolo­
giche; pone a più riprese il quesito del rapporto tra
uomo e animali, inclusi nella (( grande catena del­
l'essere », sottolineando analogie e differenze sia sul
piano dell'anatomia comparata, sia dal punto di vista

34
psico-fisiologico. L'uomo rientra nel regno animale,
ma gode d'altra parte di una « assoluta superiorità
di natura » sulle bestie. Il segreto della sua « per­
fettibilità » è celato, se non nell'evoluzione biolo­
gica, nella storia della specie: nel descrivere la con­
quista della Terra da parte dell'homo sapiens, Buffon
risale ai « primi tempi », allorché gli animali erano
tutti « indipendenti » tra loro, e l'uomo « criminale
e feroce, non era in grado di addomesticarli ». Sol­
tanto la formazione della società ha reso possibile la
sua vittoria:

L'uomo deriva il suo potere dalla società, e grazie


ad essa ha perfezionato la sua ragione [perfectionné sa
raison ] , esercitato il suo spirito e unificato le proprie
forze. Prima era forse l'animale più selvaggio e meno
terribile di tutti: nudo, senz'armi né riparo, la terra non
era per lui che un grande deserto popolato di mostri,
dei quali era spesso preda [ ] Ma quando, con il pas­
... .

sar del tempo, la specie umana si estese, si moltiplicò


e si diffuse, e grazie alle arti e alla società l'uomo poté
muovere alla conquista dell'universo, fece retrocedere a
poco a poco le bestie feroci e purgò la terra dagli ani­
mali giganteschi, di cui ritroviamo ancor oggi gli enormi
scheletri [ ] 7.
...

Erano temi largamente diffusi tra geologi, natu­


ralisti e studiosi di antichità (basti pensare ai << be­
stioni » vichiani); certo, per affinità o per contrasto,
Rousseau trasse un vivo stimolo da queste pagine,
che inserivano la storia dell'umanità entro una grande
vicenda cosmica e geologica, dipingevano l'uomo an­
zitutto come un essere « fisico », moltiplicavano le
considerazioni di anatomia e fisiologia comparata in
rapporto all'intera scala zoologica: tutto un mondo
calato nel tempo, ben più vivo e concreto del con-

. 7 Buffon, Histoire naturelle générale et particulière, Pa-


m 1749 sgg.; Histoire naturelle des animaux domestiques,
t. IV ( 1753 ), 172·3.

35
venzionale « stato di natura » dei giureconsulti. Buf­
fon tracciava o suggeriva un processo di sviluppo
reale, in antitesi alle loro pallide astrazioni concet­
tuali. Non che fosse un materialista dichiarato; si
preoccupava, al contrario, di riaffermare con grande
solennità la distinzione cartesiana tra anima e corpo;
sulla spiritualità dell'anima umana fondava l'argo­
mento decisivo per sanzionare la superiorità dell'uo­
mo rispetto agli altri animali, incapaci di « perfezio­
narst » :

Sembra certo che gli animali siano incapaci di formare


l 'associazione delle idee donde nasce la riflessione, che
è l'essenza del pensiero; non pensano e non parlano
perché non possono connettere alcuna idea, e per la
medesima ragione non inventano né perfezionano nulla.
Se fossero dotati di capacità riflessiva anche in grado
modesto sarebbero capaci di qualche progresso, acqui­
sirebbero qualche industria, i castori di oggi costrui­
rebbero con più arte e solidità dei primi castori, l'ape
perfezionerebbe ogni giorno la cellula che abita [ . .. ] .
A noi occorre molta riflessione, tempo e abitudine per
perfezionare la più modesta delle nostre arti 8•
·

Capacità di « perfezionarsi » dell'uomo, incapa­


cità di progresso degli animali: un'eco precisa di
queste definizioni si trova in un passo capitale del
secondo Discorso, dove Rousseau differenzia l'uomo
dalle altre specie per la sua qualità di « agente li­
bero », e contrappone la « perfettibilità )> umana alla
stasi e all'inerzia· degli animali. La « cultura )> - si
direbbe in termini moderni - ha tuttavia caratte­
ristiche ambivalenti. La « perfettibilità », che è la
molla del progresso, non implica un univoco giudizio
di valore; ma è « fonte di tutti i malanni dell'uomo »,
poìché genera contemporaneamente « la sua · intelli­
genza e i suoi errori, i suoi vizi e la sua virtù )> .

B lvi, t. II, 441. (Corsivi miei.)

36
La prima parte del Discorso sta dunque sotto l a
suggestione diretta dell'Histoire naturelle di Buffon,
autorità che merita il rispetto dei filosofi per la sua
« ragione solida e sublime ». Rousseau vi si ispira
riguardo all'origine monogenica delle razze umane,
all'analogia anatomica tra uomo e primati, al loro
antagonismo, agli stati di sogno e di veglia; para­
frasa addirittura Buffon a proposito delle malattie
che insidiano l'uomo civile, della durata della vita,
del nesso tra « bisogni » e « passioni » nello sviluppo
della ragione 9 • Tuttavia il Discorso non mostra una
adesione pedissequa al testo di Buffon; vi si nota
piuttosto una critica immanente, dalla quale emerge
una riflessione originale. Sostanzialmente, << scavando
fino alla radice », distruggendo « antichi errori e in­
veterati pregiudizi », Rousseau pone a confronto la
dottrina metastorica del diritto naturale e la nascente
« storia naturale », proiettata nel tempo e nutrita di

embrionali motivi << trasformistici ». Alla concezione


giusnaturalista di un'umanità sempre eguale a se
stessa, di una recta ratio nata già matura e conte­
nente tutti i precetti della legge di natura, contrap­
pone l'ipotesi di un processo estremamente lungo e
differenziato nel tempo. · I suoi punti di riferimento
sono la tradizione anti-creazionista legata al quinto
libro di Lucrezio, le leggende plurisecolari concer­
nenti l 'homo sylvestris, i racconti dei viaggiatori che
descrivevano vita e cultura degli Ottentotti, dei Ca­
cibi, degli indiani d'Oriente e d'America. Cosl la
leggenda del << buon selvaggio », vecchia ormai di
due secoli nella cultura europea, e i suggerimenti dei
<< fisici » o geologi recenti, si saldavano nel tratteg­
giare un'embrionale science de l'homme articolata nel
tempo. Gli aspetti « antropologi » del secondo Di­
scorso e le connesse analisi linguistiche - ispirate
dal Condillac e riprese con maggior larghezza di

9 Discorso sull'ineguaglianza, note B e D; SP, I, 207,


210 e passim.

37
particolari nell Essai sur l'origine des langues
' -

hanno attratto l'attenzione degli antropologi e lin­


guisti recenti, che vi hanno scorto uno dei momenti
più significativi della polemica anti-eurocentrica con­
dotta da vari philosophes, e un suggestivo inizio di
riflessione storico-sociologica sullo sviluppo del lin­
guaggio.

IV. IL PATTO INIQUO

Si è accennato a taluni suggerimenti di autori


contemporanei, sui quali Rousseau meditò a fondo.
La sua analisi dell'uomo « morale » appare elaborata
e sfumata con tonalità più soggettive. I primitivi
erano esseri infra-umani, amorali o premorali; la
moralità è in funzione della ragione, dell'associazione
civile, della legge. Ecco un altro aspetto della pole­
mica contro i giusnaturalisti e contro Hobbes. La
« benevolenza )> o « socievolezza )> (sociabilitas, socia­
bilité) dei primi, l'egoismo e l'aggressività del secon­
do, non sono per Rousseau dati originari dell'uomo
naturale. Il quale prova soltanto un « amore di sé ))
congiunto a « compassione » : ossia un istinto vitale
primordiale, che esige l 'autoconservazione dell'indi­
viduo e attribuisce agli altri individui questo stesso
impulso di sopravvivenza. Di qui la << pietà )> che il
primitivo prova rispecchiandosi nelle altrui sofferenze,
la « repugnanza )> di nuocere ai suoi simili e di ve­
derli soffrire. « Da questi due principi, senza che sia
necessario ricorrere a quello della socievolezza natu­
rale, sembrano derivare tutte le regole del diritto
naturale )); beninteso, un diritto naturale innato, grez­
zo, non interiorizzato come corpus dottrinale, e desti­
nato a evolversi insieme con l'uomo stesso. Rousseau
sottolinea con energia la differenza · tra la pietà e
compassione spontanea del suo uomo di natura e la

38
sociabilitas dei filosofi. In un'immagine ricca d'effetto
contrappone lo spontaneo altruismo del « selvaggio »
alla fredda indifferenza del « filosofo » 1• La cultura,
la meditazione, il ragionamento sono contro natura:
« L'uomo che medita è un animale depravato ». La
filosofia inaridisce l'animo, estirpa gli istinti, trasfor­
ma in chiusura egoistica l'innocente « amore di sé » ,
che, tralignando, diventa « amor proprio » .
Molti anni più tardi Rousseau attribuirà all'in­
fluenza malefica dell'amico Diderot quest'immagine
del filosofo e le altre frasi più sconcertanti del Di­
scorso. Non è facile verificare la cosa, in un testo
cosl decisamente polemico proprio nei confronti dei
philosophes. Voltaire lo postillò con acredine, lo de­
finl un « libello contro il genere umano » e ironizzò,
scrivendo all'autore: « È impossibile dipingere con
colori più energici · gli orrori della società umana.
Nessuno ha usato tanto ingegno per ridurci a bestie:
viene voglia di camminare a quattro zampe leggendo
il vostro libro » 2• Palissot non si lasciò sfuggire lo
spunto, e mise « a quattro zampe » Rousseau in una
farsa che ebbe successo a Parigi qualche anno più
tardi. L'interpretazione banale di non pochi lettori
contemporanei ridusse la tesi rousseauiana alla pro­
posta di un ritorno alla barbarie. Eppure Rousseau
aveva chiaramente avvertito che non riteneva possi­
bile « tornare a vivere nelle foreste con gli orsi » ,
che la natura umana non è « retrograda » , e soprat­
tutto che lo stato di natura era per lui una nozione­
limite puramente ipotetica, una specie di termine

1 (( A turbare i sonni tranquilli del filosofo e a strap­


parlo dal suo letto sono rimasti solo i pericoli che minacciano
la società intera. Si può impunemente sgozzare il suo simile
sotto la sua finestra; non ha che da tapparsi le orecchie
con le mani e farci sopra un bel ragionamento per impedire
alla natura che si rivolta in lui di farlo identificare con la
vittima )), Discorso sull'ineguaglianza, SP, I, 164.
2 Voltaire a Rousseau, 30 agosto 1755; ma si veda anche
la replica di Rousseau, entrambe in CG, II, 203 sgg.

39
di paragone: « Uno stato che non esiste più, che forse
non è mai esistito, che probabilmente non esisterà
mai, e del quale tuttavia bisogna avere nozioni giuste
per giudicar bene del nostro stato presente » 1•
I singoli sviluppi concernenti la formazione della
sensibilità, della conoscenza intellettuale, del linguag­
gio, degli istinti associativi, rielaborano originalmente
spunti gnoseologici e psico-fisiologici tratti ancora da
Buffon, Diderot, Condillac. Non vanno intesi come
enunciati speculativi formulati in vista di una teoria
della conoscenza, ma come tentativi di ricostruzione
del lungo processo di sviluppo che sottende la
struttura della società moderna. Il punto di vista
antropologico serve a illustrare il processo di estra­
neazione donde è sorta la diseguaglianza civile. L'in­
tervento della provvidenza divina è escluso, perché
tale processo è attribuito all'uomo stesso, non come
una « colpa » originale che si tramandi ereditariamen­
te, ma come un effetto della fragilità umana e del caso.
La soluzione « laica » e « sociale » del problema della
teodicea è già inclusa nella tesi centrale · del Discorso.
Il che non implica affatto un abbandono, neppure
temporaneo, delle ispirazioni religiose, chiaramente
presenti in testi contemporanei come la prefazione
al Narcisse. Ed è la soluzione della questione della
teodicea che spiega l'insistenza di Rousseau sul libero
arbitrio umano, sull'intervento del « caso » nella serie
continua degli accadimenti, vista come un « concorso
fortuito di parecchie cause esterne che potevano an­
che non verificarsi mai e senza le quali l'uomo sa­
rebbe rimasto eternamente nella sua condizione pri­
mitiva » 4• In questo modo Dio viene « discolpato >>
da qualsiasi sospetto di concorso nel male : ha creato
l'uomo « buono », non ha favorito né predisposto la
sua caduta, non l'ha cacciato dal paradiso terrestre.
Ciò equivaleva a smitizzare il peccato di Adamo ed

l Discorso sull'ineguaglianza; SP, I, 1 3 1 .


4 lvi, 171.

40
a razionalizzare il racconto biblico. n . pessimismo
storico di Rousseau ha un preciso contrappunto nel
suo ottimismo morale e metafisica. La denunzia del­
l'ineguaglianza implica un'alternativa: la possibilità
di redimere l'uomo e la società.
La seconda parte del Discorso è straordinaria­
.

mente densa. Ritmo e tempo aderiscono senza scarti


alle successioni tematiche. Dopo un esordio clamo­
roso - l'immagine del primo uomo che recinge la
proprietà, precipitando l'umanità nel suo lungo dram­
ma - il tono è dapprima pacato, poi sostenuto, dram­
matico, poi analitico, obiettivo e disteso, per diven­
tare sempre più intenso e incalzante nel climax con­
clusivo. Una precisa linea ascendente conduce il let­
tore dall'analisi antropologica dell'umanità preistorica
all'analisi politica dell'umanità civilizzata, alla denun­
zia del patto ingiusto, della successione delle forme
di dominio e di sfruttamento. L'antitesi tra natura
e cultura non è più moralistica e grezza come nel
primo Discorso, ma si configura come l'esito di com­
plesse mediazioni concettuali.
Le cognizioni moderne riguardo alle culture prei­
storiche - paleolitico, neolitico, bronzo, ferro, e le
subclassificazioni correnti tra gli specialisti - non
debbono deformare l'interpretazione del testo sette­
centesco né per difetto né per eccesso. La tentazione
di considerare Rousseau un precursore perspicace può
essere altrettanto fuorviante quanto la sufficienza di
chi lo valuti, alla luce della scienza del poi, come un
autore che non ha più nulla da suggerirei. L'ermeneu­
tica orientata verso il presente - si tratti di prei­
storia o di scienze umane - è generalmente effimera.
Una lettura corretta deve invece render conto del­
l'intero disegno, che rispecchia controversie vive al­
lora, e organizza intuizioni sparse in una trama coe­
rente. Rousseau, descritta la dispersione originaria
degli individui umani nell'improbabile « stato di na­
tura » , fa subentrare (ed è la vera origine storica della
società) la fase della caccia e della pesca. Invenzione

41
delle armi, addomesticamento degli animali, cottura
del cibo, sono momenti di un'evoluzione che va verso
la formazione di gruppi umani prima effimeri, poi
durevoli. È la prima « rivoluzione »: famiglia, pro­
prietà, sviluppo del linguaggio e dei sentimenti, feste,
segnano l'uscita dalle tenebre dello stato di natura e
la creazione di una « società naturale ». Nonostantè
le « vendette terribili » che vi si praticano a causa
delle passioni amorose o possessive, è questo ancora
un « juste milieu », un'età felice ed equilibrata che
sarebbe stato bene conservare per sempre 5• È la con­
dizione attuale dei « popoli selvaggi a noi noti » at­
traverso le relazioni dei viaggiatori.
Si possono variamente giudicare le diacronie rous­
seauiane, tracciate secondo criteri astratti e generali
che non hanno alla loro base alcuna prova sperimen­
tale, alcun reperto paletnologico. Ma vanno viste in
funzione della tesi principale . . Occorre seguire mo­
mento per momento l'analisi del processo di ripie­
gamento e sdoppiamento della coscienza dovuto alla
manipolazione dei prodotti, al lavoro, al linguaggio,
ai . rapporti interumani, alla crescita dei bisogni e
delle ambizioni, alla tecnologia ed alla specializza­
zione. Il contatto pratico con le cose, i bisogni, la
produzione di oggetti, la divisione del lavoro svilup­
pano tutte le facoltà umane: memoria, immagina­
zione, amor proprio, stima degli altri, rapporti di
sottomissione e sopraffazione, inganno reciproco, am­
bizione, « concorrenza e rivalità da un lato, conflitto
d'interessi dall'altro, e sempre il desiderio nascosto
di fare il proprio interesse a spese degli altri » 6•
L'interdipendenza tra « interno » ed « esterno »,
eventi economici e modificazioni psicologiche, prassi
e giudizi di valore, si può anche leggere come un
abbozzo di teoria della conoscenza « materialistica »,
se ci si riferisce alla tematica baconiana cosl presente

s lvi, 179-80.
6 lvi, 185.

42
a Diderot e documentata da numerosi articoli dei
primi volumi dell'Encyclopédie; non si vuoi
intendere l'esclusione dell'anima i'rnrn� L'ana-
lisi della « diseguaglianza nascente »
mento culminante nel processo di acc:unmln�
la ricchezza sociale che segue l'invenzione
tallurgia, dell'agricoltura e la difesa giuridica
proprietà privata. Di qui la rapina e la ·

sfrenata dei ricchi a danno dei poveri: <( La rottura


dell'eguaglianza fu seguita dal più spaventoso disor­
dine [ . ] . La società in sul nascere fece posto al più
. .

orribile stato di guerra » 7 • Il riferimento al bellum


di Hobbes è esplicito: la sua descrizione dello stato
di guerra concerne non le origini remote, ma le so­
cietà avanzate. Il patto sul quale queste si fondano
non · è che l'istituzione e organizzazione legale della
violenza mediante il consenso, estorto con l'astuzia.
Ecco il <( progetto più avveduto che sia mai venuto
in mente all'uomo: usare cioè a proprio vantaggio
le forze stesse che lo attaccavano, fare dei propri
avversari i propri difensori, ispirare loro altre mas­
sime e dar loro altre istituzioni che gli fossero favo­
revoli quanto il diritto naturale gli era contrario » 8 •
Una formulazione ancor più incisiva e demistifi­
cante del patto iniquo si legge nella voce Economia
politica 9• Marx la fece propria nel Capitale; Engels
interpretò a sua volta l'analisi delle forme di sfrut­
tamento economico-politiche che concludono il Di­
scorso in termini di dialettica marxiana: <( La dise­
guaglianza si muta a sua volta in eguaglianza, non

7 lvi, 186.
8 lvi, 187.
9 « Riassumiano in quattro parole il patto sociale fra i

due stati [ricchi e poveri ] : Voi avete bisogno di me, perché


io son ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra
noi: permetterò che abbiate l'onore di servirmi a patto che
mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi
prenderò dandovi degli ordini )), SP, I, 3 1 1 ; cit. da K. Marx,
Il Capitale, I, sez. 8, cap. 30.

43
però nell'antica eguaglianza naturale degli uomini pri­
mitivi privi di linguaggio, ma in quella più elevatl!
del contratto sociale. Gli oppressori vengono oppressi.
È la negazione della negazione. Qui abbiamo dun­
que, già in Rousseau, non solo un corso di idee che
è perfettamente eguale a quello seguito nel Capitale
d i Marx, ma, anche nei particolari, tutta una serie
di quegli stessi sviluppi dialettici di cui si serve
Marx: processi che per loro natura sono antagoni­
stici, contengono in sé una contraddizione, il con­
vertirsi di un estremo nel suo contrario e final­
mente, come nocciolo del tutto, la negazione della
negazione » 10• L'accostamento è importante, ed ha
avuto fortuna nella scolastica dottrinaria del marxi­
smo. Ma non si deve dimenticare che Engels scrisse
queste parole a fini polemici. Ogni lettura del se­
condo Discorso condotta secondo la sua indicazione
non può non risultare prepostera e falsare radical­
mente il nesso storico Rousseau-Marx. È un rischio
al quale si può sfuggire tenendo presenti due ele­
menti essenziali: l ) Rousseau criticava in primo luogo
un'ideologia, il giusnaturalismo, che per Marx aveva
un rilievo ormai s-econdario; 2) Rousseau aveva una
concezione pessimistica, non veramente « dialettica »
( in senso hegeliano), della storia umana. A queste
differentiae, fondamentali in sede teorica, si possono
aggiungere considerazioni assai più ovvie, di carat­
tere propriamente storico o metodologico.
Nella parte conclusiva del secondo Discorso la
polemica anti-giusnaturalista di Rousseau diventa
ancor più netta ed esplicita. Essa giova a illuminare
l 'analisi che precede. Se si tenta una ritraduzione
della fraseologia ancora giusnaturalista di Rousseau
in termini non giusnaturalistici si ottiene all'incirca
questo quadro : la struttura della società dell'ancien
régime è sorta dall'impostura, dalla violenza, dalla

IO F. Engels, Antiduhring, . trad. it., Roma 19682, 149.

44
prevaricazione operata dai furbi e dai forti contro
gli onesti e i deboli. Lo Stato garantisce con le leggi
e con le istituzioni lo sfruttamento di questi da parte
di quelli. Il consenso dei governati è estorto me­
diante l'inganno e l'ipocrisia, in nome di un falso
ordine sociale e di una pace che è soltanto sopraffa­
zione. Il mondo morale è sconvolto, tutti i rapporti
umani sono mistificati. Cosl la diseguaglianza artifi­
ciale è spacciata come una condizione « naturale » e
ineluttabile. L'imputato principale in questo processo
è dunque la dottrina che giustifica l'organizzazione
sociale : più precisamente, la teoria tradizionale del
patto sociale. Rousseau mette sotto accusa il corpus
delle teorizzazioni che avevano accompagnato e sor­
retto la crescita della società borghese, laica e pro­
testante in Inghilterra, Olanda, Germania. Queste
teorie avevano sostituito all'autorità di diritto divino,
d'origine feudale, una concezione del potere, della
sovranità e dello Stato fondata sul consenso tra go­
vernati, o tra governanti e governati. La fictio aveva
fornito i loro titoli di legittimità a . Stati pseudo­
democratici provvisti di istituzioni rappresentative,
ma dominati in realtà da ristrette élites di privile­
giati. Grazio, Pufendorf, Hobbes, Locke e altre
« persone pagate » avevano legittimato la presa del
potere da parte della borghesia commerciale dopo le
guerre di religione; in Inghilterra, modello di Stato
rappresentativo per Montesquieu, il << consenso » si
fondava in realtà sull'antagonismo tra uomini d'af­
fari, sulla competizione legata all'economia di mer­
cato, sulla conseguente necessità di una struttura
« liberale » dello stato. I dottrinari della scuola gius­
naturalistica, usi a « examiner le droit par le fait » ,
ossia a travestire in formule astratte le condizioni
concrete, non avevano fatto altro che giustificare di­
versi modelli di società competitiva, possessiva, indi­
vidualistica, camuffata sotto i grandi ideali della
libertà e della tolleranza, laddove però la gestione

45
del potere era riservata all'élite degli abbienti o dele­
gata al sovrano 1 1 •
Criticando quelle legittimazioni, Rousseau finiva
per coinvolgere nella sua denunzia tutta una fase di
sviluppo della società europea. Lo faceva in nome
di un diverso modello di società giusta, capace di
realizzare davvero sulla base del consenso la « legge
naturale ». Abbandonava cosl il giusnaturalismo « po­
sitivistico » dei suoi autori, per affermare, se si vuole,
i principi di un giusnaturalismo « normativa » che
proiettavano in avanti la realizzazione della giustizia
sociale. Vanno intese in questo senso sia le sue pro­
teste contro le contraddizioni insanabili dei « libri
scientifici » riguardo al concetto di diritto o legge
naturale, sia la persistenza dell'espressione stessa nella
sua terminologia 12• Rousseau distingue due « livelli »
del diritto naturale: un diritto naturale « propria­
mente detto )) o innato, che coincide con l'inclina­
zione originaria del primitivo alla pietà e alla conser­
vazione di sé; e un diritto naturale « ragionato », che
emerge dalla meditazione critica del filosofo 13•
Sicché, nonostante il persistere della terminologia
usuale, si può dire che in Rousseau non v'è alcun
compromesso con i presupposti teorici correnti nella
scuola del diritto naturale. Il suo « diritto naturale
ragionato » non è che una metafora, che designa in
realtà qualcosa di assolutamente « innaturale », o di
« convenzionale »; ossia un complesso di norme o

Il Si veda per tutto questo l 'analisi innovatrice di C. B.


Macpherson, The Politica! Theory of Possessive Individua·
lism: Hobbes to Locke, Oxford 1962 ( trad. it., Libertà e
proprietà alle origini del pensiero borghese, Milano 1973 ).
12 Ad es. in Discorso sull'ineguaglianza, SP, I, 188,
205 e passim; Contratto sociale, II, IV; SP, II, 106; Lettere
dalla montagna, VIII; SP, III, 40. Per la distinzione tra
giusnaturalismo « positivistico » e « normativo », cfr. N. Bob­
bio, Da Hobbes a Marx, Napoli 1965.
13 Manoscritto di Ginevra, II, lV; SP, II, 55.

46
valori elaborati nel tempo dalla ragione umana nel
corso del suo « perfezionamento ». Sia questo un ri­
sultato della decadenza, o un valore positivo, Rous­
seau non dubita che in prospettiva la realizzazione
della giustizia debba ispirarsi a convenzioni pura­
mente umane, al « diritto naturale ragionato >> . Di
qui l'abbandono del provvidenzialismo cristiano alla
Bossuet, la laicizzazione del processo storico 14, la
netta distinzione tra l'ordine « divino >> della natura
e i rapporti interumani:

Ciò che è bene e conforme all'ordine è tale per natu­


ra delle cose, indipendentemente da ogni convenzione
umana.
La giustizia · viene sempre da Dio, sua unica fonte,
ma, se sapessimo riceverla tanto dall'alto, non avremmo
bisogno né di governo né di leggi [ . . ]. A considerare
.

umanamente le cose, mancando una sanzione naturale,


le leggi della giustizia sono vane tra gli uomini [ . . . ].
Occorrono dunque delle convenzioni e delle leggi per
unire i diritti ai doveri e per ricondurre la giustizia al
suo oggetto IS.

Ma « convenzioni >> e « leggi » debbono essere


create mediante un consenso autentico, un accordo
tra libere volontà. Le leggi di natura cui si appella­
vano . i teorici del diritto naturale non erano che una
mistificazione del consenso, il risultato di uno pseudo
consenso tra volontà di schiavi. Soltanto la distru­
zione del privilegio e l'eguaglianza possono dar luogo
a « nuove associazioni », fondate sull'equità, sulla
retta ragione e sui costumi virtuosi: ossia, nel lin­
guaggio del Contratto sociale, sulla « volontà gene­
rale ».

14 Si veda infra, cap. IX.


15 Manoscritto di Ginevra, II, IV; SP, Il, 52-3.

47
V. LA VOLONTÀ GENERALE

Tra le questioni, più dibattute della filologia rous­


seauiana sono l'evoluzione cronologica e la matura­
zione concettuale interna che si notano nei testi
politici composti tra il 1754 e il 176 1 : l'articolo
Economia politica, l'abbozzo detto Manoscritto di
Ginevra e i frammenti politici, il Contratto sociale.
I primi due sono anticipazioni o saggi frammentari
delle Institutions politiques, progettate fin dal 17 50,
riprese attorno al 1 756, e mai compiute. Rousseau
rinunziò al progetto, e pubblicò il Contratto come
punto d'arrivo e stralcio parziale, ma definitivo, delle
sue riflessioni sulla società e sullo stato 1 • Nella sua
apparente chiarezza e semplicità, il Contratto è una
delle opere più fraintese e controverse nella storia
del pensiero politico: a parte le deformazioni inten­
zionali e le letture erronee, non è affatto agevole
comprendere questo stadio finale della teoria politica
rousseauiana, se si trascura di ricostruirne - attra­
verso l'analisi dei testi precedenti - gli stadi inter­
medi. Ciò è possibile soltanto in parte, per ragioni
obiettive: dal punto di vista strettamente cronolo­
gico, si può tener conto delle date di pubblicazione
della voce Economia politica (nel volume V del­
l'Encyclopédie, novembre 1 755) e del Contratto so­
ciale (pronto nell'agosto 1 7 6 1 , apparso nel 1 762).
Ma questi termini a quo e ad quem non soccorrono
molto, perché i singoli testi si presentano, per cosl
dire, come mosaici composti con tessere a volte iden­
tiche, e tutte di datazione incerta. Cosl tra la voce
Economia politica e il Manoscritto di Ginevra si
notano sia coincidenze testuali, sia divergenze con­
cettuali; a sua volta, il Contratto è un rimaneggia­
mento di gran parte del Manoscritto di Ginevra.

l Confessions, IX; OC, I, 405.

48
Questo rappresenta dunque, insieme con gli altri
frammenti, una fase intermedia, fluida: ma ogni al­
tro tentativo di datazione e di interpretazione resta
inevitabilmente sul piano delle ipotesi.
È possibile seguire tuttavia la maturazione del
pensiero di Rousseau almeno in un caso di capitale
importanza: riguardo al concetto di volontà generale.
Qui' il punto di riferimento preciso è offerto da Di­
derot. Il direttore dell'Encyclopédie aveva fornito
« utili consigli » a Rousseau per il secondo Discorso 2•

La collaborazione intellettuale e l'amicizia tra i due


uomini, ancora intensa nel 1755, entrò in crisi nel
1757. Alla vicenda biografica corrisponde una svolta
teorica: nella voce Economia politica si legge un rin­
vio di consenso alla voce Diritto naturale di Diderot,
pubblicata nel medesimo volume dell'Encyclopédie.
Un importante capitolo del Manoscritto di Ginevra
confuta invece minutamente l'articolo di . Diderot.
Diderot rappresenta dunque il polo dialettico, il
« reagente » rispetto al quale Rousseau precisò le
sue tesi anti-giusnaturalistiche, soprattutto riguardo
al concetto di volontà generale. Tuttavia lo sviluppo
polemico non appare lineare. Dopo il secondo Di­
scorso, la voce Economia politica può sembrare esi­
tante, come se Rousseau, scrivendo per I'Encyclopé­
die, si preoccupasse di smussare e temperare i toni
della sua critica anti-giusnaturalistica. Ma la preoc­
cupazione, anche se c'era, non mutò il suo atteggia­
mento di fondo. Le diversità di vedute tra il secondo
Discorso e la voce Economia politica sono solo ap­
parenti. Diverso è piuttosto l'argomento dei due
scritti : il primo è una diagnosi della degenerazione so­
ciale dallo stato di natura al patto iniquo; il se­
condo - senza contraddire tale diagnosi - disegna
la prognosi del buon governo, la teoria e la pratica
dello stato giusto. In questo senso, Economia poli-

2 Confessions, VIII; OC, I, 389. Cfr. Rousseau a St


Germain, lettera del 26 febbraio 1770; CG, XIX, 252 nota.

49
tica prefigura non poche tesi del Contratto sociale,
a cominciare dal concetto di già
inteso in una prospettiva ben
rente tra i giusnaturalisti. È
sommi capi questa elaborazione
Pufendorf, l'autore costantemente nn-......
seau, aveva descritto l'entrata uommt
stato sociale come un solenne impegno, assunto
ciascuno, di rinunziare una volta per tutte alla
pria volontà particolare, di costituire un corpo so­
ciale, e di sottomettersi alla « volontà positiva di
tutti in generale [ volonté positive de tous en gé­
néral 3 ] ». Tale sottomissione - a un'assemblea o a
un capo eletto - è definitiva, irrevocabile, e si atti­
cola attraverso due « convenzioni » : un pactum unio­
nis e un pactum subjectionis. Ne risulta una volontà
unica. Lo stato è « una persona morale composta, la
cui volontà, formata dall'insieme delle volontà di
molti riunite in virtù delle loro convenzioni, è con­
siderata volontà di tutti in generale [ volonté de
tous généralement ] , ed è autorizzata per questo mo­
tivo a servirsi delle forze e delle facoltà di ciascun
individuo privato per conseguire la pace e la sicu­
rezza comune » 4• Polemizzando contro Hobbes, Pu­
fendorf disegna un assetto gerarchico del potere nato
dalla spontanea sottomissione dei contraenti all'au­
torità da loro stessi prescelta. Il trapasso dallo stato
di natura allo stato sociale è privo di lotta, dominato
dall'equità, dai giuramenti, dalla fedeltà ai patti. · La
« legge naturale » si "prolunga e si realizza senza frat­
ture nelle leggi positive. I bravi cittadini educati al
dovere « comprendono tutta la necessità e l'utilità
del governo civile ». Non mancano certo i malfat­
tori e i ribelli [ esprits méchants et malfaits] che rifiu-

3 S. Pufendorf, Les devoirs de l'homme et du citoyen,


trad. fr. di }. Barbeyrac, Amsterdam 17345, voll. 2, Il, sez.
v, §§ 7-9.
4 lvi, sez. VI, §§ 5 sgg;

50
tano la « volontà generale di tutti »; ma agiscono
per mera insipienza e ignoranza. È sufficiente che il
sovrano impieghi, contro di loro, i mezzi di repres­
sione e di coercizione affidatigli dalla legge 5 •
Nel suo articolo Diritto naturale, Diderot riespo­
se sommariamente questi principi di Pufendorf. Sep­
pe dare, con il suo sapido stile dialogico, ben altra
concisione e più vivo mordente drammatico sia alle sue
obiezione anti-hobbesiane, sia alla formula della « vo­
lontà generale ». Anche Diderot introduce, come Pu­
fendorf, la figura di un « malvagio » (méchant ) anti­
sociale. Costui acquista una precisa veste simbolica:
il suo acume dialettico e il suo senso di equità - pur
nella violenza della passione egoistica - fanrio di lui
il portavoce della politica ferina di Hobbes. Sa illu­
strare le sue ragioni, giustificare razionalmente la sua
aggressività e i suoi « istinti invincibili », dimostrare
che il suo diritto di uccidere gli altri è reciproco
- ossia dà agli altri un pari diritto su lui stesso -
e cosl stabilisce una paradossale equità in seno al
bellum omnium contra omnes 6 , A questo suo per­
sonaggio hobbesiano Diderot offre una scelta molto
netta: la repressione violenta, o la persuasione ra­
zionale e il ravvedimento. In quest'ultimo caso, il
violento va « edificato » mediante il rinvio ai prin­
cipi supremi che regolano la volontà generale. Gli
si deve mostrare il fondamento stesso del diritto
naturale, fonte extrastorica della ragione universale
che si identifica con la recta ratio del genere umano
preso come un tutto, e che contiene i prindpi asso­
luti del giusto e dell'ingiusto: « La volontà generale
è sempre buona - afferma solennemente Diderot -
non ha mai ingannato né mai ingannerà [ ] Alla . . . .

5 S. Pufendorf, Du droit de la nature et des gens, trad.


fr. di J. Barbeyrac, Amsterdam 1712, l. I, l , 13 e l. VII,
2, 1-6.
6 D. Diderot, art. Diritto naturale, trad. it. in Enciclo­
pedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e de1
mestieri, Bari 1968, 394.

51
volontà generale deve rivolgersi l'individuo per co­
noscere i propri doveri di uomo, cittadino, padre,
figlio; se gli convenga vivere o morire » . Diderot
aggiunge - ed è un punto capitale - che la volontà
generale è una sorta di saggezza oggettiva, « deposi­
tata » nel diritto positivo dei popoli civili, nelle
usanze dei selvaggi, perfino nelle convenzioni che
regolano le associazioni a delinquere:

L'uomo che ascolta soltanto la sua volontà partico­


lare è nemico del genere umano [ . . ] . La volontà gene­
.

rale, in ogni individuo, è un atto puro dell'intelletto


che ragiona, nel silenzio delle passioni, su ciò che l'uo·
mo può pretendere dal suo simile, e su ciò che il suo
simile può pretendere da lui [ . ] . Poiché tra le due
..

volontà, l'una generale e l'altra particolare, la volontà


generale non sbaglia mai, non è difficile scoprire a quale
bisognerebbe che appartenesse, per la felicità del ge­
nere umano, il potere legislativo [ ] . Pur supponendo
...

la nozione della specie umana perpetuamente fluida, la


natura del diritto naturale non cambierebbe, poiché sa­
rebbe sempre relativa alla volontà generale e al deside­
rio comune dell'intera specie [ ... ] 7•

Benché queste parole siano state scritte prima


delle analoghe e più note espressioni rousseauiane,
gli interpreti hanno posto in dubbio che la paternità
del concetto di « volontà generale » sia dovuta a
Diderot. Ma è indubbio che la fonte comune di Di­
derot e di Rousseau era Pufendorf, e che i due amici
discutevano animatamente questi problemi attorno
al 1753. Comunque, la divergenza dei loro punti di
vista si disegna nettamente nei testL Rousseau rime­
ditò la tematica dell'articolo Diritto naturale, la sot­
topose ad una critica minuziosa, quasi interlineare,
che compendia gran parte delle sue reazioni anti­
giusnaturalistiche. In sintesi, negò le premesse della
concezione giusnaturalistica · che reputava la volontà

7 D. Diderot, ivi, 397.

52
,generale « depositata » una volta per tutte nei patti,
nei libri dei giureconsulti, nel diritto positivo: affer­
mò energicamente, al contrario, che la volontà ge­
nerale è una creazione continuamente rinnovata del­
la coscienza popolare, un'espressione immediata della
ragione e della volontà dei membri del popolo so­
vrano · riuniti in assemblea. Quanto al méchant di
Diderot, costui non può essere « edificato » con un
rinvio alla coscienza o al diritto, che rischierebbe
.di restare un ammonimento retorico e inefficiente. Lo
si deve convincere, dimostrandogli piuttosto l'inte­
resse esclusivo che ha di aderire al patto sociale. ·

Sono sviluppi che Rousseau maturò gradualmente


.dalla voce Economia politica al Manoscritto di Gi­
.nevra. Nel primo di questi scritti, dopo aver distinto
secondo linee abbastanza tradizionali la società fami­
liare dalla società civile, fissa un'altra distinzione mol­
to netta tra sovranità e governo, che avrà un'impor­
tanza capitale nel Contratto 8• Ma già in questo passo,
sovrano è senz'altro il popolo. Il corpo sociale è
·qui definito con un'immagine organicistica, nella qua­
le si è creduto di vedere uno spunto autoritario,
un'eco remota del tradizionale ammonimento conser­
·vatore di Menenio Agrippa. In realtà la similitudine
tra società e organismo vivente è una metafora occa­
sionale, che non si deve leggere in chiave propria­
mente « organicista » . Rousseau se ne serve non certo
per privilegiare una casta di uomini saggi capaci di
_governare (la « testa ») rispetto alle altre membra,
inette, cui spettino funzioni puramente subalterne.
Al contrario, la metafora introduce l'idea che la
volontà generale procede da tutto l'organismo preso
nel suo insieme. Essa è la risultante vivente di ogni
:singola parte e del tutto, prodotta da una sorta di
·« corrispondenza interna » o di « sensibilità recipro­

·ca » 9• È il linguaggio corrente della biologia pan-


8 Economia politica, in Enciclopedia cit., 415. Cfr. SP,
l, 280.
9 lvi, 416; SP, I, 281.

53
psichista, usato soprattutto da Buffon: « Il corpo
politico è anche un essere morale che ha una volontà,
e questa volontà generale, che tende sempre alla con­
servazione del tutto e di ciascuna parte, ed è causa
delle leggi, è, per tutti i membri dello Stato, la
regola del giusto e dell'ingiusto » 10• Segue un pun­
tuale rinvio alla tesi enunciata nell'articolo di Dide­
rot, « che il presente articolo sviluppa ». Le dilfe­
rentiae sono quasi impalpabili : qui per Rousseau
la volontà generale è un dato oggettivo della retta
ragione, conoscibile da parte del soggetto mediante
una precisa scelta etica: « per seguirla bisogna cono­
scerla, e soprattutto bisogna ben distinguerla dalla
volontà particolare, cominciando da se stessi; distin­
zione sempre difficile, che soltanto la più sublime
virtù può convenientemente indicare ». Qui è già
posto il nesso tra morale e politica, libertà e autorità,
sovranità della legge e limiti del potere esecutivo,
diritti e doveri dei cittadini. Il punto d'incontro tra
i vari momenti è offerto dalla « più sublime delle isti­
tuzioni umane », la legge, che l'uomo - dice so­
lennemente Rousseau - deve ad una « ispirazione
celeste ». Il testo ci carica di metafore:

Per quale arte imperscrutabile si è potuto trovare il


mezzo di assoggettare gli uomini per renderli liberi?
D'impiegare al servizio dello stato i beni, le braccia, la
vita stessa di tutti i suoi membri, senza costringerli e
senza consultarli? D'incatenare la loro volontà con il
loro beneplacito? Di far valere il loro consenso contro
il loro rifiuto, e di forzarli a punirsi da sé quando fanno
ciò che non hanno voluto? Come può accadere che obbe­
discano e che nessuno comandi? Che servano e non ab·
biano padroni? Tanto più liberi di fatto, in quanto,
sotto un'apparente soggezione, ciascuno perde della pro­
pria libertà solo quel che può nuocere alla libertà altrui.
Questi prodigi sono opera della legge. Solo alla legge

IO Jbid.

54
gli uomini debbono la giustizia e la libertà. È questo
salutare organo della volontà di tutti che ristabilisce nel
diritto l'uguaglianza naturale tra gli uomini. È questa
voce celeste che detta a ciascun cittadino i precetti della
ragione pubblica e gl'insegna a modellare la propria con­
dotta sui principi dettati dal suo proprio giudizio e a
non essere in contraddizione con se stesso 11•

La volontà di tutti, o generale - le due espres­


sioni qui sono ancora sinonime, mentre nel Con­
tratto figurano ben distinte - è comunque la fonte
del potere, la regola suprema e il limite dell'autorità
dei magistrati. Ma come si esprime in concreto?
Rousseau non ripete - come Pufendorf e Dide­
rot - che è incorporata una volta per tutte nei patti
istitutivi o depositata nel diritto positivo. Certo, su
questo punto cruciale nel suo pensiero v'è ancora
. un'evidente oscillazione. In un passo accenna vaga-
mente alla volontà generale vigente nella « grande
città del mondo », una sorta di legge di natura co­
smopolitica ispirata allo stoicismo, che più tardi re­
spingerà. Altrove si riferisce invece alla volontà gene­
rale di uno stato ben determinato, « che va sempre
consultata quando le leggi sono mute » 12• Sembra
cosl sancito il principio della consultazione popolare
in regime di democrazia diretta, per cui la volontà
generale è in ogni caso espressa « dal basso ». Ma
Rousseau è ancora esitante dinanzi alle difficoltà
pratiche di tale procedura, e lascia un ampio margine
di discrezionalità al « governo » rispetto al « sovra­
no », ai capi rispetto al popolo. Sarà sufficiente che
l'esecutivo sia composto di uomini « giusti », perché
la volontà generale venga correttamente interpretata.
Su questo punto estremamente importante il Con­
tratto sociale è ben altrimenti intransigente: la vo­
lontà generale non può essere rappresentata né me-

Il
lvi, 420; SP, l, 285.
12 lvi, 423; SP, l, 282, 287.

55
diata, e la sua espressione diretta è protetta da pre­
cise garanzie costituzionali 13 •
L'articolo Economia politica insiste . sulle condi­
zioni educative, morali e politiche che rendono con­
cretamente possibile la crescita di una volontà popo­
lare retta: amor di patria, rettitudine di governanti,
one'5tà di costumi, sana « formazione » interiore dei
cittadini, virtù politica. La parte finale dell'articolo
è dedicata al buongoverno, all'equa ripartizione della
ricchezza, all'amministrazione della finanza pubblica,
al fisco, ossia agli argomenti « economici » in senso
proprio. Qui, come in Emilio e in altri scritti, gli
interpreti hanno più volte rilevato il relativo arcai­
smo delle idee economiche rousseauiane, nostalgiche
di un'economia chiusa e tagliate fuori dai contempo­
ranei sviluppi teorici della fisiocrazia e del mercan­
tilismo.
Il chiarimento definitivo del concetto di volontà
generale è r�gisjra �o i� un capitolo assai tormentato
.
del Manoscrztto dt Gznevra, pot escluso dalla reda­
zione definitiva del Contratto ; è un ulteriore, deci­
sivo confronto con le tesi di Hobbes, Pufendorf e
Diderot. Nel contesto, Rousseau riannoda tutte le
fila della propria meditazione attorno allo stato di
natura, alla degenerazione sociale, al patto iniquo.
Ora il concetto di volontà generale diventa la chiave
di volta della critica anti-giusnaturalista. L'obiezione
di maggior rilievo verte sul concetto tradizionale di
sociabilitas (sociabilité). Com'è possibile appellarsi
- nel senso di Diaerot e Pufendorf - alla volontà
di una « società generale del genere umano », intesa
come suprema depositaria dei principi del diritto e
della giustizia? È una chimera che esiste soltanto
« nei sistemi dei filosofi », mentre la realtà storica
non ci presenta se non modelli di società antagoniste,
competitive, violente. E poiché il preteso « progres­
so » non è che corruzione e decadenza, e la ragione

13 In/ra, cap. VII.

56
·è un prodotto tardivo dello stesso sviluppo sociale,
« il preteso patto sociale dettato dalla natura è una
vera e propria chimera, poiché le sue condizioni sono
14
sempre ignote e impraticabili [ ... ] » • .
In altri termini, Rousseau respinge nuovamente,
e con più precisa consapevolezza, il patto ingiusto
<:he i giusnaturalisti ritengono stipulato in base alla
legge naturale. Né accetta la finzione di una società
generale del genere umano o di un « deposito »
extrastorico della volontà generale, al quale si debba
rinviare il méchant simbolico di Diderot. La cui
definizione della volontà generale ( « un atto 'puro
dell'intelletto che ragiona nel silenzio delle passioni »)
è accettabile, soggettivamente, per l'individuo già
<< ragionevole », ma non ha alcun valore cogente.
Infatti la voce edificante dell'intelletto è soverchiata,
nella società antagonistica, dagli istinti egoistici e dalle
passioni aggressive. La « volontà generale » cosl de­
finita è inerme e non si impone al volgo, perché è
una proiezione astratta della ragione stessa. Ed ecco
il passo decisivo : prendiamo atto di questo, ma
�< sforziamoci di trarre dallo stesso male il rimedio
<:he deve guarirlo. Mediante nuove associazioni cor­
reggiamo, se è possibile, la mancanza di un'associa­
zione generale » 15 • Una volontà generale legittima
ed efficace non può essere altro che l'espressione
vivente dell'assemblea popolare: « La volontà gene­
rale cui spetta la direzione dello stato non appartiene
al passato, ma al presente, e il vero carattere della
sovranità consiste in un accordo costante di tempo,
luogo, effetto, fra la direzione della volontà generale
16 •
e l'impiego della pubblica forza [ . . . ] »

La scelta morale consapevole . dei singoli risolve


dunque il conflitto tra senso e intelletto, passioni e
ragione, e le singole scelte individuali si compongono

14
Manoscritto di Ginevra, l, Il; SP, Il, 6.
15
lvi, 1 1 . (Corsivo mio.)
16
Manoscritto di Ginevra, I, IV; SP, Il, 19.

57
in una volizione unitaria, in un io comune. Soltanto
cosl si vince la degradazione. Ma questo non è un
atto moralistico. II méchant - e la figura simboleg­
gia ormai l'intera umanità « civilizzata » - si con­
vertirà e diventerà « il più fermo sostegno d'una
società ben ordinata », purché gli si sappia dimo­
strare che ha interesse a farlo. Fuor di metafora, la
ragione « che parla nel silenzio delle passioni » è
di per sé impotente a modificare la decadenza umana.
Il momento hobbesiano, ferino, della forza e della
astuzia dev'essere conservato nella costruzione della
società giusta (non « soppresso » come aveva detto
Diderot), come lo strumento più efficiente di auto­
costrizione e di coercizione sociale. Nello stesso tem­
po, la « socializzazione » del méchant è una garanzia
di liberazione per tutti. A questo punto, Rousseau
ha ormai risolto il suo problema cruciale : vede fon­
dersi nella volontà generale, genuina espressione po­
polare, coscienza e natura, istinto e ragione, libertà
e necessità. Questo dev'essere il fondamento di una
« nuova associazione », ossia di una società giusta
costruita secondo l'unico modello legittimo di « di­
ritto politico ».

VI. LE NUOVE A S S OCIAZIONI

Il capitolo del Manoscritto di Ginevra sul quale


ci siamo soffermati non figura nel Contratto sociale,
che esordisce invece con la sentenza solenne: « L'uo­
mo è nato libero e tuttavia è ovunque in catene ».
Era questo, nel Manoscritto, l'inizio del capitolo suc­
cessivo. Il rimaneggiamento rende evidente l'intento
di far figurare come punto di partenza dell'argomen­
tazione del Contratto quella che era la conclusione
della critica mossa all'articolo di Diderot. Dalle pa­
gme del Contratto fu dunque eliminata ogm traccia

58
della querelle personale e ideologica che si era svolta
tra i due uomini negli anni 1757-58.
Ciò non esclude che la maturazione delle tesi
politiche e pedagogiche e la stesura dei capolavori
siano sincrone alla crisi di distacco dai philosophes.
Poco dopo il suo ritiro all'Ermitage, Rousseau inviò
a Voltaire l'importante lettera sulla provvidenza (ago­

sto l 756); nei mesi seguenti pose mano al romanzo


epistolare La nuova Eloisa; nella primavera del 1 757
divampano con alterne vicende la passione per Ma­
dame d'Houdetot e il dissidio con Diderot. Gli eventi
degenerarono rapidamente in un penoso intrigo monda­
no-sentimentale che coinvolse Grimm, Madame d'Epi­
nay, Saint-Lambert, e che sarà a sua volta argomento
del romanzo epistolare-apologetico scritto da Mada­
me d'Epinay, la Histoire de Mme de Montbrillant.
I rapporti con Diderot si concludono drammatica­
mente nel giugno 1758, quando appare la Lettera
a d'Alembert con i perentori versetti dell'Ecclesiaste
citati in nota, e con la frase di definitivo congedo :
<( Avevo un Aristarco severo, giudizioso; non l'ho
più, non lo voglio più; ma lo rimpiangerò sempre,
e manca al mio cuore più che ai miei scritti » 1 •
L'argomentazione riguardante il progetto d'introdur­
re gli spettacoli a Ginevra coinvolgeva direttamente
Voltaire e l'Encyclopédie. Cosl la Lettera a d'Alem­
bert risultò un vero e proprio « manifesto )) anti­
enciclopedistico : dette in pasto al pubblico la pro­
fonda frattura interna del <( partito filosofico » e
fornl armi preziose ai suoi avversari. L'eresia di Jean­
Jacques e il suo scisma dalla philosophie alimenta­
rono la battaglia d'opinione, promossa dai circoli
giansenisti parigini e dall'entourage bigotto della re­
gina, che provocò infine il provvedimento regio di
<( soppressione » del gran dizionario (marzo 1759).
Il comportamento di Rousseau fu interpretato

1 Lettera a d'Alembert, Prefazione; cfr. Scritti politici,


a cura di Alatri, Torino 1970, 501.

59
allora come stravaganza e follia. Era motivato da pro­
fonde sollecitazioni ideologiche; ma dalle memorie
e dall'epistolario emergono anche indubbi i sintomi
della nevrosi. Nel romanzo, e più tardi nelle Con­
fessioni, Rousseau cercò la liberazione dai propri
conflitti: ne esibl le pieghe riposte, ponendo sotto
accusa se stesso, le proprie passioni, i propri principi
morali e religiosi. Il concerto a più voci della Nuova
Eloisa è in certo senso l'opera . sua più complessa,
una sorta di summa della sua visione del mondo e
del suo pensiero, liberamente intessuta nella forma
aperta dell'epistolario. Ci si può chiedere quale rela­
zione sussista tra i tumultuosi eventi esteriori degli
anni 1 757-59, il mondo passionale descritto nelle
prime due parti del romanzo, la filosofia politica del
Contratto sociale e le teorie pedagogiche dell'Emilio.
Almeno un aspetto va meditato. Lo sdoppia­
mento tra lo scrittore e le sue emozioni, tra vita e
arte, è il carattere dominante del romanzo epistolare.
L'intera trama - gli amori di Julie e Saint-Preux,
il matrimonio « razionale » di Julie con Wolmar, i
viaggi di Saint-Preux a Parigi, la descrizione della
vita a Clarens, la morte e trasfìgurazione di Julie,
e gli episodi minori - traspone in chiave narrativa
e allegorica i miti e le realtà del mondo rousseauiano.
Una fitta rete di analisi psicologiche e di situazioni
simboliche stabilisce un'indubbia analogia tra i mo­
menti più ardui dell'indagine morale e talune tesi
« politiche » dei Discorsi o del Contratto. Tra i nu­
merosi parallelismi che si potrebbero indicare, uno
soprattutto colpisce. La passione tumultuosa e « ille­
cita » tra Julie e Saint-Preux è in certo senso lo
« stato di natura » , nel quale i due amanti vivono
l'inizio della loro storia, il paradiso terrestre ave si
consuma gioiosamente il peccato. Anche qui - co­
me nel secondo Discorso - il male e la punizione
insorgono dall'urto con la società. Julie è costretta
a sposare un altro uomo, senza passione, per rime­
diare al suo fallo, obbedire alle convenzioni sociali

60
e compiacere la famiglia. Ma questa « caduta » si
trasfigura in una luminosa vittoria morale, nel mo­
mento stesso in cui la volontà e la ragione interven­
gono a suggellare consapevolmente la scelta. Una
serie di sapienti trapassi psicologici prepara il cli­
max della vicenda. Julie, rassegnata al matrimonio,
nutre ancora « un amore eterno » per Saint-Preux;
ma nel giorno delle nozze con Wolmar, la chiesa, la
cerimonia, la « santa liturgia » provocano nel suo
intimo una « révolution subite » : « Una sconosciuta
potenza - scrive la protagonista del romanzo -
parve correggere improvvisamente il disordine dei
miei affetti e ristabilirli secondo la legge del dovere
e della natura. L'occhio eterno che tutto vede, di­
cevo tra me, legge ora nel fondo del mio cuore e
confronta la mia recondita volontà con la risposta
della mia bocca: cielo e terra sono testimoni del
sacro impegno che prendo c lo saranno della fedeltà
con la quale l'osserverò » 2•
Si è molto discusso sulle implicanze autobiogra­
fiche del personaggio e della vicenda. Certo Rous­
seau incarna in Julie una « figura » esemplare della
propria vita interiore. « Caduta » e « redenzione » ,
soprattutto il momento del riscatto, della seconda
nascita, sono ricorrenti - si è notato - negli scritti
autobiografici. Ciò che nel romanzo è definito « rivo­
luzione di sentimenti » o « mutamento » improvviso
trova corrispondenza in altri testi. Nei Dialoghi si
traspone nel mito di « un mondo ideale simile al
nostro, e tuttavia ben diverso », di « un mondo in­
cantato » o « celeste » abitato da « esseri fantastici »,
non disincarnati ma ipersensibili, sensuali, voluttuosi,
tutti dediti alla virtù e alla « natura », tra i quali si
colloca « l'autore dell'Emilio e della Eloisa » 3• È
una sorta di sovranatura, una consapevole utopia che
Rous!>eau traccia dieci anni dopo la pubblicazione

2 La nouvelle Hélo"ise, III, XVIII; OC, Il, 357.


3 Rousseau iuge de ]ean-]acques, l ; OC, I, 668 sgg.

61
dei capolavori, quando ormai il suo io è dolorosa­
mente scisso tra i fantasmi interiori e la fuga dalla
realtà. La sovranatura si pone Il come un'alternativa
immaginaria al mondo reale.
Un parallelismo molto stretto. tra queste figure
psicologiche o queste deliberate evasioni e le for­
mule giuridiche e politiche del Contratto non sembra
accettabile. Ma anche nella teoria politica rousseauia­
na il momento della redenzione, della rigenerazione
o seconda nascita ha un'importanza decisiva. Segna
il ritrovamento della « natura » perduta, la restau­
razione razionale dello stato di natura entro e contro
lo stato civile. Nell'esprimere tale f.LE"ta�o>.:ri Rous­
seau ricorre a metafore caratteristiche. Cosl le pa­
role sui (< prodigi » operati dalla legge, (< la più su­
blime delle istituzioni umane » , (< ispirazione celeste
che insegnò all'uomo a imitare quaggiù i decreti della
divinità », « voce celeste » che obbliga ciascuno a
dominare gli istinti ed a dirigere la volontà verso il
bene comune 4• Non è del tutto chiaro, nel contesto,
di quale (< legge » si tratti, naturale o civile, norma­
tiva o positiva. Il Manoscritto di Ginevra chiarisce
che tanti prodigi si debbono alla legge in quanto è
espressione immediata e diretta della volontà gene­
rale, che si dichiara nell'unica forma popolare legit­
tima. È questo (< l'organo salutare che ristabilisce
nel diritto l'eguaglianza naturale tra gli uomini »;
o, come dice altrove, la legge « anteriore alla giusti­
zia » e non viceversa, in quanto · forma in noi
(( le prim.e nozioni distinte del giusto e dell'in­
giusto » 5 • È la regola, ancora non realizzata, delle
(< nuove associazioni » , mediante la quale l'uomo de­
ve (< cercare di darsi un nuovo essere » . Il senso di
questa f.LE"ta�oÀ�, ·vera redenzione collettiva, è reso
pienamente da un altro passo:

4 Economia politica; SP, I, 285.


s Ibid. ; cfr. Manoscritto di Ginevra, II, IV; SP, II, 56.
{Corsivi miei).

62
Tale passaggio dallo stato di natura allo stato sociale
produce nell'uomo un mutamento molto notevole sosti­
tuendo nella sua condotta la giustizia all'istinto, e con­
ferendo alle sue azioni rapporti morali di cui prima man­
cavano. Solo a questo punto, succedendo la voce del
dovere all'impulso fisico e il diritto all'appetito, l'uomo,
che fin qui aveva guardato a se stesso e basta, si vede
costretto ad agire in base ad altri prindpi e a consul­
tare la ragione prima di ascoltare le inclinazioni. Ma
pur privandosi in questo nuovo stato di molti vantaggi
che la natura gli accorda, ne ottiene in compenso di
tanto grandi, le sue facoltà si esercitano e si sviluppano,
le sue idee si ampliano, i suoi sentimenti si nobilitano,
la sua anima intera si eleva a tal segno, che, se il cattivo
uso della nuova condizione spesso non lo degradasse fa­
cendolo scendere al disotto persino di quella da cui
proviene, dovrebbe senza posa benedire l'istante felice
che lo strappò per sempre di là, facendo dell'imimale
stupido e limitato che era un essere intelligente ed
un uomo 6•

Metafore e contesti confermano, ancora una volta,


che siamo dinanzi alla figura psicologica della reden­
zione, proiettata entro la dimensione universale di
una palingenesi « sociale » della natura umana. Chi
cerchi di penetrare in profondità quest'aspetto del
pensiero di Rousseau, non può evitare un'altra do­
manda inquietante. In che misura, pur nel rifiuto del
mito cristiano della caduta di Adamo, della redenzio­
ne, dell'interpretazione provvidenzialistica della sto­
ria umana costruita da Agostino o da Bossuet, per­
siste qui un'esperienza interiore improntata a tali
vedute? I « prodigi » della legge, il « mutamento »
che l'uomo subisce nella convivenza sociale retta
riproducono indubbiamente - in termini laici e seco­
larizzati - la renovatio spirituale dell'escatologia
cristiano-giudaica. Le « nuove associazioni » ricalcano
in qualche modo il << nuovo patto » rigeneratore, che

6 II passo è in Manoscritto di Ginevra, l, III; SP, II.


15; e, identico, in Contratto sociale, l, VIII; SP, Il, 97.

63
il cristianesimo aveva additato nella rivelazione e nel
messaggio neotestamentario. E per quanto riguarda
le implicazioni più strettamente personali, l'alterna­
tiva tra « caduta » e « riscatto » è vissuta da Rous­
seau con una partecipazione emotiva di straordinaria
intensità, evidente soprattutto nelle pagine del ro­
manzo, ove i toni « religiosi » appaiono più scoper­
tamente. Poiché « tutto dipende radicalmente dalla
politica », la lacerazione tra « fisico » e « morale >>
dell'uomo, il dissidio tra il mondo ferino dell'astu­
zia e della forza e il mondo ideale della « natura »,
la dicotomia tra etre e paraitre, le alienazioni sociali
che ne conseguono - e perfino le dolorose tensioni
interiori, la malignità e ostilità dei philosophes, il
<< complotto » ordito contro Rousseau - potranno
essere sanati soltanto da quell'atto di emancipazione
collettiva che è l'istituzione di un autentico « patto
sociale ».
In questo senso la legge è veramente un organe
saltttaire [ che dà la salvezza, le salut, secondo l'an­
tica metafora religiosa ] , e « la voce del popolo è in
effetti la voce di Dio >> 7 • Questo linguaggio cosl
ricco di reminiscenze o venature cristiane non è solo
peculiare di Rousseau. Si ritrova nei riformatori « de­
voti >> del tardo secolo XVII, in Fénelon, nei critici
« libertini » o « comunisti >> dell'ancien régime, come

Lahontan, l'empio curato Meslier, il misterioso aba­


te Morelly, e giù giù in tutto il filone del socialismo
u topistico del maturo Settecento. Il nesso tra reli­
gione e politica in Rousseau va evidentemente stu­
diato su questo sfondo. La sua originalità sta nel­
l'aver utilizzato tale tematica in funzione anti-giusna­
turalistica, nell'averla contrapposta alla tradizione
- anch'essa « cristiana » e protestante - del con­
trattualismo, rivendicando, contro i modelli di so­
cietà individualistica e possessiva, i valori supremi

7 Economia politica; SP, l, 283.


'

64
dell'eguaglianza e della fratellanza umana. Su un
piano parallelo si pongono le scelte personali di
Rousseau - la sua riconversione al protestantismo,
le sue credenze « razionali » di tipo deistico - men­
tre l'incidenza delle confessioni positive sul modello
di società disegnato nel Contratto è nulla 8 •
Tuttavia il « nuovo patto » quali che siano le
-

remote suggestioni « religiose » - è da stipulare


sul terreno di una morale strettamente laica, secolare,
perfino utilitaria. La trasformazione degli uomini si
può conseguire con mezzi del tutto umani : il libero
consenso delle volontà, il riconoscimento razionale
del bene pubblico, il conseguimento dell'interesse
della collettività:

Credo di poter fissare come princ1p1o incontestabile


che solo la volontà generale può dirigere le forze dello
Stato secondo il fine della sua istituzione, che è il bene
comune; infatti, se è stato il contrasto degli interessi
privati a rendere necessaria l'istituzione delle società
civili, è sta to l'accordo dei medesimi a renderla possi­
bile. Il legame sociale risulta da ciò che in questi inte­
ressi differenti c'è di comune, e se non ci fosse qualche
punto su cui tutti gli interessi si accordano la società
non potrebbe esistere. Ora, poiché la volontà tende
sempre al bene dell'essere che vuole, e la volontà
particolare ha sempre per oggetto l'interesse priv a to ,
mentre la volontà generale si propone l'interesse co-

3 lnfra, cap. IX. Tra gli interpreti cattolici, il Cotta ha


analizzato con precisione la religione civile e la laicizzazione
rousseauiana della politica; accusando però più o meno im­
plicitamente Jean-Jacques - come aveva fatto a suo tempo
l'arcivescovo di Parigi - di negare Dio e soprattutto di vio­
lare ogni libertà religiosa. Ma laicizzazione della politica non
significa, per Rousseau, irreligione o ateismo. Il punto di
vista cattolico-liberale del Cotta ha il torto di identificare il
cristianesimo (o la << religione » tout court) con le religioni
positive, o addirittura con l'unica che ritiene verace, la
c�iesa cattolica. Non cadono in questa distorsione apologe­
tl�a interpreti, pure cattolici, quali P. M. Masson e H. Gou­
hler (per le indicazioni bibliografiche infra, p. 156).

65
mune, ne consegue che solo quest'ultima è, o deve essere,
il vero motore del corpo sociale 9•

Sottolineando con tanta energia il momento del.


l'interesse come legame essenziale della convivenza
umana, Rousseau si allontana decisamente dalla tra­
dizione cristiana. La massima evangelica di fare agli
altri ciò che vorremmo che fosse fatto a noi è « su­
blime », osserva, ma priva di forza cogente. Ad essa
va sostituita la massima settecentesca del « maggior
bene di tutti » o « utilità comune » : ecco la regola
suprema della giustizia. Qui ogni residuo religioso
appare veramente consunto dal libero accordo delle
volontà, che « salva » la società. La laicizzazione del­
la politica è completa.

VII. I L DIRITTO POLITICO E IL PATTO EQUO

L'insistenza sul momento utilitario - l'argomen­


to decisivo, si è visto, anche per convertire il mé­
chant alla vita sociale - giova a chiarire alcuni
aspetti fondamentali della teoria politica del Con­
tratto. Non ne tengono . conto né le letture « kan­
tiane » , che guardano soprattutto al significato pura·
mente etico della volontà generale intesa come volontà
« buona » ; né le interpretazioni che tendono a rele­
gare la concezione rousseauiana della politica nel do­
minio tradizionale dell'utopia; né, tanto meno, le
deformazioni neoliberali che fanno del Contratto l in­ '

cunabolo della « democrazia totalitaria » moderna.


Ponendo l'interesse comune come criterio di giu­
stizia supremo e come vincolo della società civile,

9 Manoscritto di Ginevra, I, IV; SP, Il, 18. Sull'in te·


resse o bene comune cfr. Contratto sociale, Premessa; II, I;
Il, IV e passim; SP, Il, 83, 101, 107 ecc.

66
Rousseau resta fedele all'ammonimento
realisti, Machiavelli e Hobbes, di «
mini come sono » ; con lo stesso
rifugiarsi nell'utopia e di progettare
verno 1 • Non è dunque questo l'intento ae:�
sociale, che mira invèce a fissare a priori
zioni di legittimità di qualsiasi comunità
sede di pura teoria, per cosl dire a monte di
classificazione tradizionale delle forme di governo,
come premessa dell'analisi stessa degli Stati storica­
mente esistenti. È questo l'oggetto specifico dei pri­
mi due libri del Contratto, che definiscono le nozioni
fondamentali del « diritto politico » , scienza della
quale Rousseau si sente in certo senso il promotore:

Il diritto politico deve ancora nascere e c'è da pre­


sumere che non nascerà mai. Grozio, il maestro di tutti
i nostri dotti in materia non è che un bambino e, quel
ch'è peggio, un bambino in malafede. Quando sento
innalzare al cielo Grozio e coprire di esecrazione Hob­
bes, osservo che ben pochi uomini sensati leggono o
comprendono questi due autori. La verità è che i loro
princlpi sono esattamente gli stessi, e che essi differi­
scono soltanto per il modo di esprimersi. Differiscono
anche per il metodo. Hobbes si aiuta con i sofismi,
Grazio con i poeti : hanno tutto il resto in comune.
Un solo moderno sarebbe stato capace di creare questa
scienza grande e inutile: l 'illustre Montesquieu. Ma non
si propose di trattare i prindpi del diritto politico; si
contentò di trattare il diritto positivo dei govern� esi­
stenti, e non c'è nulla al mondo di più diverso che que­
sti due argomenti 2 .

1 Contratto sociale, Premessa; SP, II, 83. Nelle Con­


/essiolzi �i legge : « La grande questione del miglior governo
possibile mi sembrava ridursi a quest'altra: qual è la natura
d�! governo adatto a formare il popolo più virtuoso, illu­
mt�ato, saggio [ . ] qual è il governo che per sua natura si
. .

atttene sempre più fedelmente alla legge? E di qui, che cos'è


la legge? [ ] >> OC, I, 404-5.
...

2 Emile, V; OC, . IV, 836.

67
Con tali affermazioni, Rousseau vuoi chiarire ap­
punto che suo proposito primario non è descrivere
de facto le varie società politiche, come aveva fatto
Montesquieu, ma determinarne de jure il fondamento
legittimo. Ora, v'è in tal senso una sola regola, con­
sistente nel predominio della volontà generale : nella
sovranità popolare. Rousseau si distingue dai teorici
medievali o moderni della sovranità popolare, che
l'avevano preceduto, riguardo ad alcuni punti essen­
ziali. Che la sovranità risiedesse originariamente nel
popolo o per dono di Dio o per natura, non l'ave­
vano negato né Tommaso d'Aquino, né Locke; che
il popolo esprimesse la sua volontà mediante il con-
senso o un « patto » storicamente pm o meno
. .'
-

ipotetico - era un'idea corrente nella filosofia poli­


tica assai prima del secolo XVII. Rousseau dà a que­
sti principi tradizionali, ed ai relativi termini, un
significato che nei suoi predecessori non si trova.
I · mutamenti teorici più rilevanti riguardano la mani­
festazione effettiva della volontà generale e la sua
traduzione in leggi civili, le garanzie e la natura
della sovranità, i modi di gestire il potere politico.
Nel definire la volontà generale - si è visto -
come l'espressione diretta e costantemente rinnovata
dell'assemblea popolare, o la risultante di una ricerca
imparziale e razionale del pubblico interesse, il Con­
tratto fissa una serie di corollari rigorosamente con­
catenati. Anzitutto confuta le teorie avverse : le giu­
stificazioni correnti del potere politico fondate sul di­
ritto divino, sul - diritto ereditario o paterno, sulla
schiavitù, sul diritto di conquista sono, per defini­
zione, fuori della legalità (1. I , capp. I-IV). La po­
lemica riassume quanto si è già notato riguardo al
patt'J ingiusto; cioè rifiuta le tesi dell'assolutismo
variamente elaborate da Bodin, Filmer, Bossuet,
Hobbes, Grozio, Pufendorf, Jurieu, Ramsey, Bar­
beyr2c, Burlamaqui. Nel contesto, Rousseau definisce
con maggior precisione il suo concetto di << legalità » ,
pietra di paragone d'ogni teoria:

68
Rinunziare alla libertà vuoi dire rinunziare alla
propria qualità di uomo, ai diritti dell'umanità, per­
sino ai propri doveri. Non c'è compenso possibile per
chi rinunzia a tutto. Una tale rinunzia è incompatibile
con la natura dell'uomo : togliere ogni libertà alla sua
volontà significa togliere ogni moralità alle sue azioni.
Infine, una convenzione che stabilisce, da un lato, una
autorità assoluta e, dall'altro, un'obbedienza illimitata
risulta vana e contraddittoria. Non è forse chiaro che
non si hanno obblighi di sorta verso colui da cui si ha
diritto di esigere tutto, e non basta questa condizione
senza corrispettivo, senza scambio, a comportare la nul­
lità dell'atto? 3•

Rifiutando le giustificazioni del potere « schiavi­


stico » Rousseau assiomatizza ora nelle formule del
patto sociale il modello di una « nuova associazione »
egualitaria, l'unica capace di conservare « con tutta
la forza comune la persona e i beni di ciascun asso­
ciato, mediante la quale ognuno unendosi a tutti non
obbedisca tuttavia che a se stesso e resti libero come
prima ». I requisiti essenziali della libertà, della
proprietà, della vita, secondo i teorici del contrat­
tualismo, erano garantiti dall'autorità dello Stato in
base a un contratto di rinunzia dei singoli: il pactum
unionis e il successivo pactum subiectionis implicante
una rinunzia (Pufendorf), la cessione definitiva al
monarca della libertà originaria (Hobbes), la rinun­
zia parziale ai diritti individuali (Locke). La garan­
zia nasce, invece, per Rousseau, da un contratto tra
eguali stipulato su un piede di perfetta reciprocità.
Il popolo non si assoggetta a un principe, non cede
la propria sovranità, non la delega né la affida ad
altri, ma « si aliena » soltanto a se stesso, nell'atto
in cui decide di autogovernarsi. Le clausole del patto
« si riducono tutte a una sola, cioè l'alienazione to­
tale di ciascun associato con tutti i suoi diritti a

3 Contratto sociale, I, IV; SP, Il, 88-9.

69
tutta la comunità » 4 • L'individuo ritrova se stesso
nella comunità di eguali. La reciprocità della « alie­
nazione totale », la mancanza di riserve, la perfetta
integrazione tra individuo e collettività, danno luogo
a « un corpo morale e collettivo [ . . ] che trae dal
.

medesimo atto la sua unità, il suo io comune, la sua


vita e la sua volontà » 5 •
Interpretare queste parole da un punto di vista
hegeliano, o « organicistico », o in chiave di mistica
totalitaria del nostro secolo, significa proiettare sul
Contratto sociale sviluppi dottrinali estranei che ne
tradiscono lo spirito. Nel « corpo collettivo » di
Rousseau la libertà « civile » dell'individuo è creata
- non semplicemente protetta - dalla stessa con·
vivenza sociale. Ciò significa che il dominio · della
volontà generale è il dominio della recta ratio, un
dettame assoluto della volizione e della coscienza
che il popolo riesce comunque a individuare e ad
imporsi quando ascolta la voce della ragione « nel
silenzio delle passioni ». L'unanimità piena dei voti
è richiesta soltanto per l'atto istitutivo. Ogni altra
delibera è legittima se presa a maggioranza più o
meno qualificata 6• D'altra parte la natura consensuale
dell'atto associativo implica la sua revocabilità per
dissenso. Ogni atto di sovranità, per essere legitti­
mo, dev'essere contenuto entro i limiti della « con·
venzione fondamentale » finché questa è in vigore;
ciò non esclude che una nuova delibera unanime
della volontà generale possa revocare o modificare
la convenzione fondamentale medesima. Infatti sareb·
be nulla ogni clausola che impedisse tale revoca, vin·
colando la volontà generale « verso se stessa » e
costringendo il popolo a darsi una costituzione irre·
vocabile 7•

4 lvi, I, VI; SP, II, 93


.

5 lvi, 94.
6 lvi, IV, II; SP, II, 173 sgg.
7 Manoscritto di Ginevra, I, III; SP, II, 13. Contratto
sociale, II, l; SP, II, 102 e I, VII; ivi, 95.

. 70
Nel Contratto la natura della volontà generale è
ulteriormente precisata con alcune formule solenni,
sulle quali si è molto equivocato. La « rettitudine »,
l'infallibilità, il carattere astratto e impersonale della
volontà generale, la sua distinzione della « volontà
di tutti » - intesa come somma non omogenea di
volontà particolari - infine la sua costanza, inaltera­
bilità e purezza anche nel caso in cui non venga
osservata, sono corollari logicamente coerenti con il
quadro teorico già tracciato fino dal 1754. Una nota
nuova e importante è invece quella concernente la
maggiore o minore consapevolezza che il popolo può
avere della volontà generale, a seconda delle cir­
costanze. Anzitutto nelle votazioni. La maggioranza
ha ragione, osserva Rousseau, non perché sopraffà
numericamente la minoranza, ma perché il buon sen­
so dei più fa prevalere infallibilmente l'interesse ge­
nerale sull'interesse privato. Ciò che la votazione
tende a verificare non è tanto il consenso soggettivo
dei singoli su una particolare questione o proposta
di legge, quanto il confronto e l'accordo oggettivo
tra la proposta stessa e la volontà generale 8 •
Tale infallibilità è propria soltanto di una comu­
nità consapevole, ben governata, « virtuosa ». Si deve
ovviamente al consenso spontaneo della collettività,
che « scopre » soggettivamente le migliori regole per
convivere. Ma Rousseau sottolinea con forza la na­
tura oggettiva di tale criterio di ricerca e di giudizio,
indipendente dalle circostanze e dai tempi. Ad esem­
pio, quando la società è in crisi e si dissolvono i va­
lori civili e morali, « quando il vincolo sociale è
infranto in tutti i cuori », ciò non significa che la
volontà generale si annulli o scompaia. Tutt'al più
essa è « muta ». Rimane pur sempre, per cosl dire,
allo stato potenziale, « costante, inalterabile e pura ».
L'errore razionale o l'offuscamento passionale dei
cittadini « elude » il criterio del pubblico interesse;

8 Contratto sociale, IV, II; SP, II, 175.

71
non l'intacca, giacché esso è sempre determinabile
razionalmente 9• Non si tratta, certo, di un ente me­
tafisica o trascendente. È piuttosto la regola aurea
della convivenza - Rousseau usa, se non questa, me­
tafore geometriche simili - · fondata, dal punto di
vista soggettivo, sulla retta ragione, e dal punto di
vista oggettivo sulla perfetta simmetria degli inte­
ressi particolari entro l'interesse generale.
Nell'esito estremo di un governo, ossia nei casi
di « corruzione del corpo politico », non v'è più ri­
spondenza tra l'aspetto soggettivo e quello oggettivo
della volontà generale; lo stesso accade all'inizio del­
l'associazione, ossia quando il popolo è ancora in­
forme, <( una moltitudine. cieca [ ] ignara di ciò
...

che vuole » 10 • Questa proposizione sembra intro­


durre una deroga sostanziale rispetto alle premesse
teoriche suddette. Come ammettere che un popolo
sia immaturo e incapace di autogovernarsi? Ma Rous­
seau, proprio per il suo realismo, non si nasconde
la difficoltà di <( istituire » una società ai suoi esordi.
La dimensione <( storica », che sembra assente nei
primi due libri del Contratto, forza la mano al teo­
rico quando si tratta di stabilire in concreto in che
modo si realizzi una costituzione 1 1 • Questa non può
sorgere <( per una improvvisa ispirazione » della mol­
titudine disorganizzata. Senza contraddirsi rispetto ai
prindpi già posti, Rousseau introduce una sottile
distinzione tra momento volitivo e momento ra­
zionale:

La volontà generale è sempre retta, ma il giudizio


che la guida non sempre è illuminato. Bisogna presen­
tarle gli oggetti come sono, talvolta come devono ap·
parirle, mostrarle la buona strada che cerca; garantirla
dalle lusinghe delle volontà particolari [ . . ] . I singoli
.

vedono il bene che non vogliono, la collettività vuole

9 lvi, IV, l ; SP, II, 172.


IO Ivi, II, VI; SP, II, 1 13.
I l Ma si vedano anche, nel secondo libro, i capp. VIII-XI I.

72
il bene che non vede. Tutti ugualmente hanno bisogno
di guida [ . ] 12•
..

Scrge insomma il problema di come mediare la


volontà retta e l'intelligenza ancora confusa (o, in
altri termini, la « natura buona » e la mente falli­
bile) nell'impresa « grande e difficile » di dar vita a
una costituzione. Qui Rousseau rifiuta ogni ricorso
a un'élite, e introduce la figura carismatica del « le­
gislatore » o fondatore di Stato. Lo stile oracolare di
queste pagine ci riporta alla figura della (.1€ta�oki) .
L'artefice delle leggi giuste ha di fronte a sé un
compito quasi sovrumano. Deve « mutare la natura
umana », cioè « sostituire un'esistenza parziale e mo­
rale all'esistenza :fisica e indipendente chè abbiamo
ricevuto dalla natura », addirittura « mutilare » o « al­
terare » l'uomo di natura 13• La fiducia di Rousseau
nella « bontà » della natura non è affatto ingenua,
e trova qui il suo limite. Come il precettore in Emi­
lio, il legislatore ha tuttavia un ruolo indiretto, non
autoritario, « negativo » nel senso che deve rendere
possibile la realizzazione della bontà originaria, l'au­
torealizzazione degli uomini; deve catalizzare e orien­
tare verso un :fine ben individuato energie preesistenti
allo stato potenziale, volontà o predisposizioni in­
certe, che potrebbero facilmente tralignare. Per quan­
to possa apparire in contrasto con la dottrina della
volontà generale « sempre retta », la :figura carisma­
tica del legislatore rientra esattamente nel contesto
della « :filosofia della storia » di Rousseau, catastro­
fica e pessimista. Interviene a mediare l'astrazione
dello stato di natura originario con il « caso », cui
la decadenza è dovuta. Nell'alternativa tra « caduta »
e « riscatto » che si è indicata come intrinseca al
pensiero rousseauiano, è il deus ex machina che

12 Contratto sociale, Il, IV; SP, Il, 1 13-4.


13 lvi, Il, III; SP, li, 1 15. Cf. Manoscritto di Gine­
vra, II, II; SP, II, 38.

73
in determinate situazioni fa inclinare la natura umana
dal lato buono.
Rousseau, ricorrendo a questa
ta a suo modo un modello in parte
storico, ben noto ai . teorici della
a Machiavelli: Licurgo, Numa,
· appaiono i prototipi esemplari di quei « oactr:
nazioni » cui spettò in antico il compito di
tavole della legge. Diversamente da Machiavelli,
mita l'ufficio del legislatore alla pura redazione delle
leggi, scampagnata da qualsiasi potere. D'altra parte
riprende la tesi machiavellica della religione politica
nella sua forma originaria, diversa da quella corrente
tra gli adepti dei lumi. I libertini e i philosophes
denunziavano in blocco come impostura, commessa
a danno dei popoli dal clero e dai regnanti, l'uso poli­
tico della religione; Rousseau, come Machiavelli nei
Discorsi, ne distingue e rivaluta l'aspetto costruttivo.
I fondatori di Stati simularono l'ispirazione celeste
e « attribuirono agli dèi la loro saggezza » per rendere
ben accette al volgo - mediante il linguaggio « vol­
gare » del mito - le « grandi massime della giusti­
zia » . D'altra parte, la cooperazione tra religione e
politica non è limitata « all'origine delle nazioni »,
allo stadio del mito, ma ha luogo anche nelle società
mature sotto forma di « religione civile » 14• Quando
Rousseau si assunse a sua volta il ruolo di « legisla­
tore » della Corsica e della Polonia, non pretese di
dare le tavole dell.a legge secondo i princlpi assoluti
fissati nel Contratto, ma propose progetti di costitu­
zione realistici, ben radicati nelle situazioni geopo­
litiche cui si riferivano.
La rigenerazione della natura umana dovuta al­
l'atto di associazione o all'intervento demiurgico del
legislatore comporta effetti ben definiti anzitutto nel�
la sfera individuale. Rousseau distingue accurata­
mente la libertà « naturale », irriflessa, limitata a se-

14 Contratto sociale, IV, XIU; infra, cap. IX.

74
conda delle forze fisiche, dalla libertà « civile » ga­
rantita dalle leggi. Quest'ultima recupera e ristabi­
lisce « nel diritto » la prima, assicurandole una sfera
ben più ampia e un nuovo status etico. Essenziale
a questo fine è il carattere impersonale della « alie­
nazione totale » che ciascun individuo fa della pro­
pria libertà originaria: « dandosi a tutti non si dà
a nessuno », e si sottrae cosl alle molteplici forme
di assoggettamento personale su cui si fondano le
società schiavistiche o autoritarie. Si è spesso obiet­
tato a Rousseau che il « dispotismo » della volontà
generale comporta un'intollerabile violazione delle
libertà individuali ad opera della collettività. For­
mule apparentemente paradossali, isolate dal conte­
sto ( « chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà ge­
nerale - dice la più controversa - vi sarà costretto
dall'intero corpo [ ] . sarà costretto ad essere libe­
. . .

ro » 15) sembrano giustificare l'interpretazione « tota­


litaria » o « statolatrica », che è però una distorsione
della tesi rousseauiana; la quale dà il massimo rilievo
alla reciprocità e simmetria delle singole « aliena­
zioni », affidando all'« io comune » il compito di sal­
vaguardare la sfera di libertà assegnata a ciascuno e
a tutti. L'accusa opposta, di individualismo, è egual­
mente infondata. La chiave del duplice nesso libertà­
autorità e libertà-eguaglianza sta, ancora una volta,
nell'assoluta supremazia dell'interesse generale. Affer­
mare infatti che tutti i cittadini sono liberi ed eguali
sotto il dispotismo delle leggi da loro stessi volute
( « obbedire alla legge che ci si è prescritta è libertà » ),
non significa operare la sintesi degli egoismi indivi­
duali, di per sé inconciliabili; ma elidere in nome
del bene comune le spinte centrifughe, gli interessi
particolari o di gruppo che mirano a introdurre nello
Stato discriminazioni e diseguaglianze, a sopraffare
gli inermi, a costituire fazioni 16•

15 lvi, l, VII; SP, II, 96.


16 lvi, li, III; SP, II, 104·5.

75
Dal momento che i peggiori abusi del sistema
sociale sono dovuti alla violenza reciproca tra indi­
vidui o gruppi, alla liceità, per i più forti, di oppri­
mere i più deboli e di trarne il massimo profitto, il
solo rimedio possibile consiste nel sottrarre i singoli
alla giungla delle relazioni intersoggettive. In tal
senso « la perfetta indipendenza da tutti gli altri »
si compone con « l'estrema dipendenza dalla città » 17,
e il dispotismo della legge sostituisce, alle relazioni
private tra uomo e uomo, la relazione tra il cittadino
e la legge. E l'equità della legge consiste nella sua
generalità : nel fatto che essa non nasce per regolare
casi singoli, bensl statuisce princlpi astratti e massi­
me valide per tutti i casi : « Non può esserci volontà
generale su un oggetto particolare [ . ] Quando dico
.. .

che l'oggetto delle leggi è sempre generale, intendo


dire che la legge considera i sudditi come corpo col­
lettivo e le azioni come astratte, mai un uomo come
individuo o un'azione particolare [ ] Qualunque
... .

funzione che si riferisca a un oggetto particolare non


appartiene al potere legislativo » 18•
Rousseau reinterpreta anche qui un'antica mas­
sima del diritto pubblico: l'eguaglianza di tutti di
fronte alla legge. La libertà e l'eguaglianza sono
condizioni solidali della convivenza civile, ma l'egua­
glianza non è soltanto una prerogativa formale dei
cittadini di fronte alla legge: è sostanziale, connatu­
rata nei cittadini in quanto autori della legge, prota­
gonisti nell'esercizio diretto della sovranità. In altri
termini, precisa Rousseau, i membri del popolo sono
anche membri del sovrano, e in una democrazia
« sudditi e sovrano sono gli stessi uomini, sia pure
considerati sotto punti di vista diversi » 19 ; obbedire
alle leggi è garanzia di libertà, poiché la legge è

17 lvi, II, XII; SP, II, 128.


18
lvi, I.I, VI; SP, II, 1 12-3.
19 Lettera a d'Alembert, in Scritti politici, a cura di
Alatri, cit., 603.

76
voluta dall'intera comunità. Per non interpretare ta­
lune di queste formule come tautologie, occorre con­
frontarne il senso teorico complessivo con le conce­
zioni contrattualistiche precedenti, dove i rapporti
tra sovrano e sudditi, potere legislativo e popolo si
articolavano, di fatto o di diritto, secondo un ordine
di subordinazione inversa, gerarchica. Ed è chiaro,
d'altra parte, che le proteste « liberali » tradizional­
mente rivolte contro le formule della democrazia
egualitaria rousseauiana mirano a rivendicare surret­
tiziamente, contro l'eguaglianza - magari sotto il
pretesto della « libertà » individuale - la funzione
discriminante delle élites, ossia in concreto i privilegi
economici, la diseguaglianza di fatto, l'autorità fon­
data sulla forza o sul prestigio di classe: in una pa­
rola, la struttura sociale individualistica, competitiva
e possessiva definita dalle teorie liberali classiche.
Riguardo al problema del potere, la soluzione
rousseauiana è altrettanto innovatrice. Se da un lato
il « dispotismo » della volontà generale è formalmente
ispirato al concetto assolutistico dello Stato di Hob­
bes, d'altro lato le garanzie di cui Rousseau ne cir­
conda la gestione da parte del popolo mirano a fini
opposti. Una dottrina corrente tra gli scrittori gius­
naturalistici affermava che la sovranità consta di
« parti » egualmente suddivise tra i vari organi dello

Stato: potere legislativo ed esecutivo, giustizia e


guerra, forza e volontà, e via dicendo. Si tratta, obiet­
ta Rousseau, di « emanazioni » del potere, non di
sue « parti » . Gli atti di sovranità operati dai diversi
organi dello Stato non sono leggi, ma applicazioni
della legge. Rousseau insiste dunque sull'unità mono­
litica del potere popolare, e rifiuta la classica dottrina
dell'equilibrio e della · divisione dei poteri come er­
rata - al di là dell'uso linguistico dei termini - per
gli abusi cui dà luogo. Grazio, Barbeyrac e gli altri
l'hanno formulata per rendersi graditi ai loro pro­
tettori, Luigi XIII e Giorgio I, e legittimare condi­
zioni di fatto, ave esecutivo (governo) e legislativo

77
(parlamenti) erano davvero distinti e obbedivano a
volontà diverse. Ogni compromesso in tal senso sa­
rebbe lesivo della sovranità popolare, che oltre ad
essere indivisibile, è inalienabile e illimitata. Riguar­
do all'inalienabilità, è sufficiente rammentare che ogni
forma · di sottomissione a un despota, a un governo,
a un conquistatore è esclusa per definizione dall'am­
bito delle istituzioni legittime. Un popolo sott�messo
non è più un popolo; la cessione della sovranità è
irrilevante dal punto di vista del diritto politico, e
il diritto del popolo oppresso consiste soltanto nello
« scuotere il giogo » 20• Riguardo ai limiti della so­
vranità, Rousseau rifiuta la tesi lockiano-liberale
secondo la quale lo Stato ha un potere d'intervento
limitato nei confronti di una élite di privati, ad esem­
pio gli abbienti o i proprietari terrieri. Tali limiti
sarebbero eccezioni « particolari » che infrangerebbero
la generalità della legge, e sarebbero quindi fonte
d'ingiustizia. Se di « limiti » si può parlare, se ne
deve parlare piuttosto riguardo alle « convenzioni ge­
nerali », cioè alle condizioni del patto. Lo Stato ha
« un potere assoluto su tutte le sue membra » entro
i limiti fissati erga omnes dalla volontà generale stes­
sa e dalla legge, che, per definizione, non può oltre­
passare senza infrangere il patto 21 • Evidentemente,
anche sotto questo aspetto, la preoccupazione capi­
tale di Rousseau è garantire il criterio supremo del­
l'eguaglianza contro gli arbltri dei gruppi sociali o
delle caste economiche, che la teoria dei « limiti della
sovranità » giustificava.
Il nucleo teorico più originale del Contratto, che
si è esposto in sintesi, può apparire non del tutto
coerente con gli aspetti della scienza politica tradi­
zionale accolti o discussi nei libri III e IV. Riguardo
alla classificazione delle forme di governo, alla salute
e malattia del corpo politico, agli organi rappresen·

20 Contratto sociale, I, I ; SP, II, 84.


21
lvi, II, IV; SP, li, 108.

78
tatlvi, alle dimensioni ottimali degli Stati, agli
exempla romani, la casistica rousseauiana è tanto
flessibile e possibilista, quanto rigida e intransigente
·

era l'enunciazione dei prindpi. Ma i due aspetti non


si . possono separare. Il nesso che li tiene uniti è
enunciato con perfetta chiarezza. Fermo restando il
concetto di sovranità popolare, inalienabile, indivisi­
bile, illimitata, l'esercizio del potere ·- in senso
tecnico il « governo » - può essere affidato dal po­
polo a organi di struttura differenziata, senza che
questo leda la legittimità delle istituzioni. Entro que­
sti limiti, Rousseau riprende a suo modo la distin­
zione tra potere (puissance) legislativo e potere ese­
cutivo, ma non intesi come « centri di potere » indi­
pendenti in equilibrio reciproco. Il potere legislativo,
che compete esclusivamente all'assemblea del popolo
sovrano, ha il controllo completo dell'esecutivo; fissa
i prindpi generali o leggi, mentre all'esecutivo spet­
tano unicamente gli « atti particolari » di governo.
In altri termini, l'assemblea popolare legittimamente
riunita elegge e sindaca il governo, semplice « corpo
intermedio istituito tra i sudditi e il sovrano per la
loro reciproca corrispondenza, incaricato dell'esecu­
zione delle leggi e della conservazione della libertà,
tanto civile come politica » 22•
Rousseau pone ogni cura nel discriminare contro
le confusioni correnti la stipulazione del « patto »
dalla nomina del « governo ». Affidare all'esecutivo
il compito di governare non significa affatto che il
popolo delega momentaneamente o parzialmente la
sua sovranità. Si tratta soltanto di un compito
(commission, emploi). assegnato a magistrati che ope­
rano come << semplici funzionari del sovrano ed eser­
citano in suo nome un potere del quale li ha fatti
depositari » . Gli eletti del popolo ottengono un man­
dato, se non a rigore « imperativo », certo provvi­
sorio, revocabile e sindacabile. Rousseau ha ben

22 lvi, III, I ; SP, II, 130.

79
presenti i rischi ai quali vanno incontro le forme
di delega o rappresentanza fiduciaria della volontà
politica, nelle quali il corpo dei rappresentanti fini­
sce per costituire una casta a sé, usurpare di fatto la
sovranità e giustapporre la volontà propria a quella
popolare. La diagnosi della costituzione ginevrina
verterà tutta su questo punto essenziale. Nel Con­
tratto il rifiuto del concetto di « rappresentanza »
riguarda espressamente il governo misto di tipo in­
glese e i suoi teorici :

La sovranità non può venir rappresentata, per la


stessa ragione per cui non può essere alienata; essa con­
siste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà
generale non si rappresenta: o è essa stessa, o è un'altra;
una via di mezzo non esiste. I deputati del popolo non
possono essere i suoi rappresentanti, sono solo i suoi
commissari; non possono concludere niente in modo de·
finitivo. Qualunque legge che non sia stata ratificata dai
popolo in persona è nulla; non è una legge. Il popolo
inglese si crede libero, ma è in grave errore; è libero
solo durante l 'elezione dei membri del parlamento; ap­
pena avvenuta l 'elezione è schiavo; è niente. Nei suoi
brevi momenti di libertà ne fa un uso per cui merita
senz'altro di perderla 23•

Una concezione cosl rigida della supremazia · del


legislativo rispetto all'esecutivo ha indotto non pochi
interpreti a ritenere che Rousseau, con il rifiuto della
rappresentanza parlamentare, si pronunzi esclusiva­
mente a favore della « democrazia diretta » . Ma que­
sta terminologia è corretta soltanto se si intende che
le leggi debbono essere votate in ogni caso dall'as­
semblea plenaria del popolo anziché da un organo
intermedio elettivo. Non è corretta, se si guarda alla
struttura dell'esecutivo, ossia alla casistica delle for­
me di governo tracciata nel libro III. La critica della
costituzione inglese, della quale Montesquieu era

23 lvi, III, XV; SP, li, 163.

80
stato un entusiastico ammiratore, non esclude che
anche Rousseau si richiami a questo << celebre au­
tore » per una quantità di osservazioni riguardanti
la concreta fenomenologia dei governi. Si può dire
che, fissati i princìpi, il teorico scenda dal cielo della
pura astrazione al piano del reale, e ceda largamente
al proprio pessimismo « storico » ? Un compromesso
del genere è innegabile, ma non comporta fratture
teoriche:

I fondamenti dello Stato sono in tutti i governi gli


stessi e nel mio libro sono posti meglio che in alcun
altro. Quando poi si tratta di paragonare le diverse
forme di governo, non si può evitare di pesare separa­
tamente i vantaggi e gli inconvenienti di ciascuna: credo
di averlo fatto con imparzialità. Tutto calcolato ho dato
la preferenza al governo del mio paese. Era naturale e
ragionevole; se non l'avessi fatto, sarei stato biasimato.
Ma non ho escluso gli altri governi; al contrario, ho
mostrato come ognuno avesse una sua ragione che poteva
farlo preferire a tutti gli altri, a seconda degli uomini,
del momento, del luogo. Quindi, anziché distruggere
tutti i governi, ho dato a tutti un fondamento 24•

Flessibili, adattabili secondo la popolazione, le


caratteristiche geopolitiche, i climi, le dimensioni, la
ricchezza, e cosl via sono dunque soltanto i « go­
verni » : democrazia, aristocrazia, monarchia. Accet­
tando la terminologia tradizionale, Rousseau l'adatta
tuttavia ai suoi fini. L'assioma « ogni governo legit­
timo è repubblicano » non esclude in teoria che un
corretto rapporto di subordinazione « repubblicana »
tra legislativo ed esecutivo possa essere istituito an­
che laddove « governa » una minoranza elettiva o
una sola persona, che si uniformi alla volontà gene­
rale. Tutto dipende dalle dimensioni degli Stati e
dal numero dei cittadini: i grandi Stati non sono
governabili se non mediante esecutivi efficienti e

24 Lettere dalla montagna, VI; SP, III, 10-1.

81
ristretti, quindi a regime monarchico; ma « se è dif­
ficile che un grande Stato sia ben governato, molto
più difficile è che sia ben governato da un solo
uomo » 25• In altri termini, Rousseau ammette il go­
verno dei re, ma ne esibisce i « vantaggi » e i « di­
fetti », nel quadro della sua convinzione ben radi­
cata, che i grandi Stati esistenti sono destinati a una
progressiva decadenza.
All'altro estremo della classificazione dei governi
è la formula della « democrazia », intesa come auto­
governo popolare, ove legislativo ed esecutivo si
identificano più o meno completamente. Soltanto un
lettore superficiale del Contratto può esser sorpreso
dalle sostanziali riserve che Rousseau formula in pro­
posito. Secondo una frase lapidaria, « una vera demo­
crazia non è mai esistita e non esisterà · mai »; e di
più: « È contro l'ordine naturale che la maggioranza
governi e la minoranza sia governata » 26 • Queste as­
serzioni appaiono paradossali soltanto se sono avulse
dal contesto, incoerenti con gli altri assunti soltanto
se non si pone attenzione all'uso tecnico del termine
' governo '. Soltanto in questo senso la « vera demo­
crazia » è irrealizzabile, per ragioni tecniche e per
ragioni morali. I requisiti necessari - piccolezza
dello Stato, bontà di costumi, moderazione di ric­
chezze, « virtù » salda e costante - non si presen­
tano insieme; ma soprattutto è da evitare il criterio
pericoloso che « chi fa le leggi le esegue », ossia la
confusione tra sovrano e governo, perché sovrappone
la portata « generale » delle leggi a quella « partico­
lare » dei provvedimenti esecutivi.
Queste considerazioni coincidono con il rifiuto
dell'utopia e con il relativismo montesquieuiano cui
Rousseau, nonostante tutto, a suo modo aderisce.
La discussione circa la miglior forma di « governo »
è futile, perché ciò che appare ottimo in determinate

25 Co1ztratto sociale, Ili, V; SP, II, 141.


26 lvi, III, IV; SP, II, 139 ..

82
circostanze è pessimo in altre 27• Cosl il teorico della
democrazia egualitaria, che pur privilegia la città­
Stato a misura d'uomo, come rifiuta la rappresen­
tanza della volontà politica, cosl è scettico per prin­
cipio rispetto al governo di tutti: « Se ci fosse un
popolo di dèi si governerebbe democraticamente. Un
governo tanto perfetto non conviene ad uomini » 28•
La classificazione della struttura dei governi rimane
dunque descrittiva, non normativa; appunto perché
la parte normativa della dottrina, concernente la so­
vranità, rimane nettamente distinta dalla teoria del
governo.
Va inteso in questo senso anche il capitolo Del­
l'aristocrazia, che sembra introdurre una nota prefe­
renziale nella teoria del governo. « Aristocratico » è
il governo di pochi, definibile cosl sotto il profilo
storico e sotto quello costituzionale. Storicamente,
sono aristocratici i regimi patriarcali delle società
arcaiche o degli indiani di America : è l'aristocrazia
« naturale », che può dar luogo ad ottimi governi,
ma soltanto presso i popoli « semplici ». Dove invece
il potere dei pochi si trasmette in linea ereditaria,
si producono tutte le circostanze tipiche della pattui­
zione iniqua e della diseguaglianza: è « il peggiore
dei governi ». Rousseau in sostanza disapprova que­
ste due forme di reggimento aristocratico e privilegia
la terza, quella « elettiva ». Ne elenca requisiti e van­
taggi - efficienza, virtù, medie dimensioni, modera­
zione di ricchezze - ed afferma: « l'ordine migliore
e più naturale si ha quando i più saggi governano la
moltitudine ». Il giudizio di valore sembra contrad­
dire i criteri suddetti. Ma è importante l'aggiunta:
« purché si abbia la certezza che [ i più saggi] la
governeranno per il suo vantaggio e non per il loro ».
In effetti la « aristocrazia �> cosl definita - e si noti
che all'inizio del capitolo è ribadito il concetto della

27 lvi, III, III; SP, II, 138.


2s lvi, III, IV; SP, II, 140.

83
sovranità popolare - non è altro che la realizzazione
adeguata del modello costituzionale nei libri
normativi ( l e II), con la sovranità a distin-
zione tra sovrano e governo e la del
governo al sovrano. La relativa u uu'-L'-u"'
..

seau per le forme di governo e la sua


ogni utopia sembrano qui venir meno, l ""t·r<>t1tr.
bra incarnarsi nel concreto. La spiegazione dell
si trova nelle Lettere dalla montagna, dove si legge
frase già citata: « Tutto sommato, ho dato la prefe­
renza al governo del mio paese ». Con l'intento di
sfuggire all'utopia della miglior forma di governo,
Rousseau guardava insomma alle strutture costitu­
zionali vigenti a Ginevra; ma vedeva soltanto una
« chimera », una Ginevra ancora non ben conosciuta,
in gran parte una proiezione del suo proprio pen­
siero 29•
È vero d'altronde che già nel Contratto le osser­
vazioni sul buongoverno, sulla salute, decadenza e
dissoluzione del corpo politico (III, IX-XIV) offrono
tutti i criteri necessari per discernere con precisione
la forma corretta di « aristocrazia elettiva » - quale
Ginevra era stata in antico e avrebbe dovuto tornare
ad essere secondo le Lettere dalla montagna - dalla
forma degenerativa che questo tipo di governo aveva
assunto nella città. Era accaduto, essenzialmente, che
il « sovrano » o popolo era stato esautorato dal « go­
verno ». Nonostante l'improprietà del riferimento alla
patria elvetica come modello di « aristodemocrazia »,
questo caso di usurpazione è previsto nel Contratto,
e vi sono previste le garanzie opportune per preve­

nirlo. Garanzia suprema è che la legge stabilisca le


« assemblee fisse e periodiche » nelle quali il popolo
deve esercitare pienamente tutte le prerogative della
propria sovranità, esautorando ogni altra magistra­
tura. In un passo notevole Rousseau caratterizza so-

29 Infra, cap. VUI.

84
1ennemente questo momento supremo che riassume
l'intera vita dello Stato legittimo :

Nel momento stesso in cui il popolo è riunito legit­


timamente in corpo sovrano ogni giurisdizione del go­
verno cessa, il potere esecutivo è sospeso e la persona
.dell'ultimo dei cittadini è altrettanto sacra e inviolabile
·quanto quella del più alto magistrato; perché dove c'è
il rappresentato non c'è più il rappresentante [ ] 30•...

Il predominio assoluto dell'assemblea popolare


·sovrana è qui descritto in termini strettamente « giu­
ridici »; ma non è dubbio che le implicanze « morali »
·e il carattere radicalmente democratico della tesi co­
stituzionale rousseauiana vadano messi a fuoco in
sede storica - come si è più volte accennato -
rispetto alle teorie del giusnaturalismo possessivo o
individualistico. Nella medesima prospettiva va col­
locata correttamente anche la concezione rousseau­
iana della proprietà. L'invettiva famosa del secondo
Discorso viene letta sovente in chiave « comunistica »,
.mentre altri testi - passi di Economia politica, del
·Contratto, dei progetti di costituzione per la Corsica
-e la Polonia - riaffermando il diritto di proprietà,
sembrano contraddire sul piano economico la ten­
·denza « egualitaria ». Di qui molti equivoci su Rous­
seau « piccolo-borghese » e i confronti non illumi­
nanti con la teoria politica marxiana. Si può breve­
.mente osservare, in proposito, che la denunzia dei
,guasti introdotti dal diritto di proprietà non basta
a porre Rousseau sulla linea dei più conseguenti « co­
munisti utopisti » del suo secolo. Al contrario, egli
:si pronunzia costantemente a favore della proprietà
privata, fondamento stesso della società civile, purché
sia contenuta entro limiti moderati e non infranga
]'eguaglianza giuridico-politica dei cittadini rispetto
allo Stato. Ma su un punto essenziale anche la sua

30 Contratto sociale, III, XIV; SP, II, 161.

85
teoria della proprietà si discosta da quella corrente
tra i giusnaturalisti. Grazio, Pufendorf, Locke affer­
mavano che la proprietà privata è un diritto natu­
rale; il Contratto lo nega nettamente. In origine, la
appropriazione della terra e dei suoi frutti non è che
una « usurpazione » ; il <( diritto del primo occu­
p:mte » non è che un possesso di fatto dovuto al
lavoro, alla coltivazione, allo �Eruttamento della na­
tura. È un <( godimento », che soltanto la comunità
pattizia organizzata traduce in un <( autentico di­
ritto ». In altri termini, la proprietà è un diritto
puramente convenzionale, in quanto istituito consen­
sualmente dalla volontà generale. Qualora la volontà
generale decidesse che la proprietà è da abolire -
si potrebbe estrapolare in tal senso il corollario senza
contraddire la teoria - essa non avrebbe più alcuna
base legittima. Rousseau non arriva a tanto, ma os­
serva: <( Comunque avvenga l'acquisto, il diritto di
ciascun privato sul suo terreno è sempre subordinato
al diritto della comunità sul tutto » 31 •
In questa prospettiva si può forse comprendere
come la teoria politica rousseauiana, non <( comuni­
stica » stricto sensu, sia stata un segno di contraddi­
zione rispetto alla tradizione liberale, ed abbia pro­
fondamente influito sul pensiero socialista e sui mo­
vimenti democratici del secolo XIX. Il problema del
confronto tra Rousseau e Marx, specialmente in Ita­
lia, è stato mal posto, in una prospettiva scolastica,
astrattamente dottrinaria. Parlo correttamente signi­
fica calarlo nella realtà storica: seguire la via più
tortuosa e le più complesse mediazioni che vanno
dalla crisi del giusnaturalismo classico ai prindpi del
1789, dalla critica borghese della società feudale alla
critica socialista della società borghese, attraverso la
Rivoluzione francese, i moti giacobini e babouvisti,
la formazione storica del quarto stato e della sua
coscienza di classe. Rousseau resta un uomo del suo

31 I vi, l, IX; SP, II, 98 sg.

86
secolo. È certo che sarebbe storicamente incongruo
chiedergli una « critica della economia politica » ca­
pitalistica condotta dal punto di vista del proleta­
riato. Comunque, in un'epoca in cui il proletariato
non aveva consistenza di classe e la rivoluzione indu­
striale era appena ai suoi esordi, il suo pensiero ecn·
nomico appare non tanto « piccolo borghese », quanto
singolarmente orientato verso il passato: modestia
delle fortune, leggi suntuarie, provvidenze comuni­
tarie, buongoverno. Nell'analisi economica erano piut­
tosto all'avanguardia, e guardavano verso il futuro,
i teorici del capitalismo agrario - Turgot, Quesnay,
Mirabeau - partecipi di quell'ideologia enciclope­
distica che Rousseau condannava; né, di fronte alla
banca protestante ginevrina o alla crescita dell'indu­
stria capitalistica, Rousseau fu indotto a rivedere i
propri assiomi economici. Era sufficiente, ai suoi oc­
chi, che la volontà generale fosse in grado di con­
trollare pubblicamente l'equa distribuzione della ric­
chezza, limitando gli eccessi con gli strumenti fiscali
e con la buona amministrazione, in base alla regola
aurea dell'interesse generale.

VIII. GINEVRA

Un aspetto controverso della teoria politica del


Contratto è la sua relazione con la costituzione di
Ginevra. Rousseau dichiarò di « aver lavorato per la
sua patria e per i piccoli Stati dotati di una costi­
tuzione simile » i o, ancor più nettamente, di aver
tracciato la « storia » e l'« immagine » del governo
ginevrino: « Ho preso a modello delle istituzioni
politiche la vostra Costituzione, che trovavo bella, e
vi ho proposto come esempio all'Europa » 1 • Queste

1 Lettere dalla montagna, VI; SP, III, 9.

87
affermazioni hanno accreditato frettolosi paralleli tra
le tesi del Contratto e le istituzioni della città natale,
o alimentato maldestre elucubrazioni - non di rado
a sfondo nazionalistico - circa l'ispirazione patriot­
tica ed elvetica dell'opera. Altri interpreti hanno no­
tato opportunamente il tono polemico di quelle frasi,
scritte in circostanze particolari, ed hanno sostanzial­
mente negato in base a considerazioni cronologiche
e giuridiche che Rousseau, negli anni in cui compose
il Contratto, conoscesse la costituzione ginevrina cosl
a fondo da paterne tracciare un'immagine precisa.
Come si è visto, i fondamenti teorici del Con­
tratto sono dovuti alla meditazione astratta sui grandi
temi della scienza politica. Ciò non esclude che l'« im­
magine » di Ginevra abbia esercitato un potente sti­
molo su tale meditazione: ma appunto in quanto
immagine o mito, soltanto parzialmente fedele alle
reali strutture politico-sociali della città. Basti qui
rammentare che la repubblica di Ginevrà, sorta dalla
dittatura teocratica di Calvino e consolidatasi in
Stato autonomo negli anni delle guerre di religione,
era un organismo oligarchico controllato da poche
grandi famiglie. La concentrazione del potere era
stata realizzata fin dall'inizio del '600 con abili abusi
e colpi di mano, che pur lasciando formalmente
intatte le norme originarie della costituzione demo­
cratica, aveval;lo vanificato l'esercizio della sovranità
popolare. Durante i primi decenni del secolo XVIII
il ceto dei patrizi e dei banchieri aveva rafforzato il
proprio dominio sulla media borghesia. Si erano sus­
seguiti conflitti e ribellioni - sempre conclusi da
esecuzioni capitali o condanne - in una lunga lotta
tra il patriziato e il partito « borghese ». Un ricono­
scimento formale delle richieste di questo gruppo
subalterno si ebbe nel 1 738 grazie all'Atto di Media­
zione, con il quale il governo francese e le città di
Zurigo e Berna intervennero nella lotta e conciliarono
i partiti in una tregua che sarebbe durata fino al 1755.
La pace apparente consenti a d'Alembert, nel 1756,

88
di descrivere il governo di Ginevra come una strut­
tura repubblicana ben temperata, ove ricchi e non
abbienti, magistrati e popolo, e le singole classi so­
ciali, godevano eguali diritti, o comunque non v'erano
privilegiati per censo o per nascita : « Il governo di
Ginevra gode tutti i vantaggi della democrazia senza
alcuno dei suoi inconvenienti » 2 •
Se un osservatore esterno come d'Alembert po­
teva essere tratto in inganno dalla sottile mistifica­
zione onde una piccola città-Stato dotata di una co­
stituzione formalmente democratica era governata di
fatto da un'élite di oligarchi, un analogo errore di
prospettiva poteva ben capitare a chi, pur essendo
ginevrino di nascita, fosse cresciuto lontano dalla città
e non avesse partecipato alle lotte degli anni 1734-38.
Allora, Rousseau era ospite di Madame de Warens
a les Charmettes; ventenne, aveva appena iniziato il
suo faticoso itinerario di autodidatta. La conoscenza
della città natale si riduceva per lui a qualche no­
tizia generica, ai ricordi d'infanzia, ai vividi affetti
e conflitti di sentimenti narrati nelle Confessioni. Le
fantasie plutarchiane, l'identificazione con gli eroi
romani e con le città antiche, la tensione nostalgica
verso la città-madre dovettero contribuire a edificare
nella sua mente, durante « i traviamenti di una folle
giovinezza », una Ginevra ideale che aveva ben po­
chi punti in comune con la patria reale. E l'idealiz­
zazione della città si fuse intimamente con il senti­
mento di un rapporto privilegiato tra la città e se
stesso : un rapporto di appartenenza e identificazione
affettiva, esposto al rischio della più totale disillu­
SIOne.
Non è possibile comprendere l'esito propriamente
« politico » delle riflessioni di Rousseau su Ginevra

se non si tiene presente questo antefatto psicologico


e sentimentale. Esso spiega via via le illusioni ini­
ziali, le circostanze concrete del rinnovato contatto
2 D'Alembert, art. Ginevra, in Enciclopedia, cit., 694.

89
con la città nel 1 754, l'atteggiamento del citoyen nei
confronti dei suoi concittadini, la presenza di una
ispirazione « ginevrina » nelle pagine del Contratto;
e infine la scoperta del reale, la disillusione e il con­
flitto : « Ho teneramente amato la mia patria finché
ho creduto di averne una - dirà con parole rive­
latrici -. Alla prova dei fatti, mi sono accorto d'es­
sermi ingannato. Staccandomi da una chimera, ho
smesso di essere un visionario » 3 • La parabola sen­
timentale si lega alle circostanze di una progressiva
presa di coscienza delle strutture politiche di Gine­
vra, che si potrebbe riassumere in tre momenti: il
trionfo della « chimera » ancor prima del rientro in
città, documentato dalla dedica del secondo Discorso;
la reintegrazione nella cittadinanza e la riconversione
alla Chiesa calvinista, seguita dalla calda idealizza­
zione della società e dell'ethos ginevrini nella Lettera
a d'Alembert e in alcuni spunti del Contratto; infine
lo scontro aperto con l'oligarchia e la veemente
denunzia delle Lettere dalla montagna.
Nell'elogio ditirambico che precede il secondo
Discorso, Ginevra si presenta esplicitamente come la
realizzazione della città perfetta. Lo Stato a · misura
d'uomo, l'immedesimazione del sovrano e del popolo,
il nesso di autorità e libertà, l'antica tradizione demo­
cratica, la concordia tra i ceti, il rifiuto della violenza,
la moderazione e integrità dei magistrati, la « posi­
zione incantevole » , l'eccellenza del clero, la modestia
e la virtù delle donne, sono lineamenti di un quadro
tutto ideale, nel senso preciso che Rousseau attinge
soltanto ai ricordi e alla propria immaginazione « ro­
mana )> . Sono pagine d'alta retorica, dove l'immagine
del padre artigiano - con Tacito, Plutarco e Grazio
sparsi sul desco tra gli utensili - si fonde con
l'illusione di una piena coincidenza tra ideale e reale.
Le « migliori norme )> del buongoverno sono prati­
cate a Ginevra, la felicità dei cittadini vi è « piena-

3 Rousseau a Duclos, 28 luglio; CG, X, 55.

90
mente realizzata » nella giustizia sociale e nella mode­
razione delle fortune.
Se, tra i fiori oratori, si cerca di precisare l'idea
-che Rousseau si faceva nel 1 754 della costituzione
ginevrina, « dettata dalla più sublime ragione », non
è difficile riconoscervi il modello di un'« aristocrazia »
elettiva a base popolare, proprio nel senso che sarà
chiarito nel 1 762 dal Contratto. A Ginevra tutto il
popolo legifera in assemblea, ma l'esecutivo è affidato
a magistrati elettivi. La distinzione tra legislativo ed
esecutivo assicura il rispetto della sovranità popolare,
anche se l'iniziativa delle proposte di legge spetta
ai magistrati entro i limiti prescritti dall'antica costi­
tuzione 4• Ginevra ha dunque l'ottimo tra i governi
possibili. Nell'articolo Economia politica e nel Con­
tratto tale immagine resta più o meno implicitamente
operante 5, e in questo senso è innegabile che Rous­
"Seau segue un'ispirazione « ginevrina » sui generis. ·

Ma che al mito non corrispondesse la realtà di­


venne subito chiaro : dopo l'amichevole accoglienza
e il rimpatrio del citoyen nel 1 754, l'anno successivo
la dedica del Discorso fu accolta molto freddamente
dai magistrati del Petit Conseil. I nerriici che Rous­
seau si procurò con la . sua sortita erano evidente­
mente politici accorti 6• Sotto la prosa pomposa della
dedica avevano colto le insidiose implicazioni demo­
cratiche del richiamo alla sovranità popolare ed alla
-antica costituzione. Anzi, alla luce dei conflitti re-
-centi tra oligarchi e borghesi - di cui a Rousseau
probabilmente sfuggiva la portata politica - l'elogio
doveva apparire un'involontaria parodia. Gli oligar­
chi, i « magnifici e . onoratissimi signori » destinatari
di quell'incauto panegirico, erano in realtà i respon­
sabili della lunga opera di manomissione e di svuo­
tamento delle istituzioni rappresentative, cui si do-
4 Discorso sull'ineguaglianza, Dedica; SP, I, 124 sgg.
5 Economia politica; SP, I, 305. Cfr. Contratto sociale,
Premessa; SP, Il, 83.
6 Confessions, lX; OC, I, 395.

91
veva la sopravvivenza puramente formale dell'antica
costituzione democratica. Ma Rousseau lo avrebbe
compreso soltanto dieci anni più tardi. Il troppo
breve contatto con la città, le amicizie che vi strinse
e che seguitò a coltivarvi, probabilmente il senso di
solidarietà che la ritrovata comunità ecclesiastica e
civile dette all'antico girovago déraciné, continuavano
a sostenere energicamente nel suo animo l'immagine
mitica del popolo e dello Stato di Ginevra. Cosl
quando nel 1 757 Voltaire e d'Alembert si accorda­
rono per inserire nell'Encyclopédie l'articolo su Gi­
nevra, generalmente obiettivo, ma sottilmente provo­
catorio riguardo ad alcuni punti, Rousseau si sentl
investito della missione di difensore della sua città.
o meglio del mito che se ne era foggiato.
La provocazione riguardava i dogmi e la fede dei
pastori calvinisti e il divieto, vigente dal 1617, di
dare spettacoli teatrali in città. D'Alembert e il suo
ispiratore Voltaire seguivano una strategia precisa.
Lodando il razionalismo religioso del clero - un
« socinianismo perfetto », ormai scettico rispetto alla
rivelazione e alla credenza nell'inferno - intende­
vano proporre un esempio di tolleranza e di libertà
intellettuale, contrapposto allo spirito chiuso e bi­
gotto dominante nella Chiesa di Francia. Era un
elogio interessato, tendenzioso, che portava alle con­
seguenze estreme atteggiamenti morali e teologici dif­
fusi in forma assai più blanda tra i pastori ginevrini;
i quali, dal canto lo_ro, respinsero le insinuazioni come
non pertinenti alle proprie credenze. Voltaire, che si
era insediato da poco nella villa Les Délices presso
Ginevra, reduce dalla corte di Federico Il, ambiva
fare della città elvetica il simbolo stesso dei lumi ed
egemonizzarne la vita culturale ai fini della philo­
sophie. Riteneva che il teatro - anzitutto con le
rappresentazioni delle sue tragedie e commedie di
propaganda ideologica - potesse avere una funzione
pedagogica di prim'ordine e giovare a sensibilizzare
la buona società alle idee illuministiche. Aveva invi-

92
tato il grande attore Lekain, e le sue letture dram­
matiche avevano « fatto piangere tutto il Conseil
di Ginevra » . Sarebbe bastato togliere l'antico divieto,
eliminare i pregiudizi moralistici contro gli attori e
gli spettacoli, proteggere con una buona legge « una
compagnia di attori rispettabili » da proporre come
esempio a tutta Europa; cosl il « soggiorno nella città,
che molti francesi considerano triste a causa della
mancanza di spettacoli, diventerebbe un soggiorno di
onesti piaceri, cosl come lo è ora della filosofia e
della libertà » 7 •
Rousseau replicò brevemente riguardo all'orto­
dossia dei pastori, adducendo in loro difesa il rispetto
della retta coscienza; polemizzò a lungo riguardo al
secondo punto. La Lettera a d'Alembert sugli spet­
tacoli riprende, certo, tutti gli spunti di una vecchia
controversia pro e contro la moralità del teatro,
divampata in Francia fin dall'epoca di Molière -
cui era stato negato il funerale religioso - ed alla
quale avevano partecipato teologi, moralisti e spiriti
forti, da Bossuet a Luigi Riccoboni, dal gesuita Porée
a Baculard d'Arnaud. Ma, come già nel primo Di­
scorso, il punto di vista di Rousseau è ben più
originale delle singole tesi che accoglie. Le argomen­
tazioni correnti sull'immoralità delle donne di teatro,
sulla corruzione dei costumi connessa all'arte del­
l'attore, sulla falsificazione dei sentimenti e sull'ipo­
crisia che nascono nell'animo dello spettatore, si ar­
ricchiscono di sottili risonanze personali. Il peggior
difetto del teatro sta nel fatto che esso vive soltanto
del suo successo, e deve perciò lusingare i bassi
istinti della folla. Rousseau riecheggia la condanna
platonica della poesia: il divieto degli spettacoli a
Ginevra è una misura « politica » da conservare con
rigore, giacché « quando si deve conservare la libertà,
tutto il resto è molto puerile » 8•

7 D'Alembert, art. Ginevra, cit., 696.


8 Lettera a d'Alembert, cit., 607.

93
L'argomentazione acquista il suo preciso signifi­
cato a confronto con il programma propagandistico
di Voltaire, che Rousseau implicitamente contesta.
Il rifiuto, che prolunga la polemica del primo Di­
scorso contro l'ideologia degli enciclopedisti, è coe­
rente con i valori etico-politici alternativi elaborati
negli altri scritti. Anche qui, al di là del moralismo
corrente, Rousseau lega il suo discorso critico ad una
concezione della vita comunitaria opposta alla frivo­
lezza della società parigina, cosl pronta ad applaudire
tutte le novità teatrali offerte al consumo del pub­
blico. Difendere Ginevra dal teatro significa per lui
proteggere la sua città ideale dalle insidie della
civiltà-corruzione, dalla pericolosa seduzione della
phjlosophie. Voltaire aveva affascinato la buona so­
cietà e ingannato i pastori. Occorreva smascherarlo,
mostrare i guasti morali e politici che sarebbero deri­
vati dalla contaminazione con il teatro. Non spetta­
coli dunque, non le insidiose commedie di Molière,
fatte per « piacere a spiriti corrotti >>; ma gare, re­
gate, feste popolari nelle quali i singoli si ritrovino
unanimi come parti di un tutto e celebrino con sem­
plicità l'appartenenza alla città:

Bisogna dunque escludere ogni spettacolo in una


repubblica? Al contrario, bisogna darne molti. Sono
nati nelle repubbliche ed è nel loro seno che brillano
con vera festosità. A quali popoli più s'addice riunirsi
spesso e formare dolci legami di piacere e di gioia, se
non a quelli che hanno motivo di amarsi e di restare
uniti per sempre? Abbiamo già pubbliche feste; creia­
mone altre, e ne sarò felice. Ma non accogliamo quegli
spettacoli esclusivi che tengono tristemente segregate
poche persone in un antro oscuro [ ] No, popoli felici,
... .

non sono quelle le vostre feste. Dovete riunirvi al­


l'aperto, sotto il cielo; e darvi tutti al dolce sentimento
della vostra felicità [ ] . Piantate in mezzo a una piazza
...

un palo incoronato di fiori, riunite il popolo, . e avrete


una festa 9,

9 lvi, 613 (si è modificata la traduzione).

94
Le danze e i canti dei popoli primitivi, le feste
popolari di Sparta sono i modelli ai quali Rousseau
si ispira. La simbologia della festa rivoluzionaria
riprenderà questi motivi. La Lettera sugli spettacoli,
con le pagine sulla comunità rustica dei Montagnons
e con il panegirico delle virtù popolari e civili, dà
un contenuto corposo e un « colore locale » ape for­
mule astratte dei testi politici. Nel 1758 fu accolta
con favore a Ginevra; ma non accadde lo stesso per
l'Emilio e il Contratto. Nel giugno 1762, subito dopo
la condanna parigina che costrinse Rousseau a cer­
care rifugio a Yverdon, il governo di Ginevra decretò
il rogo dei due libri e l'arresto dell'autore. La crisi
del mito di Ginevra è ovviamente legata a quest'epi­
sodio ed alle polemiche che ne seguirono. Ma si deve
anche notare che i magistrati ginevrini erano stati
perspicaci nel considerare il Contratto come un libro
sedizioso e contrario alla interpretazione conserva­
trice della costituzione. Su alcuni punti essenziali,
smentiva certe tesi costituzionali che l'oligarchia
aveva imposto nel 1734, e faceva esplodere nuova­
mente il vecchio conflitto di opinioni e d'interessi
in materia di diritto costituzionale. Allora, nella lotta
tra oligarchi e partito borghese riguardo al diritto di
protesta (représentation) una commissione di esperti
aveva espressamente fissato questi assiomi: l ) il go­
verno di Ginevra è sl una « ariste-democrazia » o una
« repubblica mista », ma vige in esso il principio
classico della divisione dei poteri : l'autorità sovrana
è costituita da « diverse parti » che stanno in equi­
librio reciproco (i singoli « consigli » gerarchicamente
ordinati sotto la supremazia del Petit Conseil). 2) La
sovranità popolare è tale solo di nome, dato che il
Conseil Général dev'essere convocato soltanto in oc­
casioni straordinarie, a discrezione dei magistrati e
su loro iniziativa 10• Quattro anni più tardi, l'Editto
to Représentations des dtoyens et bourgeois de Genève,
Genève 1734; cit. in Derathé, ].-]. Rozme,m et la science
politique de son temps, Paris 1970, 15.

95
ài Mediazione siglato dalla Francia, da Zurigo e
Berna, ribadl questi prindpi, confermando la ditta­
tura di fatto del Petit Conseil e dei sindaci, e il
primato politico degli oligarchi.
Un accostamento tra questi documenti costituzio­
nali e le tesi rousseauiane è sufficiente per mostrarne
l'inconciliabilità. La struttura del potere a Ginevra
emarginava la sovranità popolare, negava la distin­
zione tra legislativo ed esecutivo, eludeva tutte le
garanzie democratiche previste dal Contratto. La con­
danna del libro pose brutalmente Rousseau di fronte
a una realtà che aveva ignorato, ma stimolò d'al­
tra parte la fazione « borghese » o « popolare » a
prendere posizione ed a formulare un'aperta sfida
.all'oligarchia. Trascorse quasi un anno prima che
Rousseau si decidesse a reagire alla condanna; lo fece
soltanto quando anche la sua Lettera a monsignor
De Beaumont fu condannata, nell'aprile 1 7 63 . Con
solennità, rinunziò ai suoi diritti di citoyen :

Vi dichiaro - scrisse al primo sindaco - che abdico


in perpetuo al mio diritto di borghese e cittadino della
·Città e repubblica di Ginevra. Dopo aver adempiuto
come meglio ho potuto ai doveri connessi al titolo,
senza goderne alcun vantaggio, non credo di restare
debitore verso lo Stato !asciandolo. Ho cercato di ono­
rare il nome ginevrino; ho · teneramente amato i miei
-compatrioti; non ho tralasciato nulla per farmi amare
da loro: il risultato non poteva essere peggiore [ . . ] 11•
.

L'epistolario degli anni 1 762-63 registra momento


per momento le disillusioni, i conflitti, le circostanze
giuridiche e politiche della vicenda che segnò la
« scoperta » del regime ginevrino. In città un gruppo
pro-rousseauiano si organizzò sotto la guida di un
dttadino autorevole, J.-F. De Luc, decano della bor­
ghesia. Riesumò la vecchia arma della protesta, indi-

11 Rousseau a J. Favre, 12 maggio 1763; CG, IX, 284.

96
rizzando al primo sindaco un� « umilissima e rispet­
tosa représentation », nella quale si contestava come
illegittima la procedura di condanna dell'Emilio e del
Contratto. I firmatari erano quaranta il 1 8 giugno
1763 ; l'atteggiamento dilatorio del Petit Conseil li
fece accrescere a cento 1'8 agosto, a quattrocento­
ottanta il 20 agosto. Il caso Rousseau diventò cosl
l'occasione di uno scontro tra gruppi sociali, interessi
economici, fazioni politiche, e offd al partito per­
dente del 1734 la possibilità di rimettere in que­
stione la violenza legale degli oligarchi. I quali, per
bocca del procuratore Jean-Robert Tronchin, rigetta­
rono sia le représentations concernenti Rousseau, sia
la legittimità della iniziativa stessa. A questo punto,
nel settembre-ottobre 1763, la questione procedurale
diventò la chiave della faccenda. Aveva o no il Petit
Conseil un diritto di vetÒ (droit négatif) nei con­
fronti delle représentations d'iniziativa popolare? Il
dibattito parve concluso dalla pubblicazione di
« un'opera scritta a favore del Conseil con un'arte
infinita, grazie alla quale il partito dei représentants
fu ridotto al silenzio e schiacciato [ . . . ] Siluit terra » 12•
Erano le Lettere scritte dalla campagna, dovute
alla penna del Tronchin. Rousseau si era proposto
più volte di rispondere alle accuse dei suoi giudici
per chiarire la propria posizione religiosa e ribadire
le proprie tesi giuridico-politiche. Aveva redatto ab­
bozzi di repliche, rimasti incompiuti. Nel momen­
to in cui la questione personale si allargò sul ter­
reno del conflitto costituzionale, e Tronchin parve
averla risolta a vantaggio della parte dominante,
Rousseau uscl dal suo riserbo e accettò, per la prima
volta, di prender posizione nel dibattito politico. Lo
sollecitarono in questo senso <( rappresentanti » in­
fluenti, come François-Henri d'l vernois e De Luc,
<< persuasi che soltanto lui fosse in grado di replicare
efficacemente » alle tesi fraudolente e sottili di Tron-
12 Confessions, XII ; OC, I, 610.

97
chin 13 • Una lettera di risposta non lascia dubbi circa
lo stato d'animo di Rousseau e le illusioni ginevrine
che aveva coltivato fino allora:
Quella che mi proponete è un'impresa assai grande
per me. Richiede una molteplicità di cognizioni che non
posseggo. Non ho mai studiato la costituzione della
vostra Repubblica, non so nulla dei fatti citati nelle
représentations e nelle repliche; della storia del vostro
governo so soltanto ciò che ne ho letto in Spon [ . . ] .
.

Mi mancano tutte le istruzioni necessarie. Voi solo


potete fornirmele. Malato, indolente, scoraggiato, desi­
deroso di riposo che non mi si vuoi concedere, ho la
massima ripugnanza per quest'impresa, e ne sento tutte
le difficoltà, tanto più che in questi casi bisogna caver­
sela brillantemente, o non impegnarsi neppure. Non mi
piacciono i giochi infantili; se pongo mano all'opera,
debbo sbaragliarli 14,

De Luc provvide a inviare a Motiers due casse


di carte che gli servirono di documentazione: erano
relazioni manoscritte riguardanti la storia e la costi­
tuzione di Ginevra, dovute a pastori latitudinari come
Jacob Vernes e Jacques-Antoine Roustan, memorie e
scritti storici di Jean-Robert Chouet, Gregorio Leti,
Miche! Roset, di anonimi. Rimasti in gran parte ine;
diti, questi testi erano stati proscritti dal Petit Con­
seil. Rappresentavano infatti il punto di vista politico
delle fazioni « borghesi » tradizionalmente perdenti
nel conflitto con gli oligarchi. Un'altra importante
fonte d'informazione fu per Rousseau lo scambio epi­
stolare con un fuoruscito ginevrino residente a Pa­
rigi, Toussaint-Pierre Lenieps, che gli suggerl . nume­
rosi argomenti giuridici a favore delle tesi dei repré­
sentants, e, a quanto pare, la richiesta capitale di
restaurare la democrazia nei termini previsti dalla
costituzione, di « riportare il governo ai suoi prindpi
pnmt » .
13 De Luc a Rousseau, 30 settembre 1763; CG, X, 143 .
14 Rousseau a De Luc, 25 ottobre 1763; CG, X, 189.

98
Questa massima « machiavelliana » domina le ul­
time quattro Lettere scritte dalla montagna (VI-IX)
che Rousseau compose rapidamente e dedicò alla cri­
tica puntuale e recisa di tutte le argomentazioni di
Tronchin. Difendere il Contratto sociale significò ad
un tempo smascherare le « usurpazioni » che il Petit
Conseil aveva operato a danno del popolo ginevrino
con una sottile tecnica di corruzione. È interessante
notare come, dissolto il mito della perfetta costitu­
zione vigente nel presente a Ginevra, l'immagine · del
buongoverno si sposti più indietro, nel buon tempo
antico : occorre << ritrovare ciò che è perduto », ossia
la sana struttura costituzionale, integralmente « demo­
cratic:J », che la città si era data fin dall'età comu­
nale. A costo di non poche distorsioni di prospettiva
storica, la rilettura del Contratto che ora l'autore
propone vuoi tenersi comunque aderente, ma in ne­
gativo, all'immagine della patria elvetica :

« Ecco la storia del governo di Ginevra ». Cosl hanno

detto leggendo la mia opera tutti quelli che conoscono


la vostra costituzione. .
In effetti, quel contratto originario, quell'impero delle
leggi, quell'essenza della sovranità, quell'istituzione del
governo, e il modo di restringerlo gradualmente per
compensare l'autorità con la forza, quella tendenza al­
l'usurpazione, quelle assemblee periodiche e l'abilità di
sopprimerle, la prossima distruzione che vi minaccia e
che io volevo prevenire, non ci danno, tratto per tratto,
l'immagine della vostra repubblica, dalla nascita a oggi? 15 •

Il confronto resta aperto: la città ideale è tuttora


il modello del Contratto; questo, reinterpretato alla
luce degli eventi, offre a sua volta i criteri indispen­
sabili per valutare la degenerazione che la città ha
sublto a causa della violenza degli oligarchi. Le Let­
tere dalla montagna contengono una diagnosi detta­
gliata del processo di « dissoluzione del corpo so-

15 Lettere dalla montagna, VI; SP, III, 8·9.

99
dale », alla luce dei prindpi teorici fissati de jure
per qualsiasi Stato. Rousseau analizza storicamente
gli aspetti giuridici e costituzionali dell'opera di ac-·
centramento condotta negli ultimi due secoli dal Petit
Conseil a danno delle assemblee e delle magistrature
popolari, quali l'Assemblée Générale e il Conseil des
Deux Cent. In base al principio della sovranità popo­
lare, il potere legislativo e il diritto di guerra e di
pace sarebbero spettati alla prima, che raccoglieva i
membri del ceto « borghese » (citoyens e bourgeois,
esclusi gli stranieri residenti e i loro figli, habitants o
natifs). Ai Deux Cent spettava invece la giustizia
criminale, la coniazione della moneta, la messa a
punto delle proposte di legge, l'elezione annuale dei
venticinque membri del Petit Conseil. I quali erano
i veri detentori del potere: « Tutto emana dal Petit
Conseil per la deliberazione, tutto ritorna ad esso per
l'esecuzione » aveva già scritto d'Alembert 16 • Rous­
seau li definisce ora « despoti » e « tiranni ». Il patri­
ziato aveva selezionato le famiglie ammesse al Petit
Conseil e ai Deux Cent, in modo che di fatto le due
magistrature si cooptavano a . vicenda, esautorando
completamente l'assemblea popolare. È il punto sul
quale Rousseau concentra le sue più veementi in­
vettive:

Presso di voi il potere del Petit Conseil è assoluto


sotto tutti i rispetti; esso è ministro e principe, parte e
giudice contemporaneamente; ordina ed esegue; cita, ar­
resta, imprigiona, giudica, punisce da sé; ha in mano la
forza per intraprendere qualsiasi cosa; i suoi funzionari
non sono mai perseguibili; non rende conto a nessuno
né della propria né della loro condotta; non ha nulla
da temere dal legislatore che può aprir bocca solo con
il suo consenso e davanti al quale non andrà ad accu­
sarsi 17•

16 Art. Ginevra, cit., 694.


17 Lettere dalla montagna, IX; SP, III, 75.

100
· Come si era realizzata questa classica situazione
di sopraffazione del potere legislativo parte del-
l'esecutivo? La diagnosi è molto
·

storico e su quello giuridico. Osservate


namica, le istituzioni ginevrine aotJariva
« con sforzi limitati e continui, con mtttaJme:
insensibili » , con conseguenze remote e imprf�V� ,.,..,.,.....
da parte del popolo sovrano. Era stato un
voro di tattica e di ipocrisia, che aveva portato
emarginazione completa della volontà popolare e per­
ciò alla distruzione della sovranità. Il governo di Gi­
nevra era dunque illegittimo.
Le proposte che Rousseau formula per porre rime­
dio a questa situazione non sono rivoluzionarie, ma
tengono conto delle forze in campo. I gruppi bor­
ghesi battuti nel 1 734-38 e i fuorusciti sostenevano
tesi costituzionali tutt'altro che omogenee circa la
divisione dei poteri all'interno dello Stato, ma ispi­
rate ai principi giusnaturalistici correnti. Rousseau
li segue e cerca di metterli d'accordo, anche in deroga
al principio della indivisibilità del potere formulato
nel Contratto ; li segue anche nel ritenere parzial­
mente accettabile l'Atto di Mediazione del 1 738. Né
pone in discussione la limitazione al solo ceto « bor­
ghese » del diritto di partecipazione e di voto nel­
l'Assemblée Générale, contraddicendo implicitamente
in questo modo la propria dottrina della volontà gene­
rale, intesa come espressione di tutto il popolo. E
vien meno a questa dottrina anche nel richiamarsi
alla costituzione ginevrina originaria da restaurare;
laddove, secondo i prindpi del Contratto, il popolo
sovrano ha per definizione il diritto di riformulare
le leggi fondamentali dello Stato quando lo ritenga
opportuno. Le Lettere dalla montagna sono un vero e
proprio pamphlet politico, dettato dal consapevole
sforzo di inserirsi nella lotta in corso mediante una
linea di compromesso capace di coalizzare tutte le
forze ostili ai « venticinque tiranni ». Il tentativo ebbe
successo. Nelle elezioni del 1765 la macchina di po-

101
tere manovrata dal Petit Conseil subl una prima
sconfitta, e si aprl una fase di rinnovamento demo­
cratico che anticipò in città le future tensioni giaco­
bine. Le Lettere dalla montagna avevano prodotto il
loro effetto, ma il polemista non trasse vantaggio
dalla sua vittoria. Perseguitato sia dal clero, sia dalla
diffamazione di Voltaire, scacciato a furor di popolo
da Mòtiers, dovette cercar rifugio sul lago di Bienne
e poi in Inghilterra. Non rimise mai piede a Ginevra,
né si occupò più delle vicende interne della città.

IX. LE PROFE S S IONI DI FEDE

È esplicito nel Contratto l'intento di distinguere


nettamente il concetto di legge « divina » da quello
di legge « umana », e di « considerare umanamente
le cose » nell'ambito dell'associazione civile 1 • Tutta­
via il nesso rousseauiano tra religione e politica non
è cosl semplice. La laicizzazione della teoria politica,
ossia il tentativo di bandire ogni presupposto meta­
fisico o religioso dalla costruzione della società giusta,
ha il suo contrappeso in una preoccupazione perso­
nale costante per i problemi della religione, della
fede e della teodicea. La triplice discriminazione deli­
neata nel capitolo conclusivo del Contratto tra
-

« religione dell'u01p.o », « religione del cittadino » e


« religione del prete », con la connessa ipotesi di
una « religione civile » - è l'esito di una meditazione
intensa e molto articolata, della quale sono stati più
volte ricostruiti i momenti. In generale, Rousseau
si pose il problema della religione civile nei mede­
simi teriJ,lini in cui si pose quello del legislatore.
L'una e l'altro hanno una funzione « edificante »:

l Contratto sociale, II, VX; SP, II, 1 1 1 . Cfr. Manoscrit­


to di Ginevra, Il, IV; SP, Il, 52-3.

102
sono in certo senso dei succedanei della Rivelazione
e delle Chiese storiche; costituiscono una sorta di
Chiesa laica, che provvede a indirizzare e preservare
integra la « bontà » della natura umana. La religione
civile, ridotta a pochi « semplici dogmi » e posta
interamente sotto il controllo dello Stato, ha una fun­
zione pratica capitale nel tenere unita la collettività.
Dopo aver fondato il suo sistema sulla rigenerazione
« secolare » della natura umana, Rousseau non ricade
dunque nella sfiducia verso la città terrestre e verso
l'umanità peccatrice, tipica della tradizione cristiana?
La credenza religiosa che impone, sia pure entro i
limiti di un deismo « puramente civile » , non è un
residuo irrazionale, inconciliabile con la redenzione
·

politica adombrata nel Contratto? 2 •


Il difficile nodo problematico, che ha dato luogo
a « rousseauismi » di segno opposto e ad una con­
troversa fortuna, non si può eludere, né risolvere in
modo sommario. Basti qui osservare - come già si
è notato a proposito della ltE'ta�o).� nella teoria poli­
tica - che occorre rifarsi a due ordini di conside­
razioni. Per un verso, il sottile anatomista del pro­
prio io, cosl oppresso da personali sentimenti di
colpa, conosce assai bene in prima persona e non
sottovaluta la fragilità e l'incostanza della coscienza
umana, dilacerata tra l'innocenza e il peccato, sempre
oscillante tra il benefico « amor di sé » e il malefico
« amor proprio ». Certo, la società, con i suoi falsi
valori, esaspera questo dualismo ; ma esso è insito
nella natura ancipite dell'uomo. Per un altro verso,
accusando la società e l'uomo stesso, Rousseau rifiuta
di assegnare alla provvidenza qualsiasi corresponsa­
bilità nelle « colpe » umane. Le nozioni di innocenza
e di colpa dominano comunque i rapporti tra Dio e
l'uomo, e questo contrasto ci riporta alla forma mentis
dualistica riflessa negli seri tti autobiografici 3• I passi

2 Supra, cap. VI e nota 77.


3 Supra, cap. l .

103
delle Confessioni, delle Réveries, dei Dialoghi che
toccano più da vicino la problematica religiosa rive­
lano le radici profonde di tale atteggiamento. L'os­
sessione che sospingeva Jean-Jacques a fuggire il
« male » , in senso metafisica o in senso sociale,
l'induceva anche a ricercare un ubi consistam in una
credenza incrollabile. E poiché ogni sua certezza si
dissolveva sotto l'azione erosiva dell'ambiente dei
philosophes, la ricerca si risolveva nell'evidenza del
cuore, nell'espressione retorica e non priva di esibi­
zionismo della propria fede. « Professione di fede »
è un'espressione pregnante: Rousseau non cessò di
« professare » la propria fede, in ogni occasione, ricer­
cando nella dichiarazione solenne della verità la con­
ferma di una scelta giusta, da rinnovare dinanzi a
se stesso e dinanzi al pubblico.
La sua esperienza religiosa va seguita su vari
piani: il contatto personale con sacerdoti e fedeli di
confessione calvinista o cattolica; l'adesione succes­
siva alle due Chiese, accompagnata da un assenso
interiore non pienamente consapevole; l'aspirazione
a una fede totale, vissuta al livello della sensibilità
e delle emozioni, e la conseguente esigenza di un
credo razionale; le intense letture di autori cattolici
e protestanti, mistici e deisti, di correnti teologiche
disparate; la lenta elaborazione di una prospettiva
metafisica propria - con al centro il problema del
male e la giustificazione di Dio - e il tentativo
incauto di farla r.ientrare nell'ambito della teologia
latitudinaria dei pastori ginevrini; il conflitto con i
philosophes atei e materialisti, poi con la gerarchia
cattolica e protestante. Ciascuno di questi momenti
si lega a sua volta a precise situazioni, configurando
la religione' di Rousseau come un delicato problema
d'interpretazione, che trova soluzione soltanto nell'at­
tenta lettura critica di testi di meditazione o di con­
troversia composti nell'arco di un trentennio, dalle pre­
ghiere giovanili alle Réveries. Non si può dire che
mutasse radicalmente, in questo lungo periodo, il fer-

1 04
vore del credente, sempre aderente ad alcune con­
vinzioni elementari. Mutarono però le argomentazioni
e giustificazioni intime della sua fede quaerens intel­
lectus, le reazioni polemiche estrinseche, e si affina­
rono straordinariamente i mezzi espressivi che sedus­
sero e convertirono intere generazioni alla fede del
Vicario savoiardo.
Ricostruendo la vita religiosa di Ginevra nei primi
deèenni del sec. XVIII il Masson ha notato che la
frequentazione delle chiese, la liturgia e i sermoni,
il prestigio stesso della tradizione e del clero eser­
citarono un fascino durevole sul giovane Jean-Jacques.
Fu un abito acquisito in gioventù per la via consueta
della suggestione emotiva e fantastica : l'eloquenza e
la tematica morale dei predicatori calvinisti, la sedu­
zione dei salmi e della musica sacra hanno echi note­
voli in Rousseau scrittore e musica. Dal punto di
vista strettamente teologico l'influenza calvinista · non
fu però altrettanto considerevole. Il giovane non era
stato ancora ammesso ai sacramenti, quando le cir­
costanze lo portarono a convertirsi al cattolicismo.
Nelle Confessioni e nell'Emilio la « conversione » al
papismo è presentata con pungente auto-ironia: « Mi
feci cattolico, ma non cessai di essere cristiano »,
dichiara, e aggiunge che la causa dell'apostasia era
stata soltanto l'urgenza di « avere pane » 4• Al disotto
dei pentimenti antipapisti, si avvertono tuttavia ri­
chiami sensuali e sentimentali meno drastici: l'abi­
lità dei persuasori, la prima apparizione di Madame
de Warens, il gusto dell'avventura. Anche le pagine
delle Confessioni che descrivono il �aggiorno a Torino
presso la confraternita dello Spirito Santo, certe tur­
pitudini e bassezze del costume cattolico, la resistenza
morale del catecumeno, riflettono evidentemente una
autocritica retrospettiva.
La conversione, se incise sulla sfera affettiva di

4 Confessions, II; OC, l, 47 sgg.; Emile, IV; OC; IV,


559; Réveries, III; OC, l, 1013.

105
Jean-Jacques, dové lasciare nella sua mente poco più
che un arido catechismo. Ciò spiega come il duplice
legame giovanile con il calvinismo e con il cattoli­
cesimo - cosl profondamente contraddittorio in
un'epoca in cui i conflitti tra le due confessioni
erano ancora molto aspri - non si traducesse per
diversi anni in precise scelte dottrinali. La consuetu­
dine con cattolici - l'onesto abbé Gaime e l'abbé
Gatier, modelli del Vicario savoiardo, i « reverendi
padri gesuiti », soprattutto Madame de Warens -
giovano a comprendere sia la formazione tutt'altro
che omogenea del neofita, sia, più tardi, talune no­
stalgie « cattoliche » seguite alla riconversione al cal­
vinismo. Non fu certo la devozione curiosamente
immoralistica di Madame de Warens, né l'influenza
dei mediocri direttori di coscienza che poté incontrare
nella sua cerchia ad orientarlo verso una precisa scel­
ta teologica. In quel periodo di formazione e di co­
piose letture predominava piuttosto in lui il senti­
mento di una totale immedesimazione con Dio e la
natura: « Passeggiando, pronunziavo la mia preghie­
ra, che non consisteva in un vano balbettio delle
labbra, ma in una sincera elevazione del cuore all'au­
tore dell'amabile natura della quale contemplavo le
bellezze. Non mi è mai piaciuto pregare in camera
mia: mi sembra che le mura e tutti gli amminicoli
umani · si interpongano tra Dio e me. Amo contem�
piario nelle sue opere, mentre il mio cuore si eleva
fino a lui. Le mie preghiere erano pure e perciò de­
gne di essere esaudite [ ] »5• Talune « preghiere »
...

composte appunto in quegli anni ci sono conservate


tra le prime testimonianze letterarie dello scrittore.
Il loro contenuto propriamente dottrinale è povero;
lo stile, il linguaggio, le immagini richiamano i mo­
delli devozionali correnti tra i pastori calvinisti. Gli
interpreti hanno sottilmente lumeggiato l'incontro tra
que1la spontanea « religione del cuore » ed una let-

s Confessions, VI; OC, I, 236.

106
teratura devozionale nella quale non si debbono ricer­
care soltanto grandi nomi. Tra questi figurano piut­
tosto Pasca!, Fénelon, Clarke che Bossuet, Arnauld
o Nicole. Le letture del giovane Rousseau erano molto
eclettiche: autori allora popolari e oggi dimenticati,
come Marie Huber, Legendre de Saint-Aubin, Le
Maitre de Claville, Béat de Muralt, e il manuale
cartesiano di Bernard Lamy, alimentarono la sua
vena naturalista e quietista. La lettura costante del
<( Mercure de France » lo teneva in contatto con i

poeti e letterati devoti che vi collaboravano, accanto


a Voltaire ed ai cripto-libertini. L'imponente com­
pilazione di Pierre Bayle lo introdusse nel labirinto
delle controversie dogmatiche, delle quali ebbe su­
bito orrore.
La traccia più duratura fu segnata in lui dagli
autori settecenteschi di « dimostrazioni degli attri­
buti di Dio », quali Fénelon, Clarke, Pluche, Abbadie,
Addison, Nieuwentyt, concordi nel rinnovare le an­
tiche <( prove » teologiche in senso deistico, secondo
le cognizioni scientifiche cartesiane o newtoniane.
Il ricorso di Rousseau alle argomentazioni a poste­
riori tratte dall'ordine della natura ricalca spesso
letteralmente questi apologisti. Ma, anche qui, par­
lare di eclettismo o di una scarsa originalità significhe­
rebbe fermarsi alla superficie. L'incontro tra la spon­
tanea religiosità dell'autodidatta e la letteratura devo­
zionale non si risolveva in una meccanica accumula­
zione di articoli di fede. La contemplazione dell'or­
dine della natura, gli slanci del cuore e l'immagine
interiorizzata di una divinità perfettamente giusta e
buona lo ponevano dinanzi a un quesito radicale: la
teodicea, ossia la giustificazione di Dio rispetto al
male. Era il tema cruciale delle controversie filosofi­
che aperte fin dal tardo secolo XVII tra giansenisti e
deisti, scettici e fideisti. Leibniz aveva difeso la buona
causa della provvidenza nell'elaborata costruzione me­
tafisica della sua Teodicea,. discutendo il gran tema
dell'ottimismo con Pierre Bayle e con il teologo in-

107
glese William King, autore di un De orzgzne mali.
Attorno a loro il dibattito · si era esteso: le soluzioni
oscillavano tra la totale « discolpa » della divinità
da ogni complicità del male e nel peccato, implicante
un complesso recupero della concezione platonizzante
dell'essere come plenitudo formarum; e, all'altro estre­
mo, la riserva scettica che riteneva il problema inso­
lubile, il male un dato di fatto empirico inconciliabile
con il concetto di una divinità giusta. Leibniz, Pope
e i loro innumerevoli seguaci condivisero general­
mente la prima soluzione; Bayle e Voltaire furono
tra i più illustri sostenitori della seconda.
Prima di orientarsi verso una soluzione ragionata
del dilemma, Rousseau vi si sentl personalmente coin­
volto. Il male, più che un concetto metafisica, gli
si presentava come un sentimento prepotente e dram­
matico, che mal si conciliava con l'entusiasmo per la
natura incontaminata, e che appariva inaccettabile
alla ragione. In una preghiera giovanile le lodi del­
l'infinita potenza e giustizia di Dio e l'esaltazione
delle perfezioni della natura contrastano violente­
mente con un ingenuo senso di colpa e di respon­
sabilità personale:

O mio Dio, perdonate tutti i peccati che ho com­


messo fino ad oggi, gli smarrimenti nei quali sono in- .
corso; degnatevi di aver pietà delle mie debolezze, de­
gnatevi di distruggere in me tutti i vizi nelle quali esse
mi hanno indotto. La mia coscienza mi dice quanto io
sia colpevole [ . . ] : Sono penetrato dal rimorso di aver
.

fatto sl pessimo uso della vita e della libertà che voi mi


avete dato soltanto per offrirmi i mezzi di rendermi
degno della felicità eterna [ . . ] 6•
.

In gioventù Jean-Jacques aveva ceduto per un


certo tempo a questo sentimento ossessivo del male,
fino a meditare angosciosamente il dogma giansensi­
sta della predestinazione dei peccatori alle pene in-

6 Prière ( 1738-39); OC, IV, 1037.

108
fernali 7 • Se n'era poi liberato, e aveva risolto il male
e il peccato in una dimensione puramente antropolo­
gica. La provvidenza non poteva essere in alcun mo­
do ritenuta responsabile della fragilità umana e delle
imperfezioni della natura. Una lettera del 1 742 testi­
monia la viva ammirazione di Rousseau per il poema
di Pope e l'adesione alla nozione della « grande ca­
tena dell'essere », infinitamente graduata in natura
secondo una gerarchia ascendente di perfezioni, ave
all'uomo è riservato il gradino più prossimo alla di­
vinità 8 • Le testimonianze sparse degli anni giovanili
offrono tutti gli elementi di una robusta religiosità
personale già orientata verso l'ottimismo metafisica.
Il contatto con la società parigina e l'urto con la
miscredenza militante dei philosophes segnarono un
momento di crisi: « Anziché risolvere i miei dubbi
e le mie perplessità, essi avevano scardinato tutte le
certezze che credevo di avere sui punti che più mi
stavano a cuore; giacché, ardenti apostoli d'ateismo
e imperiosi dogmatici, non potevano tollerare, senza
irritarsi, che io avessi opinioni diverse dalle loro » 9 •
In un'occasione mondana, se si deve prestar fede a
una testimonianza di Diderot, Jean-Jacques « pro­
fessò » arditamente la propria fede nella cerchia stes­
sa del barone d'Holbach. Le repliche ai critici del
primo Discorso e la prefazione al Narcisse lasciano
chiaramente intravvedere una rivendicazione decisa
dei « libri religiosi » e della morale evangelica.
Il ritorno a Ginevra e la riammissione alla Chiesa
calvinista furono, nel 1 754, un gesto solenne di ripu­
dio dell'empietà dei philosophes ed un tentativo pa­
tetico, destinato a fallire, di mettere all'unisono il
proprio credo con le tradizioni religiose della città
natia. Alla professione di fede formale tenne dietro
7 Si veda il curioso aneddoto riferito nelle Confessions,
VI; OC, l, 243.
8 Rousseau a F.-J. de Gonzié, 1 7 gennaio 1762; Cor­
respondance complète, a cura di Leigh, Genève 1965, I, 132.
9 Reveries, III; OC, I, 1015-6.

109
l'elaborazione concettuale dei propri principi, çhe si
può seguire dalla grande lettera a Voltaire del 1756
alla Professione di fede del vicario savoiardo inse­
rita nell'Emi/e, alla Nouvelle Hélo'ise, alle autodifese
· redatte dopo la condanna: la Lettre à Christophe de
Beaumont e le Lettere dalla montagna. Una mede­
sima tensione polemica corre in tutti questi scritti,
ed è parte integrante della religione rousseauiana, che
va sempre ricondotta alla reazione anti-materialista
ed all'aspro dissidio con l'ortodossia cattolica e pro­
testante.
La lettera a Voltaire segna una decisa presa di
posizione nel dibattito sulla teodicea, una meditata
protesta contro la soluzione « pessimistica » del pro­
blema del male, che Voltaire aveva tratteggiato nel
suo Poème sur le désastre de Lisbonne. Il grande
terremoto del 1 755 dimostrava, ai suoi occhi, l'im­
perscrutabilità dei fini della provvidenza e il sovrano
distacco di Dio dal governo delle creature. I sistemi
di Leibniz e di Pope circa l'irrealtà teologica del
male erano puri vaniloqui metafìsici, e l'umanità do­
veva rassegnarsi al suo destino cieco e irrazionale.
Queste conclusioni appaiono inaccettabili a Rous­
seau : « Voi rimproverate a Pope e a Leibniz d'insul­
tare le nostre disgrazie quando sostengono che tutto
è bene, e ingrandite il quadro dei nostri mali in modo
da aggravarne il sentimento [ ] L'ottimismo che
. . . .

voi trovate cosl crudele mi consola tuttavia dei me­


desimi dolori che voi mi presentate come insoppor­
tabili. Il poema di Pope addolcisce i miei mali e mi
induce alla pazienza; il vostro inasprisce le mie
pene [ . ] e mi riduce alla disperazione » 10• Tra i
. .

numerosi argomenti ad hominem con i quali Rous­


seau postilla i versi voltairiani v'è il richiamo ad
una sorta di pragmatismo religioso : la fede in un
Dio giusto e saggio che va coltivata perché è con-

10 Lettera a Voltaire, 18 agosto 1756; OC, IV, 1060.

1 10
solante; la speranza della vita futura che si fonda
sulla volontà di trovare un compenso ai mali di que­
sta. Il ragionamento astratto sui fini della natura,
sul « dolce sentimento dell'esistenza » · che sfugge ai
calcoli dei filosofi, sulle perfezioni di Dio, sulla gran­
de catena dell'essere, offre un supporto accessorio
all'esigenza sentimentale di una credenza religiosa.
La confutazione delle tesi materialistiche di Di­
derot, Helvétius, d'Holbach è condotta, qui come
nella Professione di fede del vicario savoiardo, me­
diante gli argomenti teologici correnti nella tradi­
zione cartesiana o malebranchiana: è il « pauroso
arsenale filosofico » del quale il Vicario desidera sol­
tanto liberarsi al più presto, per affidarsi liberamente
all'ispirazione della coscienza e della natura e al
contatto immediato con la divinità. La religione rous­
seauiana del sentimento non si dissolve nell'irrazio­
nale, ma si limita all'impiego polemico della ragione,
nella misura in cui è indispensabile per combattere
ad armi pari le argomentazioni degli increduli o i
dogmatismi confessionali. Le une e gli altri recano
ingiuria alla provvidenza; e la difficile ricerca intra­
presa da Rousseau per scagionare la provvidenza coin­
cide in più punti con il suo disegno di redenzione della
città terrestre. Nella lettera a Voltaire, riferendosi
espressamente alla tesi centrale del Discorso sull'ine­
guagliam:a, ne illustra le implicanze teologiche « ne­
gative »: « Dipingendo le miserie umane [ ] mo­ . . . ·

stravo agli uomini come essi creano da sé le proprie


sventure, e quindi come avrebbero potuto evitarle.
Non vedo come si possa ricercare la fonte del male
morale altrove che nell'uomo libero, perfezionato,
dunque corrotto; e quanto ai mali fisici [ . ] sono
..

inevitabili in ogni sistema che comprende l'uomo; e


allora la questione non è perché l'uomo non sia per­
fettamente felice, ma perché esista ».
Che la natura umana fosse radicalmente « buona »
Rousseau finl per crederlo esaminando la propria co­
scienza e proiettando all'esterno la nevrosi, l'egoi-

111
smo, il « male » sociale. Reinterpretò alla luce di
questa profonda convinzione i propri rapporti con
gli altri, specialmente dopo la definitiva rottura con
Diderot, Voltaire e le cerchie parigine. L'esordio
dell'Emilio ribadisce con solennità: <� Tutto è bene
tra le mani dell'autore della natura, tutto degenera
tra le mani dell'uomo ». La concezione pessimistica
della civiltà corruttrice, il rifiuto di soggiacere al pro­
cesso degenerativo, la volontà di redenzione si ricon­
nettono a questa massima, che è la chiave di volta
del « sistema » articolato negli scritti politici, educa­
tivi, autobiografici. La <� bontà » di Jean-Jacques si
riflette sull'analisi dell'uomo primitivo; è il criterio
di valore al quale va riferita la diagnosi sociale; è
anche l'archetipo della retta ragione che si pronun­
zia nel silenzio delle passioni ed esprime la volontà
generale « sempre buona ». La singolarità ed etero­
dossia della religione naturale rousseauiana, tutta coe­
rente con questa massima, si rivelò nelle sue impli­
canze anticonfessionali quando il violento attacco di
Christophe de Beaumont, arcivescovo di Parigi, de­
nunziò una contraddizione stridente tra la religione
del vicario savoiardo ed il corpus dogmatico custo­
dito dalla Chiesa romana. Replicando con magistrale
ironia ai fulmini ed alle invettive del presule catto­
lico, Rousseau rivelò con maggior precisione la con­
nessione delle sue idee :

Il principio fondamentale d'ogni morale, sul quale


ho ragionato in tutti i miei scritti e che ho sviluppato
in quest'ultimo [l'Emilio] con tutta la chiarezza della
quale ero capace, è che l'uomo è naturalmente buono,
che ama la giustizia e l'ordine; che non v'è affatto per­
versità originale nel cuore umano, e che i primi impulsi
della natura sono sempre retti [ . ] . Ho mostrato che
. .

tutti i vizi che vengono imputati al cuore umano non


gli sono connaturati; ho detto in che modo sorgono;
ne ho seguito, per cosl dire, la genealogia, ed ho fatto
vedere come gli uomini diventano infine ciò che sono a

112
causa della successiva alterazione della loro bontà on­
ginaria 1 1 •

Christophe de Beaumont aveva messo in guardia


il suo gregge da prindpi cosl blasfemi ed eretici, che
negavano in blocco il dogma cristiano del peccato
originale, il ruolo della redenzione nell'economia
della salvezza, la ragion d'essere stessa della Chiesa
ed i suoi titoli di erede e ministro di Cristo. L'intera
mitologia biblica della caduta e del riscatto veniva
infatti accantonata da Rousseau, in nome dei semplici
postulati della religione naturale. La replica a Beau­
mont precisa questo punto con molta chiarezza. L'ar­
civescovo aveva obiettato che non v'era salvezza
fuori della Chiesa né senza battesimo. Rousseau ri­
sponde che ciò equivale ad accusare Dio stesso di
« ingiustizia » ed a fare di noi dei « peccatori punì­
bili per il vizio ' della nostra nascita ». La risposta
cristiana al quesito « perché l'uomo è malvagio? »
contiene infatti un circolo vizioso: « II peccato ori­
ginale spiega tutto salvo il suo principio, ed è que­
sto principio che dev'essere spiegato » 12• L'eredita- .
rietà del fallo di Adamo in tutti i suoi discendenti
è una tesi scandalosa per la ragione, conclude Rous­
seau, perché mistifica una condizione puramente « sto­
rica », ed imputa alla provvidenza un'assurda com­
plicità con il primo peccatore e con la sua progenie.
II diverbio tra Rousseau e Beaumont e la con­
danna dei magistrati calvinisti ginevrini posero in
evidenza l'inconciliabilità della fede del vicario sa­
voiardo con le correnti ortodosse dominanti in seno
alle due Chiese. D'altra parte il rifiuto puntiglioso e
minuzioso delle tesi materialistiche di d'Holbach,
Diderot, Helvétius, indusse anche il « partito filo­
sofico » a considerare Rousseau come un traditore

11 Lettre à Christophe de Beaumont ( 1763 ); OC, IV,


935-6_
12 lvi, 938 sg.

113
e un transfuga. Il suo destino fu quello di porsi come
un segno di contraddizione tra le schiere avverse,
mentre la sua ambizione era stata di riconciliarle e
di ristabilire la pace religiosa. I due libri conclusivi
della Nuova Eloisa traspongono in forma simbolica
questo ideale irenistico, esplicitamente riaffermato
nella quinta Lettera dalla montagna:

Considerate la condizione religiosa dell'Europa nel


momento in cui pubblicai il mio libro [l'Emilio ] , e vi
renderete conto che era più che probabile ch'esso fosse
accolto ovunque. La religione screditata dalla filosofia
aveva perduto il suo ascendente perfino sul popolo. Il
clero, ostinandosi a puntellare il lato debole, aveva la­
sciato minare tutto il resto, e l'intero edifizio ormai
privo di basi era prossimo a crollare [ ] Le contro­
... .

versie erano finite perché non interessavano più nes­


suno, e la pace regnava tra i vari partiti perché nessuno
si preoccupava più del proprio. Per sfrondare i rami
cattivi si era abbattuto l'albero; per ripiantarlo occor­
reva non lasciare che il tronco. Quale momento più pro­
pizio per instaurare saldamente la pace universale, di
quello in cui l'animosità dei partiti era caduta e con­
sentiva a tutti di prestare ascolto alla ragione? A chi
poteva dispiacere un'opera dove, senza biasimare o al­
meno senza escludere nessuno, si mostrava che in fondo
tutti erano d'accordo [ . ] Che ciascuno doveva con­
.. .

servare pacificamente il proprio culto senza turbare


quello altrui; che ovunque bisognava servire Dio, amare
il prossimo, obbedire alle leggi, e che l'essenza di ogni
buona religione consisteva in questo? Era instaurare, ad
un tempo, la libertà filosofica e la pietà religiosa [ . ] 13•
..

La generosa illusione, l'enfasi retorica e il falli­


mento danno comunque alla Professione · di fede del
vicario savoiardo il suo autentico significato di mani­
festo di restaurazione religiosa, rispetto al duplice
tradimento perpetrato contro l'autentico messàggio
evangelico dalle religioni positive e dai filosofi mi-

13 Lettres de la montagne, V; OC, III, 802.

1 14
scredenti. Il risultato non poteva non essere a sua
volta conflittuale e ambiguo. Contro le Chiese sto­
riche e la religione positiva, Rousseau ricapitola la
tematica sviluppata dai manoscritti anticristiani che
i philosophes andavano stampando proprio in quegli
anni. Contro le tesi dei suoi ex compagni di strada,
riprende le argomentazioni e le prove teologiche ben
note alla metafisica post-cartesiana, soprattutto ispi­
rate ai trattati di Fénelon, Malebranche e Clarke.
Il contenuto dottrinale è dunque eclettico e trito;
evidente l'impaccio dello scrittore dinanzi alla ter­
minologia puramente metafisica. La sua originalità
sta nella robusta tensione emotiva, nella sapiente
enfasi didattica, nella suggestione retorica che danno
un sapore « popolare » all iter interiore di un'anima
'

che ricerca se stessa. E la ricerca è anzitutto nostal­


gico ritorno alle evidenze del sentimento, ritrova­
mento degli insegnamenti assorbiti da illuminati di­
rettori di coscienza durante l'infanzia e l'adolescenza.
Il messaggio evangelico, ridotto alla sua essenza,
tornava ad apparire « la verità prima e più comune,
la più semplice e la più ragionevole » 14 •
Il Vicario si assunse dunque il compito di rive­
lare aricora una volta la buona novella, obnubilata
dalle « false sottigliezze » dei teologi e dei sofisti
increduli. Di fatto, divulgò e rese accettabile un sur­
rogato di cristianesimo confessionale, protestante o
cattolico, presso larghi strati di opinione pubblica
tra gli ultimi decenni del secolo XVIII e l'età della
Restaurazione. La << Chiesa » deistica del vicario of­
friva credenze adogmatiche, non superstiziose, non
fondate sull'armamentario delle prove storiche e scrit­
turati che la tradizione esegetica eterodossa aveva
messo definitivamente in crisi. Era una variante della
religione naturale « sociniana » o pietista che lasciava
ben poco spazio alla divinità di Cristo ed alla mis­
sione carismatica della Chiesa. Perciò nella città del

14 Emile, IV; OC, IV, 569.

1 15
Contratto sociale, operato il riscatto « politico », ban­
dita la religione clericale, la fede dell'uomo e del cit­
tadino diventa un affare privato della coscienza indi­
viduale, del quale lo Stato ha un controllo pura­
mente formale. Quando parlò di un « tronco » da
conservare e dei « rami » da sfrondare, Rousseau
rese esattamente il senso della sua posizione nei con­
fronti del cristianesimo storico. Ma una volta passata
la grande alluvione rivoluzionaria, il « tronco » con­
servato fece rinverdire anche i vecchi rami. Il vicario
savoiardo ebbe i suoi parrocchiani e i suoi conver­
titi, il più illustre dei quali fu senza dubbio Cha­
15
teaubriand •
Un aspetto fondamentale della religione del vi­
cario è l'esaltazione della coscienza: motivo d'origine
pietistica ( se ne è voluta indicare la fonte diretta
nelle Lettres fanatiques del pietista svizzero Béat de
Muralt) che Rousseau ebbe molto a cuore, e che ti­
connetté alla sua dottrina della natura buona e della
retta ragione: « Coscienza, coscienza! - esclama il
vicario a conclusione del suo excursus teologico -
istinto divino, voce celeste e immortale, guida sicura
di un essere ignaro e · limitato, ma intelligente e li­
bero; giudice infallibile del bene e del male, che
rendi l'uomo simile a Dio; tu fai l'eccellenza della sua
1
natura e la moralità delle sue azioni [ . . ] » 6 •
.

Si deve accostare a questa tesi la definizione di


volontà generale e quella di legge, e notare che la
sovranità della coscienza morale - solennemente af­
fermata in sede efica, religiosa, politica - introduce
un netto iato nella gnoseologia sensistico-empirista
sviluppata da Rousseau, sulla traccia di Condillac,
cosl nel Discorso sull'ineguaglianza come nell'Emilio.
Il vicario savoiardo identifica l'autonomia della co-

15 P.-M. Masson, La religion de J.-J. Rousseau, Paris


19 16, voll. 3 ; il III vol. è dedicato alla « fortuna >> romantica
:iel vicario �avoiardo.
16
Emile, IV; OC, IV, 600·1.

116
scienza con la spontaneità del giudizio logico; torna
a distinguere la sfera della sensibilità dalla sfera del­
l'intelletto, contro il livellamento operato da _Helvé­
tius tra sentir e juger. La terminologia sensista viene
piegata a significati che le erano estranei. Cos� senti­
meni ha significato ora di passività, ora di attività
(sentiment intérieur, voix intérieure ) ; e in quanto
attività segna il trapasso ad una tesi nettamente « idea­
lista » . La sensibilità è infatti puramente ricettiva:
riceve due o più · impressioni, ma non è in grado, da
sola, di confrontarle. Questa è una funzione supe­
riore che spetta al giudizio, connessione di soggetto
e predicato mediante · una copula:

Secondo me la · facoltà che distingue l'essere attivo


.e intelligente è la capacità di dare un significato alla
parola è. Cerco invano nell'essere puramente sensitivo
.questa forza intelligente che sovrappone e poi pronunzia,
ma non so trovarla nella sua natura [ . .. ] . Qualsiasi nome
si dia a questa forza del mio spirito che accosta e para­
.gona le sensazioni [ . . . ] sarà sempre vero che non è nelle
cose, ma in me; che io solo la produco, benché la pro­
duca soltanto in occasione dell'impressione che gli og­
.getti mi danno. Senza essere padrone di sentire o non
sentire, posso esaminare più o meno ciò che penso. Non
sono dunque semplicemente un essere sensitivo e pas­
sivo, ma un essere attivo e intelligente, e checché ne dica
la filosofia, oserò aspirare all'onore di pensare 17•

La coscienza morale aggiunge alla « spontaneità »


del giudizio la valutazione del bene e del male, ispi­
rata da princlpi innati:

V'è dunque in fondo alle anime un princ1p1o innato


di giustizia e di virtù sul quale, nonostante le nostre
stesse massime, giudichiamo le nostre e le altrui azioni
come buone o cattive, ed a questo principio dò il nome
.di coscienza 18 .

17 lvi, 571-73.
18 Ivi, 598.

1 17
È inevitabile, da un punto di vista storico, rife­
rire la nozione della « coscienza » recupero
della gnoseologia pla.torHcc>-a!�os·tmJtan: prean-
nunzio della sintesi a priori kantiana.
mungue sistema la propria distinzione
e « giudicare » nella distinzione metafisica
naie tra res extensa e res cogitans, corpo e
corrente nella trattatistica cartesiana. L' 'ste:nzal
Dio, l'anima immateriale, la passività della
sono gli argomenti sui quali il vicario edifica la sua
apologetica; la figura autobiografico-simbolica del
pastore d'anime che professa la propria fede con­
clude il programma che Jean-Jacgues si era proposto
al momento del suo distacco dagli empi parigini :
« La loro era una filosofia fatta per gli altri; debbo
farmene una tutta per me » 19•

X. EDUCAZIONE E POLITICA

Il primato della coscienza e la professione di fede


c'introducono al momento culminante del processo
educativo delineato in Emilio. Rinnegando la pratica
clericale che raccomanda la tempestiva catechizza­
zione del bambino, e quindi giudicando severamente
anche la propria esperienza di catecumeno, Rousseau
afferma che le verità supreme della religione naturale
non debbono essere insegnate troppo presto all'edu­
cando, che non sarebbe in grado di comprenderle e
ne farebbe oggetto di superstizione. È necessario che
queste massime siano soltanto suggerite, e poi libe­
ramente « scelte » in età opportuna, perché possano
essere assimilate dalla ragione resa ormai matura e
autonoma mediante l'educazione « secondo natura ».

19 Réveries, III; OC, I, 1016.

118
Tutta la precettistica pedagogica rousseauiana mira
a questo fine: render possibile, una volta raggiunta
l'età della ragione, il rovesciamento del rapporto di
subordinazione dell'intelletto alla sensibilità, ossia la
liberazione della ragione « attiva » dai sensi « passi­
vi » e l'instaurazione di una coscienza morale sovrana.
Il romanzo pedagogico, apparso anch'esso nel
1762, raccoglie le fila della riflessione rousseauiana
sul gran tema dell'educazione, già occasionalmente
indicate nella breve memoria giovanile redatta per
per conto di un :figlio di Jean Bonnot de Mably, poi
sviluppate in una lettera « pedagogica » della Nuova
Eloisa. L'esperienza personale di Jean-Jacques come
precettore prima in casa Mably a Lione, poi in casa
Dupin a Parigi, fu insoddisfacente per vari motivi 1 ,
ma ebbe importanza per lo stimolo che esercitò su
quest'aspetto del suo pensiero. Sollecitazioni più se­
_grete e interiori, non meno importanti, sono state
ricercate nella sua formazione di autodidatta, nel
:suo curriculum di irregolare, perfino nella sconcer­
tante vicenda dell'abbandono dei figli all'ospizio dei
trovatelli. n teorico della pedagogia avrebbe elabo­
rato il sistema come una sorta di surrogato o di espia­
zione di proprie manchevolezze.
Comunque la meditazione sui problemi dell'edu­
cazione, letterariamente distinta dal Contratto sociale,
converge con la problematica politica. Riferendo gli
esordi di quest'ultima all'esperienza veneziana, Rous­
seau si chiedeva: « Qual è la natura del governo
adatto a formare il popolo più virtuoso, più illumi­
nato, più saggio, il migliore insomma, se si prende
questo termine nel senso più ampio? » 2• Formazione:
ossia concreta autorealizzazione dell'individuo nel­
l' habitat sociale, in quanto uomo e in quanto citta-

l Confessions, VI; OC, l, 267. Cfr. le Introduzioni di


]. S. Spink e P. Burgelin agli scritti pedagogici, in OC, IV.
2 Confessions, IX; OC, l, 404.

119
dino. Il modello esplicito è la Repubblica platonica.
definita non « un'opera di politica, come ritengono
coloro che giudicano i libri soltanto dal titolo, ma
il più bel trattato di educazione che sia mai stato
seri tto » 3 •
Ci si consenta di rovesciare l'ammonimento e di
applicarlo al sottotitolo di Emilio o dell'educazione;
un libro troppo sovente confinato tra i classici della
puericoltura o della psicologia dell'età evolutiva. Gli
specialisti di pedagogia sono responsabili di una « let­
tura » disciplinare miope e mortificante, che si ferma
alla « educazione » del sottotitolo e ignora general­
mente il contesto politico. Non è meraviglia che da
questo punto di vista l'Emilio, nonostante le molte
intuizioni felici e tuttora valide, finisca per apparire
un rudere archeologico, e il suo autore degno tutt'al
più d'esser catalogato tra i « precursori » di Pesta­
tozzi, di Gentile, o magari di Jean Piaget. Del resto
la lettura diretta del libro - cosl infelicemente vul­
gata nelle scuole attraverso antologie e compendi
venali - non giova al lettore frettoloso e uso a
« giudicare i libri soltanto dal titolo » ; è forse l'opera
più disorganica e rapsodica di Rousseau, con le sue
prolisse elucubrazioni intercalate in un contesto nar­
rativo improbabile, sempre oscillante tra il tono del
sermone e le pretese del trattato filosofico.
Tra gli enciclopedisti e i loro avversari si dibatte­
vano ampiamente i pro e i contro dell'educazione di
Stato e si criticavano i metodi pedagogici usati nei
collèges gesuitici, oratoriani e clericali in genere.
Rousseau prese posizione nella voce Economia poli­
tica, illustrando eloquentemente i benefizi dell'edu­
cazione pubblica, praticata in antico da Cretesi, Spar­
tani, Persiani, e in certo senso anche dai Romani.
presso i quali « ogni casa era una scuola di cittadini » .
In quella prospettiva l'amor di patria e l'interioriz­
zazione delle virtù sociali non poteva essere affidata

3 Emile, I ; OC, IV, 58 e 250.

120
alle famiglie, ma doveva esser posta sotto la tutela
della volontà generale: « L'educazione pubblica sotto
le regole prescritte dal governo e sotto magistrati
istituiti dal sovrano è una delle massime fondamen­
tali del governo popolare e legittimo. Se i bambini
sono allevati in comune nel seno dell'eguaglianza,
se sono nutriti delle leggi dello Stato e delle massime
della volontà generale [ ... ] impareranno ad amarsi
come fratelli, a non voler mai altro che ciò che vuole
la volontà generale >> 4 •
Al contrario, il programma dell'Emilio è tutto
orientato in senso « domestico »: la cura dell'edu­
cando è affidata · a un precettore privato. Il punto di
vista è diverso per un motivo ben preciso. Anche
in · questo caso, Rousseau « adattò >> i propri prin­
cìpi regolativi alla realtà sociale che aveva sott'occhio.
La totale sfiducia nei governi e nelle << patrie >> esi­
stenti - soprattutto la Francia - gli fece abban­
donare come impraticabile l'ideale supremo dell'edu­
cazione pubblica; ma il progetto alternativo doveva
esser capace di rovesciare punto per punto la pratica
pedagogica corrente. Il nesso tra pedagogia e poli­
tica si pone dunque in termini violentemente pole­
mici. Secondo una testimonianza indiretta, Rousseau
notò una volta, prima di scrivere l'Emilio, che per
educare bene i giovani << bisognerebbe cominciare col
rifondere tutta la società » 5• Tanto più caustica, ama­
ra, è la rinunzia all'educazione comunitaria, che « non
esiste più e non può più esistere; dove non v'è più
patria non possono esservi più cittadini. Queste due
parole, patria e cittadino, debbono essere cancellate
dalle lingue moderne [ ... ] . Resta l'educazione do­
mestica o della natura >> 6•

4 Economia politica; SP, I, 298.


s È il passo di una conversazione con René » ( Rous­
<<
seau) riferita da Madame d'Epinay nella sua Histoire de
Mme de Montbrillant; a cura di G. Roth, Paris 1951, III, 136.
6 Emile, l; OC, IV, 550-1.

121
La rinunzia e il ripiego coincidono dunque con
la diagnosi pessimistica della società civile tracciata
nel secondo Discorso e con il programma delle « nuo­
ve associazioni » che ha nel Contratto la sua carta
teorica. La società di ineguali, fondata sul patto in­
giusto, non può educare correttamente i suoi figli
perché si è violentemente estraniata dalla natura ed
ha mistificato tutti i valori. Soltanto la società giusta
e legittima fondata sulla sovranità popolare potrebbe
assolvere questo compito. Ma Rousseau, proprio per­
ché rifiutò l'utopia, non poté non porsi la grave do­
manda : se è possibile porre rimedio alla degradazio­
ne, da che parte rifarsi? Concretamente, ritenne che
riforme costituzionali circoscritte fossero possibili sol­
tanto nei piccoli Stati a misura d'uomo. Rifiutò sem­
pre con orrore l'idea di rivoluzioni violente. I grandi
stati europei a regime nionarchico gli apparivano de­
stinati a decadere e a dissolversi. Le sue preoccupa­
zioni pedagogiche vanno ricondotte a questo quadro
generale: al proposito, più o meno esplicito, di sal­
vare il salvabile, restaurando la « natura » e la retta
ragione anzitutto nel cuore e nella mente dell'indi­
viduo. L'Emilio si propone dunque di delineare un
programma mtmmo, circoscritto, di riforma civile
e morale, laddove la grande riforma politica appare
impraticabile. È, in questo senso, un trattato di
« educazione domestica nelle monarchie ». Ecco per­
ché Rousseau ha tanto insistito sulla coerenza dei
suoi vari scritti. L'Emilio va letto soprattutto come
un'opera a tesi, des tinata a completare il « sistema »
politico esposto nei Discorsi e nel Contratto. L'inter­
locutore dei Dialoghi insiste su questo punto :

Seguendo come meglio potevo il filo delle sue medi­


tazioni, scoprii [in tutta l'opera] Io sviluppo del suo
grande principio : la natura ha fatto l'uomo felice e
buono, ma la società lo deprava e lo rende miserabile.
L'Emilio in particolare, libro tanto letto e tanto frain­
teso, non è che un· trattato sulla bontà originale del-

122
l 'uomo, inteso a mostrare come il vizio e l'errore, estra­
nei alla sua costituzione, s'introducano in lui dall'esterno
e l'alterino insensibilmente [ . ] .
..

Suo intento non poteva essere quello di ricondurre


i popoli numerosi e i grandi Stati alla loro semplicità
primeva, ma soltanto di arrestare possibilmente il pro­
gresso in quegli Stati che, per le loro dimensioni ridotte
·e per la loro posizione geografica, sono stati preservati
da una rapida corsa al perfezionamento della società ed
alla decadenza della specie 7.

Di qui la coerenza del programma educativo. La


perversità delle società degradate impone anzitutto
che l'educando sia segregato dalla comunità, e sia
formato, per cosl dire, in laboratorio. Perché nelle
condizioni presenti la natura « buona » possa svi­
lupparsi e autorealizzarsi in un individuo sano, in­
tegro, moralmente autonomo e libero, è indispensa­
bile che sia lasciata a se stessa, protetta dalla malat­
tia sociale e posta in grado di elevarsi fino « al­
l'onore di pensare ». L'assunto che sorregge la trama
del trattato va sempre tenuto presente, se si vogliono
intendere anche i suoi aspetti più curiosi. L'autore
non ebbe alcuno scrupolo ad esprimersi in termini
volutamente paradossali e outrés, in antitesi alle
idee correnti. Probabilmente il limite più grave con­
siste non tanto, come spesso si dice, nelle innega­
bili contraddizioni del suo piano educativo, quanto
nell'astratto ed eccessivo rigore consequenziario che
lo porta a « deformare » l'indole e lo sviluppo del
suo personaggio simbolico secondo le tesi suddette.
La più evidente, tra le deformazioni program­·

matiche, è appunto la segregazione del bambino dalla


società e la conseguente inibizione di un vero e pro­
prio processo di socializzazione negli anni dell'adole­
scenza e della giovinezza. Meno evidente, ma altret­
tanto seria, è la limitazione dovuta al sottostante
schema di sviluppo delle « facoltà » secondo �n ere-

7 Rousseau juge de fean-facques, III; OC, l, 934-5.

123
scendo rigido che va dal senso all'intelletto, dalla
coscienza agli affetti. Nonostante le sue proteste con­
tro i sistemi, Rousseau resta prigioniero dello schema
sensistico finché delinea le fasi successive dello svi­
luppo psicologico e morale del bambino. Contraddice
poi tale schema e segna un profondo iato teorico
quando giunge allo stadio supremo della religione e
della « coscienza ». La struttura stessa dell'Emilio
ha quest'impronta sistematica. Il primo abbozzo ri­
masto manoscritto prevedeva una suddivisione per
età: età di « natura », fino a dodici anni; di « ra­
gione » fino a quindici; di « forza » fino a venti; di
« saggezza » fino a venticinque; il r.e sto della vita
doveva intitolarsi ottimisticamente « età della feli­
cità » 8• Anche nella redazione finale persiste l'arti­
ficiosa coincidenza tra « facoltà » psicologiche ed età
cronologica: il libro I segue lo sviluppo fino a tre
anni, e la prima infanzia vi è descritta come un'età
puramente istintiva, meccanica, priva di affetti e di
sentimenti; il libro II riguarda l'età della « ragione
sensitiva », rigorosamente limitata allo sviluppo dei
cinque sensi; il libro III procede fino alla pubertà
e descrive l'acquisizione delle idee astratte e delle
facoltà raziocinative. Ragione, immaginazione, affetti
interagiscono pienamente soltanto con il sopraggiun­
gere della crisi puberale, cui è dedicato il libro IV.
Il V riguarda l'immissione dell'educando nella so­
cietà civile, la scoperta della sessualità e dell'amore,
la formazione della nuova famiglia. La Professione
di fede e il romanzetto edificante Emile et Sophie
- rimasto allo stato di abbozzo - sono letteraria­
mente degli hors d'oeuvres.
L'articolazione della precettistica igienica, didat­
tica, etica, aderente allo schema condillachiano fino
al libro IV, introduce insomma una successione arti­
ficiosa di momenti psicologici, distinti da cesure inac­
cettabili. È la proiezione cronologica delle distinzioni

8 Si veda il piano dell'opera : Ms Favre; OC, IV, 60.

124
analitiche proprie alla psicologia sensista. Essa esclu­
de ogni interferenza tra i singoli stadi. Cosl non v'è
spazio per il rapporto madre-figlio, nonostante la
prolissa insistenza sull'allattamento materno; né si
ammette che i meccanismi sensitivi del preadolescente
implichino componenti sessuali, emotive, e via di­
cendo. Eppure Rousseau era « psicologo » troppo av­
vertito per non venir meno, nel dettaglio, all'ecces­
sivo rigore dello schema che si era autoimposto. La
lunga e contrastata fortuna del libro, dall'Anti-Emilio
del cardinale Gerdil ai nostri giorni, ha posto via
via in rilievo quanto v'è in esso di buono e di meno
buono, ha tentato di separare il grano dal laglio.
Oggi, alla luce dell'analisi psicologica specializzata,
sarebbe impresa troppo facile segnalare certe grosso­
lane insufficienze o certi . errori di semplicismo. Né
soddisfa l'ovvia considerazione circa lo stadio « pre­
scientifico » della psicologia settecentesca, se si ha
presente la penetrazione e la sottigliezza psicologica
abituali dello scrittore. Le pagine delicatissime sulla
« miseria dell'infanzia » e il quadro commoveilte di
Julie e dei suoi figli nella Nuova Eloisa mostrano
che Rousseau, quando rinunziava ai suoi schemi, in­
tuiva con sensibilità superiore la condizione emotiva
della prima infanzia. I primi due libri delle Confes­
sioni figurano senz'altro tra le pagine più penetranti
della letteratura occidentale riguardo all'universo af­
fettivo del bambino e dell'adolescente.
La profonda differenza di tono tra la confessione
autobiografica e il programma pedagogico offre dun­
que materia di riflessione, aprendo ancora una volta
l'arduo problema del rapporto tra vita e dottrina.
Comunque l'Emilio, a confronto con · le pagine rous­
seauiane di introspezione, non può non riuscire una
lettura sconcertante. Il pedagogista Rousseau è tanto
più maldestro e pedante, quanto più ambiziosi ap­
paiono - nelle intenzioni - i precetti della sua
didattica. Ed è qui la contraddizione suprema: il
ruolo dispotico del precettore, dissimulato sotto stra-

125
tagemmi curiosamente odiosi e ipocriti, rinnega to­
talmente i propositi di realizzazione umana del suo
allievo. Il pedagogo controlla minutamente i più se­
greti pensieri di Emilio, è arbitro della sua volontà:
sicché il successo dell'educazione negativa, la libera­
zione di una coscienza morale autonoma, la matura­
zione della · retta ragione, dovrebbero essere parados­
salmente gli esiti della più supina soggezione dell'edu­
{:ando alle arti maieutiche dell'educatore. Anche se
il ruolo del precettore è analogo a quello del legis­
latore in politica 9, gli interpreti che riducono Rous­
:Seau alla dimensione del « totalitarismo democratico »
passano il segno quando estendono l'analogia fino al
punto di accusare in blocco il teorico della pedago­
gia e il pensatore politico - facendo di ogni erba un
fascio ·- di autoritarismo.
L'Emilio, con tutte le sue ambiguità, merita una
lettura più attenta, che si affranchi dai luoghi comuni
scolastici e dalle infinite proteste sollevate dai ben­
pensanti durante due secoli. Ad esempio, si può inter­
pretare il rapporto tra Emilio e il precettore come
· una figura dialettica, . prossima in certo senso allo
sdoppiamento tra i due personaggi del Neveu de Ra­
meau di Diderot. E, più precisamente, la psicologia
·del profondo può illuminare con qualche verosimi­
glianza il nesso tra istinto (Emilio) e coazione (pre­
cettore). Rousseau non ha forse personificato; sotto
le apparenze di una relazione tra due individui, la
strutturazione del super-Io nel corso del processo
educativo? Il precettore non è forse anche un ele­
mento « interno » all'educando, che si realizza come
« coscienza »? Ancora: Rousseau non ha simboleg- .
giato nei due protagonisti del suo romanzo pedago­
gico il conflitto tra senso e ragione, corpo e anima,
es e io, proiettandovi la figura primordiale della sua
forma mentis: in ultima analisi, l'alternativa tra ca-

9 Supra, cap. VII.

126
duta e riscatto? L'educazione - l'autoeducazione -
non è forse la vera redenzione?
L'Emilio va dunque accostato alle Confessioni
e ai Dialoghi. In tal senso può esser letto anche
come un documento o testamento morale di straor­
dinario interesse. Quali che siano i suoi limiti e i
suoi paradossi, resta un libro vivo, discutibile e di­
scusso. Storicamente, la critica delle vedute peda­
gogiche dei grandi - Platone, Montaigne, Comenio,
Fénelon, Locke - la condanna della pratica didat­
tica seguita dai curatori d'anime del suo tempo, l a
denunzia pungente delle distorsioni educative di cui
erano vittima i figli dei grandi signori feudali, con­
servano tutto il loro valore documentario. Ma la vita­
lità dell'Emilio non si limita certo a questo, e nep­
pure ai celebri precetti dell'educazione « negativa »,
« attiva », « naturale » - comunque la si voglia de­

finire - che i teorici della pedagogia hanno di volta


in volta additato come suoi meriti o come indizi del­
l'attualità perenne dell'autore. La sua influenza v a
al di là delle indicazioni teoriche costruttive che si è
creduto di poterne trarre. È anche un segno di con­
traddizione, un'influenza distruttiva, nella misura in
cui nega l'esistenza di un problema pedagogico a sè
stante. Infatti Rousseau ripropone alle coscienze one­
ste il quesito inquietante: come può una società
iniqua pretendere di insegnare la virtù e la saggezza
ai propri figli? O, in altri termini, la domanda: chi
educherà gli educatori? La pedagogia, per Rousseau,.
non era davvero un problema di tecnica igienica, di­
dattica, psicologica. Era anzitutto un problema poli­
tico, poiché « tutto dipende radicalmente dalla poli­
tica »; e insieme un problema morale, perché « chi
distinguerà la politica dalla morale, non capirà nulla
né dell'una né dell'altra » 1 0 •

to
Confessions, IX; OC, l, 404; Emile, IV; OC, IV, 524.

127
CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE

1712 Jean-Jacques Rousseau nasce a Ginevra, il 28 giugno,


da Isaac, e da Suzanne Beroard, che muore pochi gior­
ni dopo.
1720 Jean-Jacques è allevato dalla zia Suzanne Rousseau.
Prime letture di romanzi e di Plutarco.
1722 Jean-Jacques è affidato al pastore Lambercier, a Bossey,
presso Ginevra.
1725 · Diventa apprendista presso l'incisore Abel Du Com­
mun.
1728 Lascia Ginevra e incontra per la priJ:na volta a Annecy
Madame de Warens, cui è presentato da un curato.
Nel marzo giunge a Torino ed è accolto all'ospizio dello
Spirito Santo. Abiura il calvinismo e riceve il battesimo
cattolico (21 aprile). È assunto come lacchè in casa di
Madame de Vercellis, e poi come segretario in casa de
Gouvon.
1729 Ritorna a Annecy presso Madame de Warens. Tra­
scorre due mesi in un seminario, poi ottiene d'essere
assunto dalla scuola di musica della cattedrale.
1730 Vagabondaggi tra Lione, Friburgo, Losanna e Neu­
chatel, dove s'improvvisa insegnante di musica.
173 1 Altri vagabondaggi in Svizzera; episodio del falso archi­
mandrita; primo viaggio a Parigi. Ritrova Madame de
Warens a Chambéry, Rousseau è per breve tempo im­
piegato presso il catasto savoiardo.
1735/36 Soggiorno di Rousseau e Madame de Warens a
Les Charmettes, in Savoia.
1737 Viaggi di Rousseau a Ginevra e Montpellier. Crisi del
legame con Madame de Warens.
1739 Studi di Rousseau alle Charmettes.
1740 A Lione, diventa precettore in casa del magistrato
Mably; compone il Projet pour l'éducation de M. de
Sainte-Marie.
1742 Presenta a Parigi, all'Académie des sciences, il suo
Projet concernant de nouveaux signes pour la musique,

129
che viene pubblicato l'anno seguente col titolo Disserta­
tion sur la musique moderne.
1743 Pubblica l'Epitre à M. Bordes. Introdotto in casa Du­
pin, studia chimica con Francueil. Accetta l'impiego di
segretario del conte P. F. de Montaigu, ambasciatore di
Francia a Venezia; arriva a Venezia il 4 settembre.
1744 Lite con Montaigu e partenza da Venezia (22 agosto).
Ritorno a Parigi.
1745 Inizio del legame con Thérèse Levasseur. Fa eseguire
in casa La Pouplinière la sua 9pera in musica Les muses
galantes; adatta Les fetes de Ramire di Voltaire e Ra­
meau; corrisponde in proposito con gli autori. Inizio
dell'amicizia con Condillac e Diderot, che gli dedica una
copia della sua traduzione di Shaftesbury, Essai sur le
mérite et la vertu.
1746 Diderot e D'Alembert collaborano al primo progetto
di traduzione della Cyclopaedia di Chambers. Escono le
Pensées philosophiques di Diderot.
1747 Ospite e segretario dei Dupin, Rousseau compone la
commedia L'engagement téméraire.
1748 Prima edizione dell'Esprit des lois di Montesquieu, che
suscita immediatamente vive polemiche.
1749 Rousseau, invitato a collaborare all'Encyclopédie, redi­
ge in breve tempo gli articoli di musica. La pubblicazione
della Lettre sur les aveugles provoca l'arresto di Diderot
nel donjon di Vincennes. Recandosi a trovare l'amico in
carcere, Rousseau legge sul · << Mercure de France » il
bando del concorso dell'Accademia di Digione sul tema:
« Si le rétablissement des sciences et cles arts a contribué
à épurer les moeurs >>; ricondurrà poi all'« illuminazio­
ne >> di Vincennes non soltanto la genesi del suo primo
Discours, ma l'intuizione prima di tutti i suoi « principi >>.
1750 L'Accademia di Digione premia il Discours sur les
sciences et les arts (9 luglio), che vede la luce alla fine
dell'anno. Pubblicazione del Prospectus dell'Encyclopédie,
e della Défense de l'Esprit des lois di Montesquieu.
1751 I luglio. Pubblicazione del volume I dell Encyclopédie ;
'

nel Discours préliminaire D'Aiembert menziona il pri­


mo scritto di Rousseau; si moltiplicano i pamphlets sul
Discours sur les sciences et les arts. Rousseau scrive la
Réponse au roi de Pologne.
1752 Composizione dell'opera in musica Le devin du village,
che viene rappresentata a Fontainebleau, dinanzi al re,
il 18 ottobre,. Rousseau non si presenta all'udienza reale.
Rappresentazione al Théatre Français di Narcisse ou
l'amant de lui-méme, commedia giovanile che Rousseau
pubblica ora con una notevole « Préface >> . « Riforma
suntuaria » : Jean-Jacques decide di farsi copista di mu­
sica « un tant à la page >>.

130
1753 Dopo il decreto di sospensione del 7 febbraio 1752,
provocato dall'« atfaire cles Prades », l'Encyclopédie ripren­
de la pubblicazione con il volume III. Querelle des bouf­
fons, alla quale Rousseau partecipa con la Lettre sur la
musique française, accolta con vive reazioni nell'ambiente
teatrale. L'Accademia di Digione pubblica un nuovo ban­
do di concorso sul tema: « Quelle est l'origine de l'iné­
galité parmi les hommes, et si elle est autorisée par la
loi naturelle? ». Rousseau medita il tema nella foresta di
Saint-Gennain.
1 754 Compone il Discours sur l'origine de l'inégalité. Va a
Ginevra; a Chambéry scrive la « Dedica alla Repubblica
di Ginevra » ( l giugno); è riammesso alla Chiesa calvi­
nista e reintegrato nei diritti di citoyen ( I agosto). Nel­
l'ottobre il Discours sur l'inégalité è pronto per la stampa.
Composizione dell'articolo Economie politique.
1 755 Terremoto di Lisbona. Voltaire si trasferisce a « Les
Délices », presso Ginevra. Morte di Montesquieu. Pub­
blicazione del Diicours sur l'origine de l'inégalité. L'arti­
colo Economie politique appare nel volume V dell'En·
cyclopédie.
1756 Rousseau si trasferisce nel parco della Chevrette pres­
so Parigi, appartenente a Madame d'Epinay, ed è suo
ospite in una casetta detta l'Ennitage. Porta a termine
l'Extrait du proiet de paix perpétuelle e la Polysynodie,
redatti sui manoscritti dell'abbé de Saint-Pierre, con i
rispettivi ]ugements. Mentre lavora al primo abbozzo del
Contrat social (il cosiddetto Manuscrit de Genève), pro­
getta Emile e La nouvelle Hélozse. Lettera a Voltaire
sulla provvidenza in polemica con il Poème sur le dé­
sastre de Lisbonne.
1 757 Attentato Damiens contro Luigi XV; scoppia la guerra
dei Sette anni. Nel volume VII dell'Encyclopédie ap­
pare la voce Genève, scritta da d'Alembert in base ad
una serie di indicazioni di Voltaire. Rousseau si inna­
mora di Madame d'Houdetot; tra il marzo e l'ottobre,
le sue relazioni con Grimm, Saint-Lambert, Diderot, si
fanno assai tese. Nel dicembre la rottura con gli enci­
clopedisti è consumata: Madame d'Epinay invita Rous­
seau a lasciare l'Ermitage, ed egli si trasferisce a Mont­
morency.
1758 Rousseau risponde all'articolo Genève con la Lettre à
D'Alembert sur les spectacles. ]ulie ou la nouvelle Hé­
lo"ise è compiuta. Si approfondisce la crisi del parti phi­
losophique, già iniziata l'anno precedente con gli attacchi
di Moreau, Palissot, Chaumeix e altri libellisti, soprat­
tutto contro l'Encyclopédie, e ora contro il saggio De
l'esprit di Helvétius, pubblicato nel luglio.

131
1759 Solenne condanna governativa dell'Encyclopédie, di De
l'esprit e di altri scritti dei philosophes. Revoca del pri­
vilegio dell'Encyclopédie, che sospende la pubblicazione
fino al 1766. Ospite del maréchal de Luxembourg presso
Montmorency, Rousseau lavora all'Emi/e.
1760 Redazione di Emile e del Contrae social. In dicembre
La nouvelle Hélolse, stampata in Olanda, è posta in
vendita in Inghilterra.
1761 Ai primi dell'anno, La nouvelle Hélolse ottiene grande
successo anche a Parigi. Il Contrae social e l'Emi/e sono
inviati al torchio, rispettivamente presso i librai Rey di
Amsterdam, e Duchesne di Parigi.
1762 Rousseau scrive le quattro lettere autobiografiche a
Malesherbes. Pubblicazione di Emile e del Contrai so­
eia!, subito condannati a Parigi (9 giugno) e a Ginevra
(19 giugno). Rousseau fugge a Yverdon, ma il 10 luglio
è costretto dal governo del cantone di Berna a rifugiarsi
a Motiers, in Val-de-Travers, territorio svizzero appar­
tenente al re di Prussia. Ottenuto asilo politico da Fe­
derico Il, si fa raggiungere qui da Thérèse Levasseur.
1763 Pubblicazione della Lettre à Christophe de Beaumont,
replica al Mandement pastorale emanato dall'arcivescovo
di Parigi contro l'Emi/e. In seguito all'atteggiamento dei
pubblici poteri di Ginevra, Rousseau rinunzia solenne­
mente ai suoi diritti di « citoyen » ( 12 maggio). Il partito
dei représentants si organizza e presenta le proprie ri�
chieste, cui replica nel settembre-ottobre il procuratore
generale Tronchin, con le Lettres écrites de la campagne.
1764 Rousseau compone le Lettres écrites de la montagne,
che vedono la luce nel dicembre. Appare anonimo il
libello di Voltaire, Sentiments des citoyens, ove si svela
la sorte dei figli di Rousseau.
1765 Rousseau è costretto a lasciare Motiers in seguito al
conflitto con il pastore Montmollin e con la locale chiesa
calvinista. Si rifugia nell'isoletta di Saint-Pierre sul lago
di Bienne, ma il consiglio di Berna, cui la località appar­
tiene, lo costringe alla fuga. Breve soggiorno a Parigi.
1766 Rousseau giunge a Londra con David Hume ( 13 gen­
naio), ma ben presto (giugno-luglio) rompe i rapporti
anche con lui. Trascorre un anno a .Wotton (Derby) con
Thérèse, e vi porta a termine la prima parte delle Con­
fessions. Si pubblicano I'Exposé succinct di Hume e il
Précis pour ].-]. Rousseau di Madame Latour de Fran­
queville, che rendono di pubblica ragione la querelle
con Hume.
1767 Rousseau rientra in Francia (maggio) sofferente di gravi
disturbi nervosi.

132
1768 Si reca a Lione, Grenoble, Chambéry, Bourgoin; qui
sposa civilmente Thérèse, la madre dei suoi figli, ab­
bandonati negli anni '50 all'ospizio dei trovatellL
1769 Vive a Monquin nel Delfinato. Erborizza e compone i
libri VII-XII delle Confessions.
1770 Ritorna a Parigi, in rue Platrière. Letture private delle
Confessions, che suscitano allarme nell'ambiente dei phi­
losophes. Morte di Voltaire. Rousseau partecipa alla sot­
toscrizione pubblica per il suo monumento.
1772 Composizione delle Considérations sur le gouverne­
ment de Pologne e dei dialoghi Rousseau juge de Jean­
Jacques.
1774 Rapporti amichevoli con Gluck; Rousseau assiste alle
prime rappresentazioni parigine delle sue opere Ifigenia
e Orfeo e Euridice. Riprende a comporre musica, per una
Daphnis et Chloé, e di nuovo per Le devin du village.
1775 Grande successo della scena lirica Pygmalion alla Co­
médie Française.
1776 Rousseau, oppresso da mania di persecuzione, tenta
di deporre il manoscritto dei Dialoghi sull'altare di No­
tre-Dame; avendo trovato il coro chiuso, consegna il
manoscritto al Condillac (25 febbraio). Distribuisce pub­
blicamente in strada il messaggio A tout François aimant
encor la justice et la vérité. Inizio della composizione
delle Réveries du promeneur solitaire.
1788 Il 1 2 aprile compone l'inizio della decima Réverie, che
rimarrà incompiuta. Il 20 maggio si trasferisce a Erme­
nonville, ospite del marchese René de Girardin. Il 2
giugno muore improvvisamente; è sepolto nell'« Ile cles
Peupliers », donde le sue ceneri ·· saranno solennemente
trasportate al Panthéon nel 1794.
STORIA DELLA CRITICA

« Un quadro anche incompleto dello stato degli


studi rousseauiani - avvertiva Albert Schinz nel
194 1 , presentando il suo Etat présent des travaux
sur ].-]. Rousseau - esigerebbe un grosso volume.
La bibliografia concernente il filosofo di Ginevra è
almeno pari a quella riguardante Platone, Dante,
Cervantes, Shakespeare, Goethe [ .. ] ». Negli ultimi
.

trent'anni la letteratura critica si è notevolmente


accresciuta. Si sono avuti bilanci parziali di studi, ma
nessun vero « quadro » d'insieme. D'altra parte la
critica, anche recente, riecheggia spesso le contro­
versie del passato, rendendo vana ogni cesura tra
<< storia della fortuna » e « storia della critica ». Se
il lavoro degli editori e degli interpreti-filologi ha
compiuto progressi decisivi, i giudizi complessivi o
parziali sull'opera di Rousseau registrano tuttora
oscillazioni e divergenze di singolare ampiezza.
Schinz ebbe il merito di tratteggiare un po' a
tentoni, come premessa allo « stato presente degli
studi », le successive « ondate » della fortuna e sfor­
tuna di Rousseau, susseguitesi tra la metà del secolo
XVIII e il 1940 : ondate « più o meno ampie, più
o meno durature... - notava - un fenomeno che
si è ripetuto con grande regolarità ogni trent'anni
circa ». Enumerava sette alluvioni principali di rous­
seauphobie, accompagnate da altrettante campagne
apologetiche: la disputa con i philosophes attorno al
1760; le controversie degli anni della rivoluzione; la

135
crisi della restaurazione del 1 820; la rivoluzione del
1849 ; il centenario della morte nel 1878; il biCen­
tenario della nascita del 1912; infine, attorno al
1 940, l'inizio di « un periodo di studi più obiet­
tivi » . La periodizzazione non è rigorosa, ma giova
a mettere in luce un fatto importante: la ripresa
delle discussioni su Rousseau ha generalmente coin­
ciso con taluni eventi politici capitali, oltre che con
le ovvie scadenze celebrative. L'osservazione vale an­
che per il 1962 (bicentenario del Contratto sociale),
per la ripresa di tematiche rousseauiane nell'area
marxista o in certe zone dell'ideologia contestataria
degli anni 1968 e seguenti."
Ciò significa che Rousseau, come simbolo o come
mito, ha esercitato e continua a esercitare un'in­
fluenza profonda e ambigua sulla coscienza moderna,
a livello etico-politico prima che in sede critica ed
esegetica. Sicché chiunque riprenda in mano oggi
Le confessioni, La nuova Eloisa o il Contratto sociale
non può certo ignorare l'immensa mole di esalta­
zioni e condanne - in chiave letteraria, moralistica,
politica - stratificatasi in circa due secoli su quelle
pagine. Una presa di coscienza parziale del fenomeno
si può avere ricorrendo a taluni studi recenti, che
hanno preso a indagare la fortuna o presenza di Rous­
seau in singoli ambiti culturali - tra l'età della
rivoluzione e la metà del secolo XIX. Alludiamo ai
lavori di J. . Roussel e R. Trousson per quanto ri­
guarda l'aspetto letterario e politi'co della fortuna di
Rousseau in Francia; per l'Italia, al volume di S.
Rota Ghibaudi; per l'Inghilterra, a quelli di P.
Voisine e H. Roddier; una indagine precisa sull'uso
reale che fu fatto dei testi e delle idee rousseauiane
durante la rivoluzione è stata avviata da J. Macdo­
nald, L. Sozzi, D. Williams, A. Soboul (si veda per
tutti la Bibliografia, § sulla Fortuna, p. 157 ).
Si è detto che non è possibile distinguere netta­
mente tra « storia della fortuna » e « storia della
critica » . Tuttavia si possono indicare talune opere

136
del secolo XIX che si distaccano dalla controversia
ideologica o letteraria contingente per ricchezza di
documentazione o per maggiore serenità di giudizio:
tali i lavori biografici di Musset-Pathay, Streckeisen­
Moultou, Saint-Mare, Girardin, Brockerhoff, Beau­
doin, Gehring (cfr. pp. 1 5 1-2), e le monografie di John
Morley e Harald Hoffding (p. 152). Anche se appaio­
no ormai irrimediabilmente invecchiate, queste opere
ebbero il merito di offrire una prima sistemazione
cronologica dei documenti e valutazioni particolareg­
giate della vita e degli scritti di Rousseau. Non si
può · dire lo stesso dei tre volumi di Louis Ducros e
dei vari studi di Emile Faguet, che rivelano tracce
assai consistenti della rinnovata ondata di rousseau­
phobie sopraggiunta attorno al 1912. Resta memo­
rabile, tra le diatribe dei detrattori e le celebrazioni
di quell'anno, il breve saggio di G. Lanson, L'unità
del pensiero di R. (in « Annales Rousseau » , 1 9 1 2 ;
trad. it. in Il pensiero di R., a cura di E . Bossi, La
Nuova Italia, Venezia 1927). Riecheggiando un vec­
chio giudizio di Hume, Lanson insisteva sul nesso
tra vita e dottrine, sensibilità e giudizio ( « il sistema
di Rousseau è un pensiero vivo che s'è sviluppato
nelle condizioni della vita, esposto a tutte le varia­
zioni e le tempeste dell'atmosfera [ . . . ] » ), e rivendi­
cava a Rousseau almeno il diritto . di essere letto e
studiato secondo una prospettiva globale, unitaria.
La condizione lamentevole delle edizioni di testi
ed epistolari rousseauiani non rendeva facile l'opera
degli interpreti. Nel 1904 fu fondata a Ginevra l a
Société ].-]. Rousseau (da B . Bouvier e A . François),
tuttora operante, le cui « Annales » raccolsero e in­
coraggiarono la ricerca biografica, storica e critica,
pubblicando inoltre periodiche rassegne degli studi,
tuttora indispensabili. Nel 1 9 1 5 apparve l'edizione
critica degli scritti politici dovuta a C. E. Vaughan,
che rinnovò radicalmente quest'aspetto dell'esegesi
rousseauiana. Nel 1914 P. M. Masson pubblicò la
propria edizione della Profession de foi du Vicaire

137
Savoyard, seguita di Il a poco dai ricchissimi tre vo­
lumi su La religion de ].-]. R., la cui documentazione
rimane a tutt'oggi insuperato. Nel 1924 apparve il
primo volume della Correspondance edita da P. P.
Pian (destinata a concludersi in venti volumi nel
corso di un decennio). L. J. Courtois mise a disposi­
zione degli studiosi uno strumento prezioso e pres­
soché definitivo : la cronologia dettagliata della vita
e delle opere cui si può ricorrere ancora con . fiducia
( « Annales Rousseau », XV, 1 923). Del 1 928 è l'ope­
ra ancora validissima di R. Hubert, R. et l'Encyclo­
pédie, che chiarl i complessi problemi della collabo­
razione tra R. e gli enciclopedisti.'
Erano poste cosl le condizioni per l'interpretazione
unitaria appena tratteggiata dal Lanson. Fu tentata
da A. Schinz nel suo maggior lavoro, ].-]. R. Essai
d'interprétation nouvelle ( 1929 ), che sottopone il
pensiero rousseauiano a uno schema ermeneutico
alquanto rigido, indicandovi il « riflesso di un con­
flitto persistente tra le aspirazioni di un profondo
individualismo [ . .. ] e la necessità di una società
organizzata ». Le formule di Schinz ( « individualismo
romantico », « passione », « ragione disciplinare �> e
simili) restano generalmente in superficie. Assai più
penetrante ed equilibrata è la bibliografia intellet­
tuale del ginevrino composta nel 1932 da C. W.
Hendel, che sotto il titolo onnicomprensivo Rous­
seau Moralist ricostruisce vita e opera sotto l'an­
golo visuale del - « legislatore » , supremo modello
« platonico » çui Rousseau ispirò tutti i suoi ideali
politici, morali, educativi. Dalla prospettiva del Lan­
son e del Masson mosse anche Ernst Cassirer, che
delineò nel suo saggio magistrale Il problema ].-]. R.
( 1932) le tensioni profonde dell'uomo Rousseau, i
suoi conflitti con la Philosophie, la problematica reli­
giosa della « teodicea » e la connessione tra teodicea
e palingenesi della Città.
Risale al 1934 lo studio di Alfred Cobban, R.
and the Modern State, polemico nei confronti di

138
C. E. Vaughan e orientato in senso « liberale »; del
1934 e degli anni seguenti sono gli articoli di P. L.
Léon, che chiarirono aspetti importanti della tradi­
zione contrattualistica in rapporto al Contratto ; le
introduzioni e i commenti alle edizioni di quest'opera
dovute a Maurice Halbwachs ( 1943 ) e a Bertrand de
Jouvenel ( 1947 ) riaprirono, nel dopoguerra, la di­
scussione sulla politica di Rousseau. Nel 1949 ap­
parve, postumo e incompiuto, il saggio di Bernard
Groethuysen, ricco di senso storico e di penetrazione
psicologica, centrato sulla tensione tra « uomo natu­
rale » e « uomo sociale » come premessa intellet­
tuale alla rivoluzione (si veda in tal senso, sempre
del Groethuysen, il ritratto di R. nel volume Filo­
sofia della rivoluzione francese, trad. it., Milano 1967).
Una svolta decisa fu segnata nella critica dal­
l'avvento di una tematica esistenzialistica - con fre­
quenti cadute irrazionalistiche - applicata alla vita
e agli scritti di Rousseau: la si avverte nella mono­
grafia di Pierre Burgelin ( 1952), nel saggio di Her­
mann Rohrs ( 1956 ) e soprattutto nelle brillanti ana­
lisi di Jean Starobinski, raccolte nel volume ].-]. R.
La transparence et l'obstacle ( 1957 ). Starobinski in­
troduce nella sua esegesi letteraria ingegnose ipotesi
psicoanalitiche e uno schema dualistico di fondo:
« Rousseau desidera la comunicazione e la traspa­
renza dei cuori, ma è frustrato... scegliendo la via
opposta accetta e suscita l'ostacolo, che gli con­
sente di ripiegarsi nella- rassegnazione passiva e nella
certezza della propria innocenza ». A questi studi si
possono in certa misura accostare la dotta opera di
Martin Rang sull'antropologia dell'Emilio e sulla reli­
gione del vicario savoiardo, R.s Lehre vom Menschen
( 1 959), e il saggio di Ronald Grimsley, ].-]. R. A stu­
dy in self-awareness ( 19 6 1 ), pure ispirato all'analisi
psicologica, in chiave analitico-esistenziale. Merito di
questi s tudiosi è di non relegare sommariamente le
tensioni interiori di Rousseau nel dominio della fol­
lia o della « malattia » - come avevano fatto certi

139
sprovveduti · critici del passato - ma di analizzarle
come · le premesse medesime del suo sforzo di rico­
struzione razionale dell'universo morale, della pratica
pedagogica, delle istituzioni politiche. Si sono profilati
cosl in primo piano gli ardui problemi d'interpreta­
zione posti dagli scritti autobiografici: le reazioni
all'ambiente, gli atteggiamenti nevrotici, l'esibizioni­
smo e la mania di persecuzione degli ultimi anni.
Rispetto a studiosi tanto avvertiti e sottili, appaiono
invece ancorate all'analisi biografico-psicologica tradi­
zionale le ricostruzioni diacroniche dovute a Jean
Guéhenno ( 1 948-1952) e a Frederick C. Green ( 1955),
ove l'interesse per l'uomo Jean-Jacques prevale sul­
l'interesse per il filosofo della politica, rischiando
di ridurre a dimensioni soggettivistiche o intimistiche
il complesso nodo di problemi posti dal Contratto
sociale e dagli altri scritti politici.
I limiti delle diatribe su Rousseau « rivoluzio­
nario » o « conservatore » , « progressista » o <( re­
trivo » , <( totalitario » o <( liberale » , sono resi evi­
denti dall'importante revisione storica condotta da
Robert Derathé nel suo ].-]. R. et la science politique
de son temps ( 1950). Facendo feHcemente astrazione
sia dall'indagine psicologica, sia dalla polemica ideo­
logica contingente, Derathé ha chiarito con grande
lucidità - in termini di storia dei concetti giuridici
e politici - l'elaborazione formale cui Rousseau sot­
topose le principali dottrine giusnaturalistiche. Ri­
sulta assai profondo, da questo studio, il distacco
consapevolmente operato nel secondo Discorso e nel
Contratto rispetto alle premesse del contrattualismo
lockiano, hobbesiano, a Grozio, a Pufendorf, Jurieu,
Burlamaqui, Derathé ha soprattutto dimostrato l'im­
portanza di un approccio rigorosamente storico ai
testi: chi ne trascuri le precise implicazioni polemi­
che, e li estragga fuori dai loro contesti teorici sei­
settecenteschi, rischia infatti di ricadere nelle dispute
inconcludenti sul primato della politica o della mo­
rale, o sull'indole progressista o conservatrice di Rous-

140
seau, nelle quali restavano impigliati anche cnt1c1
acuti come Bertrand de Jouvenel, J. L. Talmon, J. W.
Chapman, e delle quali si dilettano tuttora taluni
s torici improvvisati.
Fortunatamente una precisa linea di discrimina­
zione tra la prospettiva storico-erudita più sobria e
la controversia ideologica è ormai segnata negli studi
rousseauiani dalla grande edizione delle Oeuvres
complètes diretta da B. Gagnebin e M. Raymond
( 19 59 sgg. ), cui hanno collaborato studiosi come J.
Starobinski, R. Derathé, J. S. Spink, H. Gouhier,
]. Fabre e altri. Le introduzioni e le note che accom­
pagnano i testi forniscono copiose informazioni su
uomini, idee, eventi. Non suggeriscono ovviamente,
un'interpretazione omogenea dell'opera di Rousseau;
ma aiutano il lettore a orientarsi nel labirinto del­
l'erudizione rousseauiana più o meno recente, e in­
sieme lo · pongono opportunamente in guardia contro
le incaute ' modernizzazioni ' dei problemi. Un degno
pendant a questa edizione è la nuova raccolta della
Correspondance complète, la monumentale impresa
iniziata da R. A. Leigh ( 1965 sgg.) secondo criteri
filologici esemplari, che integra e sostituisce l'edizione
dell'epistolario dovuta a P. P. Pian.
Risulta assai difficile distinguere, nelle monografie
recenti, le componenti storico-erudite da quelle poli­
tico-ideologiche. Il dibattito su Rousseau « totalita­
rio » o « liberale », riaperto in America da Talmon,
Chapman, Plamenatz e altri, è stato ripreso di recente
da L. G. Cracker; il suo Social Contract: An Inter­
pretive Essay ( 1968 ), testimonia eloquentemente come
un'erudizione ben nutrita e accorta possa sposare la
tesi - assai tendenziosa - di un Rousseau « auto­
ritario » e « illiberale », fondata sull'implicita difesa
di un modello di società concorrenziale, pluralistica
e antagonistica: l'American Way of Li/e. Al . Cra­
cker si deve anche una nuova biografia, che fornisce
a questa tesi un articolato fondamento psicologico e
analitico. Uno s'Contro non molto felice tra Rous-

141
seau e il tipo di mentalità tecnocratico-scientista è pre­
sente anche nelle pagine conclusive dell'ampia espo­
sizione di R. D. Masters, The politica! Philosophy
of R. ( 1968). Interpretazioni di segno opposto pre­
sentano Rousseau come un critico della società bor­
ghese-liberale proteso verso la polis greca o il regi­
me patriarcale, ma anche aperto verso soluzioni demo­
cratiche ed egualitarie di tipo socialista: cosl l 'equi­
librato saggio di Iring Fetscher, La filosofia politica
di Rousseau ( 1960, 19682, trad. it., 197 1 ), che dedica
ampio spazio anche al pensiero economico ed alla di­
scussa presenza di Rousseau negli anni della Rivolu­
zione francese. Una sottile esegesi in chiave hegeliano­
marxista è offerta dallo studioso polacco B. Blaczko
in alcuni notevoli articoli e in una monografia intito- ·
lata « solitudine e comunità » ( 1964, trad. ted. 1970).
Michel Launay ha intrapreso un'ambiziosa ricostru­
zione di tutto il pensiero politico rousseauiano, con­
dotta con l'aiuto della lessicologia elettronica e di
un'intera équipe di ricercatori: i risultati conseguiti
finora (esposti in un volume di saggi e nella sintesi
f.-f. R. écrivain politique 1 97 1 ) non appaiono in
verità rivoluzionari, a parte una buona documenta­
zione sull'ideologia politica degli · artigiani ginevrini
e qualche utile indicazione linguistica.
In Italia, dopo gli onesti studi di Rodolfo Mon­
dolfo, l'interesse per Rousseau langul lungamente, o
vegetò a stento all'ombra dell'idealismo o nell'ambito
assai limitato della_ pedagogia. Va vista in questa pro­
spettiva l 'ardita rivalutazione promossa da Galvano
Della Volpe fin dal 1943 , originariamente secondo
uno schema di opposizione tra « morto » e « vivo »,
tra il Rousseau « giusnaturalista » e « borghese », e
il Rousseau egualitario o collettivista. La dicotomia
era arbitraria, e fu rimessa in questione dallo stesso
Della Volpe nel volume Rousseau e Marx ( 1957 ).
Ebbe tuttavia il merito di avviare una vasta discus­
sione sul nesso Rousseau-marxismo, cui parteciparono
in vari momenti V. Gerratano, U. Cerroni, L. Col-

142
letti, P. Alatri e altri. Il dibattito - che rientra de­
cisamente nella « fortuna » piuttosto che nella « cri­
tica »- si è via via arricchito di una tematica sto­
rica, recependo i punti di vista maturati dall'erudi­
zione rousseauiana recente. Una più puntuale atten­
zione alla critica storica ed alle molteplici dimensioni
del « problema Rousseau » è da indicare nelle intro­
duzioni e nelle note delle raccolte di scritti curate
recentemente da Eugenio Garin, Paolo Alatri, Paolo '
Rossi, che offrono al lettore italiano ottime prospet­
tive d'insieme sullo « stato degli studi » .
BIBLIOGRAFIA
Esiste su Rousseau una bibliografia sterminata e di
valore molto ineguale. Si danno qui le indicazioni es­
senziali, riguardanti le edizioni, i repertori bibliografici
e gli studi d'insieme più rilevanti, donde il lettore potrà
ricavare informazioni dettagliate.

I. OPERE DI CARATTERE BIBLIOGRAFICO

Indispensabili le rassegne bibliografiche che figurano


in ciascun volume della pubblicazione periodica Annales
de la Société ].-]. Rousseau, Genève 1905 sgg. (in
corso: finora voll. 36, con un volume di indici). St:ar­
samente attendibile J. Sénelier, Bibliographie' générale
des oeuvres de ]. ]. Rousseau, Paris 1950. Tra i repertori
generali:

Bibliography of French Literature, vol. IV, The Eigh­


teenth Century, a cura di G. R. Havens e D. F.
Bond, Syracuse University Press, Syracuse 1 951, e
Supplement, 1968.
Bibliographie d'Histoire Littéraire Française, a cura di
O. Klopp, Frankfurt a. Main 1965 sgg.
Revue d'Histoire Littéraire de la France, rassegna biblio­
grafica corrente.
Studi Francesi, rassegna bibliografica corrente.

147
Stato degli studi, rassegne :
Schinz A., Etat présent des' travaux sur ].-]. Rousseau,
New York-Paris 1941, 19712.
Munteano B. e Roger J., L'année commémorative de ].-].
. Rousseau, « Revue de littérature comparée >) , ott.­
dic. 1962.
Voisine J., Etat des travaux sur ].-]. Rouùeau au len­
demain de son 250e anniversaire de naissance,
<( L'information littéraire », 1964, 16, pp. 93-107.
Colletti L., Rousseau politico, <( Cultura e scuola », a. II,
6, clic. 1962-febbr. 1963.
Alatri P., Problemi critici su Rousseau, <( Nuova rivista
storica », a . 49, 1 965, fase. II-III.
Postigliola A., Rousseau e il marxismo italiano degli anni
sessanta, « Critica Marxista )), a. IX, 4, 1 97 1, pp.
70-83.
Verri A., Studi roussoiani in Italia, Bologna 1972.

II. EDIZIONI DELLE OPERE IN LINGUA ORIGINALE

Collection complète des oeuvres de ].-]. Rousseau, Ge­


nève 1780-81, voli. 15, la prima raccolta postuma,
a cura di P. A. du Peyrou.
Oeuvres complètes de ].-]. Rousseau, Paris 1788-93,
voli. 39, curata da S. Mercier, dali'abbé Brizard e
da L'Aulnaye.
Oeuvres complètes de ].-]. Rousseau, Paris 1818-20,
voli. 22 ; 1 823-25, voli. 25, edite da D. Musset­
Pathay, che curò anche le Oeuvres inédites, Paris
·

1 826, voli. 2.
Oeuvres complètes de ].-]. Rousseau, Paris 1865-70,
voli. 13, più volte ristampate.
Oeuvres complètes, édition publiée sous la direction de
B. Gagnebin et M. Raymond, Paris 1959 sgg. (in
corso). Sono apparsi finora i voli. I (Confessions ed
altri testi autobiografici); II (La nouvelle Héloise,
scritti teatrali, poetici e letterari) ; III (Contra! social
e altri scritti politici); IV (Emile, scritti etico-religiosi,
scritti di botanica). Questa grande impresa collettiva
ha superato completamente le numerose edizioni e

148
ristampe del sec. XIX. Strumento indispensabile, per
l'attendibilità dei testi, le ottime introduzioni critico­
filologiche, l'apparato di note esplicative e illustrative,
dove si possono reperire copiose indicazioni biblio­
grafiche.

Particolarmente pregevoli, tra le edizioni di opere


singole:
Discours sur les sciences et les arts, a cura di G. R.
Havens, New York 1946.
Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité
parmi les hommes, a cura di F. C. Green, Cambridge
1941, 19473.
Idem, a cura di J.-L. Lecercle, Paris 1954.
Essai sur l'origine des langues, a cura di C. Porset,
Bordeaux 1968.
Du contrat social, a cura di E. Dreyfus-Brisac, Paris
1896 ( contenente la prima edizione dell'abbozzo, il
Manuscrit de Genève).
Idem, a cura di G. Beaulavon, Paris 1903, 19385•
Idem, a cura di C. E. Vaughan, Manchester 19 18 .
Idem, a cura di M . Halbwachs, Paris 1943.
Idem, a cura di B. de Jouvenel, Genève 1947.
Idem, a cbra di J.-L. Lecercle, Paris 1968.
Idem, a cura di R. Gri.msley, Oxford 1972.
The Politica/ Writings, a cura di C. E. Vaughan, Cam­
bridge 1 915, 1 9622•

Le introduzioni alle suddette edizioni sono o sono


state contributi importanti per l'interpretazione degli
.scritti politici di Rousseau:

Lettre à d'Alembert sur les spectacles, a cura di M. Fuchs,


Genève-Lille 1953.
La Nouvelle Hélo"ise, a cura di D. Mornet, Paris 1925,
voli. 4.
La << Profession de foi du Vicaire Savoyard », a cura di
P. M. Masson, Fribourg-Paris 19 14.
Les reveries du promeneur solitaire, a cura di H. Rod­
dier, Paris 1960.
Rousseau ;uge de Jean-Jacques, Dialogues, a cura di M.
Foucault, Paris 1 962, voli. 2.

149
Correspondance complète, a cura di R. A. Leigh, Genève
1965 (in corso).
Correspondance générale, a cura di T. Dufour e P. P.
Pian, Paris 1924·34, voli. 20.

III. TRADUZIONI DELLE OPERE IN LINGUA ITALIANA

Le principali opere di Rousseau furono tradotte in


italiano già nei secoli XVIII e XIX. Numerose le tradu­
zioni recenti delle Confessions, delle Reveries, dei Di­
scorsi e del Contratto, dell'Emilio, spesso di modesto
livello scolastico. Si indicano soltanto tre sillogi, prece­
dute da introduzioni notevoli:
Opere politiche, a cura di P. Alatri, Torino 1969 (con
bibl.).
Scritti politici, a cura di M. ed E. Garin, Bari 1971,
voli. 3.
Opere, a cura di P. Rossi, Firenze 1972 (con bibl.).

IV. STUDI CRITICI

l. Studi generali.

Raccolte di studi, simposi celebrativi e numen spe­


ciali di periodici * :
Revue de Métaphysique et de Morale, mai 1912; trad.
it., con altri saggi, nel vol. Il pensiero di Rousseau,
a cura di E. Bossi, Venezia 1927.
]ean-]acques Rousseau, lezioni tenute alla Ecole cles
Hautes Etudes Sociales, Paris 1 9 12.
Europe, nov ..dic. 1 96 1 .
Annales de la Société ].-]. Rousseau, 35, 1959-62 (En­
tretiens celebrativi).

* I singoli contributi contenuti in questi volumi non


sono citati nelle sezioni seguenti.

150
Yale French Studies, n. 28, 1962.
Cahiers du Sud, juillet-aout 1962.
La Table Ronde, septembre 1 962.
S. Baud-Bovy e altri, ]ean-]acques Rousseau, Université
ouvrière et Faculté cles Lettres de l'Université de
Genève, Neuchatel 1962.
Annales historiques de la Révolution /rançaise, V, 34;
170, ott. 1962.
Le Contrat Social (periodico), V, 6 ; 3, nov-dic. 1962.
]ean-]acques Rousseau et son oeuvrej problèmes et re­
cherches, Commémoration et colloque de Paris (16-
20 octobre 1962), Paris 1964.
]ournées d'étude sur le Contrat Social, Dijon 1962, Paris
1964.
]ean-]acques Rousseau et l'homme moderne. Colloquio
28 giugno-3 luglio 1962. Unesco, 1965.
Annales de philosophie politique, 5, 1965 : Rousseau et
la philosophie politique.
]ean-]acques Rousseau et son temps. Politique et litté­
rature au XVIIIe siècle, a cura di M. Launay, Paris
1969.

Biografie *:

Un'indispensabile cronologia critica della vita e delle


'Opere di Rousseau si deve a L. J. Courtois, in Anna/es
].-]. Rousseau, t. XV, Genève 1923.
Saint Pierre B. de, La vie et les ouvrages de ].·]. Rous­
seau, a cura di M. Souriau, Paris 1907.
Musset-Pathay V. D., Histoire de la vie et des ouvrages
de ].·]. Rousseau, Paris 1 822, voli. 2.
Streckeisen-Moultou M. G., ].-]. Rousseau, ses amis et
ses ennemis, Paris 1865, voll. 2.
Saint-Mare Girardin, ].-]. Rousseau, sa vie et ses ouvra­
ges, Paris 1 875, voli. 2.
Brockerhoff J. J., ].-]. Rousseau, sein Leben und seine
Werke, Leipzig 1 874, voli. 3 .

* Qui e nelle sezioni seguenti non st cttano di regola


i :;aggi e gli articoli apparsi nei periodici specializzati:
Annales ].-]. Rousseau, Diderot Studies, Studies on Voltaire
and the Eighteenth Century, Revue d'Histoire Littéraire de
la France (dei quali si possono consultare gli indici).

151
Beaudouin H., La vie et les oeuvres de ].-]. Rousseau�
Paris 189 1 , voli. 2 .
Gehring H., ].-]. Rousseau, sein Leben Schrif-
ten, Neuwied 1901, voli. 3 .
MacDonald F., ].-]. Rousseau, a New
1906, voli. 2 (trad. parziale francese,
Ducros L., ].-]. Rousseau, Paris-Genève 1908-1
Faguet E., Vie de Rousseau, Paris 1 9 1 1 .
Schinz A., Vie et oeuvres de ].-]. Rousseau, Boston l
Guillemin H., Un homme, deux ombres, Genève 1943.
Guéhenno J., ]ean-]acques, histoire d'une conscience, Pa-
ris 1948 e 1952, voli. 2 ; 19622 •
Green F. C., ].-]. Rousseau: A critica[ Study of His Li/e
and Writings, London-Cambridge 1955.
May G., Rousseau par lui-méme, Paris 1961.
Gagnebin B., A la rencontre de ].-]. Rousseau, textes et
documents, Genève 1962.
Crocker L. G., ].·]. Rousseau. I: The Quest, New York
1968.

Principali lavori d'insieme, profili, saggi d'interpre­


tazioni :

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Saggi di Sergio Cotta sono inclusi net stmposi cit.,


Annales de philosophie politique e Etudes sur le Contra!
Social; di R. Derathé in Revue de Métaphysique et de
Morale, oct. 1948 e Revue philosophique, avril 1949.

Emilio :

Gerdil G. S., Réflexions sur la théorie et la pratique de


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Torino 1763.
Gehring H., ].-]. Rousseau, sein Leben und seine piida­
gogische Bedeutung, Neuwied 1879.
Boyd W., The Eduaztional Theory of ].-]. Rousseau, Lon­
don 1 9 1 1 .
Durkheim E., La pédagogie de Rousseau, « Revue de
Métaphysique et de Morale », 1919.
Archer R. L., Rousseau on Education, London 1912.
Vial F., La doctrine de l'éducation de ].-]. Rousseau,
Paris 1920.
Ravier A., · L'éducation de l'homme nouveau, voli. 2,
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Vassalli M., La pedagogia di ].-]. Rousseau, Como 195 1 .
Boyd W., Emile for Today, London 1 956.

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Chateau J., ].-]. Rousseau: sa philosophie de l'éducation,
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Champion E., ].-]. Rousseau et la Révolution française,
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Mornet D., Les origines intellectuelles de la révolution
française, Paris 1 933.
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Healey F. G., Rousseau et Napoléon, Paris 1957.
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Articoli di A. Soboul e L. Trenard sono nelle Etudes


sur le Contrat Social, cit. Alla fortuna è dedicato . il
vol. III di Masson, La religion de ].-]. Rousseau, cit.

Varia :

Il miglior studio recente sulla Nuova Eloisa è Lecer­


cle J.-L., ].-]. Rousseau et l'art du roman, Paris 1969.

157
Tra i vecchi studi sulle <( malattie �> di Rousseau,
condotti secondo criteri positivistici :

Mobius P. ]., J.-]. Rousseau Krankheitsgeschichte, Leipzig


1 889.
Cabanes A., ].-]. Rousseau, ses infirmités physiques, Pll­
ris 1898.
Proal L., La psychologù: de J.-J. Rousseau, Paris 1924.
Schaad H., Der Ausbruch der Geisteskrankheit ].-].
Rousseaus, Erlangen 1928.
Elosu S., La maladie de ].-]. Rousseau, Paris 1929.

Congetture psicoanalitiche:

Heidenhaim A., ].-J. Rousseaus Personlichkeit. Philoso­


phie und Psychose, Munchen 1924.
Laforg E. R., Etude sur ].-]. Rousseau, <( Revue franç.
de Psychanalyse », Paris 1927.
Ellis H., From ].-]. Rousseau to M. Proust, Boston 1935
Starobinski J., The Illness of Rousseau, <( Yale French
Studies », 1962.
·

Borel J., Génie et folie de J.-]. Rousseau, Paris 1966.


INDICE
}EAN·}AcQuEs Rous sEAU

I. Coscienza e società 7
II. L'illuminazione di Vincennes 15
III. La statua di Glauco 28
IV. Il patto iniquo 38
V. La volontà generale 48
VI. Le nuove associazioni 58
VII. Il diritto politico e il patto equo 66
VIII . Ginevra 87
IX. Le professioni di fede 102
X. Educazione e politica 1 18
Cronologia della vita e delle opere ' 129
Storia della critica 135

BIBLIOGRAFIA
l. Opere di carattere bibliografico 14 7
II. Edizioni delle opere in lingua originale 148
III. Traduzioni delle opere in lingua italiana 150
IV. Studi critici 150